È semplice la storia di La graine et le mulet (La semola e il cefalo, ingredienti di base del cous cous tunisino al pesce): è quella di una famiglia numerosa, pettegola, rumorosa, scombinata, come può esserlo una famiglia mediterranea. E qui la mediterraneità è duplice: magrebina e francese del Midi. Siamo in terra d’immigrazione a due passi da Marsiglia. La famiglia è divisa, rissosa nel quotidiano, dal risveglio al tramonto, ma compatta, solidale quando l’esistenza si fa difficile. È una virtù del Sud. E in quel Sud bastardo, elettrizzato dal mistrale e non infiacchito dallo scirocco, sono le donne, siano mogli, figlie, sorelle, amanti, a tenere unita la tribù. Sono loro i pilastri. Sottomesse? Neanche per sogno. Non presiedono ma comandano.
Approdato sulle spiagge europee l’Islam perde il vizio? Lasciamo stare, qui lo scontro di civiltà non c’entra. L’Islam non c’è in questa storia di cous cous, della quale sono protagonisti dei magrebini diventati francesi, senza pensare troppo a Maometto e a Voltaire. Le donne guidano la famiglia perché sono più solide. Hanno sguardi di fuoco e lingue biforcute. I loro insulti sono frustate che non lasciano il segno. Le loro risate aprono il cuore. Gli uomini giovani, baldanzosi, corvini rincorrono spavaldi le bionde, ma quando sono scoperti dalle spose grondanti figli chinano il capo contriti e ammansiti. L’indulgenza non tarda mai troppo. Quella per il capo famiglia è tuttavia speciale, unica. Non si interrompe mai.
Ingrigito, stanco, ormai condannato alla disoccupazione e quindi alla pensione, il vecchio incute sempre rispetto. È comunque l’eroe, anche se dell’anti-eroismo. Egli è due volte fedele e lo resta fino alla morte. È fedele alla sposa legittima e all’amante legittimata dagli anni di convivenza appartata.
Che fare di questa storia semplice, anzi banale, tradizionale dall’inizio alla fine, fin nelle pieghe più intime? Una storia ricca di luoghi comuni, senza ammazzamenti e tradimenti biblici. Con poche passioni amorose. Senza drammi sociali gridati e discriminazioni xenofobe da manuale razzista.
Quindi una storia che non suscita indignazione, né altri sentimenti politicamente corretti. Che fare di così poca cosa? Abdellatif Kechiche ha compiuto l’impresa riservata ai maestri della letteratura e dell’arte: da una vicenda piatta ha saputo trarre un’opera epica. Quel che messo in mano a un narratore qualunque avrebbe fatto sbadigliare, è servito al regista franco-tunisino per realizzare un film in cui, è stato giustamente detto: il romanzesco si mischia alla cronaca sociale, la commedia al melodramma, la triviale banalità del quotidiano alla grandezza della tragedia.
È difficile non vedere in questo film datato 2007 un discendente del nostro neorealismo, in una versione a colori. I critici francesi più attenti hanno riconosciuto questa affiliazione. Ma va aggiunto che il parlato, il torrente, il fiume di parole che percorre, spesso sommerge, le due ore e mezzo di filmato, ha un accento particolare. È di per sé un capolavoro. È il linguaggio vivo, polposo, dei magrebini convertiti al francese, che dà accenti dialettali, crepitanti come fuochi d’artificio, a una lingua (mi perdonino gli Accademici di Francia) che aveva bisogno di un ricostituente, più efficace, più genuino degli abituali anglicismi. È una necessità sentita in altre contrade linguistiche della vecchia Europa.
Senza quel linguaggio carnoso, che sgorga come una massa d’acqua da una diga sventrata, in cui un complimento può suonare come un insulto e viceversa, il film rischia di perdere molto. Moltissimo. Penso al doppiaggio italiano. E a questo punto va attribuito a La semola e il cefalo (il titolo italiano, a gennaio, sarà Cous Cous) un ulteriore valore. Il film (insieme a quelli precedenti di Kechiche: La faute à Voltaire e L’Esquive) annuncia quella che è, e sarà sempre più, una nuova cultura: la cultura scaturita dall’innesto dell’immigrazione di origine extraeuropea sulle nostre esangui società. Ho già detto del quadro familiare in cui avviene l’epica, neorealistica, storia del cous cous. Ed ecco adesso la trama, riassumibile in poche parole. Per interpretare il ruolo principale, quello di Slimane, anziano operaio in un cantiere navale del Sud della Francia, Abdellatif Kechiche ha scelto un vero operaio, Habib Boufares, amico di suo padre defunto. Quasi tutti sono attori improvvisati. Il protagonista, Slimane, viene licenziato perché la sua produttività è ormai scarsa. Ha troppi anni e costa troppo, ha acquisito troppi diritti. I nuovi arrivati dall’Europa Orientale sono «più interessanti» per i datori di lavoro.
Separato dalla moglie e dai figli, Slimane vive all’Hotel de L’Orient, di cui è proprietaria l’amante. Ed è in quella pensione per immigrati che decide di tentare la fortuna. Dalla carcassa arrugginita di una vecchia nave in disarmo vuole fare un ristorante specializzato in cous cous. er questo mobilita le sue due famiglie rivali. La moglie, interpretata dalla madre dell’assistente cameraman, sarà l’energica cuoca dal cuore d’oro. Ma anche la famiglia dell’amante avrà un ruolo determinante. In particolare l’avrà la bella Rym, appunto figlia dell’amante, che per intrattenere i clienti, irritati dal ritardo del cous cous, farà un’interminabile danza del ventre, in egual misura drammatica ed erotica. Rym è una splendida attrice. Si chiama Hafsia Herzi e il regista l’ha incontrata a Marsiglia, quando ormai dubitava di poter trovare la ragazza che aveva sognato per il ruolo di Rym.
Come siamo frettolosi e snob davanti al primo tentativo della galassia delle sinistre di mettersi assieme. Pare che i più scafati manco siano andati a vedere. Eppure non ci sono alternative, o si lascia la sfera politica a Veltroni, e noi ci contentiamo di essere, se va bene, frammenti interessanti e intelligenze o mozioni, o si ricomincia a parlarsi «per». Per fare assieme qualche cosa che freni la deriva alla centralizzazione sfrenata del dominio del denaro e delle merci che ci frantumano ciascuno nel singolo e nei pochi. Raramente in transitorie masse.
Si dirà: ma in fondo da questa parte del mondo ce la caviamo, per lo più abbiamo un tetto sopra la testa, un piatto da mangiare, un po' di compassione per gli esclusi. È vero, mettere un freno al meccanismo mondialmente in atto è impellente dove esso produce subito morte, e non è il nostro caso. Non per l'assoluta maggioranza di noi, e delle minoranze miserabiliste chi se ne frega? Così alla cancellazione della Cosa Rossa - espressione cretina - da parte delle maggiori testate (eccezione Rai1) si è aggiunta la freddezza nostra, coperta dai quattro morti della Thyssen, come se un incidente del lavoro di questa natura non fosse un evento messo in conto dal meccanismo oggi dominante.
Non sono d'accordo. Per quel che so, la riunione di sabato e domenica non ha dato che una risposta, la decisione di lavorare assieme, obiettivo minimo non andare dispersi alle prossime elezioni, non molto ma meglio di niente, obiettivo massimo, ma poco interrogato, diventare un partito. Per dir la verità, oggi è lo stesso, e lo sarà fin che manca una elaborazione comune sul punto in cui siamo e un tentativo comune di interpretazione delle diverse soggettività presenti, di quel che ciascuna mette nelle diverse sigle o movimenti, per cui uno o una stanno in questo e non in quello. Ma una cosa è starci come un tassello di un mosaico complesso, sulla cui natura e destino si moltiplicano gli interrogativi, un'altra è starci in soddisfatta autosufficienza. Se questa sembra finita - anche per le insigni zuccate prese - un lavoro assieme può cominciare. Anche con le femministe, che vengono da molto lontano e in questo primo incontro hanno contrapposto a un rituale un altro loro rituale, facendosi rispondere da rituali parole, ma che per pesare davvero dovranno dimostrare come non ci sia cespuglio del paesaggio politico in cui siamo che non sia traversato dal conflitto fra i sessi, anch'esso in via di mutamento. Conflitto che - ha ragione Dominijanni - non va ridotto a preferenze sessuali, che appartengono e devono restare all'individuale libertà. Lasciamo l'elenco al Vaticano. Farne delle figure o tipologie sociali conduce dritti, credenti o non credenti, a qualche Malleus Maleficarum (alias caccia alle streghe).
Per conto mio, la prima urgenza è garantire un'area, un perimetro, una disponibilità dentro alle quali parlarsi, rispondersi, cercar di costruire una piattaforma che conti sulla scena delle idee, su quella sociale e su quella istituzionale. Dei limiti di quest'ultima si può dire molto, ma senza di essa conta di meno, così come ridursi a essa significa tagliarsi radici e canali di alimentazione.
Tema prioritario? Secondo me capire come i soggetti singoli e collettivi siano prodotti o intaccati o condizionati, o resi meno liberi, dal meccanismo economico-politico dei poteri oggi mondialmente dominanti. Meccanismo articolato, in mutazione, produttore di lacerazioni anche interne, ineludibile. Ma a sua volta condizionato dalle soggettività che innesta o con le quali si scontra.
La vecchia storia, Marx sì Marx no, si misura su questo criterio. Non è riconducibile, come si usa, alla «questione del lavoro». Per contro, una soggettività non si misura su un'altra soggettività, ma tutte e due con, per così dire, la pesantezza del mondo.
Non vedo difficoltà per chi sta oggi attorno a Rc o al Pdci, salvo finirla con la negazione o riaffermazione di un «da dove veniamo» (che sarebbe l'ora di guardare in faccia invece che celebrare o esecrare). Né vedrei difficoltà negli ecologisti: come O'Connor, ma anche senza di lui, sanno bene quanto delle razzie contro gli equilibri naturali o ambientali dipenda dal denaro e dalla mercificazione generale.
La battaglia per l'ecosistema non ha avversari diversi da quelle per/contro il lavoro salariato e contro le guerre. Quanto ai movimenti, la loro filosofia rende più semplice aderire a tutto o a questo o a quello mantendo un'indipendenza. Lo stesso vale per la causa delle donne, che peraltro non si esaurirà mai neanche nella più complessa e raffinata delle politiche - il femminimo sa bene che non è «una delle» esperienze, è costituiva della specie umana. Credo infine che anche i nostri giornali dovrebbero mettere a disposizione non la loro autonomia ma le loro teste.
Dimenticavo la questione del leader. Beh, il leader viene ultimo. E dovrebbe lavorare come lo stato, alla propria estinzione ... è il peggio del famoso partito. Per ora non me ne occuperei.
Oggi, al Parlamento di Strasburgo, viene "riproclamata" la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. È un atto di grande valore politico e simbolico proprio perché non era formalmente necessario. La Carta, infatti, era già stata proclamata a Nizza nel 2000 e ad essa sarà attribuito domani valore giuridico vincolante con la firma a Lisbona del nuovo Trattato. Qual è, allora, la ragione che ha determinato questa iniziativa delle istituzioni europee?
Si vuole pubblicamente sottolineare che la nuova stagione dell’Unione non è tanto quella di un Trattato del quale la miopia politica di Stati e gruppi ha cercato di spegnere la forza costituzionale (complice una infelice stesura del testo originario). È l’"Europa dei diritti" che si manifesta davanti a se stessa e davanti al mondo, testimonianza della volontà di non rassegnarsi ad una progressiva riduzione a semplice area di libero scambio. È il ritorno dell’Europa come progetto, il recupero di quel suo "spirito originario" del quale ha parlato a Berlino Giorgio Napolitano nella sua lezione alla Università Humboldt. È l’avvio di un cammino, difficilissimo certo, ma che può mobilitare energie in questi anni indebolite.
Due conservatorismi sono stati sconfitti, quello giuridico e quello politico. Siamo di fronte al fallimento di una cultura giuridica, non soltanto italiana, che dal 2000 ad oggi, ricorrendo a vecchi e inadeguati strumenti, si è affannata nel tentativo di dimostrare che quella Carta era proprio carta straccia, un esercizio che non poteva produrre alcun frutto concreto, una dichiarazione senza radici e senza futuro. L’invenzione del nuovo turbava il tranquillo tran tran dei riferimenti abituali: com’era possibile una dichiarazione dei diritti senza Stato (s’era già detto, al tempo dell’euro, che non era possibile una moneta senza Stato)? Si pensava che la sfida dell’inedito potesse essere vinta rifugiandosi nel passato. Pochi videro che la Carta dei diritti era destinata comunque a lasciare subito un segno, che si era di fronte ad un vero Bill of Rights, destinato a cambiare il panorama istituzionale europeo.
Le cose sono andate proprio in questa direzione, e da sette anni molti giudici fondano le loro decisioni sulla Carta. Ora il cambiamento viene formalizzato, la Carta assume lo stesso valore giuridico dei trattati, anche se non ne fa parte. Ma questo non è un limite: negli Stati Uniti il Bill of Rights sta a sé. La Carta dei diritti fondamentali - non isolata, ma autonoma - individua le linee guida dell’azione dell’Unione, non più riducibili alla pura logica economica, ma fondate sui diritti delle persone. Qui è l’innovazione costituzionale. Il futuro dell’integrazione europea deve ora passare attraverso i diritti, non più attraverso un riferimento privilegiato al mercato.
V’è da augurarsi che questa nuova fase sia sostenuta da una adeguata cultura politica e istituzionale. È necessario non solo per poter cogliere in pieno tutte le opportunità offerte dalla Carta, ma per reagire in modo adeguato alle resistenze che si manifesteranno, alla mediocrità di visione evidente nel rifiuto di Gran Bretagna e Polonia di rendere applicabile la Carta nei loro paesi. È un triste segnale che viene soprattutto dagli inglesi, dal paese dell’habeas corpus (dunque della più antica fondazione dei diritti della persona), dell’invenzione del sindacato e del diritto di sciopero: quasi una secessione da se stesso, dalla propria cultura.
I casi inglese e polacco sono la residua testimonianza di un conservatorismo politico che proprio sul terreno dei diritti ha subito uno scacco, dopo aver cercato in questi anni di rallentare o bloccare le dinamiche impresse dalla Carta al processo europeo. Ora i provvedimenti dell’Unione dovranno essere valutati in primo luogo in base alla loro compatibilità con la Carta, che diviene riferimento essenziale e strumento di controllo delle attività delle istituzioni europee.
Ma è stato sconfitta pure la miopia politica di chi in essa aveva visto addirittura un mezzo per ribadire la pura logica liberista. Sfuggiva il fatto nuovo dell’unificazione dei diritti, che poneva i diritti sociali sullo stesso piano di quelli civili e politici. Sfuggiva il riferimento esplicito alla solidarietà come valore fondativo, assente nei trattati. Sfuggivano le parole del Preambolo - l’Unione "pone la persona al centro della sua azione" - e l’apertura affidata al principio di dignità, che hanno realizzato una vera "costituzionalizzazione" della persona. Indicazioni non sfuggite ai giudici che hanno utilizzato la Carta, nella quasi totalità dei casi per tutelare appunto diritti sociali. Ora è possibile abbandonare i pregiudizi, e guardare alla realtà della Carta ed ai valori forti indicati come titoli delle sue parti: dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia. Senza trionfalismi, perché le debolezze non mancano, ma facendo una scelta che è, insieme, politica e di civiltà: lavorare per valorizzarne tutta la forza innovativa e non per darne una lettura minimalista.
Poiché nel fluire degli avvenimenti si manifesta pure un’astuzia della storia, la rinnovata proclamazione di oggi cade in un momento che conosce la critica frontale rivolta da Ratzinger alle dichiarazioni dei diritti e la bega suscitata dall’emendamento al decreto sulla sicurezza che punisce le discriminazioni basate sulle tendenze sessuali. Da tempo i vertici della Chiesa hanno intrapreso una campagna assai determinata per sostituire ai valori costituzionali quelli propri della sua dottrina. È avvenuto con alcune prese di posizione della Conferenza episcopale che esplicitamente negavano principi fondamentali della Costituzione italiana. Benedetto XVI ha poi negato la legittimità stessa di norme internazionali a suo avviso espressive di "una concezione del diritto e della politica in cui il consenso tra gli Stati è ottenuto talvolta in funzione di interessi di corto respiro o manipolato da pressioni ideologiche", con un attacco diretto all’Onu. Ora, sull’onda delle polemiche suscitate dal voto su quell’emendamento, viene rifiutato il Trattato di Amsterdam, giudicato "pericoloso" perchè vieta appunto le discriminazioni basate sulle tendenze sessuali.
Che cosa si dirà della Carta dei diritti fondamentali, che non solo ribadisce all’articolo 21 quel divieto, ma nell’articolo 9 ha fatto cadere il riferimento alla diversità di sesso per quanto riguarda la costituzione di una famiglia? I critici sono privi di memoria e di senso delle istituzioni. Siamo di fronte a documenti internazionali sottoscritti dall’Italia e che, quindi, costituiscono un riferimento obbligato per le sue scelte istituzionali. E bisogna ricordare che Berlusconi, Casini, Buttiglione, Fini, Forza Italia e An, al Parlamento europeo e poi al Parlamento italiano, votarono a favore di quella Carta che contiene il riferimento alle tendenze sessuali, oggi ritenuto inaccettabile.
Proprio sul terreno dei diritti fondamentali, allora, dobbiamo aspettarci conflitti. Ma siamo davvero di fronte a qualcosa che non è negoziabile, al patrimonio rappresentato da un insieme di documenti che muove dall’Onu, passa dall’Unione europea, giunge alla nostra Costituzione. Sono i frutti della democrazia, non di manipolazioni, ai quali non si può sostituire alcun valore che nasca da una pretesa unilaterale, per quanto rispettabile possa essere considerata. L’avvento della Carta dei diritti fondamentali contribuisce così a porre una grande questione democratica, rispetto alla quale saranno giudicati partiti e forze politiche intenti a scrivere i loro nuovi manifesti e programmi.
Vale la pena di aggiungere che alla Carta dei diritti fondamentali si guarda con intensità crescente dai più diversi paesi, dove è stato colto il valore di questo "eccezionalismo" dell’Unione come l’area del mondo dove è più elevata la tutela dei diritti, dunque come un modello per chi crede che sia possibile una globalizzazione attraverso i diritti, e non solo attraverso i mercati. È significativo che persino il ministro degli Esteri inglese, riconoscendo che l’Europa non più aspirare al ruolo di superpotenza, abbia parlato di essa proprio come di una "potenza modello". Ora l’Unione deve tradurre in politiche concrete questa sua nuova, forte legittimazione.
Si può capire la passione che affligge le sinistre radicali, impegnate a governare con Prodi da un anno e mezzo. Dentro di sé sentono accumularsi delusione, scoraggiamento, e un senso d’inutilità che s’espande e le umilia. Fausto Bertinotti ha dato voce a questo stato d’animo nell’intervista a Massimo Giannini su la Repubblica del 4 dicembre, e per questo suo dire è stato criticato. Curando l’interesse d’un partito invece di stare sopra le parti come s’addice a chi presiede la Camera, ha dato ragione all’ultimo rapporto del Censis: il senso dello Stato e delle istituzioni si sta disfacendo in Italia, al suo posto abbiamo poltiglia, mucillagine, e i miasmi contaminano anche i politici. Ma questa sregolatezza istituzionale, questa temeraria decisione di esporsi come leader di Rifondazione anziché obbedire alla laica neutralità della funzione hanno una sostanza che non si può ignorare.
In ogni passione c’è un patire, e le sinistre radicali che da ieri sono riunite a Roma per creare il nuovo partito Sinistra-L’arcobaleno soffrono più di altri gli squarci inferti alla coalizione ogni giorno. Hanno l’impressione sempre più intensa di servire solo come numeri per fare maggioranza, e nessun individuo né gruppo può alla lunga credere in se stesso se viene adoperato come mezzo, peggio come numero. Hanno l’impressione di non contare affatto per quel che sono, che fanno. Hanno l’impressione che esista un estremismo del centro, nell’Unione, che è il vero affossatore di Prodi e che però viene lusingato. Ha cominciato il direttore di Liberazione Piero Sansonetti, l’1 novembre in un editoriale, a porre l’eretica domanda: «Perché restiamo in questo governo?». Sono tante le cose - e non solo l’equilibrio dei conti - che le sinistre radicali son chiamate ad accettare affinché il governo non perda Mastella o Di Pietro, Dini o la Binetti. Sono troppe, se si pensa che Veltroni, leader del Partito democratico, continua a tacere sulle alleanze future. Che il governo non ha neppure osato misure simboliche come i Dico o la chiusura della base a Vicenza. Che il Senato venerdì ha vacillato non a causa delle sinistre ma perché Paola Binetti s’è rifiutata di introdurre - nella legge sulla sicurezza - una normativa che penalizzi, come imposto dall’Unione europea, comportamenti razzisti e omofobi.
Dicono che la signora Binetti abbia opposto il suo No perché voleva testimoniare la propria fede. Perché non ha ammesso che la «sua coscienza venisse strangolata». Sono parole forti, rumorose, e imprecise. Opporsi a una norma che vieta la discriminazione dei diversi testimonia di che, sempre che il testimoniare cristiano abbia il senso classico? Accettarla, strangola in che modo una coscienza fedele a Gesù? Ci sono gesti centristi che a forza d’esagerare son divenuti banali, e accolti come un nobile credo che nessuno tuttavia discerne: anche quando nascondono opportunistiche manovre. Che questo indigni la sinistra radicale non sorprende. Indigna chiunque sappia che cos’è una coscienza strangolata e, nel cristianesimo, un testimone-martire.
C’è un passaggio nell’intervista di Bertinotti che chiarisce forse alcune cose. È quando dice che per far prosperare la sinistra radicale «devi vivere nello spazio grande e nel tempo lungo». Non ti puoi aggrappare a piccolezze, e se intuisci un incendio non puoi neppure rispettare le servitù della carica che ricopri. Lo spazio grande cui pensa Bertinotti è quello del mondo, del caos e delle giustizie che lo assediano. Ed è lo spazio dell’Europa, dove si sta rafforzando una sinistra refrattaria al declino dello Stato sociale.
È probabile, se si guarda a tali spazi e tempi, che il calcolo del presidente della Camera non sia vano. La sinistra in cui crede è data per agonizzante, ma nei paesi travagliati da mondializzazione e precariato non pare avere il futuro alle spalle: pare averlo davanti a sé. Il pessimismo sociale e esistenziale che spesso la caratterizza - sulle ingiustizie inflitte agli esclusi, sull’internazionalizzazione senza regole, sul clima (l’Italia è il quinto inquinatore mondiale, prima di Russia e Usa) - ha una nuova plausibilità. Questa sinistra sta crescendo in Germania, in Francia. Il nuovo partito fondato nel giugno scorso a Berlino (Die Linke, La Sinistra, fonde gli ex comunisti dell’Est e i dissidenti socialdemocratici di Oskar Lafontaine) sta raccogliendo inaspettati successi. È forza di governo a Schwerin, Magdeburg, Berlino. Ha avuto risultati eccellenti a Brema. Con il 20 per cento nei sondaggi, oggi è al terzo posto dopo democristiani e socialdemocratici.
Anche in Francia la sinistra radicale è in crescita, dopo la sconfitta di Ségolène Royal alle presidenziali. Olivier Besancenot, il giovane impiegato postale che guida la Lega comunista rivoluzionaria, progetta una fusione alla tedesca e 40 francesi su cento chiedono in un sondaggio che abbia «più influenza nella politica nazionale»: la stessa cifra di Ségolène.
Quel che unisce tali forze è la Questione Sociale, che sembrava un relitto dell’Ottocento-Novecento e invece fa di nuovo apparizione. Le sfide non sono quelle di ieri, i mezzi toccherà reinventarli, ma le iniquità non sono meno dolorose: lavoro precario, spese sanitarie esorbitanti per i deboli, impoverimento degli anziani, stragi di lavoratori in fabbriche obsolete come quella avvenuta a Torino, prezzi alimentari sempre più alti da quando Cina e India consumano di più, il clima distrugge sul nascere i raccolti, e l’energia si fa rara e costosa. Sono questioni sociali anche queste, sempre che si voglia guardare, dietro poltiglie e mucillagini, le persone come vivono e sperano.
Le sinistre radicali vedono tutto questo, ma senza lucidità su se stesse, sulla necessaria reinvenzione dei mezzi, perfino sui pericoli. Senza intuire che i nuovi dilemmi resteranno anche in Italia irrisolti, se non muteranno dottrine, metodi, e la memoria di quel che la sinistra estrema ha fatto nell’ultimo decennio. Essa ha di fronte a sé una conflittualità ravvivata, è vero, ma l’astrattezza con cui si ripromette di affrontarla ha qualcosa di profondamente autodistruttivo, di ancestralmente miserabilista. È astratto in primo luogo lo sguardo sulle alternative a Prodi: è per evitare l’errore compiuto nel ‘98 che Rifondazione ha deciso di andare al governo nel 2006, e quel che rischia è di ripetere la colpa e di offrire di nuovo l’Italia a Berlusconi. La Questione Sociale magari s’inasprirà: ma ne approfitteranno gli apparati della Cosa Rossa, almeno nell’immediato, non i cittadini. È astratto in secondo luogo perché molte delle cose chieste da questa sinistra sono solo in apparenza giuste: se i soldi vanno tutti a poche categorie molto garantite, nulla resterà per i veri poveri e emarginati. Lafontaine mente, quando proclama che la restaurazione tale e quale dello Stato sociale «è solo questione di buona volontà», e in Italia questo ormai lo si sa. Indagando sui conflitti francesi mi è stato detto che «la sinistra non ha futuro quando lo Stato non ha soldi», e una risposta a questa sfida ancora non esiste.
È infine astratto lo sguardo sulla propria pratica di governo: non è vero che le sinistre radicali non abbiano ottenuto nulla. Il poco ottenuto, esse hanno tendenza a non valutarlo, a non esserne mai fiere. Non rendono giustizia a se stesse, pensando che il non ottenuto pesi infinitamente di più. Il fatto è che non volevano solo il ritiro dall’Iraq, ma anche il rientro dall’Afghanistan e la chiusura della base di Vicenza. Non volevano solo l’inizio di ridistribuzione e le prime misure per i precari, che Prodi ha assicurato. Volevano tutto e subito, come d’altronde vogliono tutto e subito anche certi riformisti. Il popolo di sinistra non avrebbe strappato queste misure se al governo non avesse avuto propri rappresentanti. Ma poco importa: chi nell’azione è pessimista vede solo l’impopolarità, lo scacco. Non a caso Bertinotti tace i progressi, non dice che senza le sue truppe avremmo più razzismo e meno senso della misura con gli immigrati. Non dice che se mai vi sarà un'indagine parlamentare sulla «macelleria messicana» del G-8 di Genova, lo si dovrà alla presenza nel governo di Rifondazione e dei comunisti.
Ma soprattutto, Bertinotti e Sansonetti non dicono che il successo dei radicali di sinistra, in Germania e Francia, è dovuto al fatto che non governano, al loro essere tribuni che trascinano ma non possono fare vere promesse, perché promettere vuol dire agire, e agire si può solo assumendosi l’onere del governare. La sinistra alternativa in Italia non è l’ultima e la più sfortunata in Europa, ma la più coraggiosa e l’unica in grado di offrire risultati, sia pur parziali. In Germania la Linke sa che un giorno dovrà governare con la socialdemocrazia, pena la caduta nell'irrilevanza: è significativo che ne siano convinti soprattutto gli ex comunisti di Lothar Bisky, più che il socialdemocratico Lafontaine.
L’esperienza italiana oltre a esser unica è all’avanguardia in Europa. Per la prima volta una sinistra antagonista e marxista abbandona il pulpito del tribuno disinteressato ma irresponsabile. Non smette di dire che la lotta continua, e infatti continua. Guadagna un poco, non il tutto annunciato e promesso: solo un partito unico può il Tutto, malamente. Se apprezza la democrazia, essa dovrà puntare a coalizioni, a compromessi, a conversioni mentali e linguistiche non solo formali. Non potrà fare a meno di interiorizzare quel che Prodi ha detto il 6 dicembre: «Gli aggiustamenti e il risanamento sì, ma i miracoli non li so fare».
Sansonetti si pone la domanda fondamentale, per ogni individuo o politico: «Vale la pena sforzarsi, per fallire tante volte?». O più precisamente: «Cos’è che obbliga la sinistra a restare dentro un’alleanza che in nessun modo la rispetta, che cammina su una linea completamente diversa da quella tracciata nel programma di governo del 2006, che subisce i ricatti e i diktat delle sue componenti moderate - spesso più d’accordo con la Casa delle Libertà che con gli alleati di governo -, che la considera pura riserva di voti, ne offende spesso i principi fondamentali, ritiene di poterla tenere prigioniera sulla base di una equazione che viene ripetuta all’ossessione: se si scioglie questa maggioranza torna Berlusconi?».
Vale la pena? Sì, vale la pena, perché l’Italia senza il ministro per la Solidarietà sociale Ferrero o il ministro dei Trasporti Bianchi sarebbe diversa e peggiore. Vale la pena proprio se ci si muove «in uno spazio grande, con lo sguardo lungo», senza dipendere completamente dalla popolarità. È tremendo esser solo numeri, sfruttati e sprecati da centristi che si dicono riformatori e sono anch’essi attratti dal tutto o nulla. Ma provare conviene pur sempre, e non badare solo a salvare un apparato. Fernando Pessoa lo dice: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola».
Troppe competenze - Ogni ufficio verifica un pezzo, con il risultato che alla fine nessuno paga mai - La debolezza delle Rsu «Chi denuncia irregolarità rischia il licenziamento»
TORINO Un numero per comprendere il fenomeno: 774. Da gennaio a settembre in Italia, secondo l’Inail, poco meno di 800 persone sono morte sul lavoro. Perché? «Negli ultimi quindici anni è stato sistematicamente depotenziato il servizio pubblico di vigilanza e controllo della sicurezza sul lavoro» denuncia il segretario della Fiom, Giorgio Cremaschi. Che aggiunge: «In compenso si è costruito un gigantesco meccanismo burocratico attorno alla legge 626, quella che regola la sicurezza sul lavoro. Sulla carta siamo il Paese più sicuro del mondo. Invece è nato un business: corsi, imprese che offrono consulenza e servizi. E dell’organizzazione del lavoro nessuno si occupa: fa da sfondo a tutto questo gran bailamme».
Mille responsabili
Quante persone si occupano di sicurezza nelle aziende? L’ispettorato del lavoro, i tecnici delle Asl, i vigili del fuoco, la Finanza, addirittura la polizia mineraria. Una miriade. Come dire, nessuno. Ma ognuno con competenze diverse. «L’ispettorato si occupa solo della contrattualistica, del rispetto degli orari - spiega Mario Notaro, capo degli ispettori del ministro Damiano -. L’igiene e la sicurezza competono alle Asl. Ma non in tutti i settori. Per esempio a noi resta la titolarità sull’edilizia e sulle ferrovie». Perché? Mistero. Ma così salta il coordinamento. E così, mentre l’ispettorato del lavoro negli ultimi due anni ha aumentato il numero dei propri ispettori di 1400 unità arrivando a fare 200 mila verifiche l’anno, le Asl arrancano.
Il controllo impossibile
A Torino ci sono 30 ispettori per 68.000 aziende. Come dire: ognuno deve vigilare su 2266 aziende. Per controllarle almeno una volta all’anno dovrebbe visitarne 6 al giorno. Domeniche e festivi compresi. «In Italia in totale siamo 1950 per 5 milioni di aziende - dice Vincenzo Di Nucci, presidente dell’Aitep, i tecnici delle Asl -. In tutta la provincia di Messina c’è un solo ispettore. A Vibo Valentia: due. A Verona, polo del legname con 1250 imprese, cinque». Vuol dire che si entra in un’azienda ogni 33 anni. E secondo le camere di commercio la vita media di una ditta è tra i 12 e i 15 anni. «In questi ultimi sei mesi si è parlato molto di lavoro nero - dice Di Nucci -. È giusto, ma contro i morti sul lavoro ci vuole prevenzione».
Il superlavoro in fabbrica
E prevenire vuol dire anche limitare il numero di ore in reparto. «Picchi come quelli alla Thyssen sono un’anomalia assoluta - dice Notaro -. Mai visti in tutta la mia carriera». Succede quando si passa dai 380 dipendenti di giugno ai 200 di oggi sulla base di un accordo sindacale che parlava di un calo delle commesse che, evidentemente, non c’è stato. Risultato: più lavoro straordinario e aumento esponenziale del rischio per gli addetti alla linea. Si poteva evitare con un intervento dei sindacati?
Fragilità
Il leader nazionale della Cgil, Cremaschi, non ha dubbi: «Le rappresentanze sindacali interne alle fabbriche, ed elette dai lavoratori, sono fragili. Lo erano alla Thyssen, lo sono altrove. Se denunciano situazioni anomale, pagano in prima persona. Anche con la perdita del posto di lavoro». Possibile? La cronaca di questi ultimi anni è tempestata di episodi di questo tipo. Dicembre 2006: la MvAgusta di Varese licenzia in tronco un delegato delle Rsu. Motivo? Ha richiesto l’intervento dei tecnici dell’Asl per problemi nel reparto verniciatura. L’azienda ha ravvisato un tentativo di danneggiare l’immagine della società. E parlando di interruzione del rapporto di fiducia lo allontana.
Luglio 2005: sette operai e due delegati della Ilva di Taranto scioperano perché in reparto c’è una perdita d’acqua. Non è un problema da poco per chi ha a che fare con i metalli fusi. Specialmente se è ghisa. Se i due elementi entrano in contatto si generano esplosioni devastanti. In questa azienda, già famosa per gli infortuni, la scoperta di una perdita provoca la ribellione. Lavoro sospeso. Sciopero. Passano due giorni e nei confronti dei protagonisti scatta il licenziamento. «Avevano agito benissimo, avevano difeso la salute dei colleghi. Eppure ecco cos’è accaduto» dice Cremaschi. Che insiste sulla necessità di fermare il lavoro se non ci sono condizioni di sicurezza. Ma con i licenziamenti alla Ilva e alla Mv Agusta com’è finita? Tutti reintegrati, ma solo dopo una battaglia durata mesi.
Sfruttamento straordinario del lavoro, smantellamento della pubblica amministrazione, privatizzazione della sicurezza e frammentazione dei controlli, primato della produttività a basso costo (per le imprese) su ogni altra esigenza, riduzione dei diritti dei lavoratori. Non sono questi i connotati del neoliberismo, ideologia dominante e prassi in espansione?
L'élite trascina in su la poltiglia di massa
Guglielmo Ragazzino
In pochissime pagine il Censis risponde alle domande fondamentali: chi siamo, donde veniamo, dove andremo (a finire). E' fantastico il modo per cui nel racconto tutto vada a posto. Oggi siamo divisi in due: quelli del «silenzioso boom» che sono anche cresciuti di numero e di forza, rispetto a ieri; e poi gli altri, «quelli dell'afflosciato pessimismo imperante» che, come vedremo tra un attimo, se la cavano anch'essi, con qualche accorgimento. In passato abbiamo ricevuto le spiegazioni necessarie per capire la nostra storia: nel 2003 il Censis ha fatto presente che «non c'erano ragioni per innamorarsi di un'ipotesi di declino e impoverimento». L'anno dopo ha rilevato che la «patrimonializzazione di massa», soprattutto immobiliare, era divenuta il motore del paese. Nel 2005 vi erano soprattutto «schegge di ripresa», poi confermate l'anno scorso, quando il «silenzioso boom» era guidato ormai essenzialmente da una minoranza industriale «orientata alla globalizzazione». E nel 2007? Oggi contribuiamo al mondo globale con un'offerta diretta alla «fascia altissima del mercato»; a fianco c'è una «strategia di nicchia» per le piccole imprese che lavorano su commessa; infine si assiste a una «ricollocazione in Italia di molte produzioni di alto brand».
Il futuro è di una economia reale, guidata da grandi protagonisti: che, non nominati, sono Fiat, super banche, Eni, Enel più qualche altro. C'è la «buona ripresa», pur turbata da qualche «nuvola nera» di carattere finanziario e dallo scontento dell'opinione pubblica, ma si fa trascinare in una sorta di neghittosità (parola che prestiamo al Censis per una prossima edizione del rapporto). «Tuttavia non è una snobistica sottovalutazione dei problemi finanziari dire che le preoccupazioni sorte negli ultimi mesi sono state via via ridotte e in parte superate».
La buona ripresa è però localizzata in aree del paese e non è generalizzata. Il sud è rimasto fuori e i salari sembrano bassi, anche se la retribuzione reale è poi un po' «diversa». In ogni caso i salari subiscono la strategia delle imprese vincenti: «Prezzi alti sull'esterno e costi bassi sull'interno». Dumping come se piovesse, insomma. Il mancato incremento salariale rende difficile la ripresa dei consumi; anche se il Censis ha notato un aumento dei consumi del 2% nella prima metà del 2007 che corrisponde «non alla trasposizione delle energie minoritarie in energie di massa», ma a una nuova «logica di consumo delle famiglie italiane».
Con il cambio della moneta, le famiglie hanno «vissuto una compressione durissima» e l'hanno contrastata con una «strategia intelligente»: il consumo ordinario è stato gestito con compere di merci scontate; il risparmio, usato nell'acquisto di beni durevoli «calibrando anche il credito al consumo» cioè pagando a rate anche il panettiere; dedicando il residuo «allo sfizio gastronomico o turistico o addirittura culturale». Tutto questo però, con l'aggiunta di una certa sfiducia nei «tesoretti» dispersi nella politica dal governo, invece di offrire una palestra di efficienza, ha ingenerato un inspiegabile pessimismo. Ne è risultata una realtà ambigua, un'inerte «antropologia senza storia, senza chiamata al futuro». Il fatto è che la maggioranza sfugge al sociologo; è ormai una «poltiglia di massa», un impasto di pulsioni, ua «progressiva esperienza del peggio», lo spegnimento di tutto quanto è "vitale"». E per parlare meno forbito, invece di «poltiglia» si dice «mucillagine», che è poi la parola forte del 41° Rapporto Censis. Seguono alcune pagine di grande trasporto emotivo. Ce n'è per tutti: «la passione si sfarina in pulsioni; il valore della parola si grattugia in parole tanto eccitate ed ebbre quanto prive di contenuto e di messaggio».
Ogni piccola frase ha però un obiettivo, spesso a noi sconosciuto, ma che si riconoscerà nell'invettiva . «... La religione diventa religiosità individuale e di gruppo; la libertà diventa imperfetto possesso del sé; il popolo diventa moltitudine di massa (questa l'abbiamo capita, ndr.)» Ma la poltiglia di massa può essere rimessa in movimento. Il Rapporto pensa a un certo numero di imprenditori schumpeteriani: «sono proprio lo spirito di avventura e il largo spettro di relazioni che hanno fatto grandi, anche nell'immaginario collettivo, i protagonisti più noti della recente minoranza vitale, siano essi fabbricanti di auto, pellami, vestiario o denaro». E con un sperticato elogio delle «minoranze» industriali, il Censis affida ai pochi Montezuma capaci, il compito di guidare il paese. L'ultima minoranza è quella che sceglie «l'appartenenza a strutture collettive (gruppi, movimenti, associazioni, sindacati, ecc. come forma di nuova coesione sociale e di ricerca di senso della vita». Tanto per prendere le distanze dai grandi partiti, condannati perché, ahimé loro, «non hanno forza di mordente unitario».
Master necessari e costosi, carta stampata in ripresa
Più media E più utenti. Si leggono più libri e giornali, si frequenta di più la Rete
i.d.
La scelta di elevare a dieci anni il percorso dell'istruzione obbligatoria, scrive il RApporto Censis, è coerente sia con lo scenario europeo sia con i desideri e le scelte della popolazione studentesca e delle famiglie. Più del 90% degli studenti italiani, finita la scuola media, si iscrive di buon grado alle superiori, ma i più lamentano attività di orientamento troppo generiche e inefficaci. Buone notizie dal mondo della scuola per quello che riguarda la presenza di studenti stranieri, che sono oggi più di mezzo milione (il 5,6% sul totale), con un tasso di crescita che oscilla fra il 12,8% della scuola elementare e il 23,8 delle superiori; gli studenti stranieri vorrebbero però maggiore supporto da parte di mediatori culturali, esperti e istituzioni locali e nazionali. Per quanto riguarda l'università, lo schema 3+2 Berlinguer-Moratti è ormai diventato saldamente 3+2+2: dopo la laurea triennale si passa alla specialistica e dopo la specialistica si pensa sia utile frequentare un master nel 61% dei casi. I master costano: una media di 5.400 euro all'anno, ma la qualità non ne consegue. L'Erasmus è nei desideri di tutti o quasi (92%) gli studenti italiani. All'interno del territorio nazionale, la mobilità continua a essere prevalentemente da sud a nord. La spesa media di uno studente fuori sede si aggira sui 1100 eiuro al mese.
Buone notizie dal RApporto Censis anche in materia di fruizione dei mass media. IN controtendenza rispetto alle analisi più accreditate sulla crisi della carta stampata, il RApporto sostiene che il pubblico dei giornali aumenta: il 79,1% della popolazione èè entrato in contatto con un quotidiano nel 2007. Su questa cifra incide sia la free press sia i quotidiani on-line, ma l'84% dei lettori sceglie i quotidiani tradizionali (il doppio degli utenti della free press e il quadruplo dei frequentatori dei siti on line). La tv continua a menare la danza nell'utenza multimediale. La tv tradizionale è il mezzo più usato (92%) , la tv satellitare raggiunge il 27% degli italiani e la tv digitale il 13,4. Secondo il RApporto, la qualità televisiva è sempre più bassa nell'utenza «feriale» (quiz, fiction, reality), ed emigra verso le tv a pagamento. Morale: dal «di tutto di più» della tv generalista bisognerebbe passare al «di meglio ai più» nel contesta della rivoluzione digitale.L'integrazione di diversi media non ne premia uno a scapito degli altri, ma aumenta la platea complessiva degli utenti. E' così che perfino il consumo di libri, tradizionalmente uno degli indicatori più bassi e disperanti dela società italiana, sembra crescere: sono il 59,4% gli italiani che nel 2007 hanno letto almeno un libro e il 52,9 quelli che ne hanno letti addirittura tre. Il pubblico televisivo aumenta a sua volta, anche se di poco. La radio vive una seconda giovinezza, rivelandosi il medium più flessibile di tutti e più adatto a fare da sfondo all'uso di computer, cellulari, mp3. Gli utenti del Web sono arrivati al 45,3% della popolazione, con un boom della banda larga.
Il lavoro en general sotto la mucillaggine
Benedetto Vecchi
Al Censis non manca certo il gusto per le ellissi, i giochi di parole, le immagini fantasiose sulla società italiana, a partire dalle capriole che la comunità di produttori raccolti attorno alla piccola impresa compie per garantirsi quel ruolo, misconosciuto, di locomotiva dell'economia italiana. È infatti attorno alle gesta di quell'esercito operoso di vecchi e nuovi artigiani, di «fabbrichette» che il Censis costruisce l'annuale rapporto sulla società italiana. Quest'anno è la volta della mucillagine, l'immagine scelta per sintetizzare le tendenze in atto nella società italiana. Una sintesi, tuttavia, che privilegia una lettura organicistica della società italiana che non aiuta certo a fare chiarezza.
Dunque un'Italia melmosa, segnata da impoverimento che si riproduce, diffondendosi, mantenendo intatte le caratteristiche: laboriosità, una certa capacità di muoversi agilmente sul mercato mondiale, disinteresse, se non ostilità per come viene gestita la cosa pubblica. Eppure dietro ogni capitolo che compone il quarantunesimo rapporto sulla situazione sociale del paese fa capolino una griglia analitica in auge al tramonto del decennio reaganiano. Si tratta di quelle analisi sugli Stati Uniti dove la crescita delle diseguaglianze sociali ha prodotto l'underclass, cioè quei lavoratori poveri erranti per il paese che sembrano emergere da un'altra era, quella descritta da John Steinbeck in Furore.
Donne e uomini che lavoravano sì, ma con salari al di sotto della soglia di povertà. Donne e uomini indebitati con le banche, perché incapaci di pagare i mutui delle case faticosamente acquistate. Donne e uomini che mettono in atto strategie di «finanza creativa» per far fronte alla perdita del potere di acquisto del proprio salario. Infine, donne e uomini che reagiscono alla galoppante globalizzazione rifugiandosi nel culto del locale. Descrizione spietata di una classe operaia impoverita, colpita al cuore dal capitalismo neoliberista. Ci vorranno altri dieci anni affinché il giovane clarinettista di Little Rock Bill Clinton riesca a infondere un po' di fiducia, senza però mai riuscire a far uscire la working class dalla povertà in cui l'ha cacciata Ronald Reagan.
Ma se al posto della classe operaia e della forma stato statunitense mettete il ceto medio tanto caro al Censis e il sistema politico e finanziario italiano il risultato non cambia. Impoverimento, indebitamento, strategie di fronteggiamento della perdita di status. Il vero nodo da sciogliere, ma che il Censis preferisce lasciare aggrovigliato, sono le condizioni materiali del lavoro en general.
La mucillaggine che cresce a dismisura, che copre come una melma in attesa di chissà quale nuovo boom economico è infatti il lavoro senza aggettivi. Metalmeccanici, colletti bianchi, lavoratori della conoscenza a tempo indeterminato o precari sono tutti colpiti dalle politiche neoliberiste del passato governo e dalla crisi di quel «capitalismo molecolare» talvolta guardato con ammirazione dal Censis. Un tendenza che non sarà certo ribaltata dal liberismo compassionevole che domina l'attuale politica economica del governo di Romano Prodi.
Qui l'editoriale di Ida Dominijanni
Appelli che si moltiplicano, seminari sempre affollatissimi che si rincorrono e sovrappongono, dibattiti su singoli temi o su strategie totali, impegnati interventi su tutta la stampa di sinistra, e-mail che a valanga ci raggiungono ogni giorno. Sempre più ampia e sentita è l’attesa per gli Stati Generali dell’8-9 dicembre, data a partire dalla quale le sinistre italiane, finalmente unite, dovrebbero avere una sola parola.
Il fatto era in qualche misura prevedibile. Lo aveva annunciato il popolo del 20 ottobre, e il 24 novembre delle donne, e la Sinistra Europea al suo secondo congresso, appena celebrato a Praga con la presenza attiva (accanto ai diciannove partiti che istituzionalmente la compongono) di una serie di associazioni e gruppi portatori di istanze molteplici. Ma il fervore politico di questi giorni va oltre le attese. Nessuno può oggi negare l’esistenza di una sinistra; o meglio, di una urgente e consapevole domanda di sinistra, e quindi di un forte “potenziale” di sinistra, fatto di persone di provenienza e condizione le più diverse, per lo più estranee ai partiti, che si ritrovano nel rifiuto del mondo così com’è oggi, e chiedono una politica capace di promuoverne il superamento. Persone pronte a partecipare e a impegnarsi. Ma anche a defilarsi, ad arrendersi di fronte a una qualità della politica in cui non si riconoscono. Se i quattro partiti che hanno indetto gli Stati Generali non sapranno cogliere questo enorme potenziale di sinistra, capirne il valore e rispondere adeguatamente, il danno non potrà non essere anche loro.
La prima risposta con più insistenza e all’unanimità sollecitata, come indispensabile premessa di ogni politica utile, è quella di una sinistra unita: che sappia dunque superare difficoltà e problemi immediati, e soprattutto abbandonare personalismi e piccoli interessi di gruppo, per guardare lontano; o provarci almeno, finalmente. Questo è d’altronde ciò che esige il mondo oggi, reso irriconoscibile dagli straordinari mutamenti prodottisi in tutti i campi durante il secolo scorso, e tuttora in atto.
La globalizzazione non è una parola, è un fatto. Il quale - utilizzando ogni passo di uno straordinario progresso tecnologico, e moltiplicando scambi e comunicazioni di ogni sorta - poco o tanto scuote e trasforma l’intera realtà, crea gravi, talvolta gravissimi, nuovi problemi, ma anche modifica profondamente i problemi ereditati dal passato; e a tutti imprime dimensione sovranazionale. Le migrazioni ininterrotte e sempre più folte, il terrorismo in continua espansione, la guerra dichiaratamente promossa a normale attrezzo politico, la finanziarizzazione in costante aumento, la crisi economica che molti qualificati osservatori giudicano strutturale e forse irreversibile, la sempre più drammatica crisi ecologica, sono tutti problemi per loro natura sovranazionali, sono “problemi-mondo”, che solo a livello sovranazionale potranno, forse, trovare soluzione. Ma anche il lavoro in ogni sua forma e il suo sempre più pesante sfruttamento, e così le crescenti disuguaglianze tra ricchi e poveri, l’impoverimento dei ceti medi, l’insicurezza generalizzata, cioè quelli che da sempre sono al centro dell’agenda delle sinistre: tutti sono divenuti problemi-mondo, e difficilmente possono oggi essere affrontati utilmente all’interno di un singolo paese.
Tutto questo non trova però rappresentazione a livello politico. Esiste, e impera, una globalizzazione economica, ma non esiste una globalizzazione politica. Un impegno serio di riflessione in proposito, non si vede nemmeno tra le sinistre, che pure per la loro stessa funzione storica ne avrebbero il compito, dato che sul lavoro soprattutto vengono scaricati i costi di questa “grande trasformazione”, e che sono sempre i più deboli a pagare i costi delle catastrofi ambientali. E questo è un vuoto, che in qualche misura si avverte anche nella vasta e fervorosa sinistra che in questi giorni si confronta.
Certo, a seguire incontri e dibattiti, a cogliere propositi e suggerimenti, è difficile non consentire con quanto si dice: in difesa del lavoro e di una più decente distribuzione del reddito, contro la guerra e le basi militari americane disseminate in Italia e in Europa, per la rivendicazione dei diritti civili e contro la violenza sulle donne, a favore delle energie rinnovabili e contro il nucleare, e così via; tutte cose non solo condivisibili ma sovente proposte con intelligenza e coraggio, e tutte (tranne rare eccezioni) in sintonia con la linea storica delle sinistre. Ciò che si ascolta insomma è, in qualche modo, “il meglio del già detto”. Può bastare?
La Sinistra italiana, che attendiamo veder nascere unita dalle prossime assise, non credo possa esimersi dal riflettere sui grandi mutamenti che agitano il mondo, anche per rileggere alla loro luce i problemi da sempre oggetto prioritario del suo programma. A cominciare dal mercato del lavoro, in cui l’antica equazione “più produzione = più occupazione” è ormai fuori corso, perché delocalizzazioni, invasione di prodotti stranieri a prezzi stracciati, tecnologie capaci di sostituire porzioni crescenti di lavoro umano, masse di migranti, hanno di fatto vanificato le “leggi” pensate per regolarne le dinamiche, e però da nessuno - ch’io sappia - date per decadute.
Ma ciò su cui vorrei soffermarmi con qualche attenzione è la crisi degli equilibri naturali, il più clamoroso “mutamento” impostosi negli ultimi decenni e il più carico di conseguenze negative: problema, come noto, a lungo sostanzialmente ignorato dalle sinistre. Oggi le cose sono notevolmente cambiate, e Prc in particolare dedica non poco rilievo alla materia. Diversi sono in effetti i passaggi che nei diversi documenti preparatori degli Stati Generali si occupano della questione, di cui non è qui possibile dar conto. Ma ciò che mi interessa rilevare è che le politiche ambientali previste (promozione di energie rinnovabili, razionale trattamento dei rifiuti, opposizione a “grandi opere” di pesante impatto ambientale, ecc.) certamente utili, di fatto rappresentano solo dei correttivi, delle modifiche che non incidono sull’attuale modo di produzione e consumo, e (nonostante volonterose dichiarazioni di “necessario cambiamento del modello di sviluppo”, e perfino di “ripensamento dello sviluppo illimitato”, di assunzione del “concetto del limite”) non raggiungono il “cuore” delle cose. Secondo un approccio non solo lontano dall’assunzione della crisi ecologica in tutta la sua terrificante portata, ma ignaro di ciò che vorrebbe un programma davvero capace di arrestare, o almeno rallentare il tremendo assalto ininterrottamente portato dal nostro sistema economico all’equilibrio naturale.
Che significherebbe rimettere in causa le categorie politiche oggi dominanti, e inaugurare una strategia che vada oltre la (certo necessaria) redistribuzione della ricchezza, per investire non solo i modi ma le ragioni stesse della sua produzione, e creare una cultura capace di interpretare e gestire i radicali mutamenti del mondo contemporaneo. Una cultura che ponga domande esigenti, e apra dubbi sulla ineluttabilità di obiettivi quali efficienza, produttività, competitività, crescita, sulla indiscutibilità di “doveri sociali” quali possesso e consumo di oggetti, sulla quantità come valore in sé; che sollevi interrogativi su vite interamente consumate dal lavoro, nel segno di un capitalismo accettato non solo come ineluttabile presente, ma come “naturale” futuro di tutti.
Oggi, accanto all’antico e irrecuperabilmente disuguale rapporto tra capitale e lavoro, ci troviamo ad affrontare il rapporto tra capitale e natura, anch’esso antico, ma solo di recente rivelatosi in tutta la sua rovinosa rapacità. Sono due problemi che (diversamente da quanto le sinistre hanno tradizionalmente ritenuto) non solo non si contraddicono, ma si completano a vicenda, anzi in qualche misura contengono anche tutti gli altri e possono forse indicarne la soluzione. Solo una sinistra unita può trovare la forza di proporseli come obiettivo. Ma a volte accade anche che un’idea chiara, un obiettivo condiviso, si facciano presupposti di un lavoro comune.
ROMA - Tutte le carte di Bettino Craxi - 400 mila tra lettere, discorsi, appunti e documenti vari - saranno consultabili da oggi su Internet, grazie a un accordo tra la Fondazione Bettino Craxi e il Senato della Repubblica, che ha finanziato l’imponente lavoro di catalogazione, digitalizzazione e messa online. «Non è stato facile» spiega Stefania Craxi, che per assumere la presidenza della Fondazione ha rinunciato anche alla sua attività di produttrice tv. «Il fatto è che mio padre non teneva un archivio. Non conservava nemmeno le copie delle lettere che scriveva, quasi sempre a mano. Aggiungete che l’archivio del Psi è stato interamente distrutto, compresi i verbali delle riunioni della Direzione, e capirete quanto è stato complicato rimettere insieme le tracce di quarant’anni di vita politica».
Oggi negli scaffali della Fondazione sono catalogati - accanto a 10 mila fotografie ancora da riordinare e a 4000 ore di riprese televisive già condensate in 460 titoli - 285 faldoni zeppi di documenti, con 16 mila schede descrittive. E’ il frutto di due anni di lavoro di un gruppo di archivisti della società "Memoria", coordinati da Leonardo Musci. Quasi tutto il materiale che Craxi aveva voluto con sé in Tunisia è stato riportato in Italia dalla direttrice della Fondazione, la professoressa Giuliana Volpi: «Ci sono volute 18 valigie e quattro viaggi», ricorda.
A quelle carte si sono poi aggiunti documenti donati da amici e compagni che avevano conservato gelosamente una lettera, un biglietto o un telegramma firmato "Bettino", fino a comporre un archivio on line che sarà consultabile, da oggi, sul sito del Senato (www. senato. it).
Il materiale è stato suddiviso in quattro sezioni: attività di partito, attività istituzionale, attività 1994-2000, carte personali. Non risultano consultabili, perché la legge lo vieta, gli atti riservati di Craxi come presidente del Consiglio (1983-1987). Altri documenti sono stati poi esclusi dalla consultazione pubblica dalla stessa Fondazione.
La consegna ufficiale dell’archivio elettronico avverrà questo pomeriggio, nella sala Zuccari, alla presenza del presidente del Senato, Franco Marini.
TRA I 400 mila fogli, lettere, discorsi, biglietti, appunti e telegrammi che ora riempiono la stanza accanto, Stefania Craxi ne ha scelto uno, che ora è appeso alle sue spalle. E’ probabilmente l’ultimo scritto di suo padre Bettino - che lei non chiama mai “papà”, ma sempre “Craxi” - e fu trovato sulla scrivania di Hammamet il 19 gennaio 2000, il giorno della sua morte. E’ un semplice foglio di bloc notes, con le righe celesti solcate dalla grafia ancora forte e decisa di un uomo forse già morente: “In questo processo, in questa trama di odio e di menzogne, devo sacrificare la mia vita per le mie idee. La sacrifico volentieri. Dopo quello che avete fatto alle mie idee la mia vita non ha più valore. Sono certo che la storia condannerà i miei assassini. Solo una cosa mi ripugnerebbe: essere riabilitato da coloro che mi uccideranno”.
Ma neanche Stefania, che ha scelto in un minuto il documento da incorniciare, sa esattamente tutto quello che c’è in quei 285 faldoni nei quali è sigillata la storia di suo padre, o meglio le tracce cartacee e visuali che ne sono rimaste. Forse, per dire, non sa neanche che nello scatolone della corrispondenza personale, tra le lettere di Yasser Arafat e i biglietti di Mitterrand, c’è una lettera firmata Silvio Berlusconi.
Una lettera breve, di una paginetta, ma scritta di suo pugno alla fine di ottobre del 1984. Una testimonianza importante, perché è il tassello mancante di una vicenda decisiva, nella storia della televisione italiana: il decreto Berlusconi. Era successo che il 16 ottobre tre pretori - a Roma, Torino e Pescara - avevano ordinato l’oscuramento di Canale 5, Retequattro, Italia Uno e altri due network perché trasmettevano in diretta su tutto il territorio nazionale, nonostante il divieto allora imposto dalla legge. Berlusconi guidò ovviamente la protesta, parlò di “sconcerto, amarezza e ribellione”, ma dovette tenere spente per quattro giorni le sue tv.
Finché, la mattina del 20 ottobre, il Consiglio dei ministri - convocato d’urgenza da Craxi - varò un decreto-legge che sanava immediatamente la situazione e concedeva un anno di tempo alle tv. Tutti pensarono, molti dissero e qualcuno scrisse che il capo del governo aveva voluto dare una mano al suo amico Silvio. Nessuno però poté dimostrarlo. Ebbene, la lettera di Berlusconi è la conferma che mancava.
“Caro Bettino - scrive il Cavaliere - grazie di cuore per quello che hai fatto. So che non è stato facile e che hai dovuto mettere sul tavolo la tua credibilità e la tua autorità. Spero di avere il modo di contraccambiarti. Ho creduto giusto non inserire un riferimento esplicito al tuo nome nei titoli-tv prima della ripresa per non esporti oltre misura. Troveremo insieme al più presto il modo di fare qualcosa di meglio. Ancora grazie, dal profondo del cuore. Con amicizia, tuo Silvio”.
Le lettere di Craxi sono una netta minoranza, nel mare magnum della corrispondenza catalogata, perché il leader socialista scriveva spesso a mano e non conservava una copia delle missive che spediva. Tra le poche di cui è rimasta traccia, ce n’è una scritta a un compagno socialista con il quale lui ebbe rapporti altalenanti: Sandro Pertini.
Maggio 1984: Pertini è al Quirinale, Craxi a Palazzo Chigi. Ma è una lettera privata, da compagno a compagno, quella che Bettino scrive. “Caro Sandro, anche il presidente della Repubblica consentirà al segretario dei socialisti italiani di essere franco. Dopo la campagna di aggressione polemica ripresa dai comunisti contro i socialisti da quando ho l’onore di guidare il governo della Repubblica, penso che se tu ti fossi trovato tra i delegati socialisti del congresso di Verona, ti saresti unito alla loro legittima protesta con lo stesso orgoglio e la stessa energia con la quale sempre i socialisti riformisti hanno dovuto difendere il socialismo ogni qualvolta esplodeva il settarismo dei comunisti. Un abbraccio fraterno, tuo Bettino”.
Cos’era successo? Al congresso socialista di Verona la platea aveva rumorosamente fischiato Enrico Berlinguer, capo della delegazione del Pci. “Io non posso unirmi a questi fischi solo perché non so fischiare” aveva commentato Craxi dal palco. Una frase che non era piaciuta affatto a Pertini (come lo stesso presidente si era premurato di far sapere al leader socialista, con una secca telefonata) e della quale lo stesso Craxi si sarebbe poi amaramente pentito, un mese dopo, al momento della morte di Berlinguer.
Uno sprazzo di luce su una vicenda ancora oggi più ricca di ombre che di luci arriva invece da una lettera che Giuliano Amato scrive a Craxi il 9 febbraio 1993. La data è importante. Lo scandalo di Tangentopoli è al culmine della sua deflagrazione: da 24 ore Silvano Larini viene interrogato dal pool di Mani Pulite, e sta raccontando di un conto “Protezione” su cui Licio Gelli ha versato sette milioni di dollari al Psi. Craxi è già stato raggiunto da un avviso di garanzia e tre giorni dopo si dimetterà da segretario. Martelli darà le dimissioni entro poche ore.
In questo clima infuocato Amato, presidente del Consiglio, scrive a Craxi una lettera di suo pugno - su carta intestata di Palazzo Chigi, ma non protocollata e dunque non classificata - che sembra avere un solo obiettivo: rassicurarlo sui suoi guai giudiziari. “Caro Segretario, prendo a calci i primi mattoni di un muro di silenzio che non vorrei calasse fra noi. E vorrei chiederti invece di avere fiducia in quel che io sto cercando di fare. Occorre certo che passi qualche giorno, che la situazione delle imprese, e non solo della politica, appaia (come del resto già è) insostenibile. E’ inoltre realisticamente utile che la macchia d’olio si allarghi. Neppure a quel punto credo che sarà possibile estinguere reati di codice. Ma credo che l’estensione per essi dei patteggiamenti e delle sospensioni condizionali sia una strada percorribile. Sto conquistando su questo preziosi consensi. E ritengo che si ottengano così procedure non massacranti, che evitano la pubblicità devastante dei dibattimenti e forniscono possibilità di uscita (...). Claudio mi pare ormai in pericolo. Apprendo che, se ci fosse un riscontro a ciò che ha detto Larini, già sarebbe partito un avviso per concorso in bancarotta fraudolenta. Io sono qua. E continuo ad esserti grato ed amico. Giuliano”.
Il giorno dopo, al Senato, Amato dirà che “la questione morale è diventata, di prepotenza, prioritaria”. E tre settimane più tardi, il 5 marzo, il suo governo varerà quello che passerà alla storia come il “decreto salva-ladri”: depenalizzazione per il finanziamento illecito dei partiti ed estensione del patteggiamento ai reati di concussione e corruzione. Decreto che sarà precipitosamente ritirato dopo la clamorosa protesta in tv del pool milanese.
Alcuni dossier sono riservati a politici e giornalisti. Uno è dedicato a Cesare Merzagora. Un altro è intitolato “Eugenio Scalfari” e contiene cento documenti catalogati, tra i quali gli articoli dattiloscritti (consegnati dunque a Craxi prima della pubblicazione) di un’inchiesta dell’“Europeo”, cinque puntate al vetriolo sul fondatore di “Repubblica”.
Nomi invece ce ne sono tanti. Cossiga scrive più di tutti: lettere, biglietti, telegrammi. Una lettera dal Quirinale sembra scritta alla vigilia delle dimissioni: “Caro Bettino, non ho potuto seguire, in coscienza, il tuo consiglio di “restare”. Ma ho gettato piuttosto un ponte con quel galantuomo che è Oscar Luigi Scalfaro...”. Roberto Benigni nel 1991 gli manda da Porto Cesareo (Lecce) una cartolina con uno scoglio scritta nel suo stile: “Bettino, e a stare zitti ho già detto tutto. Ti saluto”.
Nel 1986 Leonardo Sciascia gli scrive: “Ho votato per il Psi e per il giovane Musotto. Già da anni io voto come se ci fosse il sistema uninominale (che bisognerebbe ripristinare). Ma non è questo il punto: è che la campagna elettorale del Psi in Sicilia mi pare sia partita sul piede sbagliato: quando si vuole rinnovare, e si vuole rinnovamento, bisogna che siano nuovi gli uomini che si propongono. Questa è la terra in cui l’esperienza della storia si è coagulata nella sentenza che “‘ncapu a lu re c’è lu vicirè”, al di sopra del re c’è il vicerè...”.
Una delle ultime lettere, dell’estate 1999, è per Giovanni Paolo II: “Santo Padre, don Verzè mi porta il Suo messaggio augurale. Grazie. L’unica grande fiducia è in Lei. Offro le mie sofferenze per il mio paese e per le intenzioni di Vostra Santità. B. Craxi”.
La recensione di Giancarlo Consonni mi ha fatto capire che è proprio bello il libro di Elisabetta Forni, La città di Batman . Bambini, conflitti, sicurezza urbana (Bollati Boringhieri, Torino 2002, pp. 220, € 19,00). Intanto, à bella e utile la recensione, che ci riporta ai temi intrecciati bambino (e quindi uomo) e città, spazio pubblico e democrazia, individuaismo e sopaffazione. Temi di oggi. La recensione è stata pubblicata in "Lo straniero", a. VI, nn. 26/27, agosto-settembre 2002, pp. 166-169
1. La città di Batman, appena uscito da Bollati Boringhieri, è un libro che meriterebbe di essere discusso in ogni città e in ogni quartiere. I temi che solleva e le soluzioni che indica non possono essere ignorate da amministratori, urbanisti, architetti, sociologi, psicologi e operatori del sociale. E i dibattiti e i confronti sarebbero tanto più fecondi quanto più nutriti dalla presenza attiva dei diretti interessati: bambini, genitori, cittadini. Insomma: si tratterebbe di continuare nel concreto di ciascun contesto la ricerca che Elisabetta Forni, docente di sociologia al Politecnico di Torino, ha compiuto su due aree - l’una centrale e l’altra periferica - del capoluogo piemontese.
Colpisce l’equilibrio con cui il volume è costruito: il coinvolgimento di un’ampia letteratura, l’attenzione a quanto emerge nei media, l’interpretazione sapientemente verificata e ricalibrata sull’osservazione diretta e, appunto, la capacità di ascolto dei protagonisti, i bambini in primo luogo.
Ma diciamolo subito, a scanso di equivoci: il testo non è confinabile nella saggistica sull’infanzia. Il suo orizzonte si definisce fra due polarità: i bambini e la città e indaga sulla complessa trama che li lega. Affronta la condizione dei bambini perché è l’indicatore più sensibile per misurare l’urbanità di una città, parla di città perché è il modo migliore per parlare dei bambini. Come non condividere le convinzioni da cui la Forni prende le mosse: che «una città amica dei bambini è una città nella quale starebbero meglio tutti», che «mettere gli interessi dei bambini al centro delle preoccupazioni sociali significa umanizzare l’intera società»? Siamo però disponibili a scavare nelle ragioni che, con Michel Gregoire, portano l’autrice a sostenere che «se la città non fa spazio ( place) al bambino, distrugge l’uomo di domani»? Ma, soprattutto, siamo disposti a trarne le conseguenze? Questo è un libro che non si limita all’analisi: formula proposte orientate da riscontri sul campo.
Sulla condizione del bambino oggi, l’autrice va subito a un nodo cruciale: nella metropoli dell’Occidente opulento siamo di fronte a un bambino blindato: «blindato in casa, dentro l’automobile, a scuola, in palestra o nel giardinetto recintato, guardato a vista dall’adulto, non solo per proteggerlo ma anche perché non disturbi l’“ordine morale” corrente».
Sballottato da un luogo all’altro secondo un «modello segregazionista», il bambino metropolitano è alla fine uno sconosciuto, al punto che può essere visto come «una minaccia alla sicurezza». Anche perché capita che il bambino, sottratto alla scena urbana, vi ricompaia in gruppo con vistose intemperanze adolescenziali. Le quali non vengono però colte dalla società per quello che sono: segnali a cui adolescenti e giovani ricorrono per dire «anch’io esisto». Né viene indagata la causa prima: il mancato addestramento del bambino alla relazione con l’altro e con l’ignoto, la sua impreparazione a gestire il conflitto e a comporlo in modo non violento; in ultima analisi la sua difficoltà a conoscere e a praticare i diritti e i doveri che fanno cittadinanza.
2. Un tempo questo addestramento aveva una sua palestra naturale nello spazio pubblico ed è su questo che il libro pone giustamente l’attenzione maggiore.
Da ambiti nei quali la comunità sviluppava i riti informali della socialità e del controllo sociale, la strada, la piazza e il parco negli ultimi decenni, ci avverte l’autrice, hanno visto sempre più messa in discussione la loro natura. Pubblici questi luoghi lo sono per lo più nominalmente, essendo in verità divenuti terra di conquista dei più forti. Dove l’auto ha la meglio sul pedone, il cane sul bambino, l’uso commerciale su altri usi e altri modi di stare nello spazio. La rete relazionale di cui sono state intessute le strade e le piazze è lacerata dalla tendenza a imporre nuove zonizzazioni, spesso sancite da recinti. Ma a indebolire oltremodo questa rete è la «sterilizzazione» dell’esperienza, colonizzata (e ammorbata) dal flusso veicolare, avvilita dal bombardamento pubblicitario e appiattita sulla dimensione monotematica del consumo. Si può dire che ormai lo stesso soggiornare negli spazi pubblici che esuli da motivazioni strumentali e che non aderisca al fordismo dei consumi sia fonte di sospetto.
Nel contempo, rimarca la Forni, lo spazio pubblico è sempre più descritto dai media come il luogo per antonomasia delle violenze dirette: il terreno di caccia degli individui e dei gruppi devianti. Poco importa che, soprattutto nei confronti dei bambini, la parte maggiore delle malversazioni e dei crimini venga espletata nella sfera del privato: è lo spazio pubblico ad essere indicato - in primo luogo a loro - come il territorio delle insidie e dei pericoli. Certo non mancano riscontri reali, ma una campagna martellante punta ad amplificarli a dismisura con l’obiettivo di accrescere il «panico morale», condizione per invocare e imporre la tolleranza zero.
A cambiare la natura degli spazi aperti pubblici concorre ora l’estendersi dell’installazione di telecamere: un pervasivo panopticon che ha l’effetto di sancire l’esautoramento dello sguardo collettivo e la deresponsabilizzazione di ciascuno dalla diretta, pacifica funzione di vigilanza a cui era tenuto in passato dalle relazioni comunitarie. Una simile risposta a giuste esigenze di sicurezza è tutt’altro che neutrale rispetto ai caratteri e ai modi d’uso degli spazi urbani: concorre anzi a una progressiva riduzione della complessità delle presenze per sfociare alla fine in forme più o meno palesi di militarizzazione dello spazio.
Ecco allora l’autrice rilanciare l’interrogazione sul binomio bambini/città. Un fatto caratteristico delle metropoli opulente è la progressiva limitazione dell’accesso allo spazio aperto pubblico da parte dei bambini (mentre per le metropoli del sottosviluppo quello spazio è al contrario il ricettacolo dell’abbandono). La scena urbana occidentale si è fortemente impoverita della loro presenza e questo non fa che accrescere la crisi dello spazio aperto pubblico in quanto incubatore primario di democrazia. È questo uno dei processi fondamentali attraverso cui, scrive Elisabetta Forni, la città «diventa l’altro da sé: portatore o creatore di mali reali o immaginari. Non è più un luogo da esplorare e nel quale apprendere attraverso l’esperienza, ma un mondo da cui difendersi se è il caso». Il libro ricostruisce così la spirale attraverso cui la città vede ridurre gli spazi di socialità e democraticità parallelamente alla crescita del tasso di «violenza strutturale» (i meccanismi vincenti) e di «violenza culturale» (la narrazione dei media).
Le interviste raccolte dall’autrice a Torino dimostrano come, per ragioni diverse, tanto in centro quanto in periferia ad essere comunque lacerato e residuale sia - per usare l’espressione di Franca Platania neuropsichiatra infantile - il «tessuto di fiducia» che caratterizzava e strutturava le strade e le piazze. Questa caduta delle relazioni comunitarie incide pesantemente sulle potenzialità stesse della città e dei suoi spazi aperti: la capacità «di mettere in relazione positiva identità personali, sociali ed etniche».
La sparizione dei bambini dalla strada e dalle piazze appare allora chiaro in tutta la sua portata: è un indice inequivocabile della diminuita abitabilità dei luoghi e insieme della caduta di urbanità.
Se si tiene conto che - a dispetto dell’inquinamento - i bambini intervistati esprimono ancora una predilezione a giocare negli spazi aperti, si può cogliere come sia riduttiva la liquidazione operata da diversi urbanisti e architetti circa il ruolo socializzante di tali spazi, ormai soppiantati, a loro dire, dai mall commerciali.
A parte i dubbi, avanzati dalla stessa Forni, circa le forme di socialità possibili nelle città-mercato, è comunque evidente lo squarcio che si è aperto nel paesaggio contemporaneo, privato ormai del «collante» degli spazi aperti pubblici. Lo squarcio non è che lo specchio fedele della frantumazione che ha investito il corpo sociale nell’era dell’individualismo esasperato.
Tutto questo ha appunto una ricaduta sulla democrazia. Mentre la scena televisiva si offre come teatro dell’arroganza e della dismisura, il venir meno della «progressiva appropriazione fisica dello spazio» quale «parte integrante e costitutiva della crescita infantile e della socializzazione» è fra i fattori di crisi della società e di impoverimento della politica. E i due fenomeni sono interdipendenti, se non addirittura legati da un andamento a forbice.
3. Quanto alle vie d’uscita, l’autrice prende innanzitutto posizione nel dibattito disciplinare. Si schiera a favore di «ogni azione che sovverta la logica individualistica e privatistica di benessere e di qualità della vita» e polemizza contro le posizioni che troppo frettolosamente liquidano la questione della ricostruzione di una rete locale di rapporti sociali come «ciarpame comunitario» (Saskia Sassen).
Il libro dà quindi spazio alle osservazioni dei diretti interessati e degli operatori sul campo. Di particolare interesse è quanto emerge dalle testimonianze raccolte nel quartiere di Pietra Alta. Fra i tratti distintivi di questa zona periferica viene in primo piano non tanto la mancanza di spazi pubblici e collettivi quanto piuttosto l’«invivibilità» e l’«inospitalità» di quelli esistenti. Sul fronte dei rapporti sociali è significativa la segnalazione ribadita di una «diffidenza e ostilità reciproca», oltre alla condivisa sensazione di sentirsi penalizzati dalla presenza nelle vicinanze di un campo nomadi. Tutti fatti che nell’insieme consolidano fra gli abitanti del quartiere la sensazione di essere stati abbandonati dalle istituzioni pubbliche.
Ma, significativamente, su tutto spicca una descrizione della periferia come connotata da una «desolata mancanza di animazione».
Infine le proposte. In primo luogo il ruolo assegnato alla ricostruzione di una memoria collettiva transgenerazionale. Un riferimento è il progetto «Grande Museo» attuato dalla città di Stoccolma e che ha visto la mobilitazione di molti soggetti sociali nel dare corpo a una memoria attiva. Nel corso stesso della sua ricerca, Elisabetta Forni avvia, ovviamente con ben altri mezzi ed estensione, una ricostruzione che si muove in quel solco e che arriva in taluni casi a tracciare una “biografia” dei luoghi urbani: caratteri, vissuto, rappresentazione.
Il volume allarga quindi l’orizzonte a esperienze di riqualificazione dello spazio pubblico in varie direzioni, rivisitate non senza proporne l’armonizzazione: accessibilità, diversificazione, sicurezza dei percorsi, architettura dei luoghi, sensibilizzazione della popolazione adulta e, infine, promozione di una qualificata presenza di “tutori” e animatori negli spazi pubblici a difesa della presenza dei bambini.
Insomma La città di Batman ci dice che guardare ai bambini e alla loro possibilità di essere creativamente presenti nello spazio pubblico è un modo per capire la città: il suo essere una risorsa insostituibile nella costruzione e nella preservazione della convivenza civile. E che non è più rinviabile una mobilitazione di intelligenze e di energie inventive per la sua rifondazione.
Il testo inserito di seguito (segnalato e scandito da Paolo Berdini per i lettori di eddyburg.it) è tratto dal volume Mario Rigoni Stern, nella collana Ritratti della Fandango libri. Il ritratto di Rigoni è curato da Carlo Mazzacurati e Marco Paolini. Il primo è il regista del dvd allegato al libro; il secondo l’intervistatore. Il capitolo è intitolato “Uno stato sociale”. Riprende un tema – quello del rapporto tra proprietà, comunità e territorio - affrontato spesso nel sito.
Paolini. Senti, ma lavorare al catasto in Altipiano vuol dire anche non avere a che fare con un tessuto di proprietà come in altre parti del paese, perché qui c’è qualcosa che forse non c’è in altre parti d’Europa.
Rigoni Stern. Si, infatti, io penso che per il novanta per cento, o quasi, la proprietà sia della comunità.
P. Cosa vuol dire, chi è la comunità?
RS. Siamo noi, i residenti, noi originari. In questo Altipiano, quando i nostri antenati hanno deciso di vivere qui non avevano padroni. Soltanto sembra che Cunizza da Romano, quello che Dante mette in Purgatorio, abbia lasciato agli abitanti il feudo, che non aveva nessun valore, perché quassù non veniva nessuno. Allora queste proprietà sono nostre, le proprietà private, che attualmente sono limitate al territorio attorno alle contrade, erano anche queste proprietà della comunità, soltanto che venivano concesse e dissodate dalle famiglie che vivevano lì.
P. Che cosa vuol dire proprietà della comunità, vuol dire che non sono di nessuno?
RS. No, sono nostre. Ci sono quelli che dicono che sono demaniali, ma il demanio è un ente, è lo stato, è qualcosa di astratto. Noi siamo concreti, siamo persone che hanno la proprietà di queste montagne.
P. Quindi cosa potete farne o cosa non potete farne?
RS. Possiamo solo amministrarle come a noi pare giusto, usare le entrate per le cose che sono necessarie.
P. Ma sembra una cosa utopica.
RS. No, con l’entrata del bosco nel dopoguerra abbiamo costruito il nostro ospedale, senza interventi dello stato, senza interventi o aiuti di provincia o regione: tagliando alberi, e purtroppo ne abbiamo tagliati tanti, perché ci sembrava in quel momento che l’ospedale fosse importante per noi.
P. Dopo la Prima guerra?
RS. La Seconda guerra mondiale.
P. E prima della Seconda guerra mondiale, prima dei danni anche dell’altra guerra, che cosa facevate con i soldi?
RS. I soldi del legname servivano per amministrare i cittadini, servivano per pagare i maestri, per pagare i medici.
P. Cioè pagavate i maestri e i medici con i soldi del legname?
RS. Con i soldi della proprietà collettiva, serviva per pagare il segretario comunale, serviva per costruire le case necessarie alla gente: una casa di riposo, un asilo infantile, provvedere per la manutenzione delle strade e c’era anche un aiuto per i meno abbienti.
P. Uno stato sociale?
RS. Uno stato sociale. Era usanza, ad esempio, a chi era povero o alle donne rimaste vedove, prima dell’invero dare farina e formaggio sufficienti per arrivare in primavera
P. In qualche modo c’è un rapporto tra questa organizzazione sociale e l’uso che si fa dell’ambiente?
RS. Ci mancherebbe, è essenziale, per il fatto che se una cosa è amministrata bene dura e ha un reddito. Una cosa amministrata male si spreca in fretta.
P. Ma chi decide per esempio?
RS. Decide la comunità.
P. E chi sono?
RS. Quelli che sono eletti. Un tempo erano eletti dai capofamiglia, venivano eletti ogni quattro anni, e le cariche pubbliche non potevano essere rielettive, chi era stato eletto per un mandato doveva ritirarsi e lasciare spazio agli altri.
P. Ma questa organizzazione dell’Altipiano dei sette comuni non andava a intralciare l’organizzazione dello Stato, di cui faceva parte l’Altipiano?
RS. Venezia ci aveva lasciato tutte queste libertà, fino alla sua caduta. Infatti i nostri prodotti, che erano lana, ch’erano legname, ch’erano marmi, ch’erano carne che veniva dalle greggi e dagli allevamenti, venivano esportati nel territorio della repubblica di Venezia ed anche oltre senza nessun gravame.
P. E dopo Venezia è continuato comunque?
RS. Dopo Venezia sono arrivati gli austriaci. Gli austriaci in parte hanno conservato, ma in parte no, perché hanno iniziato con i catasti, con l’esigere il prediale.
P. Che cos’è il prediale?
RS. E’ la tassa che si paga sul terreno, perciò anche le terre di proprietà della comunità pagavano un prediale verso lo stato, che esigeva una tassa da tutti i proprietari.
P. Eleggevate anche il parroco?
RS. Sì, ed era un’antica consuetudine che il parroco veniva scelto dalla gente, dai capofamiglia che lo votavano. Ed è successo anche che dei parroci proposti non sono stati accolti.
P. Ancora adesso?
RS. C’è ancora il diritto di votazione del parroco.
P. Oltre al parroco, una parte di questo sistema di organizzazione sociale è ancora vivo con tutti i cambiamenti che ci sono stati?
RS. Adesso ci sono le previdenze sociali, le pensioni, i contributi, gli operai eccetera. E’ molto cambiato, naturalmente.
P. Ha una funzione questa organizzazione?
RS. Ha la funzione della conservazione di questo patrimonio, sono convinto che se questo patrimonio della comunità fosse diviso tra i comproprietari, nel giro di brevi anni verrebbe intaccato in materia notevole, perché ci sarebbe chi lo vuole sfruttare troppo e chi lo abbandonerebbe.
P. Ma qui nessuno vuol cambiare?
RS. No, abbiamo il diritto di uso civico e questo diritto consente ad ogni cittadino di dire la propria cosa e di opporsi se una cosa funziona male.
P. Siete proprietari ma in un certo senso diventate custodi.
RS. E’ forse meglio essere custodi che proprietari.
Vedi anche: Magnaghi, Il territorio come bene comune
1. Una natura precocemente fatta storia
Ci sono sensibilità, attitudini mentali, modi di essere spirituali, che percorrono come un fiume sotterraneo la storia di un Paese e che lo contrassegnano per secoli con un marchio di straordinaria durata e persistenza. Sono caratteri originali, non facilmente afferrabili, e pur solidi come la roccia, di cui quasi mai si arriva a comprendere l’origine, o l’insieme di cause che hanno finito col generarli e farli durare nel tempo.
Senza dubbio costituisce un connotato profondo della cultura italiana la rimozione che le popolazioni e le loro classi dirigenti(compresi i ceti colti) hanno operato nei confronti della storia del proprio territorio. Una rimozione che a lungo ha riguardato la vicenda del suolo come natura, la cancellazione dalla memoria collettiva degli eventi catastrofici con cui le potenze oscure della Terra hanno scandito la vita delle varie comunità della Penisola nel corso dei secoli. L’Italia, terra tra le più intensamente sismiche del bacino del Mediterraneo, dispone di sempre più aggiornati cataloghi storici dei terremoti che l’hanno ripetutamente colpita, ma non ha mai elaborato una cultura nazionale connotata dalla consapevolezza di questa sua millennaria e inquietante originalità. La memoria storica socialmente più utile, forse la sola in cui effettivamente la registrazione del passato e’ magistra vitae - per quel che ci racconta e prescrive a proposito del suolo su cui viviamo e operiamo - costituisce un dato marginale dei saperi dominanti e della cultura nazionale.
Ma tale rimozione investe più latamente la memoria psicologica e colta delle popolazioni anche per aspetti meno dolorosi e funesti del passato. Gli italiani non solo hanno cancellato gli eventi eccezionali di cui sono stati così frequentemente vittime, ma hanno steso una coltre di oblio anche sui manufatti storici al cui interno hanno edificato i loro insediamenti, elaborato le loro economie, condotto i loro traffici, intessuto le loro relazioni sociali. Mi ha sempre fornito elementi di stupore e riflessione la considerazione svolta alcuni anni fa da Lucio Gambi a proposito della centuriazione romana ancora oggi visibile in tante aree e regioni della Penisola:
“Cito il caso della pianura padana da Cavour a Cividale e da Ivrea a Rimini, dal bacino fiorentino e della Terra di Lavoro dove si è conservata in migliori condizioni la centuriazione romana… La vasta geometria del reticolo viabile, del sistema drenante, delle direzioni e delle sagome dei campi pare che non siano fatti che abbiano lasciato un’impronta incisiva nelle percezioni territoriali della gente che su questi spazi rurali abita. D’altronde, il fenomeno della centuriazione è stato individuato e recuperato alla memoria dalla cultura erudita solo intorno alla metà del secolo scorso. Ma qui si può dire che, per lo meno in alcune delle regioni ricordate, la gente si è finalmente resa ragione di quelle comode e folte maglie di strade ortogonali, solo dopo che le autostrade, scorrendovi in mezzo coi loro imperiosi terrapieni, le hanno ostruite ed occluse”.
Certamente fanno parte di un fondo antropologico forse inesplorabile le ragioni che hanno condotto le popolazioni italiche e italiane a percorrere i secoli dell’era volgare senza avere, spesso, contezza del carattere eminentemente costruito del territorio da essi abitato. Calcare un suolo già ricco di impronte senza avere la capacità di scorgerle probabilmente è un connotato che deve essere comune a molte culture popolari europee. Ma certo per l’ Italia la situazione presenta elementi di singolare particolarità. Innanzitutto per essere stata, la Penisola, la sede privilegiata della intensa e secolare manipolazione e infrastrutturazione che vi operarono gli ingegneri e gli agrimensori romani. Emilio Sereni ebbe giustamente a ricordare come già Goethe avesse colto il carattere di manufatto civile, per dir così, del territorio italico in età romana. Una sorta - per citare le parole del poeta tedesco - di “seconda Natura che opera a fini civili” sovrapposta al paesaggio naturale e originario della Penisola.
Per due millenni numerose popolazioni, in varie regioni e città, hanno avuto davanti agli occhi o hanno quotidianamente utilizzato spazi urbani, cinte murarie, vie consolari, acquedotti, canali, cisterne, ponti, porti: il lascito evidente dell’ imponente opera di civilizzazione che aveva modellato e reso funzionale il territorio nel mondo antico. Oggi, peraltro, la ricerca storica è in grado di mostrarci anche tracce più profonde e nascoste dell’opera di manipolazione dell’habitat italico portata a termine in età classica. Si pensi, a tal proposito, alla costruzione di briglie e serre realizzate dai romani nell’Umbria meridionale per contenere i processi erosivi di alcuni fiumi. In taluni casi siamo di fonte a opere che sorprendono non solo per la loro imponenza, ma anche per la loro superstite funzionalità. E’ questo il caso, ad esempio, dell’opera, rinvenuta, sempre in Umbria, a Lugnano in Teverina : una “superba briglia in opera poligonale che si segnala non solo per l’interesse strettamente archeologico, ma anche per l’ottimo stato di conservazione, al punto… di consentirne seppure parzialmente il perdurare delle originali attività”
Un territorio dunque in cui la natura è stata ampiamente rimodellata e disseminata di tracce viventi e operanti delle opere dell’uomo. Un habitat originario trasformato in manufatto e dotato di molteplici lingue in grado di raccontare vicende e processi a chi avesse saputo ascoltarle. Un deposito di testimonianze che verosimilmente avrebbe dovuto dar luogo a un culto delle memorie territoriali in grado di alimentare e rendere diffusamente popolare la ricerca archeologica in Italia e, naturalmente, la storia del territorio.
E’ pur vero, ed è largamente noto, che l’impronta romana non si è limitata al solo territorio della Penisola, ma ha marcato anche, in vario modo e misura, l’intero territorio dell’Europa. Come ricordava anni fa Clifford T. Smith:
“E’ paradossale che le città romane abbiano lasciato un’impronta così profonda sulla geografia dell’Europa moderna, nonostante la vulnerabilità dell’economia e delle istituzioni urbane di fronte all’instabilità e al declino che seguirono al crollo dell’Impero. Difatti le tracce delle strutture urbane introdotte dai romani sono di gran lunga più evidenti della influenza delll’agricoltura romana sui sistemi di campi e sull’habitat rurale. Molte delle principali città dell’Europa occidentale hanno nomi di origine classica: in alcune la moderna configurazione urbanistica ha potuto seguire il tracciato di fortificazioni romane o la fondamentale ossatura del cardo maximus e del decumanus maximus; infine, nelle aree mediterranee più profondamente romanizzate, le moderne reti stradali spesso riproducono fedelmente una pianta romana”.
Ma l’Italia conserva caratteristiche più marcate e speciali di formazione storica del suo territorio. Intanto perché la disseminazione dei centri urbani e la loro capacità organizzatrice e plasmatrice dei rispettivi contadi probabilmente non ha comparazioni possibili con il resto dello spazio europeo. Come ricordava Cattaneo, nel noto saggio sulla Città considerata come principio ideale delle istorie italiane (1858), l’ incidenza della vita urbana sul territorio della Penisola costituisce un elemento di profonda originalità del suo processo di formazione storica. Centri propulsivi di vita economica, di commerci, di controllo politico e di elaborazione culturale, le città italiane hanno irradiato per tutta l’era volgare la loro potente azione modificatrice e organizzatrice sulle campagne con una ampiezza senza precedenti e senza pari in altre regioni dell’Occidente.
D’altro canto, una altro elemento di originalità e di distinzione andrebbe rammentato. Già dalla tarda età moderna, il territorio della Penisola mostrava e vantava un lato, per così dire, spiccatamente estetico, che lo differenziava nettamente dagli altri quadri geografici nazionali. Le bellezze naturali e simboliche di tanti siti, talune forme particolarmente suggestive del paesaggio agrario, le tracce monumentali delle grandi civilizzazioni antiche, e la disseminazione di opere d’arte al suo interno ne facevano un habitat del tutto particolare, in cui il calco del passato, la manipolazione umana si esprimeva nelle forme sontuose e uniche delle bellezza artistica. Ciò, com’è noto, era apertamente riconosciuto dalle élites intellettuali europee, tanto è vero che avevano eletto l’Italia a mèta privilegiata del grand tour. Ma almeno dalla fine del XVIII secolo faceva ormai anche parte dell’orgogliosa retorica degli illuministi italiani:
“Questo paese – ricordava Giuseppe Maria Galanti nel 1782 – che forma la più bella regione d’Europa, per la fertilità del suo suolo, e per la ricca varietà delle sue naturali produzioni, è parimenti sopra tutte le altre nazioni pregevole, per gli monumenti delle sue antichità e per li capi di opere d’arte in tutti i generi che racchiude nel suo seno”.
2. Una rimozione di lunga durata.
E tale aspetto basterebbe già di per sé a rendere clamoroso il carattere divaricato della cultura nazionale da una peculiarità di percorso storico materiale che non ha eguali nell’Europa moderna. Un territorio unico per profondità e ampiezza di manipolazione antropica e di modellazione artistica non ha sedimentitato nessuna apprezzabile peculiarità culturale fra le popolazioni e i ceti colti che lo hanno abitato.
Ma c’è ancora un altro aspetto, non meno rilevante da considerare, che ancora una volta distingue la vicenda della Penisola e la contrassegna con un rilievo di originalità profonda, se non di unicità. Come ha ricordato Fernand Braudel, le regioni del Mediterraneo, e in particolare le terre di pianura, hanno conosciuto una forma di colonizzazione agricola diversa da quella realizzata dal lavoro secolare delle popolazioni e dei contadini del Nord Europa. In queste ultime regioni le terre nuove sono state prevalentemente guadagnate all’agricoltura attraverso vasti e ripetuti diboscamenti, mentre nel Sud del Vecchio Continente è stata la bonifica, il prosciugamento degli acquitrini, l’inalveamento di fiumi e torrenti la via maestra per estendere le coltivazioni. Una diversità di strategie che probabilmente è il risultato di una sconnessione temporale profonda ancora oggi poco percepita dagli storici: nel bacino del Mediterraneo il diboscamento era stato già vastamente realizzato nel mondo antico, quando il Nord dell’Europa era ancora coperto dalle sue foreste originarie. E l’opera di bonifica delle terre di bassura è stata probabilmente, almeno in larga parte, una risposta necessaria delle popolazioni agli imponenti processi di erosione delle terre - conseguenza della stessa deforestazione - che già in età classica avevano preso a manifestarsi.
Resta pur sempre vero, tuttavia, che la Penisola italica è stata, per oltre un paio di millenni, il cuore della bonifica mediterranea. Nel suo territorio agricoltura e insediamenti, vale a dire attività produttive e fondazioni di aggregati demografici, sono stati resi possibili da processi più o meno ampi e profondi di trasformazione e di riassetto degli habitat originari. Per lo meno nelle aree di pianura e nel fondo delle valli un preliminare costrutto territoriale li ha preceduti o accompagnati – similmente, ma in maniera del tutto specifica e particolare – a quanto era avvenuto in Olanda. Un processo millennario rintracciabile perfino nelle terre dove l’opera dell’uomo può apparire meno visibile e i processi spontanei della natura piu marcati e dominanti:
“In effetti – ha scritto in proposito Lucio Gambi – la fascia litorale che chiude ad oriente la pianura padana su di un fronte di 220 km, è l’area ove le modificazioni della topografia originale sono state, da un paio di migliaia di anni in qua, le più imponenti, ampliandosi pure a lato delle grondaie del Po e dell’Adige, fino a più di 150 km dal mare. Queste modificazioni però non sono state opera della natura; o per meglio dire la natura ha fornito solo il materiale ( cioè le ghiaie, le arene, le argille e gli sfasciumi di ogni genere portati giù dai fiumi) che era indispensabile a compierle.Ma la più o meno disciplinata sedimentazione di quel materiale, così come la conservazione in alcune zone dei vasi lagunari, il corso dei fiumi e il profilo della costa come ora ci appaiono – in una parola la configurazione odierna della bassa pianura romagnola, polesana, veneziana e friulana – furono la conseguenza di disegni e iniziative umane”.
D’altro canto, non è senza significato – ed anzi costituisce forse il dato più cospicuo dell’originalità del caso italiano – il fatto che la vasta opera di bonificazione avviata in Italia in età contemporanea abbia dovuto in ogni ambito regionale e locale assumere un carattere di continuazione storica. Come ho più volte sottolineato, la vasta letteratura tecnica e ingegneristica che tra XIX e XX secolo ha affrontato problemi locali di bonificazione si presenta quasi sempre, in via preliminare, come una progettazione che fa i conti con le opere o con le tracce degli interventi operati nei decenni e più spesso nei secoli precedenti. Sia le varie società antiche ( quella magnogreca, quella etrusca e quella romana ) sia i poteri dell’età medievale e moderna ( monaci benedettini, Stati regionali, ecc) si sono impegnati diuturnamente e con vari esiti in un’opera di rimodellamento territoriale che lo Stato unitario ha poi ripreso con più ampia visione di insieme. Ed è riprova di eloquente significato il fatto che allorquando la geografia si è voluta misurare con serietà e profondità di analisi di episodi significativi della bonifica italiana, abbia dovuto collocarli all’interno di una vasta e articolata prospettiva storica.
Infine un altro, ulteriore, elemento di originalità, se non di unicità, ha marcato profondamente il territorio italiano, rispetto al resto degli Stati nazionali, un funesto filo rosso che oggi potremmo definire la prima questione ambientale europea. Mi riferisco, ovviamente, alla malaria. Endemia secolare legata alle condizioni dell’habitat, certamente presente in altre aree del Sud del Vecchio Continente, ma che in Italia ha costituito, sino all’età contemporanea, uno degli elementi più gravemente condizionanti l’abitabilità di estese regioni, la salute umana, l’attività produttiva, le stesse dinamiche demografiche.
Ebbene, questo insieme di caratteri originali non sono riusciti a imprimere nella cultura nazionale alcun tratto di peculiarità, né di distinzione. In essa non si sono riflessi, non hanno trovato accoglienza e rielaborazione i dati di una condizione materiale e ambientale che così a lungo hanno distinto il nostro Paese da altri ambiti continentali. Al contrario, la rimozione dei dati profondi della vita materiale e ambientale della Penisola ha costituito il lato distintivo della cultura nazionale in età contemporanea. Naturalmente una affermazione così impegnativa si può sostenere in questa sede solo per accenni ed indizi. Ma si tratta di accenni ed indizi di grande significato. Si pensi alla nessuna fortuna culturale, per tutto il corso dell’età contemporanea, di un autore come Carlo Cattaneo, portatore di una lettura della realtà e della storia italiana così profondamente legata ai dati della vita materiale, al lavoro, ai caratteri del territorio, alle economie locali, alle risorse naturali. Soprattuto nel corso del XX secolo le culture egemoni sono state quelle filosofico-letterarie e le ideologie politiche. Culture ovviamente importanti, che ci hanno collegato alla restante storia d’Europa e del mondo, ma che hanno come cancellato dallo scenario nazionale le culture tecniche, i saperi alti e anche popolari che stanno alla base della nostra vita collettiva. Gli effettivi costruttori di storia, coloro che hanno elaborato saperi e competenze per modificare la realtà materiale sono stati ricacciati nel fondo dello scenario della cultura italiana: a quasi esclusivo vantaggio dei detentori del potere o delle culture dotate di un linguaggio potentemente comunicativo.
Assai significativamente oggi il lettore italiano, nei dizionari e nelle enciclopedie, trova con facilità notizie e informazioni sulla vita e sui libri di Adolfo Omodeo, apprezzato storico del nostro Risorgimento. Vanamente cercherà non solo notizie, ma persino il nome di Angelo Omodeo, ingegnere lombardo, che non ha lasciato molti scritti, ma è autore di opere imponenti di trasformazione del territorio italiano e di diversi paesi del mondo. Angelo Omodeo è infatti il realizzatore dei tre grandi laghi artificiali della Sila calabrese – un’opera che ha portato la luce elettrica nella casa di milioni di persone del Sud d’Italia – il costruttore del lago Tirso in Sardegna ( il più esteso nell’Europa del suo tempo), un acuto teorico delle bonifiche italiane negli anni ’20 e ’30, l’ideatore di numerose opere di grandi dimensioni in Scozia, in Francia, in Spagna, in Egitto, in URSS, nel Messico.
Chi scrive ha dovuto constatare la quasi nulla popolarità, in Italia, della storia ambientale di Venezia. Quella che è oggi una delle più belle città del mondo è giunta fino a noi per un miracolo di sopravvivenza realizzato dallo sforzo secolare dei suoi governanti e dei suoi cittadini: grazie al controllo, da essi genialmente messo in opera, delle acque lagunari e delle dinamiche territoriali contermini. Eppure una tale vicenda non è mai uscita da una cerchia ristretta di competenti, mai si è trasformata in comune sapere nazionale. Soprattutto non si è trasformato in mito popolare, mancanza che ancor più profondamente denuncia il radicale disancoramento della cultura nazionale dalla vicenda del suo territorio.
D’altro canto, forse la prova più clamorosa del distacco della cultura italiana dai dati originali del proprio habitat è impressa nel carattere marginale e nei limiti conoscitivi che hanno cosi a lungo condizionato la scienza geografica nel nostro Paese. “Regione depressa” ebbe a definirla nel 1962 uno dei nostri maggiori geografi. Una disciplina che prima di ogni altro sapere avrebbe dovuto connotarsi - in Italia, più originalmente che in ogni altro Paese del mondo - come una geografia storica. E che invece a lungo ha incarnato, prevalentemente, un sapere meramente descrittivo. Non è un caso se in Italia non si è mai fatto quel “matrimonio” - come ebbe a notare anni fa Carlo Ginzburg – fra storia e geografia, che ha fatto l’originalità e la grandezza della storiografia francese nel XX secolo. E a testimoniare della distanza fra queste due culture nazionali concorrono anche piccoli segni che talora passano inosservati. Ho sempre considerato, ad esempio, un sintomo di grande significato il fatto che l’opera maggiore di Braudel - nell’originale francese La Mediterranée e le Monde mediterranéen à l’époque de Philippe II (1949)- sia stata tradotta in Italia, da Einaudi, col titolo, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II. Di certo avrà fatto orrore agli storici italiani che hanno presieduto all’edizione intitolare un libro di storia a un soggetto geografico, il mare, e fosse pure il Mediterraneo!
Si diceva, dunque, di nozze mancate. E occorre essere onesti: mancate, non solo per la “volontà recalcitrante” della geografia, ma anche per responsabilità della storia. Le discipline scientifiche di una Nazione non sono che rami di uno stesso albero. E l’albero della cultura italiana, per tutta l’età contemporanea – forse per il carattere prevalentemente castale e separato dei suoi gruppi intellettuali - è stato singolarmente distante dalla terra su cui è venuto crescendo.
3. Una felice stagione.
Le sparse osservazioni fin qui allineate dovrebbero credo fornire almeno qualche indizio su quanto in Italia, contrariamente a quel che chiedevano i suoi caratteri originali e tutto il suo passato, sia mancata una cultura del territorio e della sua storia. Certo, com’è noto, almeno a partire dagli anni ’70, finalmente anche da noi inizia una felice ma breve stagione storiografica. Per quasi un ventennio, in vario modo, la vicenda di lungo o di medio periodo del territorio nazionale entra nel cerchio magico dell’attenzione degli storici e degli urbanisti. Non è certo questa la sede per una rassegna storiografica, che pure sarebbe utile a sostegno delle mie argomentazioni. E tuttavia, pur nella consapevole parzialità e limitatezza dei rimandi bibliografici, credo che alcuni elementi di riflessione possano essere utilmente proposti.
Non credo che costituisca una forzatura affermare che la storia del territorio viene avviata in Italia, molto indirettamente, come storia del paesaggio agrario. Il testo di Emilio Sereni, del 1961, frutto – com’è noto – della feconda frequentazione dell’opera di Marc Bloch, avvia una tradizione di studi a lungo rimasta senza seguito. Esso, tuttavia, ha di mira non certo la ricostruzione delle strutture del territorio strettamente inteso, quanto, più precisamente, per dirlo con le stesse parole di Sereni, la storia di “quella forma che l’uomo nel corso ed ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale”.
Il territorio che Sereni ci consegna nel suo vasto affresco plurisecolare è in realtà la storia del suolo agricolo molecolarmente plasmato e modellato dal lavoro contadino, dalle tecniche di coltivazione, dalle forme delle piantagioni, dai modelli di impresa, dalle dimensioni della proprietà, dai rapporti di produzione fra le varie figure gravanti sulla terra. L’ambito di trasformazioni di cui ci ha dato conto, prima di altri, questo grande studioso è in realtà solo un geniale capitolo della storia dell’agricoltura italiana. E’ una vicenda che germina dalla cultura storiografica annalistica di metà ‘900 e dal contesto originale dell’Italia della seconda metà di quel secolo. Com’è noto, in quegli anni l’agricoltura e il mondo contadino sono al centro degli interessi della vita nazionale. Le grandi lotte contadine nelle aree latifondistiche del Sud, le vertenze nazionali dei mezzadri, i conflitti bracciantili nelle aziende capitalistiche padane, la riforma agraria del 1950, sono eventi che fanno epoca nella storia del Paese e che lasceranno una impronta politica e culturale profonda, destinata a ispirare le ricerche di più generazioni di studiosi e a fare della storia agraria italiana un capitolo senza dubbio importante della storiografia europea contemporanea.
Naturalmente lo studio dell’organizzazione degli spazi, e dei moduli degli insediamenti al loro interno hanno ricevuto un’attenzione speciale, che forse mai avevano conosciuto in passato. Tuttavia, credo di poter affermare, anche la ricerca che meno indirettamente si è occupata della vicenda del territorio e delle sue trasformazioni, vale a dire la storia delle bonifiche, non è che un capitolo della storia agraria, curvato sul versante della condizione del suolo e delle sue dinamiche. Benché in alcuni casi l’ispirazione di fondo sia venuta da altre domande disciplinari. E così può largamente dirsi, con qualche eccezione, per la storia delle acque e dell’irrigazione.
Certo, l’origine per così dire “agrarista” di tali studi non toglie ad essi valore conoscitivo, né sminuisce l’originalità del loro contributo. Allo stesso modo la storia delle città, che prende un significativo avvio in Italia negli anni ’70, può salutarsi finalmente come un particolare e senza dubbio fra i più originali filoni di storia del territorio italiano. Un episodio culturale in cui, almeno per una volta, alcune “scienze del territorio”, in questo caso il sapere degli urbanisti, ha ispirato e contagiato gli storici, o ha fatto, esso stesso, direttamente storia. Anche se non si può dimenticare che, tranne qualche singola opera, la ricostruzione ha prevalentemente mirato alla storia dei manufatti cittadini e della loro manipolazione nel tempo, quando non è diventata storia economica e sociale dei ceti urbani.
Non andrebbe peraltro dimenticato, in questo fuggevole quadro, il contributo che gli storici, spesso partendo da intenzionalità di storia agraria, o di storia sociale latu senso, hanno dato all’esplorazione del territorio attraverso la ricostruzione del sistema viario e delle comunicazioni.
Bisogna in effetti riconoscere, che la nostra conoscenza della Penisola è uscita notevolmente arricchita da quella straordinaria fioritura storiografica, che occupa la seconda metà del XX secolo. Una fioritura della ricerca europea, che ha visto in posizione egemone la storia sociale, e in cui l’Italia ha avuto un ruolo non marginale.
Tuttavia non si può fare a meno di rammentare il carattere prevalentemente indiretto, il modo talora, per così dire, casuale, con cui gli studiosi sono pervenuti a “scoprire” il territorio e la sua lunga stratificazione storica. Non c’è dubbio mi pare, che nell’esplosione di specializzazioni storiografiche verificatesi tra gli anni ’70 e ’90 del Novecento - storia del paesaggio, dell’agricoltura, della famiglia, della città, dell’alimentazione, della salute, ecc – significativamente non si schiude un ambito specifico per la storia del territorio. Non è mai nato un settore particolare di ricerche che studiasse, nella loro complessità e nelle loro connessioni, l’organizzazione degli spazi, la natura dei suoli, il carattere degli habitat, le trasformazioni antropiche, gli insediamenti, le connessioni infrastrutturali, economiche, sociali e le loro invisibili gerarchie, ecc. Un nuovo racconto pluridisciplinare che avrebbe potuto coinvolgere ingegneri e storici, geografi e urbanisti, demografi e architetti, agronomi e archeologi.
Ma la breve stagione è ormai tramontata. Benché occorrerebbe precisare che in quella fase il territorio è stato popolare per storici, urbanisti, geografi: cioè, pur sempre, per una ristretta cerchia di specialisti. Quanto di quegli studi sia diventato cultura corrente degli italiani costituisce una realtà che ci sfugge e che è assai difficile da stabilire. Quel che si può impressionisticamente constatare oggi è che quella temperie culturale si è come dissolta. Per lo meno a livello di grandi media, soprattutto la TV, la storia – anzi la “grande storia” come pomposamente viene talora reclamizzata – pare definitivamente ritornata ai corrivi fasti della vulgata événementielle. Fascismo, nazismo, leader e lotte politiche del dopoguerra e tutto quanto appare raccontabile in immagini filmiche è il solo passato storico in cui possono rispecchiarsi gli italiani. Sembra l’unico sapere del nostro passato oggi compatibile con la “società dello spettacolo”.
D’altro canto, tornando al versante disciplinare, è anche giusto sottolineare che oggi non appare più proponibile il “vecchio racconto” di un tempo. Una storia del territorio oggi è moneta fuori corso. Se è vero, infatti, che una delle categorie chiavi con cui si è fatta una certa storia del territorio in Italia – quella di paesaggio – oggi è diventata di assai difficile uso, non diversamente si è ormai costretti a dire del termine territorio. E in questo caso non tanto per l’uso polisemico e le volgarizzazioni che esso ha subito, negli ultimi anni, ad opera del linguaggio pubblico corrente. Quanto soprattutto perché oggi tale nozione, alla luce delle scienze dell’ambiente, appare in tutta la sua nuda neutralità e unilateralità semantica. E’ una categoria del vecchio vocabolario geografico. Come si può ormai fare storia del territorio dimenticando che esso, in ogni sua manifestazione, é intessuto di vita biologica, ricco o povero di risorse naturali, condizionato dal clima, contrassegnato da biodiversità, soggetto a proprie leggi di trasformazione su cui gli uomini pongono il loro calco? Il territorio, nel frattempo, è diventato ambiente ed esso richiede oggi, per essere indagato e storicamente ricostruito, una nuova e più complessa strumentazione culturale e concettuale.
Titolo originale: Bird flu's spread in east Turkey – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
DOGUBAYAZIT, Turchia – Circa tre settimane fa, i polli hanno cominciato a morire in quantità bibliche nella cittadina di Diyadin in Turchia orientale, ha detto lunedì Mehmet Yenigun. In due giorni, racconta l’abitante del villaggio, tutti gli uccelli - migliaia – erano morti.
Gli allevatori allarmati sono corsi dai responsabili locali a riferire della “peste” cercando aiuto e informazioni. Ma uno dei funzionari era in vacanza. Un altro, il veterinario regionale, ha annotato i particolari e risposto che qualcuno sarebbe andato a indagare. Sinora non è arrivato nessuno.
”Potrebbe essere influenza aviaria?” ha chiesto uno degli allevatori. Gli è stato risposto “No, non preoccupatevi di questo”.
Yenigun ha fatto quello che fanno da secoli i contadini in queste alte colline coperte di neve: insieme alla moglie e ai sei figli, hanno macellato e mangiato i loro 12 polli. Ha buttato due piccioni oltre la recinzione. “Non so, forse li hanno portati via i cani” dice. Questo potrebbe aver iniziato a diffondere l’infezione.
Domenica, finalmente, i funzionari riferiscono l’apparire dell’influenza a viaria nella provincia di Agri, che comprende il villaggio di Diyadin, anche se non hanno ancora rilevato il caso di Diyadin stessa.
La lentezza della risposta, dicono gli esperti, ha contribuito al consolidarsi dell’influenza nelle vaste zone orientali del paese. Ha consentito alla malattia di spostarsi da un villaggio all’altro incontrollata e – nell’ultima settimana – di passare dagli uccelli all’uomo. Sinora sono stati confermati quindici casi.
Nessuno dei sei figli di Yenigun si è ammalato. Ma qui vicino a Dogubayazit, Zeki Kocyigit e sua moglie questa settimana hanno seppellito tre dei quattro figli. Tutti morti di influenza aviaria. Il quarto, che si presume abbia contratto l’influenza giocando coi polli della famiglia, è tornato a casa lunedì dopo più di una settimana in ospedale.
”La sfortuna nel caso della Turchia è che le persone hanno iniziato a morire prima che i funzionari scoprissero l’esistenza dell’influenza aviaria nella regione” dice Ahmet Faik Oner, responsabile di pediatria al Van Hospital, che ora sta curando sette persone colpite dall’influenza, e si è preso cura dei tre fratellini morti. “Se lo scoppio della malattia fosse stato identificato prima, e fossero state prese immediatamente le precauzioni necessarie, le cose avrebbero potuto avere sviluppi diversi”.
Nella loro linda casa di cemento di due stanze alla periferia di questa attiva cittadina di confine, mentre aspettava l’arrivo del figlio sopravvissuto, Marifet Kocygit singhiozzava sul letto. Suo marito, Zeki Kocygit, dice che non avevano sentito parlare dell’influenza aviaria alla fine di dicembre, quando loro figlio si ammalò. “Naturalmente i miei figlio giocano coi polli: sono bambini” dice Zeki Kocyigit, disoccupato e che va in città ogni giorno per cercare lavori.
Molti abitanti della regione considerano i bambini come dei martiri le cui morti finalmente hanno attirato l’attenzione sulle loro sofferenze. “È necessario che muoiano dei bambini perché la pubblica amministrazione si occupi di noi?” chiede Yenigun.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che dall’influenza aviaria in Turchia sono state infettate 15 persone. Di questi, cinque casi – riferisce il Ministero della Sanità turco lunedì – sono giudicati “preliminarmente positivi” dato che l’organizzazione non ha ancora ricevuto informazioni sufficienti a riguardo, riferisce Maria Cheng, portavoce della OMS. Un gruppo di lavoro che ha iniziato a indagare si casi ha affermato in un primo tempo che i casi erano causati da “contatto diretto con pollame malato” sostiene Cheng. Ma aggiunge: “Naturalmente stiamo ancora indagando sulla possibilità di trasmissione da umano a umano”.
Il bilancio turco su quante regioni siano state colpite, secondo i funzionari internazionali è incompleto, ma si tratta di quantità in crescita a macchie di leopardo.
La scorsa settimana solo in due o tre località venivano riferiti dei casi. A lunedì, 12 villaggi hanno confermato la malattia, con estensione dalla città di Van nell’estremo oriente sino a Bursa, vicino a Istanbul, a 1.600 chilometri di distanza. Come risposta sono stati abbattuti secondo il Ministreo dell’Agricoltura 106.000 uccelli.
Oltre a questi focolai, ha annunciato lunedì il governatore di Istanbul, Muharrem Guler, è stata diagnosticata l’influenza aviaria su uccelli in tre distretti della città, di 12 milioni di abitanti, anche se non è ancora chiaro se siano portatori della più pericolosa variante H5N1. In queste aree sono già in corso abbattimenti, ha annunciato.
Quando viene individuata l’influenza aviaria, gli animali nella zona colpita devono essere rapidamente eliminati per prevenire la diffusione della malattia. Le persone devono mantenere la massima allerta riguardo ai sintomi della malattia negli animali e prendere precauzioni quando entrano in contatto con essi.
Oltre ai 15 casi confermati, dice il governatore, ci sono oltre 20 persone negli ospedali di Istanbul che potrebbero essere ammalate:tre dei casi sono considerati altamente sospetti dato che le persone colpite sono arrivate da poco in città; avevano avuto contatti coi polli in una zona vicino alla città di Van.
Ma non è chiaro come la malattia si sia estesa in modo così violento nel paese, sostengono i funzionari delle Nazioni Unite. Anche ora, qui nelle aree più gravemente colpite, molti abitanti sostengono che le operazioni di controllo sono ancora casuali.
Mukaddes Kubilay, sindaco di Dogubayazit, dice che i funzionari locali si sono resi conto dell’influenza aviaria solo il 31 dicembre organizzando immediatamente un centro di crisi per coordinare l’abbattimento. Non ci sono più uccelli ora, dice.
In teoria, gli allevatori vengono risarciti per gli animali eliminati: ricevono circa 5 lire turche per ogni pollo, e 20 lire per un tacchino nella provincia di Agri, ad esempio. Ma gli allevatori devono fare richiesta per questi indennizzi dopo che gli uccelli sono stati prelevati, e molti dipendono dai polli per le uova e l’alimentazione quotidiana.
Nella città di Caldiran, alcuni abitanti riferiscono che le persone si tengono i polli nonostante l’ordinanza di abbattimento. “Se si hanno 15 polli se ne danno 10 per far contente le autorità” dice Nesim Kacmaz, che gestisce un negozio per l’alimentazione animale. “Credono ancora che non gli succederà niente”.
Alla realizzazione di questo articolo ha contribuito anche Seb Arsu del New York Times.
here English version
Titolo originale: The Ave and the Ave Not – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
IN CIRCA UN MESE, l’influenza a viaria ha fatto la sua comparsa in un numero apparentemente allarmante di nuovi paesi. La malattia è già endemica nella popolazione dei polli di gran parte dell’Asia. Di fronte alla marcia inarrestabile del virus H5N1 per il mondo, il fatalismo non è una risposta adeguata. Meglio guardare attentamente a quello che sta succedendo.
L’arrivo dell’influenza dei polli in Europa e dintorni ha causato gran parte dell’agitazione, ma i vari casi in Azerbagian, Bulgaria, Grecia, Italia, Slovenia, Iran, Austria, Germania, Francia, Ungheria e Croazia riguardano solo uccelli selvatici. In Nigeria, Egitto e India, il virus è stato scoperto ampiamente distribuito nella popolazione dei polli.
Se la presenza del virus in qualunque forma è un problema, Nigeria, Egitto e India hanno di fronte rischi maggiori con popolazioni allevate in modo intensivo, e sono meno attrezzate ad affrontarli. Più significativo, appare sempre più evidente che la questione vera e più immediata è sino a che punto possano essere gli animali selvatici, o gli stessi esseri umani, i responsabili della diffusione delle infezioni nei polli.
Un rapporto di ricerca pubblicato online il febbraio su Proceedings of the National Academy of Sciences, mostra che il virus H5N1 persiste nel luogo di nascita, la Cina meridionale, da quasi dieci anni, ed è stato introdotto in Vietnam in almeno tre occasioni e in Indonesia. Gli autori suppongono che questa trasmissione venga perpetuata soprattutto dal movimento di polli e prodotti correlati, anziché da uccelli migratori.
Si tratta di un’ipotesi di grande significato, sostenuta da chi protegge la fauna aviaria, e che sostiene come la maggior parte delle comparse della malattia in Asia sud-orientale possano essere collegate allo spostamento di polli e prodotti correlati, o di materiale infetto da allevamenti, come fango sui veicoli o scarpe delle persone. I conservazionisti sostengono anche che i mercati degli animali vivi hanno giocato un ruolo importante nella diffusione del H5N1. Sono stati questi mercati la fonte del primo manifestarsi noto a Hong Kong nel 1997 quando 20% dei polli vivi sul mercato risultavano infetti.
BirdLife International, gruppo conservazionista, giudica esistano tre probabili forme di trasmissione di H5N1: scambi commerciali e spostamento di pollame; commercio di uccelli selvatici; uso di letame infetto da polli come fertilizzante in agricoltura. I coservazionisti aggiungono che nonostante gli uccelli migratori possano portare e trasmettere il virus, spesso non è chiaro dove, abbiano contratto l’infezione dai polli.
In Nigeria, c’è l’idea che sia stato il commercio, e non gli uccelli migratori, a causare la diffusione. Per cominciare, l’infezione è stata rilevata dapprima in un allevamento commerciale con 46.000 polli e non fra gli animali da cortile che rappresentano il 60% della produzione nazionale: e che si ritiene abbia maggiori probabilità di contatti con gli uccelli selvatici.
La Food and Agriculture Organisation (FAO) delle Nazioni Unite stima che la Nigeria importi circa 1,2 milioni di pulcini di un giorno all’anno. In più, corre voce che molti di questi pulcini continuino ad arrivare da paesi con infezioni interne da H5N1, come Cina e Turchia. Joseph Domenech, capo del servizio mortalità animale alla sede centrale FAO di Roma, dice che l’importazione di polli da paesi contaminati è proibita.
Il governo nogeriano ora sta intraprendendo azioni per eliminare il virus. La sfida è quella di far passare il messaggio alla popolazione comune, sull’urgente bisogno di abbattere gli uccelli, impedire il trasporto e disinfettare gli allevamenti. Dick Thompson, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha dichiarato in una intervista che sono stati visti nigeriani prelevare polli morti da una discarica di uccelli abbattuti, e che si tratta di una “attività spaventosa, qualcosa che non si era mai visto prima”.
Anche i paesi confinanti si stanno muovendo. Questa settimana è stato tenuto un incontro in Senegal per tentare di fissare una strategia regionale di contenimento. I fondi dovrebbero essere disponibili. Lo scorso mese si sono impegnati 1,9 miliardi di dollari da parte di vari paesi e gruppi internazionali per la lotta all’influenza aviaria: mezzo milione in più di quanto previsto, il che sottolinea quanto l’infezione sia valutata come rischio globale. La diffusione in Africa aumenterebbe la probabilità che il virus si trasformi per diventare trasmissibile fra esseri umani. Ma c’è un’altra dimensione vitale: la perdita di reddito da attività di allevamento, e di proteine essenziali, che potrebbero essere devastanti per l’Africa. È questo che dovrebbe far pensare gli europei, preoccupati per qualche cigno morto.
Non va ogni giorno un po' meglio ma ogni giorno molto peggio. Peggiorano le cifre delle vittime, le previsioni delle epidemie, il bilancio dei danni materiali, le immagini dei cimiteri a cielo aperto, dei cadaveri nudi e gonfi rigettati dal mare, dei rossi falò crematori sullo sfondo nero della notte indiana. Logica mediatica del disastro invertita: di solito si fa fatica a «tenere alta» la notizia, dopo i primi giorni. Stavolta niente si abbassa, a partire dal nostro sgomento. Certo, è già tempo di ponderare ciò che poteva essere fatto e non lo è stato per arginare l'onda assassina; o di interrogarsi sulle conseguenze sociali, economiche, politiche e geopolitiche di una catastrofe destinata a cambiare il volto del pianeta globale e il corso della globalizzazione, nonché i suoi dividendi fra le potenze occidentali, la Cina, l'India. Ma non è ancora tempo di distogliere lo sguardo da quei centoventimila morti: uno per uno, storia per storia, caso per caso fin dove è possibile ricostruirli, senza permettere che la spietata contabilità delle cifre occulti la singolarità e la comune umanità di ogni vita travolta. Nude e disperse, esse ci guardano a loro volta come uno specchio muto e ci rinviano le nostre domande su di loro capovolgendole in questa: chi siamo diventati noi, i sopravvissuti?
Era solo quattro anni fa quando, in Occidente, festeggiammo l'avvento del 2000, nel disprezzo di altri calendari e altre culture, all'insegna dell'ottimismo tecnologico, della volontà di potenza sulla vita nostra e altrui, della fine della storia e della pacificazione dei conflitti nel trionfo acclarato della democrazia e del capitalismo. Da allora, come per risposta, la storia si è rimessa a girare secondo il caso, l'incidente e l'imprevisto, e l'immaginario apocalittico si è impadronito della nostra realtà quotidiana, dagli aerei-cyborg che perforano le Torri gemelle all'onda anomala che divora i paradisi tailandesi.
Non sembri blasfemo il paragone fra l'11 settembre 2001 e il 26 dicembre 2004. Certo, lì i morti furono tremila e qui non hanno fine; lì c'era un attentato politico e qui un accidente naturale; lì fu colpito il cuore del mondo ricco e qui un'arteria di un mondo povero che da poco aveva trovato il suo accesso a un benessere squilibrato e precario. Ma lì e qui, la catastrofe ha mostrato il suo volto ineluttabilmente globale. Lì e qui, nelle torri di Manhattan e sulle spiagge di Khao Lac, vittime di etnie, nazioni, culture le più diverse, mescolate in vita e non identificabili in morte, cadaveri nudi senza certificati né certificazione possibile. Lì e qui, la stessa percezione di noi spettatori sopravvissuti: il mondo globale si è fatto piccolo piccolo, più nulla che non ci riguardi e non ci tocchi, dovunque accada. E l'umanità globale si è fatta fragile, nuda vita esposta al caso e all'imprevisto, «politico» o «naturale» che sia.
La politica andava e va reinventata di conseguenza, dalle fondamenta: una politica della precarietà, della vulnerabilità, dell'esposizione al caso e dell'interdipendenza con l'altro, per un'antropologia globale fatta di vite precarie, esposte al caso e dipendenti dagli altri. Così poche e accorte voci, Judith Butler per prima, dall'interno della stessa società americana. Dai vertici della potenza americana, invece, è stata ribadita una politica di potenza e di guerra, all'insegna di quel delirante «we'll prevail» che oggi George W. Bush torna a impugnare anche contro lo tsunami. Nella sua ingiudicabile casualità e nella sua sconfinata energia, quell'onda anomala è venuta a ricordarci quant'è debole e insensata la nostra piccola e ritornante volontà di potenza.
Di prima mattina, il 5 febbraio del 62 dopo Cristo, in Campania si verificò uno spaventoso terremoto che nel volgere di pochi secondi uccise migliaia di inconsapevoli abitanti. Vaste aree di Pompei crollarono travolgendo gli abitanti nel sonno e ogni tentativo di salvarli fu ostacolato dallo scoppio di vari incendi. I sopravvissuti si ritrovarono spogliati di ogni cosa, a eccezione degli abiti che avevano indosso e che erano completamente ricoperti di fuliggine, tra gli edifici un tempo eleganti ridotti in rovine. Attraverso l´Impero dilagarono spavento, incredulità e rabbia. "Come è mai possibile", si andava chiedendo, "che i romani, i più potenti al mondo, il popolo tecnologicamente più avanzato, i romani che hanno costruito acquedotti e soggiogato orde di barbari, siano così esposti agli insensati capricci della natura?".
La disperazione e lo sbigottimento - fin troppo diffusi oggi, all´indomani del terremoto al largo dell´Indonesia - attrassero l´attenzione del filosofo stoico romano Seneca. Egli scrisse una serie di testi volti a consolare i suoi lettori, ma, cosa assai tipica in Seneca, il conforto offerto fu del genere più rigoroso e fosco che si potesse concepire: "Voi dite ?Non pensavo che sarebbe accaduto´. Pensate dunque che esista qualcosa che non accadrà quando invece ben sapete che è possibile che accada, quando vedete voi stessi che è già accaduta?".
Seneca cercò di mitigare l´impressione d´ingiustizia che imperversava tra i suoi lettori ricordando loro - nella primavera del 62 - che i disastri naturali e quelli provocati dall´uomo faranno sempre parte della nostra vita, per quanto evoluti e sicuri noi si creda di essere diventati. Pertanto, anche nella nostra epoca dobbiamo sempre attenderci l´imprevisto: la calma è soltanto un intervallo nel caos. Nulla è certo, nemmeno il suolo sul quale poggiamo i piedi. Se non ci soffermiamo a riflettere sui rischi di improvvise onde gigantesche, se di conseguenza paghiamo uno scotto per la nostra ostinata ingenuità intenzionale, è perché la realtà comprende due diversi aspetti che disorientano in modo assai crudele: da una parte il senso di continuità e di sicurezza che si trasmette di generazione in generazione e dall´altra i cataclismi non preannunciati. In pratica, ci ritroviamo a esitare tra il plausibile invito a dare per scontato che il domani sarà molto simile all´oggi e la possibilità che andremo invece incontro a un evento spaventoso, dopo il quale nulla sarà più come prima. Ed è proprio perché abbiamo fortissimi incentivi a non prendere in considerazione il secondo dei due scenari che Seneca ci esortò a ricordare che il nostro destino è sempre nelle mani della Dea Fortuna. Costei può distribuire i suoi doni e poi, con terrificante velocità, osservarci mentre soffochiamo per una lisca di pesce incastrata in gola, o mentre chiudiamo gli occhi per sempre, scomparendo per colpa di uno tsunami insieme all´hotel nel quale eravamo alloggiati.
Il terremoto in Asia ha acquisito un rilievo del tutto particolare perché molte delle aree devastate erano zone turistiche, luoghi dove la gente si è recata espressamente alla ricerca della felicità, soltanto per trovarvi morte e caos. Se si visitano i siti Web degli alberghi ora devastati, si possono ancora osservare magnifiche immagini di spiagge assolate, di camere accoglienti, di barbecue in piscina o di immersioni nei fondali marini.
Seneca sostiene che proprio perché veniamo feriti maggiormente da ciò che non ci aspettiamo, laddove dobbiamo invece aspettarci di tutto ("Non vi è nulla che la Fortuna non osi"), dovremmo sempre tenere ben in mente l´eventualità che si verifichino gli eventi più terribili. Nessuno dunque dovrebbe mai accingersi a partire per un viaggio in macchina, né scendere le scale o salutare un amico senza la consapevolezza - che Seneca per altro non avrebbe voluto che fosse necessariamente funesta o tragica - che possa accadere qualcosa di fatale.
Considerando le nostre competenze tecnologiche, è diventato naturale credere di essere in grado di controllare il nostro destino. L´uomo non deve più essere il trastullo delle forze del caso: esercitando la ragione, tutti i nostri problemi possono essere risolti. Nulla è maggiormente lontano dalla mentalità di uno stoico. Piuttosto, sottolinea Seneca, noi dobbiamo accentuare la consapevolezza di ciò che in un qualsiasi momento della nostra vita può andare storto: "Nulla dovrebbe mai esserci imprevisto. La nostra mente dovrebbe anticipare tutto, in modo da poter far fronte a tutti i problemi. Noi dovremmo considerare non ciò che non è usuale che accada, bensì ciò che può accadere. Che cos´è infatti l´uomo? Un vaso che il più lieve urto, il più lieve movimento brusco può frantumare. Un corpo debole e fragile".
All´indomani del terremoto della Campania, molti sostennero che l´intera zona dovesse essere evacuata e che non si dovesse più edificare nelle zone a rischio di terremoto. Ma Seneca confutò l´implicito principio che sulla Terra potesse esistere un luogo - la Liguria, per esempio - nel quale ci si possa considerare del tutto al sicuro, lontani e al riparo dai capricci della Fortuna: "Chi può garantire che in questo o in quel sottosuolo si possono erigere fondamenta più solide? Tutti i luoghi hanno le medesime caratteristiche e se non sono ancora stati colpiti da un terremoto, ciò non di meno potranno esserlo in futuro. Sbagliamo se riteniamo che al mondo possa esservi un luogo esente da pericoli, sicuro? La natura non ha creato nulla di immutabile". Né - potrebbe aggiungere Seneca qualora fosse vivo oggi - la natura ha creato una costa che non potesse essere investita dall´avanzare della marea.
Per cercare di prepararci psicologicamente al disastro, Seneca invitava a sottoporsi ogni mattina a uno strano esercizio, che egli in latino chiamò praemeditatio - premeditazione - consistente nel rimanere sdraiati prima ancora di colazione e di immaginare tutto ciò che nell´arco della giornata che si ha davanti potrà andare storto. L´esercizio non è fine a se stesso, essendo stato concepito per prepararsi all´eventualità che la città in cui si vive venga distrutta la sera stessa o che per qualche ragione muoiano i propri figli. Così si legge in uno degli esempi di premeditazione: "Viviamo tra cose concepite tutte per cessare di vivere. Esseri mortali ci hanno dato la vita e noi stessi abbiamo dato vita a esseri mortali. Pertanto aspettiamoci di tutto".
Lo stoicismo pretenderebbe dunque che noi si accetti tutto ciò che la vita ci propina? No, essere stoici significa riconoscere quanto siamo vulnerabili nonostante tutto il nostro progresso. Seneca arrivò a chiederci di immaginare di essere simili a cani legati a un carro guidato da un conducente imprevedibile. Il guinzaglio è lungo abbastanza da poterci lasciare un certo qual margine di libertà di movimento, ma non così tanto tuttavia da consentirci di vagare a nostro piacere. Un cane spererebbe per sua stessa natura di potersi allontanare a suo piacimento, ma la metafora di Seneca implica che se non potesse farlo, sarebbe meglio per l´animale seguire docilmente il carro, invece che esserne trascinato a forza e finire strangolato. Così disse infatti Seneca: "L´animale che si dibatte rifiutando il guinzaglio finisce col serrarlo? non esiste giogo più stretto da ferire un animale di quello che l´animale stesso stringe, osteggiandolo invece di assecondarlo. Il miglior sollievo dai mali che ci opprimono consiste nel sopportare e nel piegarsi alla necessità".
Ritornando dunque al passato e alla saggezza dei filosofi stoici, potremmo trovare un metodo utile per ridimensionare alcune delle nostre aspettative e per smorzare il nostro shock davanti ai disastri naturali e allo spargimento di sangue. Nel 65 d. C. quando l´imperatore Nerone ordinò a Seneca di suicidarsi, la moglie e i suoi famigliari scoppiarono in lacrime. Seneca no, poiché aveva imparato a seguire il carro della vita con rassegnazione. Portandosi con tranquillità il coltello ai polsi, pronunciò una frase che faremmo bene a ripeterci, quando leggiamo le notizie sui giornali in alcune mattine particolarmente tristi. Egli disse: "Che bisogno vi è di piangere in alcuni momenti della vita? È per la vita tutta intera che si dovrebbe piangere".
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Traduzione di Anna Bissanti
Esistono ancora destra e sinistra? Come si relazionano questi due concetti cardine della storia e della politica rispetto alle radicali modificazioni a cui stiamo assistendo in questi ultimi anni? Sono questi gli interrogativi su cui si sofferma Marco Revelli nel suo ultimo saggio, Sinistra e destra. L’identità smarrita, uscito in libreria in queste settimane per i tipi di Laterza.
Allievo di Norberto Bobbio, ordinario di Scienza della Politica all’università del Piemonte Orientale, Revelli è uno degli studiosi italiani che con maggiore attenzione si è dedicato allo studio delle culture politiche e delle loro trasformazioni.
In quest’ultimo saggio si sofferma in particolare sull’utilizzo delle due categorie di destra e sinistra come strumenti concettuali finalizzati alla creazione di nuovi spazi pubblici all’interno dei quali provare a dare risposte ai problemi della modernità.
Prima di ragionare su cosa siano, oggi, destra e sinistra, l’autore ne analizza i caratteri storici sviscerando le argomentazioni dei sostenitori delle ragioni della loro dissoluzione (in particolare quelle di chi vede nella crisi delle ideologie e nell’affermarsi di una modernizzazione neutra e onnicomprensiva la ragione della loro disgregazione).
Come ricorda lo studioso, la sinistra è stata storicamente a favore del progresso e della lotta per l’affermazione dell’uguaglianza (come scrisse lucidamente anche Norberto Bobbio nel suo fortunatissimo Destra e sinistra pubblicato nel 1994 da Donzelli), mentre la destra ha sempre privilegiato il piano della conservazione e della difesa dei valori della tradizione. E su questi paradigmi essenziali si sono via via declinate le varie esperienze che si sono affermate tra la fine del ‘700 e l’800: qui Revelli riprende la classica definizione di Rémond che descrive le tre destre (quella tradizionalista, quella orleanista e quella bonapartista), e quella di Georges Lefranc che delinea invece le tre sinistre (liberale, democratica, egualitaria). Saltando le rappresentazioni discorsive dei concetti di destra e sinistra sviluppatesi nel secondo Ottocento e nel Novecento, l’autore si sofferma direttamente sulla crisi apertasi nell’ultimo decennio del Novecento. È infatti da allora che si è manifestata con più forza la crisi dello Stato-Nazione (con le entità statali che tendono a diventare mera realtà amministrativa, limitandosi, in questo modo, a fare amministrazione e non politica), e con essa dello spazio dove vive la dialettica destra e sinistra, anche se è necessario non esagerare nel certificare la dissoluzione degli Stati, visto il ruolo di grandi potenze politico-economiche esercitato da nazioni come Cina e India, per non parlare del fatto che tutte le grandi multinazionali continuano ad avere il centro del loro potere all’interno dei confini delle nazioni facenti parte del G8.
In quest’ottica Revelli insiste molto sul cambiamento della nozione di spazio come elemento caratterizzante dell’età della globalizzazione. Uno spazio ambivalente, liquido e dai confini incerti che non facilita il ragionamento attraverso le categorie di destra e sinistra, le quali, per la loro natura, hanno invece bisogno di “stabilità spaziale”.
Del resto, oltre al mutamento della spazialità, stiamo assistendo alla crisi prepotente dell’idea di progresso. Riprendendo le riflessioni di Christopher Lasch, Zygmunt Bauman, Anthony Giddens e Ulrick Beck sulla società del rischio, l’autore analizza infatti il pensiero di chi ritiene che in questo mondo ipertecnologico sia aumentata in maniera esponenziale l’esposizione di ogni cittadino ad un rischio generato da effetti che non si possono prevedere vista l’assenza di punti di riferimento stabili. Tale situazione comporta la necessità di un ripiegamento verso “una modernizzazione riflessiva”, ovvero una rivisitazione del proprio sistema di valori che sia in grado di rispondere concretamente al presente. È in questa “società del rischio”, liquida e senza direzione che, secondo questi autori, le tradizionali categorie dello spazio sociale di destra e sinistra entrano in crisi, determinando una inevitabile rivisitazione del proprio sistema valoriale. Tutto questo mentre cresce a dismisura il potere dei media capaci, da soli, di creare e disfare rapidamente nuovi spazi sociali e di dettare i temi dell’agenda della politica generando sempre più una “privatizzazione dello spazio politico” che determina un ulteriore isterilimento della vita pubblica, con il cittadino spettatore che non è più protagonista delle dinamiche sociali ma le subisce vedendo solo ciò che la televisione gli trasmette (su questi temi si è soffermato recentemente, anche se con uno sguardo più interno agli Stati Uniti, il premio Nobel Al Gore nel suo stimolante saggio L’Assalto alla Ragione, appena edito da Feltrinelli). Ma allora, di fronte a questo smarrimento, c’è ancora posto per la sinistra e per la destra? O dobbiamo rassegnarci ad una politica simile ad un grande blob onnicomprensivo dove le differenze si stemperano sull’altare di una modernizzazione neutra? Certo, la sinistra rischia seriamente di smarrirsi e di perdere le sue ragioni, specie se, come in Italia, non riuscirà ad essere altro rispetto ad un riformismo senza progetto (quello del Pd) o un radicalismo senza politica (quello portato avanti da molti soggetti a sinistra del partito guidato da Veltroni). Tuttavia, anche se in crisi, appare assai improbabile che il confronto politico non si declini, anche in futuro, secondo il binomio destra/sinistra, non foss’altro perché le grandi disuguaglianze su scala mondiale (a partire dalla grande disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo) sono assai lontane dall’essere superate. Per non parlare del fatto che rimane centrale la questione del lavoro e del suo rapporto con il tema della conoscenza, così come quella di una democrazia che in questi anni è divenuta sempre più oligarchica e verticale.
Rimane però il fatto, dimostrato anche dal volume di Revelli, che lo smarrimento della politica contemporanea è un fenomeno serio e che pertanto è necessario non sottovalutare la crisi in atto se si vogliono migliorare identità capaci di confrontarsi con le mille sfaccettature della modernità senza, per questo, subirne passivamente gli effetti.
manifesto sardo è il periodico online dell'associazione Luigi Pintor. Vedi anche la recensione di M.L. Salvadori e un'anticipazione del libro qui
Dall’ordinanza contro i lavavetri del sindaco di Firenze, all’ordinanza antisbandati del sindaco di Cittadella, il passo era purtroppo fatale e prevedibile. Non poteva bastare a impedirlo, nei due mesi che le separano, il decreto governativo che autorizza i prefetti a espellere gli immigrati di riconosciuta pericolosità sociale. un rom. Siccome poi gli effettivi accompagnamenti alla frontiera si contano nell’ordine delle centinaia e non delle migliaia, com’era inevitabile a meno di organizzare incivili deportazioni di massa, l’allarme sociale ne risulta enfatizzato a prescindere dalle statistiche sulla criminalità straniera.
Così ora tocca fare i conti con il movimentismo di decine di sindaci del lombardo-veneto, scatenati nella gara a chi s’inventa il provvedimento più spettacolare contro gli stranieri. Ha un sapore antico il loro prodigarsi nella costruzione di una solida diga della rispettabilità, tale da separare i cives dagli infames. Da una parte il popolo titolare della dignità civica, dall’altra gli estranei che la insidiano. Adopero non a caso il linguaggio del diritto medievale riproposto dallo storico Giacomo Todeschini in un libro dai richiami purtroppo attuali: "Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all’età moderna" (Il Mulino).
Ha fatto scuola Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella, con l’ordinanza che prescrive un reddito minimo di residenza. Vale la pena di ricordarne i termini: iscrizione all’anagrafe comunale vietata per chi non dimostri un’entrata minima di cinquemila euro l’anno; obbligo di esibire un’assicurazione sanitaria; sopralluogo dei vigili per verificare che l’abitazione sia decorosa; creazione di un’apposita commissione municipale per ravvisare eventuali sospetti di pericolosità sociale.
Quando poi la Procura della repubblica di Padova ha avviato un’indagine per verificare che non sussista un’usurpazione di funzioni competenti ad altri organi dello Stato - come il prefetto o il questore - è scattata la solidarietà degli altri primi cittadini: "10, 100, 1000… Bitonci", si leggeva sullo striscione esibito domenica 25 novembre nella piazza di Cittadella. E già quaranta sindaci veneti hanno seguito l’esempio di Bitonci, appigliandosi alla direttiva 38 dell’Unione europea segnalata sui giornali italiani dal commissario Franco Frattini con un’enfasi distorsiva tale che gli è valsa, il 15 novembre scorso, una mozione di censura del Parlamento di Strasburgo. Tale direttiva afferma, all’articolo 7, che il diritto di soggiornare per un periodo superiore a tre mesi nel territorio di un altro Stato membro è previsto a condizione di disporre "di risorse economiche sufficienti". Può bastare tale richiamo a cancellare un diritto fondamentale come la libera circolazione dei cittadini dell’Ue? Il diritto può essere limitato sulla base del censo?
Sono domande che appaiono oziose ai sindaci di centrodestra del lombardo-veneto. E poco importa loro che Gianantonio Stella segnali come un’ordinanza stile Bitonci avrebbe impedito lo sbarco in America di centinaia di migliaia di poveri emigranti dalle tre Venezie.
Scatta infatti tra i loro concittadini impauriti un paradossale rovesciamento di ruoli che Julia Kristeva descrive efficacemente a partire dall’antica dialettica fra lo schiavo e il padrone. Benché l’immigrato sia povero e giunga fra noi sospinto dal bisogno –disponibile a farsi carico di attività subalterne e mal retribuite - è pur sempre il vecchio abitante di quel territorio a sentirsi indebolito dal suo arrivo. Ha bisogno della manodopera immigrata, ma nello stesso tempo prova il rimpianto sintetizzato nello slogan leghista: non mi sento più padrone in casa mia. Spiega la Kristeva che quel "sentirsi stranieri" nella relazione col nuovo venuto "fa sorgere nell’indigeno soprattutto un sospetto: sono veramente a casa mia? sono proprio me stesso? non sono forse loro padroni dell’avvenire?".
Risultato: "Il ‘padrone’ si trasforma così in schiavo che caccia il suo conquistatore". Fa impressione rileggere in questa luce l’esortazione scritta sabato scorso dal sindaco di Montegrotto Terme, rinomata e prospera località del turismo sanitario, sui display municipali: "Cittadini, emigrate! Vivrete meglio da immigrati in un’altra nazione che da cittadini nel vostro paese". Un invito che ovviamente nessun montegrottese raccoglierà, ma che alimenta la percezione di un’Italia troppo generosa con gli stranieri. Poco importa che si tratti di un rovesciamento della realtà, visti i nostri clamorosi ritardi nell’integrazione dignitosa e nel riconoscimento di cittadinanza agli immigrati che lavorano fra noi da molti anni.
Così l’offensiva antistranieri scatenata dai sindaci non si limita a individuare i clandestini come bersaglio. E’ il caso del primo cittadino di Caravaggio che d’ora in poi rifiuterà di officiare matrimoni in assenza di permesso di soggiorno, benché la normativa vigente lo consenta per favorire le regolarizzazioni e combattere la clandestinità. Certo, vi sono nazioni che hanno saputo trasformare anche l’immigrazione illegale in motore della crescita economica. Come gli Stati Uniti, che erigono una forte barriera all’ingresso. Ma, una volta che il clandestino sia riuscito ad aggirarla, gli viene consentito di conseguire la patente di guida e alcune banche gli forniscono pure speciali carte di credito.
La sindrome da invasione, alimentata dagli imprenditori politici della paura, da noi si manifesta viceversa in vero e proprio accanimento nei confronti degli stessi stranieri regolarizzati. Retrocessi nelle graduatorie per le case popolari, là dove la Lega è al governo della regione. Discriminati nei giorni scorsi a Romano d’Ezzelino (Vicenza) nell’assegnazione dei bonus istruzione, quand’anche risultassero meritevoli, dopo che già gli erano negati gli assegni per i nuovi nati: bell’incoraggiamento all’integrazione!
La rivendicazione identitaria si manifesta –in mancanza di meglio- escogitando rituali patriottici, padani o tricolori. Come a Loria, nel trevigiano, dove il sindaco farà cantare l’inno di Mameli prima delle sedute del consiglio comunale.
E’ un progetto culturale che, combinandosi con la selezione sulla base del censo e con la discriminazione nazionale, mira a ristabilire nei confronti degli immigrati una sorta di gerarchia etnica. Prospettando loro un futuro circoscritto nella condizione dei paria. Ospiti forse necessari, ma ingrati. Costretti a sentirsi sempre provvisori. Minacciati di espulsione. Minoranza ghettizzata, indegna di contrarre matrimonio con i nativi: il sindaco di Morazzone (Varese) ha deciso due mesi fa di segnalare alla polizia tutte le pubblicazioni di nozze fra italiani e stranieri.
Rassicurati dalla constatazione che in Italia i partiti xenofobi hanno raccolto finora consensi inferiori ad altri paesi europei, forse ci siamo lasciati cullare dall’illusione. La politica si è accontentata di inseguire le paure dei cittadini con sgomberi e retate scarsamente efficaci. E ha derogato invece a uno dei suoi compiti fondamentali: affermare i valori di civiltà e le regole inderogabili della convivenza anche di fronte alle circostanze più drammatiche. Col risultato che la deriva razzista ha tracimato dalle pagine dei giornali ai provvedimenti discriminatori degli amministratori, tra gli applausi di una cittadinanza esacerbata.
Il governo di centrosinistra rischia di pagare a caro prezzo la titubanza rivelata in questa battaglia culturale che l’avrebbe costretta a sfidare l’impopolarità. Da questione di ordine pubblico, la necessaria repressione della criminalità straniera sta degenerando in Veneto e Lombardia sotto forma di politiche locali discriminatorie, legittimate da una diffusa ideologia xenofoba. La corsa per conquistare il consenso dei cittadini si è trasformata in gara a chi mostra la faccia più feroce agli immigrati.
E allora serve poco recriminare sulle politiche dissennate del passato: dall’incapacità di selezionare qualitativamente i flussi migratori in base al fabbisogno, agli ostacoli burocratici opposti all’integrazione e alle naturalizzazioni, fino alla sanatoria resa indispensabile da una legge ideologica come la Bossi-Fini. Di fronte al movimento antistranieri capitanato dai sindaci nordisti bisogna assumere finalmente la priorità dell’allarme razzismo, se vogliamo preservare una civile convivenza sul nostro territorio.
Altrimenti la riduzione a paria dello straniero rischia di produrre esiti drammatici, già anticipati dalla corrente di violenza sotterranea – non più solo verbale - che serpeggia nella nostra società.
Forse l’Europa
“Sembrano sogni e forse lo sono. Ma resto convinta che, come diceva Napoleoni, ‘Posti a livello minore, i problemi non hanno risposta’”. Così Carla Ravaioli conclude il suo libro Un nuovo mondo è necessario, Editori Riuniti, 2002 (introvabile in libreria)
Sono pienamente consapevole che tutto ciò possa essere recepito come la vanità dell’ultima favola imbastita in funzione autoconsolatoria. Oppure non essere recepito affatto, venire ignorato non tanto per sprezzante disinteresse, ma per totale mancanza di quel minimo di sintonia, di affinità mentale, che l’atto del conoscere, o anche la semplice disponibilità a conoscere, richiede.
Sono pienamente consapevole degli immani ostacoli che si frappongono tra un mutamento come quello qui sommariamente tracciato e anche solo l’ipotesi della sua attuazione. Ostacoli che non sono soltanto quelli cui immediatamente si pensa: i grandi poteri economici attivi a livello transnazionale; un’America che risponde interamente della loro prosperità, e di questo fine ha fatto corpo e anima della sua politica mondiale, ad esso inchinandosi come a una fede; le alte sfere del management politico, moderni capitani di ventura che si muovono tra i massimi istituti-guida dell’economia mondiale, alla loro continuità prestando saperi e spregiudicatezza; la grande maggioranza degli economisti, ascoltati “consiglieri del principe”, che alle teorie neoliberiste forniscono il loro sofisticato supporto; i milioni di imprenditori di ogni sorta, grandezza, nazionalità, che anche loro caparbiamente si dedicano a mercato, crescita, competitività, Pil, e ne vivono, non solo materialmente, ma con l’appassionato fervore di una religione.
Accanto a tutti costoro ci sono anche le popolazioni della Terra intera che a questa religione sono state iniziate, convinte dal potere seduttivo delle cose e dalla loro capacità di sopperire a identità sempre più precarie; sono gli ex-poveri che non solo sacrosantamente difendono il raggiunto benessere, ma strenuamente rifiutano di distinguerlo dai vizi dell’iperconsumo; sono i poveri che il sistema-mondo con i suoi onnipresenti poteri massmediatici ha nutrito di sogni sbagliati, e di quelli soltanto. Quanti, di tutti costoro, sono disponibili a un’operazione che non può più ignorare i limiti fisici del pianeta, e di conseguenza non può prescindere da un drastico contenimento del dispendio di natura, vale a dire dalla riduzione della produzione materiale complessiva, che non può non tradursi in un forte taglio dei consumi dell’Occidente? Quanti sono disposti a credere che la lotta contro la povertà passa necessariamente attraverso la lotta contro gli sprechi dell’Occidente, che sono anzi le due facce di un’unica battaglia, perché la quantità di natura di cui disponiamo non consente l’allargamento del livello di consumo occidentale a tutta l’umanità? Quanti sono disposti a convincersi che insistere su questa strada significa correre verso un futuro di catastrofi, di cui i poveri come sempre saranno i primi a soffrire? Quanti sono disposti a rinunciare ai loro sogni sbagliati?
Messi a confronto con questo sconfinato panorama di umanità più o meno conquistata dal credo neoliberista, quanto pesano i soggetti del dissenso e della protesta? Il movimento “No glob” costituitosi in World Social Forum, e via via in Forum continentali nazionali locali, va crescendo, è presente e attivo con le sue molteplici voci, provenienti da tutto il globo; e sempre più numerosi sono i sindacati che vi aderiscono, i movimenti pacifisti, le associazioni femministe, le unioni ambientaliste, le Organizzazioni non governative, le formazioni del “Terzo settore”, i gruppi di volontariato, nei modi più vari impegnati a porre qualche riparo alle nequizie del mondo. E accanto a loro vanno annoverati i non pochi mondi del Sud che hanno sperimentato crescita e sviluppo e oggi li rifiutano più nettamente di quanti non sono mai emersi dall’ indigenza. Nè mi pare improprio mettere in conto anche dubbi e interrogativi circa i miracoli del neoliberismo che da qualche tempo (lo accennavo sopra, portando al proposito diverse testimonianze) vanno affacciandosi in numero non trascurabile anche da tribune in piena sintonia con l’establishment, o addirittura appartenenti ad esso: da un lato l’impressionante susseguirsi di catastrofi ecologiche, dall’altro l’intensificarsi delle rivendicazioni “antisistema”, oltre all’incombere del rischio terrorismo, hanno creato un clima per cui tra le fila dell’alta imprenditività del mondo si parla più o meno abitualmente ormai di impatto ambientale e perfino di impatto sociale, mentre non lievi perplessità vanno emergendo circa l’operato degli istituti internazionali preposti allo “sviluppo”. Secondo orientamenti e umori fino a qualche tempo fa del tutto desueti, che l’impressionante catena di scandali e fallimenti contribuisce ad alimentare, e che anche la stampa più “conforme” non manca di registrare. E però – insisto – quanto può valere tutto ciò quando sull’altro piatto della bilancia pesano i massimi poteri economici, militari, culturali, mediatici, con gli Stati Uniti in testa, e al seguito il Canada, l’Australia, buona parte dell’Asia, l’Europa?
Ecco, l’Europa. Sempre per l’Unione europea sono gli Stati uniti il termine di paragone, il modello da invidiare e impegnarsi ad eguagliare, il referente cui rapportare e valutare il proprio operato. Ed è sempre il confronto con gli Usa il pretesto dei continui rimbrotti che da ogni parte le vengono rivolti, per inadeguatezza economica scientifica e tecnologica, scarsa competitività, incapacità di protagonismo, e delle conseguenti sollecitazioni a darsi maggiore efficienza e coraggio, ad imporsi nella gara a chi arriva primo sui mercati della globalizzazione, e così via. Valga ad esempio un brano scelto nel modo più casuale tra mille altri equivalenti e intercambiabili, apparso sul “Corriere della sera” in occasione del Summit Nato svoltosi in Italia lo scorso maggio: “Gli europei piangono lacrime di coccodrillo sulla loro emarginazione. La loro tecnologia diventa ogni giorno meno compatibile con quella americana, i loro bilanci della difesa stentano a raggiungere il 2 per cento del Pil, mentre quello Usa viaggia verso il 3,7. Raccogliere la sfida o diventare comparse, questo è il dilemma atlantico degli europei che investe anche l’Unione.” (1)
Eccezioni a queste posizioni esistono. Ho citato sopra René Passet, il quale affermando la necessità di sottrarre al mercato la gestione di tutti i settori di interesse collettivo, e a tal fine riaprire una prospettiva di intervento statale nell’economia, indica l’Unione europea come un blocco di paesi in grado di avviare una politica di questo tipo e proporla al resto del mondo. Considerazione più che plausibile non solo per la forza economica che complessivamente l’Unione rappresenta, e dunque per il potere nel senso più comunemente inteso e di solito concretamente attivo (l’Euro ad esempio già dimostra di poter sostenere il confronto con il dollaro), ma per la tradizione culturale e sociale che può vantare. Dopotutto in Europa è nata la cultura che ha conquistato e costruito l’intero Occidente, e che oggi paradossalmente il vecchio continente reimporta e fa propria, per lo più in forma depauperata, scaduta e involgarita, accettando la cosa (le eccezioni sono rarissime e deboli) come un fatto del tutto ovvio, legittimato dalla supremazia del paese di provenienza. E sempre in Europa, patria del capitalismo ma anche del socialismo, ha avuto origine e sviluppo una reazione sociale che in qualche misura ha saputo tener testa all’arroganza padronale, dando spazio e diritti anche alle ragioni del lavoro, fino alla conquista del welfare state. Tutto ciò parrebbe fare dell’Europa un soggetto capace di contrapporsi a un sistema come il neoliberismo, indiscusso impero delle merci che tutto, lavoro sapere persone, riduce a merce, e di contrastarne almeno gli aspetti più perversi.
In maniera del tutto inattesa un contributo a questa ipotesi ci giunge, sia pure in termini diversi, da un personaggio famoso quanto discusso come Francis Fukuyama, filosofo e politologo che ha lavorato a lungo e in vario modo per l’amministrazione americana. Aveva asserito e con la massima convinzione comunicato al mondo che la conclusione della guerra fredda, con la vittoria dell’Occidente e dei suoi valori di libertà e democrazia, segnava “La fine della storia”(2). Ma a quanto si rileva da una sua conferenza recentemente tenuta a Melbourne, oggi ritiene la situazione decisamente mutata: dopo la guerra in Afganistan che ha suscitato, soprattutto tra i ceti intellettuali ma non solo, non poche prese di posizione antiamericane, “si è smarrita la nozione di una percezione unificata del mondo”: al punto che è lecito domandarsi se “ha ancora un senso parlare di ‘Occidente’ nel secolo XXI”, e se “la linea di rottura” che divideva “l’Occidente dal Resto del mondo”, non divida oggi “gli Stati Uniti dal Resto del mondo”.(3)
Il centro più sensibile di questa svolta è l’Europa. In effetti, sostiene Fukuyama come sempre con gli accenti di chi non conosce dubbi, “si è aperto un abisso tra Europei e Statunitensi”. A suo avviso gli Europei tendono a un mondo “privo di scontri ideologici forti e di rivalità militari su vasta scala”, e “aborriscono l’idea di una dottrina della guerra aperta ai terroristi e agli stati che sponsorizzano il terrorismo, in cui soltanto gli Stati Uniti decidono quando e dove adoperare la forza”. Ed ecco ciò che a suo avviso prova questa tesi: “L’Unione Europea ha una popolazione di 375 milioni di persone e un Pil di circa 10 milioni di miliardi di dollari. Gli Stati Uniti hanno 280 milioni di abitanti e un Pil che ammonta a 7 milioni di miliardi di dollari. L’Europa potrebbe avere un bilancio della difesa simile a quello degli Stati Uniti, ma ha deciso di non averlo…” Esisterebbe insomma tra Europa e Usa una divergenza di base nell’approccio alla politica estera, derivante da due diverse risposte alla “domanda su quale sia la sede della legittimità democratica”(4), che gli Usa riconoscono nello Stato nazionale costituzionale, l’Europa in una comunità internazionale più vasta di qualsiasi singola nazione.
Purtroppo la storia non sembra dar ragione a Fukuyama. Perché a connotare nel modo più negativo l’Unione europea, e a proporne un’immagine di sostanziale debolezza, è stata in particolare proprio la completa subalternità agli Stati Uniti nelle scelte di politica estera, strategica e militare. Cosa che ne ha determinato la diretta partecipazione, o il supporto in varie forme erogato, a guerre (dal Golfo al Kosovo all’Afganistan) volute solo dall’America, e ciò in base a decisioni per lo più assunte al di fuori della norma democratica, aggirando le competenze dei vari parlamenti, con procedure addirittura incostituzionali per alcuni paesi (è il caso dell’Italia). Mentre ha impedito interventi diplomatici e prese di posizione che avrebbero potuto risultare grandemente utili in situazioni di alta conflittualità, come il Medio oriente e i Balcani, con iniziative che d’altronde avrebbero trovato ragione e legittimità in non poche vicende pregresse della storia europea. In pratica finora l’Unione non si è discostata da una funzione di piatta sussidiarietà atlantica.
E’ vero che la presa di distanza da parte di diversi leader europei nei confronti dei programmi americani di intervento militare in Iraq, sembrano indicare il delinearsi di una valutazione critica dell’attuale linea Usa in politica estera. Ed è vero che questo in qualche modo si salda con il giudizio negativo, diffuso nei nostri paesi su una serie di arroganti gesti di unilateralismo dell’amministrazione americana sempre in materia militare: il ritiro dal Trattato sui missili, il rifiuto a bandire le mine antiuomo e a firmare la convenzione sugli armamenti biologici, la posizione ostile assunta nei Confronti della Corte Penale Internazionale; gesti che denotano sprezzante distacco verso importanti atti del sistema giuridico internazionale, cui l’Unione europea ha viceversa aderito. E’ vero anche che la pace di cui da oltre mezzo secolo godono i grandi Paesi d’Europa, frutto di una scelta di collaborazione e integrazione, e di abbassamento degli antagonismi, parrebbe dar ragione in qualche modo a Fukuyama, come pure ad alcuni altri esponenti dei ceti intellettuali americani (come Robert Kagan, Stanley Hoffman, Stiglitz) che sembrano guardare alla tradizione europea come a una positiva premessa per una “governance” sovranazionale, quale con tutta evidenza l’evoluzione del mondo sembra esigere. Sono segnali indubbiamente interessanti. Tanto più che indubbiamente il rifiuto della guerra dovrà darsi come la base prima e imprescindibile per un futuro accettabile. Ma in una società globalizzata, dove sempre più “tutto si tiene”, per dire “no alla guerra” è indispensabile dire anche altri “no”, che riguardano la macchina economica e sociale nella sua interezza. E in questa prospettiva purtroppo l’idea del vecchio continente come soggetto capace di contrapporsi in qualche misura all’egemonia neoliberista, non trova nella sua storia troppi motivi di speranza.
Nata come unione economica, comunità pattuita in funzione del mercato, inizialmente addirittura limitata alla gestione di carbone e acciaio, la nuova Europa non ha certo perduto nel crescere l’anima economicistica del suo concepimento, che anzi è stata via via rafforzata e a Maastricht racchiusa entro i rigori di ferree regole monetarie; in ciò del resto allineandosi su quella deriva che sempre più dovunque andava imponendo la dimensione economica come indiscussa centralità politica e sociale: non è un caso se la moneta unica si è presto imposta quale obiettivo prioritario, poi tenacemente perseguito. In un processo che ha goduto il pieno avvallo delle sinistre, anch’esse - come ho ripetutamente notato - più o meno dichiaratamente conquistate da mercato, produttività, competitività, crescita, e impegnate a prodursi in affannate gare di rincorsa verso il centro.
Non è da stupire pertanto se quella felice congiuntura storica che sul finire dello scorso secolo ha visto le sinistre al governo nella quasi la totalità degli stati europei, non ha prodotto molto più che modesti tentativi di riforme all’interno di un impianto economico che tali politiche non prevede né tollera più: per cui era fatale che esperimenti di qualche maggiore impegno, come quelli messi in campo da Lafontaine e Jospin, non andassero lontano. E di nuovo non è da stupire se il panorama politico europeo si è pochi anni dopo capovolto, portando al potere quasi dovunque le destre (è dubbio se l’eccezione Blair sia davvero un’eccezione) e garantendo crescente fortuna ai populismi parafascisti dei vari Le Pen, Haider, Fortuyn, Bossi; e se da un vertice all’altro, da Laeken a Lisbona a Barcellona, passando per decine di incontri sussidiari, i documenti prodotti testimoniano un generale spostameno verso destra, tra aziendalismo imperante, netta prevalenza delle autorità monetarie in politica economica, insistite privatizzazioni di servizi e beni di interesse collettivo, provvedimenti sull’ immigrazione improntati a non celata xenofobia, senza mai un cenno di critica nei confronti del dettato neoliberistico.
La peculiarità del vecchio continente, il suo passato che in qualche modo ne fa una realtà antropologica del tutto particolare, la sua non ancora totale assimilazione alle regole predatorie della competitività, sembrano insomma vissuti dai suoi stessi popoli, e soprattutto dai governanti dei medesimi, come un freno, un dato negativo, più che come un bagaglio di civiltà da usare positivamente e attivamente. E anche in questo si può misurare il rischio di un’assimilazione planetaria e senza riserve a quello che è stato definito “pensiero unico”, il cui indiscusso predominio e la cui celebrata validità hanno gioco facile nel vuoto di un pensiero alternativo.
E tuttavia forse è ancora possibile da parte dell’Europa uno scatto d’orgoglio per il recupero della propria storia migliore e il rilancio di un’identità autonoma, per l’avvio di una seria critica al modello economico sociale e culturale oggi trionfante, magari nel tentativo di immaginare “un altro mondo possibile”. Qualcosa di simile sembra pensare il presidente della Repubblica ceca, Vaclav Havel, e lo ha ampiamente illustrato nel discorso che ho già citato in altro contesto. Deplorando appunto l’eterna tensione dell’ Unione europea ad accrescere la propria forza economica fino a raggiungere e possibilmente superare gli Stati Uniti, ponendosi accorati interrogativi sulla qualità e il senso stesso della vita quando viene scambiata per una gara su chi produce più automobili o elettrodomestici, ricordando l’esistenza di altri valori oltre al profitto e all’aumento del Pil, che pure hanno avuto una funzione determinante nella nostra storia; e su questa base invita l’Europa ad abbandonare la rincorsa dell’America e a “sostituire questa idea con un proposito più modesto, ma più difficile da perseguire: iniziare a cambiare il mondo partendo da se stessa.” (5)
D’altronde su un’ Europa capace di farsi protagonista di un salutare mutamento del mondo, da qualche tempo si trovano a scommettere persone molto diverse per formazione, ruolo attivo, collocazione politica. Cosa che a prima vista può sconcertare e perfino apparire di pessimo auspicio, configurandosi come una sorta di confuso “pio desiderio”, privo di solide fondamenta da cui muovere e su cui lavorare. Ma forse non è così, forse il fatto che anche da posizioni notevolmente lontane si avverta il bisogno di un cambiamento profondo, e se ne indichi nello stesso soggetto l’agente più accreditabile, prospetta un’ipotesi di “fattibilità” ben più ampia di quella, quanto mai esigua, di cui dicevo sopra: quando sulla bilancia, a fronte di tutti i massimi poteri del mondo, vedevo i “No glob” e poco altro. E ci dice che forse le contraddizioni, le iniquità, i pericoli, hanno raggiunto nella società attuale un livello che molti ormai ritengono non più tollerabile. Faccio l’esempio di due personaggi per mille versi lontanissimi l’uno dall’altro: Fausto Bertinotti, segretario del Partito della Rifondazione Comunista, e Tommaso Padoa-Schioppa, membro del comitato esecutivo della Banca centrale auropea.
“L’Europa, per la storia delle sue culture, e per ciò che resta di un modello sociale non totalmente liberistico, è il naturale luogo di interlocuzione col nuovo movimento di critica alla globalizzazione”, scrive Bertinotti. Ne consegue la sua convinzione che “non possa esserci Europa senza rifondazione della sinistra, e non c’è rifondazione della sinistra – e futuro – se non in una dimensione europea.” L’Europa, per il leader della “sinistra antagonista” italiana, si pone dunque come terreno fertile quanto necessario per la nascita di una nuova sinistra “unitaria e plurale”, che aggredisca e sconfessi tutte le ambiguità dei vari centro-sinistra, che anche a questo modo cancelli le cause profonde della continua frantumazione delle sinistre in mille schegge minimali e perdenti, e si faccia portatrice di “un nuovo progetto politico”. Il rifiuto della guerra e del neoliberismo, la sconfitta della globalizzazione, la combattività del conflitto di classe recentemente rinato in vari paesi europei, che per Prc sono parte imprescindibile di questo progetto, non sono pensabili senza l’Europa: “Tra Europa e costruzione di una soggettività politica della sinistra alternativa c’è una precisa relazione di reciprocità.”(6)
Padoa-Schioppa, pur affermando che “mercato ed economia non bastano”, non mette in discussione il modello economico vigente; non ama i “no glob”, anzi critica in termini assai duri il loro rifiutare interamente, “ottusamente” dice, l’eredità occidentale, anche con tutto il positivo che contiene. Ma ciò non gli impedisce di parlare lui stesso di un Occidente che “ignora e nega le proprie contraddizioni, responsabilità, incoerenze… crede che la forza delle armi e quella della moneta siano sufficienti a produrre sicurezza… nello stesso tempo pensa che se la guerra ci dev’essere essa deve fare morti da una parte sola”; che “sembra non avvertire il risentimento, l’invidia, il disprezzo che circondano l’homo occidentalis, quando esce dal circuito dei grandi alberghi e dell’aria condizionata”; quasi che “né due guerre mondiali, né la terribile parabola dell’imperialismo coloniale, né la sofferta esperienza del comunismo, né gli atroci genocidi - tutti mali nati dall’Occidente e da esso trasmessi ad altri sulla terra - ” non abbiano insegnato nulla. Gli Usa, argomenta Padoa-Schioppa, sono certamente una democrazia (7) dotata di una solida e collaudata struttura, ma non se ne può ignorare “il pericoloso senso di innocenza…la tentazione imperiale, il rifiuto di riconoscere un potere mondiale a sé superiore.” E conclude: “Solo l’Europa può condizionare gli Stati Uniti”. L’Europa non è temuta o odiata nel mondo come gli Usa, ha la saggezza di antichi scambi e contatti con culture religioni civiltà altre, ha una consuetudine secolare di rapporti con focolai di crisi, e sia pur faticosamente e in modo parziale è riuscita nella “edificazione di un ordine sovranazionale”: “La relazione speciale con l’America, con cui la Gran Bretagna si illude di condizionare la sua ex-colonia, l’Europa può instaurarla davvero, in modo da cambiare il corso della storia”. (8)
Due persone diversissime, da diverse posizioni e con progetti diversi, sono dunque concordi nel guardare all’Unione europea come al potenziale agente di un nuovo e migliore ordine mondiale. E’ un fatto molto importante che (a prescindere dallo specifico delle persone) in qualche modo rimanda e allude a quella molteplicità di voci che da qualche tempo risuonano nelle città del continente: che non sono soltanto quelle dei “No glob” contestatori di potenti riuniti in “summit” blindati, ma che si levano da enormi scioperi in difesa dei diritti del lavoro, da gigantesche marce per la pace, da vasti composti e decisi cortei di extracomunitari, da consistenti pezzi di società “civile” che manifesta contro il susseguirsi di impudenti attacchi alla democrazia. Un panorama variegato e complesso, di sensibilità offese, reazioni indignate, rifiuti rabbiosi, a volte magari solo di inquietudini e angoscie imprecisate; ma al quale appartiene anche la chiarezza mentale di chi vede necessario rompere i vincoli dell’ atlantismo europeo, di chi cerca ancoraggio democratico nelle costituzioni ancora attive in varie nazioni del continente, di chi non può assistere in silenzio alla cancellazione della Palestina, di chi si ribella contro il numero crescente di poveri in paesi ricchi e spreconi, di chi in un primo tempo non contrario alla guerra in Afganistan in seguito ne ha preso decisamente le distanze (e sono molti, in questo ha ragione Fukuyama).
Messi insieme rappresentano un buon numero di persone scontente del mondo così com’è. Per ragioni anche molto lontane, alcune radicate entro un preciso orientamento politico, magari a dimensione sovranazionale, altre legate soltanto a situazioni contingenti e circoscritte: ragioni che certo non è possibile immaginare coincidenti, ma sì insieme confluenti entro una formazione politica complessa, cospicua massa critica capace di affiancare e integrare il “movimento dei movimenti”, e insieme ad esso sostenere l’Europa nella ricerca e nell’impegno per un mutamento non più rinviabile. Dopotutto che altro è la “sinistra plurale” da tante parti invocata, se non una unione di forze diverse, forse incapaci di una “unità” organica come tale operante, ma accumunate da una critica più o meno radicale e variamente motivata dell’esistente?
Ma appunto - qui ha ragione Bertinotti - tutto dipenderà dalle sinistre. Che dovranno innanzitutto saper superare le angustie degli interessi di gruppo e di partito, o peggio i particolarismi e le miserabili rivalità tra correnti e leader, liberandosi da antichi vizi da cui nessuna formazione si dimostra esente e che - ciò che è davvero triste - non sembrano risparmiare interamente nemmeno i rapporti interni al movimento “No glob”. Forse d’altronde anche errori e debolezze di questo tipo sono in gran parte conseguenza inevitabile della povertà di idee, della mancanza non solo di un chiaro progetto “di sinistra”, ma di una approfondita lettura della realtà da condurre poi a sintesi politica: a partire dall’abbandono di scelte economiche e sociali ossequienti alle “leggi” dell’ impresa e del mercato, per l’avvio di un cammino che (come suggerivo sopra) progressivamente si allontani dall’imperativo di un’espansione ormai non solo insostenibile ma con tutta evidenza autodistruttiva; sapendo che ciò significa muovere verso un traguardo che tocca le intollerabili disparità tra ricchi e poveri come lo squilibrio dell’ambiente naturale saccheggiato dagli umani, l’attacco ai diritti del lavoro come la perdurante asimmetria del rapporto tra i sessi, l’assimilazione al mercato del progresso scientifico e tecnico come le relazioni tra centro e periferia dell’Impero, che ormai sembrano saper comunicare solo con la guerra: contraddizioni nuove e antichissime, oggi tutte riconducibili alla razionalità iperproduttivistica che guida l’ordine vincente.
Questo è un compito che – insisto – non spetta al movimento, il quale assolve la propria funzione “guastatrice” con un’azione provocatoria e traente, capillarmente diffusa e sostenuta dal suo fertilizzante entusiasmo. E’ un compito che invece compete d’obbligo alle sinistre istituzionali di tutto il continente. Innanzitutto proprio un serio impegno in questo senso, per un’idea che vada oltre le angustie dei confini nazionali, potrebbe costituire la premessa al superamento di rivalità e personalismi, che spesso si ammantano di motivi ideologici per mascherare l’irresponsabilità di frazionismi e scissioni; inoltre un obiettivo come quello di spingere l’Europa ad uscire dall’inerzia della sua neghittosa acquiescenza verso l’America e a costituirsi come soggetto autonomo, potrebbe offrire una buona base non diciamo per l’unità delle sinistre (vecchio e mai realizzato sogno, che gli stessi fantasmi della storia rendono impensabile) ma almeno per una loro unione programmatica, tale da esorcizzare almeno il rischio di frantumazioni assurde, come quelle che hanno portato Italia e Francia a sconfitte tanto più dure in quanto evitabili.
Ma un’operazione di questo tipo potrebbe avere anche un’altra ricaduta di grande portata. Penso all’esplosione del populismo di destra, che di recente ha raggiunto in Europa proporzioni allarmanti, come dimostrano le ultime consultazioni elettorali di Danimarca, Portogallo, Olanda, oltre che di Italia e Francia. Esiste già una vasta letteratura sul tema, e varie sono le letture del fenomeno e delle sue origini. I dati dicono comunque chiaramente che una quota tutt’altro che trascurabile di coloro che votano oggi Le Pen, Hayder, Fortuyn, Berlusconi, Bossi, appartengono alla borghesia minima, a ceti operai, addirittura agli strati più poveri, tutti per buona parte in passato elettori di sinistra, che la crescente insicurezza economica e sociale, e lo scontento nei confronti di politiche troppo moderate seguite dai governi di centro-sinistra, hanno polarizzato in parte verso le sinistre estreme, ma soprattutto verso le destre populiste, oltre che per quote non trascurabili verso l’astensione. Non c’è dubbio che l’assunzione da parte delle sinistre europee di una decisa linea critica del neoliberismo imperante e del militarismo Usa che lo impone, con l’avvio di politiche interne conseguenti, potrebbe recuperare una buona parte del consenso perduto: e tanto meglio se saprà imporre, come lucidamente argomenta Giuseppe Chiarante, “una sua idea d’Europa, una sua proposta sulla funzione mondiale del vecchio continente.”(9)
Allora, sperare nell’Europa come possibile “madre” di “un mondo diverso”? L’ipotesi è sconfinatamente azzardata quanto ambiziosa. Tanto più se si guarda con realistico distacco all’Unione qual’è oggi, ancora in fieri per tanti aspetti, priva di istituzioni capaci di scelte chiare e condivise, travagliata da rivalità e dissensi interni, tra euroscetticismi e arroccamenti in difesa delle singole identità nazionali, soprattutto viziata da una linea economica in sostanza adagiata sulla fattispecie neoliberistica. E tuttavia il momento attuale è il primo dopo molti decenni in cui l’ipotesi possa apparire non del tutto impensabile: e ciò per via di un certo numero di circostanze concomitanti, forse casualmente (o forse no?) ma comunque convergenti nel configurare una sorta di insolita freddezza nei confronti degli Stati uniti e, a tratti, una qualche presa di distanza da ciò che gli Stati uniti rappresentano nel mondo. Sono fatti e sintomi in parte già segnalati in queste pagine, in parte legati a eventi recentissimi, in nessun modo riconducibili a un nesso organico, che però considerati insieme, anche semplicemente giustapposti l’uno all’altro, mi sembra rivelino la presenza di un denominatore comune, in base al quale la compatta assoluta solidità dell’asse atlantica potrebbe non apparire più così assoluta e compatta. Provo a enumerarli.
1. Di recente una serie di più o meno dichiarati dissensi e risentite incomprensioni si sono prodotti nelle relazioni tra Usa e Ue: dai limiti all’importazione di acciaio, voluti dagli Usa e pochissimo graditi al vecchio continente; alla pretesa americana di imporre sui mercati europei - come su quelli di tutto il mondo - cibi geneticamente modificati; a una vera e propria offensiva diplomatica scatenata dall’amministrazione Bush nel tentativo di ottenere dai singoli paesi membri l’immunità americana nei confronti della Corte penale internazionale, con minaccia di rivedere i rapporti interni alla Nato in caso di mancato assenso. Si aggiungano le divergenze di valutazione e di comportamento in fatto di materie ambientali, che toccano la ratifica europea del protocollo di Kyoto stracciato invece da Bush, l’attenzione e la partecipazione europea al Summit di Johannesburg disertato dal Presidente americano, la sia pur relativa e discontinua cautela europea nei confronti degli Ogm, insistentemente promossi dagli Usa. Ma il fatto di maggior rilievo, sebbene ancora estraneo alla diplomazia ufficiale, è la posizione dell’Europa nei confronti dell’annunciato intervento americano in Iraq: posizione fin dall’inizio (come ho già accennato) molto reticente, e anche di dichiarato dissenso da parte di alcuni leader, poi a tratti rafforzatasi in aperta contrarietà, anche in seguito alla esplicita condanna dell’impresa da parte del mondo arabo e di alcune potenze non occidentali, e alla crescente critica dei ceti intellettuali, anche americani.
2. Sempre più di frequente e spesso da voci del tutto inattese si parla di crisi degli Stati uniti: crisi economica innanzitutto, evidenziata (come ho cercato di dire sopra) sia dalla persistenza di una recessione che non accenna a risolversi, sia da una finanza sempre più instabile e imprevedibile, sia dalla catena di gravissimi scandali che hanno profondamente scosso la credibilità del grande management; ma crisi da molte parti indicata anche nella povertà di leadership e soprattutto di strategia politica mondiale, cui inutilmente si tenta di sopperire con l’insolente ostentazione della forza e con l’uso più spregiudicato e brutale della medesima; mentre il fallimento delle istituzioni economiche internazionali, in particolare Bm, Fmi, Wto, è ormai platealmente riconosciuto all’interno stesso della classe politica americana. Ne fanno fede alcuni libri appena usciti, uno firmato dal qui più volte citato, notissimo e ricchissimo finanziere George Soros (10), un secondo da Joseph S. Nye (11) che fu sottosegretario alla difesa nell’ amministrazione Clinton, un terzo dal Nobel per l’economia Josef E. Stiglitz (12) già Vicepresidente senjor della Banca Mondiale: tutti, con argomenti diversi ma con pari durezza, critici del loro paese.
3. Nell’Agenda 21, il piano d’azione adottato nel ‘92 al Vertice di Rio, si legge: “La principale causa del deterioramento dell’ambiente globale consiste nei modelli insostenibili di produzione e consumo, in particolare delle nazioni industrializzate.” Da allora siamo stati in pochissimi, e inascoltati, a ricordare e coltivare questo tema, e magari a precisarlo con la rimessa in causa del primato economico e culturale della razionalità iperproduttivistica; mentre l’Agenda 21 rimaneva praticamente lettera morta, e anzi i modelli in essa denunciati pervenivano alla loro massima espansione. Oggi a interrogarsi sulla sostenibilità del nostro modo di produrre e consumare, o addirittura a criticarlo senza mezzi termini, sono – sia pure solo per singoli interventi che non incidono sulla linea generale – organi di stampa più meno dichiaratamente conservatori, come il “Times”, il “Washington Post”, il “Corriere della Sera”, “Il Sole-24 Ore”, “L’Economist”. Mentre un famoso giornalista come Eugenio Scalfari (13), certo su posizioni progressiste ma lontano da ogni estremismo, e – ch’io sappia – mai finora particolarmente preoccupato delle condizioni ambientali, parla della “crisi di un modello di sviluppo che si alimenta pompando risorse dalle sue periferie senza riuscire a diffondere equamente la ricchezza prodotta”, e che insieme “mette a rischio la sostenibilità geofisica e l’equilibrio del sistema ecologico”, in quanto “la crescita quantitativa della ricchezza avviene a detrimento delle risorse naturali”; per concludere con l’esortazione a “puntare su un modello di felicità che non si misuri soltanto sull’aumento del prodotto ma sulla qualità della vita individuale e sociale e sul rispetto dell’ecosistema”.
4. Tutto questo accade a poco più di metà di un’annata che ha visto l’intero emisfero boreale devastato da gigantesche alluvioni con tremila morti e milioni di senza casa, quindi sovrastato da nubi tossiche che promettono molti altri milioni di morti, e così via. E si trova a coincidere anche con il summit di Johannesburg, un evento accompagnato da mesi di attenzione mediatica, dedicata alla sua lunga preparazione, poi alle molte linee del suo svolgimento, infine agli echi e ai commenti d’obbligo, ma anche da analisi della questione ambientale, spesso approfondite, seriamente documentate e corredate dai terrificanti dati del guasto finora prodotto, che le distratte orecchie della pubblica opinione in qualche misura non può non aver recepito. Ho accennato sopra ai modestissimi risultati concreti del vertice, e in tanti ne hanno ampiamente e motivatamente parlato. Innegabile. E tuttavia non credo che l’occasione sia andata sprecata, nonostante le sue esplosive contraddizioni, anzi forse proprio grazie ad esse: Kofi Annan che diceva la necessità di riflettere sul nostro “dissoluto modo di vivere” e la Bmw che reclamizzava l’ultimo vistosissimo modello di auto “ecologica”; i movimenti africani che chiedevano acqua per i loro assetati paesi e scienziati che adducevano sofisticati argomenti per asserire che, dopo tutto, non abbiamo certezze sulle cause del global warming; i “sem terra” che gridavano la distruzione delle loro agricolture ad opera dello sviluppo targato Fmi-Wto, e i rappresentanti di governi africani acquisiti al modello vincente che cercavano di assicurarsi commesse e affari; l’Organizzazione mondiale della sanità che sceglieva il palcoscenico del Vertice per pubblicare le spaventose cifre, passate presenti e future, della mortalità da smog, e le più famose associazioni ambientalistiche che si accordavano con le multinazionali del petrolio pur di ottenere qualche promessa; il vecchio Mandela che pubblicamente piangeva i famigliari morti per aids, e la delegazione Usa che si limitava a largire un po’ di dollari per la cooperazione (la metà di quelli offerti dieci anni fa a Rio), sottraendosi ad ogni serio impegno per ridurre le aggressioni all’ambiente, e una volta ancora rifiutando di firmare il trattato di Kyoto, benché ora ratificato anche da Cina, Russia e Giappone. Mai forse è stata sotto gli occhi di tutti una rappresentazione più complessa e completa della intollerabile realtà del mondo, agita dai suoi principali attori, che ne recitavano le principali ragioni. Mentre lo spettro di una seconda guerra del Golfo si aggirava su Johannesburg e sul mondo.
Un mondo con il quale sembra davvero sempre più difficile identificarsi, e di fronte al quale la necessità e anche la possibilità di cambiarlo, secondo il credo “No glob”, parrebbe doversi porre come un progetto affascinante per un paese come l’Europa. Difficile? Difficilissimo. Anche, ripeto, a causa dell’ incompiutezza dell’Unione, delle sue tante debolezze, istituzionali e non solo, della sua perenne tentazione di totale cedimento alla dottrina imperante (però anche via via trasgredita e negata, come gli iperliberisti rimbrottano). A meno che proprio l’idea di bilanciare lo strapotere Usa, e di impegnarsi nel tentativo di un possibile modo diverso di produrre consumare operare pensare vivere, non possa risultare per l’Europa stessa lo stimolo necessario a cercare la sua migliore definizione: che in nessun modo somigli al temuto “super stato”, che non schiacci le singole identità nazionali, ma le riconduca alla complementarità e alla ricchezza di una “identità plurale”, all’interno di una forma autenticamente federalista. E potrebbe essere il punto di partenza per “iniziare a cambiare il mondo partendo da se stessa”.
Sembrano sogni e forse lo sono. Ma resto convinta che, come diceva Napoleoni, “Posti a livello minore, i problemi non hanno risposta.”(14)
Note
1)Franco Venturini, Pratica di storia, in “Il Corriere della Sera”, 28 maggio 2002, pp.1-18.
2) Francis Fukuyama, Disuniti contro il terrore, in “La Stampa”, 10 agosto 2002, p.4.
3) Ibidem
4) Ibidem
5) Vaclav Havel, L’occidente e l’ossessione del nulla, op. cit.
6) Fausto Bertinotti, Per un nuovo soggetto politico, in “la rivista del manifesto” n. 30, luglio-agosto 2002, pp.8-10.
7) Tommaso Padoa-Schioppa, Dodici settembre, Rizzoli, Milano 2002, p.115-119, passim.
8) Idem, p.120-122, passim
9) Giuseppe Chiarante, Francia chiama Italia, in “la rivista del manifesto”, n.29, giugno 2002, pp.7-11.
10) George Soros, Globalizzazione, Le responsabilità morali dopo l’11 settembre, Ponte alle Grazie, Milano 2002
11) Joseph S. Nye, Il paradosso del potere americano, Mondadori, Milano 2002
12) Joseph E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino, 2002
13) Eugenio Scalfari, Il cinismo dei governi e le piaghe del pianeta, La Repubblica, 25 agosto 2002, pp. 1-17
14) Claudio Napoleoni, Lettera ai comunisti italiani, in “Cercate ancora”, a cura di Raniero La Valle, Editori Riuniti, 1990, p.154.
Tutt’altro che facile da mettere in opera, anche pensata solo in funzionedell’Occidente, l’ipotesi qui abbozzata si presenta come un’impresa al limite dell’inconcepibile, quando la si confronti, si tenti di confrontarla, con i problemi di quelli che vengono indicati, con una litote di burocratica ipocrisia, come “Paesi in via di sviluppo”.
Ma più esatto sarebbe parlare dei problemi del mondo. Perché - come rifletteva Arnold Toynbee nel lontano ’52, in un prezioso libretto significativamente intitolato “Il mondo e l’Occidente” (1) - l’Occidente non è che una piccola parte del pianeta, circondata dal vasto Mondo, anzi da una serie di mondi, alcuni di storia e cultura più antiche e prestigiose della sua. Ciò che non impedisce all’ Occidente di porsi con convinta determinazione come il depositario di tutto il meglio prodotto nei millenni, democrazia, sapere, progresso, efficienza, ricchezza, come il centro dinamico del sistema-umanità, pertanto autorizzato a padroneggiarlo.
Ma notoriamente il Mondo, il non-Occidente, è costituito in effetti da una moltitudine di mondi, estremamente diversi dal punto di vista economico, sociale, culturale, storico, antropologico, in cui convivono miseria assoluta e livelli di consumo assai prossimi ai nostri, tassi altissimi di analfabetismo e notevoli quote di popolazione di avanzata e sofisticata professionalità scientifica, rigidità di costumi inalterati da secoli e consuetudininon dissimili da quelle di qualsiasi paese occidentale, rapporti intersessuali fermi alle norme non di rado criminali di un dispotico patriarcato e libertà non troppo lontane da quelle volute dal femminismo. Sono terre rimaste pressocché le stesse da sempre (poche, per la verità, e in via di sparizione) e città in trasformazione continua e rapidissima, irriconoscibili da un anno all’altro, in gara per somigliare tutte al più presto a Manhattan; paesaggi dominati dalle torri degli impianti petroliferi e spiagge sterminate ancora senza traccia di interventi umani, o quasi (e fino a quando?); grandi foreste ancora vive ma di una vita artificiale curata a beneficio dei safari turistici, grandi foreste invece abbattute per fare spazio agli allevamenti zootecnici di proprietà McDonald’s e affini, intere vallate sommerse con le loro culture e i loro vilaggi dalle acque di dighe giganti. Sono nazioni rapidamente arricchite, ma con immancabili larghissime fascie di indigenza, nazioni tradizionalmente povere ma divenute poverissime negli ultimi decenni, in cui sempre però crescono favolose ricchezze di pochi, nazioni in guerra da generazioni, con eserciti armati e addestrati nei modi più moderni e costosi e gente che muore di fame; alberghi a cinque stelle e favelas, grattacieli e capanne di lamiera e cartone, lussuosi quartieri residenziali e ghetti, shopping centers traboccanti di merci e percentuali di sieropositivi che sfiorano la metà della popolazione; borghesie pienamente assimilate ai nostri costumi e consumi, nuove miserabili classi operaie improvvisate al comando di imprese straniere, caotiche irrespirabili megalopoli in costante espansione tra folle in fuga da catastrofi ecologiche, guerre, industrializzazione forzata delle campagne, masse di disperati di ogni sorta attratti dalle luci della città.
Più volte è stata notata l’incongruenza di nominare tutto questo, e il molto altro contenuto in così tante e disparate comunità umane, in un unico modo: “Paesi in via di sviluppo” secondo la formula imposta dalla moderna diplomazia, “Terzo mondo” secondo la denominazione che in epoca di guerra fredda lo contrapponeva agli altri due mondi, il “Primo” capitalista e il “Secondo” socialista, oppure “Sud del mondo”, secondo la più recente dizione che lo distingue dal “Nord”. E certo, a considerare le caratteristiche dei singoli paesi, l’incongruenza è clamorosa. Ciò che tuttavia non impedisce a tutti noi, quando sentiamo parlare di Terzo mondo, Sud del mondo, Paesi in via di sviluppo, di capire a che cosa ci si riferisce, né ci impedisce di usare le stesse parole per riferirci a quei paesi nel loro complesso. Le parole non nascono a caso: indicare una massa di realtà tanto diverse con una dizione unica significa riconoscere ad esse una qualità comune; ed è una qualità che si definisce in rapporto e in contrapposto a quella del “Primo mondo”, del “Nord del mondo”, dei “Paesi sviluppati”, insomma dell’Occidente. Perché sul modo di essere attuale di tutte e di ciascuna di queste realtà pesa un passato, lontano ma anche recente e recentissimo, di cui l’Occidente dai più remoti ricordi della storia fino ad oggi è stato, è, responsabile e protagonista: le imprese di Alessandro il Grande, la penetrazione cristiana, la sfida delle potenze marinare, le grandi “scoperte”, il colonialismo, la tratta dei neri, fino alla “cooperazione” e allo “sviluppo” a stelle e striscie gestito da Fmi, Bm, Omc. Questa storia firmata dall’Occidente è presente nella memoria e nell’attualità di tutto il Mondo, dei tanti diversissimi mondi che lo costituiscono: nelle spettacolari ma già in crisi esplosioni economiche dei “dragoni” asiatici,nelle disuguaglianze che crescono dovunque, negli inestinguibili conflitti che massacrano intere popolazioni, nei fondamentalismi che rinascono e si diffondono in funzione antioccidentale e cercano vendetta.
E allora, alla domanda che ponevo sopra, se quel rifiuto dei valori dominanti nel Nord del mondo, che ritengo necessario a una sinistra che voglia operare come tale, possa valere come orizzonte strategico, come base propedeutica per politiche utili anche per il Sud, la risposta mi pare possa essere positiva. Sono di conforto in questo senso le tante voci critiche che ci raggiungono direttamente da quei paesi: da comunità contadine, che si battono per la difesa delle agricolture locali e delle culture tradizionali contro la diffusione degli ogm, come i Sem Terra brasiliani o la Via Campesina del Chapas, da movimenti che protestano contro la scarsità idrica causata dall’uso crescente d’acqua nell’ industria, come i Navdanya indiani guidati da Vandana Shiva, o che chiedono la cancellazione del debito e raccolgono firme a favore della Tobin tax; da organizzazioni non governative del Sud-Est asiatico, impegnate in analisi inesorabilmente critiche dello “sviluppo” guidato da Bm-Fmi-Omc, oppure da studiosi tornati nei loro paesi d’origine dopo aver frequentato prestigiose università occidentali, come l’indiana Anuradha Mittal, condirettrice del “Food First”, qualificato centro di ricerca sulle cause della fame nel mondo. Sono tutte voci non solo di netta condanna della globalizzazione neoliberista, dei criteri e valori che la guidano, degli istituti che ad essa presiedono; voci di “Globalizzati e scontenti”, secondo il titolo del recente libro della sociologa americana Saskia Sassen, (2), ma anche di interi paesi ormai attestati su fermi propositi di “deglobalizzazione”.
In questo senso la parola più netta e documentata è ancora quella dell’ economista filippino Walden Bello: “Il modello della crescita ad alta velocità alimentata dal capitale straniero in favore dei mercati esteri, ha lasciato dietro di sé poco altro che distruzione dell’ambiente,”(3) dice ; e fermamente ritiene giunto il momento di cambiare rotta: “L’attuale crisi che sta distruggendo la vita delle persone in tutto il Sud, ci offre anche la migliore opportunità per riesaminare alle fondamenta il nostro modello e la nostra strategia di sviluppo” (4). A questo scopo sostiene necessario recuperare il vecchio proposito di un modello economico autonomo, che il dominio dei capitali stranieri ha frustrato;rivalutare gli stati nazionali, riorientare l’economia verso un modello non più mutuato dal Nord ma diretto dall’interno dei singoli paesi, preferibilmente su base regionale, che garantisca le massime opportunità ai produttori locali, che sposti il proprio asse “da produzione per l’esportazione a produzione per il mercato interno”. Secondo un programma fondato sulla constatazione che esiste un “eccesso di capacità produttiva” e un’’“offerta eccessiva di quasi tutto”, e sulla convinzione che sovente “l’espansione non è segno di buona salute quanto sintomo di malattia”, per una politica capace di “togliere enfasi alla crescita e massimizzare l’equità… e collegare l’agenda sociale a quella ambientale”. Soprattutto - insiste Bello - il Sud del mondo non deve più affidare decisioni economiche strategiche al mercato neoliberista, ma basandosi sulla scelta democratica e sottoponendo sia l’economia privata che l’iniziativa statale al costante controllo della società civile, deve puntare su “un programma globale di distribuzione delle risorse e del reddito”. A questo fine è necessaria l’eliminazione della “santa trinità di Bretton Woods”, cioè Fmi, Bm, Omc, istituti senza i quali “il mondo starebbe molto meglio”(5), e la loro sostituzione con un sistema pluralistico di istituzioni sovranazionali che si completino e controllino a vicenda, lasciando spazio ai Paesi in via di sviluppo per seguire liberamente i percorsi scelti in piena autonomia.
Come si vede, una parte significativa del Sud del mondo, che pure a lungo si è lasciata sedurre dal sogno occidentale, va ora ravvedendosi e ritirando il consenso in passato largamente attribuito al sistema neoliberistico. Ciò che appare d’altronde inevitabile, e perfino tardivo, di fronte alle aberrazioni che ha prodotto: vedi ad esempio la Thailandia analizzata da Bello, e la descrizione di ciò che dodici anni di “sviluppo” capitalistico hanno fatto di Bangkok, con “impianti industriali che verranno messi in disuso tra alcuni anni…, centinaia di grattacieli vuoti…, un traffico orrendo che è soltanto leggermente modificato dall’espropriazione di migliaia di automobili ultimo modello nei confronti dei proprietari falliti, … un rapido declino del capitale naturale del Paese e un ambiente compromesso in modo irreversibile, se non irreparabile...” (6)
E’ un ravvedimento condotto con una consapevolezza e una chiarezza di proposte da cui le voci antagoniste che si levano dal Nord avrebbero non poco da imparare. Anche per loro – come appare evidente dai brani riportati – sono oggetto della critica più dura non solo i paradigmi dell’economia oggi imperante, ma appunto quei “valori” che, prevalenti nella nostra società, vengono esportati e imposti in tutto il mondo; quei “valori” che anche le sinistre hanno più o meno inconsciamente assimilato e che dovrebbero finalmente disconoscere e separare da sé, per recuperare il loro “essere sinistra”. Le stesse proposte formulate da questi Paesi per il loro futuro politico avrebbero davvero molto da insegnare a noi Occidentali. Se ad esempio le sinistre facessero propria unadirettiva come “collegare l’agenda sociale a quella ambientale”, e agissero di conseguenza, non si troverebbero di fronte ad alternative tra salvare fabbriche orribilmente distruttive dell’ambiente e della salute dei lavoratori, oppure accettare la disoccupazione per un intero paese. E finalmente assumere come “programma globale” la “distribuzione delle risorse e del reddito”, tenendo ferma l’esigenza di “togliere enfasi alla crescita e insieme massimizzare l’equità”, significherebbe privare di fondamento l’eterna obiezione-alibi che proprio dalle sinistre viene più spesso brandita : “E quelli che muoiono di fame, quelli che vivono con un dollaro al giorno, come chiedergli di ridurre i consumi?”
Già, perché il Sud del mondo, o meglio il Mondo, il non-Occidente, questo enorme agglomerato di culture diverse, contraddizioni e disuguaglianze, è per larghe estensioni miseria senza aggettivi e senza confronti, miseria allo stato puro. E per chi a stento ci sopravvive, con pochissimo cibo, qualche straccio addosso, senza casa, senz’acqua, non solo non è pensabile ridurre i consumi, ma è indispensabile prevedere una crescita economica anche materiale: di case, di acquedotti, di scuole, di ospedali, di merci di prima necessità. Ma se tutto ciò viene attuato con il massimo possibile rispetto per l’ambiente, non in funzione dell’aumento del Pil ma dei bisogni reali, e quindi in quantità congrua e controllata, magari attingendo alle enormi riserve inutilizzate dell’Occidente, perseguendo appunto un programma di “distribuzione delle risorse e del reddito” e non interessi privati, allora anche la produzione di beni materiali può dar luogo a qualcosa di assai diverso dall’accumulazione capitalistica: non solo lasciando massimo spazio allo sviluppo di “beni sociali”, ma facendosi “bene sociale” essa stessa, partecipe della qualità di quelle ricchezze che, messe in comune, si accrescono, per trasformarsi così in “accumulazione sociale”.
Note
1) Arnold Toynbee, Il mondo e l’Occidente, Sellerio Editore, Palermo 1992.
2) Saskia Sassen, Globalizzati e scontenti, Il Saggiatore, Milano 2002.
3) Walden Bello, Il futuro incerto, op. cit. p. 229.
4) Id. p. 27
5) Id. pp. 325-6
6) Id. p.189
7) Giuseppe Prestipino, Narciso e l’automobile, op. cit.
Il clima giusto per decidere
di Massimo Serafini
Grandi sono le attese che la conferenza sul clima suscita. Sarebbe delittuoso andassero deluse. Non tanto per ciò che può dirci di più di quanto già sappiamo sulla gravità della situazione, ma per due ragioni politiche: in primo luogo dire all'Europa che sul clima il nostro paese non copre più lo scetticismo e il disimpegno americano, ma assume le scelte unilaterali degli europei nella lotta al riscaldamento globale. E in secondo luogo se le decisioni che prenderà diventeranno una delle priorità della legge finanziaria che si sta preparando. Che il risultato politico sia questo non è scontato e motivi per essere preoccupati ce ne sono molti.
Stupisce che il ministro dell'ambiente non abbia dato una risposta alla decisione di convocare alla vigilia dell'appuntamento sul clima, l'assemblea dei parlamentari dell'Ulivo, ministro Bersani compreso, per discutere di energia, nella quale l'amministratore delegato dell'Enel, minacciando un inverno al freddo e al buio, ha chiesto, per evitarlo, di puntare sul carbone che porterebbe le emissioni climalteranti del paese e le conseguenti multe a livelli record.
È auspicabile che il presidente del consiglio Prodi dica da che parte sta. Ma oltre alla chiarezza politica c'è bisogno che dalla conferenza escano decisioni chiare sia per quanto riguarda le politiche di adattamento al clima che cambia, sia a quelle necessarie a mitigarlo. Sulle prime devono emergere scelte di gestione del territorio e delle acque che puntino a una manutenzione diffusa e a una loro rinaturalizzazione, in altre parole a ridurne la cementificazione.
Altrettanto importante sarebbe un progetto di prevenzione degli incendi, basato su una riconquista del controllo del territorio, sottraendolo all'illegalità, ma soprattutto che obblighi, in tempi certi, tutti i comuni a predisporre il catasto dei territori bruciati e a mettere su di essi i conseguenti vincoli. Fondamentale poi, per ridurre i pericoli a cui è esposta la popolazione a causa del cambio di clima, sarebbe la decisione di rinunciare al piano delle infrastrutture, presentato dal ministro Di Pietro che, se realizzato, aggraverebbe la vulnerabilità del nostro già dissestato territorio. Adattarsi non basta. È tempo di decisioni, per quanto impopolari siano, in grado di mitigare il fenomeno, impedendo che l'aumento delle temperature superi i due gradi, come la comunità scientifica chiede.
Emergano dunque da un lato scelte chiare di riduzione dei consumi energetici e modifiche agli stili di vita e dall'altro venga fissato un obiettivo preciso su quanto petrolio, carbone e metano si intende sostituire, nei prossimi anni, col sole, il vento, le biomasse, la geotermia e il miniidro. In poche parole se si intende lottare contro la vera causa del collasso climatico: questo modello di produzione e consumo.
Non sono decisioni facili, ma necessarie se si vuole rilanciare e dare un futuro a questo paese. Non prenderle o rinviarle, per non inimicarsi l'Enel e la Confindustria, significherebbe per questo governo perdere ulteriore credibilità e consenso.
«Ma pochi si impegnano davvero»
di Guglielmo Ragozzino
Paolo Cacciari, a detta dei benpensanti, è il Cacciari cattivo. Ha pubblicato di recente un libro di ambientalismo militante «Pensare la decrescita», pubblicato da Intramoenia e da Carta. E' stato sindacalista e anche vicesindaco di Venezia. Attualmente è deputato di Rifondazione. Alla Conferenza sui cambiamenti climatici appariva piuttosto deluso.
Non ti ha convinto Pecoraro? E Mussi?
Pecoraro ha fatto fin troppo con le forze che aveva. Mussi è stato molto bravo, con una dichiarazione forte sull'incompatibilità tra questo capitalismo e la difesa dell'ambiente. Ma il resto?
Il resto non era poi male....
L' Italia è piuttosto arretrata, a essere buoni, in materia di ambiente. Si può dubitare che come paese si abbia una comprensione effettiva del problema. La comunità scientifica nazionale ha un atteggiamento disperante rispetto all'elaborazione necessaria, quella che esiste a livello mondiale. Ti pare ammissibile che la partecipazione italiana alle ricerche dell'Ipcc, l'insieme degli scienziati che lavorano per conto dell'Onu in tema di cambiamenti climatici, sia tanto modesta? Che i migliori scienziati non siano ancora entrati in sintonia? Alla Conferenza non c'erano i presidi delle facoltà scientifiche e ambientali; e anche il Cnr, il Comitato nazionale per le ricerche, era rappresentato da giovani di buona volontà. Per non parlare dell'assenza assoluta degli economisti.
Meglio giovani e impegnati che parrucconi...
La platea è piena di giovani che non incidono sulle scelte. Sono spesso fragili, soprattutto quando manca una politica cui fare riferimento. Pensa al rapporto Stern, presentato al governo inglese, con tutta descritta l'economia dei cambiamenti climatici. Da Londra arrivano in questi giorni segnali di uno scontro tra conservatori e laburisti, tra David Cameron e Gordon Brown sulle tasse ambientali. Quanto a metterle, sono d'accordo entrambi, ma disputano sull'idea di Cameron di tassare patrimonialmente la casa, qualora non si mette a norma la coibentazione. Pensa alla discussione a livello italiano. Emma Marcegaglia, parlando per conto di Confindustria, ha raccontato la sua esperienza di industriale avanzato: prevede di avere un po' di capannoni con tetti fotovoltaici, tra un anno e mezzo. In Spagna tutto ciò era obbligatorio, già con il vecchio governo di José Maria Aznar. Siamo anni luce in ritardo, sul piano ambientale e nella comprensione dei problemi. Per architetti e urbanisti delle nostre facoltà, la bioedilizia è sconosciuta.... Oppure pensa all'agricoltura: è tutta in sofferenza. Ovunque, nella pianura padana le colture estensive sono in crisi. Si salva invece l'uva che dopo il disastro del metanolo si è riconvertita e bada ormai alla qualità.
Cosa prevedi per il futuro?
Mi sembra che sia sintetizzato molto bene in un fatto. Il nostro governo è l'unico che non ha ancora preso davvero sul serio la faccenda. In parlamento, l'ottava commissione della Camera ha preparato un buon documento che verrà discusso nella prossima settimana. Voglio fare una scommessa con te. Saranno presenti dieci deputati, o venti, compresi quelli incaricati dai partiti di intervenire. Nel resto d'Europa, una Conferenza sui mutamenti climatici non sarebbe stata affidata al ministro del clima, degnissima persona nel nostro caso, ma privo di veri poteri. In Germania chi fa l'appello ambientale è Angela Merkel, nel Regno unito Tony Blair o il suo successore, in Francia, dopo Jacques Chirac, è la volta di Nicolas Sarkozy. In Italia nessuno che mostri di capire sul serio che il problema, politico, è di sistema: energia, trasporti, agricoltura, fanno parte del clima....
“Questa è l’ora della rivoluzione. La rivoluzione delle coscienze. La rivoluzione dell’economia. La rivoluzione della politica.”
Mai avrei immaginato di poter affidare le mie speranze di ambientalista alle parole di un vecchio e per più versi screditato gollista come Jacques Chirac. E però debbo riconoscere che le ineludibili urgenze imposte dalla crisi ecologica, e in tutta la loro catastrofica reatà illustrate dall’ultimo Rapporto Ipcc, mai (ch’io sappia) sono state lette da un politico con più puntualità e intelligenza di quanto ha fatto il presidente francese venerdì scorso, aprendo la Conferenza di Parigi “Per una governance ecologica mondiale”.
Per tentare di arrestare lo squilibrio ecologico è necessaria una rivoluzione, anzi una “tripla rivoluzione” da aprire e combattere su tre fronti, dice Chirac. Se “una trasformazione radicale dei nostri modi di produzione e consumo” ne è la condizione prima, a completarla, anzi a consentirla, occorre però una “rivoluzione culturale”, capace di imporre tra l’altro una diversa contabilizzazione della ricchezza, che contempli e integri anche la qualità ambientale. Ma una trasformazione dell’economia di tale portata è resa possibile solo dalla “rivoluzione delle coscienze”, cioè dalla liberazione degli individui dai comportamenti acquisiti e dai modelli imposti, cioè dall’ideologia dell’ iperconsumo (e del produttivismo quindi, della competitività, della crescita, del Pil, di tutti i totem del nostro tempo): solo così si rimettono in causa le basi stesse della macchina economica, e può trovare spazio la “crescita zero” come possibile risposta alla sfida ecologica. E’ a questo punto che s’impone la terza rivoluzione, quella dell’agire politico. Ma l’estrema difficoltà dell’impresa e la sua dimensione planetaria esigono una conduzione internazionale. Di conseguenza la proposta è quella di un organismo ad hoc in seno all’Onu, sul modello dell’Oms o dell’Unesco, che operi sulla base di delibere condivise, facendosi carico della moltitudine dei problemi ecologici e soprattutto delle minacce più gravi e imminenti.
Certo, se a dire queste cose fosse un qualche leader delle sinistre radicali, lo preferirei. Ma onestamente, anche dette da Chirac, non posso non apprezzarle. Perfino perdonandogli il tono insopportabilmente enfatico, che nell’esordio aveva trovato il suo apice, alla peggiore maniera francese: “Il pianeta soffre… La natura soffre… Siamo sull’orlo dell’ irreversibile…”, ecc.
La Conferenza di Parigi ha dato retta al vecchio presidente. Una United Nations Environmental Organization è stata già virtualmente istituita. Un “gruppo pioniere” di stati, tra cui tutti i membri dell’Unione Europea, si è costituito allo scopo di sollecitare le inevitabilmente non brevi procedure per il varo della commissione. Esperti di varia natura e provenienza (dal grande sociologo Edgard Morin all’economista inglese Nicholas Stern, autore di un allarmante rapporto sul costo della crisi ecologica, ad Al Gore che in Usa sta spopolando con il suo documentario ambientalista “Inconvenient Truth”) sono mobilitati ad affiancarla, e nel frattempo hanno lanciato un loro “Appello da Parigi”, onde risvegliare le sonnacchiose coscienze politiche. E tuttavia che cosa concretamente seguirà a tutto ciò, non è facile dire, o piuttosto si possono fare previsioni non proprio entusiasmanti. Non solo gli Usa come sempre si sono tirati fuori, ma tutt’altro che positive sono le posizioni dei paesi terzi, Cina, India, Stati africani, esitanti quando non decisamente contrari sia a far parte della Commissione, sia ad accettarne rigide normative per la salvaguardia degli ecosistemi, al massimo disposti a considerare come consultivo il nuovo organismo. E gli industriali già alzano la voce contro la produzione di auto a livelli obbligati di emissione di Co2, mentre più che mai si fa sentire il sempre più folto gruppo favorevole al rilancio del nucleare.
In complesso il discorso di Chirac, il suo accorato invito a un radicale mutamento di approccio alla dimensione economica del nostro esistere, non pare aver lasciato traccia significativa. E nemmeno la Conferenza di Parigi nel suo complesso sembra aver prodotto nella collettività reale consapevolezza della situazione ambientale. Decine di comunicati che gareggiavano nella descrizione di scenari agghiaccianti e avvertivano come i rapporti scientifici precedenti fossero stati di eccessiva prudenza, per cui è prevedibile che la temperatura aumenti fino a 4.5° entro il secolo, che l’innalzamento dei mari tocchi i 45cm, che migliaia di chilometri di coste finiscano sott’acqua, che milioni di persone siano costrette a fuggirne, ecc.; ripetute e concordi dichiarazioni della comunità scientifica mondiale secondo cui tutto questo è senza dubbio alcuno conseguenza delle attività umane. Il tutto seguito per alcuni giorni dall’informazione del globo intero, con l’incontenibile eccessività del nostro tempo: réportages e titoli a sensazione, gran clamore per i simbolici cinque minuti di buio da tutto il mondo osservati “in favore del pianeta”, per Monsieur Hulot, divo del piccolo schermo francese che s’improvvisa ambientalista e sfida i candidati alla presidenza di Francia a dichiarare la loro “fede verde”, cosa a cui prontamente a gara aderiscono (salvo dimostrare, ad apertura di labbra, la loro massiccia ignoranza del problema), proprio come già Bush s’era affrettato a fare nella speranza di recuperare qualche punto negli scoraggianti sondaggi della sua popolarità. Ecc. ecc.
Oggi tutto finito. Appena chiusa Parigi, tutto - parrebbe - caduto nell’oblio. Sparita ogni notizia del genere dagli schermi televisivi e dai programmi radiofonici, come dalle prime pagine dei giornali (non solo quelli italiani, preoccupati soprattutto delle domeniche senza partita) e spesso dall’intero fascicolo. Le rarissime eccezioni ci raccontano di un “medieval warming” che colpì l’Europa nei primi anni del millennio scorso, a consolarci dei guai attuali con le “bizzarrie climatiche d’antan”, oppure - guarda un po’ - affermano che non serve il “terrorismo climatico”.
In compenso continuano ad abbondare le notizie economiche improntate a sincero ottimismo. In Usa il Pil è aumentato del 3.5, in Cina del 10.7, e anche da noi l’ultimo quadrimestre ha registrato una ripresa dei consumi, benché il governatore Draghi con vigore sostenga la necessità di una maggiore crescita. La Fiat ha in programma la produzione di 46 nuovi modelli di auto, e per non so quale di essi prevede la vendita di 120mila unità all’anno. La Cina, affamata di energia e materie prime, sbarca trionfalmente in Africa. Praga e Budapest accettano l’installazione di rampe per missili americani. Preoccupa un poco, è vero, l’ipotesi di un Opec del gas, patrocinata da Putin. Esalta invece il progetto di un tunnel sottomarino che consenta l’attraversamento dello Stretto di Gibilterra a secco, a 1700 metri di profondità. Ecc.
Ma non si creda che in questo quadro manchi l’ambiente. La Generlal Motors sta puntando attivamente sull’idrogeno per la macchina del futuro, mentre altri industriali dello stesso settore stanno lavorando sul mais come biocombustibile a emissioni zero. Su treni e mezzi pubblici si orientano invece con fervore molte compagnie dell’acciaio. In sessanta città d’Europa l’alta velocità trova sempre più frequenti applicazioni anche nei trasporti locali. Fatturati da capogiro vengono realizzati con i nuovi business di neve artificiale per lo sci e di erba artificiale per il calcio. E anche i produttori di bicilette se la cavano niente male, essendo le due ruote al centro della vulgata verde, che a gran voce, insieme alla chiusura del rubinetto mentre ci si lavano i denti e allo spegnimento della spia rossa della tv, prescrive sollecita rottamazione del vecchio frigo, della veccia lavatrice, ecc., ovviamente allo scopo di risparmiare energia. “La difesa dell’ambiente è la nuova frontiera dello sviluppo,” ha di recente dichiarato un noto leader dei verdi italiani.
A questo modo, per il momento, parrebbe richiudersi la parabola del problema ambiente. A lungo ignorato, anzi nevroticamente “rimosso” (da gran tempo ne sono convinta) per via della sua ingestibile magnitudine, della infinita molteplicità delle sue manifestazioni, ma soprattutrto della sua radicale incompatibilità con l’intero impianto economico, sociale e culturale della società capitalistica, il problema si ripropone oggi in dimensioni gigante, non solo denunciate con la massima attendibilità dalla scienza mondiale, ma ormai da ognuno di noi in modo più o meno grave direttamente sperimentate: imponendosi dunque in modi che vietano ogni velleità di negarlo. Ma ciò che si tenta oggi è ridimensionarlo, assimilarlo alla forma stessa, addirittura alla patologia, del sistema che ne è causa, solo a questo modo accettandone anzi valorizzandone la presenza, capovolgendone il senso da problema a risorsa. “La buona crescita” è l’ultimo ossimoro coniato a Parigi. “Let green pay,” dicono in America: l’ambiente, facciamolo fruttare.
Mentre scrivo vedo sullo schermo tv Giacarta sommersa fino ai secondi piani da un’alluvione. Le previsioni meteorologiche dicono che le grandi piogge continueranno almeno una settimana.
Fabrizio Giovenale nell’illustrare l’accelerazione della crisi ecologica planetaria usava sovente una felice metafora: “il mondo come un bicchiere”. Bicchiere (che rappresenta la Terra) contenente un liquido (che rappresenta gli umani); contenitore che rimane sempre uguale, contenuto che viceversa continua ad aumentare di numero e di esigenze. Il bicchiere per migliaia di anni semivuoto ha incominciato, prima lentamente poi sempre più in fretta, a riempirsi del liquido: liquido fortemente tossico tra l’altro, corrosivo, che deteriora il contenitore mentre continua a salire, finché ne raggiunge l’orlo, ne trabocca.
22° gradi ad Aosta, 20 a Cuneo, 19 a Belluno e Torino, 23° a New York, 18 a Madrid, Natale a Mosca senza neve, solo neve artificiale in tutte le località sciistiche, il 2006 accertato come l’anno più caldo che si ricordi, ciliegi e mimose già in fiore, dovunque agricolture a rischio e richieste distato di calamità, uccelli migratori disorientati da questa intempestiva primavera, orsi incapaci di entrare in letargo per via del caldo, mentre nel Mar del Nord le temperature crollano tra furiose tempeste, e nel lontano West la California viene colpita da un’improvvisa ondata di gelo. Il bicchiere di Fabrizio, si direbbe, sta già abbondantemente traboccando.
I guasti dell’effetto serra già in atto e i pericoli di un ulteriore riscaldamento erano d’altronde stati ripetutamente segnalati. Dal Wwf che aveva tra l’altro annunciato come nel 2050 cominceremo a “mangiare” il pianeta, non più solo i suoi frutti. Da Nicholas Stern, consigliere di Blair, che aveva calcolato il costo in moneta sonante di un mancato intervento risanatore: ben 5,5 trilioni di euro. Dalla Commissione Europea infine, la quale col suo rapporto di una settimana fa, concentrando l’attenzione sul Vecchio Continente, prevedeva la desertificazione dei paesi mediterranei e la sommersione di buona parte delle loro coste, migliaia di morti per il caldo e per l’arrivo di nuove sconosciute malattie, e il conseguente crollo del turismo italiano greco e spagnolo, tendente a orientarsi verso le meno bollenti regioni scandinave, ecc.
Non cose da prendersi alla leggera. Nè pareva potersi prendere alla leggera l’impegno che l’Unione Europa assegnava a se stessa e ai singoli paesi membri, e che annunciava di voler proporre anche ad altri (Usa in primis), per tentar di tamponare la catastrofe: abbattere del 30% le emissioni di gas serra entro il 2020. E la stampa di tutto il mondo gli ha dedicato pagine, titoli e foto a sensazione.
E’ vero - qualche ambientalista particolarmente severo faceva notare - che il 30% è appena la metà di quanto la scienza più autorevole ritiene indispensabile per raddrizzare un minimo lo sconquasso dell’ecosfera. Ed è vero - qualcun altro scetticamente osservava - che il non meno allarmato rapporto Stern non sembra avere prodotto risultati significativi. Il tutto non impediva però la sostanziale soddisfazione della comunità verde, memore delle timidezze di Kyoto e del quasi nulla di fatto che ne è seguito.
Questo forse ha impedito di considerare adeguatamente la vistosa discrasia tra il grande rilievo dedicato dall’informazione al rapporto della Commissione e la totale indifferenza dei politici, non solo italiani. I giornali continuavano a commentare con notizie inedite e sempre più drammatiche lo squilibrio ecologico in atto e le sue conseguenze prossime venture, ma dai politici (interviste, esternazioni estemporanee, partecipazioni a talk-shaw, interventi a radio e telegiornali) nemmeno una parola; tutt’al più un fuggevole cenno all’“efficienza energetica”, inserito in un elenco di altre “riforme” da porre in essere. Mentre concordemente tutti insistevano sulla necessità della crescita produttiva (e quindi di maggior effecienza, produttività, competitività) a garanzia del nostro benessere presente e futuro. Particolarmente entusiasti gli italiani, che ne hanno parlato come di una eccezionale scoperta: a quanto si legge su La Repubblica (13 - 01- 07) “l’ ‘Agenda di Caserta’ individua un grande obiettivo: la crescita.” Perbacco!
In presenza di questa sorta di “rimozione” con la quale mondo politico e mondo economico (senza eccezioni significative) tenacemente tentano di difendersi dalla realtà della minaccia che, anche per loro responsabilità, sovrasta l’intera società umana, non era davvero così imprevedibile (come vorrebbero alcuni Verdi fortemente delusi) il pronto ridimensionamento dei propri impegni da parte della Commissione di fronte alle rimostranze degli industriali: riduzione dal 30 al 20% del taglio dei gas serra, e sia pur esitante (perché no?) apertura al recupero del nucleare.
D’altronde Angela Merkel, nell’annunciare con orgoglio i propositi della Commissione, aveva parlato di “rivoluzione energetica”. La quale, dopotutto, di rivoluzionario non ha gran che. Perché, a parte la consistenza del taglio di gas serra (in effetti non disprezzabile, almeno prima della sua correzione, se confrontata con l’avarizia delle proposte analoghe messe in campo finora e per lo più rimaste lettera morta) resta il fatto che gli impegni della Commissione non si allontanano dalla solita, sovraffollata e soprattutto sopravalutata, corsa alle energie rinnovabili. Una meta da molti anni entusiasticamente inseguita, che però ha dato finora risultati limitati e da più parti molto discussi: sia nella loro supposta totale “innocenza” ecologica (basti pensare all’impatto causato dal loro trasporto, come sempre accade per ogni sorta di energia); sia nella loro oggettiva insufficienza a sostituire in toto o almeno in misura consistente i carburanti fossili (anche un loro possibile progressivo miglioramento verebbe fatalmente annullato nella prospettiva di un’economia in ulteriore continua crescita, come i responsabili delle nostre sorti auspicano e volonterosamente promettono).
Senza dire che l’effetto serra è certo la manifestazione più pericolosa e anche la più spettacolare del dissesto dell’ecosfera, ma non è la sola. Il guasto dell’ ambiente si articola in una quantità pressocché infinita di altri fenomeni, solo apparentemente minori, ciascuno dei quali ha una sua funzione squilibrante; ed è proprio nel grande numero di manifestazioni diverse ma di analogo significato, che si segnala l’estrema gravità dello squilibrio complessivo. Per cui orientare le politiche ambientali solo sulle anomalie climatiche, non basta a risanare il mondo
Ma soprattutto va considerata la debolezza dell’assunto del rapporto europeo, il quale rimane tutto interno alla razionalità economica data, nel suo evidente proposito di ridurre l’inquinamento e di contenere il surriscaldamento dell’ atmosfera, per potere così consentire un felice, illimitato dispiegarsi dell’ accumulazione di plusvalore. Nel dibattito di questi giorni ben pochi hanno messo il dito sull’ esigenza ormai ineludibile e non più rinviabile di rimettere in discussione l’impianto dell’economia oggi attiva nel mondo, certo dichiarandone l’incompatibilità con la realtà fisica del pianeta, e però gridando anche la sua insostenibilità sociale, richiamando l’attenzione di tutti sulle disuguaglianze che aumentano nonostante l’aumento continuo di ricchezza.
Nella stessa debolezza e ambiguità del rapporto della Commissione europea,
sta d’altronde la ragione anche della esitante, ambigua risposta al rilancio del nucleare che molti industriali vorrebbero: perché no? Eppure è un perché ampiamente illustrato da tutti gli esperti del settore. Dei tanti grossi problemi che il nucleare comporta, nessuno è stato finora risolto: gli alti costi e la difficoltà della manutezione, l’impossibilità di uno stoccaggio delle scorie radioattive assolutamente affidabile (di recente Nature ha parlato di tempi assai superiori a quelli abitualmente indicati, e di una possibile durata di 1400 anni), l’esaurimento dell’uranio che molti prevedono prossimo; senza dire della mostruosa pericolosità che migliaia di bombe atomiche sparse per il pianeta comporterebbero, sia pure calcolando la scarsa (ma da nessuno decisamente negata) probabilità di un incidente. Non è un caso se gran parte dei paesi che usano il nucleare sono orientati ad abbandonarlo.
Vuoi vedere che tutto finirà con il rilancio a tappeto del nucleare? Si domandava giorni fa un amico ambientalista. Che dire? Che da una società come la nostra c’è da aspettarsi di tutto? Ma forse è meglio rifiutare la domanda.
Bel tempo nell'economia mondiale per oggi e per buona parte di domani: crescita forte nel 2005, nessun brusco arresto all' orizzonte. Ma per il dopodomani il campo è diviso tra chi annuncia sereno e chi attende tempesta, tra Pangloss, il personaggio di Voltaire ostinatamente convinto che viviamo nel migliore dei mondi possibili, e Cassandra, la preveggente figlia di Priamo, secondo cui la quiete sta per diventare tempesta. La disputa che li divide riguarda non solo l'economia, ma anche la politica. Dice Pangloss: il benessere non è mai tanto cresciuto nel mondo quanto nella presente generazione e grazie al mercato si estenderà sempre più a tutti. Le turbolenze recenti (insolvenze finanziarie, Enron, boom e caduta della Borsa, effetto tsunami, caro petrolio) sono state superate più facilmente di quelle precedenti (primo choc petrolifero, crisi del debito latinoamericano). Sì, ci saranno altre turbolenze, ma il mercato ci penserà. Dopotutto io, Pangloss, non dico che il nostro mondo sia magnifico né che sia il migliore in assoluto, ma è il migliore possibile. Abbiate fiducia: le tempeste verranno, ma le sapremo affrontare.
Dice Cassandra: stiamo prolungando una festa che non può durare, e alla cui fine non ci stiamo preparando. L'energia che usiamo (carbone, petrolio, gas) si estingue, dilapidiamo le risorse del pianeta, di cui minacciamo vita e clima. Il mercato di cui ci beiamo è una bestia senza controllo. Stiamo entrando in un nuovo stato di natura dove è privatizzato l'uso stesso della forza, dal terrorista suicida al mercato nero di armi di distruzione di massa. L'economia sembra governare un mondo anarchico, ma finirà per esserne la vittima.
Che cosa dovremmo pensare noi, cittadini comuni? Provo a suggerire alcuni punti, che nascono da una medesima considerazione: prima ancora del mercato e della politica vi è la società, che influenza entrambi, oltre ad esserne influenzata.
Primo punto: ogni lettore può e deve formarsi una propria opinione. Sbaglierebbe a ritenersi in inferiorità rispetto agli specialisti della materia o ai detentori del potere. Questo punto può inquietare chi si attende miracoli da scienziati e governanti; invece, a mio giudizio, dovrebbe rassicurare. Quando non coincide col buonsenso l'economia di solito sbaglia. Viviamo in democrazia e ciascuno contribuisce a scegliere indirizzi e persone di governo. Il pensare che la generalità dei cittadini abbia buonsenso e informazioni sufficienti a compiere scelte ragionevoli è motivo di profonda fiducia per le sorti della nostra libertà e per le prospettive di un buon governo. Gli atteggiamenti diffusi nel corpo sociale si riflettono sul funzionamento del mercato e della politica.
Secondo punto: il «noi» usato sopra è un aggregato di interessi eterogenei. Comprende imprese e famiglie, consumatori e produttori, settori di punta e settori in declino, debitori e creditori. Spesso la fortuna di alcuni è la sfortuna di altri. I pantaloni e i mobili a basso costo offerti dai cinesi e da Ikea mettono in difficoltà il produttore nazionale, ma sono graditissimi al consumatore. L'eterogeneità degli interessi attraversa la singola persona, la singola impresa, il settore, per non dire il Paese. È come se fossimo, nello stesso tempo, dipendenti di Alitalia (oltre 1000 euro per il volo Roma-Londra) e utenti di Ryan Air (meno di 50 per lo stesso viaggio). Tra interessi eterogenei occorre scegliere e i due processi attraverso cui le scelte si compiono nelle nostre società sono il mercato e la democrazia.
Terzo punto: per capire e per decidere bene occorre uno sguardo lungo. Solo questo permette di non arrivare impreparati agli eventi. Le previsioni dell'economista e le decisioni del governo tendono, invece, a non guardare oltre l'orizzonte breve dei modelli o le scadenze delle prossime elezioni. Guardando più lontano, specialisti e politici mettono a repentaglio quanto hanno di più caro, il prestigio scientifico e il potere. Eppure, solo scrutando il paesaggio nebbioso del dopodomani si possono predisporre soluzioni non troppo dolorose alle difficoltà che ci stanno venendo incontro. La recente disputa con la Cina nel tessile e nell'abbigliamento è venuta per aver quasi dimenticato il giungere a scadenza di accordi commerciali liberamente stipulati e noti da tempo.
Quarto punto: il futuro è aperto. Nell'economia, nella politica economica, nelle relazioni umane, più di un futuro può scaturire da uno stesso presente. Nonostante l'importanza del Fato nella cultura greca, perfino Cassandra descrive catastrofi contro le quali, se fosse creduta, potrebbero essere predisposte contromisure. Il suo dramma è che, per punirla, Apollo le ha lasciato il dono della profezia, ma le ha tolto quello della persuasione. A noi Apollo non ha fatto questo cattivo scherzo.
Gli ammonimenti di Cassandra sono fondati. La più ricca società del pianeta (gli Stati Uniti) non potrà per molti anni ancora vivere sul credito di popolazioni e Paesi più poveri. Il mercato globale non può continuare a svilupparsi in modo pacifico e ordinato, se le istituzioni per il suo governo restano insufficienti, prive di potere e di legittimità. Le risorse della Terra (dalle foreste ai giacimenti energetici) non potranno non rincarare drammaticamente e infine mancare, se il consumo che ne facciamo continua a espandersi come se fossero illimitate. L'equilibrio della vita non potrà non alterarsi, se quasi due secoli dopo averlo scoperto continuiamo a ignorare l'effetto serra. Non può rimanere senza conseguenze profonde la disparità di tenore di vita e di condizioni di lavoro tra esseri umani — come gli europei e gli asiatici — con livelli di cultura e di capacità lavorativa quasi uguali.
Settembre è alta stagione per la diplomazia economica internazionale: in ogni parte del mondo sono in corso analisi e consultazioni, che culminano nelle riunioni del Fondo monetario internazionale a Washington. Incontri regionali (l'Unione Europea, i Paesi asiatici), settoriali (finanza, commercio, energia, sviluppo), consultazioni tra Paesi ricchi (il G7) e tra poveri (Africa, America Latina, Paesi in via di sviluppo). Si fa il punto sull'anno che sta per finire e si definisce l'animo con cui guardiamo al futuro.
Vi è motivo di temere che il messaggio degli specialisti e quello dei governanti abbiano lo sguardo più corto e il tono più rassicurante di quanto giustifichi una disincantata osservazione delle tendenze di lungo periodo operanti nell'economia mondiale e nelle nostre società. Spetta innanzi tutto alla riflessione, al buon senso, al desiderio di informarsi e di capire del cittadino comune rendersene conto e trarne conseguenze per il suo modo di guardare al futuro, ai propri comportamenti economici e sociali.
Il mitico Luca Mercalli di "Che tempo che fa" indirizza una lettera aperta alla candidata del l'Unione alla presidenza della Regione Piemonte. E' una raccolta di temi aggiornati sulla politica ambientale, e non solo. La Mercedes Bresso risponde in modo ragionevole e problematico. C'è una bella differenza con gli argomenti troppo spesso piatti e triviali della campagna elettorale in Emilia-Romagna. Utile per rimanere aggiornati e anche per la linea di politica locale (anche lo slogan è bello). Ciao (a.b.)
Luca Mercalli indirizza una lettera aperta a Mercedes Bresso:
Ti scrivo per porgerti qualche spunto di riflessione "per cambiare il futuro", come recita il Tuo slogan elettorale. Seguendo l'invito che compare sul Tuo sito Internet, questo vuole essere uno di quei contributi "delle più diverse articolazioni della società civile, dell'economia, del lavoro, della politica e della cultura, vale a dire a tutti coloro che condividono il nostro punto di vista e che vogliono cambiare con noi la nostra regione e il modo di governarla".
Del resto, per chi ha a cuore i problemi ambientali, la lettura del Tuo curriculum è un'iniezione di fiducia: "esperta di economia dell'ambiente, economia agraria e di economia del turismo", autrice di saggi tra cui "Per un'economia ecologica" e "Pensiero economico e ambiente", già Assessore regionale alla Pianificazione Territoriale e ai Parchi". "Amante delle passeggiate in montagna e nei boschi".
So anche che sei stata tra le prime in Italia a commentare il pensiero di Georgescu-Roegen, un pioniere, uno che avrebbe meritato il Nobel per l'Economia ben più di Robert Solow.
Ho avuto il piacere di conoscerTi insieme a tuo marito, quel Claude Raffestin "geografo ed esperto di Ecologia umana e Scienze del paesaggio" che completa il quadro del Tuo ambiente culturale come meglio non si potrebbe desiderare.
Insomma, a leggere queste credenziali, il Tuo programma politico dovrebbe avere una marcia in più rispetto - che so io - a quello di un qualsiasi palazzinaro che si metta in politica con obiettivi palesemente meno sostenibili sul piano ambientale.
Sembrerebbe, con un curriculum come il Tuo, di essere in ottime mani: una figura politica che non solo è ben informata su questi problemi, ma ne è pure navigata studiosa.
Ora, a questo punto, i fatti dovrebbero corrispondere alle premesse.
Eppure dal Tuo programma trapelano gli echi delle sirene della crescita continua.
"Con l'Europa per uno sviluppo sostenibile" per evitare il declino del Piemonte, recita il Tuo programma. Ma cosa vuol dire "declino"? Sulla base di quali indicatori? Forse del PIL? O del numero di autovetture prodotte dalla FIAT? Perché mai dovremmo evitare "un dignitoso e magari confortevole declino" a favore "di una dinamica fase di sviluppo"? Sappiamo che "sviluppo", come è inteso oggi (anche se corredato dell'aggettivo "sostenibile") è in realtà un modo addolcito di camuffare la continua crescita dei consumi. E' un'ossessione il ritenere che un luogo sia prospero solo se la sua popolazione aumenta o almeno non decresce, se le merci continuano ad affluire e a ripartire in sempre maggiori quantità, se l'edilizia continua incessantemente a costruire, se il valore degli scambi finanziari continua ad aumentare. A fronte di tali indicatori sappiamo bene che vi è anche l'aumento di rifiuti di qualsivoglia natura - solidi, liquidi e gassosi - e l'irreversibile diminuzione di naturalità del paesaggio, con conseguenze sia sul piano estetico, sia su quello dei cicli biogeochimici.
Ecco dunque che il passo del Tuo programma che recita come "La regione deve essere dotata in primo luogo di tutte le infrastrutture necessarie ad assicurarne la rilevanza economica, culturale, geografica e logistica cui aspira, il tutto nella logica dello sviluppo sostenibile. Vale a dire: le opere pubbliche dovranno essere progettate e portate a termine con il minimo impatto ambientale e al più basso costo sociale possibile. Opere all'avanguardia, concepite come servizi alla terra e agli uomini che debbono ospitarle, realizzate con tecnologie innovative, gestite con tutta la cura resa possibile dalla modernità", contiene inevitabilmente i germi della catastrofe ambientale. E ciò perché non riconosce il limite, ormai raggiunto e oltrepassato da tempo, del nostro territorio di sostenere ulteriori interventi di artificializzazione. In queste infrastrutture è facile vedere l'appoggio a progetti faraonici e non prioritari quali l'alta velocità ferroviaria, la quarta corsia della tangenziale torinese, una ulteriore espansione urbana e industriale capillare.
Sono tutti interventi ormai non più difendibili, inseriti nel mito della crescita continua, che - per quanto mitigata, per quanto addolcita - non può essere sostenibile per via dei meri vincoli fisici del sistema nel quale è concepita: il Piemonte - così come gran parte del nord-Italia, ha ormai subito un ampio superamento di tutte le soglie di attenzione di natura ambientale e deve ora guardare a come ridurre le conseguenze causate da un passo più lungo della gamba.
Per fare questo ritengo che l'unico mezzo sia ormai un serio approccio al concetto di decrescita. Orbene, il passato è passato. Processi storici ed economici hanno condotto fin qui e non ha importanza esaminarne più di tanto le motivazioni. Però Tu ci dici che vuoi cambiare il futuro del Piemonte. Benissimo. E' un'occasione d'oro per dimostrarlo. Se effettivamente desideri proporre un programma politico innovativo - pure rischioso, ovviamente - dovresti fare tuoi i precetti che il mondo scientifico ha da tempo - e con sempre maggior completezza - messo in luce. Il libro che ti allego "Le mucche non mangiano cemento" ne fa una sintesi, proponendo una bibliografia di riferimento che non ho dubbi Tu conosca ampiamente.
Provo comunque a sintetizzare per sommi capi gli obiettivi di un futuro realmente diverso:
1) il paradigma della crescita continua dei consumi e delle infrastrutture (e quindi pure dei relativi rifiuti) dovrebbe essere abbandonato quanto prima. Il suo fallimento è dietro l'angolo, una presa di coscienza anticipata potrebbe ancora consentire una transizione morbida verso una struttura stazionaria, altrimenti il collasso avverrà, come spesso accade nei sistemi non lineari, in modo improvviso e non modulabile da azioni di mitigazione.
2) sviluppo non deve essere confuso con crescita: esiste uno sviluppo culturale, scientifico, spirituale, perseguibile anche al di fuori di uno sviluppo dei consumi materiali o, peggio ancora, di beni superflui ed energivori. E' proprio lo sviluppo dei primi beni elencati a compensare della riduzione dei secondi. In un momento storico nel quale i livelli di benessere fisico sono ampiamente consolidati questa transizione è possibile ed è la sola a garantirne peraltro il mantenimento a lungo termine. Detto in altre parole, con la pancia piena e la casa calda possiamo anche pensare allo sviluppo spirituale/intellettuale/culturale che a sua volta sarà la chiave per continuare ad avere pancia piena e casa calda. Altrimenti si fa indigestione e si vomita. Poi però bisogna ricominciare dall'età della pietra.
3) il consumo di suoli agrari e di «paesaggio» deve essere arrestato immediatamente: in un mondo fisico dalle dimensioni finite non è pensabile espandersi all'infinito. Basterebbe applicare le illuminate proposte del Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Torino, strumento eccellente che Tu ben conosci, purtroppo disatteso. Ovviamente la coerenza è una dote fondamentale del politico di razza: non si possono difendere i preziosi beni agrari dell'Ordine Mauriziano da una parte e contemporaneamente avallare progetti devastanti quali l'alta velocità ferroviaria: entrambi produrrebbero i medesimi risultati finali.
4) l'economia attuale in declino può trovare nuove forme di rigenerazione nell'applicazione dei mezzi di produzione di energie rinnovabili, di efficienza e di risparmio energetico, di promozione dell'agricoltura locale di qualità , di riconversione del "brutto" che ci circonda in qualcosa di almeno accettabile. Pensiamo a una FIAT che finalmente tiri fuori dai cassetti progetti che già aveva sviluppato da decenni, come la cogenerazione, e investa magari sulla produzione di pannelli solari... Le officine per fare tutto ciò sono praticamente le stesse che oggi si usano per fare automobili. Basta volerlo.
5) vi è necessità assoluta di un programma di educazione ai valori della sobrietà e del senso del limite, imposti non da qualsivoglia ideologia, ma da semplice rispetto del II principio della termodinamica. In tale contesto sarebbe fondamentale disincentivare gli sprechi e l'uso del superfluo nonché gli eccessi nell'impiego di materie prime ed energia, a vantaggio di un benessere più sereno e libero dal senso di competizione sociale generato da modelli pubblicitari ormai patologici.
6) abbandono delle grandi opere di scarsa o nulla utilità e dai grandi costi e impatti ambientali/sociali, a vantaggio di un aumento capillare dei servizi e della qualità di vita a scala locale. In effetti, in un'epoca dove le telecomunicazioni potrebbero rendere sempre meno necessario il movimento fisico delle persone, e l'esaurimento delle risorse petrolifere porrà in un futuro prossimo restrizioni importanti alla inutile circolazione di merci banali oggi dettata da meri giochi economici, il gigantismo infrastrutturale è una scelta miope e sottrarrebbe enormi risorse alla disponibilità diffusa di servizi efficienti.
Cara Mercedes,
se vuoi veramente cambiare il futuro, dovresti avere il coraggio di inserire nel Tuo programma politico questi elementi, in apparenza fortemente impopolari in quanto lontani dal pensiero unico oggi vigente. Però il grande politico si riconosce proprio dalla capacità di essere realmente innovatore e cambiare totalmente il punto di vista dei problemi. E' peraltro difficile portare avanti tali obiettivi, però bisogna accorgersi che non solo l'ambiente scientifico sta sempre più assumendo consapevolezza che è necessario cambiare rotta, ma anche molta gente comune. Sono innumerevoli nel mondo le associazioni spontanee di cittadini volte alla decrescita (decrescita felice, décroissance, powerdown). Ma non vengo a mostrare ad arrampicare ai gatti: Georgescu-Roegen aveva scritto queste cose già nel 1974. Forse era in anticipo sui tempi. Trent'anni sono passati e ora le condizioni sono fertili per applicare la teoria bioeconomica o una sua opportuna riformulazione attualizzata.
Eppure sembra che la politica resti indietro, fatichi a cogliere questi segnali di disagio profondo, di una disarmonia con le leggi fondamentali di natura. Non basta aggiungere l'aggettivo "sostenibile" ad ogni azione per cambiarne le conseguenze. Molte azioni dovrebbero semplicemente essere abbandonate, non essere rese "sostenibili" quando non lo sono intrinsecamente. Pensiamo per esempio ai Giochi Olimpici Invernali Torino 2006.
Chi meglio di Te può comprendere queste cose? Con un curriculum così.
Ai miei occhi, come a quelli di molte altre persone mature e consapevoli della nostra situazione, assumi con la Tua candidatura politica una grande, grandissima responsabilità: quella di garantire se non il raggiungimento di questi obiettivi, almeno un segno incisivo verso la loro realizzazione, un cambiamento netto di direzione, un gesto di speranza. Se invece anche Tu, con il tuo perfetto curriculum da persona giusta al posto giusto, cadrai sotto la malìa delle sirene dello "sviluppo a tutti i costi", allora, noi che abbiamo capito di essere in un vicolo cieco, saremmo privati anche della speranza.
E senza speranza non resta che la disperazione.
Torino, febbraio 2005
Luca Mercalli (luca.mercalli@nimbus.it)
RISPOSTA DI MERCEDES BRESSO ALLA LETTERA APERTA DI LUCA MERCALLI
La lettera di Luca Mercalli è stata inserita nella sezione "Contributi al programma" del portale.
Normalmente i "Contributi" non ricevono risposta e vengono attentamente esaminati per recepire proposte e suggerimenti utili al Programma. Ma la lettera di Mercalli, trattando argomenti di grande importanza, ha suscitato molte reazioni e ha conquistato spazio sui media.
Decine di e-mail sono arrivate al nostro indirizzo.
Pubblichiamo quindi, in via del tutto eccezionale, la risposta di Mercedes Bresso.
Una bella lettera, la tua, una lettera alla quale voglio rispondere con grande sincerità, senza nascondermi dietro ai tatticismi elettorali che troppo spesso sono una scusa per non dire quel che si pensa e, soprattutto, per ritenersi in diritto di pensare quel che viene considerato indicibile.
Debbo dirti subito che anch'io, anni fa, pensavo fosse necessario arrivare a una sorta di "blocco dello sviluppo". Mi sono resa conto, col tempo, che il blocco puro e semplice non è possibile.
Ho studiato e riflettuto a lungo sulla teoria dell'arresto della crescita. Ma noi - il Piemonte - non possiamo rimanere fuori dallo sviluppo né possiamo rinunciare alla creazione di reddito, conseguenza immediata dell'arresto della crescita. Al contrario, dobbiamo rimanere dentro questi meccanismi di crescita. E dobbiamo rimanerci perché le dinamiche che governano i processi economici non permettono di fermarsi a un certo livello: chi si ferma non mantiene le posizioni acquisite, ma corre il fortissimo rischio di tornare indietro.
Non possiamo dimenticare poi che una quota crescente degli investimenti si concentra su servizi dematerializzati (internet, telefonia, tecnologie satellitari), che sostengono lo sviluppo e hanno un basso impatto ambientale. Io sostengo - insieme a tutto il centrosinistra - che sarà una società basata sulla conoscenza a sottrarci definitivamente al declino. Ritengo anche che il criterio della sostenibilità è l'unico che ci permette di investire in infrastrutture indispensabili e di lavorare per mantenere una parte dell'industria manifatturiera. Senza dimenticare che gli investimenti per la ricerca devono crescere non solo nazionalmente, almeno il 3% del Pil, ma anche e soprattutto nel nostro Piemonte.
Certo quel che conta è cambiare cultura, abbandonando l'equazione mentale che fa coincidere il benessere con l'incremento di beni materiali e consumi.
Io non credo affatto in uno sviluppo a tutti i costi. Credo invece che nel bilancio di ogni opera debbano essere considerati i costi non solo finanziari ed economici, ma anche sociali e ambientali. Al tempo stesso però vanno anche confrontati i risparmi che si conseguono non realizzando un'opera con quelli che l'opera, portata a termine, può garantire.
Non voglio eludere i problemi che poni, a partire all'Alta velocità. Personalmente mi sono battuta perché non si parlasse solo di Alta velocità, ma anche e soprattutto di alta capacità ferroviaria. Mi spiego. I risparmi ambientali che si ricaverebbero da una nuova ferrovia transalpina dedicata al solo traffico di persone sarebbero risibili. Se, al contrario, gli interventi rientrano in un piano destinato a ridurre il traffico su gomma a livello europeo, credo che il rapporto costi-benefici potrebbe essere interessante. Eliminare, o almeno ridurre drasticamente, il traffico dei Tir attraverso la catena alpina sarebbe un fatto grandioso, in grado di produrre effetti positivi sull'ambiente dal Baltico al Mar di Sicilia. Un elemento, questo, che mi pare sia stato enormemente sottovalutato da una parte del movimento ambientalista che pure stimo.
Non sfugge a nessuno poi che l'arretratezza delle nostre infrastrutture è una delle cause più gravi di inquinamento ambientale: un Paese senza metropolitane, con ferrovie inadeguate e con reti telematiche che toccano a malapena le aree metropolitane è condannato, fatalmente, a morire nel traffico e nell'anidride carbonica.
Le alternative sono tre. La prima: condanniamo noi stessi a marcire nell'arretratezza e a morire nell'inquinamento. La seconda, rincorriamo lo sviluppo - Achille e la tartaruga - così come lo abbiamo conosciuto fino agli anni Ottanta. La terza, facciamo del nostro ritardo il punto di battuta per spiccare un salto culturale e tecnologico. Esempio: l'Italia ha rinunciato al nucleare. Bene. Sarebbe sbagliato e antieconomico, oggi, riprendere a discutere di energia atomica nel nostro Paese. Ma il fatto di non averla ci consente di ragionare liberamente su altre opzioni meno disastrose per l'ambiente. Siamo più liberi dei Paesi che hanno investito sul nucleare e che oggi debbono continuare su quella strada per poter assorbire i giganteschi costi di ammortamento.
Possiamo (e per questo dobbiamo) intraprendere con decisione la strada dell'idrogeno, del fotovoltaico, delle energie pulite.
Non possiamo fare a meno delle grandi opere se non altro per il motivo che tutta l'Europa, di cui facciamo parte, ne è dotata. Si è calcolato che il nostro ritardo riguarda interventi per 250mila miliardi di vecchie lire. Io ho la speranza che esistano oggi tecnologie e culture in grado di colmare questo gap a costi ambientali incommensurabilmente più bassi rispetto al passato.
Quanto al Piemonte, la situazione è chiara. La nostra regione fatica a reggere il passo degli altri.
Ci sono zone dove le cose non vanno malissimo (il Piemonte sud) e aree in cui i problemi persistono. Noi abbiamo bisogno di infrastrutture moderne: non a tutti i costi, certo. Pagando solo quel che possiamo permetterci.
E ora vengo ai temi che proponi per il programma del centrosinistra.
La rinuncia al paradigma della crescita continua di consumi e infrastrutture. Qui non si tratta di aggiungere infrastrutture. Si tratta di adeguarle. Quanto ai consumi, possiamo puntare a ridurli, ma con un occhio di riguardo a chi certi standard non riesce a raggiungerli. Possiamo puntare a ridimensionare la produzione di rifiuti, certo, ma per i consumi devi tener conto dei fatti. Ci sono ormai zone di nuova povertà che stanno già sperimentando la riduzione dei consumi, ma controvoglia.
Lo sviluppo non deve essere confuso con la crescita. Posso essere d'accordo con te sugli stili di vita. Se si ha una casa e se si può contare su amici interessanti e buoni libri, il resto viene dopo. Ma non tutti vivono in questa condizione. E poi: la Regione (o lo Stato) hanno il diritto di giudicare lo stile di vita? Ci provò negli anni Settanta, e non senza una certa energia, Enrico Berlinguer, che lanciò lo slogan dell'Austerità. Non ebbe molta fortuna, neppure fra gli intellettuali. Norberto Bobbio osservò che l'austerità si pratica nelle società autoritarie (Sparta), mentre è l'edonismo il corollario delle democrazie (Atene). Forse avevano ragione entrambi. Berlinguer a chiedere uno sviluppo meno dissennato, Bobbio a dire che la riduzione dei consumi, quando i beni sono disponibili liberamente, si verifica solo con interventi autoritari.
Il consumo dei suoli agrari e del paesaggio deve essere fermato. Qui mi trovi perfettamente d'accordo. Nel nostro programma pensiamo alla tutela delle tipologie architettoniche tradizionali. Proponiamo anche di sperimentare un certo tipo di asfalto che avrebbe proprietà simili al materiale fotovoltaico. Come sai il fotovoltaico porta energia pulita, ma "consuma" molto territorio. Se andremo al governo del Piemonte, proveremo a produrre energia non inquinante utilizzando le strade che già esistono, senza occupare altra terra.
Nuove forme di rigenerazione nell'applicazione dei mezzi di produzione di energie rinnovabili, di efficienza e di risparmio energetico, di promozione dell'agricoltura locale di qualità , di riconversione del "brutto". Siamo perfettamente d'accordo. Sia pure con altre parole, tutto questo è già nel nostro programma. Anche noi, poi, sentiamo l'esigenza di incoraggiare Fiat a proseguire sulla strada dei motori a basso consumo di idrocarburi.
Un programma di educazione ai valori della sobrietà e del senso del limite delle risorse. Siamo d'accordo. Ma qui le istituzioni possono solo aiutare. Tocca prioritariamente alla cultura, alle televisioni (sì), ai giornali, ai partiti, alle chiese trasmettere questi valori. Noi faremo la nostra parte, non dubitare, ma ci vorranno ben altre voci per arrivare alla sensibilità delle persone.
Abbandono delle grandi opere di scarsa o nulla utilità e dai grandi costi e impatti ambientali/sociali, a vantaggio di un aumento capillare dei servizi e della qualità di vita a scala locale. Di questo abbiamo già parlato: alcune grandi opere sono necessarie, altre no. Come forse saprai io non sono d'accordo con chi vuole fare tutto e di tutto, mentre mi pare essenziale conciliare la tutela del welfare con ferrovie efficienti.
Sono per fare il necessario.
E finisco da dove avevo cominciato. Sono perfettamente consapevole del fatto che non possiamo permetterci certi costi. Ma so anche che se rinunciamo al criterio della sostenibilità ambientale, non restano che due alternative: lo sviluppo selvaggio da un lato e la paralisi dall'altro. Due rischi che non possiamo correre.
Grazie per le belle parole che hai avuto per me e mio marito. Spero di non averti deluso e mi auguro di poterti incontrare presto per continuare a discutere di persona.
Mercedes Bresso