Movimenti indisciplinati. Migrazioni, migranti e discipline scientifiche" a cura di Sandro Mezzadra e Maurizio Ricciardi .
Il manifesto, 4 aprile 2013
Le migrazioni sono un «fatto sociale totale». Attraversano e condizionano le dimensioni costitutive di una società. Della società di partenza, di transito e di arrivo mettendo in tensione i significati e la materialità sociale di parole come cittadinanza, integrazione e lavoro migrante. Le migrazioni sono portatrici di «pratiche transnazionali» che rideterminano i concetti di territorio, confine e stato. Non attraversano solo frontiere, riconfigurano spazi politici. Il volume, da poco pubblicato, a cura di Sandro Mezzadra e Maurizio Ricciardi (Movimenti indisciplinati. Migrazioni, migranti e discipline scientifiche, Ombre Corte, pp. 271, euro 25) è allo stesso tempo un testo introduttivo e un bilancio della lunga stagione degli studi critici sulle migrazioni in Italia.
Scompaginare la governance
Le migrazioni non sono movimenti classici che fanno uso di repertori politici facilmente classificabili e di risorse consolidate. Sono movimenti sovversivi nel significato letterale del termine. Capovolgono concetti, spazi geografici, norme giuridiche e divisioni del lavoro. I confini diventano ubiqui e non delimitano solo l'ambito dello Stato-nazione, segnano profondamente i territori, gli assetti urbani, gli spazi politici di lotta e riconoscimento. Le dinamiche di scomposizione e ricomposizione dei confini esterni ed interni non conducono a un'immagine di un «mondo senza confini», piuttosto a una «deterritorializzazione» del loro controllo. Così come concepire un'opposizione netta tra inclusione ed esclusione non permette di cogliere i loro diversi gradi, a cui dà luogo la governance della cittadinanza e delle migrazioni, e le varie modalità di «inclusione differenziale» dei e delle migranti nella società e nei sistemi della produzione e della riproduzione sociale.
Nell'introduzione del libro si sviluppa e attualizza l'elaborazione di Abdelmalek Sayad, punto di riferimento di tanti studi e contributi critici sulle migrazioni degli ultimi decenni. Pensare l'immigrazione significa pensare lo Stato ed è lo Stato che pensa se stesso pensando l'immigrazione, diceva Sayad. Nella loro riflessione, che non prevede sintesi, Mezzadra e Ricciardi vanno oltre Sayad con un'opera di estensione e approfondimento: le migrazioni non investono solo il «pensiero di Stato» ma anche il «pensiero di società». È qui che sorge la necessità di un'epistemologia politica delle migrazioni che si attesti negli spazi e nei tempi della convulsa trasformazione della sovranità statale e dei poteri sociali che non dipendono direttamente dal potere politico. Quindi anche la società globale pensa se stessa pensando alle migrazioni. Ma non solo. Al concetto, introdotto da Sayad, di «doppia assenza» dei migranti rispetto al paese d'origine e al paese di destinazione viene affiancato da quello di «doppia presenza» dei migranti in quanto lavoratori e individui che interpellano e confliggono con le lotte, i comportamenti, gli stili di vita con la rappresentazione classica del «politico».
Il lavoro migrante inteso come categoria politica e non semplicemente economica tende, con un doppio movimento, a rovesciare le regolazioni del mercato del lavoro anticipando i processi di precarizzazione e a evocare nuovi diritti che non possono essere conquistati rimanendo all'interno dei confini degli Stati nazionali. La compresenza, nei movimenti migratori, delle linee del colore, di genere e di classe complica l'analisi e richiede ulteriori approfondimenti delle caratteristiche del lavoro vivo migrante contemporaneo. Da questo punto di vista non pare che il pensiero dell'intersezionalità, che pur ha scosso alcuni ambienti di ricerca troppo paludati, sia in grado di andare oltre una sorta di arte combinatoria del genere, della classe e del colore che per farli reagire l'un con l'altro si devono presupporre come già dati e compiuti.
La costruzione del clandestino
L'uso, spesso irriflesso, da parte dell'antirazzismo istituzionale del concetto di integrazione dei migranti nelle società di arrivo non tiene conto, per dirla con il Marx dell'Ideologia tedesca, che sono «individui empiricamente universali». All'interno delle diversità di comportamento, delle culture c'è una tensione alla riaffermazione dell'uguaglianza, a una pratica immediata dell'universalismo che li mette in contraddizione con i principi astratti della cittadinanza e della democrazia. Non vi è nessun romanticismo in tutto ciò, nessuna mitologia delle lotte di resistenza dei migranti. Si mettono in chiaro i connotati di un'ambivalenza che riguarda non solo le migrazioni verso i paesi occidentali, ma anche le caratteristiche, troppo trascurate, delle migrazioni in India, America Latina e Cina.
I contributi che compongono il libro tracciano percorsi non predeterminati dalle procedure classiche della scienza «normale» delle migrazioni. I movimenti delle migranti parlano della frequentazione delle donne degli spazi di confine della società. Si può leggere il fenomeno migratorio attraverso le categorie del femminismo e si può leggere il femminismo attraverso le esperienze che le migranti mettono in circolo (Roberta Ferrari).
I lavoratori migranti sono portatori di una precarietà costitutiva che contiene tutte le altre precarietà. La sociologia italiana ha spesso classificato questi lavoratori come temporanea eccedenza non cogliendo invece la loro presenza strutturale (Devi Sacchetto). La costruzione sociale del migrante «clandestino», pensato come naturalmente propenso all'azione criminale, si fonda sulla stigmatizzazione e il confinamento dei soggetti in una sotto-classe da contrastare con paradigmi securitari che hanno una logica militare (Alvise Sbraccia).
Le migrazioni hanno ripercussioni sugli spazi e sui luoghi della città e della metropoli, che diventano un campo del conflitto, pur mantenendo un aspetto transnazionale e globale (Agostino Petrillo). I dispositivi che regolano la cittadinanza e i confini indicano la posizione di fronte a un ordine politico e giuridico definendola rispetto a un «dentro» e un «fuori». Le migrazioni mettono in crisi la rappresentazione di tale ordine come linea di demarcazione che garantisce un'unità di spazio e di diritto (Enrica Rigo). I movimenti migratori hanno reso problematico l'esercizio della triplice sovranità dello stato nazionale: militare, economica, culturale, alla luce del venir meno del concetto di popolo come soggetto relativamente omogeneo (Emilio Santoro). C'è una rimozione dell'esperienza coloniale e imperiale - in particolare delle nozioni di razza e razzializzazione - nella costituzione materiale e culturale della modernità capitalista. Il legame tra migrazioni e condizione postcoloniale sta a indicare l'irruzione dei margini nel centro, una transizione permanente intesa come insieme di continuità e rotture di quell'autoritarismo istituzionale e pedagogico incentrato attorno alla problematica nozione di «integrazione» (Miguel Mellino).
Tra cittadinanza e dominio
I figli dell'immigrazione rompono il mito della provvisorietà delle migrazioni. Sono una «posterità inopportuna» che rende permanente ciò che si vorrebbe provvisorio, e parlare di seconde generazioni è fuorviante perché riduce tutto a un'origine. La condizione giovanile migrante esprime comportamenti che variano dal mimetismo alla trasformazione dello stigma della discriminazione in emblema identitario (Luca Queirolo Palmas). Il regime discorsivo costruito dai molteplici intrecci narrativi sviluppati da diversi attori delle politiche di governo delle migrazioni nega lo spazio fisico e politico ai corpi in movimento. Le narrazioni mainstream delle migrazioni parlano di soggetti fantasmatici senza fisicità, raccontano «storie di impronte» (Federica Sossi).
Più che descrivere fotografie più o meno mosse dei movimenti migratori, nel lavoro coordinato da Mezzadra e Ricciardi si va in live-streaming. Certamente, ciò implica il rischio di riecheggiare una dialettica negativa delle migrazioni di stampo adorniano. Ma si tratta di un rischio necessario per mettere a fuoco, come giustamente dicono i due curatori, lo scarto che si è prodotto non solo tra le teorie della cittadinanza e della democrazia e le forme effettive dell'organizzazione del dominio e dello sfruttamento, ma anche tra quelle teorie e le pratiche sociali, le rivendicazioni, le aspirazioni dei soggetti subordinati. Insomma, è un libro che ha tutti gli aspetti di un lavoro seminale.
Una premessa e due recensioni di un libro che raccomandiamo vivamente di leggere almeno a chi vuol comprendere su quale letto di miserie e orrori giaccia il nostro benessere e voglia lavorare per cambiare almeno le lenzuola. Ettore Mo dal
Corriere della sera (28 novembre 2007) e da Varesenews online (24 luglio 2008)
Premessa
A me è sembrata eccezionale la storia raccontata da Fabrizio Gatti, Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini (Rizzoli, p. 492, 18). Sarà che sono attualmente in Africa: in una regione, il Rwanda, ai margini delle vicende narrate dal libro, ma pur sempre in quella stessa area geopolitica. Sarà che sono italiano, e quindi partecipe delle colpe dei nostri governanti (e non solo) nei confronti del continuo sacrificio inflitto ai protagonisti delle crudeli vicende delle migrazioni. Sarà, infine, che sento il lavoro dell’uomo come la preziosa risorsa dell’umanità se finalizzata a comprendere, trasformare e givernare il pianeta nell’interesse di tutti; e il libro di Gatti ci fa comprendere invece quanti avvoltoi, sciacalli, mosconi e vermi si stiano alimentando dal saccheggio del lavoro, reso miserabile, dei nuovi schiavi. Gatti, per conoscere meglio come la macchina della nuova schiavitù funzioni e quali siano le vite e le speranze dei reietti della terra ha cancellato la propria personalità per assumere la loro. Da Dakar ha attraversato il deserto fino alla Libia, si è fatto arrestare e imprigionare nei “cebìntri di accoglienza di Milano e Lampedusa, ha lavorato sotto la sferza degli “utilizzatori finali” della merce prodotta dalle migrazioni (a loro volta generate, ricordiamolo, dal rapace saccheggio delle risorse dei paesi del Terzo mondo da parte dei vecchi e dai nuovi colonialismi. E’ grazie a questi meccanismi che il sistema capitalisico ha potuto esportare, negli ultimi secoli, le sue contraddizioni e assicurare ai lavoratori e ai cittadini del Primo mondo lo loro condizioni di benessere. Pubblico di seguito due recensioni del libro di Fabrizio Gatti che a nostra parere si integrano e riescono a dare il carattere del libro, che ovviamente vi invito a leggere.
Corriere della Sera, 28 novembre 2007
Dall' Africa a Lampedusa,
di Ettore Mo
Impossibile una normale recensione di Bilal, perché il libro di Fabrizio Gatti non è un libro normale e non rientra in nessuna categoria letteraria: non è romanzo, né saggio, né inchiesta, né reportage nel senso stretto della parola. Inviato dal settimanale L' Espresso, l' autore ha condensato nel volume la sua straordinaria esperienza giornalistica, sintetizzata nel sottotitolo come Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi. Infatti, non si sarebbe potuta raccontare in profondità la sconvolgente odissea di milioni di immigrati clandestini se non vivendola sulla propria pelle, passo per passo, minuto per minuto: ed è ciò che Fabrizio ha fatto, imbarcandosi insieme a quei disperati in cerca di lavoro e fortuna su sgangherati camion che dal cuore arido dell' Africa raggiungono, attraverso il Tenéré e il Sahara, la sponda del Mediterraneo.
Ma per essere accettato come uno di loro deve immediatamente sbarazzarsi della propria identità e assumerne una nuova. Ridurre in polvere i documenti e il passaporto non basta: né può pretendere, con la sua pelle chiara, di passare per un africano. Fortunatamente, nella ciurma dei derelitti in rotta verso il Nord ci sono turchi, bulgari, romeni, polacchi, greci: e Fabrizio decide di adottare il nome e i connotati di Bilal Ibrahim el Habib, nato nel ' 70 in un villaggio del Kurdistan iracheno. Capelli rasati a zero, la barba lunga da mesi è il suo nuovo look.
Dal suo libro-testimonianza emergono i disagi, le sofferenze, le difficoltà che questa folla composita di derelitti deve affrontare lungo quello che viene ancora chiamato «il cammino della speranza», anche se molti di loro non raggiungeranno mai la meta. I guai cominciano già prima di mettersi in marcia, a Dakar, dove «un boss del commercio» chiede subito 3 milioni di franchi africani, in contanti, che è il prezzo di un visto per l' Italia. Ma il 12 per cento dei clandestini che s' imbarcano in Libia, su vecchie carrette stracolme e inadeguate a fronteggiare il mare grosso, muore durante la traversata e si calcola che negli anni saranno circa cinquemila i morti annegati. Un «traffico di schiavi» che impegna sulla costa libica i boss della malavita locale e centinaia di scafisti avidi e senza scrupoli, che godono della protezione di poliziotti e doganieri corrotti: mentre i governi di Libia, Italia, Egitto si palleggiano cinicamente le responsabilità.
Dopo le vicissitudini dell' espatrio, Bilal si accinge a una deep immersion nell' amara e non di rado agghiacciante realtà dei cosiddetti centri di permanenza temporanea, dove vengono confinati i clandestini, approdati illegalmente sul territorio italiano. Per fare questo, Gatti s' è fatto arrestare tre volte, l' ultima a Lampedusa ed è proprio questa esperienza che fornisce e alimenta i capitoli più intensi e drammatici del libro. Mentre i poliziotti e la gente lo soccorrono quando lo trovano esausto su una spiaggia dell' isola (s' era buttato in mare da uno scoglio col suo saccone nero), Bilal deve fare più di uno sforzo per ricordare a se stesso che questo «non è il suo Paese», che parlano una lingua straniera per lui incomprensibile, anche se gli lanciano insulti in italiano e dialetto; è un piccolo povero curdo iracheno, nato nel villaggio di Assalah, parla solo un po' d' inglese... Obiettivo raggiunto. Lo rinchiudono nel centro di detenzione di Lampedusa, che un parlamentare europeo della destra xenofoba aveva definito un hotel a cinque stelle e che per Fabrizio Bilal è semplicemente una gabbia. «Davanti a questo cancello - scrive - finiscono i nobili sentimenti dell' umanità. Quel sentir comune che ci unisce come individui liberi di pensare. Che non fa differenza tra gli uomini e le donne. E dimentica cosa sono. Amici o nemici. Connazionali o stranieri. Cittadini o clandestini».
E ancora: «In questa grande gabbia non c' è nemmeno l' atteggiamento di rispetto che i poliziotti dell' ufficio di identificazione avevano alla fine mantenuto. Bilal e tutti gli altri devono rimanere seduti e rannicchiati per più di un' ora. Per pranzo un piatto di plastica con pasta e tonno. Un altro con bocconcini di pesce fritto e agrodolce. Un panino. Una mela. Una bottiglia d' acqua di due litri da dividere in due». Si trascorre la notte sdraiati a terra, perché: il materassino di gommapiuma è infestato da insetti e il cuscino è il sacchetto nero dell' immondizia con i nostri vestiti ancora bagnati.
Non so quanti giorni e quante notti Fabrizio Bilal abbia trascorso nel gabbione a cinque stelle di Lampedusa. Ma il suo libro avvince e trascina dalla prima all' ultima pagina ed è una lezione di giornalismo: quando per giornalismo s' intende la necessità di vivere personalmente le vicende che si vogliono raccontare e non fornire al lettore frettolosi, esangui dispacci d' agenzia. Lo raccomando vivamente, Bilal, a tutti i ragazzi e le ragazze che sognano di fare questo mestiere.
Varesenews online, 24 luglio 2008
Bilal e le vergogne dell'Europa
di Marco Giovannelli
“La testa è già in cammino da qualche mese. Lo stomaco e le sue paure anche“. E le paure per Fabrizio Gatti erano più che motivate. Uno zaino, pochi oggetti, un nome falso e il passaporto italiano come unica protezione. Una protezione che a nulla sarebbe però valsa in tutta una serie di situazioni drammatiche e pericolosissime.
Bilal è qualcosa di più di un libro. Gatti è partito da Milano ed è arrivato in aereo a Dakar e da lì ha ripercorso nelle stesse condizioni di migliaia e migliaia di africani la tratta degli schiavi del Terzo Millennio. Si è infiltrato per prendere i “camion della speranza” che arricchiscono bande di criminali e di gente senza scrupoli protetti da eserciti e governanti. Ha cercato storie di vita da raccontare. Ha “adottato” James e Joseph, due fratelli che seguirà anche un volta terminato il viaggio perché “questi ragazzi fuggiti dal vicolo cieco della loro terra sono i veri abitanti del villaggio globale”. Ma Gatti non si ferma a un crudo diario, fa parlare uomini e donne, carnefici e vittime e ricostruisce la storia drammatica di interi paesi massacrati da dittatori sanguinari e dalle complicità di altri potenti europei.
Non è un libro sull’immigrazione. È la storia di uomini e donne che a mani e piedi nudi hanno attraversato il Sahara e il mare. È la storia della più grande conquista del Terzo Millennio, la conquista della libertà. È una storia che conosco bene perché ero con loro. Bilal è il nome di copertura in questo viaggio durato mesi dal Senegal fino in Libia, in Tunisia con i trafficanti che organizzano barche. Poi si sposta nel Cpt di Lampedusa e nei campi e cantieri dell’edilizia in Italia. E infine l’espulsione.
È dedicato ai tanti che non ce l’hanno fatta. Una storia di grande umanità. Ogni 100 che partono 12 muoiono. Bilal è anche la storia di un grande tradimento da parte dell’Unione Europea degli ideali di uguaglianza, libertà fraternità, perché i nostri capi di stato e di governo per interessi sono scesi a patti con i dittatori“.
Bilal è un libro che ogni cittadino dovrebbe leggere. Un capolavoro di giornalismo. Scritto con un ritmo incalzante sembra un thriller, ma non è fiction. È la realtà.
Dopo duecento pagine, in Niger alle porte della Libia, durante una notte inquieta Gatti spiega a se stesso prima ancora che ai lettori perché una scelta così pazza. Perché rischiare sapendo che poi niente sarebbe più stato lo stesso per lui. “Lo dovevo fare. - È la risposta che si da. - Fino in fondo al Sahara. Fin dall’altra parte del Mediterraneo. Non sono più io a fare questo viaggio. È il viaggio nella sua crudeltà infinita, a plasmare me. Senza nemmeno sapere in quale essere mi trasformerà, ormai non posso fermarmi. Cercavo il perché migliaia di uomini e donne si imbarcano su rottami destinati ad affondare. Volevo scoprire cosa c’è sulla rotta per l’Europa di più spaventoso della morte in mare. E l’ho scoperto. Qui nel deserto ho conosciuto la morte da vivi. Eppure era facile immaginarlo già prima della partenza. Ma il viaggio mi aspettava. Era la prova da superare per poter guardare senza più complessi di inferiorità i sopravvissuti sbarcati in Italia, ma anche la storia degli italiani, degli europei partiti nell’Ottocento, nel Novecento per le Americhe, l’Australia, l’Africa del Sud. Un insostituibile esercizio della memoria“.
Bilal è un libro che non passa così come niente. È un pugno nello stomaco. Ribalta ogni certezza. Smaschera luoghi comuni. Indaga con delicatezza e onestà anche nelle pieghe dei sentimenti dei carnefici, quelli che resteranno lì a garantire i sanguinari dittatori ma che a loro volta maltrattano, torturano, taglieggiano i propri connazionali. Eppure non è un libro di disperazione. Le storie autentiche, anche di ragazzi che viaggiano con Gatti e che non ce la faranno, trovano una via d’uscita.
Il racconto diventa scandalo e vergogna quando supera i deserti, i mari aperti per arrivare nel paradiso tanto sognato. Nell’Italia meta ormai raggiunta Gatti va ad indagare le vere condizioni a cui sono sottoposti uomini e donne. Le forme di schiavitù sono diverse, ma le storie non sono per questo meno drammatiche. Sfruttamento, lavoro nero, pestaggi, fino alla morte e basterebbe ricordare la fine di Ion Cazacu, qui proprio a casa nostra, nella civilisssima Gallarate.
Bilal è un dono che Fabrizio Gatti ha fatto a tutti noi. E non potremo più dire non lo sapevo, non lo avrei mai immaginato.
Se la politica chiama al proprio capezzale il saggio – anzi “i saggi” – avverte di aver esaurito ormai le proprie residue risorse, di proposta e di tecnica» Ricordiamo i precedenti. La Repubblica, 4 aprile 2013
Ultimo viene il saggio, si potrebbe dire. Nel senso che se la politica, contigua solitamente più alla follia che alla saggezza, chiama al proprio capezzale il saggio – anzi, “i saggi” – significa che avverte di aver esaurito ormai le proprie residue risorse, di proposta e di tecnica. Un po’ come quando il medico curante richiede, con urgenza, un consulto tra “luminari”. O quando una coppia in crisi decide di rivolgersi al consulente matrimoniale… Si tratta comunque di occasioni infauste, di cui si farebbe volentieri a meno.In effetti, nei settant’anni di vita della nostra Repubblica, si contano rarissimi casi di questo genere, con un Capo dello Stato che richiede il consulto di una commissione ad hoc.
Uno solo, a mia conoscenza. Forse due, a voler largheggiare, entrambi risalenti alla presidenza di Francesco Cossiga (un Presidente, come si ricorderà,sui generis). Entrambi riguardanti potenziali conflitti istituzionali gravi, in momenti storici e politici delicati, in qualche misura “di svolta”.La prima volta fu nel 1986, ed i “saggi” furono chiamati a pronunciarsi sul quesito inquietante su “chi comanda in caso di guerra”. Si era a ridosso dei fatti di Sigonella, quando Bettino Craxi aveva gestito a modo suo il confronto con le truppe americane all’interno della base siciliana sfiorando lo scontro armato, e Cossiga pretese un chiarimento sui rispettivi poteri di comando. Fu costituita una commissione di giuristi e di esperti militari “di destra, di centro e di sinistra” – come annoterà lo stesso Cossiga – che in due anni di lavoro giunse a un verdetto per sfortuna del Presidente a lui ostile, escludendo che questi avesse “la competenza di interferire”.
La seconda volta risale al 1990, nella fase finale del mandato presidenziale di Cossiga, quando aveva già abbandonato il primitivo profilo di “custode della Costituzione” per inaugurare il ruolo di “picconatore”. E riguarda le competenze del Consiglio superiore della magistratura, prodromo del futuro conflitto istituzionale tra “politica e giudici”. Si era nel pieno delle indagini sull’organizzazione segreta Gladio. Si profilava all’orizzonte la crisi sistemica di Tangentopoli. Emergeva il volto di una magistratura determinata, almeno in alcune sue parti, ad affermare e difendere la propria indipendenza dal potere politico. E il Capo dello Stato (pare irritato per una presa di posizione delCsm sull’appartenenza dei giudici alla massoneria) procedette, questa volta con decreto presidenziale, alla formazione della cosiddetta “Commissione Paladin” (dal nome del presidente emerito della Corte costituzionale Livio Paladin, chiamato a dirigerla) che avrebbe dovuto, nelle sue intenzioni, ridimensionare le prerogative dell’organo di autogoverno dei giudici limitandone i poteri alla semplice gestione amministrativa. Ma anche questa volta gli andò male. I nove “saggi” che ne facevano parte, tutti giuristi di alto livello confermarono il “profilo costituzionale” del Csm e l’ampiezza delle sue funzioni, invitando il legislatore ad adeguare la normativa al dettato costituzionale.
Si tratta comunque di precedenti assai diversi dall’esperienza attuale, nella quale l’intervento dei “saggi” non è invocato tanto per rispondere a quesiti specifici, quanto per tentare di soccorrere in un vuoto lasciato aperto dalla politica e soprattutto dai partiti politici, incapaci di uscire dall’impasse in cui si sono cacciati e, per questo, potenziali portatori insani di una crisi sistemica dall’esito imprevedibile. Da questo punto di vista, se un precedente storico è dato riconoscere d’intervento di un collettivo di “sapienti” in un processo politico di svolta (pur in condizioni specularmente opposte a quelle attuali) questo potrebbe essere offerto dall’esperienza della Consulta Nazionale, agli albori della nostra Repubblica, quando in assenza di un parlamento eletto e in mancanza delle regole fondamentali, nel settembre del 1945 fu nominata con Decreto Luogotenenziale un’Assemblea di 304 membri (in parte indicati dai partiti, ma anche dalle organizzazioni sindacali, dalle associazioni culturali, dalle libere professioni o scelti tra i reduci e tra gli ex parlamentari antifascisti), con il compito di fare le veci del Parlamento fino all’elezione della Costituente, e di istruirne i lavori preliminari.A scorrerne oggi l’elenco dei membri, non può non colpire l’alto livello delle competenze lì rappresentate. La quantità di saperi, e l’elevato numero di “saggi”, nel senso proprio del termine, che vi lavorarono. Ne facevano parte filosofi come Benedetto Croce e Guido Calogero, storici come Adolfo Omodeo e Luigi Salvatorelli, giuristi come Piero Calamandrei e Vincenzo Arangio-Ruiz, uomini come Luigi Einaudi, Guido Carli, Enrico Mattei… oltre a tutti i grandi leader politici del tempo. Nessun’altra assemblea elettiva riuscirà più a concentrare tanta qualità, in tutti i settant’anni successivi.
Ma si trattava, appunto, di un inizio. E i “saggi” erano chiamati allora a inaugurare un tempo nuovo per una politica nascente, non per permettere di guadagnar tempo a una politica in affanno. Il che non esclude che quell’esperienza aurorale possa ancora parlarci in questa fase crepuscolare.Essa ci dice, infatti, quale supporto possa offrire la “saggezza” alla politica in quella particolare condizione che va sotto il nome di “stato d’eccezione”, quando un Paese si trova a dover affrontare un passaggio di regime (è il caso del ’45). O quando è costretto a gestire una crisi sistemica come l’attuale, nella quale lo stato d’eccezione rischia di diventare permanente. Allora davvero i saggi potrebbero aiutare a individuare la via per uscire dal labirinto (per usare un’immagine cara a Norberto Bobbio), se solo riuscissero a restar tali. E a condizione che il monopolio della vita pubblica da parte degli apparati di partito (degli antichi sovrani in crisi, trasformatisi da mezzo in fine), si allenti. Perché il Pensiero è incompatibile con le macchine disciplinari, come ha magistralmente mostrato Simone Weil in un breve, fulminante testo ripubblicato di recente. E se è discutibile che il saggio possa fare compromessi con la ragion di stato, di certo esso non può nascere né convivere con lo spirito di partito.
Una voce che argomentatamente condanna la strumentalità della scelta del Presidente della Repubblica,
il manifesto, 3 aprile 2013, con postilla
Il compito affidato dal capo dello Stato alle due commissioni di saggi è chiaro. Potremmo sintetizzare così: «facite ammuina». Quell'ordine che - secondo una leggenda metropolitana - veniva impartito sui bastimenti del Regno borbonico allo scopo di dimostrare l'operosità dell'equipaggio e l'efficienza degli ufficiali di bordo, ma che si risolveva solo nell'obbligo di fare il massimo di confusione per impressionare le autorità in visita.
Così, esemplificando, è evidente a tutti l'urgenza della riforma del sistema elettorale, né può dirsi ci sia bisogno di formulare nuove proposte in materia. La discussione è stata sin troppo approfondita, spesso persino pedante. La paralisi che ha impedito di cambiare la legge vigente - da tutti formalmente ripudiata - ha ragioni legate esclusivamente alle diverse convenienze politiche delle parti. Si tratta ora semplicemente di scegliere, in Parlamento, tra le diverse opzioni. Lo stallo del sistema politico lo ha sin qui impedito e l'unica via per sbloccare la situazione è quella che passa per la costituzione di una solida maggioranza parlamentare. Impresa evidentemente assai ardua - ai limiti dell'impossibile - dati i rapporti di forza e le rispettive debolezze tra le forze politiche che oggi "sgovernano" l'Italia. Ma non si può pensare che a sbrogliare la matassa possono essere dei saggi, svincolati da ogni logica di rappresentanza, scelti in base a imponderabili criteri da un organo - la presidenza della Repubblica - che non ha titolarità in merito alla definizione dell'indirizzo politico di maggioranza (bensì delicatissime funzioni di garanzia e di stimolo di queste maggioranze).
In termini assolutamente analoghi può dirsi per tutte le altre misure che dovranno essere trattate da queste due inutili commissioni. Nessuna di esse richiede ulteriori approfondimenti da parte di esperti, bensì del ritorno della politica. Pretendono tutte di essere affrontate finalmente nel merito. Per questo quel che più urge stabilire è se ci sono le condizioni per formare un governo, verificare se si può trovare una maggioranza in Parlamento che possa tradurre in leggi i programmi sin qui solo sventolati nei comizi o nelle infruttuose trattative politiche. In caso contrario, nell'impossibilità di far approvare qualsiasi proposta programmatica, si prenda rapidamente atto della profondissima crisi istituzionale e si sciolgano, appena possibile, le Camere. La tecnica del rinvio, in queste condizioni, non può che far peggiorare ancor più la già drammatica situazione di impotenza politica.
La scelta di Napolitano ha, invece, esplicitamente lo scopo di prender tempo, in attesa che le Camere - nei tempi consueti, non brevissimi - eleggano il prossimo presidente, al quale spetterà dare soluzione alla crisi «nella pienezza dei suoi poteri». Nel frattempo proseguirà il lavoro di un governo dimissionario, e dunque non più legittimato se non per l'ordinaria amministrazione, il quale adotterà raffiche di provvedimenti con una procedura che di ordinario non ha nulla, né nella forma (proseguirà l'abuso della decretazione d'urgenza), né nella sostanza (governando non grazie alla fiducia del Parlamento, bensì in base all'intesa con le istituzioni europee).
La gravità e l'urgenza del momento richiederebbero un'altra, opposta, strategia, che imponga una soluzione alla crisi senza indugio alcuno. Una volta accertata nelle consultazioni la divisione insanabile delle forze politiche, che tende ormai solo ad accentuarsi, due potevano ritenersi le decisioni più opportune. La prima, la nomina di un governo che, anche in assenza di una precostituita maggioranza in Parlamento, provasse a ottenere la fiducia al Senato e comunque riuscisse, nella sede propria, a far valere le responsabilità dei nostri rappresentanti eletti senza vincolo di mandato (la soluzione proposta da Bersani). La seconda, le dimissioni del Capo dello Stato, al fine di permettere nel più breve tempo possibile di sciogliere le Camere (le ragioni di questa scelta sono state illustrate il giorno di Pasqua sulle pagine di questo giornale).
La via dell'attesa, del prender tempo, del rinvio a dopo e ad altri, che non ha precedenti nella nostra storia repubblicana, non convince.
Precise frustate e argomentate denunce della stupidità reazionaria al fondo della trovata regale dei “saggi”. Possibile che le analisi politiche più acute vengano dal genere che la Corte reale esclude dalla saggezza ?
La Repubblica, 3 aprile 2013
CONVIENE stare attenti, quando si fanno paragoni con paesi europei che hanno governi introvabili per mesi. Il Belgio, spesso citato da Grillo, ha traversato nel 2010-2011 una lunga ingovernabilità (541 giorni) che diede frutti negativi e positivi. Negativa fu la non-dimissione del governo bocciato alle urne: per nulla diminuito, l’esecutivo prese decisioni cruciali (bilancio di austerità, guerra libica), ignorando il Parlamento. Positivo fu l’insorgere di movimenti cittadini che diedero vita a nuove forme di democrazia deliberativa, correggendo dal basso l’atrofizzata, oligarchica democrazia rappresentativa.
Non meno fuorviante il modello olandese, caro agli uomini di Monti e sfociato nei due comitati di Saggi incaricati da Napolitano di negoziare punti d’accordo istituzionali ed economici fra destra, centro e sinistra. Due volte, nel 2010 e nel 2012, i Paesi Bassi ricorsero ai Facilitatori
(Napolitano ricusa la parola Saggio), dopo voti dall’esito dubbio. Nel 2010, la regina nominò suoi «esploratori» sette volte. Il metodo funzionò male, ed ebbe come conseguenza un Parlamento esautorato, l’espandersi della partitocrazia (più precisamente: del male che andava combattuto), e una monarchia screditata. Il 13 settembre 2012, la Costituzione olandese fu riformata, abolendo i poteri d’influenza del monarca — e delle sue camarille partitiche — nella formazione dei governi. Il futuro Presidente italiano farebbe bene a trarne insegnamento: incoraggiare inciuci rigettati da gran parte dell’Italia estenua la forza della carica. Il Parlamento olandese fece sapere alla regina che i Sapienti erano in Parlamento, non nelle regali stanze. Napolitano si dice abbandonato dai partiti che pure ha assecondato. Ma anche il secondo tentativo olandese, che nel 2012 facilitò una grande coalizione all’insegna di «Costruire Ponti», è un esempio bislacco.
È con la forza dell’inerzia che quest’ordine fa oggi quadrato contro Grillo, per neutralizzarlo e spegnerlo. Sbigottito dalla democrazia partecipata e dalle azioni popolari, il vecchio sistema si cura coi veleni che ha prodotto, indifferente alla vera nostra anomalia che è Berlusconi: anomalia che spiega Grillo e le sue rigidità. I veleni sono le cerchie di potenti, legati ai partiti e non all’elettore, e si sa che la democrazia, quando si moltiplicano le domande cittadine, secerne le sue ferree leggi delle oligarchie. «I grandi numeri producono il potere di piccoli numeri», disse tempo fa Gustavo Zagrebelsky: «L’oligarchia è l’élite che si fa corpo separato ed espropria i grandi numeri a proprio vantaggio. Trasforma la res publica in res privata» (Repubblica, 5-3-11).
L’ultimo atto di Napolitano è disperato, solitario e conservatore (ben più ardito e coraggioso il suo europeismo). Al Corriere, ieri, ha detto che altre strade non c’erano: le Commissioni dureranno poco, non indicheranno governi. Tuttavia, anche se i Saggi saranno rapidi, i nomi prescelti proteggono la vecchia partitocrazia e già prefigurano una coalizione. Non costruiscono ponti verso il nuovo. Premiata è quella che Zagrebelsky chiama l’accidia della democrazia:«sulla libertà morale, prevale il richiamo del gregge e la tendenza gregaria».
Sbilanciamoci.info, 2 aprile 2013
L’attacco a Bersani perché non si presentasse alle Camere, il “piano B” con Berlusconi tornato protagonista, secondo il copione del Quirinale. Tra una sinistra subalterna e la storica mancanza, in Italia, di una destra almeno formalmente democratica, scivoliamo lungo una deriva mortale per la nostra fragile democrazia
Né Hollande né Bersani sono due rivoluzionari, ma non ricordo di aver assistito a una guerra più violenta di quella in atto contro di loro. Proprio guerra di classe, ha ragione Gallino: la destra proprietaria all’attacco contro chiunque non sia un liberista puro. In Francia, la sconfitta di Sarkozy è stata seguita da un’offensiva padronale durissima, chiusure, licenziamenti e delocalizzazioni che hanno aumentato di colpo la già forte disoccupazione dovuta alla crisi – oltre tre milioni di disoccupati, senza contare altri due milioni di persone che sono costrette a lavoretti senza continuità né diritti. La gente comune, il cui potere d’acquisto è decimato mese per mese , rimprovera sempre più aspramente al governo socialista di non aver tenuto le promesse. Insomma è aperto il fuoco da destra e da sinistra.
In Italia, Pier Luigi Bersani è stato oggetto di una distruzione sistematica, dal Quirinale e dalla stampa, per aver osato proporre di far verificare alle camere una proposta di programma certo modesta ma nella non infondata speranza di ottenere qualche voto dall’esercito dei deputati grillini, che sono un’armata Brancaleone senza programma, nei quali si potevano trovare una dozzina di voti come sono stati trovati per la presidenza del Senato. Il Quirinale non glielo ha permesso, come se fossimo già una repubblica presidenziale. Bersani non ha accettato, ma neppure si è ribellato alla volontà del capo dello stato. Così sta avanzando il cosiddetto “piano B”, che punta alla reintroduzione al governo di un Berlusconi più sfacciato che mai: “voglio questo, voglio quello” inossidabile, persuaso di poter proporre per il governo una maggioranza di cui lui sarebbe parte fondamentale e al Quirinale un suo uomo (“Letta o, perché no, io stesso”).
Non saprei quanto sarebbe durato un governo come quello proposto da Bersani, anche se gli fosse stato permesso di strapparlo alle Camere, ma quel che è sicuro è che il senso del divieto presidenziale è riaprire la strada a una unità nazionale di cui Berlusconi deve essere una parte determinante. In qualche modo, il fatto che Napolitano l’abbia ricevuto al Quirinale dopo che il Cavaliere aveva vomitato le sue insolenze due giorni prima in Piazza del Popolo l’ha, politicamente parlando, legittimato. E in tutta l’Italia sembra aver tirato un respiro di sollievo, basta con le interdizioni, chi propone e decide è il voto popolare – tesi che nel Novecento ha dato il potere alle dittature fasciste. Perché l’Italia non ha voluto assolutamente Bersani? Non certo, ripeto, perché avesse un programma sovversivo né estremista, e neppure antieuropeo; ma assai vagamente riformista, perché aveva dei rapporti con Vendola e la Fiom, perché aveva permesso che nel suo partito si annidassero pericolosi soggetti come Orfini e Fassina. Questo andava impedito.
È venuto il momento di smettere di domandarsi com’è che Berlusconi rispunta sempre sulla scena politica. Bisogna riconoscere che quando sembra del tutto abbattuto, c’è sempre una mano di destra o di sinistra che lo risolleva dal pantano in cui si trova. Bisogna chiedersi invece perché per la quinta volta questo scenario si ripete e se non ci sia nel paese un guasto assai profondo che ne consente la disposizione. Pare evidente la responsabilità di una sinistra – specificamente il Pci, che era stato dopo la guerra il più rilevante e interessante di tutto l’occidente – nel non aver esaminato le ragioni del crollo dell’89, quando i figli di Berlinguer si sono convertiti di colpo a Fukuyama (“la storia è finita”) con la stessa impermeabilità che avevano opposto a chi, fino a un mese prima, aveva avanzato qualche critica al sistema sovietico.
Ma, una volta ammessa questa debolezza della sinistra e dei comunisti italiani in particolare, è impossibile non chiedersi perché l’Italia sembri incapace, ormai storicamente, di darsi una destra almeno formalmente democratica, non sull’orlo dell’incriminazione in nome del codice penale. È questa una maledizione che ci perseguita fin dall’unità del paese e non sembrano certo i dieci “saggi” proposti dal Colle in grado di affrontarne le ragioni e estirparne le radici. Destra e sinistra sembrano ammalate nel loro stesso fondamento culturale e morale; la ragione di fondo per cui ci troviamo nella bruttissima situazione odierna sta, evidentemente, qui, finché questa diagnosi non viene seriamente fatta, non ne usciremo, neppure quando non mancano, come oggi, ragionevoli proposte per bloccare una deriva che appare mortale per la nostra giovane e fragile democrazia.
«In qualche punto si è smarrita la via. Una lettura ci dice che il pensiero unico della governabilità a ogni costo ha prevalso, come da vent'anni, e pur essendone venuti disastri indiscutibili». Quattro domande spinose per Giorgio I e i suoi cattivi consiglieri.
Il manifesto, 2 aprile 2013
La prima: può il capo dello Stato omettere ogni iniziativa, e lasciare in carica il governo Monti, senza ulteriori formalità? A mio avviso, no. Per l'art. 94, primo comma, Cost., il governo «deve» avere la fiducia delle Camere. Ciò significa quanto meno che non si può ignorare se il governo la fiducia l'abbia o non l'abbia, né si può lasciare in carica a tempo indeterminato un governo senza fiducia. Tale è invece inevitabilmente il caso per l'attuale governo, che non ha alcun rapporto con il Parlamento espresso dal voto. Per questo, è necessaria una nuova nomina di premier e ministri, sia pure con le stesse persone. A seguire, la presentazione alle Camere e il voto di fiducia ai sensi dell'art. 94, commi 2 e 3.
La seconda domanda: laddove manchi una nuova nomina, può il governo così congelato in carica evitare un passaggio in Parlamento con voto sulla fiducia? Non può. Per gli stessi motivi di cui al punto precedente, il venire in essere di nuove Camere rende inevitabile la verifica del rapporto con il governo. Nella nostra forma di governo l'esistenza o inesistenza del rapporto fiduciario non si presume. Si certifica per il sì o per il no, con il voto sulla fiducia. L'ipotesi di un governo che rimanga in carica senza sapere se mai si giungerà a quel voto non è compatibile con l'art. 94.
La terza domanda: qual è la posizione dei saggi nei lavori parlamentari? Nei regolamenti delle Camere, gli unici soggetti legittimati alla presenza e alla iniziativa sono i parlamentari e il governo. Salvo casi specifici come la petizione, o alcune limitate ipotesi di iniziativa legislativa, gli apporti di soggetti terzi sono eventuali e a richiesta, ed entrano nel procedimento solo se fatti propri da un soggetto legittimato. Chi si renderà portatore del prodotto dei saggi? I presidenti di commissione? I parlamentari? Il governo? Chi difenderà quel prodotto nella gestione degli emendamenti, e come? Un governo che non può mettere la questione di fiducia, perché per definizione la fiducia non l'ha, e dovrà - per il parere obbligatorio - rimettersi costantemente all'Aula? Alla fine, decideranno gruppi parlamentari e partiti. Ma allora bastava partire dalle proposte che sono state avanzate nel corso degli anni. Cosa potranno inventare di nuovo i saggi?
La quarta domanda: che fine fa la responsabilità politica? Un governo già dimissionario, imbalsamato dopo la cesura elettorale, condotto dal leader meno legittimato politicamente nel voto, senza fiducia parlamentare, a chi risponde di che? E i saggi chiamati a risollevare la repubblica, a chi rispondono a loro volta? A un presidente che nel frattempo avrà terminato il suo mandato? E se il nuovo capo dello Stato volesse dei saggi più saggi, potrebbe più o meno motivatamente licenziare i primi? Se il disastro del paese dovesse confermarsi o addirittura aggravarsi chi ne assumerebbe la responsabilità, e sulle spalle di chi cadrebbe la censura per i costi sociali, politici, economici? Quali elementi utili per il nuovo turno elettorale, comunque vicino, darà l'esperienza che ora si avvia?
In qualche punto si è smarrita la via giusta. Una lettura ci dice che il pensiero unico della governabilità a ogni costo ha prevalso, come da venti anni a questa parte, e pur essendone venuti disastri indiscutibili. Non si sfugge alla sensazione che l'Italia dei governicchi fosse alla fine più governata dell'Italia di oggi. Si parla di soluzione olandese. Il richiamo all'esperienza straniera è sempre elegante. Ma attenzione: può accadere che partendo dai tulipani si giunga ai crisantemi.
Il manifesto, 2 aprile 2013
Un silenzio di tomba, è il caso di dire, è calato sui migranti di Lampedusa, sulle centinaia di persone approdate o salvate in mare in questi giorni. Sfogliando le pagine web dei quotidiani, le notizie al riguardo o non si trovano o sono scivolate in fondo, tra immagini di sfilate di moda e storie di orsetti polari. E che dice il governo? Nulla, assolutamente nulla. Come se lo shock post-elettorale e l'incertezza sulla crisi avessero cancellato non solo l'esistenza delle informazioni, ma quella degli esseri umani alla ventura nel canale di Sicilia. Salvati da una motovedetta, due stranieri sono morti assiderati tra decine di compagni. E perché? Perché a bordo non c'erano medici.
Non c'erano medici perché era scaduta dal 2011 la convenzione con l'associazione che forniva l'assistenza sanitaria sulle motovedette. La convenzione scaduta dal 2011? Come mai il governo Monti, o chi per lui nella catena burocratica (vero, ministri Cancellieri, Di Paola ecc.?) non si è preoccupato di rinnovarla, tanto più che ogni primavera ricominciano gli sbarchi o gli arrivi dei migranti? Forse per mancanza di fondi? E allora perché non imbarcare medici militari? I miliardi di dollari per comprare i caccia F-35, che ora persino il Pentagono vuole scartare, si sono trovati, ma poche decine o centinaia di migliaia di Euro per assistere in mare i migranti, questo no. Così è la crisi, signori.
Nel frattempo si moltiplicano le segnalazioni sul rimpatrio coatto dei minori, una misura illegale da sempre praticata in Italia . Ci eravamo illusi che con il ritorno di Maroni ai suoi giochetti padani lo stato manifestasse un minimo di sollecitudine verso gente che scappa da paesi in fiamme, in piena guerra civile o oppressa dalla carestia o da una povertà ben più paurosa della nostra. Ma no, al razzismo dichiarato sono subentrati indifferenza e silenzio.
Un tempo, che migliaia di persone rischiassero la vita per avere una chance in questa maledetta Europa provocava l'ostilità aperta della Lega e del Pdl e quella a denti stretti di gran pare dell'arco politico. Beppe Grillo, oggi salutato da alcuni come vendicatore di una sinistra umiliata, scrisse qualche anno fa di «sacri confini della patria» violati da rumeni e orde di poveracci in marcia verso l'Italia. Poi nulla. Nel non-programma del non-movimento a 5 stelle non si trovano tracce della questione. Forse per non creare ulteriori divisioni nelle diverse anime del popolo grillino. Eppure, nonostante la crisi politica abbia oscurato tutto - dalla situazione delle carceri all'inesistenza politica dell'Italia sulla scena internazionale - la realtà è sempre lì a gridare inascoltata.
C'è qualcosa di orrendo nel modo burocratico in cui l'umanità, in questo Paese, viene calpestata e la verità negata. Berlusconi è andato a bombardare Gheddafi, dicendo di non volerlo fare. Ce ne andiamo alla chetichella dall'Afghanistan, di cui nessuno parla più. La sorella di Giuseppe Uva, morto in ospedale dopo aver passato la notte in una caserma, viene indagata per diffamazione dei carabinieri. I responsabili della vergognosa piazzata sotto la finestra della madre di Aldrovandi vengono stigmatizzati da tutti - tranne che dal mitico Giovanardi -, ma «non verranno presi provvedimenti disciplinari nei loro confronti» (Cancellieri). Che dunque i migranti muoiano in mare per una convenzione non firmata non dovrebbe sorprendere nessuno. È l'ennesima manifestazione della tenebra in cui questo Paese è immerso.
Arriva il chirugo. Chi salverà: chi soffre e continua a soffrire, o chi è stato ed è causa del male? A Taranto La risposta non sembra dubbia, sebbene a Bisanzio si parli d'altro.
La Repubblica, 31 marzo 2013
SE A Roma si procede come alla corte di Bisanzio, che cosa succede della colonia tarantina? I giorni più veri qui sono quelli della Passione. Le estenuanti processioni ondeggianti dei perdoni scalzi e incappucciati, i pellegrinaggi ai sepolcri, uomini che venerano una madre addolorata. Poi, festa e resurrezione arrivano quasi come un complemento minore alla commemorazione. Guai a perdere la speranza, dice il vescovo, in un’omelia-arringa da pubblico accusatore: la salute viene prima di tutto, Dio maledice quelli che possono fare e non fanno. Gli accusatori pubblici laici sono provvisoriamente in silenzio, il loro tribunale ostruito dal processo di cronaca nerissima, intanto i capi dell’Ilva hanno provveduto a denunciare al competente tribunale di Potenza la giudice Todisco e i suoi custodi giudiziali. L’Ilva sciorina iniziative che danno nell’occhio. Enrico Bondi, ottuagenario campione di risanamenti (sinonimo, spesso, di liquidazioni), con una competenza siderurgica (fu lui a vendere la Lucchini al russo Mordashov, che l’ha lasciata in gramaglie) è il nuovo amministratore delegato. La famiglia Riva sottolinea come per la prima volta l’azienda passi in mani esterne. Gli analisti obiettivi sottolineano come nel frattempo la famiglia abbia prosciugato la cassaforte dell’Ilva trasferendone le risorse a un labirinto di società industriali e finanziarie. Nomina di Bondi e casse svaligiate fanno pensare all’intenzione di mettere il patrimonio societario e famigliare al riparo dalle spese di risarcimenti e bonifiche. Per intenderci, le bonifiche nel territorio coinvolto dalla semisecolare vicenda di Italsider e Ilva costerebbero, a un occhio onesto, un paio di centinaia di miliardi, che non è una cifra, è una amara barzelletta. I lavori indispensabili a mettere in ordine lo stabilimento costerebbero poco meno dei 10 miliardi del cosiddetto salvataggio di Cipro, che invece è una cifra, benché la si voglia far passare per una barzelletta. Ci si chiede se operazioni finanziarie e notarili possano bastare a preservare la proprietà dall’obbligo a risarcire il danno all’ambiente e alla salute, come prevede la legge. Dicono gli operai più anziani che una volta che l’Ilva fosse disertata e smantellata come avvenne a Bagnoli – qualche impianto traslocato a Djerba, in Tunisia, qualche altro trasportato gratis o a prezzo di rottame in Cina o in India … – si scoprirebbe quale irredimibile discarica tossica abbia via via sedimentato il suolo su cui poggia lo stabilimento, e i canali dai quali avvelena i mari. Altro affare, questo, rispetto all’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) e la sua costituzionalità.
L’aria che si respira a Taranto (niente di metaforico, significa proprio l’aria che si respira) pretende di confortare. Si vantano risultati brillanti nell’addomesticamento di inquinamento e perfino di malattie (!), l’azienda e il governo, che all’azienda è fisicamente incorporato, ne assegnano il merito all’Aia e alla sua attuazione. Il merito dei dati migliori (nell’ultimo quadrimestre 2012) sta in un’ovvietà come la diminuita produzione e la chiusura di lavorazioni fra le più nocive, e nella meno ovvia azione dei custodi nella riduzione dei parchi minerali. Le cui giacenze, scrivevano nel novembre scorso, “non /erano/ legate alle progressive necessità produttive, ma a una speculazione sulle tariffe, a scapito della salute e con ingorghi rischiosi nelle operazioni di scarico”.
Quanto all’attuazione dell’Aia, è in un ritardo plateale nei casi in cui prevede precise scadenze, e in un’allegra dilazione nei casi in cui non le prevede, e spazza la monnezza al termine del triennio cui la legge si applica. Ma lo stesso garante dell’Aia, l’ex magistrato Esposito, certifica al governo gravi violazioni e inadempienze emerse in una ispezione dell’Ispra effettuata tra il
5 e il 7 marzo. Le relazioni dei custodi giudiziali, rese note negli scorsi mesi, documentavano rigorosamente violazioni e inosservanze, e una mancata collaborazione dell’azienda che si è via via mutata in ostacolo al compito loro affidato. Denunce corroborate dall’Unione europea in un dettagliato testo del 4 marzo, che lamenta il ritardo e la parzialità delle risposte fornite dal governo Monti e minaccia una procedura di infrazione.
Tutto ora sembra sospeso al calendario di aprile, il mese più crudele: la decisione della Corte Suprema sulla costituzionalità della legge, un referendum cittadino consultivo e striminzito su tre quesiti (tenersi l’Ilva, chiuderla tutta, o chiuderne l’area a caldo – purché si sappia che cos’è), una manifestazione ambientalista il 7 aprile con la parola d’ordine del sostegno “ai pubblici ministeri e alla Gip”, e l’arrivo effettivo di Bondi, di cui tutti sottolineano, con tremore o con ammirazione, la tempra di chirurgo d’emergenza “durissimo”.
Si tratta di capire chi è il paziente. Alla Parmalat era piuttosto chiaro. All’Ilva non ci si sarebbe stupiti dell’arrivo di un amministratore straordinario, in una condizione di fatto fallimentare: ma Bondi ci arriva da amministratore delegato. A meno che non sia un passo verso la cura fallimentare, la famosa “durezza” rischia di piovere sul bagnato. Chi ha seguito i capitoli precedenti sa dei reparti confino, dell’impiego dei “fiduciari”, rete parallela e occultata di comando tecnico e disciplinare; delle assunzioni selettive, della disciplina da caserma, delle discriminazioni nelle destinazioni dei posti di lavoro, della cassa integrazione, fino ai dettagli “minimi” ma influenti sulla vita quotidiana come i turni. Dopo la tragica sequenza di tre morti in cinque mesi, “incidenti” si sono succeduti senza guadagnarsi le cronache. Da pochi giorni a questa parte c’è stato un incendio (23 marzo: “sono intervenuti tecnici dell’Arpa per verificare l’eventuale dispersione di sostanze tossiche”), un versamento di ghisa (26 marzo: “per un inconveniente tecnico, una piccola [sic!] parte del getto di ghisa è caduta sul terreno sottostante, generando emissione di fumo visibile anche dall’esterno dello Stabilimento”), e (29 marzo) un grave infortunio a un operaio al laminatoio a freddo. Nella prosa aziendale: “Durante le fasi di regolazione della macchina bordatrice n.1 si rendeva necessario l’intervento sulla linea per sistemare una sezione di guida delle lamiere… L’operatore inavvertitamente attivava un ‘sensore presenza lamiera’ che provocava l’avanzamento di alcuni centimetri di una lamiera determinando il contrasto del piede destro tra la stessa e il piano della via rulli”. Non è stato facile ai soccorritori liberare la caviglia spappolata di Mario G. dal “contrasto” cui il comunicato allude come a un tackle calcistico. “Non bisogna mai abbassare i livelli di guardia sulla sicurezza” ha detto il direttore. Va preso in parola, e avvertito di una circostanza di cui magari non è a conoscenza. L’Ilva stabilisce un premio di 100 euro a testa per i reparti in cui gli infortuni restano al disotto del traguardo fissato rispetto all’anno precedente: 40, per esempio, quest’anno. Per la classifica dei primi 10, la cifra si raddoppia. Lodevole iniziativa, no? Può succedere però che l’incentivo spinga i capi (per i quali arriva a 1.000 euro, e in busta paga) a indurre i lavoratori, con i molteplici mezzi di suasione di cui dispongono, a non dichiarare gli infortuni, a mettersi in ferie invece che in malattia, a lavorare in condizioni menomate. Un’azienda ha tutte le possibilità di condurre un’indagine su questa tentazione, e tanto più se dispone di temperamenti “durissimi”. Come ricorda il vescovo del Dio che maledice chi può fare e non fa.
«Una unanimità assordante ha unito le voci» dei vecchi e dei nuovi(!) politici, «rivelatrice della cattiva coscienza di una classe dirigente incapace assumersi la vera responsabilità della delega espressa dalle urne».
il manifesto, 31 marzo 2013
Se con il governo Monti la democrazia era commissariata, con il mostriciattolo del governissimo è pietrificata. Le larghe intese cacciate dalla finestra con il tentativo di Bersani, rientrano dalla finestra, surrettiziamente introdotte con l'invenzione delle due commissioni di "saggi". E con loro vola via la richiesta di cambiamento espressa dalla maggioranza dell'elettorato e dal nuovo parlamento che la rappresenta. Sostituiti, l'una e l'altro, dalle scelte di un presidente-sovrano eppure dimezzato nei suoi poteri dall'esaurimento del settennato. Le dimissioni anticipate di Napolitano, per dare al paese un capo dello stato nei pieni poteri (compreso quello di poter sciogliere le Camere), non avrebbero forse accelerato i tempi del passaggio delle consegne ma avrebbero evitato l'avvitamento nell'ultimo bizantinismo. L'estremo tentativo messo in campo dal Presidente della Repubblica per venire a capo del rebus politico è il figlio naturale del peccato originale: il governo Monti invece del voto. Così come questo garbuglio post elettorale è il frutto della resistenza del Presidente di percorrere decisamente la via maestra di un incarico pieno al partito maggioritario per verificarne il consenso delle Camere.
I nomi dei saggi che dovrebbero darci nientedimeno che una riforma istituzionale e un programma economico per rispondere alla fortissima richiesta di trasformazione espressa dal paese ne sono la riprova. Tutti uomini, tutti veterani frequentatori di partiti e palazzi, e, a parte la figura di Valerio Onida, affidabile custode del miglior costituzionalismo (non a caso il più scettico), gli altri certo non rappresentano il bisogno di radicale rinnovamento venuto dal voto. Sono invece i guardiani di un potere esausto, una sorta di camera di compensazione propedeutica a quel governissimno destinato semmai ad aggravare il distacco tra l'opinione pubblica e la politica. Tutto bene per Berlusconi e per Grillo, gli unici a guadagnare una rendita elettorale dal successo, come dal fallimento, di questo pasticcio pasquale.
Tutto ragionevole se non fosse che i leader di quella formazione hanno predicato e praticato la guerra non solo all’ideologia della crescita, a
questi partiti, alle grandi opere e alla distruzione dei beni comuni, ma anche alla Costituzione repubblicana. Il manifesto, 30 marzo 2013
Il blocco politico neoliberale che ha sostenuto il governo Monti ha subito una sconfitta cocente. Gli elettori hanno ribadito in modo chiarissimo quanto già una maggioranza assoluta del popolo italiano aveva detto con i referendum del giugno 2011: valorizzare i beni comuni e ristrutturare in modo democratico e partecipato il settore pubblico; emanciparsi dalla dipendenza anche psicologica dalle grandi opere e dalle energie non rinnovabili; lottare contro i privilegi del ceto politico. Questa stessa maggioranza, forse ancora cresciuta se si sommano i voti del M5S con quelli sparsi in altri gruppi antiliberisti e con milioni di astenuti consapevoli, chiede di invertire la rotta voltando le spalle ai dogmi del neoliberismo, in particolare a quel fenomeno di cattura cognitiva secondo cui "di più è meglio".
La Costituzione prevede che sia il Presidente della Repubblica a dar seguito istituzionale alla piena realizzazione di questo anelito di cambiamento profondo. Solo il pieno rispetto della democrazia consentirà di costruire un governo legittimo. Interpretando al meglio la volontà di cambiamento, Napolitano potrebbe passare alla storia come il Presidente che ha portato il popolo italiano ad affermarsi come faro mondiale di una necessaria riconversione di civiltà. Il popolo italiano ha voluto liberarsi di un blocco di potere costituito da tutti i partiti politici, che hanno la loro matrice culturale nell'ideologia della crescita di derivazione ottocentesca e novecentesca. Una maggioranza larga da destra a sinistra, vuole liberarsi dalle industrie multinazionali e dalla grande finanza, che sempre più disprezzano le regole democratiche cui pure dicono di ispirarsi.
Nei partiti politici infatti si è verificata in Europa una sostanziale convergenza sulla scelta di scaricare sulle classi popolari e sul ceto medio i costi del rientro dal debito pubblico e di rilanciare la crescita attraverso nuova mercificazione dei beni comuni e programmi di grandi opere. Nei paesi industriali avanzati gli usi finali dell'energia sono costituiti al 70 per cento da sprechi. Se la politica industriale venisse finalizzata a ridurli, si aprirebbero ampi spazi per un'occupazione utile, (dalla ricerca all'istallazione) i cui costi sarebbero pagati dai risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici senza aggravare i debiti pubblici e privati. Lo sviluppo di queste tecnologie consentirebbe inoltre di attenuare le crisi internazionali per il controllo delle fonti fossili e la crisi climatica causata dalle emissioni di CO2. La classe dirigente dei paesi industrializzati è composta dall'alleanza di tre soggetti sociali cementati dalla medesima ideologia: i partiti politici di destra e di sinistra che hanno le loro radici nella cultura industrialista e produttivista maturata nel corso dell'ottocento e del novecento; le grandi aziende multinazionali emerse dalla competizione con le loro concorrenti locali; il comparto specifico dell'alleanza tra questi due soggetti costituito dal complesso politico-militare. Il fulcro su cui questa classe dirigente fa leva per far ripartire la crescita sono le grandi opere pubbliche, che possono essere commissionate solo dallo Stato centrale, o dalle sue articolazioni periferiche, e possono essere realizzate solo da aziende a grande concentrazione di capitale multinazionale. La crescita economica richiede consumi -crescenti di energia e materie prime che si possono ottenere solo attraverso il controllo militare delle aree del mondo in cui si trovano. I sistemi d'arma necessari per esercitare questo controllo possono essere commissionati solo dai partiti politici che li ritengono necessari per garantire l'incremento dei consumi energetici, e possono essere prodotti solo da aziende multinazionali. Non a caso le politiche restrittive adottate per ridurre i debiti pubblici non hanno scalfito i privilegi del ceto politico, non hanno tagliato i finanziamenti per le grandi opere pubbliche, né le commesse all'industria militare. Gli italiani vogliono vedere un futuro, possibile solo con un governo non condizionato dai vincoli dell'ideologia della crescita. Questa politica può essere messa in pratica solo da piccole aziende, professionisti e artigiani radicati nei territori in cui operano, in grado di effettuare da subito se adeguatamente sostenuti ed indirizzati una serie di interventi puntuali. Un grande investimento in ricerca sosterrebbe soluzioni tecnologiche e sociali di assoluta avanguardia a livello globale, attraverso le quali l'Italia potrebbe diventare esempio di buon vivere ammirato da tutto il mondo. La garanzia del reddito consentirebbe l'emancipazione dalla condizione di asservimento e di sfruttamento in cui versano tante delle migliori energie, soprattutto giovani e precarie, del nostro paese.
Ci sono oggi in campo nel paese, anche raccolte nei movimenti formali e informali in cui chi le scrive a diverso titolo opera, competenze sofisticatissime e persone intelligenti, libere, oneste, disinteressate e di buon senso che sono in grado di sostenere con autorevolezza internazionale un tale ambizioso progetto di rigenerazione del nostro paese. Su una piattaforma coerente con quanto abbiamo descritto il M5S ha vinto le elezioni ed è per questo, in questa fase, il legittimo interprete politico di questo anelito di cambiamento. E' giusto che sia il leader di tale Movimento a indicare per primo quella la migliore personalità di alto profilo e competenza professionale o politica che potrebbe guidare un governo capace di iniziare il grande ed entusiasmante cammino della riconversione dell'economia del paese. Qualora Grillo non lo facesse, sia Napolitano a scegliere una tale personalità che per storia e cultura offra garanzia di essere autorevole interprete di una visione incentrata nella piena valorizzazione dei beni comuni. La costruzione di un tale governo di alto profilo e profondo buon senso, interprete genuino della volontà della maggioranza che vuole invertire la rotta, saprà ricostruire creativamente sulle macerie della devastazione neoliberista è dimostrerà nei fatti come sia possibile superare, se si prende sul serio la democrazia, l'attuale impasse politica. Ovviamente, secondo quella Costituzione di cui il Presidente deve essere supremo garante, e che partitocrazie e potentati hanno troppo spesso sfregiato, il nuovo governo cercherebbe la sua fiducia il Parlamento, senza accordi o scambi. O sarà Napolitano l'alto interprete di questo desiderio popolare o lo dovrà essere il Suo successore nei tempi e nei modi previsti. Se però così dovesse essere l'Italia, che già due volte ha parlato e avrebbe parlato anche una terza se avesse potuto votare sul pareggio di bilancio in Costituzione, perderebbe solo altro tempo.
I
LE BATTAGLIE sperimentali, simulate al tavolo, erano importanti nella guerra scientificamente intesa (stile Karl von Clausewitz). Combiniamone una nella congiuntura postelettorale italiana 2013. Il grosso dei voti se lo spartiscono Pd (10.047.808: parliamo della Camera), Pdl (9.922.850), M5S (8.689.456). La formazione d’un governo richiede passi trasversali. Stando a vaghe affinità, parrebbe fisiologico l’accordo Pd-M5S, e pende un’offerta al secondo ma le Cinque Stelle designano un movimento fluido, a struttura atipica, nato dalla protesta, ancora convulsionario, e veti decretati dal vertice carismatico sprangano le porte, nella pretesa d’essere soli al governo, sebbene nessuno sappia ancora cosa vogliono. Siamo al punto morto, salvo che cospicue componenti vadano per conto loro. Chi invece non sta nella pelle, tanto gli preme una partnership, è il terzo concorrente, al quale P. B., investito d’un avaro incarico esplorativo, risponde picche, avendo tante buone ragioni.
L’impresentabile grava sulla scena da 19 anni: tre volte presidente del Consiglio aveva portato l’Italia a due dita dalla bancarotta; 16 mesi fa persino il Corriere della Sera, organicamente governativo, gli sferrava tardive condanne. Era ed è assurdo che un uomo simile metta becco nella cosa pubblica: ognuno sa chi sia, pirata senza scrupoli, mago della frode, corruttore d’istinto, falsario, sopraffattore; e come abbia fondato l’impero delle lanterne magiche con le quali da trent’anni droga e istupidisce l’audience; lì s’era allevati gli elettori spacciandosi impresario d’opere virtuose. Va detto: P. B. sconta delle gaffe, né gli giovava il passato post Pci, tanto meno avendo come sponsor l’onnipresente alchimista M. D’Alema; ma rendiamogli il dovuto: stavolta cammina sul filo, bene, tale essendo l’acrobatica, unica via aperta, se vogliamo salvare qualcosa. Siccome la natura non mente, l’egotista ex bolscevico, presidente del Consiglio 1998-2000, gli lancia siluri: aveva macchinato i fasti bicamerali in odio al leader della coalizione; prima o poi doveva convolare nelle «larghe intese» auspicate dal Quirinale, sul cui soglio Re Lanterna lo vedrebbe volentieri, tanto spirito amichevole corre tra i due, e Dio sa quanto cospiri l’ambiente: la parola d’ordine è «eiréne» (in greco, pace). Siamo al disgelo: Raffaele Bonanni, patron Cisl, venuto a consulto, chiede un governo subito, a qualunque costo, mandando al diavolo ogni distinguo; domenica 24 tre commentatori scampanellanti cantano Irene dal “Corriere” concedendo un sogghigno all’»antiberlusconismo militante», nemmeno fosse roba maniacale. Lo ierofante d’una «Italia futura», invisibile nel consuntivo elettorale, esige dal Centro intese «trasparenti» con divus Berlusco. Il quale sorride a piene ganasce: basta mandare la persona giusta al Quirinale (con quanto décor pontificherebbe Gianni Letta): e come vicepresidente del Consiglio indica lo spirituale Angelino Alfano. «Siamo seri», commenta laconicamente P. B., risposta perfetta e ci vuole coraggio nel ribadire l’insuperabile no alle «empie intese», perché il Bicamerista ha sèguito nel Pd.
Il Kriegsspiel (gioco guerresco) è calcolo ipotetico. Datix, y, z, cos’avverrebbe? L’ipotesi è governo d’union sacrée dove siedano famigli del ventriloquo d’Arcore. L’evento sarebbe un trionfo berlusconiano, così percepito dal pubblico. Nell’autunno 2011 era ludibrio d’Europa, ridicolmente famoso nelle cinque parti del mondo. Lo prendevano sotto gamba persino i suoi masnadieri. Ora, lui resta qual era, ricchissimo ma cadente, ridotto alle astuzie d’alligatore torpido: lo salvano avversari vacui, molli, misoneisti, vanitosi, rampanti, equivocamente manovrieri, convinti d’avere vinto senza battaglia. Le urne non lasciano dubbi: sono perdita secca i 2.045.190 voti negati al Pd da chi lo votava cinque anni fa; e l’Olonese ne perde 3.706.015, ma ripartendo dalle macerie, ne riacquisiva 9.922.850 con una campagna da vecchio comico in disarmo, sfiorando la vittoria (sarebbe bastata qualche gag scurrile in più): gigantesca performance, prendiamone malinconicamente atto; tanti italiani lo vogliono così; e siccome il successo ha effetto propulsivo, guadagnerebbe senza fatica il resto divorando gl’incauti o stupidi partner. Sono equazioni d’una fisica sociale. I sondatori d’opinione calcolano che, coinvolto nelle «larghe intese», il Pd perda almeno un voto su due. Bel suicidio e il conto lo paghiamo tutti. I cantori del disgelo non dicono cosa significhi Re Lanterna al potere: è il patrono della corruzione che succhia sessanta o più miliardi l’anno; dissesta lo Stato; storpia la giustizia (gela le midolla il modo in cui schiva processi e condanne mirando al salvacondotto); sceglie le schiume; tutela un malaffarismo anarcoide; abbassa i livelli intellettuali. Insomma, il demiurgo fabbrica un’Italia gaglioffa. Sia detto in due parole, regimi simili portano diritto alla catastrofe. Al massimo, i partner meglio ispirati la ritardano, sperando che una Parca gli tagli presto il filo, e sarebbe eredità fallimentare.
Che lo scioglimento delle Camere sia da evitare a ogni costo, è formula eufemistica d’un governo sotto insegna berlusconiana, con tutto quanto ciò implica, e sbarra l’unica seria via d’uscita, se a P. B. manca il sostegno nella Camera alta: la prospettiva elettorale sarebbe alquanto diversa, rispetto al 25 febbraio 2013, essendo presumibile un’implosione nelle Cinque Stelle; chi vuole riforme autentiche non ammette scelte obiettivamente utili al Caimano. Domenica 24 marzo uno degli eligibili al Quirinale, ben visto hinc inde, denunciava l’alto rischio d’un contesto simile all’agonia della repubblica tedesca 1933: d’accordo, in quadri diversi; e chi è l’Adolf Hitler in chiave d’affarismo planetario, sotto maschera ilare? In versione da farsa vale l’adunata delle squadre d’assalto (S. A. ossia Sturmabteilungen) quel sabba biancoceleste in Piazza del Popolo con visi, gesti, paramenti, scritte da film espressionista anacronisticamente sonoro.
«Il manifesto, 30 marzo 2013
L'Unione europea è stata fondata per reazione alle guerre del ventesimo secolo. Con la crisi, gli interessi materiali comuni non alimentano più l'integrazione politica, e l'assenza di una politica europea di ampio respiro alimenta le spinte verso nuovi conflitti. Ulrich Beck, nel suo meraviglioso libro German Europe, («L'Europa tedesca», Polity, 2013), sostiene che l'Europa non è stata fondata sulla logica della guerra, ma sulla logica del rischio. L'Unione europea - fa notare Beck - si regge su una rete di «non». Non è una nazione, non è uno stato e neppure un'organizzazione internazionale. Gli stati sono stati edificati sulla logica della guerra.L'Unione europea rappresenta un diverso tipo di sistema governativo, costruito per reazione al rischio della guerra e, oggi, per reazione al rischio del collasso economico. Gli economisti sostengono che l'unione monetaria sia stata un grosso errore in assenza di un'unione politica. Beck, invece, sostiene proprio il contrario: l'unione monetaria stabilirebbe un interesse materiale per un'unione politica. Senza l'unione monetaria non ci sarebbe alcuno slancio per l'unione politica.
Fin qui tutto bene. Ma c'è di più in questa storia. Nell'Europa di oggi le logiche economiche e politiche spingono in direzioni opposte. È vero che l'unione monetaria decide il bisogno dell'unione politica, e tutti lo capiscono a livello delle élites. Ma le conseguenze dell'unione monetaria e l'agenda neo-liberista a essa associata, stanno indebolendo, allo stesso tempo, quel che è noto come consenso passivo, indebolendo enormemente la legittimità delle élites europee e con esse il progetto europeo. L'Unione europea è stata fondata per reazione a quella che chiamo la "vecchia guerra" le guerre del ventesimo secolo. Benché, a rigor di logica, questioni di interesse materiale dovrebbero condurre a un'accresciuta cooperazione politica, la politica europea contemporanea, o l'assenza di quest'ultima, suggerisce piuttosto la possibilità di nuovi conflitti, ciò che definisco la "nuova guerra". L'idea secondo cui la cooperazione economica condurrebbe alla cooperazione politica è stata un punto centrale fin dal principio dell'integrazione europea. I fondatori dell'Ue credevano che obiettivi di "alta politica" sarebbero stati raggiunti attraverso misure di "bassa politica". La cooperazione economica e sociale stabilirebbe legami fra le persone, e questo alla fine porterebbe all'unione politica. Nei primi tre decenni dopo la seconda guerra mondiale tale argomento sembrava effettivamente avere un qualche valore. Il cosiddetto "metodo Monnet" implicava la cooperazione a livello di infrastrutture (carbone e acciaio), dell'agricoltura, così come delle politiche regionali. Piccoli passi venivano intrapresi in direzione di una più grande cooperazione politica.
Ma dopo il 1989 tutto è cambiato. Da una parte l'89 è stato il punto alto raggiunto dai movimenti cosmopoliti del post-'68 - i "figli della libertà" ( freedom's children ), come li chiama Beck. Il concomitante avvento della pace, dei diritti umani e la fine della guerra fredda portarono a una nuova ondata di europeismo. Dall'altra parte ci fu l'arrivo dell'età del neoliberismo. La stessa critica della rigidità, del paternalismo e dell'autoritarismo dello stato sviluppata dai "figli della libertà" fu usata per chiedere più mercato - deregolamentazione, privatizzazione e stabilizzazione macro-economica. I "figli della libertà" avevano dato la giustizia sociale per scontata e, nel reagire contro la "vecchia sinistra", avevano dato spazio a una nuova destra radicale. Il Trattato di Maastricht del 1991 può essere considerato come un contratto fra gli europeisti, guidati da Jacques Delors, e i sostenitori del libero mercato, simboleggiati da Margaret Thatcher. Ma logica del mercato è molto diversa dalla cooperazione tra stati.
Negli ultimi due decenni è stata realizzata in Europa quest'unione contraddittoria di cosmopolitismo e mercato. Sul primo versante, l'Europa si è estesa verso est, sviluppando una politica di vicinato basata sull'applicazione del "metodo Monnet", estendendo i metodi della "bassa politica" ai paesi confinanti e, a volte, anche oltre. A livello internazionale la Ue ha elaborato politiche per la gestione delle crisi e per l'aiuto allo sviluppo che, seppur gestite spesso in maniera burocratica, l'hanno trasformata nella più grande donatrice di aiuti nel mondo e in una protagonista del dibattito globale sul cambiamento climatico, la povertà e la sicurezza globale. Sul secondo versante, le regole del mercato unico e dell'euro - i cosiddetti criteri di convergenza - associati con le altre riforme neoliberiste, hanno portato a un aumento delle disuguaglianze, dell'insicurezza e dell'atomizzazione, indebolendo il senso di comunità e la politica cosmopolita. Per di più, le politiche di sicurezza interna e la sorveglianza, specie ai confini dell'Europa estesa, hanno contribuito a crescenti diffidenze all'interno delle società.
È vero, come nota Beck, che interessi materiali potrebbero imporre la cooperazione politica. Questa è la sola via per salvare l'euro. Ma l'" alta politica" della Ue è ancora assente - abbiamo solo Merkiavelli , il titolo di un brillante articolo di Ulrich Beck su opendemocracy.net . Le élites nazionali ora non hanno un sostegno popolare e il cosiddetto consenso passivo, che ha permesso l'avanzamento dell'integrazione europea, sta scomparendo rapidamente. Il destino dei Primi ministri tecnocrati, Mario Monti e Lukas Papademos, imposti a Italia e Grecia, illustra la fine del consenso passivo. Quella che l'Europa sta affrontando è una profonda crisi politica. Questa è la conclusione del nostro rapporto su "La politica sotterranea" ( The Bubbling Up of Subterranean Politics , in pubblicazione con Routledge). Le proteste e le manifestazioni, le nuove iniziative politiche e i nuovi partiti non sono soltanto una reazione all'austerità. Riflettono una profonda perdita di fiducia nelle attuali élite politiche - esprimono l'opinione che tali élite siano rinserrate dentro interessi materiali e mediatici e siano perciò incapaci di agire a vantaggio del bene comune, insieme alla percezione che la democrazia rappresentativa non riguardi più la partecipazione, ma miri soprattutto a riprodurre quell' élite .
Il problema è che, nell'assenza di un "cosmopolitismo dal basso", di un progetto di solidarietà europea, quest'assenza di fiducia politica può essere facilmente manipolata da partiti xenofobi, euroscettici ed elitari di vario genere. Partiti come l'Ukip ( UK Independence Party), i True Finns, il Dutch Freedom Party , Alba dorata in Grecia e altri analoghi stanno realizzando incursioni elettorali in quasi ogni paese europeo. E i partiti tradizionali, preoccupati da considerazioni a breve termine di carattere elettorale, tendono ad assecondare i sentimenti espressi da questi partiti, invece di dar voce agli interessi comuni di lungo termine. È molto difficile capire come l'Europa possa sfuggire a questa spirale. L'analisi offerta dal volume di Ulrich Beck sottolinea che l'europeismo della stabilità monetaria è radicato a tal punto nella mentalità tedesca che è improbabile che un'Europa tedesca, guidata da un pragmatismo apolitico, possa cambiare il suo corso. L'assenza di una pressione dal basso in Europa, la debolezza della solidarietà trans-europea, la frammentazione della "politica sotterranea", tutto lascia intravedere tendenze politiche piuttosto buie.
Lungi dall'essere un'eccezione, una dissonanza marginale, la Grecia potrebbe rappresentare il futuro per gran parte dell'Europa. Quanto accade in Grecia è tipico di ciò che chiamo "la nuova guerra", l'emergere di nuove forme di conflitto. I drammatici tagli nella spesa pubblica indeboliscono la capacità dello stato ed erodono ulteriormente fiducia e legittimità, dando spazio a una combinazione di criminalità e di politica estremista. Una tale mescolanza si autoriproduce perché chi ne è coinvolto trae vantaggio dal disordine. E' una dinamica che è molto difficile fermare; si sta affermando un nuovo tipo di economia politica predatoria, che non conosce nessun limite. La sola risposta sarebbe un'autorità politica cosmopolita, ma da dove potrebbe venire?
Mary Kaldor è Professore di Global Governance alla London School of Economics. L'articolo è apparso su www. opendemocracy.net (traduzione di Elisa Magrì).www. sbilanciamoci.info.
Il manifesto, 29 marzo 2013
Nella corsa verso destra, la sinistra è quasi sparita. Al di là delle retoriche di Vendola e delle brutte liste elettorali di Ingroia, alle elezioni nessun partito del nostro campo è stato credibile. Grillo è un demagogo e un populista ma abbiamo anche molto da imparare dal suo successo. La sinistra radicale si mangia il fegato dall'invidia: tutto quello che non è riuscita a fare dal '68 in poi, in 45 anni di vita, è riuscito invece a fare Beppe Grillo in solo quattro o cinque anni. Grillo ha costruito un partito-movimento radicale con 8,7 milioni di voti, è riuscito a prendere voti sia da destra, rubandoli a Berlusconi e alla Lega, che a sinistra, togliendoli a Bersani, Renzi, D'Alema, Vendola e Ingroia. Soprattutto è riuscito a raccogliere milioni di voti popolari di protesta causati da una crisi sconvolgente per la quale due famiglie su tre guadagnano meno di quanto devono spendere per vivere.
Premetto che non ho votato per Grillo e che non mi piace ubbidire agli ordini di un capo assoluto. Ritengo che sia irresponsabile e drammatico il cieco rifiuto dei neo-eletti grillini a votare un governo con un programma di svolta come quello che - finalmente, in maniera un po' trasformista ma molto pragmatica - ha proposto Bersani. Bersani rappresenta la "vecchia politica" ma ha (o aveva visto l'esito sospeso dell'incarico) un buon programma per tentare di uscire dalla crisi profonda e per battere Berlusconi e le prospettive devastanti del governissimo Berlusconi, Renzi, Monti.
Non c'è quindi simpatia pregiudiziale per Grillo: ma la sinistra alternativa deve cominciare a riconoscere la realtà e i suoi peccati mortali. Il Movimento 5 Stelle è il primo partito della classe operaia, dei disoccupati e dei "ceti medi riflessivi". La mia interpretazione è che il movimento grillino rappresenti il nuovo partito, ancora contraddittorio, dei "lavoratori della conoscenza": infatti è fortissimo tra i laureati, i diplomati, gli studenti, le partite Iva e chi usa Internet. Comunque è già un partito nazionale, votato al nord, al sud e nel centro Italia del "popolo rosso". Un capolavoro che la sinistra neppure si immagina. Grillo è un demagogo? Sì, però ci insegna molte cose che la sinistra radicale, uscita tramortita dalle elezioni, non vuole imparare. Il primo insegnamento è che molto spesso per ottenere degli obiettivi non occorre andare al governo ma bisogna fare una buona opposizione.
Grillo dall'opposizione è già riuscito (indirettamente) a far eleggere come presidenti di Camera e Senato due degne persone, Laura Boldrini e Piero Grasso, che altrimenti non sarebbero mai stati eletti in quei posti. I tre punti principali del programma di Grillo, reddito di cittadinanza, finanziamenti per le piccole medie aziende, legge anti-corruzione sono chiari e condivisibili da milioni di persone, e per la prima volta il moderato partito democratico - che aveva già votato il fiscal compact e l'austerità antipopolare di Monti - ha dovuto mettere i punti programmatici di Grillo (quasi) al centro della sua agenda. Nonostante che perfino Susanna Camusso sia contro il reddito di cittadinanza. Con l'elezione dei grillini diventa finalmente probabile il blocco della Tav. Chi ha dato del fascista a Grillo oggi deve rincorrere il suo programma e i voti dei suoi parlamentari. Il M5S ottiene quello che Vendola con il suo 15% preso alle primarie e il 3% alle elezioni, neppure si sogna. Non credo che, come afferma Mario Pianta, i movimenti non abbiano saputo riconoscere i loro "giusti" referenti politici (il manifesto, 5 marzo). Penso che, come dice Vittorio Agnoletto (il manifesto 15 marzo), la sinistra che si dice alternativa non abbia saputo incontrare la radicalità, anche culturale, dei nuovi movimenti e riconoscere che nella crisi l'elettorato si polarizza. Grillo è apparso come l'unica alternativa credibile contro un ceto politico autoreferenziale, convergente e collusivo e spesso corrotto, contro l'immiserimento costante e senza linee di resistenza dei ceti medi e delle classi popolari.
Grillo è un populista? Certamente! Però il movimento per l'acqua pubblica (che ha alimentato quello di Grillo) ci aveva già insegnato che per vincere bisogna sintonizzarsi sul sentimento popolare anche al di fuori del circuito politico ufficiale, anche contro le posizioni più retrive del Pd. Grillo è riuscito a gridare con forza i propri obiettivi, a manifestare l'opposizione di milioni di famiglie che non sopportano la povertà e la crisi galoppante, e la politica "responsabile" che il centrosinistra ha condotto da venti anni a questa parte tentando di inciuciarsi con la destra.
Sono molti i punti fondamentali di disaccordo con Grillo: lui vuole la democrazia diretta, e questo è giusto - a mio parere è anche indispensabile la democrazia economica come in Germania, dove i rappresentanti eletti dai lavoratori hanno la metà dei posti nei Cda delle aziende -: ma la democrazia diretta non può scassare la democrazia rappresentativa. La decrescita non è la soluzione: la sinistra dovrebbe essere a favore di uno sviluppo sostenibile, equo e solidale, per i beni comuni non privatizzati. La politica deve essere spesata in maniera trasparente dai cittadini e dallo stato, non dalle aziende private. E' vero che in generale i partiti sono degenerati dopo il tramonto delle ideologie liberali, socialiste e comuniste, e sono diventati delle macchine elettorali e di occupazione delle istituzioni: tuttavia rimangono una forma indispensabile di organizzazione della politica. Non possono essere tutti buttati via. Tra il Pd e il Pdl non c'è solo una elle di differenza. Speriamo che anche il M5S diventi un partito democratico e che sappia assumersi la responsabilità di governare. Se non accadrà milioni di elettori abbandoneranno Grillo, e l'Italia rischierà di andare allo sbando. Tuttavia continuo a pensare che la sinistra abbia molto da imparare dal comico-politico.
Il problema della politica italiana è che tutti corrono nel precipizio della destra. Vendola segue Bersani, Bersani appoggia Monti, Monti vorrebbe allearsi con i berlusconiani senza Berlusconi, e Berlusconi vuole solo salvarsi dai suoi processi ed è pronto a scassare la democrazia cambiando la Costituzione.
In questa corsa verso destra, la sinistra alternativa è quasi sparita. Vendola si è subordinato al Pd e attualmente offre solo prova di testimonianza; grazie al Porcellum ha alcuni deputati e senatori, ma cosa farà se Renzi diventerà il candidato premier del centrosinistra? Ingroia (il più vicino a Grillo) ha tentato di consolidare la sinistra radicale, ma il suo tentativo era manifestamente improvvisato e calato bruscamente dall'alto. Al di là delle retoriche di Vendola, e delle brutte liste elettorali di Ingroia, alle elezioni nessun partito della sinistra radicale è stato credibile. Grillo ci dà la sveglia. La realtà è che il centrosinistra ad ogni elezione perde milioni di elettori ma la sinistra alternativa continua a essere culturalmente e politicamente subordinata all'ex partito comunista.
Il Pd è certamente un partito popolare con il quale fare alleanze, ma senza subordinazioni: ha scelto di abbracciare una sorta di "liberismo temperato" e non partecipa neppure al gruppo socialista europeo perché è collocato più a destra. Se andasse a sinistra probabilmente si spaccherebbe. Occorre riconoscere che in Italia non c'è neppure un partito socialista, riformista e radicale. E che Veltroni e Bersani non hanno mai sconfitto Berlusconi, ma entrambi sono riusciti a fare il deserto alla loro sinistra. E così Grillo ha stravinto. In Grecia Syriza ha conquistato il 26% dei voti ed è il secondo partito; in Germania la Linke ha preso l'11% dei voti alle elezioni federali; in Francia il Fronte di Sinistra di Jean-Luc Mélenchon ha preso alle ultime presidenziali l'11% dei voti. In Italia Beppe Grillo ha il 26% e la sinistra radicale qualche punto percentuale. Questi dati non ci dicono nulla?
Ci attendono sfide enormi: c'è da eleggere il nuovo presidente della repubblica; c'è da contrastare il fiscal compact che porterebbe il paese alla bancarotta; c'è da contrastare il possibile accordo su un sistema elettorale ultra-maggioritario accompagnato probabilmente da un presidenzialismo anti-democratico fatto apposta per schiacciare le minoranze. La disoccupazione e la povertà cresceranno. L'elettorato si polarizzerà. La sinistra radicale dovrebbe finalmente dimostrare di avere una classe dirigente unitaria e all'altezza della situazione. Per ora questa classe dirigente non c'è. La sinistra è disunita, in parte troppo istituzionale e compromissiva, in parte troppo "sindacalista" e ideologica. I dirigenti sembrano prime donne pronte ad amplificare le differenze e non i motivi di possibile unità. Dimostrano di essere purtroppo molto lontani dal popolo che vorrebbero rappresentare. Speriamo che la storia non sia finita
Il manifesto, 29 marzo 2013
«L'Africa è lo sgabuzzino delle porcherie, ci si va a sgranchirsi la coscienza». Sono le parole di Ennio Flaiano, nel celebre romanzo Tempo di uccidere, pubblicato nel 1947. Una citazione questa che restituisce con rara efficacia il quadro complessivo del colonialismo italiano, la sua persistente rimozione, così come l'oblio della questione coloniale dall'orizzonte degli studi storici e giuridici di una lunga stagione (pari alla sottovalutazione del ruolo svolto dal diritto nell'esperienza coloniale degli Stati europei). In un paese afflitto da interessate perdite di memoria, non stupisce che per lungo tempo non sia stato aperto quello sgabuzzino. Le vicende inerenti alla perdita delle colonie italiane (in guerra), la totale auto-assoluzione nei confronti dell'esperienza coloniale e un processo di decolonizzazione - della stessa memoria - subito dall'alto e poco elaborato, sono alcuni dei fattori che spiegano il ritardo degli studi.
L'intreccio tra perdita della memoria e continuità di strutture, istituzioni e personale al servizio dell'Oltremare ha alimentato a lungo una pubblicistica quasi esclusivamente agiografica ed al contempo ha contribuito alla costruzione di vari stereotipi, legittimanti prima e autoassolutori poi, attorno a un colonialismo italiano improvvisato, straccione, ma in fondo mite (di «italiani brava gente»).
Cartografie del presente
Solo dalla metà degli anni Ottanta gli storici hanno iniziato ad affrontare quel rimosso, producendo contributi sempre più preziosi sulla storia dell'espansione coloniale, sull'Africa colonizzata dall'Italia, su singoli aspetti e tornanti dell'imperialismo italiano. Anche negli studi giuridici si è registrata negli ultimi anni una non trascurabile «svolta». A partire dall'importante contributo che qualche anno fa la rivista «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno» ha dedicato al diritto coloniale tra Otto e Novecento, sino a giungere ai due recenti saggi di Gianluca Bascherini (La colonizzazione e il diritto costituzionale. Il contributo dell'esperienza coloniale alla costruzione del diritto pubblico italiano, Jovene) e di Luigi Nuzzo (Origini di una Scienza Diritto internazionale e colonialismo nel XIX secolo, Klostermann) dedicati a questo tema, la riflessione sul nesso fra diritto e colonizzazione si è arricchita, soffermandosi su quella «stretta complementarità fra il "dentro" e il "fuori", fra la metropoli e la colonia, fra l'Europa e il "mondo"» evocata da Pietro Costa nella bellissima introduzione al numero della rivista fiorentina.
Se varie sono le ragioni che possono aiutare a comprendere la persistente rimozione di questo difficile capitolo, altrettanto numerosi sono i motivi che sollecitano gli studiosi a indagarlo, soprattutto nelle sue implicazioni rispetto alla storia nazionale, legati in parte al compiersi di un ricambio generazionale nelle università e in parte al fiorire in area anglosassone dei postcolonial e subaltern studies.
Il razzismo istituzionale
A livello internazionale, negli ultimi venti anni, grazie alle suggestioni e alle spinte provenienti dagli studi postcoloniali, il rinnovato interesse verso le tematiche coloniali ha suscitato un vivace dibattito che, superati i confini della filosofia e della critica letteraria in cui era nato, ha contaminato la riflessione storica, geografica, fino a ridefinire lo spazio teorico entro cui può darsi ogni nuova interpretazione del mondo odierno. In Italia, per merito dei lavori di Sandro Mezzadra e di Miguel Mellino, la teoria postcoloniale ha avuto un peso rilevante non solo nel mutamento di sensibilità culturale nei riguardi del colonialismo, ma anche nel rinnovamento profondo del nostro pensiero critico (come dell'agire politico).
Forti di questo retroterra i due lavori di Bascherini e Nuzzo affrontano con grande rigore analitico i complessi rapporti tra diritto metropolitano e diritto coloniale. Bascherini mostra come costituzionalismo e colonialismo «lungi dall'essere esperienze contrastanti» o solo coesistenti, si rivelino in realtà «lungamente e intimamente connesse». L'intreccio tra l'impresa coloniale e «tornanti di assoluto rilievo della storia costituzionale» (dall'incompiuto processo di unificazione nazionale, alla crisi dello Stato liberale, al ventennio fascista) lo inducono a domandarsi se proprio l'esperienza del colonialismo non abbia costituito «una sorta di dark side della cultura giuridica che ha accompagnato quei processi». In questo senso, una visione non scissa tra il diritto metropolitano e quello coloniale permette di inquadrare il contributo dato dai giuristi alle imprese coloniali, alla loro legittimazione e al relativo dominio nell'Oltremare, e soprattutto di comprendere la connessione profonda tra colonia e «madrepatria», tra suddito dell'una e cittadino dell'altra.
Da una parte, la «madrepatria» fornì alla colonizzazione gli strumenti giuridici necessari, ma dall'altra le stesse elaborazioni della cosiddetta giuscolonialistica retroagirono sul diritto metropolitano. In colonia insomma «si elaborarono saperi e pratiche che in seguito» troveranno applicazione nella madrepatria. Come di recente sottolineato in un altro importante studio, La legge della razza. Strategie e luoghi del discorso giuridico fascista, di Silvia Falconieri (Il Mulino), forte fu, ad esempio, l'effetto di ritorno delle pratiche coloniali sull'ordinamento e le istituzioni della metropoli per ciò che concerne l'istituzionalizzazione del razzismo.
Nuzzo, approfondisce, con un'indagine storica di grande interesse, quelli che furono gli inizi paradossali del diritto internazionale e il suo ambiguo rapporto con la vicenda coloniale europea, allorquando le mire imperialiste e gli interessi in gioco imposero «ai giuristi europei di tematizzare le relazioni diplomatiche che i governi occidentali già da tempo intessevano con i paesi islamici del bacino del Mediterraneo o che si avviavano a stabilire con gli Stati orientali» e con l'Africa.
Il terrore della legge
Il diritto internazionale fu la nuova scienza giuridica che, nel XIX secolo, presentandosi come storica, cristiana, positiva, volle porsi come l'unità di misura del mondo civile, «ma che allo stesso tempo rivendicò, in virtù delle sue radici cristiane, una vocazione universale in grado di superare i confini dell'Occidente» e di ricomporre quelle distinzioni tra «noi» e gli «altri» che pure non cessò mai di produrre. All'interno di una rappresentazione dell'ordinamento giuridico internazionale unitaria, si sospese l'applicazione del diritto internazionale nei confronti delle popolazioni extraeuropee, affidandole al diritto consolare e al diritto coloniale. Fu un'operazione complessa che, spiega Nuzzo, «presenta sorprendenti affinità con altre ipotesi particolarmente sfuggenti» come lo stato d'assedio, lo stato d'eccezione, o l'occupazione militare bellica, «casi limite, cioè, in cui la tenuta dell'ordinamento sembrava essere assicurata solo attraverso la sua sospensione e la disapplicazione delle garanzie dello Stato di diritto».
Il diritto coloniale, in quanto eccezionale, andava legittimato e fatto convivere, nelle sue deroghe e principi «differenziali», con l'universalismo dello stato di diritto metropolitano, combinando terrore, diritto e legge, secondo peraltro un paradigma giunto sino a noi: quello dell'«inclusione differenziale». È proprio questa categoria analitica, la cui storia si fonda «nella modernità coloniale», a sembrare oggi assai utile per indicare «alcuni dei tratti salienti della globalizzazione capitalistica contemporanea» (Mezzadra, La condizione postcoloniale. Storia e politica nel presente globale, ombre corte).
Si tratta dunque di studi che non solo consentono di indagare problematiche spesso tralasciate in quanto scomode, ma che soprattutto ci permettono di fare i conti con il peso della vicenda coloniale rispetto al quadro odierno, nel quale i movimenti migratori continuano a squarciare il velo delle menzogne della civilizzazione.
D'altronde nonostante crescano sempre più le ricerche sul colonialismo, esso stenta ancora a sedimentarsi nella coscienza nazionale. Si pensi solo al preoccupante silenzio di questa pagina della storia italiana nelle passate celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia, coincidente, oltretutto, con l'inquietante ricorrenza del centenario dell'impresa libica, proprio mentre l'Italia si apprestava a partecipare ad una nuova guerra scatenata contro la sua ex colonia
PERCORSI DI LETTURA
Il grande saccheggio. E uno sguardo alla prassi penale per sudditi d'Africa
In Italia nell'introduzione e pubblicazione degli studi postcoloniali un ruolo rilevante è stato svolto dalla casa editrice Meltemi: si ricordano, tra gli altri, Miguel Mellino, La critica postcoloniale. Decolonizzazione, capitalismo e cosmopolitismo nei postcolonial studies; R.J.C. Young, Introduzione al postcolonialismo; A. Mbembe, Postcolonialismo. Di Mezzadra oltre al testo citato si rinvia a Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione (ombre corte). Tra i testi più importanti relativi al diritto e alla giustizia coloniale vanno menzionati il libro curato da A. Mazzacane, Oltremare Diritto e istituzioni. Dal colonialismo all'età postcoloniale (Cuen), quello di L. Martone, Giustizia coloniale. Modelli e prassi penale per i sudditi d'Africa dall'età giolittiana al fascismo, (Jovene) e sull'oggi U. Mattei, L. Nader, Il saccheggio. Regime di legalità e trasformazioni globali, Bruno Mondadori. Infine di recentissima pubblicazione sulla storia del colonialismo italiano si rinvia ai due fondamentali volumi di G.P. Calchi Novati, L'Africa d'Italia. Una storia coloniale e postcoloniale (Carocci) e di N. Labanca, La guerra italiana per la Libia, 1911-1931 (il Mulino)
«Se i grillini imparassero che«non è necessario esibire i muscoli per vincere le battaglie politiche e che, per riuscirci, non bastano neppure le sole buone idee».
Il manifesto, 28 marzo 2013
Le parole del papa indicano il passaggio difficile,per cambiare la mente degli uomini. È un messaggio che dovrebbe suggerire ai laici un'altra modalità del confronto politico. Adeguare i mezzi ai fini Cambiare abitudini non è facile; cambiare modello di vita (cosa che ci ripetiamo magari ogni giorno mentre si va a lavoro o a qualche inutile riunione della quale potremmo farne a meno) è ancora più difficile. Ma cambiare mentalità sembra quasi impossibile seppure di fronte ai continui fallimenti del nostro pensiero.
Il Papa ha detto che dobbiamo custodire il creato, dunque la terra con tutte le sue forme viventi. Ma ha detto qualcosa di più, molto di più: ha parlato di un sentimento di cui normalmente (soprattutto tra gli uomini) non si parla, ritenuto una sorta di debolezza, di cedimento, roba da "femminucce": la tenerezza. La modernità e la secolarizzazione avevano messo in cantina questo sentimento, poco adatto all'uomo prometeico e al suo "progressivo e magnifico" ruolo di dominatore del mondo (e purtroppo quasi sempre anche dei suoi stessi simili). Già ai bambini (in particolare quelli di sesso maschile) si insegna che gli uomini non debbono mai piangere e tanto meno mostrarsi deboli o fragili in pubblico; da adulti è consentito loro manifestare la tenerezza al più nei riguardi degli infanti, ma mai nei riguardi di altri adulti.
Eppure questo sentimento è capace di terremotare i rapporti quotidiani tra le persone: guardare all'altro con sentimento di pietà e simpatia insieme, avere compassione e cura del mondo animato. Francesco (il santo) arrivava ad affermare che bisogna ubbidire agli animali. Questo sentimento - la tenerezza - può innescare un vero cambiamento a partire dalla politica dove vige la legge contraria, quella per la quale chiunque non appartenga al proprio partito, alla propria fazione, è un nemico da abbattere.
Se il Movimento 5 stelle si prefigge di cambiare il paese dovrebbe partire da qui, esercitare l'egemonia con la forza dell'argomentazione, della persuasione, della parresia (l'arte del parlare franco), della gentilezza e della tenerezza. E ieri, invece, abbiamo assistito a un deja vu che, seppure ormai disincantati del lessico politico, non può non imbarazzarci, non provocarci dolore e perfino rabbia: partiti puttanieri e padri (i loro leader) "che chiagnono e fottono" ha urlato Grillo a seguito dell'incontro tra Bersani e il Movimento 5 stelle. Non bastano i contenuti, le pur legittime aspirazioni di moralità, i richiami a ridurre gli stipendi, le spese, le invocazioni contro la corruzione. Se un fine è giusto, allora anche i mezzi (e il linguaggio) usati per raggiungere questo fine devono essere altrettanto giusti e adeguati al messaggio che vogliamo dare.
Purtroppo sembra non essere così: fa male vedere questi giovani grillini certamente animati da buoni propositi, spesso talmente ingenui da risultare pericolosi nelle loro dichiarazioni, usare vecchi linguaggi, ostentare un atteggiamento ostile nei confronti di tutti: politici, giornalisti, istituzioni, come se, al di fuori di loro, il mondo fosse solo abitato da corruttori e corrotti. La loro ostentata e sospetta difesa da contaminazioni, strumentalizzazioni e quant'altro conosciamo di poco buono che anima il mondo della politica, non giustifica questa loro pregiudiziale diffidenza; semmai mostra la loro debolezza, la difficoltà ad affrontare il confronto e ad argomentare i loro pensieri. Così facendo arruoleranno pure altri arrabbiati, altri scontenti, i delusi dalla politica, gli incattiviti dalle barbarie del liberismo, dalle ingiustizie, dal dolore e dalla sofferenza sociale e individuale, ma per formare un partito o un movimento caratterizzato dal "no" e dal rifiuto che, prima o poi, produrrà un rigetto da parte di quelli che, pur criticando l'ordine esistente, non si ritroveranno in quel loro comportamento militare come quello di una setta che guarda il mondo dall'alto della propria presunta innocenza.
Tra i punti del loro programma dovrebbero introdurre questo sentimento così ben evocato dal Papa: la tenerezza; così da dimostrare agli altri che non è necessario esibire i muscoli per vincere le battaglie politiche (c'è già chi lo fa da tempo e prima di loro) e che, per riuscirci, non bastano neppure le sole buone idee: sarebbe un segnale nuovo per la buona politica e per quel cambiamento così invocato per il quale dovremmo aspettare il Messia. Il Paese è incattivito, il liberismo ha prodotto la grande narrazione dell'uomo fai-da-te, dell'affermazione individuale anche a costo di demolire l'avversario, e il creato-mondo intero a nostra disposizione. Questa narrazione, che è l'alleato ideologico più potente della riscossa neoliberista, può essere sconfitta solo a partire da un senso di ritrovata fratellanza e solidarietà.
Da sempre le comunità sono state i luoghi dove l'incontro tra diversi avveniva all'insegna della tenerezza, l'ascolto disinteressato, la cura, l'amore verso l'altro da sé. La comunità non è una dolce utopia di altri tempi, è il modo di stare insieme in serenità e in libertà, così come, un tempo, la città era il luogo della socializzazione e la sua aria rendeva liberi gli schiavi che in essa si rifugiavano e che ad essa chiedevano asilo. Come dicono in molti, il Movimento 5 stelle ha portato un vento nuovo che già ha iniziato a spazzare il mondo della politica chiuso in se stesso e arroccato sui propri privilegi. Ma non basta a produrre una egemonia salvifica che riunisca le persone intorno al nuovo, se non si modificano anche i gesti e il linguaggio, l'atteggiamento verso l'altro accolto, appunto, con tenerezza.
Intervista di Cesare Martinetti al presidente della Biennale Democrazia dedicata in questa edizione alla "utopia realizzabile".
La Stampa online, 28 marzo 2013. Con piccola postilla sull'utopia
Le guerre nel mondo, i conflitti senza soluzioni, la finanza senza regole, le disuguaglianze che crescono, tra Paese e Paese, tra cittadini e cittadini. «Pare che tutto ci stia sfuggendo di mano - dice Gustavo Zagrebelsky -, sembra che non ci sia più nessuno in grado di formulare un’idea che abbraccia e sia riconoscibile da tutti». La terza edizione di Biennale Democrazia cade in un momento drammatico per l’Italia. Sarà l’occasione per riflettere sulle norme di base della nostra società. Ne parliamo con il presidente emerito della Corte Costituzionale, inventore (con Pietro Marcenaro) e anima della Biennale.
Ma l’utopia realizzabile è ancora un’utopia?
«Ci sono utopie utopiche, idee consolatorie che permettono di rifugiarsi nell’immaginazione. Si tratta di un esercizio intellettuale sterile. Ma ogni progettazione del futuro deve avere un aspetto utopico. “Per mirare giusto nel bersaglio devi mirare più in alto”, diceva Machiavelli. Lo ricorderà Carlo Ossola parlando dell’utopia in letteratura. I condizionamenti renderanno il risultato finale inferiore al progetto. Ma il progetto bisogna averlo».
Alla Biennale ascolteremo dei progetti realizzabili?
«Stiamo cercando di far emergere qualcosa di nuovo che già c’è, che cova sotto la cenere, che può costituire energia feconda. Sulla base della premessa, diventata un luogo comune, che per sopravvivere bisogna cambiare. Parleremo di economia, mondializzazione della finanza, economia, produzioni, consumi, modi di produzione che non sperperano risorse ambientali. Nuovi strumenti di partecipazione».
A questo proposito il tema di democrazia e Internet è diventato decisivo con il successo della lista di Grillo. Lei crede nella democrazia diretta per via elettronica?
«La questione è questa: la tecnologia informatica applicata ai processi decisionali pubblici, l’idea della sovranità immediata e individuale del singolo, distruggerà la politica a favore di qualcosa che per ora non si sa che cosa sia? Oppure: questi strumenti possono essere usati per rinvigorire la democrazia, renderla più responsabile, più consapevole, in processi di sintesi comune? Il dibattito alla Biennale darà delle risposte».
Intanto le prime votazioni alle Camere e la prospettiva dei voti di fiducia hanno già posto la questione della trasparenza del voto dei singoli parlamentari grillini minacciati di espulsione se usciranno dalla linea del «partito».
«Questo mi ricorda molto la fase giacobina della rivoluzione francese, quando si era imposto agli elettori di votare in pubblico. È il massimo della libertà democratica o il massimo del controllo dell’esercizio della libertà?».
Ed è esplosa la questione del vincolo di mandato, se cioè i parlamentari siano liberi di votare secondo coscienza o se debbano essere vincolati alla linea del partito espressa in campagna elettorale.
«Nelle costituzioni liberali non c’è vincolo di mandato. Nella nostra questo è previsto dalll’articolo 67, legato all’idea che la democrazia, come diceva Hans Kelsen, è un regime mediatorio, cioè un regime in cui le ragioni plurime si devono incontrare fra di loro e trovare punti mediani. La libertà dei rappresentanti, senza vincolo di mandato, esprime questa esigenza che in parlamento - il luogo dove ci si parla - sia possibile perseguire il raggiungimento di quel punto mediano e che l’aula non sia il terreno di battaglia di eserciti schierati per ottenere o tutto o niente. I rappresentanti devono disporre di quel margine di adattabilità alle circostanze rimesso alla loro responsabilità. Ecco, in sintesi direi questo: libertà del mandato, uguale responsabilità; vincolo di mandato, uguale irresponsabilità, ignoranza totale delle qualità personali dei rappresentanti, mortificazione delle personalità».
È una norma che appartiene a tutte le costituzioni liberali?
«Certo, viene dalla rivoluzione francese, prima del giacobinismo. Non c’era in quella sovietica, né in quella della Comune di Parigi, che però non appartengono alla nostra tradizione costituzionale democratica».
La crisi della democrazia è però innegabile, questioni come rappresentanza, partecipazione, efficacia delle decisioni sono d’attualità anche nei sistemi più giovani.
«Ma almeno per ora tutti si dichiarano democratici. Non c’è ancora nessuno che si sia alzato per dire: basta con la democrazia, c’è un modello migliore. Semmai si dice: questa democrazia, la nostra, non ci piace, non funziona. Ma ciò significa che resiste l’idea di fondo che c’è una democrazia alla quale dobbiamo mirare. Per il momento democrazia resta una parola universale».
Però è giustificato dire che questa nostra democrazia è in crisi e non funziona?
«C’è una legge universale della politica secondo cui i regimi politici con il passare del tempo (qualcuno ha detto nel giro di una cinquantina di anni) tendono a chiudersi su se stessi, a diventare oligarchie, gruppi chiusi di potere, degenerazione della democrazia, dove la distanza tra elettori ed eletti appare incolmabile».
È esattamente quello che percepiamo oggi in Italia, le elezioni ne sono state la dimostrazione. Professor Zagrebelsky, ce la farà la nostra democrazia?
«Se riesce a riaprirsi, a combattere i gruppi chiusi, i “giri” nascosti del potere, e riesce a far sentire i cittadini partecipi della cosa pubblica e non espropriati. Quando si parla di rinnovamento della democrazia si intende proprio questo. I gesti simbolici come la riduzione del numero dei parlamentari, il taglio delle spese che favoriscono i parassitismi politici. Se si riuscirà a fare ciò anche utilizzando virtuosamente i nuovi strumenti della comunicazione politica potremo dare una risposta positiva alla domanda che fu di Norberto Bobbio in uno dei suoi ultimi saggi: la democrazia ha un futuro?».
E se questo non succederà? «Peggio per noi e per i nostri figli».
Al di là della Costituzione della decenza e della legittimità ordinaria.
Il manifesto, 27 marzo 2013
Trovo inverosimile che non si consenta al presidente del Consiglio incaricato, Pierluigi Bersani, di presentarsi alle Camere per avere da loro una valutazione, in termini di discussione e di apprezzamento, critico o positivo, sulle proposte da lui elaborate. E non solo per i motivi eminentemente costituzionali elencati con eleganza da Massimo Villone su il manifesto del 26 marzo (in sintesi: siamo ancora una repubblica parlamentare o siamo già divenuti una repubblica presidenziale?). Ma per motivi squisitamente politici. Ne elencherò tre, secondo me i più importanti.
Primo. La coalizione di centrosinistra ha la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera, una buona maggioranza relativa al Senato. Che una coalizione parlamentare di questa forza non abbia il diritto di farsi giudicare dalle Camere significherebbe negare platealmente che il voto abbia ancora un senso in questo paese. E', d'altra parte, di questi tempi, quel che da molte parti si sostiene e s'invoca: come rimedio alle stranezze e all'inaffidabilità del cosiddetto corpo elettorale. Se si vuole accelerare questo processo e renderlo irreversibile, non c'è che da accomodarsi: basta autorevolmente confermare che i critici (spesso camuffati, e perciò ancora più insidiosi) del gioco elettorale e, s'intende, delle sue conseguenze politiche e istituzionali, hanno ragione.
Secondo. Nel tentativo Bersani questo né da altri punti di vista.Vendola è stato investito molto: in modo particolare, lo ha fatto per ovvi motivi questo Pd. Io sono pieno, storicamente, di fermenti critici nei confronti di questa formazione; se non ne avessi, ne sarei un militante. Non si può non riconoscere, però, che il Pd, e su scala ridotta ma non disomogenea, Sel, sono le uniche formazioni che in Italia reggono in piedi strutture di partito democraticamente fondate e ambizioni di organizzazione politica ramificata nel sociale (quanto imperfettamente lo sappiamo, ma non fino al punto di diventare un'altra cosa). Non lo sono, ovviamente, né il Pdl, né, clamorosamente, almeno per ora, il Movimento 5 Stelle (il quale polarizza la protesta, proprio rinunciando a quegli strumenti di verifica e di organizzazione). Né lo è, di sicuro, il centro di Monti, qualcosa che non sarebbe semplice definire né daquesto né da altri punti di vista.
La mia impressione è che da molte, moltissime parti, non si faccia che aspettare con benevola ansia la dissoluzione di quest'ultimo nucleo di tradizione democratica nel paese. Liquidare il tentativo Bersani invece di appoggiarlo (come saprebbe fare chi ha dimostrato di saperlo fare), significa dare una mano a questa liquidazione. Va da sé che la stessa cosa significherebbe mettere il Pd nelle mani di Matteo Renzi, un archetipo antropologico della dissoluzione democratica.
Terzo. Non esiste, né può esistere, "coesione sociale" o "coesione istituzionale" o "coesione ideale" o "coesione politica" in questo paese, finché una delle parti in gioco è nelle mani di qualcuno con cui nessuna persona per bene vorrebbe avere a che fare. Quindi, non esiste, né ragionevolmente né istituzionalmente, nessun Piano B. Se questo piano avesse luogo, il Movimento 5 Stelle si rimpinzerebbe oltre misura: anche noi saremmo costretti a votarlo e a farlo votare. Le conseguenze sarebbero catastrofiche.
Si dice: non esiste nessuna certezza che il governo e il programma di Bersani, alle Camere siano destinati a passare. Ma consentirlo significherebbe esibire (per usare le parole giuste) una prova di fiducia nel gioco democratico del mec-canismo istituzionale, e lavorare perché una soluzione, qualsiasi soluzione, nasca da lì, dall'interno di quel dibattito, non fuori: il che in certe circostanze eccezionali è il minimo, ma anche il massimo, che si possa fare. Vedremo.
«Sbagliamo bersaglio accusando i mercati-padroni: sono i politici a non essere padroni di sé, a non vedere che loro sono la quaestio, il problema e l’onere».
La Repubblica, 27 marzo 2013
NUNC dimittis servum tuum: comincia così il cantico di Simeone, l’ebreo giusto, appena vede Gesù presentato al Tempio. La prima parola che dice, rivolgendosi a Dio, è dimissione. Antiche consuetudini si sfanno, l’attesa messianica finisce perché il messia è lì, lo sta tenendo fra le braccia. Si entra in un’altra orbita, un cammino affatto diverso inizia all’insegna di quella che Roland Barthes ha chiamato: disoccupazione di spazi, peregrinatio in stabilitate. Oltre il Tevere, proprio questo sta accadendo nella Chiesa. Scossa dalla corruzione, orfana di luce, ridotta a lobby, la Chiesa tasta come cieca le vie e scopre che non ce ne sono due ma solo una, perché l’altra s’inabissa: la via è il trono vuoto, perché lo occupi chi sappia far proprio il nunc dimittis, spogliandosi di potere e di mitre maestose. Un unico filo lega le dimissioni di Benedetto XVI il 10 febbraio e la nomina, il 13 marzo, di Papa Francesco: un mese, tutto all’insegna della «disoccupazione di spazi». È significativo che il nuovo Pontefice disdegni gli ori di cattedrali e paramenti. Il papato girava a vuoto, e il ricominciamento è possibile a condizione di mettere in questione se stessi, radicalmente. «Quaestio mihi factus sum», diceva Agostino: io stesso son divenuto per me problema, peso. Memore della semplicità oltre che della povertà di San Francesco, il Papa parla ai cristiani con parole inattese, non di padre pontificante ma di servo: «Pregate voi per me». Non si sa quali effetti sortirà questo mese di ostentato trono vuoto; si può solo intuire che per sopravvivere, la Chiesa doveva passare di qui.
È strano come certe parole in certi momenti colorino ogni pensiero, ogni dire. In queste ore sono come un metro, che permette di misurare la cecità della politica, delle sue istituzioni: in Italia e anche in Europa. La stasi di ambedue cos’altro è, se non incapacità di distinguere il bivio che hanno di fronte, e attaccamento alle inerti abitudini descritte da Beckett: «L’abitudine è un patto sottoscritto dall’individuo col suo ambiente. È la garanzia di una tacita inviolabilità, il parafulmine della sua esistenza. L’abitudine è il ceppo che incatena il cane al suo vomito». Si chiama anche
routine:letteralmente vuol dire piccola via, ripetutamente percorsa quando non si osa la grande. Imboccare viuzze significa non rinunciare al potere, starsene immobili, non tollerare l’incursione di sfide o giudizi: tenerselo stretto, il potere, come il Presidente del Senato che ritiene inammissibili le critiche d’un solo giornalista. In Germania Est si racconta che tale fu l’ordine che le autorità sovietiche diedero ai governanti comunisti, quando cadde il muro di Berlino: «Rientrate in voi stessi, fatevi di ghiaccio».
L’Italia fa questo, da anni: ha congelato Mani Pulite, e ogni chiarimento, correzione, pur d’evitare la trasformazione di sé. Anche il movimento Cinque Stelle, che pure ha vinto chiedendo una mutazione della società e dei partiti, è preda di una sorta di paralisi. Ilvo Diamanti ha spiegato, lunedì su Repubblica, l’impasse di una convivenza tra anime contrarie, innovative e conservatrici. L’uscita dal sistema prevale su ogni miglioramento concreto, ottenibile subito, svigorendo la forza stessa che fece nascere, attorno al bene pubblico, il movimento. È il rischio del M5S: occupare un trono postazione, in attesa dei tempi in cui il Messia verrà col suo Regno. Non lo sfiora il sospetto che il Regno sia già qui, che l’attesa sia un escamotage. Che le vie non siano due ma una: rinunciare all’isolamento splendido del trono, aprire un varco, proporre a chiare lettere il nome di un suo papa Francesco. Altrimenti ti chiamerai movimento ma vecchio partito rimarrai: con le sue abitudini da recinto, con la sua sconnessione dalla cittadinanza attiva che ti ha fatto re. Quel che urge non è la
prorogatio dell’esistente – una delle tentazioni di Cinque Stelle – ma la declaratio con cui Benedetto XVI ha innovato, spogliandosi del proprio scanno: le forze che ho «non sono adatte a esercitare in modo adeguato il ministero ». Alcuni hanno detto: «è la fine». Era un inizio invece, era rinuncia a parte di sé per far spazio al nuovo. Così per i politici: sono a un bivio, e chi serve i propri ideali diminuisce un po’ se stesso, coglie il momento se si presenta. Apprende la destrezza astuta che prolunga il carisma: fin da subito mostra che entrare in un’altra orbita politica è possibile. E se non a Dio, chiede alla coscienza: «Dimettimi, esiliami dall’istinto abitudinario che mi abita».
Secondo l’economista Albert Hirschmann, è così che le istituzioni si riformano: mescolando l’energia ultimativa dell’uscita, dell’exit, al lievito della parola (voice),che sbalestra la politica da dentro. Proprio di quest'amalgama hanno bisogno gli italiani per superare la stasi, e l’Europa per vincere una crisi che rivela la propria cecità, compresa la cecità alla democrazia. Anche nell’Unione si tratta di indicare il trono vuoto, i sovrani finalmente politici e i parlamentari forti che devono riempirlo. Da quando l’Euro trema, l’Unione s’aggrappa alla viuzza di cure che la squilibrano, l’avvelenano. Sbagliamo bersaglio accusando i mercati-padroni: sono i politici a non essere padroni di sé. A non vedere che loro sono la quaestio, il problema e l’onere. Non è l’Euro traballante che viviamo ma un più vasto sisma. I politici l’occultano, passano il tempo disputando su dilemmi esistenziali: esiste l’Unione? siamo contro? per? In tempi prosperi la domanda serviva, ma oggi lo spettro che s’aggira e impaura è la crisi, non l’antieuropeismo che la crisi secerne. Oggi la disputa che conta, e però è elusa, deve concernere il da fare, le alternative da tentare, perché l’Unione funzioni e ritrovi l’idea originaria di una comunità di cittadini padrona di sé. Come l’Italia del dopo-voto, l’Europa è prigioniera di quella che gli inglesi chiamano politics (il gioco fra partiti, poteri) ed è impreparata alla policy, alla scelta fra molte opzioni di una linea: in economia, nella ridefinizione della statualità, anche in politica estera.
Il caso dei marò è stato rivelatore. Un governo d’Europa ha mostrato di non sapere cosa sia l’India, oggi: con i suoi tribunali, con una democrazia più che sessantenne. Ha reagito come la vecchia Europa colonialista, giocando a birilli con Nuova Delhi come Chamberlain quando disse dei cecoslovacchi invasi da Hitler: «È una nazione lontana di cui non sappiamo nulla». Così enorme è la svista, che l’esercito si ribella al timone politico. È bene che il ministro Terzi si sia dimesso. Lo stesso dovrebbe fare il capo di stato maggiore della Difesa, Luigi Binelli Mantelli: con inaudita prevaricazione, forte probabilmente dell’appoggio di Terzi, ha preteso sabato che «la farsa si concluda quanto prima, e i nostri fucilieri, funzionari in servizio di Stato, siano al più presto riconsegnati alla giurisdizione italiana». Nessun accenno al fatto che i marò sono pur sempre accusati d’aver ucciso due marinai indiani scambiati per pirati, e che all’India fu promesso di non tenerli in Italia. È uno dei tanti casi di insipienza dei sovrani europei.
L’Unità, 26 marzo 2013
Cominciarono le proteste nel gennaio e nel febbraio, le prime negli stabilimenti di Fiat Acciaierie e di Fiat Diatto. A quel punto la parola d’ordine tra i comunisti in clandestinità, Leo Lanfranco, Umberto Massola, Ermes Bazzanini, Amerigo Clocchiatti, fu: sciopero generale. Organizzare uno sciopero generale, quando il diritto allo sciopero era negato, quando esprimere le proprie idee non era consentito, quando sindacati e partiti erano stati tolti di mezzo. La parola d’ordine doveva essere: «indennità di sfollamento». L’aveva concessa a gennaio il ministero delle Corporazioni, centonovantadue ore di salario (una mensilità) a tutti i capifamiglia in grado di dimostrare di essere sfollati. Mai pagata. Era una parola d’ordine che, senza pretendere nulla di più di quanto promesso da quello stesso regime, da- va conto della condizione di miseria del pae- se, della sofferenza dei lavoratori, diceva quanto la guerra opprimesse anche chi stava a casa, operai famiglie bambini, quanto si volesse cambiare strada.
Si votò lo sciopero. Alle dieci in punto, al suono come ogni giorno della sirena d’allarme, si sarebbe dovuto sospendere i lavoro. La direzione della fabbrica, a Mirafiori, il cuore della protesta, avvertita, decise che quella mattina la sirena avrebbe taciuto. Ma le dieci dello sciopero rimasero: nel suo reparto Leonardo «Leo» Lanfranco, manutentore specializzato, reduce dal confino a Ponza con Terracini e Secchia, assunto nonostante la sua fama di comunista perché sapeva dominare il ferro, poi capo partigiano, trucidato dai fascisti nel febbraio 1945, chiamò i suoi. Tutti insieme improvvisarono un corteo dentro la fabbrica. Leo Lanfranco venne arrestato pochi giorni dopo insieme con un centinaio di compagni. Vennero liberati, qualche mese dopo, il 26 luglio, dopo una protesta di lavoratori sotto le Nuove. Quello sciopero fu l’inizio. Non fu un successo. Qualcuno usò addirittura la parola fallimento. Ma l’organizzazione comunista, perfettamente «radicata», come si direbbe oggi, nel sistema industriale torinese, ebbe la capacità di diffondere la «notizia che conta»: lo sciopero c’era stato, gli operai avevano fatto sentire la loro voce. I lavoratori di altre fabbriche seguirono l’esempio. Tra il 9 e il 10 marzo entrarono in sciopero le Officine Savigliano, la Pimet, la Fast Rivoli, l’11 marzo la Riv, la Michelin, la Lancia, il 12 marzo toccò al Lingotto, il 15 si fermarono la Snia Viscosa, il cotonificio Valle Susa, il Gruppo Finanziario Tessile. Ne ricordiamo solo alcune. La protesta dilagò. In un crescendo che fece impazzire questura e partito fascista. Un rapporto dei carabinieri restituisce il calore di quelle giornate. Siamo alla Riv di Villar Perosa: «Alcuni operai sono uditi reclamare la pace separata e la fine della guerra. Altri, come avevano già fatto durante la notte, intonano Bandiera rossa, mentre c’è chi usa violenza ai colleghi che vogliono persuadere alla ripresa del lavoro... Energica l’azione delle donne, che dopo aver incitato i compagni, passano furiosamente alle vie di fatto contro i pochi elementi contrari che tentano di far fallire lo sciopero...».
Umberto Massola avrebbe ricordato molti anni dopo di incontri avvenuti per discutere l’esito di quegli scioperi. Se ne considerò subito il senso politico, il senso di una rivolta. Avrebbe ricordato ancora che il 14 marzo s’era recato nella tipografia clandestina, vicino a Milano, dove si stampava l’Unità. «Quando i compagni addetti alla tipografia – scrisse Umberto Massola videro il grande titolo da porre in prima pagina: ‘Sciopero di centomila operai torinesi! In tutto il paese si segua il loro esempio per conquistare il pane, la pace e la libertà’, saltarono di gioia e lavorarono di gran lena anche durante la notte per assicurare l’uscita del giornale l’indomani». Storie nostre.
L’indomani fu sciopero ancora e via via in tante altre fabbriche verso Milano. Il 23 scescero in sciopero gli operai della Falck, che cacciarono un manipolo di fascisti che avevano tentato di entrare in fabbrica. Il giorno successivo sarà la volta della Pirelli e poi della Caproni, della Bianchi, della Brown Boveri, dell’Alfa Romeo. Poi verso il Veneto, verso Porto Marghera, verso l’Emilia, verso la Toscana. La protesta diventò un fiume. Un moto che il regime non riuscì a frenare, il primo moto della lotta di liberazione: «Cominciava la guerra partigiana – scrisse Giancarlo Pajetta sull’Unità – là si gettava il seme della Repubblica italiana fondata sul lavoro».
Che la rivendicazione di un’indennità di sfollamento, delle 192 ore, potesse condurre a tanto, forse non era facilmente immaginabile. Neppure la fame, le condizioni penose di vita, le bombe e la paura, avrebbero potuto tanto se, malgrado tutto, malgrado tutti gli sforzi del regime, l’ostilità al fascismo, l’estraneità operaia alla retorica fascista, la distanza da una cultura totalitaria non avessero trasformato la sfiducia, la diffidenza, lo scetticismo della prima ora in un consapevole sentimento d’opposizione. Consapevole anche della durezza, dei rischi, del pericolo mortale di una lotta democratica in un paese senza democrazia.La repressione non mancò. Non subito, perché le richieste vennero accolte (fu Valletta a intercedere perché le rivendicazioni dei suoi operai venissero almeno in parte soddisfatte). Nelle settimane successive circa duemila operai vennero fermati, molti arrestati, molti spediti davanti al tribunale speciale.
Ma intanto qualcosa era accaduto. Dopo la battaglia di Stalingrado, a un passo dal crollo del regime. Molti di quegli operai che avevano scioperato scelsero di continuare la loro lotta in montagna nelle formazioni partigiane, accanto ai militari sbandati che avevano ripreso le armi. A Torino, a Milano, in tanti altri luoghi era stato il lavoro, in quegli scioperi per il pane e per la pace, a dettare la fine del fascismo, nell’avversione alle logiche della guerra, nella riaffermazione della irriducibilità sociale del conflitto di classe, nella rivendicazione dei diritti fondamentali, scrivendo le prime parole della futura Costituzione repubblicana.
questa clip racconta in forma di canzone gli eventi del marzo 1943
«I difetti della classe dirigente meridionale - parassitismo, clientelismo, corruzione - sono ancora tutti lì, vanificando ogni proposta di soluzione dall'interno».Il manifesto, 26 marzo 2013
Sempre più a fondo
Il libro di Barbagallo ha il merito di riaffermare la questione Nord-Sud come centrale - e mai risolta - in un Paese in cui «l'inconsistenza e l'inadeguatezza della classe dirigente esprime il degrado politico-culturale» e in cui «l'unico cemento» è quello delle relazioni personali, familiari, di clan, che impediscono qualsiasi mobilità sociale. Non solo. Gli indicatori economici segnalano che negli ultimi trent'anni è aumentato il divario tra Nord e Sud d'Italia, e tra quest'ultimo e le altre regioni d'Europa. Un divario che si è ingigantito dal 2007 a oggi, come ci ha spiegato il Censis qualche giorno fa: il Pil si è ridotto del 10 per cento, a fronte del 5,7 per cento nel Centro-Nord. Anche il rapporto Svimez dello scorso anno era stato impietoso: il 60% delle persone che hanno perduto il lavoro risiede al Sud, dove c'è solo il 25% degli occupati in Italia e appena un giovane su tre ha un lavoro. Perfino nella sanità la situazione appare disomogenea: uno studio della rivista Cancer epidemiology che ha confrontato i registri dei tumori di 14 città italiane - ne ha riferito il Corriere della Sera del 6 febbraio scorso - ha evidenziato una grande disparità nelle diagnosi precoci e nelle cure oncologiche, sempre a favore del Settentrione.
Questo gap - che nessun governo è mai riuscito realmente a ridurre o almeno a stabilizzare, fatta eccezione forse per il decennio del boom economico '55-'64 - è accentuato dalla mancanza di una politica industriale che data almeno dalla fine della Cassa per il Mezzogiorno, dal deficit cronico di trasporti - con i fondi riservati alle infrastrutture finiti a coprire i buchi di bilancio di città come Roma e Catania o per altre emergenze - e dal lungo declino italiano, cominciato una trentina d'anni fa. Una serie di fattori che hanno contribuito a consolidare una società statica, «seduta su rinnovati privilegi e antichi difetti», egemonizzata da un blocco sociale parassitario che ha preso il posto del vecchio «blocco agrario» e pertanto poco attrezzata ad affrontare le sfide della grande trasformazione globale del capitalismo.
Se questa è l'Italia di oggi, un Paese ridotto a «mucillagine», come l'ha definito il Censis un anno fa, corroso da una crisi antropologica che Pier Paolo Pasolini per primo aveva intuito e che il berlusconismo ha portato alle estreme conseguenze, qual era lo stato della penisola all'indomani dell'Unità? E qual è stato l'andamento del rapporto Nord-Sud in questi 150 anni, dal giorno in cui il Luogotenente Luigi Carlo Farini, arrivato a Napoli dalla Romagna, sbottò: «Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica!»?
Il quadro d'insieme di Barbagallo ha il merito di fare piazza pulita di quei revisionismi storici fioriti nella disgregazione degli ultimi anni e ingigantiti dai media. Un'«invenzione della storia», potremmo affermare parafrasando l'«invenzione della tradizione» di Eric Hobsbawm, che di volta in volta tende a dimostrare che «si stava meglio quando si stava peggio» e che l'unificazione del Paese non è stata altro che una colonizzazione a fini di sfruttamento del Nord nei confronti del Sud. Basterebbe invece far parlare i dati: se è vero che la prima ferrovia italiana è stata la Napoli-Portici, è altrettanto vero che parliamo di un tratto di appena dieci chilometri e che, al momento dell'Unità, su 2.400 chilometri di strada ferrata in Italia, solo 126 erano al sud; le fabbriche meridionali erano legate allo Stato borbonico - di per sé autoritario e feudale - e concentrate attorno alla capitale Napoli, mentre il resto del Mezzogiorno viveva in condizioni di spaventosa arretratezza, con una fortissima disgregazione sociale e una gran debolezza dello spirito pubblico; il Sud, inoltre, aveva tassi di analfabetismo che sfioravano il 90 per cento, di gran lunga superiori a qualsiasi Paese europeo e anche di Lombardia e Piemonte dove non superavano il 40 per cento, mentre la scolarità, al Nord del 90 per cento, nel meridione si fermava al 18 per cento; i meridionali, altro dato significativo, erano in media tre centimetri più bassi dei settentrionali, sostanzialmente a causa della scarsa alimentazione - ancora a fine anni Venti gli italiani mangiavano meno carne, burro, uova e zucchero dei Paesi europei avanzati, e nella provincia di Salerno i cafoni mangiavano la metà della carne, delle uova e dei latticini rispetto ai galantuomini.
Ciononostante, la spinta unitaria - portata avanti da una minoranza di formazione illuministica lungo un secolo di grandi passioni, inaugurato dalla rivoluzione napoletana del 1799 - conferì al Risorgimento una decisa connotazione politico-ideologica, e il Sud ebbe una funzione centrale, come è ben esplicitato nel film di Mario Martone Noi credevamo.
Dall'Unità a oggi, la questione delle «due Italie» di cui parlava Giustino Fortunato si è variamente riproposta e ha alimentato dibattiti e polemiche. Al suo interno, la «questione napoletana» ha rappresentato un storia a sé, e rimane anch'essa tuttora irrisolta, come sta simbolicamente a indicarci il rogo della Città della Scienza. La ex capitale del Regno delle Due Sicilie era una delle città più popolate d'Europa e la sua «plebe» reazionaria, che aveva fatto letteralmente a pezzi i giacobini nel 1799, è stata variamente descritta e analizzata da storici, sociologi, antropologi e scrittori. Giustino Fortunato se la prenderà con l'indolenza dell'aristocrazia e della borghesia partenopea, «fiacca, disgregata, indifferente, pettegola, sospettosa». Raffaele La Capria, con la licenza visionaria dello scrittore, imputerà a quest'ultima, sconfitta e ridotta a «piccola borghesia» provinciale, di aver cercato un compromesso con l'altra Napoli, quella plebea, per paura che questa ripetesse quanto fu capace di fare nel 1799.
Poi c'era il resto del Mezzogiorno. Ancora nel 1928, Umberto Zanotti Bianco scriveva sul suo viaggio ad Africo, Tra la perduta gente di Calabria: «Sono talmente stanco di tutto il luridume, di tutte le malattie, di tutte le lacrime senza speranza di questa povera gente! Essa non ha per rifugiarsi che povere tane buie e sconsolate, e quando mi ritrovo solo la notte, nella mia tenda, non so sottrarmi dall'impulso di gridare aiuto per loro». Questo erano le aree interne del Sud Italia, quella società «immobile» che - basta leggere il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi - il fascismo tentò di abbindolare con il sogno delle terre vergini africane ma di cui in realtà peggiorò le condizioni per via del blocco dell'emigrazione - che per tanti anni dall'Unità era stata una leva politica sapientemente adoperata, per attenuare grazie alle rimesse il divario con il Nord industrializzato - e con una sconclusionata autarchia fondata sulla coltivazione massiva del grano.
C'era una volta il boom
L'unico periodo in cui il divario Nord-Sud si attenuò fu a partire dagli anni cinquanta, grazie al boom economico, all'emigrazione interna e a una forte politica statale di industrializzazione. Ma dalla fine del fordismo i «distretti» sorti all'epoca dell'industrializzazione sono falliti uno dietro l'altro senza che ci sia stata alcuna politica di riconversione, persino in quella parte di Sud più modernizzata che è la dorsale adriatica - la terra della «polpa», per stare a una definizione del più grande conoscitore del territorio meridionale che il Novecento abbia avuto, l'economista agrario Manlio Rossi-Doria.
Nel frattempo la «questione meridionale», malattia non curata per tempo e a dovere, ha finito per diventare «questione italiana», e tutto il Paese si trova oggi contagiato dal virus che ha covato al suo interno per troppo tempo. Si avvera così l'antica profezia di Mazzini: «L'Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà». Parafrasando il più rivoluzionario tra i nostri padri della patria, potremmo aggiungere che anche l'Europa sarà quel che il suo Mezzogiorno sarà.
«Ridisegnare le cose partendo dalla Costituzione».
La Repubblica, 25 marzo 2013
Analogamente, il presidente del Senato Piero Grasso ha esordito richiamando due volte la Costituente e «quella che ancora oggi è considerata una delle Carte costituzionali più belle e più moderne del mondo». Il silenzio di Monti è coerente con l’ordine dei valori prevalso nella scorsa legislatura (compresa la sua fase “tecnica”): il “volere dei mercati” al culmine, la Costituzione sospesa, in attesa di tempi migliori. Basta questa differenza a misurare le straordinarie
potenzialità di una nuova stagione politica, in cui l’impersonale, anti-politico anzi anti-democratico diktatdei mercati deve fare i conti con l’orizzonte dei diritti civili disegnato dalla Costituzione: sovranità popolare, diritto al lavoro, alla salute, a un sano ambiente, alla cultura, alla giustizia sociale. Sarebbe un delitto farsi sfuggire un’occasione che non si ripeterà: questo il senso dei due appelli, quello promosso da Barbara Spinelli e quello lanciato da Michele Serra, che in pochi giorni hanno superato le 200.000 firme (li ho firmati anch’io). Questo, e non la cieca fiducia in questo o in quel partito, non l’ubbidienza a ordini di scuderia. Non l’arroganza di intellettuali che si sentono maestri, ma la voce di cittadini che fuori da ogni coro esprimono una preoccupazione e una speranza. Perciò chi si è rallegrato che all’elezione del presidente del Senato abbiano contribuito voti del Movimento Cinque Stelle dovrà rallegrarsi altrettanto se, in altre circostanze, parlamentari del Pd violeranno la disciplina di partito per votare giusti provvedimenti proposti da quel Movimento. Dopo una campagna elettorale condotta sbandierando nomi, alleanze, schieramenti assai più che progetti e contenuti, è ora di rovesciare il tavolo dei giochi. Identificare contenuti, indicare traguardi, cercare consensi nel Paese e (dunque) nel Parlamento. Passare dalle chiacchiere ai fatti, cambiare subito il Paese sapendo quel che si vuole e quel che si fa.
Perciò l’art. 67 della Costituzione, secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita la sua funzione senza
vincolo di mandato» è oggi più che mai prezioso. Beppe Grillo non vorrà certo copiare Berlusconi attaccando la Costituzione ogni volta che non gli fa comodo. Senatori e deputati sanno bene, giacché lo sanno tutti i cittadini, quale è il paradosso che stiamo vivendo: il loro (anzi il nostro) è un Parlamento di nominati, non di eletti, eppure segna il più profondo rinnovamento che mai si sia visto in Italia, il più massiccio approdo in quelle aule di non-professionisti della politica. Essi possono essere tentati da una rigida disciplina di partito in cui qualcun altro pensi per loro, ma dovrebbero mirare assai più in alto. Pieno rispetto della legalità costituzionale (incluso l’art. 67) e piena libertà di coscienza sono i presupposti necessari per ridisegnare la mappa delle priorità politiche di questo Paese. Nessun prezzo è troppo alto, se il fine è il bene comune.
Gravi problemi incombono: la debolezza dello Stato centrale, in questo momento di ardue scadenze istituzionali, favorirà la marcia verso la formazione de facto di una “macroregione del Nord” capeggiata da Maroni, ridando fiato alla Lega in crisi e al suo mai sopito secessionismo, a spese dell’unità nazionale (art. 5 Cost.). Regioni svantaggiate e “generazioni perdute” verranno sacrificate senza pietà, immolandole non si sa più se alle ragioni “globali” dei mercati o a miopi alleanze (o nonalleanze) politiche. Cadranno nel nulla obiettivi oggi a portata di mano: «più giustizia sociale, più etica» (Grasso), «strumenti a chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato» (Boldrini). Per non dire di una legge elettorale non iniqua, della riduzione dei costi della politica, di un forte argine, pur così tardivo, al conflitto di interessi, di un vero argine alla corruzione.
Per l’Italia e per l’Europa, questo e non il prossimo Parlamento deve fare il massimo sforzo per diventare «la casa della buona politica » (Boldrini) vincendo le logiche di un partitismo di maniera che gli elettori hanno bocciato, e facendo dell’inesperienza dei neo-eletti un punto di forza, lo strumento di un nuovo sguardo sulle istituzioni e sui problemi del Paese. Dovrebbero esser scritte a caratteri cubitali, all’ingresso della Camera e del Senato (e domani a Palazzo Chigi e al Quirinale) le parole di Teresa Mattei (la più giovane dei membri della Costituente, morta a 92 anni qualche giorno fa) nella sua ultima intervista: «Questa è la cosa bella dell’animo democratico: pensare da bambino per ridisegnare le cose».
Una lettura del caso italiano attuale alla luce della storia. Similitudini con la Comune di Parigi, dove all'ombra delle speranze di rinnovamento si tesseva la restaurazione. Nel 1871 il vecchio vinse Oggi?
La Repubblica, 25 marzo 2013
Le storie di democrazia in azione sono un documento di generosità e di desiderio di giustizia. Possono però essere anche storie di malgestita radicalità che non riesce o non vuole fare ciò che ha promesso. Storie di speranze di rinnovamento che marciscono nel volgere di poco tempo. Per commentare quella che viviamo noi oggi, Barbara Spinelli si è servita su questo giornale dello scritto di José Saramago, il racconto della “catastrofe” di una democrazia sopraffatta dalla sua stessa grandezza di proposte e di ideali. In un’ impasse, tra Scilla e Cariddi: tra la speranza della grande innovazione e la macchinazione di un grande flop. Da un lato il genuino e semplice volere popolare di cambiamento; dall’altro il gioco del potere. La generosità della democrazia lascia in ombra coloro che progettano il momento giusto per calare la carta del bluff. Numerose storie di democrazia in azione si sono dipanate secondo questa trama triste.
A metà marzo del 1871, mentre si svolgevano in tranquillità le elezioni e la città di Parigi era sguarnita di forze dell’ordine, e tutto prometteva che la partita politica venisse giocata alla luce del sole, nell’ombra stavano accadendo le cose che avrebbero determinato il futuro della repubblica comunarda. Il governo di Thiers, che meditava la riconquista del potere, cercava e trovava il consenso di Bismarck, il leader tedesco che aveva interesse a mettere subito fine alla guerra contro la Francia perché temeva il contagio democratico oltre il Reno. Gli scenari erano preoccupanti. Da un lato la democrazia ingenua che moltiplicava i luoghi e i temi di discussione, rifuggiva dal coordinamento, praticava la comunicazione su ogni punto all’ordine del giorno, fino allo spasimo. Dall’altro gli uomini di potere, abituati a usare i mezzi del consenso e a mobilitare fedeli seguaci, di mettere in atto strategie astute, intravedendo spiragli di luce ai loro piani di rivincita. In questa impasse si consumò la riconquista di Parigi che mise fine alla democrazia ingenua: nel maggio del 1871 avvenne la firma del trattato di pace franco-tedesco che diede il via libera all’occupazione della città da parte dell’esercito, antefatto di quello che sarebbe stato un massacro. Quella che doveva essere una repubblica democratica fu in poche ore una caccia all’uomo, una sommaria restaurazione.
Una storia a caso questa della fine tragica della Comune di Parigi – diversissima in tutto eppure così istruttiva per l’Italia di questi giorni, un paese che visto da fuori suscita ammirazione e grande attenzione, per aver saputo esprimere la propria volontà elettorale in maniera così radicalmente libera e che tuttavia si mostra smarrito, vittima della sua stessa spavalda promessa di cambiamenti importanti. Vittima del partecipazionismo senza decisione. Dopo le elezioni, Francesco Merlo ha scritto su questo giornale che nonostante il fragore delle parole e la carriolata di voti che con il M5S hanno portato persone ordinarie e nuovissime in Parlamento, l’impressione è che tutto questo cambiamento non serva che a far tornare tutto come prima, a legittimare il nuovo vecchio.
Il rischio è che la democrazia appaia un agire senza costrutto, una perdita di tempo che alla società costa sempre più caro. Pessimo servizio dei democratici alla democrazia. La responsabilità degli eletti è enorme perché chi rende impossibile la formazione di un governo rende la democrazia una parola vuota e le fa un pessimo servizio. La sacrosanta volontà che le elezioni hanno concretizzato viene disattesa, perfino sbeffeggiata, da questo esercito di eletti che, giunti promettendo la luna, non sanno arrendersi al fatto politico basilare che ogni decisione rompe l’unanimismo e richiede mediazione (a questo serve la regola di maggioranza). Essere eletti non significa fare un atto di testimonianza delle proprie idee. Significa e serve a fare succedere cose, a decidere. Il rischio di questa democrazia degli ingenui è che spalanchi le porte come altre volte in passato alla democrazia dei furbi, che ottenga l’opposto di ciò che vuole e ha promesso.
Probabilmente non è di per sè sufficiente, ma è un segnale da non trascurare.
Il manifesto, 24 marzo 2013
La prima volta da maggioritari. La Valle registra il nuovo status senza fare una piega, con invidiabile aplomb, mettendo in campo la moltitudine variegata e compatta di sempre. Un fiume ininterrotto di gente che riempie tutti gli otto chilometri che separano Susa da Bussoleno, la stessa impressionante folla dello scorso anno, quando se ne contarono cinquantamila. Forse di più. Ma, appunto, stesse espressioni rilassate e determinate di prima. Stessa sensazione piacevole di appartenenza. Stessa composizione multigenerazionale, con madri e figlie, nonni e nipoti, nuclei famigliari magari divisi su altro ma uniti da questo. Non la forma segmentata e gergale della mobilitazione politica, ma quella inclusiva e popolare di un'espressione di territorio. Al comizio finale, il primo intervento non è stato di un leader politico, e neppure di un amministratore (che pure sono numerosi), ma del padre di Nicolas, uno dei bambini feriti dall'esplosione di un residuato bellico. E ha parlato dell'amicizia.
Eppure lo scenario è cambiato. Politicamente. I valsusini non sono più l'isola ribelle di irriducibili, chiusi nella loro valle. Mondo alla rovescia, ridotto dentro il confine della Chiusa di San Michele. Ora la loro causa è uno dei primi punti del programma del partito di maggioranza relativa. La prova vivente della rivoluzione copernicana in corso, quasi che la loro rivoluzione locale si fosse rivelata, di colpo, stato d'animo generale. Per avere però la misura di questa svolta, è al mattino che bisogna guardare. La discontinuità radicale prodotta dal voto di febbraio sta tutta nell'immagine di Luca Abbà, che entra nel cantiere fortificato di Chiomonte scortato dalla stessa polizia che due anni or sono l'aveva inseguito su quel maledetto traliccio. E con lui entrano Lele di Askatasuna, Alberto Perino e gli altri, fino a ieri indicati come «pericoli pubblici», oggi «consulenti delle istituzioni», chiamati ufficialmente «assistenti» dei 68 deputati e senatori venuti a ispezionare il «sito strategico». Mentre Stefano Esposito, l'esponente pd pasdaran del Tav, che fino a ieri aveva monopolizzato la rappresentanza istituzionale, appare improvvisamente periferico, quasi il residuo di un cantiere avviato su un binario morto.
Ci si sarebbe potuti aspettare che, in queste circostanze, la politica divorasse il proprio popolo. Che il corteo traboccasse di bandiere cinque stelle (del partito che in valle ha stravinto le elezioni). Che fosse aperto dalla schiera di nuovi eletti. E invece niente. Il serpentone era preceduto da un delizioso trenino carico di bambini. E non trovavi una sola bandiera a cinque stelle nemmeno a cercarla col lanternino, a dimostrazione di una notevole intelligenza politica dei cosiddetti «grillini». I quali hanno evidentemente capito che un popolo, anzi una «popolazione» (al femminile), non lo si rappresenta mettendoci sopra il cappello, né marchiandolo con i propri simboli, ma lo si ascolta in silenzio. E che è molto meglio confondersi tra di esso anziché distinguersene con l'ostentazione di un'identità estranea, al contrario degli estremi residui delle formazioni vetero-comuniste, fastidiosamente chiusi nelle loro bandiere come in una corazza medievale, testimonianza di una testarda volontà di non capire.
Certo è che visto di qui, da questo «margine», lo tsunami che ha terremotato la politica italiana lo si capisce molto meglio, scaturito non da un palco da comizio, o dalla testa di un leader, e nemmeno dalla «rete», ma da una pressione tellurica di gente che non ne può più di espropriatori, monopolizzatori (interessati) della scelta e dei beni collettivi, decisori dall'alto.
Un solo slogan attraversava trasversalmente il corteo, vero comun denominatore tra generazioni, professioni, sensibilità, religioni...: «Giù le mani dalla val Susa» e, scritto sugli striscioni: «Difendiamo il nostro futuro». Sono evidentemente milioni gli elettori che vogliono che si tengano giù le mani dai «beni comuni» (a cominciare dall'habitat) e dal loro futuro. E tanto basta per spiegare un successo.