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«Perché questo referendum? La domanda è tutt’altro che retorica. Infatti, se è vero che si attende una vittoria schiacciante del “no”, è altrettanto vero che non è per nulla chiaro quali saranno gli esiti effettivi o formali di questa vittoria». La

Repubblica, 1 ottobre 2016 (c.m.c.)

L’Ungheria sarà la protagonista politica di questa prima domenica di ottobre, se non altro in Europa e tra coloro che osservano con attenzione e ansia l’evoluzione ideologica degli stati dell’Unione dopo Brexit. I cittadini ungheresi sono chiamati alle urne per esprimersi sul seguente quesito referendario: «Volete che l’Unione Europea abbia il potere di rendere obbligatorio l’insediamento in Ungheria di cittadini non ungheresi anche senza l’approvazione» del parlamento ungherese?

La costruzione del testo del referendum è un fatto molto politico, nonostante lo stile di burocratica imparzialità con il quale si presenta agli elettori. Questo testo in particolare è concepito e scritto in modo da disporre la mente degli ungheresi verso una sola risposta, che è naturalmente negativa. Infatti quale popolo sovrano portato alle urne su un tale quesito accetterebbe di votare contro la propria sovranità?

Il referendum ungherese è a tutti gli effetti una consultazione sull’Europa, inteso a surriscaldare l’opinione pubblica con sentimenti nazionalisti. Si annidano qui due forme di nazionalismo: quella tradizionale, che invoca la sovranità del Parlamento, e quindi dei cittadini, su chi può essere ammesso a risiedere nel territorio nazionale; e quella meno tradizionale, che ambisce a spingere l’Europa stessa verso politiche euro-nazionalistiche, ovvero di chiusura dei confini continentali. E siccome l’Ungheria si trova, per caso, a condividere una porzione dei confini europei (per giunta quella parte di essi più esposta alle migrazioni da sud-est), l’implicazione del referendum è a ben vedere anche quella di accreditare l’esistenza di una lotta in difesa delle frontiere europee.

Perché questo referendum? La domanda è tutt’altro che retorica. Infatti, se è vero che si attende una vittoria schiacciante del “no”, è altrettanto vero che non è per nulla chiaro quali saranno gli esiti effettivi o formali di questa vittoria. Infatti, nonostante “l’appello al popolo” voluto dal capo del governo Victor Orbán, il referendum non sembra poter rovesciare la decisione presa lo scorso anno dagli stati-membri della Ue di distribuirsi gli obblighi di accoglienza nei confronti dei richiedenti asilo. E non sembra neppure avere conseguenze reali sul piano legislativo.

C’è quindi da pensare che questo referendum abbia a tutti gli effetti una natura propagandistica e cerchi di alzare l’attenzione verso Bruxelles — voluto cioè per corroborare i già forti sentimenti anti-migranti e tenere alta la temperatura nazionalista, ungherese ed europea. Il referendum sembra voler ricercare appoggio ideologico interno e da parte di altri stati membri con l’intento di far pendere la politica di Bruxelles verso questi recalcitranti nazionalismi.

Ma il referendum ha altri due scopi dimostrativi, messi ben in luce da Jan-Werner Müller sul sito online di Foreign Policy: innanzitutto, quello di riconfermare una linea anti-europeista che può far guadagnare all’Ungheria la già attiva cooperazione con la Russia di Vladimir Putin; e poi quello di distrarre gli ungheresi dai problemi economici pressanti e consentire ad Orbán di consolidare la sua credibilità con Angela Merkel, il destinatario sottotraccia di questo referendum. Il cui paradosso, nel cavalcare un nazionalismo anti-europeista, è di far acquistare ad Orbán più peso in Europa, come il leader più coerente della “cultura nazionale cristiana” europea contro il pericolo esterno di una “invasione musulmana”.

L’Europa, dunque, come un veicolo per rafforzare e legittimare il nazionalismo degli stati. E un referendum che vuole sventolare la bandiera nazionalista non per lanciare una sua “Brexit”, ma per accrescere il proprio peso a Bruxelles. L’Europa resta l’orizzonte di riferimento più che l’obiettivo di ostilità nel quale questo referendum ungherese è stato indetto. Viene da chiedersi che cosa sarebbe oggi del nazional-populismo senza l’Europa.

Riferimenti

Vedi su eddyburg il documento, inviato a tutti gli ungheresi, con il quale il governo Orbàn argomenta (si fa per dire] la scelta che vuole inculcare negli elettori

Le parole di un erede autentico del PCI: «Il Parlamento funziona male? Sì, ma solo il Parlamento è lo specchio del paese, è la casa di tutto il popolo “ricchi e poveri, borghesi e proletari”. Non è la privativa di nessuno. Solo una vittoria del NO può consentire di riaprire il discorso sul futuro dell’Italia».

L'Unità, 30 settembre 2016

Ho molto esitato prima di decidere che tra due mali (quali sono come dirò i quesiti del referendum Costituzionale) credo che sceglierò quello che mi pare – dopotutto – il minore: il No. Mi rendo conto benissimo degli interrogativi che anche questa scelta apre.

Ma di che cosa stiamo parlando? Del Senato? Suvvia, è l’ininterrotto parlare, annunciare, promettere “rottamare” dello stesso Matteo Renzi che ci dice la verità. È su di lui che egli ci chiede ogni giorno più chiaramente di votare. Egli chiede un plebiscito. Non è chiaro? Questo è il punto, gravido di enormi conseguenze. Ed è questo che avverrà il 4 dicembre tra lo stupore e disappunto di tanti autorevoli custodi della Costituzione repubblicana.

Avverrà che milioni di italiani si scontreranno in modo lacerante e drammatico non sui buoni argomenti di Violante oppure su quelli di Rodotà (che essi ignorano) ma sul voto popolare e diretto del Capo del governo. Ponendo fine, così di fatto al regime parlamentare e all’attuale divisione dei poteri. E temo che un solco resterà e tutta la comunità nazionale già così divisa ne pagherà le conseguenze.

A me questo non sta bene. È chiaro?

Io ho preso le armi per dare all’Italia un Parlamento. Io ricordo i tanti che allora volevano un regime politico più “avanzato” nel senso di dare poteri più diretti al popolo (i CLN). E ricordo la risposta di Togliatti: no, il PCI vuole una repubblica parlamentare. E su ciò si fece la Costituzione. Il Parlamento funziona male? Sì, ma solo il Parlamento è lo specchio del paese, è la casa di tutto il popolo “ricchi e poveri, borghesi e proletari”. Non è la privativa di nessuno.

Di conseguenza ma c’è una preoccupazione altrettanto grande che domina i miei pensieri. È l’idea perfino angosciosa (che mai avevo avvertito così forte) che il destino dell’Italia, dell’Italia come comunità nazionale e come organismo statale rischia di non essere più nelle nostre mani. Basta un accenno ai fatti: la disgregazione in atto dell’unità europea, le guerre feroci che insanguinano le coste del Mediterraneo, la massa degli emigranti che preme sulle nostre coste; tutto ciò insieme alla sensazione che la grande scommessa di rilanciare lo sviluppo italiano bloccato da più di 20 anni (e certo non per colpe solo di Renzi) quella scommessa che Renzi si era illuso di vincere con la straordinaria energia del renzismo (un uomo solo al comando, chi non sta con me è contro di me, lo svuotamento del partito dei sindacati degli organismi sociali intermedi) mi pare fallita.

Siamo arrivati a un punto di svolta. Il problema non è tecnico-economico. È altamente, più che istituzionale, politico. Riemerge la sostanza storica del problema italiano. Tutti comunicano tra loro ma nessuno conta davvero, aumentano i disoccupati e meno del 50% degli italiani ha un lavoro. Di qui la necessità di porre su basi politiche, sociali e morali più ampie lo sviluppo del paese. È solo così che nel passato siamo usciti dalle crisi più gravi: le svolte giolittiane e il riconoscimento dei sindacati, il patto con Turati, l’ide a dell’Ulivo e l’accordo sulla scala mobile tra Ciampi e Trentin, per non parlare dell’unità nazionale del dopoguerra e la ricostruzione. Come non si capisce che questo è il problema principale? Di fronte a un paese che invecchia, non fa figli, non da più lavoro in patria alla nuova generazione? Non illudetevi amici che il problema è chi comanda. È invece con chi si comanda. Con o senza il proprio popolo. Popolo dico. Popolo vero, non opinione pubblica; sono due cose diverse.

Ecco perché considero disastroso questo referendum plebiscito. E contro il bisogno di una svolta in senso più comunitario e di ricostruire il patto tra gli italiani del Nord e del Sud. Ecco perché sono arrivato alla conclusione che solo una vittoria del NO può consentire di riaprire il discorso sul futuro dell’Italia. Il problema non è Renzi, un uomo che resta per me assai notevole e un amico. Egli può benissimo continuare a governare. È la partecipazione del popolo italiano, alla vita pubblica, che è ormai quasi inesistente. È il nostro modo di stare insieme. È il partito ridotto a puro servizio del Capo, tramite Serracchiani che non funziona.

Queste cose vanno dette anche alla sinistra. La quale deve ritrovare il senso vero della sua missione, che è quello di ridare voce al popolo italiano. Mi hanno commosso le facce di quel popolo meraviglioso che è apparso sugli schermi delle televisioni tra le macerie del terremoto. Perfino commovente nella sua forza d’animo, nel sentimento di sé e della sua terra, nel suo slancio solidale.

Qui sta la leva per l’innovazione. Sta nella straordinaria creatività del popolo italiano.

Un commento a caldo sui un colloquio tra due protagonisti del confronto dulle modifiche alla costituzione e sul nuovo assetto delle istituzioni e del potere che ne discenderebbe.

La Repubblica online, blog "Articolo 9", 1 ottobre 2016

Ho appena ascoltato il Presidente del Consiglio dichiarare che se vince il Sì saranno risparmiati 500 milioni di euro l'anno. Ebbene, è una solennissima menzogna. L'unica stima disponibile, quella della Ragioneria dello Stato , quantifica questo risparmio in 49 milioni di euro l'anno.

Non discuto se sia poco o sia tanto: mi chiedo cosa succede alla democrazia quando il Governo usa la menzogna come arma politica. Ai tempi del liceo (il mio stesso liceo) Matteo Renzi era soprannominato il Bomba, per tutte le balle che diceva. Il 4 dicembre, giorno del Referendum, si festeggia Santa Barbara, patrona degli artificieri. Quale migliore occasione per disinnescarlo?»

».

Il manifesto, 1 ottobre 2016 (c.m.c.)

Stavolta Matteo Renzi si è preparato benissimo. Per il secondo confronto in «Sì o No» su La7, condotto da Enrico Mentana, il presidente del consiglio si è fatto il mazzo come uno studente che all’esame universitario che sa di dover affrontare il luminare. Ripassando il dossier anche sul volo di ritorno dal funerale di Shimon Perez a Gerusalemme. E si capisce tanta solerzia: il premier deve affrontare il professore Gustavo Zagrebelsky, uno dei più blasonati esponenti del no, già presidente della Corte Costituzionale.

Ma agli esami la tensione gioca brutti scherzi. Renzi attacca la sua mitraglietta, «sono trent’anni che la classe politica dice che si deve semplificare il bicameralismo, dal decalogo Spadolini dell’82», ma il professore, come farebbe ad un esame, inizia con una bonaria presa in giro: «Vedo intanto che forse ha ripensato ai discorsi sui parrucconi, rosiconi, gufi, altrimenti non avrebbe perso tempo, come stasera, con uno di loro…», e si concede persino una battuta: credeva al massimo di poter incontrare la ministra Boschi. Renzi neanche sorride, ha dimenticato la sua polemica sui professoroni, e oggi finalmente un po’ se ne vergogna: «Non mi sono mai permesso di dire che lei è un parruccone». Il professore ribatte: «Spero che non parli di gufi per l’avvenire», ma Renzi è nervoso, «Prof, venga al merito». Più tardi però sarà lui a dimenticare il merito attaccare Zagrebelsky su sue precenti posizioni. Anche lì Zagrebelsky non se ne cura, spiega che i contesti sono importanti: «Se avessimo voluto parlare delle sue contraddizioni…».

I due vengono da due mondi diversi. Renzi incalza con domandine da Lascia o raddoppia, perfette per la tv. «Davvero crede che ci sia un rischio di svolta autoritaria? In che articolo della riforma?». E il professore dialoga con calma e con pazienza che poco hanno a che vedere con i tempi della tv, si concede persino paradossi: «Rischiamo di passare da una democrazia a una oligarchia. La Costituzione di Bokassa non è molto diversa da quella degli Stati Uniti, ma ha una resa diversa, che dipende dal contesto. E la questa riforma ha una resa che dipende dall’Italicum». Renzi ammette che la legge elettorale va cambiata ma «il sistema dei capilista bloccati non piace neanche a me».

Sull’Italicum il dibattito va avanti a lungo. Zagrebelsky insiste sul combinato disposto fra le due leggi, quella elettorale equella costituzionale, e non ci sta al giochino del presidente, e cioè assicurare che la legge elettorale cambierà.E se non cambiasse? E come cambierà?

Anche sul Quirinale, i due sono agli antipodi. Zagrebelsky insiste a volare alto: «In democrazia chi vince le elezioni non ha solo vinto, è quello incaricato di un grave incarico, ma non è che per cinque anni i vinti non contino nulla. Perché mi guarda così?». Sì, perché Renzi siè preparato sul bignami della sua riforma, ma se è costretto a confrontarsi su un pensiero un po’ più lungo, sulla visione che c’è dietro la sua riforma, perde la battuta. Non capisce il senso vero delle parole del professore e quindi replica che «in tutto il mondo c’è chi vince e chi perde».

«La ragione per cui il bicameralismo paritario non funziona è che le forze politiche non sono coese», e ancora aggiunge «La riforma non funzionerà, il nuovo senato o non funzionerà o porterà ulteriori complicazioni» , continua il professore. Il premier ribatte: «Ma lei, che è stato presidente della Corte costituzionale, perché mi parla di politica?». «Perché i costituzionalisti non devono pensare non ai singoli governi. Questa riforma, più la legge elettorale, in altra forma raggiunge un risultato di premierato assoluto, più forte del presidenzialismo».

Renzi , quello che cerca i voti della destra, davanti al professore non vuole ripeterlo: «Lei sta dicendo una cosa che non e’ vera. La riforma di Berlusconi dava al presidente del consiglio il potere di sciogliere le Camere. Ma cosa sta dicendo?». Renzi torna ai vecchi cari slogan. «Noi abbiamo smosso la palude, ma perché volete tornare alla palude?». E già, la palude dei primi tempi, quando Renzi aveva il vento in poppa. Il solo fatto di accettare i confronti televisivi rende evidente che i tempi di quelconsenso sono finiti.

Migranti, domenica l'Ungheria vota il referendum voluto dal premier nazionalconservatore: per fare vincere il "no" Orban ha spedito a tutti gli ungheresi un opuscolo, di cui riportiamo la traduzione in inglese (anche scaricabile dal link). TheBudapest beacon.com, 30 settembre 2016 (i.b.)

L'OPUSCOLO DEL GOVERNO FASCISTA
DELL'UNGHERIA

Sintesi
(di seguito il testo in inglese
e il link al testo originale in formato .pdf)

“Dobbiamo fermare Bruxelles” è il titolo di un opuscolo che il governo fascista di Orban ha inviato a casa di tutti i cittadini ungheresi per indurli a votare NO al referendum che si svolgerà domenica 2 ottobre contro l’ingresso nel paese di quote di immigrati stabilito dalla UE.

Secondo alcuni giuristi, il referendum è illegale perché l’Ungheria è tenuta a rispettare le decisioni di Bruxelles, ma Orban ha organizzato una martellante propaganda xenofoba e razzista che rischia di avere successo.
L’opuscolo si compone di 18 pagine che oltre a informazioni pratiche sulle modalità del voto contengono una serie di messaggi, ognuno dei quali fa da premessa all’invito a votare contro l’accoglienza di immigrati. Questi i messaggi:
1- Abbiamo il diritto di decidere con chi vogliamo vivere
2- Non possiamo permettere che il futuro del nostro paese sia deciso da altri
3- L’immigrazione sta mettendo a rischio il futuro dell’Europa
4- Le elite di Bruxelles dicono che l’Europa ha bisogno di nuova forza lavoro, ma in Europa ci sono già 21,4 milioni di disoccupati
5- L’Ungheria protegge le sue frontiere
6- La recinzione sul confine meridionale ha migliorato la situazione. Tuttavia il pericolo permane e bisogna rafforzare le misure di sicurezza
7- L’immigrazione illegale aumenta il rischio di terrorismo
8- Viktor Orban dice quello che molti leaders pensano, ma non dicono
9- L’insediamento obbligatorio di immigrati mette a rischio la nostra cultura e i nostri costumi
10- Nelle grandi città europee dove vivono molti immigrati ci sono “no-go zones” che le autorità non sono in grado di controllare
11- Bruxelles vuole far pagare delle multe ai paesi che vietano l’ingresso degli immigrati
12- L’entità della multa corrisponde a quanto un ungherese guadagna in 39 anni di lavoro
13- Mandiamo un messaggio a Bruxelles!
14- Tenendo conto del ritmo degli arrivi, in 5 anni avremmo l’equivalente di una città interamente abitata da immigrati.



The Budapest beacon
“WE MUST STOP BRUSSELS!"
REFERENDUM BOOKLET
WARNS HUNGARIANS

“We must stop Brussels! We can send a clear and unequivocal message to Brussels with the referendum. We must achieve that it withdraws the dangerous proposal. For this we must vote no.” – Page 14.

The government of Hungary has sent 4.1 million, full-color, B4-sized booklets to Hungarians at home and abroad making the government’s case for why Hungarians should vote “no” in the national referendum on October 2.
Hungarian Prime Minister Viktor Orbán has staked his political prestige (and that of his national conservative government) on the outcome of the referendum. In order for it to be valid, one half of the electorate plus one must cast a valid vote on the question:
Do you want for the European Union to be able to mandate the obligatory settlement of non-Hungarian citizens in Hungary without the approval of the National Assembly?
The national conservative government of Orbán is leaving no stone unturned in its quest to inform the Hungarian voting public of the dangers posed by illegal immigration so that the overwhelming majority of them will vote “no”.
Legal experts and opposition leaders alike argue that the referendum question is moot and the referendum itself is illegal, as Hungary’s “obligation” in this matter arises from international treaties and not from acts of parliament. But this has not prevented Orbán from wallpapering the country with xenophobic billboards and bombarding the viewing and listening public with anti-Brussels advertisements at horrific cost to taxpayers.

For the benefit of our readers who reside in Hungary but do not read Hungarian, below is our translation of the 18-page booklet, including front and rear cover.

Front cover (right): Referendum 2016 against the forced settlement. Let’s send Brussels a message they can understand too! October 2nd

Rear cover (left): Let’s vote no! Referendum 2016 against the forced settlement.

Page 1 (left): We have a right to decide who we want to live with
Europa is living in times of crisis. In 2015, a country’s worth, more that 1.5 million illegal immigrants arrived in Europe.
Brussels, instead of stopping the people’s migration, plans the further settlement of tens of thousands of migrants.
It is unlawfully preparing for the member countries, including Hungary, to settle immigrants.

Page 2 (right): We cannot allow our country’s future to be decided by others.
Only we Hungarians can decide with whom we would like to live. To this end, the government has initiated a referendum against forced settlement.
The referendum question:
Do you want for the European Union to be able to prescribe the obligatory settlement of non-Hungarian citizens in Hungary without the approval of the National Assembly?

Page 3 (left): The migration of people is jeopardizing Europe’s future.
Year by year, the number of illegal immigrants is growing in Europe. The European elite deny the problem.
Europe does not protect its borders.
Brussels thinks that immigration is a good way to deal with population decline and labor shortages. Hungary rejects this approach.

Page 4 (right): The Brussels elite argues that new labor is needed in Europe. However, the situation is that there are already 21.4 million unemployed seeking work in Europe, and of those 12.4 million are long-term unemployed.
Exhibit: The number of illegal immigrants arrived in Europe: 336,000 in 2012, 432,000 in 2013, 627,000 in 2014, 1.5 million in 2015

Page 5 (left): Hungary protects its borders
The Hungarian government built a border fence for the protection of Europe and Hungary, for which the European politic and press launched a campaign against it. In spite of this, more and more have come to support the Hungarian solution.
Instead of forced settlement, protection of the outer borders is needed, so that you can still travel unimpeded within the Union.

Page 6 (right): The southern safety border fence ameliorates illegal immigration. Nevertheless, the danger still remains, which is why we must protect the borders by any means. To this end, the Hungarian government has brought a 10-point plan of action to EU leaders called Schengen 2.0. In it, the government makes proposals for the strengthening of the border protection system.
“Many people are going to thank Hungarian Prime Minister Orbán for what he has done on his borders.” – Horst Seehofer, Bavarian Prime Minister, N24 German news TV
Exhibit: Number of arrived immigrants in 2015: 390,638 before securing the border, 746 after securing the border

Page 7 (left): Illegal immigration increases the threat of terror
We reject forced settlement, because it would increase the danger of terror.
The immigrants largely come from places where European states are engaged in military campaigns. This significantly increases safety risks.
Terrorists consciously and in a well-organized manner take advantage of the lack of control, so that they can slip in with the crowds of immigrants. No one can say how many terrorists have arrived so far among the immigrants.

Page 8 (right): Viktor Orbán “loudly announced what many leaders think but don’t talk about because of political correctness.” – Beata Szydlo, Polish prime minister, TVN24 Polish news TV
The Paris and Brussels attacks proved that there is a very close relationship between immigration and terrorism.
Exhibit: January 2015, Paris, 17 dead + 22 wounded; November 2015 Paris, 130 dead + 368 wounded; March 2016, Brussels, 32 dead + 340 wounded; July, Nice, 86 dead + 303 wounded.

Page 9 (left): Forced settlement endangers our culture and our customs.
Obligatory resettlement would change Europe and Hungary’s ethnic, cultural and religious composition. Illegal immigrants don’t respect our laws, and they don’t want to share in our common cultural values.
If we don’t take action, in a couple of decades we won’t recognize Europe.
“I agree with Viktor Orbán that Europe needs strong outer borders.” – David Cameron, ex-British Prime Minister, in a joint press conference with Viktor Orbán
Illegal immigrants do not respect European norms, among others the rights of women. Since the immigrant crisis began the number of assaults on women has grown by leaps and bounds.

Page 10 (right): Several hundred “No-Go” zones in Europe’s big cities
The so-called “no-go” zones are areas of cities that the authorities are unable to keep under their control. Here the recipient society’s written or unwritten norms do not apply. In those European cities, where immigrants live in great numbers, several hundred “no-go” zones exist.

Page 11 (left): Brussels’ dangerous plans
Based on the European Commission proposal, those member countries that would not like to resettle migrants will be fined.
The size of the fine would be 78 million forint per immigrant.
By contrast, one Hungarian receives 1 million forints of assistance over a period of seven years.
Exhibit: Brussels would impose a fine of HUF 78 million per immigrant on those member states that say no to the forced settlement.
One Hungarian gets HUF 1 million in under seven years.

Page 12 (right): Brussels has proposed a fine of such a sum, that a Hungarian person on average must work 39 years to earn.

Page 13 (left): Let’s send a message to Brussels!
The Hungarian government has initiated a referendum against forced resettlement.
The referendum is necessary because Brussels has proposed that immigrants arriving in the European Union should be distributed based on a predefined quota among member states of a compulsory nature.

Page 14 (right): Taking into account the current rate of immigration and family reunification, within a period of five years a city’s worth of people could be settled in Hungary.
Brussels must be stopped!
We can send a clear and unequivocal message to Brussels with the referendum.
We must achieve that it withdraws its dangerous proposal.
For this we must vote no.

Pages 15 and 16 contain information about the referendum itself, including the hours polls open and close, what documents voters need to present in order to vote, and how to vote abroad.

Page 17 features a photograph of the Hungarian National Assembly.

Page 18 (right): Let’s stay in touch:
Stay in touch with us and be informed of the most important governmental measures. Fill in the attached form, put it in an envelope, and send it to us. Address: The Cabinet Office of the Office of the Prime Minister 1896.

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The form is followed by a lengthy disclaimer giving the government the right to use the information to contact the sender.

Qui il testo originale inviato dal governo Orbàn

«Happy birthday Cgil. Il sindacato compie 110 anni e deposita in Parlamento 1 milione e 150 mila firme a sostegno dello Statuto del lavoro 2.0. La sfida dei tre referendum su ticket, appalti e articolo 18».

Il manifesto, 30 settembre 2016 (c.m.c.)

L’antidoto al Jobs Act della Cgil è finalmente maturo: la Carta dei diritti universali del lavoro ha raccolto un milione e 150 mila firme e adesso approda in Parlamento. La segretaria Susanna Camusso ha consegnato ieri mattina gli scatoloni con le sottoscrizioni alla Presidente della Camera Laura Boldrini, proprio nel giorno del centodecimo compleanno del sindacato: la sfida, a questo punto, sarà quella di portare effettivamente alla discussione delle due Camere la proposta di legge di iniziativa popolare, evitando che come tante altre finisca in un cassetto.

La giornata della Cgil è proseguita poi in Piazza del Popolo, con la festa «Rosso vivo»: cantanti e artisti si sono esibiti per augurare happy birthday al maggior sindacato italiano. Susanna Camusso ha anche intonato «Bella ciao» insieme ai Modena City Ramblers e alla piazza, e molti si saranno chiesti se quella canzone sia in effetti in sintonia con questo governo, le sue leggi, ma anche con l’opposizione: fatta salva la sinistra, non certo con centrodestra e Lega, ma lo stesso dialogo con l’M5S è complicato se non assente. Più probabilmente avranno cantato con la Cgil i braccianti pugliesi, gli operatori dei call center, dei fast food e delle pulizie, i metalmeccanici e i lavoratori della logistica.

La Carta dei diritti universali riscrive in 97 articoli non solo il vecchio Statuto del 1970 – glorioso, ma sicuramente da ammodernare alla luce dei cambiamenti avvenuti negli ultimi 45 anni – ma soprattutto corregge le tante storture intervenute successivamente (ad esempio con la legge 30) dando spazio a due concetti fondamentali: uguaglianza e inclusione.

Il principio lo ha ricordato la stessa Camusso dal palco: «A qualsiasi categoria appartieni, qualsiasi contratto tu abbia, dovrai avere un corredo di diritti uguali per tutti in quanto lavoratore o lavoratrice». E la contrattazione, le leggi, dovranno «includere»: «Includere i tanti invisibili che un tempo avevano rapporti precari e oggi vengono impiegati in nero o con i voucher». Le parole «uguaglianza», «solidarietà», «che noi applichiamo oggi ai migranti e a chi chiede rifugio dalle guerre, dobbiamo farle vivere anche nel lavoro», spiega ancora la leader Cgil: messaggio che ormai senti pronunciato soltanto dal sindacato, perché al contrario la politica vive di distinguo, e spesso alza muri, gioca sulla disuguaglianza.

La Carta dei diritti è integrata da tre referendum – su voucher, appalti, e licenziamenti – che hanno raccolto 1,1 milioni di firme ciascuno: la consultazione potrebbe essere indetta già per la primavera 2017.

Nel suo discorso dal palco, Camusso non ha fatto gli auguri né a Silvio Berlusconi, né a Pierluigi Bersani, che come la Cgil ieri facevano il compleanno. Ha citato un’altra festeggiata: «Mafalda, la bimba dei fumetti, che ci guarda e dice No, che parla delle ferite di questo mondo. Le guerre e il bombardamento degli ospedali dove spesso ci sono bambini: dobbiamo avere il coraggio di opporci, di accogliere chi cerca rifugio in Europa, di dire no a chi vuole costruire muri».

Subito dopo la segretaria Cgil si è rivolta al governo, polemica: «Perché tra i tanti “più” che cita, dimentica il “più” registrato dai voucher? Lo vogliamo dire che è questa la nuova forma di sfruttamento, che ai giovani vengono proposti al posto di qualsiasi tipo di contratto, e che spesso vengono accoppiati al lavoro nero? E perché – ha proseguito, parlando idealmente al premier Renzi, al ministro Poletti – si dimenticano un altro “più”: l’aumento dei licenziamenti che è iniziato dal passato trimestre?».

Dall’altro lato la Cgil in questi giorni è al tavolo delle pensioni, è stata invitata di nuovo a concertare dopo circa due anni di black out: Camusso ha difeso il verbale sottoscritto con il governo e ha rilanciato, chiedendo che venga riconosciuto «il principio che i lavori non sono tutti uguali».

Tornando alla Carta dei diritti universali, la segretaria ha aggiunto di aver chiesto alla Presidente della Camera Boldrini «che la proposta di legge non rimanga chiusa in un cassetto». «È assurdo – ha spiegato – che in un paese democratico il Parlamento non discuta una proposta di legge sottoscritta da più di un milione e centomila persone».

La Cgil, dal canto suo, «quella proposta comincerà a farla vivere subito, nell’azione quotidiana e nella contrattazione». Equo compenso, tutele come la maternità, la malattia, i riposi, la salute e sicurezza sul lavoro. Ma anche la formazione permanente, il diritto di espressione e di partecipazione al sindacato. L’esigenza di una legge sulla rappresentanza e la democrazia, l’efficacia della contrattazione. Questi gli obiettivi della Carta, la materia dei suoi 97 articoli.

Senza dimenticare ovviamente i tre referendum, sfida ancora più complessa visto che ovviamente necessiteranno del quorum. «Dobbiamo convincere milioni di italiani a votare per il referendum – dice Camusso alla piazza – E potremo farlo se useremo una parola che sembra essere stata abolita: solidarietà».

«Il primo quesito – ricorda la segretaria della Cgil – riguarda i voucher». Il sindacato chiede di abolirli completamente, perché «sono la nuova grande malattia della precarietà del nostro Paese». Il secondo vuole riordinare gli appalti, «assegnando la responsabilità in capo alla committenza: perché non si può essere sempre sospesi, aspettando la nuova gara al massimo ribasso, sperando che ti assegnino le stesse ore e che magari i tuoi contributi e la tua retribuzione non spariscano insieme a qualche imprenditore truffaldino».

Infine, il terzo quesito, quello sui licenziamenti, e che più direttamente va a impattare con (anzi sarebbe meglio dire: contro) il Jobs Act di Renzi. «Ci dicono che siamo vecchi, e in effetti abbiamo 110 anni, ma non credo che sia vecchio voler ridare dignità e tutela a chi lavora. Puntiamo a un nuovo articolo 18 e a reintrodurre le garanzie per i licenziamenti collettivi».

«Rivendicazioni europee è l’unico modo per scardinare la falsa alternativa tra europeisti e antieuropeisti, che sono accomunati in realtà dalla condivisione del progetto neoliberale di comando sul lavoro».

connessioniprecarie online, 30 settembre 2016 (c.m.c.)

Sul fronte orientale non c’è niente di nuovo. L’opposizione dei paesi dell’est al migration compact mostra che il tentativo di risolvere la crisi centralizzando la decisione politica all’interno dell’Unione è fallito prima ancora di nascere. Anche a ovest d’altra parte l’austerità continua a essere affermata come la pietra angolare del governo dell’Unione, sebbene i singoli Stati stiano progressivamente forzandone i confini. Anche qui niente di nuovo, si potrebbe dire: a est come a ovest i confini dell’Unione sono continuamente violati.

L’Unione europea non è quel Moloch unitario che alcuni immaginano e che essa stessa pretende di rappresentare. Le crepe della sua disgregazione sono le stesse che migranti, precarie e operai cercano quotidianamente di allargare per garantirsi una vita migliore. Tanto per Bruxelles quanto per i singoli Stati, però, il governo dell’austerità e quello della mobilità sono due facce della stessa medaglia. Mentre la Commissione cerca di imporre un sistema coordinato per tutta l’UE, gli Stati mettono in scena uno scontro che non intacca il governo neoliberale dell’Unione.

Questo gioco delle parti è ormai parte integrante della costituzione materiale dell’Europa e dei suoi Stati e, anche laddove la sovranità nazionale è invocata a viva voce, il dispotismo del capitale è imposto attraverso il predominio incontrastato degli esecutivi. È ormai chiaro che la presunta difesa delle prerogative sovrane non è che un’articolazione delle politiche di austerità, il cui prezzo viene costantemente pagato da precarie, operai e migranti. È quindi illusorio pensare che, in Italia come altrove, questo predominio e quel dispotismo possano essere rovesciati dando una spallata al governo attraverso un referendum, un’elezione o una manifestazione stagionale.

L’Europa è il campo di contesa sul quale far valere la pretesa di libertà e l’insubordinazione allo sfruttamento praticate dalle precarie, dagli operai e dai migranti che ogni giorno attraversano il suo spazio con i loro movimenti. L’Europa è il terreno minimo sul quale praticare una prospettiva politica transnazionale. Ciò lascia tuttavia aperto il difficile problema di comprendere quale sia la scala della nostra iniziativa politica, a partire dalla consapevolezza che non è possibile contrapporre il piano transnazionale e quello territoriale: mentre fermarsi al primo finisce per essere un esercizio politicamente sterile, puntare solo sul secondo ci condanna all’impotenza.

Partiamo allora da un fatto: la dimensione transnazionale è già presente nel locale e riconfigura radicalmente le sue coordinate, tanto dal punto di vista materiale quanto da quello istituzionale. L’iniziativa transnazionale, perciò, non può più essere concepita come il risultato di una messa in rete, federazione o coalizione di differenti esperienze radicate sui territori, perché ogni territorio è attraversato da poteri sociali che si muovono attraverso i confini e che continuamente li producono e riproducono.

Come dimostrano le lotte dei migranti nella logistica, anche conflitti apparentemente radicati sul territorio riguardano linee di comando e organizzazione del lavoro transnazionali e coinvolgono una forza lavoro mobile che non può più essere identificata secondo i criteri della cittadinanza. Le stesse città, sulle quali investono le ipotesi di «nuovo municipalismo», sono parte di uno spazio metropolitano che non coincide con quello municipale ma lo determina.

Metropolitano è lo spazio della produzione e riproduzione sociale, creato dalla connessione logistica tra hub di servizio e zone industriali poste anche a migliaia di chilometri di distanza e nel quale le direttive dell’Unione, mediate dai singoli Stati, ricadono, determinando le condizioni politiche dello sfruttamento. Lo spazio metropolitano è organizzato da regimi giuridici che connettono ogni singola azione amministrativa locale alle politiche neoliberali europee, alla direzione finanziaria impartita dall’Unione e alle strettoie del suo governo della mobilità in modo funzionale al dominio del capitale globale.

Basta leggere in che modo le linee di finanziamento europee parlano della governance delle città per capire che essa è costituita da assetti di governo che si confondono con le zone di scambio e sono connessi con altre «regioni metropolitane» o «zone urbane», che costituiscono le basi dello sviluppo economico in quanto capaci di unire tutti i livelli della catena produttiva: dalla scuola all’Università alla fabbrica, passando per i nuovi centri delle reti logistiche.

La metropoli è in questo senso uno spazio post-coloniale, non per gli effetti persistenti di una passata dominazione, ma perché è governata secondo criteri coloniali di efficienza, differenziazione e gerarchizzazione per via amministrativa divenuti ormai globali. Questo governo dello spazio metropolitano si serve delle istituzioni municipali incatenandole a uno Stato che non si rivolge a tutti i cittadini allo stesso modo, ma governa e reprime i loro movimenti con diverse intensità, combinando l’azione assistenziale o coattiva dei servizi sociali all’esercizio della forza armata nelle periferie.

Lo spazio metropolitano, allora, comincia là dove la cittadinanza è destrutturata, dove la precarietà si manifesta come mobilità, frammentazione e gerarchia mettendo radicalmente in questione le forme tradizionali dell’organizzazione e dell’iniziativa politica, da quella sindacale a quella elettorale.

Questa configurazione impone di ripensare il modo in cui la città può essere oggi l’orizzonte di riferimento di un’iniziativa politica alla luce di due diversi ordini di problemi. Il primo ha a che fare con la reale capacità di azione delle istituzioni municipali in relazione tanto allo Stato, quanto all’Unione quanto, infine, alle dinamiche transnazionali che attraversano lo spazio metropolitano in cui le città sono inserite, in modi anche molto diversi l’una dall’altra.

Questa differenza è qualcosa con cui è necessario fare i conti, per non istituire modelli ideali che, come nel caso di Barcellona, sembrano semmai segnalare l’originalità, ma anche la specificità di un’esperienza. Il secondo ordine di problemi riguarda invece la capacità di fare della città uno spazio di organizzazione, senza per questo rivolgersi a un indeterminato pubblico dei «cittadini», unito da improbabili bisogni comuni, dall’essere l’oggetto complessivo e il destinatario universale di una medesima amministrazione o da una generica volontà di partecipazione attiva nei processi di decisione che dovrebbe coinvolgere anche chi non ha la cittadinanza.

Questo modo di guardare alla città non avrebbe nulla di particolarmente nuovo. Per non limitarsi a una pratica di lobbismo pre-elettorale, magari anche utile nel breve periodo ma di incerta e improbabile prospettiva, una politica nella città deve necessariamente offrire alle figure irriducibilmente diverse del lavoro vivo contemporaneo la possibilità di riconoscersi, non in nome di un’identità etnica o etica già condivisa o di una presunta tradizione ribelle, ma in vista di un progetto comune di insubordinazione, emancipazione e lotta.

Il municipalismo può essere nuovo se è all’altezza dell’orizzonte metropolitano e dunque transnazionale in cui si costituisce la città. Ciò significa che la ribellione non può consistere nella ricostruzione localizzata di una comunità andata in frantumi, né si può risolvere mettendo in rete sul piano europeo le esperienze esistenti: la città deve diventare il fulcro di un processo di sollevazione del lavoro vivo che, anche per consolidare la sua forza e le sue conquiste sul piano istituzionale, deve essere in grado di interrompere i momenti della produzione e riproduzione sociale che organizzano lo spazio metropolitano a partire da un progetto politico che ne riconosca la dimensione già globale e offra a quella sollevazione la sua infrastruttura logistica.

Riconoscere il modo in cui la dimensione transnazionale ridetermina quella locale significa allora rovesciare l’ordine delle priorità: non si tratta di partire dal locale per arrivare al transnazionale, secondo un movimento progressivo di accumulazione di esperienze o attraverso una messa in rete e coalizione dell’esistente, ma di collocare ogni iniziativa locale in quell’orizzonte transnazionale capace di conferirle forza espansiva.

DIEM 25 sembra avere compreso la necessità di questo rovesciamento, perché assume l’Europa come propria dimensione specifica aggirando, almeno a parole, l’idea di una federazione internazionale di partiti o movimenti nazionali. Ciò dovrebbe spiegare la polemica di Varoufakis contro il «sovranismo» e le proposte di uscita a sinistra dall’Unione. Al di là della singolare scelta di assumere il sig. Fassina Stefano quale interlocutore, ciò che conta è la registrazione che la sovranità degli Stati è ormai radicalmente riconfigurata dal piano transnazionale entro il quale essa agisce.

Come nel caso delle città, criticare l’idea di una sovranità di sinistra non è semplice materia di dibattito politico e teorico, ma riguarda le forme pratiche di organizzazione del conflitto e i soggetti che le praticano e che trovano in esse espressione. Sino a oggi, per DIEM il riferimento privilegiato sono i cittadini europei delusi dall’Unione. Ma i cittadini sono tali perché c’è una sovranità, così come l’idea di costruire un demos europeo è una prospettiva di riattivazione della sovranità, non la sua critica. Anche dando per scontata la praticabilità delle campagne di disobbedienza civile e governamentale degli Stati, delle regioni o dei municipi, il problema qui si presenta rovesciato e non sembra cogliere ciò su cui insistiamo, ovvero che il transnazionale non è un piano a sé stante, ma è già nel locale e nel territoriale.

Promuovere la disobbedienza degli Stati, o delle regioni e dei municipi nei confronti del comando dell’Unione replica l’idea di un assetto istituzionale in cui questi diversi livelli sono chiaramente distinguibili e relativamente autonomi e possono essere utilizzati uno contro l’altro a seconda delle occasioni. I processi elettorali possono essere certamente spazi di mobilitazione e quindi di soggettivazione, anche importanti, ma non si può affidare loro il compito di resistere alle dinamiche del capitale globale.

Non si tratta solo del carattere ovviamente limitato delle decisioni che possono essere prese tramite elezioni, che è certamente evidente a tutti. Si tratta piuttosto dell’implicita delimitazione del campo di azione e della difficoltà di connettere produttivamente i movimenti del lavoro vivo con la gestione quotidiana degli eventuali risultati elettorali in assenza di un’organizzazione in grado di mantenere quella connessione nel tempo.

Da tempo le elezioni non sono più un esercizio di democrazia. Quando va bene, esse possono essere un momento di lotta dentro e contro il sistema democratico di dominio. La democrazia è certamente un problema urgente: mentre a est sempre più paesi stanno abbandonando procedure democratiche ed erodendo spazi di libertà, tanto formale quanto sostanziale, in ogni punto d’Europa la dinamica dell’inclusione è stata sostituita da una produzione di differenze e gerarchie che servono a irreggimentare il comando capitalistico.

La risposta a questo processo non può tuttavia coincidere con una larga intesa degli scontenti e una coalizione di militanti non allineati, reclutati all’occorrenza anche tra le fila di fantomatici «conservatori progressisti». Allo stesso modo, non è possibile pensare che una politicizzazione di massa possa darsi attraverso il feticismo della procedura e piattaforme virtuali in cui la forma della decisione è sempre prioritaria rispetto al programma. Per diventare lo spazio per una presa di parola di precarie, operai e migranti, la mobilitazione democratica deve essere pensata a partire dalla mobilità del lavoro vivo, dalle sue condizioni materiali e dal rifiuto dello sfruttamento e dell’oppressione che esso quotidianamente esprime.

A partire da qui, una lotta per la democrazia che non sia né un fittizio piano di riforma dell’Europa dell’austerity né un sogno tecnocratico dovrà riempirsi di contenuti e offrire strumenti di lotta e costruzione di autonomia nelle condizioni attuali. Rivendicare un salario minimo europeo, reddito e welfare europei e un permesso di soggiorno europeo significa per noi fare della lotta per la democrazia un progetto di emancipazione che, incidendo sul tempo e sulle condizioni della produzione e riproduzione sociale, sullo spazio metropolitano sul quale il capitale esercita il suo dominio, sia capace di impattare i pilastri dell’Europa dell’austerity e il regime europeo del salario.

Queste rivendicazioni possono connettere i diversi livelli di iniziativa politica sul piano locale e transnazionale. Avanzare rivendicazioni europee è l’unico modo per scardinare la falsa alternativa tra europeisti e antieuropeisti, che sono accomunati in realtà dalla condivisione del progetto neoliberale di comando sul lavoro. Per quanto rilevante, il problema non è oggi verso chi indirizzare queste rivendicazioni, ma pensare chi può oggi riconoscersi in esse. Quelle rivendicazioni non sono parte di un catalogo di diritti, ma identificano salario, welfare e mobilità quali terreni materiali di scontro, partendo dalla consapevolezza che ogni precaria, migrante e operaio può farsi valere in ogni singolo luogo solo utilizzando degli strumenti transnazionali.

Questo non significa negare o aggirare la necessità di fare i conti con il piano istituzionale, che è tanto più rilevante quanto più è urgente consolidare a tutti i livelli ciò che precarie, operai e migranti possono conquistare con le loro lotte. Ma queste conquiste sono possibili solo attraverso un’accumulazione di forza che a sua volta non è data, ma è la posta in gioco di qualunque progetto che abbia la pretesa di essere espansivo e di durare più di una stagione.

Risulta perciò difficile immaginare che questa accumulazione possa compiersi in Italia attraverso la mobilitazione «sociale» in vista del referendum costituzionale. Che cosa significhi sociale non è politicamente dato, né quando si organizza l’opposizione alla riforma costituzionale, né quando si cerca di organizzare lo sciopero sociale transnazionale. In entrambi i casi non può significare la somma delle esperienze esistenti, anche perché sarebbe davvero illusorio pensare che la somma delle nostre forze attuali sia qualcosa di significativo.

Tanto sul piano locale quanto su quello transnazionale «sociale» deve essere lo spazio di espressione di tutti quei segmenti del lavoro vivo che sono colpiti tanto dalle norme della riforma costituzionale quanto da quelle dei governi europei. Il sociale non è un fronte, ma uno spazio aperto sul quale nessuno può vantare una superiore legittimità, perché nessuno è finora riuscito nemmeno lontanamente ad approssimarne la definizione. Solo ponendo questo problema del «sociale» c’è la possibilità che il nostro No sia differente e autonomo dal variegato caravanserraglio che con l’occasione del referendum vuole saldare i suoi conti con il governo Renzi.

Va riconosciuto nel progetto di riforma costituzionale il disegno di consolidare quel predominio dell’esecutivo che è parte integrante della politica neoliberale. Questo predominio è inscritto nella costituzione materiale tanto dell’Unione quanto dei suoi Stati e non sarà la difesa della Carta costituzionale, la garanzia dell’alternanza al governo o il ritorno al bicameralismo perfetto a invertire questa tendenza. L’occasione del referendum non può perciò essere la replica di altre spallate ad altri governi, ma deve mostrare ovunque i nessi tra questa riforma e il dominio quotidiano che milioni di persone subiscono ogni giorno e che sono regolarmente taciuti dallo scontro tra il sì e il no. Quei nessi non sono immediatamente evidenti.

Per questo, più che produrre improvvise chiamate a raccolta delle componenti organizzate di movimento e parti dei sindacati, accontentandosi di una manifestazione più o meno grande o di uno sciopero più o meno rituale, è necessario mostrare questi nessi in tutta la loro brutalità, sapendo che essi non cominciano e non finiscono con il referendum e nemmeno con il governo Renzi. L’autonomia del nostro No non può limitarsi al quadro istituzionale italiano, così come non può accontentarsi di quello che abbiamo. La nostra opposizione può essere sociale solo se diventa lo spazio in cui si esprimono diversi segmenti di classe, con una presenza di massa che supera i confini del tessuto militante e che sappia perciò investire i rapporti di forza transnazionali che organizzano la società.

La Francia ha mostrato che nemmeno il più grande sciopero sociale e la più grande sollevazione del lavoro vivo che l’Europa abbia visto negli ultimi anni sono riuscite a evitare l’approvazione della loi travail attraverso la ripetuta imposizione dello stato d’urgenza da parte del governo. Non si tratta però di registrare una sconfitta, ma di riconoscere che è ormai impossibile conseguire una vittoria eludendo il piano transnazionale su cui si gioca la partita.

Lo hanno compreso bene le realtà francesi che, dopo essere state protagoniste degli scioperi e della mobilitazione di Nuit Debout, ora sostengono la costruzione della tre giorni del 21-22-23 ottobre a Parigi, nella prospettiva di rafforzare il processo verso uno sciopero sociale transnazionale. Dopo l’esperienza di Poznan, che ha indicato nell’Est Europa un terreno centrale di iniziativa, il meeting di Parigi dovrà affrontare il problema di come superare il limite delle lotte nazionali e costruire momenti di sollevazione del lavoro vivo capaci di attraversare i confini e di accumulare forza.

La piattaforma dello sciopero sociale transnazionale può diventare la nostra infrastruttura logistica per connettere le lotte locali e quotidiane e irrompere tanto negli spazi metropolitani quanto nei processi transnazionali per contrastare il governo dell’austerità e della mobilità.

Il manifesto, 30 settembre 2016 (p.d.)

Un terremoto: così i residenti di Aleppo descrivono l’agonia della città, bombe e missili scuotono letteralmente la terra sotto i piedi. Ora si combatte in città vecchia, simbolo di bellezza e abbondanza evaporate nei fumi della guerra civile: ad Aleppo non si trova più neppure il pane.

Non si trovano acqua, medici e medicine, i gesti della vita quotidiana. I bambini conoscono solo la lotta giornaliera per la sopravvivenza. Con la fastosità di Aleppo è evaporata anche l’infanzia. Rami Adham prova da qualche anno a metterci una pezza: siriano finlandese, è noto come il «contrabbandiere di giocattoli»: palloni da calcio, barbie, peluche, 70 kg di giochi alla volta che nelle sue 28 visite in Siria ha portato con sé.

Alla Bbc Rami dice di voler «preservare gli eroi che rappresentano il futuro della Siria». C’è da chiedersi quale sia il futuro per un paese di cui metà della popolazione, 11 milioni di persone, è rifugiata all’estero o sfollata all’interno, che piange quasi mezzo milione di morti e legami sociali in frantumi. Aleppo ne è l’esempio, divisa a metà tra governo e opposizioni.

L’ultima settimana ha visto una terribile escalation: Damasco avanza via terra, decisa a «spazzar via i terroristi»; le opposizioni non arretrano per non lasciare spazio al compromesso politico. I numeri delle Ong sono terrificanti: 100 bambini uccisi e 223 feriti secondo l’Unicef da venerdì, quasi 500 civili morti da lunedì 19 settembre, solo 35 medici presenti nei quartieri est. Altri due ospedali sono stati colpiti ieri da missili, centrate anche due panetterie, tra le poche ancora aperte e con lo scarso cibo a disposizione che ha raggiunto prezzi stellari.

Di certezze ce ne sono poche ad Aleppo. Una di queste è che il conflitto non finirà a breve: secondo fonti delle opposizioni e ufficiali Usa, Washington avrebbe autorizzato le petromonarchie del Golfo a rifornire i “ribelli” di missili anti-aereo Manpad, preoccupando molti osservatori: l’equipaggiamento, come quello inviato prima, finirà nelle mani delle opposizioni militarmente più efficaci, l’ex al-Nusra e la galassia salafita che la sostiene pur sedendosi al tavolo di Ginevra e che da agosto ha ammassato ad Aleppo migliaia di miliziani per la cosiddetta battaglia finale.

Eppure sulla città si aggira ancora il fantasma della tregua che genera solo false speranze. Ieri Casa Bianca e Cremlino hanno riproposto, ognuno a modo suo, la stantia promessa del dialogo mescolata a intimidazioni reciproche. Il segretario di Stato Usa Kerry ha minacciato di chiudere se Mosca non interrompe subito i raid, ma fonti dell’amministrazione parlano già di reazioni militari suggerite ad un recalcitante Obama.

La Russia risponde: le dichiarazioni Usa sulla Siria – ha detto il vice ministro degli Esteri Ryabkov – sostengono il terrorismo. Ha poi rigettato la proposta di 7 giorni di tregua, «inaccettabile» perché volto a far riorganizzare le opposizioni e rilanciato: 48 ore per far arrivare degli aiuti, quelli che durante il cessate il fuoco dal 12 al 18 settembre non sono stati consegnati.

Il gap tra Washington e Mosca, impegnate in un braccio di ferro che travalica le frontiere siriane, si amplia irrigidendo le posizioni dei due fronti: quello pro-Assad, guidato dalla Russia e sostenuto da Iran e Hezbollah; e quello del composito fronte di opposizione, gestito dal Golfo e ufficialmente solo in parte dagli Stati Uniti.

Qui sta la base fragile della strategia Usa: mentre Putin è sponsor di un solo soggetto, Assad, figura che incarna gli interessi russi, Obama deve giostrarsi tra innumerevoli attori. Se dietro le quinte gli Usa riforniscono di armi i “ribelli”, consapevoli che una buona parte finisce ai qaedisti, in pubblico è impossibile sostenere apertamente questa porzione delle opposizioni. Eppure sanno che si tratta della più radicata e meglio armata, la sola che può dare filo da torcere all’esercito governativo.

«La piramide del potere si sta sgretolando sotto i nostri occhi. Non è dunque una "deriva" mediatica, è una linea di frattura politica: è la scena stessa del politico che si dissigilla e trema sotto i nostri passi. Ecco la triste sorte di coloro che hanno perduto il "comune"e non hanno più il linguaggio». LaRepubblica, 30 settembre 2016 (c.m.c.)

Jorge Luis Borges evoca, in uno dei suoi testi più famosi e divertenti, una certa enciclopedia cinese secondo cui gli animali si dividono in: «a) appartenenti all’Imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) maialini da latte, e) sirene, f) favolosi, g) cani randagi, h) inclusi nella presente classificazione, i) che s’agitano come pazzi, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, l) eccetera, m) che fanno l’amore, n) che da lontano sembrano mosche»… Ho ripensato a questo testo del grande scrittore argentino osservando il moltiplicarsi dei candidati alle primarie che designeranno i rappresentanti dei partiti per le presidenziali del 2017. Ma siamo onesti, non è una specialità francese.

Il processo delle primarie favorisce la moltiplicazione delle candidature in seno a uno stesso partito, e talvolta perfino in seno a una stessa tendenza. Per dare conto di una simile proliferazione di candidature analoghe e cercare di distinguere fra postulanti così simili gli uni agli altri, i media fanno ricorso a metafore ispirate agli universi e ai riti del combattimento o del cimento: dalla corsa a ostacoli (ciclistica o ippica) alla competizione sportiva, al conflitto di archetipi (la forza di Achille, l’astuzia di Ulisse), allo spettacolo, alla serie tv ( House of Cards, Il trono di spade), o ancora al cronotopo della marcia con le sue figure associate (la traversata del deserto, l’ascensione ai vertici, lo stallo, la deriva, la caduta).

L’uso della metafora nel discorso politico non è certo nuovo, ma tende a rafforzarsi quando gli obiettivi politici o ideologici si fanno meno marcati e il personale politico, per forza di cose, diventa più omogeneo. Quando più nulla differenzia un candidato dall’altro sul piano ideologico o politico, bisogna trovare altre maniere per distinguerli, fuori dall’ambito della razionalità politica, in universi narrativi e registri linguistici diversi dalla sintassi politica.

Nell’accavallarsi delle candidature, l’elemento che fa la differenza è la freschezza del segno: lo scintillio di un tweet, di un’immagine o di un semplice accessorio. Matteo Renzi ha saputo sfruttare con abilità questa miniaturizzazione dei grandi obiettivi politici (#lavoltabuona, la camicia bianca e uno smartphone Apple, strizzata d’occhio alla serie House of Cards). La miniaturizzazione agisce come un transistor, il conduttore elettronico utilizzato nei circuiti come interruttore, come amplificatore di segnale, che consente di stabilizzare una tensione, modulare un segnale e tante altre cose.

Propongo di definire questo fenomeno della comunicazione «transistorizzazione » (per cambiare dal pigro storytelling), nel doppio significato di effetto transistor e di trasmutazione storica dei dati della politica. Lo sfavillio dell’eteroclita prende il posto del dissenso democratico. L’esibizione delle piccole differenze (e del narcisismo che le accompagna) si sostituisce alle spaccature politiche e alle battaglie ideologiche.

Il prezzo di questo spostamento è la personalizzazione della lotta politica che aggrava inesorabilmente la spoliticizzazione delle persone, che ci si sforza di compensare attraverso piattaforme digitali di ogni sorta seguite da operazioni porta a porta mirate (il clic e il toc toc). Ma a queste campagne partecipative manca l’essenziale, l’assicurazione di un linguaggio credibile e di un luogo comune dove scambiarlo, accreditarlo. Ed è qui che il testo di Borges, forse, ci dice qualcosa sulla crisi politica che attraversiamo.

Fino a questo momento la vita politica, che si tratti di processi elettorali, dell’organizzazione del dibattito pubblico, della pluralità dei partiti o dell’esercizio del potere, obbediva a una logica di negoziazione. Il campo politico era attraversato da conflitti di interesse che esprimevano, in ultima analisi, gli interessi conflittuali dei dipendenti e dei datori di lavoro. Negoziazione, partiti, rapporti di forza erano i tre concetti fondamentali della ragione politica.

La condizione politica è stata rimodellata negli ultimi trent’anni sotto l’effetto di quattro rivoluzioni intrecciate fra loro, che hanno segnato le società occidentali: 1. la globalizzazione neoliberista che ha trasformato il capitalismo e messo in crisi la sovranità degli Stati; 2. la rivoluzione digitale, la tv via cavo e lo sviluppo di internet, che hanno scompigliato le condizioni sociali e tecniche della comunicazione politica; 3. la rivoluzione manageriale che si è imposta sia negli apparati dello Stato sia nei partiti politici e ha promosso un nuovo modello di uomo politico, più performer che giurista; 4. una rivoluzione della soggettività che si traduce, nella sottocultura di massa, nell’apparizione di un nuovo idealtipo che privilegia i valori di mobilità e flessibilità a quelli di lealtà e radicamento.

Oggi la logica della negoziazione cede il posto a una logica di speculazione e poggia sull’anticipazione di una performance futura. Alla creazione di un rapporto di forza si sostituisce la logica dell’anticipazione. Governare non è più semplicemente prevedere, è speculare sul futuro immediato. E in questa logica non sono più i sindacati o i partiti rappresentativi che intervengono nell’ambito politico, ma attori che cercano di valorizzarsi o di bloccare la loro svalutazione.

Il modello è la start-up politica (come quella di Emmanuel Macron o di Donald Trump) e non più i partiti old school (come il Pd di Matteo Renzi o il Partito socialista di Manuel Valls). L’atomizzazione dello spettro politico evocata all’inizio di questo articolo ne è uno degli effetti. Per l’elettore-scommettitore, non si tratta più di decidere fra partiti, programmi o visioni del mondo, ma di scommettere sul futuro vincente. Il sondaggio si sostituisce all’elezione, il sondato all’elettore. La competenza o l’esperienza cedono il passo all’«indice di futuro» dei candidati. Le primarie hanno aggravato questa logica.

Sono gli stress test del capitale umano. Anch’esse sono basate su previsioni, scommesse, e non sulle qualità presunte o accertate di un candidato. L’homo politicus considerato alla stregua di un qualunque «capitale umano » è un valore in divenire che si apprezza prelazionando un’offerta politica invece che sforzandosi di rispondere alle domande dei cittadini. Una politica dell’offerta politica di cui i sondaggi sono lo strumento centrale: stanno alla democrazia come le agenzie di rating stanno al debito.

Valutano la credibilità dei candidati sul mercato delle opinioni allo stesso modo in cui le agenzie di rating valutano la solvibilità dei mutuatari sui mercati finanziari. Oltre a questo, gli uni e le altre hanno per missione orchestrare, stimolare, influenzare l’attenzione dell’opinione pubblica cittadini e produrre fede nel sistema. Lanciatori di narrazioni, i sondaggi hanno la funzione di mantenere l’attenzione, di scongiurare la fuga o l’astensione. Se li seguiamo, non è in virtù del loro valore informativo o predittivo, ma in virtù della loro funzione drammaturgica(…).

Oggi la perdita di credibilità nelle istituzioni politiche e nella parola pubblica non è un fenomeno congiunturale, è un sintomo della crisi di rappresentanza che colpisce se stessa, legata alla crisi dei vecchi modelli di sovranità statale. Tutto il processo elettorale ormai è visto con grande scetticismo dagli elettori: primarie, sondaggi, comizi, talk show. L’elezione, che prima accreditava l’esercizio del potere e la sua legittimità, è divenuta una sorta di diffidenza, un esercizio non più istituente, ma destituente.

Per dirla sinteticamente, tutta la piramide del potere si sta sgretolando sotto i nostri occhi. Non è dunque una «deriva» mediatica che dobbiamo denunciare, è una linea di frattura politica: è la scena stessa del politico che si dissigilla e trema sotto i nostri passi. Perdita del luogo e delle forme stesse del politico. Ecco la triste sorte di coloro che hanno perduto il «comune» e non hanno più il linguaggio.

Truffetta dopo truffetta, bravissimo il governo Renzi a mescolare qualche spicciolo con l'aria delle promesse e dei rinvii, sollevando così una polvere rosa a fini di propaganda per il SI.

il manifesto, 30 settembre 2016

Malgrado la sua mole, la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef) licenziato dal governo martedì notte, non riesce a nascondere le fragilità e le aporie della Renzinomics. Non scalda i cuori né a Bruxelles né a Roma.

Negli ambienti Ue si pensa di rimandare il giudizio definitivo al prossimo maggio in modo da non intralciare il cammino del governo verso il Referendum, fissato a dicembre anche per la legge di stabilità. In questo modo il governo potrebbe tentare di reperire quegli otto miliardi che gli permetterebbero di agire sulle pensioni, sulla “competitività”, sui contratti, sulle misure per la famiglia e per l’Università. Uno spruzzo di qui e uno di là per rinsaldare il fronte referendario del Sì che si sta già sfaldando, come impietosamente hanno evidenziato i fischi dell’assemblea di Firenze della Coldiretti. Naturalmente il taglio dell’Irpef è rimandato al 2018 (si fa per dire) per garantire quello dell’Ires che interessa alle imprese e per scongiurare l’incremento dell’Iva. Il debito italiano torna a crescere, siamo al 132,8% del Pil per colpa della deflazione appena attutita dalla ripresa dei prezzi del petrolio. La Commissione europea aveva già tollerato il rapporto deficit-Pil dall’1,8% al 2%. Ma questo a Renzi non basta. Vuole arrivare al 2,4% per potersi fregiare del titolo di combattente antiausterity.

Ma i conti non tornano. Lo afferma l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), che appone il bollino sulle previsioni tendenziali 2016-2017, ma esprime forti perplessità su quelle programmatiche e revoca in dubbio le stime governative per i due anni successivi. Non crede affatto che la crescita degli investimenti possa raddoppiarsi, sia nel settore delle costruzioni come in quello dei macchinari. Pensa che le stime governative sull’andamento del Pil nominale nel 2018 e nel 2019 siano del tutto gonfiate. «La crescita supposta dal Mef per i consumi delle famiglie appare, soprattutto per il 2018, elevata se si tiene conto dell’andamento complessivamente stagnante della massa retributiva reale», scrive l’Upb, ovvero i salari sono troppo bassi e inibiscono qualunque tipo di crescita. Non solo, l’Ufficio avverte che il commercio internazionale e la domanda mondiale sono in contrazione. Quindi le previsioni governative sono costruite sulla sabbia.

Intanto i dati veri e duri dell’economia si fanno sentire. L’Istat ritorna avverte che la fascia tra 25 e 49 anni ha perso in un mese 39mila occupati e 238mila in un anno. Anche la generazione nata nel 1980 («la più istruita di sempre» secondo Mario Draghi) è perduta e costretta a lavorare fino a 75 anni per uno straccio di pensione. Effetti del Flop Act e di ciò che lo ha preceduto.

La battaglia dei decimali è doppiamente perdente, fondata su stime improbabili e insiste su obiettivi scopertamente fallimentari. Come fare credere che i livelli salariali debbono rincorrere come Achille la tartaruga la produttività aziendale – che peraltro deriva da fattori di sistema che reclamano investimenti pubblici e innovazione -, quando invece proprio l’incremento delle retribuzioni può diventare un fattore potente di sviluppo della produttività del lavoro. E anticipare l’età pensionabile costringendo le persone a indebitarsi con le banche e a vedersi ridotta fino al 25% la propria pensione non elimina le sofferenze e aumenta l’indebitamento privato . Un perseverare tanto più diabolico se lo si confronta con la crisi del pensiero economico mainstream. La recente intervista di De Benedetti apre una voragine in quel mondo dominato dalla «folle scelta dell’austerity» per di più in piena deflazione, anche se poi non offre soluzioni alternative. Non è suo compito. Sarebbe quello di una sinistra da costruire.

Corriere della Sera, 29 settembre 2016

«Il problema è che mentre prima, pacificamente, si rubava per fare carriera all’interno dei partiti politici, adesso si usano altri sistemi. Al momento non è ancora chiaro quali siano, perché i processi relativi alle elezioni primarie non li abbiamo ancora fatti. Quando li faremo, scopriremo come funzionano». Sono parole di Piercamillo Davigo. E non sono parole destinate a passare inosservate; tanto più che le elezioni primarie in Italia le ha fatte il Pd.

Davigo firma con Gherardo Colombo un libro in uscita da Longanesi e che il Corriere ha potuto leggere in bozze: La tua giustizia non è la mia. Dialogo tra due magistrati in perenne disaccordo. Pagine che suscitano godimento intellettuale, per il raffronto serrato da cui emergono a ogni capitolo le differenze culturali tra due pm simbolo di Mani Pulite, e nello stesso tempo angoscia sociale, di fronte alla descrizione di un Paese che appare a volte irredimibile. Per intenderci, sul fatto che i politici non abbiano affatto smesso di rubare sono d’accordo entrambi. Scrive infatti Colombo: «A me pare che la corruzione oggi sia diffusa capillarmente come venti e passa anni fa, quando l’abbiamo svelata con le nostre indagini. Mi sembra però cambiata sotto il profilo fenomenologico. Allora quella di alto livello era quasi sempre connessa al finanziamento illecito dei partiti politici, era un sistema che, in quanto tale, rispondeva a regole precise; adesso è diventata più frammentata e anarchica». Non a caso «in Italia chi denuncia comportamenti illeciti nel campo della corruzione è considerato una spia. Vuol dire che la mentalità generale (non di tutti, per fortuna, ma di tanti) sta dalla parte dell’illecito e non del lecito. Finché esisterà questa mentalità, sarà il denunciante, e non colui che dovrebbe essere denunciato, che sta fuori dal sistema».

Tra i due è soprattutto Colombo a parlare di società, prevenzione, recupero, Costituzione. Davigo è più tranchant. «Giansenista» si definisce. E avverte l’amico: «Tu accordi all’uomo un grado di fiducia che, secondo me, assolutamente non merita». Il problema in Italia, sostiene Davigo, non è la repressione; è il fatto che di repressione non ce n’è abbastanza. Quanto alle intercettazioni, «se sono davvero irrilevanti, il nostro codice prevede già il reato di diffamazione a tutela del soggetto coinvolto. Il problema però è che non è quasi mai vero che sono irrilevanti. Possono essere utili ai fini del processo penale, pensiamo al traffico di influenze; oppure se sei una persona pubblica o un pubblico ufficiale e si scopre che gestisci un bordello, o prendi affitti in nero, è ovvio che non sono più affari privati».

Colombo parla dei suoi incontri con gli studenti su legalità e lotta alla mafia, Davigo replica: «La soluzione non può venire dalla mera educazione. Tu sei convinto che i ragazzi vengano ad ascoltarti perché sono interessati a quello che dici. In realtà, e basta tornare con la memoria alla nostra stessa esperienza di studenti, è comunque preferibile andare ad ascoltare qualcuno che viene a parlarti di un certo argomento piuttosto che stare in classe e assistere alla solita lezione, con il rischio di essere interrogati». E ancora: «Tu parti dal presupposto che l’uomo sia buono per natura. Stai vagheggiando il mito del buon selvaggio di Rousseau, rivelatosi del tutto infondato. Il fatto stesso che tu ritenga che gli individui andrebbero educati, significa che se vengono lasciati allo stato brado buoni non lo sono neanche un po’. Per questo è necessario ricorrere a un cosiddetto male necessario, ossia all’uso della forza». E a Colombo che lamenta il trattamento dei carcerati, replica: «Gran parte delle vicende che hai illustrato io le ho vissute quando ho fatto il servizio militare. Arrivi, ti svesti, ti tagliano i capelli, ti danno l’uniforme ossia un vestito uguale per tutti…». «Ma perché, Piercamillo, non possono cucinare, perché non possono tenere foto alle pareti?». «Sulle foto posso essere d’accordo. Sul fatto di cucinare non tanto. Perché possono essere fatte scoppiare le bombolette del gas contro gli agenti. Nelle carceri di altri Paesi nessuno cucina». Su un altro punto c’è intesa. Colombo riconosce che «i colletti bianchi sono quelli che non vanno mai in prigione». «Il problema è che ci dovrebbero andare, in galera — aggiunge Davigo —. In realtà, sono gli unici che utilizzano tutti gli strumenti studiati a beneficio degli altri. Che invece rimangono in carcere».

La disputa si accende anche sulla valutazione dei colleghi. «Da quel che dici sembra che da una parte ci siano i magistrati, bravi, e dall’altra il resto del mondo, cattivo — obietta Colombo —. Credo sia il caso di riconoscere che a volte le mancanze stanno anche dalla parte della magistratura». Risponde Davigo: «Certo che no! E comunque non lo devi dire a me, che deferisco un magistrato al giorno al collegio dei probiviri»
«Solo se le imprese recuperate concorrono a realizzare quelle filiere produttive legate ai principi dell’Altreconomia possono costituire un tassello importante per l’alternativa al modello socio-economico dominante». Il manifesto, 29 settembre 2016 (c.m.c.)

Il fenomeno delle «imprese recuperate» sta crescendo in tutti i paesi colpiti dalla lunga Recessione, come era avvenuto in Argentina all’indomani del crac finanziario del 2001. È uno dei modi con cui i lavoratori sono tornati protagonisti del loro destino, reagendo alle cosiddette leggi del mercato capitalistico. Era successo anche nei paesi dell’est, all’indomani della caduta del muro di Berlino, quando furono chiuse migliaia di fabbriche statali e si avviò bruscamente un processo di deindustrializzazione e privatizzazione.

Personalmente, nel periodo 1994-1996 ho promosso con il Cric (una ong meridionale molto attiva in passato), il recupero di tre imprese nel settore dell’abbigliamento a Tirana, Valona e Durazzo. Grazie alla collaborazione del Forum i Grua Shiptar (Forum delle Donne Albanesi) , sono state costituite delle cooperative di donne tra quelle che erano state licenziate. Anche se non si poteva parlare di vere e proprie cooperative, per via dei trascorsi storici che ne avevano distorto le finalità , lo spirito era quello e furono avviate delle produzioni di camicie (a Tirana e Valona) e di biancheria intima a Durazzo.

Le prime due esperienze andarono male per diversi motivi, invece a Durazzo in pochi anni la cooperativa crebbe e riuscì a sopravvivere alla guerra civile del marzo/aprile 1997 , scatenato dagli sgherri dell’ex presidente Berisha. Le donne di Durazzo difesero la fabbrica recuperata con ogni mezzo, impedendo che venisse bruciata insieme ad altri edifici pubblici della zona. A distanza di più di vent’anni l’impresa recuperata di Durazzo, diretta da Elvira Ajazi, è un modello sociale per tutti i Balcani: le donne ricevono un salario mediamente più alto del resto dell’Albania, hanno l’asilo nido e la mensa nella fabbrica ed un buon livello di partecipazione alla gestione dell’azienda.

Unico neo è quello che questa impresa recuperata lavora su commesse di due grandi aziende italiane nel settore dell’intimo per bambini. Ed è questo il punto dolente, non solo in Albania. Infatti, quando parliamo di “imprese recuperate”, dovremmo usare il quadrangolare e vedere come queste imprese si collocano nelle filiere produttive. Ci sono infatti “imprese recuperate” che entrano a pieno titolo nella catena dello sfruttamento e dell’accumulazione capitalistica.

Altre che invece fanno parte di quella sfera dell’economia che il grande Fernand Braudel definiva “economia di mercato” dove il denaro è solo un intermediario negli scambi e dove la relazione sociale permane forte e trasparente (Braudel parla di «occhi negli occhi e mano nella mano» ). O se vogliamo in quella forma di economia mercantile che Marx individuava nel circuito «Merce-Denaro-Merce» opposta a quella del mercato capitalistico che si fonda su Denaro-Merce-Denaro.

È questa la questione politica di prima grandezza con cui fare i conti. Se le imprese recuperate concorrono a realizzare quelle filiere produttive legate ai principi dell’Altreconomia – basata sulla ricerca del prezzo equo e della solidarietà – se entrano in circuiti dove c’è un rapporto diretto tra consumatori e produttori, se si avvalgono del credito elargito dalla finanza non profit, allora possono costituire un tassello importante per l’alternativa al modello socio-economico dominante. Altrimenti sono ottime esperienze per chi le fa, ma vengono utilizzate e sfruttate dal sistema.

«Muri, fili spinati, guardie di frontiera, non serviranno a niente; da quei paesi e da tanti altri si continuerà a scappare inseguendo il sogno europeo a costo della pelle.Teniamone conto perché i confini, avvantaggiano solo i padroni». R

ifondazione.it, 29 settembre 2016 (c.m.c.)

Un campo minato. A questo somiglia oggi l’Europa dei 27 e nei prossimi mesi, se non giorni, il numero delle zone a rischio del continente potrebbero aumentare sensibilmente. E la cartina di tornasole per cogliere meglio tale situazione critica è quello della circolazione dei migranti.

Aumentano infatti non solo le frontiere esterne realizzate per impedire l’accesso in UE delle persone in fuga ma si rafforzano quelle interne, in una parcellizzazione dei confini che porta al naufragio della stessa idea di Europa.

Sono iniziati i lavori per realizzare a Calais, un muro che impedirà il passaggio di chi dalla Francia cerca di raggiungere il Regno Unito. Il governo francese giudica questo un “problema interno”. Hollande si è recato nel campo “jungle”della cittadina e ha riaffermato l’intenzione di smantellare qualsiasi insediamento. Difficile pensare che, tanto il muro britannico quanto gli sgomberi francesi produrranno effetti positivi, aumenteranno soltanto le tensioni.

Il 2 ottobre prossimo si voterà in Ungheria per decidere se accettare o meno il piano di ricollocamento profughi proposto e già fallito in sede UE 15 mesi fa. Dei 160 mila giunti soprattutto in Grecia ed Italia che dovevano poter trovare posto nel territorio degli altri Stati membri in 2 anni, ad oggi poco più di 3000 persone hanno trovato collocazione. Dall’Italia si sono mossi 800 rifugiati.

Ai paesi ospitanti l’UE avrebbe garantito 6000 euro per ogni richiedente asilo accolto. A quelli considerati di arrivo e quindi paesi base per far partire la ricollocazione, Italia e Grecia si garantiscono 500 euro a persona per il trasporto. Anche l’Ungheria di Orban doveva poter ricollocare i 54 mila migranti giunti nel suo territorio ma gran parte sono già stati cacciati e il voto di ottobre sancirà che in Ungheria non debbano entrare più profughi. Simili posizioni, con sfumature più o meno cruente, hanno preso Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia e Bulgaria. In pratica nessun aiuto dall’Est. Bulgaria e Ungheria procedono poi con la costruzione di muri e fili spinati rivolti all’esterno mentre per le frontiere interne si preparano dispositivi di controllo altrettanto invasivi.

Se, come possibile, alla ripetizione delle elezioni presidenziali, l’Austria avrà un presidente di estrema destra anche i confini col Brennero saranno più militarizzati, la Francia, in parte con le leggi di emergenza giustificate con il terrorismo, in parte con procedure di espulsione e rimpatrio più accentuate, blinderà il confine con Ventimiglia. Francia e Germania, motivate anche con il crollo verticale di consensi dei partiti di governo a favore delle forze xenofobe, stanno, per conto proprio, stringendo accordi unicamente di riammissione e di collaborazione con i regimi dell’Africa Sub Sahariana.

Accordi che vuole anche l’Italia di Renzi, con la differenza che per il presidente del consiglio italiano la negoziazione e quindi l’invio di risorse economiche ai paesi di trattenimento, deve avvenire su base continentale, sul modello di quello con la Turchia. Ma questo richiede l’impiego di somme considerevoli che né i paesi UE né l’ONU, nonostante le belle parole della Dichiarazione di New York intendono nel breve periodo attuare. Di fatto ad oggi, singoli stati vanno negoziando accordi con partner africani a cui si propongono investimenti e forniture militari in cambio dell’obbligo di fermare chi prova a venire in Europa e di riammettere chi è riuscito ad attraversare le frontiere.

Quindi si blindano le frontiere meridionali non più nel Maghreb ma nei paesi Sub Sahariani e si blindano i singoli Stati europei con nuovi confini interni.

E sono confini che ad oggi impediscono la libera circolazione di chi non è cittadino europeo e in più è anche povero. Nel futuro prossimo c’è da temere l’aumento delle barriere interne. La “brexit” in un paio di anni sarà compiuta, in Svizzera, paese che non fa parte formalmente dell’UE, ha vinto a grande maggioranza un referendum populista contro i “frontalieri” i “lumbard” che quotidianamente vanno a lavorare nel Canton Ticino con salari più alti rispetto a quelli italiani per poi tornare la sera nei patri confini.

Misure di contenimento se non di vera e propria espulsione. Non sarebbe affatto strano se, anche per ragioni di politica interna, il trattamento riservato ai cittadini provenienti dai Sud del mondo venisse esteso anche ad una parte dei comunitari. Il Regno Unito lamenta la presenza di troppi lavoratori italiani che godono del welfare sconosciuto da noi, in Germania non è escluso venga ripresentata una proposta di legge per togliere il diritto alla residenza per coloro che, avendo perso il lavoro e vivendo del sussidio statale, dopo sei mesi non hanno trovato nuova occupazione.

Taglio del sussidio, impossibilità ad avere un contratto di affitto e per chi ha cercato fortuna fuori dallo Stivale il futuro diviene incerto. Per ora si tratta solo di ipotesi confermate dall’affermarsi elettorale delle forze fascistoidi che vorrebbero il ritorno ad una improbabile sovranità nazionale con tanto di riedizione dei confini statuali.

Ma alcune riflessioni, anche per smontare una informazione distorta non casualmente, bisognerebbe farle proprie.

La prima, confermata da sondaggi, è quella che vedrebbe la popolazione italiana come fra le più favorevoli all’abolizione della libertà di circolazione nella cosiddetta “Area Schengen”.

Populisti da strapazzo cercano di convincere che in questa maniera si ferma “l’invasione degli immigrati”.Bestemmia enorme. Schengen, che da sempre critichiamo da sinistra, garantisce di non dover mostrare i documenti attraversando le frontiere esclusivamente ai cittadini europei. Per gli altri i controlli non sono mai mancati, si veda quanto accade non da oggi a Ventimiglia, a Gorizia, al Brennero. L’abolizione di Schengen o la sua sospensione bloccherebbe o quantomeno rallenterebbe la circolazione dei cittadini comunitari e sarebbe più restrittiva per chi proviene da altri paesi, con il risultato che coloro che transitano per Italia o Grecia sarebbero ancora più costretti a rimanervi, nonostante abbiano migliori prospettive in altri paesi.

La seconda è che i rigurgiti nazionalisti sono soltanto il volto più cattivo di una volontà precisa di distruggere i diritti sociali acquisiti.

I muri e i fili spinati li fanno realizzare i padroni con l’aiuto delle istituzioni europee, non servono a fermare improbabili invasioni quanto a centellinare e a rendere più ricattabili coloro che, entrando, cercano spazio nel ciclo produttivo. Non si tratta di manodopera di riserva a basso costo, come in maniera superficiale si continua a dire anche in ambienti a noi vicini, ma della copertura di nicchie economiche, altrimenti prive di braccia, non solo per lavori di bassa qualifica ma in grado di risolvere la crisi demografica europea.

In paesi come la Germania, quella che si va realizzando è una selezione spietata degli arrivi e delle persone da accogliere e formare. Lo scontro assurdo fra ultimi e penultimi va affrontato dimostrando concretamente che gli effetti delle riforme del mercato del lavoro colpiscono, anche se con caratteristiche diverse, tanto gli autoctoni che i nuovi arrivati.

La terza riguarda il diritto alla circolazione.

Non è assurdo immaginare che si giunga ben presto (i segnali ci sono) ad affermare in Europa una condizione ancora più dichiaratamente di classe per determinare la libertà di movimento. Se infatti da una parte emergono provvedimenti restrittivi che riguardano anche i cittadini, lavoratrici e lavoratori, comunitari, dall’altra la pratica dell’acquisto della cittadinanza di uno Stato membro, (Malta Cipro Ungheria e Bulgaria per ora) è possibile da tempo per chi può permettersi un congruo versamento nelle casse dello Stato di cui si diventa cittadini o residenti. Hanno cominciato cittadini russi e cinesi, ora si stanno affacciando iracheni e siriani benestanti che insieme ad un appartamento fra i tanti invenduti, acquisiscono il diritto alla libera circolazione in Europa con tutti i vantaggi che questo determina. Avremo insomma presto un continente in cui non saranno soltanto più gli status giuridici e i paesi di provenienza a determinare l’esigibilità di diritti fondamentali ma diventerà più pressante di oggi il censo.

Del resto esistono già oggi “non comunitari” che hanno le corsie preferenziali. Non solo statunitensi o giapponesi ma anche cittadini delle nuove potenze asiatiche, dell’Oceania, che difficilmente si troveranno (turisti, imprenditori o criminali che siano) a subire i controlli e le perquisizioni che si vedono a Ventimiglia o nelle stazioni ferroviarie italiane. La caccia è ai migranti ma la caccia è soprattutto ai poveri, meglio ancora se le due categorie si sintetizzano in una sola persona e se i venti di peggioramento della crisi economica da cui non si è usciti si dimostreranno portatori di nuova tempesta, il restringimento, anche su questo versante, degli spazi democratici sarà cosa data.

E l’ultima delle riflessioni accennate riporta al presente e al futuro dell’Europa.

Anche in questo caso si tratta di tenere a mente un dato di fatto con cui non si vogliono fare i conti. Muri, fili spinati, guardie di frontiera, bande di miliziani come quelle che ormai circolano nei Balcani per dare la caccia all’uomo anche con i cani, sistemi di tecnologia avanzata per il controllo dei singoli e centri di detenzione laddove la vita non ha più valore, non serviranno a niente.

Non solo da paesi dichiaratamente in guerra ma anche da quelli apparentemente stabili come l’Egitto, dove ogni giorno 3 o 4 persone spariscono e spesso vengono ritrovati nelle stesse condizioni di Giulio Regeni, come la Nigeria con cui l’Italia stringe accordi ma dove nel frattempo esplodono rivolte, come il Sudan, per anni considerato “stato canaglia” e ora, con lo stesso governo di sempre, considerato partner affidabile, o l’Afghanistan che da una parte è considerato paese da cui non c’è motivo di fuggire e dall’altra, gli stessi governi, inviano armi e truppe per mantenere una sedicente pace nelle poche aree controllate dal governo.

Da quei paesi e da tanti altri si continuerà a scappare inseguendo il sogno europeo a costo della pelle. Chi parte sa bene cosa rischia. Chi parte sa bene che solo in questa parte del 2016 sono oltre 6000 i morti accertati nel Mediterraneo. Chi parte pagherà e rischierà di più, perché non ha alternative.

Teniamone conto ogni volta che sentiremo, non solo alla nostra destra, qualcuno che parla di confini da rispettare. Teniamone conto perché i confini, lo ripetiamo, avvantaggiano solo i padroni.

Che siamo contro questo sistema capitalistico dissennato ed ingiusto lo ripetiamo da molto tempo. E però da quando l’idea di come dovrebbe e potrebbe essere l’altro mondo possibile si è annebbiata, l’enunciazione ha perduto non poca della sua presa. Questa edizione di Terra Madre appena conclusa a Torino mi sembra importante, al di là del merito della sua specifica tematica, perché non solo ha dato concretezza a quella nostra critica e aspirazione, denunciando con la forza dell’esperienza di milioni di contadini gli effetti nefasti della distruzione della terra e della rapina che subisce per mano dei grandi protagonisti della globalizzazione, ma ha anche indicato i modi attraverso cui è possibile resistere e anche avanzare.

Non voglio descrivere questo evento straordinario perché lo hanno già fatto, e benissimo, nei giorni scorsi su questo giornale, Coscioli, Pagliasotti e Vittone. Mi sono riferita a questi cinque intensi giorni torinesi solo per lo stimolo che io credo offrano a una riflessione politica più generale. Mi spiego.

1) Noiosamente ci ripetiamo da tempo che il modo di far politica è cambiato, ma qualche conclusione pratica stentiamo a trarla. Ecco: Terra Madre rappresenta uno dei modi di un possibile rinnovamento, che consiste nel prendere atto che in questi ultimi decenni molte delle idee che nel passato hanno animato il nostro impegno si sono logorate e occorre adesso fare in modo che tutti riattraversino un’esperienza pratica diretta che faccia capire perché il capitalismo va combattuto. (Non solo la povertà e l’ingiustizia, proprio il sistema).

Informare che ogni anno 84.000 chilometri quadrati di terra fertile vengono sottratti all’alimentazione dalla dissennata cementificazione speculativa, generando obesità per i ricchi e fame per i poveri perché il lavoro contadino è stato a tal punto svilito e sottopagato dalla grande industria agroalimentare da desertificare le campagne e infestare il nostro cibo di veleni, apre un nuovo orizzonte del cambiamento necessario. Così come dar evidenza all’acquisizione da parte della Bayer della Monsanto è la forma più concreta e illuminante per denunciare la crisi della democrazia, visto che questo privato accordo commerciale avrà effetti sulla nostra vita quotidiana ben più pesanti di qualsiasi decisione votata dal Parlamento.

Ma la forza dei discorsi che qui si sono tenuti sta sopratutto nel fatto che non è stato solo ripetuto un astratto discorso sull’ecologia, ma che quel discorso è stato pronunciato da nuovi protagonisti della lotta anticapitalista, i contadini dell’Africa, dell’Asia dell’America latina, ma anche del nostro occidente che li ha dimenticati. Perché una nuova sostanza della politica può essere trovata solo se non ci si limita a denunciare ma se si riescono a mettere in moto i nuovi agenti del discorso che facciamo, se si individuano nuovi soggetti politici (o, come nel caso dei contadini, se si reinventano). Il salto di qualità qui a Torino si è avuto perché sono state coinvolte 500.000 persone, non privilegiati gourmets, ma cittadini che hanno imparato qualcosa di prezioso: nuovi modi di lavorare e anche nuovi modi di consumare. (È vero che il capitalismo ha trasformato i cittadini in consumatori, ma è anche possibile ritrasformare i consumatori in cittadini attivi). Qui si sono viste all’opera nuove reti militanti.

2) Ci arrabattiamo per scoprire cosa sia oggi il lavoro, ben consapevoli che la disoccupazione giovanile non è uguale al passato, ha anche una evidente causa nel ridursi del lavoro tradizionale, quello industriale e impiegatizio. Ebbene, guai se dovessimo finire per pensare che la sola nuova occupazione possibile sia quella offerta da una inutile, pletorica, patologica moltiplicazione del settore della comunicazione (o del fast food), e non, sopratutto, quella offerta da settori scelleratamente abbandonati e che oggi occorre reinventare: agricoltura e servizi collettivi, che rispondano ai nuovi urgenti bisogni che sono emersi: la indilazionabile cura della terra, dell’aria, delle città divenute invivibili. Non, dunque, un indifferenziato stimolo della domanda, come con un po’ di faciloneria viene invocato da qualche tardo keynesiano, ma un massiccio spostamento di risorse (e di attenzione) dal consumo individuale a quello collettivo.

Possibili e anzi necessari sono oggi mille mestieri che il mercato non crea, perché è tanto miope da vedere solo il profitto immediato e personale, non il vantaggio comune e di lungo periodo. («Non mangeremo computer» – ha ironizzato Carlin Petrini).

Il lavoro politico oggi necessario consiste nell’aiutare questo processo, impegnandosi a costruire i soggetti sociali e politici in grado di portare avanti questi discorsi.

3) Impegnarsi a fare queste cose vuol dire rinunciare al progetto di un nuovo e vero partito della sinistra, un soggetto in grado di coagulare attorno a un progetto energie e intelligenze? Non credo, anzi. Significa però evitare di ripetere quello che è stato un limite dei partiti comunisti e anche socialdemocratici: l’autosufficienza e, insieme, lo statalismo. Capire cioè che un partito è vivo nella misura in cui attorno alla sua organizzazione esistono forme più estese di democrazia organizzata, reti sociali attive, movimenti, che ne garantiscano la linfa e contribuiscano giorno per giorno, nell’immediato e senza delegare, ad un mutamento della società che anticipi i progetti di governi e istituzioni, impotenti se non accompagnati da questa trasformazione.

4) Ultima osservazione. Ho letto che un pezzo di Sel si è riunito in una piazza romana per dire che non è d’accordo con un altro pezzo di Sel perché occorre tornare a perseguire l’obiettivo dell’alleanza di centrosinistra anziché quello di dar vita a un partitino del 2%. Mi sembra una contrapposizione davvero pretestuosa. Quando si dice che oggi reinventarsi quell’alleanza non è più realistico non è perché si ritiene che non si debba più dialogare con i milioni di compagni che per quella formula hanno votato e che continuano a militare nel Pd. Ci mancherebbe! Vuol dire solo che non basta più rimettere insieme pezzi di vecchie organizzazioni di sinistra, neppure di quelle della sinistra c.d. radicale (per questo, del resto, con un atto coraggioso, Sel ha deciso di sciogliersi). Che, insomma, occorre un ripensamento più profondo, un mutamento più innovativo del far politica. Nel senso delle esperienze di cui prima ho parlato (A Terra Madre si è stretto un patto di lotta fra 75 associazioni contadine e ambientaliste, compresa, figuratevi!, la Coldiretti, quella che una volta chiamavamo con disprezzo «bonomiana», per raccogliere le firme sotto una petizione europea che blocchi la distruzione del suolo. Una coalizione ben più larga del centrosinistra!). Insomma: ormai non basta più rimettere assieme i cocci, sommare Bersani con Furfaro o con Fratoianni. È questo obiettivo a essere un po’ meschino e vecchiotto rispetto ai tempi che ci sono imposti.

È un obiettivo facile e immediato? No, ma il concetto di slow vale anche per la politica.

Tr articoli sul nuovo imbroglio di Matteo Renzi per far vincere il SI al referendum per la deformazione della Costituzione. Metodi degni della peggiore demagogia truffaldina della peggiore destra. E intanto rigurgita il Pontone sullo stretto.il manifesto, 27 settembre 2016IL REFERENDUM
DI BABBO NATALE
di Norma Rangeri

Ponte sullo Stretto per 100mila posti di lavoro, 80 euro, forse meno, ai pensionati più disagiati e pazienza se i tagli alla sanità li hanno resi più indifesi. Il presidente del consiglio apre e chiude i cordoni della borsa come farebbe un burattinaio con i fili del suo teatrino. Nella repubblica degli zero virgola barcollano i pilastri dello stato sociale ma in compenso l’impresa è il cuore della politica governativa a base di defiscalizzazione (a carico di chi paga le tasse) con serenata di accompagnamento, ieri cantata dal premier al colosso delle costruzioni Impregilo («Evviva le aziende che rischiano»).

Si potrebbe parlare di conflitto di interessi di un presidente del consiglio che promette ponti d’oro e quattordicesime più pesanti mentre invita a votare sì al referendum. Anche se forse sarebbe più esatto parlare di convergenza di interessi. Il Corriere della Sera lo sintetizzava nel titolo di prima pagina: «Scelta la data del 4 dicembre. Renzi: pensioni basse, raddoppia la quattordicesima». Non era un endorsement del quotidiano ma un semplice accostamento di due fatti, la constatazione di come verrà orchestrata la battaglia referendaria. Grandi opere e potere monocamerale maggioritario per farle senza opposizioni tra i piedi («Finita la parte riforma si può tornare a progettare il futuro»).

Siamo in campagna elettorale ormai già da mesi e ci resteremo fino all’inverno. Abbiamo iniziato con i gazebo sulla spiaggia e finiremo con babbo natale. Oltretutto la par condicio scatta a un mese e mezzo dal voto, quindi le prossime saranno settimane a reti unificate per il Sì come e più di quanto hanno registrato i monitoraggi televisivi fini a oggi. E con le leve offerte dal potere di governo la propaganda viene meglio. Renzi deve portare gli elettori al seggio e una legge finanziaria è merce che si vende bene al mercato elettorale.

Il No dovrà farsi forza delle sue buone ragioni che per fortuna abbondano anche se sono in compagnia di Brunetta e di Salvini, improbabili difensori di una democrazia costituzionale che dovrebbe avere nei loro rispettivi leader di riferimento, Berlusconi e i lepenisti lombardo-veneti, gli alfieri.

Sicuramente è una battaglia da combattere fino in fondo per rompere questa bolla del nuovismo renziano che tra ponte sullo Stretto e pacchi di natale ai pensionati svela le sembianze del vecchio politicante in difficoltà. Tempi lunghi e promesse sonanti indicano che il premier ha bisogno di molte settimane per risalire la corrente del consenso, appesantito com’è dalla zavorra della crescita zero. Ma con ancora davanti più di due mesi di rissosa propaganda c’è il rischio vero di un astensionismo per sfinimento.

COME TI INGANNO L'ELETTORE
FIN DENTRO IL SEGGIO
di Gaetano Azzariti,

Il quesito predisposto dall’Ufficio centrale della Cassazione per il referendum non è neutro. È vero che esso si “limita” a riprodurre il titolo della legge approvata dal Parlamento, ciò non toglie che quella formulazione non doveva essere prescelta. Per diverse e buone ragioni. Anzitutto perché – com’è noto – i “titoli” delle leggi non sono votati dal parlamento sono invece formulati da chi ha presentato il testo, nel nostro caso da Renzi e Boschi. Dunque da una parte interessata a conseguire un certo esito del referendum.

Se – come le regole di drafting imporrebbero e com’è sempre stato in passato – il titolo si fosse limitato a dar conto dell’oggetto della riforma il fatto non sarebbe stato rilevante. Non è però questo il nostro caso, poiché oltre all’“oggetto” solo parzialmente indicato, si richiamano impropriamente anche gli auspicati “scopi” e gli eventuali “effetti” della riforma. Giusta – ma non sufficiente – l’indicazione che la riforma riguarda il superamento del bicameralismo paritario, la soppressione del Cnel, la revisione del titolo V; ingannevole l’ulteriore evidenziazione del contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni e quella della riduzione del numero dei parlamentari. Questi due ultimi sono scopi o effetti che interpretano la riforma secondo gli auspici dei suoi proponenti. Essi possono essere proposti come argomenti “politici” (ovvero retorici), ma non hanno nulla di oggettivo. In ipotesi, si potrebbero ben sottolineare non solo i risparmi ma anche i costi che questa riforma imporrà. Attrezzare il Senato perché esso possa svolgere le impegnative funzioni che la riforma introduce non sarà a costo zero. Un aggravio di spesa discenderà, ad esempio, dalle nuove competenze relative all’attività di valutazione delle politiche pubbliche e l’attività della pubblica amministrazione, di verifica dell’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori e l’attuazione delle leggi dello Stato. Ed è una previsione legittima quella che fa ritenere che alla fine i costi di funzionamento delle istituzioni supereranno le riduzioni di spesa. Tutto ovviamente è lasciato al futuro e al giudizio degli elettori. Per questo l’indicazione nella scheda di una sola prospettiva possibile appare sbilanciata. Così anche la riduzione del numero dei parlamentari è solo un effetto parziale, peraltro assai contestato nella sua assolutezza. Secondo alcuni ben più rilevante – riguardando l’assetto complessivo dei poteri e non il singolo organo – sarebbe l’effetto di squilibrio che si verrebbe a determinare tra i due rami del parlamento. Aver reso assoluto un elemento (la riduzione dei parlamentari) senza indicare anche i possibili limiti e scompensi che possono conseguire non fa giustizia dell’obiettività del quesito.

La formulazione è inoltre incompleta con riferimento all’oggetto. Si sono omesse, infatti, parti della riforma indiscutibilmente assai significative. Non si richiamano le modifiche che incidono sulla Corte costituzionale (composizione e competenze), quelle che modificano le modalità d’elezione del presidente della Repubblica, le disposizioni relative ai diversi iter di formazione delle leggi, la decretazione d’urgenza, il voto a data certa, nulla sulle nuove forme di democrazia diretta. Anche su queste parti andremo a votare ma dalla lettura della scheda referendaria non risulta.

La formulazione del quesito è stata indicata dall’ufficio centrale presso la Corte di Cassazione. In applicazione della legge? Qui si apre una questione complessa di interpretazione delle norme vigenti e dei precedenti. Da un lato, infatti, nei due referendum costituzionali che si sono svolti il quesito aveva riportato i titoli delle leggi, senonché – a differenza di oggi – essi si limitavano all’indicazione dell’oggetto della riforma nel suo complesso (riforma del Titolo V e riforma della II parte della costituzione).

Dunque, non si potevano sollevare questioni sostanziali. La norma di legge vigente in materia (l’articolo 16 della legge 352 del 1970) peraltro è piuttosto chiara sia nello spirito che nella lettera. Nel caso di revisione della costituzione (a differenza delle altre leggi costituzionali, che hanno necessariamente un titolo proprio), come ha rilevato di recente Paolo Carnevale, il quesito deve indicare espressamente gli articoli della costituzione che si vogliono modificare. È vero che i precedenti richiamati del 2001 e del 2006 non sono in linea, allora prevalse una ragione sostanziale: anziché un elenco interminabile di articoli è apparso più opportuno una indicazione complessiva e neutra.

Ma di fronte a un titolo fuorviante la rigorosa applicazione della lettera della legge sarebbe stata necessaria. Nel caso dei referendum abrogativi, proprio per evitare schede referendarie troppo lunghe e incomprensibili, s’è adottata la misura di far elaborare all’ufficio centrale un titolo autonomo e riassuntivo «al fine dell’identificazione dell’oggetto del referendum» (articolo 1 della legge 173 del 1995), per il referendum costituzionale non so se si poteva operare in analogia. Quel che è certo è però che difronte al vulnus di beni costituzionalmente protetti (la corretta espressione della sovranità popolare, il regolare svolgimento competizione referendaria) sarebbe stato meglio impedire che la scheda diventasse l’ultimo tentativo di indirizzare impropriamente la scelta dell’elettore.

PER CHI È TEMPORANEAMENTE
ALL’ESTERO IL TEMPO STRINGE.
ECCO COME FARE

I cittadini che per motivi di lavoro, studio o cure mediche si trovano all’estero per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento della consultazione elettorale, e cioè il 4 dicembre, nonché i familiari con loro conviventi, potranno votare per corrispondenza. Ma per organizzarsi il tempo stringe. L’allarme è stato lanciato dalla lista Tsipras, schieratissima per il No, che sul proprio sito (listatsipras.eu) ha pubblicato tutte le indicazioni e il modulo da scaricare.

La richiesta può essere inviata per posta, per fax, posta elettronica anche non certificata, oppure fatta pervenire a mano al comune di residenza anche da persona diversa dall’interessato (su indicepa.gov.it sono reperibili gli indirizzi di posta elettronica certificata dei comuni italiani).

Ma, attenzione, la comunicazione va trasmessa entro 10 giorni dal decreto del consiglio dei ministri che indice il referendum. La dichiarazione di opzione, redatta su carta libera e corredata di copia di documento d’identità valido dell’elettore, deve contenere l’indirizzo postale estero cui va inviato il plico elettorale, l’indicazione dell’ufficio consolare (Consolato o Ambasciata) competente per territorio e una dichiarazione attestante il possesso dei requisiti per l’ammissione al voto per corrispondenza: e cioè che si è all’estero per lavoro, studio o cure mediche per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento della consultazione elettorale; oppure che si è familiare convivente di un cittadino che si trova in queste condizioni.
«“La nuova generazione di guerrieri per la giustizia”. Per la maggior parte degli afroamericani l’uguaglianza è un traguardo lontano dall’essere raggiunto».

Il manifesto, 27 settembre 2016 (m.p.r.)

Non si ferma la protesta a Charlotte, in North Carolina, dove da una settimana migliaia di persone continuano a scendere per strada tutte le notti per chiedere giustizia e risposte che nemmeno la divulgazione del video della polizia, riguardo l’omicidio di Keith Lamont Scott, è riuscita a dare. Dopo le prime due notti di violenze la protesta è tornata pacifica, tanto che polizia e guardia civile non hanno mai applicato il coprifuoco previsto per la mezzanotte, ma i cortei non diventano comizi stanziali, continuano a spostarsi attraverso la città.

Si parla di centinaia di persone che ogni notte si riuniscono e non si stancano di chiedere giustizia, come, in uno splendido reportage via Twitter, ha mostrato il giornalista del Washington Post, Wesley Lowery, che sabato notte ha chiesto a decine di persone di spiegare cosa li avesse portati a scendere per strada e camminare per ore, a volte sotto la pioggia. Ne è scaturito il quadro di un’umanità diversa, prevalentemente afroamericana, ma non solo, dove i bianchi riconoscevano una chiave della loro libertà nel veder rispettati i diritti civili dei loro concittadini neri, i quali esprimevano con termini chiari come l’essere «black» sia in sé un pericolo, nell’America del 2016. «A due anni da Ferguson, dov’è la riforma della polizia a livello federale che doveva essere attuata?», chiede Lowery, giornalista afroamericano che a Ferguson era stato anche arrestato.

Di questa riforma non c’è traccia, tranne che in alcuni casi, affidati alla volontà dei singoli sindaci, che devono poi fare i conti con i propri capi della polizia. La sensazione di essere abbandonati a se stessi traspare dalle micro interviste di Lowery, così come il grado di consapevolezza che la lotta sarà ancora lunga e dura, che i diritti civili, anche quello di non essere sparati dalla polizia senza ragione, non sono dati e andranno conquistati.

C’è anche la consapevolezza che qualche decina di persone che mette a ferro e fuoco la città catalizza l’attenzione dei media molto più di centinaia che ogni sera scendono per strada senza spaccare nemmeno un vetrina. Eppure questa protesta non sembra voler terminare, così come a Ferguson era andata avanti per mesi, anche a telecamere spente, quando gli occhi di tutti non erano puntati più lì.

Quando domenica Obama ha inaugurato il museo di storia e cultura afroamericana, che da 100 anni aspettava di vedere la luce, ha definito Deray McKesson e Brittany Packnett di Black Lives Matter «la nuova generazione di guerrieri per la giustizia» e in quella frase, come nel lungo abbraccio silenzioso tra il presidente e il membro del congresso John Lewis, storico attivista per i diritti civili degli afro americani, c’è il senso di questa lotta che non è finita negli anni ’60, che ha portato dei risultati, ma non tutti, per cui anche se alla Casa bianca c’è ora un uomo non bianco, per la maggior parte degli afroamericani l’uguaglianza è un traguardo lontano dall’essere raggiunto.

Questa consapevolezza da settimane ormai trova visibilità nel mondo dello sport. Da quando, 5 settimane fa, Kaepernick dei San Francisco 49 si è inginocchiato per non onorare l’inno americano stando in piedi con la mano sul cuore, in quanto, da nero, non si sente protetto da quell’inno e da quella bandiera, ben 40 giocatori professionisti di football, provenienti da 14 squadre diverse, hanno seguito il suo esempio, oltre a innumerevoli squadre junior, come ad esempio a Madison, in Wisconsin, dove domenica entrambe le squadre in campo si sono inginocchiate, arbitro incluso, come anche il clarinettista afroamericano della banda che stava suonando l’inno, mentre un gruppo di studenti del North Carolina che assisteva alla partita ha alzato il pugno chiuso, in solidarietà con la protesta dei giocatori.

Nel mondo della pallacanestro femminile, con la Wnba sabato al Madison Square Garden di New York, Brittany Boyd ha seguito l’esempio di Kaepernick, di cui indossava la maglietta che ora è diventata uno dei simboli di Black Lives Matter, rimanendo seduta in panchina. Queste proteste plateali del mondo dello sport americano probabilmente entreranno nei sussidiari di qualche anno a venire, e rendono l’idea del bisogno di visibilità per un problema sociale e etico, enorme, che trova spazio solo quando sono coinvolti morti, ma che riguarda la vita quotidiana di ogni persona con la pelle scura che si trova in America, consapevole che un incontro casuale con la polizia potrebbe essergli fatale.

Intervista di Giovanna Casadio a Massimo Cacciari. Sciagurato il popolo che ha perduta la capacità di aiutare il suo prossimo quando lo vede ferito e disperato. Infelice il popolo i cui intellettuali non abbiano parole che per se stessi. La Repubblica, 27 settembre 2016



«Se l’Europa ci sarà ancora o no, si deciderà entro un anno, cioè dopo il ballottaggio in Austria per le presidenziali, il referendum costituzionale in Italia, le elezioni in Francia e in Germania ». Massimo Cacciari, filosofo, ex sindaco di Venezia, dice di non essere una Cassandra, ma semplicemente di indicare quanto è sotto gli occhi di tutti: la crisi di sistema, strutturale, di un’Europa che non sa governare. E la paura dei cittadini italiani che all’83% rivogliono le frontiere nell’area Schengen - fotografata dal sondaggio Demos-Repubblica - è «comprensibile, legittima, razionalissima, perfino inevitabile».

Professor Cacciari, non la sorprende che gli italiani a stragrande maggioranza si ribellino alla libera circolazione delle persone nella Ue, vogliano più controlli e addirittura muri?
«Bisogna collocare questi fenomeni all’interno di una visione d’insieme. Non è possibile che una crisi di questa portata, che coinvolge tutti gli aspetti della vita, sia riducibile a un aspetto o a un altro di cronaca. C’è un profondissimo disagio, che vivono tutti i popoli e le nazioni europee e non soltanto. Non solo immigrazione, ma anche crisi economica, disuguaglianze, i figli che stanno peggio dei padri. La gente sta male a 360 gradi e sta infinitamente peggio di come sperava di potere stare. I popoli europei hanno avuto una grande speranza, che con l’Europa unita si potesse stare meglio. Questa era la promessa della leadership europea. Negata, ora».

Inevitabile insomma l’anti europeismo?
«Se le leadership europee non cessano di inseguire le emergenze e non puntano invece a una strategia di sistema, l’Europa naufraga, perché dietro la paura dell’immigrazione c’è il non governo dell’immigrazione. Manca il buon governo delle cose».

E i populismi però ingrassano?
«Il gioco davvero sporco, e che bisogna attaccare, è proprio quello di chi invece di dire che senza Europa siamo davvero perduti di fronte alle sfide globali, strumentalizza. Però io non ci sto a dire che è irragionevole questa paura, al contrario è ragionevolissima. L’immigrazione di massa è una grande novità che sarebbe stupefacente non creasse paura: i popoli non sono formati da intellettuali».

È un formidabile testacoda che l’attualità mostra: da un lato gli italiani chiedono muri dall’altro sono respinti dalla Svizzera che in un referendum ha votato contro i pendolari italiani.
«Sono le immagini simbolo dell’impotenza europea. Va detto tuttavia che un organismo anche animale se non riesce a riorganizzarsi, si difende ed è questo l’inizio della sua fine. In Svizzera cavalcano le paure per prendersi i voti e giocano con fuoco che brucerà anche loro».

Renzi ha avviato un conflitto con Merkel e Hollande sulla flessibilità ma anche per lo scarso sostegno sull’immigrazione. Ha qualche ragione?
l «Le leadership tedesca e francese sono al muro. Noi in definitiva siamo quelli che facciamo la figura migliore. Sull’immigrazione Renzi ha molte ragioni, anche se non è con buffonate tipo “facciamo da soli” o mostrandosi offeso per non essere stato invitato, che si trovano soluzioni. Mentre sul piano economico, della flessibilità, non è chiedendo la paghetta che si possono affrontare i problemi. La questione vera che dovrebbe essere posta per salvare la moneta unica ad esempio, riguarda le politiche fiscali punto strategico nella Ue».

Quindi la paura si aggira in Italia?
«Paura dice tutto e non dice niente. I cittadini non si sentono governati, non sanno cosa fa chi li guida: è il crollo di una “auctoritas” , da qui legittimamente la paura. Bisogna ficcarsi nella zucca che il vero deficit europeo è la mancanza di autorità. Quando la Merkel reagì con autorevolezza alla prima forte ondata migratoria, mise a tacere populisti e demagoghi».

C’è un rischio razzismo?

«Il razzismo non c’entra. Il rischio è la dissoluzione dell’Europa, lo sapremo tra un anno dopo il voto in Austria, il referendum costituzionale italiano, le elezioni in Francia e Germania dove è in discussione anche la Merkel. È puro realismo dire che l’Europa collasserà, se non riesce a trovare coesione».
Parole di saggezza che vengono da esperienze e sentimenti del passato, ma che sono di stringente attualità per chi voglia comprendere e praticare la Politica senza perdere ciò che lega ogni uomo agli altri uomini.

Il manifesto, 27 settembre 2016


Tra il dicembre del 2009 e l’estate del 2012 Maria Luisa Boccia e Alberto Olivetti hanno intrattenuto una fitta serie di conversazioni con Pietro Ingrao che ci ha lasciato un anno fa, il 27 settembre del 2015. Sono state registrate e trascritte per realizzare un volume. Alcuni capitoli sono pronti per la stampa, altri attendono una revisione.Nel marzo del 2011, frutto di quegli incontri, fu pubblicato Indignarsi non basta presso l’editore Aliberti, che ebbe grande diffusione ed è statoGli stralci qui proposti sono invece inediti, risalgono a un incontro seguente della primavera del 2011. Li abbiamo scelti, in occasione dell’anniversario della sua scomparsa, per l’attualità che i giudizi di Pietro Ingrao rivestono riguardo alle discussioni su Parlamento e legge elettorale.

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Ci accade ogni giorno di essere presi nelle maglie di una struttura artificiale. E questo sembra esserci “da sempre”. L’ordine ti prende e stringe fin dalla nascita, come se fosse un dato naturale appartenervi. “Stato” è il nome che diamo ad un insieme composito, forse per nulla ordinato e coerente, di regole, istituti, funzioni, dentro il quale svolgiamo le nostre vite.

La norma non realizza una parte insopprimibile della relazione e dell’esperienza umana. Che non può essere rimossa, relegata alla sfera privata. Non può essere cancellata, sia pure come eccedenza e differente dicibilità, nell’agire politico, o in quella sua peculiare manifestazione che è l’atto legislativo.

Se non altro come consapevolezza del limite, come dubbio sulla pretesa di imparzialità della legge. Personalmente non mi sono affidato in primo luogo alla scrittura di norme. Quando dico “volevo la luna”, nomino l’esigenza di un salto, prima di tutto nel linguaggio e nelle relazioni.

Nella politica è questo che mi coinvolge: nella vita umana le leggi contano, e dunque l’attività legislativa è importante, non può essere sottovalutata. Ma c’è un di più nella politica che è comunicazione, relazione. Una relazione che assume le forme più strane, particolari. Questo in me si è unito spesso con… come lo vogliamo chiamare? ma sì, chiamiamolo amore per la natura. I cieli, le inclinazioni del tempo che scorre, l’alzarsi della luna nelle notti di estate: mi ha sempre trascinato, mi ha dato molta emozione.

Sono stato immerso, incollato alla politica, nel suo farsi quotidiano, ma ho sempre avvertito chiaramente una riserva interiore. Lo testimonia la poesia che amo terribilmente… c’è un di più che la politica non esaurisce in sé stessa. E dal quale, tuttavia, non può prescindere.

Non credo alla separazione tra sfere distinte, segnate da confini definiti: privato e pubblico, interiorità ed esteriorità, individuo e collettivo, società civile e Stato. Non è così nella vita di ognuno di noi e la politica non può non intrecciarsi alla complessità dell’essere umano. Anche se non potrà mai comprenderla e darne conto, per intero.

Conosco bene la realtà del sistema istituzionale e dunque so quanto siano fondate le ragioni della critica. So quanto di tecnico e separato vi è nel Parlamento, e quanto questo contrasti con il suo ruolo costituzionale, di esercizio della sovranità popolare. Ho potuto verificare, soprattutto da presidente della Camera, quanto fosse difficile far funzionare il Parlamento, quale luogo effettivo di formazione delle scelte, di mediazione e di sintesi per le decisioni. Tuttavia non mi persuade la riduzione a “Palazzo” dell’Assemblea elettiva, e degli eletti a “casta”: un mondo separato, chiuso nei suoi privilegi e nei suoi meccanismi di autoconservazione.

La rappresentanza, di questo sono convinto, non è mai mera delega. È una relazione attiva, quali che siano concretamente le sue modalità. Ed è qui il problema. Se è una relazione costruita sullo scambio di interesse, o sul messaggio mediatico. O, viceversa, su una condivisione di esperienze, un dialogo sulle idee, in qualche modo un patto tra soggetti, diversamente coinvolti nella politica. Nella Costituzione è scritto che il parlamentare rappresenta la nazione, senza vincoli di mandato. Nella storia politica di cui sono stato partecipe sono stati i partiti a dare costrutto pratico, materiale, alla rappresentanza.

Crisi dei partiti di massa e crisi della rappresentanza sono due facce della stessa medaglia. O restituiamo sostanza e trasparenza alla relazione tra rappresentanti e rappresentati, e le Assemblee elettive tornano ad essere un luogo di confronto che conosce momenti di conflitto e momenti di mediazione e sintesi, oppure si acuirà la divaricazione tra procedure del consenso e sedi della decisione. Da un lato la personalizzazione della politica, affidata a poche figure di leader e al loro messaggio, dall’altro una miriade di tecnici, concentrati su questioni settoriali, nei vari gabinetti e vertici di concertazione corporativa.

È davvero singolare che mentre si invoca ad alta voce una semplificazione della politica ed un rapporto più diretto ed immediato dei cittadini con chi li governa, lo Stato si dilata. Cresce e si articola attraverso un insieme di apparati e organismi più o meno informali, in ogni modo sottratti ad ogni forma controllo e di trasparenza democratica. Ognuno di noi ne ha esperienza diretta.

Lo Stato è un prisma di specchi nel quale si rifrange ogni giorno, sui diversi aspetti della vita, una particolare modalità del potere politico. E né come individui, né come gruppi sociali possiamo fronteggiare questa influenza, senza le necessarie mediazioni. A questo sono servite le istituzioni della rappresentanza, sociale e politica. Francamente non vedo altri strumenti, altre forme politiche che possano svolgere questa funzione, in modo più efficace.

Nella Costituzione è il Parlamento, non il governo, a rappresentare la sovranità popolare. E’ vero, nei fatti ha prevalso una diversa, perfino opposta, concezione politica. Ma i guasti che ha prodotto, di inefficienza e degenerazione, sono ormai cronaca quotidiana. Sono stato sempre convinto che la prima riforma è il monocameralismo. Una platea di mille membri non può funzionare. Più alto è il numero, più cresce a dismisura la lentezza e l’inefficienza dell’istituzione.

Se riduci il numero dei parlamentari ed hai una sola sede rappresentativa la selezione dei deputati corrisponderà più a criteri politici che non ai mille rivoli degli interessi corporativi e delle clientele locali. Non è la sola riforma da fare. Anche la legge elettorale deve essere adeguata alla centralità dell’istituzione rappresentativa. Il modo in cui si formano le Assemblee elettive orienta le scelte dei partiti, il loro modo di organizzarsi, di scegliere i propri dirigenti, di rivolgersi all’opinione pubblica e costruire partecipazione e consenso.

Democrazia è parola che uso con sobrietà. Tanto più oggi. Ma non so ridurre la democrazia a mera procedura di legittimazione dei governanti. Se guardo al modo in cui ho agito politicamente la valorizzazione dell’istituto rappresentativo è un punto fermo. Sono stato Presidente della Camera in anni cruciali di transizione. Ho visto affermarsi culture e pratiche di frantumazione e scomposizione del sistema politico ed istituzionale. Si avvertiva già con forza la spinta verso il decisionismo e la governabilità assieme a quella, apparentemente opposta, alla proliferazione di sottosistemi, al peso crescente degli apparati e delle burocrazie. Mi sono convinto che non dipendevano da condizioni contingenti, ma avevano radici profonde.

Per capire ho ritenuto necessario studiare, ho rinunciato alla Presidenza della Camera e sono andato a presiedere il Centro studi per la Riforma dello Stato. Vorrei fosse chiara qual è stata la ragione di fondo che mi ha spinto: il coinvolgimento delle classi popolari nella formazione delle scelte, costruendo l’indispensabile raccordo tra la loro azione politica e le istituzioni.

Come si può realizzare questo coinvolgimento, se non si assicura trasparenza e libertà di confronto nelle Assemblee elettive? Come possono, altrimenti, esercitare un effettivo potere, a fronte della concentrazione e specializzazione dei poteri economici e finanziari, militari e burocratici, tecnologici e dell’informazione? In quel breve testo, Indignarsi non basta, riflettevo sulla mancanza di un comune collante politico.

Cambiano ovviamente le modalità con cui i poteri agiscono per dividere e frantumare, ma il deficit di rappresentanza ha un peso rilevante nella perdita di coesione sociale. In questo trovo conferma di una mia convinzione di fondo. Se la democrazia non si organizza e non si dota di poteri effettivi anche i conflitti sociali cambiano natura, muta e si restringe il senso di cosa è politica.

Non dimentico quanto fosse acuta, drammatica, la preoccupazione nel Pci che si riproducesse la frattura tra le classi popolari e le classi dirigenti, che la rivolta sociale assumesse le forme del “sovversivismo”. Se il Pci ha avuto una funzione nella storia politica di questo paese è stato quello di aver lavorato tenacemente a costruire legami tra le classi popolari e le istituzioni democratiche.

Non sempre ci siamo riusciti, ma non è arretrando da questo sforzo che si troveranno alternative ai nostri limiti e sbagli.

«"Memorie di un intruso" di Bruno Amoroso per Castelvecchi. La militanza politica, il profondo legame con Federico Caffè. La scelta, infine, di insegnare fuori Italia».

Il manifesto, 27 settembre 2016 (c.m.c.)

Aver avuto come padre un famoso regista, un noto scrittore, un autorevole personaggio politico, può costituire un handicap per quel figlio costretto a dimostrare di non essere da meno del suo genitore. Altrettanto impegnativa può essere l’eredità che un padre, come quello di Bruno Amoroso – modesto operaio nella Manifattura Tabacchi, totalmente immerso nella politica del suo tempo con orgoglio e fierezza, mai incline al compromesso, e con un profondo amore per i suoi cari – lascia al proprio figlio. Saprà quest’ultimo essere alla sua altezza? Perché nel frattempo il mondo è cambiato. La purezza che animava (non tutti, certo) i comunisti degli anni del dopoguerra si è dissipata; diventata un ingombro a partire dagli anni Settanta.

Il giovane Bruno (divertente la scena del Commissario di Polizia che, ignaro della sua età – 13 anni –, e, convinto che si tratti di un pericoloso sovversivo, vorrebbe arrestarlo per «sfruttamento di minorenni»), osserva, quasi un presagio, l’emarginazione politica di suo padre troppo rigido e puro per adattarsi al nuovo corso. La mancata epurazione degli ex fascisti collaborazionisti rappresenta la prima e dura prova per Pelino (padre di Bruno) di come le cose siano cambiate. Bruno osserva questa mutazione politica con gli occhi di un figlio, ma presto toccherà anche a lui subire analoga sorte di solitudine politica.

L’esilio volontario

Da qui il titolo apparentemente enigmatico del libro – Memorie di un intruso (Castelvecchi, euro 17,50). Determinante per il giovane economista Amoroso sarà l’incontro col suo Maestro Federico Caffè. Tra i due nasce un sodalizio importante per entrambi (la storia di questo rapporto è scritta in un altro libro dell’Autore: La stanza Rossa. Riflessioni scandinave di Federico Caffè, rieditato da Castelvecchi, 2012), che durerà fino alla sua scomparsa. Caffè intuisce la radicalità che anima il giovane Bruno e proprio per questo approva la sua decisione (siamo in pieno Sessantotto e Bruno è esposto alla rappresaglia della polizia insieme a tanti altri) di andare fuori dall’Italia.

Così inizia la lunga storia dell’intruso che espatria in Danimarca dove – dopo aver svolto lavori come lavapiatti assistente, portiere, cassiere – approda, con una lettera di presentazione di Caffè, all’Università di Roskilde, dove, qualche anno dopo, fonderà il Centro Studi Federico Caffè, punto di riferimento di studi economici internazionali dapprima sulle socialdemocrazie dei paesi nordici (Rapporto dalla Scandinavia, Laterza, 1980) e, poi, di analisi, ricerche e studi sulla globalizzazione (Della Globalizzazione, Meridiana, 1996)

I rapporti con Caffè non si perdono, anzi si rafforzano: Federico Caffè, negli anni precedenti la sua misteriosa scomparsa, si recherà più volte a Copenaghen nella casa di Bruno. Tra i tanti che si sono vantati di essere stati allievi di Caffè, Bruno è quello che gli è stato più prossimo, sia nelle teorie economiche, sia negli affetti.

Fuori dal gretto provincialismo italiano, Bruno studia e analizza il declino delle socialdemocrazie europee dei paesi scandinavi. Anni dopo, insieme a Riccardo Petrella darà vita alla facoltà della Mondialità del Bene Comune (Per il bene comune, Diabasis), poi alla campagna «Dichiariamo illegale la povertà».

Il libro si presta a severe riflessioni sulla lunga parabola discendente della sinistra; ne descrive i passaggi attraverso l’esperienza personale di esilio, ne osserva la mutazione molecolare che a poco a poco dilaga tra i suoi dirigenti e militanti. Amoroso appartiene, e ne è giustamente fiero, a quella piccola pattuglia di intrusi che mai «capirono» il compromesso al ribasso, avendo come unico riferimento le sofferenze dei più deboli. Amoroso mi raccontò una volta un aneddoto che aveva sentito da Federico Caffè. Si recava all’università prendendo i mezzi pubblici, e così, facendo tesoro della sua bassa statura, gli confessò che durante quei viaggi riusciva a vedere cose che altri non vedevano. Bruno, suo illustre discepolo ed erede intellettuale, ha continuato a farlo, fuori dal coro dell’economia mainstream.

Nel disincanto del «tradimento», restano, al fine, le amicizie, quegli incontri che lasciano il segno per una vita, l’amore per le piccole cose, una curiosità intellettuale mai sopita, il sogno di comunità fatte di persone in carne ed ossa con le loro passioni e le loro sofferenze (Persone e comunità, Dedalo).

Una vita di ricordi

In una recente lettera scritta dalla Danimarca, così Amoroso parla del suo libro: «È la storia della mia vita che inizia negli anni Trenta e si conclude ora con la mia decisione di mettere un punto finale al racconto. Non è un libro di Storia, ma la storia vista e vissuta attraverso i miei ricordi, esperienze, in ogni sua fase: dai ricordi di guerra e dell’infanzia; da chierichetto a giovane comunista, all’esplosione delle nuove amicizie, la scoperta delle mie radici, gli anni della speranza nel partito e nel sindacato, la mia nuova comunità negli anni Sessanta, e le sconfitte politiche e personali con la nascita del riformismo. Poi la ricerca di altri percorsi di vita possibili con la partenza per Copenaghen.

Ricomincio d’accapo, momenti di dialogo e di passione, l’America e il Vietnam. Fine di un’esperienza: quei sacchi di sabbia vicino alla finestra. Se ne parlava solo tra amici e fu così che si cementò l’amicizia e l’affetto con Federico Caffè, Pietro Barcellona e pochi altri. Un testo, il mio, costruito lungo il percorso degli affetti di una vita, e nel quale aleggia l’interrogativo: dove e quando abbiamo sbagliato e cerco di darmi delle risposte. Un altro mondo è possibile? Si certo, quello trionfante della barbarie al quale possiamo opporre solo: not in my name!»

Il manifesto, 27 settembre 2016 (p.d.)

L’Europa chiama e l’Egitto risponde. Sono passati solo tre giorni dal vertice di Vienna di sabato scorso, quando la Germania e i paesi della rotta balcanica hanno sollecitato l’Unione europea a realizzare anche con il Cairo un accordo per fermare i migranti uguale a quello siglato con la Turchia e ieri il generale Al Sisi ha risposto all’appello rivoltogli dalla cancelliera Merkel. E il presidente egiziano lo ha fatto in due modi: invitando i giovani egiziani a non lasciare il paese per cercare futuro all’estero, ma anche facendo sapere che i lavori per l’approvazione della nuova legge contro l’immigrazione illegale procedono spediti, al punto che il testo potrebbe essere licenziato già oggi dalle commissioni Affari costituzionali, Bilancio ed Esteri del parlamento.

Annuncio che segue l’ordine di rafforzare i controlli ai confini impartito mercoledì scorso da Al Sisi dopo il naufragio al largo delle coste egiziane di un barcone con a bordo 500 migranti, una tragedia che ha provocato finora 160 vittime.

Negli ultimi mesi l’Egitto è diventato il secondo punto di partenza dopo la Libia per quanti vogliono raggiungere l’Europa. Nella maggioranza dei casi si tratta di africani ai quali – dopo la chiusura della rotta balcanica – si sono aggiunti anche molti profughi siriani. Da tempo, però, sui barconi che attraversano il Mediterraneo salgono anche molti egiziani, soprattutto giovani, che non hanno altra alternativa che provare a crearsi una nuova vita in Europa. E’ a loro che ieri si è rivolto Al Sisi. «Perché dovete lasciare il vostro Paese?», ha chiesto il generale in occasione della consegna di alcune unità abitative a Gheit el Enab. Domanda retorica, la cui risposta è nella profonda crisi economica che sta attraversando il paese a causa dell’inflazione e di una disoccupazione che viaggia ormai sulle due cifre. Una realtà ulteriormente aggravata dalla crisi del turismo, al punto da spingere l’Egitto a contrattare con il Fondo monetario internazionale un prestito di 12 miliardi di dollari.

Ora l’Europa è pronta a offrire ad Al Sisi un altro miliardo di euro se in cambio il generale metterà fine alle partenze dei migranti. Un accordo che ieri la Merkel, vera promotrice di questa intesa come lo fu di quella con Ankara, vorrebbe estendere anche alla Tunisia. E che, proprio come è successo a marzo con Erdogan, ignora la sistematica violazione dei diritti umani presente in Egitto. Le nuove norme anti immigrazione che potrebbero vedere la luce nei prossimi giorni sono in linea con quanto richiesto all’Europa. 43 articoli in cui, dietro il solito impegno a combattere i trafficanti di uomini, per i quali è previsto il carcere fino a 25 anni e sanzioni fino a 56.300 dollari, si colpiscono anche i migranti sorpresi nel paese senza documenti e i minori non accompagnati. E questo in un paese in cui già oggi i migranti vengono trattati con estrema durezza. Come dimostrano le fotografe di alcuni superstiti del naufragi i mercoledì scorso ammanettati nel letto dell’ospedale in cui sono ricoverati, e dalle quali non è possibile capire se si tratti o meno di presunti scafisti.

Da mesi quanto avviene lungo le coste egiziani allarmale intelligence occidentali, che già dai primi mesi di quest’anno avevano lanciato l’allarme. I migranti vengono trasportati attraverso il paese con dei camion fino alla costa dove vengono nascosti in attesa dell’imbarco. Al contrario di quanto avviene in Libia, per attraversare il Mediterraneo non vengono impiegati dei gommoni ma imbarcazioni molto grandi, «navi madre» che attendono al largo i barchini con cui i trafficanti di uomini trasportano centinaia di uomini, donne e bambini. Carrette riempite ben oltre la loro capacità e che spesso, come dimostra il naufragio di mercoledì scorso, non riescono nemmeno a tenere il mare.
Dopo Erdogan, Al Sisi si candida quindi ad essere il nuovo gendarme dell’Europa. Un ruolo che a quanto pare svolgerebbe anche con il consenso italiano, nonostante la scarsa collaborazione dimostrata dalle autorità del Cairo nelle indagini sull’assassinio di Giulio Regeni.

Non stupisce l'atteggiamento di Renzi, interprete fedele dell'ordine di emarginare i più poveri per inseguire il mito dello Sviluppo. Amareggia e inquieta la paura del "diverso" che emerge dalla maggioranza degli italiani.

La Repubblica, 26 settembre 2016, con postilla

MatteoRenzi ha avviato un conflitto permanente, in Europa. In particolare con gli azionisti di riferimento dell’Unione. Germania e Francia. Con i quali ha polemizzato per il mancato invito al prossimo vertice di Berlino. Si tratta, peraltro, di un atteggiamento sperimentato dal premier, in diverse occasioni. Più che euro-scettico: euro-tattico. A fini esterni e ancor più interni. All’esterno, nei confronti dei governi forti della Ue, Renzi mira a ottenere più flessibilità nei conti. E maggiore sostegno di fronte al problema dell’immigrazione. Verso l’interno: cerca di allargare i propri consensi. Oltre la cerchia del Pd. Perché gli italiani sono anch’essi euro-tattici, come il premier. Hanno bisogno degli aiuti della Ue, ma la guardano con diffidenza. E temono gli immigrati. Si sentono esposti e vulnerabili ai flussi migratori. Così Matteo Renzi parla a Bruxelles e a Berlino. Ma si rivolge al proprio Paese. Agli elettori che lo sostengono, ma anche — ancor più — a quelli più tiepidi e distaccati. Tanto più in questo periodo di campagna elettorale in vista del prossimo referendum costituzionale.

D’altronde, come abbiamo osservato altre volte, l’atteggiamento degli italiani verso l’Unione si è sensibilmente raffreddato, dopo l’ingresso nell’euro, nei primi anni 2000. Allora eravamo i più eu(ro)forici in Europa. Quasi il 60% esprimeva, infatti, fiducia verso le istituzioni comunitarie. Ma il clima d’opinione è cambiato in fretta. Fino a scendere sotto il 30%, negli ultimi anni. Oggi è al 27%. E i più delusi sono gli elettori incerti, che Renzi contende ai partiti decisamente euro- scettici. In primo luogo: Lega e M5s. Tuttavia, non bisogna pensare che gli italiani se ne vogliano andare dalla Ue, seguendo Salvini e la Lega. Né che intendano abbandonare l’euro, come vorrebbero Grillo e il M5s. La maggioranza, anche se largamente insoddisfatta, preferisce, comunque, restare. Perché la Ue e l’euro non ci piacciono. Però non si sa mai… Fuori potrebbe andarci molto peggio.

Tuttavia, il percorso verso l’unificazione lascia gli italiani sempre più insoddisfatti. Non solo sotto il profilo economico, monetario. E, naturalmente, politico. Ma, ancor più, territoriale. Perché, per esistere, uno Stato deve avere un territorio de-finito. Cioè, de-limitato. Uno Stato — federale — europeo deve avere confini esterni precisi. E confini interni, cioè, fra gli Stati nazionali, aperti. Comunque: sempre più aperti. Invece, i confini esterni appaiono sempre più incerti, mentre quelli interni si ripropongono, sempre più evidenti. Marcati, talora, da muri (come in Austria e Ungheria). Mentre le frontiere diventano barriere. Come ha previsto il Regno Unito. D’altronde, la minaccia terroristica ha spinto a rafforzare i controlli. In Francia, anzitutto. Ma questa domanda è cresciuta anche altrove. In Italia, ad esempio. Dove le paure “globali” si diffondono in misura crescente, come ha sottolineato il Rapporto dell’Osservatorio sulla sicurezza dei cittadini (curato da Demos con l’Osservatorio di Pavia e la Fond. Unipolis).
Oggi, infatti, nel nostro Paese la richiesta di marcare e sorvegliare i confini appare largamente condivisa. Solo il 15% degli italiani (del campione rappresentativo intervistato da Demos nei giorni scorsi) pensa che il trattato di Schengen vada mantenuto. Garantendo la libera circolazione dei cittadini europei fra gli Stati (membri). Mentre una quota molto più ampia, prossima alla maggioranza assoluta, (48%) ritiene che occorra sorvegliare le frontiere. Sempre. E una componente anch’essa estesa, oltre un terzo della popolazione, vorrebbe che i confini nazionali venissero controllati “in alcune circostanze particolari”. Il sogno europeo, immaginato e perseguito da “visionari, come Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman e Konrad Adenauer, rischia, dunque, di fare i conti con un brusco risveglio. Almeno in Italia. Dove una larga maggioranza dei cittadini pensa di rientrare dentro alle mura, o almeno, alle frontiere, degli Stati nazionali. Questo sentimento si associa a orientamenti politici precisi. Raggiunge, infatti, livelli elevatissimi fra gli elettori della Lega (oltre 70%) e di Centro-destra (due terzi, nella base di Forza Italia). Ma incontra un sostegno ampio (quasi 50%) anche tra chi vota M5s. Mentre si riduce sensibil- mente (sotto il 40%) nella base del Centro-sinistra. La richiesta di frontiere, peraltro, declina in modo particolare fra i giovani e gli studenti. Abituati a frequentare le Università europee, grazie al programma Erasmus.

Tuttavia, se valutiamo le principali ragioni che concorrono ad alimentare questo orientamento, una, fra le altre, assume particolare rilievo. Il timore suscitato dagli immigrati. L’arrivo e la presenza degli stranieri. Più della sfiducia nell’Unione europea e nelle sue istituzioni di governo, infatti, è la “paura degli altri” che alimenta la domanda di rafforzare il controllo delle frontiere. E contribuisce, in qualche misura, a far crescere la nostalgia dei muri. Come se le frontiere e gli stessi muri potessero “chiudere” (e proteggere) un Paese “aperto” come il nostro. Verso Est, l’Africa e il Medio Oriente. Circondato, in larga misura, dal mare. In tempi di globalizzazione. Dove tutto ciò che avviene dovunque, nel mondo, può avere effetto immediato sulla nostra vita. Sulla nostra condizione. Sul nostro contesto. Per questo il dibattito politico sulle frontiere, in Europa ma anche in Italia, appare dettato da ragioni politiche e ideologiche. Perché le frontiere servono a riconoscere gli altri e de-finire noi stessi. E, in quanto tali, come ha scritto Régis Debray, possono costituire “un rimedio contro l’epidemia dei muri”. Ma quando diventano muri ci impediscono di guardare lontano. Alimentano solo la nostra in-sicurezza. Non alleviano le nostre paure. Ma rafforzano solo gli imprenditori politici

delle paure.

postilla

"Italiani brava gente"? Le “mosse” di Renzi nonstupiscono più nessuno, né stupisce la delusione degli italiani nei confrontidell’Unione europea. Sia pur confusamente una parte molto consistente deglieuropei patisce sulla propria pelle il disagio dell’austerity imposta ai popolibenestanti dall’ideologia e dalle pratiche del neoliberismo, di cui UE è fedeleinterprete; sebbene non molti ne vedano le ragioni e ne individuino iburattinai. Neppure stupisce molto l’ansia che molti nutrono di ritornare nellacuccia della nazione, protetta da una sicura frontiera.
Meraviglia invece, e addolora, che la paura del “diverso” renda tanti italiani ciechidi fronte alla sofferenza delle persone che fuggono dai paesi dell’Africa versol’Europa. Ciechi e sordi dinnanzi a una fuga di massa che è stata ingrandissima parte provocata dallo sfruttamento diretto e indiretto dellerisorse della Terra esercitato dagli stati e dalle aziende del Primo mondo conil colonialismo dei secoli scorsi, e che prosegue indisturbato con quelneocolonialismo che il Primo e il Secondo mondo - governi e aziende italianecompresi - esercitano in modo ancora più virulento oggi.
“Italiani brava gente”,è il titolo che abbiamo dato a questa cartella. Lo riprendemmo da un film delregista Giuseppe De Santis del 1964; lo riprese a sua volta nel 2005 lo storicoAngelo Del Boca aggiungendovi un punto interrogativo e rovesciandone il senso, ripercorrendoin un suo libro la storia delle numerose atrocità compiute dagli italiani dalRisorgimento al Fascismo. Allora, ai tempi cui si riferiva la narrazione di DelBoca la mancanza di
pietas poteva essere attribuita ai Capi (dai Savoia aiMussolini e ai loro generali), non vorremmo che oggi dovesse essere attribuitaa un intero popolo, quello cui apparteniamo.

Il manifesto, 25 settembre 2016

Tra vecchi e nuovi iscritti, i seicentomila che hanno avuto fede in lui sono stati premiati: ieri a Liverpool la parusia – il secondo avvento – di Jeremy Corbyn si è finalmente compiuta. La conferenza di Liverpool ha tributato al leader una vittoria monumentale, col 61% del voto totale contro il flebile 38,2% di Owen Smith, un Giufà immolato all’ultimo momento dai centristi del partito alla forsennata ricerca di un inesistente supereroe moderato che non terrorizzasse gli amichetti della City.

Allo spoglio, con un’impressionante affluenza al voto del 77,6% su 640.500 tra iscritti al partito, al sindacato e sostenitori, Corbyn ha intascato 313.209 preferenze contro le 193.229 del rivale: un esito ampiamente atteso ma che nulla toglie al congresso più atteso della storia del partito laburista, che si apre ufficialmente oggi. Un mandato definitivo, che supera di gran lunga quello che già lo vide improbabile protagonista lo scorso settembre, quando surclassò gli altri tre candidati con un già assai ragguardevole 59,5% delle preferenze.

Nel suo secondo discorso d’insediamento, Corbyn ha fatto voto di rammendare lo strappo profondo confermato da questo suo bis vittorioso. Ha confermato la linea di questi ultimi giorni, aprendo ai dissidenti, sottolineando l’eredità comune che riguarda tutti i laburisti indipendentemente dalle correnti e dichiarandosi disposto a riaccogliere a braccia aperte i cospiratori. «Le elezioni sono una faccenda appassionante e partigiana, in cui a volte nella foga del dibattito da più parti si dicono cose di cui poi ci si pente. Ma ricordiamoci che nel nostro partito sono molte più le cose che abbiamo in comune di quelle che ci dividono. Per quanto mi riguarda, da oggi, voltiamo definitivamente pagina e facciamo assieme quello che dobbiamo fare come partito, tutti assieme».

Secondo Nina Power, senior lecturer in filosofia all’università di Roehampton, la sua travolgente vittoria tra i membri del partito dimostra, nonostante i continui attacchi nei media e le lotte intestine, «che Corbyn si batte per cose che la gente considera importanti: la lotta alla guerra, alle armi nucleari, per l’istruzione gratuita, anche quella superiore, per la sanità pubblica, per l’equa tassazione di coloro che la eludono, contro l’austerità e per il welfare, per la ri-nazionalizzazione delle ferrovie».

Il segretario ha poi affrontato direttamente l’antifona dell’ineleggibilità del partito sotto la sua guida, fino a ieri argomento principale dei suoi tanti detrattori. «Uniti verso il vero cambiamento che il paese necessita, non ho dubbi che questo partito possa vincere le prossime elezioni quando il primo ministro deciderà di convocarle e di formare il prossimo governo». E non si tratta solo di retorica sul filo dell’entusiasmo. I continui tentativi di sabotaggio e soprattutto la frenetica campagna di questi ultimi due mesi, lungi dal fiaccare quest’uomo di 67 anni, l’hanno reso più coriaceo, scaltro e lucido. Non potrebbe trattarsi di esito più crudele e beffardo per le truppe blairiane, ormai malconce e sbandate, che hanno temprato il nemico anziché sconfiggerlo.

L’aforismo nietzschiano «Quel che non mi uccide mi rafforza», gli si addice perfettamente.

Da oggi il sogno della base del partito (e l’incubo dei suoi deputati) si sono irrevocabilmente avverati: il partito laburista cessa di essere quello che era diventato ormai da un buon ventennio, ossia il consiglio di amministrazione di un bieco esistente, capace solo di riverniciarne le sozzerie anziché affrontarne veramente le cause. «È una storica sconfitta per la destra del partito, che lo ha dominato per quasi tutta la sua storia» commenta Jeremy Gilbert, professore di Cultural and Political Theory all’università di East London, «Ora un partito a guida Corbyn si trova di fronte sfide enormi: media ostili, un movimento operaio debole, una destra populista in ascesa, e un’enorme divisione alla base sulla questione dell’immigrazione. Ma sono sfide che si possono raccogliere. La questione è se la vasta maggioranza del partito parlamentare, aduso com’era a un’epoca d’inattaccabile consenso neoliberista, saprà scendere a patti con la nuova situazione, o se invece continueranno a comportarsi come bambini isterici, senza comprendere il danno che recano o la futilità della propria rabbia».

Il trionfo di ieri segna comunque un dato inoppugnabile: il ritorno in questa Gran Bretagna post-Brexit della politica intesa come prassi sul reale, non più dettata dagli uffici stampa e dei pr, capace di parlare non in soundbites o slogan pubblicitari. Come sottolinea Power, «L’era dello spin è finita, nessuno vuole più questi politici leccati, che paiono degli avvocati, non è vero che viviamo in un’epoca “post-verità”: le persone conoscono la differenza fra una persona integra e un bugiardo: e di bugiardi non ne vogliono».

». La

Repubblica, 26 settembre 2016 (c.m.c.)

«Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti, o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale ». Le parole cristalline dei Quaderni del carcere di Gramsci (rese attualissime dall’assurda volontà di stravolgere definitivamente il liceo classico) sarebbero una perfetta epigrafe per il Canto della libertà di Sandra Bonsanti: un libro pieno di grazia, animato da una vivissima passione per quella civiltà, e dal desiderio di tramandarla ad una nuova generazione - quella dei nipoti dell’autrice, a cui il libro è dedicato.

L’invenzione è semplice: in una piccola libreria indipendente (che ricorda la meravigliosa Todo Modo di Firenze), un vecchio professore tiene un ciclo di dieci lezioni su “Saffo e la scoperta della libertà nell’antica Grecia”. Così, per dieci capitoli, il filo narrativo intreccia la lettura e il commento dei testi greci (Saffo, ma anche il sesto libro dell’Iliade, Pindaro, Tucidide, il Platone del Fedro e altri ancora) con i ricordi della generazione del professore (quella che frequentava l’università tra il 1943 e il 1945: e giganteggia, tra i maestri, la figura di Concetto Marchesi), e infine con le aspirazioni e gli smarrimenti dei suoi giovani uditori.

Così, tutte le generazioni del Novecento si stagliano, e in qualche modo si misurano, sulla pietra di paragone del pensiero classico: in un esercizio che è una messa in prospettiva e, insieme, una verifica dei valori.

Con l’understatement che segna ogni pagina del libro, Sandra Bonsanti si schermisce: «Ho scritto una favola. Soltanto una favola, e se dovesse capitare tra le mani di uno studioso vero, chiedo venia». Ma il Canto della libertà è importante proprio perché l’autrice non è un’addetta ai lavori: il giorno in cui Saffo e Omero saranno letti solo dai filologi classici, allora saranno morti davvero.

D’altra parte, questa sete di parole e pensieri nati e affinati nella Grecia antica non si traduce in un’attualizzazione ingenua: l’intreccio con le vite e gli studi dei filologi, degli storici e dei poeti moderni (da Pascoli a Quasimodo) ricorda ad ogni passo l’importanza dell’esattezza, esalta il ruolo della ricerca, mostra la densità di una tradizione che è, letteralmente, il passar di mano di un’eredità che ci fa umani, e ci fa cittadini.

Al centro di questa eredità c’è il nodo tra libertà e democrazia: «Quand’è che l’una insidia l’altra?». In molti ammiriamo la forza con cui Sandra Bonsanti ha preso, e prende, la parola nel discorso pubblico italiano per denunciare le infedeltà del potere: ma invano si cercherebbero in questo testo accenni espliciti all’avventurismo berlusconiano, alla renziana democrazia d’investitura o alle ragioni del no alla riforma costituzionale.

Qua si va oltre, alle radici profonde di tutte queste battaglie: radici coltivate in famiglia («Mio padre mi raccontava di aver pubblicato le prime poesie di Quasimodo, del giovane siciliano che gliele gettava quasi al volo dal treno su cui viaggiava verso Milano, alla stazione di Firenze»), cresciute attraverso l’unione con Giovanni Ferrara, «che mi raccontò la vita sua e degli studenti del primo anno di letteratura greca, e che descrisse il vagabondare notturno di quei giovani appena usciti dai giorni della dittatura».

Ecco: era venuto il tempo di restituire tutto questo ai più giovani, e Sandra Bonsanti lo ha fatto - mirabilmente - attraverso una favola. Ma non di quelle che si raccontano per addormentare: al contrario, per tenere gli occhi bene aperti, perché non scenda la notte su una democrazia fragile.

va la Revolución, Il secolo delle utopie in America latina".

il manifesto, 26 settembre 2016

All’America latina nel suo insieme si può estendere ciò che Porfirio Díaz usava dire del suo paese: «Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti». A partire dal secondo dopoguerra, e soprattutto dopo la rivoluzione cubana del 1959, l’America del sud è diventata agli occhi del mondo l’antitesi di un capitalismo, quello statunitense, prossimo e prepotente, la culla della rivoluzione possibile. Il fascino esercitato da questa prospettiva sull’opinione pubblica europea, e in particolare sugli intellettuali, è stato, come si sa, straordinario: mentre le classi operaie del vecchio continente abbandonavano via via l’utopia rivoluzionaria, le masse dei lavoratori dei paesi del Terzo mondo, e quelle sudamericane in particolare, si trasformavano, nell’immaginario ancor prima che nella realtà, in alfieri della rivoluzione mondiale.

Di questa potente, persistente fascinazione, il nuovo libro – uscito postumo – di Eric Hobsbawm, Viva la Revolución Il secolo delle utopie in America latina (Rizzoli, pp. 443, 25,00) è una testimonianza importante, e in certi punti toccante. Vi si raccolgono gli scritti sul continente sudamericano composti nell’arco di un quarantennio dal famoso storico marxista britannico, scomparso nel 2012 e autore di testi cruciali, che hanno fatto scuola: dai celebrati studi su I ribelli (del 1966) e I banditi (del 1971), al notissimo lavoro di sintesi sul Novecento: Il secolo breve (del 1995).

In questo caso, gli scritti raccolti non sono saggi di storia ma piuttosto interventi d’occasione, riflessioni di taglio politico e civile, che ci parlano – letti oggi – più di Hobsbawm, delle sue percezioni, dei suoi entusiasmi e delle sue idiosincrasie, che dell’America latina; e più del viaggiatore appassionato, analista impegnato e intellettuale marxista, che dello storico.

Prima di morire, fu lui stesso a concepire questa silloge, curata da Leslie Bethell, reputato specialista di storia sudamericana, ma soprattutto suo amico personale. Scorrendo i saggi si capisce bene il senso della raccolta. Per Hobsbawm l’America Latina è stata due cose insieme, e tutt’e due importanti: da un lato questo continente sterminato e così variegato ha costituito una specie di realtà controfattuale sulla quale misurare la capacità di comprendere un mondo solo apparentemente simile ma in sostanza assai diverso; dall’altro essa ha rappresentato per lui il luogo dove ricostruzione storica e analisi politica si toccano e si intrecciano: mescolando la irrinunciabile speranza della rivoluzione alla sua scarsa probabilità concreta.

In entrambi i casi la posta in gioco non è piccola, essendo in questione la capacità della storia – e soprattutto di quella branca di storia sociale dal basso che Hobsbawm praticava e prediligeva – di spiegare il mondo.

Lo storico inglese non nasconde affatto le difficoltà di capire l’America Latina e anzi afferma con decisione che nulla è più sbagliato che seguire gli schemi usati (e abusati) dell’analisi storico-sociale e politologica europea. La sfida intellettuale è però difficile: come interpretare, ad esempio, quel che è accaduto in Bolivia nel 1952 vale a dire la presa del potere da parte di una coalizione eterogenea (il Movimento Nazionale Rivoluzionario) di nazionalisti, trozkisti e simpatizzanti del nazismo ma capace di nazionalizzare le miniere, redistribuire le terre, attuare la riforma educativa e dare diritti civili agli Indios?; o capire come mai la Colombia, un paese che detiene il record sudamericano di vita parlamentare, sia stato al contempo tormentato dal 1948 al 1958 dal più efferato ed endemico scontro armato di massa dell’emisfero occidentale, noto come il periodo della violencia?

Oppure, come spiegare perché il comunismo tanto nella variante ortodossa sovietica quanto in quella maoista non abbia mai veramente attecchito in America Latina se non in frange radicali (neppure i membri del movimento cubano del 26 luglio, i cosiddetti barbudos della Sierra Maestra, erano in origine comunisti, lo sarebbero diventati poi); e soprattutto come leggere le forme della protesta e della lotta sociale, ancorate al populismo, fenomeno che Hobsbawm descrive come una sorta di rivolta del povero contro il ricco, sostenuta equanimemente da intellettuali di sinistra e da militari nazionalisti, e dominata da leader carismatici.

La spiegazione che viene abbozzata suona così: mentre in Asia e Africa il comunismo è stato anche il linguaggio della decolonizzazione, in America Latina i precoci movimenti di indipendenza primo-ottocenteschi sono stati sostenuti da esigue frange semi-urbanizzate, e hanno lasciato immense masse rurali al di fuori della politica e, in sostanza, della storia. Solo nel secondo dopoguerra i poveri e gli oppressi si sono «risvegliati», ma inventando forme peculiari di mobilitazione che vanno capite dall’interno, in profondità, e non attraverso schemi tradizionali.

Di questo scarto tra realtà sudamericane e percezioni europee la figura di Ernesto «Che» Guevara è emblematica. La sua leggenda, scrive Hobsbawm, ha trasfigurato la natura del suo impegno politico, facendone un eroe romantico e anzi byroniano, per cui si può dire che Camiri (la città boliviana dove fu ucciso) è «la Missolungi degli anni sessanta». Hobsbawm cerca di sovvertire questa immagine mostrando il percorso di vita che fece di Guevara un bolscevico, e perciò duro, disciplinato, antiretorico. Non è solo un errore di percezione l’aver scambiato per antinomista e libertario un uomo interamente dedito alla rivoluzione. Hobsbawn non nasconde infatti la sua avversione verso la teoria del foco, promossa da Guevara e teorizzata da Regis Debray, l’illusione volontaristica di una rivoluzione importata dall’esterno, senza vere base sociali, a partire da piccoli gruppi di guerriglieri insediati sulle montagne e in zone frontaliere.

destinata perciò alla sconfitta.

Emerge qui la diffidenza di Hobsbawm verso soluzioni tutte politiche e viceversa l’insistenza nel tentare di trovare una chiave sociale per spiegare i peculiari stili ideologici latino-americani, quelle «strane» forme di lotta politica che vi si manifestano. Per questo gran parte del libro è dedicato all’analisi delle masse contadine e al periodo degli anni cinquanta/sessanta più che a quello degli anni settanta/ottanta: perché il territorio privilegiato della sua osservazione, dove egli ha più insistentemente cercato le chiavi di spiegazione della realtà, è il mondo delle campagne, cui sono dedicate le sue più corpose riflessioni: su haciendas, condizioni di lavoro, contratti e così via. Il che porta a un curioso contrasto tra quello che si può leggere nei suoi articoli del tempo e la parte dedicata all’America Latina nella sua autobiografia (Anni interessanti), attenta ai rapidi processi di trasformazione della società sudamericana, come ad esempio il terribile contrasto tra l’enorme povertà di Recife e il moltiplicarsi dei grattacieli di San Paolo, oppure l’affollarsi nelle periferie urbane di masse di diseredati che comprano a rate i jeans e le magliette.

Sicché viene da chiedersi se non si possa, oggi, avere sull’America Latina uno sguardo ancora diverso, che scorga in fenomeni come il populismo non la stigmate di una storia eccentrica ma qualcosa da ripensare sulla base di certe tendenze dell’occidente contemporaneo, europeo e nord americano, in una varietà che va dalla retorica di soggetti come Donald Trump (o per restare in Italia come Berlusconi o Grillo) alle forme nuove, diverse e «trasversali» di aggregazione sociale e di mobilitazione politica.

Non lo si sarebbe potuto pretendere da Hobsbawm, storico a tutto tondo del Novecento, ma soprattutto storico novecentesco, stretto tra l’ottimismo della volontà e il pessimismo della intelligenza: Bethell racconta nella introduzione di essere andato a trovarlo, nell’ottobre del 2002, nella sua casa londinese, a Hampstead, per festeggiare la vittoria elettorale di Lula. Dopo aver stappato lo champagne e brindato, Hobsbawm sussurrò: «e adesso suppongo che aspettiamo ancora una volta di restare delusi».

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