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Lucida denuncia degli errori compiuti nella ricostruzione dell'Aquila da parte di ex funzionario pubblico della Regione Abruzzo, profondo conoscitore delle vicende e del territorio, nonché attivista dei comitati post-sismici e ambientalisti (e.s./i.b.).


Il giorno dopo riti e autocelebrazioni sisma 2009 questo è il tema del seminario che abbiamo voluto tenere proprio dopo le tante… troppe manifestazioni [1]. E’ stato difficile e quasi impossibile fronteggiare il battage mas-mediatico che fin dal primo momento ha coinvolto tutte le vicende relative al terremoto del 2009 e alla conseguente ricostruzione. A dieci anni infatti siamo arrivati ad una vera e propria campagna trasversale di auto assoluzione positivista in cui, tutte le inadempienze, gli imbrogli, gli errori strategici vengono rappresentati come “nei collaterali” di una grande e positiva ricostruzione.

Ma noi come Comitatus aquilanus [2] non ci siamo mai uniformati a questa logica e, ancora oggi, veniamo a proporvi il reale bilancio della ricostruzione con tutte le complesse problematiche aperte. In tal senso non possiamo non partire dall’emergenza e quindi dalla colonizzazione istituzionale, tecnico-programmatica e economico-imprenditoriale che c’è stata imposta dal “duo” Berlusconi/Bertolaso. Ai Sindaci locali è stata lasciata la sola gestione delle macerie e dei puntellamenti. Solo al Sindaco dell’Aquila fu data la carica di Vicecommissario con una competenza diretta, (è bene sottolinearlo), sul Centro Storico.

Di particolare interesse fu a quell’epoca la questione della delimitazione del Cratere: infatti, mentre si cercò di arrivare a “vere e proprie isole amministrative sismiche” come Penna S.Andrea o Cappelle si continuò a tenere fuori centri baricentrici al sisma come Calascio. Tale anomalia fu poi esasperata dal fatto che concretamente alcuni comuni fuori Cratere come Raiano, o addirittura Bolognano, senza essere obbligati a zone rosse e piani preventivi poterono usufruire in tempi molto più brevi di finanziamenti per decine e decine di interventi in centro storico.

L’Aquila fu il territorio maggiormente militarizzato e quindi sottoposto ai disegni della Protezione civile e non fu in grado (o forse non volle) di opporre una visione e scelte più rispondenti alla realtà territoriale e imprenditoriale. La classe politico-istituzionale giocò al ribasso sia sul piano CASE esasperandone (da 1 a 19 nuclei) la devastante dispersione insediativa, sia, sulle scelte pianificatorie e tecnico-procedurali imposte dall’arch. Fontana (zone rosse, comparti, masterplan, ecc.). A questa cultura oppose “operosi geometri mediatori” (ricordiamo che almeno tre in veste di assessori sono stati costretti a dimettersi dalla Magistratura), la Regione e la stessa Università non trovarono che marginali coinvolgimenti e nella creazione di tutte le strutture tecniche di servizio non ci si fece carico di recuperare le tante esperienze locali (COLLABORA, ABRUZZO ENGINEERING, POLIEDRO, ecc.), e , con Fabrizio Barca, si arrivò a costruire due strutture tecnico-istruttorie (una per il comune di L’Aquila e l’altra per il resto del Cratere) con circa 350 tecnici per lo più esterni al Cratere e alla Regione.

Particolarmente eloquente fu in tale fase la vicenda delle macerie nel Comune di L’Aquila: partita che fu “ingigantita” per poi addivenire ad una onerosa quanto dubbia scelta locale. Senza una gara si arrivò a scegliere la cava-buca abusiva (frutto di un mancato ripristino) della ditta ex TEGES che, dopo il contenzioso avviato dai tanti cavatori attivi della zona che si dichiararono disponibili a trattare le macerie, illegittimamente fu confermata dal Commissario nominato dalla Prestigiacomo. Su tale buca, a norma di legge, avremmo potuto ritombare in danno dell’Impresa inadempiente e invece ancora oggi continuiamo a pagare.

Vanno in questa sede responsabilmente ricordati “i bluff programmatici” e “gli oggetti avvelenati” che ci sono stati proposti o offerti per la “cosidetta ripresa”. Tra questi dobbiamo citare: quell’aeroporto con il quale saremmo “tornati a volare”; i due teatrini di Shigeru Ban e Renzo Piano che insieme agli altri tre preesistenti difficilmente saranno gestibili; la centrale a biomasse (impraticabile e senza neanche teleriscaldamento … bloccata dal Comitato Onna-Monticchio); e più di recente la (inutile) metro veloce tra S. Demetrio e Sassa realizzata in danno delle zone irrigue della piana e con qualche mira immobiliare. In tale quadro non bisogna dimenticare il Piano Fontana/Letta per il rilancio turistico della montagna che tentò di riproporre diseconomici impianti scioviari e complementari lottizzazioni (come quelle di Rocca di Mezzo).

Fuorviati dall’inevitabile “zona rossa” abbiamo abbandonato a se stesso il Centro Storico che con la sua struttura direzionale, commerciale, universitaria e scolastica era il vero cuore del Cratere consentendo all’Aquila di svolgere un ruolo trainante in un ambito territoriale ben più ampio. Solo più tardi (3 anni), su spinta dei Comitati e con la manifestazione delle carriole, si addivenne all’ipotesi di concentrare sull’asse centrale l’azione finanziaria. In parallelo e senza nessuna logica programmatica (cioè senza correlarsi al Comune o ai responsabili delle reti tecnologiche) lo stesso Commissario ai BBCC Marchetti avviò il recupero episodico di tanti Palazzi Signorili (circa 80).

Tali scelte si sono dimostrate devastanti: oggi di fatto con i nostri 69.000 abitanti, siamo arrivati (da 62) a circa 100 frazioni, con una periferia urbana rinnovata per il 90% ma senza il cuore istituzionale, direzionale, commerciale e scolastico del Cratere; nessuna delle strutture istituzionali (Regione, Provincia Comune e Università) è, infatti, ancora tornata in centro, la stessa azione programmatica proposta dalla Regione di recente per riportare i commercianti in centro, ha sortito effetti modesti con prospettive di fallimento e chiusura a breve (proprio nei giorni precedenti al decennale c’è stata una specifica manifestazione dei commercianti). Ci ritroviamo un comune ingestibile per il quale è costosissimo garantire servizi minimi di frazione, così come la raccolta di rifiuti e il servizio pubblico di trasporto (le Aziende competenti hanno infatti raddoppiato i disavanzi); e, altrettanto costoso è il trasporto individuale, cresciuto almeno del 40 % (per arrivare dalle disperse frazioni nei posti di lavoro, a scuola o in Centro Storico).

Di particolare gravità è stata la mancata ricostruzione di gran parte del patrimonio ERP più baricentrico alla città con la sottesa intenzione di lasciare gli affittuari agli alloggi del Piano CASE con fitti maggiori e pesanti costi di trasporto. Si tratta di circa 400 alloggi per i quali con una forte mobilitazione nel 2016 si era conquistato un serrato Cronoprogramma per circa 85 Ml ma anche questo a tutt’oggi è rimasto lettera morta. Emblematica in tale quadro è stata la vicenda del quartiere ERP di S. Gregorio dove su 22 alloggi frutto di un più ampio progetto pilota coordinato dalla Facoltà di Ingegneria (di ottima esecuzione ,senza danni ed agibili), si è ricercato lo sgombero per l’esecuzione di un millantato progetto di riqualificazione con una esorbitante spesa di 13 Ml.

Altrettanto grave è la situazione occupazionale che ha visto soffrire di disattenzione l’importante settore agrosilvopastorale oggetto di attenzioni esterne per l’estensione dei pascoli, ma sottovalutato dalla partitocrazia locale; incerta sembra la stessa scelta del polo del riciclo messo su dal PD con la e addirittura, molte piccole imprese edili sono fallite così come sono aumentati i cassintegrati in edilizia.

Va infine sottolineato che con gli interventi edilizi straordinari (4500 CASE, 1200 MAP, 30 MUSP) e soprattutto con le 4500 casette a tempo e in precario rese possibili dalla Delibera Cialente abbiamo consumato circa 500 ha di suolo saturando il mercato edilizio per i prossimi 30 anni con un’inevitabile crollo della rendita fondiaria e dei costi al mq che in periferia sono arrivati a 900 euro e nello stesso Centro Storico sono ormai di 1000/1200 euro. E forse per questo che sia la Giunta Cialente che quella Biondi “in solido” non hanno intenzione di adottare una Variante di assestamento al vecchio PRG per preferire scelte episodiche che nella logica del project financing “ripaghino” la partitocrazia imperante.

Da ultimo dobbiamo denunciare altri due disastrosi effetti del sisma e della dispersione insediativa che vengono a completare il grigio quadro che si è venuto a configurare per L’Aquila e il suo comprensorio. Da un lato, il sisma ha sconnesso e danneggiato le condotte di scarico dei laboratori INFN e della galleria causando interferenze con quelle di derivazione delle acque potabili del Gran Sasso; sono infatti state denunciate presenze di sostanze cancerogene derivanti dai lavaggi di gallerie e laboratori ed è stata aperta un’inchiesta penale. Dall’altro, le circa 2000 casette della piana irrigua con le loro fosse settiche insieme al mal funzionamento dei depuratori, hanno inquinato falda e acque superficiali e, ormai da vari anni, viene riproposto con Ordinanza il divieto di irrigazione a danno di tutta l’economia orticola della piana.

Note

[1] Lunedì 8 aprile 2019 presso il CSV a L'Aquila, il Comitatus aquilanus ha tenuto un seminario per riflettere sulla ricostruzione a 10 anni dal sisma e fare un serio e responsabile bilancio. Hanno partecipato tra gli altri Vezio De Lucia e Paolo Berdini. [ndr]

[2] Il Comitatus aquilanus è un gruppo di cittadine e cittadini impegnati per la ricostruzione e il rilancio istituzionale ed economico del Cratere del sisma come modificato dagli ultimi eventi. Qui ulteriori informazioni. Dello stesso comitato si segnala la pubblicazione L’Aquila. Non si uccide così anche una città con prefazione di Edoardo Salzano, qui scaricabile. [ndr]

Il Fatto quotidiano, 8 aprile 2019. Manca la città ed è inevitabile che sia così, date le premesse. Ma se la memoria si facesse cultura e la cultura comunità, L'Aquila potrebbe dare l’ennesima, memorabile lezione di futuro. (m.b.)

“Tutto sommato è stata data una casa a tutti (…), però a noi manca la città, manca tanto la città”. Le parole, pacate e lucidissime, della consigliera comunale Carla Cimoroni dicono quel che c’è da dire su L’Aquila, a dieci anni dal terremoto. Non sono giorni facili, questi, per gli aquilani. Gli anniversari, e questo su tutti, sono pugnalate, separate da intervalli di silenzio e disinteresse nazionali lunghi un anno. E poi intorno al 6 aprile ecco l’assedio di giornalisti e tv, magari in cerca di “storie forti”, come si è sentita chiedere Antonietta Centofanti, guida morale (di spessore umano e lucidità politica straordinari) dell’associazione dei familiari delle vittime, che non cessa di lottare per la verità e la giustizia. In questi giorni sanguinano copiosamente ferite mai chiuse, e si riaccendono i sensi di colpa di quei decisori aquilani che – messi dalle spalle al muro dal cinismo irresponsabile di Berlusconi, Letta, Bertolaso – alla fine dissero sì alle New Town di cemento, che oggi sono a loro volta sfollate per un quinto a causa dei balconi che crollano, e del deperimento di quelle povere strutture mangia suolo.

Fu una decisione difficile, sfociata in un errore terribile: perché condannò la città storica, e separò le pietre monumentali dal popolo che dava senso e futuro a quelle pietre. E perché estese fino 4350 ettari la superficie (già prima enorme: 3000 ettari) insediativa dove vivono i 69.439 aquilani. La mappa, elaborata per l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli da Andrea Giura Longo e Monica Cerulli (e presentata in questi giorni all’Aquila) dimostra che siamo così arrivati a 16 abitanti per ettaro: una densità “incompatibile con una decente condizione urbana” (commenta l’urbanista Vezio De Lucia), basti pensare che l’Aquila è ora la città italiana con più automobili pro capite, con conseguenze devastanti sulla qualità della vita. Paradosso nel paradosso, questa nuova dispersione ha oscurato quella storica: in quasi tutte le frazioni antiche dell’Aquila le case rimangono ancora a terra, e dove si ricostruisce il patrimonio pubblico lo si fa molto peggio che in centro: Italia Nostra denuncia il rischio di perdere i connotati storici di un luogo cruciale come Santo Stefano di Sessanio a causa di restauri inadeguati.

E, d’altra parte, non avendo ricostruito il centro storico per settori, avendo lasciato drammaticamente indietro la ricostruzione della città pubblica e non avendovi riportato le funzioni pubbliche e i servizi (sono aperti a tutt’oggi 60 negozi sui 1000 di dieci anni fa) si capisce che cosa vuol dire che, se ora ci sono le case (molte in vendita), “manca la città”. Non è che l’Aquila di prima fosse un paradiso: ma il punto è questo, il terremoto ha funzionato da acceleratore e amplificatore delle dinamiche che colpiscono tutte le città storiche italiane: spopolamento, gentrificazione (riduzione a quartieri monoclasse sociale, cioè nella città dei ricchi), trasformazione in quinte monumentali per turisti, messa a reddito con centri commerciali e improbabili parcheggi sotterranei fatti per pura speculazione.

Più in generale, andare all’Aquila vuol dire capire l’Italia. Il dato secondo me più sconvolgente del bilancio di questi dieci anni è che tra tutto quello che si è ricostruito non ci sia nemmeno una – dico una sola – scuola pubblica. Si studia ancora nelle strutture di emergenza, e bambini di dieci anni non sanno cosa sia entrare in una scuola che sia una ‘casa’ di tutti: se qualche storico del futuro si chiederà quale posto occupava la funzione della scuola nel progetto politico, e nella stessa coscienza di sé, degli italiani dei primi decenni del XXI secolo, ebbene troverà la sua sconfortante risposta all’Aquila.

Ma gli aquilani hanno una tenacia e una capacità di costruire il futuro che, proprio per il valore universale dei loro problemi, può essere di ispirazione per tutto il resto d’Italia. Le parole citate in apertura si trovano montate in un grande manifesto esposto insieme a moltissimo altro materiale documentario al presidio “Fatti di memoria”, che 24 associazioni hanno voluto tenere aperto in centro in occasione del decennale. È un modo efficace per dire che i cittadini dell’Aquila vorrebbero un centro permanente in cui costruire il futuro attraverso la memoria del passato: “Lo vorremmo così: un ‘museo della città’, un archivio-laboratorio dedicato alle 309 vittime, vitale per la comunità e attrattivo per chi è di passaggio. La vorremmo così la città della memoria e della conoscenza, prestigiosa nel mondo, inclusiva e accessibile per tutte e tutti. Perché la memoria è un ingranaggio collettivo: solo se la memoria dei sopravvissuti si fa cultura per le generazioni a venire, una comunità ha la possibilità di rinnovarsi”. Nel 2013 si era progettato un centro come questo, si sarebbe dovuto chiamare Ter.R.A, ma tutto si fermò.

Oggi quell’idea rinasce in Territori Aperti, un “Centro di documentazione, formazione e ricerca per la ricostruzione e la ripresa dei territori colpiti da calamità naturali” che sarà realizzato dall’Università dell’Aquila grazie ad un finanziamento di Cgil, Cisl e Uil. Un’ottima notizia: ma non basterà che sia fatto per i cittadini. Dovrà nascere con i cittadini, perché c’è davvero bisogno di partecipare e costruire un luogo dove storia, memoria collettiva e capacità di riscatto riescano a far rinascere una comunità.
Se sarà così, L’Aquila avrà dato a tutta l’Italia l’ennesima, memorabile lezione di futuro.

Nota

Per non perpetuare la logica emergenziale, in nome della quale tutto è consentito, serve una strategia lungimirante di contenimento del rischio sismico, all’altezza di un paese scientificamente avanzato. Su eddyburg abbiamo dato conto di una proposta autorevole che speriamo sia raccolta da chi ha a cuore l'interesse generale. (m.b)

«Ad una cosa non ci siamo abituati: a non poter avere le prerogative di una normale comunità, a cominciare dalla possibilità di incontrarsi senza essersi dati appuntamento. Mancano i luoghi per questo; non luoghi costruiti ad hoc, ma i luoghi del quotidiano. E per gli aquilani questi luoghi si trovavano nel centro storico». Il manifesto, 6 aprile 2016 (m.p.r.)

L’istantanea del centro storico dell’Aquila è un cielo ammantato di gru. Con lo sguardo che si paralizza, ancor più silenzioso, tra palazzi puntellati e vie interdette. Con la scritta, che comincia a sbiadire, «Zona rossa», ovvero off limits al passaggio, anche pedonale. I bracci dei mezzi meccanici sono una selva, svettano un po’ ovunque, quasi si litigano un pezzetto d’azzurro, fissando dall’alto fabbricati sbrindellati; sovrastando squarci di edifici signorili, tapparelle deformate e scardinate e pezzi di water e armadi che sonnecchiano, tra mucchi di polvere, dentro appartamenti sventrati, ma con portoni chiusi da catene e lucchetti.

Solitamente, è un brulichio di operai. A sette anni dal terremoto che alle 3.32 del sei aprile 2009 devastò il capoluogo d’Abruzzo e il suo circondario, provocando 309 vittime e oltre 1.500 feriti, è una città disorientata.

Tempi ancora lunghi

La ricostruzione, era stato promesso, sarebbe terminata entro il 2017. Ma i tempi previsti sono ancora lunghissimi. In centro diverse attività commerciali hanno timidamente riaperto e con esse anche alcuni uffici pubblici, tra cui la sede del Comune. Ma, rispetto a prima del disastro, sono una minima parte. E ciò che si coglie, negli occhi di quanti qui sono tornati ad operare e ad investire, è la rassegnazione. «Si lavora soprattutto con gli operai - affermano i commercianti -. Gli incassi languono, ma dobbiamo andare avanti. E quando i muratori staccano, è come se scattasse una sorta di coprifuoco».

«Il terremoto, quando arriva, non si limita ai pochi secondi della scossa. Continua fino a che non si esaurisce la scia dei danni che ha provocato. Quelli materiali e quelli sociali, mentali e psicologici. Perché il terremoto ti entra dentro e non ti molla. Per questo - riflette il giornalista Enrico De Pietra – non parlerei tanto di 7 anni dal sisma, ma di 7 anni di sisma. Sette anni per certi versi surreali, durante i quali, almeno apparentemente, ci siamo abituati a tutto: ai nostri morti, alla diaspora, al ritorno, alla precarietà, alla provvisorietà, alla desertificazione del centro storico, alle beghe e al malaffare. Ad una cosa non ci siamo però abituati: a non poter avere le prerogative di una normale comunità di provincia, a cominciare dalla possibilità di incontrarsi gli uni con gli altri senza essersi dati appuntamento. Mancano i luoghi per questo; non luoghi costruiti ad hoc, ma i luoghi del quotidiano. E per gli aquilani questi luoghi si trovavano nel centro storico. I quartieri tutt’intorno sono ricostruiti e ripopolati, quasi per intero, ma, non c’è verso, non sono nati per essere autonomi e aggreganti. Oggi - evidenzia - si entra nel cuore della città, la si osserva da lontano, e si capisce che si sta lavorando a pieno regime».

Sono poco più di 420 i cantieri attivi. «Sta di fatto, però, che resta un luogo… sospeso. Le stime ufficiali - aggiunge - dicono che nel 2022 il cuore dell’Aquila sarà totalmente ricostruito. Ma nessuno, nemmeno chi queste stime le ha prodotte, può onestamente dire con certezza se la previsione sarà rispettata».

Periferia «privilegiata»

La vita si concentra nelle periferie, nei pochi centri commerciali che, non essendoci alternative, sono diventati punto privilegiato di aggregazione. La vita è dislocata soprattutto nelle 19 new town, la cui nascita venne annunciata lo stesso giorno della tragedia. Mentre si piangeva, mentre si scavava sotto le cataste di macerie, sotto i rimasugli di stanze, mentre si allineavano le bare. E mentre alcuni imprenditori ridevano per gli affari che il disastro prospettava.

Sono 8.351 i cittadini ancora assistiti - quelli che hanno le proprie abitazioni inagibili -, sistemati tra i progetti Case, palazzoni antisismici ecocompatibili sorti in piena emergenza e a firma di Berlusconi e dell’allora capo della protezione civile Guido Bertolaso, e nei Map (Moduli abitativi provvisori), le cosiddette casette di legno. Ma il disagio è anche tra i banchi, per gli studenti: ci sono ancora 17 Musp (Moduli ad uso scolastico provvisorio) che ospitano circa 6 mila alunni.

«Nonostante i numerosi problemi di gestione sorti negli anni - commenta Fabio Pelini, assessore all’Assistenza alla popolazione - queste strutture sono state un punto di riferimento nelle fasi calde del post tragedia (quando ci furono 16 mila sfollati, ndr) ma, successivamente, hanno anche permesso di rispondere alle molteplici esigenze abitative emerse con l’acuirsi della crisi economica. Oggi – aggiunge – la fase più difficile ce la lasciamo alle spalle e il prossimo obiettivo è di razionalizzare l’utilizzo di questo patrimonio immobiliare, conservando gli alloggi ben fatti e smantellando quelli malconci».

Già perché gli edifici del progetto Case, per la cui realizzazione fu speso quasi un miliardo di euro, con l’operazione gestita interamente dalla Protezione civile, stanno mostrando i propri limiti. Formano sostanzialmente quartieri dormitorio, privi di servizi, che cadono a pezzi, tranne alcune eccezioni. Infiltrazioni negli appartamenti e nei garage, umidità e muffe che favoriscono pure la crescita dei funghi, perdite dagli scarichi, allagamenti, pavimenti che si scollano, problemi fognari.

Nel settembre 2014 è crollato un balcone nella frazione di Cese di Preturo e la magistratura e la Forestale hanno posto sotto sequestro 800 balconi in cinque di questi insediamenti: oltre che a Preturo, anche ad Arischia, Collebrincioni, Sassa e Coppito. E così, in queste case, le famiglie sono costrette a stare ‘sigillate’ tra le mura domestiche, senza potersi affacciare. Il 3 aprile scorso un altro balcone è crollato, sempre «per cedimento strutturale», sempre nella frazione di Cese di Preturo, dove alcune palazzine erano fortunatamente già state evacuate. A dare l’allarme è stato un signore che passeggiava con il cane. L’uomo ha sentito il tonfo e ha allertato le autorità.

Ieri dal municipio, per questa faccenda, è partita un’ordinanza con cui si dispone, per motivi di pubblica incolumità, lo sgombero di altri appartamenti.

Case nuove, crollano balconi
Per il crollo di Cese c’è un’indagine aperta, per difetti di costruzione e fornitura di materiali scadenti, con 39 indagati. Il legno, per balconi e alloggi, era stato fornito dalla Safwood, sotto inchiesta a Piacenza per crac finanziario.

«Se la Procura dovesse accertare che non solo i balconi ma anche i solai degli appartamenti sono a rischio a causa della stessa pessima fornitura, avrò 700 famiglie cui dare un altro tetto - dichiara il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente -. Inoltre le imprese che nel 2009 hanno costruito le new town dovrebbero, per contratto, intervenire sulle manutenzioni per 10 anni ma molte di esse sono fallite e quindi il Comune non sa su chi rivalersi». Nei casi più gravi e onerosi, dove il risanamento costerebbe milioni, il primo cittadino ipotizza il possibile abbattimento di questi complessi, costati 2.700 euro al metro quadrato e che sono esempio di «spreco di denaro e infiltrazioni mafiose».

Senza dimenticare l’inchiesta sugli isolatori sismici, installati in gran numero sotto le piastre delle new town: durante alcune prove di laboratorio in California, invece di resistere al terremoto simulato, si sono spezzati.

Va così, in una città vuota e smarrita, freneticamente a caccia di occasioni e in cerca di giustizia… Perché sette anni dopo si cerca ancora la verità su quanto accaduto quella funesta notte. C’è una ferita che s’infila e s’aggrappa, sdegnosa, ai numerosi processi spuntati dal dramma.

Tra essi, a generare più d’ogni altro rabbia e scandalo, c’è quello alla commissione Grandi Rischi. Solo pochi giorni fa la Cassazione ha depositato le motivazioni del verdetto con cui ha assolto i luminari finiti alla sbarra . «I sei esperti della Commissione - recita la sentenza 12478 - convocati a L’Aquila dalla Protezione civile, nella riunione del 31 marzo 2009, non erano al corrente del fatto che la seduta aveva la finalità di fornire alla popolazione un messaggio di rassicurazione». Allora la Protezione civile era guidata da Guido Bertolaso, attualmente candidato a sindaco di Roma.

Per la Suprema Corte, «gli scienziati - Franco Barberi, Enzo Boschi, Giulio Selvaggi, Michele Calvi, Claudio Eva e Mauro Dolce - nella riunione confermarono motivi di allarme per la situazione e negarono la teoria della prevedibilità dei terremoti».

Bertolaso «latitante»

Secondo la Suprema Corte fu solo Bernardo De Bernardinis, l’allora vice di Bertolaso, ad «aver calcato la mano» e ad aver tranquillizzato una città impaurita. «Non accadrà nulla». Ed invece fu una strage. De Bernardis fu imbeccato da Bertolaso? Ci sono telefonate, interviste e intercettazioni che lo provano ma… Bertolaso, per questo, ha due procedimenti aperti, uno penale, in cui è accusato di omicidio colposo plurimo e che il 7 ottobre si prescriverà, e l’altro civile.

«I familiari delle vittime - spiega il consigliere comunale Vincenzo Vittorini - stanno chiedendo a Bertolaso di lasciarsi processare, rinunciando all’imminente prescrizione». In tal senso c’è anche una petizione. “Che la magistratura faccia il proprio corso nell’accertare eventuali responsabilità: questo si pretende. E’ un coro di migliaia di voci a volerlo”.

Per quanto concerne il processo civile, l’ultima udienza è saltata perché Bertolaso risulta essere «irrintracciabile». Quindi niente citazione.

«Vive al quartiere Parioli - dichiara Antonietta Centofanti, referente del comitato “Familiari delle vittime del crollo della Casa dello studente” -, è visibile all’intero Paese con comparsate in tutte le reti televisive pubbliche e private, ma non è rintracciabile da un messo giudiziario che gli deve consegnare una convocazione affinché si presenti in aula. E’ una grave mancanza di rispetto, anche nei confronti dei nostri morti. Che poi quel che è accaduto riguarda tutti e questi sono i morti di tutti».

«Dal 2 settembre, le New Town nate dopoil terremoto del 2009, si stanno sgretolando con la gente dentro». Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2016 (m.p.r.)

«Sono rimasto solo». Luigi osserva il quartiere che pochi mesi fa brulicava di vita. Silenzio. Non c’è più nessuno, come per un attacco atomico. Resta questo pensionato, Luigi Bellicoso, strano nome per una persona tanto mite. È l’ultimo abitante di una delle New Town di Cese di Preturo, i quartieri cresciuti come funghi dopo il terremoto de L’Aquila. Il miracolo reclamizzato da Silvio Berlusconi.

Ma il 2 settembre 2015 i Complessi Anti-sismici Sostenibili Eco-compatibili, le famose CASE, hanno preso ad andare in pezzi. Con la gente dentro. Ha cominciato un balcone, una mattina un crac ed è andato giù. Poi sono arrivati gli uomini del Corpo forestale coordinati dal Comandante Nevio Savini, che da anni collaborano con la Procura, e hanno scoperto che i balconi non tenevano più. Marci. Allora hanno cominciato a sigillarli, quelli costruiti da una ditta di Piacenza e da un consorzio della Campania. Ottocento. Sulle facciate sono emerse crepe.
Quel quartiere e gli altri costruiti dalle stesse ditte (490 abitazioni) saranno evacuati. Quasi mille persone. Alberto Maurizi della Forestale ha perso giorni per visitare le famiglie e spiegare loro cosa stava succedendo. «Hai preso tutto?», chiede Matteo Valente alla moglie mentre chiude la porta e carica la Panda. Ci hanno stipato la loro vita.
Un progetto da 800 milioni sotto inchiesta
Ma che cosa è successo alle CASE? «Una città ricostruita in 4 mesi», titolavano trionfanti i giornali nel 2009. I dati della Protezione civile parlavano di 4.449 alloggi per 15mila persone. Un progetto da quasi 800 milioni. Da allora, come ricorda il procuratore Fausto Cardella, è stato un fiorire di inchieste. Il magistrato è preoccupato: «Abbiamo 6 pm invece di 14. È stato fatto un lavoro enorme». Ma il rischio è la prescrizione. Una cosa è certa: in tanti ci si sono riempiti le tasche. Soprattutto la camorra. «Molti progetti sono stati realizzati da associazioni di imprese guidate da una ditta aquilana che faceva da testa di legno», dicono gli investigatori. Il guaio, sostiene Cardella, «non sono gli appalti pubblici che hanno regole rigide. Ma quelli privati»: gli isolati della città sono stati uniti in “aggregati” e ognuno dato a un privato che affida gli appalti. Una manna per i clan. Inchieste come Dirty Job hanno rivelato che i lavoratori, spesso della Campania, dovevano restituire al datore di lavoro fino al 50% del compenso.
Ci si è arricchiti su tutto. L’ultima inchiesta è quella sui balconi, condotta dal pm Roberta D’Avolio. Il bando di gara prevedeva tempi stretti e penali alte. Risultato? «Per non pagare sanzioni - dice l’accusa - una ditta piacentina avrebbe usato legno fresco invece che stagionato». I solai si sono piegati, l’acqua si è accumulata sui balconi. Fino a farli crollare. Scrivono i periti della Procura: «Il rivestimento inferiore, frontale e laterale non è stato realizzato in legno trattato per esterni… i solai sono stati realizzati con pannelli costituiti da tavolati in legno massello chiodato e incollato in modo discontinuo». E così qualcuno si sarebbe arricchito, altri - alti dirigenti della Protezione civile - non avrebbero vigilato, ma mille persone devono di nuovo lasciare le case.
C’è stato di peggio, come lo scandalo degli isolatori sismici. Un’inchiesta - già ci sono state condanne in Appello - condotta dal pm Fabio Picuti. Gli esperti la descrivono così: «Il bando prevedeva che le case dovessero poggiare su isolatori sismici». Una saggia cautela o un modo per riempire le tasche a qualcuno? «I costi sono raddoppiati e si sono realizzate piattaforme di cemento che resteranno per sempre anche se le CASE dureranno pochi anni». Dai collaudi è emerso che quasi il 50% degli isolatori non sarebbero in regola. «Erano privi dei certificati di omologazione e qualificazione…alcuni campioni non hanno superato le prove rompendosi». Il costo è quasi raddoppiato. Senza garantire la sicurezza. L’ombra della truffa assume a volte tinte tragicomiche. Il pm Simonetta Ciccarelli ha portato a processo un’impresa di pompe funebri che avrebbe certificato di aver sepolto una quarantina di vittime che non aveva mai visto. La cresta sui defunti.
I muri in cartongesso e i ruderi abbandonati
Ma il balcone crollato ha distrutto il mito delle CASE. Basta infilare il dito nel legno marcio di Cese di Preturo. Ma anche in altre, come ad Assergi, ai piedi del Gran Sasso. Qui Francesca Di Noto racconta «di muri in cartongesso che si sciolgono con la neve, prese della corrente senza nemmeno i fili, specchi fotovoltaici non collegati». Il vicino mostra un buco nel pavimento. Dovevano durare 15 anni le CASE. Vanno a pezzi dopo 6. «Resteranno centinaia di ruderi», sospira Camilla Inverardi - architetto con la passione per il suo mestiere e per L’Aquila - indicando i complessi con stili a volte surreali. «Non c’è stato un disegno preciso nella ricostruzione. A partire dai colori. Ma guardate queste case! Azzurro puffo, giallo evidenziatore e viola cocotte. Il colore della nostra città era il bianco, come la pietra delle montagne».
Oggi la ricostruzione è ripartita. Per le strade l’aria è piena di polvere di calce. Ma non bastano i palazzi. La sfida è riportarci la vita. L’impressione è che la regia sia da perfezionare: «C’è una ricostruzione a macchia di leopardo», ancora Inverardi. «Così chi ha recuperato la casa non può andarci ad abitare perché le strade intorno sono un cantiere». Per non dire degli allacci, l’elettricità, l’acqua. I lavori interferiscono con i cantieri delle case e si bloccano a vicenda. Intanto ecco voci di progetti mirabolanti, come una specie di ponte di Brooklyn sull’Aterno, roba da 8 milioni mentre le scuole attendono di essere ricostruite. Per non parlare del “cratere”, l’area intorno a L’Aquila. Qui a essere distrutta è anche la legalità: c’è chi ha comprato ruderi, caduti prima del sisma, e li ha trasformati in case abusive, ristoranti e negozi. E ci sono paesi che di notte sono un ammasso di ombra. Antonio Moretti, geologo dell’università, abita ad Arischia, borgo a venti chilometri da L’Aquila. Fino al 6 aprile 2009 ci vivevano in 5 mila. Adesso dalle finestre escono buio e freddo umido. A ogni rudere corrisponde un nome: “Qui abitava Attilio”, “qui c’era il panettiere”. Se ne sono andati tutti.
Riferimenti

Nell'archivio del vecchio eddyburg c'e un'intera cartella di analisi e denunce dei devastanti eventi tra loro per chi è stato il peggiore: il sisma o il dopoterremoto, Poprio qui: Terremoto all'Aquilax

«Dopo il terremoto del 2009 è ancora il cantiere più grande d’Italia, la ricostruzione prosegue ma la gente se ne va: un terzo delle case dopo il restauro finisce sul mercato. La borghesia è fuggita sulla costa.Il sindaco sogna i turisti ma il rischio è che visitino una Pompei del Duemila». Tomaso Montanari e Corrado Zunino, la Repubblica, 7 gennaio 2016 (m.p.r.)


COSÌ RISORGE LA CITTÀ DI PIETRA.
MA ÈUNA QUINTA SENZA POPOLO

di Tomaso Montanari

Finalmente all’Aquila si lavora davvero: grazie soprattutto alla pazienza e alla dedizione di Fabrizio Barca (fino al 2013 ministro per la coesione territoriale del Governo Monti, e vero artefice della ripartenza), a sei anni e mezzo dal terremoto la città è un grande cantiere.Un cantiere in cui non mancano, naturalmente, i problemi. La sezione aquilana di Italia Nostra fa giustamente notare che stiamo rischiando di perdere l’occasione per migliorare il tessuto edilizio: per esempio non eliminando i casermoni degli anni Sessanta e Settanta che sfigurano punti importanti della città storica, come le mura. Ed è anche vero che la ricostruzione del patrimonio architettonico non appare sempre condotta a regola d’arte (non c’è un convincente piano del colore delle facciate, tra l’altro).

Ma, insomma, finalmente l’Aquila inizia a risorgere. Quella di pietra, però. Perché il pericolo, ogni giorno più concreto, è che a risorgere sia una quinta monumentale, condannata a rimanere vuota. Da una parte si raccolgono i frutti della scellerata decisione dell’epoca Berlusconi-Bertolaso: quella di spezzare i nessi sociali dividendo gli aquilani in 19 cosiddette new towns, minando così alle fondamenta la speranza stessa di una rinascita della città. Dall’altra parte, ciò che è mancato, e che continua drammaticamente a mancare, è una attenta politica di sostegno a favore di chi decide di ritornare a vivere in centro. Il futuro dell’Aquila si gioca assai di più sul tempo che passa prima di ottenere l’allaccio del gas che non su quello della riapertura dei musei e delle chiese monumentali. È la mancanza di servizi pubblici, di negozi, delle condizioni elementari per la vita quotidiana a indurre gli aquilani a non tornare, o addirittura a tentare di vendere le loro case riconquistate.
«Quando senti gli anziani riporre nei giovani la speranza della ricostruzione di questa città, ancora paralizzata da una precarietà indefinita e spaventosa, puoi solo constatare che questi anziani non sanno quanto poco si parli del futuro dell’Aquila, tra i giovani dell’Aquila». Così ha detto una giovane aquilana al suo concittadino Valerio Valentini, giornalista e poeta che ha firmato su Internazionale un reportage intitolato: «l’Aquila paralizzata non crede più nel futuro». E questo è il punto: anche se moltissimi cittadini (come quelli che hanno dato vita all’associazione e al sito «Jemo ‘nnanzi») continuano a lottare per costruirlo, quel futuro.
Quasi tre anni fa l’Aquila ospitò la più grande riunione di storici dell’arte della storia repubblicana: al centro di quella manifestazione c’era la richiesta di una «ricostruzione civile». Perché proprio chi studia le pietre sa che quelle pietre non vivono senza la presenza capillare di un popolo. Il rischio, assai concreto, è che l’Aquila ricostruita diventi un grande guscio vuoto, una specie di quinta monumentale buona solo per un uso turistico, aperta ogni mattina da impiegati che risiedono invece in luoghi anonimi e alienanti.
In altre parole, il terremoto - e soprattutto la gestione del dopo-terremoto - possono trasformare l’Aquila in una sorta di laboratorio perverso dove viene accelerato quello svuotamento delle città storiche che in Venezia conosce il suo tragico traguardo, ma che ormai minaccia concretamente anche Firenze, per non parlare di feticci turistici come San Gimignano o Alberobello.
Se l’Aquila muore, a morire è la nostra stessa fiducia in un futuro sostenibile e umano per le nostre città storiche. È per questo che ora la sua ricostruzione non può più essere solo edilizia e ingegneristica: deve diventare sociale, civile. Politica, nel senso più pieno.

AAA VENDESI L'AQUILA
di Corrado Zunino

L’Aquila. Affittasi, vendesi, poi affittasi. Il panorama largo dell’Aquila post-terremoto è ancora assediato dalle gru, che svettano sul cantiere più grande d’Italia in questa giornata di pioggia fredda, e la notte s’illuminano per ricordare le Feste. Se si zooma sugli esterni dei palazzi ricostruiti, più spesso demoliti e ricostruiti dalle fondamenta, s’inquadra invece il cartello: “Affittansi studi professionali”. Segue cellulare. L’annuncio è sul cancello che si apre su un cortile a fianco della Basilica di San Bernardino. La locale società Cogepa ha abbattuto e rifatto in cemento armato due palazzetti. I vecchi residenti non ci sono più: la Cogepa, che acquistò nel 1990, ha rilocato alcune stanze a una banca, altre a una palestra.

Ancora “Affittasi- vendesi”. Il cartello della Belvedere Edilfulvi srl è appoggiato su un casale in pietra di via del Cembalo, centro storico, zona rossa dopo il sisma. Il circolo Acli del Cembalo, comprensivo di campo da bocce, è diventato un palazzetto con ottanta metri calpestabili e centoventi di solarium. «Ci siamo ampliati un po’», rivela Alfredo Fulvi. Sotto terra ha ricavato un garage per dieci auto a cento metri dal Duomo: «Chi acquista compra anche un reddito assicurato». Il costruttore ha speso 600mila euro terreno compreso: ha demolito e ricostruito e ora messo sul mercato. «Non è certo una speculazione».
Tecnocasa, affiliato, propone in vendita. Studio Elide in locazione. Locale commerciale - 350 mq - intero o frazionato si vende nella prima periferia, viale Nicolò Persichetti. E così a Preturo, a Bazzano: cartelli sui balconi e le ringhiere. Dopo il 6 aprile 2009 quasi tutto ha cambiato destinazione d’uso nell’Aquila vecchia e nelle sue 64 frazioni: sedi di cori polifonici, associazioni di alpini, pizzerie. La geografia sociale è cambiata in una notte. La periferia, con 5 miliardi spesi sulla ricostruzione privata e 300 milioni sul pubblico, è recuperata al 95 per cento. Per un terzo è già in vendita. In questi mesi si stanno riconsegnando locali e palazzi in centro storico. Nella Banca Unicredit di corso Vittorio Emanuele hanno allargato il mercatino della Befana. Attorno alla chiesa di Santa Maria Paganica, che ha ancora il tetto sventrato, sono rientrati lo storico notaio e il vecchio penalista e nel Palazzo Antinori ha aperto un’enoteca. “Baci e abbacchi” sei anni dopo è raccomandato da TripAdvisor.
Case crepate, puntellate, aperte - tutte, ma proprio tutte il 6 aprile hanno avuto almeno una lesione - e poi d’improvviso le strade attorno alla Villa comunale tornano a grondar cartelli: “Vendonsi”. Sì, se ne è andata la borghesia dall’Aquila, come ricorda il sindaco Massimo Cialente. Al Bar del Corso sono addolorati per la partenza del medico del palazzo: ha riaperto uno studio a Pescara.
Spiega il costruttore Fulvi, quello del solarium sui resti della bocciofila Acli: «Ci sono zone dell’Aquila che hanno ripreso un po’ di vita, alcuni negozi sono tornati nei palazzi a piano terra, ma ci sono tante case in vendita. Si può fare qualche affare». Molti qui avevano investito nell’immobiliare: tutte le famiglie possedevano la seconda casa, qualcuna la terza, la quarta. Molti dopo il terremoto si sono spostati sulla costa adriatica, nei paesi vicini, Coppito e Pizzoli, qualcuno anche a Roma. E hanno venduto la casa in più. Per dare una mano a chi in famiglia aveva perso il lavoro, chiuso un’attività commerciale, una piccola fabbrica d’artigianato.
Nella modernità L’Aquila ha vissuto di affitti, di impieghi d’ufficio, di rendita. Non c’è industria qui, solo un po’ di farmaceutico. Non esiste turismo. Le diciannove New towns del Progetto case con undicimila ospitati, le duemila casette di legno dei villaggi Map, la possibilità di lasciare l’appartamento instabile del centro storico per uno di pari valore “in qualsiasi comune d’Italia” (ne hanno usufruito in seicento). Oggi, sì, il surplus è diventato un’offerta drogata di immobili nuovi: ci sono più case che persone all’Aquila e il mercato è crollato.
Il titolare della Belvedere srl, l’ingegnere Francesco Laurini: «La ristrutturazione con il totale finanziamento di Stato ha riguardato in maniera indiscriminata ogni immobile, fosse stato costruito nei Sessanta o nel 2008. Il finanziamento è arrivato anche a chi non aveva l’abitabilità e oggi tre appartamenti ogni dieci sono sul mercato e ogni appartamento ha subito un deprezzamento del trenta per cento». Prima del 6 aprile le case migliori entro le mura trecentesche valevano 5.000 euro a metro quadrato, oggi 3.000 euro.
La grande paura della bolla immobiliare precede quella dello spopolamento, l’addio all’Aquila da parte di chi - sei anni più vecchio - ha elaborato il lutto, incrostato l’emozione e poi si è accorto che qui non c’è futuro. La disoccupazione è al 27 per cento, vecchi e bambini compresi: significa che un aquilano su due in età da lavoro non ha lavoro. Le residenze parametrate con l’ultimo censimento dicono che sono partite tremila persone, millecinquecento sono rientrate. Si sono riempiti i paesi intorno, ma questa stagione è decisiva per capire se L’Aquila diventerà la nuova Pompei con i tour operator a mostrare case rifatte a regola d’arte senza fornelli accesi in cucina.
Giustino Parisse, caporedattore della redazione locale del Centro che nella vicina Onna ha perso due figli e il padre, dice: «Alcune persone si sono già spostate tre volte. Non tutti hanno la forza, l’età e la motivazione per restare o per tornare. Rispetto ai giorni migliori ci sono diecimila studenti universitari in meno, duemila iscrizioni in meno nelle scuole, ottocento solo al classico. Alla mono-economia dell’affitto non è subentrato altro. Il 2019, anno in cui la città dovrebbe essere pronta, appare lontano. Questi sono i mesi più difficili e l’esodo va fermato oggi ». C’è l’insegnante che manifestava con le carriole e ora ha riparato, delusa, nella capitale. Chi, con una residenza fittizia e i soldi di Stato, ha comprato casa al figlio nelle Marche.
Il sindaco Cialente, anche lui stanco, chiede ancora due anni di aiuti per sopravvivere. Dice: «Era una tradizione. Chi andava in pensione prendeva la liquidazione, acquistava un appartamento, si pagava una parte del mutuo con gli affitti degli studenti e quando il figlio si sposava gli passava la casa. Ora pochi credono nel rilancio. L’università, l’industria tecnologica, il turismo. Tutto da fondare o rifondare mentre lo tsunami della crisi economica ha finito quello che il terremoto aveva iniziato. Ho 270 milioni in mano, li sto investendo sul lavoro. Oggi non abbiamo neppure lavoro nero: non ci sono gli uffici da pulire, i negozi sono diventati più piccoli, quattrocento commessi sono stati spazzati via. Due anni ancora e salviamo L’Aquila. Chiedo ai miei di resistere: non svendete appartamenti che oggi nessuno ha i soldi per comprare. Saremo una città modello. Attrarremo i ragazzi con la scuola internazionale e per la prima volta gli intellettuali».

Gli errori truffaldini compiuti da malgovernanti (in questo caso Berlusconi) ai danni del territorio e dei suoi abitanti qualcuno li paga: purtroppo mai cil maggiore colpevole. Il manifesto, 20 ottobre 2015

Espo­nenti della Pro­te­zione civile inqui­siti per aver truf­fato la Pro­te­zione civile. Espo­nenti della Pro­te­zione civile che tor­nano e ritor­nano pro­ta­go­ni­sti di inchie­ste nell’Aquila del disa­stro. Sta­volta è comin­ciata con un bal­cone crol­lato e, dopo poco più di un anno di accer­ta­menti e con­su­lenze, la Pro­cura dell’Aquila ha chiuso l’inchiesta sul tra­collo di quel bal­cone, in una palaz­zina del pro­getto Case (gli alloggi anti­si­smici prov­vi­sori tirati su nel post ter­re­moto) in loca­lità Cese di Pre­turo, sulle con­di­zioni di cen­ti­naia di altri bal­coni e sulle moda­lità che hanno por­tato alla loro realizzazione.

Gli inda­gati sono 37, sospet­tati di aver imbro­gliato e rag­gi­rato, per milioni di euro, Stato e Pro­te­zione civile. Le veri­fi­che hanno por­tato al seque­stro di 800 bal­coni in 494 appar­ta­menti (su 4.500) delle 19 new town esi­stenti, che hanno ospi­tato oltre 16 mila sfol­lati e che ancora oggi danno rico­vero a migliaia di cit­ta­dini. Le accuse, a vario titolo, sono di crollo col­poso, truffa in pub­bli­che for­ni­ture e una serie di falsi. Nei guai pro­get­ti­sti, inge­gneri, diri­genti del comune dell’Aquila, impren­di­tori di molte regioni d’Italia, collaudatori.

Secondo la magi­stra­tura il legno uti­liz­zato e for­nito per la costru­zione dei bal­coni non risulta con­forme alle pre­scri­zioni nor­ma­tive, non pre­senta alcuna cer­ti­fi­ca­zione in merito all’idoneità e i pan­nelli mul­ti­strato non hanno alcun tipo di col­lante, il che ne riduce la resi­stenza nel tempo (una parte di essi sta mar­cendo). Gli inda­gati, a vario titolo, avreb­bero indotto in errore la pre­si­denza del con­si­glio dei mini­stri, Dipar­ti­mento della Pro­te­zione civile, che avrebbe ero­gato più di 18 milioni di euro. I pm, inol­tre, con­te­stano il danno pro­cu­rato e di avere agito appro­fit­tando della situa­zione di neces­sità degli sfol­lati, del con­te­sto emer­gen­ziale, e di aver com­messo il fatto con abuso di potere. I resi­denti avreb­bero più volte segna­lato, agli uffici muni­ci­pali, l’inconsistenza e la scarsa tenuta di quei bal­coni, ma nes­suno li avrebbe mai presi in considerazione.

Tra gli inqui­siti “cele­bri” Gian Michele Calvi, pro­get­ti­sta e diret­tore dei lavori del pro­getto Case, e Mauro Dolce, diret­tore dell’Ufficio rischio sismico di Pro­te­zione civile e respon­sa­bile unico del pro­getto. I due sono impu­tati anche nel pro­cesso alla Com­mis­sione grandi rischi, riu­nita a L’Aquila il 31 marzo 2009, (in primo grado sono stati con­dan­nati a sei anni, in secondo assolti) per aver for­nito alla popo­la­zione, a una set­ti­mana dal deva­stante sisma, mes­saggi tran­quil­liz­zanti. Entrambi sono poi coin­volti nella vicenda degli iso­la­tori sismici fal­lati, le ’molle’ instal­late sotto le palaz­zine del pro­getto Case, risul­tate ina­datte allo scopo: Dolce è stato con­dan­nato a un anno, Calvi è ancora imputato.

«È quella del terremoto senza rinascita, delle trivellazioni selvagge e della «catena di comando» fuori controllo. E dell’Abruzzo arrabbiato con il governo bipartisan. Il premier non regge le contestazioni e salta la prima tappa. In prima fila il coordinamento contro le trivelle di "Ombrina", gli studenti e i comitati per la ricostruzione». Il manifesto, 26 agosto2015

La scritta «Renzi non ti vogliamo, vat­tene» cam­peg­gia grossa su uno stri­scione. Ed è il biglietto da visita dell’Abruzzo per il pre­mier, la cui visita a L’Aquila, deva­stata dal ter­re­moto del 6 aprile 2009, sfo­cia in una decisa contestazione.

In una quasi rissa, con feriti e malori e autoam­bu­lanze arri­vate per i soc­corsi. E il primo mini­stro costretto, alla fine, a defi­larsi da una porta di ser­vi­zio, per­ché all’esterno urlano con­tro di lui, la sua poli­tica e il suo governo.

La città è blin­data: non si passa. Tran­senne ovun­que, anche per i gior­na­li­sti. Ven­gono tenuti a debita distanza da palazzo Fib­bioni, di pro­prietà del Comune, nel cuore del cen­tro sto­rico, dove impazza la con­sueta sfi­lata di poli­tici, soprat­tutto Pd, e dove è pre­vi­sta la tappa ini­ziale del pre­si­dente del Con­si­glio: è la sua prima volta a L’Aquila. La pre­senza di Mat­teo Renzi era stata annun­ciata più volte, e poi sem­pre smen­tita, da circa un anno e mezzo.

Temi cen­trali del sum­mit con le isti­tu­zioni del ter­ri­to­rio saranno, in par­ti­co­lare, i fondi gover­na­tivi per la rico­stru­zione post-sisma e il pro­blema della resti­tu­zione di tasse e con­tri­buti sospesi dopo il disa­stro. Ma il tour e il pro­gramma pre­vi­sti ven­gono pre­sto accan­to­nati. Per­ché scop­pia la protesta.

Grida, le forze dell’ordine comin­ciano a cor­rere, i cro­ni­sti che rom­pono gli sbar­ra­menti die­tro i quali sono stati rele­gati. Ad aspet­tare al varco Renzi comi­tati di resi­denti e l’Unione degli studenti.

«Veniamo chia­mati a fare da spet­ta­tori all’ennesima pas­se­rella isti­tu­zio­nale sul nostro suolo» dice Wil­liam Gior­dano, coor­di­na­tore dell’Unione degli stu­denti L’Aquila, «Alle pro­messe mai man­te­nute sui tempi della rico­stru­zione e alla futile ricerca di con­sensi e media­ti­cità da tempo oppo­niamo per­corsi di par­te­ci­pa­zione attiva e reale. Non è un caso se qui sono stati rag­giunti pic­chi di mobi­li­ta­zione con­tro un modello auto­ri­ta­rio di scuola e il defi­ni­tivo sman­tel­la­mento della scuola pub­blica. Renzi ha dimo­strato di pro­ce­dere per for­za­ture demo­cra­ti­che e di rifiu­tare il con­fronto. Per que­sto a L’Aquila non è il benvenuto».

In prima linea il Coor­di­na­mento No Ombrina con ban­diere e stri­scioni bianco e azzurri, il Wwf, Legam­biente e i «No triv»: tutti con­tro la per­fo­ra­zione di pozzi di petro­lio in Adria­tico, e in par­ti­co­lare a ridosso delle Costa dei tra­boc­chi, in pro­vin­cia di Chieti, in luo­ghi pro­tetti e di bel­lezza unica. Ci sono il comi­tato «3 e 32» e una dele­ga­zione con­tro il gasdotto Snam di Sulmona.

Il para­pi­glia ini­zia sotto i por­tici di via San Ber­nar­dino. «Renzi, Renzi fuori dall’Abruzzo», viene ripe­tuto. Con il cor­done delle forze dell’ordine sem­pre più mas­sic­cio. Arri­vano le squa­dre anti­som­mossa. «L’Aquila libera, mai la mafia, non la vogliamo».

I mani­fe­stanti ven­gono accer­chiati e respinti, ci sono taf­fe­ru­gli e nella foga c’è chi sviene e fini­sce sull’asfalto: un uomo sarà soc­corso e cari­cato in ambu­lanza e por­tato in ospe­dale. «È inau­dito quello che sta acca­dendo» tuona Mau­ri­zio Acerbo, di Rifon­da­zione comu­ni­sta «Si pren­dono a botte cit­ta­dini che vole­vano sol­tanto avere un con­fronto civile».

Poco in più in là, nei pressi della villa comu­nale, vanno in scena gli scon­tri. «Via Renzi il petro­liere». Forse c’è qual­che lan­cio di pie­tre, forse no. «Hanno tirato sam­pie­trini addosso alle forze dell’ordine», dirà il pre­si­dente della Regione, Luciano D’Alfonso.

L’Aquila si… sur­ri­scalda. Ci sono man­ga­nel­late e uova che volano di qua e di là. Da un lato la folla, dall’altra la poli­zia. Che pic­chia. Ci sono ragazzi col­piti alla testa, che deb­bono far ricorso alle cure, un’agente rico­ve­rata per la frat­tura del setto nasale.

È il mara­sma e così Renzi, per motivi di sicu­rezza, salta il primo appun­ta­mento e viene dirot­tato, in fretta e furia, verso la sede del Gran Sasso Science Insti­tute, sem­pre in cen­tro città.

In que­sto luogo, il pre­mier avrebbe dovuto avere un secondo ed ultimo appun­ta­mento con i sin­da­cati e con le asso­cia­zioni di cate­go­ria, in par­ti­co­lare quelle impren­di­to­riali e commerciali.

Impaz­zano i cori di cri­tica, pesanti i toni: «Non vogliamo le lobby»; «Non ci piace lo Sblocca Ita­lia che deva­sta i ter­ri­tori»; «Vogliamo la rico­stru­zione dell’Aquila».

«Renzi distrugge l’ambiente che è il nostro pane e quello delle nuove gene­ra­zioni» affer­mano Franco Mastran­gelo e Ales­san­dro Lanci, in prima linea con­tro la piat­ta­forma petro­li­fera Ombrina mare.

«È venuto un emis­sa­rio del Pd a chie­derci se tre di noi vole­vano incon­trare Mat­teo Renzi. Ma gli abbiamo detto: no, gra­zie. Non fac­ciamo sel­fie con un pre­mier che ha dato il via libera alle tri­velle ammazza-Adriatico con il sì alle per­fo­ra­zioni petro­li­fere off­shore» rife­ri­sce Augu­sto De Sanc­tis, del Forum Acqua Abruzzo, «Invece di discu­tere con noi» con­clude, «rispetti la volontà popo­lare di tutte le regioni adria­ti­che che si oppon­gono alla deriva petrolifera».

Gli appartamenti costruiti dal governo Berlusconi dopo il sisma non sono affatto sicuri. Dopo il crollo di tre giorni fa il Sindaco ha emanato un'ordinanza di divieto. Il Fatto Quotidiano, 5 settembre 2014

A Preturo, a soli undici chilometri da L’Aquila, una delle frazioni devastate dal sisma del 2009, di finanziamenti pubblici ne sono arrivati molti per l’aeroporto, dove sono sbarcati i Grandi della Terra, ma oggi di aerei che decollano e atterrano neppure l’ombra. Mentre, anche per mancanza di manutenzione, crollano, come fossero di carta pesta, i balconi delle C.a.s.e. costruite per dare un tetto agli sfollati. “Abbiamo sentito un boato e la prima cosa a cui abbiamo pensato è stato il terremoto e siamo usciti in strada” raccontano i condomini di via Volonté, una delle 19 new town volute dall’allora premier Silvio Berlusconi, che ospitano oltre 16 mila famiglie.

Molte di loro, da ieri, come recita l’ordinanza emessa dal sindaco, non potranno più affacciarsi sui balconi finché non terminerà il sopralluogo che ne dovrà constatare la non pericolosità. La causa? «Tutta da accertare» ci spiega il Procuratore capo Fausto Cardella che ha assegnato il fascicolo dell’indagine appena aperta alla dottoressa Roberta D’Avolio. Reato ipotizzato: crollo colposo di costruzioni. Nel frattempo che vengano accertate le responsabilità penali, il sindaco Massimo Cialente punta il dito sulla mancanza di risorse per la manutenzione delle C.a.s.e. realizzate con 500 milioni di finanziamento dell’Unione europea che dallo Stato sono passate di proprietà del Comune.
A realizzare i 23 palazzi dislocati tra Preturo, Collebrincioni, Sassa e Arischia era stato un raggruppamento di imprese su bando indetto dalla Protezione civile allora capeggiata da Bertolaso. Ma «a ditta che ha realizzato la palazzina dove è avvenuto il crollo del balcone è fallita» come fa notare il sindaco. Tra i condomini c’è chi ancora ricorda quel 19 agosto 2009 quando Silvio Berlusconi con le braccia aperte rivolte alla folla al di là delle transenne “benedì” il cantiere incassando un fiume di applausi. «Eravamo disperati e lui ci restituiva una casa, dovevamo fischiarlo? Ma se tornasse oggi la musica sarebbe diversa». Erano quelli i tempi della distribuzione delle dentiere e dello spumante sul tavolo della cucina da stappare appena varcata la soglia della nuova vita offerta dal governo Berlusconi.
L’importante è fare e il “come” lo vede chi si trova di nuovo senza una casa. Monica spinge il passeggino della sua piccola Cristina, nata tre anni dopo il terremoto. È giovane ma i suoi occhi sono tristi nel guardare il palazzo dove è venuto giù il balcone a pochi metri da quello dove abita lei. Occhi che la morte l’hanno vista troppo da vicino, sotto le macerie ha perduto la sua più cara amica, per poterla dimenticare: «Sono indignata e allo stesso tempo stanca di indignarmi». Rabbia e rassegnazione due sentimenti che si respingono e si mescolano fino a togliere la forza per sperare ancora in una vita dignitosa e soprattutto sicura. Ne sa qualcosa il signor Leonardis, 88 anni, che dorme nella camera che dà sul balcone su cui si è schiantato quello del piano di sopra. «Era appena mezzogiorno quando sono rientrata in casa e poco dopo un boato ci ha riportato indietro di cinque anni» racconta la figlia Luciana Leonardis proprietaria di un noto ristorante. «Mio padre è vivo per miracolo, era stato sul balcone fino a qualche minuto prima come fa ogni giorno per annaffiare le piante. Questo è quello che dobbiamo continuare a sopportare, un’angoscia senza fine».
Due famiglie di nuovo sfollate e molte altre costrette a vivere con la paura finchè tutti i sopralluoghi disposti non accerteranno che non vi è pericolo di altri crolli. E dire che sono state realizzate senza guardare a spese visto che le C.a.s.e., acronimo di antisismiche, sostenibili, ecocompatibili, sono costate 2.800 euro al metro quadrato. Case dove vengono giù i balconi, dove anche le caldaie non sono a norma, dove volano via pezzi di tetto, dove gli isolatori antisismici (cilindri posti alla base delle case per rafforzare l’effetto antisismico) sono difettosi come ha dimostrato l’inchiesta sui Grandi Rischi. A Sassa, altra frazione terremotata, ne sono state evacuate 30 perché ritenute inagibili. Un dono della Protezione civile di Guido Bertolaso, costruite attraverso un bando di 500 milioni di euro finanziato dall’Unione europea.
È una furia l’assessore al bilancio Lelio De Santis: «Il crollo conferma quello che in tanti avevano detto sul progetto C.a.s.e.: costi pesanti, realizzazioni superficiali e fatte con i piedi, sicurezza poco e nulla e affari per le imprese” che pensa a come mettere in sicurezza le persone prima che vengano giù altri balconi visto che la pioggia continua a cadere e le previsioni non sono benevoli. E infine si rivolge al governo, reo di non aver stanziato risorse per la manutenzione: «Noi abbiamo messo in bilancio un milione di euro, ma c’è bisogno di fondi straordinari. Poi dobbiamo accelerare le procedure per il soggetto che deve gestire per una manutenzione seria altrimenti il patrimonio cadrà a pezzi». Manutenzione ordinaria che il Comune aveva affidato alla società Manutencoop e che richiede almeno nove milioni. Mentre il tempo continua a dimostrare che il terremoto non è stata la sola disgrazia che si è abbattuta su L’Aquila.

Post-sisma. Cinque anni dopo il terremoto, la città ancora aspetta una rinascita che tarda ad arrivare. Chi può va via: nel 2013 duemila iscrizioni in meno nelle scuole. E la ricostruzione non è più un affare vantaggioso neanche per la criminalità organizzata. Il manifesto, 5 aprile 2014
E’ un non luogo, que­sto. E la sua anima d’un tempo, il cen­tro sto­rico, è un mara­sma di pun­tel­la­menti, ope­rai con la masche­rina, ven­tate di pol­vere, caterve di cal­ci­nacci, di muri ancora sbrin­del­lati dal sisma, di pareti demo­lite, di crepe, crolli e tran­senne, divieti, un andi­ri­vieni di car­relli ele­va­tori e camion. E’ così L’Aquila: metà rovine, metà attesa. Sono tra­scorsi cin­que anni dal ter­re­moto che causò 309 morti. E le impronte di quel 6 aprile 2009 sono impresse su passi, volti, case e strade. «La rico­stru­zione — spiega Enrico De Pie­tra, gior­na­li­sta — sem­bra essere final­mente avviata, anche se sarà lunga e sem­pre legata all’incognita dei finan­zia­menti. Ma il pro­blema è il vuoto deva­stante». Pal­pa­bile tra piazze esa­ge­ra­ta­mente silen­ziose, viuzze sbar­rate, luc­chetti arrug­gi­niti, catene che ser­rano edi­fici lace­rati. «I pochi eser­cizi com­mer­ciali rima­sti — aggiunge — hanno chiuso. A parte alcuni locali, che resi­stono su spa­rute strade, non c’è nulla. Nep­pure gli edi­fici resi agi­bili e dispo­ni­bili hanno ripreso vita: sono rima­sti sfitti, forse anche per­ché i pro­prie­tari pre­ten­dono somme spro­po­si­tate. Nella zona della Fon­tana lumi­nosa, ad esem­pio, c’era un nego­zio di abbi­glia­mento che è stato sman­tel­lato: per la loca­zione di quei vani sono stati chie­sti 6 mila euro al mese E’ ripar­tita la pre­fet­tura, va bene, ma non ha pro­dotto alcun movi­mento. E’ una realtà da rin­vi­go­rire: biso­gna con­vin­cere le per­sone a riap­pro­priarsi di que­sti luo­ghi. Che, altri­menti — evi­den­zia De Pie­tra — diven­te­ranno un museo a cielo aperto».

Una città surreale

Dif­fi­cile tor­nare a far rivi­vere L’Aquila. Dif­fi­cile tor­nare all’Aquila. Dif­fi­cile… L’Aquila. «E sur­reale», come la defi­ni­sce il Comi­tato 3e32 che per quest’anniversario – in cui vuole stig­ma­tiz­zare «turi­sti che par­te­ci­pano alle com­me­mo­ra­zioni e pas­se­relle di una classe poli­tica nazio­nale e locale che ha evi­den­te­mente fal­lito» — ha orga­niz­zato una mostra foto­gra­fica, che cam­peg­gia sui prin­ci­pali muri, per nar­rare la pre­ca­rietà, per «denun­ciare le rei­te­rate pro­messe man­cate, l’abbandono delle fra­zioni e dei pic­coli cen­tri del cra­tere, la totale assenza di poli­ti­che sociali e per il lavoro, il folle scem­pio del ter­ri­to­rio, la man­canza di una visione comune per il futuro di una città che con­ti­nua irri­me­dia­bil­mente a spo­po­larsi».

«L’Aquila — viene fatto pre­sente — è diven­tata una dispersa e disa­giata peri­fe­ria, dove le fasce sociali più deboli sof­frono mag­gior­mente una quo­ti­dia­nità dif­fi­cile». Una peri­fe­ria carica di pro­blemi nasco­sti den­tro le infi­nite schiere di ano­nime palaz­zine erette dopo il disa­stro. Erano le nuove «C.A.S.E» (Com­plessi anti­si­smici soste­ni­bili eco­com­pa­ti­bili). «Siste­ma­zioni prov­vi­so­rie…, que­sto ci ave­vano assi­cu­rato, che sareb­bero state siste­ma­zioni prov­vi­so­rie… — ricorda Mar­cella Dal Vec­chio -. Invece, ben­ve­nuti tra le nostre pareti di car­ton­gesso… Che, in più zone, stanno andando a pezzi. Con tuba­ture logore che goc­cio­lano anche liquami, con i ser­vizi che non ci sono, le mat­to­nelle rotte, i sistemi anti­si­smici non bre­vet­tati, con la manu­ten­zione ine­si­stente, con fun­ghi ed erba che spun­tano all’interno per l’umidità, con i disagi che aumen­tano pre­po­tenti».
«Un recente son­dag­gio del Pd — sot­to­li­nea il sin­daco Mas­simo Cia­lente — rife­ri­sce che il 78% degli aqui­lani vive male e che per il 65% la situa­zione è gra­dual­mente peg­gio­rata. Solo il 37% pensa che nei pros­simi anni, forse, potrebbe andare meglio». Per­ciò c’è la fuga dall’Aquila, soprat­tutto dei gio­vani. Ma anche delle fami­glie: lo scorso anno, rispetto al 2009, sono state regi­strate 2 mila iscri­zioni sco­la­sti­che in meno. Una città di emer­genze, soprat­tutto sociali, che si nascon­dono timide, quasi impac­ciate die­tro ai vicoli blin­dati e nei cor­tili inermi, strac­ciati, che giac­ciono aspettando.

Cre­sce la disoccupazione
Manca il lavoro. «La disoc­cu­pa­zione, in Abruzzo — dichiara il segre­ta­rio gene­rale della Cgil L’Aquila, Umberto Tra­satti — dall’8.6% del 2008 è pas­sata al 12.5% del 2013. In tutta la pro­vin­cia nel 2008 si regi­stra­vano 118.300 occu­pati, siamo scesi a 111.800. Biso­gna creare oppor­tu­nità: la sola rico­stru­zione mate­riale non è suf­fi­ciente a dare pro­spet­tive». A pro­po­sito, la rico­stru­zione? «Il cen­tro sto­rico dell’Aquila sarà rimesso in sesto in 5 anni», ha detto in una sua recente visita il mini­stro dei Beni cul­tu­rali, Dario Fran­ce­schini. Mah, certo, tutti lo spe­rano ma nes­suno ci crede.

In prima linea, ora, c’è il sot­to­se­gre­ta­rio all’Economia, Gio­vanni Legnini, al quale il pre­mier Renzi ha affi­dato la delega alla Rico­stru­zione. Il par­la­men­tare, ori­gi­na­rio di Roc­ca­mon­te­piano (Chieti), si è impe­gnato a tro­vare i 700 milioni di euro che ancora occor­rono per il 2014. «Dob­biamo giun­gere ad una con­di­zione di sta­bi­lità col­lo­cata in un punto da indi­vi­duare con pre­ci­sione tra Roma e Bru­xel­les. Per­ve­nire a un pac­chetto di dispo­si­zioni nor­ma­tive che — spiega — eviti di con­ti­nuare lo stress che da anni river­siamo sul par­la­mento sull’onda dell’emergenza con­ti­nua. Occorre una rico­gni­zione pre­cisa di tutto ciò che serve, con tutti gli attori del ter­ri­to­rio e dello Stato, per modi­fi­care e inte­grare la legi­sla­zione vigente».
Scio­rina, invece, cifre il pre­si­dente Ance, Gio­vanni Frat­tale: «C’è una marea di gru in azione — afferma — e sono circa 1.400 le imprese impe­gnate in inter­venti edi­lizi, di cui 800 di fuori regione. Solo la rico­stru­zione pri­vata coin­volge oltre un migliaio di aziende di 90 pro­vince ita­liane. Cen­to­cin­quanta i can­tieri attivi nel cen­tro sto­rico, 1.500 in peri­fe­ria; 11.500 gli addetti in campo. Siamo indie­tro? E’ stato perso tempo? In Friuli, dopo il ter­re­moto del ’76, la prima pie­tra fu posata nel ’79. In Umbria e Mar­che si sta ancora lavo­rando…». Ma quello dell’Aquila, non avrebbe dovuto essere il can­tiere più grande d’Europa? «Gli sforzi sono immani — pun­tua­lizza Cia­lente — e, con­clusa la fase di com­mis­sa­ria­mento, c’è stata un’accelerazione delle pro­ce­dure». «Ci devono spie­gare — tuona Pio Rapa­gnà ex par­la­men­tare e por­ta­voce della asso­cia­zione Mia casa d’Abruzzo — per­ché non è ancora stata avviato il rifa­ci­mento delle case popo­lari clas­si­fi­cate E, cioè semi­di­strutte». La sua pro­te­sta va avanti da un pezzo: ha anche attuato lo scio­pero della fame. «Ci sono — pro­se­gue — 78 milioni di euro ancora inu­ti­liz­zati per ripa­rare 1.750 appar­ta­menti ina­gi­bili in cui atten­dono di rien­trare cin­que­mila per­sone. La non rico­stru­zione lede un diritto sog­get­tivo e causa un danno era­riale. Anche per­ché i costi della rico­stru­zione, con il pro­gres­sivo degrado degli sta­bili, sono aumen­tati, e con essi i costi dell’assistenza, visto che sono ancora molti i cit­ta­dini che bene­fi­ciano di asse­gni di auto­noma siste­ma­zione o dell’affitto concordato».

Vivere con dignità
Attual­mente nelle dimore del pro­getto Case stanno in 11.670, men­tre sono 2.461 quelli che allog­giano nei Map (Moduli abi­ta­tivi prov­vi­sori) e 189 negli appar­ta­menti del Fondo immo­bi­liare. Per­ce­pi­scono il con­tri­buto di auto­noma siste­ma­zione in 4.054. «Si tira avanti cer­cando di farlo in maniera digni­tosa — com­menta Sara Vegni, di Action Aid — ma le ferite inferte sono state pro­fonde e sono tut­tora aperte. Domina un sen­ti­mento di lace­rante pre­ca­rietà, che atta­na­glia tutti. Basti con­si­de­rare il fatto che ci sono 6 mila ragazzi costretti ancora a stu­diare nei con­tai­ner. Finora è man­cata una seria pro­gram­ma­zione e c’è la que­stione fondi. Ogni tanto biso­gna recarsi a Roma, col piat­tino in mano, a chie­dere l’elemosina».

Un ter­ri­to­rio dis­se­stato e in parte abban­do­nato — quello dell’Aquila e degli altri 56 comuni del cra­tere — e che, dopo il dramma, ha dovuto fare i conti pure con la cri­mi­na­lità orga­niz­zata. C’è stato «quasi un assalto alla dili­genza per arri­vare ad acca­par­rarsi gli appalti più lucrosi da parte della camorra, della ‘ndran­gheta e di cosa nostra (par­ti­co­lar­mente quella gelese)», scrive infatti, nella rela­zione annuale, rife­rita al 2013, il sosti­tuto pro­cu­ra­tore nazio­nale anti­ma­fia Olga Capasso, appli­cata per un periodo al Tri­bu­nale delll’Aquila. «L’unica vera intru­sione della ‘ndran­gheta e della camorra — rileva — si è avuta in seguito al ter­re­moto. Si è trat­tato di società sal­da­mente impian­tate nell’Italia set­ten­trio­nale, atti­rate dagli appalti e dun­que pre­senti in Abruzzo solo fino a quando erano pro­spet­ta­bili lucrosi gua­da­gni. E’ stato docu­men­tato il dina­mi­smo di espo­nenti delle cosche Borghetto-Caridi-Zindato, Ser­ra­iano e Rosmini di Reg­gio Cala­bria nell’accaparramento di appalti con­nessi alle opere di rico­stru­zione, con­sen­tendo il seque­stro pre­ven­tivo di beni mobili e par­te­ci­pa­zioni socie­ta­rie per un valore com­ples­sivo di circa 50 milioni di euro. E’ stato altresì accer­tato l’interesse di alcuni grossi espo­nenti della ‘ndran­gheta — con­dan­nati per asso­cia­zione mafiosa facente capo al clan Grande Ara­cri con una recen­tis­sima sen­tenza del 2013 del tri­bu­nale di Reg­gio Emi­lia — per gli appalti dell’Aquila.…
Intanto per la rico­stru­zione vera e pro­pria della città, con i suoi palazzi anti­chi, i monu­menti e gli edi­fici pub­blici, tutto si è invo­luto verso la stasi più com­pleta ed oggi il capo­luogo sem­bra dor­mire tra le sue mace­rie». «La rico­stru­zione è ferma — dice Capasso — e i can­tieri esi­stenti sono quelli desti­nati al risa­na­mento dei con­do­mini pri­vati, che pure pre­stano il fianco allo svi­lup­parsi della micro­cri­mi­na­lità, essen­dosi veri­fi­cati casi di ingiu­sti­fi­cata esten­sione dei lavori pagati con soldi pub­blici a danni non cau­sati diret­ta­mente dal sisma, oppure di gon­fia­mento abnorme dei prezzi. Di qui diversi pro­ce­di­menti penali». Adesso «l’affare rico­stru­zione» non è più van­tag­gioso, e dove «non c’è pro­fitto la mafia lascia campo libero». E domani è lutto cittadino
Riferimenti

Al terremoto dell'Aquila è dedicata un'intera cartella ne vecchio archivio di eddyburg. Precisamente qui. Si veda inoltre qui l'opinione di Vezio De Lucia
«L’utilizzo di pro­ce­dure nego­ziate senza bando ha avuto una forte acce­le­ra­zione, tanto che que­sto tipo di pro­ce­dura è diven­tata quella più fre­quen­te­mente uti­liz­zata. E que­sto anche in rela­zione alle modi­fi­che appor­tate dal decreto legge 70/2011». Que­sta frase è con­te­nuta nella rela­zione dell’Autorità sui con­tratti pub­blici con­se­gnata al Par­la­mento nel 2012 e met­teva il dito nel feno­meno distor­sivo pro­dotto dalla legi­sla­zione vigente.

Appello all'emergenza e ricorso alla discrezionalità: ecco gli strumenti essenziali per consentire corruzione e criminalità. Il caso esemplare de l'Aquila. Il manifesto, 9 gennaio 2013

Nel pieno rispetto della legge i comuni pos­sono infatti affi­dare a trat­ta­tiva pri­vata appalti pub­blici fino ad un importo di 500 mila euro. Afferma ancora l’Autorità che quasi la metà (48,1%) dei con­tratti di importo supe­riore ai 150 mila euro è stata affi­data senza la pub­bli­ca­zione del bando per un valore com­ples­sivo di 3,6 miliardi di euro. Nes­suno ha dun­que il diritto di mera­vi­gliarsi di quanto è avve­nuto a L’Aquila: era tutto scritto e biso­gnava sol­tanto rico­struire le regole.

Nell’area del ter­re­moto abruz­zese, ci sono poi due ulte­riori argo­menti che non lasciano scampo a chi tende a deru­bri­care l’accaduto come un «nor­male» caso di diso­ne­stà. Il primo riguarda la macro­sco­pica ano­ma­lia rap­pre­sen­tata dalle pro­ce­dure emer­gen­ziali che, come noto, sono basate sulla filo­so­fia delle deroga alle regole ordi­na­rie. Con la scusa del ter­re­moto, nel cra­tere abruz­zese si sono potuti affi­dare appalti pub­blici attra­verso una discre­zio­na­lità ancora mag­giore di quella che per­met­tono le pur gene­rose leggi ordi­na­rie. Sem­pre i dati for­niti dall’Autorità sugli appalti pub­blici ci dicono che nel 2011 le ordi­nanze di pro­te­zione civile in tutta Ita­lia sono state 72 per un importo di 1,98 miliardi di spesa: la cul­tura emer­gen­ziale come schermo della discre­zione.

Ma è il secondo argo­mento a non lasciare scampo alla mera­vi­glia degli ammi­ni­stra­tori. Lo scorso anno, il depu­tato euro­peo Søren Søn­der­gaard, mem­bro della com­mis­sione di con­trollo del bilan­cio di Bru­xel­les, ha reso pub­blica la sua rela­zione di inda­gine sulle opere ese­guite nel cra­tere del ter­re­moto: appalti sospetti, norme vio­late, fondi comu­ni­tari spesi male. E poi, mate­riali sca­denti, Case e Map (i com­plessi anti­si­mici soste­ni­bili ed eco­com­pa­ti­bili e i moduli abi­ta­tivi prov­vi­sori di Ber­lu­sconi) troppo care. Un capi­tolo era anche dedi­cato alle infil­tra­zioni della cri­mi­na­lità orga­niz­zata nei lavori della rico­stru­zione, met­tendo in par­ti­co­lare in luce il ruolo abnorme dei sub appal­ta­tori. Un feno­meno impo­nente, come denun­ciava anche il set­ti­ma­nale Edi­li­zia e ter­ri­to­rio del Sole 24 Ore del 26 otto­bre 2009: «Su 1072 imprese, 910 lavo­rano in subap­palto». Il sin­daco Cia­lente non aveva gra­dito le denun­cie del com­mis­sa­rio euro­peo ed aveva repli­cato affer­mando: «Vor­rei tanto fare un con­fronto pub­blico con que­sto signore, vedere che dati ha. La sua rela­zione ha fatto molti danni, essendo con­fusa, piena di impre­ci­sioni e anche offen­siva. Non è vero che ci sono infiltrazioni».

Di fronte ad un sistema poli­tico inef­fi­ciente sono state come al solito la magi­stra­tura e le forze dell’ordine a svol­gere un ruolo pre­zioso. Lo scan­dalo dell’Aquila potrà ser­vire se si avrà il corag­gio di affron­tare tre nodi fon­da­men­tali. Le regole di appalto, come abbiamo visto, non esi­stono più e i soldi pub­blici ven­gono spesi con asso­luta discre­zione dal mondo della poli­tica: è ora di rico­struirle. Il ruolo di guida delle pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni nelle città è stato in que­sti anni demo­niz­zato a par­tire dalla fami­ge­rata pro­po­sta di legge Lupi (attuale mini­stro) che arri­vava ad equi­pa­rare pub­blico e pri­vato. Di fronte al disa­stro pro­vo­cato dalla can­cel­la­zione dell’urbanistica è ora di inver­tire la ten­denza. L’Aquila, del resto, ne è l’esempio più tra­gico. Tra quat­tro mesi ricorre il quinto anni­ver­sa­rio dal sisma e il cen­tro sto­rico è un deserto umano pro­prio per­ché si è rinun­ciato ad una rigo­rosa pro­gram­ma­zione pub­blica. E infine occorre capo­vol­gere il bilan­cio dello Stato. Nella legge di sta­bi­lità non solo sono stati tolti i finan­zia­menti per la rico­stru­zione de L’Aquila e man­te­nuti quelli sulle grandi opere ma si con­ti­nua nella demo­li­zione delle regole. Secondo la cul­tura pre­va­lente nella com­pa­gine gover­na­tiva, i mali dell’Italia sono da ricer­carsi nell’eccesso di regole – pro­blema che pure esi­ste — e non nel gigan­te­sco sistema della discre­zio­na­lità che carat­te­rizza la pub­blica ammi­ni­stra­zione. E dove c’è discre­zio­na­lità non ci si può mera­vi­gliare che trion­fino cor­ru­zione e malaffare

Hanno ucciso una città, e hanno pure frodato per farlo. Altro che bunga-bunga! Ma molti altri silenzi sono censurabili, oltre a quello dell’Europa. La Repubblica, 4 novembre 2013

OGNI appartamento è costato il 158 per cento in più del valore di mercato, il 42 per cento degli edifici è stato realizzato con i soldi dei contribuenti europei (e non con quelli del governo italiano, come ha sempre sostenuto l’ex premier Silvio Berlusconi), solo il calcestruzzo è stato pagato 4 milioni di euro in più del previsto. E 21 milioni in più i pilastri dei palazzi.

Cifre ufficiali della Corte dei Conti europea, tutte richiamate nel report di Søndergaard. Dove si censura il silenzio dell’Europa che è stata a guardare mentre qui si sperperava, dove si «deplora » l’invio di dati «apparentemente non corretti» trasmessi a Bruxelles dal Dipartimento della Protezione Civile, dove si elenca minuziosamente tutto ciò che lui stesso ha riscontrato nelle sue missioni. Su prefabbricati, acciaio, ammortizzatori sismici, bagni chimici, contratti a imprese. Sempre oltre i costi preventivati, soprattutto quelli fissati dai «manuali». E anche di tanto.

Il suo dossier sarà discusso al Parlamento europeo giovedì 7 novembre e presentato questa mattina, in anteprima all’Aquila, nelle sale del consiglio regionale. È la sintesi di una lunga «istruttoria» condotta in Abruzzo da Søndergaard - membro della Cont, la commissione di controllo del bilancio di Bruxelles - insieme al suo collaboratore Roberto Galtieri per indagare su dove erano finiti gli stanziamenti comunitari dopo la potentissima scossa di quella notte, trecentonove morti, decine di migliaia di sfollati e un business infinito intorno ai cinquantasei comuni abruzzesi dentro il «cratere ». La prima volta sono arrivati all’Aquila l’8 ottobre del 2010. Poi hanno cominciato a investigare mese dopo mese, fino a ultimare questo report che giovedì prossimo dovrà vagliare il Parlamento di Bruxelles.

Il dossier del deputato danese comincia dalla fine, dall’ultima visita all’Aquila: «La situazione del centro storico rimane sostanzialmente invariata. In quattro anni solo un paio di edifici (uno pubblico e uno privato) sono stati ricostruiti nella cosiddetta zona rossa…». Poi informa la sua commissione dei sopralluoghi negli edifici del progetto CASE (Complessi Antisimici Sostenibili ed Ecocompatibili) e in quello dei MAP (Moduli Abitativi Provvisori), dove ha verificato con il suo «ispettore» Galtieri cosa c’era cosa e cosa non c’era: «Nelle case e nelle scuole non ci sono pannelli a indicare che sono state costruite con i fondi Ue… ma al contrario ci sono pannelli che specificano “edifici realizzati con donazioni da enti privati e amministrazioni locali”. Ciò è in contraddizione con le norme europee... ». Poi ancora segnala alla commissione la qualità delle costruzioni dei MAP: «Il materiale è generalmente scarso... impianti elettrici difettosi... intonaco infiammabile... alcuni edifici sono stati evacuati per ordine della magistratura perché “pericolosi e insalubri”... Quello di Cansatessa è stato interamente evacuato (54 famiglie) e la persona responsabile per l’appalto pubblico è stato arrestato e altre 10 persone sono sotto inchiesta».

Un capitolo intero è dedicato alla criminalità organizzata e alle infiltrazioni nei lavori della ricostruzione. Primo punto: «Un numero di sub appaltatori non disponeva del certificato antimafia obbligatorio». Secondo punto: «Il Dipartimento della Protezione civile ha aumentato l’uso del sub appalto consentito dal 30 al 50 per cento». Terzo punto: «Un latitante è stato scoperto nei cantieri della Edimo, che è una delle 15 imprese appaltatrici ». Quarto punto: «Una parte dei fondi per i progetti CASE e MAP sono stati pagati a società con legami diretti o indiretti con la criminalità organizzata… ma le competenti autorità italiane non hanno ancora reso pubblici questi dati... ». Quinto punto: «La commissione bilancio Ue ha dichiarato di avere scoperto casi di frode, ha comunicato tali risultati al Dipartimento della Protezione Civile, che successivamente ha scambiato questi progetti connessi con la frode con progetti nei quali non è stata scoperta alcuna fro-de...».

Nel report Søren Søndergaard elenca le denunce dell’associazione Libera e di Site. it (la testata online che ha sollevato fin dai primi giorni lo scandalo della ricostruzione) e poi bacchetta il governo europeo dopo l’ispezione di una delegazione in Abruzzo nel 2010: «Nella sua relazione non menziona nessuno dei problemi che sono stati portati alla sua attenzione da diversi deputati. Un caso di evidente negligenza». È un’accusa di omesso controllo. E infine, il deputato danese ricorda come la commissione bilancio Ue abbia anche elaborato una propria valutazione dei conti, tenendola però segretissima. Solo i deputati della Cont l’hanno potuta conoscere - e solo il 15 luglio del 2013 - con divieto di prendere appunti e divieto anche di commentare citare il contenuto di quanto avete appena letto. Tutto top secret. Per quattro anni, i contribuenti europei non hanno avuto il diritto di sapere come era stato speso il loro denaro.

Nelle ultime pagine del dossier Søndergaard cita ampiamente la relazione della Corte dei Conti con sede in Lussemburgo. «In questo documento vengono fornite al Parlamento e ai cittadini europei risposte ad alcune delle domande riguardanti la gestione dei fondi Ue in Abruzzo», scrive il deputato danese. E riferendosi alla corte di giustizia europea, ribadisce quale è stata la sua «raccomandazione » al governo di Bruxelles: «È la richiesta all’Italia di rimborsare i fondi europei in caso, nel futuro, derivasse profitto dai progetti finanziati dall’Ue». È uno dei punti centrali del dossier. I regolamenti Ue impongono che i soldi dirottati ai vari Stati non debbano «generare reddito», ma nelle case nuove dell’Abruzzo fra un po’ si pagherà l’affitto.

È già in corso un censimento per capire chi e quanto dovrà sborsare per abitare in quegli edifici dopo il terremoto. Se accadrà, stando alle norme comunitarie, l’Italia dovrebbe restituire all’Europa parte di quei fondi. Sono all’incirca 350 milioni sui 493,7 ricevuti dopo il terremoto. La relazione della Corte dei Conti è finita alla Commissione europea nel mese di febbraio di quest’anno. In un primo momento, Bruxelles ha giustificato le scelte del governo italiano («Il progetto Case corrisponde pienamente agli obiettivi Ue…»), ha ignorato le «violazioni» denunciate ma giovedì sarà costretta a esaminarla con più cura quel documento insieme al report del deputato danese. E questa volta, non in segreto. Ma in seduta pubblica e con diretta streaming dal sito del Parlamento europeo. La Corte aveva già fornito numeri espliciti. Aveva fatto una premessa la Corte, sul post terremoto in Abruzzo: «Ai costi è stata assegnata scarsissima importanza relativa». E aveva tirato le sue conclusioni: «A giudizio della Corte il progetto Case non ha rispettato le specifiche disposizioni del regolamento europeo... la Commissione dovrebbe anche riesaminare, alla luce dei criteri di ammissibilità stabiliti dal regolamento, la domanda di assistenza presentata dalle autorità italiane».

Riferimenti
Un ampio dossier sullo scandalo del dopoterremoto all’Aquila è contenuto inb eddyburg, precisamentrìe nella cartella Terremoto all'Aquila

«È di fronte agli eventi straordinari (come il sisma) che si mettono alla prova le regole del vivere civile: perciò abbandonare L’Aquila sarebbe il sinistro prologo della morte della tutela in Italia». La Repubblica, 10 maggio 2013

L’Aquila è ancora in Italia? Il sindaco Cialente ha ammainato la bandiera italiana dalla sua città in rovina e riconsegnato la fascia tricolore al capo dello Stato per esprimere «preoccupazione, rammarico e mortificazione» per l’abbandono in cui giace la città deserta, dove da ottobre, nonostante il (buon) provvedimento Barca, non arriva un centesimo per la ricostruzione, paralizzando i cantieri e consegnando i cittadini a una condizione di «scoramento, sfiducia, rabbia, disperazione, povertà». «Lo Stato ci ha abbandonati», scrive il sindaco; «nella nostra Costituzione si respira la responsabilità istituzionale e democratica che si esprime nei diritti e nei doveri delle istituzioni e dei cittadini. Questo spirito non lo vedo nel comportamento dello Stato». Domenica 5 maggio, più di mille storici dell’arte di ogni età (università, soprintendenze, licei...), auto-convocati per un’idea di Tomaso Montanari, si sono raccolti all’Aquila da tutta Italia per vedere con i propri occhi, e denunciare al Paese, il colpevole abbandono del centro storico a oltre quattro anni dal sisma.

Echeggia, in questa presenza civile e nelle parole del sindaco, un aspro contrasto fra i principi della Costituzione e il comportamento dei governi. In nessun luogo come all’Aquila è evidente il nesso fra le rovine materiali di un centro storico e la rovina morale e sociale che minaccia la nostra società. Qui il degrado civile si rispecchia in un doppio disastro, il terremoto e la pessima gestione del dopo-terremoto, che ha privilegiato la costruzione delle cosiddette new towns abbandonando il centro storico, deportando gli abitanti non nelle ridenti città-giardino promesse da Berlusconi, ma in quartieri-ghetto privi di spazi per la vita sociale. Pensava già a questo il costruttore Piscicelli, quando la stessa notte del sisma se la rideva con un suo compare progettando cemento e affari? E perché il deputato Pdl Stracquadanio dichiarò alla Camera che «L'Aquila era una città che stava morendo indipendentemente dal terremoto, e il terremoto ne ha certificato la morte civile», se non per giustificare la deliberata distruzione del tessuto sociale? Dobbiamo dimenticare queste infamie in nome di una umiliante “pacificazione” che ci costringa all’amnesia?

È di fronte agli eventi straordinari (come il sisma) che si mettono alla prova le regole del vivere civile: perciò abbandonare L’Aquila sarebbe il sinistro prologo della morte della tutela in Italia. Almeno due volte, in un’Italia assai meno prospera di questa, L’Aquila fu abbattuta da un terremoto, e prontamente ricostruita. Il suo centro storico, tra i più preziosi d’Italia, è il frutto di un atto di fondazione, l’aggregazione di comunità di cittadini che dai “99 castelli” del territorio confluirono nel Duecento in una sola città: un gesto di sinecismo, diremo con parola greca (
synoikismos, “darsi una casa comune”). La stessa parola che per i Greci descriveva l’origine di città come Rodi o Atene. Il sinecismo dell’Aquila è il massimo esempio medievale di un processo aggregativo di natura economica, etica e civile: le singole comunità mantennero il nucleo identitario d’origine nelle chiese e nei nomi dei quartieri, così contribuendo a definire l’idea italiana di città-comunità.

Perciò svuotare il centro per disseminare gli aquilani nelle campagne è un gesto violento quanto il terremoto, capovolge il sinecismo nel suo rovescio, la deportazione. Inutilmente la formula inglese new towns tenta di dare una patina colta a questa operazione brutale. Le New Towns furono un esperimento urbanistico iniziato nel 1947 a Londra, per controllarne la crescita. Furono accuratamente pianificate a partire dagli spazi sociali, dai trasporti, da un calibrato rapporto città-campagna: l’esatto opposto di quel che offrono le bugiarde new towns di Berlusconi, che hanno devastato i suoli agricoli senza creare spazi per la vita sociale. E questo all’Aquila, dove gli Statuti medievali prescrissero agli abitanti di realizzare collettivamente, gli spazi pubblici (la piazza, la fontana, la chiesa), prima di insediarsi nelle loro case! Ma la scelta perversa di quel governo resiste alla prova degli anni, e le rovine della città si sommano a quelle della società, alla crescita dei disagi, della disoccupazione, delle malattie mentali.

L’Aquila si allontana dall’Italia e dal mondo. Con gli aquilani, vien messa al bando dalla città la maestà della legge, la verità della Costituzione. I nostri centri storici «sono vita, non si possono perdere senza sentirsi mutilati, menomati nello spirito; le rovine sono come cicatrici dello spirito, dove rimane la cecità e l’amnesia, irrimediabile» (Calamandrei). Perché non è stata fatta una legge speciale per L’Aquila? Perché non si possono dirottare su questa città-martire i soldi che bastano per acquistare un aereo militare, per costruire un chilometro di Tav? Le promesse di aiuto dei paesi del G8 hanno prodotto finora ben poco: ma perché non si può lanciare la ricostruzione dell’Aquila (necessaria comunque) all’insegna di un grande centro di ricerca e formazione specializzato in interventi in aree sismiche, dalla prevenzione al restauro?

Un centro come questo avrebbe da subito un ruolo internazionale, contribuendo alla ricostruzione di quella che rischia di restare una Pompei del XXI secolo, ma senza trasformarla in un theme park, in una Disneyland che ne offenda la storia. Il ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, ha dato un gran bel segnale con la sua visita all’Aquila domenica; il nuovo governo vorrà, salvando questa città in ginocchio, riaffermare la priorità costituzionale della tutela? «Non c’è più tempo per aspettare domani», dicevano (anzi gridavano) decine di cartelli nelle mani degli studenti, domenica 5 maggio.

Bisogna finalmente far partire, in modo serio e pianificato, la ricostruzione, praticamente ferma a tre anni e mezzo dal sisma, del centro storico aquilano e dei borghi antichi del circondario. È stato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a dire autorevolmente «basta con le New Town, occorre ricostruire L’Aquila». Una esortazione politica che va raccolta subito, riflettendo anche sulle cause di un così lungo stallo. Fu Berlusconi a chiamare New Town i costosissimi quartieri-satellite, dei ghetti in realtà, alzati senza alcun disegno urbanistico nella campagna. Nemmeno parenti delle vere New Town di marca laburista, città nuove, servite di tutto, destinate a decongestionare nel dopoguerra la «Great London».

Berlusconi combinò lo sbrigativo «ghe pensi mi» delle New Town col trasferimento di migliaia di persone negli alberghi della costa, per affermare, insieme all’allora capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, un proprio «modello» che prescindesse anche dalle più riuscite esperienze di ricostruzione post-terremoto, come Friuli e Umbria-Marche. Esperienze, queste, condotte in porto sotto la regia delle Soprintendenze e del Ministero per i Beni Culturali in accordo con le comunità locali collocate in piccoli villaggi di prefabbricati in legno dotati di scuole e di altri servizi sociali, vicino ai centri colpiti. Il ministro era Walter Veltroni, il direttore generale, e commissario straordinario, l’indimenticabile Mario Serio che nominò suoi vice Antonio Paolucci per l’Umbria e Maria Luisa Polichetti per le Marche, con risultati eccellenti.

A L’Aquila invece la regia l’assunsero Berlusconi & Bertolaso. Nei confronti della loro politica si levarono allora poche voci critiche. Fra esse ci fu certamente l’Unità. Ci fu un gruppo di urbanisti (Edoardo Salzano, Vezio De Lucia, Georg Josef Frisch curatore del documento pamphlet L’Aquila, non si uccide così anche una città? , uscito nello stesso 2009). Berlusconi portò qua il G8 scippato alla Maddalena, mendicò adozioni internazionali, impegnò di suo pochi fondi – rispetto a quelli massicci investiti dal governo Prodi-Veltroni in Umbria-Marche – e soprattutto tagliò fuori Soprintendenze e tecnici di fama internazionale. Come Giuseppe Basile, rimandato a casa nonostante avesse coordinato i restauri della Basilica Superiore di Assisi, riconsegnata in totale sicurezza (stava crollando a valle) e restaurata in ogni centimetro, dopo soli due anni e due mesi. Si obietta: L’Aquila è molto più grande di Gemona o di Assisi. Ma nel secondo caso l’area terremotata andava da Assisi a Urbino (il Duomo subì gravi danni), e investiva tanti altri centri storici: Foligno, Gualdo Tadino, Nocera Inferiore, Tolentino, Camerino, Fabriano.

Il ministro Bondi risultò assente. Come ora lo è Ornaghi, purtroppo. Nel 1997, con Prodi, si erano mobilitati mezzi, energie, competenze per un piano serio di ricostruzione. Nel 2009 l’incolta sicumera del premier fece in realtà mancare una regia forte e un programma da subito orientato al restauro e al recupero. Nei quali noi italiani – ecco il grottesco – siamo maestri nel mondo: fra strutturisti, architetti, urbanisti, restauratori di ogni materiale, ecc. Da tre anni e mezzo il «provvisorio» impera e l’emergenza non tramonta mai.
Ora il ministro Fabrizio Barca annuncia l’arrivo di fondi Ue per la ricostruzione. Sulla base però del debole e arretrato, documento Ocse-Università di Groeningen, che, prescindendo dalle esperienze italiane più avanzate e ormai sedimentate (dalla Carta di Gubbio in qua), distingue ancora fra «monumenti» da conservare ed «edilizia minore» da demolire, proponendo (che innovazione) la conservazione delle sole facciate storiche dietro le quali costruire ex novo. Così regrediremmo di decenni.

Benissimo dunque il «basta con le New Town», basta col provvisorio. Bisogna andare avanti però con progetti seri e fondati di restauro-recupero, coinvolgendo competenze reali, locali e nazionali, facendo partecipare i comitati di cittadini, lasciando perdere i lustrini degli archistar e badando anzitutto agli abitanti che vendono e se ne vanno, disperati da tanta lentocrazia e insipienza.

Quante facce ha un cubo? Quello progettato a L’Aquila da Renzo Piano come Auditorium del parco, almeno due. C’è la festa inaugurale di domenica scorsa, con uno splendido concerto dei solisti dell’Orchestra Mozart diretti da Claudio Abbado, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e di numerose autorità, dal sindaco Massimo Cialente, a Gianni Letta, Franco Marini, assessori e varia umanità fino a Fabio Roversi Monaco presidente della stessa Mozart nonché gran maestro della massoneria. C’è soprattutto la generosità e la solidarietà: della provincia di Trento, che ha voluto donare questo Auditorium a una città colpita dal terremoto il 6 aprile del 2009; di Piano, che ha regalato il bozzetto del progetto di questa costruzione, che Napolitano ha voluto definire «agile, armoniosa ed elegante».

C’è la festa andata avanti fino alle 3 di notte, e dopo Abbado ha visto protagoniste le istituzioni musicali aquilane. C’è un nuovo luogo che nelle intenzioni sarà dedicato alla cultura.

C’è infine un tenero tocco di comicità paesana con Napolitano e Abbado che non si mettono d’accordo sull’orario di inizio, così il presidente arriva a concerto da poco iniziato, il direttore artistico della Mozart cerca d’interrompere, e con un gesto Abbado lo allontana - così Napolitano

entra all’inizio del secondo brano. Tutto bene dunque? In realtà l’Auditorium del Parco ha destato e desta mugugni e perplessità: a quattro anni dal sisma è stata costruita una struttura ancora incompleta e definita provvisoria, in attesa di quella definitiva che chissà quando arriverà. Le associazioni ambientaliste hanno inizialmente strepitato contro la posizione sul limitare del Castello nel bel mezzo di un parco disegnato un secolo fa da Giulio Tian.

Il costo, quasi 7 milioni euro, danaro pubblico ancorché erogato dalla Provincia di Trento, è cifra non lieve per un prefabbricato di legno colorato, sembra fatto col lego, sedie da regista come poltrone e la scarsità di bagni, cronica nelle opere di Piano. Se il bozzetto è stato regalato

dall’architetto, la sua squadra, il Workshop Piano, avrebbe percepito circa 700mila euro (altra cifra non lieve) per lo sviluppo del progetto, come denunciato dai giornali aquilani.

NELLA CITTÀ FANTASMA

Si è parlato perfino di pianesca carità pelosa, ma la perplessità maggiore è altra: l’Auditorium è stato assegnato alla società concertistica Barattelli, che tra abbonati e affezionati ha un pubblico potenziale di circa 700 persone, ma la struttura conta 238 posti, di cui effettivi pare solo 187.

I dubbi sull’utilità dell’Auditorium del Parco nascono anche perché a l’Aquila nel frattempo, anzi in molto meno tempo, è stato costruito un altro auditorium con la firma del celeberrimo architetto nipponico Shigeru Ban: è quello del Conservatorio, per 218 posti ma dal costo molto inferiore, circa 700 mila euro - quanto il cachet del solo Workshop Piano - e di cui 500 mila donati dal Giappone. Una struttura pronta da gennaio scorso, ma la cui apertura è bloccata da cavillerie burocratiche: è opinione diffusa che ciò avvenga poiché l’Auditorium di Piano doveva avere la precedenza. Per soprammercato è stata bandita e assegnata una gara per il progetto di un ulteriore Auditorium, stavolta da 700 posti.

Tra qualche protesta e mugugno, a l’Aquila vige il motto: «Intanto prendiamoci questo», atteggiamento che confina con la rassegnazione. Un passante di fronte al nuovo manufatto ha esclamato: «Andiamoci a dormire dentro, sembra un Map! », cioè uno di quei prefabbricati anch’essi costosissimi e di legno che il governo Berlusconi ha destinato agli aquilani nel post terremoto. La pensa così anche un gruppo di intellettuali e storici dell’arte che ha lanciato un appello - tra i firmatari Marta Petrusewicz, Vittorio Emiliani, Pier Luigi Cervellati, Maria Pia Guermandi - dove si parla di irruzione «delle famigerate new town» nel centro storico del capoluogo abruzzese.

Tra costi e reale utilità l’operazione dell’Auditorium del Parco, aldilà delle intenzioni, rischia di apparire demagogica, anche perché avviene in una città fantasma, dove le ferite del terremoto sono ancora pressoché tutte aperte, e dove una seria ricostruzione non appare ancora avviata sul campo.

Le due facce del cubo di Piano sembrano specchiarsi nella musica di Johann Sebastian Bach diretta da Abbado, e percorsa da una forte irrequietezza. Malgrado gli strumenti e le tecniche esecutive antiche è un Bach modernissimo, veloce, tirato nei tempi, e che non perde la sua eleganza. Anche grazie a solisti come Isabelle Faust, violino, Jacques Zoom, flauto, Wolfram Christ, viola, Reinhold Friedrich, tromba.

Ad Abbado il grande merito di aver acceso questa musica con un impulso ritmico danzante a tratti travolgente, avvolgendola in una concertazione trasparente dove si staglia il florido rigore della costruzione e della polifonia di Bach. Che in questa occasione ci ricorda quanto siano difficili da raggiungere dall’agire umano.

«Sa cos' è oggi l' Aquila? Una periferia senza memoria. Le new town l' hanno rovinata, eppure dopo il terremoto del 2009 tutti erano d' accordo nel farle. Ormai il danno è fatto, ora bisogna concentrare tutti gli sforzi e i finanziamenti per ricostruire il centro storico. E l' Aquila si deve dotare al più presto di un nuovo piano regolatore». A parlare è Vezio De Lucia, decano degli urbanisti italiani.

Professore, dare un tetto agli sfollati dopo il sisma era la priorità. Quali altre soluzioni si potevano adottare?

«Sistemazioni provvisorie, moduli abitativi da smontare dopo 3-4 anni. Non certo quartieroni sconnessi l' uno dall' altro come sono oggi le new town, fatte oltretutto con un eccesso di misure antisismiche. Adesso sarà difficile recuperare una logica urbanistica unitaria della città».

Da cosa si ricomincia?

«Bisogna concentrare tutte le risorse, finanziarie e culturali, per mettere mano al centro storico. Adesso pare che ci siano le disponibilità finanziarie per farlo. Basta con la burocrazia, l' imperativo è ricostruire».

Come vede l' Aquila tra dieci anni?

«Io spero che il centro storico tornerà ad essere l' anima della città, anima culturale, intellettuale, commerciale e politica. E piano piano va risanato il disastro delle new town, che tra le altre cose hanno portato al caos della mobilità cittadina».

Bisognerà abbatterle, prima o poi?

«Sono costate troppo, lo stato ha pagato un prezzo tre volte superiore a quello dei moduli provvisori. È dura decidere di abbatterle. Ma di sicuro uno dei nodi da affrontare al più presto è l' adozione di un nuovo piano regolatore, che in tre anni e mezzo non è stato emanato».

L'Aquila apre il suo Auditorium con AbbadoMa un gruppo di intellettuali contesta l'opera: è uno spreco per la cittàP er una volta, la musica anziché unire divide. Oggi all'Aquila si apre il nuovo «Auditorium del Parco». C'è il prestigio di Claudio Abbado che sottolinea «la valenza simbolica»; c'è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dopo il terremoto del 2009 è il primo nuovo edificio che sorge nel centro storico. Ma a un gruppo di intellettuali non piace. Sono ventotto, tra urbanisti, storici e critici d'arte (Vittorio e Andrea Emiliani, Carlo Ginzburg, Matteo Ceriana, Vezio De Lucia, Pier Luigi Cervellati, Luisa Ciammitti, Tomaso Montanari...) che la ritengono «uno spreco, una nuova offesa per la città abruzzese. Invece di restaurare l'antico Teatro Comunale, o l'ex Oratorio di San Filippo, o l'Auditorium all'interno dello stesso Castello, se ne progetta uno nuovo che allontana nel tempo il recupero del centro storico. La sua posizione altera la sistemazione del verde disegnato da Giulio Tian un secolo fa, ponendosi in contrasto con il codice dei Beni Culturali e del paesaggio. Una grande baita, in un luogo che ha nella pietra la sua tradizione». E poi «la pretesa transitorietà» in un'Italia «piena di manufatti temporanei perenni». Dall'Università di New York, si unisce la docente Marta Petrusewicz: «Mi ricorda i villaggi di Potemkin, le facciate che il ministro di Caterina II faceva erigere per creare l'impressione che qualcosa si stesse facendo. Come il teatrino dell'Aquila».

Sul teatrino (almeno per le dimensioni) tutti d'accordo: si tratta di tre cubi di legno, quello centrale può ospitare 238 spettatori e un'orchestra di 40 elementi; una struttura polifunzionale, costruita con i soldi (6 milioni) e gli abeti rossi del Trentino, materiale con «ottime qualità acustiche e antisismiche e che permette un elevato grado di prefabbricazione», dice l'architetto Renzo Piano. Il quale rileva due aspetti: per l'Aquila è un regalo; è una struttura effimera e rimovibile. Sorprende che i 28 firmatari, non assimilabili al centrodestra, critichino Abbado (a lui si deve l'idea), Piano e il sindaco del Pd Massimo Cialente, che dice: «Quei signori non sanno di cosa parlano, ignorano che al massimo nel 2015 riavremo il Teatro Comunale, così come il San Filippo e il cinema Massimo. Stiamo privilegiando gli edifici a funzione culturale. Allora nemmeno le scuole temporanee si dovevano fare, dal momento che impiegheremo tre anni per quelle nuove, gli studenti sarebbero rimasti sei anni senza andare a scuola. In una città paralizzata, dove la ricostruzione non è partita, l'Auditorium nasce dall'esigenza di mantenere vivo il centro storico. Lavorerà tutti i giorni, solo gli esponenti del centrodestra si sono opposti». In realtà non è così. Vincenzo Vittorini (ex candidato sindaco con una lista civica, che nel terremoto perse la moglie) ha condotto la crociata anti-Auditorium, trascinando l'opposizione di centrodestra che ha devoluto i biglietti del concerto di oggi ai disabili. Ma anche parte della città ha manifestato la sua contrarietà sostenendo che prima bisognava pensare alle case.

Guido Barbieri è il direttore artistico della «Barattelli», la società che gestirà l'Auditorium, 67 anni di concerti alle spalle, all'Aquila ha fatto conoscere pianisti come Richter e Benedetti Michelangeli: «Per noi è un risarcimento. Le polemiche sono strumentali». Con la sua Orchestra «Mozart», Abbado oggi interpreterà un programma interamente dedicato a Bach, il compositore a ridosso di Dio, la musica della spiritualità e della pace.

L’Auditorium che si inaugura domenica,regalato dalla Provincia di Trento e dal progettista, è uno spreco e un danno per la città storica.

Invece di restaurare l’antico Teatro Comunale o l’ex oratorio di San Filippo o l’auditorium all’interno dello stesso Castello, se ne progetta uno nuovo (187 posti) che allontana nel tempo il recupero del centro storico. La sua posizione altera la sistemazione del verde disegnato da Giulio Tian un secolo fa e obliterauna precisa valenza scenografica, ponendosi in evidente contrasto con il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

Alla sottrazione di spazi verdi, in un’area centrale congestionata, si aggiunge l’inaccessibilità per ovvia mancanza di parcheggi (che magari si deciderà di realizzare ancora una volta in danno del verde e della sua fruibilità). Questa grande baita, in un luogo che ha nella pietra la sua tradizionale espressione costruttiva e la sua identità, si conforma così alle famigerate “new town” e alle “casette alpine” (anch’esse provvisorie).

Per questi motivi i firmatari ribadiscono la loro critica più forte nei confronti dell’Auditorium la cui pretesa transitorietà, oltre ad essere facilmente contestabile (l’Italia è piena di manufatti “temporanei” perenni) rende ancor più incomprensibile, in un momento come questo, lo spreco di risorse che meglio avrebbero potuto essere utilizzate per il recupero del centro storico in agonia.

Paolo Berdini, Francesco Caglioti, Maria Luisa Catoni, Silvia Camerini Maj, Lorenzo Carletti, Matteo Ceriana, Pier Luigi Cervellati, Giandomenico Cifani, Luisa Ciammitti, Nino Criscenti, Michele D’Annibale, Vezio De Lucia, Paola D’Alconzo, Andrea Emiliani, Vittorio Emiliani, Marina Foschi, Carlo Ginzburg, Maria Pia Guermandi, Denise La Monica, Donata Levi, Maria Teresa Lippolis, Giovanni Losavio, Tomaso Montanari, Anita Morselli, Oriana Orsi, Antonio Perrotti, Marta Petrusewicz, Gianandrea Piccioli, Marinella Pigozzi, Simona Rinaldi, Edoardo Salzano, Maria Michela Sassi, Andrea Ginzburg, Gianni Sofri, Sauro Turroni, Gianni Venturi, Rosa Vergara.

La prima impressione dell’Aquila, a mille giorni dal terremoto, è che sia perduta per sempre. Una fitta all’anima pensando quanto era bella, quante altre volte ci saresti potuto tornare. Le macerie che l’illusionismo di Berlusconi aveva fatto sparire dalla vista degli italiani pochi giorni dopo il sisma, sono ancora là dove le aveva lasciate la scossa del 6 aprile 2009. Dello splendore di una città è rimasto il fantasma e quasi nulla d’altro, non le antiche strade e i palazzi, chiusi dai lucchetti, non gli archi e i portici, l’armonia medievale che ogni anno gli orgogliosi cittadini accarezzavano con il corteo della Perdonanza. C’è ancora soltanto questo di vivo, il desiderio della città. Verso sera decine, centinaia di giovani popolano i corsi, la piazza, si addensano nei pochi bar e ristoranti aperti, bevono, discutono, suonano, cantano, come se la città intorno esistesse ancora. Molti sono studenti, L’Aquila ne aveva trentamila prima del terremoto, su settantamila abitanti, ora sono ventimila. Da domenica avranno un altro luogo dove incontrarsi, il primo sorto nel cuore della città, fra la zona rossa e il Castello, il nuovo auditorium di Renzo Piano. «Una sera in corso Vittorio passeggiavo e gli studentimi hanno riconosciuto», racconta l’architetto «Mi hanno chiesto aiuto, perché li volevano cacciare di nuovo, chiudere il centro. Ho capito che dovevo fare qualcosa. La presenza di questi ragazzi è l’unica speranza di veder risorgere L’Aquila. I vecchi ormai sono rassegnati a non tornarci più, ma i giovani ci credono, vigilano e lottano».

La prima ipotesi di intervento a L’Aquila di Renzo Piano era di offrirsi per il restauro della città, sotto l’egida dell’Unesco, di cui l’architetto è ambasciatore. «L’idea era di ricostruire il centro storico come avevo fatto negli anni Ottanta, sempre per l’Unesco, con Otranto. Un restauro tollerante, come si dice, cercando di non demolire gli edifici pericolanti, ma di metterli in sicurezza e consentire nel frattempo una vita cittadina. Costa molto meno e mantiene viva la città. Molti palazzi dell’Aquila chiusi sono in realtà meno lesionati di quanto abbiano stabilito. Il restauro è come la medicina, se sbagli la diagnosi poi rischi di sbagliare l’operazione. A parte questo, un centro storico è fatto di pietre e di persone. Non puoi restaurare le pietre mandando via le persone, con lo sfollamento una città la ammazzi per decenni». Naturalmente l’offerta di uno dei maggiori architetti del mondo, per giunta gratuita, fu respinta al volo dalla banda Bertolaso e

Balducci e Anemone, che avevano ben altri progetti e interessi, come testimoniano le intercettazioni con le risate degli sciacalli al telefono.

«Allora Bertolaso era dio in terra, un eroe nazionale. Gli aquilani si alzavano in piedi ad applaudire quando entrava in un cinema. Vinse la sua idea di mandare via tutti dalla zona rossa e militarizzare la ricostruzione. Non si poteva avvicinare nessuno. Poi arrivò Berlusconi con le sue trovate, il G8, una bella vetrina, e le new town che spostavano l’attenzione dell’audience televisiva dalle macerie del centro ai cantieri delle casette. Una cosa pazzesca. La reinvenzione della periferia. In tutto il mondo stiamo cercando di cancellarla, di rimediare a errori e orrori del recente passato. E qui si è pensato a trasformare una città bellissima in una brutta periferia.

«Avevo mandato sul posto Paolo Colonna del mio studio e ne era venuto fuori che gli unici con cui si poteva fare un discorso serio erano quelli della provincia di Trento. Avevano fatto la sola cosa decente, regalare delle case in legno, al costo di 700 euro al metro quadro, un quarto delle casette di Berlusconi pagate coi soldi pubblici, in modo da poter essere smontate dopo la rico-

struzione. Nel frattempo Claudio Abbado, era tornato dall’Aquila con l’idea di fare un nuovo auditorium temporaneo, vista l’impraticabilità della vecchia sala da concerti del Castello. E da quello siamo partiti».

Ed eccolo l’auditoriumdi Piano, in cima al corso, sulla strada del Castello.Una macchia di colore nel buio di una città lasciata morire, un luogo allegro nella tristezza diuna storia sbagliata. Domenica ci sarà anche il presidente Napolitano al concerto di Abbado, per inaugurare il primo luogo aquilano tornato alla vita. Ma costruirlo non è stato facile, fra mille intralci burocrati, le solite polemiche. «Ci si è messa anche Italia Nostra, con tutto quello che succede all’ambiente all’Aquila e nel resto d’Italia, ma poi ci si è capiti. Poi altri a dire che prima

dell’auditorium alla città serviva ben altro. Come se fosse colpa nostra aver finito prima di altri. E poi in tutto il mondo investono in luoghi di cultura, costruisco musei e auditorium da Oslo a Los Angeles, perché mai nella terra per eccellenza della cultura e del turismo, l’Italia, ogni volta bisogna fare le battaglie?»

Dell’Auditorium di Roma è stato scritto che sarebbe stato inutile, uno spreco. È il secondo centro culturale per incassi d’Europa. «L’Aquila è una città della musica, ha un conservatorio prestigioso, orchestre e gruppi, tre o quattro società musicali di livello, a partire dalla Barattelli, una tradizione di concerti favolosa. Qui sono venuti tutti, da Rubinstein a Benedetti Michelangeli, da Oistrack a Pollini».

La cosa più bella dell’auditorium è l’interno della sala, sembra di entrare in una cassa armonica. «Abbiamo usato l’abete rosso della Val di Fiemme nel Trentino, il legno preferito dai grandi liutai dai tempi degli Stradivari. Tutti e tre i blocchi dell’auditorium, sala concerto, sala prove e ristorante, sono in legno. In modo da poter essere smontati e ricostruiti altrove. non Mi sono ispirato ai molti edifici e templi in legno costruiti in Giappone, il paese più sismico del mondo ». Qualcuno l’ha trovato troppo bello e si è domandato quanto è costato ai contribuenti. «Niente, Non abbiamo usato un euro dei soldi della ricostruzione, che per inciso stanno per arrivare a montagne. L’auditorium è interamente finanziato dalla Provincia di Trento ed è costato 4,8 milioni, molto poco per un edificio di questo genere. Claudio Abbado si è impegnato gratis e così pure il mio studio e i venti giovani ingegneri dell’università dell’Aquila che ci hanno messo una passione straordinaria. Senza la loro voglia di fare, di combattere la burocrazia, saremmo mai riusciti. È insomma un regalo alla città. E se posso

dirlo, è venuto bene».

Mi sono detta che bisogna andare all’Aquila, per vedere attraverso questa lente speciale come l’Italia rischia d’affrontare i disastri: il disastro che colpisce oggi l’Emilia, ma tante altre sventure. Andare all’Aquila è scoprire che storia sciagurata c’è dietro l’oggi, se non schiviamo tutti assieme il baratro in cui è stata gettata la bellissima capitale dell’Abruzzo, dopo la scossa che l’ha frantumata il 6 aprile 2009 alle 3 e 32 di notte. Mi sono accinta dunque a una sorta di archeologia del presente: per giudicarlo nelle sue stratificazioni, per non scordare l’Aquila pensando l’Emilia. Perché di questo muore ogni giorno di più la capitale abruzzese, e i 56 Comuni franati con lei: di una diffusa amnesia, di un’ipnosi senza fine.

L’Operazione Aquila è stata questo, e se non vai e non vedi continuerai a credere nella favola raccontata per tre anni da Berlusconi, scortato da un’avida schiera di affatturatori: da Guido Bertolaso al Tg1. Da gennaio le cose sono in mano al ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca, ma non è chiaro se lo scempio iniziale - l’esautorazione di poteri locali e sovrintendenze da parte della Protezione civile, la verità occultata - sia davvero combattuto. Gli affatturatori hanno ottenuto che nelle teste degli italiani (ma non più in quelle abruzzesi) la menzogna attecchisse: l’Aquila rinata, la catastrofe vinta.È il più gigantesco teatro d’illusioni che l’ex premier abbia apprestato, nella sua storia politica e prima ancora.

Far vivere gli italiani nell’illusione fu sempre il dispositivo centrale della sua macchina (Milano2 nacque negli anni ‘70 con lo stesso proposito: incapsulare gli abitanti in una specie di supercondominio, non esposto agli infiniti azzardi delle metropoli) e ogni illusionismo politico secerne l’osceno. Siamo abituati a chiamare osceni i festini di Berlusconi. Ma la vera pornografia è qui, nel cratere sismico dell’Aquila. Difficile descrivere diversamente un cataclisma trasformato prima in show dell’illusionista, poi in planetario spettacolo al G8 del 2009, poi in affare e malaffare. Questo è infatti pornografia: rappresentare in maniera compiaciuta, ossessiva, soggetti e immagini ritenuti sconci per stimolare eroticamente chi guarda. Qui si trattava di stimolare la stasi dei cervelli, seducendo non solo gli abruzzesi ma tutti noi con immagini che adulterassero la rovina, la sottraessero alla vista, offrissero calmanti anziché rimedi agli abbandonati e umiliati.

La pornografia suscita all’inizio eccitazione e sfocia presto in noia, quindi oblio: questo è accaduto nel cuore d’Abruzzo. La manovra è pienamente riuscita perché proprio oggi, che in Emilia bisognerebbe far memoria dell’Aquila e salvare l’una e l’altra, quasi nessuno nomina l’Abruzzo, confermando così che l’inferno di nuovo incombe. In una rappresentazione teatrale allestita in aprile da Antonio Tucci e Tiziana Irti (Mille giorni-racconti dal disastro dell’Aquila) la protagonista prima finisce in un accampamento, poi in una delle New Town pomposamente sparse attorno al capoluogo. Dice, accovacciata nella sua tenda blu: «Noi, qua, stiamo come dentro una bolla, e ci galleggiamo... Che fine faremo? Secondo me, prima o poi... Bum! scoppia!».

È veramente scoppiata, quando Berlusconi se n’è andato ed è subentrato Monti? Di certo son cambiati gli uomini: Fabrizio Barca difficilmente accetterà l’andazzo degli affatturatori. Ma se vai all’Aquila, nei borghi ormai invasi dall’erba, nelle città satellite, ti rendi conto che tutto è fermo, che l’operazione-depistaggio non è correggibile se non la denunci a chiare lettere. Che la devastazione è lì, cadavere inalterato che s’aggiunge ai 309 morti del 6 aprile. Esattamente come la descrive nel 2010 Sabina Guzzanti, nel film Draquila. Esattamente come la raccontano Salvatore Settis (Repubblica, La Pompei del XXI secolo, 7-4-12) o Tomaso Montanari, professore di storia dell’arte a Napoli (Il Fatto, 16-3-12), o il giornalista Giustino Parisse (sul quotidiano Il Centro), da quando nella sua Onna perse il padre e due figli.

Ogni atto di seduzione si prefigge di creare mondi artificiali: nel mito, è talento demoniaco. L’Aquila che ho visto è questo artificio, che dà il capogiro. È un enorme buco nero, un luogo di non-vita dove tutto è restato allo stadio di detrito, di avanzo. Esito, come davanti a un corpo vivisezionato, a elencare quel che s’intravvede negli squarci dei muri: una moka rimasta sui fornelli, le piastrelle illese d’un bagno, una foto appesa alla parete. L’antropologo Antonello Ciccozzi, dell’Università aquilana, spiega il naufragio della sua città, nel bel documentario di Luca Cococcetta e Iginio Tironi (Radici-L’Aquila di cemento): «Mentre in una situazione normale esiste un nucleo abitativo e un anello di circolazione, all’Aquila si è prodotto un anello abitativo e un nucleo di circolazione». La città com’era prima (come dovrebbe essere ogni pòlis) è cancellata, non solo dal terremoto: la sua metamorfosi in centro commerciale è possibile. L’Operazione Aquila è stata una macchina mobilitata contro l’idea stessa di città, di democrazia cittadina.

L’invenzione seduttiva di Berlusconi aveva questa diffidenza come fondamento: la diffidenza per la città che si fa comunità, che non è un mucchio di alloggi e individui ma relazione fra cittadini, spazio pubblico, incontro ineluttabile, e fecondo, con il diverso. Quando atterrò all’Aquila l’8 aprile 2009, e incontrò il sindaco Cialente, il Premier offrì subito un rimedio rivoluzionario che conosceva bene, dai tempi di Milano2. La soluzione erano le New Town, poi le casette o i cosiddetti Map, Moduli abitativi provvisori. Le New Town avrebbero regalato quel che i terremotati, secondo Berlusconi, amavano di più: non la pòlis, ma la tana casalinga. Le tane sarebbero nate presto: entro sei mesi, sotto la guida colonizzatrice della Protezione civile.

Son dunque andata a vedere le New Town: a Bazzano, Paganica, Onna. A volte sono immensi caseggiati spalmati su piastre antisismiche, rette da pilastri. Ce ne sono 19. Qualcuna è colorata di giallo-marrone, altre sono biancastre e paiono carceri. Quasi ogni borgo distrutto ha, accanto, uno di questi abitati paralleli. Altre volte sono casette, allineate come loculi. Le ho osservate a Paganica: vedo tendine, stradine, fazzolettini d’erba davanti alle porte, e nient’altro. Ogni diminutivo ha dietro di sé una ferocia, sempre.

Nulla accomuna le tane a una città, nulla accomuna le persone spossessate che incontro a cittadini. Il primo gesto di verità dovrebbe consistere nell’abbandono di queste parole - città, cittadini - per salvarle. Perché non c’è civiltà urbana senza piazza, chiesa, servizi comuni, luoghi di ritrovo. Senza quelle che Leopardi, nella Ginestra, chiama le conquiste dell’uomo: riconoscere l’immane danno che può nascere dalla natura, e per questo confederare gli uomini, stringere «i mortali in social catena», dar vita al conversar cittadino, diffidare di chi annuncia magnifiche sorti e progressive, e stipa l’umana gente in New Town attizzando oblio e paura: paura di riprendersi la città, di non superare il trauma, di sapere.

Le New Town sono anti-città: sono dormitori, fanno pensare all’autistico rinchiudersi in casa che i giapponesi chiamano hikikomori. Sono un’insidia perversa, inoltre. In pratica sono regalate, in comodato gratuito: il comodante le consegna al comodatario perché se ne serva per un tempo determinato, con l’obbligo di restituirle intonse. Non puoi portare mobili della tua casa. «La gratuità è un disincentivo a riappropriarti della vecchia abitazione - mi dice Luisa Ciammitti, aquilana, direttore della Pinacoteca Nazionale di Ferrara - blocca ogni rapporto tra pari». Se hai paura di nuove scosse, se non vuoi spendere, vivacchi senza comunità, ma vivacchi almeno. Naturalmente se sei solo e anziano, o non hai l’automobile, sei perduto: chi farà la spesa per te, nei lontani centri commerciali?

È vero quel che disse Berlusconi, quando fece il miracolo di casette e New Town: il panorama è fantastico, a Paganica vedi il Gran Sasso, il verde, gli alberi. E se non vai in estasi guardando dalla finestra, volti le spalle ed ecco l’altro panorama, più vero ancora del vero: il fluorescente rettangolo della TV. Da 40 anni, è il fulcro delle città berlusconiane. Già nel 1977, parlando con Camilla Cederna, un Berlusconi «con faccino tondo, nemmeno una ruga, un nasetto da bambola», s’apprestava a trasmettere la sua Telemilano (futuro Canale 5) che avrebbe irrigato Milano2. (Serve una città? Chiama il Berlusconi - Espresso, 10-4-1977)

È strana, la storia delle New Town. I ministri di Monti farebbero bene a studiarla, visto che chiedono meno spese. I costi delle Città Nuove per lo Stato sono stati smisurati: ben 2800 euro il metro quadro. Le abitazioni sono perfettamente antisismiche, è vero. Ma chi sogna la ricostruzione dell’Aquila e dei borghi (una decina ridotti in polvere) ha idee ben diverse. Si poteva risparmiare molto, mi dice Mario Ciammitti, un ingegnere che ristruttura edifici distrutti nella zona. L’alternativa c’era: i container hanno dato ottime prove nell’80 in Irpinia. «Oggi ce ne sono di molto accoglienti. Costano circa quattro volte meno delle New Town (800 euro il metro quadro) ed essendo davvero provvisori spingono a ricostruire la città perduta, e non modificano il paesaggio in modo definitivo».Quanto tempo si resterà invece nelle New Town? Quanto durerà quella che tanti, qui, chiamano «deportazione»? Una signora dislocata nelle tane di Bazzano con marito e due figlie mormora che la voglia di ritorno è grande, ma lo è anche il vantaggio della rinuncia: «E poi il terremoto ci ha cambiati dentro. Di continuo ci snerviamo, ci spazientiamo». Le New Town sono sedativi potenti, e questo spiega forse l’inane spreco. Non meno inane l’aeroporto di Preturo, inaugurato da Berlusconi il 2 luglio 2009 («Sarà il punto di partenza della rinascita dell’Abruzzo e della sua economia!»). È stato usato per i viaggi del Premier, poi per una visita di Paolo Barilla nell’agosto 2009. Costo: 30 milioni di euro. Dice ancora Mario Ciammitti: «Con quei soldi si potevano rifare almeno 100 abitazioni in Aquila centro». Lo stesso si dica per le operazioni-spettacolo: il G8, e ben tre auditori tra cui quello di Renzo Piano (costo: 6 milioni). Anche qui, Eventi e Show hanno ignorato i bisogni dei cittadini-non più cittadini.E L’Aquila vera, e i borghi? Fasciati in scatole di ferro, le case se ne stanno buie, scheletriche: insensate e dispendiose scatole, visto che tanti palazzi occorre abbatterli per rifarli. Giri nel centro dell’Aquila e senti un silenzio come in un non-luogo: non utopia ma distopia, mondo indesiderabile sotto tutti i punti di vista. Dagli spiragli dei portoni escono folate di freddo, eppure è quasi estate. Si capisce che da tre anni non sono abitate da calore. Ancor peggio a Onna, ma Onna ha avuto una fortuna in mezzo alla sfortuna. È quanto confida un dirigente della Proloco: «Senza l’aiuto dei tedeschi e del comune di Trento non ce l’avremmo fatta a ottenere le casette qui accanto, dove gli onnesi son restati vicini, i nuclei familiari non sparpagliati come in genere è avvenuto». Con gratitudine si evoca una persona, in particolare: l’ex ambasciatore Michael Steiner, che adottò il borgo dissolto. Che ha vegliato, puntiglioso, sulla sopravvivenza del sentimento di comunità. Che ha insistito perché nel villaggio artificiale ci fosse una chiesa di legno dove gli onnesi resuscitano una parvenza di conversar cittadino. Un eccidio avvenuto l’11 giugno 1944 - furono fucilati 17 abitanti - è all’origine di questa solidarietà. «La strage ha creato un legame», dice un onnese. Gli occhi gli si riempiono di lacrime, non sa come continuare. La gratitudine, il ricordo di chi si spese aiutando e sorreggendo: è una stampella che tiene in piedi quasi più dei ponteggi. Ovunque, sulle mura di case e palazzi, i vigili del fuoco hanno lasciato tracce del loro passaggio. Angeli, li chiamano qui.Ma la riscossa c’è. È scattata subito dopo la lettura delle intercettazioni sulla cricca che profittò del terremoto. Ricordo quando Carlo Bonini, su Repubblica, pubblicò la famosa conversazione fra Piscitelli, direttore tecnico dell’impresa Opere pubbliche, e il cognato Gagliardi, la notte del sisma («Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto»). Era l’11 febbraio 2010. Il 14 febbraio, a san Valentino, centinaia di aquilani sfondano le transenne della zona rossa presidiata dai militari, si mettono a raccogliere e catalogare detriti, ricominciano la città. Nasce il popolo delle carriole. È l’equivalente delle Trümmerfrauen («donne dei ruderi») che nel dopoguerra tedesco ricostruirono le città bombardate. Dice Eugenio Carlomagno, del comitato Centro storico da salvare: «Chiusi nelle case antisismiche, nei moduli abitativi provvisori, abbiamo capito che non sapevamo dove andare: non c’è un teatro, non c’è una biblioteca, non ci sono più i bar del centro. Ci siamo accorti di essere persone che debbono solo comprare cibo al supermercato, mangiare e guardare la televisione. Abbiamo detto basta». Speriamo che la loro battaglia sia ascoltata, a Roma. Solo così rinascono le civiltà, e il conversar cittadino.

Deportare 13.000 aquilani nelle New Town volute dalla Protezione Militare di Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi è costato 833 milioni di euro. Quasi un miliardo per costruire diciannove insediamenti chiamati C.A.S.E (“complessi antisismici sostenibili ecocompatibili”): non-luoghi senza forma, socialmente insostenibili (non hanno centri di aggregazione, né servizi, né identità) e ambientalmente devastanti. In questo sprawl di cemento (che ha distrutto per sempre una gran quantità di terreno agricolo) bambini di tre anni sanno cos’è una C.A.S.A., ma non sanno cos’è una città: futuri non-cittadini, perfetti per la non-società immaginata da B.

Come ha efficacemente scritto l’antropologo culturale aquilano Antonello Ciccozzi, “il lato oscuro di questa (ri)fondazione veicolata da un’emergenza rimanda a un sistema di finalità in cui i propositi sociali di aiuto umanitario paiono spesso eccessivamente contaminati da complessi d’interesse votati a usare la catastrofe anche come pretesto per praticare strategie nazionali di profitto economico (nelle abbondanti plusvalenze consentite da certe scelte) e di propaganda politica (nell’aurea taumaturgica ottenuta attraverso la spettacolarizzazione dell’opera)”. Ma la cosa veramente diabolica è che la città in cui quei bambini avrebbero potuto crescere non è (ancora) morta. A tre anni dal devastante terremoto del 6 aprile 2009, L’Aquila appare come un laboratorio dove applicare e sperimentare le peggiori tendenze del pensiero e della prassi nazionali in fatto di città e di paesaggio: il meraviglioso ed estesissimo centro monumentale rantola a qualche chilometro dall’insensato (ma assai lucrativo) scempio paesaggistico e sociale delle C.A.S.E.

Se si eccettua il meritorio restauro della Fontana delle Novantanove Cannelle (pagato dal FAI), nulla è stato fatto: nessun cantiere è in funzione, nessuna pietra è stata ricollocata e le tante chiese monumentali sono spesso ancora a cielo aperto, o sono protette da ridicoli teli, e dunque in preda alla pioggia e alla neve.

Perché? Mancanza di soldi? No: per la ricostruzione sono già disponibili quasi 8 miliardi di euro su quasi 11 stanziati dal governo (così la relazione del ministro Fabrizio Barca, presentata il 18 marzo). La verità è che la sovrapposizione dei poteri commissariali a quelli ordinari, e un getto continuo di ‘grida’ contraddittorie, hanno portato a una surreale paralisi. Come oggi denuncia Italia Nostra, solo “con molto ritardo ci si è resi conto che le ordinanze e le altre normative elaborate all'indomani del sisma hanno immobilizzato la ricostruzione”.

A gettare ombra sul futuro della ricostruzione del centro storico, c’è tuttavia anche una prospettiva che si affaccia nelle righe in cui Barca auspica “una modernizzazione e una funzionalizzazione del centro a nuovi modi di vivere, mestieri e professioni”. Il riferimento è al cosiddetto progetto per “L’Aquila Smart City”, uno studio dell’Ocse e dell’Università olandese di Groeningen finanziato dal ministero dello Sviluppo economico che propone (oltre a molte cose del tutto condivisibili) di poter cambiare la destinazione d’uso degli edifici, permettendo ai proprietari “di modificare la struttura interna delle loro proprietà (in parte o in totalità) ...conservando e migliorando allo stesso tempo le facciate storiche degli edifici”. Italia Nostra ha chiesto di accantonare questa “incauta proposta”, e Vezio De Lucia – uno dei più importanti urbanisti italiani – ha scritto che un’idea del genere rinnega la migliore scienza italiana del recupero del tessuto antico delle nostre città, per cui (almeno dalla Carta di Gubbio, del 1960) “i centri storici sono un organismo unitario, tutto d’importanza monumentale, dove non è possibile distinguere, come si faceva prima, gli edifici di pregio (destinati alla conservazione), dal tessuto edilizio di base”.

Il rischio è che qualcuno pensi di trasformare L’Aquila in una specie di set cinematografico, o di Disneyland antiquariale, fatto di facciate e gusci pseudo-antichi che ospitano servizi turistici in mano a potenti holding. Si tratterebbe di fare a L’Aquila in un colpo solo ciò che un lento processo sta facendo a Venezia: deportare i cittadini in periferie abbrutenti e mettere a reddito centri monumentali progressivamente falsificati. Ma basta vedere lo struggente documentario Radici. L’Aquila di cemento di Luca Cococcetta, o anche solo guardare in faccia gli aquilani, per comprendere che una prospettiva del genere equivarrebbe al suicidio del nostro Paese: il paesaggio e il tessuto monumentale italiani non sono qualcosa di cui possiamo sbarazzarci impunemente. Sono la forma stessa della nostra convivenza, della nostra identità individuale e collettiva, del nostro progetto sul futuro. È anche per questo che gli aquilani devono poter tornare a vivere nel cuore della loro città: per far capire a tutti gli italiani a cosa servono, davvero, la nostra natura e la nostra storia.

A tre anni dal terremoto il centro storico della città, tra i più importanti del nostro Paese, è ancora lì, fermo e inagibile come il primo giorno. Eppure si poteva almeno in parte ripararlo e renderlo di nuovo vivibile. Invece è stata scelta la strada delle "new town" e la ricostruzione non è mai partita. Ora c'è il piano e ci sono anche dei soldi, ma siamo ai preliminari

Documenti, interviste, video: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/04/03/news/l_aquila-32687073/

Otto miliardi intrappolati nella burocrazia. Così la ricostruzione è ferma al 2009

Francesco Erbani

La strada per far rinascere L'Aquila e i comuni vicini è ancora lunga. Poco più della metà degli abitanti sono tornati nelle loro case. Il Comune ha finalmente approvato il piano, obbligatorio per legge, che detta la via per il recupero degli edifici. Un documento che divide gli esperti, mentre in molti mettono in dubbio quanto fatto fino ad ora: "Già nel 2009 si poteva riparare immediatamente le case che avevano subito piccoli danni e far rientrare gli sfollati nelle loro abitazioni". Invece, si scelse la via delle 'New town' volute da Silvio Berlusconi. Oggi quartieri desolati, sganciati dal resto della città.

I miliardi rimbalzano come palline in un box di plastica. E il tintinnio dovrebbe alleviare la tristezza di questo terzo anniversario del terremoto (6 aprile 2009: morirono 309 persone a L'Aquila e in una cinquantina di comuni abruzzesi). Dovrebbe, ma non è aria. Nella città di Collemaggio, delle Anime Sante, della Casa dello studente sbriciolata sui corpi di otto ragazzi, si fanno i conti. Sono 27 mila le persone, su 45 mila sfollati, che ancora non sono tornate nelle proprie case. Diecimila di queste vivono con un misero contributo mensile e si arrangiano da parenti e amici oppure pagano un affitto quasi da strozzo all'Aquila o altrove. Gran parte di quelle 27 mila persone abitavano nel centro storico, dove ha resistito il solo Raffaele Colapietra, lo storico ottantenne che non ha mai lasciato, con il suo piccolo esercito di gatti, la palazzina grigia sotto il Castello. "Adesso dovrò trasferirmi anch'io, qui cominciano dei lavori e vado in affitto", dice il professore. E i gatti? "Verranno con me". Un altro paio di famiglie, oltre ai gatti, fanno compagnia a Colapietra in tutto il centro storico. Per il resto c'era il deserto subito dopo il 6 aprile e tuttora c'è il deserto. C'erano le transenne e ci sono le transenne. C'era un silenzio cupo, rotto dallo scalpiccìo dei calcinacci sotto le scarpe. E c'è ancora.

Stanziati oltre dieci miliardi. Altri conti calano sugli aquilani. Le cifre fioccano: stando a una relazione stilata dal ministro Fabrizio Barca, che ora coordina gli interventi del governo, i soldi finora stanziati ammontano a 10,6 miliardi: 2,9 sono stati spesi per l'emergenza (833 milioni solo per i 4.500 appartamenti del progetto C. a. s. e., le cosiddette new town che ospitarono 15 mila persone, un terzo dei senzatetto aquilani); 7,7 miliardi, si legge sempre nella relazione, dovrebbero coprire i costi per la ricostruzione dell'Aquila e degli altri paesi colpiti.

I passi verso la ricostruzione. Ma basteranno? Il tintinnio dei miliardi diventa un tonfo sordo. La ricostruzione dei soli edifici privati nel centro storico dell'Aquila dovrebbe costare 3 miliardi e 800 milioni. Un altro miliardo e mezzo è necessario invece per i centri storici delle cinquanta frazioni disseminate nel vasto territorio comunale. Queste cifre sono contenute nel Piano di ricostruzione da poco approvato dal Comune. È un passo significativo, traccia il disegno futuro della città. Ma di esso si è parlato poco. Il documento urbanistico, realizzato da architetti comunali guidati da Chiara Santoro e da un gruppo di consulenti capeggiato da Daniele Iacovone, dovrebbe fissare le procedure perché il cuore dell'Aquila torni a battere come prima del terremoto. O addirittura meglio. Ma su quel documento, che ancora attende il parere definitivo del Commissario di governo, il presidente della Regione Gianni Chiodi, si addensano anche polemiche. Il criterio ispiratore è nella formula "dov'era, com'era". Una formula che prevede, però, di ridurre l'altezza di edifici costruiti dopo gli anni Cinquanta, edifici senza alcuna qualità e fra i più danneggiati dal sisma (ma i proprietari sembrano restii ad accogliere l'invito del Comune a spostarsi altrove). Alcune iniziative destano le proteste di Italia Nostra: almeno tre parcheggi interrati e multipiano, uno dei quali accanto alla scalinata che fronteggia la spettacolare facciata di San Bernardino.

Il Piano di ricostruzione è un obbligo di legge. Andava fatto. È stato imposto a tutti i comuni del cratere dal Commissario e dai suoi consulenti, la Struttura tecnica di missione, che però ha impiegato oltre un anno solo per elaborare le "linee guida". Ma nella faticosa gestazione del Piano si racchiude il paradosso tragico di una città che tre anni dopo il sisma ancora discute di come ricostruire il suo centro. Già il vecchio Piano regolatore della città, approvato nel 1975, conteneva infatti le norme che avrebbero consentito da subito di avviare restauri e ristrutturazioni. Ne è convinto lo stesso Iacovone: "L'80 per cento degli interventi che prevediamo ora sono conformi a quel piano di quasi quarant'anni fa".

Si è perso un mucchio di tempo. Si avvicinano le elezioni amministrative e chissà quanto se ne perderà ancora, andando indietro come i gamberi, mentre ogni giorno che trascorre infligge altre ferite ai preziosi edifici e rende asfittica la vita di una città senza più un centro. I finanziamenti coprono integralmente solo la prima casa, mentre nel centro storico ci sono molte seconde case che rischiano di restare abbandonate. Inoltre il contributo di 1.270 euro a metro quadro è uguale per edifici del 1960 e del XVIII secolo (un rimborso maggiorato è previsto solo per i palazzi vincolati).

I dubbi sul progetto voluto da Berlusconi. Su una cosa concordano architetti e urbanisti di diverso orientamento. È un altro paradosso, ma è così: il centro storico dell'Aquila, la città bellissima ora abitata da fantasmi, transennata, imbullonata nelle impalcature, non è stata rasa al suolo, è inabitata e inabitabile, ma non distrutta. "I crolli nella parte antica non superano il 2 per cento del totale", stima Iacovone. Le polemiche recano il suono delle cose dette tre anni fa. Quando l'urbanista Vezio De Lucia, il Comitatus Aquilanus e altri sostennero che invece del progetto C. a. s. e., occorreva sistemare provvisoriamente i senzatetto e avviare la riparazione di quel che si poteva riparare nel centro storico, che già a settembre del 2009 poteva accogliere i proprietari delle case che non avevano subito danni gravissimi: il 25 per cento degli edifici. Si scelse, invece, la strada dettata da Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso.

A tre anni dal terremoto siamo ancora ai preliminari. Nelle aree periferiche si lavora, anche disordinatamente e perfino ignorando prescrizioni antisismiche. "Ma è qui che ci vorrebbe una corretta pianificazione urbanistica, qui dove il territorio è stato sconvolto dalle new town. Eppure di questa pianificazione non c'è traccia", insiste De Lucia. "Non si capisce come questi desolati quartieri si legheranno fra loro e con il centro della città", aggiunge l'urbanista.

Lo studio Ocse. E invece per il centro storico si discute come se fossimo all'indomani del sisma. E si affollano documenti di varia natura. A metà marzo è stato presentato nei laboratori del Gran Sasso, uno studio realizzato dall'Ocse e dall'Università di Groningen, in Olanda. L'indagine, di cui ha scritto su Repubblica Riccardo Luna, sarà completata a dicembre (è stata finanziata dall'allora capo dipartimento dell'Economia, Fabrizio Barca, ora ministro, da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria). Compaiono indicazioni serissime sulla rinascita economica dell'Aquila e del cratere, sui settori che andranno sviluppati (la cultura, l'ambiente, le tecnologie). Ma ci sono alcuni passaggi che inquietano sia De Lucia che Iacovone: si auspica "un rinnovamento urbanistico" e la possibilità di modificare senza limiti l'interno degli edifici, salvaguardando, ma anche "migliorando", solo le facciate storiche. E per questo si suggerisce un concorso internazionale di architettura. Incalza Iacovone, preoccupato che si perda altro tempo: "Che cosa fare nel centro storico lo sappiamo bene, sono competenze che noi italiani abbiamo reinventato e insegnato al resto del mondo fin dagli anni Sessanta. Si devono fare progetti di restauro, di risanamento e di ripristino. Si può decidere che cosa salvare e che cosa no. Ma non si deve disegnare un tracciato urbano, quello c'è già da settecento anni. E poi questi palazzi settecenteschi sono costruiti intorno a dei vuoti, a dei pregiatissimi chiostri, non possiamo svuotarli ancora. E per farci che cosa? Dei falsi?".

Ci vuole tanto coraggio per venire a parlare di smart city a chi non ha più una city perché un terremoto se l´è portata via ormai tre anni fa. Ci vuole tanto ottimismo per parlare di soluzioni intelligenti a chi in questi anni ha subito la stupidità di chi poteva decidere per il bene comune e non lo ha fatto. I professoroni sbarcati ieri a L´Aquila sono giovani, coraggiosi e ottimisti. Lavorano per l´Ocse, l´organizzazione mondiale per lo sviluppo e la cooperazione economica. Vengono da dieci paesi e cinque continenti. Dicono con entusiasmo frasi come "L´Aquila is beautiful" oppure, in italiano, "vi porto i saluti degli abruzzesi della Nuova Zelanda", e pensano che questo possa lenire le ferite del cuore. Sembrano ingenui ma non è così. Per molti mesi, mentre qui tutto era fermo, hanno studiato la situazione, hanno fatto tante interviste e ieri si sono presentati con un piano. Un grande piano.

Si chiama "Abruzzo verso il 2030: sulle ali dell´Aquila", ovvero "come rendere una regione più forte dopo un disastro naturale". La parola magica è smart city. Ovvero la città intelligente. La terra promessa attorno a cui lavorano in tutto il mondo architetti, ingegneri, ambientalisti per costruire un pianeta migliore.

Un modello chiaro e definito di cosa sia una smart city ancora non esiste, ma l´Unione Europea ha stanziato svariati miliardi di euro per spingere almeno trenta città europee a diventare smart entro il 2020: tra le città italiane Genova ha appena vinto la gara con Torino aggiudicandosi i primi tre lotti. Ma è solo l´inizio. Il ministro Profumo ha messo sul tavolo altri 200 milioni per chi volesse realizzare progetti "smart" in alcune regioni del Centro sud. Intanto il progetto dell´Expo 2015 ha abbandonato la via degli orti urbani e preso con decisione quello della smart city ottenendo così i soldi e la tecnologia di Telecom, Cisco, Accenture, mentre altri nove partner sono in arrivo per un totale di 400 milioni di euro di fondi privati da investire in un quartiere di Milano.

Cosa vuol dire "smart"? Vuol dire meno traffico, meno inquinamento, energia pulita, niente file e tante altre bellissime cose. Il presupposto è dare Internet a tutti, persone ma anche oggetti: lo scenario sono migliaia di sensori che mandano dati in tempo reale a supercomputer che li analizzano trovando soluzioni per farci vivere meglio in città sempre più affollate. Ma non basta Internet a rendere una città intelligente. Contano anche i materiali (più legno meno cemento, per esempio). E i comportamenti delle persone: con azioni stupide è impossibile avere una città intelligente. Insomma come ha spiegato qualche giorno fa il direttore del centro Nexa, il professor Juan Carlos De Martin, "una città digitale non è necessariamente smart, mentre una città smart è necessariamente digitale".

Ma torniamo al piano. Oggi i professoroni guidati dagli olandesi della università di Groningen lo presentano in pompa magna nei laboratori dell´Istituto Nazionale di Fisica Nucleare del Gran Sasso, uno dei gioielli della ricerca italiana. Uno dei pochi simboli felici della regione. Non sarà un momento banale: nel corso della giornata è atteso anche il presidente del Consiglio Mario Monti che secondo molti verrà a mettere il sigillo del governo sul progetto "L´Aquila Smart City" dopo che anche Expo2015 ha detto di voler mettere a disposizione le proprie soluzioni tecnologiche per la ricostruzione. Vedremo se sarà così.

Ieri pomeriggio intanto il piano è stato anticipato agli aquilani. Si chiama strategia di "condivisione e partecipazione". O anche "ricostruzione dal basso". Serve a creare consenso, ma anche a fare piani migliori. L´appuntamento era alle tre del pomeriggio nel ridotto del teatro comunale, proprio nel centro storico sventrato, tra macerie e transenne che sembrano eterne, come fossero monumenti alla nostra incapacità di ripartire. La sala era strapiena, gonfia di umori cattivi e con qualche speranza che affiorava negli applausi convinti dopo i discorsi dei professori Ocse, così belli e astratti a volte.

In ventesima fila, come un cittadino qualunque, c´era Fabrizio Barca, che non è solo il ministro che ha avuto dal premier Monti la delega ad occuparsi della ricostruzione. È anche l´artefice del piano l´Aquila Smart City. La storia è questa. L´idea di una ricostruzione intelligente non è venuta ai signori dell´Ocse, ma ai giovani architetti aquilani. Meno di un mese dopo il sisma si sono costituiti in una associazione che hanno chiamato "Collettivo 99", dove collettivo non ha il senso di una collocazione politica, ma solo di un lavoro comune, tengono a precisare; mentre 99 è il numero che rappresenta la storia dell´Aquila, i castelli della fondazione, le piazze, le fontane. Insomma i giovani architetti aquilani, mentre il governo Berlusconi e la Protezione Civile di Bertolaso allestiscono in fretta case provvisorie e danno il via alla solita ricostruzione all´italiana, scrivono documenti su documenti per dire che il dramma del terremoto può essere una opportunità, perché con le nuove tecnologie si può ricostruire una città migliore, con spazi comuni diversi, verde ed energia al centro di tutto. Una smart city. Naturalmente non li ascolta nessuno.

Ma in qualche modo riescono a far sì che una parte degli otto milioni di euro raccolti da sindacati e Confindustria, in un fondo di solidarietà, vengano usati per uno studio strategico. Così arrivano al ministero dello Sviluppo Economico e lì intercettano Barca, che allora era un alto dirigente con eccellenti contatti all´Ocse. Il piano parte così. Per questo alla fine non è tanto diverso dalle cose che scrivevano gli architetti aquilani. In più dice tre cose. Indire una gara internazionale per la ricostruzione. Candidare l´Aquila a capitale europea della cultura del 2019. Diventare un laboratorio mondiale di innovazione.

Poi si sono alzati i cittadini aquilani. Con il dolore impresso sul viso e nella voce la rabbia per essere stati ignorati finora. Hanno detto che L´Aquila intelligente è una cosa bella, certo, ma prima di tutto vogliono tornare a dormire in una casa. Prima di tutto.

Postilla

Abbiamo valutato molto criticamente il documento che ha prodotto l’evento dell’Aquila, cui la Repubblica (giornale ormai filogovernativo come pochi altri) dà ampio e beneaugurante spazio. La cronaca conferma le ragioni della nostra critica. Il debolissimo documento dell’OCSE è un testo che è stato adoperato identico in molte occasioni, e per L’Aquila è stato completato con alcuni inserti: quelli appunto che accreditano la positiva “innovazione” di un intervento per l’edilizia storica che si imita a conservare le facciate demolendo il resto, che considera meritevoli di una qualche tutela solo i “monumenti” demolendo “l’edilizia minore”, che promuove l sostituzione del paziente lavoro dell’urbanistica, della storia e del restauro con l’intervento “creativo” degli architetti, magari mobilitati da un concorso internazionale.

Ma come ha osservato un nostro redattore, ciò che conta non è il documento, ma gli sponsor. E gli sponsor sono preoccupanti: il governo, la Confindustria, le organizzazioni regionali e provinciali della Cgil, Cisl, Uil; uno schieramento molo ampio. In un clima certamente più civile e “internazionale” di quello della precedente gestione B&B, anzichè introdurre nel pensiero corrente che per salvare l’Italia servono le “new towns” in salsa di Arcore, vi si vuole introdurre la convinzione che per rendere “smart” le città occorre cancellarne la memoria storica.

Insomma, un grande evento pieno d’”intelligenza” per accreditare l’idea che i centri storici si possono “ristrutturare”; l’”Aquila smart city” per cancellare la Carta di Gubbio.

Tra i documenti sulla Carta di Gubbio vedi, su eddyburg, 1960 La Carta di Gubbio, Attualità della Carta di Gubbio, La tutela del centro storico e la pipa di Magritte, Centri storici: assicurare la tutela, garantire la viibilità. Altri ne trovi inserendo le parole "carta di gubbio" nel "cerca" che sta nella testata di tutte le pagine

Dal ministro Ornaghi ai professori di storia dell’arte, ecco perché tutti noi dovremmo andare a visitare la città distrutta dal terremoto

Uno spettro non si aggira per l’Aquila. È l’ombra-ministro per i Beni culturali, il professor Lorenzo Ornaghi. Chissà se questo prudente assenteismo si deve al fatto che uno degli uomini più discussi della “ricostruzione”, il vicecommissario Antonio Cicchetti (il gentiluomo di Sua Santità che – come ha raccontato da ultimo Gian Antonio Stella – si è costruito, tra le macerie, un super-resort di lusso) è stato a lungo il direttore amministrativo di quell’Università Cattolica di cui Ornaghi è ancora il rettore, anche se temporaneamente in sonno. Fosse andato all’Aquila, il ministro avrebbe capito in una frazione di secondo che tutte le ciance sui Leonardi perduti, sulle costituenti della cultura-che-fattura, sul “brand Italia” e sulle sponsorizzazioni del Colosseo sono solo diversivi indecorosi, e che l’unico atto simbolico che in questo momento avrebbe un senso sarebbe trasferire la sede del Ministero all’Aquila, e mettersi a combattere in prima linea per la città martire del patrimonio storico e artistico della nazione italiana.

La situazione dell’Aquila supera, infatti, anche la più catastrofica immaginazione. Il centro storico è una città spettrale, dove nessun cantiere è in funzione, nessuna pietra è stata ricollocata (e anzi molte sono state rubate), e dove le meravigliose e immense chiese monumentali (a cominciare dal Duomo) sono spesso ancora a cielo aperto, o sono protette da ridicoli teli, dunque in preda alla pioggia e alla neve.

Piero Calamandrei ha scritto che «una parte della nostra Costituzione è una polemica contro il presente»: ecco, camminare per l’Aquila permette di capire che l’articolo più polemico è, oggi, l’articolo 9. All’Aquila, infatti, la Repubblica ha sistematicamente tradito se stessa, rinunciando radicalmente a «tutelare il patrimonio storico e artistico della nazione italiana».

Ma com’è possibile che quasi nessuno denunci più che a pochi chilometri da Roma si entra in un mondo parallelo, dove la Costituzione, la legge e la civiltà semplicemente non esistono? Il vicecommissario con delega ai Beni culturali, Luciano Marchetti, risponde che i conflitti di competenze, la litigiosità degli aquilani (sic) e la mancanza di fondi bloccano la ricostruzione. Ma lo dice con tono svagato, in un ineffabile misto di rassegnazione e cinismo burocratico: e si capisce subito che, di questo passo, fra trent’anni il centro dell’Aquila sarà ancora in queste condizioni. Ha dunque ragione da vendere Italia Nostra, che chiede le dimissioni del commissario (che ci sta a fare, se da tre anni non riesce a far nulla?), il ritorno alle competenze ordinarie delle soprintendenze (a cui Ornaghi dovrebbe fare massicce trasfusioni di personale e mezzi, se solo tutti i suoi predecessori non avessero ridotto il Mibac al lumicino), e l’avvio immediato dei lavori di ricostruzione. Mancano i soldi? Ornaghi dovrebbe battere allora il pugno sul tavolo del Consiglio dei Ministri: uno dei venti capoluoghi di regione italiani è in fin di vita, e non c’è più molto tempo se vogliamo salvarlo.

Ornaghi non è l’unico che dovrebbe andare all’Aquila. Dovrebbero farlo innanzitutto gli storici dell’arte delle università e delle soprintendenze italiane. Perché magari si renderebbero conto che continuare a gettare denaro ed energia nella spensierata industria delle mostre e dei Grandi Eventi è ora doppiamente criminale: proprio come organizzare una festa da ballo mentre il cadavere di un fratello giace nella stanza accanto.

Ma è a tutti gli italiani che farebbe bene vedere l’Aquila. È terribilmente illuminante visitare nelle stesse ore un’intera città monumentale distrutta e abbandonata, e le “new towns” imposte da Berlusconi e Bertolaso, cioè gli insediamenti, sorti intorno alla città, che accolgono quindicimila dei quasi trentamila aquilani che vivevano in quel centro. Sono non-luoghi di cemento che sembrano immaginati da Orwell: anonimi, senza servizi, senza negozi, senza piazze. Con i mobili uguali in ogni appartamento, in comodato come tutto il resto. E con giganteschi televisori-alienatori che fanno da piazze e monumenti virtuali per un popolo che si vuole senza memoria, senza identità e senza futuro: e, dunque, senza la rabbia per ribellarsi. Ma l’Aquila non è solo la metafora dell’Italia, rischia di rappresentarne anche il futuro: quello di un Paese che affianca all’inarrestabile stupro cementizio del territorio la distruzione, l’alienazione, la banalizzazione del patrimonio storico monumentale, condannando così all’abbrutimento morale e civile le prossime generazioni.

Nell’ Epopea aquilana del popolo delle carriole (Angelus Novus Edizioni 2011), Antonio Gasbarrini racconta che la notte del 6 aprile 2009 (più o meno all’ora in cui qualcuno, a Roma, sghignazzava pensando alla pioggia di cemento e denaro), sua figlia arrivò sconvolta, dal centro della città, e gli disse solo: «L’Aquila non c’è più». A tre anni esatti, è ancora così. L’Aquila non c’è più: ma se possiamo continuare a dormire sapendo tutto questo, allora è l’Italia a non esserci più.

«Soldi spesi finora? Chi lo sa…». Basta la risposta di Fabrizio Barca, il ministro delegato al problema, a dare il quadro, agghiacciante, di come è messa l'Aquila quasi tre anni dopo il terremoto del 2009. Nel rimpallo di responsabilità ed emergenze, dopo gli squilli di tromba iniziali, s'è perso il conto. Un numero solo è fisso: lo zero. Quartieri storici restaurati: zero. Palazzetti antichi restaurati: zero. Chiese restaurate: zero. Peggio: prima che fossero rimosse le macerie (zero!), è stata rimossa l'Aquila. Dalla coscienza stessa dell'Italia.Il Ministero dei Beni Culturali di Mario Serio e quello odierno.

È ancora tutto lì, fermo. Le gonne appese alle grucce degli armadi spalancati nelle case sventrate, i libri caduti da scaffali in bilico sul vuoto, le canottiere che, stese ad asciugare su fili rimasti miracolosamente tesi, sventolano su montagne di detriti e incartamenti burocratici. Decine e decine di ordinanze, delibere, disposizioni, puntualizzazioni, rettifiche e precisazioni che ammucchiate l'una sull'altra hanno fatto un groviglio più insensato e abnorme di certe spropositate impalcature di tubi innocenti e snodi e raccordi che a volte, più che un'opera di messa in sicurezza, sembrano l'opera cervellotica di un artista d'avanguardia. Ti avventuri per le strade immaginandoti un frastuono di martelli pneumatici e ruspe e betoniere e bracci di gru che sollevano cataste e carriole che schizzano febbrili su e giù per le tavole inclinate. Zero. O quasi zero. Tutto bloccato. Paralizzato. Morto. Come un anno fa, come due anni fa, come tre anni fa. Come quando la protesta del popolo delle carriole venne asfissiata tra commi, virgole e codicilli.

«Noi sottoscritti ufficiali di Pg... riferiamo di aver proceduto, alle ore 10.20 circa odierne, in corso Federico II, di fronte al cinema Massimo, al sequestro di quanto in oggetto indicato perché utilizzato dal nominato in oggetto per una manifestazione non preavvisata...». Trattavasi di «una carriola in pessimo stato di conservazione con contenitore in ferro di colore blu con legatura in ferro sotto il contenitore e cerchio ruota di colore viola» oltre a «una pala con manico in legno».

Sinceramente: se lo Stato italiano avesse affrontato il problema della ricostruzione con lo stesso zelo impiegato nel reprimere l'esasperazione sacrosanta degli aquilani, saremmo a questo punto, trentacinque mesi dopo? Quaranta persone che quel giorno entrarono nella zona rossa per portare via provocatoriamente le macerie sono ancora indagate. Quanti soldi sono stati spesi per questo procedimento giudiziario surreale, oltre al tempo gettato inutilmente per compilare verbali e riempire i magazzini di grotteschi corpi di reato? Boh!

Si sa quanto fu speso per gli accappatoi dei Grandi nei tre giorni del G8: 24.420 euro. Quanto per ciascuna delle «60 penne in edizione unica» di Museovivo: 433 euro per un totale di 26.000. Quanto per 45 ciotoline portacenere in argento con incisioni prodotte da Bulgari per i capi di Stato: 22.500 euro, cioè 500 a ciotolina. Quanto per la preziosa consulenza artistica di Mario Catalano, lo scenografo di Colpo grosso chiamato a dare un tocco di classe, diciamo così, al summit: 92 mila euro. Quanto è stato speso in tutto, però, come detto, non lo sanno ancora neanche gli esperti («Avremo le idee chiare a metà marzo», confida Barca) messi all'opera da Monti.

Intanto il cuore antico dell'Aquila agonizza. E con L'Aquila agonizzano i cuori antichi di Onna e Camarda e gli altri centri annientati dalla botta del 6 aprile 2009. Ridotti via via, dopo le fanfare efficientiste del primo intervento («Nessuno al mondo è stato mai così veloce nei soccorsi!») a un problema «locale». Degli abruzzesi. E non una scommessa «nazionale». Collettiva. Sulla quale si gioca la capacità stessa dello Stato di dimostrarsi all'altezza. In grado di sanare le ferite prima che vadano in putrefazione. Chiusa la fase dell'emergenza l'Abruzzo è piombato nel dimenticatoio. Come se la costruzione a tempo di record e al prezzo stratosferico di 2.700 euro al metro quadro dei Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili, le famose C.a.s.e. dove sono state trasportate 12.999 persone, avesse risolto tutto. «Adesso tocca agli enti locali», disse Berlusconi. E dopo il G8 e la passeggiata con Obama non si è praticamente più visto. Rarissime pure le apparizioni di altri politici. Mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci metteva come al solito una pezza: tre visite.

Cos'è rimasto, spenti i riflettori, di quella generosa esibizione muscolare sulla capacità di «fare bene, fare in fretta»? Le cose fatte nei primi mesi. La riluttanza di Giulio Tremonti ad aprire i cordoni della borsa. L'addio di Guido Bertolaso. La disaffezione del Cavaliere che, osannato dalle tivù amiche per le prime case donate a fedeli in delirio, si è via via disinteressato del centro storico, che secondo la «leader delle carriole» Giusi Pitari avrebbe visto «solo due volte, nei primi due giorni».

Resta una rissa continua, estenuante, sul cosa fare «dopo». Travasata via via nelle campagne elettorali per le provinciali, per le europee e oggi per le comunali. Di qua la destra, di là la sinistra. Di qua il governatore berlusconiano Giovanni Chiodi, commissario straordinario per la ricostruzione, di là il sindaco democratico del capoluogo (ora ricandidato dopo le primarie) Massimo Cialente.

Il primo picchia sul secondo: «Lo stallo è frutto della saldatura di interessi locali, dai professionisti alle imprese, che hanno sbarrato la porta a competenze esterne. Avevo raccolto le disponibilità di un trust di cervelli bipartisan, da Paolo Leon a Vittorio Magnago Lampugnani, ma non li hanno voluti. Un atto di arroganza. Il fatto è che la politica locale non ha esercitato la leadership».

Il secondo, che fino al momento in cui fece sbattere la porta era vicecommissario, spara sul primo: «A parte il fatto che lui sta a Teramo, a Roma o da altre parti e all'Aquila lo vediamo raramente, è stato un muro di gomma». Un esempio? «La ricostruzione degli alloggi periferici. Per sei mesi si è dovuto attendere il prezziario regionale, con il risultato che nessuno ha potuto presentare i progetti». E mostra una lettera spedita a Chiodi per sollecitare un contributo di 630 mila euro destinato a Paganica: «È un mese e mezzo che lo tiene fermo sul tavolo. Gli ho scritto: "Questi non sono i tempi di un commissario ma i tempi, forse, di un piantone"».

Veleni. Che sgocciolano su tanti episodi. Come quei 3 milioni di euro stanziati dall'ex ministro Mara Carfagna per un centro antiviolenza, che invece sarebbero stati dirottati un po' per i lavori della Curia e un po' per la struttura della consigliera di parità della Regione. O ancora i due milioni messi a disposizione dall'ex ministro della Gioventù Giorgia Meloni per un centro giovani, milioni che secondo il sindaco sarebbero chissà come evaporati.

Per non dire delle chiacchiere intorno a una struttura nuova di zecca tirata su mentre tanti edifici d'arte sono ancora in macerie: il San Donato Golf Hotel a Santi di Preturo, pochi chilometri dal capoluogo. Sessanta ettari di parco in una valletta verde, quattro stelle, conference center, centro benessere... Inaugurato a ottobre con la benedizione di Gianni Letta, ha scritto abruzzo24ore.tv, «è meglio noto come l'hotel di Cicchetti». Vale a dire Antonio Cicchetti, ex direttore amministrativo della Cattolica di Milano, uomo con aderenze vaticane, stimatissimo da Chiodi e Letta nonché vicecommissario alla ricostruzione.

Ma il resort è qualcosa di più d'un albergo di famiglia. Nella società che lo gestisce, la Rio Forcella spa, troviamo parenti, medici di grido, uomini d'affari. E molti costruttori: il presidente dell'Associazione imprese edili romane Eugenio Batelli, Erasmo Cinque, la famiglia barese Degennaro... Ma anche la Cicolani calcestruzzi, fra i fornitori di materiali per il post terremoto e una serie di imprenditori locali. Come il consuocero di Cicchetti, Walter Frezza, e suo fratello Armido, i cui nomi sono nell'elenco delle ditte impegnate nel progetto C.a.s.e. e nei puntellamenti al centro dell'Aquila: per un totale di 23 milioni. Appalti, va detto, aggiudicati prima della nomina di Cicchetti. Però... Né sembra più elegante la presenza, tra i soci del resort, dell'ex vicepresidente della Corte d'appello aquilana Gianlorenzo Piccioli, nominato un anno fa da Chiodi consulente (60 mila euro) del commissariato.

L'intoppo più grosso però, come dicevamo, è il groviglio di norme, leggi e regolamenti. Gianfranco Ruggeri, titolare di uno studio di ingegneria, li ha contati: 70 ordinanze della Presidenza del Consiglio, 41 disposizioni della Protezione civile, 96 decreti del commissario. Più 606 (seicentosei!) atti emanati dal Comune dell'Aquila. Senza contare una copiosa produzione di circolari interne. Massa tale che a volte una regola pare in plateale contraddizione con l'altra. Un delirio.

Non bastasse, c'è la «filiera». Una specie di cordata para-pubblica che gestisce le istruttorie. I progetti si presentano a Fintecna, società del Tesoro. Poi vanno a Reluis: la Rete laboratori universitari di ingegneria sismica, coordinata dalla Federico II di Napoli. Quindi al Cineas, consorzio di cui fanno parte 46 soggetti, dal Politecnico di Milano a compagnie assicurative quali Generali e Zurich, che si occupa dell'analisi economica delle pratiche. A quel punto il percorso per avere il contributo erogato dal Comune è completo. Teoricamente, però. Nella sostanza non capita quasi mai al primo colpo. E la pratica rimbalza dentro la filiera come una pallina da flipper.

La Cineas ha valutate positivamente 4.163 delle 8.722 pratiche per le abitazioni periferiche? Ebbene, il Comune ha emesso contributi per sole 2.472 di loro, a causa di vari motivi. Per esempio il fatto che ben 1.138 riguardano singoli appartamenti, ma siccome manca la pratica condominiale a chiudere il cerchio, il finanziamento non può scattare. E nemmeno i lavori. Perché allora non prevedere una pratica unica per ogni condominio? Misteri...

Il risultato di tanti impicci è paradossale: in una città da ricostruire i costruttori mettono gli operai in cassa integrazione e licenziano i dipendenti. E quello che doveva essere il motore della ripresa è fermo. L'opposto esatto di quanto accadde in Friuli, esempio accanitamente ignorato a partire dal coinvolgimento dei cittadini. Il Friuli si risollevò per tappe: prima in piedi le fabbriche, poi le case, poi le chiese. Qui le fabbriche non hanno visto un euro, il miliardo promesso per rilanciare le attività è rimasto in cassa e l'economia è allo stremo. Si è preferita la strada della Protezione civile, del commissario, degli effetti speciali assicurati dalle C.a.s.e. spuntate come funghi dopo il sisma. Quelle con le «lenzuola cifrate e una torta gelato con lo spumante nel frigorifero». Peccato che adesso, dopo le fanfare e i tagli dei nastri, stiano saltando fuori anche le magagne. Alcune ditte che le hanno costruite sono fallite e non si sa chi deve risolvere certi guai. Come a Colle Brincioni, dove dopo le nevicate di febbraio si è dovuta puntellare una scala.

Sarebbe ingeneroso dire che sia stato tutto un fallimento. Ma dopo la fase dell'emergenza serviva un colpo di reni degno di questo Paese. E quello no, non c'è stato. A tre anni dal terremoto ci sono ancora 9.779 aquilani in «autonoma sistemazione». Persone che hanno perduto la casa e si sono arrangiate. Qualcuno di loro magari pregusta un appetitoso minicondono per le casette che hanno potuto costruire nel giardino dell'abitazione crollata. Nelle aree del terremoto ce ne sono la bellezza di quattromila. Ma è una magra consolazione. Anzi, rischiano alla lunga di essere, con l'attesa sanatoria, una ferita in più nella immagine della città antica da ricostruire.

Per le «autonome sistemazioni» lo Stato continua a pagare 100 mila euro al giorno. Una quarantina di milioni l'anno, a cui bisogna aggiungere la spesa per i 383 abruzzesi ancora in alberghi o «strutture temporanee» come la caserma delle Fiamme Gialle di Coppito, dove sono in 147. Il tutto va a sommarsi al totale, come dicevamo ignoto, sborsato finora. Una cifra nella quale ci sono i costi delle famose C.a.s.e. (808 milioni), dei Map, i Moduli abitativi provvisori che ospitano fra L'Aquila e gli altri Comuni ben 7.186 persone (231 milioni), dei Musp, i Moduli a uso scolastico provvisorio (81 milioni) e dei Mep, Moduli ecclesiastici provvisori (736 mila euro). Ma anche dei puntellamenti dei centri storici: solo per L'Aquila 152 milioni. Più i soldi per la prima emergenza (608 milioni) e i contributi già erogati per la ricostruzione delle case private: un miliardo e 109 milioni. Nonché i compensi della «filiera»: altri 40 milioni l'anno. E le opere pubbliche, le tasse non pagate, i costi delle strutture commissariali e dei consulenti... Il conto è salatissimo, ed è destinato a crescere esponenzialmente. Basta dire che per le sole abitazioni periferiche si dovrebbero spendere 1.524 milioni. E almeno il doppio per quelle del centro. Poi le chiese, le fabbriche, i ponti, le strade...

Ma L'Aquila vale il prezzo. Qualunque prezzo. È inaccettabile che si vada avanti così, navigando a vista, mentre uno dei centri storici più belli d'Italia si sbriciola, popolato soltanto di rari operai ai quali fanno compagnia ancora più rari cani randagi. Case disabitate, chiese vuote, negozi chiusi. Non si può accettare che il terremoto diventi solo il pretesto per far circolare del denaro, foraggiando una burocrazia inefficiente e strapagata, stormi di consulenti famelici, campioni del mondo di varianti in corso d'opera e revisioni prezzi, con l'unico obiettivo di impedire che la giostra infernale si fermi.

Un secolo e mezzo fa, scrivono Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise nello studio Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni, la nuova Italia savoiarda commise un errore storico ignorando la tragedia del sisma catastrofico avvenuto nel 1857 in Basilicata ai tempi in cui era sotto i Borboni: «La sfida delle ricostruzioni fu forse una delle prime perse dal nuovo regno». Se lo ricordi, Mario Monti: la rinascita dell'Aquila è una sfida anche per lui.

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