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Due recenti libri sulla crisi della democrazia rappresentativa. Il primo è di Maria Rosaria Ferrarese che affronta, ne La governance tra politica e diritto, le soluzioni che stanno emergendo nei sistemi politici occidentali incapaci di fronteggiare la globalizzazione. Gaetano Azzariti, ne Diritto e conflitti, analizza invece le contraddizioni del costituzionalismo nel registrare la natura dei conflitti sociali, culturali e di classe della contemporaneità

Come e perché ripensare la democrazia? È questa la principale domanda che pervade due volumi da poco in libreria. Quasi identica a quella che il filosofo d'origine tunisina Yves Charles Zarka pone in apertura al libro collettivo Repenser la démocratie (Armand Colin) a un nutrito gruppo di filosofi, giuristi, storici, sociologi. Nel nostro caso ci troviamo dinanzi a una sociologa del diritto, Maria Rosaria Ferrarese, autrice di La governance tra politica e diritto (Il Mulino, pp. 218, euro 18); e a un costituzionalista, Gaetano Azzariti, Diritto e conflitti. Lezioni di diritto costituzionale (Laterza, pp. 418, euro 35), un nome che i lettori de il manifesto conoscono assai bene per i suoi commenti e contributi sui duraturi «conflitti istituzionali» del nostro paese. Sin dai titoli si comprende che entrambi i lavori partono da un'analisi critica delle esperienze giuridiche, fortemente orientata a indagare i nessi istituzionali, politici e sociali dei modi di produzione del diritto, nella crisi delle categorie fondanti la modernità giuridica: statualità, democrazia rappresentativa, supremazia della legge, centralità del parlamento.

L'intento esplicitato da Ferrarese è quello di studiare la «governance come sfida alla, o come aggiustamento della democrazia»; o come interrogazione critica della «tradizionale geografia istituzionale costruita dallo stato moderno». Si parte da un dialogo/conflitto serrato tra «le sfide della governance» e le «presunzioni della democrazia rappresentativa», dapprima ponendo l'accento sulla «crisi della legislazione», l'insufficienza del clivage diritto pubblico/diritto privato e l'impossibile, reale divisione dei poteri. Siamo al centro della polarità tra costituzionalismo delle garanzie, limitazione dei poteri e governance prodotta da quella soft law che non pensa più il diritto come «formulazione normativa», ma piuttosto come «funzione, come risultato, come effettività». Sono le «impossibilità della rappresentanza» dinanzi alle «possibilità del costituzionalismo»: il deperimento «dell'ingegneria della delega» ai rappresentanti del popolo, lo sconfinamento territoriale oltre le frontiere perimetrate dalla democrazia istituzionale, il radicale mutamento delle società dopo l'«impoverimento» causato dalla crisi economica delle classi medie, massificate e individualizzate al contempo, pericolosamente sospese tra populismo, spettacolarizzazione delle pulsioni e «gestione professionale delle percezioni collettive». Si profila quindi la rivendicazione di nuove forme di partecipazione politica, la centralità della tutela delle minoranze, la riscrittura di nuove agende sociali e l'affermazione di inedite forme di produzione giuridica.

Ferrarese indaga da tempo il rapporto tra common e civil law nell'epoca globale, tra la tendenziale americanisation du droit e la necessaria, ma incompiuta, capacità di autotrasformazione della tradizione giuridica continentale, anche a fronte di un diritto comunitario spesso autoreferenziale.

Le fabbriche della legge

In questo oramai quarantennale cantiere si afferma la governance, come «esercizio del potere e produzione di norme giuridiche» attraverso strumenti e procedure che «legano soggetti, gruppi, comunità ai centri di potere»; ma anche come «modalità istituzionale» aperta, flessibile, a «geometria variabile», in un «panorama giuridico privo di centro e affidato a meccanismi di conflitto tra norme e di competizione tra ordinamenti». Nei due capitoli centrali della sua ricostruzione, Ferrarese indaga la «governance giudiziaria» e quella «contrattuale». Da una parte riprendendo «il precedente americano» della garanzia giurisprudenziale nella democrazia maggioritaria e il «dialogo tra Corti» nel diritto europeo dell'ultimo cinquantennio. Dall'altro esplorando la governance of contract, a partire dall'antropologia dell'homo oeconomicus, nell'esperienza del New Public Contracting thatcheriano, nel diritto globale della lex mercatoria, delle law firms e delle altre «istituzioni della globalizzazione» economica e finanziaria.

In questo quadro la governance diviene «succursale della democrazia»: approfitta delle incapacità della rappresentanza politica per instaurarsi al centro di una «competizione tra gli interessi», rispetto alla quale le istituzioni finiscono per divenire strumento della gouvernementalité foucaultiana, quasi riproducendo la «concezione cristiana del governo pastorale»; mentre in altri momenti si torna a una sorta di postmoderno medioevo della regolazione giuridica.

Eppure è possibile intravedere nelle procedure di governance una «tendenza al decentramento», alla frammentazione dei poteri, alle possibilità del controllo diffuso da parte di un'opinione pubblica attiva, dotata di accesso libero alla rete, alla «sperimentazione dal basso di meccanismi di partecipazione», oltre la dimensione contrattuale e giurisprudenziale della governance tradizionale. È lo spazio post-democratico dei soggetti invisibili alle istituzioni centralistiche dello Stato nazione, così come alla disseminazione immateriale della globalizzazione tardo-capitalista: la scommessa è quella di immaginare forme del conflitto all'altezza del mutamento di paradigma avvenuto nei sistemi istituzionali e di produzione normativa.

La dinamica costituzionale

E proprio di Diritto e conflitti si occupa Gaetano Azzariti, in un volume che ha il notevole pregio di essere sia un itinerario di lezioni di diritto costituzionale, che una proposta di ripensamento dei fondamenti teorici e istituzionali del costituzionalismo moderno e contemporaneo, alla luce della «dinamica dei conflitti»: un lavoro che necessita di un confronto ben più approfondito, che può essere solo suggerito e accennato in questa occasione.

La prima parte del libro ricostruisce il «diritto come norma sociale, regola di condotta» della convivenza, in cui «l'oggetto della scienza giuridica» si apre «alla società e alla complessità della realtà sociale» e l'ordinamento giuridico è inteso come «istituzione normativa e sociale». Rimane senza risposta la domanda sulla «costruzione del consenso sociale, che è sempre artificiale, ma può anche essere fortemente manipolata, nonché vacuamente spettacolare». È questo il punto di partenza dell'analisi critica proposta nella seconda, assai più ampia parte del volume: il rapporto tra «ordinamenti e conflitti» alla luce di una loro «composizione autoritativa», piuttosto che di una «soluzione procedurale», ipotesi alle quali viene preferita la «legittimazione dei conflitti» nella transizione dal «potere del demos alla sovranità della Costituzione».

È un'ampia e suggestiva cavalcata nel pensiero politico e giuridico della tradizione occidentale, che prende le mosse da una radicale e inappellabile critica della «composizione autoritativa dei conflitti», cui consegue il rifiuto della logica capitalistica dietro al «funzionalismo scettico di matrice nichilista», che può essere combattuto anche «in forza di un illuminismo disincantato e critico» e non necessariamente «contrapponendo una visione dogmatica e determinista»: «oltre al nulla del nichilismo, il costituzionalismo e la storia». In questo senso il «paradigma procedurale» di soluzione dei conflitti e il «normativismo» di matrice kantiana e kelseniana si mostrano insufficienti dinanzi alla portata innovativa di «conflitti irriducibili».

Qui si parte dalle figure tragiche di Antigone e Socrate, passando per la «resistenza passiva» di Tommaso e giungendo alla potenza razionalizzatrice della «gigantesca macchina dell'obbedienza» hobbesiana, capace di influenzare tanto il pensiero liberale del «costituzionalismo moderno di Locke», quanto «quello radicale e democratico» di Rousseau. Quel Rousseau che per Azzariti diviene il viatico alla «sovranità della costituzione»: l'affermazione post-rivoluzionaria del «nuovo patto sociale», che limita e divide i poteri, garantendo anche i «diritti fondamentali» dell'individuo; è l'avvio del lungo percorso che porta alla «democrazia pluralista o costituzionale». Affascinanti e coinvolgenti sono le pagine sul Rousseau «fomentatore del cambiamento», «critico dell'ideologia», promotore di un «radicalismo eversivo». Affascianti e coinvolgenti perché evidenziano la possibilità di intraprendere un percorso eterodosso verso una radicale trasformazione dell'esistente, anche tra le maglie oscure e a volte insondabili della governance postmoderna.

La democrazia del tumulto

L'ipotesi di contrastare la corrotta finanziarizzazione dell'economia ipercapitalista e «la crisi del modello politico incentrato sullo stato» (Ferrarese), a partire, piuttosto che dalla previsione di leggi intese come «limitazioni dell'azione», dalla creazione di «nuove istituzioni», post-rappresentative e non statali, che siano, usando una frase del Gilles Deleuze studioso di Hume, «modello positivo di azione». La sensazione che la centralità dei conflitti nel maturo capitalismo globale si dispieghi dalla necessaria lotta per la condivisione e trasmissione del sapere, inteso come bene comune, che già Condorcet definiva istruzione pubblica (contro la giacobina educazione nazionale), antagonistica tanto alla dimensione privata, che a quella statuale. E che intorno all'eccedenza della conoscenza si stia giocando tanto il massacro, prima generazionale e ora anche sociale, dell'ultimo trentennio in Europa, quanto le attuali, irriducibili rivolte sulla sponda meridionale del Mediterraneo.

È questo un sottile, ma duraturo filo rosso che lascia però del tutto aperta la dimensione creativa delle nuove forme di regolazione giuridica, sicuramente oltre le «buone pratiche» di una good governance. Se dovessimo elencare «buoni esempi» e modi per produrre il diritto, verrebbe da pensare alla democrazia del tumulto del Machiavelli dei Discorsi, che avremmo voluto trovare ricordata nel lavoro di Azzariti: «perché i buoni esempi nascono dalla buona educazione, la buona educazione dalle buone leggi, e le buone leggi da que' tumulti che molti inconsideratamente dannano».

La democrazia ha sempre cercato di fare i conti con questo sentimento che muove gli spossessati contro il potere. Nella modernità è però prevalso l'invito a cercare una politica del giusto mezzo che tenga ai margini chi dissente. Oggi si preferisce addomesticarlo con la gestione del capitale umano e la meritocrazia. Ma dopo il fallimento del socialismo reale occorre di nuovo partire da questa passione per pensare la rivoluzione

«Ormai hanno già sfasciato tutto, cassette delle lettere, porte e scale. Il policlinico, dove curano gratis i loro fratelli e sorelle più piccoli, lo hanno demolito». Lucido nel suo sconcerto rispetto alle prospettive della guerra civile che da trent'anni va in scena nelle banlieue francesi, Hans Magnus Enzensberger riportava in un libro pubblicato agli inizi degli anni Novanta (Prospettive sulla guerra civile, Einaudi) i commenti di un assistente sociale davanti alla violenza autistica degli immigrati di seconda generazione di origine araba o africana contro le strutture di primo soccorso che governano la marginalità sociale.

In queste cupe ammissioni di impotenza si riconosce un'«internazionale dei misantropi», sarcastica definizione con la quale Peter Sloterdijk ha descritto in Ira e tempo (Meltemi, pp. 283, euro 21,50) la muta degli uomini nauseati che sopravvive ai margini e nelle pieghe delle società del precariato di massa. Notte dopo notte, e di insorgenza in insorgenza, questi misantropi declassati si disgregano in isolati stordimenti, colpiscono l'ordine costituito con rigurgiti di rabbia il cui unico effetto è quello di rafforzare l'alienazione quotidiana. Nelle scuole, negli uffici, nelle attività illegali necessarie alla sopravvivenza, ecco spalancarsi una terra di mezzo dove la pauperizzazione della classe media s'intreccia con la disperazione del sottoproletariato metropolitano.

Da quando è fallita quella che Sloderijk chiama la «banca dell'ira» del comunismo, il magnete che ha attratto per più di un secolo le energie timotiche mondiali contro il capitalismo (dal greco thymos, l'ira o furore degli eroi omerici), le energie sembrano disperdersi in riti collettivi poco più che simbolici. Nessun ideale canalizza il furore distruttivo delle masse spossessate in una violenza civilizzata. Una volta estinto il dispositivo che ha trasformato la guerra sociale in guerra di classe, sembra che non ci sia più limite alla psicopatologia delle passioni tristi che svuota come un tarlo l'anima, trasformando l'ira in risentimento o recriminazione.

La marea dell'umor nero

Gli unici che per Sloterdijk avrebbero accarezzato il pelo della bestia sono gli islamici fondamentalisti i quali, dopo l'11 settembre, hanno inaugurato una «banca dell'ira regionale» capace di ricondurre i furiosi al culto della trascendenza teologica. Una previsione di corto respiro, smentita dalle rivoluzioni tunisine e egiziane che hanno sospeso l'ipoteca fondamentalista sull'ira, canalizzandola verso una domanda di libertà e democrazia. In questa ed altre ricostruzioni è molto forte la tentazione di declinare l'ira come un veleno iniettato da un genio maligno in un organismo che tende naturalmente ad un equilibrato governo dell'umor nero. È la posizione di Sofocle per il quale l'ira è la ragione dell'accecamento di Edipo che uccide il padre in un quadrivio per una questione di precedenza tra carri.

Ma la passione furente è qualcosa in più della rabbia che si prova ad un semaforo. È una passione civile ed è il «nervo dell'anima», scrive Platone che distingue l'ira giusta da quella ingiusta. L'animo irascibile è thymos gennaios, è nobile quando lotta contro l'ingiustizia. Esso non è prerogativa esclusiva dei «Re-filosofi», ma investe quella parte della città popolata dalla classe dei guardiani. Solo quando entra nel ristretto perimetro dei governanti (e degli intellettuali), l'ira diventa degna e civile. Colui che più di ogni altro è riuscito in questa impresa è stato Aristotele. Nell'Etica nicomachea l'ira è il desiderio di vendetta accompagnata dal dolore per una palese offesa arrecata alla propria persona o a qualcuno a noi legato. Non vendicarsi dell'offesa ricevuta crea vergogna. Sopportare l'oltraggio è un atteggiamento da schiavi.

L'ira è inoltre un fattore di equilibrio tra il governo di sé e quello degli altri, scrive Remo Bodei (Ira. La passione furente, Il Mulino, pp. 135, euro 14). Le correnti cristiane che si sono riconosciute in Paolo e in Agostino, fino alla Scolastica e a Dante, vedono nella «santa ira» di Gesù contro i mercanti nel Tempio il tentativo di costringere gli uomini ad entrare in contatto con se stessi, sollevandosi da una peccaminosa indegnità. «Adiratevi e non peccate - ha scritto Paolo - il sole non tramonti sul vostro sdegno». Perché questo sia possibile è necessario un lungo addestramento come si fa per i cavalli imbizzarriti. Si inizia da piccoli, con l'educazione al linguaggio, l'imposizione di una postura corporea, accedendo infine all'obbedienza ad un principio morale o teologico.

Anche in questo modello resta tuttavia un non-detto. L'ira è una passione fisiologica ed individuale che facilita la meditazione sulla trasformazione del mondo, e non solo di se stessi, ma resta una prerogativa riservata all'uomo (maschio e bianco) che coltiva la mitezza come ideologia della medietà tra la furia e la depressione. La marea iraconda viene drenata dalla diga del giusto mezzo, cioè dall'innata moderazione delle istituzioni democratiche che devono sedare l'ingiustizia. Non si contano, infatti, gli alambicchi psicologici, sociali e giuridici attraverso i quali la democrazia corregge i propri errori e redistribuisce una quota minima di giustizia agli scontenti. Ma cosa succede quando sono queste stesse istituzioni ad incarnare il torto sulla terra? Chi può dare voce al dissenso quando è la stessa democrazia ad essere ingiusta?

L'odio della democrazia

È difficile trovare una risposta visto che sin da Platone il popolo, gli schiavi e i diversi, gli stranieri si sono visti negare il diritto alla partecipazione agli affari della polis. Persino Spinoza ha negato la dignità dell'ira alle donne. Gli esclusi dalla democrazia sono tutti come Medea, la donna posseduta dagli immansueta ingenia dei popoli incolti dotati di temperamento selvaggio e intrattabile. In un perverso gioco di specchi, la democrazia preferisce non dare voce al suo indocile ingegno imponendo al contrario una rigida disciplina che la rende mite in superficie e crudelmente diseguale nel sottosuolo.

Davanti all'odio feroce per il popolo, come per tutti i soggetti che la democrazia bandisce incurante dei diritti fondamentali che dovrebbe garantire, sono ancora in molti a coltivare la fede in un galateo delle passioni capace di bruciare il risentimento in attesa che le porte della città si aprano per tutti. Il conato che strozza il misantropo, l'odio che zittisce i declassati, l'ira degli esclusi e dei banditi non troveranno mai pace attorno al banchetto delle buone maniere, della valorizzazione del capitale umano e dell'ineffabile meritocrazia che viene ammannita nella scuola e nell'università italiane.

Le rivoluzioni moderne hanno dato una forma alla grandiosa indignazione contro questa follia. Non di bestiale competitività, o di ipocrita comprensione, hanno bisogno per vivere gli immansueta ingenia, ma di una vigorosa redistribuzione della ricchezza e di innovazione intellettuale e produttiva. Ma, in tutta evidenza, queste rivoluzioni non sono riuscite a tirare le briglie al veleno del risentimento, né alla burocrazia della violenza. La principale vittima è stato il comunismo, l'ultimo vascello che ha navigato nell'oceano dell'ira. Per seguire la direzione della sua deriva è senz'altro preferibile seguire l'analisi che Ètienne Balibar ha sviluppato nel recente Violence et civilité (Gallimard, pp. 417, euro 35). Il comunismo, per il filosofo francese, è stato il tentativo di «civilizzare» l'ira del popolo e la sua violenza.

Walter Benjamin e Rosa Luxemburg, vittime anch'essi di un'atroce violenza, hanno forgiato un'attitudine che non riduce l'ira ad una forma logica o, peggio, biografica. Essa è stata considerata invece il dispositivo politico attorno al quale costruire una più ampia dialettica tra la violenza dei dominanti e l'anti-violenza delle pratiche rivoluzionarie. Lo Stato e il mercato non sono gli unici agenti della violenza contro la quale il popolo moltiplica mimeticamente i suoi effetti distruttivi. È piuttosto il popolo a creare un contro-veleno attraverso una serie di strategie di emancipazione indipendenti dalle strutture istituzionali in cui anch'esso vive.

L'appetito della bestia

«Prima di sognare di fare educare il popolo dallo Stato - ha scritto Marx nella Critica del programma di Gotha del 1875 - non converrebbe pensare al modo in cui il popolo potrebbe rieducare vigorosamente lo Stato?». Ispirandosi alla sottigliezza di questo rovesciamento dialettico, Antonio Gramsci - e con lui il marxismo contemporaneo da Ernesto Laclau sino a Antonio Negri - ha chiarito che una politica rivoluzionaria non è semplicemente l'esercizio di una contro-violenza di classe, ma l'invenzione di una nuova «civiltà» nella quale il dissidio politico viene affrontato partendo «dal basso», cioè dal pluralismo costitutivo della società.

È vero, nessuna di queste soluzioni sembra avere soddisfatto l'appetito della bestia. Chi ha a cuore una nuova «civiltà dell'ira» dovrebbe quindi invitare tanto gli uomini, quanto le donne, a fare personalmente esperienza dei suoi effetti ambivalenti. Se così fosse, l'ira non verrebbe più considerata uno strumento politicamente neutro che gli oppressi scagliano contro lo Stato, come credeva anche Lenin. Al contrario, entrerebbe a far parte di una politica che permette agli oppressi di ribellarsi contro la «servitù volontaria» e la «barbarie» di cui sono i principali attori.

Per questa ragione non bastano le insurrezioni popolari per fare una rivoluzione. Serve una riflessione di secondo grado sulle aporie del programma di emancipazione universale. Ed è proprio sulla rottura tra rivolta e rivoluzione che la tradizione marxista ha perso colpi. Estinta questa tradizione non è tuttavia detto, conclude Balibar, che le sue premesse politiche non valgano ancora oggi. Rivoluzione è sottrarsi alle antinomie del potere e, di conseguenza, a quella tradizione sacrificale che risponde alla violenza con un'analoga contro-violenza. Per farlo, però, non bisogna accettare di restare nella posizione sociale imposta dal potere. Meglio allora cambiare posizione con gli altri che condividono lo stesso desiderio. Diventare attivi quando invece ci vorrebbero passivi e, viceversa, sottraendosi ad un futuro già scritto. Chi ha detto che non stia accadendo proprio questo nell'area euro-mediterranea, a due anni dall'inizio della crisi?

Nella raccolta di scritti su come rigenerare la speranza e in un saggio sul valore politico dell'indignazione, il filosofo e sociologo Edgar Morin pone la necessità di una politica della trasformazione dopo il crollo del socialismo reale, la crisi ambientale e finanziaria che stanno mettendo in discussione l'egemonia dell'economia di mercato. Un appassionato percorso teorico che prende atto anche dell'incapacità della sinistra reale di fornire risposte adeguate ai conflitti nel capitalismo contemporaneo

Strano percorso intellettuale, quello di Edgar Morin. Comunista negli anni Quaranta del Novecento, come molti altri intellettuali di quel periodo perché vedevano nel partito comunista la forza politica più adatta per combattere il fascismo e il nazismo, prese rapidamente le distanze dal partito appena finita la guerra. Continuò la sua militanza politica in piccoli gruppi libertari a sinistra del Pcf, fino a quando considerò inadeguato anche il marxismo per sviluppare una filosofia della storia e una concezione di rapporti sociali propedeutici alla liberazione dallo stato di necessità rappresentato dal capitalismo. Cominciò da allora un percorso intellettuale che lo portò ad interessarsi del rapporto tra scienza e società, di psicoanalisi, di teoria della complessità.

Eclettico, questo è l'aggettivo più usato per indicare la sua erranza da un tema all'altro. Eppure Edgar Morin è uno studioso rigoroso. Si può dissentire dalle sue tesi, ma è indubbio che il suo percorso intellettuale è segnato da una ferrea coerenza. Coerenza nel sostenere che non sono i rapporti sociali di produzione il punto di partenza per una analisi critica della realtà; rigore nel denunciare le condizioni di illibertà, assoggettamento a un potere che aliena le possibilità di una vita al riparo dalle costrizioni imposte dalla ragione economica. Due sentimenti e uno stile teorico che, nonostante la progressiva presa di distanza da qualsiasi filosofia politica «totalizzante», non hanno mai impedito a Morin di rivendicare, certo con leggerezza e disincanto, il fatto che lui è sempre rimasto un uomo di sinistra, perché ritiene le parole d'ordine della rivoluzione francese - libertà, eguaglianza e fraternità - intimamente legate l'una all'altra. Ci può essere libertà, ma solo se ci sono eguaglianza e fraternità, ha spesso ripetuto nelle sue interviste. Un filo rosso, quello della triade repubblicana francese, con cui ha sempre intessuto le sue analisi, fino a quando, provocatoriamente, ha invitato a compiere un gesto ritenuto, chissà perché, inattuale: tornare, cioè, a studiare Marx, perché la teoria della natura umana del filosofo di Treviri è ritenuta un forte antidoto e un indispensabile strumento per contrastare la riduzione dell'essere umano a merce.

Un riformismo d'altri tempi

Quando sarà tempo di fare una storia delle idee che hanno segnato la presenza degli intellettuali nella scena pubblica tra gli anni Ottanta del Novecento e il primo decennio del nuovo millennio sarà interessante capire il perché molti studiosi sono stati a un certo punto considerati radicali, sebbene radicali non lo siano mai stati. Edgar Morin è uno di loro (lo stesso, in Italia, lo si potrebbe dire per Luciano Gallino), sebbene la sua opera abbia continuamente perseguito il tentativo di coniugare efficacemente democrazia e mercato. Ed è su questo crinale che Morin ha sviluppato spesso molte critiche alla sinistra politica francese e non solo. In questa raccolta di scritti da poco pubblicata - La mia sinistra, Erickson Editore, pp. 252, euro 18,50 con una presentazione di Nichi Vendola e una postfazione di Mario Ceruti - la sua insofferenza verso le scelte del partito socialista francese emerge con molta evidenza, così come è forte il richiamo a qualificare con una forte tensione utopica qualsiasi programma politico di riforma della società. Senza irriverenza, si può infatti dire che Morin è un riformista d'altri tempi, ma questo non significa una sua mancanza di attenzione ai conflitti del presente. E quando scrive che l'inizio del nuovo millennio coincide con la rivolta di Seattle, non lo fa perché ritiene che il movimento cosiddetto altermondialista possa essere ritenuto una riedizione del comunismo, ma perché quel movimento ha ripreso nel fango le bandiere che portano le scritte «liberté, egalité, fraternité», dando ad esse però non una costrizione nazionale, bensì una dimensione globale, planetaria.

Ed è allora interessante seguire la riflessione politica di Edgar Morin, in quanto espressione di un'attitudine critica che prende atto del fallimento del socialismo reale - società peggiori di quelle contro cui si ergevano, sostiene Morin - e che invece riprende filoni minoritari della sinistra novecentesca, come ad esempio l'antiutilitarismo, la riflessione di Karl Polany o il socialismo municipalista francese. È dunque importante individuare le ripetizioni e i détournements che emergono dagli scritti di Morin rispetto a queste teorie politiche che attirano rinnovata attenzione dai movimenti sociali. In primo luogo, il filosofo francese ritiene che un consolidato giudizio negativo sul socialismo reale non inibisca, ma anzi rafforzi progetti politici di riforma del capitalismo. Soggetti centrali di questi progetti politici sono i delusi del «comunismo» e del Sessantotto. Uomini e donne non pacificati rispetto alle ingiustizie che caratterizzano il capitalismo. Accanto a loro, le tante esperienze di solidarietà dal basso che puntano a rafforzare legami sociali incentrati su chiari e forti principi. Da qui, la necessità di difendere lo stato sociale, contrastando il razzismo e il sessismo.

L'ecologia che verrà

Elemento fondante della sinistra auspicata da Morin è però la sua concezione della natura umana, che fa leva su una lettura «umanistica» della nozione marxiana di individuo sociale. L'unicità di un singolo, sostiene Morin, è data solo se si riconosce l'interdipendenza degli uni con gli altri. E in questa interdipendenza trova radice un cosmopolitismo che rifiuta il richiamo al suolo, al sangue e alla specificità culturale, cioè i virus letali del nazionalismo etnicista, della xenofobia e del populismo. Allo stesso tempo, l'«individuo sociale» di Morin non può che constatare gli effetti distruttivi dello sviluppo economico e industriale sull'ambiente. L'ecologismo del filosofo francese non si nutre di decrescita, ma della convinzione che il potere della tecnostruttura sia sfuggito al controllo umano. Il problema è dunque quello di ricondurre la scienza e la tecnologia a finalità compatibili con l'ambiente e alla necessaria ridistribuzione della ricchezza, sia a livello locale che globale.

Dentro il mondialismo

Un ecologismo, dunque, non normativo né prescrittivo, perché sorretto da una visione della democrazia intesa come presa di parola di visioni del mondo e interessi divergenti con eguale legittimità. Nessun amore, quindi, per astratte procedure, ma adesione a una concezione «processuale» della democrazia, che assume tratti radicali, data l'incapacità della storica cultura politica del movimento operaio di fornire risposte all'insieme di problemi che il «mondialismo» pone. La crisi dello stato-nazione, certo, ma anche lo svuotamento del welfare state in nome di un individuo proprietario, figura idealtipica egemone del capitalismo contemporaneo. Una radicalità, quella di Morin, che corre il rischio di dissolversi in una semplice testimonianza di una alterità che non riesce a trasformarsi in un agire politico perché disincarna l'individuo sociale dalla materialità dei rapporti sociali dominanti. Morin indica cioè un metodo per affrontare la realtà contemporanea - un pensiero multidimensionale che mette sempre in discussione ciò che ha acquisito - ma rispetto alla risposta sul «che fare» si limita a una tassonomia delle esperienze di resistenza. Manca cioè quel doppio movimento dove l'interpretazione della realtà è già un atto per trasformarla.

L’Italia precipita in una rovinosa "democrazia del conflitto". Come è evidente, si fronteggiano due forze. Da una parte c’è lo Stato, con le sue ragioni e le sue istituzioni. Il simbolo dello Stato, oggi più che mai, è Giorgio Napolitano. Dall’altra parte c’è l’Anti-Stato, con le sue distorsioni e le sue convulsioni. Il paradigma dell’Anti-Stato, ormai, è Silvio Berlusconi. Dall’esito di questa contesa dipenderà l’assetto futuro del nostro sistema politico e costituzionale. La giornata di ieri fotografa con drammatica evidenza questa contrapposizione irriducibile tra due modi diversi di vivere la cosa pubblica e di interpretare il proprio ruolo nella "polis". Il capo dello Stato, in un’intervista al settimanale tedesco Welt am Sonntag, tenta di ricucire il tessuto lacerato delle istituzioni.

Si fa interprete dell’esigenza di responsabilità che si richiede alla politica e del bisogno di normalità che chiede il Paese. Si fa ancora una volta custode della Costituzione. Non per conservarla staticamente, ma per farla agire dinamicamente nella naturale dialettica tra i poteri. Questo vuol dire Napolitano, quando parla dei processi del premier osservando che si svolgeranno «secondo giustizia»: il nostro sistema giurisdizionale, incardinato coerentemente nel meccanismo della garanzia costituzionale, gli permetterà di difendersi davanti ai tribunali, di far valere le sue ragioni di fronte ai suoi giudici naturali.

Si tratta solo di riconoscere la legittimità dell’ordinamento giuridico e la validità dei suoi codici.

Si tratta solo di accettare l’irrinunciabilità di un principio che sta alla base della convivenza civile: la legge è uguale per tutti, tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. In altre parole, si tratta solo di riconoscere lo Stato di diritto, di difenderlo come una missione, e non di subirlo come una maledizione.

Invece è proprio questo che Berlusconi ha fatto e continua a fare. Il capo del governo, nel suo ormai rituale messaggio domenicale ai promotori della libertà, fa l’esatto opposto di quello che ha fatto e continua a fare Napolitano. Allarga lo strappo istituzionale, esaspera lo scontro tra i poteri, rilancia le «riforme della giustizia» a una sola dimensione: non quella dei cittadini, che chiedono un sistema giurisdizionale più equo, più rapido e più efficiente, ma quella del premier, che esige una magistratura umiliata, delegittimata e subordinata alla politica. Spaccare il Csm, separare le carriere, stravolgere i criteri delle selezioni dei giudici della Consulta, reintrodurre l’immunità parlamentare come mezzo per assicurarsi l’impunità politica, rilanciare la legge – bavaglio per negare ai pm l’uso di un prezioso strumento investigativo come le intercettazioni e per negare all’opinione pubblica il diritto di essere informata su ciò che accade negli scantinati del potere. Tutto questo non è nobile «garantismo liberale», ma truce avventurismo politico. Non è alto «riformismo costituzionale», ma bassa macelleria ordinamentale. «Atti insensati», quelli della Procura milanese? Piuttosto sono «atti sediziosi» quelli del premier. Ed è penoso, per non dire scandaloso, che su alcuni di questi atti trovi una sponda anche nel centrosinistra, che non sa più distinguere tra le leggi varate nell’interesse di una persona e quelle varate nell’interesse della collettività.

Con queste premesse, lo Stato di diritto non si difende né si migliora: va invece abbattuto e destrutturato. Questa è oggi la posta in gioco. Questa è la portata della guerra tra il Presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio. Una guerra asimmetrica tra un capo del governo che l’ha dichiarata e la combatte ogni giorno, e un capo dello Stato che non l’ha mai voluta e ora tenta di disinnescarla. Ma in questa guerra, di qui al 6 aprile, il Cavaliere trascinerà ogni cosa. Trascinerà il governo, trasfigurato in una trincea dove l’unico motto di generali e luogotenenti è «credere, obbedire, combattere».

Trascinerà il Parlamento, trasformato nel «tribunale del popolo» che dovrà opporsi a qualunque costo al tribunale di Milano. Trascinerà il Paese, che non ha bisogno di «rivoluzioni» populiste né di pulsioni autoritarie, ma urgente necessità di una strategia per tornare a crescere, produrre ricchezza e occupazione, a offrire opportunità alle donne e futuro ai giovani. Questa è e sarà la guerra delle prossime settimane. Proprio per questo, in un momento così difficile, dobbiamo essere grati a Napolitano. Senza il suo Presidente, l’Italia sarebbe un’altra Repubblica.

«Monocratica», non più democratica.

Attrarre pubblici, costruirsi le strutture, diffondere un'immagine appropriata - sono qualità decisive per ogni città che voglia affermare (nel mondo globale) una propria identità culturale riconoscibile e competitiva. Tutto questo richiede tempo e fatica, ma si distrugge in pochi attimi con lo spoil system.

Prendiamo Roma. La città di Argan e Petroselli, tra effimero e «progetto Fori», capace di sedurre il ministro della cultura di Mitterrand, Jack Lang; e - dieci anni dopo - la città del Colosseo che si illuminava contro la pena di morte e delle notti bianche di Veltroni... È diventata la città buia di Alemanno, che dopo due anni persi inseguendo la Formula 1 all'Eur (o la demolizione di Torbellamonaca), scopre più di duecento campi nomadi ignoti al Campidoglio. Senza la fantasia tolkieniana di Umberto Croppi, come non vedere che l'estate romana si è trasformata in un ristorante di scarsa qualità e alti prezzi, allestimenti tutti uguali e programmi in saldo estivo; che l'ambiziosa Festa del Cinema, senza più nessuna ambizione di competere con Venezia, ha perso comitato scientifico, le punte più radicali del team di programmatori, una metà del suo budget, e si prepara a ribattezzarsi Festa del Cinema e della Fiction (per rendere più visibile il ruolo della Regione Lazio)!

Questo destino da Beckett di dopolavoro è del resto già toccato alla Casa del Cinema di Villa Borghese. L'Auditorium - Parco della Musica non è più presieduto da una personalità della cultura ma da un imprenditore, con le prevedibili conseguenze che possiamo immaginare. Il contributo del Comune all'Azienda Autonoma Palaexpò (che comprende anche le Scuderie del Quirinale) scende da 8 a 2 milioni di euro, rimettendosi per il proprio futuro al portafoglio privato di Emanuele Emmanuele. Il Macro (come del resto il Maxxi) rischia, sempre per i tagli, la chiusura a pochi mesi dall'inaugurazione del nuovo ingresso. L'Opera si affida all'uso improprio del nome di Riccardo Muti per coprire un più che ordinario tran tran, il Teatro di Roma non ha trovato di più di Gabriele Lavia. Villa Borghese è visibilmente abbandonata ai vandali, non si chiudono nemmeno più i cancelli del Giardino del Lago la notte... I «teatri di cintura» e la Casa del Teatro non hanno altro futuro che quello che vorrà Zetema, il manager (monopolista e scelto dal potere politico) al posto dell'autonomia della cultura. Dove è restato l'intellettuale, lo si è scelto «uso a obbedir tacendo» (alla Casa del Cinema e della Fiction Caterina D'Amico, che non ha nemmeno chiesto a Mauro Masi perché Rai Cinema - di cui era amministratore delegato - doveva acquistare i diritti di trasmissione del film di Dragomira Bonev, quasi al prezzo del Caimano...).

Lo spoil system di Roma può persino apparire un modello di rispetto del principio di continuità istituzionale rispetto a quanto sta accadendo a Napoli. In odio a Bassolino se ne abbattono non i simulacri ma le cose buone che aveva fatto. Qualcuna era già caduta da sola, come il Museo Aperto lungo i Decumani; o si era deteriorata come il Maggio dei Monumenti. Ha un tremendo valore simbolico che - dopo quindici anni - questo Capodanno si sia interrotta la tradizione di aprire l'anno nuovo con un'installazione di un grande artista contemporaneo - Paladino, Kounellis... - in Piazza Plebiscito. Eduardo Cicelyn, direttore del Madre, un museo d'arte contemporanea che l'Europa ci invidia per il luogo in cui sorge, Palazzo Donnaregina, per la qualità architettonica con cui è stato allestito da Alvaro Siza, e per il valore delle sue collezioni e delle sue mostre, è sottoposto da più di un anno alla macchina del fango. Il Napoli Teatro Festival dopo tre anni chiuderà i battenti, col programma 2011 già stampato e con fondi europei che dovranno essere restituiti, perché si sono voluti licenziare tutti i suoi dipendenti (compreso il direttore artistico Renato Quaglia) e dimissionarne d'autorità il consiglio d'amministrazione. I pretesti sono degni della favola dell'agnello e del lupo: al Teatro Stabile di Napoli, il Mercadante, c'è una flessione delle presenze in sala, e senza ricondurla alla campagna denigratoria contro il suo direttore artistico Andrea De Rosa, se ne nomina un altro, che ha il pregio di essere particolarmente gradito a Gianni Letta (noncuranti di dover pagare per almeno un anno una doppia direzione artistica).

Che questo accada è perfettamente conforme alla politica per la cultura del Governo Berlusconi. Tagli al Fus; tagli persino al tax shelter per il cinema; trasformazione della Rai, azienda pubblica, nella copia conforme della Fininvest, con Mauro Masi a fare da cane da guardia; tagli al bilancio del ministero dei Beni culturali; crolli a Pompei; desertificazione delle sopraintendenze; Colosseo affidato a Della Valle; spada di Damocle sospesa sull'editoria; un ministro che diserta Cannes, Venezia e Scala di Milano; soppressione della Direzione generale per il paesaggio e l'architettura contemporanea ... La legge Gelmini, la soppressione del Cnr, i panini con la Divina Commedia di Tremonti, il furore anti '68 (comodo capro espiatorio), il «piano casa», la tragica menzogna dell'Aquila «ricostruita» sono in perfetta sintonia con un quadro che ha un chiaro significato: il lavoro intellettuale non ha più futuro in Italia, se non accetta di diventare una variante dell'industria della pubblicità. Anziché i «cattivi maestri» delle università, si consigliano Daniela Santanchè, Fabrizio Corona e Lele Mora. Quello che sorprende è l'incapacità politica delle opposizioni, a partire dal Pd, di farne la questione centrale, quella che meglio può disegnare partendo dal negativo il futuro possibile dell'Italia dopo Berlusconi.

Dice il presidente del Consiglio che un golpe morale è in atto contro di lui, e che a cospirare sono le procure, i giornali, le donne che domenica hanno manifestato contro un premier giudicato indegno della carica che ricopre.

Dice ancora, anticipando quella che sarà la sua strategia difensiva: «Io sono un uomo separato e sono libero di fare quel che voglio a casa mia. Vogliono farmi dimettere e basta». Sventola la bandiera della libertà, grida al lupo indicando il Tribunale di Milano che ieri l´ha rinviato a giudizio con rito immediato per concussione e prostituzione minorile, ma in questo suo sventolare c´è qualcosa che non va. Pur occupando il potere, non cessa di presentarsi come uomo privato, nella cui vita nessuno può interferire. S´identifica addirittura col piccolo mugnaio di Federico II, che ai soprusi del despota replicò: «C´è pur sempre un giudice a Berlino». Al tempo stesso, nella qualità di uomo pubblico, accampa diritti a un´impunità che nessun cittadino o mugnaio possiede.

Difficile sottrarsi al dubbio che si mimetizzi nella folla, diventandone il megafono, per meglio centralizzare un comando che non tollera contropoteri. Nella Fattoria degli Italiani cui anela, tutti sono eguali ma ce n´è uno, lui, più uguale degli altri. Tutti devono rispondere dei propri atti davanti alla legge ma non lui né la sua cerchia, che vive nella crepuscolare terra di nessuno dove pubblico e privato si confondono. Quando vuol nascondersi si rifugia nel privato, reclamandone l´inviolabilità. Quando passa al contrattacco cinge la corona e decreta: il mio corpo coincide con il re e non si tocca. Non si tocca neppure quello della mia corte, che condivide i miei privilegi finché mi resta fedele. Tutto sta a muoversi di continuo da una casella all´altra. Giolitti diceva di Mussolini: «Il fascismo è come una trottola, se si ferma cade».

Non è questo, d´altronde, il motivo per cui volle scendere in politica, fra il ´92 e il ´94, come si scende in uno scantinato per sfuggire il giudizio della pòlis? Non è, la sua, un´ininterrotta battaglia contro l´obbligatorietà dell´azione penale, sancita dalla Costituzione nell´articolo 112? Le parole che Fedele Confalonieri disse nel 2000 a («La verità è che se non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera con l´accusa di mafia») lui non le ha mai smentite. Il presidente di Mediaset aggiunse anni dopo su La Stampa: «Trattare non gli piace. Gli riesce difficile prendere atto che la democrazia pone dei freni. Le leggi ad personam le fa per proteggersi. Se non fai la legge ad personam vai dentro». Confalonieri non parla solo del capo ma della sua cerchia («Noi saremmo in galera»). Ambedue sono unti dalle urne.

È da questi scantinati che sgorgano le parole fatali escogitate anche oggi per confondere le menti: la democrazia concepita come libertà di ciascuno (Premier compreso) di fare quel che desidera; l´accusa di moralismo rivolta a chi respinge tali idee; l´allergia a ogni freno che fermi l´arbitrio del capo. Questa commedia degli errori (il privato è pubblico, il pubblico è privato, sono io a decidere cos´è morale, democratico, lecito) ha la forza dell´inafferrabilità perché continuamente gioca con le funzioni, le definizioni, piegandole a proprio piacimento. Non c´è parola detta nello spazio pubblico che non venga subito trasformata in flatus vocis, in nominalistica emissione di suono che si sperde fra altri suoni sino a divenire inaudibile scheggia di un dibattito dove ogni fumo pesa tranne la non fumosa verità dei fatti, e dei reati.

È quel che accade da anni, ogni volta che vengon poste questioni concrete che riguardano la separazione fra Stato-Chiesa, o la domanda di giustizia uguale per tutti, o l´etica richiesta a chi esercita funzioni pubbliche e non è quindi la copia esatta del comune cittadino, avendo secondo la Costituzione speciali doveri di «disciplina e onore» (art. 54). È qui che s´alza la nebbia: trasformando il concreto in astratto, sottomettendo ogni questione alle preferenze di chi, detenendo il potere politico e quello dell´informazione, decide dove finisce l´arbitrio, dove inizia la legge. A questo serve lo storpiamento di vocaboli come morale, laicità, giustizia. Serve a uccidere la laicità, soprannominata laicista. A soffocare la giustizia, detta giustizialismo se applicata con rigore. La morale è il freno più infame, e per svalutarla riceve il timbro di moralismo. Se potesse, Berlusconi si scaglierebbe contro il Decalogo, chiamandolo decalogismo. Già è accaduto. Hitler già se la prese con «il Dio del Sinai e i suoi insopportabili Non devi». Non c´è tabù che non sia esecrato dai poteri assoluti.

A questo deturpamento delle parole si dà il nome di liberalismo, con disinvoltura. Un liberalismo talmente sfrondato che neppure il tronco sopravvive: ridotto al diritto di fare quel che piace, senza ingerenze; impoverito da un laisser faire che già tanti mali ha fatto all´economia di mercato. Un liberalismo che s´inventa una storia breve, invece della lunga che ha sotto i piedi, e nulla sa del pensiero repubblicano da cui discende, secondo il quale sovrano, anche in democrazia, non è il popolo con le sue effimere passioni ma la legge che dura.

A queste condizioni la pòlis è ordinata: che sia abitata da cittadini partecipi perché bene informati, che non faccia degenerare la libertà in sopraffazione dei forti sui deboli. Che tutti si assoggettino alla legge e riconoscano l´utilità pubblica delle virtù private. Per pensatori liberali come Locke, Tocqueville, John Stuart Mill, non c´è libertà, se l´autorità suprema non è la legge. La nostra Costituzione dice la stessa cosa. Il popolo è sovrano, nell´articolo 1, ma nell´articolo 54 «tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi».

Quando Berlusconi decreta che la sua condizione di indagato è decisa solo dalle urne dice qualcosa di affatto indigesto per i liberali, perché la sovranità popolare senza separazione dei poteri e sottomissione alla legge di ciascuno (popolo, governi, chiese) è la volontà della maggioranza, e di poteri che pretendendo rappresentare un tutto diventano paralleli, rivali dello Stato. Tocqueville li riteneva letali, in democrazia: «Esiste una sorta di libertà corrotta, il cui uso è comune agli animali e all´uomo, e che consiste nel fare tutto quel che piace. Questa libertà è nemica di ogni autorità: sopporta con impazienza ogni regola. Con essa, diventiamo inferiori a noi stessi, nemici della verità e della pace». Sono anni che discutiamo di questo in Italia: se la legge abbia ancora un significato, se la morale pubblica sia una bussola o una contingenza. È ora di deciderlo e chiudere la discussione.

Il bersaglio di chi si ribella a simili vincoli è la morale (per i poteri ecclesiastici è la laicità), descritta come sovversiva, giacobina. Ma anche qui l´equivoco è palese: nello stesso momento in cui si atteggiano a anticonformisti minoritari, i ribelli si riscoprono giacobini tutori di valori morali non negoziabili, e con tutta la forza della maggioranza negano al singolo la libertà di morire naturalmente, non attaccato alle macchine. Tanto più grave il silenzio della Chiesa sull´etica pubblica. In fondo questa dovrebbe essere l´occasione di far vedere che il suo spazio nella pòlis non è paragonabile a quello di cricche e cose nostre. Se vuol rinascere, la Chiesa non può non rompere con Berlusconi, a meno di non divenire anch´essa potere sfrenato e parallelo. L´appello di Bagnasco a «più trasparenza» è tardivo e inadeguato.

Ezio Mauro ha giustamente difeso la breve vita del partito d´azione, soprattutto torinese. È vero, c´era un forte afflato morale nell´azionismo: forse si spense per questo, lasciandoci tuttavia in eredità il pensare onesto di Norberto Bobbio, Vittorio Foa. Senza gli azionisti non avremmo la Costituzione che abbiamo, la sua benefica laicità, la sua versatilità. Chi li bolla come moralisti teme come la peste che rinasca un´alleanza fra sinistra e liberali, in difesa dell´etica pubblica. Il mondo cui aspira l´antimoralista è la Fattoria degli Animali, dove non la legge comanda ma un unico capo, circondato da cerchie di bravi che a nessuno rispondono se non a lui.

Di Puritani, in Italia, Paese cattolico iper-accomodante, con una Chiesa pronta, oggi più che mai, a compromessi di basso profilo, non ce ne sono mai stati molti. C’è soprattutto il melodramma, “I Puritani”, libretto patriottico dell’esule bolognese conte Carlo Pepoli e musica, sublime, di Vincenzo Bellini, specie quando canta la Maria (Callas). I Puritani erano calvinisti e pure riformatori tutti d’un pezzo, alla Oliver Cromwell per intenderci, che guidò contro il re, uno Stuart, l’esercito “parlamentare”, processando e decapitando il sovrano anti-Parlamento.

Ho la vaga impressione che Giuliano Ferrara non conduca questa sua urlante campagna contro i Puritani e i Moralisti in nome della privacy sul “puttanaio” (a Milano, una volta, avrebbero liquidato il protagonista con un “t’el disi mi, a l’è ‘n purcùn”, ora invece molti solidarizzano). Bensì in nome dell’ossequio dovuto a questo re di denari che “si distende” certe sere, a Palazzo Grazioli o ad Arcore, compiacendosi del reclutamento di “nipotine” (una mania), di play-girls dichiarate. Per lui la donna è questo. Il fatto è che si deve dar ragione sempre e comunque all’“anziano dongiovanni”, con panzotta, gamba corta e una capigliatura a moquette, al tragicomico re di denari che la stampa estera più seria chiama da anni (vedi l’Economist) “the jester”, il buffone, che Ferrara stesso, in un attimo di lucidità, definì “inetto a governare”, che però da Palazzo Chigi, ha invaso quasi tutta la tv e altra ne vuole invadere. Egli tiene a libro-paga un esercito, come non succedeva neppure ai tempi della “fabbrica del consenso” a Mussolini che, almeno, il Parlamento l’aveva chiuso e non parlava in nome della libertà, e le sue amanti (una, Margherita Sarfatti, era davvero colta e intelligente) non si sognava di metterle “in politica”.

Ora vuol controllare anche i tak-show, anche l’ironia, selezionare chi fa l’ “opinionista”, e mettere ovunque gente sua, a libro-paga. Fate caso a quelli che vanno in tv a gridare, insultare, interrompere, dileggiare: sono stipendiati dei giornali non di destra ma “della famiglia”, gente che fa affari con la “sua” pubblicità, o parlamentari ex Fininvest, e così via. Tutti, oggettivamente, a libro-paga. Con eccezioni così rare (Piero Ostellino) da risultare patetiche e da metter voglia di dirgli: “Cosa fai lì? Ma vieni via.” Ci sono sempre stati, giustamente, giornalisti conservatori. Contro il primo centrosinistra, contro il Concilio Vaticano II, c’erano Enrico Mattei, Domenico Bartoli, Panfilo Gentile, Augusto Guerriero, lo stesso Indro Montanelli, ma a nessuno sarebbe venuto in mente di pensare che fossero a libro-paga di qualcuno. E allora capisci tutto. Anche l’odierna campagna urlante contro Puritani e Moralisti.

Non si è ancora spenta l'eco della Giornata della Memoria che già incalza la ricorrenza del giorno del Ricordo, senza che si sia riflettuto a sufficienza sulla confusione che si è rischiato di creare (e che almeno per una parte politica si è voluta creare deliberatamente) fra le due circostanze, allo scopo di sdrammatizzare il crimine dello sterminio degli ebrei ad opera di nazismo e fascismo e di enfatizzare viceversa il dramma delle foibe istriane come simbolo italiano dei crimini del comunismo. Tuttavia non è a questo nodo irrisolto che oggi intendiamo rivolgere la nostra attenzione, anche se esso si presta singolarmente a rappresentare in modo emblematico l'ambiguità o meglio ancora l'agnosticismo storico e storiografico della cultura politica che oggi predomina nel nostro paese.

Torniamo al giorno del Ricordo. Non riprenderemo cose che abbiamo ripetutamente ricordato proprio su questo giornale per contribuire a evitare e a controbattere le strumentalizzazioni e le menzogne degli irriducibili di una memoria a senso unico che sarebbe ipocrisia non definire filofascista. Siamo come sempre convinti che non si debba approfittare della data del 10 febbraio per rinfocolare il dolore e il risentimento dei familiari delle vittime né tantomeno per speculare sulla sorte delle centinaia di migliaia di persone che a seguito degli assetti postbellici sono state costrette a rifarsi una esistenza fuori dai territori d'origine. Non è una storia unicamente italiana, è una storia comune a molta parte della società europea sconvolta dal secondo conflitto mondiale ma con una specificità italiana che si richiama al passato fascista. Opportunamente il presidente della Repubblica invita a non strumentalizzare il ricordo, anzi a superare ogni tentazione strumentalizzatrice. Nessuno come noi è consapevole che questa è l'unica condizione perché si verifichi l'auspicio del presidente che le circostanze all'origine del ricordo del 10 febbraio entrino durevolmente nella memoria non solo ufficiale ma in quella collettiva di Italia, Slovenia e Croazia. Ma perché questo accada e non sia soltanto un superficiale gesto diplomatico bisogna che sull'oggetto del ricordo non rimangano ambiguità o mezze verità: si ricordino senza mezzi termini gli antecedenti delle stragi del 1943-'45. Bisogna che la storia della dominazione italiana della Venezia Giulia, sulla quale studiosi italiani e sloveni negli ultimi decenni hanno fornito contributi illuminati, diventi conoscenza di dominio pubblico, sottratta alle ipoteche di una vecchia storiografia nazionalista e alla propaganda di nuovi irriducibili nostalgici. Mascherati da democratici: come definire, se non maschera, l'atteggiamento di ieri del presidente della Camera Gianfranco Fini che in modo a dir poco negazionista ha annunciato a Trieste che bisogna revocare le onorificenze a Tito e ad altri dirigenti della lotta partigiana jugoslava contro l'occupazione nazifascista che riempì i Balcani di stragi rimaste assolutamente impunite?

Tra breve uscirà un importante studio sul «fascismo di confine» cui auspichiamo larga diffusione perché la riflessione storica di lungo periodo e di larga impostazione possa contribuire a uscire dal provincialismo e dalle strettoie dei patriottismi di confine. Ma vogliamo ricordare anche che sui resti del campo di concentramento di Arbe manca tuttora un segnale, un cippo o altro, che menzioni le responsabilità del fascismo e per esso dello stato italiano.

Come non consentire con le considerazioni del presidente della Repubblica sulla comunanza di interessi e sulle prospettive di pace che dovrebbero indurre i popoli e gli stati sulle due sponde dell'Adriatico a collaborare e a trovare motivi per compiere un cammino comune. Purtroppo esiste ancora una questione balcanica e i bombardamenti della Nato non hanno contribuito a scioglierne i nodi, forse ne hanno complicato l'intreccio. La distruzione della Jugoslavia ha scatenato le ambizioni di influenza delle potenze; gli stati minori che ne sono derivati vivono di indipendenza apparente, le nazionalità in nome delle quali si sono inventati interventi umanitari si rispettano solo perché si trovano sotto libertà vigilata dalla presenza di contingenti militari internazionali. Dare loro una prospettiva positiva sarebbe urgente e necessario, ma l'Unione europea sinora non ha dato segnali forti di preoccuparsene.

Sull’argomento vedi anche in eddyburg gli articoli di Corrado Staiano, Claudia Cernigol, Simonetta Fiori, Enzo Collotti, Giacomo Scotti, Paolo Rumiz.

Nessuno si è chiesto che cosa sarebbe successo se a Mirafiori avessero vinto i no. Non è una domanda peregrina; in fin dei conti i sì hanno vinto per pochi voti. Se avessero vinto i no, Marchionne, i sindacati gialli (Cisl, Uil, Fismic e compagnia) e Sacconi (in rappresentanza di un governo che non esiste più) avrebbero subito uno smacco ancora maggiore; ma nei fatti non sarebbe successo niente di diverso da quello che accadrà. Con la vittoria dei sì gli operai andranno in Cig per almeno un anno. Quando, e se, Mirafiori riaprirà, la situazione in Italia e nel mondo potrebbe essere molto cambiata. Nel frattempo verranno costituite, a Pomigliano, a Mirafiori, e poi in tutti gli altri stabilimenti Fiat, tante nuove società (all'inglese, NewCo) che assumeranno con contratti individuali e vincolanti gli operai che serviranno. Alla Zastava (l'impianto serbo della Fiat) ne stanno scartando tantissimi. A Mirafiori, con un'età media di 48 anni, un terzo di donne e un terzo con ridotte capacità lavorative, a essere scartati saranno forse ancora di più. Poi cominceranno ad arrivare motori, trasmissioni e pianali prodotti negli Usa per essere assemblati con altre componenti di varia provenienza, trasformati in suv e Jeep (che è l'«archetipo» di tutti i suv) e rimandati indietro: fino a che l'«esportazione» dagli Usa in Italia di quei motori e pianali non avrà raggiunto un miliardo e mezzo di dollari, come da accordi presi tra Marchionne e Obama. Poi si vedrà: di sicuro cesserà quell'avanti e indietro di pezzi tra Detroit e Torino che non ha senso; e per Mirafiori bisognerà trovare una nuova produzione e, forse, un nuovo «accordo». Ma non è detto che ci si arrivi: il prezzo del petrolio è tornato a salire; il Medio Oriente (il serbatoio delle auto di Oriente e Occidente) è in fiamme; quei suv, che due anni fa Marchionne aveva escluso di poter produrre in Europa, potrebbero non trovare acquirenti neanche negli Usa. Se invece il «colpo grosso» di Marchionne sulla Chrysler andrà in porto, la direzione del nuovo gruppo unificato emigrerà negli Usa. Gli operai che hanno votato sì non si sono affatto assicurati il futuro.

E se avessero vinto i no? Marchionne avrebbe dovuto comunque «esportare» in Italia (e dove, se no?) motori e pianali per poi reimportarli montati; perché esportare dagli Usa vetture finite per un miliardo e mezzo di dollari gli è assai più difficile. E nemmeno avrebbe potuto montarli in uno stabilimento del Canada (come aveva minacciato), o del Messico (dove monta la 500); perché sono entrambi paesi del Nafta e le esportazioni verso quell'area non contano ai fini dell'obiettivo imposto da Obama.

L'investimento, poi, sarà lo stretto necessario (il cosiddetto «accordo» di Mirafiori non include nessun impegno su questo punto e Marchionne ha detto e ripetuto che tutto dipenderà da come andrà il mercato). Ma con due stabilimenti e 10.000 e più addetti in Cig per un anno, per Fiat la perdita di ulteriori quote di mercato in Europa è certa; e sarà sempre più improbabile arrivare a esportare dall'Italia un milione di vetture nel 2014, come previsto dal piano Fabbrica Italia, anche includendo i 250mila suv assemblati a Mirafiori e trasferiti a Detroit, che sono un po' un gioco delle tre carte. Lasciamo poi perdere gli altri 18 e rotti miliardi di investimenti previsti dal piano...

Ma che cosa sarà la Fiat nel 2014? Una serie di marchi governati da Detroit e tante società (NewCo) distinte quanti sono gli stabilimenti (o anche più: a Mirafiori ce ne sono già diversi); ciascuna delle quali avrà produzioni indipendenti. La Zastava produrrà auto Fiat, ma Mirafiori produrrà auto Chrysler e Alfa (se questo marchio non verrà venduto), mentre Fiat Poland lavorerà sia per Fiat che per Ford. Così, se «il mercato» lo richiederà, anche gli stabilimenti italiani ex Fiat potranno lavorare in tutto o in parte per la concorrenza. Insomma, quello che gli «accordi» di Pomigliano e di Mirafiori stabiliscono è che Fiat-Chrysler sarà una cosa e le NewCo, con gli operai legati al «loro» stabilimento da un contratto individuale, sono un'altra; e che ciascuna andrà per la sua strada: potrà essere chiusa, o venduta, o data in affitto, o lavorare «in conto terzi», senza che ciò abbia alcuna ripercussione sugli altri stabilimenti e sugli altri lavoratori dell'ex Fiat Group. Se gli operai delle imprese globali devono trasformarsi in truppe al comando dei rispettivi manager per fare la guerra agli operai di altre imprese e di altri manager globali, come dice Marchionne, questa guerra, in cui i lavoratori perderanno sempre e non vinceranno mai, non si svolgerà solo tra grandi competitor globali, ma anche tra le varie NewCo in cui si risolverà lo «spezzatino» della Fiat.

Sapevano queste cose gli operai di Mirafiori quando hanno votato? No. Qualcuno aveva cercato di spiegargliele? No (solo la Fiom, benemerita, aveva distribuito agli operai il testo del contratto che i sindacati gialli avevano firmato senza nemmeno convocarli in assemblea). Avrebbero votato allo stesso modo se fossero stati adeguatamente informati? Forse no: tutti quelli del sì pensavano e dicevano che almeno così avrebbero salvato il loro futuro. Eppure 150 economisti hanno sottoscritto un documento di dura critica dell'accordo e di sostegno alla Fiom. Se si fossero adoperati per mettere per tempo al corrente lavoratori e opinione pubblica di quel che bolliva in pentola, invece di lasciare campo libero a chi spiegava - e continua a ripetere - urbi et orbi che quell'accordo garantisce un futuro sicuro sia agli operai che al Gruppo, forse il referendum avrebbe avuto un esito diverso. Non è una recriminazione ma una proposta di lavorare in comune - a più stretto contatto con il mondo reale - rivolta a tutti gli interessati.

C'è un'alternativa a tutto questo? Sì; quella di abbandonare gradualmente le produzioni dove la competizione non è che una corsa a perdere - e l'industria dell'auto è oggi il settore dove questi effetti sono più vistosi e più gravidi di conseguenze - per imboccare una strada dove il rapporto con il mercato sia più diretto, concordato, meno aleatorio e meno esposto all'alternativa mors tua vita mea. La mobilità sostenibile, solo per fare un esempio (ma ce ne sono altri mille, e l'efficienza energetica o le fonti rinnovabili sono tra questi) non vuol dire solo produrre meno auto - e auto meno energivore, meno inquinanti, meno effimere, meno veloci, meno costose, da usare soprattutto in forme condivise - e più treni, più tram, più bus grandi e piccoli; vuol dire gestire in forme coordinate la domanda di spostamenti di merci e persone avvalendosi di tutte le opportunità offerte dalle tecnologie telematiche; e impiegando in servizi essenziali molto più personale di quanto ne richiedono i robot di una fabbrica semiautomatizzata. Ma è una scelta che non può ricadere solo sulle spalle degli operai di una fabbrica dal futuro incerto; e nemmeno su quelle di un sindacato; e meno che mai su quelle di un management che vede nella competizione senza limiti l'unica ragion d'essere del proprio ruolo e dei propri spropositati guadagni. È una scelta che deve fare capo - come ha detto Marco Revelli al seminario Fiom-Micromega di Torino - a un'intera comunità: e innanzitutto a quelle il cui destino dipende da quello dei lavoratori - giovani, anziani, occupati, disoccupati o precari - a cui accordi come quello di Mirafiori rubano il futuro. E «comunità», qui, non è una parola astratta: vuol dire amministrazioni locali, Comuni, Province, Università, Asl, ricerca, istituzioni culturali, associazioni, comitati, parrocchie, media, programmi elettorali: ciascuno deve chiedersi che cosa può fare per capirne di più, per informare se stesso e gli altri, per contribuire, con la propria esperienza diretta, il proprio bagaglio culturale, la propria professionalità, la propria etica, a un progetto condiviso. E' un compito comune perché per tutti - o quasi - il baratro è alle porte.

www.guidoviale@blogspot.com.

“La ricerca interdisciplinare tra antropologia urbana e urbanistica. Seminario sperimentale di formazione” a cura di Costanza Caniglia Rispoli e Amalia Signorelli, ed Scientifica Guerini, Milano, 2008.

Questa è una segnalazione tardiva se si guarda la data di edizione, argomento urgente se si bada al contenuto. Si tratta di un corso che le due autrici e curatrici, docenti alla Università Federico II di Napoli, la prima in urbanistica, l’altra in antropologia urbana, tengono da circa dieci anni agli studenti di architettura e ingegneria e di sociologia.

Lo scopo del corso è di addestrare i partecipanti al lavoro di gruppo interdisciplinare su temi di comune interesse concernenti la città, la sua formazione, l’uso che ne fanno gli abitanti, le risposte che essa offre ai loro bisogni e alle loro aspettative. E’ come riprendere in termini attuali (che diciamo di “vivibilità”) quello che un tempo fu detta “questione delle abitazioni”. I problemi che ne vengono fuori sono sempre tanti, anche se altri da allora, da affrontare su un piano diverso, squisitamente culturale (e pur sempre politico) ma non meno pressanti per l’urbanistica e per la politica.

Il libro riporta anche i contributi di altri docenti al corso seminariale: A. Dal Piaz, F.Rispoli, A.Baldi, P. Ferone, C.Caputo, D. Mello, E. Petroncelli, A. Miranda; e, riflettendone la struttura, si divide in cinque parti. Inizia col ricordare i principi le finalità e i metodi delle due dottrine che si confrontano nel corso, e si diffonde poi sui vari temi trattati e sulle esperienze effettuate, particolarmente nella città di Napoli. Ne segnalo, in breve, alcuni punti più significativi e le principali questioni trattate.

Anzitutto, il fine dell’impegno interdisciplinare è quello di indagare le relazioni esistenti tra gli abitanti e i luoghi, le quali ( detto con le parole del libro) sono “relazioni dotate di senso, significanti di significati e orientate secondo valori”. Perciò, si avverte, occorre non tanto “guardare” le cose con gli occhi, ma “vedere” con la mente la sostanza umana vitale che le anima.

Il che, mi sembra di poter dire, comporta di allargare l’interesse su altre dottrine oltre quelle considerate nel seminario (per esempio la psicologia della percezione e in genere quelle di ambito semiologico), nonché di affrontare problemi non nuovi per noi, ma forse non ben afferrati e risolti.

La questione principalmente trattata nel libro è, naturalmente, quella del lavoro interdisciplinare, la quale, a ben vedere, è connaturata al nostro mestiere di urbanisti, applicato a una materia di per sé multidisciplinare.

A questo proposito vale la pena ricordare come non sia mai stato facile

definire con sicurezza quale sia il ruolo proprio dell’urbanista, in bilico tra la tentazione demiurgica e l’ansia di dover praticare cose che altri, meglio di lui, sono deputati a fare. Ruolo che, se si intende la interdisciplinarietà non quale mero incontro di competenze a più voci ma, come è detto nel libro, “quale pratica comunicativa tra campi disciplinari distinti… che consenta il riconoscimento condiviso di problemi in vista di soluzioni possibili”, comporta per l’urbanista di saper cogliere l’essenziale contenuto (obiettivi e metodi) delle varie dottrine, e per parte sua dare la forma appropriata alle cose che esse suggeriscono di fare (nello spazio e nel tempo). Ruolo afferente alla disciplina estetica, che il nostro amico Vezio De Lucia più di una volta non ha esitato a riconoscere nel perseguimento della bellezza.

Altro problema, tutt’altro che secondario, e quasi conseguente al primo, è quello della “partecipazione”. A questo proposito, diversamente da come si pensa e si procede abitualmente nella produzione urbanistica ed edilizia specialmente ma non solo pubblica, vanno tenuti in considerazione e debbono essere presenti non solo i due abituali soggetti operativi: da una parte i politici amministratori, i quali avendo il potere decidono di fare i piani urbanistici ed edilizi, dall’altra gli urbanisti architetti e ingegneri che, in qualità di esperti, propongono come farli. In verità c’è un terzo essenziale soggetto: i cittadini utenti (“assegnatari” è la significativa parola escogitata per indicarli) i quali nel prodotto astratto di quei piani devono vivere e conferire concreta vitalità.

Ci sono voluti anni di esperienze sconfortanti per accorgersi di questo soggetto centrale nel processo di produzione della città (in latino: urbs e civitas) ma in realtà non si è fatto né si fa gran che per attivarlo al meglio. Qualche illustre urbanista ha avvertito(non del tutto a torto) dei rischi che si possono correre, se lo si stuzzica più che tanto. Se è lecito chiudere l’argomento sul faceto, possiamo ricordare il vecchio proverbio sul padrone di casa, che è bene stia sempre dietro alla casa che si fa costruire; proverbio sempre valido in tempi democratici per i molti cittadini, come lo era per pochi privilegiati in quelli signorili.

Ce n’è, mi pare, quanto basta per presentare il libro certamente utile ai colleghi urbanisti architetti e ingegneri che vorranno leggerlo, e spero gradito a te, cui faccio pervenire una copia.

Elisabetta Bolondi:

Caro Augias, leggo che addirittura Sergio Romano è caduto nella trappola del cosiddetto senso comune, a proposito dell'attentato di via Rasella. Accompagno ogni anno per conto del Comune di Roma e con l'Irsifar (Istituto romano per l'antifascismo e la Resistenza) classi di scuola media alle Fosse Ardeatine; i ragazzi vengono preparati da un incontro tenuto da esperti, poi si va con il pullman a visitare le tombe dei martiri. In genere i ragazzi non sanno quasi nulla, o al massimo a casa hanno sentito dire che se i colpevoli dell'attentato si fossero presentati, la strage sarebbe stata evitata. Non è così, la vulgata costruita nei mesi successivi alla strage ha del tutto falsato la realtà. Dopo la visita i ragazzi escono dal monumento ai caduti colpiti, commossi, consapevoli. Potenza della memoria e del senso della storia, da non trascurare mai più, pena la perdita della nostra identità.

Corrado Augias:

Per gli immemori e per coloro che non hanno voluto sapere, vale la pena di ripetere lo schema orario dei fatti. L'attacco contro una colonna di soldati germanici di ritorno da un addestramento, avvenne in via Rasella alle ore 15.45 di giovedì 23 marzo 1944. Buona parte del pomeriggio passò per concordare, anche in contatto con Berlino, il tipo di rappresaglia. Alla fine si stabilì che dieci cittadini italiani fossero uccisi per ogni soldato tedesco morto: 33 questi, 330 gli italiani. Il massacro in una cava di pozzolana sulla via Ardeatina ebbe inizio alle ore 15.30 del successivo venerdì, ora in cui un pastore che stazionava nei pressi testimoniò d'aver udito i primi colpi. Un macabro particolare conferma che la notizia fino a quel momento era stata tenuta segreta. Nella loro furia i carnefici avevano finito per superare la già tragica lista di 330 todeskandidaten (candidati alla morte) . Gli assassinati alla fine furono 335, cinque in più del previsto. I conti erano sbagliati e si ordinò di uccidere anche quei cinque perché, testualmente, si ordinò: "Questi hanno visto tutto, uccidete anche loro". Nulla doveva infatti trapelare alla popolazione fino al comunicato ufficiale. Dopo quattro ore di spari e di grida, i carnefici erano così esausti che si dovette distribuire del cognac perché terminassero le esecuzioni, le quali ebbero fine alle ore 20 di venerdì 24. Verso le 23 di quel venerdì ci fu un comunicato che l'agenzia Stefani (diretta da Luigi Barzini) distribuì a giornali e sale stampa e che venne pubblicato solo sui quotidiani di sabato 25. Dato il coprifuoco, i giornali, stampati al mattino, arrivavano in edicola verso mezzogiorno. Nessuno sa se gli esecutori dell'attacco, sapendo, si sarebbero presentati. Il fatto è che seppero, come tutti, solo a cose fatte. Si vorrebbe non doverlo più ripetere.



La lettera di Paolo Grassi e la risposta di Corrado Augias su Repubblica, che abbiamo ripreso in eddyburg completandoli con un nostro ricordo personale, hanno provocato un ulteriore utilissimo supplemento di informazioni su un episodio cruciale della nostra storia. Cruciale perché testimonia sia la durezza degli eventi, impastati di eroismo e di ferocia, da cui è sgorgata limpida la nostra Costituzione, sia l’ampiezza e la profondità del perverso lavoro che è stato compiuto per cancellare, con menzogne divenute pensiero corrente, il bene comune fondamentale costituito dalla memoria storica. (e.)

Cari elettori berlusconiani, vi sarà giunta voce, immagino, che gli italiani sono divenuti un enigma per le democrazie alleate. Il mistero non è più Berlusconi, che da anni detiene un potere non normale: controllando tv, intimidendo giornali e magistrati. Dopo tante elezioni, siamo noi, singoli cittadini, a essere il vero rebus.

Quel che ripetutamente ci chiedono è: «Perché continuate a volerlo? Perché insistete anche ora, che viene sospettato di corruzione di minorenni e concussione?». Nessun capo di governo potrebbe durare più di qualche giorno, fuori Italia: la stampa, la televisione, i suoi pari lo allontanerebbero, costringendolo a presentarsi ai giudici. Di questo le democrazie non si capacitano: se non ora, quando vi libererete?

A queste domande ciascuno deve saper rispondere: chi lo vota e chi non l´ha mai votato, giudicando non solo ineguale la battaglia fra schieramenti (per disparità di mezzi d´influenza) ma profondamente atipica. Tutti siamo contaminati, dal modo in cui quest´uomo entrò in politica e dalla natura del suo potere, che costantemente mescola il suo privato col nostro pubblico. Tutti viviamo in una sorta di show, dominato dal sesso e dai processi al premier.

La cosa peggiore a mio parere è quando inveiamo contro le sue passioni senili. Come se a far problema fosse l´età; come se bastasse che a Arcore ci fosse un trentenne, perché le cose cambiassero. È la trappola in cui spesso cadono gli oppositori. Vale la pena leggere quel che ha scritto lo scrittore Boris Izaguirre, a proposito del consenso tuttora vantato dal premier. Le sue debolezze sono in realtà forze nascoste: «La corruzione, quando si espone, crea meraviglia. La capacità di scansare ogni controllo e di schivare la giustizia affascina». Affascina anche l´epifania finale dell´anziano concupiscente. Nella «rivoluzione del gusto» che questi impersona, l´epifania è «l´unica opzione per l´uomo maturo moderno, e ineluttabilmente attrae un elettorato che condivide sogni di eterna gioventù» (El Paìs, 7-2-11). Il nostro, lo sappiamo, è un paese di vecchi: l´offensiva che accoppia età e reati del premier è qualcosa che turba sia voi sia me. Fa cadere ambedue in una rete che imprigiona, che impedisce di far politica normalmente, di reinventare quel che sono, in democrazia, destra e sinistra.

La rete in cui cadiamo è un film che non minaccia davvero il leader: è il suo film, noi e voi siamo comparse di una sua sceneggiatura, impastata di sesso, cattiveria, abuso di potere. Sono anni che abitiamo un mondo-fantasma lontano dalla realtà, imperniato sulla vita privata del capo. È lecito quel che fa? Osceno? I benpensanti sono convinti che di questo si occuperanno i magistrati, che politici e stampa debbano invece cercare una tregua. Ma tregua con chi? Si può patteggiare con un burattinaio che ci tramuta in pupazzi o spettatori di pupazzi? Se non si fa luce sulle notti di Arcore, è inevitabile che i film sulle papi-girl sfocino nel ridanciano. Ogni cittadino, berlusconiano o no, già ci scherza sopra, probabilmente, come gli spettatori ridono increduli negli ultimi giorni dell´uomo descritti da Kierkegaard, quando irrompe il buffone e dice che il teatro brucia. Nel momento in cui inizia la risata lo show sommerge il reale. Anche voi elettori Pdl lo intuite: le novità che attendete da anni rischiano di esaurirsi in un teatro in fiamme, con noi imbambolati a fissare il buffone.

C´è da domandarsi se non sia precisamente questa, la forza del Cavaliere: distruttiva, ma pur sempre forza. Come Napoleone quando parlava dei propri soldati, egli sembra dire: «I miei piani, li faccio coi sogni degli italiani addormentati». Imbullonati nello spettacolo senza vederne le insidie, ammaliati da veline e spazi azzurri che usurpano lo spazio della Cosa Pubblica, continueremo a esser pedine di un suo gioco. Sarà lui a decidere quando termina lo show di cui è protagonista. Lui occupa entrambi gli spazi, il fantasmatico e il reale, secondo le convenienze. È la sua doppia natura a confondere le menti: il suo essere Jekyll e Hyde. Chiamato a presentarsi in tribunale si rifugerà nell´inviolabile privato, esibendo la sguaiataggine di Hyde. Quando lo show tracimerà, ridiverrà l´impeccabile Dr Jekyll e dirà tutto stupito: «Propongo un patto di crescita economica, e l´armistizio sul resto». A Galli della Loggia, che è storico dell´Italia, vorrei chiedere: con questa doppia personalità urge far tregue?

È il motivo per cui nessun politico dovrebbe, oggi, invitare gli italiani a sognare un paese diverso. L´Italia ha già troppo sognato. Nel caldo delle illusioni ha disimparato lo sguardo freddo, snebbiato. Non di sogni c´è bisogno, ma di risvegli. L´altra Italia da raccontare fuori casa non è quella «che va a letto presto», come dice la Marcegaglia. È quella che veglia, che osa di nuovo sapere, informarsi (Umberto Eco ha ben risposto, nella manifestazione di Libertà e Giustizia: «Io vado a letto tardi, signora, ma è perché leggo Kant»). Come i prestiti subprime, l´Italia è chiusa in una bolla, fabbricata da chi si pretende garante della sua stabilità. Ma le bolle scoppiano e voi lo sapete, elettori Pdl: quel giorno i pescecani si salveranno, e il vostro grande sballo finirà.

Finché resta la bolla, è evidente che il premier conserverà influenza. Vi invito a leggere un articolo scritto nel 2002 sul Paìs da Javier Marìas (è riprodotto nel blog mirumir.blogspot.com). Lo scrittore enumera gli ingredienti della seduzione berlusconiana: la sua disinvoltura sempre «sottolineata in rosso», il «sorriso falso perché costante», il passato di cantante come allenamento per staccarsi dai domestici e mischiarsi ai potenti, la mentalità di vecchio portinaio franchista ossequioso coi potenti e sdegnoso coi domestici, il risentimento dietro una bontà caricaturale, il terrore d´essere escluso dalle cerchie dei grandi, l´assenza d´ogni «vergogna narrativa». Egli seduce i declassati identificandosi con loro, e tanto più li sprezza. La sua morale: sei un perdente, se non infrangi come me leggi, diritti, costituzione.

Dicono che vi piace l´antipolitica. Credo piuttosto che vi aspettiate troppo, dalla politica. Avete sognato un re-taumaturgo onnipotente e permissivo al tempo stesso, non un democratico. È inutile proseguire l´omertoso patto che vi lega a lui nell´illegalità: i risultati attesi non verranno. Questo è infatti Berlusconi: un potere fortissimo, ma impotente. Non è il fascismo, ma i primordi del fascismo - quando era pura «dottrina dell´azione» - ripetuti come un disco rotto. Le masse cullate nell´illusione: tali sono i primordi. Poi la dottrina divenne politica, guerra, e fu rovina. Ma fu un agire. Non così Berlusconi. Da anni l´immagine è fissa sui preamboli fascisti del mago che seduce le folle umiliando l´uomo, come il Cavalier Cipolla che ipnotizza le vittime nel racconto Mario e il Mago di Thomas Mann.

L´era Berlusconi è costellata di questi torbidi patti: patti con la mafia per proteggere impresa e famiglia; patti con giudici corrotti; patti con ragazze alla ricerca di soldi e visibilità. Si può indovinare quel che hanno pensato i loro genitori: «Meglio vergini offerte al drago, che precarie in un call-center». Erano pagate per le prestazioni, e poi perché tacessero. Per questo possono divenire, da ricattate, ricattatrici del papi-padrino.

Ma la storia italiana è anche storia di decenza, di morti caduti difendendo lo Stato, contro le mafie. Anche voi ammirate questa storia: avete ammirato i tre ultimi capi di Stato, e prima Pertini. Senza di voi tuttavia il Quirinale può poco e l´Europa ancor meno. Ambedue ci risparmiano per ora il baratro, e forse l´Europa solo economico-monetaria è un po´ la nostra sciagura: i pericoli, ci toccherà intuirli dietro tanti veli. Ma li intuiremo. Se l´Egitto ha avuto la rivoluzione della Dignità, perché l´Italia non può avere una rivolta della decenza? La decenza ricomincia sempre con la riscoperta di leggi superiori a chi governa, del diritto eguale per tutti, della libera parola.

Nel saggio «Geografia politica urbana» (Laterza) Ugo Rossi e Alberto Vanolola sostengono che la critica dell'ideologia neoliberale sulla metropoli si arricchisce se fa suo il punto di vista dei movimenti sociali urbani. Come d'altronde emerge nel pionieristico saggio su Las Vegas di Robert Venturi, Denise Scott Brown, Steven Izenour e nel recente «Singapore Songlines» di Rem Koolhaase che la casa editrice Quodlibet ha da poco pubblicato.

«Negli ultimi decenni - scriveva nel 2006 Agostino Petrillo (Villaggi, città, megalopoli, Carocci) - la città si è fatta mondo con una potenza che non conosce precedenti nella storia dell'umanità». Soltanto negli ultimi dieci anni del Novecento il numero di uomini e donne che vivono in città è cresciuto di oltre un miliardo, mentre nei primi anni del nuovo secolo la popolazione urbana ha superato la fatidica soglia del 51% della popolazione mondiale. «Sono nate metropoli - proseguiva Petrillo - lì dove c'erano giungle, e l'urbanesimo è diventato la maniera di vivere per la maggioranza dell'umanità, non solo per quella che vive nei paesi sviluppati. Proprio nei paesi meno sviluppati la crescita è stata anzi vertiginosa».

Avveniristici grattacieli e sconfinati slum sono le effigi complementari di questi inauditi processi di urbanizzazione, che coinvolgono in particolare quelle che un tempo l'Occidente viveva come le sue periferie. E mentre nuove metropoli emergenti, soprattutto in Asia, scalano le graduatorie delle «città globali», nei modelli prevalenti di sviluppo urbano vengono messi in discussione sia i rapporti tra il «centro» e la «periferia» sia quelli tra la metropoli e il suo hinterland, fino a configurare sconfinate regioni metropolitane: inedite sfide ne derivano, tanto sotto il profilo urbanistico quanto sotto il profilo sociale, economico e politico.

A questi mutamenti di scala che hanno investito la dimensione urbana negli ultimi decenni vanno del resto sommate le trasformazioni qualitative che hanno rimodellato la città, facendone - anche nei paesi in cui la produzione industriale ha contemporaneamente conosciuto un'enorme crescita - una sorta di icona del capitalismo «post-industriale», forgiata dall'operare congiunto della finanza e della «cultura», della rendita immobiliare e delle «industrie creative». È la «città neoliberale», la cui ascesa ha accompagnato il tumultuoso dispiegarsi dei processi di globalizzazione, prescrivendo nuovi paradigmi di governance e determinando la circolazione planetaria di nuove retoriche e nuove ideologie dell'urbano (da quelle accattivanti della creatività a quelle feroci della tolleranza zero). Comprendere il funzionamento di questi paradigmi e di queste retoriche, portare alla luce il tessuto di conflitti e antagonismi su cui si distendono e individuarne i limiti è un compito tanto più urgente oggi, quando da molti segni sembrerebbe che la crisi globale in cui stiamo vivendo da ormai tre anni sia destinata a scuotere dalle fondamenta lo stesso modello della città neoliberale.

Un libro appena pubblicato da Ugo Rossi e Alberto Vanolo (Geografia politica urbana, prefazione di Ola Söderström, Laterza, pp. 226, euro 20) offre a questo proposito una serie di strumenti davvero preziosi, combinati all'interno di una griglia analitica di grande efficacia. Pensato come un manuale, che dà conto in modo esauriente degli sviluppi più recenti dei dibattiti sulle trasformazioni urbane soprattutto tra i geografi critici di lingua inglese, il volume di Rossi e Vanolo presenta tuttavia motivi di interesse che vanno ben oltre il «genere» del manuale.

La geometria variabile della governance

«La città - dichiarano fin dall'introduzione i due autori - rappresenta un terreno cruciale nel quale il processo di globalizzazione assume modalità concrete e riconoscibili di realizzazione, ma al tempo stesso anche conflittuali e basate su rapporti di forza tra spazi e gruppi sociali in costante evoluzione». Questa enfasi sui conflitti (che costituisce anche l'esito di una opportuna rivisitazione della sociologia urbana degli anni Settanta, e in particolare dei lavori di Henri Lefebvre sul «diritto alla città» e sulle lotte per la «giustizia sociale urbana») assume nel libro un rilievo di metodo, distinguendolo da molte analisi critiche del neoliberalismo anche al di fuori dell'ambito strettamente urbano: i temi fondamentali attorno a cui si snoda l'analisi dei due autori - la trasformazione delle tecniche di governo urbano, il ruolo di «cultura» e «creatività» nello sviluppo delle città contemporanee, il ricorso alla forza e la sua spettacolarizzazione come modalità ordinarie ed eccezionali di organizzazione delle relazioni sociali urbane - vengono presentati una prima volta seguendo il filo conduttore dei paradigmi di governance e delle retoriche dominanti. Ma subito dopo (ed è quasi superfluo aggiungere che i due momenti sono raramente distinti con questa nettezza) vengono «letti e reinterpretati nel loro "rovescio"», dal punto di vista delle lotte e dei movimenti che mettono in questione il «contenuto di giustizia sociale presente nell'esperienza urbana contemporanea».

La nozione di giustizia e di lotte per la giustizia è in particolare al centro della terza parte del volume («La politica come contestazione»), dove - sullo sfondo di una ricostruzione dei dibattiti teorici più generali sui temi della giustizia e della cittadinanza - è presentata una mappa, necessariamente parziale, dei più significativi movimenti sociali urbani degli ultimi anni su scala globale: da quelli contro le privatizzazioni di aziende municipali a quelli contro i processi di gentrification, da quelli negli slum e nelle banlieues a quelli di minoranze discriminate su basi «razziali» o «sessuali» per fare qualche esempio.

Ma il principio di metodo che si è indicato sostiene l'analisi di Rossi e Vanolo anche nelle altre due parti del libro. La prima è dedicata a «La politica come rappresentazione», e propone un'analisi delle retoriche neoliberali che va ben oltre il piano di una semplice critica dell'ideologia, per porre il problema della funzione e del ruolo «performativi» dei discorsi e delle rappresentazioni della città: per richiamare cioè l'attenzione sui loro effetti immediatamente materiali, nella misura in cui assecondano e impongono trasformazioni degli assetti di potere e della distribuzione della ricchezza che vanno indagate nei diversi contesti locali (l'esempio portato a questo proposito è quello della retorica della «città culturale e creativa» e del cosiddetto «marketing territoriale», che assume come criterio di riferimento le graduatorie che classificano le città in base alla loro capacità competitiva). La seconda parte è infine dedicata a «La politica come governo», e studia - in una prospettiva foucaultiana - i molteplici processi attraverso cui la «razionalità governamentale» neoliberale si è imposta ed è stata tradotta in diversi contesti urbani, chiamando le città a costituirsi in attori collettivi operanti secondo una logica imprenditoriale di competizione e cooperazione con altre città e rimodellando in questo senso la propria immagine, il proprio territorio e le relazioni sociali prevalenti al proprio interno (e un'attenzione particolare è qui prestata alla «politica della paura» nonché ai processi di auto-segregazione e zoning a cui essa fornisce alimento).

Indagata secondo le tre dimensioni della rappresentazione, del governo e della contestazione, la politica urbana emerge dal libro di Rossi e Vanolo nella sua intera complessità, nel suo dritto e nel suo rovescio per riprendere l'immagine utilizzata dagli autori. L'esplosione della bolla immobiliare nel 2008, vero e proprio elemento di congiunzione tra i processi di finanziarizzazione dell'economia e lo sviluppo urbano su scala globale, segna indubbiamente un punto di non ritorno e di crisi per la città neoliberale.

Riprendersi la città

D'altro canto, è giusto rilevare, con Rossi e Vanolo, che se il campo urbano si configura come carico di potenzialità in un'ottica di trasformazione sociale e di «democrazia assoluta», tre decenni di politiche e retoriche neoliberali ne hanno fatto «uno spazio governato in profondità, e in modo sempre più sofisticato, mediante l'attribuzione selettiva di libertà e facoltà di agire». Reinventare il «diritto alla città», la «cittadinanza come luogo comune», significa fare i conti con questi processi di governo, ma soprattutto - approfondendo l'analisi del loro «rovescio» - individuare i soggetti, le filiere di cooperazione sociale, gli istituti politici e giuridici che possono materialmente rendere effettivo quel diritto e incarnare quella cittadinanza.

Paolo Grassi:

Caro Augias, rispondendo sul Corriere della Sera ad un lettore, Sergio Romano scrive che il partigiano «colpisce il nemico nella speranza di suscitare rappresaglie, come nel caso dell'attentato di via Rasella». Quell'attentato di cui Giorgio Amendola, della Giunta militare del Cln, si assunse tutta la responsabilità, fu un legittimo atto di guerra che, come tale, voleva attaccare il nemico e smascherare l'occupazione militare nazista di Roma «città aperta». Non sto a ripetere le deformazioni propagandate dal dopoguerra ad oggi. In particolare contro la medaglia d'oro Carla Capponi, di cui il 23 novembre scorso è ricorso il decimo anniversario della morte. L'ho conosciuta personalmente, come sono stato in stretto contatto con partigiane e partigiani romani e con famiglie di martiri delle Ardeatine, che pur dolorosamente colpite hanno sempre difeso quell'azione. Ovvio che Carla Capponi abbia sempre rivendicato la sostanza e l'obiettivo militare di quell'azione, ma ricordo ancora tante sue parole in merito alla fierezza nazionale di cui si inorgoglivano i partigiani e lei stessa, come il ruolo encomiabile dei militari nella Resistenza, quello di Montezemolo e Persichetti, o la tragedia di Cefalonia di cui ho appreso non dalle iniziative di Ciampi, ma qualche decina di anni prima dentro una sezione del Pci.

Paolo Grassi -
pagrassi@alice.it

Corrado Augias:

Sono rimasto anch'io sorpreso dalle parole di Sergio Romano che stimo come attento osservatore della storia non solo diplomatica. L'attentato di via Rasella è uno dei pochi eventi della guerra di Liberazione in cui la vulgata neofascista è riuscita ad imporsi diventando talvolta 'senso comune'. Evidentemente anche Romano, che è di cultura liberale, dunque assai diversa, ne è rimasto in qualche modo preso. Non risulta da nessuna parte che quell'attentato sia stato organizzato allo scopo (tanto meno 'nella speranza'!) di suscitare rappresaglie. Al contrario, dopo un laborioso iter giudiziario, è stata la Corte di cassazione a porre fine alle polemiche con una sua sentenza (febbraio 1999) nella quale, confermando la Resistenza come istituzione della Repubblica ha, di conseguenza, considerato l'attacco partigiano come «legittimo atto di guerra». L'Italia libera aveva dichiarato guerra alla Germania il 13 ottobre 1943; dopo lo sbarco ad Anzio gli Alleati avevano esortato via radio le forze partigiane: «A lottare con ogni mezzo possibile e con tutte le forze ? bisogna sabotare il nemico ? colpirlo ovunque si mostri». Secondo un altro radicato pregiudizio, se gli attentatori si fossero consegnati ai tedeschi, l'eccidio delle Ardeatine si sarebbe evitato. La conoscenza dei fatti e degli orari (che qui non posso riassumere) smentisce anche questa malevola ipotesi.

Edoardo Salzano:

Posso aiutare l’amico Paolo Grassi e Corrado Augias a fornire ai lettori ulteriori elementi sulla vicenda di Via Rasella e successiva strage alle Fosse Ardeatine. In eddyburg il lettore troverà facilmente un testo utile: l’articolo dello storico Alessandro Portelli, sul manifesto del 25 aprile 2006, che informa ampiamente di una lucida e puntuale contestazione di Rosario Bentivegna alle menzogne di Bruno Vespa (è qui). Il giorno dell’attentato ero a pochi passi di via Rasella, e nei miei ricordi d’adolescenza quei giorni è ancora viva: anche perché uno degli assassinati nelle Fosse Ardeatine era un ufficiale monarchico antifascista amico di famiglia, Filippo di Montezemolo. Nel pubblicare il mio libro Le memorie di un urbanista ho integrato i miei ricordi con una piccola ricerca, dei cui risultati do conto in una pagina che copio qui sotto per i lettori di eddyburg.

«Le mie letture mi fecero comprendere la portata di un episodio cui avevo assistito da vicino, a Roma, con mio cugino Luigi, all’hotel Imperiale a Via Veneto. Un piccolo commando di partigiani aveva organizzato un attentato colpendo, con una bomba nascosta in un carretto della spazzatura e con un successivo attacco con pistole e bombe a mano, un reparti di soldati tedeschi che percorrevano la centrale via Rasella. 32 soldati erano stati uccisi. Immediatamente il comandante nazista diede ordine di raccogliere un gruppo formato da 10 persone per ogni tedesco ucciso e di liquidarli per rappresaglia. In realtà ne furono presi 335: militari e partigiani, ebrei, antifascisti, ma anche persone che con la resistenza non c’entravano. Tradotti in una cava di pozzolana sulla via Ardeatina furono trucidati con le mitragliatrici, finiti con un diligente colpo di revolver, seppelliti con l’esplosione di mine.

«Né quel giorno né il giorno dopo se ne seppe nulla: i giornali pubblicavano solo le notizie permesse dai fascisti, tacquero. Due giorni dopo un crudele comunicato, pubblicato sul “Messaggero”, diede la loro versione:

«“Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata 32 uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti badogliani saranno fucilati. Quell’ordine è già stato eseguito»(
“Il Messaggero”, 25 settembre 1944).

«Dopo la Liberazione il Comune bandì un concorso nazionale che condusse alla costruzione del più bell’episodio di architettura civile dell’Italia del secolo scorso, e forse uno dei più belli in assoluto. Lo disegnò un gruppo di giovani architetti e scultori (Gli architetti erano Nello Aprile, Aldo Cardelli, Cino Calcaprina, Mario Fiorentino, Giuseppe Perugini; gli scultori Francesco Coccia, Mirko Basaldella). Accanto alla roccia tufacea della cava un grande parallelepipedo si calcestruzzo, come una gigantesca lastra, copre le 365 tombe, staccato da terra da una feritoia continua; accanto, un gigantesco gruppo scultoreo rappresenta tre uomini legati; un cancello molto tormentato segna l’ingresso al complesso, nel quale sono state ripristinate le cave nelle quali gli ostaggi furono raccolti e trucidati.

«Molti anni dopo, quando si cominciarono a mettere in dubbio gli ideali della Resistenza e, con essi, i metodi della lotta partigiana si tentò di gettare fango su quell’episodio, definendolo un atto criminale dei comunisti (quasi riecheggiando le parole dell’ukase nazista). Ma la giustizia riabilitò l’operato del gruppo di patrioti riconoscendone la natura di legittimo atto di guerra (Corte di cassazione, Sezione III civile, Sentenza 6 agosto 2007, n. 17172)»
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Memorie di un urbanista. L’Italia che ho vissuto, Corte del fòntego, Venezia 2010, p. 6-7

L´individualismo è il fondamento politico e ideale della democrazia e non è identico né a egoismo antisociale né a indifferenza verso gli altri e la politica. Questo rende la distinzione tra forme di individualismo un esercizio tutt´altro che scolastico e inutile. Secondo i critici e gli storici del costume, la massima del «me ne frego» rifletterebbe la componente più longeva del nostro «carattere nazionale», quella che resiste ai mutamenti di regime e sopravvive inossidata alle più diverse stagioni politiche.

L´individualismo che in questi anni recenti si è ripresentato con una prepotenza e una volgarità che non cessano di stupire è proprio di una società moderna che è strutturalmente individualista, fatta di cittadini che sottostanno a regole sociali e politiche basate sul principio delle eguali libertà e opportunità, che cioè condividono la cultura dei diritti. Questo individualismo possessivo e conformista, litigioso e docile, facilmente disposto a manipolare le norme e subire il dominio dispotico della logica consumistica, si interseca con l´immagine di una società priva di un centro di valori etici che fungano da forza di gravità, come il rispetto per gli altri, siano essi cittadini e non; l´eguaglianza di cittadinanza ma anche di umanità; la solidarietà come amicizia tra cittadini, ma anche come empatia tra esseri umani. Senza queste forze etiche a un tempo dell´individuo e del cittadino, la libertà individuale che i diritti civili garantiscono ed esaltano può trovarsi di fronte a due rischi: essere sentita come normalità dai molti, poiché avere diritti significa anche poter vivere il proprio quotidiano con una certa sicurezza e senza quasi accorgersi di essi; e diventare un privilegio di alcuni, così da essere erroneamente identificata con i particolari diritti goduti da chi è maggioranza su un territorio per voto, opinione o tradizione.

Questa inversione di significato, che ha spesso effetti nella pratica quotidiana e perfino amministrativa, segnala un´incrinatura del legame tra eguaglianza e libertà. È lo specchio di una profonda trasformazione della cultura etica e dell´educazione dei sentimenti che ha facilitato una torsione dell´individualismo democratico in individualismo antisociale e tirannico, oppure apatico e indifferente verso i destini della comunità umana più larga, nazionale o universale. Studiare l´individualismo è importante per vedere e comprendere criticamente questo inquietante fenomeno di ridefinizione della libertà secondo la logica del possesso (individuale e/o collettivo), e di rilettura della democrazia in chiave di regime della maggioranza.

La strada che propongo di seguire è quella suggerita dall´analisi sociopolitica di Alexis de Tocqueville nel suo libro-indagine La democrazia in America (1835-1840). Tocqueville proponeva di trattare l´individualismo come una categoria politica, non morale; come un «sentimento ragionato» di cittadini che vivono insieme secondo regole e principi democratici, e di individui che operano in un´economia di mercato secondo calcoli di interesse. Di qui occorre partire quando lo si voglia analizzare criticamente. Perché è importante procedere da questa premessa politica? Lo è per due ragioni tra loro legate: innanzitutto perché avendo chiaro il carattere dell´individualismo democratico è possibile sottoporre l´individualismo ad una analisi critica coerente; e in secondo luogo per impedire che la critica dell´ideologia individualista si traduca in soluzioni antindividualiste, esterne o contrarie all´ordine democratico. Ora, se ci soffermiamo sui fenomeni che più colpiscono la nostra immaginazione – quello dell´apatia, dell´individualismo tirannico e possessivo – vediamo che, benché estreme, queste forme non sono eccentriche rispetto alla società e alla cultura liberaldemocratica. Per anticipare in poche battute il tema ispiratore di questo libro possiamo dire che la relazione tra libertà ed eguaglianza è il nodo tematico cruciale per intendere e valorizzare il significato dell´individualismo nella società democratica, ma anche per vederne e criticarne le torsioni e le aberrazioni; per distinguere, cioè, tra forme di individualismo.

Paolo Cacciari, La società dei beni comuni, Ediesse, pp. 192, Euro 10

Lo spettro di un baratro verso cui stiamo inesorabilmente scivolando sta riaprendo la riflessione sui fondamenti della vita sociale, sul senso dello sviluppo, della crescita e del consumo, sulla «razionalità» del mercato, sugli stili di vita individuali e collettivi, sulla nostra quotidianità. È questo il succo dell'incontro che si è tenuto recentemente al centro sociale Rivolta di Marghera, attorno ai due grandi protagonisti attuali della scena pubblica e cioè gli operai della Fiom, i ricercatori, gli studenti medi e universitari.

In discussione è l'asse del vivere civile imposta al mondo intero dalla oligarchia che domina l'economia e la politica a livello planetario: la guerra di tutti contro tutti, chiamata eufemisticamente competizione mondiale. È la follia al potere. Quando avremo raggiunto il fondo a cosa ci attaccheremo per risalire? Non è dal potere che verranno le soluzioni. Perché «non si possono risolvere i problemi con gli stessi schemi di pensiero con cui sono stati creati».

Un nuovo paradigma storico si sta delineando, appena intravisto. È basato sulla cooperazione anziché sulla competizione, sulla condivisione anziché sull'appropriazione individualistica. Il nuovo paradigma si sta configurando come un nuovo patto tra gli esseri umani che però include necessariamente anche un nuovo patto con la terra, con la natura, con la vita. Un sogno? Un'utopia consolatoria senza aderenza alla realtà? Qualche volta il dubbio ci assale. E allora bisogna alimentare la speranza alle esperienze concrete, alle buone pratiche e anche alle buone teorie.

Ci viene in aiuto una recente pubblicazione curata da Paolo Cacciari pubblicata con il titolo La società dei beni comuni: una rassegna. «Il libro - è scritto nel risvolto di copertina - raccoglie diciannove opinioni di autrici e autori italiani che da diverse visuali disciplinari ... si sono confrontati con i temi dei commons. Aria, acqua, terra, energia, e conoscenza sono risorse speciali, beni primari da cui tutto dipende e la cui fruizione richiede quindi attenzioni particolari. L'applicazione a tali beni della logica del mercato ha sperimentato infatti i più clamorosi fallimenti. ... ma cresce anche l'opposizione da parte di numerosi gruppi di citttadinanza attiva».

Dopo una panoramica complessiva del problema offerta dall'introduzione di Paolo Cacciari e dal documento La società dei beni comuni redatto dalla Officina delle idee di «Rete@Sinistra», si snodano i vari contributi suddivisi in due grandi sezioni: «Le buone teorie» e «Le buone pratiche». Se è permessa una critica, posso rilevare l'assenza di una riflessione sulla memoria. La crisi strutturale che stiamo vivendo oggi c'impone di riscoprire criticamente nella nostra storia i germi di quelle esperienze alternative, di pensiero e di pratiche, che ci hanno preceduto. Non si tratta di riproporre oggi sogni, lotte, racconti del passato ma di ispirarsi di nuovo ai loro valori di fondo. La memoria del vivere sociale ha una grande vitalità generativa: produce identità collettiva, tesse la trama del tessuto relazionale della città, crea di continuo comunità solidali e ostacola i germi distruttivi della frantumazione egoistica.

La memoria sociale, però, non è solo questo. È anche un luogo di resistenza, anzi il luogo privilegiato della resistenza. Il neo-liberismo infatti si afferma nella misura in cui riesce ad annullare la memoria sociale. Perché è creatore di società-necropoli. Ha bisogno di produttori/consumatori senza identità sociale. Per questo salvaguardare la memoria sociale, spogliarla dalla ritualità necrofila, attualizzarla, è uno dei compiti più urgenti di chi vede un futuro per l'umanesimo sociale, per la solidarietà planetaria, per la società dei diritti a partire dai diritti sociali, per l'etica comunitaria aperta oltre i confini.

Prima di tutto vorrei parlare del mio amico Vezio. Le mie città è, infatti, il primo libro in cui egli si rivela in una dimensione più autobiografica. E ci consente di entrare anche negli ambiti più personali della sua opera di urbanista e di politico. Vorrei seguire un'analogia tra l'autore e il contenuto del libro. Le città sono costituite dai grandi viali che tutti conoscono e poi dalle viuzze più interne che rivelano il proprio fascino solo ai cittadini più affezionati. Vi propongo, come si fa quando si visita una città sconosciuta, una guida insolita a Vezio De Lucia, nel senso di un'interpretazione più ramificata del suo percorso culturale, lasciando i viali più noti e spesso contrassegnati dagli stereotipi che gli sono stati attribuiti nel dibattito pubblico.

I critici hanno sempre descritto De Lucia come un cartesiano e nei tempi che corrono questa è un’accusa molto dura. Dopo aver letto il libro, però, torna in mente un aspetto dimenticato della filosofia cartesiana come pensiero sorretto da una geometria della passioni. Io credo che dietro il rigore di De Lucia ci sia un gusto per la meraviglia, intesa come passione dell'intelligenza. La meraviglia è uno strumento conoscitivo poiché promuove l'immaginazione di soluzioni radicalmente diverse rispetto all'andamento consueto delle cose. E' il come se dell'invenzione progettuale. Spesso nella sua pratica urbanistica ricorre alla meraviglia per aprire una fase nuova. Basta leggere il racconto del suo incipit a Napoli con la pedonalizzazione di Piazza Plebiscito, dai più considerata una follia, ma che proprio per il suo fattore sorpresa costituisce un programma di governo immediatamente percepibile dai cittadini. La stessa funzione di spiazzamento agisce anche nella dinamica politica quando l'intero consiglio comunale partenopeo rimane incantato nel seguire la presentazione del nuovo piano regolatore che diventa una lezione di cultura urbana.

Nella sua geometria delle passioni c'è una feconda ortogonalità tra il rigore metodologico e gli ideali morali. Questo è il punto di intersezione tra la dimensione personale e il discorso pubblico, tra la necessità e la volontà, tra il metodo e l'invenzione. Queste sono le tensioni creative che animano il racconto di una vita.

Al centro della dicotomia

tra tecnica e politica

Per comprendere il libro, a mio avviso, bisogna collocarsi al centro delle sue dicotomie. Una delle più esplicative è forse quella tra tecnica e politica. Questa tensione guida non solo l'autobiografia personale, ma, in una certa misura, anche l'interpretazione della storia repubblicana.

Vezio ha svolto con orgoglio il ruolo di funzionario dello Stato. Oggi egli porta avanti egregiamente l’attività libero-professionale, però, nel testo emerge tutta la predilezione per la funzione pubblica dell'urbanista, secondo una concezione weberiana del funzio-nario statale come sintesi alta tra tecnica e politica.

Tutto ciò è chiaro già nei primi capitoli che costituiscono una sorta di romanzo di formazione del giovane urbanista, in cui campeggia la figura di un maestro come Michele Martuscelli, grande direttore del Ministero dei Lavori Pubblici, un uomo all'antica, un carattere ruvido, un funzionario integerrimo e dotato di alto senso dello Stato. Nell'amministrazione pubblica allora si potevano trovare, in mezzo a burocrati inefficienti e funzionari felloni, figure di alto profilo morale e professionale per le quali valeva il motto il mio capo è il mio maestro. In esse la funzione gerarchica corrispondeva alla leadership tecnica, il ruolo di capo si accompagnava ad una costante attività di formazione dei propri collaboratori. Oggi è difficile che nella pubblica amministrazione qualcuno possa dire il mio capo è il mio maestro, perché quasi sempre la figura del capo è ridotta alla mera funzione gerarchica, non solo a causa della decadenza dell'amministrazione, ma spesso anche per una malintesa modernizzazione manageriale che ha privilegiato la tuttologia arrogante rispetto alla saggezza professionale. Entrando nel ministero di Porta Pia, il giovane urbanista incontra una statualità di alto profilo, che legittimava la propria funzione a partire da una presa di distanza dalla sfera sociale. Nella burocrazia come corpo separato – secondo un'espressione allora in voga - convergevano elementi di segno molto diverso. Da una parte certamente un atteggiamento reazionario di prerogativa castale - in parte rafforzato dal fascismo - ma allo stesso tempo un orgoglio del proprio ruolo di tutela dell'interesse generale e quindi di indipendenza rispetto ai condizionamenti esterni sia di natura economica sia di carattere politico.

Successivamente il movimento democratico ha condotto una battaglia contro l'elemento reazionario, senza però riuscire a conservare l'elemento positivo di orgoglio statuale. Nel lungo periodo quindi la sacrosanta democratizzazione degli apparati è approdata ad una volgarizzazione della funzione pubblica che la rende ormai vulnerabile nei confronti delle pressioni di interessi speculativi di vario tipo, come purtroppo è sotto gli occhi di tutti.

Dal primo centro sinistra

alla Seconda Repubblica

La relazione tra tecnica e politica si presenta nel suo massimo splendore nel primo centro sinistra, quel periodo decisivo per la formazione politica e professionale di Vezio che costituirà un riferimento costante per tutta la sua opera successiva. La cultura della programmazione è il momento in cui tecnica e politica non solo si riconoscono, ma si legittimano a vicenda e non a caso trovano la migliore sintesi nei protagonisti di allora, ad esempio Saraceno e Giolitti.

Negli anni Settanta il rapporto evolve in una dimensione più sociale, perché i saperi specialistici si mettono al servizio di una grande politica di emancipazione popolare. Ed è la grande stagione dell’INU, con De Lucia segretario generale, in cui la cultura urbanistica assume il sostegno alle lotte sociali quasi come un dovere disciplinare.

Poi il rapporto cambia ancora negli anni ottanta quando la tecnica è ormai rinchiusa in un fortino assediato da esponenti del CAF come Nicolazzi e Prandini. Così, un dirigente dello Stato competente e stimato come De Lucia viene cacciato dal Ministero dei Lavori Pubblici perché quell'autonomia tecnica è ritenuta un impaccio dalla classe politica ormai lanciata a tutta velocità verso l'abisso di Tangentopoli.

La Seconda Repubblica ripete lo stesso percorso, ma in modo più accelerato. Ciò che si era realizzato in un trentennio, ora si consuma in un lustro. All'inizio degli anni novanta il ricambio della classe politica suscita nuovi entusiasmi riformatori e sopratutto nel governo delle maggiori città italiane ritorna il fascino dei tecnici, ma ben presto questi vengono scalzati dal ritorno delle lottizzazioni assessorili. L'esperienza di Vezio come assessore a Napoli rappresenta questa parabola. Viene chiamato come tecnico al governo della città e in una sola consiliatura porta a compimento con successo il suo programma, maturando però nel contempo le ragioni di un distacco che intuiscono con largo anticipo i difetti risultati poi evidenti nella crisi dell'esperienza amministrativa napoletana.

A Roma, invece, alla fine degli anni ottanta, Vezio si afferma come uomo politico, proprio a partire dal suo prestigio di urbanista. La militanza politica diventa una sorta di prolungamento della cultura tecnica con altri mezzi. Nei suoi discorsi ricorre spesso la nostalgia e l'attualizzazione dell'esperienza del primo centrosinistra. Ciò crea curiosi equivoci nel dibattito interno al partito comunista, descritti con gusto nel libro, ma che voglio sottolineare come testimone di quel periodo. Da un lato la sua posizione è catalogata come migliorista perché allude al rapporto positivo col partito socialista, anche se quello degli anni sessanta. D'altro canto però la destra del Pci in quella fase è molto sbilanciata verso il consociativismo, duramente stigmatizzato invece da De Lucia, che su questo trova molti consensi nella base del partito e in particolare nelle tendenze di sinistra. Qualcosa del genere si ripete a parti invertite nell'esperienza napoletana, quando viene criticato dalla sinistra operaista che gli rimprovera la deindustrializzazione di Bagnoli, la quale per la verità era già stata consumata molto tempo prima. Anzi, il piano urbanistico intende restituire a quell'area un'alta qualità urbana in diretta collisione con gli interessi speculativi. La sua posizione suscita alternativamente consensi a destra e sinistra proprio perché si basa su un rapporto originale tra tecnica e politica. Allo stesso tempo la sua posizione guadagna un prestigio generalizzato proprio perché sfugge alle classificazione ideologiche del dibattito interno.

In quegli anni mi capita spesso di accompagnarlo nelle assemblee nelle sezioni del PCI e sono ammirato della sua capacità di parlare con semplicità di problemi urbanistici riuscendo ad appassionare il popolo delle periferie su proposte che, partendo da considerazioni tecniche, diventano immediatamente discorso politico di più ampia portata e comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Appunto, l'esercizio della meraviglia come progetto di città.

Aldilà di questi aspetti di stile, Vezio ebbe un ruolo decisivo nel collocare il PCI romano in aperta contestazione del CAF, cioè la grande alleanza tra Craxi, Andreotti e Forlani che a Roma significava soprattutto Sbardella. Nella capitale l’opposizione contrastò il modello di Tangentopoli prima che arrivassero i magistrati, mentre in altre città – ad esempio Milano e Napoli - prevalse il consociativismo. La nuova giunta capitolina nacque, quindi, in continuità con la politica di opposizione degli anni precedenti.

Rimpianto per Roma

Qui emerge però il punto per me più dolente del racconto. Dopo aver svolto quella rile-vante funzione politica, Vezio venne escluso nella formazione della squadra di governo. Ripensandoci dopo tanto tempo, credo si possa dire che sia stata una perdita per l’urbanistica romana. Ne parlo anche con il rammarico di non essere riuscito allora a contrastare quella scelta. La sua assenza nel governo capitolino ha pesato negativamente sull’esito del quindicennio. I pregi delle nostre amministrazioni sono ben noti e saranno ricordati sempre meglio nei prossimi anni in seguito agli insuccessi della destra di Ale-manno. Però, se vogliamo condurre una serena analisi autocritica di quel periodo risulta evidente che il limite maggiore è stato registrato proprio nella politica urbanistica. Lo dico assumendo la mia parte di responsabilità perché ho avuto voce in capitolo per un periodo non breve. D'altronde, proprio noi che abbiamo governato dovremmo promuovere una riflessione libera su quegli anni.

La strategia del policentrismo è stata guidata da una retorica che ha smarrito la coerenza tra le parole e i fatti. Quegli insediamenti chiamati centralità non sono altro che i residui del piano regolatore del ’62 e di fatto svolgono una funzione meramente espansiva e per niente trasformativa dell’attuale struttura urbana. Infatti, non possono essere tanto potenti da modificare le gerarchie consolidate nella dinamica centripeta e però nel contempo sono abbastanza rilevanti da far sentire l’effetto di un'ulteriore disseminazione insediativa nell’agro, con tutte le conseguenze negative di allungamento degli spostamenti e di aumento dell’entropia nelle relazioni tra le parti di città.

Negli ultimi quindici anni tutte le nuove costruzioni sono state localizzate intorno al Gra oppure oltre il Gra e questo ha provocato un forte aumento del pendolarismo, perché i residenti dei nuovi quartieri continuano a recarsi per lavoro nelle aree centrali. La politica urbanistica ha quindi prodotto un aggravamento del traffico proprio mentre si tentava con altri provvedimenti di curare la radice antica di questa patologia. Il piano ha risposto a questo problema ponendo l’esigenza di nuovi tracciati di linee metropolitane, ma ciò è inattuabile in una città che nel frattempo è costretta a recuperare un deficit infrastrutturale di quasi un secolo. Mentre si vanno costruendo le metropolitane che restituiscono l'accessibilità alla città esistente si deve evitare di produrre ulteriore domanda di trasporti con insediamenti troppo diradati e lontani dalle aree centrali. Altrimenti Achille non riuscirà mai a raggiungere la tartaruga.

Per fare un piano regolatore davvero nuovo non bisognava limitarsi ad attuare i residui del vecchio piano del ’62. Era ed è necessario un cambiamento profondo della logica di trasformazione. I nuovi insediamenti dovrebbero essere localizzati nella parte consoli-data della città, dentro gli interstizi e gli spazi ampi lasciati liberi dalla disordinata politica urbanistica del secolo passato. Non dimentichiamo, infatti, che Roma è una città a bassa densità, almeno su scala vasta. Certo, se andassi a Corcolle a dire che viviamo in una città quasi vuota, rischierei di non concludere serenamente il mio discorso, perché quei cittadini hanno la percezione di trovarsi in un ingolfamento urbano, perché la den-sità puntuale in quel quartiere forse è molto alta e soprattutto le relazioni con il resto della città sono molto deboli. Ma ciò non toglie che Roma sia una conurbazione diradata con ampi margini di trasformazione al suo interno. Invece di assecondare lo sprawl metropolitano sotto la retorica del policentrismo, si deve mutare il verso della trasfor-mazione e riportare le funzioni residenziali nella città consolidata, ottimizzando quindi anche gli investimenti per le nuove metropolitane che su quella scala sono ormai in via di realizzazione.

Una riflessione ancora su Napoli, dove l'assessore De Lucia compie una mossa imprevista rispetto allo stereotipo che gli viene attribuito di urbanista rigidamente affezionato alla pianificazione generale. Di fronte alle gravi urgenze della città inverte il metodo e opera per singole varianti volte a risolvere grandi temi urbani, in primis quello di Bagnoli, ma tenute insieme da una coerente logica politica che successivamente verrà formalizzata nel nuovo piano regolatore. Questo strumento, infatti, si è rivelato molto solido negli anni seguenti per regolare i rapporti tra interesse pubblico e convenienze private. Non a caso, anche se la politica partenopea è stata segnata diverse vicende di degrado amministrativo, nessun fenomeno di corruzione si è verificato nella gestione del territorio, a differenza di altre città italiane.

La mossa imprevista di partire dalle varianti era ispirata dall'esigenza di puntare direttamente alla soluzione di problemi ben definiti come invarianti rispetto alla pianifica-zione generale. Gli strumenti urbanistici erano mirati verso obiettivi di attuazione, mentre il programma politico si incaricava di garantire le scelte future. Alla tecnica era affi-dato il risultato dell'azione e alla politica la coerenza delle decisioni.

L’inversione dei ruoli

provoca cattiva pianificazione

A ben vedere, è proprio l'inversione di questi ruoli a produrre cattiva pianificazione, quando cioè la volontà politica è troppo attenta a soluzioni particolari che finiscono per stravolgere la coerenza generale, la quale è troppo debole se rimane affidata ad astratti strumenti tecnici. Detto in altri termini, la buona urbanistica si può fare solo se la politi-ca mette la forza nella scala sua propria delle grandi decisioni e non si frammenta nelle scelte attuative. Per questo un buon urbanista deve occuparsi di politica, come insegna la biografia del nostro autore.

Il mainstream urbanistico degli ultimi venti anni ha messo in discussione proprio questa esigenza di scelte politiche forti come presupposto della gestione del territorio. Da qui è venuta una malintesa concezione della governance, per la quale il pubblico rinuncia a scelte impegnative e gestisce insieme al privato senza una cornice attendibile.

Questa urbanistica concertata era partita da una polemica verso la rigidità e le lungaggini procedurali dei vecchi strumenti di piano, ma spesso è approdata a nuove metodologie che hanno reso ancora più complessa l'attuazione. La mancanza di decisioni forti di contesto non solo ha lasciato briglia sciolta agli interessi privati, ma ha favorito anche un irrigidimento burocratico della funzione pubblica. A Roma ad esempio, i piani integrati delle periferie, i così detti articoli 11, che erano nati proprio con la promessa di maggiore flessibilità, dopo quasi venti anni ancora non riescono ad aprire i cantieri. Forse oggi bisognerebbe riprendere il dibattito sugli strumenti urbanistici, partendo però da un bilancio realistico dei risultati raggiunti dalle diverse opzioni. Colgo l'occasione per chiedere a Umberto De Martino, che è persona saggia ed equilibrata, di farsene promotore.

In ogni caso, credo che anche questo libro consigli di passare dall'urbanistica degli aggettivi - concertata, integrata, innovativa - a quella dei sostantivi come ad esempio trasporto, casa, ambiente. Torna l'esigenza cioè di una pianificazione che si occupi di contenuti. Questo è sempre stato l'approccio di Vezio e in ciò si rivela il suo realismo, a di-spetto dello stereotipo che lo ha dipinto come un pianificatore astratto.

Nel suo approccio tecnica e politica sono sempre focalizzate nella ricerca di un risultato concreto e possibile. Non solo a grande scala, ma anche, ad esempio, nella pianificazione del recupero dei tessuti storici delle periferie napoletane dopo il terremoto del 1981. In quel caso, infatti, evita il classico rinvio ad un piano particolareggiato e segue una lettura tipologica dei tessuti edilizi per consentire un'immediata attuazione degli interventi nel pieno rispetto del principio conservativo. E' un esempio di come si possa rispondere meglio ad un'emergenza facendo buona urbanistica, mentre di solito in Italia si aggravano le emergenze facendo cattiva urbanistica, come si è accaduto recentemente a L'Aquila.

In conclusione, io credo che la tensione creativa tra tecnica e politica spieghi molto dell'opera teorico e pratica di De Lucia. A Napoli, si esprime come tecnico dell'urbanistica, a partire da una salda gestione delle priorità politiche. A Roma, invece, si afferma come politico, a partire del rigore metodologico dell'urbanista.

Questa tensione tecnico-politica, come ho detto all'inizio, spiega non solo la dimensione autobiografica del libro, ma anche quella storica, nella misura in cui la vicenda urbanistica italiana contribuisce, a mio avviso in modo rilevante, a spiegare passaggi cruciali della vita nazionale nella seconda parte del secolo.

Il tragico passaggio da Fiorentino Sullo

a Silvio Berlusconi

Giustamente nel libro la periodizzazione è scandita da quell'evento decisivo che è il fallimento della legge Sullo, forse non pienamente maturato nella coscienza storica del paese. In quegli anni il movimento riformatore coglie un risultato insperato nel mettere sotto controllo l'accumulazione capitalistica con le nazionalizzazioni dell'elettricità (an-che se con lauti compensi), ma paradossalmente non riesce a cogliere l'obiettivo di regolare la rendita immobiliare, pur essendo questo, almeno secondo i classici, un obiettivo alla portata di una strategia riformista. In Italia il partito della rendita si dimostra molto più forte di quello del profitto. Anzi, è proprio nella sconfitta di Sullo che il partito della rendita emerge come forza politica capace di dare un indirizzo opposto a quello del governo di centrosinistra formalmente al potere. Non a caso su quello scoglio si vanno a infrangere le speranze del riformismo socialista. Da quel momento il centrosinistra cambia segno e viene risucchiato dall'egemonia dorotea. Non dimentichiamo che per affossare la riforma dei suoli si scatenano forze telluriche, fino a rischiare il colpo di stato col famoso “rumore di sciabole”. Perfino una grande personalità come Aldo Moro piega la testa di fronte all'ascesa del partito della rendita.

Quindi è un grande evento della storia italiana in cui si afferma prepotentemente sul piano politico un primato del possesso privato rispetto al bene comune che d'altronde ha radici profonde nel carattere nazionale. Oggi, forse possiamo comprendere meglio la rilevanza di quel passaggio perché la logica patrimonialistica ha trovato nel berlusconismo non solo il naturale continuatore ma la sua espressione più compiuta e organica.

Nel passaggio da Sullo a Berlusconi si consuma il ribaltamento del rapporto tra rendita e modernizzazione del paese. Negli anni sessanta il discorso dell'urbanistica riformista trovava ascolto anche nel mondo industriale, allora molto sensibile riguardo alla necessità di liberare il profitto dalla zavorra della rendita. Vezio ricorda il tempo in cui Agnelli si scagliava contro la speculazione immobiliare, con un linguaggio che oggi sarebbe considerato estremistico: “Noi non ce la facciamo a sostenere i costi dello sviluppo industriale se la rendita aggrava il carico sulle famiglie e in generale sull’organizzazione sociale con questo peso della speculazione”. Sembrava quindi credibile l'affermarsi di un patto tra produttori - tra lavoratori e imprenditori - contro la formazione della rendita. Questa, infatti, era allora un'espressione del ritardo italiano e costituiva una forza del tutto marginale rispetto al movimento della modernizzazione capitalistica. Il suo impatto sul territorio fu devastante - con il sacco di intere città, Roma e Napoli innanzitutto - anche se la sua funzione economica era piuttosto rozza e tutto sommato marginale. Gli attori erano modesti - i palazzinari senza scrupoli e politici senza regole – tenuti insieme da relazioni del tipo descritto dalla famosa battuta di Evangelisti: “A Fra' che te serve?”. I rapporti con il mondo finanziario erano scarsi e non andavano al di là della fornitura del prestito bancario necessario per avviare la speculazione sulle aree.

Il rapporto tra finanza e immobiliare diventa più robusto negli anni Ottanta, quando entrano in campo i vari Ligresti, Caltagirone, Romagnoli, che realizzano una rete di colle-gamento tra il costruttore, l’amministrazione pubblica, le nuove attività terziarie e il marketing urbano. Il finanziere diventa il promotore e l'organizzatore del processo di formazione della rendita.

Oggi, infine, il fenomeno approda ad una sintesi compiuta con la costituzione del fondo immobiliare in cui la rendita sviluppata nel territorio diventa un'espressione della rendita immateriale della finanza. La formazione dei plusvalori speculativi viene a dipendere strettamente dal ciclo economico internazionale e il mattone diventa un prolungamento della speculazione finanziaria con altri mezzi. Di conseguenza la rendita immobiliare non è più un fattore di arretratezza, anzi diventa uno dei modi di espressione della modernizzazione finanziaria e ne assume tutto il potere di comando rispetto all'organizza-zione complessiva della società e dell'economia. Ma questo primato si fa sentire anche in negativo nelle dinamiche della crisi. Tutta l’economia mondiale si è inceppata proprio su questo rapporto tra rendita immobiliare e rendita finanziaria, quando cinque milioni di famiglie americane non sono state più in grado di pagare i mutui sulla case sorretti dalle finzioni dei subprime.

Rispetto agli anni cinquanta e sessanta quindi la rendita urbana è diventata molto più potente nel determinare gli obiettivi e gli esiti della trasformazione. Paradossalmente, però, a questo aumento di forza corrisponde una minore visibilità nella consapevolezza del dibattito pubblico e perfino nelle analisi critiche.

A parlare di rendita sono rimasti i riformisti di un tempo, quelli che le riforme volevano farle davvero e pensavano anche che dovessero tagliare le unghie alla speculazione. Con questo riformismo Vezio De Lucia è sempre stato coerente. Anche per questo il suo libro è prezioso e bisogna raccomandarne la lettura.

Il governo è in agonia, ma continua a rivoltarsi scompostamente. Fuori tempo massimo tenta di ritrovare nuova energia nell'ideologia neoliberista che era all'origine dei suoi successi "giovanili". Era questa la grande promessa che avrebbe permesso al berlusconismo di imporsi non solo sul piano dell'immaginario collettivo e del (mal)costume, ma anche sul piano più elevato della storia e delle visioni del mondo. L'ambizione più grande del centro-destra italiano dagli anni '90 è stata quella di provare ad abbandonare il sistema sociale definito dalla costituzione repubblicana. Un modello costituzionale comune a tutte le democrazie contemporanee europee. La nostra non è mai stata una costituzione «bolscevica» (solo Berlusconi poteva fraintendere), non ha, però, mai permesso una deriva neoliberista. La "forza" della costituzione italiana è in ciò: essere una tavola di valori condivisi da tutti, che si può interpretare secondo indirizzi politici anche molto distanti, ma sempre entro un ambito costituzionale delimitato. Su queste basi, in Italia, è stato possibile il progresso civile e politico.

Troppo lungo sarebbe spiegare perché a un certo punto tutto ciò s'è interrotto. Limitiamoci a constatare che dalla generale richiesta di "attuare" la costituzione si è passati ad un'altrettanto generale pretesa di "cambiare" il testo che aveva garantito il progresso in Italia. È noto che tra i protagonisti del cambiamento di prospettiva c'è stata gran parte della sinistra. È stato questo un errore storico dal quale sarà difficile riprendersi. Ma ora interessa parlare d'altro.

Interessa qui parlare dell'ondata neoliberista che si è abbattuta tardivamente in Italia. Dopo la rivoluzione thatcheriana e reaganiana, anche in Italia la destra ha provato a imporre il suo neoassolutismo. Il neoliberismo inteso come un assoluto trascendente, prodotto di un pensiero unico, lo scardinamento della democrazia pluralista per come è stata concepita nella nostra storia contemporanea. Da questo punto di vista era "naturale" che individuasse nella cultura "compromissoria" della costituzione un nemico. Se si voleva imporre una visione unilaterale che facesse strage dei diritti sociali e dell'organizzazione equilibrata dei poteri, diventava necessario cambiare il carattere complessivo della costituzione vigente. La "grande riforma" e le pulsioni costituenti hanno avuto questo senso profondo. Una consapevole strategia di abbattimento del nostro sistema costituzionale pluralistico che ha avuto il suo apice nella riforma della seconda parte della costituzione approvata dal parlamento dalla maggioranza di centro-destra e respinto dal corpo elettorale nel 2006. Fu quello il più importante tentativo di imporre un'"altra" costituzione, che assumeva il premierato assoluto e il neoliberismo ideologico come suo unico fondamento costituzionale. La costituzione pluralista uscì vincitrice da quello scontro terribile, le concezioni totalitarie neoliberali, espresse da un Berlusconi nel pieno del suo vigore polemico, furono sconfitte. Forse è da quel momento - dal referendum costituzionale del 2006 - che può datarsi la fine del berlusconismo come ideologia, la conclusione della parabola politica del centro-destra. In fondo una fine sul campo più "nobile" di quella postribolare che la cronaca di questi giorni ci racconta.

In tal modo si spiegherebbe anche il fatto - altrimenti incomprensibile - del fallimento politico del governo di centro-destra nell'attuale legislatura: sebbene abbia ottenuto la più ampia maggioranza parlamentare mai registrata in Italia, è nato "morto", perché privato di ogni reale prospettiva di sviluppo. La crisi economica e l'assenza di ogni alternativa politica hanno fatto il resto. Oggi cominciamo ad accorgercene.

Anche se "morto" il centro-destra continua però a governare, e vista l'assenza di strategie alternative "vive" non c'è da stupire. E così ci riprova, auspicando la riscrittura dell'articolo 41 della nostra costituzione. Il senso "ideologico" complessivo che si vuole assegnare appare chiaro: stravolgere il compromesso costituzionale, modificando l'equilibrio che in materia d'iniziativa economica ha definito la costituzione pluralista italiana. Si vorrebbe rendere assoluta la libertà degli imprenditori privati e cancellare i contrappesi dell'utilità sociale del rispetto della dignità umana che la nostra costituzione invece impone. Soprattutto escludere, così come prevede il terzo comma, la possibilità di un coordinamento dell'iniziativa economica pubblica e privata dettata dell'interesse generale della collettività. Eliminare insomma ogni diversa ragione che non sia quella dell'impresa. Un disegno eversore del sistema costituzionale. Un disegno che si pone per questo governo ormai fuori tempo massimo. Non passerà.

Il Dow Jones può salire con le bolle speculative sulle materie prime, possono entusiasmare le vendite di Natale o le società leader come Apple, ma la piaga del mercato immobiliare resta insanata e insanabile

Il 25 gennaio, di fronte al Congresso e a 50 milioni di americani che lo ascoltavano, Barack Obama ha pronunciato un discorso di 6.958 parole nel quale ha parlato molto di posti di lavoro (33 volte), di scuola (16 volte), di futuro (16 volte) di energia pulita (9 volte). C'era però un vocabolo maledetto, una parola tabù assente dal suo discorso sullo Stato dell'Unione, come se il solo pronunciarla potesse peggiorare la situazione: «foreclosure», pignoramento della casa.

Lo stesso giorno in cui Barack Obama esortava gli americani a guardare con fiducia al futuro, a reagire come reagirono nel 1958, quando il lancio dello Sputnik sembrava dimostrare la superiorità dell'Unione Sovietica nella corsa allo spazio, in quelle stesse ore venivano diffusi i dati sui prezzi delle case, che sono ulteriormente scesi, dell'1% nelle 20 maggiori aree metropolitane degli Stati Uniti, mentre i pignoramenti di case per mutui non pagati regolarmente saranno nel 2011 più di due milioni, in aggiunta ai 2,8 milioni pendenti. Dal 2008 ad oggi circa tre milioni di famiglie americane hanno perso la casa, o sono sul punto di perderla, fra undici mesi altri 2 milioni saranno nelle stesse condizioni, portando il totale a 5 milioni.

«Il livello dei pignoramenti rimane da cinque a dieci volte più alto rispetto al normale nei mercati più colpiti, dove permangono profonde linee di frattura che potrebbero scatenare nuove ondate di pignoramenti nel 2011 e oltre. I pignoramenti si sono estesi nel 2010 perché la disoccupazione elevata ha fatto crescere i procedimenti del 72% nelle aree metropolitane, molte delle quali erano rimaste relativamente immuni dal maremoto iniziale di pignoramenti» dice James J. Saccacio, amministratore delegato di RealtyTrac, un'agenzia specializzata nel seguire le evoluzioni del mercato immobiliare americano.

Di fronte a una tragedia sociale di queste dimensioni, il presidente entrato in carica nel gennaio 2009 sull'onda di immense speranze avrebbe probabilmente dovuto dire qualcosa, fare un bilancio di ciò che l'amministrazione ha fatto in questi due anni, giustificare i fallimenti e annunciare la ricerca di nuove strade per affrontare il problema.

Le strizzatine d'occhio

Non solo Obama non lo ha fatto, ma la sua amministrazione manda ogni giorno strizzatine d'occhio a quello stesso mondo delle banche che è all'origine della catastrofe finanziaria del 2008, una «crisi evitabile», come spiega con abbondanza di dettagli il rapporto della commissione del Congresso incaricata di indagare sull'accaduto (il rapporto è stato pressoché ignorato dalla stampa se non nei suoi aspetti di polemica spicciola tra commissari democratici e commissari repubblicani). E la nomina di William Daley, ex sindaco di Chicago e alto dirigente di J. P. Morgan a capo di gabinetto dello stesso Obama appare, più che una strizzatina d'occhio alle banche, una resa senza condizioni.

Sul sito web della Casa Bianca sono elencati 29 temi politici su cui gli americani possono ottenere maggiori informazioni su ciò che Obama ha fatto e si propone di fare: si comincia con Civil Rights e si finisce con Women, passando dalle politiche per i reduci di guerra a quelle per le zone rurali. Quello che non c'è è la voce Housing, o sinonimi. La casa, il cuore del Sogno Americano e l'epicentro della crisi finanziaria, è stata semplicemente rimossa come problema.

La storia della crisi esplosa con il fallimento di Lehman Brothers nel 2008 è molto complessa e, non a caso, il Financial Crisis Inquiry Report ha avuto bisogno di 633 pagine per ricostruirla. Ma la storia di ciò che sta accadendo oggi sul mercato immobiliare degli Stati Uniti e su ciò che accadrà nei prossimi due anni è invece molto semplice. Proviamo a riassumerla in due battute: i prezzi delle case continueranno a scendere, o al massimo si stabilizzeranno al livello attuale, perché l'offerta supera ampiamente la domanda e perché i pignoramenti continueranno. Questo funzionerà da freno a mano per l'intera economia e manterrà probabilmente la disoccupazione al di sopra del 9%.

Perché l'offerta di case supera la domanda? Per due ragioni convergenti che, insieme, creano una spirale negativa. Sul lato dell'offerta: 3 o 4 milioni di case pignorate significano altrettante case messe sul mercato in sovrappiù rispetto al normale stock di appartamenti in vendita. Sul lato della domanda, la disoccupazione al 9,4% e la stagnazione dei salari di chi ancora un lavoro ce l'ha si traducono in una capacità di acquisto ridotta e in una estrema prudenza nell'indebitarsi, per l'incertezza sul futuro che angoscia le famiglie americane.

Queste due potenti forze che trascinano verso il basso il mercato immobiliare dovrebbero essere controbilanciate da forze economiche opposte generate da questa situazione: il calo dei prezzi dovrebbe riavvicinare offerta e domanda, mentre la politica di tassi vicini allo zero praticata dalla Federal Reserve dovrebbe facilitare l'accesso al credito delle famiglie e spingere chi può ottenere un mutuo attorno al 3% a fare il grande passo e decidersi all'acquisto.

In parte queste due forze hanno cominciato ad operare ma i dati ci dicono che sono ancora troppo deboli per invertire la tendenza, per una varietà di ragioni. Il calo dei prezzi non è generalizzato e uniforme ma concentrato in alcuni stati e città. Questo ha creato delle aree semiabbandonate in centri come Cleveland o Detroit, che già bene non stavano, facendo scomparire la prospettiva di una ripresa in tempi brevi o medi: chi vorrebbe andare ad abitare in quartieri infestati dalle gang, o che le amministrazioni comunali pensano seriamente di restituire all'agricoltura? Sono le case a basso costo ad essere le più penalizzate nella perdita di valore, in quanto destinate a una clientela che in questo momento non ha prospettive di migliorare la propria situazione: ad Atlanta il prezzo medio di una casa è tornato quello di 11 anni fa e gli appartamenti di fascia bassa costano oggi il 32% in meno di un anno fa. A Las Vegas l'11% delle abitazioni, una casa ogni nove, è in procinto di essere pignorata o è già stata restituita alla banca.

Arriveranno prezzi migliori?

In altre città, come Chicago, Seattle, Miami, Portland in Oregon, i potenziali acquirenti semplicemente pensano che non si sia ancora toccato il fondo e che nei prossimi mesi potranno spuntare prezzi migliori. Le vendite erano risalite fino a quando era rimasto in vigore un incentivo fiscale per i compratori che è scaduto nel maggio scorso e che oggi, con la Camera a maggioranza repubblicana, l'amministrazione Obama nemmeno osa riproporre. Da maggio in poi i prezzi sono tornati a scendere e non si vede cosa possa arrestare questa tendenza.

Il problema chiave sono i pignoramenti: nella fase più acuta della crisi le banche si sono gettate sulle case su cui vantavano un'ipoteca come avvoltoi, in molti casi senza neppure seguire le procedure previste dalla legge, talvolta falsificando i documenti. Negli ultimi mesi il ritmo si è un po' rallentato perché la magistratura ha iniziato a guardare più da vicino ai metodi di J. P. Morgan, U.S. Bancorp e Wells Fargo, in qualche caso annullando le vendite all'asta, come è accaduto in Massachusetts e in altri stati. Si tratta però di una goccia nel mare: quando Obama entrò in carica nel gennaio 2009 si impegnò a varare un programma di emergenza per permettere a chi era in arretrato con i pagamenti di restare nella casa e di negoziare con le banche creditrici migliori condizioni.

Purtroppo, dietro i blandi comunicati dell'amministrazione sta una triste realtà: il programma Making Home Affordable è stato un completo fallimento. Il Congressional Oversight Panel, nel suo rapporto del dicembre scorso, ha usato un linguaggio circospetto per non irritare la Casa Bianca ma la situazione è questa.

Mentre negli obiettivi il programma doveva raggiungere 4 milioni di famiglie, il rapporto del ministero del Tesoro diffuso pochi giorni fa fornisce il numero di «permanent modifications» delle condizioni del mutuo, cioè il numero di famiglie che hanno ottenuto una dilazione dei pagamenti, una riduzione della rata mensile o un interesse più basso: 521,630, poco più di mezzo milione. E il fatto che queste famiglie abbiano ottenuto un piccolo miglioramento della loro situazione grazie all'intervento del governo federale non garantisce affatto che riescano a salvare la loro casa dal sequestro: nei prossimi mesi le rate più basse o le dilazioni ottenute possono ugualmente rivelarsi troppo onerose per famiglie che spesso hanno a che fare con la disoccupazione, o con lavori che non pagano nemmeno quanto serve per fare la spesa settimanale al supermercato.

Tanti incentivi alle banche

Al di là delle ragioni tecniche (l'eccesso di scartoffie da compilare, condizioni troppo restrittive per essere ammessi agli aiuti) sta una questione fondamentale: l'amministrazione lo ha impostato come un programma di incentivi per le banche, non osando prendere misure più radicali anche a causa dell'ostruzionismo dei repubblicani in Congresso. Le banche, molto spesso, hanno ignorato le offerte, ritenendo di poter guadagnare di più pignorando la casa del debitore insolvente e rimettendola sul mercato.

Naturalmente, se questo comportamento poteva essere razionale per la singola banca, il fatto che tutte le banche facessero la stessa cosa ha fatto schizzare alle stelle il numero di pignoramenti, quindi il numero di unità immobiliari messe sul mercato, facendo scendere i prezzi delle case esistenti e rallentando la costruzione di nuove case: nel dicembre 2010 sono state vendute 329.000 unità immobiliari nuove, contro le 356.000 del dicembre 2009.

Si torna quindi al punto di partenza: il Dow Jones può salire allegramente seguendo le bolle speculative sulle materie prime, consolandosi con i modesti miglioramenti nelle vendite natalizie o entusiasmandosi per i risultati trimestrali di alcune aziende leader, come Apple, ma la piaga purulenta del mercato immobiliare resta lì, insanata e insanabile fino a che l'amministrazione Obama non si convincerà che occorre intervenire sul serio. Il che potrebbe anche essere impossibile perché i repubblicani hanno giurato di praticare un energico salasso all'economia americana nei prossimi mesi, riducendo le spese federali a qualsiasi costo. I singoli stati, nel frattempo, discutono di come potrebbero legalmente dichiarare bancarotta e licenziano pompieri, poliziotti, insegnanti e bibliotecari per tappare in qualche modo i buchi di bilancio.

L'ultimo lavoro di Danilo Zolo critica dell'ideologia «progressista» usata dai potenti della Terra per legittimare il loro potere, perché punta a definire una agenda politica per uscire dall'irreversibile crisi della globalizzazione. Ma che sottovaluta la necessità di definire un orizzonte comune con l'Oriente

Danilo Zolo è una figura insolita nel panorama filosofico italiano. Egli, infatti, è da sempre un intellettuale disorganico, il cui forte impegno analitico e politico non è mai consolatorio, anzi è profondamente avverso a qualsiasi conciliazione risolutiva e rassicurante. Il suo stile intellettuale, sobrio ed inquieto, lo ha portato ad interrogare lungo il suo percorso anche tradizioni intellettuali diverse da quella italiana, e ad attraversare campi disciplinari spesso distanti, dalla filosofia politica alla teoria della conoscenza, senza concedere alibi né agli altri né a se stesso. In altre parole egli è l'opposto sia dell'accademico che del filosofo oracolare, che ama enunciare senza mai abbassarsi a dimostrare quanto dice.

Negli ultimi due decenni, quelli che hanno fatto seguito al crollo del sistema socialista e hanno visto l'estendersi dei processi di globalizzazione, il lavoro di Zolo è stato particolarmente prezioso perché ha preso di mira a tutto campo quella che potremmo chiamare l'ideologia dei vincitori. Anche in questa scelta si ritrova il tratto «scomodo» appena ricordato: Zolo non corre mai in soccorso dei vincitori, anzi potremmo dire che è preso dalla sindrome opposta, concentra il fuoco della sua critica proprio sui dispositivi ideologici, giuridici e istituzionali attraverso cui essi organizzano e riproducono il proprio dominio. È accaduto così che in questi anni egli abbia preso coraggiosamente di mira in sequenza la teoria della guerra umanitaria, l'ideologia dei diritti umani, l'aura di sacrale imparzialità che circonda le istituzioni internazionali e tutte quelle teorie che, dietro una pretesa universale e cosmopolitica, nascondono l'interesse dei vincitori, il dominio globale dell'Occidente atlantico. E vale forse la pena di ricordare che questa critica radicale dell'universalismo liberale nell'era della globalizzazione, non essendo Zolo mai stato un marxista, è aliena da qualsiasi nostalgia nei riguardi del passato.

Il suo ultimo libro non si limita però a confermare ed esaltare questo stile di lavoro, perché si propone di comporre le diagnosi critiche di questo ventennio all'interno di una rappresentazione unitaria, per tentare di definire la prospettiva verso la quale il pianeta è destinato ad avviarsi. Il quadro che ne deriva è sintetizzato nel titolo: Tramonto globale. La fame il patibolo, la guerra (Firenze University Press, pp. 226, euro 17,90). La tendenza che Zolo mette a fuoco è quella della crisi progressiva ed irreversibile dell'ideologia ottimistica e progressista con cui i vincitori hanno tentato di rappresentare il passaggio storico degli ultimi decenni. Se nel primo dei tre capitoli al centro dell'analisi è il declino dell'ideologia dei diritti umani e il crescente logoramento della sua capacità di mascherare le politiche di aggressione dell'Occidente, il secondo capitolo si concentra invece sul «tramonto globale» della democrazia.

Un sociale da reprimere

Quest'ultima sta perdendo sempre più quel carattere universalistico ed espansivo che l'aveva accompagnata negli anni dell'estensione del Welfare State, i cosiddetti «trenta gloriosi», e sembra aver ormai compiuto una radicale inversione di marcia. Al posto dei diritti sociali estesi a tutti i cittadini si vengono affermando imperativi securitari e la risposta alla pressione esercitata dalla massa crescente degli esclusi è ispirata a principi sempre più esplicitamente repressivi. Con un drammatico mutamento del codice dominante si è passati, dice Zolo, dalla prospettiva dell'inclusione progressiva ed universale a quella dell'esclusione e della repressione carceraria, dallo Stato sociale alla società penitenziaria. Se nei «trenta gloriosi» si era creduto di poter inglobare tutti, adesso le porte si sono chiuse e chi cade fuori dell'ordine sociale va trattato senza indulgenze e senza speranza: il ritorno all'esaltazione della reclusione e alla pena di morte è il segnale del tramonto dell'orizzonte progressista.

Questo quadro regressivo viene completato dall'ultimo capitolo, che Zolo dedica alla crisi verticale delle Nazioni Unite. Con le contraddizioni del globalismo giudiziario Zolo si era già confrontato, in modo particolare in Cosmopolis (1995), Chi dice umanità (2000) e I signori della pace (2001), nei quali aveva messo in risalto alcune conseguenze pericolose dell'ideologia cosmopolitica, in primo luogo quella della reintroduzione del concetto di «guerra giusta», che lo jus publicum europaeum aveva realisticamente messo da parte, fondando la messa in forma giuridica delle relazioni tra gli Stati sulla ricerca di equilibri tra le rispettive sfere di sovranità. Ma quelle contraddizioni sono diventate una vera e propria crisi allorché gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno ripetutamente scavalcato le Nazioni Unite quando loro conveniva. Questo passaggio segna una discontinuità drammatica, perché la rinuncia da parte del soggetto più forte ad accettare di «mettere in forma» la propria potenza ferisce in modo gravissimo non solo un'istituzione, ma l'ideologia stessa a cui essa si era ispirata, quel globalismo giuridico che, sotto la spinta dell'universalismo wilsoniano, aveva trovato in Hans Kelsen la sua espressione più «pura». Quando un'istituzione giuridica viene messa in crisi dagli stessi soggetti che ne avevano a suo tempo ispirato la costruzione, diventa evidente che essa ha ormai perso in modo irreversibile la propria credibilità.

Di fronte ad una crisi arrivata ad un punto così profondo, nelle ultime pagine del libro Zolo propone di sostituire al globalismo giuridico la nozione schmittiana di Grossraum, cioè di una serie di grandi spazi regionali, «ordinati e coesistenti, di sfere di intervento e di aree di civiltà», che «potrebbe determinare il nuovo diritto internazionale della terra». Questa prospettiva, che nei suoi tratti essenziali era già stata avanzata nelle ultime pagine di Cosmopolis, diventa oggi per Zolo di stringente attualità, perché solo essa permetterebbe all'Europa di giocare un ruolo autonomo, affrancandosi «dalla sudditanza politica e militare agli Stati Uniti» e scegliendo di «svolgere una funzione di equilibrio in un mondo nel quale stanno emergendo potenze regionali decise a liberarsi dall'universalismo imperiale degli Stati Uniti».

È da questo passaggio conclusivo del libro che vorremmo partire per svolgere qualche ulteriore considerazione su un punto non marginale della ricostruzione di Zolo che ci convince meno. La proposta schmittiana dei «grandi spazi» costituisce sicuramente un bagno di realismo politico a fronte dell'astrattezza e della doppiezza che minano il globalismo giuridico, ma, a sua volta, non è certo priva di ambiguità. Un impianto simile anima, ad esempio, il quadro teorico del famoso libro di Samuel Huntington sul conflitto delle civiltà. Anche Huntington afferma che l'epoca che si è aperta è quella della fine dell'egemonia dell'Occidente e dell'affermarsi di un «sistema a più civiltà», ma nella sua ricostruzione tale sistema è esposto in modo costante al rischio che la pluralità si trasformi in conflitto. Se l'universalismo giuridico ha dimostrato di non poter essere la soluzione, non ne discende in nessun modo la garanzia che il pluralismo non si rovesci (del resto è già accaduto con il primo conflitto mondiale) in uno scontro, che le civiltà non si chiudano nelle proprie ragioni, rendendosi ognuna impermeabile a tutte le altre. In altri termini si corre il pericolo di passare dall'universalismo dei più forti ad un pluralismo minato dal sospetto e sempre sul punto di rovesciarsi in scontro aperto quanto feroce.

Civiltà a confronto

Anche se il globalismo giuridico comporta le conseguenze che Zolo mette in luce, permane, in tutta la sua drammaticità, la necessità di ridurre l'estraneità reciproca dei soggetti, di trovare una base minima di traduzione e di intesa tra di essi. L'universale del futuro sarà molto diverso da quello che abbiamo conosciuto, perché dovrà essere il risultato di una costruzione a più mani, una base minima di valori comuni e condivisi che, senza estinguere la ricchezza che viene dalle differenti civiltà, le aiuti a superare l'incommensurabilità e intraducibilità delle rispettive ragioni. Chi scrive è, ad esempio, convinto che un confronto schietto e leale tra Oriente ed Occidente potrebbe essere prezioso anche per costruire forme nuove di equilibrio tra la libertà del singolo e coesione sociale. Facile a dirsi, molto difficile a farsi, ma forse proprio per questo bisogna muoversi subito in quella direzione, partendo dal lavoro di coloro che sono gia partiti, da Raimon Pannikar all'ultima fatica di François Jullien su L'universale e il comune. Il tramonto annuncia la notte, ma prelude anche all'arrivo del nuovo giorno e iniziare a lavorare può accorciare le ore di oscurità. Anche se l'alba non dovesse essere vicina bisogna farsi trovare preparati.

In altre parole non riusciamo a condividere l'elogio del pessimismo che attraversa Tramonto globale. Certo, è possibile che esso sia, come pretende Zolo, «la saggezza degli uomini coraggiosi che amano intensamente la vita propria e la vita degli altri, guardano la morte in faccia e non sanno che farsene del paradiso». Un sentimento da rispettere, ma difficile da condividere. Essere minoranza non è mai una consolazione, ma un problema che non si riesce a risolvere.

L’Egitto è un’occasione che perderemo. L’occasione è storica: spezzare nel più strategico paese arabo il circolo vizioso di miseria, frustrazione, regimi di polizia e terrorismo – spesso alimentato dai regimi stessi per ottenere soldi e status dall’Occidente – che destabilizza Nordafrica e Vicino Oriente fino al Golfo e oltre. Il successo della rivoluzione avvierebbe la transizione a un Egitto "normale", con un potere politico legittimato dal popolo.

Dopo la scintilla tunisina, il segno che la nostra frontiera sud-orientale può cambiare. In meglio. Avvicinandosi ai nostri standard di libertà e democrazia. Cogliendo le opportunità di sviluppo perse per l’avidità delle élite postcoloniali, impegnate a coltivare le proprie rendite, indifferenti a una società giovane, esigente.

L’Italia più di qualsiasi altra nazione europea dovrebbe appassionarsi al sommovimento in corso lungo la Quarta Sponda. Chi più di noi dovrebbe interessarsi alla ricostruzione del circuito mediterraneo, destinato a intercettare la quasi totalità dei flussi commerciali fra Asia ed Europa, di cui saremmo naturalmente il centro? A chi più che a noi conviene la graduale composizione della frattura tra le sponde Nord e Sud del "nostro mare"? O davvero pensiamo sia possibile erigere una barriera impenetrabile in mezzo al Mediterraneo? Qualcuno pensa ancora che lo sviluppo del Sud del mondo sia una minaccia e non una formidabile risorsa per il nostro stesso sviluppo – anzi, la condizione perché non si arresti?

Eppure Roma tace. Il nostro governo ha trovato modo di non esprimersi fino a sabato. Meglio così, forse, visto che quando ha parlato – via Frattini – nessuno se n’è accorto. Mentre tutto il mondo si preoccupa del dopo-Mubarak, noi ci dilaniamo sulla "nipote". Stiamo perdendo l’occasione di incidere in una svolta storica – stavolta l’aggettivo è pertinente – che riguarda molto da vicino la vita nostra, soprattutto dei nostri figli e nipoti.

Se anche i militari riuscissero ad affogare nel sangue le aspettative della piazza, la rivoluzione egiziana ha ormai sancito che il paradigma delle dinastie parassitarie, incentivato dai governi occidentali, non garantisce più nessuno. Certamente non i popoli che opprime. Ma nemmeno noi europei. Quei regimi significano solo caos, repressione e miseria. L’ambiente ideale per i jihadisti. I quali, non dimentichiamolo mai, sono incistati nelle nostre metropoli. Se sbagliamo politica in Egitto, in Tunisia o in altri paesi del nostro Sud, il prezzo lo paghiamo in casa.

Un sobrio accertamento dello stato delle cose dovrebbe indurre il nostro governo a mobilitare ogni risorsa a sostegno dei cambiamenti in atto sulla sponda africana del Mediterraneo. Se ciò non accade, non è solo colpa di Berlusconi o Frattini, ma della rimozione che l’Italia ha compiuto di se stessa. Della sua geografia e della sua storia. Nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità è duro ammetterlo. Ma è un fatto: non sappiamo dove siamo né da dove veniamo.

Così abbiamo dimenticato che per secoli l’Egitto è stato fecondato dalla nostra diaspora. Come l’intero bacino del Sud Mediterraneo, dove un secolo fa viveva quasi un milione di connazionali. Operai, artigiani, ma anche banchieri, architetti e burocrati pubblici.

Nell’Egitto khedivale l’italiano era lingua franca, usata nell’amministrazione pubblica. Un tipografo di origine livornese, Pietro Michele Meratti, vi fondò nel 1828 il primo servizio di corrieri privati, la Posta Europea, poi assurto a monopolio pubblico. Le diciture delle prime serie di francobolli egiziani erano in italiano. Decine di migliaia di italiani, tra cui molti ebrei, abitavano il Cairo e Alessandria, dove i segni del "liberty alessandrino" sono ancora visibili. La nostra egittologia ha una lunga tradizione. Come in genere le nostre missioni archeologiche orientali, fra le principali fonti d’intelligence quando i servizi segreti erano ancora qualcosa di serio.

Di questo e delle nostre tradizioni levantine in genere cercheremmo vanamente una trattazione nei manuali scolastici. E´ storia rimossa. Eppure ancora oggi molto del residuo capitale di simpatia di cui godiamo nella regione si fonda su tali memorie. Basterebbe poco per ravvivarle. Nell´immediato, anche un gesto simbolico.

A Torino abbiamo il più importante museo di antichità egizie dopo quello del Cairo, oggetto di sospetti vandalismi nelle prime fasi dei disordini. Sarebbe forse utile uno sforzo sostenuto dai poteri pubblici e da fondazioni private per dare concreto seguito alla profezia di Jean-François Champollion, il decifratore della Stele di Rosetta: "La strada per Menfi e Tebe passa da Torino". Finanziare e sostenere la messa in sicurezza del Museo del Cairo e dei suoi reperti significa non solo salvare un giacimento culturale di valore universale, ma un atto di rispetto per la pietra angolare dell’identità egiziana. Quell’identità che i nostri levantini contribuirono a resuscitare e che le piazze egiziane oggi vogliono riscattare.

Eppure nell’immaginario collettivo (ossia televisivo) sembra che l’Egitto sia un qualsiasi pezzo d’Africa, un arcipelago di miserie e arretratezze. Più le piramidi e Sharm el-Sheikh. Ma da dove spuntano i giovani anglofoni che maneggiano twitter e Facebook – già ribattezzato Sawrabook, "libro della rivoluzione" – e rischiano la vita per la libertà?

Per anni abbiamo vissuto di verità ricevute. Un eterno fermo immagine. Intanto, la società civile egiziana cresceva, si strutturava. Ci sono certo i Fratelli musulmani, un arcipelago dalle mille ambiguità, che Mubarak ci ha rivenduto con successo come banda di terroristi. Ma ci sono anche laici, cristiani, nazionalisti, socialisti, gente che semplicemente non ne può più della "repubblica ereditaria". Quanto meno daremo ascolto e supporto alle loro istanze, tanto più il rischio di una deriva islamista diverrà concreto. E’ quanto sperano Suleiman e gli altri anziani ufficiali drogati da decenni di potere incontrastato. Per riproporre e rivenderci il muro contro muro.

Obama e alcuni leader europei forse cominciano a capirlo. Fra cautele ed esitazioni invitano a voltare pagina. Non noi italiani. Continuiamo ad aggrapparci a un Egitto che non c’è più. L’Egitto che prova a nascere non lo dimenticherà. La sua sconfitta sarà la nostra. La sua vittoria, solo sua.

Attivate il "mini-client" e cliccate con il vostro "mouse", come spiegato nella "slide" successiva, recitano le istruzioni del ministero. E attenti, aggiungeremmo noi, a non commettere errori nella compilazione della domanda: anche la minima incertezza nel trascrivere un nome o un indirizzo potrebbe costarvi cara.

Non riuscireste a regolarizzare la persona cui affidate la cura dei vostri cari, detta "badante". E voi immigrati con un permesso di soggiorno non potreste permettere ai vostri figli di raggiungervi senza doversi rivolgere ai criminali, quelli che organizzano il traffico degli immigrati clandestini, pagando un "pizzo" elevato e rischiando la loro vita.

Tutto avverrà in poco più di un minuto nei tre click-day a vostra disposizione. Bisognerebbe chiamarli "abdic day", perché sanciscono l’incapacità di governare i flussi migratori, la scelta di abdicare da questa responsabilità. Nel peggiore dei casi si lascia ai professionisti delle pratiche telematiche (le istruzioni sul sito del ministero sono tutt´altro che semplici e infarcite di termini inglesi, ostici per molti datori di lavori domestici) la scelta su chi regolarizzare e chi non. Nel migliore sarà invece un razionamento lasciato interamente al caso.

Ma davvero un paese come il nostro non può scegliere quali immigrati far arrivare da noi, non può stabilire priorità? Abbiamo già milioni di immigrati che vivono da anni in Italia e che vorrebbe ricostruire le loro famiglie da noi. I nuovi arrivati si integrerebbero molto più facilmente di chi arriva senza conoscere nessuno. Abbiamo uno stato sociale che non aiuta chi non è più autosufficiente e famiglie che diventano sempre più piccole, non più in grado di offrire la cura di qualità di cui gli anziani avrebbero bisogno. Gli immigrati che tappano questi buchi sono sempre più indispensabili, non possiamo farne a meno. Abbiamo anche un bisogno disperato di talenti, di manodopera qualificata per riconvertirci su produzioni a più alto valore aggiunto. Uno studente straniero che prende un dottorato da noi, molto spesso grazie a borse di studio a carico del contribuente italiano, che parla la lingua italiana e che potrebbe creare tanti nuovi posti di lavoro, è spinto ad andarsene altrove al termine dei propri studi. Non sarebbe più efficiente cercare di trattenerlo da noi anziché affidarsi al caso o confidare sul suo click veloce?

Sarà un "abdic day" anche perché, una volta di più, servirà soprattutto a regolarizzare chi è già da noi illegalmente, anziché a regolare i flussi in ingresso, come recita ipocritamente il decreto che lo istituisce. Chiederemo a queste persone di uscire e poi rientrare col rischio peraltro di non poterlo fare se identificate come irregolari nel momento in cui lasciano il nostro paese. Sarebbe una beffa per chi vince la gara del click-day, una beffa pagata all´ipocrisia di leggi che fingono di regolare gli ingressi sapendo bene che finiscono per lo più per sanare irregolari già da noi.

Non appena si è sentito odore di elezioni anticipate, la Lega ha fatto affiggere sui muri di Milano un manifesto con l´immagine di un barcone di disperati in arrivo sulle coste italiane. Titolo eloquente: "Vogliono farli tornare". Paradossalmente se la prendono proprio con il Presidente della Camera che ha sottoscritto assieme a Bossi la normativa sull´immigrazione. La Bossi-Fini gestisce da dieci anni le politiche dell´immigrazione in Italia.

Il manifesto è rimasto senza risposta. Anche perché l´immigrazione è uno dei tanti temi che divide l'opposizione, spaccata tra l´ideologia e il pragmatismo. Proviamo allora a darla noi la risposta. No, non vogliamo farli tornare, anche perché non hanno mai smesso di arrivare, valicando altre frontiere. Né vogliamo farli deportare nel deserto libico e stringere accordi molto impegnativi con i dittatori del nord-Africa, regimi antidemocratici e sulla via del tramonto. Vogliamo solo governare l´immigrazione. Voi siete capaci di farlo solo a parole e rigorosamente solo in campagna elettorale.

Il referendum di Mirafiori è stato un esempio importante di resistenza operaia a un diktat imposto in nome della globalizzazione. Lo sciopero di oggi indetto dalla Fiom sarà una prima, difficile, verifica di un confronto che investe ormai tutto il paese. L'elaborazione a cui il seminario di Uniticontrolacrisi ha dato inizio vuole essere sia un contributo alla definizione di una alternativa concreta alle imposizioni di una competitività globale e senza sbocco che sta portando il mondo verso il baratro, sia l'inizio di un collegamento operativo tra le principali componenti che hanno dato vita all'incontro: la Fiom, in rappresentanza del mondo del lavoro che resiste e rivendica salvaguardia e sviluppo dei diritti del lavoro; il movimento di studenti e ricercatori, che oggi è la parte più organizzata di un esercito precari o di giovani a cui è stato rubato il futuro, ma che racchiude tutte le potenzialità di un collegamento tra quella resistenza e il mondo dei saperi tecnici, scientifici e sociali; i centri sociali, in rappresentanza dell'universo di coloro che precari lo sono già e che su questo hanno creato forme autonome di aggregazione sul territorio. Di qui nasce il dibattito su beni comuni e riconversione del sistema produttivo e dei modelli di consumo.

L'aggressione alle condizioni e ai diritti dei lavoratori della Fiat e delle maestranze di molte altre aziende è il modo in cui vengono fatti pagare al mondo del lavoro i costi della crisi, i vincoli della globalizzazione e della sua competizione sfrenata; nel caso specifico, quella dell'industria automobilistica. Perciò anche la risposta - la difesa a oltranza dei diritti e la tutela della salute e della vivibilità degli ambienti di lavoro - non può essere disgiunta dalla ricerca di modelli di consumo e da un'organizzazione della produzione alternativi a quelli attuali - nel caso dell'industria dell'auto, da modelli di mobilità sostenibile - non più fondati su una competizione che intende arruolare le maestranze di un'azienda in una guerra permanente, e sempre perdente, contro quelle di tutte le altre aziende; bensì su rapporti di cooperazione in cui che cosa, come, dove e per chi produrre possano essere scelte condivise.

La ricerca di questa alternativa deve misurarsi però con la crisi ambientale e con i rischi imposti dall'attuale sistema di produzione e consumo: cosa che nei governi, nell'imprenditoria o nella finanza, sia nazionali che globali, non trova alcun ascolto.

Molti dei beni e degli stili di vita - sia di chi vi ha accesso che di chi soltanto vi aspira - come molte delle attuali produzioni dovranno prima o poi essere dismesse; meglio farlo prima, in forma graduale e concertata, che poi, in forme improvvise, catastrofiche, e sotto l'incalzare della crisi economica e di quella ambientale. Non si deve temere di individuare, ovviamente attraverso il più ampio dibattito, i consumi e le produzioni insostenibili; né di dirlo apertamente, anche quando ciò sembra mettere in discussione la temporanea collocazione e la provvisoria sicurezza di chi è impegnato in quelle produzioni o di chi considera irrinunciabili quei consumi. Il problema è coinvolgere questi soggetti in un percorso concreto e condiviso verso condizioni, lavori e stili di vita più liberi e sicuri. Viceversa, per sostituire alla devastazione dell'ambiente, della convivenza e della salute pratiche più sostenibili dovranno essere promosse e incentivate altre forme di consumo, altre scelte produttive, altre modalità di cooperazione: sia all'interno di uno stesso impianto che tra aziende, enti o territori diversi. Non si tratta di fantasie; sono già oggi oggetto di pratiche, sperimentazioni, ricerche cui non viene data la visibilità dovuta.

L'intensificazione dello sfruttamento e la compressione dei diritti dei lavoratori, sia alla Fiat che in altre aziende grandi, medie o piccole, avvicina la condizione dei lavoratori a tempo indeterminato - i cosiddetti "garantiti" - all'esercito dei precari e dei giovani a cui né scuola né mondo del lavoro offrono più un futuro. La ricerca di una via di uscita è ormai un obiettivo e un compito comune. Si aggiunga che per trent'anni il "pensiero unico" che ha guidato e giustificato una globalizzazione predatoria e autoritaria ha potuto colonizzare le menti di milioni e forse miliardi di persone sulla base dell'assunto che a governare sia il mondo che l'esistenza di ciascuno devono essere gli interessi privati. Perché privato vuol dire efficiente e ciò che non è privato non può che essere statale e inefficiente: sottratto al "libero" gioco di un mercato ormai controllato da poche centrali della finanza internazionale, per essere predato dalle burocrazie o dalle cosche degli Stati. Promotori e artefici della conversione ambientale devono lasciarsi dietro le spalle la falsa alternativa tra privato e statale, imboccando il percorso difficile e graduale - perché fondato su una sperimentazione continua - verso la condivisione dei beni comuni; beni e attività da sottrarre al controllo sia degli interessi privati che delle diverse articolazioni del potere statale, per promuoverne la gestione in forme trasparenti di autogoverno.

Gli ambiti a cui fa riferimento questa prospettiva sono due: il primo è costituito da esperienze di lotta e organizzazione già in corso, con obiettivi chiari e definiti - anche se suscettibili di continui approfondimenti e ampliamenti - e che hanno accumulato grandi patrimoni di buone pratiche, di legami sociali, di saperi pratici e teorici, come le lotta della Val di Susa, il comitato No Dal Molin, la campagna contro la privatizzazione dei servizi idrici, le mobilitazioni dei pendolari, molte lotte contro gestioni o progetti scellerati nel campo dei rifiuti, molte iniziative per il controllo di scuole, nidi, attività culturali, servizi sanitari. Ma anche molte esperienze "molecolari" come quella dei Gas, gruppi di acquisto solidale, suscettibili di un'enorme espansione sia numerica - già in corso - che tematica: sono infiniti gli acquisti solidali che possono essere gestiti, a partire da quelli energetico.

Il secondo ambito è dato da quei movimenti che si impongono sulla scena sociale con la loro urgenza, anche se la formulazione di obiettivi e strategie, quand'anche circostanziata, è lungi dall'aver esaurito le loro potenzialità: innanzitutto la resistenza dei lavoratori della Fiat e le lotte di tutte le aziende in crisi o sottoposte a processi di ridimensionamento, ristrutturazione o delocalizzazione; poi il movimento degli studenti, dei ricercatori e di quei docenti che hanno solidarizzato con loro; infine le prime, embrionali, mobilitazioni dei lavoratori migranti e le iniziative di coloro che promuovono per loro accoglienza e sostegno.

Lungo il percorso di cui lo sciopero di oggi costituisce una prima importantissima tappa, non solo i soggetti che fanno capo a Uniticontrolacrisi, ma tutti coloro che avvertono l'urgenza di difendere, insieme ai diritti del lavoro, i cardini della vita democratica e la necessità di politiche orientate alla sostenibilità, possono riconoscersi in un'agenda comune. I suoi punti cardine sono l'aggregazione di soggetti e componenti diverse, con storie e culture differenti, con obiettivi e prospettive per ora scollegate; lo sviluppo congiunto di progetti condivisi: dagli ambiti più semplici, ma irrinunciabili, quali informazione e sensibilizzazione delle persone e delle reti che ciascuno è in grado di raggiungere, a quelli più complessi, quali la messa a punto di rivendicazioni, di nuove pratiche, o di iniziative di autorganizzazione sul modello dei Gas e dei centri sociali.

Fondamentale in questa congiuntura sociale è la combinazione delle pratiche di lotta o di autorganizzazione con i saperi che il movimento universitario, il mondo della ricerca e quello della cultura possono mobilitare e mettere a disposizione degli altri movimenti, in modo che il tema della conversione ambientale diventi il centro di un nuovo sentire, contrapposto al "pensiero unico" e in grado di sgomberare il campo dai residui con cui, in misura maggiore o minore, esso continua a intasare le menti di ciascuno di noi. Ma, soprattutto, in modo da promuovere, partendo dall'università, una vera riforma dei saperi: che investa non solo l'organizzazione del mondo accademico, l'entità e le fonti del suo finanziamento, ma soprattutto i contenuti della cultura che in esso si elabora e si trasmette. Questo nuovo rapporto tra lotte, movimenti e saperi potrà dare forma, in ogni ambito territoriale o settoriale raggiungibile, a istituti di consolidamento e di autogestione delle nuove aggregazioni; cioè a embrionali organi di autogoverno dei beni comuni.

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Eric Hobsbawm ha 93 anni e, oggi, è diventato un autore di bestseller. Grazie al suo ultimo saggio su Marx, How to change the world: tales of Marx and Marxism, come cambiare il mondo. Ristudiando Marx. La lezione del celebre storico, appassionato di jazz, ha scalato le classifiche inglesi. Una sorpresa anche per lui che da anni vive ad Hampstead, a breve distanza dalla brughiera che confina con il cimitero di Highgate dove è sepolto Marx. Nel primo capitolo del suo libro scrive che Marx è «ancora un grande pensatore del nostro tempo». E che, paradossalmente, «sono stati i capitalisti a riscoprirlo e non i socialisti».

«Ci sono due ragioni che spiegano la sua importanza. Innanzitutto la fine del marxismo ufficiale dell´Unione Sovietica ha liberato Marx dall´identificazione con il leninismo e con i regimi leninisti. In questo modo è stato possibile recuperare il suo pensiero e quel che aveva da dire riguardo al mondo. Ma, soprattutto, il capitalismo globalizzato che si è sviluppato dagli anni 1990 era quello descritto da Marx nel Manifesto. Lo si è capito nella crisi del 1998: anno durissimo per l´economia globale nonché 150esimo anniversario di questo piccolo e sorprendente opuscolo. Ma, appunto, questa volta furono i capitalisti e non i socialisti a riscoprirlo. Forse i socialisti erano troppo imbarazzati per celebrare questo anniversario».

Quando ha capito che Marx era tornato?

«Fui contattato dal direttore della rivista che United Airlines pubblica per i suoi passeggeri, che sono quasi tutti uomini d´affari americani. Avevo scritto un articolo sul Manifesto: mi chiesero di poterlo pubblicare, erano interessati al dibattito. Qualche tempo dopo George Soros mi chiese che cosa pensavo di Marx. Lì per lì diedi una risposta ambigua. "Quell´uomo – disse Soros – scoprì 150 anni fa qualcosa sul capitalismo di cui dobbiamo tener conto oggi". Non c´è dubbio che Marx sia tornato al centro della scena».

Ci sono anche altri segnali?

«Ci sono anche quelli più frivoli, simboli di una moda. C´è stato un sondaggio della Bbc che l´ha eletto come il filosofo più grande. O il fatto che se digitate il suo nome su Google, tra gli intellettuali è superato soltanto da Darwin ed Einstein, ma viene prima di Adam Smith e Freud».

Nel libro cita il modello di un "capitalismo dal volto umano" che esisteva prima degli anni Reagan-Thatcher. Oggi c´è ancora?

«Queste tesi fanno parte della tradizione di molti paesi capitalisti, dalle socialdemocrazie riformiste alle dottrine sociali cristiane. I profitti economici devono essere uniti a misure che assicurino il benessere della popolazione, non fosse altro che per evitare pericoli sociali e politici creati da squilibri eccessivi. Queste idee nacquero come reazione allo sviluppo dei partiti laburisti e socialisti alla fine del diciannovesimo secolo e ancora adesso, per fortuna, distinguono l´Europa occidentale dagli Stati Uniti».

Quali sono i paesi in cui resistono?

«I paesi più piccoli che sono riusciti a crearsi nicchie relativamente sicure nell´economia globale possono combinare lo sviluppo delle imprese private con i servizi pubblici: penso all´Austria e alla Norvegia. Questi sistemi servono a ridistribuire il reddito sociale e per questo sono cuscinetti indispensabili».

Qual è stato l´effetto più evidente della globalizzazione?

«Ha privato gli Stati delle risorse per la distribuzione del benessere pubblico, a causa della de-industrializzazione e dello spostamento dell´economia mondiale verso l´Oriente. Fino al crollo del 2008 questo processo è stato accelerato e non governato. Con un indebolimento sistematico delle istituzioni pubbliche a spese di uno straordinario arricchimento privato».

Che cosa serve adesso?

«Intanto la modifica di alcuni rapporti. L´ostilità del neo-liberismo ai sindacati, incoraggiata da politiche sindacali miopi, è stato un elemento del disastro. Così il capitalismo dal volto umano è possibile, ma solo se i governi e i ricchi cominciano a preoccuparsi del problema».

Tra le sue suggestioni c´è quella di cominciare a «prendere Marx seriamente». Ma sostiene anche la necessità di "ricalibrarlo". Cosa significa?

«L´analisi fondamentale dello sviluppo storico fatta da Marx resta valida. Ma, quella che egli chiamava "la società borghese", non era e non poteva essere la fine del capitalismo. Era una fase temporanea, come lo sono state altre. Quello che resta vero è che si creano profonde ineguaglianze sociali e morali. Il socialismo, come lo intendeva Marx, e ancora di più il comunismo si sono dimostrati fallimentari. Eppure torna attuale la necessità di risolvere i problemi con azioni pianificate dai governi e dalle autorità pubbliche».

Ma l´idea di Stato, oggi, è completamente cambiata.

«Infatti. Per questo penso ad azioni di autorità globali sovranazionali. Può essere difficile da immaginare se non considerando accordi tra super Stati politicamente decisivi ma non si può lasciare tutto il potere alla finanza privata. I problemi sono evidenti a tutti, Marx ci ha offerto un metodo: il pubblico deve poter governare il cambiamento, le disuguaglianze devono essere ridotte dallo Stato».

Quali sono i problemi principali?

«La crescita della popolazione e della produzione. Badate: non sono problemi in sé, ma lo diventano per il catastrofico impatto che in queste condizioni hanno sull´ambiente. In più se il centro di gravità del mondo si sposta dai vecchi imperi industriali a quelli emergenti si creano nuove instabilità e pericoli».

Di che tipo?

«Le vecchie economie occidentali ora in declino perdono il loro livello di vita e quelle emergenti sognano di raggiungere i livelli di vita dell´Occidente. Questo provoca una doppia pressione: su chi sta vedendo tramontare il suo status e su chi fa di tutto per accrescerlo. È questo che sta mettendo in crisi l´idea di sviluppo».

Ma come si può essere marxisti oggi?

«Non possiamo ritornare all´Ottocento, è evidente. Non possiamo mettere a rischio, neppure per un momento, il progresso intellettuale e le conquiste, politiche, sociali e di libertà, ottenute negli ultimi due secoli dagli uomini e dalle donne. Ma dobbiamo cercare un nuovo equilibrio tra pubblico e privato, tra l´idea di sviluppo e la sua sostenibilità in questo nostro mondo. Per questo nostro mondo».

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