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Tanto tuonò che piovve. Da poche ore il premier Berlusconi ha denunciato al partito popolare europeo, a Bonn, di essere un perseguitato politico in Italia. E chi lo perseguita? L'Alta corte costituzionale, che non è più supremo istituto di garanzia ma organo di parte, e precisamente di sinistra, grazie alle nomine fatte da tre presidenti della Repubblica di sinistra che si sono susseguiti da noi, i noti estremisti Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Non solo: un partito di giudici, clandestino ma efficiente, gli scatena contro una valanga di calunniose vertenze giudiziarie. Stando così le cose, egli ha dichiarato solennemente al Ppe che intende cambiare la Costituzione italiana del 1948 e lo farà con tutte le regole o senza. Già in passato l'aveva disinvoltamente definita di tipo «sovietico».

Il Ppe è rimasto di stucco. Il Presidente Napolitano, di solito assai prudente, ha definito il discorso «un violento attacco alle istituzioni», il premier gli ha risposto con insolenza: «Si occupi piuttosto della giustizia». Il Presidente della Camera, Fini, che aveva preso le distanze, si è sentito ribattere: «Ne ho abbastanza delle ipocrisie».

La reazione del paese è stata nulla. Probabilmente molti hanno scosso privatamente la testa. Come la regina d'Inghilterra, l'Alta corte non risponde ai vituperi che le vengono rivolti, soltanto la Camera potrebbe denunciare il premier per attentato alle istituzioni, ma la maggioranza della Camera ce l'ha lui. Il suo alleato, Bossi, ne ha elogiato «le palle», argomento decisivo per tutti e due. Il Popolo della libertà ha annunciato per domenica a Milano una manifestazione a suo sostegno.

Il presidente Casini ha lamentato che Berlusconi, per essere stato votato dal 35 per cento del paese, crede di esserne il padrone. Il leader del Pd Bersani si è doluto di aver ricevuto, testualmente, un «cazzotto» ma si ripromette di avviare ugualmente assieme a Berlusconi le più urgenti riforme istituzionali. L'ex pm Di Pietro ha gridato con qualche approssimazione: «E che si aspetta per dire che siamo nel fascismo?», non senza aggiungere: «E se succede qualche incidente?». Alcuni giornali parlano di stato d'emergenza, la sinistra della sinistra ha emesso alcune strida o ha parlato d'altro.

Ora, ci rifiutiamo di credere che la metà del paese che non ha votato Berlusconi ne trangugi anche stavolta le escandescenze. Certo una maggioranza non si abbatte che con un'altra maggioranza, ma questa va preparata non essendo affatto detto che ci sarebbe già oggi. E per molti motivi. Perché quando la detta metà ha avuto un suo governo, non ha ritenuto urgente né risolvere il conflitto di interessi né regolare il sistema radiotelevisivo, né darsi una legge elettorale decente - provvedimenti che non sarebbero stati niente di straordinario, soltanto la premessa di un quadro politico decoroso.

Anche per questo la tela della democrazia, faticosamente tessuta nella Resistenza, si è andata sfilacciando, la crisi dei partiti è stata salutata dal più stolto degli entusiasmi, nulla di più affidabile ed efficace essendo stato messo al loro posto, socialisti e comunisti si sono pentiti di essere stati tali e la sinistra della sinistra non ha saputo che frammentarsi. E siamo arrivati a questo punto.

È l'ora di finirla di lamentarsi e di aspettare qualche leader miracoloso. Siamo noi, la gente che cerca di battersi con la Cgil, giovani e precari senza speranza, coloro che sono andati alla manifestazione del Nobday, gli piacesse Di Pietro o no, visto che nessun altro aveva pensato di promuoverla, siamo noi insomma la parte attiva di quella metà d'Italia che incassa botte da troppi anni. Andiamo a chieder conto a chi abbiamo votato fino a ieri di quel che sta facendo o non facendo oggi, senza né astio né affidamento. Proponiamo a chi lo vuole di metterci a discutere subito e a medio termine. Finiamola di lamentarci di non essere rappresentati. Siamo adulti e vaccinati. Rappresentiamoci.

Lotta continua è stato il gruppo all'apparenza meno intellettualistico, tra quanti sono nati dopo il Sessantotto, per stile, pratiche e fraseologia, ma è stato quello che ha prodotto più intellettuali e comunicatori. Anche grazie a questo ha esercitato una sorta di egemonia nella memoria di una parte attiva della generazione che ne aveva attraversato l'esperienza. Egemonia talvolta ingombrante, al punto da suscitare il luogo comune (ingiusto) di una lobby politico-culturale; tradizione minore che nel tempo si è in gran parte fusa in una koiné tardoazionista che è l'ideologia più riconoscibile e individuabile nella cultura di una sinistra ormai post-socialista.

Una esperienza che ha prodotto anche molti storici, di grande valore. Due di essi, Guido Crainz e Giovanni De Luna, presentano oggi libri diversissimi nell'impianto (Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell'Italia attuale, Donzelli, pp. 241, euro 16,50; Giovanni De Luna, Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, euro 17,00. Di quest'ultimo ha scritto David Bidussa il 4 Novembre), ma che sono accomunati da un tentativo molto impegnativo di definizione degli Anni Settanta. Che è l'oggetto stesso del libro di De Luna, ma è anche elemento centrale e nuovo di un ragionamento più ampio di Crainz sulla storia repubblicana.

Entrambi parlano di «anni '68» per definire il decennio, in qualche misura sganciando l'evento dal contesto degli anni Sessanta, del quale è conclusione, e legandolo agli sviluppi del decennio successivo. La periodizzazione adottata da Crainz è per la verità più impegnativa, proponendo un'unica cornice che abbraccia il ventennio che va dal miracolo economico alla fine degli anni Settanta, blocco unico di una «modernizzazione» italiana che sfocia negli anni Ottanta (dove verranno alla luce, senza più ostacoli, tendenze presenti sin dall'inizio della «grande trasformazione»). Questo imporrebbe un forte ridimensionamento degli «anni '68», del peso e del valore di quella esperienza: eterogenesi dei fini, lavorare per il re di Prussia, e tutte le altre metafore correnti che potrebbero venire in mente...

Lo spettro delle regole

In primo luogo si potrebbe osservare che non si tiene nel dovuto conto come le istanze, sacrosante, di libertà, soggettività e diritti individuali si muovessero sempre in un quadro di riferimento di socialità. E dove mi sembra anche che l'esito finale suggerisca una retrodatazione di tendenze e di pratiche, niente affatto scontate o acquisite nel corso del processo.

Anche qui, e in misura più marcata che negli ampi e fortunati studi precedenti di Crainz - Storia del miracolo italiano (1996), Il paese mancato (2003) - la partita sembra giocarsi e concludersi all'inizio del ciclo, con la sconfitta del primo centrosinistra che segna la fine della stagione riformatrice. Niente programmazione, niente legge urbanistica, avvio di uno sviluppo senza regole e non governato. È questo il «paese mancato» a cui alludeva il titolo ispirato dal giurista Dante Troisi. Assenza di regole che da quella falsa partenza giunge fino a noi, divenendo nel tempo slavina e poi valanga che tutto travolge. La critica al Sessantotto, in Crainz come in De Luna, è anche quella di non aver saputo proporre e introdurre nuove regole che sostituissero le vecchie che venivano scalzate (rilievo per la verità singolare se rivolto a un movimento di contestazione: c'era una classe dirigente, c'era un governo in questo paese? E poi forse di regole ne abbiamo anche troppe, mentre è drammaticamente deficitaria lo loro osservanza, ma questo rinvia assai più all'etica pubblica che non al quadro normativo).

C'è molto di vero nella centralità attribuita al ridimensionamento dei programmi del primo centrosinistra, che è del resto notazione unanime in tutta la storiografia che è tornata su quegli anni. Ma va anche detto che è proprio a partire dagli anni immediatamente seguenti che si apre la stagione più incisiva nell'esperienza riformatrice della società italiana. Di fatto nel decennio 1969-1979 abbiamo le riforme più importanti, non solo sul terreno civile, ma su quello sociale e istituzionale. Proviamo ad elencare, sia pure in maniera incompleta e disordinata: Statuto dei lavoratori, ordinamento regionale, legge Basaglia, obiezione di coscienza, divorzio e aborto, voto ai diciottenni, sistema sanitario nazionale, liberalizzazione degli accessi all'università, comunità montane, eccetera: e non ultima la tanto deprecata «scala mobile», destinata ad essere rapidamente sterilizzata e poi soppressa negli anni successivi.

Le riforme dimezzate

Non convince il modo di presentare (e svalutare) queste riforme, già presente nel Paese mancato, ma qui reso più esplicito dalla stringatezza necessaria dell'esposizione: «Si pensi alle Regioni (1970), clonazione dei difetti dello Stato centrale, alla riforma della Rai (1975), che introduce non il pluralismo ma la sua degenerazione partitocratica; o alla riforma sanitaria (1978), costellata di sprechi e storture per la lottizzazione selvaggia». Questi limiti saranno pure autentici e vistosi, ma ci troviamo di fronte a una intelaiatura di stato sociale e di governo delle autonomie su cui ancora in gran parte si regge ciò che resta della democrazia italiana, mentre negli Stati Uniti un presidente tenta con difficoltà di introdurre un timido sistema sanitario statale.

Certo tutto questo non avviene come frutto di un piano dall'alto, a cui ormai si è rinunciato, ma come adeguamento a spinte sociali, che configura però un risultato non incoerente e non vissuto come tale dalla maggioranza dei cittadini. E del resto è stata questa la dialettica particolare del meccanismo riformatore nell'esperienza repubblicana, dalla riforma agraria in poi. È anche da notare come alcune delle riforme più qualificanti e coraggiose intervengano nella seconda metà degli anni Settanta, che la memoria modellata sull'esperienza di Lotta Continua attribuisce già compattamente a sconfitta e riflusso.

In quegli anni non c'era un governo che presiedeva a un piano riformatore, anzi si occupava (male) dell'ordinaria e fin troppo straordinaria amministrazione, ma c'era un parlamento - presieduto con grande spirito costituzionale da Pietro Ingrao - che legiferava liberamente e senza vincoli ferrei di maggioranza. Assemblearismo, scriveranno alla fine del decennio gli opinionisti della Loggia P2, gli stessi che parleranno di egualitarismo, anziché di eguaglianza. Ma non era piuttosto il normale funzionamento di una democrazia parlamentare? Fuori e dentro l'orbita governativa le spinte della società trovavano una sia pur parziale risposta, e il revirement del Psi craxiano sarà alla fine esiziale non solo sul piano dell'etica pubblica, ma anche nel porre fine a questa particolare dialettica repubblicana.

Ma è proprio il tema dell'eguaglianza che bisogna rimettere al centro del discorso per un giudizio storico sugli anni Settanta, che rischiano di restare nell'immaginario corrente sospesi tra demonizzazione degli «anni di piombo» e pappa del cuore dei militanti delusi. La questione fondamentale è che quel decennio fu l'unico in cui la forbice tra le classi sociali si assottigliò sensibilmente nella storia repubblicana, per riprendere a crescere nel decennio successivo fino agli eccessi dell'ultimo quindicennio.

Di tutto questo fu certamente parte l'esperienza di Lotta continua, anche se i veri protagonisti furono innegabilmente altri, come riconosce una memoria attenta e sensibile quale quella proposta da Giovanni De Luna. Nel suo libro, molto bello da leggere e molto sofferto nell'elaborazione, il gruppo trova la sua esemplarità in quanto luogo «in cui precipitarono le percezioni diffuse... un senso comune che spontaneamente serpeggiava in tutto il movimento».

La glaciazione dopo la sconfitta

È una memoria non solo di gruppo, ma anche, consapevolmente, molto «torinese», che inizia col ricordo dei militanti morti, discute della sottile linea fra ribellione e violenza, intreccia rievocazioni storiche e riflessioni attuali proiettate nel passato, come è proprio di una memoria viva. Nel ricordo quella esperienza emerge come «un sentimento assoluto di verità», innestato su «una rigidezza dottrinale altrettanto ossessiva», che dava luogo a molti (troppi) abbagli, riscattati dalla generosità dell'impegno e della militanza. Tutto sprofonderà nella «glaciazione degli anni '80», preludio dell'Italia del XXI secolo, che nasce all'indomani della sconfitta operaia alla Fiat. Da allora «l'impressione è quella di essere precipitati in un presente enormemente dilatato, in grado di ingoiare sia il passato che il futuro».

Retrospettivamente l'esperienza viene riassunta nel tentativo di dar vita a un «progetto avanzato di democrazia inclusiva», col limite di poggiare su un «lessico politico ancora totalmente novecentesco», che suscita oggi una sensazione di «straniamento» nel rileggere giornale e documenti.

Non si vede in realtà come avrebbe potuto essere diversa una esperienza nata all'apice del Novecento, e prima che la sua aura declinasse. Se mai, colpiscono oggi i residui sette-ottocenteschi di quella cultura. E colpisce, in particolare, la completa rimozione della lunga e intensa infatuazione per i colonnelli portoghesi, tutt'altro che casuale, in quanto in essa precipitava un modello storico ben preciso, quasi un Cln armato e giacobino in grado di «superare» la democrazia parlamentare.

Lo scioglimento di Lotta Continua avverrà in effetti nel novembre 1976, quando il suo giacobinismo si infrangerà contro lo scoglio dei nuovi movimenti. Lo scontro con il nuovo femminismo sarà più crudo e lacerante di quanto venga qui rievocato, e il Settantasette, se avrà come bersagli più vistosi Lama, il Pci e il sindacato, metterà in discussione anche e soprattutto la pratica politica e l'orizzonte teorico dei gruppi dei primi anni Settanta.

I diritti sociali dimenticati

Entrambi gli autori, Crainz e De Luna, si richiamano con forza alle intuizioni di Pier Paolo Pasolini, che è quasi divenuto per antonomasia il profeta inascoltato della nostra decadenza prima, della nostra abiezione poi. Ma al momento della scomparsa di Pasolini, nel 1975, stavano scomparendo le lucciole e le classi popolari stavano perdendo l'antica saggezza contadina, ma la televisione non era ancora il nuovo fascismo, bensì un servizio pubblico molto dignitoso che aveva contribuito all'unificazione e all'elevazione culturale degli italiani, e, soprattutto, il «popolo» non era irrimediabilmente corrotto dalla società dei consumi, ma proprio attraverso l'acquisizione di primi elementi di benessere e diritti sociali era divenuto cittadinanza democratica, organizzata e strutturata, che interveniva e modificava i rapporti di forza nella società.

La sinistra non ha saputo interpretare la realtà che mutava, affermano a ragione entrambi gli autori, ed è un giudizio più volte pronunciato e su cui tutti, credo, possono convenire. Si tratta di capire però il sottinteso che è spesso nascosto dietro questa constatazione. Contrastare, correggere o adeguarsi? L'omologazione sarà la scelta finale, per molti festosa e liberatoria.

Ma la «grande trasformazione» italiana non preludeva necessariamente agli esiti che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo.

Perché il governo vuole vendere i beni di Cosa Nostra
Sandra Amurri

Con il maxiemendamento del Governo sulla legge Finanziaria arriva Babbo Natale anche per la mafia. Un dono preziosissimo per le organizzazioni criminali segrete che, come si sa, più del carcere (che mettono in conto), temono di perdere i “piccioli”.

Il pacco dono si chiama: vendita dei beni confiscati, all’asta e a trattativa privata per quelli di valore fino a 400 milioni, cioè la maggior parte. Una legge che non garantisce nulla, tantomeno la trasparenza dell’azione dello Stato nella lotta alla mafia lasciando aperta la porta a qualsiasi abuso, e che di chiaro ha solo la finalità: vendere. Per il resto è buio fitto. Il testo non dice che decorsi i termini i beni possono essere destinati alla vendita, bensì che sono destinati alla vendita senza specificare come esempio quelli il cui recupero civico ha un alto valore simbolico.

Significato chiaro anche per un bambino: i beni tolti dallo Stato ai mafiosi saranno riacquistati dai mafiosi. E se è chiaro a un bambino è da escludere che non lo sia per il Governo. Dunque, non resta che prendere atto della volontà di questo Governo di fare un regalo alla mafia con la discutibile, e tra l’altro non veritiera motivazione: vendiamo per fare cassa come se l’emergenza potesse prescindere dal valore della trasparenza e dal rispetto delle regole.

E neppure fare cassa sarà facile considerate le molteplici criticità. La maggior parte dei beni confiscati, infatti, sono bloccati dalle ipoteche poste dalle banche che hanno elargito i mutui. Un esempio per tutti la tenuta del boss Michele Greco, detto il Papa. Affinché lo Stato ne possa disporre, come stabilito dalla giurisprudenza in assenza di una legge, deve dimostrare in sede penale con i tempi e le difficoltà che questo comporta che la banca, nell’elargire il mutuo, non abbia rispettato una serie di indicatori sufficienti a stabilire che la proprietà di quel bene, intestato magari ad un parente o a un prestanome, non fosse mafiosa.

Ultimamente la Cassazione non ha riconosciuto la buona fede del Banco di Sicilia di Palermo, ad esempio, su alcuni immobili confiscati ipotecati e il bene è rimasto allo Stato in quanto l’ipoteca non è risultata opponibile, ma non sempre accade. Mentre spesso si verifica che la Banca abbia venduto i crediti ipotecari a società di factoring e in questo caso tutto si complica. I beni vendibili, l’85% dei quali si trova nelle quattro regioni meridionali con una netta prevalenza della Sicilia (47%), potranno essere acquistati da società quotate in borsa che commercializzano immobili o anche da società a partecipazione pubblica che in seconda battuta li metterà in vendita, senza alcun controllo su chi li riacquisterà. È cosa così difficile da prevedere che ad acquistarli sarà la mafia? Dunque, il bene tornerà al mafioso a cui è stato confiscato e lo Stato dovrà tornare a riprenderselo con uno spreco di risorse pubbliche nemmeno lontanamente paragonabili al guadagno che potrebbe ricavarne con la vendita. Ma l’inganno è consumato.

A ciò, che poco non è, si aggiunge un’altra notizia non ancora ufficiale ma certa e preoccupante: il Governo, alla scadenza del 20 dicembre prossimo non rinnoverà l’incarico di commissario straordinario per la gestione e la destinazione dei beni confiscati all’ex magistrato della Dda di Lecce ed ex consulente della Commissione Antimafia, Antonio Maruccia, nominato dal Governo Prodi nel 2007, nonostante (o forse proprio perché) abbia fatto un ottimo lavoro anche nel privilegiare l’affidamento dei beni tolti alla mafia alle cooperative e alle associazioni antimafia come Libera per intendersi. E per finire con la nuova legge viene prevista, anche in questo caso in maniera confusa e senza precisare da cosa verrà sostituita, la scomparsa dell’Agenzia del Demanio. Di certo quello che verrà, nonostante il duro colpo inferto con l’arresto dei due importanti latitanti, sarà davvero un bel Natale per Cosa Nostra che potrà brindare con lo champagne anche in carcere, all’idea di riprendersi quei beni che il sudore e la fatica di molti le avevano sottratto.

La parola “fine” alle battaglie di Pio La Torre e di Libera

Nando Dalla Chiesa

Dunque il dono di Natale resterà sotto l’albero. La commissione bilancio della Camera ha respinto tutti gli emendamenti volti a neutralizzare lo sconcio del Senato: la scelta di mettere all’asta (e in certi casi di vendere perfino a trattativa privata) i beni confiscati alla mafia. La quale ringrazia e si agghinda per giungere alle aste con gli abiti della festa: “piccioli”, tanti piccioli in una mano, e minacce agli improvvidi concorrenti nell’altra. Signori si scende. Si chiude un’epoca, da Pio La Torre al milione di firme raccolte da Libera per un uso sociale dei beni confiscati.

Il quadro non si presta a equivoci. É la prima legge in materia di mafia che il governo sforna dopo gli avvertimenti che vengono dalle file di Cosa Nostra. É la dimostrazione che non bisogna farsi intrappolare per tutti i mesi venturi dalle dichiarazioni di Spatuzza e far dipendere da quelle il giudizio sul governo. Il giudizio politico si dà prima di tutto sugli atti politici visibili. Che non sono gli arresti dei latitanti, da anni meritoriamente realizzati da magistratura e forze dell’ordine, indipendentemente dai governi. Ma sono le leggi. I comportamenti delle burocrazie e le circolari. Le dichiarazioni dei ministri e del presidente del consiglio.

E quindi non bisogna mai smettere di ricordare le tre irrinunciabili questioni su cui, sin dalle stragi, Cosa Nostra ha chiesto impegni precisi ai suoi interlocutori (e di cui abbiamo saputo ben prima che Gaspare Spatuzza spuntasse all’orizzonte): confische dei beni, uso dei “pentiti” e carcere duro. Sulle confische dei beni, il più è fatto. Basteranno tre mesi senza destinazione e via con l’asta. Fare scorrere quei tre mesi e poi piazzare sul mercato terre, immobili e imprese per la gioia del primo prestanome, sarà un gioco da ragazzi. Quanto ai pentiti, sta già dichiarando e chiedendo di cambiare la legge Umberto Bossi (è il vecchio consiglio di Vito Ciancimino: certe cose è meglio farle dire da altri). Sul carcere duro è in corso invece un’ambigua finzione: stabilizzato dalla legge ma svuotato dall’interno con ogni astuzia, stupidità o perfidia amministrativa. Su tutte e tre le “sue” questioni, insomma, Cosa Nostra va all’incasso.

Pretende di “far cassa” con le aste anche lo Stato, a beneficio – si dice – di giustizia e sicurezza. Ma è davvero questo lo scopo? Se lo fosse, tornerebbe sfrontatamente l’argomento dei “costi” economici della lotta alla mafia. Quanto costano le indagini, quanto le intercettazioni; quanto costa proteggere i collaboratori, quanto tenersi i beni. Un paese che ragiona così è un paese che si merita la mafia e forse in cuor suo la desidera. Ma il fatto è che lo stesso argomento del far cassa appare debole, debolissimo.

I beni confiscati servono già ora a farci caserme (quanto costano allo Stato i terreni e gli immobili per le nuove?) a farci scuole o pensionati studenteschi (idem), a promuovere iniziative economiche dove non c’è lavoro legale (quanto costa il “trattamento” della devianza sociale? E quanto la disoccupazione?). Alla fine si scoprirà che l’operazione è in perdita, che il far “cassa” per la giustizia è un gioco di prestigio utile a occultare l’altro, più pericoloso gioco che si sta conducendo con un occhio a Torino e l’altro a Palermo.

Quanto alle forze dell’ordine e ai magistrati, prendano pure i latitanti. Tanto non ci vorrà molto a tagliar loro le unghie investigative – dalle intercettazioni ai pentiti, dalla tracciabilità dei movimenti di capitali fino alla benzina – e, naturalmente, a render loro impossibile fare i processi. No, non diventeremo Spatuzza-dipendenti. Non dipenderemo dalle parole di un pluriomicida che ci giungono dai doppifondi della storia. Dipenderemo anzitutto, come è giusto, dagli atti dei galantuomini che governano il paese. Quelli ufficiali. Se poi Spatuzza ha messo l’autobomba per far saltare Borsellino e loro diciassette anni dopo fanno saltare le leggi che Borsellino, Falcone e altri hanno chiesto fino a morirne, questa non è colpa nostra. Noi arbitrariamente, e semplicemente, la chiamiamo trattativa.

Le conseguenze della crisi sono state contenute anche attraverso l'indebitamento pubblico, evitando alle generazioni future di pagare un prezzo maggiore di quello che stanno già pagando. L'economia di mercato capitalistica è iniqua, inquinante e instabile. Nonostante la crisi attuale, è prevedibile che si consolidi ulteriormente. Ciò che serve è una politica riformista che compensi i suoi indesiderabili effetti collaterali

La crisi economica ha mostrato gli equilibri tra gli elementi fondamentali dell'attività economica. E tuttavia l'attuale recessione non ha molti punti di contatto economici politici con quella del 1929. Anche se gli effetti sono drammatici, l'economica mercato capitalistica uscirà in qualche misura rafforzata da questa crisi, mentre a livello internazionale il centro dell'economica mondiale sarà basato sulle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Sono questi i temi dell'intervista a Pierluigi Ciocca, nuova puntata della serie «Il capitalismo invecchia?», dove sono state poste le stesse domande a un gruppo di economisti tanto mainstream che eterodossi rispetto alle teorie economiche correnti.

Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?

Come quasi sempre è avvenuto, profondi squilibri nei fondamentali preesistevano. Fra essi, quelli incombenti sul dollaro. Solo negli ultimi dieci anni, gli Stati Uniti hanno cumulato disavanzi nella bilancia dei pagamenti di parte corrente, e quindi accresciuto la posizione debitoria netta verso l'estero, nella misura di oltre 5.000 miliardi di dollari (un terzo del loro prodotto lordo). Giappone e soprattutto Cina, in strutturale avanzo, sono divenuti i principali creditori degli Stati Uniti. In sintesi, gli americani non risparmiano, gli asiatici risparmiano troppo. La crisi 2008-2009 si è innestata su questi squilibri: una crisi grave, accesa dalla finanza, estesa alla produzione, in via di superamento ma con aspetti sistemici irrisolti. Tuttavia, non v'è confronto con la disastrosa, interminabile contrazione degli anni Trenta. Il Prodotto interno lordo del mondo cadde del 5 per cento nel 1930; cadde ancora nel 1931 e nel 1932, crollando del 17 per cento nell'intero triennio.

Quest'anno diminuirà dell'1 per cento, ed è previsto risalire del 3 per cento nel 2010. Nemmeno si configurano analogie d'ordine politico seriamente fondate con quegli anni, segnati da Hitler, Mussolini, Stalin. Abbiamo avuto l'ennesima conferma della intrinseca instabilità dell'economia di mercato capitalistica. Formidabile motore di crescita, essa è tendenzialmente iniqua, inquinante e, per l'appunto, instabile. Nonostante queste carenze - queste tre «i» - il sistema di mercato si radica e si diffonde in ragione del potenziale di sviluppo economico che prospetta.

Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale ?

L'instabilità - come Thornton, Bagehot, Marx, Keynes, Minsky, fra gli altri economisti, hanno da tempo teorizzato e come i banchieri centrali da sempre sanno per esperienza - è insita nel modo di funzionamento del sistema. Nella General Theory Keynes ha chiarito che in una «economia monetaria di produzione» le decisioni d'investimento - altamente decentrate, atomistiche - si fondano su «aspettative molto precarie». Seppure razionali, esse sfociano spesso in «improvvisi crolli dell'efficienza marginale del capitale». Allora, la crisi, reale e finanziaria, viene innescata da qualunque causa prossima che induca gli investitori a svendere merci, prodotti primari, immobili, titoli, valute. La scintilla può essere «una bancarotta, un suicidio, una fuga, una notizia, un debitore razionato, un mutamento d'opinione che induca un operatore importante a smobilitare» (Kindleberger).

Nell'economia di mercato le crisi sono certe; sono imprevedibili nei tempi e nelle sequenze; quando assumono forme nuove, come non di rado avviene, sono difficilmente prevedibili. Nondimeno, dopo Keynes, le crisi sono contenibili nelle loro ripercussioni, finanziarie e reali. Nel 2008-2009, l'applicazione acritica da parte degli operatori di modelli fondati sulla ipotesi di efficienza dei mercati può aver concorso ad aggravare la dimensione finanziaria della crisi. Pure, i pensieri della massa degli economisti accademici di stampo neoclassico hanno contato meno degli assetti strutturali che il sistema assumeva e meno del suo spontaneo modus operandi, largamente indipendente dalle politiche economiche, attuate o non attuate. Semplicemente, il sistema non è plasmabile a piacimento, così da conformarsi alla teoria economica di volta in volta prevalente.

Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?

La liberalizzazione dei movimenti internazionali dei capitali è stata talvolta troppo brusca. Ha provocato instabilità valutaria, quindi finanziaria e reale, in più occasioni (Argentina, Messico, Russia, Asia). Ma ciò non è avvenuto in questa crisi. Lo si temeva con riferimento al dollaro, che invece, sebbene sopravvalutato rispetto alle valute asiatiche, si è rafforzato fino al marzo scorso nella fase più turbolenta della crisi. Al contrario, all'interno delle singole economie, la finanza non è mai stata tanto regolamentata segnatamente nei mercati finanziari. Sono cambiate le modalità della regolamentazione e della supervisione. La discrezionalità delle banche centrali e la loro azione orientata alla prudente gestione degli intermediari creditizi sono state ritenute eccessivamente invasive dagli interessi finanziari e quindi dai legislatori.

L'accento è stato spostato sulle regole formali. Queste sono state rivolte a imporre ai mercati della finanza correttezza e trasparenza di comportamenti. Attraverso di esse, si pensava, i mercati avrebbero espresso autonoma stabilità. La crisi è esplosa nonostante questa fitta rete di regole. Più in generale, le regole, se efficaci e rispettate, evitano il ripetersi delle crisi finanziarie quando queste assumono le stesse forme già sperimentate in precedenti occasioni. Ma, come la presente crisi conferma, le forme della instabilità sono spesso nuove, e le regole non possono prevenire la speculazione realmente innovativa. Entro limiti, in passato vi sono riuscite le banche centrali, agendo in modo discrezionale, tanto discrezionale da apparire arbitrario, intrusivo. La discrezionalità delle banche centrali è stata fortemente ridimensionata proprio alla vigilia della crisi in corso, forse anche perché sgradita alla cultura economica «mercatista» fino a ieri prevalente. V'è da chiedersi se quella discrezionalità non vada accettata, giuridicamente meglio definita, ripristinata, politicamente confortata.

Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?

La Cina ha sostenuto il mondo nella recessione. Lo ha fatto con senso di responsabilità e con pragmatismo, cosciente del proprio ruolo. La sua economia ne esce rafforzata. Politicamente, si va verso un G2 tra Usa e Cina. Sono in più aspetti convergenti gli interessi dei due paesi leader, che rappresentano da soli oltre un terzo del prodotto lordo mondiale. L'economia europea è la meno dinamica al mondo. Nondimeno, l'Europa ha ancora la potenzialità politica per svolgere un ruolo. Sta agli europei affrettarsi a esprimerla. Sinora non l'hanno fatto. Per difetto di politica economica - cioè di politica - nel 2009 la stessa regressione del prodotto interno lordo è stata più acuta in Europa (-4,2 per cento) che negli Stati Uniti (-2,7 per cento), dove pure la crisi finanziaria era esplosa. Il caso italiano è specifico. Anche per l'inazione della politica economica, l'Italia patisce quest'anno la più grave contrazione del Pil mai sperimentata in tempi «normali», con conseguente crollo dell'occupazione. Ma la recessione si è innestata su un male più profondo, cronico: il ristagno della produttività in atto dal 1992, con le sue pesanti ripercussioni sul potenziale produttivo, sulla competitività, sui conti con l'estero.

L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?

Sono occorsi, e occorreranno ancora, cospicui danari pubblici sia per turare le falle nella finanza sia per sostenere la domanda effettiva. I moltiplicatori dei bilanci statali sono risultati, in diverse economie del G-20 inferiori all'unità. Ciò è dovuto ai ritardi nell'incentrare la politica fiscale sulla protezione dei redditi più bassi e sulla spesa in infrastrutture utili. L'una e l'altra avrebbero espresso effetti moltiplicativi del reddito più pronunciati. Resta prioritario agire dal lato della domanda, che non è ancora in una espansione autoalimentantesi.

In alcuni paesi, peraltro, la possibilità di accrescere la spesa pubblica per infrastrutture, finanziare ammortizzatori sociali, ridurre la tassazione in modo progressivo è strettamente collegata con l'avvio di politiche strutturali, o dell'offerta, che prospettino, per il medio periodo, il consolidamento dei bilanci pubblici e una più sostenuta dinamica della produttività. Ciò è particolarmente vero per l'Italia, la cui economia vive due crisi: recessione e produttività stagnante. Da noi, urge l'avvio di una risposta ai problemi strutturali, a cui sono chiamati sia il governo sia le imprese, su quattro fronti: risanamento del bilancio, adeguamento delle infrastrutture, innovazione, concorrenza. Se questa risposta si concretizzerà, la stessa fuoruscita dalla recessione sarà accelerata. Un maggior deficit temporaneo di bilancio - imperniato sugli investimenti della Pubblica amministrazione e sul sostegno ai senza lavoro e ai meno abbienti - verrebbe accolto dai mercati finanziari senza aggravi del premio al rischio sul debito pubblico, perché inscritto in un programma serio volto, oltre il ciclo, a risanare le finanze dello Stato e a riformare fondamentali assetti dell'economia.

Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?

Il riformismo ha i suoi limiti. Sarebbe pura demagogia affermare che l'economia di mercato sia pienamente governabile. E tuttavia, se le ripercussioni finanziarie e reali della crisi non fossero state contenute anche attraverso l'indebitamento pubblico, le generazioni future avrebbero pagato un prezzo ben maggiore. Il reddito medio mondiale pro capite è oggi dieci volte quello di due secoli fa, quattro volte quello di un secolo fa, tre volte quello di soli cinquanta anni fa.

Nei principali paesi industriali, il patrimonio netto delle famiglie è oggi mediamente pari a sette volte il loro reddito disponibile. Figli e nipoti devono poter pienamente disporre dei proventi del loro lavoro ma - a differenza di quanto era avvenuto ai loro genitori e ai loro nonni, che non avevano ricevuto eredità - vivranno anche del lascito di benessere e di produttività, della ricchezza accumulata dai loro genitori e dai loro nonni. «L'umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico»: così valutava Keynes «le prospettive dei nostri nipoti» nel 1930. Sta a loro saper scegliere, fra libertà e necessità, fra mezzi e fini, fra il bene e l'utile.

O

ramai si dà per scontato, o qua­si, che le demo­crazie vivono nell'immediato e che non provvedono al futuro, ai bisogni e problemi del fu­turo. L'altro giorno Ange­lo Panebianco osservava, per inciso e con la tran­quilla placidità dello stu­dioso che registra un fat­to ovvio, che «la natura del sistema democratico spinge gli uomini politici a occuparsi solo dei pro­blemi del presente. Le grane che ci arriveranno addosso non possono es­sere prese in considera­zione... La politica demo­cratica non si occupa di prevenzione». Panebian­co ha ragione? Per il no­stro Paese sicuramente sì; ma sono oramai parec­chie le democrazie che sempre più diventano cor­to- veggenti e impreviden­ti. Dal che ricavo che sia­mo al cospetto di un pro­blema di estrema gravità.

Io non sono mai stato uno strombazzatore leo­pardiano delle «magnifi­che sorti e progressive» che ci sono state promes­se dai Sessantottini in poi. Ho però sempre stre­nuamente difeso la demo­crazia alla Churchill: che anche la democrazia è un pessimo sistema, «salvo che tutti gli altri sono peg­giori ». In quel detto ho sempre fermamente cre­duto; ma forse oggi va ri­precisato. Intanto va pre­cisato che una cosa è la democrazia liberale co­struita dal costituzionali­smo, e tutt'altra cosa so­no le cosiddette democra­zie populistiche e «diretti­stiche » di finto autogover­no che si liberano dell'im­paccio del garantismo co­stituzionale. In questa chiave io distinguo da tempo tra democrazia co­me demo-protezione (in­tendi: che protegge il de­mos dagli abusi di pote­re) e come demo-potere (che può diventate tutt'al­tra cosa).

Poniamo, in dannatissi­ma ipotesi, che Berlusco­ni mi voglia cacciare in prigione. Potrebbe farlo? No, perché io sono protet­to dal principio dell' habe­as corpus (abbi il tuo cor­po) che è quel cardine del costituzionalismo che ci tutela dall'incarcerazione illegale e arbitraria. Met­tiamo, d'altra parte, che io non voglia essere avve­lenato da «polveri sottili» e dal galoppante inquina­mento atmosferico, che io non voglia restare senz’acqua perché l'acque­dotto pugliese ne perde metà per strada, oppure che Pisa sparisca sott'ac­qua. In questi e consimili frangenti la democrazia descritta da Panebianco farebbe meglio delle non-democrazie? E' lecito dubitarne.

Le grandi civiltà idrauli­che del lontano passato raccontate da Karl Wittfo­gel furono create con stra­ordinaria perizia e preveg­genza dal despotismo orientale; tantissime lacri­me e sangue, ma anche straordinari risultati. Il dispotismo illuminato del '700 fu, appunto, «illu­minato ». Mentre oggi an­diamo alla deriva senza nessuna «illuminazio­ne », con occhi che non vogliono vedere e orec­chie imbottite di cerume. Il detto churchilliano tiene ancora? Sì e no. Sì, se lo dividiamo in due; no altrimenti. La mia pri­ma tesi è che la democra­zia protettiva dell' habeas corpus e del potere con­trollato da contropoteri, è e resta il migliore dei re­gimi possibili per la tute­la della libertà dei cittadi­ni. La mia seconda tesi è invece che il demopotere populistico e direttistico alla Chavez, e purtroppo ambito da Berlusconi, di­venta o può diventare uno dei peggiori sistemi di potere possibili.

Un originale incontro alla Sapienza, in collaborazione con l'Università della Calabria, pensato da Piero Bevilacqua, la scorsa settimana, ha costituito un'interessante e in parte mancata occasione per riflettere sul senso del lavoro scientifico nei luoghi deputati a farlo: l'università, innanzi tutto. Il titolo A che serve la storia?, accattivante ma fuorviante, riceve un più preciso senso dal sottotitolo: I saperi umanistici alla prova della modernità. Compiendo uno sforzo per estrarre il succo del convegno, assai denso, e non sempre limpido, potrei cavarmela dicendo che si è trattato di un raduno dei renitenti alla mercificazione e alla funzionalizzazione delle scienze.

Letterati, urbanisti, filosofi, storici, giuristi hanno disegnato il profilo di un sapere «disinteressato», nel senso della sua non riducibilità alle esigenze del mercato, secondo quella logica perversa che certamente non solo in Italia, sta passando come un tornado sulla cultura libera, che si rifiuta di adottare la grammatica e la logica dell'«a che serve?». Di qua, il provocatorio titolo delle giornate romane. «A nulla», dovremo rispondere, ha ricordato Pitocco nell'intervento conclusivo. A nulla, se per «servire» si intende l'accettazione dell'inserimento della ricerca, dello studio, della creazione, nelle coordinate mentali e pratiche del sistema di dominio turbocapitalistico. A tutto, se vogliamo badare ai diritti delle persone e delle comunità, e alle esigenze di liberazione di milioni di esseri umani da condizioni di oppressione, sfruttamento, indigenza, malattia.

L'ossessione del mercato

Il quadro tracciato dalla introduzione di Bevilacqua, fondata specialmente su Edgar Morin e con qualche accento a Nietzsche e Heidegger non sempre condivisibile, è stato di drammatica potenza, all'insegna di un dolente pessimismo: non cosmico, ma storico, e dunque contenente in sé i germi di una possibile, necessaria rinascita. Giustamente Bevilacqua ha puntato l'indice contro le classi dirigenti europee che hanno preteso che le università si adeguassero «alle richieste, ai miti, all'ossessione economicistica di una stagione ideologica del capitalismo contemporaneo». L'attacco alla sottomissione della scienza alle esigenze di questo capitalismo, la sua trasformazione in tecnica, la cui potenza fa paura sia quando è dominata dall'ossessione del «travalicamento» (il dover/voler superare ad ogni costo i limiti: un tema ripreso e sviluppato nell'affascinante affabulazione di Laura Marchetti), sia allorché tenta la soggiogazione del mondo naturale, aprendo campi di inquietante prospettiva.

E come la scienza «pura», che tale non appare - ma vi è stato il duro contraltare di Paolo Flores d'Arcais, che ha sottolineato, senza tanti complimenti in una platea poco simpatetica, la necessità di una scienza pura, per ogni utile progresso del genere umano, distinguendola dai suoi usi politici -, anche l'economia è finita sotto accusa, per la sua passiva sopravvivenza inerte, in un mondo che richiederebbe ben altro sforzo.

Oggi, gli economisti si sono ridotti a numericizzare e quantificare gli elementi di quella scienza, banalizzandola, e sottraendosi al confronto con le altre discipline, a cominciare da quelle propriamente umanistiche. Che sono state le protagoniste del convegno: non nel senso di reclamare il ritorno del «latinorum», nelle scuole, o di imporre Dante e Shakespeare a memoria, ma nel senso che nelle università, in particolare, non si può pensare di cancellare, in nome di una immediata professionalizzazione dei curricula, elementi di conoscenza fondamentali per dare spessore culturale, e dimensione critica alla formazione.

E Alberto Asor Rosa ha dal canto suo preso a bersaglio il «mostro» della cultura di massa, invocando una difesa ad oltranza del vertice dell'«inutilità» della cultura: la letteratura. E l'arte in generale. L'artistico, ha scandito, è il massimo punto di resistenza rispetto al degrado e all'appiattimento delle civiltà. Dove c'è arte e letteratura le civiltà resistono più efficacemente. Perciò, aristocraticissimamente, Asor ha dichiarato l'imprescindibilità di una nuova élite, formata da «traghettatori». Piuttosto che intellettuali legislatori, o maestri, c'è bisogno di intellettuali che traghettino la civiltà occidentale al di là delle secche in cui si è arenata.

Amare autocritiche

Non so quanto gli altri relatori e il pubblico abbiano condiviso la proposta. Certo, anche a volerla seguire, siamo in ritardo. La prepotenza le culture dominanti che colonizza l'immaginario, come ha ricordato Serge Latouche, che ha riproposto la sua concezione della decrescita invitando a liberarci dalla «tossicodipendenza della crescita»; il senso comune imposto in società cloroformizzate dalla televisione; una scuola che sempre più a stento resiste all'assedio del mercato, e di una politica che se ne fa espressione; i territori e le città abbandonati allo sfruttamento intensivo e allo scempio, come ha ricordato l'impietosa, amarissima disamina di Edoardo Salzano; la terra, la terra intera - e qui Vandana Shiva, star del convegno, ha fornito dati impressionanti - ormai a rischio; il trionfo dell'idiozia nei mercati finanziari, punto di partenza dell'appassionato intervento di Giuseppe Cantarano.

Il quadro emerso da tanti, diversi specialismi è desolante (le relazioni di Cassano e di Rodotà). Ma contro la tentazione di dire che noi accademici siamo innocenti, Igor Mineo ha accennato alla necessità dell'autocritica dei professori, corresponsabili di una situazione di degrado e di perdita di dignità che ha fornito un valido appiglio per far passare nella pubblica opinione la bontà delle «ricette» governative di «riforma».

Qui però il convegno ha fallito. Ossia sarebbe stato necessario provare a tradurre politicamente i lacerti di analisi troppo difformi e rapsodiche, anche quando fascinose e convincenti. E magari lanciare dalla Sapienza un autunno caldo dei professori. Ma su questo siamo ancora in tempo. Può anche trattarsi, in fondo, di un inverno, o di una primavera.

Del convegno romano, su eddyburg potete leggere le relazioni di Piero Bevilacqua ed Edoardo Salzano.

Sono passati dieci anni dalla morte di Nilde Jotti; ma dieci anni drammatici e difficili. Siamo veramente entrati in un altro millennio. Quale è oggi il contesto in cui ci troviamo a ricordarla?

Un contesto difficile per le donne, segnato da un attacco contro le conquiste ottenute: pensiamo alla parità di retribuzione: impressionanti i dati sulle disparità salariali emerse, pochi giorni fa, dalla assemblea delle consigliere di parità, al diritto al lavoro: tra i lavoratori precari, la maggioranza sono donne; l’Italia è agli ultimi posti in Europa per la presenza delle donne nel mondo del lavoro sono sotto attacco anche la tutela della maternità, l’autodeterminazione nella maternità, nella procreazione assistita, nell’interruzione volontaria di gravidanza: ultimo episodio di questi giorni l’assurdo voto in Senato contro la commercializzazione della pillola RU486; permane la sottorappresentazione ai vertici della politica e delle istituzioni, in tutti i luoghi decisionali, (che provoca un impoverimento della democrazia), un trend opposto a quello che, nell’ormai lontano 1979, con la elezione di Nilde alla Presidenza dellaCamera dei Deputati sembrava si stesse aprendo.

Insomma vengono minacciate le conquiste che le donne hanno ottenuto in anni e anni di lotte e a cui Nilde Jotti aveva dedicato tanta passione e tanta parte della sua attività.

Questi diritti e queste conquiste sono minacciate anche dal preoccupante e crescente rigurgito della violenza maschile sulle donne. Giustamente invece nel suo editoriale di alcuni giorni fa Concita de Gregorio sottolineava che razzismo, violenza e sguaiataggine verbale creano un clima che incita gli uomini alla violenza e che tende a conculcare la presenza delle donnenella vita sociale, economica e culturale. Donne viste come prede, come oggetti, non come cittadine con pari diritti. Chi meglio di Nilde Iotti può costituire il modello di donna da indicare alle nuove generazioni?

Ripenso aquando l’ho conosciuta, a Firenze, al primo Congresso dell’UDI, quello della fusione con i GDD. Eletta nel ’46 alla Costituente, Nilde faceva parte di quella nutrita pattuglia di giovanissimi, che il Pci aveva voluto affiancare ai militanti e alle militanti storiche che venivano dai lunghi anni dell’esilio, del carcere e del confino. Nilde ha avuto un ruolo fondamentale nella elaborazione della nostra Costituzione, facendo parte della Commissione dei 75, ed essendo relatrice, assieme a un parlamentare DC molto conservatore, Camillo Corsanego, sui problemi della famiglia. Avevano, come è facile immaginare, idee assai diverse, e perciò presentarono due relazioni distinte. Le formulazioni che Nilde proponeva, che non sono quelle poi adottate definitivamente sono molto più vicine, sebbene vecchie di 60 anni, a quello che pensiamo oggi.

Nilde era stata d’accordo che la questione del divorzio non venisse inserita nella carta costituzionale; non la riteneva matura. Ma fu Nilde a insistere, al X Congresso del PCI, contro le timidezze e le tiepidezze di molti, perché ci si decidesse ormai a affrontare la questione, e poi per l’approvazione della legge in parlamento e la sua conferma nel referendum. Nilde Jotti contribuì alla elaborazione dell’articolo 3 della Costituzione, l’articolo che sancisce la pari dignità sociale ed eguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini, «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»; cui segue la basilare affermazione del secondo comma: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Principio totalmente nuovo, unico anche rispetto alle coeve carte costituzionali antifasciste», quella francese del ’46, quella della RF di Germania del ’49, che segna il passaggio dal sistema liberale al sistema democratico, a una democrazia segnata da contenuti di progresso sociale.

Erano state le donne costituenti a ottenere che il sesso fosse collocato all’inizio dell’elencazione e a voler precisare, inserendo l’inciso «di fatto», la natura e l’ampiezza degli ostacoli che dovevano essere rimossi. Non è dunque casuale che i movimenti delle donne, nel corso di molti decenni, abbiano fatto riferimento soprattutto a questo articolo. Nel corso della sua lunga vita politica, Nilde divenne Anche l’autorevole presidente di Montecitorio. Ma forse non tutti si rendono conto della straordinarietà di questo fatto. Io ho ancora ben presente l’emozione che tutte noi, donne, provammo quel giorno del 1979, - sono passati ben 30 anni - quando fu eletta presidente della Camera dei deputati. Era la prima volta nella storia italiana che una donna e per giunta una dirigente comunista, di un partito dell’opposizione, veniva chiamata a un così alto incarico. Un incarico, quello di presidente della Camera – altro fatto straordinario – che lei ha ricoperto per ben 13 anni, rieletta per tre legislature; una così lunga permanenza nell’incarico non ha precedenti nella storia del Parlamento italiano, a riprova della stima e della fiducia che aveva conquistato nell’assemblea.

Non soltanto, dunque, una donna che presiedeva la Camera,ma una donna che lo ha fatto con straordinaria capacità, conquistando stima e apprezzamento, rendendo onore alle donne, anche in anni difficili, in momenti di aspro confronto parlamentare, (si pensi all’ostruzionismo radicale, non privo di volgari attacchi alla sua persona, nel novembre del 1981) quelli della prima grave crisi della democrazia italiana, e della stessa funzionalità del parlamento, seguita all’assassinio di Aldo Moro. E Nilde, con coraggio e prudenza, mise mano a una riforma del regolamento per cercare di uscire dallo stallo per coniugare rappresentanza e capacità di decisione. La sua sensibilità, direi la sua passione, nata alla Costituente, per i problemi istituzionali, è stata una costante del suo impegno fino agli ultimi anni, ad esempio nella Commissione bicamerale sulla riforma della Costituzione. Proprio lei, che era stata magna pars nella elaborazione della Costituzione era consapevole che occorrevano norme nuove per armonizzare l’autorità del Parlamento con l’efficienza dell’Esecutivo e i poteri delle Regioni; ma,come risulta chiaro nel suo ultimo discorso parlamentare del ’98, un anno prima della sua morte, rimase sempre schierata nella difesa dei lineamenti fondamentali della Costituzione del ’48, contraria a modifiche che potessero alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e aprire la strada a derive autoritarie.

Grandissimo fu anche il contributo di Nilde per far approvare in parlamento leggi fondamentali per le donne, quali, ad esempio, la pensione alle casalinghe, il riconoscimento del valore del lavoro delle donne contadine, la riforma del Diritto di famiglia, la legge del ’93 sulla presenza delle donne nelle liste elettorali, intervenendo perché si mantenesse la norma dei due terzi introdotta al Senato contro un emendamento Bonino che voleva abolirla. Sebbene presidente della Camera volle apporre la sua firma alla legge di iniziativa popolare sui tempi. Sulla legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, rifiutando sia la tesi radicale dell’aborto come diritto civile, sia la pretesa clericale di considerare l’aborto un reato, Nilde si mosse sulla linea (che era anche dell’Udi), della lotta all’aborto clandestino per sconfiggere il ricorso all’aborto, considerato come violenza imposta alle donne; per la gratuità dell’interruzione di gravidanza praticata nelle strutture sanitarie pubbliche; per il diritto delle donne all’autodeterminazione. Quella piattaforma consentì di uscire dalla paralizzante contrapposizione tra una semplice liberalizzazione e la puntigliosa casistica, prevista inizialmente nei testi legislativi proposti dai diversi gruppi politici.

Mi ci sono soffermata per sottolineare come Nilde, su leggi difficili, che investivano problemi delicati e aprivano unforte conflitto, restasse ferma sui principi, ma fosse capace di ascolto e di comprensione per le posizioni diverse dalle sue, diretta a ricercare sul terreno della laicità dello Stato e rifiutandole contrapposizioni ideologiche, una possibile intesa.

Se tutti fossero come il signor Franz Liebhard, Gian Antonio Stella non avrebbe potuto scrivere il suo libro Negri froci giudei & Co . L’eterna guerra contro l’altro , ma il mondo sarebbe più vivibile. Nel 1917, il signor Liebhard si chiamava ancora col suo vero nome — posto che ne esista per ognuno di noi uno «vero» — ossia Reiter Róbert e scriveva, in ungherese, ardue poesie sperimentali su riviste d’avanguardia. Alcuni anni dopo scriveva, firmandosi Robert Reiter — ossia alla tedesca e non più secondo l’uso magiaro di anteporre il cognome — liriche in tedesco, un po’ meno ardite. Dall’inizio degli anni Quaranta, ha cominciato a scrivere — assumendo il nome di un amico minatore morto in un incidente, Franz Liebhard — tradizionali poesie, sempre in tedesco e in rima, che parlano di boschi, fiori e cieli stellati ed è divenuto un poeta della minoranza tedesca del Banato, in Romania (dalla quale proviene Hertha Müller, premio Nobel di quest’anno), oggi pressoché scomparsa. Come dice lui stesso, ha imparato «a pensare e a sentire in più popoli».

Chissà come Franz Liebhard, Reiter Róbert e Robert Reiter si sopportavano a vicenda, se vivevano bene insieme o se si guardavano in cagnesco, come facevano, in quelle terre multietniche e multiculturali, ungheresi, tedeschi, romeni, serbi e così via, vicini di casa pronti a scannarsi alla prima occasione e convinti, ognuno, di essere l’unica nazionalità legittima di quei Paesi e in ogni caso la migliore. Ogni gruppo, ricorda Stella nel suo libro — che è un potente, ferocemente ilare e doloroso dizionario o prontuario universale di tutte le ingiurie, odi e pregiudizi nei confronti del diverso d’ogni genere — si ritiene superiore a tutti gli altri, che disprezza e respinge.

I barbari, egli ricorda, sono dappertutto e la loro presenza illecita comincia dovunque davanti alla porta di casa; per i vecchi di Rialto gli unici veneziani autentici sono loro, che si considerano il centro del mondo, mentre già oltre il Ponte de la Libertà che porta in terraferma ci sono «gli altri» e sarebbe meglio che non ci fossero. D’altronde pure la Cina si è sempre considerata il centro del mondo e non solo i nazisti o i bianchi in genere, ma pure i neri loro vittime hanno elaborato teorie e miti di superiorità razziale e culturale; tutto ciò ha portato a violenze inenarrabili sotto ogni cielo e in ogni tempo, inflitte certo generalmente dai più forti, ma anche dai più deboli quando ne hanno avuta la possibilità. Persecutori e perseguitati sono talora le stesse persone, in momenti diversi e in rapporto a persone diverse; quasi all’inizio del libro Stella pone, con uno di quei caustici colpi d'ala di cui è maestro, la persecuzione feroce subita, da parte degli inglesi, dai boeri, peraltro conosciuti quali feroci segregazionisti e persecutori dei neri.

Ogni popolo, ogni cultura, ogni angolo di rione, ogni chiesa si macchiano di queste turpitudini, in cui dalla comica stupidità all’efferata crudeltà il passo è talora breve; il diverso, deriso o anche massacrato, dimostra Stella, non è solo lo straniero ma può essere l’abitante della stessa provincia, che parla il medesimo dialetto ma con qualche sfumatura differente. Stella e Rizzo hanno scritto un celebre libro sulla casta dei politici; ogni gruppo si costituisce come una casta, chiusa alle altre.

In un acutissimo saggio José Angel Gonzalez Sainz ha analizzato i meccanismi e i dispositivi con cui si creano nella testa delle persone i sentimenti e i modi di percepire gli altri, gli estranei.

Lo stupidario del razzismo non basta; rischia di rendere il suo lettore compiaciuto della propria apertura di mente e della propria civiltà rispetto alle litanie dell’odio, della paura e della povertà di spirito e di non preoccuparsene troppo. Resta la domanda, posta dal titolo di un libro di Cernyševskij che era caro a Lenin: Che fare?



Anzitutto, per fare realmente i conti con questo dramma, occorre sapere che nessuno è immune da pregiudizi verso l’altro, anche se non lo sa. I razzisti dicono che i neri puzzano e i liberali sanno che anche i bianchi, per i neri, puzzano. È già qualcosa, ma non basta. Ognuno di noi ha dentro di sé, anche inconsapevolmente, il suo diverso da rifiutare o il momento in cui, magari per un attimo, rifiuta qualche diverso; occorre sapere che, almeno in qualche momento di caduta spirituale e intellettuale, anche noi riteniamo a priori qualcuno più puzzolente degli altri. È questo il peccato mortale che ci insidia e tranne qualche rarissimo santo — ma forse anche lui — ognuno è un peccatore.

Credo che i miei genitori mi abbiano dato un formidabile vaccino contro ogni razzismo, proprio perché non mi hanno mai detto che non bisogna essere razzisti, così come non mi hanno mai detto che non si pranza in gabinetto, ma semplicemente col loro modo di essere — di lavorare, divertirsi, volersi bene, litigare, parlare — creavano un mondo in cui era impensabile essere razzisti o portarsi gli spaghetti al cesso. Tutto ciò vale più di ogni predica. Ma non sono sicuro che, se fossi ripetutamente derubato da qualcuno appartenente a un determinato gruppo, non mi lascerei andare stupidamente a un’indistinta ira verso tutto il suo gruppo. Solo se mi rendo conto di correre anch’io il rischio di rientrare nello stupidario dei fanatici posso combatterlo realmente; altrimenti cadrei anch’io nella loro presunzione di incarnare la civiltà contro i barbari e ciò vale ovviamente per tutti.

Ogni convivenza, inoltre, è difficile; non a caso tanti matrimoni naufragano e non solo quelli fra bianchi e neri. Essa esige non solo il nostro rispetto dell’altro, del diverso arrivato fra noi (chi sono poi questi noi?), ma anche il suo rispetto nei nostri confronti. Se un mio vicino provenisse da una cultura in cui si passa la notte a far baccano, io avrei qualche problema e dovremmo fare entrambi uno sforzo, io di sopportare un po’ di più il chiasso e lui di farne un po’ meno. Ma soprattutto non si può ignorare la possibilità di conflitti reali tra sistemi di valori inconciliabili, fra i quali è inevitabile scegliere con decisione: rispetto a me, al mio sistema di valori, un nazista fautore della Shoah è indubbiamente un «diverso», ma in questo caso la sua diversità è inaccettabile e devo assumermi la dolorosa responsabilità di combatterla.

La diversità, ha scritto Predrag Matvejevic, non è di per sé ancora un valore, né la mia né quella dell’altro, ma il suo valore dipende dal rispetto che essa ha — o non ha — nei confronti della dignità di tutti gli uomini. Non c'è da vergognarsi ma neppure da inorgoglirsi di essere «diversi» (da chi?). Chi è stato ingiustamente perseguitato tende inoltre a considerarsi tale anche quando non lo è più, sentendosi gratificato da tale qualifica. Ma in tal modo, osserva Glissant — grande scrittore nero discendente di schiavi — si rimpicciolisce e perde signorilità nei rapporti col mondo.

L’uguaglianza, è stato spesso osservato, può essere pericolosa e totalitaria, può implicare il livellamento di tutte le civiltà, cultura e tradizioni costrette a uniformarsi a un unico modello, quello della società più forte; nel nostro caso, al modello occidentale. Ma proprio perché condanniamo le infamie commesse dall’Occidente — le guerre e le persecuzioni religiose, la tratta degli schiavi, il colonialismo, la Shoah perpetrata da una delle più grandi nazioni d'Europa — non possiamo abdicare a quei principi universali in base ai quali condanniamo quelle infamie. Ad esempio, nessuna cultura altra o diversa può farci deflettere dal principio della pari dignità di ogni essere umano a prescindere dalla sua identità etnica, culturale, sessuale o religiosa. Le minoranze, specie quelle nazionali, hanno bisogno di leggi che le tutelino ma senza ledere il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini. È sconcertante, ad esempio, che nel Québec, ha ricordato Charles Taylor, la legge 101 sulla scuola vieti sostanzialmente ai francofoni e agli immigrati di iscrivere i loro figli a scuole di lingua inglese, mentre lo consente ai canadesi anglofoni.

Per evitare l’eterna guerra contro l’altro, una politica responsabile deve cercare di evitare il crearsi di situazioni di conflitto che esasperino i pregiudizi, i risentimenti, le paure e le conseguenti violenze. Domani, ad esempio, il numero di immigrati — ossia di nostri concittadini del mondo giustamente desiderosi di sfuggire a un destino orribile — potrebbe divenire così grande da rendere materialmente impossibile l'accoglienza, al di là di ogni stolido e crudele pregiudizio; se tutti i dannati della terra arrivassero in Italia, non sarebbe fisicamente possibile accoglierli tutti e sarebbe una tragedia.

Sul nostro futuro — sul futuro dell’umanità — incombe la minaccia di questa tragedia. Nessuno, credo, è così geniale da sapere come stornarla. Nel frattempo, un modo di arginare l’eterna guerra contro l’altro sarebbe quella di considerare come «altri» tutti, compresi noi stessi. Potremmo prendere esempio da un’anziana donna del Banato di cui ho parlato in un mio libro, nonna Anka. Questa donna, figlia di quella terra multiculturale straziata dall’odio di tutti contro tutti, parlava male di tutte le nazionalità della sua terra, compresa quella che considerava più sua, la serba. Diceva peste e corna di tutti i diversi e di tutti gli altri, ma sapendo di essere anche lei una diversa, un’altra e di meritare alcune di quelle strapazzate. Aveva ragione, perché siamo tutti dei lazzaroni e in questo riconoscimento della comune miseria ci può essere più concreta fraternità che nei bei discorsi politicamente corretti in cui tutti, i diversi e i non diversi, vengono elogiati come brave persone.

Il ruolo fuorviante delle previsioni economiche stilate da fisici e matematici che non capiscono quasi nulla del funzionamento dell'economia; l'assenza di regole internazionali condivise sulla circolazione dei capitali; la difficoltà di riuscire a «ripulire» il capitale finanziario dai titoli «tossici». Ma anche l'assenza di garanzie sociali per i giovani che entrano, e rimangono si dovrebbe aggiungere, come precari: sono queste le radici e alcune conseguenze dell'attuale crisi economica. L'analisi di Tito Boeri rinvia alla «politica» nodi che spesso il nostro governo nazionale sceglie di non sciogliere. Un'intervista, questa che segue, che si affianca a quelle già pubblicate sul «capitalismo che invecchia», invitando a quelle riforme senza le quali non è possibile garantire, secondo Boeri, il rilancio dello sviluppo economico.

Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?

Ogni crisi finanziaria è diversa dalle precedenti e questa non fa eccezione. Quindi i paragoni possono essere fuorvianti. Negli anni Trenta lo shock derivò dalla caduta di un terzo dell'indice generale dei prezzi con il conseguente crollo dell'attività economica. La soluzione era perciò chiara: si doveva stabilizzare il livello dei prezzi, come fece Franklin D. Roosevelt aumentando l'offerta di moneta, per stabilizzare l'economia e di conseguenza rimettere in piedi il sistema bancario. Questa volta, assorbire lo shock è più difficile perché è interno al sistema finanziario. Il cuore del problema sono gli eccessi di esposizione, opacità e rischi assunti nel settore finanziario stesso. C'è stato, sì, un crollo del mercato immobiliare, ma a differenza di quanto avvenne negli anni Trenta, non c'è stata una caduta generale dei prezzi e dell'attività economica.

I fallimenti di impresa sono rimasti relativamente pochi e ciò è stato un più che necessario elemento di conforto per il sistema finanziario. Ma tutto ciò rende ancora più difficile la soluzione del problema. Se non c'è stato crollo dei prezzi e dell'attività economica, non possiamo uscire dalla crisi attraverso crescita e inflazione, come nel 1933. Dobbiamo uscirne riformando il sistema finanziario. Ma riformare il sistema finanziario è molto complesso. Le lobby che vi si oppongono sono potentissime e il potere contrattuale dei banchieri nei confronti dei governi è addirittura aumentato nella crisi.

Inoltre, lo sviluppo delle cartolarizzazioni complica il processo di riordino della situazione. Negli anni Trenta, la «Federal Home Owners Corporation» acquistò singoli mutui ipotecari per ripulire i bilanci delle banche e dare un aiuto ai proprietari di casa. Questa volta, l'agenzia federale responsabile della ripulitura del sistema finanziario dovrà acquisire titoli garantiti da ipoteca, obbligazioni di debito collateralizzato, e tutte le varie forme in cui questi titoli sono stati tagliuzzati e rimpacchettati. Rimettere in ordine i bilanci delle banche e aiutare i proprietari di casa sarà infinitamente più complicato. E sarà molto più difficile raggiungere la trasparenza necessaria a ridare fiducia al sistema.

Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?

Nel caso degli economisti poco o niente. Ogni economista sa bene che un modello è solo un modo di organizzare le informazioni disponibili e di controllare che il proprio ragionamento sia coerente. Chi scambia i modelli per la realtà è solo un cattivo economista. L'unica possibile deformazione indotta dalla formalizzazione è nello spingere molti ricercatori a non allontanarsi troppo da schemi analitici consolidati. Estendere un modello è molto più facile che costruire un modello ex novo. Questo può avere indotto conformismo. Ma molti modelli sono molto flessibili e permettono di considerare molte ipotesi alternative, comportamenti non razionali, problemi di informazione.

Un problema più serio ci può essere stato nel mondo della finanza, dove da anni si è consolidato il ruolo dei quant (da quantitative analyst), persone che hanno ottenuto un PhD in una materia scientifica, di solito matematica o fisica, e che prestano i loro servizi all'industria. I quant in genere, si occupano di gestione degli investimenti, creazione o quotazione di derivati e prodotti strutturati, gestione del rischio. Hanno contribuito alla crisi attuale prendendo cantonate epocali nella misura dei rischi effettivi di mercato.

Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?

Questa crisi non è legata alla globalizzazione. Né dei beni, né tantomeno dei capitali. È frutto della mancata regolamentazione di intere parti dei mercati finanziari, soprattutto negli Stati Uniti. E questa mancata regolamentazione è frutto della politica che si è prestata alle pressioni delle lobby per chiudere un occhio sul sistema bancario ombra che si era sviluppato negli Stati Uniti. Dunque non è tanto questione di avere più o meno politica, ma regole migliori che riducano la stessa discrezionalità del politico, spesso vulnerabile alle pressioni delle lobby.

Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il Sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?

Sì il vero G20 è oggi il G2 di Stati Uniti e Cina. L'Europa potrebbe contare, approfittando anche della debolezza del dollaro, se avesse una voce sola. Ma siamo molto molto lontani da questo. Un terreno su cui l'Europa potrebbe giocare un ruolo importante è nell'aiutare la Cina a costruirsi uno stato sociale. Prima lo farà, meglio sarà per tutti. La popolazione cinese delle campagne è rimasta sin qui ai margini della crescita. Gli immigrati interni, quelli che si spostano dalle campagne alle città, non possono neanche mettere i propri figli a scuola. Chi perde il lavoro perde tutto. Per questo i cinesi risparmiano così tanto. Quando la Cina affronterà questo immenso problema distributivo, ne beneficeremo tutti. Perché il superamento degli squilibri globali richiede una Cina che consumi di più e che esporti di meno. La Cina guarda all'Europa quando si tratta di progettare sistemi di protezione sociale. Ma sin qui lo ha fatto solo a parole. Fin quando non ci sarà democrazia in Cina sarà difficile andare molto al di là di queste dichiarazioni di principio.

L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?

Non è vero. In Italia l'aumento della spesa pubblica è legato soprattutto alla dinamica di pensioni e salari nel pubblico impiego. I «Tremonti bond» sono rimasti nel cassetto e comunque non aumentano il debito pubblico. Del resto basta guardare alla struttura della spesa per rendersi conto di perché la spesa pubblica continui a crescere del 2 per cento all'anno, in termini reali, indipendentemente dall'andamento dell'economia. Quasi un quarto dei fondi pubblici va alle «Relazioni finanziarie con le autonomie territoriali», leggi Regioni ed enti locali. Il nostro federalismo è una voragine perché non responsabilizza gli organi di governo locali. Si interviene solo per coprire amministrazioni inefficienti e non si puniscono gli amministratori e politici locali nell'unico modo possibile, vale a dire riducendone la sovranità. Un altro quinto della spesa va al pagamento degli oneri sul debito pubblico. La terza posta fondamentale è rappresentata dalla spesa pensionistica, che assorbe anch'essa ormai quasi il 20 per cento delle risorse. Queste tre poste assorbono due terzi delle risorse disponibili.

Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell' indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?

Temo molto alto. Come Antoine nei racconti di Paul Nizan, credo che si troveranno un giorno a dire: «Avevo vent'anni, non permetterò a nessuno di dire che è l'età più bella della vita». Spero di sbagliarmi ovviamente. Non è solo un problema di debito, ma anche di mercato del lavoro. Nella crisi e nel dopo-crisi, infatti, rischiamo di perdere intere generazioni di lavoratori qualificati che, assunti solo con contratti temporanei, non ricevono adeguata formazione in azienda e diventano così manodopera di riserva, di cui disfarsi al primo calo degli ordini. È esattamente quanto avvenuto nello scorso decennio in Giappone e in Svezia che hanno conosciuto prima di noi una lunga e profonda crisi scaturita dai mercati finanziari.

Le imprese, quando prevale l'incertezza, smettono di assumere con contratti a tempo indeterminato. Solo una ripresa forte e sostenuta potrebbe convincere i datori di lavoro ad offrire contratti a tempo indeterminato. Ma sin qui questa ripresa non si vede. Per questo non è più rinviabile una riforma del percorso di ingresso nel mercato del lavoro che porti le imprese ad assumere senza una scadenza fissata a priori. Ci vuole un percorso graduale che costruisca tutele crescenti, garantendo al datore di lavoro maggiore flessibilità all'inizio del rapporto di lavoro e poi, via via, sempre meno. Chi si oppone a riforme di questo tipo, come alla riforma degli ammortizzatori sociali e all'accelerazione nell'entrata in vigore della riforma delle pensioni varata nel 1996 (!) si prende una grandissima responsabilità nei confronti dei giovani. Sta pregiudicando gravemente il loro futuro.

Le precedenti interviste sono state: a Giorgio Lunghini, Katia Caldari, Giacomo Becattini, tutti in questa cartella.

Qui di seguito tutte le leggi approvate dal 2001 ad oggi dai governi di centrodestra che hanno prodotto benefici effetti per Berlusconi e le sue società:

1 Legge n. 367/2001. Rogatorie internazionali. Limita l'utilizzabilità delle prove acquisite attraverso una rogatoria. La nuova disciplina ha lo scopo di coprire i movimenti illeciti sui conti svizzeri effettuati da Cesare Previti e Renato Squillante, al centro del processo "Sme-Ariosto 1" (corruzione in atti giudiziari).

2 Legge n. 383/2001 (cosiddetta "Tremonti bis"). Abolizione dell'imposta su successioni e donazioni per grandi patrimoni. (Il governo dell'Ulivo l'aveva abolita per patrimoni fino a 350 milioni di lire).

3 Legge n.61/2001 (Riforma del diritto societario). Depenalizzazione del falso in bilancio. La nuova disciplina del falso in bilancio consente a Berlusconi di essere assolto perché "il fatto non è più previsto dalla legge come reato" nei processi "All Iberian 2" e "Sme- Ariosto2".

4 Legge 248/2002 (cosiddetta "legge Cirami sul legittimo sospetto"). Introduce il "legittimo sospetto" sull'imparzialità del giudice, quale causa di ricusazione e trasferimento del processo ("In ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l'incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la Corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell'imputato, rimette il processo ad altro giudice"). La norma è sistematicamente invocata dagli avvocati di Berlusconi e Previti nei processi che li vedono imputati.

5 Decreto legge n. 282/2002 (cosiddetto "decreto salva-calcio"). Introduce una norma che consente alle società sportive (tra cui il Milan) di diluire le svalutazioni dei giocatori sui bilanci in un arco di dieci anni, con importanti benefici economici in termini fiscali.

6 Legge n. 289/2002 (Legge finanziaria 2003). Condono fiscale. A beneficiare del condono "tombale" anche le imprese del gruppo Mediaset.

7 Legge n.140/2003 (cosiddetto "Lodo Schifani"). E' il primo tentativo per rendere immune Silvio Berlusconi. Introduce ildivieto di sottomissione a processi delle cinque più altre cariche dello Stato (presidenti della Repubblica, della Corte Costituzionale, del Senato, della Camera, del Consiglio). La legge è dichiarata incostituzionale dalla sentenza della Consulta n. 13 del 2004.

8 Decreto-legge n.352/2003 (cosiddetto "Decreto-salva Rete 4"). Introduce una norma ad hoc per consentire a rete 4 di continuare a trasmettere in analogico.

9 Legge n.350/2003 (Finanziaria 2004). Legge 311/2004 (Finanziaria 2005). Nelle norme sul digitale terrestre, è introdotto un incentivo statale all'acquisto di decoder. A beneficiare in forma prevalente dell'incentivo è la società Solari. com, il principale distributore in Italia dei decoder digitali Amstrad del tipo "Mhp". La società controllata al 51 per cento da Paolo e Alessia Berlusconi.

10 Legge 112/2004 (cosiddetta "Legge Gasparri"). Riordino del sistema radiotelevisivo e delle comunicazioni. Introduce il Sistema integrato delle comunicazioni. Scriverà il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi: "Il sistema integrato delle comunicazioni (Sic) - assunto dalla legge in esame come base di riferimento per il calcolo dei ricavi dei singoli operatori di comunicazione - potrebbe consentire, a causa della sua dimensione, a chi ne detenga il 20% di disporre di strumenti di comunicazione in misura tale da dar luogo alla formazione di posizioni dominanti".

11 Legge n.308/2004. Estensione del condono edilizio alle aree protette. Nella scia del condono edilizio introdotto dal decreto legge n. 269/2003, la nuova disciplina ammette le zone protette tra le aree condonabili. E quindi anche alle aree di Villa Certosa di proprietà della famiglia Berlusconi.

12 Legge n. 251/2005 (cosiddetta "ex Cirielli"). Introduce una riduzione dei termini di prescrizione. La norma consente l'estinzione per prescrizione dei reati di corruzione in atti giudiziari e falso in bilancio nei processi "Lodo Mondadori", "Lentini", "Diritti tv Mediaset".

13 Decreto legislativo n. 252 del 2005 (Testo unico della previdenza complementare). Nella scia della riforma della previdenza complementare, si inseriscono norme che favoriscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale, a beneficio anche della società assicurative di proprietà della famiglia Berlusconi.

14 Legge 46/2006 (cosiddetta "legge Pecorella"). Introduce l'inappellabilità da parte del pubblico ministero per le sole sentenze di proscioglimento. La Corte Costituzionale la dichiara parzialmente incostituzionale con la sentenza n. 26 del 2007.

15 Legge n.124/2008 (cosiddetto "lodo Alfano"). Ripropone i contenuti del 2lodo Schifani". Sospende il processo penale per le alte cariche dello Stato. La nuova disciplina è emenata poco prima delle ultime udienze del processo per corruzione dell'avvocato inglese Davis Mills (testimone corrotto), in cui Berlusconi (corruttore) è coimputato. Mills sarà condannato in primo grado e in appello a quattro anni e sei mesi di carcere. La Consulta, sentenza n. 262 del 2009, dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 1 della legge per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione.

16 Decreto legge n. 185/2008. Aumentata dal 10 al 20 per cento l'IVA sulla pay tv "Sky Italia", il principale competitore privato del gruppo Mediaset.

17 Aumento dal 10 al 20 per cento della quota di azione proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La disposizione è stata immediatamente utilizzata dalla Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset.

18 Disegno di legge sul "processo breve". Per l'imputato incensurato, il processo non può durare più di sei anni (due anni per grado e due anni per il giudizio di legittimità). Una norma transitoria applica le nuove norme anche i processi di primo grado in corso. Berlusconi ne beneficerebbe nei processi per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato David Mills e per reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset.

In risposta all´appello di Roberto Saviano al presidente del Consiglio affinché ritiri il provvedimento sul processo breve e all´intervista rilasciata da Carlo Azeglio Ciampi su Repubblica per criticare il provvedimento, intellettuali e politici della maggioranza hanno invocato «concordia» e imparzialità (lo stare "sopra le parti"). Sandro Bondi ha scritto in una lettera aperta a Saviano che la vera cultura democratica è «priva di coloriture politiche», quelle che invece Saviano sembra essersi dato da quando ha vestito i panni «dell´intellettuale militante che nella storia del nostro Paese ha tradito la missione della cultura e che spesso è diventato ideologicamente intollerante verso gli stessi intellettuali non irreggimentati». Infine, a commento dell´appello di Ciampi («basta con le leggi ad personam»), Fabrizio Cicchitto ha tuonato che «Ciampi non è mai stato al di sopra delle parti, ma orientato contro di noi». Sembra di capire che il ragionamento imparziale si identifichi nel primo caso con il ragionamento incolore o il non schierarsi, nel secondo con lo schierarsi (se Ciampi non fosse stato "contro" la parte di Cicchitto sarebbe stato "sopra le parti"). Il secondo caso è meno interessante da discutere perché o illogico o fazioso. Il primo merita invece qualche osservazione perché solleva questioni importanti.

Sembra di capire che giudizio imparziale si dia quando non ci si schiera o non si sta né di qua né di là; che, in altre parole, la "verità" equivalga a una sospensione del giudizio proprio per non formulare giudizi. C´è un grano di vero in questa concezione incolore della verità perché è innegabile - i filosofi, basti ricordare Immanuel Kant, lo hanno spiegato molto bene - che il giudizio produce o un sì o un no. Se questo non può darsi (o per insufficienza di dati o per mancanza di chiarezza nelle idee di chi deve giudicare) allora lo si sospende in attesa di poterlo formulare. Un giudizio sospeso non è però un giudizio. Nel giudizio giuridico, l´imparzialità è l´esito dello sforzo che il giudice fa per formulare un giudizio che sia del colore dei criteri assunti come fondamenti del giudicare: per esempio, i diritti, le regole procedurali e costituzionali. Si sa quanto sia difficile la formulazione di un giudizio che sia in grado di mettere a tacere tutte le possibili contro-argomentazioni per giungere all´unanimità, che è la meta ideale del giudizio imparziale. Se l´imparzialità è difficile nella dimensione giuridica, figuriamoci in quella politica. Se è vero che la politica è l´arena dove interessi e idee si incontrano e scontrano, si organizzano ed cambiano, pare evidente che non sia né possibile né desiderabile la sospensione del giudizio, l´imparzialità angelica, incolore.

E veniamo all´altro argomento invocato, quello della concordia. Bondi l´ha opposta, opportunamente, alla «guerra civile». La concordia è una cosa maledettamente seria. I trenta tiranni che rovesciarono la democrazia ateniese la invocarono per giustificare il colpo di stato con la scusa di mettere rimedio alla discordia che divideva il corpo politico a causa della perversa identificazione della libertà con l´eguaglianza. Un fatto che cancellando la preminenza di rango provocava, dicevano i tiranni, anarchia e disordine. E poi, negli anni in cui la repubblica romana era come un corpo lacerato da eserciti contrapposti (una guerra civile non di parole ma di sangue), Cicerone invocò e predicò la concordia degli animi, quell´unità di intenti che gli amici come i cittadini di una buona repubblica dovrebbero avere. Pare evidente che quella di Cicerone sia un´idea di concordia più attraente di quella dei tiranni ateniesi. Essa era invocata nel nome non di una parte (quella di Antonio o di quella di Cesare, poco importa), ma dei fondamenti della aequa libertas, dell´eguale libertà sancita nei codici e contenuta come valore nella tradizione comune. Concordia, come si intuisce, non equivale né a sospendere il giudizio per evitare dissenso, né, soprattutto, a raggiungere unanimità su una opinione che, se accolta, finirebbe per favorire una parte dei cittadini, e quindi vanificare proprio quella legge fondamentale nel nome della quale l´appello alla concordia è legittimo e giusto.

Dissentire sull´interpretazione di questi fondamenti è legittimo e non un segno di "guerra civile". È frutto di una normale dialettica politica in una democrazia robusta e sana. Perché tanto timore del dissenso politico? E non è per nulla chiaro perché coloro che si sforzano di pensare con la loro testa e di conseguenza formulano giudizi coerenti con le ragioni della nostra comune vita democratica siano "intellettuali militanti" e "irregimentati", mentre coloro che formulano giudizi in coerenza ad uno schieramento politico (per giunta maggioritario) siano invece "senza coloritura", ovvero neutrali e imparziali. Gli intellettuali militanti erano, come si sa, coloro che negli anni della guerra fredda militavano manicheamente pro o contro, in nome di fedi e dogmi più che di ragioni; non per difendere la carta fondamentale ma per realizzare un´idea, e quindi per portare avanti un progetto di cambiamento della costituzione, quello che meglio si adattava alla loro idea. Chi sono oggi gli equivalenti degli "intellettuali militanti" di ieri? Se è l´amore per la verità che ci accomuna, come Bondi dice a Saviano, allora in nome della verità egli non può non vedere che a seminare "l´odio" non sono coloro che si appellano alla Costituzione, ma coloro che vogliono piegarla alle esigenze della loro parte. Ecco perché proprio in nome della concordia e della verità si deve cessare di essere intellettuali militanti per essere "intellettuali critici", intellettuali liberali pronti a formulare giudizi sulle questioni che la vita sociale e politica solleva, in nome e alla luce di quei fondamenti sui quali conveniamo tutti e grazie ai quali possiamo dialogare e dissentire senza per questo essere in guerra.

Negli ultimi vent'anni la globalizzazione ha cambiato radicalmente la vita economica, politica e sociale dei popoli e degli individui, senza che il diritto ne abbia seguito e disciplinato l'evolversi.Jacques Derrida nei suoi seminari su La Bestia e il Sovrano (Jaca Book, 2009, p.61) ha fatto un esempio illuminante, chiedendosi quale sarebbe stata la reazione allo sventramento delle Torri Gemelle del World Trade Center dell'11 settembre 2001, se l'immagine non fosse stata registrata, filmata, indefinitamente riproducibile e compulsivamente trasmessa in tutti i Paesi del mondo. Il ritorno a Hobbes, dove lo Stato, il Leviatano, altro non è che una macchina per far paura e la paura è l'unica cosa che motiva l'obbedienza alla legge, induce a concludere che «siccome non c'è legge senza sovranità (...) questa chiama, suppone, provoca la paura».

Il pericoloso filosofo del diritto tedesco, Carl Schmitt, amato oggi sia a destra che a sinistra, precisava che «Protego ergo obligo è il cogito ergo sum dello Stato». E questo principio era stato uno dei fondamenti dello stato nazista.

Ma lo Stato attuale nella sua dimensione politico-mediatica ha strumenti per la creazione di paura e quindi di esigenze di protezione o addirittura di omologazione con la Gewalt, cioè la violenza, ben maggiori di quanti se ne potessero immaginare. La cronaca quotidiana, purtroppo, mi esime da qualsivoglia esemplificazione. Mi basterà citare il Patriot Act e Guantanamo, perché sono forse fra gli esempi più clamorosi della sconfitta del diritto di fronte alla paura. Tant'è che il presidente Obama ha recentemente dovuto contraddirsi smentendo la promessa di chiudere Guantanamo.

La verità è spesso manipolata in nome della sicurezza. È così che la costruzione della categoria degli enemy combatants ha tolto a costoro, dopo l'11 settembre, ogni diritto a un giusto processo, ad una normale istruttoria, all'assistenza di un avvocato, ad un regolare dibattimento. Purtroppo neppure la Corte Suprema, altre volte ben più attenta, nel caso Hamdi versus Rumsfeld (124, S.Ct. 2633 , è riuscita a garantire quei diritti a chi viene definito enemy combatant, anche se si trattava di un cittadino americano: il tutto in nome della sicurezza. Sempre identica è la conclusione: la violenza del Leviatano per proteggerti dalla paura (questa volta dei terroristi) colpisce sempre chi non è in grado di difendersi: dai minori, agli immigrati, a tutti i diversi che le società attuali tendono sempre più ad escludere.

Né è possibile sottacere che l'impero della violenza, e quindi quello omonimo della paura, è diventato planetario e trascende ormai la Gestalt del Leviatano. La letteratura apocalittica è immensa. Mi limiterò qui a citare solamente tre testi recenti che ne danno un quadro complessivo, abbastanza preciso, ancorché forse non completo.

Il primo è l'ultima opera di René Girard (Portando Clausewitz all'estremo, Milano 2008, 312) il quale dimostra come la violenza e le guerre nel mondo siano portate all'estremo e come l'accelerazione della storia crei nel genere umano una inconscia angosciante corsa verso l'apocalisse. Precisa Girard in conclusione che «il riscaldamento climatico del pianeta e l'aumento della violenza sono due fenomeni assolutamente legati (...) e questa confusione di naturale e artificiale rappresenta forse il messaggio più forte contenuto nei testi apocalittici». E ovviamente la globalizzazione ha reso la sorte dei minori più precaria, poiché - ripeto - la violenza si scarica sempre sui più deboli.

Martin Rees, il cui saggio Our Final Century (London, 2003) lascia poche speranze di sopravvivenza, entro la fine di questo secolo, non solo per il pericolo delle armi atomiche, al quale siamo fortunosamente scampati nel secolo scorso, ma per gli altrettanto gravi pericoli ai quali ci sottopongono ora le biotecnologie, piuttosto che gli errori, sempre più frequenti, negli esperimenti scientifici e nelle tecnologie di vario tipo. E ciò, indipendentemente dalle ulteriori osservazioni di R. Posner (Catastrophe, Oxford, 2004), sui rischi catastrofici delle malattie pandemiche, piuttosto che sulle possibili collisioni astrali e via discorrendo. Con una popolazione mondiale che, secondo i calcoli di Levy-Strauss, nel 2050 ammonterà a più di 9 miliardi di individui, difficilmente sfamabili ma soggetti a rischi di carestia. L'ultima copertina del settimanale The Economist intitola "How to feed the world" (come sfamare il mondo), per giungere alle stesse conclusioni. La sottovalutazione della portata di questi rischi non riduce certo la loro costante riproposizione nei media e il conseguente aumento collettivo dello stato di paura e di angoscia.

A questi rischi apocalittici si è ora aggiunta una grave crisi economica mondiale che nelle sue ricadute sull'economia reale e in particolare sulla disoccupazione aumenta in tutti i paesi la sensazione di instabilità e di minaccia alla sopravvivenza. La crisi ha dimostrato i limiti di un'ideologia basata sulla ricerca individualistica della ricchezza che ha portato all'autodistruzione del sistema in una recessione economica mondiale che colpisce soprattutto i paesi più poveri. Per di più, in un sistema dove vige la forza, chi è destinato a perdere è sempre il più debole che è sprovvisto di forza contrattuale, l'unica alla quale un'ostinata volgare ideologia continua ad attribuire valore anche agli effetti risolutivi della crisi. L'autoregolamentazione e il contratto sono nuovi idoli del mercato globale che ha clamorosamente fallito.

Senza contare che lo stesso sviluppo economico orientato sempre più verso il consumismo ha provocato un fenomeno brillantemente descritto di recente da Robert Reich (Supercapitalismo, 2009). La spinta all'estremo della concorrenza fra le imprese, al fine di ridurre sempre più i prezzi dei prodotti, per conquistare i consumatori, ha necessariamente portato alla riduzione dei costi, laddove era più facile e cioè come sempre nei confronti dei più deboli, vale a dire i lavoratori. Questi si sono visti via via sottrarre i diritti che avevano faticosamente conquistato. Insomma, l'interesse del consumatore ha avuto la meglio sui diritti del cittadino e così la concorrenza ha sconfitto la democrazia e la sicurezza.

Quella sicurezza, che con la paura, e i diritti è diventata oggetto di inquietanti antinomie: si calpestano i diritti per garantire la sicurezza, ma con quelle violazioni si creano paure e così in un circolo vizioso torna la violenza del Leviatano.

Allora la soluzione sta altrove: cioè sopra il Leviatano, sopra gli stati, cioè nel rispetto dei diritti umani e in quei principi che stanno sopra e al di fuori delle norme imposte dal Leviatano.

È pur vero che, come ci hanno insegnato sia N. Bobbio, sia M. Ignatieff, i diritti umani, nella loro pretesa di universalità, sono assolutamente storici e neppure assoluti. Alla loro base, tuttavia, nella diversità delle culture, esiste un minimum senza il quale le società non potrebbero sopravvivere. È in quel minimum che si sconfigge il loro supposto relativismo ed è in quel minimum che oggi G.B. Vico riconoscerebbe il senso comune insito nella facoltà dell'ingenium propria a tutto il genere umano, ed alla sua naturale propensione alla giustizia. A quella giustizia, alla quale il filosofo napoletano riconduceva altresì la «sapienza volgare» dei popoli primitivi. Uno dei maggiori esponenti di questa corrente di pensiero è, attualmente, il filosofo americano Ronald Dworkin.

Si tratta insomma di massime generali, di standards, pur difformi dalle norme positive, il cui contenuto si ritrova nei principi soprattutto costituzionali e poi anche morali di comune accettazione, rappresentati da quel minimum di cui ho sopra parlato. Ed è questo il momento dell'incontro fra diritto ed etica, a fini di giustizia e lontano invece dalle equivoche e fuorvianti formule di codici etici o della responsabilità sociale, o peggio ancora morale, delle imprese.

Il contenuto di questi principi, di questi standards è estremamente vario e complesso. E forse non è un caso che a tali principi, i cosiddetti global legal standards, anche l'Europa stia lavorando per evitare che ci sia la replica della crisi che ha sconvolto l'economia mondiale.

I principi devono essere accettati dai vari paesi, secondo le modalità e le strutture del diritto internazionale. Essi serviranno altresì a decidere gli hard cases, cioè i casi difficili dove la norma manca o è lacunosa. Mi basta qui citare la straordinaria sentenza della Corte suprema degli Stati uniti nel caso Roper versus Simmons del 1° marzo 2005. Si trattava di giudicare sulla pena di morte sentenziata a carico di Christopher Simmons per un assassinio da lui commesso quando aveva 17 anni. E' noto che l'art. 37 della Convenzione dell'Onu sui diritti dei minori del 1989 stabilisce, tra l'altro, che: «Né la pena capitale né l'imprigionamento a vita senza possibilità di rilascio devono essere decretati per reati commessi da persone di età inferiore ai 18 anni». Ma è altrettanto noto che gli Stati uniti e la Somalia sono gli unici due paesi al mondo che non hanno sottoscritto la Convenzione. Ebbene, la Corte Suprema, nella sua magistrale sentenza, concluse che: «È corretto che noi si consideri il peso determinante dell'opinione internazionale contro la pena di morte nei confronti dei minori, consistente in larga misura sull'instabilità e labilità emozionale dei minori che può essere spesso fattore del crimine». E così la pena di morte non fu applicata, perché, secondo l'estensore, il giudice Anthony Kennedy, sarebbe stata, tra l'altro, contro gli evolving standards of decensy. La decenza diventa criterio interpretativo e principio fondamentale del diritto! Il riferimento all'opinione internazionale nell'interpretare la Costituzione americana è stata poi oggetto di ampie discussioni, che alla fine hanno confermato il principio statuito dalla Corte suprema.

Vorrei, come finale meditazione, concludere che in presenza di alluvioni normative e amministrative scoordinate e sovente contraddittorie da parte dei poteri legislativi ed esecutivi non solo italiani od europei, ma di tutto il mondo, l'orizzonte del diritto si può aprire soltanto se i giudici sia interni, sia internazionali, di qualunque categoria, in tutti i paesi democratici, continueranno impegnando la loro dignità e indipendenza, a rivendicare con vigore i principi delle libertà democratiche e della giustizia, sia con valutazioni corrette della realtà, sia con riferimento, quando necessario, agli standard di civiltà per bloccare la violenza e le iniquità del Leviatano.

Mi piace allora terminare con l'ultima frase scritta da Ronald Dworkin ne L'impero del diritto (Milano, 1989): «L'atteggiamento del diritto è costruttivo: il suo scopo, nello spirito interpretativo, è quello di far prevalere il principio sulla prassi per indicare la strada migliore verso un futuro migliore, mantenendo una corretta fedeltà nei confronti del passato. Infine, esso rappresenta un atteggiamento fraterno, un'espressione del modo in cui pur divisi nei nostri progetti, interessi e convinzioni, le nostre esistenze sono unite in una comunità. Questo è comunque ciò che è diritto per noi: per gli individui che vogliamo essere e la comunità in cui vogliamo vivere».

Le scienze della riparazione.

L’esigenza di questo Convegno, il bisogno di una riflessione collettiva sui saperi del nostro tempo, muove da diverse ragioni. Esso nasce innanzi tutto da uno stato di profondo disagio. E’ il disagio che genera l’osservare le tensioni e i mutamenti che attraversano oggi le Università d' Europa. Il processo di unificazione del Vecchio Continente ha investito negli ultimi anni le strutture dell’alta formazione trascinandole in un vortice di innovazione continua. [1]Ma questa non ha interessato la qualità dei saperi, il rapporto fra le discipline, la natura della formazione. E' una innovazione che riguarda le pareti esterne dell’edificio. Un rovello riorganizzativo che punta all' omogeneità e all’uniformità delle procedure, alla misurazione e quantificazione delle prestazioni, di docenti e discenti, alla fissazione dei criteri di valutazione del merito. Il telos di tale incessante processo riformatore è l’adeguamento delle vecchie strutture formative delle Università ai bisogni di efficienza e di capacità competitiva che il sistema economico chiede alla società e al mondo della scienza. Esso domanda un supporto sempre più ravvicinato ai sui ritmi, alle sue necessità e congiunture, e quindi preme costantemente per una più stringente funzionalità strumentale dei saperi, per una loro più plastica aderenza alle necessità della macchina produttiva e dei consumi. [2]

Diciamolo con la schietta chiarezza che l'intera vicenda merita. Negli ultimi 15 anni le classi dirigenti europee hanno chiesto all’Università dei diversi stati di adeguare le loro strutture alle richieste, ai miti, all'ossessione economicistica di una stagione ideologica del capitalismo contemporaneo. Una stagione ideologica - potremmo dire oggi col linguaggio di Popper - “falsificata” senza appello dal fallimento economico e finanziario in cui ha precipitato il mondo. Com'è noto, l’Università, i ceti intellettuali più diversi, il mondo politico, hanno sostanzialmente ubbidito alle sirene di questa ideologia nella sua versione di riforma didattica. Anzi, con poche eccezioni e proteste, hanno aderito alla richiesta con convinzione e perfino con slancio.

Ma nelle innovazioni che hanno investito l' Università – e che ancora la agitano e la tormentano con un flusso interminabile di cambiamenti normativi e procedurali – non è dato rintracciare nessuna interrogazione profonda sullo stato dei saperi nel nostro tempo, nessuna seria preoccupazione sui caratteri e i bisogni delle scienze contemporanee. Né tanto meno sulle questioni relative al loro studio, apprendimento, trasmissione, se non dal lato puramente tecnico e organizzativo. Didattico, come vuole il linguaggio tecnico corrente.

Eppure, proprio questo è oggi il cuore più profondo della questione: quali saperi si impartiscono nelle nostre Università? Qual è il grado della loro presa e rappresentazione del mondo reale? Come si è trasformata e ristretta, sotto le pressioni della macchina economica, la natura della loro utilità sociale? Quale spazio conservano i saperi disinteressati, le conoscenze finalizzate alla formazione umana e spirituale delle nuove generazioni?

Due grandi e drammatiche evidenze rendono oggi più immediatamente visibili le ragioni di simili interrogazioni.La prima riguarda la grave alterazione degli equilibri naturali della Terra e il riscaldamento climatico in corso. Qui si possono misurare le conseguenze della frantumazione disciplinare delle scienze consumatasi nel corso del Novecento. Tutte impegnate a indagare un ambito sempre più ristretto e ravvicinato di realtà, nessuna di essa è stata capace di uno sguardo globale, nessuna si è accorta, se non tardi, degli effetti generali che il proprio separato operare – a servizio della macchina produttiva - ha sugli equilibri generali del mondo vivente.

L’uso industriale dei gas clorofluorocarburi, ad esempio, che lacerano l’ozono atmosferico e hanno portato a minacciare la vita sulla terra[3], costituisce forse la prima e più clamorosa messa in evidenza di questo squilibrio fra la potenza delle singole applicazioni disciplinari e la conoscenza degli equilibri generali della biosfera.

Certo, in questo caso la scienza chimica, responsabile del danno, è poi intervenuta ed è venuta a capo del problema. Ma lo ha fatto in funzione riparatrice, intervenendo dopo la rottura degli equilibri precedenti. Ed è questo, di fatto, il modello del comportamento della scienza oggi: intervenire per riparare le alterazioni che la separatezza e l’unidimensionalità delle discipline applicate all’economia di volta in volta producono. Quale scienza si era accorta , per gran parte dell'età contemporanea , che ciascuna per suo conto, contribuendo allo sviluppo economico, cooperava anche al fenomeno generale del riscaldamento della Terra? Né la fisica, né la chimica, né la geografia, né la botanica, né la geologia né la biologia. Tutte chiuse nel proprio ambito disciplinare, operando ciascuna su frammenti del corpo smembrato della natura, solo sul finire del XX secolo alcune di queste si sono accorte di che cosa stava accadendo all’atmosfera terrestre.

Oggi l’IPCC – l’organismo voluto dall’ONU per studiare il cambiamento climatico e che riunisce migliaia di scienziati di diverse discipline - ubbidisce anch’esso a una logica di riparazione, di intervento post-factum. E tuttavia esso mostra anche un modello utile per un cambiamento di paradigma delle scienze. Il dialogo tra i vari saperi per lo studio di un fenomeno complesso, che abbraccia in equilibri multiformi quella speciale totalità che è il clima, è anche un modello di riorganizzazione possibile del sapere scientifico nel tempo presente. Ma esso deve cessare di essere un modello di emergenza e di riparazione. Deve diventare ex ante una modalità della ricerca, della formazione e della trasmissione del sapere in tutte le nostre strutture formative.

Siamo ovviamente consapevoli che la disintegrazione disciplinare del sapere scientifico non è fenomeno recente. Esso ha origini lontane, nella fondazione stessa della scienza moderna. Come ha ricordato Edgar Morin nel suo tomo I de La méthode, “ La fisica occidentale non ha solamente disincantato l'universo, essa l'ha desolato “.[4] Gli ha sottratto la vita e dunque la totalità delle connessioni che legano inscindibilmente il vivente. Uno dei principi costitutivi del paradigma scientifico moderno- ha ricordato ancora Morin - è il “ Principio di isolamento e di separazione nei rapporti fra l’oggetto e il suo ambiente”[5] E così la scienza ha percorso la strada dell'isolamento e dell'astrazione dei fenomeni per strappare i segreti alla natura, manipolarne i frammenti al fine di poter sperimentare, indagare, scoprire.

Ora non si può certo disconoscere che tale strada sia stata coronata dal successo.L'intera società industriale, con le sue ombre ma anche con i suoi enormi vantaggi sociali, sarebbe impensabile senza quel successo scientifico. La potenza raggiunta dalle scienze contemporanee è, per tanti versi, stupefacente. E tuttavia oggi siamo meno abbagliati dal suo splendore, siamo necessariamente spinti a coglierne i lati oscuri e inquietanti.

E' indiscutibilmente giusto rammentare che per buona parte dell'età contemporanea la scienza, pur al servizio delle classi dominanti, è stata anche portatrice di quel potere emancipatorio che sempre accompagna il diffondersi della conoscenza e le acquisizioni culturali, i progressi tecnici che liberano l'uomo dalla fatica, dalle schiavitù naturali. Ma oggi tale orizzonte di emancipazione universale è scomparso alla vista. Anche la scienza si è come dissolta negli impulsi frammentari e disordinati del cosiddetto libero mercato. Il suo fine sociale generale appare non più visibile, mentre si erge davanti a noi, sempre più inquietante, la dismisura del potere della tecnica sul vivente. La natura è già interamente sottomessa, ma è tale sottomissione che ci tiranneggia con nuove dipendenze. Oggi è l’avanzare di questo dominio la sorgente di tutte le minacce che incombono su di noi.

La tecnica non pensa.

Lo sviluppo della scienza, subordinata sempre di più alle ragioni della produzione capitalistica, ha portato ad un esito oggi evidente. Per dirla ancora con Morin, col tempo si è passati dal “manipolare per sperimentare” allo « sperimentare per manipolare “. Sicché “i sottoprodotti dello sviluppo scientifico – le tecniche – sono diventati i prodotti socialmente principali“ [6]

Occorre infatti riconoscere che all'interno del sapere scientifico opera una tendenza profonda, che è diventata sempre più manifesta e incontenibile nel tratto finale dell'età contemporanea. Tale tendenza è per l'appunto la trasformazione della scienza in tecnica, il trasmutarsi del pensiero in procedure replicabili in laboratorio, la metamorfosi della conoscenza generale e disinteressata in procedimenti che danno vita a dispositivi, congegni, materiali, beni, merci. Tutte le conoscenze generali delle singole discipline – dalla fisica alla botanica, dalla biologia alla genetica – esaurita la fase teoretica di fondazione, o di esplorazione di determinati ambiti, precipitano e “degenerano” in tecnica. Ma si tratta di un fenomeno che è inseparabile dal contesto e dallo svolgimento storico in cui esso si è venuto realizzando. Esso esprime un processo materiale, più volte segnalato da Marx, della scienza che diventa” prodotto intellettuale generale dell'evoluzione sociale”[7], parte integrante del modo di produzione capitalistico, che incorpora nei suoi scopi tutti i saperi generati dalla divisione intellettuale del lavoro e tutte le tecniche che la macchina industriale va accumulando.

Agli inizi del '900 Heidegger aveva colto, dal suo particolare punto di vista filosofico, questo aspetto del modo di essere e di procedere della scienza. Egli aveva finito col definire quest'ultima – con evidente parzialità e forzatura, ma cogliendone la tendenza profonda - “ una modalità della tecnica” [8]Ma ad Heidegger dobbiamo anche una testimonianza esemplare del modo in cui la scienza praticata e insegnata si presentava nelle istituzioni del suo tempo:

Gli ambiti delle scienze sono lontani l'uno dall'altro. Il modo di trattare i loro oggetti è fondamentalmente diverso. Questa moltitudine di discipline, tra loro così disparate, oggi è tenuta assieme solo dall'organizzazione tecnica delle Università e delle Facoltà, e conserva un significato solo per la finalità pratica delle singole specialità. Ma il radicarsi delle scienze nel loro fondo essenziale si è inaridito e spento.[9]

Dove per “fondo essenziale” credo si possa intendere l'unità del sapere, le ragioni profonde e generali dell'umano interrogare.

Ovviamente, la situazione denunciata da Heidegger – che tra l'altro si applicava a uno dei migliori sistemi universitari europei – oggi è profondamente mutata. E non certo in meglio. E' cambiato soprattutto il grado e il modo – per dirla con le parole anticipatrici di Marx – della “sussunzione della scienza al capitale”. Vale a dire il grado di subordinazione del sapere scientifico alle ragioni della produzione industriale.[10] Oggi noi abbiamo di fronte non soltanto il pieno dispiegamento di un fenomeno ben visibile già ai tempi di Marx: le scoperte scientifiche e le innovazioni tecniche che entrano nell'industria , esaltano la potenza produttiva del capitale, emarginano sempre più il lavoro che ha storicamente prodotto quel capitale. Non è soltanto l'impresa che si serve delle conoscenze e delle tecniche prodotte dalle Università e dai centri pubblici di ricerca. Ma è la tecnoscienza che si è fatta impresa. La scienza si è messa in proprio come macchina produttiva diretta finalizzata al profitto .

Siamo di fronte a un fenomeno assolutamente inedito nella storia delle società umane. Molte corporation transnazionali fondano oggi tanta parte della loro supremazia economica sulle scoperte e i brevetti dei propri, autonomi gabinetti scientifici. La ricerca biotecnologica oggi si presenta generalmente come una impresa. Noi assistiamo a una disseminazione privatistica della tecnoscienza senza precedenti, che pone problemi nuovi al potere pubblico, alle forme del diritto, sfida gli assetti tradizionali della democrazia.

Ora, in una breve introduzione non si può procedere che per accenni. E tuttavia, per nella limitata economia di queste riflessioni, non possiamo non gettare almeno un rapido sguardo ad alcuni caratteri per così dire epocali della tecnica nel tempo presente. Noi non possiamo certo tacere, né dimenticare in quale orizzonte di dismisura, di rottura e conflitto con le ragioni della vita, si è collocata la scienza e la tecnica nella seconda metà del '900. A volte per lo squilibrio drammatico tra la potenza manipolativa delle singole tecnoscienze e la conoscenza degli equilibri della biosfera. Ne abbiamo già accennato a proposito del buco dell'ozono e del riscaldamento climatico. Ma la dismisura, il travalicamento dell '“istinto di sopravvivenza”[11] degli uomini è avvenuto ancora prima per scelta deliberata della ricerca scientifica. La costruzione della bomba atomica è la svolta che fa epoca. La possibilità di annientare la vita umana sulla terra che i fisici hanno offerto al potere politico-militare resta un vulnus incancellabile e irriversibile della tecnoscienza contemporanea. Nel suo saggio su La bomba atomica e il destino dell'uomo Karl Jaspers ha descritto con poche e decisive parole questo passaggio drammatico nella storia umana :

In ogni tempo la tecnica è servita per la conformazione costruttiva dell'ambiente, ma in ogni tempo anche per la distruzione. Oggi le possibilità tecniche hanno compiuto il salto, dalle distruzioni isolate alla distruzione totale di ogni forma di vita sulla terra.[12]

Certo, tanta potenza distruttiva non è oggi in mani private. Anche se il fatto che essa sia sotto il controllo dei poteri pubblici non sempre e mai del tutto può rassicurarci. Ma oggi sono in mano private potenze manipolative in campo biologico e genetico che pongono problemi inediti di sicurezza, controllo, trasparenza. Oltre a dischiudere scenari inconsueti su questioni etiche di prima grandezza. Nessuno può infatti dimenticare quel che può oggi la tecnica sui viventi umani, dal momento che siamo entrati nell'“epoca della riproducibilità tecnica della vita”. [13]

L'economia come tecnica della crescita.

La seconda evidenza che sta alla base delle nostre interrogazioni – e dunque al fondo delle ragioni che motivano il presente convegno - riguarda un'altra dismisura della tecnica in età contemporanea.

Ci riferiamo all'economia, alla scienza economica. Siamo sufficientemente informati che questo campo del sapere è oggi attraversato da incursioni e deviazioni dal suo main stream che ne arricchiscono, sia pure ai margini, il pluralismo. Chi non sa che da tempo, ad esempio, esiste anche una environmental economy con diverse scuole e tendenze? E sappiamo bene che non mancano certo i singoli grandi economisti in grado di travalicare l ' unidimensionalità disciplinare del loro mestiere. Ma l'economia che domina il nostro tempo, ispira la condotta dei governi e delle istituzioni internazionali, domina nelle banche centrali, nelle Università, nelle riviste specializzate, nella divulgazione giornalistica ha subìto un mutamento evidente. Essa ha cessato da tempo di essere una scienza sociale. Nelle sue espressioni dominanti l'economia è diventata “ una tecnologia della crescita “. Una pura tecnica dell'andare avanti, dell'incremento senza sosta del PIL. E la tecnica – e qui ci permettiamo di riprendere e modificare Heidegger – “ la tecnica non pensa”.

Ora, lo stato presente di questo sapere trasformato in tecnica, merita una breve riflessione. Oggi è possibile osservare che esso procede verso il suo fine con sempre meno riguardo per ciò che la crescita economica produce nella condizione umana del lavoro, nelle giunture della società, nelle relazioni fra gli individui, negli istituti della democrazia, nella cultura e nelle psicologie collettive, nella vita privata delle persone, nel fondo spirituale della nostra epoca. E' come se esso si fosse ritagliato un ambito iperspecialistico, affidato alla sofisticata strumentazione di modelli matematici, lasciando ad altri saperi il compito riparatore delle distruzioni che compie nel suo procedere. Lo stesso operare post-factum delle altre scienze.

Ma tale modello appare poi in tutta la sua inoccultabile distruttività nei rapporti con il mondo naturale. Tutto il pensiero economico moderno che giunge fino a noi è figlio di un gigantesco meccanismo di rimozione della natura dal processo di produzione della ricchezza. Ancora oggi esso non è disposto se non a vedere nel mondo fisico che “ un potenziale da dischiudere con mezzi tecnici”[14] Un potenziale esterno, un illimitato deposito che di volta in volta appare come utensile, materia prima, energia. Eppure la vita economica, la produzione di beni e merci, altro non è – per dirla con le parole dello studioso che ha più profondamente pensato su questi temi, Hans Immler - che “ il movimento e lo svolgimento di un processo di natura (Naturprozeβ ) “ [15] . Tutto ciò che chiamiamo economia non è, in ultima istanza, che manipolazione del mondo fisico, cooperante insieme al lavoro - fornito da quell'essere naturale che è l'uomo - a produrre i beni circolanti nella società.

Ora, la scienze economiche dominanti sono ancora interamente segnate da questo peccato originale: esse ignorano di fondarsi su un mondo fisico di cui sconvolgono gli equilibri locali e planetari, di operare all'interno di una biosfera che ha sue regole e limiti ancora inesplorati. Esse non soltanto fingono di non vedere la finitezza del mondo, la limitatezza delle risorse disponibili per proseguire nella corsa, ma ignorano di alterare gravemente quella complessa “ eco-organizzazione” del mondo vivente a cui diamo il nome di natura, e a cui sono interamente subordinati anche gli uomini , esseri pur sempre naturali malgrado la loro potenza tecnica.[16]

La rimozione del mondo naturale dal campo visivo del pensiero economico moderno costituisce uno dei più stupefacenti miracoli che l'ideologia capitalistica della rimozione è stata in grado di produrre. Ma oggi essa non può più nascondere lo scacco storico di una scienza. Osserviamo, en passant, che il pensiero economico non è stato ancora in grado neppure di abbozzare una teoria della riproduzione della natura, della rigenerazione degli immensi materiali e beni che produzione e consumo richiedono costantemente. Esso contempla solo la riproduzione di due fattori: il capitale e il lavoro. E invece pensa e rappresenta la natura non come fattore destinato anch'esso alla riproduzione, ma come una cava, un fondo esterno sfruttabile all' infinito. Per questo oggi - di fronte alla compromissione di alcuni cicli riproduttivi delle risorse ( l'acqua, la terra fertile) e al riscaldamento climatico[17] – appaiono con tanta evidenza i fallimenti predittivi di un sapere settoriale e separato, privo di una visione olistica del mondo.

Sotto questo particolare, ma rilevantissimo profilo, ci prendiamo la responsabilità di affermare che l'economia come scienza, è un sapere in buona parte obsoleto, una moneta di pregio, ma fuori corso, una sopravvivenza dell'era industriale finita nel secolo scorso. Allorquando trionfava la grande finzione di un mondo fisico illimitato. E tale giudizio – mi sia consentito rammentarlo - riguarda quasi interamente le culture economiche ufficiali oggi in circolazione, anche quelle ispirate da paradigmi e valori progressisti. Se l'economia non incorpora in un nuovo sistema di pensiero la conoscenza della natura – quella natura che non solo è centrale nel processo economico, ma è al tempo stesso il mondo complesso, fragile e finito che ospita i viventi - rimane un sapere mùtilo, anche se accoglie in sé il vasto spettro dei fenomeni sociali che esso alimenta. Resta pur sempre drammaticamente insufficiente in un'epoca in cui lo sconvolgimento ambientale si pone già esso stesso come fenomeno economico di incommensurabile portata.

Ora, questa scienza non solo soffre della parzialità settoriale che ha limitato per secoli gli orizzonti di tutte le altre discipline. Nel corso della seconda metà XX secolo e ancora oggi essa ha signoreggiato tutti gli altri saperi, subordinandoli ai suoi modelli di plasmazione della vita sociale e di organizzazione del potere e delle istituzioni. Si è guadagnata una sovranità senza precedenti non solo nel mondo del potere economico e finanziario, ma anche, ovviamente, nelle Università, nei centro-studi, nella pubblicistica scientifica, nella stampa, nei media. Mentre l' ossessione della crescita economica l'ha trasformata in una ideologia del dominio, ispiratrice della cultura del breve termine, dei tempi sempre più accelerati del produrre, consumare, inquinare, vivere.

Ma non è tutto. La potenza manipolativa conseguita dalla scienza – o meglio, dalla sempre più rapida utilizzazione tecnologica delle sue scoperte – dà all’industria e in genere alle attività produttive delle società industriali una capacità senza precedenti di alterazione del mondo vivente. Questa capacità, in mano a potenze private sempre più grandi, è ispirata e orientata da un sapere divenuto una tecnica. E' questo dispositivo del produrre e consumare che fornisce oggi all' homo oeconomicus i mezzi per alterare gli equilibri del pianeta come mai era avvenuto in tutte le epoche passate.

Questa disciplina, nata come economia politica all'interno della cultura umanistica nella seconda metà del XVIII secolo, è entrata nel campo delle scienze cosiddette esatte e nella seconda metà del '900 ha sostituito la fisica come Big Science nelle società dell'Occidente. Sempre di più la sua invadenza imperialistica nella società e nelle istituzioni culturali ha sottoposto a severo scrutinio tutti gli altri saperi, ha chiesto ad essi ragioni della loro utilità. Ma non una utilità sociale generale, ma una utilità economica, sempre più immediata, sempre più strettamente subordinata ai tempi stretti e veloci della redditività economica. I saperi umanistici sono stati così messi nell'angolo, costretti a indietreggiare, a giustificarsi, a offrire spiegazioni del proprio operare, del proprio valore di mercato. La filosofia, la storia, la letteratura, l'arte a che servono, quali sono i loro ritorni, a quale mercato del lavoro devono servire? Sono ancora oggi queste le richieste che sentiamo risuonare sulla scena pubblica.

Una nuova centralità dei saperi umanistici

Ebbene, credo che sul piano strettamente teorico e culturale la legittimità di tali richieste sia ormai interamente naufragata. Siamo a un passaggio d'epoca che rende lo scacco storico delle scienze tradizionali non più occultabile. Oggi sono i “ saperi inutili” che devono interrogare. Sono essi che oggi ritrovano nuove e potenti ragioni di critica e di giudizio. Costituirebbe un segnale di grave arretramento di civiltà se oggi non fossero i saperi umanistici ad uscire dall'angolo e a porre essi, all'economia, e a tutte le altre tecnoscienze, domande fondamentali.

Come è stato possibile, nel giro di pochi decenni, trasformare un orizzonte di prosperità crescente, per lo meno nelle società industrializzate, in un avvenire dagli esiti sempre più incerti e inquietanti? Da quali cause discende la trasformazione di un dominio sempre più vasto degli uomini sulla natura in una generale minaccia ai viventi? Per quali ragioni le prospettive globali si presentano oggi come minaccia: dalla qualità del cibo alla continua ricorrenza delle pandemie? Com'è possibile che nelle società più ricche cha mai siano apparse nella storia umana l'ossessione che asservisce le persone è quella di produrre e consumare sempre di più? Che cosa giustifica il fatto che la prosperità dei Paesi ricchi – mentre lascia centinaia di milioni di persone nella miseria e nella fame nel Sud del mondo– non si traduca in accrescimento spirituale, in umana liberazione, in mitezza delle relazioni, ma alimenta rancori, paure, conformismi, conflitti etnici, svuota le democrazie , favorisce torsioni autoritarie nelle gestione del potere?

Potremmo anche porre delle domande più precise e mirate. Perché nelle Facoltà di Economia oggi dominano discipline tutte curvate a servire immediatamente le imprese, i bisogni mutevoli delle tecnologie e del mercato del lavoro, i caratteri più aggressivi dell'economia del nostro tempo? Chi dà uno sguardo ai piani di studio della Facoltà di Economia non può non rimanere stupito della presenza di così tante economie aziendali, di marketing, di matematica finanziaria. E quali economisti vengono plasmati da simili curricula? E che cosa sapranno mai questi giovani economisti europei della società in cui l'economia si svolge, di come essa trasforma le relazioni sociali, di che cosa accade al lavoro umano? Non è il lavoro, ancora oggi, componente essenziale del mondo produttivo e dei servizi? E perché mai è del tutto assente una storia del lavoro, una sociologia del lavoro in queste Facoltà? E da quale disciplina questi giovani economisti apprenderanno mai ciò che l'economia che essi sono chiamati ad alimentare e servire produce nella società dei paesi poveri, sotto forma di mercati asimmetrici, di saccheggio delle risorse naturali, di asservimento del lavoro indigeno, di indebitamento finanziario? E come potranno, questi nuovi cittadini e intellettuali dell'Europa unita, comprendere le cause profonde del sommovimento di popolazione che da vari angoli della Terra si muove verso di noi in cerca di lavoro, di condizioni più umane di vita? Non dovrebbe rientrare tale gigantesco processo in atto nello studio dei fenomeni economici? O lo lasciamo ad altri specialismi, ai demografi, ai sociologi, agli antropologi perché lo studino ciascuno per proprio conto? Ma non è anche da questa frammentazione e divisione dei saperi che procede la presente ingovernabilità del mondo ?

Non dobbiamo dunque chieder conto della sua parzialità e frantumazione conoscitiva a una scienza che ha dominato interamente il corso della nostra società? Non dobbiamo denunciare la sua crescente inadeguatezza a cogliere i fenomeni sempre più interrelati e sempre più globali che dobbiamo affrontare? Eppure la limitatezza di tale approccio, di tale orizzonte di razionalità, appare sempre più evidente. Come ricordava Edgar Morin, con tale procedere:

I grandi problemi umani scompaiono a vantaggio dei problemi tecnici particolari. L'incapacità di organizzare il sapere sparso e compartimentato porta all'atrofia della disposizione mentale naturale a contestualizzare e a globalizzare.

L'intelligenza parcellare, compartimentata, meccanicista, disgiuntiva, riduzionista, spezza il complesso del mondo in frammenti disgiunti, fraziona i problemi, separa ciò che è legato, unidimensionalizza il multidimensionale. E' un'intelligenza miope che il più delle volte finisce con l'essere cieca.[18]

Noi l'abbiamo appena visto all'opera questa “intelligenza cieca”. La crisi in cui si dibatte l'intera economia mondiale e la gigantesca perdita di ricchezza che ne è seguita è figlia legittima di questo sistema di razionalità. E' davvero degno di nota il fatto che tutta la raffinata ingegnosità matematica, la costellazione luminosa di algoritmi costruita dai cervelli della finanza internazionale negli ultimi anni, sia stata assolutamente incapace di predire alcunché. E' rimasta cieca davanti alla catastrofe che avanzava. Eppure si tratta di tecniche che fondano sulla previsione, sulla divinazione del futuro, tutte le loro ragioni operative, oltre che la loro superbia intellettuale. Perfetta e completa prova che le più sofisticate creazioni della tecnica economica sono chiuse in gusci specialistici, utensili ciechi destinati al fallimento di fronte all'indomabile complessità del mondo.

Ora, per concludere, ritorniamo al centro del nostro tema con qualche considerazione di prospettiva. Anche se le istituzioni universitarie tardano a prenderne atto, è fuor di dubbio che oggi le scienze sono attraversate, grazie soprattutto all'ecologia, da una tensione al dialogo fra di esse sempre più significativa[19]. Sapere delle connessioni che intercorrono fra i viventi e fra questi e il loro habitat, l'ecologia non può più essere ignorata da nessuna disciplina. Nessuna di esse può più isolare i fenomeni strappandoli dal contesto complesso in cui essi si svolgono. Si tratta di una conquista del pensiero umano da cui non si torna indietro. E senza dubbio tale dialogo apre nuove prospettive di collaborazione con le culture umanistiche, con la filosofia, innanzi tutto, ma anche con la psicologia, con la storia, l'antropologia. Nuovi scenari possono dischiudersi per la ricerca, nuovi e diversi interrogativi possono porsi le scienze stesse, grazie all'innesto e al dialogo con saperi che hanno percorsi, tradizioni, obiettivi diversi d'indagine. E ciò non solo per una normale ricerca di nuove strade di esplorazione conoscitiva, ma sopratutto per una ragione fondamentale: una ragione che segna una svolta radicale rispetto alle scienze che abbiamo ereditato dal XX secolo.

Oggi non abbiamo più alcuna ragione di perpetuare e accrescere il dominio sulla natura. I bisogni dell'umanità presente e futura vanno in altre direzioni. Ciò che l'interesse generale dei popoli della terra chiede alla scienza è un rapporto di cura e di conservazione degli equilibri naturali, dai quali dipende l'avvenire economico delle nuove generazioni e le possibilità stesse della vita futura. La scienza deve procedere sulla strada della ricerca e della conoscenza secondo un'etica di responsabilità, capace di contenere la dismisura della potenzialità distruttiva che essa ha raggiunto.

Allo stesso modo noi dobbiamo chiedere alle scienze economiche di incorporare nei propri orizzonti conoscitivi e nei propri fini una nuova cultura degli equilibri naturali, della complessità del mondo vivente. Oggi abbiamo sempre meno bisogno di mettere l'intelligenza, la cultura, l'umana creatività alla servizio della crescita economica. Occorre poter affrontare problemi complessi, incrementare il benessere collettivo, migliorare la qualità del vivere sociale. E non può certo più essere l'accrescimento continuo di beni e servizi il fine dominante dell'economia, ma un obiettivo più ambizioso, richiesto dalla presente epoca planetaria:la distribuzione della possibilità di vita per tutti i popoli della terra, una vita degna, ovviamente, in equilibrio con i limiti delle risorse esistenti, in accordo e non in conflitto con la casa comune che ci ospita. Una casa che sarà sempre più affollata nei decenni a venire.

Sono dunque questi i problemi che devono fare il loro ingresso dirompente nelle aule delle nostre Università. E' il mutamento di paradigma dei saperi, l' organizzazione della loro cooperazione e del loro dialogo il vero fronte riformatore che occorre mettere in piedi. E su questo terreno le culture umanistiche possono tornare a giocare un ruolo di prima grandezza. Innanzi tutto perché esse sono in genere portatrici di visioni universali. Costituiscono il più salutare antidoto alla frantumazione specialistica delle scienze novecentesche. E al tempo stesso sono promotori di utilità generali. Pensiamo al ruolo che deve avere il diritto, la sociologia, la politologia. l'antropologia in tutte le questioni globali che abbiamo di fronte, nella formazione di una nuova cittadinanza universale, nella costruzione del cosmopolitismo del nostro secolo.

Ma non meno rilevante è il peso e il rilievo che occorre dare ai saperi disinteressati. Ad essi, alla letteratura, alla storia, alla filosofia, alla musica, all'arte, ai grandi patrimoni spirituali della nostro civiltà, alle fonti della consolazione dell'uomo sulla terra spetta un grandissimo compito: contrastare la razionalità strumentale che ossessiona la nostra epoca, risvegliare le nostre società dal sonno dogmatico di un utilitarismo cieco e devastatore. Occorre costruire una razionalità che rappresenti e governi non una fase di regresso nella storia umana, ma una nuova pagina di civiltà.[20]

Ma le culture umanistiche, in Europa, oggi hanno anche il compito di formare una gioventù non più chiusa in una visione eurocentrica della storia umana, ma aperta e preparata al dialogo interculturale, capace di arricchire il proprio patrimonio universale con l'universalità delle altre culture.

Ma questo fine – lasciatemelo dire in conclusione - è irraggiungibile senza che le Università vedano confermata e accresciuta la loro natura pubblica. In un'epoca in cui così tante tecnoscienze particolari e disperse sono in mano privata è ancor più necessario che l'Università pubblica abbia un profilo dominante, capace di rappresentare l'interesse generale nelle scelte strategiche della ricerca e della formazione e in grado di orientare lo sviluppo dei vari saperi. Senza di essa, d'altra parte – com'è facile intuire – l'autonomia e la libertà stessa della ricerca e dello studio appaiono gravemente compromesse e a rischio.

In questi ultimi mesi di tracollo economico-finanziario tutti abbiamo potuto vedere che cos'è, in ultima istanza, lo stato. Che cosa diventa il potere pubblico nel momento del pericolo, allorché l'azione predatoria dei privati ha portato sull'orlo del baratro l'intera architettura economica e finanziaria del mondo. Che cos'è dunque il potere pubblico? In simili casi, esso non è che l'interesse generale in forma di potere. E dunque tale interesse deve valere solo come argine di ultima istanza? Deve intervenire solo quando è prossima la catastrofe? Deve limitarsi anch'esso, come le scienze, a svolgere un ruolo post factum e riparatore? O deve ex ante coordinare l'insieme degli interessi privati, piegarli al suo fine superiore e universale ?

[1] Cfr. C. Lorenz, L'Unione Europea e l'istruzione superiore: economia della conoscenza e neoliberismo, in « Passato e presente>>, 2006, n.69

[2] Per gli USA, ma all'interno di una politica incomparabilmente più generosa in termini di risorse, S.Aronowitz, Knowledge factory.Dismantling the corporate university and create true higher learning, Beacon Press, Boston,, 2000, p. 160 e passim

[3] Cfr. T. Flannery, I signori del clima. Come l'uomo sta alterando gli equilibri del pianeta, Corbaccio, Milano 2005, p.255 e ss.

[4] E.Morin, La méthode.Tome I.La Nature de la Nature, Edition du Seuil, Paris, 1977, p. 365.

[5] Cfr. M.Ceruti e E.Laslo (a cura di ) Physis: abitare la terra, Feltrinelli Milano, 1988, p.18

[6] La Nature, cit. p. 366

[7] K.Marx, Il Capitale.Libro I. Capitolo VI inedito. Presentazione, traduzione e note di B.Maffi, La Nuova Italia, Firenze, 1969, p. 89

[8] M.Heidegger, Meditazione sulla scienza (giugno 1938) in Discorsi e altre testimonianze del cammino di una vita (1910-1976), A cura di H.Heidegger, ed. it. a cura di N.Curcio, il melangolo, Genova 2005, p.315

[9] La frase è un'autocitazione di Heidegger dalla Lezione inaugurale di Friburgo (1929) contenuta nel Colloquio con Martin Heidegger(17 settembre 1969), in Discorsi, cit. p. 624

[10]« Allora l'invenzione diventa un'attività economica e l'applicazione della scienza nella produzione immediata un criterio determinante e sollecitante per la produzione stessa.>> (K.Marx,Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, Presentazione, traduzione e note di E.Grillo,La Nuova Italia, Firenze 1970, vol.I, p. 399.) Ma, com è noto, questo tema è presente in tutta l'opera matura di Marx. Si veda ora per questi aspetti il saggio di S.Aronowitz, Post-work.Per la fine del lavoro senza fine, Derive Approdi, Roma 2006, pp 131-177.

[11]A proposito della bomba atomica e della costruzione delle dighe in India Arundhaty Roy, ha scritto: « Si tratta di emblemi del ventesimo secolo, che marcano il punto in cui l'intelligenza umana è andata oltre il suo stesso istinto di sopravvivenza>> ( La fine delle illusioni, Guanda Parma, 1999, p. 87)

[12]K.Jaspers, La bomba atomica e il destino dell'uomo (1958), il Saggiatore Milano 1960, p 290

[13] M.De Carolis, La vita nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, Bollatti Boringhieri, Torino 2004

[14]H.Immler, Natur in der ökonomischen Theorie,Westdeuscher Verlag, Opladen,1985, p. 18

[15]Id, Vom Wert der Natur. Zur Ökologischen Reform von Wirtschaft und Gesellschaft, Westedeutscher Verlag, Opladen 1990, p 33

[16]E.Morin, Il pensiero ecologico(1980) Hopeful Monster, Firenze 1988, p. 11 e ss.

[17]Fra tanta pubblicistica ricordiamo una testimonianza recente, C.Flavin e R.Engelman, La tempesta perfetta.in Worldwtch Institute, State of the world 2009. In un mondo sempre più caldo. Rapporto sul progresso verso una società sostenibile. Edizione italiana a cura di G.Bologna, Edizioni Ambiente, Milano 2009, p 39 e ss.Più in generale va almeno ricordata l'opera di Vandana Shiva, di cui rammentiamo qui, Il bene comune della terra, Feltrinelli, Milano 2006.

[18]E.Morin, I sette saperi necessari all'educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001, p. 43

[19]E. Morin, L'anno I dell'era Ecologica. La Terra dipende dall'Uomo che dipende dalla Terra. Seguito da un dialogo con Nicolas Hulot, Armando Editore, Roma 2007, p. 36

[20]Su questi temi si vedano le riflessioni di S.Latouche, La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea, Bollati Boringhieri, Torino 1999.

È difficile capire come il pianeta possa riuscire a trovare una via d'uscita dalla attuale recessione. L'accentuarsi dei conflitti per il controllo delle risorse prepara però un futuro poco roseo, rendendo risibile l'immagine del mercato come paese delle meraviglie La crisi è sistemica, perché investe le sue componenti finanziarie, sociali e culturali . E va compreso il fatto che la borsa e le banche costituiscono ormai l'ossatura dell'economia reale.

Il capitalismo è di fronte a una crisi sistemica, che coinvolge sia la dimensione finanziaria che quella «reale». Per Giacomo Becattini è questo il punto da cui partire per comprendere le conseguenze e gli «effetti collaterali» dell'attuale situazione economica. Studioso dei distretti industriali come modello di sviluppo economico parallelo a quello basato sulla grande impresa, Becattini sostiene che la crisi mette a nudo i limiti e le difficoltà della sinistra nella comprensione dei processi economici. Allo stesso tempo, in questo terzo appuntamento su come alcuni economisti italiani riflettono sulla situazione attuale, invita a non fare facili profezie sulle vie d'uscita dalla crisi, perché dipendenti da «logiche sistemiche» proprie del processo economico che dalle politiche nazionali e internazionali.

Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?

La crisi è anzitutto sistemica, perché investe tutto l'organismo sociale, non solo nelle sue componenti economico-finanziarie, ma anche in quelle sociali e culturali. Essa è finanziaria e reale al tempo stesso, perché la finanza (la borsa, le banche, ecc..) nel capitalismo avanzato, costituisce l'ossatura - strutturalmente infetta - dell'economia reale. Ciclica, infine, per la natura stessa del mercato, che chiudendo i conti sempre ex post deraglia sistematicamente dal sentiero dello sviluppo equilibrato e deve esservi ricondotto, prima o poi, dalla crisi.

Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti «mainstream» per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?

Senza negare ogni utilità alla modellistica politicamente uncommitted dilagante nel mondo degli studi economici, credo, in sostanza, che questo orientamento contenga una rinuncia al compito principale dell'economista, che, per me, è di analizzare il funzionamento dei sistemi economici nel loro complesso, fra cui «l'economia di mercato», come strumenti non semplicemente di massimizzazione del benessere economico, ma anche e soprattutto di attivazione e valorizzazione delle potenzialità intellettuali di ogni popolo e di ogni strato sociale. Il «grande spreco» del capitalismo attuale, non compensabile da alcun aumento del Prodotto interno lordo, è la sua incapacità di valorizzare la potenzialità intellettuale di qualche miliardo di esseri umani. Altro che bassi salari o disoccupazione nel mondo «civilizzato», questo è il vero e fondamentale fallimento del mercato.

Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mini le basi della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in là?

Bella domanda! A cui, però, non so rispondere altro che: siamo nei guai e non ne usciremo facilmente. Né vedo in giro risposte convincenti. Come economisti il contributo che possiamo e dovremmo dare è una critica intelligente e onesta, ma sempre più approfondita, del capitalismo oligopolistico-finanziario, che ci sta portando, sospetto, all'apocalisse. Il punto mi pare essere che non c'è più una politica distinta dall'economia. Ricordo la storiella di E.D. Domar in cui il ministro del commercio statunitense presenta su di un vassoio tutti i progetti dell'amministrazione, invitando ogni rappresentante dell'industria a togliere quello che gli da più fastidio. Bene, al termine del giro, il vassoio è vuoto. Un esempio aggiornato della storiella ce lo offrono, più o meno, le vicende del piano sanitario di Obama.

Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di Stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il Sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?

L'assetto mondiale di un domani anche relativamente prossimo - diciamo 10 anni - è una grande incognita. Focolai immensi, positivi e negativi, come il risveglio economico di Cina ed India e i «subbugli», sudamericano e africano, ancora largamente non analizzati, sono all'opera e nessuno può dire cosa accadrà dell'Europa, se resisterà allo sconquasso. Certo è che, da un lato le linee divisorie tracciate dalla storia europea, sono nette e profonde e, conseguentemente, le spinte antiunitarie sono numerose e vigorose; dall'altro la filosofia dell'Europa Unita è squallidamente economicistica. Dietro a questa Europa, non riesco vedere, almeno finora, una idea-forza di vero superamento degli egoismi nazionali e di costruzione di un nuovo protagonista della scena mondiale futura. Vedo solo atteggiamenti difensivi, non privi di utilità, certo, ma che non disegnano alcun futuro propriamente europeo. Insomma: Io, speriamo che me la cavo.

L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?

Proprio qui sta l'astuzia della manovra. Il '29 ha insegnato che il principale amplificatore della crisi, una volta avviata, sta nel panico dei depositanti e degli operatori in borsa. Quindi le prime misure sono state garantire i depositanti e immettere liquidità. Naturalmente, questa prassi, una volta metabolizzata dal sistema, riduce la paura del fallimento e delle sue conseguenze patrimoniali, negli consigli di amministrazione delle banche e delle multinazionali, e negli operatori di borsa, generando, di conseguenza, un «capitalismo bastardo» in cui è sufficiente portare, con qualsiasi mezzo, la propria azienda a dimensione socialmente rilevante (Fiar e Alitalia docent), per essere garantiti contro il fallimento. In sintesi, si è violata quella che D.H. Robertson chiamava la «regola aurea del capitalismo»: chi decide paga errori e imbrogli (se vengono svelati o se non riescono bene) - forse con la prigione (e qui gli americani c'insegnano qualcosa), ma, sicuramente, col suo patrimonio. E invece. È precisamente questo l'andazzo che denunciava sommessamente Ernesto Cuccia - che il capitalismo lo conosceva bene - in un suo famoso appunto del 1978: «non si può fare a meno di chiedersi se, nel caso in cui non fosse stato facilitato l'abbondante flusso di finanziamenti agevolati a taluni imprenditori - privati e pubblici - nell'illusione che non la bontà degli investimenti e la oculatezza della gestione avrebbero assicurato il successo dell'iniziativa, bensì la protezione politica quale mezzo per raggiungere il gigantismo delle imprese e con il gigantismo, non si sa come o perché, la loro fortuna (ora lo si è capito!) c'è da chiedersi, dicevamo, se in tal caso non avremmo avuto aziende molto più modeste, ma più sane, con una crescita fondata almeno in parte sull'autofinanziamento e non soltanto sui debiti, capacità produttive più aderenti alle effettive dimensioni dei mercati e, soprattutto, minori interferenze politiche, lecite e illecite, nella vita economica del paese».

Un capitalismo, insomma, quello che ci attende, da «Alice nel paese delle meraviglie». Il problema vero, dalla cui soluzione si giudica sub speciae aeternitatis il sistema, non è la piena occupazione purchessia, ma «quale occupazione». Il sistema economico ottimale è, per me, quello che apre al massimo numero di giovani in età lavorativa, un certo numero di alternative d'impiego. Una situazione che si è presentata - in modo rudimentale, beninteso! - in quei microcosmi di capitalismo concorrenziale che sono i nostri distretti industriali. Ma la sinistra italiana, imprigionata in schemi del passato - duole dirlo - non se n'è accorta - pagando puntualmente il fio in termini elettorali. Che tristezza.

Questo implica immense responsabilità del sistema. Per garantire questa pluralità di possibilità a tutti i giovani occorrono riforme che incidono nella carne viva della società. La tendenziale uguaglianza dei punti di partenza, all'età in cui uno entra nella vita sociale (16-18 anni), con tutto ciò che implica, è, per me, l'idea forza di una nuova sinistra. E se questo diventasse l'impegno fondamentale di chi governa il paese, ne discenderebbe una graduatoria degli interventi di natura economica, sociale e formativa assai diversa da quelle in circolazione.

Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?

Precisiamo: se ci si riferisce al mondo attualmente sviluppato, un prezzo certamente alto, che dimostra ancora «di che lacrime grondi e di che sangue» lo sviluppo capitalistico, ma probabilmente non più alto di quello di percorsi più classici di fuoriuscita dalla crisi. Se ci si riferisce, invece, al mondo nel suo insieme, si possono fare molte ipotesi, ma, per quanto ne so io, non si dispone di modelli logici che consentano una risposta non campata in aria.

Quello che si può dire con certezza è che la crisi attuale non porterà certamente al crollo del capitalismo, anche perché non disponiamo di alternative radicali di sicuro funzionamento, e un sistema sociale non può scomparire finché non è pronto il successore. Il cosiddetto «socialismo alla cinese» e le altre pretese vie al socialismo sono, infatti, per ora, una grande incognita.

Ma l'accentuazione dei contrasti per il controllo delle risorse naturali e l'incarognimento dell'umanità, i quali procedono implacabili, non promettono niente di buono. Mi dispiace a chiudere in negativo, ma questa è, purtroppo, la convinzione che pervade il mio stato d'animo.

Le interviste già pubblicate sono: con Giorgio Lunghini il 18 novembre; con Katia Caldari

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? La domanda, antica, può produrre pensiero profondo oppure ottusità, veggenza oppure cieco affanno.

Ci sono momenti della storia in cui la domanda secerne veleni, chiusura all’altro. Uno di questi momenti fu la vigilia delle prima guerra mondiale: nella Montagna incantata, Thomas Mann parla di Tempi nervosi. Anche oggi è uno di questi momenti. La fabbricazione di un’identità con ferree e univoche radici è piena di zelo in Francia, Inghilterra, e nervosamente, astiosamente, in Italia. In Italia un partito xenofobo è al governo e addirittura promette «Natali bianchi», liberati dagli immigrati che saranno scacciati - parola del sindaco di Coccaglio, presso Brescia - profittando dei permessi di soggiorno in scadenza. Come in certi film tedeschi (Heimat, Il Nastro bianco) è un villaggio-microcosmo che genera mostri. Genera anche irrazionalità, come ha spiegato un medico del lavoro di Bologna, Vito Totire, in una bellissima lettera inviata il 19 novembre al direttore della Stampa: non sono gli italiani a compiere oggi le bonifiche dell’amianto, «ma gli immigrati, per pochi euro, in condizioni di sicurezza incomparabilmente migliori di quelle di anni fa ma non del tutto immuni da rischi».

In Francia un collettivo sta preparando un giorno di sciopero, intitolato «24 ore senza di noi»: quel giorno gli immigrati resteranno a casa, per mostrare cosa accadrebbe se smettessero di lavorare e consumare.

Ma non sono solo economiche, le ragioni per cui l’immigrato è prezioso, indispensabile. Specialmente in Italia ha una funzione più segreta, più vera. Gli immigrati anticipano la risposta alle tre antiche domande, prefigurando quel che saranno in avvenire i cittadini italiani. Sono un po’ i nostri posteri, che contribuiranno a forgiare la futura identità dell’Europa e delle sue nazioni. Saremo quel che diverremo con loro, mescolando la nostra cultura alla loro. D’altronde le radici d’Europa son fatte da Atene, Gerusalemme, Roma, Bisanzio-Costantinopoli. Il culmine della civiltà fu raggiunto dalla res publica romana: un impasto meticcio di molte lealtà.

Gli immigrati, nostri posteri, sono proprio per questo scomodi. Perché entrando nelle nostre case ci porgono uno specchio in cui scorgiamo quel che siamo, il senso del diritto e della giustizia che stiamo perdendo. Esistono comportamenti civici che l’immigrato, accostandosi all’Europa con meno stanchezza storica, fa propri con una naturalezza ignota a tanti italiani.

Gli esempi si moltiplicano, e quasi non ci accorgiamo che la nostra stanchezza è rifiuto di preparare il futuro, e generalmente conduce al collasso delle civiltà. Il regista Francis Ford Coppola, intervistato per da Raffaella Silipo e Bruno Ventavoli (19-11) descrive il possibile collasso: «Amo l’Italia ma mi rende triste. Perché è un paese in cui i padri divorano i figli, si prendono tutto senza lasciar nulla e i giovani devono andarsene per avere un’opportunità».

È significativo che lo dica un italo-americano, nipote di nostri emigranti. Che evochi, con l’immagine dello sbranamento cannibalico, una crudeltà radicale verso il prossimo: la crudeltà del padre che usurpa figli e futuro, convinto che fuori dal suo recinto non c’è mondo. Anche Stefano Cucchi, il ragazzo pestato a morte il 16 ottobre nei sotterranei di un tribunale a Roma, è un figlio sbranato. In alcune parti d’Italia la vita non vale nulla, uccisa dall’apatia ambientale più ancora che dalla lama. Anche qui, come nei lavori pericolosi, l’immigrato agisce spesso al nostro posto, con funzione vicaria. Nel caso di Cucchi c’è un unico testimone, anche se parla confuso: un immigrato detenuto del Ghana, addirittura clandestino, che rischia tutto rivelando la verità.

Allo stesso modo sono immigrati africani a insorgere contro camorra e ’ndrangheta. Prima a Castel Volturno, il 19 settembre 2008, dopo una carneficina che uccise sei cittadini del Togo, Liberia, Ghana. Poi il 12 dicembre 2008 a Rosarno, presso Reggio Calabria, dopo il ferimento di due ivoriani. Regolari o clandestini, gli immigrati hanno una fede nello Stato di diritto che gli italiani, per paura, rassegnazione, sembrano aver smarrito. Roberto Saviano rese loro omaggio: «Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull’onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti. (...) Nessun italiano scende in strada». (Repubblica, 13-5-2009).

Ci sono video che dicono queste cose inconfutabilmente. Il video che ritrae l’indifferenza di decine di passanti quando venne ucciso, il 26 maggio, il musicista rumeno Petru Birlandeanu, nella stazione cumana di Montesanto. Il video che mostra l’assassinio di Mariano Bacioterracino, lo svaligiatore di banche ucciso l’11 maggio da un camorrista a Napoli. Anche qui i passanti son lì e fanno finta di niente. Difficile non esser d’accordo con Coppola: l’Italia mette tristezza, e a volte in tanto buio non ci sono che gli immigrati a emanare un po’ di luce.

Ai potenti non piacciono i film noir sull’Italia. Roberto Maroni, ad esempio, ha criticato la diffusione del video su Bacioterracino, predisposta dal procuratore di Napoli Lepore con l’intento di «scuotere la popolazione che per sei mesi non si era mossa». Insensibile alla pedagogia civica del video, il ministro s’indigna: «Hanno dato l’idea di una città, Napoli, ben diversa dalla realtà». D’altronde fu sempre così, nella storia della mafia.

Nel 1893, quando in un treno che lo portava a Palermo fu ucciso Emanuele Notarbartolo, un uomo onesto che combatteva la mafia nel Banco di Sicilia, il senatore mandante fu infine assolto perché non si voleva trasmettere un’immagine ignobile della Sicilia e dell’Italia. Durante il fascismo, il prefetto Mori combatté una battaglia che molti - nel regime, nei giornali - interpretarono come denigrazione della patria. Cesare Mori fu allontanato perché non imbelliva la nostra identità ma l’anneriva per risanarla.

Dice ancora Coppola che un film come Gomorra l’infastidisce. Non racconta una storia, tutto è freddo, terribile: «E’ spaventoso vedere Napoli rappresentata con tanto realismo. Quei delinquenti non sono più esseri umani». È vero, il film non è fascinoso e chiaro come il Padrino. È inferno, caos. Ma è tanto più reale. Viene in mente Salamov, il detenuto dei Gulag, quando critica il crimine troppo imbellito da Dostoevskij, «falsificato dietro una maschera romantica» (Salamov, Nel Lager non ci sono colpevoli, Theoria 1992).

Tra Dostoevskij e Salamov c’è stato il Gulag, che solo una «scrittura simile allo schiaffo» può narrare. Tra Coppola e Gomorra c’è il filmato che ritrae Bacioterracino atterrato senza schianto. È ancora Saviano a scrivere: «Il video decostruisce l’immaginario cinematografico dell’agguato. Non ci sono braccia tese a impugnare armi, non ci sono urla di minaccia, non c’è nessuno che sbraita e si dispera mentre all’impazzata interi caricatori vengono riversati sulla vittima inerme. Niente di tutto questo. La morte è fin troppo banale per essere credibile. L’esecuzione è un gesto immediato, semplice, poco interessante, persino stupido. Ma è la banalità della scena, quella assurda serenità che la circonda e che sembra ovattarla e relegarla al piano dell’irrealtà, che mette in dubbio l’umanità dei presenti. Dopo aver visto queste immagini è difficile trovare giustificazioni per chi ritiene certi argomenti diffamatori per Napoli e per il Sud».

Le tre domande dell’inizio restano. Impossibile rispondere, se la realtà del nostro divenire non la guardiamo assieme agli immigrati. Se non vediamo che non solo per loro, anche per noi e forse specialmente per noi valgono i versi di Rilke: «Ogni cupa svolta del mondo ha tali diseredati, cui non appartiene il passato né ancora il futuro più prossimo. Poiché anche il più prossimo è lontano per l’uomo».

Gli Stati nazionali hanno optato per lo status quo, sperando che la situazione si mettesse in qualche modo a posto da sola

La crisi, nonostante le speranza di molti governi nazionali e alcuni studiosi, non si chiuderà con un ritorno ai precedenti assetti sociali, istituzionali. L'economia mondiale risulterà profondamente trasformata, anche se è impossibile pronosticare in quale direzione cambierà. Per il momento, è chiaro che gran parte delle misure adottate a livelo nazionale e internazionale sono finalizzate al mantenimento dello status quo. L'intervista a Katia Caldari, la seconda di questa serie, si muove proprio su quest'asse.

Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?

Fin dall'inizio della crisi, è stato evidenziato come essa sia stata causata dai cosiddetti «titoli tossici» e innescata da una serie di innovazioni, fra cui la securitization con la possibilità per le banche di vendere i mutui (anche subprime) sui mercati obbligazionari. Ne è stata così sottolineata la natura finanziaria.

I subprime erano presenti negli Usa dal 2005 ma è stata la loro diffusione sul mercato finanziario internazionale che ha creato il vero problema. Alle prime insolvenze (con l'aumento dei tassi d'interesse), il mercato è caduto nel panico. Non c'è dubbio che la crisi attuale abbia natura finanziaria; del resto sono state le banche a esserne inizialmente coinvolte (Northen Rock, Bear Stearns). Ma gli aspetti finanziari non sono sufficienti a spiegare tutta la storia. Dietro l'emergere di una crisi nel mercato finanziario vi sono spesso elementi di debolezza strutturale.

Se consideriamo l'economia americana degli ultimi anni, vediamo che a fronte di una crescita economica piuttosto moderata, il consumo privato come percentuale del Prodotto interno lordo è cresciuto in misura maggiore, insieme al livello di indebitamento medio procapite. La crescita del consumo non è stata finanziata da un aumento proporzionale del reddito ma da un incremento sproporzionato del livello del debito. Inoltre, con la forte diminuzione del tasso d'interesse attuata da Greenspan dopo l'attacco alle «Torri gemelle», anche le banche hanno innalzato il loro livello di indebitamento. Ma il debito rappresenta ricchezza disponibile solo in un tempo futuro e genera, quando le sue dimensioni acquisiscono carattere di eccezionalità come nel caso americano, una debolezza strutturale che non permette ai singoli soggetti e al paese nel suo complesso di affrontare eventuali shock senza ripercussioni gravi.

Guardiamo ora all'Europa, dopo gli Stati Uniti l'area maggiormente colpita dalla crisi.

Il contagio della crisi è stato spiegato in termini di integrazione globale dei mercati e spesso si è posto l'accento sui mali della globalizzazione (come ha fatto il nostro Ministro dell'Economia Giulio Tremonti). Ma, a ben guardare, anche i paesi europei evidenziavano una situazione di debolezza strutturale prima della crisi: l'economia è stata stagnante in termini di crescita del Pil, con un livello di disoccupazione che è andato via via crescendo, e la bilancia delle partite correnti è peggiorata negli anni.

Inoltre, nonostante la politica restrittiva perseguita dalla Banca centrale europea, l'inflazione effettiva non è diminuita nel tempo, mentre in molti paesi (primo fra tutti l'Italia) le famiglie hanno sofferto e stanno ancora soffrendo gli effetti dell'introduzione della moneta unica in termini di potere d'acquisto, a causa di un livello generale dei prezzi drogato da una conversione all'euro priva di qualsiasi controllo. Anche in Europa, l'impoverimento reale è stato spesso ammortizzato col ricorso all'indebitamento e per un po' la situazione è parsa di «accettabile normalità». Tuttavia, quando l'aumento dei prezzi legato al costo del petrolio ha spinto la Bce (con un targeting sull'inflazione complessiva, senza distinguere la componente da costi rispetto a quella da domanda) ad aumentare ulteriormente i tassi di interesse, il costo del debito è salito in modo preoccupante. Con una domanda interna già bassa e la diminuzione della domanda americana, le imprese hanno arrestato gli investimenti e la crisi, da finanziaria, è diventata decisamente «reale».

In tal senso è giustificato un confronto con la crisi del '29. L'impulso dato alla Grande Depressione seguita al crollo della borsa di Wall Street e ai suoi effetti domino, era di natura finanziaria: un boom speculativo aveva investito pesantemente il mercato azionario americano. Ma a monte, anche in quel caso, esistevano debolezze strutturali, reali: dopo il boom economico del periodo post bellico, era seguito un vero e proprio collasso della produzione e del consumo che avevano preparato il terreno al cambiamento degli umori nel mercato borsistico.

La grande differenza sta nelle misure che sono state adottate al verificarsi della crisi: allora i governi sono entrati in una nefasta spirale protezionistica nel tentativo di salvare l'economia reale (soprattutto in termini di occupazione) e le autorità monetarie hanno reagito con politiche restrittive che hanno peggiorato la situazione. Con la crisi attuale si è deciso di salvare le banche, pensando forse che bloccando la crisi nella sua dimensione finanziaria, lì si sarebbe fermata.

Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?

I modelli econometrici si sono evidentemente dimostrati incapaci di predire il futuro (si veda la Lehman Brothers, caduta nella spirale della bancarotta nonostante il suo staff di economisti esperti). Qualcuno ancora rimane stupito. Ma stupito di cosa? In tempi lontani l'economista inglese Alfred Marshall ricordava che l'economia è una scienza che ha che fare con l'uomo «di carne e di sangue», il quale non sceglie e agisce solo sulla base del calcolo dell'interesse personale; l'economia quindi non è riducibile a puro calcolo matematico e non è - né può essere - una scienza esatta, al pari della fisica. È una scienza inesatta che ha che fare con una materia molto complessa e aleatoria. Affidare la comprensione o previsione del futuro a un modello basato su una lunga lista di assunzioni irrealistiche non può che portare a delusioni.

Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mini le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?

Il mercato non è una macchina perfetta che fa ottenere sempre e comunque risultati ottimali. È una macchina imperfetta, complessa. Anche questo non è un aspetto nuovo. Si era ben evidenziato con la crisi del '29; ma lo sapeva bene perfino Adam Smith che è considerato il padre fondatore dell'economia politica.

Il mercato deve essere senza dubbio regolato. Il problema semmai è capire da chi. Nel mondo globalizzato in cui viviamo, il singolo Stato si è già dimostrato insufficiente o incapace di intervenire efficacemente in tal senso. La globalizzazione impone nuove sfide e per farvi fronte occorre coraggio: di cambiare, di rinunciare alle vecchie logiche di equilibrio - o pseudo-equilibrio - internazionale. Siamo ancora regolati da istituzioni nate alla fine della seconda guerra mondiale, create in quel contesto storico per quel contesto storico. Il «Washington Consensus» aveva (forse) ragione di esistere allora ma oggigiorno è decisamente anacronistico.

Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?

La Cina riceve ormai l'attenzione che ogni grande nazione economica deve avere. Ma perché non si parla di India che pure sta imponendosi come paese di nuova industrializzazione fortemente competitivo a livello mondiale? E perché ancora Washington? Gli Stati Uniti vengono ancora considerati la nazione in grado di far pendere l'ago della bilancia delle decisioni mondiali, soprattutto per il potere militare. Ma questa situazione non ha più ragione di essere dal punto di vista del potere economico, che si sta diffondendo rapidamente in altre parti del mondo. In questo contesto, l'Europa avrebbe grandi potenzialità ma è anche evidente che, allo stato attuale, è incapace di imporsi quale importante attore nell'assetto economico-politico mondiale. Soffre di troppe divisioni, frammentazioni. Non esiste, di fatto, una politica economica comune; la politica monetaria e la moneta unica non sono sufficienti per fare dell'Europa un'area compatta piuttosto che un insieme di paesi diversi. L'attuale crisi ha evidenziato molto bene la pressoché totale mancanza di coesione decisionale.

L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?

Le banche più che salvate andrebbero regolarizzate e controllate. La ricchezza di un paese è data anche dall'assenza di contrasti sociali ed è fatalmente legata al grado di occupazione e alla produzione. In questa crisi si è scelto prima di tutto di salvare le banche, ovvero le lobbies ad esse collegate o in esse rappresentate, ubbidendo a logiche che sempre più, purtroppo, vedono il potere economico legato inestricabilmente a quello politico. Ma, come ho detto, la crisi non è solo finanziaria: è anche e soprattutto economica e per questo l'intervento sulle banche non è sufficiente.

Tra l'altro, va sottolineato che finanziando le banche non si sta facendo neanche un vero e proprio intervento sul lato dell'offerta. Se pensiamo al nostro paese, l'offerta è data soprattutto dalla media e piccola impresa, che sono invece escluse da questi tipi di intervento, come la crisi di molti distretti industriali dimostra chiaramente.

Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell' indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?

Il prezzo è ovviamente alto ma soprattutto è alto il prezzo delle non scelte: i governi hanno, di fatto, optato per lo status quo, sperando che la situazione si mettesse in qualche modo a posto da sola, con un ragionamento del tipo «passata la burrasca, tutto (o quasi) tornerà come prima». Quasi, perché le famiglie delle generazioni attuali e di quelle future avranno sulle spalle il costo di queste non-scelte. Con il rischio, o la certezza, che la disparità sociale che oggigiorno è già grande e crescente, aumenterà ancora di più.

La prima intervista, con Giorgio Lunghini, è apparsa mercoledì 18 novembre. Per la prossima settimana, l'appuntamento è per mercoledì 25 novembre con Giacomo Beccattini

Il dopo Berlusconi? Ancora non lo vedo all’orizzonte…». Paul Ginsborg conosce bene l’Italia e da storico non trova elementi per dire che è iniziato il tramonto del berlusconismo. «Non illudiamoci ancora, l’uomo sa resistere», spiega. Ritiene importante la forte partecipazione alle primarie del Pd ma invita la sinistra a «tornare a studiare» per capire la società. Il«No Berlusconi day»? «Diamo una mano a questi ragazzi».

Professore, assistiamo da mesi a forti tensioni istituzionali: prima gli attacchi al Capo dello Statoealla magistratura,poi i tentativi pericolosi di salvare il premier dai processi. La nostra democrazia sta proprio male?

«Sono molto allarmato sullo stato della democrazia, perché ormai stiamo assistendo a uno svuotamento delle istituzioni e a un continuo attacco al sistema di bilanciamento dei poteri. I pilastri classici delle democrazie sono sotto tiro. Sì, in Italia c’è una emergenza democratica: questa destra sta tentando di imboccare la via populista».

Peròc’è qualcuno che sostiene che siamo agli ultimi giorni del berlusconismo...

«Sarei molto cauto, provo una certa difficoltà a dire che Berlusconi è in crisi. Certo, dentro la maggioranza ci sono fibrillazioni e rissosità. Ma penso ci siano ancora interessi forti che spingono i protagonisti del centrodestra a restare uniti fino alla fine della legislatura».

Le fibrillazioni però stanno facendo emergere Tre destre dentro la destra: quella dei fedelissimi del premier, quellaTremonti-Bossi e quella di Fini…

«A me pare che vadano delineandosi fondamentalmente due destre. Quella di Fini che è più rispettosa delle strutture democratiche e più aperta su alcuni temi come l’immigrazione. È un tentativo interessante perché, per dirla con una battuta, credo che sia quasi più importante in Italia avere una destra decente che non una sinistra decente. Ma Fini non mi pare sia maggioritario, anzi. L’altra destra che emerge è quella di Bossi, Tremonti, Formigoni che credo sia quella maggioritaria».

Tutti personaggi in cerca del dopo Berlusconi?

«Molte volte abbiamo dato per morto politicamente Berlusconi. Oggi però siamo ancora qui. Voglio che sia chiaro: il dopo Berlusconi non è affatto vicino, ancora non ci rendiamo conto di quanto l’uomo sia tenace. E poi anche se lui uscisse di scena resterebbe questa formidabile costruzione culturale che condiziona l’Italia. Vede, il problema è che a sinistra manca proprio un’analisi approfondita del berlusconismo». Soffermiamoci su questo: come hafatto Berlusconi negli anni ’90 a conquistare gli italiani?

«Berlusconi ha cambiato gli italiani. Ha offerto loro un modello di libertà negativa: tutti liberi da ogni interferenza, dallo Stato, dalle tasse. Lui ha parlato al familismo e all’individualismo, con la tv commerciale ha coltivato l’idea forte di perseguire la via del consumo e della ricchezza. Questo modello non va via domani mattina perché è radicato ed è la versione estremizzata di un trend che è presente in gran parte dell’Europa».

E perché invece la sinistra non è stata capace di offrire un modello alternativo?

«Perché non ha studiato. Non scherzo: se guardiamo alla vecchia sinistra, al Pci, vediamo che c’era un forte tentativo di capire la società. Pensi alle riflessioni sul miracolo economico, ai convegni sulle tendenze del capitalismo. Questo oggi manca e si vede, soprattutto nelle qualità intellettuali dei leader che puntano solo ad essere mediatici. Togliatti invece studiava, Berlinguer anche. La sinistra deve prima capire, poi mettersi a scrivere i programmi. Deve chiedersi come favorire la partecipazione. Certo, oggi si tenta di recuperare maci sono stati molti ritardi. I Ds per esempio sono stati troppo sospettosi della società civile e non hanno colto la modernità di quei movimenti. Insomma, per riprendere un’espressione dello storico inglese Anderson, la sinistra italiana è invertebrata».

Lei insiste sul ruolo della società civile. Sette anni fa fu uno degli animatori dei girotondi: quel movimento che effetti ha prodotto sulla sinistra?

«È stato un grande movimento. Ma non è durato. È stato significativo riuscire a portare 800 mila persone a Piazza San Giovanni. Si è tentato allora di lanciare un messaggio: frenare Berlusconi e fare un’opposizione di massa. Se lo ricorda? Sembrava che l’opposizione fosse scomparsa. Quella spinta però non è durata perché i partiti non hanno trovato il modo di sostenerla. La società civile da sola non ce la fa».

Tre milioni di persone hanno partecipato alle primarie per la scelta del segretario del Pd. Una partecipazione straordinaria no?

«Sì, lo valuto molto positivamente. Il Pd, unico partito in Italia e anche in Europa, non solo ha chiesto agli iscrittimaa tutti i simpatizzanti di votare. Anche io, che non sono iscritto, sono andato. Èstata unaprova di grande apertura. Però attenzione: c’è una differenza tra un voto e un impegno continuo. Si può anche votare e poi non fare più nulla. Società civile vuol dire una rete di associazioni, mobilitazioni, proposte, crescita culturale con le quali fare i conti tutti i giorni».

Come giudica il Pd di Bersani dai suoi primi passi?

«È presto per dirlo. Ma non sono convintissimo che Bersani sia l’uomo più adatto in questa fase diemergenza democratica. Vorrei sbagliarmi ma credo che di fronte alla tracotanza di Berlusconi e agli elementi eversivi dei suoi comportamenti ci voglia una risposta di grande fermezza e chiarezza».

E perché, Bersani secondo lei non è ingrado di dare questa risposta?

«Vedremo».

Il 5 dicembre si svolgerà la manifestazione «No Berlusconi day». Lei ci sarà?

«Certo, la ritengo importante. Quando ci fu il movimento dei girotondi pensai di vedere una cosa nuova nella storia italiana: li chiamai i ceti medi riflessivi. Anche se con qualche cautela penso che quel fiume, che è rimasto per anni sottoterra, oggi può riemergere nelle persone che hanno organizzato la manifestazione del 5. Vedo una connessione forte tra i girotondi e questa mobilitazione: hanno la stessa idea di difesa della democrazia e della Costituzione».

Però lei e il costituzionalista Gustavo Zagrebelski avete avuto una polemica sulla partecipazione. Lui sostiene che non si può andare a una manifestazione indetta da sconosciuti...

«Fra noi non c’è stata polemica, ma una semplice conversazione. Capisco gli argomenti di Zagrebelski. Ma questi ragazzi meritano sostegno. Certo, i rischi ci sono e io garanzie da Dare non ne ho, però bisogna appoggiare quello che c’è di nuovo nella società».

Professore come farà l’Italia a uscire da questa pesante anomalia che la avvolge? C’è qualche speranza?

«C’è più di una speranza. Credo che la parte migliore della destra e tutto il centrosinistra debbano avere la capacità di vedere bene i pericoli e le vie di uscita. Se le forze migliori della società trovano i veicoli giusti per agire e la smettono di guardare la tv con le facce depresse forse possiamo vedere qualcosa di nuovo. Ognuno di noi deve fare di tutto affinché si esprima finalmente la parte più bella del Paese ».

L’identikit

Esperto di storia italiana è stato animatore dei girotondi. Paul Ginsborg è nato a Londra nel 1945, è stato professore all’Università di Cambridge e dal 1992 insegna Storia dell’Europa contemporanea all’Università di Firenze. Ginsborg è uno dei massimi storici dell’Italia contemporanea e ha dedicato, tra gli altri, due volumi alle nostre vicende: «Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988» e «L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996». Nel 2002, sull’onda della protesta di Nanni Moretti a piazza Navona, è stato tra gli animatori del movimento dei girotondi a Firenze diventando uno deipunti di riferimento di studenti, insegnanti e professionisti.

Paese meraviglioso l’Italia. Quando non si acceca da solo, chiude gli occhi. Il frastuono politico assorda e il rumore mediatico lascia nascosta qualche verità e – in un canto – fatti che, al contrario, meritano molta luce e l’attenzione dell’opinione pubblica. La disciplina del «processo breve» ce l’abbiamo sotto gli occhi e vale la pena di farci i conti, senza lasciarci distrarre da ingenui e imbonitori. Qualche punto fermo. Il disegno di legge pro divo Berluscone non rende i processi rapidi (è una cristallina scemenza). Quel provvedimento fabbrica una prescrizione svelta e improvvisa come un fulmine che uccide. Solitamente, a fronte dei reati più gravi, uno Stato responsabile – e leale con i suoi cittadini – si concede un tempo adeguato per accertare il reato e punire i responsabili (la prescrizione non è altro). Più grave è il reato, più problematico e laborioso il suo accertamento, maggiore è il tempo che lo Stato si riconosce prima di considerare estinto il delitto. Le regole della prescrizione svelta e assassina (dei processi) capovolgono questo criterio di efficienza e buon senso.

Più grave è il reato, minore è il tempo per giudicarlo. I magistrati avranno tutto il tempo per processare uno scippatore e tempi contingentati per venire a capo, per dire, di abuso d’ufficio, frodi comunitarie, frodi fiscali, bancarotta preferenziale, truffa semplice o aggravata: quel mascalzone di Bernard Madoff, che ha trafugato 50 miliardi di dollari ai suoi investitori, ne gioirebbe maledicendo di non essere nato italiano.

Ora il disegno di legge potrà essere corretto e limato ma – statene certi – non potrà mai lasciare per strada la corruzione propria e impropria perché Silvio Berlusconi, imputato di corruzione in atti giudiziari e con il corrotto già condannato in appello (David Mills), ha bisogno di quel «salvacondotto» per levarsi dai guai.

Un primo risultato si può allora scolpire nella pietra: l’Italia è il solo Paese dell’Occidente che considera la corruzione un reato non grave e dunque, se le parole e le intenzioni hanno un senso, una pratica penalmente lieve, socialmente risibile, economicamente tranquilla. Nessuno pare chiedersi se ce lo possiamo permettere; quali ne saranno i frutti; quali i costi economici e immateriali; quale il futuro di un Paese dove "corrotto" e "corruttore" sono considerati attori sociali infinitamente meno pericolosi di "scippatore", "immigrato clandestino", "automobilista distratto", e la corruzione così inoffensiva da meritare una definitiva depenalizzazione o una permanente amnistia.

Il silenzio su questo aspetto decisivo della "prescrizione svelta", inaugurata dalla "legge Berlusconi", è sorprendente. È sbalorditivo che il dibattito pubblico sul minaccioso pasticcio, cucinato dagli avvocati del premier nel suo interesse, non veda protagonisti anche la Confindustria, chi ha cara la piccola e media impresa, i sindacati, gli economisti, le autorità di controllo del mercato e della concorrenza, le associazioni dei risparmiatori e dei consumatori, i ministri del governo che ancora oggi si dannano l’anima per dare competitività al «sistema Italia». Come se il circuito mediatico e "pubblicitario" del presidente del consiglio fosse riuscito a gabellare per autentica la storia di un ennesimo conflitto tra politica e giustizia, e dunque soltanto affare per giuristi, toghe e giornalisti. Come se questo progetto criminofilo non parlasse di sviluppo e arretratezza; di passato e di futuro; di convivenza civile, organizzazione sociale, legittimità delle istituzioni, trasparenza dell’azione dei policy maker; di competitività e credibilità internazionale del Paese.

È stupefacente questo silenzio perché ognuno di noi paga ancora oggi e pagherà domani, con l’ipoteca sul futuro di figli e nipoti, il prezzo della corruzione del passato, quasi sette punti di prodotto interno lordo ogni anno, 25mila euro di debito per ciascun cittadino della Repubblica, neonati inclusi. Settanta miliardi di euro di interessi passivi, sottratti ogni anno alle infrastrutture, al welfare, alla formazione, alla ricerca. È una condizione che corifei e turiferari, vespi e minzolini, occultano all’opinione pubblica. È necessario qualche ricordo allora per chi crede al «colpo di Stato giudiziario», alla finalità tutta politica dell’azione delle procure, favola ancora in voga in queste ore nel talk-show influenzati dal Cavaliere. Quando Mani Pulite muove i suoi primi passi, il giro di affari della corruzione italiana è di diecimila miliardi di lire l’anno, con un indebitamento pubblico tra i 150 e il 250 mila miliardi più 15/25 miliardi di interessi passivi.

L’abitudine alla corruzione cancella ogni sensibilità del ceto politico per i conti pubblici. Inesistente negli anni sessanta, il debito cresce fino al 60 per cento del prodotto interno lordo negli anni ottanta. Sale al 70 per cento nel 1983. Tocca il 92 per cento nei quattro anni (1983/1987) di governo Craxi, per chiudere alla vigilia di Mani Pulite, nel 1992, al 118 per cento. Non c’è dubbio che, in quegli anni, una maggiore attenzione della magistratura alla corruzione, e la consapevolezza sociale del danno che produce, favorisce il parziale rientro dal debito, utile per adeguarsi ai parametri di Maastricht. Di quegli anni – 1993/1994 – è infatti il picco di denunce dei delitti di corruzione. Con il tempo, la tensione si allenta. Lentamente la curva dei delitti denunciati decresce e nel 2000 torna ai livelli del 1991, quelli antecedenti all’emersione di Tangentopoli. Negli anni successivi la legislazione ad personam (taglio dei tempi di prescrizione per i reati economici, dalla corruzione al falso in bilancio), i condoni fiscali, le difficoltà della legge sul "risparmio" (in realtà sulla governance) chiudono il cerchio e una stagione.

Da qui, allora, occorre muovere per comprendere e giudicare un progetto che può spingere l’Italia, nell’interesse di uno, in prossimità di una condizione da "paese emergente". Perché la difficoltà della nostra storia recente nasce nel fondo oscuro della corruzione. Tirarsene fuori è una necessità in quanto c’è – non è un segreto, anche se è trascurato dal discorso pubblico e dai cantori dell’Egoarca – una simmetria perfetta tra la corruzione e le criticità per la società e il Paese. Mercati dominati da distorsioni e «tasse immorali» (60 miliardi di euro ogni anno per la Corte dei Conti) garantiscono benefici soltanto agli insiders della combriccola corruttiva. Oltre a perdere competitività, i mercati corrotti non attraggono investimenti di capitale straniero e sono segnati da una bassa crescita (troppe barriere all’entrata, troppi rischi di investimento).

Non c’è studio o analisi che non confermi la relazione tra il grado di corruzione e la crescita economica, soprattutto per quanto riguarda le medie e piccole imprese che sono il nocciolo duro della nostra economia reale. Infatti, le piccole e medie imprese – si legge nella relazione parlamentare che ha accompagnato la ratifica della convenzione dell’Onu contro la corruzione diventata legge il 14 agosto del 2009 – , «oltre a non avere i mezzi strutturali e finanziari delle grandi imprese (che consentono loro interventi diretti e distorsivi) risultano avere meno peso politico e minori disponibilità economiche per far fronte alla richiesta di tangenti». La corruzione diventa un costo fisso per le imprese e un onere che incide pesantemente nelle decisioni di investimento. Sono costi, per le piccole e medie imprese, che possono essere determinanti per l’entrata nel mercato, così come possono causarne l’uscita dal mercato. E in ogni caso sono costi che hanno rilevanti ricadute su altri fronti: ricerca, innovazioni tecnologiche, manutenzione, sicurezza personale, tutela ambientale.

Per queste ragioni, la corruzione dovrebbe trovare una sua assoluta priorità nell’agenda politica e gli italiani se ne rendono conto anche se magari non sanno, come ha scritto il ministro Renato Brunetta, che il balzello occulto della corruzione «equivale a una tassa di mille euro l’anno per ogni italiano, neonati inclusi». Secondo Trasparency International, un organismo "no profit" che studia il fenomeno della corruzione a livello globale, il 44 per cento degli italiani crede che la corruzione «incide in modo significativo» sulla sua vita personale e familiare; per il 92 per cento nel sistema economico; per il 95 nella vita politica; per il 85 sulla cultura e i valori della società. Più del 70 per cento della società ritiene che nei prossimi anni la corruzione sia destinata a non diminuire.

Il disastroso quadro nazionale è noto agli organismi internazionali. È di questi giorni il rapporto del Consiglio d’Europa sulla corruzione in Italia. Il Consiglio rileva che in Italia i casi di malversazione sono in aumento; che le condanne sono diminuite; i processi non si concludono per le tattiche dilatorie che ritardano i dibattimenti e favoriscono la prescrizione; la normativa è disorganica; la pubblica amministrazione ha una discrezionalità che confina con l’arbitrarietà. Il gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d’Europa (Greco) ha inviato all’Italia 22 raccomandazioni di stampo amministrativo (introduzione di standard etici, per dire), procedurali (per evitare l’interruzione dei processi) normative (nuove figure di reato).

La risposta alle preoccupazioni della comunità internazionale – che appena al G8 dell’Aquila ha sottoscritto il dodecalogo dell’Ocse per un global legal standard (peraltro fortemente voluto da Tremonti) – è ora nel disegno di legge della "prescrizione svelta". La corruzione è trascurabile. Non è il piombo sulle ali dell’economia italiana. Non è la tossina che avvelena il metabolismo della società italiana. Non è il muro che ci impedisce di scorgere il futuro. È un grattacapo del capo del governo. Bisogna eliminarlo anche al prezzo di non avere più un futuro per l’Italia intera. Dove sono in questo piano inclinato «gli uomini del fare» che credono nella loro impresa, nel merito, nel mercato, nella concorrenza? E perché tacciono?

L'attuale situazione è figlia del fallito tentativo di contrastare la caduta del saggio di profitto attraverso la riduzione del pianeta a mercato. Ma la globalizzazione ha alimentato la crisi della democrazia, perché la libera circolazione dei capitali ha impedito ai governi di attuare una politica economica. La recessione globale letta da 14 economisti: comincia Giorgio Lunghini

La crisi economica, questa nostra sconosciuta. Viene presentata così l'attuale recessione, alternando la previsione di una uscita ravvicinata da essa a una lettura che indica nella lunga durata la sua dimensione temporale. Allo stesso tempo l'oscillazione tra le speranze, da parte della teoria economica mainstream, di uscirne fuori in continuità con il passato e la convinzione che «niente sarà come prima» segna la discussione pubblica. Con l'intervista a Giorgio Lunghini inizia una ricognizione su come autorevole economisti italiani affrontono la natura della crisi attuale. Studioso noto ai lettori de «il manifesto», Lunghini propone di leggere la crisi sia in una prospettiva storica che di analisi critica del capitalismo.

Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica osistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?

Un sistema economico capitalistico - un'economia monetaria di produzione, nel linguaggio di Keynes - è impensabile senza moneta, senza banche e senza finanza, dunque nella struttura del sistema gli elementi reali e gli elementi monetari sono strettamente interconnessi. Tra elementi reali e elementi monetari c'è però una gerarchia, nel senso che un sistema economico capitalistico potrebbe riprodursi senza crisi, per usare il linguaggio di Marx, se la distribuzione del prodotto sociale fosse tale da non generare crisi di realizzazione, di «sovrapproduzione» (di sovrapproduzione relativa: rispetto alla capacità d'acquisto, non rispetto ai bisogni); e se moneta, banca e finanza fossero soltanto funzionali al processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione.

Nel linguaggio di Keynes, non si darebbero crisi se la domanda effettiva, per consumi e per investimenti, e la domanda di moneta per il motivo speculativo fossero tali - by accident or design - da assicurare un equilibrio di piena occupazione. Ora è improbabile che questo caso si dia automaticamente, di qui la necessità sistematica di un disegno di politica economica. In breve: il sistema capitalistico - il «mercato» - non è capace di autoregolarsi. In tutto ciò ha un ruolo essenziale il saggio dei profitti che, come hanno mostrato gli economisti classici, ma sopra tutti Marx, tende a cadere. Quando il saggio dei profitti è tale da generare crisi di realizzazione, poiché vi si associano bassi salari e disoccupazione, e a un tempo tale da generare crisi di tesaurizzazione, il sistema capitalistico va incontro a crisi che se si vuole si possono chiamare sistemiche. Così è stato nella crisi del '29 (le cui radici risalgono però al 1870), così è oggi. In tutti e due i casi - e a ciò mi limito, quanto al confronto tra il '29 e l'oggi - la crisi si è manifestata dopo un tentativo fallimentare di contrastare la caduta del saggio dei profitti con un processo di globalizzazione, di riduzione del mondo a mercato. Aggiungo soltanto che la risposta europea alla crisi del '29 fu il nazifascismo.

Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?

Di per sé l'uso della matematica nell'analisi economica non è biasimevole, lo diventa quando si vogliono trattare in forma matematica questioni che non lo consentono, oppure quando non si trattano questioni importanti perché non consentono una trattazione matematica. Di questioni del genere in economia ce ne sono molte. In visita alla London School of Economics, l'anno scorso, la Regina Elisabetta aveva chiesto - con regale candore - come mai soltanto pochi economisti avessero previsto la crisi. Dieci autorevoli economisti inglesi hanno poi scritto alla Regina una lettera, in cui scrivono che una delle ragioni principali dell'incapacità della professione di dare avvertimenti tempestivi della crisi imminente è una formazione inadeguata degli economisti, concentrata sulle tecniche matematiche: così che l'economia - l'economics - è diventata una branca delle matematiche applicate.

I firmatari della lettera ricordano anche che l'insospettabile American Economic Association aveva costituito, nel 1988, una commissione sull'insegnamento postuniversitario dell'economia negli Stati Uniti. La commissione, nelle sue conclusioni, manifestò il timore che «i programmi di formazione post-laurea possano produrre una generazione con troppi idiot savants, addestrati alle tecniche ma ignari delle questioni economiche importanti». Nell'educazione degli economisti, aggiungono i firmatari della lettera, vengono omesse la storia economica, la filosofia e la psicologia, e non vengono messe in discussione né l'opinabile credenza in una «razionalità» universale né l'«ipotesi di mercati efficienti». Anche per questa ragione non si è dato il peso dovuto agli avvertimenti non quantificati circa la potenziale instabilità del sistema finanziario globale. C'è un tipo di giudizio, quello cui si può attingere immergendosi nella letteratura e nella storia, che non può essere espresso adeguatamente in modelli matematici. In breve: la matematica decontestualizza i suoi oggetti, e in campo economico ciò comporta il rischio del riduzionismo e della falsa neutralità. L'unico antidoto è la conoscenza della storia e la consapevolezza - l'orgogliosa consapevolezza - della dimensione politica dell'analisi economica.

Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mini le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in là?

Non c'è nessun dubbio che la libera circolazione dei capitali, libera nella misura e nelle forme attuali, sia pericolosa per la democrazia economica e dunque per la democrazia in generale. È la tesi del «senato virtuale», una tesi su cui molto insiste Noam Chomsky (che la mutua da B. Eichengreen) e che a me pare difficile da confutare. Questo senato virtuale è costituito da prestatori di fondi e da investitori internazionali che continuamente sottopongono a giudizio le politiche dei governi nazionali; e che se giudicano «irrazionali» tali politiche - perché contrarie ai loro interessi - votano contro di esse con fughe di capitali, attacchi speculativi o altre misure a danno di quei paesi (e in particolare delle varie forme di stato sociale).

I governi democratici hanno dunque un doppio elettorato: i loro cittadini e il senato virtuale, che normalmente prevale. Questo è un portato della liberalizzazione sconsiderata dei movimenti di capitale, a sua volta un effetto dello smantellamento del sistema di Bretton Woods negli anni Settanta: ne sono ovvie le conseguenze per la democrazia economica (i più colpiti sono i più deboli tra i cittadini dei diversi paesi) e dunque per la democrazia in generale.

Credo che la politica economica debba andare al di là della semplice regolamentazione dei mercati, ma anche se si limitasse a questa dovrebbe trattarsi di un disegno condiviso di politica economica e finanziaria internazionale. Un nuovo piano Keynes - che aveva ben chiari i rischi di una circolazione dei capitali sfrenata - non mi pare in vista.

Molti studiosi ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?

Temo che il modello europeo di stato sociale non sia più un modello nemmeno per gli europei. Lo stato sociale è una delle più grandi invenzioni politiche e istituzionali del secolo passato, la sua distruzione una delle più gravi responsabilità dei governi europei degli ultimi trent'anni. La responsabilità è tanto più grave, in quanto ha natura culturale ancor prima che politica. Anche in Europa ha avuto un peso il senato virtuale, ma soprattutto ha pesato una adesione acritica, antistorica e non necessitata dalle circostanze, al liberismo imperiale: che nulla ha a che fare con la tradizione liberale, ancor prima che socialdemocratica, dell'Europa. In verità non è mai esistito un vero e proprio modello europeo di stato sociale, le varianti nazionali avevano storie e articolazioni differenti. Ciò che ancora oggi costituisce un modello intellettuale - modello nel senso di disegno da prendere ad esempio, e cui dovrebbero guardare per primi i keynesiani dell'ultima ora - è la «Filosofia sociale» cui avrebbe potuto condurre la Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta di Keynes.

Oggi come allora i «difetti» più evidenti della società economica in cui viviamo sono l'incapacità ad assicurare la piena occupazione e una distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito (che sono tra le cause principali della crisi attuale). Per rimediare a questi difetti, Keynes propone tre linee di intervento: una redistribuzione del reddito per via fiscale (imposte sul reddito progressive ed elevate imposte di successione), l'eutanasia del rentier, e un certo, non piccolo, intervento dello stato nell'economia. La redistribuzione del reddito comporterebbe un aumento della propensione media al consumo e dunque della domanda effettiva. L'eutanasia del rentier, dunque del «potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale», renderebbe convenienti anche investimenti a redditività differita e bassa agli occhi del contabile, quali normalmente sono gli investimenti a alta redditività sociale.

Per quanto riguarda l'intervento dello stato, secondo il Keynes de La fine del laissez faire, «l'azione più importante si riferisce non a quelle attività che gli individui privati svolgono già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d'azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno prende se non vengono prese dallo stato. La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po' meglio o un po' peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto». Se i difetti denunciati da Keynes fossero stati emendati con le misure da lui indicate, questa crisi non ci sarebbe stata (talvolta i ragionamenti controfattuali sono efficaci), e d'altra parte temo sia improbabile che questa filosofia sociale sia messa in pratica oggi nel mondo occidentale.

Dunque un'uscita dalla crisi sull'asse Washington-Pechino? Un qualche negoziato tra Stati Uniti e Cina è imposto dal nuovo assetto della divisione internazionale del lavoro, ma quale sarà la strategia di Pechino? Il mondo riconosce che la Cina sta emergendo come grande potenza, ma è un peccato - scriveva di recente l'Economist - che a tutt'oggi non sempre agisca come tale.

L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda, è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?

Della necessità di una redistribuzione del reddito per via fiscale, della opportunità di una eutanasia del rentier, e della necessità di un intervento attivo dello stato ho già detto. Le politiche dell'offerta fanno parte di quel paradigma teorico, la cui accettazione da parte dei governi ha portato alla crisi attuale. La disoccupazione e il timore di perdere il lavoro innescano un circolo vizioso: consumatori e imprese riducono le loro spese, generando nuovi tagli dell'occupazione. Fino a quando i salari e l'occupazione non saranno risaliti almeno ai livelli di dieci o vent'anni fa, la crisi non sarà finita.

Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare, a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?

Se quel debito fosse stato contratto per assicurare istruzione, sanità e assistenza ai cittadini, le future generazioni non dovrebbero sopportare nessun prezzo, poiché a fronte di quel debito avrebbero oggi e domani quelle strutture e quei servizi. Il prezzo che pagheranno è la mancanza di quelle strutture e di quei servizi, a causa di un debito pubblico che è stato contratto a favore di quei privati che hanno determinato la crisi attuale.

Ho scritto un libro - afferma Giovanni De Luna, autore di Le ragioni di un decennio 1969 79. Militanza, violenza, sconfitta, memoria(Feltrinelli, pp.253, 17 euro) - che affronta vari aspetti di un tempo che era quello delle lotte studentesche e operaie del biennio 1968-69, delle stragi, del terrorismo, del compromesso storico, ma anche di una prorompente voglia di vivere, di una partecipazione politica mai così intensa e tale da delineare scenari insoliti per la nostra democrazia ».

Sono d’accordo con De Luna. Era fatale che colpiti e traumatizzati dal pesante bagaglio di stragi e dalle azioni sanguinose dei terroristi prima “neri” e poi “rossi”(o mascherati come tali) i più ricordino quel decennio come qualcosa di terribile e monotematico (gli “anni di piombo”), caratterizzato dai lutti e non da altro. Peraltro se si ricordano i terroristi e le vittime di quel periodo, si ha un quadro somigliante della situazione.

In uno studio, pubblicato nel 1984 da M. Ricci e D. Della Porta e intitolato Cifre crudeli. Bilancio dei terrorismi italiani, edito dal Mulino, si afferma «che il primo periodo individuato, gli anni tra il 1969 e il 1975, è caratterizzato dalla pressoché esclusiva presenza dei gruppi di destra. Nel caso degli episodi di violenza il peso della destra è pari al 95 per cento tra il 1969 e il 1973, all’85 per cento nel 1974 e Al 78 per cento nel 1975».

Il periodo successivo fino al 1982, anno in cui la violenza politica non si ferma del tutto, anche se registra un calo indubbio (basta pensare - per far due esempi - all’assassinio da parte delle Br dell’economista Ezio Tarantelli nel 1985 e dello storico Roberto Ruffilli nel 1987), «gli anni dal 1976 al 1982 - scrivono Ricci e Della Porta - sono caratterizzati da una spettacolare e improvvisa crescita di tutte le forme di violenza seguiti da un’altrettanto improvvisa e drastica flessione che porta infine tutti gli indicatori - con l’unica eccezione degli attentati a persone - a valori nettamente inferiori rispetto a quelli registrati financo nel 1969. Le violenze passano nel rapido giro di due anni dai 176 episodi del 1976 ai 781 del 1978 (che è l’anno del rapimento e assassinio di Aldo Moro) e in soli quattro anni scendono a 15 episodi nel 1982».

Le cifre assolute non sono ancora precise ma si trattò, senza dubbio, di molte centinaia di morti e di feriti. Peraltro il caso Moro fu quello che, per l’importanza del protagonista e i misteri non ancora del tutto svelati, che accompagnarono quell’episodio, su cui si concentrò l’attenzione dei testimoni e, fino ad oggi, anche quella degli storici che del decennio hanno parlato nei loro libri. Ma la domanda che molti si pongono oggi, soprattutto quelli che erano troppo giovani in quel periodo o non erano ancora nati, è questa: che altro è accaduto negli anni Settanta?

Da questo punto di vista, Giovanni De Luna, che di quel periodo parla da testimone ma anche da storico con un certo necessario distacco, avanza un’osservazione centrale: «In rotta di collisione con tutti gli strumenti dell’artificialismo politico, la società si rimodellò intorno a una illimitata fiducia nel progresso materiale (e nell’accrescimento dei beni e delle merci) e ai due più forti elementi di aggregazione che questo paese abbia mai sperimentato in un secolo di storia unitaria: l’unificazione del mercato nazionale della forza-lavoro, diventata fatto compiuto proprio negli anni ‘60; e la corsa al benessere diffuso e protetto (da un sistema di welfare che metteva al riparo di ogni rischio) sviluppatasi proprio negli anni ’80»”.

Il giudizio è condiviso da chi scrive anche perché, il libro di De Luna, è articolato, nelle pagine finali del saggio, con altre osservazioni che segnalano adeguatamente una serie di fenomeni che magari hanno inizio negli anni Settanta ma si consolidano nei due successivi decenni.

I fenomeni più significativi sono, a mio avviso, l’aumento del distacco tra la classe politica nazionale e la società in fase di forte trasformazione, l’incapacità delle istituzioni educative (ma anche della politica) di rielaborare il passato (quello più lontano ma anche quello più vicino) e la diffusione di un “revisionismo” storico e giornalistico non fondato sulle ricerche ma su motivazioni politiche contingenti. Nello stesso tempo, la difficoltà di trarre lezioni utili dalla crisi della Repubblica per evitare il riprodursi di contraddizioni ed errori che conducono il Paese all’agonia e al crollo del sistema politico, con la nascita nel ’92-93 non di una “seconda repubblica” (come spesso si dice) ma di una lunga e preoccupante transizione di cui oggi vediamo meglio tutti i pericoli.

Così nelle società globalizzate la convivenza tra culture differenti è diventata una caratteristica ineliminabile Nel passato la presenza dello "straniero" era sempre un dato temporaneo È necessario comprendere che le differenze sono una ricchezza inestimabile. - Pubblichiamo una parte dell´intervento tenuto in videoconferenza da al convegno su "La qualità dell´integrazione scolastica" che si è tenuto a Rimini nei giorni scorsi

Vivere con gli stranieri, che è il fondamento demografico e sociale dell´esposizione alle differenze, a una qualche sorta di alterità, non è affatto nuova nella storia moderna. Ma l´idea era grosso modo che chiunque sia alieno, straniero, diverso da te perderà prima o poi il suo carattere di straniero. La politica dominante verso gli stranieri, per la maggior parte della storia moderna, è stata una politica di assimilazione: "Voi siete qui, siete fisicamente vicini; diventiamo quindi vicini anche spiritualmente, mentalmente, eticamente", che vuol dire accettare gli stessi valori universali dove però, per "universali", abbiamo sempre inteso i "nostri" valori. Quindi, con questa prospettiva dove l´essere stranieri era soltanto uno spiacevole fastidio temporaneo, non esisteva l´idea di dover imparare a vivere con il diverso.

Ora per la prima volta nella storia moderna siamo arrivati a renderci conto che le cose non stanno così. La modernità è sempre stata un periodo di migrazioni massive di persone da un continente all´altro, da un capo del mondo all´altro, da una cultura all´altra, e la migrazione è avvenuta per necessità nelle circostanze moderne in cui le persone cosiddette in soprannumero, persone per cui non si poteva trovare una sistemazione nella loro società d´origine, non c´era spazio per loro nel nuovo ordine, nel nuovo stato avanzato del progresso economico, erano costrette a viaggiare. Tuttavia c´è una differenza: le migrazioni contemporanee hanno un carattere diasporico, non assimilatorio. Le persone che vanno in un altro Paese non ci vanno con l´intenzione di diventare come la popolazione ospite. La popolazione ospite, nativa, non è particolarmente interessata ad assimilarle.

Ci sono circa 180 diaspore che convivono a Londra, 180 diverse lingue, culture, tradizioni, memorie collettive. E il problema è che se la politica di assimilazione non è più facilmente percorribile, come possiamo vivere giorno per giorno con gli stranieri? Come possiamo comunicare, cooperare, vivere in pace senza che noi perdiamo la nostra identità e che loro perdano la loro, quindi in una coabitazione che non porta all´uniformità? In altre parole la questione non è più quella di essere tolleranti verso le persone diverse. La tolleranza in realtà è molto spesso un altro volto della discriminazione. "Sono tollerante verso le tue abitudini e le tue usanze bizzarre. Sono una persona molto aperta, sono superiore a te. Capisco che il mio stile di vita è irricevibile per te. Tu non puoi raggiungere lo stesso livello. Quindi ti permetto di seguire il tuo stile di vita ma io non lo farei mai se fossi in te". La sfida con cui ci dobbiamo confrontare oggi consiste nel passare da questo atteggiamento di tolleranza a un livello più alto, cioè a un atteggiamento di solidarietà. Dobbiamo rassegnarci al fatto che ci sono degli stranieri ma anche imparare a ricavarne dei vantaggi. La maggior parte di noi vive in grandi città. Le città sono sempre piene di stranieri e la loro presenza è inquietante perché non sai come si comporterebbero se non li tenesse a distanza, destano sospetto, fanno orrore semplicemente perché sono delle entità estranee. Gli stranieri fanno paura. Ho chiamato questa paura tipica delle città contemporanee mixofobia, la fobia di mescolarsi con altre persone, perché là dove ci mescoliamo ad altre persone in un ambiente poco familiare tutto può succedere.

Ma la stessa condizione di mescolanza con gli stranieri provoca anche un altro atteggiamento. Ci sono due reazioni contraddittorie al fenomeno, entrambe osservabili nelle città contemporanee. La seconda è la mixofilia, la gioia di essere in un ambiente diverso e stimolante. Hannah Arendt fu probabilmente la prima pensatrice moderna che ripensando a Gotthold Ephraim Lessing, uno dei pionieri dell´Illuminismo tedesco, vide in lui una delle figure più lungimiranti fra i filosofi della prima modernità. Secondo Lessing non bisogna limitarsi ad accettare il fatto che la differenza sia destinata a perdurare ma bisogna effettivamente apprezzarla, riconoscere che in essa c´è un potenziale creativo senza precedenti. Il fatto di mettere insieme esperienze, ricordi, visioni del mondo molto diverse può portare a una prosperità di sviluppo culturale. È troppo presto per dire quali potranno essere gli sviluppi perché le due tendenze contrapposte, la mixofobia e la mixofilia, hanno più o meno uguale forza. A volte prevale l´una, a volte l´altra. La questione è incerta, siamo ancora nel mezzo di un processo che non sappiamo bene come andrà a finire.

Quel che stiamo facendo nelle vie delle città, nelle scuole primarie e secondarie, nei luoghi pubblici dove stiamo accanto ad altre persone è di estrema importanza non soltanto per il futuro delle città in cui vogliamo trascorrere il resto della nostra vita, o perlomeno in cui viviamo al momento, ma è di somma importanza per il futuro dell´umanità. Viviamo in un mondo globalizzato. La globalizzazione ha raggiunto un punto di non ritorno, non possiamo tornare indietro, siamo tutti interconnessi e interdipendenti. Ciò che avviene in luoghi remoti ha un impatto formidabile sulle prospettive di vita e sul futuro di ognuno di noi. Quindi è giunto il momento di fare ciò che Lessing predisse che avremmo dovuto fare, cioè imparare ad apprezzare le opportunità create dalle nostre differenze, anziché temere le conseguenze morbose del convivere con le differenze. Ci confrontiamo con le conseguenze della globalizzazione in ogni strada delle città in cui viviamo, in ogni scuola in cui insegniamo, ma dal canto opposto per la stessa ragione, le città, le scuole sono il laboratorio in cui sviluppiamo i modi per imparare, trarre beneficio, tesaurizzare e rallegrarci per l´appunto della natura diasporica della realtà contemporanea. Non sto dicendo che si tratti di un compito facile. Confrontarsi con una sfida che i nostri antenati non hanno mai raccolto, ci pone di fronte a un compito che mette a dura prova la nostra mente e le nostre emozioni e che dobbiamo riuscire ad affrontare nel suo dispiegarsi, in corso d´opera, senza disporre di soluzioni precostituite.

Le metropoli come un regno di una creatività sociale che attende solo di essere utilizzata per migliorare le condizione di vita. È questa la proposta che lo studioso Charles Landry ha maturato in anni di esperienze nella progettazione urbanistica che lo hanno portato a lavorare non solo nella Nativa Inghilterra, ma anche negli Stati Uniti, Italia, Russia e Cina. L'uso di una categoria aperta a molteplici interpretazioni come quella della creatività non lo ha portato a una visione apologetica del «fare città» dominante. Anzi, la sua riflessione nasce dalla consapevolezza di una doppia crisi. Da una parte la difficoltà, meglio l'impossibilità per urbanisti e amministrazioni politiche di presentare progetti organici dello sviluppo metropolitano. Dall'altra, però, la consapevolezza che la gestione neoliberista delle metropoli più che risolvere i conflitti e il degrado metropolitani ha accentuato una privatizzazione dello spazio pubblico, fattore propedeutico a una feroce valorizzazione capitalistica del territorio.

Per Landry più che un ritorno ai fasti del Moderno da contrapporre al governo neoliberista delle metropoli occorre tuttavia puntare proprio a quella creatività diffusa che si manifesta nelle reti sociali, il vero, per usare le sue parole, software delle metropoli, cioè quell'elemento che rende possibile il funzionamento della città. Una tesi che accosta la sua riflessione a quella di un altro studioso, Richard Florida, che ha individuato nella creatività la linfa vitale a cui la produzione capitalistica deve attingere per garantire lo sviluppo economico. Ma con una sostanziale differenza. landry è interessato all'«Arte di fare la città», come recita il libro da poco pubblicato da Codice edizione. Dunque, non un'analisi della metropoli come atelier produttivo, bensì come habitat che consente una «buona vita» che sappia superare le miserie del presente per aprirsi a un futuro eco-compatibile. E non è dunque un caso che le sue tesi abbiano incontrato l'interesse della Banca mondiale, ma anche di movimenti ambientalisti, di architetti e urbanisti liberal.

L'intervista è avvenuta durante la sua presenza al Festival della Scienza di Genova, dove è stato chiamato a parlare del presente e del futuro delle metropoli.

Nel suo libro da poco tradotto, le città sono un crogiolo di stili di vita, di interessi confliggenti. Dunque, le metropoli come artefatti culturali?

Artefatti culturali è una buona approssimazione rispetto alla ricerca che ha caratterizzato il mio lavoro sul «fare la città». Questo però non significa che non esistano elementi «naturali», morfologici che spiegano il perché di alcune scelte di sviluppo urbanistico piuttosto che altre.

Decidere la costruzione di un centro commerciale, di una superstrada o di rendere alcune piazze strada zone off limits alle automobili dipende ovviamente dalla morfologia territoriale in cui è collocata la città. E tuttavia una città è l'esito di una negoziazione tra gli interessi sociali, economici e degli stili di vivere diversi e spesso confliggenti che in quella città si esprimono. La metropoli è sempre uno spazio pubblico popolato da formazioni sociali, classi e ceti tra loro eterogenei.

Prendiamo il continuum urbanistico che va da La Spezia e Imperia. Molti, e io concordo con loro, hanno parlato di un'unica metropoli, dove, però, si manifestano interessi specifici, locali che condizionano il lavoro degli architetti, degli urbanisti e dei decisori politici. Ci troviamo di fronte a siti urbanistici che hanno una lunga storia alle spalle, ma arrivano a fondersi senza per questo voler rinunciare, ognuno, alla sua specificità. Tutto cioè rende il governo del territorio un lavoro di negoziazione continua, di modifica incessante dei progetti urbanistici che annulla qualsiasi possibilità di un progetto organico di sviluppo urbanistico. Una negoziazione continua che non riguarda solo il territorio che va da La Spezia a Imperia, ma tutte le metropoli e che viene gestita da forme più o meno efficaci di governance. Per questo, il «fare città» contemporaneo è segnato dalla crisi del progetto moderno che pretendeva di orientare con coerenza lo sviluppo urbano. Faccio la mobilità.

Nel passato le città mettevano in contatto le persone, favorendo la crescita di relazioni sociali tra uomini e donne nati in contesti locali lontani o isolati l'uno con l'altro. La mobilità, meglio la possibilità di muoversi agilmente all'interno di uno spazio urbano è stato uno degli elementi costituitivi dello sviluppo urbano. Negli ultimi trent'anni invece questo diritto alla mobilità è stato messo in crisi da molti fattori. Per garantire questo diritto, i policy making hanno pensato che occorreva solo trovare delle soluzione tecniche. Si sono costruite superstrade, si sono demoliti interi quartieri, in una negoziazione continua tra gruppi, classi sociali diversi, che rendevano il progetto iniziale solo un decalogo di buone intenzioni. Ma in una metropoli c'è sempre asimmetria di potere. Alla fine vinceva chi aveva più potere, anche se le decisioni finali venivano presentate come soluzioni tecniche.

Con questo vuol sostenere che la valorizzazione economica dello spazio è diventato l'unico parametro che oriente le scelte delle amministrazioni politiche?

La risposta non può essere netta, perché chi punta a una valorizzazione economica dello spazio urbano incontra sempre resistenza da parte degli abitanti. Ho avuto il piacere di studiare e vivere per un periodo di tempo a Bologna, rimanendo affascinato dalla geometrica armonia della parte storica della città. La Bologna antica rifletteva un progetto di città che emergeva con facilità dall'organizzazione urbanistica dello spazio. Se però ci spostiamo nella parte nuova della città è difficile trovare traccia di un progetto urbanistico coerente. Non sono un nostalgico e non propongo certo di ritornare a quel modo antico, medievale di «fare città», ma sono propenso a a sostenere che è difficile un'idea di metropoli per il ventunesimo secolo.

Leggendo il suo libro, ho trovato molti echi della riflessione di Georg Simmel sullo spirito della metropoli o delle pagine di Walter Benjamin sulla «Parigi capitale del ventesimo secolo». Ma nella sua riflessione sull'«arte di fare la città» le forme di vita contemporanee sono un apriori immutabile nel tempo...

Non ho studiato approfonditamente Walter Benjamin, mentre conosco bene l'opera di Simmel e concordo con la sua tesi sul fatto che nelle metropoli si manifestano eterogenei gli stili di vita.

D'altronde, l'arcano del «fare città» consiste proprio nel trovare soluzioni su come organizzare uno spazio affinché si possono manifestare e al tempo stesso trasformare le relazioni sociali di una società. In una città è «naturale» demolire edifici, strade, piazze per costruirne altri. Finora gli urbanisti hanno ritenuto che il loro lavora finiva quando era stata trovata una soluzione appunto urbanistica. Ma una metropoli riflette forme di vita e, allo stesso tempo, favorisce la loro trasformazione. Il problema è come avviene questa trasformazione. Prendiamo, ad esempio, la città interculturale, concetto molto usato in anni recenti dagli urbanisti, architetti e policy making. Trovo il concetto interessante per un motivo che trascende dall'idea che nelle città contemporanee sono presenti «stranieri». Come dicevo prima, le città sono da sempre il luogo dove gli stranieri possono incontrarsi. La città interculturale deve però dare una risposta a un rovello logico: posso anche accettare le differenze, ma cosa accade se io sono diverso da quanto stabilito come codice culturale e norme dominanti? È questa la sfida del ventunesimo secolo. Purtroppo, quando si discute di metropoli lo si fa sempre e solamente da un punto di vista amministrativo per rispondere a difficoltà tecniche: qual è il percorso migliore per spostarsi da A a B, quale soluzione ottimale per costruire un grattacielo. Gli urbanisti, gli architetti e i policy making sono cioè interessati a migliorare l'hardware della città, ma non al software che la fa funzionare, crescere, trasformare. I luoghi diventano cioè dei vincoli dotati di una sacralità oggettiva che non si può infrangere, mentre gli uomini e le donne che vivono la città sono degli accessori.

Nei suoi testi le metropoli sono luoghi in cui si manifesta una creatività diffusa, che consente sia di innovare che migliorare le proprie condizioni di vita indipendentemente da quanto viene deciso politicamente. Gli uomini e le donne possono dunque autogovernarsi?

La «città creativa» è un concetto maturato negli anni Ottanta, quando molte metropoli sono state interessate da profonde trasformazioni urbanistiche. Ciò che emergeva era una sorta di capacità progettuale diffusa che prospettava soluzioni creative, cioè innovative del vivere metropolitano. Mi riferisco a città come Barcellona, Glasgow, Cracovia, Manchester. Venivo chiamato come consulente per prospettare soluzioni «creative» a seri problemi sociali, economici e ambientali. Ponevo sempre l'accento sulla necessità di una maggiore comprensione e conoscenza di quanto accadeva nei quartieri interessati dai progetti di qualificazione urbana, invitando a valorizzare la capacità degli abitanti a prospettare soluzioni ai loro problemi. Gli urbanisti o i decisori politici mi guardavano allibiti come se fossi un romantico utopista. Era molto frustrante, ma poi è accaduto che alcuni amministratori hanno accettato la sfida, definendo percorsi che prevedevano, nella progettazione urbanistica, il coinvolgimento di chi la città la abita. Abbiamo così scoperto che la creatività non è una prerogativa individuale, ma l'esito di dinamiche sociali molto dense, ricche. La metropoli non è solo un luogo in cui si consuma una vita segnata da insicurezza, fragilità, sofferenza, ma anche un contesto che può valorizzare le capacità collettiva di immaginarla come una realtà «amica».

Non può però negare che le metropoli siano anche luoghi di emarginazione, di diseguaglianze, di razzismo istituzionalizzato, di sfruttamento?

Le metropoli sono anche questo. Per affrontare e risolvere i problemi da lei indicati occorrono soluzioni radicali, ma soprattutto creative. L'idea di città creativa che ho elaborato risponde appunto alla capacità di favorire la partecipazione, come dite voi in Italia, popolare. Per fare questo, però, va ridefinito il rapporto tra governanti e governati, considerando quest'ultimi non accessori, ma una risorsa indispensabile per migliorare la vita nelle città. La «città creativa» è però solo una scintilla, ma poi la prateria può bruciare secondo dinamiche inizialmente non prevedibili. Le cito un esempio che conosco bene. La Ruhr è una delle regioni tedesche più inquinate. Quando il governo locale ha deciso di riqualificare città e siti industriali si è posto il problema dell'uso di energie rinnovabili e non inquinanti. Ma per fare questo doveva coinvolgere gli abitanti, in particolare modo i comitati ambientalisti che denunciavano il livello intollerante del degrado ambientale.

A anni dal lancio del programma si riqualificazione della Ruhr molte cose rimangono da fare, ma quel progetto è considerato una sorta di modello che ha avuto successo. L'architetto prospetta infatti soluzioni bio-compatibili; gli urbanisti si pongono il problema di come dotare le città, i quartieri di parchi pubblici e di come favorire la mobilità utilizzando ad esempio il trasporto collettivo. È di questo incendio che parlo quando sostengo che la città creativa è solo una scintilla.

Una proposta dolcemente in controtendenza con la logica neoliberista dello sviluppo metropolitano....

Negli Stati Uniti, ma non solo, la critica alla privatizzazione degli spazi pubblici ha dato vita a una vivace e importante discussione. Nonostante il fatto che il neoliberismo sembrasse l'unico orizzonte in cui collocare scelte politiche rispetto allo sviluppo urbanistico possiamo dire che ha subito una sconfitta sul campo. Questo non significa che non ci siano più metropoli gestite secondo quella logica. Più realisticamente il neoliberismo non ha mantenuto le sue promesse - sicurezza, maggiore benessere, riduzione dell'inquinamento. Inoltre, la mia esperienza mi ha portato a scoprire una grande competenza, passione, capacità tra i dipendenti pubblici nel poter prospettare buone soluzioni per le metropoli che amministrano. Occorre dunque recuperare questa bacino di conoscenza rimasto per anni silente. Infine, va rilegittimata, dopo anni di denigrazione da parte dei neoliberisti, la valorizzazione della città come spazio comune che va sottratto alle politiche di privatizzazione.

L’egemonia berlusconiana ha significato il trionfo del populismo, che è la base di ogni fascismo. Le democrazie vivono di dubbi e verifiche, di libera circolazione di notizie e di teorie complesse. Le ideologie liberali, come quelle socialiste, pur opposte, attribuiscono entrambe il cattivo funzionamento della società al sistema e non ai singoli individui. Il populismo abolisce la complessità, vive di certezze, di controllo dell’informazione e di teorie semplici. Attribuisce ogni problema a una causa umana, alla presenza di un gruppo di nemici e traditori infiltrati nel sistema e responsabili di ogni problema. Il populismo è una sequela infinita di pogrom contro l’ebreo di turno. Nella fase finale del populismo di Berlusconi, i pogrom mediatici si sono intensificati fino al parossismo: gli immigrati, i magistrati indipendenti, i giornalisti disfattisti, gli insegnanti, i "fannulloni", i cattolici dissidenti e così via.

L’egemonia culturale del berlusconismo, proprio nel senso classico gramsciano, è confermata dal successo di questo modo di ragionare, o di non ragionare, attraverso teorie del complotto, anche in vasti settori dell’opposizione. Il populismo di sinistra (?) diffonde teorie del complotto che spiegano il berlusconismo come l’avvento di una banda di malfattori piovuti da Marte nel cuore dello Stato. Il giornalismo di sinistra (?) spiega ogni problema con la presenza di una o più caste, politici o magistrati, industriali o sindacalisti, infiltrate al comando a dispetto della sana volontà popolare. La stessa lotta alla mafia prescinde dal sistema per concentrarsi su questo o quel clan, su questo o quel boss o padrino, meglio se assai pittoresco, analfabeta, in giacca di fustagno e lupara a portata di mano.

Il successo della grande semplificazione di Berlusconi, accettata come metodo anche dagli avversari, ha prodotto una perdita collettiva di senso e di memoria. Siamo ridotti come il paese di Macondo, che dovrà un giorno rinominare gli oggetti. Nel trionfo generale della teoria del complotto, si è persa la distinzione fra vero e falso, o meglio, fra realtà e finzione. Svanita la patina di modernità degli inizi, il berlusconismo ha portato nella società italiana una ventata di reazione che si manifesta in uno stato di panico permanente nei confronti di ogni novità del mondo moderno. L’elenco è lungo: l’immigrazione, il crescente ruolo delle donne, le scoperte della medicina, la globalizzazione dell’informazione attraverso la rete, l’integrazione europea, la rivoluzione ecologista, la fine del bipolarismo e il successivo tramonto dell’impero americano.

Ciascuna di queste opportunità è diventata fonte di paura per l’italiano medio, da esorcizzare con i peggiori luoghi comuni reazionari. La reazione più sguaiata è diventata pensiero unico, ma con l’astuzia di presentarsi come folgorante intuizione di modernità e addirittura coraggiosa tesi minoritaria, accompagnata da lagne vittimiste. Gli storici dilettanti sedicenti revisionisti che rilanciano la vecchia proposta dei governi Scelba di equiparare i repubblichini di Salò ai partigiani hanno l’improntitudine di proclamarsi perseguitati dalla defunta "egemonia culturale della sinistra". L’intero dibattito pubblico è del resto orientato dai media sulla centralità delle tesi più regressive, o anche di pure e semplici idiozie. Per avere la certezza di conquistare la ribalta mediatica ormai basta sparare una fesseria qualsiasi, purché molto reazionaria, e si scatena un’infinita discussione sul nulla. Ed è questo che colpisce all’estero: non tanto le vicende di Berlusconi, quanto la regressione dell’Italia intera in una visione premoderna.

Sempre più spesso capita che la letteratura possa aiutare le analisi di urbanisti, i quali si spera possano integrarle presto di nuove citazioni da troppo tempo ferme a Calvino di «Le città invisibili».

Nel libro di Giorgio Falco «L’ubicazione del bene» (Einaudi, 141 pagine, 16 euro) la scena è importante, si svincola dal ruolo di sfondo e si prende la parte grande. L’abitato, con le sue fattezze, conta almeno quanto i protagonisti abitanti; irrompe continuamente con annotazioni tecniche puntigliose che attraversano i racconti: dall’inserzione allettante e palesemente ingannatrice dell’agenzia immobiliare alla perizia estimativa a supporto degli atti d’acquisto. Colpisce la doppia cifra del linguaggio. Già nel titolo che allude ambiguamente al bene, al valore dei valori - il bene opposto male - e insieme al bene immobiliare in terra, descritto con la prosa dei catasti e delle conservatorie dei registri. La casa, bene materiale per eccellenza, è l’obiettivo che nel libro di Falco si realizza a prezzo elevato, come sanno quelli che convivono con il mutuo di lungo corso: il bene, ubicato in qualche agognato luogo abitabile, nell’indistinta trama dell’extraurbano lombardo (ma potrebbe essere in tanti altri posti), è il presupposto di una vita migliore; un atto notarile può decidere la felicità di una famiglia che realizza il suo sogno «a un quarto d’ora dalla Tangenziale Ovest», come dice l’ingannevole pubblicità.

Cortesforza: nell’eden di villette dove s’intrecciano le angoscianti storie che racconta Falco, il bene non c’è. Forse non è rintracciabile neppure il male in quel groviglio di drammi che sottintendono la casa e la sua location, i debiti contratti nello sfondo che divorano parte consistente del reddito, il lavoro che tiene lontani dal bene finalmente in proprietà, mentre gli affetti evaporano, le ambizioni tutte si dissolvono gradualmente, le frustrazioni dominano ogni momento della vita dentro e fuori l’ambiente domestico, cioè vicino e lontano dal bene.

C’è soprattutto la coppia potsmoderna (?) che si affanna a tenere la famiglia unita, animali compresi: coniugi che non hanno la forza di lasciarsi e decidono di «mettere in cantiere un figlio», disavventure che sottintendono avventate intraprese, incomprensioni, una disfatta che si rispecchia a Cortesforza. Un topos letterario, ma tra Corsico e Vermezzo, qualcosa di simile c’è, tante volte, e non potrebbe essere molto lontano da lì o da un qualsiasi altro posto «avvantaggiato» da tangenziali e svincoli; accessibile in modo agevole (si fa per dire) solo in automobile, altro bene indispensabile per raggiungere la meta: la villetta monofamiliare con giardino, mito incontrastato dell’abitare sublimato dalle fictions televisive americane; sintesi individualista, identica a quelle a fianco; stesse abitudini: il centro commerciale più vicino il sabato, il tosaerba e il barbecue la domenica, di nuovo in auto nell’ingorgo interminabile del lunedì mattina.

Nel Paese delle mille città, diverso dall’America, la scelta antiurbana della villetta nel verde nei pressi di uno raccordo è stata alimentata dai messaggi televisivi e sostenuta dalla speculazione edilizia che da decenni produce periferie insensate che divorano il paesaggio agricolo superstite, e insieme storie di ceti medi avviliti dentro questi spazi socialmente contraddittori. Storie che appartengono in modo indistricabile a luoghi così e, chissà perché, non riesci a immaginarle nelle strade e nelle piazze dei vecchi centri.

Oltre i luoghi c’è la commedia umana nel racconto di Falco, impietoso e insieme distaccato; sarà il lettore, se ne avrà voglia, a immedesimarsi nei crucci dei protagonisti e a compatire lui o lei nelle disillusioni ricorrenti. «Il giorno del quinto compleanno di suo figlio, lui compra un camper usato. Lei preferirebbe una casa ma non possono permettersi una casa al mare o in montagna».

postilla

Con un paio di generazioni di ritardo (ma non rispetto al recente film con Di Caprio e Winslet) arriva anche la nostra Revolutionary Road , saga dell’alienazione suburbana dove la banalità diventa tragedia e viceversa. Un po’ meglio, e un po’ peggio, come ovvio, rispetto al modello originale, ma va anche tenuto conto che personaggi e ambienti di Falco sono quelli del terzo millennio, della globalizzazione, della precarietà. La cosa buffa, se così si può dire, è che Roggio è stato fin troppo buono nella sua recensione, forse anche oltre le intenzioni: chissà se Sandro è mai stato in quella striscia di ex campagna “tra Corsico e Vermezzo”, coi capannoni ammucchiati su una sponda del Naviglio, gli arredo bagno persi nei campi dall’altra, e le file di villette a fare da skyline a certi tramonti pieni di catarifrangenti. Perché Cortesforza non c’è, come non c’era ovviamente una Revolutionary Road fra i parcheggi delle balere e le rolling hills del suburbio newyorkese all’epoca delle Levittown. Cortesforza, lo scrittore se l’è inventata, non tanto per evitare le querele di qualche sindaco, villettaro, lottizzatore, ma molto probabilmente per licenza poetica, per poter introdurre qualche variante urbanistico-narrativa, qualche oscillazione nelle destinazioni d’uso dei personaggi e degli ambienti. Che lì “fra Corsico e Vermezzo” manca del tutto. Chi non l’avesse ancora letto lo legga, magari partendo dal piccolo estratto che ho riportato tempo fa su Mall (f.b.)

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