«E villettopoli in Costa Smeralda? E la raffineria della Saras accanto all'oasi vivaistica cagliaritana? Si mandano le guardie forestali nella villa di Silvio Berlusconi solo perché ciò ha un effetto mediatico. Ma in un Paese non normale ci sta anche questo».
A parlare non è l'avvocato Niccolò Ghedini o il responsabile per l'Ambiente di Forza Italia, bensì il fiero avversario del cavaliere, da lui chiamato «il signor B»: l'architetto Massimiliano Fuksas. Argomento di discussione: l'ispezione a Villa Certosa delle guardie forestali inviate dalla Regione Sardegna per verificare se nei lavori al parco si configurano abusi. «Moratti ha le raffinerie in Sardegna vicino a una delle oasi faunistiche più importanti del mondo, mentre ho sentito che le donne di famiglia vogliono costruire una casa ecologica in trentino. Ma qualcuno ha chiesto ai sardi il permesso per fare le raffinerie vicino alle oasi vivaistiche? Se uno le mettesse a Cortina, le raffinerie?». Lì dove non vogliono la circonvallazione? «Proprio lì».
Almeno Berlusconi le montagnette artificiali le fa a casa sua... «Guardi, io l'ho attaccato cento volte. Il signor B sembra quel protagonista di 007 che faceva le caverne scavando la roccia. Ma ora che è in decadenza politica mi sta più simpatico. La Regione manda lì gli agenti della forestale perché c'è potere mediatico. Vengono denunciati i personaggi famosi che tanto poi ottengono i condoni».
Perché gli agenti non erano a controllare abusi evidenti in Costa Smeralda? «Perché? Non so rispondere. Berlusconi si è fatto metà del Paese nemico... Forse gliela stanno facendo pagare. Le sue ville erano tutte protette dal segreto, ora non so».
I suoi interventi sembrano quelli che i nobili del Settecento si facevano fare dagli architetti dell'epoca: finti vulcani, tempietti in rovina... «Un attimo, lui è malconsigliato in politica e anche in estetica. Ha cattivo gusto. Non si fa un giardino di cactus e di ulivi fatti venire forse dalla Spagna o dalla Puglia in Sardegna, dove ci vogliono lecci e sugheri. Inventa una natura falsa distruggendone una vera. Come a Los Angeles. È americano anche in questo! Ma il problema della salvaguardia del paesaggio italiano non è certo Berlusconi». Bensì? «È Marghera, ad esempio. Non c'è stato un partito in cinquant'anni che si sia lamentato. Si può costruire un petrolchimico a Venezia?».
E poi e poi... «Vogliamo parlare della Sicilia? Uno dei posti più belli era Gela, e ci hanno fatto un altro petrolchimico. E tra Messina e Cefalù, a Pace del Mela, ci hanno fatto una centrale elettrica di produzione energetica. Se si sorvola la zona in elicottero si vede una nube gialla. Perché non ci occupiamo delle raffinerie?».
Qualcosa si sta facendo, come l'abbattimento di Punta Perotti. «Va bene Punta Perotti e il Fuenti. Ma la costa italiana, dalla Liguria alla Sicilia, è tutta costruita. A pochi metri dal centro di Civitavecchia c'è una centrale elettrica!». E se non son centrali, son villette. «È un fenomeno che colpisce dalla Sardegna al Veneto. In Sardegna, il problema non è stato l'Aga Khan, che aveva sviluppato zone residenziali per ceti ad alto reddito. Ma il fenomeno che si è ingenerato». C'è altro da demolire? «C'è quasi tutto. I quartieri a vocazione sociale, come le Vele, lo Zen e il Corviale. Anche se ormai c'è appartenenza della popolazione anche a luoghi come questi, nei quali si vive male».
Ma anche l'abusivismo diffuso va combattuto. «Abbiamo 9 milioni di case abusive. Vengo da Madrid, lì non c'è abusivismo. Da noi ormai è impossibile pianificare, non si può allargare una strada nemmeno volendo».
Veniamo alle speranze. Cuneo fiscale, Pacs, ma il nuovo governo avrà maggiore accortezza nella tutela del paesaggio? «Io non ci credo. Manca la conoscenza a tutto il ceto politico e sono estranei a ciò che succede sul territorio. Sento in Tv deputati che non conoscono quando c'è stata la Rivoluzione francese o chi ha dipinto il Cenacolo; non c'è sensibilità nemmeno per fare aeroporti di qualità che sono le porte d'ingresso in un Paese».
Alla fine, la collina di Villa Certosa è una architettura d'invenzione un po' misteriosa come Bomarzo... «Secondo me Berlusconi applica il suo cattivo gusto. Lui non è interessato all'arte contemporanea; gli piace solo quella figurativa.
E poi non si è mai occupato veramente di estetica urbana, anche se so che gli è piaciuta la mia nuova fiera di Milano. È una delle poche cose che lo avvicina al mondo contemporaneo. Sono disposto a dargli lezione settimanali di estetica a 500 euro».
Berlusconi e il berlusconismo non sono una parentesi della storia italiana. Bisogna e bisognerà sempre fare i conti con quella parte di Italia che il Cavaliere incarna. Per il semplice motivo che «Berlusconi fa parte della nostra autobiografia collettiva». Analisi lucida e spietata firmata Marco Follini. Scritta prima del 9 aprile 2006 per il numero 2/2006 della rivista il Mulino e presentata ai lettori con il titolo «Teoria, prassi e ideologia del Berlusconismo». Un testo che appare con una breve premessa in cui l´ex segretario dell´Udc si definisce «un alleato e un critico» dell´ex premier. Un «complice e ribelle tra molte virgolette» che è «un uomo di parte. Doppiamente di parte, se così si può dire. Dunque, da prendere con le molle». Un analisi che si conclude con l´invito a fare i conti con il fatto che la parabola berlusconiana «è stata imponente e che lungo il suo percorso milioni di italiani si sono riconosciuti e identificati».
Quando Follini scrive, Berlusconi non ha ancora perso le elezioni. Ma questo dato non sminuisce i ragionamenti di Follini. Anzi il risultato elettorale li rafforza. Perché il neo senatore dell´Udc scrive che «per quanto sia stato e si sia posto fuori dai canoni politici, Berlusconi non è una parentesi all´indomani della quale il gioco dell´oca della politica italiana possa comodamente tornare alla sua casella di partenza». Quasi con preveggenza Follini scrive che non si può tornare indietro «non solo perché, come si usa dire, ancora oggi è in campo. Ma perché dietro di lui, nel suo talento e perfino nei suoi difetti, si staglia un pezzo di paese: una mentalità, una visione delle cose, un sistema di interessi grandi e piccoli che è destinato a pesare».
Ovviamente Follini è ben lontano dalla demonizzazione del berlusconismo che impregna una parte della sinistra. Ma il suo dato di partenza non è diverso da molti ragionamenti girotondini e radicali. Il Cavaliere, dice Follini, «ha forgiato una parte del paese», «ne ha disegnato un tratto della sua più recente identità. Lo ha fatto con le sue televisioni, diffondendo sera dopo sera, una essenziale e, forse minimale visione della vita». Comunque, Berlusconi non è uno straniero. E´ uno di noi, «è l´espressione di qualcosa che covava dentro di noi, a cui ha saputo dare voce». In parole povere, ha intercettato in maniera dialettica una parte d´Italia, «un´Italia che ha trovato la sua cifra nel particolarismo, guicciardiana e postmoderna al tempo stesso». Ma, prosegue l´ex segretario centrista, Berlusconi non è solo tv. E´ qualcosa di più complesso. In questi anni è stato «geloso custode dei suoi interessi aziendali, un capo politico, un leader a suo modo costituente. Inedito nel suo conflitto di interessi. Inedito nella sua visione delle cose».
Follini fa poi una disamina di questi 12 anni di berlusconismo. Scrive che all´inizio il Cavaliere era un innovatore. Un innovatore rispetto al linguaggio e ai riti della Prima Repubblica caduta dopo il crollo del Muro e Mani pulite. Al posto di quel mondo politico, il Cavaliere propone «una guida plebiscitaria chiamata a trasformare la nostra vita pubblica sulla base di un rapporto diretto e immediato con la propria base elettorale (e televisiva)». Follini spiega che «deve essere lui al centro di tutto, lui prima di tutto». Il Cavaliere vuole costruire una «rilucente democrazia emozionale che dovrebbe prendere il posto di una democrazia ideologica». Ma il tentativo riformista non decolla, invece si spacca il mondo politico e il paese. Emerge allora il primo problema di Berlusconi. E´ solo al comando, «governa da lontano. E governa contro». Da qui le sue lamentele contro il resto del modo, il riemergere della «mitologia dei poteri forti». Vive una sorta di referendum costante intorno alla sua persona. E, prevede Follini, «in tempo di difficoltà economiche e delusioni civili, si fa prima a celebrare un referendum contro il leader piuttosto che a uno a favore».
Restano due domande preoccupanti: 1. Chi e che cosa ha aiutato Berlusconi a dare a quell’Italia che rappresenta un peso così consistente quale mai lo aveva avuto? 2. Che cosa fare adesso, con quale strategia mioversi per recuperare il terreno perduto?
1. Alla prima domanda la risposta non è difficile, sebbene la riflessioni non sia stata profonda ed estesa come sarebbe necessario. I colpevoli più recenti sono indubbiamente quanti hanno condiviso, in parte più o meno ampia, le “teorie” del Cavaliere e ne hanno condiviso o tollerato la scalata: è un fronte ampio, che accoglie grandissima parte del “centro” e parte consistente della “sinistra”, a partire dal presidente della sua formazione maggiore. Ma le radici sono ben più profonde: nelle simpatie “modernizzatici” verso il craxismo, e nelle miopie delle analisi compiute negli anni ancora meno recenti.
2. Più complessa è la risposta alla seconda domanda. Induce a riflessioni difficili il fatto, se si vuole simbolico, che per evitare l’attribuziona del Quirinale (e del potere sulla magistratura e sul governo) a D’Alema con la sponsorship evidente di Berlusconi, si debba ricorrere all’alleanza dei moderati dei due opposti schieramenti attorno alla figura del “migliorista” Napolitano.
Sigmund Freud (si pronuncia Froid) era un medico nato nel 1856 e vissuto quasi sempre a Vienna. Si occupava di persone con certe malattie che si dicono nervose, e scoprì un metodo per curarle. Il metodo non consisteva nel prescrivere medicine, ma nello scoprire determinati pensieri che questi ammalati avevano dentro di sé. Erano strani pensieri: conservati nella mente, senza che gli stessi ammalati sapessero che c'erano. Che sia possibile avere dentro di sé idee e desideri, aspirazioni e timori, senza saperlo, sembra certamente assai curioso; e ai tempi di Freud molti non credevano a questa teoria. Essa permetteva di curare facendo ritrovare e ricordare queste cose dimenticate, ed eliminando in tal modo il loro effetto dannoso. Anche con i bambini il metodo poté essere applicato. Il primo bambino curato con questo sistema era il piccolo Hans. Senza alcuna ragione si spaventava di fronte a grossi cavalli da trasporto, anche se veduti soltanto da lontano; stava perciò tappato in casa per il terrore di incontrarli. La paura era dovuta a idee che Hans si era messo in mente quando era ancora molto piccino, e che aveva del tutto dimenticate. Quando Hans ritrovò, con l'aiuto del metodo di Freud, queste idee, ogni paura scomparve.
Molte fobie che spesso qualche bambino prova per animali inoffensivi, ma anche altre paure, come ad esempio quella del buio, hanno simile origine e possono essere curate con questo sistema, che si chiama psicoanalisi.
Il metodo si usa però, soprattutto, con persone adulte, tormentate da fissazioni, paure, incapacità di affrontare certi lavori, difficoltà a stare in mezzo alla gente, o a costituirsi una famiglia, oppure sofferenti per dolori in varie parti del corpo, senza che vi sia nulla di malato nel loro organismo.
Spesso, incidenti che passano inosservati, impressioni provate quando si era piccini, e poi dimenticate, preoccupazioni sentite in modo esagerato, ma a cui si è cercato di non pensare più, rimangono dentro di noi e provocano disturbi, che sembrano del tutto incomprensibili e privi di senso. Molte di queste impressioni nascoste in noi risalgono all'infanzia.
I grandi avevano una volta l'abitudine di raccontare un sacco di frottole ai loro figli, a proposito di problemi che interessano molto i bambini, e che gli adulti considerano argomenti proibiti. Ad esempio, di fronte alla curiosità infantile sulle diversità tra il corpo maschile e quello femminile, su come vengono al mondo i neonati, o su quel che fanno tra loro i genitori nel lettone, non venivano fornite spiegazioni chiare, anzi questi argomenti venivano circondati di mistero. Ne derivavano nei bambini angosce, fantasie del tutto lontane dalla realtà, e sentimenti di colpa per la propria persistente curiosità: anche queste impressioni, successivamente dimenticate, potevano essere causa di futuri disturbi.
Se oggi si è più franchi con i bambini, questo è dovuto in gran parte alla diffusione delle idee di Freud. Ma il suo merito principale è quello di avere scoperto come si possa vedere dentro di noi, anche le cose che in noi sono coperte e dimenticate. Per giungere a questo obiettivo, Freud e gli psicoanalisti che ne hanno seguito la lezione, osservano tutti i minimi gesti, il modo di comportarsi e di parlare, e anche i sogni che a ciascuno capita di fare durante la notte. E questo non perché i sogni annuncino direttamente qualche cosa che deve accadere, o che si deve temere (come credono i superstiziosi), ma perché attraverso i sogni si manifestano proprio quei pensieri segreti che sono in noi e di cui non sappiamo nulla.
La psicoanalisi è un metodo complicato e richiede molto studio per poter essere adoperato in maniera efficace e corretta; del resto non serve soltanto per curare le persone malate o disturbate, ma più in generale per comprendere meglio gli altri e il loro modo di agire. Perciò l'importanza dell'opera di Freud non riguarda soltanto la medicina, dell'uomo.
Sigmund Freud ora è famoso e ricordato con riconoscenza, ma durante la sua vita subì molte persecuzioni, come accade spesso a coloro che annunciano al mondo idee nuove; inoltre, in quanto ebreo, era mal visto da certa gente stupida e cattiva, che giudica le persone non per il loro valore, ma per la loro diversa razza o religione. Quando le armate tedesche dei nazisti occuparono nel 1938 l'Austria, poco prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, Freud fu costretto a lasciare Vienna e a rifugiarsi a Londra, dove morì nel 1939.
Il miracolo italiano è un paese di ogm
Negli ultimi decenni Silvio Berlusconi è riuscito a modificare l'Italia e i suoi abitanti. Sarà difficile, ma non impossibile, riparare i guasti arrecati dalle sue leggi. Più arduo sarà affrontare i danni prodotti nella mentalità degli italiani, ai quali l'ex premier e il suo alter ego, Giulio Tremonti, hanno spacciato per anni egoismo sociale con una politica concentrata sugli interessi personali. Una pesante eredità che non ha lasciato indenne nemmeno il centrosinistra
Di fronte a palazzo Chigi, mentre i ministri si riunivano per l'ultimo saluto, ieri c'era solo gente pronta al fischio. A pochi metri di distanza, di fronte alla camera, i fischiatori e i plaudenti erano equalmente ripartiti. La perla della giornata, però, il cavaliere dimissionario non la riservata ne ai fans né ai nemici. Se l'è spesa con i compagni della lunga avventura di governo: «Saremo rimpianti».
Qualcuno è d'accordo con lui, e non sono mica quattro gatti: una metà tonda del paese. L'altra metà la vede in modo opposto: quello che ci lascia è il peggiore tra i governi esistiti, anzi, tra quelli possibili. In un paese sino a poco tempo fa abituato alle sfumature, ai nasi turati e al «meno peggio», una simile lacerazione è di per sé un fatto nuovo. Basta da solo a rivelare quanto a fondo l'industriale prestato alla politica abbia inciso nel costume politico del paese e nella mentalità degli elettori, quelli che lo adorano e quelli che lo detestano.
Onore al merito, o al demerito: Silvio Berlusconi ha cambiato l'Italia più volte, e in molti modi. Lo ha fatto negli anni '80, quando ancora l'idea di lanciarsi in politica lo avrebbe fatto sorridere, costruendo con le sue televisioni un pubblico di spettatori pronti a trasformarsi in elettori letteralmente da un momento all'altro. Lo ha fatto di nuovo nel '94, cavalcando da virtuoso le contraddittorie tendenze della crisi che aveva posto fine alla prima repubblica. E poi ancora, negli anni dell'opposizione, la «traversata del deserto» come lui stesso ama definirla, quando rivelò e allo stesso tempo rese irreversibile l'avvenuto superamento dei gloriosi partiti di massa con il suo partito virtuale, capace di passare come se nulla fosse da poche migliaia di tesserati e centinaia di migliaia di iscritti, grazie alla trovata di una crociera, nel 2000, per poi riprecipitare quanto a iscrizioni, mantenendosi però sempre in testa alle classifiche quanto a voti sonanti.
Ma ancor più che con il video o con il partito azzurro, il cavalier Berlusconi ha cambiato il suo paese, o più precisamente gli abitanti dello stesso, col concreto operare del suo governo, a colpi di leggi e leggine. Sono stati interventi pesanti, dalla riforma della Costituzione, il fiore all'occhiello, a quella della scuola, dall'istituzionalizzazione del precariato alla ristrutturazione dell'etere, per tacere delle innumerevoli leggi ad personam. Tornare indietro sarà meno facile di quanto non sia apparso in campagna elettorale. Non a caso si moltiplicano le voci autorevoli che «consigliano» a Prodi di non buttare il bambino con l'acqua sporca, gli accorati appelli che lo invitano a tenersi stretto quel che di buono c'è nelle riforme della destra.
Ma per quanto difficile, smontare l'edificio costruito dal cavaliere e dei suoi ministri non è impossibile. Molto più arduo rischia di rivelarsi il compito di ovviare ai danni introdotti giorno dopo giorno nella mentalità degli italiani. Col governo, proprio come vent'anni prima con le televisioni, la più ambiziosa e per molti versi riuscita operazione del signore d'Arcore è stata quella di modificare il suo pubblico votante.
In tutti i provvedimenti che per anni l'ex premier ha squadernato in innumerevoli conferenze stampa, nelle riforme più fragorose come nell'ultima leggina, campeggia un profondo e micidiale elemento di coerenza. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, condono dopo condono, Silvio Berlusconi e il suo unico, vero altr ego, Giulio Tremonti, hanno legittimato, esaltato, beatificato i peggiori istinti dei loro governati. Hanno reso l'egoismo sociale motivo di vanto e il concentrarsi esclusivamente sul tornaconto personale prassi consacrata. Hanno introdotto nei fatti una concezione della politica deprivata di ogni elemento tranne il vantaggio a breve e sostituito il resto con una propaganda volutamente rozza.
Il cemento che tiene saldamente unite misure come il ritorno della selezione di classe nella scuola, una divisione del paese misurata sul reddito, la cancellazione dei diritti nel lavoro e i triviali provvedimenti studiati a misura di premier è stato sfacciatamente riassunto dallo stesso Berlusconi: «Pochi saranno tanto coglioni da andare contro i propri interessi». E' da questa eredità, che non lascia affatto indenne neppure il centrosinistra, che sarà davvero difficile liberarsi.
Marco Revelli: «Ecco cosa resta del berlusconismo»
Intervista di Roberta Carlini
Berlusconi non ha prodotto una nuova antropologia, l'ha sdoganata Nel profondo metà paese rimane quello dei Caimani. Anche se ora si respira meglio
«Oggi è giusto festeggiare perché il Berlusconi politico se ne va. Ma il problema è capire cosa ci resta come zavorra del paese: non solo e non tanto nella politica, quanto nel carattere nazionale del quale Berlusconi è stato specchio, maschera e grande sdoganatore». Nell'ultimo giorno del governo Berlusconi, parliamo con Marco Revelli, storico e sociologo, di quel resta e di quello che è cambiato nell'Italia del Caimano. In un arco di tempo che Revelli divide in due periodi: quello dello sdoganamento della ricchezza come valore, e quello della paura di perderla.
Quando dici che Berlusconi è un pezzo del carattere della nazione e non solo una parentesi politica, tracci un parallelo con i giudizi storici sul fascismo?
Sì, penso alla definizione di Gobetti sul fascismo come autobiografia e antropologia di una buona metà della nazione, come una delle forme che le tare storiche del carattere degli italiani hanno assunto. Partiamo dal momento dell'ascesa del berlusconismo, il '94; ripensiamo allo choc che tutti abbiamo provato quando questo partito istantaneo, appena quotato alla borsa della politica, si è rivelato subito maggioritario. Lì si vede chiaramente che Berlusconi non ha prodotto una nuova antropologia, l'ha sdoganata. Ha prestato la sua faccia a una parte dell'Italia che si credeva impresentabile e l'ha legittimata.
Non stai parlando di Fini e dell'ex-Msi, credo.
No. Il primo messaggio di Berlusconi fu molto semplice: ricco è bello, la ricchezza è un valore senza se e senza ma. E' la misura del proprio valore. Non c'è da vergognarsene, comunque sia stata guadagnata. Altre erano state le culture politiche della prima repubblica - almeno quelle pubbliche, al di là dei vizi privati. D'un colpo, quest'Italia barbara vede i suoi istinti animali esaltati come pubbliche virtù. Ricordo di aver letto con sorpresa un articolo sul Corriere nel quale Angelo Panebianco diceva che il merito di Berlusconi è nell'aver legittimato il capitalismo in Italia, al contrario della prima repubblica: mi colpì, perché il capitalismo, quello della grande fabbrica e dell'impresa pubblica, la prima repubblica l'aveva costituita. In realtà quel che Berlusconi legittimava era la ricchezza, non il capitalismo. Era uno specchio, lo specchio del grande ricco nel quale anche il piccolo ricco può trovare la giustificazione del proprio privilegio. E chi ricco non è, può aspirarvi, come i tanti che vanno sulle banchine di Porto Cervo per guardare i ricchi passare.
Quanto dura quel sogno?
Finisce quando si infrange sulle mancate promesse del turbo-capitalismo, quando si scopre che l'«arricchitevi» non funziona per tutti. Ma sulla crisi di quel sogno si inserisce il secondo Berlusconi, quello della «mors tua vita mea». Il messaggio cambia, diventa il «si salvi chi può», ossia: i tuoi frammenti di ricchezza li puoi salvare se non badi ai mezzi con cui li difendi.
Questo avviene quando nell'economia arriva la fase recessiva?
Certo, una fase in cui aumenta l'incertezza per tutti, e con essa la paura di una parte d'Italia non più sicura della propria ricchezza, che teme di tornare indietro, di tornare sotto la linea del galleggiamento ma non si rassegna a fare uno sforzo collettivo per uscirne. Anzi, il messaggio che Berlusconi interpreta e lancia allo stesso tempo è: individualmente ciascuno ce la può fare, in una lotta crudele per la sopravvivenza. La popolarità del discorso sulle tasse sta in questa logica di sopravvivenza individuale. Sulla scena politica, il «si salvi chi può» porta a qualsiasi mezzo, anche alla guerra ai propri alleati. Sulla scena sociale, mostra una lotta tra atomi predatori che non tollerano più nessun «noi»: qualsiasi processo collettivo viene vissuto come limite alla libertà personale.
In tutte e due le fasi, pensi che l'operazione di Berlusconi sia stata solo quella di «metterci la faccia»? Ha solo assecondato una tendenza?
Dai luoghi del potere, ne è diventato anche un formidabile acceleratore. Come dicevo prima, ha sdoganato un'Italia che prima non si presentava. Ne è diventato banditore e le ha fatto conquistare pezzi di insediamento sociale che prima non le appartenevano: c'è stata un'Italia povera conquistata da questo discorso.
La conquista, iniziata nel Nord, lì è stata mantenuta, come mostra il voto. Come spieghi l'arroccamento del Nord sul berlusconismo?
Perché lì il processo di individualizzazione è andato più avanti, con le trasformazioni della produzione tipiche della modernità, dove convivono residui del fordismo con capitalismi personali e delocalizzazioni. Dove gli «istinti animali» del capitalismo sono entrati nella realtà delle relazioni interpersonali.
Come agirà su questo scenario il cambiamento politico? In altre parole, con la caduta di Berlusconi entra in crisi anche la metà del paese che in lui si rispecchia?
Ormai il cambiamento è avvenuto, e nel profondo. E' una mutazione antropologica e non politica. Il cambio di gestione rende più respirabile l'aria nello spazio pubblico, ma l'autobiografia prosegue, perché la crisi della dimensione del «noi» non riguarda solo i Caimani, ma anche la buona società del centrosinistra e un pezzo del suo ceto politico che ha la tentazione di usare gli stessi codici, fare appello alle stesse pulsioni. Quel che è successo è il sintomo di una società completamente malata: e l'Italia non è nuova a queste malattie, in passato purtroppo le cure e gli anticorpi li ha trovati solo nelle catastrofi. Se vogliamo pensare e sperare in una via d'uscita meno tragica, a una nuova ricostruzione etica, non resta che un lavoro nei territori con un'alternativa di pratica e stile di vita. Uscire dal Grande fratello, per ritrovare un po' di realtà. E sobrietà.
Quella del Primo Maggio è una storia lunga, che più di ogni altra appartiene al mondo del lavoro e ai movimenti dei lavoratori di tutto il mondo. Ma la memoria è corta. Poco di quella storia viene ormai ricordato. Per chi è attorno alla trentina, il PrimoMaggio è il giorno in cui si tiene un grande concerto davanti a San Giovanni in Laterano, a Roma. Per chi è più giovane sarà invece l’esperienza recente della milanese May Day Parade a diventare in futuro memoria condivisa. E la ironica devozione a San Precario . dell’altro santo, il servizievoleGiuseppe messo in mezzo dalla Chiesa anni fa, non parliamo . prende il posto dell’antico, ormai più che affievolito omaggio ai Martiri di Chicago.
Niente di male in queste nuove vite del giorno di maggio. Il mutamento è intrinseco alla storia. Le tradizioni riescono a rimanere importanti non quando restano uguali a se stesse,ma quando cambiano, arricchendosi di nuovi protagonisti e significati. Eppure non sarebbe male riportare alla memoria collettiva anche i fili di altre storie, lontane, diverse da quelle di oggi ma rivelatrici di forse insospettate continuità.
Per esempio, l’idea di festa che si materializza nel concerto romano, ilmessaggio rivendicativoma anche festoso contenuto nella Parade e l’intenzione affermativa della manifestazione sindacale ufficiale, quest.anno a Locri, sono sacrosanti aggiornamenti della ricorrenza ai nuovi contesti sociali, politici e culturali. La complessità dell’oggi legittima la plurivocità e la separatezza.
Se guardiamo alle origini del PrimoMaggio e alla sua storia in una prospettiva di «lunga durata» scopriamo che cambiamenti e permanenze hanno coesistito. Bisogna fare un passo indietro nel tempo.
Dando a Cesare quel che è di Cesare, torniamo agli Stati Uniti e in particolare a Chicago, dove il Primo Maggio è nato. E facciamo riferimento a una storia romanzata appena tradotta in italiano . Haymarket, Chicago, di Martin Duberman (Spartaco, pp. 412, euro 18) . e a una ricostruzione propriamente storica appena uscita in America: Death in the Haymarket di James Green (Pantheon, pp. 385). Lo Haymarket che compare in entrambi i titoli è il piazzale del mercato dei prodotti agricoli, nel cuore di Chicago, che è associato ai fatti tragici del 4 maggio 1886 (di cui si parla qui sotto).
La storia di Albert e Lucy
Il libro di Green, storico delmovimento operaio all’università delMassachusetts a Boston, è l’ultimo dei molti lavori dedicati a quegli eventi. Rispetto ai precedenti migliori, ricostruisce con pari accuratezza e con più limpida passione la storia delle lotte per la giornata lavorativa di otto ore e delle comunità operaie che di esse furono protagoniste, il quadro sociopolitico di quegli anni, i pregiudizi e la repressione e, infine, i percorsi della memoria divisa intorno alla vicenda di Haymarket. Invece quello di Duberman è un romanzo storico . non stupisca l’utilizzo di tale disusata categoria . in cui le figure di due protagonisti di quella vicenda, Albert e Lucy Parsons, sono il perno della narrazione. Romanzo storico, perché personaggi ed eventi sono reali e situazioni e atmosfere sono ricostruite con attenzione fedele dallo scrittore, storico lui stesso.
Sia Duberman, sia Green hanno le loro radici culturali e politiche nella Nuova sinistra, in quel Movimento che «uscendo dal silenzio» alla fine degli anni Cinquanta aprì la stagione dei movimenti . per i diritti civili, contro la guerra, delle donne . e andò alla riscoperta, tra le altre cose, della orgogliosa ma cancellata storia della classe operaia negli Stati Uniti. La mattina del primomaggio 1886, sabato, fu il momento del grande sciopero per le otto ore. La tensione del corteo, concluso senza incidenti, si sciolse nei discorsi e poi nelle fanfare e nei canti e balli festosi di una folla allegra sul prato di Ogden Grove, come scrive Duberman. La domenica fu festa, e quindi musiche, danze, birra e picnic nei parchi e nei locali pubblici, in cui si fondevano le due tradizioni delle feste popolari per la primavera e della solidarietà di classe operaia. Tutti festeggiavano, americani e immigrati, separatamente e insieme. Gli aspetti rivendicativi del movimento per le otto ore e quelli con cui la nuova classe operaia industriale affermava la propria dignità erano una cosa sola.
Il momento era difficile.Dopo la terribile depressione economica del decennio precedente, era di nuovo recessione: il quaranta per cento degli operai di Chicago era disoccupato. La precarietà caratterizzava il loro rapporto con il lavoro. Tuttavia il composito ma vasto movimento per la giornata lavorativa breve aveva conquistato qualche successo parziale. Alle soglie della data fatidica, mostra Jim Green, alcuni imprenditori . birrai e inscatolatori di carni, in particolare . avevano accettato le otto ore e il sindaco della città aveva fatto lo stesso per i dipendenti comunali. Contro gli altri sarebbe continuata la lotta.
L’idea che lotta e festa, che rivendicazione e affermazione di sé in quanto classe fossero inscindibili non era presente solo negli inizi americani.Da allora in poi, dovunque poté essere celebrato, il primo maggio inglobò nella rivendicazione di una nuova vita per i lavoratori tanto la concretezza della lotta di classe, quanto il simbolismo dei rituali festivi, cristiani e non, legati al ritorno della natura alla vita. Come è noto, in tanta pubblicistica operaia italiana del primo Novecento, il Primo Maggio era anche la «Pasqua dei lavoratori» e sotto il fascismo le scampagnate portavano a luoghi dove si poteva festeggiare e cantare i canti proibiti.
Politiche della memoria
Il fatto che i percorsi delle lotte e celebrazioni attuali, quali che siano, non si concludano con tragedie come quelle del 1886 dice banalmente quanta è la strada che i lavoratori hanno fatto da allora. E segna le discontinuità rispetto al passato, incluso quello per noi relativamente recente della strage del PrimoMaggio 1947 a Portella della Ginestra, in Sicilia. Ma i giovani non considerano che è anche a quel passato . conquiste e sconfitte . che si deve il loro presente, incluso un precariato che si potrebbe pure misurare su quello di cento e più anni fa. Quasi sempre non ne sanno nulla. Invece le distanze che separano San Precario dai Martiri di Chicago andrebbero continuamente ripercorse. Le May Day Parades non più solo milanesi di oggi dovrebbero interloquire con tutti i Primi Maggio del passato.
La storia è sempre da riscrivere. Diventano indispensabili libri come quello di Green, che ricostruisce gli eventi ottocenteschi e poi, però, li collega anche con la memoria e il senso politico che essi hanno avuto. La figura di Lucy Parsons, per esempio, serve a Green per legare nel filo del racconto quegli eventi con l’Iww . alla cui fondazione Lucy partecipò . a Sacco e Vanzetti, alle lotte degli anni Trenta e all’ultimo corteo del Primo Maggio cui partecipò, nel 1941, all’età di ottantotto anni. A sua volta, Duberman colloca nel contesto degli eventi le storie personali, intime dei suoi protagonisti in modi che prima del «personale è politico» sarebbero stati impensabili.
Isteria antiradicale
Torniamo ai fatti. Il lunedì 3 maggio, scrive Green, sembrava che l’atmosfera della domenica dominasse in città: le quattrocento cucitrici che scesero in sciopero «gridando, cantando e ridendo » e le altre centinaia di uomini che si unirono a loro diedero vita a un corteo «carnevalesco». Invece in periferia, alla McCormick in sciopero dalla settimana prima, l’atmosfera era tesa perché la polizia era schierata a proteggere i crumiri che l’azienda, contraria a ogni concessione, voleva introdurre in fabbrica. Quando crumiri e picchetti si scontrarono, la polizia spar ò, lasciando a terra morti e feriti. E il luogo della manifestazione di protesta convocata per la sera del giorno dopo, Haymarket, avrebbe assunto il valore storico di simbolo dell’intera tragedia.
Il 4 maggio segnò anche l’inizio di una ondata di repressione senza precedenti. Fu la prima ma non l’unica nella storia statunitense. L’isteria antiradicale era appesantita dalla xenofobia. Degli otto che sarebbero stati condannati per i «fatti di Haymarket» solo due erano nati negli Stati Uniti, il texano Albert Parsons e il newyorkese Oscar Neebe (cresciuto però in Germania fino ai 14 anni); tutti gli altri erano immigrati: Fielden dall’Inghilterra e Spies, Fischer, Schwab, Engel e Lingg dalla Germania. Era l’americano e bianco Parsons, però, il più esecrabile agli occhi del potere: oltre ad avere sposato una negress, si era associato con degli immigrati tanto ingrati verso il paese ospite da essere rivoluzionari.
In realtà, nel movimento per le otto ore confluivano quasi tutte le componenti sindacali e politiche operaie, come mostra Green. Con gradi diversi di partecipazione e di consistenza numerica erano presenti i socialisti, i «socialrivoluzionari» della International Working People Association (Iwpa) di Parsons e dei suoi compagni, i cooperativisti Knights of Labor, che proprio allora superarono i 700.000 aderenti, i tradeunionisti della Federation of Organized Trade and Labor Union (Fotlu) e gli iscritti a sindacati locali.
La repressione fu durissima con i rivoluzionari e i Knights of Labor. Mirò non solo a togliere di mezzo loro, pericolosi perché estremisti o perché numerosi, ma anche ad approfondire quelle divisioni tra operai specializzati e non specializzati e tra «americani» e immigrati, che organizzazioni come i Knights cercavano di cancellare. Fu indifferente alla possibilità che ilmovimento operaio facesse dei giustiziati i suoi martiri. Furono conti sbagliati solo in parte. Ma facciamo non più nostro quel passato e i repressori avranno avuto ragione del tutto.
IL CALENDARIO DI UNA DATA SIMBOLICA
1_ maggio 1867. Primo sciopero dimassa a Chicago per le otto ore. La data prescelta è quella delle feste per la primavera e del giorno in cui tradizionalmente cessano le locazioni e si trasloca.
22 marzo 1879. Albert Parsons e August Spies parlano davanti a 40.000 persone. Lo stato vieta le milizie operaie; la città costruisce caserme e arsenali in città contro le «classi pericolose».
1881. Nasce la Federation of Organized Trade and Labor Union, che nel 1884 lancerà l’appello a organizzare per il 1_ maggio 1886 uno sciopero in seguito a cui nessun operaio lavorerà per più di otto ore al giorno.
1885. Durante lo sciopero nei trasporti, polizia e agenti Pinkerton sparano sugli scioperanti facendo morti e feriti.
1_ maggio 1886. Sciopero per le otto ore e 80.000 lavoratori in corteo a Chicago.
2 maggio. 35.000 lavoratori confluiscono sul Grant Park per una giornata di festa.
3 maggio. Mentre Spies parla ad altri lavoratori in sciopero, ai cancelli della vicina fabbrica di macchine agricole McCormick la polizia spara contro i picchetti. Spies e George Engel convocano un comizio per la sera successiva a Haymarket.
4 maggio. Quando Spies prende la parola sono presenti circa 2500 persone, tra cui il sindaco Harrison, che rimarrà fino quasi alla fine. A Spies succedono Parsons e Samuel Fielden. Piove e molti se ne vanno. Quando Fielden sta per finire, il sindaco va a casa. Subito dopo la polizia interviene contro i presenti, ridotti a poche centinaia. Una bomba viene lanciata nelle sue file e l’esplosione uccide un poliziotto. Altri di loro e dei presenti sono uccisi e feriti dal fuoco degli stessi poliziotti.
5 maggio. E. dichiarata la legge marziale in città e nei giorni successivi vengono arrestate centinaia di persone. Sono infine incriminati Parsons, contumace, Spies, Engel, Fielden, Michael Schwab, Adolph Fischer, Oscar Neebe e Louis Lingg.
21 giugno. Inizia il processo e Parsons si costituisce.
20 agosto. La giuria dichiara colpevoli gli imputati, che sono condannati all’impiccagione, eccetto Neebe, condannato a 15 anni di carcere.
18 marzo 1887. La Corte suprema dell’Illinois prende in esame l’appello dei condannati e conferma le sentenze il 2 settembre. La data dell’esecuzione viene fissata all’11 novembre. In difesa dei condannati si forma un vastissimo movimento internazionale.
10 novembre. L’unico successo delle mobilitazioni è la commutazione della pena di morte in ergastolo per Fielden e Schwab. Lingg si uccide nella sua cella, probabilmente con una sigaretta esplosiva.
11 novembre. Parsons Spies, Fischer e Engel vengono impiccati a mezzogiorno.
13 novembre. Al corteo funebre partecipano e assistono decine dimigliaia di persone. I «Martiri » vengono sepolti nel cimitero di Waldheim.
30 maggio 1889. Viene inaugurato a Haymarket il monumento al poliziotto, che nel corso del secolo successivo sarà ripetutamente oltraggiato e danneggiato, fino a essere rimosso.
14 luglio. Al congresso operaio di Parigi, su proposta del delegato dell’American Federation of Labor, nata alla fine del 1886, il PrimoMaggio viene adottato come data per una «manifestazione internazionale» a partire dal 1890.
25 giugno 1893. Viene inaugurato il monumento ai Martiri a Waldheim. Nel suo basamento sono incise le ultime parole di Spies: «Verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più potente delle voci che oggi soffocate».
26 giugno. Il governatore dell’Illinois, John Peter Altgeld, perdona Schwab, Fielden e Neebe, che vengono scarcerati e riabilita i «Martiri». B. C.
Nell'immagine, i Martiri di Highmarket
Signore deputate, signori deputati, mi rivolgo a voi direttamente senza la lettura di un testo scritto per sottolineare con un piccolissimo gesto il senso di apertura, di confronto e di dialogo che vorrei prevalesse in questo Parlamento.
Ringrazio allo stesso modo chi ha voluto votarmi e chi, altrettanto comprensibilmente, mi ha negato il suo voto. Vorrei così richiamare alla pari dignità politica di ognuna e di ognuno in quest’aula, del governo come dell’opposizione, della maggioranza come della minoranza. Vorrei che ognuno di voi e ogni parte politica potesse contare sul mio assoluto rispetto di questo principio.
Saluto le donne e gli uomini del nostro paese. Saluto il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi anche per il modo autorevole e popolare con cui rappresenta il paese.
Attendo l’elezione del Presidente del Senato, al quale fin da ora assicuro la mia collaborazione. Saluto il presidente della Corte costituzionale.
A Pier Ferdinando Casini, che mi ha preceduto in questo importante incarico con una capacità e con un senso delle istituzioni che spero di potere imitare, va il sincero ringraziamento mio e di tutta l'Assemblea.
Auguro a tutte le deputate ed a tutti i deputati, all’insieme dell'Assemblea buon lavoro. Ne ha bisogno il paese, ne hanno bisogno le nostre istituzioni democratiche.
Credo che il primo compito che tocca a tutti noi sia quello di lavorare ad una forte valorizzazione del ruolo del Parlamento della Repubblica italiana. Si tratta, credo, di una necessità storica in questi nostri tempi difficili. Tempi di un passaggio impegnativo per la democrazia in Italia e in Europa.
Viviamo ogni giorno il rischio di un distacco del paese reale dalle istituzioni, il rischio di una separazione della quotidianità della vita delle donne e degli uomini dalla politica, il rischio che in questo quadro una parte della società - quella più debole, quella più spogliata - venga trascinata fuori dal quadro della politica. La politica tutta vive una sua crisi, eppure dal nostro paese viene alta e grande una domanda di politica, come si è visto anche dalla partecipazione alle recenti elezioni: una domanda esigente e, a volte, aspra. Il Parlamento non potrà da solo risolvere questi grandi problemi, affrontare questa dura crisi, ma può concorrere alla rinascita e allo sviluppo di tutte le forze democratiche, di partecipazione e di politica; concorrere con l’insieme delle istituzioni democratiche e attraverso la partecipazione delle donne e degli uomini del nostro paese, con cui penso possiamo lavorare alla riqualificazione dello spazio pubblico, che ognuna e ognuno possa vivere come propria comunità.
Credo che dovremmo guardare con attenzione e cura a tutte le amministrazioni da cui dipende la vita dello Stato repubblicano. Rivolgo da qui un’attenzione a tutti i dipendenti pubblici, ai corpi dello Stato, alle sue amministrazioni centrali e locali, centrali e territoriali, affinché possano dispiegare tutta la loro potenzialità.
Vorremmo concorrere a valorizzare la loro autonomia, le loro autonomie, che sono una grande ricchezza per il paese - tutte le autonomie, da quella della magistratura a quella del servizio pubblico di comunicazione e di informazione -, per far sì che tutti noi possiamo sentirci cittadini di uno Stato di diritto e cittadini conosciuti e riconosciuti.
Più in generale, di fronte a questo Parlamento sta il compito di un rapporto positivo tra il paese reale e le istituzioni. Il popolo deve poter investire tutta la sua fiducia sulle istituzioni democratiche per nuove conquiste di libertà, di diritti alle persone, anche liberandoli in tanta parte del paese dai gioghi che subiscono, a partire da quello intollerabile di ogni mafia, per una nuova frontiera da costruire di giustizia sociale e di sicurezza delle cittadine e dei cittadini, sicurezza nel senso più alto di diritto al futuro, e cioè il diritto di poter costruire i propri destini.
Per questo noi vogliamo contare sulla scuola come una parte fondamentale nella costruzione di una nuova convivenza e vorrei qui ricordare il lavoro prezioso delle insegnanti e degli insegnanti che costituiscono un patrimonio per il futuro del nostro paese. Un patrimonio con cui lavorare e sconfiggere la peggiore delle selezioni di classe, quella che può colpire in giovane età ragazze e ragazzi, spingendoli all’esclusione. Vorrei ricordare da questa tribuna la lezione, in cui vorrei tutti ci riconoscessimo, di una grande coscienza civile e di un riformatore del nostro paese che su queste cose tanto ci ha insegnato: don Lorenzo Milani.
Ma le istituzioni democratiche sono vitali se cresce con esse la società civile. Questa relazione sociale e umana, che fa la cultura grande di un paese, può essere oggi il fondamento anche di una nuova economia, non solo di una civiltà: l’Italia ha qui la sua risorsa più grande.
Perciò, vorrei che potessimo vivere insieme - insieme -pur nella diversità delle posizioni politiche, un allarme: il rischio della crisi della coesione sociale, che può attraversare l’Italia come tutta l’Europa. Interroga la politica questa crisi. C’è una fatica di vivere, un’incertezza, qualche volta una perdita di senso, in parti della società che vengono spogliate di futuro. Vivono, queste realtà drammatiche, insieme a tante esperienze di speranza, di innovazione, di investimento sul futuro. Per battere le prime, il Parlamento può inscrivere la sua iniziativa nell’impegno - comune - a costruire popolo, appartenenza, comunità.
Sono un uomo di parte: un uomo di parte che, perciò, non teme il conflitto; che sa che la politica chiede scelte, confronto tra tesi diverse, anche opposizioni e persino contrapposizioni. Ma una cosa vorrei che fosse bandita dal nostro futuro politico: quella di lasciare scivolare la politica nella coppia amico-nemico, in cui c’è la negazione di quello che pensa diversamente da te. Abbiamo bisogno, insieme alle differenze, e persino ai contrasti, di costruire un concorso per realizzare un’Assemblea, questa, che parli a tutto il paese il linguaggio della convivenza, della convivenza anche oltre la politica, della convivenza come valorizzazione delle differenze, delle diversità da non negare ma, anzi, da nominare e da riconoscere: differenze di genere, attraverso le quali si manifestano due punti di vista diversi nel mondo; differenze etniche, tra nativi e migranti; differenze generazionali; differenze tra credenti e non credenti e tra le molte fedi.
La laicità non è solo un’eredità del passato; e non è neppure solo la più necessaria e condivisibile difesa dell’autonomia del legislatore. La laicità chiede, in Italia come in Europa, una sua rielaborazione, per farne l’orizzonte di una nuova convivenza, della costruzione di una cittadinanza universale in cui progettare il nostro futuro, un futuro che sta sospeso tra rischi terribili e grandi speranze. Progettare il futuro: si può!
Lo sapremo fare, quale che sia anche la radicalità del nostro dissenso, se sapremo riandare alle radici più profonde del nostro popolo e delle sue grandi culture. Questa legislatura si apre tra il 25 aprile ed il 1°maggio, due date importanti della nostra storia.
Il 1°maggio, la festa del lavoro, ci raccorda ad una questione fondamentale: il rapporto tra il lavoro e la vita, che decide, spesso, il livello di società e di civiltà. Per anni, non solo questi ultimi, si è vissuto un oscuramento nel mondo del lavoro: un lavoro che ha subito spesso una svalutazione sociale, alla fine della quale è spuntata drammaticamente la precarietà come il male più terribile del nostro tempo. Io penso che sia intollerabile. Perciò, dobbiamo riprendere il filo di un diverso discorso, per restituire il futuro alle nuove generazioni, che ce lo chiedono in molti modi, ma che ce lo chiedono così intensamente.
Il 25 aprile è la radice della nostra Repubblica. Vorrei che questa Assemblea potesse idealmente svolgersi a Marzabotto, in quel cimitero sopra una collina annegata nel verde, in un silenzio che esalta il ricordo del genocidio, degli orrori della guerra. Anche lì, signore deputate, signori deputati, è nata la nostra Costituzione, la sua irriducibile scelta di pace, riassunta nell’articolo 11 della Costituzione. C’è lì la ragione prima della nostra irriducibile lotta contro la guerra e contro il terrorismo.
Noi piangiamo anche oggi le vite di soldati italiani uccisi a Nassiriya; anche oggi portiamo la nostra umana solidarietà alle famiglie di questi cittadini. L’una e l’altra cosa ci fanno intendere il dolore per ogni vittima della guerra e del terrorismo. Perciò, vorrei che facessimo insieme nell’avvio di questi nostri lavori un pellegrinaggio, il pellegrinaggio che Piero Calamandrei indicava ai giovani.
Ha scritto Piero Calamandrei: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione »: lì c’è l’origine della nostra Repubblica!
Vorrei che questo pellegrinaggio fosse il viatico per il lavoro di questa Assemblea, in cui ognuno possa riconoscersi per trovare nelle radici le ragioni e la forza per progettare il futuro dell’Italia, dell’Europa e del mondo.
Mi diceva qualche anno fa Rosario Bentivegna, medico del lavoro, gappista romano, protagonista della battaglia di via Rasella: «Dopo la guerra, il partito disse sempre la verità su via Rasella e sulle Fosse Ardeatine; quello che non fece, fu di confutare le menzogne e le mistificazioni che erano state diffuse su quegli avvenimenti». Le menzogne e le mistificazioni le sappiamo tutti: la falsa notizia secondo cui, dopo l'azione partigiana in Roma occupata in cui morirono 33 componenti di un battaglione di polizia aggregato alle SS, i tedeschi avrebbero messo cartelli per tutta Roma invitando i «colpevoli» a consegnarsi per evitare la rappresaglia. Sappiamo, o dovremmo sapere, che questa è pura invenzione: persino il generale Kesselring, interrogato in tribunale, disse che non ci avevano mai nemmeno pensato; la rappresaglia fu decisa subito, mai condizionata alla resa dei partigiani, e fu comunicata alla popolazione solo dopo che la strage era stata compiuta.
Una delle tante ragioni per ammirare Rosario Bentivegna è che, in assenza di una chiara risposta politica e storiografica a queste menzogne, da più di mezzo secolo si fa carico puntigliosamente di ristabilire la verità, di confutare le mistificazioni, e di difendersi e reagire in ogni sede (compresi i tribunali) alle demonizzazioni di cui lui e i suoi compagni sono stati oggetto.
E' un lavoro di Sisifo, e ogni volta sembra che si deve ricominciare da capo. Stavolta, la falsificazione proviene dal gran cerimoniere dei riti televisivi, Bruno Vespa, che per qualche misteriosa ragione (o meglio: per ragioni di cassetta e per ragioni di manipolazione ideologica) ha deciso di improvvisarsi storico senza possedere neanche l'ombra dei requisiti minimi del mestiere - ma, direi, senza possedere neanche l'ombra di quella curiosità intellettuale e desiderio di verità che dovrebbe animare non solo lo storico, ma almeno il giornalista serio. Quando Nicola Gallerano parlava di «uso pubblico della storia» aveva in mente cose ben più serie che questi bestseller di quart'ordine.
Un dialogo tra sordi
Così, nella sua Storia d'Italia da Mussolini a Berlusconi, Vespa racconta per l'ennesima volta la vulgata antipartigiana su via Rasella senza neanche prendersi la cura di informarsi sui fatti e di leggere la bibliografia aggiornata. Perciò, ai vari errori sulla ricostruzione dell'evento aggiunge la ripetizione della solita accusa a Bentivegna e compagni di non essersi presentati in risposta ai manifesti fatti affiggere dai nazisti che li invitavano a farlo. E anche stavolta, Bentivegna prende la penna in mano e, instancabile, cortese e chiarissimo, spiega, precisa, rettifica come ha fatto centinaia di volte nella sua vita. Comincia un carteggio, prima privato poi pubblico (anche sulle pagine dell'Unità) che adesso Bentivegna, con il consenso del suo interlocutore, ha trasformato in un libro: Via Rasella la storia mistificata. Carteggio con Bruno Vespa (manifestolibri, pp. 116, 15), con un'introduzione puntuta e puntuale di Sergio Luzzatto, un'ennesima ricostruzione fattuale di che cosa veramente successe e poi, irritante e soffocante, il dialogo mancato fra Bentivegna che spiega e Vespa che fa finta di non capire. O forse non fa finta per niente.
Sono anni che mi occupo di via Rasella e delle Fosse Ardeatine, e ogni volta mi trovo davanti allo stesso meccanismo. E' un po' come la storia del lupo e dell'agnello: c'è una conclusione precostituita e, se un argomento per sostenerla viene meno («mi intorbidi l'acqua») se ne inventa un altro, più specioso ancora («hai parlato male di me») e poi un altro e un altro e un altro, all'infinito. Lo stesso vale per via Rasella, anche nel caso di Vespa: costretto ad ammettere che i manifesti non ci furono, si inventa che però i partigiani dovevano sapere che ci sarebbe stata la rappresaglia perché i nazisti avevano preavvertito (e non è vero neanche questo, e risulta dalle parole dello stesso Kappler), poi che i poveri poliziotti in uniforme nazista erano in realtà degli italiani padri di famiglia (come se vestire l'uniforme di un esercito occupante non fosse un'aggravante, per un italiano; e come se l'età media dei poliziotti del Bozen non fosse in realtà di 33 anni) e via arrampicandosi sugli specchi pur di non rinunciare all'unica cosa che gli interessa: negare il significato dell'azione partigiana e con essa di tutta la Resistenza. Per questo ha ragione Luzzatto quando parla di «dialogo fra sordi». In realtà, Bentivegna ascolta e replica, ma dall'altra parte c'è un sordo che non vuole sentire.
Qui infatti non si tratta solo di banale revisionismo, ma dell'idea di una continuità storica in nome dell'«odio» e della «guerra civile» che accomuna le leggi razziste, la guerra partigiana, gli anni di piombo e l'opposizione a Berlusconi dentro un unico paradigma: sia i partigiani che attaccavano militarmente i nazisti sia il centrosinistra che attacca politicamente Berlusconi sarebbero mossi dagli stessi impulsi. Chiaro che in questa continuità la Resistenza è una spezzatura: infangare la Resistenza, dunque, non serve solo a erodere ulteriormente l'eredità dell'antifascismo ma soprattutto a fare dell'opposizione a Berlusconi l'espressione di atavismi profondi e irrazionali, il «fiume carsico» (scrive Vespa) di una guerra civile ora esplosiva, ora strisciante. Come fa notare Luzzatto nell'introduzione, elencando i titoli delle annuali strenne di Vespa: «presi uno per uno, i titoli dei libri di Vespa scandiscono ogni volta un presunto momento epocale, quando non suggeriscono un'emergenza nazionale o addirittura una crisi rivoluzionaria. Presi in serie, viceversa, essi alludono alla consolante evidenza per cui tutto cambia, più tutto è la stessa cosa...»
Alla fine, Vespa non sa più che pesci prendere, e si limita a ripetere che «l'attentato di via Rasella è un gravissimo errore». La risposta finale di Bentivegna è tagliente: «Credo nella sua buonafede - concede - ma il problema dei problemi è che lei ha dato una versione non corretta dei fatti, condita di insinuazioni e ambiguità, perché aveva orecchiato le consuete mistificazioni e le ha riportate senza la necessaria verifica».
Intelligentemente, Bentivegna non si limita a rettificare la versione con corretta dei fatti, ma smaschera anche l'uso non corretto, strisciante, del linguaggio: contesta il termine «rappresaglia» applicato alle Fosse Ardeatine (e ha ragione, tecnicamente e giuridicamente: secondo il tribunale militare italiano, non si trattò di rappresaglia bensì dio «omicidio continuato»), coglie le implicazioni retoriche di espressioni come il «gesto» che gli viene attribuito, come se non si fosse trattato di un'azione di guerra ma dell'alzata di capo di un isolato irresponsabile, smaschera il presupposto implicito secondo cui avrebbe dovuto «pentirsi» di quello che aveva fatto. E d'altra parte, l'intera modalità comunicativa di Vespa, dal linguaggio del corpo in Tv alla retorica dei suoi libri, reca nel degrado del linguaggio il segno del danno profondo che arreca alla nostra cultura. In questo senso, il lavoro di Bentivegna non è solo l'ennesima doverosa puntualizzazione storica, ma anche un atto importante di resistenza, sia pure con la minuscola, allo strapotere egemonico del discorso televisivo: i libri di Vespa sono vangelo non perché siano attendibili ma perché il loro autore sta in Tv. Qualche tempo fa, sulla metropolitana di Roma, c'era una ragazza sprofondata nella lettura di uno dei tomi di Vespa, con tanto di evidenziatore. Non sono riuscito a capire se quello che sottolineava fossero gli sfondoni del libro, o quelle che lei scambiava per storiche verità o perle di saggezza. Temo che sia buona la seconda.
Pagine responsabili
Il libro di Vespa sulla metropolitana è l'aggiornamento dei canali attraverso cui si è formato il senso comune antipartigiano su via Rasella: riviste da parrucchiere, pamphlet fascisti, dicerie incontrollate. Tutti canali troppo a lungo considerati al disotto dell'attenzione degli storici seri, e persino della politica seria; per questo, hanno potuto continuare a diffondersi per decenni, navigando sotto il radar della vigilanza culturale e del dibattito storiografico. Temo che Vespa sia la stessa cosa: troppo poco serio perché gli storici seri si prendano la briga di smontarlo pubblicamente come sarebbe loro dovere. Anzi, persino rispettabili istituzioni romane hanno ritenuto opportuno allestire presentazioni e dibattiti, come se questi libri fossero una cosa seria.
Per fortuna ci sono persone come Rosario Bentivegna. E per fortuna questo suo libro è accompagnato, stavolta, dall'intervento di uno storico serio che prende atto del rischio di una memoria storica affidata agli ignoranti e ai manipolatori. Quella fra Vespa e Bentivegna non è una battaglia ad armi pari, dato lo strapotere mediatico dell'uno e la sostanziale solitudine dell'altro. Sarebbe il caso di dare una mano a Bentivegna, perché qui non è in gioco solo la sua personale responsabilità, né la moralità della resistenza, ma proprio la nostra capacità di rapportarci criticamente alla storia e di usare responsabilmente il linguaggio. Scrive Luzzatto: «Lo scopo del gioco (di Vespa, ma - aggiungerei io, di tutto quello che lui rappresenta, n.d.r.) è la banalizzazione retrospettiva dei valori e dei disvalori, dei meriti e delle bassezze, delle ragioni e dei torti. La durata del gioco resta da determinare; ma finché uomini come Rosario Bentivegna conserveranno la forza per opporvisi, uomini come Bruno Vespa faranno bene a non sentirsi la vittoria in tasca».
Lacrime e mantra antipartigiano
di AL. PO.
«Fosse Ardeatine: e Gasparri pianse»: così intitola il Corriere della Sera di sabato l'articolo sulla presentazione della Buona battaglia, il buon film tv di Gianfranco Albano su don Pappagallo, ammazzato con altri 334 alle Fosse Ardeatine (in onda domenica e lunedì su Raiuno).
A me della commozione del signor Gasparri non potrebbe importare di meno. Dov'è la notizia? E' un film commovente, la notizia sarebbe se non si commuovesse. Mi pare del tutto normale che davanti a un massacro di centinaia di persone anche un (ex?) fascista si addolori: sono esseri umani anche loro, e poi gli viene facile da quando anche loro hanno preso ad atteggiarsi a vittime. Specie poi se la vittima in primo piano è un prete. Me ne importerebbe qualcosa, però, se non il privato signor Gasparri ma l'uomo politico onorevole Gasparri partisse da queste lacrime per ripensare al significato di tutta quella storia. E invece no: fra una lacrima e l'altra, ripete imperterrito la vulgata della destra estrema, il mantra antipartigiano: sui gappisti romani «grava un marchio d'infamia» perché «non si consegnarono». Aldo Cazzulo, il giornalista, obietta flebilmente: «Guardi Gasparri che da parte nazista non ci fu nessun invito ai partigiani a consegnarsi». E lui impermeabile: «Comunque, gli attentatori di via Rasella non ebbero lo stesso coraggio di Salvo D'Acquisto». Da questo momento, della commozione di Gasparri non c'è più traccia, e l'intervista si limita a registrare senza commenti o rettifiche i soliti luoghi comuni: il negazionismo sui crimini italiani in Libia, le foibe, l'amicizia coi governanti di Israele, le «sentinelle veltroniane» alla Rai, Alessandra Mussolini che «come idee è alla nostra sinistra»...
Ormai dovremmo saperlo tutti che i nazisti procedettero alla strage in meno di ventiquattro ore senza nemmeno cercare i partigiani e senza mettere alcun avviso pubblico (questo lo confermarono in tribunale gli stessi Kappler e Kesselring); in nessun momento pensarono di condizionare l'esecuzione del massacro alla loro eventuale consegna; tutti i bandi affissi a Roma fin dall'8 settembre minacciavano punizioni gravissime ai responsabili di azioni contro i nazisti ma mai che avrebbero punito altre persone al loro posto. Il loro scopo non era di punire i «colpevoli» ma terrorizzare Roma e inquinare la nostra memoria. La cosiddetta «rappresaglia» non era mai stata annunciata o minacciata: è pertanto falsa anche l'illazione ripetuta da Gasparri secondo cui i partigiani forse avrebbero attaccato i tedeschi proprio per provocarla, come se il rapporto fra azione partigiana e rappresaglia fosse automatico (e come se via Rasella fosse stata l'unica azione compiuta contro i tedeschi: se Gasparri, fra una lacrima e l'altra, avesse guardato il film, avrebbe saputo che non era vero). Persino il tribunale militare italiano riconobbe che non si trattò affatto di una «rappresaglia» (che qualche regola l'avrebbe) ma di un vero e proprio «omicidio continuato».
Purtroppo la tv ci ha abituato a chiamare «giornalismo» la mera amplificazione delle parole dei notabili di turno, a privilegiare l'esibizione di lacrime e «sentimenti» più della precisione dell'informazione, e a considerare notizie non i fatti ma i commenti dei politici. Così il Corsera pensa che la cosa principale sia la «commozione» di Gasparri; sulle sue autorevoli pagine il senso di un film su una strage nazista si rovescia diventando l'occasione per esaltare i buoni sentimenti di un (ex?) fascista e permettergli di ribadire un'offensiva menzogna antipartigiana. Bel paradosso.
Tutti abbiamo apprezzato la presa di posizione del direttore del Corriere della sera nella vicenda elettorale. Ma se non vogliamo che l'unico collante della coalizione che ha vinto sia il rigetto di Berlusconi, se vogliamo sperare che questa vittoria duri e dia frutti, dobbiamo cercare anche qualche cemento ideale, qualche comune terreno morale che ci tenga insieme. Non credo che questa unità morale di fondo la possiamo trovare al di fuori di un antifascismo cosciente, critico dove serve ma intransigente sul piano della conoscenza e dei principi: quello che un tempo si chiamava l'arco costituzionale, più meno. Dando spazio quasi incontrollato alle falsificazioni lacrimose di un (ex?) fascista come Gasparri, il Corriere rischia non solo di avallare un falso storico, ma di scavarsi sotto i piedi il precario terreno politico su cui tutti quanti ci reggiamo faticosamente.
Per di più, Gasparri non solo è «tanto umano» ma anche pluralista: «La mia battaglia? Raccontare in tv tutte le storie». Giusto. Perciò Gasparri sostiene tutto contento che la fiction su Sacco e Vanzetti (Canale 5) «è stata un flop» (evidentemente, due innocenti ammazzati sulla sedia elettrica non raggiungono la soglia gasparriana della commozione), e ci promette fiction sui futuristi, sul libro di Pansa (of course), e sull'ennesimo prete, don Gelmini. Sostiene che sul set del film sulle foibe le sentinelle veltroniane vegliavano a che non si usasse la parola «comunisti». Sarà senz'altro vero; scrivo dopo aver visto solo la prima puntata del film su don Pappagallo e la parola «comunista» non l'ho sentita; chissà se, prima che finisca, il regista Albano avrà il permesso di dirci che il Gioacchino «allievo» e compaesano di don Pappagallo era, appunto, comunista. Se tutte le storie vanno raccontate, avremo mai una fiction su Gioacchino Gesmundo, partigiano, comunista, professore (maestro di Ingrao al liceo di Formia, poi docente al Cavour a Roma)?
Comunque, Gioacchino Gesmundo e don Pietro Pappagallo, nati a Terlizzi, provincia di Bari, ammazzati alle Fosse Ardeatine, Roma. Vorrei condividere le parole che Antonio Pappagallo, nipote di don Pietro (che purtroppo non è vissuto per vedere questo film che gli sarebbe piaciuto) mi raccontò di aver detto ai ragazzi del loro paese: «Prendete Gesmundo e don Pietro che sono paesani vostri e immaginate un imbuto... che buttano dentro questa miscela di due opposte... teoricamente: mio zio cattolico, prete e Gesmundo laico - insomma di idee laico, comunista che era... Come mai queste due persone escono da questo imbuto e voi non sapete dire se questo è don Pietro o è Gesmundo, perché tutte e due le loro entità si confondono, si può dire che (Gesmundo) è più prete dell'altro e (don Pietro) è più comunista dell'altro nel senso che per comunista vogliamo intendere l'altruismo del prossimo?»
Un post scriptum su Salvo D'Acquisto. La sua storia è sistematicamente evocata in contrapposizione con quella dei gappisti: partigiani comunisti che «non si presentarono», carabiniere cattolico che «si offrì». In realtà, neanche la storia di D'Acquisto è andata come ce l'hanno raccontata. Tanto i documenti ufficiali dell'arma dei carabinieri quanto la memoria di chi era insieme a lui quel giorno confermano che lui non «si presentò» affatto offrendo il petto ai nazisti, come nei quadri esposti in tutte le stazioni dei carabinieri, ma fu rastrellato insieme con gli altri ostaggi. Quando si disse unico responsabile (di un attentato mai avvenuto) era anche lui sul punto di venire ucciso. Con un gesto comunque nobilissimo, e con una lucida altruistica intelligenza, capì che - dato che comunque sarebbe stato ucciso - tanto valeva «confessare», in modo che morendo lui avrebbe salvato gli altri. Fin qui i fatti.
Adesso un'ipotesi. Credo che i nazisti si fossero ormai resi conto che non c'era stato nessun attentato: le bombe che avevano ferito due loro militi non erano un'azione di resistenza ma un residuato di pescatori di frodo. Stavano per ammazzare ventidue persone senza che ce ne fossero i presupposti, e anche a un nazista questo dà fastidio, immagino. Però, se avessero lasciato andare gli ostaggi allineati davanti alla fossa comune che gli avevano scavare, rischiavano di perdere la faccia. Salvo D'Acquisto gli offre una via d'uscita: possono dire di avere trovato il «colpevole» ed evitarsi una strage inutile. Un gesto nobile, che i miserabili venuti dopo avviliscono servendosene per infangare il tessuto antifascista della nostra democrazia.
Il motivo per cui, in ogni consolidata democrazia, le formazioni politiche concorrenti (partiti, coalizioni, alleanze, secondo i casi) tendono a essere due e non più di due ha assai poco a che vedere con i problemi di cui si deve occupare un governo e con il numero delle loro soluzioni possibili, che è di solito superiore a due. Il motivo ha a che fare non coi problemi, ma col potere: è bina la distinzione tra maggioranza e opposizione, tra chi governa e chi non governa. E se per potere legittimamente governare occorre vincere le elezioni (come la democrazia richiede, pur con diverse e sempre imperfette tecniche elettorali), la reductio ad duos è solo conseguenza del dover costituire schieramenti capaci di vincere.
Ma quando si passa dalla scelta del chi governa a quella del come governare, lo schema da bino diviene plurimo. Non basta più lo spartiacque maggioranza-minoranza, governo-opposizione, vincitori- vinti; ognuna delle due formazioni si stende su un proprio ventaglio di soluzioni concepibili per quasi ogni questione e deve trovare in se stessa capacità di decisione e di sintesi. Poiché più soluzioni sono possibili per ogni questione (di giustizia, sicurezza sociale, immigrazione, infrastrutture, fiscalità), la matematica ci dice che il numero delle combinazioni possibili è quasi infinito; non è affatto detto che due persone concordi nel volere il ponte sullo Stretto di Messina concordino anche sulla separazione delle carriere di magistrati inquirenti e giudicanti o sulle unioni di fatto. Non riduzione a due, ma tot capita tot sententiae.
Ciò che è bino e ciò che è plurimo hanno ragioni d'essere ugualmente forti. È per questo che, nella sua intelligenza, la lingua inglese ha coniato parole diverse per i due diversi significati della politica: conquista del potere ( politics) ed esercizio del potere ( policy).
Il cittadino non si deve spazientire. Che la convivenza tra i due termini della politica sia difficile non è una patologia o il difetto di una particolare architettura istituzionale: è la vita stessa della polis. Vale per i compiti del Parlamento: ogni governo che abbia bisogno di un voto di fiducia assembleare (come è il caso di tutti i Paesi europei) implica che il Parlamento eletto dal popolo combini il taglio netto tra maggioranza e opposizione con il possibile dialogo su singole questioni. Vale per i sistemi elettorali: né il proporzionale né il maggioritario risolvono la tensione tra il dualismo governo- opposizione e il pluralismo delle culture politiche presenti in ogni schieramento. Vale per la scelta tra partito unico e coalizione: quale che sia la forma organizzativa degli schieramenti contrapposti, entrambi ospiteranno una certa varietà di punti di vista.
Gli anni Novanta hanno visto due grandi cambiamenti nella politica italiana: da allora il governante rischia la perdita del potere e la scelta di chi governa è compiuta direttamente dai votanti, non delegata ai partiti. Sono due cambiamenti che riguardano ciò che è bino, non ciò che è plurimo nella politica.
Ciò che nella politica è plurimo rimane e deve rimanere, senza mettere a repentaglio ciò che è bino e imporre il ritorno agli elettori. Non è venuta infatti meno l'esigenza di scegliere tra diverse soluzioni possibili, di trovare accordi entro la formazione vincente, di fare una sintesi che qualifichi e renda coerente l'azione di governo. Questa è materia non di architettura istituzionale ma di leadership, ed è il compito di chi, vincitore nella parte bina del gioco, si accinge a entrare in quella plurima, compiendo il passaggio dalla politics alla policy.
Credevo non sarebbe mai morto, non lui. Gianni Pellicani sembrava a me e a molti altri compagni, fatto di una materia insensibile al tempo e alla corrosione, come nemmeno una statua, come, invece, riuscivano a essere alcuni dei «quadri» che il vecchio Pci sfornava. Forte, intelligente molto, capace di decidere, di convincere, pragmatico, rapido, capace di sbagliare e di ammetterlo: un uomo di governo, togliattiano - se queste categorie hanno ancora valore - nella abilità di trovare sorprendenti vie d’uscita ai problemi senza contraddire il suo telaio morale. Ma non solo, perché Gianni non era semplicemente il pezzo ottimamente funzionale di un ingranaggio messo a punto in quella grande officina della politica che è stato il Partito comunista. A fragoroso dispetto delle apparenze era persona dolce - lo so, qualcuno si sorprenderà ma è tutta la verità - dotato di un humour densissimo spesso solo bisbigliato, affascinato dalle manifestazioni di intelligenza e di fantasia che persino le istituzioni - e Gianni è vissuto di politica e istituzioni, lo sanno bene i suoi adorati famigliari - di tanto in tanto si lasciano sfuggire.
Era nato in Puglia, settantre anni fa, ma la sua vita è trascorsa a Venezia, tra un «centro storico» che Edoardo Salzano - allora assessore all’Urbanistica - s’ingegnava a restaurare davanti a una platea vasta quanto la terra e una Terraferma (Mestre) dove abitava volentieri e alla quale ha dedicato ben più di un pensiero. Se il cuore di Mestre non è oggi il sottoscala di una periferia ma il sorprendente soggiorno di una città «inventata» nell’arco di una generazione scarsa, lo si deve soprattutto a Gianni Pellicani, il «vicesindaco».
Non se la prenda Mario Rigo, il sindaco socialista di allora, ma Gianni Pellicani non è mai stato il suo vice senza che per questo tra i due amministratori ci sia mai stata tensione o nervosismo. Merito di tutti e due, una bella lezione di stile. Eravamo nella seconda metà degli anni Settanta, confinati nell’angolo rosso (Venezia) di un Veneto bianco come un lenzuolo e Pellicani - con una formazione da commercialista mitigata da un ventaglio amplissimo di interessi culturali - si accingeva, in nome di una giunta di sinistra, a promuovere vitalità e sviluppo compatibile in uno degli angoli più pregiati e delicati d’Italia.
Ricordo solo un paio di appuntamenti: il risanamento del centro storico e la salvaguardia di Venezia e della sua laguna. Materie complicatissime, paludose, tutt’ora molto aperte. Pellicani, nella sala del Consiglio, trascinava il convoglio con una forza costante riuscendo intanto a bloccare la speculazione nel centro storico, acquisendo tra gli strumenti di governo quella cultura ambientalista avanzata che solo più avanti si sarebbe identificata in uno specifico soggetto politico. Messa così, pare si stia parlando di un sant’uomo. Gianni non lo era, era un lottatore duro, implacabile ma leale. Così in laguna come a Roma dove per cinque legislature si è impegnato, per il Pci e per i Ds poi, nei banchi della Camera. Ai tempi di Natta e di Occhetto ha anche fatto parte della segreteria nazionale del Pci con uno spirito di servizio e un rigore che hanno sempre riscosso stima e rispetto anche da chi non lo amava. Un pezzo forte e indimenticabile della nostra storia.
Per oltre un trentennio Gianni Pellicani è stato senza dubbio l’uomo politico più rappresentativo della sinistra veneziana. Forse proprio perché era un politico «sui generis», refrattario al mestiere del burocrate e del funzionario, anche se sempre perfettamente consapevole della necessità che per fare davvero politica è necessaria una forte e capillare organizzazione. La politica per lui era vocazione vera, fatta di competenza, passione e impegno civile. Competenza anzitutto sui temi economici e finanziari, e impegno di tutta una vita per far nascere una grande e unitaria forza democratica e riformista sul modello delle grandi socialdemocrazie europee. Troppo intelligente e disincantato, troppo lontano da ogni frase ad effetto e da ogni demagogia per baloccarsi con i «nuovismi», con le nuove Terze o Quarte vie, ma troppo buon politico insieme per non volere e cercare innovazioni realistiche e per non capire che le trasformazioni necessarie, quando riconosciute tali, devono essere fatte rapidamente e coerentemente, cioè con la massima decisione.
Così Gianni Pellicani affrontò i momenti di svolta del suo partito, del movimento operaio italiano, della sinistra. Fu quello, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, il momento forse più difficile e insieme felice per lui, nel quale si spese tutto, prima come coordinatore del governo ombra accanto a quella che era e rimase la sua «stella fissa», Giorgio Napolitano.
Poi per la nascita del Partito democratico della Sinistra, affinché in Italia si aprisse davvero una fase costituente, culturalmente e politicamente, per l’intera sinistra. Credo si debba anche dire che la sua delusione su come poi andarono le cose sia stata cocente.
Ma malgrado questo, mai in Gianni Pellicani venne meno quel legame di fedeltà al proprio partito, che era l’opposto dell’obbedienza o dell’inerzia, ma che significava per lui senso di responsabilità, di solidarietà umana e di grande, mai spenta, speranza.
E’ quasi superfluo a questo punto e sulle pagine di un giornale della città, ricordare il ruolo che vi ebbe Gianni Pellicani. Non vi è un provvedimento, non vi è un legge, non vi è un atto amministrativo riguardante Mestre e Venezia che abbiano avuto per noi un significato positivo, che non porti, direttamente o indirettamente, la sua firma. Non solo, ma gli stessi funzionari dirigenti del nostro Comune si sono formati alla sua scuola.
E quel bene, poco o tanto che sia, che riescono e riusciamo a esprimere nell’amministrazione di questa città a lui in grandissima parte ancora lo dobbiamo.
Magari Marshall McLuhan ci rimarrebbe male. Scriveva che “il contenuto di un medium è sempre un altro medium. Il contenuto della scrittura è il discorso, così come la parola scritta è il contenuto della stampa …” eccetera. Il che nella vulgata quotidiana si percepisce quasi automaticamente, per quanto riguarda i libri, come posizionamento relativo all’incrocio dei percorsi definiti da altri libri, a cui esplicitamente o implicitamente si rinvia, ammiccando a questa o quella fascia di lettori.
E non escludo nemmeno che Corinna Morandi, nella stesura del suo Milano: la grande trasformazione urbana (Marsilio, Universale Architettura, 2005, 96 pp., € 9,90) potesse avere in mente anche qualcosa del genere. Ma preferirei di gran lunga soffermarmi qui esattamente sugli aspetti opposti del libro, di “finestra sul mondo”, ovvero di chiave d’accesso prima che di chiave interpretativa.
La confezione del volumetto è quella delle “guide di architettura”, anche se come avverte da subito la nota sul retro, Milano è “città interpretabile solo a partire dalle storiche relazioni col suo territorio”, esaminate qui a partire dagli albori dell’industrializzazione, sino ai tempi più recenti delle dismissioni industriali e di un futuro dai contorni ancora sfrangiati. Ma queste “relazioni col territorio”, si capisce sin dalle prime battute, non si vogliono chiudere alla dialettica fra progetto e contesto, città ideale e “tradimenti” vari. Ad esempio, sin dalla genesi del primo grande piano generale di Cesare Beruto, delle trasformazioni edilizie, infrastrutturali, sociali che assorbe e/o subisce, sotto il segno dell’industrializzazione rampante, della ferrovia, dell’autocelebrazione borghese, emergono città multiple. Tutte città che lasciano tracce, e tutte con pari dignità: il disegno equilibrato del piano urbanistico prodotto dai tavoli dell’ufficio tecnico; quello “realista” emendato dalla commissione municipale significativamente presieduta dall’industriale Pirelli; i grandi progetti architettonici di modernizzazione, celebrazione, ampliamento; infine la città “vera”, ovvero quella che storicamente sfugge in tutto o in parte dalle maglie “della scrittura, del discorso, della stampa” ma lascia tracce vistose e spesso determinanti i “discorsi” successivi.
| Edifici residenziali in via Bovisasca (foto F. Bottini) |
In tempi molto recenti, un approccio di questo tipo a Milano era stato proposto anche da Federico Oliva, nel suo L’urbanistica di Milano. Quel che resta dei piani urbanistici nella crescita e nella trasformazione della città (Hoepli, 2003), ma come già dice il titolo la linea di lettura era, appunto, focalizzata sui piani regolatori, le loro “tracce” di lungo periodo, i percorsi evolutivi possibili. Per non parlare dei “voti” a ciascun piano proposti alla fine dei capitoli, che esplicitamente suggerivano sia un quadro interpretativo abbastanza netto, sia un’autocandidatura ad inserirsi in modo attivo nel processo.
La proposta di Corinna Moranti, evidentemente, non può e non vuole indicare linee del genere. I suoi itinerari nel tempo e nello spazio (il libro è una vera e pratica guida, da tenere in tasca) toccano innumerevoli tracce, di cui progetti e realizzazioni sono solo alcune delle componenti. Piuttosto significativa e per niente fuori luogo, la scelta di non lasciare moltissimo spazio alle descrizioni di architetture, limitandosi ad elencarle rinviando esplicitamente alle schede con foto degli “Interventi rilevanti” in appendice, e implicitamente ad una verifica sul campo del lettore/visitatore.
Certo, emergono anche (e vorrei vedere) alti e bassi, giudizi netti e difficilmente discutibili su alcune fasi storiche di sviluppo, recente e meno recente, della città. Ad esempio sulla debolezza – istituzionale e culturale prima ancora che scientifico-disciplinare – dell’interpretazione a scala metropolitana. Dall’invito dell’assessore Chiodi del 1925 naufragato nella città “mastodontica” comunale del piano Albertini, attraverso lo schema regionale aperto del piano AR sconvolto dalla crescita disordinata del boom economico postbellico, sino alle crisi cicliche della pianificazione intercomunale e ai tempi recenti della visione per “grandi progetti”, cui a quanto pare non corrisponde un “ grande piano”, almeno nell’accezione tradizionale della parola.
In definitiva, e concludendo, credo che del libro/guida vada sottolineato soprattutto ciò che progettualmente non contiene, ma rinvia ad altro da sé: la lettura del “testo” urbano e territoriale, quello che non si vede sfogliando pagine, ma guardandosi attorno dal marciapiede, dall’alto del tram, immaginando il “sopra”, e riflettendoci sopra, mentre scorrono i pallini stilizzati delle fermate della metropolitana. Il modo migliore per farsi un’idea. Propria, per quanto possibile.
Nota: riporto di seguito (a titolo di esempio dell’articolazione fra temi e soggetti) un brevissimo estratto del libro, dal cap. 7, “La dimensione metropolitana” (f.b.).
Nel 1974 Milano raggiunge il picco di presenza di residenti con circa 1,74 milioni: da quella data e fino ai primi anni 2000 la popolazione residente è in forte e continuo decremento e si verifica un ribaltamento sostanziale nella composizione del mercato del lavoro, con la perdita di decine di migliaia di posti nel manifatturiero e lo speculare aumento nel settore terziario e dei servizi, la presenza sempre più intensa di city users, che accedono alla città pur senza esserne residenti. Sia stato o meno l'esito della riflessione degli urbanisti sulla città-regione, tra gli anni sessanta e settanta Milano ha vissuto un nuovo salto di scala e le relazioni sia fisiche -creazione della conurbazione - che sociali - scambi tra Milano e hinterland per accedere al lavoro e alla residenza - configurano chiaramente il consolidamento dell'area metropolitana. La popolazione di Milano si distribuisce secondo un nuovo modello: le aree entro la cerchia dei navigli, ma anche la fascia intermedia fino alla circonvallazione esterna, perdono abitanti, mentre crescono la nuova periferia e i comuni dell' hinterland.
Si accentua il processo di differenziazione delle zone della città e di specializzazione nel territorio extraurbano: oltre alla sempre più marcata caratterizzazione terziaria e commerciale dell'area centrale, si definiscono concentrazioni di residenza, non solo economica ma anche per ceti medio alti, nei primi complessi monofunzionali privati ai margini della città e oltre il confine comunale, come i complessi residenziali progettati da Luigi Caccia Dominioni e Vico Magistretti: La Viridiana, via Forze Armate 260, 1968-1969; Milano San Felice, Segrate, 1967-1970, e più tardi, con un prodotto edilizio più omologato a un gusto corrente, Milano 2 e Milano 3. (p. 64)
Negli ultimi trenta anni, le società «occidentali» sono state ispirate da principi che sempre di più hanno esaltato il valore dell'individualismo come fondamento dell'organizzazione della società umana. I concetti di benessere e di ricchezza sono stati ridotti a quelli di benessere personale e di ricchezza individuale. La nozione di ricchezza collettiva non fa più parte della cultura sociale ed economica delle nostre società. Ciò che fu definito, fino a non molto tempo fa, il «tesoro pubblico», cioè le risorse finanziarie pubbliche, alimentate principalmente dalla fiscalità generale, è oggi considerato piuttosto come una forma di esproprio operato dai poteri pubblici sulla ricchezza de icittadini. Prelevare una parte della ricchezza prodotta di un paese, via la fiscalità, per finanziare la costruzione e la manutenzione di ospedali, di scuole, di acquedotti, di reti di trasporto urbano è sempre meno accettato come giusto e necessario. La sicurezza collettiva (l'esercito, la polizia) resta un settore dove il finanziamento pubblico è accettato. Per quanto tempo ancora? La maggioranza delle classi dirigenti dei paesi ricchi, imitata dalla classe ricca dei paesi poveri, è riuscita a imporre una visione utilitarista, corporativa e inegualitaria dei beni e servizi considerati essenziali e insostituibili alla vita e al vivere insieme. Secondo questa visione, i costi associati al loro accesso devono essere presi a carico, finanziati, dal consumatore del bene e/o del servizio, perchè, si afferma, anche questi beni e servizi fanno parte del campo dei bisogni e degli interessi individuali e non del campo dei diritti/doveri umani e sociali. Altrimenti detto, non siamo più degli esseri umani, dei cittadini, aventi diritto all'accesso all'acqua potabile, all'alloggio, alla salute, all'educazione perché esistiamo. Siamo stati ridotti a dei consumatori il cui accesso alla vita dipende dal potere di acquisto individuale in un contesto di scambi di merci e servizi obbedienti alla competizione per la sopravvivenza. Nel mentre nello stato detto del welfare, l'accesso a tali beni e servizi era garantito a tutti, anche alle persone deboli, povere; oggi solo i forti, sovente già ricchi, riescono ad avere l'accesso alla vita in maniera adeguata e degna di un essere umano. Le nostre società hanno ritrovato la grande povertà e sono frantumate da vecchie e nuove forme di esclusione, di ineguaglianza e d'ingiustizia. Ognuno di noi è in competizione/rivalità con tutti gli altri nella lotta per l'accesso ai beni essenziali. La società attuale è fondata sul principio dell'inevitabile esclusione dei meno competitivi, dei più deboli. Essa ha fatto della violenza il principio regolatore delle relazioni tra gli individui, i gruppi, le città, i popoli. Oramai, l'altro è necessariamente una minaccia, un nemico, un illegale. Su queste basi è impossibile costruire un vivere insieme «sostenibile», specie sul piano umano, né a livello locale, delle comunità, né a livello nazionale italiano. Figuriamoci a livello continentale o mondiale. Quel che diventa possibile è solo la creazione di mercati, di «città-mercati», e la costituzione di forti centri di potere, di «imperi», fondati sulla logica di conquista e di dominio. In questo contesto, la forza del diritto che ha rappresentato una delle conquiste sociali maggiori del secolo XIX è rimpiazzata dal diritto della forza. L'evoluzione della società italiana degli ultimi anni ne è un caso emblematico E' urgente ripartire dal vivere insieme sulla base della (ri) costruzione e della promozione di beni comuni quali l'acqua (contro la sua «petrolizzazione» e «cocacolizzazione »), la conoscenza (non si può accettare l'appropriazione privata dei saperi e la mercificazione dell'educazione, in particolare dell'università), la salute (opposizione alla privatizzazione del sistema sanitario), il territorio (contro l'attuale dissesto idrogeologico generale), la bellezza (risanare il patrimonio del paesaggio e dei beni culturali). Una vita umanamente degna e un vivere insieme costruttivo sono un diritto universale e un dovere collettivo. Da qui, l'inevitabilità della responsabilità e della cura comuni di tutti i beni e servizi essenziali e insostituibili alla vita. Il prossimo governo nuovo ha una grande principale sfida storica da raccogliere: deve diventare il primo governo dei beni comuni.
NOTA INTRODUTTIVA
Eddyburg: Eddy sta per Edoardo, Burg per castello, rocca, roccaforte. Dunque, castello di Edoardo (Salzano), che lo ha costruito nel maggio del 2002 a Venezia. Da allora lo ha curato così bene, trasformandolo in sito privo di localizzazione poiché gestibile in qualsiasi punto dello spazio, che ora può contare 1500 contatti al giorno.
Il caso. Nello stesso mese avevo trascorso qualche giorno a Venezia dove avevo notato orribili restauri: colori, particolari architettonici, finestre. Saputo dell’esistenza di Eddyburg (www.eddyburg.it) nel mese successivo, ho inviato il 15 giugno una copia della lettera da me scritta all’Ivsla (Istituto veneto di storia lettere e arti), al rettore dello Iuav e ai presidi di Architettura di Milano e Venezia. Il testo della lettera, con la risposta dell’istituto e la mia breve replica, apre la raccolta. Passarono otto mesi. Non avevo dimenticato l’esistenza di Eddyburg ma vi ero entrato solo per consultarne la produzione, sempre più ricca. Venne a marzo del 2003 la nuova occasione: la tremenda minaccia di cementificazione, come avrebbe detto Antonio Cederna, della Baia di Sistiana, comune di Duino-Aurisina (Ts), celebrata anche come Baia di Rilke. Il poeta tedesco amava quei luoghi tanto da dedicarvi le Elegie duinesi (Duineser Elegien), in una prima stesura scritte proprio lì, nel castello (Burg!) della principessa Thurn und Taxis (1911). Lo conosco da decenni quel tratto di costa triestina: allora, poi, il golfo e il mare era no totalmente intatti.
Decisi di unire la mia voce a quella di altri nel denunciare il pericolo di rovina dell’inestimabile e indivisibile bene storico ambientale a causa di un progetto edilizio privato, voluto dai consueti immobiliaristi (e non solo da loro). La circostanza di Sistiana, nella cronaca del sito, è esemplare della possibilità di confronto e partecipazione riguardo al problema del paesaggio nazionale, da difendere a ogni costo nel poco che si è salvato finora dalla distruzione. Recentemente fu necessario mandare un forte avvertimento alla Regione Friuli-Venezia Giulia e al Comune di Duino attraverso una lettera sottoscritta da un gruppo qualificato di persone: nella Baia dì Rilke non si deve costruire nulla (vedi 4 febbraio 2005).
Il tema dell’ambiente e del paesaggio, appartenente all’urbanistica, attraversa la raccolta. Poi c’è dell’altro. Mi sembra che il quadro complessivo rispecchi la triade del titolo, urbanistica I politica I altre cose; dovrei aggiungere architettura, che ho trattato esplicitamente, specie in merito a Milano, mentre scorre implicito qua e là. Non manca qualche intervento che potrebbe rientrare, direbbero, nelle curiosità: semmai testimonianza che oggigiorno l’unica possibilità di comunicare propri pensieri ad altri la si trova in uno spazio elettronico come questo.
In ogni modo tutto si tiene; mi pare che un’unica concezione colleghi i vari interventi, dal primo, Venezia Venezia, all’ultimo, Addio professori!
Per tre volte (chiaramente descritte) ho riprodotto nel sito estratti da pubblicazioni precedenti. L’ho fatto per ragioni sia di sorprendente coincidenza tematica ora/allora, sia di fiducia in una maggior diffusione.
Ho conservato qualche ripetizione da un intervento a un altro quando mi è sembrata prevalente l’opportunità di sottolineare rispetto al fastidio della ridondanza.
Circa i titoli dei singoli pezzi: alcuni esistevano così come appaiono, altri presentano modificazioni non sostanziali, altri li ho decisi ora.
Fino a un certo momento ho impiegato cortile (corte del castello...) in sostituzione di sito. Poi ho abbandonato tale presunzione e accettato il consueto termine.
L. M.
Aprile 2005
Qui di seguito la Recensione al volume, pubblicata da AL, mensile degli Architetti lombardi, dicembre 2005, p. 32, firmata da Irina Casali
Il volume raccoglie 58 articoli del professore di urbanistica, architetto e designer Lodovico Meneghetti, apparsi sul sito Eddyburg in un periodo che va dal giugno 2002 (con “Venezia Venezia”), al marzo 2005 (con “Addio Professori”). Polemiche, critiche, ma anche appelli e lettere indirizzate ad amici, colleghi, personaggi pubblici, tutti centrati su temi di attualità politica, urbanistica e architettura. Internet, moderno “cortile” – come lo definisce l’autore –, agorà in cui è possibile discutere, confrontarsi: questo libro dà una prova di come il sito virtuale possa sostituire il luogo fisico dell’incontro; lo scambio d’idee è alla ricerca di forme inedite. Meneghetti, originale interprete di un’antica pratica filosofica, chiede un dialogo e, sebbene trovi più silenzi che risposte, non sembra perdere quel senso di fiducia nell’amicizia quale terreno comune del confronto, che è alla base della capacità di accogliere con lealtà, senza sottrarsi, anche le questioni scomode. Diretto e frontale, l’urbanista fa nomi e cognomi, non “risparmia” nessuno, tuttavia non è sterile polemica la sua, piuttosto un sentito prendere parte, nel doppio senso di schierarsi e di “mettersi in mezzo”. L’accorata difesa del paesaggio italiano violato ed offeso da troppo tempo, fatta da Meneghetti nel nome del bello e del sentimento estetico, s’associa in queste pagine ad una profonda indignazione, che è forse il primo sentimento etico; un omaggio al kalos kai agatos degli antichi Greci, per i quali ciò che è bello è inevitabilmente anche buono. Leggendo Parole in rete risuona in mente il brano di De Gregori, Pezzi; ne danno ragione la struttura frammentaria del libro, che evoca il nome dell’album, e il riferimento d’entrambe le opere al “Bel Paese” distrutto. Sdegno e nostalgia per un’Italia che non c’è più. Meneghetti fotografa un Paese smembrato dalla costruzione selvaggia, supina a logiche e poteri che esulano o prescindono dagli interessi propri della comunità e della stessa architettura. L’urbanista denuncia, con casi concreti, abusi e soprusi di amministrazioni e governi, senza dimenticare il ruolo della persone singole, cui spetta sempre la decisione attuativa, segno che ciascuno può ed è tenuto a compiere la propria parte. Un canto accorato alla responsabilità civile, degli architetti in primo luogo, ma che avvicina anche chi ne è estraneo ai valori alti di una disciplina così importante per tutti.
Quando l´attuale presidente del Consiglio, davanti a 12 milioni di testimoni, ha condannato la pretesa della sinistra di «rendere uguale il figlio del professionista al figlio dell´operaio», egli è andato al fondo delle cose. Come in un testamento, ci lascia una straordinaria sintesi del senso della lunga rissa scatenata contro la Costituzione dalla sua coalizione di estremisti. Perché qui, in quella condanna – mai udita in questo Paese da quando si cominciò a costruire lo Stato unitario (e neppure, perfino, in regime fascista) – c´è la rivelazione del «programma». Un programma che non ha nulla a che fare con il liberismo fiscale e neppure con la devolution e le altre slegature dell´organizzazione della Repubblica racchiuse nel container in attesa di referendum costituzionale.
È un programma che va oltre perché è un piano di rottura dell´idea stessa di «repubblica», idea che trova svolgimento nei principi fondamentali scritti nella Costituzione. Principi valoriali che, però, non sono stati creati dalla Costituzione ma da essa sono «riconosciuti» e codificati. «Scritti» così come erano stati vissuti nella storia degli italiani, nella narrazione delle loro origini.
Quella rottura si consuma perciò con la chiarezza di una epifania quando per bocca del premier, si dice l´esatto contrario di quello che nella Costituzione è scritto all´articolo 3: «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana»...
A un programma costituzionale di progressiva eliminazione delle disuguaglianze – anche, com´è ovvio, con misure fiscali di equità – si contrappone, dunque, un concetto di pietrificazione sociale, di «stabilizzazione» classista. E si capisce subito come questo concetto si scontri frontalmente con il criterio costituzionale della progressività dell´imposta (art. 53). Dice questo criterio che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche, tenendo conto delle loro risorse, della loro capacità contributiva. Dice anche che i redditi dei contribuenti non possono sopportare spettacolari differenziazioni – come quelle ora esistenti nel nostro sistema fiscale – in ragione della diversità della loro fonte.
Ma vi è di più: quel concetto berlusconista va anche contro il programma di cittadinanza piena e inclusiva che la Costituzione disegna quando «riconosce» (ancora questo verbo: carico di storia e di umiltà statale) e «promuove» le autonomie locali, garantendo ad esse l´integrale finanziamento delle funzioni pubbliche loro attribuite (artt. 5 e 119). Le autonomie locali, dunque. Come indicazione preferenziale delle comunità di vita e di destino, in cui meglio si conosce, per i lunghi secoli della straordinaria storia comunale italiana, la geografia sociale dei bisogni e delle fragilità delle città e dei cittadini. Togliere, dopo cinque anni di strette finanziarie, ancora soldi a questa Italia profonda, mettere con il taglio delle imposte locali (ICI, rifiuti...) le mani in tasca ai comuni, significa rendere ancora più netta e profonda – sopprimendo servizi pubblici – la frattura sociale di questi ultimi tempi: con i ricchi più ricchi, i poveri più poveri e la classe media sempre più sullo scivolo.
Si capiscono, allora meglio certe espressioni di disprezzo per quegli «altri» che sostengono invece le regole di equità fiscale, di solidarietà, di coesione comunitaria. È la stessa contrapposizione che si trovava in un tempo (per fortuna) passato in certe repubbliche sud-americane. Dove gli «altri» – quelli che si opponevano a forme di Stato e di governo, dominate nei secoli dai caudillos espressi dai «beati possidenti» – erano chiamati semplicemente, «los rotos». Quelli che la nascita, la fortuna, la vita avrebbero semplicemente «rotto». E che, invece, erano, come spesso accadeva, l´anima vibrante, la cultura popolare di quegli Stati lontani.
Ma in quella stupefacente «confessione» di un premier precario risulta anche chiara una congiunzione anti-repubblicana. Da un lato, questo attacco al principio di uguaglianza che la Corte costituzionale, in una sentenza di 40 anni fa, ha propriamente indicato come il «principio che condiziona tutto l´ordinamento nella sua obiettiva struttura». Dall´altro lato, l´attacco, portato per una intera legislatura, alla struttura unitaria dell´organizzazione della Repubblica, ai suoi equilibri, alle sue garanzie, al suo stesso funzionamento: l´attacco che ha prodotto lo squallido disegno di eversione, la devolution Bossi-Calderoli, sotto giudizio referendario.
Questo ricongiungimento dei progetti anti-costituzionali fa anche toccare con mano la necessità di «unificare i processi» alla legislatura che è passata e al governo e alla maggioranza che ne sono stati responsabili. Non si possono tenere distinte, in questo clima, le poste in gioco nel gran risiko italiano. Domani e lunedì sono in ballo quattro scelte decisive: sul parlamento, sul governo, sul presidente della Repubblica, sulla Costituzione. Quattro scelte con un solo voto.
Si voterà infatti per un parlamento che per essere veramente nuovo, dovrà innanzitutto esprimere presidenti di assemblea capaci di ricucire la tradizione garantista interrotta dagli ultimi due. Che dovrà essere capace di esprimere un governo forte e stabile ma anche di controllarlo: perché il potere solitario, anche quando è un potere amico, si logora e si corrompe.
Si voterà poi per un governo che governi secondo l´interesse nazionale, bussola insuperabile nella normale dialettica di coalizione. Che riesca a ricomporre la frattura sociale e la frattura civile, apertesi nel Paese, e la frattura europea, apertasi nell´Unione (riassunta nell´appello-copertina dell´Economist che sta facendo il giro del mondo...).
Ma si voterà anche per un presidente della Repubblica che abbia il compito di continuare l´opera di pacificazione e di concordia nazionale tenacemente perseguita, malgrado tutto, senza dissipare un solo giorno del suo mandato, da Carlo A. Ciampi. Il parlamento che uscirà dalle urne imminenti sarà, infatti, quello stesso che, quindici giorni dopo, voterà per l´erede di Ciampi o per Berlusconi.
E si voterà anche per la Costituzione: perché la maggioranza parlamentare che verrà fuori, lunedì alle cinque della sera, avrà poi una fortissima capacità di trascinamento sul referendum di giugno. E quindi questo referendum costituzionale «si farà», anticipato nella sua intima sostanza, anche esso, domenica e lunedì.
Allora: un parlamento, un governo, un presidente della Repubblica, una Costituzione. Tutto si tiene in brevissimo spazio. Mai un voto sono decise tante cose incrociate per il destino nazionale.
Il 2 di giugno del 1946 nacque la Repubblica e si cominciò a scrivere la Costituzione come sua ragione di esistenza e insieme come programma per il suo futuro. 60 anni dopo, il 2 giugno 2006, rischiamo di avere, con un governo complice, una specie di nuova forsennata monarchia al Quirinale. E in più il rischio di una Costituzione «incostituzionale» perché fatta contro il nucleo dei principi e dei valori che da allora ne formano l´identità e le danno la carica propulsiva.
Nel vicino weekend degli Ulivi noi decideremo su tutto questo. E ci ricorderemo certo della parabola del «figlio dell´operaio» e del «figlio dell´ingegnere» raccontataci dal signor presidente del Consiglio.
Alla fine ce l’ha fatta: anche se pubblicato a ridosso della fine dell’anno, il libro di Robert Bruegmann Sprawl: A Compact History è entrato nei dieci lavori più votati per la classifica 2006 di Planetizen. Un bel risultato, che in fondo non sorprende visti il tema, il titolo “compatto” ad effetto, e soprattutto i contenuti sostanzialmente favorevoli all’insediamento diffuso, secondo una linea raffinata e innovativa. Tanto raffinata e innovativa che anche un osservatore certo non sprovveduto come Robert Fishman ha scritto che si tratta di una brillante sfida ai luoghi comuni sull’argomento, documentatissima e di respiro internazionale, e che dell’autore riflette “ il profondo rispetto per le scelte di milioni di famiglie a favore dell’abitazione a bassa densità”. E in effetti la tesi sostenuta e lo sviluppo critico scelti da Bruegmann sono notevoli: lo sprawl non sarebbe una patologia novecentesca legata all’automobilismo di massa, ma un percorso lungo, per molti versi inevitabile, che dagli albori delle civiltà urbane rappresenta una naturale evoluzione delle città in crescita. Ne risulta, secondo la breve scheda critica proposta da Planetizen, “ un lavoro accessibile e conciso, che chiede di … riconsiderare la necessità di una comprensione più complessa, non necessariamente negativa, del fenomeno”.
Un approccio intrigante sin dall’inizio, con l’autore che descrive una planata d’aereo verso la pista di una grande area metropolitana, quando la fusoliera si inclina e sul finestrino all’uniforme sfondo del cielo si inizia a sostituire il tappeto verde e ondulato del paesaggio. Appaiono piccoli segni di presenza umana, che si fanno via via più definiti e regolari, mentre l’aereo perde quota e contemporaneamente si avvicina al corpo centrale del sistema insediativo. Scorrono sino a scomparire sotto il profilo dell’ala, dapprima le formazioni appena percettibili dell’ esurbio, con le abitazioni distanziate e simili ad antichi castelli che presidiano un territorio seminaturale; poi le varie fasce discontinue ma visibilmente più strutturate dei suburbi, di fascia esterna, intermedia, e più interna sino a fondersi con la periferia urbana estrema. Alla fine compaiono sull’orizzonte gli imponenti grattacieli del Central Business District mentre già si profila la pista di atterraggio, ma qui l’Autore ci ha già implicitamente ed esplicitamente comunicato che “ Per i miei scopi ho ritenuto che la mia migliore fonte di informazione fosse lo stesso ambiente costruito. Gran parte della mia ricerca è consistita nell’andare in giro e guardarmi attorno”. Un guardarsi attorno che come già accennato non si limita certo ai finestrini dell’aereo o dell’auto, ma comprende una notevolissima mole di attente letture. A partire da quella della parola: SPRAWL, dalla sua grafia e modo di presentarsi delle vocali e consonanti, prese una per una o nell’insieme. Povero sprawl, si dice Bruegmann, come ti presenti male già all’inizio! Quasi per forza produci per istinto un atteggiamento negativo nei tuoi confronti, che poi ispira tutte le letture pregiudizialmente negative del fenomeno. Anzi, di una miriade di fenomeni, tutti raccattati dentro a quella orribile parolaccia, ma diversi, a volte per niente studiati, definiti in modo vario e variabile e seconda dei casi e delle stagioni culturali. Insomma un guazzabuglio, dove anche elementi a prima vista inoppugnabili, come il concetto di “densità” cambiano senso a seconda delle convenienze dei vari crociati che allo sprawl, sempre e comunque, si opporranno. Sprawl che, secondo l’Autore, pur in tutte le infinite varianti si concreta sempre nella casa di qualcun altro, mai nella propria.
Un approccio simpatico e abbastanza convincente, un po’ da cartone animato con quella parola SPRAWL che inizia a stiracchiarsi esattamente come poco prima scorrevano le lontane chiazze dell’insediamento diffuso sul finestrino dell’aereo. Il fatto è che l’atmosfera da cartone animato comincia da qui, pur se in modo discreto, a stiracchiarsi un po’ troppo.
A partire dal percorso storico e internazionale che ha distinto da subito il lavoro di Bruegmann rispetto alla miriade di altri sul medesimo argomento e quasi col medesimo titolo. Perché questo rappresenta indubbiamente il primo (e più ripreso dalla stampa non specializzata) fondamentale punto di forza del libro: non c’è l’abituale – spesso anche un po’ confuso – sfondo novecentesco USA da cui spuntano improvvise a milioni le famiglie middle-class, complete di villetta, doppia auto, falciatrice e moralismo da quattro soldi. Qui le nebbie si diradano già da molto, molto prima, e in posti molto, molto lontani dai soliti Oak Springs, Weeping Willows e compagnia bella. Si parte, ad esempio, dalla constatazione che pure gli antichi romani, almeno quelli che potevano permetterselo, se la filavano appena possibile dall’ urbs per antonomasia, a raggiungere le frescure riposanti del suburbium. Qui il lettore dovrebbe essere già in trappola, perché questo non glie l’aveva mai raccontato nessuno: nessun complotto della destra repubblicana, della highway gang militar-industriale, o dell’inventore delle casette Cape Cod, William Levitt; solo patrizi romani, e poi signori rinascimentali, di epoca barocca, e intraprendente paleoborghesia londinese. Tutti, insomma, appena riescono a permetterselo economicamente, scappano dalla città per periodi più o meno lunghi, per tornarci quando gli affari chiamano. Descrizione come sempre documentata, equilibrata, accattivante anche per l’uso continuo di termini moderni e correnti: esurbio, suburbio, sprawl.
Interessante, senza dubbio, ma mi ricordava qualcosa. Qualcosa che mi è tornata in mente con chiarezza parecchio più avanti nella lettura del libro, ma che evidentemente già da qui aveva iniziato a ronzarmi nell’orecchio. Era una citazione dalla Bibbia, esattamente dal Levitico, molto usata (dai non specialisti ma attivisti e propagandisti “politici”) all’epoca delle New Towns britanniche. Diceva, più o meno, il Signore ordinò di lasciare tutt’attorno alla città una grande fascia verde, perché ci potessero pascolare gli armenti e si potessero coltivare gli orti; e gli attivisti dicevano: ecco qui, da dove nasce l’idea della Greenbelt, dalla parola del Signore e dalla notte dei tempi, mica dalla pensata estemporanea di qualche architetto o planner dirigista! Alla lettera, per i veri appassionati, la citazione recita: “ Le case dei Leviti situate nelle città, possono sempre venir riscattate […] I loro campi suburbani però non vadano venduti, perché sono loro possessione perpetua” (Levitico, 25, 34).
Con questo vago ricordo per la testa, ho riguardato quella rassegna di Bruegmann sullo sprawl nella storia umana, e mi è parso proprio di vederci, diluito e reso più simpatico e convincente da una leggerezza da cartone animato, il medesimo zelo di certi attivisti howardiani dell’ultima ora con le loro citazioni bibliche. E mi sono apparse delle decise forzature quelle immagini che, sotto sotto, consapevolmente o no, evocavano paterfamilias pendolari bloccati in un ingorgo di bighe, o gli amici di Boccaccio in villa che nelle pause del Decamerone falciano il prato o ridipingono lo steccato. In altre parole, il tentativo di attualizzare l’enorme mole di riferimenti storici (comprese città quasi mitiche dell’Asia antica) a mostrare che lo sprawl è componente irrinunciabili dell’urbanesimo, ha cominciato a sembrarmi una specie di saga Flintstones, dove Fred, Barney, Wilma e soci, riproducono in tutto e per tutto uno stereotipo di vita quotidiana del suburbio americano, facendoci entrare qualunque particolare, purché ricostruito in pietra e senza elettricità o motori a scoppio. Perché, a pensarci bene, il “pendolarismo suburbano” su biga o carrozza, di senatori romani o borghesi parigini, è un concetto non molto più realistico delle scorribande di Fred e Wilma allo shopping mall di Bedrock il sabato pomeriggio.
Il che, naturalmente, non significa superficialità, o mancanza di attenzione per tutto ciò che non conferma direttamente il punto di vista centrale. Le dinamiche della diffusione insediativa emergono ampiamente documentate dai vari filoni storico-geografici considerati (escluso quello della megalopoli terzomondiale, che come precisato dall’Autore rappresenta un caso a sé per l’assenza del rapporto diretto di tipo occidentale sprawl/sviluppo economico). Si aggiunge, in molti casi, anche l’equilibrata miscela di rassegna della letteratura scientifica, di quella di informazione o “militante”, e infine dell’osservazione diretta, a riprendere e dar corpo a quel suggestivo incipit dal finestrino d’aereo.
Ma pur nell’impeccabile incedere fra varie realtà e punti di vista sullo sprawl, le sue manifestazioni, le politiche pubbliche e le evoluzioni sociali, si nota quello che sembra sia un ricorso alla tecnica mediatica del “panino”, ovvero proporre ciclicamente per ogni tema un gruppo di opinioni favorevoli, uno contro, e un altro di favorevoli in chiusura. A questo si aggiunge una non sempre esplicita (ma piuttosto avvertibile) tendenza a mettere in ridicolo gli aspetti di attivismo e militanza che spesso hanno accompagnato – in pratica dal movimento delle città giardino a cavallo dei due secoli in poi – il dibattito sulla suburbanizzazione. Ed è piuttosto facile, per uno studioso di razza come Bruegmann certamente è, abituato a gestire in modo articolato fonti ricche e varie, scovare crassi esempi di goffaggine benintenzionata, o ricostruire processi in cui la “ricerca” non è davvero tale, ma si limita ad ammucchiare documentazione favorevole ad una tesi precostituita, da difendere a oltranza.
E infatti Bruegmann si guarda bene dal farlo, come emerge ad esempio dalla lettura del Saggio Bibliografico allegato in appendice, dove compaiono in bella evidenza noti lavori anti-sprawl come Building Suburbia di Dolores Hayden, Asphalt Nation di Jane Holtz Kay, o la “bibbia” del new urbanism, Suburban Nation.
Salta agli occhi con altrettanta evidenza, però, anche l’incredibile schematismo con cui viene presentato e liquidato un caposaldo dell’urbanistica moderna come il Greater London Plan di Patrick Abercrombie. Quelle pagine complesse e articolate, frutto non solo del lungo lavoro di coordinamento fra uffici, informazioni, centri decisionali, ma anche della stratificazione storica dal primo attivismo garden-city, attraverso gli studi metropolitani di Raymond Unwin, sino alle varie Commissioni tematiche a cavallo fra anni ’30 e periodo dei bombardamenti. Beh, è un po’ sconcertante vedere tutto questo trattato come intuizione arbitraria e un po’ schematica, nel solco del movimento moderno con qualche megalomania alla Le Corbusier, lo stesso Abercrombie ridotto a un autocrate, pure un po’ grigio e burocratico. E questo perché? Per lo stesso motivo che Robert Fishmann ha riassunto nel “ profondo rispetto per le scelte di milioni di famiglie”, le quali a quanto pare possono scegliere meno davanti a una fascia metropolitana a verde agricolo, e in generale a qualunque forma di programmazione che non segua automaticamente qualunque tendenza “libera”. Certo, la schematicità di molti piani grandi, grandiosi, o solo roboanti, ha provocato un sacco di guai nella storia. Ma ripetere per qualche dozzina di volte e su casi diversi che, orrore, la limitazione degli spazi per le lottizzazioni di villette ha provocato “aumento dei prezzi”, non sembra gran che come giudizio storico.
Ma si tratta, appunto, di osservazioni parziali, che nulla tolgono a quello che credo debba essere considerato il valore centrale, senza dubbio innovativo, del libro. Quello in cui riesce magnificamente lo storico dell’architettura di Chicago, è sottolineare la debolezza del consenso su temi anche ampiamente condivisi (come è diventato lo sprawl) quando il cane informativo e culturale inizia a mordersi la coda e a citarsi addosso. Non a caso sempre nell’ambito aeronautico che senza dubbio predilige, Bruegmann nota come lo sprawl sia ormai diventato argomento da copertina per le riviste gratuite delle compagnie, e di conseguenza “sospetto”. Naturale che il luogo comune sia sospetto, per l’accademico ricercatore che vuole aprire nuove frontiere, magari anche a chi vedrebbe la cosa da prospettive del tutto opposte, tranne che nel metodo. Ma questa è un’altra storia.
Il Levitico, tra l’altro recita “ non uscite dal recinto del tabernacolo; se no perirete, perché l’olio della consacrazione è sopra di voi” (10, 7), e una cosa che si può immediatamente fare è di trasgredire.
Con metodo, attenzione, e magari guardando verso l’alto, di tanto in tanto. Oltre che dall’alto di un volo di linea.
I dati completi del libro sono: Robert Bruegmann, Sprawl: a compact history, University of Chicago Press, 2005, $27,50; qui su eddyburg_Mall sono già stati proposti un breve estratto, e l’articolo autopromozionale di Bruegmann sul Guardian di qualche settimana fa.
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Sprawl Compact
Il paradosso della campagna elettorale si può sintetizzare così: la Casa delle Libertà più che il governo in carica appare come lo sfidante che mette a nudo le contraddizioni del programma dell'avversario. E riesce ad evitare che si parli del suo. Le 208 pagine del documento dell'Unione sono state vivisezionate e utilizzate dalla controffensiva polista. L'economista Giacomo Vaciago su Europa ha raccontato che qualcuno ha fotocopiato la pagina 130 e l'ha fatta circolare tra i tassisti, tradizionalmente contrari alla liberalizzazione delle licenze. Dei propositi per i prossimi cinque anni di un nuovo governo di centrodestra, invece, poco si discute. Persino i candidati dell'Unione giocano di rimessa. Puntano sulle emozioni restando imprigionati in uno schema che considera il 9 aprile un referendum anti-Berlusconi. L'abc dell'alternanza prevederebbe un altro schema: l'opposizione che aspira a conquistare la maggioranza incalza il governo uscente e ne sminuzza il programma.
Anche perché il programma elettorale 2006-2011 della Casa delle Libertà di spunti ne offre. Il dettaglio più interessante lo si trova al capitolo «Finanza pubblica»: si parte sostenendo che il patrimonio pubblico (Eni, Enel, immobili, spiagge, caserme, etc.) è superiore al nostro pur mostruoso debito, 1.800 contro 1.500 miliardi di euro. L'ipotesi di lavoro che ne consegue è di «collocare e valorizzare sul mercato» almeno il 40% di questo patrimonio stimando di portare a casa per questa via la bella cifra di 700 miliardi di euro. Come? Offrendo «ai risparmiatori e investitori maggiori e migliori opportunità di impiego privato dei loro capitali». La proposta non è nuova di zecca e, come ha scritto sul Corriere del 25 febbraio Massimo Mucchetti, assomiglia molto all'idea formulata qualche mese fa da Giuseppe Guarino, giurista ed ex ministro delle Finanze. Che suggeriva di mettere tutti gli asset pubblici in una holding — maliziosamente la chiameremo Nuova Iri — che potrebbe indebitarsi emettendo obbligazioni presso i piccoli risparmiatori e incassare fino ai 700 miliardi di cui sopra.
Di altre entrate che non derivino da «azioni contro l'evasione fiscale» nel programma non vi è traccia, quindi la Nuova Iri assolve un ruolo-chiave. Serve ad assicurare indirettamente la copertura per un costoso programma elettorale. Sommando gli esborsi per il bonus bebè, gli incentivi alla natalità, la costruzione di asili, il sostegno alle infrastrutture e la riduzione di 3 punti del cuneo fiscale, si arriva a una stima di maggiori uscite che varia dai 35 ai 40 miliardi di euro. Per avere un termine di paragone il taglio di 5 punti del cuneo fiscale, sponsorizzato dall'Unione e la cui copertura è tuttora un rompicapo, costa «appena» 10 miliardi di euro. Ma chi paga gli investimenti previsti dal programma della Casa delle Libertà? I risparmiatori che dovrebbero acquistare i bond lanciati dalla Nuova Iri. Basta dunque emettere della carta per quadrare il cerchio dei conti pubblici e addirittura finanziare nuovi interventi di spesa? Il dubbio è lecito. Per convincere i risparmiatori a sottoscrivere una quantità straordinaria di titoli di una sola società dovrebbero remunerarli adeguatamente, probabilmente anche più degli stessi Bot. Si configura così una partita di giro a somma negativa: per abbassare il debito pubblico si fanno pagare più oneri finanziari allo Stato, anche se nella veste di proprietario della Nuova Iri. Il successo di quest'operazione segnerebbe il trionfo della finanza creativa, ma a Bruxelles e Londra resterebbe il legittimo sospetto di un utilizzo a copertura di spesa e non solo per cancellare parte del debito.
CI sono momenti, durante questa campagna elettorale che è drammatica nella sostanza più ancora che nei toni, in cui si apre come una voragine e dentro la voragine precipita tutto quello che dovrebbe contare: il significato autentico del voto che stiamo per dare, la capacità di esprimere un giudizio complessivo su come siamo stati governati e su come vorremmo esserlo, la sostanza stessa della politica e della democrazia. I manuali e le tradizioni liberali ci dicono una cosa essenziale sul nostro sistema politico, che rischiamo di perder di vista: ridotta all’osso, la democrazia è la facoltà, data al cittadini, di mandare a casa chi ha governato male.
Non crea felicità, perché la felicità è individuale e gli uomini liberi si associano di solito per far fronte a un male o correggere errori, essendo mali ed errori più certificabili del bene. Sono le ideologie o la pubblicità che promettono le fatali rive del sentirsi-bene collettivo. In una campagna elettorale si esaminano naturalmente i candidati oppositori, ma l’attenzione si concentra su coloro che hanno avuto il comando. Hanno fatto leggi benefiche, e compiuto il loro dovere? Hanno tenuto parola? Sono stati onesti i loro deputati? Tutto questo si domanda il cittadino, nella cabina elettorale, quando c’è democrazia e non s’aprono voragini.
Siamo in tanti ad aver dimenticato che questi sono gli interrogativi ed è il motivo per cui la campagna è così stordente, accecante. Se da giorni e giorni siamo sommersi dalla paura di veder tassati dalla sinistra bot, cct, case, successioni, è perché l’essenza della scelta democratica ci sfugge, e una confusione enorme s’è installata nelle teste. Accettiamo che i governanti si presentino come oppositori, eterni ribelli a una sinistra che di fatto ci dominerebbe, e che come oppositori siano dunque esentati dall’obbligo di render conto di tutto quello che hanno fatto nella loro legislatura. E accettiamo che gli oppositori rispondano di disastri di cui non sono responsabili. Render conto di quel che si è fatto si dice in inglese accountability, che non è solo assumersi responsabilità ma permettere che quest’ultima sia contabilizzata. Quando si vota in democrazia, il governo non può presentarsi alla maniera di Berlusconi, Fini o Casini: come fosse vergine, e per cinque anni non avesse detto né commesso alcunché.
I primi ad accettare questa stordente campagna che confonde i ruoli sono gli oppositori. Invece di incalzare il governo su quello che ha fatto, il centrosinistra si sente in dovere di rispondere e giustificarsi sui propri vizi, su proprie ataviche tentazioni.
Si è fatto mettere in un angolo su bot e cct - poteva parlare genericamente di sacrifici - e il più delle volte neppure spiega come mai queste o altre privazioni saranno necessarie. Lo sono perché le finanze sono di nuovo gravemente danneggiate, come certificato da Banca d’Italia. Perché una vera liberalizzazione non c’è stata, perché privatizzato è stato il monopolio dei tabacchi e nient’altro, perché ci sono servizi pubblici non rinunciabili. La destra aveva promesso una rivoluzione liberale: non c’è stata.
Il centro sinistra potrebbe andare al fondo della questione, e spiegare perché non c’è stata: perché il governo ha speso energie approvando leggi ad personam, fatte con l’intento di proteggere personaggi condannati o sotto processo per corruzione (anche corruzione di giudici con soldi Fininvest, nel caso Previti) o per collusione con la mafia (Dell’Utri): leggi che la sinistra condannò, e di cui misteriosamente non parla più. Perché il monopolio sulle televisioni private (cui si aggiunge la Rai, controllata da Berlusconi-capo del governo) è stato tutelato da ogni concorrenza (il fallimento della Sette è frutto di congiunte manovre di Berlusconi e Tronchetti Provera). E ancora: l’Unione poteva ricordare che su 25 deputati condannati per corruzione, 21 sono nella maggioranza. Poteva elencare i ministri che hanno dovuto dimettersi (Ruggiero, Siniscalco), i giornalisti che non hanno potuto restare al proprio posto (De Bortoli al Corriere, Biagi e Santoro alla Rai). Poteva dire che non si vota per un governo che annovera ministri, come Calderoli, che dicono ai giornalisti: «Glielo dico francamente, la legge elettorale l’ho scritta io ma è una porcata. Una porcata fatta volutamente per mettere in difficoltà una destra e una sinistra che devono fare i conti col popolo che vota» (Rimando il lettore alla definizione - filologicamente ineccepibile - che Giovanni Sartori ha dato della parola porcata, Corriere della Sera, 28-3). Ma soprattutto avrebbe potuto parlare del male che affligge la nostra democrazia: il conflitto d’interessi, lo scandalo di un magnate dell’informazione che governa senza abbandonare le sue tv. Non tutti per la verità sono così inibiti. Non tacciono i libri (l’ultimo è quello di Alexander Stille, Citizen Berlusconi, Garzanti 2006). Non tacciono, all’estero, né i politici né la stampa. L’ultimo numero della Zeit denuncia il conflitto d’interessi e ricorda che Berlusconi non è un Arlecchino ma un politico pericoloso implicato in 14 processi.
Dico che la sinistra avrebbe potuto ma è ovvio che può ancora. Basta abbandonare l’insipienza che l’ha afflitta anche in passato, quando pensò di sorvolare sul conflitto d’interessi nell’illusione di fabbricarsi un avversario azzoppato (questo fu l’inciucio). Basta non farsi imprigionare dalla moda, tutta italiana, di considerar ormai scontata l’anomalia berlusconiana o la partigianeria dei giudici. Una moda che conferma quello che Nanni Moretti ha detto nei giorni scorsi: l’esperienza Berlusconi non finirà, neppure se vincesse la sinistra. Ha scolpito gli animi, la politica, il pensare. Ci ha resi indifferenti ai dilemmi etici, alla commistione politica-affari, alla menzogna, ben più che nel passato. Ha screditato durevolmente la giustizia, il pluralismo in tv. Ha «abbassato lo standard della moralità», scrive Stille. Ha ricoperto con fitta nebbia parole ormai del tutto vacue come moderatismo, centrismo, liberalismo. La destra si diceva moderata: non ne ha dato prova. Il suo moderatismo è stato estremista, a meno di giudicare moderato un ministro che si vanta d’aver escogitato porcate per rendere ingovernabile un’Italia di centrosinistra.
Prodi, a mio modesto parere, non ha bisogno di parlare di felicità: è un terreno sdrucciolevole, abbiamo visto. Basta che elenchi le leggi ad personam, i ministri che hanno agito o parlato senza serietà, le televisioni che palesemente non hanno informato. Non può lasciarsi intimidire e anestetizzare come si è lasciata intimidire e cloroformizzare gran parte della classe dirigente.
Anche noi giornalisti siamo parte di questa classe dirigente: talmente scafata, navigata, che di sensibilità etica e democratica ne possiede ormai poca. Siamo divenuti un ibrido singolare, per metà trepidi per metà strafottenti; quasi ci vergogniamo di menzionare conflitti d’interessi, giustizia, monopolio televisivo. Quasi ci siamo scordati che entrare in politica senza aver personali interessi è una regola base in democrazia, non qualcosa di sinistra o destra. Soprattutto quando gli interessi berlusconiani concernono l’informazione e giù per li rami telefonia mobile, provider internet, cinema, videonoleggio, assicurazioni sulla vita, fondi comuni, sport, editoria. Fare giornalismo corretto non può ridursi a incalzare prevalentemente la sinistra e non chieder conti alla destra.
L’episodio Berlusconi-Annunziata vale la pena meditarlo come lezione. Un governante ha deciso che in caso di domande sgradite s’alza, minaccia, se ne va. È un ricatto cui non converrà cedere con alcun governo, e a esso non ci si sottrarrà dirottando l’impertinenza quasi solo sull’opposizione, o su Prodi che questa prepotenza la rifiuta. Al duello Prodi-Berlusconi vedremo se l’intimidazione funziona o no, a cominciare dai tempi distribuiti.
Infine ci sono i cittadini-elettori. L’inquietudine sul fisco si capisce: l’Unione è stata demente a incuter tanta paura, senza neppure offrire un grande obiettivo nazionale come ai tempi dell’euro. Ma la trappola è in agguato anche per loro, anche per loro si tratta di riscoprire il tribunale elettorale e quel che dice Karl Popper: «La democrazia è il diritto del popolo di giudicare e di far cadere il proprio governo. È il solo strumento noto per mezzo del quale possiamo tentare di proteggerci contro l’abuso del potere politico; essa significa il controllo dei governanti da parte dei governati. E poiché il potere politico può controllare il potere economico, la democrazia politica è anche il solo mezzo di controllo del potere economico da parte dei governati. Senza controllo democratico, non ci può essere alcuna ragione al mondo per cui qualsiasi governo non debba usare il suo potere per fini molto diversi dalla protezione della libertà dei suoi cittadini» (La società aperta e i suoi nemici, Armando, 1996).
Ma un’altra cosa dice Popper, fondamentale: le istituzioni democratiche non possono migliorare se stesse, perché il problema del loro miglioramento riguarda in prima linea noi cittadini. Contrariamente a quello che ha scritto con malinconica trepidazione Luigi La Spina, venerdì su La Stampa, non credo che siamo condannati a esprimere pregiudizi piuttosto che giudizi, il 9-10 aprile, anche se il rischio è grande. Abbiamo tutti gli elementi per giudicare il governo. Abbiamo la memoria, la capacità di far di conto e il senso comune, se come elettori non trascuriamo il nostro turno di guardia.
[…] Sono imprevedibili i movimenti che disegna la storia, in superficie e sotto la superficie. Ho camminato per molte strade che hanno cambiato nome e appartenenza.
Insomma negli anni sessanta a me e a molti miei compagni successe come alla lucertola cui il gatto ha morso via la coda: ricresce. Lucertola mi pare un termine appropriato. Non sono stata un animale della foresta, neanche un gatto selvatico, e spero non una gallina. Una cosa è come si è, un'altra è come ci vedono e una terza come ci si pensa, rispettiamo le proporzioni. Per una lucertola che metteva la testa fuori, nell'Italia del 1960 faceva più tiepido che nel 1949. Il crinale fu l'estate di quell'anno, che si aprì col sollevamento di Genova infuriata per il primo congresso ostentato del Msi. Fu un evento perché l'antifascismo era da un pezzo sonnolento, e non è vero che non si facesse che parlare di Resistenza. Se l'avessimo fatto non ci avrebbero badato.
Nel 1960 saltarono fuori i giovanissimi, e chi li aveva più visti i ragazzi salvo che nei cortei fascisti per Trieste? Forse il parroco con il suo campetto di calcio, il cinema di periferia sabato o domenica, qualche balera. Non venivano nelle sezioni comuniste, e nelle case del popolo gli anziani con le carte e un bicchiere di vino ai tavolini gli mettevano voglia di andare altrove. Quel luglio invece schizzarono come cavallette, agili alleati dei portuali genovesi simili ad armadi, ragazzini in scarpe di tela e maglietta, versione mediterranea del teddy boy, figura rimasta esotica perché da noi giubbotti ed eskimo, quando arrivarono, vestirono tutt'altre creature. Le correnti si distinguono a distanza, a Londra erano i Beatles e da noi i fan di Adriano Celentano che gli si affollavano attorno alle Feste dell'Unità al parco Lambro perdendo per l'entusiasmo una montagnola di scarpe. La musica cambiava, è il caso di dirlo.
Anche l'antifascismo di chi il fascismo non l'aveva visto fu diverso da quello di prima. E diverso sarebbe stato nel 1968, che dette del fascista a gente cui noi non ci saremmo mai sognati. Una marea si affollò nell'autunno del 196o alle dieci lezioni sul fascismo che proponemmo, e si dovette chiedere al Comune il teatro più grande della città, e i giovani si spingevano dalle platee zeppe fin sotto il palcoscenico per ascoltare Foa e Amendola, non come chi ricorda ma come chi scopre.
Poco prima il paese aveva scricchiolato, la polizia sparò sul corteo di protesta a Reggio Emilia, per terra rimasero cinque morti ammazzati e ogni manifestazione fu proibita. Ero nella segreteria della federazione milanese quando discutemmo se fare il corteo lo stesso. L'esercito aveva ordine di impedirlo. C'era un pericolo? C'era. I morti di Reggio avrebbero trattenuto i soldati? Forse. Dovevo decidere di qualcosa che non era obbligato come in guerra, e poteva anche volgere nella morte di qualcuno. Decidere in prima persona, perché tutti eravamo traversati dallo stesso dubbio. Eravamo in cinque o sei, e di colpo ebbi voglia di sottrarmi. Alla testa del corteo sarei sicuramente andata, ma che di esso decidessero altri. Mi venne in gola un ancestrale: non tocca a me, ero una donna, quella cui è più naturale raccogliere i morti che impedirli, e tanto meno deciderne l'eventualità. Essere seconda è una amata interdizione, inconfessabile. Non se ne accorsero i compagni. In questi momenti si è alla pari. Dissi che sì, si doveva fare. E così fu.
Era una giornata di sole e di totale silenzio. Sfilammo in testa a una marea di gente, i soldati grigi armati fittissimi ci aspettavano a destra e a sinistra di corso di Porta Vittoria, le facce chiuse, immobili, pronti. Un compagno mi avvicinò e togliendo le mani dallo spolverino mi mostrò due bottiglie molotov. Sei matto! Metti via subito! Si scostò accigliato. Mi guardai attorno, forse ce n'erano altri. Non era più il tempo di motociclette della Volante rossa. Via via che avanzavamo capimmo che, salvo un incidente, i soldati non avrebbero sparato. Alla fine del corteo respirai, mi sentivo stanca morta. Poco dopo cadeva il governo.
Molte cose mi sarebbero successe negli anni seguenti, ma di quella estate due mi hanno segnata. Due messe in guardia. Una la capii non molto dopo: quella fu l'ultima vittoria dell'antifascismo, perché era un fascismo nostalgico quello che tentava un ritorno ed era sconfitto da un no che veniva ancora dalle viscere. Avevo interpretato due anni prima De Gaulle nello schema della mia generazione - pur avendolo rispettato come un faro della Resistenza - e cioè che una destra autoritaria non poteva che essere fascista. Invece il suo non era fascismo affatto, non era neppure in senso stretto reazione, era quella che in Italia sognano i moderati, una destra « ammodernatrice», con principi, che mette dei freni alla instabilità e al gioco politico, e per questo era stato in grado di imporre ai suoi una pace onorevole con l'Algeria. Ma io lo intesi soltanto due anni dopo, nella Spagna del 1962, dove fui mandata in missione clandestina per mettere assieme un fronte antifascista da manuale contro un franchismo-fascismo da manuale. Ma non c'erano né l'uno né l'altro. Del franchismo si sbarazzavano le nuove classi dominanti, l'Europa, il capitale, tutto insomma salvo che una lotta di popolo. Mi vennero meno di colpo alcune coordinate che portavo con me dal 1943, come quando avanzando nel mare manca d'improvviso il piede.
La seconda fu la scoperta che non sfuggivo al femminile. E non sul terreno dei sentimenti, dove tutte ci muoviamo con millenni di desideri e frustrazioni addosso, ma su quello del razionale e del pubblico, dove mi dicevo che non c'è differenza fra un uomo e una donna. Non era così. Quell'impulso di fuggire davanti alla decisione del fare o no il corteo proibito fu un avviso che non mi ha impedito di fare scelte drastiche, ma si ripete ogni volta che non sono in gioco io sola - sento uno scarto, un esitare, un ritirarmi. Non credo che succeda a un maschio, il decidere per gli altri sta nel suo Dna. Da allora quando si tratta di scelte forti nella sfera pubblica riconosco l'impulso a far un passo indietro. E non mi pare una virtù pacifista, ma il riflesso di chi è stato per secoli fuori dalla storia. La materia di cui sono fatta ha questa grana. Combattiva ma seconda. Non decidere in prima o ultima istanza.
Non che le donne non amino il potere, lo esercitano senza pietà nel privato e l'una contro l'altra. Ma fuori del privato siamo tentate di seguire, a costo di romperci in due, la strada decisa da altri. Ci sentiamo estranee, e come Virginia Woolf lo rivendichiamo non senza subirne le conseguenze con lacrime e strida. Ma raramente lo mettiamo in discussione, perché implica meno violenza, e sarebbe una virtù, ma anche meno responsabilità, e dubito che lo sia. Diffido dei saperi detti femminili - la cura per il vivente ma se è prossimo, la predilezione per l'orizzonte privato, la scarsa attrazione per i sogni della ragione, assieme a un'utile ironia, celata per affetto, per le grandezze esibite dai nostri uomini. Non sono sicura che sia una sapienza, è l'eredità d'una condizione subita. Le femministe me lo hanno rimproverato. Io ai miei poveri poteri pubblici non avrei rinunciato, mentre mi pareva un po' losco usare di quelli privati.
«Ma noi abbiano la seduzione! » mi sorrise un giorno un'architetta in tailleur blu ma con scarpette cangianti che la dicevano lunga. Se la tenesse, quella sua seduzione, arma di prossimità. Perché io mi preoccupavo del mondo ed ero diventata una dirigente. La più giovane fra gli uomini del Pci. E non c'è dirigenza che si senta più innocente di quella d'un comunista. Dirigente senza privilegi, dirigente senza soldi, dirigente che impiega la vita per inseguire il giusto. Insomma, la coscienza tranquilla. E poi il potere è una passione e la sua più tremenda tentazione è il poter fare. Temo che questa sia la radice delle vessazioni dei leader, borghesi e comunisti, più che la smania di calpestare gli altri - questa riflette la nostra paura primaria, mentre quella è il biblico serpente che sussurra: se a quel posto ci fossi io, rimetterei le cose nel verso giusto, gioverebbe a tutti, vedi mai se ne viene un uomo nuovo. Divino. Feci un salto, appena iniziata la deriva post Sessantotto, quando lessi che nell'occuparsi degli altri c'è il basso bisogno di metterci le mani sopra. E poi quando in una rivista femminista inciampai su alcune notevoli donne che s'erano date da fare per le altre ma narravano come un bel momento avessero deciso di non fare più che per se stesse, e tolta, per così dire, l'insegna su strada si trovavano felicemente assieme. Una di esse se la prendeva con Simone Weil: ma chi glielo aveva chiesto di immischiarsi, chi l'aveva chiamata? Fremetti di collera. E di dubbio. Chi aveva chiamato me, che non ero neanche Simone Weil? Nessuno. L'imperativo categorico che brilla come il firmamento sopra di noi? A rispondere così mi sarei tirata gli schiaffi.
Ero infuriata perché c'è una punta di vero in quel che le mie amiche chiamano, dandomi grandissimo fastidio, delirio di onnipotenza, come se fra senso di colpa per non fare abbastanza contro un mondo inaccettabile e volontà di dominarlo il margine fosse sottilissimo. E vero che il far politica come l'ho fatta io è folle di appropriazione, anche se gravido di sconfitte. Ho invidiato chi faceva un libro o un film, lasciando qualcosa di suo e compiuto; quel che io perseguivo, se funzionava, sarebbe stato di molti, e se non diventava di molti, voleva dire che non aveva funzionato. Come è infatti accaduto. A quel punto non resta che ripiegare - dal fare all'essere, dall'essere allo scrivere. Poca cosa. Intanto so che nel fare con e per altri, se non è per amore di dio, c'è una immensa gratificazione. Quando alcune donne, passando dall'accusa di prepotenza al suo opposto, mi hanno rimproverato di aver sacrificato me stessa, mi domandai quali tesori interni avessi mai dissipato, che cosa avessi perduto, in che cosa non mi fossi voluta bene. Non trovo granché. Sacrificata? Ma via. Di una stanza tutta per me non ho sentito la mancanza avendo per me il mondo e potendo perfino recederne. Mai ci si realizza come assieme agli altri, cui con naturalezza si spiega come fare - dev'essere il temibile materno, fabbricare le creature, nutrirle, insegnargli a camminare, svezzarle malvolentieri. Mai si è meno sacrificati che in un collettivo che hai scelto e cui ti credi necessaria. Galoppi come madre Teresa, sulla cui santità nutro molti dubbi, e muori di fatica tutta contenta. Ho scarsa pazienza con chi se ne lamenta.
QUANDO Silvio Berlusconi, nel corso delle sue infuocate declamazioni, afferma che i comunisti mangiano (o magari fanno bollire) i bambini, nessuno ci crede veramente e la cosa finisce lì. Se afferma invece che Bertinotti vuole reintrodurre l'imposta di successione su patrimoni anche medio-piccoli, pari a 350 milioni di vecchie lire, il cittadino medio ne rimane immediatamente turbato, comincia a fare i conti su quanto gli toccherebbe pagare; e una parte del ceto medio, essenziale per il suc-cesso elettorale dell'Unione, raffredda di colpo i propri entusiasmi per il cambiamento.
Alla distanza, così com'è naturale in una democrazia, il tema fiscale emerge come una delle maggiori determinanti della decisione di una fascia importante di cittadini non tanto di appoggiare questo o quello schieramento quanto di recarsi o non recarsi a votare. Nei giorni scorsi, l'Unione ha sicuramente avuto serie incertezze, se non ambiguità, in questo campo estremamente sensibile, lasciando i suoi possibili elettori privi di alcuni elementi di giudizio e suscitando malumori e disorientamenti. Nasce di qui la tentazione, avvertita in alcuni sondaggi, di seguire i segnali, al contrario robustamente positivi, anche se del tutto irrealistici, lanciati dalla Casa delle Libertà, di rifugiarsi per un momento in un'Italia economica che non esiste e in cui tutto va bene, invece di affrontare una situazione reale con le sue difficoltà e zone d'ombra ma anche con le opportunità di cambiamento.
Dopo un’attesa che è durata oltre una settimana, le incertezze hanno cominciato a diradarsi soprattutto nella giornata di ieri, a seguito di doverose puntualizzazioni in base alle quali il programma economico dell'Unione appare impostato su tre pilastri. Il primo è l'uniformazione della tassazione dei redditi da capitale, il secondo la riduzione di cinque punti percentuali del cuneo fiscale, il terzo la lotta all'evasione. Dei tre, il primo è quello meglio specificato e complessivamente più ragionevole: sembra infatti rispondere contemporaneamente a criteri di efficienza, legata a un'unica aliquota, e di equità in quanto si realizzerebbe una minore imposizione fiscale sui redditi minuti dei conti correnti e una maggiore imposizione sui redditi di capitale. La riduzione del cuneo fiscale appare anch'essa ragionevole e corrisponde a un «mix» efficienza-equità ma non tutto è ancora chiaro sul modo in cui sarà finanziato e su quali voci avverrà la decontribuzione. In ogni caso, la politica dell'incoraggiamento fiscale al lavoro a tempo indefinito e il disincentivo alle formule precarie sono una linea più che ragionevole di fronte allo spettro di una precarietà eretta a modo di vita, con i risultati che si vedono in questi giorni in Francia.
Rimane largamente da chiarire il terzo pilastro, quello della lotta all'evasione fiscale, assai facile da enunciare ma più difficile da tradurre in risultati concreti, soprattutto in tempi relativamente brevi. La lotta all'evasione è un obiettivo largamente condiviso ma indicazioni maggiori sono importanti per un cittadino medio che teme di dover subire accertamenti rigorosi per piccole cifre e di dover assistere alla possibilità di «fuga» per contribuenti di maggiore dimensione.
Romano Prodi ha più volte dichiarato che le decisioni cruciali sono di sua competenza e proprio la persona di Romano Prodi - nonostante le evidenti falsità sul suo conto distribuite a piene mani nella polemica politica che l'hanno indotto a sporgere querela contro il presidente del Consiglio - rappresenta una garanzia per quella parte dell'elettorato che inclina verso l’Unione e che è ancora alla ricerca di rassicurazioni contro un’eccessiva inclinazione a sinistra, ossia un eccessivo accento sulla redistribuzione dei redditi invece che sulle prospettive di crescita dell'economia.
Questi elettori non hanno bisogno che venga loro «indorata la pillola»: l'italiano medio sa benissimo che le cose non vanno molto bene, che suo figlio ha, oppure avrà, difficoltà a trovare un lavoro soddisfacente e ha dimostrato in passato di saper tenere comportamenti responsabili e di accettare anche sacrifici fiscali per migliorare questa situazione. Vuole però il ritorno alla crescita e al cuoco Prodi non chiede la ricetta della torta, ma la lista degli ingredienti e la garanzia che a cucinare sarà veramente lui.
L'immagine è la riproduzione del quadro "L'esattore delle tasse" di Jan Massys
Nei giorni pari il Cavaliere fa il lupo, nei giorni dispari l’agnello. Oggi è dispari, perché è cominciato il lamento sulla sorte delle sue tre televisioni. "Le minacciano – dice Berlusconi – e questo dimostra che siamo ancora una democrazia incompiuta". In realtà il suo impero cresce, le televisioni godono di ottima salute, e non le minaccia per fortuna nessuno. Semplicemente, il leader della destra italiana potrebbe perdere le elezioni, anche se tutto è ancora incerto. Ma questo basta perché tre intellettuali come Giuliano Ferrara, Piero Ostellino e Sergio Ricossa – dopo anni di ascetico silenzio sull’intreccio costituente tra la destra e le sue televisioni – facciano immediatamente eco al lamento berlusconiano, con un pubblico appello che chiede a Prodi un impegno a non varare alcuna legge che obblighi Berlusconi a scegliere tra azienda e politica.
Tutto questo, in realtà, ci porta direttamente davanti al peccato originale del decennio italiano: il conflitto d’interessi del Cavaliere. E cioè, per dirlo in termini di scuola, quell’insieme di cointeressenze proprietarie e di responsabilità politiche che coabitano nella figura e nell’azione del presidente del Consiglio, perché non si è voluto liberare delle prime mentre acquistava le seconde. È un conflitto plastico, nella sua evidenza clamorosa e conclamata, talmente esteso e su materie così sensibili da profilarsi come una turbativa strutturale del sistema politico e istituzionale italiano. Si può provare a parlarne seriamente come di un grande nodo della democrazia italiana, fuori dalla propaganda elettorale? Si può addirittura tentare di farne un tema bipartisan, fuori dalla ricerca di vendette assurde e vantaggi impropri, nella convinzione che sia interesse generale della nostra democrazia risolverlo?
Il conflitto d’interessi entra pesantemente nella politica italiana con l’ingresso in campo di Silvio Berlusconi. Non è vero che esistono nel nostro Paese altri conflitti tra potere privato e responsabilità pubblica anche solo lontanamente paragonabili a questo.
Né è vero che esistono in altri Paesi casi di Primi Ministri, o candidati a quella carica, che abbiano contemporaneamente in dote un impero industriale, finanziario e mediatico, accanto ad un partito. Lasciamo stare, per rimanere al nocciolo del problema, la disparità (economica, finanziaria, di mezzi di pressione) tra le forze politiche che pesa oggettivamente su ogni confronto elettorale. E tralasciamo anche, per brevità, l’analisi concreta dei molti interessi industriali, assicurativi, editoriali, finanziari, sportivi, che Berlusconi porta con sé ogni volta che siede al tavolo del Consiglio dei ministri, che deve pur deliberare su quelle materie. Limitiamo dunque l’analisi al campo più sensibile, quello delle televisioni, che coincide in gran parte con la percezione popolare dell’identità imprenditoriale del Cavaliere.
La questione, a mio parere, pone problemi rilevanti e oggettivi sotto due aspetti: uno in termini di fatto, e uno in termini di principio. Dal punto di vista dei fatti, purtroppo, c’è in questi giorni solo l’imbarazzo della scelta. Dall’8 al 21 marzo, le tre reti di Berlusconi (visto che lui ne è ancora il proprietario) si sono comportate così: Tg4, 82,7 per cento del tempo alla Casa delle libertà, 17,03 all’Unione; Studio Aperto, 79,3 contro 19,4; Tg5, 61,2 contro 38,6. Nello stesso periodo preso in esame, in Rai il Tg1 ha concesso il 54,6 per cento del tempo informativo alla destra contro il 45,2 alla sinistra, il Tg2 il 55,7 contro il 43,9, il Tg3 il 49,1 contro il 50,9. Nel dettaglio, sul telegiornale più importante delle reti Mediaset (il Tg5) dall’8 al 14 marzo Forza Italia ha avuto 50,30 minuti contro gli 8,55 dei Ds e i 4 della Margherita, mentre per An i minuti sono stati 23,49. Infine, i leader: dall’11 febbraio al 12 marzo il Tg5 ha ospitato il Cavaliere per 2 ore, 3 minuti e 11 secondi, contro i 20 minuti e mezzo di Prodi.
Ora, bisogna rispondere subito a un’obiezione classica della destra: con lo stesso controllo sull’apparato televisivo Berlusconi ha perso nel ‘96, e ha ancora perso ultimamente in tutte le elezioni, dunque è inutile scandalizzarsi per l’abuso tivù del premier. È un’obiezione che non prova nulla. Si potrebbe rispondere, usando quel metro, che senza lo strapotere televisivo avrebbe perso di più, avrebbe perso altre volte. Ma soprattutto, in termini di sistema, non importa il punto d’arrivo dell’uso televisivo distorto, perché è inaccettabile il punto di partenza. Meglio: in una democrazia liberale non è accettabile (non è nemmeno concepibile) che uno dei due contendenti parta per la gara con il vantaggio garantito dalla condizione proprietaria di tre televisioni. E non è accettabile, per un pensiero liberale, che durante la gara le usi in questo modo totalmente squilibrato a suo vantaggio. Un solo dato a consuntivo. In sei settimane di campagna elettorale del 1994 – l’anno mitico della "discesa in campo" – Berlusconi parlò sulle sei reti televisive nazionali per 1.286 minuti, mentre per il suo rivale, Occhetto, i minuti furono 395.
Una domanda. C’è in giro qualche liberale che considera equa, ragionevole, democratica o anche semplicemente decente questa proporzione che squilibra di per sé una campagna elettorale? Perché nessuno ha sentito il bisogno di dire una verità fondamentale, quasi tautologica, eppure taciuta in Italia, e cioè che il conflitto d’interessi berlusconiano è gravissimo anche e proprio per l’uso concreto e materiale che se ne fa a vantaggio del Cavaliere? È un vantaggio, vorrei far notare, preliminare, quasi una precondizione, come se fosse un dono di natura, un talento particolare, uno stato di grazia. Così connaturato ed intrinseco, consustanziale, che ha consentito a Berlusconi, il 26 gennaio del 1994, di fondare insieme Forza Italia, la destra che non esisteva, la sua identità di politico e la futura premiership non con un congresso di partito o un confronto pubblico, ma con una videocassetta, strumento e simbolo di un’alterità onnipotente e post-moderna, tutta giocata nell’iper-realtà dello spazio televisivo.
C’è poi, più importante dei fatti, la questione di principio. È chiaro, almeno per me, che Berlusconi ha vinto per un insieme di ragioni che stanno nella politica, non nella tivù. Ma abbiamo visto che non importa la spinta grazie alla quale si taglia il traguardo, se le condizioni di partenza sono comunque disuguali e il vantaggio di uno dei contendenti è chiaro e può essere squilibrante al momento del via. Ma c’è di più. Il punto topico di ogni ciclo politico, cioè la sfida elettorale, è sempre più confiscato dalla televisione, in anni in cui è scomparso il comizio, il volantinaggio, il contatto casa per casa, persino l’intervista, e sopravvive a stento qualche manifesto, a far da quinta slabbrata al vero paesaggio politico, quello televisivo. Questa legge proporzionale, addirittura, è una prova al quadrato della politica-tv: cancellando le preferenze, ha cancellato anche i candidati e ha abolito addirittura la campagna elettorale vera e propria, a favore di una surroga verticistica tra i leader, tutta nazionale, piramidale, e interamente giocata sullo schermo e sotto le luci della televisione.
Si deve dunque ragionare sulla televisione come moderna agorà, cioè lo spazio privilegiato dove si svolge il mercato – delicatissimo e decisivo – del consenso, il luogo politico dove si forma quel soggetto fondamentale e sensibile delle società contemporanee che è la pubblica opinione. Ora, come è possibile che in Italia quel mercato così cruciale sia l’unico che non è regolato, ai fini di renderlo libero? Di conseguenza, siamo l’unico Paese dell’Occidente dove un soggetto politico di assoluta rilevanza che guida un partito, guida la maggioranza del Parlamento legislativo e guida il legittimo governo del Paese, controlla nello stesso tempo anche l’universo televisivo: le tre reti private per via proprietaria, le tre reti pubbliche per via politica. È qualcosa che la nostra democrazia – abituata alle peggiori lottizzazioni, di destra, di centro e di sinistra – non ha mai conosciuto. Peggio, è qualcosa che non conosce nessuna democrazia occidentale.
È evidente che in termini di principio questa anomalia non è accettabile. È chiaro che non è un problema giocobino, ma una questione liberale. È pacifico che Berlusconi e la sua maggioranza non lo hanno voluto affrontare, perché l’attuale legge sul conflitto d’interessi è una burletta. Né lo vogliono affrontare oggi, nel momento delle geremiadi anticipate contro la sinistra liberticida. Ma chiedere a un leader che vuole concorrere per le due più alte cariche del Paese di liberarsi dal carico confliggente delle sue aziende, di scegliere tra la dimensione politica e quella imprenditoriale non è un gesto illiberale: è un gesto di chiarezza e di garanzia per tutti. E tuttavia, senza arrivare a questo: si può correggere l’anomalia separando seriamente – dico seriamente – la proprietà dalla gestione? Che cos’ha da dire in proposito la destra, visto che l’anomalia è evidente ed è un problema della democrazia, non della sinistra? Che proposta hanno gli intellettuali preoccupati solo dell’inesistente "esproprio"? Dopo dodici anni, può il partito-azienda aiutare l’azienda ad essere un po’ meno partito, almeno nella divisione degli spazi? Ecco la questione capitale. Tocca alla destra rispondere, se vuole essere credibile.
Anche perché in tutti questi anni tra i tanti appelli terzisti o pseudoliberali che spuntano ad ogni elezione, ne è mancato uno di poche righe, semplice e tuttavia doveroso: «Poiché il conflitto d’interessi esiste, ed è un’anomalia evidente, Silvio Berlusconi prenda un impegno d’onore a non usare le sue televisioni in modo da squilibrare – dalla maggioranza o dall’opposizione – il normale confronto politico». È certo una dimenticanza, che però è durata dodici lunghi anni. Con la televisione accesa.
La tabella è un'elaborazione di Eddyburg sui dati dell'articolo
Mi capita sott'occhio un mio pezzo di cinque anni fa, in cui dicevo di una burrascosa segreteria DS svoltasi all indomani della sconfitta elettorale. «Colpa nostra», aveva affermato qualcuno dei partecipanti, evocando le risse interne, i personalismi, le rivalità, le ostinate difese della propria piccola identità di gruppo, che avevano impedito un minimo di coesione tra le sinistre. Santa verità, notavo. Cui però a mio parere andava aggiunta «una grave sottovalutazione del pericolo Berlusconi». A conferma della quale citavo una serie di occasioni - articoli, interviste, dibattiti - in cui principale bersaglio delle sinistre radicali erano il governo di centrosinistra e le sue malefatte. Malefatte non certo immaginarie, intendiamoci. Ma si dimenticava di ricordare che Berlusconi vincendo avrebbe fatto - aveva già fatto - di molto peggio. E non ci si avvedeva di fornire così fior di argomenti da un lato alla strumentalizzazione della controparte, dall altro ai propositi degli astensionisti
Puntualmente tutto si ripete oggi. Se ne mostra ben consapevole Umberto Eco con il suo appello: un testo di lucido realismo, che non discute le ragioni dei delusi dalle varie sinistre, ma li invita nonostante tutto a votare, ricordando che «se si lasceranno trascinare dal loro scontento, collaboreranno a lasciare l'Italia in mano di chi l'ha condotta alla rovina». Un invito che immediatamente più d'uno a sinistra (Gianfrando Pasquino in testa) ha respinto come imperdonabile offesa al proprio senso critico, cui «mai si rinuncerà». E' la stessa posizione diversi giorni prima sostenuta da Alberto Burgio, il quale rifiutava come «intolleranza» e «riflessso autoritario» qualsiasi dubbio sull'opportunità di discutere in questo momento l'operato delle sinistre. Come se il rischio di aiutare in tal modo l'avversario non si fosse già dimostrato tutt'altro che una futile ubbìa.
Un vagone di critiche.
Al proposito può forse servire una rapida carrellata sui motivi di critica verso l'Unione e il suo programma più spesso ricorrenti (e che, premetto, sono in gran parte da me condivisi). Vado a caso, brutalmente sintetizzando. Ambigua la posizione sulla Tav. Vero, ma Berlusconi ha invece in proposito idee chiarissime, e vincendo direbbe senza esitare: «si esegua». Contenti? Prevista un'abrogazione solo parziale della legge 30. E la destra, che l'ha voluta e imposta, la cancellerebbe tutta intera e con entusiasmo, vero? Incerta la data del ritiro delle truppe italiane dall Iraq. Perché, da Berlusconi, che gli italiani in Iraq ce li ha portati e se ne vanta, potremmo aspettarci un ritiro immediato? Imperdonabile il compromesso a proposito dei Pacs. Una vittoria di quelli che con disinvolta eleganza parlano di froci e culattoni, darebbe forse migliori garanzie? Nessuna rimessa in causa del finanziamento delle scuole private. Ma con Berlusconi di nuovo al governo si potrebbe al massimo scommettere sull'ammontare di ulteriori largizioni, non credete? Idee poche e confuse in fatto di ambiente. Anche questo è vero, e anche qui la risposta è che Berlusconi ha al contrario idee chiare e incrollabili, cementificazione intensiva della penisola, grandi opere utili solo alla sua grandeur, abusi condonati entusiasticamente: non ve lo ricordate quando dichiarava con convinzione che non sono gli umani a nuocere alla natura, è vero piuttosto il contrario? Scarsissima la presenza femminile nelle liste elettorali, troppo timida e incerta l'intera politica di genere. Già, e con un governo fatto di «celoduristi», di clericali superbigotti, di fascisti orgogliosi di esserlo, come non sognare politiche alla Zapatero?
Situazione eccezionale
Si potrebbe continuare a lungo a questo modo - botta e domanda - a proposito di droga, migranti, cpt, scuola, università, ricerca, liberalizzazioni, democrazia sindacale, linea economica complessiva..., tutte le materie per cui si sono levate voci di delusi e insoddisfatti dal programma dell'Unione.
Materie tutte, o quasi tutte, disciplinate in base a leggi varate proprio dal governo Berlusconi, che mai ovviamente si sognerebbe, una volta tornato in carica, di correggerle nel senso desiderato dai contestatori. I quali d'altronde, mentre esprimono la loro critica su questo o quel problema, sembrano dimenticare l'eccezionalità della situazione complessiva: l'Italia precipitata ai minimi nella valutazione internazionale, la Costituzione gravemente intaccata in alcuni suoi principi portanti, il sistema giudiziario stravolto dalle tante famigerate «leggi ad personam», una nuova legge elettorale che vieta ai cittadini la scelta delle persone ritenute valide a governarli, la distanza tra ricchi e poveri fortemente aumentata non solo per via dell'economia in sofferenza ma anche di una politica finanziaria tutta a favore dei ceti alti. Mentre il premier con entusiasmo annuncia il proposito di portare a compimento l'operazione intrapresa. Di perfezionare cioè quel processo di corruzione polivalente (materiale, mentale, sociale) che sta facendo del nostro paese l'espressione esemplare di una cultura secondo cui tutto si può, anzi si deve, vendere e comprare. E chi ancora avesse dubbi ln proposito si legga Ahi serva Italia, prezioso libretto-testamento di Paolo Sylos Labini, appena uscito.
Infine. Davvero riesce difficile capire chi guarda con sospetto o giudica del tutto negativamente la dichiarazione di voto del Corriere della Sera a favore del centrosinistra. E' un fatto che ci condizionerà, si dice, che sposterà ulteriormente verso il moderatismo la politica dell'Unione.
Certo, non sono cose senza prezzo. Ma (come sopra) è davvero strano che nemmeno ci si domandi quale pò pò di «condizionamento» rappresenterebbe un altro governo Berlusconi, quale prospettiva aprirebbe, non già di accentuato moderatismo, ma del peggiore oltranzismo nell'indiscusso predominio del mercato, nell'incondizionata protezione del privilegio, nella servile subalternità all imperialismo americano. Tutti noi che sentiamo la necessità di un mondo diverso, e crediamo doveroso impegnarci per renderlo possibile, non possiamo non ritenere la cacciata di Berlusconi come il primo imprescindibile gesto proprio di questo impegno. E ringraziare chi ci dà una mano.
«Le vere scelte si faranno dopo il 9 aprile», ha scritto il direttore del . Proprio così.
Non è frequente trovare storici che si occupino delle trasformazioni fisiche di un luogo o della crescita delle città. E che leggano questi eventi affiancandovi le modifiche negli assetti sociali, intrecciando con essi la storia delle idee o dei movimenti politici. Se questa è una città di Vezio De Lucia è un libro che racconta l’Italia della seconda parte del Novecento dal punto d’osservazione del suo territorio, facendo emergere i dati sconvolgenti dell’assalto cementizio da esso subito e mettendo questo in relazione con le vicende economiche, con l’imporsi di classi dirigenti, con il maturare di convinzioni politiche e culturali, con lo scontro fra prospettive opposte di sviluppo.
Se questa è una città è uscito nel 1989. E da allora è diventato un classico. Ora torna in libreria aggiornato da una introduzione di Piero Bevilacqua, riproponendo anche la prefazione scritta da Antonio Cederna (Donzelli, pagg. 202, euro 19,90). De Lucia fa di mestiere l’urbanista, è stato direttore generale del ministero dei Lavori pubblici (venne cacciato dal ministro Gianni Prandini, poi finito nelle inchieste di Mani pulite) e poi assessore nella prima giunta napoletana di Antonio Bassolino. Suo è il piano regolatore che nel capoluogo campano disegna un futuro di salvaguardia del centro storico, di trasporti su ferro, di tutela del verde agricolo e che immagina per l’area di Bagnoli, un tempo intossicata dall’Italsider, un destino di ricerca scientifica, di turismo e di loisir (sempre che le alchimie politiche o affaristiche non ribaltino queste previsioni).
Il libro si apre con la ricostruzione post bellica e si chiude con Tangentopoli. Il protagonista è il cemento che invade l’Italia a una velocità sconosciuta in altre epoche della sua storia e in altri paesi. Sommerge campagne e paesaggi, sfigura le città e procede inarrestabile trascinando il paradosso, per esempio, di non risolvere il problema di dare una casa a tutti. Se il libro di De Lucia raccontasse solo questo sarebbe il documento inoppugnabile di una devastazione sistematica e tuttora attiva. Avrebbe il pregio di mettere l’Italia di fronte a uno specchio che ne riflette le deformità, ammonendo le sue classi dirigenti e chi ancora ritiene che la ricchezza di una nazione si misuri con le quantità di cemento conficcate nel suo suolo.
Ma Se questa è una città è anche un libro in cui si raccontano le scelte urbanistiche per capire quale indirizzo prende lo spirito pubblico di una comunità. È impossibile dar conto qui di tutti gli episodi in cui l’urbanistica ha consentito che venisse fuori il nucleo duro di una politica, sia nei suoi più radicati profili ideali, sia quando essa costituiva l’impalcatura di interessi privati. Ma fra i tanti che con documenti di prima mano De Lucia fa sfilare sotto gli occhi del lettore, se ne possono scegliere due.
De Lucia racconta il dibattito che tormentò la politica italiana fra il 1960 e il 1964 sulla riforma urbanistica. Il progetto elaborato dall’allora ministro, il democristiano Fiorentino Sullo, non conteneva solo la possibilità per le amministrazioni comunali di costituire, con gli espropri, vasti demani pubblici sui quali orientare lo sviluppo delle città, tagliando le unghie alla speculazione fondiaria e impedendo che fosse questa a dettare le regole per la crescita di Roma o di Napoli, di Milano o di Palermo. Per iniziativa di un esponente progressista quanto si vuole, ma pur sempre della Dc, veniva avanzata un’idea di società nella quale gli interessi generali avevano preminenza su quelli privati, allineando l’Italia a molte democrazie nel Nord Europa, non all’Unione Sovietica. Nel progetto di Sullo erano presenti forse alcune avventatezze, ma la reazione che si scatenò contro il ministro, annichilendone la carriera politica e distruggendone la dignità umana, è esemplare della forza d’urto di cui disponevano certi settori del capitalismo più legati alla rendita che non al profitto d’impresa.
Un brusco salto ci porta alla cosiddetta "urbanistica contrattata", quella in cui le decisioni su come si trasformano i territori passano dalla mano pubblica al negoziato fra questa e i privati. Come per la riforma Sullo, ma senza il clamore che si alzò intorno ad essa, anche in questa vicenda, che dagli anni Ottanta si spinge fino a oggi, si scontrano non solo diverse visioni di un organismo cittadino, ma diverse concezioni della politica e di cosa sia l’interesse generale, di quanto debba contare il mercato e quale rilievo devono assumere le regole che lo governano.
Se questa è una città non arriva all’Italia di oggi. Ne annuncia però l’avvento, ne anticipa i malesseri. Consente di capire quale partita politica si sia giocata ai danni delle sue coste, delle colline, dei fiumi, quale impeto consumistico abbia guidato lo spreco di una risorsa non rinnovabile come il suolo. E, al pari dei buoni libri di storia, Se questa è una città è come se l’Italia di oggi la raccontasse appieno, spiegando la sorte di un territorio accaparrato e sfigurato.
IL SESSO, la mamma e le tasse. È qui, nell’"area distonica", sugli argomenti che colpiscono l’inconscio dell’elettore emozionandolo senza che se ne accorga – e soprattutto sulle tasse – che la campagna elettorale di Prodi e del centrosinistra ha offerto pericolosi argomenti alla disinvolta propaganda berlusconiana, che ne sta approfittando a manbassa.
Delle persistenti tempeste ormonali del premier uscente e del vigoroso affetto di sua mamma Rosa, non a caso, sappiamo quasi tutto.
Le tasse modello-Berlusconi, poi, sono ormai addirittura un "must" della nostra comunicazione elettorale sia subliminale (guardate il mio occhio strizzato: sono troppe, fate bene a non pagarle) ed esplicita (meno tasse per tutti). Il modellino aggiornato di George Bush nel 1988: «Read my lips: no more taxes».
La regola elettorale, insomma, è semplice: fregatene del programma e delle compatibilità di spesa, punta piuttosto sul pensiero emotivo-persuasivo, crea pathos, colpisci l’inconscio, se vuoi vincere le elezioni. E soprattutto, evita di essere troppo preciso. Cosa che il programma dell’Unione non ha fatto, annunciando al colto e all’inclita un’armonizzazione della tassazione sulle rendite finanziarie e inchiodando così da giorni e giorni Romano Prodi, che sesso e mamma giustamente considera cose private, e tutta la coalizione di centrosinistra, a tentare di smentire l’impressione inevitabilmente indotta dagli avversari che «armonizzazione» sta per: più tasse sui Bot, sui Cct, sui conti correnti, insomma, alla fine, più tasse per tutti, a cominciare dagli adorati elettori-evasori incerti del centrodestra, per far contenti i comunisti Bertinotti e Diliberto.
Nel cuneo propagandistico, s’è inserito rapido e querulo il ministro Tremonti, commercialista principe dell’elusione fiscale, che per primo, quando ancora era un apprezzato editorialista del Manifesto, scoprì, allora con scandalo, che gli italiani avevano cominciato a votare non più con la testa, non in base a una contrapposizione tra «polarità ideologiche», come lui le chiamava, ma col portafoglio. Così, a corto di altri argomenti, con l’insistenza di un Superbone un po’ molesto e con la complicità di Vespa che a "Porta a porta" gli ha fatto ripetere per circa quindici volte in diretta lo stesso concetto di fronte a un Rutelli annichilito, il ministro "genio" ha fatto passare l’idea che se gli italiani voteranno Prodi, da lunedì 10 aprile saranno tutti più poveri perché, per finanziare la riduzione del cuneo fiscale, saranno colpiti gli interessi sui titoli di Stato e chissà che altro.
Nessuno dal centrosinistra ha avuto la prontezza di rispondergli: «Mica siamo scemi!». Così il piccolo trucco elettorale tremontiano è diventato il grande slogan berlusconiano preferito per colpire l’"area distonica" degli elettori: «Read my lips: no more tax cuts», sarebbe se parlasse George Bush. Non più tagli con Prodi, come con il liberale Berlusconi. Anzi lacrime e sangue per i nostri cari evasori e niente più condoni e sanatorie.
Falso: niente condoni sì, caccia agli evasori sì, ma nessuna vessazione del Bot people. È così, stando al programma. Queste le promesse, se si leggono senza la lente berlusconiana.
Ma c’è la presunzione negativa sulla sinistra e le tasse, che rende verosimile la campagna tremontian-berlusconiana, la quale presuppone una sorta di «conservatorismo compassionevole» in materia fiscale e di welfare. Ad aggravare i sospetti, la fama del precedente ministro delle Finanze del centrosinistra Vincenzo Visco, descritto da Tremonti come un Dracula alla presidenza dell’Avis e un borioso intellettuale. Ma che Mario Monti, che nessuno può avere il coraggio di descrivere come un pericoloso comunista, accredita da grande tecnico e grande democratico, «personalità solida fino a essere ruvida, una determinazione meticolosa e inflessibile, che sembra trarre forza da convincimenti interiori più che dall’approvazione altrui». Certo, poco propenso all’"area distonica". Forse proprio quello che ormai manca nella politica italiana. Perché, se qualcuno vi promette, tra sesso e famiglia, meno tasse, non esultate. Non accettate gli slogan berlusconiani, perché i fatti ormai dimostrano, senza bisogno di citare i dati ormai noti del professor Luca Ricolfi sul rispetto del «Contratto con gli italiani» firmato da Berlusconi, che il «pensiero emotivo» produce soltanto quello che il professor Salvatore Bragantini ha chiamato «dumping politico». Peggio se vi parlano della «Curva di Laffer», secondo la quale i tagli fiscali stimoleranno l’offerta, senza creare alcun buco nei conti. Balle. Come dicono gli americani, quando dici una stupidaggine, è meglio che almeno tu non ci creda.
Ecco, in questa campagna elettorale deborda il «dumping» di «informazione politica» per così dire sulle tasse. Ma mentre Berlusconi e Tremonti sono ormai addestrati alle "aree distoniche" del popolo delle partite Iva, che mutò lo scenario nel 1994 e nel 2001, Prodi di stupidaggini non riesce a dirne, di astuzie, vivaddio, ne ha poche in materia fiscale. Come insegna Paul Krugman, sa che la politica fiscale, se usata per fini elettorali, è come la morfina. Ma se uno ha mal di testa prende l’aspirina e non la morfina.
Se Prodi, come promette, tasserà le rendite finanziarie saranno quei centinaia di milioni di euro lucrati dai Ricucci e dai furbetti del quartierino che volevano scalare "Il Corriere della sera", Telecom e magari la Fiat. Non i Bot delle famiglie medie.
Se reintrodurrà l’imposta sulle successioni sarà sui grandi patrimoni, non sull’appartamento di periferia.
Il sesso, la mamma, le tasse, l’identità nazionale. Ma le tasse sono il Calvario preferito dagli italiani, quello che produce la solidarietà tra presunte vittime. Dopo cinque anni all’insegna di «meno tasse per tutti», ora tutti sanno che non c’è più disonestà intellettuale, non c’è più «dumping elettorale» che possa raccontare le favole.
Dice Pininfarina, uno che più conservatore e più di destra non si può (se si resta nell’universo liberaldemocratico), che Berlusconi è stato «antidemocratico, illiberale, e gravemente offensivo della dignità delle persone» e che ha svolto «un'arringa elettorale, al di fuori delle regole che erano state concordate».
Dice Montezemolo, uno che sta al comunismo quanto Benedetto XVI all’ateismo (o papa Borgia al Vangelo), che rispetta troppo le istituzioni per fare un commento su Berlusconi.
Dice Della Valle, uno che pure giudica «politici seri, e che rispetto, Fini, Casini, Tremonti, Alemanno», che Berlusconi «è sull’orlo di una crisi di nervi, la famiglia dovrebbe fermarlo, pensare che sia ancora presidente del Consiglio mi fa paura».
Dice Bersani, uno che più moderato nella sinistra è difficile trovarlo anche col lanternino, che Berlusconi «un caudillo sudamericano, questo è».
Insomma, a destra (e nella destra della sinistra) è un coro unanime di «demonizzazione». Berlusconi non è semplicemente malgoverno, e meno che mai destra liberale, è - se le parole citate non sono flatus vocis - populismo eversivo, peronismo (potenziato a dismisura dalla videocrazia).
Più che giusto. Con MicroMega sfondano una porta aperta, e con la saggezza popolare diremo perciò: meglio tardi che mai. I neodemonizzatori di establishment, però, traggano le conseguenze delle loro affermazioni, altrimenti è il classico «al lupo, al lupo» alternato a un più classico «sopire, troncare», a seconda delle circostanze, umori, digestioni della sera prima, ubbie e risentimenti personali.
Voi stessi, infatti, con le vostre parole, state ora denunciando quello di Berlusconi come un regime. Ma questo regime, se vincesse alle prossime elezioni, in cinque anni diventerebbe fascismo. Un fascismo in panni e apparenze post-moderni, ovviamente, ma fascismo. Non più questo già insopportabile - ma ancora non fascista - peronismo videocratico alla «ghe pensi mì».
E non si dica che esageriamo. Perché a sentirvi negli anni scorsi, noi avremmo sempre esagerato nel «demonizzare» Berlusconi e la sua politica. Cioè nel raccontarlo per quello che era. Perchè a Berlusconi si può imputare tutto (davvero, e in senso tecnico) tranne la doppiezza. La sua menzogna è sistematica, ma sistematicamente smaccata, sfacciata, spudorata. Il linguaggio del cerone e del corpo confessa sguaiatamente che non ci crede neppure lui.
Ci crede solo chi vuole. Ci casca solo chi vuole. E allora domandatevi cosa vi ha impedito di vedere, cosa vi ha spinto ad ingannarvi ed illudervi tanto a lungo. Altrimenti sareste pronti per nuove cecità.
E poiché nel trafficare della vita quotidiana non siete degli ingenui o delle figlie di Maria, l’unica domanda per non ricaderci è: perché avete voluto? Da dove originava la vostra volontà di illudervi su Berlusconi? Di non vedere il regime, la sua caratura «antidemocratica e illiberale» (Pininfarina), benché Berlusconi la vantasse e praticasse ai quattro venti?
Perché anche voi non avete poi il culto del capitalismo delle regole, del mercato virtuoso che teorizzava Adamo Smith, quello che richiamava un grande liberale (e di conseguenza gran «demonizzatore» di Berlusconi) come Paolo Sylos Labini, quello delle nuove prediche inutili di Guido Rossi. Siete (stati?) anche voi refrattari e allergici all’intransigenza delle regole.
Quanti, tra gli iscritti a Confindustria e a Confcommercio e alle altre Confabbienti, pagano le tasse fino all’ultima lira, come i lavoratori dipendenti? Quanti di voi hanno lanciato crociate contro l’evasione fiscale, considerandola per quello che è, un furto dalle tasche di chi le tasse le paga, e uno strumento di concorrenza sleale? [1]
Pagare le tasse, non truccare i bilanci, non pagare tangenti per gli appalti, rispettare le norme edilizie, non pagare in nero? insomma per troppi di voi la legalità è (stata?) un optional, perfino un «laccio e lacciuolo». Altrimenti perchè non invocare una legislazione draconiana contro i paradisi fiscali, le scatole cinesi, il caporalato, la corruzione eccetera? La legalità, e marce di strumentalizzazione al seguito, l’invocate solo quando va in frantumi qualche vetrina e a fuoco qualche macchina. Gesti deprecabili e insensati (e magari manovrati). Ma quanta più ricchezza altrui distrugge la tassa non pagata, il bilancio truccato, i due euro abusivi che la banca spreme da tutti i conti correnti? A quante migliaia di vetrine e di macchine corrispondono?
Del resto, non particolarmente simpatizzante con l’intransigenza delle regole si dimostra anche l’opposizione democratica. Altrimenti, perché le geremiadi sulle (mai indicate) esagerazioni di Mani Pulite, giaculatoria penosa all’inizio e rivoltante di inciucio quando diviene permanente?
Berlusconi è solo la dismisura di quanto avete sempre tollerato e troppo spesso praticato. Una dismisura inevitabile, se tali pratiche non vengono contrastate con sistematica intransigenza e mezzi repressivi adeguati. E poiché in Italia si sono stratificate attraverso tutte le stagioni di malgoverno, è una vera e propria rivoluzione della legalità quella che si rende necessaria per ripartire. L’avevate a portata di mano, si chiamava Mani Pulite, avete fatto il possibile e l’impossibile per soffocarla.
Ora, finalmente, siete spaventati anche voi della dismisura di illegalità, volgarità, sfascio e macerie, che Berlusconi incarna. E che ci trascina verso il Terzo Mondo. Ma la dismisura, in questo caso, è figlia della misura, del «fare i furbi» scambiato per imprenditorialità. Ecco perché una nuova stagione di Mani Pulite dovrebbe essere il vostro obiettivo, la vostra strategia e la vostra tattica. Secondo razionalità capitalistica, almeno. Ma il cuore ha ragioni che la ragione non conosce, e temo che il vostro cuore di establishment batterà sempre di indulgenza per chi ruba in guanti e colletti bianchi.