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Una sistematica analisi sociologica e politica dei movimenti in corso, che ne sottolinea analogie sia con primavere arabe e caso turco, che con precedenti fasi - Europa, Usa - di liberazione sociale.

Il manifesto, 26 giugno 2013 (f.b.)

In queste ultime settimane in Brasile è in atto, pur fra molte contraddizioni, un risveglio politico. L'ultimo caso così rilevante di manifestazioni popolari risale al lontano 1992, quando i cittadini ottennero le dimissioni del presidente Collor. Da allora il Paese è notevolmente trasformato. Le politiche economiche hanno portato grandi mutamenti, che si rispecchiano nella piramide sociale. Una lieve crescita dei cittadini con alto reddito corrisponde ad una forte emersione dalla classe bassa, ovvero nuclei familiari con reddito mensile inferiore ai 1085 reais mensili (al tasso di cambio attuale 365 euro circa). Statistiche mostrano come tra il 2003 e il 2009 più di venti milioni di persone siano uscite dalla classe bassa, incontrando redditi migliori. Ma, anche in un panorama positivo, le ineguaglianze rimangono notevolmente visibili. L'apertura al mercato riscontrabile nel mandato di Dilma Rousseff preoccupa chi vorrebbe che la tendenza di ridistribuzione delle ricchezze continuasse.

Le recenti proteste sono animate prevalentemente dalla nuova classe media, che in anni recenti ha avuto accesso ad un maggiore potere acquisitivo. A scendere in piazza sono, a fianco di gruppi più politicizzati e critici, giovani che in molti casi non hanno ricevuto un'educazione di qualità. Masse che sono spesso prive di una reale coscienza politico-ideologica, perché alla crescita economica non è corrisposto un miglioramento dell'educazione. Ma che sono in grado di vedere i problemi. La coppa del mondo e le olimpiadi che saranno ospitate del Brasile nei prossimi anni sono percepiti come un trampolino mediatico, ma l'attenzione dei brasiliani che stanno scendendo in piazza è focalizzata sulla necessità di un sistema sanitario pubblico migliore e l'ancora più grave debolezza del sistema scolastico. Una fotografia scattata oggi sul panorama dell'educazione mostra uno squilibrio evidente tra quella privata di alta qualità, a cui la maggior parte della popolazione non ha accesso, e uno scarsissimo investimento nelle scuole pubbliche.

Il tema dei trasporti collettivi, che in Brasile sono quasi totalmente gestiti da imprese private, è risultato un ottimo collettore per le istanze di protesta. L'assenza di una reale politica pubblica e gli enormi interessi economici della gestione privata rendono impossibile l'implementazione di un servizio efficiente per i cittadini. Se le proteste sono state scatenate dall'aumento del costo del biglietto urbano nella città di São Paulo, l'obiettivo sembra essere ora quello del passe-livre, ovvero dell'abbattimento del costo del biglietto. Libertà di movimento quindi, che permetterebbe anche ai residenti di aree urbane penalizzate di avere accesso alla città. Una posta importante dunque, ovvero la possibilità di avere accesso a servizi, cultura e spazi che generalmente sono negati alle classi meno abbienti.
Il movimento tuttavia ingloba una moltitudine di tematiche di una eterogeneità spiazzante, che va riconosciuta. I nuclei più politicizzati del movimento lottano, ad esempio, anche contro la recente approvazione del trattamento dell'omosessualità come malattia o per una maggiore attenzione ai movimenti sociali. Ma esistono anche altre settori di manifestanti che, sostenendo istanze reazionarie, propongono messaggi antiabortisti o in supporto della riduzione dell'età penale. Condivisa da tutti è la necessità di una lotta alla corruzione, che tuttavia è un elemento contrastante. Se da una parte è chiaro che essa è un problema endemico del tessuto politico brasiliano, dall'altra risuona nelle parole della gente come slogan, suggerito e veicolato dai mass-media in gran parte privati e spesso svincolato da qualsiasi tentativo di proporre alternative politiche.
Lontano dagli allarmismi causati dagli episodi di violenza e legati più che altro al corretto svolgimento della coppa, il Brasile si trova dunque in un momento complesso e importante. Il positivo risveglio di una molteplicità di soggetti che rivendicano una partecipazione politica è danneggiato dai tentativi di una sua strumentalizzazione, in vista delle elezioni politiche dell'anno prossimo. Una strumentalizzazione facile visto il basso livello di politicizzazione della maggioranza di queste masse. La corruzione, uno dei cavalli di battaglia della critica del Partido da Social Democracia Brasileira (Psdb) all'attuale governo, appare in questo senso forse come il tema più pericoloso per il Partido dos Trabalhadores (Pt) della presidente.
Dilma promette una politica di inclusione e di destinare tutti i proventi derivanti dallo sfruttamento delle risorse petrolifere all'educazione. Una dichiarazione tenue che non soddisferà la maggior parte della popolazione, ma che comunque è un'apertura alle proteste. Il governo deve ora velocemente dare concretezza a queste dichiarazioni, evitando a tutti i costi la repressione. Dilma, seguendo il modello di Lula, adotta strategie inglobanti rispetto alle proteste, cercando di istituzionalizzare i movimenti per farli, seppur parzialmente, dialogare con il governo. Probabilmente questo avverrà per molte rivendicazioni puntuali, ma ancora non è chiaro come verranno gestite le accuse più ampie, di corruzione e di malagestione delle risorse economiche.
Dal canto loro, i movimenti sociali devono ricercare strategie per continuare la protesta e per canalizzare la partecipazione della popolazione, senza sfociare nella violenza e in forme pericolose di anti-politica che già in passato hanno veicolato forme autoritarie di governo. Il Movimento Passe Livre sembra per ora essere il settore più strutturato della protesta: la lotta che sta conducendo ha già portato risultati eccellenti e ne promette altri. Su questi nuclei e mediante l'utilizzo dei social network, che contrastano l'egemonia dei gruppi privati sulla circolazione delle informazioni, potrebbe fondarsi una nuova alternativa politica, che tuttavia, ha ancora molte sfide dinnanzi a sè.

Recensione a Guido Viale,

Virtù che cambiano il mondo (Feltrinelli), che "nasce nell' humus dei conflitti sociali e ad essi ritorna, come al proprio committente, per orientarli con una superiore strumentazione teorica". In corso di pubblicazione su il manifesto (f.b.)

L'ultimo libro di Guido Viale, Virtù che cambiano il mondo. Partecipazione e conflitto per i beni comuni, Feltrinelli Milano, pp.154, euro 12 viene innanzi tutto a rendere più netta la singolarità del profilo di questo intellettuale nel panorama culturale italiano. Viale non ha una collocazione accademica e dunque non possiede un definito profilo professionale e disciplinare. In senso stretto, non è un economista, né un politologo, né un filosofo. Non è neppure un ideologo – nel senso che in Francia si dà a questo termine – una figura che anche da noi ha talora un retroterra universitario e più spesso si ritrova fra gli intellettuali militanti ai margini estremi dei partiti politici. Lo potrei definire più precisamente un ricercatore, il quale sceglie ambiti rilevanti dell'universo sociale del nostro tempo per esplorarne i meccanismi, tentando di estrarre e di elaborare, dal nodo dei problemi che li caratterizza, soluzioni possibili a favore dell'interesse generale. E in tale operazione, come un onesto artigiano, va a cercarsi gli utensili che gli servono, vale a dire la molteplicità degli specialismi offerti dal sapere scientifico che quei problemi lumeggiano in ordine sparso.
Per questo nei suoi scritti ritroviamo, fuse in una argomentazione unitaria, le più varie discipline: dall'economia alla filosofia, dalla storia alla sociologia, dalla politologia alle scienze ecologiche. E naturalmente tali ricerche pluridisciplinari non sono finalizzate a una verifica accademica, ma si misurano con una loro possibile traducibilità operativa e politica in contesti territoriali determinati. Con piena coerenza, l'ideazione originaria della ricerca di Viale nasce nell' humus dei conflitti sociali, si nutre anche culturalmente dei saperi di cui questi sono portatori, e ad essi ritorna, come al proprio committente, per orientarli con una superiore strumentazione teorica. E' questa la modalità dei percorsi che io intravedo, ad esempio, nei suoi numerosi saggi sui rifiuti - a partire da Un mondo usa e getta del 1994 – agli studi sull'automobile e sul traffico – sin da Tutti in taxi, del 1996 – ai più recenti saggi sul riciclo e sulla conversione ecologica. Significativamente, in queste Virtù che cambiano il mondo, Viale registra tale modalità come una caratteristica diffusa dell'oggi:« La novità maggiore di questa nuova stagione sta qui: cultura, democrazia e partecipazione coincidono.»

Il libro appena uscito sistema e approfondisce il vasto campionario di temi che l'autore è andato affrontando in questi ultimi anni, scandendolo per capitoli che esaltano ben 14 virtù: dalla Dignità all'Empatia, dalla Conoscenza alla Trasparenza, dalla Condivisione alla Cura. Capitoli e temi che non sono monadi chiuse, ma larghi contenitori in cui confluisce una argomentazione tematicamente assai varia e densa, che non consente fruizioni veloci e costringe il lettore a fermarsi e a pensare. Di questa ampia platea di temi credo sia utile privilegiare un nodo strategico di grande rilevanza, che offre oggi alla sinistra un orizzonte di indubbia potenzialità egemonica. Mi riferisco al tema della conversione ecologica: una via alternativa all'attuale modello di accumulazione capitalistica, indicata anni fa da Alexander Langer – come ricorda l'autore anche in questo volume - ma su cui poi Viale ha costruito una strumentazione analitica e teorica più sistematica. I lettori del Manifesto hanno sicuramente familiarità con il tema su cui non è il caso di tornare in maniera specifica. Se non per dire che nelle riflessioni di Viale, alla base della prospettiva della riconversione ecologica, compare una visione della natura che impedisce di esaurire e di immiserire l'alternativa in un mero progetto di ristrutturazione industriale.

Non si tratta semplicemente di convertire la sfera della produzione di merci ad altri beni e altri fini, ma di ripensare innanzi tutto il nostro rapporto col mondo fisico. « La Terra - scrive Viale – è fatta di mille e mille cose particolari:” naturali” - boschi, fiumi, mari, monti, laghi, piante e animali – e di mille e mille cose “artificiali”, costruite e trasformate dall'uomo nel corso della sua storia – campi, case, città, strade, impianti, attrezzature, beni mobili e immobili – e la manutenzione e riparazione di ciascuna di esse, per farle durare nella loro forma e nel loro uso originario, finché ci possono essere utili o indispensabili, è il modo principale in cui ciascuno di noi, o ciascuna delle organizzazioni, delle istituzioni, delle associazioni di cui facciamo parte, può “prendersi cura” della salute della Terra nel suo complesso.» Questa visione olistica del mondo naturale, che oggi legge la storia e le società umane fortemente intrecciate con esso, costituisce una delle conquiste più fertili di implicazioni politiche della scienza contemporanea. Una dimensione del reale che la sinistra, in generale troppo lontana, per formazione , dalla sfera delle scienze naturali, non ha ancora saputo scorgere come un proprio terreno di egemonia.
E per la verità, leggendo Viale – uno degli autori più avvertiti e aperti a questa dimensione del sapere – mi sono stupito nel non trovare nella sua bibliografia di riferimento il nome di Edgar Morin. Lo studioso che con maggiore ampiezza e sistematicità ha criticato il riduzionismo della scienza moderna, offrendoci una immagine ormai imprescindibile di natura come rete di connessioni complesse di cui gli uomini sono parte, anche vittime , e non solo “esterne” figure dominatrici. Viale ha il merito, tuttavia, di trarre da questa visione avanzata della natura le conseguenze necessarie per interpretare più profondamente un altro grande tema elaborato dalla sinistra italiana ( e non solo ) negli ultimi anni: quella dei beni comuni. Un tema circolante nel libro insieme a un Leitmotiv in sottofondo che va segnalato: l'idea che possiamo cambiare il mondo anche con il nostro comportamento, con l'azione molecolare della nostra soggettività cooperativa, impegnata quotidianamente anche in territori delimitati.
L'autore, che ha dunque uno sguardo ecologico più ampio di tanti propugnatori dei beni comuni, ricorda che « Le lotte per i beni comuni.... hanno esiti tutt'altro che certi e meno che mai predeterminati: anzi il rischio a cui sono esposte – e, insieme ad esse coloro che se ne fanno protagonisti e l'umanità tutta - è di giorno in giorno maggiore e ha ormai assunto la forma di una minaccia ambientale planetaria». Da ciò la critica ad una delle elaborazione teoriche più rilevanti sul “comune”, diffusesi negli ultimi anni, quelle di Toni Negri e Michael Hardt, « Una minaccia – continua Viale – che il “comune” nella versione di Negri e dei suoi adepti non contempla, e per questo è totalmente estraneo alle due dimensioni che contraddistinguono la conversione ecologica come viene proposta qui: da un lato, infatti, il percorso faticoso e accidentato verso un cambiamento dei propri stili di vita in direzione di una maggiore sobrietà e di una minore aggressività reciproca è reso superfluo da un antagonismo nei confronti del potere già sempre in atto in seno alla moltitudine ».In questa visione, insomma, non c'è posto per la “riconversione” della nostra soggettività, per la nuova responsabilità verso la natura che dovrebbe animare la nostra conflittualità.
Dall'altro lato,viene meno il problema fondamentale degli attori e delle sedi per progettare il “che cosa”, il “come” e il “per chi” produrre. « In gioco - osserva Viale, in questa come in altre posizioni – c'è solo la riappropriazione, ma non la produzione di ciò che c'è da riappropriare, che in questo approccio non fa mai problema.» Prima della produzione, infatti, viene la natura che non è la cava infinita da cui estrarre materia ed energia, ma la trama complessa in cui sono impigliati i destini vitali di tutti noi.
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«Ogni volta che una idea, giusta e generosa, si fa potere, genera violenza che, a sua volta, genera dissenso fra coloro che si erano fidati dei valori di tale idea e che si sono sentiti traditi». Una recensione della recente opera di Pier Paolo Poggio per Jacabook, 26 giugno 2013

Ogni volta che una idea, giusta e generosa, si fa potere, genera violenza che, a sua volta, genera dissenso fra coloro che si erano fidati dei valori di tale idea e che si sono sentiti traditi. Ad esempio, il comunismo è nato come aspirazione ad una società di uguali, con uguali diritti, con una giusta condivisione dei beni disponibili. Milioni di persone nel mondo hanno rincorso nell'ultimo secolo e mezzo, questo ideale, con sacrifici anche personali, contrastando i governi dominati dall'egoismo, dal successo privato, dalla sopraffazione. Tale generosa aspirazione ha trovato il terreno fertile nella Russia zarista con una rivoluzione che ha portato i comunisti al governo. A questo punto, quasi come punizione per l'arditezza del sogno, i governi hanno creato burocrazie, privilegi, discriminazioni e sono diventati fonte di violenza, non solo verso gli oppositori, ma, a poco a poco, verso gli stessi comunisti in Russia e nel mondo.

Due recenti volumi sul "comunismo critico" sono stati curati dallo storico Pier Paolo Poggio della Fondazione Micheletti di Brescia e pubblicati dall'editore milanese Jacabook. Essi contengono numerosi saggi che esaminano le storie politiche ed umane dei comunisti che sono stati critici verso il comunismo sovietico e quello dei paesi del "socialismo reale" in cui il potere è stato assunto da governi ispirati al modello sovietico, con alcuni degli stessi vizi e violenza. I comunisti critici sono vissuti sia nei paesi comunisti, sia in Occidente e ciascuno ha una storia personale dolorosa e drammatica. I due volumi fanno parte di un grande affresco, che comprenderà altri tre volumi sui critici di altri "regimi", fonti di violenza e di ingiustizia, come quello capitalistico in America e quelli dei paesi europei, africani e asiatici nel corso del Novecento.

Il grande impero americano è cresciuto grazie all'immigrazione dall'Europa e dall'Asia, di persone che fuggivano dalla violenza della miseria, delle discriminazioni etniche e religiose, di governi tiranni, alla ricerca di uguaglianza e libertà. Si sono trovati davanti a terre ricche di pascoli, animali allo stato naturale, foreste, acque, abitati da nativi (quelli che sono stati chiamati "pellerossi") abituati ad una vita nomade, in equilibrio con le risorse disponibili, con abitudini e costumi del tutto diversi da quelli degli immigrati. I quali, hanno cominciato il viaggio nella nuova grande terra, sgombrando con violenza i nativi per realizzare le attività agricole, minerarie e commerciali, esercitando nei confronti dei nativi le stesse violenze da cui erano fuggiti.

Nella conquista delle nuove terre e delle loro risorse naturali ed economiche si sono subito formate stratificazioni di classe, in genere di immigrati poveri intraprendenti, premiati dal successo economico, ben presto divenuti violenti verso sempre nuove ondate di immigrati bianchi europei, neri africani, "gialli" asiatici, più poveri e ignoranti, non degni di accedere alle grandi ricchezze di terre fertili, pascoli, foreste, oro e argento, adatti solo a servire i premiati dal successo. Si sono così riprodotte le condizioni di un capitalismo selvaggio, sotto molti aspetti ancora più violento di quello dei paesi da cui erano fuggit. Gli immigrati poveri hanno portato in America le stesse aspirazioni di giustizia e di ribellione, anche violenta: con loro sono sbarcate parole come anarchia, socialismo, comunismo.

Ma con gli immigrati più colti sono arrivate anche aspirazioni di giustizia e di diritti che erano state respirate in Europa e che si sono concretizzate, dalla metà dell'Ottocento in avanti, nei movimenti per l'abolizione della schiavitù, e, più tardi per i diritti dei nativi, per il rispetto delle risorse naturali assaltate durante la conquista dell'Ovest: pascoli per l'allevamento del bestiame, foreste per trarne i materiali da costruzione

La voce delle aspirazioni di giustizia in America sono raccolte in numerosi saggi nel volume: "Il capitalismo americano e i suoi critici", curato anch'esso da Pier Paolo Poggio (Jacabook),: 740 pagine ricche di riferimenti bibliografici e biografici. Biografici, soprattutto, perché i critici sono stati persone di straordinario interesse umano, che spesso hanno pagato di persona il coraggio del loro dissenso. Si pensi al movimento di liberazione degli schiavi che ha contrapposto gli stati industriali del Nord a quelli agricoli e schiavisti del Sud e che è stato conosciuto in Europa attraverso opere letterarie e, più tardi, nel Novecento, attraverso molti film, una lunga battaglia che non è finita perché la discriminazione esiste ancora in molti stati e, quel che è peggio, "nel cuore" di molti americani bianchi, anche poveri (si pensi al film "Mississippi burning"). Attraverso il libro si trovano le figure di leader del popolo nero come W.E.B. Du Bois e Malcolm X, ma anche di coraggiose donne nere come Esther Cooper Jackson e Rosa Parks.

Molte pagine sono dedicate alle donne e uomini che si sono battuti per i diritti dei lavoratori a migliori salari e migliori condizioni di lavoro (si pensi al libro "La giungla" di Upton Sinclair sui lavoratori dei macelli di Chicago). In America sono nati i movimenti di contestazione ecologica, cominciati nell'Ottocento per la difesa delle foreste californiane e contro l'erosione del suolo provocato dallo sfruttamento delle terre agricole.

Anzi la lettura dei vari saggi mostra che il movimento "ecologico" è arrivato in Europa negli anni sessanta del Novecento dalla diffusione di scrittori americani come Lewis Mumford e, più tardi, Rachel Carson e Barry Commoner, ma, ancora prima di Rachel Carson, dagli scritti del troppo poco noto anarchico Murray Bookchin. La contestazione ecologica si intreccia con la contestazione, tutta americana, "della bomba". La corsa alla costruzione delle bombe atomiche, destinate ad assicurare il predominio americano in una gara tecnico-scientifica con l'Unione Sovietica, ha indotto gli studiosi a denunciare i danni ecologici derivanti dalla diffusione nel pianeta degli isotopi radioattivi liberati durante gli esperimenti nucleari nell'atmosfera, il pericolo di annichilazione planetaria in seguito ad un possibile conflitto militare con l'uso di bombe atomiche (si pensi al film "L'ultima spiaggia").

Contro i critici "della bomba" il capitalismo americano ha scatenato la drammatica "caccia alle streghe" contro i possibili "comunisti" esistenti fra scrittori, attori, registi e perfino contro il grande fisico Oppenheimer, l'uomo che aveva dato la bomba atomica all'America durante la II guerra mondiale. In America nasce la contestazione dell'altro veleno diffuso dal capitalismo, il consumismo che ha spinto a sfruttare le risorse naturali, ad avvelenare con i rifiuti l'aria e le acque, a fabbricare merci sofisticate e pericolose: la base dei movimenti in difesa dei consumatori.

Fra i critici del capitalismo troviamo anche rispettati studiosi come Thorstein Veblen e, più tardi, gli economisti radicali Sweezy, Galbraith e Boulding e poi l'immigrato rumeno Georgescu-Roegen. Per farla breve, il libro sui critici del capitalismo americano permette di trovare le radici di molti movimenti di contestazione europei attuali, ma permette anche di ricordare che i diritti, ad un mondo meno violento, più giusto e ad un ambiente più pulito, si conquistano con lotte e fatiche, esposti ad incomprensioni e ostilità, ma che, alla fine, si vince.

Abbiamo scelto due commenti tra i tanti dopo la condanna penale (quella morale e quella politica seguono altre vie) dell'uomo che s'impadronì dell'Italia per i suoi interessi: Norma Rangeri dal

manifesto ed Ezio Mauro da la Repubblica, entrambi del 25 maggio 2013

il manifesto

Le due facce della medaglia
di Norma Rangeri

Onestamente, i magistrati non hanno dovuto faticare molto. Non ci volevano due anni e 50 udienze per giudicare ridicola la balla della nipote di Mubarak, per valutare il comportamento gravemente concussivo di un presidente del consiglio che in piena notte, dal vertice internazionale di Parigi, telefona sei volte alla questura di Milano per sollecitare il trasferimento di una ragazza minorenne, sua ospite nelle notti di Arcore, nelle mani della maestra di burlesque, alias la consigliera regionale Nicole Minetti. Del resto né l'imputato eccellente, né i suoi difensori avevano negato le telefonate incriminate. Dunque bisognava solo dimostrare di non credere alla favola dell'incidente diplomatico con il rais egiziano.

Né bisognava essere menti raffinate per svelare "un sistema prostitutivo", maldestramente camuffato dalla trovata delle cene eleganti, alimentato da carovane di ragazze stipate nel falansterio di via Olgettina, foraggiate da fiumi di denaro. Un traffico di carne fresca così intenso e sfibrante da far sbottare una amica del Cavaliere come l'onorevole Maria Rosaria Rossi con la frase fatidica che poi darà il titolo alla saga («...allora stasera bunga bunga...mi tocca vestirmi da femmina...»).

Questa condanna a sette anni con l'interdizione perpetua dai pubblici uffici è una sentenza severa, che chiama in causa i funzionari della questura di Milano, le "olgettine", fino al musico di corte Apicella. I giudici hanno smontato, una dopo l'altra, le fantasiose ricostruzioni difensive dell'onorevole Ghedini. E il macigno del giudizio penale del processo Ruby si aggiunge alla condanna a quattro anni sui diritti Mediaset, con Berlusconi giudicato colpevole di una "colossale" evasione fiscale, come è scritto nella sentenza, questa volta di secondo grado dunque senza possibilità di appello per il merito dell'indagine.

Il caso ha voluto che nella stessa giornata la ministra Josefa Idem, per una vicenda di Ici non pagata per intero, fosse chiamata a renderne conto pubblicamente e poi invitata a dimettersi. Scegliendo di lasciare ha dato il buon esempio a una classe politica di pluricondannati incollati alla cadrega. E tanto più sono apprezzabili le dimissioni di Idem, quanto più fanno risaltare la differenza tra chi ha rispetto di se stesso e degli elettori e chi, invece, insiste a recitare la gag del perseguitato. Sono due facce della stessa medaglia: pulita quella della ministra per le pari opportunità, moneta di scambio quella dell'ex presidente del consiglio che non molla neppure di fronte alle accuse più infamanti.

Le verità giudiziarie svelano la natura criminale di un'anomalia politica che, sotto il mantello del conflitto di interessi, ha segnato e continua a connotare la vicenda italiana degli ultimi decenni. Una leadership sfigurata che in qualunque angolo del mondo avrebbe lasciato il campo, e che, al contrario, nonostante le condanne del tribunale e la sonora, doppia sconfitta elettorale (ratificata dai ballottaggi siciliani), torna invece a dettare l'agenda nella surreale cornice delle larghe intese.


La Repubblica
L’abuso e la dismisura

di Ezio Mauro

Un'Italia compiacente e intimidita si chiede che cosa succederà adesso, dopo la sentenza sul caso Ruby del Tribunale di Milano che condanna in primo grado Silvio Berlusconi a sette anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Nessuno si pone la vera domanda: cos’è successo prima, per arrivare ad una sentenza di questo genere? Cos’è accaduto davvero negli ultimi vent’anni in questo sciagurato Paese, nell’ombra di un potere smisurato e fuori da ogni controllo, che concepiva se stesso come onnipotente ed eterno? E com’è potuto accadere, tutto ciò, in mezzo all’Europa e agli anni Duemila?

La condanna sanziona infatti due reati molto gravi — concussione e prostituzione minorile — sulla base del codice penale, dopo un processo di due anni e due mesi, con più di 50 pubbliche udienze. L’accusa ha dunque avuto ragione, vedendo un comportamento criminale nel tentativo di Silvio Berlusconi di sottrarre una minorenne accusata di furto al controllo della Questura, imponendo ai funzionari la sua autorità di presidente del Consiglio, addirittura con l’invenzione di uno scandalo internazionale, perché Ruby era «la nipote di Mubarak».

La difesa sostiene che non ci sono vittime per i reati ipotizzati, non ci sono prove e c’è al contrario la criminalizzazione di uno stile di vita e di comportamenti privati (le cosiddette “cene eleganti”), distorti da una visione voyeuristica e moralista che li ha abusivamente trasformati in crimine, fino alla sanzione di un Tribunale prevenuto, anche perché composto da tre donne.

Io credo in realtà che ci sia un metro di giudizio che viene prima della condanna e non ha nulla a che fare con il moralismo. Si basa su due elementi che Giuseppe D’Avanzo quando rivelò questo scandalo richiamò più volte — da solo e ostinatamente — sulle pagine di Repubblica. Sono la dismisura e l’abuso di potere. Di questo si tratta, e cioè di due categorie politiche, pubbliche, e impongono un giudizio politico per un leader politico che nel periodo in cui è scoppiato il caso Ruby aveva anche una responsabilità istituzionale di primissimo piano, come capo del governo italiano. «La questione — scriveva D’Avanzo — non ha nulla a che fare con il giudizio morale, bensì con la responsabilità politica. Questo progressivo disvelamento del disordine in cui si muove il premier e della sua fragilità privata ripropone la debolezza del Cavaliere, tema che interpella la credibilità delle istituzioni», perché tutto ciò «rende vulnerabile la sua funzione pubblica, così come le sue ossessioni personali possono sottoporlo a pressioni incontrollabili».

La dismisura dunque come cifra dell’eccesso di comando, grado supremo della sovranità carismatica, con il voto che cancella ogni macchia e supera ogni limite, rendendo inutile ogni domanda, qualsiasi dubbio, qualunque dovere di rendiconto. E l’abuso di potere come forma politica di quella sovranità sciolta da ogni controllo, e insieme sua garanzia perenne. Perché nel sistema berlusconiano, dice D’Avanzo, «il potere statale protegge se stesso e i suoi interessi economici, senza scrupoli e apertamente. Con l’intervento a favore di Ruby quel potere che sempre privatizza la funzione pubblica muove un altro passo verso un catastrofico degrado rendendo pubblica finanche la sfera privatissima dell’Eletto. In un altro Paese appena rispettoso del canone occidentale il premier già avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni. Nell’infelice Italia invece l’abuso di potere è il sigillo più autentico del dispositivo politico di Silvio Berlusconi. È un atteggiamento ordinario, un movimento automatico, una coazione meccanica».

Questo è ciò che ci interessa. Il disvelamento clamoroso di comportamenti privati di un uomo politico che imbarazzano le istituzioni e addirittura le espongono al ricatto, e spingono quel leader ad alzare la posta dell’abuso, imprigionandosi ogni volta di più in una rete di richieste esose, traffici pericolosi, intermediari vergognosi, pagamenti affannosi: fino al momento in cui si avvera la profezia di Veronica Lario sul «ciarpame senza pudore» delle «vergini offerte al Drago», si costruisce un castello di menzogne sui rapporti con la minorenne Noemi, si soffoca nel taglieggiamento incrociato dei profittatori e mezzani Lavitola e Tarantini, e infine si inciampa nel codice penale sul caso Ruby, perché qualcosa di inconfessabile spinge il premier a strappare quella ragazza dalla Questura, affidandola ad una vedette del bunga-bunga spacciata per “consigliere ministeriale”, per scaricarla subito dopo da una prostituta brasiliana.

Si capisce che questo processo milanese, costruito sull’inchiesta di Ilda Boccassini, sia stato vissuto da Berlusconi come la madre di tutte le accuse. L’ex premier nei due anni del dibattimento ha potuto giocare tutte le carte della sua difesa, compreso lo straordinario peso mediatico di un leader politico che ha invocato “legittimi impedimenti” ogni volta che ha potuto spostando ad hoc persino le sedute del Consiglio dei ministri, e ha addirittura imbastito due serate di gran teatro televisivo (una prima della requisitoria, l’altra prima della sentenza) sulle reti di sua proprietà con una sceneggiatura che sembrava anch’essa di sua proprietà, per parlare direttamente alla pubblica opinione sanzionando in anticipo la propria innocenza.

Questo “concerto” aveva da qualche mese una musica di fondo la “pacificazione”, che è il concetto in cui l’egemonia culturale berlusconiana tenta di trasformare la ragione sociale del governo Letta, nato dall’emergenza e dalla necessità, e dunque senza radice e cultura ideologica, com’è naturale per un esecutivo che tiene insieme per un breve periodo gli opposti, cioè destra e sinistra. Questa necessità, e questa urgenza, per il Pdl e per i suoi cantori sono diventate invece qualcosa di diverso, quella “pacificazione” che dovrebbe chiudere i conti con il passato, sacralizzare Berlusconi come punto di riferimento istituzionale del nuovo quadro politico e del nuovo clima, farlo senatore a vita o vertice di un’improvvisata Costituente, in modo da garantirgli un salvacondotto definitivo.

Praticamente, è la proposta di prendere atto che lo scontro tra la legalità delle norme e delle regole e la legittimità berlusconiana derivata dal voto popolare sta sfibrando il sistema senza un esito possibile. Dunque il sistema costituzionalizzi l’anomalia berlusconiana (reati, conflitti d’interesse, leggi ad personam, strapotere economico e mediatico) e la introietti: ne risulterà sfigurato ma infine pacificato — appunto — perché nel nuovo ordine tutto troverà una sua deforme coerenza.

L’egemonia culturale crea senso comune, che in Italia si spaccia per buon senso. E dunque la destra pensava che il “clima” avrebbe prima addomesticato la Consulta, chiamata alla pronuncia definitiva sul legittimo impedimento che avrebbe ucciso il processo Mediaset, dove l’ex premier è già stato condannato a quattro anni. Poi l’“atmosfera” avrebbe dovuto contagiare il Tribunale di Milano, già avvertito fisicamente del cambio di clima dalla manifestazione dei parlamentari Pdl sul suo piazzale e nei corridoi. Infine la “pacificazione” dovrebbe salire le scale della Cassazione, per il giudizio Mediaset, sfiorare il Colle che ieri Brunetta chiamava in causa dopo aver definito la sentenza «atto eversivo», bussare alla porta di Enrico Letta (che ha già detto di no) e soprattutto del Parlamento, visti i tanti vagoni fantasma che aspettano nell’ombra delle stazioni morte il treno del decreto svuota-carceri, pronti ad assaltarlo con il loro carico di misure salva-premier, dalle norme sull’interdizione dai pubblici uffici fino all’amnistia, generosamente suggerita dai montiani. Il disegno berlusconiano prevede colpi di mano e maggioranze estemporanee, col concorso magari di quei parlamentari cannibali del Pd che nel voto segreto hanno già dimostrato di essere buoni a nulla e capaci di tutto.

Da ieri tutto questo è più difficile. La Consulta ha fatto il suo dovere, ricevendo in cambio accuse vergognose. E il Tribunale di Milano ha portato fino in fondo il processo - che è il risultato più importante - assicurando giustizia e uguaglianza del trattamento dei cittadini davanti alla legge nonostante le intimidazioni preventive. Nella sentenza c’è un giudizio di condanna durissimo, per due reati molto gravi, soprattutto per un uomo di Stato che ha rappresentato le istituzioni. Non solo: il Tribunale ha trasmesso gli atti che riguardano 32 testimoni alla Procura, perché valuti se hanno reso falsa testimonianza in dibattimento. Sono ragazze “olgettine”, a libro paga del Cavaliere, amici suoi e stretti collaboratori, funzionari della Questura come Giorgia Iafrate. Con questa decisione, il Tribunale sembra convinto di aver individuato una vera e propria rete di organizzazione della falsa testimonianza di gruppo. Sarà la Procura a valutare se è così e chi è l’organizzatore, mentre è già chiaro che il beneficiario è Berlusconi. L’influenza economica, l’abuso di potere potrebbero arrivare fin qui.

Restano le conseguenze politiche. La più netta, la più chiara, sarebbe il ritiro di Berlusconi dalla politica, come accadrebbe dovunque. Ma in Italia non accadrà. La politica è il vero scudo del Cavaliere. E il governo, con la sua maggioranza di contraddizione, è l’ultimo tavolo dove cercherà di trattare, assicurando qualsiasi cosa (la durata dell’esecutivo fino alla fine della legislatura, la personale rinuncia a candidarsi alla Premiership) in cambio di un aiuto sottobanco. Altrimenti, salterà il banco, e dopo la breve parentesi da statista, il Cavaliere tornerà in piazza, incendiandola. Perché il populismo ha questa concezione dello Stato: o lo si comanda o lo si combatte, nient’altro.

L'Uomo del No Ponte ha vinto. Se si può fare a Messina si può anche altrove. I vecchi partiti possono non intralciare se c'è una volontà concorde sulle priorità. Il manifesto, 25 giugno 2013


Nessuno ci aveva creduto, anche se tanti ci speravano. Nessun esperto,politologo, sociologo o opinion leader che conosce Messina avrebbe scommesso unsoldo sulla vittoria di Renato Accorinti e del movimento che lo ha sostenuto«Cambiare Messina dal basso». Un movimento contro una intera armata : dal Pdall'Udc ed a parte del Pdl , che significa di fatto tutta la vecchia Dc, che aMessina aveva storicamente percentuali che sfioravano il 50 per cento. Nel primo turno questa corazzata aveva preso con nove liste il 65.7per cento dei voti, contro il 9 per cento del movimento che sosteneva RenatoAccorinti sindaco. Ma, nella scelta del sindaco- dato che il voto è disgiunto -Calabrò, candidato delle nove liste aveva preso il 49.94 per cento, Accorintiil 23.5 per cento superando il candidato ufficiale del Pdl ed andando così alballottaggio.

Dietro Felice Calabrò, i poteri forti di Messina, i boss dellapolitica e degli affari da Francantonio Genovese a Gianpiero d'Alia, allafamiglia Franza che ha il monopolio dei trasporti su gomma nello Stretto diMessina. Dietro Renato Accorinti solo tanto entusiasmo, una mobilitazionespontanea di una parte crescente della città, dai ceti medi intellettuali aigiovani senza futuro delle periferie, la generazione degli anni '70 - quella acui Renato Accorinti appartiene - insieme alla nuove generazioni, senzasoluzione di continuità, in un abbraccio carico di speranza e di progettualitàche ha guidato tutta la campagna elettorale.

Renato Accorinti non è sceso in campo oggi, perché è sul campo dellebattaglie ambientaliste e pacifiste da quarant'anni, è stato il leader delmovimento No Ponte, è stato dentro tutti i conflitti sociali e le lotte per ladifesa del territorio dell'Area dello Stretto. La sua semplicità, la suacoerenza estrema, ma sempre non violenta (anche in campagna elettorale non hamai demonizzato o insultato i suoi avversari) hanno fatto breccia sullapopolazione messinese. Renato è diventato un leader malgré lui meme, perché èla gente dei quartieri popolari quanto dei ceti medi che lo ha visto comeun'ancora di salvezza, per fare uscire questa città da oltre mezzo secolo diabbandono e di crescente degrado. E' diventato un punto di riferimento perchéha parlato al cuore e non alla pancia della gente. Non ha promesso nessunacamionata di soldi, di grandi opere o mega progetti, ha chiesto invece tanto epiù volte: siete voi miei concittadini che vi dovete riprendere in mano lacittà perché nessuno lo potrà fare al vostro posto. Con tutta l'umiltà che locontraddistingue, ha formato una giunta comunale con tecnici di valore edonestà ampiamente riconosciute, che hanno già redatto un piano di rilancioecosostenibile della città, fino agli anni '50 del secolo scorso, uno deicentri urbani più prospero e vitale del Mezzogiorno.

Questavittoria ha poco a che fare con altre vittorie che hanno contraddistinto leultime elezioni municipali in Italia, così come quelle precedenti di Napoli,Milano, Genova, ecc. Innanzitutto perché a Messina è stato sconfitto ilcentro-sinistra. Anzi, di più: sono state sconfitte le «larghe intese» perchédi fatto i capi residui del Pdl avevano stretto un accordo sottobanco con iveri capi del Pd-Dc che dominava la città. In secondo luogo, Renato Accorintinon è un magistrato o avvocato di successo, un noto docente universitario, ungrande comunicatore o un ex-comico, ma un semplice professore di educazionefisica alle scuole medie che nei momenti più caldi della campagna elettorale acontinuato ad andare a Scuola, a fare gli scrutini, proprio nel giorno delprimo turno elettorale. Infine, perché questa vittoria manda un segnale precisodal profondo Sud: la classe politica che ha tenuto sottoscacco il Mezzogiornodopo la seconda guerra mondiale è arrivata al capolinea. Non solo per scandalied incapacità, ma anche per un dato strutturale: non ci sono più le risorseeconomiche per alimentare queste macchine elettorali che hanno governato perdecenni. Il successo, alle regionali, di Grillo in Sicilia aveva mandato unprimo messaggio, un chiaro segnale che il controllo clientelare/mafioso deivoti era saltato. Ma, si trattava ancora di un voto di protesta, mentre conl'elezione di Renato Accorinti - l'uomo del No Ponte che porta sempre sullamaglietta - si è aperta una nuova stagione non solo per il Sud d'Italia, ma pertutto il paese.
La marcia in ordine sparso dei sindacati è costata cara ai lavoratori e all’economia. Oggi prima condizione è l’unità del mondo del lavoro; seconda avanzare le richieste giuste, evitando gli errori del passato.

La Repubblica, 23 giugno 2013

VEDERE una piazza piena di lavoratori appartenenti alle maggiori confederazioni sindacali che manifestano il loro scontento per lo stato in cui versano l’occupazione e l’economia, mentre i segretari si alternano sul palco per chiedere che il governo assuma finalmente qualche iniziativa seria in tema di politiche del lavoro, è un buon segno per l’intera società – con una nube residua all’orizzonte che speriamo arrivi a dissiparsi.
La marcia in ordine sparso dei sindacati italiani, durata un decennio, è costata cara ai lavoratori e all’intera economia. Lo attestano sia i dati sia molte diagnosi sugli effetti della crisi nel nostro Paese. Fra il 1990 e il 2009 la quota salari sul Pil si è ridotta di quasi il 7 per cento in Italia, ma solo del 5 in Germania, del 4 nel Regno Unito, e meno del 3 in Francia. I sette punti in meno andati al lavoro, che in moneta corrente valgono oltre 110 miliardi, sono andati ai profitti e alle rendite. Ma non si sono affatto trasformati in investimenti produttivi. Per quasi tutto il periodo gli investimenti in capitale fisso (impianti, macchinari) sono regrediti, segnando un picco negativo nel 2008-2009. Dove sono finiti profitti e rendite? In prevalenza hanno preso la strada degli investimenti finanziari. Per alcuni anni, questi ultimi hanno reso molto di più degli investimenti nell’economia reale, per cui le imprese hanno destinato ad essi i profitti, in misura maggiore che non negli altri paesi Ue. Con una ricaduta che ha nuociuto anche alle imprese. Infatti almeno l’80 per cento del Pil è formato dai consumi delle famiglie, e se a queste vengono a mancare decine di miliardi l’anno, i risultati si vedono: migliaia di serrande abbassate e d’impianti fermi.

Se mai i sindacati pensassero di presentare unitariamente al governo dei temi su cui discutere, in luogo della pioggerella di miniprovvedimenti sul lavoro che esso ha finora escogitato, c’è solo da scegliere. In primo luogo bisognerebbe chiedere al governo di mettere al primo posto nella sua agenda il tema della piena occupazione. Può sembrare chiedere troppo, di fronte ai numeri della disoccupazione. Il fatto è che se lo scopo primo della politica economica è quello di puntare alla pienaoccupazione, molte altre politiche ne discendono a cascata in modo preordinato, a cominciare da quelle riguardanti la crescita. Nel caso che il Pil dovesse ricominciare a crescere, ma l’occupazione no — situazione assai probabile — quei tot milioni non ne trarrebbero nessun vantaggio. La piena occupazione non è nemmeno un obbiettivo di sinistra. Uno dei libri più acuti e concreti sull’importanza economica, sociale, politica di porre la piena occupazione in cima all’agenda governativa è stato scritto tempo fa da un grande liberale (William Beveridge).

Nell’agenda del governo i sindacati uniti potrebbero pure chiedere di inserire la distribuzione del reddito e della ricchezza. Il più drammatico mutamento sociale degli ultimi trent’anni è stata la redistribuzione dell’uno e dell’altra dal basso verso l’alto che si è verificata nella Ue come in Usa. La caduta della quota salari in quasi tutti i paesi Ocse è stata soltanto un aspetto di tale redistribuzione alla rovescia, che facendo crescere a dismisura le disuguaglianze ha contribuito non poco a preparare la crisi esplosa nel 2007. I sindacati non hanno molti mezzi per premere in tale direzione, ma almeno uno di peso ce l’hanno: il contratto nazionale di lavoro. La sua funzione è stato ridotta dall’importanza che gli ultimi governi e una parte dei sindacati hanno inteso dare alla contrattazione decentrata. Ma se si vuole restituire ai lavoratori qualcosa di ciò che hanno perso negli ultimi vent’anni, è difficile individuare altre strade che non comprendano la contrattazione a livello nazionale.

Vi sarebbe ancora una richiesta da portare unitariamente al governo: elaborare una politica industriale. Ma non una politica qualunque. Piuttosto una politica che parta da una quasi certezza: i posti di lavoro andati persi dopo il 2007 non saranno mai più recuperati nei medesimi settori produttivi o affini. Il motivo va visto nel grande sviluppo che l’automazione di terza generazione ha avuto in pochi anni. Il suo punto di forza sono i robot intelligenti, capaci di fare moltissime cose che appena un lustro fa soltanto la mano dell’essere umano era capace di fare. Ora si dà il caso che l’Italia sia stato nel triennio 2010-2012 il maggior acquirente di robot industriali d’Europa, dopo l’irraggiungibile Germania. Cessata per ora, con qualche delusione, l’euforia per gli investimenti finanziari, le imprese hanno ripreso a investire in capitale fisso, dando però la preferenza ai macchinari che sostituiscono il lavoro umano. Una politica industriale che guardi un po’ più avanti dell’anno prossimo, dovrebbe quindi essere concepita per attuare una transizione ordinata di masse di lavoratori dai settori produttivi investiti dalla nuova automazione, ad altri settori sia tradizionali che innovativi, purché essi comportino un’alta intensità di lavoro e una difficile sostituibilità da parte delle macchine.

Con proposte del genere, i sindacati di nuovo uniti potrebbero riempire l’agenda del governo per lungo tempo. Tra un intervallo e l’altro della discussione, potrebbero anche cercar di diradare la nube cui ho accennato all’inizio. Va bene l’unità al tavolo del governo. Ma per far avanzare qualsiasi genere di proposta non effimera, sarebbe necessaria anche l’unità ai tavoli dove i sindacati hanno di fronte le imprese. Tale unità al momento non esiste, perché una delle maggiori federazioni a quei tavoli non ha il diritto di sedersi, o di esservi rappresentata. Potrebbe essere giunto il momento di dar attuazione per legge all’articolo 39 della Costituzione, stando al quale tutti i sindacati registrati hanno uguale personalità giuridica.

il manifesto, 22 giugno 2013

Può accadere che in un paese come in Cina, durante la fase rivoluzionaria, sia stato elaborato un concetto di classe commisurato con le caratteristiche della sua situazione sociale, e che nella fase della rimozione linguistica del concetto di classe (contemporaneamente o quasi alla rimozione anche in Occidente), sia stata invece creata una vera e propria classe? In Cina, sì, può accadere. Ora che il Dragone affronta la seconda fase del suo sviluppo neoliberista, dopo che come tutto il mondo, anche se in modo diverso, ha vissuto il suo 2008, ovvero l'anno che ha imposto il passaggio da un modello economico ad un altro e che secondo il noto intellettuale cinese Wang Hui chiude il Novecento cinese, ci si trova a chiedere quale significato abbia la parola «classe» ( jieji in cinese) e in che modo il concetto ad essa legato si è evoluto per arrivare ai nostri giorni. Da quando cioè Mao si chiese quali erano gli amici e quali i nemici, per forgiare un concetto di classe basato sulla condizione sociale più che sulla posizione dei singoli all'interno del modo di produzione, la storia cinese ha sancito un cambio di paradigma immenso. Da un lato sono stati abbandonati Mao e Marx, almeno ufficialmente, per passare a Weber, senza dirlo troppo in giro, contemplando una suddivisione tra strati sociali ( jieceng) , che fosse in grado di preparare la Cina alla nuova modernità occidentale e neoliberista. Ma proprio il processo economico neoliberista ha finito per provocare prima una proletarizzazione dei cosiddetti lavoratori migranti e infine una proletarizzazione incompiuta, che riporta di attualità il tema della classe, non solo nella riflessione che proviene da sinistra. Il 25 marzo sul Time , Michael Schuman titolava un suo articolo «La rivincita di Marx, come la lotta di classe sta formando il mondo». Schuman basa la propria analisi soprattutto sull'ineguaglianza - diffusa in tutto il mondo, in particolare in Cina, dove l'indice di Gini, per misurare il coefficiente di diseguaglianza sarebbe allo 0,61 secondo alcune ricerche pubblicate nei mesi precedenti - concentrandosi sul revival di Marx in Cina, utilizzando come espediente un artista.

Il passato rimosso

L'aggancio della Cina alla modernità neoliberista sembra contraddire, proprio per la creazione di un conflitto tipicamente marxista tra lavoratori e «borghesia», gli auspici di chi come Giovanni Arrighi - in Adam Smith a Pechino (Feltrinelli), ma anche ne Il Lungo XX Secolo (Il Saggiatore) - prevedeva che l'egemonia cinese potesse sganciarsi dal consueto modus operandi del capitalismo (in particolare dal modello egemone esercitato dagli Usa). Lo sviluppo cinese ha tuttavia finito per ricreare le stesse dinamiche «occidentali», seppure in un contesto differente. Secondo Pun Ngai e Chris King-Chi Chan «una nuova classe operaia cinese sta lottando per nascere, proprio nel momento in cui il linguaggio della classe è stato messo a tacere. La formazione di questa nuova classe nella Cina contemporanea è stata strutturalmente tenuta in scacco dagli effetti discorsivi e istituzionali» (Pun Ngai, Cina, la società armoniosa. Sfruttamento e resistenza degli operai migranti , a cura e con introduzione di Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto, Jaca Book). Ma quali sono questi effetti discorsivi e istituzionali? La risposta investe necessariamente il concetto di classe, che il pensiero dominante evita di affrontare, tranne in alcuni ambienti che spesso vengono fatti ricadere nella generica definizione di Nuova Sinistra. Quest'ultima, per altro, dopo la batosta seguita alla caduta di Bo Xilai, risulta ad oggi sparpagliata e ormai priva di un corpo teorico unico.

La depoliticizzazione del partito

Per quanto riguarda l'eliminazione del termine «classe», si tratta di una vera e proprio rimozione storica. La Cina per agganciarsi al modello neoliberista ha dovuto abbandonare il discorso politico, trasformando il Partito Comunista in un metodo di governo da parte del potere economico. Si è trattato di un vero e proprio processo di depoliticizzazione generale, che ha modificato il Partito e la teoria politica stessa, compreso il concetto di classe. Fino alla morte di Mao il partito stesso era composto per lo più da contadini e operai. Come sottolinea Joel Andreas nel suo Red Engineers: The Cultural Revolution end the Origin of China's New Class, (Stanford University Press) il cambiamento «teorico» è stato anche pratico nelle file del Partito. Nel 1949, l'80 percento del Partito era composto da contadini. Come specifica Bo Yibo, il padre di Bo Xilai, il politico di «sinistra» epurato a pochi mesi dal diciottesimo congresso del Partito, «era naturale che il nostro Partito fosse composto da contadini e lavoratori che avevano appena abbandonato il campo di battaglia».

Dopo la morte di Mao, Deng cominciò l'opera di erosione del passato. Fu poi Jiang Zemin con la sua teoria delle tre rappresentatività ad abbondare il Partito «classista» di Mao, trasformando il Pcc in un covo di burocrati, oggi miliardari. Proprio Mao del resto aveva dovuto creare un concetto di classe, che ha finito per uccidere il partito in fazioni, come conferma David S.G. Goodman, professore di scienze politiche specializzato in Cina dell'Università di Sidney.
Recentemente con Beatriz Carrillo ha scritto China's peasants and worker: changing class identity. «Tra il settembre 1976 e l'aprile 1978 - afferma il docente australiano - ci fu una vera e propria rivoluzione culturale in termini personali, con un cambiamento del 65 per cento degli individui che occupavano posizioni di leadership all'interno del Partito, di cui la maggioranza erano "ritorni". All'epoca ci fu poco sviluppo teorico intorno al concetto di classe, anche se il minimo dibattito tendeva a puntare il dito contro la Banda dei Quattro». Con la crescita della Cina, in poco tempo, «la classe dei lavoratori comprese di non essere più la ruling class del paese», racconta Fred Engst nel suo ufficio dell'Università di Pechino dove insegna economia. Comincia così l'era degli «ingegneri rossi» per riprendere il discorso di Andreas, che porterà la sociologia cinese a concepire una divisione sociale in strati (dieci) capace di annullare le valenze di classe e preparare la Cina all'avvento dell'unica classe di cui oggi si parla sui media e in alcuni ambiti accademici: la classe media.
Nel ventre della Cina la «classe media» costituisce il 10 percento della popolazione attiva, ma potrebbere rappresentarne il 40 percento in pochi anni. Crescono anche i fluttuanti, i lavoratori migranti, il soggetto protagonista di una migrazione storica e oggi a cavallo tra mondo rurale, senza essere agricoltori, e mondo urbano, senza essere cittadini. «Bisogna distinguere - spiega Fred Engst che sull'argomento ha scritto un paper, The Rise of China and Its Implications - tra chi arriva dalla campagna ed ha il sogno da piccolo borghese e chi invece è proletario cittadino e si sente completamente operaio». Allude agli operai di nuova generazione che vogliono essere definiti «operai e basta», come raccontano quando interpellati. Di fatto sono un esercito che si muove, scruta e si agita, nel cui cuore forse aleggia il nuovo sogno cinese: diventare laoban , boss, ovvero «classe», ma media.

La Repubblica, 21 giugno 2013

I fatti di Firenze riportati ieri da questo giornale (“Assessori, escort e coop, i segreti hard di Firenze”) non sono certo un caso isolato nel nostro paese, anzi sono convinto, e con me penso lo sia la gran parte degli italiani, che ogni nostra città o cittadina presenti una realtà più o meno analoga. Si tratta di una constatazione abbastanza inquietante, almeno per me che sono spesso chiamato a parlare di etica. Ne ho parlato l’altro giorno in una tavola rotonda promossa da Conad in occasione dell’assemblea di bilancio, all’inizio di questo mese ho tenuto uno specifico corso di etica ai futuri commissari presso la Scuola Superiore di Polizia, molte volte sono stato invitato a discuterne nei licei del nostro paese, nelle aule universitarie, nelle piazze che ospitano manifestazioni culturali. Ricordo una volta a Roma nell’aula magna della Luiss, l’Università della Confindustria, di aver dovuto rispondere alla domanda sul perché il bene dovrebbe essere sempre meglio del male se il male talora risulta più efficace, sul perché si dovrebbe essere onesti e leali anche quando è possibile non esserlo, e non esserlo risulta più conveniente. Devo dire che ogni volta, prima di prendere la parola, ho sentito sorgere dentro di me una sorta di sottile disagio, procurato dal fatto di percepire sui volti che mi osservavano il disinteresse e la noia per quell’argomento di cui stavo per parlare.Anche per questo cito qui a mia discolpa una frase di Shakespeare: “Perdonatemi questa predica di virtù, perché nella rilassatezza di questi tempi bolsi la virtù stessa deve chiedere perdono al vizio, sì, deve inchinarsi a strisciare” (Amleto3,4). “Buonista” si usa dire, cioè poco capace di incidere sulla realtà effettiva delle cose. Gli allenatori delle squadre di calcio quando mandano in campo i calciatori dicono che li vogliono “cattivi” oppure “cinici”, il che per loro significa efficaci. Non fanno che esprimere il pensiero dominante: chi è cattivo vince, chi è buono no. Come nello sport, così nella vita: chi è cattivo riesce, chi è buono no. Questo è il pensiero che abita la mente occidentale da qualche secolo a questa parte e che ha trovato la sua consacrazione teoretica nel pensiero di Friedrich Nietzsche, il filosofo preferito da Mussolini e Hitler (in un discorso alla Camera del 26 maggio 1934 il Duce si dichiarò “discepolo di Federico Nietzsche polacco germanico”, mentre il Führer si recò in visita più volte all’archivio del filosofo, gestito, e strumentalizzato, dalla sorella Elisabeth). La cosa curiosa, e per me preoccupante, è che l’interpretazione maggioritaria di Darwin vede l’uomo e la natura esattamente nella medesima prospettiva che fa della forza e della furbizia l’arma migliore per vivere, per cui oggi anche da sinistra (dove il darwinismo ha ormai sostituito il marxismo quale orizzonte teoretico) si tende a pensare l’uomo e la vita in questa prospettiva spietata e rapace.

Mi rendo perfettamente conto che queste affermazioni filosofiche andrebbero più adeguatamente argomentate, ma qui mi posso solo limitare a dichiarare che in me non suscita alcuna meraviglia il fatto che alcuni funzionari delle nostre istituzioni possano abusare della loro funzione per soddisfare appetiti sessuali, in qualche caso addirittura con i soldi pubblici: il nostro comportamento infatti discende dalla nostra mente, e la mente è guidata per lo più istintivamente dalla gerarchia esistenziale in base a cui è configurata, per cui se non c’è nulla di più rilevante della propria volontà di potenza, e se non si può arrivare alle vette letterarie e filosofiche di Nietzsche, è logico che ci si avventi su orizzonti più caserecci.

Il problema quindi non è l’immoralità pratica, che sempre ha accompagnato il fenomeno umano e sempre l’accompagnerà, ma è la debolezza del sentire etico che fonda la differenza tra moralità e immoralità sostenendo che la prima sia spesso meglio della seconda. Gli uomini hanno sempre praticato delle trasgressioni a livello etico, ma un tempo quando si era immorali ci si sentiva fuori posto (peccatori nella versione cattolica, inadempienti agli obblighi della coscienza nella versione laica), oggi si è immorali e ci si sente furbi e vincenti. E la cosa vale tanto per chi si dice cattolico quanto per chi si dice laico.

Il problema, in altri termini, è la mancanza di fondamento dell’etica. Torna la domanda che mi è stata posta da uno studente: perché il bene dovrebbe essere meglio del male, se il male talora risulta più efficace? Io penso che a questa domanda si possa rispondere solo andando ad appoggiarsi al fondamento ultimo dell’etica, e penso altresì che tale fondamento abbia molto a che fare con la fisica, con la natura intima della realtà. È infatti un clamoroso falso che la cattiveria e l’immoralità siano più produttivi e più appaganti del bene e della giustizia. Che non lo siano lo dimostrano gli stati nei quali è più bassa la corruzione (Danimarca, Norvegia e in genere i paesi del nord Europa) e nei quali corrispettivamente è più alto il tasso di benessere sociale e individuale. L’etica infatti non fa che esprimere a livello interpersonale la logica della relazione armoniosa che abita l’organismo a livello fisico e che lo fa essere in salute, l’armonia tra le componenti subatomiche che compongono gli atomi, tra gli atomi che compongono le molecole, e così sempre più su, passando per cellule, tessuti, organi, sistemi, fino all’insieme dell’organismo. Lo stesso vale per la vita psichica, tanto più sana quanto più alimentata da relazioni armoniose, in famiglia, a scuola, al lavoro, e viceversa tanto più malata quanto più esposta, magari fin da piccoli, a relazioni disarmoniche e violente. Il segreto della vita in tutte le sue dimensioni è l’equilibrio, e l’etica non è altroche l’equilibrio esercitato tra persone responsabili.

Il nostro è un paese di individui che si credono furbi perché trasgrediscono le regole dell’ordine etico e civico, ma che in realtà sono semplicemente ignoranti perché tale continua trasgressione produce il caos quotidiano dentro cui siamo costretti a vivere, fatto di approssimazione, diffidenza, nervosismo, disattenzione, e tasse elevatissime cui corrispondono servizi spesso ben poco elevati. Intendo dire che rispettare le regole, comprese quelle che riguardano la vita privata (perché chi non è fedele nel privato non lo sarà certo nel pubblico) è la modalità migliore di raggiungere quel poco o tanto di felicità che la vita può dare.Qualche giorno fa pagando il conto in una pizzeria di Roma il cassiere mi diede dieci euro in più. Gli dissi che stava sbagliando e guardandolo potei avvertire nei suoi occhi il passaggio da uno sguardo di minacciosa difesa a una luce particolare. Finì che offrì a me e a chi era con me una grappa per festeggiare. Che cosa? I dieci euro recuperati? Credo qualcosa di più.

Due questioni inseparabili: come costruire una società e un'economia fondate su una concezione "umana" del lavoro; come cominciare a farlo da subito.

Il manifesto, 19 giugno 2013

Alla fine ci si torna sempre. A quella contrapposizione di principio tra reddito di cittadinanza e piena occupazione, impermeabile al mutare delle circostanze e indifferente al corso della storia e cioè, per dirla in una sola parola, squisitamente dottrinaria. Ci ritorna sul manifesto del 15 giugno Giorgio Lunghini a partire dalla sua dichiarata affezione per la seguente formulazione di Adam Smith: «Il lavoro svolto in un anno è il fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie e comode della vita che in un anno consuma».

A me sembra che ciò che il mondo contemporaneo consuma in un anno o in un giorno dipenda assai più da ciò che scommette, ipotizza, immagina, proietta che non da ciò che realmente produce. L'alea di un futuro consumabile è ogni giorno sul mercato. Il capitale finanziario e gli effetti che esso determina materialmente sulle nostre vite, non scompaiono semplicemente perché ne decretiamo l'irrealtà. Non si chiamano forse «prodotti» i pacchetti finanziari che il mellifluo funzionario della banca offre alla sua clientela? E ha ancora un senso parlare di «Repubblica fondata sul lavoro» a proposito di un paese in cui il più grande dei sindacati è quello che rappresenta i pensionati, massa crescente di rentiers di cui mi sembrerebbe un po' efferato reclamare l'eutanasia?

Dovremmo dunque evitare di ricondurre costantemente la discussione sul reddito di cittadinanza iuxta propria principia. Se non per un aspetto più filosofico che economico, ossia la contrapposizione o quantomeno l'attrito tra l'etica del lavoro e l'etica della libertà. Negare questo attrito comporta, come sappiamo, conseguenze assai funeste. Ma una volta messo al sicuro il principio converrà volgere lo sguardo alle condizioni in cui ci troviamo, sottraendo il lavoro a quell'astrattezza sovrastorica che ne maschera le metamorfosi formali e sostanziali, e collocare in questo contesto il tema del reddito incondizionato.

Quel reddito - sostiene Lunghini - «è semplicemente l'eccesso del salario percepito dai lavoratori occupati rispetto al costo di riproduzione di questi». Questa eccedenza, come sappiamo, è inerente al rapporto capitalistico e, più in generale, a ogni processo di accumulazione. Ma può prendere diverse strade, a seconda dei rapporti di forze e delle conseguenti politiche redistributive. Questione che, di fronte all'enorme concentrazione della ricchezza cui assistiamo, non è certo trascurabile. Tuttavia la questione più importante è un'altra.

Secondo Lunghini il reddito di cittadinanza costituirebbe un palliativo incapace di garantire autonomia politica ed economica ai non occupati, suscettibile di accrescerne il numero e l'emarginazione. Tutte queste conseguenze effettivamente negative derivano da un punto di vista che considera il reddito di cittadinanza, come un puro e semplice ammortizzatore sociale, una compensazione in termini di reddito garantito di quanto non offre più il mercato del lavoro salariato. Ed è un presupposto sbagliato. Per rendersene conto bisogna porsi almeno due domande: di cosa si occupano i non occupati? E cosa se ne fa il capitale delle loro vite? I cosiddetti non occupati, tra cui bisogna annoverare un gran numero di lavoratori intermittenti, temporanei, occasionali, costituiscono il più grande se non l'unico laboratorio di sperimentazione e progettazione di nuovi servizi e attività culturali, sociali, politiche, nonché di attività produttive minori, in perenne conflitto con norme e regolamentazioni imposte da burocrazie nazionali ed europee che operano al servizio di corporazioni e poteri forti. Il tutto fiscalmente penalizzato nell'illusione, di incrementare il mercato del posto fisso. Per tornare a una formula più volte ribadita esiste una vasta cooperazione sociale produttrice di ricchezza, non riconosciuta in termini di reddito e di garanzie. Quanto alla seconda domanda, il capitale cattura a piene mani, trasformando in sua proprietà o in suo prodotto, procedimenti e risultati di questo insieme complesso di attività, avvalendosi anche di un apparato giuridico e contrattuale che spudoratamente lo agevola.

Volendo dirla in maniera un po' sfacciatamente provocatoria, tutti i discorsi sulla piena occupazione non fanno i conti con il fatto che la piena occupazione esiste già e si dà appunto in questa forma e con queste modalità. Si potrà certo obiettare che siccome i singoli e le collettività cercano sempre di tirare a campare, messa così la piena occupazione c'è sempre stata, ragion per cui questo discorso sarebbe privo di senso. Tuttavia mi sentirei di controbattere che in altre epoche e in altri contesti la massa degli esclusi vegetava in condizioni soggettive e oggettive di sostanziale passività. Non è certo questo il caso della "inoccupazione" contemporanea segnata da un attivismo evoluto e inventivo che produce indirettamente profitti, ma non riceve direttamente alcun reddito. Considerare dunque il reddito di cittadinanza, non come un ammortizzatore sociale, ma come retribuzione della partecipazione a questo processo di produzione della ricchezza costituirebbe la base dell'autonomia economica e politica dei singoli e non la sua negazione. La possibilità di sottrarre il proprio agire a una condizione di ricatto.

Ma proprio qui si manifesta il punto decisivo del conflitto e cioè il controllo sulla cooperazione sociale e sull'attività dei singoli. Se, infatti, attraverso il reddito di cittadinanza retribuiamo, senza la sacra mediazione del mercato, un insieme di interazioni sociali e di scelte produttive a prescindere dalla forma o direzione che esse prenderanno, o dal genere di bisogni e di desideri che intendono soddisfare, allora, e qui torniamo ai principi, il lavoro sarà subordinato a un'etica della libertà. E ci troveremmo più dalle parti della costituzione americana che di quella italiana, il che non significa viaggiare verso la legittimazione del capitalismo selvaggio. Il feticismo del reddito da lavoro come unico fondamento dell'autonomia del singolo deriva dal fatto che il lavoro presuppone sempre un datore di lavoro o un committente, un comando, un controllo e dunque, in ultima analisi, una eteronomia.

Il presupposto da cui muove Lunghini non può che essere pienamente condiviso: «Il livello della produzione capitalistica non viene deciso in base al rapporto tra la produzione e i bisogni sociali, i bisogni di una umanità socialmente sviluppata, bensì in base al saggio dei profitti». Se si vuole sostenere una crescita dell'occupazione che poggi sulla soddisfazione dei bisogni insoddisfatti, e in quanto tali inesauribili, bisognerà avventurarsi «fuori dalla dimensione capitalistica e mercantile della società», agendo negli spazi, se ve ne sono, che essa non intende occupare.

Tutto il problema sta nella natura di quel «fuori». Ossia nella scelta e nella forme di esecuzione di quei lavori concreti strettamente vincolati ai valori d'uso, e soprattutto nel soggetto investito di questa scelta. Che per Lunghini è ancora una volta lo stato, sia pure attraverso «istituzioni tutte da inventare», che quelle già inventate a questo scopo sono piuttosto agghiaccianti. Chi deciderà se gli ausiliari del traffico siano lavoro socialmente utile? Se la street art risponda o meno a un bisogno sociale? In quali quantità e con quali modalità dovremo distribuire il nostro tempo nel mosaico di attività che compongono la vita precaria? E soprattutto quale sarà il livello di reddito equo per il nostro operare a favore dei bisogni sociali ossia per il "lavoro socialmente utile", certificato da qualcuno come tale? E anche, una volta usciti dall'economia di mercato continuerà ad imporsi una qualche forma di calcolo costi-benefici e con quali parametri? Le risposte che sono state date a questi quesiti non possono certo dirsi soddisfacenti.

Se è vero che i "lavori concreti" contribuirebbero, attraverso il soddisfacimento di bisogni sociali, anche alla produttività del lavoro astratto impegnato nella produzione di valori di scambio, e magari al contenimento del suo costo, non è altrettanto vero che contribuirebbero ad accrescere l'autonomia della comunità operosa del precariato. Il reddito di cittadinanza non è che la possibilità di agire, avendo garantite dignitose condizioni di vita, fuori dal mercato senza per questo dover sottostare all'esame di uno "stato etico", alla sua idea di "concretezza" e "utilità". È, al tempo stesso, un mezzo di produzione e uno strumento di libertà. Un investimento al buio sulle soggettività e sulla potenza della loro interazione. Bisogna fidarsi di questi "spiriti animali" senza scopo di lucro? Forse. Dello stato è abbastanza assodato che no. Tra le tante definizioni che del reddito di base sono state date se ne potrebbe allora aggiungere un'altra: reddito di libertà.

Sull'argomento vedi anche l'articolo di Piero Bevilacqua e la postilla di eddyburg all'articolo di Lunghini

Chiosando Alberto Asor Rosa, un'analisi delle radici (e delle devastanti e inconfessabili "ragioni") del connubio destra-sinistra in Italia.

il manifesto, 19 giugno 2013

Ha di certo ragione Alberto Asor Rosa quando osserva che il cosiddetto governo delle larghe intese (l'attuale consociazione coalizionale tra Pd e Pdl) nasce da «lucida consapevolezza e superiore capacità di controllo della crisi». Forse merita un supplemento di riflessione approfondire le condizioni strutturali determinanti tale esito; che - a parere dello scrivente - va ben oltre il regolamento di conti con la forma-partito novecentesca. Nella convinzione che tali condizioni derivano da processi tenuti a lungo sottotraccia; proprio per sottrarli alla vista della pubblica opinione, a cui si è preferito offrire altri modelli di rappresentazione delle dinamiche politiche vigenti in quanto funzionali a meglio proteggere il lavorio nei laboratori occulti del potere. Dove si determinavano trasformazioni fino a un certo punto inconfessabili. Perché imbarazzanti. Dunque un gioco di fate morgane create dagli opinion maker da establishment; come ad esempio il Corriere della Sera, che persiste nel diffondere l'idea anestetica che il sistema politico di Seconda Repubblica sarebbe stato «bipolare» fino ad ora; dunque ossequiente al classico schema Westminster centrato sulla dialettica tra maggioranza e opposizione. Sicché il retropensiero di tale descrizione è che l'Italia risulterebbe un Paese normale, con tutti gli effetti accreditativi e sdrammatizzanti insiti nell'assunto.

In effetti, a lungo si è persistito nel gioco di prospettare una rigorosa competitività radicale tra schieramenti, che - in effetti - ha caratterizzato solo brevi fasi del ventennio trascorso. Una verità che fu dichiarata già nel 2003 quando - non è chiaro se per tracotanza o ingenuità - l'onorevole Luciano Violante, in un intervento alla Camera, dichiarò testualmente: «L'onorevole Berlusconi sa per certo che nel 1994 gli venne data piena garanzia che non sarebbero state toccate le sue televisioni nel cambio di governo... ci si accusa di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto di interesse, dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni...».

Quale pistola più fumante di questa si vorrebbe trovare per smascherare il crimine di collusività che marchia a fuoco la Seconda Repubblica? A cui si potrebbe aggiungere che le prove generali collusive avvennero già prima della catastrofe di Tangentopoli, nelle negoziazioni per la pax televisiva come nel coinvolgimento della parte migliorista del Pci nell'affarismo craxiano, il cui grande elemosiniere era già allora Silvio Berlusconi (che probabilmente già da allora iniziò a raccogliere pezze d'appoggio sui vari personaggi con cui entrava in negozio, poi utilizzate e messe all'incasso politico dopo la propria «discesa in campo»). Qualcuno fa risalire l'interlocuzione diretta tra miglioristi comunisti e l'imprenditore rampante all'epoca dell'acquisizione da parte di Fininvest del monopolio pubblicitario delle televisioni dell'Unione Sovietica.

Era l'anno di grazia 1988. Poi arriva Mani Pulite con le sue indagini su corruzioni e concussioni; tra l'altro una poderosa spinta a rinserrare le fila per la classe politica, che si ritiene minacciata complessivamente, indiscriminatamente. E quindi rafforza la tendenza già in atto di percepirsi in qualche misura come ceto. E come ceto trova una via d'uscita dall'impasse, riuscendo a spostare la «questione morale» in «questione istituzionale» (sistema maggioritario, elezioni dirette, accenno al presidenzialismo...): dai comportamenti concreti alle regole astratte. Operazione che segna il passaggio di Repubblica, con l'affermazione di nuove regole per la costruzione del discorso pubblico e l'acquisizione del consenso largamente influenzate dal format berlusconiano. Il berlusconismo come agente dell'americanizzazione (al ribasso) dell'Italia. Con due recezioni dal crogiuolo anglosassone reaganizzato-thatcherizzato, che determinano l'ulteriore omologazione del personale politico nostrano: il passaggio dalla politica partecipata allo star-system, l'accantonamento del paradigma keynesiano a vantaggio delle ricette friedmaniane. A questo punto la Sinistra mediatizzata e liberista diventa concettualmente indistinguibile dalla Destra; di cui condivide il principio cardine dell'approccio berlusconiano a quella branca della promopubblicità che è diventata la politica: il pubblico è composto da ragazzini di undici anni, neppure troppo intelligenti. Con la chiosa - a sinistra - che considera come «pubblico» la propria base elettorale.

L'idea presunta post-industriale che se l'economia finanziarizzata fa a meno delle persone, la politica smaterializzata non ha più bisogno del consenso come fonte della propria legittimazione. In una logica che potremmo definire "massonica", intendendo con questo il privilegio accordato all'opacizzazione dei processi decisionali. Per inciso, si sarebbero potute individuare queste "liaison con il grembiulino" nel fronte che si oppose tenacemente alla candidatura di Stefano Rodotà al Quirinale (inquilino uscente e rientrante compreso).

Poi staremo a vedere dove si andrà a finire con questo sbaraccamento dell'intero patrimonio storico di cultura e pratiche finalizzato a "fare società". E già si percepiscono sinistri scricchiolii. Intanto è giunta a compimento la trasformazione del ceto politico in una corporazione trasversale del potere (vulgo "Casta", ma a cui si accede per cooptazione, non per nascita), cementata dalla consapevolezza dei comuni interessi a mantenere in vita l'habitat di sopravvivenza.

Tanto che la percezione dei "sinistri scricchiolii" di cui si diceva ha costretto a portare rapidamente alla luce la natura collusiva del potere vigente, con le maggioranze di riferimento degli ultimi due governi (Mario Monti e Letta jr.). Con i massacri rituali di Franco Marini e Romano Prodi sulla via del Quirinale. Cui si è aggiunto quello del maldestro PierLuigi Bersani, che nella fregola di premierato ipotizzava aggregazioni "divisive", che confliggevano con il tratto della collusività.

«La Grecia è la
macchia umana
che imbratta l’Europa, da quando è partita la cura d’austerità. Ha pagato per tutti noi, ci è servita al tempo stesso da capro espiatorio e da cavia».

La Repubblica, 19 giugno 2013

Forse capirebbero, i Greci, come mai a Roma s’è riunito venerdì un vertice di ministri dell’Economia e del Lavoro, tra Italia, Spagna, Francia, Germania, per discutere il lavoro fattosi d’un colpo cruciale, e nessuno di essi ha pensato di convocare la più impoverita delle nazioni: 27 per cento di disoccupazione, più del 62 per cento giovani. Sono i tassi più alti d’Europa. Forse avevano qualcosa da dire, i Greci, sui
disastri della guerra
che le istituzioni comuni continuano a infliggere con inerte incaponimento, e senza frutti, al paese reo di non fare i compiti a casa, come recita il lessico Ue.


La Grecia è la
macchia umana 
che imbratta l’Europa, da quando è partita la cura d’austerità. Ha pagato per tutti noi, ci è servita al tempo stesso da capro espiatorio e da cavia. In una conferenza stampa del 6 giugno, Simon O'Connor, portavoce del commissario economico Olli Rehn, ha ammesso che per gli Europei è stato un «processo di apprendimento ». In altri paesi magari si farà diversamente, ma non per questo scema la soddisfazione: «Non è stata cosa da poco, tenere Atene nell’euro»; «Dissentiamo vivamente da chi dice che non è stato fatto abbastanza per la crescita». Poi ha aggiunto piccato: «Sono accuse del tutto infondate».
O'Connor e Rehn reagivano così a un rapporto appena pubblicato dal Fondo Monetario: lo stesso Fmi che con la Banca centrale europea e la Commissione è nella famosa troika che ha concepito l’austerità nei paesi deficitari e dall’alto li sorveglia.

L’atto di accusa è pesante, contro strategie e comportamenti dell’Unione durante la crisi. La Grecia «poteva uscirne meglio», se fin dall’inizio il debito ellenico fosse stato ristrutturato, alleggerendone l’onere. Se non si fosse proceduto con la micidiale lentezza delle decisioni prese all’unanimità. Se per tempo si fosse concordata una supervisione unica delle banche. Se crescita e consenso sociale non fossero stati quantità trascurabili. Solo contava evitare il contagio, e salvaguardare i soldi dei creditori. Per questo la Grecia andava punita. Oggi è paria dell’Unione, e tutti ne vanno fieri perché tecnicamente rimane nell’euro pur essendo
outcast
sotto ogni altro profilo.


Addio alla troika dunque? È improbabile, visto che nessun cittadino può censurare i suoi misfatti, e visto il sussiego con cui è stato accolto il rapporto del Fondo. L’ideale sarebbe di licenziarla fin dal Consiglio europeo del 27-28 giugno, dedicato proprio alla disoccupazione che le tre Moire della troika hanno così spensieratamente dilatato. Il Parlamento europeo non oserà parlare, e quanto alla Bce, le parole di Draghi sono state evasive, perfino un po’ compiaciute: «Di buono, nel rapporto FMI, è che la Banca centrale europea non è criticata ». Il Fondo stesso è ambivalente, ogni suo dire è costellato di ossimori (di asserzioni
acute-stupide,
etimologicamente è questo un ossimoro). Il fallimento c’è, ma è chiamato «necessario». La recessione greca è «più vasta d’ogni previsione », ma è «ineludibile». Il fato illogico regna ancora sovrano, solo che a gestirlo oggi sono gli umani.
In realtà c’è poco da compiacersi. L’Unione non ha compreso la natura politica della crisi – la mancata Europa unita, solidale – e quel che resta è un perverso intreccio di moralismi e profitti calcolati. Resta l’incubo del contagio e dell’azzardo
morale.
Condonare subito il debito, come chiedevano tanti esperti, significava premiare la colpa. E poi all’Europa stava a cuore proteggere i creditori, dice il rapporto del Fondo, più che scongiurare contagi: dilazionare le decisioni «dava tutto il tempo alle banche di ritirar soldi dalle periferie dell’eurozona
». La Banca dei regolamenti internazionali cita il caso tedesco: 270 miliardi di euro hanno abbandonato nel 2010-11 cinque paesi critici (Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia, Spagna).
Ma la vera macchia umana è più profonda, e se non riconosciuta come tale sarà ferita che non si rimargina.

È l’ascia abbattutasi sull’idea stessa dei beni pubblici, guatati con ininterrotto sospetto. È qui soprattutto che salari e lavori sono crollati. E la democrazia ne ha risentito, a cominciare dalla politica dell’informazione. Il colmo è stato raggiunto la notte dell’11 giugno, quando d’un tratto il governo ha chiuso radio e tv pubblica – l’Ert, equivalente della Bbc o della Rai – con la tacita complicità della troika che esigeva licenziamenti massicci di dipendenti pubblici. Non che fosse una Tv specialmente pluralista, ma perfino chi era stato emarginato (come l’economista Yanis Varoufakis) ha accusato i governanti di golpe. Le televisioni private, scrive Varoufakis, sono spazzatura: «un torrente di media commerciali di stampo berlusconiano: templi di inculcata superficialità» da quando inondarono gli schermi negli anni ’90.
Il giorno dopo l’oscuramento di Ert (2700 licenziati) c’è stata una manifestazione di protesta a Salonicco. Tra gli oratori l’economista James Galbraith, figlio di John Kenneth, e il verdetto è spietato: cinque anni di crisi son più della seconda guerra mondiale condotta dall’America in Europa, più della recessione combattuta da Roosevelt. E la via d’uscita ancora non c’è.
Perché non c’è? Galbraith denuncia un nostro male: la
mentalità del giocatore d’azzardo.
Il giocatore anche se perde s’ostina sullo stesso numero, patologicamente. Continuando a ventilare l’ipotesi dell’uscita greca l’Europa ha spezzato la fiducia fra gli Stati dell’Unione, creando una specie di guerra. Ci sono paesi poco fidati, e poco potenti, che non hanno più spazio: i
Disastri
di Goya, appunto. Non è stata invitata Atene, alla riunione romana, ma neppure Lisbona: la sua Corte costituzionale ritiene contrari alla Carta due paragrafi del piano della troika, e da allora anche il Portogallo è paria. «Ci felicitiamo che Lisbona prosegua la terapia concordata: è essenziale che le istituzioni chiave siano unite nel sostenerla», ha comunicato la Commissione due giorni dopo la sentenza, rifiutando ogni rinegoziato. Mai direbbe cose analoghe sui verdetti della Corte tedesca, giudicati questi sì inaggirabili.
Macchie simili non si cancellano, a meno di non riscoprire l’Europa degli esordi. Non dimentichiamolo: si volle metter fine alle guerre tra potenze diminuite dopo due conflitti, ma anche alla povertà che aveva spinto i popoli nelle braccia delle dittature. Non a caso fu un europeista, William Beveridge, a concepire il
Welfare
in mezzo all’ultima guerra.
Le istituzioni europee non sono all’altezza di quel compito, attualissimo. Tanto più occorre che i cittadini parlino, tramite il Parlamento che sarà votato nel maggio 2014 e una vera Costituzione. È necessario che la Commissione diventi un governo eletto dai popoli, responsabile verso i deputati europei. Una Commissione come quella presente nella troika deve poter esser mandata a casa, avendo generato rovine. Ha perso il denaro, il tempo e l’onore. Ha seminato odio fra nazioni. Ha precipitato un popolo, quello greco, nel deperimento. Si fa criticare da un Fmi malato di doppiezze. È affetta da quello che Einstein considerava (la frase forse non è sua, ma gli somiglia) il sommo difetto del politico e dello scienziato: «L’insania che consiste nel fare la stessa cosa ripetutamente, ma aspettandosi risultati differenti

Un sentiero di lettura sulla produzione culturale. Dai saggi dello storico Eric Hobsbawm al «forte» relativismo culturale di Rino Genovese, allo sciame dell'intelligenza collettiva in Rete. Gramsci, Sartre, Roosevelt Benda e il movimento 5Stelle.

Il manifesto, 18 giugno 2013

La sua morte è stata annunciata più volte, per essere in seguito altrettanto repentinamente smentita. Il primo che ne ha stilato un obituary, attraverso un libro segnato da una malcelata nostalgia per il passato alle sue spalle, la cui popolarità è inversamente proporzionale alla conoscenza delle tesi lì espresse, è Julien Benda, che ne Il tradimento dei chierici denunciava la scomparsa dell'intellettuale custode di valori universali a favore di un personaggio pubblico impegnato nell'agone politico. Il tradimento, stava nella rinuncia alla sua separatezza dalla mondanità: separatezza tanto importante quanto indispensabile per continuare a illuminare la caverna dove uomini e donne vivono, diradando così le ombre che impediscono la ricerca della verità. Tempo un decennio - il Tradimento dei chierici fu pubblicato nel 1927 - e gli intellettuali diventarono una presenza abituale nella sfera pubblica, grazie alle loro prese di posizione contro il fascismo e il nazismo, ma anche per l'impegno, al di là dell'Oceano, nel New Deal del presidente Franklin Delano Roosevelt. Sempre negli anni Trenta, dal carcere Antonio Gramsci scriveva le note sull'intellettuale organico come una conseguenza della modernità capitalistica. La partecipazione dell'intellettuale alla vita pubblica, più che decretarne la morte, segnalava il potere che esercitava nell'arena politica.

La gabbia della parcellizzazione

È stato dunque l'intellettuale organico la figura che, nel bene e nel male, si è imposta nel Novecento. Anche il maître-à-penser caro a Jean-Paul Sartre era un intellettuale che si incamminava sulla strada dell'impegno politico, rivendicando un'autonomia di giudizio dal partito che doveva rappresentare la classe, ma si considerava tuttavia organico a un progetto di trasformazione radicale della società. Doveva compiersi il giro di boa degli anni Settanta affinché fosse nuovamente annunciata la morte dell'intellettuale. Anche questa volta l'annuncio veniva dalla Francia e se ne fece portavoce, tra gli altri, Michel Foucault.

L'intellettuale organico e il maître à penser, veniva detto, erano figure divenute improponibili in una realtà che vedeva una parcellizzazione del sapere veicolata dall'industria culturale e dall'uso sempre più intensivo del sapere nella produzione di merci. Il problema, tuttavia, non era il ritorno alla condizione solitaria, separata dalla realtà sociale dell'intellettuale, bensì la politicizzazione dei saperi disciplinari.

L'intellettuale specifico, e la forma mondana che ha assunto, il tecnico, è una figura che non afferma né valori universali né l'adesione a una politica della trasformazione, ma che punta semmai a un uso politico delle proprie competenze. È questa la parabola che emerge da una serie di scritti dello storico Eric Hobsbawm pubblicati dopo la sua morte, avvenuta nell'ottobre del 2012, e tradotti in Italia da Rizzoli con il titolo La fine della cultura (pp. 310, euro 20), del breve scritto di Rino Genovese Il destino dell'intellettuale (manifestolibri, pp. 126, euro 15) e dall'ambizioso saggio del giovane ricercatore Francesco Antonelli Da élite a sciame (Le Lettere, pp. 362, euro 24).

Sono tre libri tra loro molto diversi, sia per stile enunciativo che per le «discipline» dei tre autori, storico il primo, filosofo il secondo, sociologo il terzo. In ogni caso, tutti e tre riflettono sulla morte dell'intellettuale. Per Hobsbawm si è consumata nel secolo breve, dovuta a quel punto di non ritorno che è stata la sconfitta dei progetti politici di trasformazione radicale della società. Questo non significa che la sua scomparsa abbia lasciato un vuoto. Più prosaicamente, se la modernità ha visto manifestarsi l'intellettuale organico o specifico, nel capitalismo postmoderno il protagonista nella socializzazione del sapere è l'opinion maker, cioè il produttore di opinione pubblica che non fa leva sull'adesione a valori universali, né su una competenza specifica, ma soltanto su una competenza nell'uso di un mezzo di produzione «specifico», come radio, televisione, carta stampata e, più recentemente, la Rete.

Un vitale disincanto

Il libro dello storico inglese è costruito partendo dalla cosiddetta «autoriflessività» della modernità borghese per poi spaziare sul ruolo della cultura nella formazione delle identità nazionali, tanto in Europa che nel resto del mondo e di come tale ruolo si presenti in una forma caricaturale nei tanti etnonazionalismi che si sono presentati sulla scena pubblica dopo il crollo del socialismo reale. Annota con disincanto la marginalità che hanno ormai alcuni «manufatti culturali», indipendentemente dal successo di pubblico che hanno alcuni festival culturali dedicati, ad esempio, all'opera classica, al jazz e al teatro. Tutto questo per giungere alla conclusione sulla fine della cultura. L'accesso al sapere è garantito, ovviamente. È un diritto acquisito. La differenza è se tale diritto debba essere garantito dal mercato, come avviene in gran parte dei paesi capitalistici, o da una qualche forma di intervento pubblico in favore dei produttori di cultura.

Per quanto riguarda la figura dell'intellettuale, Hobsbawm riflette sull'eclissi dell'intellettuale organico (lo storico inglese ha letto e studiato gli scritti di Antonio Gramsci dal carcere ben prima che venissero tradotti in inglese) e sulla fragilità che ha sempre avuto la figura del maître-à-penser. Anche su questo passaggio prevale il disincanto. Hobsbawm sostiene, e qui la sua posizione coincide quasi alla lettera con quanto ha sostenuto, alla metà degli anni Novanta, Edward Said in un ciclo di conferenze alla Reith Lectures e poi raccolto nel volume Dire la verità (Feltrinelli), che l'intellettuale deve esprimere il dissenso quando è necessario, esercitando così uno spirito critico, anche quando questo è in contraddizione con la sua posizione politica. La posta in gioco è dunque l'autonomia dell'intellettuale da potere, sia di quello politico che di quello esercitato dall'industria culturale e dal mercato. Tutto ciò non contrasta la tendenza della produzione dell'opinione pubblica da parte di altre figure, come attori, attrici, sportivi, giornalisti, presentatori, ma facilita la messa a fuoco politica della costruzione di punti di vista critici sulla realtà.

Sulla stessa posizione è Rino Genovese nel Destino dell'intellettuale, saggio dolceamaro sull'incapacità del Sessantotto di immaginare una figura intellettuale diversa da quella dell'intellettuale organico che si chiude con l'auspicio di una rinnovata presa di parola degli intellettuali nella difesa di valori universali - verità, giustizia, libertà e uguaglianza - nella prospettiva di un relativismo culturale «forte», cioè consapevole del fatto che l'intellettuale è sempre «situato» in un contesto geopolitico.

I lavoratori della conoscenza

Gli scritti di Hobsbawm e quelli di Rino Genovese si fermano sul ciglio di quel nuovo modo di produzione dell'opinione pubblica, che invece è varcato da Francesco Antonelli nel suo Da élite a sciame. Anche qui l'autore parte da molto lontano; assume come dirimenti sia la riflessione di Benda che quella di Antonio Gramsci, mettendo in evidenza l'entrata nell'agone politico dei «colti» e assegnando al partito di massa il ruolo di medium dell'intellettuale pubblico. Antonelli tuttavia è interessato a comprendere cosa viene dopo la morte dell'intellettuale pubblico, facendo sue alcune tesi sul capitalismo cognitivo, in particolare modo quelle che sottolineano non solo che il sapere e la conoscenza sono diventati mezzi produttivi, ma anche il fatto che la produzione di senso è ormai un settore produttivo come molti altri. Per questo preferisce parlare di intelligenza collettiva e di parallela obsolescenza sia degli intellettuali pubblici che di quelli specifici. Per l'autore, chi vive del lavoro intellettuale deve essere qualificato come un lavoratore della conoscenza. È questa la figura erede dell'intellettuale.

Rimangono tuttavia indefiniti alcuni aspetti legati alla figura dell'intellettuale. Il rapporto con il potere, in primo luogo. C'è poi la necessità di definire qual è il rapporto tra gli intellettuali-lavoratori della conoscenza e i i movimenti che tendono a trasformare la realtà. Infine: una volta che l'intellettuale è ormai un lavoratore della conoscenza, quale sono le modalità di organizzazione di questa componente del lavoro vivo? Lo sciame indicato nel libro di Antonelli più che una risposta a questa ultima domanda indica semmai i comportamenti dei lavoratori della conoscenza, ma fornisce anche alcune tendenze presenti nella produzione dell'opinione pubblica. Con l'eclissi dell'intellettuale e l'ascesa della Rete, infatti, la produzione dell'opinione pubblica richiede un «modello di business» per la produzione di senso. Già perché la supposta morte dell'intellettuale è contemporanea non solo alla pervasività dell'industria culturale, ma alla interdipendenza tra produzione e circolazione della conoscenza e formazione dell'opinione pubblica. Come infatti dimostrano alcune vicende della politica italiana, che corre il rischio di diventare un laboratorio sociale, il ruolo dei media è rappresentabile come una efficace fabbrica del consenso, ma allo stesso tempo indicano che la politica e la produzione dell'opinione pubblica possono diventare un fattore diretto nella sviluppo di imprese che operano nella Rete, come dimostra il rapporto tra crescita di influenza del Movimento cinque stelle, la redditività economica dei blog, dei siti e delle imprese legate a quel movimento. Lo stesso si può dire dei social network, dove l'opinione pubblica è «spacchettata» e ridotta a un ammasso di dati che viene venduto per pianificare campagne pubblicitarie e politiche mirate.

In una situazione di questo tipo, decretare la morte dell'intellettuale è cosa facile. Eppure, quello spazio lasciato dalla sua scomparsa non rimane certo vuoto. La presenza di una coscienza critica, che più che illuminare la caverna dove viviamo serve a destrutturare i rapporti di potere vigenti e dunque a fornire materiali per una politica di trasformazione della realtà, è una presenza sempre più necessaria, sapendo che ogni riproposizione dell'aura dell'intellettuale è solo un'operazione di testimonianza e di nostalgia per un passato che non c'è più.

Meno battuta è la strada indicata da chi vede nel «lavoratore della conoscenza» il suo erede. Da qui la necessità di definire la sua autonomia dall'industria culturale e dalle imprese che operano in Rete. Una strada impervia, sicuramente, ma quella da perseguire per conseguire la produzione e la circolazione di una coscienza critica sulla realtà. Benedetto Vecchi

La sua morte è stata annunciata più volte, per essere in seguito altrettanto repentinamente smentita. Il primo che ne ha stilato un obituary, attraverso un libro segnato da una malcelata nostalgia per il passato alle sue spalle, la cui popolarità è inversamente proporzionale alla conoscenza delle tesi lì espresse, è Julien Benda, che ne Il tradimento dei chierici denunciava la scomparsa dell'intellettuale custode di valori universali a favore di un personaggio pubblico impegnato nell'agone politico. Il tradimento, stava nella rinuncia alla sua separatezza dalla mondanità: separatezza tanto importante quanto indispensabile per continuare a illuminare la caverna dove uomini e donne vivono, diradando così le ombre che impediscono la ricerca della verità. Tempo un decennio - il Tradimento dei chierici fu pubblicato nel 1927 - e gli intellettuali diventarono una presenza abituale nella sfera pubblica, grazie alle loro prese di posizione contro il fascismo e il nazismo, ma anche per l'impegno, al di là dell'Oceano, nel New Deal del presidente Franklin Delano Roosevelt. Sempre negli anni Trenta, dal carcere Antonio Gramsci scriveva le note sull'intellettuale organico come una conseguenza della modernità capitalistica. La partecipazione dell'intellettuale alla vita pubblica, più che decretarne la morte, segnalava il potere che esercitava nell'arena politica.

La gabbia della parcellizzazione

È stato dunque l'intellettuale organico la figura che, nel bene e nel male, si è imposta nel Novecento. Anche il maître-à-penser caro a Jean-Paul Sartre era un intellettuale che si incamminava sulla strada dell'impegno politico, rivendicando un'autonomia di giudizio dal partito che doveva rappresentare la classe, ma si considerava tuttavia organico a un progetto di trasformazione radicale della società. Doveva compiersi il giro di boa degli anni Settanta affinché fosse nuovamente annunciata la morte dell'intellettuale. Anche questa volta l'annuncio veniva dalla Francia e se ne fece portavoce, tra gli altri, Michel Foucault.

L'intellettuale organico e il maître à penser, veniva detto, erano figure divenute improponibili in una realtà che vedeva una parcellizzazione del sapere veicolata dall'industria culturale e dall'uso sempre più intensivo del sapere nella produzione di merci. Il problema, tuttavia, non era il ritorno alla condizione solitaria, separata dalla realtà sociale dell'intellettuale, bensì la politicizzazione dei saperi disciplinari.

L'intellettuale specifico, e la forma mondana che ha assunto, il tecnico, è una figura che non afferma né valori universali né l'adesione a una politica della trasformazione, ma che punta semmai a un uso politico delle proprie competenze. È questa la parabola che emerge da una serie di scritti dello storico Eric Hobsbawm pubblicati dopo la sua morte, avvenuta nell'ottobre del 2012, e tradotti in Italia da Rizzoli con il titolo La fine della cultura (pp. 310, euro 20), del breve scritto di Rino Genovese Il destino dell'intellettuale (manifestolibri, pp. 126, euro 15) e dall'ambizioso saggio del giovane ricercatore Francesco Antonelli Da élite a sciame (Le Lettere, pp. 362, euro 24).

Sono tre libri tra loro molto diversi, sia per stile enunciativo che per le «discipline» dei tre autori, storico il primo, filosofo il secondo, sociologo il terzo. In ogni caso, tutti e tre riflettono sulla morte dell'intellettuale. Per Hobsbawm si è consumata nel secolo breve, dovuta a quel punto di non ritorno che è stata la sconfitta dei progetti politici di trasformazione radicale della società. Questo non significa che la sua scomparsa abbia lasciato un vuoto. Più prosaicamente, se la modernità ha visto manifestarsi l'intellettuale organico o specifico, nel capitalismo postmoderno il protagonista nella socializzazione del sapere è l'opinion maker, cioè il produttore di opinione pubblica che non fa leva sull'adesione a valori universali, né su una competenza specifica, ma soltanto su una competenza nell'uso di un mezzo di produzione «specifico», come radio, televisione, carta stampata e, più recentemente, la Rete.

Un vitale disincanto

Il libro dello storico inglese è costruito partendo dalla cosiddetta «autoriflessività» della modernità borghese per poi spaziare sul ruolo della cultura nella formazione delle identità nazionali, tanto in Europa che nel resto del mondo e di come tale ruolo si presenti in una forma caricaturale nei tanti etnonazionalismi che si sono presentati sulla scena pubblica dopo il crollo del socialismo reale. Annota con disincanto la marginalità che hanno ormai alcuni «manufatti culturali», indipendentemente dal successo di pubblico che hanno alcuni festival culturali dedicati, ad esempio, all'opera classica, al jazz e al teatro. Tutto questo per giungere alla conclusione sulla fine della cultura. L'accesso al sapere è garantito, ovviamente. È un diritto acquisito. La differenza è se tale diritto debba essere garantito dal mercato, come avviene in gran parte dei paesi capitalistici, o da una qualche forma di intervento pubblico in favore dei produttori di cultura.

Per quanto riguarda la figura dell'intellettuale, Hobsbawm riflette sull'eclissi dell'intellettuale organico (lo storico inglese ha letto e studiato gli scritti di Antonio Gramsci dal carcere ben prima che venissero tradotti in inglese) e sulla fragilità che ha sempre avuto la figura del maître-à-penser. Anche su questo passaggio prevale il disincanto. Hobsbawm sostiene, e qui la sua posizione coincide quasi alla lettera con quanto ha sostenuto, alla metà degli anni Novanta, Edward Said in un ciclo di conferenze alla Reith Lectures e poi raccolto nel volume Dire la verità (Feltrinelli), che l'intellettuale deve esprimere il dissenso quando è necessario, esercitando così uno spirito critico, anche quando questo è in contraddizione con la sua posizione politica. La posta in gioco è dunque l'autonomia dell'intellettuale da potere, sia di quello politico che di quello esercitato dall'industria culturale e dal mercato. Tutto ciò non contrasta la tendenza della produzione dell'opinione pubblica da parte di altre figure, come attori, attrici, sportivi, giornalisti, presentatori, ma facilita la messa a fuoco politica della costruzione di punti di vista critici sulla realtà.

Sulla stessa posizione è Rino Genovese nel Destino dell'intellettuale, saggio dolceamaro sull'incapacità del Sessantotto di immaginare una figura intellettuale diversa da quella dell'intellettuale organico che si chiude con l'auspicio di una rinnovata presa di parola degli intellettuali nella difesa di valori universali - verità, giustizia, libertà e uguaglianza - nella prospettiva di un relativismo culturale «forte», cioè consapevole del fatto che l'intellettuale è sempre «situato» in un contesto geopolitico.

I lavoratori della conoscenza

Gli scritti di Hobsbawm e quelli di Rino Genovese si fermano sul ciglio di quel nuovo modo di produzione dell'opinione pubblica, che invece è varcato da Francesco Antonelli nel suo Da élite a sciame. Anche qui l'autore parte da molto lontano; assume come dirimenti sia la riflessione di Benda che quella di Antonio Gramsci, mettendo in evidenza l'entrata nell'agone politico dei «colti» e assegnando al partito di massa il ruolo di medium dell'intellettuale pubblico. Antonelli tuttavia è interessato a comprendere cosa viene dopo la morte dell'intellettuale pubblico, facendo sue alcune tesi sul capitalismo cognitivo, in particolare modo quelle che sottolineano non solo che il sapere e la conoscenza sono diventati mezzi produttivi, ma anche il fatto che la produzione di senso è ormai un settore produttivo come molti altri. Per questo preferisce parlare di intelligenza collettiva e di parallela obsolescenza sia degli intellettuali pubblici che di quelli specifici. Per l'autore, chi vive del lavoro intellettuale deve essere qualificato come un lavoratore della conoscenza. È questa la figura erede dell'intellettuale.

Rimangono tuttavia indefiniti alcuni aspetti legati alla figura dell'intellettuale. Il rapporto con il potere, in primo luogo. C'è poi la necessità di definire qual è il rapporto tra gli intellettuali-lavoratori della conoscenza e i i movimenti che tendono a trasformare la realtà. Infine: una volta che l'intellettuale è ormai un lavoratore della conoscenza, quale sono le modalità di organizzazione di questa componente del lavoro vivo? Lo sciame indicato nel libro di Antonelli più che una risposta a questa ultima domanda indica semmai i comportamenti dei lavoratori della conoscenza, ma fornisce anche alcune tendenze presenti nella produzione dell'opinione pubblica. Con l'eclissi dell'intellettuale e l'ascesa della Rete, infatti, la produzione dell'opinione pubblica richiede un «modello di business» per la produzione di senso. Già perché la supposta morte dell'intellettuale è contemporanea non solo alla pervasività dell'industria culturale, ma alla interdipendenza tra produzione e circolazione della conoscenza e formazione dell'opinione pubblica. Come infatti dimostrano alcune vicende della politica italiana, che corre il rischio di diventare un laboratorio sociale, il ruolo dei media è rappresentabile come una efficace fabbrica del consenso, ma allo stesso tempo indicano che la politica e la produzione dell'opinione pubblica possono diventare un fattore diretto nella sviluppo di imprese che operano nella Rete, come dimostra il rapporto tra crescita di influenza del Movimento cinque stelle, la redditività economica dei blog, dei siti e delle imprese legate a quel movimento. Lo stesso si può dire dei social network, dove l'opinione pubblica è «spacchettata» e ridotta a un ammasso di dati che viene venduto per pianificare campagne pubblicitarie e politiche mirate.

In una situazione di questo tipo, decretare la morte dell'intellettuale è cosa facile. Eppure, quello spazio lasciato dalla sua scomparsa non rimane certo vuoto. La presenza di una coscienza critica, che più che illuminare la caverna dove viviamo serve a destrutturare i rapporti di potere vigenti e dunque a fornire materiali per una politica di trasformazione della realtà, è una presenza sempre più necessaria, sapendo che ogni riproposizione dell'aura dell'intellettuale è solo un'operazione di testimonianza e di nostalgia per un passato che non c'è più.

Meno battuta è la strada indicata da chi vede nel «lavoratore della conoscenza» il suo erede. Da qui la necessità di definire la sua autonomia dall'industria culturale e dalle imprese che operano in Rete. Una strada impervia, sicuramente, ma quella da perseguire per conseguire la produzione e la circolazione di una coscienza critica sulla realtà.

L'organizzazione democratica e partecipativa, la difesa degli interessi, la rappresentanza del lavoro, il rapporto centro-periferia, un nuovo europeismo. Vademecum del partito che non c'è. E una domanda spericolata: se (e come) il Pd può evitare il suicidio. Il manifesto, 18 giugno 2013

E ora? Ora mi pare che le cose siano andate esattamente nel senso enunciato e previsto dal "piano". Non parlo neanche, almeno non prevalentemente, del "governo delle larghe intese". Mi limito da questo punto di vista a esprimere l'opinione, di carattere generalissimo, secondo cui non esiste, non è mai esistito, un governo al di sopra delle parti: un governo è sempre di parte; è per qualcuno, contro qualcuno. Da questo punto di vista è di solare evidenza che questo governo si muove prevalentemente nel solco di parole d'ordine enunciate in passato, e oggi ripetute e rivendicate con strafottenza sempre maggiore, dal cosiddetto centro-destra (italiano, s'intende): e questo sia dal punto di vista politico-istituzionale sia dal punto di vista delle misure economiche.

All'interno di questo quadro è lampante, per fare un solo esempio, la preminenza della deriva presidenzialista (o semipresidenzialista: la differenza non è chiara nemmeno a tutti quelli che disinvoltamente ne cianciano; in un libro di qualche anno fa, La quinta repubblica da De Gaulle a Sarkozy, 2009, Umberto Coldagelli ha messo in luce con rara efficacia gli innumerevoli equivoci su cui si fonda l'idoleggiamento del presunto modello francese). L'abbandono dell'ipotesi, enunciata nel programma elettorale del centro-sinistra e del Pd, dell'eventuale miglioramento e perfezionamento del sistema politico-istituzionale in favore, invece, di una sua radicale riforma (o stravolgimento), fa del "governo delle larghe intese", se va avanti così, un punto di non ritorno nella dinamica politica italiana. 5 O non doveva anch'esso, come il "governo tecnico", essere un governo di breve durata, inteso ad affrontare i nodi più critici, soprattutto economici, dell'emergenza? Si delinea invece come il governo più importante e più decisivo per le nostre sorti dal 1946 a oggi.

La natura cogente del "governo delle larghe intese", - quella predisposizione a cambiare in profondità il sistema della rappresentanza in Italia, predisposizione che, ad esempio, non era né poteva essere di "governo tecnico", - risulta dal fatto che, sempre più chiaramente, si va formando al centro, fra governo e partiti, una nuova e inedita articolazione, più visibile e percepibile da un punto di vista ideologico e culturale che strettamente politico, la quale vede uomini del centro-sinistra e uomini del centro-destra solidamente affiancati allo scopo di procedere a lungo (ripeto: a lungo) verso questa medesima, comune direzione. Il "governo delle larghe intese" potrebbe diventare, a quel che si sente e si vede, l'incubatore, se non di una nuova formazione politica, di una comune cultura politica, destinata a determinare anche in futuro l'orientamento di ambedue le formazioni.

Potrebbe cioè orientare il centro-destra a liberarsi progressivamente dell'ossessiva subalternità al Padre Padrone? Può darsi (e questo potrebbe essere uno degli obiettivi reconditi del "piano"). Quel che è certo è che lo sviluppo di tale tendenza renderebbe ancor più irreversibile lo svuotamento politico e sociale del centro-sinistra e del Pd, cui il "grande piano", messo in opera pazientemente e intelligentemente nella fase di costruzione del "governo delle larghe intese", aveva dato l'avvio.

Ma non è questo il punto, per lo meno non quello decisivo. Il punto decisivo è se e come il Pd riuscirà a uscire dalla morsa in cui è stato gettato e si è gettato. Dico subito che non condivido le danze macabre che qualcuno, molto sollecitamente, ha iniziato, e con grande entusiasmo, intorno al suo presunto cadavere. Se il Pd è perduto, dovremo lavorare, qualcun altro dovrà lavorare per decenni perché un nuovo processo abbia inizio. Dunque, finché non è perduto, bisognerà sforzarsi di evitare che lo diventi.

Certo, detto questo, il quadro è desolante. Il risultato soddisfacente delle elezioni amministrative dimostra soltanto che, risalendo talvolta a fatica lo tsunami dell'astensionismo, il Pd gode ancora, nonostante tutto, e il centro-sinistra con lui, di un elettorato di appartenenza, che ne cede anch'esso qualcosa all'astensionismo, ma meno, talvolta molto meno, di altri. Ma il dato impressionante è l'incremento esponenziale dell'astensionismo, frutto di una crisi di sfiducia nei confronti di tutto il sistema, a cui sarebbe vano pensare che il risultato elettorale amministrativo del centro-sinistra come il frutto della politica delle "larghe intese". Questo risultato va letto invece, esattamente come una smentita alla linea della "normalizzazione", che è stata dominante nei mesi passati. Da qui, se mai, deve ripartire una nuova riflessione su natura e destino del Pd e conseguentemente del centro-sinistra (inteso come motore dell'intero processo).

Il documento Barca enuncia una serie di procedure utilissime a invertire la tendenza: va seguito con attenzione questo tentativo. Da parte mia enuncerei una serie di punti e di modi, - non temo smentite, nel senso più assoluto del termine, - nessuno parla dentro questo partito; e pochi fuori.

1) Do per scontato che debba esserci un "partito", organizzato democraticamente, e non grillinamente (o berlusconiamente) liquido. Ma: chi rappresenta questo partito? Quali interessi difende e tutela (al di là o al di sopra di quell'"interesse nazionale", che è da sempre il simulacro appariscente di un qualche "interesse particolare")?

Come si fa a non tentare neanche di rispondere a questa domanda? Ciò che non avviene più da anni, forse da decenni (Una ricostruzione storica dovrebbe risalire a l'89, o giù di lì). E in tempo di crisi, oggi, l'assenza di questa risposta tende a diventare drammatica. L'antipolitica non è il frutto di una generica condanna di comportamenti politici genericamente intesi: è il frutto della totale assenza di corrispondenza fra interessi e rappresentanza. Se questa corrispondenza esistesse e fosse praticata con assoluta chiarezza, deputati e senatori potrebbero persino aumentarsi gli stipendi, e nessuno troverebbe qualcosa da ridire.

2) È sempre più tollerabile l'assoluta autoreferenzialità di questo partito com'è e delle sue interne discussioni. Mai uno sguardo che si volga all'esterno delle stanze segrete del potere. L'Italia è piena di movimenti, comitati, centri di azione e di elaborazione, critica e proposta. Nulla che assomigli neanche da lontano agli scambi estremamente vitali di una volta: si pensi ad esempio, a Enrico Berlinguer e alle sue iniziative di consultazione di massa fuori dal partito. Altri tempi? Sì, ma dov'è allora oggi la diversità? Forse nel fatto che il partito si è supinamente adeguato alla civiltà dello spettacolo e della finzione? Le battaglie per il carattere pubblico dell'acqua, per i beni comuni, per nuove forme di partecipazione popolare, si arrestano, ignorate, alle soglie della macchina partitica. L'osmosi si è disastrosamente interrotta. Altro che "Italia bene comune"! Parola d'ordine vuota, se non riempita da diecimila contenuti.

3) E il lavoro? Possibile che nessuno noti, e faccia notare, che fra le tante anomalie italiane c'è anche l'assenza di un Partito socialista (salvo alcuni residui arginali)? Ora lasciamo stare, per amore di brevità e di chiarezza, la vecchia diatriba sulle etichette. Ma com'è possibile che la rinuncia all'etichetta abbia portato a questa colossale rinuncia alla rappresentanza dei ceti sociali legati alla produzione e del lavoro, e più necessariamente soggetti alla loro crisi, la quale in questo momento è il fattore discriminante per il destino del paese Italia? Se il Pd non assumerà di nuovo con chiarezza tale rappresentanza, non compirà il passaggio che può garantire non la stentata sopravvivenza ma una ripresa in grande nel sociale, e dunque (dico io) nel paese.

4) Esiste o no una "questione morale" in questo paese? Una "questione morale", che riguarda singoli soggetti, gruppi organizzati e pezzi interi del sistema, e invade sempre più spesso le istituzioni, la politica e persino il senso comune? C'è un silenzio impressionante su tutta questa sfera dell'agire pubblico, che fa da sgabello alle operazioni più spregiudicate. Dalla risposta a questa domanda dipende una parte importante, anzi decisiva, dell'essere organizzazione politica di un certo tipo e non di un altro. Può un partito come il Pd non disseppellire la "questione morale" e farne la propria bandiera?

5) Il Pd vive meglio, è meglio, in periferia che al centro. Non penso agli scout toscani: penso alle scelte amministrative, spesso fuori del controllo degli apparati, di città come Milano, Genova, Cagliari, oggi Roma, e con Roma la Regione Lazio. Metodologie di scelta degli apparati e dei candidati di tale natura andrebbero adottate anche a livello nazionale. Primarie generalizzate? Non solo, e non tanto: ma la verifica delle scelte, ogni qualvolta se ne fa una importante, in un quadro di trasformazione permanente. Un partito perpetuamente trasformativo, non fossilizzato.

6) Non c'è nuova politica in Italia se non c'è una nuova Europa in Europa: tutto quello che ho detto finora va proiettato su questo sfondo. Finora l'Europa è un insieme di vincoli elaborati e gestiti dall'oligarchia di Bruxelles. O si esce da questo ambito, recuperando capacità e possibilità di sviluppo diverse rispetto al presente, oppure dobbiamo rassegnarci a un futuro e a un ruolo di quarto o quinto grado. Qui si vede bene come l'interesse particolare (il lavoro, la partecipazione, la cittadinanza) è condizione, non remora o impedimento, dell'interesse generale (il bene del paese).

Ora, la domanda con cui concludere il discorso è: serve ancora in epoca post-moderna riflettere sulle coordinate generali dell'azione politica oppure no? Se si risponde no, l'azione politica sarà ridotta, come sempre più lo è, a gesto, improvvisazioni, spettacolo, battuta, gioco di potere, gutturale richiamo della foresta e, soprattutto, agli interessi personali e di carriera da difendere: in tal caso non ci interessa più, la lasciamo volentieri agli altri, a tutti coloro cui Mitridate ha insegnato bene la lezione. Se sì, bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare. Infatti, mettere insieme tutte queste cose (e altre, naturalmente) - l'organizzazione democratica e partecipativa, la difesa degli interessi e del sociale, la rappresentanza del lavoro, l'osmosi fuori-dentro, il rapporto centro-periferia, un nuovo europeismo, - significa costruire un "progetto". Ce l'ha un "progetto" il Pd? No, non ce l'ha; o se ce l'ha, nessuno finora se n'è accorto.

Bene, il "progetto" è l'anello mancante, che serve a tenere insieme critica e moralità, azione politica e partecipazione, consenso e dissenso, proposte concrete e futuro lontano possibile. Daremo fiducia a quel gruppo dirigente che ci metterà sotto gli occhi l'anello mancante. Se nessuno farà vedere l'anello mancante, non daremo fiducia.

“Costituzione incompiuta”, un libro di Alice Leone, Paolo Maddalena, Tomaso Montanari e Salvatore Settis nel segno della denuncia. Sarebbe bello se i legislatori trovassero il tempo per leggerlo, tra un Renzi e un Grillo.

La Repubblica, 17 giugno 2013

Perché la Costituzione sia davvero attuata e non resti la “grande incompiuta”, come temeva già sessant’anni fa Piero Calamandrei, ci sono tanti passaggi da compiere. Uno riguarda il paesaggio, il patrimonio culturale e l’ambiente. E s’intitola il volume che raccoglie i saggi di Alice Leone, Paolo Maddalena, Tomaso Montanari e Salvatore Settis, in uscita domani da Einaudi (pagg. 185, euro 16,50).

Una storica, un giurista, ex vicepresidente della Corte Costituzionale, uno storico dell’arte, un archeologo e storico dell’archeologia: le loro riflessioni convergono sulla convinzione, segnalata nella premessa da Montanari, che l’arte, il paesaggio e l’ambiente non di un paese in generale, ma dell’Italia con la sua storia, politica e culturale, la sua struttura fisica, i rapporti di forza fra poteri pubblici e potentati privati, siano elemento costitutivo della comunità nazionale, fattore di cittadinanza e di conoscenza, fonte di benessere, bene comune di cui tutti sono custodi affinché anche le generazioni future possano goderne.

La Costituzione distilla questi concetti nell’articolo 9 («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») e altrove. Ma quel testo non è il prodotto estemporaneo di un compromesso pur molto altolocato. Montanari evidenzia quanto la Carta sviluppi una relazione antica fra arte e architettura, da una parte, e identità nazionale italiana dall’altra, sostituendo però la sovranità del principe con quella espressa da tutti i cittadini. Dall’analisi di Settis emerge come la Costituzione, elaborando questi principi, si muova in un contesto di riflessioni culturali ad essa contemporanee. La lettera, solo per citare un esempio, che Ranuccio Bianchi Bandinelli, grande archeologo e direttore generale delle Antichità e Belle Arti al ministero della Pubblica istruzione, scrive a Ruggero Grieco, comunista, membro dell’Assemblea costituente, è esemplare di questa circolarità fra cultura e politica. Non lasciamo, scrive Bianchi Bandinelli, che la potestà di tutela, di interesse nazionale, scivoli dallo Stato centrale alle Regioni.

Le zone d’ombra non mancano nella Costituzione. Settis ne indica una in particolare: il mancato raccordo fra la tutela del paesaggio e le norme urbanistiche. Quasi che il paesaggio debba arrestarsi alle soglie della città, la quale invece può espandersi senza attenersi alla tutela di esso. E il risultato sono i modi della ricostruzione urbana postbellica attestati dalla corona di periferie, sorte in larghissima parte assecondando spinte speculative. E tuttora quel mancato raccordo produce espansioni controllate solo dalla rendita fondiaria. Ma le contraddizioni, insiste Settis, possono essere superate se non si considera la Costituzione come una «litania di principi staccati l’uno dall’altro ». E seguendo, invece, le interpretazioni che la Corte costituzionale detta nelle sue sentenze. Come quella in cui si sostiene che la tutela del paesaggio non può essere «subordinata ad altri valori, ivi compresi quelli economici » e anzi dev’essere «capacedi influire profondamente sull’ordine politico-sociale».

Questo concentrato di norme viene nei fatti ignorato. E la Costituzione lasciata non solo incompiuta, ma tradita. La storia dell’arte, che rende i cittadini consapevoli custodi, è mortificata nelle scuole e ridotta a insegnamento marginale (di poco più importante solo rispetto all’insegnamento della musica, anch’esso svilito nel paese di Palestrina, Rossini e Verdi). Inoltre è programmaticamente smantellata la struttura pubblica di tutela, con le soprintendenze immiserite.

Alice Leone ricostruisce la faticosa elaborazione dell’articolo 9, nella cui versioni è rintracciabile una densità politica e culturale che si è smarrita. E tocca a Maddalena, fra i principali giuristi impegnati su queste materie, con una militanza di lunga data approdata alla Corte costituzionale, toccare il tasto rovente dei beni ambientali come beni superiori, quanto a salvaguardia, rispetto agli interessi privati, che invece la Carta sottopone a limiti. E fra i beni ambientali c’è la terra, che anche quando di proprietà privata contiene una porzione di pubblica utilità che non può essere sottratta solo perché «si è padroni in casa propria ».

Le riflessioni di Maddalena tornano utilissime in queste settimane di discussione sulle proposte di legge per limitare il consumo di suolo. Costruire un edificio o una strada comporta la distruzione delle funzioni ambientali che un terreno possiede e che riguardano tutti (lo smaltimento delle acque piovane e la ricarica delle falde, la rigenerazione della vita vegetale, lo stoccaggio del carbonio, la produzione agricola…). Ed è evidente, scrive Maddalena, «che il potere di far questo non può assolutamente essere compreso nel cosiddetto ius edificandi, considerato come una delle facoltà del proprietario privato, ma rientra nelle facoltà comprese nella proprietà comune o collettiva del popolo». Per cui, aggiunge il giurista, solo «un atto sovrano», preso da un’autorità che rappresenta gli interessi di tutti può stabilire se un terreno diventa suolo edificabile (e non una procedura negoziale, fra pubblico e privato, e neanche un presunto diritto edificatorio concesso una volta per sempre). Se una norma così trovasse spazio, in maniera chiara nell’ordinamento italiano, forse la Costituzione farebbe un passo verso la sua compiutezza.

Sottrarre una grande massa di cittadini all'obbligo di un lavoro qualunque per sopravvivere è una scelta di umana liberazione. Articolo in attesa di pubblicazione su

il manifesto

Sul manifesto del 15 giugno Giorgio Lunghini è intervenuto per contestare l'utilità di perseguire il « reddito di cittadinanza o altre forme di reddito garantito », in nome di un'altra possibile prospettiva: quella della riduzione della giornata lavorativa, con la conseguente distribuzione del lavoro fra una più ampia platea di aspiranti. L' obiezione avanzata da Lunghini è di gran rilievo sia sotto il profilo storico che teorico. Sotto il profilo storico è il caso di ricordare che la riduzione della giornata lavorativa, avviata con delimitazione per legge nelle fabbriche inglesi negli anni '30 dell'Ottocento, segna una pagina nuova nella storia del capitale. Come ricordava Marx, cessa allora l'estrazione di plusvalore assoluto, sottratto agli operai allungando indefinitamente la durata del loro lavoro, e inizia l'epoca del plusvalore relativo: quello che il capitalista – di fronte al vincolo dell'orario - estrae accrescendo la produttività del lavoro tramite le macchine e la continua riorganizzazione del processo produttivo.

Le lotte operaie volte a ridurre la giornata lavorativa costituiranno da allora la spinta progressiva che percorre il capitalismo per tutto il corso dell'800 e del '900, contribuendo a cambiare profondamente il volto delle società industriali. Infine, sotto il profilo teorico, la prospettiva di una progressiva riduzione dell'orario si inserisce nell'orizzonte della “liberazione dell'uomo dal lavoro” che , com'è noto, costituisce uno scenario di utopia concreta, vagheggiato già da Marx e di certo nelle possibilità materiali dell'umanità futura.

Dove nascono allora i problemi? Come lo stesso Lunghini riconosce, le difficoltà che oggi sbarrano la strada verso un tale obiettivo sono enormi: « una politica di riduzione dell'orario di lavoro( a parità di salario) suscita oggi ovvie e probabilmente insuperabili resistenze da parte dei capitalisti ». D'altra parte, essa non potrebbe costituire la via solitaria di un solo stato e occorrerebbe approdare ad accordi internazionali per risolvere i problemi di competitività fra i vari paesi. D'altro canto, la riduzione dell'orario « presuppone salari di partenza relativamente elevati e una situazione economica florida, tendenzialmente di piena occupazione ». Scenario dunque lontanissimo da quello attuale. Ma le possibilità di percorrere la prospettiva della riduzione della giornata lavorativa appaiono oggi ancor più proibitive per ragioni che non compaiono nell'analisi di Lunghini. E vanno brevemente ricordate.

Oggi sono sempre più numerosi gli analisti che considerano l'attuale crisi peggiore della Grande Depressione del 1929. Solitamente, tuttavia costoro trascurano un aspetto che segna una profonda differenza tra il nostro tempo e la situazione dei rapporti di classe e del quadro politico internazionale negli anni Trenta. Oggi, il rapporto di potere tra capitale e lavoro è sprofondato in una asimmetria abissale fra le due forze. Il capitale ha a disposizione una forza di lavoro docile e rassegnata, un “esercito industriale di riserva “a livello mondiale quale mai era esistito nella storia umana. Sa che ha poco da temere dalle sporadiche esplosioni di rabbia dei lavoratori, i quali ad altro non ambiscono che ad avere una qualche occupazione e ad essere intensivamente sfruttati. Non ci si fa molto caso, ma l'ottusità con cui i gruppi dirigenti europei rispondono alla crisi con le medesime politiche che l'hanno generata si spiega anche – oltre all'esaurimento storico delle prospettive neoliberiste – con l'assenza di una minaccia di classe di proporzionata grandezza. Essi sanno bene che esiste tutto lo spazio politico per uscire se non dalla crisi, dalla sua fase più turbolenta, guadagnando ulteriore flessibilità e manovrabilità della variabile lavoro.

Si comprende bene tutto questo se noi osserviamo la creatività e l'intelligenza politica dispiegata dalla borghesia, dagli intellettuali, dal ceto politico nella Grande Depressione. Roosevelt non solo avviò il New Deal, esprimendo una capacità di progetto che sembra essersi avvizzita nei cervelli degli attuali governanti. Su sua iniziativa il Senato degli USA aveva istituito nel 1933 la giornata lavorativa di 30 ore: una legge che poi non venne ratificata alla Camera per la vittoriosa opposizione del lobby industriali. Ma 5 anni dopo, con il Fair Labor Standards Act, che stabiliva un tetto massimo di 44 ore introduceva di fatto la media di 40 ore settimanali. Ma in Usa operavano allora sindacati fra i più combattivi del mondo. In Europa, intorno al 1930, Keynes vagheggiava nelle Possibilità economiche per i nostri nipoti, lo scenario avvenire di una giornata lavorativa ridotta a tre ore. Ma a quell'epoca le rivolte operaie erano un pericolo non sottovalutabile. Per i dirigenti degli anni 30 la Rivoluzione d'Ottobre non era una favola remota. Essa aveva mostrato al mondo intero che operai e contadini guidati da un partito potevano rovesciare una società, abbattere il capitalismo. E quella minaccia costituì per decenni la spinta riformatrice del capitalismo in tutto l'Occidente.

E oggi, in Europa, dove si trova un'aggregazione politica di forze riformatrici antagoniste che abbiano almeno un profilo continentale? Dove sono le idee, le proposte, il fervore riformatore, che sarebbero necessari? E in Italia? Temo che nessuno l'abbia osservato. Negli ultimi tre-quattro mesi la cronaca quotidiana è stata intessuta da uno stillicidio di notizie tragiche: imprese chiuse e operai gettati sul lastrico, milioni di persone cadute in miseria, rinuncia crescente alle cure mediche fra i meno abbienti, disoccupazione giovanile senza precedenti , persone che si impiccavano o si davano fuoco per aver perso l'impresa o il lavoro. E qualcuno, in questi mesi, ha sentito una proposta, una idea, una qualche voce da parte dei sindacati, e in primissimo luogo da parte di uno dei maggiori e più gloriosi sindacati europei, vale a dire la CGIL? Nulla, gelo, silenzio. Nessuno pensa, nessuno elabora idee nel sindacato? Suo solo compito è difendere occupati e cassintegrati? Ma sono decenni che, limitandosi a tale frontiera difensiva, aggrappandosi all'esistente, il sindacato non fa che indietreggiare, acconciandosi ad un ruolo sempre più subalterno e ininfluente. Della rappresentanza politica del mondo del lavoro, osservando l'attuale stato del PD , appare ovvio che non è neppure il caso di parlare.

Se questo è, assai sommariamente, il quadro della nostra situazione come facciamo a proporre la riduzione della giornata lavorativa? Per la verità Lunghini avanza anche proposte alternative come quella dei « Lavori prestati non nella sfera della produzione delle merci, ma nella sfera della riproduzione sociale e della manutenzione almeno dell'ambiente ». Non si comprende, tuttavia, per quale ragione, allorché si sofferma sul finanziamento del reddito di cittadinanza questo appare destinato ad essere sostenuto dal reddito dei lavoratori occupati. Al contrario, i lavori fuori dal circuito della produzione di merci ricadrebbero sulle rendite e sulla fiscalità progressiva. Supponiamo per la differenza di dimensioni dei costi. Ma allora questi lavori alternativi sono una ben piccola cosa? Francamente non si comprende perché non si possa ricorrere alle risorse finanziarie della rendita per finanziare il reddito di cittadinanza. Questo già accade in tanti Paesi d'Europa e i lavoratori occupati non se ne lamentano.

A me sembra che Lunghini si rappresenti un sistema industriale che tiene poco conto dalla gigantesca metamorfosi in senso finanziario subita dal capitale. Immense quantità di denaro sono oggi in giro per il mondo in cerca di profitti. E' qui che occorre attingere le risorse per fornire almeno ai senza lavoro un reddito che li sottragga al “ricatto della vita” a cui oggi soggiacciono. Ma Lunghini tiene anche poco conto della leva politica che la battaglia per il reddito rende utilizzabile. La sua richiesta costituirebbe una rivendicazione di larga popolarità, capace di mobilitare vaste forze. Separare, sia pure parzialmente, il reddito dal lavoro significa incominciare a pensare la ricchezza nazionale prodotta come un bene comune da ripartire. Sottrarre una grande massa di cittadini all'obbligo di un lavoro qualunque per sopravvivere è una scelta di umana liberazione, che può agevolare l'impiego di masse crescenti verso lavori volontari, esterni al ciclo di riproduzione delle merci. Per valorizzare la società, prima che l'economia. Un progetto che si può attuare subito e non fra vent'anni, quando saremo tutti morti.

www.amigi.org

Il saggio di Luciano Canfora edito da Sellerio (

La trappola. Il vero volto del maggioritario) «è un vero e proprio atto di accusa alla sinistra, indegna erede della tradizione del parlamentarismo democratico fondata sul voto uguale sancito dall'art. 48 della Costituzione». Il manifesto, 14 giugno 2013

Del porcellum si continuerà a disquisire a lungo, dato che piace tanto a tutti e non sarà cambiato, almeno così si promette, se non a conclusione delle riforme costituzionali. Fuori dal coro di questo annoso dibattito tra politici professionisti che va avanti da anni, inconcludente come acqua pestata nel mortaio (Napolitano), oltre ai contributi critici della migliore dottrina costituzionalista italiana ampiamente ospitata in questo giornale, abbiamo da poco anche il saggio di Luciano Canfora edito da Sellerio La trappola. Il vero volto del maggioritario: un vero e proprio atto di accusa alla sinistra, indegna erede della tradizione del parlamentarismo democratico fondata sul voto uguale sancito dall'art. 48 Cost.

La vicenda di questa tradizione è ripercorsa con la maestria dello storico partendo da una premessa: l'aver ottenuto con la legge maggioritaria alle ultime elezioni il triplo dei deputati dello schieramento avverso nonostante una manciata di voti in più «è stato il più grande scandalo mai verificatosi nella storia politica italiana, più scandaloso persino del risultato ottenuto dal 'listone' mussoliniano (e associati), grazie alla legge Acerbo, nelle elezioni politiche dell'aprile 1924». Secondo Canfora la legge elettorale è intimamente connessa all'assetto costituzionale e se la si cambia in senso maggioritario, si altera il principio basilare del voto uguale (un uomo - un voto).
Questo assunto è stato sempre presente nelle riflessioni e nelle battaglie della sinistra, tanto da determinarla ad ingaggiare una grande battaglia, parlamentare e popolare (scioperi e scontri con la polizia), contro la proposta di legge della Democrazia cristiana che, nella imminenza delle elezioni politiche del 1953, voleva introdurre un premio di maggioranza al partito che avesse raggiunto il 50% più uno dei voti: la (allora) famigerata "legge truffa". Ricordando che la Costituente del '46 e il primo parlamento repubblicano del '48 erano stati eletti con una legge rigorosamente proporzionale, a supporto delle sue argomentazioni l1:sCanfora riporta integralmente l'intervento alla Camera di Togliatti nella seduta dell'8 dicembre 1952, indicato proprio come una lezione di diritto costituzionale».
L'escursus storico e giuridico di Togliatti è minuzioso e puntuale e ritorna sempre sul punto focale: «Non esistono eccezioni nella dottrina, ed evidente risulta, per conseguenza, che quando il diritto elettorale venga radicalmente modificato è la Costituzione che viene posta in discussione e toccata. Quando poi si giunga a dimostrare che un determinato ordinamento elettorale che si propone è contrario a determinate norme fissate dalla Costituzione, è la Costituzione stessa che viene violata, distrutta». Togliatti ricorda al presidente del consiglio proponente (e lo si dovrebbe ricordare anche all'attuale) il giuramento di fedeltà alla Costituzione e il suo obbligo di difenderla e, semmai, di avere il buon senso di far proporre al suo partito, la Dc, almeno una modifica della Carta.
Canfora, con realismo, visti i tempi, si pone il problema della difficoltà politica di tornare ad una pura e semplice legge elettorale proporzionale e, come extrema ratio, propone una legge simile a quella tedesca, proporzionale e con uno sbarramento al 5%, proprio per non tradire sino in fondo la Costituzione. Una lettura piacevole, ma amara, con la speranza che dalla stessa almeno parte della sinistra tragga un qualche insegnamento che ci aiuti ad uscire dalla trappola del maggioritario.
Riagganciandomi immodestamente a Togliatti, su questo punto, per la legge elettorale e la riforma semipresidenzialistica dello Stato, e cioè per la soppressione del voto uguale e per l'abbandono della funzione di terzietà del Capo dello Stato, penso che chi si accinge ad una riforma radicale della Costituzione avrebbe il dovere non di manipolarla attraverso l'uso disinvolto dell'art. 138 (che è stato concepito per aggiustamenti parziali), ma di accettare la sfida eleggendo, con voto proporzionale, una assemblea costituente. Certo anche questo passaggio sembra urtare contro il dettato dell'art. 139 Cost. che, prescrivendo come la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale, non sembra alludere solo alla impossibilità del ritorno di un re, ma anche ad uno stravolgimento della "forma repubblicana" come è strutturata dalla Costituzione vigente, voto uguale e Capo dello Stato organo terzo compresi.
Un libro ( "Il soggetto produttivo da Foucault a Marx" di Pierre Macherey) che esplora la celebre definizione metaeconomica del lavoro dell'uomo di Marx («L'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d'un uomo») e le sue ricadute sulla società di oggi

Il manifesto, 13 giugno 2013

«Marx per me non esiste», dichiarò Michel Foucault in un dialogo del 1976 con la redazione della rivista Hérodote. E aggiungeva: «voglio dire questa specie d'entità che s'è costruita attorno a un nome proprio, e che si riferisce ora a un certo individuo, ora alla totalità di quel che ha scritto, ora a un immenso processo storico che deriva da lui». C'è qui una chiave per intendere il rapporto intrattenuto da Foucault con Marx, tema che continua a essere al centro di molti studi e dibattiti (si veda ad esempio il bel libro curato da Rudy Leonelli, Foucault-Marx. Paralleli e paradossi, Bulzoni, 2010): la radicale distanza di Foucault dal marxismo, inteso come compatto edificio dogmatico, si accompagnava in lui alla diffidenza nei confronti di ogni tentativo di «accademicizzare» Marx, di ridurlo a un «autore» come un altro. Quest'ultima è un'operazione certo legittima, continuava Foucault nell'intervista del 1976, ma equivale a «misconoscere la rottura che lo stesso Marx ha prodotto». Quella rottura nel cui solco Foucault ha continuato per molti versi a pensare - non senza produrre ulteriori rotture, che lo hanno spesso condotto lontano da Marx.
Il lungo saggio di Pierre Macherey, che la casa editrice ombre corte manda ora in libreria nella forma di un piccolo libro (Il soggetto produttivo. Da Foucault a Marx, pp. 95, postfazione di Toni Negri e Judith Revel, euro 10), interviene con grande originalità nel dibattito su questi temi. In questione non è, nel lavoro di Macherey, la ricerca delle influenze di Marx su Foucault, né l'alternativa tra l'«ipotesi di un Marx (già) foucaultiano e quella di un Foucault (ancora) marxista». Memore della lezione di Althusser, di cui fu uno dei collaboratori al tempo di Leggere il Capitale (1965), Macherey propone piuttosto una lettura «sintomatica» di alcuni testi di Marx, facendovi agire un insieme di ipotesi avanzate da Foucault, in primo luogo a proposito del potere. E al contempo, immergendole nella concettualità marxiana, punta a precisare e a ridefinire lo statuto teorico delle ipotesi di Foucault.

Gestire i corpi


L'indagine di Macherey prende le mosse dalla definizione di «bio-potere» offerta da Foucault in La volontà di sapere (1976). È lo stesso linguaggio qui utilizzato da Foucault - «l'investimento del corpo vivente, la sua valorizzazione e la gestione distributiva delle sue forze» - a segnalare lo scarto che la categoria di «bio-potere» determina nell'analisi del potere. Più che nell'ambito tradizionalmente politico è sul piano dell'«economia» che questa analisi deve ora situarsi: ma, commenta Macherey, l'economia non appare qui in primo luogo incentrata «sui valori dei beni scambiabili, sulla base di una economia delle cose; essa si preoccupa piuttosto principalmente della gestione della vita, dei corpi e delle loro 'forze'».
Vita, corpi, forze: sono termini essenziali nella critica marxiana dell'economia politica, e in particolare in quel concetto di forza lavoro che ne costituisce l'architrave. «L'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d'un uomo»: così Marx definisce la forza lavoro nel primo libro del Capitale, e già Paolo Virno, in un libro di diversi anni fa (Il ricordo del presente, Bollati Boringhieri, 1999), aveva invitato a guardare a questo concetto per cogliere l'«origine non mitologica» della biopolitica foucaultiana. Macherey, per parte sua, assume la definizione marxiana della forza lavoro come filo conduttore di un'analisi del capitalismo che evidenzia la natura cruciale dei conflitti che al suo interno investono la produzione stessa di soggettività.
Decisiva, a questo riguardo, è la natura «potenziale» della forza lavoro, la distinzione fra le attitudini e le facoltà che ne definiscono il concetto e il «lavoro» vero e proprio: una volta ceduto al capitalista il diritto all'«uso» della propria forza lavoro, il possessore di quest'ultima «diventa actu», per citare ancora Marx, «quel che prima era solo potentia, forza lavoro in azione, lavoratore». È in questa distinzione, che riprende e riformula quella aristotelica tra potenza e atto, è nel «genio» con cui il capitale sfrutta il differenziale tra ciò che il lavoratore «può fare» e ciò che «concretamente fa» che Marx individua il «segreto» della produzione del plusvalore - e dunque l'origine dello sfruttamento. Commenta Macherey: «la metafisica funziona a condizione di prenderla per il verso giusto, facendola entrare in fabbrica».
La mercificazione della potenza umana, ovvero il fatto che una classe di donne e uomini sia costretta a rendere merce la propria forza lavoro (a vestire i panni dei «possessori di forza lavoro»), è il fondamento del capitalismo. Le conseguenze che ne derivano dal punto di vista della soggettività sono evidentemente di enorme importanza. Il lavoratore appare un «soggetto diviso», nel senso che, pur rimanendo «interamente padrone della propria forza lavoro», ne ha alienato l'uso (il che porta Macherey a sottolineare come il contratto di lavoro vada inteso propriamente come un contratto di «locazione» della forza lavoro e non, secondo la lettera del testo marxiano, come contratto di «compravendita»). Ma soprattutto doppia appare la natura della stessa forza lavoro: quando il capitalista acquista il diritto all'«uso» della forza lavoro, paga con il salario quello che essa «è già», ne retribuisce per così dire il valore «a riposo». Mentre quando la forza lavoro, sotto il suo comando, viene messa al lavoro, essa non è semplicemente «forza produttrice» ma forza produttiva, ovvero creatrice di valore in eccesso rispetto a quello corrisposto originariamente dal capitalista al suo possessore. E soprattutto, la «forza lavoro» come forza produttiva appare come «portatrice di potenzialità sulle quali possono essere esercitati una pressione e un controllo atti a intensificare tali potenzialità».

Rapporti di forze


Si vede bene, in questo senso, come il concetto marxiano di forza lavoro apra immediatamente lo spazio per indagare le operazioni del «bio-potere». Lavorando sulla traccia del riferimento esplicito a Marx in uno dei primi testi di Foucault in cui compare questo concetto (la conferenza tenuta a Bahia nel 1976, Le maglie del potere), Macherey rilegge in modo molto efficace alcuni concetti e temi marxiani - dal «lavoro sociale» alla «cooperazione», dal «dispotismo» di fabbrica al «campo di lavoro» - per mostrare come lo svolgimento della problematica della forza lavoro determini un'implicazione reciproca di «bio-potere» e produzione di soggettività. Si potrebbe perfino dire, annota Macherey, che «la produzione industriale capitalistica inventa l'essenza umana, sotto forma di forza produttiva, per sfruttarla». Sono in particolare le figure collettive assunte dal lavoro (a partire da quella del «lavoro sociale») a determinare l'entrata in scena di tecnologie di potere del tutto immanenti alla cooperazione produttiva, e che dunque soltanto per una sorta di paradossale illusione ottica possono essere considerate come parte di una «sovra-struttura».
Leggendo in particolare i capitoli del primo libro del Capitale dedicati alla cooperazione e alla giornata lavorativa, Macherey svolge considerazioni di grande interesse sul tema foucaultiano della «società di norme», lavorando sul doppio significato (descrittivo e prescrittivo) del termine «norma». La produzione di norme per la razionalizzazione dell'organizzazione del lavoro (ovvero per l'intensificazione della sua «produttività») appare da questo punto di vista un terreno essenziale di analisi, per comprendere tanto la tendenza delle norme a porsi come una «seconda natura», come un habitus «che orienta i comportamenti umani senza apparire alla coscienza come il principio che li dirige», quanto i limiti e le «resistenze» con cui quella tendenza necessariamente si scontra. Capitale e potere (lo notano nella loro postfazione Negri e Revel) sono in fondo definiti da Marx e Foucault in termini di «rapporti di forze», e l'elemento della lotta ne è dunque costitutivo.
Se un appunto si può muovere al lavoro di Macherey è di non aver svolto fino in fondo questo aspetto del suo discorso, di aver indicato con grande precisione il terreno su cui opera il «bio-potere» nel capitalismo ma di non aver intrapreso (riservandola forse a un'occasione successiva) l'analisi delle modalità con cui l'eccesso costitutivo del «lavoro vivo» marxiano può essere appropriato dai suoi soggetti come base di una diversa «forza produttiva», di una cooperazione nel segno dell'eguaglianza e della libertà. Non è certo una questione che si presti a scorciatoie analitiche o politiche, ma proprio oggi - di fronte a un capitalismo che pare esaltare la duttilità e la «flessibilità» della forza lavoro marxiana, rovesciandole nella crisi in precarietà e immiserimento di massa - mi sembra indispensabile ribadirne l'urgenza.

«Costituente dei Beni Comuni», un nuovo appuntamento sulla scia della «Commissione Rodotà» ,

Il manifesto, 13 giugno 2'013

Oggi al Cinema Palazzo, alle 16, anche in occasione di una discussione sull'ormai celebre Il diritto di avere diritti di Stefano Rodotà, si terrà una nuova importante puntata della «Costituente dei Beni Comuni» (Cbc). Come noto, il cammino congiunto di giuristi e movimenti sociali per dare una «costituzione giuridica» ai beni comuni (di qui la locuzione Costituente) è un'importante novità teorica dal punto di vista della produzione normativa. Per la prima volta in un sistema giuridico occidentale una carovana di giuristi per lo più accademici (gran parte portatori dell'esperienza della «Commissione Rodotà») si reca sui territori per raccogliere direttamente le testimonianze e sentire i bisogni di quella maggioranza di italiani che non si vogliono rassegnare al dominio del pensiero unico e che ritengono sia un dovere costituzionale dar seguito al pronunciamento referendario sui beni comuni che proprio oggi compie 2 anni.

Questo processo di produzione normativa non è sottoposto ad alcun ordine costituito (come invece era stata la Commissione Rodotà dipendente dal Ministero della Giustizia) e in questo senso mira a proporre quella «sapienza civile», legittimata dalla forza della ragione e non dalla ragione della forza, che giuristi degni del nome dovrebbero saper elaborare per rispondere alle istanze sociali. Redigendo una serie di proposte, al centro delle quali si colloca un «Codice dei beni comuni» che costruisce sul disegno di Legge Delega della Commissione Rodotà, e monitorandone con attenzione il destino parlamentare, la Cbc cerca di essere coerente con la chiara indicazione democratica di invertire la rotta rispetto al riformismo neoliberale che era uscita maggioritaria dal voto referendario di due anni fa. Lanciata in aprile al Teatro Valle in un'assemblea affollatissima, la Cbc si è riunita una prima volta all'Aquila nel cuore della città devastata fisicamente dal terremoto e socialmente dal post-terremoto ed una seconda volta a Pisa presso il Colorificio trasformato in municipio dei beni comuni, raccogliendo in entrambe le occasioni quattro-cinquecento partecipanti, cittadini attivi singoli o aggregati in vari movimenti raccoltisi per significare bisogni sociali e proposte teoriche e di prassi volte alla loro soluzione. Insomma, nelle assemblee itineranti si ottengono materiali per quel «costituzionalismo dei bisogni» più che mai necessitante di raccogliere intorno a sé ogni sforzo teorico e pratico non soltanto volto a difendere la Costituzione formale ma anche ad attuarla, e talvolta financo superarla, facendola comunque vivere in tutta la sua ricchezza e la sua attualità.
Non può dunque sorprendere che, nell'ambito di un dibattito politico approfondito complesso e talvolta anche spigoloso sulla natura, sulla forza e sulla legittimità di un processo costituente (dichiarato o criptico poco importa), la Cbc abbia dato vita ad un gruppo di lavoro, affidato principalmente ai costituzionalisti Azzariti e Lucarelli (entrambi redattori dei quesiti referendari sull' acqua bene comune) denominato «Convenzione per la democrazia costituzionale», presentato martedì al Teatro Valle di cui si è dato conto sul manifesto di ieri. Di fronte alla preoccupante assenza di dibattito intorno al lavoro che i «saggi» governativi stanno producendo, il dibattito franco aperto e disinteressato in corso fra i giuristi ed i movimenti su beni comuni e costituzione costituisce una prova limpida di serietà e passione civile che certamente saprà dare il suo importante contributo critico al non-dibattito dei saggi fatto di opposte tifoserie su temi quanto mai impegnativi.
A Pisa il primo giugno la Cbc ha discusso per oltre quattro ore intorno al vero perno del costituzionalismo borghese, la proprietà privata e i limiti della sua tutela, discutendo di politica in modo alto senza che si sia mai sentito pronunciare il nome di un leader o una sigla di partito. Oggi al Cinema Palazzo la discussione si articolerà principalmente intorno alla destinazione d'uso dei beni riconosciuti come comuni ad esito di lotte costituzionalmente orientate, e su come le comunità (preesistenti o soggettivate tramite le occupazioni) possano o debbano governarsi per poter essere legittimi custodi di beni comuni. Poi il giorno 20 nuovamente al Teatro Valle sarà il turno dei giuristi da soli in sede redigente che avranno a disposizione un primo articolato emerso «mettendo in bella copia» sotto forma di «parte generale» del «Codice dei Beni Comuni» le esperienze fin qui ascoltate.
Posto che tenere separati diritto e politica altro non è che ideologia borghese, è evidente che la novità del processo di redazione normativa costituisce anche un importante esperienza politica. I numerosi partecipanti alle assemblee itineranti della Costituente si famigliarizzano con la Costituzione, con il diritto e condividono esperienze dando vita a un potente cammino egemonico. Soprattutto essi sperimentano il dissenso talvolta anche marcato fra i giuristi che sono così percepiti, com'è giusto che sia, non come tecnici portatori di un sapere oggettivo ma come cittadini e intellettuali ciascuno portatore di una propria esperienza e cultura politica. Anche per noi giuristi, abituati al chiuso delle biblioteche, si tratta di un'esperienza nuova e difficile di cui dobbiamo ancora prendere appieno le misure. Tutti i partecipanti, abituali o occasionali, giuristi o non giuristi alla Cbc sono però accomunati da un grande e condiviso disegno: dar seguito finalmente onesto e serio al desiderio di cambiamento così chiaramente espresso nel corso della «primavera italiana» del 2011.

Intervista al filosofo politico Michael Sandfel, docente ad Harvard e autore del libro pubblicato da Feltrinelli editore «Quello che i soldi non possono comprare».

Il manifesto, 12 giugno 2013

Basta che uno scambio di mercato sia libero e volontario perché nessuno possa opporvisi? Davvero dobbiamo essere indifferenti rispetto al contenuto delle preferenze individuali, come il pensiero economico mainstream tende a ritenere? O ci sono beni che il denaro non deve poter comprare? E quali? Fino a che punto possiamo accettare che si spinga il potere del denaro? Quando, invece, abbiamo buone ragioni per evitare che un bene divenga merce? Quando, in breve, la morale deve dettare legge al mercato?

A queste e altre domande prova a rispondere Michael Sandel, filosofo politico che insegna a Harvard, nel suo libro appena uscito per Feltrinelli (pp. 233, euro 22,00). Sono risposte che partono da esempi concreti: dalle celle più confortevoli per detenuti disposti a pagare un extra al bagarrinaggio delle messe del papa, passando per il diritto di saltare le code (pagando, s'intende), la vendita di sangue, l'utero in affitto, i tatuaggi pubblicitari permanenti, l'esternalizzazione della guerra alle compagnie private, i futures sul terrorismo. E sono risposte che generano altri interrogativi, in una trama allo stesso tempo semplice e sofisticata che, alla fine, chiama il lettore a una pronuncia morale: è giusto che sia il denaro a decidere come distribuire un certo bene?

Il sottotitolo del suo libro è «I limiti morali al mercato». Questo già dice molto su quello che è il suo scopo principale. Che cosa aveva in mente quando lo ha scritto?
Uno degli obiettivi del libro è sfidare il modo in cui il pensiero economico è concepito oggi. Il libro cerca di contrapporsi a un certo modo mainstream in cui viene interpretato il ruolo del mercato e in particolare prova a mettere in discussione l'idea che l'economia sia una scienza moralmente neutrale del comportamento umano. All'incirca dal secolo scorso l'economia si è sempre presentata come una scienza neutrale rispetto i valori, che non prendeva, quindi, mai posizione sui meccanismi di mercato e sulle preferenze delle persone. Io penso, invece, che debba essere vista come una parte della filosofia morale e politica, soprattutto oggi che l'economia cerca di offrire un modello capace di spiegare tutta l'esistenza.

Agli economisti questo modo di vedere le cose non piacerà...Non è sorprendente che gli economisti cerchino di resistere alle tesi contenute nel mio libro. Cercano di separare l'economia dalla filosofia morale e politica, e possono essere sospettosi rispetto a un contributo come il mio, che al contrario tenta di definire la natura dell'economia come disciplina non autonoma. Ma io voglio soltanto che si sviluppi il dibattito e spero che il mio libro possa incoraggiarlo.
Anche per questo ho scritto un libro seguendo uno stile espositivo che fosse accessibile a tutti, non un libro solamente per accademici; ed è per questo motivo che ho utilizzato molti esempi e diverse storie per illustrare i punti filosofici che intendevo di volta in volta sollevare. Ho fatto così perché la questione del ruolo del mercato nella nostra società è una questione troppo importante per non essere affrontata apertamente a livello pubblico.

Perché a suo giudizio chi parla di limiti morali del mercato è guardato con scetticismo (se va bene) oppure con disprezzo (se va male)?Penso che le persone resistano all'idea che il mercato abbia dei limiti morali fondamentalmente per due ragioni. La prima è che il mercato viene visto come qualcosa che produce crescita economica e benessere. Su questo, sia chiaro, hanno ragione, e il mio libro non è - ci tengo a precisarlo - contro l'economia di mercato in quanto tale. Il mio libro punta casomai a porre il mercato nel posto che gli compete. Questo è ciò che intendo quando invoco la necessità di porre dei «confini» etici.
La seconda ragione invece è più profonda e ha a che fare col fascino che suscitano i mercati per la relazione che intrattengono con la libertà, o meglio, con una certa idea di libertà. In base a ciò, il nocciolo è l'arbitrio della scelta; e le persone la esprimono entrando in rapporti di scambio volontario le une con le altre. Alcuni scambi riguardano beni materiali, come le automobili o i tostapane, altri invece hanno un aspetto fortemente, diciamo così, morale, come è nel caso della compravendita di reni o dell'utero in affitto, o anche più banalmente quando si deve decidere se pagare i bambini per leggere libri. E questo aspetto morale non possiamo eluderlo, ed è per tale motivo che - come ho cercato di argomentare nel libro - la libertà non si riduce a quella del consumatore.

Sta dicendo che il denaro offre solamente una libertà «monca»?Sì, la libertà che esercitiamo sul mercato è soltanto una parte della nostra libertà, non è «intera». È un'idea di libertà intesa come neutralità, in virtù della quale rinunciamo a interrogarci su quali siano i modi di vivere che riteniamo corretti o quali invece riteniamo sbagliati; rinunciamo così a considerare anche solo l'ipotesi che la libertà del consumatore possa degradare o corrompere i beni oggetto di compravendita.
Siccome però esiste anche una libertà che possediamo come cittadini, dobbiamo piuttosto chiederci, per esempio, se l'utero in affitto corrompa l'idea di genitorialità o se offrire un compenso ai bambini perché leggano libri corrompa il valore della lettura.

Pare di capire che lei reclami l'esigenza di un maggior dibattito pubblico, anche a costo di produrre maggiore controversia...Proprio così. Le persone nelle società odierne sono in disaccordo rispetto ai valori, ai modi di vivere, alle virtù civiche, ed è forse per questo che esiste ed è forte la tentazione di esternalizzare le questioni morali al mercato, nell'idea che i mercati siano strumenti neutraliche distribuiscono i beni secondo le preferenze delle persone. Ma questo io penso sia un errore.
In questo modo, infatti, il discorso pubblico democratico diventa sempre più vuoto, sempre meno interessante, e noi abbiamo in effetti perso la capacità di impegnarci nei dibattiti sulle grandi questioni. In parte, lo scopo del libro è quello di mostrare che il mercato non è uno strumento neutrale e non può definire che cos'è giusto e cosa sbagliato, né quale sia la natura dei beni che produciamo. Ma è anche un richiamo alla responsabilità che abbiamo come cittadini di regimi democratici, che non possono non discutere tra loro su quale sia il ruolo appropriato per i mercati e su quali beni devono essere a questi sottratti.

È molto istruttiva la discussione che lei fa della caccia al tricheco. I fatti. Il governo canadese autorizzava gli Inuit a cacciare un certo numero di trichechi, come esenzione culturale rispetto a una regola generale che imponeva il divieto. Essendo il tricheco sulle liste che i cacciatori tentano di completare, gli Inuit proposero al governo di cedere, dietro compenso, il diritto di sparo ai cacciatori non Inuit, tenendo comunque per sé la carne e la pelle degli animali uccisi. Il governo accettò. Ma chi ha assistito alla caccia al tricheco l'ha definita uno «sparare a una poltrona molto grossa», un esercizio di nessuna difficoltà... È questo anche il suo punto?Penso che l'esempio del tricheco sia molto interessante, perché tutti sembrano guadagnarci e nessuno perderci: ci guadagnano gli Inuit, che ottengono reddito extra, e i cacciatori, che completano la loro lista; non ci perde il governo, che è indifferente a chi materialmente uccide i trichechi; e i trichechi che vengono uccisi dai cacciatori sono gli stessi che sarebbero comunque ammazzati dagli Inuit. Eppure esiste qualcosa da obiettare a questa pratica. A mio parere, due sono le obiezioni possibili. Una è che il desiderio del cacciatore di sparare a un tricheco non ha nulla di vagamente sportivo; non c'è alcun pericolo, come invece ci può essere nel dare la caccia, che so, a una tigre. Dov'è il rischio, dov'è la sfida, nello sparare a un animale che non oppone resistenza né cerca di fuggire? A me pare un desiderio indegno e perverso, anche se porta denaro nelle tasche degli Inuit. È chiaro che questa obiezione si fonda su un qualche tipo di giudizio morale, che ci chiede di pronunciarci sul fatto che una pratica possa essere ripugnante o poco ammirevole. Aggiungo però anche una seconda ragione per obiettare a questa pratica. Le esenzioni culturali storicamente sono finalizzatead accordare rispetto a certi stili di vita tradizionali e culturalmente fondati: un conto però è offrire loro riconoscimento, un altro è convertire questo riconoscimento in un business. In altre parole, gli Inuit, cedendo il proprio diritto a uccidere i trichechi, trasformano in un'operazione commerciale il riconoscimento pubblico della propria cultura e contribuiscono a corrompere il significato originale dell'esenzione di cui sono titolari.

L'ultima domanda non può che riguardare la situazione che stiamo vivendo oggi. Viviamo un'epoca in cui non si fa che parlare di soldi, ma non tanto dei soldi che si possono accumulare col capitalismo, bensì dei soldi che mancano alle famiglie per arrivare a fine mese e ai giovani per costruirsi un futuro. Per dirla in breve, il libro parla di denaro mentre siamo nel pieno della crisi. Lei pensa che gli economisti, perlomeno gli economisti mainstream, portino delle responsabilità per la crisi finanziaria che stiamo attraversando?Gli economisti come individui certamente no. Penso però che un certo modo di vedere le cose, un modo di vedere che possiamo definire «economicista», abbia fornito lo sfondo che ha in qualche misura favorito la crisi. La crisi finanziaria è, dopotutto, arrivata al termine di tre decenni caratterizzati dalla fede nel trionfalismo dei mercati, durante i quali il mercato come meccanismo per distribuire i beni ha acquisito e goduto di grande prestigio.
Quando nel 2008 è sopraggiunta la crisi, ero convinto che avremmo assistito alla fine dell'era del trionfalismo dei mercati e pensavo che ci sarebbe stata l'occasione per un serio dibattito pubblico sul ruolo dei mercati nelle società democratiche contemporanee. Curioso, che questo non sia accaduto, no?

Ecco che cosa si nasconde, e si produce, dietro la paura del "populismo".

La Repubblica, 12 giugno 2013

Del popolo che partecipa alla vita politica , che licenzia i governi inadempienti e ne sceglie di nuovi, che fa sentire la propria voce. È la paura che le classi alte, colte, ebbero già nella Grecia classica. Aristotele paventava la degenerazione democratica, se sovrano fosse diventato il popolo e non la legge. Ancora più perentorio un libello anonimo (La Costituzione degli Ateniesi, attribuito a Senofonte) uscito nel V secolo aC: «In ogni parte del mondo gli elementi migliori sono avversari della democrazia (...). Nel popolo troviamo grandissima ignoranza e smoderatezza e malvagità. È la povertà soprattutto, che lo spinge ad azioni vergognose ». Il dèmos respinge le persone per bene: «vuole essere libero e comandare, e del malgoverno gliene importa ben poco ». Sotto il suo dominio tutte le procedure si rallentano, ed è il caos che oggi chiamiamo ingovernabilità.
L’orrore del populismo o dei democratici demagoghi ha queste radici, che Marco D’Eramo illustra con maestria in un saggio uscito il 16 maggio su Micromega. Ma è dopo la Rivoluzione francese, e in special modo quando comincia a estendersi gradualmente il diritto di voto, nella seconda parte dell’800, che fa apparizione un’offensiva ampia, e concitata, contro il suffragio universale. Inorridiscono i democratici stessi.
Nei primi anni del ’900, il giurista Gaetano Mosca vede già le plebi e le mafie del Sud distruggere istituzioni e buon governo. È diffusa l’idea che i migliori, e le migliori politiche, saranno travolti e annientati dal popolo elettore. Si formano chiuse oligarchie, con la scusa di tutelare il popolo dai suoi demoni. È una paura che va a ondate, e non sempre l’oggetto che spaventa è esplicitamente indicato.
Quella che oggi torna a dilagare pretende addirittura di salvare la democrazia, imbrigliandola e tagliando le ali estremiste (gli «opposti estremismi», spiega d’Eramo, diventano sinonimi di populismo). Ma gli elementi dell’annosa offensiva contro il suffragio universale sono tutti presenti, sotto traccia. Il popolo smoderato e incolto va vigilato, spiato: o perché chiede troppo, o perché rischia di avere troppi grilli per la testa. Sono aggirate anche le Costituzioni, fatte per proteggere i cittadini dai soprusi delle cerchie dominanti. Ovunque le democrazie sono alle prese con i danni collaterali di questa ferrea legge oligarchica.

Accade proprio in questi giorni in America, dove prosegue una guerra antiterrorista sempre più opaca, condotta senza che il popolo (e neppure gli alleati per la verità) possa dire la sua. Il culmine l’ha raggiunto Obama, che pure aveva criticato la torbida sconfinatezza delle guerre di Bush. Il 6 giugno, viene svelata un’immensa operazione di sorveglianza dei cittadini americani da parte dell’Agenzia di sicurezza nazionale: milioni di numeri telefonici e indirizzi mail, raccolti non in zone belliche ma in patria col consenso segreto di vari provider. Indignato, il New York Times commenta: «Il Presidente ha perso ogni credibilità» (poi per prudenza rettifica: «Ha perso ogni credibilità su tale questione »). Analogo orrore dei popoli è ravvivato dalla crisi economica, governata com’è da trojke e tecnici separati dai cittadini: anch’essa, come la guerra, va affidata a pochi che sanno (poche persone per bene, pochi migliori, direbbe lo Pseudo-Senofonte). Gli ottimati sapienti stanno come su una zattera, e non a caso il loro nome è «traghettatori ». Sotto la scialuppa ribolle il popolo: forza infernale, miasma imprevedibile e contaminante. Infiltrato da meticci, demagoghi, gente colpevole due volte: sia quand’è sprecona, sia quando non consuma abbastanza. Sono invisi anche gli sradicati, o meglio chi pensa all’interesse generale oltre che locale: se vuoi lusingare un partito, oggi, digli che non è un meteco ma «ha un forte radicamento territoriale». Nei cervelli dei traghettatori s’aggira il fantasma, temuto come la peste dagli anni ’70, dell’esplosione sociale e dell’ingovernabilità.

È in questa cornice che le parole si storcono, sino a dire il contrario di quel che professano. La riforma significava miglioramento delle condizioni dei cittadini, del loro potere di influire sulla politica. Furono grandi riforme il suffragio universale, e subito dopo l’introduzione del Welfare: ambedue malandate. Adesso il riformista escogita strategie per tenere al guinzaglio gli eccessi esigenti dei governati. Il proliferare in Italia di comitati di saggi (per cambiare la Costituzione, per il Presidenzialismo) è sintomo di un crescente scollamento di chi comanda dal popolo, e al tempo stesso dai suoi rappresentanti.

Ci si adombra, quando il Parlamento è definito una tomba. Per fortuna non lo è. Ma un Parlamento fatto di nominati più che di veri eletti somiglia parecchio a un sepolcro imbiancato: e così resterà, finché non avremo diritto a una legge elettorale decente. Tale è la paura del popolo-elettore, che per forza quest’ultimo si ritrae e fugge. Si esprime in vari modi (nei referendum, sul web, attraverso la stampa indipendente) ma ogni volta sbatte la testa contro un muro. Lo Stato ne diffida, al punto di spiare milioni di cittadini come in America. E i nemici peggiori diventano i reporter e le loro fonti, che gettano luce sulle malefatte dei governi. Nel 2010 fu il caso di Wikileaks. Oggi è il turno del Guardiane del Washington Post, che hanno scoperchiato il piano di sorveglianzaspionaggio (nome in codice: Prism) del popolo americano. Non restano che loro, fra lo Stato-Panoptikon che ti tiene d’occhio e i cittadini mal informati. In inglese le gole profonde che narrano i misfatti si chiamano whistleblower: soffiano il fischietto, in presenza di violazioni gravi della legalità, e antepongono il dovere civico alla fedeltà aziendale. Ben più spregiativamente, politici e giornali benpensanti li definiscono spie, se non traditori. «Non chiamateli talpe!», chiede molto opportunamente Stefania Maurizi su Repubblica online di lunedì. Il soldato Bradley Manning, che smascherò tramite Wikileaks i crimini Usa nella guerra in Iraq, è da 3 anni in prigione. Ora è processato, rischia l’ergastolo.

Il whistleblowerche ha rivelato il piano di sorveglianza voluto da Obama è Edward Snowden, 29 anni, ex assistente della Cia e della Nsa: è rifugiato a Hong Kong, e da lì fa sapere: «L’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) ha costruito un’infrastruttura che intercetta praticamente tutto. Con la sua capacità, la vasta maggioranza delle comunicazioni umane è digerita automaticamente, senza definire bersagli chiari. Se volessi vedere le tue email o il telefono di tua moglie, devo solo usare le intercettazioni. Posso ottenere le tue email, password, tabulati telefonici, carte di credito. Non voglio vivere in una società che fa questo genere di cose. Non voglio vivere in un mondo in cui ogni cosa che faccio e dico è registrata. Non è una cosa che intendo appoggiare o tollerare». Il popolo reagisce ai soprusi e all’indifferenza del potere in vari modi: impegnandosi in associazioni (ricordiamo i referendum italiani sul finanziamento dei partiti e sull’acqua, o il voto contro il Porcellum); oppure ritirandosi quando si accorge di non contare nulla. Altre volte smette di credere e diserta le urne, come alle amministrative di questi giorni. Ma sempre potrà sperare di avere, come alleati, i whistleblower che toglieranno il sigillo alle illegalità, alle cose nascoste o sporche della politica.

Ecco cosa produce lo sgomento causato dal dèmos. Il popolo stesso s’impaura, entra in secessione. La paura del suffragio universale non è mai finita, sempre ricomincia. Nacque nell’800, ma come nella ballata di Coleridge: «Dopo di allora, ad ora incerta – Quell’agonia ritorna».

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L’autonomia economica e politica delle persone presuppone un reddito da lavoro. Il reddito di cittadinanza corre il rischio di far aumentare il numero dei non occupati e la loro l'emarginazione, lasciando irrisolta la questione dei bisogni sociali insoddisfatti
Forse per ragioni di età, sono ancora affezionato alla idea di Adam Smith e alla Costituzione. Secondo Smith, “Il lavoro svolto in un anno è il fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie e comode della vita che in un anno consuma”. Più breve e efficace, l’Articolo 1 della Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica [corsivo aggiunto], fondata sul lavoro”. Sul lavoro, non sul reddito. Circa il reddito di cittadinanza o altre forme di reddito garantito, d’altra parte, non ho cambiato l’idea che coltivavo qualche anno fa, e qui la riprendo.

Quando una improbabile crescita dell’economia è sì condizione necessaria per realizzare la piena occupazione, ma non anche sufficiente, il problema di fondo di una società capitalista si aggrava. Problema di fondo che si può evocare con questo disegnino:


Se si è d’accordo su ciò, e se si conviene che presupposto della democrazia è la democrazia economica; e che a sua volta la democrazia economica presuppone la massima occupazione possibile e una distribuzione della ricchezza e del reddito né arbitraria né iniqua, allora si deve anche convenire che nessuna forma di reddito garantito costituisce una soluzione del problema. Il reddito di cui dispongono i lavoratori non occupati è il risultato di un trasferimento da parte dei lavoratori occupati, attraverso lo Stato o direttamente all’interno della famiglia. Quel reddito è semplicemente l’eccesso del salario percepito dai lavoratori occupati rispetto al costo di riproduzione di questi. Il palliativo rappresentato da un reddito di cittadinanza o di esistenza non risolverebbe la questione dell’autonomia economica e politica dei non occupati, probabilmente ne aumenterebbe il numero, ne certificherebbe l’emarginazione, favorirebbe il voto di scambio e lascerebbe irrisolta la questione dei bisogni sociali insoddisfatti. L’autonomia economica e politica presuppone un reddito da lavoro.

Diverse e positive sarebbero le conseguenze dell’altra soluzione cui si può pensare: una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro; tuttavia una politica di riduzione dell’orario di lavoro (a parità di salario) suscita oggi ovvie e probabilmente insuperabili resistenze da parte dei capitalisti, e implicitamente assume che le merci possano soddisfare tutti i bisogni. Nello stato attuale del mondo, la redistribuzione del lavoro come forma di trascendimento è una prospettiva da perseguire con determinazione ma difficilissimamente praticabile in un paese solo, se non altro per i vincoli di competitività nel settore che produce sovrappiù. Per tutta la lunga durata della depressione che si annuncia, la riduzione dell’orario di lavoro rischia di essere una forma di rispettabile compromesso aziendale tra capitale e lavoratori occupati, che però non fa diminuire la disoccupazione e rimane confinato alla logica della produzione di merci. L’idea che giustifica le politiche di riduzione dell’orario di lavoro è quella di una ripartizione dei guadagni di produttività tra imprese e lavoratori, in termini, per questi ultimi, di minori tempi di lavoro anziché di maggior salario. Dunque presuppone salari di partenza relativamente elevati e una situazione economica e sociale florida, tendenzialmente di piena occupazione. L’esatto contrario della situazione attuale. Altrimenti si tratta di licenziamenti ‘parziali’ accettati in cambio di aspettative di stabilità del posto di lavoro, ma con una ulteriore divisione tra occupati e non occupati e con una maggiore ‘flessibilità’ all’interno della fabbrica e sul mercato del lavoro.

Il livello della produzione capitalistica non viene deciso in base al rapporto tra la produzione e i bisogni sociali, i bisogni di una umanità socialmente sviluppata, bensì in base al saggio dei profitti. La produzione di merci si arresta non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la realizzazione del profitto impone questo arresto. Anche se la produzione di merci riprendesse a crescere, non si avranno variazioni significative nell’occupazione se non in lavori servili, precari e a basso reddito. Si avrà dunque una crescita sia dei bisogni sociali insoddisfatti sia della disoccupazione. La soluzione di questo problema – troppe merci, poco lavoro – va cercata altrove, al di fuori della dimensione capitalistica e mercantile della società. C’è oggi coincidenza tra una situazione di crisi gravissima e prospettive di nuovi spazî politici. Non si tratta di uscire dal capitalismo, ma di occupare quella terra di nessuno dell’economia e della società nella quale le merci non pagano. Questa terra esiste, lo dimostrano da un lato i tanti bisogni sociali insoddisfatti, dall’altro le tante attività che non sono mosse dall’obiettivo del profitto. Volontariato, associazionismo, movimenti ambientalisti, cooperative, centri sociali, attività tutte sospette in quanto non si piegano al criterio del calcolo e del lucro, sono tutti segni non sospetti di questa realtà (al punto che a queste attività si assegna una funzione surrogatoria).

Nella produzione di merci “col carattere di utilità dei prodotti del lavoro scompare il carattere di utilità dei lavori rappresentati in essi, scompaiono dunque anche le diverse forme concrete di questi lavori, le quali non si distinguono più, ma sono ridotte tutte insieme a lavoro umano eguale, lavoro umano in astratto”. Si tratta proprio di ciò, di promuovere e organizzare lavori concreti (in contrapposizione al lavoro astratto impiegato nella produzione di merci), lavori destinati immediatamente alla produzione di valori d’uso, lavori che non siano meri ammortizzatori sociali, ma lavori capaci di soddisfare i bisogni sociali che la produzione di merci non soddisfa. Così come ci sono bisogni assoluti e bisogni relativi, ci sono servizi tecnicamente individuali e servizi tecnicamente sociali. L’azione più importante dello Stato, attraverso istituzioni appropriate e tutte da inventare, si riferisce non a quelle attività che gli individui privati esplicano già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d’azione degli individui, a quelle decisioni che altrimenti nessuno prende, a quanto altrimenti non si fa del tutto.

Si tratterebbe dunque di destinare parte del sovrappiù realizzato nella produzione di merci, alla messa in moto non di lavoro improduttivo (nel senso smithiano-marxiano del termine) destinato al soddisfacimento di bisogni relativi, ma alla promozione di lavori immediatamente destinati alla soddisfazione dei bisogni sociali assoluti. Lavori prestati non nella sfera della produzione di merci ma nella sfera della riproduzione sociale e della manutenzione almeno dell’ambiente. Principalmente lavori di cura, in senso lato, delle persone e della natura. Lavori di cui vi è una domanda che i mercati del lavoro e delle merci non registrano, perché corrispondono a bisogni privi di potere d’acquisto individuale.

Mentre il lavoro astratto socialmente necessario dipende dalle tecniche di produzione adottate nella produzione di merci e si scambia sul mercato del lavoro, i lavori concreti dipendono dai bisogni sociali, questi sì inesauribili, e si scambiano non su un mercato ma nella società. In quanto intesi al soddisfacimento di bisogni sociali, i lavori concreti hanno di necessità una dimensione territoriale ben precisa e richiedono e impongono forme democratiche di rilevazione e controllo locale della domanda e di organizzazione decentrata dell’offerta. I lavori concreti non sono esposti alla concorrenza internazionale e devono rispondere a criteri di efficacia piuttosto che di efficienza competitiva. A parità dei salari monetari consentiti dalla congiuntura capitalistica e dai rapporti tra capitale e lavoro salariato, i valori d’uso prodotti dai lavori concreti comporterebbero un aumento dei salari reali e non avrebbero effetti inflazionistici. Per il lavoro astratto i lavori concreti non sarebbero un onere ma un arricchimento, poiché producendo valori d’uso servono direttamente a soddisfare i bisogni sociali, ma indirettamente servono anche a migliorare le condizioni e la stessa produttività dei valori di scambio prodotti dal lavoro astratto.

Le risorse si potrebbero trovare facilmente: se mai si volesse provvedere all’eutanasia delrentier, e alla costituzionale progressività delle imposte sui redditi e sulle ricchezze. Tuttavia di questo disegno occorre considerare gli aspetti politici, poiché si tratterebbe di governare una transizione dal paradosso della povertà nell’abbondanza a quello stato dell’economia e della società prefigurato da Lafargue e da Keynes. Anche per le sue implicazioni tecniche e organizzative, questa è una prospettiva di benessere nell’austerità, ma meglio sarebbe dire di benessere nella sobrietà. Un discorso sull’austerità che si limiti a una critica del consumismo e all’esortazione moralistica è un discorso politicamente sterile. L’alternativa non è tra benessere e austerità, è tra le possibili forme di austerità: la miseria che ci aspetta se si lascia fare, rivestita di forme nuove di fascismo, oppure una vitale sobrietà. L’apologia del mercato nasconde il disegno di cancellare la politica, riducendola a amministrazione dell’esistente. Questa opera di disvelamento e di persuasione è compito della politica, della politica in quanto critica, indirizzo e governo del processo economico-sociale di produzione e riproduzione. Utopia? Sì, ma è bene, ammonisce un grande intellettuale, che non tanto l’intellettuale quanto l’uomo in generale si senta responsabile di qualche cosa d’altro che di procacciare cibo ai suoi piccoli, finché non gli sarà segato l’albero su cui si è costruito il nido.

Postilla

Non sono un economista e ho la massima stima per Giorgio Lunghini. Ma il suo interessante scritto(che in grandissima parte condivido) suscita in me un dubbio. Egli afferma che «la soluzione di questo problema – troppe merci, poco lavoro – va cercata altrove, al di fuori della dimensione capitalistica e mercantile della società. C’è oggi coincidenza tra una situazione di crisi gravissima e prospettive di nuovi spazî politici. Non si tratta di uscire dal capitalismo, ma di occupare quella terra di nessuno dell’economia e della società nella quale le merci non pagano. Questa terra esiste, lo dimostrano da un lato i tanti bisogni sociali insoddisfatti, dall’altro le tante attività che non sono mosse dall’obiettivo del profitto».

Concordo pienamente nel ritenere con Lunghini che la soluzione del problema del lavoro va cercata «al di fuori della dimensione capitalistica». Mi domando però (e sarei lieto di poter chiedere a Lunghini) se questo debba invece significare anche – come mi sembra che egli ritenga – cercare al di fuori della dimensione stessa dell’economia, oppure che di possa, e quindi si debba, cercare una diversa economia, superiore a quella del capitalismo così come questo è stato superiore alle altre forme dieconomia: un’economia che non polarizzi la sua attenzione sul valore discambio, ma sulil valore d’uso (rinvio una pagina in cui ho cercato diesprimere con maggiore ampiezza il mio pensiero in proposito. Mi sembra che inquesta direzione andassero il pensiero e la volontà di un comune maestro,Claudio Napoleoni (e.s.)

Un titolo fazioso e distorcente a un articolo che nella sostanza dice: Zagrebelsky, Rodotà e Diamanti concordi nell'affermare che la colpa non è di Grillo ma di chi gli dà ragioni da vendere".

La Repubblica, 9 giugno 2013

È una parola abusata nel lessico della politica italiana, ma su cui proprio per questo è indispensabile interrogarsi con franchezza. Populismo «vizio italiano » sul banco degli imputati, ieri sera in Palazzo Vecchio per Repubblica delle idee, con Ilvo Diamanti, Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà intervistati da Lucia Annunziata su «L’Italia postpopulista », sebbene parlare di «post», al momento, ha osservato la moderatrice, non sembri ancora il caso. Nell’aria l’eco dell’ultimo j’accuse di Grillo sul parlamento «tomba», «espressione inaccettabile», commenta Zagrebelsky (con Rodotà fra i primi dieci candidati alla presidenza della Repubblica dal movimento 5 stelle), «alla cui radice, però, c’è il discredito delle istituzioni parlamentari », «lessico di tempi feroci di cui Grillo non ha l’unica colpa», dice Diamanti, introducendo il tema della serata in modo problematico: «Il populismo deriva da demos, popolo, cioè fa parte della democrazia, e se se ne parla tanto vuol dire che la democrazia rappresentativa è percepita come poco nobile, incompleta, escludente». E insomma si trovi il coraggio di dirlo, dati alla mano (quel 50% di elettori italiani che non si ritrova più nei maggiori storici): «La colpa è di chi non ti dà più buone ragioni per votarlo, non di Grillo».

Non basta: «E se accusassimo di populismo semplicemente il cambiamento del nostro tempo? Cioè la democrazia ai tempi della tv, del web, dei social network?» propone Diamanti. Domande scomode, che intaccano sicurezze (politiche) sedimentate: «È vero» conferma Rodotà, «demonizzare la rete è un errore pericoloso», e bisogna ammetterlo: «La democrazia rappresentativa non è messa a rischio dalla democrazia partecipata, ma dalla ignoranza di questo strumento che può invece rivitalizzarla in modo straordinario». Perché sia chiaro: la democrazia, in Italia, non sta affatto bene, «e il populismo non è che un modo per usare il popolo facendolo coincidere con la democrazia». Basta vedere «come è facile distorcere l’idea stessa di sovranità popolare, usarla a favore della personalizzazione della politica», e magari sostenere che «se i cittadini mi votano ho il diritto al potere anche se ho addosso duecento condanne ». E’ l’effetto, nota Zagrebelsky, «del venir meno dei simboli, di cui, però, la politica non può fare a meno». Quelli che un tempo evocavano intere culture politiche (vedi lo scudo crociato), e «oggi sono soppiantati dai simboli semplificati dei leader in persona, movimenti e partiti che hanno successo solo perché sono personali, come Pdl e M5S. Ve lo immaginate - chiede al pubblico il costituzionalista - il Movimento 5 Stelle senza Grillo?».
Ma parlare di populismo e discutere di presidenzialismo, è un attimo, e il dibattito si schiera ben presto sul fronte rovente, toccando anche il tema riforme istituzionali, su cui il premier Letta, poco prima, nello stesso Salone dei ‘500, «ha dato, dice Diamanti, «risposte che non erano risposte». Concorda Rodotà: «Eludere il tema della legge elettorale mi sembra un fatto molto grave, quella attuale insidia anche la possibilità di lavoro del governo» osserva il giurista a proposito della mancata «messa in sicurezza» del Porcellum, «quando lo ritenesse conveniente qualcuno che può dire “stacchiamo la spina e andiamo a votare con questa legge” ci sarà
sempre», e invece «una legge elettorale dovrebbe garantire sempre la neutralità del gioco».
Quanto al presidenzialismo «attenzione» avverte Diamanti, se «per fare riforme istituzionali non ci vuole molto», per quelle costituzionali «occorrono molte buone ragioni e condivisione», e insomma guai a confondere «la Costituente con il governo di larghe intese». «Le riforme costituzionali possono essere un salto nel buio» avverte Zagerbelsky, che insiste nel mettere in guardia l’Italia dal “salto” presidenzialista: «In un paese con un alto tasso di corruzione, e un basso tasso di istruzione e cultura, introdurre forme di governo semplificato sarebbe un pericolo». Anziché sulle ingegnerie istituzionali, che considerano la vita politica come un puro meccanismo mentre serve sempre «uno studio profondo dell’ambiente politico istituzionale cui si far riferimento», si punti piuttosto, dice Zagrebelsky, «a cambiare la qualità della politica », per non correre il rischio di «fare le riforme, e poi tenerci la politica così com’è, anche se non piace a nessuno».

Una discussione sul"Reddito minimo garantito", e le sue implicazioni sul fronte del lavoro e delle politiche sociali.

Sbilanciamoci.info, 6 giugno 2013, con postilla

Nella riflessione teorica, in misura crescente il diritto alla sussistenza viene concepito come diritto costituzionale, a livello nazionale e dell'Unione Europea. Come osserva, ad esempio, Rodotà, il diritto all'esistenza appare con particolare nettezza nelle Costituzioni del secondo dopoguerra (...). Pur muovendo dalla garanzia di un reddito minimo da assicurare a chi non lo ha, l'ottica dovrebbe essere quella della cittadinanza nel senso di patrimonio di diritti inalienabili della persona in quanto tale. Diritti non solo a «sopravvivere», ma ad esistere (...). E' la stessa prospettiva, mi sembra, che ha mosso la Corte Costituzionale tedesca, allorché ha dichiarato parzialmente incostituzionale la modalità con cui la riforma dell'assistenza del 2000 aveva individuato le soglie massime di sostegno economico per i poveri (...). La costituzionalizzazione nazionale ed europea del diritto all'esistenza sembra non essere ancora riuscita a trasformare nei fatti il diritto all'esistenza in un diritto inalienabile e non a disposizione dei governanti di turno, neppure nella forma di garanzia innanzitutto per i poveri.

Non si tratta solo di questioni di bilancio, che vedono i poveri particolarmente deboli allorché si discute di che cosa e a chi tagliare. Si tratta anche della plurisecolare immagine del povero come tendenzialmente non meritevole, o con debole fibra morale. Nonostante sia chiaro che la disoccupazione crescente non è l'esito di scelte dei disoccupati e che l'inoccupazione sia in larga misura l'esito vuoi del carico di lavoro non pagato sopportato da molte donne, vuoi di fenomeni di scoraggiamento, si continua a pensare che i poveri debbano essere continuamente stimolati, attivati, per meritarsi un qualche sostegno, a prescindere dalla efficacia di tali «attivazioni».
Da questo punto di vista, è per molti versi paradossale la trasformazione, in diversi paesi, di misure di sostegno al reddito in misure welfare-to work , proprio mentre il lavoro sparisce. Allo stesso tempo, l'indebolimento, il mancato investimento, o la mercatizzazione di taluni beni pubblici - dalla scuola alla sanità - rischia di ridurre anche quel nocciolo di reddito autenticamente universale di cittadinanza che è costituito, appunto, dai beni comuni e dalla garanzia di accesso per tutti.
Per questo è opportuno continuare a mantenere aperto l'orizzonte discorsivo del reddito di cittadinanza, accettando i compromessi necessari, ma evitando confusioni.

Postilla
Forse per qualcuno non è «paradossale la trasformazione, in diversi paesi, di misure di sostegno al reddito in misure welfare-to work , proprio mentre il lavoro sparisce». Forse per qualcuno l'impiego delle capacità psicofisiche dell'uomo (del lavoro) è una risorsa essenziale se impiegataal fine non di produrre profitto ma di conoscere e governare il mondo. Forse per qualcuno non è l'economia (capitalistica) a dover stabilire la finalità del lavoro. In questa logica la questione del "reddito di cittadinanza si porrebbe in modo diverso. Magari, in modo radicale.

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