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Titolo originale: The Baron’s Grand Experiment. A look back at the history of Heliopolis – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Deve essere parso un po’ strano quando nel 1905, l’industriale e finanziere belga Barone-Generale Edouard Louis Joseph Empain, conosciuto allora semplicemente come il Barone (la sua promozione al rango di generale dell’esercito avvenne durante la prima guerra mondiale), decise di costruire la sua città dei sogni nel bel mezzo del nulla. Anche più misterioso suonava il fatto che l’esatta collocazione del bel mezzo di nulla era un tratto di deserto vergine dieci chilometri a nord-est del Cairo, che allora era un posto a notevole distanza da qualunque altro.

A molti dei suoi pari grado sociali, sembrava una specie di autoesilio, ma come avrebbe dimostrato il tempo, il Barone Empain era il “Pifferaio” che poi tutti avrebbero seguito.

Empain sognava una città-oasi pulita, spaziosa, che attirasse nello stesso modo indigeni e stranieri. Come diceva al suo architetto, il famoso belga Ernest Jasper, “Voglio costruire una città nel deserto vergine. Dovrà chiamarsi Heliopolis, la città del sole. E per prima cosa voglio costruire un palazzo, un enorme palazzo. Voglio che sia magnifico”.

Il palazzo non era la stravagante residenza personale del Barone Empain, come regolarmente riportato oggi dalla stampa, ma l’Heliopolis Palace Hotel, la cui costruzione fu completata nel 1910, contribuendo a dare un tono alla Città del Sole, e conferendogli un alone storico e mistico che appare molto più affascinante e antico dei suoi soli 100 anni.

E a dire il vero si ritiene che la città di Empain sia stata realizzata nello stesso luogo dell’antica Heliopolis, o On, come è chiamata nelle Bibbia. La città che fu il grembo del rinascimento intellettuale della Grecia, culla di grandi filosofi, come Platone. E furono i greci a dare alla città il suo nome più famoso: Heliopolis. La cosa più importante è che il Barone amava così tanto l’antica città, da organizzare parecchie campagne archeologiche per disseppellirla (tutte senza risultati).

Con denaro e potere insieme, la città dei sogni iniziò a diventare realtà quando Empain e Boghos Noubar, figlio del primo ministro egiziano, ottennero l’autorizzazione a costruire la loro Città del Sole su una superficie di 5.952 feddans [ 2.500 ettari n.d.T.] di deserto vergine, a 1 lira egiziana al feddan, costituendo la Cairo Electric Railways e la Heliopolis Oasis Company per realizzare il progetto. Anche Utopia, a quanto pare, aveva bisogno di un mezzo di trasporto perché i suoi coloni Utopiani potessero spostarsi agevolmente, come sottolineò lo stesso Empain. Il suo primo grande progetto per la città furono le linee tranviarie, pensate per collegare l’oasi alla città madre.

La Heliopolis di Empain era l’immagine esatta della sua contemporanea europea, l’ideale di città giardino. Tutto era progettato per costruire un senso del luogo, dalle ampie strade e viali ai giardini pubblici e piazze. Degno di nota, l’uniforme aspetto orientale delle architetture, tutte a costruire la sensazione di una città particolare, governata da forti geometrie. Il Barone e il suo gruppo fissarono rigidi codici edilizi, vietando i fabbricati più alti di cinque piani, limitando l’altezza complessiva delle ville a 15 metri, e specificando che la superficie edificata di un lotto non poteva eccedere il 50 per cento.

La progettazione urbanistica fu concepita pensando alle diverse classi economiche e sociali e alle funzioni, definendo chiaramente i quartieri per le ville, altre zone per gli edifici residenziali e i raggruppamenti di quelli commerciali, tutti sottoposti a una serie di norme per offrire “le migliori condizioni di vita urbana” come si diceva all’epoca.

Uno degli elementi principali era lo Heliopolis Palace Hotel, luogo di ritrovo per la crème de la crème sociale, fra cui figurava il Re Farouk, assiduo frequentatore anche dei ristoranti e dello Heliopolis Sporting Club. Rinomato per i suoi lussuosi interni e gli ospiti di serie A, l’albergo aveva 400 stanze, una cupola alta 55metri, e un salone da pranzo senza eguali. Il matrimonio del figlio di Boghos Pasha si tenne all’albergo nel 1937, e ci furono migliaia di invitati. E non si trattò dell’unico evento sfarzoso, dato che l’hotel era famoso per i matrimoni dell’alta società, le serate di ballo, le feste e riunioni per il tè.

Più tardi, l’albergo fu trasformato nel quartier generale della Federazione degli Stati Arabi, prima di diventare la residenza ufficiale del Presidente egiziano.

Heliopolis si guadagnò rapidamente la reputazione di luogo privilegiato a livello nazionale per lo sport e i grandi talenti sportivi. Lo Heliopolis Sporting Club cominciò quasi subito a produrre campioni (una tradizione che continua ancora oggi). Negli anni ’40 agli sport tradizionali come golf, nuoto o squash, si aggiunsero gare più moderne. All’inizio del gennaio 1948 si disputò una delle prime gare automobilistiche nazionali, su un percorso di 50 chilometri da Heliopolis sulla via El-Thawra fino alla Suez Road. Il luogo di concentrazione fu il quartiere di El-Korba, dove cinquanta piloti egiziani e parecchi rappresentanti stranieri si incontrarono per le operazioni pre-corsa. Solh Pasha Lamloum ottenne la pole position con la sua Cadillac del 1944, seguito da Saeed Ibrahim Pasha Attallah su una Lincoln 1942 e dal Capitano Adly Lamloum con una MG sportiva. Il primo premio andò al Capitano Hussein Makram e alla sua Austin Helli 1948; Makram si portò a casa un attestato del Principe Omar Pasha Tosson (allora presidente del prestigioso Egyptian Automotive Club) e un invito al ballo allo Heliopolis Palace.

Nello stesso 1952 che vide la Rivoluzione dei Liberi Ufficiali e l’espulsione degli inglesi dall’Heliopolis Club, anche la città si vide cambiata, con la fine dell’epoca d’oro segnata dall’alta società egiziana e straniera e dal loro denaro. La Belgian Cairo Electric Railways del Barone e la Heliopolis Oasis Company furono nazionalizzate nel 1962. Fu nominato direttore generale l’ingegnere Abdel Hamid Abu El-Atta, che annunciò una nuova era, dove si sarebbe “visto un quadro dipinto a colori diversi”.

Fra le prime trasformazioni: i nuovi decisori sostituirono alla pista dell’ippodromo un grande parco pubblico. Come riporta un giornale dell’epoca: “Le corse dei cavalli sono un hobby per un pubblico molto particolare e limitato, e la pista occupa una posizione centrale nell’area. Di conseguenza, abbiamo visto la necessità di realizzare un grande parco, il primo del Medio Oriente, di trenta ettari, con un grande lago artificiale e spazi per il tempo libero. I cancelli saranno aperti al pubblico per le celebrazioni della Giornata della Rivoluzione”.

Merryland, come si chiamò poi, era un’idea del ministro Mohamed Abu Nosseir e del suo confidente, il medico Sayed Kareem.

Come notarono le autorità locali, Heliopolis iniziò presto ad attirare nuovi residenti, dando vita a un processo di spostamento di popolazione accelerato da progetti come la realizzazione e ampliamento del Cairo International Airport e vari edifici governativi che spuntavano dentro a Heliopolis o ai suoi margini. Il bisogno di nuovi lavoratori nei servizi stimolò ad accelerare ancora di più il ritmo della crescita.

Da un totale di 300 persone nel 1909, la popolazione dell’area era cresciuta sino a 300.000 abitanti nel 1962. Presto i funzionari di Heliopolis approvarono nuovi insediamenti nelle zone circostanti compreso un Tiro a Segno, e iniziarono a pensare al prolungamento della metropolitana urbana. Nel corso degli anni ’60, sembrò dissiparsi il senso di indipendenza che Empain aveva infuso sulla città. Heliopolis resisteva, ma la città fu lentamente assorbita dal governatorato del Cairo. La metropolitana dipendeva dall’autorità del Ministro dei Trasporti, che rivaleggiava coi funzionari del governatorato del Cairo per la titolarità del sistema di trasporti. In nessun modo, disse un pezzo grosso del Cairo, Heliopolis può essere una “isola separata” per quanto riguarda le decisioni. Al contrario, Heliopolis deve essere inserita nella pianificazione generale del Cairo e, naturalmente, dipendere dalla supervisione generale del governatorato.

Da quando è stata assorbita dal Cairo, Heliopolis ha visto molti cambiamenti: i rigidi codici edilizi furono immediatamente accantonati e iniziarono a crescere come funghi edifici orribili sviluppati in altezza durante il boom di popolazione degli anni ‘80. La corruzione, in particolare fra alcuni dei vertici dei distretto, consentì a molti costruttori di aggiungere piani agli edifici, in violazione della legge. Molte di queste strutture sono crollate a seguito del terremoto del 1992, stimolando le richieste per una nuova e più rigida regolamentazione edilizia a livello nazionale.

In più, la Misr Al-Gadida Company for Housing and Urban Development, responsabile del metrò di Heliopolis, riconobbe che la scarsa manutenzione aveva contribuito ad abbassare i livelli di sicurezza e ad aumentare i ritardi, senza parlare delle perdite che avevano superato i 30 milioni di LE solo nel 1991. Disperata, la compagnia propose di vendere le strutture alla Public Transport Authority, che saltò rapidamente sul carro. In breve tempo, la PTA chiese al Primo Ministro dell’epoca 18 milioni per dare qualche ritocco superficiale alla linea. Alla fine, al capo della PTA Youssef Mahmoud furono garantiti in tutto 2 milioni per completare il lavoro.

Problemi o meno, Heliopolis è sempre stata luogo di residenza per molte celebrità, come l’intellettuale Abbas Mahmoud Al-Aqqad; Primi Ministri come Kamal El-Ganzouri o Atef Sedki; noti editorialisti come Ahmed Bahgat o Younan Labib Rizq; l’ex portavoce del Consiglio della Shura Mostafa Kamal Helmy; l’ex ministro dell’Informazione Mohammed Fayek; l’ex ministro della Sanità Ismail Salam. Ora ci abita Safwat El-Sherif, attuale portavoce del Consiglio della Shura, e Heliopolis è stata la casa dell’ex presidente sudanese Gaafar El-Nomeri, dello Yemen Abduallah El-Selal [...]

E naturalmente ci sta la first Lady Suzanne Mubarak, i cui sforzi in favore del quartiere dove è nata, cresciuta, e dove vive, hanno riportato Heliopolis sotto i riflettori nazionali. Andando oltre le feste abbaglianti e i progetti urbanistici di cosmesi, la signora Mubarak ha collaborato col governo ad affrontare alcuni dei problemi più intrattabili del distretto, stimolando la salvezza del Palazzo del Barone e il restauro di altri edifici di significato architettonico ora degradati. Si dice che i suoi sforzi siano stati egualmente importanti per quanto riguarda i miglioramenti nelle reti stradali, nei ponti e gallerie completati lo scorso anno e che hanno migliorato il traffico in tutto il distretto.

E non è soltanto la Città del Sole a richiedere attenzione; molti altri centri e quartieri hanno un disperato bisogno di ritocchi per ripristinare l’aspetto di un tempo. Ma, come si suol dire, anche un viaggio di mille chilometri comincia con un solo passo. Ed è giusto che questo primo passo sia stato fatto col Gioiello del Deserto voluto dal Barone.

Nota: il testo originale – e alcune illustrazioni – al sito di Egypt Today (f.b.)

Se fosse vero – come per i "mali" del proverbio popolare – che anche le polemiche e i litigi non vengono tutti per nuocere, si potrebbe sperare che la querelle esplosa tra Legambiente da una parte, e Italia Nostra e le altre associazioni ambientaliste dall´altra, produca qualche effetto o conseguenza positiva. C´è francamente da augurarselo: nell´interesse loro innanzitutto, ma ancor più nell´interesse della natura, del territorio, del paesaggio, del nostro patrimonio artistico e culturale, della salute e della qualità della vita collettiva.

Con tutti i limiti e i difetti che si possono imputare più o meno strumentalmente agli ecologisti, si deve proprio alla loro presenza, alla loro azione, alla loro iniziativa, e in certi casi perfino al loro "estremismo", il merito d´aver impedito o quantomeno contenuto finora lo scempio finale del Belpaese. Dalla lotta all´abusivismo edilizio a quella contro l´inquinamento, per citare solo due capisaldi storici, tanti risultati non si sarebbero raggiunti senza l´impegno e la compattezza della galassia ecologista.

L´occasione, dunque, può rivelarsi propizia per aprire un tavolo di dialogo e di confronto all´interno dell´ambientalismo italiano, per tentare di superare le divergenze e ricercare possibilmente una sintesi unitaria. Se questo mondo si divide o si spacca, se questa cultura comune si disperde, il fronte è destinato certamente a indebolirsi e la battaglia allora diventa ancora più difficile. E certamente non giova il tiro al bersaglio da una sponda e dall´altra, il gioco dei sospetti e delle accuse reciproche.

Sarebbe tuttavia un grosso errore ridimensionare l´incidente, ridurlo a una questione circoscritta o locale, peggio accantonarlo o nasconderlo come una piccola bega occasionale. Qui non si tratta, infatti, soltanto di Roma o della nuova linea della metropolitana. E neppure si tratta di discutere sull´opportunità o meno d´imboccare la "via giudiziaria", come ha fatto Legambiente costituendosi in giudizio ad adiuvandum al fianco del sindaco Veltroni, contro il ricorso di Italia Nostra sul progetto del nuovo metrò.

Si tratta, piuttosto, di confrontarsi su un modello economico-sociale imperniato sulla tutela e sulla valorizzazione dell´ambiente come "regolatore dello sviluppo", come valvola di sicurezza per la salute dei cittadini, come relais d´un capitalismo moderno. Una sorta d´apparecchio "salvavita", insomma, come quelli elettromagnetici che nelle nostre case impediscono il cortocircuito, la folgorazione dei bambini che infilano le dita nella presa o di chi maneggia l´asciugacapelli con le mani bagnate.

Dal metrò di Roma, l´unica metropoli al mondo senza una vera metropolitana, all´auditorium di Ravello; dalle pale eoliche in Sardegna o altrove all´impianto di compostaggio per lo smaltimento e la riutilizzazione dei rifiuti a Grosseto, le domande della comunità riguardano aspetti fondamentali dell´organizzazione sociale, come i trasporti, l´energia, la salute, il turismo. Ognuna va affrontata in un´ottica complessiva di sistema, fuori dagli interessi municipali, al di là delle rivendicazioni più astratte o all´opposto più materiali. E probabilmente farebbero bene le associazioni, a cominciare da Italia Nostra, a non delegare completamente l´iniziativa alle singole sezioni locali, per evitare il rischio della frammentazione, della conflittualità o a volte del protagonismo.

È fin troppo scontato dire, come abbiamo già detto tante volte in passato, che gli ambientalisti non possono e non devono diventare "il partito del No". Ed è ovvio ripetere che hanno la responsabilità di formulare proposte alternative, d´immaginare soluzioni ecocompatibili, concrete e praticabili. Al giorno d´oggi, però, tutto questo non basta più.

Di fronte alla crisi internazionale, alla recessione e alla disoccupazione che avanzano, alla precarietà e alla paura che aumentano, l´ambientalismo italiano non può rifugiarsi in una ridotta isolata e nostalgica, in un "castello incantato" dove custodire le risorse naturali e i beni artistici come i codici miniati dei monaci benedettini. Deve uscire in campo aperto, mettersi in gioco, misurarsi con la realtà quotidiana per conservare da un lato e valorizzare dall´altro. L´obiettivo è quello di coniugare la salvaguardia dell´ambiente con il rilancio dello sviluppo, tanto più importante in questa fase per un Paese come il nostro povero di materie prime e ricco invece d´un patrimonio inestimabile fatto di verde, mare e coste, monumenti e chiese, quadri e sculture.

Se il pomo della discordia è dunque la leadership dell´intero movimento, bisogna intenderla nel senso d´una contesa culturale, all´interno della quale si contrappongono due visioni, due anime, due modi di interpretare le grandi questioni del nostro tempo, della nostra civiltà. Non c´è spazio per un "vecchio" e un "nuovo" ambientalismo. C´è bisogno, piuttosto, d´una coscienza comune per affrontare e magari risolvere i problemi aperti, per corrispondere alle aspettative e soddisfare le esigenze della società contemporanea.

Gli ambientalisti parlano, giustamente, d´uno "sviluppo sostenibile". Ecco: forse è arrivato il momento di parlare anche d´un "ambientalismo sostenibile", compatibile cioè con l´esigenza d´una maggiore giustizia, una maggiore sicurezza e una maggiore solidarietà. L´ambiente per l´uomo, l´intero genere umano, non contro l´uomo. L´ambiente al servizio dell´uomo, e naturalmente della donna, non l´uomo e la donna sottomessi all´assolutismo dell´ambiente.

Titolo originale: “Discovering” Williamsburg – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Rob Solano, elettricista a domicilio ventiquattrenne che ha vissuto sempre a Williamsburg, Southside, dice che non avrebbe mai pensato a un artista che si trasferisce nel suo quartiere. Era una cosa per la zona bianca, a nord, non per la comunità latina povera dove la famiglia tipo ha un reddito inferiore a 20.000 dollari l’anno.

Ma circa quattro anni fa, vicino a casa sua ha aperto il primo negozio d’arte, sulla Bedford Avenue fra la Quarta e la Quinta strada sud, e rapidamente, nel tempo che ci impieghi a pronunciare le parole “Soho a Brooklyn” (il nome di un nuovo negozio alimentare nella via a fianco) la vita di prima era in pericolo.

Gli affitti, che andavano da 300 a 500 dollari al mese prima del 2000, sono saltati a 1.500 o anche 2.000, coi nuovi abitanti di tendenza che si trasferivano qui fuggendo dai prezzi di Manhattan. Solano racconta di aver scoperto in fretta che molta fra la gente che conosceva se ne stava andando via da Brooklyn, o addirittura dalla città, perché non poteva permettersi di pagare l’affitto.

”È il fatto più grosso. Adesso stanno tutti in Pennsylvania”.

Con l’amministrazione Bloomberg che sta portando avanti un nuovo piano per il waterfront l’impennata degli affitti a Williamsburg sarà ancora più accelerata, e le cose andranno sempre peggio per una gran quantità di residenti. Dato che le gli affitti stanno salendo bruscamente anche a Bushwick e East New York, non ci sono molte alternative all’andarsene da Brooklyn, che un tempo era il simbolo della classe operaia d’America. E anche se i funzionari dell’ufficio tecnico comunale dicono che il piano attiverà un programma di “inclusione”, con più di 2.300 alloggi di edilizia sovvenzionata, fra Williamsburg e Greenpoint, non necessariamente sarà d’aiuto ai poveri cacciati da Southside.

Non è una mia conclusione. Sta scritto nella valutazione di impatto ambientale dell’ufficio urbanistica. Anche se metà delle case popolari sono destinate ad abitanti di Greenpoint-Williamsburg, il documento datato 4 marzo aggiunge che “non tutta la popolazione potenzialmente delocalizzata sarà probabilmente in grado di prendere in affitto questi alloggi”. Ciò vuol dire che rimane, almeno in parte, un “significativo impatto”.

Il che tradotto vuol dire: il documento dimostra che il piano dell’amministrazione municipale è un rischio per gli abitanti poveri di Southside, specialmente quelli nei piccoli edifici non coperti dalla regolamentazione degli affitti. Diciamocelo: gli affitti cresceranno semplicemente in base alla prospettiva di nuove abitazioni di lusso realizzate nell’area, e gli attuali abitanti di Southside, compresi parecchi alternativi, se ne saranno andati da un pezzo prima che si rendano disponibili i primi alloggi a prezzi controllati.

Rachaele Raynoff, portavoce dell’ufficio urbanistica, afferma che la variante di piano offre “un programma residenziale popolare incredibilmente aggressivo”. Definisce la valutazione di impatto ambientale “estremamente conservatrice” e dice che si creeranno più case a prezzi accessibili di quante non se ne perdano.

Ma lo studio non è così attento a proteggere i poveri. Con la vecchia giustificazione tipica dello urban renewal, essenzialmente afferma che si può procedere, dato che i poveri sono già obbligati ad andarsene in ogni caso.

Alcuni, come la signora Manuela Butler, vorrebbero rimanere – e in un’abitazione adeguata. “Prima stavamo a tavola mamma, papà, bambini. Adesso ci stiamo con altre due famiglie. I figli si sposano, e semplicemente rimangono qui”.

John Mulhern, direttore della Southside Community Mission, racconta di scorgere i segni del movimento di popolazione alle funzioni domenicali della cattolica Transfiguration Church su Marcy Avenue. I fedeli sono diminuiti, dai 1.500 di cinque anni fa, a 900.

”Stiamo perdendo un significativo numero di persone, verso la Florida, principalmente l’area di Orlando”, racconta Mulhern, e aggiunge che altri se ne sono andati a Maspeth o Ridgewood, altri a Allentown o ai Poconos a cercare case più a buon mercato.

”New York sarebbe una città più vitale se potessimo avere una base economica più varia. “È malsano rendere enormi parti della città inabitabili da famiglie di lavoratori”.

La Southside Mission ha collaborato a organizzare la Churches United for Fair Housing, a far pressione sull’amministrazione cittadina perché inserisca più case popolari nel discusso piano di Bloomberg per la variante al waterfront.

Il reverendo Jim O’Shea, un sacerdote che che aiutato a organizzare la campagna, dice che lo fa soffrire, ascoltare che descrivono il quartiere come “frontiera” e i nuovi arrivati “pionieri”.

“Sembra di sentir parlare Cristoforo Colombo”. Non avevo pensato alla cosa da questo punto di vista: è il linguaggio dell’oppressione coloniale. È ora di iniziare a vedere questa storia attraverso gli occhi degli abitanti di Southside. “È incredibile quello che succede” racconta Solano, attivista della chiesa. “Basta una cosa sola, come un caffè Starbucks, e arrivano a centinaia”.

Nota: qui il testo originale al sito del Village Voice - qui l'intero progetto di "rezoning" all'ufficio urbanistica di New York City (f.b.)

Titolo originale: I Have a Nightmare – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Quando degli ambientalisti scrivono una cosa come “ La Morte dell’Ambientalismo”, vuol dire che il movimento ha grossi problemi.

Quel saggio, scritto da due giovani ecologisti, gira su internet dallo scorso autunno, e ha provocato una guerra civile fra quelli che stanno abbarbicati agli alberi, perché sostiene che “l’ambientalismo moderno, con tutte le proprie presunzioni non provate, concetti superati, strategie esaurite, deve morire per far sopravvivere qualcosa”. È triste, ma gli autori, Michael Shellenberger e Ted Nordhaus, hanno ragione.

Il movimento ecologista USA non riesce a vincere nemmeno rispetto alle questioni prioritarie, anche se ha il vantaggio di essere quasi sempre dalla parte del giusto. Le trivellazioni petrolifere nello Arctic National Wildlife Refuge possono essere approvate da un momento all’altro, e non c’è stato sinora nessun progresso, da noi, su quello che nei tempi lunghi può essere il problema più importante per la Terra: il mutamento climatico.

Il problema fondamentale, per come la vedo io, è che i gruppi ambientalisti sono troppo spesso allarmisti. Hanno una tradizione incredibile da questo punto di vista, e così hanno perso di credibilità di fronte al pubblico. Alcuni fanno un ottimo lavoro, ma alcuni di loro potrebbero essere considerati l’equivalente, a sinistra, dei neocons: luccicanti di chiarezza morale e zelo ideologico, ma privi di sfumature. (l’industria ha anche aumentato a dismisura i rischi, esagerando il fatto che le tutele ambientali comporterebbero terribili costi economici).

“La Morte dell’Ambientalismo” è sulla mia stessa lunghezza d’onda. Un tempo ero un attivista ecologico, e condivido ancora le grandi questioni del movimento, ma ora sono scettico riguardo a quei discorsi “Ho avuto un incubo”.

Negli anni ’70 il movimento ambientalista era convinto che l’oleodotto in Alaska avrebbe devastato i branchi di caribù dell’Artico centrale. Da allora, sono quintuplicati.

Quando ho iniziato a preoccuparmi per il mutamento climatico, il raffreddamento globale e l’inverno nucleare sembravano i rischi principali. Come scriveva Newsweek nel 1975: “I meteorologi divergono tra loro su cause e tendenze del raffreddamento ... ma sono quasi unanimi nel ritenere che la produzione agricola si ridurrà per il resto del secolo”.

Questo dovrebbe insegnare agli ambientalisti un po’ di umiltà. Il problemi sono reali, ma lo è anche l’incertezza. Gli ecologisti avevano ragione rispetto al DDT che minacciava le aquile calve, per esempio, ma bloccare tutte le disinfestazioni nel terzo mondo ha portato a centinaia di migliaia di morti per malaria.

Allo stesso modo, gli ambientalisti giustamente allertavano riguardo alla pressione demografica, ma esageravano enormemente nelle stime. Paul Ehrlich sosteneva in The Population Bomb che “la battaglia per nutrire l’umanità è finita ... Centinaia di milioni di persone sono destinate a morire di fame”. Nella mia biblioteca ho un libro ancora più vecchio, Too Many Asians, con la foto di una massa di indiani in copertina. Il volume avvisa che la minaccia degli asiatici che si moltiplicano senza tregua è “anche più grave della guerra nucleare”.

Jared Diamond, autore dell’affascinante nuovo Collapse, che mostra come alcune civiltà di fatto si siano suicidate saccheggiando il proprio ambiente, dice che i falsi allarmi non sono una cattiva cosa. Il professor Diamond sostiene che se accettiamo falsi allarmi per gli incendi, perché non per la salute del pianeta? Ma le sirene degli allarmi ambientali hanno suonato così a lungo, come antifurti di macchine, da diventare solo rumori di fondo iritanti.

Da un certo punto di vista, siamo tutti ambientalisti ora. Il Pew Research Center ha rilevato che più di tre quarti degli americani concordano sul fatto che “questo paese dovrebbe fare ogni cosa per proteggere l’ambiente”. Ma il sostegno all’ambiente si accoppia al sospetto verso gli ambientalisti. La Morte dell’Ambientalismo sottolinea che un sondaggio del 2000 ha rilevato come il 41% degli americani consideri gli attivisti ecologici degli “estremisti”. Ci sono molti ambientalisti seri, naturalmente, ma quelli con eccesso di zelo hanno fatto terra bruciata.

La perdita di credibilità è un fatto tragico, perché di ambientalisti ragionevoli – senza allarmismi o esagerazioni – c’è un urgente bisogno.

Viste le incertezze e i do-ut-des, si dovrebbe dare priorità all’evitare i danni ambientali irreversibili, come le estinzioni, il mutamento climatico, la perdita di spazi naturali. E i cambiamenti irreversibili sono esattamente la posta in gioco, con l’amministrazione Bush che programma di trivellare nelle aree selvagge dell’Artico, di costruire strade nelle foreste vergini, di non fare essenzialmente nulla per il riscaldamento globale. È un programma che ci farà fare una figuraccia, davanti ai nostri nipoti.

Dunque sarebbe un fattore critico, avere un movimento ambientalista credibile, articolato e dotato di sfumature, molto rispettato. Ma ora, temo, non ce l’abbiamo.

Lo smog affascina e intorpidisce. Non conosciamo con esattezza la composizione chimica della melma che respiriamo al posto dell´aria. Neppure sappiamo valutare tutti gli effetti sulla salute umana. Sappiamo però da molti anni che oltre un certo limite non possiamo permetterci di respirarla. Nel 2008 il limite diventerà ancora più ristretto. Assisteremo allora a invenzioni ancor più strampalate di quelle escogitate in questi anni. Stratagemmi inutili e dannosi. Prese in giro clamorose. Dalle targhe pari nei giorni dispari alle auto scure nei giorni chiari. E viceversa. O come domenica scorsa a Bologna che fino a metà mattina ero d´obbligo star fermi (per non morire prima) e nel pomeriggio si poteva andare dove si voleva. Allo stadio c´era la partita. Se non c´è la partita c´è sempre un altro motivo per continuare a inquinare.

Sulla simbolicità dell´auto si é esercitata una schiera di poligrafi. Essa é nello stesso tempo velocità e audacia, ma anche protezione e riparo. Chiusura di uno spazio intimo e apertura, allargamento e divoramento di spazi esterni. Nelle principali potenze industriali, l´auto é una «formidabile concentrazione di capitali e masse operaie». È un´industria chiave. Assorbe capitali pubblici per ristrutturarsi, per adeguarsi. Ma né i raggruppamenti, né i licenziamenti (possono) limitare la sovrapproduzione. Gli stati inventano dei piccoli o grandi incentivi per sferzare il consumo definito "rottamazione". E le industrie diventano sempre più incalzanti. Producono modelli sfavillanti. I motori non smettono di aumentare la loro potenza.

Gli amministratori con il conforto dei tecnici, elaborano strategie tese a limitare e a incentivare contestualmente la libertà e la "modernità" insita nell´auto individuale. All´inizio, alle soglie del mito, sacrificarono pezzi interi di città. Allargarono storiche strade. Per farlo si dovette aumentare la capacità insediativa delle case che le delimitavano. I risultati furono presto fallimentari. Si fece allora ricorso a regole coercitive. Divieto di sosta. Divieto di svolta. Limite di velocità. Niente. Neppure i semafori sincronizzati riuscirono a impedire congestione, rumore, smog. Si fecero nuove strade. Tangenziali e assi attrezzati. Strade sopraelevate e/o interrate. Si esaltò il machismo (insito nel possesso dell´auto) con "assi di penetrazione". La quantità di interventi, di piani e di regole diventò così consistente da far ritenere che qualunque possessore di auto fosse in grado di organizzare il traffico motorizzato. Urbano e extraurbano. Ecco allora sindaci, al pari di automobilisti e urbanisti, che programmarono e in alcuni casi realizzarono alcuni parcheggi, interrati o di superficie, per dare definitiva e "positiva" risposta al grande problema. Ancora risultati disastrosi. La crisi aumentava giorno dopo giorno. Come la trasformazione dell´aria in melma.

Alcuni tecnici sostennero (e sostengono ancora) con fermezza la supremazia del traffico pubblico. Difficile da realizzare, ma indispensabile; se e in quanto lo spostamento di merci e persone avviene con mezzi motorizzati. Le statistiche purtroppo dimostrano il crescente abbandono degli utenti di mezzi di trasporto pubblico. La loro inadeguatezza è cronaca di tutti i giorni. Pur di sembrare ecologisti non pochi amministratori hanno tracciato - in genere con colore giallo - piste riservati alle biciclette. Riservate per modo di dire. Fra "corsie" autobussistiche e zone di parcheggio - in genere colorate di blu - e corsie di marcia per automobili, i ciclisti sotto sforzo sono costretti a respirare più "melma". La bici adesso è stata sostituita con il motorino, tranne che nei gironi di chiusura del traffico. Erano gli anni ?50, quando le Vespe o le Lambrette dettero avvio alla motorizzazione privata. In quegli anni di miseria diffusa, di poche case e per giunta in affitto, in attesa di possedere un´auto di piccola o minima cilindrata, il motorino poteva forse costituire un giusto equilibrio con i mezzi di trasporto pubblico, allora sovraffollati quanto antiquati. La crescente motorizzazione automobilistica ha rimesso in crisi la produzione dei motorini. Cicli e ricicli storici. Il possesso della seconda e terza auto - in sintonia con la proprietà della seconda e terza casa - ha rilanciato l´uso delle motociclette. Al caos dei provvedimenti si somma la crisi determinata da una sovrapproduzione che non può cessare. È palese a tutti ma lo si deve tenere nascosto. Il traffico non é un problema risolvibile con l´ingegneria dei trasporti. Autostrade e super strade, parcheggi e corsie riservate, giorni alterni e targhe palindrome, non possono fare fronte a un problema che mette in causa la nostra stessa capacità psichica e fisica. Qualsiasi provvedimento é inadatto a assorbire una mobilità formata da un numero crescente di mezzi di locomozione individuale. Il traffico è un problema urbanistico di assetto urbano e territoriale. Di mezzi di trasporto pubblico efficienti e dominanti. Soprattutto di pianificazione. E non di compromessi e inutili prese in giro.

Forse la statistica non è una scienza esatta, ma qualcosa conta. Per esempio, è statisticamente difficile che uno si faccia truffare due volte allo stesso modo. Potranno fregarlo forse in altri mille modi diversi (e lo fanno!), ma non proprio alla stessa maniera in cui l'hanno già derubato una volta. Eppure, ecco qui: battendosi come leoni contro la statistica (e la logica) pare che gli italiani non siano particolarmente indignati di fronte all'annuncio della nuova priorità nazionale: costruire nuovi stadi. Abbiamo bisogno di nuovi stadi come il pane, in effetti. Vorremmo ospitare gli Europei di calcio del 2012 e quindi è assolutamente prioritario costruire nuovi bestioni in cemento armato. Quelli vecchi non vanno bene, dopotutto li abbiamo rifatti soltanto quindici anni fa. Siamo un paese dalle mille risorse, e ci rifacciamo gli stadi più frequentemente di quanto la signora Pina si rifà il tinello.

Dicono le cronache che il monarca in carica fosse titubante. Dopotutto, a una popolazione che si schianta in treno perché si risparmia sulla sicurezza potrebbe non far piacere di dedicare tanta energia per ricostruire cose che già esistono. Ma pare che Franco Carraro - un grande collezionista di presidenze - abbia sventolato sotto il naso del re un bigliettino con scritto che il Portogallo con gli Europei di pallone ha aumentato di un punto il suo prodotto interno lordo.

Il re, con gli occhi a dollaro, ha dato la sua benedizione. E rieccoci qui a costruire stadi. Il dolce sapore della nostalgia ci pervade se ripensiamo all'ultima volta che ci siamo rifatti gli stadi. Notti magiche. Il pupazzo Ciao... deliziose madeleine di quando eravamo tanto fessi da pensare di essere ricchi.

Qualche imbecille ci disse che per ospitare i Mondiali dovevamo avere stadi coperti. Ed eccoci lì a dannarci l'anima per coprire gli stadi. Nessun mondiale dopo di quello ebbe stadi coperti: fu uno scherzo, insomma. Spendemmo 1.248 miliardi di lire, appena l'84 per cento in più del preventivo iniziale. Alcuni lavori sforarono di oltre il 200 per cento (Torino). Si diede lavoro a molta gente e soprattutto alle procure della Repubblica che per anni hanno indagato su quella nostra inesausta voglia di rifare gli stadi. Alcuni lavoratori edili cascarono dalle impalcature, mi pare il minimo per un paese civile. Alcune mirabolanti realizzazioni come stazioni e infrastrutture si possono ancora osservare mentre marciscono allegramente, inutilizzate e coperte di erbacce.

Fu l'ultimo ballo del craxismo imperante e, a pensarci adesso, proprio molto simile a una serata di gala sul Titanic. Sembra un film in costume, ma sono passati appena quindici anni. Capirete che gli stadi non vanno più bene.

Si dirà che quella classe dirigente fu spazzata via, che dopo tanti guasti siamo ora in grado di ricostruire il Paese e soprattutto, gli stadi. Eppure, scorrendo l'indice dei nomi, ecco molti casi di omonimia. Naturalmente il Franco Carraro che oggi è presidente della Federazione Gioco Calcio (oltre che consigliere di amministrazione di Capitalia) non ha nulla a che vedere con il Franco Carraro di allora, che era sindaco di Roma, presidente dell'organizzazione dei Mondiali. E del resto nemmeno l'attuale monarca è lo stesso Silvio Berlusconi che quindici anni fa era presidente del Milan, palazzinaro (e costruttore di stadi). Si tratta dunque di una classe dirigente completamente nuova e diversa, che chiede giustamente di superare le malefatte del passato e di costruire finalmente dei nuovi stadi, di cui abbiamo tanto bisogno. Come direbbe Biscardi «tutta l'Italia lo vuole!».

Ora basta con i bei ricordi, corriamo tutti a costruire nuovi stadi, presto! Carraro ha lanciato l'idea e Berlusconi l'ha subito accettata e benedetta. Un punto di prodotto interno lordo! Ma ve lo immaginate? Programmazione? Pianificazione e urbanistica? Sono cose da comunisti che certo non hanno nulla a che fare con il gioco del pallone. Quindici anni fa volevamo stadi grandi. Ora vogliamo stadi piccoli con il ristorante, la piscina e la sala da the. E' la normale evoluzione di un paese, il procedere del suo sviluppo culturale. Si fa notare, con gentilezza, che allora furono sperperati denari pubblici, mentre oggi si punta sui privati, garanzia di serietà. Tipo Cirio, tipo Parmalat, per intenderci, quelli che si facevano i conti in banca coi trasferelli. Poche storie, comunque, è un fatto che abbiamo impellente e insopprimibile bisogno di nuovi stadi. E che anche questa volta ci sarà un Franco Carraro a vigilare, attentissimo e severo, che vada tutto bene. Tranquilli.

Si veda la lettera di Paolo Grassi;

La nostra Camera del Lavoro, con questa giornata di studio e di approfondimento, intende avviare un percorso volto ad elaborare un nostro autonomo punto di vista sulla qualità dello sviluppo della nostra provincia, a partire da una lettura critica del documento preliminare del piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp). L’obiettivo è quello di costruire insieme una nostra proposta, tesa a concorrere alla formazione del piano provinciale.

Il contributo di conoscenza e di esperienza di chi vive nelle diverse realtà territoriali, è decisivo. Si tratta infatti di ragionare sulla qualità dell’abitare, degli insediamenti produttivi, dei servizi, della mobilità delle merci e delle persone.

Il seminario del 24 maggio si avvale di qualificati contributi esterni che risulteranno particolarmente utili in relazione agli approfondimenti che, successivamente, saranno programmati zona per zona con l’obiettivo di aprire un cantiere finalizzato all’apertura della contrattazione sociale territoriale.

La qualità urbana insieme alla qualità sociale costituiscono infatti un pezzo rilevante della strategia che abbiamo definito nel nostro recente congresso.

Non ci sfugge come declino industriale e boom del mattone siano processi strettamente correlati.

VICENZA PREDA DEL CEMENTO

Di fronte ai problemi posti dalla ineludibile riconversione industriale molti hanno scoperto il business degli investimenti immobiliari: Tronchetti Provera e Benetton sono i nomi più noti, quelli vicentini non sono pronunciabili ma solo sussurrabili.

Ma il boom del cemento a Vicenza ha origini meno recenti. Esso è connesso allo sviluppo disordinato che abbiamo conosciuto che ha “slabbrato” e paralizzato il tradizionale assetto policentrico della nostra provincia e determinato il collasso

della viabilità. La fabbrica post fordista esternalizza, nasce l’impresa rete, il lavoro si disperde nel territorio e così nascono come i funghi i capannoni in mezzo alla campagna e nei nuovi “Pip” della Tremonti concepiti come siti a minor costo. La fabbrica just in time elimina il magazzino perchè esso viaggia sulle nostre strade congestionate che a loro volta attirano attività commerciali, il tutto genera una mobilità multidirezionale delle merci e delle persone, quasi sempre su mezzi privati che congestiona il traffico e soffoca la nostra esistenza.

Sono le strade mercato: la Statale 11 tra Vicenza e Montecchio, Cornedo, Thiene-Zanè, Torri di Quartesolo-Settecà, il Bassanese.

Il colpo d’occhio ci rimanda a una sequenza di case, ville, villette, capannoni, depositi, piazzali e svincoli che hanno consumato il territorio con una crescita urbana senza forma, che ha impermeabilizzato il territorio, rallentato la ricarica delle falde e nel contempo provoca frequenti esondazioni dei corsi d’acqua.

CITTÀ SPALMATE COME MARMELLATA

Si tratta della dispersione insediativa per la quale gli americani negli anni ’60 coniarono il termine di “sprawl town” letteralmente città sdraiata sguaiatamente. In sostanza un ambiente urbano a marmellata sempre più privo di forma e memoria dei luoghi e vissuto come alienante dalle nuove generazioni.

A questi problemi la classe dirigente vicentina risponde in modo vecchio e settoriale.

Se c’è un problema di traffico la risposta è semplice: facciamo una nuova strada, una nuova bretella, meglio se un’autostrada. Di mezzo c’è un territorio agricolo? Meglio. Così non ci sono ostacoli. C’è una falda? “Noi ci occupiamo delle merci che devono transitare”, ci siamo sentiti rispondere.

Non è così che si progetta la “Vicenza del Terzo Millennio”.

Occorre invece pensare ad una riorganizzazione complessiva, sistemica e organica del nostro territorio, che riduca la dispersione delle attività produttive, residenziali e commerciali, attraverso il metodo della pianificazione urbanistica, mettendo al bando la sciagurata pratica dell’urbanistica contrattata che, per altro, è terreno fertile per lo sviluppo di rapporti non sempre trasparenti tra affari e politica. L’idea che proponiamo è quella di una città amica.

Significa eliminare la congestione, restituire alle piazze la loro funzione originaria di luogo di incontro, di scambio di esperienze, significa rendere accessibile per i deboli, come per i forti, i luoghi della vita collettiva.

Significa fare della città il luogo nel quale i differenti ceti, i differenti mestieri, funzioni sociali, differenti etnie, abitudini, culture si mescolano e si scambiano reciproci insegnamenti.

Occorre inoltre puntare sul trasporto pubblico e soluzioni logistiche adeguate anche per favorire la competitività delle imprese. Il tutto va connesso con una idea di sviluppo più qualificato, capace di competere nella fascia alta e innovativa delle produzioni, in grado di generare lavoro qualificato, di sostenere più elevati livelli salariali e migliori condizioni di lavoro.

LA CONTRATTAZIONE SOCIALE TERRITORIALE

Ma oggi dobbiamo fare i conti con una struttura produttiva frammentata, con un lavoro precarizzato e con tutte le conseguenze che ciò produce in termini di minor rappresentatività del sindacato.

È per noi dunque vitale riprendere il controllo sull’intero ciclo produttivo ovvero l’intera filiera di fabbricazione di un prodotto o erogazione di un servizio spesso dispersa nel territorio.

COME RIPENSARE IL LAVORO

Il controllo dei rapporti di lavoro,dell’ organizzazione del lavoro, dalle qualifiche agli orari, alla tutela della salute, dovrà essere al centro del nostro impegno futuro. Ma non si controlla il processo lavorativo se l’azione sindacale non ricomprende tutta la filiera degli appalti, delle terziarizzazioni, delle esternalizzazioni, se cioè non ridefinisce il perimetro della catena lunga e diffusa della produzione di una merce o di un servizio.

Noi vogliamo riunificare ciò che l’impresa divide e frammenta. E’ un compito arduo ma assolutamente necessario. È un salto culturale, politico e organizzativo quello che noi proponiamo: la saldatura tra la contrattazione di secondo livello e la contrattazione nel territorio.

Il territorio in quanto spazio fisico sempre più strettamente interconnesso con le dinamiche produttive diventa decisivo sia per riprendere il controllo della filiera sia perchè la contrattazione di luogo di lavoro possa disporre di una iniziativa esterna in materia di formazione, ricerca, politica industriale.

Oppure, per l’importanza di accompagnare la contrattazione del salario con una contrattazione sociale in grado di ottenere risultati su materie come gli asili nido, i servizi di assistenza, la sanità, la casa, i trasporti, i beni comuni prodotti dai servizi pubblici locali (acqua, ambiente e energia), l’integrazione dei migranti, la vivibilità urbana.

Temi questi ultimi che non possiamo delegare all’azione generosa ma inevitabilmente insufficiente del nostro Sindacato Pensionati o all’azione delle singole categorie di volta in volta interessate. Essi vanno assunti a livello confederale.

È questa una proposta di allargamento del campo d’azione del nostro lavoro sindacale per tenere insieme il luogo di lavoro e la sua inscindibile relazione con il contesto territoriale, nei suoi diversi aspetti di organizzazione e pianificazione dello spazio urbano, di equilibrio ambientale, di qualità ed efficacia del welfare locale.



Oscar Mancini è segretario generale Cgil di Vicenza

Postilla

La Camera del lavoro di Vicenza è una delle organizzazioni sindacali che aderirono, nel 2004, al seminario "La nuova proposta di sei sindacati territoriali della CGIL - Vertenze locali per reinventare città e democrazia"; i materiali furono pubblicati su un numero speciale della rivista Carta (vedi su Eddyburg l’intervista a Guglielmo Epifani e l’eddytoriale n.55.). Da allora la Cgil di Vicenza ha continuato a lavorare sul territorio come poche altre organizzazioni. Adesso ha organizzato una giornata di studio sul PTCP di Vicenza, preceduto da un lavoro di analisi, documentazione e dibattito sull’assetto del territorio provinciale, i suoi problemi, le sue prospettive, senza disdegnare l’attenzione per gli strumenti della pianificazione territoriale e, anzi, attribuendo ad essi l’importanza che meritano quando diventano materia d’interesse politico e sociale.

All’argomento è dedicato anche un numero della rivista della Cgil, Vicenza lavoro , da cui è tratto l’articolo di Oscar Mancini. Nella versione integrale della rivista, scaricabile qui sotto, trovate anche il programma della giornata di studio (che si terrà il 24 maggio), un articolo di Gian Antonio Stella sul territorio vicentino (tratto dal Corriere della sera ), un gustoso scritto su “architetti e geometri” dello scrittore Vitaliano Trevisan e una “Guida per conoscere il PTCP”.

No, l’abusivismo di necessità no. L’abusivismo di necessità è morto da tempo. Era quello dell’immediato dopoguerra, quando, soprattutto a Roma, gli immigrati dal Sud che lavoravano nei cantieri edili, senza casa e senza residenza (vigeva ancora la legge fascista contro l’urbanesimo che non consentiva l’iscrizione anagrafica nei grandi comuni), si costruivano le “casette della domenica”. Furono chiamate così perché solo la domenica e i giorni festivi manovali e muratori, potevano tirar su, con le proprie mani, le loro povere abitazioni, con spirito mutualistico e con pratiche poi definite di autocostruzione. I nuclei del primo abusivismo si concentrarono inizialmente a ridosso dei borghetti dov’erano stati deportati gli abitanti del centro storico cacciati a seguito degli sventramenti mussoliniani e intorno ai quali si è in seguito formata la sterminata periferia della capitale.

Quello era l’abusivismo di necessità. Che fu compattamente difeso dal Pci e dalla cultura di sinistra, all’incirca fino all’inizio degli anni Ottanta. Dopo, fra la sinistra e l’abusivismo c’è stato un graduale distacco, non senza residui di tolleranza. Il direttore di questo giornale sicuramente ricorda le polemiche che si svilupparono in via delle Botteghe Oscure e su l’Unità con una franchezza allora inconsueta.

Intanto, a mano a mano, l’abusivismo ha cambiato i propri connotati, è stato sfruttato dai grandi proprietari terrieri per favorire l’urbanizzazione dei loro patrimoni. Si è un po’ alla volta trasformato in industria edilizia illegale, illegale sotto ogni punto di vista: alla mancanza del permesso di costruzione si è aggiunto il mancato rispetto delle norme igieniche, di sicurezza, assicurative e previdenziali. Alla fine, è entrato nell’orbita della malavita organizzata. Da Roma in giù, in alcuni luoghi ha raggiunto livelli di produzione superiori a quelli dell’edilizia legale, grazie anche alle successive leggi di condono, tre in diciotto anni (ricordiamone gli autori: 1985, governo Craxi; 1994, governo Berlusconi; 1993, ancora governo Berlusconi). E la Campania, ha scritto il 1° maggio su l’UnitàVittorio Emiliani, “vanta da decenni un primato nazionale in fatto di concentrazione della illegalità edilizia e ambientale, con una vistosa presenza del racket camorristico che controlla le forniture di materiali e di manovalanza”.

Queste cose non possono non saperle gli amministratori di Ischia – e addirittura il presidente della regione Campania – che irresponsabilmente hanno resuscitato l’abusivismo di necessità. Operazione pericolosissima, perché oggi torna a essere grave, in molti casi drammaticamente grave, il problema della casa, e l’abusivismo non può essere una risposta. Se oltre l’80 per cento delle famiglie italiane vive in casa propria, quasi tutto il restante 20 per cento vive in condizioni abitative sempre più precarie. Sono giovani, immigrati, studenti, anziani che regrediscono verso la povertà e sono costretti a vendere il proprio alloggio. Un problema, reso acuto dalla progressiva riduzione delle risorse per l’edilizia pubblica, che dovrebbe tornare in primo piano nelle politiche locali. È questo uno, e non certo l’ultimo, dei compiti che il nuovo governo dovrà affrontare con competenza e determinazione. Insieme alla ripresa dell’impegno per il risanamento idrogeologico. Dopo i morti di Sarno del 1998, il tema aveva assunto un riconoscimento prioritario nell’azione di governo e sembrava che potesse finire l’incubo di una frana devastante dopo ogni pioggia prolungata. Ma Berlusconi alla manutenzione del territorio ha sostituito le grandi opere. La tragedia di Ischia riporta la difesa del suolo in testa all’ordine del giorno.

Altro che grandi opere, altro che tolleranza per l’abusivismo.

Un Paese fradicio, senza più manutenzione, che casca a pezzi alle prime piogge insistenti. Poche settimane fa un grande smottamento di un’area denudata dal disboscamento sopra la cabinovia di San Vigilio in Marebbe (Bolzano). Per fortuna senza vittime. Ora la tragedia di Ischia con una gigantesca colata di fango che ha provocato morti e feriti in una zona con abitazioni abusive in attesa di condono edilizio. «Abbiamo abusato del nostro territorio», afferma il responsabile della Protezione Civile, Bertolaso.

Sciaguratamente i governi Berlusconi hanno imboccato la strada elettoralistica delle cosiddette grandi opere (senza valutazione di impatto ambientale) ed abbandonato, o quasi, quella del risanamento idro-geologico percorsa con fatica dai governi dell’Ulivo dopo le tragedia di Sarno e di Soverato. Di più e di peggio: il centrodestra ha varato due devastanti condoni, uno edilizio e l’altro ambientale il cui solo annuncio ha accelerato in modo suicida, per il territorio e per chi lo abita, la corsa a nuove costruzioni illegali in zone vincolate, in aree palesemente a rischio idro-geologico, negli alvei stessi di fiumi, torrenti e fiumare. Laddove la colata di fango o l’alluvione improvvisa sono sempre in agguato con esiti mortali. Specie da quando il riscaldamento del pianeta ha reso più violente piogge e temporali, in ogni stagione.

In tale corsa all’abusivismo - al quale invano si sono opposti Comuni e Regioni contestando i condoni governativi - la Campania vanta da decenni un primato nazionale in fatto di concentrazione della illegalità edilizia e ambientale, con una vistosa presenza del racket camorristico che controlla le forniture di materiali e di manovalanza, tutto «in nero», da ogni punto di vista. L’isola di Ischia fa parte di questo sistema purtroppo, come, del resto, la stessa Capri.

Chi gira l’Italia in questi mesi vede le gru dei cantieri edili alzarsi quasi ovunque, a decine, a centinaia. Il mattone è stato la sola attività a «tirare» in mesi e mesi di stagnazione economica, sottraendo capitali e risparmi ad attività imprenditoriali vere e durevoli, destinate ad irrobustire un sistema di industrie e di servizi divenuto sempre più anemico. Da vecchio immobiliarista, Silvio Berlusconi non si è forse vantato di aver fatto aumentare nell’ultimo quinquennio il valore degli immobili italiani? Chi non è proprietario di case, è trattato alla stregua di un pezzente. Chi è in affitto, viene abbandonato alle follie del mercato speculativo. Un’autentica anomalia rispetto alla media dei Paesi europei più avanzati. E poi si teme sempre che scoppi la bolla speculativa...

La valanga di asfalto e di cemento, quest’ultimo spesso abusivo, ha reso ancor più fragile, dunque, più soggetto a frane e a smottamenti questo Paese antico, intensamente abitato da migliaia di anni, la cui montagna ed alta collina (due terzi dell’Italia) hanno conosciuto in passato uno spopolamento biblico, col conseguente abbandono dei boschi, dei pascoli, del sistema plurisecolare dei canali e delle canalette di scolo, dei torrenti stessi. Mentre, per contro, le zone ad alto sfruttamento turistico (da Ischia a San Vigilio in Marebbe) si costipavano di altre seconde e terze case, con strade di ogni tipo, tutte asfaltate. Tale fenomeno si è verificato, magari, in regioni anche a forte rischio sismico: in Campania, soltanto un 12-13 per cento del territorio non risulta infatti a rischio sismico alto o medio. Ma quali e quanti investimenti sono stati dedicati dalle «magiche» Finanziarie di Berlusconi-Tremonti alla manutenzione ordinaria e straordinaria del suolo italiano? Sempre pochi. Anzi sempre meno. In compenso uno dei primi alti dirigenti colpiti dallo spoil-system è stato proprio il bravissimo direttore del servizio antisismico nazionale Roberto De Marco, un tecnico di autentico livello internazionale, rimosso per ragioni squisitamente politiche e mandato, se non erro, a vendere computer alle scuole. Poteva, del resto, un «comunista» continuare a reggere un simile ufficio tecnico strategico?

Al futuro governo viene quindi lasciata un’Italia ancor più vittima di frane, smottamenti, alluvioni, ancor più povera di misure preventive contro le colate di fango (autentico problema nazionale) e contro i movimenti tellurici. Si tratta di riavviare, per altro in tempi di finanza statale dissestata, una autentica «ricostruzione» del Paese partendo da una aggiornata mappa dei rischi. Altrimenti avremo altre vittime, altri senzatetto, altri ambienti feriti a morte e inabitabili per decenni. Molto tempo fa, Antonio Cederna - di cui ricorrono quest’anno i dieci anni dalla scomparsa - ripeteva una sorta di suo sarcastico slogan: quando piove l’Italia viene giù. Dopo gli ultimi cinque anni berlusconiani va anche peggio. Per non spendere qualche miliardo in più nella prevenzione, ne spendiamo e ne spenderemo decine a disastri avvenuti.

La Società Stretto di Messina ha firmato il contratto con Impregilo S.p.A. per l’affidamento a Contraente Generale della progettazione definitiva, esecutiva e della realizzazione del Ponte tra Calabria e Sicilia. Questo rappresenta un grave affronto alle procedure di infrazione avviate dalla Comunità Europea ed ai procedimenti da parte della magistratura sull’infiltrazione mafiosa negli appalti e le presunte violazioni amministrative nel corso dell’iter concorsuale. La gara di appalto è stata caratterizzata da una serie di gravi anomalie: l’inserimento di clausole contrattuali che prevedono una penale stratosferica in caso di recesso da parte dello Stato (il 10 per cento dell'importo totale, cioè 388 milioni, più le spese già affrontate dal General Contractor) dopo la definitiva approvazione dell'opera; l'improvvisa defezione dei grandi gruppi esteri proprio alla vigilia dell'apertura delle buste; l'ingiustificato ribasso del 12,33% praticato dalla cordata guidata da Impregilo che tradotto in cifre vuol dire 500 milioni di euro e cioè 1000 miliardi di lire, su una base d'asta di circa 4 miliardi di euro.

Ancora più grave, la fitta rete di conflitti d'interesse sviluppatasi tra società concessionaria, aziende in gara per il General Contractor e i rispettivi gruppi azionari di riferimento.

Nella speciale commissione giudicatrice istituita dalla Società Stretto di Messina che ha assegnato l'appalto ad Impregilo, ha partecipato l'ingegnere danese Niels J. Gimsing.

Oltre ad essere stato membro (dal 1986-93) della commissione internazionale di valutazione del progetto di massima del Ponte, Gimsing ha lavorato nella realizzazione dello Storbelt East Bridge, progettato dalla società di consulenza Cowi di Copenaghen a cui il raggruppamento temporaneo d'imprese guidato da Impregilo ha affidato l'elaborazione progettuale del Ponte sullo Stretto.

Alberto Lina, amministratore delegato di Impregilo, è stato dal 1995 al 1998 presidente di Coinfra, la società dell'IRI che ha partecipato come fornitore alla realizzazione del ponte Storebelt insieme a Cowi, e quindi ha collaborato con l'ing. Niels Gimsing.

Se poi si passa alla lettura del curriculum vitae di alcuni membri del consiglio di amministrazione della Stretto di Messina si scorge più di un feeling con il colosso delle costruzioni di Sesto San Giovanni.

Nell’aprile del 2005, è stato nominato quale membro del CdA della concessionaria del Ponte il dottor Francesco Paolo Mattioli, ex manager Fiat e Cogefar-Impresit (oggi Impregilo), consulente della holding di Torino e responsabile del progetto per le linee ad alta velocità ferroviaria Firenze-Bologna e Torino-Milano di cui Impregilo ricopre il ruolo di General Contractor.

Il 22 febbraio 1993 Francesco Paolo Mattioli fu arrestato su ordine della Procura di Torino interessata a svelare i segreti dei conti esteri della Fiat, dove risultavano parcheggiati 38 miliardi di vecchie lire destinati a tangenti. Nel maggio ‘99 arrivò per Mattioli la condanna a un mese di reclusione, pena confermata in appello e infine annullata in Cassazione per “sopravvenuta prescrizione del reato”.

Nel consiglio di amministrazione della Stretto di Messina siede pure il Preside della facoltà di Giurisprudenza dell'Università "La Sapienza" di Roma, prof. Carlo Angelici. Angelici è pure consigliere della Pirelli & C. e di Telecom Italia Mobile (TIM), società controllate dalla famiglia Benetton, che è tra i maggiori azionisti di Impregilo.

Edizioni Holding della famiglia Benetton, attraverso Schemaventotto, detiene anche il 51 % della Società Italiana per Azioni il Traforo del Monte Bianco, gestore della parte italiana. Di questa società è consigliere un altro membro "riconfermato" del Cda della Stretto di Messina, il direttore generale ANAS Francesco Sabato.

Come se non bastasse l’"anomalia" della presenza di più di un consigliere della Stretto di Messina nelle società controllate dai signori del Ponte, va rilevato che sindaco effettivo di Autostrade-Benetton è la riconfermata sindaco effettivo della Stretto di Messina, dottoressa Gaetana Celico.

Presenze ingombranti anche all’interno di Società Italiana per Condotte d’Acqua, altro partecipante alla cordata General Contractor del Ponte sullo Stretto. Condotte d'Acqua è controllata per il 98,85% dalla società Fedina S.p.A., holding finanziaria di partecipazione. Ebbene, nei consigli di amministrazione di Fedina e di Condotte Immobiliare (la immobiliare di Condotte d'Acqua) compare uno dei membri – sino al giugno 2005 – del Cda della Società Stretto di Messina, il professore Emmanuele Emanuele, voluto dalla Regione Calabria. Emanuele, di Fedina, è persino vicepresidente. E' anche presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, una dei maggiori azionisti, insieme all'olandese ABN Amro, del gruppo bancario Capitalia, azionista di Impregilo e della finanziaria Gemina (secondo gruppo azionario della società di costruzioni di Sesto San Giovanni). Capitalia controlla pure un rilevante pacchetto azionario di Astaldi, la società "concorrente" nella gara per il General Contractor del Ponte sullo Stretto. Presidente del Cda di Astaldi è il professore Ernesto Monti, docente di Finanza aziendale presso la Facoltà di Economia della Luiss. Monti è consigliere di amministrazione di Fintecna, la finanziaria statale principale socio di riferimento della Stretto di Messina S.p.A..

Tra i più stridenti conflitti d'interesse, c'è quello legato alla partecipazione delle coop "rosse" – su schieramenti contrapposti, la C.G.C. Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna (in associazione con Astaldi) e la C.M.C. Cooperativa Muratori & Cementisti di Ravenna (con Impregilo). Con 1"anomalia", che proprio la CMC di Ravenna risulta essere una delle 240 associate della cooperativa “madre”, CCC di Bologna.

Ciò avrebbe comportato la violazione delle normative europee e italiane in materia di appalti pubblici, le quali escludono espressamente la partecipazione ad una gara di imprese che "si trovino fra di loro in una delle situazioni di controllo".

L'ipotesi di violazione di queste norme da parte delle due coop durante la prequalifica alla gara per il Ponte è stato sollevato da Terrelibere.org, WWF Italia e dalla parlamentare Anna Donati. Il WWF, in particolare, è ricorso davanti all'Autorità per i Lavori Pubblici e alla Commissione Europea per chiederne l'annullamento.

Intanto, anche al fine di denunciare la scarsa trasparenza dell'affaire, ha preso il via la campagna nazionale "Boicotta il ponte”. Basta compilare, firmare e inoltrare una lettera-diffida (il modulo è disponibile on line sul sito www.retenoponte.org) alle banche e assicurazioni che controllano i pacchetti azionari delle società di costruzioni italiane facenti parte della cordata Generai Contractor o che hanno espresso la disponibilità a finanziare la realizzazione della megaopera. Al bando, dunque, i prodotti Benetton - da quelli tessili a alla catena di ristorazione Autogrill - e pure i gruppi BPM-Banca Popolare di Milano, Capitalia, Banca Intesa, Monte dei paschi di Siena, Unicredit, Efibanca-Banca Popolare Italiana, Unipol Bank, Carige e Assicurazioni Generali.

Intervista di Federico Orlando

Altro che ponte di Messina. La vera grande opera nazionale del ventunesimo secolo sarebbe recuperare Messina e le altre cento città d'Italia, e quelle nuove cresciute di recente. Recuperare significa non solo abbattere, qualche volta, come nel caso irrecuperabile di Punta Perotti a Bari. Significa sostituire i nuovi centri ai non luoghi, in cui l'anticultura degli ultimi decenni ha trasformato quasi tutte le nuove periferie e perfino centri storici dove ai caffè sono subentrate le jeanserie e alle abitazioni le rappresentanze commerciali. Fare di ogni periferia un nuovo centro significa fare la nuova città. Non la città ideale, che non esiste, ma la città urbana moderna.

Ne parliamo con Pier Luigi Cervellati alla vigilia del governo di centrosinistra, se nascerà dalle urne di domani. A gennaio, il Mulino aveva pubblicato un suo articolo il futuro della non città, appunto la città dei non luoghi nella quale viviamo da alcuni decenni. Cervellati insegna recupero e riqualificazione urbana a Venezia; è autore di opere come La città postindustriale, La città bella, L'arte di curare la città; è stato per anni assessore all'urbanistica di Bologna. Ora, nella polemica tra l'architetto romano Massimiliano Fuksas (che dice: Punta Perotti è solo l'inizio, bisogna abbattere lo Zen di Palermo, le Vele di Secondigliano, il Corviale di Roma ed altri ecomostri simbolici nazionali) e l'architetto milanese Vittorio Gregotti (che difende il suo Zen e le Vele, addebitandone il degrado all'occupazione selvaggia e alla debolezza della politica), lui, Cervellati, sta con Gregotti: il problema non è abbattere il brutto, ma sottoporlo a chirurgia plastica e a cura ricostituente funzionale. E non già perché, come dice Gregotti, «la bellezza non è l'unico elemento per giudicare l'architettura, che va sempre oltre il bello, il brutto e la forma»; ma perché occorre recuperare le periferie: «Renderle omologhe alle citta, come si fa nei paesi del Nord dove esiste ancora la cultura della pianificazione urbanistica».

Che vuol dire omologare? Prima di tutto, stoppare quella «razionalizzazione ed efficienza modernizzante» delle città storiche che Jùnger definì "imbiancamento". E non aveva ancora visto la nuova Ara Pacis a Roma. Un imbiancamento che batte perfino il marmo fascista di piazza Augusto Imperatore. Si perde così l'identità storica e culturale delle città. Ma il ministro Urbani, trasferendo i poteri delle Sovrintendenze nelle 26 divisioni del ministero dei Beni Culturali, aveva l'ambizione un po' bottaiana di rifare le città sulla base dell'architettura razionalista della società industriale.

«La città storica non può essere razionalistica o razionalizzata - spiega Cervellati -. Il razionalismo va affermato nelle periferie, cresciute anarchicamente, in non luoghi come ipermercati e svincoli autostradali, o villettopoli casarecce, casermoni e strade, capannoni e parcheggi, che hanno mangiato il territorio espandendosi all'americana. Solo in America, il territorio è tanto e da noi pochissimo. Modernizzare le città non significa riqualificare un quartiere del Seicento in edifici razionalistici, ma creare legami (cominciando dai trasporti) tra la città storica e le sue periferie, ciascuna coi suoi luoghi di convivenza, che si acculturano reciprocamente. La città dispersa e non collegata ci richiude invece nel nostro orto o giardinetto, nell'isolamento culturale. Un governo di centrosinistra non dovrebbe puntare tanto a nuove costruzioni del privato quanto a un'edilizia pubblica che provveda alla casa per chi non ce l'ha, alla socializzazione per chi è isolato, e alla qualità della vita urbana per tutti, oggi sopraffatta dal degrado e dalla dispersione». I non luoghi hanno creato la non città e a questa si associa la non campagna. La grande opera pubblica nazionale, cioè la ricostruzione del legame città-campagna e urbanizzazione-ambiente," è stata descritta da Cervellati e riassunta dal Mulino ancor prima che questa legislatura di destra nascesse. «Le mappe storiche (riportiamo in sintesi) ci guidano nell'individuare le aree da rinaturalizzare. Esse sono uno strumento orientativo per organizzare il territorio e riqualificare la progettazione edilizia». Dunque Prodi non sbaglia quando parla di bellezza, estetica, etica, "felicità". I padri costituenti sapevano quel che scrivevano quando nella Costituzione promisero "La repubblica tutela il paesaggio". «La ricostruzione del territorio, col recupero del tessuto edilizio, deve coniugarsi con interventi di organizzazione e localizzazione di servizi, funzioni, necessità. Il piano regolatore è uno strumento irrinunciabile per riqualificare la periferia in città, e dev'essere scritto nella natura e nella storia del territorio». Esse, natura e storia, «hanno risposte omogenee e consentono di individuare un obbiettivo generale, l'integrità fìsica e la salvaguardia culturale del territorio, su cui misurare qualità e quantità dello sviluppo» (Eduardo Zarelli).

Perciò bisogna fermare l'espansione urbana a megalopoli anarchica e tornare ai "luoghi", cioè alle citta-comunità, con rapporto corretto fra i vari luoghi di cui il centro storico è solo l'archetipo. È questo il policentrismo comunitario, lo sforzo per conquistare il nuovo senza rinunciare all'identità storica. Del resto, come insegnava Benevolo, «la città italiana ha i centri entro le mura». Si può tornarvi, in qualche modo, stipulando un patto di cittadinanza con chi abita fuori le "mura" perché possa non solo abitarci ma viverci "felicemente". Farà sorridere molti italiani di oggi, ma nella Costituzione americana, tra i vari diritti dei cittadini, è previsto proprio quello di «cercare la felicità».

Oggi e domani mattina metteremo le nostre schede nelle urne elettorali. Domani sera conosceremo i risultati. Ciascuno si metta la mano sulla coscienza e faccia le sue scelte.

Inutile e forse sciocco invocare soltanto la ragione, perché si sceglie anche d'istinto, per simpatie e antipatie, per antiche appartenenze giuste o sbagliate che siano, per interessi, per valori partecipati o per slogan mal digeriti.

Questo giornale non ha bisogno di dichiarare le sue preferenze poiché le scelse nel momento stesso in cui nacque trent'anni fa e da allora non le ha mai cambiate.

Siamo stati e siamo per l'eguaglianza nella libertà, per il mercato che dia a tutti pari punti di partenza, per il sostegno dei deboli e l'inclusione degli esclusi, per l'innovazione, per la crescita, per l'Europa, per lo stato di diritto. Insomma per la democrazia nelle forme e nella sostanza.

Questi sono gli ideali positivi per i quali ci siamo battuti. Quelli negativi sono il loro esatto contrario: l'autoritarismo, il populismo, la demagogia, l'egoismo, l'interesse proprio contrapposto a quello comune, l'autarchia e il protezionismo economico, la menzogna politica, la corruzione, l'insicurezza, la pigrizia intellettuale, il conformismo.

Non sono parole vuote. Ad ognuna di essa corrisponde una visione del bene comune e del paese che vorremmo.

Corrisponde una cultura, un assetto politico, una squadra di governo, un tipo di legislazione. La soluzione di problemi antichi troppo a lungo rimasti inevasi e di malanni e storture più recenti che hanno deturpato la nostra democrazia ancora fragile e incerta.

Mi auguro che domani sera un primo nodo sarà stato sciolto. Se così avverrà, agli altri si potrà pensare con più serena e pacata attenzione e con il concorso di tutte le persone di buona volontà. Se la nottata sarà passata.

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Non è retorica dire che il mondo ci guarda: l'Italia non è una sperduta nazione, un segmento irrilevante della comunità internazionale senza storia e senza memoria. Ha dato un contributo di grandissimo rilievo alla cultura antica e a quella moderna. Ha fornito modelli di comportamento nel costume, nella politica, nell'economia, nel diritto, nella scienza.

E' stata ed è una grande nazione, ma da molti secoli le è mancata l'esperienza e la cultura dello Stato. Troppo a lungo siamo stati colonia di questa o quella potenza estera, funzionali a interessi sovrastanti, pedine di giochi altrui. I centri del vero potere erano fuori dal nostro controllo. L'egemonia politica economica militare era altrove. Non c'erano diritti ma favori, non cittadini ma sudditi, non forze politiche radicate e autonome ma consorterie, clientele, oligarchie tributarie di lontane sovranità. Perciò lo Stato è stato vissuto come un potere estraneo e potenzialmente ostile, comunque sospettabile.

Questa situazione si è protratta anche quando lo Stato è finalmente nato anche da noi. La nostra lunga storia "coloniale" aveva infatti creato un retaggio di individualismo anarcoide che i centocinquant'anni di storia unitaria e i più recenti sessant'anni di storia repubblicana non sono riusciti a dissipare completamente.

Tracce visibili di quella vocazione anarchica restano tuttora e si rivitalizzano tutte le volte che l'insicurezza etica e sociale evoca la presenza di personaggi che dell'individualismo politico fanno un valore, della demagogia uno strumento possente e della politica un mercato di scambio per gli interessi delle "lobbies" nel quale tutto si può vendere e comprare. In fondo al tunnel la deriva plebiscitaria.

Quante volte ci capita di ascoltare la frase "io di politica non mi occupo" detta come la manifestazione virtuosa di un rifiuto del male. La politica come sentina delle nequizie anziché come luogo dove si amministrano gli interessi e il destino della città, della "polis".

I paesi che hanno dato forma alla nazione attraverso la presenza dello Stato danno i loro figli alle istituzioni che dello Stato costituiscono la nervatura, alle scuole dalle quali esce la classe dirigente del Paese. Ma qui da noi questa vocazione non c'è mai stata, questa selezione è inesistente. In politica, ma non soltanto. Il capitalismo italiano è altrettanto debole. La pubblica amministrazione non è motivata ed è priva di spirito di corpo. Di analoghe debolezze soffrono tutti i corpi intermedi, i poteri e le classi dirigenti locali.

Ecco dove dovrà fare le sue prove il riformismo forte evocato da Romano Prodi se il voto di oggi e di domani riuscirà a sgombrare il campo dall'anomalia berlusconiana.

I mali che abbiamo qui elencato sono antichi, appartengono alla nostra storia nazionale e Silvio Berlusconi non ne è certo la causa, così come non fu lo al suo tempo Benito Mussolini. Essi anzi, personaggi dissimili tra loro ma non privi di affinità profonde e analogie sorprendenti, sono stati il prodotto di quei mali. Ma li hanno cavalcati, risvegliati, attualizzati laddove bisognava invece e bisognerà curarli con somma attenzione affinché le istituzioni pubbliche e il concetto stesso della "res publica" si radichino nella coscienza civile degli italiani.

Da questo punto di vista la Costituzione repubblicana è uno dei pochi punti di riferimento che l'Italia abbia avuto nel sessantennio repubblicano e alcune figure istituzionali che da essa hanno tratto vigore e alla difesa dei suoi valori hanno dedicato la loro opera meritano riconoscenza e ricordo.

* * *

Uso ancora con trepida incertezza la particella dubitativa "se".

L'evidenza della situazione in cui il paese è stato portato dalla pessima squadra che l'ha guidato negli ultimi cinque anni farebbe infatti supporre che in favore del cambiamento si conti domani una valanga di voti. Temo invece che l'auspicata vittoria sia risicata, tanta è stata la violenza emotiva con la quale l'anomalia berlusconiana ha risvegliato gli antichi malanni e vizi nazionali.

E comunque: se quella anomalia sarà rimossa dal voto bisognerà seguire con la massima attenzione lo svolgersi dei fatti fino all'insediamento del nuovo governo nato dalle urne. Ci vorranno infatti non meno di quaranta giorni prima che l'inquilino di Palazzo Chigi e i suoi ministri sgombrino le stanze del governo dalla loro presenza.

Quaranta giorni sono brevi per persone normali, chiamate soltanto a gestire l'ordinaria amministrazione in attesa che il nuovo Parlamento sia insediato, elegga il nuovo Capo dello Stato e questi a sua volta nomini il nuovo presidente del Consiglio e i ministri seguendo le indicazioni del voto popolare. Nel frattempo si svolgeranno alcune importanti elezioni comunali, l'elezione regionale in Sicilia e infine il referendum istituzionale sulla legge cosiddetta della "devolution".

Spero con tutto il cuore di ingannarmi, ma non sono tranquillo pensando a quei quaranta giorni durante i quali la squadra berlusconiana sarà senza più potere ma occuperà ancora le stanze e le manopole del governo. Mi auguro che, almeno alla fine della loro avventura, prevalga il senso dello Stato. Ove mai il loro leader covasse la folle idea d'un gran finale sulla falsa riga del "Caimano", mi auguro che i suoi corrivi compagni di strada glielo impediscano.

Sarebbe almeno un merito, tardivo ma importante, per aprire una pagina nuova e pulita e per ricominciare.

Giovanardi e il sondaggio «scientifico» sulle donne

Sulla bizzarra affermazione di un ministro della Repubblica. Da il Corriere della sera del 20 novembre 2005

Il ministro Carlo Giovanardi ha amiche di famiglia che proprio non capisce: se parla di politica sbuffano. Lo ha detto lui, nella deliziosa intervista al Corriere dove, per spiegare il suo no alle quote rosa, ha sentenziato: «Alle donne del nostro Paese mica gliene frega niente della politica. Lo vedo quando sono a cena alle tavolate con gli amici. Loro, gli uomini, mi sollecitano a parlare di politica.

E loro, le donne, quando questo succede si annoiano a morte e cercano di parlare d'altro».

Va da sé che lui, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, scuote la testa. Che cosa c'è di più appassionante, davanti alle tagliatelle, che discutere su come il nuovo segretario dell'Udc Lorenzo Cesa sia frutto d'un processo di sintesi avviato per superare la contrapposizione tra Erminia Mazzoni e Mario Tassone? Di più inebriante, all'arrosto, che interrogarsi sui pensieri di Mauro Cutrufo o di Pino Pisicchio? Di più appagante, al dessert, che calcolare le alleanze per recuperare un posto nel cda di Sviluppo Italia cedendo un consigliere all'Efim e un assessorato a Pomezia? Di più eccitante, al limoncello, che pesare le sfumature delle virgole nei dintorni del centro per capire (giovanardese testuale) «quali spazi ci siano per un partito popolare europeo che ridisegni il polo moderato in maniera omogenea e lo renda un'alternativa credibile alla sinistra»? Macché, le donne sospirano: uffa! Conclusione: non sono adatte alla politica. Di più, il sondaggio scientifico del ministro, che ha spiegato di avvalersi per il suo esaustivo campione demoscopico, oltre che delle consorti dei commensali (finché, s'intende, non torneranno a mangiare col piatto in mano sugli sgabelli della cucina come le nonne d'una volta che lasciavano agli uomini i discorsi da uomini), anche della collaborazione della moglie e della figlia (d'accordo con lui), dice che «le quote rosa sono un'umiliazione». Perché «sono ghettizzanti», «creano delle riserve indiane» e sono del tutto inutili: le brave infatti, se ce ne fossero, emergerebbero lo stesso.

Le donne italiane dovrebbero congratularsi. La posizione di Carlo Giovanardi è infatti un importante passo avanti, nello sviluppo dei diritti politici femminili, rispetto per esempio a quella del presidente del Consiglio e ministro dell'Interno Giovanni Lanza che nel 1871, pur riconoscendo che «qualche fondamento può esservi nelle costumanze per negar loro il voto politico», si avventurò a proporre che le donne potessero «mandare il loro voto per iscritto» alle elezioni amministrative. Purché, per capirci, non si presentassero al seggio. Una posizione, dovete ammettere, assai retrograda rispetto alla successiva decisione della Camera (poi arenatasi fino al 1924) di accoglier la proposta di quel sinistrorso di Agostino Depretis e ammettere le mogli al voto amministrativo sia pure circoscritto al voto «con delega al marito».

A 155 anni dalla prima petizione alla Camera dei Lord per l'estensione del diritto di voto alle donne inglesi che avrebbero avuto accesso alle amministrative nel 1869, a 99 dall'elezione della prima parlamentare (una finlandese), a 87 dalla nomina della prima sottosegretaria (la polacca Irena Kosmowska), a 81 dal giuramento della prima ministra (la danese Nina Bang) e a 45 dall'insediamento della prima donna premier (la ceylonese Sirimavo Bandaranaike), l'apertura del ministro è quindi un messaggio di speranza per tutte le donne italiane: dopo aver lavato i piatti fatevi sotto, carine.

Nessuna preclusione culturale. Che nel nostro Paese abbiamo dovuto attendere 115 anni e 836 ministri maschi prima che una donna, Tina Anselmi, entrasse in un governo; che la sola Nilde Jotti abbia avuto un incarico esplorativo per formare un governo e solo per una sacrosanta bizzarria di Francesco Cossiga; che le donne ministro siano state nel dopoguerra 44 (il 2,8%) contro 1.553 maschi; che la proposta di Giuliano Amato di mandare al Quirinale una donna fosse stata accolta come «una bella provocazione» («Manco se io avessi proposto un coleottero!»); che il 93,6% dei sindaci, l'88,6% dei deputati, il 90% dei presidenti di Regione, il 94,6% dei prefetti siano uomini dipende solo dal fatto che alle donne italiane «non gliene frega niente della politica». Di «questa» politica. Fosse vero, sarebbe interessante sapere: e come mai, caro Giovanardi?

A VOLTE una vignetta vale più d’un articolo di fondo. Ce n’era una di Giannelli sul "Corriere della Sera" di venerdì che fotografava una situazione all’indomani dell’approvazione alla Camera della legge elettorale proporzionale. Si vede un Prodi piccolissimo e rattristato che dice: brutta giornata quella di oggi, e un altissimo allampanato Fassino che lo rincuora: «Ma noi vinceremo le primarie».

La comicità sta nell’accostamento tra un voto parlamentare che spiana la strada alla rimonta del centrodestra e una competizione all’interno del centrosinistra il cui risultato è scontato e non cambia nulla. Ma il pregio di quella vignetta sta soprattutto nella doppia lettura della frase di Fassino, equiparabile al «noi suoneremo le nostre campane» in risposta all’arrogante «noi suoneremo le nostre trombe» lanciato contro la Repubblica di Firenze ai tempi delle invasioni francesi e spagnole.

Vincere le primarie è un obiettivo che, se raggiunto, può ricambiare con efficacia lo schiaffo ricevuto alla Camera e ridare slancio e iniziativa al centrosinistra? Io credo di sì, ma a certe condizioni. Occorre che nella giornata di oggi almeno un milione di elettori vadano a votare e occorre che Prodi riceva un consenso di gran lunga superiore a quello di tutti gli altri competitori messi insieme. Abbia insomma un’investitura popolare chiara e netta che esprima unità e forza. Se questo è l’obiettivo sbaglia Prodi a contentarsi del 51 per cento dei voti in suo favore. Ci vuole molto di più per dare senso politico a un risultato numerico.

Al di là del valore dei singoli contendenti, oggi è in gioco la sorte dell’Unione, la volontà popolare al di sopra del politichese degli apparati, l’unità sostanziale del centrosinistra, il desiderio di battersi e di vincere in nome degli interessi del paese avviliti da una gestione dilettantesca, clientelare e per molti aspetti sordida della cosa pubblica. Sembrava prossima l’uscita da un tunnel che ha infiacchito le energie della società italiana, debilitato la sua fibra morale, le sue capacità innovative, i suoi sentimenti di giustizia, il suo bisogno di sicurezza. Ma nelle ultime settimane queste prospettive si sono indebolite, la contesa si è fatta più dura e incerta. In queste condizioni le primarie non sono più quel diversivo pleonastico che erano sembrate a molti, ma sono diventate un appuntamento fondamentale. Una pre-condizione che avrà un peso determinante su quanto avverrà dopo, da domani al voto di primavera. Perché oggi la democrazia italiana suona le sue campane e si vedrà se è un suono squillante e vincente o sordo e presago di sconfitta.

Nel frattempo, a render più significativo l’appuntamento elettorale di oggi, si è consumata la crisi di Marco Follini con le sue dimissioni da segretario dell’Udc, accompagnate da un discorso appassionato e dolente che certifica la sconfitta dell’unica ipotesi liberal-democratica esistente nella maggioranza berlusconiana. Leggetelo con attenzione quel discorso e leggete con attenzione le sdegnate risposte che gli sono arrivate dalla nomenklatura di quel partito.

«Voi avete venduto la vostra anima ad un mediocre progetto di potere» ha detto Follini «per questo io non posso più rappresentare questo partito che ormai non è che strumento passivo dei voleri di Berlusconi».

Ci si domanda come sia stato possibile che in un mese, un solo mese, la linea di Follini appoggiata da tutto il partito sia stata capovolta da quegli stessi uomini che l’avevano portata avanti con apparente compattezza per oltre un anno.

In realtà il gruppo dirigente dell’Udc e Pier Ferdinando Casini che ne è il padre-padrone si sono serviti di Follini per stipulare con Berlusconi un patto di potere, abbandonando per strada i contenuti di una politica che avrebbe potuto cambiare la fisionomia della Casa delle Libertà.

E’ risorto in questa occasione l’antico contrasto che divise per vent’anni all’interno della Democrazia cristiana Moro dal corpaccione centrista dei Bisaglia, dei Gava, dei Forlani. Moro voleva che il potere servisse a raggiungere obiettivi di avanzamento democratico della società; i suoi avversari volevano il potere per il potere. Puro esercizio conservativo da mantenere con tutti i mezzi.

In questo conflitto la Dc ha perso l’anima ed è alla fine uscita di scena. I tempi sono cambiati e tutto è diverso da allora ma al fondo la questione è ancora quella: se la politica si debba muovere in una dimensione etica oppure no. Questione perenne, in tutti i tempi e a tutte le latitudini.

In piccolo si è riprodotta tra Follini e Casini. Basta del resto leggere l’intervista rilasciata dal presidente della Camera proprio il giorno prima delle dimissioni del segretario dell’Udc: un testo gelido, piatto, tessuto di battute mediocri, privo di pensiero e di spessore morale.

Ci vedi l’ex portaborse di Arnaldo Forlani, miracolato a occupare la terza carica dello Stato e pronto a riallinearsi ai voleri del «boss» pur di rientrare nella nuova spartizione del potere futuro.

Follini ha commesso molti errori. Forse, se avesse agito con risolutezza un anno fa, l’esito della contesa sarebbe stato diverso. Ma gli va dato atto che quando ha visto l’annientamento delle sue convinzioni non ha ceduto alle lusinghe e se n’è andato dopo una denuncia durissima e senza equivoci. Lui la sua anima l’ha salvata; il suo partito no, ammesso che l’abbia mai avuta.

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Nel centrosinistra ci s’interroga ora su come riorganizzare il fronte della battaglia elettorale dopo lo scossone della nuova legge che entro novembre passerà anche al Senato.

Quella legge è stata tagliata su misura per favorire il centrodestra, limitare la sua sconfitta ma intanto rimetterlo in partita. Rivalutando i partiti e i loro apparati ha creato anche una difficoltà alla candidatura di Prodi, leader senza partito. In che modo si può risolvere questa difficoltà e attenuare la prima?

Ci sono due sole uscite per superare l’"impasse". Tornare almeno al Senato, ma meglio ancora anche alla Camera, alla lista unitaria dell’Ulivo che metta insieme tutti i partiti riformisti come risposta alla frammentazione incoraggiata dalla nuova legge. Una soluzione unitaria di questo genere verrebbe anche incontro a quella vasta massa di elettori desiderosi di votare per una coalizione di forze ma non disposta a identificarsi con un singolo partito. Nelle precedenti elezioni politiche e amministrative questi elettori hanno superato di oltre due milioni la somma dei voti raccolta dai partiti del centrosinistra: un patrimonio prezioso che rischierebbe di andare disperso se la coalizione non fosse neppure presente nelle schede elettorali.

Se poi le diffidenze e le resistenze di questo o quel partito impedissero la lista unitaria, a Prodi non resterà che promuovere una sua propria lista. Senza ledere le strutture organizzative dei partiti alleati. Si presenti ciascuno di essi con i propri simboli e Prodi si rivolga alla società civile così come hanno fatto i candidati sindaci e i candidati alle presidenze regionali. Una sorta di lista civica nazionale che integri il ventaglio dei partiti alleati e dia sbocco al voto di chi si sente di centrosinistra al di là degli steccati partitocratici.

Per perseguire sia la prima sia la seconda di queste soluzioni il risultato delle primarie è comunque fondamentale.

* * *

Si dice: bisognerà pur parlare di programmi concreti e non più soltanto di strumenti per organizzare il consenso.

Certo, bisognerà parlarne. Quali provvedimenti prendere per rilanciare l’economia, risanare una finanza dilapidata, organizzare il nuovo mercato del lavoro e il nuovo stato sociale, rendere efficienti la giustizia, la scuola, la sanità. Affrontare il problema dell’immigrazione. Delineare una politica europea e occidentale di sviluppo e di pace.

Misurarsi con i nuovi problemi della bioetica. Tutelare la libertà religiosa nel quadro della laicità dello Stato e delle pubbliche istituzioni.

Ma non si parte da zero. Molti di questi problemi sono già stati esaminati e anche messi in atto con buon successo dai governi di centrosinistra tra il 1993 e il ‘99. Da allora ad oggi lo studio di queste questioni è stato approfondito e aggiornato. In realtà la domanda di programma ha già gran parte delle sue risposte a cominciare da maggiore equità nella tassazione del lavoro e del profitto rispetto alle rendite e ai cespiti improduttivi.

I programmi concreti li fanno i governi quando hanno in mano l’eredità ricevuta dal predecessore e le carte che documentano la situazione. Già sappiamo purtroppo che l’eredità dei cinque anni di berlusconismo sarà pessima.

Sappiamo anche che il requisito essenziale per ripartire è riposto nella fiducia dei mercati interni e internazionali, un bene immateriale senza il quale non c’è programma che vada a buon fine.

Ciò detto, la coalizione sfidante dovrà indicare entro gennaio i suoi obiettivi e le sue priorità. Quanto alla coalizione sfidata, essa non sta dicendo nulla che attenga al futuro. Nel presente sta solo avvelenando i pozzi, come ho già scritto domenica scorsa. Li sta avvelenando con una legge elettorale che renderà il sistema ingovernabile e con una legge finanziaria compilata, come ha detto Romano Prodi, da un governo in fuga: blocca le spese fino alla fine del 2006 e lascia in eredità agli anni successivi una molla pronta a scattare per recuperare il pregresso. Basta una cifra per denunciare l’inconsistenza di questa classe di governo: erano previste nel 2005 entrate da vendite di immobili per 8 mila miliardi; ne sono entrati fino ad ottobre 600. La differenza la trovate nell’azzeramento dell’avanzo primario e nell’aumento senza più freni del debito pubblico e del deficit.

Chiedete programmi all’opposizione? Stesse a me dirlo (per fortuna non ne ho alcun titolo) direi: facciamo il contrario di ciò che hanno fatto e basterà fare il contrario per far bene.

* * *

L’obiettivo di Silvio Berlusconi se dovesse vincere le elezioni è ormai apertamente dichiarato: vuole andare al Quirinale. Per questo ha bisogno di fare approvare la legge "salva-Previti"; in realtà è una legge "salva-Berlusconi" senza la quale non potrebbe prendere il posto di Ciampi.

Per questo vuole anche abolire la "par condicio": l’obiettivo è quello di assordare gli italiani con un fuoco mediatico senza precedenti, per metà a costo zero per lui che è proprietario di metà delle emittenti nazionali, le quali dal canto loro (cioè dal canto suo) ci guadagneranno sugli spot degli altri competitori.

Tutto pur di vincere. Poi dal Quirinale e col suo partito aziendale in Parlamento i giochi continuerà a farli lui fino al 2013.

Ci pesate? Dove è stato Ciampi potremmo avere Berlusconi. Per altri sette anni. Io non ci dormo la notte.

E voi?

Quattro anni dopo, la sovrapposizione delle immagini di New Orleans a quelle di Manhattan non svela solo la materialità delle questioni di razza e di classe che minano la democrazia americana dall'interno mentre Bush pretende di esportarla con le armi all'estero; modifica altresì la percezione e il ricordo dell'11 settembre. Ci voleva un disastro naturale come Katrina per restituire anche al crollo delle Torri gemelle il suo significato quintessenziale, fin qui coperto dalla retorica dei muscoli e della Nazione di Bush e compagni: la rivelazione della vulnerabilità e della precarietà dell'America come di tutto il resto del pianeta, e degli americani come di tutti gli altri abitanti del pianeta. Significato umano, troppo umano per la logica politica del presidente piccolo piccolo di una grande potenza ferita a morte nella sicurezza di sé; presidente che peraltro non demorde neanche di fronte all'uragano, e ripropone la stessa logica per galvanizzare il popolo e rassicurarlo che sì, la Nazione ce la farà e vincerà ancora una volta contro la mala sorte. Ma si capisce che stavolta il suo appello non si traduce in consenso e non riesce far risalire la china di una leadership ormai compromessa. Non è solo il bilancio fallimentare della guerra all'Iraq, che a tutto è servita fuori che a sconfiggere il terrorismo come ormai la maggioranza degli americani sta realizzando. È che stavolta è impossibile fare con Katrina l'operazione di costruzione del Nemico e di rassicurazione dell'immaginario politico americano che già con Al-Qaeda era visibilmente improbabile, e che tuttavia venne fatta. La ricostruisce, in un lungo saggio sul quarto anniversario dell'11 settembre pubblicato dal New York Times Magazine (e parzialmente tradotto su Repubblica di ieri), Marc Danner, docente a Berkeley e autore di Torture and Truth: America, Abu Ghraib and the War on Terror. Danner ricorda come la struttura di Al-Qaeda, rete senza stato, senza territorio e senza esercito, sia irriducibile a quella di un nemico tradizionale da combattere con una guerra tradizionale, e come tuttavia Bush abbia riesumato l'immagine tradizionale del Nemico per ripristinare l'immaginario della Guerra fredda: «dopo un decennio confuso, il mondo era di nuovo spaccato in due, e per quanto l'attacco dell'11 settembre fosse stato disorientante, la `guerra al terrorismo' si configurava come una riedizione della Guerra fredda». Una retorica, continua Danner, che aveva il duplice pregio di suonare familiare sia al senso comune americano sia a una burocrazia nazionale che era stata costruita per la Guerra fredda e che, dopo l'89, era disorientata e priva di scopi.

Ma ciò che forzatamente è stato fatto con Al-Qaeda non è riproponibile oggi con Katrina. Di fronte alla tragedia di New Orleans e all'impotenza di un potere biopolitico che non ha saputo evitare ai medici il ricorso alle iniezioni di morfina sui malati terminali, non resta che prendere atto della vulnerabilità della Grande Potenza e dello stato in cui versa il suo patto sociale. «Questa tragedia ci impone di mettere sotto esame the soul of America» , l'anima dell'America, scrive sul Time Magazine Wynton Marsalis, direttore artistico del New York City's Jazz del Lincoln Centre, nato e cresciuto in una New Orleans di cui piange ora lo spirito multiculturale e la forma artistica. «La nostra democrazia è stata sfidata fin dall'inizio dalle manette della schiavitù», e la sfida si ripresenta oggi. Più difficile che all'inizio, perché quattro anni fa - torno a Danner - non è stato attaccato il potere americano, ma quel ch'è peggio «la sua aura» di invincibilità. E un potere senz'aura può incattivirsi, ma ineluttabilmente si indebolisce.

Sappiamo da Machiavelli in poi che la politica è diversa dalla morale. Secoli dopo si è stabilito che anche l'economia è diversa dalla morale. Ma la distinzione tra etica, politica ed economia distingue tra sfere di azione, tra campi di attività. In concreto, e a monte di queste differenziazioni, esiste la singola persona umana che non è trina ma soltanto una, e che può variamente essere una persona morale, amorale o immorale. E quando si dibatte la «questione morale» è di questo che si dibatte, è da qui che si deve partire.

Le persone morali sono tali in tutto: anche in politica e anche in economia. Le persone amorali non promuovono il bene ma nemmeno si dedicano al male, anche perché sono fermate, nel malfare, da freni interiorizzati. Invece le persone immorali ridono dei cretini che credono nei valori e non sono fermate da nulla (o soltanto dal pericolo di finire in prigione). Per i primi non è vero che il fine giustifica i mezzi. Per i secondi il fine può giustificare qualche mezzo scorretto, ma non tutti. Per le persone immorali il fine di fare soldi o di conquistare potere giustifica qualsiasi mezzo: non c'è scrupolo, non c'è «coscienza» che li fermi.

Mio padre era un industriale il cui stabilimento venne distrutto dal passaggio della guerra nel 1944. Lui si incaponì nel tentativo di ricostruirlo per non lasciare i suoi operai — circa 400, che conosceva uno per uno — sul lastrico. Quel tentativo non poteva riuscire e difatti fallì. È che mio padre era una persona perbene, e io lo rispetto per questo. Ma è di tutta evidenza che per i vari Ricucci, Gnutti e Fiorani mio padre era soltanto un fesso. E ai loro occhi lo sono sicuramente anche io, visto che anche io cerco di essere una persona perbene.

Tanto le persone perbene quanto le persone «permale» esistono sempre e ovunque. Ma la crisi dell'etica che contraddistingue il nostro tempo ne ha modificato le distribuzioni. I perbene diminuiscono, i «permali» crescono. Inoltre i perbene restano a terra, i «permali» salgono e comandano. Infine sta sempre più dilagando un intreccio perverso tra economia e politica. E la questione morale è la denunzia di questo andazzo. Ma perché scoppia ora? E perché la questione morale è più grave in Italia che altrove? Scoppia ora, rispondo, perché tardi è meglio che mai; e scoppia ora perché i neo-pescecani di assalto del capitalismo speculativo sono finalmente stati scoperchiati. Finora i vari Ricucci, Fiorani e Gnutti l'avevano fatta franca; ma ora sono indagati per insider trading, aggiottaggio, falso in bilancio, falso in prospetto, abuso di ufficio, e altro ancora. Aggiungi l'aggravante che su tutto questo andazzo aleggia l'ombra lunga e sempre sospetta di Berlusconi. Il cattivo esempio e il contagio vengono da lui. Come scrive Ilvo Diamanti su Repubblica, con il berlusconismo non c'è più «scandalo che riesca a scandalizzare», ed «è dilagato un profondo disincanto. La convinzione che tutto è lecito. Basta non farsi scoprire. L'evasione fiscale... il ricorso alle relazioni informali e amicali. In ogni campo, in ogni occasione. Il senso cinico ha avvolto e logorato il senso civico». Il che ci lascia con «un Paese soffocato dal sottobosco, con la città cinica retta dalla tribù dei più furbi». Non si potrebbe dire meglio. Il nostro è ormai un Paese sporco, molto sporco.

Sono un moralista? Sì, ma non perché faccio confusione tra etica e politica; lo sono in quanto sostengo che deve esistere una moralità politica e, alla stessa stregua, una moralità economica; e che in tutti i settori della vita associata devono esistere regole che le persone perbene rispettano. Appunto, le persone perbene.

MILANO — «Stamo a fa' i furbetti del quartierino». Stefano Ricucci, intercettato la sera del 22 luglio, conia questa espressione per esprimere a un collaboratore la sfiducia negli artifici suggeritigli dall'amministratore della Banca Popolare Italiana (ex Lodi), Gianpiero Fiorani, ai fini della scalata «concertata» all'Antonveneta. Ma da «furbetti del quartierino», per i pm, sembrano essersi comportati anche altri, persino nel santuario di Bankitalia: almeno secondo intercettazioni e verbali con i quali la Procura, nel sequestrare le azioni Antonveneta in mano al patto Fiorani-Gnutti-Ricucci-Coppola-Lonati, svela la preordinazione l'11 luglio, contro gli organi tecnici interni, del disco verde di Bankitalia a Fiorani.

«Doveva arrivare ieri», spiega Fiorani già la sera del 3 luglio a Gnutti, ma a rallentare tutto c'è «un infiltrato dentro lì, per il quale mi hanno tirato fuori una cosa assurda»: uno zelante ispettore di Bankitalia s'incaponisce a chiedere lumi su un'operazione del 2003. «Allora — Fiorani spiega a Gnutti —, per potermi confrontare ho chiamato il numero uno» (cioè Fazio), e «lui è chiaramente imbarazzatissimo». Fiorani riporta a Gnutti il colloquio con Fazio: «Io ho detto: "Senti un po', non possiamo mica scherzare con il fuoco... Posso capire le sue e le tue ragioni per il fatto di lasciare in giro un pezzo di carta firmato da questo qua, che è un funzionario tra l'altro nuovo, che dice apertamente che lui non è d'accordo, non è una bella cosa... Però, caro mio, qui a questo punto ognuno si prenda le proprie responsabilità». L'8 luglio gli uffici tecnici di Bankitalia protocollano il loro no all'autorizzazione a Bpi. Ma già alle 8 del mattino dopo, il capo della Vigilanza di Bankitalia, Francesco Frasca, chiama uno dei due ispettori che avevano firmato il no, Gianni Castaldi: «La puoi vedere questa questione della Popolare di Lodi?». Castaldi non arretra: «Senti, Francesco, il documento è stato firmato ed è definitivo. Quello è un documento che va in mano ai magistrati. Ognuno si firma quello che si sente di sottoscrivere». In Banca d'Italia scatta allora un'alternativa «politica» per aggirare il no «tecnico»: surrogarlo con consulenti esterni. «Come risulta dagli ispettori Castaldi e Clementi — riassumono i pm —, il 9 luglio Frasca scrive un accompagnamento della conclusione dell'istruttoria, evidenziando che i servizi di vigilanza competenti non avrebbero tenuto in debito conto il parere del prof. Fabio Merusi. Il Governatore, con atto scritto lo stesso giorno, concorda con la linea di Frasca e rimarca l'esigenza di richiedere ulteriori pareri a consulenti esterni (studio Gambino e Ferro Luzzi)». Ma saputo che lunedì 11 luglio «la lettera di autorizzazione di Bankitalia a Fiorani era stata elaborata al computer dal funzionario Stefano De Polis, appartenente a divisione incompetente rispetto alla Bpi», i pm lo convoca- no a razzo.

E così apprendono che «De Polis era stato preallertato dal martedì precedente, e sollecitato a rimanere a disposizione nel fine settimana». Aveva però potuto «operare solo a partire da lunedì 11 pomeriggio, quando i pareri dei consulenti esterni erano pervenuti in Bankitalia. A collezionarli era stato Frasca. De Polis ha descritto le modalità con cui ha eseguito il lavoro, precisando che aggiunte e soppressioni al testo sono dovute agli interventi dei professionisti esterni. Il copia-e-incolla è stato eseguito sul pc di Trevisan, previa trasmissione del documento e-mail». A mezzanotte dell'11 luglio, Fazio può telefonare a Fiorani: «Allora, ho appena messo la firma, eh».

Intercettazioni e verbali

IL «COLLEGA»

«Fiorani entrava in incognito»

Come fa Fiorani a entrare in continuazione in Banca d'Italia per incontrare Fazio senza dar troppo nell'occhio? In incognito, facendosi passare per un dipendente. Alle 18.43 del 5 luglio lo documenta un rapporto degli inquirenti. «Fiorani entra in Banca d'Italia senza presentarsi in portineria» . Prima, però, «chiama una dipendente perché avvisi il portiere, al quale poi passa materialmente il proprio cellulare, e lo mette in contatto con la sua interlocutrice» . E sul cellulare, intercettato, si sente la donna rassicurare il portiere: «Pronto... Il collega può entrare, lo stiamo aspettando» .

Del resto, qualche accortezza l'aveva suggerita lo stesso Governatore al banchiere della Bpi.

Fazio: «Allora, se tu vieni da me verso le 15, le 15.30, stiamo insieme un'ora, un'ora e mezzo... diciamo... perché voglio verificare un insieme di cose» .

Fiorani: «Sì, sì, va bene» .

Fazio: «Allora... l'unica cosa... passa come al solito... dal dietro... dietro di là» .

«Va bene, sennò sono problemi» .

«Hai messo la firma? Ti bacerei»

E' passata da 12 minuti la mezzanotte dell'11 luglio, Fazio telefona a Fiorani il via libera all'Opa: Fazio: «Ti ho svegliato?».

Fiorani: «No, no, guarda sono qui a Milano ancora a parlare con i miei collaboratori».

Fazio: «Va beh, ho appena messo la firma, eh».

Fiorani: «Ah Tonino... io sono commosso, con la pelle d'oca, io ti ringrazio, io ti ringrazio... Guarda, ti darei un bacio in questo momento, sulla fronte ma non posso farlo... So quanto hai sofferto, prenderei l'aereo e verrei da te in questo momento se potessi».

Fazio: «Va anche detto a Gigi, che adesso avvertiamo, di non parlarne, per un po' di giorni deve stare lontano da qua».

Fiorani: «Esatto, ci siamo capiti, bravissimo... perché poi, ogni volta, era un messaggio per... Io non volevo che il nostro rapporto personale fosse tale da influenzarti in qualunque cosa, il rapporto era tuo, solo tuo... e di questo il Paese oltre a Gianpiero ti saranno per sempre grati, veramente».

«Siamo i furbetti del quartierino»

Il patto tra Fiorani, Gnutti, Ricucci? Confessato, ritengono i pm: da quest'ultimo. «L'esistenza del patto occulto è provata anche dalle ammissioni a posteriori dello stesso Ricucci, il quale nel corso di diverse recentissime telefonate dice che sarebbe stato molto meglio ammettere sin da subito l'esistenza del concerto» . Intercettato sabato sera, il 22 luglio, dopo il secondo stop della Consob, Ricucci lamenta la scelte di Fiorani e sostiene che «la lista a parte in assemblea non sarebbe stata a suo giudizio una buona trovata, era contrario» . Per sfiducia nell'efficacia di questi artifici: «La cosa de 'a lista, famo la lista propria, famo tutte ste c...

— è il suo colorito sfogo con un collaboratore — , che tanto non serve a un c..., tutta 'sta roba, a niente, a che serve?... le liste proprie... quelle... stamo a fa' i furbetti del quartierino» . Per i pm, la strategia dei concertisti «è stata quella di eludere le autorizzazioni di Banca d'Italia e fornire alla Consob e al mercato false informazioni» per «coprire operazioni che hanno interessato oltre il 50% di una banca quotata in Borsa» .

«Hai visto come l'ho venduta?»

Per rientrare nei parametri patrimoniali, Bpi dichiara l'1 luglio di aver ceduto a istituzioni finanziarie internazionali quote di minoranza di società controllate. Ma le intercettazioni tra Fiorani e Gnutti dimostrano che in almeno un caso «è stato occultato» che tra le controparti delle cessioni «figuravano Earchimede spa e GP Finanziaria spa, società riferibili a Gnutti». E non c'è solo Antonveneta ma anche Bnl negli incroci: «L'esistenza di accordi riservati in ordine ad entrambe le scalate bancarie risulta dall'intercettazione di una conference call il 15 luglio. Gnutti chiama anche Ricucci, Lonati, Moreschi e altri, manca solo Consorte. Parlano di Unipol» . Gnutti illustra una proposta legata all'Opa di Unipol, sembra contempli un paracadute, aggiunge che «farà circolare un pezzo di carta dove ribadirà questo» . A riunione finita, Gnutti e Fiorani si telefonano.

Gnutti: «Hai visto come l'ho venduta?» .

Fiorani: «Eeehh, sei stato bravissimo» .

«Visto quello come era convinto?» .

A cura di LUIGI FERRARELLA

Curzio Maltese Il signore degli spot

Se pensiamo che si tratta del maggiore strumento di formazione dell’opinione comune, regalarlo al profeta della Merce è un bel gesto. Da la Repubblica del 7 luglio 2005

NEL FINALE di partita il centrodestra ha deciso di non risparmiare nulla, soprattutto il senso del ridicolo. L´ultima trovata della maggioranza è proporre Giulio Malgara presidente della Rai. Il braccio destro pubblicitario di Berlusconi, l´inventore dell´Auditel. Uno così alla presidenza della tv pubblica rappresenta un ossimoro vivente, più o meno come il conte Dracula alla presidenza dell´Avis, Michael Jackson commissario per l´infanzia o Calderoli alle riforme istituzionali. Il centrosinistra, che ha diritto di veto, ha già detto che non se ne parla neppure. Un conto sono le tentazioni di inciucio. Altro è una resa incondizionata a un potere moribondo e pur sempre arrogante.

RIMANE il tentativo ingenuamente furbo e al solito sostenuto da un eccessivo ottimismo riguardo all´altrui dabbenaggine. A riprova di un declino della destra senza dignità ma anche senza intelligenza, disperato e buffo, all´insegna del "si salvi chi può". Ciascuno a modo suo. I centristi si defilano e lasciano il cerino a un Berlusconi da bruciare. Fini distribuisce gli ultimi posti, finché dura. La Lega recupera la logora bandiera della secessione, stavolta anche dall´Europa. E Berlusconi che altro può fare se non dare un altro giro di vite all´informazione, blindare la fortezza del monopolio televisivo? Nella speranza massima che gli italiani siano abbastanza rimbecilliti di televisione da non vedere più la realtà o in quella minima di limitare i danni, portando al voto qualche milione di casalinghe e pensionati teledipendenti. La clientela preferita di Malgara, appunto.

Ma che cosa potrebbe ancora fare per Berlusconi la Rai di Malgara che non abbiano già fatto le edizioni passate? In questi anni la tv pubblica ha costituito il vero instrumentum regni del Cavaliere, assai più di Mediaset. Il salotto amico di Bruno Vespa gli ha organizzato la campagna elettorale e la messinscena spettacolare del contratto con gli italiani. Telegiornali e programmi d´informazione, una volta epurati i Biagi e i Santoro, sono serviti a sostenere tutte le campagne governative. A cominciare dalla gigantesca montatura di Telekom Serbia che avrebbe dovuto servire a spazzar via l´intero gruppo dirigente del centrosinistra ed è naufragata grazie alle inchieste di D´Avanzo e Bonini su Repubblica. Per quattro anni la Rai ha censurato ogni notizia sgradita al governo e ignorato movimenti di massa come le marce pacifiste e i girotondi per dare uno spazio enorme alle favole sull´economia della maggioranza. Gli eventi culturali sono diventati una sfilata di vecchi nani e nuove ballerine al seguito della corte governativa. Berlusconi è infine apparso su tutti i canali con la frequenza del segnale orario. Si può serenamente concludere che il limone è stato spremuto fino all´ultima goccia. Il laboratorio italiano ha confermato che la televisione è uno strumento potentissimo, il luogo principe della lotta politica. Ma per fortuna non è o non sembra in grado di sostituirsi alla realtà.

Ora Malgara è uomo d´indubbia fantasia e di risorse insospettabili. La sua devozione al capo non è inferiore a quella di un Fede. Ma che cosa potrebbe escogitare? Forse sostituire la sigla del Tg1 con l´inno di Forza Italia, come certo avrà già pensato da tempo Clemente Mimun. Oppure produrre una fiction direttamente sulla vita e i miracoli di Berlusconi e famiglia, invece delle solite menate trasversali sui fascisti buoni e i partigiani cattivi, gli avvocati onesti e i magistrati pazzi e criminali. A quel punto però scatterebbe il rifiuto del pubblico, già ben allenato a cambiare canale ogni volta che compare un doppiopetto più un lifting. È insomma quasi un peccato non poter vedere all´opera la Rai di Malgara. Così come spiace non poter vedere un giorno uno staterello pedemontano, con la lira per moneta e Borghezio premier, e seguirne l´infallibile rovina. Utopie sospese fra il terribile e la comicità sublime, come il laboratorio di Frankenstein di certi film impressionisti, con la cartapesta che trema sotto i lampi.

La Rai di Malgara è destinata a rimanere soltanto il segnale di una malattia politica. L´incapacità di una destra anomala che si credeva immortale di venire a patti con la realtà del proprio declino, trasformarsi in una destra europea e guadagnarsi in questo modo un futuro oltre Berlusconi.

VENTIMILA tifosi italiani che sugli spalti dello stadio Ataturk di Istanbul tifavano per la loro squadra del cuore, alla fine del primo tempo cominciarono a preparare il viaggio di ritorno a casa. Alcuni abbandonarono addirittura il campo, sicuri ormai del risultato finale: il Milan conduceva la partita con un 3 a 0 che sembrava senza appello, la squadra del Liverpool era distrutta, senza gioco, senza idee, senza fiato, undici fantasmi con la sconfitta nelle gambe e nel cuore. Poi, dopo altri settantacinque minuti di gioco e cinque rigori dopo i tempi supplementari, è finita come è finita: il Liverpool ha rimontato e vinto, ha portato a casa la coppa della "Champions" e il Milan ammutolito e annientato ha preso la triste via del ritorno.

Penso che questa immagine sia stata presente alla mente di tutti i sostenitori dell´Ulivo e dell´Unione di centrosinistra quando lo scontro tra la Margherita e Prodi ha provocato un trauma altrettanto improvviso, una crisi di fiducia profonda accompagnata da rabbia e incredulità. Si potranno rimettere insieme i cocci di questo sfascio? Si potranno sanare le ferite, riannodare i fili spezzati, recuperare una credibilità così spensieratamente dissipata?

Per ora, da una parte e dall´altra, si cerca di gettare acqua per domare il fuoco e i più impegnati in quest´opera di pacificazione sono i Ds. Ma spegnere l´incendio non basta. Bisogna ricostruire ciò che le fiamme hanno distrutto, recuperare speranze, progetti, fiducia, reciproco rispetto. Soprattutto rispetto nei confronti degli elettori, della loro delusione, del loro desiderio di unità così incautamente frustrato dall´egoismo di partito.

I commenti dei giorni scorsi hanno equamente spartito i torti, gli errori e le ragioni tra le due parti contendenti. E certamente un contrasto così devastante non può essere addossato ad un solo protagonista. Resta tuttavia inevasa una domanda che è al centro dell´implosione provocata dall´assemblea della Margherita di nove giorni fa: perché è stato deciso di silurare la lista unitaria dell´Ulivo che avrebbe dovuto rappresentare la Federazione riformista nelle elezioni del 2006?

Le risposte date dal gruppo dirigente della Margherita sono note: vogliamo intercettare i voti moderati in uscita dal centrodestra; continuiamo a operare nel quadro della Federazione delle forze riformiste; riconfermiamo la nostra fiducia nella leadership di Romano Prodi; non vogliamo annegare la nostra identità cattolico-liberale in un partito unico dominato dai post-comunisti.

Infine, la scelta di presentarci con il simbolo Margherita nella scheda per il voto proporzionale riguarda soltanto il 25 per cento dei seggi della Camera dei deputati. Tutti i seggi del Senato e il 75 per cento di quelli della Camera sono in gara col sistema maggioritario rappresentato da un simbolo unitario, che è quello dell´Unione. La scelta di liste separate riguarda soltanto il 12,5 per cento del totale. Perché dunque fare un dramma per una decisione tecnica che non ha alcun significato politico? Perché strapparsi i capelli per così poco?

* * *

Queste le risposte di Rutelli, Marini, De Mita, Franceschini, confortati dal voto dell´80 per cento dei componenti dell´assemblea federale del loro partito.

Risposte, anzi motivazioni, fornite subito, prima ancora che l´assemblea votasse, e poi ribadite in dichiarazioni, interviste, conferenze-stampa con martellante ripetitività per nove giorni fino ad oggi.

Come non credere a tanta ossessiva insistenza? Ma – se permettete – come crederci? Quelle risposte infatti sono assai poco persuasive anche per chi desidererebbe esserne persuaso per tornare a sperare in una vittoria che sembrava a portata di mano ed è invece improvvisamente svanita, proprio come è accaduto mercoledì scorso allo stadio di Istanbul.

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Cominciamo dall´ultima di quelle motivazioni, cioè l´influenza marginale della scelta di silurare il simbolo «Uniti nell´Ulivo»: essa si smentisce da sola.

Se si tratta d´una decisione così poco importante, perché non può essere modificata? Perché non si vuole neppure ridiscuterla con gli alleati e con la stessa minoranza dissidente della Margherita? Un´intransigenza così inflessibile nel difendere una scelta che si giudica priva di significato politico e di effetti rilevanti, fa nascere inevitabilmente il sospetto che si tratti di un pretesto che copra in realtà altre questioni. Un sospetto che non aiuta a recuperare la perduta credibilità, anzi peggiora la situazione.

Intercettare i voti moderati in uscita dal centrosinistra: questa sì, è una buona motivazione anche se le prove a supporto sono piuttosto scarse. Nelle ultime elezioni regionali la lista unitaria c´era in tutte le grandi regioni ed ha registrato ampio successo. Nelle regioni con liste distinte tutti partiti del centrosinistra hanno guadagnato voti (salvo Rifondazione). La Margherita ha avuto dovunque buoni risultati. Benissimo, ottima notizia per tutti.

I sondaggi fin qui effettuati da stimate agenzie e pubblicati nei giorni scorsi da tutti i giornali dicono che oltre il 40 per cento degli elettori della Margherita non approvano la decisione presa dall´assemblea di quel partito. Può darsi che tra un anno questo dissenso si sia riassorbito, ma può anche darsi di no. Se si votasse oggi, come si comporterebbero questi elettori delusi e arrabbiati? Si può legittimamente supporre che una parte di loro deciderebbe di non votare? In tal caso il danno sarebbe grave per la Margherita e per l´intera coalizione.

Non varrebbe la pena di approfondire la questione? L´altra motivazione riguarda il partito unico riformista.

La Margherita non lo vuole e nessuno può obbligarla a cambiare idea. Ma che c´entra la lista unica dell´Ulivo? Lì non c´è il simbolo della Margherita, ma neppure quello degli altri partiti, c´è soltanto l´Ulivo. Tutti hanno accettato di fare un passo indietro in nome dell´unità.

Tutti, tranne uno.

L´altro giorno ho incontrato casualmente Ciriaco De Mita e gli ho chiesto di chiarirmi alcune di queste mie perplessità. Mi ha risposto: io non sono contrario ad un contenitore unitario ma prima bisogna avere pensieri, programmi, volontà comuni, poi si arriva al contenitore.

L´inverso non si può fare.

Debbo dire: ha ragione. Almeno in teoria, l´inverso non si può fare. In pratica però si fa, eccome se si fa. Prendiamo il caso di De Mita, quando era più giovane e guidò il suo partito e anche un governo di centrosinistra.

Ebbene De Mita, proprio lui, non aveva né idee né progetti né volontà comuni con molti dei suoi compagni di allora. Non aveva certo nulla in comune con Salvo Lima, con Cirino Pomicino, con Franco Evangelisti, con Publio Fiori, con Forlani, con Bisaglia, con Rumor. Insomma non aveva nulla o ben poco in comune con il centrodestra della Dc. Era più grande la distanza tra lui e questa parte del suo partito che quella, tanto per dire tra lui e Ugo La Malfa.

Però lui in quel contenitore unitario ci stava, così come oggi sta con Rutelli che, fino a prova del contrario, è un post- radicale, un post-verde e non pare ancora che sia diventato democristiano. Allora, qual è il problema? Diteci qual è il vero problema e sarete creduti. Ma non vi nascondete dietro un dito perché un dito non è mai riuscito a nascondere la verità.

* * *

Certo, Prodi, ha commesso parecchi errori. Sono stati tutti impietosamente elencati in questi giorni: è andato avanti a strappi, non ha fatto crescere la Federazione riformista, si è occupato troppo della sinistra e troppo poco del centro, ha preferito decisioni solitarie sfuggendo a quelle collegiali.

Personalmente seguo poco queste cose. Può darsi che questi difetti li abbia. Diciamo: do per scontato che li abbia. Ma dovevate saperlo, voi della Margherita, visto che proprio lui è stato uno dei fondatori di quel partito.

Allora perché l´avete accettato, anzi voluto come candidato leader, fin da quando andò a guidare la Commissione di Bruxelles? E avete insistito sul suo nome in tutti i cinque anni successivi fino ad oggi? Adesso vi accorgete dei suoi difetti e vi sembrano così gravi da indurvi ad una decisione così traumatica e non condivisa da nessun altro dei vostri alleati. Voi però rispondete che Prodi è ancora e sempre il vostro leader. Ebbene, siamo franchi: la credibilità di questa affermazione è prossima allo zero e, purtroppo per tutti, si tratta d´una percezione oggettiva amplissimamente diffusa, dentro e fuori del centrosinistra.

* * *

Ieri D´Alema ha rilasciato un´intervista al nostro giornale. Le sue argomentazioni coincidono più o meno con le domande che anch´io mi sono permesso qui di formulare come cittadino elettore e quindi legittimamente interessato a questa tristissima e pasticciatissima vicenda.

D´Alema ha avuto il pregio di parlar chiaro, il che coi tempi che corrono è sempre più raro. Salvo su un punto: D´Alema confida che la Margherita cambi idea sulle decisioni di nove giorni fa. Ma non cambierà idea e questo D´Alema lo sa benissimo.

Una cosa è certa: se la situazione rimane al punto in cui attualmente si trova, saranno i Ds a dover decidere sul «che fare». Opporre il simbolo della quercia a quello della margherita? Sarebbe la soluzione più semplice ma avrebbe tra i vari effetti quello di escludere i partiti più piccoli dal proporzionale, magari compensandoli con collegi della quota maggioritaria. Ma Prodi?

Il leader dell´Unione non potrebbe far parte di una lista di partito e dovrebbe candidarsi soltanto nel collegio di Bologna sotto il simbolo dell´Unione. Ogni riferimento all´Ulivo scomparirebbe dalle schede del voto.

Oppure: tutti i partiti della Federazione riformista potrebbero aggiungere al loro simbolo un ramoscello d´ulivo (vegetale più, vegetale meno) e il nome di Prodi come riferimento.

Oppure ancora: i Ds non presentano il loro simbolo e vanno avanti con quello che Paolo Franchi ha battezzato «l´Ulivetto», cioè una federazione riformista senza la Margherita.

Come si vede le soluzioni tecnicamente ci sono, ma il pasticcio politico resta enorme. E rimane inevasa – lo ripeto – la domanda rivolta al gruppo dirigente della Margherita: perché l´avete provocato? Viene in mente la famosa storiella dello scorpione che, dovendo attraversare un ruscello, chiese alla tartaruga di portarlo dall´altra parte.

Stai tranquilla, le disse, non ti pungerò perché se lo facessi moriremmo tutti e due in mezzo al guado. La tartaruga si convinse e accettò di traghettarlo ma in mezzo al guado lo scorpione la punse.

Prima di morire della velenosa puntura la tartaruga chiese allo scorpione perché mai avesse fatto un gesto così inconsulto e la risposta fu: non volevo ma questa purtroppo è la mia natura.

Non voglio paragonare Rutelli, Marini, Franceschini e anche De Mita allo scorpione e il resto del centrosinistra alla ingenua tartaruga, Prodi compreso. Ma l´immagine che tutti abbiamo dinanzi agli occhi è questa. Oppure quella, equivalente, del Milan allo stadio Ataturk di Istanbul.

Dovrebbero tremare tutti al solo pensiero, mentre il Paese, in tutt´altri affanni affannato, guarda con la coda dell´occhio a questo deprimente spettacolo che interessa soltanto gli addetti all´infimo lavoro di un´infima politica politicante.

Una nuova fumata nera statunitense su Baghdad, dopo quella di Abu Ghraib. Nulla di fatto alla commissione mista incaricata di indagare sulla sparatoria che la notte del 4 marzo ha provocato la morte di Nicola Calipari e il ferimento mio e dell'agente del Sismi che era alla guida dell'auto su cui viaggiavamo. Sembra che i delegati statunitensi e i due osservatori italiani siano divisi sulle conclusioni. Nella migliore delle ipotesi, dunque, la commissione non è servita a nulla, nella peggiore rappresenta un notevole passo indietro. Infatti, dopo le indagini durate oltre un mese, è sparita dall'orizzonte persino l'ipotesi di un tragico errore che aveva indotto Bush a porgere le scuse a Berlusconi. Dopo le scuse arriva lo schiaffo a un presidente del consiglio già tramortito dalla crisi di governo. Riuscirà a reagire? Nonostante le testimonianze - su quella dell'agente del Sismi era basata la ricostruzione fatta in parlamento dal ministro degli esteri Gianfranco Fini - che coincidono sullo svolgimento dei fatti, gli americani sono tornati sulla difensiva: rispettate le regole d'ingaggio, prima gli avvertimenti, a debita distanza, e poi l'attacco. I fatti dicono il contrario: nessun avvertimento, il fascio di luce è arrivato contemporaneamente al fuoco delle mitragliatrici, tanto è vero che l'auto è stata colpita da destra (la pattuglia mobile era a una decina di metri dal ciglio della strada all'altezza della curva), uccidendo Nicola Calipari, e da dietro: basta vedere l'auto. Il parabrezza davanti è intatto, mentre i vetri laterali e quello dietro sono in frantumi. Non ultimo, il proiettile, l'unico fortunatamente, che mi ha colpito alla spalla è entrato da dietro, provocandomi un buco di quattro centimetri di diametro. Fatto non secondario: le testimoninanze - mia e dell'agente, persone così diverse per sensibilità ed esperienza - sostanzialmente coincidono.

I delegati della commissione invece di tenerne conto, continuano a insistere su una mia possibile conoscenza dell'agente prima dei fatti. Io non ho mai visto l'agente in faccia e non lo saprei riconoscere nemmeno se lo incontrassi, l'ho visto di spalle solo mentre guidava l'auto. Dopo l'attacco, quando è sceso era lontano da me sotto la minaccia dei fucili, io, ferita, ero sdraiata per terra. Evidentemente le mie due testimonianze rese alla commissione americana non sono servite a nulla; o sarò citata per falsa testimonianza? Una cosa è certa: il Pentangono deve garantire l'impunità ai suoi militari. E va oltre le affermazioni fatte a caldo, dell'errore, tanto da insinuare altri interrogativi più inquietanti. Un errore anche «tragico» viene sempre «perdonato» in Iraq, anche quando stermina famiglie intere di innocenti iracheni. In questo caso non vale, solo perché non si vuole influire sul morale delle truppe o perché c'è dell'altro? Peraltro va sgombrato il campo dalle mistificazioni di chi vuol far credere che Nicola Calipari agisse nella clandestinità e non avesse avvisato del nostro arrivo in aeroporto. L'ufficiale di collegamento era stato avvertito 20/25 minuti prima del nostro arrivo (ho assistito alle telefonate), probabilmente l'intelligence italiana non aveva avvertito gli americani dell'operazione che stava compiendo per il mio rilascio, ben sapendo che altrimenti sarebbe stata ostacolata. Ma la giurisdizione Usa in Iraq riguarda anche le operazioni di intelligence degli alleati? E poi cosa faceva l'elicottero Usa che volteggiava sopra la mia auto imbottita di tritolo mentre io aspettavo che mi venissero a liberare? Sorge il dubbio che i vertici americani a Baghdad fossero perfettamente a conoscenza di tutto quello che stava avvenendo.

Non abbiamo ancora il rapporto ufficiale della commissione americana ma temiamo che molti dei nostri quesiti resteranno senza risposta. Ma la delusione più grande sarebbe se le nostre autorià subissero l'affronto senza reagire. Tutte le parole spese per Calipari finirebbero in ipocrisia e - nonostente la medaglia d'oro assegnatagli da Ciampi - Nicola sarebbe stato per il nostro governo solo l'eroe di un giorno.

La vicenda del rinnovo dei contratti pubblici acquista, ora dopo ora, toni dai contorni grotteschi e inquietanti.

Come è noto i contratti di lavoro di tutti i settori del pubblico impiego, della scuola, sono scaduti da quindici mesi. Per medici, veterinari, dirigenti e ricercatori siamo a un ritardo di quasi quattro anni. Di fronte a questa situazione il governo prima ha rifiutato qualsiasi apertura di un tavolo.

E solo dopo tre scioperi generali ha accettato l'idea di aprire un confronto. Il sindacato si aspettava da parte del governo quel passo in avanti decisivo per arrivare alla stretta finale. Il sindacato, unitariamente, ha dato la propria disponibilità a provare a concludere rapidamente un rinnovo che non può aspettare ancora. Il governo, invece di dare continuità e concretezza al tavolo, invece di presentarsi con una proposta, apre la strada al caos con dichiarazioni di questo o di quel partito della maggioranza, di questo o di quel ministro che tra disponibilità apparenti e repentine marce indietro, lasciano trasparire divisioni profonde.

Il presidente del Consiglio ritorna addirittura a proporre quella cifra di aumento contenuta in Finanziaria (95 euro) che i sindacati hanno già bocciato e che altri esponenti del governo, invece, considerano superabile. Da tutto questo emergono alcune considerazioni che vanno fatte con la massima fermezza.

La prima. Il clima preelettorale gioca in maniera irresponsabile sulle condizioni, le aspettative, i diritti dei lavoratori pubblici. È evidente lo scopo elettoralistico delle dichiarazioni dei giorni scorsi, così come sono evidenti anche gli elementi di divisioni che hanno frenato fino ad oggi qualsiasi conclusione della vicenda.

La seconda. Tutto il governo deve sapere che per quanto riguarda il sindacato, la disponibilità a raggiungere un accordo si muove nell'ambito di un passo in avanti che il governo deve fare rispetto all'ultima proposta: se la proposta resta quella già fatta, non restano margini per concludere un accordo. Il sindacato ha dato la sua disponibilità a muoversi dalle sue posizioni iniziali nella fase di mediazione, ma queste - anche nella loro ragionevolezza - non possono che venire dopo un'analoga presa di posizione esplicita da parte del governo.

La terza. È evidente che si gioca una partita interna al governo molto pesante e molto delicata. Ma il risultato di queste divisioni, ad oggi, è quello di aver congelato qualsiasi prospettiva di rinnovo del contratto e condannato i lavoratori pubblici alla fase di incertezza in cui essi vivono.

Questa divisione nasconde sostanzialmente l'esistenza, allo stato maggioritaria, di scelte del governo, avallate dal presidente del Consiglio, tese a considerare il lavoro pubblico ed il rinnovo del contratto un costo, un intralcio alla politica di bilancio e all'azione dell'esecutivo. Il lavoro pubblico non è visto, in questa cultura, come un elemento sul quale costruire una politica di ammodernamento e di qualità del ruolo del lavoro pubblico e del funzionamento di tutti i servizi pubblici. Ma unicamente come un onere, un onere da sopportare, un onere da comprimere e un onere al quale non rispondere con risultati concreti.

Tutto questo rende la situazione francamente non accettabile e non condivisibile. Il rinnovo del contratto di lavoro è un diritto che i lavoratori italiani hanno conquistato e che intendono mantenere, anche sulla base degli accordi pattuiti all'inizio degli anni novanta. Non è vero che i lavoratori pubblici in questi anni, se si prende a riferimento un periodo di tempo significativo, hanno aumentato la loro quota di reddito rispetto alla crescita del Pil italiano, mentre è evidente che per ogni fase di attesa si comprimono i loro salari e le loro condizioni. Inoltre tutta la riforma della pubblica amministrazione, tutta l'azione di delegificazione, di contrattualizzazione del rapporto di lavoro è stata in questi anni - da parte delle scelte di questo governo - fortemente compromessa.

Questo balletto di dichiarazioni mostra chiaramente che il rinnovo del contratto diventa merce ed oggetto di un contenzioso esclusivamente politico. Non c'è più un ruolo dell'Aran, dell'Agenzia che per legge è deputata ad affrontare queste questioni, non c'è stato né c'è nessun coinvolgimento degli Enti locali e delle Regioni, indispensabili per sottoscrivere intese che riguardano il contratto della Sanità e degli Enti locali. Tutto questo rappresenta un visibile, inquietante passo indietro rispetto agli aspetti riformatori del decennio precedente.

Il governo lede un diritto dei lavoratori, non riconosce il valore del lavoro pubblico, dei servizi pubblici essenziali nella loro funzione fondamentale per i cittadini e - contemporaneamente - reintroduce un interesse di parte, di schieramento, di singola forza politica, nell'ambito delle scelte che riguardano i lavoratori pubblici. Altro che processi di riforma e di modernizzazione del Paese: si ritorna ai tempi bui della storia della nostra Repubblica, quando i contratti di lavoro venivano considerati, né più né meno, come elementi di scambio.

Abbiamo già detto - in occasione dell'ultimo sciopero generale - che o il governo cambiava registro e si comportava correttamente o si sarebbe aperta una fase di ulteriore confronto e di ulteriore scontro. Il governo non sembra aver capito la posizione molto seria e responsabile del sindacato confederale e sceglie - ancora una volta - una strada che porta allo scontro e all'utilizzo improprio delle posizioni di chi lavora in settori fondamentali delle funzioni e dei servizi pubblici.

L’Unità: ho trovato la soluzione

Sull'Unità del 12 marzo 2005 trovate questa bellissima lettera, che farà arrabbiare qualcuno e sorridere molti altri

Caro Furio, da tempo volevo inviarti due parole di solidarietà ma vedevo che ne ricevevi tante, tra cui moltissime molto autorevoli, che ho pensato non ve ne fosse bisogno. Inoltre ero molto impegnato in uno scambio di messaggi con un amico straniero, che conosce molto bene le cose italiane, ma non riusciva a capire perché tu lasciavi l'Unità. Gli ho pazientemente spiegato che, sì, tu hai risollevato questo giornale da una gravissima crisi, facendogli vendere molte copie, ma che un giornale si regge anche sulla pubblicità. Ora pare che tu sia giudicato eccessivamente severo nei confronti del nostro governo (il mio amico si è un poco stupito perché riteneva che sin dalla sua fondazione l'Unità fosse per vocazione e funzione specifica severa coi governi in carica) e che pertanto le grandi aziende, che avrebbero potuto darvi pubblicità, per timore di inimicarsi il governo, non ve la davano. Perciò tu venivi rimosso per rimuovere appunto questo ostacolo.

L?amico mi ha risposto dicendo che, a quanto aveva capito, tu saresti stato sostituito da Padellaro, noto per aver lavorato con te in piena condivisione d'intenti, e che pertanto l'Unità di Padellaro sarà (e tutti lo pensano) ugualmente severa. Pertanto, mi ha domandato, come si può immaginare che arriveranno carrettate di pubblicità da parte delle grandi aziende, e persino dalla Cirio, dalla Parmalat e da Vanna Marchi?

Gli ho risposto che certe volte i sacrifici umani hanno puro valore simbolico, che per esempio Salomé non ha chiesto la testa del Battista per mangiarla come fanno i cinesi con le teste di scimmia, e nemmeno per trarne un utile immediato, ma così, per avere una soddisfazione morale. L'amico ha detto che non vedeva un rapporto diretto tra soddisfazione morale e contropartita economica, e quindi non capiva perché te ne andavi e tra l'altro te ne andavi restando, come opinionista.

Gli ho spiegato che forse l'operazione veniva fatta in due tempi. Prima eliminano te e lasciano Padellaro, per non perdere di colpo tutti i lettori. Poi piano piano sostituiranno anche Padellaro e cercheranno qualcuno che faccia una Unità un pochino più comprensiva dei traumi che sta ingiustamente subendo il nostro presidente del consiglio. L'amico mi ha detto che, secondo lui, forse a quel punto sarebbe arrivata un poco di pubblicità, ma si sarebbe perduta la metà dei lettori, almeno, e quindi il gioco non valeva economicamente la candela.

A meno, ha suggerito, che scelgano un direttore assolutamente filogovernativo, per esempio Giuliano Ferrara. In quel caso l'Unità perderebbe egualmente tutti i suoi lettori ma guadagnerebbe quelli del Foglio. Gli ho fatto osservare che, in termini quantitativi, non si tratterebbe di un buon affare, anche perché non sembra che il Foglio riceva tonnellate di pubblicità.

Allora il mio amico ha suggerito una soluzione diabolica. Si fa dirigere l'Unità all'attuale direttore del Giornale. L'Unità perderebbe tutti i suoi lettori, ma guadagnerebbe tutti quelli del Giornale, pubblicità compresa. L'idea non mi è parsa economicamente suicida come la precedente, ma gli ho chiesto che fine avrebbe allora fatto il Giornale se tutti i suoi lettori passavano all'Unità. Lui ha astutamente suggerito che la direzione del Giornale venga affidata a te e a Padellaro. In tal caso il Giornale guadagnerebbe tutti i lettori dell'Unità e, siccome è proprietà del fratello di Berlusconi, convincerebbe in qualche modo le grandi aziende a dargli pubblicità.

La mia obiezione è stata che Berlusconi si sarebbe trovato a sostenere finanziariamente un giornale che lo avrebbe violentemente criticato ogni giorno. L'idea potrebbe piacere alla sinistra, ma a lui?

A quel punto l'amico mi ha risposto che in fondo anche il telegiornale della quinta rete e Striscia la notizia criticano talora il governo, ma la cosa è più sopportabile, perché tutti pensano che lo facciano col permesso di Berlusconi, e quindi le critiche vengono intese come una prova della sua apertura democratica. Può darsi che il mio amico abbia ragione. Inoltre penso che come direttore del Giornale guadagneresti più che come direttore dell'Unità. Quanto alla nostra sinistra, avere come giornale fondato da Gramsci un giornale berlusconiano, sarebbe accolto come esempio di riformismo illuminato. Insomma, pensaci un poco, non mi pare, al giorno d'oggi, una soluzione così assurda.

Il tuo Umberto Eco

Il problema non è soltanto la promulgazione delle leggi. Gli strali del presidente del Consiglio non si abbattono solo sul presidente della Repubblica, un Ulisse in balia delle sirene della sinistra. L’intero procedimento legislativo è ora sotto accusa. La sua lunghezza estenuante, mesi e mesi di emendamenti, votazioni, discussioni. Prima in una camera e poi nell’altra, in mezzo alle insidie dell’opposizione. E non basta: una volta che finalmente una legge sia approvata, occorre attuarla. Tra gli sgambetti, questa volta, dei ministeri e della burocrazia.

Non è la prima volta che l’attuale presidente del Consiglio esterna il suo fastidio per gli istituti della democrazia rappresentativa. Per le lungaggini delle procedure, che impediscono di realizzare in tempi brevi il programma politico di chi ha vinto le elezioni; che non «lasciano lavorare» chi è stato «unto» direttamente dal popolo.

Fastidio che si affianca a quello, che sfuma in ostilità, nei confronti degli organi di garanzia: magistratura, Corte costituzionale, Presidente della Repubblica.

Il nesso è evidente e, senza voler drammatizzare, preoccupante. Appare messa in dubbio, infatti, l'essenza stessa della democrazia costituzionale. Ovvero di quel regime di reggimento delle società umane secondo il quale il potere politico è esercitato dalle maggioranze che vincono le elezioni, ma attraverso procedure predefinite e in presenza di controlli che impediscano al potere legittimo della maggioranza di mutarsi in arbitrio. Neppure la legge, espressione per eccellenza dell'indirizzo politico, sfugge a questa regola: il procedimento legislativo è definito nelle sue linee fondamentali dalla Costituzione; anche la legge è sottoposta a controllo, politico del Presidente della Repubblica in sede di promulgazione, giurisdizionale della Corte costituzionale.

E non si tratta di una mera “teoria” della democrazia, che si può accogliere o rifiutare. Ma di una principio costituzionale, che informa tutto il nostro ordinamento. L'art. 1 della Costituzione, infatti, dopo aver affermato il carattere democratico della Repubblica, stabilisce che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Sovranità popolare, quindi; ma, al contempo, forme e limiti al suo esercizio: questa è l'essenza dello Stato democratico voluto dai Costituenti, sulla cui base ha da svolgersi la vita politica e la dialettica istituzionale.

La concezione della democrazia del presidente del Consiglio appare estranea a questa matrice, liberale e costituzionale. È invece un regime ove il popolo parla una sola volta, nel giorno delle elezioni, investendo con il suo voto un governo (o, per essere più precisi, un premier) che, per tutto il suo mandato, deve poter agire senza limiti di sorta allo scopo di realizzare il suo programma: senza dover seguire noiose ed inutili procedure, senza essere sottoposto a fastidiosi controlli.

In tal modo, però, non soltanto viene messo in discussione, sul piano ideale e teorico, il fondamento stesso del nostro ordinamento democratico. Viene anche aperta la strada allo scardinamento delle precise prescrizioni nelle quali il principio dell'art. 1 si traduce. Che sono contenute sia nella seconda parte della Costituzione, quella che disciplina i rapporti tra i poteri dello Stato e il procedimento legislativo, sia nei regolamenti parlamentari.

Per le norme regolamentari l'aggiramento o la violazione è agevole, anche se non per questo meno grave, in quanto il loro rispetto è rimesso alla correttezza istituzionale e, in ultima istanza, è affidato ai presidenti delle camere, espressione nella presente legislatura della maggioranza parlamentare.

Più difficile è invece evitare le norme costituzionali di organizzazione: queste, infatti, in base alla Costituzione ancor oggi vigente, hanno i loro garanti, Presidente della Repubblica e Corte costituzionale, così come disegnati dai Costituenti. Chi le ritenga soltanto un inutile impaccio non ha di fronte a sé che due vie (non necessariamente alternative): la delegittimazione dei garanti e la riforma costituzionale.

Entrambe si stanno svolgendo sotto i nostri occhi. Gli attacchi al Presidente della Repubblica e alla Corte costituzionale si accompagnano a un progetto di riforma volto a indebolire il sistema delle garanzie previsto dalla nostra Costituzione. Proprio in questi giorni il Senato sta approvando (a colpi di maggioranza, naturalmente) un disegno di legge di revisione costituzionale finalizzato a modificare l'intera parte seconda della Costituzione, aumentando tra l'altro i poteri del premier in conseguenza dell'investitura diretta.

Non va negata l'esistenza, nelle moderne democrazie, di un problema di capacità, delle istituzioni, di fornire risposte efficienti alle domande di società sempre più complesse e globalizzate. Soprattutto laddove, come in Italia, esista una forma di governo parlamentare ancora caratterizzata da un multipartitismo estremo. In presenza di governi di coalizione, di maggioranze litigiose e artificiose, non si può ignorare la difficoltà di produrre, in tempi ragionevoli, decisioni politiche. Qualsiasi governo, in Italia, si è dovuto scontrare con questo tipo di ostacoli nella realizzazione del proprio programma, anche dopo la modifica del sistema elettorale, nel 1993 e la razionalizzazione dei lavori parlamentari, con le riforme dei regolamenti realizzate già a partire dalla fine degli anni '80.

Riconoscere l'esistenza di alcune disfunzioni nella nostra forma di governo, e pensare di superarle usando gli strumenti del diritto (anche, se necessario, attraverso la revisione di alcune regole procedurali) è però ben diverso dal mettere in discussione l'impianto della nostra democrazia. Magari per sostituirla con la rapida ed efficace decisione di uno solo. Le procedure parlamentari, e tra esse il procedimento legislativo, non costituiscono un quid pluris, che si possa sacrificare su un qualsiasi altare, sia quello dell'efficienza, sia quello della sovranità popolare. Le regole procedurali sono l'elemento portante della democrazia. Solo in tal modo è garantito che le decisioni siano adottate attraverso la discussione e la partecipazione di tutti i soggetti politici. E, anche se alla fine sarà approvata la proposta della maggioranza, ciò avverrà attraverso un confronto con le minoranze che consenta il miglioramento e la messa a punto del testo, in modo pubblico e trasparente.

Il tempo della democrazia richiede una certa dose di “lentezza”. Negare ciò, in nome sia dell'efficientismo spinto all'estremo, sia della “unzione” popolare, vuol dire mettere in dubbio le basi stesse del nostro ordinamento.

Quarant´anni fa l´America era impegnata in un´altra guerra in terre lontane. All´epoca, nel 1965, avevamo in Vietnam una quantità di truppe e di caduti pari ad oggi in Iraq.

All´inizio pensavamo di vincere. Pensavamo che l´abilità e il coraggio delle nostre truppe fossero sufficienti. Pensavamo che la vittoria sul campo avrebbe comportato la vittoria nella guerra e pace e democrazia per il popolo vietnamita.

In Vietnam perdemmo di vista gli obiettivi della nostra nazione. Abbandonammo la verità. Venimmo meno ai nostri ideali. Le parole dei nostri leader non furono più degne di fede. Nel nome di una causa sbagliata proseguimmo la guerra troppo a lungo. Non comprendemmo la realtà intorno a noi.

Non capimmo che la nostra stessa presenza ci stava creando nuovi nemici e faceva fallire gli obiettivi che ci eravamo proposti di raggiungere. Non possiamo permettere che la storia si ripeta in Iraq.

Bisogna correggere la rotta, subito. Dobbiamo farlo per i soldati americani che pagano con le loro vite. Dobbiamo farlo per il popolo americano: non possiamo permetterci di spendere le nostre risorse e il nostro prestigio nazionale continuando la guerra nel modo sbagliato. Dobbiamo farlo per il popolo iracheno che anela ad un paese che non sia un campo di battaglia permanente e ad un futuro libero dall´occupazione permanente.

Le elezioni in Iraq questo fine settimana sono l´occasione per stabilire un approccio nuovo e onesto. Serve un nuovo programma che ponga obiettivi equi e realistici di autogoverno in Iraq e studi insieme al governo iracheno scadenze precise per l´onorato rientro in patria delle nostre forze.

Il primo passo è porci di fronte ai nostri errori. Gli americani sono giustamente preoccupati sul motivo per cui i nostri 157.000 soldati si trovano in Iraq - su quando torneranno a casa - e sui motivi del fallimento della nostra politica.

Anche se l´amministrazione continua a negarlo non c´è dubbio che ha guidato male la nazione portandola ad impantanarsi in Iraq. Il presidente Bush è corso alle armi in base a rapporti di intelligence pretestuosi e alla tesi sconsiderata secondo cui l´Iraq rappresentava un´area critica nella guerra globale al terrorismo, che in qualche modo era più importante dare avvio ad una guerra in Iraq piuttosto che portare a termine quella in Afghanistan e catturare Osama bin Laden, e che il pericolo era tanto imminente da non poter concedere tempo agli ispettori Onu di completare la ricerca di armi di distruzione di massa.

Come in Vietnam, la verità è stata la prima vittima di questa guerra. Quasi 1.400 americani sono morti. Più di 10.000 sono rimasti feriti e decine di migliaia di uomini, donne e bambini iracheni sono stati uccisi. In Iraq le armi di distruzione di massa non c´erano, ci sono però oggi 157.000 americani.

Mai abbiamo avuto conferma più dolorosa e potente del detto che chi non trae insegnamento dalla storia è destinato a vederla ripetersi.

A dispetto del chiaro insegnamento impartito dalla storia il presidente resta ostinatamente aggrappato alla falsa speranza che il punto di svolta sia dietro l´angolo.

Ponendo fine al regime di Saddam Hussein si pensava di limitare la violenza e di portare in medio oriente un´irresistibile ondata di democrazia. Non è stato così. La cattura di Saddam Hussein doveva secondo le previsioni porre freno alla violenza. Non l´ha fatto. Si pensava che il passaggio di sovranità sarebbe stato la svolta. Non lo è stato. L´operazione militare a Fallujah doveva spezzare le reni agli insorti. Non lo ha fatto.(...)

Noi tutti ci auguriamo che le elezioni di domenica portino frutti positivi. Gli iracheni hanno il diritto di decidere sul proprio futuro. Ma l´elezione di domenica non è un toccasana per la violenza e l´instabilità. Se i sunniti e tutte le altre comunità non si convinceranno di avere un interesse nel risultato e un ruolo effettivo nella stesura della nuova costituzione irachena, le elezioni potrebbero aggravare l´alienazione, l´escalation della violenza e portare ad un maggior numero di morti - per noi e per gli iracheni.

Il responsabile della Cia a Baghdad ha recentemente avvisato che la situazione di sicurezza si sta deteriorando ed è probabilmente destinata a peggiorare con un´escalation di violenze e un intensificarsi degli scontri tra fazioni. Come può un presidente aver permesso tutto ciò?

La politica del presidente Bush sull´Iraq non è, come egli ha affermato in campagna elettorale lo scorso autunno, un "successo catastrofico", bensì un "fiasco catastrofico". Gli uomini e le donne appartenenti alle nostre forze armate prestano servizio onorevolmente e con grande coraggio in condizioni estreme, ma la loro presenza a scadenza indefinita sta fomentando il conflitto.(...)

La guerra ha fatto dell´Iraq una calamita per il terrorismo, cosa che prima non era. Il presidente Bush ha aperto un nuovo fronte non necessario nella guerra al terrorismo e per questo motivo stiamo perdendo terreno. Il consiglio nazionale di intelligence della Cia ha confermato questa valutazione nel rapporto emesso due settimane fa.

La rivolta ha in larga parte sviluppo locale. In base alle stime del nostro governo è estesa e sta allargando le fila. La sua forza è quadruplicata dal passaggio di sovranità di sei mesi fa - da 5.000 unità a metà del 2004 a 16.000 lo scorso ottobre, fino alle oltre 20.000 attuali. L´intelligence irachena stima che possa contare 30.000 combattenti e fino a 200.000 fiancheggiatori. È chiaro che non ne conosciamo le esatte dimensioni. Tutto ciò che possiamo dire è che la rivolta si sta estendendo e che diventa più agguerrita e flessibile. Usa bombe più grandi e più potenti. Gli attacchi sono più sofisticati.

Al di là dei partecipanti attivi la rivolta vanta il tacito sostegno di migliaia di iracheni qualunque che hanno un ruolo di favoreggiamento a rifiuto dell´occupazione americana. E´ alimentata dalla rabbia di un numero sempre maggiore di iracheni - non solo lealisti di Saddam - giunti alla conclusione che gli Usa o non sono in grado o non hanno la volontà di garantire una sicurezza di base, lavoro, acqua, elettricità e altri servizi.

L´antiamericanismo è costantemente in crescita. In tutto il paese sono diffusi cd che illustrano la rivolta e canti che inneggiano ai combattenti. Sono tornate in voga poesie scritte decenni fa durante l´occupazione britannica dopo la prima guerra mondiale.

Abbiamo le forze armate migliori del mondo, ma non possiamo contare in primo luogo sull´azione militare per porre fine ad una violenza di ispirazione politica. Non possiamo sconfiggere gli insorti militarmente se non affrontiamo con efficacia il contesto politico in cui la rivolta si sviluppa. I nostri militari e gli insorti lottano per conquistare la stessa cosa - i cuori e le menti della gente - e questa è una battaglia che non stiamo vincendo.

Il primo passo per affrontare questa crisi con saggezza è definire obiettivi sinceri e realistici.

Innanzitutto l´obiettivo della nostra presenza militare dovrebbe essere permettere l´istituzione di un governo iracheno legittimo, efficace, non di imporlo.

La costruzione di una democrazia funzionante non avviene dal giorno alla notte. Possiamo e dobbiamo progredire in tal senso, ma gli iracheni potrebbero impiegare molti anni a portare a termine l´impresa. Dobbiamo adeguare il nostro orizzonte temporale. Il processo non potrà avviarsi sul serio fino a che gli iracheni non saranno pienamente padroni di tale transizione. La nostra continua, opprimente presenza non fa che ritardare il processo.

Se vogliamo che l´Iraq sviluppi un governo democratico stabile l´America deve assistere, non controllare, il nuovo governo creato.

Se gli iracheni non avranno l´impressione che i loro leader non sono marionette, l´elezione non potrà rappresentare il punto di svolta auspicato dall´amministrazione.

Ai fini di rafforzare la propria legittimità agli occhi del popolo iracheno, il nuovo governo dovrebbe iniziare a disimpegnarsi politicamente dall´America e noi da loro.

La realtà è che l´amministrazione Bush sta continuando a tirare le fila in Iraq e gli iracheni ne sono consapevoli. Noi abbiamo scelto la data del passaggio di sovranità. Noi abbiamo appoggiato l´ex agente della Cia Iyad Allawi come leader del governo ad interim. Noi abbiamo scritto le norme amministrative e la costituzione ad interim che oggi governa l´Iraq. Noi abbiamo fissato la data delle elezioni e il presidente Bush ha insistito perché abbiano luogo, anche se molti iracheni miravano ad un rinvio.

È tempo di ammettere che abbiamo un´unica scelta. L´America deve restituire l´Iraq agli iracheni.

Dobbiamo lasciare che gli iracheni decidano da soli, ottengano autonomamente consenso e governino il loro paese.

Dobbiamo ripensare la regola del vasaio, "chi rompe paga e i cocci sono suoi". L´America non può essere per sempre il vasaio che modella il futuro dell´Iraq. Il presidente Bush ha mandato l´Iraq in pezzi ma se vogliamo che torni intero gli iracheni devono avere la sensazione che appartiene a loro, non a noi. (...)

Da parte sua, l´America deve accettare il fatto che gli sciiti costituiranno la maggioranza in qualunque governo emerga dal voto. Il sessanta per cento della popolazione in Iraq è sciita e una maggioranza sciita è il logico sbocco di un processo democratico in Iraq.

Gli sciiti però devono comprendere che la stabilità e la sicurezza in Iraq saranno raggiunte solo salvaguardando i diritti delle minoranze. Bisogna concedere l´opportunità di partecipare alla stesura della costituzione e al governo anche a chi non ha voluto partecipare alle elezioni o era impossibilitato o troppo spaventato per farlo.

Gli sciiti devono anche comprendere che il sostegno americano non viene garantito a tempo indeterminato e che il ruolo dell´America non è quello di difendere un governo iracheno che escluda o emargini importanti fasce della società irachena. E´ troppo pericoloso per le forze armate americane schierarsi in una guerra civile.

L´America deve adeguarsi alla realtà che non tutti gli ex baathisti verranno esclusi dalla vita politica irachena nel nuovo Iraq. Dopo la caduta della cortina di ferro in Unione sovietica e nell´europa dell´est molti ex comunisti continuarono a partecipare alla vita politica. L´attuale presidente polacco - strenuo alleato del presidente Bush in Iraq - era a suo tempo un membro attivo del partito comunista e fece parte del governo che impose la legge marziale in Polonia negli anni ?80. Se i comunisti possono cambiare così, non c´è ragione che non posa farlo un ex membro del partito baathista.

Se gli iracheni intendono negoziare con gli insorti e questi ultimi sono disposti a rinunciare alla violenza e a partecipare al processo politico, dovremmo permetterlo. Persuadere i rivoltosi sunniti ad usare le urne e non le pallottole, è nell´interesse anche degli Sciiti.

In secondo luogo affinché la democrazia metta radici, bisogna dare agli iracheni un chiaro segnale che l´America ha pronta una vera strategia di ritiro dal pese.

Gli iracheni non credono che l´America non ha intenzione di protrarre a lungo termine la propria presenza militare in Iraq. La nostra riluttanza a palesarlo ha alimentato il sospetto tra gli iracheni che le nostre motivazioni non siano schiette, che aspiriamo al loro petrolio e che non ce ne andremo mai. Fino a quando sembrerà che la nostra presenza sia destinata a protrarsi l´impegno americano a favore della democrazia nel loro paese sarà ai loro occhi poco convincente.

Passate le elezioni e avviato il processo di transizione democratica il presidente Bush dovrebbe immediatamente dichiarare l´intento di negoziare un calendario per il ritiro delle forze di combattimento americane con il nuovo governo iracheno.

Almeno 12.000 militari americani e forse più dovrebbero partire immediatamente, per dare un segnale forte circa le nostre intenzioni e allentare la sensazione di occupazione che pervade il paese.

L´obiettivo Americano dovrebbe essere quello di completare il ritiro militare il prima possibile nel corso del 2006.

Il presidente Bush non può evitare questo tema. La risoluzione del consiglio di sicurezza che autorizza la nostra presenza militare in Iraq può essere riesaminata in ogni momento su richiesta del governo iracheno e una revisione è prevista a giugno. L´autorizzazione Onu alla nostra presenza militare termina con l´elezione di un governo iracheno permanente al termine di quest´anno. Il mondo sarà nostro giudice. Dobbiamo avere un piano di ritiro in atto per quella scadenza. (...)

Discorso tenuto il 27 gennaio alla Johns Hopkins school of International Studies

(Traduzione di Emilia Benghi)

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