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Il peggior sordo è chi non vuol sentire.

La Repubblica, 27 maggio 2013

In Italia tutte le elezioni hanno un impatto nazionale. Anche quelle amministrative. Regionali e comunali. Cinque anni fa, il successo di Alemanno a Roma, nel ballottaggio, fu, in parte, influenzato dalla vittoria, larga, di Berlusconi e del centrodestra alle politiche, contemporanee al primo turno. Reciprocamente, la sconfitta di Francesco Rutelli costò a Walter Veltroni forse più di quella alle elezioni politiche. Dove il Pd aveva ottenuto oltre il 33%. Un risultato che oggi appare stellare.

Tuttavia, questo turno amministrativo è passato quasi nel silenzio. Politico e mediatico. Piazze semivuote, spazio ridotto in tivù e sugli altri canali. Eppure, i motivi di interesse non mancano. Al contrario. Basti pensare al numero di elettori chiamati a votare: quasi 7 milioni. In 564 Comuni. Fra cui 92 con più di 15 mila abitanti. Infine, o meglio, in primo luogo: Roma. Appunto. La Capitale. La più importante. Governata dal centrodestra. Dopo una lunga stagione di centrosinistra. Oggi è al centro di una competizione quantomeno aperta. Ma non accesa. Il clima del dibattito politico intorno a Roma, tanto più alle altre città al voto, appare tiepido. Quasi freddo. Come quello della primavera invernale che ci avvolge. Per alcune ragioni, importanti per la valutazione dei risultati di oggi.

La prima ragione riguarda il disincanto politico — e antipolitico — del nostro tempo. Sottolineato, in primo luogo, dai tassi di astensione. Che già ieri risultavano elevati e in crescita. Anche se la comparazione con la precedente consultazione è deviante, in quanto, come abbiamo già ricordato, cinque anni fa si votò contemporaneamente per le elezioni politiche. Che contribuirono - e contribuiscono sempre - a incrementare la partecipazione elettorale. Tuttavia, è indubbio che il distacco degli italiani verso i partiti e le istituzioni sia diffuso anche a livello locale. Anche i sindaci, vent’anni fa protagonisti del cambiamento, oggi appaiono confusi nella nebbia della sfiducia politica.

Il secondo motivo di interesse richiama l’esito delle elezioni di febbraio. È, infatti, inevitabile la tentazione di cercare conferme o smentite al risultato del voto recente. In particolare, per misurare la capacità competitiva del M5S e il grado di tenuta del Pd e del Pdl. Nonostante che le elezioni amministrative siano influenzate da fattori specifici. Per prima: la figura del sindaco e dei candidati locali - noti e attivi nelle città. Inoltre: l’offerta politica, caratterizzata da liste civiche e “personali”. Tuttavia, nelle città maggiori, la competizione riflette la struttura emersa alle elezioni politiche di febbraio. Nonostante la frammentazione delle liste e dei candidati sindaci, si delinea, infatti, un confronto prevalentemente “tripolare”: fra centrosinistra, centrodestra e M5S. Se il voto in queste amministrative riproducesse i dati delle elezioni di febbraio, dunque, emergerebbe un quadro aperto e contrastato. (Come mostra la simulazione realizzata dall’Osservatorio elettorale del Lapolis-Università di Urbino). Solo in 2 Comuni (superiori a 15 mila abitanti) il sindaco verrebbe eletto al primo turno. Ma in nessun capoluogo di provincia. In tutti gli altri, invece, si andrebbe al secondo turno. Il M5S, in particolare, andrebbe al ballottaggio in 53 Comuni maggiori e in 10 capoluoghi di provincia. Fra cui Roma. Diverrebbe, così, il principale “sfidante” delle due maggiori coalizioni e dei loro partiti di riferimento: Pdl e Pd. I cui candidati, invece, si troverebbero faccia a faccia, al ballottaggio, in 35 Comuni e in 6 capoluoghi di provincia. Dunque: una (per quanto ampia) minoranza.

Naturalmente, meglio ripeterlo, il voto amministrativo è altra cosa rispetto a quello politico. Se n’è già visto un esempio alle elezioni regionali in Friuli. Dove il M5S è uscito ridimensionato. Tuttavia, è difficile anche pensare il contrario. Che le elezioni di febbraio non abbiano alcuna influenza su quel che avverrà in queste amministrative. Da ciò la cautela con cui i media — e prima ancora gli attori politici nazionali — affrontano questa scadenza. Da un lato, c’è il timore di alimentare, ulteriormente, la sindrome antipolitica, favorendo il M5S. D’altra parte, il Movimento 5Stelle stesso ha i suoi problemi a gestire il successo. A livello nazionale e in Parlamento. Ma anche in ambito locale, dove non è organizzato. E rischia di essere “usato”, opportunisticamente, da soggetti politici alla ricerca di un traino. Anche per questo non ha presentato liste in 16 Comuni (maggiori), dove pure aveva ottenuto risultati molto rilevanti.

Tuttavia, la bassa intensità del dibattito dipende, anzitutto, dall’asimmetria delle relazioni politiche a livello nazionale e locale. Fra Pd e Pdl: alleati di governo e antagonisti alle elezioni amministrative. Dovunque. Il timore che le tensioni elettorali locali producano fratture (nel governo e nei partiti), favorendo il M5S, spinge, dunque, Pdl e Pd, Alfano e Letta, a “sordinare” il confronto. Così Roma Capitale- politica oltre che nazionale - diventa solo una città al voto. Fra le altre.

L'elenco potrebbe allungarsi parecchio, da entrambi i lati. Il discrimine non è nell'etica, ma nella logica stessa del sistema; chiamalo, se vuoi, capitalismo.

La Repubblica, 26 maggio 2013

Garantirsi una cella de luxe, trattamento a cinque stelle in carcere: 82 dollari a notte. Uccidere un rinoceronte nero, specie rarissima in via di estinzione: 150mila dollari. Sfrecciare in macchina da solo, nell’ora di punta, nella corsia riservata a chi si sposta in gruppo con il car pooling: 8 dollari. Affittare un utero per portare a termine una gravidanza conto terzi: 6.250 dollari. Nello scenario del Festival dell’Economia di Trento, Michael Sandel, docente di Filosofia politica ad Harvard, inserisce la provocazione di un prezzario secco delle mirabolanti offerte del libero mercato, un catalogo articolato contenuto nel suo ultimo libro.
Per la verità, se si fosse attenuto al titolo che recita Quello che i soldi non possono comprare, il volume sarebbe stato molto esile: se siamo nominati giurati di un processo non possiamo ingaggiare qualcuno per prendere il nostro posto; non possiamo vendere il voto (almeno non ufficialmente). L’elenco dei divieti citati, più o meno, finisce qui. Ma se questi sono i paletti che ancora difendono il territorio un tempo ampio dei diritti inalienabili, qualche decennio di ultraliberismo ha fatto miracoli nell’aggiungere scomparti al supermercato dei diritti in vendita.
Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche. Per soli 39 dollari la United Airlines offre la possibilità di azzerare l’etica della fila passando davanti agli altri ai controlli di sicurezza. Scandaloso? In fondo è una semplice estensione di un privilegio concesso a chi compra un biglietto di prima classe. E nessuno si turba se una lavanderia fa pagare un extra per un servizio più rapido. Ma se, a Washington, i posti riservati al pubblico nelle audizioni del Congresso vengono accaparrati da senzatetto che passano giorni in fila per poi vendere ai lobbisti il diritto a confrontarsi con il potere legislativo? È ancora un’applicazione del libero mercato che ottimizza l’allocazione di un bene assegnandolo a chi dimostra con il denaro un maggior interesse, o si incrina il diritto dei cittadini alla partecipazione alla politica? È giusto che un posto alla messa con papa Benedetto XVI, per la prima volta negli Stati Uniti, sia stato pagato 200 dollari, o il bagarinaggio, nato su biglietti distribuiti gratuitamente, confligge con il valore dell’evento e lo mortifica? È giusto creare un mercato di futures sulla durata in vita dei malati di Aids con scommesse continuamente rinegoziate, o esistono campi in cui le speculazioni non sono accettabili?
È giusto che un’azienda guadagni centinaia di migliaia di dollari dalla morte di un dipendente perché ha stipulato un’assicurazione sulla sua vita senza comunicarlo al diretto interessato ? O in questo caso, al di là del giudizio etico, si configura un incentivo perverso a risparmiare sulle misure di sicurezza?
La domanda al momento non ha risposta ufficiale. Quella pratica viene dalle cronache: dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre alcuni dei primi pagamenti delle polizze sulla vita non andarono alle famiglie delle vittime ma ai loro datori di lavoro.

Un'anticipazione dal libro dell'economista indiano, di prossima uscita. «La sfida oggi è affrontare la crisi umana: diseguaglianza, deprivazione e insicurezza economica e ambientale. La riflessione del Nobel da "Sull’ingiustizia" edito da Erikson».

L’Unità, 26 maggio 2013

Possiamo comprendere la gravità della crisi globale in corso solo se esaminiamo quel che sta accadendo alla vita reale degli esseri umani, specialmente alle persone meno privilegiate, al loro benessere e alla loro libertà di vivere vite umane dignitose. Non possiamo cogliere la gravità dei problemi che si trovano ad affrontare limitandoci a considerare il Pil e altri indicatori che descrivono le condizioni economiche della libertà umana invece della libertà umana in se stessa: la sua portata e tangibilità, e naturalmente la sua deprivazione e il suo declino. E sarebbe opportuno preoccuparsi dei guai e delle tribolazioni delle persone del mondo intero invece di restare confinati con lo sguardo ai nostri più prossimi vicini. Per riuscirvi, il perseguimento della giustizia globale è di una importanza ineludibile. (...)

Difformemente dall’approccio del contratto sociale che, costitutivamente, deve essere limitato alle persone di un particolare Stato sovrano, l’approccio alternativo può coinvolgere persone di qualunque parte del mondo, poiché l’enfasi in questo caso è sull’accordo ragionato invece che sul contratto sociale basato sullo Stato. Questa differenza rende possibile discutere della «giustizia globale», che è essenziale per affrontare problemi come le crisi economiche globali, il riscaldamento globale o la prevenzione e la gestione delle pandemie globali (come l’epidemia dell’Aids).

In contrasto con il vecchio approccio del contratto sociale alla giustizia che ha finora dominato l’indagine filosofica e professionale della giustizia, troviamo in questo approccio alternativo una focalizzazione sulla vita delle persone invece che soltanto sulle istituzioni, e una concentrazione di accordo ragionato rispetto a come far progredire la giustizia invece di cercare un ipotetico contratto capace di stabilire una serie di istituzioni perfettamente giuste. Ciò può costituire la base di un ragionamento globale invece del perseguimento della giustizia in nazioni separate con modi circoscritti. (...)

Per comprendere il contrasto fra una visione della giustizia focalizzata sull’accordo e una focalizzata sulla realizzazione, può essere utile fare riferimento a una vecchia distinzione tratta dalla letteratura sanscrita sull’etica e la giurisprudenza. Consideriamo due parole diverse niti e nyayaciascuna delle quali significa giustizia nel sanscrito classico. Fra gli usi principali del termine niti vi sono la proprietà organizzativa e la correttezza della condotta. A differenza di niti la parola nyaya fornisce un concetto esauriente di giustizia realizzata. In questa prospettiva, i ruoli delle istituzioni, delle leggi e dell’organizzazione, per quanto siano importanti, devono essere valutati nella prospettiva più vasta e inclusiva del nyaya che è ineludibilmente legata al mondo così come si manifesta realmente, e non solo alle istituzioni o alle leggi che ci capita di avere.

ASTRATTA O CONCRETA

Per considerare una particolare applicazione di quanto stiamo dicendo, i primi teorici legali indiani parlavano con disprezzo di ciò che chiamavano matsyanyaya, «la giustizia nel mondo dei pesci», dove il pesce grosso può impune-

mente divorare il pesce piccolo. Ci ammoniscono che evitare il matsyanyaya è parte essenziale della giustizia e che è cruciale assicurarsi che la giustizia dei pesci non possa invadere il mondo degli esseri umani. Il riconoscimento centrale qui è che la realizzazione della giustizia nel senso del nyaya non riguarda solo la valutazione delle istituzioni e delle leggi, bensì la valutazione delle società medesime. Indipendentemente dal grado di appropriatezza delle organizzazioni stabilite, se un pesce grosso può ancora divorare un pesce piccolo a suo piacimento, deve esserci una palese violazione della giustizia umana in quanto nyaya. (...)

Il mercato è un’istituzione tra le tante. A parte la necessità di politiche pubbliche a favore dei poveri nella cornice economica (politiche legate all’educazione di base e alla salute, alla creazione di posti di lavoro, alle riforme terriere, all’accesso al credito, alle protezioni legali, all’aumento delle possibilità e del potere delle donne, ecc.), la distribuzione dei benefici delle interazioni internazionali dipende anche da una varietà di accordi globali (fra cui accordi commerciali, leggi chiare, iniziative mediche, scambi educativi, risorse per la divulgazione tecnologica, politiche ecologiche e ambientali, ecc.). Sono tutte questioni suscettibili di discussione e costituirebbero argomenti importantissimi per il dialogo globale, accogliendo critiche provenienti da vicino e da lontano. Fra i modi in cui la democrazia globale può essere perseguita vi sono il fermento pubblico attivo, il commento delle notizie e la discussione critica, e tutto questo può essere esercitato senza attendere che vi sia uno Stato globale. La sfida oggi è il rafforzamento di questo processo di partecipazione già attivo, da cui dipenderà largamente il perseguimento della giustizia globale. È chiaro che sarebbe necessario risolvere oggi la crisi finanziaria ed economica, ma oltre a questo vi è la sfida della crisi umana connessa alla diseguaglianza, alla deprivazione e all’insicurezza economica e politica oltreché ambientale. Riuscire a pensare travalicando i confini nazionali e porsi coscientemente problemi sulla giustizia globale può rafforzare i canali che già esistono per migliorare la libertà umana e la giustizia sociale e può aprirne di nuovi al servizio di questa causa così importante. I problemi che dobbiamo affrontare oggi possono essere cospicui e difficili, ma la sfida di superare queste avversità globali non è solo un impegno necessario, può anche essere un’entusiasmante impresa globale.

La disperazione è una caratteristica soggettiva delle menti prigioniere, non una caratteristica oggettiva del mondo in cui viviamo. Le nostre menti hanno la capacità di una prospettiva e di una comprensione molto vaste, e le nostre riflessioni possono essere ulteriormente allargate dall’uso della nostra capacità di riflettere valendoci anche dei ragionamenti che sanno trascendere i confini nazionali. Non vi è alcuna reale necessità di rinchiudere le nostre fervide menti in scatolette di provincialismo. «Dovunque vi sia un’ingiustizia, c’è una minaccia alla giustizia in ogni altro luogo del mondo», disse Martin Luther King, Jr., in una lettera dal carcere di Birmingham, mezzo secolo fa, nell’aprile del 1963. Sarebbe difficile oggigiorno trovare un programma più urgente del perseguimento delle istanze di giustizia globale.

Stato, proprietà: argini tra i quali scorre il fiume della libertà oppure incudine e martello per i diritti della persona umana? L'articolo 32 della Costituzione ci garantisce da un lato (“La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”), ma dall'altro?

LaRepubblica, 26 maggio 2013

Al cittadino appartiene la proprietà, al sovrano l’impero». Così scriveva il relatore del Codice Napoleone del 1804, uno dei più significativi documenti giuridici della modernità. Due assoluti, dunque, ciascuno dei quali limita l’altro. Si apre così una vicenda che, secondo la tradizione liberale, vede l’assolutismo della proprietà come un limite a quello della sovranità; mentre nella tradizione sociale l’assolutismo proprietario è contestato proprio grazie agli strumenti offerti da una sovranità assoluta.

La riflessione storica offre uno sfondo più largo all’analisi e alla ricostruzione dei rapporti tra proprietà e sovranità, dai quali non si può prescindere, tanto che proprio uno storico, Frederic Maitland, ebbe a scrivere che “l’intero diritto costituzionale sembra a volte nient’altro che un’appendice del diritto di proprietà. Sarebbe disastroso, oltre che stupido, se consigliassi di leggere la storia costituzionale senza studiare il diritto della proprietà terriera”. Considerazioni come questa, tuttavia, non devono indurre a concludere che l’unico rapporto da indagare sia quello tra sovranità e proprietà terriera, trascurando il fatto che, appunto nella modernità, gli elementi costitutivi dello Stato vengono individuati nella sovranità, nel popolo e nel territorio, inteso quest’ultimo come lo spazio dove si esercita la sovranità statale, indipendentemente dai regimi proprietari che il territorio può assumere. La misura della sovranità e della proprietà incide profondamente nella dimensione dei diritti. La prevalenza accordata alla proprietà, infatti, può determinare l’estensione dei diritti politici, com’è accaduto quando lo stesso diritto di voto è stato subordinato a un livello di reddito: la cittadinanza si fa censitaria. Ma quella prevalenza si manifesta come determinante anche nella materia dei diritti civili, dal momento che la disciplina delle relazioni personali e sociali è stata lungamente caratterizzata dalla logica patrimonialistica, dunque dal rapporto istituito con la proprietà. Il riferimento alla cittadinanza è importante, perché l’uscita dal territorio nazionale ha significato, e in troppi casi significa ancora, perdita di una serie di diritti. Proprio la liberazione dal vincolo spaziale, allora, può determinare la pienezza della cittadinanza, intesa come quel fascio di diritti che la persona porta con sé indipendentemente dal luogo in cui si trova.

Si può ben dire che la lotta per i diritti si è svolta, e continua a svolgersi, su due fronti, per sottrarsi alle limitazioni imposte da sovranità e proprietà. Peraltro, nella fase più recente il rapporto con sovranità e proprietà si è profondamente trasformato. La garanzia dei diritti affidata alla sovranità nazionale (il giudice a Berlino) si indebolisce in un mondo globale dove la sovranità svanisce e il garante diventa introvabile. E la proprietà si è insediata nelle nostre società con una rinnovata prepotenza che vuol farne la misura di tutte le cose, in sintonia con un mercato inteso come unica legge “naturale”. Al tempo stesso, però, la logica dei beni comuni torna a indicarci forme diverse di sovranità e l’“opposto della proprietà”.

Ma la scoperta del corpo, il principio del consenso come fondamento dell’autodeterminazione della persona ci parlano di un’altra sovranità, quella che si manifesta nel libero governo del sé, della propria vita. Nel complesso passaggio dal soggetto astratto alla persona costituzionalizzata, riconosciuta nella concretezza del vivere, che caratterizza la fase presente, si realizza un vero e proprio trasferimento di sovranità, testimoniato nella sua forma più radicale proprio dalle parole dell’articolo 32 della Costituzione: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Il sovrano non può penetrare in uno spazio proprio della persona. Il patto sociale viene così “rinegoziato”, la cessione di sovranità allo Stato viene circoscritta, la condizione di “suddito” viene revocata in dubbio quando si giunge al nucleo dell’esistenza.


«La consultazione riguarda 
un segmento dell’istruzione ma ha un significato nazionale e simbolico La città delle due torri anticipa tendenze generali della società».

L’Unità, 25 maggio 2013

Bononia caput mundi. Sui muri delle nostre camere di studenti universitari appendevamo manifesti con questo motto campanilista di cui andavano orgogliosi. E Bologna non ha mai deluso le aspettative poiché quando non anticipa trasformazioni della società nazionale, mostra come su un grande palcoscenico le sue interne contraddizioni. In questo senso, il referendum (solo consultivo) che si terrà domani è di grande significato nazionale e molto simbolico se la Cei stessa è intervenuta direttamente in campagna elettorale (mettendo il Comune a guida Pd nella imbarazzante situazione di doversi schierare con la Curia per riconfermare l’impegno a finanziare le scuole materne private).

Un referendum simbolico perché il campione di un conflitto insanabile che lacera il Pd (non da oggi). Poiché i due quesiti referendari pro e contro il finanziamento pubblico della scuola materna privata dividono la sinistra in tutte le sue situazioni: quella che governa il Comune da quella che sta fuori; e poi ancora, in quella che sta fuori, quella parte che ha una concezione cattolica dello Stato e quella parte che ne ha una laica. Le tensioni sotto le due torri sono rivelatrici di quelle che dividono il Pd, un esperimento volto a tenere insieme queste due anime (e forse altre ancora) che però quando si trova a dover fare scelte che implicano questioni «fondamentali» o si paralizza (una parte facendo veto all’altra) o si spacca, come a Bologna.

Veniamo al tema del referendum che è appunto il finanziamento pubblico delle scuole dell’infanzia private parificate. Scuole non dell’obbligo. Eppure il tema apre a più larghe implicazioni perché mette il dito sulla piaga della legge 62/2000, la quale aggirò l’ostacolo dell’art. 33 (che parla di scuola privata «senza oneri» per lo Stato) stabilendo che se le scuole private (quelle religiose in primis) rispettano determinati requisiti (stabiliti dallo Stato) possono richiedere e ottenere il finanziamento pubblico. La «parificazione» secondo gli interpreti di tradizione cattolica cambia il senso del pubblico poiché crea un sistema del pubblico nel quale le scuole statali e quelle parificate si equivalgono. Su questa base interpretativa il Comune ha diversi anni fa istituito convenzioni con le scuole private parificate. Il referendum chiede ai cittadini di dare un’indicazione all’amministrazione: se continuare a finanziare le scuole private parificate oppure no. La convenzione tra il Comune e le scuole materne private parificate venne messa in essere quando c’erano più disponibilità finanziarie. Ma oggi quella convenzione è un problema perché non riesce a gestire la penuria della risorse in maniera equa. Ma, dicono i politici «pratici», costa comunque meno sovvenzionare le private parificate che aprire nuovi posti per le comunali. Non vedono che il problema non è solo pratico. Infatti questa convenzione penalizza alcuni cittadini, in particolare quelli che volendo iscrivere i figli alla scuola pubblica vedono la loro domanda inevasa. Mentre la libera scelta non richiede il sostegno del finanziamento pubblico se non opta per un servizio pubblico, la libera scelta che opta per il servizio pubblico e resta insoddisfatta ha tutte le ragioni di protestare e chiedere di reperire le risorse. In questi tempi di grande crisi, il reperimento passa per la strada della ridiscussione della convenzione. Questo è il tema.

Ma in effetti il dissenso è ben più ampio e profondo: si scontrano nella sinistra, e nel Pd, due concezioni del pubblico. In un caso è visto come un «sistema» che comprende tutto il pubblico e quel privato riconosciuto dallo Stato o parificato. In un altro, è ciò che è pubblico dai fondamenti. La legge 62/2000 aggirò l’ostacolo dell’art. 33 ma non lo fece rendendo «pubblico» il privato. La legge dice che le scuole private che raggiungono determinati requisiti possono richiedere il finanziamento pubblico. La «parificazione» ci mostra una gerarchia di status tra le scuole. E inoltre, non trasforma la natura delle scuole private, ma stabilisce che queste, pur restando private, possono adeguarsi a criteri che le pubbliche hanno costitutivamente. Quindi il privato resta tale anche se «riconosciuto» dal potere pubblico. Finanziarlo è perciò un problema serio per chi ha una visione coerentemente costituzionale.

Eppure vi è una parte del Pd che si schiera per la difesa ideologica delle scuole cattoliche, con l’argomento che queste sono parte del «pubblico». La tensione tra visione cattolica e visione laica dei diritti e del pubblico è sotto gli occhi di tutti, e non c’è soluzione mediana. La tensione sui fondamenti dilacera il Pd, dunque, senza possibilità di soluzione. Questo di Bologna è un caso evidente della reale difficoltà di questo partito ad essere attore politico funzionale: poiché o si spacca quando deve prendere decisioni su questioni fondamentali, o non decide. Il fatto è che questi casi intrattabili sono sempre più frequenti e non rinviabili. E il Pd sempre meno attrezzato a risolverli con coerenza e forza argomentativa.

Un piccolo prezioso saggio scritto per la rivista Alfabeta2, che anticipiamo per i lettori di eddyburg ringraziandone l’autore e l’editore. La grande questione sottesa è quella del lavoro: che cosa è oggi, che cosa potrebbe essere in un presente un po’ “depeggiorato”, che cosa dovrebbe essere domani in una società giusta. Ne riparleremo.

C' è un aspetto demografico, che riguarda il profilo e il destino della nostra gioventù, poco evocato nella discussione relativa ai problemi che bloccano ed emarginano da tempo le nuove generazioni nel nostro Paese. Esso riguarda in primo luogo il suo crescente ridimensionamento numerico. Come ha ricordato uno dei nostri più autorevoli demografi, Massimo Livi Bacci, essi sono ridotti ormai a minoranza nella composizione della popolazione italiana.[1] E nonostante questo – o forse proprio per questo – sono tenuti sempre più ai margini della vita economica e sociale. D'altra parte, tale assottigliamento delle figure giovani nelle coorti della popolazione italiana, apre scenari sociali inquietanti per il prossimo futuro, ponendo problemi di non facile soluzione per la sostenibilità economica del welfare, oltre che per l'intera struttura economica dell'Italia. Come ha rammentato di recente Giuseppe A. Micheli, l'invecchiamento crescente della popolazione, il prolungamento della durata della vita media, l'allungamento della fase di inabilità fisica degli anziani, non solo sono destinati a pesare con la loro improduttività sulla distribuzione del reddito, ma verranno a gravare sul lavoro e sulla cura di una sempre più assottigliata base di giovani e di adulti.[2] Sempre meno giovani dovranno prendersi cura di un numero crescente di anziani, che tendono a vivere più a lungo e con sempre minore autonomia. Si tratta, com' è evidente, di un fenomeno storico assolutamente nuovo nella vicenda millenaria della popolazione umana, che ha sempre potuto contare su famiglie relativamente numerose per sostenere e aver cura degli anziani. Molti figli per il sostegno a due genitori e a qualche nonno. Senza dire che “sorella morte” giungeva alquanto per tempo, impedendo l'allungarsi della fase temporale nella quale gli anziani perdono autonomia e hanno bisogno di essere assistiti. Dunque oggi abbiamo di fronte una tendenza inesorabile, che si proietta sinistramente sull'avvenire prossimo delle nuove generazioni, a cui nel frattempo si toglie possibilità di lavoro, reddito, progetti di vita. La dinamica in corso nel rapporto tra le generazioni – che certo in Italia è più marcata che altrove – rivela dunque un altro e per certi aspetti inedito fenomeno di insostenibilità, che si aggiunge alle molte altre del nostro tempo e che insiste sulle figure più deboli della gerarchia sociale. Uno squilibrio ormai paradossale, direttamente dipendente dalla disuguale distribuzione del reddito, frutto, per una parte consistente, della Grande Superstizione che per trent'anni ha visto nel mercato il Primo Mobile, regolatore supremo di tutte le dinamiche sociali.

La disuguaglianza tra le generazioni è infatti una articolazione della più generale disuguaglianza tra le classi sociali che si è venuta consolidando negli ultimi decenni. Uno squilibrio nei redditi, nelle condizioni di vita, nella formazione, nelle opportunità, nella mobilità sociale che non ha confronti nella storia contemporanea recente e che è alla base dell'infelicità esistenziale diffusa e crescente nelle società ricche[3].

Si tratta di un fenomeno, che la crisi attuale ha senz'altro esasperato, ma le cui origini sono più lontane nel tempo, e provengono in maniera evidente dallo smantellamento del welfare avviato e perseguito dalle politiche neoliberiste. Ricordo a questo proposito che, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, esattamente una frattura tra generazioni segna un mutamento d'epoca e perfino dell'immaginario nazionale. Ed è un evento storico che si verifica, dopo quasi un decennio di deregulation reaganiana. Nel 1990, infatti, la National Association of State Board of Education dichiarò, senza mezzi termini : «Mai prima una generazione di teenagers americani è stata meno sana, meno curata, meno preparata per la vita di quanto lo fossero i loro genitori alla loro stessa età.»[4]

Noi ritroviamo questa frattura in altre forme e modalità ed estesa ad altri paesi ad alto reddito, e specificamente in quelli che con più sistematico zelo hanno applicato le ricette della deregolamentazione, della flessibilità del lavoro, della riduzione delle tutele. Una grande inchiesta internazionale mostra come nel 1995 i bambini che si trovavano al di sotto della linea mediana ufficiale di povertà costituivano negli Stati Uniti il 26,3 % del totale – secondi solo alla Russia di Eltsin, in preda alle convulsioni del crollo dell'URSS, con il 26, 6 % - seguiti dal Regno Unito, col 21, 2 % e dall’Italia, con il 21,2%.[5] Il nostro paese, in genere, non si perde mai un buon piazzamento quando le classifiche misurano primati negativi e arretramenti.

E l'Italia, in effetti, ha una collocazione speciale in questo processo di divaricazione di opportunità e status tra le generazioni. Sempre Massimo Livi Bacci ha ricordato – riportando dati di una indagine della Commissione europea del 2007 nell'UE a 15 – che la fonte della disponibilità economica dei ragazzi italiani tra 15 e 30 anni era per il 50% la famiglia, contro il 30% della media europea. E in Italia gli uomini adulti guadagnavano in media 2,8 volte in più dei giovani, rispetto a 2,5 volte della Francia, 1,9 in Germania [6].

Dati, questi italiani, che si inseriscono nel contesto della grave divaricazione dei redditi familiari, più volta denunciata dai Bollettini della Banca d'Italia, che ormai da tempo mostrano un 10% di famiglie ricche detenere quasi la metà della ricchezza del paese.

Come uscire da tale situazione? Tutti precipitiamo in una condizione di difficoltà quando proviamo a immaginare sentieri e percorsi alternativi, soluzioni realistiche e praticabili. Io che sono uno storico e dunque, per statuto disciplinare, dovrei occuparmi di passato, sono almeno ufficialmente il meno autorizzato ad avanzare proposte. Ma chi mi conosce sa che io non sono mai stato un animale accademico, ho alle spalle un commercio intellettuale pluridecennale con gli scienziati sociali, mi sono a lungo occupato dei problemi del Sud d'Italia e non solo come storico. Quindi credo di poter azzardare quanto meno due considerazioni di carattere generale, che, tra l'altro, proprio la mia specifica professione in una certa misura autorizzano. E di tentare, alla fine, anche qualche proposta.

Io credo che sia fondamentale la consapevolezza storica di due importanti novità che segnano la fase attuale non solo dell'Italia, ma della storia del mondo. La prima di queste è che la deregulation, il crollo dell'URSS, il dissolvimento dei partiti popolari di massa hanno dato ai gruppi del capitalismo un dominio senza precedenti sulle altre classi. Un'asimmetria di potere che crea squilibri gravi nella distribuzione della ricchezza e imballa l'intero sistema. L'idea che il libero mercato premi i migliori è rimasta sulla carta dei manuali di economia. La storia reale, in questa fase recente, ci ha mostrato, senza possibilità di dubbi, che esso premia soprattutto i più forti e accresce fino a livelli esplosivi le disparità sociali

Quindi, la via d'uscita che si cerca, non è percorribile nel breve termine, perché essa è possibile solo con una ripresa in grande stile del conflitto di classe e popolare. E non solo su scala locale, vale a dire nazionale. Anzi la scala mondiale costituisce ormai una condizione imprescindibile. Occorre infliggere sul campo sconfitte rilevanti al potere capitalistico, strappare e ridurre privilegi, governare l'enorme massa di liquidità che viaggia per il mondo, se vogliamo riequilibrare la distribuzione dei redditi. Non credo alle strategie di ingegneria giuridica e di politica economica, se esse non sono pensate come parte integrale, dispositivo tecnico di uno progetto di lotta squisitamente ed eminentemente politica. La posta sostanziale è spostare quote rilevanti di ricchezza da alcuni ceti ad altri: operazione difficilmente realizzabile con buone prediche o con raffinate analisi. Senza la forza e l'appoggio di un largo consenso popolare non si riescono a realizzare i mutamenti profondi che sono oggi drammaticamente necessari. Lo dico non con animo militante, come può apparire da questa perorazione della necessità del conflitto, ma da storico che sta ai fatti. E non solo perché Machiavelli ci ha insegnato che « li profeti disarmati ruinorno», cioé fallirono. Ma soprattutto per il convincimento che mi viene dagli esempi innumerevoli del passato. Anche dal passato prossimo. Ad esempio dall'osservazione della condotta dei partiti politici italiani negli ultimi venti anni e soprattutto dei partiti popolari di massa: una politica moderata, di semplice mediazione tra i poteri esistenti, ha prodotto solo stagnazione e divaricazione sociale crecente. Una situazione ben rappresentata dal quadro fornito dal governatore della Banca d'Italia nella Relazione del 2008: «Negli ultimi vent'anni la nostra è stata una storia di produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte.»[7]

La seconda novità da segnalare, che gli economisti da tempo hanno definito come jobless growth, è la fine dell'automatismo tra crescita economica e occupazione. Il meccanismo virtuoso che ha segnato la storia della società industriali si è rotto. Il mercato, da sé, non basta più. E questo, per la verità, lo sapevamo già, almeno dai tempi di Keynes. Ma questo mercato, innervato negli squilibrati rapporti tra capitale e lavoro, nel suo avanzare tende a riprodurre le asimmetrie su cui è cresciuto, a creare accumulazione finanziaria e speculazione da un lato e marginalità sociale al lato opposto. Mentre nel frattempo appare sempre più evidente che il capitalismo nelle società mature si dibatte da ormai più di trent'anni in una sostanziale stagnazione[8] Forse siamo oggi di fronte a un approdo storico definitivo -entro limiti ambientali sempre più stringenti - che probabilmente il capitalismo non supererà mai più. E questo a dispetto dei vantaggi incomparabili di cui ha goduto nell'uso della forza lavoro e nella mobilità mondiale di merci e di capitali in tutti questi anni. Ad esempio – per tornare al nostro tema - premendo più duramente sugli strati che hanno meno potere contrattuale: soprattutto sui giovani che, «in disordine e senza speranza» - come recitava il bollettino Diaz a proposito dell'esercito austriaco in ritirata – cercano di entrare nel mondo del lavoro.

Io dunque credo che sarebbe necessario, sotto il profilo della lotta politica, della creazione di un nuovo immaginario culturale, mostrare con più forza e convinzione che la crisi attuale è il risultato di una inaccettabile ingiustizia sociale, di un grande saccheggio realizzato dai ceti dominanti. Questa presa d'atto dovrebbe costituire l'animus politico in grado di dare motivazione e forza ai movimenti popolari e alle nuove generazioni, chiamate in prima persona a rappresentare i propri interessi. Ma ad essa si deve accompagnare una nuova progettualità sociale che deve creare le opportunità di lavoro, quelle che il mercato nelle sue tendenze spontanee non riesce a generare. Sono personalmente convinto che ci sia la possibilità di creare nuovi posti di lavoro nei quali l'energia e la creatività dei giovani possa esprimersi con utilità generale per tutto il Paese. Penso alle nuove economie che si possono impiantare nelle aree interne della Penisola – oggi abbandonate e degradate – dove è possibile praticare nuovi tipi di allevamenti, agricoltura biologica, acquacoltura, industria forestale, ecc. E qui molto si può fare per creare o ampliare, soprattutto nel Sud, nuovi distretti agroalimentari. La ripresa dell'agricoltura nelle aree collinari e pedemontane non è una invocazione generica. Non solo perché in queste aree, per i tanti secoli della nostra lunga storia, a parte la Pianura padana e poche piane costiere, ha prosperato la nostra agricoltura, la fonte primaria di vita per milioni di persone. Ma soprattutto grazie alle potenzialità che essa è in grado di esprimere oggi rispetto al riduzionismo agrobiologico subito negli ultimi decenni per effetto dell'agricoltura industriale. Nel nostro Paese, in virtù della varietà d'habitat ospitate dalla Penisola, e per l'originalità della sua storia, si è concentrata la più ricca biodiversità agricola d'Europa.[9] Grazie alla straordinaria varietà di frutta, ortaggi, legumi, piante officinali – oggi presenti solo nei vivai o sopravvissuti come relitti in alcune campagne - noi abbiamo oggi la possibilità di realizzare un'agricoltura di qualità, che non è un ritorno al passato, ma una realtà economica e culturale del tutto nuova. Senza dire che agricoltura, nelle nostre terre, non significa solo produzione di beni agricoli, ma tutela idrogeologica del suolo, protezione e valorizzazione del paesaggio, questo nostro immenso patrimonio di bellezza, diffusione delle nostre cucine tradizionali, turismo, ecc.

Anche le energie rinnovabili, come è largamente noto, costituiscono occasione di nuovi lavori e nuova occupazione. Tutto il mondo dei beni culturali – dalla catalogazione dei reperti museali alla registrazione filmica del nostro immenso patrimonio – è un vasto territorio di possibilità occupazionali che occorre esplorare con creatività. E così il mondo della ricerca, non solo quella scientifica, ma anche quella umanistica, come mostrano le Maison des Sciences de l’Homme in Francia. Su questi aspetti, qui appena accennati, mi sono intrattenuto nell'ultimo capitolo del mio Il grande saccheggio, a cui debbo per brevità rinviare. [10]

Naturalmente, di fronte a questo pur sommario elenco, ognuno ha il diritto di domandarsi: ma chi prende l'iniziativa, chi avanza i progetti ? Ecco su questo punto avrei pochi dubbi. A iniziare, ad elaborare primi progetti di massima e a coinvolgere amministratori locali, giovani, imprenditori, ecc dovrebbe essere il sindacato, l'istituzione che rappresenta i lavoratori. C'è infatti un compito intergenerazionale di cui il sindacato dovrebbe in qualche misura farsi carico, almeno nella fase iniziale. Rammento, come di dovere, che il sindacato si regge in larga parte, in quanto organizzazione, grazie alle quote sindacali pagate dai lavoratori occupati, i cui figli vivono nella disoccupazione o nella precarietà. Occorre costruire un ponte solidale fra le due generazioni. Il sindacato non può limitarsi a gestire l'esistente, a rappresentare solo chi è già al lavoro, ignorando chi preme vanamente per entrarci. Ora, so bene che solo per incamminarsi su tale laboriosa strada ci vuole del tempo, sempre che ci sia anche la buona volontà politica di intraprenderla. Ma la situazione dell'occupazione giovanile, in Italia, soprattutto di quella qualificata, oggi è drammatica. Non si possono aspettare degli anni, soprattutto in un contesto di politica europea deflazionistica che deprime ogni slancio. Perciò io credo che sia necessario pensare a una misura temporanea di reddito minimo di cittadinanza da assegnare ai nostri giovani. Potrebbe, del resto, costituire una forma di sperimentazione per vedere quali effetti ha da noi una istituzione che già esiste in altri paesi d'Europa.[11]

[1] M. Livi Bacci, Avanti giovani alla riscossa. Come uscire dalla crisi giovanile in Italia. Il Mulino Bologna 2008
[2] G.A.Micheli, Persistenza, mutazioni,effetti eco: i processi demografici in un'ottica per generazioni, in G.Calvi( a cura di ) Generazioni a confronto. Materiali per uno studio, Consiglio Italiano per le Scienze Sociali, Marsilio, Venezia 2005, pp.21-26
[3] Si vedano i risultati dell’'ampia ricerca internazionale, frutto di 25 anni di lavoro in comune, di Wilkinson e K. Pickett, La misura dell'anima. Perché le disuguaglianze rendono le società più infelici, Feltrinelli Milano, 2009
[4] D.G. Myers, The American Paradox. Spiritual Hunger in an Age of Plenty, Yale University Press, New Haven-New York, 2000, p.10.
[5] B. Bradbury, Mäntti, “Child poverty across Twenty-five countries”, in B. Bradbury. S. P. Jenkins, J. Michlewrigt, (a curadi) The Dynamics of Child poverty inindustrialised Countries, Cambridge University Press, Cambridge 2001, p.70

[6]M. Livi Bacci, Avantigiovani alla riscossa. Come uscire dalla crisi giovanile in Italia. IlMulino Bologna 2008, p.60
[7] Banca d'Italia, Relazioneannuale sul 2008, Roma 29 maggio 2009, p. 19
[8] R.Brenner, The economics of globalturbolence. The advanced capitalist economies from Long boom to Long Downturn,1945-205, Verso London-New York 2006, pp. XXV-XXVII.
[9] P.Bevilacqua, I caratteri originalidell'agricoltura italiana, in C.Petrini e U.Volli,[10] P.Bevilacqua, Il grandesaccheggio.L'età del capitalismo dustruttivo,Laterza, Roma-Bari 2011, p. 00
[11Si vedano le recenti considerazioni inmerito, giuridiche e politiche, di S.Rodotà, Il diritto ad avere diritti,Laterza Roma Bari, 2012, p. 243 e ss.
Non tutti nel Partito di D'Alema, Veltroni, Violante, Renzi ed Epifani sono - diciamo,- favorevoli a Berlusconi. La Repubblica, 24 maggio 2013

«Potrebbe essere la chiave di volta».Dice così il senatore democratico Felice Casson quando legge la notizia dellemotivazioni dei giudici di Milano sul caso Mediaset. Giusto in quei minuti èalle prese con la proposta di legge per cambiare radicalmente il meccanismodella prescrizione. Per bloccarne la corsa se, in un processo, è già statapronunciata la sentenza di appello. Una proposta che, se fosse stata già legge,avrebbe cancellato subito la prescrizione del caso Mediaset, in scadenza nelgiugno 2014.

Casson,componente della commissione Giustizia del Senato, ma anche della giunta per leautorizzazioni, convinto che la legge del ’57 sul conflitto d’interessi è daleggere in chiave anti- Berlusconi, resta fortemente impressionato dalladecisione di Milano. Non dice di più. Ma la sua reazione lascia intendere che,dopo quelle 194 pagine, anche la battaglia dell’ineleggibilità del Cavaliere alSenato potrebbe avere un corso diverso da quello disegnato fino a oggi.Soprattutto all’interno del Pd dove, negli ultimi due giorni e soprattutto dopola presa di posizione del segretario Guglielmo Epifani, pareva prevalere latesi che Berlusconi va combattuto sul piano politico e non su quellogiudiziario. E soprattutto che i precedenti pronunciamenti su di lui allaCamera — ovviamente favorevoli alla sua eleggibilità — vanificano l’ulterioretentativo su cui il partito di Grillo ha concentrato le energie al Senato.

Ma adesso lastoria potrebbe cambiare. Le motivazioni di Milano potrebberorappresentare quel «fatto nuovo» di cui andava in cerca la Pd Doris Lo Moro proprioper modificare indirizzo rispetto al passato. Ora, come lascia intendereCasson, è scritto nero su bianco in un atto giudiziario che, pur formalmentefuori dall’azienda, Berlusconi ha continuato a prendere le decisioni checontano. Tanto forte e documentata è questa convinzione da portare alla pesantecondanna del Cavaliere in ben due gradi digiudizio. Un fatto nuovo, inequivocabile, destinato per forza a pesare suidelicati equilibri nella giunta. Dove, ovviamente, il Pdl respingerà larichiesta del M5s, ma dove tutto dipende da cosa farà il Pd.

Ovviamente, sulfronte Pdl, la valutazione di Casson viene stroncata come «il giudizio di unaex toga di sinistra che vuole a tutti i costi cacciare Berlusconi, tant’è cheadesso modifica anche il meccanismo della prescrizione». Casson replica astretto giro: «Non è affatto così, tant’è che la mia proposta contiene ancheuna norma transitoria che impedisce di applicare la futura legge ai processi“per i quali sia già stata pronunciata sentenza di primo grado”». Se, peripotesi, la legge, che smonta del tutto la famosa legge Cirielli approvata nel2005 dal governo Berlusconi per accorciare la prescrizione, fosse approvataprima della fine del caso Mediaset, essa comunque non avrebbe effetti, nonfermerebbe l’orologio. Casson ha già depositato il testo in commissioneGiustizia. Tre articoli, il primo sulle fasce temporali legate all’entità dellapena, il secondo sui casi di sospensione, il terzo sulla norma transitoria. Ilcalendario dipende dal presidente Francesco Nitto Palma. Ma tutto lasciaintendere che la trattazione non sarà sollecita.

Qualcuno ricorderà pure che, a partire dagli anni 70, la grande industria italiana decise di alleare il profitto con la rendita e stracciare la possibile intesa col salario, e scelse di preferire il guadagno ottenuto con la speculazione immobiliare a quello conquistato con l’inprenditività e il rischio.

Il manifesto, 24 maggio 2013Era il 17 marzo del 2001, Confindustria aveva radunato 4.800 imprenditori a Parma per incoronare Silvio Berlusconi come proprio candidato alle elezioni di maggio, quando fece a pezzi Francesco Rutelli. Il capo degli industriali era uno dei peggiori, Antonio D'Amato, e presentò un progetto di centralità dell'impresa fondato su sgravi fiscali, flessibilità, precarizzazione del lavoro. Silvio B. lo definì «la fotocopia di un programma di governo, quello che noi presenteremo agli italiani». Da allora, quasi tutto di quel programma è stato realizzato - solo la riduzione della tutela dal licenziamento, fermata dall'enorme manifestazione Cgil del 2002, ha dovuto aspettare l'arrivo del governo Monti e i voti del Pd per essere introdotta l'anno scorso.

Confindustria aveva rinnovato l'invito a Berlusconi a Parma il 10 aprile 2010, davanti a 6000 imprenditori, un record di partecipazione. Allora Silvio B. - fresco vincitore del voto del 2008 - le aveva sparate grosse. «Non siamo un paese in declino» e i conti pubblici italiani «sono in ordine grazie a Tremonti». L'anno prima, nel 2009, la recessione aveva tagliato il Pil italiano del 5,1%, ma gli industriali avevano applaudito Silvio B. che annunciava che non dobbiamo «farci toccare dal pessimismo e dal catastrofismo».

Ora il catastrofista siede al vertice di Confindustria, si chiama Giorgio Squinzi e ieri ha dichiarato che «il Nord è sull'orlo di un baratro» - il Sud vi è precipitato da decenni, ma questo allarma assai meno l'assemblea degli industriali. Lacrime di coccodrillo o retorica dell'emergenza? «Ci aspetta un grande impegno comune: fare una nuova Italia, europea, moderna aperta», una grande alleanza col governo delle già larghissime intese. Ma contro chi? Contro il fisco, le banche che non danno soldi, il costo del lavoro (proprio così) a livelli insostenibili. Concorda il presidente del consiglio Enrico Letta, che dichiara di essere «dalla stessa parte» delle aziende. Soddisfatti i sindacati.

È possibile che i fatti - per non parlare delle responsabilità per le politiche passate - siano così completamente rimossi dai discorsi dell'élite economica e politica di questo paese? Dall'inizio della crisi nel 2008 al 2012 il Pil italiano è crollato dell'8%, la produzione industriale - quella che interessa a Squinzi - di oltre il 20%, gli investimenti - quelli che dovrebbero fare i suoi associati - del 17%.
L'Italia è passata nella serie B del sistema produttivo europeo per effetto delle politiche dei governi di centro-destra e di larghe intese e per effetto delle scelte delle imprese italiane di arricchirsi con la finanza, abbandonare innovazione e ricerca, vendere e chiudere gli impianti. Solo in Svizzera ci sono 150 miliardi di euro di capitali italiani trasferiti clandestinamente; se solo il 10% rientrasse in Italia per essere investito dagli associati di Confindustria, la ripresa invocata da Squinzi sarebbe immediata.

È tragico che non ci sia un ministro, un politico, un sindacalista che offra questa replica, mentre un italiano su sei non trova - o sta perdendo - il lavoro.

Un ricordo del “prete di marciapiede e, in calce, il suo ultimo articolo sul quotidiano comunista.

Il manifesto, 23 maggio 2013

Don Andrea Gallo, mio fratello, ci ha lasciato. Io che non credo ma che conoscevo la sua forte fibra e resistenza, pure fino all'ultimo ho sperato che il suo sorriso potesse fare il miracolo. Prete da marciapiede come si è sempre definito, è stato uno dei sacerdoti più noti e più amati del nostro sempre più disastrato Paese. Non solo per me, siamo in centinaia di migliaia di persone che da sempre lo abbiamo sentito come un fratello, una guida, un maestro, un compagno.

Ma il «Gallo» è stato prima di tutto e soprattutto un essere umano autentico. Che in yiddish si dice «a mentsch». La nostra nascita nel mondo come donne e uomini, è un evento deciso da altri anche se la costruzione in noi del capolavoro che è un essere umano autentico, dipende in gran parte dalle nostre scelte. Il tratto saliente di questo percorso, è l'apertura all'altro laddove si manifesta nella sua più intima e lancinante verità ovvero nella sua dimensione di ultimo, sia egli l'oppresso, il relitto, il povero, l'emarginato, il disprezzato, l'escluso, il segregato, il diverso.
L'apertura all'altro, sia chiaro, non si manifesta nel melenso atto caritativo che sazia la falsa coscienza e lascia l'ingiustizia integra e perversamente operante, ma si esprime nella lotta contro le ingiustizie, nell'impegno diuturno per la costruzione di una società di uguaglianza, di giustizia sociale in una vibrante interazione di pensiero e prassi con una prospettiva tanto laicamente rivoluzionaria, quanto spiritualmente evangelica. Il «Gallo» è stato radicalmente cristiano, sapendo che il messaggio di Gesù è un messaggio rivoluzionario, radicale e non moderato ed è per questo che l'hanno messo in croce, per la destabilizzante radicalità del cammino che indicava. «Beati gli ultimi perché saranno i primi» non è un invito a bearsi in una permanente condizione di minorità per il compiacimento delle classi dominanti, ma è un'incitazione a mettersi in cammino per liberare l'umanità dalla violenza del potere, per redimerla con l'uguaglianza.
La parola ebraica ashrei, tradotta correntemente con beato, si traduce meno proditoriamente con in marcia come propone il grandissimo traduttore delle scritture André Chouraqui. È questa consapevolezza che ha fatto di don Gallo un profeta e non nell'accezione volgare e stereotipata con cui spesso si vuole sminuire o sbeffeggiare il ruolo di questa figura, ma nel senso più profondo di uomo che ha incarnato la verità dei grandi pensieri ripetutamente e capziosamente pervertiti dai funzionari del potere, siano essi i soloni del regno terreno, siano essi i chierici del cosiddetto regno celeste. Questa è la ragione per la quale il profeta trasmette la parola del divino e il divino del monoteismo ha eletto come suo popolo lo schiavo e lo straniero, l'esule, lo sbandato, il fuoriuscito, il diverso, il meticcio avventizio perché tali erano gli ebrei e non un popolo etnicamente omogeneo come oggi vorrebbe uno sconcio delirio nazionalista.
Nella sua fondamentale opera Se non ora adesso (pubblicata da Chiarelettere) che deve essere letta da chiunque voglia capire le parole illuminate di questo prete da marciapiede, Gallo ci ha ricordato che l'etica è più importante della fede, come il filosofo e grande pensatore dell'ebraismo Emmanuel Lévinas suggerisce nel suo saggio «Amare la Torah più di Dio». Come già il profeta d'Israele Isaia dichiara con parole infiammate, il Santo Benedetto stesso chiede agli uomini di praticare etica e giustizia perché disprezza la fede vuota e ipocrita dei baciapile:
«Che mi importa dei vostri sacrifici senza numero. Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso dei giovenchi. Il sangue di tori, di capri e di agnelli Io non lo gradisco... Smettete di presentare offerte inutili, l'incenso è un abominio, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso, sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, Io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, Io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova». Il profeta autentico non predice il futuro, non è una vox clamans nel deserto, è l'appassionata coscienza critica di una gente, di una comunità, di un'intera società, ed è questa coscienza che si incide nella prole perché le parole diventino fatti, azioni militanti ad ogni livello della relazione interumana e per riconfluire in parole ancora più gravide di quella coscienza trasformatrice.
Questo è a mio parere il senso che don Gallo attribuisce al Primato della Coscienza espresso mirabilmente nel documento conciliare «Nostra Aetate» uscito dal Concilio Vaticano Secondo voluto da Giovanni XXIII, il «papa buono», ma buono perché giusto.Con il poderoso strumento della sua coscienza cristiana, antifascista, critica, militante, laica ed evangelicamente rivoluzionaria, il prete cattolico Gallo, è riuscito a confrontarsi con i temi socialmente più urgenti ed eticamente più scabrosi smascherando i moralismi, le rigidità dottrinarie, le ipocrisie che maldestramente travestono le intolleranze per indicare il cammino forte della fragilità umana come via per la liberazione.
Quest'ultima e intima verità dell'uomo, Andrea Gallo la sapeva, la sentiva e la riconosceva nelle parole più impegnative delle scritture perché istituiscono l'umanesimo monoteista ma anche l'umanesimo tout court nella sua dirompente radicalità: «Ama il prossimo tuo come te stesso, ama lo straniero come te stesso, ciò che fai allo straniero lo fai a Me».La passione per l'uomo, per la vita e per l'accoglienza dell'altro, si sono così coniugate in questo specialissimo uomo di fede con un folgorante humor che dissìpa ogni esemplarità predicatoria per aprire la porta del dialogo fra pari a chiunque voglia entrare, crisitano o mussulmano, ebreo o buddista, credente o ateo.
In don Gallo si è compiuto il miracolo dell'ubiquità: lui è stato radicalmente cristiano e anche irriducibilmente cattolico, ma potrebbe anche essere ricordato come uno tzaddik chassidico, così come è stato un militante antifascista ed un laicissimo libero pensatore. Per me il Gallo resta un fratello, un amico, una guida certa, un imprescindibile e costante riferimento.
Per me personalmente, la speranza tiene fra le labbra un immancabile sigaro e ha il volto scanzonato di questo prete ribelle.

il manifesto, 2 gennaio 2013

La mia lotta, in direzione ostinata e contraria
di don Andrea Gallo

Ho visto gioiosamente nascere la democrazia nel 1945, con la mia Brigata Partigiana, comandata da mio fratello, ex tenente del Genio Pontieri, sopravvissuto alla tragica campagna di Russia, a d

iciassette anni di età. Diventato vecchio - 84 anni e mezzo - devo vederla vergognosamente morire?
Ho riflettuto a lungo sulla crisi economica finanziaria che stiamo attraversando. Non è scandalosa la "teoria" di chi si ostina a vedere nel profitto l'unica molla creativa, innovativa del progresso, quale sia la destinazione degli investimenti? Perché si è permesso la concentrazione del potere economico nelle mani bramose di pochi grandi colossi mondiali? Lasciamo le storielle dei complotti. Semplicemente siamo giunti al momento più vittorioso di un'economia vecchia di ottanta anni. Siamo al passaggio dal capitalismo di un tipo ad un capitalismo d'altro tipo. Altro che parlare di crisi! Abbiamo dimenticato nel '47 Von Hayek, Friedman e la Scuola di Chicago? Dopo la Seconda guerra mondiale si adottò la ricetta keynesiana e il mondo veniva ricostruito.
La crisi attuale è la vittoria degli ultraliberisti con l'assenza di un'alternativa ritenuta valida. La debolezza della politica occidentale e la scomparsa dei valori di civiltà hanno fatto il resto. I ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, disse Paolo VI in un mirabile discorso all'Onu. C'è una evoluzione in atto, non una generica crisi. Irrompe un cambiamento della stessa portata della nascita delle banche nel XVII secolo. Gli economisti e gli statisti attuali ne sono imbevuti e, rivestendo posti di responsabilità, la applicano senza scrupoli. Un mercato, un potere economico. Lo dice Stiglitz, Nobel per l'economia, «il mercato e il potere finanziario creano armi di distruzione di massa». Questa logica liberista è propugnata dalle banche. Tra le più potenti, la Goldman Sachs americana.
Gli economisti italiani (Draghi, Monti e soci) sono composti chierichetti di questo neoliberalismo, in una blindata cattedrale del Dio Denaro. Goldman Sachs è una delle più importanti banche internazionali che agisce sui mercati adottando questa perversa logica capitalista. Non ha un «volto umano».
Una persona onesta non può più accettare un sistema di apartheid mondiale, dove il 20 per cento della popolazione mondiale consuma l'80 per cento delle risorse; e dove si spendono tre milioni di dollari in armamenti, ma in un minuto muoiono di fame dieci bambini.
Si vuole costruire un'alternativa? Sono sempre più numerosi i giovani europei che hanno perso la fiducia nel futuro. Scoraggiati, inattivi. Sia chiaro: è un processo molto impegnativo, lungo e complesso. La colpa di questa colossale truffa delle banche è stata addossata al debito pubblico per imporre austerità e conseguente perdita del patrimonio pubblico.
Il 2 marzo 2012, 25 dei 27 capi di stato della Ue hanno firmato il fiscal compact. Diventano permanenti i piani di austerità, una serie di tagli a stipendi, pensioni, il diritto e la dignità del lavoro e la privatizzazione dei beni comuni. Il potere economico ha imposto Draghi, governatore della Bce, già vicepresidente della Goldman Sachs. E un sorprendente senatore a vita, Monti, capo di un governo"tecnico". Il presidente del consiglio, sostenuto da Pdl, Terzo Polo e Pd, è stato consulente della stessa banca americana e ora consulente anche della Coca Cola e nei cda delle Generali e della Fiat. E i ministri dove sono stati precettati? Passera, Ad di Intesa San Paolo; Fornero: vicepresidente di Intesa San Paolo; Gnudi, amministratore di Unicredit Group; Giarda, vicedirettore della Banca Popolare e amministratore Pirelli. È forse un governo tecnico per il bene dell'Italia o una dittature delle banche, salvate da parecchi miliardi in America e in Europa? In una crisi nata nelle banche e mascherata dal debito pubblico.
In nome della Costituzione, non possiamo accettare la macchina infernale del patto fiscale, né la ratifica di un parlamento servile, né la modifica costituzionale dell'articolo 81, perché a pagare tutte le spese è chiamato solo il mondo del lavoro e le piccole imprese. Constato dolorosamente l'appoggio e l'elogio solenne del Vaticano e della Cei all'Agenda Monti.E allora dico: alziamo la testa. Abbiamo di nuovo l'Uomo della Provvidenza? Il paese a pezzi va alle urne in una confusione generale. L'Agenda Monti è al centro e si è messa al comando delle operazioni col sostegno della Confindustria e del Vaticano e delle forti cancellerie occidentali. Come agiscono le altre forze politiche, l'Agenda Grillo, Ingroia, Berlusconi e Bersani? Chi saprà tracciare piste di riflessione e conseguenti azioni? Il debito pubblico è un dogma? I nostri padri costituenti erano stati capaci di unità delle varie matrici ideali per mettere fine al fascismo ed edificare una Italia democratica.
A mio avviso oggi nessuno ci riesce. È scomparsa la cultura del bene comune come priorità assoluta. Il singolo si agita, si organizza, per diventare "protagonista" e si sforza di condividere un gesto collettivo. «Osare la speranza nella democrazia» era il motto della mia Brigata Partigiana. Non voglio arrendermi. Con la sinistra sociale politica, i sindacati, la Fiom, sono ancora impegnato per traghettare il popolo italiano dalla solidarietà assistenziale ad una solidarietà liberatrice, strutturale, nei diritti di tutti. Continuo a lottare in direzione ostinata e contraria.
Il Pd e Sel, con il grande evento delle primarie, hanno lanciato un segnale positivo: non dettare agende ma dare spazio ai "protagonisti", partendo dal basso e mettendoci in rete a livello italiano ed europeo, per vedere fiorire il nuovo. È indispensabile rischiare. Il programma sia trasparente, anticipatore, progettuale. Solo così potremo ancora una volta, con tanta sofferenza, con i nostri dubbi, tentare di sradicare nelle nuove e nuovissime generazioni, l'assenza di futuro.

Quanto a lungo reggerà il nuovo governo non lo sa nessuno, ma di certo siamo comodamente seduti su una polveriera Il congelamento della crisi del Pd, non ancora matura, ha effetti che coinvolgono l'intero spazio alla sua sinistra La sensazione è che ogni giorno, inesorabilmente, l'ingranaggio si muova verso l'impatto fatale. Qualsiasi cosa accada, qualunque cosa facciano o dicano gli attori principali. Come nel più classico dei thriller o alla vigilia della prima guerra mondiale, quando i capi di Stato di tutta Europa contribuirono all'incendio convinti di impedirlo. Si vive come sospesi, in trepidante attesa. Consapevoli dell'instabilità e dell'incertezza generale, forse anche dell'incapacità di governare il momento.

Perché ci si ritrovi in queste condizioni l'abbiamo detto tante volte, ma di mese in mese il quadro si chiarisce sempre più. Senza andare troppo in là, basta tornare indietro di un paio d'anni.Già la grande crisi imperversava. La destra governava, secondo i suoi criteri, per conto del grande capitale privato. A suon di regalie e scudi fiscali, giri di tangenti e privatizzazioni più o meno legali. Ma - tenendo al consenso - il governo non riduceva la spesa pubblica e soprattutto esitava a inferire al lavoro la mazzata finale. I mercati quindi scalpitavano. La Germania ringraziava ma temeva di dovere, presto o tardi, intervenire a proprie spese. I giornali evocavano ad arte lo spettro della bancarotta. Finché, alla fine del 2011, qualcosa accadde. Qualcosa che avrebbe potuto sconvolgere il quadro e aprire una fase nuova.
Lo spread e le olgettine dettero al Quirinale il destro per mandare a casa il cavaliere e offrire al centrosinistra la chance di cambiare rotta. La legislatura sembrava al capolinea e in tanti sperarono che il voto anticipato permettesse di raddrizzare la barca nonostante le distorsioni della legge elettorale o in virtù di esse. Invece, l'inossidabile fedeltà euro-atlantica del presidente impedì la soluzione fisiologica della crisi politica. La quale venne di fatto rimossa con un machiavello. Che sortì gli effetti sperati.
L'invenzione di un governo cosiddetto tecnico permise l'imposizione delle misure draconiane invocate dai mercati. Costrinse il Pd ad accollarsi il peso di un feroce attacco al lavoro e ai ceti medio-bassi. E regalò a Berlusconi tempo e ragioni sufficienti per ricompattare la propria base elettorale, così da ritornare, dopo il voto, al governo precedente (Monti senza Monti), con in più il diretto coinvolgimento dei partiti nell'esecutivo.
Si è trattato - almeno in apparenza - di un capolavoro politico. Reso possibile, prima e dopo le elezioni, dallo zelante attivismo di quanti, nel Pd, non rinunciano all'idea secondo cui (come spiegò l'onorevole Violante in un indimenticato discorso alla Camera) il modo migliore per contenere Berlusconi è accordarsi con lui. E sono quindi indisponibili a qualsiasi soluzione di parte (di sinistra) della crisi politica e sociale. Costi quel che costi. Anche la sconfitta elettorale del proprio partito in elezioni che, stando alle previsioni, non comportavano rischi. Anche un'emorragia di consensi a beneficio della protesta «antipolitica» e il suo accreditarsi come unico portavoce di una società civile umiliata e offesa dal Palazzo. Anche la rielezione di un vecchio presidente iper-politico, pronto a tirare nella propria porta pur di assicurarsi la persistenza delle larghe intese.Insomma, un anno e mezzo dopo l'intronazione di Monti, siamo ancora lì e senza gli inconvenienti di allora. Dato il benservito al servo sciocco che già si vedeva assiso al Quirinale, si può ancora far conto sulla grande coalizione. All'inizio di una nuova legislatura e con un'ampia base politica disposta a sostenerla. Davvero un capolavoro della ragion politica e della sua volontà di potenza. Almeno a prima vista.
In realtà, le cose stanno ben diversamente. Quanto a lungo reggerà il nuovo governo non lo sa nessuno, ma di certo il quadro politico è quanto mai precario, e non soltanto per la proverbiale pervicacia della procura di Milano. Se non fossimo assuefatti alle lenti opache della politica politicante, ci accorgeremmo che siamo comodamente seduti su una polveriera. Nelle sue radici e nelle sue conseguenze, la crisi è sociale, prima che politica. Non è figlia, come si vuol far credere, della scarsità di risorse, ma dello squilibrio strutturale della loro allocazione. Nasce dalla povertà delle masse e la radicalizza, disseminando disperazione e morte. Poiché da un quarto di secolo abbondante le risposte in Europa, come nel sud del mondo, consistono in un sistematico e brutale attacco ai redditi da lavoro.
La politica si illude di potere impunemente continuare così. Si illude di bastare a se stessa, nelle sue stanze, con i suoi lacchè. Eppure non ci vuole un orecchio raffinato per avvertire il tuono che annuncia la tempesta. Suicidi, omicidi, stragi di innocenti tentate o realizzate. Rigurgiti razzisti. Saracinesche abbassate. Capannoni deserti. Boom degli sfratti. Depressione, non solo economica. Infelicità senza desideri. Rancore ed eclisse del futuro. Grandi affari per gli usurai e l'industria del gioco d'azzardo, balzata al terzo posto tra le fonti del prodotto interno. Un esercito di 19 milioni di soldati, un milione dei quali ludodipendente.
Il punto è che, come in ogni guerra, non tutti perdono e non tutti nella stessa misura. Questa crisi reca un vistoso segno di classe. Colpisce solo il lavoro, benché in settori sempre più vasti. Non soltanto il lavoro dipendente, ma anche aree sempre più ampie di lavoro autonomo, piccole e medie imprese industriali, artigiane, commerciali e del terziario. È un'ordalia per quanti non hanno grandi capitali, nella misura in cui è un'orgia festosa per chi invece ne dispone. Il che significa che potrebbe essere battuta nell'interesse collettivo solo restituendo al lavoro ciò che in questi venticinque anni gli è stato sottratto in termini di reddito e diritti, di occupazione e sicurezza. E che soltanto una sinistra politica recuperata al proprio ruolo potrebbe guidare la rinascita e prevenire il rischio, concretamente incombente, di una restaurazione degli equilibri sociali e politici precedenti la seconda guerra mondiale.
Purtroppo - diciamoci la verità - di una rinascita non è dato ancora scorgere avvisaglie. E la prima ragione politica di ciò è la tenuta del Pd. Il fatto che la sua crisi, pur non risolubile, non sia ancora matura. Che per varie ragioni - politiche, culturali e morali - prevalga ancora un riflesso autoconservativo, benché la scelta di ignorare un fallimento storico procurerà ulteriori disastri non soltanto a un partito già ridotto ai minimi termini ma a tutto il paese, se è vero come è vero che, pur di tamponare le falle, ci si dispone a stravolgere la Costituzione per blindare il potere delle oligarchie.
Il congelamento della crisi del Pd ha effetti che vanno ben al di là del Pd stesso. Che coinvolgono l'intero spazio alla sua sinistra, non meno vasto di quanto fosse dieci anni or sono. Anzi, forse ancora più ampio, ma politicamente inerte perché frantumato e subalterno. Agire si potrebbe, come ha dimostrato la grande manifestazione della Fiom, sabato scorso. Riuscita al di là di ogni aspettativa e convocata su una piattaforma condivisa da tutta la sinistra, compresa parte del Pd. Agire si potrebbe, assumendo finalmente questa piattaforma come base per una seria iniziativa unitaria della sinistra sociale e politica. Riprendendo idealmente il discorso interrotto proprio dieci anni fa, dopo la grande manifestazione al Circo Massimo.
Invece si tergiversa, si scantona, si preferisce campare sull'agonia della seconda Repubblica, fingendo di credere davvero che da questa crisi si possa uscire strappando alla destra qualche elemosina. Ci si illude, come ci si è puntualmente illusi in questi vent'anni a ogni effimera fiammata del conflitto. E come ci si vorrebbe illudere sulla stabilità del quadro sociale e dello scenario politico.
In realtà le cose accadono, e di questo passo potrebbe succedere letteralmente di tutto, anche di svegliarsi uno di questi giorni in un teatro greco. Con una sinistra ancora una volta in ritardo e spiazzata e, invece, una destra politica e antipolitica ben preparata. Pronta a incassare i frutti della rabbia popolare e a investirli in una nuova avventura.

«La solidità e la credibilità del nostro sistema costituzionale è in gioco. Non potrebbe infatti facilmente giustificarsi un diniego di giustizia in materia di diritti fondamentali, tanto più se questi hanno a che fare con quei valori costituzionali primari che si pongono alla base del sistema della nostra democrazia rappresentativa».

Il manifesto, 22 maggio 2013

Per tre volte la corte costituzionale ha evidenziato l'intrinseca irragionevolezza e gli aspetti costituzionalmente problematici dell'attuale legge elettorale (sentenze 15 e 16 del 2008, 13 del 2012), non potendo però giungere a dichiarare l'incostituzionalità per ragioni di natura processuale (si trattava di giudizi relativi all'ammissibilità di referendum, ove è escluso il controllo sulla legittimità). Nella sede più solenne - la conferenza annuale sull'attività di palazzo della Consulta - il presidente della corte
il capo dello Stato ha esercitato tutta la sua moral suasion per indurre i partiti politici a trovare un accordo che eliminasse almeno le più evidenti storture della legge 270 del 2005 (il c.d. porcellum), senza però ottenere alcuna soddisfazione dalle forze politiche normalmente assai propense ad accettare i moniti presidenziali. Non c'è, infine, esponente politico, forza sociale, cittadino della repubblica che non sia ormai consapevole del grave vulnus costituzionale rappresentato da un sistema che anziché far scegliere democraticamente al popolo sovrano i propri rappresentanti permette ai partiti di nominare propri delegati in parlamento (grazie al sistema delle liste bloccate) e rende irrilevante il rapporto tra voti espressi dagli elettori e seggi ottenuti dalle forze politiche (in ragione di un sistema di premi abnorme per la camera e irrazionale per il senato).
In questa situazione è ora intervenuta anche la cassazione, con un'ordinanza coraggiosa. Superando ostacoli sia procedurali sia sostanziali che avevano sin qui impedito di aprire le porte al sindacato di costituzionalità della legge elettorale. La parola spetta adesso alla Consulta che dovrà stabilire se la questione proposta è ammissibile (respingendo l'obiezione che si sia qui dinanzi ad un accesso diretto «mascherato», non previsto nel nostro ordinamento) e se sia possibile adottare una sentenza che permetta di affermare i contenuti costituzionalmente negati senza invadere la discrezionalità del legislatore e senza far venir meno l'idoneità della legge elettorale a garantire il rinnovo del parlamento. Un'operazione tecnicamente complessa, ma sostenuta da una essenziale ragione di natura propriamente costituzionale, che possiamo così riassumere: possono i diritti politici fondamentali essere lesi senza poter trovare un giudice in grado di far prevalere la superiore legalità costituzionale?
Si è parlato a lungo, in sede scientifica - tra i costituzionalisti - della legge elettorale come di un'insopportabile "zona d'ombra", sottratta al giudizio di costituzionalità. La corte "suprema" tenta ora di accendere il riflettore e permettere il sindacato da parte del giudice delle leggi in base ad un'argomentazione che non può essere disattesa. Il giudizio della Consulta - scrive la cassazione - «può rappresentare l'unica strada percorribile per la tutela giurisdizionale di diritti fondamentali». La solidità e la credibilità del nostro sistema costituzionale è in gioco. Non potrebbe infatti facilmente giustificarsi un diniego di giustizia in materia di diritti fondamentali, tanto più se questi hanno a che fare con quei valori costituzionali primari che si pongono alla base del sistema della nostra democrazia rappresentativa.
L'ordinanza della cassazione può operare però anche su un secondo piano. In essa, infatti, sono linearmente indicati i tre vizi più rilevanti dell'attuale legge elettorale. Tutti lo dicono ed ora un giudice lo scrive. Non è accettabile un sistema che assegni un premio alla lista o alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti senza la previsione di alcuna soglia; non è ragionevole un sistema che distribuisca - sempre senza soglia - premi regione per regione alterando arbitrariamente gli equilibri istituzionali; non è democratico un sistema che non lasci alcuna possibilità all'elettore di scegliere il proprio rappresentante. Non sono questi gli unici difetti dell'attuale legge elettorale, anche l'indicazione del leader di coalizione appare assai impropria, tanto più venuto meno il bipolarismo; così come è da dubitare della ragionevolezza delle soglie di sbarramento multiple di cui è infarcita la vigente disciplina elettorale.
Malgrado ciò limitiamo le nostre considerazioni all'essenziale, a quanto rilevato dalla "suprema" corte. L'attuale eterogenea maggioranza, ma anche l'opposizione, dovrebbero sentirsi chiamate in causa e - unanimemente - stabilire di far venir meno immediatamente i profili di incostituzionalità denunciati. Sin qui non s'è modificato il sistema elettorale perché ogni forza politica ha badato più ai propri interessi immediati, alla propria convenienza, che non ad adottare una legge che garantisse la scelta dell'elettore. Ancora oggi vediamo che all'interno della stessa attuale innaturale larga maggioranza si dicono cose opposte (in particolare, c'è chi vuole tornate subito al mattarellum e chi, invece, vuole prima devastare l'impianto costituzionale per poi, solo in un secondo momento, stabilire quale legge elettorale adottare). Ma in tal modo si rischia di conservare la peggiore delle leggi, poiché essa lede i diritti fondamentali di ciascuno di noi.
Il presidente del consiglio Letta ha fornito un'indicazione di buon senso: intanto mettiamo in sicurezza il sistema elettorale per evitare il rischio maggiore di tornare a votare un'altra volta con una legge gravemente incostituzionale, poi si potrà procedere, con animo più sereno, ad individuare il migliore dei sistemi possibili, ovvero quello più condiviso dal nuovo assetto dei poteri. Bene, prendiamo sul serio questa indicazione e diamogli seguito. Senza scontrarsi dunque sui diversi modelli elettorali, si tratta solo di cancellare ciò che è insopportabile e che i giudici hanno indicato come incostituzionale. "Cancellare" senza - almeno espressamente - "innovare", lasciando così impregiudicata la possibilità di future scelte di sistema.
Ci si dovrebbe dunque limitare ad eliminare da un lato i premi, dall'altro le liste bloccate. Senza introdurre soglie, poiché esse rappresenterebbero già una scelta politica di parte (è, infatti, discutibile e assai delicato stabilire dove collocare l'asticella: al 40, al 45, ovvero oltre il 50 % al solo fine di rafforzare la coalizione?). L'eliminazione del premio tout court imprimerebbe alla legge vigente una chiara impronta proporzionale, ma appunto in una fase di incertezza sono proprio i sistemi elettorali proporzionali quelli che non avvantaggiano nessuno. Inoltre, in tal modo si risolverebbe in radice anche il problema dell'irragionevole distribuzione dei seggi al senato, con premi diversi regione per regione. La cancellazione delle liste bloccate dovrebbe naturalmente portare all'adozione di un sistema in cui è possibile indicare le preferenze per i singoli candidati. Qui è evidente che non basta la cancellazione, ma è necessario stabilire i criteri per assicurare la scelta di preferenza dell'elettore.
Volendosi limitare alla manutenzione costituzionale della legge vigente credo si possa concordare sul criterio più semplice: si permetta una sola scelta tra i candidati presentati nelle liste (se c'è accordo, magari si potrebbe adottare il più raffinato criterio della doppia scelta di genere). Non si faccia altro. Non sarebbe questo il migliore dei sistemi possibili (personalmente ritengo più opportuno un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale, con un'unica soglia di sbarramento al 5%, piccoli collegi uninominali e riparto nazionale), ma almeno si sarebbe finalmente cancellata la peggiore legge elettorale che la storia d'Italia ha conosciuto.

Non tutto è chiaro nelle parole del premier francese. Occorre chiarire che cosa si intende per "Europa politica" «La politica in Europa si resuscita imbarcando i cittadini, grandi esclusi dell’Unione e fattisi scettici per motivi seri, non populisti».

La Repubblica, 22 maggio 2013
Un governo economico europeo, con un Presidente che possa agire nel lungo periodo. Un governo che riduca i debiti degli Stati, ma estenda in parallelo la «convergenza sociale», dismettendo l’idea – molto thatcheriana – secondo cui la competitività è tutto, e la società poca roba. È la promessa che Hollande ha fatto ai cittadini europei, nella conferenza stampa del 16 maggio, ed è il piano che presenta ai tedeschi: perché si chiuda la voragine apertasi non solo fra centro dell’Unione e periferia, fra Nord e Sud, ma fra Europa e i suoi cittadini.

In realtà non tutto è chiaro, nelle parole che ha pronunciato. Non si sa precisamente cosa intenda, quando reclama un’Europa politica: ridurre la politica a governo economico è un escamotage grazie al quale il potere viene trasmesso a oligarchie di tecnici che rispondono solo ai mercati, spoliticizzando la democrazia. Europa politica vuol dire che gli Stati trasferiscono alla superiore autorità federale gran parte delle loro sovranità, per recuperarne la forza perduta: Hollande non dice questo, né promette la politica estera e di difesa comune chiesta da sempre in Germania. Non è chiaro infine chi controlli il governo economico, limitato alla zona euro.

Ma il passo avanti c’è, e il fastidio con cui è stato accolto dalla cancelleria e da numerosi giornali tedeschi lo conferma. Soprattutto un passaggio del discorso francese indispone Berlino: quando Hollande propone investimenti europei (industrie e sistemi di comunicazione nuovi, energie rinnovabili), un’autonoma capacità di bilancio della zona euro, e la possibilità, progressiva, di indebitarsi in comune. Sono punti cruciali, perché l’Europa politica, anche se voluta a mezza voce, non può partire senza dotarsi di proprie risorse, e senza gestire insieme i debiti delle singole sue province. L’America sotto la guida del ministro del Tesoro Alexander Hamilton cominciò così, nel 1790, prima di mostrarsi severa con gli Stati morosi. Fu allora che la Confederazione intergovernativa divenne Federazione: uno scatto mentale che Hollande non osa.

Quali che siano le ambiguità francesi, tuttavia, spetta ora alla Germania dire quello che vuole sul serio. Da anni, i suoi governi sostengono che il solo Stato con vocazione federalista è il loro, che l’Europa è bloccata dal veto anti- federale della Francia. È colpa di Parigi se ancora non abbiamo un’Europa solidale, un debito comune, o gli eurobond. È Parigi a non voler cedere sovranità, impedendo l’unione politica che i tedeschi – così dice la vulgata – desiderano in special modo da quando è nata la moneta unica. A tali obiezioni, Hollande replica stavolta con una sfida: «La Germania ha più volte detto d’essere disposta a un’Unione politica, a una nuova tappa dell’integrazione. Anche la Francia è disposta a dare un contenuto a quest’Unione politica: da creare entro due anni».

La scadenza del 2015 è importante. Sempre l’Unione è progredita così: fissando una data. Questo vuol dire che subito, prima del voto di settembre, la Germania intera (non solo la Merkel) dovrà rispondere alla sfida, senza più usare Parigi come alibi. Non è più possibile dire, come ripete il governatore della Bundesbank Jens Weidmann, che gli eurobond, o altre azioni comuni, sono insensati fintanto che «il federalismo, cioè il trasferimento di sovranità che deve accompagnare gli eurobond, non è in Francia né discusso né sostenuto» (Le Monde, 26 giugno 2012).

Il piano Hollande non è esplicitamente federalista, ma estendendo di molto le politiche comuni implica per forza di cose la revisione dei patti esistenti – il ministro Bonino fa bene a dirlo – e tutti devono cessare i doppi giochi, a cominciare dall’egemone che oggi è Berlino. Tocca a quest’ultima dire se il federalismo che professa è un autentico obiettivo, o se lo sbandiera per accelerare il contrario: l’evaporazione della sovranità politica, la sua sottomissione a mercati incontrollati, il collettivo depotenziamento- abbassamento d’ogni Stato europeo tranne il proprio. Spetta a lei dire come mai l’argomento si ripeta con tanta monotonia: anche negli anni ’90, la Bundesbank osteggiò l’euro perché mancava un’unione politica non si sa quanto veramente desiderata.

Tener fede ai propri principi non è più così semplice in Germania, con l’antieuropeismo che s’espande. I principi sono acquisizioni, abiti, stracci graziosi, constata Joseph Conrad: in assenza di una fede deliberata volano via al primo serio scrollone, quando si viaggia nelle tenebre. Certo, non manca a Berlino chi rifiuta la linea Merkel. Peer Steinbrück, candidato-Cancelliere socialdemocratico, denuncia l’impoverimento economico e anche democratico dei paesi frantumati dall’austerità. Chiede per loro un piano Marshall. Ricorda quel che gli ha detto il Presidente Papoulias: la Grecia patì la fame durante l’occupazione nazista, e torna a patirla ora. Ma non entra nei dettagli, non critica i privilegi nazionalisti accampati dalla Bundesbank, e vietati alle altre Banche centrali dell’Eurosistema.

Nel discorso che Steinbrück ha tenuto il 14 maggio a Berlino, in occasione del premio attribuito dalla Fondazione Ebert al libro sull’Europa dello scrittore austriaco Robert Menasse, il divario tra parole e azione riappare: non sono gli Stati il problema – come sostiene Menasse – ma chi li governa. Con la Spd al posto della Merkel, l’Europa muterà. È l’inganno cui ricorre anche il Premier Letta: dopo il voto tedesco, verrà la manna. Troppo coraggio ci vorrebbe, per riconoscere che gli Stati nazione europei sono oggi irrilevanti nel mondo. Troppo svantaggioso ammettere che le oligarchie di cui parla Gustavo Zagrebelsky (Repubblica,18 maggio) prosperano – in Italia più che mai – nel vuoto della politica, e nella pochezza di Stati che sotto l’ombrello dei mercati si disfano dal di dentro, sino a perdere la nozione di legge e di giustizia.

Un ruolo indispensabile spetta a questo punto ai popoli europei. Per la prima volta, se partiti e movimenti sapranno pensare europeo, i cittadini potranno indicare un Presidente della Commissione, fra un anno alle elezioni europee, e bocciarlo qualora sia sgradito. Non solo: saranno i cittadini a chiedere alle due potenze chiave – Berlino e Parigi – di non mendicare più pretesti. Di fare quel che dicono di volere. Di render possibile quel che pare impossibile. Hollande fissa una data: anche se solo economico, il governo auspicato va preparato già oggi. Va preparato con i mezzi indicati da Parigi (fondo per i giovani, politica energetica unica, risorse europee attivate, debito comune) ma anche aumentando il bilancio dell’Unione: scandalosamente ridotto – col consenso di Hollande, di Monti – nel vertice del novembre scorso. Darsi nuove capacità di bilancio significa conferire all’Unione un potere di imposizione: dovrebbero far parte delle sue risorse i proventi della tassa sulle transazioni finanziarie,della carbon tax, di un’Iva europea.

La politica in Europa si resuscita imbarcando i cittadini, grandi esclusi dell’Unione e fattisi scettici per motivi seri, non populisti. Una tassa sovranazionale è difficile senza democrazia. Senza una nuova Costituzione che cominci, come quella americana, con le parole: «Noi, i popoli...». No taxation without representation – ogni tassa è illegittima senza rappresentanza parlamentare – è fondamento della democrazia. Anche nell’Unione lo è. Quel che si chiede a Parigi e Berlino è di smettere l’inganno in cui si compiacciono. Di non condannare la grande invenzione che è stata l’Europa. È possibile, e necessario: proprio perché siamo nel cuore delle tenebre. Perché sta tornando l’era dei sospetti, del disprezzo, dell’equilibrio ottocentesco fra potenze forte e deboli. Grazie dunque, signor Hollande, per averci ricordato che «l’idea europea esige il movimento». Esige il vostro movimento,
e il nostro.

Riconoscere l'illegittimità di Silvio Berlusconi in Parlamento e abolire il Porcellum: passaggi per tornare al livello minimo di decenza democratica. Articolo di Annalisa Cuzzocrea dal versante M5S e intervista di Liana Milella ad Anna Finocchiaro sul versante PD.

La Repubblica, 20 maggio 2013

«Berlusconi ineleggibile subito” sfida del M5S, il Pd si divide
di Annalisa Cuzzocrea

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Non faranno passi indietro, i 5 stelle, sull’ineleggibilità di Silvio Berlusconi. «Domani la giunta per le elezioni e le immunità parlamentari si riunirà per la prima volta al Senato ed eleggerà il suo presidente - dice Vito Crimi - poi, alla prima seduta utile, noi solleveremo la questione ». Il capogruppo dei grillini a Palazzo Madama è fiducioso:Secondo me stavolta passerà la giusta interpretazione della legge, quella per cui il Cavaliere non avrebbe mai dovuto sedere in Parlamento. Perché è chiaro che Berlusconi decadrà non appena sarà condannato dalla Cassazione, l’esclusione dai pubblici uffici scatterà immediatamente, e i suoi avversari politici hanno tutto l’interesse a dire: “Lo abbiamo fatto cadere prima. Lo abbiamo fatto caderenoi”. E ci faremo due risate visto che se ne sono accorti dopo 20 anni».

Si chiede quale strada prenderà il Pd, Crimi. Crede che il presidente dei senatori democratici Luigi Zanda - che giovedì scorso aveva ammonito: «Berlusconi è ineleggibile, non può fare il senatore a vita» - sia in buona fede, ma che di tutti gli altri non si possa ancora dire. Le scuole di pensiero all’interno del partito sono diverse: c’è chi pensa che non si debba guardare al passato, che bisognerebbe piuttosto riscrivere quella legge - la 361 del 1957 - rendendola più stringente per tutti, oltre che per il Cavaliere. Oggi l’articolo 10 prescrive l’ineleggibilità di «coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica ». La concessionaria delle frequenze radio su cui trasmette Mediaset è una società quotata in borsa di cui la Fininvest della famiglia Berlusconi possiede il 38%. Il Cavaliere è proprietario de facto, quindi, ma questo - alle giunte che si sono succedute alla Camera dal 1994 a oggi - non è apparso sufficiente. «Per paradosso - ricorda Marco Follini, che la scorsa legislatura presiedeva la giunta del Senato - finora è stato considerato ineleggibile Confalonieri e non colui che gli ha dato l’incarico». «Qui non vige la Common Law, i precedenti interessano fino a un certo punto», dice chiaro il senatore pd Felice Casson che, da buon magistrato, ha già avuto modo di studiare le carte. «Credo sia meglio non anticipare le nostre posizioni visto che la giunta ha poteri paragiurisdizionali e non si è mai riunita», spiega cauto. «Certo, il centrosinistra ha qualche imbarazzo perché in passato, alla Camera, ha votato almeno una volta per l’eleggibilità, ma io su questo tema ragiono con la mia testa e sono contento che il segretario Epifani si sia espresso in questo senso, dicendo che saranno i componenti della giunta a decidere».Se ne parlerà quindi, tra i democratici, ma non ci saranno ordini di scuderia. «L’importante dice un dirigente - è che non sembri che facciamo un uso politico della giunta come ha fatto il Pdl per anni, da Cosentino in giù». Benedetto Della Vedova, in commissione per Scelta Civica, non vuole anticipare nulla: «Aspettiamo e si vedrà», dice sibillino. I tempi non sono maturi. Lo saranno presto però. E se mai la “mozione” dei 5 stelle dovesse passare in giunta, stavolta sarà l’aula del Senato a decidere.

Anna Finocchiaro: « La strada maestra è il Mattarellum i cittadini devono tornare protagonisti»
intervista di Liana Milella alla presidente della commissione Affari costituzionali

Il suo nuovo ddl sulla legge elettorale? “È già pronto per il deposito”.La caratteristica più importante? ”Restituire la libertà di scelta agli elettori, tendere a garantire la governabilità del Paese, riequilibrare la rappresentanza”. Cadrà davvero il Porcellum?"C’è il rischio che resti il mero involucro, ma io mi auguro che venga abrogato. È una promessa che abbiamo fatto ai cittadini”. La Democrat Anna Finocchiaro, al vertice della commissione Affari costituzionali del Senato, di una cosa è certa: “Dobbiamo cambiare la legge prima della Consulta.

Voi volete buttare via il Porcellum, Alfano vuole prima la grande riforma. Chi vince?
“Innanzitutto questo è il terreno su cui trovare la soluzione più condivisa possibile. Siamo di fronte a tre emergenze: costituzionale, come si desume anche dall’ordinanza della Cassazione, politica e istituzionale. Se, malauguratamente, si dovesse tornare a votare prima di approvare le riforme e una legge elettorale conseguente, ci troveremmo a farlo con il Porcellum o con un testo modificato dalla Consulta, misurato sui profili di incostituzionalità, piuttosto che sull’esigenza di dare agli elettori uno strumento efficace per garantire la governabilità del Paese”.

Lei è una fan del Mattarellum. Ha annunciato un ddl per ripristinarlo. A che punto è?
“Il ddl è pronto per essere depositato. È una mia iniziativa fondata sulle comunicazioni di Letta durante il dibattito sulla fiducia, su una forte condivisione dei gruppi parlamentari, su un indirizzo comune già nella scorsa legislatura e tra gli studiosi per un ritorno a un Mattarellum corretto. Allo stato, la mia sarebbe l’unica iniziativa già definita, e quindi un modo per aprire il dibattito”.

Ci anticipa i punti qualificanti?
“È una legge transitoria in vista di quella post riforme. Contiene norme per il riequilibrio della rappresentanza anche nei collegi. Elimina lo scorporo per rendere l’effetto più maggioritario. Restituisce agli elettori il diritto di scelta e quindi li responsabilizza rispetto alla futura governabilità. Favorisce le scelte di coalizione già in fase pre-elettorale, il premio viene attribuito alle forze politiche che raggiungano il 40%, ma con un sistema che garantisce una tendenziale omogeneità di maggioranza in entrambe le Camere”.

Il Pd punta i piedi o va al compromesso?
“Nel partito non ne abbiamo parlato. I gruppi ne discuteranno domani. Io resto convinta che questa sia una soluzione migliore rispetto al ritocco del Porcellum”.

In vista dell’incontro di mercoledì escono le prime indiscrezioni sul maquillage in versione Quagliariello. Via il premio di maggioranza o soglia al 40%. Il Pd tratterebbe?
“Dico quello che penso io. Questa soluzione, nel mutato quadro politico, rischia di consegnare all’ingovernabilità o necessariamente alle larghe coalizioni il governo del Paese. Preferisco la mia soluzione”.

Con le pecette non resterebbe l’amarezza di un inciucio?
“Alcune delle critiche che si fanno al Porcellum — violazione del voto diretto e premio abnorme — possono essere risolte anche con la soluzione Quagliariello. Ma il testo, anche così riformato,
non sarebbe utile a creare le condizioni per la governabilità del Paese e a sollecitare la responsabilità degli elettori. È questo, al di là del fatto simbolico di avversione al Porcellum, che in politica conta”.

Dopo la Cassazione il governo non ha una via obbligata?
“Qualunque sia il sistema elettorale scelto, il legislatore non potrà non tenere conto di tre osservazioni della Corte, la garanzia del voto diretto, l’irragionevolezza sia di un premio senza soglia, sia di un sistema di premio al Senato che determina maggioranze diverse nei due rami del Parlamento”.

Faccia un pronostico: farete prima voi a cambiare la legge o la Consulta a pronunciarsi? “Io mi auguro che facciamo prima noi. E mi auguro anche che si avverta in Parlamento non solo l’eco del monito di Napolitano sull’incapacità di dare una nuova legge elettorale al Paese, ma anche il fatto che la Corte si pronunzierà grazie all’intelligenza e determinazione di un cittadino, l’avvocato Bozzi, e grazie ai giudici della Cassazione che hanno scritto un’ordinanza che ci rassicura sulla qualità e responsabilità costituzionale della giurisdizione italiana”.

Mettere Berlusconi fuori dal parlamento per via
 del conflitto d’interessi? Il capogruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda, osa: «Per la legge non può essere eletto». Il Pdl minaccia fuoco e fiamme e parte la ritirata.

Il manifesto, 19 maggio 2013, con postilla

Niente paura, «il governo non rischia», il Pd «non dà indicazioni di voto ai componenti della giunta» e insomma, solo «una posizione personale». Verso sera, rimasto praticamente solo a fronteggiare l’ira del Pdl, il presidente dei senatori democratici, Luigi Zanda, ingrana la retromarcia. Spiega che le sue considerazioni affidate all’Avvenire sull’ineleggibilità di Silvio Berlusconi «secondo la legge, in quanto concessionario, non è eleggibile. Ed è ridicolo che l’ineleggibilità colpisca Confalonieri e non lui» sono farina del suo sacco. La pensa così da anni e lo dice da sempre, aggiunge, quindi «non sarebbe serio» cambiare posizione ora solo perché è capogruppo del Pd. Con il Pd sottinteso alleato del partito di Berlusconi.

Alla lettura dell’intervista di Zanda a Avvenire , i pidiellini però hanno un travaso di bile. Uno dopo l’altro tuonano. C’è chi chiede che intervenga Guglielmo Epifani per richiamare Zanda all’ordine, chi, come la sottosegretaria Biancofiore, rivolge la stessa sollecitazione a Enrico Letta. Chi si infiamma per le parole «incendiarie» e chi avverte: così salta il governo. Guai, insomma, a toccare i molteplici conflitti d’interesse del Cavaliere. E a mettere in dubbio il suo alto profilo istituzionale. Perché Zanda si lascia andare anche a un’altra considerazione: «Non è mai stato nominato nessun senatore a vita che abbia condotto la propria vita come l’ha condotta Berlusconi. Non credo che debba aggiungere altro». Si indigna Schifani: «Valutazioni morali inopportune». Esagera Brunetta: «Intimidazione nei confronti del Colle». Da Zanda, invece, una strapazzata anche a Roberto Formigoni, che dovrebbe dimettersi da presidente della commissione agricoltura visto che ne è stato chiesto il rinvio a giudizio per il caso Maugeri.

Ce ne è abbastanza per far saltare sulla sedia lo stesso Enrico Letta, via Dario Franceschini parte felpato un richiamo all’ordine. Si adegua Donatella Ferranti, presidente della commissione giuistizia della camera, Pd: «Zanda ha parlato a titolo personale» di un tema, il conflitto d’interessi, che «va approfondito» (del resto se ne parla solo da vent’anni). Finora, del resto, il Pd aveva osato solo un «non è una priorità» rispondendo alla nuova offensiva sulle intercettazioni, capitolo dell’ennesima carica anti-toghe seguita alla condanna dell’ex premier sui diritti tv e alla requisitoria di Boccassini sul caso Ruby. Oltretutto, l’intervista di Zanda aveva eccitato i 5 Stelle, pronti a votare per l’ineleggibilità con il Pd.

E così, appunto, il capogruppo Pd si corregge. Chiarisce di non far partedella giunta delle elezioni e delle immunità di palazzo Madama «quindi non voterò su Berlusconi» e aggiunge spargendo ancora acqua «non mi sfuggono i precedenti della camera che ha già votato varie volte con un’interpretazione opposta alla mia». Interpretazione, del resto, quella pronunciata nell’intervista, che suonava come un’esibizione di bandiera, un modo per cercare di uscire dall’imbarazzo delle larghe intese in salsa berlusconiana. Proprio Zanda, infatti, l’altro giorno avrebbe spiegato al gruppo democratico provocando il malumore di una parte dello stesso gruppo, compreso Felice Casson che alla giunta per le elezioni e le immunità va votato come presidente il leghista Raffaele Volpi, come da accordo con il Pdl. E se finisse così, si può escludere in partenza che venga ammessa al dibattito (facoltà che attiene appunto al presidente della giunta) la richiesta di ineleggibilità del Cavaliere che i 5 Stelle presenteranno.

Interpellato sul tema rovente della giustizia, da Varsavia Letta chiude il caso: «Non mi faccio distrarre dal programma di governo». E dire che il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Sabelli, si sarebbe aspettato «una reazione un po’ più ferma, compatta e corale dalla politica e dalle istituzioni» dopo gli attacchi alle toghe. Ma le larghe intese hanno la meglio, anche se ogni giorno più strette. E anche se dopo l’altolà di Napolitano che al Messaggero dice «capisco chi si trova impigliato», ma «meno reazioni scomposte arrivano, meglio è» il Cavaliere promette di fare il buono per un po’: niente comizi, sarà solo a Roma il 24 per sostenere Alemanno.

Postilla
Avevamo espresso un dubbio sulla durata della giusta posizione di Zanda, quindi l'esito della sua denuncia dell'illegittimità di Berlusconi nel Parlamento non ci sorprende. Rimane in noi una domanda inquietante: di quale arma dispone il Cavaliere per asservire i manovratori del PD?

L’editoriale di Norma Rangeri e la cronaca di Antonio Sciotto sulla manifestazione organizzata dlla FIOM a Piazza San Giovanni a Roma. «La Fiom combatte una battaglia molto difficile, sull'estrema trincea di un paese che sembra aver smarrito la visione di un futuro civile e democratico»,

il manifesto 19 maggio 2013

I costituzionalisti
di Norma Rangeri

Una bella società civile. Quella che fa del lavoro e della difesa della nostra Costituzione i due comandamenti laici, da riportare al centro dell'agenda nazionale, ieri si è radunata, ancora una volta, a piazza S.Giovanni. Decine di migliaia di persone, raccolte in una manifestazione nazionale forte politicamente, per i suoi contenuti e per il messaggio lanciato, anche se non straordinaria nei numeri. Donne e uomini in cassa integrazione, esodati, precari, altrimenti soli nella disperazione, nel dramma che ormai diventa funesta cronaca quotidiana, hanno ripreso parola, con la rabbia, la determinazione, la voglia di difendere la democrazia, la dignità di ciascuno e di tutti.
Questa carica emotiva interpretata da operai e impiegati della Fiom, accompagnata dalla presenza di quelli di Sel, dei grillini, dei comunisti italiani, tanto più colpisce se paragonata alla paura che il Pd ha persino della propria ombra. Al punto da disertare, con qualche eccezione, la mobilitazione sindacale. Come se in quella piazza non ci fosse il cuore e la ragione della sinistra. E, proprio come ha scritto Maurizio Landini sul manifesto, e ripetuto ieri dal palco, è difficile capire come si può essere al governo con Berlusconi e «avere paura di essere qui». La Fiom combatte una battaglia molto difficile, sull'estrema trincea di un paese che sembra aver smarrito la visione di un futuro civile e democratico. Perché le larghe intese riverberano sulle confederazioni sindacali e c'è il rischio che si torni indietro, su pressione della Confindustria, anche rispetto al diritto di voto sui contratti.

Perché il governo di Pd-Pdl, si stringe nelle maglie di una oligarchia che genera sentimenti populisti. Perché sotto il ricatto berlusconiano, il Pd marcia verso riforme istituzionali utili a manomettere i principi di fondo di una pur esangue democrazia rappresentativa. Perché si va verso la separazione tra democrazia e lavoro, dividendo quel che i costituenti unirono nel primo articolo della Carta. E allora non deve stupire se ieri chiunque prendesse la parola dal palco di S.Giovanni per raccontare la sua condizione di cassintegrato o la difficile vertenza della sua fabbrica, collegava crisi economica e perdita dei diritti costituzionali. Così si spiegano gli applausi verso Stefano Rodotà, e la sua nomina di presidente ad honorem dell'associazione no-profit degli operai dello stabilimento Fiat di Pomigliano. Rodotà sta diventando sempre più punto di riferimento a sinistra, proprio perché la sua storia politica è nel segno della difesa dei diritti, tutti, e della carta costituzionale, che oggi qualcuno vorrebbe cambiare, invece di applicare.
Con una crisi economica che trasferisce la sede della sovranità popolare dal parlamento al mercato, con la perdita di credibilità dei partiti politici, e di quelli della sinistra specialmente, con la difficoltà dei movimenti a trovare nuove forme di partecipazione capaci di fare massa critica, un obiettivo importante - tenere insieme lavoro e democrazia - può tuttavia traballare, fino a mettere a repentaglio la tenuta del paese. E un sindacato come la Fiom rischia di trovarsi quasi solo nella trincea più scomoda e scoperta. Riprendere il filo a sinistra tra questi pezzi di sindacato, di forze organizzate, da Sel a parti della ex sinistra libertaria e comunista, e quella parte del Movimento 5 Stelle che fa della Costituzione punto di riferimento, è oggi la condizione minima per tenere aperta una prospettiva e far esplodere le contraddizioni del Partito democratico. Anche prima del congresso.
Comunque è stato Landini a riassumere perfettamente il senso di un pensiero, di una strategia politica, di una difficoltà: «essere rivoluzionari oggi è fare applicare la Costituzione perché solo da qui potrà partire la ricostruzione sociale e politica del paese». Appunto: un'impresa di questa portata non può pesare solo sulle spalle di una parte del sindacato.

«Il Pd ha paura della piazza»
di Antonio Sciotto

«Non capisco come si può essere al governo con Berlusconi e avere paura di essere qui». Il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, torna ad attaccare il partito democratico, e lo fa dalla storica piazza «rossa», San Giovanni. L’ultimo dei paradossi – ma in Italia si realizzano, si sa – è che alla manifestazione degli operai, il leader del Pd Guglielmo Epifani, ex segretario Cgil, non si è fatto vedere manco in cartonato. I metalmeccanici ieri hanno sfilato in corteo a Roma, per chiedere «un cambiamento, subito» al governo Letta: nuove politiche economiche e del lavoro, attenzione ai diritti. Tra le 50 mila e le 100 mila persone, ma la piazza visibilmente non era piena. Bisognerà anche capire, a freddo, come mai mancavano gli studenti e i tanti precari che pure Landini aveva invitato. Contenuti belli e condivisibili, urgenti: ma il corteo era composto solo e soprattutto da tute blu e dallo zoccolo duro della sinistra – dai piddini anti «inciucio» fino a Sel e Prc-Pdci, inclusi pezzi di M5S – ma non si sono visti i movimenti, se non qualche bandiera di Action e No Tav.

Landini ha rivendicato la centralità della piazza operaia: «Siamo la parte migliore del Paese, per noi pagare le tasse è un diritto». «Ogni volta che parliamo di diritti salta fuori il bocconiano di turno che ha studiato e dice: "ma dove si trovano i soldi?". Io non ho studiato tanto ma le cose vanno cercate dove sono. La Banca d’Italia spiega che negli ultimi 20 anni c’è stato un passaggio di 15 punti di Pil dai salari ai profitti e alle rendite, pari a 230 miliardi di euro. Soldi che non sono finiti negli investimenti ma nella rendita finanziaria e nella speculazione. Bisogna ripartire da lì».

La Fiom chiede quindi una «reale redistribuzione della ricchezza», e Landini critica la riforma dell’Imu: «È vero, era una tassa fatta coi piedi – dice – Ma non credo che il vero problema sia cancellarla per tutti. Le ricchezze, dove ci sono, vanno tassate. A partire dalle rendite finanziarie».

Quindi lo scollamento del governo, in primis del Pd, dai problemi reali del Paese: «Trovo folle che dopo l’esperienza Monti, bocciata alle elezioni, ci ritroviamo al governo sempre le stesse forze politiche, mentre il voto popolare si era espresso per un vero cambiamento. E infatti l’astensionismo dilaga». La «cura», per Landini, sta nella Costituzione: «Dobbiamo difenderla, e non accettare che la Ue ce la stravolga. Ma, al contrario, dobbiamo essere noi a estenderla in Europa. Noi della Fiom saremo con Rodotà e Zagrebelsky il 2 giugno a Bologna».

In concreto, quello che il governo Letta deve fare subito, è «investire sul lavoro: contrattando in Europa un allentamento dei vincoli di bilancio, e per esempio spingendo i fondi pensione a investire i loro 100 miliardi, che sono soldi di lavoratori e imprese, su titoli e aziende italiane». E poi: «Cancellare l’articolo 8; tornare alla tutela piena dell’articolo 18, che è stato stravolto. Defiscalizzare i contratti di solidarietà e rimodulare gli orari per bloccare i licenziamenti. Estendere a tutti la cassa integrazione ordinaria, così da non dover più mettere risorse sulla cassa in deroga, e poter finalmente istituire il reddito di cittadinanza. E poi estendere i diritti di cittadinanza: è assurdo che possano votare gli italiani all’estero e non gli immigrati che da tanti anni vivono e lavorano in Italia».

Dal palco hanno parlato diversi operai, tra i quali quelli della Fiat di Pomigliano, oggetto di un braccio di ferro infinito conl’ad Sergio Marchionne. Molto applaudito l’intervento della cantante Fiorella Mannoia. «Queste facce sono quelle che avrei voluto vedere alla guida del Paese. Penso che insieme noi ce la possiamo ancora fare – ha detto – Le risorse per il lavoro si possono trovare mettendo mano alle spese militari. Solo un casco da pilota di un F35 costa circa 500 mila euro. E noi siamo ancora in Afghanistan: non sono bastati migliaia di morti, gli oltre 2 milioni di euro che spendiamo ogni giorno». Gino Strada, di Emergency, ha parlato della povertà: «Abbiamo assistito a una cosa vergognosa sul piano politico – ha detto – Anche l’Italia è un Paese in guerra. C’è una guerra contro i poveri, i cittadini, che ogni giorno fa migliaia di vittime».

Infine, applauditissimo come sempre negli ultimi mesi, è intervenuto Stefano Rodotà, che è tornato a difendere la Costituzione e ha messo in guardia dal progetto di introdurre il presidenzialismo. Poi ha smontato la propaganda del Pd sulla «pacificazione nazionale», quella che dovrebbe giustificare l’"inciucio": «Dobbiamo pacificarci con chi? Per tutelare quali interessi? Abbiamo sentito tante volte la parola "sacrifici", ma io voglio fare due domande: sacrifici perché? E per chi?

Intervistato da camillo Lopapa sulla "convenzione" bipartisan e sulla truffa della "pacificazione risponde comme il faut. «La Convenzione umilia il Parlamento così si blinda solo una oligarchia».

La Repubblica, 18 maggio 2013
L’ora della mobilitazione, per reagire «a questa condizione crepuscolare della democrazia ». Per difendere la Costituzione ancora una volta «a rischio» dall’attacco che le viene mosso da una «oligarchia politica» che ricorre adesso a una Convenzione «estranea alla Costituzione». Parla di tentativo di «normalizzare» il Paese, il presidente emerito della Consulta Gustavo Zagrebelsky, altro che di «pacificazione». E di parlamentari che «senza titoli» si son messi in testa di cambiare volto alla Carta.

Il 2 giugno, lei e il professor Rodotà in piazza a Bologna in difesa della Costituzione: «Non è cosa vostra». Perchè questo rinnovato atto di fedeltà alla Carta proprio mentre la maggioranza studia come modificarla? È una provocazione controcorrente?
«Si sta giocando una partita politica e la posta è elevatissima. È in atto un tentativo di spoliticizzazione, una sorta di mascheramento ».

Un mascheramento, professore Zagrebelsky?
«Le maschere sono i tecnici, i saggi, gli esperti. Certo, dell’efficienza un sistema politico non può fare a meno, pena il suicidio. Ma, l’efficienza non esiste in sé e per sé».

Si è insediato un governo di larghe intese che si propone tra l’altro di modificare la macchina dello Stato. Non la convince?
«A me pare piuttosto evidente che sia in atto un disegno di razionalizzazione d’un potere oligarchico. In Italia non si è forse radicato un sistema di giri di potere, sempre gli stessi che si riproducono per connivenze e clientele? Parlando di oligarchie, non si pensi solo alla politica, ma al complesso d’interessi nazionali e internazionali, che nella politica trovano la loro garanzia di perpetuità».

Appunto, quale occasione migliore per cambiare quegli assetti, per riformare?
«Sono decenni che se ne parla. Ma ora sembra che sia giunta l’ora. Quel complesso d’interessi è sovraccarico e non riesce più a trovare un equilibrio. Rischia l’implosione e s’inceppa. La rielezione del Presidente della Repubblica — impensabile in un sistema di governo anche solo minimamente dinamico — è rivelatrice. L’applauso grato e commosso d’una maggioranza impotente è il segno dell’impasse. Per il futuro, ci vogliono riforme. Ma dal punto di vista democratico, sono in realtà controriforme».

Perché controriforme?
«Guardiamo le cose che si intende e le cose che non s’intende fare. Il presidenzialismo, quale che ne sia il modello, è un modo di concentrare in alto la politica e di ridurre dei cittadini a “micro-investitori” del loro voto, a favore d’un gestore d’affari nel cerchio stretto delle oligarchie. In breve: è il protettorato d’un sistema di potere chiuso. Altro che più potere al popolo! Anzi, il popolo deve non sapere o sapere il meno possibile: si è ripresa infatti la discussione sul “riequilibrio dei poteri” a danno dell’indipendenza della magistratura, e sui limiti al giornalismo d’inchiesta (vedi la questione delle intercettazioni). E poi, quel che non si intende fare: vedi il silenzio calato sul conflitto di interessi esull’inasprimento delle misure contro l’illegalità. Le oligarchie, del resto, sono regimi dei privilegi. Hanno bisogno di compiacenze e illegalità».

È così sicuro che una riforma in chiave semi presidenziale non ci metta in linea con le moderne democrazie? In fondo, anche il ruolo di garanzia del presidente della Repubblica negli ultimi anni siè rivelato ancor più risolutivo per uscire da pericolose crisi. Perché non codificarlo nella Costituzione?
«Inviterei a maneggiare l’argomento con cautela. Una cosa è l’espansione dell’azione presidenziale a tutela delle istituzioni parlamentari previste dalla Costituzione. Altro è l’azione che prelude a una nuova normalità. Questa seconda cosa contraddirebbe l’obbligo di fedeltà alla Costituzione. Il Capo dello Stato ne è “garante” quando agisce per preservarla dalle trasformazioni “materiali”, non certo quando le promuove. Ma il presidente Napolitano ha più volte precisato di muoversi nella prima direzione e di quello gli va dato atto. Chi oggi sostiene che siamo ormai in un regime presidenziale fa torto al presidente della Repubblica».

Lei parla di consolidamento oligarchico. E la pacificazione di cui si fa un gran parlare?
«Chi di noi non è per la pace e per la pacificazione? Ma la pace è esigente, molto esigente. Non può esistere senza condizioni. La pace è la conseguenza della verità e della giustizia. Altrimenti, pacificare significa solo “normalizzare”».

La Convenzione non basta per la pacificazione?
«Perché dovrebbe essere affiancata da “esperti”, cioè da persone al fuori dei contrasti politici? Gli esperti sono a loro volta portatori di visioni politiche e saranno messi lì dai partiti in quanto corrispondano ai loro progetti.Saranno “maschere”. Mi auguro che in pochi accettino di assumere questo ruolo».

Insomma, non pone alcuna fiducia nella Convenzione?
«Mah. La Costituzione, all’art. 138, prevede un procedimento lineare per mutare la Carta. Si vuole, invece, una procedura, per così dire, blindata, dapprima la Convenzione, poi il voto bloccato delle Camere: o sì, o no, senza emendamenti. Mi chiedo come possano i parlamentari accettare una simile umiliazione. Una procedura complicata ma anche totalmente estranea alla Costituzione. Per questo, si prevede — solo dopo — una ratifica con legge costituzionale, che è essa stessa la confessione che si agisce contro laCostituzione».

Ma i parlamentari avranno il potere di riformare, almeno nelle commissioni competenti, o no?
«I nostri politici “costituenti” hanno un mandato? Chi li ha autorizzati? Sono stati eletti per questo? Basta la retorica delle riforme per legittimarli? Il 2 giugno ci troveremo per dire non solo che i contenuti della controriforma non ci piacciono, ma anche che il metodo è sospetto. Sono in gioco nodi cruciali della nostra vita, non fredde operazioni di ingegneria costituzionale, come si vuol far credere. Lavoro, uguaglianza, giustizia sociale, diritti di tutti, cultura, salute, legalità, trasparenza: cose possibili in democrazia, quando la si espande. Difficili o impossibili, quando la si restringe ».

La banalizzazione e ridicolizzazione in contemporanea, sia dello spirito artigianale che di quello di impresa moderno. Certa gente è proprio come Creso al contrario.

La Repubblica Milano, 18 maggio 2013 (f.b.)

ORMAI è ufficiale: coltivare un orto in città non è più un hobby da contadini della domenica. L’affare si è ingrossato e il romanticismo dei Cincinnati urbani – traghettati obtorto collo nel mondo dei trend alla moda – è finito stritolato nel tritacarne del business. La metamorfosi ha già una sua immagine plastica, fresca di stampa: il “Kit Creaimpresa”, agile manualetto che svela a colto e inclita i segreti per avviare a scopo di lucro un orto a km zero.

L’approccio è bocconiano: il vademecum non parla di zappa o di letame. Fioriscono invece i consigli su segmentazione del mercato di cavoli e radicchi, elaborazione del piano finanziario, rebus giuridici e disponibilità di contributi a fondo perduto. Unica concessione al vegetale, una sezione più leggera dedicata all’“ horticultural therapy”. In copertina campeggia accigliato un (presunto) manager in giacca, cravatta e occhialini alla Harrison Ford, improbabile prototipo del futuro manager dell’ortaggio fai da te meneghino.

È il bel mondo dorato dell’agribusiness, dove non c’è posto per fango, sudore, pomodori e zucchine. E dove l’unica cosa che è spuntata (per ora) nell’orto targato “Kit Creaimpresa” – in allegato al modico prezzo di 49 euro – è la sua pratica versione in cd-rom.

«L'Ue che conosciamo è solo un'isola di benessere per élite. Per uscire dalle sabbie mobili del Vecchio Continente è necessaria una "campagna costituente" che sappia trasformare le istituzioni in forze alternative che non siano semplici assemblaggi di poteri».

Il manifesto, 17 maggio 2013

Étienne Balibar ha perfettamente ragione («Una crisi esplosiva di sistema», il manifesto del 4 maggio): dobbiamo «porre da subito il problema di una rifondazione dell'Unione, in vista della costruzione di un'altra Europa». Dovremmo essergli grati per aver messo in corsivo sia «da subito» sia «rifondazione». Si deve agire ora, e quest'azione non può dare per scontata né l'esistenza delle forze politiche da mobilitare, né le coalizioni sociali capaci di sostenere una simile mobilitazione, né le energie intellettuali da attivare, né i canali e le strutture istituzionali da assumere come riferimento.
Serve, su ciascuno di questi livelli, una campagna costituente, che sappia trasformare forze e istituzioni esistenti, crearne di nuove, incanalare lotte e «indignazione» sociali verso l'obiettivo di «costruire un'altra Europa», producendo al tempo stesso nuovi linguaggi politici e immaginari culturali. Una campagna costituente, dicevo: non una campagna per un'«assemblea costituente», per la quale mancano attualmente tutte le condizioni. Penso a un progetto di durata decennale, in grado di reinventare radicalmente lo spazio europeo, la sua posizione in un mondo tumultuosamente in trasformazione, le sue istituzioni e la sua cittadinanza sulla base di una nuova coniugazione di libertà e uguaglianza. È necessario aggiungere che una simile reinvenzione non può che essere allo stesso tempo una reinvenzione della sinistra in Europa? Se la sinistra ha un futuro in questa parte del mondo, sono convinto che questo futuro non possa che essere costruito su scala continentale.
Dovremmo essere consapevoli della dimensione globale delle sfide di fronte a cui ci troviamo oggi in Europa. È evidente che la messa in discussione di consolidate gerarchie spaziali e l'affermazione di nuove geografie dello sviluppo e dell'accumulazione capitalistica figurano in primo piano tra le tendenze che sottendono l'attuale crisi economica globale. Nuovi regionalismi e nuovi modelli di multilateralismo stanno prendendo forma in molte parti del pianeta, una sorta di «deriva dei continenti» (per riprendere l'immagine geologica impiegata da Russell Banks nel famoso romanzo omonimo del 1985) sta ridisegnando il mondo. All'interno di questi processi, l'Europa è sempre più «provincializzata», anche se non necessariamente nel senso suggerito da Dipesh Chakrabarty nel suo importante libro del 2000.

Limiti dell'appartenenza

Di per sé, non è un male. Tutt'altro. Ma per cogliere e interpretare politicamente le opportunità connesse a questa provincializzazione dell'Europa abbiamo bisogno di una scala continentale di azione politica e di governo. Abbiamo bisogno di un'Europa politica. Al di fuori di quest'ultima, la prospettiva è quella di un'Europa ridotta a qualche isola di benessere e ricchezza in un mare di povertà e privazione: cosa che abbiamo già iniziato a sperimentare nel Sud del nostro continente. Inoltre solo su scala continentale è possibile immaginare la costruzione di un rapporto di forza favorevole con il capitale finanziario, il cui dominio all'interno del capitalismo contemporaneo è alla radice della crisi di ogni mediazione politica (ovvero della democrazia) oggi così evidente in Europa.

Non è questo il luogo per analizzare a fondo le implicazioni dello sguardo «geopolitico» sulla questione europea (il che significherebbe in particolare discutere su basi completamente nuove il problema delle relazioni tra Europa e Stati Uniti). Ma è importante tenere a mente la pertinenza degli argomenti qui appena evocati per qualsiasi indagine critica sull'attuale situazione europea. Nel seguito di questo breve intervento, in ogni caso, voglio concentrarmi su qualcos'altro. Parlare di una campagna costituente significa prendere in considerazione la necessità di una rottura allo scopo di aprire la via a un'«altra Europa».

Penso sia importante essere consapevoli, in questo senso di quanto profonda sia la rottura che è già stata prodotta all'interno della stessa struttura delle istituzioni europee nel contesto della crisi globale. Faccio parte di coloro che a partire dalla metà degli anni Novanta hanno cercato di lavorare «dentro e contro» la cittadinanza europea in formazione, soprattutto per quel che riguarda i movimenti e le lotte dei migranti. Non si tratta certamente di liquidare in modo sbrigativo quell'esperienza, che è stata anche accompagnata da importanti dibattiti teorici, nel tentativo di sfidare i limiti e i confini della concezione tradizionale della cittadinanza. Al tempo stesso, non si può evitare di fare un bilancio delle radicali trasformazioni che negli ultimi anni hanno investito la cittadinanza europea. Sia dal punto di vista dell'«appartenenza» che dell'architettura istituzionale - per richiamare i due punti di vista prevalenti negli studi sull'argomento - ci troviamo di fronte a una profonda crisi della cittadinanza europea.

Per dirla brutalmente, questo concetto è stato spogliato di qualsiasi significato «positivo» e «progressivo» agli occhi di una vasta maggioranza della popolazione europea, e in particolare in Paesi come la Grecia, la Spagna, l'Italia essa ha finito per essere ampiamente identificata con la continuità delle politiche di austerity e con il loro carattere «punitivo». Allo stesso tempo, come molti giuristi hanno notato, l'intero progetto di «integrazione attraverso il diritto», tratto distintivo dell'integrazione europea nel suo complesso, si è trovato di fronte ai propri limiti e alle proprie contraddizioni degli ultimi anni. L'equilibrio tra un sovra-nazionalismo giuridico e i processi politici di negoziazione, alla base di quel progetto, è stato destabilizzato: la processualità giuridica è stata sempre più nettamente caratterizzata da una dinamica autonoma, collegandosi in modi inediti con gli apparati burocratici europei e con una molteplicità di gruppi d'interesse.

Ne è emersa la cristallizzazione di un nuovo «assemblaggio» di potere capace di dettare standard e norme che restringono sempre di più il campo d'azione di qualsivoglia politica («europea» non meno che «nazionale»). Con il Fiscal Compact e con il Meccanismo Europeo di Stabilità, la camicia di forza della stabilità monetaria, i programmi di disciplina fiscale e la continuità dell'austerity si sono ulteriormente rafforzati, consolidando la posizione (e l'indipendenza) della Banca Centrale Europea al centro di questo «assemblaggio» di potere.

È difficile immaginare un'altra Europa politica senza porre l'accento sulla necessità di strappare questa camicia di forza e di spezzare questo «assemblaggio» di potere. «Default democratico» (Giandomenico Majone), «crisi di legittimità» (Fritz Scharpf), ulteriore rafforzamento della natura «elitaria» e «post-democratica» dell'Ue (Wofgang Streeck) sono alcune delle formule che circolano nei dibattiti sulla crisi europea nel tentativo di cogliere le implicazioni della rottura a cui si è fatto cenno - della soluzione di continuità che si è prodotta all'interno del processo di integrazione.

Lavoro vivo

Se nel concetto moderno di democrazia, per riprendere i termini proposti in un celebre saggio di Étienne Balibar, è iscritta una dialettica tra la dimensione «insurrezionale» e la dimensione «costituzionale» della politica, si deve riconoscere che oggi in Europa (sia a livello nazionale sia a livello di Ue) questa dialettica sembra essere interrotta. Quel che ne consegue è una divisione che attraversa gli stessi concetti di politica e democrazia. I loro momenti conflittuali e «insurrezionali» continuano a riprodursi all'interno delle lotte e dei movimenti sociali, ma essi non trovano nessun tipo di feedback all'interno delle istanze governative e «costituzionali». Quello che rimane a livello nazionale della «democrazia conflittuale» (citando nuovamente una formula di Balibar) su cui si è fondato lo sviluppo dello Stato sociale democratico è al momento in fase di smantellamento o comunque sotto attacco, mentre a livello europeo non c'è nessun tentativo di compensare questa «perdita» con l'edificazione di nuovi sistemi di welfare su scala continentale. Anche quanti avevano creduto che il Trattato di Maastricht avrebbe posto le basi per uno «scambio» di questo genere sono oggi costretti a ricredersi.

Inutile dire che questo tema dovrebbe essere prioritario nella «campagna costituente» che si tratta di avviare. E non è possibile immaginare una ricostruzione dei sistemi di welfare a livello europeo secondo il modello del welfare state «storico», quale lo abbiamo conosciuto in Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale. Troppe cose sono cambiate, e radicalmente, nella struttura del capitalismo e nella composizione di ciò che, con un concetto marxiano, possiamo chiamare il «lavoro vivo» contemporaneo. Basti pensare ai dibattiti sulla precarietà, sulle nuove caratteristiche delle migrazioni o, per limitarci a un unico ulteriore esempio, sulle trasformazioni della struttura famigliare e dei rapporti tra i generi. Attorno a queste e altre questioni, si sono sviluppati con straordinaria continuità movimenti e lotte sociali in tutto il continente: nessuna campagna per un'«altra Europa» è immaginabile senza un'intensificazione e un sempre maggiore coordinamento di queste lotte e di questi movimenti.

Lo scoglio della sinistra

«Non essere stata in grado di definire e di promuovere una solidarietà europea è la ragione del fallimento della sinistra in Europa», scrive Bo Strath commentando l'articolo di Balibar (cfr. www.opendemocracy.net/). Non potrei essere più d'accordo. Vorrei tuttavia aggiungere che questo «fallimento» è a sua volta legato alla miopia della sinistra di fronte alle profonde trasformazioni subite dal lavoro, nonché alle rivendicazioni emergenti da una composizione sociale anch'essa profondamente innovata. L'Europa può avere un senso solo se la si costruisce come uno spazio all'interno del quale queste rivendicazioni possano essere articolate in un progetto politico capace di essere al contempo radicale ed efficace. Solo se diviene uno spazio in cui la lotta contro la povertà, lo sfruttamento e la discriminazione ha più possibilità di successo, in cui è più facile distruggere la paura inoculata e disseminata dalla crisi all'interno del tessuto sociale. Lottare contro il «ritorno dei nazionalismi» e l'ascesa di nuove forme di fascismo in Europa significa prima di tutto lottare per sradicare questa paura.

Quando parlo di una «campagna costituente» non penso a un'unica campagna organizzata centralmente. Ciò di cui abbiamo bisogno è in primo luogo forgiare uno «spirito costituente» attraverso una molteplicità d'iniziative, articolate su diversi livelli e capaci di investire diversi luoghi e forum (dalla mobilitazione di piazza al Parlamento europeo). Ecco perché, ottimisticamente forse, scrivevo di un progetto di durata decennale. Mi rendo perfettamente conto che le prospettive per un progetto del genere, in questo preciso momento, non appaiono particolarmente incoraggianti. Esso dipende, per citare ancora l'articolo di Balibar da cui ho preso le mosse, da «molte condizioni, tutte difficili e il cui adempimento è improbabile».
È un monito essenziale rispetto alla difficoltà del compito che ci spetta: ma nulla dice (e Balibar lo sottolinea) contro la realistica necessità di farsene collettivamente carico. In fin dei conti potremmo concludere ricordando, con un po' di necessaria ironia, le parole di Max Weber, uno che di «realismo politico» se ne intendeva: «è senz'altro vero che non si raggiungerebbe il possibile se nel mondo non si tentasse sempre di nuovo l'impossibile».

SCAFFALE
Da OpenDemocracy ai movimenti

Il testo di Etienne Balibar è stato pubblicato inizialmente sul quotidiano francese «Liberation». Il giorno dopo, d'accordo con l'autore, è stato pubblicato sul «manifesto» (4 maggio). Successivamente è uscito anche su quotidiani tedeschi, greci, spagnoli, mentre il sito «OpenDemocracy» ha aperto una sessione dedicati ai temi sviluppati dal filosofo francese (l'articolo di Sandro Mezzadra ha aperto questa nuova «sezione» del sito dedicata all'Europa). In quell'articolo Balibar illustrava lo stato dell'Unione europea dopo la stagione del governo dei tecnici (qualificata dal filosofo francese come una «rivoluzione dall'alto»). Balibar invita a prendere nuovamente le fila di un ordine del discorso «europeista» (ma sarebbe più corretto chiamarlo come un «cosmopolitismo radicale») che sfugga alla gabbia d'acciaio dell'austerità costruita dalla troika per mettere in salvo un neoliberismo in crisi di legittimità.

«Mentre la politica volutamente cincischia sulle riforme, la svolta arriva dalla magistratura. Succederà così anche con la legge elettorale»Ma le leggi non le fa e le abroga il Parlamento? Se è così, allora che cosa aspettano gli eletti dal popolo ad abrogare il Porcellum e tornare alla legge elettorale di prima?

La Repubblica, 17 maggio 2013

PROPRIO così. L’ordinanza con cui i supremi giudici accolgono il ricorso dell’avvocato Aldo Bozzi, a nome di altri 27 firmatari, è già pronta. Anche già sottoscritta. Manca solo la materiale diffusione. Ormai è questione di ore. Lì è scritto che solo la Consulta può decidere ormai sui pesanti rilievi mossi da Bozzi al Porcellum, una legge «irragionevole» per numerosi motivi e quindi incostituzionale. «Una legge truffa peggiore di quella che ne porta il nome e che al suo confronto era bellissima» taglia corto Bozzi quando, nel suo studio di Milano, apprende da Repubblica che la Cassazione ha deciso in linea con quanto proprio lui chiedeva alla fine di un articolato ricorso “pesante” di oltre 50 pagine.

È un personaggio Aldo Bozzi. Ben 79 anni, ma la voce di un giovanotto. E l’energia pure. Nipote «prediletto», come lui stesso ammette, dello zio che aveva lo stesso nome, famoso liberale e protagonista della Resistenza. Il “giovane” Bozzi è un avvocato esperto in diritto amministrativo, che dopo trent’anni da avvocato dello Stato e venti di professione, adesso si dedica soprattutto ai ricorsi per il Tribunale dei diritto dell’uomo di Strasburgo. Non ha sponsor politici. Perché, allora, da anni tenta in tutti i modi di far cadere il Porcellum? «La mia è una ribellione personale». Le ragioni? «È una legge vergognosa, un imbroglio pazzesco, che produce un Parlamento di “nominati” e non di eletti. Gli italiani non eleggono i loro rappresentanti, e questo è contro la Costituzione».

Quanto è importante la scelta della Cassazione? Bozzi ride di una risata piena. Poi sillaba: «È una decisione i-m-p-o-r-t-a-nt- i-s-s-i-m-a». Chiosa: «È la scossa elettrica che serviva». Innegabile la sua valutazione. Soprattutto perché — incredibilmente — la politica tutta ha dimostrato in questi anni di essere sorda. Anche ai messaggi spediti dalla Consulta. L’ultimo è del presidente Franco Gallo. Fresco del 12 aprile. Eccolo rispondere così a una domanda: «La legge elettorale va cambiata. Non sta ame dire come debba essere quella futura. Ma il Porcellum è di dubbia costituzionalità». La Corte non è mai stata tenera con la legge Calderoli. Basta andare a rileggersi le sentenze del 2008, la 15 e la 16, relatori per la prima l’ex presidente Ugo De Siervo e per la seconda Gaetano Silvestri, con cui si respingevano due possibili referendum, e ancora la 13 del 2012, relatore Sabino Cassese. Lì è scritto che la Corte, nell’impossibilità, in quel tipo di decisione, «di dare un giudizio anticipato di legittimità costituzionale », tuttavia segnala al Parlamento «l’esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici della legge con particolare riguardo all’attribuzione di un premio di maggioranza, sia alla Camera che al Senato, senza che sia raggiunta una soglia minima di voti e/o di seggi».

Bisognerà leggere l’ordinanza della Cassazione per capire quali “dubbi” i supremi giudici hanno deciso di inviare alla Consulta. Per certo Bozzi, nel suo ricorso scritto con i colleghi Claudio Tani e Giuseppe Bozzi, ne ha indicati molti. Alcuni illustrandoli anche alla luce dei risultati delle recenti elezioni politiche. Il fil rouge è «l’irragionevolezza ». È irragionevole «un premio di maggioranza senza una soglia minima di voti ottenuti ». Un simile premio dovrebbe «assicurare la governabilità». Ma al Senato «18 premi di maggioranza, ognuno in base ai risultati di una Regione, garantiscono solo l’ingovernabilità». Palesemente violato l’articolo 48 della Costituzione perché «il voto di un elettore residente in Lombardia vale circa 10 volte quello di un residente in Umbria o in Basilicata». Si aggiunge la discrasia tra Camera e Senato, «l’illegittimità di due quozienti differenti per l’attribuzione dei seggi». Ma l’anomalia delle anomalie resta il voto indiretto perché la legge «non consente quello diretto ai singoli candidati concorrenti». Negata la preferenza, c’è il vulnus all’articolo 48 della Carta laddove parla di «un voto personale ed eguale, libero e segreto» e al 56 dove c’è il riferimento al «suffragio universale e diretto». Bozzi vede leso anche il potere del presidente della Repubblica di nominare il premier perché il voto dell’elettore vale anche come indicazione dell’unico capo della coalizione che figura già inserita nella scheda elettorale».

A questo punto è questione di tempi. Quelli della Consulta sono solitamente lunghi, ci vogliono in media tra i sei e gli otto mesi per verificare l’ammissibilità, calendarizzare, tenere l’udienza pubblica e decidere e poi scrivere la sentenza. Ma forse per una questione epocale come questa, e con il voto politico dietro l’angolo, un’accelerazione potrebbe essere realistica. Sempre che la politica non decida a sua volta di battere la Corte

La testimonianza «di un tempo e di una vicenda senza capire la quale è difficile comprendere un tratto assai speciale della storia d'Italia; il ricordo di un uomo che aveva una qualità ora rara: l'ostinazione nell'impegno a tener aperta la strada per una società alternativa».

Il manifesto, 17 luglio 2013

Mi dispiace moltissimo non essere presente *a questo ricordo di Luigi soprattutto perché si tiene a Cagliari, la città senza la quale, sebbene non vi abbia abitato a lungo, non saprei nemmeno pensarlo. Lo so da sempre quanto Cagliari sia stata importante, ma da quando ho potuto leggere le lettere della sua mamma, che avevo conosciuto negli anni '50 e '60, già assai anziana - Dede Dore Pintor - recentemente raccolte in un bellissimo volume, ho potuto capirlo anche di più. Perché queste lettere ci fanno penetrare nell'intimità della sua vita, ci restituiscono per intero la figura dei suoi familiari, dei suoi famosi e amati zii, che da sempre, per quanto Luigi li citava, è come se avessimo conosciuto pur non avendoli mai incontrati.

Parlo di questo libro - Da casa Pintor. Un'eccezionale normalità borghese - perché non si tratta solo di un ricordo personale, ma della testimonianza di un tempo e di una vicenda senza capire la quale resta difficile comprendere un tratto assai speciale della storia d'Italia, di cui Luigi, così come suo fratello Giaime ma anche una parte non irrilevante della sua generazione nata in un ambiente simile, è stata protagonista: come poté accadere che nel buio della società fascista degli anni '30 emergessero consapevolezza e il senso del dovere civile, dell'impegno, sottraendo una leva di giovani destinata alle passioni letterarie (o musicali, per Luigi) perché acciuffata dalla storia e scaraventata, prima nella Resistenza, poi nella milizia politica. E - va aggiunto - come fu che, per via del coraggio di Togliatti, essa fu catapultata nei più importanti incarichi del Pci, prendendo il posto di vecchi ed eroici compagni che per via della prolungata assenza dal paese che era stata loro imposta difficilmente avrebbero potuto interpretare gli umori della nuova Italia che si andava costruendo dopo il 1945.

Luigi Pintor è stato, al massimo livello, uno di questi giovani. Per ragioni di età io sono ormai una delle poche persone che possono ricordare quel tempo remoto e le vicende travagliate che l'hanno percorso. Perché già ben prima che il manifesto nascesse, si era avviato un modo nuovo di intendere il comunismo, un tentativo che abbiamo sentito possibile già nel grande corpo appesantito ma ricco del vecchio Pci, che poi, nel '68, abbiamo sperato potesse reinverarsi nel rapporto con nuovi movimenti portatori di una più aggiornata critica anticapitalista.

Ricordo questa nostra ambizione perché non voglio che nel commemorare Luigi passi l'idea, presente in molte pur rispettose e anche affettuose commemorazioni, di un grande giornalista, di un raffinato intellettuale, di un prodigioso polemista e anche testimonianza di un grande impegno politico-morale, e però di un irrealistico e sconfitto profeta. Nella storia de il manifesto - e del Pdup che nella fase iniziale abbiamo assieme costruito e cui Luigi ha dato il contributo che le sue straordinarie qualità gli consentivano - ci sono stati certo errori e soprattutto impazienze. E tuttavia, nonostante tutto quanto è avvenuto in questi ultimi decenni, l'ipotesi cui Luigi ha fornito il suo impegno quotidiano risulta ancora fondata. Vorrei tornare a citare l'editoriale che Luigi scrisse il 28 aprile 1971 sul primo numero del giornale. «La situazione - scriveva Luigi - esige molto di più di un rifiuto. Siamo convinti che c'è bisogno ed urgenza di una forza rivoluzionaria rinnovata, di un nuovo schieramento, di una nuova unità della sinistra, di un nuovo orientamento strategico complessivo. Pensiamo che solo per questa via sarà possibile mettere a frutto il patrimonio che le esperienze del passato e del presente hanno accumulato».

Questo suo editoriale potremmo ripubblicarlo oggi tale e quale (se si eccettua qualche espressione datata). Non solo perché in una situazione così gravemente deteriorata come la nostra restano ancora aperti gli stessi problemi, di come interpretare gli umori smarriti dei nuovi soggetti e di come coniugarli con quanto di meglio l'esperienza ha accumulato, ma perché vi traspare una qualità che oggi sembra diventata rara e che nel pur tanto scettico e autoironico Luigi Pintor era fortissima: l'ostinazione nell'impegno a tener aperta la strada per arrivare a una società che somigliasse a quello che noi intendiamo per comunismo. Un comunismo, Luigi non ha cessato di ammonirci, fatto anche di musica e di poesia. Perché mai, del resto, avrebbe continuato ad andare per 33 anni a Via Tomacelli 146, proprio lui cui piaceva così tanto suonare il piano, andare al cinema, leggere romanzi, passeggiare con Isabella e scrivere ma non sempre e necessariamente di Berlusconi? Non lo avrebbe fatto se non ci fosse stata questa ostinazione. I comunisti sono anche questo: ostinati. Il che non vuol dire non essere attraversati dai dubbi necessari e dalla difficoltà di vivere, per Luigi più grave che per altri, non solo perché la vita gli aveva imposto dolori eccezionali, ma per via della sua estrema ipersensibilità, della sua speciale ironia che spesso si rovesciava in auto e altrui distruzione. Di tutto questo, del resto, del come ha patito le contraddizioni che in lui stesso faceva nascere l'impegno, ha scritto lui stesso, mirabilmente, in Servabo.

Dieci anni fa , ricordo, poco dopo la morte di Luigi, venni a Cagliari per il primo ricordo in questa città. E mi rammento che sollecitai i compagni a raccogliere la memoria di quel passaggio politico che proprio qui è stato così significativo e corale: dalla sezione Lenin allora guidata da un compagno che abbiamo purtroppo perso presto, Salvatore Chessa, fino al Manifesto. Questo convegno è una prima risposta all'esigenza di ripercorrere quella storia. Una vicenda che vede Luigi protagonista ma che è anche storia collettiva, vostra e poi anche nostra di noi che vivevamo altrove. Come sono tutte le grandi storie appassionate. Per ormai molti decenni, nel bene e nel male, nonostante rotture e reciproci dissensi, le vite di chi ha percorso questo itinerario si sono intrecciate. Siamo tutt'ora, lo registro nel mio tanto girare per l'Italia, un collettivo di cui Luigi finché ha vissuto è stato protagonista. Nonostante fosse schivo e solitario Luigi non era un individualista. I suoi sacrosanti e permanenti dubbi, il suo legittimo scetticismo non l'hanno mai fatto sentire lontano, non hanno mai dato luogo ad abbandoni. Perché, lo ripeto, Luigi era comunista. La parola sembra oggi impronunciabile, ma la scrivo, anche perché Luigi a questa definizione ci teneva.

* Luciana ha inviato questo contributo al quotidiano comunista «il manifesto» e al seminario sul decennale della morte di Luigi Pintor - dove non era presente ed è stato letto - promosso dal Manifesto Sardo a Cagliari giovedì 15 scorso, con la partecipazione tra gli altri di Valentino Parlato, Loris Campetti, Claudio Natoli e Marco Ligas.

ILa Repubblica, 16 maggio 2013

ROMA — Stefano Rodotà non entrerà nel comitato di saggi che il governo sta per istituire al fine di agevolare il percorso di riforme istituzionali. Non intende accettare procedure extraparlamentari nella revisione della Carta. «Modificare le norme sulla revisione costituzionale che costituiscono la più intensa forma di garanzia - osserva rischia di mettere in discussione l’intero impianto della Costituzione ».

Professore, Palazzo Chigi sembra però intenzionato a chiederle una partecipazione nella commissione governativa di saggi che affiancherà la commissione affari costituzionali. Repubblica ha anticipato l’apertura del Pdl nei suoi confronti: l’hanno chiamata?
«Finora nessuno mi ha telefonato chiedendomi se voglio far parte del Comitato di saggi del governo.Ma, chiamato o non chiamato, l’idea di una commissione estranea al Parlamento non mi è congeniale: la via corretta delle riforme costituzionali è quella Parlamentare. Modificare poi le norme sulla revisione costituzionale che costituiscono la più intensa forma di garanzia rischia di mettere in discussione l’intero impianto della Costituzione. Aggiungo che io non sono mai stato pregiudizialmente ostile alle riforme. Da anni insisto sulla necessità di lavorare a quella che chiamo la “buona manutenzione della seconda parte” della Costituzione. È l’unico modo per non rischiare di incidere sui diritti e i principi fondamentali della prima parte e per sfuggire alle tentazioni di accentramento dei poteri e di riduzione dei controlli. Modifiche come quelle riguardanti il bicameralismo e la riduzione del numero dei parlamentari vanno nella direzionegiusta».

E questo come dovrebbe avvenire?
«Si dovrebbe cominciare in Parlamento e nella sede specifica delle commissioni affari costituzionali, ripartendo il lavoro fra le due commissioni di Camera e Senato in modo che i tempi si accelerano. Ma non costituendo una sorta di terza Camera, con le due commissioni che scelgono al loro interno i membri di una commissione speciale che procede a redigere il testo delle nuove norme. Duecommissioni, lo dico semplificando, che cominciano a lavorare sui due temi specifici indicati prima».

La riforma più urgente?
«Senz’altro la riforma elettorale, la sola che potrebbe permetterci di riprendere a discutere seriamente di politica. È grave che il Pdl subordini alle riforme costituzionali il cambiamento della legge elettorale ».

E invece?
«Invece la legge elettorale deve essere modificata subito. E per due ragioni. Una di sostanza: questa legge elettorale ha un vizio di incostituzionalità. L’ha detto la Corte costituzionale, lo ha ripetuto il suo Presidente. Eliminare questo vizio è prioritario. Non mi spingo fino a dire che questo Parlamento è illegittimo: ma certamente è stato eletto con una legge “viziata”. In qualunque paese in cui ci sia un residuo di cultura istituzionale, una situazione di questo genere non sarebbe tollerata. E poi c’è una ragione politica. Berlusconi ha potere di vita o morte su questo governo perché sa che ora può decidere di staccare la spina nel momento in cui i sondaggi gli daranno la ragionevole certezza di vincere le elezioni: facendo l’en plein sia alla Camera che al Senato ».

E con l’eliminazione del Porcellum?
«Questo potere di condizionamento, di ricatto sul governo verrebbe, non dico eliminato del tutto, ma certamente diminuito. Una cosa che ci permetterebbe di tornare alla normalità costituzionale, alla normalità politica. E questa è una priorità istituzionale assoluta ».

Come interpreta l’apertura del Pdl nei suoi confronti?
«Non sono cambiato né ho cambiato le mie idee negli ultimi tempi. Forse ho avuto maggior visibilità e legittimazione per la vicenda legata alla presidenza della Repubblica. Probabilmente l’attenzione che mi viene dedicata è legata a questo fatto. La registrazione di un dato di realtà».

Contribuirebbe a un governo dove, oltre al Pd, c’è anche Berlusconi?
«Non è una cosa astratta, e mi scusi se torno sulla mia vicenda tante volte travisata. Io mi sono speso in quella direzione per un unico motivo: favorire una soluzione di governo che non portasse alla maggioranza attuale».

Ma se le chiederanno di entrare nella Convenzione dirà di sì o di no?
«Questo modo di aggirare il Parlamento non è il mio. C’è incompatibilità fra come si prospetta questa linea di riforma costituzionale e quello che io ho sempre sostenuto. Lo ripeto: a questa extraparlamentarizzazione della riforma costituzionale sono assolutamente contrario».

Un titolo palesemente errato. Sono tre NO che tutti dovrebbero pronunciare, con le parole e con i fatti. Ma il "mercato" chiede altro.

La Repubblica, 16 maggio 2013

CI SONO almeno due concetti che potrebbero essere evitati nelle cronache ormai quotidiane sulla violenza contro le donne.Il primo è il concetto di “emergenza”. C’è infatti uno strano automatismo nel nostro Paese. Secondo il quale se episodi analoghi e gravi si ripetono con una certa frequenza vuol dire che si deve rispondere con una logica emergenziale. Ed invece nel bollettino quotidiano dell’orrore contro mogli, fidanzate o amanti c’è una violenza stratificata e con radici profonde. Più aumentano i casi, più si dovrebbe ragionare in termini di problema strutturale e quindi culturale.

Il secondo concetto è quello di 'raptus', riportato spesso nei titoli dei giornali. Quando però si va a leggere il pezzo si capisce che di improvviso non c’è stato proprio nulla. Ciò che è stato definito “raptus” era invece un gesto ampiamente annunciato. Penso ad uno degli ultimi casi: Rosaria Aprea, ventenne di Caserta, ridotta in fin di vita da un fidanzato geloso fino all’ossessione. Stordita dall’anestesia, ha avuto la forza di indicare il suo compagno come l’autore di quella violenza. Lo stesso che già due anni fa l’aveva mandata in ospedale, a furia di calci e pugni. Ed è stata forse improvvisa, la morte di Maria Immacolata Rumi qualche settimana fa a Reggio Calabria? È arrivata in ospedale in fin di vita per le percosse subite. Il marito ha raccontato di averla trovata dolorante e “intronata” una volta tornato a casa. Ma gli stessi figli hanno dichiarato: “Nostro padre l’ha picchiata per tutta la vita, era geloso, non voleva che lavorasse”. Ecco perché parlare di morti improvvise appare addirittura grottesco. Sette donne su 10, prima di essere uccise, avevano denunciato una violenza o avevano chiamato il 118. E allora perché non sono state protette?

Dunque il più delle volte sarebbe meglio parlare di assassinii premeditati e di omissioni da parte di chi avrebbe potuto e dovuto tutelare le vittime. Il comitato “Se non ora quando” di Reggio Calabria dopo l’omicidio di Maria Immacolata si è chiesto: tutto questo si sarebbe potuto evitare se fossero state rifinanziati case-rifugio o centri antiviolenza? Non potremo mai sapere se Maria Immacolata si sarebbe rivolta a queste strutture, ma di certo sappiamo che sono troppo poche in Italia. E che sono ancora meno quelle in grado di offrire ospitalità alle donne. Si parla di un posto ogni 10mila abitanti. Dunque non c’è più tempo da perdere: i soldi per rifinanziare i centri antiviolenza devono essere trovati.

Alcuni mi fanno notare che sarebbe utile introdurre un’aggravante per i casi di femminicidio. Altri, invece, sottolineano che non servono nuove norme, ma un’effettiva applicazione di quelle già esistenti. Se è così, allora bisogna capire dove e perché si inceppa il meccanismo dell’attuale legislazione. Si potrebbe dunque immaginare una sorta di monitoraggio dell’applicazione delle norme in materia di violenza alle donne. Monitoraggio che non rientra nelle mie competenze di presidente della Camera, ma che mi farò carico di sottoporre alla competente commissione Giustizia, presieduta dall’onorevole Donatella Ferranti, della quale conosco sensibilità e impegno su questo tema. Intanto può servire che l’Italia ratifichi la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne: il 27 di maggio andrà in aula alla Camera come richiesto dalle deputate dei più vari gruppi politici.

C’è poi la questione della violenza via web. Ciò che mi sta a cuore è che si eviti l’equazione secondo cui, se le minacce, gli insulti sessisti, avvengono sulla rete, sono meno gravi. Non è così: la rete invece amplifica e pensare di minimizzare vuol dire non aver capito la portata del danno che dal web può derivare sulla vita reale delle donne. Questo non significa, lo ripeto, invocare un bavaglio. Semplicemente far sì che le norme già esistenti possano trovare effettiva applicazione anche per la rete. Oggi invece false identità o server collocati all’altro capo del mondo offrono un comodo riparo.

Infine, l’utilizzo del corpo della donna nella pubblicità e nella comunicazione. L’Italia è tappezzata di manifesti di donne discinte ed ammiccanti, che esibiscono le proprie fattezze per vendere un dentifricio, uno yogurt o un’automobile. In tv i modelli femminili che vengono proposti in prevalenza sono la casalinga e la donna-oggetto, possibilmente muta e semi-nuda. Da lì alla violenza il passo è breve. Se smetti di essere rappresentata come donna e vieni rappresentata esclusivamente come corpo-oggetto, il messaggio che passa è chiarissimo: di un oggetto si può fare ciò che si vuole. E invece è proprio a tutto questo che bisogna dire no.
Vorrei farlo usando le parole di una donna, una poetessa messicana, Susanna Chavez. Per anni si era battuta contro rapimenti, violenze e femminicidi nella sua città, Juarez. Un impegno che ha pagato con la vita, due anni fa è stata uccisa anche lei nello stesso modo delle vittime che aveva tentato di difendere. “Ni una mas”, era il suo slogan, “Non una di più”.

Questo è l'intervento del presidente della Camera, , al convegno che si terrà oggi a Roma, presso lo Spazio Europa, organizzato dall'Unione forense per i diritti umani e da Earth-Nlp.

«Convinta com’è che siano i mercati e nessun altro a disciplinarci, Berlino si muoverà solo se la politica prevarrà su tesi economiche degenerate in dogmi; se governi, partiti e cittadini accamperanno visioni chiare di quella che deve essere un’altra Europa».

La Repubblica, 15 maggio 2013
SUCCEDE solo in quest’Europa, attratta dal naufragio non a causa dell’economia ma della convulsa scempiaggine della sua politica: parliamo dello scandalo di una Corte costituzionale tedesca divenuta cruciale per ogni cittadino dell’Unione, mentre la Corte costituzionale in Portogallo vale zero. Parliamo di Jens Weidmann, governatore della Banca centrale tedesca, che accusa Draghi di oltrepassare il suo mandato – salvando l’euro con i mezzi a sua disposizione – e senza vergogna dichiara guerra a una moneta che chiamiamo unica proprio perché non appartiene solo a Berlino. Il mandato della Bce è chiaro infatti, anche se Weidmann ne contesta la costituzionalità: mantenere la stabilità dei prezzi (articolo 127 del Trattato di Lisbona), ma nel rispetto dell’articolo 3, che prescrive lo sviluppo sostenibile dell’Europa, la piena occupazione e il miglioramento della qualità dell’ambiente, la lotta all’esclusione sociale, la giustizia e la protezione sociali, la coesione economica, sociale e territoriale, la solidarietà tra gli Stati membri. Qualcosa non va nella storia che si sta facendo, se l’articolo 3 neanche fa capolino sul sito Internet della Bce, per timore che Berlino magari s’adombri.

Fra poco più di un anno, nel maggio 2014, voteremo per il rinnovo del Parlamento europeo. Soprattutto per gli italiani sarà una data diversa dal solito. Perché l’Europa della trojka (Bce, Commissione, Fmi) pesa sulle nostre vite come mai in passato. Perché le sue medicine anti-crisi sono contestate ovunque dai popoli, scuotendo perfino il medico che più ardentemente le propina: il 22 settembre i tedeschi andranno al voto e forse premieranno un partito antieuropeo –Alternativa per la Germania –appena nato nel febbraio scorso. I partiti dovranno smettere le menzogne che vanno dicendo, sulla possibilità di «piegare» Angela Merkel. Specie in Italia, dovranno piantarla di tradire elettori e cittadini. Per la prima volta infine, se oseranno, potranno indicare il presidente della Commissione. Sta nei trattati.

Se parliamo di menzogne, è perché nessun governo è in grado di piegare Berlino con gli argomenti esclusivamente economici fin qui sbandierati: un po’ meno austerità, un po’ di crescita, qualche condono. Convinta com’è che siano i mercati e nessun altro a disciplinarci, Berlino si muoverà solo se la politica prevarrà su tesi economiche degenerate in dogmi. Se governi, partiti e cittadini accamperanno visioni chiare di quella che deve essere un’altra Europa: non quella presente, dotata di risorse minime, precipitata in ottocenteschi equilibri di potenze.

L’Unione somiglia oggi a una Chiesa corrotta, bisognosa di uno Scisma protestante: di una Riforma del credo, dei vocabolari. Di un piano con punti precisi (erano 95 le tesi di Martin Lutero). Il Papato economico va sovvertito opponendogli una fede politica. Solo così la religione dominante s’infrangerà, e Berlino dovrà scegliere: o l’Europa tedesca o la Germania europea, o l’egemonia o la parità fra Stati membri. Sempre ha dovuto scegliere in tal modo: l’Europa, disse Adenauer nel ‘58, «non va lasciata agli economisti». L’ortodossia tedesca è antica ormai, s’affermò nel dopoguerra e si chiama ordoliberalismo:

i mercati sanno perfettamente correggere gli squilibri, senza ingerenze dello Stato, perché dotati di immutata razionalità. È l’ideologia della «casa in ordine»: ogni nazione espierà le proprie colpe da sola (Schuld vuol dire debito e colpa, in tedesco). Solidarietà e cooperazione internazionale vengono dopo, a coronare i compiti a casa se benfatti. Come in Inghilterra, viene invocata ingannevolmente anche la democrazia: trasferire parte della propria sovranità svuota i parlamenti nazionali. Per questo la Corte costituzionale tedesca è pregata di pronunciarsi su qualsiasi mossa europea.

Se è inganno, è perché nella fattoria-Europa non tutte le democrazie sono eguali: ce ne sono di sacrosante, e di dannate. Il 5 aprile scorso, la Corte costituzionale portoghese ha rigettato quattro misure dell’austerità imposta dalla trojka (tagli agli stipendi statali e alle pensioni), perché contrarie al principio di uguaglianza. Il comunicato diramato due giorni dopo dalla Commissione europea, il 7 aprile, ignora del tutto il verdetto, «si felicita» che Lisbona prosegua la terapia concordata, rifiuta ogni rinegoziato: «È essenziale che le istituzioni politiche chiave del Portogallo restino unite nel sostenere» il risanamento così com’è. Il diverso trattamento riservato ai giudici costituzionali tedeschi e portoghesi è a tal punto disonesto che l’Europa difficilmente sopravviverà come ideale nei suoi cittadini. Alcuni dicono che può sopravvivere se l’egemonia tedesca si fa più benevola, restando egemonia. George Soros l’ha chiesto nel settembre 2012 sul New York Review of Books, con solidi argomenti. Lo esige il governo polacco. In Germania lo domanda chi teme non già l’egemonia, ma una poco splendida, introversa autoidolatria.Egemonia e autoidolatria sono tuttavia i sintomi, non la causa del male che cronicamente assilla la Germania. Sempre ai suoi governi è toccato fare i conti con il dogma della casa in ordine.

Sin dal dopoguerra la sua politica della memoria fu mutila: conscia come nessun altro del passato nazi-fascista, ma dimentica del ciclone economico che tramortì i tedeschi, negli anni ‘30, con l’austerità delle riparazioni inflitte dai vincitori. Lo scherzo della storia è atroce: proprio Keynes, che aveva denunciato nel ‘19 la punizione disciplinatrice dello sconfitto, è l’economista più inviso in Germania.

Se la Germania ha voluto un’Europa sovranazionale, fino a inserirla nella Costituzione, è perché gli ordoliberali (nella Banca centrale, nelle accademie) sono stati ripetutamente disarcionati. Adenauer impose la Cee e il patto franco-tedesco a un ministro dell’Economia – Ludwig Erhard – che fece di tutto per affossarli. Che accusava la Cee di «endogamia» protezionista, di «scemenza economica». Con Londra provò a sabotare i trattati di Roma, preferendo di gran lunga una zona di libero scambio. Non l’ascoltarono né Adenauer, né il primo capo della Commissione Hallstein, grazie ai quali la razionalità politica vinse. Lo stesso scenario riapparve con l’euro: anche qui, aggrappato a Parigi, Kohl antepose la politica scavalcando economistiMainstreame Banca centrale. Oggi il bivio è simile, ma con politici camaleontici, senza più volontà ferme. La crisi ha disilluso il popolo tedesco. L’ordoliberalismo si politicizza, assapora vendette antiche.

Non resta quindi che lo Scisma: la costruzione di un’altra Europa, che parta dal basso più che dai governi. Un progetto già c’è, scritto dall’economista Alfonso Iozzo: secondo i federalisti, può divenire un’»iniziativa dei cittadini europei » (articolo 11 del Trattato di Lisbona), da presentare alla Commissione. L’idea è di munire l’Unione di risorse sufficienti per fare crescita al posto di Stati costretti al rigore. Una crescita non solo meno costosa, perché fatta insieme, ma socialmente più giusta e più ecologica, perché alimentata dalla tassa sulle transazioni finanziarie, dalla carbon tax (biossido di carbonio) e da un’Iva europea. Dalle prime due tasse si ricaverebbero 80/90 miliardi di euro: il bilancio comune rispetterebbe la soglia dell’1,27 concordata a suo tempo. Mobilitando Banca europea degli investimenti ed eurobond, avremmo un piano di 300/500 miliardi, e 20 milioni di nuovi posti di lavoro nell’economia del futuro (ricerca, energia). Per fare queste cose occorre tuttavia che la politica torni alla ribalta e ridiventi, come dice l’economista Jean-Paul Fitoussi, non un insieme di regole automatiche ma unascelta. Occorre l’auto-sovversione di Lutero, quando scrisse le sue 95 tesi e disse, secondo alcuni: «Qui sto diritto. Non posso fare altrimenti. Che Dio mi aiuti, amen».

Il manifesto, 12 maggio 2013

LE DUE ZATTERE DELLA SINISTRA

di Norma Rangeri

Come sopravvissuti a un naufragio politico, Pd e Sel si ritrovano aggrappati a due diverse zattere: la prima galleggia dentro la corrente berlusconiana, in un mare tempestoso; la seconda cerca di ritrovare un approdo sicuro, ma le acque sono ugualmente agitate. Mentre da terra c'è chi assiste passivamente, i grillini, a questo incerto navigare. L'assemblea del Pd e la piazza di Sel hanno parlato ieri ad un elettorato sfiduciato e deluso, tentando di recuperare consenso per un'alleanza spezzata dalla scelta di un governo di larghe intese che ha seppellito l'unico vero governo di emergenza e di cambiamento chiesto dal voto. Vendola lo ha fatto sventolando le bandiere dei diritti, del lavoro, dei beni comuni, in una piazza romana mobilitata dal bisogno di ritrovare le ragioni profonde, civili, culturali, economiche per uscire da un periodo storico - fortemente segnato dal centrodestra - che ha sfigurato il paese seminando razzismo, privilegi, povertà e paura. E insieme a Stefano Rodotà è tornato a seminare il campo del centrosinistra. Nella sua assise il Pd ha aperto invece lo scontro congressuale, eleggendo come segretario un sindacalista che ha messo al centro del suo impegno i temi del lavoro, promettendo una discussione esplicita ed esortando a ritrovare un senso di appartenenza. Precipitato nell'opacità del correntismo, nello smarrimento del conflitto aperto, il prossimo congresso dovrà costruire - se ne sarà capace - le basi stesse, teoriche e politiche, di una rifondazione della sinistra.

Già da questa assemblea, emerge la voglia di un confronto sui contenuti, una presa d'atto del difetto di analisi sulla crisi che ha travolto tutte le sinistre in Europa, un riferimento esplicito ai 27 milioni di cittadini che votando ai referendum del giungo 2011 avevano indicato la strada per una sinistra italiana larga e popolare. Quel poco di dibattito di ieri ha messo in risalto i forti mal di pancia avvertiti da larga parte dei vertici (perfino Renzi ha preso le distanze dalla cosiddetta «pacificazione» che vorrebbe il Pdl) e dalla base del partito. Da qui la richiesta di produrre documenti congressuali a tesi, per impegnare non solo gli iscritti ma tutti gli elettori delle primarie a un dibattito di massa sulla natura del futuro partito. Precipitato nell'opacità del correntismo, per aver bruciato ogni rendita di posizione, l'appuntamento con l'alternativa diventa una strada quasi obbligata. Tutta la sinistra, vecchia e nuova, compresi quegli otto milioni di voti parcheggiati ai 5Stelle, sa che potrà svolgere il ruolo che le compete se le forze organizzate che la attraversano sapranno riconoscere quanto di nuovo c'è già nel mondo delle associazioni, della cittadinanza attiva, quante competenze e quanta politica già si esprime nelle forme di autogestione del territorio, dei servizi, se le amministrazioni locali, i comuni, saranno sul serio i laboratori del nuovo welfare universale.

Quanto durerà questo governo? Nessuno può rispondere. Ma sappiamo che dalla crisi europea e nazionale, dalla crisi della politica soggiogata dall'economia si esce solo con la sconfitta del liberismo, solo con le idee di uguaglianza e di libertà di una sinistra nuova. E sappiamo che questa destra, che va in piazza con il vicepremier Alfano e vari ministri per attaccare la magistratura - una vergogna che in altri tempi avrebbe fatto già saltare il governo - tirerà la corda fino a strapparla. Vogliamo sperare che in quel momento le forze di sinistra sapranno ritrovarsi per un nuovo percorso davvero comune.

APRIAMO LE PORTE AL CONGRESSO

di Walter Tocci

È tempo di voler bene al Pd. A quello rappresentato in questa sala e a quello di milioni di militanti ed elettori che ci guardano col fiato sospeso. Il Pd ha bisogno di cure, non si sente tanto bene. Chi lo ha fatto ammalare oggi vorrebbe proseguire come prima. Da quando è nato non ha mai vinto, anzi è andato sempre peggio alle elezioni politiche. Le sconfitte di ieri sembrano successi oggi. Magari avessimo i voti del 2008 che pure non bastarono per battere la destra. Magari avessimo i 19 milioni di voti del 2006 che pure non furono sufficienti per governare. Nella discesa non siamo mai riusciti a invertire la tendenza. Anche dopo l'ultima sconfitta abbiamo reagito come se non fosse successo niente. Quelli che due mesi fa si gonfiavano il petto dicendo siamo pur sempre il primo partito, ora ci spiegano con la stessa sicumera che non abbiamo vinto le elezioni e quindi il governissimo è una scelta obbligata. Più che un obbligo è sembrato un desiderio inconfessabile. Non a caso realizzato con l'ipocrisia dei 101 tiratori ben poco franchi. Ecco la verità più amara, che quasi non mi esce dalle labbra per quanto fa male. Berlusconi è stato più furbo dei nostri comandanti. In due mesi non ha sbagliato una mossa mentre i nostri non ne hanno indovinata una. Ha saputo passare all'opposizione di Monti e noi siamo rimasti col cerino in mano. È andato all'assalto del Palazzo di Giustizia ed ha vestito i panni dell'uomo di stato. Ha fatto capire agli italiani cosa voleva sull'Imu e contro l'austerità europea. Lo abbiamo preso in giro per queste provocazioni, ma ora siamo costretti ad attuarle, anche perché in parte le volevamo anche noi ma non sapevamo dirlo meglio. Il nostro messaggio è sempre stato vago: un po' di equità e un po' di lavoro. Ora abbiamo due doveri, al governo e nel partito.

1. Dobbiamo liberarci dalla superiorità tattica della destra. Bisogna dire al paese cosa ci vogliamo mettere di nostro nel governo Letta. Ci viene subito da dire «lavoro», ma anche qui fuori dalla genericità e dal conformismo. Da venti anni invece di creare lavoro si scrivono leggi e si inventano incentivi fiscali sperando che la spontaneità del mercato faccia il resto. E siamo arrivati al massimo della disoccupazione. Per creare lavoro non bastano i legulei né i fiscalisti, ci vogliono imprese creative, amministrazioni efficienti e progetti fattibili: per ristrutturare 10mila scuole rendendole più sicure e accoglienti; per recuperare la più brutta edilizia del secolo e curare l'ambiente; per trasferire nel mondo digitale la memoria della civiltà occidentale che custodiamo malamente; per sostituire alcune costose funzioni ospedaliere con reti territoriali di servizi. Ci vuole un Piano del lavoro per i giovani, non solo con la spesa pubblica, creando nuove convenienze per imprese private e sociali. Bisogna rompere il tabù che da tanto tempo impedisce di progettare e realizzare politiche attive del lavoro.

2. Dobbiamo riconquistare la fiducia degli elettori e dei militanti aprendo le finestre del partito per far entrare aria fresca. Molti vogliono dire la loro e controllare che non si ripetano altri errori. C'è un tumulto di passioni e di idee che chiede a noi parole di verità. Non deludiamo le attese. Sarebbe una diaspora definitiva e ci ritroveremmo al congresso più poveri e meno numerosi. Assemblee dei circoli e singoli iscritti avanzano le loro proposte. Chi le leggerà? Chi risponderà? Organizziamo un metodo nuovo di ascolto della nostra gente. La «mobilitazione cognitiva» di Fabrizio Barca deve realizzarsi già nella preparazione del congresso. Ci sono tecniche moderne e tecnologie adeguate per organizzare la partecipazione. Abbiamo centinaia di assistenti parlamentari e altrettante persone negli uffici stampa. Mettiamoli insieme per costituire una task-force specializzata che raccolga tutti i contributi e ne offra una sintesi alla prossima riunione di questa assemblea.

Non è il momento di arroccarsi. Già negli anni passati le correnti hanno chiuso le porte per comandare meglio. Del comitato dei fondatori del 2007 abbiamo perso tutte le personalità esterne, da Gad Lerner a Carlo Pietrini a tanti altri. Eppure, dovremmo riprovarci seriamente costituendo un «Consiglio di Saggi», cercandoli negli ambienti sociali, culturali e territoriali del nostro elettorato. Sarebbe di aiuto al traghettatore. Epifani ha ringraziato i capi corrente che lo hanno candidato. Capisco la cortesia. Gli chiedo solo di utilizzare la sua esperienza e l'autorevolezza per non rimanere prigioniero della cortesia. Viene dalle organizzazioni sindacali, le quali nel ventennio sono state certamente più solide dei partiti. Per questo motivo quando il Psi vide il pericolo di estinzione si affidò, inutilmente peraltro, a due sindacalisti come Del Turco e Benvenuto. Anche l'ultima stagione della Dc, quella dei Popolari, venne affidata al capo della Cisl, Franco Marini, che ebbe l'intelligenza di portarla nel Pd. Poi il progetto non ha funzionato come avremmo voluto. Oggi, il compito del traghettatore è più breve, ma incombono sfide politiche che renderanno burrascosa la traversata. Per approdare sulla nuova sponda dovrà togliere il comando ai professionisti delle sconfitte.

[Il testo è l'intervento consegnato all'assemblea nazionale Pd, ma non pronunciato per la chiusura della discussione]

«LA COSA GIUSTA, DI SINISTRA»

di Eleonora Martini

«Meglio sapere dove andare senza sapere come, che sapere come andare senza sapere dove». È il sindaco di Cagliari Massimo Zedda a riassumere - citando Queimada di Gillo Pontecorvo - il punto attorno a cui ruotano gli interrogativi della sinistra che c'è e più ancora di quella che verrà. Associazione cinematografica che da Spike Lee attraversa l'Atlantico per collegarsi a «La cosa giusta» da fare per «non morire di berlusconismo». Nichi Vendola parla chiaro a quel popolo che ha riempito ieri pomeriggio Piazza Santi Apostoli a Roma, accorso per la manifestazione convocata da Sinistra ecologia e libertà per dire no al governissimo: «La cosa giusta non è rompere il patto con il popolo del centrosinistra», non è lavorare «per scorticare qualche pezzo di Pd», né «rinchiuderci in un passato da sinistra radicale o minoritaria».

Il compito di Sel e di quell'associazionismo diffuso che ha riempito ieri la piazza, è «entrare da protagonisti nel tempo futuro». Insomma, mai più «due sinistre che si contendono spazi angusti», come dice Gad Lerner. E piuttosto che impegnarsi «a denunciare il tradimento del Pd», il progetto di Vendola è lavorare per «allargare le contraddizioni interne» e convincere tutti i democratici della bontà della sua proposta: «Nasca un governo di cambiamento, con le forze che sono nel campo della sinistra». Il programma di governo presentato da Enrico Letta «è irrealizzabile e velleitario». Fare la cosa giusta significa «cercare ancora», «con libertà mentale, con curiosità e senza scorciatoie». A Guglielmo Epifani Vendola rivolge «auguri sinceri» (ma in piazza c'è chi non li condivide) perché «per lui sarà complicato assolvere il compito di rimettere in piedi un grande partito di sinistra nel momento in cui il suo alleato principale è impegnato a Brescia a manifestare contro la magistratura».

E la sinistra del futuro, che è «una categoria del sociale prima ancora che del politico» (parole di Riccardo Terzi, citate più volte dal palco dove in tanti hanno preso la parola), viaggia su tre assi fondamentali: diritti, lavoro e beni comuni, il primo dei quali «non è né la scuola né l'università, ma l'istruzione». È questo l'unico bene che può traghettare l'Italia fuori da quella sottocultura «da scantinato di una repubblica morente», come la definisce Vendola riferendosi al «celodurismo» imperante nell'era berlusconiana e di cui vediamo ancora i segni negli insulti alla ministra Kyenge, per esempio, o alla presidente della Camera, Boldrini. L'istruzione è l'unico strumento per combattere quell'analfabetismo di ritorno, di cui parla Maso Notarianni (Emergency), che vede oggi «quasi l'80% degli italiani senza strumenti culturali minimi, incapaci di interpretare un qualsiasi testo scritto». Diritti soprattutto - il tasto su cui batte di più il giurista Stefano Rodotà, accolto come il vero riferimento intellettuale di questa area - che sono «l'elemento fondamentale della lotta politica»: «Tutti abbiamo uguale patrimonio di diritti fondamentali, in qualunque luogo ci troviamo e in qualunque condizioni sociale di provenienza». Ed è proprio in tempo di crisi che c'è più bisogno di attenzione ai diritti, perché sono i primi a soccombere. Diritti che si possono coniugare in mille modi, perché «sono molte le cose giuste da mettere insieme», argomenta Rodotà, un po' a disagio per i cori da stadio - «Presidente, sei solo un presidente», urlano dalla piazza -: cittadinanza, lavoro, salute, ambiente. Ma soprattutto rispetto della Costituzione e della volontà popolare: «Dobbiamo chiarire quale idea di Costituzione abbiamo: non si può però pensare di ridiscutere la forma di Stato e di governo come se i cittadini non si fossero mai espressi su questo punto». Per tutti la prima cosa giusta da fare è cambiare l'attuale legge elettorale: «Basta una norma semplice che cancelli il Porcellum per tornare al più decente Mattarellum», è la strada indicata da Vendola.

Per quanto riguarda il suo partito, il leader di Sel ha già in mente di proporre al primo congresso, in autunno, di «togliere la parola Vendola dal nostro simbolo -dice -perché io mi riconosco in voi». Parole simili le aveva pronunciate poco prima il giurista più amato a sinistra: «Questo Rodotà lo avete inventato voi».

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