Il concetto di libertà nasce in Grecia in ambito politico. Una delle prime testimonianze al riguardo non proviene dalla filosofia ma dalla letteratura, precisamente dal più antico dei tragici, Eschilo, nella sua opera I Persiani.
A Susa, capitale dell’impero, la regina Atossa, sposa del precedente imperatore Dario e madre del nuovo imperatore Serse, attende in preda a cattivi presagi il ritorno della spedizione militare del figlio contro la Grecia e per vincere l’attesa snervante chiede notizie sui nemici: se hanno un esercito forte, se posseggono ricchezze, se sono bravi con l’arco. Infine pone la domanda cruciale: «Chi è il loro padrone?. Le viene data la seguente risposta: «Si vantano di non essere schiavi di nessun uomo, sudditi di nessuno». Con queste parole di Eschilo risalenti al 472 a.C. si inaugura in Occidente il concetto di libertà.
Eschilo però nelle sue opere presenta il più delle volte una concezione del mondo opposta, cioè all’insegna della necessità: per esempio nei Persiani dice che Ate (la figlia di Zeus che personifica l’accecamento che induce all’errore) «spinge il mortale dentro la rete ben tesa»; oppure che «necessità costringe i mortali a sopportare sciagure»; oppure ancora che «chi diede inizio a tutto quel disastro fu la vendetta divina che non perdona, o un demone malvagio venuto da chissà dove»; nell’Agamennone menziona «le potenze divine che prepotenti governano il sacro timone del cosmo»; nelle Coefore scrive che «dobbiamo venerare il potere divino che il cielo governa».
Per Eschilo quindi gli esseri umani non sono liberi nel senso di indipendenti da potenze superiori, ma al contrario sottostanno a potenze più grandi a cui dover rendere conto, a un «giogo di necessità» che sempre giudica, e spesso anche determina, il loro agire.
E tuttavia egli dichiara che il suo popolo non volle sottostare alla potenza di gran lunga superiore dell’impero persiano che intendeva imporsi nel nome della cieca necessità della forza, e quanto a costituzione politica descrive i greci come uomini liberi, «sudditi di nessuno», oltre a essere consapevole del fatto che il dover sottostare a potenze più grandi non priva gli esseri umani del merito quando agiscono bene e della colpa quando agiscono male, come nei Persiani appare dalla differenza tra il saggio imperatore Dario e lo stolto figlio Serse.
Il giogo della necessità non preclude quindi la responsabilità personale, la possibilità di rispondere alle circostanze in prima persona in un modo oppure in un altro, non preclude cioè la libertà. La contraddizione rilevata in Eschilo manifesta la classica opposizione di necessità e libertà, antica quanto il pensiero e riassumibile in questa alternativa: — il mondo è un processo necessario e logico, e di conseguenza anche privo di libertà; — il mondo è un processo libero e creativo, e di conseguenza anche privo di un disegno logico e sensato. I filosofi si dividono tra chi assegna il primato alla necessità e al senso, e chi invece alla libertà e al non-senso.
Le cose peraltro si complicano ulteriormente se prendiamo in considerazione la fisica contemporanea. Qui i grandi fisici, che per natura devono essere anche un po’ filosofi, come i grandi filosofi devono essere un po’ fisici, si dividono: al campo della necessità appartiene Einstein con la teoria della relatività, al campo della libertà appartiene Bohr con la meccanica quantistica. La teoria della relatività riguarda lo spazio-tempo, l’energia e la gravitazione, le stelle e le galassie; la meccanica quantistica riguarda il comportamento degli atomi e delle particelle subatomiche. La prima regna nell’infinitamente grande, la seconda nell’infinitamente piccolo.
Fu probabilmente osservando tutto ciò che uno dei principali protagonisti della meccanica quantistica, il fisico danese Niels Bohr, giunse ad affermare con grande saggezza e lucidità: «Ci sono due tipi di verità: le verità semplici, dove gli opposti sono chiaramente assurdi, e le verità profonde, riconoscibili dal fatto che l’opposto è a sua volta una profonda verità». Ci troviamo cosi di fronte non a due vie, di cui una è vera e l’altra falsa, ma a una condizione strutturale della mente nel suo rapportarsi all’essere.
E come la meccanica quantistica e la teoria della relatività, pur non essendo conciliabili tra loro, sono entrambe vere nel senso che entrambe descrivono adeguatamente la realtà, cosi, allo stesso modo, i concetti di libertà e di necessità, pur non essendo teoreticamente conciliabili tra loro, interpretano entrambi una dimensione della realtà in modo veritiero.
Emerge da qui l’esigenza di una prospettiva di pensiero che sappia cogliere tale doppia ragione, sapendo sostenere al contempo sia la sensatezza e la logicità dell’essere, perché, come affermava Einstein, «Dio non gioca a dadi con il mondo», sia la contingenza e la mancanza di un disegno lineare, perché, come affermava Eraclito, «il tempo è un fanciullo che gioca spostando i dadi».

Il Canada e l’Ue non potranno firmare il 27 ottobre come previsto il Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement), il trattato di libero scambio considerato il più avanzato ed equilibrato dell’era della globalizzazione. La ministra canadese del commercio Chrystia Freeland, che si era precipitata in Belgio per evitare il disastro, è ripartita sbattendo la porta e pronunciando parole di fuoco. «Mi sembra evidente, e sembra evidente al Canada, che l’Unione europea non è in grado di stipulare un accordo internazionale, neppure con un Paese così gentile, paziente e che ha valori così europei come il Canada». La più gigantesca figuraccia diplomatica che la Ue sia riuscita a fare in tanti anni di esistenza e di negoziati commerciali porta la firma del parlamento regionale della Vallonia, la zona francofona del sud del Belgio con una popolazione inferiore a quella della Toscana. La settimana scorsa l’assemblea regionale vallona ha bocciato, con 46 voti favorevoli, 16 contrari e un’astensione, la ratifica del trattato. Senza il suo via libera, insieme a quello di altri 37 parlamenti e parlamentini nazionali e regionali, l’accordo non può essere sottoscritto dall’Ue, che lo aveva negoziato con il Canada per 7 anni.
Si arriva così al paradosso che la regione forse più europeista di tutta l’Europa, una delle pochissime dove i partiti populisti e anti Ue sono praticamente inesistenti, ha inferto alla Ue un colpo durissimo e un danno, sostanziale e di immagine, che neppure i più feroci euroscettici sarebbero riusciti a infliggere.
L’inghippo nasce dalla decisione, adottata sotto pressione dei governi francese e tedesco che si trovano in fase pre-elettorale, di considerare il Ceta un trattato “misto”. Ciò significa che, pur essendo stato negoziato solo dalla Commissione a nome di tutti i Ventotto, poiché i suoi effetti non solo solo commerciali ma hanno ripercussioni anche su altre normative, avrebbe dovuto essere sottoposto alla ratifica di tutti i Parlamenti nazionali. Una idea contro cui si era strenuamente ma inutilmente battuta l’Italia, secondo cui la politica commerciale di una superpotenza economica di 500 milioni di cittadini, qual è l’Europa, non può essere tenuta in ostaggio dalle pretese di questo o quel parlamento nazionale o regionale.
Infatti, poiché alcuni Stati hanno una struttura federale, le ratifiche necessarie ad approvare il Ceta sono balzate da 28, quanti sono i parlamenti nazionali, a ben 38. Da questo punto di vista il Paese più frammentato è certamente il Belgio, che, con soli 10 milioni di abitanti, conta ben sette parlamenti sovrani: le assemblee delle tre comunità linguistiche (fiamminga, francofona e germanofona), i parlamenti delle 3 regioni federali (Fiandre Vallonia e Regione di Bruxelles), oltre al Parlamento nazionale.
Dopo la bocciatura della settimana scorsa, nelle istituzioni europee è scattato l’allarme. Il capo del governo regionale vallone, Paul Magnette, è stato messo sotto pressione non solo dal suo rivale politico alla guida del governo federale belga, Charles Michel, ma anche dalla cancelliera Merkel, dal presidente Hollande e alla fine da tutti i Ventotto capi di governo riuniti a Bruxelles. Ma è rimasto irremovibile. La ministra canadese, precipitatasi per cercare di salvare l’accordo, ha fatto concessioni dell’ultima ora. Ma lo zelo no-global di Magnette non è stato intaccato. Ora che la cerimonia della firma, prevista per il 27 ottobre, è stata annullata, e che la ministra canadese è ripartita, c’è ancora chi, in Commissione, spera di far cambiare opinione a Magnette e ai suoi 46 deputati. Forse ci riusciranno. Ma intanto la clamorosa dimostrazione di impotenza europea avrà fatto il giro del mondo.
Rovigo - “Io mi occupo delle persone in carne ed ossa”. Così Massimo Bergamin, primo cittadino del comune capoluogo di Rovigo, commenta l’iniziativa delle parrocchie del vicariato di Rovigo che ha messo dei cartelloni in alcune zone della città dove lanciano un messaggio ispirato dal Papa sull’accoglienza dei profughi.
“Se loro vogliono dare una mano sono contento - spiega - figuriamoci se mi metto in polemica. Io so solo di fare il sindaco di una città che per il sociale ha 900mila euro mentre mette a disposizione per i richiedenti asilo 2milioni e 500mila euro”.
Bergamin, che sta studiando come recuperare i 5 euro dalla quota che le cooperative ricevono dalla Stato, si sente discriminato dal Governo perché i sindaci si trovano da soli a gestire queste problematiche: “Io oggi ricevo una famiglia, papà e mamma con tre figlie, che sta ricevendo uno sfratto, esecutivo lunedì” ribadendolo anche durante trasmissione Agorà su Rai 3.
Dall’altra parte il prefetto Enrico Caterino commenta positivamente, al di là dei pensieri politici, la posizione della Diocesi: “Quando c’è stato bisogno è stata la prima ad aiutarci - afferma - a fine agosto primi di settembre ha ospitato temporalmente per 10-15 giorni in via Sichirollo una ventina di profughi che poi sono stati collocati in altre strutture”. Situazione ancora entro i limiti: circa 600 i profughi presenti in Polesine.
Riferimenti
Il Fatto Quotidiano online, 21 ottobre 2016 (p.d.)
Bene. Hashi Omar Hassan, che era stato condannato per concorso nell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, è innocente. Si è fatto oltre 17 anni di prigione per nulla e finalmente, nel processo di revisione, è stato assolto e liberato. Per lui la fine di un incubo. Ci auguriamo che chieda e ottenga un lauto risarcimento dallo Stato italiano per una condanna a cui non aveva mai creduto nessuno. Nemmeno i genitori di Ilaria Alpi. I suoi 17 anni di vita non glieli restituirà nessuno, resi ancora più amari da un iter giudiziario che andrebbe definito da farsa, se non stessimo parlando di questioni troppo serie.
Ora speriamo che le motivazioni dicano chiaramente quello che va detto: che il povero Hashi è stato un capro espiatorio, premeditatamente intrappolato per tentare di dare in pasto un colpevole alla famiglia Alpi e all’opinione pubblica che chiedeva verità e giustizia. La sua assoluzione ci dice già che giustizia non è stata fatta, ma dice anche – e soprattutto – che con messa in stato d’accusa di Hashi si è voluto depistare dalla verità. Depistare, ossia spostare l’attenzione dalle piste che stavano portando alla verità sulle ragioni dell’omicidio dei due giornalisti, e occultare quindi gli indizi e gli elementi che avrebbero fatto luce sui veri esecutori e sui mandanti del duplice assassinio di Mogadiscio.
Non va dimenticato, infatti, che le vicende che hanno condotto all’arresto dell’(allora) giovane somalo sono il punto di svolta, cruciale, del caso “Alpi-Hrovatin”. Tutto accadde nel 1997, a soli tre anni dall’omicidio, quando i fatti erano recenti e i testimoni tutti ancora in attività e raggiungibili.
In quell’anno c’era stata una grande accelerazione nelle indagini: il magistrato Giuseppe Pititto, affiancato ad Andrea De Gasperis nell’inchiesta della Procura di Roma, aveva compiuto importanti passi d’indagine, aveva effettuato interrogatori rilevanti, era arrivato a identificare quattro testimoni oculari attraverso un delicato e complesso lavoro investigativo della Digos di Udine, li stava facendo arrivare in Italia per deporre. L’inchiesta era decollata. Già, a luglio 1997 pareva che il muro di gomma si stesse squarciando. E invece…
Invece l’inchiesta fu tolta a Pititto e De Gasperis da parte del Capo della Procura di Roma Salvatore Vecchione, giusto prima che potessero sentire i testimoni oculari. Mentre nelle stesse settimane veniva alla luce il cosiddetto “Diario Aloi”, un scritto di un maresciallo dei carabinieri che aveva operato in Somalia e che faceva prendere nuovo vigore alle furiose polemiche sulle presunte torture commesse dai militari italiani in Somalia. Uno scandalo, guarda caso, scoppiato in quello stesso 1997, che si stava spegnendo nel nulla se non fosse stato, appunto, per il “diario Aloi”.
È a causa di quel sospetto testo che la commissione ministeriale istituita per indagare sulle torture decide di identificare un certo numero di testimoni somali da far venire in Italia. Nel gennaio 1998 i 12 testimoni – selezionati fra oltre 140 che, in Somalia, avevano raccontato presunti episodi di violenza – sono pronti a partire. Ai 12 viene aggiunto all’ultimo minuto Hashi Omar Hassan. Viene in Italia, parla alla Commissione, e viene arrestato. La trappola è scattata. Due testimoni lo accusano di aver fatto parte del commando che uccise Ilaria e Miran: il primo è l’autista dei giornalisti, che presenta una versione contraddittoria e imprecisa dei fatti. L’altro è un somalo, Ahmed Ali Rage detto Jelle, che presenta le sue accuse agli agenti di polizia giudiziaria di Roma e sparisce ancora prima che inizi il processo. La condanna a 26 anni di Hashi Omar Hassan, di cui 17 espiati in carcere, si basa su questo, e solo su questo: un testimone contraddittorio e un altro che non si è nemmeno presentato in aula (e le cui dichiarazioni non sono state neppure registrate dalla polizia).
La sua assoluzione, oggi, Hashi la deve al fatto che Chiara Cazzaniga, giornalista di Chi l’ha visto, l’ha rintracciato e intervistato in Inghilterra. E lui, Jelle, nell’intervista, ha ammesso di aver accusato falsamente Hashi. Non solo. Confessa di averlo fatto perché pagato dalle istituzioni italiane. Speriamo che le motivazioni della sentenza ci dicano qualcosa su quali uomini delle istituzioni hanno “comprato” un testimone falso, e sul perché l’hanno fatto; che ci dicano come mai polizia e carabinieri che si sono succeduti in questi anni non sono mai riusciti a rintracciare Jelle (che ha sempre vissuto nella vicinissima Gran Bretagna), mentre una giornalista c’è la fatta; che ci dicano quale interesse aveva il nostro Paese a orchestrare un tale gigantesco depistaggio allo scopo di occultare le ragioni dell’assassinio di due giornalisti italiani in terra somala.
Forse è chiedere troppo alle motivazioni di questa sentenza. Ma la risposta a queste domande va data. Dal punto di vista giudiziario, infatti, si torna all’anno zero, dopo 22 anni. Indegno, per un Paese civile. Un vero scandalo, per le sue istituzioni.

comune-info.net, 20 ottobre 2016 (p.d.)
La fame, uno.
Ci ho ripensato leggendo l’ultimo libro dell’argentino Martín Caparrós El hambre, la fame, pubblicato nel 2015 in Spagna, ora disponibile nella traduzione italiana. Frutto di alcuni anni di lavoro in giro per il mondo, racconta il lato osceno del capitalismo, quello che fa commercio del primo dei bisogni umani, mangiare. Mangiare molto spesso solo per sopravvivere, non per vivere una vita che consenta l’espressione di altri bisogni e desideri. Lato osceno anche dell’aiuto umanitario, della carità offerta sotto vesti laiche dalle organizzazioni non governative, dagli stati che dedicano una parte (sempre più scarsa!) dei loro PIL agli affamati e, in forma religioso-soccorrevole, dalle diverse chiese.
Nel raccontare la fame, quella che si prova come stato permanente e non quella che si sente per naturale necessità quotidiana (“pasar” hambre, non é “tener” hambre), è di neoliberismo che parla il testo. Neoliberismo come volto odierno del capitalismo. Gli effetti concretamente oggettivi di un’ideologia sui corpi di intere popolazioni, ma anche gli effetti riscontrabili in ambiti apparentemente astratti, che non metabolizzano proteine e carboidrati, ma pensieri, conoscenze, saperi. Apparentemente, perché è il nesso mente-corpo, il legame fra pensieri e modalità del vivere ad essere sistemico, suggerisce Caparrós. L’ideologia neoliberista non abbina, compone, in una micidiale unità superiore, i due ambiti.
Inciso.
La scuola occupa un posto centrale come luogo di elaborazione della complessa strategia neoliberista. La riforma della scuola operata con l’emanazione della Legge 13 luglio 2015 n.107 costituisce una misura di accompagnamento sovrastrutturale a un più vasto progetto di ingegneria sociale, la cui intenzione è disegnare un nuovo soggetto umano e dunque politico.
La crisi del 2007/2008 non ha ridotto in ginocchio il sistema-mondo idealmente unificato dopo la caduta del Muro, semmai lo ha rivitalizzato, mettendo in moto energie auto-generative, soprattutto di ordine culturale. Infatti, se il prefisso neo rimanda a una ridefinizione del capitalismo del libero mercato, nato ben prima delle teorizzazioni di Smith, la missione del nuovo mercato ha bisogno di un processo di naturalizzazione delle pratiche economiche. Per sostenere un’ideologia economica capace di modificare in profondità mentalità, aspirazioni, stili di vita, l’idea di uomo e di consorzio umano, bisogna mettere mano ai luoghi e alle forme della trasmissione culturale. I modelli di buona vita diffusi dai media agiscono in modo trasversale, implicito, quelli propri delle istituzioni deputate all’educazione e alla formazione lo fanno esplicitamente, direttamente operando sulle coscienze giovanili. Concetti come merito, meritocrazia, competenza in competizione, pari opportunità, velocità, ottimismo giovanilistico, ibridati dal gergo economico e sportivo, vengono diffusi attraverso l’informazione mediatica e costituiscono l’innervazione ideologica della nuova buona scuola.
Non so quanto sia diffusa fra i docenti e fra i responsabili della funzione genitoriale la consapevolezza del profondo legame tra la cornice neoliberista e il processo di riforma in atto nella scuola. L’analisi dei cambiamenti intervenuti in modo subdolo e contraddittorio dal 1999, il ruolo di perno dell’autonomia scolastica nella progressiva esplicitazione di questo disegno, tanto da essersi mantenuta intatta in tutte le legislature susseguitesi dalla sua emanazione, rimane spesso priva di rilievo. Tra l’altro, vige la convinzione che, malgrado tutto, i mutamenti in atto siano ancora governabili, che ci sia spazio per una sorta di indipendenza della scuola dalla deriva complessiva.
La fame, due.
Il libro di Martín Caparrós ha il merito – come ho detto – di affrontare in modo sistemico il problema dei 2.000 milioni di persone che soffrono di “insicurezza alimentare” (locuzione tranquillizzante rispetto a denutrizione), delle 10 che muoiono ogni 30 secondi. Non tralascia mai di ricordare che la fame di cibo provoca anemia del pensiero in chi la soffre e un profondo senso di impotenza-indifferenza in chi non la conosce se non come dato, insieme di dati. Ci rammenta come risulti addirittura funzionale al sistema economico-sociale che la produce, una sorta di malthusiano equilibrio fra risorse e popolazione, un modo per depotenziare le menti.
Il libro dello scrittore e saggista argentino proprio per la vastità e la profondità dell’analisi è un libro difficile, direi estenuante. Il fenomeno-fame è affrontato in cinque momenti, per altrettanti punti di vista su effetti e cause, con un angustiante viaggio nell’Altro Mondo (non terzo, non quarto, semplicemente “otro mundo”). Africa Nera, India, Bangladesh, Madagascar. Non sorprendentemente, l’Argentina e gli Stati Uniti, i cui poveri, con i white trash, la spazzatura bianca formatisi dopo la crisi economica, ammontano a 50 milioni di persone, il 16 per cento dell’intera popolazione. Certo, dice Caparrós, morire di inedia in Sudan sembra diverso dal nutrirsi di scarti alimentari, di immondizia, a Buenos Aires, ma le cause di fondo restano le stesse, ben radicate nella ferocia dello sfruttamento neoliberista.
Caparrós non è un economista, è uno che racconta storie, storie dentro la Storia, come già faceva prima della dittatura e dell’esilio con lo scrittore desaparecido Rodolfo Walsh, per la rivista di sinistra Noticias. Il suo è un lavoro quanti-qualitativo, come dovrebbe essere ogni buona ricerca in ambito sociale, e per questo appare assai convincente. Sono le vicende personali di donne, di uomini, di bambini a tessere il testo. Soprattutto donne, perché anche la fame è di genere, colpisce di più la popolazione femminile, in culture dove questo dato sembra una nemesi, visto che le donne sono deputate alla preparazione del cibo in modo pressoché esclusivo. Negli intermezzi intitolati Palabras de la Tribu l’autore raccoglie, come il controcanto di un coro greco, le nostre viziate convinzioni su come va il mondo, i nostri pregiudizi, le nostre autodifese, la nostra profonda ignoranza e incapacità di capire in quale sistema-mondo viviamo, tutti, ma proprio tutti, non solo gli affamati, non solo i poveri.
Caparrós non risparmia i colpi bassi alla nostra ipocrisia, e alla sua: sono “un canalla” perché scrivo questo libro per confessarmi e assolvermi, sono una canaglia perché per scriverlo ho usato i fondi di una agenzia di aiuti alla cooperazione che lavora nel modo che critico, sostenendo il modello, mettendoci le pezze. Non risparmia neanche i guru della microeconomia e del microcredito, gli “ecololò” dell’ecologismo “suntuario”, i teorici alla Vandana Shiva che, in fondo, predicano un capitalismo laborioso e bonario.
Ma, si domanda Caparrós, se questi “hambrientos”, se i nuovi poveri americani e africani ad un certo punto decidessero che basta, che bisogna far saltare le leve del manovratore? Se il terrorismo, l’ISIS, fossero solo un assaggio di quello che potrebbe accadere? Ma, si risponde, l’Altro Mondo non è la Parigi del 1789, nemmeno la Vandea contadina, è l’altrove dalla speranza, e l’altro dall’utopia. La povertà estrema, la perdita della propria dignità di lavoratore e di cittadino, la fame come condizione perenne del corpo e della mente, oggi sembrano assumere il compito di strumenti per la rassegnazione, per l’autopunizione (se sono povero è colpa mia), per il fatalismo (così vuole Allah, così vuole el Todopoderoso, l’Onnipotente).
Caparrós è affascinato e terrorizzato dalla mole di dati che si possono raccogliere e analizzare sul fenomeno dell’impoverimento di milioni di persone. Numeri in tabelle, statistiche, rapporti la cui fonte è talvolta ufficiale, governativa, altre volte ufficiosa, di nicchia. Grandi numeri che si contraddicono, si smentiscono e smentiscono troppo spesso la loro presunta oggettività. Ciò che sta alla base di tutto questo profluvio di numeri ha dei nomi: cambio climatico, desertificazione, urbanizzazione forzata, trattati di libero commercio (si veda alle attualissime voci TTP e TTIP…traffici geopolitici!), prodotti agroalimentari quotati in borsa, corruzione, distrazione di fondi dedicati: non c’entra la tiranna Natura, è il capitalismo, bellezza!
Ed è lo sconcerto intorno alla cifre che spinge Caparrós a raccontare storie di vita, perché il resoconto su una giornata in una “villamiseria”, uno slum, in Bangladesh, o fra i raccoglitori di immondizie alla periferia di Buenos Aires, controbilanciano la neutralità del numero, lo rendono vivo, lo piegano verso un’immagine da cui vorremmo scostare lo sguardo. In certi momenti, dice Caparrós, avrebbe voluto poterlo fare anche lui, si rammarica per chi legge, perché questo libro parla di cose schifose, di bruttezza, di malattia, di fluidi organici, di decomposizione. Che lo si voglia o no, questo è il corpo che noi siamo, quello che nelle province floride del capitalismo occultiamo con buone pietanze, sane digestioni, discrete eliminazioni, complete igienizzazioni. Ciò che parla da questo libro è il corpo sfatto, prostrato, disumanizzato. È il musulmano di Primo Levi, chino sulla crosta di pane.
Il musulmano che sta scomparendo, secondo altri analisti, quelli interni al sistema. Anche loro contro la felice e facile ecologia, contro gli astrattismi dei buoni alla Shiva, leggono e interpretano i dati per far quadrare i conti, da cui si ricava che la fame nel mondo ha dimezzato la sua cifra negli ultimi vent’anni grazie al progresso in campo scientifico. Basta leggere le contorsioni ideologiche dell’analista politico Marco Ponti in un acuminato elzeviro dal titolo: “I compagni felce e mirtillo che servono ai protezionisti”, pubblicato su Il fatto quotidiano del 12 ottobre scorso. Dài tempo al tempo, il capitalismo nella sua forma neo, informatizzata, numerica, geneticamente modificata, ci salverà ancora una volta. Caparrós non si accontenta della indignazione e non si aspetta nulla dal riformismo post-socialdemocratico. Chiede di trasformare un sentimento “elegante e controllato” di resilienza in qualcosa che “non si neghi all’azione, che denunci e che sollevi, che passi all’attacco”.
Certo, conclude il suo poderoso lavoro, “siamo in un momento privo di progetto… un’epoca difficile, orfana”, ma proprio per questo dobbiamo continuare a cercare, non possiamo accontentarci di stanare le malefatte del nemico di classe (e sì, ancora!), dobbiamo studiare e lottare, lottare per poter studiare. Stare in cerca è angustiante ed è affascinante, e abbiamo poco tempo.
Cercare. Occorrono menti critiche, occorrono strumenti di analisi non convenzionali, occorre un pensiero non conformista, non conforme. Occorre abbattere il muro dell’ignoranza, della rassegnazione, della induzione alla fame morale, politica.
Non c’è posto per la scuola in tutto questo?
Pubblicato su lacittafutura.it con il titolo originale completo Cibo per il corpo, cibo per la mente: i gironi del neoliberismo. L'autrice è stata dirigente scolastica per la scuola primaria Pietro Maffi di Roma.
L'ennesima trappola per la democrazia se vincesse il SI alla de-forma Renzi-Boschi: diventerebbe impossibile mettere in stato d'accusa il Capo dello stato.
il manifesto, 20 ottobre 2016
Nel confronto televisivo con Luciano Violante e poi successivamente in
vari articoli, Tomaso Montanari ha giustamente evidenziato uno dei paradossi più clamorosi della deforma costituzionale nel suo intreccio con l’Italicum. Che consiste nella possibilità che l’elezione del capo dello stato dal settimo scrutinio in poi possa essere opera dei soli appartenenti al partito di maggioranza relativa, essendo questi comunque superiori ai tre quinti dei votanti.
Tralasciamo pure per un attimo il caso limite per cui, trattandosi di votanti e non di membri dell’assemblea, il nuovo capo dello stato potrebbe venire eletto con tre voti su cinque, purché gli altri parlamentari garantiscano il numero legale. Spostiamo invece l’attenzione su un altro articolo della nostra Costituzione – che la Renzi-Boschi non tocca e quindi ha richiamato minore attenzione – ovvero il 90, che disciplina la messa in stato d’accusa del capo dello stato dal parlamento in seduta comune.
Qui emerge un’altra possibilità inquietante. Fantapolitica? Di fronte alla totale irragionevolezza della modifica costituzional-elettorale in corso, sarebbe ingenuo invocare il principio di realtà. E’ vero che l’impeachment nella storia italiana è stato più evocato che attuato. I casi sono tre. Quello di Leone che minacciato di tale provvedimento a seguito dello scandalo Lockheed (l’acquisto dell’Italia di velivoli da guerra statunitensi) si dimise prima che il Pci desse corso alla procedura. Quello che sfiorò Scalfaro, a seguito dello scandalo Sisde, cui rispose a reti unificate con il famoso: «Non ci sto». Ma soprattutto quello antecedente riguardante Cossiga, che approdò alla presentazione formale della messa di stato d’accusa sulla vicenda Gladio, da parte del Pds, della Rete e di Rifondazione comunista, richiesta poi respinta dal Parlamento nel 1991. L’anno seguente lo stesso Violante, Pannella, Orlando e Dalla Chiesa chiesero nuovamente la messa in stato d’accusa di Cossiga per attentato alla Costituzione, senza però che questa approdasse al voto, perché Cossiga si dimise il 28 aprile del 1992. Come si vede qualche precedente c’è, e anche succoso.
Se vincesse il Sì il 4 dicembre e quindi l’Italicum rimanesse in vita – simul stabunt simul cadent – la maggioranza assoluta alla Camera sarebbe assicurata al partito di maggioranza relativa e il senato sarebbe composto da 100 membri. Per la eventuale messa in stato d’accusa del presidente della repubblica basterebbero altri 26 voti per raggiungere la soglia dei 366, che corrisponderebbe alla maggioranza assoluta dei membri del parlamento in seduta comune. E sarebbe davvero difficile – qui sì fantapolitico – che il partito di maggioranza relativa non disponesse di tali voti nel Senato dei dopolavoristi, anche se escludiamo dal novero per evidenti motivi i 5 senatori nominati dal capo dello stato.
La morale della favola è semplice, quanto sconcertante. Gli effetti dello sconvolgimento costituzional-istituzionale in corso rispetto alla massima carica dello Stato – comandante delle Forze Armate, presidente del Consiglio supremo di difesa, che dichiara lo stato di guerra deliberato dalla Camera, presidente del consiglio superiore della magistratura, dotato del potere di scioglimento delle camere – non sarebbero solo quelli che esso può essere eletto dal settimo scrutinio dai parlamentari di un solo partito, nel caso estremo nel numero più esiguo immaginabile, ma che potrebbe essere dismesso per volontà sempre dello stesso partito – il cui segretario coincide con la figura del Presidente del consiglio da lui indicato – e che opererebbe sotto questa spada di Damocle. Un vero e totale capovolgimento.

Il manifesto, 20 ottobre 2016 (p.d.)
Quasi dieci anni fa scoppiava la crisi dei mutui subprime negli Usa. Il re era nudo, il ruolo nefasto della finanza ormai evidente, gli stipendi dei manager diventati improvvisamente intollerabili e scandalosi. Nel 2007, l’anno della crisi e del crollo della Borsa di Wall Street, la remunerazione dei bancari delle quattro principali banche statunitensi era aumentata del 9% arrivando a 66 miliardi di dollari, mentre le rispettive banche perdevano 50 miliardi di capitalizzazione in Borsa. I dipendenti venivano pagati in media 350 mila dollari a testa per bruciare ognuno 274mila dollari. Con centinaia di milioni di dollari per ciascun banchiere al momento della liquidazione.
Stan O’Neal, Ceo della Merill Lynch licenziato nell’autunno del 2007 in seguito al crollo in borsa della società, ricevette una liquidazione di 161 milioni di dollari. Charles Prince capo della potente City Group costretto alle dimissioni dopo aver portato la società vicina al fallimento, ricevette una liquidazione di 140 milioni di dollari.
Molti di noi hanno pensato che con il crollo delle Borse, con il licenziamento in massa degli operatori finanziari (150mila solo a New York), con gli evidenti effetti collaterali sull’economia reale, il sistema capitalistico mondiale dovesse cambiare rotta. Invece dopo 10 anni osserviamo che la capitalizzazione nelle principali Borse del mondo è tornata a livelli superiori al 2007, il debito pubblico e privato (Stato, famiglie e imprese) è arrivato al 265% del Pil mondiale (con un incremento del 35%) ed in particolare cresce il debito statale, impropriamente chiamato “sovrano”, di oltre 20 mila miliardi di dollari. Insomma, tutto è tornato come prima e peggio di prima nel mondo della finanza.
Come è ormai evidente questa crisi non è paragonabile a quelle precedenti: ha provocato una accelerazione nella diseguale distribuzione di redditi, patrimoni, potere; ha impoverito una buona parte della popolazione mondiale, compresi i paesi occidentali industrializzati che hanno visto per la prima volta una forte riduzione dei ceti medi.
Conosciamo gli effetti nefasti sull’occupazione, sulla crescita del disagio sociale, sul taglio dei servizi pubblici, sul crollo degli investimenti, ma non abbiamo ancora preso atto dei segni profondi che questa crisi ha lasciato, «segni invisibili» che le statistiche non registrano, ma che possiamo cogliere nei mutamenti culturali, nelle visioni del mondo, nell’agire quotidiano. Ha ragione Roberto Esposito quando afferma che «la crisi economica degli ultimi anni è diventata biopolitica nel senso che impatta fortemente con la vita delle persone».
Come docente universitario ho vissuto sia nel contatto con i miei studenti, sia attraverso delle ricerche sul campo, il dramma della inoccupazione giovanile, dei Neet (Not employement, education, training) ed ho percepito come prima cosa che i giovani laureati, ed anche “masterizzati” o “dottorati”, abbassavano di anno in anno le loro aspettative. Anche a livello nazionale, in alcune ricerche sulla condizione giovanile, emerge come i giovani (dai 18 ai 35 anni) tendano ad accontentarsi quando riescono ad avere un lavoro, magari malpagato, e che alcuni si sentono dei fortunati e privilegiati solo perché sono riusciti a vincere un concorso pubblico, magari per una mansione dequalificante e con uno stipendio, che in una grande città, ti consente appena di sopravvivere. In questo senso si può dire che la crisi economico-finanziaria ha avuto un carattere “disciplinante” nell’accezione di Foucault, ha abbassato le aspettative e quindi ha permesso di ridurre i diritti sociali senza che ci fossero delle grandi rivolte popolari (eccetto che in Francia, dove questi diritti erano storicamente più radicati). Chi viene sfruttato e maltrattato sul luogo di lavoro si lamenta, ma poi aggiunge «meglio di niente: almeno io un lavoro ce l’ho».
Ho visto una condizione simile, per la prima volta in vita mia, nel Cile di Pinochet nel 1986, quando ero in quel paese. Una sera un taxista che mi accompagnava a casa di compagni cileni mi raccontò il fallimento della azienda dove lavorava: «Ero un lavoratore superfluo ed ho dovuto trovarmi un altro lavoro e per fortuna ho trovato un padrone che mi affitta il suo taxi». Mi è rimasto impresso il suo senso di colpa, si era convinto che il licenziamento fosse giusto, che lui fosse il colpevole, come nelle culture premoderne lo erano (e lo sono ancora in alcune aree del mondo) le persone disabili che vivevano l’handicap come l’espiazione per un peccato commesso.
I «segni invisibili» della crisi li possiamo cogliere anche in una maggiore indifferenza verso i migranti e le guerre. E’ quella «indifferenza globalizzata» denunciata da papa Francesco. Cammina nei discorsi sul treno, al bar, o al ristorante, tra persone estranee quanto tra gli amici più cari. E’ il frutto di un profondo senso di impotenza che questa crisi ha rafforzato. Dalla finanza è transitata all’economia reale, segnando paradossalmente il trionfo del pensiero unico: il mercato è l’unica salvezza; non è possibile modificare questo modello di sviluppo capitalistico; i paesi del socialismo reale sono crollati e i comunisti cinesi e vietnamiti si sono salvati dal crollo e dalla perdita del potere convertendosi al turbo capitalismo.
Aldilà di una possibile ripresa economica (piuttosto improbabile) i segni della crisi resteranno per molto tempo, a segnare la forza del neoliberismo trionfante. Non è tanto e solo la concorrenza che ha scatenato tra lavoratori sempre più precarizzati, tra disoccupati ed immigrati, è il processo di interiorizzazione e di colpevolizzazione. L’idea che abbiamo vissuto per troppo tempo al di là delle nostre possibilità, che abbiamo esagerato nel welfare, nella spesa pubblica, nello Stato sprecone (vedi la necessità strombazzata di una spending review). Pertanto il debito insostenibile dello Stato - che è cresciuto iperbolicamente per salvare le grandi banche - è colpa nostra, la perdita di competitività delle nostre imprese è colpa nostra, dei lacci e lacciuoli che le leggi impongono (come lo Statuto dei lavoratori).
Chi vuole costruire un’alternativa economica e politica, non può non fare i conti con «i segni invisibili» della crisi penetrati nelle nuove generazioni, insieme alla paura del futuro. Una visione del mondo che è antitetica all’idea di progresso sociale, alla inevitabile evoluzione sociale positiva dell’umanità, che ha accompagnato il pensiero socialista, marxista, anarchico per due secoli.
La schedatura burocratica dei non indigeni è il primo dei passi concatenati che abbiamo conosciuto nell'antisemitismo della Germania nazista: stigmatizzazione del diverso, conversione forzata, discriminazione, segregazione, espulsione, aggressione, sterminio. Ieri per gli ebrei, oggi per i migranti.
La Repubblica, 20 ottobre 2016
SICURAMENTE ignorante, dunque apparentemente “innocente” secondo i canoni rovesciati della nuova antipolitica, sta ritornando in Europa una pratica che dovremmo conoscere bene: i governi che prescrivono la “lista” degli stranieri, la loro individuazione, la classificazione, la divisione delle persone in categorie distinte, con le scuole che procedono all’identificazione di specifiche caratteristiche antropologiche per chi viene da altri Paesi. Quasi come se le democrazie spaventate si muovessero inconsciamente alla ricerca dell’ultima forma del peccato originale, il peccato d’origine. Tutto questo disegnando con le persone una scala implicita di vicinanza o di lontananza dall’uomo bianco indigeno che i populisti xenofobi o anche i conservatori a caccia di voti considerano ormai l’unico soggetto meritevole di tutela.
Non sappiamo quel che stiamo facendo, non ne leggiamo il significato profondo e universale che pure dovrebbe risalire dalla nostra storia recente, preferiamo trasformare le pulsioni estreme in burocratiche misure amministrative e poi rapidamente in “gaffe” quando scoppia l’incidente, e il governo di Sua Maestà britannica deve chiedere scusa.
Siamo nuovamente tornati a ragionare di spazi, movimenti, frontiere, e dentro questa spazialità identitaria ci stiamo smarrendo credendo di proteggerci, mentre abbiamo paura di tutto ciò che si muove tra i vecchi confini. Osserviamo il rimpicciolimento dei nostri orizzonti, le chiusure progressive a cui scegliamo di assoggettarci: prima il terrore della mondializzazione, con qualche motivo. Poi il ripudio dell’Europa, con troppa fretta. Quindi la chiusura nell’identità nazionale nascosta tra i muri. Infine, in quello spazio recintato e protetto, l’ultima distinzione e la definitiva separazione: l’elenco dello straniero, marchiato burocraticamente nel cuore dell’Europa democratica del 2016.Ma era stata proprio la burocrazia statale ad agire per prima e per gradi, due mesi dopo la presa del potere di Adolf Hitler. Dunque, se siamo fortunatamente vaccinati dai fascismi, dovremmo almeno vigilare sull’ottusità strumentale degli apparati amministrativi di governo, sui loro meccanismi che una politica spaventata e inconsapevole sta nuovamente mettendo in moto. Dovremmo ricordare che in soli dodici anni, tra il 1933 e il 1945, il governo del Reich firmò duemila decreti anti- ebrei per cancellare passo dopo passo i loro diritti, realizzando nel 1933 quella che fu chiamata la loro “morte civica”, nel 1935 la “morte politica” e nel 1938 la “morte economica”. Anche allora era pura tecnica amministrativa?
Stiamo parlando di anni in cui la logica hitleriana è ancora quella della persecuzione e della discriminazione come armi di pressione per costringere gli ebrei tedeschi ad emigrare in massa, e infatti all’avvento del regime vivevano in Germania 500 mila ebrei, mentre nel 1939 la metà di loro aveva cercato scampo all’estero. Lo strumento è la compressione crescente dei diritti degli ebrei, la progressiva e sistematica riduzione del loro spazio di cittadinanza, la vita quotidiana mutilata pezzo per pezzo sotto gli occhi di tutti, sotto gli occhi degli altri, cittadini a pieno diritto. Prima il boicottaggio delle attività commerciali nel 1933, poi gli ostacoli di una “banale” azione amministrativa contro i medici e gli avvocati, quindi l’esclusione dagli uffici pubblici, infine da tutti i settori vitali del Paese per arrivare nel ’35 alle leggi di Norimberga che vietano i matrimoni misti e codificano la categoria da colpire: chi ha almeno due nonni ebrei.
È utile, oggi che ci sentiamo al riparo della storia, indagare la banalità della selezione, ripercorrere l’ottusità tecnica della differenziazione, fisica, civile o culturale, fino alla risoluzione dell’Unesco che due giorni fa ha negato il legame tra il “miglio sacro” dei luoghi santi di Gerusalemme e gli ebrei. Lo fa Pierre-André Taguieff nel suo saggio sull’antisemitismo [Il Razzismo, pregiudizi, teorie, comportamenti, Cortina editore], che è una storia dettagliata della giudeofobia e delle sue metamorfosi dall’antichità fino al contemporaneo, ma è anche un’indagine sul pregiudizio e sui miti negativi che lo sostengono e lo giustificano, ottundendo via via il senso di una responsabilità comune, la coscienza democratica, il sentimento di umanità.
Il termine “antisemitismo” (che si basa sull’equivoco di una visione razziale della storia fondata sulla lotta tra semiti e ariani, mentre gli ebrei non sono semiti in senso etnico, e non tutti i semiti sono ebrei) viene coniato nel 1860 dall’ebreo austriaco Moritz Steinschneider per denunciare un pregiudizio antiebraico ma presto viene impugnato da movimenti antiebraici per definire se stessi, tanto che nel 1888 si raccolgono 265 mila firme per la “Petizione degli antisemiti” contro l’emancipazione degli ebrei e nel 1882 la definizione approda sul dizionario tedesco Brokhaus: «Odio verso gli ebrei, avversione per l’ebraismo, lotta contro i caratteri, i modi e le intenzioni del semitismo».
Prende così il via la fase post- religiosa della giudeofobia, che cataloga le caratteristiche razziali, fisiche, mentali dell’ebreo considerandole fisse e immutabili, per innestare su questo profilo codificato e denunciato pubblicamente una visione fantasmatica capace di alimentare odio e ostilità verso ogni individuo che appartenga al gruppo, proprio e soltanto per l’appartenenza. La giudeofobia è prima pagana, ricorda Taguieff classificandola storicamente, poi teologico- religiosa cristiana, poi antireligiosa illuministica, poi anticapitalistica e socialista, poi ancora razziale e nazionalistica per approdare alla forma contemporanea dell’antisionismo radicale che salda i due stereotipi eterni quando mescola la denuncia di nazionalismo all’accusa di mondialismo: deorientalizzando e desemitizzando il popolo ebraico per occidentalizzarlo radicalmente nella guerra annunciata da Bin Laden nel 1998 contro “la crociata mondiale”.
La sua persistenza nella storia attraverso una continua metamorfosi dell’odio è dovuta alla forte carica mitica, al fondamento teologico, alla capacità di adattamento a culture diverse. L’accusa più ricorrente agli ebrei è di costituire uno Stato nello Stato, una sorta di nazione separata all’interno della nazione d’accoglienza, con la conseguenza per cui l’antisemitismo sarebbe una forma di difesa indigena. A questo corto-circuito di comodo ha già risposto Sartre, spiegando che non è l’ebreo a provocare l’antisemitismo, ma al contrario è l’antisemitismo che crea l’ebreo come soggetto immaginario e mitologico, costruito su misura per giustificare l’odio fobico dei suoi avversari. I quali in questo processo di costruzione del nemico eterno, universale, lo sopravvalutano dilatandolo nel numero dunque nella presenza, nelle facoltà, quindi nella potenza, nell’ubiquità leggendaria, fino ai luoghi del dominio. È la formula di Alfred Rosenberg, l’ideologo nazista: «L’ebreo si erge come il nostro avversario metafisico».
Queste accuse sono anche forme di razionalizzazione teologica, politica, scientifica dell’antisemitismo, appoggiandolo ai grandi miti antiebraici che ideologizzano e culturizzano la giudeofobia, dall’odio verso il genere umano all’assassinio rituale, al deicidio con l’assassinio di Cristo, alla maledizione con l’erranza, alla perfidia della speculazione finanziaria, alla cospirazione, al razzismo per l’elezione divina del popolo prediletto. È da qui che sono nate le tre politiche con cui si è manifestata la violenza contro gli ebrei: la conversione, da quando nel IV secolo Costantino trasforma il cristianesimo in religione di Stato, la persecuzione ogni volta che la conversione fallisce, con il Talmud processato e portato in piazza nel 1242 su 24 carretti per essere bruciato pubblicamente. L’ultima politica è l’annientamento.
Bisognerebbe riflettere sulla concatenazione dei passaggi. La giudeofobia ha quattro dimensioni, e la prima è fatta di atteggiamenti e opinioni (credenze ostili, stereotipi negativi, pregiudizi) che producono esclusione simbolica; la seconda da comportamenti individuali o collettivi che producono esclusione sociale; la terza da decisioni istituzionali che producono esclusione discriminatoria, la quarta da discorsi ideologici e dottrinari, che teorizzano la violenza finale. Dunque esiste una scala nell’antisemitismo che è specifica ma rimanda un’eco per tutti i razzismi e le xenofobie: stigmatizzazione, conversione forzata, discriminazione, segregazione, espulsione, aggressione, sterminio. La soluzione finale non arriva quindi per caso o all’improvviso. Prima c’è la riduzione dell’”altro” a corpo estraneo, corpo ostile non assimilabile, che va escluso dalla vita politica, economica, culturale per spingerlo a emigrare, poi c’è l’espulsione per chi resta, dal 1941 c’è lo sterminio «come logica conseguenza di un lungo processo di emarginazione degli ebrei, trattati come estranei al genere umano, patologizzati, demonizzati come una potenza satanica».
È un’evoluzione per stadi, che Hilberg riassume in questi tre passaggi via via più prescrittivi: «Se rimanete ebrei, non avete il diritto di vivere tra noi». «Non avete il diritto di vivere tra noi». «Non avete il diritto di vivere». Lo strumento tecnico di queste politiche è fin dall’inizio la lista, perché su di essa si basa l’intenzione di “purificare” la popolazione legittima, distinguendo gli “altri”. Ben prima della soluzione finale, l’emarginazione, la discriminazione, la delegittimazione e infine la segregazione hanno bisogno di una tecnica di supporto, con strumenti pratici e amministrativi per individuare, identificare, localizzare, registrare, classificare, censire, marchiare, comunque separare. È l’ossessione del “passeggero clandestino”, dell’infiltrato, dell’estraneo nel corpo nazionale supposto puro, dunque da distinguere e difendere. Tutto questo nasce nello spazio occidentale, nel quadro delle procedure democratiche, nel dominio del diritto, nel cuore dell’Europa cristiana e dell’umanesimo progressista, ultima religione secolare dei moderni. La cornice di civiltà non ci preserva. L’orrore, ci ricorda Bauman, non è figlio dell’irrazionale ma è l’esito di un processo che è al contrario espressione della modernità e della sua razionalità e usa la competenza tecnologica, impiega gli strumenti del progresso, misura l’efficacia dei metodi, valuta il rapporto tra mezzi e fini, ricorre all’applicazione universale della norma. Fino alla conclusione: La violenza burocratizzata, in tutte le sue forme, «è l’espressione stessa della civiltà occidentale contemporanea, non una ribellione contro di essa».
«La . Il manifesto, 19 ottobre 2016 (p.d.)
Ci sarà tempo, dopo l’8 novembre, per rimpiangere la presidenza Obama, e non solo se, malauguratamente dovesse essere Donald Trump a occuparne la scrivania della sala ovale. Ma oggi, dopo l’ultima cena alla Casa Bianca con Renzi, e tripudio di agnolotti, pacche sulle spalle e sorrisi tra leader e first lady, Obama ha indossato la giacca dell’amico amerikano, e noi quella della colonia.
Obama ha detto che il Sì al referendum sulla riforma costituzionale «può aiutare l’Italia a procedere verso un’economia più vibrante, verso un sistema più efficiente». Non solo. Il presidente degli Stati uniti ha voluto sottolineare che se, sfortunatamente, Renzi il referendum dovesse perderlo, «secondo me dovrebbe restare in politica». L’endorsment a stelle e strisce metterà le ali ai piedi del nostro presidente del consiglio, atteso a rapporto dai vertici di Bruxelles sui conti pubblici.
Non che in Europa gli siano mancati gli sponsor, da Merkel a Hollande a Moscovici, o che abbia da temere da chi, Osce, Fmi, JPMorgan, Ficht, governa la finanza internazionale. Ma certo il pieno, fragoroso sostegno americano, sul nostro mercato elettorale è un carico da novanta. Del resto già l’ambasciatore Usa in Italia aveva annunciato il convinto appoggio d’Oltreoceano.
Certo, quando Alcide De Gasperi, dopo la guerra, andò negli Stati uniti con il cappello in mano a ringraziare per gli aiuti del Piano Marshall, erano altri tempi.
Ma il vizietto di considerarci il fedele alleato da usare nel teatro europeo, e in quelli infiammati dalle guerre americane, non cambia. Forse, però, sono cambiati gli italiani, che hanno ben assaggiato i frutti avvelenati della grande crisi provocata proprio da chi oggi ci regala il suo Sì alla riforma costituzionale. Non avrebbe potuto scegliere giornata peggiore, Obama, per rallegrarsi delle riforme renziane. I dati sul fallimento del Jobs act, sulla ripresa dei licenziamenti, sul ritorno delle finte partite Iva, sui centri della Caritas frequentati più dai giovani italiani del Sud che dagli immigrati, ci tengono svegli anche di notte.
Questa mobilitazione internazionale a favore della rottamazione costituzionale dimostra, se ce ne fosse bisogno, l’importanza del voto del 4 dicembre. E forse non esagerava Rino Formica quando, in una recente intervista al nostro giornale, spiegava che il referendum e la battaglia tra il No e il Sì sarà importante come quella tra monarchia e repubblica.
Il manifesto, 19 ottobre 2016 (p.d.)
Il Jobs Act è scoppiato come una bolla di sapone. Secondo i dati di agosto pubblicati ieri dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps, la bandiera che il governo Renzi sventola nei consessi internazionali per dimostrare che le riforme in Italia sono «impressionanti» (il copyright è della cancelliera Merkel che lo disse già a Monti) serve in realtà a coprire questa situazione: il mercato del lavoro è stagnante, anzi le attivazioni e le cessazioni dei contratti diminuiscono; crollano del 33% i rapporti di lavoro a tempo indeterminato con il contratto «a tutele crescenti», dove l’unica cosa che cresce è la libertà di licenziare i lavoratori.
I licenziamenti sono aumentati tra gennaio e agosto 2016. Quelli sui contratti a tempo indeterminato sono passati da 290.656 del 2015 a 304.437 (+4,7%). Sono cresciuti soprattutto i licenziamenti individuali per ragioni disciplinari sui quali è intervenuto il Jobs act eliminando la possibilità di reintegra sul posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato dei nuovi assunti dal 7 marzo 2015, data di entrata in vigore della riforma. In otto mesi i licenziamenti per giusta causa e giustificato motivo soggettivo sono passati da 36.048 a 46.255 con un aumento del 28%. Nello stesso periodo le dimissioni sui contratti a tempo indeterminato, sono passate da 599.248 a 510.267 con un calo del 14,8%.
Per il presidente dell’Inps Tito Boeri questa crescita dei licenziamenti rispetto al 2015 «è agli stessi livelli del 2014». «Dicono che il Jobs act ha aumentato i licenziamenti – ha precisato – ma le tutele crescenti c’erano già nel 2015». «Si cominciano a vedere gli effetti concreti dell’aver abolito la tutela nei confronti del licenziamento, con particolare riferimento a quelli individuali o disciplinari – ha detto invece il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – in mancanza di tutele nei confronti dei licenziamenti e in mancanza di ammortizzatori sociali, le nostre preoccupazioni si stanno dimostrando più che fondate». «dovremo gestire questi licenziati in più proprio a causa della riduzione delle tutele generata dal Jobs Act – ha aggiunto Carmelo Barbagallo (Uil). Qual è la soluzione per queste altre persone che, ora, si ritrovano senza occupazione?». Una domanda, al momento, senza risposta.
I numeri dimostrano che il Jobs Act non ha scalfito la struttura del mercato del lavoro fondato sul contratto a breve e brevissimo termine e, oggi, su un’alluvione di . Questo è il risultato dell’ulteriore liberalizzazione dei «buoni lavoro» che si comprano in tabaccheria voluta dal governo Renzi. Ad agosto ne sono stati venduti 96,6 milioni in più, il 35,9% in più rispetto ai primi otto mesi del 2015. La regione che ha registrato il maggior aumento di ticket-lavoro è la Campania (+55,6%), seguita dalla Sicilia (+50,7%).
Questa ondata di ticket influisce sui dati complessivi dell’occupazione e si riverbera sulla crescita che il governo continua a rivendicare. Questa crescita trainata dagli over 50 obbligati a restare al lavoro dalla legge Fornero. Tra queste persone si registra l’aumento maggiore dell’occupazione dovuta a una quota più alta di trasformazioni dei contratti precari nel nuovo a «tutele crescenti». Ne sono esclusi i giovani e gli under 49.
Il nuovo monitoraggio dell’Inps conferma inoltre il legame tra i fondi pubblici erogati alle imprese per la decontribuzione sui neoassunti con il «contratto a tutele crescenti»: tra i 14 e i 22 miliardi in tre anni e l’aumento relativo dell’occupazione. Erano oltre 8 mila euro nel primo anno del Jobs Act, ora sono a poco più di 3 mila euro, e sono destinati a scomparire, a parte alcuni incentivi mirati per le assunzioni a Sud.
Le statistiche registrano un crollo clamoroso degli assunti con questa formula. L’andamento era già evidente da un anno al punto che lo stesso governo sembra, oggi, avere rinunciato a rifinanziare i costosissimi sgravi. La droga degli incentivi non ha tuttavia risolto uno dei problemi che gli ideatori del Jobs Act speravano di avere risolto: il costo del lavoro per i contratti a tempo indeterminato. Invece di tagliarlo effettivamente, il governo ha abbassato i salari e dato incentivi alle imprese. È difficile tuttavia assumere qualcuno quando non esiste una domanda e non si sa bene cosa produrre. Chi ha concepito questa strategia ha ignorato un problema fondamentale. I fondi generosamente elargiti sarebbe stato più utile investirli in un reddito minimo, ad esempio. Le perdite sono pubbliche. I guadagni sono dei privati.
Una delle tante aberrazioni della rforma che Renzi e i suoi alleati vogliono imporci per obbedure all'ordine impartito nel 2013 dalla JP Morgan Chase & Co.
Huffington Post, 19 ottobre 2016
«Vogliamo una democrazia che decide», sostiene il fronte del Sì. «Anche noi! Ma decidere non vuol dire comandare, o dominare: avete costruito una dittatura della maggioranza, un sistema in cui chi vince prende tutto. Un sistema in cui non esistono più garanti terzi», ribattiamo dal fronte del No. È stato questo il leitmotiv del mio confronto con Luciano Violante, arbitrato venerdì scorso da Enrico Mentana. Un punto cruciale del dibattito ha riguardato l'elezione del presidente della Repubblica. Come il vecchio, il nuovo articolo 83 prevede che: «Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri». Solo che - se vincesse il Sì - il Parlamento sarebbe così composto: 630 membri della Camera (come ora: si sono ben guardati dal limitarne il numero, alla faccia della retorica del risparmio!), 95 senatori nominati dai consigli regionali (iddio sa come), fino a 5 senatori nominati dal presidente della Repubblica (durano sette anni, e dunque il loro numero al momento del voto è imprevedibile: dipende quando saranno stati nominati) e i senatori di diritto e a vita in quanto ex presidenti della Repubblica.
Immaginiamo dunque l'elezione del successore di Mattarella, e consideriamo il corpo elettorale più ampio possibile (augurando lunghissima vita a Giorgio Napolitano): 630+95+5+2, cioè 732 elettori.
Dobbiamo subito dire che, a legislazione attuale (dunque ad Italicum vigente), il partito di maggioranza avrà (per legge) 340 seggi alla Camera, e, diciamo, una maggioranza di 60 senatori (qua il dato è, per forza di cose, empirico: ma è una ragionevole proiezione del peso attuale del Pd): dunque un pacchetto di 400 voti.
«Ebbene, nei primi tre scrutini (come ora) per eleggere il Capo dello Stato ci vorranno i due terzi: 488. Il partito di maggioranza dovrebbe trovarne 88: il che implica un'alleanza politica di una certa ampiezza. Già, però, dal quarto al sesto scrutinio il quorum per l'elezione presidenziale scende ai tre quinti dei componenti: 440. E qua cominciano i problemi, perché basta una piccola 'aggiunta' (esempio non troppo astratto: un drappello di volenterosi verdiniani) per fare schiavo colui che dovrebbe essere il massimo garante di tutti.
«Ma la vera e propria crisi democratica si manifesta con ciò che viene previsto dal settimo scrutinio: quando basteranno i tre quinti dei votanti. Si tratta di un inedito quorum mobile: ma fino a che punto potrà abbassarsi? L'unico limite è quello imposto dall'articolo 64 della Costituzione (non toccato dalla riforma), che impone il numero legale: perché il presidente possa venire eletto è necessario che siano presenti la metà più uno dei componenti, cioè 367 elettori. Ora, i tre quinti di 367 è pari a 221: e dunque la nuova Costituzione prevede che dalla settima votazione il Capo dello Stato si elegga con una maggioranza minima di 221 voti, cioè con una maggioranza che è tutta nella disponibilità del singolo partito che avrà vinto le elezioni (340 deputati), anche se al Senato non dovesse avere nemmeno un seggio!
«Di fronte all'evidenza dei numeri, Violante ha risposto che si tratta di un'eventualità remotissima, perché alle elezioni presidenziali tutti sono presenti. Benissimo: ma allora perché la nuova Costituzione dovrebbe prevedere una simile stranezza? Come è ovvio, le Costituzioni dovrebbero evitare le trappole, non configurarne di bizzarre. Mentre qua si aprono scenari bizantini complicatissimi, fatti di giochi incrociati di assenze e presenze: una geometria dalle mille varianti che consegna un margine enorme alla peggiore politica, quella da corridoio parlamentare. A questo punto Violante ha ammesso che la ratio di questa bizzarra norma è evitare uno stallo nell'elezione presidenziale, perché questo potrebbe creare un danno all'immagine del Paese.
E così - dopo mille infingimenti, mille tentativi di negare l'evidenza - è finalmente emersa la verità. Che è questa: gli autori della riforma preferiscono consegnare la massima magistratura dello Stato all'arbitrio di un singolo partito, piuttosto che permettere che la sua elezione duri qualche giorno (perché di questo si tratta). E basterà ricordare che Sandro Pertini fu eletto al sedicesimo scrutinio per far capire come possa invece valer la pena di aspettare un po'. Se vince il Sì, il Presidente della Repubblica potrà dunque essere eletto solo dalla maggioranza creata a tavolino dall'Italicum. Sarà improbabile, ma è possibile: anzi, è esplicitamente previsto.
Ora, questo particolare cruciale rivela moltissimo dello spirito della riforma su cui siamo chiamati a votare. Una riforma che baratta decisionismo con democrazia, e che aumenta il potere della maggioranza senza aumentare le garanzie delle minoranze. È qui il suo carattere totalitario: letteralmente totalitario, nel senso che chi vince si prende tutto, e a chi perde non rimane alcuna tutela.
Accanto all'arroganza maggioritaria, la cialtroneria della scrittura: non si è fin qui notato che - a rigore - per il regolamento della Camera (quello che vige nelle sedute comuni dei due rami del Parlamento) il numero legale è distinto dal quorum richiesto per le votazioni di natura elettiva. Tra i presenti che rendono valida la seduta potrebbero essercene alcuni (o anche moltissimi) che non rispondono alla chiama, e non partecipano alla votazione: in pura teoria per eleggere il presidente della Repubblica basterebbero 3 voti su 5 votanti, purché ci siano 367 presenti a garantire il numero legale. Non accadrà mai? È molto probabile. Ma diventa davvero colossale l'arbitrio dei signori del voto parlamentare, che potranno agitare la minaccia di colpi di mano, fare uscire ed entrare dall'aula interi gruppi, pescare nel torbido: con i famosi 101 franchi tiratori che impallinarono la presidenza Prodi abbiamo imparato quanto l'elezione dell'inquilino del Quirinale possa essere velenosa e opaca.
Appare dunque plasticamente evidente come la riforma costituzionale che stiamo per votare sia stata scritta con sciatteria, ignoranza, inettitudine. Oltre che con colossale arroganza.
Il diavolo si nasconde nel dettaglio, ammesso che l'elezione del Capo dello Stato sia un dettaglio. E il 4 dicembre non vogliamo andare all'inferno.
Riferimenti
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«Una messa in discussione di quell’aggettivo, “naturale” che, come sappiamo, è stato l’asse portante ideologico della violenta differenziazione tra i sessi, e di ogni altra forma di dominio».
comune-info, 19 ottobre 2016 (c.m.c.)
La famiglia sta conquistando spazi sempre più ampi, nell’informazione, nel dibattito politico, nelle pubblicazioni e nelle aule parlamentari, il che fa sperare che sia uscita definitivamente da quell’idea fuorviante di “privato” che l’ha tenuta tradizionalmente nell’ambigua posizione di “cellula primaria”, fondante della società, e, insieme, appannaggio di un potere patriarcale considerato, come ha scritto Rossana Rossanda, “libertà naturale”.
A stanare ciò che non si sa o non si dice degli interni delle case, del modo di vivere delle persone, ci pensano poi, sempre più insistentemente, i rapporti statistici, gli studi sociologici, da cui apprendiamo, per esempio, che le single americane superano oggi le coniugate, che la senescenza della società italiana aumenta, sia come vissuto soggettivo – “giovani” fino a ottanta anni e finché non si muore -, e come età media di chi riveste ruoli di potere.
Prese separatamente, le notizie che arrivano al cittadino sulla realtà che lo tocca più intimamente e materialmente, non possono che generare un effetto disperante, come tutto ciò che non lascia intravedere vie d’uscita: in famiglia si continua a uccidere; aumenta il numero delle coppie senza figli, e così pure le persone che vivono sole; i giovani ritardano sempre più l’uscita dalla famiglia d’origine; gli anziani al potere non danno segno di voler arretrare.
Per riassumere: una società di potenziali assassini, una gioventù irresponsabile, una caparbia senilità, e uno Stato confessionale. Per aprire uno spiraglio dentro questo orizzonte asfittico, che ci viene descritto dai media ogni giorno, basterebbe fare lo sforzo di collegare aspetti che nella realtà sono annodati, rilevare le contraddizioni che li attraversano, mostrare i segnali di nuove incoraggianti prospettive, che ci sono e che vanno nominate, sostenute, sottratte al quadro sinistro in cui rischiano di eclissarsi.
In una lettera, che si può considerare tuttora attuale di Rosy Bindi, pubblicata quasi una decina di anni fa su Repubblica (19.1.07) compariva una visione lucida, appassionata, dei molteplici mali che minacciano il benessere, l’autorevolezza e persino la sopravvivenza della famiglia, dal carico di incombenze che la società rovescia su di essa agli episodi violenti di cui sono vittime soprattutto le donne.
Una descrizione, realisticamente impietosa, che elencava: “degrado materiale e morale”, “soprusi economici”, “ricatti psicologici”, “abbandoni”, “aggressività”, “abusi sessuali sulla donna, sui vecchi e persino sui bambini”.
Sorprendente era invece la conclusione: la famiglia restava, nonostante tutto, “un organismo sano e vitale”, “culla naturale della formazione degli affetti e palestra dei rapporti tra le persone”. Invece di indagare le ragioni di una “ambivalenza” che è tutto fuor che “naturale” – frutto evidente di condizioni storiche e culturali, come la divisione dei ruoli sessuali, i postumi psicologici di un millenario dominio maschile, e così via -, si tornava, come sempre a rispolverare un armamentario antico, il foucaultiano “sorvegliare e punire” che, depurato “degli accenti autoritari”, diventava “vigilare e riparare”: servizi territoriali, consultori, agenzie, figure e associazioni del volontariato, chiamati a formare, attorno alla famiglia, una cerchia investigativa e protettiva, da affiancare a interventi più precisi, come la punizione, la “riabilitazione del carnefice”, il dovuto soccorso alla vittima.
Quello che emerge oggi in modo evidente, ma su cui si stenta a fermare l’attenzione senza che questo significhi abbandono di ogni speranza o rimpianto del passato, è che l’istituzione considerata finora “cellula basilare” per la società e per la stessa sopravvivenza della specie, è in declino, attraversata da convulsioni interne, da vistosi mutamenti e da una crisi “valoriale” che solo la retorica nazionalista, religiosa o interessata dei nuovi credenti riesce malamente a nascondere.
La famiglia, così come l’abbiamo conosciuta – scriveva Roberto Volpi nel suo libro La fine della famiglia (Mondatori 2007) – sta “evaporando”, e, se c’è ancora, non è più quella.
Famiglia ha voluto dire finora “continuità biologica al di là del singolo”, quindi genitori e figli, coppie che affidavano alla prole “l’ampliamento della loro visuale sul mondo”, mentre oggi la coppia, che già stenta a formarsi, “vede in se stessa le aperture, cerca e persegue per se stessa i traguardi, non demanda ai figli né le une né gli altri”.
Il “mondo dei senza figli”, la società che assiste al “trionfo dei celibi”, e dove sempre più persone “dirottano risorse e tempo” in direzione di “cose belle della vita”, meno impegnative dei figli, non sono solo il portato di difficili condizioni socio-economiche, della carenza di adeguate politiche famigliari, ma di una “rivoluzione dei costumi”, un cambiamento profondo dei paradigmi culturali che data dalla metà degli anni Settanta, dalle leggi sul divorzio e sull’aborto.
Del femminismo, dei gruppi omosessuali e lesbici, del movimento non autoritario, non veniva fatta parola, protagonisti, per molti evidentemente ancora innominabili, della rivoluzione più temuta, benché pacifica, dell’ultimo secolo. Pur essendo attraversato da una nota di ricorrente allarmismo, che gli impedisce di vedere nelle nuove forme di convivenze prospettive inedite e liberatorie, riguardo alla socializzazione, al rapporto tra i sessi, il desiderio di figli, il libro di Volpi sottolineava due aspetti significativi del cambiamento: la centralità che assume l’individuo all’interno delle nuove formazioni sociali, e lo scarto, la discontinuità, che esse rappresentano, ragione per cui non avrebbe più senso chiamarle famiglie.
La recente discussione parlamentare sulle unioni civili alla Camera, si è mossa dentro contraddizioni, avanzamenti e arretramenti analoghi. Importante è non toccare l’articolo 29 della Costituzione, la famiglia intesa come “società naturale fondata sul matrimonio”, che resta pertanto modello di riferimento imprescindibile, quanto a legittimità e valore riconosciuto. Ottenere che il riconoscimento giuridico delle unioni di fatto sia “equiparato”, e abbia “pari dignità” rispetto allo statuto matrimoniale, avvalora l’idea di “famiglie di serie B”, con vincoli più “leggeri”, meno impegnativi, e quindi con tratti di instabilità e scarsa garanzia per i figli.
Solo sottolineando la convivenza come unione finalizzata “al naturale sviluppo e alla libera autorealizzazione del singolo”, si apre l’orizzonte a nuove progettualità, possibilità finora sconosciute di ripensare il rapporto tra individuo e collettività, a partire da quella individualità ancora da riconoscere e far vivere appieno, che è l’esistenza femminile svincolata dal destino di moglie e madre. Non si trattava solo di colmare una “lacuna normativa”, di “adeguare” la disciplina giuridica a una “realtà sociale”, 1.200.000 coppie di fatto.
Ciò a cui ci si augurava fosse dato il giusto riconoscimento simbolico con una legge è il “pluralismo” nelle relazioni affettive, e questo comporta una messa in discussione di quell’aggettivo, “naturale” che, come sappiamo, è stato l’asse portante ideologico della violenta differenziazione tra i sessi, e di ogni altra forma di dominio.

». il manifesto, 19 ottobre 2016 (c.m.c.)
«Per un paese la Costituzione è il riferimento comune, una carta di identità di principi e valori in cui tutti si riconoscono. È il terreno comune su cui si può e si deve svolgere il dialogo. Una cosa è la discussione sulle leggi ordinarie, un’altra, tutt’altra, è la discussione sulle leggi costituzionali. Ma Renzi non tiene in conto questa fondamentale differenza».
È una forte preoccupazione quella che esprime il giurista Stefano Rodotà – già parlamentare, accademico, garante della privacy, teorico dei beni comuni, candidato alla presidenza della Repubblica, insomma ottant’anni intensi di passione politica a sinistra. In omaggio alla sensibilità del tema di cui ragiona, «il paese che rischia di essere lacerato da un governo divisivo», misura le parole con attenzione. Stava dicendo della Costituzione come terreno comune. «Ecco, invece oggi la Carta non è più guardata come tale. È come se oggi, nel pieno conflitto sulla modifica Renzi-Boschi, ciascuna delle parti finisca per identificarsi con una sua propria Costituzione».
Una modalità di conflitto, quello di questi mesi, che sembra l’esatto contrario di ciò che viene comunemente definito ’spirito costituente’?
La grande preoccupazione dei costituenti, anche negli anni successivi al 1948, è stata quella di non far diventare la Carta un tema di divisione. Tant’è che quando durante i lavori dell’Assemblea ci fu l’espulsione dal governo dei comunisti e dei socialisti, il lavoro comune sulla Carta non si interruppe.
Ma a dicembre ci sarà un referendum per approvare o bocciare la riforma. I conflitti di questi mesi non sono fisiologici di una logica binaria, giocata fra sì e no?
Solo in parte. A differenza di tutta la nostra storia precedente, oggi succede che il presidente del consiglio tende fortemente a identificarsi con la ’sua’ riforma e a sovrapporre le scelte che riguardano la stretta attività di governo con la ’sua’ riforma. Ma non può usare sulla Costituzione la stessa logica che userebbe per una legge ordinaria.
Quest’atteggiamento può avere conseguenze dal 5 dicembre in avanti, e cioè dal giorno dopo l’esito del referendum?
Naturalmente dipende da chi vince, è banale dirlo. Non demonizzo la lunga campagna referendaria da maggio a dicembre: la discussione è aperta e continua. Ma è il tipo di confronto ingaggiato dal governo che preoccupa: non dovrebbe mai scivolare nella delegittimazione dell’avversario, non deve perdere di vista appunto il ’terreno comune’, non dovrebbe promuovere una logica divisiva, che esclude chi non è d’accordo.
Sta dicendo che se vincesse il Sì potrebbe esserci una parte di questo paese che non si riconosce nella ’nuova’ Costituzione?
Sto dicendo che questo è il problema. Le Costituzioni hanno bisogno di legittimazione, i cittadini vi si devono riconoscere. Non sto dicendo ovviamente che tutti debbano condividerne ogni passaggio, ma tutti debbono sentirsi inclusi in quei principi e in quei valori. E questo processo non può essere ridotto una pura questione di maggioranza dei votanti. È un terreno delicato per un presidente del consiglio che ha deciso di fare in prima persona la battaglia per il Sì. Il rischio è che il 5 dicembre ciascuna parte dica ’io ho la mia Costituzione’. E la Carta anziché unire il nostro paese finirà per dividerlo.
Nel 2006, ai tempi del referendum confermativo della riforma di Berlusconi, il paese non appariva così diviso. Eppure quella riforma poneva il tema del federalismo spinto voluto dalla Lega. O è un’impressione dovuta al senno di poi?
No, è vero che all’epoca la lotta politica c’era ma la divisione non era così profonda. Le condizioni erano tutte diverse, la ’devolution’ chiesta dalla Lega in effetti appariva molto più preoccupante di quello che poi si è rivelata. Ma soprattutto Berlusconi e i suoi fecero una campagna imparagonabile a quella di Renzi per intensità, tensione e anche presenza pubblica. E poi c’è una differenza politica di fondo fra il Renzi di oggi e il Berlusconi di ieri. Oggi Renzi punta sulla vittoria per rafforzare, anzi persino costruire la sua identità. Legittimo, certo, ma questo lo porta a esasperare tutti i toni.
Molti contestano allo schieramento del No di essere composto per lo più di elettori di Grillo e di destra che voteranno contro Renzi ’con la pancia’, con buona pace delle approfondite ma elitarie analisi dei giuristi e dei costituzionalisti.
Qui c’è un altro punto della delegittimazione dell’avversario. Che significa ’votare con la pancia’? Renzi sta facendo una battaglia con toni più che arroganti e quindi è del tutto comprensibile che si diffonda una reazione individuale forte, diretta, emotiva. Che a qualcuno non appare mediata da sufficiente riflessione. Liquidare la ’pancia’ come un elemento non all’altezza del dibattito è una sottolineatura delegittimante. Schematizzo: il tema è se ti riconosco o no come interlocutore. Ed è la regola della democrazia.
Rovescio la domanda. Nel fronte del No, che spesso parla di un parlamento in parte o in tutto delegittimato dalla Corte costituzionale che ha cancellato la legge con cui è stato eletto e nominato, non c’è proprio la tendenza speculare, o la tentazione, di non riconoscere Renzi come interlocutore?
Direi che questo pericolo non c’è, sarebbe una forzatura. Renzi esagera nei toni, è arrogante, ma resta il presidente del Consiglio. Certo, il suo stile e il suo linguaggio, oltreché la sua proposta di modifica costituzionale, sta cambiando di fatto il suo ruolo rispetto ai predecessori. Ma nessuno trascura che è il presidente del consiglio e che, comunque composta, ha una maggioranza.
L’esito del referendum cambierà in qualche misura la vita politica italiana. I comitati del No sono impegnati non solo per la difesa dell’attuale Costituzione ma per la sua attuazione concreta. Che farete dopo il 5 dicembre, andrete avanti?
È un proposito che abbiamo pronunciato molte volte, e che ora potrebbe aver cambiato significato. Dipende dalle volontà, dalle persone che vorranno fare questa battaglia. Ma resta un fatto: il tema dell’attuazione della Costituzione ormai è stato posto, è emerso chiaramente, e in molti oggi sono consapevoli. Non potrà essere eluso.

. MicroMega online, 17 ottobre 2016 (c.m.c.)
«Macché semplificazione e tagli a sprechi, le ragioni della riforma vanno indagate altrove: Renzi si è piegato alla volontà dei poteri forti, Jp Morgan ci ha dettato le modifiche costituzionali».
Dalla voce non sembra stia parlando un ottantenne. Ragiona, analizza e spiega le ragioni per le quali sta sostenendo la campagna del NO al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre. Paolo Maddalena, vice presidente Emerito della Corte Costituzionale, è uno dei massimi esperti in materia. Lo contattiamo telefonicamente, combattivo, ha desiderio di sviscerare nel dettaglio la riforma per convincere soprattutto gli indecisi al voto.
La riforma voluta dal presidente Matteo Renzi riduce il numero dei senatori, stabilisce nuovi rapporti tra Stato e Regioni, oltre a semplificare l’annosa questione della burocrazia e cancellare carrozzoni come il Cnel… Cosa non la convince?
Sono spot propagandistici, senza alcuna logica. La riduzione dei costi e la semplificazione non si raggiungono col soffocamento del Senato, uno degli organi massimi dell’espressione della sovranità popolare. Tra l’altro la Ragioneria di Stato ha smentito i numeri del governo e, con la riforma, si risparmierebbero soltanto 51 milioni. Ci sono altri modi per racimolare soldi. Anche la questione dello snellimento dell’iter legislativo è mendace. Agli esami degli atti i tempi si allungheranno.
Beh, però si pone fine alla “navetta” tra i due rami del Parlamento…
Su molte materie rimane obbligatorio l’esame di una e dell’altra Camera. In caso di divergenze di vedute tra Camera e Senato, il conflitto dovrà essere risolto dai due presidenti e, qualora non trovassero un accordo, la questione andrebbe fino alla Corte Costituzionale dove trascorrerà almeno un anno dalla sentenza. Un iter così, lo capisce chiunque, è lungo e assurdo.
Insisto, i fautori del Sì dicono che il Senato interverrà su poche leggi e soprattutto c’è l’occasione di superare il bicameralismo paritario, come già avviene in Francia e Germania. Lei è per difendere a priori il bicameralismo?
In dottrina il bicameralismo può essere imperfetto, alcune materie possono passare soltanto alla Camera e non al Senato. Il governo, invece, con tale riforma fa un pasticcio, il provvedimento è scritto male e pieno di incongruenze. Il Senato sarà formato da nominati, ovvero da sindaci e consiglieri regionali senza vincolo di mandato, tanto valeva eliminarlo del tutto e rimanere con una Camera Alta. Infine, la questione dei tempi di approvazione di una legge: è una questione di volontà politica, non di bicameralismo paritario. Quando la maggioranza ha deciso – si pensi all’introduzione del pareggio di Bilancio in Costituzione – ha modificato la Carta in poche settimane. Quando si vuole, le leggi vengono varate velocemente, anche adesso.
Quindi è falso che si sta ricalcando il modello del Senato tedesco?
La Camera dei Lander funziona diversamente. Nel testo della riforma si parla di “Senato delle Autonomie” ma nel dunque non ha competenze specifiche sui territori anzi schiaccia le autonomie locali.
Il pensiero di molti si può riassumere col giudizio: “Dopo anni di immobilismo, siamo di fronte a una riforma pasticciata ma sempre meglio di niente”. Come replica?
È una grande sciocchezza, meglio il niente al male. Questa riforma segna la fine della democrazia.
Veramente, come denuncia il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, siamo al rischio di una deriva oligarchica? Non le sembra di esagerare? Renzi ha annientato i contrappesi creando un esecutivo forte. Ha tolto poteri al presidente della Repubblica il quale sarà, a conti fatti, eletto solo da 220 parlamentari, e ha ridotto le garanzie costituzionali alla Consulta. Nell’albero istituzionale ha tagliato le foglie facendo restare esclusivamente il tronco dell’esecutivo.
La legge elettorale – che prevede un rafforzamento dell’esecutivo – è uscita però dalla contesa referendaria e si ipotizza una modifica dell’Italicum.
Che si raggiunga una nuova legge elettorale entro il 4 dicembre è escluso da tutti, non c’è tempo. E l’Italicum è strettamente collegato con la modifica del titolo V: rischiamo un Senato esautorato di potere e una Camera con un premio di maggioranza “drogato”. Mi spiego meglio. Secondo l’Italicum, il ballottaggio si può vincere col 20/25 per cento del consenso degli elettori e ciò – considerando l’alto tasso di astensionismo – significa che il 10/15 per cento dei cittadini italiani vanno a costituire una maggioranza assoluta. Ribadisco, siamo alla distruzione della democrazia.
Ma la Costituzione si può modificare ed è migliorabile oppure dovrà rimanere così vita natural durante?
La nostra Carta è ottima e ha bisogno soltanto di piccoli ritocchi. Qui si fa una modifica che trasforma la forma di governo: passiamo da una democrazia parlamentare a un governo presidenziale. Sul piano giuridico è un grave errore perché oligarchia e democrazia sono forme di Stato diverse.
Scusi, governo presidenziale non è ben diverso dal dire oligarchia? Pensiamo agli Usa o la Francia, sono democrazie funzionanti…
Il problema è stabilire sempre il contrappeso al potere: negli Usa c’è il bilanciamento col Congresso se noi invece il Parlamento lo riduciamo ad un Senato di nominati ed esautorato di potere e ad una Camera che rappresenta una maggioranza del 10 per cento degli italiani, mi spiega dove sono i contrappesi?
Se vince il NO la situazione rimarrà così per anni, lo sa?
Non è vero, se vince il NO si mette in moto finalmente una forma di partecipazione popolare perché la gente sta capendo il quadro politico: siamo succubi di finanza, banche e multinazionali. E anche della Germania. Si capirà che l’Italia deve cambiare politica e riappropriarsi di se stessa. Noi stiamo svendendo il nostro territorio e la sovranità. Gli ultimi governi, dal 2011 in poi – i cosiddetti governi presidenziali – hanno perseguito le medesime politiche: al proprio interno il dominio dell’esecutivo e all’esterno l’assoggettamento ai diktat di Bce e Troika. Rischiamo di diventare come gli ebrei sotto la schiavitù di Babilonia.
La battaglia per la difesa della Costituzione si intreccia con l’Europa dell’austerity e per un ritorno alla sovranità popolare, sta dicendo questo?
Questa riforma, come tutte le leggi di Renzi, come il TTIP, come il CETA, e come molti regolamenti e direttive europee sono tutte a favore della finanza e contro gli interessi del popolo. E’ un passaggio di una storia che inizia negli anni ’80, si vuole capovolgere l’ordine sociale italiano. Non conta il valore della dignità umana, l’uomo diventa merce. Pensiamo allo Sblocca Italia: a favore della finanza, distrugge l’ambiente e regala i nostri territori ai profitti delle lobby.
Insomma, professor Maddalena, crede veramente che le Istituzioni europee, la Bce e le agenzie di rating abbiano fatto pressioni al governo Renzi per varare la riforma costituzionale?
JP Morgan l’ha chiesto esplicitamente con un documento del 2013, di 16 pagine: i governi del Sud Europa sono troppo antifascisti e democratici e vanno cambiati a vantaggio di un esecutivo forte col quale i mercati possono dialogare. Il Mercato è formato da un denaro fittizio – creato ad hoc da politici servitori – che ammonta a 1,2 quadrilioni di dollari, 20 volte il Pil di tutti gli Stati del mondo. Il processo di una finanza sana che passa per il percorso finanza-prodotto-occupazione-profitto-finanza, è sostituito da finanza-finanza. Qual è l’obiettivo finale?
Qual è?
Appropriarsi dei beni esistenti, soprattutto dei Paesi più deboli e periferici. E noi, ogni giorno, stiamo svendendo pezzi importanti del nostro territorio oltre a privatizzare beni comuni e diritti basilari. Ci impoveriamo. L’articolo I della nostra Costituzione dice che siamo una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, tra i recenti dati su disoccupazione e precarietà, possiamo affermare che stiamo spogliando il lavoro dalla sua funzione e sostituendolo col massimo profitto. E’ immorale e contro l’etica repubblicana.
Per difendere la nostra Costituzione bisogna rompere con l’Europa?
La tematica è controversa. Noi dobbiamo accettare la sfida europea ma non a prezzo della nostra miseria perché gli attuali manovratori di Bruxelles stanno privilegiando la Germania. L’Europa, a trazione tedesca, viaggia a due velocità: o si contrastano le disuguaglianze e si costruisce un’Europa più equa o andremo verso la nostra fine.
«I negoziati sul Ceta sono cominciati nel 2009 e si sono conclusi nell’agosto del 2014. Sono stati condotti quasi in segreto, se si eccettuano quattro incontri con i rappresentanti di alcune aziende a Bruxelles».
Internazionale online, 18 ottobre 2016 (c.m.c.)
Il 17 ottobre il parlamento della Vallonia ha votato contro l’Accordo economico e commerciale globale (Ceta), il trattato di libero scambio tra l’Unione europea e il Canada. Il Ceta ha sollevato diverse polemiche e viene contestato da molti gruppi ambientalisti, sindacalisti e partiti di sinistra europei.
La posizione del piccolo parlamento belga rischia di complicare l’iter del trattato, ma la Commissione europea ha intenzione di firmarlo. I ministri del commercio dell’Unione europea sono riuniti a Lussemburgo per trovare una soluzione. Ma come si è arrivati al Ceta e perché viene contestato? Ecco un riassunto in otto punti.
La firma del Ceta è prevista per il 27 ottobre 2016, in occasione del vertice tra Bruxelles e i vertici del paese nordamericano. Per l’approvazione definitiva serve la ratifica dei governi e del parlamento europeo. Tutto quello che sappiamo sul trattato è contenuto nel documento pubblicato dall’Unione europea dopo la firma preliminare.
Si tratta di un testo lungo e complesso, di circa 1.600 pagine.
I negoziati sul Ceta sono cominciati nel 2009 e si sono conclusi nell’agosto del 2014. Sono stati condotti quasi in segreto, se si eccettuano quattro incontri con i rappresentanti di alcune aziende a Bruxelles.
L’obiettivo del Ceta, secondo chi l’ha scritto, è eliminare il 99 per cento dei dazi doganali e degli altri ostacoli per le aziende, in modo da far aumentare le esportazioni, ma anche rendere più facile l’accesso agli appalti pubblici da parte delle aziende europee in Canada e viceversa.
Il Ceta, sostengono i suoi promotori, rende più aperto il mercato dei servizi, offre condizioni più vantaggiose agli investitori e previene la circolazione di copie illecite di innovazioni e prodotti tradizionali dell’Unione europea come il parmigiano reggiano, il Cognac, il formaggio Roquefort o le olive toscane o il salame ungherese.
Gli oppositori del Ceta contestano diversi punti del trattato. Secondo loro, l’eliminazione degli “ostacoli” alla produttività delle aziende porterà in realtà a una diminuzione della sicurezza alimentare, dei diritti dei lavoratori e delle tutele ambientali.
Un esempio, secondo il Guardian, è quello delle cosiddette tar sands, o sabbie bituminose. Si tratta di sabbie impregnate di petrolio misto ad acqua e argilla, che si trovano in superficie e il cui processo di estrazione causa grossi danni all’ambiente. La maggior parte della tar sands viene estratta nell’Alberta, in Canada, e , con l’approvazione del Ceta, il loro uso potrebbe diventare frequente anche in Europa.
Al centro delle critiche c’è anche la riforma del sistema degli arbitrati: con il Ceta saranno creati dei nuovi tribunali per la risoluzione delle controversie tra aziende e stati. Secondo gli oppositori, il trattato potrà essere impugnato dalle multinazionali per fare causa a uno stato per tutelare i loro profitti.
La capacità dei governi di controllare le banche e i mercati finanziari inoltre rischia di essere ulteriormente compromessa. Limitare la crescita delle banche che sono diventate “troppo grandi per fallire” potrebbe costringere i governi a doversi difendere in tribunale.
Negli ultimi mesi in diversi paesi europei ci sono state manifestazioni contro il trattato. Il 17 settembre in Germania duecentomila persone hanno protestato contro il Ceta e il Tttip (il trattato di libero scambio tra Ue e Stati Uniti che al momento è più in alto mare). Quattro giorni dopo c’è stato un altro corteo a Bruxelles. Il 15 ottobre migliaia di persone sono scese di nuovo in piazza a Parigi, Varsavia e Madrid.

Il modello è quello del TTIP. La Vallonia non è d'accordo , e frena l'intesa dei Grandi. . Noi stiamo con Davide. Agenzia ANSA, 18 ottobre 2016
"Non svendete la democrazia - #Stop CETA". E' il messaggio che compare su uno striscione di oltre 70 metri quadrati che quattordici attivisti di Greenpeace hanno aperto sul centro congressi europeo di Lussemburgo, dove i ministri per il Commercio dei paesi Ue si stanno per incontrare in occasione del Consiglio Trade. Greenpeace e altre organizzazioni della società civile, spiega l'organizzazione ambientalista in una nota, si oppongono alla ratifica del CETA, accordo commerciale tra Ue e Canada, perché "si tratta di una minaccia per la democrazia, per le politiche ambientali europee e i servizi pubblici".
"Il messaggio per il governo italiano e l'Unione europea è molto chiaro: il CETA va fermato", dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura e progetti speciali di Greenpeace Italia. "Se oggi i ministri dovessero firmare l'accordo - aggiunge - compierebbero un gesto contrario al volere della maggioranza dell'opinione pubblica europea. Le relazioni commerciali tra l'Ue e gli altri Paesi dovrebbero seguire i basilari principi democratici e contribuire a tutelare clima, ambiente, politiche sociali, oltre che raggiungere obiettivi di carattere economico. Il CETA invece, così com'è, antepone gli interessi delle multinazionali a quelli delle persone e del Pianeta".
Un punto di particolare preoccupazione, sottolinea Greenpeace, consiste nell'inclusione nel CETA dell'ICS - un sistema per la protezione degli investimenti - "che dà agli investitori stranieri particolari privilegi. Ogni multinazionale con sede o filiale in Canada potrà utilizzare questo sistema per sfidare leggi e standard dell'Ue". "Qualsiasi accordo che metta a rischio standard ambientali, di salute pubblica e del lavoro, per concedere poteri privilegiati alle multinazionali, servirà invece ad alimentare le disuguaglianze a scapito dei cittadini", conclude Ferrario
Riferimenti

«».
il
manifesto, 18 ottobre 2016 (c.m.c.)
La forma di governo è il modello organizzativo assunto dallo Stato per esercitare il potere sovrano. La novità del Titolo V riguarda la modifica della forma di governo. Essa, diceva Aristotele, per essere compresa deve essere ricondotta al suo fine.
In sanità abbiamo avuto diverse forme di governo organizzate in diversi modi per diversi fini.
Nel 1978 (riforma sanitaria) il fine è la salute e la forma di governo è la gestione centrale in forma di decentramento amministrativo (il ministero è la testa e regioni e comuni sono le braccia e le gambe).
Nel 2001 la strategia resta quella della salute ma la forma di governo viene modificata in senso federalistico-devolutivo (le regioni sono la testa le braccia e le gambe). Un disastro. Le regioni si rivelano enti insostenibili, non riescono a diventare regioni quindi veri enti di governo e vengono ridimensionate.
Il nuovo Titolo V prende atto di questo fallimento e prefigura una combine istituzionale che nel linguaggio sportivo si definirebbe un «biscotto»: una super concentrazione di poteri al ministero dell’economia, una riduzione di poteri delle regioni, uno svuotamento della funzione del ministero della salute.
Negando il ministero della salute e potenziando il ministero dell’economia, dalla salute si passa alla sostenibilità finanziaria. Aristotele va quindi letto in due sensi: la forma di governo definisce il fine ma anche il contrario.
A questo punto la domanda pratica: se il potere di spesa è nelle mani del ministero dell’economia e i poteri di organizzazione e di pianificazione dei servizi restano nelle mani delle regioni, il ministero della salute che fa? Quello che gli resta da fare sarebbe facilmente riducibile ad un dipartimento tecnico scientifico nulla di più.
Quindi la domanda vera è: perché il governo vuole de-sanitarizzare la sanità riducendo il ministero della salute ad un dipartimento tecnico-scientifico? O meglio perché pur riesumando il decentramento ammnistrativo in luogo della devoluzione, ai fini del diritto alla salute, non restituisce al ministero della salute i poteri necessari come una volta?
Risposta: perché il fine vero del nuovo Titolo V, per ragioni di sostenibilità, è negare l’art 32 della Costituzione. Il diritto alla salute per questo governo è finanziariamente insostenibile per cui non può che essere ridimensionato.
Costituzione contro Costituzione. Una tesi forte quasi temeraria che va dimostrata.
All’inizio del ’900 la salute pubblica era affidata al ministero degli interni perché la malattia a quei tempi era considerata un problema di ordine pubblico.
Nel 1958 si istituisce il ministero della sanità quale logica conseguenza di un cambio di strategia. Il fine era dare piena attuazione all’art.32 («La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività»). La malattia da problema di ordine pubblico in questo modo diventa un problema finalmente sanitario. Oggi la malattia non è né un problema di ordine pubblico né un problema sanitario ma solo una questione di spesa. In una fase sociale nella quale ci si ammala di più, si è curati meno e si campa non quello che potremmo e vorremmo campare.
Il significato del nuovo Titolo V è politicamente istituzionalmente e culturalmente regressivo e prefigura la forma di governo più adatta alle politiche di negazione dell’art 32. Oggi la ministra Lorenzin neanche si rende conto che votando Sì al referendum vota contro se stessa cioè contro l’istituzione che rappresenta votando per negare l’art 32 della Costituzione del quale lei dovrebbe essere la prima garante dal momento che il suo ministero fu istituito proprio per inverarlo.