La ricerca del censis - il luogo della decisione politica è ora nella finanza e negli istituti sovranazionali
Cosa resta della democrazia se le scelte che determinano la vita delle persone sono imposte da soggetti imperscrutabili, lontani, non imputabili? Il mondo secondo «Margin call» Lo Stato non è più libero di decidere della ricchezza prodotta sul proprio territorio. È la fine della politica, nell'analisi dell'istituto diretto da Giuseppe De Rita
Non sono rimasti in molti a fare ricerca politica tenendo d'occhio la realtà sociale concreta. Il Censis è uno di questi pochi luoghi e sforna sempre un insieme di dati e riflessioni di livello. È così specialmente stavolta, con la ricerca Dove sta oggi la sovranità che apre un mese denso di appuntamenti scientifici coincidenti - forse non per caso - con il «giugno orribile» dell'Unione europea; quello in cui dovrà essere trovata una convincente via di superamento alla crisi oppure si presenterà alla porta il rischio di esplosione dell'eurozona.
Il tema della sovranità non è infatti per nulla astruso: si tratta di capire chi decide, su cosa, attraverso quali procedure e - se sbaglia - quali sanzioni. La democrazia, nel dopoguerra, ha fornito una risposta forse zoppicante, ma che - ricorda il Censis - ha tenuto insieme il paese «comprando a debito la pax sociale». In parole semplici: facendo crescere il debito pubblico più velocemente del Pil pur di «includere» una massa critica sociale tale da evitare lo scontro frontale tra interessi opposti (a partire da quello tra imprese e lavoratori). È il cuore della «cetomedizzazione» reddituale, del «taglio delle estreme» sul piano politico, della proliferazione dei «corpi intermedi» (sindacati, associazionismo, volontariato, ecc).
Mercati finanziari internazionali e istituzioni sovranazionali hanno però preso in mano - grazie alla crisi - il potere decisionale assoluto sulle scelte di politica economica: «ce lo chiedono i mercati» oppure «l'Europa» è la risposta standard di ministri senza carisma e fantasia. E convince sempre meno. In ogni caso, la «sovranità democratica» è scomparsa non solo per i paesi deboli, ma anche per quelli di prima fascia che partecipano all'Unione. Come l'Italia.
Non è una scomparsa solo concettuale. Si porta dietro la fine della «politica» come luogo dove «l'insieme dei soggetti che fanno parte della nazione» e «attraverso i meccanismi della rappresentanza» riuscivano almeno a «condizionare le scelte decisive della vita collettiva». L'«eterodirezione», sempre sospettata dietro le porte del potere, prende quindi un corpo reale, anche se distante e sordo. La «sovranità in fuga verso l'alto» è percepita da tutti i settori sociali e si intreccia con pregiudizi atavici radicati nel nostro paese, che oscillano alternativamente verso la «sensazione di impotenza» o l'«antipolitica». Un riflesso distorto di un fatto reale: i partiti non «compattano» più sul piano ideologico interessi sociali differenziati, trasformandoli in riforme, diritti, redistribuzione. Maneggiano soldi pubblici, e per questo sono odiati, ma non detengono più le leve del potere reale. Il governo Monti ne è la certificazione indiscutibile.
Eppure «il governo» è ancora, seppur di poco, indicato come il potere più rilevante rispetto alla vita materiale degli individui. Certo, l'«antipolitica» facilita curiose contrapposizioni fasulle. Un esempio: è più importante che i governanti siano «competenti» o «eletti dal popolo»? Ci cascano in tanti, ma meno di tutti i giovani e gli over 65; ovvero chi ha lo sguardo ancora fresco e chi ne ha viste di ogni. In mezzo, le due generazioni figlie della «fine delle ideologie», e quindi devote in modo spesso acritico all'unica rimasta.
Ma la «percezione di non contare nulla in politica» è il segnale di quanto sia grave la «rottura del nesso rappresentanza-decisione» Gli italiani si sentono mediamente molto più impotenti degli altri cittadini europei (Grecia a parte, ovviamente) e di questo fa le spese anche «l'europeismo». Giustamente definito come «una delle ultime retoriche di massa significative», cresciuto all'ombra del conflitto bipolare e sul ricordo devastante della guerra tra paesi vicini, l'europeismo è oggi un sentimento d'appartenenza debole. Più somigliante a un «ormai ci siamo, non possiamo uscirne», che non a un'adesione convinta.
È infatti certo per tutti che «la volontà sovranazionale si è imposta a seguito dell'operare di indicatori automatici che hanno imposto alla collettività determinate scelte, senza poterne discutere». Ma questo pone limiti seri a un'avanzamento deciso verso un'integrazione più cogente. «Eventuali nuovi strappi in avanti del processo unificatorio, oggi, non trovano consenso», perché giustamente associati a una serie di «riforme», «sacrifici», rinunce, che impoveriscono sia sul piano reddituale che su quello della cittadinanza.
Deve far riflettere, in questo senso, che il rimprovero principale rivolto «alla politica» dei decenni scorsi non sia (per il momento) il fatto di aver accettato l'unificazione europea, ma nel non averla «negoziata abbastanza». Nell'aver insomma rinunciato a esercitare un ruolo più deciso e «protettivo».
Tra percezione e realtà, in questioni di così grande dimensione, lo scarto può essere grandissimo. E anche legittimo. Certo è che se si condivide - come bisogna fare - il giudizio sulla storia italiana del dopoguerra come frutto di un «lungo e vero compromesso sociale; e se quel «meccanismo si è interrotto, a cominciare dalla capacità di dividere la torta in modo percepito come equo e inclusivo per tutti», allora i problemi di «tenuta sociale» che ci stanno davanti sono parecchio pesanti. Difficile passare indenni attraverso una «partita giocata tutta sul meno, sul ridurre, su una decrescita tutt'altro che virtuosa». Dove l'«equità» è solo una parola detta spesso per accompagnare una sottrazione forzosa di reddito e diritti. Di «sovranità democratica».
«Si distingueranno Reggio Calabria e Messina attivando processi di una trasformazione urbana virtuosa trainati da eventi straordinari, come quello della creazione della Città Regione dello Stretto? La nostra ferma e convinta risposta è sì». Ad affermarlo è Enzo Tromba nell'introduzione del volume "La città Metropolitana per la Regione dello Stretto" (Iiriti editore, 2009), di cui è autore insieme a José Gambino, sottolineando che il libro vuole essere una sintesi tra programma e progetto con una interconnessione tra flessibilità e partecipazione che ci consenta di essere protagonisti della competitività globale.
Enzo Tromba, dottore in Comunicazione sociale e giornalista pubblicista ha ricoperto cariche politiche e istituzionali, mentre José Gambino è professore ordinario di Geografia umana nella Facoltà di Scienze della formazione dell'Università di Messina. Filo conduttore dell'intero volume è la cooperazione sinergica e la mobilità all'interno dell'area integrata dello Stretto, senza dimenticare le opportunità che dal punto di vista legislativo servono alla centralità dell'area in questione, come la dichiarazione di Barcellona e la strategia di Lisbona elaborate in sede europea, puntando sulla creazione di una zona di prosperità condivisa mediante la realizzazione di una partnership economica e finanziaria che si basi su un'area di libero scambio.
«Per giungere alla realizzazione di un solo territorio unito da mare – ha detto nella presentazione l'allora presidente del Consiglio provinciale di Reggio Calabria, Giuseppe Giordano – bisogna che tutti noi facciamo la nostra parte, attivando intelligenze e risorse, strategie economiche, sociali e culturali davvero innovative che ci vedano protagonisti di una nuova stagione imprenditoriale, suscitando l'interesse e la sinergia con gli altri Paesi del bacino del Mediterraneo». «La Regione dello Stretto – ha precisato il presidente della provincia di Messina, Nanni Ricevuto che ha curato la presentazione – con le sue università e centri di ricerca, potrebbe cooperare a sostegno del capitale umano per un'economia competitiva basata sulla conoscenza.
Dunque, appare cruciale la formazione dei giovani, per contribuire a combattere la precarietà e offrire opportunità di occupazione». Il libro, che si avvale della prefazione del compianto prof. Edoardo Mollica, è ricco di approfondimenti e raccoglie anche i contributi dei ricercatori Francesco Calabrò, Alessandro Rugolo e Lucia Della Spina. Inserite anche una serie di articoli di Enzo Tromba divisi in due sezioni, città di Reggio Calabria e Area dello Stretto, pubblicati sulla "Gazzetta del Sud" dal 2004 al 2006, che certamente hanno contribuito a stimolare il dibattito sull'opportunità di realizzare la Città metropolitana. La pubblicazione si conclude con gli atti del convegno "Dall'Area dello Stretto alla città metropolitana dello Stretto", tenutosi nel Palazzo della Provincia di Reggio Calabria il 24 gennaio del 2008.
Titolo originale: Ray Bradbury brought literary respect to science fiction – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
"Avevano una casa a colonne di cristallo sul pianeta Marte ai margini di un mare vuoto…"
Saggio, sferzante, meraviglioso, così Ray Bradbury iniziava uno dei primi capitolo del suo Cronache Marziane, opera sulla paranoia da era spaziale, meraviglia lirica che negli anni ’50 rese finalmente rispettabile la fantascienza.
La scomparsa di Bradbury a 91anni è stata annunciata oggi dalla figlia a Los Angeles: uno scrittore americano nella scia della tradizione da Edgar Allan Poe a Hawthorne a Hemingway. Al tempo stesso pacato poeta e riluttante profeta, dagli scritti di Bradbury emerge uno stile che è una cascata di immagini e fondamentali verità: il potere nemico della creatività ( ), la paura dell’oscurità ( Paese d’ottobre), i robot non sono sempre nostri amici ( Il corpo elettrico), le cose più spaventose possono essere pagliacci, fiere, giochi ( Qualcosa di sinistro sta per accadere).
Nel 1956, il famoso regista John Huston chiese a Bradbury un adattamento cinematografico di Moby Dick. Alla domanda del giovane e poco pratico Bradbury, “Perché io? Dopo tutto scrivo quasi solo su riviste popolari”. E Huston rispose, “È per via di quella sua storia sul dinosauro e il faro, credo do averci annusato il fantasma di Melville”.
Diffidava della tecnologia — era famoso per non guidare e non salire sugli aerei — ma dotato di un “ottimismo guercio” Bradbury credeva nel futuro, anche se i suoi marziani complottavano di nascosto, e i pompieri fascisti di incendiavano istericamente tutti i libri e i personaggi che ci stavano dentro. “Fahrenheit 451 non l’ho scritto per prevedere il futuro – dichiarò una volta – ma per prevenirlo”. Incanutito, impacciato dopo un ictus nel 1999 e cieco da un occhio, Bradbury ha trascorso i suoi ultimi giorni nella casa a Cheviot Hills, Los Angeles, un paio di chilometri scarsi dagli studi 20th Century Fox. “Stava quasi sempre a letto” racconta Terry Pace, 49 anni, amico e collaboratore che ha passato una settimana con Bradbury in aprile. “Ma era sempre lo stesso dodicenne. Pieno di voglia di vivere, sempre interessato al futuro anche ripercorrendo il passato. In qualche modo sapeva che grazie alla sua opera avrebbe vissuto per sempre”.
Per una intervista al periodico Monsters from the Vault, Bradbury ha raccontato a Pace l’influenza dei film muti di Lon Chaney e dell’horror sulla sua scrittura. E nel corso della visita insieme ai bambini di Pace storpiava le canzoncine di Cantando sotto la Pioggia. “In quegli ultimi tempi la vita gli ripassava davanti” ricorda Pace. Davanti a un vecchio film di Chaney a un’edizione rara dell’Uomo che faceva miracoli, storia non molto nota di Wells, Bradbury poteva scoppiare in lacrime: “Grazie per avermi restituito il mio passato”. Secondo Pace Bradbury “valutava il suo lavoro. Magari prendeva un suo libro dallo scaffale, e chiedeva di leggerne un brano a caso. Piangeva come un bambino: ma chi l’ha scritto? Ottimo, davvero un buon lavoro!”
Nato a Waukegan, Illinois, le sue storie sono impregnate di cultura popolare del Midwest, pubblicate prima su rivistine economiche come Super Space Stories o Thrilling Wonder Stories, ma presto si impongono al pubblico nazionale sulle pagine più prestigiose di Colliers, The Saturday Evening Post e The New Yorker (c’è un suo racconto anche sull’ultimo numero). Il suo punto di forza non sono tanto le idee — qui dopo tutto la concorrenza è numerosa e agguerrita, da Arthur C. Clarke, a Isaac Asimov a Robert Heinlein che percorrono le medesime rotte della fantascienza — ma la qualità della scrittura, che colpisce la sensibilità letteraria.
“Mi pare di sentire ancora i brividi di quella giostra misteriosa e raggelante … Era la qualità della scrittura, fantastica ma al tempo stesso realistica: il mio genere preferito di fantastico” ricorda la scrittrice Erin Morgenstern, che confessa quanto il suo grande successo del 2011,The Night Circus, sia influenzato dall’incontro quando aveva undici anni con Qualcosa di sinistro sta per accadere scritto da Bradbury nel 1962. Lo spirito infantile di Bradbury era equilibrato da una certa scontrosità culturale, specie nei confronti della tecnologia. “Ci sono troppi telefoni cellulari” disse in occasione dell’uscita del primo e-book delle sue storie. “Tutti su internet. Bisogna sbarazzarsi di quelle macchine. Adesso ce ne sono troppe”.
Quando gli scienziati annunciarono di ver trovato prove della possibile esistenza della vita in forma microscopica su Marte nel 1996, Bradbury se ne fece beffe in una intervista sul nostro giornale, era così convinto che si sbagliassero da rifiutare di comparire alla trasmissione Nightline del canale ABC quella sera, nonostante avessero già mandato l’auto a prenderlo. Il più elegante sognatore della fantascienza era politicamente conservatore, al punto da essere turbato quando Michael Moore intitolò il suo lavoro anti-Bush Fahrenheit 9/11. In una introduzione alla raccolta di racconti Shadow Show, tributi all’opera di Bradbury, che uscirà a breve, l’ex first lady ed ex bibliotecaria Laura Bush chiama Bradbury “amico” aggiungendo che “Ray è un eroe delle biblioteche, nonché uno dei più inventivi scrittori di storie d’America”.
Come accade a gran parte degli autori di fantascienza, anche le previsioni di Bradbury non si sono avverate. Ma c’è un racconto del 1951,The Pedestrian, che riecheggia tristemente qualcosa nel nostro mondo post-11 settembre. È sera e un uomo cammina da solo nel suo quartiere. Viene fermato dalla polizia, e quando non riesce a spiegare perché esattamente stava camminando — “tanto per camminare” non basta ai poliziotti — viene portato al Centro Psichiatrico di Ricerche sulle Tendenze Regressive. La storia si conclude: “L’auto ripartì lungo le vie vuote come il letto di un fiume in secca, allontanandosi dal marciapiede vuoto, e non restò nessun suono, nessun movimento, in quella fredda sera di novembre”
Titolo originale: Roles of cities and suburbs shift– Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Quanto rapidamente stanno cambiando centri città, quartieri, regioni metropolitane? Siamo davvero davanti a una ripresa della città? E qual’è il futuro del suburbio? Tantissime le opinioni. Alcuni analisti prevedono una vivace e crescente ripresa dei centri città un tempo abbandonati, e contemporaneamente un remoto suburbio, là dove un tempo si “guidava fino a trovare il prezzo giusto”in pratica sospeso a un filo. Altri invece rispondono che America e suburbio sono diventati ormai sinonimo, che il nostro amore per lo spazio col tempo finirà per dare nuovo impulso a quegli sterminati insediamenti sparsi sino ai confini più lontani, indipendentemente dal lievitare o meno dei prezzi dei carburanti.
Se volete avere un quadro più chiaro, provate col nuovo libro di Alan Ehrenhalt, The Great Inversion and the Future of the American City (Alfred Knopf editore). Ehrenhalt è fra quanti propendono per una ripresa delle città. Sostiene molto il fatto che tanti giovani adulti oggi, in netto contrasto con le scelte dei loro genitori, optino per ambienti di vie urbane vivaci e fruibili a piedi con tanto verde, negozi, trasporti pubblici e scuole. Non si tratta solo però di una semplice ripresa della città. Fatto egualmente importante, nota Ehrenhalt, c’è un gran numero di afroamericani che si sta spostando nell’altra direzione fuori dalle città, verso gli ex suburbi bianchi. E anche ampie porzioni degli immigrati più recenti non replicano la tendenza storica di insediarsi nelle zone più centrali delle città, ma scelgono invece il suburbio.
Un ottimo esempio è quello offerto da Atlanta. Il centro città è sul punto di perdere la sua maggioranza di popolazione nera, con bianchi che immigrano e neri che emigrano. Ci sono due grosse circoscrizioni suburbane di contea nell’area di Atlanta, la Clayton e la DeKalb, che oggi sono diventate a maggioranza nera. E contemporaneamente una mescolanza di ispanici, seguiti da indiani, vietnamiti, sud coreani e altri immigrati dall’Europa orientale affluiscono verso una contea come la Gwinnett ai margini estremi della regione metropolitana, un tempo prevalentemente bianca. Oggi gli anglosassoni sono una minoranza, nella Gwinnett. E in gran parte le stesse dinamiche di popolazione si ripetono a livello nazionale. Sono raddoppiati negli ultimi dieci anni gli abitanti della zona sud di Manhattan, sotto il World Trade Center, sino a raggiungere le 50.000 unità dall’attentato terroristico del 2001 in poi. A Chicago il "Loop" affacciato sul lago è cresciuto del 48% in soli sette anni.
Si tratta di città che stanno assumendo il tipo di organizzazione demografica caratteristico dell’Europa ottocentesca: i ceti medi e più agiati fortemente presenti nel vitale centro storico, poveri e ultimi arrivati che abitano le periferie estreme. È quella che Ehrenhalt definisce la "grande inversione" e che divide le persone fra più fortunate che vivono nei centri urbani, e meno fortunate in periferia. Uno schema che si può verificare nelle città nel corso della storia, e in cui l’America da dopo la seconda guerra mondiale ha rappresentato la grande (forse momentanea) eccezione. Non si tratta però di una tendenza tanto semplice da invertire. Il suburbio ricco e consolidato non sta certo per spopolarsi. Si prevede per le aree centrali di città come Washington, Boston, San Francisco and Seattle uno stabile, crescente flusso di giovani, a cui si aggiungono agiati pensionati. Ma la stessa cosa non avverrà per tante Buffalo, o Detroit, o con quantità assai più modeste a Cleveland, Charlotte, St. Louis o Phoenix.
In tanti casi, nota Ehrenhalt, sono le amministrazioni a cercare deliberatamente di attirare giovani e ricchi. Ma con poche notevoli eccezioni l’incremento di popolazione — sinora — è stato “modesto in quantità assolute”. Ci sono parecchi ostacoli ad una rapida inversione di tendenza. Uno è la preoccupazione per la qualità delle scuole [nei quartieri urbani ex poveri, n.d.t.], anche se è verificato che essa tende ad aumentare (insieme alla tendenza agli istituti parificati in tutto il paese) con l’afflusso di ceti medi. Altro problema quello fiscale: le tasse delle città sono più alte, e incombe un carico ulteriore pensionistico. Ma oggi è comunque molto forte questa tendenza favorevole alla città. In primo luogo perché scegliere spazi più contenuti pare sempre più facile, con più single e matrimoni rinviati, un aumento delle coabitazioni, famiglie con meno figli della scorsa generazione. Poi c’è l’incremento dei pensionati in ottima salute e attivi anche in età molto avanzata.
Si aggiunga che sicurezza e qualità dell’abitare urbano sono davvero aumentati. Drastica diminuzione delle violenze casuali per le strade, e reati molto al di sotto dei livelli registrati negli anni ’70 e ‘80. I grossi complessi di edilizia pubblica che avevano prodotto tanta paura nell’America del dopoguerra – basta citare a St. Louis il Pruitt-Igoe, a Chicago Robert Taylor Homes o Cabrini-Green, a Baltimora Murphy Homes, e tanti altri — sono spariti sotto le ruspe delle demolizioni. Il che non vuol dire che tutto vada bene nelle grandi città. Esistono ancora ampie aree di devastazione urbana, come nella fascia nord di Filadelfia. Altrove — a New York il South Bronx ne è un esempio lampante — c’è ancora parecchia povertà ma si vedono confortanti segnali di ripresa. Una enorme differenza rispetto agli anni dai ’60 agli ’80: non si tratta di problemi esclusivi delle zone urbane centrali. Sono sempre di più i poveri, derelitti, che si spostano verso il suburbio, un tempo bianco e ricco . non si può più fare l’equazione suburbio = successo e neppure — lo dimostrano i giovani trasferendosi in centro — città = povertà.
postilla
Con buona pace dell’Autore del libro, e soprattutto del giornalista che l’ha recensito, sappiamo bene che il problema del rapporto città campagna, insediamento compatto contro modello disperso, energivoro ecc. va ben oltre quelle osservazioni di “mercato” prevalentemente immobiliare e contingenti preferenze negli stili di vita, per toccare cose assai più grandi, di cui la crisi climatica e la recessione economica (del tutto assenti nell’articolo) sono fra le componenti chiave. E del resto una certa schematicità nella lettura dei fenomeni emergeva anche evidente ad esempio quando si accostavano senza alcuna spiegazione gli interventi di case popolari del dopoguerra con l’ascesa dei reati, o l’implicita equazione sfigati=non-bianchi. Piccole polemiche a parte, quanto osservato dagli studiosi americani può e deve interessare sicuramente anche gli osservatori europei, non solo rispetto agli ormai riconosciuti aspetti ambientali dello sprawl, ma anche a quelli sociali (l’inversione di ruoli fra i due macro-gruppi), e infine al rapporto inestricabile fra modello di sviluppo territoriale e modello di crescita economica, nonché di organizzazione politica. Proprio su questi aspetti, per leggere un legame fra dispersione insediativa, recessione, economia globale, cicli capitalistici anche di lungo periodo, propongo una recentissima, breve ma convincente, video-intervista di David Harvey sul sito del Guardian (f.b.)
È un’impresa ardua rievocare un uomo posseduto dal sogno di salvare l’Italia dal cemento. Ecco il compito cui si accinge Francesco Erbani con il suo volume intitolato Antonio Cederna (La Biblioteca del cigno). Il sottotitolo – "Una vita per la città, il paesaggio, la bellezza" – indica la direzione di questa ricerca che è, insieme, biografica e scientifica, se si riconosce all´urbanistica il valore di una disciplina del più alto rilievo politico-sociale. Riconoscimento doveroso, certo, persino ovvio, ma per nulla pacifico, come dimostrano la vita e l’opera del protagonista del libro. È molteplice l’immagine che Antonio Cederna lascia di sé, a sedici anni dalla morte, che lo colse, settantacinquenne, nel 1996. Di lui si può tracciare un profilo amaro, ma è difficile non lasciarsi attrarrre dall’energia e dall’abnegazione che ne animavano le "campagne". Insomma, dalla forza trainante della sua antirerotica.
Sì, ripeto, antiretorica, contrapposta alla retorica interessata di chi adoperava (e adopera) il Nuovo a base di ruspe e cemento come identikit del nostro tempo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, al centro della vivace predicazione di Cederna, opporsi a queste argomentazioni significava coalizzare contro di sé interessi di ogni genere: operazioni speculative, mitologie bugiarde, demagogie seducenti. E cioè lo sviluppo, il lavoro, l’avvenire contrapposto al passato. E, tutto questo, con mille insite contraddizioni. Come quelle in cui incorse Mussolini che, dopo aver definito i resti dell’architettura classica «calcinacci venerabili soltanto nella muffa e per gli imbecilli», si presentava come alfiere delle glorie classiche. Era ed è comunque facile, per gli edificatori incuranti di regole, rivolgersi al popolo confrontando l’asfalto luccicante delle autostrade ai sassi consunti delle vie consolari, presentare gli edifici massicci di marca recente come soluzioni adatte a ridicolizzare gli umili tessuti urbani lavorati dal tempo. Si potrebbe concludere che, specie in Italia, c’è sempre un Futuro in nome del quale sembri urgente disonorarsi.
Si tratta di una coalizione di interessi e pretesti che avrebbe scoraggiato chiunque. Non però Cederna. Lui si documentava sul campo con la destrezza di un segugio e la passione di un missionario. Nella redazione del Mondo, il settimanale che lo scoprì, fioccavano per lui vari nomignoli scherzosi, coniati dai colleghi, che così nascondevano una stima fiduciosa per il giovane don Chisciotte. Lo chiamavano "l’Indignato Speciale". O anche l’"Appiomane" per la campagna in favore dell’Appia antica, cui il libro di Erbani dedica pagine molto espressive. L’ex "Regina viarum" vi appare un "sobborgo" irto di "villini signorili", a volte arieggianti a "pagoda cinese", dotati di grandi piscine dal «fondo in mosaico di vetro, orlo ondulato di cemento come le fosse degli orsi, toboga, trampolino, ombrelloni gialli rossi e blu». E sarebbe anche poco se, a un passo da queste delizie – e qui lo sdegno di Erbani si mescola con quello di Cederna – i monumenti non diventassero "letamai".
Le sferzate inflitte da Cederna in tema di manutenzione dell’antico indignano, per contagio, tanti lettori che spesso si riuniscono in comitati protestatari. Ma l’effetto sull’operato delle autorità è blando. Certe promesse di pentimento e redenzione si mostrano, oltre che tardive, occasionali. Ci sarà sempre in vista qualche consultazione amministrativa nella quale le maggioranze cercheranno di non inimicarsi l’elettorato, in media favorevole al peggio. Le promesse di rigore, quando ci sono, vengono ammorbidite da un trio apposito: rinvii, deroghe, condoni. Sinonimi di "nulla di fatto": è accaduto così per l’Appia. Si ripeterà per il Progetto Fori, un disegno che consentirebbe il ritorno alla luce delle vestigia classiche sotterrate dalla goffa "grandeur" littoria. Architetti di gran nome avevano collaborato alla sua ideazione, sindaci come Argan e Petroselli lo avevano fatto proprio. Ma nei loro successori la passione perse smalto. «Bello, certo, ma forse domani…», questo fu, nei casi migliori, il "mot de la fin" per l’ambiziosa impresa.
Ho potuto soffermarmi su pochi esempi, e tutti romani, fra quelli di cui trabocca il libro di Erbani. Non mi resta che ricordare come la determinazione tecnica, che si scorgeva nelle campagne giornalistiche di Antonio Cederna – milanese di nascita, nato agli studi come archeologo - si accoppiasse a uno stile assai personale. Tornano in mente titoli come La città Eternit, Mirabilia urbis, La morte a Venezia, Napoli città omicida, I vandali in casa, La caduta di Milano, Distruggiamo le chiese. Ogni titolo un possibile slogan, adatto a far soffrire. E sia pure così. Ma a questo punto devo citare una frase – la leggo in questo volume – che Leonardo Benevolo rivolse ai seguaci di Cederna, i quali, dopo ogni battaglia perduta o vinta con fatica e a metà, continuavano a crescere. «Pensate», osservò quello storico dell’architettura «che cosa sarebbe l’Italia se Antonio fosse pigro».
Il volume di Francesco Erbani
Su Cederna, in eddyburg
La storia delle parole è una cosaseria. «Riforma», per esempio,è una parola che ha avutoun destino miserando, comequegli attori o calciatori un temporicchi e famosi e di cui poi si vienea sapere che sono morti in miseria,soli e malati. Una volta, «riforma» era l’alter ego della «rivoluzione», cioè un altromodo, progressivoe progressista, pacifico e per viaelettorale, di cambiare la societànel senso della giustizia sociale. Poi se n’è impadronito il Fondomonetario internazionale ed è finitacome sappiamo: anche la distruzionedell’articolo 18 dello Statutodei lavoratori è una «riforma».Non parliamo nemmeno di «comunismo», correntemente sinonimodi totalitarismo. Ad indagare le correntidi senso che hanno fatto slittarei significanti, i contenitori, versoun significato opposto, c’è da divertirsi. Specialmente se questi slittamenti sono occultati.
Credo sia questo il rovello che haspinto Piero Bevilacqua a scrivereElogio della radicalità (Laterza, pp.184, euro 16). Perché ne aveva le taschepiene di sentir lodare da ognipolitico e da ogni televisione il «moderatismo» comevirtù suprema dellapolitica e dell’economia, quellacosa che spintona chiunque si affaccisulla scena politica verso il mitico«centro», quel luogo in cui è sufficientenon far nulla, cioè lasciareche le cose vadano per il loro verso(quello che la finanza vuole), per tirarsu reti piene di voti guizzanti.Non so se Bevilacqua gradirà,mail suo libro l’ho letto provando il gustocrescente della rivalsa, com’è tipicodi quello che un tempo si chiamavaun pamphlet - un’invettiva -piuttosto che con la calma riflessivache un saggio sa suggerire. Del resto,ricordo un articolo di un paiodi anni fa o tre, di Bevilacqua, mi parefosse il 2008 dell’inizio della crisidei «subprime» negli Stati Uniti, incui, con vigore polemico e abbondanzadi argomenti, si chiedevaconto agli «economisti»degli esitidel loro intollerante dominio, taleper decenni da svuotare dall’internoe riempire di parole contraffattee di razionalità economica dementele università e i centri di ricerca,la produzione culturale e i talkshow: perché - chiedeva - non fateammenda?
Non fanno ammenda per niente.Se gettate un occhio a Ballarò, la trasmissionedi Rai3, troverete che siedeimmancabilmente tra gli ospitiun o una economista, che con ariaastratta, come di chi non debbamai dubitare di sé, esibiscono la loromoderazione ed enumerano i«fondamentali dell’economia».Moderazione? Perché - si chiedeBevilacqua - chiamare in questomodo l’estremismo, il fondamentalismoeconomico che ha ridotto ilmondo nello stato in cui è? «La crisiattuale - scrive - ci spinge (...) a porcila domanda fondamentale: i duepilastri storici del consenso capitalistasu gran parte della società sonoancora in piedi La liberazione dell’individuoe la prospettiva di un incrementoillimitato e crescente dellaprosperità sono sempre gli elementichiave di una narrazione capace ancora di persuadere e sedurre?».
La risposta, parrebbe, è cheno, questa narrazione non reggepiù se non camuffandosi da destinoinevitabile, da realismo, da«moderazione», appunto: «Sotto ilprofilo culturale, il moderatismooggi rappresentra la perpetuazionedi un conformismo ideologicoche è fra i più vasti e totalitari chel’umanità abbia mai conosciuto.Esso si fonda interamente, malgradoi vari scongiuri di rito, sul ’sensocomune’ neoliberista: un insiemedi convinzioni dottrinarie frale più estremiste».
Alla semplice domanda se sia ragionevolecredere che saccheggiandoi redditi dei cittadini e allo stessotempo saccheggiando il territorio sigettano le basi per la «crescita», nessunministro«tecnico» è in grado didare una risposta. Perché banalmentenon è pensabile. Così che ilsenso comune delle persone normalidiverge bruscamente dal sensocomune dei «decisori» economici,ormai i soli abilitati a guidarel’autobus su cui tutti noi siamo seduti.Ed è in questo scarto che il panoramache Bevilacqua traccia nellibro inserisce la sua proposta: «Occorrecapovolgere il significato delleparole. Un ideale di generale ’moderazione’(...) è diventato, nel girodi qualche decennio, la prospettivadi un progetto rivoluzionario. (...)Qual è infatti oggi la finalità supremadei disegni più radicalmenteeversivi dell’attuale assetto disordinatodel mondo? A cosa ambisconoi molteplici soggetti e movimentiche mirano a sovvertire l’ordine capitalistico?
È la prospettiva di unasocietà sobria, che ponga fine al consumismosmisurato, alla bulimia distruttivadi territorio e risorse, all’affannodella crescita infinita (...)? Acosa aspirano i sostenitori della decrescita,del buen vivir, di Slow Food,del Take Back Your Time e delDownshifting americani, deimovimentiche rivendicano i beni comuni?Essi chiedono l’avvento di unasocietà conviviale, come la profetizzavaIvan Illich».Beninteso, queste affermazionisono confortate da Bevilacqua conanalisi, ragionamenti, citazioni (diun Marx molto diverso da quellodeimarxisti anchilosati), e in generaleda una prosa che rende la letturadel libro piacevole almenoquanto quella dell’ennesimo gialloscandinavo di consumo. Già, quisi sta consumando un criminemoltoefferato. Tutti noi possiamo diventaregli investigatori che mettonoil colpevole in condizione dinon nuocere più.
Un'esperienza che ha segnato un secolo. Domande e nodi irrisolti dell'Unione Sovietica alla luce del presente. Alcune considerazioni a partire dal libro di Rita di Leo «L'esperimento profano»
L'esperimento profano
di Rita di Leo, già segnalato da Mario Tronti (il manifesto 25/4), è un breve libro appassionante e provocatorio, con il quale non si può non fare i conti. Si tratta della rivoluzione del 1917, del suo seguito e morte, decisiva per il Novecento, dalla quale la vecchia e nuova sinistra si ritraggono perlopiù senza darsi la pena di conoscerla e affidandosi ad alcuni confortanti clichés. Rita di Leo rompe con i parametri abituali in Occidente, vi distilla una vita di ricerche e non poca passione militante - e forse altrettanta delusione - obbligandoci a un tuffo dall'interno delle sue stesse categorie. Non è un libro di storia, è una chiave di interpretazione proposta in quattro fasi, che presuppone qualche conoscenza degli altri suoi lavori e di una bibliografia essenziale che opportunamente segnala alla fine.
Perché ha chiamato nascita e morte dell'Urss l'«esperimento profano»? Perché è il terzo, e per la prima volta non religioso, tentativo di costruire una comunità di eguaglianza e giustizia in terra, i due precedenti essendo stati quello dei gesuiti nel XVI secolo in Paraguay e del quacchero William Penn nel XVII secolo in Pennsylvania. Ambedue al di là dell'Atlantico. La rivoluzione del 1917 è invece frutto del pensiero politico laico ed europeo, e l'allinearla a quelle due esperienze un po' borderline delle chiese cattolica e protestante non manca di ironia. E infatti Rita di Leo definisce anche questo terzo esperimento come «utopia» o «abbaglio», non luogo o illusione, qualcosa di simile per luminosità e inconsistenza, a una aurora boreale. Cosa che fa sussultare la vecchia comunista che sono, e tanto più mi costringe a riflettere.
Dai filosofi re a Brezhnev
Vediamo dunque. Rita divide l'esperimento in quattro fasi, secondo gli obiettivi che volta a volta si sono dati coloro che le hanno dirette. La prima è quella che chiama dei «filosofi re», gli intellettuali che attorno a Lenin hanno pensato e guidato la rivoluzione contro l'autocrazia e il capitalismo in Russia, la seconda è la scelta di Stalin di costruire la nuova società sul primato della classe operaia, la terza è il suo proseguimento nello «stato di tutto il popolo» di Krusciov, e la quarta la «gestione popolare» di Leonid Brezhnev. Le prime due mantengono l'«utopia» al primo posto; la terza non indica, come ha voluto credere l'Occidente, una cesura con Lenin e Stalin ma punta a una crescita della rivoluzione fino al «comunismo» previsto entro gli anni '80; la quarta è il tentativo di una «gestione popolare» che rallenti le maglie nelle quali era fino ad allora costretta una società provata e carica di bisogni. Quando infatti Rita di Leo da' loro una data, le quattro fasi diventano due e mezza, poiché dal 1917 al 1956 permane il primato dei fini proposti dalla vecchia guardia bolscevica, Stalin e, diciamo, metà di Krusciov vi resterebbero in continuità, mentre Breznev ne segna un non dichiarato declino e Gorbaciov ne determina la fine. Dal capitalismo al socialismo e ritorno.
Il tutto non senza qualche problema, perché si tratta di una studiosa poco incline a semplificare. Mentre le quattro fasi seguono il trascolorare in se stessa della parola d'ordine dei dirigenti fino al 1956, la datazione li assume nell'asse teorico del gruppo cui di Leo appartiene - Aris Accornero, Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, Massimo Cacciari, Umberto Coldagelli - per il quale il grande discrimine sta fra chi assegna la priorità al progetto politico e chi si arrende a quella dell'economico. Con Gorbaciov si spegne così non solo l'esperimento sovietico ma il'ultimo frutto del pensiero politico europeo, da sempre teso a un'idea di società prima che a una logica economica. La parabola dell'Urss segna anche l'approdo e la fine del ruolo egemonico dell'Europa. E ad essa - al presente tutto mercificato - sono dedicate le ultime quaranta pagine del lavoro - oltre che agli interrogativi, che di Leo lascia aperti, posti dalla Cina.
Un problema di classe
E qui mi si affacciano una serie di domande. Si può parlare realmente di una continuità, al di là delle intenzioni dichiarate? Le differenze fra il comunismo di guerra e la Nep, i passaggi dalla morte di Lenin all'espulsione di Trotski nel 1926, da questa ai piani quinquennali e alla lotta contro i contadini ricchi, non possono non aver cambiato agli occhi dei «filosofi re» la composizione e il senso comune della società, da come si era presentata nel saggio di Lenin sul capitalismo in Russia al 1930. Anche osservando la sola Nep, è evidente che i rapporti sociali fra classi e ceti subivano una scossa dopo l'altra, fra estromissione e riammissione, per non dire della successiva separazione dei contadini in un paese ancora maggioritariamente contadino: Lenin non cessa di ricordarlo. Se la sola classe, per dir così, legittimata restava la classe operaia, che sarebbe venuta crescendo con l'uscita dalle campagne, con quali mezzi Stalin garantiva la promozione dei dipendenti dall'industria a «classe», e protagonista? Non si nasce classe, si diventa. Gli operai, raccolti nelle grandi fabbriche, erano favoriti dai salari più elevati di quelli dei quadri intellettuali e tecnici, dal ricevere dall'azienda prodotti in natura, oltre che vacanze, cure e accesso ai teatri o ai concerti e anche dalla possibilità di cambiare lavoro all'interno delle regole sugli spostamenti fra regioni e città. Quando andai a Mosca nel 1949 rimasi stupefatta degli elenchi, appesi alle cancellate, di mansioni e manodopera di cui ogni fabbrica era in cerca. Non li ho mai visti né prima né dopo in nessuna altra parte. Si aggiunga che gli operai godevano di una certa libertà nel definire le cadenze dell'organizzazione del lavoro - Rita di Leo si spinge a definirla «autonomia» - e se era loro aperto, tramite la direzione dell'impresa e il partito, l'accesso a una continua riqualificazione e da questa alle gerarchie sia della fabbrica sia del partito. Questo garantiva il consenso operaio al gruppo dirigente, ma si può dubitare che la soddisfazione di questi bisogni ne allargasse la coscienza oltre i limiti corporativi nei quali i filosofi re, ma anche i filosofini degli altri partiti comunisti e adiacenti, li consideravano intrisi.
Tentazioni giacobine
Di fatto si dava, penso, più che una «autonomia» una cooptazione dei migliori da parte della gerarchia ancora prevalentemente politica; e nei limiti di una idea di sé che non superava la barriera di cui parla Marx nella Ideologia tedesca e della quale era persuaso anche Lenin. Né si vede come potesse formarsi una classe operaia «per sé» soprattutto da che Lenin aveva abolito i soviet, cioè assai presto. Ma questa mancanza si collega al mancare di un'ipotesi chiara di autorganizzazione della classe, per non dire «delle masse» che sostituisse lo stato, sulla quale in verità non dice gran che neanche Marx al di là della polemica con Bakunin. Sta di fatto che non solo la «classe per sé» è ben poco presente nella vicenda sovietica dagli anni Trenta in poi, ma nell'ultima fase dell'Urss si lascerà espropriare senza muovere foglia anche di quelle che noi chiameremmo «conquiste», ed erano concessioni in cambio di consenso.
Se questo mi sembra il nodo problematico centrale della ricostruzione dall'interno che della vicenda sovietica avanza Rita di Leo (e culminerà nella formula kruscioviana di «stato di tutto il popolo») appena secondo mi sembra il problema dello stato, dello stato-partito e del partito stato, e del suo monopolio del politico anche attraverso un enorme apparato di repressione. Rita di Leo non ne parla, perché esso appare dai filosofi re non altro che uno strumento del permanente stato di eccezione che caratterizza il periodo in cui essi vivono. Ma proprio la impossibilità di uscire dagli stati d'eccezione dovette preoccupare i filosofi re, eredi del pensiero politico europeo e della socialdemocrazia tedesca. Sul permanere di uno stato Lenin non nascondeva la sua irritazione. Ma sulle logiche di un apparato repressivo? Dopo gli scritti contro la tentazione giacobina del Terrore, dovette essersi arreso alla spietatezza, sapendo quali e quanti ostacoli stava incontrando l'esperimento «immaturo». Perché immaturo? E quando sarebbe stato «maturo»?
Rita di Leo non vi si sofferma. Dice di sé, più turbata dalla rivolta ungherese che dal rapporto segreto al XX congresso. Non ne dubito. L'età conta, e io - che credevo di aver fatto il lutto dei comunisti impiccati ai lampioni di Budapest e degli operai che li guardavano ridendo - rimasi paralizzata un giorno dell'autunno 1988, o dell'estate 1989, leggendo all'aeroporto di Mosca, in attesa del volo per Roma, un articolo del Moskovskie Novosti sul Comitato centrale eletto dal Congresso detto dei Vincitori: degli eletti, poco più di un centinaio, si e no una decina avevano finito la vita naturalmente o in guerra. Misurai allora, stupefatta, la dimensione del Terrore al Partito dopo il 1934. Come poteva non condizionare il gruppo che ne usciva ancora indenne? Che genere di discussione o ancora più su quale fine, che non fosse sconfiggere la Germania, poteva darsi al suo interno in quegli anni? Che genere di passaggio di poteri? E dopo la guerra? Ancora, Rita resta colpita negli anni '80 dalla decisione gorbacioviana di sopprimere la presenza del partito nei comitati di fabbrica; ma di quale partito, convinto di perseguire che cosa, stiamo parlando?
L'umiliazione degli intellettuali
Per ultimo, e scusandomi per le inesattezze (nonché il sistema approssimativo di trascrizione) il Lied di questo ultimo lavoro di Rita di Leo è la distruzione dell'intellettualità nata a cavallo del secolo avvenuta nella prima fase della rivoluzione e la incapacità, o non volontà, di costruirne un'altra - fuorché tecnica nell'apparato militare-industriale - nelle fasi successive. Per cui essa ha ragione di affermare che nel loro complesso gli intellettuali sono stati umiliati e puniti sempre e sono stati quindi sempre una opposizione. Ancora oggi sembrano gli ultimi in grado, a eccezione di pochi, di fare una riflessione ragionata sui 74 anni dell'Urss. Ma perché i «filosofi re» non hanno avuto eredi? Avevano sicuramente una percezione del problema; Lenin ripete incessantemente, negli ultimi mesi, «siamo indietro», «sappiamo poco», «studiare studiare studiare». I già istruiti restano sospetti, quelle che chiamiamo «scienze umane» idem, ed è dir poco. Qui una cesura con Stalin c'è e di fondo.
E anche questo induce a problematizzare quella priorità della politica che Rita di Leo vede resistere dal 1917 al 1956. L'esperimento profano costringe a interrogativi che la vulgata anticomunista è lontana dal sollevare con altrettanta violenza. È un discorso appena cominciato.
A quanto mi consta, solo nella lingua italiana vi è distinzione terminologica in campo economico tra liberalismo e liberismo, risalente soprattutto a Croce. Alcuni difendono questa nostrana distinzione.
Francesco Meli
Caro Meli,
E ffettivamente la distinzione appartiene quasi esclusivamente alla lingua e alla cultura italiane. Quando il Corriere, negli scorsi mesi, ha pubblicato il lungo dibattito su questo tema fra Benedetto Croce e Luigi Einaudi, ho ricordato che la parola «liberismo» non ha corrispondenti nelle lingue dei principali Paesi occidentali. Il dizionario italo-inglese offre free trade, free enterprise; il dizionario italo-francese suggerisce libéralisme, vale a dire la stessa parola che traduce l'italiano liberalismo; il dizionario italo-tedesco propone freihandel(libero commercio), freie wirtschaft(libera economia). Altri, fra cui gli spagnoli, preferiscono parlare di liberalismo economico.
Per Benedetto Croce, tuttavia, la distinzione era necessaria perché consentiva di evitare confusione fra un concetto che appartiene alla sfera morale (liberalismo) e un concetto che appartiene alla sfera economica (liberismo). Mentre il primo definiva il trionfo della libertà, il secondo era per lui uno «schema astratto» (noi diremmo oggi una ideologia), vale a dire una ricetta con cui si vorrebbero risolvere, una volta per tutte, i problemi pratici che un governo liberale può invece essere costretto ad affrontare con formule e mezzi diversi. A queste affermazioni di Croce, Einaudi replicò pragmaticamente che l'economista non deve essere un ideologo e che possono esservi circostanze in cui certe soluzioni non liberiste (dazi protettivi, nazionalizzazione di servizi pubblici) possono essere convenienti.
Aggiunse, per meglio dimostrare la sua disponibilità al confronto, che possono esservi addirittura circostanze in cui il liberismo viene praticato da un governo assoluto e suscita critiche liberali, come accadde in Francia nell'ultima fase del Secondo Impero, prima della guerra franco-prussiana del 1870 (se fosse ancora con noi, Einaudi non mancherebbe di ricordare che anche la Cina comunista è economicamente liberale e politicamente illiberale). Ma Einaudi, a differenza di Croce, era profondamente convinto che tra libertà economica e libertà politica esistesse un nesso importante. Questo non significa, beninteso, che una economia liberale abbia l'effetto di produrre necessariamente un sistema politico liberale. Ma tra l'economia di mercato e un regime autoritario esistono contraddizioni che possono, in ultima analisi, mettere in discussione il funzionamento del sistema. Gli scandali cinesi degli ultimi tempi potrebbero esserne la conferma.
Non è vero, invece, che la parola e il concetto appartengano soltanto al pensiero di Benedetto Croce. Dal grande Dizionario di Salvatore Battaglia risulta che la parola liberismo fu utilizzata anche negli scritti di Alfredo Panzini, Riccardo Bacchelli, Antonio Gramsci, Piero Gobetti. Credo che la spiegazione di questa peculiarità italiana debba essere ricercata nella storia politica del Paese dopo l'Unità. Cavour fu certamente liberale e adottò negli anni del suo governo una politica economica ispirata dai principi delfree tradee dellaissez faire. Ma la Destra storica, pur continuando a definirsi liberale, giunse rapidamente alla conclusione che l'unificazione di un Paese, soprattutto se formato da sistemi e stadi di sviluppo molto diversi, esigesse un forte intervento dello Stato, principalmente nella costruzione e nella gestione delle infrastrutture.
Quando fu ministro dei Lavori pubblici, dal 1873 al 1876, Silvio Spaventa propose una legge per la nazionalizzazione della rete ferroviaria. La legge fu osteggiata dai liberisti toscani, interessati al finanziamento e al controllo di nuove linee, e la loro opposizione provocò la caduta della Destra storica. Spaventa era zio e tutore di Croce. Forse il filosofo napoletano, nella sua disputa con Einaudi, difendeva implicitamente la reputazione liberale del suo tutore.
Precisa e utile la nota di Sergio Romano, composta nell’ambito della cultura liberale italiana della quale l’autore partecipa. Per integrarla con una visione culturale diversa riporto alcune frasi dal mio Memorie di un urbanista, a proposito della traduzione italiana del titolo del libro di David Harvey, A Brief History of Neoliberalism, tradotto in italia col titoloBreve storia del Neoliberismo.
«In Europa i termini “liberalismo” e “liberismo” sono distinti e collegati. Entrambi si riferiscono a una concezione sostanzialmente conservatrice (di cui il primo esprime l’ideologia e la dottrina politica, il secondo la teoria e la pratica economiche), mentre negli Usa una posizione “liberal” è progressista. Come risulta invece dalla definizione di Harvey, il “neoliberalism” esprime un pensiero conservatore: da ciò probabilmente la traduzione dell’americano “neoliberalism” nell’italiano “neoliberismo”.
In particolare osservavo che, nell’ambito di una visione marxista, «Harvey vede nel “neoliberismo” (neoliberalism) non un nuovo “liberali- smo” (liberalism), ma una teoria economica che ha sostituito l’”embedded libe- ralism”, cioè quella forma di organizzazione economico-politica nella quale esisteva, accanto al mercato, una trama di restrizioni sociali e politiche e l’utilizzo di politiche fiscali e monetarie keynesiane che limitavano e orientavano la strategia economica e industriale, al fine di raggiungere la piena occupazione, la crescita economica e il benessere dei cittadini. Per Harvey il neoliberismo è una teoria di pratiche di politica economica piuttosto che una completa ideologia politica: più precisamente, è “un progetto di lotta di classe”. La mancanza di una dottrina apertamente dichiarata, di una ideologia (come erano anche il comunismo e il socialismo) lo rende più idoneo ad essere accettato e condiviso, perché apparentemente non schierato, neutrale.»
Il crollo in Borsa della quarta banca spagnola, Bankia (meno 29%), la corsa al ritiro dei conti correnti nelle sue agenzie (pubblicata da El Mundo, ma smentita dal governo), e il declassamento da parte di Moody’s del rating di 16 banche spagnole, praticamente di tutto il sistema finanziario iberico, comincia in queste assolate e polverose vie deserte a metà strada fra Toledo e Madrid. Cinque o sei anni fa, quando l’edilizia tirava, Francisco Hernando, detto Paco "el pocero", il più famoso, furbo e avventuroso, "palazzinaro" del paese, riuscì a raccogliere milioni di euro in prestito per il suo progetto. Una urbanizzazione da 60mila abitanti non troppo lontano dalla capitale per risultare appetibile ad una giovane classe media in fuga dai costi esorbitanti degli appartamenti in città. Angelica, la benzinaia, ride ancora. Se li ricorda quando arrivarono Paco e i suoi operai, quei poveracci a cui il "palazzinaro" non ha mai pagato neppure i contributi pensione e malattia, per trasformare i campi della Sierra dietro al suo distributore in una nuova città.
Era terreno agricolo ma bastò ungere un po’ il sindaco dell’epoca per costruirci giardini, piscine condominiali, qualche campetto da tennis, il rettangolo della pallacanestro e un piccolo stadio. Il tutto in mezzo a numerosi casermoni stile edilizia popolare, ma appena un po’ più chic, lungo i quali oggi non passeggia proprio nessuno. Le finestre, con le persiane di plastica rosse, sono tutte chiuse dal primo al settimo piano. La guardiola del portiere abbandonata, perfino l’ufficio vendite all’angolo del primo edificio è chiuso. Così per tutte le strade, a destra e a sinistra, un edificio dietro l’altro. Alcuni lavori sono stati lasciati a metà, quando s’è chiuso il rubinetto dei prestiti. Dopo gli ultimi due edifici e prima del laghetto ci sono le fondamenta già pronte per altri palazzi mai costruiti e molte strade non portano da nessuna parte, finiscono all’improvviso nei campi. Ai prezzi del 2007 un appartamento di 65mq da queste parti costava più di 200mila euro, oggi le banche che hanno messo i soldi e poi hanno espropriato "el pocero", finito nel frattempo in bancarotta, cercano di venderli a 60mila euro, o di affittarli per 400 al mese. Ma non c’è niente da fare. "El residencial Francisco Hernano", come recita la scritta all’ingresso dell’urbanizzazione, è spaventosamente vuoto. «In cinque anni avranno venduto forse un migliaio di appartamenti», dice Angelica, «e gli unici residenti che vedo io sono quelli che vengono qui a lamentarsi perché gli hanno rubato qualcosa».
In tutta la cintura intorno a Madrid ci sono villaggi nuovi e abbandonati come a Seseña. Adesso li chiamano "low cost" perché pur di vendere qualcosa le agenzie immobiliari delle banche fanno prezzi stracciati. Dopo la sbornia dei soldi facili per la speculazione edilizia, la crisi ha trascinato tutti nel baratro e in rosso per i prestiti ormai a fondo perduto ci sono i maggiori istituti di credito del paese. Nessuno escluso. In tutta la Spagna ci sono più di un milione di nuovi appartamenti invenduti e, sui bilanci delle banche, pesa ogni giorno di più la perdita di valore degli immobili senza proprietario. È il prossimo crac che genera gli incubi nei sonni del presidente del governo conservatore, Mariano Rajoy, e nel quale sono coinvolti tutti: Comuni, Regioni, politici di destra e di sinistra, a cominciare da Aznar, l’ex leader dei Popolari, che negli anni Novanta liberalizzò l’uso del suolo per lanciare l’ultima cementificazione delle coste spagnole. Anche nelle zone di villeggiatura il valore degli immobili crolla. È un segno dei tempi. Anche il turismo si contrae e d’altra parte da mesi la Spagna registra un calo nel totale della sua popolazione: le giovani coppie di diplomati e laureati senza lavoro lasciano il paese per cercare fortuna dall’altra parte dell’Atlantico.
La catastrofe del "ladrillo", il mattone, è la vera spina nel fianco dell’economia che rischia di rendere quasi automatico il contagio delle peste mediterranea, quella malattia che già soffia violenta fra Atene e Lisbona. La Spagna è in recessione da mesi e Rajoy non ha i soldi per salvare le banche. Finora il primo e unico intervento del governo, la nazionalizzazione di Bankia, è stato un disastro. Nell’incertezza generale ieri le azioni di Bankia hanno perso in Borsa il 29 per cento. Il governo nega che sia una conseguenza di un ritiro massiccio dei depositi ma il panico è in agguato e sorvola come un nugolo di corvi i segreti palazzi dei banchieri. L’altro fronte dell’emergenza sono i debiti contratti dalle Comunità autonome. Ieri l’agenzia americana Moody’s ha declassato anche i bonos sul debito emessi dalla Catalogna e da Murcia al livello dei titoli spazzatura, Junk bond. E tagliato il rating anche dell’Andalusia e dell’Estremadura. L’agenzia ritiene che nessuna di queste quattro grandi regioni spagnole riuscirà a raggiungere gli obiettivi di riduzione del deficit nel 2013 e che tutte, senza un intervento del governo centrale, rischiano di non poter onorare i loro debiti.
«Architettura di rassegnazione. Fotografie dal Mezzogiorno». Il titolo dell’ultima raccolta di fotografie di Jay Wolke* (capo del dipartimento di arte e design del Columbia College a Chicago) potrebbe essere inteso in senso metaforico: si potrebbe, cioè, pensare ad una serie di ‘istantanee’, cioè di racconti e cronache, capaci di rappresentare quella struttura di rassegnazione (morale, civile, politica) che imprigiona una grande parte del nostro Paese. E non si sbaglierebbe, in fondo: giacché il senso ultimo del libro di Wolke è proprio questo. Ma ‘architettura’ e ‘fotografie’ vanno intese in senso letterale: perché questo reportage, anzi questo acuto trattato di sociologia della disgregazione, è composto da fotografie che ritraggono concrete architetture contemporanee che sfigurano l’Italia, da Roma giù giù fino alla Sicilia.
Wolke le ha scattate tra il 2000 ed il 2007 in un lungo e amaro Grand Tour in cui l’amore per il Bel Paese non si è impantanato nell’eterna oleografia dietro cui cerchiamo, da secoli, di nascondere la nostra inarrestabile decadenza (chi non ricorda il patetico Francesco Rutelli del promo istituzionale noto attraverso il suo piagnucoloso e imbarazzante refrain: «Please, visit Italy»?)
Grazie al formato à la page e alla carta patinata, il libro di Wolke si insinua come una lama sottile tra i coffee table books che smerciano l’Italia da cartolina, smentendo all’istante ogni cliché sugli americani creduloni e superficiali.
Per un’adeguata ecfrasis di queste fotografie, di sorprendente nitore formale, ci vorrebbe la penna di un marchese De Sade, o di uno Sciascia. Ma solo Fellini potrebbe mettere in scena il mausoleo romano dell’Appia pieno di spazzatura, tra cui troneggia un inconcepibile materasso azzurro.
A Trapani le case abitate si alternano ai ruderi; a Napoli le Vele di Scampia svettano su nature morte di monnezza; a Colleferro la fontana civica è un inimmaginabile trionfo di ferraglia e cemento; la ‘Finestra sul mare’ a Santo Stefano (Sicilia) o la chiesa incompiuta di Gibellina Nuova ridiventano, da pretese opere d’arte, enormi rifiuti di cemento. Le infrastrutture della guerra, mai rimosse in settant’anni, si sommano alle ferite di un’industrializzazione clientelare e agli squallidi templi di un turismo d’accatto. In una perversa inversione di senso, anche i luoghi della cultura diventano simboli di un inarrestabile degrado civile: dall’orribile interno di un museo di Latina, alla schiera dei motori di condizionatori d’aria che devasta l’Orto Botanico di Messina. Dovunque l’incompiuto, l’abusivo e l’illegale si manifestano nell’osceno, nell’improbabile, nel mostruosamente kitsch: non-luoghi senza abitanti, visto che nessuna ‘figurina’ umana potrebbe redimere queste nuovissime, terrificanti vedute della decadenza italiana.
Non di rado di fronte a questi scatti viene da pensare che si potrebbe trattare di qualche brano di periferia estrema di qualche città americana: e forse una chiave potrebbe essere proprio lo stupore del fotografo di Chicago che ritrova nella culla della civiltà il peggio del proprio paese.
Architettura e fotografia – forse le uniche due arti ancora capaci di una vera funzione civile – si incontrano, anzi si scontrano, nel libro di Wolke, dove la seconda denuncia il tradimento della prima. Sarebbe bello pensare ad un’edizione italiana del libro, anzi ad una mostra di quelle fotografie itinerante attraverso il nostro Mezzogiorno. Ma – in una sorta di perverso comma 22 – siamo troppo rassegnati per lasciarci scuotere da un ritratto della nostra rassegnazione scattato da un americano di Chicago. Come scrive, con terribile esattezza, Roberta Valtorta nell’introduzione: «There is a moment for every society: the Italian moment seems to have come to an end».
*Jay Wolke, Architecture of Resignation. Photographs from the Mezzogiorno. With essays by Roberta Valtorta and Tom Bamberger, Chicago, Center for American Places at Columbia College Chicago, 2011
Propongo di non usare mai più il termine "benecomunista": è orribile, ridicolo, equivoco e neogotico. Sembra il nome di una congregazione iniziatica fantasy. Poi, per evitare disquisizioni dotte ma superflue, chiamando magari in causa persino san Tommaso, propongo una distinzione netta tra il concetto di bene comune, senza ulteriori determinazioni, e quello di beni comuni; che può anche essere declinato al singolare come bene comune, ma solo se riferito a entità specifiche e circoscritte, anche se globali e diffuse: come lo sono per esempio l'acqua, l'atmosfera, l'informazione, i saperi, la scuola. Bene comune rinvia a una concezione armonica e unitaria della società, dei suoi fini ultimi, dei suoi interessi, della convivenza. Il tema dei beni comuni rimanda invece al conflitto: contro l'appropriazione, o il tentativo di appropriarsi, di qualcosa che viene sottratto alla fruizione di una comunità di riferimento. Una comunità che non include mai tutti, perché si contrappone comunque a chi - singolo privato o articolazione dello Stato - da quel bene intende trarre vantaggi particolari, escludendone altri. In questa accezione il rapporto con i beni comuni comporta, sia nella rivendicazione che nell'esercizio di un diritto acquisito, forme di controllo diffuso e di partecipazione democratica alla loro gestione o ai relativi indirizzi che integrino le forme ormai sclerotizzate della democrazia rappresentativa.
Per me il concetto di beni comuni ha relativamente poco a che fare anche con il "Comune" di cui scrivono Negri e Hardt. Quel "Comune" non è che l'ultima versione di una soggettivazione totalizzante del reale che ha attraversato una successione di figure: Classe Operaia, "operaio massa", "operaio sociale", "moltitudine", per approdare, per ora, al "Comune". È un'entità che "gioca con se stessa", producendo il proprio antagonista (la Classe Operaia "sviluppa" il Capitale; la moltitudine "crea" l'Impero, ecc.) per poi riassorbirlo in un movimento dialettico dall'esito precostituito. Le lotte per i beni comuni, invece, non hanno esiti certi e meno che mai predeterminati: anzi, il rischio a cui sono esposte - e insieme ad esse, coloro che se ne fanno protagonisti e l'umanità tutta - è di giorno in giorno maggiore.
In entrambe queste accezioni "comune" non è comunque la stessa cosa di "pubblico": soprattutto se per pubblico si intende "statuale". Il che inevitabilmente succede se si ritiene che il rapporto degli umani con un bene non possa assumere altra forma che quella del diritto di proprietà. Ma questa concezione non ha alcun fondamento storico, risponde a un approccio giuridico tradizionale e sbarra la strada a qualsiasi percorso alternativo allo stato di cose presente. In realtà sono le modalità di esercizio del potere su un bene, del controllo sul suo uso e sulla ripartizione, attuale e nel tempo, dei vantaggi che può procurare, a definire le forme, anche giuridiche, esplicite o sottintese, secondo cui si dispone di esso. Per questo la connotazione di una risorsa come bene comune è indissolubilmente legata a forme di democrazia partecipativa che lo sottraggano tanto alla disponibilità di un privato quanto a quella di un apparato statale o di una sua articolazione. Il degrado e la rapacità delle imprese di Stato, o delle società a partecipazione pubblica (dall'Iri a Finmeccanica, da Fs alle ex municipalizzate), sottratte a qualsiasi forma di controllo popolare, dimostra in modo inconfutabile la divaricazione tra pubblico, nel senso di statale, e comune. Peggio ancora se si pensa di affidare a poteri più centralizzati (Regione o Stato), come propone Asor Rosa, il compito di rimediare ai guasti perpetrati dai livelli decentrati dell'amministrazione. Quei guasti possono essere evitati o corretti solo in un regime di trasparenza integrale, con forme di coinvolgimento e di consultazione popolare: che non sono però riducibili a un referendum, e meno che mai a un sondaggio; perché devono essere precedute e accompagnate da confronti pubblici, effettivi e approfonditi, sui problemi in campo. Per questo ho molte riserve anche sulla proposta di Luciano Gallino di un'agenzia nazionale per il lavoro che finanzi progetti locali. Queste agenzie ci sono già: si chiamano Invitalia (già Sviluppo Italia e prima ancora Gepi) e Italia Lavoro. Sono due baracconi che conosco personalmente, dove si concentra la quintessenza del degrado clientelare. Non sono mancate loro in passato risorse finanziarie ingenti, anche se non nella misura proposta da Gallino, e hanno quasi sempre operato su progetti locali: messi però a punto da poteri pubblici statuali, al di fuori di qualsiasi coinvolgimento partecipativo delle comunità beneficiarie. I risultati sono stati devastanti. Per questo ritengo la democrazia partecipativa condizione irrinunciabile anche della lotta per il lavoro.
Che rapporto passa allora tra il conflitto sociale che ha una delle sue leve nelle mobilitazioni per dei beni comuni e la lotta di classe tra lavoro e capitale? La lotta di classe, come ancora recentemente ha ben documentato Luciano Gallino (se mai ce ne fosse stato bisogno) è ben viva e oramai estesa su tutto il pianeta. È soprattutto la lotta contro i lavoratori sferrata dal capitale finanziario, commerciale e industriale, a cui la globalizzazione ha messo in mano (oltre alle forme tradizionali di spolpamento dei lavoratori dalla testa in giù) anche l'arma delle delocalizzazioni: per poter tagliare loro l'erba sotto i piedi in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. È difficile anche solo immaginare che i lavoratori di tutto il mondo possano ricostituire in tempi adeguati collegamenti, organizzazioni o reti sufficientemente estese per contrastare, al suo stesso livello, questo attacco globale. Da tempo le lotte dei lavoratori hanno per lo più una dimensione ristretta, aziendale o di categoria, quando non di reparto; raramente nazionale e mai transnazionale. E anche quando assumono forme offensive, il che non succede spesso, difficilmente riescono, soprattutto nei paesi di consolidata industrializzazione come il nostro, a spuntare risultati che non siano di mero contenimento dell'aggressione alle proprie condizioni di lavoro, di reddito e di vita.
Secondo me quella corsa al ribasso che costituisce la sostanza e il motore della globalizzazione liberista può essere fermata solo sottraendo il lavoro - a pezzi e bocconi - ai diktat di una competizione senza limiti: con un processo, o una serie di processi, di conversione ecologica del sistema produttivo che rimetta al centro, insieme alla sopravvivenza del pianeta, produzioni orientate alla soddisfazione dei bisogni basilari e al miglioramento delle forme di convivenza delle comunità di riferimento: cioè i beni comuni. Per questo il conflitto sociale per i beni comuni costituisce il supporto e lo sbocco indispensabile di un ripresa offensiva della lotta contro lo sfruttamento del lavoro.
È ovvio, per me, che a un movimento che si batte per i beni comuni, l'ambiente, il lavoro e l'accoglienza ciascuno deve essere libero di portare il bagaglio di idee e di ideali che si è costruito nel tempo e che ha deciso di traghettare fino a qui, magari attraversando mari in burrasca e bonacce snervanti. Benvenuti! Senza quel bagaglio - quei bagagli, perché sono tanti e differenti - dovremmo partire da zero; e non è così. Ma a me sembra sbagliato sostenere - come temono alcuni - che «se non ci si dichiara di sinistra, si apre alle idee della destra». Milioni di persone oggi non riescono a considerarsi di destra o di sinistra e provano disgusto tanto per il cinismo e il carrierismo che contraddistingue la destra quanto per l'acquiescenza e la corsa all'emulazione di cui in tanti anni ha dato prova chi ha rappresentato la sinistra agli occhi di un'opinione pubblica poco impegnata e aliena dai troppi distinguo.
Ma c'è di più: Bossi e Berlusconi, che fin dai loro esordi hanno messo in scena, promosso e cavalcato la cosiddetta antipolitica (altro che Beppe Grillo!), hanno diffuso tra i più sprovveduti, ma soprattutto tra milioni di giovani che si sono affacciati alla vita adulta in quel contesto, una identificazione pressoché totale tra sinistra e politica nella sua accezione peggiore, che è quella che tutti hanno da tempo sotto gli occhi. Loro, invece, proprio perché antipolitici, da quei vizi si erano chiamati fuori. Questa costruzione si sta sfaldando sotto il peso delle inchieste giudiziarie (assai più che per circostanziate denunce politiche), ma resta un dato di fatto da cui non si può prescindere. Dichiararsi oggi di sinistra in forma pregiudiziale, e non qualificarsi invece per i contenuti e le battaglie che si sostengono, vuol dire probabilmente erigere steccati nei confronti di un pubblico che è un interlocutore diretto del discorso sul beni comuni. Il successo dei referendum contro la privatizzazione dell'acqua e il nucleare ne è, a contrario, la riprova.
Il soggetto politico nuovo oggi si chiama Alba; e noi "albigesi". È una liberazione. Ritengo - e con me molti altri; e alcuni lo hanno fatto notare - che la lotta politica che ci vede impegnati non abbia, e non abbia bisogno, di un "soggetto" (anche e soprattutto nel senso etimologico del termine, che significa «chi sta sotto»). La ricerca o la promozione del soggetto che si fa carico di un processo storico, o di una transizione radicale - e di questo stiamo parlando, credo - comporta effetti totalizzanti che contraddicono le premesse che ci hanno fatto convergere verso questo impegno. Invece, gli attori dei processi all'interno del quale vogliamo operare sono, e saranno sempre di più, molteplici e plurali. E anche aleatori: oggi ci sono e domani possono scomparire, insieme a noi, sia come individui che come forza organizzata. Tutto ciò alcuni di noi lo hanno già sperimentato più volte. L'importante è che il processo vada avanti comunque, magari correggendo la rotta nel corso del tempo; e che ci sia sempre posto per nuovi ingressi e soprattutto per nuovi protagonismi: specie delle nuove generazioni e di un punto di vista di genere elaborato e trasmesso dalle donne. Sulla loro partecipazione si gioca l'esito di questa iniziativa.
Avete presente quelle convinzioni locali un po’ cretine, secondo cui gli abitanti della tal frazione, o cascina, o quartiere, sono in quanto tali dei poco di buono? Che le vicende sventurate di tanti bravi giovani dipendano tutte dall’essersi accompagnato, sposato, associato, a gente che aveva il solo torto di aver la residenza in quel posto? Stupidaggini pure, o proprio ad essere gentili generalizzazioni indebite. Ma succede.
Ecco, adesso qualcosa di molto simile sta per succedere in una di quelle campagne sul cambiamento climatico molto amate da certa destra americana, del genere foraggiato da petrolieri e affini. Quelle che si attaccano ovunque, anche alle menzogne più rozze e spudorate, per sostenere tesi creazioniste, suprematiste e compagnia bella. Ultimamente si sono inventati questa: ci sono fior di socialisti, comunisti, terroristi, islamisti nel mondo, che credono al cambiamento climatico, ergo il cambiamento climatico è una convinzione sbagliata, tanto quanto le loro idee.
Sembra una stupidaggine, e lo è. Però loro ci hanno basato sopra una campagna pubblicitaria abbastanza costosa, che ha cominciato a riempire una città di giganteschi cartelloni, come quello dedicato all’Unabomber originario, che recita: IO CREDO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, E TU? Ne seguiranno altri, con Fidel Castro e altri cattivoni che mangiano i bambini. La tesi comunicativa di questi persuasori mica tanto occulti ha davvero dell’incredibile: chi darà mai retta a una sciocchezza del genere? Oppure è il resto del mondo, che non ha capito proprio nulla della genialità di chi ha abbandonato gli studi all’asilo, convinto di aver già imparato abbastanza.
Il resto lo si può naturalmente seguire al loro sito della Conferenza sul Clima. Per veri appassionati del trash.
“Questo libro inconsueto, anzi unico nell’orizzonte italiano, è tante cose insieme: un romanzo di formazione, il reportage di un’indagine minuziosa, la denuncia di un delitto, un manifesto di legalità e di passione civile”. Si apre con queste parole l’introduzione di Salvatore Settis al volume di Paolo Rabbitti appena arrivato in libreria (Diossina. La verità nascosta. Un supertecnico indipendente indaga su Seveso e la sua eredità di bugie, Feltrinelli, 16 euro). La prima cosa inconsueta è proprio la presenza di uno scritto dell’archeologo e storico dell’arte in un libro-inchiesta dedicato alle vicende dei bidoni della super-diossina di Seveso .
Ma se, come è capitato a me, aveste visto Settis e Rabitti insieme sulla terrazza della martoriata reggia di Carditello, in Campania, avreste capito che i nessi sono profondi.
Lo storico dell’arte guidava l’ingegnere alla scoperta della devastazione del monumento artistico spogliato dalla camorra e dalla resa della tutela pubblica, l’ingegnere spiegava allo storico dell’arte come le discariche che circondano la reggia stiano inquinando la falda e minando per decenni l’ambiente e la salute dei cittadini. Due facce della stessa medaglia, come ricorda Settis in un altro passo dell’introduzione: “Nel testo della Costituzione, pur così meditato, la parola ‘ambiente’ manca del tutto, poiché la cultura ambientalistica non si era ancora formata: eppure la Corte costituzionale, quando si trovò a dover dirimere conflitti di natura ambientale, seppe rinvenire la nozione giuridica di tutela dell’ambiente come ‘valore primario e assoluto’, e lo fece con un sapiente lavoro interpretativo, che combinava l’art. 9 (la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione’) con l’art. 32, dove la tutela della salute dei cittadini è vista ‘come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività’. Paesaggio e salute concorrono dunque, in Italia , a formare la nozione costituzionale di ambiente e a darle, nell’interesse dei cittadini, un altissimo rilievo”.
Il libro si apre con la morte di Sandrina, ex mondina e staffetta partigiana portata via, nel 1995, da un sarcoma alle parti molli. Il suo medico, Gloria, è preoccupata: a Mantova ci “sono dei condomìni in cui in ogni appartamento c’è un caso di tumore”. È allora che suo marito le dice: “Voglio capire perché ci sono tanti tumori strani vicino alla zona industriale”. E il marito di Gloria è Paolo Rabitti, che da allora si getta a capofitto in un’inchiesta durissima, fatta di ricerca scientifica, articoli di giornale, esposti alle procure, scontri legali.
Una battaglia in cui solo una cosa è più grande dell’indignazione e dell’impegno civile: la competenza. Ed è proprio quella a fare la differenza: in quasi 300 pagine, che si leggono d’un fiato, Rabitti riesce a dimostrare ciò che un anziano ex operaio della Montedison confesserà pubblicamente al sindaco di Mantova nel 2002: “Caro sindaco, prima di morire devo dirlo a qualcuno: nell’inceneritore abbiamo smaltito la roba di Seveso”. Ecco perché le malattie che a Mantova polverizzano ogni media statistica sono quelle tipiche della diossina, ecco perché i pioppi del giardino di Rabitti sono esattamente come quelli di Seveso “con la chioma metà ingiallita e metà verde… Solo che i miei pioppi non crescevano al confine della fabbrica, ma a un paio di chilometri. Una ricaduta a questa distanza è tipica delle emissioni da un camino alto e con elevata velocità dei fumi in uscita, come quello di un inceneritore”.
Ma c’è una cosa che è ancora più sconvolgente della scoperta stessa, ed è che a ostacolare ferocemente ogni passo di questa coraggiosa ricerca della verità sono le istituzioni, infedeli, di un paese democratico: le Asl, le università, i poteri pubblici locali.
Giuseppe Dossetti avrebbe voluto che uno degli articoli della Costituzione recitasse così: “La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino”. Ecco, il libro del cittadino Paolo Rabitti è la più puntuale, coraggiosa e lucida attuazione di quell’articolo che non c’è: ed è uno strumento davvero prezioso per costruire un’Italia che non c’è.
28 aprile 2012
Italia dei beni comuni, parte il non-partito
di Daniela Preziosi
Oggi il primo appuntamento. Pochi big, molte idee, sette minuti a intervento. Si parla di metodo e programma
«Inizia un percorso». Gli organizzatori si raccomandano di non scrivere molto più di questo. Perché l'appuntamento di oggi a Firenze, la «partenza» del «non partito» - lanciato dal manifesto per i beni comuni e per «un'altra politica nelle forme e nelle passioni» il 29 marzo scorso, e di cui si è discusso, e anche parecchio, sulle pagine del manifesto e sulla rete - è una vera partenza al buio. Si annunciano molti partecipanti, e infatti è stata prenotata una platea da 1500 persone. Ma la giornata di oggi è stata scandita con quattro interventi iniziali, di quattro dei primi firmatari del manifesto, una sorta di relazione introduttiva a quattro voci (Marco Revelli, Nicoletta Pirotta, Claudio Giorno della Val Susa e Paul Ginsborg). In sala sarà distribuito un testo di Luciano Gallino, intitolato provocatoriamente «Come creare un milione di posti di lavoro».
Per il resto, si procede senza rete: sette minuti a intervento, ciascuno degli interventi potrà fare la sua proposta e indicare la direzione verso cui dovrebbe salpare la nave.
Non sono previste special guest: il sindaco De Magistris ha inviato gli auguri ma non ci sarà, Nichi Vendola lo stesso, per impegni di campagna elettorale, ma ci sarà il suo braccio destro Nicola Fratoianni. Ci sarà invece Paolo Ferrero, segretario del Prc. Ma per tutti varrà la regola dei sette minuti.
Di certo è che si discuterà di due prime «discriminanti», come è stato chiaro dai testi ricevuti in questi giorni da chi ha annunciato la propria partecipazione allegando una «motivazione»: il no alla riforma del pareggio in bilancio in costituzione e alla riforma del lavoro in discussione in parlamento. Per il momento sono gli unici due punti fermi di un «programma» che non c'è, ancora (l'assenza di progetto è una delle critiche mosse al non-partito da Rossana Rossanda) ed è tutto da discutere, e scrivere, e approfondire, nella successiva «due giorni» immaginata per giugno.
Il «progetto» sarà il core business della discussione. La differenza fra «bene comune» e «beni comuni», anche: anche perché è fresco di ieri l'intervento con cui Asor Rosa (sul manifesto) rintraccia la «dottrina del bene comune » di Tommaso d'Aquino nel «progetto» del soggetto politico nuovo.
E poi c'è il tema della forma del non-partito, e le questioni di «metodo». Perché il soggetto politico nuovo propone, almeno nelle intenzioni, «un salto di paradigma anche negli strumenti organizzativi», spiega Marco Revelli, «che non possono essere quelli tradizionali - centralistici, verticali e gerarchici - delle burocrazie dominanti, ma che sappiano praticare, all'opposto, l'orizzontalità della rete, la comunicazione decentrata, l'eguaglianza nella parola e nell'ascolto tra diversi. Tutto questo vuol dire, come ci è stato contestato, rimuovere il "conflitto sociale"? Cancellare le "forme di organizzazione" in nome di uno spontaneismo un po' anarchico? O non significa, piuttosto, ripensare il conflitto - e insieme l'organizzazione - nelle forme in cui ce lo ripropone quello che Gallino ha definito il finanz-capitalismo (che non cancella le classi sociali, ma che le ridisegna in forma del tutto inedita)? D'altra parte, che ne penseremmo se qualcuno, dopo il 1848, avesse continuato a proporre i vecchi club del 1789, come strumenti della lotta politica e la jacquerie contadina come via all'emancipazione?».
Last but not least, la questione del nome. C'è persino chi chiede di andare avanti prima di decidere. Insieme ai criteri per nominare un coordinamento nazionale, anche il nome si decide oggi, verrà scelto dalla platea da una rosa di quattro selezionata sul sito. Sono: Alba, Alleanza lavoro benicomuni ambiente; Lavoro e beni comuni; alternativa democratica; e infine Italia Bene Comune.
Quest'ultimo non passerebbe inosservato. Perché è anche il nome che Bersani ha scelto per la campagna delle amministrative del suo Pd. Facendo per l'occasione stampare migliaia di felpe blu con slogan più tanto di collo e polsini tricolori. Un'appropriazione indebita per il partito che fino all'ultimo non ha voluto schierarsi apertamente con i referendum per l'acqua pubblica, quelli che poi hanno portato al voto 27 milioni di persone. E un partito che ha votato due decreti Monti per le liberalizzazioni che i referendari hanno definito «tentativi sfrontati di negare il risultato di quei referendum». Salvo poi utilizzarne il logo del «bene comune» per marketing elettorale, dopo aver scoperto che funziona, ora che il vento è cambiato.
29 aprile 2012
I delusi della sinistra
di Daniela Preziosi
«Non siamo giovani. Siamo diversamente anziani». Marco e Saverio, 29 anni, se la ridono, guardandosi intorno scoprendo di essere 'la giovanile' del «soggetto politico nuovo» che di lì a poco verrà battezzato Alba. È un acronimo, ma le battute dei ragazzi - che ci sono, solo che non solo maggioranza - si sprecano. Marco Voleano, di Terni, precario in una casa editrice, e Saverio Monno, studente che già si definisce disoccupato, spiegano che se i loro coetanei non sono arrivati è perché «per sapere dell'incontro o sei allievo di Ginsborg o leggi il manifesto». Se no non lo sai. «Ma no, è che i giovani si stanno vedendo l'assemblea dal mare sul tablet in streaming», attaccano Davide e Lorenzo, 24 e 25 anni, di Prato. Oggi inizia il ponte del primo maggio, fuori dal PalaMandela il sole incoccia. «I ragazzi si fanno sedurre dai guru, meglio se della rete», dice Lorenzo. «E poi la sinistra è in coma, se ti avvicini ti senti subito in dovere di curarla. Invece Grillo ti urla: non c'è più destra, non c'è più sinistra, ci siamo solo noi», dice Marco.
È un fatto: la platea è in maggioranza over 40. Twitta mentre ascolta. I commenti vanno in diretta sui maxischermi. L'effetto è il dibattito e il suo doppio, fa molto sinistra e molto vintage. Tweet: «In platea troppe facce note per aver devastato i partiti della sinistra». Risposta: «Meglio un vecchio intelligente che un giovane stupido».
Gli orfani dei partiti sinistra
Stefano e Gabriella, bella coppia di fiorentini, dopo la scissione di Rifondazione (la seconda, quella del '98) si sono tenuti alla larga di partiti. Movimenti, tanti: girotondi, viola, Se non ora quando. Cani sciolti. Quando hanno letto del «soggetto politico nuovo» si sono detti: fosse che fosse la volta buona, sottinteso che si ricomincia. «Siamo venuti a vedere». Stesso discorso per Dora e Paolo, di Livorno. Lui Prc, lei Unione Inquilini, «ma lo sfavamento verso i partiti è lo stesso», giurano. La platea è zeppa di uomini e donne come loro: ceto medio riflessivo dieci anni dopo (le «pancere nere» le sfottevano all'epoca i ragazzini), delusi dalla sinistra ma irriducibili al dipietrismo, incompatibili con il grillismo, sarcastici con il nuovismo. Tweet: «Abbiamo l'età media di chi ne ha viste tante». Dal microfono, il sociologo Revelli: «Siamo qui perché gli altri hanno fallito». Per questo la platea non concede applausi facili, tranne che non si nomini la Fiom o non si dica «staccare la spina a Monti»: non è mancanza di entusiasmo, né tristezza né stanchezza: chi ne ha sentite sparare tante non si scalda per il primo che passa. Seleziona, ragiona. «Qui siamo in 1400, ma la metà esatta è venuta per ascoltare, senza aver firmato il manifesto fondativo», dice Massimo Torelli, instancabile organizzatore del primo appuntamento fiorentino. Insomma, è tutta gente a caccia di una sinistra in cui impegnarsi. Quindi magari non si spella le mani, ma è pronta a rimboccarsi le maniche per «un nuovo inizio vincente» (Paolo Cacciari).
Il nuovo partitino no
«A patto che non sia l'ennesimo partitino», questa è la parola d'ordine che circola ovunque, dal microfono alla platea. Tanto più che in platea circolano tanti ex qualcosa. E qui però le opinioni si divaricano. «Serve una rete di relazioni, di connessioni, per fare insieme le battaglie. Noi a Torino già lavoriamo così» dice Michele Curto, provenienza Libera di don Ciotti, ora consigliere comunale e segretario di Sel. E indica una fila, molto avanti: c'è il magistrato Livio Pepino e Giorgio Airaudo, Fiom. Ma il tema dell'«appartenenza plurima» (Paul Ginsborg) è un nodo. E non tanto per i partiti che si mettono in posizione di ascolto - l'«interlocuzione» di Sel la esprime Nicola Fratoianni, braccio destro di Vendola, la «disponibilità» a una federazione a nome del Prc la esprime il segretario Ferrero, che però a una 'federazione della sinistra' aderisce già. «Io non so chi votare, un contenitore della sinistra plurale lo voterei volentieri», dice Virginia, di Prato, 38 anni. L'assessore napoletano Lucarelli - che viene dalla giunta di De Magistris, sua la proposta delle 'liste civiche nazionali', lo dice esplicitamente: l'ambizione guarda al 2013. E il voto alle politiche diventa una tale ossessione nei capannelli, che Torelli dal microfono esorta: calma, abbiamo appena cominciato a discutere. Perché una cosa è ragionare su una rete «di comuni per i beni comuni», che funziona da Napoli a Corchiano (provincia di Viterbo, patria della nocchia, ne racconta la realtà il sindaco Bengasi Battisti). Un discorso che vive già in alcune liste civiche che la prossima settimana vanno al voto (Parma, Piacenza, L'Aquila, Lecce), e che può camminare ancora. Un'altra è l'accelerazione verso un 'soggetto politico nazionale', che al primo incontro genera dubbi e diffidenze. Di ogni tipo: come quella del vignettista Staino che ascolta perplesso, a quella di Rosario, che è venuto da Catanzaro, con la sua incrollabile «volontà di fare politica. Se solo trovassi un soggetto politico nuovo».
30 aprile 2012
«La democrazia prima di tutto»
di Marco Revelli
«Se siamo qui è perché avvertiamo che non c'è più tempo». Questo l'incipit della relazione introduttiva di Marco Revelli, ieri a Firenze. Poi: «Ci tocca dire fin da subito chi siamo e insieme cosa non siamo e cosa non vogliamo essere. Non siamo materia di gossip per i media. (...) Non siamo nemmeno l'urlo roco del populismo a buon mercato. (...) Non siamo una nuova, piccola formazione politica». Insomma, «cosa vogliamo?» «Vogliamo essere gli abitanti di un nuovo spazio pubblico liberato dalle presenze ingombranti dei vecchi monopolisti della decisione. L'embrione di una nuova cittadinanza, (...) una forma organizzata che raccolga la testarda domanda di partecipazione di quella parte di cittadini che (oggi in Francia, domani in Italia) non vogliono rassegnarsi al cappio del fiscal compact e alla dogmatica feroce di Berlino e di Bruxelles, alla riduzione dei diritti sociali in costi da tagliare e sacrificare sull'altare dei mercati, allo smantellamento del modello sociale europeo e alla mercificazione sistematica della vita individuale e collettiva». In sintesi: «Riappropriazione dello spazio pubblico e indisponibilità alla delega». E, in cima all'agenda, la questione della democrazia e dei «possibili antidoti» alla sua crisi.
Persone che stimo sono critiche rispetto all’ampio impiego che si fa ultimamente a proposito dell’espressione “beni comuni”. In effetti, è un termine che oscilla tra due destini: diventare un luogo comune, e quindi una coperta per contenuti diversi, oppure essere un’espressione significativa che esprime realtà e speranze, aspirazioni e traguardi capaci di unificare pensieri e azioni di soggetti diversi. Tra i contributi al suo chiarimento mi limito a ricordare Rodotà, Mattei, Ricoveri.
E’ un’espressione che personamente adopero da tempo a proposito di città, anche perché riecheggia la più antica espressione “consumo comune”, che adoperai ampiamente per il mio Urbanistica e società opulenta (1969). Per il presente rinvio a un mio scritto, La città come bene comune pubblicato nella collana di Baiesi “Ogni uomo è tutti gli uomini”, che riprende relazioni svolte nel 2008 all’European Social Forum di Malmö e a un successivo convegno organizzato dalla rete Camere del lavoro-CGIL a Venezia.
Il termine “bene” nella lingua italiana è facilmente comprensibile in opposizione a “merce”, ed è soprattutto in questo senso che lo adopero. Mentre “comune” lo adopero come distinto da “collettivo” e da “pubblico” ma non in opposizione con questi; in relazione all’uomo, poi, lo assumo come integrativo rispetto a “privato”.
Titolo originale: Urban revolution is coming – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Dalla Parigi del 1871 alla Praga del 1968 al Cairo nel 2011, per finire con le vie di New York, le città sono da lungo tempo il terreno di coltura dei movimenti radicali. Nel corso del tempo le proteste urbane nascono da una infinità di spunti diversi, dalla disoccupazione alla fame, alla privatizzazione alla corruzione. Ma c’entra forse anche la stessa geografia delle città? Una questione particolarmente accesa questa settimana, mentre il movimento Occupy si prepara a una serie di grandi manifestazioni in tante città del paese per il Primo Maggio.
Il geografo e sociologo David Harvey, professore di antropologia al Graduate Center della City University di New York, uno dei venti studiosi in campo umanistico più citati di tutti i tempi, ha passato un’intera vita a studiare il modo in cui si organizzano le città, e poi cosa vi accade. Il suo nuovo libro Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution, esamina in profondità gli effetti delle politiche finanziarie liberiste sulla vita urbana, il paralizzante debito dei ceti medi e a basso reddito d’America, la devastazione dello spazio pubblico per tutti i cittadini operata da uno sviluppo sfuggito al controllo.
A partire dalla domanda: Come organizziamo una città? Harvey esplora l’attuale crisi del credito e le sue radici nella crescita urbana, e come questo processo abbia di fatto reso praticamente impossibile qualunque azione politica nelle città per gli ultimi vent’anni. Harvey si propone come esponente di punta del movimento per il “diritto alla città”, l’idea secondo la quale il cittadino deve poter intervenire sui modi in cui le città crescono e sono strutturate. A partire dalla Comune di Parigi del 1871, quando la cittadinanza rovesciò l’aristocrazia prendendo il potere, Harvey ricostruisce i modi in cui le città si sono riorganizzate, e come potrebbero farlo, per diventare più inclusive e giuste. Abbiamo incontrato Harvey per parlare di Occupy Wall Street, della distruzione operata da Bloomberg nelle trasformazioni di New York City, su come si possa ripensare la città più vicina a come la vorremmo.
Lei parla del “diritto alla città” come di uno slogan vuoto. Cosa intende?
Il diritto alla città può rivendicarlo chiunque. Anche Bloomberg ha diritto alla città. Però ci sono varie fazioni, con diverse capacità di esercitarlo. Quando parlo del diritto di ripensare la città più vicina a come la vorremmo, e a cosa invece abbiamo visto qui a New York City negli ultimi 20-30 anni, si tratta di come la vorrebbero i ricchi. Negli anni ’70 pesava molto la famiglia Rockefeller per esempio. Oggi c’è gente come Bloomberg, che sostanzialmente trasforma la città nel modo che più si adatta a sé e ai propri affari. Ma la gran massa della popolazione praticamente non conta nulla in tutto questo. In città c’è quasi un milione di persone che tenta di farcela con diecimila dollari l’anno. E che influenza hanno sul modo in cui si trasforma la città? Nessuna.
Il mio interesse principale sulla questione del diritto alla città non è tanto di affermare che esista una specie di diritto etico, ma qualcosa per cui lottare. Il diritto di chi? Per che tipo di città? Penso a quel milione di persone con meno di diecimila dollari l’anno, che dovrebbero pesare almeno tanto quanto l’1% che sta al vertice. Lo definisco un significante vuoto, perché ci deve essere qualcuno che arriva e dice, “È il mio diritto che conta, non il tuo”. Comporta sempre un conflitto.
Dagli anni ’80 assistiamo in tutto il mondo all’ondata della privatizzazione di tutto quanto un tempo era pubblico (scuole, ferrovie, acqua). Come ne è stato influenzato il movimento fra i ceti a basso reddito delle città?
In un modo che è una delle domande poste dal libro: Perché non abbiamo fatto nulla? Perché non c’è stato un nostro’68? Perché non ci sono state più proteste, visto l’immenso accrescersi delle diseguaglianze in tante città degli Usa, oltre che de resto del mondo? Oggi stimo cominciando a vederne alcune, di risposte, in Occupy Wall Street, e anche altrove nel mondo segnali più vistosi. In Cile gli studenti occupano le università, come avevamo visto negli anni ’60 contro le diseguaglianze di allora.
E non capisco in realtà perché non ce ne siano state di più, di proteste. Credo dipenda dall’incredibile potere del denaro di condizionare gli apparati di repressione. E credo che ci troviamo in una situazione piuttosto pericolosa, perché è possibile che qualunque forma di ribellione possa essere considerate alla stregua del terrorismo, nella scia degli apparati post-11 settembre. Abbiamo visto in casi come la piazza Tahrir Square e altri, con eco anche in Wisconsin l’anno scorso,segnali di resistenza che iniziano ad emergere. C’è qualche parallelo con ciò che avvenne negli anni ‘30. Col crollo del mercato azionario del 1929, le vere proteste poi sono iniziate verso il 1933, ed è emerso un movimento di massa. Potremmo essere ora in quella fase, dato che la depressione, o recessione, chiamiamola come vogliamo, non è certo finita, continuano ad esserci tantissimi disoccupati, gente che perde la casa, i diritti, e si comincia a capire che non si tratta di cosa di un momento. È una situazione permanente. Quindi credo che vedremo più inquietudini di massa da ora in poi. Non è più come nel 1987, quando dal crollo se ne è usciti nel giro di un paio d’anni. In questo paese non è più così.
C’è una differenza, fra lo scoppio di rabbia spontanea, priva di obiettivi politici, e la risposta più meditata che vediamo nel movimento Occupy Wall Street. C’è un messaggio che vuole comunicare, che introduce programmaticamente la diseguaglianza sociale, credo che si farà molto. Almeno il Partito Democratico ne sta discutendo, cosa che un anno fa non succedeva. Non se ne parlava proprio. Adesso invece sì, ed è una cosa che filtra anche nella campagna di Obama, una inclusione di questi messaggi.
Perché è tanto importante la Comune di Parigi del 1871 per i movimenti di oggi?
Per due ragioni: la prima è che si tratta di una delle più grandi ribellioni della storia. E di per sé merita studio e discussione. L’altra è che appartiene alle idee che stanno nel pantheon del pensiero di sinistra. Molto interessante che sia Marx e Engels che Lenin o Trotsky tutti considerassero la Comune di Parigi come esempio da cui imparare e in qualche misura seguire, come a Pietroburgo nel 1905 o anche nel corso della Rivoluzione Russa successiva. Si tratta di porsi delle domande e imparare.
In che modo l’urbanizzazione liberista ha distrutto la città in quanto spazio pubblico abitabile, luogo di politica e società?
Senza farci un’immagine romantica di ciò che la città era negli anni ’20 e ’30, si trattava senz’altro di una concentrazione compatta di popolazione, governata da un apparato politico: potere concentrato ed efficace. Col tempo ci siamo dispersi nella suburbanizzazione, abbiamo spalmato la città. Si è disperso anche sempre più quello che si chiama “ghetto”, le zone a bassi reddito non sono più concentrate a sufficienza da potersi organizzare in quanto tali. Salvo in alcune occasioni, per esempio a Los Angeles col caso di Rodney King.
Credo che la dispersione della città, la crescita per sobborghi, la costruzione delle gated communities, frammenti la possibilità di un’esistenza politica con qualche coerenza, l’idea di un progetto politico comune. Ci sono tante politiche del tipo Non nel Mio Cortile. Non si vuole abitare vicino a che appare diverso, non si vogliono gli immigrati, da un punto di vista sociale cambiano le cose. Ho sempre ritenuto che il tipo di soggettività costruito dal suburbio, dalla gated community, sia una soggettività frammentata in cui nessuno coglie il totale come nella città, il tema complessivo dei processi a cui rivolgersi. Si pensa solo al proprio segmento del tutto. Credo che obiettivo della politica sia di ricostruire un corpo di città sulle rovine del processo di capitalizzazione.
Un termine ricorrente delle vicende Occupy Wall Street è la“precarietà” (i lavoratori autonomi o senza contratto regolare). Perché è così importante per un movimento radicale?
Non mi piace troppo il termine “precario”. Da sempre chi lavora alla produzione e riproduzione della città considera la propria situazione non sicura, c’è tanto lavoro temporaneo diverso da quello di fabbrica. Storicamente la sinistra ha guardato al lavoratore della fabbrica coma base della sua politica nei momenti di cambiamento. La stessa sinistra non ha mai pensato che fossero significativi anche coloro che producono e riproducono la vita urbana. Qui entra in campo la Comune di Parigi, perché se osserviamo i suoi protagonisti, non si tratta degli operai di fabbrica. Sono invece artigiani, e i tanti lavoratori precari della Parigi dell’epoca.
Oggi, con la scomparsa di tante fabbriche, non c’è più la massa di classe lavoratrice industriale che c’era negli anni ’60 o ‘70. Allora la questione è: che base politica ha la sinistra? Io sostengo che si tratti appunto di chi produce e riproduce la vita urbana. Molti di loro sono precari, si spostano spesso, difficili da organizzare, da sindacalizzare, una popolazione che subisce un continuo ricambio, ma che possiede comunque un enorme potenziale politico. Uso sempre l’esempio del movimento per i diritti dei migranti nel 2006. Furono tantissimi di loro ad astenersi dal lavoro per una giornata, Los Angeles e Chicago restarono del tutto bloccate, dimostrando questa gigantesca forza. Dovremmo pensare a questo segmento di popolazione. Il che non esclude il lavoro organizzato, ma pensiamo che oggi nel settore privato (esclusa la pubblica amministrazione nel suo complesso) siamo al 9% della popolazione. È enorme il lavoro precario. E se troviamo il modo per organizzarlo in qualche modo, di dargli nuovi strumenti di espressione politica, credo sia possibile mobilitarlo con grandiosi risultati sulla vita urbana e le sue relazioni, in città come New York, o Chicago o Los Angeles e tante altre.
Lei afferma che “La rivoluzione del nostri tempi deve essere urbana” Perché la sinistra è tanto refrattaria all’idea?
Credo faccia parte del dibattito sull’interpretazione della Comune di Parigi. Alcuni hanno sostenuto che si trattava di un movimento sociale urbano, e quindi non di un movimento di classe. Un’interpretazione che risale alla sinistra marxista, secondo la quale un movimento rivoluzionario può derivare solo /dagli operai delle fabbriche. Beh, non è che se non ci sono più fabbriche non c’è più la rivoluzione. Sarebbe ridicolo.
Io ritengo che si debba guardare al fenomeno della classe urbana. Dopo tutto, è il capitalismo finanziario a costruire oggi la città, coi suoi condomini e uffici. Se vogliamo resistere dobbiamo farlo con una lotta di classe, contro questo potere. E sono molto serio nel porre la domanda: come si mobilita una intera città? Perché è nella città che sta il futuro politico della sinistra.
Come è possibile trasformare lo spazio pubblico in qualcosa di più accessibile?
Vediamola in termini semplici: a New York di spazio pubblico ce n’è tanto, ma poco in cui si possa sviluppare una attività collettiva. La democrazia ateniese aveva l’agorà. Ma a New York City dove potremmo andare a cercare un agorà, dove si discute davvero. Ecco di cosa stavano parlando davvero le persone che si riunivano a Zuccotti Park. Costruivano uno spazio per sviluppare dialogo politico. Dobbiamo prendere gli spazi pubblici, che come si scopre pubblici non sono affatto, e trasformarli in un luogo politico, dove prendere decisioni, dove stabilire se è davvero una buona idea costruire ancora, qualche nuovo gruppo di condomini. Attraversavo l’altro giorno il parco a, Union Square, ad esempio, dove c’era dello spazio, ma ci hanno messo delle aiuole: i tulipani hanno un loro luogo, e noi no. Oggi lo spazio pubblico è totalmente controllato dal potere politico, al punto che non è più un bene comune.
Le scelte amministrative di Bloomberg sono state descritte come “Trasformare la città come faceva Moses ma pensando sempre a Jane Jacobs”. [Robert Moses ricostruì spietatamente New York City per mezzo secolo, spesso devastando quartieri per farci passare arterie veloci verso la periferia. Jane Jacobs, scrittrice e sua principale oppositrice, contribuì a salvare il Greenwich Village da una di queste autostrade] Come è possibile riconciliarli?
La città razionalista e modernizzatrice è stata qualcosa di spietato. L’amministrazione Bloomberg ha lanciato forse più megaprogetti di Moses negli anni ‘60, ma cercando di riverniciarli di interesse pubblico, esteriormente in stile Jane Jacobs. Mascherando la natura dei grandi progetti. C’è anche una patina ambientalista. Bloomberg è, in parte in buona fede, amico dell’ambiente. Contentissimo se si realizzano trasformazioni verdi. Trasforma tutte le strade per farle diventare spazi “amichevoli” per ciclisti: salvo che quei ciclisti poi non ci si radunino in massa. Questo non gli piacerebbe affatto.
Crede che sia in crescita il movimento contro gli aspetti della città liberista?
La cosa che colpisce di più è che se guardiamo a una ipotetica carta mondiale di chi è contro alcuni aspetti di ciò che fa il capitalismo, vediamo una massa di proteste enorme. Ma si tratta di una cosa molto frammentata. Ad esempio, oggi parliamo del debito contratto dagli studenti. Domani potrebbe essere il turno dei pignoramenti, o una protesta perché si chiudono ospedali, o su cosa succede nell’istruzione pubblica. La difficoltà è trovare un modo per collegare il tutto. Ci sono dei tentativi, come The Right to the City Alliance, o Excluded Workers Congress, ciò vuol dire che si riflette su come unirsi, ma siamo ancora alle fasi iniziali. Se funziona, avermo una enorme massa di persone interessate a cambiare il sistema, sin dalle radici, perché oggi non risponde ai bisogni e ai desideri di nessuno.
Occupy Wall Street appare come una convergenza su alcune delle cose di cui ci ha parlato, ma manca ancora qualcuno in grado di unire. Perché la sinistra resiste così tanto all’idea di leadership, di gerarchia?
Credo che a sinistra ci sia sempre stato un problema, un feticismo dell’organizzazione, l’idea che basti a un certo progetto un certo tipo di struttura. Ha funzionato nel progetto comunista, dove si è seguito il modello del centralismo democratico, da cui non ci si allontanava. Aveva dei punti di forza, e altri di debolezza. Oggi vediamo molte componenti della sinistra resistere a qualunque forma di gerarchia. Si ribadisce che tutto debba restare orizzontale, democratico, aperto. Ma in realtà non lo è.
Occupy Wall Street funziona come un’avanguardia [un partito politico alla testa di un movimento]. Dicono di no, ma lo sono. Parlano del 99% ma non sono il 99%: si rivolgono al 99%. Ci deve essere molta più flessibilità a sinistra nel costruire vari tipi di organizzazione. Mi ha molto colpito il modello usato a El Alto in Bolivia, in cui si mescolavano strutture orizzontali e verticali, a costruire una forte organizzazione politica. Credo che sia meglio allontanarsi al più presto da certe forme di discussione. Quelle in voga oggi andranno benissimo per piccoli gruppi, che si riuniscono in assemblea. Ma non si può certo riunire in assemblea tutta la popolazione di New York City. E poi pensare alle strutture regionali ecc.. In realtà Occupy Wall Street un comitato di coordinamento ce l’ha. Ma esitano a prendere la testa dell’organizzazione.
Credo che per riuscire i movimenti debbano mescolare struttura orizzontale e verticale e gerarchia. Quella migliore l’ho vista negli studenti cileni, con una giovane comunista [Camila Vallejo], molto aperta alla struttura orizzontale anziché al comitato centrale che decide le cose. Però quando ci vuole la leadership la si deve usare. Iniziando a ragionare in questi termini avremo una sinistra più flessibile ma organizzata. Dentro a Occupy ci sono gruppi che cercano di trascinare gente del Partito Democratico a sostenere i propri temi, minacciando di candidarsi al loro posto se non lo fanno. Non è la maggioranza, a fare queste cose, ma esistono.
Alla fine del libro non si hanno molte risposte, ma si indica la necessità di aprire un dialogo per uscire da vistose diseguaglianze e dalle continue crisi del capitalismo. Vede segnali del genere in Occupy?
È possibile. Se il movimento sindacale si sposta verso forme di organizzazione più territoriali, non solo basate sui luoghi di lavoro, allora l’alleanza coi movimenti sociali urbani sarà molto più forte. La cosa interessante è che questo genere di collaborazioni ha una storia di successi. Credo sia possibile piantare un seme, e innescare una grande trasformazione. Se Occupy Wall Street vede questa possibilità si aprono molte prospettive. Il mio libro è anche la base per esaminare queste possibilità, non ne va esclusa nessuna perché non sappiamo quale sia la migliore. Però esiste un enorme spazio per l’attività politica.
Nota: a rafforzare le riflessioni di David Harvey arriva, se necessario, anche il contributo di tanta stampa per nulla di sinistra o che si ponga davvero il problema di una alternativa al modello liberista, quando si nota una costante di tutti i più recenti movimenti progressisti e democratici. Ad esempio l'economista Edward Glaeser che ancora all'inizio del 2011 sul New York Times osservava la natura del Crogiolo rivoluzionario urbano (il link è alla traduzione su Mall))
Il «Manifesto per un soggetto politico nuovo» è improntato a un prorompente «ottimismo della volontà». Com'è noto, Antonio Gramsci raccomandava che i due elementi della fatidica coppia - «pessimismo dell'intelligenza» e «ottimismo della volontà» - procedessero sempre insieme. Meno noti i motivi che secondo lui renderebbero raccomandabile, anzi inevitabile, l'accoppiata: «Tutti i più ridicoli fantasticatori che nei loro nascondigli di geni incompresi fanno scoperte strabilianti e definitive, si precipitano su ogni movimento nuovo persuasi di poter spacciare le loro fanfaluche». D'altronde ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Bisogna creare uomini sobri, pazienti, che non disperino dinanzi ai peggiori orrori e non si esaltano a ogni sciocchezza». Per cui, appunto: «Pessimismo dell'intelligenza, ottimismo della volontà».
Riguarda in qualche modo la citazione gramsciana gli estensori del suddetto «Manifesto»? No, assolutamente no: volevo soltanto che il pensiero gramsciano fosse almeno una volta richiamato, per intero). Mi predisporrei perciò a introdurre qualche elemento pessimistico nel ragionamento del «Manifesto», cercando al tempo stesso di guardarmi dallo spingermi troppo nella direzione opposta, cosa che, ahimè, in casi del genere capita di frequente. Utilizzerò di volta in volta argomenti concettuali ed esempi pratici: le mie esperienze degli ultimi dieci anni me lo consentono (cosa che non a tutti i miei interlocutori accade).
1. Politica. Un perno del «Manifesto», assolutamente condivisibile, è che «democrazia rappresentativa» e «democrazia partecipata» dovrebbero integrarsi e ri-equilibrarsi profondamente. L'idea, invece, che uno dei due versanti, quello della «democrazia rappresentativa», rappresentato essenzialmente dal sistema dei partiti, sia attualmente tutto da buttare e l'altro, quello della «democrazia partecipativa», tutto da esaltare e valorizzare, è completamente sbagliata, e fortemente autolesionistica. Ci sono realtà istituzionali e politiche, con le quali è possibile/necessario mantenere un livello alto di confronto, di scontro e comunque di serio rapporto; e ci sono realtà di base totalmente catturate all'interno del sistema dello sfruttamento e dell'utilitarismo individualistico. In alcune Regioni d'Italia (molte, direi), se si facesse un referendum sull'abusivismo vincerebbero gli abusivisti.
La stessa cosa si potrebbe dire del rapporto fra centro e periferia. In taluni casi, l'auspicato decentramento del potere funziona alla grande; in certi altri assolutamente no. Alcuni Comuni sono virtuosi; gli altri (la maggioranza, io penso) no, anzi sono spesso i manutengoli degli interessi privati più sporchi. In casi come questi, oltre che battersi in ogni modo con la denuncia, bisogna ricorrere in un modo o nell'altro alle istanze «superiori»: le Regioni, lo Stato.
L'idea che il quadro sia omogeneo in tutte le sue componenti e su tutti i suoi versanti è distruttiva. Attualmente il quadro è invece frastagliato, poliforme e multicentrico. Al tempo stesso, tutto si tiene. L'idea giusta, appunto, che la «democrazia partecipativa» spinga per una riforma profonda della «democrazia rappresentativa» e del «sistema dei partiti» comporta che nessuna opportunità, nessuna chance sia cammin facendo ignorata e trascurata, e tutte invece siano volte all'unico obiettivo che meriti oggi perseguire: una diversa nozione e pratica della politica.
Il sistema - il sistema tutt'intero, intendo - si può riformare solo se si salva. E si salva solo se viene coinvolto tutt'intero, dalla A alla Z, per quanti sforzi questo comporti, e quanta pazienza e sobrietà richieda. Occorre violentemente attirare l'attenzione sul presente così com'è, se si vuole trasformarlo.
2. Principi, ideologia. È fuor di dubbio che siano fortemente cambiati forme e attori del conflitto. Mi chiedo però fino a che punto il gigantismo del sistema - la globalizzazione, appunto - abbia tolto di mezzo il fondamentale antagonismo fra capitale e lavoro: lo ha se mai anch'esso ingigantito, a livello planetario. Di questo non c'è traccia nel «Manifesto»: si direbbe che i protagonisti del conflitto siano, in questo quadro, attori di una diversa separazione/contrapposizione sociale (e politica, e culturale). Si lotta, infatti, per qualcosa di profondamente diverso dagli obiettivi tradizionali: si lotta per i cosiddetti «beni comuni».
Dei «beni comuni» Stefano Rodotà, che ne è l'interprete al tempo stesso più innovativo ed equilibrato, dà una definizione che io accolgo e faccio mia. Essi «sono quelli funzionali all'esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future». E cioè: ci sono beni, esattamente definiti dal punto di vista delle caratteristiche dominanti, delle possibili fruizioni e delle possibili forme di governance, la cui «proprietà», per così dire, è comune, cioè appartengono «a tutti e a nessuno». Detto così, va benissimo: questi «beni comuni» rientrano perfettamente nel quadro di un programma di «democrazia partecipativa», la quale, oltre a valere per sé, preme sulla «democrazia rappresentativa» per mutarne obiettivi e metodi ed eventualmente per ottenere un sistema di governance giuridico-istituzionale, che sia rispettoso della natura speciale di quel bene (mi riservo di porre a Rodotà una domanda, ma lo farò più avanti).
Ma i «beni comuni» divengono nel «Manifesto» il programma di massima del «nuovo soggetto politico». La cosa mi pare abnorme. Non solo per il pericolo successivamente segnalato dallo stesso Rodotà: «Se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, se ad essa viene affidata una sorte di palingenesi sociale, allora può ben accadere che perda la capacità d'individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità comune di un bene può sprigionare tutta la sua forza» (il manifesto, 12 aprile). Ma soprattutto perché, se i «beni comuni» assurgono a orizzonte ideologico e di valore del nuovo movimento, ci si dovrebbe chiedere più trasparentemente (una delle richieste basilari di una vera «democrazia partecipativa») non solo dove va ma anche da dove viene un movimento così orientato.
La risposta sarebbe lunga e problematica: ma qualcosa si può cominciare a dire. Uno dei punti di partenza possibili è senza ombra di dubbio Michael Hardt e Antonio (Toni) Negri: Comune (titolo originale dell'opera, molto più significativo di quello della tradizione italiana: Commonwealth), apparso nel 2009 (trad. ital. 2010), che porta il sottotitolo anch'esso estremamente significativo di: Oltre il privato e il pubblico. Lo chiamo in causa per almeno due motivi: perché il «comune» negriano è, esplicitamente, il frutto del palese rifiuto e superamento da parte dell'autore del vecchio operaismo e, più specificamente ancora, della teoria marxiana del valore; e perché i «beni comuni» sono obiettivi strategici logicamente comprensibili e accettabili, solo nella prospettiva biopolitica di una «democrazia della moltitudine», che veda anch'essa il superamento del conflitto di classe di fronte ai bisogni del più indeterminato ma appunto perciò meno obsoleto e più possente soggetto rivoluzionario: «Oggi potremmo dire: "Sta sorgendo una razza multitudinaria"» (Moltitudine, Rizzoli, Milano, 2004, pp. 409).
Ogni volta, però, che ci si allontana dall'idea che questa sia una società divisa in classi - ossia ci si allontana dalla persuasione laica che esistono sfruttati e sfruttatori, percettori di un enorme surplus di potere a danno di altri che ne hanno poco o punto, a causa del meccanismo economico dominante (lo so, lo dico in maniera troppo rozza e approssimativa, ma qui non posso fare altrimenti) - si aprono scenari imprevedibili e sorprendenti. Per esempio, si scopre che la radice della nozione di «bene comune» è teologico-cristiana. Ne ragiona infatti con profondità niente di meno che Tommaso d'Aquino (riprendendo in parte, come soventi gli capita, definizioni aristoteliche): il quale, nella Summa Theologiae (I-II, 90, 3), scrive (traduzione improvvisata, e forse zoppicante): «...Come l'uomo è parte della casa, così la casa è parte della città; e la città è la comunità perfetta, come si dice in Aristotele, Politica (Aristotele, infatti, lì parla della "polis"). E perciò, siccome il bene del singolo uomo non è l'ultimo fine, ma è ordinato in funzione del "bene comune" (ad commune bonum); nello stesso modo, il bene di una casa è ordinato in funzione del bene di una città, la quale è la comunità perfetta».
Tommaso è un autore che i «benecomunisti» non amano citare (solo un piccolo cenno polemico in U. Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza, Bari, 2011, pp. 41). Nelle opere di Negri, ad esempio, non ce n'è traccia. Eppure è di fondamentale importanza. Il ritorno al Medio Evo, di cui si parla a proposito dei «benecomunisti», è tutt'altro che banale: significa la riappropriazione, in funzione apparentemente anticapitalistica, di un intero universo concettuale e ideale pre-capitalistico. Insomma: se la società divisa in classi non fosse alla fin fine altro che una «comunità», ovviamente non potrebbero esserci «beni comuni». I cittadini, les citoyens, in lotta per due secoli e mezzo per contendere all'avversario di classe ciò che a loro spetta, diventano «persone», prive di connotazione sociale (secondo un dettame che la teologia cristiana farebbe volentieri proprio): «Unire le persone per bene» intorno a un metodo è molto più agevole che farlo nel merito ed è certamente foriero di potenziali egemonie nuove che superino finalmente vecchi steccati...» (U. Mattei, , 4 aprile). «Superare i vecchi steccati» è ciò che cercano di fare proprio oggi tutte le forme di «antipolitica».
Sorprende che molti dei firmatari del «Manifesto», che sono stati o sono ancora o si dicono ancora marxisti, non abbiano notato che in questo testo non viene mai nominato, nonché la «classe», neanche il «popolo». La soggettività politica viene trasferita a altre entità per ora poco chiare, autodefinentesti e autordinantesi, quali che la lotta politica fosse il frutto selezionato, alla fin fine, di alcuni gruppi intellettuali, che, come si diceva scherzando una volta, «danno la linea». E naturalmente, insieme con «classe» e con «popolo», spariscono le categorie di «destra» e di «sinistra» (anch'esse mai nominate nel «Manifesto»). I «benecomunisti» stanno più avanti, anche in questo caso, di queste obsolete distinzioni: stanno là dove «le persone per bene» - operai, impiegati, funzionari, banchieri, capitalisti, pensionati, sfruttatori, purché «per bene» - decidono di stare tutte insieme per meglio governare il loro «comune» destino.
Il riferimento a Tommaso d'Aquino non deve però far pensare a una discussione e a un rinfacciamento puramente dottrinari, destituiti di esiti pratici e politici immediati. La dottrina di Tommaso cala infatti di peso in quella attuale, e perfettamente operante, della Chiesa cattolica. Come si fa a non accorgersi di un dato così clamoroso? La filologia in certi casi conta più della logica (ma è anche più rara, molto più rara). Nel Catechismo della Chiesa cattolica (Edizioni Piemme, Città del Vaticano, 1993), la dottrina del «bene comune» occupa il posto centrale nella conformazione dell'agire sociale e pastorale della Chiesa nel mondo (III, II: La comunità umana; 2. La partecipazione alla vita sociale; II. Il bene comune). Il «bene comune», secondo l'ammonimento di Tommaso qui puntualmente richiamato («Non vivete isolati, ripiegandovi, in voi stessi ... invece riunitevi insieme, per ricercare ciò che giova al bene di tutti (bonum commune), è «l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e speditamente» (pp. 361). Non si potrebbe dir meglio in un contesto nel quale il conseguimento del «bene comune» rappresenta il nuovo Sovrano. Ma certo stupisce che il «messaggio» che esce dal progetto di un «nuovo soggetto politico» sia così vicino a quello uscito dal Consiglio Vaticano II (cui il Catechismo fondamentalmente attinge).
3. Comportamenti e passioni. Potremmo ancora citare a lungo dal Catechismo, e anche da molti altri e diversi autori del medesimo orientamento. Siccome le analogie sono indubbiamente clamorose, sarebbe interessante ascoltare una spiegazione del perché, sopprimendo la categoria analitica e pratica del conflitto di classe, tornano a manifestarsi prepotentemente e a dilagare visioni del mondo in cui l'ultraterrenità, e il discorso teologico-scolastico, tornano a farsi dominanti. In attesa che una qualche risposta venga (ma se uno usa gli stessi termini e concetti di un altro, qualcosa di «comune» dev'esserci), osservo che il lungo capitolo che conclude il «Manifesto» sui «comportamenti» «e sulle passioni» non fa che accentuare, ai limiti del disagio, le reazioni che si provano di fronte alla teoria fin qui esposta dei «beni comuni». Un universo di buoni sentimenti - «la compassione e la gioia, l'amore e la speranza, la generosità e il rispetto degli altri», «il sentimento dell'empatia» - dovrebbe prendere il posto di quello in cui finora siamo sventuratamente nati e cresciuti - quello delle «passioni negative, l'invidia, l'odio, l'orgoglio, l'ira... la rivalità, la voglia di sopraffare...». Allora, nel nuovo universo, « a predominare sarebbero le virtù sociali delle mitezza e della fermezza...». Io qui non so cosa dire. Va bene non aver letto (o aver dimenticato) Machiavelli. E Marx. E Schmitt. Ma pretendere di affrontare l'incredibile violenza dell'attuale sistema di sfruttamento globale con il sorriso sulle labbra e le pacche sulle spalle, mi pare indizio di una mentalità che non porta da nessuna parte (naturalmente, anche Negri impernia la sua ideologia multitudinaria sull'«amore»: se no, che biopolitica sarebbe? Anche il male, tuttavia, secondo lui, può impadronirsi dell'amore. Il conflitto sarebbe allora fra un amore malato e «cattivo» e un amore buono, autentico. Interessante).
4. «Beni comuni» e «Pubblico». Torno alla domanda che qualche colonna fa avrei voluto rivolgere a Rodotà. Ho citato la sua definizione di «beni comuni», che ora per chiarezza del lettore ritrascrivo: «(Essi) sono quelli funzionali all'esercizio di diritti fondamentali, e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future». La domanda è: non potrebbe esser questa anche una buona definizione di «pubblico?» E cioè: lo Stato democratico-capitalistico moderno, nella sua complessa strutturazione, è il frutto di spinte contrastanti nelle quali la funzione e l'indirizzo loro impresso da esigenze, interessi e modalità di vita propri delle classi cosiddette subalterne, hanno lasciato un segno consistente. Il «pubblico» oggi non s'identifica certo con lo Stato Leviatano; se mai si potrebbe dire che, nei casi migliori, lo Stato è stato (e in parte ancora è) un'articolazione del «pubblico» - il «pubblico», che tra le proprie funzioni più specifiche e prestigiose ha quella di proiettare la tutela dei beni d'interesse comune «nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future». Sanità pubblica, Scuola pubblica, Università, ricerca, sistema delle pensioni, diritti del lavoro, solidarietà sociale, tutela del territorio, sistema della giustizia «imparziale» e nei limiti delle umane abitudini) «uguale per tutti», sono i principali requisiti di un sistema imperniato sul «pubblico» (e non sul «privato»). È la materia, del resto, chiarissimamente descritta e regolata negli artt. 2, 3 e 4 della nostra Costituzione (che forse andrebbero tenuti più presenti).
Se le cose stanno così, non sarebbe meglio, invece che procedere negrianamente «oltre il privato e il pubblico», considerare la battaglia per i «beni comuni» un allargamento e un rafforzamento di quella per il «pubblico», in una visione più dinamica e articolata di quella praticata presentemente?
La cosa è tutt'altro che facile, ma è decisiva. Quel che io vedo è che il «pubblico», costruito prevalentemente con le lotte di generazioni e generazioni di cittadini italiani ed europei, è minacciato, frantumato, reso subalterno da una colossale invasione del «privato». Il governo Monti in Italia, politicamente, ideologicamente ed economicamente, ne rappresenta un esempio di prim'ordine. Allora, se le cose stanno così, all'ordine del giorno oggi non c'è la reclusione insieme di «pubblico» e «privato» nel medesimo cassetto di vecchi arnesi ormai inutili: c'è una gigantesca battaglia per la difesa del «pubblico», che, invece di fermarsi all'esistente, eventualmente si rafforzi e s'allarghi con l'individuazione e la conquista di nuovi territori. Per questo i partiti sono ancora necessari, in Italia e in Europa.
Quel che è accaduto recentemente in Francia dimostra eloquentemente che la forza di organizzazioni centralizzate e ben dirette è essenziale alla causa del mutamento. Se, come si spera, il candidato socialista riuscirà a prevalere, l'intero assetto europeo dei prossimi anni ne risulterà influenzato.
In Italia stiamo molto peggio, lo so, ma le coordinate del lavoro da fare sono molto simili.
5. Il «metodo» viene prima del «merito?» Il metodo adottato dai promotori del «Manifesto», come già s'è detto, appare sul il 29 marzo. Dopo le prime battute, assai interessanti, di dibattito, due degli organizzatori (Alberto Lucarelli, Ugo Mattei) dichiarano aperta la consultazione per la scelta del nome del «nuovo soggetto politico» (il manifesto, 17 aprile), dando per scontato che a Firenze il prossimo 28 aprile il «nuovo soggetto politico» si faccia (ignorando del tutto riserve e precisazioni come quelle emerse negli interventi già citati di Stefano Rodotà e in quello di link http://eddyburg.it/article/articleview/18849/1/155 Piero Bevilacqua> (13 aprile). Un dibattito è serio se serve a determinare le conclusioni. Se le conclusioni sono già date, il dibattito non è serio.
Io spero che a Firenze i promotori ci ripensino: che non nasca un «nuovo soggetto politico» su basi così fragili. Ci sono cento, mille, diecimila cose da fare per un'organizzazione che pratichi seriamente il verbo autentico della Rete: ossia, molti soggetti collocati liberamente all'interno di un terminale che fa da punto di riferimento logistico (niente di più) dell'insieme (se mai avrebbe senso lavorare, con i medesimi criteri, per una Rete di Reti: ma di questo eventualmente parleremo un'altra volta).
Ma l'obiettivo fondamentale e strategico è riconquistare il «pubblico», sottrarlo alla cattiva politica, in tutte le sue modalità, stratigrafie e manifestazioni, e al tempo stesso allargarlo, e di molto, oltre le dimensioni originarie (ad esempio, io provo un grande interesse per la riflessione di Guido Viale sulla «riconversione ecologica dell'economia»: ma anche in questo caso mi chiedo come affrontare una gigantesca problematica del genere limitandosi a praticarla dal basso, e su segmenti limitati di territorio).
Su questo percorso incontreremo molti ostacoli e molti diversi interlocutori: e, se sarà necessario, dovremo usare anche molta astuta e consapevolissima cattiveria.
Una domanda rimane. Lo sfruttamento del capitale sul lavoro si è allargato a un ambito (sia topograficamente che geograficamente che socialmente) ben più vasto della fabbrica. La sua evidenza non appare ancora a tutti gli sfruttati con l’immediatezza con cui appariva all’operaio. Non occorre forse ridefinire il conflitto di classe (e o stesso concetto di lavoro) in un ambito diverso da quello delineato dalla critica marxista, e individuare in tal modo l’antagonista del mondo di oggi?
Un saggio che rovescia la dottrina economica neoliberale e pone con forza la necessità di spiegare la sua egemonia nonostante il fallimento Sembra la quadratura del cerchio, eppure è possibile riassumere teorie complesse in un linguaggio piano e al tempo stesso fornirne un'interpretazione originale. L'ultimo libro di Giorgio Lunghini - Conflitto, crisi, incertezza, Bollati Boringhieri, pp. 132, euro 14 - dimostra che nulla - ferma restando l'asperità del compito - impedisce la convivenza tra essenzialità, chiarezza e autonomia di giudizio. In nove brevi capitoli offre una magistrale sintesi comparativa dei cinque principali paradigmi (Ricardo, Marx, il marginalismo, Keynes e Sraffa) che articolano la discussione contemporanea. Ma, caratterizzata da una mirabile linearità del dettato (viene in mente lo Smith, Ricardo, Marx di Claudio Napoleoni), la ricostruzione si tiene stretta a un forte nucleo teorico - a una tesi critica in senso stretto radicale - che mette in questione il fondamento stesso del discorso economico, investendone frontalmente le finalità.
La sequenza delle posizioni prende le mosse dalla teoria neoclassica, oggi (da buoni quarant'anni) dominante soprattutto in ambito accademico (e noi italiani, governati dall'incarnazione stessa dello spirito bocconiano, sappiamo meglio di chiunque altro quanto strette e pericolose siano le relazioni tra accademia e politica). I tratti salienti della teoria sono individuati nell'individualismo metodologico (la teoria soggettiva del valore-utilità) e nella rappresentazione di un sistema economico in equilibrio («omeostatico»), nel quale le crisi sono accidentali e il mercato garantisce l'uguaglianza tra domanda e offerta in virtù della sua capacità di autoregolarsi. Emerge così il paradosso di una teoria che, nel momento in cui dichiara di partire dai bisogni e dalle preferenze di individui razionali e onniscienti, descrive la realtà dal punto di vista del capitale privato, fornendone un'immagine controfattuale (un mondo senza crisi né conflitti distributivi, in cui lo scopo dell'attività economica è la produzione di valori d'uso e la moneta non incide sulla produzione e sui livelli occupazionali), per ciò stesso funzionale al dominio dell'impresa e della finanza.
Il modello neoclassico è il termine di riferimento per l'esame delle altre teorie, a cominciare da quelle di Ricardo e Marx, sue prime autorevoli rivali ante litteram. Ricardo svela un primo non-detto del marginalismo (il conflitto distributivo tra capitale e lavoro e il suo definirsi in base ai rapporti di forza sociali); Marx ne mette implacabilmente a nudo altri (la storicità del capitalismo industriale; il dispotismo del capitale nel condizionare alla generazione di profitto composizione e volumi della produzione; la casualità e precarietà dell'equilibrio e il ruolo-chiave svolto dalle crisi). Quanto la posizione marxiana sia attuale e misconosciuta (anche a sinistra) lo chiarisce il passaggio che Lunghini dedica allo statuto del lavoro vivo, quindi alla vexata quæstio della presunta estinzione del salariato (che in realtà cresce, nella misura in cui il suo tratto costitutivo non è la forma contrattuale ma la concreta subordinazione alle decisioni del capitale).
Seguono Keynes e Sraffa. Il primo compie un gesto che, di per sé, svuota di senso l'utopica oleografia dei neoclassici: nessuno - tanto meno il singolo individuo - dispone di conoscenze sufficienti a orientare scelte razionali tese a soddisfare i bisogni. Nella sua forma attuale, l'economia (come la realtà stessa) è il regno dell'incertezza, alla quale ciascuno cerca di far fronte con risposte anche «istintive» (Keynes riflette mentre Freud si fa faticosamente strada lungo i sentieri dell'inconscio), dettate da sfiducia e inquietudine. Di qui una serie di fattori critici (la preferenza per la liquidità; la propensione al tesoreggiamento; l'impiego speculativo della moneta) che causano l'instabilità del sistema e, soprattutto, rendono normale la sottoccupazione. Quanto a Sraffa, egli compie un sacrilego passo wittgensteiniano (far dire alla teoria economica tutto il dicibile per fare emergere l'ineffabile) che ne decreta la damnatio memoriæ. L'aver risolto il problema ricardiano (e marxiano) della misura invariabile rimuovendo il nesso tra valore e prezzi (quindi sopprimendo la questione del valore) significa in realtà - fuor di metafora - costringere la «scienza» economica a riconoscersi politica: discorso e ideologia plasmati dagli interessi sociali in conflitto.
Un crimine di lesa maestà. Che ha, tra gli altri, il merito di risolvere la «questione gramsciana» che Lunghini, attento lettore dei Quaderni, finge di «consegnare al lettore» e alla quale invece risponde con nettezza. Perché l'egemonia culturale e politica della teoria neoclassica a dispetto di un palese fallimento teorico? Proprio per quel conflitto e quei rapporti di forza tra le classi di cui parlano Ricardo e Marx; proprio per quella tutela della sperequazione e della rendita di cui parla Keynes; proprio per la rimozione del conflitto teorico di cui parla, a proposito di Sraffa, Luigi Pasinetti. Come dire (ai «nipoti» e al common reader cui il libro è dedicato): ora spetta a voi (a ciascuno di noi) operare sul terreno pratico per la risoluzione di un problema (non soltanto la ricchezza: anche il benessere comune, la «felicità» di tutti) di cui l'economia non può farsi carico, in quanto «scienza borghese». Non diversamente Marx chiuse da giovane i conti con la filosofia contemplativa scrivendo che è maturo il tempo per una comprensione del mondo che sia anche la sua trasformazione.
IL QUARTO STATO DEL CAPITALE
di Rossana Rossanda
La lotta di classe non è finita, così come non sono scomparse le classi sociali. L'ultimo libro di Luciano Gallino per Laterza sgombra il campo da molte erronee convinzioni che hanno orientato le politiche delle sinistre. Ma è anche un invito a guardare con lucidità la crisi del pensiero critico, che non può invece essere aggirata proponendo soluzioni che non scalfiscono la religione del libero mercato. Con un titolo provocatorio, parole che le ex sinistre italiane non hanno il coraggio di pronunciare, Luciano Gallino ha chiamato il suo ultimo libro La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, pp. 212, euro 18).
Quante volte sentiamo dire «la lotta di classe» non c'è più? Non esistono più le classi sociali? Non ci sono più una destra e una sinistra? Dov'è oggi l'operaio? A che servono i sindacati? Come si può pretendere oggi un posto fisso per la vita? E poi, che noia il posto fisso!». Eccetera. E da queste asseverazioni parte Gallino nel dare al suo lavoro la forma di un'ampia intervista alla sociologa Paola Borgna, definendole come sciocchezze, ideologia, falsa coscienza della società. Mai infatti il capitale ha messo al lavoro tanti milioni di persone come oggi con l'estensione dell'economia mondializzata. Mai come oggi l'innovazione tecnologica ha permesso di ridurre il lavoro degli uomini su ogni segmento del produrre, aumentandone la produttività, non già per liberare il lavoratore dalla fatica ma per ridurne il costo al produttore. Mai la tecnologia della comunicazione gli ha permesso come ora di conoscere in tempo reale dove si trovano le forze di lavoro il cui costo è più basso. Mai come ora, organizzate in megafusioni e saltando da investimenti in produzione a quelli sulla finanza e viceversa, i mezzi di cui dispone gli permettono di spostarsi dove la forza di lavoro costa meno, lasciando a terra la manodopera di cui aveva bisogno per esempio in Europa, dove i lavoratori avevano conquistato da un secolo salari e diritti maggiori.
Si è allargato quindi, in quantità e qualità, il conflitto di interessi fra capitale e lavoro, i capitali concorrono (ma è più elegante dire «competono») nel ridurne il costo, mentre i vecchi e nuovi lavoratori, non ancora o non più organizzati, si fanno la guerra, concorrendo gli uni contro gli altri più o meno consapevolmente al ribasso, per conquistare un posto. Dunque le classi non solo ci sono ancora, ma l'offerta di manodopera e lo sventagliarsi delle retribuzioni, che trent'anni fa dispiegavano su scalini di circa trenta grandezze diverse (ed era già un bel salto), oggi avviene in grandezze da 1 a 300: in altre parole occorrono trecento anni di lavoro a una operia o cassiera dei supermercati per guadagnare quello che il suo direttore generale guadagna in un anno. Qualcuno ricorderà che negli anni Ottanta i padroni italiani sostenevano che il costo del lavoro era diventato una voce minima nell'insieme dei costi di bilancio, ma oggi è su di esso, sia pur calato in assoluto, che esercitano la maggiore pressione possibile. Nella lotta di classe sono cambiati l'attaccante e chi si difende; l'attaccante che, pur in inferiorità di mezzi, era il salariato oggi si difende sia dal padrone sia dallo stato, che legifera a favore del padrone - Monti ed Elsa Fornero ne sono figure da manuale. Adesso le parti sono invertite. All'attacco è il capitale e il lavoro è sotto botta.
Divisi e senza partito
Qualche anno fa, scendendo all'aeroporto di Roma, mi sorprese un grande pannello luminoso che riproduceva il famoso quadro di Pelizza da Volpedo, «Il quarto stato», dove operai e contadini, assieme a una donna con il bambino in braccio, marciano avanti senza paura, a rappresentare il proletariato emergente come figura politica, con i suoi sindacati e i suoi partiti. Soltanto che al posto delle facce affaticate e degli abiti modesti, giubba sulla spalla, c'erano una schiera di inappuntabili manager in giacca e cravatta che avanzavano sotto la scritta: «Capitalisti di tutto il mondo unitevi!»
Pareva una battuta, invece era già fatto. Mentre i proletari non solo sono arretrati, non solo non hanno più, in Italia e altrove, un partito che li rappresenta in parlamento, ma si sono divisi. Gli stessi metalmeccanici, le tute blu cui vanno le nostre simpatie e speranze, non sono collegati neanche a livello europeo, neanche quando dipendono dallo stesso padrone, e quindi sono esposti a essere battuti, su questo o quel punto, ora l'uno ora l'altro. La pressione per azzerare il contratto nazionale, l'indebolimento dell'articolo 18, l'allontanamento dell'articolo 81 della Costituzione, il moltiplicarsi degli «atipici» per dire il sempre più ampio precariato diminuisce anno per anno il peso contrattuale della forza di lavoro, specie europea, tendendo ad allinearla al modello degli Stati Uniti, a negoziato principalmente privato fra datore di lavoro e lavoratore. L'ideale del padronato è che il lavoro possa essere assunto e dimesso solo per il tempo che serve all'impresa e a alle condizioni più modeste possibile. Non ci siamo ancora del tutto, ma la tendenza è questa. Il volume di Gallino infilza una per volta, capitolo per capitolo, questa frammentazione del lavoro e della sua capacità di difesa, ribattendo alle domande di Paola Borgna, che si fa ogni tanto avvocato del diavolo cioè degli stereotipi dell'opinione dominante.
Dominio dell'economia
Con la stessa chiarezza lega le politiche di austerità alla loro natura di classe, mentre le istituzioni, il ceto politico tutto e la presidenza della Repubblica si affanna a descriverla come mera tecnica per rimettere i conti a posto, e indica nella flessibilità del lavoro il fine effettivo cui mira il padronato, che spera di mantenere a tempo indeterminato soltanto quella parte di manodopera che gli garantisce un certo know how, facendo ruotare tutto il resto nel minor tempo e con le minori garanzie possibili. Ma con questo viene meno la possibilità per il lavoratore dipendente di programmare la propria esistenza che viene meno, chiudendo il cerchio sotto il profilo della rappresentanza politica: più si dilata la distanza di reddito fra le classi più sale la sfiducia nella capacità e nella stessa volontà della sfera pubblica di fungere da compensatore o moderatore della tendenza sfavorevole alle classi subalterne. Più si è costretti a constatare che non siamo «nella stessa barca», nel senso che i più possono esserne sbattuti fuori a ogni momento, meno i partiti, specie quelli che si dicono di sinistra, appaiono credibili. Ma meno la sfera politica è credibile, più la cosiddetta «economia» diventa dominante.
Gallino, il cui penultimo libro era, se non erro, Finanzcapitalismo e delineava il contesto in cui il capitale si muove oggi, chiede dunque energicamente che i concetti vengano rimessi al loro posto, che la lotta di classe si veda nei suoi attuali protagonismi e forme, che si sono ribaltate dal 1848 a ieri l'altro, e che si rilanci una battaglia nella sua direzione originaria cominciando con il rimettere sui piedi l'immagine dei rapporti di lavoro.
Perché e come ne sia avvenuto il rovesciamento sarebbe lungo dire. Ma al di là della lucidità e crudeltà intrinseca dei detentori di capitale, che non hanno né funzioni né doveri di beneficenza né di pubblica utilità, sul mutamento di cultura avvenuto nella seconda metà del Novecento ci sarebbe molto da dire. In primo luogo sullo stato di incertezza e confusione delle organizzazioni sindacali e politiche sotto l'urto concomitante della ripresa neoliberista, da Thatcher e Reagan in poi, e della crisi verticale dei socialismi reali. Ma anche negli errori di analisi nostri, delle sinistre radicali, nel corso degli anni Settanta - incapacità di misurare esattamente il rapporto reale di forze, opponendo il precariato ai presunti «garantiti», e moltiplicando negli anni seguenti le categorie interpretative della crisi del movimento operaio invece che guardarla per quello che realmente era. Qualcosa di analogo, a mio avviso, ripetiamo oggi nel convulso bisogno di liberarci dai parametri della lotta di classe attraverso la sottrazione dei «beni comuni» alla dialettica delle classi, causa giusta ma insufficiente, o al rinvio della sussistenza della forza lavoro a un reddito di cittadinanza messo sulle spalle della finanza pubblica. Tutto utile ma tutto esterno alle vicissitudini del modo di produzione e di quella lotta di classe della quale il lavoro di Luciano Gallino non cessa di rappresentarci lo spessore e la violenza.
LA CRUDA ANALISI CHE METTE A NUDO
IL PENSIERO UNICO
di Fabio Raimondi
La lotta di classe c'è ancora. A dire il vero non è mai sparita, tanto meno negli ultimi trent'anni, solo che è condotta prevalentemente dall'alto, nonostante il processo di «proletarizzazione» in corso. Mentre lavoratori dipendenti e pensionati salvano gli Stati e il welfare coprendo forzatamente i buchi di bilancio che manager e politici inetti hanno prodotto attraverso investimenti fallimentari e politiche regressive, le classi dirigenti attuano la ridistribuzione del reddito dal basso verso l'alto!
Per riprendersi il potere contrattuale che la working class (le classi operaia e media) aveva conquistato con le lotte degli anni '60 e '70, la «classe capitalistica transnazionale» ha lanciato una controffensiva chiamata globalizzazione, il cui asse portante è la finanza. Per chi, intossicato da mantra della scomparsa delle classi, volesse convincersene, può leggere l'intervista di Paola Borgna a Luciano Gallino: La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza 2012, pp. 214, € 12), dove si forniscono dati scientifici per l'analisi di classe, dando corpo all'assunto che la globalizzazione e la finanziarizzazione dell'economia sono state condotte in chiara funzione antioperaia. Il testo ha il merito di sfatare alcuni luoghi comuni; ad esempio, che la politica sia «sopraffatta» dall'economia e dalla finanza, favola propagandata di comune accordo, dato che sono state scelte politiche «a spalancare le porte al dominio delle corporations» attraverso leggi che ne hanno favorito le pratiche speculative; leggi promulgate grazie al continuo scambio di personale tra apparati politici degli Stati e personale tecnico proveniente dalle organizzazioni economico-finanziarie. L'imponente battage pubblicitario, prodotto dai «pensatoi» come il forum di Davos, ha poi divulgato l'ideologia delle due i, «individuo e impresa», in tutto il mondo grazie a una disponibilità di mezzi di comunicazione che surclassa quella del «pensiero critico» e delle minoranze intellettuali che ancora lo producono.
Il quadro tratteggiato è, a dir poco, desolante. Per darne solo un assaggio, alcuni dati: il rapporto tra i salari dei top manager e quelli di impiegati e operai è salito in media da 40 a 1 negli anni '80 a 300 a 1, con punte anche di 1000 a 1, oggi; la popolazione negli slums delle megalopoli (città con più di 5 milioni di abitanti), è passata dal 5% degli anni '80 al 20% di oggi e tra il 2020 e il 2025 «potrebbe aggirarsi complessivamente intorno al miliardo e duecento milioni di persone»; lo svuotamento delle campagne e il land grabbing non causano solo migrazioni di dimensioni epocali ma, «tra il 2005 e il 2008», sono responsabili anche degli «aumenti dei generi alimentari: dal 70% del riso al 130% del grano»; infine, la quantità di «denaro illecito» depositato nelle cosiddette «isole del tesoro» ammonta a circa 20 trilioni di dollari, un terzo del Pil mondiale.
L'evanescente mediazione
Di pari passo, la politica ha reso competitivi paesi terzi, la cui concorrenza è ora utilizzata dalle classi dirigenti sia per rivalersi sui lavoratori, facendo pagare loro il prezzo della crisi che esse hanno prodotto, sia per metterli gli uni conto gli altri aumentando le divisioni interne esistenti. Gallino non ha torto quando dice che da trent'anni almeno i sindacati sono sotto attacco, ma non si può negare che in quest'arco di tempo essi abbiano contribuito a creare le condizioni per il loro discredito, schierandosi per ogni controriforma del lavoro (compresa l'attuale) con l'illusione che il piano della mediazione fosse strutturale anziché il frutto della lotta di classe, abbandonata la quale anch'esso si sgretola. Come diceva il filosofo matto, la «teoria marxista dell'abbassamento tendenziale del tasso di profitto è, in realtà, una teoria dell'aumento tendenziale della lotta di classe» ed è quindi sbagliato «ridurla a semplici effetti finanziari, contabili», dato che, al contrario, «è profondamente politica». Le divisioni tra lavoratori del Sud e del Nord del mondo, ad esempio, i sindacati non le vogliono affrontare. Delocalizzazione, contenimento del costo del lavoro, sfruttamento dei migranti, esplosione della precarietà sono fenomeni che, spesso, i sindacati hanno supportato, anziché combattere; lo stesso dicasi per la finanziarizzazione dei fondi pensione che spiega, almeno in parte, l'acquiescenza di molti lavoratori.
A fronte di un'analisi accurata e cruda, il punto debole del discorso di Gallino, debolezza che emergeva già nel precedente Finanzcapitalismo (Einaudi), è la ricerca di un «socialismo appropriato al XXI secolo». Una ricerca che si muove dentro un orizzonte statalistico, immaginando un'Europa politica basata sul modello socialdemocratico di welfare state, lontano dalla «Terza via», anziché su quello statunitense, e il cui primo compito è dare rappresentanza alle istanze del riformismo benecomunista, «un soggetto senza progetto» (Rossana Rossanda), il cui intento sembra quello di curare il cancro con l'omeopatia. Una prospettiva riformistica che, pur non essendo un male in sé, sconta l'illusione di voler praticare ancora un piano concertativo e conciliativo tra capitale e lavoro, una prospettiva che perfino Adam Smith, non un pericoloso comunista, riteneva impossibile, tanto più se «i governi dell'Unione europea stanno preparando un'altra grave crisi industrial-finanziaria che arriverà purtroppo presto».
La gabbia da distruggere
Forse, non è il caso di disperare se da molti anni ormai, da Craxi ad Amato, da Dini a Prodi, da Berlusconi a Monti & Co., la cui idea di equità è «Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham» (come diceva Marx), cioè il mercato, per tutti, viene mostrato che la lotta di classe dei padroni produrrà un ulteriore e voluto impoverimento della working class. Se, infatti, il Pil mondiale annuo è, oggi, di 65 trilioni di dollari e quello finanziario di 240 trilioni (mentre intorno al 1980 si equivalevano: 27 trilioni) e per «sradicare la povertà estrema e la fame» basterebbero un centinaio di miliardi, che non si trovano perché «i paesi ricchi sostengono di avere le casse vuote» è chiaro, come disse James Wolfensohn (ex presidente della Banca mondiale) che «la civiltà è giunta alla fine». A identica conclusione si arriva sapendo che i paesi europei hanno speso circa 3 trilioni di dollari per salvare le banche e che ora, per risanare i bilanci, tagliano il welfare state.
Ma questa civiltà, sempre moribonda (come lo Stato e la società), continuerà a fare immensi danni se la working class non riuscirà a passare da una classe che esiste oggettivamente, quale prodotto inevitabile del modo di produzione capitalistico, a una classe che esiste anche soggettivamente perché capace di organizzarsi e agire politicamente in modo autonomo. Il passaggio non è scontato e che si risolva nell'istituire uno o più partiti capaci di dare rappresentanza lo è ancora di meno.
Non si tratta di essere per forza massimalisti o concertativi. Ma se è vero che il governo Monti ha la fiducia di più di metà degli italiani, siamo ben lontani da una forma benché minima di consapevolezza della stretta globale in cui ci troviamo, stretta che rischia di diventare un destino: la weberiana «gabbia d'acciaio» che va distrutta se ci si vuole davvero occupare delle persone.
Dopo le contestazioni in un liceo romano dei neofascisti il 25 aprile tornano a sfilare i combattenti. E in un libro raccontano ai ragazzi la loro battaglia
Le loro storie sono la nostra memoria. Le storie dei nostri nonni, che ci hanno raccontato quando magari non avevamo voglia di ascoltare, e che adesso non sappiamo dire quanto ci dispiace non potere più ascoltare. Le storie dei nostri nonni o dei nonni che ci siamo scelti, arrivate con una parola, con un libro, con una canzone. Come quella di Mario Bottazzi, partigiano romano, che sabato scorso, al liceo Avogadro di Roma, è stato contestato da un gruppo di studenti neofascisti, e per questo, proprio perché il tempo non è passato, dopodomani 25 aprile, dopo due anni di manifestazione a Porta San Paolo, i partigiani hanno deciso di tornare a sfilare. Per le strade.
La suggestione di un mondo che non conosco se non attraverso le parole a me l´hanno data, a diciassette anni, i CSI. La scoperta di Beppe Fenoglio nei testi di La terra, la guerra, una questione privata. Della guerra, del fascismo, della Resistenza, sapevo quello che avevo studiato e letto e guardato a scuola e quello che avevo sentito in casa.
Alle elementari le maestre ci mandavano in giro per il paese a intervistare gli anziani che avevano vissuto quegli anni. Erano storie di guerra e di fame, di prepotenza in divisa, libertà e dignità calpestate. Di ragazzi di vent´anni che cercavano di tornare a casa, in Sardegna, e si unirono alle bande partigiane, sui monti e nelle città, con la speranza in tasca. Di ragazze che facevano chilometri sulle loro biciclette, nelle valli in nord Italia, con ordini e messaggi nascosti fra i vestiti, con coraggio e incoscienza e lo spazio per un pensiero d´amore. Di donne che nascondevano uomini nelle cantine o nelle soffitte, cucivano vestiti e cucinavano minestre, nelle periferie di Roma o di Milano. La storia di Giuseppe Serreli, ascoltata e trascritta da alcuni bambini: «Giuseppe Serreli è un uomo di 55 anni, basso e magro. Vive ad Uta e fa l´ortolano». Raccontò che si fece partigiano nell´Appennino Ligure, chissà se incontrò Italo Calvino, aveva ventun anni, e scelse Uta come nome di battaglia. Che poi anziane non erano, quelle persone, quando io ero alle elementari, avranno avuto sessant´anni o poco più.
Adesso, adesso sono anziani, molti sono morti. Sono i nostri nonni, e lentamente muoiono. Da raccontare, adesso, quelle storie, ai ragazzi delle medie che non sanno cosa sia, il 25 aprile, a cosa serva. Non sanno che è per tutti, per tutti noi ogni giorno ancora. Non sanno che hanno lottato, quelle persone, che non era in vacanza che andavano gli oppositori di Mussolini, chi si opponeva alle sue idee di oppressione e di violenza, come hanno provato a raccontarci in questi anni. Non sanno le carceri e il sangue sui muri. Non lavate questo sangue, hanno scritto su un foglio le prime persone che sono entrate alla scuola Diaz, dopo la notte in cui accadde quello che accadde. Il sangue non si lava via perché serve a ricordare, a non dimenticare. Quando vengono sospesi i diritti della democrazia, la libertà e la dignità calpestate, non va lavato via il sangue. Perché «tutto quel che è successo è perduto, ma tutto quel che è successo può tornare a succedere», scrive Rossana Rossanda.
La libertà per cui hanno lottato è anche la nostra e la libertà è faticosa. Il 25 aprile deve sopravvivere alla retorica e anche a anni di rilettura, di discorsi in cui non sembra più tanto chiaro che la democrazia, la Costituzione, sono figlie delle donne e degli uomini che hanno combattuto contro l´occupazione nazista e contro il fascismo che la appoggiava. La libertà è faticosa e non vuol dire fare quello che ti pare, mi ha detto una signora di ottantasette anni che ha fatto la partigiana. «Un´elementare spinta di riscatto umano» era, secondo Calvino, a spingere i nostri nonni nell´urgenza di quei giorni, e ancora preme nei nostri, di giorni, lontanissimi e diversi ma riconducibili allo stesso «quid elementare, chiave della storia presente e futura». Come un impegno preso, essere sempre contro ogni forma di oppressione e di fascismo, di discriminazione e di violenza, comprendere e accogliere. Hanno saputo guardare oltre le macerie, i nostri nonni, hanno saputo immaginare mentre agivano e ridare un senso alle cose. Per questo anni fa, a Barcellona, in un locale pieno di stranieri, io e il mio amico Mattia, di San Remo, il 25 aprile abbiamo brindato all´Italia: se aveva un significato il nostro essere italiani, a vent´anni, in una città europea, il significato era questo.
© Paola Soriga 2012 , Roberto Santachiara Literary Agency
Ferdinando De Leoni
«Il Duce decideva le parole e mi ribellai»
Sono nato durante il fascismo. Ho frequentato scuole fasciste – il liceo Tasso, dove andavano i figli del Duce. In un´epoca in cui la televisione non esisteva e la radio era la radio del Regime e i giornali erano giornali del sistema, era proibito leggere libri di autori stranieri e persino parlarne la lingua. Un´epoca in cui era proibito dire ho fatto goal alla partita e al cinema si andava a vedere i film di Renato Rascel (sempre che quel cretino di Starace non fosse riuscito a farlo chiudere, il cinema Eden, perché Eden era il nome del capo dei laburisti inglesi): un´epoca in cui chi decideva le nostre parole non conosceva neppure il significato della parola Paradiso.
Di fronte a tutto questo, come abbiamo fatto, alcuni di noi, a diventare antifascisti? Le strade sono molteplici. Molto differenti. Per me, si leggeva. Clandestinamente. Si studiavano i libri che giravano sottobanco.
Anita Malavasi
«Il mio uomo non voleva che facessi la staffetta
Marcello Marini
«E’ difficile spiegare perchè ci è successo»
Domandano tutti: – Ma perché lo avete fatto? – E fanno anche la domanda che non dovrebbero fare. – Avete ammazzato? I ragazzi vogliono sapere il periodo. E chiarire il perché. È necessario spiegare il periodo, prima di chiarire il perché. È quasi impossibile spiegarsi, tra noi e i ragazzi ma è l´impegno che ci mettono nel cercare di capire, l´importante. L´interesse calò intorno agli anni Novanta. Quando calò un po´ tutto. Ma non posso dire che si estinse. E infatti è covato. Adesso la ripresa c´è stata. I giovani sono tanti e sono tornati. Quando uno vede che alle manifestazioni ci sono giovani e vecchi che cantano Bella ciao è una cosa che fa riflettere. Parliamo di questo.
Negli ultimi tempi dico loro: – Guardate, sono rimasto solo io. Allora diventano più interessati ancora. Io sono l´ultimo.
Giovanna Maturano
«La prima rivolta fu contro nostro padre»
Eravamo due sorelle e due fratelli con due anni di differenza l´un l´altro. Tutti finimmo arrestati. Anche mia madre. Mio padre no. Mio padre non era fascista. Ma non faceva niente. Non era un vigliacco. Era la sua forma mentale da ispettore capo della dogana. Mio padre metteva i soldi da parte per la pensione. Era autoritario in maniera terribile. E noi facevamo la fame. Bisognava chiedere i soldi prima che li mettesse in banca, se no, era finita. Cosí abbiamo dovuto fare una rivolta in famiglia. Da lí, abbiamo fatto esperienza. E l´abbiamo fatta diventare una cosa piú grande. La nostra vita è stata talvolta dura e difficile, ma io non rimpiango nulla, se non forse che avrei potuto fare di piú e meglio. Ma con tutte le delusioni, le amarezze, i dolori e le gioie, questa è stata la mia vita e io l´ho vissuta intensamente e con entusiasmo, soffrendo, amando e lottando.
Vanda Bianchi
«Non mi è mai scappata la voglia di lottare»
Nella Resistenza posso dire di esserci nata. Io sono figlia di un sovversivo. All´epoca non sapevo neanche che cosa volesse dire quella parola, e ne avevo paura. Quando mi è toccato lasciare gli studi, da bambina, mi sono messa a piangere. Perché volevo capire, già allora, come girava il mondo. Non c´è bisogno di avere un granché di istruzione, comunque, in certi frangenti. Il mondo gira in un verso che è chiaro per tutti. Io ho sempre fatto i conti, prima e dopo la guerra. Non sono stata soltanto una partigiana: le nostre lotte le ho fatte ogni giorno, fino ad adesso. Non ci è mai scappata la voglia. Era un onore portare le armi e distribuire la stampa clandestina; era un onore partecipare nelle sezioni dopo la guerra o agli scioperi di mio marito metalmeccanico. I mesi passati a combattere sono stati lunghi e brutti. L´importante è che non tornino piú.
Ferruccio Mazza
«Pensate le cose impensabili»
Ai ragazzi dico questo. Pensate le cose impensabili. Si può sopravvivere a una guerra. Si può saltare un cancello alto alto con delle lance acuminate sulla cima e resistere a un tempo che vuole scambiare la giovinezza con la fame e la morte. Si può ritornare dai campi di concentramento in Germania con gli amici fraterni che vi hanno accompagnato fin sulla soglia della disperazione e poi della libertà, trascinandosi fuori l´un l´altro. Si può ritornare a casa, quando tutto sembra distrutto e perduto, e ricominciare da capo. E sapere, sul treno di ritorno, con le immagini delle macerie che ti passano dai finestrini, che a casa ti stanno aspettando tua moglie, e tua figlia.
Giorgio Vecchiani
«Lascio una rosa sopra ogni targa»
Prima ancora di prendere le armi la nostra guerra era scrivere «Viva la pace» sui muri.
Ora si fanno dei corsi in carcere, sulla Costituzione.
Leggerò ai detenuti la lezione di Calamandrei.
E poi ho messo insieme tanti ragazzi.
In bicicletta si farà un giro di Pisa lasciando una rosa sopra ogni targa.
È sempre difficile trovare gente per le commemorazioni, perché da noi gli eccidi più grandi sono avvenuti d´estate.
Ma io credo che qualcuno verrà.
Liliana Mattei
«Avevamo il veleno per non parlare»
Talvolta mi ritorna l´immagine della città vuota. Stato d´emergenza assoluto. Ponti tutti distrutti. Ho un ricordo di questo silenzio più del rumore dei combattimenti. Il mio nome di battaglia era "Angela". È stata un´esperienza, quella partigiana, dura e tragica, che ha richiesto immensi sacrifici e tanto coraggio. Eravamo consapevoli che, una volta catturati, prima di ricevere la morte saremmo passati attraverso la tortura e le sofferenze più atroci. I compagni ci chiedevano se si volesse il veleno da portare appresso. Ma io non l´ho mai preso: non lo volevo il veleno sul corpo. Però ho una soglia del dolore piuttosto bassa. Mi chiedo ancora come avrei fatto. Tuttavia penso che rifarei la stessa scelta che feci allora.
Aldo Sodero
«Era bello dividere il pane bianco»
Cosa vi devo dire. Le storie sono quelle. C´era la miseria. Si andava a scavare le patate che crescevano selvatiche nei prati, la notte. Si riusciva a trovare un pezzo di pane bianco. Era un sogno per noi. Si portava in famiglia e si divideva fra tutti, nove persone per una pagnotta. Si facevano i chilometri in bicicletta per trovare qualcosa da mangiare, lo si metteva nei barattoli di vetro, si cascava dalla bicicletta e si doveva dividere con le mani il cibo dal vetro. Il momento era quello. L´ho raccontato a mia figlia. Ai miei nipotini di sei e sette anni, appena hanno avuto le orecchie per sentire una voce che non fosse quella della loro mamma. Lo racconto a voi, pur sapendo che certe cose non si possono capire. Erano tempi di scelte. Io ho scelto la parte giusta.
Nello Quartieri
«Niente celebrazioni ma solo amore»
L´importante è stato vivere per qualcosa, non come un´anima spenta. «Cercate di non fuggire dalla libertà», diceva qualcuno. Noi non siamo fuggiti. Non sono fuggiti i colti e gli ignoranti. E penso con intensità sempre maggiore, intanto che vedo arrivare la fine, a come i nostri contadini potessero combattere una battaglia senza aspettare ritorni fruttuosi, con la sola ambizione di ritornare a essere padroni a casa loro. E ritrovo con commozione i compagni persi nelle boscaglie, nei greti dei fiumi, nei nostri alti pascoli, nati poveri prima della Resistenza e morti poveri prima di poterne apprezzare i frutti. Se potessero parlare, direbbero: «Non vogliamo essere celebrati, ma amati». Guai a far naufragare la Resistenza nelle parole encomiastiche. Basterà dire, che un tempo lontano, c´erano dei giovani. E poi iniziare a raccontarla da quel punto. La Storia.
Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci (1926-1937), Einaudi, pagine XXII 370 euro 33,00
La vita e i pensieri di Antonio Gramsci di Beppe Vacca poggia su un lungo percorso di ricerca e in quanto tale riprende lavori già pubblicati e presenta nuovi sviluppi; in entrambi i casi la trattazione sistematica di quelli che possiamo considerare i temi e i nodi cruciali della biografia personale, intellettuale e politica di Antonio Gramsci nell’ultimo decennio della sua vita, cioè negli anni del carcere, offre un grande contributo alla ricostruzione della sua vicenda e del suo pensiero e alla conservazione e alla trasmissione del suo patrimonio. Il titolo del libro è preciso: la vita e i pensieri (al plurale) di Antonio Gramsci si intrecciano. La parola carcere nel titolo non compare, ed effettivamente possiamo pensare che la grandezza di Gramsci abbia travalicato il carcere, ma è anche vero che egli non trascorse in carcere tutti gli anni fra il 1926 e il 1937: fu prima confinato, poi recluso, quindi detenuto costretto in un letto di ospedale; ma sappiamo che carcere fu.
La lettura è giustamente centrata sulla corrispondenza, perché, al di là di pochi colloqui, soltanto attraverso questa poteva passare la comunicazione, ma in alcuni casi l’analisi usa altre fonti e si estende ai Quaderni (come nell’esame del dissenso di Gramsci rispetto alla svolta del 1928-29 e del significato della sua proposta della Costituente, che, secondo Vacca, che le dedica uno spazio molto più ampio di quanto non avessero fatto precedenti studiosi, rappresenta il punto di confluenza di una serie di elaborazioni cruciali sviluppate nei Quaderni: l’idea che la democrazia e non la rivoluzione fosse il terreno su cui combattere la battaglia per la conquista dell’egemonia). Ma lo studio e la comprensione della vicenda di Gramsci negli anni fra il suo arresto e la sua morte richiedono la considerazione di un numero notevolissimo di piani diversi: il piano del rapporto di amore e di condivisione politica con sua moglie Giulia, le loro condizioni di salute, le sue riflessioni sul movimento comunista e sulle relazioni fra politica nazionale e sviluppo economico mondiale, la preparazione delle istanze relative alla riduzione della pena in seguito alla concessione di amnistie e indulti, l’accesso alla liberazione condizionale, i tentativi di ottenere la libertà attraverso una trattativa fra governo sovietico e governo italiano... fino al destino dei Quaderni dopo la sua morte.
Un merito del libro è nella capacità di renderne l’unitarietà senza cadere nella piattezza espositiva e dando specifico rilievo ai singoli elementi.
Questo avviene essenzialmente individuando una chiave di lettura principale secondo cui la dimensione politica è sempre presente nei pensieri di Gramsci e, di conseguenza, nelle informazioni che trasmetteva ai suoi interlocutori diretti e indiretti. L’insistenza e la coerenza con cui, nel corso degli anni, Gramsci ha riaffermato la propria determinazione a non compiere gesti che potessero apparire come cedimenti al regime fascista è un elemento al tempo stesso cruciale e rivelatore di tale centralità. Ovviamente tali contenuti politici non potevano che essere nascosti e convogliati attraverso codici, perché dovevano raggiungere i destinatari superando la censura carceraria ed eventuali letture da parte di soggetti diversi dai destinatari desiderati. E lo stesso valeva per le lettere dei suoi interlocutori, che erano scritte sotto gli stessi vincoli.
CERCARE I MESSAGGI
Tutto ciò moltiplica le difficoltà di interpretazione e di ricostruzione. E fra queste difficoltà si deve anche considerare il fatto che ognuno dei soggetti coinvolti Antonio Gramsci e Giulia in primo luogo potevano essere condizionati anche emotivamente dalle circostanze restrittive in cui la loro comunicazione era costretta. D’altra parte questa chiave di lettura non può essere generale, perché la comunicazione non affrontava solo temi politici, anche se nel caso di Gramsci ed egli ne è consapevole quasi ogni gesto poteva assumere un significato politico e molte questioni dovevano comunque essere comunicate con la massima cautela. Di qui l’esigenza indicata da Vacca di ricercare i codici dietro cui il vero contenuto delle comunicazioni poteva essere nascosto e di interpretare allusioni, riferimenti e oscurità con questa consapevolezza, ma anche attraverso una valutazione circonstanziata caso per caso.
Dato questo contesto, l’autore riesce ad illuminare una molteplicità di episodi e di frasi che altrimenti potrebbero restare avvolti in una nebbia di incomprensione e stabilisce dei parametri di lettura che si potranno porre alla base di ulteriori ricerche e da cui, anche non condividendoli, non si potrà prescindere. Così, ad esempio, viene interpretato il significato della prima lettera (19 marzo 1927) in cui Gramsci presenta un programma di studio per il periodo che si preparava a vivere in carcere. Secondo Vacca, quel programma, in quel momento, non poteva essere un vero piano di lavoro, e, anche se lo era, poteva essere utilizzato per influenzare l’atteggiamento dei giudici e come prova della disponibilità di Gramsci, se liberato attraverso una trattativa fra il governo sovietico e il governo italiano a non svolgere attività politica.
Inoltre, interpretato come un codice, comunicava a Togliatti l’intenzione di continuare a sviluppare in termini più generali, attraverso un’analisi teorica rigorosa e radicale che soltanto ironicamente si poteva dire disinteressata (così vanno intese le espressioni con cui Gramsci descriveva il tipo di studio a cui si proponeva di attendere e in effetti, se consideriamo il testo della poesia di Giovanni Pascoli Per sempre a cui Gramsci sembra fare riferimento, non possiamo pensare che egli volesse svincolare la sua analisi dalla concretezza dei processi storici), le posizioni politiche che era venuto elaborando nel corso del 1926 e su cui con Togliatti si era scontrato e che lo avevano portato ad esporre alla dirigenza sovietica la propria eterodossia. Il fatto poi che su quel piano di lavoro egli chiedesse a Tatiana Schucht di esprimere un parere, viene inteso da Vacca come una ulteriore indicazione di come il messaggio fosse rivolto al suo partito e a Togliatti in particolare, chiedendo alla cognata di assolvere ad un difficile e delicato compito di comunicazione politica.
La possibilità di essere liberato attraverso un intervento del governo sovietico e una trattativa diretta fra stati viene indicata da Vacca come una preoccupazione costante di Gramsci fin dall’inizio della sua de-
tenzione: molte delle sue comunicazioni vengono lette in questa chiave e la famigerata lettera inviatagli da Ruggero Grieco nel febbraio del ’28 viene interpretata come un grave ostacolo frapposto al concretizzarsi del primo tentativo in tal senso. A questa lettura si collega poi la reinterpretazione compiuta, come in altri casi, alla luce di documenti fino a pochi anni fa non conosciuti e di un’acuta rilettura di documenti già noti del ruolo svolto dal giudice istruttore Enrico Macis nell’inchiesta che avrebbe portato al processo davanti al Tribunale speciale. Solitamente Macis era stato rappresentato come capace di carpire la fiducia di Gramsci e di ingannarlo sulle sue vere intenzioni; secondo Vacca, al contrario, l’operare di Macis non ebbe tali caratteristiche, seguì diverse fasi scandite da ordini provenienti dalla segreteria di Mussolini e rappresentò un tramite attraverso cui Mussolini volle mantenere aperto, almeno fino ad una certa fase, uno speciale canale di comunicazione (o piuttosto di interrogazione) con Gramsci, probabilmente perché interessato a valutare la possibilità di scambiarlo per ottenere vantaggi sia in termini di rapporti di forza interni sia in termini di posizione internazionale e di rapporti con l’Unione Sovietica.
LA PEDINA DEL GIOCO
In questo gioco di rapporti fra stati la posizione di Gramsci non poteva essere altro che quella di una pedina, ma ciò non gli impediva di valutare lucidamente la sua situazione e di cercare di sfruttare le opportunità che anche in tale contesto si potevano presentare, pur mantenendo sempre ferma, dall’arresto alla morte, la determinazione a non compiere alcun atto che potesse essere interpretato o contrabbandato come un cedimento al regime e in tal senso si possono leggere le affermazioni esplicite contenute in lettere di Gramsci o nelle comunicazioni dei familiari che furono in contatto con lui: la cognata Tatiana e i fratelli Gennaro e Carlo. A questo proposito si può aggiungere che la disponibilità a non impegnarsi nell’attività politica a fronte della liberazione, se fu davvero espressa, in codice, in una lettera del 1927, in realtà, nel momento in cui gli si aprì la possibilità di chiedere la liberazione condizionale, cioè nel 1934, Gramsci non la confermò anzi, appare molto probabile che, se richiesto di sottoscriverla, l’avrebbe rifiutata. Infatti, la dichiarazione che Gramsci effettivamente sottoscrisse riguardò solo l’impegno a non fare un utilizzo politico del provvedimento di liberazione condizionale che gli veniva concesso.
Caro direttore, con l’abituale sua nettezza, di cui sempre dobbiamo essergli grati, Alfredo Reichlin solleva la questione dell’attacco ai partiti e, in sostanza, della stessa sopravvivenza della democrazia in Italia (e non solo, visto che giustamente volge lo sguardo ad una crisi assai più generale). E scrive che «non si può sfuggire alla necessità di tornare a dare alla sinistra quella ragione storica che è la sua e che non può che consistere in una critica di fondo degli assetti attuali del mondo». Proprio da qui bisogna partire, e proprio qui è la difficoltà, perché questo indispensabile rinnovamento culturale e politico deve avvenire in un tempo che pone scadenze così pressanti da schiacciare tutti sul brevissimo periodo.
Vivo con la sua stessa angoscia lo stillicidio quotidiano delle notizie sui fatti di corruzione, un terribile bollettino di una guerra che rischia d’essere perduta non da corrotti e corruttori, ma proprio da chi è rimasto estraneo a queste pratiche. Questo è l’esito d’una saldatura tra decomposizione morale e destrutturazione del sistema politico. Era già avvenuto. Mani pulite venne dopo una stagione all’insegna dell’«arricchitevi» e della «Milano da bere», scambiati per tratti liberatori d’una nuova modernità che tutto consentiva e che, quindi, aveva bisogno di sottrarsi al vincolo della legalità, come puntualmente avveniva nelle aule parlamentari con il rifiuto delle autorizzazioni a procedere contro quelli che le vicende successive avrebbero rivelato responsabili della corruzione.§
Dobbiamo chiederci perché, con il passare degli anni, quel fenomeno, lungi dallo scomparire e dall’essere ridimensionato, si sia poi ingigantito. La ragione è tutta politico-istituzionale, e richiederebbe una analisi di dettaglio che qui appena accenno. La caduta di Berlusconi e di Bossi non ci parla di fallimenti personali, ma è la rivelazione del fallimento del modello che ha accompagnato gli ultimi venti anni, fondato sulla forzatura bipolarista, la democrazia d’investitura, l’accento sul bene della decisione che ha legittimato l’eclisse dei controlli. Molti si stracciano le vesti di fronte alla possibilità che il bipolarismo si appanni. Ma in politica i modelli non si giudicano in astratto, ma valutandone gli effetti. Che sono davanti ai nostri occhi, e si chiamano personalizzazione estrema della politica, appannamento della rappresentanza, rafforzamento delle oligarchie, insignificanza della partecipazione delle persone.
Di fronte a tutto questo si avverte forte un bisogno di «diversità». Parola a molti sgradita, lo so. Ma io che mai sono stato iscritto al Pci, e con il quale tuttavia ho percorso un tratto significativo della mia vita continuo ad essere convinto che Enrico Berlinguer fosse stato lungimirante quando indicò nella questione morale un tema capitale per la politica. Una indicazione assolutamente realistica, come le vicende successive hanno dimostrato. E che, se pur voleva sottolineare una diversità del Pci, la traduceva in un di più di responsabilità che incombeva sul suo partito.
Proprio perché oggi il Pd ha più carte in regola di altri, su di esso incombe una responsabilità maggiore, non tanto per sottrarsi a un discredito generalizzato, ma soprattutto perché è politicamente essenziale la ricostruzione dello spirito pubblico, sulla cui mancanza l’antipolitica costruisce le sue fortune. Ma nella società non vi è solo antipolitica. Dico da tempo che è cresciuta un’«altra politica», di cui si possono discutere forme e contenuti, ma che è un fatto vitale di cui il Pd dovrebbe prendere piena consapevolezza senza restare prigioniero della vecchia diffidenza verso il movimentismo, che si rivela sempre di più come una mossa conservatrice. Bersani ha avuto il grande merito di schierare il Pd a favore dei referendum dell’anno scorso, pur conoscendo le resistenze diffuse e «autorevoli» esistenti nel suo partito. Quel successo non è stato capitalizzato (anzi permangono incredibili resistenze contro l’attuazione del risultato riguardante l’acqua), non ci si è resi conto che lì vi era uno spunto di critica degli «assetti attuali del mondo» ed una manifestazione di quelle soggettività politiche che si stanno costruendo, e con le quali un partito rinnovato deve intrattenere un rapporto, sia pure fortemente dialettico. Un nuovo blocco di forze è necessario, gli antichi steccati devono essere abbattuti. Tornano antiche parole con forza rinnovata. Che cos’è l’eguaglianza nel tempo della disuguaglianza strutturale? Che cos’è la libertà nel tempo della tecnoscienza? Che cos’è la dignità nel tempo della riduzione a merce di lavoratore e lavoro? Che cos’è la solidarietà nel tempo della negazione del legame sociale? Quale antropologia della persona si sta costruendo? Domande che la politica deve rivolgere a se stessa, pena la sua irrilevanza.
Tutto questo mi porta a ribadire quel che dico da sempre sull’indispensabile ruolo dei partiti nello spirito dell’articolo 49 della Costituzione e sulla necessità di risorse pubbliche per la politica, perché questa non sia consegnata ad una forza del denaro sempre più prepotente. Una rinnovata legittimazione del finanziamento pubblico viene oggi proprio dalla pervasività della logica economica, che vuole sottomettere la politica anche attraverso la sua dipendenza solo dal capitale privato, che è cosa assai diversa dalla buona contribuzione dei cittadini. Di nuovo, però, questo non può significare arroccamento intorno al presente stato delle cose. Anche una fase di transizione esige una diversa visione del contributo pubblico (ne ha discusso assai bene Gaetano Azzariti sul manifesto). Le rendite di posizione sono finite, tutte. E proprio qui il Pd deve fare le sue prove.
Con l'approvazione del Senato in seconda deliberazione si è concluso ieri il procedimento di revisione dell'art. 81 della Costituzione. Male. Un giudizio non tanto distante da quello che si arguiva dalle parole di chi dichiarava, dai banchi della sinistra, un voto più disciplinato che convinto.
Con l'approvazione di tale legge costituzionale, la politica economica è sottratta al Parlamento italiano, al Governo italiano, al corpo elettorale italiano. Con tale approvazione la nostra Costituzione non è più nostra. È stata trasformata in strumento giuridico funzionale ad un feticcio, quello neoliberista, che la tecnocrazia finanziaria europea interpreterà volta a volta dettando le misure che dispiegheranno la mistica del feticcio.
Con tale approvazione un altro demerito si accompagnerà a quelli sciaguratamente ottenuti dal nostro paese in tema di regimi politici. Il demerito di aver inventato un nuovo tipo di Costituzione. A quelle scritte, consuetudinarie, flessibili, rigide, programmatiche, pluraliste, liberali, democratiche, lavoriste, si aggiungerà la Costituzione abdicataria, una costituzione-decostituzione. Un ossimoro istituzionale che preconizza una recessione seriale che, partendo dalla neutralizzazione della politica, porterà alla compressione dei diritti e poi alla dissoluzione del diritto, sostituito dalla mera forza del dominio economico.
Emerge, improrogabile, la necessità di un intervento. Votando questa autentica regressione costituzionale, i gruppi parlamentari della strana maggioranza delle due camere hanno tenuto in irresponsabile dispregio i giudizi di economisti di molti paesi del mondo, tra i quali 5 premi Nobel, di giuristi di varie discipline. Su un tema così intrinseco alla sovranità popolare, e su cui, e non per caso, è stato stesa una coltre fittissima di silenzio, hanno escluso che potesse pronunziarsi il corpo elettorale. I fondati dubbi sulla legittimità costituzionale della legge elettorale da cui deriva la loro presenza in parlamento non ne hanno frenato la cupidigia di sottomettersi al diktat della Cancelliera tedesca. Hanno respinto anche la richiesta di approvarla pure questa legge, ma non con la maggioranza dei due terzi, quella che impedisce l'indizione di un referendum su tale gravissima spoliazione della sovranità nazionale. Ci resta ora un solo strumento per chiedere a questo o al prossimo parlamento di invertire la rotta.
Un solo modo per impegnarsi nella difesa di una conquista di civiltà arrisa con il riconoscimento, nel secolo scorso, dei diritti sociali. Sono quelli messi per primi in grave ed imminente pericolo dal feticcio liberista. Lo strumento che ci resta è quello di una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare, ai sensi dell'articolo 71 della Costituzione, con cui integrare l'art. 81 in modo che le entrate dello stato, delle regioni e dei comuni siano riservate per il cinquanta per cento ad assicurare direttamente o indirettamente il godimento dei diritti sociali.
Imponendo quindi che nei bilanci di previsione dello stato, delle regioni, dei comuni, il cinquanta per cento della spesa risulti complessivamente destinato a garantire direttamente o anche indirettamente i diritti: alla salute, all'istruzione, alla formazione e all'elevazione professionale delle lavoratrici e dei lavoratori, alla retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro, all'assistenza sociale, alla previdenza, all'esistenza dignitosa ai lavoratori e delle loro famiglie. Si tratta dei diritti riconosciuti dagli articoli da 32 a 38 della Costituzione. Si tratta di creare una garanzia efficace per i diritti, volta sia a neutralizzare gli effetti delle disposizioni inserite nell'articolo 81 della Costituzione e pericolosissime per i diritti sociali, sia a precludere, o almeno a ridurre, la spesa pubblica per armamenti, per grandi e disastrose opere, per variegate clientele. Ad ipotizzarla non è la stravaganza di un vecchio costituzionalista, testardamente convinto della necessità storica della democrazia di pervadere la base economica della società. È contenuta nella Costituzione della Repubblica del Brasile, all'articolo 159 ed è specificata in quelli lo seguono, la riserva di bilancio a favore dei diritti sociali.
Raccogliere cinquanta mila firme e più, tante, tante altre ancora, per sostenere una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare con i contenuti indicati è possibile. È doveroso. A tema centrale della prossima campagna elettorale per il rinnovo del parlamento va posta la garanzia finanziaria dei diritti sociali. Di fronte al pericolo del crollo di un pilastro della civiltà giuridica e politica, dobbiamo usare tutti gli strumenti della democrazia costituzionale che ci sono rimasti. Non possiamo altrimenti.
Il nuovo volume di Richard Sennett è emblematicamente titolato «Insieme». Dopo la riscoperta delle virtù dell'uomo artigiano, la posta in gioco per sopravvivere al capitalismo flessibile serve infatti apprendere la cooperazione e la condivisione delle poche risorse per vivere in società
Il «flâneur del sapere» si aggira per biblioteche e per la Rete. Legge una pagina, visita un sito Internet, appunta alcune righe per poi passare, con voracità, ad altri brani e nodi della Rete. È alla ricerca della soluzione a un problema contingente. È un pragmatico che non si fa distrarre da nulla, perché ha un compito, meglio una vision che lo guida nelle sue peregrinazioni Non ha dunque nessuna delle caratteristiche dell'inoperoso viandante metropolitano descritto da Walter Benjamin. In questo Insieme (Feltrinelli, pp. 331, euro 25) Richard Sennett non si limita ad addomesticare la figura del flâneur, ma lo accosta all'artigiano, parola chiave scelta dal sociologo statunitense per descrivere una via d'uscita dal darwinismo sociale che caratterizza il capitalismo contemporaneo.
Il flâneur artigiano si avvicina così a un problema con cautela; lo analizza, pondera tutte le alternative per poi scegliere la migliore soluzione, secondo una strategia incentrata sulla cooperazione con i suoi simili, prevenendo così conflitti distruttivi. Non è detto che la soluzione trovata sia innovativa; può accadere infatti che venga riproposto il già noto. Nella sua attività, la mano non è mai separata dalla mente, mirabile ricomposizione tra lavoro intellettuale e manuale che il capitalismo ha ferocemente separato nel processo lavorativo moderno.
Congedo dalla tradizione
Come scrive la scrittrice Antonia Susan Byatt ne Il libro dei bambini (Einaudi), mirabile storia del socialismo utopico inglese, l'artigiano plasma la materia, provando a esprimere una tensione artistica che, oltre allo stile, sia funzionale rispetto l'uso del manufatto. L'uomo artigiano è un artista che ha un'attenzione maniacale alla pragmatica dell'oggetto. Ma se questo apparteneva al passato prossimo della modernità capitalistica, nel presente l'artigiano è il designer, il programmatore informatico e l'operaio che lavora in un'organizzazione produttiva che ha preso congedo dall'organizzazione scientifica del lavoro a favore del lavoro di squadra. C'è però il sospetto che il flâneur-artigiano, più che griglia analitica per analizzare i rapporti tra capitale e lavoro vivo sia in realtà un metadiscorso, disincarnato dai rapporti sociali dominanti, per indicare il soggetto centrale di una proposta politica per avviare una lenta trasformazione del capitalismo. Sospetto rafforzato dal fatto che questo libro di Sennett è il secondo appuntamento di una trilogia iniziata, appunto, con la pubblicazione dell'Uomo artigiano (Feltrinelli). A differenza del primo volume, tuttavia, Insieme è un libro che ha una struttura labirintica, dove il rischio di perdersi è molto alto, nonostante una prosa che ricorda più un romanzo storico che non un saggio sociologico.
L'avvio di questa seconda puntata del «Progetto Homo Faber» è dedicato alle differenze presenti nel movimento operaio delle origini, stabilendo l'esistenza di due tradizioni opposte. La prima è esemplificata dalla socialdemocrazia tedesca di fine Ottocento, un partito operaio interessato a un superamento del capitalismo attraverso la conquista del potere politico (e dunque dello stato). La seconda tradizione, la sinistra sociale, è quella che ha puntato a risolvere i problemi contingenti degli operai. È la sinistra degli attivisti sociali, legata alla comunità operaia, che organizza mense, scuole, cooperative di consumo. Tradizione minoritaria, ma che può prendersi la sua rivincita dopo il fallimento del socialismo reale e della socialdemocrazia.
Il lettore avvertito non ha difficoltà a trovare echi di una discussione anche italiana. Ma nella narrazione di Sennett, cha ha la sua origine dal Museo della questione sociale inaugurato a Parigi durante l'esposizione universale, non c'è spazio per il conflitto di classe, né è scandita da vittorie e sconfitte, bensì da pratiche sociali che vogliono, pragmaticamente, modificare i rapporti di forza tra le classi presenti nella società capitalistica a partire dal mutuo soccorso e dalla ricostruzione di legami sociali che lo sviluppo capitalistico distrugge. Per fare questo, gli attivisti sociali sanno che devono rafforzare la personalità di chi è messo ai margini o in una condizione di sottomissione dallo sviluppo capitalistico, creando reti di solidarietà e di condivisione delle risorse, attraverso tecniche di collaborazione, dove le relazioni vis-à-vis svolgono un ruolo preminente rispetto alle logiche dell'organizzazione politica, dove la specializzazione e la divisione del lavoro danno luogo a una gerarchia che alimenta il risentimento dei rappresentati nei confronti dei rappresentanti. Da qui la centralità della diplomazia, cioè di quel lavoro dialogico per far sì che non venga meno la relazione tra soggetti antagonisti. (Nel libro ci sono pagine molto belle di analisi del quadro «Gli ambasciatori» del pittore cinquecentesco Hans Holbein). E se nelle relazioni tra stati, la diplomazia ha propri codici, per la «diplomazia dal basso», cioè quella esistente all'interno della classe operaia e tra questa e le forme politiche statali decentrati - le amministrazioni comunali e le istituzioni del welfare state - è necessario elaborare codici linguistici e comportamentali specifici.
La triade della sinistra sociale
La sinistra sociale deve quindi attingere a saperi specialistici - la psicologia sociale - o riscoprire i testi dedicati appunto al lavoro artigiano. Meglio deve fare proprie le categorie che hanno scandito i rapporti all'interno dei laboratori artigianali, cioè il talento, il merito, la fiducia, parole che attengono più alle teoria dell'organizzazioni produttive che non a una dimensione politica. In altri termini l'attivismo politico deve produrre «sociabilità», che non va confusa con la socialità, perché indica l'apprendimento alla convivenza con l'Altro.
Sennett prima di diventare un sociologo ha per molto tempo inseguito il sogno di diventare musicista e per esemplificare le pratiche politiche di una rinnovata sinistra introduce l'immagine dell'orchestra, dove c'è sì un direttore e una divisione del lavoro, ma all'interno del quale le differenze non sono cancellate da nessun interesse generale, bensì sono valorizzate in una dialettica che oscilla tra cooperazione e competizione, proprio come avveniva nei laboratori artigiani. Solo così si riesce a contrastare l'«effetto tartaruga» che i singoli sperimentano nelle metropoli contemporanee. Costretti a condividere uno spazio, i singoli tendono infatti a ritirarsi dalla vita pubblica, ripiegando in un individualismo dove la «corrosione del carattere» è l'esito di un capitalismo che ha rinunciato, in nome di un profitto a breve termine, ad essere un progetto di società certo gerarchico ma tuttavia inclusivo. Per questo, annota Sennett, «la collaborazione dialogica è la nostra meta, il nostro Santo Graal».
Dunque, cooperazione, diplomazia del basso, mutuo soccorso per ricostruire il legame sociale. Obiettivo a portata di mano, al punto che lo studioso statunitense non ha molti problemi a evocare la guanxi cinese, cioè quelle reti sociali incardinate sul rispetto, la reciprocità che consentano ai cinesi della diaspora di sentirsi a «casa propria» in ogni posto decidono di vivere. Poco importa se la guanxi ha ben poco a che fare con la libertà, l'eguaglianza e la solidarietà, cioè i tre punti cardinali di una sinistra sociale degna di questo nome. Cinonostante, la guanxi è, per Sennett, la condizione necessaria di una politica della trasformazione che prende definitivamente congedo da quelle tradizioni del movimento operaio che hanno cercato di cambiare il mondo, ma che hanno fallito nel loro obiettivo.
Testo dunque politicamente ambizioso, questo Insieme ma facile da criticare. La critica non può però partire da una difesa di quelle tradizioni politiche sconfitte. Più realisticamente, l'«uomo artigiano» di Sennett, con la sua antropologia ottimista scandita da cooperazione, condivisione e reciprocità, più che un soggetto critico del capitalismo flessibile è un ordine del discorso teso a ripristinare una idea di comunità e di relazioni sociali complementari, ma non antagoniste ai rapporti sociali dominanti. Relazioni sociali che si diffondono come un virus fino a far diventare il capitalismo un residuo destinato a scomparire. I limiti della lettura di Sennett stanno però nell'assenza di una teoria del Politico adeguata ai rapporti sociali dominanti.
Il Politico, infatti, non è un corpo estraneo ai rapporti sociali. Ne è parte attiva, laddove attiva, sia a livello nazionale, che sovranazionale, forme di governance, cioè su una «diplomazia dal basso» dove la collaborazione dialogica rafforza i legami comunitari su base locale al fine di riprodurre l'ordine esistente. L'assenza di una teoria del Politico, e dunque del rapporto sociale dominante, rende la proposta di Sennett di stare Insieme espressione di un «debole volontarismo». Sia ben chiaro, nessuna nostalgia per qualsiasi tipo di autonomia del politico. Semmai la necessità di avere piedi e testa saldamente ancorati in una realtà dove l'espropriazione della ricchezza avviene nel processo produttivo e nei processi produttivi di, per usare il lessico di Sennett, sociabilità. La malinconia o il suo fratello gemello, l'ottimismo della volontà, è meglio lasciarla ai cultori del legame sociale e delle figure nobili, ancorché interstiziali dell'«uomo artigiano».
Un nuovo soggetto politico non si traduce in liste elettorali. Nelle forme (democrazia di prossimità) e nei contenuti (beni comuni) il testo-manifesto spiega le buone ragioni e il bisogno urgente di fronteggiare la crisi di questi partiti
Cari amici del manifesto, ho aderito al "Manifesto per un nuovo soggetto politico" con un messaggio nel quale, considerandolo un documento aperto, annunciavo alcune mie riserve e una vera e propria «opinione dissenziente». Vista la piega assunta dalla discussione, provo a rendere esplicita questa mia adesione in qualche modo "condizionata".
Tra il 2010 e il 2011, nel peggior tempo del berlusconismo e quando sembrava che tutto fosse ridotto a duello tra politica e antipolitica, ha preso corpo un insieme di iniziative che mostravano come un'altra politica fosse possibile, non in astratto, ma attraverso azioni comuni dei cittadini. Ricordiamo tutti le molte, grandi manifestazioni delle donne, degli studenti, dei lavoratori; il successo grande e inatteso della raccolta delle firme e poi del voto referendario con il quale ventisette milioni di elettori hanno detto no alla privatizzazione dell'acqua, al nucleare, all'uso privato della legge; la campagna contro la "legge bavaglio", che ha contribuito in modo determinante a bloccare una aggressione alle libertà; il ritorno della Costituzione come riferimento forte e comune. Tutti movimenti senza leader, senza i quali non sarebbero stati possibili i successi del centrosinistra alle elezioni amministrative (e, prima, l'affermazione nelle primarie dei candidati non di partito: una conferma è venuta dalle primarie di Genova).
E Ilvo Diamanti ha documentato come nelle campagne elettorali amministrative vi sia stata una partecipazione spontanea senza precedenti.
I partiti non hanno colto la novità, anzi hanno preso le distanze, sono tornati i vecchi inviti a non cedere al movimentismo. Bersani, sia pure all'ultimo momento, aveva compiuto un atto politico significativo, schierando ufficialmente il Pd a favore dei referendum. Ma poi tutto è finito lì, nessuna attenzione è stata prestata ai protagonisti di quella vicenda, anzi si è concretamente operato per cancellare il risultato del referendum sull'acqua, tentativo contro il quale si sta organizzando un movimento di "obbedienza civile". Il necessario riconoscimento dei partiti e del loro ruolo non può convertirsi in contemplazione passiva. Il patrimonio accumulato in questi ultimi due anni non può essere disperso, e questo esige una iniziativa nuova, perché i movimenti sono sempre esposti al rischio del dissolversi, soprattutto quando si tratta di single issue mouvements, di movimenti con un unico e dichiarato obiettivo, raggiunto il quale sembra quasi che la loro esistenza non abbia più senso. Questo è vero, almeno in parte, quando il sistema politico è in buona salute. Così non è nei tempi di crisi profonda quando, invece, è indispensabile valorizzare e mobilitare tutte le energie presenti nella società. Dai partiti non sono venuti segni significativi in questa direzione. Si sono così creati due circuiti politici, tra i quali è indispensabile trovare una connessione, pena una generale perdita di senso e di capacità di cambiamento della politica. E anche per evitare che un impegno politico significativo sia ricacciato nello scoramento, dell'abbandono, della rabbia. E questo impone che non vi sia alcuna compiacenza verso le prassi degenerate dei partiti, alle loro derive oligarchiche, se si vuole ricondurli al modello costituzionale che li vede attori della determinazione dell'indirizzo politico con metodo democratico.
Il movimento dell'acqua
E' enfatico, e polemico, parlare di un "soggetto politico nuovo"? Ma questa non è una forzatura politica e linguistica. E' la registrazione di un dato di fatto, di un patrimonio che, nell'interesse comune, non può essere disperso. Questa realtà molteplice deve trovare una propria forma di riconoscimento e organizzazione che, lo dico subito, non può essere finalizzata alla creazione di liste elettorali, per gli enormi rischi che ciò comporta, a cominciare dalla tentazione offerta a chi cerca un'occasione per riscattarsi da passati fallimenti, a chi è sempre alla ricerca di contenitori per realizzare ambizioni personali, non per ottenere risultati politici. Per la sua origine, assai legata anche all'uso delle reti sociali, questo nuovo soggetto deve piuttosto muoversi verso una organizzane a rete, mettendo in particolare a frutto l'esperienza del movimento per l'acqua bene comune, che ha consentito a realtà diverse di collegarsi, dialogare, agire d'intesa. Ma questo è l'opposto di leadership provvisorie, itineranti. Queste parole sono comprensibili come reazione alla personalizzazione estrema della politica, alla chiusura oligarchica dei partiti. E dunque sono benvenute quando sono il segno dell'apertura di cui parlavo all'inizio, come riconoscimento che in politica v'è posto per tutti, che la partecipazione non deve essere ridotta a subordinazione, ad una semplice affiliazione Tuttavia l'indispensabile capacità di produrre direzione politica non può essere affidata unicamente ad una spontaneità colorata da passioni, da emozioni, che certamente hanno peso, ma non possono connotare interamente il campo del politico. E' il problema delle nuove soggettività politiche, ineludibile nel tempo della crisi della rappresentanza (vale la pena di dare un'occhiata ai due numeri di "Filosofia politica" dedicati appunto al soggetto, in particolare a ciò che scrive Nello Preterossi in apertura del numero 3 del 2011).
Non mi preoccupa una certa nebulosità della proposta iniziale, comunque necessaria per non disperdere esperienze rilevanti e per contribuire ad un rinnovamento della politica di cui sarebbero gli stessi partiti a beneficiare. Nel "Manifesto" è correttamente impostato il rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa, anche facendo riferimento alle nuove opportunità offerte dall'articolo 11 del Trattato di Lisbona. Meno limpido è il modo in cui viene delineato il rapporto tra il soggetto politico "vecchio", il partito, e quello "nuovo", perché per quest'ultimo è necessaria una elaborazione ulteriore, che dovrebbe consigliare analisi meno trionfalistiche sul nuovo e meno liquidatorie del vecchio. E' comprensibile che ciò avvenga, poiché a questo spingono molte iniziative di questi mesi, il fascino del locale, di Cattaneo, della "democrazia di prossimità". Ma i movimenti già ricordati andavano anche oltre il locale, ponevano l'ineludibile domanda di una nuova organizzatore dei poteri che non può germogliare solo dalla dimensione locale, anche se proprio qui può trovare nuovo impulso, cominciando a rimuovere le chiusure che hanno caratterizzato il potere centrale in tutte le sue diramazioni.
Non buttiamo il Novecento
E poi. Per radicare un nuovo soggetto politico davvero è necessaria quella tabula rasa che compare nel "Manifesto"? Via il Novecento, via tutto il diritto borghese, via l'ingannevole Europa. Ricordiamo l' "Indirizzo" di Karl Marx ai critici del suo sostegno alla legge delle dieci ore: «per la prima volta, alla chiara luce del sole, l'economia politica del proletariato ha prevalso sull'economia politica del capitale». Il Novecento non è stato soltanto il secolo breve, il secolo tragico del totalitarismo. E' stato il secolo in cui, nell'Europa continentale soprattutto, un nuovo soggetto politico, la classe operaia, è stata all'origine del nuovo costituzionalismo aperto a Weimar, con la prima delle "lunghe costituzioni" che avrebbero modificato profondamente un quadro istituzionale fino a quel momento dominato soprattutto dal prodotto di un altro soggetto politico, la borghesia con il suo il codice civile. Non buttiamo via il compromesso socialdemocratico e il Welfare State, che non sono riducibili ad una astuzia del capitalismo, ma sono il risultato del ruolo giocato dai partiti di massa. Non regaliamo ad interpretazioni regressive la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, di cui si indicano ombre, ma si trascurano del tutto le molte luci.
Certo, oggi il quadro è cambiato, drammaticamente. Ma proprio per questo è necessaria una nuova ricomposizione delle forze, non dirò un nuovo blocco sociale, alla quale un soggetto politico nuovo può dare un impulso finora mancato. E sono necessarie analisi politiche ed istituzionali non approssimative. Se si vuol difendere la democrazia parlamentare, non si può cadere in una tipica trappola berlusconiana sostenendo che il governo Monti non è legittimato perché non è passato da un voto popolare: questa è la logica populista e della democrazia d'investitura che ha devastato nei due decenni passati il nostro sistema politico. Né si può affermare che siamo di fronte ad una mortificazione del Parlamento. Abbiamo dimenticato la Camera chiusa per mancanza di lavoro e il voto a grande maggioranza su Ruby nipote di Mubarak? Per amor di polemica rischiamo di dimenticare altre questioni, davvero centrali come l'autoritario governar per decreti e il modo in cui si costruisce l'agenda politico-parlamentare.
La questione proprietaria
Tocchiamo così i contenuti dell'azione politica, alla quale mi pare che il "Manifesto" dia un contributo significativo con la sottolineatura dell'importanza del riferimento ai beni comuni, come dato che caratterizza la fase attuale. Non è una bizzarria, né un tema marginale. Con esso, finalmente, torna in tutta la sua rilevanza la questione proprietaria. E qui è indubbio il merito dell'altra politica, così come è indubbia la permanente insensibilità della politica ufficiale. I partiti secondano l'offensiva contro i risultati del voto referendario, che hanno indicato nell'acqua un bene comune e hanno abrogato la norma che prevedeva che la sua gestione potesse essere oggetto di profitto. Il Parlamento ignora le proposte di legge sui beni comuni e sull'acqua presentati da suoi componenti, da regioni o d'iniziativa popolare. Qui la presenza organizzata dei cittadini può trasformarsi non solo in pressione significativa perché di quelle proposte di legge si discuta, ma può divenire richiesta di modifiche, anche costituzionali, perché le iniziative legislative popolari vengano prese in considerazione e ai loro promotori sia riconosciuto un potere di iniziativa ed una presenza nel corso della discussione nelle commissioni parlamentari. Una connessione istituzionale importante. Certo, va evitata l'eccesso di riferimenti ai beni comuni. L'inflazione non è un pericolo soltanto in economia. Si impone, quindi, un bisogno di distinzione e di chiarimento, proprio per impedire che un uso inflattivo dell'espressione la depotenzi. Se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, se ad essa viene affidata una sorta di palingenesi sociale, allora può ben accadere che perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità "comune" di un bene può sprigionare tutta la sua forza. E tuttavia è cosa buona che questo continuo germogliare di ipotesi mantenga viva l'attenzione per una questione alla quale è affidato un passaggio d'epoca. Giustamente Roberto Esposito sottolinea come questa sia una via da percorrere per sottrarsi alla tirannia di quella che Walter Benjamin ha chiamato la «teologia economica».
Veniamo così agli strumenti da adoperare e progettare. Il "Manifesto" ne elenca molti: la Convenzione di Aarhus e l'esperienza di Porto Alegre, quella di Party, dell'Open Space Technology, dei Town Meetings. L'elenco può essere facilmente allungato, ma da esso escluderei i referendum on line, di cui non si sottolineerà mai abbastanza l'ambiguità, o la pericolosità, per l'ingannevole sensazione di passaggio di sovranità che può generare, mentre sono strumenti congeniali alla democrazia plebiscitaria, a alle manipolazioni, anche se proprio nella dimensione locale alcuni di questi rischi possono almeno essere ridotti. Di nuovo, comunque, siamo di fronte a un tema ineludibile, che è poi quello di come si governa la democrazia continua.
Beni comuni e democrazia continua sono indicazioni che impongono una rottura, ma sono soprattutto questioni ineludibili se si vogliono seriamente affrontare le questioni del mercato e della crisi delle procedure democratiche. E' stata, ed è ancora, l'altra politica ad aver costruito questo pezzo di agenda, che può divenire un momento di connessione tra i due circuiti politici, se quello ufficiale, o almeno alcuni dei partiti che lo compongono, si renderanno conto che qui si gioca una partita decisiva. Che ci porta dritti alla Costituzione, al lavoro fondamento della Repubblica democratica, ai diritti come elemento costitutivo della democrazia.
Si può davvero parlare a questo punto di soggetto senza progetto, di neutralizzazione dei conflitti? O siamo proprio sul terreno dove il progetto può cominciare a prendere una nuova forma, e proprio per questo esige lavoro e contributi larghi? E le questioni prospettate ci portano nel cuore dei conflitti di oggi, nella dimensione nazionale, sovranazionale, globale. Certo, il "Manifesto", oltre ad avere limiti, ha molte lacune. Ma apre una discussione vera, che spero possa proseguire.
Vedo tutti i rischi di una democrazia senza partiti. Vedo pure quelli di una democrazia progressivamente svuotata dal ridursi della sua capacità rappresentativa, svincolata da una cittadinanza forte.