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Forse, più che nella psicologia individuale e sociale, quelle radici affondano nel predominio della tecnica su ogni altra dimensione dell’uomo e della società?

La Repubblica, 10 marzo 2013

“Unde malum?”. Per cercare la risposta all’eterna domanda sulle origini del male, Zygmunt Bauman si concentra sul Novecento, secolo degli stermini di massa e di quell’“unicum” della storia umana che è l’Olocausto. La ricerca contenuta in questo breve testo (Le sorgenti del male,
Erickson, pagg. 108, euro10), riprende i temi che il sociologo polacco aveva svolto nel 1992 in Modernità e Olocausto(il Mulino), per arrivare però a conclusioni sensibilmente differenti.

Si parte dalla confutazione di alcune tesi illustri. Innanzitutto l’idea che la malvagità sia prerogativa di alcune psicologie particolari. Il male come frutto di predisposizioni naturali, del carattere “perverso” di certi individui, secondo il celebre studio di Adorno sulla “personalità autoritaria” che avvalorava l’idea di una “autoselezione dei malfattori”. Ma il pensiero in fondo consolante che solo alcune persone siano capaci delle atrocità, per cui dovremmo solo individuare i “mostri” e difendercene, non regge alla prova della storia e delle ricerche scientifiche. A dircelo sono, per esempio, gli esperimenti dello psicologo sociale Philip Zimbardo (L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?,Cortina). Nel famoso “caso di Stanford” un gruppo di persone perfettamente normali è diviso tra coloro chiamati a fare i carcerieri e quelli destinati a essere prigionieri. Ed ecco che i primi subito si trasformano in sadici violenti, con una metamorfosi sbalorditiva. L’esperimento, che risaleagli anni Settanta, ha trovato conferme clamorose nello scandalo dei prigionieri torturati dai soldati americani nel carcere di Abu Grahib.

Si torna allora alla “banalità del male” teorizzata da Hannah Arendt e al suo ritratto di Adolf Eichmann come persona del tutto “normale”, bravo padre di famiglia e anche amico degli animali. Con la perturbante conclusione che il male è fra noi e che chiunque, in certe circostanze e in assenza di una forza morale fuori dal comune, può diventare, da un giorno all’altro, un mostro.Ma nemmeno questo è sufficiente, perché, sostiene Bauman, siamo di fronte auna descrizione, non a una spiegazione, del fenomeno. Lo sguardo del sociologo si distoglie allora dalla Shoah e si volge ad altri fra gli eventi assurdi e terribili del secolo passato. La distruzione nell’inverno del ’44 delle città tedesche e il lancio dell’atomica su Nagasaki nell’agosto del ’45. Decisioni senza alcuna giustificazione “strategica”, ma solo ragioni “tecniche” ed “economiche”. Non c’era nessun bisogno di radere al suolo centri abitati senza fabbriche o caserme. E nemmeno, dopo Hiroshima, di tirare una seconda atomica. Quelle bombe, secondo le testimonianze degli stessi protagonisti, alti ufficiali alleati o il presidente americano Truman, furono usate per il semplice fatto che erano state costruite e non andavano lasciate nei magazzini. La macchina, una volta messa in moto, vive di vita propria.

Sulle orme delle riflessioni di Günther Anders, Bauman si concentra così sul predominio della tecnica. Arrivata a una potenza che supera l’immaginazione umana, e capace di realizzare in ogni momento le proprie potenzialità illimitate. A questo si aggiunge la perdita di sensibilità dovuta all’abitudine, come scriveva Joseph Roth in Ebrei erranti (Adelphi): «Le catastrofi croniche sono così spiacevoli per i vicini che questi ultimi diventano gradualmente indifferenti sia alle catastrofi, sia alle loro vittime, quando non sviluppano in proposito una vera e propria impazienza». Anders avvertiva: può succedere di nuovo solo perché è già successo. Del male dobbiamo dunque avere paura: far sapere agli uomini che hanno bisogno di essere sempre in allarme «è il compito morale più importante dei nostri giorni».

Il manifesto, 9 marzo 2013
Interrogarsi sul risultato delle elezioni politiche significa chiedersi che cosa bolle nella pancia della società italiana e quali previsioni si possano fare, secondo noi, sulle sorti della sinistra. Nessuno - tranne Bersani - nega che il Pd sia stato sconfitto. Bisogna aggiungere che è l'unica, tra le forze maggiori, ad aver perso. Se Grillo ha sbancato, anche il Pdl ha raggiunto l'obiettivo, realizzando una rimonta spettacolosa. C'è riuscito grazie alla scialuppa lanciata dal presidente della Repubblica.

Un capo dello stato così affezionato al bipolarismo (nei progetti di Napolitano Monti avrebbe dovuto sostituire Berlusconi) da congelare la crisi verticale del centrodestra con il governo tecnico. Ma il Pdl tiene ancora la scena anche perché in tutti questi anni ha mostrato di rappresentare efficacemente il proprio blocco sociale. Nonostante tutti gli scandali che poco o nulla incidono sulla condizione materiale delle persone, la maggior parte dell'elettorato di centrodestra mostra di nutrire ancora fiducia nei propri rappresentanti tradizionali.

Qui veniamo subito al Pd. Di sicuro Bersani ha commesso molti errori. Ma siccome in questi giorni va di moda sostenere che le cose sarebbero andate meglio se al suo posto ci fosse stato Renzi, è bene chiarirsi. Forse (non lo sapremo mai) Renzi avrebbe contenuto le perdite, ma non avrebbe risolto il problema. La sconfitta del Pd deriva invece dalla stessa logica che ha premiato il Pdl. In questi vent'anni la cosiddetta sinistra moderata ha visto costantemente ridursi il proprio peso, sino al 10 per cento del totale (tanto vale all'incirca, al netto delle astensioni, la componente post-comunista del Pd). Di fronte a questo trend la proverbiale arroganza di taluni dirigenti storici del Pd è roba da psicanalisti.

Come spiegare questa emorragia cronica se non col fatto che gran parte del blocco sociale della sinistra si è visto abbandonato da chi avrebbe dovuto tutelarlo? Non è il caso di ripetere quanto andiamo scrivendo da anni a proposito della frustrazione del mondo del lavoro, dei giovani, del Mezzogiorno, sistematicamente sacrificati nel nome del mercato, del privato e, da ultimo, del risanamento. Ridotto all'osso il ragionamento, questa sembra l'unica chiave in grado di spiegare la debâcle . Purtroppo, il fatto che nessun dirigente del Pd la prenda sul serio non fa ben sperare chi si augura che la musica da quelle parti finalmente cambi.

Anche l' exploit del M5S riposa, a ben guardare, su questa logica. Grillo ha intercettato l'enorme massa di delusioni e di risentimenti di un popolo lasciato senza voce e persino senza sogni (la plumbea retorica dell'austerità è la morte del sogno, di cui, come Berlusconi ha capito benissimo, la gente ha gran bisogno, con piena legittimità). Lo ha fatto non soltanto con l'attacco alla casta o simulando la democrazia diretta. Come mi pare suggerisse Felice Roberto Pizzuti (il manifesto , 2 marzo) l'arma vincente (che spiega anche il flop di Monti e del terzo polo) è stato il discorso sulla crisi come figlia dell'ingiustizia di un sistema che non smette di produrre ricchezza, ma la distribuisce in modo sempre più iniquo.

Le fluviali esternazioni di Grillo saranno anche caotiche (debbono esserlo, perché più che alla testa delle folle puntano alla pancia), ma lasciano emergere con forza un dato che le altre forze politiche cercano di nascondere. La crisi non è una maledizione o una malattia misteriosa. È la conseguenza logica di una direzione del sistema economico che in tutto il mondo, in assenza di oppositori, sta scaraventando all'inferno le classi medie e il proletariato. Per chi perde (o teme di perdere) lavoro e reddito, e vede crescere intorno a sé ricchezze smisurate, non ci vuole una scienza per capire che le cose stanno così e che quelle dei sacerdoti dell'austerità sono balle. Grillo libera la rabbia di chi ha paura e al tempo stesso lo rassicura e lo galvanizza. Per questo raccoglie enormi consensi, lucrando su una sacrosanta domanda di sicurezza e giustizia sociale.

Il risultato, disastroso per Rifondazione comunista e Pdci, che rimangono per la seconda volta fuori dal parlamento in forza di una legge elettorale anticostituzionale (se fosse stata in coalizione Rivoluzione civile avrebbe 26 deputati e 765mila cittadini non sarebbero stati privati del proprio diritto alla rappresentanza), è deludente anche per Sel, che incassa molti meno consensi del previsto ed elegge 37 deputati grazie a un premio di maggioranza che moltiplica oltre misura il peso dei suoi voti. Se è vero che vince chi è credibile quando promette di rappresentare interessi e aspettative, in questo caso la credibilità non è stata compromessa tanto dalle cose dette - più o meno limpidamente, più o meno coerentemente - in campagna elettorale o fatte in questi anni di battaglie fuori dal parlamento. Il problema consiste piuttosto nella scarsa efficacia, constatata e prevista, di forze divise tra loro e per ciò stesso ininfluenti. Tanto più considerati i grandi compiti trasformativi che costituiscono la ragion d'essere di forze critiche.

Nessuno, a sinistra, ha motivo di rallegrarsi per questi risultati. Anche chi si consola per essere rientrato in parlamento vede bene che i problemi esplosi nel 2008, in primo luogo la frammentazione delle forze, sono ancora tutti aperti e non meno gravi di allora. D'altra parte non tutto il male viene per nuocere. Questo terremoto impone un bilancio degli ultimi vent'anni, che sinora si è evitato di fare. Nessuno sa quanto la nuova legislatura durerà, ma non è improbabile che si concluda presto ed è bene che sia così, perché il travaglio del sistema politico non deve fermarsi finché non si sarà rotta definitivamente la gabbia del bipolarismo che ha deformato la rappresentanza e consentito lo sterminio pianificato della sinistra. Il che non riguarda - si badi - solo la sfera politica. Anche se la storia non si ripete mai uguale a se stessa, è bene considerare che la situazione sociale oggi, in Italia e in parte dell'Europa, presenta inquietanti analogie non col 1994, ma col 1924.

Sarebbe un disastro se l'enorme potenza del rancore e della collera, che Grillo mantiene ancora dentro la logica democratica, dovesse sfuggire di mano. E non c'è modo migliore per alimentare questo rischio che negarle rappresentanza. Su come affrontare i guai della sinistra, le sue divisioni, Alfonso Gianni ( il manifesto , 28 febbraio) ha parlato di una comune ricerca ideale, altri di una costituente della sinistra. Se, al di là del lessico, questo significa affrontare finalmente la questione dell'unità della sinistra diffusa e delle sue organizzazioni sulla base del moltissimo che esse condividono (a cominciare dalla priorità dell'occupazione, del reddito, della tutela ambientale, della pace e della formazione), credo si tratti dell'unica proposta razionale, che ci si dovrebbe augurare attragga anche le componenti più avanzate del Pd. Da qui si tratta di ripartire al più presto. Nella consapevolezza che mai come oggi i tempi della politica sono stati incalzanti e tali da mettere alla prova intelligenza, coraggio e ben inteso senso di responsabilità.

E’ necessaria «una radicale rimessa in discussione dei vincoli di bilancio. Con una campagna promossa in modo coordinato a livello europeo (le forze non mancano), ma radicata nelle iniziative di base che costellano da tempo l'intero paese».

Il manifesto, 8 marzo 2013

Governo dei mercati? O governo dei cittadini, membri della civitas: cioè, oggi, tutti coloro che vivono nello stesso paese? Un concetto da tener presente - senza impuntarsi sulle parole - quando si parla di reddito di cittadinanza: una misura che "rende cittadini", consegnando a tutti il diritto a una vita dignitosa. Il governo dei mercati, quello di Monti (regista Napolitano), ha ricevuto dal voto una solenne sconfessione. Come il progetto di sostituirlo con un centro-sinistra, eletto e non nominato, che ne rilevasse i punti qualificanti del programma. Che sono i vincoli finanziari - pareggio di bilancio e fiscal compact - per garantire alla finanza internazionale la solvibilità del debito pubblico e dei relativi interessi: a spese di salari, pensioni, occupazione, giovani, piccole imprese, sanità, cultura, istruzione, e tutto il resto. Si tratta di consegnare ogni anno alla finanza, per i prossimi 20 anni, 130-150 miliardi, da ricavare interamente dalle entrate fiscali estratte dal corpo vivo del lavoro e dalla compressione continua della spesa pubblica: un salasso di proporzioni inimmaginabili, che finora nessun governo aveva mai nemmeno tentato.

Quei vincoli restano, anche se forse verranno sottoposti a qualche rimodulazione che non ne attenuerà comunque le conseguenze. Ma non avranno più chi li amministri da Palazzo Chigi: e questo è un rischio mortale non solo per il nostro paese, ma anche per l'euro e per l'economia del mondo intero. Le cui classi dirigenti, soprattutto in Europa (ma il Fondo Monetario Internazionale non è stato da meno) hanno dimostrato di non avere alcuna strategia per affrontare la crisi che hanno provocato. Non avevano previsto il disastro umano e civile imposto alla Grecia che ha anticipato quello che sta travolgendo oggi i paesi balcanici e che sta per esplodere in Portogallo, Spagna e Italia. Ora comincia a tremare anche la Francia e non stanno molto bene nemmeno gli arroganti governi dell'Europa centro-settentrionale.

Nessuno ha finora prospettato delle soluzioni sensate per invertire la rotta: le politiche keynesiane, amministrate a livello statuale o di eurozona, non bastano più e le proposte che le sponsorizzano a colpi di Grandi Opere sono penose (e perdenti). Per questo navigano tutti a vista, preoccupati soltanto di ricavarne qualche tornaconto finanziario o politico immediato. Monti (il terzo clown, bocciato insieme al cagnolino che doveva renderlo simpatico e lo ha reso ridicolo) è tra loro: aveva salutato il primo e il secondo memorandum, che ha mandato in malora la Grecia, come la strada per metterla in salvo; e mentre si vanta di aver evitato all'Italia la stessa fine, ci ha imposto esattamente la stessa ricetta, con risultati che ogni giorno diventano più evidenti. Ma quanto potrà durare una prospettiva del genere se il fuoco comincia a dilagare per tutta la prateria europea?

Nessun partito in Italia, ma presto anche in molti altri paesi, è più in grado di garantire il rispetto di quei vincoli finanziari chiaramente insostenibili. Ma nessuno, oggi, è in grado di respingerli apertamente, imponendone - o anche solo lavorando per imporne - una drastica rinegoziazione. E' un'estenuante e micidiale pantomima in attesa che l'euro si dissolva da sé, trascinando nel caos un paese dietro l'altro, per l'incapacità di governarlo; o che i paesi più forti abbandonino la nave che affonda, lasciando affogare gli altri paesi-membri e sperando di mettere in salvo quanto resta del malloppo che hanno lucrato nei dieci anni di euro (non poco: sbocchi per le loro esportazioni e prestiti usurari delle loro banche, bassi tassi di cambio e di interesse sul loro debito pubblico e sui crediti alle loro imprese; pace sociale e altro ancora). Ma l'ingovernabilità si sta facendo endemica e ormai dilaga in tutto il continente.

I risultati delle elezioni italiane, con la vittoria del non-partito del non-governo di Beppe Grillo riflette esattamente questo stallo, destinato a protrarsi nel tempo e a diffondersi nello spazio. Perché il fallimento del governo dei mercati non apre di per sé la strada a un governo dei cittadini: non saranno Beppe Grillo, né il partito-azienda di Casaleggio, né il Movimento cinque stelle, né il suo elettorato (che sono quattro cose distinte e differenti, e presto ce ne accorgeremo; e se ne accorgeranno anche gli interessati), non saranno loro a introdurre in Italia un governo dei cittadini: il loro programma, dove indicazioni generiche si mischiano a progetti sacrosanti e a prescrizioni perentorie, non lo prevede. Anzi, non prevede alcun governo.

D'altronde un governo dei cittadini non si decide né si programma in parlamento, e meno che mai su un blog; se nasce, nasce dal basso, a pezzi e bocconi, quando si presentano congiuntamente le condizioni per realizzarlo, la volontà - o anche solo la necessità - di costituirlo e la capacità e le competenze per costruirlo. E' il governo indispensabile per promuovere un'autentica conversione ecologica; è fatto soprattutto di "corpi intermedi", di assemblee, di comitati, di gruppi di lavoro, di iniziative civiche; non può che essere incentrato su progetti e programmi locali di riconversione, circostanziati e promossi dai lavoratori e dai cittadini direttamente coinvolti dal "fermo-macchine" della produzione; deve essere animato dalla partecipazione diretta al governo dei servizi pubblici e alle decisioni delle amministrazioni locali. Sono tutte cose che si interpongono tra una leadership e la sua base, e che possono minare dal basso la compattezza della falange parlamentare delle cinque stelle. Non è detto che Beppe Grillo le contrasti: certo finora non le ha favorite, anche se si è molto avvantaggiato di quelle che sono cresciute per conto loro in questi anni. Ma è qui, ai "piani bassi", e non certo a livello di governo e di programmi nazionali, che si possono per ora inserire iniziative di convergenza, di collaborazione, senza escludere possibili conflitti: sia con la miriade di buone pratiche sociali e di lotte che in vario modo si sono coagulate nel voto alle cinque stelle; sia con milioni di cittadini e lavoratori, elettori di Grillo e non, che in questo clima di dissoluzione della rappresentanza possono ritrovare la strada di un loro nuovo o rinnovato impegno politico e civile. Tenendo conto che il tempo stringe.

E tenendo soprattutto conto che le misure, sensate e non, ma in gran parte propagandistiche, prospettate dai diversi schieramenti in campagna elettorale, dal reddito di cittadinanza (o di sussistenza) alla green economy, dal finanziamento di scuola e ricerca alla conversione energetica, dalla difesa dell'occupazione alla nazionalizzazione di banche e grandi utilities, dal microcredito alla salvaguardia dei suoli, per non parlare della restituzione o della riduzione dell'Imu, non sono praticabili nel quadro dei vincoli accettati e sottoscritti dal governo Monti e da chi l'ha sostenuto fino a ieri (addirittura con una riforma della costituzione sottratta alla verifica di un referendum). Dunque?

La vera discriminante politica - il risultato principale che emerge dall'esito, per altri versi confuso e indecifrabile, delle elezioni - è la necessità di una radicale rimessa in discussione dei vincoli di bilancio. Con una campagna promossa in modo coordinato a livello europeo (le forze non mancano), ma radicata nelle iniziative di base che costellano da tempo l'intero paese. Occorre collegarsi con i movimenti organizzati degli altri paesi-membri dell'Ue che si trovano in una situazione analoga - senza trascurare le intese con i movimenti dell'altra sponda del Mediterraneo - e unire le forze in una mobilitazione generale contro l'economia del debito: per la sua mutualizzazione, o la sua rinegoziazione, o il suo congelamento (l'Italia, peraltro, ha un debito gigantesco, ma anche un avanzo primario rilevante; congelando il debito potrebbe evitare il ricorso ai mercati finanziari per anni).

Sono misure che possono venir combinate in diversi mix; ma che costituiscono comunque l'altra faccia, indispensabile, di quel processo di costruzione di un governo dei cittadini che l'attuale vacanza politica mette all'ordine del giorno. La mancanza di questa dimensione è il limite principale contro cui si stanno scontrando, da un lato, la giunta Pizzarotti, che avrebbe dovuto fornire a tutto il paese la prova della capacità di governo del movimento cinque stelle; dall'altro, la giunta De Magistris, che dovrebbe fornire a tutti un modello da generalizzare per una gestione partecipata dei beni comuni. Ma dentro il patto di stabilità, senza una mobilitazione generale per azzerarlo, l'iniziativa locale soffoca. E per rimuovere quel patto bisogna smuovere l'intera Europa. Un solo Golia, ma tanti David.

Il tempo per scegliere non è molto, e le alternative a una rottura netta col passato sono inquietanti. La storia le ha già conosciute, nel “secolo breve”.

La Repubblica, 6 marzo 2013

Pierluigi Bersani ha messo sul tavolo le sue carte. Molte delle quali erano già note. Ha chiesto al suo partito di sostenerlo in questa prima fase di trattative. Basa il suo ragionamento sul risultato elettorale: il centrosinistra ha la maggioranza assoluta alla Camera, quella relativa al Senato. Un dato sufficiente per reclamare l’incarico di formare un governo. O almeno di provarci: di sondare fino in fondo l’indisponibilità di Beppe Grillo a far nascere qualsiasi tipo di esecutivo che non sia guidato da un esponente del Movimento 5Stelle. Una esplorazione avviata rimettendo sul tappeto due concetti che, a suo giudizio, potrebbero intercettare il gradimento grillino (e anche di Matteo Renzi): quello di unire l’opportunità di un’alleanza Pd-M5S al cambiamento; e quella della governabilità non disgiunta dalla società civile. Quasi che volesse dire all’ex comico: sono pronto a guidare il Paese tenendo conto delle istanze esplose nel voto al Movimento e provenienti dai ceti più disagiati e disgustati dai “vecchi” partiti. Certo, è il ragionamento di Bersani, se poi la risposta resta negativa, allora la responsabilità del caos non può che ricadere su Grillo: ci abbiamo provato ma se i vitalizi, gli stipendi dei parlamentari, i costi della politica sono sempre gli stessi, allora la colpa è loro e non nostra.

Un ragionamento che per ora è stato sufficiente per incassare il via libera dei Democratici. Per ora. Perché la vera partita si giocherà nei prossimi giorni. Nel Pd, infatti, in pochi scommettono sulla possibilità che il cosiddetto “piano A”, quello disegnato dal segretario, possa avere davvero successo. Non lo pensano i leader delle correnti e soprattutto non lo crede il presidente della Repubblica Napolitano. Il voto sostanzialmente unanime espresso al termine della riunione è il segno più marcato che si è trattato di un passaggio preliminare. Di un modo per tutelare la collegialità rinviando il confronto sulle “subordinate”. Quali? Un altro governo, con un presidente del Consiglio non di partito, che raccolga i voti in tutti gli schieramenti. Anche il Pdl. Oppure il ritorno alle urne. Il Pd, se e quando Bersani avrà esaurito il suo mandato, si troverà di fronte ad un bivio che può spaccarlo come è accaduto in passato. Stavolta, però, il quadro è decisamente più complicato. Perché sulle due alternative è già in corso da dieci giorni un vero e proprio braccio di ferro tra il Quirinale e la segreteria democratica. Napolitano non può accettare di concludere il suo settennato lasciando l’Italia nel limbo di un’altra campagna elettorale, Bersani non può accettare di far cadere il suo partito nella trappola delle “larghe intese” consegnando un vantaggio competitivo ai grillini alle prossime elezioni. Soprattutto non può accettare l’idea di dar vita ad una coalizione con Berlusconi. Come dice Massimo D’Alema: con un centrodestra normale sarebbe naturale fare un “inciucio”, ma con il Cavaliere no. Una condizione che per la sua popolarità nel centrosinistra può diventare il vero atout contro il “compromesso” ma anche l’irresistibile chiodo a cui appendere lo scioglimento del Parlamento e le elezioni già questa estate.

Eppure nel Pd la faglia si è già aperta. Basti pensare che Veltroni non ha parlato e che lo stesso D’Alema ha comunque prospettato la necessità teorica di una Grosse Koalition.

La paura di sottoporsi di nuovo al giudizio dei cittadini infatti spaventa tutti: centrodestra e centrosinistra. Il fronte pronto ad ingoiare un’altra maggioranza spuria si è quindi già materializzato. E il Colle ha fatto intuire quali possano essere le subordinate. Il percorso che conduce ad un “governo del presidente” è la prima vera alternativa. La pressione dell’emergenza economica e i giudizi della comunità internazionale saranno i due fattori che condizioneranno la seconda fase della trattativa. Napolitano vuole fare in fretta: il suo mandato di fatto scade il 15 aprile, quando le Camere si riuniranno per eleggere il suo successore. Il fantasma che agita una parte del Pd (a cominciare dai bersaniani) è quindi quello di un esecutivo che agisca sotto l’ombrello protettivo del presidente della Repubblica, che offra le adeguate garanzie all’Europa e ai mercati internazionali, e che permetta l’approvazione di una nuova legge elettorale. Ma con una controindicazione: può un “governo del Presidente” nascere e restare in vita se il Presidente cambia? Come è accaduto per Monti, Napolitano è stato il vero tutor dei tecnici. Come è possibile che accada lo stesso se il settennato del Quirinale sta per scadere? Non è possibile, a meno che l’itinerario istituzionale non preveda anche la conferma sul Colle dell’attuale inquilino. Eppure ormai tutto spinge in quella direzione. Se poi le borse e lo spread faranno sentire il fiato sul collo della nostra politica, se le agenzie di rating dovessero lanciare un ennesimo avvertimento, allora la strada per un esecutivo del presidente diventerà obbligatoria.

Ma quella è forse la terza fase di questa lunga partita a scacchi. Tra due settimane il capo dello Stato affiderà il “primo” incarico. Da qui ad allora, Bersani scommetterà ancora sull’accordo con i grillini. Spera che alcuni dei senatori del M5S inducano il loro capo a più miti consigli e ad avallare almeno una iniziale nascita del governo Bersani. Una speranza che allo stato si sta rivelando vana. Esattamente la considerazione che molti democratici hanno fatto ieri. Forse per questo molti di loro hanno iniziato a sperare in una “seconda carta” interna al partito, magari una donna, se il centrodestra riuscirà concretamente a “deberlusconizzarsi” il prossimo 23 marzo quando è prevista la sentenza d’appello per il processo Mediaset. Ma affidare le speranze al passo indietro del Cavaliere significa non aver ancora capito come è fatta la destra italiana e quanto è tenace il suo leader. Una ulteriore sentenza di condanna non farà altro che rendere ancora più indigeribile l’opzione di una maggioranza con il Pdl. Anche se qualcuno le volesse mascherare dietro un abusato motto della Prima Repubblica: le convergenze parallele.

manifesto (del 27 febbraio e del 1 marzo 2013), dell'intellettuale che forse meglio di ogni altro esprime l'opinione di chi sostiene la necessità di un'uscita "rosso-verde" dalla crisi del capitalismo italiano. In calce altri riferimenti al dibattito


27 febbraio
Pd e 5stelle ministri a rotazione

Infinite sono le cose che avremmo dovuto capire e non abbiamo capito. Ma prima di tentare di arrivare al nocciolo, vorrei fare alcune osservazioni in controtendenza. Sono rimasto colpito dalla vis polemica e dalla malcelata soddisfazione con cui commentatori di ogni colore e testata hanno salutato in tv e sulla carta stampata il fallimento del tentativo operato da Bersani e Vendola di conseguire una maggioranza autosufficiente sia alla camera, sia al senato. Tale coalizione, se non erro, è risultata tuttavia la prima fra quelle di ugual natura sia alla Camera sia al Senato, e alla Camera, porcello adiuvante, dispone della maggioranza assoluta dei seggi.

Non si va lontani dal vero, ipotizzando che la maggior parte di quei giornalisti e commentatori parteggiasse per un risultato che costringesse ad affiancare, a risultati non straripanti del centro-sinistra, il consenso, indispensabile e autorevole, anzi in pratica dominante, del professor Monti. Questo però non è accaduto: direi per la prevalente responsabilità della lista Monti, uscita in maniera miserrima dal voto, più che per quella del centro-sinistra di Bersani-Vendola. Tutto ciò dopo una campagna elettorale interamente giocata da tutti gli altri principali protagonisti, - Berlusconi, Grillo e in misura non inferiore lo stesso Monti, - allo scopo di sbarrare la strada al «riformismo possibile» di Bersani e Vendola: gli attacchi berlusconiani al ritorno al potere dei comunisti e quelli, non meno vergognosi, del professor Monti al «partito nato nel 1921», sono andati tutti insistentemente in questa direzione. Invece ora quel centrosinistra deve fare da sé, e non è detto che questo non sia un vantaggio.

Non vorrei riesumare la trita teoria del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ma in politica se uno non vede il bicchiere mezzo pieno non riuscirà mai ad affrontare e risolvere il problema del bicchiere mezzo vuoto (sono stanco, anche, stanco da morire, anche di quei nostri intelligenti amici e compagni, che non fanno altro che piangere sui danni che noi stessi ci siamo procurati e sulle macerie con cui, irrimediabilmente, ci tocca di avere a che fare). Allora io la vedo così. Il Presidente della Repubblica può, anzi deve, secondo la norma costituzionale, affidare l'incarico di formare il governo ad uno dei leader della coalizione che in una delle due camere abbia raggiunto una sicura maggioranza: in questo caso mi pare, ovviamente il centrosinistra, che alla camera ne dispone una assolutamente inattaccabile. Bersani, dunque: o un altro? Personalmente ritengo che sarebbe un errore cambiare Bersani con un altro. Bersani ha condotto inequivocabilmente la coalizione a questo risultato (il bicchiere mezzo pieno): cambiarlo sarebbe un escusatio non petita di quello che bene o male finora s'è fatto, una inutile confessione di debolezza e di confusione.

Deve seguirne una chiara proposta programmatica e istituzionale. Rivolta a chi? Andiamo per esclusioni. Considererei un errore strategico, destinato a produrre catastrofi ancor più rilevanti, l'idea di formulare un'ipotesi di grande coalizione con il centro-destra. Se questa idea dovesse cominciare a circolare e poi a prevalere nella coalizione di centro-sinistra, che dieci milioni di italiani hanno votato per ottenere il risultato opposto, tutto sarebbe puramente e semplicemente perduto. Ma io mi spingerei più in là: dobbiamo dire con chiarezza, o almeno fare capire, che non sappiamo che farcene del professor Monti e della sua agenda, l'uno e l'altra sono fra le cause predominanti dell'attuale crisi italiana (se lo avessimo detto mesi fa, non dovremmo dirlo ora con questo accento di rancore e persino di disprezzo nella voce).

Cosa resta? Mi pare che non resti che il Movimento 5 stelle. Attenzione: non parlo di un'alleanza di governo. La cosa che tutti (io per primo) abbiamo capito poco o niente è l'abisso che si è aperto in questi ultimi due decenni in Italia fra le logiche politico-istituzionali tradizionali, proprie di tutti, ripeto: tutti i partiti, e nuove logiche più dirette, immediate e partecipative di cittadinanza. Dunque, non è dall'alleanza che bisogna partire, ma dalle nuove logiche e dalle nuove cose di cui le nuove logiche sono portatrici. Ho ascoltato ieri almeno venti eletti del Movimento 5 stelle parlare in televisione delle cose che vorrebbero andare a difendere e sostenere in Parlamento. Vorrei che mi si credesse se osservo che, almeno in nove casi su dieci, erano le stesse cose, esposte con la stessa logica e quasi con le stesse parole, con cui gli uomini dei comitati della Rete, che io indegnamente in questi anni ho rappresentato, esprimono le loro esigenze e richieste, restando spesso, anche se non sempre, a bocca asciutta. Perciò la cosa non va presa dalla testa, ma dai piedi: quelli su cui si costruisce e si fa camminare un'impresa.

La proposta però non può essere né neutra né generica (valori indefiniti di moralità e di giustizia, appelli stratosferici al cambiamento, eccetera): va riportata al concreto delle spinte reali oggi in atto, che la “politica”, cioè i partiti, hanno misconosciuto finora. Dieci punti di programma, insomma, su cui far ruotare fin dall'inizio la vita del nuovo Parlamento. Non mi sfugge che esista un'altra sfera di interesse primario, che per il Movimento 5 stelle è per ora embrionale, mentre per il centro-sinistra è decisiva: si tratta ovviamente del lavoro. Difficilissimo, lo so, declinarle insieme: ma imprescindibile, se si vuole riprendere il bandolo della matassa. Per suturare le due spinte, - una che proviene più che dignitosamente da un lontano passato e che una si manifesta tumultuosamente dal caotico presente, - ci vorrà, prima che una grande abilità politica, una disponibilità mentale a 365 gradi. Persino la forma del governo dovrebbe tenere conto che l'interlocuzione con i soggetti dominanti ha cambiato natura.

Abominevole un governo di soli tecnici. Ma anche un governo di soli politici sarebbe in queste condizioni esiziale. Perché non pensare ad un governo che ogni sei mesi propone dieci nuovi differenti punti di programma e fa ruotare i responsabili della macchina sulla base delle necessità progettuali di volta in volta emergenti? Adottare criteri di verifica parlamentari ed extraparlamentari è tutt'altro che impossibile, anche tecnicamente: in talune regioni già ci si prova, perché non cominciare a farlo a livello nazionale? La rottamazione, in sé e per sé insensata, come parola d'ordine e arma di un gruppo contro un altro gruppo, può diventare la logica operante di un sistema politico rappresentativo, in cui il professionismo occupi uno spazio limitato e forse, in prospettiva, sempre più limitato. Questo bisogna provare a fare. Se non ci si prova, o non ci si riesce, allora bisogna tornare alle urne. Io vedo questo come l'apertura di una prospettiva peggiore di quella con cui ci troviamo ora a che fare. Spero che questo convincimento sia condiviso da tutti quelli che sono protagonisti di questo snodo decisivo

1 marzo 2013
Pd e movimento devono scegliere

Quanto è accaduto negli ultimi giorni richiede qualche precisazione. Grillo dichiara che il Movimento 5 stelle è disposto a votare singoli provvedimenti ma non la fiducia a questo o quel governo. Grillo non capisce o finge di non capire. Non capisce che, per esserci singoli provvedimenti da votare, deve esserci un governo che abbia riscosso la fiducia del Parlamento: senza questa seconda condizione ovviamente, non può esserci la prima. come se la fiducia consistesse nel voto su una serie di punti di programma, che vengono sottoposti tutti insieme all’approvazione delle camere: di fatto non è che il primo atto di una serie, lunga o breve che sia. Oppure finge di non capire che le cose stanno in questo modo, perché pensa che sia conveniente per il suo movimento che in questo momento ci sia una scelta obbligata per un governissimo nato dalla convergenza di centrosinistra e centro-destra. In effetti, se questa dovesse essere l’unica alternativa possibile, dopo un anno si tornerebbe al voto, il centro-sinistra o, più esattamente, il Pd ci arriverebbe frantumato e il Movimento 5 stelle presumibilmente aumenterebbe i propri consensi: per tentare di governare, allora, ma un paese ridotto ormai alla stregua di una rovina irriformabile e immedicabile.

Quindi, o s’imbocca la prima strada oppure Grillo indica solo la strada del disastro nazionale. Secondo punto. Da tempo immemorabile, nei sistemi democratici, votare o non votare un governo discende dalle scelte compiute in seno ai gruppi parlamentari. Cioè: sono o non sono gli eletti che decidono la linea in parlamento? Bisognerà dunque aspettare che il verso giusto della scelta democratica si ricomponga, anche da questo punto di vista, nei prossimi 15-20 giorni, per sapere come le cose sono destinate ad andare. D’altra parte, questo è anche il tempo utile e necessario per indicare seriamente quali siano le proposte destinate ad attivare la discussione parlamentare e a determinare eventualmente un voto di fiducia nei confronti dello schieramento, e al suo designato rappresentante, cui il presidente della Repubblica avrà affidato l’incarico di formare il governo: i quali non potranno che essere, per ragioni dette più volte, il centro- sinistra e Bersani.

Qui cambiamo fronte e ci spostiamo sull’altro versante. Il centro-sinistra non può limitarsi a enunciazioni di metodo e di buone intenzioni, madeve entrare nel merito. Ripeto, dieci punti, sui quali compiere una decisa inversione di tendenza rispetto al passato. Mi permetto di segnalare che finora non è mai comparso nell’agenda del centrosinistra anche solo uno spunto che riconduca alla gigantesca questione ambientale italiana: quell’insieme di temi e problemi, - difesa del territorio, lotta alle grandi opere, lotta allo sciagurato consumo del suolo, difesa e valorizzazione dei beni comuni, riconquista di un uso umano delle nostre città - che potrebbe costituire il tessuto basilare su cui ricostruire un diverso modo di concepire la politica e un diverso rapporto tra cittadinanza e istituzioni.

Il sospetto è che ai piani alti della politica se ne sappia poco, per non dire niente. È invece la materia su cui rappresentanti del popolo di tipo nuovo potrebbero ritrovare un’idea comune su cui convergere. Le differenze politiche e ideologiche diventano meno impegnative se si tratta di impedire che la logica del profitto stravolga la vita di tutti, in nome di valori che non ci appartengono. Se il centro-sinistra non scende risolutamente anche su questo terreno, sarà difficile ottenere in via straordinaria il consenso necessario per sottrarci a questo gorgo mortale.

Riferimenti utili

Su eddyburg abbiamo riportato, a proposito del dibattito sui risultati elettorali articoli di Barbara Spinelli, Stefano Rodotà, Diego Novelli, Salvatore Settis, Gad Lerner, Paolo Baldeschi e Piero Bevilacqua. Una discussione specifica sulle proposte di Asor Rosa è aperta sul sito della Rete dei comitati per la difesa del territorio

«La nostra democrazia sopravvivrà solo se dalle macerie nasceranno dei veri partiti democratici.». La

Repubblica, 4 marzo 2013

PROTESO a realizzare il suo obiettivo dichiarato – cioè una democrazia senza partiti – Beppe Grillo ha garantito ai suoi elettori che, tanto per cominciare, questi partiti fra sei mesi non ci saranno più. Magari stroncandoli in un nuovo passaggio elettorale, che appare sempre più probabile
Ieri i neoeletti rivoluzionari 5 Stelle hanno avviato i preparativi per aprire il Parlamento «come una scatoletta di tonno», all’apparenza incuranti della drammaticità del momento. Lui medita, soverchiato dall’immensa responsabilità che gli tocca. Ma finora, dall’esterno, ha concentrato la sua vis polemica nel tentativo di frantumare l’ultimo partito che in Italia mantiene una significativa struttura nazionale, cioè il Pd. Altro che dialogo, collaborazione, alleanze. Grillo non demorde: Bersani è «fuori dalla storia»; e «quando si aprirà la voragine del Monte dei Paschi di Siena forse del pd noelle non rimarrà neanche il ricordo». La sua intenzione, a meno di un ripensamento, è estrema: ridurre anche il Pd a mero agglomerato di potentati locali, come di fatto sono già le altre formazioni politiche. Naturalmente s’impongono ottime ragioni per denunciare l’inadeguatezza burocratica degli apparati che sopravvivono alla crisi del sistema dei partiti. Lo stesso Movimento 5 Stelle porta nelle istituzioni significative rappresentanze del solidarismo comunitario cresciuto in numerose vertenze territoriali, incomprese e respinte dalla forma-partito. Uno spirito civico, un’idea di pubblico, una spinta partecipativa che la politica non ha saputo riconoscere.

Ma resta, drammatica, la domanda: può esistere una democrazia senza partiti? O il vuoto che essi lasciano è destinato a essere riempito da un nuovo potere tecnocratico calato dall’alto? Se infatti è vero che la Repubblica italiana in sessantacinque anni non ha regolato l’articolo 49 della sua Costituzione, là dove prescrive che i partiti devono agire “con metodo democratico”, non è un caso che risulti altrettanto inevasa l’attuazione del successivo articolo 50: “Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità”. Quando mai le Camere si sono aperte alla legittima partecipazione dei cittadini? Beppe Grillo non è un improvvisatore quando proclama, a pagina 79 del libro scritto con Dario Fo e Gianroberto Casaleggio (Il grillo canta sempre al tramonto, Chiarelettere): “Noi vorremmo che i partiti scomparissero radicalmente”. E difatti prosegue: “Lo so, molti potrebbero domandare: ma in Parlamento se non ci sono i partiti chi ci sarà? Come può esistere un Parlamento senza i partiti? Ci saranno i movimenti, i comitati, tutte espressioni di esigenze che provengono dalla società civile”. Prima di liquidarlo come velleitario utopista o, peggio, come eversore, dobbiamo riconoscere che il suo pensiero si inscrive in un filone movimentista di antica tradizione giacobina, anarchica, pansindacalista: da Saint Just a Bakunin, a Sorel. Per oltre un secolo i movimenti rivoluzionari sono stati percorsi da questa contrapposizione fra partiti e anti-partito che talora ha assunto forme violente. Da ultimo il leader 5 Stelle ha voluto richiamarsi a un testo del 1940 di Simone Weil, uscito postumo col titolo Manifesto per la soppressione dei partiti politici.

Poco importa che la giovane pensatrice francese l’avesse concepito in polemica col totalitarismo stalinista, nell’ambito di un dibattito sulle forme organizzative che avrebbe dovuto assumere la Resistenza all’occupazione nazista. Né importa che quel suo richiamo assoluto ai principi della Rivoluzione francese, degenerata nel Terrore, e allo scetticismo antidemocratico di Platone, già avesse ispirato Maurras e i primi movimenti fascisti d’oltralpe. A Grillo interessa sostenere, con Simone Weil, che “ogni partito è totalitario in nuce”.

Per replicare all’idea M5S di una democrazia senza partiti, nei giorni scorsi è stato diffuso su Internet un filmato di Hitler che nel 1932 adoperava contro i partiti della Repubblica di Weimar un linguaggio molto simile a quello grillino: “Noi non siamo come loro! Loro sono morti, e vogliamo vederli tutti nella tomba!”. Ma sono schermaglie di scarso significato. Sottoposto com’è a una sfida esistenziale, il Partito democratico, in special modo – per via delle sue finalità sociali e dello stesso nome che porta – non può ignorare il trauma dei legami recisi con tanti protagonisti di conflitti economici, ambientali e civili. Non può liquidare come fenomeno di destra la confusa aspirazione a far senza questi partiti così malridotti. L’errore madornale del Pd è stato quello di proporsi la conquista di un voto moderato del tutto esiguo, anziché farsi interprete della radicalità delle questioni etiche e sociali esplose nella Grande Depressione.

Salvaguardare il Partito democratico dal concreto pericolo di demolizione implica quindi una relazione aperta con il nuovo movimento antipartito. Fino ad aprirsi alle sue istanze partecipative che imporranno al Pd un ricambio generazionale e culturale del gruppo dirigente, oltre che una profonda mutazione organizzativa e di stili di vita. La difesa di una democrazia rappresentativa, come tale fondata sul pluralismo delle formazioni politiche, ma capace di dare voce nelle istituzioni alla partecipazione dei cittadini, nei prossimi anni si configura come l’unica risposta possibile ai diktat autoritari sempre in agguato, quando esplode la rivolta.

Se è vero, infatti, che il progetto di Grillo ha connotati teoricamente rivoluzionari, resta ben singolare la natura del suo movimento: a differenza di Occupy Wall Street e degli Indignados, fenomeni giovanili di critica radicale al sistema capitalistico, il M5S è stato concepito da due maturi benestanti. Sebbene abbiano già raccolto intorno a sé la maggioranza della generazione under 40 sacrificata dal sistema, per ora la instradano in una sorta di lunga marcia nelle istituzioni. Contrariamente alle intenzioni dichiarate da Grillo e Casaleggio, è probabile quindi che per loro sia segnato il destino di dar vita a un nuovo partito. Per l’appunto, la nostra democrazia sopravvivrà solo se dalle macerie nasceranno dei veri partiti democratici.

Forse la via d'uscita dall'attuale crisi politica e di rappresentanza si può cercare nella Carta fondativa del nostro paese, dalle potenzialità spesso sottovalutate.

La Repubblica, 3 marzo 2013

La spietata eloquenza dei numeri azzera la retorica liquidatoria che fino a ieri bollava di “antipolitica” ogni sillaba di ogni grillino e porta il Movimento Cinquestelle, divenuto il primo partito italiano, al centro della politica. «Antipolitica, parola violenta e disonesta», ha scritto Gustavo Zagrebelsky in queste pagine; violenta specialmente in bocca a chi ha sdoganato in passato, in nome della Realpolitik, indiscussi campioni dell’antipolitica come Berlusconi e la Lega. Oggi i numeri del Senato impongono la scelta fra due strade: la prima è l’abbraccio mortale con Berlusconi per un cosiddetto governissimo che sarebbe un governicchio incapace di gestire non dico la crisi ma l’ordinaria amministrazione, in una legislatura breve destinata a finire rovinosamente sfociando in nuove elezioni con Grillo sopra il 50%.

La seconda, verso la quale si registrano faticose aperture, è una maggioranza d’obiettivo Pd-5Stelle. Ezio Mauro ha detto quale dovrebbe essere il programma, peraltro obbligato, di un’alleanza come questa: nuova legge elettorale, drastiche misure contro il conflitto di interessi, riduzione dei costi della politica, revisione del bicameralismo perfetto; Stefano Rodotà ha aggiunto diritti delle persone e beni comuni. Su questo terreno è possibile una convergenza tattica di breve periodo, se il piano è di eleggere i presidenti delle Camere e il Capo dello Stato, affrontare il menu delle riforme e tornare al voto. Sarebbe una maggioranza fragile, afflitta da mutue diffidenze, potenzialmente rissosa. E assediata da Berlusconi e da montiani con voglie di rivalsa. Gettando il cuore oltre l’ostacolo, è dunque il caso di chiedersi se non sia possibile cercare un terreno d’intesa strategica più ampio e radicale.

La prima mossa per farlo è una pratica abbandonata, una virtù desueta: quella dell’autocritica. Il Pd sembra specialmente allergico a qualsiasi analisi dei propri errori, dalla Bicamerale all’incondizionato appoggio al governo “tecnico”, che ha ridotto lo spread al costo di paralizzare il Paese, accrescere la disoccupazione e il disagio sociale, mettere in campo un nuovo partitino di destra. Ma il fallimento di una campagna elettorale che si è afflosciata subito dopo le primarie, quasi che fossero più importanti delle elezioni nazionali, dovrebbe far riflettere. Milioni di italiani (anche chi ha votato Ingroia) hanno dichiarato col voto di non poter più seguire un Pd il cui progetto per il futuro si fonda sull’obbedienza al Volere dei Mercati (ripetendo fedelmente le giaculatorie di Monti). Grillo e i suoi, molti ripetono, non hanno cultura di governo; sanno dire solo dei no, vogliono spaccare tutto all’insegna di una generica indignazione civile, non hanno un vero programma.

E se invece i formidabili anticorpi spontanei contro il sistema che hanno raccolto più di otto milioni di elettori intorno al Movimento 5Stelle avessero un dna comune, una matrice riconoscibile, da cui possa partire una vera proposta di governo? E se il Pd, dopo la vittoria di Pirro che deve ancora digerire, ritrovasse in quello stesso dna qualche ragione di riflessione su se stesso, sull’Italia, sul futuro? Questo terreno comune esiste, nonostante lo sforzo di auto-accecamento che ci impedisce di vederlo: si chiama Costituzione.

Negli ultimi decenni si è aperto un baratro fra i principi della Carta fondamentale e le pratiche di governo. Nella Costituzione troviamo scritta la sovranità popolare, il diritto al lavoro, il diritto alla salute, il diritto alla cultura, il precetto di orientare l’economia e la proprietà secondo il principio supremo dell’utilità sociale (cioè del bene comune). Troviamo un orizzonte dei diritti, mai pienamente attuato, per cui possiamo dire con Calamandrei che «lo Stato siamo noi». Lo Stato, non i governi. Perché i governi hanno fatto il contrario: hanno smontato lo Stato, ridotto lo spazio dei diritti, svenduto le proprietà pubbliche, anteposto il guadagno delle imprese al pubblico interesse, promosso la macelleria sociale (l’espressione è di Mario Draghi) e la creazione di “generazioni perdute” di giovani.

In nome di una concezione miserabile dell’economia come cieca obbedienza alle manovre della finanza, genuflessione ai mercati, concentrazione della ricchezza e pauperizzazione dei più, la democrazia è stata sospesa e mortificata, sono cambiate le regole della politica. “Politica” è il pubblico discorso fra cittadini, che ha come fine la pubblica utilità, come strumento il governo, come regola la democrazia. “Antipolitica” è regolare le sfere vitali della comunità (economia, società, etica) sfuggendo alle regole della democrazia, ponendo l’impersonale supremazia dei mercati al di sopra di ogni istanza di giustizia, di libertà, di eguaglianza. I cittadini che protestano contro tanta violenza, anche se in modo scapigliato e informe, hanno più voglia di politica di molti che la fanno per mestiere, storditi dai tatticismi di partito.

Associazioni e movimenti reclamano più (e non meno) politica, cioè una più alta, forte e consapevole voce dei cittadini. Questo è il senso del travolgente referendum sulla proprietà pubblica dell’acqua, questo è (lo ha scritto in queste pagine Barbara Spinelli) il senso del successo-tsunami del Movimento 5Stelle. Una forte iniezione di Costituzione nelle ragioni dei movimenti non ne cambia le istanze di fondo, le rafforza. In nome della Costituzione, gli anticorpi spontanei che si manifestano oggi nell’indignazione e nel voto (e domani potrebbero diventare barricate e sommosse) possono prendere coscienza del drammatico gap fra orizzonte dei diritti e pratiche di governo. Possono provare a sanare questo gap non chiudendo gli occhi davanti ai problemi (per esempio il debito pubblico), ma cercandone la soluzione in nome non solo dei mercati ma dell’utilità sociale (per esempio colpendo l’evasione fiscale)

Con lo Stato contro i governi: questa lettura del “voto di protesta” (o delle astensioni) passa attraverso la legalità e la Costituzione. Ci ricorda un antico principio del diritto romano (resuscitato in alcune recenti Costituzioni, per esempio in Brasile), l’azione popolare, e cioè il diritto dei cittadini di agire in giudizio, in nome della legalità, contro governi e pubbliche amministrazioni che non la rispettino. Misurare i drammi dell’economia sul metro della Costituzione, cercarvi soluzioni graduali tenendo l’ago della bussola fisso sul bene comune, principio supremo che informa ogni parola della nostra Carta fondamentale. Su questo terreno comune, perché non potrebbe formarsi oggi una maggioranza di governo un po’ più coraggiosa, un po’ meno fragile?

«Un vero e proprio atto di corruzione che, se confermato, avrebbe certamente cambiato la storia del nostro Paese».

La Repubblica, 2 marzo 2013

È SOPRATTUTTO l’illuminante radiografia di un’operazione che configura «un attentato alla democrazia», come dice la vittima di quel complotto, Romano Prodi: «Un vero e proprio atto di corruzione che, se confermato, avrebbe certamente cambiato la storia del nostro Paese».

BANCONOTE DA 500 EURO

Volendola raccontare, forse è giusto dunque chiamarla in un altro modo: tecnica di un golpe bianco. Perché leggendo la desolante confessione di De Gregorio — l’uomo che incassava pacchi di biglietti da 500 euro e aveva persino l’ingenuità di domandare “scusate, ma perché me li date in nero?” — scorrendo l’inquietante ricostruzione degli eventi che i magistrati hanno appena consegnato al Parlamento, è difficile sfuggire al sospetto che sedici anni di vita politica italiana, dal primo voltagabbana che nel 1994 consentì a Berlusconi di avere la fiducia al Senato fino all’ultima transumanza pilotata, quella con cui i “Responsabili” evitarono al Cavaliere di cadere alla Camera alla fine del 2010, siano stati inquinati, avvelenati, truccati da un inconfessabile fiume carsico di milioni in nero, distribuiti a piene mani da un uomo che ha sempre creduto che tutti, alla fine, abbiano un prezzo.
L’OPERAZIONE LIBERTA’
Dei soldi sappiamo già tutto. Quella che De Gregorio, con linguaggio da ragioniere, ha definito «la mia previsione di cassa», era di tre milioni di euro, anche se poi Lavitola gliene consegnò solo due, «in tranches da 200 e 300 mila euro ». A partire dal mese di luglio 2006: e la data è importante, perché in quel momento, e ancora per altri due mesi, De Gregorio è un senatore del gruppo di Italia dei Valori. Eletto dai dipietristi, da Berlusconi. Pagato per fare cosa, esattamente? Siamo nel 2006, Prodi ha vinto d’un soffio le elezioni e ha una maggioranza risicatissima al Senato: il margine è di quattro voti, basta che due passino dall’altra parte e il governo cadrà.
Così, racconta De Gregorio, lancia la sua Operazione Libertà: «Era deciso a individuare il malessere di alcuni senatori che potessero determinare l’evento finale». In concreto, spiega l’astuto ex senatore napoletano, io ebbi un compito preciso: «Il sabotaggio del governo Prodi». Avvenne subito dopo la sua elezione a presidente della commissione Difesa con i voti del centrodestra e contro il centrosinistra, che candidava Lidia Menapace. «Allora discussi a Palazzo Grazioli con Berlusconi una strategia di sabotaggio, che io accettai di adottare rimanendo dentro il gruppo di Italia dei Valori». Come? domandano i magistrati. «Attraverso una serie di azioni che avrebbero indebolito sicuramente il governo all’interno della sua eterogeneità». Per esempio? «I metodi erano diversi», risponde De Gregorio. Il principale però era uno: «Procurarsi dei voti in Parlamento».
L’ODORE DEI SOLDI
“Procurarsi” è una parola anfibia, nel terreno della politica. In Parlamento convincere gli altri a cambiare idea, a sposare la propria causa o ad accettare un compromesso, è il pane quotidiano. Ma non è del libero convincimento che il furbo De Gregorio sta parlando. Non si tratta di persuaderli, si tratta di corromperli. Di comprarli a uno a uno. L’operazione è ad ampio raggio, come vedremo, ma De Gregorio si assume il compito di acquistare il voto di un compagno di partito. «Dissi a Berlusconi che forse Giuseppe Caforio poteva ascriversi al ruolo degli indecisi ». «Puoi offrirgli fino a cinque milioni» risponde il Cavaliere. Ma l’operazione fallisce: Caforio finge di stare al gioco, registra il colloquio e presenta una denuncia penale. Meno uno.

De Gregorio intanto è stato messo alla porta, e il 24 settembre del 2006 esce dall’Idv. In commissione Difesa fa il sabotatore, bloccando tutte le richieste del governo, ma in aula continua a votare la fiducia.

E’ presto per uscire allo scoperto, bisogna aspettare il momento buono. Berlusconi decide di fare una prima prova il 28 febbraio 2007, quando Prodi viene rinviato alle Camere da Napolitano. De Gregorio vota no, finisce 162 a 157: bisogna conquistare ancora tre senatori, per buttare giù il governo. Ci vorranno altri undici mesi, prima che l’impresa riesca.
LA CADUTA DI PRODI
La prima crepa si apre il 16 gennaio 2008, quando Clemente Mastella arriva sconvolto a Montecitorio e annuncia in aula le sue dimissioni da ministro Guardasigilli. Cos’è successo? Ha appena saputo che la procura di Santa Maria Capua Vetere vuole chiedere l’arresto di sua moglie. Chi gliel’ha detto? Non si sa, ma lo scopriremo tra poco. Quattro giorni dopo, Mastella ritira l’appoggio dell’Udeur al governo, costringendo Prodi a presentarsi un’altra volta al Senato per la fiducia, il 24 gennaio 2008. E stavolta viene impallinato: 161 a 156.
Scorriamo l’elenco di chi è passato dall’altra parte: accanto a De Gregorio, e a Mastella, ci sono due “liberaldemocratici”, Lamberto Dini e Giuseppe Scalera. E tutti notano l’assenza di Luigi Pallaro, detto “el senador”, eletto in Argentina dagli emigrati. Misteriosamente, invece di presentarsi in aula ha mandato uno strano messaggio: «In questo difficile momento di crisi non partecipo al voto per lasciare spazio alle decisioni del capo dello Stato». In Parlamento si sparge l’odore dei soldi. Qualcuno è stato corrotto, accusa il Pd. Ma le prove, dove sono le prove?
LAVITOLA RIVELA IL PIANO
Le prove, i magistrati le trovano in una lunga lettera che il faccendiere Valter Lavitola ha inviato a Berlusconi dalla latitanza in Brasile (latitanza consigliatagli dallo stesso Cavaliere, risulta agli atti), un documento che i magistrati napoletani definiscono «di fondamentale e speciale importanza». Al presidente del Consiglio, il 13 dicembre 2011 il faccendiere latitante chiede aiuto, ricordandogli i debiti che ha verso di lui: «Lei subito dopo la formazione del governo, in questa legislatura, con Ghedini e Verdini presenti, mi disse che era in debito con me e che Lei era uso essere almeno alla pari. Era in debito per aver io “comprato” De Gregorio, tenuto fuori dalla votazione cruciale Pallaro, fatto pervenire a Mastella le notizie dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, da dove erano arrivate le pressioni per il vergognoso arresto della moglie, e assieme a Ferruccio Saro e al povero Comincioli “lavorato” Dini.
Ciò dopo essere stato io a convincerLa a comprare i senatori necessari a far cadere Prodi».
Ecco cosa prevedeva dunque l’Operazione Libertà, ed ecco chi ne era stato il braccio esecutivo (non l’unico, come vedremo). E’ un millantatore, questo Lavitola? Macchè. Come lui stesso ricorda puntigliosamente nella lettera, oltre alla promessa di un seggio al Parlamento europeo o di un posto nel cda della Rai, Berlusconi gli aveva già concesso molte cose: «La Ioannucci nel cda delle Poste (aveva promesso di darle anche la presidenza di Banco Posta, anche se ciò non è stato mantenuto) e il commissario delle dighe (ruolo inventato da me con Masi, quando era a Palazzo Chigi». Non solo, ma il Cavaliere aveva anche messo mano al portafogli: «Un finanziamento all’Avanti! di 400 mila euro nel 2008» e «4-500 mila euro (non ricordo) di rimborso spese per la “Casa di Montecarlo” (...) quando io le portai i documenti originali di Santa Lucia». La “Casa di Montecarlo”, come tutti sanno, è il dossier scagliato contro Fini per vendicarsi della sua uscita dal Pdl.
LA VERITA’ SUI VOTI COMPRATI
Capire quello che accadde davvero quel 24 gennaio 2008, quando Prodi venne abbattuto a Palazzo Madama con un margine di tre senatori, diventa più semplice. De Gregorio era stato comprato a suon di milioni. A Mastella era stata fatta arrivare al momento giusto una notizia ancora coperta dal segreto istruttorio, spingendolo a rompere con Prodi. Pallaro era stato convinto — non sappiamo con quali argomenti ma possiamo averne un’idea — a restare lontano dal Parlamento proprio nel giorno in cui il suo voto poteva risultare decisivo. L’ex premier Lamberto Dini era stato, per usare l’espressione di Lavitola, “lavorato”. Quanto all’altro “liberaldemocratico” che con la sua astensione ha dato anche lui il suo contributo alla caduta del governo, il senatore napoletano Giuseppe Scalera, leggiamo quello che dichiara ai magistrati uno dei protagonisti dell’inchiesta sulla P3, Arcangelo Martino:
«Sica (ex assessore della Regione Campania, ndr) mi disse che Berlusconi doveva a lui la caduta del governo Prodi, in quanto si era adoperato con l’aiuto di un imprenditore ben conosciuto da Berlusconi per convincere, previo esborso di denaro, alcuni senatori a votare contro il governo. Mi fece il nome del senatore Andreotti e del senatore Scalera. Mi mostrò anche dei fogli su cui, a suo dire, vi erano segnati gli estremi dei bonifici». Dei bonifici, però, i magistrati non hanno trovato traccia.
A questo punto, il quadro è nitidissimo. Non serve neanche ricordare le voci di un’offerta di due milioni di euro che si diffusero nel novembre 2007, due mesi prima del colpo di grazia, quando Berlusconi ebbe un lungo incontro con il senatore Nino Randazzo — eletto nel più grande collegio del pianeta: Asia-Africa-Oceania-Antartide — costringendo l’interessato a smentire: «E’ vero, ho visto Berlusconi ma abbiamo parlato solo di Australia. Lui è un incantatore di serpenti». E Randazzo, probabilmente, non si era fatto incantare.

Il manifesto, 2 marzo 2013

Caro Bersani, innanzitutto scusa questa mia incursione che può apparire presuntuosa .

È dettata però dalla mia passione per la politica e dalla coerenza che mi ha accompagnato lungo tutta la mia vita di militante, iniziata nel lontano 1945, sulla spinta degli insegnamenti di mio padre (antifascista perseguitato politico negli anni del regime) e di due fratelli partigiani. Sono stato iscritto alla Fgci eppoi al Pci sino al giorno del suo scioglimento. Sulla base della mia esperienza di sindaco, di parlamentare a Montecitorio, di deputato europeo, di membro del Comitato centrale del Pci, posso dire che non si è mai presentata una situazione come quella emersa dal voto.

È la prima volta nella storia della Repubblica che sono presenti in Parlamento uomini e donne di chiara ispirazione progressista che possono veramente cambiare l'Italia al di là del folklore di Beppe Grillo. Se fossi in te farei di tutto per non fare cadere questa grande opportunità. Come tu hai ben detto, il confronto con il M5S deve avvenire subito su proposte concrete con disegni di legge.
1) Legge Costituzionale che cambia solo due cifre e sancisce che i deputati devono essere 300 ed i senatori 150
2) La riforma elettorale deve essere subito iscritta all'odg della commissione Affari costituzionali
3) Legge sul conflitto d'interesse che stabilisca l'ineleggibilità di chi ha interessi personali che possano direttamente ed anche indirettamente avere a che fare con la pubblica amministrazione
4) Piano straordinario per opere pubbliche riguardanti la salvaguardia del territorio e la messa in sicurezza di tutti gli edifici pubblici con priorità delle scuole
5) Istituzione dell'Anagrafe Tributaria per individuare l'evasione e l'elusione, affidando ai comuni l'aggiornamento del catasto e gli accertamenti dei redditi
6) Eliminazione del patto di stabilità interno
7) Eliminazione della Cassa Integrazione sostituendola con un salario minimo garantito per tutti i senza lavoro per la durata di almeno due anni
8) Un tetto per pensioni e stipendi d'oro nella pubblica amministrazione. Riduzione dei cosiddetti vitalizi del 20% e degli emolumenti dei parlamentari (-30%).
9) Legge urbanistica per regolare il regime dei suoli, la difesa dell'ambiente, il blocco del consumo del territorio incrementando con incentivi le ristrutturazioni, il restauro dei centri storici, il recupero di aree industriali abbandonate e la riorganizzazione urbanistica delle periferie. Combattere l'abusivismo eliminando ogni forma di condono
10) Piano energetico per sviluppare le fonti alternative
11) Una tassa di scopo per i redditi superiori a 1 milione di euro per la durata di 5 anni da investire per istruzione e ricerca
12) Sospensione di tutte le grandi opere per dare la priorità alle opere pubbliche più urgenti
13) Piano di smobilizzo di parte del patrimonio dello Stato inutilizzato (vedi demanio militare) per ridurre il debito
14) Drastica riduzione delle spese militari
15) Reintroduzione del falso in bilancio come reato penale e inasprimento della legge sulla corruzione
Questi potrebbero essere i punti di confronto per i primi cento giorni del nuovo governo. Diversamente si assumano i deputati e i senatori del Movimento Cinque Stelle la responsabilità di portare il Paese allo sbando. Fraterni saluti,
Diego Novelli

Una attenta recensione a

Il diritto all'acqua di Carlo Iannello: la proprietà pubblica delle risorse collettive non è "proprietà privata dello Stato". La Repubblica Napoli, 27 febbraio 2013

E’ un libro importante ed utile quello di Carlo Iannello Il diritto all’acqua. L’appartenenza collettiva della risorsa idrica, presentato all’Istituto Italiano Studi Filosofici lo scorso 27 febbraio, per l’angolatura originale da cui l’autore guarda al tema dei beni pubblici/beni comuni, e per gli spunti nuovi e sostanziali introdotti in un dibattito che, per molti versi, sembra essersi avvitato su sé stesso.

Il punto centrale del lavoro sta nell’analisi critica dei contenuti del regime di proprietà pubblica delle risorse, sulla base di una rivisitazione acuta e scrupolosa delle fonti, e delle (purtroppo dimenticate) categorie giuridiche, a partire da quella di demanio.

Il risultato cui Iannello giunge si potrebbe sintetizzare così: la proprietà pubblica delle risorse collettive non può essere considerata alla stregua di una proprietà “privata” dello Stato, essendo il suo esercizio indissolubilmente legato al perseguimento di fini di interesse generale, in nome e per conto della collettività.

Sembra una cosa scontata, ma non lo è, perché quest’assunzione ha due conseguenze rilevanti: da un lato, l’esigenza per una democrazia compiuta, di verificare costantemente la coerenza dei procedimenti amministrativi e delle politiche di gestione delle risorse collettive, con gli obiettivi effettivi di perseguimento dell’interesse generale; dall’altro, l’impossibilità di equiparare la proprietà pubblica con quella privata, per cui lo slogan benecomunista “né con lo Stato né con il mercato” finisce con il non aver più senso.

In questo modo si evita anche il paradossale congiungimento degli opposti, cui pure abbiamo assistito negli ultimi tempi, con le posizioni benecomuniste pericolosamente allineate con quelle del contrattualismo liberista, secondo le quali lo Stato è un soggetto come gli altri nel processo decisionale, al quale non può essere riconosciuto alcun potere regolativo super partes, l’unica fonte di legittimità essendo il patto, il contratto di volta in volta stipulato tra portatori di interessi privati ed autorità pubblica.

La proposta che scaturisce dall’analisi di Iannello è dunque quella del rilancio delle politiche per i beni pubblici, proprio quello che Obama ha dichiarato nei suoi ultimi fondamentali discorsi (quello del reinsediamento e quello sullo Stato dell’Unione), incentrati sull’asserzione che “il pareggio di bilancio non è una politica”, e sull’annuncio dei nuovi grandi programmi federali per la formazione, la ricerca, la manutenzione delle infrastrutture, a cominciare dai 70.000 ponti sui quali si basa la mobilità interna del paese.

Tornando a casa nostra, si tratta di considerazioni simili a quelle svolte da Luca Ricolfi nel suo ultimo editoriale su la Stampa del 22 febbraio (Il dilemma dell’asino di Buridano), con il quale per una volta è impossibile non essere d’accordo, dove si osserva come la spesa pubblica in Italia non sia comprimibile in presenza di un colossale deficit strutturale di servizi e beni pubblici - asili, assistenza agli anziani, formazione, ricerca, scuola, ecc. -, sarebbe a dire delle infrastrutture materiali e immateriali che sono alla base della coesione sociale e dello sviluppo durevole della nazione.

Per tutte queste ragioni, il libro di Iannello costituisce, al di là degli aspetti specialistici, un contributo importante alla definizione di nuove politiche per la sinistra in Italia, in attuazione di un programma costituzionale di promozione del lavoro, dei diritti e delle libertà effettive, ancora largamente inattuato.

Con spirito fortemente critico rispetto ai valori dominanti che diamo per scontati, la recensione a due libri recenti sul rapporto tra valore economico e valore dell'esistenza.

The Ecologist, marzo 2013 (f.b.)

Titolo originale: What price the good life? Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

- Robert e Edward Skidelsky, How Much Is Enough? The Love of Money, and the Case for the Good Life
- Michael Sandel, What Money Can’t Buy: The Moral Limits of Markets

Si tratta di due libri che restituiscono l'economia al suo autentico contesto filosofico e morale, sottraendola alla attuale presunta posizione di scienza. Il lavoro degli Skidelsky è una critica radicale alla nostra vera e propria ossessione per la crescita economica, e alla stessa economia che, sviluppatasi quando la scarsità era norma, ed efficienza e crescita parevano promettere un mondo migliore, oggi mal si adatta a un'era in cui il mondo occidentale vive un'abbondanza un tempo del tutto inimmaginabile.

Gli autori partono da un discorso di John Maynard Keynes del 1930 in cui prevede che entro il 2030 la Gran Bretagna sarà cinque volte tanto più ricca, lavorando cinque volte meno, e disponendo di tanto più tempo per coltivare lo spirito. Oggi siamo davvero più o meno così ricchi, ma che ne è stato del tempo liberato? Gli Skidelsky ci spiegano come si sia semplicemente allargato il concetto di cosa è sufficiente, e che se si continua e seguire l'attuale ortodossia, si andrà avanti in modo indefinito, senza alcun limite per l'accumulazione. Prima dell'era scientifica, l'amore per il denaro era considerato una debolezza morale, e tutte le culture avevano un senso del limite (anche se certamente in un mondo privo di troppe aspettative di mobilità sociale o progresso tecnico). Da Adam Smith in poi tutto questo viene sostituito dall'accettazione di poter possedere di più, anzi dall'ammirazione per chi accumula ricchezze.

In modo simile anche altre civiltà hanno creduto in una buona universale qualità della vita, al fatto che il denaro fosse un mezzo per raggiungere un fine, non un fine a sé. Oggi però politica ed economia non parlano più della vita, ma solo di occasioni, efficienza, livelli di consumo, al massimo di diritti. In modo quasi universale non hanno alcuna propensione ad esprimersi su cosa possa essere una buona vita. Un limite particolarmente grave con l'attuale trionfo dell'economia rispetto ad altre discipline di studio, sino a diventare in realtà la teologia dei nostri tempi. E i pensatori liberali sono convinti della posizione di neutralità fra concezioni contrapposte di cosa possa essere una buona vita, sul non esprimere un giudizio a proposito di cosa possa essere più auspicabile di altro. Una neutralità artificiale, che lascia di fatto tutti gli interessi economici a dominare, a cercare di convincerci a consumare di più.

Sino ad un certo punto di ricchezza delle nazioni, naturalmente, la crescita economica spinge verso una buona vita, la rende disponibile a più persone. Ma oltre quel punto la ricerca della crescita in realtà ci allontana dalla vita, per le pressioni esercitate su tempo, relazioni, natura, autostima, soddisfazione, benessere. A differenza di altri autori, gli Skidelsky non mettono i propri paletti quando si tratta di offrire soluzioni: ma delineano piuttosto una propria definizione di vita, precisando il tipo di scelte generali che possano contribuire a raggiungerla. Una buona vita, affermano, non è semplicemente una sequenza di condizioni soggettive accettabili, ma qualcosa in grado di accogliere in sé valori umani essenziali universali, che presi nel loro insieme ci diano motivo concreto e duraturo per la felicità. Li individuano nella salute, sicurezza, rispetto, amicizia, personalità (ovvero il tempo e spazio per svilupparne una autonoma individuale), coltivazione dello spirito e armonia con la natura.

Per portarci a questa condizione, propongono scelte generali come il reddito minimo garantito, una minore pressione a consumare attraverso una contenimento indotto della comunicazione pubblicitaria (definita “costruzione programmata dell'insoddisfazione”) e un'imposta progressiva sui consumi, a cui si aggiungono un tetto massimo alle ore di lavoro esteso a tutta l'Unione Europea, e un modello di scambi complementare anziché concorrenziale. Idee abbastanza contraddittorie e discusse, certo eresia rispetto al classico punto di vista economico ortodosso, ma se le guardiamo dal punto di vista della buona vita certamente difficili da contestare. Ed è il principale merito del libro il fatto di indicarle con tanta chiarezza e decisione.

Il lavoro di Michael Sandel, What Money Can’t Buy, è complementare alla visione degli Skidelsky, con la sua disamina degli effetti morali del trionfo del mercato. Sandel analizza il modo in cui i valori di mercato hanno invaso la sfera pubblica, sfruttando cose come lo sport o altri aspetti dell'esistenza prima dominati da valori non artificiali, e ce ne mostra gli effetti corrosivi. Scrive: “La più disastrosa trasformazione avvenuta nel corso degli ultimi trent'anni non è tanto la crescita dell'avidità. È invece l'allargarsi del mercato, dei valori di mercato, verso ambiti dell'esistenza a cui essi non appartengono”. E ci elenca numerosi esempi di cose per cui si è creato o si è gonfiato sino a dimensioni enormi un mercato, come gli interventi sulle celle dei carceri, la sponsorizzazione nei nomi degli impianti sportivi, la compravendita di organi umani, l'uso della maternità surrogata nei paesi poveri, gente pagata appositamente per stare in fila davanti al botteghino di uno spettacolo, il diritto di abbattere un rinoceronte, o quello di emettere gas serra.

Questo ragionare tutto attorno al trionfo del mercato, ci spiega, svuota la vita pubblica di qualunque morale, crea ingiustizia e degrado dei valori. Gli esempi scelti da Sandel ci mostrano come “negli ultimi decenni si sia assistito alla ridefinizione dei rapporti sociali a immagine di quelli di mercato” e che “più il mercato si allarga verso la sfera dell'esistenza non-economica, più si intreccia viziosamente con le questioni morali”. Ancora riprendendo il punto di vista degli Skidelsky, si sottolinea quanto lungi dall'essere neutrali, i meccanismi di mercato e incentivo sopprimano tutto quanto al mercato non attiene, riducano l'importanza della sfera pubblica, dello spirito di cittadinanza, del bene collettivo e della vita stessa. Sandel afferma che va confermato e rafforzato il ruolo e forza dello spirito civico, se non si vuole farlo scomparire. “Altruismo, generosità, solidarietà, spirito civico, non sono merci che si consumano con l'uso” scrive. “Assomigliano molto di più a dei muscoli, crescono e si sviluppano esercitandoli. Uno dei difetti di una società dominata dal mercato è quello di lasciare immobili tali virtù”.

Entrambi questi importanti lavori mettono eloquentemente in discussione il trionfo del mercato, col suo vuoto di valori morali, estetici, spirituali, l'assenza di discussione pubblica sui fondamenti economici. Ci spiegano come per affrontare l'ottusa ortodossia di una crescita senza fine si debba offrire una visione alternativa chiara ed eloquente.

Persino Hegel, teorizzatore dello stato etico, ha vigorosamente sostenuto che «l'uomo che muore di fame>> ha non solo il diritto, « ma il diritto assoluto di violare la proprietà di un altro»>>

per assicurarsi la sopravvivenza. Lo ricorda Domenico Losurdo in Hegel e la libertà dei moderni. Ecco un principio fondativo della modernità, quella categoria che designa un'epoca della spiritualità occidentale, oggi diventato un lemma sdrucito del linguaggio pubblicitario. Di fronte alla persona che giace nel più estremo bisogno, perfino la proprietà privata, il più solido architrave della società borghese, deve cedere il passo. Dopo la conquista dell'habeas corpus, uno dei diritti fondamentali della prima età moderna, volto a tutelare l'individuo dall'arbitrio del potere assoluto, ecco un principio eversore dell'ordine dominante: il diritto della persona umana a non soccombere a quella totale assenza di diritti generata dal bisogno estremo.

Oggi, com' è noto, il soccorso a quel bisogno, viene non solo praticato da gran parte degli stati europei, ma fa parte, grazie alla Carta dei diritti , della legislazione dell'Unione. Il reddito minimo, di cittadinanza, o comunque denominato, è una conquista della civiltà giuridica dello stato di diritto. E perciò stupisce non solo la sua assenza dall'ordinamento e dalla pratica statuale in Italia, ma anche la vaghezza, la ritrosia, la timidezza con cui il tema viene trattato dalle forze politiche e sindacali. Forse occorrerebbe collocare questo principio sullo sfondo storico che oggi lo mostra non solo necessario, ma lo proietta nel nuovo ordine possibile delle società avvenire. E' necessario rammentare che nelle odierne società industriali il reddito della grande maggioranza degli individui è dipendente dal loro lavoro salariato. Se questo viene meno, diventa precario, discontinuo, le condizioni della vita materiale precipitano e la dignità della persona, resa fragile ed esposta a forze incontrollabili, subisce uno scacco drammatico.

Oggi tanto più grave quanto più elevati sono i bisogni generali e quanto più vanno deperendo le conquiste novecentesche del welfare. Ora, quali sono le possibilità che, nell'attuale modello di accumulazione capitalistica, si crei sempre nuova e stabile occupazione? Al momento appare perfino ridicolo, con una disoccupazione che in Europa investe circa 50 milioni di persone, argomentare sulle possibilità future del sistema capitalistico di assicurare lavoro stabile alla grande maggioranza dalla popolazione. Un lunghissimo inverno attende la vita di decine di milioni di cittadini, che nei prossimi anni non troveranno di che vivere. E già tale drammatico quadro consiglierebbe a governanti avveduti e prudenti di metter mano al più presto a forme di redistribuzione del reddito in forma stabile e sistematica.

Eppure occorre inserire la richiesta del reddito di cittadinanza in una prospettiva più ampia di quanto oggi non sia visibile in un intervento che può apparire solo un soccorso congiunturale. Bisogna ricordarsi da dove ha origine la presente crisi. E' necessario cogliere un aspetto fondamentale dello sviluppo capitalistico degli ultimi 30 anni. E' qui che occorre scorgere la poderosa inversione strategica di cui è figlio il nostro tempo. Il capitalismo ha subito un evidente deragliamento, che lo ha posto fuori dal suo lungo percorso storico. Ciò che noi chiamavamo “sviluppo” - termine sopravvissuto nell'inerzia linguistica di chi non si è accorto di quanto è accaduto - era una crescita economica che si redistribuiva largamente grazie alla pressione operaia e sindacale, governata dal potere pubblico entro entro i confini nazionali. L'emarginazione del sindacato, la scomparsa del nemico con il crollo del comunismo, lo svuotamento dei partiti di massa, la libertà quasi eslege concessa al danaro, l'apertura di un mercato del lavoro illimitato su scala mondiale hanno dato al capitale poteri forse mai posseduti in tutta la sua storia.

Tali rapporti di forza così unilateralmente vantaggiosi li abbiamo visti all'opera negli ultimi decenni, nel paese-guida del capitalismo, gli USA. Qui abbiamo assistito a un “ritorno indietro” nella condizione delle masse lavoratrici che illumina tutto il senso dell' inversione strategica. La giornata lavorativa si è allungata di quasi due mesi all'anno rispetto ai lavoratori europei – dopo quasi due secoli di progressiva riduzione - i salari sono rimasti congelati, sono nati i “lavoratori poveri”, è dilagato l'indebitamento delle famiglie. E oggi, dopo 5 anni di turbolenza endemica, il capitalismo continua la sua strada invertita grazie alla libertà mondiale di cui gode, sia nella speculazione finanziaria che nella disponibilità di forza lavoro. L'imprenditoria capitalistica non aveva mai avuto a disposizione tante braccia libere, un “esercito di riserva” disposto a lavorare a qualsiasi condizione.
Diciamolo con chiarezza: il capitale e il ceto politico che oggi lo rappresenta, in Europa e nel mondo, hanno un interesse strategico – e la possibilità politica di praticarlo – a mantenere una disoccupazione e una precarietà del lavoro sotto controllo, ma mediamente diffuse e costanti. Sono decisive per conservare la posizione storica di vantaggio conseguita, che consente loro di controllare una variabile importante, i salari, e continuare il processo di accumulazione nelle acque agitate della competizione mondiale. Che cosa invocano, se non tale vantaggio, le litanie quotidiane di politici ed economisti sulla necessità di riformare il mercato del lavoro? Ma tale immensa asimmetria tra capitale e lavoro, che si avvolge su se stessa e si autoperpetua, sta spingendo all'indietro il processo di civilizzazione industriale del '900.

E' dunque su questo perverso interesse che occorre intervenire, rendendo gli individui potenzialmente indipendenti, per la loro possibilità di vita, dal “ricatto” del lavoro. E' questo il punto archimedico su cui far leva. Occorre separare sempre più marcatamente il reddito per vivere dalla prestazione lavorativa. Ciò peraltro non costituisce semplicemente una “concessione” utile alla coesione sociale e al sostegno alla domanda interna. Nelle nostre società viene svolta una massa gigantesca di lavoro non pagato, che accresce incessantemente la valorizzazione del capitale. La fatica quotidiana delle donne che rendono la forza-lavoro dei mariti e dei figli, oltre che la propria, pronta per la prestazione in fabbrica o in ufficio, chi la paga? Chi paga il lavoro in casa, a qualsiasi ora, del giorno e della notte, mentre si sta collegati in rete o al telefono?Per milioni di individui la giornata lavorativa è ormai senza limiti. Mentre il capitalismo si appropria quotidianamente dei saperi, idee, creatività, del general intellect, per dirla con Marx, che la massa degli individui produce incessantemente con la propria operosità molecolare.

Per questo, come dice Rodotà « Il reddito minimo si configura come punto di partenza>> mentre <<L'approdo è il reddito di base incondizionato per tutti, o reddito universale>> (Il diritto ad avere diritti). E' una prospettiva non remota, diversa da quella preconizzata da Keynes nel 1930, nel noto saggio – tanto evocato quanto poco letto – sulle Possibilità economiche per i nostri nipoti, che prevedeva l'accorciamento a 15 ore settimanali dell'orario lavorativo. E perciò si affrettava a rassicurare i moralisti di allora: « tre ore al giorno (di lavoro) sono abbastanza per soddisfare il vecchio Adamo che è nella maggior parte di noi.>> Forse oggi appare più percorribile la strada – preconizzata nel 1999 da Ulrich Beck, di « una società delle attività plurali>>.
Un reddito di cittadinanza, infatti, potrebbe consentire di alternare lavoro salariato con prestazioni familiari, attività di impegno civile con l'impiego in altri servigi di volontariato. Il lavoro che esce finalmente dal regno della servitù quotidiana e si libera dalle prestazioni unilaterali che schiacciano la persona umana. Troppo ricco è diventato il capitalismo perché possa ulteriormente impedire, a chi produce la ricchezza, di essere padrone della propria vita.
articolo spedito anche a il manifesto

«La Repubblica, 1 marzo 2013

L’INVENZIONE politica e istituzionale battezzata “Seconda Repubblica” è crollata miseramente e rischia di seppellire il paese sotto le sue rovine. Un esito purtroppo prevedibile, viste le illusioni sulle quali quella nuova fase era stata fondata. Ricordiamole. Il bipolarismo come bene in sé, che avrebbe inevitabilmente prodotto stabilità governativa, governabilità a tutto campo, efficienza, fine della corruzione grazie all’alternanza al governo di diverse coalizioni. Oggi sarebbe persino impietoso ricordare con nomi e cognomi chi ha assecondato questa deriva, anche se prima o poi bisognerà pur farlo. Ma, intanto, si deve almeno sottolineare come non si sia voluto vedere l’abisso crescente tra quelle illusioni e la realtà, tanto che si arrivò addirittura a dire, dopo le elezioni del 2008, che l’orribile “Porcellum” aveva comunque avuto come effetto quello di stabilizzare il bipolarismo. Se vogliamo comprendere il presente, e progettare il futuro in maniera meno avventurosa, si dovrà partire proprio da una severa lettura critica dell’intera storia della cosiddetta Seconda Repubblica.
In questo momento, il criterio di analisi e di valutazione è ovviamente rappresentato dalle vere novità politiche del voto di domenica e lunedì. Che sono tre: la vittoria del Movimento 5 Stelle, il rifiuto dell’Agenda Monti, il ritorno della politica dei contenuti. La vittoria di Grillo e del suo movimento è già stata commentata nei modi più diversi. Ma la sua “anomalia” si somma al fatto che critiche sostanzialmente analoghe alla politica condotta e poi rilanciata da Mario Monti sono state l’elemento forte della campagna di Silvio Berlusconi. Che gli elettori hanno bocciato in modo sonoro la personificazione di quell’Agenda affidata alla lista “Scelta civica” e che da Monti aveva preso le distanze anche una parte del Pd. Questo dato politico non può essere minimizzato e anzi, nel momento in cui si insiste sulla necessità di andare in Parlamento con proposte precise, contiene una indicazione importante per quanto riguarda appunto i criteri di selezione delle proposte.

Il dimezzamento dei parlamentari e il taglio radicale dei costi della politica, che compaiono in cima all’ipotetica nuova agenda di governo, sono proposte che circolavano da anni e sono la conferma evidente di quel che si diceva all’inizio, dunque della lontana origine della crisi attuale. Ma ridurre della metà il numero dei parlamentari è misura certamente assai simbolica, che tuttavia avrebbe risultati economici modesti, e persino qualche effetto negativo. Nell’ultimo decennio è emersa una enorme manomorta politica, alimentata da aumenti ingiustificati e insensati delle indennità corrisposte agli eletti a qualsiasi livello, accompagnati da una ulteriore attribuzione di risorse a singoli e gruppi che nulla ha a che vedere con lo svolgimento dell’attività istituzionale. Questa manomorta deve essere abbattuta, eliminando ogni beneficio aggiuntivo rispetto alle indennità, a loro volta riportate a cifre socialmente accettabili, con un intervento che azzeri gli appelli alle competenze locali.

Questa operazione, però, deve andare al di là del ceto politico in senso stretto. Un’altra deriva degli anni passati è quella che ha portato ad un altrettanto ingiustificato dilatarsi delle retribuzioni nella dirigenza pubblica. Sono molti i dirigenti che hanno compensi persino doppi rispetto all’indennizzo previsto per il Presidente della Repubblica (248.000 euro). Si può polemizzare con Marchionne sottolineando che la sua retribuzione è 415 volte superiore a quella di un operaio Fiat e ignorare del tutto che sperequazioni ancora maggiori vi sono tra dirigenti pubblici e poliziotti in strada o impiegati ministeriali? Interventi in queste direzioni, insieme alla rottura delle cordate di magistrati amministrativi che ormai governano le strutture pubbliche, non garantirebbero soltanto risparmi, ma sarebbero un segnale importante verso un recupero dell’eguaglianza.

Proprio i principi di eguaglianza e di dignità sono all’origine di un’altra tra le proposte che circolano, quella riguardante il reddito di cittadinanza. Anche qui, tuttavia, bisogna liberarsi delle genericità, evitando di guardare a misure del genere come l’avvio di una fulminea palingenesi sociale. Vi sono ipotesi serie, già trasformate in proposte di legge d’iniziativa popolare, che possono essere subito sottoposte all’attenzione parlamentare, avviando così anche l’indispensabile riordino degli ammortizzatori sociali e sfidando un certo conservatorismo sindacale. È tempo, peraltro, di restituire al mondo sindacale una pienezza democratica per troppi versi perduta, con una legge sulla rappresentanza che davvero può stare in un programma dei cento giorni. Allo stesso modo, ai diritti del lavoro deve essere restituita la loro dimensione costituzionale, abrogando l’articolo 8 del decreto dell’agosto 2011 che permette di stipulare accordi anche in contrasto con le leggi vigenti, ampliando in maniera abnorme il potere imprenditoriale.

Questi esempi vogliono ricordare che un vero governo di programma, capace di abbandonare stereotipi e chiusure d’orizzonte, deve essere esplicito su provvedimenti che riguardino la dimensione sociale, ponendo basi solide per vere politiche del lavoro. Non si tratta di dare un “segnale”, ma di stabilire le giuste priorità in una situazione che, data la tensione sociale crescente, non può essere affrontata insistendo soltanto su misure istituzionali. Intendiamoci. La tensione è alimentata anche dalle gravi inadeguatezze istituzionali che, di nuovo, ci riportano ai vizi della Seconda Repubblica. Enormi si rivelano oggi le responsabilità di quanti, da troppe parti, hanno impedito la riforma della legge elettorale, invocando la necessità che una nuova legge salvaguardasse bipolarismo e governabilità. Abbiamo visto com’è andata a finire.

La riforma elettorale, dunque, è una priorità assoluta, ma pure una buona legge faticherebbe a funzionare se non venissero rimossi gli ostacoli al suo funzionamento, che esigono norme severe sui conflitti d’interesse, riforma del sistema dei mezzi di comunicazione, disciplina davvero severa contro la corruzione, a cominciare dalle norme penali sul falso in bilancio. E nuove norme sulla partecipazione dei cittadini, per riaprire i canali necessari alla comunicazione tra società e politica. Tutte cose che sappiamo a memoria e fin da troppo tempo, e che devono essere prese terribilmente sul serio se si vuol dare una pur minima credibilità ad una prospettiva di governo. Se questa prospettiva dovrà essere coltivata in primo luogo dal Pd, come buona logica istituzionale vuole, bisognerà considerare un’altra novità politica. Il tracollo dell’Udc, considerata come partner necessario, libera dalla subordinazione alle pretese di questo partito su due questioni chiave: i diritti delle persone e i beni comuni. Il Pd ha ormai l’obbligo di proporre norme finalmente sottratte ai diktat fondamentalisti sulla procreazione assistita, sulle unioni tra persone dello stesso sesso, sulle decisioni di fine vita. E deve dichiarare esplicitamente la sua volontà di seguire la strada indicata dai referendum sull’acqua. È un compito difficile, una sfida ai conservatorismi e alle incrostazioni che sono il lascito pesantissimo di un ventennio. Un compito, allora, che non può essere affidato ad alcun tecnico. I punti programmatici diventano credibili solo se vengono incarnati da un governo dichiaratamente politico e provveduto di un altissimo tasso di competenze. Solo così può essere ripreso l’impervio cammino della ricostruzione della fiducia nella politica. E, se uno spirito deve essere invocato, forse è quello del discorso sulle quattro libertà pronunciato da Roosevelt all’indomani dell’attacco giapponese a Pearl Harbor. La ricostruzione della Repubblica esige che agli italiani vengano restituite due di quelle libertà: quella dal bisogno e quella dalla paura.

Un'opinione sulle ragioni immediate dello scossone che ha sconvolto il quadro politico. La parola "populismo".

La Repubblica , 27 febbraio 2013

La cosa più difficile, dopo il gran botto delle elezioni, è districare il groviglio di luoghi comuni, frasi fatte, formule-slogan che ci accompagnano da mesi e anni. La parola populismo innanzitutto.

Ovvero quest'accusa lanciata disordinatamente contro chiunque abbia l'ardire di accusare i politici regnanti e le loro vaste provinciali inadeguatezze. Ma anche vocaboli come sacrifici, austerità: presentati come nobili porte strette che ci avrebbero restituito prestigio europeo, e che dovevamo alle generazioni future. Infine il concetto-chiave: governabilità. Parola un po' irrisoria, quando il termine oggi preferito non è governo ma l'inafferrabile governance tecnica. Si sono accartocciate come foglie, queste frasi fatte, trascinate da un vento che non sappiamo dove andrà ma sappiamo da dove viene, sempre che si voglia reimparare non solo la politica, ma anche la geografia di un'Italia così poco perlustrata, e compresa.

Ilvo Diamanti ha detto una delle cose più sensate, constatando lunedì lo straordinario successo di Grillo e la non meno portentosa ripresa di Berlusconi. Ha detto, quasi smarrito: "Non sappiano quale sarà la prossima storia d'Italia". È uno smarrimento salutare: sospende il giudizio davanti al monumentale evento. Comunque non lo interpreta ricorrendo ai luoghi comuni su cui tanta parte della politica, della stampa, della Tv, da tempo sono adagiati.

È vero: c'è del populismo in Grillo come in Berlusconi. C'è l'antico ribrezzo provato dalla democrazia sostanziale (il paese reale) verso la democrazia formale, rappresentativa (il paese legale). Se però l'avanzata di Grillo e la rivolta fiscale berlusconiana fossero un vento solo distruttivo, la storia sarebbe prevedibile. Non lo è affatto invece. Anche se dissimili, i populismi non sono oggi solo furia e raptus.

Altro s'intuisce, specie nel voto a Grillo. C'è il desiderio del popolo di farsi cittadino, anziché massa informe, zittita, spostabile. E c'è una vera e propria esplosione partecipativa: non un fuoriuscire dalle istituzioni pubbliche, come in Forza Italia o Lega, ma una presa di parola. Qualcosa di simile all'Azione popolare che Salvatore Settis chiede ai "cittadini per il bene comune", al loro spirito comunitario. Il cittadino dipinto da Grillo non intende annientare lo Stato: "si fa Stato", vuol essere ascoltato, contare. Diffida di un patto con le generazioni future che "salti" quella presente.

Non fu Monti a dire, senza arrossire, che esisteva una generazione perduta di 30-40enni? Citiamo quel che disse al Corriere il 27 luglio 2012: "Esiste un aspetto di 'generazione perduta', purtroppo. Si può cercare di ridurre al minimo i danni, di trovare formule compensative di appoggio, ma più che attenuare il fenomeno con parole buone, credo che chi (...) partecipa alle decisioni pubbliche debba guardare alla crudezza di questo fenomeno e dire: facciamo il possibile per limitare i danni alla generazione perduta, ma soprattutto impegniamoci seriamente a non ripetere gli errori del passato, a non crearne altre, di 'generazioni perdute'". Non facile, per tale generazione, votare senza far deflagrare questa disinvoltura.

Viene poi l'austerità: la condanna di gran parte dei votanti è detta irresponsabile, come se le elezioni fossero una tavola rotonda fra massimi esperti e massime dottrine. Ma un paese deciso a prender la parola non disquisisce calmo: ne va della sua pelle. Qui è l'aspetto più sconvolgente del voto, a mio parere. È l'abissale ignoranza di quel che bolliva nei nostri sottofondi: non da mesi, ma dall'inizio della crisi e forse prima. Le prime iniziative civiche nascono negli anni '90, così come i Verdi tedeschi son figli di Iniziative cittadine (Bürgerinitiativen) che negli anni '70 immaginarono un altro sviluppo economico, un vivere più austero, e nuovi diritti civili (comunità familiari, unioni analoghe ai matrimoni, anche omosessuali).

Il sottosuolo italiano era ignoto a quasi ogni partito, e la lotta elettorale non sarà dimenticata: chi è andato a parlare al Sulcis o a Taranto, chi ha scandagliato la Sicilia città dopo città, come i comunisti d'un tempo, se non Grillo? Gridava slogan, ma era lì dove si soffriva, l'occhio fisso sulla crisi. Grillo non nega il baratro, a differenza di Berlusconi. Guarda in faccia le paure annunciando guerre, ma il legame crisi-guerra è innegabile. Non solo. È stato l'unico a dire l'acre verità, per noi e i paesi industrializzati: "Saremo tutti più poveri, forse, ma almeno saremo più solidali". All'Economist ha confidato: "Il mio movimento è un antidetonante: regola la paura". Difficile confutare il suo presagio: senza M5S, l'ira popolare secernerebbe un'Alba Dorata greca o il dispotismo ungherese di Orbán.

Si è parlato più volte del New Deal di Roosevelt, per vincere una crisi che ricorda il '29. Nulla di analogo viene proposto, né dai governi né dall'Europa, che se solo lo volesse potrebbe lanciare un piano simile. Vorremmo ricordare tuttavia che il New Deal non costruì solo strade, ponti, scuole, università. Roosevelt era convinto che il governo dell'economia aveva fallito, cedendo ai mercati, per un'altra ragione, non contabile ma culturale: l'immane continente americano era ignoto, oscurato da stampa, libri e cinema. Il gran pentolone andava scoperchiato: primo perché chi vive nel cono d'ombra - se visto - si sente riconosciuto, riconquista dignità; secondo perché i governanti correggono i mali solo se li discernono.

Nacque così negli anni '30 il WPA (Work Progress Administration), finanziato dal pubblico e incaricato di esplorare i recessi dell'America. Senza quel programma non avremmo avuto Il Furore di Steinbeck; le emissioni radio e le messinscene teatrali di Orson Welles (fra il '36 e il '37); le musiche popolari raccolte in tutta America da Nicholas Ray; i documentari e fotoreportage sul continente invisibile. Venne poi il Living Newspaper: i fatti del presente venivano inscenati in teatri molto popolari, promuovendo la partecipazione sociale (senza remore ideologiche si imitò il teatro-agitprop sovietico).

C'è chi parla di macerie: tale sarebbe l'Italia dopo il voto. Ma anche questo è luogo comune. Le macerie già c'erano, affastellate da partiti chiusi nei recinti e da regioni (la Lombardia, non esclusivamente la Sicilia) prive di senso dello Stato da un secolo e più. In tutta la campagna, Bersani non ha trovato un solo progetto forte, che oltrepassasse la propria cerchia e si mettesse in ascolto di rivolte e paure. Tanto temeva il populismo che ha sottostimato la rivolta contro le tasse, quasi non sapesse che pagare un'Imu altissima in piena crisi era impossibile a persone con una casa, ma senza soldi. Ha minacciato di tassare i patrimoni superiori a 1,3 milioni, impaurendo le classi medie più che i veri ricchi. Vuol vietare i pagamenti in contante oltre i 300 euro, e ironizza sulla "storiella delle vecchiette" senza carta di credito. Tutt'altro che storiella in un paese vecchio, non abituato alla credit card. Non sono certo lì gli evasori.

L'ignoranza del paese ha distrutto partiti-padroni, e tutto diventa davvero imprevedibile. Ma l'imprevedibilità può essere anche un'enorme occasione: incita a cambiamenti sociali profondi. I progetti alternativi ai dogmi dell'austerità possono sortire effetti negativi: tanti lo temono, insieme al governo tedesco. Ma anche l'anticipazione di effetti perversi può fallire. Se ci precludessimo ogni sperimentazione saremmo paralizzati, prede di ricette che già annientano la Grecia. Nella vita individuale come in quella collettiva vale la pena buttarsi nell'ignoto, riconoscere che certe cure sono mortali. In Italia vale la pena tentare alleanze inedite (l'accordo prospettato da M5S sulle idee: conflitto d'interessi, corruzione, costi della politica), perché solo osando e provando tramuteremo la crisi in una trasformazione. E non è una trasformazione, ciò cui aspiriamo?

Fra i risultati più vistosi del disastro elettorale italiano, l'incapacità di ascolto del centrosinistra, tutto, su un tema legato a doppio filo allo sviluppo socio-territoriale e all'urbanizzazione globale. Articolo di Paolo Berizzi, e intervista a Andrea Di Stefano di Luca Fazio,

la Repubblicail manifesto, 27 febbraio 2013, postilla (f.b.)

la Repubblica
Addio Padania, federalismo tramontato ora il sogno è il cantone con la Baviera
di Paolo Berizzi

MILANO — Chi è allergico alle meline linguistiche può ripescare l’ultimo Bossi. «Se vinciamo in Lombardia il Nord si stacca» (Repubblica, 3 febbraio). Adesso che la Lega, dopo Veneto e Piemonte, ha preso anche il Pirellone la domanda è: si fa o non si fa questa macroregione del Nord? E che cosa sarà, o dovrebbe essere, esattamente? Le nuvole che fino a pochi giorni fa galleggiavano nel cielo “padano” – «via alla macroregione del Nord», «è solo una bufala», «bella idea, ma irrealizzabile», se ne sono sentite di ogni – adesso si diradano: e ora il progetto è destinato a camminare, così almeno pare. Chiamatelo come preferite. Cantone. «Macroregione alpina».
Land settentrionale. In sostanza ci sono quattro Regioni – Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia – che vogliono confederarsi.

Si ritengono, di fatto, già unite da un «patto di solidarietà territoriale». Una «sintesi» che in soldoni sta nelle parole del neogovernatore Maroni il 16 febbraio a Sirmione (Bobo era ancora in campagna elettorale, la prima pietra del progetto fu posata simbolicamente sul Garda da tre presidenti di Regione più lui). «Se una Regione ha un problema, diventa il problema di tutti». Conviene partire da qui, dai «problemi». Anzi “dal” problema: le imprese. L’economia. «Dobbiamo preservare il nostro tessuto economico sulla base di rapporti di amicizia con la forza delle Regioni del Nord», ancora Maroni. La forza. Le quattro Regioni che sognano di «andare da sole» entrerebbero a far parte della «macroregione alpina» lanciata dalla Baviera il 29 giugno (accordo firmato dai presidenti del Nord Italia, della Carinzia, della Slovenia, e appunto della Baviera).

È questo, nella ridisegnata geografia del Carroccio post naufragio federalista, l’approdo finale, il «sogno». Sulla carta quella che verrebbe a delinearsi sarebbe l’area economico-manifatturiera più
importante d’Europa e del mondo: 70 milioni di abitanti spalmati su 49 regioni di 7 Stati, una superficie di 450mila chilometri quadrati con un prodotto interno lordo pro capite annuo di 22.800 euro. Un mega-motore europeo che però fa del localismo e dell’antieuropeismo
la sua cifra. Ma in che forma Lombardia, Piemonte, Veneto e Friuli si consocerebbero? Il concetto che ha in mente Maroni è quello di un «sindacato territoriale». Una sorta di cartello contro la pressione del fisco e a difesa del patrimonio delle aree interessate. «Un patto, faremo un patto». L’hanno ripetuto come un mantra i governatori del Nord: i tre leghisti Maroni, Cota e Zaia, e il pidiellino friulano Renzo Tondo. Il «patto». Ognuno l’ha declinato a modo suo. Per Cota è un «patto di solidarietà». Per Zaia un «patto d’attacco, di legittima difesa contro la cialtronaggine nazionale ». «Parlare di macroregione significa confrontarsi in Europa per proporre un modello cantonale come la Svizzera», ha ragionato ieri il presidente veneto senza risparmiare una stoccata a Flavio Tosi («non è che la Csu italiana se la fanno in tre in una cabina telefonica »).

Zaia è l’unico che in Veneto è riuscito a arginare l’emorragia di voti leghisti. Al modello bavarese lui, e non è il solo, sostiene di preferire quello dell’Svp in Alto Adige. O quello già abbozzato del Gect, l’Euregio senza confini sottoscritto a Venezia tra Veneto, Friuli e Carinzia. Si tratta di «nuove forme di collaborazioni sovraregionali anche transfrontaliere», “cartelli” senza confini ma nei quali ogni realtà mantiene la propria identità territoriale. Un altro precedente è quello dell’euroregione Alpi-Mediterraneo attiva dal 2007 tra Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta, Provence- Alpes-Cote d’Azur e Rhone- Alpes.

E la “Padania”? Nessuno ne parla più. Era stato uno dei primi comandamenti del nuovo corso Maroni: basta fantaregioni, meglio la parola «Nord»: più concreta, propedeutica al «patto» macroregionale. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo qualche ostacolo. Per esempio la Costituzione (dovrebbe essere modificata tranne che si sfrutti l’art. 132 che disciplina la fusione di nuove Regioni, e comunque è il Parlamento che decide). Di più: le euroregioni già esistenti (più di cento) sono sì partecipate da soggetti territoriali dell’una e dell’altra parte dei confini, ma non presuppongono nuovi livelli di amministrazione. Poi c’è il Pdl, che al netto di un «accordo elettorale nero su bianco» (Maroni), non sembra essere proprio appassionatissimo al tema. C’è stato un tempo in cui il sogno leghista si chiamava federalismo. Poi è andata come è andata. Ma in via Bellerio in queste ore nessuno ha voglia di ricordarlo.

il manifesto «Perdiamo perché non abbiamo espresso la radicalità del M5S»
intervista a Andrea Di Stefano, di Luca Fazio

MILANO - Sembra trascorso un secolo da quando la sinistra aveva pescato il jolly per cercare di accompagnare Ambrosoli in cima al Palazzo della Regione Lombardia. Andrea Di Stefano, capolista di Etico a Sinistra, direttore della rivista di finanza etica Valori, aveva ridato fiducia a un elettorato deluso dagli ormai ex partiti della sinistra storica (Prc, Pdci, Verdi).

Un disastro, te l'aspettavi una sconfitta di queste proporzioni?Sinceramente mi aspettavo almeno un testa a testa. Tutti noi abbiamo sottovalutato la forza del centrodestra e soprattutto il voto grillino, quelli erano voti nostri.

Eppure, ancora adesso, molti a sinistra parlano di deriva populista e voto fascista, prevale il livore sull'analisi.Ritengo questo atteggiamento profondamente sbagliato, prima e tanto più dopo il voto. Si tratta di un segnale chiaro e democraticamente ineccepibile. E' evidente che i vecchi stilemi della sinistra ormai sono morti, probabilmente la nostra coalizione è stata vissuta dall'elettorato come vecchia e superata, e l'abbiamo pagata molto cara.

Altri errori compiuti durante la campagna elettorale?Direi che siamo stati titubanti su alcuni temi. Avremmo dovuto dare l'idea di un cambio radicale su tematiche centrali come le grandi opere, la gestione del territorio, se non altro per soddisfare quella domanda reale di cambiamento che si respira girando per la regione. Il voto grillino è un voto radicale, e noi non lo siamo stati abbastanza. Basta dare un'occhiata al programma dei grillini per comprendere che quel 13% della loro candidata esprime una cultura a noi molto vicina.

Il centrodestra in Lombardia era ai minimi storici, frantumato dagli scandali, infiltrato dalla 'ndrangheta. Perdere oggi significa non vincere mai più.E' la sconfitta più grave. Non siamo stati in grado di dare un segnale di discontinuità. E' stato un errore anche caratterizzare la campagna sfruttando la presenza dei leader nazionali, non siamo riusciti a rappresentare una rottura col passato.

La sinistra non esiste più. Ti sembra possibile ripartire da zero, o è davvero finita?Anche la lista Etico a Sinistra ha sofferto la classica alchimia delle segreterie dei partiti che respinge l'elettorato. Ma non considero di destra il voto grillino, è una ripartenza democratica con cui si può dialogare, dimostra che il messaggio conta più delle persone e dei candidati, del resto chi li conosceva i nuovi eletti lombardi del M5S? Nessuno. Per cui bisogna ricominciare ragionando a partire dai contenuti, con meno spocchia e molta umiltà: sai quanti sono i militanti dell'Arci, per esempio, che hanno votato Grillo?

Eppure una parte della sinistra sembra ancora troppo sotto botta per un approccio meno pregiudiziale.Invece io penso che l'esito del voto dimostri che siamo un paese avanzato dal punto di vista democratico, perché laddove c'è stato un voto di protesta contro le sciagurate politiche economiche europee sono nate formazioni di estrema destra, come Alba Dorata. Si possono non condividere posizioni forti tipo l'uscita dall'euro, ma non per questo si deve rifiutare un confronto con l'M5S.

La tua carriera politica è terminata?Sono rimasto molto coinvolto da questa esperienza, ma devo riflettere.

Beh, prima o poi a Palazzo Marino la sinistra dovrà rieleggere un sindaco.Va beh, ne parliamo un'altra volta...

postilla
Non mi pare affatto importante aggiungere una irrilevante voce allo sterminato coro (sono in tantissimi a sostenerlo, oggi) del noi l'avevamo detto, che così vi stavate scavando la fossa. C'è, di sicuro, un verificato consenso popolare su alcuni temi centrali, per nulla ascoltati dalla politica o relegati in terza e quarta fila, ma colti intuitivamente dalla Lega di Maroni, che naturalmente li declina a proprio modo e vantaggio. Quello della Megalopoli è forse il principale, il contenitore di tutto, per sommare i grandi interessi alle aspirazioni individuali e locali. E sarà certamente il caso di tornarci sul tema in questo sito, perché più che mai società, politica, città, territorio, ambiente, sviluppo, democrazia e partecipazione là dentro già convivono, in una specie di coppia di fatto aperta. Da interpretare, e non da negare o peggio ideologicamente, ciecamente reprimere. Anche perché Savonarola non porta neppure voti (f.b.)

«La crescita delle disuguaglianze e la de-solidarizzazione dei ricchi in una economia globalizzata rischiano di far cadere il fragile equilibrio tra libertà, solidarietà e uguaglianza dei diversi su cui si è retta, la democrazia occidentale». Recensione del librodi A.Zampaglione, nella fortunata collana di Laterza

La Repubblica, 23 febbraio 2013


«La democrazia non ci promette di realizzare un ordine superiore di vita o una società perfetta. Non ci promette neppure di dare vita a una società di eguali. La sua funzione consiste nel tenere insieme libertà e pace sociale, di far sì che, diventando cittadini, persone che sono diverse nelle opinioni e nelle situazioni sociali, nelle credenze e nelle aspirazioni, vivano insieme rispettandosi, all’interno di un sistema di diritti e di doveri ugualmente distribuiti». Se la prima metà del Ventesimo secolo ci ha insegnato quanto possa essere devastante un’idea di uguaglianza senza libertà individuale, oggi, nelle nostre democrazie consolidate, a essere a repentaglio sono l’uguaglianza e l’universalismo.

La cultura, prima ancora che le politiche, neo-liberista che dagli anni Ottanta del Novecento ha incrinato il consenso insieme keynesiano e socialdemocratico che aveva guidato le democrazie capitaliste occidentali, ha infatti presentato la regolazione dei mercati e i sistemi di welfare sviluppati nel do-poguerra come inciampi indebiti alla libertà economica e all’accumulo di ricchezza. Nonostante i molti segnali di fallimento sul loro stesso terreno delle politiche neo-liberiste degli ultimi decenni (allontanamento del sogno della piena occupazione e del benessere per tutti), la delegittimazione delle politiche universalistiche e degli interventi di contrasto alle disuguaglianti escludenti e squalificanti è continuato, trovando nuova linfa nei processi di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia. Questi hanno eroso le basi sociali dell’economia e il senso di responsabilità per il bene comune di chi ha di più. A differenza, o molto più, dell’industria edelle cosiddetta economia reale, la finanza non ha né patria né territorio; e chi la manovra non ha particolari interessi nello stato di uno o l’altro paese e di chi ci vive, salvo che quando lo sente come un ostacolo da rimuovere, come successe in Cile con Pinochet contro Allende.

Di più, la straordinaria escalation della globalizzazione economica e finanziaria rende gli stati meno democratici, perché riduce la loro sovranità di decisione proprio nelle scelte politiche più ampiamente e socialmente democratiche, ovvero in quelle che riguardano appunto la regolazione dei mercati e la redistribuzione via welfare state. Alla globalizzazione e de-territorializzazione dell’economia fa da contraltatare quasi speculare un rafforzamento della richiesta di politiche identitarie, che circoscrivano “gli uguali” — quelli che “hanno diritto ad avere diritti” — rispetto ai “diversi”, le cui domande di appartenenza comune vanno respinte — che si tratti dello slogan “prima il nord”, o del rifiuto a riconoscere pari dignità alle persone omosessuali. Se il primo fenomeno provoca una sorta di secessione dell’economia non solo dagli Stati, ma anche dagli organismi internazionali, il secondo provoca una sorta di secessione interna, con il prevalere delle identità nazionali, etniche, religiose, (etero) sessuali, e così via sulla comune appartenenza statuale. Sotto questa doppia spinta secessionistica, la democrazia sta conoscendo una mutazione tanto silenziosa quanto insidiosa dei meccanismi che la fanno vivere e riprodurre.

È questo il filo conduttore della densa e articolata riflessione che Nadia Urbinati svolge nel suo ultimo libro in uscita da Laterza (Mutazione antiegualitaria), scritto in forma di intervista con il giornalista Arturo Zampaglione. Una riflessione che spazia da una sorta di ricostruzione della sua autobiografia intellettuale ad analisi puntuali di fenomeni sociali e politici quali la Lega o Occupy Wall Street e che incrocia la tradizione intellettuale e pratica della democrazia statunitense con quella europea continentale, con il ruolo diverso che in esse gioca l’atteggiamento verso lo stato. Ma il tema centrale, cui Urbinati continua a tornare, è che la crescita delle disuguaglianze e la de-solidarizzazione dei ricchi in una economia globalizzata rischiano di far cadere il fragile equilibrio tra libertà, solidarietà e uguaglianza dei diversi su cui si è retta, almeno idealmente se non sempre nei fatti, la democrazia occidentale. Una mutazione che, per non diventare fatale, richiederebbe la capacità di sviluppare nuove narrazioni, che rimettano in moto la disponibilità a operare per un bene comune consensualmente definito.

Che siano beni pubblici, collettivi o comuni una cosa è certa:trasformarli in merci, privatizzarli, farne fonte di rendita per chi può impadronirsene.

Il manifesto, 23 febbraio 2013

Ache serve la crisi europea? Una delle risposte è che rende indispensabile la privatizzazione delle attività pubbliche, con grandi profitti per i privatizazione delle attività pubbliche, con grandi profitti per i privati. Come mostrano i casi di Spagna, Grecia e Portogallo.

L’Europa è avvolta in una spirale senza uscita fatta di ricette controproducenti, mentre la crisi fa il suo lento, inesorabile lavoro. Le famiglie, se possono, risparmiano e contraggono i consumi. Le imprese non investono. Le banche cercano di limitare i danni e riducono il credito. Una crisi di debito estero (prevalentemente privato) è stata spacciata per una crisi di debito pubblico. La spesa pubblica viene bloccata con perfetto tempismo da un trattato internazionale che impone un rozzo vincolo di pareggio di bilancio, senza troppo distinguere se si tratti di spesa per investimenti o di spesa corrente.

Era ben noto che una politica di repressione della spesa pubblica, in presenza di un eccesso d’indebitamento del settore privato e di tassi di interesse già bassi e ai minimi storici, non poteva che avere effetti deleteri. Il crollo della domanda interna ha raggiunto le economie più solide della zona euro, che si avvicinano anch’esse a scenari recessivi. Assumendo l’impossibilità di una follia collettiva di tutte le classi dirigenti europee, resta da chiedersi cui prodest? A chi giova tutto questo? Non è un caso che le ricette per uscire dalla crisi più in voga si concentrino su un punto: la dismissione del patrimonio pubblico per ridurre il debito. Ovviamente, la sensazione di trovarsi in un vicolo cieco per le finanze pubbliche, con la scelta obbligata di privatizzare enti, beni e servizi pubblici, è la scena classica di un film già visto in tante parti del mondo.

Non ci si arriva per caso, anzi, spesso è uno degli obiettivi neanche troppo nascosti della lunga strategia di logoramento del settore pubblico, la cosiddetta starve the beast. La bestia è lo Stato, nemico ideologico da affamare, sottraendo continuamente risorse necessarie al suo funzionamento. La qualità dei servizi che esso eroga al cittadino diminuisce. Il cittadino lo nota e incomincia a chiedersi se davvero valga la pena mantenere in piedi con le proprie imposte un servizio pubblico sempre più scadente.

Poi arrivano i salvatori della patria, che comprano l’azienda o servizio pubblico a un prezzo conveniente e ne estraggono profitti. Quando va bene, il nuovo proprietario del servizio ex-pubblico lo eroga in modo più selettivo e a costi maggiori per il cittadino. Quando va male, scorpora la parte migliore da quella cattiva, scarica i costi sulla collettività (bad companies), sfrutta gli attivi ancora validi, e poi scappa.La privatizzazione della sanità negli Stati Uniti ha raddoppiato i costiper i cittadini, escludendo un’enorme fetta della popolazione da ogni copertura sanitaria. Una volta capito l’errore commesso e verificati i costi economici e sociali di tale processo, l’inversione di questa tendenza nefasta è l’atto che Obama considera come il più importante del suo primo mandato presidenziale.

L’esperienza delle «riforme» nell’Europa centrale ed orientale subito dopo la caduta del comunismo ci insegna che le privatizzazioni realizzate per necessità di far cassa si traducono in svendite di beni comuni a vantaggio di pochi privati, che i primi servizi a essere privatizzati sono quelli che funzionano meglio, i gioielli di famiglia, e che questo contribuisce a un notevole aumento delle disuguaglianze.

Altre parti del mondo, come l’America Latina, hanno vissuto esperienze simili, in cui beni e servizi pubblici sono stati ceduti a condizioni vantaggiose solo per l’acquirente. Non è un caso che Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo secondo Forbes, debba la sua fortuna alle privatizzazioni selvagge degli anni ’80-‘90 in Messico, dalle miniere alle telecomunicazioni. Adesso è il turno della vecchia Europa. Il Portogallo ha chiuso il 2012 privatizzando gli aeroporti, la compagnia aerea nazionale, la televisione (ex) pubblica, le lotterie dello stato e i cantieri navali. In Spagna le privatizzazioni «express» riguardano i porti, gli aeroporti, la rete di treni ad alta velocità, probabilmente la migliore e più moderna d’Europa, la sanità, la gestione delle risorse idriche, le lotterie dello stato e alcuni centri d’interesse turistico. La Grecia è stata recentemente esortata ad accelerare il processo di privatizzazione dei beni e servizi erogati finora dallo stato, come condizione per continuare a ricevere gli aiutieuropei.
In Italia Mario Monti, poco prima di dimettersi da Presidente del Consiglio, decretava l’insostenibilità finanziaria del sistema sanitario nazionale, spiegando la necessità di «nuovi modelli di finanziamento integrativo». L’agenda Monti oggi ci ricorda che «la crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane» e quindi invita a «proseguire le operazioni di valorizzazione/dismissione del patrimonio pubblico». E sulle prime pagine di alcuni giornali c’è anche chi vede ancora «troppo Stato in quell’agenda».

La teoria economica e l’esperienza del passato ci insegnano che la privatizzazione di aziende pubbliche se da un lato riduce il deficit di un dato anno, dall’altro ha un notevole rischio di aumentare il deficit di lungo periodo, nel caso in cui l’azienda dismessa sia produttiva. Inoltre non basta che la gestione privata sia più efficiente di quella pubblica; il guadagno di efficienza deve anche assorbire il profitto che il privato necessariamente persegue.

Se chi vende (lo stato) ha urgenza e pressioni per farlo, chi acquista (privati) ha un chiaro vantaggio negoziale, che gli permette di ottenere condizioni più convenienti. E se le condizioni della privatizzazione sono più convenienti per il privato, esse saranno simmetricamente più sconvenienti per il pubblico, cioè i cittadini.Studi recenti dimostrano come i cittadini dei paesi che hanno subito privatizzazioni rapide e massicce negli anni ’90 siano profondamente scontenti degli esiti. I giudizi expost sono tanto più critici quanto più rapide erano state le privatizzazioni, maggiore la proporzione di servizi pubblici svenduti (acqua ed elettricità in particolare), e più alto il livello di disuguaglianza creatosi nel paese.

La questione delle privatizzazioni è il punto d’arrivo del processo che l’Europa e l’Italia stanno vivendo. Discuterne più apertamente è fondamentale, se si ha a cuore il bene comune. Le decisioni che si prenderanno in proposito definiranno la rotta che l’Italia sceglierà di seguire nel dopo-elezioni. I casi di Spagna, Grecia e Portogallo mostrano che la crisi è stata utilizzata per privatizzare le attività statali. Le ricette per uscire dalla recessione riguardano tutte la dismissione del patrimonio pubblico per ridurre il debito.

È lecito, dunque, chiedersi: cui prodest?

Un pizzico a Monti, uno schiaffo a Ingroia un presago calcio a Grillo, una carezza e un buffetto per Bersani.

La Repubblica, 22 febbraio 2013

Monti si candida venendo meno a una parola detta parecchie volte, e dopo un prolisso gioco di reticenze: Bersani ha un po’ le mani legate, un po’ se le lega, per senso di responsabilità e per la sorpresa. La candidatura di Monti invece resuscita Berlusconi, che annaspava – prometteva di rinunciare a capeggiare il suo schieramento in rotta, era arrivato a invitare Monti a prenderne la guida. Berlusconi, che non ha il senso di responsabilità e delle convenienze che frena Bersani, si precipita a raccogliere l’insofferenza e anche l’esasperazione popolare verso il governo Monti: occorre una gran faccia tosta – ce l’ha. Di qui in poi l’orientamento della sua campagna è segnato, e non si negherà alcun eccesso, né glielo negheranno i suoi servi-padroni, a partire da Maroni. Bersani oscilla a lungo fra la moderazione dialogante verso Monti e l’impegno a raddrizzare la rotta. Oltretutto, accanto a lui ha dirigenti che fanno dell’alleanza subalterna a Monti l’asse della politica futura del Pd. Forse continua a pensare che tenere la posizione gli giovi, ma non è così. Tanto più che arriva il Monte dei Paschi, ed è il vero tornante critico della campagna.

Ma era già arrivato. Non è il Pd l’imputato, ma un peculiare intreccio senese di correnti contrapposte dentro e fuori del Pd e della massoneria, spesso trasversali. “Il Pd” però è stato al gioco e, quando finalmente ha cercato di smetterlo, ha confidato nelle linee interne dei nuovi amministratori. Ma quando, nel giugno scorso, il comune di Siena –simbolo per eccellenza della storia cittadina dell’Europa–viene commissariato, come una Giugliano o una Platì, e la cosa passa pressoché inosservata agli occhi della nazione, lì c’è una reticenza inspiegabile. Così, mentre la campagna di Bersani prendeva respiro e, soprattutto negli incontri diretti, affrontava le questioni essenziali, a cominciare dal lavoro e dai diritti, la rappresentazione pubblica era improntata alle formule più ridicole e alla sarabanda degli scandali. C’è del resto una differenza essenziale fra la cosiddetta tangentopoli e il ma-laffare attuale: che i vent’anni passati hanno fissato un’abitudine. Allora persone persuase d’essere impunite, e spesso incapaci di ammettere con se stesse di far male finché non fossero afferrate per la collottola, avevano una paura e una vergogna dannate del carcere. Alcuni preferirono morire. Vent’anni non sono bastati a riformare i costumi d’affare, al contrario: ma a cancellare la vergogna e la paura sì. Un po’ di galera, un po’ di gogna, ci sta: in proporzione ai guadagni. La sarabanda di scandali sarebbe stata pane per i denti di “Rivoluzione civile”, assembramento (avvilita traduzione del francese rassemblement) di pubblici ministeri e di partiti residui e per lo più autoritari, aspiranti a costituire “la vera sinistra”. Il voto a questa lista (promesso, di buono o di cattivo grado, da persone che sono sinceramente di sinistra) sorprende, non solo perché, com’è evidente, è “sprecato” e anzi vantaggioso per la peggiore destra, ma anche perché mostra uno sconcertante elettoralismo. Si mira a far arrivare in Parlamento una pattuglia di rappresentanti della “vera sinistra” (nel caso specifico: un pubblico ministero, tre segretari di partitini esausti, e così via) che non faranno se non perdersi d’occhio nei corridoi dei passi perduti. Peggio ancora se una simile scelta voglia giustificarsi decretando che “Berlusconi o Monti o Bersani, è tutta la stessa cosa”: altra sciocchezza troppo evidente per essere dibattuta. Quando si voleva, o si volesse ancora, fare una rivoluzione all’antica, partecipazione elettorale o astensione potrebbero essere discusse secondo il criterio del maggior vantaggio per il proposito di scardinare la “democrazia borghese” e di avere una tribuna per il proprio programma di sovversione. Quando non si voglia questo, le elezioni sono “semplicemente” il momento in cui si sceglie uno schieramento, e dunque un governo, rispetto a un altro: non la proiezione immediata e “pura” del proprio desiderio di palingenesi, ma la prospettiva più giusta e affidabile – o la meno iniqua e inaffidabile, le due formulazioni tendendo a fondersi.
Ma nemmeno gli scandali o l’esasperazione sociale basteranno a gonfiare le vele di un’ “estrema sinistra” raffazzonata, perché c’è Grillo. C’è da molto tempo, e il vento è suo. Fra uno che sullo Stretto vuole fare il ponte, e uno che lo attraversa a nuoto, è sciocco meravigliarsi che la gente applauda il secondo. Fa sorridere che lo si chiami comico. Grillo è un attore, non solo comico, e anzi si è sempre preso molto sul serio. Casaleggio dice oggi che Grillo è come Gesù: c’è dell’esagerazione, come disse Churchill alla notizia della sua morte. Ma Grillo, in quel film di Comencini del 1982 che si chiamava “Cercasi Gesù”, niente affatto comico, gli assomigliava davvero, e comunque faceva camminare i paralitici. Grillo è un attore che si identifica con il suo personaggio, e non gli mette limiti. Da molti anni recita la parte del capo che riscatta un popolo. Alcune scene gli riuscirono: la Parmalat strappava gli applausi. Altre sono orrende. Problema di copione. Il fatto è che un attore che si identifica pienamente e a lungo col proprio ruolo fuori dalla scena diventa qualcosa d’altro: un impostore.

Grillo è un grosso impostore (quanto grosso, vedremo; abbastanza da far guardare con tenerezza a Giannino e le sue lauree). Altro che comico. Fa la guerra, annuncia il bagno di sangue, intima allo Stato italiano di arrendersi: è troppo tardi, per tutti e per lui, per dire “è tutto uno scherzo”. Deve sbraitare oltre, finché gli resta fiato nei polmoni. Non è né fascista né comunista né ecologista e nemmeno, guardate, populista: cioè, è forse un po’ di tutte queste cose. È un impostore. Un tempo bisognava davvero fare delle terribili rivoluzioni per arrivare a Palazzo: ora basta la televisione, il web, una Procura. La storia di Grillo è scritta ne “La figlia del capitano” di Pushkin. C’è un brigante, Pugaciov, che dice di essere lo zar Pietro III, e si mette alla testa di una rivolta gigantesca. Dopo la caduta, in ceppi, prima d’essere giustiziato, a chi gli chiede pietosamente che cosa l’abbia spinto a quella pazzia, risponde fiero: “Io un giorno sono stato zar”. Succederà così anche a Grillo.

Intanto però, e torno all’inizio, al mio favore per Bersani e la sua competente misura –il tic di dire: “un po’”– bisogna che il Pd, le persone del Pd, traggano la lezione dal punto cui è arrivata: che le primarie e il loro rinnovamento non sono affatto un confine oltrepassato dal vecchio al nuovo. Il rinnovamento è un processo senza fine: non la terapia di una crisi, ma la circolazione ripristinata dentro un organismo non ostruito e soffocato. Se n’è accorto perfino un vecchio Papa.


Uno scenario inquietante e una possibile terapia: Roberto Biorcio e Paolo Hutter in una analisi complementare di prospettive e strategie.

Il manifestola Repubblica Milano, 20 febbraio 2013 (f.b.)

il manifesto La scommessa della Lega
di Roberto Biorcio

In Lombardia si gioca una sfida decisiva per queste elezioni, molto importante per le possibilità di governo del paese da parte del centrosinistra, ma soprattutto per il futuro del centrodestra e della Lega. Candidandosi alla guida della regione Maroni cerca di realizzare, approfittando delle difficoltà di Berlusconi, un obiettivo che appariva irraggiungibile in passato, anche nelle fasi di maggiori successi elettorali del Carroccio. Con l'obiettivo di ridisegnare profondamente il profilo e il ruolo del suo partito nella politica italiana. Nella Seconda Repubblica la Lombardia è sempre rimasta saldamente nelle mani del centrodestra. La regione rappresentava il perno del cosiddetto "asse del Nord", l'alleanza fra Bossi e Berlusconi, che ha avuto un ruolo decisivo nella politica italiana. La conquista della città di Milano nel 2011, da parte della coalizione guidata da Pisapia, aveva già aperto una breccia nell'egemonia del centrodestra, ma i rapporti di forza nella regione sono ancora in discussione. La geografia elettorale lombarda è d'altra parte molto cambiata rispetto alle regionali del 2010. Meno di due anni fa Formigoni conquistava per la terza volta la guida della regione con il 56% dei voti, mentre il Pdl otteneva il 32% dei consensi e la Lega il 26.

Oggi il partito di Berlusconi ha dimezzato il proprio consenso, almeno nelle intenzioni di voto (16%), mentre la Lega ha perso più di dieci punti. I voti persi da Berlusconi dopo la fine del suo governo sono stati recuperati solo in misura limitata con la nuova "discesa in campo" del Cavaliere e le sue performance televisive. La Lega aveva già perso molti voti nelle amministrative del 2012, dopo gli scandali che avevano investito anche la famiglia di Umberto Bossi. Il rilancio del partito tentato da Maroni con una forte opposizione al governo Monti aveva ottenuto solo un limitato recupero dei consensi. Il nuovo patto con Berlusconi ha in parte disorientato l'elettorato leghista.

Molti elettori che in passato votavano per il centrodestra sono ancora indecisi oppure si orientano verso altre scelte. Tra gli indecisi, gli ex elettori leghisti rappresentano il segmento più ampio. Gli elettori di centrodestra che scelgono altre liste si orientano su opzioni molto diverse. Non pochi si propongono di votare per la lista Monti, che può far rivivere le antiche opzioni democristiane, ancora popolari in diversi contesti territoriali. Altri scelgono Grillo, condividendo la feroce critica al sistema dei partiti, e la protesta contro le politiche del governo e delle banche. Le tendenze di voto in direzioni opposte mettono in evidenza le difficoltà a mantenere l'unità dell'area elettorale che in passato aveva votato per il Pdl o la Lega, spesso oscillando fra le due opzioni. Gli ex-elettori del Pdl sono relativamente più attratti dalla lista Monti, mentre gli ex elettori del Carroccio sono più sensibili ai richiami del comico genovese, promotore di una protesta che ricorda quella Lega di venti anni fa. E' così cambiato il profilo sociale dell'elettorato del Carroccio nella regione: rispetto al passato, i consensi si sono ridotti soprattutto fra gli operai, i commercianti e gli artigiani, i settori sociali che avevano garantito il maggiore sostegno al Carroccio nelle fasi di successo.

Non è un caso che oggi sia il Movimento 5 stelle ad ottenere i migliori risultati in queste aree sociali. La scommessa lanciata da Maroni, in una fase di declino comune delle due formazioni di centrodestra, è quella di ricreare un nuovo "asse del Nord" in grado di misurarsi con le politiche del prossimo governo, gestendo eventualmente l'opposizione dell'area territoriale più ricca e produttiva del paese. Un progetto che fa leva sulle stesse idee gestite in Europa da Angela Merkel e da diversi partiti autonomisti: di fronte alla crisi economica, ciascuno pensa per sé, mentre si può lasciare cadere ogni solidarietà nei confronti delle aree territoriali più in difficoltà. La proposta principale di Maroni è quella di lasciare il 75% del prelievo fiscale nelle regioni del Nord, trasformando la Lega in un «sindacato del territorio», come ha ricordato spesso la Padania. Le battaglie leghiste contro la "partitocrazia" non sono più credibili perché il Carroccio si è ormai omologato alle pratiche e ai costumi degli agli altri partiti. Vengono ancora proposte campagne e iniziative contro gli immigrati e i rom, ma con un rilievo minore rispetto al passato perché anche gli elettori leghisti sono soprattutto preoccupati per gli effetti della crisi.

La scommessa di Maroni è ottenere, con la vittoria in Lombardia, una leadership del Carroccio sull'intera area del centrodestra nelle regioni settentrionali. Berlusconi ha fatto non poche concessioni a questo progetto. Il "patto territoriale" firmato a Sirmione per promuovere la Macroregione del Nord è stato sottoscritto anche da esponenti del Pdl come il sindaco di Pavia Cattaneo e il governatore del Friuli Tondo.

In questo contesto il Pd, con un limitato aumento di consensi rispetto al 2008, è diventato il primo partito della regione. Le perdite di voti non trascurabili verso la lista Monti e il movimento di Grillo sono state compensate dal recupero di consensi da altri partiti di centrosinistra e soprattutto da quelli resi disponibili per la crisi della Lega e del Pdl. La conquista della regione Lombardia resta però una partita ancora aperta: le intenzioni di voto per Ambrosoli e Maroni risultano quasi in parità. Potranno essere decisive le eventuali scelte di "voto disgiunto" degli elettori di altre forze. Appelli al "voto utile" sono stati lanciati da candidati della lista Monti e da sostenitori della lista Ingroia, preoccupati per gli effetti che può avere la conquista della Lombardia da parte della Lega. Qualche preoccupazione serpeggia anche nell'elettorato di centrodestra se lunedì, a Milano, Berlusconi ha ribadito il sostegno a Maroni ricordando però che i governatori leghisti dipendono in ogni caso dal sostegno del Pdl. Indecisi Indecisi Tra gli ex elettori del centrodestra, quelli leghisti sono il segmento più ampio e sensibile ai richiami grillini.

la Repubblica Milano
Un voto disgiunto per cambiare la Lombardia
di Paolo Hutter

SI È fatta confusione: non tutti hanno capito cos’è esattamente il voto disgiunto? Eppure, applicato il concetto al voto regionale per la Lombardia, potrebbe essere l’arma decisiva per evitare il ritorno del fronte leghista-berlusconiano al Pirellone. Dare voti diversi per la Camera, il Senato e la Regione non è voto disgiunto, è articolazione del voto. Si chiama voto disgiunto, invece, una possibilità molto specifica, offerta dal sistema elettorale delle Regioni e dei Comuni, e solo da questi due, e cioè la possibilità di votare, sulla stessa scheda, per una lista al Consiglio regionale (eventualmente scrivendo il nome di un candidato, come preferenza) e per un candidato Presidente di uno schieramento diverso e concorrente rispetto a quella lista. In tal caso il voto al presidente può servire a farlo vincere, con la sua coalizione, invece il voto alla lista e al candidato consigliere serve a determinare il peso di quella lista nel Consiglio, e l’identità dei suoi eletti.

Applichiamo lo schema al caso in questione. Se un elettore lombardo vuole votare il Movimento 5 Stelle, perché si sente rappresentato da quel tipo di battaglia, o condivide la protesta, sa però anche che realisticamente a vincere saranno comunque o Ambrosoli o Maroni. Può decidere col voto disgiunto chi sarà a governare, senza togliere neanche un centesimo di forza al M5S. C’È UN’ALTRA cosa che molti non sanno. Il candidato presidente viene automaticamente eletto in Consiglio regionale solo se vince o arriva secondo. Dal terzo posto compreso in poi, il candidato presidente non viene eletto. Infatti la candidata di 5 Stelle, Silvana Carcano, che lo sa bene, è anche candidata consigliera. Il voto alla Carcano o ad Albertini come presidenti, stando alle previsioni dei sondaggisti, è inutile perché non determina chi vincerà. E non determina neppure chi sederà in Consiglio a rappresentare il M5S.

L’opportunità del voto disgiunto è sconosciuta ai più, e non viene propagandata dai partiti perché temono di perdere qualcosa. E invece hanno poco da perdere, quelli della coalizione Ambrosoli, e molto da guadagnare se almeno qualcuno tra gli elettori di 5 Stelle si ricorderà che Maroni e Formigoni sono l’opposto dei loro ideali. Per loro si tratterebbe solo di capire bene il meccanismo e, senza togliere un solo voto alla loro lista, potrebbero, votando Ambrosoli (o Maroni) scegliere anche a quale giunta fare opposizione. Certo questo interrogativo, questa sorta di secondo turno nello stesso voto sono un’operazione verità che comporta rischi per tutti: può esserci il 5 Stelle di destra che il voto disgiunto lo dà a Maroni, e ci saranno moltissimi che si rifiuteranno di scegliere. Ma, com’è accaduto per il ballottaggio di Pisapia, saranno più numerosi quelli che sceglieranno di favorire il cambiamento. Purché glielo si proponga.

Lo slogan che esalta il paese reale non è originale: lo coniò nel primo ’900 la destra di Charles Maurras, contro i mostri della democrazia, e il comunismo lo adottò per decenni. Meglio a questo punto se Berlusconi dicesse il vero: la sua operazione è riuscita, gran parte dell’Italia entra antropologicamente mutata in un’era effettivamente nuova – Grillo ha ragione – ma vi entra sprovvista di strumenti che le permettano di governarla, razionalizzarla. Vi sono tuttavia differenze non trascurabili, fra l’irresistibile ascesa dei due leader. Il primo, quando entrò in politica, disponeva di ricchezze inaudite (accumulate con aiuti pubblici, va ricordato) che il Movimento 5 Stelle neanche si sogna. Soprattutto, possedeva un potere cruciale: tutte le Tv private, cui s’aggiungeva, da premier, il servizio pubblico Rai. Non solo: Grillo vede la crisi; Berlusconi s’ostina a negarla, garantendo che con lui al governo sarà spazzata via. Siamo stati indotti a considerare il suo conflitto di interessi un impedimento. Fu invece il dispositivo che gli consentì di piegare i politici: in ogni accenno al suo dominio mediatico egli vedeva un’espropriazione. Non stupisce che il conflitto sopravviva tale e quale da anni.

Stupisce che non sia stato visto come un problema gravissimo prima che il giocatore entrasse in politica con quell’asso. Che non si sia capito subito l’essenziale: un controllo così pervasivo della comunicazione, in un paese dove l’80 per cento dei cittadini s’informa alla Tv, storce le usanze democratiche, e infine chiama vendetta. Spegne il pluralismo, corrompe e uniforma le menti, trasforma i vocabolari di tutti: governanti, oppositori, classi dirigenti, cittadini comuni.

Da questo punto di vista Grillo innova e dice cose non incongrue, quando denuncia i politici, le istituzioni, i giornali. Tende a fare di ogni erba un fascio – è giusto dirlo – ma è vero che tante erbe si son fatte volontariamente fasciare per anni. Al tempo stesso è figlio di quel dispositivo, al cui centro c’è un’idea di democrazia diretta che usa l’informazione non per seminare conoscenze ma per forgiare un pensiero unico sull’Italia, l’Europa, il mondo. Il suo mezzo non è più la televisione: questa scatola più che mai tonta, come la chiamano gli spagnoli. Né la stampa cartacea, che ha una memoria meno immediata di quella digitale. È il mondo non più inscatolato ma aperto, informe, straordinariamente libero di Internet.Un mondo già scoperto da Obama, quando diventò Presidente nel 2009. Grazie al web, egli ha ottenuto due volte un mandato popolare che lo emancipa, se vuole, da lobby e partiti. Capace di disseminazione virale, la rete scavalca la senile televisione. Ma essendo informe è anche in grado di farsi bellicosa: nel libro di Grillo e Casaleggio, la parola guerra è ricorrente, incalzante (Siamo in Guerra, Chiarelettere 2011). Guerra «feroce e sempre più rapida», finita la quale «il vecchio mondo sparirà» e con esso i partiti di ieri, in Italia e ovunque. Guerra totale, addirittura: un termine per nulla anodino, visto che nel 1935 lo usò in un opuscolo omonimo il generale tedesco Ludendorff. Nelle guerre totali non si concedono interviste a giornalisti che ti interrompono con dubbi e domande, anziché applausi. Quel che conta, per Ludendorff, è «abbattere il morale delle retroguardie» (le rappresentanze delle popolazioni non combattenti) più che l’avanguardia al fronte.

In questa lotta fra scatola tonta e web è il secondo, sicuramente, il Nuovo che ci aspetta. In un discorso tenuto nel febbraio 2012 per l’inaugurazione dell’anno accademico della Bocconi, il giurista Piergaetano Marchetti indica i motivi per cui il futuro è nel web, con le sue immense promesse e i suoi rischi. «La comunicazione e l’informazione di massa (attraverso la rete) è un potente canale e amplificatore di domande, di richieste di rendiconto, un assordante coro di «perché». Un fiato continuo sul collo di chi governa. Una pressione che genera risposte, trasparenza, informazione. E tutto ciò, a sua volta, in un circolo virtuoso, genera altre domande diaccountability». L’accountability – la cultura del render conto – latita in Italia. È strano che se ne parli così poco in campagna elettorale, visto il prezzo che paghiamo per la sua assenza. Ma se la «scossa partecipativa» è formidabilmente liberatoria, osserva Marchetti, non mancano i possibili effetti perversi. Ogni grande liberazione distrugge altri diritti, ogni proclamazione di supremi valori declassa valori non meno importanti. Nella visione di chi guida il Movimento 5 Stelle non c’è coscienza dei limiti, perché i capi interagiscono con la blogosfera rifiutando ogni corpo intermedio, in un tu-per-tu fatale, mai complicabile da persone terze. Non tutti i perché, non tutti i bisogni e i valori che sorgono in rete sono sacrosanti: vanno confrontati con altri princìpi, bisogni. Un’idea prova la sua forza se incoraggia forti idee opposte. Altrimenti si ossifica, e anche se modernissima muore.In questo Berlusconi e Grillo si somigliano: non sanno contare fino a tre, e in fondo neppure fino a due perché il tu-per-tu col popolo è fusione nell’Uno. Ogni avversario è da abbattere: a cominciare da chi su Internet non naviga, e in un’Italia che invecchia il divario digitale è vasto. Parole come guerra e rivoluzione sono incendi. Ricordano la peste di Atene narrata da Tucidide, che «spezza i freni morali degli uomini» e «travolge gli argini della legalità fino allora vigente nella vita cittadina». La paura è la stoffa delle guerre e dei despoti, e Grillo lo sa quando dice, e spera: «Il mio movimento regola la paura» (The Economist16-2).Grillo farà eleggere molti parlamentari, ed è un bene perché il Parlamento è la sede dove gli interessi imbrigliano le passioni. Non gli interessi economici, ma l’interesse come lo si intendeva nel ’500: la passione razionale che controbilancia quelle irrazionali, e secerne l’interesse generale e la separazione dei poteri.

Grillo e Casaleggio scrivono che sarà la rete a scrivere leggi e costituzioni. Ma la rete cos’è? Come delibera precisamente? Se la rete vuole la pena di morte la reintroduciamo? In Islanda (un modello, per Grillo) la Costituzione è stata ridiscussa in rete, ma riscritta da più piccoli comitati. In ogni mutazione c’è qualcosa da preservare, da non uccidere. Altrimenti entriamo nella logica del potere indiscutibile, legibus solutus, anelato da Berlusconi.A questa mutazione, i partiti più o meno vecchi reagiscono spesso con lo smarrimento, se non l’afonia. Non gridano, è vero. Il centro-sinistra in particolare ripudia il modernismo della personalizzazione: ci sono anacronismi che durano ben più del Nuovo. Ma sul mondo che cambia è terribilmente indietro, senza vocabolari né inventività. Tanti cittadini sono delusi dal ceto politico. Reagiscono moltiplicando le richieste di rendiconto, con rotolanti cori di «perché». Chiedere «un po’ più di lavoro», come fa Bersani, è un soffio quasi inudito. Tutto sarà diverso dopo il voto, anche se Berlusconi dovesse vincere. Sarà arduo discernere, in Parlamento, le passioni selvagge dagli interessi cittadini. La democrazia toccherà reinventarla, l’antico dibattito ottocentesco sul suffragio universale andrà ripreso, perché la scatola tonta e il web l’hanno sfinita. Ambedue puntano all’ingovernabilità, perché di essa si nutrono passioni difficilmente regolabili. È uno dei rischi del Glorioso Mondo Nuovo promesso dal web.

Dibattito su una questione molto diversa da quelle che fanno scandalo ai giorni nostri. Sraffa e Togliatti colpevoli di aver fatto sparire un quaderno dei gramsciani scritti dal carcere? A proposito del libro “L'enigma del quaderno”, di Franco Lo Pipero. Filologia storica o episodio del revisionismo?

Ilmanifesto, 18 febbraio.2013
Da qualche tempo ha corso negli studi gramsciani quella che potremmo definire una «storia congetturale»: una ricostruzione dei fatti basata su deduzioni non verificabili. A ciò si è accompagnata e sovrapposta una lettura dei testi fondata sulla convinzione che in essi non si dica ciò che letteralmente si legge, ma vi siano messaggi nascosti. Il che a volte è vero: si tratta però di vedere quanto esteso possa essere il ricorso a questo tipo di lettura «esopica», come si dice ripetendo una espressione della cognata di Gramsci, Tania. Si tratta di due metodologie - storia congetturale e lettura esopica - che hanno prodotto anche esiti interessanti, ma a cui bisogna accostarsi con cautela, proprio perché i loro risultati non poggiano su basi certe.

Alla ricerca di un «Gramsci sconosciuto» è tra gli altri Franco Lo Piparo, che torna in libreria con un lavoro di taglio investigativo: L'enigma del quaderno. La caccia ai manoscritti dopo la morte di Gramsci (Donzelli, pp. 161, euro 18). Se si parla di taglio investigativo non è per sminuire il libro, ma perché fin dal titolo è l'opera stessa che si propone come un «giallo» (viene anche citato E. A. Poe) ed è l'autore a creare un'atmosfera da spy story , dipingendo alcuni dei «personaggi» (così li definisce, come in una fiction ) della vicenda gramsciana come protagonisti di un romanzo di Le Carré. Un problema di etichetta Il caso più eclatante è quello di Sraffa, ritratto da Lo Piparo come «agente segreto, di alto rango, del Comintern. È una affermazione impegnativa. Essa viene forse fatta perché negli Archivi di Mosca è stato trovato un documento che rende palese questo lato nascosto del grande economista? Niente di tutto ciò. È solo una «congettura», che scaturisce soprattutto dal fatto che essa bene si colloca nel mosaico interpretativo di Lo Piparo. È possibile, e forse probabile, che Sraffa fosse un «militante coperto» del Pcd'I, già incaricato di gestire i finanziamenti provenienti da Mosca. Ed erano tempi, indubbiamente, in cui un comunista di qualsiasi nazionalità si sentiva anche un militante del Comintern, di quel partito comunista mondiale non ancora del tutto russocentrico. Ma da qui a farne una «agente segreto» ce ne corre. Può anche essere, ma ci vogliono i documenti per affermarlo.

La tesi del libro è la seguente: oltre ai trentatré quaderni noti ve ne sarebbe stato un altro fatto sparire per il suo contenuto imbarazzante. Sarebbe stato scritto nella clinica Quisisana di Roma, dove Gramsci è dal 1935 al 1937, anno della morte. Da dove nasce questa tesi? In primo luogo dal fatto che sui quaderni le etichette poste da Tania per numerarli mostrano incongruenze e in qualche caso sono coperte da altre etichette con diversa numerazione. In secondo luogo, perché i «personaggi» della vicenda parlano o scrivono a volte di trenta, a volte di trentadue, a volte di trentaquattro quaderni. Lo Piparo respinge le ipotesi che Tania abbia pasticciato nel numerare i manoscritti e che i protagonisti della vicenda fossero stati approssimativi nell'indicare il numero dei quaderni perché in altre e più importanti faccende affaccendati, oltre che per il fatto che i quaderni sono a numerazione variabile, a seconda che si sommino in tutto o in parte i ventinove teorici, i quattro di sole traduzione, i due bianchi e quello usato da Tania per un indice provvisorio. Lo Piparo cerca di seguire la storia dei manoscritti dopo la morte di Gramsci, formula ipotesi (interessanti) sui loro percorsi e sui loro tempi di arrivo a Mosca, a tutt'oggi non chiari. Egli ritiene che Sraffa, sapendo che un quaderno aveva contenuti pericolosi (accuse a Togliatti? critiche allo stalinismo? una riabilitazione del fascismo?), lo avrebbero fatto sparire. Non essendo in grado di portare prove, l'autore ripete più volte frasi del tipo: «è poco verosimile», «non dovrebbe essere troppo azzardato congetturare», «le cose potrebbero essere andate in questo modo». Un castello di congetture, dunque.
Molti sono gli episodi che Lo Piparo interpreta in un modo forzato perché convalidino la sua tesi. Un esempio: se il 7 luglio 1937 Tania scrive a Sraffa di aver «consegnato i quaderni (tutti quanti): ed anche il catalogo che avevo iniziato», il nostro autore legge la frase così: «Significa: ho eseguito l'ordine, non ho trattenuto nessun quaderno e, naturalmente, non ho potuto consegnare quelli che avete portato con voi». È una interpretazione molto esopica, troppo esopica, a mio avviso: un puro volo di fantasia. Giudichi il lettore se vi è qualche nesso tra la frase scritta da Tania e la lettura che ne dà Lo Piparo. A me sembra solo che Tania, dopo una discussione su quanti quaderni consegnare «ai compagni», tranquillizzi Sraffa di aver seguito le sue indicazioni e di non averne trattenuto alcuno.

Nell'impossibilità di accennare a tutti i passi di questo tipo, di cui il libro è pieno, dirò i motivi principali per cui l'ipotesi di Lo Piparo mi sembra da respingere.

Primo , in tutta la sua prigionia Gramsci si è dimostrato attentissimo a non scrivere niente che potesse divenire un'arma nelle mani del fascismo - è qui l'origine di alcune «scritture esopiche». Perché nella Quisisana sarebbe venuto meno a questa norma, scrivendo un quaderno «esplosivo»? La polizia poteva in ogni momento confiscare i suoi appunti. Il «linguaggio esopico» su cui insiste Lo Piparo serve soprattutto a Gramsci per non farsi portar via i quaderni, come esplicitamente Tania scrive alla sorella Giulia, il 5 maggio 1937: «è riuscito a tenerli con sé (I QUADERNI) scrivendo in linguaggio esopico». Tania si riferisce al pericolo derivante da un sequestro della polizia fascista. Dilatare il senso dell'«esopico» e affermare che tutti i quaderni sono una scrittura esoterica a me sembra fuorviante.

Secondo , perché, nella sua opera di continua e faticosa riscrittura , Gramsci non avrebbe lasciato altri segnali di una svolta politica tanto clamorosa? Il quaderno scomparso sarebbe un corpo estraneo nel contesto delle duemila pagine (a stampa) degli appunti carcerari. Una cautela postuma

Terzo, il quaderno mancante potrebbe accusare Togliatti. Si dimentica che era Gramsci a essere sospettato di trockijsmo, era stata la sua memoria a dover essere protetta e «salvata» dalla scomunica postuma. La lettera a Dimitrov che Togliatti scrive il 31 aprile 1941, affermando che i quaderni andavano curati per non essere usati contro i comunisti, indica la coscienza del fatto che il marxismo di Gramsci era molto diverso dallo stalinismo e che quindi la loro pubblicazione era un problema. Che sarà risolto con l'edizione tematica, che cercava di rendere meno dirompente la incompatibilità tra filosofia della praxis e Diamat . Eppure Togliatti avrebbe potuto rinunciare a pubblicare del tutto Gramsci, e far sparire non solo il presunto trentaquattresimo quaderno, ma anche «gli altri» trentatré, seppellendoli negli archivi del Comintern.

Quarto, se Togliatti sa già dal luglio 1937 che deve far sparire un quaderno, perché non lo distrugge a Parigi (dove, secondo Lo Piparo, Sraffa glielo porta dopo averlo sottratto a Tania)? Perché, tornata in Urss, Tania - che scrive anche direttamente a Stalin sulla gestione dei quaderni - non denuncia la scomparsa del quaderno scomodo? Perché Togliatti non distrugge il quaderno pericoloso almeno nel 1941, dopo la morte di Tania, quando legge e rilegge i manoscritti di Gramsci? Perché lo riporta in Italia (è l'ipotesi di Lo Piparo), decide di farlo sparire o lo fa sparire, ma continua a parlare pubblicamente di trentaquattro quaderni? La spiegazione di Lo Piparo per cui ancora nel 1948 Togliatti e Platone sbagliano il numero dei quaderni indicandone trentadue nella introduzione al primo volume dell'edizione tematica presso Einaudi («si preferisce puntare sulla disattenzione dei lettori e degli studiosi e continuare a usare il numero canonico trentadue ») è francamente incredibile. Non è più ovvio pensare che sia stato un errore causato dalla ripresa letterale della relazione fatta da Platone nel'46 per Rinascita?

Senza nuovi ritrovamenti le congetture di Lo Piparo non paiono sufficienti a ipotizzare un quaderno che non abbiamo e la spinta a «immaginarlo» sembra motivata soprattutto dal rinnovato tentativo di dimostrare che Gramsci era (diventato) liberale. Ma l'autore sardo è tanto grande da trascendere la sua stessa parte politica e nutrire anche culture diverse: lo ha scritto Togliatti già nel 1964, non vi è bisogno di inventarsi un Gramsci che non esiste per sentirsene almeno in parte eredi.

Federica Fantozzi intervista la politologa, co-firmatrice appello per il centrosinistra (con Asor Rosa, Bevilacqua, Bonsanti, Camilleri, Eco, Gregotti, Spinelli, Rodotà, Zagrebelsky e altri).

L’Unità, 17 febbraio 2013. Vedi l'appello in calce, con postilla

Perché ha firmato l’appello per il voto a favore del centrosinistra? Quali sono le sue preoccupazioni?
«Il mio principale timore è la frammentazione del voto a sinistra. Non è un appello al voto utile, visto che ogni voto lo è, bensì al voto intelligente. Strategico. Razionale. Bisogna considerare il nostro sistema elettorale ed evitare la perdita di rappresentatività. Anche dal punto di vista dello scopo: servono un governo e una maggioranza forti».

Se, invece, alla fine il Pd non fosse nelle condizioni di «dirigere il traffico»?

«A mio avviso, ci sono tutte le condizioni per tornare a votare poco dopo. È questo il motivo dell’appello. Bisogna rafforzare il centrosinistra per rendere più stabile l’eventuale alleanza con il centro. Altrimenti saranno più facili rotture, incomprensioni e tensioni a sinistra. Con il rischio concreto di elezioni anticipate».

Al di là della loro consistenza numerica, come giudica le nuove forze in campo, da Grillo a Ingroia a Giannino?

«Sono ovviamente diverse. Il M5S e Rivoluzione Civile sono movimenti demagogici e populisti. Usano uno scontento giustificato e argomenti veri per una proposta che non è né potrà mai essere di governo. E’ irragionevole pensare che Ingroia diventi premier».

Però ha appena annunciato la squadra. lui premier con l’Interim alla Giustizia, Travaglio all’Informazione, Giacché all’Economia.
«Certo, non può dire che si presenta per quindici deputati, ma è uno scenario senza fondamento. Irragionevole. Queste piccole formazioni fanno azione di contrasto per non consentire una maggioranza stabile e duratura. Vogliono mantenere sempre i giochi aperti. La democrazia lo consente, ma lo schema deve essere ciclico: ogni cinque anni, non in ogni momento».

Lei esclude, dopo il voto, la possibilità di un’intesa con Ingroia?

«Assolutamente sì. Già sarà complicato in queste condizioni fare un accordo con Monti, figurarsi con frammenti radicali che rappresentano scontento popolare e dissociazione rispetto all’establishment politico».
Queste forze potranno avere, nel prossimo Parlamento, una funzione utile di cane da guardia rispetto ad abusi dell’«establishment politico»?

«E’ la funzione dell’opposizione. Ma se è frammentaria e debole non funziona. Nel nostro sistema elettorale troppi cani da guardia finiscono per abbaiare ma non mordere. L’unico effetto è rendere difficile la governabilità. La situazione dell’Italia è molto difficile».

Che pronostico fa per Grillo? Come sarà il nuovo Parlamento contaminato dalla società civile?

«Grillo è un fenomeno ben più grosso di Ingroia. Ed è un’incognita reale. Cosa faranno i grillini in Parlamento? Dove andranno? Che proposte faranno? Nessuno lo sa»

La “salita” in campo di Monti lha migliorato o peggiorato lo scenario italiano?
«Il suo passaggio da tecnico a politico ha significato varie cose. La neutralizzazione del bipolarismo, intanto, che rende la strada del futuro governo più ardua».

La scelta del premier l’ha delusa?
«È un paradosso: alla fine è diventato un fattore destabilizzante anche lui. A modo suo ha contribuito a quell’ingovernabilità che voleva combattere. Poi, per rastrellare più voti, deve attaccare un giorno a destra e un giorno a sinistra».

Al di là della tattica, non crede che l’interlocutore di Monti sia Bersani?

«Se il centrosinistra sarà più forte sì. Altrimenti sarà il centrodestra. Non vuole essere di parte. Vuole fare l’ago della bilancia. E deve prendere peso: con il 10% Monti è un soffio, non potrà imporre i temi della sua agenda».

Non crede che la presenza in campo di Monti, come contraltare alla sinistra, porterebbe in un eventuale maggioranza a una condivisione di responsabilità per il Pd in un momento molto complicato in cui è facile fare errori?
«Questo tipo di ombrello funziona fino a un certo punto. Al momento di decisioni forti, positive o negative, non si può delegare ad un alleato. Col senno di poi, tutto parte dal novembre 2011: il voto avrebbe chiarito le cose. È come se l’Italia avesse paura dell’alternanza: fa di tutto per cercare mediazioni e compromessi. Che vanno anche bene: ma dopo, non prima».

Con un Pd forte e un centrosinistra stabile, invece, ci sarebbero le condizioni per una legislatura capace di fronteggiare la crisi e fare le riforme strutturali che servono all’Italia?

«È difficile dirlo. Non credo alle svolte, la democrazia procede in direzione riformista ma non è un sistema rivoluzionario. Certo, in quel modo sarebbero più facili scelte coraggiose come contenere il dogma dello spread e reindirizzare le politiche dell’Unione Europee».

In che direzione dovrebbe andare l’Europa?


«Le decisioni che privilegiano l’austerity e i sacrifici economici non sono le più convincenti per noi. Ma è ovvio che in assenza di un contraltare a Cameron e Merkel si va a finire lì. Un nuovo sistema di alleanze, invece, sarebbe in grado di contenere la frana liberista».

L’APPELLO PER IL CENTRO SINISTRA

Siamo alle ultime battute di una campagna elettorale confusa, rissosa, e da parte di taluni estremamente menzognera. Due scenari inquietanti si profilano come possibili dall esito del voto: o un caos ingovernabile; o il ritorno al potere di uomini e di forze, che negli anni passati hanno già portato il Paese verso la catastrofe.

Per evitare tutto questo, l’unica strada è votare per la coalizione di centro-sinistra, assicurandole l autosufficienza, che le consentirebbe di mettere in piedi un governo stabile, autorevole, rispettabile a livello europeo, in grado di gestire al meglio politiche e alleanze.

L’Italia ha un disperato bisogno di trasparenza politica e di giustizia sociale: se nei prossimi cinque anni non saremo in grado di restituire dignità alle istituzioni, rispetto per la politica, fiducia nei partiti, strategie di sviluppo e insieme un colossale mutamento di rotta nei confronti delle classi lavoratrici e dei ceti disagiati, ci ritroveremo, come altre nazioni europee, nel baratro.

Questo è vero per l’intero territorio nazionale. Ancor più vero in quelle regioni a rischio (dalla Lombardia alla Sicilia), dove poche decine di migliaia di voti possono fare la differenza tra un nuovo inizio e una pessima fine. Ogni voto è perciò prezioso a questo scopo: chiediamo all’opinione pubblica e agli elettori di scegliere come una ragione responsabile spinge inequivocabilmente a fare. E chiediamo ai cittadini che lo condividano di sottoscrivere e promuovere questo appello.

Umberto Eco, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Claudio Magris, Barbara Spinelli, Andrea Camilleri, Nadia Urbinati, Guido Rossi, Tullio De Mauro, Natalia Aspesi, Giorgio Parisi, Vittorio Gregotti, Alberto Melloni, Sandra Bonsanti, Luigi Ferrajoli, Filippo Gentiloni, Piero Bevilacqua, Alberto Asor Rosa.

Postilla

Molto difficile aderire a questo appello per chi, come me, ritiene (1) che il vero problema politico dell’Italia è l’assenza di una sinistra che possa chiamarsi tale e abbia una consistenza capace da poter stipulare durevoli alleanze di governo con altre componenti organizzate della società; (2) che un ostacolo alla formazione di una siffatta sinistra è l’esistenza stessa del PD, gabbia che racchiude elementi che sarebbero essenziali per costituire una vera sinistra; (3) che, in particolare, l’ideologia oggi dominante nel PD è omologa a quella liberista dell’area di Monti.


Tuttavia, gli scenari che si aprirebbero nel caso di una sconfitta delle forze che fanno capo al PD e a SEL (affermazione delle destre e formazione di un centrodestra Berlusconi-Monti) inducono a considerare con attenzione l’appello: un governo Bersani darebbe maggiori garanzie di ricostituzione delle condizioni democratiche essenziali per la maturazione di proposte di governo della società e del territorio alternative rispetto a quelle del finanzcapitalismo e del saccheggio dei beni comuni (e.s.)

I www sbilanciamoci .info, postato il 16 febbraio 2013

Appese alle pareti della casa di Luciano Gallino, le foto della moglie Tilde mescolano molteplici piani attraverso giochi di specchi, spingendosi oltre la percezione di un istante e cogliendo la sfuggente complessità d’insieme. È uno sforzo, questo, che si ritrova poco più in là, negli scaffali ricolmi di libri del professore, perché afferrare la complessità, arrivare al cuore delle cose, necessita di uno studio meticoloso e incessante. E spiegarla, poi, richiede un impegno altrettanto esigente, senza sosta, né risparmio: un impegno generoso, che passa per conferenze in Italia e all’estero, interviste e un nuovo libro per raccontare cos’è accaduto e come mai la gente continua a farlo accadere. Nel contesto odierno, dominato da semplificazioni populistiche e una visione neoliberista talmente radicata e potente da riuscire nel paradosso di gestire l’incendio dopo aver appiccato il fuoco, la voce di Luciano Gallino è un punto di riferimento prezioso per tracciare la rotta da seguire.

Una rotta che nasce dalla necessità del lavoro. “In Italia, ci sono circa quattro milioni di persone fra disoccupati e non occupati. Di conseguenza, una ricchezza pari a decine di miliardi l’anno non viene prodotta e non diventa domanda, commesse per le imprese, consumi. Il risultato è che la disoccupazione crea disoccupazione”.

Per creare occupazione bisogna seguire l’esempio di Roosevelt. “Con il New Deal, lo Stato si è impegnato a creare direttamente occupazione e in alcuni mesi furono assunti milioni di persone”. Un New Deal italiano permetterebbe non solo di creare ricchezza, ma anche di risolvere annosi problemi. A cominciare dal suolo. “Il dissesto idrogeologico riguarda più di un terzo del Paese. È un campo in cui i soldi si trovano sempre a posteriori, quando sono stati distrutti o allagati interi quartieri o quando ci sono frane, morti. Allora sì che si trovano i miliardi per riparare i danni. Sarebbe meglio spenderli prima, oculatamente, in opere da individuare”.

Prioritaria è anche la terribile situazione delle scuole. “Il 48% delle scuole italiane non ha un certificato che assicuri che l’edificio è a norma dal punto di vista della sicurezza statica. È possibile che i ragazzi italiani vadano in scuole metà delle quali non è a norma dal punto di vista della sicurezza? Non si tratta di pavimenti sconnessi o rubinetti che perdono, o servizi inadeguati, ma di muri, tetti, fondamenta, che bisognerebbe rivedere e rimettere a norma”.

La miopia riguarda anche il potenziale punto di forza dell’Italia. “Il degrado del nostro immenso patrimonio culturale è per molti aspetti sotto gli occhi di tutti. Negli anni si è puntato a migliorare i punti di ristoro nei musei, insistendo sulla fruibilità da parte di pubblici sempre più vasti, invece di intervenire sulla catalogazione digitale, sulla tutela effettiva, sulla custodia. Un’azione mirata può creare centinaia di migliaia di posti di lavoro”.

C’è poi il problema della riconversione del modello produttivo. “Il modello produttivo attuale è finito nell’estate del 2007. È impensabile che i posti di lavoro che si sono persi in questi anni siano ricostituiti, ripercorrendo lo stesso modello produttivo. Processi come l’automazione e la razionalizzazione hanno soppresso quote impressionanti di posti di lavoro e molte imprese si dirigono sempre di più verso Paesi in cui i salari, le condizioni ambientali o fiscali sono più favorevoli. Occorrerebbe pensare a forme di ecoindustria, cercando di evitare errori e compromessi che hanno, in alcuni casi, caratterizzato lo sviluppo di nuovi settori, come ad esempio si è visto con la creazione di parchi eolici”.

Una riconversione che riguarda anche l’agricoltura. “Anche qui, l’epoca in cui la lattuga del Cile o i pomodori di un altro Paese facevano 10 o 20 mila km prima di arrivare sulla tavola di qualcuno probabilmente è finita. Il costo dei carburanti, degli aerei e della logistica stanno in qualche modo imponendo forme di consumi agricoli, consumi alimentari che non saranno a km zero, ma certamente non a km 10 mila o 20 mila, come è stato invece per molti anni. Il ministero dell’agricoltura dovrebbe occuparsi della riduzione dei km che pomodori, lattuga e formaggi e altro percorrono prima di arrivare sulle nostre tavole”.

Per creare occupazione, l’ideale sarebbe un’agenzia centrale. “So che a molti sale la temperatura quando sentono parlare di Stato che occupa le persone. Bisognerebbe creare un’agenzia centrale che determina i limiti e che incassa i soldi da varie fonti, magari appunto dallo Stato stesso o da una rivisitazione degli ammortizzatori sociali. L’assunzione diretta può essere affidata ai cosiddetti territori, al non profit, al volontariato, ai servizi per l’impiego, alla miriade di entità locali, comprese piccole e medie imprese”.

L’occupazione diretta servirebbe molto di più dei soliti incentivi. “Una miriade di rapporti e documenti testimoniano che, se voglio creare un posto di lavoro, è molto più conveniente dare mille euro al mese a uno che lavora piuttosto che trasformarli in sconti fiscali, contributi alle imprese, nel caso assumano qualcuno. L’assunzione diretta ha un effetto immediato sulla persona e sull’economia, perché il giorno dopo che ho versato a qualcuno mille euro di stipendio, quello li spende contribuendo così al lavoro di qualcun altro. L’incentivo all’impresa, lo sgravio fiscale, la riduzione del cuneo fiscale e altre cose del genere hanno, invece, effetti molto più ritardati”.

E sotto attacco finirebbero ancora i meccanismi di protezione sociale. “Quando si parla di riduzione del cuneo fiscale, si ha in mente la riduzione dei contributi per le pensioni, la sanità e altro. La riduzione dei contributi implica che qualcuno pagherà ticket sanitari più elevati, magari a fronte di mezzi familiari scarsi, o che subirà un’ulteriore riduzione della pensione. Si annuncia di ridurre il cuneo fiscale, ma non si precisa come si recuperano quei contributi che vengono a mancare”. Un modo sottile per continuare a prosciugare il welfare.

Ma come finanziare gli interventi proposti? Per capirlo, bisogna ragionare su vari aspetti. Innanzi tutto il ruolo della Banca Centrale Europea. “Noi non disponiamo di una moneta sovrana, dipendiamo da una moneta che per certi aspetti è una moneta straniera. Non vuole essere una polemica contro l’euro, perché le polemiche contro l’euro sono semplicemente idiote e non vorrei minimamente essere accostato a quelle. Resta, però, il fatto che, mentre la Federal Reserve può creare quanto denaro vuole, noi non possiamo prendere in prestito soldi direttamente dalla Banca centrale per creare occupazione”.

Il problema è che i soldi ci sono, ma non arrivano a destinazione. “Tra il novembre 2011 e il febbraio 2012, la BCE ha prestato alle banche 1.100 miliardi di euro, con un interesse dell’1%. E li ha prestati senza chiedere nulla. Alla fine, si è scoperto che soltanto un rivoletto di quei 1.100 miliardi è finito alle imprese, al lavoro, all’economia reale”. E allora? “Allora, è davvero politicamente impossibile pretendere in sede europea che la BCE presti soldi soltanto se questi vengono destinati, attraverso le banche, all’economia reale e se le imprese e le società non profit che li prendono a prestito firmano l’impegno scritto di creare occupazione?”

Un altro aspetto importante riguarda la cassa integrazione. “La cassa integrazione ha superato il miliardo di ore. È denaro che è sacrosanto spendere per sostenere le famiglie, per porre un argine alla disperazione. Tuttavia, invece di pagare 750 euro al mese con il vincolo di non fare nessun altro lavoro, si potrebbe pensare di aggiungere 300/ 400 euro a quei 750 e convertirli, così, in un salario pagato dallo Stato: lo scopo sarebbe quello di far assumere da imprese non profit, imprese private, servizi per l’impiego, comuni e regioni le persone in cassa integrazione che sono disposte a fare altri lavori. In questo modo, si produrrebbe ricchezza e molti soggetti da passivi diverrebbero attivi. Pensiamo ai benefici economici che si genererebbero attraverso i cosiddetti moltiplicatori”.

Le risorse potrebbero essere ricavate, poi, dal rivedere spese apparentemente insensate. “L’idea di comprare un cacciabombardiere, che pare pure pessimo dal punto di vista strategico e militare, impegnando circa 15 miliardi, a fronte dello scandalo disoccupazione, a me pare uno scandalo per certi aspetti altrettanto grave”.

Infine, sul piano del fisco, non si può prescindere dall’economia sommersa. “L’economia sommersa c’è da ogni parte, ma in Francia, Germania, Gran Bretagna, è tra il 5 e il 10% del Pil, mentre in Italia è al 22% del Pil. Tra l’altro, con la crisi, i tagli alle pensioni e le riforme cosiddette del mercato del lavoro, l’economia sommersa ha fatto ulteriori passi avanti e fornisce incentivi molto convincenti a chi deve fare i conti con ogni singolo euro per arrivare alla fine del mese. Ridurre l’economia sommersa al livello di Francia o Germania significherebbe, per lo Stato, incassare almeno 60 o 70 miliardi l’anno di maggiori imposte di vario genere, dall’Iva alle imposte dirette”.

Oggi ancora peggio di Tangentopoli. Sarà capace la politica di domani di cancellare l’onta denunciata da Giacomo Leopardi e Italo Calvino (ed Enrico Berlinguer)?

La Repubblica, 17 febbraio 2013

CHE cosa è successo davvero al Paese in questi anni? Perché ci troviamo di fronte ad una devastazione dell’etica capace di evocare, talora in forme ancor più squallide e pervasive, il fantasma di Tangentopoli? Lo rimuovemmo per quasi vent’anni, quel fantasma, per riscoprire all’improvviso grandi e piccole vergogne.Per riscoprire le cricche e le banconote nascoste in un pacchetto di sigarette, o la risata di un imprenditore nella notte del dolore aquilano: da Tangentopoli, insomma, non eravamo mai usciti, e riprese poi una slavina che non ha risparmiato quasi nessuna istituzione o parte politica. Quasi nessuna area del Paese. E siamo ora a chiederci che cosa non abbiamo compreso del nostro passato e che cosa semmai è cambiato: da dove nasce cioè una violazione quotidiana della legalità che non riguarda più solo la politica.

Era prevedibile, purtroppo, come era stato prevedibile quel che le indagini di Mani Pulite misero in luce. Italo Calvino aveva descritto lucidamente la realtà già nel 1980, in un “Apologo sull’onestà nel Paese dei corrotti” dall’inizio fulminante: «C’era un Paese che si reggeva sull’illecito ». Calvino proseguiva: «Nel finanziarsi per via illecita ogni centro di potere non era sfiorato da nessun senso di colpa perché (…) ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale, quindi, non escludeva una superiore legalità sostanziale ». Una illegalità profondamente interiorizzata, dunque, e quasi “sincera” nella sua arroganza: di qui il carattere drammatico che il disvelamento talora ebbe, le crisi laceranti che talora indusse. “Rivelava” le conseguenze di una lotta per l’occupazione dello Stato e dell’economia condotta negli anni Ottanta da partiti sempre più privi di progetti e ragioni ideali (lo analizzava con dolente lucidità uno storico attento ai valori etici e civili come Pietro Scoppola). Sullo sfondo, allora, un Paese immerso nei falsi bagliori di una “modernità” basata su consumi e arricchimenti sfrenati, artificialmente alimentati da un debito pubblico che ingigantiva. Un Paese che si illudeva di poter sperperare senza pagare dazio: e dilapidava così non solo il proprio denaro ma anche il proprio essere responsabile e civile. Un vero dramma, insomma, di cui il degradare del ceto politico era l’espressione più visibile ma non l’unica, come per un attimo ci illudemmo.

Per certi versi oggi siamo ancora oltre, con il dilagare di una “normalità della corruzione” in cui confluiscono, nelle loro differenze, il Batman di Anagni e l’industria privata e pubblica, il potentato lombardo di Formigoni e il Monte dei Paschi di Siena, manager e immobiliaristi, con un melmoso e infinito contorno di nutelle, cartucce da caccia e usi ancor meno nobili del denaro dei cittadini. Sullo sfondo, oggi, il ventennio berlusconiano e la crescente centralità di un arricchimento privato che era elemento solo accessorio, e spesso perfino assente, nella corruzione politica di vent’anni fa. Le cronache inoltre ci dicono con impietosa chiarezza che oggi è chiamata in qualche modo in causa non solo la classe politica ma una classe dirigente più ampia: quella “società stretta” – quella élite, in altri termini – su cui Giacomo Leopardi rifletteva quasi due secoli fa analizzando «lo stato presente del costume degli italiani». Da essa, annotava, viene l’impronta a tutta la nazione, e qui vi è però una differenza di enorme rilievo rispetto ad altri Paesi europei: «Gli uomini politi di quelle nazioni si vergognano di fare il male come di comparire in una conversazione con una macchia sul vestito o con un panno logoro o lacero». Da noi non è così, concludeva Leopardi, e da questo nasceva il suo rovello.

A questo rinviano anche, pur in forme diverse, le domande che attraversano oggi un Paese in sofferenza, impoverito, attraversato da pulsioni spesso dolorose. Scosso alle fondamenta da una sfiducia nella politica che dà fiato a nuovi avventurieri del populismo antipolitico – come avvenne già negli anni Novanta – e al tempo stesso tiene artificialmente e paradossalmente in vita i più vecchi e screditati araldi di quegli stessi inganni. E siamo alla vigilia di un voto che può essere decisivo, in diverse e opposte direzioni. Può aprire varchi a disastri persino inimmaginabili se dà vita ad un Parlamento ingovernabile o pesantemente condizionato dal centrodestra. Ma può anche dare il primo avvio ad un’inversione di tendenza: il primissimo passo di una risalita inevitabilmente lunga e difficile. Oggi più che mai la speranza di un “buon voto” può esser tenuta in vita ed alimentata solo da un impegno del centrosinistra di grandissimo respiro, in primo luogo sul terreno che ha visto le frane più devastanti. Dalla politica sono venuti molti anni fa i segnali più visibili di un degrado avanzante, spetta oggi alla politica dare impulso ad un possibile cambiamento di rotta.

È indubbiamente essenziale che il centrosinistra illustri con la massima chiarezza sino all’ultima ora, sino all’ultimo minuto le sue proposte principali, da quelle fiscali a quelle relative alla crescita. E indichi gli strumenti e le competenze che saranno messe in campo, anche con la delineazione di un possibile governo di altissimo profilo: una “squadra di governo” capace di dare fiducia e speranza ad un’Italia sperduta, provata, talora incattivita. Vi è però un impegno preliminare e non rimandabile, da “comunicare” con una nettezza e chiarezza senza precedenti: misure assolutamente drastiche ed esemplari contro la corruzione e al tempo stesso tagli fortissimi ai costi e agli sperperi della politica. Misure da adottare – queste sì – nel primo consiglio dei ministri dopo le elezioni, nella sua primissima delibera. È un impegno assolutamente indispensabile per poter parlare al Paese. Per garantirgli che si può uscire insieme dalla bufera, e da una crisi del sistema politico sin qui incapace di riformarsi. E incapace quindi di riformare l’Italia.

Per connessione di materia ricordiamo, e vi invitiamo a rileggerre, lo scritto "La questione morale" di Enrico Berlinguer (1981).

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