La grande delega sul "federalismo fiscale" entrerà a regime nel 2016, fra sette anni. Occorre infatti riempirla di così tante cose da farla apparire, oggi come oggi, inconsistente: anche soltanto come legge che stabilisca principi e criteri direttivi. Neppure legge-manifesto, dunque, ma legge-scommessa che presenta almeno sette vuoti di sostanza. Quali sono questi sette peccati di omissione?
1. La indeterminatezza del "livello essenziale" delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che la legge dello Stato, secondo la Costituzione deve garantire "su tutto il territorio nazionale" (ma se questa è la punta della piramide, e se non c´è, tutto il resto poggia sul nulla: o no?).
2. La dubbia procedura per calcolare il costo standard delle prestazioni sociali, cioè, secondo lo stesso progetto, "l´indicatore rispetto al quale comparare e valutare l´azione pubblica" (ma se, a parere della Ragioneria generale dello Stato, vi sono "enormi difficoltà" per calcolare questo costo standard, come valutare il fabbisogno complessivo e gli obiettivi delle politiche pubbliche?).
3. La omessa indicazione delle "funzioni fondamentali" dei comuni e delle province (quelle funzioni che, in base alla Costituzione, devono essere "finanziate integralmente": ma se non si sa quali sono, come si fa a calcolare quanto costano?).
4. L´assenza di nuovi principi e regole per gli enti locali, cioè del "codice" delle loro autonomie (ma se non è chiara l´organizzazione essenziale di base, come se ne può calcolare capacità di entrate e di spese?).
5. Il mistero sui criteri e sugli effetti delle associazioni tra i piccoli comuni (il sistema fiscale è lo stesso per i micro-comuni e per le unioni intercomunali? E se è diverso, in che cosa lo è?).
6. La deficiente disciplina delle "città metropolitane" (si sa che, ope legis, anche Reggio Calabria è diventata una "metropoli": ma si può parlare di entrate e spese per soggetti territoriali "incompiuti"?).
7. La fuga dall´azzeramento o almeno dalla riduzione degli iniqui vantaggi fiscali delle cinque regioni speciali (non vale anche per esse la tutela dell´unità giuridica ed economica, "prescindendo dai confini territoriali dei governi locali", di cui parla l´art. 120 della Costituzione?).
Con queste omissioni, è persino inutile cercare nel progetto la risposta alle tre fondamentali domande che si pone ogni vero federalismo fiscale: chi fa cosa? quanto deve essere fatto? quanto costa farlo?
E´ vero. Il governo rimanda per alcuni di questi interrogativi a disegni di legge nel frattempo in preparazione. Ma a parte la bizzarria di questo mosaico legislativo, a formazione progressiva, in tempi incerti, se si va a leggere qualcuno di questi progetti "ulteriori" si scoprono aspettative deluse. Come per la strabiliante definizione delle "funzioni fondamentali" degli enti locali (capitale, come si è visto, per la tenuta territoriale di base) che suona così: "funzioni connaturate alle caratteristiche proprie di ciascuno tipo di ente, essenziali e imprescindibili per il funzionamento dell´ente e per il soddisfacimento dei bisogni-primari delle comunità di riferimento, anche al fine della tenuta e della coesione dell´ordinamento della Repubblica". E´ un singolare esempio di produzione di formule a mezzo di formule, di deleghe a mezzo di deleghe: oltretutto con possibilità di contraddizioni, di sovrapposizioni, di sconnessioni.
Una scommessa sul futuro, dunque, e una scommessa ad alto rischio. Privo di basi istituzionali e di prospettive contabili essenziali, un "federalismo fiscale" così concepito non avvia a soluzione né la "questione settentrionale" né la "questione meridionale". E può aprire una rilevante questione nazionale.
Statistici ed economisti ci hanno, infatti, avvertito, da tempo, di due cose. La prima, è che la quota di spesa e di tributi già ora sotto la responsabilità diretta degli enti territoriali corrisponde a quella degli Stati federali (come Spagna e Germania). In uno Stato indebitato come il nostro è il massimo possibile (se no, chi pagherà il debito pubblico italiano?). La seconda cosa è che le regioni ordinarie del nord ricevono già in spesa sociale per abitante più di quanto ricevono le regioni ordinarie del sud. Da questi due dati non contestati risulta che la prospettiva di un miracoloso "ritorno" di risorse al nord è assai fantasiosa. Tutto l´esaltato armamentario di sanzioni contro gli amministratori responsabili di sperperi può servire ad un uso corretto di quel "di più" che le regioni del sud ricevono rispetto a quanto versano al fisco. Ma questo residuo fiscale è poco significativo al fine di una consistente redistribuzione geografica del denaro pubblico.
Ecco: tutta la propaganda per un riequilibrio "settentrionale" può essere fondata solo se certi meccanismi "occulti" del progetto rivelassero, alla fine, il volto di un federalismo ferocemente competitivo: malgrado ogni affermato principio di perequazione e di solidarietà nazionale. E il sospetto si fonda su tre punti.
In primo luogo, sulla possibilità che il calcolo dei livelli essenziali per le prestazioni sociali sia compresso a quote minimali. Che questo pericolo ci sia, lo suggerisce quella norma del progetto che fissa un "livello minimo assoluto" per le aliquote fiscali che dovrebbero assicurare "il pieno finanziamento del fabbisogno" (art. 8, comma 1, g). In secondo luogo, sulla prospettiva, assai sottolineata , di ricorrere a politiche fiscali di vantaggio (da poco ammesse dall´Unione europea) non solo per le zone storiche di sottosviluppo del Paese ma per tutte le aree "sottoutilizzate" (art. 2, comma 2, mm). In terzo, e più importante, luogo, sulla possibilità per le regioni – in un quadro di sostanziale tenuta del principio di territorialità e senza vincoli di destinazione – di ampie manovre delle aliquote fiscali, di esenzioni, deduzioni, detrazioni (art. 7, c).
Sono tre sospetti che pesano sull´equilibrio complessivo del sistema che si introduce e che, se fondati, porrebbero in crisi lo stesso principio di eliminazione delle disuguaglianze territoriali fondato sugli articoli 3 e 119 della Costituzione. Certo, nessuno può ragionevolmente difendere le scandalose disparità di spesa sanitaria in Lazio, Campania, Molise e Sicilia, né la pletora di impiegati pubblici nelle regioni del sud (almeno il dieci per cento in più di ogni altra regione italiana). Ma davvero si pone rimedio a questa malamministrazione facendo più forti le regioni forti e recidendo il cordone con la zattera del Mezzogiorno?
Il che può avvenire: per le cose che si sono dette e, in più, per la debolezza e l´equivocità con cui il progetto traduce le procedure di perequazione solidale, fissate in Costituzione. Forse sarebbe più intelligente e più efficace pensare a forme di controllo effettivo, affidate ad un Istat "costituzionalizzata", connessa con le diramazioni regionali della Corte dei conti: in un sistema compartecipato di verifiche che veda in Parlamento il protagonismo delle regioni "che danno" (ma l´esposizione per 35 miliardi ai rischi della finanza derivata non è stata solo di territori del sud…).
Creare in Italia cunei di diseguaglianza, giuridicamente legittimati – che approfondiscono quelli esistenti di fatto – non è nell´interesse di nessuno: e meno che meno del nord. E qui si intende un interesse meramente mercantile (non patriottico e neppure europeista: che pure potrebbero essere richiamati con una certa fondatezza).
Comunque, il progetto, per ora indefinibile, ma convenzionalmente detto di "federalismo fiscale", sta per arrivare in porto (sia pure solo per aprire i suoi moltissimi cantieri). Ci si è accaniti, con lunga elaborazione (aperta, lodevolmente, anche all´opposizione) sulle problematiche formule fiscali e sulla loro doppia lettura. E´ difficile però che queste siano messe "in sicurezza" senza serie fondamenta istituzionali. Siamo in uno Stato che, da quando è nato, cerca la difficile combinazione tra unità e autonomie. Sui soldi è ancora più difficile, ma è un discorso da fare.
Vi sono segni che la parola «eguaglianza» - con tutto il lessico di moralità politica che comporta - possa uscire dall’oblio in cui molti, anche a sinistra, prigionieri o subalterni della fallace ideologia neoliberista, l’avevano lasciata colpevolmente cadere. Trovano oggi accoglimento i moniti del cattolicodemocratico Ermanno Gorrieri e del liberaldemocratico Ronald Dworkin i quali, a lungo inascoltati, hanno considerato l’eguaglianza come «virtù sovrana» tra la libertà e la solidarietà. Se così è, non può sfuggirci che nei processi inegualitari provocati dal neoliberismo - e di cui la crisi economica mostra, negli ingiustificati supercompensi dei manager, gli effetti parossistici - agiscono non una ma due componenti. Siamo di fronte, infatti, a un duplice fenomeno: a) sul valore aggiunto diminuisce la quota dei redditi da lavoro - essa si riduce addirittura fra i 10 e i 5 punti in tutti i paesi sviluppati - e aumenta quella dei redditi da capitale; b) crescono le diseguaglianze fra le retribuzioni, lungo tutta la scala distributiva, ma con un peso decisivo esercitato dall’aumento di quelle dei ricchissimi. Dunque, vanno sottolineati due aspetti: 1) responsabile primaria del peggioramento della distribuzione famigliare del reddito è la «componente di mercato»; 2) la crescita delle disparità è dovuta, più che al peggioramento della posizione relativa dei poveri, a un forte miglioramento della posizione dei ricchi e, fra di essi, dei superricchi. La situazione della diseguaglianza a livello mondiale è stata a lungo trattata con la tesi che prioritaria fosse la crescita, che vi fosse una correlazione stretta tra crescita e liberalizzazioni, che dalla crescita sarebbe spontaneamente scaturito anche un lenimento della povertà e delle diseguaglianze. Così, però, non è stato ed, anzi, la situazione è diventata così seria che anche le istituzioni - IMF, WB, OCSE - che hanno a lungo trascurato di farne oggetto prioritario della loro attenzione hanno iniziato a prestare più ascolto alle problematiche della diseguaglianza. La situazione è destinata, peraltro, ad aggravarsi con l’esplosione della crisi economica odierna che è tutto tranne che «psicologica», come irresponsabilmente dice Berlusconi. L’ultimo rapporto dell’OIL dà la disoccupazione in crescita nel 2009 da 190 milioni fino a 240 milioni di unità, il numero di lavoratori poveri che guadagnano meno di due dollari al giorno in aumento fino a 1,4 miliardi di unità (il 45% degli occupati mondiali), il numero di quelli con lavoro «vulnerabile», cioè privo di reti di salvataggio, in incremento fino al 53% del totale. Il punto cruciale è che povertà e diseguaglianze non sono né un incidente né un’appendice dei processi economici in corso, ma ne sono un elemento strutturale, rimovibiliesolo con un forte intervento pubblico di tipo altrettanto strutturale, un intervento di equità che investa tanto la sfera allocativa che quella redistributiva.
Vittoriano Viganò. A come Asimmetria, a cura di Antonio Piva ed Elena Cao, Gangemi Editore, Roma 2009. Volume pubblicato a seguito del Seminario tenuto a Milano il 14 maggio 2008 e a Mendrisio il 15 maggio 2008
Nella mia casa a Costella di Bonassola guardo la lampada da terra «Cappuccina». Forse non la conosce più nessuno. Nemmeno il nome è rimasto, giacché sembra noto soltanto il «Modello 1047» di produzione Arteluce 1951 (vedi fig. a p. 97, in Dell’Acqua Bellavitis), una lampada simile ma diversa nella calotta. La figura presenta una forma a conca o a scodella dissimmetrica mentre la «Cappuccina» è (era) dotata di un più efficace coppo, una semplice lamiera piana piegata appunto a prender forma di tegola, ruotante longitudinalmente e trasversalmente mediante un semplice supporto a U. Colore bianco riflettente all’interno, rosso all’esterno. Ha l’aria, la lampada, anche di un copricapo di suorina, da cui il nome. Non riesco a ritrovarne il tempo dell’acquisto. Ora, quando arrivo da Milano, è lì ad aspettarmi collocata proprio sull’asse fra l’ingresso e una lunga finestra alla francese, sotto la luce marina, a ricordarmi Vittoriano: il collega un po’ più anziano ma non tanto da appartenere alla generazione detta dei maestri precedente alla nostra di nati dopo la metà degli anni Venti. Viganò come il coetaneo Giancarlo De Carlo (1919), Achille Castiglioni (1918), Leonardo Ricci (1918)…, un gruppo di mezzo, per così dire. È lì, la «Cappuccina», a ricordarmi l’eccezionale bravura nel disegno di mobili, oggetti, arredi fissi, a evidenziare tuttavia che la competenza nel tema del «cucchiaio» non ne esclude anzi quasi ne garantisce altrettanta nel disegno di architettura, nel progetto urbano, nel piano paesaggistico. «Dal cucchiaio alla città», epigrafe storica ma anche realtà operativa degli architetti nati nel primo trentennio del Novecento, distingue un modo di essere e di lavorare ora pressoché sepolto sotto il pietrone delle arrischiate specializzazioni, una ricerca di completezza conoscitiva, di ansia comprensiva che non ha portato che bene alla costituzione del valore sociale dell’attivita d’architetto. E Viganò lo fu, architetto in questo modo, con una continuità e intensità d’impegno che l’attuale volume sortito da un seminario internazionale riesce a illustrare con nuova chiarezza a diciassette anni di distanza dall’esposizione milanese A come Architettura. Vittoriano Viganò (col relativo catalogo Electa, 1992).
La figura di Vittoriano si muove nel ricordo attraverso diversi episodi, specie quelli legati a momenti particolari della storia della Facoltà di architettura che si rispecchiano in testi del volume in due direzioni: la Facoltà come luogo delle contraddizioni ai tempi della contestazione (p. es. in Portoghesi) o come occasione del suo spregiudicato insegnamento (p. es. in Faroldi); la scuola come costruzione, nuovi spazi per una didattica moderna grazie alla rocambolesca realizazzione del progetto di Viganò (p. es. Piva), talmente per lui tormentosa a causa dei disaccodi trovato nel Consiglio di amministrazione del Politecnico da collaudarne severamente le doti di serena perseveranza, equilibrio, pazienza. Ero membro del Consiglio durante gli anni cruciali della progettazione, delle continue richieste di varianti, dell’andirivieni di disegni fra l’autore e i rappresentanti degli ingegneri, critici per partito preso verso gli architetti e incapaci di capire l’originalità e pur la razionale organicità (ossimoro doveroso) del progetto. «La grande A di acciaio color rosso [portale d’ingresso della Facoltà di architettura in Via Ampère a Milano] è simbolo evidente di una destinazione dove Architettura, Amore, Asimmetria si incontrano per suggerire una fede…» (Piva, p. 74). Capovolgiamo la A e togliamo l’asticciola, è la V di Vittoriano, di Vittoria della sua fede due volte: quando batté la reazionaria opposizione al progetto e poi superò tutte le grosse difficoltà della realizzazione; quando, al momento della repressione ministeriale della lotta di studenti e docenti ci trasmise, nelle riunioni quasi clandestine presso il suo studio, la caparbia fiducia nella vittoria della scuola, cioè, per lui, tout court la vittoria dell’architettura, nella scuola e nella pratica professionale. Durante la quale, esposto indifeso al giudizio pubblico, dovette sconfiggere talvolta difficoltà enormi: come nel caso del Marchiondi, o della sistemazione Sempione-Arco della Pace quando il rovesciamento del successo in parziale sconfitta, dovuta all’inconcepibile ignoranza del Comune di Milano e alla gretta incomprensione degli abitanti, non fece altro che evidenziare la superiorità civile del progetto viganoano.
A come asimmetria. Potremmo davvero assumere la locuzione come distintivo delle opere? Non alla lettera, quasi pretendendo di verificare nei progetti e nelle realizzazioni la mancanza di assi di riferimento, di rapporti numerici semplici e così via. Gli snodi del libro, cioè i testi di maggior peso esegetico (Prina, Scullica, Galliani, Faroldi, Piva, Dell’Acqua Bellavitisi, Graf, Ottolini) provano che l’asimmetria può consistere in un principio costitutivo dell’operare che sposta la fredda rigidità del razionalismo funzionalista verso il caldo movimento dell’espressionismo. Ragione e sentimento, razionalità ed espressione convergono per elevare l’architettura ad arte completa, quella di maestri come Wright, Aalto, Le Corbusier… A questa stregua Richard Banham, preoccupato piuttosto di denigrare i nuovi esperimenti dei Bbpr e dei giovani architetti sprezzantemente denominati neolibertarians che di discutere seriamente con Rogers sull’«evoluzione dell’architettura», sbagliava a ridurre il Marchiondi a «“un linguaggio architettonico che richiamava il fervore e la disciplina dell’architettura razionalista anteguerra”» (in Graf, p. 124). Del resto fu Bruno Zevi, il critico del razionalismo postbellico e il propugnatore dell’organicismo a promuovere Viganò «”primo architetto brutalista italiano”» (in Reichlin, p. 123). Per il Marchiondi, ma direi per l’intero senso «asimmetrico» dell’opera riproposto dai testi, Viganò deve ad ogni modo essere iscritto fra gli autori che mentre non abbandonano i fondamenti generali della costruzione rappresentati da ragione strutturale funzionale estetica, mentre non ricorrono a formalismi gratuiti o a decorativismi compiaciuti, non rinunciano però ad accettare la spinta interiore della propria psiche e i richiami della fantasia (a questo proposito, specialmente Ottolini, pp.149-152, fra l’altro «architettura del movimento…», p.150).
C’è un rapporto inversamente proporzionale fra la popolarità di Silvio Berlusconi e la libertà d’informazione nel nostro Paese. E non dev’essere una coincidenza del tutto occasionale.
Mentre il premier-tycoon rivendica pubblicamente - ultimi sondaggi alla mano - di aver raggiunto (per ora) il 75,1 per cento dei consensi e di aver superato così anche il presidente americano "bello e abbronzato", Barack Obama, proprio dagli Stati Uniti arriva la notizia che l’Italia viene declassata per la prima volta da Paese "libero" (free) a "parzialmente libero" (partly free). Siamo l’unico caso nell’Europa occidentale, preceduti di una sola posizione dalla Grecia che però mantiene la valutazione "free". Né può confortare la constatazione di ritrovarci allineati, in questa assai poco edificante classifica, alla Turchia.
A dirlo, non sono però i soliti giornali di sinistra che riescono a ingannare nell’intimità familiare perfino la signora Veronica Lario in Berlusconi. Per ironia del destino, il giudizio sul governo del Popolo della libertà reca l’imprimatur di "Freedom House", la Casa della Libertà, l’organizzazione autonoma americana che esamina dal 1980, cioè da prima della fatidica "discesa in campo", lo stato dell’informazione in 195 Paesi di tutto il mondo. Si tratta, dunque, di una retrocessione su scala planetaria che relega l’Italia al settantatreesimo posto, dopo Benin e Israele.
Qual è esattamente la motivazione? Ecco il testo dell’inappellabile sentenza: "Nonostante l’Europa occidentale goda a tutt’oggi della più ampia libertà di stampa, l’Italia è stata retrocessa nella categoria dei Paesi parzialmente liberi, dal momento che la libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi di estrema destra, e a causa dell’eccessiva concentrazione della proprietà dei media". Sono più o meno gli stessi argomenti che fanno scandalo quando li pronuncia Sabina Guzzanti dal palcoscenico, nel suo provocatorio spettacolo di satira e denuncia politica intitolato "Vilipendio".
A conferma poi del fatto che questa non è una mania nostrana né tantomeno un’ossessione, il verdetto di "Freedom House" cita esplicitamente la "concentrazione della proprietà dei media" e quindi la mai abbastanza vituperata legge Gasparri con cui il precedente governo Berlusconi introdusse norme che - secondo l’organizzazione autonoma americana - favoriscono l’azienda televisiva del medesimo Berlusconi. La conclusione, già ampiamente nota ai lettori di questo giornale, è che il nostro presidente del Consiglio possiede Mediaset e, attraverso il governo, controlla anche la Rai.
Per completezza dell’informazione, dobbiamo aggiungere che su un universo di 195 Paesi solo 70 sono classificati "free", pari a poco più di un terzo; 61 sono "parzialmente liberi", come noi; e 64 "non liberi". La situazione è particolarmente peggiorata, oltre che in Italia, nell’Est asiatico, a cominciare dalla Cambogia. Mentre nell’Europa occidentale, a giudizio di "Freedom House", i Paesi più liberi risultano - nell’ordine - l’Islanda al primo posto, poi al secondo la Finlandia e la Norvegia, seguiti da Danimarca e Svezia.
In attesa ora che la crescente popolarità di Berlusconi conquisti anche il residuo 24,9 per cento dei consensi, converrà magari programmare un viaggio verso Nord, ai confini della realtà, per verificare in loco le condizioni effettive della libertà di stampa. Chi vuole, eventualmente, può staccare il biglietto di ritorno anche dopo.
I veri porci sono quelli con giacca e cravatta. La chimera genetica detta «influenza suina» non è una sorpresa, Science l'aveva prevista da anni. È nata in allevamenti-industrie, ha travolto la Maginot chimica dei grandi paesi, ha beffato l'Oms. In nome del profitto
Le orde di turisti primaverili sono tornate quest'anno da Cancún con un invisibile ma sinistro souvenir. L'influenza suina messicana, chimera genetica probabilmente concepita in qualche pantano fecale di un industria di maiali, all'improvviso minaccia di portare la sua febbre in giro per il mondo. Il suo rapido propagarsi nel continente nord americano rivela una velocità di trasmissione superiore all'ultima varietà pandemica ufficialmente riconosciuta, la febbre di Hong Kong del 1968.
Rubando la scena all'assassino ufficialmente designato, l'H5N1 altrimenti conosciuto come influenza aviaria - che oltretutto ha dimostrato di mutare vigorosamente - questo virus suino costituisce una minaccia di sconosciuta magnitudo. Sicuramente, sembra meno letale della Sars del 2003 ma, essendo un'influenza, potrebbe durare molto più di questa ed essere meno incline a tornare nelle segrete caverne da cui è saltata fuori.
Dato che una normale influenza stagionale di tipo A uccide un milione di persone ogni anno, un suo anche modesto incremento di virulenza, specialmente se accoppiato con un'alta incidenza, potrebbe produrre una carneficina pari a un grande conflitto bellico. Intanto, una delle sue prime vittime sembra essere la consolante fiducia, per lungo tempo predicata dagli spalti dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che la pandemia potesse essere contenuta tramite una rapida risposta della burocrazia medica, indipendentemente dalla qualità dello stato di salute della popolazione locale. Sin dalle prime morti causate dall'H5N1 a Hong Kong nel 1997, l'Oms, con il sostegno della maggior parte dei servizi sanitari nazionali, ha promosso una strategia concentrata sull'identificazione e l'isolamento del ceppo pandemico e della sua area di contagio, cui segue la distribuzione alla popolazione di medicinali antivirali e, se disponibili, di vaccini. Un esercito di scettici ha giustamente contestato questo metodo di risposta all'insorgere di nuove minacce virali, sostenendo che i microbi sono ormai in grado di volare intorno al mondo (letteralmente, per quanto riguarda l'aviaria) più velocemente rispetto ai tempi di reazione dell'Oms o dei servizi sanitari nazionali. Sono finite sotto accuse anche le primitive, spesso inesistenti misure di sorveglianza del rapporto tra le malattie animali e umane.
Ma il mito dell'audace, preventivo ed economico intervento contro l'aviaria non è stato valutabile per colpa dei paesi ricchi, come Stati uniti e Gran Bretagna, che preferiscono investire in una loro linea Maginot biologica piuttosto che incrementare fortemente gli aiuti alle frontiere delle epidemie fuori dai loro confini. Allo stesso modo agiscono le multinazionali farmaceutiche, che combattono la domanda dei paesi del Terzo mondo di fabbricazione pubblica di antivirali generici come il Tamiflu della Roche. Ad ogni modo, è probabile che l'influenza suina dimostri che la versione Oms/Ccd (Centro di controllo sulle malattie) della preparazione contro una pandemia - senza nuovi corposi investimenti in sorveglianza, infrastrutture scientifiche e regolatorie, salute pubblica generale e accesso globale a medicinali di base - appartenga alla stessa classe di rischio del truffaldino management piramidale dei derivati della Aig o dei titoli di Madoff.
Non si tratta tanto di un fallimento del sistema di allarme della pandemia, quanto della sua completa inesistenza, persino negli Stati uniti e in Europa. Forse non sorprende che il Messico non abbia né la capacità né la volontà politica di monitorare le malattie del bestiame e il loro impatto sulla salute pubblica, ma la situazione è quasi la stessa a nord del confine, dove la sorveglianza è un fallimentare mosaico di giurisdizioni statali e le corporazioni dei commercianti di bestiame trattano la salute con lo stesso atteggiamento con cui sono soliti trattare lavoratori e animali.
Allo stesso modo, una decade di avvisi urgenti da parte di scienziati sul campo non è riuscita ad assicurare il trasferimento di sofisticate tecnologie virali al paese sulla strada diretta di probabili pandemie. Il Messico conta esperti di fama mondiale ma ha dovuto mandare i tamponi ai laboratori di Winnipeg (che ha meno del 3% ella popolazione di Città del Messico), per poter identificare il genoma del virus. Motivo per il quale si è persa quasi una settimana. Ma nessuno era meno in allerta dei leggendari controllori di Atlanta. Stando al Washington Post, il Cdc è rimasto all'oscuro dello scoppio della pandemia fino a sei giorni dopo che il governo messicano aveva iniziato ad impartire misure di sicurezza. Infatti il Post scrive: «A distanza di due settimane dal riconoscimento dell'epidemia in Messico, i funzionari dei servizi sanitari americani non hanno ancora valide informazioni a riguardo».
Non ci sono scuse. Non si tratta di un evento straordinario. Di fatto, il vero paradosso di questo panico da virus suino è che, sebbene del tutto inaspettato, era stato previsto con precisione. Sei anni fa Science aveva dedicato un lungo articolo (mirabilmente scritto da Bernice Wuetrich) per dimostrare che «dopo anni di stabilità, il virus nord-americano dell'influenza suina è entrato in una fase di rapida evoluzione».
Dalla sua identificazione all'inizio della Depressione, il virus H1N1 aveva solo leggermente deviato dal suo genoma originario. Poi, nel 1998, si è scatenato l'inferno. Una varietà altamente patogena ha cominciato a decimare le scrofe di un allevamento di maiali nella Carolina del Nord, e nuove virulente versioni hanno iniziato ad apparire quasi ogni anno, inclusa un'insolita variante dell' H1N1 che conteneva geni interni di H3N2 (l'altro tipo di influenza A che circolava tra gli umani). Ricercatori da Wuethrich, intervistati, espressero la preoccupazione che uno di questi ibridi potesse diventare un'influenza che colpiva gli umani (si ritiene che le pandemie del del 1957 e del 1958 siano state originate da una mescolanza di virus aviari e umani nei maiali) e sollecitarono la creazione di un sistema ufficiale di sorveglianza per l'influenza suina. Quell'ammonimento, naturalmente, passò inosservato in una Washington che si preparava a gettare miliardi in fantasie bioterroriste e trascurava i pericoli più ovvii.
Ma cosa ha provocato l'accelerazione di questa evoluzione dell'influenza suina? Probabilmente la stessa cosa che ha favorito la riproduzione dell'influenza aviaria. I virologi hanno a lungo ritenuto che il sistema agricolo intensivo della Cina meridionale - un'ecologia immensamente produttiva di riso, pesci, maiali e uccelli selvatici e domestici - sia il motore principale delle mutazioni influenzali: sia degli «spostamenti» stagionali sia dei «cambiamenti» episodici del genoma (più raramente può verificarsi un passaggio diretto dagli uccelli ai maiali e/o agli umani, come con l'H5N1 nel 1997).
Ma l'industrializzazione indotta dalle corporation della produzione da allevamenti ha rotto il monopolio naturale della Cina sull'evoluzione dell'influenza. Come molti autori hanno evidenziato, nei recenti decenni la zootecnia è stata trasformata in qualcosa che somiglia più all'industria petrolchimica che all'allegra famiglia contadina raffigurata nei libri di scuola. Nel 1965, ad esempio, c'erano in America 53 milioni di maiali per più di un milione di fattorie. Oggi, 65 milioni di maiali sono concentrati in 65mila strutture - la metà delle quali con più di 500mila animali. In sostanza è avvenuta una transizione dai vecchi porcili a enormi inferni di escrementi, mai visti in natura, contenenti decine, persino centinaia di migliaia di animali con sistemi immunitari indeboliti, che soffocavano nel caldo e nel letame, mentre si scambiavano agenti patogeni a velocità accecante con i loro compagni di sventura e con la loro patetica progenie.
Chiunque passi per Tar Heel, North Carolina o Milford, Utah - dove ogni partecipata di Smithfield Foods produce annualmente più di un milione di maiali, oltre che centinaia di pozze piene di merda tossica - capirebbe in modo intuitivo quanto profondamente l'agrobusiness ha interferito con le leggi della natura.
Lo scorso anno una rispettata commissione convocata dal Pew Research Center ha rilasciato un clamoroso rapporto sul tema «produzione animale in allevamenti industriali», sottolineando il grosso rischio che «i continui cicli di virus in larghe mandrie aumenteranno le possibilità di generazione di nuovi virus attraverso mutazioni o ricombinazioni che potrebbero risultare in una più efficiente trasmissione uomo-uomo». La commissione ha anche avvertito che l'uso promiscuo di diversi antibiotici negli allevamenti suini (alternativa meno costosa di un sistema di drenaggio o di ambienti più umani) stava causando l'aumento di resistenti infezioni da stafilococco, mentre le perdite fognarie producevano esplosioni da incubo di Escherichia Coli e Pfisteria (l'apocalittico protozoo che uccise più di un milione di pesci negli estuari della Carolina e fece ammalare decine di pescatori).
Tuttavia ogni tentativo di migliorare questa nuova ecologia patogena è destinato a scontrarsi con il mostruoso potere esercitato dai conglomerati dell'allevamento come Smithfield Foods (maiale e manzo) e Tyson (pollo). I commissari della Pew, guidati dall'ex governatore del Kansas John Carlin, hanno raccontato di sistematiche ostruzioni alle loro ricerche da parte delle corporation, comprese sfacciate minacce di far ritirare i finanziamenti ai ricercatori.
Inoltre questa è un'industria altamente globalizzata, con equivalente peso politico internazionale. Come il gigante thailandese del pollame Charoen Pokphand riuscì a sopprimere le inchieste sul suo ruolo nell'espansione dell'influenza aviaria attraverso il sudest asiatico, allo stesso modo è probabile che l'epidemiologia forense dell'esplosione della febbre suina vada a sbattere la testa contro le mura di pietra dell'industria delle costolette.
Non vuol dire che la «pistola fumante» non sarà mai trovata: c'è già del gossip sulla stampa messicana circa un epicentro dell'influenza intorno a una gigantesca sussidiaria della Smithfield Foods nello stato di Veracruz. Ma ciò che importa di più (specialmente a causa della continua minaccia costituita da H5N1) è il quadro più ampio: la fallita strategia anti-pandemie dell'Organizzazione mondiale della sanità, l'ulteriore declino della salute pubblica mondiale, il ferreo controllo di Big Pharma sui farmaci vitali e la catastrofe planetaria di un allevamento industrializzato e ecologicamente disordinato.
In Rutulia sta diventando un lusso dire le cose come stanno, chiamandole col loro nome: ad esempio, che Leviathan, alias Caimano, abbia circuiti mentali, stile, gusti, look, spiriti animali del gangster; molti lo pensano ma la frase non risuona, così cruda, nei luoghi della parola politica, sebbene sia obbligo morale dirlo quando de re publica agitur, la res publica su cui mette le mani. Stavolta il corrispondente dello «Stylus» racconta discorsi sans gêne colti in privato. S’è fatto consacrare immune, nota uno dei causeurs: qualunque delitto commetta, non è perseguibile; e aveva accumulato enorme fortuna con affari oscuri, campagne piratesche, frode, falso, corruzione. Buttava sul tavolo 20 miliardi d’euro: una briciola rispetto ai profitti lucrabili da chi comandi spesa pubblica, politica monetaria, leva fiscale, azione penale, macchina legislativa; «credete che dica il rosario nel Palazzo o progetti le sue esequie come Carlo V a Yuste?». S’è talmente infiltrato nell’economia rutula da manovrarla come bottega sua, solo che voglia. Può lucrare su tutto, tale essendo l’unica operazione in cui riesca, da maestro. Qui salta fuori uno splendido disegno satirico, dove veste l’abito talare: stola al collo, sorride aprendo mascelle d’alligatore; il berretto d’arciprete è una poltrona. Sarebbe il colmo dell’antinatura, continua l’analista, se a settantatré anni diventasse servitore asceta del bene pubblico, avendo sotto mano un paese da spolpare impunemente. «Guardatelo, che enorme fagocito, compra i colonnelli d’un partito e lo ingoia». Poi l’entretien passa al versante psichico: egomania, loquela enuretica, ipertrofia d’un Io priapesco, autocompianto, deliri; inveisce contro i giudici, chiamandoli malati mentali (meno i corrotti beninteso), o li paragona ai poliziotti assassini della Uno Bianca e invoca verdetti plebiscitari; prende pose da re taumaturgo e consolator afflictorum; nei consessi planetari gode la fama del sinistro buffone. C’è chi perde l’olfatto o l’udito: lui non ha mai posseduto l’organo che discerne vero e falso, né sa cosa significhi decenza; e se acquisisse tali facoltà, perdendo l’impeto mistificatorio, sarebbe la fine dell’impero. Dati i precedenti non stupiscono i gesti criminofili: garantisce l’impunità dei colletti bianchi, purché stiano dalla sua (vedi come assolve i falsari in bilancio o difende gl’impresari edili che frodavano su cemento e ferro in terra sismica); ma chiede poteri abnormi a tutela dell’ordine e appena abbia rimosso le ultime resistenze, lo imporrà pro domo sua, l’ordine che regna a Varsavia, cominciando da pensiero e parola.
Il punto interessante è come gente sveglia nel calcolo degl’interessi abbia potuto assuefarsi allo stato servile in cui la tiene costui. «Codice genetico», risponde l’interlocutore bibliofilo, aprendo un raro incunabolo: Tractato di Frate Hieronimo da Ferrara [...] circa el reggimento et governo della città di Firenze, senza note tipografiche ma l’ha stampato Bartolomeo de’ Libri, 1498; e spiega come sia nato, libello politico in una congiuntura cruciale. L’autore, in rotta con la Corte romana e sotto scomunica, scrive a richiesta dell’ultimo governo bimestrale amico: gli restano poche settimane; è un fondamentalista collerico; formidabile atleta del pulpito, ha commesso degli errori e li aggrava barando; perderà ogni credito ma intellettualmente e in levatura etica soverchia gli avversari. Le venti carte (41 facciate) contengono tre opuscoli. Il capitolo II del secondo è un ritratto del tiranno, sotto vari aspetti attuale.
Il nome indica l’«uomo di mala vita [...] che per forza sopra tutti vuole regnare», gonfio dentro, quindi invidioso. «Gran fantasie, tristizie, timori [...] lo rodono»: ha bisogno d’un divertissement (concetto chiave delle Pensées pascaliane, edite 172 anni dopo); infatti, «rare volte o forse mai» vediamo «tiranno che non sia lussurioso»; e siccome i divertimenti costano, «inordinatamente appetisc[e] la roba, onde ogni tiranno è avaro e ladro», da cui segue che «abbia virtualmente tutti li peccati del mondo». Iracondo, vendicativo, sospettoso, «molto vigilante»: versa in uno stato «che è difficile, anzi impossibile» mantenere indefinitamente, «ed essendo il fine cattivo», lo sono anche i mezzi; atti casualmente buoni conservano «quel perverso stato». In politica segue tre massime: «prima, che li sudditi non intendano cosa alcuna»; seconda, li vuole discordi, «et etiam» i ministri, consiglieri, familiari, così «favorisce una delle parti, la quale tiene l’altra bassa e [lo] fa forte»; terza, non tollera «uomini eccellenti». Gli viene comodo un popolo dalle teste spente, perciò fornisce «spettacoli e feste». «Onora gli adulatori» e «ha in odio chi dice la verità»: coltiva «le amicizie de’ signori e gran maestri forestieri, perché li cittadini reputa suoi avversari e di loro ha sempre paura». Allunga le mani negli affari giudiziari. Col denaro pubblico edifica palazzi e templi, dove appende le sue insegne. Tiene a corte «cantori e cantatrici». S’alleva degli adepti pescando in basso. Espropria campi e case promettendo «il giusto prezzo e poi non ne paga la metà»: lesina la mercede alla servitù; paga i satelliti «con roba d’altri». Formandosi delle solidarietà, «esalta li cattivi uomini» che altrimenti «sariano puniti». Non c’è nomina in cui non metta becco, «insino alli cuochi del palazzo e famigli de’ magistrati». «Tutte le buone leggi» corrompe «con astuzia» e ne «fa continuamente a suo proposito». Ha spie e suggeritori dovunque sia esercitato qualche potere. «E chi sparla di lui, bisogna che si asconda perché lo perseguita [...] insino nelle estreme parti del mondo». Dà «udienza breve e risposte ambigue»: «vuol essere inteso a cenni»; spesso «schernisce gli uomini dabbene». «Vale più un minimo suo polizzino» o la parola d’uno staffiere «che ogni iustizia». Infine, dissemina «ruffiani e ruffiane». «Insomma, sotto il tiranno» non esiste «cosa stabile», dipendono tutte dalla sua volontà. Qui i conversanti discutevano: fin dove l’attuale padrone rutulo sia riconoscibile nel ritratto dipinto da fra’ Girolamo; e quanta impronta servile resti nell’eredità etnica.
E così scomparirà forse dal vocabolario delle feste nazionali la parola "Liberazione". A partire dal 25 aprile 2009, da quella che sarà stata (forse) l´ultima Festa della Liberazione, la sostituirà un´altra parola, solo in apparenza simile: "Libertà". Un mutamento che sembra del tutto naturale, di fatto già avvenuto, come bere un bicchier d´acqua, come trovare la definizione adatta per riempire le caselle di un gioco di parole incrociate. Una piccolissima modifica, una roba da niente. Tanto piccola e innocua che questo mutamento di fatto è come se fosse già avvenuto. Del resto, l´accoglienza è stata benevola, perfino un po´ distratta. Una parola, nient´altro. I pochi, prevedibili dissensi sanno più di blando rimpianto per la dipartita di un vecchio amico di famiglia che di lotta per difendere valori non negoziabili. Nel consenso si avverte un respiro di sollievo, come quello a cui dà voce un editoriale sul Corriere della Sera di ieri. È – vi si legge – «una ferita che si chiude».
C´era dunque una ferita: la parola "Liberazione" la teneva aperta, la parola "Libertà" la chiude. Caso singolare, degno di attenzione. Una parola divideva, di più: feriva e faceva sanguinare, l´altra – pur della stessa famiglia – magicamente risana la ferita, ricompone la società, fa scomparire l´ultimo riflesso delle passioni da cui era nata. E certo quelle passioni se le portava dietro fin da quando era nata: perché erano quelle passioni che l´avevano generata nella mente di una minoranza di italiani. Quegli uomini parlavano anche di libertà ma intanto vedevano l´urgenza di un´azione da compiere, un´azione liberatoria, «questa cruenta lotta di liberazione» – come scriveva il 25 settembre del 1945 il partigiano Didimo Ferrari al commissario della Divisione Lunense, l´azionista e futuro storico Roberto Battaglia. Ma se libertà e liberazione erano così solidali nella lingua di allora, che cosa le ha fatte diventare nemiche nella lingua di oggi? «Il concetto di libertà – ha scritto Marc Bloch – è uno di quelli che ogni epoca rimaneggia a suo piacere». Più difficile rimaneggiare "Liberazione" – quella specifica e precisa lotta di liberazione che si svolse in un determinato momento della storia italiana. Quanti liberatori attivi ebbe l´Italia tra il 1940 e il 1945? C´era allora il "Consolidated B-24 Liberator": un bombardiere quadrimotore. Lo vedevamo dal basso quando veniva a bombardare un´Italia già alleata della Germania e poi occupata dai tedeschi, dove popolazioni inermi tradite dai rappresentanti dello Stato aspettavano che qualcuno li liberasse dalla condizione schiavile in cui erano precipitati. Se qualcuno non si fosse ribellato e non avesse dato vita all´organizzazione di Comitati di Liberazione Nazionale, gli italiani avrebbero avuto una liberazione tutta americana, insieme alle "AM-Lire" stampate dagli alleati.
Non sarebbe stata la prima volta. Nella storia d´Italia altre svolte rivoluzionarie del mondo moderno sono state vissute in modo passivo. Per una di loro, quella della Grande Rivoluzione francese esportata dalle armate napoleoniche in tutta Europa, lo storico napoletano Vincenzo Cuoco coniò il termine di "rivoluzione passiva", che rimase buono anche per altri usi. Ma almeno in un caso l´Italia è stata attiva e creativa: nell´invenzione del regime fascista, guidato da un capo che si presentò agli inizi come rivoluzionario. Lo storico che sottolineò questo aspetto, Renzo De Felice, fu anche colui che coniò una espressione poi entrata nel linguaggio comune delle narrazioni della storia italiana del ´900: "gli anni del consenso". Significava quella espressione che l´adesione degli italiani al regime fascista era stata un fenomeno di massa. E questo è servito spesso nella polemica ideologica a sminuire ancora di più la piccolezza del fenomeno della Resistenza come guerra di liberazione condotta da italiani. Poteva mai nascere dal paese del consenso di massa al fascismo, un altro e opposto paese capace di lottare per riscattare la propria dignità? Nella stanchezza di un´Italia lontanissima da quei tempi oggi sembra giunto il tempo per cancellare anche nel linguaggio l´ultima traccia verbale di una stagione lontana. Ma nella parola "Liberazione" e solo in quella è iscritto il ricordo di un fatto storico che ha segnato la discontinuità tra due Italie. Questo termine sta a ricordare che c´è stata una lotta di una parte del paese contro un´altra, che quella parte pur minoritaria seppe allora raccogliere l´esito della fine del consenso al regime e conquistarsi nel paese un altro e diverso consenso di massa: quel consenso che, attraverso libere elezioni e nella dialettica di ideali diversi ma capaci di dialogare e di incontrarsi sulla sostanza, dette vita e forma alla Costituzione repubblicana. Lo si cancelli, se si vuole, se si può. Vediamo bene che c´è un patteggiamento intorno a questo e che non mancano offerte di pagamento in buona moneta: tale è il ritiro della legge che equipara gli italiani di Salò e quelli dei Comitati di Liberazione, tale è la possibilità di una revisione della Costituzione non a colpi di maggioranza. E il prezzo che si chiede è solo una piccola operazione di "lifting" verbale. Tuttavia una cosa deve essere tenuta presente: il banco di prova più delicato del potere si trova proprio qui, nella capacità di iscriversi nel linguaggio, di mutare le denominazioni delle feste come momento simbolico della vita collettiva. E non è solo nell´universo dantesco che per una "paroletta" ci si danna o ci si salva.
Il caso italiano è esemplare. In ogni assemblea di Confindustria, in ogni convegno dei Giovani Imprenditori (che in Italia sono in gran parte figli di industriali e dunque rappresentanti di dinastie) per anni si è denunciato l’alto costo del lavoro, presentato come il peggior ostacolo alla competitività. Solo molto più tardi e senza clamori, senza la minima autocritica da parte dei focosi antagonisti del lavoro, è diventata nota e pubblica la verità: i salari italiani sono da decenni i più bassi d’Europa.
Eppure presidente, responsabili dell’ufficio studio e notabili di Confindustria sono considerati dai media le voci più autorevoli e competenti sulla questione, mentre i media dipingono i sindacati a turno come infidi, settari, estremisti. Sugli stessi sindacati, rimasti ormai isolati nella difesa dei lavoratori, vengono riversate accuse di privilegio, di improprio vantaggio, e se ne reclama la tassazione. (...) Alla presidente di Confindustria preme avallare due concetti. Il primo: licenziare è in sé un bene. Marcegaglia non sa se ci sono troppi maestri e se ha valore il taglio di 87mila cattedre. Ma nel suo mondo "sfoltire" è sempre una buona idea: aumenta il potere dei capi e la paura dei sottoposti. Il secondo: licenziare introduce la parola "merito", fondamentale in un’industria di padri e figli, in cui gli altri devono meritare anche la più piccola parte di quello che loro hanno semplicemente ereditato.
Un mondo di sottocultura sente gratitudine profonda e istintiva per il profeta Renato Brunetta, il primo a scoprire la turpe razza dei fannulloni. Più che alla sociologia del lavoro, i fannulloni sembrano far parte di personaggi della commedia all’italiana. Sono mostri che, nonostante l’eroismo del ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione, Brunetta, nella vita vera nessuno è ancora riuscito ad acciuffare ed esporre alla pubblica gogna.
(...) Il vero obiettivo di Brunetta non è portare giustizia e meritocrazia nella pubblica amministrazione. Il vero obiettivo è un altro: denigrare il lavoro, umiliarlo, ridicolizzarlo e sbugiardarlo, mostrare il lato infido e un po’ ignobile dei lavoratori pubblici. I lavoratori sono profittatori, questuanti che, se non hanno lavoro, scendono in piazza; se lo hanno, si lamentano della precarietà e vogliono - oggi, nel mondo dell’informatica, della finanza e delle banche on-line - il posto fisso come nell’Ottocento. E se hanno il posto fisso non lavorano, o almeno non dimostrano di aver meritato il proprio compenso, anche se raramente supera i 1000 euro. (...)
GESTI DA KING KONG
Ci troviamo di fronte a una sottocultura primitiva, che si estende dalla manager Emma Marcegaglia al docente universitario Renato Brunetta, e lo prova il modo rozzo ed elementare con cui vengono "afferrati" i grandi problemi. Con gesti da King Kong in cima al grattacielo, la Marcegaglia approva con slancio il ritorno al maestro unico senza chiedersi che conseguenza potrà avere l’improvviso cambiamento su insegnanti e bambini. Un solo, o una sola docente a spiegare italiano, matematica, inglese, storia e scienze, e tutto in classi multietniche, ovviamente senza insegnanti di sostegno per i bambini portatori di handicap, tra alunni in divisa, tenuti in riga dalla minaccia del 5 in condotta.
Il presidente di Confindustria esulta per la cancellazione di 87mila posti di lavoro; afferma, con automatismo padronale, che gli insegnanti sono troppi; non sa e non chiede quanti bambini dovrà seguire adesso un maestro solo. Più di venti per ogni classe? Meno di venti? Si arriva a trenta? Ma forse questo non fa differenza nel mondo competitivo del merito e dell’efficienza.
Pensate a un ministro della Pubblica amministrazione e dell’innovazione, che divide il mondo in due. Da una parte vede funzionari ossessivi degni dell’eroe sovietico Stachanov o dell’indimenticato protagonista del film polacco L’uomo di marmo, dall’altra infidi fannulloni che si nascondono, da "furbi", dietro familiari menomati da handicap.
Provate adesso a tracciare una linea che unisca questi due mondi, il privato della Marcegaglia e il pubblico di Brunetta. Troverete una cultura che disprezza il lavoro, che respinge chi osa chiedere di più e, con l’aiuto dei media, mette in cattiva luce chi lo difende, spostando su di esso tutta la responsabilità della crisi di un paese privo di ricerca, di progetti, di prospettive. C’è una classe imprenditoriale che da decenni esige meno tasse, meno costi per il lavoro; ma non condivide mai i risultati economici, a volte clamorosamente buoni.
La "nuova" politica del settore pubblico è basata su una verità tanto sbandierata dal ministro: "C’è gente che lavora? Non credeteci, mentono".
Tre parole vengono usate come se fossero, allo stesso tempo, formula organizzativa perfetta e prova di rettitudine morale. Tre parole destinate a essere l’"Apriti Sesamo" imprenditoriale italiano, formula magica capace di rilanciare le imprese e provocare all’istante una buona economia: "competitività", "produttività", "merito".
Per la cultura imprenditoriale del mondo industriale, la "competitività" è un motore potente, un vanto al quale ogni impresa aspira per se stessa, cercando di distinguersi nel settore in cui opera. Ma in Italia la competitività dà adito - nelle imprese - a un doppio lamento, diventa una rete buttata su un animale focoso per rallentarne la corsa. È il lamento fatto di tasse troppo alte e di stipendi troppo costosi. La spesa pubblica e l’esosità dei lavoratori iperprotetti sono due parassiti che si mangiano i profitti, divorano gli investimenti, frustrano la scelta di fare impresa.
La "produttività", come qualunque scuola di management insegna, è frutto della buona progettazione come disegno e della buona organizzazione come gestione. Ne sono responsabili i manager alti per quanto riguarda i piani di produzione, i manager intermedi per i risultati presentati trimestre dopo trimestre, mese dopo mese e giorno per giorno. L’autonomia produttiva del singolo lavoratore è un tassello troppo piccolo per poter migliorare o peggiorare la produttività di tutta un’impresa. Eppure non si conosce convegno in cui, invece di discutere della produttività a partire dalla proprietà dell’impresa e dai suoi vertici, non se ne addossi la responsabilità ai lavoratori. Non c’è discussione sul rinnovo dei contratti in cui non si torni a proporre come buono, sensato, realistico e possibile, il legame consequenziale tra aumento dei salari e crescita della produttività.
IL MIRACOLO
Come fa l’operaio a provocare questo miracolo? Diventando forse attivista, mobilitando i colleghi, accordandosi con loro ("Dai ragazzi, diamoci dentro!") o seguendo scrupolosamente il piano della fabbrica pur sapendo che non è abbastanza produttivo? Il "merito" e il ritorno alla meritocrazia sono forse il più sfacciato e offensivo slogan del nuovo manifesto aziendale e morale. Come fa un operaio a meritare più del dovuto, secondo le regole e secondo il contratto? L’unica risposta è lo straordinario, e la sua detassazione. Il "premio" per chi fa più fatica per più ore di lavoro, in certi casi anche rischiando di più. Questo premio serve a stimolare chi lavora a lavorare oltre l’orario stabilito e, dunque, a evitare nuove assunzioni. È progresso o un espediente manageriale e padronale che raschia il barile della fatica umana? L’intento, comunque, è di tenere in pugno il lavoro, generare diffidenza, isolamento, paura, accrescendo il rischio, perché le precauzioni contro i pericoli rallentano il lavoro e certo non giovano alla competitività, non aumentano la produttività e non si prestano a essere esibite come merito. Come vedete, non è un percorso di civiltà. Ma è ciò che oggi accade in Italia.
Il destino incerto della democrazia. È questo il tema attorno al quale ruota l'iniziativa in corso a Torino, che non a caso ha come titolo "Biennale democrazia". Tema articolato in più sessione, attraverso "parole chiave" che hanno accompagnato la discussione sullo stato di salute dei sistemi politici appunto democratici. Il multiculturalismo, il potere pervasivo dei media, ma anche i rischi che la attuale crisi economica possa determinare la crescita di un populismo che in nome del popolo limita libertà civili, politiche e ridimensiona ulteriormente i diritti sociali. L'economista indiano Prem Shankar Jha è stato invece chiamato a discutere di quel "caos" originato dalla crisi economica e di come quel caos possa accelerare la crisi della democrazia.
Prem Shankar Jha è, oltre che uno studioso, anche un noto commentatore dell'economia mondiale da una prospettiva, quella dell'India, cioè di una nazione considerata l'esempio vivente di una nazione che è potuta crescere economicamente grazie a quella deregolamentazione dei mercati che ha caratterizzato il cosiddetto neoliberismo. Tesi che lo studioso indiano ha più volte contestato, come d'altronde dimostra il ponderoso volume Caos prossimo venturo pubblicato da Neri Pozza lo scorso anno. Un libro che prevedeva l'eclissi del neoliberismo. Prem Shankar Jha sarà oggi a Torino, dove terrà una "lezione" proprio sulla realtà originata dalla crisi, prefigurando ancora anni di "caos", indipendentemente da quanto sostengono alcuni commentatori sulla fine della crisi economica.
Capitalismo e democrazia. Due termini spesso in conflitto, nonostante la retorica sulla loro indissolubilità. Cosa ne pensa di questa "querelle"?
Storicamente, la democrazia politica è stata voluta dalla borghesia per contrastare il potere dei proprietari terrieri e dell'aristocrazia. Poi è stata usata dal movimento operaio per contrastare il potere del capitale, dando vita all'intensa, seppur breve stagione dei diritti sociali. Stagione tuttavia che ha reso la democrazia e il capitalismo come realtà in conflitto. Per me, sono da considerare come fratelli siamesi. Aggiungo, però, che stiamo parlando di un contesto molto preciso, quello dove lo stato-nazione esercitava la sovranità sulla nazione. La globalizzazione ha lentamente ridimensionato, se non distrutto lo stato-nazione. C'è stata l'unificazione dei mercati nazionali in un unico, grande mercato, mentre le imprese manufatturiere e finanziarie sono diventate globali e profondamente antidemocratiche. Ogni azione politica deve essere quindi globale, come le imprese. È questa la cornice antro la quale agire politicamente per ridimensionare il potere del capitale e per sviluppare l'equivalente globale di ciò che è stato il welfare state.
In "Caos prossimo venturo", lei sosteneva che la crisi dell'economia mondiale era una probabilità che non poteva essere esclusa. Il bailout delle borse ha drammaticamente confermato la sua analisi. Alcuni studiosi e economisti, come Immanuel Wallerstein, ora scrivono che la crisi attuale possa coincidere con la fine del capitalismo e con lo sviluppo di una economia di mercato senza capitalisti. Tesi molto provocatoria, non crede?
Inviterei alla cautela. È difficile infatti pensare una economia di mercato senza la proprietà privata. Più realisticamente il nodo da sciogliere è come affrontare la crisi e nessuno ha ricette pronte. Durante il cosiddetto ciclo neoliberista abbiamo assistito al divorzio tra stato-nazione e l'attività economica, fattore che ha messo fine all'"alleanza" tra il potere politico e le imprese. La crisi, invece, ripropone con urgenza un rinnovato controllo e regolazione nella circolazione dei capitali e della finanza; assieme a un maggiore rigore nella certificazione dei bilanci delle imprese. Infine, la crisi economica può favorire un cambiamento negli assetti proprietari delle imprese, come imprese a capitale misto pubblico e privato; oppure forme inedite di proprietà "sociale". Più che fine del capitalismo parlerei quindi di una trasformazione del capitalismo.
Green economy: è la parola magica per uscire dalla crisi. Lo dicono e scrivono in tanti. Il personaggio più noto a usarla è il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il quale ha illustrato la sua azione per favorire lo sviluppo di uno sviluppo economico sostenibile e compatibile con l'ambiente. Una lieta novella, non crede?
L'"economia verde" è proprio una parola magica, proprio come lo fu carbone in un mondo dove il vento e l'acqua costituiscono le uniche potenze energetiche usate nell'attività produttiva nel diciassettesimo secolo. Le stesse speranze sulla possibilità di uno sviluppo economico duraturo sono state rinnovate con il petrolio agli inizi del Novecento, il motore a scoppio, fino all'ultimo prodotto, il computer, che doveva, al pari degli altri esempi che ho fatto, garantire lo sviluppo ecconomico. Per il momento, tuttavia non ci sono tecnologie "ambientaliste" che possono essere sfruttate economicamente, cioè che possono fare da traino alle attività produttive. Quindi ci sarà un'"economia verde" solo quando si creeranno le condizioni che hanno portato il carbone, il motore a scoppio, il petrolio, l'automobile e il computer a essere fattori energetici e prodotti che potevano essere usati o prodotti secondo precisi requisiti economici e altrettanti prevedibili profitti. Allo stato attuale, per quanto riguarda le fonti energetiche non c'è infatti nessuna "vera" alternativa al petrolio. Né esistono al momento attività produttive che possono sostituire quelle attuali.
Il neoliberismo ha alimentato la crescita di forti diseguaglianze sociali, proprio quando veniva alimentata la speranza che la ricchezza avrebbe trovato nel mercato uno straordinario strumento di redistribuzione. Lei, invece, ha spesso sostenuto il contrario, cioè che l'essenza dell'economia mondiale erano proprio le diseguaglianze sociali. In questo mondo in fibrillazione c'è chi guarda alla crisi come a una possibilità per politiche sociali più egualitarie....
Quest'ultima è proprio un'opinione bizzarra basata su un errore logico che scambia le coincidenze con la causalità. Potrebbe certo accadere che una società industriale privilegi politiche sociali più eque. Ma viviamo in un'economia di mercato dove le differenze di reddito determinano disparità nel consumo, nel mercato del lavoro e precarietà nei rapporti di lavoro. È quindi auspicabile la presenza di interventi politici tesi a ridurre le diseguaglianze sociali. Ma per questo serve limitare il potere delle imprese e favorisca la redistribuzione della ricchezza. Non vanno però nascoste le difficoltà che incontrerebbe tale azione politiche in un mondo globalizzato che vede la messa all'angolo degli stati nazionali, il luogo e il contesto cioè dove far crescere gli interventi politici necessari per ridurre le diseguaglianze sociali. Questo non significa che non bisogna comunque provarci. Lo ripeto: la necessità di una regolamentazione dell'economia è necessaria anche perché l'economia e la finanza lasciate libere di fare ciò che volevano hanno determinato questa crisi.
Voce autorevole nel dibattito internazionale, Loretta Napoleoni ha una biografia che sembra una sintesi della globalizzazione: università e nessuna prospettiva di lavoro in Italia negli anni '70, nel '79 un master negli Stati uniti - "sono un'emigrata, non un cervello in fuga, me ne sono dovuta andare dall'Italia contro la mia volontà, niente di glamour" -, negli anni '80 due esperienze di lavoro a Budapest per il Fondo monetario internazionale e nella City di Londra per una banca russa, nel '93 una consulenza per la Berd (la banca europea deputata alla transizione dei paesi dell'est verso l'economia di mercato) poi abbandonata per contrasti politici, nel 2005 la presidenza del gruppo di lavoro sull'economia terrorista per il Club de Madrid. E nel frattempo la specializzazione alla London School of Economics, le collaborazioni con El Pais, Le Monde, The Guardian, Internazionale, L'Unità, Repubblica, due saggi - Economia canaglia e I numeri del Terrore, Il Saggiatore - tradotti in quattordici lingue, e perfino due romanzi.
L'ultimo nato, per l'editore Chiare Lettere, si intitola La morsa e in questi giorni è oggetto di un lancio mediatico imponente, e per una volta meritato, al quale volentieri ci associamo. E' un libro che mette coraggiosamente i piedi nel piatto delle ragioni inconfessate della crisi economica mondiale, argomentando con dovizia di dati la seguente tesi: all'origine della crisi non c'è un estemporaneo impazzimento della finanza, c'è una follia politica che comincia dopo la caduta del Muro di Berlino e raggiunge l'apice nella guerra al terrorismo di Bush, finanziata con l'abbattimento dei tassi d'interesse e legittimata con l'uso della paura e l'illusione dell'arricchimento facile.
Quanto al futuro, due prescrizioni obbligatorie: dire addio al consumismo sfrenato e farla finita con le classi dirigenti che ci imbrogliano e con la nostra creduloneria verso le favole che ci raccontano. Chi teme un indigesto tomo per specialisti si tranquillizzi: si tratta di un racconto avvincente e tagliente ambientato nelle location più sintomatiche del mondo globale, dalla New York scintillante di Clinton e impaurita di Bush alla Londra dei personal shopper, dal parco giochi di Las Vegas agli hotel a sette stelle di Dubai. Meglio di un film. Abbiamo cominciato a discuterne durante un Faccia a faccia a Radio Tre mercoledì scorso e continuiamo qui.
La morsa che secondo te sta soffocando l'economia e la democrazia occidentale è quella fra la paura del terrorismo e la bolla speculativa innescata dalla guerra al terrorismo: in sintesi, Al Quaeda ci ha distratti mentre Wall Street ci derubava. E' un'ipotesi che conquista, mettendo a contatto la nostra esperienza del disastro politico mondiale successivo all'11 settembre con quella del disastro economico attuale. Ma fa luce anche su dinamiche poco esplorate del periodo fra l''89 e il 2001, gli anni ruggenti della globalizzazione. Quali sono i passaggi principali di tutta questa vicenda?
Lo snodo cruciale è la politica economica con cui Bush risponde all'attacco alle Torri gemelle: un abbattimento precipitoso e aggressivo dei tassi d'interesse - dal 6% di fine 2001 all'1,5% della primavera 2003 - che serve a finanziare senza drenaggio fiscale le guerre in Afghanistan e in Iraq e a legittimarle, creando le condizioni per la bolla speculativa e alimentando contemporaneamente una bolla di consenso basata sulla crescita continua.
Con la vendita e la cartolarizzazione dei mutui subprime, la bolla finanziaria crescerà a dismisura, fino a esplodere sei mesi fa nella recessione che sappiamo. Dunque le responsabilità economiche e politiche di Bush sono enormi. Tuttavia questa politica economica non comincia con lui ma con Greenspam, negli anni '90, per garantire agli Stati uniti la guida del processo di globalizzazione innescato dalla caduta del Muro facilitando la deregulation. Ogni volta che sul mercato globale si prospetta una crisi - la crisi del rublo, del dot.com, dei mercati asiatici, della Turchia, del Messico - Greenspam taglia i tassi e pompa il credito, proteggendo Wall Street, la City di Londra e tutta la finanza occidentale da un'onda che in tal modo la sfiora ma non la travolge. Le crisi restano regionali, la finanza occidentale ci specula sopra, ma la crisi di sistema non viene scongiurata, viene solo rinviata.
Finché il meccanismo salta: stavolta la crisi è globale, ed epocale. Chiude l'epoca cominciata nell'89 e culminata nella guerra al terrorismo.
Che cosa succede nel frattempo nell'altro campo, quello del terrorismo internazionale? Il tuo libro dà molto rilievo alle dinamiche della finanza islamica.
La finanza islamica nasce negli anni 70, dopo la prima crisi del petrolio, ma resta allo stato embrionale fino all'ingresso di Cipro nell'area dell'euro, quando Dubai diventa uno snodo finanziario cruciale fra Est e Ovest. L'impulso decisivo per il grande salto, però, lo riceve anch'essa, per una strana eterogenesi dei fini, dalla guerra americana al terrorismo. Il Patriot Act, la famosa legge antiterrorismo varata dal Congresso all'indomani dell'11 settembre, oltre a limitare pesantemente le libertà civili conteneva delle norme contro il riciclaggio del danaro sporco, volte a bloccare l'ingresso negli Stati uniti di soldi di Al Quaeda. Il sistema bancario internazionale reagì suggerendo ai clienti di disinvestire in dollari e investire in euro. Ma una parte dell'ingente flusso di danaro che uscì dagli Usa era fatto di capitali arabi - 900 miliardi di dollari, prima dell'11 settembre - , che non furono reinvestiti in euro ma rimpatriati nei paesi d'origine, soprattutto in Malesia e a Dubai, dando così impeto alla finanza islamica. Tutto questo è avvenuto nella più completa ignoranza e sottovalutazione da parte degli Stati uniti, che non solo non ne sapevano nulla prima dell'11 settembre, ma dopo si guardarono bene dal seguire le piste finanziarie per indagare e combattere Al Quaeda.
Eppure all'epoca si disse che era la prima pista da seguire, come mai non fu fatto?
Perché quello che importava a Bush non era affatto catturare Osama Bin Laden, ma scatenare la "guerra al terrore" per invadere l'Iraq, dove Al Quaeda non c'era, e mettere in atto a partire dal "Grande Medioriente" il progetto di dominio globale degli Stati uniti delineato dai neoconservatori. Risultato: il sogno di Bin Laden di dissanguare il capitalismo occidentale si è realizzato, per merito non suo ma dei governi occidentali.
La finanza islamica è diversa da quella occidentale? In che cosa?
Completamente diversa, perché poggia sul codice etico della Sharia che vieta la speculazione: il danaro non può essere usato per creare danaro, il credito viene concesso solo per finanziare delle imprese produttive. E il rapporto fra banca e cliente è un rapporto solidale, di due soci in affari. Questi due elementi hanno tenuto la finanza islamica fuori dal business dei mutui subprime. Da noi invece si vende il rischio come se fosse un bene, e le banche non hanno più nulla di un'istituzione sociale, sono diventate solo aziende a fini di lucro.
Tu hai studiato l'economia criminale. Che ruolo hanno avuto le mafie nell'incubazione di questa crisi, e che ruolo possono giocare ora che è esplosa?
Un ruolo enorme in entrambi i casi. Dubai è cresciuta negli anni 90 anche come paradiso fiscale della mafia russa. Dopo il Patriot Act, la 'ndrangheta si è avvalsa del trasferimento del business del riciclaggio dagli Stati uniti all'Europa. E oggi, la crisi è di sicuro una grande occasione per l'economia criminale, come insegna la storia della mafia americana dopo il '29. Quando non c'è né liquidità né credito, un'economia come quella mafiosa basata sui contanti ha un enorme potere di penetrazione ed è pronta a soccorrere le imprese che le banche abbandonano. Inoltre, in tempi di crisi il controllo politico si abbassa: non si bada troppo alla provenienza dei soldi, pecunia non olet. Infatti al G20 s'è parlato dei paradisi fiscali degli evasori, ma non di quelli del crimine organizzato.
In "Economia canaglia" hai analizzato il mercato del sesso come ingrediente importante della globalizzazione. C'è una relazione fra questo mercato e quello dell'economia criminale?
Sì, strettissima. Dopo l''89 l'industria del sesso in Occidente è diventata un immenso business a cui partecipano e attraverso cui sono entrate in contatto le mafie europee, quella russa e quella americana.
Negli anni passati hai seguito la transizione degli ex paesi dell'Est all'economia di mercato. Come li vedi in questa crisi?
E' uno dei punti fragili dell'Europa, ed è un punto potenzialmente esplosivo anche per le banche europee che hanno investito molto nell'ex Est: un collasso del mercato immobiliare lì avrebbe conseguenze molto negative qui. Per ora la situazione è sotto controllo perché l'Europa è intervenuta, ma il problema è fino a quando continuerà ad aiutarli, e come. Non vedo alternative al quantitative easing, la creazione di moneta apposita da immettere in questi paesi, anche se per ora la Bce esita di fronte ai rischi di inflazione.
Questa crisi penalizzerà, com'è sempre accaduto, più le donne che gli uomini?
Stavolta pare di no: negli Usa sta producendo disoccupazione più maschile che femminile, colpendo un settore prevalentemente maschile come la finanza. E' un dato interessante, un'inversione di tendenza rispetto al passato.
Ma se il tracollo di oggi ha avuto un'incubazione lunga come quella che tu descrivi, perché nessuno ha suonato l'allarme prima? Gli economisti non hanno nessuna responsabilità? E l'informazione? Abbiamo ballato tutti sul Titanic, sottovalutando quello che si preparava?
Va detto intanto che negli anni '90 tutti gli economisti sono finiti a lavorare in finanza, e osservare un fenomeno da dentro è molto diverso che osservarlo da fuori. Salvo poche voci isolate e inascoltate, ha prevalso una euforia della globalizzazione che ha convinto tutti dell'infallibilità del modello occidentale. Fatto sta che oggi, di fronte alla crisi del modello infallibile, non abbiamo una teoria economica alternativa! Quanto all'informazione, ha fatto solo da eco alle favole dei politici e degli uomini di finanza. Mi rendo conto che oggi i giornalisti non hanno tempo di approfondire nulla, ma possibile che nessuno guardi a un orizzonte di lungo periodo?
In attesa della teoria alternativa, proviamo almeno a ipotizzare qualche rimedio. Come se ne esce? Obama, secondo te, ha preso la strada giusta?
Primo rimedio: per uscirne dobbiamo prendere in considerazione tutto, Marx, Keynes, la teoria della decrescita, tutto quello che ci può aiutare, senza farci appannare da veli ideologici. Secondo: il consumismo sfrenato e la finanza cosiddetta creativa, che io preferisco chiamare finanza degli effetti speciali, ci ha portato a questo disastro: fermiamoci. Terzo: il protezionismo, che si associa sempre al nazionalismo, al populismo e agli arroccamenti identitari e razzisti, sarebbe un rimedio peggiore del male. Questa è una delle ragioni per cui nutro dei dubbi sulla strategia anticrisi di Obama, che non mi pare esente dal virus protezionista.
E le altre ragioni?
Non mi convince una risposta alla recessione che invece di porsi il problema di azzerare il rischio si limita a trasferirlo dal settore privato allo Stato, salvando il sistema bancario: ci vedo un tentativo di ripristinare lo status quo ante, un palliativo che non aggredisce il male alla radice. Per aggredirlo davvero bisogna cambiare più radicalmente strada, cominciando a infrangere tre miti: quello del rischio come bene commerciabile, quello del consumo invece della produzione come motore dell'economia, quello degli immobili come generatori automatici di ricchezza. Bisogna rilanciare la produzione riconvertendola. E soprattutto bisogna che noi cittadini ricominciamo a vigilare su quello che politici e banchieri ci raccontano, e su quello che non ci raccontano: la crisi non è affatto superata e può riservarci ancora brutte sorprese.
La democrazia italiana sta correndo il rischio d’essere schiacciata tra il "presidenzialismo assoluto" e il populismo elettronico. È un rischio grave, di cui si dovrebbe essere consapevoli nel momento in cui si parla di aprire addirittura una stagione costituente.
Ed è un rischio reale, come dimostrano in modo eloquente alcuni fatti significativi delle ultime settimane, tra i quali spicca l’alto e severo monito del presidente della Repubblica. Berlusconi non si limita a chiedere una maggiore efficienza dell’azione di governo. Pretende una radicale ridefinizione del ruolo del presidente del Consiglio, con una concentrazione di potere nelle sue mani senza precedenti e senza controlli, alterando, e non riformando, la forma di governo disegnata dalla Costituzione.
Consapevoli o no, Berlusconi e i suoi continuano a muoversi secondo un modello messo a punto negli Stati Uniti nel 1994 da un parlamentare repubblicano, Newt Gingrich, che proponeva un "Contratto con l’America" e il passaggio a un "Congresso virtuale" (collegati elettronicamente, i cittadini avrebbero votato le leggi al posto dei parlamentari). Sappiamo che Berlusconi fece proprio il primo suggerimento, firmando in diretta televisiva il non dimenticato "Contratto con gli italiani". Ora si indica una strada per delegittimare il Parlamento, già minacciato d’una riduzione ad una sorta di riunione di famiglia di cinque persone, quanti sono i presidenti dei gruppi parlamentari, che voterebbero al posto dei singoli senatori o deputati. Fallito negli Stati Uniti, il modello Gingrich troverà in Italia la sua terra d’elezione?
Cogliamo così il populismo nella sua versione più radicale, che ispira l’azione quotidiana del presidente del Consiglio, che si è da tempo manifestato nell’accorta e totalitaria gestione del sistema della comunicazione e che ora attende il suo compimento finale, con l’accentramento dei poteri nelle mani del primo ministro e un incontro fatale con le tecnologie elettroniche. Di questo modo d’intendere la politica e lo Stato Berlusconi ha dato pubblica testimonianza quando, in apertura del congresso costituente del Popolo della Libertà, ha descritto l’intero costituzionalismo moderno appunto nella chiave, abusiva e inquietante, di una sua radice populista. E l’insofferenza per ogni forma di controllo e per le stesse regole dello Stato di diritto, caratteri tipici del populismo di destra, ritornano ossessivamente nelle più impegnative vicende recenti. Quando Napolitano ha rifiutato di firmare il decreto legge sul caso Englaro, Berlusconi ha minacciato un ricorso al popolo, costituzionalmente improponibile, perché il potere di decretazione fosse attribuito al governo fuori d’ogni controllo.
Viviamo, però, in un clima di populismo "selettivo". Quando esalta la voce del popolo, Berlusconi dimentica del tutto che questa voce si levò nel giugno 2006, quando proprio un referendum popolare bocciò la sua proposta di riforma costituzionale. Quel voto, infatti, viene svalutato imputandolo non ai cittadini, ma alla "sinistra", ai "comunisti". Questo perché si vuole cancellarne l’indubbio significato politico nel momento in cui si cerca di imboccare una strada preoccupante come quella allora bloccata. Dopo il referendum, infatti, si sottolineò che, evitato lo stravolgimento, la Costituzione aveva bisogno di una "buona manutenzione": esattamente l’opposto di quel che oggi propone Berlusconi, chiedendo in primo luogo d’essere libero da ogni controllo nell’emanazione dei decreti legge e di spostare sul presidente del Consiglio il potere di sciogliere le Camere. In questo modo, però, non si va verso una forma di governo parlamentare razionalizzata, ma verso un primato assoluto dell’esecutivo, anzi di chi lo presiede, che contrasta con il sistema costituzionale vigente. Dopo aver trasferito la sede del governo a casa propria, ora Berlusconi vuole portare a compimento il suo progetto di privatizzazione delle funzioni di governo trasferendo nello Stato il modello già realizzato per il suo nuovo partito, descritto senza reticenze nell’articolo 15 dello statuto sui poteri del presidente del Pdl: "Ha la rappresentanza politica del partito, e lo rappresenta in tutte le sedi politiche e istituzionali, ne dirige l’ordinato funzionamento e la definizione delle linee politiche e programmatiche, convoca e presiede l’ufficio di presidenza, la direzione e il consiglio nazionale e ne stabilisce l’ordine del giorno. Procede alle nomine degli organi di partito e, d’intesa con l’ufficio di presidenza, decide secondo le modalità previste dallo statuto". Non si poteva trovare una più sincera dichiarazione di autocrazia.
Conosco già alcune risposte. Non si vuole alterare la Costituzione, ma soltanto rendere più efficiente l’azione di governo e più fluidi i regolamenti parlamentari. Non lasciamoci ingannare da queste giravolte. Si dice che, reso più rapido l’iter parlamentare delle proposte del governo, verrà ridotto il ricorso ai decreti legge. Che non è una buona risposta, perché si accetta comunque la pretesa del governo di non sottoporre a controlli adeguati le sue iniziative. E perché ai guasti del presidenzialismo strisciante non si risponde con una sua rassegnata accettazione, ma ripensando gli equilibri istituzionali, partendo da una seria rivalutazione della funzione parlamentare che non può essere affidata alle logore acrobazie di uno "statuto" concesso alle opposizioni (si rifletta sugli effetti della recente riforma costituzionale francese, che ha determinato l’assoluta opacità della legislazione chiusa nelle commissioni parlamentari e il sistematico azzeramento degli spazi di iniziativa legislativa "garantiti" all’opposizione). È tempo di contrappesi forti.
Si torna così al tema della comunicazione. L’ipotesi del sondaggio permanente dei cittadini dà l’illusione della sovranità e la sostanza della democrazia plebiscitaria. È una ipotesi insieme pericolosa e vecchia, se appena si rivolge lo sguardo ai diversi tentativi di far sì che i cittadini, consultati anche elettronicamente, non siano ridotti a "carne da sondaggio", ma possano essere soggetti attivi e consapevoli. Il ben diverso uso delle tecnologie e delle reti sociali da parte di Obama, e non da lui soltanto, dovrebbe indurre a riflessioni meno rozze. Ma delle impervie vie della democrazia elettronica, fuori dal populismo, converrà parlare più distesamente.
Spero non vi stupirà che io parta, in questa mia riflessione, da un racconto personale. Sono in effetti convinto che non sia superfluo ricordare – anche col contributo di chi può darne testimonianza – di quale storia sia figlia la nostra democrazia repubblicana, e quella Costituzione che ne rappresenta insieme lo spirito, l’impalcatura e la garanzia. Non è superfluo vista la leggerezza con cui si assumono oggi atteggiamenti dissacranti e si tende a mettere in causa un patrimonio di principi che ha costituito per l’Italia un’acquisizione sofferta collocandola nel grande solco del pensiero e del progresso liberale e democratico dell’Europa e dell’Occidente.
Parto dunque dal racconto personale.
Avevo appena compiuto diciott’anni quando il 25 luglio del 1943 fui, come tutti gli italiani, raggiunto via radio a tarda sera dalla fulminante, imprevedibile notizia della caduta di Mussolini. Imprevedibile anche nella forma, che aveva un sapore di rito antico, da lungo tempo dimenticato: accettazione, da parte del Capo dello Stato, delle dimissioni del Capo del governo. Si seppe poi che il dimissionamento di Mussolini era stato provocato dal fatto, anch’esso inaudito, di un voto di sostanziale sfiducia adottato, con sorprendente procedura democratica, dal massimo organo dirigente del Partito al potere, di cui Mussolini era sempre stato arbitro assoluto. Al fondo di quei pur imprevedibili eventi vi era naturalmente una crisi profonda via via maturata nel rapporto tra il paese e il fascismo, a cominciare dal suo capo, per effetto dell’andamento disastroso della guerra da lui irresponsabilmente voluta, e del peso sempre più insopportabile delle sofferenze inflitte alla popolazione. Di questo ero stato anch’io testimone e partecipe vivendo l’odissea dei cento bombardamenti che avevano colpito la città di Napoli.
La notizia della caduta di Mussolini e del suo governo suscitò perciò un immediato senso di liberazione: dal fascismo e, ci si illuse, dalla guerra. Torno con la mente alla sera del 25, e ancora ricordo come condivisi con l’amico che mi era più vicino quel momento di eccitazione e di euforia. Avevamo già da tempo maturato, insieme con altri della nostra generazione, non solo la più radicale contrapposizione al fascismo ma anche la convinzione, cui pure non era stato facile giungere, che la salvezza per l’Italia potesse venire solo dalla sconfitta ad opera delle forze alleate. E in effetti fu determinante l’avvicinarsi delle forze anglo-americane, dalla fine del 1942, al territorio italiano fino ad invaderlo e percorrerlo a partire dal Sud, dalla Sicilia.
Le posizioni cui ero venuto aderendo da quando nel primo semestre del 1942, frequentando l’ultimo anno di liceo a Padova, avevo scoperto la politica e l’antifascismo, potei ritrovarle e approfondirle nel gruppo di giovani di cui entrai a far parte iscrivendomi all’Università di Napoli. Ma quelle posizioni non potevano abbracciare le conseguenze che avrebbe avuto il ritiro dell’Italia sconfitta dalla alleanza con la Germania nazista. All’indomani della liberazione di Napoli dal terrore tedesco e dell’arrivo delle truppe alleate alla fine di settembre del 1943, ebbi la percezione più diretta della condizione durissima in cui era precipitata la mia città, chiamata a vivere, dopo la liberazione, l’esperienza dell’occupazione americana: un’esperienza caotica e febbrile, per il “saltare del coperchio” – secondo il ricordo e la descrizione dell’allora giovanissimo scrittore Raffaele La Capria – per il cessare della lunga “costrizione (parole, sempre, di La Capria) del regime, della guerra, dei bombardamenti quotidiani, della paura, della fame, dell’isolamento.”
La realtà del paese era questa – non facile oggi da immaginare per chi non ne abbia personale memoria come me, e perciò ho voluto rievocarla – ed era quella della guerra che (lungi dal concludersi secondo le speranze del 25 luglio) continuava a flagellare il resto dell’Italia rimasta nel cerchio dell’oppressione nazista, da Roma in su, lasciando dovunque un’eredità di lutti e di macerie.
Fu dunque da una realtà disperante che si dové partire per rifondare la democrazia in Italia. Valgano le scarne, drammatiche frasi annotate nel suo diario, il 15 dicembre 1943, da un grande intellettuale antifascista, Benedetto Croce, identificatosi da studioso con la causa dell’unità italiana e con la storia dello Stato unitario :
“Sono sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo in qua costruito politicamente, economicamente e moralmente, è distrutto. Sopravvivono solo nei nostri cuori le forze ideali con le quali dobbiamo affrontare il difficile avvenire, senza più guardare indietro, frenando il rimpianto.”
In effetti, quelle forze ideali si manifestarono nello stesso non breve tempo dell’occupazione tedesca nel Centro-Nord – in una Italia “tagliata in due” – attraverso lo sviluppo della Resistenza in armi e di una generosa mobilitazione di popolo in nome della libertà, dell’indipendenza, della dignità della patria italiana.
Ma, finita la guerra, l’avvenire andava affrontato avviando la ricostruzione materiale del paese paurosamente sconvolto e immiserito, e ripristinando condizioni essenziali di governabilità democratica. E questa prima tappa fu percorsa sotto la guida dei governi di coalizione antifascista che si succedettero tra l’aprile del 1944 e il 1945 a Liberazione dell’intera Italia ormai conclusa. Le tappe successive furono quelle che scandirono un impegno di ricostruzione, non meno necessaria e vitale, sul piano politico e statuale. Con la creazione della Consulta nazionale si diede vita a un organismo rappresentativo – ancorché non elettivo – del risorto pluralismo politico. Con l’istituzione del Ministero per la Costituente si gettarono le basi di quella che avrebbe dovuto essere la missione di un’Assemblea eletta dal popolo con il mandato di adottare una Carta Costituzionale. Infine, con il riconoscimento del diritto delle donne a votare, e ad essere elette, già nelle prime libere elezioni amministrative, si predisposero le condizioni perché le decisive prove del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea Costituente si svolgessero finalmente, per la prima volta nella storia d’Italia, a suffragio universale.
Così rinacque la democrazia in Italia, su basi più ampie e solide che mai nel passato; e rinacque in pari tempo con il ricostituirsi dei partiti, dei sindacati, di altre organizzazioni sociali e libere associazioni, di organi di stampa indipendenti e rappresentativi di una pluralità di opinioni; rinacque con il crescere di una partecipazione senza precedenti dei cittadini alla vita pubblica. Non voglio, sia chiaro, suggerire un’immagine idilliaca di quegli anni da cui sarebbero scaturite la scelta della Repubblica e la Costituzione; l’acquisizione degli ideali e dei principi democratici non fu né immediata né incontrastata; e dinanzi al rinascente ruolo dei partiti sorse anche un movimento per contestarlo, (il cosiddetto “Uomo Qualunque”) e non senza successo. Ma non c’è dubbio che si mise in moto un processo irresistibile, dall’alto e dal basso, di riedificazione democratica. Coronamento di tale processo fu l’elaborazione – in un clima di straordinario fervore intellettuale e politico, attraverso il confronto e l’avvicinamento tra le diverse forze politiche e correnti culturali accomunate dall’antifascismo – della Costituzione repubblicana.
Il confronto in Assemblea Costituente e il suo approdo finale, il testo votato da una maggioranza del 90 per cento il 22 dicembre 1947, furono, certo, profondamente segnati dalle dure lezioni del passato – il crollo dello Stato liberale, l’avvento di una dittatura personale e di partito, la scelta fatale delle guerre di aggressione. Ma essi rispecchiarono nello stesso tempo il tendenziale dinamismo della società italiana in condizioni di ritrovata libertà, e lo slancio popolare verso un nuovo e più giusto ordine economico e sociale, verso un assetto autenticamente democratico.
La Costituzione repubblicana non è dunque una specie di residuato bellico, come da qualche parte si vorrebbe talvolta far intendere. Essa fu preparata da indagini a tutto campo e cospicue pubblicazioni del Ministero per la Costituente, che esplorò tra l’altro le Costituzioni e le leggi elettorali dei principali altri paesi, mettendo a confronto le esperienze altrui e le condizioni del nostro paese. La Carta che scaturì dall’Assemblea Costituente, nacque dunque guardando avanti, guardando lontano: essa seppe – partendo da esperienze drammatiche, di cui scongiurare ogni possibile riprodursi – dare fondamenta solide e prospettive di lunga durata al nuovo edificio dell’Italia democratica. Quelle fondamenta poggiavano sui valori maturati nell’opposizione al fascismo, nella Resistenza, in nuove elaborazioni di pensiero e programmatiche; quelle prospettive furono affidate a uno sforzo sapiente, nelle formulazioni e negli indirizzi della Carta, per tenere aperte le porte del nuovo edificio alle imprevedibili evoluzioni e istanze del futuro.
I valori dell’antifascismo e della Resistenza non restarono mai chiusi in una semplice logica di rifiuto e di contrasto, sprigionarono sempre impulsi positivi e propositivi, e poterono perciò tradursi, con la Costituzione, in principi e in diritti condivisibili anche da quanti fossero rimasti estranei all’antifascismo e alla Resistenza. Perciò il 25 aprile non è festa di una parte sola.
Principi cui ispirare la legislazione, la giurisprudenza, i comportamenti effettivi di molteplici soggetti pubblici e privati; diritti da garantire, anche attraverso il ricorso alla giustizia, da rispettare nel concreto dei rapporti sociali e civili.
Questo è un punto sul quale vale la pena di insistere. La Costituzione non è una semplice carta dei valori. Essa ha certamente una forte carica ideale e simbolica, capace di ispirare e unire gli italiani. Ma i suoi ideatori mirarono a farne un corpo coerente di principi e norme che avessero, senza eccezione alcuna, “un valore giuridico come direttiva e precetto al legislatore e criterio di interpretazione per il giudice”. Con quelle parole si espresse il Presidente della Commissione dei 75 che in seno all’Assemblea Costituente aveva predisposto il progetto di Costituzione; e la prima sentenza della Corte Costituzionale istituita nel 1955 stabilì che anche le disposizioni cosiddette programmatiche contenute nella Costituzione avevano rilevanza giuridica.
Insomma, la Costituzione repubblicana non solo non fu mai intesa come manifesto ideologico o politico di parte; ma nemmeno si limitò a formulare valori nazionali, storico-morali, unificanti. La nostra come ogni altra Costituzione democratica è legge fondamentale, architrave dell’ordinamento giuridico e dell’assetto istituzionale. E in quanto tale essa va applicata e rispettata: applicata non una volta per tutte, ma in un processo inesauribile di adesione a nuove realtà, a nuove sensibilità, a nuove sollecitazioni. Così l’hanno intesa ed applicata governi e Parlamenti della Repubblica, così l’ha intesa, e ha vegliato sul suo rispetto, la Corte Costituzionale.
E’ legge fondamentale, è legge suprema, la Costituzione, anche e innanzitutto nel segnare i limiti entro cui può svolgersi ogni potere costituito e viene “disciplinata” la stessa volontà sovrana del popolo (Fioravanti 2009). Si rifletta, a questo proposito, sul primo articolo della nostra Carta Costituzionale, là dove recita: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Una volta cioè che il potere costituente espresso dal popolo sovrano con l’elezione di una assemblea investita di quel mandato si sia compiuto, ogni ulteriore espressione della sovranità popolare, ogni potere delle istituzioni rappresentative, il potere legislativo ordinario come il potere esecutivo, riconosce la supremazia della Costituzione, rispetta i limiti che essa gli pone. Questa è caratteristica essenziale della moderna democrazia costituzionale, quale si è voluto fondarla in Italia, con il più ampio consenso, alla luce delle esperienze del passato e con l’occhio rivolto ai modelli dell’Occidente democratico. Comune a quei modelli, pur nella loro varietà, è il senso dei limiti che non possono essere ignorati nemmeno in forza dell’investitura popolare, diretta o indiretta, di chi governa.
Rispettare la Costituzione è dunque espressione altamente impegnativa: ben al di là di una superficiale e generica attestazione di lealtà. Rispettarla significa anche riconoscere il ruolo fondamentale del controllo di costituzionalità e dunque l’autorità delle istituzioni di garanzia. Queste non dovrebbero mai formare oggetto di attacchi politici e giudizi sprezzanti, al di là dell’espressione di responsabili riserve su loro specifiche decisioni. Tutte le istituzioni di controllo e di garanzia non possono essere viste come elementi frenanti del processo decisionale, ma come presidio legittimo di quella dialettica istituzionale che in definitiva assicura trasparenza, correttezza, tutela dei diritti dei cittadini.
Questo richiamo ad essenziali caratteristiche della democrazia costituzionale non ha nulla a che vedere con una visione statica della nostra Carta, con una sua celebrazione fine a se stessa o con l’affermazione della sua intoccabilità. Ho già detto delle potenzialità che presentano principi e indirizzi introdotti nella Costituzione repubblicana in termini tali da tenere le porte aperte al futuro: è perciò giusto e possibile avere della nostra Carta una visione dinamica, scavare in essa per coglierne tutte le suggestioni attuali. Si deve così far vivere la Costituzione: come in sessant’anni si è già, attraverso molteplici contributi, teso concretamente a fare.
Nello stesso tempo, va ancora una volta ripetuto che gli stessi padri Costituenti vollero prospettare possibili esigenze e precise procedure di revisione della Costituzione. Il testo entrato in vigore il 1° gennaio 1948 è stato d’altronde già toccato, già riveduto in decine di articoli, qualcuno dei quali, in anni recenti, di notevole rilievo, e in un intero Titolo della Seconda Parte. E su ulteriori revisioni il discorso è non solo pienamente legittimo, ma per generale riconoscimento obbiettivamente fondato. Ad una revisione più ampia della Costituzione si lavorò concretamente in Parlamento nel 1993-94, nel 1996-97 e nel 2004-2006, sulla base di procedure esse stesse integrate rispetto a quelle segnate nell’art. 138.
Nessuno di quei tre tentativi di riforma – relativi alla seconda parte della Costituzione, e cioè all’“ordinamento della Repubblica” – è, in diverse circostanze e per diverse ragioni, andato a buon fine. Ma le forze politiche presenti in Parlamento convergono largamente sulla necessità che quell’“ordinamento” richieda di essere riveduto e adeguato in più punti. Non si può solo denunciare il rischio che esso sia stravolto. Si ricordi che se ne postulò, nel modo più autorevole già dopo le elezioni del 1992, una revisione che incidesse “nell’articolazione delle diverse istituzioni”: ridefinendone i caratteri, le prerogative, il modo di operare dell’una o dell’altra, e ridefinendo gli equilibri tra esse.
Spetta ancora una volta al Parlamento pronunciarsi sulla possibilità di procedere in questa direzione, sugli obbiettivi da perseguire, sul grado di consenso a cui tendere. Pur non potendo – nell’esercizio del ruolo attribuitomi dalla Costituzione – esprimere indicazioni di merito, suggerire ipotesi di soluzione, ritengo che sia mia responsabilità esortare le forze presenti in Parlamento a uno sforzo di realismo e di saggezza per avviare il confronto su essenziali proposte di riforma della seconda parte della Costituzione, sulle quali sia possibile giungere alla più ampia condivisione. Lo spirito dovrebbe essere quello, come si è di recente autorevolmente detto, di una rinnovata “stagione costituente”. Non c’è da ripartire da zero; non c’è da arrendersi a resistenze conservatrici né, all’opposto, da tendere a conflittualità rischiose e improduttive; occorre che da tutte le parti si dia prova di consapevolezza riformatrice e senso della misura.
Non c’è da ripartire da zero, anche perché sia attraverso revisioni parziali della Carta del 1948, sia attraverso innovazioni nelle leggi elettorali e nei regolamenti parlamentari, nonché in rapporto a cambiamenti prodottisi nel sistema politico, i termini di diverse questioni sono già sensibilmente mutati. E’ in corso una visibile evoluzione – in senso regionalistico federale – della forma di Stato; e in quanto alla forma di governo, pur essendo essa rimasta parlamentare, non trascurabili sono le nuove modulazioni che ha già conosciuto.
Nell’ambito della forma di governo parlamentare, che è quella di gran lunga prevalente in Europa, sono possibili, e in effetti si sono espressi, equilibri diversi tra governo e Parlamento, tra potere esecutivo e potere legislativo, e anche tra questi due poteri e quello giudiziario. La Costituzione italiana del 1948 fu certamente contrassegnata da un’accentuazione delle prerogative del Parlamento rispetto a quelle del governo. Le esigenze di stabilità e di efficienza decisionale di quest’ultimo rimasero allora in secondo piano. Ma molte cose sono via via cambiate, già negli anni ’80 con le riforme dei regolamenti parlamentari, e sempre di più a partire dagli anni ’90 con il crescente ricorso alla decretazione d’urgenza e all’istituto del voto di fiducia e da ultimo con il rafforzarsi del vincolo tra governo e maggioranza parlamentare, così come con il drastico ridursi della frammentazione politica in Parlamento. Ciò ha indotto uno studioso e protagonista come Giuliano Amato a giudicare (in un suo recente scritto) “oggi obsoleta la tradizionale constatazione della debolezza del governo nel rapporto con il Parlamento”.
E allora, è del tutto legittimo politicamente, ma partendo da questi dati di fatto, e dunque senza cadere in enfasi polemiche infondate, verificare quali concreti elementi di ulteriore rafforzamento dei poteri del governo, e di chi lo presiede, possano introdursi sulla base di motivazioni trasparenti e convincenti.
Quel che è risultata, anche di recente, condivisa e percorribile è di certo l’ipotesi di una riforma della Costituzione che segni il superamento dell’anomalia di un anacronistico bicameralismo perfetto, il coronamento dell’evoluzione in senso federale, da tempo in atto, come ho ricordato, con la istituzione di una Camera delle autonomie in luogo del Senato tradizionale. Ne scaturirebbe anche una razionalizzazione del processo legislativo, e con essa quel “legiferare meglio” che viene giustamente sempre più spesso invocato.
Vorrei però a questo punto allargare la visuale della mia riflessione per cogliere – al di là dello specchio spesso deformante delle dispute politiche strettamente italiane – questioni e dilemmi che attraversano, e già da tempo, il discorso sulla democrazia in Occidente. Da decenni ormai si è aperto il dibattito generale sulla governabilità delle società democratiche: nelle quali, a una crescente complessità dei problemi e a un tendenziale moltiplicarsi delle domande e dei conflitti, non corrispondono capacità adeguate di risposta, attraverso decisioni tempestive ed efficaci, da parte delle istituzioni.
Nell’affrontare a suo tempo questo tema cruciale, Norberto Bobbio osservò che mentre all’inizio della contesa sul rapporto tra liberalismo e democrazia “il bersaglio principale era stato la tirannia della maggioranza”, esso stava finendo per assumere un segno opposto, “non l’eccesso ma il difetto di potere”. E Bobbio aggiunse, pur senza eludere il problema: “la denuncia della ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie”. Un monito, quest’ultimo, che non si dovrebbe dimenticare mai. E dal quale va ricavata l’esigenza di tenere sempre ben ferma la validità e irrinunciabilità delle “principali istituzioni del liberalismo” – concepite in antitesi a ogni dispotismo – tra le quali –, nella classica definizione dello stesso Bobbio, “la garanzia di diritti di libertà (in primis libertà di pensiero e di stampa), la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche”. E sempre Bobbio metteva egualmente l’accento sulla rappresentatività del Parlamento, sull’indipendenza della magistratura, sul principio di legalità.
Tutto ciò non costituisce un bagaglio obsoleto, sacrificabile – esplicitamente o di fatto – sull’altare della governabilità, in funzione di “decisioni rapide, perentorie e definitive” da parte dei poteri pubblici. Ho evocato – ed è di certo tra gli istituti non sacrificabili – la distinzione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario); e mi sarà permesso di richiamare anche il riconoscimento del Capo dello Stato come “potere neutro”, secondo il principio che, enunciato da Benjamin Constant due secoli fa, ispirò ancora i nostri padri costituenti nel disegnare la figura del Presidente della Repubblica.
Ho egualmente menzionato come essenziale la rappresentatività del Parlamento: a proposito della quale penso si possa dire che essa non viene fatalmente incrinata da regole vigenti in diversi paesi democratici, finalizzate ad evitare un’eccessiva frammentazione politica, ma rischia di risultare seriamente indebolita in assenza di valide procedure di formazione delle candidature e di meccanismi atti ad ancorare gli eletti al rapporto col territorio e con gli elettori.
In definitiva, non si può ricorrere a semplificazioni di sistema e a restrizioni di diritti in nome del dovere di governare. Grande è certamente la difficoltà del governare in condizioni di pluralismo sociale, politico e istituzionale, e ancor più in presenza, oggi, della profonda crisi che ha investito le nostre economie. Ma non c’è, sul piano democratico, alternativa al confrontarsi, al combinare ascolto, mediazione e decisioni, al giungere alla sintesi con la necessaria tempestività ma senza sacrificare i diritti e l’apporto della rappresentanza.
E a ciò non si sfugge nemmeno nei sistemi politico-istituzionali che sembrano assicurare il massimo di affermazione del potere di governo affidato a una suprema autorità personale. Mi riferisco naturalmente a sistemi e modelli autenticamente democratici come quello presidenzialista degli Stati Uniti d’America: dove, al di là del mutare o dell’oscillare, nel tempo, dell’equilibrio tra Presidente e Congresso, a quest’ultimo, cioè alla rappresentanza parlamentare, nella sua netta separazione dall’esecutivo, viene riservata sempre un’ampia area di influenza e di intervento – e in definitiva l’ultima parola – nel processo deliberativo. Anche nei momenti, aggiungo, di emergenza e urgenza nazionale, come ci dicono le recenti vicende del complesso rapporto – sul terreno legislativo – tra il nuovo Presidente, la nuova Amministrazione americana, e il Congresso degli Stati Uniti.
Si parla da tempo, e spesso, di crisi della democrazia rappresentativa, in riferimento all’indebolirsi delle sue istituzioni e della fiducia che in esse ripongono i cittadini. Ma da più parti si sono venute positivamente proponendo concezioni più ampie, che vedono – si è scritto – “la rappresentanza come processo che connette la società e le istituzioni”, che affidano alla politica le responsabilità di un legame operante “tra l’interno e l’esterno delle istituzioni politiche”, l’attivazione di una “corrente comunicativa” – espressione che a me pare molto felice – “tra società civile e società politica” (Urbinati, 2006). E in questo senso si è in effetti venuto aprendo il campo di ricerche e proposte interessanti per giungere a forme concrete di democrazia partecipativa e deliberativa diffusa: forme concrete sperimentabili in particolar modo attraverso il raccordo tra assemblee elettive regionali e locali e realtà associative e canali di consultazione e di coinvolgimento dei cittadini in trasparenti processi decisionali. Non una datata contrapposizione ideologica, cioè, tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, ma uno sforzo d’integrazione tra istituzioni, nell’esercizio delle loro funzioni e prerogative, ed espressioni di un più vasto moto di partecipazione democratica a tutti i livelli.
L’esigenza di suscitare la vicinanza e l’adesione, non passiva ma vigile e propulsiva, dei cittadini alle istituzioni democratiche, l’esigenza di evitare un fatale indebolimento di queste ultime per effetto di tendenze al distacco, alla sfiducia, all’indifferenza da parte dei cittadini, appare complessa come non mai nell’attuale fase storica – ed è questo l’ultimo punto che vorrei brevemente toccare.
E’ in atto da tempo un passaggio dalle dimensioni nazionali della sfera decisionale a dimensioni ultranazionali, europee e globali: e c’è da chiedersi se sia praticabile in questo nuovo contesto quella che si è venuta costruendo in Occidente come democrazia rappresentativa. Questa si impose – ha osservato un eminente studioso dei sistemi democratici, Robert Dahl – con il passaggio storico dalle città-Stato agli Stati nazionali: si è ora in presenza di un “cambiamento altrettanto importante per la democrazia” per effetto del passaggio delle decisioni pubbliche a dimensioni transnazionali.
Vengono di qui interrogativi di fondo sulla possibilità di controllare democraticamente le organizzazioni internazionali, le decisioni prese a quel livello. E questi interrogativi stanno assumendo – appare chiaro – una stringente attualità. Sulle risposte ipotizzabili il dibattito è aperto in tutta la sua complessità. Ma io desidero richiamare l’attenzione su un processo che è già in atto e che può rappresentare un approccio fecondo al discorso sul governo della globalizzazione: parlo del processo delle integrazioni regionali, continentali o sub-continentali, che si è concretamente prodotto in Europa ma tende a prodursi anche fuori d’Europa.
La Comunità e quindi l’Unione Europea hanno rappresentato forme originali, da oltre cinquant’anni a questa parte, di esercizio condiviso della sovranità al livello sovranazionale. Ed è peraltro un fatto che alla crescita di questa esperienza, dai primi Trattati tra i sei paesi fondatori in poi, si è accompagnata la preoccupazione di un deficit democratico, in quanto le decisioni si concentravano in istituzioni come la Commissione e il Consiglio che sembrarono a lungo sfuggire a un controllo democratico. A differenza, si diceva, delle istituzioni tradizionali degli Stati nazionali. Ma essendo un fatto irreversibile la perdita da parte di questi ultimi di quote crescenti della loro sovranità, imponendosi sempre di più – e mai come oggi questa ci appare un’esigenza imperiosa – decisioni e politiche comuni al livello europeo, non poteva non sorgere la questione del dar vita a istituti e forme corrispondenti di democrazia sovranazionale.
Ebbene, questa esigenza dopo essere rimasta, per non breve tempo, largamente insoddisfatta, ha via via trovato sbocco nel rafforzamento dell’investitura e del ruolo del Parlamento europeo. Non si può certo dire che ogni insufficienza, ambiguità e contraddizione, sia stata risolta. Ma passi in avanti decisivi sono stati compiuti, dall’elezione diretta, a suffragio universale, del Parlamento europeo all’attribuzione, che gli è stata sempre più riconosciuta, di poteri determinanti nella formazione delle leggi dell’Unione, e anche di più incisive funzioni di indirizzo e di controllo nei confronti dell’esecutivo, identificato nella Commissione di Bruxelles. Il Parlamento europeo si sta dunque affermando come l’istituzione sovranazionale per eccellenza e come garante della legittimità democratica dell’Unione: dovrebbero esserne consapevoli gli elettori chiamati di qui a poco a votare per il Parlamento di Strasburgo.
Nello stesso tempo, con il Trattato costituzionale poi abortito ed egualmente, però, con il Trattato di Lisbona di cui si sta completando la ratifica, si sono aperte nuove possibilità di cooperazione e sinergia tra istituzioni europee, segnatamente il Parlamento europeo, e i Parlamenti nazionali; e nuove possibilità di comunicazione e di dialogo strutturato tra istituzioni europee e società civile. Non a caso dunque l’esperienza dell’integrazione europea viene ormai assunta come riferimento – anche sotto il profilo della governabilità democratica – per gli analoghi processi che si avviano in altri continenti e per le strade da intraprendere sul piano globale.
L’impegno per l’ulteriore, più conseguente sviluppo dell’integrazione europea è per noi italiani parte essenziale dell’impegno a proiettare nel futuro la nostra Costituzione repubblicana. La prospettiva dell’Europa unita, a favore della quale consentire alle necessarie limitazioni di sovranità, fu evocata nel dibattito dell’Assemblea costituente e fu di fatto anticipata nel lungimirante dettato dell’articolo 11 della nostra Carta. Per consolidare, far vivere e crescere la democrazia in Italia e in un mondo in così impetuosa trasformazione, bisogna non solo “presidiare” la Costituzione, tutelare e riaffermare i principi e i diritti che essa ha sancito alla luce di dure lezioni della storia; bisogna di continuo calarla nel divenire della società italiana e anche della società internazionale.
Sappiamo quali orizzonti nuovi la Costituzione abbia aperto per il nostro paese: orizzonti di libertà e di eguaglianza, di modernizzazione e di solidarietà. La condizione per coltivare queste potenzialità, in termini rispondenti ai bisogni e alle istanze che maturano via via nel corpo sociale, nella comunità nazionale – la condizione per rafforzare così le basi della democrazia e il consenso da cui essa può trarre sicurezza e slancio – è in un impegno che attraversi la società, che si faccia sentire e pesi in quanto espressione della consapevolezza e della volontà di molti, uomini e donne di ogni generazione e di ogni ceto.
In queste settimane, dinanzi alla tragedia del terremoto in Abruzzo, l’Italia è stata percorsa da un moto di solidarietà che ha dato il senso della ricchezza di risorse umane – vere e proprie, preziose riserve di energia – su cui il paese può contare, in uno spirito di unità nazionale. Se ne può trarre, io credo, un buon auspicio anche per il manifestarsi, più in generale, di quella sensibilità democratica e di quell’impegno dei cittadini, a sostegno dei principi e degli indirizzi costituzionali, di cui ho appena indicato la necessità. Parlo di un rilancio, davvero indispensabile, del senso civico, della dedizione all’interesse generale, della partecipazione diffusa a forme di vita sociale e di attività politica. Parlo di uno scatto culturale e morale e di una mobilitazione collettiva, di cui l’Italia in momenti critici anche molto duri – perciò, oggi, di lì ho voluto partire – si è mostrata capace. L’occasione per mostrarcene ancora capaci è data dalla crisi profonda che ha investito, in un contesto mondiale nuovo e complesso, l’economia e la società italiana. L’appello è ad esserne, ciascuno di noi, pienamente all’altezza.
Ogni forma di governo usa gli "argomenti" adeguati ai propri fini. Il dispotismo, ad esempio, usa la paura e il bastone per far valere il comando dell’autocrate. La democrazia è il regime della circolazione delle opinioni e delle convinzioni, nel rispetto reciproco. Lo strumento di questa circolazione sono le parole. Si comprende come, in nessun altro sistema di reggimento delle società, le parole siano tanto importanti quanto lo sono in democrazia. Si comprende quindi che la parola, per ogni spirito democratico, richieda una cura particolare: cura particolare in un duplice senso, quantitativo e qualitativo.
Il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità. Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia; più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica. Quando il nostro linguaggio si fosse rattrappito al punto di poter pronunciare solo sì e no, saremo pronti per i plebisciti; e quando conoscessimo solo più i sì, saremmo nella condizione del gregge che può solo obbedire al padrone. Il numero delle parole conosciute, inoltre, assegna i posti entro le procedure della democrazia. Ricordiamo ancora la scuola di Barbiana e la sua cura della parola, l’esigenza di impadronirsi della lingua? Comanda chi conosce più parole. «È solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa di meno». Ecco anche perché una scuola ugualitaria è condizione necessaria, necessarissima, della democrazia.
Con il numero, la qualità delle parole. Le parole non devono essere ingannatrici, affinché il confronto delle posizioni sia onesto. Parole precise, specifiche, dirette; basso tenore emotivo, poche metafore; lasciar parlar le cose attraverso le parole, non far crescere parole con e su altre parole. Uno dei pericoli maggiori delle parole per la democrazia è il linguaggio ipnotico che seduce le folle, ne scatena la violenza e le muove verso obbiettivi che apparirebbero facilmente irrazionali, se solo i demagoghi non li avvolgessero in parole grondanti di retorica.
Le parole, poi, devono rispettare il concetto, non lo devono corrompere. Altrimenti, il dialogo diventa un inganno, un modo di trascinare gli altri dalla tua parte con mezzi fraudolenti. Impariamo da Socrate: «Sappi che il parlare impreciso non è soltanto sconveniente in se stesso, ma nuoce anche allo spirito»; «il concetto vuole appropriarsi del suo nome per tutti i tempi», il che significa innanzitutto saper riconoscere e poi saper combattere ogni fenomeno di neolingua, nel senso spiegato da George Orwell, la lingua che, attraverso propaganda e bombardamento dei cervelli, fa sì che la guerra diventi pace, la libertà schiavitù, l’ignoranza forza. Il tradimento della parola deve essere stata una pratica di sempre, se già il profeta Isaia, nelle sue "maledizioni" (Is 5, 20), ammoniva: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro».
I luoghi del potere sono per l’appunto quelli in cui questo tradimento si consuma più che altrove, a incominciare proprio dalla parola "politica". Politica viene da polis e politéia, due concetti che indicano il vivere insieme, il convivio. È l’arte, la scienza o l’attività dedicate alla convivenza. Ma oggi parliamo normalmente di politica della guerra, di segregazione razziale, di politica espansionista degli stati, di politica coloniale, ecc. «Questa è un’epoca politica», ancora parole di Orwell. «La guerra, il fascismo, i campi di concentramento, i manganelli, le bombe atomiche sono quello a cui pensare». La celebre definizione di Carl Schmitt, ripetuta alla nausea, della politica come rapporto amico-nemico, un rapporto di sopraffazione, di inconciliabilità assoluta tra parti avverse è forse l’esempio più rappresentativo di questo abuso delle parole. Qui avremmo, se mai, la definizione essenziale non del "politico" ma, propriamente, del "bellico", cioè del suo contrario. Ancora: la libertà, nei tempi nostri avente il significato di protezione dei diritti degli inermi contro gli arbitri dei potenti, è diventata lo scudo sacro dietro il quale proprio costoro nascondono la loro pre-potenza e i loro privilegi. La giustizia, da invocazione di chi si ribella alle ingiustizie del mondo, si è trasformata in parola d’ordine di cui qualunque uomo di potere si appropria per giustificare qualunque propria azione. Quanto alla parola democrazia, anch’essa è sottoposta a "rovesciamenti" di senso, quando se ne parla non come governo del popolo, ma per o attraverso il popolo: due significati dell’autocrazia.
Da questi esempi si mostra la regola generale cui questa perversione delle parole della politica: il passaggio da un campo all’altro, il passaggio è dal mondo di coloro che al potere sono sottoposti a quello di coloro che del potere dispongono e viceversa. Un uso ambiguo, dunque, di fronte al quale a chi pronuncia queste parole dovrebbe sempre porsi la domanda: da che parte stai ? Degli inermi o dei potenti?
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Affinché sia preservata l’integrità del ragionare e la possibilità d’intendersi onestamente, le parole devono inoltre, oltre che rispettare il concetto, rispettare la verità dei fatti. Sono dittature ideologiche i regimi che disprezzano i fatti, li travisano o addirittura li creano o li ricreano ad hoc. Sono l’estrema violenza nei confronti degli esclusi dal potere che, almeno, potrebbero invocare i fatti, se anche questi non venissero loro sottratti. Non c’è manifestazione d’arbitrio maggiore che la storia scritta e riscritta dal potere. La storia la scrivono i vincitori – è vero - ma la democrazia vorrebbe che non ci siano vincitori e vinti e che quindi, la storia sia scritta fuori delle stanze del potere. Sono regimi corruttori delle coscienze fino al midollo, quelli che trattano i fatti come opinioni e instaurano un relativismo nichilistico applicato non alle opinioni ma ai fatti, quelli in cui la verità è messa sullo stesso piano della menzogna, il giusto su quello dell’ingiusto, il bene su quello del male; quelli in cui la realtà non è più l’insieme di fatti duri e inevitabili, ma una massa di eventi e parole in costante mutamento, nella quale ciò che oggi vero, domani è già falso, secondo l’interesse al momento prevalente. Onde è che la menzogna intenzionale, cioè la frode – strumento che vediamo ordinariamente presente nella vita pubblica – dovrebbe trattarsi come crimine maggiore contro la democrazia, maggiore anche dell’altro mezzo del dispotismo, la violenza, che almeno è manifesta. I mentitori dovrebbero considerarsi non già come abili, e quindi perfino ammirevoli e forse anche simpaticamente spregiudicati uomini politici ma come corruttori della politica.
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La cura delle parole in tutti i suoi aspetti è ciò che Socrate definisce filologia. Vi sono persone, i misologi, che «passano il tempo nel disputare il pro e il contro, e finiscono per credersi divenuti i più sapienti di tutti per aver compreso essi soli che, sia nelle cose sia nei ragionamenti, non c’è nulla di sano o di saldo, ma tutto […] va su e giù, senza rimanere fermo in nessun punto neppure un istante». Questo sospetto che nel ragionare non vi sia nulla di integro c’è un grande pericolo, che ci espone a ogni genere d’inganno. Le nostre parole e le cose non devono "andare su e giù". Occorre un terreno comune oggettivo su cui le nostre idee, per quanto diverse siano, possano poggiare per potersi confrontare. Ogni affermazione di dati di fatto deve essere verificabile e ogni parola deve essere intesa nello stesso significato da chi la pronuncia e da chi l’ascolta. Chi mente sui fatti dovrebbe essere escluso dalla discussione. Solo così può non prendersi in odio il ragionare e può esercitarsi la virtù di chi ama la discussione.
Nelle nostre società invecchiate, indebolite e allo stesso tempo addolcite, emerge con forza l’esigenza collettiva di combattere gli effetti negativi della modernizzazione, che ha creato forme di dominio estreme e ha distrutto la natura conquistandola. Noi cerchiamo di ricomporre un’esperienza collettiva e individuale che è stata lacerata. Si tratta di ristabilire una relazione tra i termini che le fasi anteriori della modernizzazione avevano contrapposto gli uni agli altri: il corpo e la mente, l’interesse e l’emozione, l’altro e il medesimo. È questo il grande progetto del mondo attuale, il progetto da cui dipende la nostra sopravvivenza, come ripetono i militanti dell’ecologia politica. Ma chi sono gli attori di questa ricostruzione? Chi occupa il posto centrale che nella società industriale fu degli operai, e, in un passato più lontano, dei mercanti che distrussero il sistema feudale?
La mia risposta è che sono le donne a occupare questo posto, perché sono state più di altri vittime della polarizzazione di società che hanno accumulato tutte le risorse nelle mani di un’élite dirigente costituita da uomini bianchi, adulti, padroni o proprietari di ogni specie di reddito e i soli a poter prendere le armi. Le donne sono state considerate allora come non-attori, private di soggettività, definite tramite la loro funzione più che la loro coscienza. Per verificare questa ipotesi, ho ascoltato voci di donne, un modo di procedere poco frequente poiché di solito si parla di vittime ridotte al silenzio piuttosto che desiderose di far ascoltare la propria voce. Il metodo seguito, che deve essere valutato sia per i suoi limiti che per la sua originalità, consiste nel mostrare che la nuova affermazione di sé da parte delle donne è direttamente e profondamente legata al rovesciamento culturale. Questo fa delle donne le attrici sociali più importanti, ma ha come contropartita il fatto che la loro azione non presenta le caratteristiche tipiche dell’azione dei movimenti sociali, fra i quali rientrava, in un passato ancora recente, lo stesso movimento femminista. Coscienza femminile e mutazione sociale non sono più separabili: le donne costituiscono un movimento culturale più che un movimento sociale.
Mi viene rimproverato di attribuire un’eccessiva importanza alla coscienza femminile proprio nel momento in cui le lotte femministe avrebbero ormai perso la loro radicalità e la loro visibilità. Perché scegliere le donne come figura centrale della nostra società quando le disuguaglianze crescono, la violenza si intensifica a livello internazionale ed eserciti e terrorismo si affrontano? Perché non accordare ai grandi dibattiti politici l’importanza che meritano nella misura in cui cercano di tenere insieme unità e diversità, innovazione e tradizione? In fin dei conti, coloro che, uomini e donne, rifiutano nel modo più completo il mio modello di approccio, sono proprio quelli che credono che la dimensione del genere stia a poco a poco perdendo importanza nella vita sociale.
(***)
Il rovesciamento che ci conduce da una società di conquistatori del mondo a una incentrata sulla costruzione di sé ha portato alla sostituzione della società degli uomini con una società delle donne. Non c’è ragione di pensare che la precedente riduzione delle donne in uno stato di inferiorità lasci ora il posto all’uguaglianza. Le donne, oggi, hanno, rispetto agli uomini, una capacità maggiore di comportarsi come soggetti. Sia perché sono loro a farsi carico dell’ideale storico della ricomposizione del mondo e del superamento dei vecchi dualismi, sia perché mettono più direttamente al centro il proprio corpo, il proprio ruolo di creatrici di vita e la propria sessualità. Per un lungo periodo sono stati gli uomini a determinare il corso della storia e a manifestare una forte coscienza di sé. Ma da alcuni decenni ormai, e per un tempo indeterminato (forse senza una fine prevedibile), siamo entrati in una società e viviamo vite individuali il cui "senso" è sempre più nelle mani, nella testa e nel sesso delle donne, e sempre meno nelle mani, nella testa e nel sesso degli uomini.
Riassumendo: l’importante è scegliere. La categoria delle donne, dato che non si può dare di essa una definizione interamente sociale, deve forse essere considerata più debole di una categoria che ha un significato più specificamente sociale, economico o culturale? O, al contrario, bisogna ritenere che al di sopra dei gruppi sociali reali, dei loro interessi e delle loro forme di azione collettiva è necessario collocare le donne intese come categoria e allo stesso tempo come agenti più di quanto non lo siano gli uomini, perché in grado di mettere in discussione i problemi e gli orientamenti fondamentali della cultura? La prima risposta è stata scelta da molti, in particolare dai marxisti, soprattutto, oggi, dagli uomini e dalle donne che difendono il multiculturalismo. Ovviamente io sono tra quelli che hanno scelto la seconda risposta. L’universalismo, che so essere un attributo centrale della modernità, è sinonimo di difesa dei diritti individuali e dei risultati della scienza. E l’importanza fondamentale del femminismo è che, al di là delle lotte contro la disuguaglianza e l’ingiustizia, ha formulato e difeso i diritti fondamentali di ogni donna, ovvero: il diritto di essere un individuo libero, guidato dai propri stessi orientamenti e dalle proprie capabilities, per usare la formula di Amartya Sen che Paul Ricoeur ha ben tradotto con l’espressione «poter essere».
© Librairie Arthème Fayard,2006; © Il Saggiatore, 2009. Traduzione di Monica Fiorini
Fai ricorso al Tar? Se perdi paghi milioni di euro di «risarcimento danno».
È il destino che potrebbe toccare alle associazioni ambientaliste se passasse la proposta di legge del Pdl, primo firmatario l'onorevole Michele Scandroglio, presentata alla Camera lo scorso 10 marzo. I parlamentari del Popolo della Libertà, pur ammettendo che «le istanze ecologiste hanno contribuito alla crescita di una diffusa attenzione al territorio di riferimento», vedono in questi ultimi anni inaccettabili proteste contro «scelte infrastrutturali sviluppate da soggetti pubblici e privati, tali resistenze sono conosciute con l'acronimo Nimby». E attaccano gli «strumentali» appelli alla magistratura per «fermare i lavori». Insomma, le opere volute dal governo devono andare avanti. A qualsiasi costo. Senza considerare il volere dei cittadini, l'impatto ambientale e le ricadute sulla salute della popolazione.
Per questo la proposta di legge propone la modifica all'articolo 18 della legge numero 349 (quella che regola i diritti delle associazioni riconosciute dal ministero dell'Ambiente) con due commi. Il 5 bis recita: «Qualora il ricorso al Tar sia respinto, ai soggetti soccombenti che hanno agito o resistito in giudizio con malafede o con colpa grave si applicano le disposizioni dell'articolo 96 del codice di procedura civile». Ovvero risarcimento del danno materiale e morale, le spese della sentenza e l'apertura di nuovo procedimento davanti ad un giudice per capire l'entità della "lite temeraria" (in poche parole un'altra sanzione). Poco più blando il 5ter che prevede solo un «risarcimento del danno oltre alle spese del giudizio, qualora il ricorso sia respinto perché manifestamente infondato». La costruzione in Italia di rigassificatori, inceneritori, discariche, alta velocità, discariche e mega-ponti deve avvenire il più presto possibile. «In nome della modernità», per il Pdl.
Intanto gli ambientalisti insorgono vedendo nella proposta di legge presentata un «attentato alla democrazia», una «scelta autoritaria» e «terrorismo per imbavagliare il dissenso». Centinaia sono i ricorsi presentati, molti dei quali vinti: l'ultimo qualche mese fa sull'alta velocità sul tratto Bologna-Firenze, con la condanna dei vertici della Caveat. Altri però vengono persi, come quello di Legambiente che si era appellata al Tar per l'alluvione di Sarno del '98 accusando l'amministrazione di «cattiva gestione». «In quel caso quanti soldi avremmo dovuto tirar fuori?» si domanda un membro della segreteria, Nunzio Cirino, che vede nel governo «tratti dispotici» e auspica «una ferma opposizione parlamentare».
Opposizione nella quale non crede Ciro Pesacane del Forum Ambientalista, che ricorda come già in passato «Berlusconi abbia provato ad imporre le sue infrastrutture con l'invio di militari e la nomina di super-commissari: scelte antidemocratiche che calpestano le volontà popolari». Decisioni "muscolari" per affrontare l'egoistica sindrome Nimby, secondo l'esecutivo. Non la pensa così Cinzia Bottene dei no-Dal Molin. «È un pretesto - accusa - la nostra lotta parla di partecipazione e difesa dei beni comuni ed è in connessione con molte altre realtà nazionali. Nessuna difesa del nostro orticello». Tra l'altro a Vicenza stanno aspettando la sentenza del Tar per un ricorso presentato da Legambiente, Unione consumatori e singoli rappresentanti del comitato. Stessa musica per il ponte sullo Stretto di Messina con Italia Nostra, Wwf e sempre Legambiente che hanno fatto appello per «rivedere» la procedura d'impatto ambientale dell'opera. «La proposta di legge presentata - spiega Daniele Ialacqua dei no-Ponte - è incostituzionale perché discrimina determinati soggetti». Al momento è così: solo le associazioni ambientaliste riconosciute «nazionalmente o almeno in 5 regioni» rientrano nel progetto del Pdl alla Camera ma presumibilmente sarà esteso, in futuro, anche alla decina di comitati territoriali esistenti. A quel punto i ricorsi coinvolti sarebbero migliaia. Per Vanessa Ranieri, presidentessa del Wwf Lazio, il governo «in maniera illegittima toglie uno strumento fondamentale in questi anni per gli ambientalisti».
E di questo è consapevole la maggioranza che va diritto come un treno, forse ad alta velocità, verso le maxi-infrastrutture, imbavagliando qualsiasi opposizione. Comunque le associazioni e i comitati pensano di organizzare «un'azione comune» contro la proposta di legge, nel caso dovesse passare, e di «non farsi intimidire: andremo avanti coi ricorsi».
Assoedilizia suggerisce:
“In caso di crollo di edifici a seguito di calamità naturali, sarebbe opportuno che lo Stato, nell'ambito della sua competenza legislativa in tema di principi fondamentali dell'ordinamento amministrativo-urbanistico, stabilisse i seguenti criteri normativi:
- riconoscimento della legittimità dei volumi edilizi preesistenti; indipendentemente dalla regolarità amministrativo-urbanistico-edilizia. Fissando all'uopo un limite quantitativo e/o tipologico alla sanabilità degli eventuali abusi edilizi e beninteso fatti salvi le prescrizioni e le previsioni urbanistiche nonché tutti i vincoli e segnatamente quelli di inedificabilità e/o ambientali e storico-monumentali e culturali.
- estensibilità della disciplina di premialità volumetrica (prevista dal piano casa per le demolizioni e ricostruzioni -35 %) anche all'interno dei centri storici. Sempre nei limiti del rispetto delle leggi regionali, nonché degli strumenti urbanistici, delle normative comunali e di ogni vincolo.”
Assoedilizia, la borghesia storica di Milano e della Lombardia
La firma non l’abbiamo inventata: guardate sul sito www.assoedilizia.com, se non ci credete. Se questa è la “borghesia storica”, si comprende facilmente perché l’Italia è quello che è.
Si osservino, in poche righe, le molte finezze: proporre di riconoscere la “legittimità dei volumi edilizi preesistenti indipendentemente dalla regolarità amministrativo-urbanistico-edilizia”; pensare che “all’interno dei centri storici” ci possano essere leggi regionali e strumenti urbanistici che consentano di aumnentare gli edifici del 35%. E magari qualche stupido gli da retta. Tutto ciò dopo il terremoto…
Quello che viene impropriamente chiamato «gruppo dei venti» (G20) si è riunito a Londra il 2 aprile 2009 per discutere su come salvare il sistema finanziario globale. È troppo tardi. La prova è che non abbiamo le risorse per salvare questo sistema - neanche se volessimo. È diventato «troppo grande da salvare» (non «troppo grande per fallire», come si dice per giustificare il soccorso ai colossi bancari, ndt): il valore degli assets finanziari globali supera di parecchie il Prodotto interno lordo (Pil) globale. La vera sfida non è salvare questo sistema, ma definanziarizzare le nostre economie, come premessa per superare il modello attuale di capitalismo. Perché mai il valore degli assets finanziari dovrebbe ammontare quasi al quadruplo del Pil complessivo dell'Unione europea, e ancor più per quanto riguarda gli Usa? Che vantaggio hanno i comuni cittadini - o il pianeta - da questo eccesso?
La domanda si risponde da sola. Esplorare più a fondo i meccanismi nascosti del sistema finanziario che ha portato il mondo a questa crisi significa anche intravedere un futuro oltre la finanziarizzazione. Il compito che il G20 dovrebbe affrontare non è salvare questo sistema finanziario, ma cominciare a definanziarizzare le principali economie in misura tale che il mondo possa andare verso la creazione di un'economia «reale» capace di garantire sicurezza, stabilità e sostenibilità. C'è molto lavoro da fare.
La logica
Una caratteristica specifica del periodo iniziato negli anni '80 è l'uso di strumenti estremamente complessi, tesi a nuove forme di accumulazione originaria, per cui i soldi dei contribuenti sono l'ultima frontiera da sfruttare. Le imprese globali che esternalizzano centinaia di migliaia di posti di lavoro nei paesi a basso reddito hanno dovuto sviluppare modelli organizzativi complessi, facendo ricorso a esperti estremamente costosi e abili. A quale scopo? Poter contare su più lavoro possibile al prezzo più basso possibile, compreso il lavoro non qualificato che sarebbe poco remunerato anche nei paesi sviluppati. L'elemento insidioso è che i milioni di centesimi risparmiati si traducono in guadagni per gli azionisti.
La finanza ha creato strumenti finanziari sofisticati per spremere i magri guadagni delle famiglie a reddito modesto offrendo credito per beni superflui, e (ancor più grave) promettendo loro la proprietà una casa. Lo scopo era assicurarsi il maggior numero possibile di titolari di carte di credito e di mutui, per adescarli agli strumenti d'investimento. Non importa poi che i mutui o le carte di credito siano onorati: quel che conta è assicurarsi un tot di prestiti da trasformare in «prodotti d'investimento». Una volta creato il meccanismo, l'investitore non dipende più dalla capacità individuale di ripagare il prestito o il mutuo. L'uso di queste sequenze complesse di «prodotti» ha consentito agli investitori di accaparrarsi profitti di migliaia di miliardi di dollari alle spalle di persone dal reddito modesto. Ecco la logica della finanziarizzazione, diventata dominante dall'inizio dell'era neoliberista, negli anni '80.
Così negli Stati Uniti - vivaio per queste forme di accumulazione originaria - ogni giorno 10.000 proprietari di casa, in media, perdono la propria abitazione perché pignorata. Si stima che nei prossimi quattro anni, negli Stati Uniti, da 10 a 12 milioni di famiglie non saranno in grado di pagare il mutuo; alle condizioni attuali perderebbero la casa. E' una forma brutale di accumulazione originaria: di fronte alla possibilità (quasi sempre solo immaginaria) di possedere una casa, molte persone a basso reddito porranno a garanzia i loro magri risparmi o guadagni futuri.
Questo tipo di complessità mira a estrarre valore aggiunto ovunque sia possibile: dai piccoli e modesti, e dai grandi e ricchi. Questo spiega perché il sistema finanziario globale è in crisi permanente. A dire il vero, il termine «crisi» è fuorviante: quello che succede è più vicino al business as usual, è il modo in cui funziona il capitalismo finanziarizzato nell'era neoliberista.
A partire dagli anni '80, la finanziarizzazione di sempre più vasti settori economici è diventata sia un segno del potere di questa logica finanziaria, sia un segno del suo auto-esaurimento. Quando tutto è finanziarizzato, la finanza non può più estrarre valore. Ha bisogno di settori non finanziarizzati su cui basari. L'ultima frontiera è il denaro dei contribuenti: che è denaro reale, alla vecchia maniera, non (ancora) finanziarizzato.
Il limite
La specificità della crisi attuale sta proprio nel fatto che il capitalismo finanziarizzato ha raggiunto i limiti imposti dalla sua stessa logica. Ha avuto successo nell'estrarre valore da tutti i settori economici attraverso la loro finanziarizzazione. Ha permeato una parte così grande di ogni economia nazionale (specie nel mondo altamente sviluppato), che le aree dell'economia da cui può ancora estrarre capitale non finanziario sono diventate troppo ridotte, e non possono fornire sufficiente capitale per salvare il sistema finanziario nel suo insieme.
Per esempio: nel settembre 2008 - mentre la crisi esplodeva con il crollo di Lehman Brothers - il valore globale degli assets finanziari (cioè: indebitamento) nel mondo intero era di 160.000 miliardi di dollari: ovvero tre volte e mezzo il Pil globale. I soldi disponibili non bastano per salvare il sistema finanziario.
Prima che l'attuale «crisi» esplodesse, il valore degli assets finanziari negli Usa aveva raggiunto il 450% del Pil, vale a dire quattro volte e mezzo il Pil totale (vedi «Mapping global capital markets», McKinsey Report, ottobre 2008). Nell'Unione europea, esso ammontava al 356% del Pil. Più in generale, il numero dei paesi dove gli assets finanziari superano il valore del Pil è più che raddoppiato, da 33 nel 1990 a 72 nel 2006.
Inoltre nell'ultimo decennio il settore finanziario è cresciuto in Europa più in fretta che negli Stati Uniti, soprattutto perché è partito da un livello più basso: il suo tasso composto di crescita annuale negli anni 1996-2006 è stato del 4,4%, a fronte del 2,8% per gli Stati Uniti.
Neanche le economie capitalistiche - tralasciando se questo sia più o meno desiderabile - hanno bisogno di assets finanziari quattro volte il valore del Pil. Anche in una logica capitalistica, finanziare ancora il settore finanziario per risolvere la «crisi» finanziaria non funzionerà: non farebbe altro che accrescere il vortice della finanziarizzazione delle economie.
Le proporzioni
Un altro modo di leggere la situazione è attraverso i diversi ordini di grandezza del sistema bancario e di quello finanziario. Nel settembre 2008, il valore degli assets bancari ammontava a svariate migliaia di miliardi di dollari; ma il valore totale dei Cds (credit-default swaps) - la goccia che ha fatto traboccare il vaso - ammontava a quasi 60.000 miliardi di dollari. Si tratta di una somma maggiore del Pil globale. Quando i debiti sono venuti a scadenza, i soldi non c'erano. Più in generale - e ancora una volta, per dare un'idea degli ordini di grandezza che il sistema finanziario ha creato a partire dagli anni '80 - il valore totale dei derivati (una forma di indebitamento, e lo strumento finanziario più comune) era di oltre 600.000 miliardi di dollari. Questi assets finanziari sono cresciuti molto più rapidi di ogni altro settore economico (Gillian Tett, «Lost through destructive creation», Financial Times, 9 marzo 2009).
Il livello del debito negli Stati Uniti oggi è più alto che durante la Grande Depressione degli anni '30. Nel 1929 il rapporto debito-Pil era all'incirca del 150%; nel 1932 era cresciuto al 215%. Nel settembre 2008, lo scoperto per l'indebitamento relativo ai Cds - un prodotto made in America (e, ricordiamolo, è solo un tipo di debito) - corrispondeva a più del 400% del Pil. In termini globali, il valore del debito nel settembre 2008 era di 160.000 miliardi di dollari (il triplo del Pil globale), mentre il valore dei derivati senza copertura è un quasi inconcepibile 640.000 miliardi (14 volte il Pil di tutti i paesi del mondo).
Queste cifre dimostrano che il momento attuale è davvero «estremo». Ma non è anomalo, né è determinato da fattori esogeni (come suggerirebbe l'idea di «crisi»). Piuttosto, è il modo normale di operare di questo particolare tipo di sistema finanziario. Inoltre i governi (cioè i cittadini e i contribuenti), ogni volta che hanno salvato il sistema finanziario, sin dalla prima crisi di questa fase - il crollo della borsa di New York del 1987 -hanno dato alla finanza gli strumenti per continuare la sua corsa speculativa. Dagli anni '80 a oggi ci sono state cinque manovre di salvataggio; ogni volta, i soldi dei contribuenti sono stati usati per pompare liquidità nel sistema finanziario, e ogni volta la finanza li ha usati per speculare. Questa volta, le vacche grasse stanno finendo - abbiamo finito i soldi che servirebbero per le enormi esigenze del sistema finanziario.
Il ponte
Quanto sopra esposto implica che vi sono due sfide da affrontare: l'esigenza di definanziarizzare le principali economie e l'esigenza di uscire dal modello attuale del capitalismo.
Entrambe saranno difficili, ma è utile focalizzarsi su alcuni fatti basilari. L'attuale stima della disoccupazione globale ufficiale è di 50 milioni di unità; l'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) calcola che altri 50 milioni di persone potrebbero perdere il lavoro per l'aggravarsi della recessione. Queste cifre sono tragiche per le persone coinvolte. Sono anche relativamente modeste (senza minimizzare in alcun modo la realtà umana), se confrontate ai due miliardi di persone nel mondo disperatamente povere. Ma quanti «posti di lavoro» sarebbero creati se ci fosse un sistema il cui obiettivo fosse sfamare questi due miliardi di persone e dare loro un alloggio? Il mondo allora avrebbe bisogno di far lavorare questi 50 milioni di persone ora disoccupate - e di far rientrare in gioco un altro miliardo di lavoratori.
In questa luce, la «crisi» finanziaria potrebbe essere un ponte verso un nuovo ordine sociale. Potrebbe aiutare tutti i soggetti interessati - cittadini e attivisti, Ong e ricercatori, comunità locali e reti, governi democratici - a focalizzarsi sul lavoro che serve per dare una casa a tutti, per depurare la nostra acqua, per rendere più verdi i nostri edifici e le nostre città, per sviluppare un'agricoltura sostenibile (compresa l'agricoltura urbana) e per fornire assistenza sanitaria universale. Questo nuovo ordine garantirebbe un impiego a chiunque interessato a lavorare. Con tutto il lavoro che c'è da fare, l'idea della disoccupazione di massa ha poco senso.
Già da decenni esiste la tecnologia per sostenere questo lavoro, e contribuire a debellare le malattie che affliggono milioni di persone, e produrre cibo per tutti. Eppure milioni di umani muoiono ancora per malattie prevenibili, e ancor più soffrono la fame. La povertà si è radicalizzata: se un tempo significava possedere solo un fazzoletto di terra che non produceva molto, oggi consiste nel possedere solo il proprio corpo. Anche l'ineguaglianza è aumentata e ha assunto nuove dimensioni, compresi una nuova classe globale di super-ricchi e l'impoverimento dei tradizionali ceti medi.
La storia dell'ultima generazione conferma che la forma neoliberista di economia di mercato non rispondere ai problemi di malattie, fame, povertà e ineguaglianza - anzi li rafforza. Un mix di mercati «puliti» e di forte welfare state (come in Scandinavia) ha prodotto fino a oggi i risultati migliori; ma per la maggior parte delle economie capitalistiche anche approssimare questo modello comporterebbe un cambiamento radicale (vedi Amartya Sen, «Capitalism Beyond the Crisis», New York Review of Books, 26 marzo 2009).
* Questo testo è tratto da Open Democracy, 2 aprile 2009. (Traduzione Marina Impallomeni)
SASKIA SASSEN
La sociologa delle città globali»
Saskia Sassen (nella foto in alto, a destra) è nota in Italia soprattutto come teorica delle «città globali», ma l'oggetto della sua analisi è più in generale la sociologia della globalizzazione (ha fatto anche parte del «gruppo di Lisbona»).
Sassen ha insegnato alla London School of Economics e all'Università di Chicago.
Attualmente è ordinaria di sociologia e membro del Committee on Global Thought alla Columbia University di New York.
Tra i suoi libri tradotti in italiano:
Territorio, autorità, diritti (Bruno Mondatori, Milano 2008);
Una sociologia della globalizzazione (Einaudi, Torino 2008);
Globalizzati e scontenti (Il Saggiatore, Milano 2002);
Migranti, coloni, rifugiati: dall'emigrazione di massa alla fortezza Europa (Feltrinelli, Milano 1999);
Città globali: New York, Londra, Tokyo (Utet, Torino, 1997);
Le città nell'economia globale (Il Mulino, Bologna 1997).
Ezio Mauro La rivolta dei nuovi esclusi
Prima di criticare l’uso della violenza domandiamoci quanta violenza c’è in questa crisi: condanniamo i colpi prima dei contraccolpi. La Repubblica, 3 aprile 2009
Come una legge meccanica, prima o poi la crisi economica che stiamo vivendo doveva produrre effetti culturali, politici e sociali: ci siamo. I nodi che vengono al pettine, l’altro ieri a Londra per strada, con la morte di un uomo, l’altro giorno in Francia, domani in Italia o dovunque nelle capitali del Primo Mondo - tutte uguali e indifferenti come paesaggio della crisi - sono l’inizio del secondo atto di questa rivoluzione in corso nella vita dell’uomo occidentale. Proviamo a misurarne cause, ragioni ed effetti liberandoci subito dal ricatto che ogni volta pesa sulla discussione pubblica, dicendo per oggi e per domani che gli atti violenti sono sempre inaccettabili, da qualunque motivazione siano sorretti. Ma subito dopo domandiamoci: quanta violenza c’è in questa crisi che brucia lavoro, valore, progetti di vita incompiuti, destini? La politica, la cultura, qualcuno di noi si è preoccupato di misurarla, di darle un peso e quindi un nome e un significato di cui tenere conto?
E’ difficile negare l’impressione che i grandi della terra riuniti a Buckingham Palace davanti alla Regina e poi a cena a Downing Street fossero ieri leader senza rappresentanza. Da qualche parte – da qualunque parte nei nostri Paesi – ormai si muove una massa sommersa di persone che fanno separatamente i conti individuali con la crisi, non solo e non tanto in termini di perdita di valore, ma in termini di vita, di sussistenza, di identità e di ruolo sociale. Per loro è tornata centrale, nella nebbia globale della crisi, nello stordimento della finanza, la grande questione novecentesca del lavoro: lo hanno perso, lo stanno perdendo, o non riescono nemmeno a trovarlo una prima volta. E scoprono che senza lavoro, perdono d’importanza i diritti post-materialistici, come li chiamano i sociologi, quelli dell’ultima modernità, che vengono dopo la piena soddisfazione dei bisogni primari.
Anzi, senza lavoro, con ciò che ne consegue, viene meno un interesse per ogni discorso pubblico, per il paese, per la vicenda collettiva. Senza il lavoro, ecco oggi il punto, queste persone si sentono ex cittadini. E quei ragazzi per strada, a Londra svolgevano paradossalmente l’unica rappresentanza oggi visibile di quel mondo che non sa a chi rivolgersi per farsi sentire.
La politica è in difficoltà perché aveva superato la questione del lavoro come se fosse antica. La cultura l’aveva resa impronunciabile, eufemizzandola con parole che non vogliono dire niente, "saperi", "competenze", "professionalità". Il capitalismo aveva addirittura creduto di poter rompere il nesso che per tutto il secolo scorso lo aveva legato al lavoro, liberandosene per proseguire da solo.
Il capitale senza il lavoro è così diventato uno dei motori di questa crisi, perché ha ridotto la complessità della globalizzazione ad una sola dimensione, quella economica, ha sostituito l’autonomia della finanza all’autonomia della politica, resa marginale o servente fino a consumare il nesso che nelle democrazie ha sempre legato i ricchi e i poveri.
Col risultato di far saltare il tavolo della responsabilità democratica che in Occidente teneva insieme i vincenti e i perdenti della globalizzazione e che nello Stato-nazione era anche il tavolo di compensazione dei conflitti, il nucleo stesso del progetto occidentale di modernità, con l’incontro regolato e consapevole tra il capitalismo, il lavoro, lo stato sociale e la democrazia.
É quell’alleanza che oggi è andata in crisi, con devastazioni prima culturali e politiche, poi per forza di cose sociali. Qui è cresciuta la nuovissima separatezza delle élite, che le rinchiude in una legittima aristocrazia dei talenti, incapace però di riconoscere obblighi generali, doveri pubblici, di produrre un dibattito che parli all’insieme del paese e distribuisca valori collettivi.
Attraverso questo meccanismo l’élite si trasforma in classe separata invece di diventare establishment, cioè gruppo dirigente testimone di regole che valgono per tutti e dunque parlano a tutti, esercitando pubblicamente il privilegio di avere responsabilità.
Da qui nasce la frattura sociale che abbiamo davanti e che la crisi porta per strada. Senza questa alleanza occidentale tra capitale e lavoro, tra responsabilità e democrazia può succedere che l’orgia speculativa non solo distorca il mercato finanziario, ma acquisti come già prima del disastro del ‘29 – lo notava Galbraith – una stupefacente centralità culturale nel nostro tempo, dunque una legittimazione collettiva. Col risultato denunciato da Michael Walzer quando «il denaro oltrepassa i confini» e senza più alcuna barriera culturale prova ad acquisire beni sociali come fossero merce, privilegi, favori, esenzioni, ruoli, incarichi, corrompendo. Ecco perché la crisi economica rischia di diventare crisi di legittimità, deficit di uguaglianza, problema di democrazia. Mai il sentimento di esclusione degli sconfitti è stato così forte. Mai l’impotenza della governance mondiale è stata così evidente, aggravata dalla crescita dei bisogni reali, che con i ritmi della disoccupazione sta diventando emergenza. Va in crisi il principio stesso di cittadinanza, il rapporto con lo Stato, la relazione tra libertà e potere, mentre i nuovi perdenti della globalizzazione non hanno più nemmeno un sovrano certo e un territorio definito per muovere la loro protesta.
Dopo aver vinto la sfida del Novecento l’Occidente rischia di perdere qui, di fronte all’unica domanda che conta per gli esclusi: qual è infine l’efficacia della democrazia, la sua capacità di risposta, la sua soglia di sensibilità e di attenzione? Quanta nuova povertà può sopportare in casa sua, dopo aver guardato alla televisione per decenni la povertà atavica degli altri? Quale politica sa produrre? E capace di condivisione, la democrazia, o solo di compassione, cioè di qualcosa che ha valore morale ma certo non politico?
Di fronte a questo malessere democratico che stiamo vivendo nulla è fuori corso come il pensiero di una "rivoluzione conservatrice", centrata su soggetti forti e sull’assenza dello Stato e delle sue regole. Bisognerebbe che la sinistra lo capisse, si ricordasse dei suoi obblighi verso l’uguaglianza, del lungo cammino per l’inclusione, per i diritti, per coniugare le libertà politiche con la sicurezza materiale. Il secolo scorso è stato, alla resa dei conti, lunghissimo, se il progetto della modernità democratica occidentale è durato fino ad oggi, vivo. Gli strumenti della sinistra sono i più adatti a conservarlo, modificandolo sotto la spinta della crisi, ma salvandolo. Basta saperlo. Anche perché se quel progetto salta, non ci sarà più sinistra, nella post-democrazia in cui rischiamo di vivere.
L’oggetto del desiderio della nuova demagogia
di Nadia Urbinati
La concezione liberale lo vede non come una massa uniforme che applaude un uomo ma come un insieme di individui e cittadini. E´ nell´Ottocento che gli viene attribuita in quanto volontà collettiva la fonte della legittimità dei governi e anche la sovranità politica
"Il popolo" è tra le categorie politiche quella forse più ambigua e più abusata, al punto di essere ora adottata addirittura per designare un partito, come se "la parte" e "il tutto" si identificassero; anzi, come se "la parte" si proponesse identica al tutto. L’origine del termine "popolo" è latina e nella tradizione romana repubblicana aveva un significato di opposizione/distinzione rispetto a una parte di popolazione che non era popolo: l’aristocrazia o il patriziato. Per questa sua connotazione non socialmente unitaria, dovendo decidere la denominazione della nuova assemblea convocata all’indomani della presa della Bastiglia, nel 1789, i costituenti francesi preferirono l’aggettivo "nazionale" a "popolare".
L’incorporazione del "popolo" nella concezione moderna della sovranità statuale e poi la sua identificazione con la nazione vennero perfezionate nel corso dell’Ottocento. Nel 1835 Giuseppe Mazzini lo definì "l’unica forza rivoluzionaria" esistente anche se "mai scesa nell’arena" politica, fino ad allora il luogo esclusivo della "casta" aristocratica e militare. Popolo venne a identificarsi con volontà collettiva e quindi con la sorgente del consenso fondamentale senza il quale nessun governo poteva dirsi legittimo.
Ma è proprio nella natura singolare del nome che sta il problema. Nelle principali lingue europee ad eccezione della lingua inglese, i termini Popolo, Peuple, Volk designano un’entità organica, un tutto unico la cui volontà è una ed è legge. Lo stesso Jean-Jacques Rossueau, al quale ingiustamente è stata attribuita la paternità teorica della democrazia totalitaria, aveva anticipato i rischi di plebiscitarismo quando, descrivendo l’assemblea popolare come unico legittimo sovrano, aveva precisato con molto acume che i cittadini vi si recano individualmente, e poi, una volta riuniti in assemblea, danno il loro voto in silenzio, ragionando ciascuno con la propria testa e senza consentire a nessun oratore di manipolare i loro consenso.
Le adunate oceaniche di memoria fascista e nazista sono state una negazione della volontà popolare democratica alla quale pensava Rousseau e che è così ben definita nella nostra costituzione. Quelle adunate di popolo, che ricalcavano il modello dell’antica Sparta dove le assemblee si concludevano urlando il "sì" o il "no" alla proposta del consiglio, non erano per nulla un segno di democrazia. In Atene, alla quale dobbiamo la nostra visione della democrazia, i cittadini si recavano all’assemblea e votavano individualmente, con voto segreto, e infine contavano i voti uno per uno, non fidandosi dell’impressione acustica provocata dall’urlo come a Sparta. Il modo di raccogliere il consenso e la procedura di computa dei voti sono stati da allora i due caratteri cruciali che hanno dato democraticità alla categoria ambigua di popolo; che hanno anzi consentito di togliere l’ambiguità ed evitare l’abuso. È chiaro infatti che se il termine "popolo" è singolare, sono le regole che si premuniscono di renderlo plurale. Il popolo dei populisti, quello per intenderci della concezione fascista e plebiscitaria, non è lo stesso del popolo democratico: ne è anzi la sua degenerazione e negazione. È ancora a un autore classico che ci si deve affidare per comprendere questa distinzione cruciale.
Nella Politica Aristotele distingue tra varie forme di democrazia, procedendo da quella meno pessima o sufficientemente buona a quella assolutamente pessima: la migliore è quella nella quale le funzioni del popolo di votare in assemblea sono affiancate da quelle di magistrati eletti; la peggiore è quella demagogica, un’unità nella quale la voce del demagogo diventa la voce del popolo e il pluralismo delle idee si assottiglia pericolosamente. Nel Novecento, Carl Schmitt ha dato voce a questa visione di democrazia plebiscitaria o cesaristica integrandola con una critica radicale del Parlamento: perché perdere tempo a discutere se ci si può valere di un leader che sa quel che il popolo vuole visto che la sua volontà è una sola con quella del suo popolo?
Il termine popolo acquista dunque un significato meno ambiguo e soprattutto liberale quando è associato non a una massa uniforme che parla con una voce e si identifica con un uomo o un partito, ma invece all’insieme degli individui-cittadini che fanno una nazione. Individui singoli perché il consenso non è una voce collettiva nella quale le voci individuali scompaiono, ma un processo che tutti contribuiscono a formare. Il pluralismo è il carattere che fa del popolo un popolo democratico; anche perché il voto è l’esito di una selezione tra diverse proposte o idee che devono potersi esprime pubblicamente per poter essere valutate e scelte.
Vox populi vox dei ha un senso non sinistro solo a una condizione: che la democrazia abbia regole e diritti non alterabili dalla maggioranza grazie ai quali i cittadini possono liberamente partecipare al processo di definizione e interpretazione di quella "voce". Ma se la "vox dei" abita un luogo definito e unico � sia esso un partito o un potere dello stato o un uomo � se acquista un significato unico, allora è la voce non più del popolo ma di una sua parte che si è sostituita ad esso. Concludendo in sintonia con questa analogia religiosa, vale ricordare che l’unanimità e la concordia ecclestastica finirono quando il pluralismo interpretativo del cristianesimo si affermò. La democrazia costituzionale può essere a ragione considerata una forma di protestantesimo politico.
La fine delle classi
di Michele Serra
Le vecchie e assurde figure che si trovavano nei sussidiari della nostra infanzia: il solerte mugnaio, l´astuto contadino l´operoso artigiano, il valoroso soldato
Claudio Villa era molto popolare, uno del popolo anche lui, per modi e gusti: impeccabile interprete della tradizione, voce di strada, voce di cortile. Ma ancora più popolari furono i Beatles, popolari in senso planetario e trans-epocale (li ascoltano anche adesso milioni di teen-agers): innovatori geniali, capofila della più grande rivoluzione nella cultura popolare del Novecento. Il popolo è conservatore o progressista?
È popolare, ovviamente, la televisione, ma siamo appena sortiti, qui in Italia, da una accesa discussione sulla popolarità travolgente di Roberto Saviano, in opposizione alla popolarità altrettanto cospicua dei reality-show: e dunque, questo benedetto popolo, preferisce ricordare o dimenticare, impegnarsi o fregarsene, stare in piedi come Saviano o sdraiato come gli stravaccati cronici del Grande Fratello? (Parentesi: popolarissima è anche la radio, con il vantaggio che quasi nessuno se ne è accorto. Se proprio si deve essere popolari, meglio esserlo clandestinamente).
Popolari furono molte rivoluzioni (non tutte), popolari le restaurazioni (quasi tutte). Il popolo è il composto e commovente incedere di Pellizza da Volpedo, ma è anche la sbracata canea delle curve di stadio.
Potremmo continuare all’infinito, giocando sull’ambiguità oramai conclamata del concetto di popolo e di popolare. Gli inglesi se la cavano meglio, usano la parola "people" che è più o meno sinonimo di "gente", possiede già una moderna indeterminatezza, interclassista e neutra, buona per tutti gli usi, meno per gli abusi: perché in nome della gente è meno facile farsi venire le strane idee germinate "in nome del popolo". A noi italiani, invece, impiccia ancora parecchio la storia di questa parola, specie la sua storia politica, il popolo in lotta, le masse popolari, la saggezza del popolo italiano (Berlinguer), el pueblo unido, l’unità popolare (la Banca popolare arriva a ridosso di queste irrequietudini minacciose, e le riconduce sapientemente ai suoi sportelli), le contraddizioni in seno al popolo, il popolo comunista (e per gemmazione quello democristiano, quello socialista, perfino quelli juventino e interista)
Ce n’è abbastanza per capire, specialmente adesso che un miliardario autocrate ha chiamato il suo partito "Popolo della libertà", e per giunta lo ha fatto a furor di popolo, che la parola è vuota come un sacco vuoto. Che indica una quantità e non una qualità, pur possedendone di infinite e di opposte.
È dunque una parola infida e malfunzionante, buona per ogni virtuosa innovazione come per ogni losco calcolo, e sarebbe meglio, molto meglio, arrendersi alla sua fine e imparare a farne a meno.
Forse è solo un caso (magari addirittura un caso clinico) ma la parola "popolo" a me fa venire in mente, per istinto, soprattutto alcune vecchie e assurde figurette del sussidiario delle elementari: il solerte mugnaio, l’astuto contadino, l’operoso artigiano, il valoroso soldato. Un presepe melenso e ruffiano, che suonava insensato già allora e già lì, in quella scuoletta faticosamente post-fascista.
Lo sfarinarsi delle classi sociali, il disfarsi degli alfabeti ideologici almeno qualche vantaggio dovrà pure averlo: per esempio rassegnarsi alla morte di alcuni concetti e di alcune parole, e costringersi a trovarne di nuovi e di adeguati. Ne rimpiangiamo parecchie, di parole, non questa, troppo abusata in passato e nominata quasi sempre abusivamente nel presente. Ci dispiace per Pellizza da Volpedo, meno per altri autori.
Cosa resta del populismo in letteratura
di Alberto Asor Rosa
Di questa massa informe emergono qua e là visioni frammentarie come su una spiaggia marina dopo una tempesta
C’era una volta il populismo. E noi lo combattevamo. A ragione: perché, letterariamente, ci appariva un’espressione arretrata, subalterna e nostalgica rispetto ai grandi filoni decadenti italiani ed europei dell’Otto e Novecento; perché, ideologicamente, rappresentava una visione edulcorata e compromissoria della lotta di classe, la quale invece, quella sì, avrebbe rimesso le cose al loro posto nel nostro paese e nel mondo. E però: Conversazione in Sicilia, Cristo si è fermato a Eboli, Cronache di poveri amanti, persino Speranzella e Quel che vide Cummeo, fino a Ilcapofabbrica e Il taglio del bosco, fino a, apogeo e crisi del neorealismo, Ragazzi di vita e Una vita violenta... Mica male, per un movimento retrogrado e sbagliato.
Qualcuno disse un giorno: non moriremo democristiani. Mai in Italia azzardare previsioni ottimistiche. Quel che abbiamo vissuto poi è un’esperienza diversa da come ce l’eravamo immaginata. Pensavamo classe operaia e popolo nozioni e pratiche politiche nettamente contrapposte, e inconciliabili. Abbiamo scoperto, a spese nostre, ma, quel che più conta, a spese del paese, che il tramonto della classe operaia, – tramonto politico e ideale, beninteso, non sociologico, ché di classe operaia ovviamente ce n’è ancora tanta, in Italia e in Europa, solo che sembriamo accorgercene solo quando si verifica una tragedia in fabbrica o si scopre che vota Lega, – avrebbe trascinato con sé il tramonto e la crisi del "popolo", nozione più evanescente e ondivaga di quella di "classe", e che ha bisogno d’un nocciolo duro per costituirsi e resistere, – per resistere, voglio dire, non solo politicamente ma anche culturalmente.
Di questo transito dalla consistenza al nulla qualcuno, acutissimo, persino s’accorse: Volponi, Memoriale (proletariato industriale) e La macchina mondiale (proletariato agricolo). Qualcun altro, invece (Balestrini, Vogliamo tutto), recependo entusiasticamente, com’era giusto, la spinta operaia in ascesa, invece di andare avanti, tornò, – e non era possibile altra scelta, – al populismo originario.
La situazione ora mi sembra questa: siccome viviamo da berlusconiani, non possiamo constatare che il dominio "demomediodittatoriale" del Nuovo Tipo di Capo poggia sulla definitiva messa in mora della classe operaia come classe politica generale e sulla neutralizzazione e frammentizzazione del popolo come categoria fondativa di ogni sistema democratico correttamente inteso: non più soggetti collettivi di qualsivoglia natura, ma una moltitudine di soggetti individuali che assurgono a politicità solo se si riferiscono al Capo motore immobile del sistema. Questo è il Popolo delle libertà, checché ne pensi, anche lui ottimisticamente, Gianfranco Fini.
Ora la domanda è: la letteratura ha bisogno dei miti? Se no, allora sta facendo il suo mestiere. Di questo popolo disperso e degradato, ridotto a massa informe (quella che a maggioranza vota il Capo), emergono qua e là visioni frammentarie, come su di una superficie marina che, dopo essere stata a lungo in tempesta, si spiana in una calma mortale: in Gomorra di Saviano; nelle periferie catatoniche e selvagge di Lodoli; sugli incerti margini della piccola borghesia in Un giorno perfetto di Mazzucco; in Io non ho paura di Ammaniti; nella Torino post-industriale di Culicchia; nella Napoli sempre più stremata di Da Silva. Il post-populismo è la moltitudine negriana (da Antonio Negri, intendo: Empire), ma tutto in negativo: l’implosione dell’esplosione, se si può dir così, cioè quel che resta di un sogno, quando noi (noi, proprio noi) l’abbiamo costretto ad autonegarsi a favore delle potenze infernali. Il resto è immaginario puro (tipo La solitudine dei numeri primi).
Non è solo il corpo a esser sequestrato, dalla legge che il Senato ha approvato sul testamento biologico. Molte cose giuste sono state scritte sullo Stato espropriatore, ma la presa di possesso oltrepassa l’organico. È la vita a essere sequestrata, nel suo scabroso intreccio tra materia e spirito, corpo e anima. Più precisamente, è l’idea che da millenni ci facciamo del vivere bene, che non è mero vegetare ma vivere pensando, ragionando, capendo chi soffre. In questo viver bene, il pensiero della morte è, oltre che centrale, il più vitale dei pensieri. Non è il finale segmento della strada terrena, ma quel che le dà profondità, sapore. Per la filosofia antica, a cominciare da Platone, l’esistere saggio consiste proprio in questo: nel prepararsi alla morte, l’anima impara a esser "tutta raccolta in sé"; s’abitua a vivere "senza impacci", più liberamente sceglie la virtù.
Socrate parla nel Fedone di questo prepararsi e lo chiama esercizio di morte, melete thanatou: allenamento, meditazione. Un po’ più tardi, Seneca e Marco Aurelio diranno che ci si allena vivendo ogni giorno come fosse l’ultimo: non per fatalismo ma per aguzzare l’intelligenza, la perfezione.
Posso vivere bene o male il mio giorno: ma se è l’ultimo il bene peserà di più e anche il male, non potendolo più riparare. Il testamento biologico doveva essere proprio questo: una preparazione del fine vita e un ripensare la vita stessa, un rammemorarla, un predisporre autonomamente la sua conclusione in caso di non-coscienza, senza ledere il prossimo e senza dipendere da tutori non scelti. Doveva essere un esercizio di morte: un atto del vivere bene.
La legge approvata in Senato, se non sarà cambiata dalla Camera, non lo permette. La Dichiarazione anticipata non è vincolante (articolo 7 della legge), e contro la nostra volontà dovremo esser nutriti e idratati artificialmente. La legge e lo Stato non si limitano a gestire al nostro posto i corpi, ma meditano, si esercitano, vivono insomma, al nostro posto. Chi si esercita a morire è sentinella - il verbo greco ha la stessa radice. Vivere bene è vigilare su di sé, darsi da soli una legge (questo è: auto-nomia). È lo Stato a divenire ora sentinella, non solo ai confini d’un territorio geografico ma alle frontiere stesse dell’essere. Diventa bio-potere, bio-politica: due parole che Michel Foucault coniò nei primi Anni 70, quando studiò la clinica e la metamorfosi della medicina. Il sovrano che decide della vita e della morte non lascia solo vivere ma "fa vivere": complice della tecnica, della scienza, di una Chiesa sbandata, determina i cicli vitali. Beppino Englaro non ha torto quando dichiara: "Adesso lo Stato si crede Dio". Fini, parlando della legge ieri al Congresso Pdl, ha ammonito contro lo Stato etico e l’abbandono dello Stato laico.
Molto più del corpo è dunque in gioco. Sono in gioco l’essere dell’uomo e l’antichissima arte medica, già in mutazione secondo Foucault dalla fine del ’700. È quel che fa capire Umberto Veronesi, quando il 18 marzo dice in Senato: "La medicina tecnologica moderna è in grado di spostare il termine della vita al di là della morte naturale, introducendo una vita artificiale che permette agli organi del corpo umano di rimanere vitali, anche senza attività cerebrale, senza coscienza, senza pensiero, senza vista, udito, parola". Nutrimento e idratazione forzati dei comatosi non sono trattamenti terapeutici ma "forme di sostegno vitale", dice la legge, e anche questo è opinabile. Il trattamento forse non è terapeutico ma di sicuro è sanitario (Veronesi ha descritto crudamente l’inserimento di tubi nei corpi), e fa violenza anch’esso alla natura e a Dio. Foucault parla, a proposito della nascita della clinica, della fine della medicina aspettante e dell’avvento della medicina interventista, tecnologica.
Il medico aspettante non rompe il rapporto con la natura. Spera di dominarla meglio, ma conosce il limite, non punta ad annullare la morte, la sua necessità. I rivoluzionari del ’700 crearono le cliniche non solo istituendo un nuovo clero - i medici pagati con i beni confiscati alla Chiesa - ma presumendo addirittura di abolire la malattia.
Quando lo Stato s’impadronisce dell’esercizio di morte non nega all’uomo solo la libertà. Gli toglie la responsabilità: quella di riconoscere la finitezza dell’essere. Per questo non è appropriato parlare esclusivamente di diritti calpestati. Calpestato è il senso del dovere che impregna il viver bene, se è vero che il pensiero della morte, per chi voglia redigere il più importante dei testamenti (quello che riguarda non gli averi, ma l’essere) è meditazione sul proprio presente e memoria di una vita fatta di emancipazioni.
Il contrario dell’esercizio di morte è l’indifferenza e dunque più fondamentalmente: la perdita di controllo su di sé, l’anticipato coma dell’anima. Per lo Stato che monopolizzando ogni cosa si sostituisce alla natura, il cittadino comatoso è l'ideale. Non contano l'uomo e i suoi modi scritti o verbali di allenarsi alla morte. Conta il corpo nudo, "gettato lontano" nelle cliniche, come scrive Rilke nel Malte Laurids Brigge. Contano il sovrano, e le macchine con cui esso piega la volontà delle persone. Quella che viene strappata all’uomo, in realtà, è la condizione di maggiorità (la sua Mündigkeit, direbbe Kant). Non a caso il sottosegretario Eugenia Roccella paragona il comatoso irreversibile, trafitto anche senza volerlo da sonde nutritive, a un neonato nutrito col biberon.
Chi immaginava un vero testamento biologico dovrà ricordarlo. Come quel neonato dovrà vedersi da ora in poi allo specchio, se la legge passerà: infantilizzato, dotato di diritti dell’infanzia ma gettato nella prigione del coma senza aver potuto sventare in tempo lo stato di minorità. Dovrà vedersi non come bamboccione ma addirittura come lattante, titolare di diritti ma privo di responsabilità.
La maggiore età è per Kant la facoltà che ciascuno possiede di determinare se stesso, di parlare e pensare per proprio conto in indipendenza e libertà, di sfuggire la minorità.
È così comodo esser minorenni, e lusinghiero per chi ci vorrebbe poppanti: "A far sì che la stragrande maggioranza degli uomini (e con essi tutto il bel sesso) ritenga il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile, anche molto pericoloso, provvedono già quei tutori che si sono assunti con tanta benevolenza l’alta sorveglianza sopra costoro. Dopo averli in un primo tempo istupiditi come fossero animali domestici e aver accuratamente impedito che queste pacifiche creature osassero muovere un passo fuori dal girello da bambini in cui le hanno imprigionate, in un secondo tempo mostrano a esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole" (Kant, Risposta alla domanda: cos'è l'Illuminismo?).
Chi aspira alla maggiorità si guarderà dall’esaltare valori supremi, che sempre hanno qualcosa di guerresco: abbassando ogni altro valore, il Valore Supremo diventa Unico. Il bello delle costituzioni è di ammettere le contraddizioni (c’è il valore della vita, ma anche il rispetto dell’autodeterminazione personale). Trovare un equilibrio tra valori significa non vederne più di supremi. È una delle forme del viver bene, e della laicità.
Vivere bene vuol dire anche, per chi auspica veri testamenti biologici, ascoltare punti di vista diversi (come fa la Costituzione). È vero che togliere cibo e acqua è rischioso eticamente: se mi affido a un medico, devo non temere - lo diceva il filosofo Jonas - che si trasformi in boia, servendo magari interessi estranei (i trapianti, il desiderio di sbarazzarsi dei vecchi in società senescenti). È vero che urge perfezionare le terapie del dolore, perché spesso più che morire temiamo il soffrire. Sono obiezioni sostanziali; vanno ascoltate: purché il malato non sia ridotto a lattante.
I lettori dello «Stylus» chiedono particolari sulla demenza rutula. Eccoli, cominciando dai 617 giorni nei quali la cosiddetta sinistra commette uno sbalorditivo suicidio. Mancano solo i berretti a sonagli che gli xilografi del Narrenschiff (Nave dei folli), Basilea 1493, mettono in testa ai matti naviganti: l’ondivago ministro della povera giustizia (che scherzo affidargliela) dissente quand même; estremisti verbosi litigano, gonfi come pavoni; nomenclature del partito futuribile coltivano freddo cannibalismo; il rifondatore comunista, presidente della Camera, discute le scelte governative, cerca Dio, disserta in erre moscia nel lugubre salotto televisivo; tiene la ribalta un minuscolo capopartito sentendosi in pugno le sorti del ministero appese a due voti, quanti sono i parlamentari che gli stanno dietro. In tali acque Leviathan nuota padrone e il governo cade nel tripudio sguaiato della destra.
In sella finge d’essere un altro, senza i denti, la pelle e la coda del Caimano, raccogliendo applausi anche ex adverso, imperdonabili, ma la prima mossa è uno scacco a Dike: il voto servile delle Camere lo consacra immune; finché duri in carica, non è perseguibile, qualunque sia l’accusa; lo scudo copre passato e futuro, lungo futuro perché dopo i cinque anni della legislatura, ne calcola almeno sette, rinnovabili, presidente d’una repubblica da farsa nera. I Rutuli sono eguali davanti alla legge: lodo invalido, dunque; la questione sarà risolta da una Corte ed è prevedibile il pandemonio nell’ipotesi virtuosa, che la dea senza benda sgomini denaro, paura, esche; sarebbe la seconda volta. Pro domo sua batte bandiera garantista, rectius criminofila, col disegno d’una giustizia manovrabile dall’esecutivo: le intercettazioni, ad esempio, vanno proibite dove risultano più utili, affinché i colletti bianchi delinquano tranquilli; e cosa non succederà appena abbia rimosso l’ultimo ostacolo. Il suo Giovanni Battista, patrono, attuale sponsor, è tal Licio Gelli, Venerabile d’una famosa loggia criminalmassonica. La politica diventa stato d’eccezione permanente: vuol comandare con dei decreti che il parlamento converta in legge sull’attenti; l’ultimo istituisce ronde volontarie (seppellendo Stato e diritto, deprecava un monsignore: voce seria; i superiori lo smentiscono, fulminei). La Carta impone dei limiti? Non gli fanno caldo né freddo: basta riscriverla; è vecchia, affetta da vizi congeniti. Monco dell’organo morale ed estetico, ignorante, sopraffattore, offre spettacoli del genere narrato da Ammiano Marcellino nella Roma IV secolo: balla, strepita, ride, plagia, azzanna, froda; gli serve una Rutulia istupidita, gaglioffa, questuante, sbracata, ridanciana, e da trent’anni se la lavora mediante ipnosi televisiva seminando un’asfissiante volgarità. L’ha nell’ugola e viene fuori, incoercibile come i versi d’Ovidio. Nella conferenza stampa col capo d’uno Stato straniero biascica dei fonemi. Praticanti d’alfabeto labiale leggono: «moi je t’ai donné ta femme»; no, informano gli addetti all’augusta parola, ricordava d’avere «étudié à la Sorbonne». Allora parliamo latino, «risum teneatis».
«Stylus» è rivista colta. I lettori domandano se abbia precedenti nella storia rutula. Sì, molti. Non erano meglio i signorotti la cui fine miserabile, per mano del duca Valentino, Niccolò Machiavelli racconta ai Dieci, die prima ianuarii 1502, testimone diretto in Senigallia, ma Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, Francesco e Paolo Orsini (gli ultimi due strangolati 18 giorni dopo, quando Sua Santità Alessandro VI s’era impadronito del cardinale Giambattista), nonché l’antagonista Cesare Borgia, usavano armi povere, in piazze esigue dagli equilibri instabili, mentre i media posseduti da costui lavorano midolla, neuroni, ghiandole. Frollati al punto giusto, i sudditi non percepiscono più quel che avviene, né avvertono le contraddizioni: dimenticano l’appena accaduto; intrattengono falsi ricordi; odiano a comando; parole, frasi discorsi, gesti, sono materia regolata dal Cervello collettivo. L’icona del regime è uno spegnitoio: quel cono nero sulla punta della pertica con cui i sacrestani estinguevano le candele; «abajo la inteligencia», gridava un capobanda franchista
Siamo nel laboratorio d’Alcina, vecchia fattucchiera: in pubblico compare sotto varia cosmesi, artefatto dai capelli ai tacchi, mentre lo schermo dei meeting presenta un enchanteur, giovane, magro, sorridente; fotografie d’alto valore clinico lo fissano nella posa della soubrette, braccia levate, palme in fuori, un piede avanti, l’altro sulla punta, e spalanca le fauci a salvadanaio. Lo spirito scende nelle parti molli del ventre. La Rutulia però è l’unico paese evoluto dove lo Stato paga i preti perché insegnino dogmi nelle sue scuole, e la religione farà media con lingue, storia, filosofia, matematica, scienze naturali. Particolare curioso: in articulo mortis quel Vitellozzo Vitelli invoca l’assoluzione plenaria dal papa, complice del figlio nell’agguato mortale; ancora adesso qualcuno crede che i papi abbiano le chiavi del cielo. Pochi giorni fa un tribunale condanna a quattro anni e sei mesi l’avvocato londinese falso testimone D.M.; era reo spontaneamente confesso; una sua lettera al consulente fiscale spiegava la fonte dei 600 mila dollari: regalo d’un cliente affinché nascondesse pericolosi affari fiscali. Risarcirà i danni alla presidenza del consiglio, costituita parte civile. Qui saltano fuori i berretti a sonagli: presidente del consiglio e corruttore unus et idem sunt, Leviathan, allora (1998) ex capo del governo, rivincitore predestinato, ora intoccabile.
La xilografia da cui è tratta l'icona, e che è riportata nell'articolo, "illustrava il poema morale e satirico di Sebastian Brant La nave dei folli (1494). Due stolti accolgono sulla propria barca Adamo ed Eva, accompagnati dai simboli della loro vicenda nel Paradiso Terrestre (l'albero delle mele proibite e il serpente tentatore)" (da encarta).
Tutto rinviato alla settimana prossima. Le Regioni non ci stanno e rifiutano di subire una decretazione d’urgenza che le spogli della sovranità, di recente conquistata, in materia di edilizia. Il primo testo, messo a punto, come le leggi ad personam, dall’avvocato Ghedini è rinviato al mittente. Berlusconi, comunque, ha ripetuto ieri sera che la metà delle abitazioni degli italiani saranno interessate. Che dire? Sembra che, come un soufflé mal riuscito, il piano-casa un giorno si gonfi e l’indomani si sgonfi. Vedremo alla fine cosa ne uscirà: una frittata rimediata con gli avanzi, una maionese impazzita, una torta pasqualina ad alto indice di gradimento? Eppure non è mai stato uno scherzo ma un’idea che ha suscitato, secondo i punti di vista, desolanti angosce paesaggistiche e sfrenate velleità edificatorie.
Ho avuto personalmente il senso di quanto stava accadendo quando un amico architetto mi ha riferito che aveva cominciato a ricevere, dopo il primo annuncio, due o tre richieste al giorno da clienti vecchi e nuovi, interessati a conoscere quali passi intraprendere per moltiplicare spazi abitativi, chiudere verande, soprelevare attici. Anche il felice proprietario di un ultimo piano a piazza Navona si era fatto vivo per sapere come modificare il tetto e costruirvi una terrazza con relativo roof-garden.
Ora sembra che simili attese andranno deluse e che la libertà di ampliamento si spalmerà su 10 milioni di case singole o bifamiliari. Anche se i centri storici saranno risparmiati si tratterà pur sempre di un bombardamento diffuso su gran parte del territorio nazionale, di una esplosione atomica a frammentazione per quanto riguarda l’impatto paesaggistico. Non è detto che questo susciterà proteste di massa.
Piuttosto va analizzata la natura accattivante di una vera e propria provocazione che, proclamando la possibilità di annullare alcuni principi base dell’ordinamento pubblico, si presta a raccogliere un potenziale di consenso di proporzioni difficilmente uguagliabili. Solo affermando la libera noncuranza per ogni regola si poteva, infatti, far lievitare una sicura rispondenza di amorosi sensi tra il leader e il "suo" popolo. Le remore che ha poi incontrato, le obiezioni dei presidenti di Regione, del presidente della Repubblica, di Bossi, anche se costretto a fare buon viso, debbono essergli apparsi qualcosa di vecchio, di conservatore, al limite di incomprensibile. Dalla sua aveva percepito la potenzialità di un arco di consensi che va dai milioni di proprietari di case ai costruttori piccoli e grandi, dai muratori rumeni e italiani, alla ricerca di restauri e ampliamenti di appartamenti agli immobiliaristi liberi di abbattere edifici vetusti e di costruirne di nuovi, dai tanti addetti dell’indotto ai risparmiatori che anelano ad investire nel mattone, dopo il naufragio delle Borse.
Agli effetti della bacchetta magica, foriera di cotanti plausi, vanno aggiunte due prospettive avvincenti: l’avvio di un volano di ripresa economica, sia pure parziale ma, comunque, da non disprezzare con l’aria che tira, e la riprova che, cancellando i pubblici controlli, è possibile rendere veloci le procedure. Se ne derivano danni non resterà che infischiarsene.
Così come se ne sono sempre infischiati sindaci e amministratori regionali disinvolti, palazzinari rapaci, edificatori abusivi, non certo frenati sotto la Prima che la Seconda Repubblica dal timore dello scempio paesaggistico. Agivano, peraltro. contro la legge ma quasi certi di potersi comprare l’immunità e la libertà di devastazione. Spesso in nome del progresso economico contrapposto al conservatorismo delle «anime belle», degli esteti benestanti, degli intellettuali insensibili alle esigenze dello sviluppo. Poi il fatto compiuto avrebbe disarmato il magistrato.
Ma ora il teorema berlusconiano rovescia i termini stessi di questa vecchia dialettica e fornisce la prova scientifica della peculiarità unica dell’avvento di questo singolarissimo personaggio al governo del nostro Paese.
Il tempo trascorso dalla sua discesa in campo si avvicina ormai al ventennio e permette di adombrare il delinearsi di un’epoca storica, a somiglianza di quelle del passato, l’epoca post risorgimentale, l’epoca giolittiana, quella fascista, e, poi, la democristiana e consociativa. Cosa distingue, a mio avviso, l’epoca di Berlusconi da tutte le altre? Il fatto che in tutte le precedenti, fossero ispirate all’assolutismo, al liberalismo, al nazionalismo, al cattolicesimo, al riformismo democratico, in tutte queste epoche, l’operato dei governi esprimeva un livello di mediazione, culturale ancor prima che politica, tendente a raggiungere un equilibrio tra interesse collettivo e quello dei singoli. In definitiva un’idea di una Nazione, ordinata da regole, pur diversamente ispirate od anche esprimenti una egemonia delle classi dominanti, che, tuttavia, aspirava a presentarsi come portatrice di del bene comune.
Così si alternavano i valori - dal nazionalismo imperial rurale del fascismo al solidarismo interclassista con garanzia atlantica del cattolicesimo democratico - ma non veniva meno l’ambizione ad esprimere, attraverso l’arte della politica, le aspirazioni della collettività nazionale.
Al contrario solo con Berlusconi trionfa l’antipolitica come pratica ed ideologia di governo al servizio degli interessi dei singoli e degli aggregati che gravitano attorno all’individuo (famiglia, gruppo di appartenenza, coagulo localistico). Quel che fino a ieri costituiva reato è oggi atto meritorio. Scompare anche il senso di colpa dello speculatore.
Da questo punto di vista la legge edilizia potrebbe segnare un trionfo della filosofia berlusconiana che coniuga l’identità fra l’arte del governare e l’ideologia della piccola impresa padana: se l’impresa è mia è giusto che governi io, che scelga il prodotto di successo, che detti le regole a me più congeniali. Se qualcuno vuole sostituirmi faccia pure, lanci un’Opa, s’impadronisca del pacchetto azionario di maggioranza. Nel frattempo non rompa i c....; non rivendichi equilibri di potere all’interno della "sua" impresa, non caldeggi prodotti alternativi. Il Cavaliere è convinto che tale sia il liberalismo.
Cosa importa, quindi, se si dissolve una eredità culturale che vedeva nella tutela del paesaggio urbano e rurale un valore inalienabile per il presente e per il futuro, se viene cancellata ogni ambizione urbanistica a un disegno di città in cui modernità e tradizione convivessero secondo regole etiche ed estetiche, fossero ispirate da Giuseppe Bottai o da Giovanni Spadolini, da Piacentini o da Piano?
Conta assai di più ciò a cui aspira ogni cittadino come singolo individuo e Berlusconi sa bene di interpretare milioni di singoli cittadini, guidati dal buon senso dell’interesse immediato e non da una ricerca inutile, lenta, dispersiva del bene comune.
Lo ribadirà la settimana prossima ai governatori. Bando alle ciance. Si metta mano al piccone e si dia il via alla colata di cemento. E, visto che si celebra quest’anno il centenario del Futurismo, potrebbe proporre, non più come provocazione ma come manifesto politico, quel proclama marinettiano contro Venezia e il chiaro di luna che vaticinava tra l’altro: «Il tuo Canal Grande allargato e scavato, diventerà fatalmente un gran porto mercantile. Treni e tramvai lanciati per le grandi vie costruite sui canali finalmente colmati vi porteranno cataste di mercanzie, tra una folla sagace, ricca e affaccendata d’industriali e commercianti... Non urlate contro la pretesa bruttezza delle locomotive dei tramvai degli automobili e delle biciclette in cui noi troviamo le prime linee della grande estetica futurista».
Ricordate George Orwell e la «neolingua» che compare nel suo "1984"? Parole manipolate per soddisfare le «necessità ideologiche» del regime, per «rendere impossibili altre forme di pensiero». È esattamente quello che è accaduto ieri al Senato della Repubblica, che ha battezzato come «dichiarazioni anticipate di trattamento» il loro esatto contrario, cancellando ogni valore vincolante del documento con il quale una persona indica le sue volontà per il tempo in cui, essendo incapace, dovesse trovarsi in stato vegetativo permanente. Sarà inutile seguire un tortuoso iter burocratico, da ripetere ogni tre anni, perché con esso si approderà semplicemente al nulla. E la maggioranza dei senatori ha fatto la stessa operazione battezzando come sostegno vitale l’alimentazione e l’idratazione forzata contro l’opinione larghissima del mondo medico internazionale che le considera trattamenti. È lo stesso consenso informato, uno dei grandi risultati civili del tempo recente, perde il suo valore fondativo del diritto di costruire liberamente la propria personalità. Il sequestro di persona, di cui ha parlato ieri Adriano Sofri, ha trovato il suo compimento. Missione compiuta, potrà dire il presidente del Consiglio al cardinale Bagnasco a tre giorni appena dall’ingiunzione dei vescovi a chiudere senza indugi e senza aperture la discussione sul testamento biologico.
È con grande amarezza che scrivo queste parole. Non si sta parlando di una vicenda marginale, ma del modo in cui si stanno delineando i rapporti tra le persone ed uno Stato che, abituato da sempre a legiferare sul corpo della donna come «luogo pubblico», rende ora «pubblici» i corpi di tutti, li fa tornare sotto il dominio del potere politico e si serve abusivamente della mediazione dei medici, di cui viene restaurato un potere sul corpo del paziente che era stato cancellato proprio dalla «rivoluzione» del consenso informato. Ora non sarà più la persona a decidere per sé. Altri lo stanno facendo, e lo faranno, al suo posto. Dov’era un «soggetto morale», quello nato appunto dall’attribuzione a ciascuno del potere di accettare o rifiutare le cure, troviamo di nuovo un «oggetto».
Non è solo una questione di costituzionalità, allora, quella che si è ufficialmente aperta. È una questione di democrazia, perché stiamo parlando del modo in cui si esercita il potere. Sono in discussione il diritto all’autodeterminazione e i limiti all’uso della legge.
Torniamo così alla costituzionalità del testo appena approvato, di cui la maggioranza appare sicura probabilmente perché alla Costituzione e alla sue logiche si mostra sostanzialmente estranea, come provano molte vicende degli ultimi tempi, e dei tempi meno recenti. Ma la Costituzione e i suoi guardiani sono ancora lì. Alla maggioranza conviene far sapere che, mentre si arrabattava in tutta una serie di espedienti legali per impedire che avesse attuazione la sentenza della Corte di Cassazione sull’interruzione dei trattamenti a Eluana Englaro, la Corte Costituzionale (sentenza numero 438 del 23 dicembre 2008) scriveva le seguenti parole: «La circostanza che il consenso informato trova il suo fondamento negli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione pone in risalto la sua funzione di sintesi di due diritti fondamentali della persona: quello all’autodeterminazione e quello alla salute».
Da qui bisogna partire già in questi giorni, mentre il disegno di legge passa dal Senato alla Camera. Non è retorica dire che il punto forte è costituito dal sentire delle persone, testimoniato da tutti i sondaggi, da quelli appunto sulle decisioni relative al morire a quelli sull’uso del preservativo, che mostrano non solo una distanza netta dalle posizioni delle gerarchie vaticane, ma soprattutto una consapevolezza profonda della libertà e della responsabilità che devono accompagnare le scelte di vita. Ai deputati bisogna far sentire la voce di questo paese, che la maggioranza politica non ascolta, chiusa com’è nelle sue convenienze e nei suoi ideologismi, e che il Partito democratico rischia di non sentire, lasciando così senza avere rappresentanza parlamentare proprio un mondo che potrebbe essergli vicino.
Rimane sempre la Lorella Cuccarini del governo, il più amato dagli italiani, ma da oggi è anche “Mr. Brooklyn, gusto lungo”. Perché Renato Brunetta, ospite al forum de l’Unità, è “un riformista determinato di lunga lena” che non molla. “Un vero socialista”, “più bravo di Tremonti”, meno accomodante di Sacconi, “non porto a cena i sindacalisti”. Uno che “non festeggerà il 25 aprile”, ricorrenza “egemonizzata”, con una grande idea in testa, “quella di vendere le ex case Iacp” e creare altri “2 milioni di nuovi proprietari”, e un’ossessione “la lotta al comunismo” e di riflesso alla Cgil “il sindacato che ormai è un partito”.
Per questa ragione, per dare una risposta “all’architettura di stampo comunista” che secondo Brunetta ha pervaso l'amministrazione e l’urbanistica italiana nei decenni scorsi, il ministro ha difeso con forza il decreto legge che il governo è pronto a varare. Nonostante il “piano casa” violi intimamente la cultura delle regole e sia una sorta di condono preventivo il ministro lo considera “una scommessa”. “Io parto da un dato di fatto: la cultura delle regole ha prodotto l’abusivismo. Questo paese è un paese cattolico e ipocrita. Che si rifà a vincoli e piani regolatori per poi disattenderli. Si chiama azzardo morale. Si sottoscrivono patti sapendo di volerli rispettare”. Meglio allora il “fai da te”.
Accanto a questo Brunetta ha anche un suo piano edilizio. Vendere le case ex Iacp. Che sono un milione. Alle quali potrebbe aggiungersi un altro milione di proprietà dei comuni. “Avremmo così 2 milioni di nuovi piccoli proprietari”. La vendita è a un prezzo capitalizzato d’affitto. Circa 30mila euro, il calcolo è del Sole 24 Ore, ad alloggio. Un affare. “Se la comprano subito tutti” ha detto il ministro, anche “i fricchettoni” che “se la comprano e poi se la possono anche fumare”. I soldi esistono. E anche se la case sono per la maggior parte abitate da anziani “questi hanno i figli”. Lo stato incasserebbe 20 miliardi.
Questa è la scommessa di Brunetta. Ministro molto sicuro (ha già in testa un’autobiografia). “Ho il 70-80% del consenso rispetto alle cose che faccio”. Come la riforma della pubblica amministrazione. “Per strada mi fermano gli insegnanti e mi ringraziano”. Non tutti però. E quelli che lo criticano sono “insegnanti comunisti”.
Chi non gli crede lo vedrà presto: l’11 maggio, nel Forum della pubblica amministrazione, il ministro presenterà i suoi risultati. Forse avrà anche la completa mappatura dei precari (circa 40mila, 10-12 mila dei quali saranno assunti) nel pubblico impiego. Sul quale Brunetta annuncia “sorprese” per il suo collega Raffaele Lombardo: “La metà dei precari italiani è in Sicilia...”.
E a proposito di scuola il ministro ha anche detto che non chiederà scusa ai studenti dell’Onda: “Neanche morto”. Nonostante da giovane anche lui abbia manifestato, “ma solo contro i brigatisti”. Nonostante abbia fatto parte della Cgil, “mi ha iscritto una ragazza di Padova, una terrorista, che non so che fine abbia fatto”. “Da buon socialista sono anti comunista e quindi anche contro la Cgil”. Anche se l’attuale segretario, Guglielmo Epifani, è socialista. “Era socialista. I veri socialisti ora sono con Berlusconi”.
Il premier? “Che piaccia o no è un vero leader”. Uno che ha salvato l’Italia “dalla gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto”, che “ha salvato la democrazia in Italia”. “Un leader di rango” che non ha mai detto di essere antifascista , “ma io lo sono”, che non festeggia il 25 aprile. “E fa bene. E’ un festa egemonizzata”. Dai comunisti, si intende.