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Sarà un pezzo più lungo di quelli che scrivo di solito, me ne scuso. Ma il momento è serio. Il Popolo delle libertà e la Lega stravincono le elezioni, il Pd resta inchiodato a oltre nove punti di distanza , Berlusconi torna al governo, la Sinistra Arcobaleno subisce una sconfitta storica e per la prima volta non entra in Parlamento. Siamo stati penalizzati dall’appello ossessivo al voto utile (tanti elettori di sinistra hanno votato Pd illudendosi di poter battere Berlusconi ma il loro voto non è servito) e dall’astensione di un’altra parte delusa dall’operato del Governo Prodi appoggiato anche dalle forze di sinistra.

Questi due elementi però non spiegano una sconfitta tanto bruciante maturata nell’ultimo anno, e che deriva dai nostri enormi e persino incredibili errori.

Non abbiamo convinto gli elettori che avevano votato a sinistra nel 2006, non abbiamo conquistato nuove forze. La Sinistra Arcobaleno in versione lista elettorale finisce qui. Quando nacque il Pd dicemmo che era un terremoto politico, che nulla sarebbe più stato come prima. Che nessuna delle forze della sinistra poteva da sola rispondere al vuoto che si creava a sinistra del Pd: che era necessaria e urgente una sinistra unitaria e plurale, un nuovo soggetto politico. Ma tra il nostro dire e il nostro fare c’è stato di mezzo il mare.

Abbiamo sprecato un anno . Nonostante gli Stati Generali in dicembre, dove tutti i dirigenti della sinistra politica si erano dichiarati pronti a promuovere e a farsi “travolgere” da una costituente della Sinistra , capace di risvegliare la partecipazione alla politica, pochi giorni dopo tornavano a prevalere chiusure, piccoli egoismi e nessuna costituente è partita nei territori. Siamo così arrivati tardi all’appuntamento delle elezioni anticipate, solo con una lista elettorale (la Sinistra Arcobaleno), senza una idea di sviluppo di questo paese, senza un progetto chiaro e credibile per il dopo elezioni, noncuranti di ristabilire un minimo di radicamento sociale.

Abbiamo puntato tutto sul fatto che la sinistra rischiava di scomparire, che bisognava difenderne l’esistenza. Questo appello non poteva essere sufficiente perché per quanto un elettore di sinistra sia sensibile al mantenimento di una Sinistra nel suo Paese egli vuole capire come sarà, dove lo porta, quali politiche concrete propone per cambiare in meglio la vita delle persone, quali principi mette a base del suo progetto. E vuole anche democrazia nelle scelte programmatiche, nella elezione dei gruppi dirigenti, nella definizione delle liste, condivisione e partecipazione. Senza democrazia diventa asfittico qualsiasi organismo politico (oppure diventa leaderistico e personalistico come sono il PDL e il PD). Senza partecipazione siamo stati percepiti come uno dei tanti ceti politici che cercano di salvare loro stessi, e questo, per una sinistra che aveva denunciato la crisi della politica e si era proposta di cambiarla nelle forme e nei modi è risultata una contraddizione enorme. Se ci guardiamo intorno siamo, paradossalmente, noi dirigenti della Sinistra Arcobaleno quelli che più di tutti gli altri risultano travolti dalla pesante critica che montava, spesso con analisi che io non ho condiviso, dalla cosiddetta antipolitica. E a questo voglio aggiungere che l’aver dato una immagine totalmente maschile è stato un limite serissimo che denuncia una cecità profonda e mai superata.

Se sono vere anche solo una parte delle cose che ho scritto fin qui è chiarissimo che siamo di fronte ad una mole enorme di problemi da capire e da risolvere se vogliamo pensare ad una ripartenza. Per ricominciare bisogna avere chiare le ragioni di una sconfitta, rimettere mano in fretta alle pratiche politiche sbagliate che hanno condotto a quegli errori, cambiare con la democrazia (e non con sommarie rese dei conti) coloro che dirigeranno in futuro l’eventuale progetto di rilancio. Ma bisogna anche dirsi con chiarezza e senza prese in giro qual’è la proposta politica e il progetto di paese che vogliamo rimettere in campo. Ho scritto tante volte della Sinistra che vorrei e non potrei adesso scrivere cose diverse .

Vedo moltiplicarsi in questi giorni convulsi appelli di ogni genere ma ciò che li accomuna è un dato chiaro: la richiesta di tornare ognuno nei propri accampamenti e nei vecchi perimetri culturali. Il solito ritornello che vuole i comunisti con i comunisti, i verdi con i verdi, i socialisti con i socialisti..ripropone solo la congenita e maledetta incapacità delle varie culture della sinistra italiana a stare insieme. E’ una resa. Credo che ognuna di queste culture politiche per quanto ben organizzata non possa, da sola, andare da nessuna parte. Temo che andrebbe solo verso il suo esaurimento.

Sento anche che alcuni altri (pochi per fortuna) propongono di trasferirci armi e bagagli nel Pd : mi pare anche questa una proposta disperata e sbagliata. Se siamo uomini e donne di sinistra come potremmo ritrovarci in un partito che , per sua stessa ammissione non è e non vuole essere un partito di Sinistra?

Tutte le ipotesi che ho elencato rinunciano alla sfida che resta intatta davanti a noi e che ci è caduta addosso quando è nato il Pd : come e chi ridarà forza ad una sinistra in italia? Come ricostruirla? E su quali basi? Dobbiamo tenere i nervi saldamente ancorati alla ragione perché in un momento tanto grave i gesti istintivi e frettolosi possono apparire più semplici, ma in genere sono sostenuti da poco pensiero e rischiano di diventare altri errori che si accumulano a quelli già fatti. Io penso che resti tutto intero davanti a noi l’obiettivo di una sinistra unitaria e plurale perché ritengo maturo (anzi oramai quasi scaduto) il tempo nel quale le culture più storiche della sinistra possano convivere insieme a quelle più recenti e nuove (quelle nate dall’ecologia scientifica, dal pensiero della differenza di sesso e dalla libertà femminile, dalla critica alla globalizzazione). E del resto quanti di noi interrogando la loro coscienza (e anche la loro pratica politica quotidiana) potrebbero dirsi oggi solo e soltanto comunisti, o solo socialisti o soltanto verdi? Siamo molte culture (ognuno di noi ne raccoglie nel suo intimo molte più di quel che ci diciamo) e insieme dobbiamo cercare di radicare nel paese una sinistra unitaria e plurale. Che non può essere la somma di tanti partitini e dei suoi gruppi dirigenti, ma un soggetto politico nuovo.

Per quel che attiene al progetto riparto anche qui da cose già dette :

“Se non si cresce non c’è nulla da ridistribuire. La crescita prima di tutto e il Pil come totem” Questo è stato il tema della campagna elettorale del PDL ma purtroppo è diventato anche il motivo dominante di quella del Pd. La Sinistra parte da altri presupposti: è una forza politica che vede il mondo e le sue contraddizioni globali e ha il coraggio di dire al Paese cosa deve crescere e cosa invece deve decrescere.

Devono crescere, ad esempio,i servizi immateriali, i trasporti di merci su ferro e per mare e i mezzi pubblici per le persone, il risparmio energetico e le energie rinnovabili, il salario e gli stipendi, la sicurezza del lavoro e il suo ruolo sociale, l’agricoltura non modificata, le reti idriche, l’edilizia di manutenzione e di recupero , l’impresa sociale, i diritti.

Devono diminuire le rendite, le speculazioni edilizie e finanziarie, l’uso di cemento che ci vede tra i primi Paesi nel mondo, il trasporto di merci su gomma, la dipendenza dal petrolio, il numero di automobili, la chimica più inquinante, le spese per armamenti (che negli ultimi dieci anni toccano il picco). La chiave di volta è una idea di sviluppo fondata sulla riconversione ecologica di settori importanti della nostra economia. Una diversa concezione dei consumi,dei cicli produttivi e delle merci. Lanciare allarmi sui cambiamenti climatici e sui limiti delle risorse naturali non vale nulla se si rinuncia ad indirizzare lo sviluppo verso altri fini, anche attraverso indirizzi chiari e forti dello Stato in economia.

Il cambiamento del modello di sviluppo liberista è il nostro obiettivo e la riconversione ecologica dell’economia è l’insieme di riforme da mettere in campo per conseguirlo. Spesso la Sinistra non ha saputo vedere quanta giustizia sociale passi attraverso la riconversione ecologica, e ha sbagliato. Proviamo a pensare all’acqua. Di quale giustizia sociale si può mai parlare in un mondo nel quale una parte enorme di persone non ha accesso all’acqua e da qualche settimana neppure al cibo minimo? Che l’acqua resti un bene comune, un diritto, e che la gestione delle reti resti pubblica è una scelta precisa, di sinistra, redistributiva, antiliberista. Il Pil misura in modo indifferenziato la produzione di un Paese, non ci parla degli squilibri. Il Pil non misura i diritti e non li garantisce, non riequilibra le risorse, non ci parla di democrazia, non si cura della sicurezza sul lavoro, non ci dice che stiamo consumando troppo territorio agricolo, che cementifichiamo le coste (vera risorsa per un turismo di qualità), che abbiamo il 40 per cento di acqua che si disperde . Il Pil è un indicatore nudo e crudo.

Lo consideriamo, ma non è la bussola della Sinistra. A noi interessa il benessere economico netto . Il disco rotto della crescita indifferenziata gira sul piatto da molti anni. E da molti anni nulla di buono cresce. Noi lavoriamo invece per l’aumento della qualità sociale e ambientale dello sviluppo. Se queste (e molte altre ancora) sono alcune delle nostre idee, dalle quali derivano progetti di cambiamento che migliorano la vita delle persone, un altro nodo va sciolto al nostro interno.

Si tratta del fatto se la Sinistra alla quale pensiamo debba avere oppure no una cultura di governo. Che non vuole dire stare al governo. Io provengo da una forza politica, il Pci, che aveva una solida cultura di governo. Che sapeva misurarsi con tutti i problemi che i lavoratori, i cittadini, gli insegnanti, i tecnici, le città come organismi complessi presentavano. Si può stare all’opposizione con una solida cultura di governo e ottenere risultati importanti, si sta spesso al governo per anni senza ottenere alcun risultato e senza governare (la Campania insegna).

Ebbene io penso che una sinistra unitaria e plurale per diventare una forza popolare, radicata socialmente, presente sui problemi del territorio debba avere una cultura di governo su tutti i temi che si aprono davanti a noi in questo secolo così difficile. Nessuno escluso, anche quelli che ci imbarazzano di più o che vedono una nostra elaborazione assai scarsa. Parlerei di egemonia, una parola fondante per la sinistra, ma non vorrei aprire un confronto filosofico.

Da ultimo le forme, i modi, le relazioni, le nostre parole. L’unica forma per organizzare una forza politica di qualsiasi genere è la democrazia. Nessuno accetta più, a sinistra di vivere senza democrazia. Se la Pdl e il Pd hanno scelto il modello leaderistico e personale di tanti uomini soli al comando io ritengo che la Sinistra non possa farlo perché negherebbe in radice la sua natura. I modi sono quelli della trasparenza delle scelte, della partecipazione e dell’ascolto, del ritorno ad organizzazioni territoriali e a rete.

Le relazioni sono quelle tra le persone nelle quali si riconosce ad ogni livello e si rispettano le differenze e la presenza e la libertà di tutti e due i sessi. Le parole nuove ce le dobbiamo inventare tutti e tutte insieme, e non sarà facile perché spesso, parlando quasi sempre tra noi abbiamo assunto un linguaggio autoreferenziale e incomprensibile a chi ci ascolta, ai giovani in particolare. Vedo in questi giorni tentativi sommari di trovare capri espiatori, di consumare rese dei conti. Inutili pratiche, vecchie come il mondo.

Chiarito il percorso che vorranno fare tutti coloro che non sono disponibili a tornare dentro i recinti di prima allora democraticamente e con un forte collegamento con i territori dovremo trovare tutta la democrazia che serve per eleggere in modo trasparente chi dovrà portare più responsabilità di altri. Vendola nella sua intervista di ieri ha detto un nuovo gruppo dirigente che comprenda al suo interno anche una nuova generazione, e io concordo. Dice anche che si potrebbe pensare ad una direzione duale (un uomo e una donna), può essere e sarebbe un fatto nuovo. Ma la condizione è che percorsi, programmi, persone vengano scelte con la democrazia e con il voto. Abbiamo fretta da una parte ma abbiamo anche un po’ di tempo. Rifondazione è alle prese con un dibattito congressuale difficile che io rispetto e che credo vada svolto. Ma pur seguendo con attenzione quella riflessione non è detto che nel frattempo si debba restare fermi. Ripartiamo dal territorio, dai gruppi unitari che si sono formati in tante realtà, dalle case della sinistra, dalle associazioni che sono disponibili, dagli eletti nei comuni, nelle province e nelle regioni. Costruendo attorno a loro partecipazione , legame con i territori e discussione politica. Riuniamoci, compagne e compagni, diciamoci tutto quello che pensiamo…e poi, finite le critiche e le invettive, rimettiamoci in cammino.

Nichi Vendola, pare proprio che tocchi ricominciare a parlare di frantumazione politica per cominciare a parlare della sconfitta della sinistra. Nel senso che dopo la frana di consensi e l'uscita storica dal Parlamento imposta dagli elettori, i primi atti soggettivi dei partiti che avevano accettato - almeno elettoralmente - il nome unitario dell'Arcobaleno sono ora gesti di divisione. Tra di loro e al loro interno. A noi tocca, credo, parlare di Rifondazione comunista...

Il peggio che può accadere è che si ricominci dalla politica in forma di resa dei conti, di ricerca del capro espiatorio. Sarebbe una dinamica di continuità con la catastrofe. Perché un gruppo dirigente serio nella sua collegialità deve mettersi in discussione e deve dirigere una rapida transizione verso una fase di rilancio e riorganizzazione del progetto politico. Per una questione, direi, di igiene: e di moralità comunista. Se invece si cerca l'abbrivio di una discussione urlata, di una rapida giustizia sommaria, credo che il danno sarà irreparabile.

Vediamo se ho capito: il confronto sulle responsabilità del disastro non può dislocarsi all'interno dei gruppi dirigenti, ma deve partire da una messa in questione collettiva e generale. Se è questo che proponi, come si deve tradurre concretamente? Che forme deve assumere l'ovvia restituzione di parola alla "base"?



Naturalmente, il partito è una cosa più larga di quanto non siano le istanze organizzate dei gruppi e dei sottogruppi: quindi penso che chiunque voglia difendere il patrimonio che con tanti sacrifici tutti insieme abbiamo accumulato, deve mettere al primo posto un'idea forte di solidarietà all'interno di questa comunità politica che è Rifondazione comunista. Per potere, ancora tutti insieme, guardare con spietatezza le ragioni non congiunturali di una sconfitta tanto radicale. La sconfitta può essere anche vissuta come la ritirata in una casa più piccola, forse anche più comoda per chi ha soltanto il problema di ritagliare uno spazio di sopravvivenza ad un frammento di ceto politico. Ma o il nostro progetto resta quello di una grande innovazione politico culturale, che ambisca a ricostruire il profilo di una sinistra di popolo, oppure la nostra gente abbandonerà il campo e si ritirerà a vita privata.

Fermiamoci allora sulla "catastrofe": sarà un problema mio, ma non capisco come la discussione possa aprirsi senza il punto di partenza di un'analisi del voto. Voglio dire senza confrontarsi su dove sono andati a finire i voti persi, per ricostruirne le ragioni e ascoltarne i messaggi. Ci proviamo?

Intanto il punto d'inizio: la nostra perdita ha dimensioni catastrofiche, perché si tratta di oltre due milioni e mezzo di voti. Che sono usciti in forma più consistente verso il partito democratico, ma non solo: verso il suo alleato, l'Italia dei Valori; e, mi pare evidente, anche verso la destra e al Nord verso la Lega; così come verso l'astensione...

Che sono - il non voto, la Lega e l'Idv - i soli serbatoi aumentati in valori assoluti in queste elezioni. Avrà pure un significato...

Secondo me, per quel che ci riguarda, si rende evidente un mix di ingredienti che caratterizza la nostra sconfitta. Noi e quasi esclusivamente noi abbiamo pagato, naturalmente, tutti gli scontenti rispetto al governo Prodi: sia dal lato delle critiche e delle delusioni, delle "sofferenze" sociali, sia da quello simmetrico d'una punizione dei fattori "perturbativi" della governabilità. E inoltre non siamo stati percepiti come un'alternativa etica, laddove su questo tereno si è colocata la percezione della crisi della politica: e qui ha capitalizzato Di Pietro, a mio parere attraverso un "mediatore culturale" che è il grillismo.

Come, allora, è stata percepita la sinistra per essere così "punita"?



Siamo stati fino in fondo percepiti come una icona dell'inefficacia dell'agire politico. Di più, veniamo per così dire "asfaltati" da quest'idea duplice con cui si è depositata nei corpi sociali: che da un lato intende l'efficacia come blindatura della governabilità e dall'altra assume come misura i risvolti concreti immediati, nella vita materiale d'ognuna e d'ognuno, dell'azione politica.

Dunque, la percezione fondamentale era quella d'una inefficacia.



Già: ma l'inefficacia è stata in qualche maniera drammatizzata da ciò che apparso come un'improvvisazione elettoralistica. Intendo l'immagine di cartello elettorale. Non ha indicato una chiara prospettiva futura; e nemmeno un superamento in una nuova fucina non tanto delle culture politiche dei partiti coinvolti quanto del corollario di beghe di piccoli palazzi, di politicismi. E' apparso un debole "manifesto" per indicare un luogo che era confuso: noi, voglio dire, chiedevamo di votare al massimo un'allusione. E così siamo stati percepiti davvero come un residuo, come un cimelio.

La sorte "museale" che avvertivi come rischio della sinistra politica in questa temperie storica, già in quella nostra intervista prima dell'estate scorsa, a Bari...



E' fastidioso rivendicarlo, ma è così, avevo provato a dirlo. Ora invece dico: se qualcuno crede che questo problema possa essere affrontato e risolto sul terreno delle questioni identitarie, io credo che sarà rapidamente smentito dalla realtà dei fatti. Il punto di fondo di quest'insuccesso totale credo infatti sia nel totale scoordinamento dei nostri tempi rispetto a quelli della realtà. Che, invece, ci chiedeva un vero e proprio "salto" organizzativo e culturale...

Un momento: questa "domanda della realtà", che pure è stata evocata nella campagna elettorale della sinistra senza appunto riuscire ad andare oltre un'allusione, non viene da un po' prima? Non era già più che matura, intendo, da ben prima della stessa scommessa della partecipazione al governo?



Se posso dire così, il momento "topico" era quello in cui eravamo politicamente perdenti e culturalmente vincenti: il 2001, a Genova. Allora, forse, dovevamo intendere che il filtro e la rappresentazione politica di quelle istanze di cambiamento erano maturi per poter essere sottoposti ad un'operazione coraggiosissima quanto necessaria di innovazione. Intervendo proprio sul tema del soggetto politico.

Ecco: e non è che questa "occasione mancata" precede come problema e anche determina, per così dire, quello della fallita scommessa sul governo?



Quel che non si puo non vedere è che nell'esperienza di governo la sopravvivenza di "quello che c'era" ha portato noi ad essere i parafulmini di qualunque tempesta. Perché da un lato rispetto all'insieme delle istanze di movimento, anche se condividevi percorsi e battaglie, perdevamo credibilità malgrado la pretesa d'efficacia, riferita proprio alla presenza nel governo. D'altro canto, nonostante l'inefficacia del nostro posizionamento critico all'interno del governo - perché su Val di Susa e Dal Molin, per dirne due, non portavamo a casa niente - il fatto che eravamo collocati nella piazza e nel movimento diventava oggetto dei fulmini di tutt'un'area, anche democratica, che pensa la priorità sia tener saldo il quadro del governo. Insomma: noi eravamo nell'occhio del ciclone, ma capita in queste circostanze che chi sta nel suo occhio non si acorga che intorno c'è il ciclone. E invece di essere quelli che, contemporaneamente, vedono crescere la capacità di governo senza rinunciare a implementare il proprio radicamento nei movimenti, siamo apparsi spiantati sia dalla terra della politica che da quella della società.

E qui torniamo al punto dell'assunzione di responsabilità: se le cose stanno così, come deve esplicarsi?



Se le cose stanno così, domando io, facciamo la discussione sul fatto che la colpa è del ministro Paolo Ferrero? Mi pare francamente ingeneroso. O la facciamo sul fatto che la colpa è del segretario Franco Giordano? Mi pare francamente grottesco. Almeno questo residuo di stalinismo penso che ce lo possiamo risparmiare. Non si cerchino i colpevoli ma s'indaghino le cause. Ripeto, assumendoci collettivamente la responsabilità della sconfitta.

Ma, dal passato al futuro, un'assunzione di responsabilità per cosa? Per proporre quale compito?



Il tema è per me quello che ti ho detto, d'una nuova sinistra di popolo. Problema molto serio: perché significa lottare sapendo d'essere una minoranza ma senza avere atteggiamenti minoritari. La grandezza del movimento no global è stata quella di aver sfidato il pensiero unico superando la variegata mappa di tutti i minoritarismi. E per me quello è il punto di svolta quando voglio immaginare la ricostruzione del campo teorico d'un soggetto d'alternativa.

Uno che certamente è d'accordo su questa premessa, Marco Revelli, indica provocatoriamente al "bagno d'umiltà" della sinistra l'esempio della Lega, ovviamente agli antipodi politici, per indicare come centrale il nodo del territorio e del legame sociale...



Certo, la Lega è una doppia comunità. E' comunità politica che si sovrappone alla reinvenzione d'una comunità territoriale. In qualche maniera offre un doppio riparo rispetto alle tendenze di disidentificazione verso la globalizzazione. Ha costruito un alfabeto che mutua il populismo dal popolo. Si carica di un'identità che altre volte abbiamo definito come di "plebeismo piccolo borghese" e lo restituisce in forma di discussione pubblica, liberato da qualunque freno inibitore. E, ciò che è più importante dal punto di vista della nostra messa in discussione, occupa degli spazi che non solo noi non occupiamo, ma proprio non conosciamo più.

Mi pare parlino su un altro piano sempre di questo altre due voci critiche, ascoltate prima del voto: quella di chi, come Marramao, additava la mancata elaborazione a sinistra del divorzio fra simbolico e dimensione delle pratiche, e quella femminista che l'ha specificato nella fissità, sempre a sinistra, della crisi del simbolico politico maschile. Non sono modi di dire la mancata messa in causa del soggetto politico, della sostanza appassita nelle sue forme?



Ripartire di qui, è appunto il compito. Se c'è chi pensa che si possa ripartire dal partitino, che la collocazione extraparlamentare diventi una specie di codice politico-culturale, sta giocando una partita che non c'entra niente con i bisogni della società italiana come con la necessità di reinventare la sinistra. Occorre partire invece dal fatto che siamo stati e ci siamo esiliati dal simbolico, dalla generalità delle forme di coscienza. Sembriamo possedere un alfabeto indecifrabile e il nostro agire politico sembra un esodo dai luoghi della moderna concentrazione di umanità: il nostro racconto è sempre d'un rapporto esteriore, un po' sociologico un po' apocalittico, quando un tempo a raccontare era il lavoro politico, la costruzione di reti di comunità, la messa in sequenza di vertenze, la capacità di dare alla politica un ruolo pedagogico. Oggi anche il nostro racconto sembra mutuare più dalla fiction che dall'attraversamento della realtà.

Cerchiamo di esplicitare i termini politici attuali di queste considerazioni: l'assunzione collettiva di responsabilità, se tale è il grado di crisi soggettiva certificato, a chi deve rivolgersi e in che luoghi deve svolgersi? Con chi e dove bisogna "elaborare il lutto"?



Ci conviene, dico io, anche fare un funerale. Portiamo a seppellimento il cadavere di qualunque nostro dogmatismo, settarismo, spocchia e superbia intellettuale. C'è un lavoro che va ricominciato con immensa modestia. Un lavoro che dev'essere spigliato, libero, non ricattato. Con tuti quelli che ci stanno. Per questo, in queste ore, dobbiamo lanciare un messaggio molto forte alle compagne ed ai compagni: quello di partecipare ad una battaglia politica esplicita. Chiudersi in qualunque nicchia significa candidarsi al suicidio. E può anche accedere che per molte ragioni la sinistra italiana come soggetto autonomo sparisca; oppure, che finisca in una piccola commedia senza respiro e senza importanza. Dobbiamo rifiutare questa prospettiva, se possibile. E dobbiamo metterci tutti in gioco. Perché ora c'è solo un modo per salvare la sinistra politica, in Italia: sfidare noi stessi a costruire una grande e nuova sinistra.


Il Nord e il PD

Nel Paese che cambia, ci sono riforme che non costano nulla, se non un atto di coraggio. Esempio: andare da un notaio, e firmare l’atto di nascita del Partito Democratico del Nord, federato al partito nazionale, con il sindaco di una grande città come segretario. Una forza politica leale a Veltroni ma autonoma, coerente col Pd nei valori ma indipendente nelle sue priorità e nei suoi programmi, soprattutto insediata nella zona italiana del cambiamento, e capace di una sua specifica rappresentanza: in uomini, interessi, esigenze e problemi.

Tutto questo non nella convinzione che il Nord si sia consegnato alla destra per sempre. Anzi. Il voto, rovesciando il cannibalismo con cui Berlusconi si cibò della Lega nei primi anni della sua avventura, vede, al Senato, il Pdl calare di 70mila voti in Piemonte, di 254mila in Veneto, di 236mila in Lombardia, a vantaggio della rimonta bossiana. E il Pd, che cresce di 295mila consensi in Lombardia e di 72mila in Piemonte, è pari ad ognuno dei suoi avversari in tutto il Nordest, ed è addirittura primo in tutti i capoluoghi veneti, Vicenza, Verona e Treviso compresi.

Ma il nuovo partito "metropolitano" non arriva al popolo minuto del capitalismo personale che innerva di innovazione e modernità l’area della Pedemontana, né al reddito fisso nordista colpito dalla crisi nella sua rappresentatività sociale. Non è vero che questo sistema economico e sociale rifiuta la politica, perché nella presenza capillare della Lega unita al populismo berlusconiano ha cercato comunque una ipotesi politica di rappresentazione, di interpretazione e di tutela del suo mondo.

Il problema della sinistra è che è esterna prima ancora che estranea a questa trasformazione molecolare del lavoro e della produzione, perché ferma ad una concezione fordista, "evoluzionista", dove la piccola impresa è solo l’impresa da piccola e non un soggetto della modernità, che opera nei luoghi del cambiamento, produce beni immateriali come informazione, servizi, finanza, conoscenza: leve di nuove figure professionali, nuovi saperi, nuovi diritti, nuove domande.

Da questa metropoli diffusa, come anche da Milano, la sinistra non può rimanere fuori, se vuole essere credibile come soggetto del cambiamento. Non può regalarla alla destra, né può pensare che la destra sia lì per caso. Un’offerta di culture diverse può arricchire la zona più ricca d’Italia, nell’interesse del Paese. Forse il Pd del Nord non servirà per vincere, ma servirà per vivere, o almeno per capire.

il manifesto

La marcia in più dei sindaci leghisti

di Orsola Casagrande

Venezia La parola chiave nel post elezioni sembra essere «territorio». Il successo travolgente della Lega Nord soprattutto in Veneto, Friuli, Lombardia e anche Piemonte è dovuto alla capacità che il partito di Bossi ha dimostrato nel relazionarsi ai territori. In maniera speculare la scomparsa della Sinistra arcobaleno è da attribuirsi in larga parte al suo aver disertato i territori, dove per presenza nel territorio si intende la particolare attenzione che è stata data alle istanze che dal locale provenivano. Addentrandosi maggiormente significa presenza e organizzazione (nebulosa, confusa a volte ma comunque fisica, visibile) nei luoghi di lavoro, le fabbriche in primis. Nelle scuole, nei mercati rionali. E naturalmente nelle amministrazioni pubbliche.

La vittoria della Lega è in tanta parte da ascrivere ai sindaci e amministratori che in questi anni sono riusciti a rendere una immagine efficace, presente, per nulla succube dal potere centrale romano, delle pubbliche amministrazioni, dei comuni, perfino dei quartieri. L'esercito dei sindaci leghisti (oltre duecento) ha lavorato con un obiettivo in mente, radicarsi nel territorio, essere riconosciuti e riconoscibili, dare risposte. Spesso risposte gridate, razziste, troppo velocemente liquidate come «sparate». La Lega Nord è cambiata tanto in questi anni, tra esternazioni xenofobe del Borghezio di turno e un meticoloso lavorio di ascolto del territorio che ha prodotto dirigenti che nei territori sono radicati perché da lì provengono, oggi la Lega può brindare al successo. Le caricaturali e folkloristiche immagini della cerimonia della nascita della Padania (a Venezia) lasciano il posto a un articolato progetto che pure ancora confuso si snoda su punti saldi e chiari. Che vanno al di là del «prendiamo i fucili» di Bossi o «buttiamoli a mare» di Borghezio. E parlano di federalismo, fiscale e non solo, di maggior potere alle amministrazioni locali, di maggiore autonomia.

Certo, le parole d'ordine anche in questa campagna elettorale sono state le stesse di sempre, con tanta violenza vomitata addosso ai migranti, per esempio. Anche se poi Treviso, dove il sindaco Grosso e il prosindaco «sceriffo» Gentilini hanno fatto il bis (dopo la guerra delle panchine), è la città che la Caritas nel suo dossier sull'immigrazione indica come il luogo di maggiore integrazione per i cittadini stranieri. A Cittadella, dove il sindaco locale è salito agli onori delle cronache per la sua ordinanza, ribattezzata «antisbandati», con la quale negava la residenza a chi non aveva un reddito di un certo tipo, la Lega ha sbancato raggiungendo addirittura il 42%. Ma il dato da leggere non è solo l'ordinanza. Bisogna andare a monte: la nuova classe dirigente della Lega è quella che appunto usa le ordinanze, gli strumenti legali di cui dispone l'amministrazione locale.

Molto si discute in questi giorni sul voto operaio in parte dirottato proprio verso i leghisti. Anche in questo caso la lettura da fare non può fermarsi alla superficie. Gli operai, molti, hanno visto nelle parole della Lega una possibilità. Intanto di difesa del posto di lavoro, cosa che, lamentano in tanti, anche il sindacato ormai non considera più la priorità. In fondo, nelle assemblee che in questi mesi ci sono state nelle fabbriche venete si è parlato molto di quello che il governo di centro sinistra avrebbe dovuto fare e non ha fatto, a partire dall'abolizione della legge 30. Insomma se la Lega in queste elezioni ha avuto tre milioni di voti alla Camera e poco meno di due milioni e settecentomila al Senato non è soltanto per «protesta». E' perché in questi anni il partito di Bossi ha puntato al radicamento nel territorio, in questo «aiutata» dall'abbandono dei territori da parte della sinistra (intesa come le forze dell'Arcobaleno) e certamente dalla dismissione totale di ciò che di residuo «sinistroide» era rimasto ai Ds poi Partito democratico. Perché nonostante Veltroni e company abbiano perso le elezioni hanno vinto su un altro fronte da tempo perseguito (peraltro fin dai tempi del vecchio Pci) e cioè l'eliminazione delle fronde «sinistre».

In questo contesto si inseriscono positive e interessanti anomalie, come, per citarne soltanto due, il movimento no Tav, ma anche il popolo no Dal Molin. Ognuno con le sue specificità. A Vicenza il presidio permanente ha deciso di giocare la carta dell'amministrazione locale, proponendo una lista e ottenendo un consenso ampio, il 5% che tradurrà in sperimentazione all'interno del consiglio comunale. Anche per provare a stare nel territorio in maniera differente dalla Lega.

postilla

Lo si diceva da tempo, e da molte parti: la “questione televisiva” ha certo un peso, e un peso notevole, sullo spostamento dei consensi e la formazione dell’immaginario sociale, ma non riassume di certo l’universo delle sensibilità diffuse. Conta ancora, e in modo massiccio, il “territorio”, meglio ancora se riesce ad entrare in sintonia proprio con quell’immaginario televisivo e in genere mediatico che ne amplifica o orienta tendenze e suggestioni.

Riuscire a riallacciare contatti correnti con le vite quotidiane di chi (la stragrande maggioranza dei cittadini) il territorio nei suoi vari aspetti lo percepisce e sperimenta senza il filtro della grandi categorie dello spirito. Questo l’obiettivo raggiunto dalla Lega, nata esattamente da qui, e questa pare, leggendo l’inquietante editoriale decisamente “marchiato” di Repubblica, anche la tendenza emergente del Pd.

Inquietante non perché scopra il territorio: la cosa è assai positiva, e non da oggi chi se ne occupa in modo più costante e sistematico auspicava una simile svolta della politica. Il motivo della preoccupazione, è che proprio nel momento in cui la sinistra sembra evaporare e/o ingrugnirsi in un dibattito che pare abbastanza autocentrico, il centro pigliatutto se ne esca con la brillante intuizione: casa, famiglia, bottega.

Perché è a questo universo che mira, tutta la congerie di suggestive evocazioni che ascoltiamo ormai da anni, e che ora appaiono sul punto di transustanziarsi in mainstream. Non certo la comunità olivettiana, o le sue antenate del socialismo utopico o dell’autogestione, care ai pionieri dell’urbanistica moderna, dall’autarchia rurale di Owen alla rete globale campi-fabbriche-laboratori di Kropotkin. L’unica radice “teorica” di certa pseudosociologia valligiana tanto in voga, è proprio tutto quanto una intera generazione ha imparato freudianamente a odiare, e che ora ci vorrebbero rivendere come nuova frontiera riformista.

Attenzione: dietro a quelle chiacchiere c’è solo ed esclusivamente un mondo “ideale” che sembra uscito direttamente da qualche sconsolata pagina di Massimo Carlotto e dintorni. (f.b.)

La mappa del voto a Nord, in particolare in Veneto, rivela il peso di alcuni processi sociali nel successo leghista alle politiche. Da sempre il Carroccio si radica nella fascia pedemontana e nei piccoli centri, mentre trova maggiori ostacoli nelle città.

Non solo a Venezia e Padova, ma anche a Vicenza e a Treviso, cuore del leghismo, il Pd è il primo partito. La difficoltà del Carroccio nei centri urbani, così come la sua tendenza a dilagare con percentuali bulgare al di fuori, mette in luce anche l´impatto locale dei flussi globali. Fuori dalle città, luoghi di relazioni economiche e sociali complesse, di circolazione di saperi connessi al mondo, l´effetto negativo di tali flussi è percepito con maggiore intensità.

Fenomeni diversi ma riconducibili allo spettro della globalizzazione ingovernata, come l´insicurezza economica e fisica o l´immigrazione, spaventano interi pezzi di società. Lo spaesamento indotto dalla presa d´atto che gli effetti globali sono ormai divenuti glocali è dirompente per questi segmenti sociali. Il Carroccio ha dato voce a queste paure, alimentandole a sua volta e facendosene imprenditore politico. Invocando soluzioni non certo all´altezza dei problemi ma, e questo in politica conta sempre, colmando un vuoto. Ha rotto, infatti, l´afasia che sull´argomento ha mostrato la sinistra. Guardata da quegli stessi pezzi di società impaurita, come espressione, se non di uno schieramento favorevole, certo non critico verso la globalizzazione. Percezione semplificatoria, facilitata dal fatto che, qui come altrove, la sinistra è ormai in larga parte schieramento di ceti medi con stili di vita cosmopoliti, mentre il "popolo" volge il suo sguardo a destra. Alla ricerca di protezione.

Il consenso alla Lega non è arrivato solo dalla protesta contro la pressione fiscale e la burocrazia; o dall´adesione a un progetto di federalismo vissuto come fine dei trasferimenti di risorse allo stato centrale e alle regioni meridionali. Lo sfondamento oltre il tradizionale zoccolo duro verde è avvenuto sull´offerta di protezione. Quella protezione che la sinistra, impegnata in questi anni a definire il contenitore più che il contenuto e a colmare i suoi storici ritardi nei confronti dei settori più produttivi, non ha fornito. Né sul piano sociale né su quello della sicurezza. Trascurando oltre che l´ormai retorico e ingombrante discorso "sul popolo" anche "il popolo".

Un simile gap non si recupera in pochi mesi. Anche perché dietro a questo umore popolare emerge non solo una dura critica politica ma anche un sordo rancore sociale: verso chi, per risorse o status, è in gradodi accedere a diversi scenari, locali e globali. Contrariamente a quanti, come gli "impauriti", devono vivere, per necessità, ancorati a un territorio trasformato dai flussi globali e da una sorta di nuovo fordismo sociale.

Di fronte a questa fetta di società impaurita, popolata da anziani, casalinghe, giovani decisi a "fare qualcosa", lavoratori a bassi salari, la Lega si è posta come attore territoriale della protezione. La cui funzione è essenzialmente trattenere, disciplinare, dare forma politica, relazionale prima ancora che istituzionale, a un territorio destinato, nelle intenzioni, a aprirsi e chiudersi selettivamente agli effetti della globalizzazione. E che ha la funzione simbolica di ricostituire la "comunità impossibile", di rifondare un legame sociale identitario che prescinda da quella che un tempo era la collocazione di classe. Da qui il richiamo leghista all´interclassismo e al rifiuto di autodefinirsi, a prescindere dal tratto dominante del proprio elettorato, di destra o sinistra.

Non è un caso che abbiano votato per il Carroccio molti operai. Non solo quelli non sindacalizzati delle piccolissime imprese che sognano di mettersi in proprio; ma anche iscritti alla Fiom, che non teorizzano alcuna "soggettività di classe" e guardano il mondo con gli occhi difensivi della comunità della paura che si ricostituisce oltre il cancello della fabbrica. In questa visione il "popolo" condivide, più che immaginari miti padani, l´idea leghista di una nuova «rivoluzioneconservatrice», che ha nel tremontismo il garante dell´alleanza, mai del tutto organica, con il populismo berlusconiano.

Una capacità di penetrazione, quella leghista, dovuta a un metodico lavoro sul territorio. Il Carroccio è ormai l´unico veroerede dei partiti di massa di un tempo: del Pci, nella struttura di partito e nel rapporto con i ceti popolari; della Dc, nel coltivare, attraverso il diffuso "municipalismo padano", i microinteressi locali usati come rinforzo dei vincoli di solidarietà, anche elettorale. Per contrastare la Lega, il cui bacino elettorale non è del tutto fidelizzato ed è destinato a soffrire le tensioni legate al ruolo di "partito di lotta e di governo" intrinseco a una simile formazione, non basta al Pd candidare noti imprenditori. Un serio approccio riformista implica anche saper rispondere, in maniera non imitativa, alla domanda di protezione che viene dai ceti più deboli. Inoltre il Pd deve apparire meno "romanocentrico", dandosi una forma che, mescolando i tratti del partito leggero con quello pesante, gli permetta di comprendere davvero quanto accade a Nord. Un passaggio, concettuale e organizzativo, che necessita di una vera e propria rivoluzione culturale. In assenza della quale non ci sarà partita per tempo inenarrabile.

LIVORNO. Dopo la vittoria elettorale del Pdl, per gli ambientalisti italiani è tempo di rimboccarsi le maniche. La disfatta della Sinistra Arcobaleno, infatti, non li ha relegati tutti fuori dal parlamento. Nel Pd, per fortuna, ce ne sono alcuni di ‘chiara fama’. Ne abbiamo parlato con Edo Ronchi, che ha già ben chiare quali sono le priorità difensive rispetto al programma di Berlusconi, e quali quelle propositive.

Ronchi, come sarà rappresentato in parlamento l’ambientalismo e da chi?

«Ci sono gli ecologisti del Pd prima di tutto, con l´associazione ecologisti democratici che è attualmente in corso di costituzione. Nel comitato nazionale ci molti esponenti dell’ambientalismo di varia provenienza e l’associazione sta organizzando i suoi circoli. Entro giugno ci sarà l’assemblea costituente. Oltre a essere rappresentati in parlamento dagli eletti del Pd, gli ambientalisti avranno quindi anche una rete di consiglieri comunali, provinciali e regionali in gran parte del territorio nazionale. Devo quindi dire che per fortuna è stata fatta questa scelta, in questo modo non sono spariti gli ambientalisti dal parlamento».

Quale ruolo e quali battaglie combatterete per prime?

«Ritengo che ci saranno alcune battaglie da combattere contro Berlusconi, almeno stando alle sue prime prese di posizione: in particolare il Ponte sullo stretto, che è alternativo a un potenziamento del cabotaggio marittimo e all’implementazione delle infrastrutture ferroviarie del sud. Questo creerà un grosso problema perché le risorse economiche sono scarse e quindi se le metteranno sul ponte non le metteranno sul resto. E poi c’è da dare una risposta ben chiara contro l’idea del nucleare come intendono loro da fare subito in Italia o con la delocalizzazione in paesi confinanti come l’Albania. Una scelta arretrata, costosa e inaccettabile. Daremo battaglia su questo».

Dunque darete battaglia anche dentro il Pd visto che il programma, sul nucleare, aveva posizioni simili a quelle del Pdl.

«Il Pd ha posto bene la questione facendo riferimento alla IV generazione, che di fatto è una critica all’attuale generazione di nucleare che non ha assolutamente risolto alcunché dei problemi che ha. A partire dal grande tema della gestione delle scorie, che a me interessa moltissimo. Come ambientalisti dobbiamo guardare ad altro, ovvero a sostenere la rivoluzione delle rinnovabili e del progressivo abbandono delle fonti fossili. Cominciando dal risparmio e dell’efficienza energetica e dal sostegno all’eolico e al solare. Pensando sempre al rispetto di Kyoto. Ho visto gli ultimi dati sulle rinnovabili e ci sono nel mondo dei risultati molto interessanti: nel 2007 siamo arrivati a 97mila megawatt di energia eolica. Di cui 20mila installati nel solo 2007. Anche l’Italia è in crescita con 630 megawatt installati che è quasi la metà della crescita europea, non male visto da dove partivamo. Insomma, dati formidabili come anche quelli sul solare che si sta sviluppando moltissimo. Questa è la strada da seguire».

Battaglie contro Berlusconi a parte, quali sono le vostre priorità?

«La più importante è cogliere l’opportunità rappresentata dalla sfida climatica. Possiamo trascinare nuove produzioni, la ricerca e difendere anche i redditi reali, abbattendo i costi delle bollette della luce e del riscaldamento. E’ la madre di tutte le questioni che poi riporta all’energia e quindi all’efficienza e alle rinnovabili di cui parlavo prima. Poi c’è da portare avanti una forte battaglia sulla mobilità sostenibile e anche sul governo del territorio. Ecco quest’ultima è un’altra questione importantissima: quanto accaduto dal 1997 al 2006, ovvero il boom edilizio con una quantità di costruzioni residenziali realizzate che non ha avuto pari neppure nel dopoguerra, non deve più accadere. Questa dinamica è in crisi e bisogna intervenire puntando su manutenzione, ricostruzione, mettendo un freno quindi al consumo di territorio».

Se si dovesse ridurre ad un nucleo essenziale la filosofia politica del governo Berlusconi, potremmo trovare una sintesi accettabile nella formula « dismissione dei beni pubblici». Precisando però subito dopo che tale espressione, che a prima vista sembrerebbe collocare il governo nel quadro del liberismo internazionale, va intesa ed interpretata con una serie di connotazioni molto particolari e molto italiane.

Infatti, più che ad una liberalizzazione selvaggia ci troviamo di fronte ad un più generale processo di riduzione di tutti i controlli pubblici, alla progressiva, ma continua erosione dell'autorità di ogni soggetto capace di rappresentare gli interessi collettivi e quindi di dettare le regole comuni a tutti. L'erosione dei beni pubblici non è solo una dimensione economico-patrimoniale: essa significa il declino della classe dirigente di un paese, la perdita della sua capacità d'immaginazione politica e di pensare una nozione d'interesse generale e di lungo periodo. Un'idea d'interesse generale vuol dire progettare il futuro, spingere la politica verso una dimensione in cui essa non è semplice riflesso e mediazione degli interessi, ma qualcosa di più, costruzione delle condizioni del progresso dell'intera collettività. Un'idea d'interesse generale del paese vuol dire per esempio non svenderne l'autonomia della politica estera, evitare vassallaggi che si rischia di pagare a caro prezzo.

Quando la politica non è più lo strumento attraverso il quale si dirige un paese in base ad un'idea forte delle sue prospettive future, ma un navigare sulle sue debolezze, lusingandole e cercando di volgerle a proprio vantaggio, rispecchiandole ed accentuandole, un paese va incontro al suo declino. Il governo Berlusconi, in modo talvolta furbo e talvolta arrogante, non solo rispecchia tutte le debolezze del paese, ma pensa di usarle a proprio favore, offrendo a drammatici problemi strutturali risposte e rimedi parziali e di breve periodo. Da un certo punto di vista la coalizione che lo rappresenta, pur eterogenea e qualitativamente non di alto profilo, rappresenta in qualche modo il paese. Ma questo rispecchiare il paese (cercheremo di portare qualche esempio) è un rappresentarlo in modo perverso e coincide con la rinuncia a qualsiasi capacità di migliorarlo, con una sorta di resa di fronte ai vizi nazionali e l'abbandono di qualsiasi capacità progettuale.

L'effetto di questo tipo di «governo» è quindi tale da spingere il paese verso un declino forte e drammatico, specialmente se si pensa che, a livello internazionale, il vuoto lasciato da tali debolezze viene riempito dall'iniziativa altrui. 1 momenti migliori dell'era democristiana sono stati quelli in cui quel partito riuscì ad esprimere un'idea d'interesse generale, anche entrando in urto con i settori più chiusi ed arretrati delle classi dirigenti. Ovviamente anche allora questa progettualità spesso finiva per esaurirsi, trasformandosi nella semplice mediazione degli interessi. Ma oggi siamo di fronte ad un dato nuovo, perché si tratta di ben di più che di debolezza dell'azione politica rispetto agli interessi particolari: siamo di fronte ad un'inversione della gerarchia tra essi. Al posto di una politica alta, capace di indicare una strada, gli interessi parziali hanno preso il sopravvento, facendo della dimensione pubblica un luogo che ospita e tutela la loro parzialità.

Il conflitto d'interessi di cui è portatore il presidente del Consiglio non è quindi un incidente, ma una gigantesca metafora della politica del suo governo. Non dallo Stato al mercato, ma dallo Stato al privato, e soprattutto ad un privato ben poco competitivo, molto protetto e spesso clientelare. […]

Per la razza e il portafoglio
di Ida Dominijanni

Non è il '94, è peggio. Allora, l'illusionista venuto da Arcore aveva dalla sua una mossa e tre trucchi. La mossa era il bipolarismo, creatura partorita in quattro e quattr'otto in un improvvisato menage a tre con Gianfranco Fini e Umberto Bossi. I tre trucchi erano la sua figura da alieno che conquistava il Palazzo con le armate della società antipolitica, il suo contrabbando di sogni e miracoli, la sua bandiera di un nuovo senza passato e senza radici.

Quasi nessuno di quelli che pensavano di intendersene di politica avrebbe puntato una fiche su di lui, ma lui puntò su se stesso e sbancò il tavolo. Stavolta no. L'illusionista aveva perso lo smalto sotto il cerone, l'unica mossa - la proclamazione del Pdl il pomeriggio di una domenica qualunque - l'aveva copiata dal Pd, di alieno non aveva più nulla, invece di sogni e miracoli ha contrabbandato difficoltà e sacrifici con lo sconto del del bollo sul motorino. La novità incarnata tredici anni fa era ampiamente ammuffita, e lui neanche aveva l'aria di puntare tutto su se stesso. Eppure Silvio Berlusconi sbanca di nuovo il tavolo. Al di là di ogni ragionevole previsione e di ogni ponderato sondaggio. E quel ch'è peggio, con uno dei due antichi alleati, Fini, ingoiato nel Pdl, e l'altro, Bossi, redivivo e rinvigorito fuori. Non sarà solo il Popolo delle libertà a governare; sarà il popolo dei fucili e delle ampolle a conferire il colore giusto a quelle libertà. Non è vero che il colore verde della Padania fa a pugni col tricolore dell'Italia. L'una e l'altra possono sventolare assieme - il caso Alitalia l'ha dimostrato - su un localismo separatista dei ricchi che invoca protezionismo statale - altro che liberismo!- a difesa del portafogli e della razza, Berlusconi e Bossi officianti e Tremonti benedicente. E' l'Italia bellezza, anno di grazia 2008.

L'anomalia del Belpaese persiste in questa forma mostruosa. Non basta l'alternanza dei paesi «normali» a spiegare questo ritorno rinforzato al centrodestra dopo le batoste fiscali del governo di centrosinistra. Nemmeno serve la favola bella del bipartitismo, la nuova creatura partorita da Veltroni e Berlusconi, a leggere la tabella dei risultati, se non parzialmente: non esiste al mondo sistema bipartitico corredato e condizionato da un partito territoriale dell'entità della Lega. Siamo in Italia, i figurini stranieri ci vengono sempre storpiati. Sicché sarà il caso di lasciarli perdere, e decidersi a formulare la domanda decisiva, questa. Che cosa vuole la società italiana dalla politica, da una maggioranza e da un governo? Che idea ha di sé nel presente, e che cosa sogna per sé per il futuro? Che idea ne ha, e che idea le dà, quell'arco di forze che fino a poco fa chiamavamo sinistra e centrosinistra, e che oggi come oggi non ha nome o s'è dato il nome di centro? Se la parte vincente di questa società predica e razzola ricchezza, xenofobia, sicurezza, privilegio, e su questi valori attrae perfino strati consistenti di quella che un tempo si chiamava classe operaia, che cosa le si offre in alternativa oltre che Calearo in lista? E se il rappresentante sommo di questa parte vincente della società santifica come proprio eroe lo stalliere Mangano, che cosa gli contrapponiamo oltre ai puntuali libri di Saviano e ai sacrosanti «vade retro» di Veltroni? E infine, questa società vincente andrà sempre blandita e rincorsa con la ricerca del consenso, o arriverà il momento di metterla alla prova della ruvidezza del conflitto?

Non è il '94 ma è peggio, perché quello che allora era nuovo e insorgente e naive oggi è solidificato e attrezzato e scaltrito. E quello che allora era un voto in cerca di miracoli, oggi è un voto in cerca di stabilizzazione. E rischia di trovarla, perché anche nell'altra metà del campo ciò che allora era in forse, il destino della sinistra dopo l'89, adesso si va stabilizzando con la sua cancellazione.

Manca solo un tassello, l'archiviazione della Costituzione, il collante della destra tripartita del '94, senza il quale il suo progetto non può dirsi compiuto, e che già una volta è stato tentato in parlamento e respinto da un referendum. Non chiamiamole, urbanamente, «riforme funzionali», e nessuno persista nel sogno di farle con un accordo civile e a costo zero. La posta in gioco non è un parlamento più snello e un governo più efficiente. E' il disegno di un'altra Italia, con un'anomalia rovesciata rispetto a quella del secolo scorso,. e confinata in una trappola impermeabile a tutto il buono che c'è nella trasformazione globale di questo. Liberata - se così si può dire - dai vincoli istituzionali e dalle sigle improbabili, la sinistra che c'è, se ancora c'è, metta in moto l'intelligenza e l'inventiva. Sotto le macerie c'è un mondo da scoprire.

Crisi economica, tutti a destra

di Valentino Parlato

Innanzitutto dobbiamo avere il coraggio della verità e dire che queste elezioni segnano una sconfitta della sinistra, non solo politica, ma anche sociale e culturale. Una sconfitta delle sinistre dell'Arcobaleno, ma non solo. La ritirata strategica di Walter Veltroni, cioè la negazione di ogni alleanza a sinistra per andare al voto senza il fastidio delle sinistre radicali si è tradotta in una rotta. Alla Camera e al Senato il Partito democratico sarà più debole che mai negli anni passati.

Del pari la Sinistra arcobaleno non è stata in grado di presentare ai cittadini elettori una unità delle sinistre. Bertinotti annunziava questo obiettivo per il giorno successivo alle elezioni, comunque andassero. Sono andate male perché questa unità non è stata relizzata e ora sarà ancora più difficile da realizzare.

Non bisogna dimenticare che queste elezioni si inquadrano in una situazione di crisi economica grave e che le crisi economiche e la paura che producono normalmente (c'è solo l'eccezione di Roosevelt) provocano brutti spostamenti a destra; pensate all'Italia e alla Germania del dopo '29. E in questo quadro di crisi occorre riflettere sul buon risultato della Lega, per la quale hanno votato molti lavoratori anche iscritti alla Cgil. Quando Massimo D'Alema disse al manifesto che la Lega era una costola del mondo operaio coglieva qualche aspetto della realtà. E certamente il successo della Lega (pare primo partito in Lombardia) è un dato socio-culturale che sarebbe sciocco sottovalutare polemizzando solo contro gli strilli di Bossi. E - voglio aggiungere - penso che la Lega forte del suo successo creerà qualche problema anche a Berlusconi.

A questo punto che fare? Riflettiamoci un po', pensiamoci, non diamo risposte affrettate. Credo che la discussione debba innanzitutto cominciare dentro le forze dell'Arcobaleno (forse diventate extraparlamentari ma non per scelta). E credo che come sempre dopo le sconfitte si debba cominciare da una seria analisi del terreno sul quale si è stati sconfitti. Insomma ci sono cambiamenti sociali forti, c'è un precariato che può diventare massa di manovra di chi offre favori, ci sono problemi nuovi e inattesi (pensiamo solo all'ambiente e al costo crescente dei prodotti alimentari) in un mondo nel quale la povertà cresce verticalmente.

Pensare di uscire dai guai di oggi con qualche trovata intelligente sarebbe a mio parere suicida.

Il punto è che la società e l'economia e le forme dello sfruttamento (che persiste ed esclude sempre più persone dal ciclo lavorativo) sono cambiate e accresciute. Questo, a mio pessimistico parere, sfugge non solo a noi ma anche ai sindacati. Il manifesto dovrebbe avere l'ambizione e la capacità di diventare la cucina di una nuova ricerca delle forme di sfruttamento e di aggregazione degli sfruttati. Sono convinto che in queste elezioni molti sono stati i precari che hanno votato per la Lega o per il PdL.

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Scrivere oggi domenica 13 aprile, a meno di 24 ore dai risultati delle elezioni, è scrivere non al buio ma in una fitta penombra. Non al buio perché le possibilità non sono molte, arriveranno in testa Veltroni o Berlusconi, e la sinistra sulla quale la maggioranza di noi punta misurerà la sua consistenza. Ma ci sarà una grande differenza se Berlusconi vince solidamente, Veltroni non ce la fa e la sinistra non raggiunge il fatidico 8 per cento che questa legge elettorale impone, oppure se Veltroni ce la fa e la Sinistra Arcobaleno si consolida su quella frontiera. E un'altra negativa differenza se Veltroni ce la facesse ma la sinistra restasse esclusa dalla scena istituzionale.

Nel primo caso vorrebbe dire che la destra più rozza dell'Europa occidentale s'è impadronita della mente degli italiani, facendo del nostro un paese egoista e miope, nel quale ognuno si è chiuso in quel che crede il suo interesse più immediato mentre d'una democrazia decente più nulla importa; nel secondo caso, se Veltroni la spunta con infinitamente meno mezzi del suo avversario, significa che l'Italia si attesta sugli spalti d'una democrazia moderata ma ancora praticabile e che una sinistra, minoritaria ma ragionata e consistente, può interpellare e incalzare. Se invece questa sinistra scomparisse dalla scena, vorrebbe dire che l'americanizzazione è andata così avanti, che qualsiasi spinta avanzata all'interno di una egemonia liberista sarebbe ridotta al silenzio e alla marginalità.

L'arretramento è già stato grave e la discesa dura da rimontare. Quanto resta del paese che era stato il più interessante e inconcluso d'Europa fino a quasi quaranta anni fa? Per questo ci siamo battuti contro l'astensionismo che oggi significa non l'ennesima protesta ma la prova d'una immaturità e rancorosa impotenza, dalle quali qualsiasi società non solo non procede ma rischia guasti insanabili.

Non so se ce li saremmo meritati. Certo nessuno potrebbe dichiararsi innocente. Il fatto stesso che siamo oggi a questo rischio, per la prima volta dal 1945, ci costringe a chiederci perché siamo arrivati a tanto e verificare i nostri strumenti, le storie e gli obiettivi. E' un'urgenza, qualunque sia il risultato di queste elezioni; anche se si dovesse verificare l'ipotesi più favorevole. Resterebbe comunque che quasi metà degli italiani guarda a una destra senza più remore, neanche elementarmente antifasciste, e che a una generosa conflittualità sociale s'è sostituito in gran parte dell'elettorato, in forme diverse, un modello di ineguaglianze e marginalizzioni, giudicato inevitabile. Siamo già oltre la società dei due terzi che qualche decennio fa prevedeva - e non ci pareva possibile - il socialdemocratico tedesco Peter Glotz.

Per questo alcuni di noi chiamano a confrontarsi subito con quella parte del paese che ha votato e fatto votare per la Sinistra Arcobaleno, in modo da mettere in atto subito un processo più allargato della somma delle sue sigle. Essa ha raccolto non una delega ma un voto che punta a qualcosa di più e che manca. E' fin evidente per quelle sensibilità diffuse che non stanno in una organizzazione, come la coscienza sempre più pressante del problema ecologico, che sta stretta in un partito per quanto valoroso, e li interpella tutti, e in tutta Europa. E' fin ovvio, ma più complicato, per le culture femministe, che non per caso non si danno una struttura di partito, e che dai partiti vengono regolarmente lusingate e offese; esse attengono a un conflitto millenario irrisolto, che si è affacciato con prepotenza a molte donne e inquieta l'altro sesso. E attraversano tutte le sigle e nessuna. Per ultimo non è altrettanto ovvia l'inquietudine e irresolutezza che attraversa tutto un popolo attorno al movimento operaio, che ha conosciuto vicende gloriose e scontri terribili e - salvo il rispetto per la corrente di Mussi, e i partiti di Diliberto e Bertinotti - non si riconosce nelle sigle di parte del Pci, del Pdci e di Rifondazione comunista. Che ci si appelli a una «identità» inequivoca per opporsi alla deriva dell'ex Pci, si può capire, ma è una posizione difensiva che non riesce a dar conto né della propria debolezza né delle innovazioni fin convulse impresse dal capitalismo diventato ormai il solo modo di produzione mondiale. E più che mai proteiforme e come sempre portatore di quella negazione assoluta dell'umano che è la guerra.

Questo è un problema per molti. Prendo ancora una volta un caso che conosco bene - il mio. Io sono una vecchia comunista, convinta della validità e dei limiti di quella critica del modo di produzione che è il marxismo. Da quando sono stata esclusa dal Pci e dopo la fine del Pdup ho sempre votato per una sinistra alternativa ma non ho mai aderito a una delle sue organizzazioni. Non per essermi convertita, ma al contrario per aver radicalizzato la mia riflessione sul conflitto sociale. E insieme per essere stata interpellata drasticamente come donna dal femminismo, e come essere (per quanto può) pensante dall'ecologia - due dimensioni delle quali la prima non stava nella mia formazione di emancipata, e la seconda non era ancora visibile sul volto del pianeta. Come non intrecciare queste tematiche nella sinistra alternativa che si auspica? Diciamo la verità, ora come ora al di là di qualche benintenzionato riconoscimento, ognuna di queste culture esclude l'altra dal proprio giardino.

Non si tratta di cattive volontà, penso, ma di paradigmi diversi che non si sono incrociati, salvo - e sembra assurdo - nella vita concreta di ciascuna e ciascuno: questa sì li ha incontrati, o vi è inciampata. La questione dei sessi, quella dell'ecosistema, e anche il dolore - come chiamarlo altrimenti - della lunga vicenda e poi sconfitta comunista. Da quando esiste ho votato Rifondazione, l'ho detto, ho stima per molti dei compagni che vi militano, ma non sono mai stata una di loro, perché neanche Rc, nella sua strada talvolta a zig zag, esprime tutte le urgenze «politiche» che il mondo mi scaraventa addosso. Né mi contenterebbero agevoli sommatorie; a fasi differenti e differenti paradigmi politici e culturali - i due piani non sono separabili - o fa fronte una rielaborazione che li assume e ne rompe la separatezza, o non c'è formula in grado di avere un reale impatto.

So bene che non sarà un lavoro facile, è un travaglio - come ogni volta che si cerca di imprimere una svolta dall'interno della ricchezza del vivente, senza tentare scorciatoie. Elaborazione è cosa diversa da una tesi proposta ai più da un gruppo o qualcuno di illuminato, ed è anche diversa dal suo reciproco, cioè un contenitore di voci che non si parlano. Di questa seconda cosa è diventato un esempio preclaro, spero di non offendere nessuno, il manifesto - non solo per un vizio ma anche per una virtù, non precludersi di essere una sonda nelle diversità che esplodevano dalla crisi dei comunismi (e non soltanto dall'89). Non nell'averle troppo sondate sta la debolezza nostra che, spero di nuovo di non offendere nessuno, è innegabile.

Per questo bisogna cominciare a confrontare tesi e ipotesi. Tenendo come obiettivo un fare, un intervento - anche se ogni tanto sarà un semilavorato - contro la tendenza alla catastrofe che si è riaffacciata. Vorrei non essere fraintesa né esprimermi in modo ingeneroso verso chi ha tirato in tempi difficili minoritarissime carrette. Dico soltanto, e non sommessamente, che stanchezze e depressioni o autogiustificazioni sono comprensibilissime, umanissime, eccetera, ma non è davvero il caso di proporre alla gente i risultati di incontri preliminari a porte chiuse, ciascun gruppo per sé, intento a partorire gruppi dirigenti divisi e paralleli, destinati a non incontrarsi mai. Come la maionese impazzita, la sinistra non si coagulerà senza uno o più tuorli freschi. E molto olio di gomito.

So che, simile a una Cassandra - e le Cassandre, ahimé, finiscono male - sto scrivendo da un pezzo che non abbiamo molto tempo davanti a noi. Ma qualcuno mi dimostri che non siamo in affanno e ritirata. Ne vogliamo derivare qualche insegnamento? Vogliamo smettere di nobilmente miagolare sulla crisi della politica altrui e provarci nello sperimentarne noi forme diverse? Affrontando un percorso sicuramente accidentato ma tendendo almeno a sedimentare un corpo di analisi e progetti e azioni condivisi? Condivisi e non precludenti? Portandovi ogni esperienza, collettiva o personale, compiuta o in progress, pur che sia disposta a guardarsi in faccia ed esporsi. Partiti, sindacati, movimenti, culture, singoli che abbiano voglia, anzi bisogno, di parlarsi e ascoltarsi. Non c'è nessuno che non porti su di sé qualche livido, che non conosca l'amarezza di essere stato battuto. E magari qualche risentimento per ingiustizie patite. Ma francamente che cosa importa rispetto alle dimensioni dell'urgenza che ci sta davanti?

Quel che ci ha fatto mettere nell'urna in queste ore la stessa scheda, e senza soverchie illusioni semmai ne abbiamo avute, è che non abbiamo deposto le armi (della critica, tranquilli, sono una pacifista). Vadano in pace coloro che dichiarano la guerra finita. Saranno svegliati fin troppo presto.

Luisa Calimani è docente di urbanistica, già deputata e assessore alla casa del comune di Padova, collaboratrice del ministro Di Pietro, presidente dell'associazione «Città Amica». Con lei parliamo di uno dei temi a nostro avviso più importanti della campagna elettorale: quello della casa.

L'esperienza di assessore alla casa ti ha sicuramente segnato, hai toccato con mano la situazione ed è un tema che ti impegna ancora oggi. Ma partiamo dalla situazione, come è noto la diffusione della casa in proprietà non ha risolto la questione abitativa, l'ha forse aggravata. Tu che tieni sotto controllo la situazione come ti pare che sia oggi?

Il presente come il passato, confermano che «l'emergenza abitativa» è una costante e non un fatto episodico e transitorio, è un aspetto strutturale del nostro sistema che non verrà risolto se non si incide non solo nei fattori culturali ma in quelli dell'economia, finanziari e della rendita immobiliare. Culturali, rispetto cioè alla proprietà dell'alloggio soprattutto per i giovani; finanziari, relativamente al confluire dei risparmi nel settore delle costruzioni e dell'azione delle banche nel promuovere e stimolare mutui anche a rischio per l'acquisto della casa; e della rendita immobiliare che è considerata ormai anche nel centro sinistra, non un fattore da abbattere, ma una componente dominante alla quale si assoggetta ogni esigenza e ogni diritto.

Mi pare che i programmi dei partiti, secondo un andazzo dissennato, propongono riduzioni fiscali a tutto spiano, senza rendersi conto che riducono in questo modo mezzi di intervento per risolvere questioni nodali, secondo il principio del «tutto affidato al mercato e per i suoi fallimenti qualche mancia». Se tu fossi in grado, tenuto conto della situazione, quindi con realismo ma innovando, quali sarebbero i tre provvedimenti che un futuro governo dovrebbe prendere per avviare a soluzione la «questione abitativa»?

Questa volta si può dire: predicano male e razzolano bene. Pochi sanno infatti che nella Finanziaria, quindi legge dello Stato, i ministri Di Pietro e Ferrero hanno inserito l'Erp (edilizia residenziale pubblica) fra gli standard. Un nuovo standard aggiuntivo rispetto al verde, parcheggi, servizi (da non confondere con le «sottrazioni» di standard milanesi), che come tale viene ceduto gratuitamente al comune sotto forma di aree e/o di alloggi.

Il futuro governo dovrà stabilire la percentuale minima obbligatoria in tutto il Paese di alloggi ottenuti gratuitamente dall'operatore degli interventi di trasformazione urbana, da riservare a famiglie a basso reddito e in condizioni di particolare disagio. Regioni e Comuni con proprie leggi e piani (come oggi avviene per gli altri standard) potranno ampliare le suddette percentuali ed estenderle, se credono, all'edilizia convenzionata in affitto a canone calmierato. Questo nuovo, straordinario provvedimento crea un meccanismo che incrementa con continuità l'edilizia residenziale pubblica che in Italia è fra le più basse d'Europa, unica a poter rispondere alle famiglie per le quali l'affitto di mercato ha un incidenza del 50% sul reddito. Terreni ed alloggi così ceduti debbono essere inalienabili (altrimenti il giorno dopo i Comuni se li vendono). Bloccherei anche l'insensata antieconomica alienazione del patrimonio edilizio esistente di proprietà pubblica e avvierei un programma decennale per il suo risanamento a partire dagli alloggi vuoti e dai quartieri degradati. Interverrei in una solida operazione di riconversione delle aree demaniali, in particolare delle caserme dismesse, che sono attualmente oggetto di consistenti operazioni speculative (complici Stato, Regioni, Comuni), per assicurare una quota di edilizia sociale e in locazione e una consistente dotazione di parchi urbani. La terza questione riguarda la definizione di alloggio sociale che deve comprendere solo alloggi in affitto a basso canone di locazione destinati a persone e famiglie disagiate. Se questa definizione sarà invece estesa (in difformità a mio avviso alla direttiva europea) anche agli alloggi in proprietà (come è stato proposto), si potranno (senza incorrere in infrazioni contro la concorrenza?) elargire soldi pubblici a cooperative e imprese da destinare all'acquisto della casa, magari finanziando l'abbattimento del mutuo con lo scopo vero ma non dichiarato di finanziare cooperative e imprese, cosa che piace a tutti i partiti e non solo a Berlusconi. E' un modello vecchio, che qualcuno baratta per nuovo (cofinanziamento, social hausing...) e che può considerarsi strumento complementare ma non principale o persino esclusivo, perché s'è dimostrato anche nel passato incapace di ridurre la tensione abitativa.

Le proposte che tu fai, che sono sicuramente di grande interesse, sono di "lunga durata", cioè i suoi effetti non sono immediati. Certo che bisogna lavorare anche per la prospettiva futura, ma esiste anche una emergenza immediata: famiglie senza case, famiglie che non riescono a pagare gli affitti, coabitazioni, immigrati che si accontentano di sistemazioni indecorose, ecc. Per queste situazioni cosa possiamo fare nell'immediato? Senza mettere in discussione le cose buone fatte dal passato governo che tu hai ricordato, si potrebbe sostenere che la "soluzione di lungo periodo", sia una scappatoia per non occuparsi del presente.

Innanzi tutto l'obbligo che in ogni Piano attuativo sia ceduta gratuitamente una percentuale (20% ad esempio) di alloggi ai comuni non è cosa di lungo periodo ma immediata. Regioni e comuni in applicazione della legge finanziaria, possono già oggi richiederlo ai privati, Piani attuativi vengono approvati quotidianamente. Questo strumento produrrebbe anche il benefico effetto di mescolare e integrare classi a diverso reddito, immigrati, ecc, che beneficerebbero di quei servizi - pulizia, decoro, sicurezza, verde - che ceti sociali benestanti sanno di solito ottenere nel loro quartiere. Ma nell'immediato, il problema forse più drammatico che colpisce migliaia di famiglie è lo sfratto al quale la legge 9 fatta da questo governo ha cercato di porre rimedio. Ma lo sfratto per morosità lascia le famiglie più deboli senza alcuna protezione. Se una famiglia con figli guadagna 1000 euro al mese e firma un contratto di affitto a 700 euro sapendo di non poter onorare il contratto e non ha alternative perché un alloggio pubblico non riuscirà ad averlo, che fa? Resta senza casa? Ma neppure questo è consentito, perché non si può vivere sotto i ponti nè in baracche abusive senza luce e senza gas. Si assiste infatti all'encomiabile "pulizia" del degrado urbano e sociale da parte della pubblica autorità che non si chiede dove andrà a dormire la notte successiva la gente cacciata. E allora? Dovrebbe almeno essere immediatamente ripristinata la commissione prefettizia che, d'accordo con il comune, provveda a graduare gli sfratti contemplando anche le esigenze dei proprietari e garantendo alle famiglie il passaggio da casa a casa. Dovrebbe essere imposto agli enti previdenziali di affidare ai comuni gli alloggi da assegnare in locazione rispettando graduatorie che tengano conto principalmente del reddito. I comuni dovrebbero obbligare i privati ad affittare gli alloggi vuoti anche a famiglie a basso reddito indicate dal comune facendosi garanti del canone pattuito. Insomma, mezzi e strumenti non mancano. Manca, come si usa dire, la volontà politica. Il problema casa non è percepito nella sua gravità e nelle conseguenze che ha sulla qualità di vita delle famiglie, non solo rispetto alla incidenza sul reddito, ma anche sulla stabilità, la sicurezza, la possibilità di costruire un futuro.

La soluzione, o l'avvio a soluzione della questione abitativa potrà avere anche un impatto significativo nell'organizzazione delle nostre città? O, detta in modo diverso, non ti pare che le due questioni: città e abitazioni, sono tra di loro strettamente legate?

Si, questo è un punto centrale. La città è tutto: casa, ambiente, trasporti, cultura, lavoro, fra loro interagenti. Ma la casa è il pilastro da cui partire per una riconquista del senso vero dell'abitare. Ripartire da questo diritto urbano fondamentale, per estenderlo alla città intesa come bene comune, significa rovesciare gli attuali processi di trasformazione urbana ribaltando parametri, valori e interessi che oggi costituiscono la base di ogni intervento. Il degrado delle periferie è pianificato. La differenza di qualità nei vari ambiti urbani incrementa la rendita differenziale.La città progettata per parti senza un disegno unitario che la organizzi e la pianifichi come organismo unitario e complesso, consente eccezionali operazioni speculative altrimenti più difficili da sostenere. Per questo operatori immobiliari e pubblici amministratori preferiscono progetti a coriandolo, separati fra loro e invariate al piano regolatore, per non doversi confrontare con i temi generali dei rapporti fra residenza e servizi, residenza e verde, residenza e mezzi di trasporto, residenza e lavoro, residenza e convivenza, che solo una visione generale e complessiva della città può dare. I conflitti urbani non esplodono, esistono sotto traccia ma non incidono nei meccanismi della rendita, la connivenza culturale (e non solo) ammansisce le flebili consapevolezze di un diritto alla città e all'abitare che chiede sommessamente equità, bellezza, salute, convivenza civile. La drammatica condizione abitativa è la misura del fallimento dell'attuale politica urbana e della cultura della città prevalente.

Intervengo brevemente a proposito della nota di Vezio De Lucia ripresa da Liberazione, il cui titolo (non so se scelto o meno da Vezio) anche indipendentemente dai contenuti effettivi dell’articolo ne orientava l’intera prospettiva su alcuni orientamenti attuali: di cultura generale, architettonica, urbana, politica.

L’autore del volume recensito, Paolo Nicoloso, ormai da parecchi anni studia sia con notevole capacità critica che smisurato supporto documentale (cosa non scontata) il periodo tra le due guerre mondiali in Italia, specie riguardo al ruolo degli architetti-urbanisti. Di Nicoloso, forse, per inquadrare meglio questo necessariamente parziale approccio “a tappeto” alla massiccia produzione architettonica in tutto il paese nel quadro di un tentativo di modernizzazione nazionale, e naturalmente di “marchiatura” pressoché indelebile impressa sul territorio, si dovrebbe leggere in parallelo anche Gli architetti di Mussolini (F. Angeli, 1999). Qui, attraverso un’ampia rassegna di materiali d’archivio e non, viene ricostruito il ruolo particolarissimo della professione di architetto-urbanista sia nell’edificazione del sistema formativo universitario italiano delle discipline territoriali, sia nei processi di costruzione del consenso.

Per non farla troppo lunga, e rinviando comunque a quello studio, vorrei osservare che la prospettiva attorno alla quale si orienta con qualche ovvio timore (anche forse suo malgrado) la recensione di Vezio non è comunque diffusa e generalizzata, almeno dagli anni ’70 in poi, ovvero da quando si è cominciato da parte di vari approcci, storico-specialistici e non, a scindere secondo vari apporti, personalità, contesti, una mainstream architettonico-urbanistica che le letture dell’immediato dopoguerra sembravano aver fissato attorno a capisaldi assai poco saldi.

La stessa legge generale urbanistica del 1942 (che Nicoloso non tratta appunto perché dal suo punto di vista di studioso ritiene superato l’approccio mainstream) ha una genesi assai diversa e più articolata, rispetto a quella che per decenni è stata sostanzialmente proposta dal gran parte della pubblicistica, ovvero di una sorta di “ do ut des” del mondo degli architetti-urbanisti, accelerato e consentito dal precipitare degli eventi bellici, e per motivi convergenti poi sostanzialmente accantonata nel merito.

Per il resto, è assolutamente condivisibile il giudizio secondo il quale in qualche modo le architetture tanto massicciamente e strategicamente realizzate nel periodo tra le due guerre tendano a conferire un indelebile marchio agli spazi che occupano e organizzano. Ma che quelle forme debbano necessariamente rinviare a valori e simboli dotati di inestricabile rapporto col fascismo e i fascismi, mi sia consentito di dubitare.

Certo è inevitabile che qualche post-qualcosa ringalluzzito dal decongelamento berlusconiano abbia voglia di lucidare vecchi fasti. Ma per fortuna è solo un piccolo occhio di ex padrone che cerca di ingrassare cavalli di proprietà altrui. Che poi alcuni settori culturali non riescano ancora a digerire e far proprie alcune forme e istinti percettivi, credo sia e resti un problema essenzialmente personale, non certo sociale e di cultura diffusa.

“Nella prima metà del Novecento nessuno Stato ha investito politicamente nell’architettura pubblica come l’Italia fascista. Nel corso degli anni Venti, ma soprattutto durante gli anni Trenta, la produzione architettonica italiana è stata enorme, tale da superare ampiamente quella di molte altre nazioni. Centinaia e centinaia di architetture – case del fascio, scuole, palazzi del governo, uffici postali, ministeri, palazzi di giustizia, stazioni ferroviarie, case dell’Opera nazionale balilla, palazzi della provincia, piscine, sedi di enti parastatali, città nuove e sistemazioni urbanistiche di vecchi centri – vengono realizzate per imprimere ovunque nel paese il marchio del regime”. Comincia così il libro di Paolo Nicoloso su Mussolini architetto. Un bel libro, scritto bene, ben documentato e illustrato. Soprattutto, voglio dirlo subito e ci torno in conclusione, è immune da ogni tentazione revisionista. Nicoloso, a differenza di altri ricercatori, non è incantato dalle sirene di una irripetibile stagione per l’architettura italiana, con ciò legittimando l’indulgenza sul resto.

Il libro racconta in maniera convincente la storia complicata dei rapporti fra il duce, l’architettura e gli architetti del regime, avendo intuito che l’architettura può svolgere un ruolo essenziale nella costruzione dell’Italia fascista. Viaggia instancabilmente: negli anni dal 1929 al 1939, quando più forte è il consenso, visita tutte le regioni, 70 capoluoghi di provincia su 89, in totale 320 località. In ogni città e paese pone una prima pietra, inaugura un edificio, visita un cantiere, controlla la realizzazione di un’opera. Su tutto ciò che viene costruito ci sono sempre con evidenza le insegne del fascio, e con il monopolio dei mezzi d’informazione e con un’efficacissima macchina di propaganda, si alimenta il mito del grande costruttore. Tramite l’architettura, il dittatore comunica con le masse, ne fa un simbolo unificante, fatto per durare, per tramandare ai posteri il tempo del fascismo. Nicoloso si stupisce, giustamente, che Renzo De Felice, il massimo storico del duce, abbia del tutto trascurato l’importanza che l’architettura ebbe nella sua politica, tant’è che la parola architettura non viene mai citata nelle circa 4 mila pagine a lui dedicate.

I contatti con gli architetti furono frequentissimi, almeno 50 ricevuti a palazzo Venezia, centinaia incontrati in altre occasioni. Ci sono tutti, razionalisti, manieristi e reazionari, da Adalberto Libera ad Arnaldo Foschini, da Luigi Piccinato ad Alberto Samonà, da Giuseppe Terragni a Gio Ponti, da Armando Brasini a Ignazio Gardella, da Giuseppe Pagano a Luigi Moretti. Ma l’interlocutore principale resta Marcello Piacentini, che pensava di essere per Mussolini ciò che Albert Speer era per Adolf Hitler. La figura di Piacentini, Nicoloso la descrive con sobria spietatezza: “Tragica, ingloriosa e a tutti nota, è la storia di Mussolini, catturato dai partigiani mentre travestito da soldato tedesco cerca di raggiungere il confine svizzero, fucilato e appeso a testa in giù in un distributore di piazzale Loreto a Milano. Se il dittatore cade, Piacentini resta e naviga, in buona compagnia, verso altri lidi, rimanendo però identificato come l’«architetto del regime». Nel dopoguerra, continuerà a lavorare anche ad alcune opere che egli aveva iniziato sotto il fascismo e che vengono completate dallo Stato repubblicano, prime fra tutte via Conciliazione e l’E42”.

Com’è ovvio, al centro dell’interesse di Mussolini per l’architettura c’è Roma, ed è a proposito delle nuove opere per Roma che si sviluppano le discussioni sul linguaggio architettonico e sulla preferenza del duce inizialmente per l’architettura moderna e poi, a mano a mano, e non senza brusche sterzate, per quella classica, tradizionalista, e infine, per uno stile propriamente fascista, in grado di richiamarsi al glorioso passato della Roma imperiale, ma al tempo stesso, “espressione autentica della modernità”. L’E42 dovrebbe essere l’occasione per concretizzare l’obiettivo stilistico, e intorno a queste discussioni si consuma la rottura con Terragni, con Pagano e inizia la crisi con Giuseppe Bottai.

Prima di concludere, mi permetto solo un’osservazione. Il libro di Nicoloso si occupa di architettura, inquadra correttamente le questioni dell’architettura nelle vicende politiche e culturali del ventennio, ma trascura del tutto l’urbanistica, la legge del 1942, il paesaggio oggetto della legge del 1939. Mussolini urbanista, un testo fondamentale di Antonio Cederna (l’anno scorso ristampato da La corte del fontego), è appena citato. Il piano regolatore del 1941 è frequentemente menzionato come lo strumento con il quale si sistemavano compiutamente le idee di Mussolini per la Roma del dopoguerra (da piazza Venezia all’E42, al Lido), ma non si ricorda che per l’attuazione di quel piano era previsto l’esproprio preventivo e generalizzato di tutti i 12 mila ettari appositamente perimetrati, a cavallo della via Imperiale, dov’era prevista l’espansione di Roma verso il mare. Piero Della Seta e Roberto Della Seta in un testo fondamentale (I suoli di Roma, Editori riuniti, 1988) hanno analizzato approfonditamente la politica fondiaria del fascismo, smentendo le interpretazioni correnti circa la continuità fra l’urbanistica fascista e quella dei governi democristiani, arrivando a concludere che “lo strapotere della grande rendita fondiaria è una novità del dopoguerra, non del fascismo”. L’emancipazione dagli interessi speculativi è stata evidentemente una condizione essenziale per consentire all’architettura di svolgere al meglio quella funzione rappresentativa e simbolica che Mussolini le attribuiva.

Ho cominciato citando le prime righe, concludo riportando quasi per intero l’ultima pagina del libro, dove Nicoloso amaramente registra una sorta di rivincita del fascismo, a partire proprio dall’architettura. È in sostanza la presa d’atto di una più generale crisi della cultura e della politica (a cominciare, secondo me, dalla sinistra) che non hanno saputo fornire all’opinione pubblica italiana, e ai giovani soprattutto, un’alternativa efficace alla «fascinazione» fascista. “Le ataviche e mai sopite pulsioni degli italiani a coltivare – scrive Nicoloso – sempre e su tutto, i propri interessi «particulari» e a mostrare disinteresse verso ciò che rappresenta il bene comune sono tra le ragioni profonde di uno strisciante deficit di democrazia che debilita il paese. L’architettura del passato, con la sua funzione simbolica, può funzionare da antidoto contro questo processo di disgregazione identitaria. Ma è possibile rafforzare la sensibilità comunitaria, e fare così fronte a queste spinte centrifughe, andando ad attingere la memoria da un patrimonio architettonico contaminato, tutt’altro che espressione di una civiltà superiore? È possibile, in altre parole, curare un paese in crisi di democrazia, identificando figurativamente la propria memoria storica in edifici, simboli di una dittatura che educava e praticava un profondo odio antidemocratico?”. E così conclude: “dopo un periodo di silenzio, quell’architettura monumentale ha ripreso a svolgere la sua funzione più intima, di azione demagogica sulle masse. Molti italiani tornano a subire una rinnovata fascinazione per le città e i palazzi «costruiti dal duce», che li introduce verso un giudizio tendenzialmente assolutorio nei confronti di un passato, in parte defascistizzato. Di nuovo l’«arcana potenza» di quest’arte ritorna a produrre suggestioni collettive. Alla fine, il disegno di Mussolini, di parlare ai posteri del fascismo attraverso l’architettura, appare dunque vincente”.

Il disegno di Mussolini è vincente anche nelle istituzioni repubblicane, e in anni recentissimi. Nel 2001, la via dei Fori imperiali, realizzata grazie al più inaudito sventramento degli anni Trenta (da Nicoloso ricordato solo sommariamente), è stata sottoposta a vincolo monumentale con la motivazione, tra l’altro, che quella sistemazione è “un’immagine storicamente determinata che rappresenta il volto della Capitale laica per tanti anni ricercato e finalmente […] raggiunto”.

Caro Eddy,

un contributo a questa un po’ farsesca vicenda del voto utile mi sento di darlo.

Intanto in democrazia ogni voto è utile; persino chi non vota consapevolmente o chi vota scheda bianca o nulla è utile.

Inutili sono solo coloro i quali non vanno a votare perché distratti o perché ignorano: e il fatto che in molte elezioni i votanti siano pochi è uno dei frutti avvelenati del “rinnovamento della politica” come è stato fatto dopo la crisi della “prima Repubblica” (assieme alla liquidazione della Resistenza).

Anche chi vota a destra dà un voto utile in democrazia e anche chi vota Turigliatto, ovviamente.

Il sale della democrazia sta nel conquistare il voto di chi ha fatto scelte diverse, a partire da quei ceti popolari che votano la destra e si sentono più rappresentati da Berlusconi che dalla sinistra o dal Partito Democratico.

E infatti ciascuno di noi vuol dare un voto “giusto”, un voto che lo rappresenti in primo luogo e che serva a dare peso e voce alle proprie idee e ai propri principi, ai propri interessi ed alle proprie speranze.

È questa una delle ragioni per cui resto fortemente a favore di un sistema proporzionale che dia espressione al diritto fondamentale della democrazia rappresentativa: quella di essere rappresentati appunto (per molto tempo ci è stata propinata la minestra della inderogabile esigenza della governabilità, che è un fatto tecnico, rilevantissimo se si vuole, ma non un diritto democratico e che può essere raggiunta anche con la rappresentanza estesa e generale, come si può dimostrare).

Ma su questo non voglio insistere.

Per chi è di sinistra il voto a Sinistra Arcobaleno è un voto giusto.

Anche a questa Sinistra Arcobaleno, che a ragione, ma un po’ ingenerosamente, ci sentiamo in diritto di criticare; ed abbiamo il dovere di farlo.

Un po’ ingenerosamente dico, perché i processi politici sono complessi e contraddittori, e una forza politica di sinistra, adeguata a questo mondo e alle crisi che lo attraversano, non nasce armata di tutto punto dalle ginocchia di Giove; ha bisogno di tempo, di riflessioni, di mettere in discussione certezze e vecchiumi, di costruire una nuova militanza, di fantasia e coraggio.

Chi di noi è senza peccato ….

Ingenerosamente, ma a ragione dico, perché una maggiore audacia, una più larga apertura, una capacità del ceto politico di fare un passo indietro, avrebbero consentito un vero entusiasmo, una mobilitazione più convinta, un’argomentazione più efficace e quindi un risultato elettorale più importante.

Ma qui ed ora si balla.

E per ballare possiamo passar sopra al fatto che il nostro partner abbia scelto il vestito giusto o le scarpe più adatte, sempre che sia quello il partner con cui ci va di fare un giro di danza.

È evidente che evitare la scomparsa della sinistra politica, cercare di impedire la sua irrilevanza, è un obiettivo utile alla democrazia.

Io credo che tra i candidati del Partito Democratico ci siano molte persone per bene e che soprattutto ci siano molte persone per bene tra gli elettori del Partito Democratico: io, un po’ per scherzo, li chiamo “compagni che sbagliano”; a loro in primo luogo facciamo del bene, votando Sinistra Arcobaleno.

Avranno una sponda, degli interlocutori, un sostegno alla loro voce (se avranno voglia di parlare), a loro per primi converrebbe (servirebbe, sarebbe utile) votare Sinistra Arcobaleno.

Questo direi, e non mi infognerei in complicati tecnicismi sui seggi del Senato; spostare qua un voto per prenderne uno di là, scegliere sulla base dell’ipotesi che se io scelgo così allora, sulla base di quel sondaggio, si potrebbe determinare un “paradosso dell’Alabama” (chi – come me – è appassionato di sistemi elettorali sa a cosa mi riferisco) per cui chi prende più voti avrebbe così meno seggi o viceversa; non voglio farlo, anche se è così: tecnicamente votare Sinistra Arcobaleno conviene per far avere meno seggi a Berlusconi al Senato, ma non voglio parlarne.

Perché serve una sinistra politica si potrebbe chiedere? Non bastano i movimenti? Non basta il conflitto sociale?

Per chi di noi è più vecchio e ne ha visti di movimenti sociali imponenti fallire i loro scopi e scomparire, la risposta è evidentemente no.

Non basta una sinistra politica, certo, ma non bastano i movimenti: se non si sposta anche il quadro delle norme, se non si consolidano e sanciscono risultati anche istituzionali, i movimenti sono destinati a svanire: non solo: l’astuzia della storia può rovesciare nel loro contrario queste spinte.

Oggi serve vivere.

Ma si può vivere anche filosofeggiando.

Si può vivere votando a sinistra e provando a ragionare sul che fare.

Propongo a me stesso e a chi di noi ha dubbi e perplessità di andare a votare e di votare a sinistra; e subito dopo sedersi in una panchina a leggere; vorrei che su questo invece ci dividessimo e discutessimo a lungo, sulla lettura da scegliere.

Io ho una proposta, che è nella mia storia personale e riguarda uno dei miei “eroi” preferiti: un articolo di Albert Einstein: se leggete il suo saggio “Why socialism” pubblicato sulla Monthly Review del Maggio del 1949 dopo aver votato a sinistra, scoprirete che avete avuto ragione.

Che mille panchine fioriscano!

Ciao,

ABC

Mi sbaglierò, ma contro l'evidenza dei numeri sono convinta che l'esito del voto di domenica sia del tutto aperto. Dire che la società italiana abbia trovato l'energia per archiviare Berlusconi e il berlusconismo sarebbe azzardato; ma percepire una diffusa stanchezza per l'uno e l'altro, nonché per la sceneggiatura urlata e inconsistente della politica nell'infinita transizione italiana, invece è realistico. Non l'energia, ma un vago desiderio di cambiare plot c'è. E Walter Veltroni, con la sua creatura del «nuovo» Pd, la intercetta. Che poi sia anche capace di interpretarla sensatamente, è tutto un altro discorso. E come si configurerà la scena politica italiana da lunedì prossimo in poi, con questa nuova presenza operativamente in campo e una nuova sinistra che è ancora una promessa, è il problema. Vorrei cercare di interrogare la diffusa incertezza sul voto di cui tutti i sondaggi parlano a partire da qui.

Con la gestione veltroniana - la più organica alla sua natura - il Pd si è rapidamente configurato come un partito che rompe definitivamente il cordone ombelicale con la sinistra europea novecentesca, portando a compimento l'interpretazione più radicale dell'89 italiano. Se avesse potuto prevalere un'altra curvatura della svolta del Pci, è una questione che ormai riguarda gli storici. Dire che il nuovo partito è un partito di centro è vero ma non dice nulla di come questo «centro» sarà fatto. La Dc era un partito di centro; ma il Pd sarà una sorta di nuova Dc? No, perché se da un lato ne mutua l'interclassismo, i toni rassicuranti, la trasversalità del messaggio e il trasversalismo delle cooptazioni, dall'altro non ne prende il radicamento popolare, né l'organicità cattolica (malgrado le genuflessioni teodem), né il linguaggio, la filosofia delle alleanze e via dicendo. Sradicato a sinistra, il nuovo partito non per questo è radicato in una tradizione centrista. E' un centrismo di tipo nuovo, che notoriamente guarda più al modello americano che a quello europeo. Ma la società e la politica italiane sono davvero sulla via di una compiuta americanizzazione?E se sì, che cosa comporta questo per l'azione collettiva?

Per quanto vaga e allusiva, questa domanda è cruciale per capire che cosa si agita nell'arcipelago di una sinistra sociale diffusa che non ha deciso che cosa votare, o che ha deciso di non votare (salvo la spinta dell'ultim'ora di un altro voto contro Berlusconi) . L'offerta del Pd non la riguarda; quella della Sinistra Arcobaleno non la mobilita. Bisogna chiedersi seriamente perché, facendo la tara di una serie di motivazioni - la delusione per l'esperienza di governo, la non immunizzazione del ceto politico della Sinistra dalla dequalificazione di tutto il ceto politico, i ritardi, soprattutto culturali, nel processo di costruzione del nuovo soggetto - che tutte insieme non bastano a sostenere una scelta astensionista. Se di queste si trattasse, l'astensione sarebbe banalmente interpretabile come un comportamento passivo di rifiuto della degenerazione della politica. Mentre stavolta, a mio avviso, si tratta (almeno in parte) di un comportamento attivo, che alla Sinistra vuole dire qualcosa. Che cosa?

A mio avviso, che è proprio l'argomento più usato dalla Sinistra in questa campagna elettorale - la necessità di salvaguardare l'esistenza e il peso di una forza di rappresentanza politica della sinistra - a non essere autoevidente, e a dover essere dimostrato. In questione, insomma, non è tanto la capacità o l'inadeguatezza del partito, o della federazione o di quello che sarà, in costruzione; è il modello della rappresentanza politica in sé e per sé, e a prescindere dalla crisi del ceto politico che oggi la incarna. Si può fare politica - questo è il messaggio attivo dell'astensione - fuori dallo scenario della rappresentanza, e comunque derubricandone al massimo la rilevanza. Con il che siamo di nuovo alla questione di poco fa: la tendenza è anche in questo caso verso un modello, grosso modo, americano, dove le istanze radicali si esprimono in azioni sociali e culturali a prescindere dalla mediazione rappresentativa, e contrattando spazi di agibilità pubblica con il governo non migliore, ma meno peggiore possibile?

Si tratta di una questione grande, su cui precipitano decenni di crisi della rappresentanza. Il cambiamento indotto nel sistema politico italiano dal Pd la accelera. A sinistra bisognerebbe discuterne con meno veli di quanti ne stenda l'urgenza del voto. L'onere della prova infatti spetta a tutti. Chi chiede consensi in nome della salvaguardia della rappresentanza deve dimostrarne l'efficacia per il futuro. Chi pensa di poterne fare a meno, deve esercitare l'inventiva su pratiche politiche extrarappresentative a loro volta efficaci (come almeno il femminismo s'è sforzato di fare). Le due strade possono divaricare. Ma possono anche coesistere e alimentarsi a vicenda. Vale la pena pensarci, prima di rifiutare la scheda.

A una settimana dal voto, tutto è stato detto dai leader. Dai microfoni su piazza e in tv. Tutto di basso profilo, qualche bugia, qualche furberia ma il quadro è chiaro. È il momento di pensare da soli, elettori maschi e femmine e giovani che avranno la scheda per la prima volta. Non affidiamoci agli umori, quelli che piacciono ai sondaggi. Come è successo al tempo del «Silvio facci sognare», lo slogan più scemo del secolo. Siamo alfabetizzati, abbiamo non solo speranze e delusioni ma comprendonio e memoria. Gli elementi per valutare a chi dare il voto ci sono tutti, nel presente e nel passato prossimo. Facciamo parlare i dati di fatto.

1. L’ultimo, arrivato fresco fresco dal Fondo Monetario Internazionale è che l’Italia è a crescita zero (0,3). E non è la crescita zero preconizzata dagli ecologisti, cioè una selezione degli investimenti che protegga e risani l’ambiente. È crescita zero nell’insieme caotico dell’attuale modello, crescita zero nell’occupazione, crescita zero del potere d’acquisto. Sarebbe utile che si incazzassero i candidati premier di fronte alle loro trovate, tipo: con me, mille euro mensili a ogni precario. Ottimo. Chi li paga? L’azienda che lo ha assunto per dodici giorni al mese? Gli intermediari, Adecco o Manpower? La cooperativa fasulla che lo costringe a essere socio-lavoratore o niente? Lo stato? E da dove fa entrare i soldi? Visto che nessuno propone di accrescere le tasse. Eppure si dovrebbe almeno redistribuirne i carichi, toglierli ai ceti più deboli, aggravare quelli più forti, bastonare un po’ le operazioni finanziare - ma tutti sono contro. E poi la Banca centrale europea di una sola cosa ha paura - che il potere di acquisto aumenti e si riaffacci l’inflazione… chi mangia poco continui a digiunare, per favore.

Nell’ultima settimana si sono ventilati ottocento o mille euro minimi di pensione al mese. Sette anni fa Berlusconi ne aveva promessi mille. Poi s’è visto che ne avevano diritto solo quelli in tardissima età e condizioni più disastrate. L’estate scorsa tutti salvo l’abominevole «sinistra radicale» hanno strillato che l’Inps era in deficit, e sulla parola di Epifani i pensionati hanno votato in massa come se fosse vero. E intanto né Berlusconi né Veltroni né Casini accennano a mettere un tetto alle pensioni superiori a una certa cifra – tipo Banca d’Italia e altre. Forse redistribuire non basta, ma sarebbe una misura di decenza.

2. La recessione è in arrivo. Già imperversa sugli Usa, la Fed riduce i tassi, tutti sono preoccupati salvo Repubblica, quotidiano di Veltroni, che ha pescato a Cernobbio quattro persone (per la verità tre e mezzo, Spaventa è più cauto) disposte all’ottimismo. Sta arrivando in Europa e che significherà per l’Italia? Berlusconi, in un sussulto di sincerità, ha promesso lacrime e sangue - a tutti, meno ai ricchi cui ridurrà le tasse. Ma che significa l’arrivo d’una recessione su un paese che è già a crescita 0,3? In un’Europa a crescita 1,3 se va bene?

Fra poco nessuno sarà in grado di pagare quel che importa e di farsi pagare quel che esporta. Per quale altro motivo la Cina sostiene il dollaro? In questo quadro l’occupazione – che per salire avrebbe bisogno almeno d’una crescita del Pil attorno al 3% (dieci volte di più dell’attuale in Italia) – non crescerà. Già gli occupati dichiarati dalle statistiche erano per almeno un quarto fasulli, mezzi-posti o quarti di posto del precariato, forma di disoccupazione travestita. Ormai trentenni già diplomati, laureati o dottorati, (se non in qualche disciplina scientifica per la quale c’è sbocco fuori dall’Italia) , figurarsi i non diplomati, sono ancora in cerca dell’impiego per il quale hanno studiato, pesano sui genitori, e non pochi si accingono a montare un bar o un’impresina del genere, perlopiù in subappalto, per rendersi indipendenti, sposarsi, fare un figlio. E poi ci si duole che le intelligenze se ne vadano e la natalità resti bassa.

3. Dagli anni ’90 tutti i partiti, eccettuata Rifondazione e pochi altri, hanno piegato la testa al vecchio diktat liberista: lo stato non metta il becco in economia. Capitali e lavoratori, vanno lasciati al mercato e al suo occhio invisibile. Ah sì? Oggi l’occhio del mercato ha come minimo la congiuntivite acuta. Se no non saremmo a questo punto (dovrei scrivere «nella merda»). Anche gli europei lo sono, appena un po’ meno la Germania perché ha difeso la qualità del prodotto e la Francia perché al mercato sottrae ogni tanto qualcosa. Ma la Commissione Ue strilla subito al protezionismo (sottace soltanto l’uso degli Stati Uniti delle spese militari a mo’ di enorme offerta). E infatti il miliardario indiano Mittal s’è mangiato l’acciaio francese, non perciò pagando i lavoratori indiani come in Francia, ma proprio perché li paga quattro volte di meno. Da noi, i liberisti si rallegrano che l’Italia debba lasciare l’Alitalia a Air France-Klm, i sindacati sembrano accorgersi solo ora della gestione sciagurata dell’azienda della quale sono i soli a pagare il prezzo, la destra sanguina per l’«italianità» perduta, Berlusconi tira fuori conigli dal cilindro per far voti, l’insieme fa pena.

Non solo. Lo stato non ha da metter becco nell’economia, ma soldi nelle imprese sulla semplice fiducia che creeranno nuovi posti di lavoro. Così i furbetti prendono i soldi, alzano capannoni e se la filano senza aver assunto nessuno o licenziando subito. Non ci sono controlli. Ma non impossibile a sapersi: ce lo dice Report, cifre, nomi, luoghi, anni – ma anche noi telespettatori siamo strani, non so, non ho visto, se c’ero dormivo. L’Italia ha smesso di avere industria pubblica per dare i quattrini ai privati, che li prendono e scappano.

Quanti? Vorrei saperlo, e anche perché, invece che spendere a destra e a sinistra senza controllo, lo stato non ha a suo tempo raddrizzato Alitalia. Non mi si dica che è colpa dei sindacati che non accettavano 2000 «esuberi». Se Air France la può comprare, come ha già fatto con la compagnia olandese, perché non lo ha fatto la nobile imprenditoria italiana? E magari, ahinoi, lo stato di cui sopra? Alla sottoscritta di una compagna di bandiera non importa niente, dei suoi lavoratori molto. Perché devono subire e pagare per le nefandezze di chi li ha gestiti? Il loro paese li deve difendere, e così i loro sindacati. Ma come possono farlo senza discutere la strategia dell’impresa? Se l’ideologia oggi in voga dice che proprio non si può, perché i leader della destra e del centro non dicono al microfono: «Lavoratori! Cavatevela! Noi sulle scelte delle imprese non siamo in grado di interferire! Né lo vogliamo!». Almeno così l’elettore lo sa. E’ vero che potrebbe saperlo lo stesso, siamo nell’epoca della comunicazione totale, e rammentarlo al leader del Pd quando questi gli predica con voce commossa che padroni e dipendenti pari sono e hanno lo stesso identico interesse.

4. Ci dicono che bisogna tagliare la spesa pubblica. Dove? La teoria liberista dice che lo stato deve intervenire solo dove il privato non arriva. Ebbene, si diano ai privati scuole e sanità, e più o meno sottobanco i soldi per gestirseli da aggiungere ai costi che il cittadino deve pagare. Erano diritti? Ebbene, prendiamoli come semplici raccomandazioni. Non che in Italia sia enunciato così chiaro,ma largamente praticato. Due giorni fa il presidente francese Sarkozy ha deciso di «modernizzare » lo stato, cioè ridurne energicamente le spese, ogni due funzionari che se ne vanno, se ne prende uno solo. Peccato che la maggioranza dei funzionari siano nella scuola. Si dimezzino lo stesso. E poi a Lisbona hanno detto e sottoscritto che educazione e formazione sono l’asse della nuova Europa.

Da quel che si capisce, soltanto le spese militari aumenteranno. L’Europa avrebbe finalmente il permesso degli Stati Uniti per fare la sua forza di difesa da aggiungere, si suppone, alle «missioni», parola con cui si nascondono le partecipazioni alle imprese belliche di Bush. Ecco un intervento statale ammesso: servono anche per dare impieghi, contratti detti condizioni di ingaggio, che stanno diventando sempre più strani. Vedi l’ammazzamento di Calipari.

5. Non dimentichiamo la sicurezza. Gli italiani sono buoni ma non amano essere assillati tutti i giorni dall’extracomunitario – pardon anche dal comunitario romeno – appena mettono il naso fuori di casa. Per la sicurezza sono disposti a spendere, gli elettori di nove decimi dell’arco politico, quel che non vogliono più spendere in beni pubblici o in solidiarietà – diciamo che la sicurezza è il solo bene pubblico da privilegiare. E i candidati premier di destra e di centro e democratici non se ne privano. A Milano si fanno i pogrom contro i campi nomadi, e quella illuminata città non fa una piega. Da Roma Veltroni ha ottenuto in 48 ore non solo una calata di polizia contro un insediamento romeno, ma una legge che facilita le espulsioni, e sarebbe peggiore se la sinistra «estremista» non l’avesse parzialmente corretta.

La sicurezza è un tema imbroglione. Perché chi immigra è perlopiù un marginale e quindi malvisto. E come no? Chi viene senza un contratto di lavoro – ma come farebbe ad averlo da fuori, da lontano, senza appoggi perché si muovono i più disgraziati – si deve poter mandar via, perché se non ce la fa si muove sull’orlo della legalità, e magari ne esce, e alimenta lamicrocriminalità. Di chi sono piene per due terzi le italiche galere? Di immigrati. I quali servono, e come, alle imprese, anche se in nero, per cui il cavaliere ha pensato persino di dargli un voto amministrativo – arretrando subito davanti alla Lega su tutte le furie. L’attuale società afferma di essere per i diritti umani,ma produce marginalità, la sbatte in galera, produce crisi e bisogni crescenti nel resto del mondo e però tenta di bloccare l’immigrazione.

Intanto l’occidente abbassa di anno in anno i già modesti aiuti che davano ai paesi di provenienza.

6. I costi della politica. Ecco un punto che unifica, a quanto sembra, gli italiani: la politica costa troppo, ma soprattutto gli addetti alla politica trovano il modo di compensarsi troppo. Falso? No,vero. Da quando? Dagli anni Settanta in poi, per salari da capogiro da una legislazione all’altra. Meno i politici sono stati apprezzati, più sono stati pagati. Facciamo l’esempio che conosco: il mio. Per essere stata cinque anni deputata (1963-1968) ricevo un vitalizio che oggi è di 2.162 euro netti. Si chiama vitalizio perché non si sommino due pensioni – la mia dell’Inps è 850 euro. Non so come sarei vissuta senza, ma ammetto che se me lo togliessero non oserei aprir bocca. Ma, negli anni Ottanta sono stati in molti a sostenere che se un deputato non veniva pagato bene, si sarebbero candidati solo i miserabili. No, la retribuzione per l’incarico politico, elettivo o no, ha da essere decente ma commisurata al tenore di vita medio del paese, non della sua parte privilegiata. Ma questa verità, che Salvi e Villone avevano scritto per primi,ma nessuno ha ascoltato finché non l’hanno ripetuta quelli del Corriere della Sera – non può servire da grimaldello per cambiare le Costituzione, perché diciamola tutta, quando Veltroni e Berlusconi litigano o si accordano per le riforme delle istituzioni, non intendono solo la legge elettorale né che si tratti di abbassare i costi delle Camere e dei ministeri. Si tratta di andare verso una repubblica presidenziale. Ci sono riforme e riforme: quando si sente la parola, bisogna chiedere: Scusi, precisiamo?

7 e finale. Ecco dunque altri sei punti, oltre quelli trattati finora dal povero gatto del lunedì - su cui ci sono state più oscurità che chiarezze nella campagna elettorale. O qualche chiarezza, se c’è stata, fa paura. Chi legge, ci pensi. Siamo a una svolta della storia italiana, vorrebbe esser la conclusione del 1989. Tabula rasa della sinistra. Per conto mio, tanto perché sia chiaro, voterò Bertinotti. So bene che la Sinistra Arcobaleno non ha dato tutte le risposte, ne ha date, siamo sinceri, solo alcune. Ma è la sola ad avere posto questi problemi. Ed è per questo che la si vuole cancellare dalla scena politica. Il più accanito sembra il Pd, come succede quando si ha che fare con il proprio passato, che non si riesce a elaborare e si vorrebbe liquidare. Bisogna essere ben obnubilati dalla passione, e forse da una certa angoscia, per accusare Bertinotti di aver «segato» l’albero di Prodi. Come fosse stato lui ad averlo fatto cadere, invece che Mastella, Dini e soci. Lasciamo andare. Io voto Bertinotti perché voglio che una sinistra seria e non pentita resti su piazza. E perché la Sinistra Arcobaleno intende rielaborare tutto quello di cui sopra, e prima, e altro. Non sarà semplice, non dovranno essere loro soli. Tutti portiamo qualche livido addosso. Ma non siamo morti, né staremo zitti.

L'articolo di Vezio De Lucia a proposito delle prossime elezioni politiche ha indotto un gruppo di urbanisti a redigere su quella base un appello, e altri a firmarlo.

Sappiamo tutti che le elezioni politiche del 13 e 14 aprile sono decisive per la società italiana. Ma siamo convinti che è in gioco soprattutto il futuro delle città e del territorio italiani. La vittoria della destra porterebbe sicuramente verso il trasferimento anche formale del potere urbanistico nelle mani di soggetti privati, riprendendo il percorso già avviato negli anni del precedente governo Berlusconi. È una prospettiva drammatica, alla quale fanno da contorno il rilancio indiscriminato delle grandi opere, a cominciare dal ponte sullo Stretto, il ritorno al nucleare e il favore per politiche energetiche ambientalmente insostenibili.

Il Partito Democratico, che dovrebbe essere il naturale antagonista di Berlusconi, si presenta oggi per molti aspetti consenziente con le impostazioni della destra, soprattutto nelle materie di cui stiamo trattando. Quando si legge, nel programma del Partito Democratico, che “l’ideologia della regolamentazione è cattiva consigliera” [vedi postilla] scompare di fatto ogni differenza con il berlusconismo. In un Paese come il nostro, nel quale quasi la metà del territorio è devastata da un abusivismo sostanzialmente impunito, dove gli energumeni del cemento armato continuano a essere i protagonisti, non solo in materia di edilizia, ma più in generale della finanza e dell’economia, com’è possibile che la regolamentazione dell’uso del territorio sia degradata a ideologia? Ci si rende conto dove possono portare ragionamenti siffatti se estesi ad altri ambiti del vivere civile?

Il programma de La Sinistra l’Arcobaleno, ancorché striminzito per quanto qui interessa, lo condividiamo. L’impegno per politiche ambientalmente corrette e il richiamo alla legge quadro sul governo del territorio ci sembrano importanti e qualificanti. E speriamo che siano un’indicazione ad abbandonare il sostegno a politiche speculative e di dissipazione del territorio che i partiti di sinistra e i verdi hanno praticato, anche molto recentemente, come nel caso del recente piano regolatore di Roma.

Se nel nuovo Parlamento l’unica forza alternativa al Popolo delle Libertà sarà quella del Partito Democratico, diventerà impossibile la resistenza alla politica delle grandi opere, della privatizzazione della città e del territorio, della promozione della rendita immobiliare, dell’ulteriore decadenza del potere pubblico. Per impedire che ciò avvenga, per lasciare aperta la strada verso prospettive meno devastanti, i sottoscritti ritengono che sia utile e necessario votare per La Sinistra l’Arcobaleno.

Alessandro Abaterusso, Diego Accardo, Immacolata Apreda, Maria Giovanna Arghittu, Paolo Baldeschi, Dino Barrera, Piergiorgio Bellagamba, Paolo Berdini, Irene Berlingò, Lamberto Bernini, Piero Bevilacqua, Flavia Bianchi, Ivan Blecic, Antonello Boatti, Ilaria Boniburini, Antonio Bonomi, Fabrizio Bottini, Sergio Brenna, Rosalinda Brucculeri, Michele Camporeale, Claudio Canestrari, Vittorio Caporioni, Arnaldo (Bibo) Cecchini, Pino Chiezzi, Gabriella Corona, Donatella D’Arco, Michele De Crecchio, Francesca De Lucia, Vezio De Lucia, Pasquale Di Perna, Agostino Di Lorenzo, Claudio Favale, Maria Teresa Fernandez, Daria Ferrari, Piero Ferretti, Georg Josef Frisch, Ado Grilli, Renato Grimaldi, Anna Guerzoni, Polo Henrici de Angelis, Francesco Indovina, Francesco Lo Piccolo, Giovanni Lupo, Marcello Madau, Roberta Madoi, Alberto Magnaghi, Patrick Marini, Antonietta Mazzette, Lodovico Meneghetti, Maurizio Morandi, Loredana Mozzilli, Paolo Nicoletti, Diego Novelli, Anna Pacilli, Gaia Pallottino, Rossano Pazzagli, Mariangela Perale, Antonio Perrotti, Francesco Pistilli, Valentino Podestà, Fabio Poggioli, Fabrizio Profico, Antonella Radicchi, Raffaele Radicioni, Giulietta Rak, Carla Ravaioli, Sandro Roggio, Maria Teresa Roli, Mariangela Rosolen, Bernardo Rossi Doria, Milvio Sabatini, Edoardo Salzano, Angelo Saracini, Emilio Soave, Marco Turati, Mauro Torriani, Sauro Turroni, Manlio Vendittelli, Giuliana Zagabria.

Postilla

Chiudiamo qui le adesioni all’appello pubblicato giusto un mese fa. Abbiamo raccolto quai ottanta firme di urbanisti o di persone comunque interessate ai problemi delle città e del territorio, ne siamo soddisfatti. Siamo anche soddisfatti per aver in qualche modo contribuito a una significativa correzione del programma del partito democratico. "In tema di pianificazione dell’uso e di governo del territorio, l’ideologia della regolamentazione è cattiva consigliera", quest’affermazione del programma PD l’abbiamo citata nell’appello per denunciare il rischio di confluenza verso il berlusconismo, denuncia condivisa anche da importanti esponenti di quel partito. È successo che, dopo qualche giorno, la frase incriminata è stata sapientemente corretta: cattiva consigliera non è più la regolamentazione ma la deregolamentazione. Benissimo, siamo pienamente d’accordo, e speriamo, subito dopo le elezioni, di poter partire da quest’impegnativa asserzione per riprendere con il Pd il lavoro per la nuova legge urbanistica .

Una storia di territori lontani dalle cronache e dalle emergenze, fatta di paesaggi nei quali si sono sedimentati quell’identità e quel genius loci che li hanno resi riconoscibili e unici e ne hanno conservato assetti agrari e silvo-pastorali che spesso sono riusciti a convivere con gli innesti di modernità, favorendo una migliore qualità della vita e uno sviluppo non onnivoro e più sostenibile.

Nel libro “Una campagna per il futuro. La strategia per lo spazio rurale nel Piano Territoriale della Campania”, curato da Agostino Di Lorenzo e Antonio di Gennaro per le edizioni Clean, c’è, soprattutto, la storia di gran parte della Campania, quella più ampia e consistente, “osso e polpa” allo stesso tempo e a partire dalla quale sarà possibile affrontare le incredibili emergenze ambientali e la rappresentazione distorta dell’intera regione di questi ultimi anni.

Descrivendo le strategie e le linee guida per il paesaggio e il territorio rurale e aperto, elaborate per il Piano Territoriale Regionale (Ptr), il libro questa Campania la racconta e, soprattutto, la fa vedere. Il corredo iconografico e fotografico attinge in buona parte al meticoloso lavoro di studio e di ricerca che Antonio di Gennaro fa da anni sul patrimonio ambientale, agroforestale, naturalistico e, quindi, storico-culturale della regione, integrando l’impegno di archivio con il continuo tentativo di proporre regole, principi, ma anche semplici suggerimenti o allarmate esortazioni per evitare di erodere ulteriormente un paesaggio non soltanto “bello”, ma spesso poco conosciuto, nel migliore dei casi, o semplicemente ignorato da politiche e presunte strategie di sviluppo, in quello peggiore. Un paesaggio volubile, come emerge da alcune analisi contenute nel volume, le cui trasformazioni possono sembrare impreviste: così come la campagna perde peso nella struttura territoriale (-16%), a prendere il suo posto non sono soltanto il tessuto urbano o brandelli di città diffusa, ma anche ampie aree di formazioni boschive o di cosiddetto “terzo paesaggio” (in crescita del 43%), e cioè arbusteti, aree di frangia e di risulta o di dismissione di attività dell’uomo, in cui la risacca della natura ricostruisce lentamente la biodiversità.

Di questo paesaggio, alcune politiche regionali, spesso soltanto presuntive ed evocative di uno sviluppo cosiddetto locale, dove tutto è stato “sviluppo” e dove ogni luogo è diventato“locale”, hanno messo in campo strumenti politico-amministrativi dove il finanziamento a pioggia è stata la regola e le valutazioni finali di quello che si è speso e di come lo si è fatto, sono stati e sono l’eccezione, mettendo in luce un ruolo ancora troppo ambiguo della Regione Campania. Se da un lato, infatti, con il Ptr, si è meritoriamente fornito un quadro unitario di riferimento per le amministrazioni pubbliche, fatto di indirizzi per la tutela paesistico-ambientale e per la creazione di una rete ecologica regionale, dall’altro si sono moltiplicati interventi legislativi derogatori e prepotenti verso il territorio o miopi ritardi nell’attuazione di specifiche normative di tutela, cui forse la recente approvazione della nuova versione del Codice del Paesaggio potrà procurare qualche riparo.

Per il futuro, tuttavia, proprio il quadro di riferimento contenuto nel Ptr dovrà costituire lo strumento per l’integrazione delle diverse politiche regionali ed, in particolare, per la programmazione delle ancora una volta consistenti risorse comunitarie per il periodo 2007-2013 e per la definizione dei piani di settore relativi ad energia, trasporti, rifiuti, cave, ma anche aree produttive, grande distribuzione, logistica.

Un’occasione, quella offerta da questo libro, per una riflessione sulle tante biografie dei diversi territori della Campania plurale che, è utile ricordarlo, ancora non è quella veicolata in giro per il mondo in questi mesi.

Sul sito del partito democratico si trova da ieri il programma di governo del nuovo partito. Era meglio l’annuncio delle 12 azioni di governo! Era meglio il meno del più! Ridotto a slogan, necessariamente semplificanti e parziali, il programma del partito democratico lasciava spazio a interpretazioni e speranze. Poteva essere letto come una prima traccia di un programma ancora da costruire, certo, sbilanciato sul fronte dell’economia e dell’impresa ma giustificato da una congiuntura economica sfavorevole, la recessione negli Stati Uniti, la globalizzazione, si sa come va il mondo.

Adesso è peggio! Non lasciano perplesse solo alcune proposte specifiche del programma, ma è l’ambizione del testo a destare la preoccupazione maggiore. Anche il programma dell’Unione aveva l’ambizione di essere onnicomprensivo, era però costruito in centinaia di incontri con tutte le parti della società (vi ricordate la fabbrica del programma?). Oggi, invece, i 4 problemi dell’Italia, i 10 pilastri del progetto, le 12 azioni di governo, sono frutto soltanto di una ristrettissima cerchia di dirigenti di partito. Non è anche questo un problema di qualità della democrazia?

Con il suo programma, il partito democratico sembra voler smarcarsi soprattutto a sinistra. In certi passaggi si percepisce l’euforia di chi, abbandonato anche l’ultimo riferimento alla propria storia, si sente finalmente libero di dire ciò che pensa veramente – e, verrebbe da dire, lo fa con una retorica quasi futurista, contrapponendo alla pesantezza del reale l’effimero dell’ossimoro: l’efficienza economica si trova nella crescita, la disuguaglianza si affronta con il mercato, l’ambientalismo si risolve nell’imperativo del fare.

Delle ideologie del secolo passato si mantengono solo quelle peggiori. “L’economia fornisce il metodo, ma l’obiettivo è cambiare l’anima” ebbe a dire Margareth Thatcher. Questo sembra essere diventato il leitmotiv. Nulla è rimasto di quell’embedded liberalism che era la sostanza del programma di Prodi: sviluppo sì, ma sostenibile. “Noi crediamo che la tutela dei beni comuni ambientali e la valorizzazione dei territori siano ormai un cardine della civiltà contemporanea, nonché un criterio generale per orientare lo sviluppo sociale ed economico”. La nuova parola d’ordine è, invece, infrastrutture moderne e quindi sostenibili. La modernità come sinonimo di sostenibilità!

È vero, l’Italia ha bisogno di nuove infrastrutture. Ma insieme ha bisogno di un nuovo patto tra cittadini e istituzioni, ha bisogno di una nuova fiducia nell’amministrazione pubblica. Non c’è bisogno di meno Stato ma di uno Stato più autorevole, capace di gestire la cosa pubblica in modo trasparente e democratico. È certamente vero che servono gli inceneritori: ma per bruciare quel che resta dopo la raccolta differenziata; è certamente vero che servono nuove linee ferroviarie: ma per rispondere a un oggettivo bisogno di mobilità; è certamente vero che servono nuovi impianti per la produzione di energia: ma non quelli a maggiore impatto sul territorio.

Nel programma del partito democratico, la risposta ai problemi oggettivi del nostro Paese sembra essere, invece, tutta improntata su facili, per quanto demagogiche scorciatoie. Ancora una volta, le risorse ambientali e territoriali sono destinate a soccombere alle politiche economiche. Ciò è particolarmente evidente in almeno tre punti del programma:

- alla lettera b) del primo punto torna la svendita del patrimonio pubblico con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico – e Tremonti ringrazia;

- alla lettera a) del punto 5, nel capitolo dedicato all’ambientalismo del fare, compare il nucleare – ma i nostri politici lo sanno che la Germania della cancelliera Markel, non più di due mesi fa, nel proprio programma per il clima ha tassativamente escluso lo sviluppo di nuovi impianti nucleari?;

- infine, alla successiva lettera b), si preannuncia la fine della pianificazione urbanistica come la conosciamo oggi: “in tema di pianificazione dell’uso e di governo del territorio, l’ideologia della regolamentazione è cattiva consigliera”. Ma in che modo, e soprattutto chi sceglierà allora fra tutela del territorio e sviluppo urbano? Si preannuncia una privatizzazione del governo del territorio anch’essa già proposta dal precedente governo di centrodestra?

È difficile credere che ogni riferimento alla sostenibilità ambientale nel programma di Prodi sia stato esclusivo appannaggio della sinistra radicale e che, con la dissoluzione dell’Unione, si sia dissolto anche la coscienza ambientale del partito democratico. Pur comparendo tra i dieci pilastri del programma, fra le azioni di governo la sostenibilità ambientale non è però mai citata. Da un partito riformista che comprende autorevoli esponenti dell’ambientalismo italiano, ci si doveva aspettare un impegno diverso. Ma soprattutto ci si doveva aspettare una maggiore assunzione di responsabilità per il nostro Paese e per le generazioni future. Ma forse c’è ancora tempo.

Scrive Giuseppe Palermo
“Voto giusto o voto utile?”

Caro Eddy, sono appena tornato a Roma e ho letto il tuo pezzo sul "chi votare e perché", le cui conclusioni condivido (nel senso almeno che sono d'accordo sul "chi" votare, quanto al "perché" avrei delle motivazioni in parte diverse, ma questo sarebbe un discorso lungo e nemmeno interessante, che tralascio). La questione che ti sottopongo è invece un'altra e riguarda il sistema elettorale che ci è imposto, i cui effetti micidiali già noti sono ora accentuati dalla decisione di Veltroni di competere da solo. Voglio dire che purtroppo gli appelli al cosiddetto "voto utile" non sono soltanto l'ovvio espediente di chi come lui questo voto ha interesse a chiederlo, ma hanno almeno in parte un fondamento oggettivo. L'esito paradossale di tali ragionamenti per noi sarebbe che, se si vuole evitare la catastrofe di una vittoria di Berlusconi (con successiva sua ascesa alla Presidenza della Repubblica) bisognerebbe rassegnarsi a votare, in modo difforme dalle nostre convinzioni, per il Pd. Così argomentano, ad esempio, Paolo Flores d'Arcais, che pure non nasconde tutto il suo disgusto per quel partito, e, non diversamente nella sostanza, il politologo Ceccanti sull'Unità (vedi allegato). La lettura di quei due articoli mi ha messo in crisi nera, anche se forse le cose sono ancora più complicate, e cioè in definitiva il voto realmente "utile" sarebbe condizionato dal dove si vive e si vota (vedi intervento sul pezzo di Flores: con riferimento a un altro interessante articolo del Sole-24 Ore (pure allegato). Seguendo costoro, nel mio caso e votando io a Roma, farei - forse - bene a scegliere SA (almeno al Senato), ma il discorso sarebbe diverso in altre regioni. Il che non mi tranquillizza affatto, senza dire che per me la crisi si ripropone per l'elezione del sindaco di Roma, dove sono assolutamente deciso a non scegliere Rutelli (appoggiato sia da Pd che da SA), almeno al primo turno, a costo di votare per una lista civica, anche se alla fine dovrò farlo al ballottaggio. E se votassi in Sicilia, avrei gli stessi dolori di pancia con la Finocchiaro, candidato unico di tutta la sinistra, sapendo quale festa sarebbe per le lobbies affarististiche trasversali (basti ricordare il caso della Disneyland di Regalbuto, da lei favorita, o quello del ripescaggio del suo amico Salvo Andò, in cui è impegnata da tempo). Dei brutti compromessi sono quindi inevitabili. Se hai tempo di leggere questa roba dimmi che ne pensi. A me il discorso del voto "giusto", succeda poi quel che succeda ("fai quel che devi, avvenga quel che può"), non mi convince, e in questo almeno credo che Flores abbia ragione. Certo però che, come che vadano le elezioni, con Veltroni bisognerà fare i conti e fargliela pagare, e tanto più se col suo comportamento ci ha rubato il voto in modo così infame, riducendoci ad extraparlamentari.

Risponde Edoardo Salzano

“Dipende dall’obbiettivo: per me giusto è utile”

Caro Giuseppe, ti ringrazio molto della tua lettera, che mi permette di toccare alcuni punti rilevanti che nella mia “dichiarazione di voto” avevo trascurato. Intanto, voglio dirti che concordo con il giudizio che dai su Veltroni: “ci ha rubato il voto in modo infame”, e tenta di ridurci ad extraparlamentari. Tenta: non ci è riuscito. Ci riuscirà solo se gli lasceremo campo libero, solo se cadremo nella trappola del suo ricatto, solo se la lista di sinistra non entrerà in Parlamento. Questa sembra a me la prima ragione, la più immediata, per votare a sinistra: far fallire il disegno di Veltroni. Perché il suo disegno è proprio questo: non è battere Berlusconi, è far scomparire tutto quello che c’è alla sinistra del suo pensiero, della sua ideologia.

Eppure, dovrebbe aver capito che Berlusconi in Italia, non si vince spaccando il fronte di centro-sinistra. A questo proposito mi hanno colpito le riflessioni di Asor Rosa sul manifesto di ieri, là dove affermava la convinzione “che l'Italia possa essere decentemente governata (se non temessi l'enfasi, salvata) solo da quel complesso di forze che in Italia costituisce il centro-sinistra «storico» e che, per intenderci, va da Fanceschini a Migliore”, dagli eredi della DC a Rifondazione comunista. Asor Rosa non lo precisa, ma quel centro-sinistra non è molto distante da quello che si definiva “arco costituzionale”: quell’insieme di forze, ideali, interessi, che erano nati dall’antifascismo e dalla Resistenza e avevano scritto i principi del loro accordo storico nella Costituzione del 1948. In realtà, il primo passo del percorso strategico di Veltroni è stato proprio l’aver incoraggiato, se non promosso, quella silenziosa cancellazione dell’antifascismo, della Resistenza e della costituzione che è grosso modo coevo all’ascesa di Berlusconi.

A ben vedere, Veltroni ha giocato nei confronti della sinistra ex comunista lo stesso ruolo che Craxi giocò nei confronti dei socialisti: ha portato gran parte della sua formazione originaria verso un orizzonte che oggi possiamo definire neoliberista. E gli slogan sono gli stessi: modernizzazione, mercato, crescita. Sarebbe interessante indagare su chi siano i “poteri forti” e gli interessi economici cui si riferiva ieri l’uno e si riferisce oggi l’altro.

Io non so quanti riescano a vedere oggi Veltroni quale a me sembra che sia. Credo però che molti di quanti oggi sono vicini al PD, o che comunque voteranno per questa formazione, soffrono un disagio simile a quello che proviamo noi. Ed è anche per questi, per le donne e gli uomini di sinistra che sono confluiti del PD ma si rendono, o si renderanno conto, di viverci male che dobbiamo lasciare viva (o, meglio, aprire) una nuova casa di sinistra. Questa mi sembra una prima utilità per un voto alla Sinistra Arcobaleno.

Ma c’è una utilità che a me sembra ancora più importante nel voto per quella lista. Secondo me Berlusconi è la punta (una punta particolarmente sporca) di un iceberg. L’iceberg, che è molto vasto, è costituito dal blocco sociale del neoliberismo: da quel blocco che è l’espressione contemporanea di quella creatura proteiforme che è il capitalismo. A scritti che raccontano e analizzano quel blocco ho dedicato una cartella su eddyburg (“Il capitalismo d’oggi”), proprio perché mi rendo conto che è una realtà alla quale dobbiamo prestare la massima attenzione: un’ideologia pratica (se posso permettermi questo apparente ossimoro) che secondo molti osservatori connette in un uniico sistema di valori e di interessi soggetti apparentemente molto diversi tra loro. Ecco, Veltroni e il veltronismo fanno parte integrante di quell’iceberg. Sono certamente più “puliti” di Berlusconi: sono presentabili in qualunque salotto perbene, mentre l’altro è accettato solo per i suoi soldi. Ma la sostanza è la stessa.

Insomma, a me non basta battere Berlusconi se questo comporta che il berlusconismo stravince . Il rischio è proprio questo: che Veltroni sconfigga Berlusconi allargando la presa del berlusconismo, portandovi definitivamente dentro anche un’altra parte della sinistra tradizionale (oltre a quella che c’è già).

So bene che battere il berlusconismo sarà lungo (temo che sarà altrettanto lungo battere Berlusconi, con una formazione ridotta come quella del PD, sia pure con l’aggiunta dei radicali e di Attila-Di Pietro). Ma so anche che l’unica speranza di battere l’uno e l’altro è che ci sia una consistente sinistra centrata sui due temi della difesa del lavoro e dell’ambiente. Perciò sono convinto che quello per la Sinistra Arcobaleno è l’unico voto che, oltre a essere giusto, è anche utile.

E credo che esso potrà essere un voto utile non solo per costruire un domani decente, ma anche per i prossimi anni. In qualunque ipotesi di maggioranza. Nel caso che il risultato sia di pareggio: in questo caso le liste minori faranno la differenza, e mi sembrerebbe utile che la sinistra avesse più forza degli altri “piccoli”. Nel caso che vinca Berlusconi: vogliamo lasciare a Veltroni, Calearo, Colaninno il monopolio dell’opposizione a Berlusconi, vogliamo che siano gli unici a contrastare/patteggiare? Nel caso che vinca Veltroni? La maggioranza, per quanto forte, deve trovare dei punti d’incontro con l’opposizione: e vogliamo lasciare soli due soggetti che sono tanto vicini da copiarsi l’un l’altro il programma e contendersi i candidati?

Insomma, mi sembra che ci siano molte ragioni per affermare che il voto alla formazione Sinistra Arcobaleno è un voto non solo giusto, ma anche utile. Con l’impegno, naturalmente, a fare da questa formazione l’avvio di un percorso che dovrà portare a costruire un partito del tutto nuovo, dove le istanze del lavoro e dell’ambiente, dell’uomo e della terra, dell’oggi e del domani, si saldino in un solo sistema di principi e di azioni, e trovino le forze sociali con cui cambiare il mondo. E che promuova un modo di fare politica il più lontano possibile da quello del “porcellum” e della politica-immagine, nel quale mi sembra che entrambi gli aspiranti dominatori si trovino perfettamente a loro agio.

All'inizio non ci volevo quasi credere, pensavo fosse uno scherzo. Come! Con una legge elettorale come quella che ci ritroviamo le due parti «storiche» del centro-sinistra si presentano al voto separate, scegliendo di andare incontro ad una quasi certa sconfitta? Poi, con lentezza, ho capito che la scelta veltroniana andava al di là della scadenza elettorale attuale, guardava a una prospettiva diversa da quelle tradizionali, lanciava ponti in direzioni inconsuete. Insomma, era una scelta seria. Anzi, molto seria. Anzi, grave.

Non c'è molto spazio per motivarlo, ma io lo direi così. Il Pd - partito sostanzialmente di centro che non guarda a sinistra, intenzionato a presentarsi da sé e in sé come la soluzione del problema politico italiano e destinato perciò per propria natura a rinunciare ad un sistema preventivo di alleanze, esplicitamente percepito come un ostacolo alla propria autonoma manovra programmatica e politica - rappresenta un'anomalia non solo nella tradizione politica italiana ma in quella europea (se qualcuno è in grado di additarmene un esemplare analogo fra l'Atlantico e i confini della Russia, gliene sarei grato). Qualche elemento ispirativo se ne può ritrovare nel Partito democratico americano, tanto caro a Veltroni (e infatti il nome è lo stesso: nomen omen), anche se altri - per esempio, il confessionalismo spinto di certi suoi settori - nettamente divergono. E - potremmo dire ancora una volta: infatti - esso manifesta l'ambizione di ricondurre il bipolarismo italiano - che indubbiamente è all'origine, per la sua composizione eccessivamente molteplice, di molti degli inconvenienti del nostro sistema politico - ad un più sano e semplice bipartitismo. Per raggiungere questo obiettivo si tende fra l'altro a cancellare definitivamente dalla nostra carta politica qualsiasi presenza e sigla socialista: un'altra delle nostre più pesanti e innaturali anomalie.

L'abilità e la forza comunicativa, che indubbiamente caratterizzano il suo principale ispiratore e leader, Walter Veltroni, non celano però - se si esce per un istante dal clima (neanche tanto) agitato del confronto elettorale - alcuni gravi rischi strategici. Io ne vedo tre, che segnalo, perché forse, nell'immediato o in un lontano futuro, si troverà modo di correggerli.

Innanzitutto. Per avvalorare la tesi secondo cui il Pd era legittimato a fare da solo, Veltroni ha dovuto riconoscere il medesimo diritto al suo principale antagonista, il Popolo delle libertà, con il quale forma in duetto il futuro bipartitismo virtuoso. Così facendo, ha portato avanti, con atti e con parole che il suo concorrente ha subito ripreso, il processo di legittimazione di Silvio Berlusconi in persona all'interno del quadro politico-istituzionale italiano. Se viene meno la persuasione che la principale anomalia del sistema politico italiano - oltre che una grande vergogna nazionale - è la presenza nell'agone politico di uno come Berlusconi, tutto il quadro si corrompe e si offusca e in nome della «governabilità» (ricordate Craxi?) si possono compiere le peggiori turpitudini.

Dice: metà degli italiani lo vota. Gli italiani hanno votato anche Mussolini e i tedeschi Hitler. Insomma, il voto democratico non è sempre in grado di sanzionare - depurandole - le aberrazioni che si verificano in giro per il mondo: talvolta ne prende atto e le esalta. Non penso soprattutto, a dir la verità, alle ipotesi di Grosse Koalition, che pure da qualche parte si ventilano. Penso ad una caduta di tensione (quasi mi vergogno, dati i tempi, a definirla morale), che sembra caratterizzare l'attuale momento storico-politico (il fine giustifica i mezzi...). Basterebbe una buona, precisa e incontestabile presa di posizione nel merito per cancellare molti dubbi e preoccupazioni.

Esprimo in secondo luogo una convinzione ideal-politica, che per me ha valore pienamente strategico. Io sono persuaso che l'Italia possa essere decentemente governata (se non temessi l'enfasi, salvata) solo da quel complesso di forze che in Italia costituisce il centro-sinistra «storico» e che, per intenderci, va da Fanceschini a Migliore. Naturalmente, per motivare convenientemente questa convinzione, dovrei scrivere un libro. In mancanza del quale, accontentatevi dell'enunciazione: le particolari condizioni della storia italiana nel corso degli ultimi due secoli hanno sempre evidenziato l'imprescindibilità di questa alleanza ai fini del destino nazionale (e anche di ognuno dei principali protagonisti che lo compongono e lo determinano). Ancor più oggi: a me pare cioè, per esprimermi in una maniera un po' approssimativa, che il raggiungimento di un punto di equilibrio tra «riformismo» e «radicalismo» sia la formula a cui consegnare il nostro futuro: formula difficile da impostare e da gestire, ma tutt'altro che impossibile.

In questa prospettiva strategica salta all'occhio non solo la clamorosa divaricazione veltroniana - che va alla ricerca di altri destini, presumibilmente ben diversi - ma anche l'inadeguatezza delle forze della cosiddetta «sinistra radicale» a sostenere, praticare, riempire di contenuti nuovi tale prospettiva. Con il corredo culturale e ideale di cui esse, più o meno a seconda dei casi, dispongono e con il ritardo d'iniziativa di cui han dato prova negli ultimi anni, non si va lontano. Dico questo: la divaricazione veltroniana è stata resa possibile anche (soprattutto?) dall'assenza sulla sinistra di un interlocutore in grado di condizionare anche i movimenti del centro del centro-sinistra. Il centro del centro-sinistra ha deciso di andare per proprio conto, anche perché non aveva contrappesi validi sulla propria sinistra, che gli rendessero più difficoltosa la manovra.

Infine. Pochi, mi pare, hanno notato che il prossimo voto mette gli elettori italiani di fronte al massimo d'incertezza possibile riguardo all'uso che del loro voto verrà fatto. Walter Veltroni ha detto: non siamo soli; siamo liberi. Ha ragione. Si vota al buio. Il bipolarismo imperfetto delle tre precedenti consultazioni politiche consentiva tuttavia di votare non solo per un partito ma per un governo. Ora non più: possiamo votare solo per un partito o un raggruppamento di partiti, ai quali è demandata dopo il voto l'intera facoltà di contribuire a formare, a seconda della forza loro attribuita dagli elettori, questo o quel governo.

Io trovo questo intollerabile. Tolte di mezzo le preferenze; attribuiti agli stati maggiori (Andrea Manzella parla di cinque-sei persone!) tutti i poteri nella formazione delle liste: interrotta qualsiasi circolazione rinnovatrice fra i partiti e il resto della società: ci si toglie ora anche il diritto di scegliere il governo che desideriamo. Il massimo della delega, dunque, coincide con la fase di maggiore scadimento, autoreferenzialità e discredito del nostro ceto politico. Nonostante il successo di alcuni dei comizi di Walter in piazza, la forbice secondo me s'allarga. E non si sa cosa di nuovo sarà in grado di combinare un parlamento che uscirà da questo voto.

Da questo punto di vista non c'è niente che si possa fare nell'immediato. Bisognerebbe forse pretendere che al primo posto delle tanto conclamate riforme ci sia l'annosa, mai affrontata, sempre più indispensabile «riforma della politica»: la quale vuol dire essenzialmente messa in discussione del ceto politico, rottura dell'autoreferenzialità, nuovo rapporto società-politica (gli inserimenti adottati a tal fine nelle liste fanno sorridere, quando non indignano), cambiamento radicale delle regole del gioco.

In conclusione, e per non lasciar spazio ad equivoci. Penso che questa volta si debba assolutamente andare a votare, e non solo per sbarrare la strada a Berlusconi (che pure è un argomento non da poco). Bisogna soprattutto impedire che si cada in quell'acquiescenza passiva, che si traduce nel detto famoso: «in malora!» e che sarebbe la situazione peggiore di tutte, l'anticamera della morte. Per chi votare, invece, oggi è affare di ognuno.(

“E’ finita l’’età dell’oro’. E’ finita la fiaba del progresso continuo e gratuito. La fiaba della globalizzazione, la ‘cornucopia’ del XXI secolo. Una fiaba che pure ci era stata così ben raccontata. Il tempo che sta arrivando è un tempo di ferro.” Crisi finanziaria, depressione, carovita sono solo l’inizio. Il più tremendo bilancio della globalizzazione, e del mercato (anzi del “mercatismo”) suo strumento principe, è la “catastrofe ambientale, capace di erodere alla base le ragioni stesse della nostra sopravvivenza sulla terra”. E “se il funzionamento del meccanismo non verrà rallentato” c’è da attendersi il peggio . Perché “mercatismo e ambientalismo sono termini tra loro incompatibili”. “Non ci può essere ambientalismo con sviluppo forsennato”. Dunque: basta con “il mito dell’economia che è tutto, che sa tutto, che fa tutto”, “dominatrice assoluta della nostra esistenza”. Basta con “gli economisti, sacerdoti e falsi profeti del nuovo credo”. “Perché abbiamo firmato una cambiale mefistofelica con il dio mercato?”

Non sto citando me stessa, né altri ambientalisti. Incredibilmente, quanto sopra riportato reca la firma di Giulio Tremonti, ed è tratto dalla prima parte del suo La paura e la speranza” (Mondadori) da poco in libreria. Con una competenza in materia assai rara tra i politici, l’autore dedica intere pagine all’inarrestabile aumento delle emissioni di gas climalteranti e con scientifica puntualità lo rapporta all’aumento della temperatura terrestre. Correttamente considera anche le posizioni che attribuiscono il fenomeno a cause diverse dalla sovrapproduzione, ma conclude che questa “non è certo una ragione sufficiente per aggiungere catastroficamente al calore solare anche il calore industriale”. Con un coraggio raro anche tra ambientalisti doc afferma che nemmeno la green economy può ritenersi una soluzione, e senza esitare asserisce: “E’ necessario fermare il mercatismo, l’ideologia forsennata dello sviluppo forzato, spinto dalla sola e assoluta forza del mercato”.

Ma lei, onorevole Tremonti, dov’è stato finora? Lei, docente di economia, ministro delle Finanze (1994), ministro dell’ Economia e delle Finanze (2001-2004), vicepresidente del Consiglio (2005-2006), ha mai fatto o proposto qualcosa di appena conseguente con quanto asserisce ora? Non è stato anche lei a raccontarci la favola bella del capitalismo, destinato prima o dopo ad arricchire tutti? e del mercato (che solo oggi tra disprezzo e sgomento chiama “mercatismo”) capace, purché libero dai maléfici “lacci e lacciuoli” di uno stato ficcanaso e invadente, di guidare le sorti del mondo verso infallibili traguardi di abbondanza e benessere? E non è su queste certezze che si è fondato il suo lungo sodalizio con quel monumento vivente al mercato e al Pil che è Berlusconi? E che farà se, Berlusconi vincente, toccherà nuovamente a lei reggere le sorti dell’italica economia? Crede le sarà facile, nella compagnia che si ritroverà, applicare quanto ora afferma necessario, come ad esempio: “La mano privata è così invisibile che, proprio per questo, deve essere sostituita dalla ben più visibile mano pubblica”?

Ma di questo Tremonti non dice, nemmeno quando ne è esplicitamente invitato, al massimo si limita a citare il suo auspicio di una nuova Bretton Woods, che riordini un poco il “forsennato disordine globale”. Oppure, come sere fa a “Porta a porta”, a proposito del crescente impoverimento dei ceti più deboli, suggerisce una distribuzione gratuita di latte, pane e pasta, a ciò utilizzando il volontariato. Non credo servano commenti. Nella seconda parte del libro d’altronde dimentica del tutto “catastrofe ambientale”, “dio mercato”, ecc, e si dedica invece a discettare di “valori”. Valori cristiani precipuamente, e in pratica limitatamente all’Europa (cosa singolare, dopo il suo insistito argomentare di globalizzazione come dimensione oggi non prescindibile). Ma non entro nel merito. Lo ha già fatto ampiamente e sapientemente (e criticamente) Emanuele Severino sul Corriere della Sera.

Questa d’altronde non vuol essere una recensione del libro di Tremonti. Se me ne occupo è perché i contenuti della prima parte rappresentano una vistosa eccezione rispetto all’atteggiamento della più parte del mondo politico di fronte alla crisi ecologica: cioè a quella sorta di “rimozione” dai più messa in atto in presenza di un problema gigantesco, che, affrontato seriamente, vorrebbe la rimessa in causa dell’intero impianto economico oggi attivo in tutto il mondo. Perché quanto con tardiva conversione scrive Tremonti (salvo poi fingere di nulla, in qualche modo passando dalla “rimozione” alla “schizofrenia”) risponde largamente alla realtà che ci troviamo di fronte, e che la politica (quasi tutta) è ben lontana dall’assumere nella sua gravità. Ciò che non può stupire da parte delle destre: difficile immaginare che possano dichiarar guerra a se stesse. Ma le sinistre?

Un’economia che da un lato va dilapidando le risorse del pianeta oltre ogni sua sopportabilità e mettendo a rischio il nostro stesso futuro, dall’altro (ma questo Tremonti non lo dice) sempre più va precarizzando e sfruttando il lavoro, non potrebbe (dovrebbe?) essere per le sinistre occasione per “entrare in conflitto con il modello economico sociale e fare dell’ alternativa ad esso il proprio elemento paradigmatico”, (parole di Bertinotti durante il forum con il manifesto)?

Indubbiamente tra le file della Sinistra Arcobaleno sono molte ormai le persone pienamente consapevoli della gravità di un problema che condiziona e determina ogni momento del nostro esistere. Come con la massima chiarezza scrive Franco Giordano nell’Introduzione a “Sinistra Europea”, “Oggi l’emergenza ambientale è, indiscutibilmente, il problema cardine di ogni politica che si collochi a sinistra (…) è questione di politica generale.” Allo stesso modo, specie tra quanti si occupano specificamente della materia, esiste la coscienza di come siano sempre i più poveri (operai addetti a processi tossici, profughi in fuga da alluvioni e desertificazioni, gente che vive in prossimità di discariche o fabbriche inquinanti, ecc.) a pagare lo scotto più alto del guasto ecologico; ciò che immediatamente iscrive il problema tra le ragioni storiche della sinistra.

Eppure non sempre, nel concreto, le posizioni e le scelte politiche rispondono a questa coerenza. Non di rado anzi il problema viene interamente omesso, come una materia marginale, da accantonare quando si tratti di Politica Economica (penso ad esempio a due interventi a firma Marcello Villari e Alfonso Gianni, per altri versi di tutto rispetto), o anche quando si discute a tutto campo della necessità di una nuova sinistra (penso al Forum pubblicato su del 23 scorso, in cui l’ambiente è appena nominato, di passaggio). Così le proposte programmatiche: certo prevedono misure utili, necessarie anzi, per tentare di contenere il guasto ecologico, e però restano sostanzialmente interne alla realtà economica data, senza discuterne le logiche portanti.

Tra le sinistre il conflitto capitale-lavoro in qualche modo sembra ancora esaurire la storia. Non si considera insomma, non abbastanza, che il conflitto capitale-natura (cioè la devastazione degli ecosistemi e la possibile fine della specie umana ad opera dell’attuale modo di produzione, distribuzione e consumo) dimostra la reale irrazionalità del capitalismo, idee e macchine. Ne decreta la sconfitta. Le stesse cause della crisi attuale, di cui più nessuno nega la gravità, con tutta evidenza lo dicono. Al di là delle difficoltà immediate - finanziarie, da sopraproduzione, ecc. -parlano infatti di una duplice crisi: da un lato l’impoverimento del mondo del lavoro, che fino a ieri costituiva un enorme bacino di consumo, e quindi di profitto; dall’altro l’esaurimento delle risorse, petrolio in primis, e le conseguenze del mutamento climatico, che sempre più pesano sui fatturati. Parlano insomma di una situazione in cui accumulare plusvalore è sempre più difficile, ma in cui le cause della crisi economica sono le stesse che oggi rendono il mondo insostenibile: ecologicamente e socialmente.

E’ a partire di qui che le sinistre potrebbero, forse dovrebbero, avviare quel cambio di passo che l’intera politica mondiale chiede. Spingendo lo sguardo oltre i confini nazionali, su una realtà globale che è tale economicamente ma non politicamente, e che esige una conduzione che non sia solo quella dei grandi poteri economici. E mettendo sotto accusa una società ricca che sarebbe in grado di sfamare l’intera popolazione del globo, mentre abbiamo un miliardo e mezzo di persone sottoalimentate. Una società tecnologicamente avanzata tanto da poter soddisfare i reali bisogni di tutti con una ridotta quantità di lavoro, mentre invece gli orari continuano ad aumentare, al fine di produrre quantitativi crescenti di merci sempre più scadenti, destinate in poche settimane a finire in discarica. Una società scientificamente in grado di far vivere tutti a lungo e in buona salute, ma in cui si continua a morire di aids perché i farmaci hanno costi inaccessibili, e sempre più si muore di tumori a causa di aria, acqua, territori inquinati. Una società che, quando i mercati si fanno pigri e la produzione ristagna, ha sempre una nuova guerra di riserva, così da riattivare la produzione di armi e far ripartire il Pil. Possono le sinistre tollerare oltre una società cosiffatta?

Lo so, è un compito da far tremare, ma a cui non credo ci si possa sottrarre. E d’altronde sapere che questo è il compito delle sinistre, e dichiararlo, richiamandosi anche alle altre sinistre europee che un po’ dovunque oggi mostrano nuova vitalità, forse sarebbe un buon argomento anche in campagna elettorale.

La scomparsa della proprietà indivisa del suolo urbano fu tra le molte conseguenze della rivoluzione borghese alla metà del XVIII secolo. Così, in mezzo ai grandi vantaggi conquistati nella transizione dal feudalesimo al capitalismo ci fu anche l'inconveniente per cui nei paesi dove la borghesia si emancipò si «distrusse qualcosa che meritava di sopravvivere», ovvero la gestione del suolo affidata a un unico soggetto che ne disciplinava l'uso. Su questo argomento ruota il saggio di Edoardo Salzano Ma dove vivi? La città raccontata (Corte del Fontego, pp. 118, euro 14,90) concentrandosi in particolare sulla analisi critica di uno dei più rigorosi urbanisti del '900, lo svizzero Hans Bernoulli, che nel 1946 pubblicò, alla fine di un'intensa attività professionale e di insegnamento al Politecnico di Zurigo, il racconto storico e l'attenta analisi sulle conseguenze della perdita della proprietà del suolo urbano, in un fondamentale saggio, ora tradotto con il titolo La città e il suolo urbano, pubblicato grazie all'impegno di Salzano e all'intelligenza editoriale di Corte del Fontego (traduzione di Anna Benussi e Roberta Cancellada, pp. 146, euro 18).

Quel che il libro ci permette di comprendere, tra l'altro, è come la questione della proprietà dei suoli sia stata nodale non solo riguardo agli aspetti economici, ma anche per ciò che concerne l'estetica. Funzionalità e bellezza sono due aspetti integralmente connessi nella cultura architettonica della modernità, eppure la critica contemporanea l'ha sempre intesi nell'ordine del disegno urbano.

La regolarità dei tracciati geometrici nelle città ideali dell'umanesimo rinascimentale, l'irregolarità «sublime» delle prospettive, diagonali e nodi stradali di quella settecentesca, le città di fondazione nel «nuovo mondo» non avrebbero potuto prendere forma se non su una superficie libera: la tabula rasa della disponibilità dei terreni. Perciò l'urbanistica per Bernoulli è un «lavoro serio» che richiede precisione, a cominciare dal valore che la città assume nei confronti di una singola costruzione.

A differenza di un qualsiasi edificio, infatti, ciò che qualifica la città è il suo permanere nel tempo, «qualcosa che sopravviva al susseguirsi delle generazioni», e non la semplice bellezza né la sua dimensione, che sono sempre una conseguenza della «lunga durata». Le modifiche determinate dalla sua crescita assimilano la città a un organismo irriducibile agli edifici che lo compongono, non un «mosaico di case» bensì una unità coerente. Quando Bernoulli pubblica il suo saggio è impegnato nella pianificazione urbana di Darmstadt, Friburgo e Breisgau distrutte durante la seconda guerra mondiale. Davanti ai suoi occhi sta l'«immane devastazione» - mirabilmente raccontata da W. G. Sebald - delle città tedesche rase al suolo dai bombardamenti alleati, ma anche la rovina di quelle polacche come Varsavia, dove Bernouilli torna dopo avere redatto, negli anni '30, il suo piano regolatore. Proprio in quel decennio l'attività dell'urbanista svizzero si era intensificata, passando a definire gli aspetti giuridici e tecnici dell'espansione e del rinnovamento della città: Ginevra, Basilea, Zurigo, Berna sono i suoi ambiti di studio e di proposta.

Negli anni precedenti, tra il 1920 e il 1930, nel clima favorevole del socialismo municipale che aveva promosso una urbanistica razionale, Bernoulli era impegnato a sostenere da un lato la cooperazione abitativa in funzione della crisi degli alloggi, dall'altro la ricerca di soluzioni tipologiche funzionali alla salvaguardia e a un migliore uso del suolo urbano.

Il suo modello di riferimento era la garden city di Ebenezer Howard reinterpretata secondo i canoni del «pittoresco» piuttosto che secondo la rigidità formale della «Nuova Oggettività» svizzera. Ma per il suo saggio Bernouilli mette insieme ogni genere di declinazione della città-giardino: da quella «lineare» di Hans Bernhard Reichow per Stettino a quella funzionalista di Hans Schmidt per Basilea, fino ai «villaggi pianificati» inglesi di Hampstead e Welwyn. La sua tesi è che solo la proprietà pubblica del suolo garantisce il rispetto degli interessi generali della città. Con esemplare chiarezza Bernoulli dichiara che né Le Corbusier, con la sua «Urbanistica», né Raymond Unwin o Cornelius Gurlitt, nei loro manuali, si sono mai posti il problema di fornire una qualsiasi soluzione al problema.

«Ha proposto tutto il buono e il bello possibile - scrive commentando il lavoro di Gurlitt - dalla responsabilità dell'urbanista alla circolazione e all'estetica di strade e piazze, per affermare infine con fronte corrucciata ... che la rete inestricabile degli attuali confini dei terreni limita ogni libertà di movimento». Erano gli anni dell'«onda rossa» quando Bernouilli - al governo municipale di Ginevra, insieme al suo amico Maurice Braillard - approntò la procedura giuridica per risolvere la questione: l'applicazione del diritto di esproprio, che gli valse - grazie allo scontro con gli ambienti conservatori della confederazione elvetica - l'allontanamento dal Politecnico di Zurigo, nel 1938. Il suo pensiero, nutrito dalle teorie economiche dello statunitense Henry George, che nella rendita fondiaria vedeva «il nemico del lavoro per antonomasia», non erano compatibili con il clima di restaurazione.

Solo la tenacia e la coerenza di Hans Bernouilli, sostenuta dalle forze progressiste svizzere, permisero negli anni tra il 1941 e il 1947, che venisse eletto al Grande Consiglio di Basilea e al Parlamento. Dalla sua morte passarono, tuttavia, ancora ventinove anni prima che gli svizzeri si pronunciassero a favore di norme per limitare l'acquisto di proprietà immobiliari a scopo speculativo.

Cosa ci resta oggi della lezione di Bernoulli? Cosa resta a noi, in particolare, dopo che la «controriforma urbanistica», ha introdotto, tra amministrazioni pubbliche e mercato, l'idea che il governo del territorio si deve esercitare in una costante contrattazione con la proprietà immobiliare?

I danni causati da una simile convinzione sono noti e, a riguardo, ricordiamo la breve cronaca che Antonio Cederna fece nel 1964, al ridotto dell'Eliseo di Roma, durante il confronto tra gli urbanisti olandesi che ad Amsterdam accolsero le idee di Bernoulli, e gli amministratori capitolini. Nulla sembra sia cambiato, da allora, nel «misurare la distanza abissale che separa un paese civile e moderno da un paese arcaico e sottosviluppato come il nostro».

I capi delle corporation e dei governi occidentali hanno imposto al mondo la globalizzazione promettendo pace e prosperità. E invece ci troviamo alle prese con la guerra e la crisi economica. La prosperità si è rivelata effimera, e le sicurezze economiche di base per popoli e paesi stanno rapidamente scomparendo. Cominciano a verificarsi casi di morte per fame in paesi come l’Argentina, dove questo problema non era mai esistito. La fame è tornata a colpire paesi come l’India, che aveva superato carestie - come quella che nel 1942, sotto il regime coloniale, uccise due milioni di persone - e garantito la sicurezza alimentare attraverso politiche di intervento pubblico elaborate democraticamente. Persino le economie ricche di Stati Uniti, Europa e Giappone stanno vivendo una fase di declino. La globalizzazione ha chiaramente fallito l’obiettivo di migliorare le condizioni dei cittadini e dei paesi. Se è vero che la globalizzazione ha aiutato alcune corporation ad ampliare i loro profitti e i loro mercati, molte altre aziende, tra cui Aol Time Warner ed Enron, hanno fatto bancarotta o hanno perso valore. La via della globalizzazione si è rivelata una ricetta insostenibile per i ricchi e causa di impoverimento e disgregazione sociale per i poveri.

L’altra promessa della globalizzazione era la pace, e invece ne abbiamo ereditato solo terrorismo e guerra. La pace sarebbe dovuta scaturire da una accresciuta prosperità globale ottenuta attraverso la globalizzazione. La realtà che si dispiega sotto i nostri occhi, invece, è quella della povertà; l’insicurezza economica e l’esclusione creano le condizioni per lo sviluppo del terrorismo e del fondamentalismo. L’esclusione economica e politica, insieme allo sgretolamento della sovranità economica dei singoli stati, sta spingendo molti giovani verso il terrorismo e la violenza quali strumenti per conseguire i loro obiettivi. Il venir meno dell’autodeterminazione economica degli stati nazionali e l’estendersi dell’insicurezza economica finiscono per trasformarsi in un terreno fertile per la crescita di gruppi politici fondamentalisti di estrema destra che sfruttano la realtà dell’insicurezza economica per attizzare il fuoco dell’insicurezza culturale. Questi, come mostra il caso dei sostenitori dell’hindutva nel Gujarat, riempiono il vuoto lasciato dal crollo del nazionalismo economico e della sovranità economica con un programma pseudonazionalista improntato al "nazionalismo culturale". A livello globale, la retorica dello "scontro di civiltà" proposta da Samuel Huntington, insieme alla guerra contro l’islam, svolge la stessa funzione assolta a livello nazionale dai programmi politici fondati sul nazionalismo culturale e sull’ideologia fondamentalista. Analizzando la crescita delle ideologie fondamentaliste, se ne osservano due forme che paiono convergere, rafforzandosi e sostenendosi a vicenda. La prima è il fondamentalismo liberista della globalizzazione. Questo tipo di fondamentalismo ridefinisce ogni forma di vita in termini di merce, la società in termini economici, e il mercato come mezzo e fine dell’iniziativa umana. Per essi, il mercato è l’unico strumento adatto alla distribuzione di cibo, acqua, salute, istruzione e altre necessità essenziali. Il mercato diventa l’unico criterio organizzativo e amministrativo e si trasforma in metro della nostra umanità. L’appartenenza al genere umano non conferisce più i fondamentali diritti scolpiti in tutte le costituzioni nazionali e nella Dichiarazione dei diritti umani dell’Onu.

Il fatto di venir considerati come esseri umani dipende dalla nostra capacità di "acquistare" ciò di cui abbiamo bisogno per vivere. In questo tipo di mercato, tutte le cose necessarie alla sopravvivenza - acqua, cibo, salute e sapere - si sono trasformate in merci controllate da una manciata di corporation. Per effetto della globalizzazione, tutto è merce, tutto ha un prezzo. Nulla è sacro. Non esistono più i diritti fondamentali del cittadino né i doveri fondamentali dei governi.

Il fondamentalismo del mercato si fonda, a sua volta, su altri due tipi di fondamentalismo: quello tecnologico e quello del commercio, che si caratterizzano sempre più chiaramente come gli strumenti essenziali di questo nuovo totalitarismo. Storicamente, l’uso della tecnologia è sempre stato in contrasto con i fini e le dottrine della religione. Eppure, la tecnologia e l’ideologia religiosa avulse dal loro contesto sociale ed ecologico e da un sistema di regole finiscono per diventare entrambe strumenti di guerra e militarizzazione. In questo senso, la guerra all’Iraq è stata, al contempo, il dispiegarsi di una nuova crociata religiosa in nome del fondamentalismo cristiano e una prova di forza fondata sulle "bombe intelligenti" e sulle tecnologie digitali. I neocon di Washington sono allo stesso tempo fondamentalisti religiosi e tecnologici. Il fondamentalismo rende irrilevanti le categorie di tradizione e modernità; come principio organizzativo, le ideologie fondamentaliste scelgono piuttosto un criterio di esclusione/inclusione.

Il fondamentalismo di mercato della globalizzazione - con l’esclusione economica che comporta - dà origine a una politica di esclusione. Questa viene rafforzata e sostenuta da partiti politici fautori del fondamentalismo, della xenofobia, della pulizia etnica e del rafforzamento del patriarcato e delle caste. La cultura della mercificazione ha portato a un aumento della violenza contro le donne in ogni sua forma, da quella domestica a quella sessuale, dall’aborto selettivo per i feti femminili alla tratta vera e propria. La globalizzazione, che nasce come progetto patriarcale, ha perciò rafforzato l’esclusione patriarcale. Le atrocità commesse dalle caste superiori ai danni dei dalit (gli "intoccabili") si sono intensificate per via del nuovo potere conferito dalla globalizzazione alle caste superiori che hanno ottenuto l’accesso al mercato globale e puntano a usurpare i poveri e gli emarginati - soprattutto dalit e popolazioni tribali - per sfruttare le loro risorse a fini commerciali. Le leggi di riforma agraria che avevano reso inalienabile il diritto dei dalit alla terra, sono state revocate. Il devastante impatto sociale ed economico della globalizzazione colpisce in primo luogo le donne, i dalit, le popolazioni tribali e le minoranze in genere. Benché nuovi movimenti di solidarietà - come quello del popolo indiano contro l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) - stiano forgiando alleanze tra movimenti politici diversi, questi sono sottoposti al violentissimo attacco della politica dell’esclusione.

L’insicurezza e le inevitabili ricadute della globalizzazione accrescono la vulnerabilità dei cittadini nei confronti delle politiche che teorizzano l’esclusione. Per chi esercita o cerca il potere, la politica dell’esclusione sta diventando una necessità politica: va a colmare il vuoto creato dalla crisi della sovranità economica, del welfare state e di una politica fondata sui diritti economici per tutti, sostituendovi una politica dell’identità. Per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli effetti negativi della globalizzazione - la mancanza di lavoro, di mezzi di sostentamento e di beni essenziali - il fondamentalismo e la xenofobia intervengono come strumento della globalizzazione capitalista. Dividono, distolgono e distraggono la gente garantendo al progetto di globalizzazione una sorta di immunità. Una forma di nazionalismo culturale, brandito a sostegno della globalizzazione economica e della dittatura del capitale, va così a sostituire la sovranità economica e le idee di nazionalismo economico e di democrazia a essa collegate.

Gli indiani si sono ripetutamente espressi contro la globalizzazione e contro la liberalizzazione del commercio che crea dieci milioni di nuovi disoccupati ogni anno, impoverisce i contadini e toglie diritti a chi è già emarginato. Tuttavia, nella campagna elettorale del 2002 in Gujarat, dopo il massacro di duemila musulmani, i politici hanno trascurato del tutto i problemi fondamentali dei cittadini per insistere sul conflitto tra maggioranza e minoranza. L’aritmetica ha garantito la vittoria al partito che aveva creato un solco tra maggioranza e minoranza e seminato odio e paura tra la popolazione civile con stupri e omicidi. Questo programma violento e settario è attualmente in fase di sviluppo in vista di tutte le future consultazioni elettorali.

E mentre erano in corso i massacri, e l’attenzione nazionale era concentrata sulle contromisure per frenare il conflitto tra comunità e il fondamentalismo, il processo di globalizzazione ha subito una forte accelerazione. Si è dato il via libera agli organismi geneticamente modificati; sono state modificate le leggi sui brevetti per consentire di brevettare gli esseri viventi; è stata adottata una nuova politica dell’acqua basata sulla privatizzazione delle risorse, mentre altre politiche mirate sono andate a smantellare la sicurezza del lavoro e alimentare delle popolazioni. La legge finanziaria indiana del 2001 ha ulteriormente promosso gli obiettivi della globalizzazione sfruttando il diversivo del conflitto tra comunità e fedi religiose per dare scacco all’opposizione democratica.

Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, la guerra contro l’Iraq è diventata un ottimo diversivo per distogliere l’attenzione da temi quali la crescita della disoccupazione e dell’insicurezza economica e ha promosso una politica dell’odio utile quale indiretto sostegno al fallimentare progetto della globalizzazione.

Abbiamo bisogno di una nuova politica di solidarietà e di pace, che affronti al contempo la violenza e l’esclusione prodotte dalla globalizzazione, la violenza del terrorismo e del fondamentalismo e quella della guerra. Queste diverse forme di violenza e di fondamentalismo hanno radici comuni e richiedono perciò una risposta comune. La globalizzazione è refrattaria al decentramento economico, alla democrazia economica e alla diversità economica. Il terrorismo e il fondamentalismo non tollerano la diversità culturale. E la macchina della guerra non ammette l’"altro" né la risoluzione pacifica dei conflitti.

La nostra risposta alla globalizzazione deve proteggere le nostre diverse economie a livello nazionale e locale. La risposta al fondamentalismo consiste nel valorizzare le nostre diversità culturali. La risposta alla guerra sta nel riconoscimento dell’"altro" non in quanto minaccia, bensì come precondizione del nostro stesso essere.

Immaginate quanto sarebbe diverso il mondo se si basasse su una filosofia di reciproca interdipendenza, invece che sulla filosofia attualmente dominante per cui l’esistenza dell’altro è vista come minaccia alla propria.

Se il presidente Bush riuscisse a vedere il Tigri, l’Eufrate e la civiltà mesopotamica come il luogo d’origine della sua stessa civiltà, se solo riconoscesse le nostre comuni radici e la necessità di un’evoluzione comune, non si darebbe così tanto da fare per cancellare queste radici storiche con bombe teleguidate e armi di distruzione di massa. Se chi controlla il capitale riuscisse a capire che la propria ricchezza incorpora la creatività della natura e la forza-lavoro umana, non stabilirebbe regole di mercato che distruggono la natura e le possibilità di sopravvivenza delle persone. Il fondamentalismo del mercato, però, e quello delle ideologie basate sull’odio e sull’intolleranza affondano le loro radici nella paura: paura dell’altro, delle sue capacità e creatività, della sua autonomia e sovranità.

Attualmente assistiamo ai peggiori esempi di violenza organizzata dell’umanità contro se stessa. E ciò accade perché abbiamo perso di vista le filosofie che promuovono l’inclusione, la compassione e la solidarietà. È questa la conseguenza più grave della globalizzazione: la distruzione della nostra capacità di essere umani. Recuperare la nostra umanità è indispensabile se vogliamo sperare di contrastare e sovvertire questo progetto inumano. Il dibattito sulla globalizzazione, in definitiva, non ha per tema il mercato né l’economia, bensì la nostra coscienza di appartenere tutti all’umanità, nonché il rischio di dimenticare quel che significa essere umani.

Traduzione di Gianni Pannofino

© il Saggiatore S. P. A., Milano 2008

Qualche minima differenza, sulla casa, c'è. A grandissime linee, il Pdl favorisce la proprietà mentre il Pd ha un occhio di riguardo per l'affitto. Ma a ben guardare, molte scelte sono praticamente le stesse, del resto ineludibili: incentivare il risparmio energetico, aiutare in vario modo chi non ce la fa a pagarsi un tetto, aliquota fissa sugli affitti.

Alcune indicazioni, inoltre, sono già realtà, come il bonus locazioni per i giovani, o la fine delle proroghe generalizzate degli sfratti, il che la dice lunga sulla profonda conoscenza delle problematiche del mattone da parte dei due contendenti. Ma vediamo nel dettaglio i contenuti dei programmi.

Risparmio energetico

È diventato un cavallo di battaglia e ambedue i programmi puntano sull'energia verde, anche se solo Veltroni si ricorda esplicitamente del bonus del 55%, la detrazione Irpef sulle spese effettuate per risparmio energetico: la vuole rendere permanente (ora vale fino al 2010), limitandola però ai pannelli solari. Per gli altri interventi prevede un "piano" (la parola ricorre spesso nei due programmi).

Il Pdl, invece, si limita prudentemente a promettere incentivi (che del resto già ci sono) e detassazione progressiva degli investimenti: a rigor di logica, vorrebbe dire la deducibilità totale delle spese, che di fatto, però, è sempre meno conveniente di una detrazione dall'imposta del 55% delle spese stesse.

Imposte sulla proprietà

Silenzio assoluto del Pd sui temi fiscali della casa: l'Ici, evidentemente, non si tocca (va detto che la «ulteriore detrazione» introdotta dalla Finanziaria 2008 ha già alleviato parecchio i proprietari dal peso dell'Ici).

Mentre il Popolo delle libertà rilancia la proposta di abrogare del tutto il prelievo sulla prima casa, ma «senza oneri per i comuni». Come fare? Non viene detto. Colpisce, invece, la chiara indicazione sul Catasto: i nuovi estimi, a differenza di quanto pensa il Governo uscente, saranno su base reddituale e non patrimoniale. Veltroni non affronta il tema, che invece è al centro del dibattito fra gli operatori: le due diverse soluzioni premiano, nel primo caso, i proprietari di case più costose, e nel secondo chi possiede case modeste.

Affitto

Tutti d'accordo sulla cedolare secca sugli affitti, anche se nessuno si azzarda a tirare fuori un'aliquota precisa (si è sempre parlato del 20% e i costi quantificati da Vincenzo Visco erano valuati intorno ai 4 miiardi). Unanimità anche sulla possibilità per l'inquilino di detrarre dall'Irpef una quota del canone di locazione (peraltro la norma c'è già).

Le differenze si fanno sentire un poco sulla mobilitazione, invocata da Veltroni, delle Siiq e dei costruttori. Con il loro intervento, con politiche di regolazione del mercato (non meglio identificate) e con l'obbligo di destinare agli affitti convenzionati una parte dei nuovi appartamenti dovrebbe formarsi un circolo virtuoso per consentire locazioni di mercato ma a prezzi umani. Il Popolo delle libertà, al contrario, non avanza invece alcuna proposta in questo senso.

Proprietà

Qui il Pdl è smagliante: convinti, come Einaudi, che chi possieda la casa sia un buon cittadino, gli azzurri propongono una nuova dismissione dei (pochi) alloggi pubblici rimasti e un piano casa per aiutare le giovani coppie a comprare. Il sistema proposto sembra ingegnoso: uno scambio fra proprietà dei terreni (sperando che i giovani ne possiedano) e concessioni di edificabilità.

Poi ancora, questa volta in comune con il Pd, le proposte sui mutui: agendo su norme già esistenti, il Pdl ne faciliterà la rinegoziazione, il Pd aumenterà la detrazione della quota interessi.

Ristrutturazioni

Qui il Pd è silenzioso e non chiede neppure la messa a regime del bonus del 36%, che invece è esplicitata tra le proposte del Pdl. Gli azzurri vogliono anche spingere i lavori in condominio, garantendo il pagamento degli eventuali mutui con un fondo pubblico.

Alloggi sociali e povertà

Il caro affitti e il degrado delle periferie hanno allarmato i due poli. Così sono emerse proposte diverse: sommaria quella del Popolo delle Libertà, che lancia l'idea dell'ennesima legge per le periferie (di regola ne viene sfornata una a legislatura, che resta inattuata all'80 per cento).

I democratici puntano su una serie di interventi per arrivare a una quota di alloggi sociali nella media Ue (il 10-20% contro il 4% italiano). In più, si accenna alla possibilità dell'intervento dei fondi etici, che dovrebbero fare a meno di sussidi pubblici. Pura solidarietà, insomma, però da privato a privato. Meno utopica l'idea di fondi pubblici e dell'uso delle dismissioni dei beni pubblici a fini sociali.

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