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Oggi per portare la vita nelle piazze (quelle che si riesce a liberare dalle automobili, per sempre o, più spesso, per la durata dell’evento) bisogna lavorare, inventare, spendere, organizzare. Una volta non era così. Le piazze erano naturalmente il luogo nel quale tutti s’incontravano, quale fosse la loro età o il loro genere, il loro ceto e il loro mestiere: perché erano tra le case e le botteghe, punti focali delle città, dei quartieri e dei borghi di cui erano l’ornamento; perché ai loro margini o al loro vertice erano collocati i luoghi della vita pubblica; perché erano gli spazi, animati e tranquilli, di una comunità che in essi si riconosceva.

Non è difficile comprendere perché questa trasformazione è avvenuta, e perché la stragrande maggioranza delle piazze d’Europa è quella ereditata dal passato nelle parti più antiche delle città. La piazza era la cerniera tra le famiglie e la società; era il luogo in cui gli abitanti diventavano cittadini, in cui si vivevano gli interessi, le necessità, le emozioni comuni a tutti. Adesso tutto questo è cambiato. Le cerniere, se ci sono, sono altrove, e collegano una moltitudine (non una società, non una civitas) di consumatori (non di cittadini), sempre più priva d’identità, a delle “piazze”, reali o virtuali, sempre più massicciamente dominate dagli interessi mercantili della globalizzazione: dalla tv degli spot pubblicitari ai mall e ai “centri commerciali”, recintati ed esportati fuori dalle città.

Non illudiamoci. Non basta imporre la costruzione di piazze nelle periferie, non basta preoccuparsi del loro aspetto fisico, delle loro forme e dei loro arredi. Occorre al tempo stesso lavorare perché cambino i valori e le regole, gli interessi e i poteri, che caratterizzano la società, e la rendono capace di volere le piazze, e perciò anche di viverle.

1) Per quali ragioni, a tuo avviso, l’iter parlamentare delle proposte inerenti il governo del territorio e l’urbanistica è accompagnato da un così gran silenzio? Manca la coscienza diffusa del ruolo determinante che città e territorio sono chiamati a svolgere per il benessere di tutte e tutti? Oppure nessuno crede più che il destino di questa risorsa collettiva così preziosa ed esauribile possa essere salvaguardato dalla mano pubblica?

Una legge ma non solo

Oggi siamo di fronte ad una forte e diffusa consapevolezza che territorio e insediamenti nelle loro diverse espressioni, sono un bene comune e che tutte le trasformazioni del territorio progettate e volute oppure prodotto indesiderato o semplicemente non previsto, hanno sempre un effetto sulle vite di chi quei territori li abita o in qualche modo li attraversa. E c’è anche la consapevolezza del diritto di tutte le persone coinvolte in qualità di abitanti, a partecipare ai processi decisionali e quindi alle scelte. Assunzione del territorio come bene comune e partecipazione alle decisioni da parte degli abitanti “subalterni”, è possibile solo e soltanto se si modificano i rapporti di forza e le regole del gioco, visto che esistono gruppi sociali, quelli definiti forti, che decidono in base ai propri interessi personali o di gruppo, arrivando spesso a nasconderli dietro falsi interessi comuni. Esiste quindi una domanda diretta o indiretta, esplicita o implicita, di nuovi esisti territoriali e quindi di nuove regole del gioco. Come modificare i rapporti di forza e le regole non è tuttavia scontato. Infatti la mano pubblica ha delegato e sta delegando in modo diretto o indiretto il governo della cosa pubblica e in particolare del territorio a enti e agenzia private, quando non addirittura a consorzi di imprese (privatizzazione del governo del territorio). Nessuno sembra responsabile e le leggi tendono a rendere flessibile e negoziabile l’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. La flessibilità dei piani urbanistici e la discrezionalità delle scelte è da sempre lo strumento principe della valorizzazione immobiliare. Infatti la mancanza di regole a favore della razionalità sociale (contrapposta a quella economica) rende scontato l’esito: vincerà l’intervento più lucrativo, quello presentato dai soggetti imprenditoriali che di volta in volta (spesso sono sempre gli stessi) si dimostrerà il più forte. La pratica della vittoria del più forte viene congelata nella legge attraverso la flessibilità e la discrezionalità: da strapotere e connivenza diventa legalità, si trasferisce alla legge.

Siamo di fronte ad un dilagare di leggi sul governo del territorio inutili, non cogenti e anche di piani urbanistici e territoriali molto flessibili che lasciano le decisioni a chi di volta in volta, fra gli imprenditori, avrà più forza, come dire che sono i rapporti di forza che scelgono quali trasformazioni urbane avverranno, non certo la giustizia. Insomma le regole che dovrebbero proteggere i beni comuni se esistono possono essere stracciate, in base al solito diverso peso e diversa misura. Oppure si possono elaborare regole che rendono lecito e legale quello che non lo era. Certe descrizioni di cosa sia la governance assomigliano in modo sconcertante alle procedure proprie degli accordi illeciti di tangentopoli, come dire una legalizzazione dell’illegale. Non c’è limite all’asservimento di certi pseudo-intellettuali.

Tutto questo credo crei poca fiducia nella redazione di una legge. Un altro limite di ogni legge è che qualsiasi generalizzazione e inclusione di istanze sociali in una legge, sconta il fatto che il particolare viene ridotto e tagliato, svilito, quando diventa universale-generale, e molto viene perso. Questo non vuole dire che le leggi e i piani se opportunamente elaborati non possano contribuire a modificare i rapporti di forza e le regole del gioco. Leggi e piani possono essere usati per salvaguardare e far crescere i beni comuni, solo che dobbiamo essere noi “tecnici” a tradurre le istanze in norme e piani e dobbiamo essere noi (che conosciamo tanti trucchi) a farli diventare chiari e stringenti, fastidiosi per gli speculatori e i cacciatori di profitti e rendite, mai così intrecciate ed indissolubili come oggi. In questo contesto sta a noi essere chiare sulla posta in gioco e sui suoi limiti. Sta a noi definire come una legge sul governo del territorio possa assumere queste domande sociali di partecipazione e di qualità urbana e territoriale decisa e prodotta collettivamente.

Le lotte dei tanti comitati dei cittadini contro l’ennesima speculazione immobiliare, le lotte contro la TAV e la base USA al Dal Molin di Vicenza, decise in modo dittatoriale, alla faccia di tutte le false chiacchiere sulla democrazia e sulla partecipazione, mostrano quali problemi vanno affrontati; quali carenze sono presenti sui nostri territori e cosa manca. Le leggi devono inscrivere quelle norme che rispondano a quei bisogni e impediscano risultati socialmente deleteri.

2) Condividi, del tutto o in parte, l’idea che la scrittura della legge urbanistica nazionale potrebbe offrire una occasione per ribadire la responsabilità pubblica in materia di dotazioni territoriali minime e nel contempo per riflettere sui limiti degli standard urbanistici (spesso non applicati o applicati solo come mera quantità, senza nessuna attenzione alla qualità dei servizi, alla loro localizzazione, diffusione, accessibilità, tempi di realizzazione, ecc.) al fine di ridefinirli radicalmente anche alla luce dei cambiamenti che hanno attraversato la nostra società?

Le infrastrutture sociali del territorio: ovunque e dappertutto

Le dotazioni di infrastrutture sociali obbligatorie ed inderogabili devono essere riconosciute come elementi di qualità del territorio: nella legge sul governo del territorio, nella cultura e nelle pratiche delle pubbliche amministrazioni. Una responsabilità pubblica inderogabile. Gli standard urbanistici prescritti dal DM 1444/68 hanno costituito per molte amministrazioni un fastidioso obbligo da assolvere: spesso in modo formale e non sostanziale, come vincolo e non come servizio effettivamente predisposto. “Ho gli standard” per molti comuni significa averli sulla carta e non nella realtà, come se uno abitasse nell’immaginario e non nel territorio concreto.

Alcuni aspetti della normativa del DM1444/68 vanno modificati. E non mi riferisco agli standard per esempio delle scuole, in nome del fatto che nascerebbero meno bambini: una previsione, falsa e tendenziosa, visto che alcune amministrazioni le scuole se le sono vendute per far cassa e ora si rende necessario costruirne delle altre. Previsione smentita quindi, e che comunque non tiene conto del bisogno di istruzione permanente. Si potrebbero usare le scuole anche per altri utenti ed altre funzioni. I discorsi sulle prestazioni dei servizi e degli spazi collettivi residenziali avrebbero dovuto servire anche a questo: a capire che ci possono essere usi contemporanei, se sono compatibili, e che solo per fare un esempio, spazi usati al mattino e al pomeriggio dagli studenti possono essere usati da altri la sera. Le scuole possono essere pluri-funzionali, ed essere utilizzate anche per l’istruzione permanente, e le palestre, e le sale riunioni potrebbero essere utilizzate anche di sera. E non va dimenticata la grave carenza, rispetto alla domanda, di asili nido e scuole materne.

Nel DM 1444/68, va eliminata la differenziazione nell’obbligo di rispettare gli standard (rapporti massimi tra gli spazi destinati agli insediamenti residenziali e gli spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi) fra zone omogenee A (agglomerati urbani storici), B (aree totalmente o parzialmente edificate, diverse dalle zone A) e C (aree destinate a nuovi complessi insediativi). Infatti tutte le zone devono garantire i minimi di legge, anche le aree A e B. L’articolo 4 del DM prevede che le aree a servizio, per gli interventi in zone A e B, cioè in aree edificate del tutto o in parte, siano computati in misura doppia rispetto a quella effettiva, per rispondere ad una presunta difficoltà a reperire spazi per gli standard per esempio in un centro storico. Questo poteva avvenire “qualora sia dimostrata l’impossibilità – per mancata disponibilità di aree idonee…”. Se una qualche giustificazione poteva darsi in certe condizioni certo non è vera adesso, quando si liberano aree dismesse produttive e terziarie nelle aree edificate e gli interventi speculativi coprono tutto lo spazio disponibile e quello per i servizi pubblici alla persona non si trova mai. E’ successo che si liberasse spazio negli stessi centri storici ma invece di utilizzarlo per gli standard sono stati concessi nuovi interventi abitativi, uffici, commercio mentre i servizi sono stati spostati altrove, in zone meno appetibili e pregiate.

Va eliminato il “di norma” che precede la ripartizione delle quantità degli standard (“tale quantità va, di norma, ripartita”; art.3 secondo comma) che ha permesso ai comuni di limitare i servizi a parcheggi e verde magari sulla copertura del parcheggio, lasciando gli abitanti privi della qualità urbana di cui dovrebbero aver diritto. In una logica di stato non confessionale, le chiese vanno eliminate dagli standard: non solo perché ce ne sono già davvero tante, ma anche perché in base a questa norma la chiesa cattolica riceve dai comuni i fondi derivanti dagli oneri di urbanizzazione, quando mancano servizi essenziali come quelli per gli anziani (autosufficienti e non autosufficient) e i centri sociali e culturali pubblici. Gli edifici delle diverse confessioni vanno costruite a spese dei loro credenti. Compito dello stato è offrire gli spazi e i servizi universali cioè per tutti.

Ma abbiamo bisogno anche di nuovi spazi per servizi, oltre a quelli elencati nel DM, ed escluse come già detto chiese ed oratori. Case per anziani con lavoratori contrattualizzati cioè con orari di lavoro definiti e con tutti i diritti fondamentali da statuto dei lavoratori: anche assumendo le badanti straniere che così non si troverebbero da sole di fronte ai datori di lavoro, né sarebbero soli gli anziani, costretti ad andare al supermercato per vedere qualcuno. Luoghi di cura e di incontro per gli anziani nel mezzo degli insediamenti urbani per favorire l’incontro con gli altri di tutte le età: mai più soli.

Creare le nuove cattedrali laiche della cultura, della comunicazione, dello spettacolo, totalmente pubbliche. Imparare, insegnare, comunicare, discutere, decidere, progettare, assistere a spettacoli e guadare mostre, guardare gli altri, leggere, non da soli. Le scuole per tutti, lo spazio per l’istruzione permanente. Uso pubblico delle palestre. Centri sociali e case delle donne come spazi pubblici gestiti dai fruitori. Servizio alla persona universale significa che tutti devono poter accedere e che bisogna rompere la logica del servizio costruito dall’impresa privata che è disponibile a realizzare solo i servizi che rendono. Basti pensare al project financing che prevede siano attuati solo i servizi in grado di produrre reddito per ripagare che li realizza (e così si realizzano e sono davvero obbligatori solo i parcheggi a pagamento). Anche i mezzi pubblici e gli spazi pedonali fanno parte delle infrastrutture sociali urbane da rendere obbligatorie.

3) Il movimento delle donne ha già da tempo indicato la strada per ampliare il contributo dell’urbanistica alle politiche di welfare, andando ben oltre l’approccio delle “dotazioni territoriali minime”. Per quali ragioni, a tuo avviso, le tematiche legate alla qualità dei tempi e degli spazi di vita (le cosiddette politiche spazio-temporali) così come quelle relative alla sicurezza urbana, rimangono un ambito di riflessione, ricerca ed azione di alcune reti circoscritte ed animate soprattutto da donne?

Non ci sono tempi senza spazi. Tanta fatica per nulla: il problema non è facilitare l’assolvimento del ruolo ma liberare dai ruoli imposti. Solo per libertà.

Non ci sono tempi senza spazi. Senza nuovi servizi non ci possono essere politiche spazio temporali che rompano le discriminazioni. Le politiche su tempi e spazi che si focalizzano sulla conciliazione dei tempi rischiano di congelare e di dare per scontata una divisione dei compiti che non ha nulla di naturale né di immodificabile. Per qualcuno la politica di genere sembra sia caratterizzata dall’accorgersi delle discriminazioni e dei lavori delegati alle donne, ma invece di incidere con politiche efficaci su questa ingiustizia, si usano palliativi per rendere meno oneroso il doppio lavoro, senza cercare di superarlo e di individuare modi concreti per superarlo. Questo approccio lascia la dicotomia dei compiti attribuiti in base al genere a sé stessa e non propone altro che di “far correre meglio” di qua e di là le donne, ma non pensa minimamente che certi compiti dovrebbero essere una funzione sociale, attribuita a servizi pubblici. La famiglia viene incensata mentre le vengono attribuiti compiti abnormi rispetto alle sue forze: la cura degli anziani anche non autosufficienti, solo per fare un esempio, in nome della solidarietà, ma in realtà in nome del risparmio sul welfare. Un risparmio attuato per liberare risorse per un eccesso di autostrade e opere pubbliche non sempre così necessarie (alta velocità), oppure finalizzate allo sviluppo economico, di cui sarebbe più logico si facessero carico direttamente imprese e aziende che di quelle infrastrutture hanno bisogno per i loro spropositati profitti/rendite.

Le politiche spazio temporali hanno senso se se ci sono spazi da connettere e se ad essere connessi sono opportuni luoghi per nuovi servizi altre a quelli tradizionali, invece mancano elementi fondamentali di infrastruttura sociale come gli spazi pubblici e collettivi per l’incontro e la cultura. E ogni scusa è buona per eliminare quei pochi che ci sono. Se gli spazi da connettere sono solo i negozi, quelli, per vendere sono disposti ad essere aperti a qualsiasi ora. Allentare la rigidità dei tempi dei servizi, se i servizi non ci sono, non ha un gran senso.

Bisogna liberare gli spazi perché possano accogliere ed ospitare la creatività individuale e collettiva. Liberare gli spazi significa affrontare il nodo della rendita fondiaria e dei profitti immobiliari. Se non si cambia logica da quella del valore di scambio al valore d’uso, dalla razionalità economica a quella sociale, non avremo spazi da connettere, ma solo brandelli, sempre più piccoli di spazio privato (più piccoli perché i prezzi fanno ridurre lo spazio abitativo consentito).

Se la preoccupazione dei tempi riguarda le corse per far convivere lavoro domestico, di cura, la riproduzione, con il lavoro retribuito, fino a che sono le donne a farsene carico, chi altro dovrebbe occuparsene?

Altri problemi nel regolare i tempi attengono al fatto che il tempo di lavoro e la stessa occupazione tende ad essere sempre più flessibile. Come si fa a regolamentare? Il tempo di lavoro è sempre più faticoso: flessibile per i datori di lavoro, rigidissimo per noi. Tempi di lavoro e tempi di vita devono essere compresi e affrontati insieme. Altrimenti di chi e di che cosa stiamo parlando?

Quanto alla sicurezza urbana, il problema è che questo termine mette insieme significati troppo diversi, che creano gravi fraintendimenti. Una accezione di sicurezza, quella che ci interessa in una prospettiva di genere, è che le donne devono poter girare dappertutto, anche di notte, senza rischiare molestie, intimidazioni e violenze: il termine “sicurezza” non descrive questo bisogno di libertà di usare la città e il diritto alla inviolabilità e all’autodeterminazione delle donne. Infatti sicurezza urbana significa anche altro: per esempio ordine pubblico, spesso ingiusto, cioè debole con i forti e forte con i deboli. Non credo di dover fare degli esempi. Bisogna imparare ad usare i termini corretti per esprimere un concetto, in altri termini chiamare le cose con il loro nome, e sicurezza urbana non ha in sé la capacità di rappresentare la libertà delle donne nel muoversi nello spazio urbano. Anzi il rischio dell’uso del termine sicurezza urbana è che fa sembrare che la nostra libertà di donne si ottenga espellendo gli emarginati dallo spazio pubblico, mentre molti nostri nemici (sessisti) hanno soldi e sono apparentemente “per bene”, nessun vigile o poliziotto li fermerebbe mai per un controllo di ordine pubblico.

4) Cosa si potrebbe e/o dovrebbe fare perchè questo tipo di politiche, che peraltro sono state oggetto di alcune buone legge regionali, siano finalmente assunte da donne e uomini come politiche centrali da inserire con forza nelle scelte e nell’azione del nuovo Governo nazionale, contribuendo a ridisegnare le coordinate di un nuovo sistema di sicurezze e garanzie sociali (il cosiddetto welfare)?

Servizi pubblici e collettivi e la costruzione della città in comune

Una legge sul governo del territorio deve essere in grado di modificare i rapporti di forza e le regole di trasformazione urbana in favore di chi esprime un uso sociale delle città come bene comune. Bisogna liberare lo spazio dalla logica immobiliare e sviluppista, nel senso che deve prevalere il suo uso sociale su qualsiasi ipotesi di sfruttamento. Solo escludendo gli usi che producono rendita fondiaria – profitto immobiliare in favore di quelli di cui c’è davvero bisogno, potremo avere spazi in grado di ospitare nuovi modi di abitare, spazi comuni, collettivi, pubblici in cui possa svilupparsi la creatività sociale. Da un lato quindi va ottenuto spazio per quelle funzioni che sono oggi carenti nelle città: abitazioni a prezzi commisurati ai redditi (flessibili e fluttuanti) da lavoro e al mancato reddito dei disoccupati, servizi alla persona, spazi per l’istruzione permanente e per la cultura…

Ma un vero stato sociale, che in Italia non è mai esistito in pieno, oggi non può non porsi il problema del reddito per tutti. Se non c’è lavoro per tutti, tutti hanno bisogno di vivere. Luciano Gallino nel libro del 1998 “Se tre milioni vi sembran pochi. Sui modi per combattere la disoccupazione” afferma che in Italia esiste una vera e propria “miniera di lavoro” che non viene sfruttata. Le aree di crescita occupazionale secondo lui sono molteplici: la difesa del suolo e dei cittadini, i beni culturali, i trasporti, la formazione e la ricerca. La strada che Gallino individua non è quella di moltiplicare gli oggetti da tenere in casa o in ufficio o addosso, ma bensì di creare lavoro finalizzato al miglioramento della qualità della vita. Quante attività di cura sono necessarie e quanto bisogno hanno le città e le metropoli di una riqualificazione ed infrastrutturazione sociale che non è fatta solo di spazi ed edifici pubblici e collettivi ma anche di persone che danno loro senso e contenuto. Il lavoro di riproduttivo, di cura delle persone, deve diventare centrale, ma deve essere retribuito in modo diretto o indiretto. Se ho il reddito di cittadinanza posso fare lavoro sociale e di cura, ma anche culturale ed artistico senza sottostare alle logiche elitarie e segreganti del mercato capitalistico.

Non solo produzione ma anche riproduzione, non tanto produzione di oggetti ma produzione di relazioni e di cultura, e perché no, di felicità. Ricordate? Un salto di paradigma.

Nota

Il sito Tempi e spazi, Laboratorio sugli spazi , ospita un servizio a cura di Fanny Di Cara e Silvia Macchi (marzo 2007) su “Standard urbanistici fra tempi e spazi: verso quali scenari di welfare urbano?”.

In esso:

- un contributo di Marisa Rodano , che ha traccia “la storia del percorso intrapreso dal movimento organizzato delle donne, in particolare dall’Unione Donne Italiane, fra la fine degli anni ’50 e inizio anni ’60, per dotare le città di un minimo obbligatorio di servizi e per renderle rispondenti alle esigenze reali della popolazione”,

- le risposte di Patrizia Colletta, Marvi Maggio, Rossella Marchini, Anna Marson, Angela Scarpano alle domande sul tema: “Standard urbanistici fra tempi e spazi: verso quali scenari di welfare urbano?”

Inviamo il comunicato stampa relativo alla prospettata vendita, da parte del Comune di Modena di alcuni campi da calcio ubicati all'interno della città, Il Direttivo della Sezione di Modena

Modena si adegua alla controriforma urbanistica?

Legambiente è insorta e parla di “un’operazione che definire una porcheria è elegante”. Edoardo Salzano, l’urbanista che ha ispirato le migliori e più avanzate politiche territoriali nella nostra regione, “spera che la notizia sia smentita, perché è una notizia bruttissima”. Di che si tratta dunque? Nel quadro della delibera del consiglio comunale che approva il “piano triennale di dismissioni”, anche i campi di calcio esistenti di proprietà comunale sono messi sotto osservazione “per verificarne la migliore collocazione all’interno del territorio nell’ottica di realizzare possibili spostamenti che conducano a un miglioramento della dotazione sportiva della città”, perché, “una volta individuata la nuova collocazione, si potrà procedere alla modifica delle destinazioni delle aree occupate attualmente dai campi e alla vendita delle aree stesse in modo da finanziare l’operazione di spostamento dei campi”. E via intanto alle “verifiche di piano regolatore per la maggiore valorizzazione dei beni oggetto di alienazione”. Tutto qui. Un’operazione, allora, patrimonialmente e urbanisticamente a saldo attivo?

Crediamo francamente di no.

Le attrezzature sportive programmate e integrate entro i più recenti insediamenti anche residenziali della città costituiscono, così intenzionalmente collocate, non solo un essenziale servizio, ma anche un ineliminabile elemento di equilibrio, come spazi inedificati, nella composizione urbana. Non possono dunque in alcun modo considerarsi incompatibili con la residenza che ora le circonda (per usare l’espressione della delibera consiliare) e lì è insediata non certo casualmente ma per atto responsabile di pianificazione. Rimuovere (come una presenza spuria) i campi da calcio oggi in uso alle polisportive, confinandoli dunque all’estrema periferia, per recuperare alla edificazione gli spazi abbandonati, immessi nel mercato delle aree secondo la dichiarata logica privatistica della massima valorizzazione, è operazione urbanisticamente in vistosa perdita. Che coglie anzi il Comune in un singolare vizioso conflitto, giacché la nuova destinazione di quelle aree sarà decisa in conformità all’interesse del Comune-proprietario al più elevato realizzo e contro l’interesse del Comune-urbanista a contrastare il riempimento, con un denso edificato fuor di un disegno organico e con ovvi effetti di congestione, di vaste aree pubbliche dal piano regolatore volute libere e integrate in funzione di servizio nel circostante insediamento.

Italia Nostra invita quindi l’Amministrazione Comunale a riconsiderare il problema, rifiutando le soluzioni che appaiono espressione di quegli spiriti di controriforma urbanistica, che è agevole constatare ma è doveroso contrastare, negli anni recenti sempre più diffusi nel nostro paese.

Il direttivo della sezione modenese di Italia Nostra Grazie, modestia a parte. Per favore tenetemi informato. Una parte del mio cuore sta nell'urbanistica modenese. Conoscevo e stimavo Rubes Triva, e dall'urbanistica modenese, quando ero studente, ho imparato molto. Sono amico di Ezio Righi, urbanista comunale per molti anni, ed ero molto legato a Piercamillo Beccaria, che concluse la sua vita come sindaco di Modena; lo avevo conosciuto a Roma prima che decidesse di trasferirsi nella vostra città. Era lui che mi aveva illustrato il progetto di realizzare centri polisportivi con una forte caratterizzazione associativa e un forte ruolo democratico, basati sulla proprietà pubblica del suolo come garanzia di base. Mi dispiacerebbe molto se anche questo finisse con gli altri patrimoni comuni liquidati, divorati dal nostro tempo di lupi.

Buon lavoro.

Qui la lettera con la denuncia di Legambiente Modena

Il piano casa del governo subordina la possibilità per gli immigrati di ottenere una casa realizzata con contributi pubblici o un’agevolazione pubblica sull’affitto ad una duratura anzianità di residenza in Italia. Siamo di fronte ad una proposta che crea iniquità e ostacola le esigenze dell’economia di mobilità territoriale di quell’esercito industriale di riserva costituito dagli immigrati. Nessuno se ne lamenta. E, mentre si dimenticano le proteste di Adam Smith contro il decreto emanato nel 1662 da re Carlo II d’Inghilterra che di fatto proibiva ai poveri forestieri di spostarsi alla ricerca di assistenze e lavoro, per spiegare queste nuove norme del governo si deve ritornare a Thomas Malthus.

Il piano galeotto

A tre secoli e mezzo dalla sua emanazione in Inghilterra, si è aperto, in Italia, uno spiraglio per evocare lo spettro dell’ Act of Settlement and Removal, che ai poveri viandanti inglesi sbarrava l’ingresso nei villaggi e nei paesi in cui si recavano alla ricerca di una possibilità di sopravvivenza e li condannava all’indigenza e a una vita di stenti in quelli di partenza.

Il sistema della Poor Law (nel cui contesto quel provvedimento si inseriva) affidava i poveri all’aiuto “statale” delle parrocchie, allora anche strutture amministrative del regno. I poveri cercavano di spostarsi da una parrocchia all’altra alla ricerca di aiuto, ma tutte li scacciavano per timore di doverli assistere, caricando di tasse i contribuenti della parrocchia che accoglieva i forestieri nuovi arrivati. Per governare gli spostamenti dei poveri viene, allora, emanato l’ Act. Con esso formalmente non si impedisce ai poveri di trasferirsi “nelle parrocchie in cui maggiori sono le possibilità di trovare una reale assistenza”, ma per non essere rispedito nella parrocchia di provenienza il povero, entro 40 giorni dall’arrivo nella nuova, doveva procurarsi “una tenuta del valore [non] inferiore a 10 sterline”. Evidentemente il possesso di una cifra (allora) così considerevole avrebbe reso del tutto superfluo cercare una nuova sistemazione.

La barriera dell’anzianità di residenza

Con il piano casa (articolo11, legge 133/2008) il governo propone di incrementare l’offerta di abitazioni destinate “prioritariamente a prima casa” anche per gli immigrati (extracomunitari) regolari a basso reddito, purché “residenti da almeno dieci anni nel territorio nazionale ovvero da almeno cinque anni nella medesima regione”. La barriera dell’anzianità di residenza, può rendere problematico, per gli immigrati, anche continuare ad ottenere il contributo del cosiddetto fondo sociale per l’affitto (ex articolo 11 della legge 431/1998, di riforma dei contratti di locazione). Le nuove norme prevedono, infatti, che le risorse statali del fondo, siano ripartite tra le regioni sulla base di “requisiti minimi necessari per beneficiare dei contributi [che] devono prevedere per gli immigrati il possesso del certificato storico di residenza da almeno dieci anni nel territorio nazionale ovvero da almeno cinque anni nella medesima regione”. Le Regioni non sembrano, quindi, formalmente obbligate ad escludere dai contributi gli immigrati che non hanno l’anzianità di residenza richiesta, ma nei fatti sono tutte disincentivate dal non farlo. Quelle di esse che ammettono al fondo anche gli immigrati con anzianità di residenza minore di quella prevista dalla legge, rischiano di dovere finanziare i relativi contributi sui loro bilanci, senza poterne chiedere il “rimborso” allo Stato.

Adam Smith dimenticato

Questa proposta del governo può essere criticata sia sul piano dell’equità, sia su quello della sua efficacia e degli effetti che essa può produrre. Stupisce molto, perciò, la scarsa (se non la mancanza di) attenzione ad essa riservata da parte delle forze politiche progressiste. E meraviglia anche il silenzio di quelli che, nelle elaborazioni teoriche come nei comportamenti pratici, si ispirano a posizioni liberiste, i quali hanno, evidentemente dimenticato, o ignorano, la posizione assunta da Adam Smith sulle le leggi inglesi sul domicilio, che ostacolavano la mobilità territoriale, e, almeno potenzialmente, sociale dei poveri.

In Inghilterra, scriveva Smith, quasi 250 anni fa, al contrario che “in tutti gli altri paesi dove non esistono difficoltà di ottenere un domicilio […], è spesso più difficile per un povero passare il confine artificiale di un distretto parrocchiale che un braccio di mare o una catena di alte montagne”( Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Mondadori, Milano, 1977, vol. I, p. 141). E poiché i limiti posti dagli spostamenti da un luogo ad un altro costituivano un ostacolo all’occupazione dei poveri, che “in un paese civile provvedono a se stessi e all’enorme lusso dei loro signori” ( La ricchezza delle nazioni. Abbozzo, Boringhieri, Torino, 1969 p. 18), e quindi allo sviluppo e all’accrescimento della ricchezza nazionale, egli chiedeva “la revoca delle leggi dei domicili, in modo che un operaio povero, quando perde un’occupazione in un mestiere o in un luogo, possa cercarne un’altra in un altro mestiere o in un altro luogo, senza il timore di un’azione legale o di rinvio al precedente domicilio” ( Indagine vol. II, p. 459).

La restrizione del mercato dell’affitto

L’applicazione delle norme introdotte dal piano casa lascia libertà di movimento da una Regione all’altra, senza che essi vedano ridursi le possibilità di assegnazione di una casa pubblica o di ottenere il contributo del fondo sociale, solo agli immigrati che sono in Italia da molto tempo, i quali, essendosi stabilizzati in qualche posto, sono, probabilmente, i meno disposti a spostarsi. Penalizzano quelli regolarizzati di più recente arrivo, certamente i più disposti alla mobilità territoriale per inseguire la dinamica geografica della domanda di lavoro. È questa componente dell’immigrazione ad assolvere oggi il ruolo di quello che Marx chiamò l’esercito industriale di riserva, “grandi masse di uomini […] spostabili improvvisamente nei punti decisivi”, cioè nei settori e nelle aree in cui la produzione necessità di braccia in un determinato momento. Non è difficile vedere la contraddizione tra la rivendicazione di un mercato del lavoro flessibile e di lavoratori disposti alla mobilità territoriale, da un lato, e, dall’altro, il restringimento delle possibilità di ottenere una casa in affitto proprio per la componente della forza lavoro più disposta alla mobilità.

La netta prevalenza, che caratterizza la situazione italiana rispetto a quella di altri paesi, della quota di famiglie che vive in abitazioni in proprietà su quella che vive in affitto, è ritenuta un fattore di svantaggio, poiché la scarsità di alloggi per la locazione ostacola la mobilità del lavoro ed impedisce alle aree del paese ad elevato sviluppo o in crescita di attrarre i lavoratori di cui necessitano. Sorprende, allora, che, tra quelli che si lamentano di questa ristrettezza strutturale del mercato dell’affitto, nessuno abbia fatto rilevare come il piano casa quel mercato lo restringa ulteriormente per via legale.

Ritorno a Malthus

Le esigenze politico-elettorali sembrano prevalere su quelle economiche: per accrescere i propri voti o per non perderli, è diffusa tra (quasi tutti) i partiti la convinzione che occorra riequilibrare l’azione dello stato sociale, indirizzandone gli interventi un po’ più verso gli italiani e un po’ meno verso gli stranieri. Quello della casa non è l’unico settore nel quale si interviene per rimettere ordine. Ma accrescere la difficoltà per gli immigrati di procurarsi una casa asseconda in maniera più palpabile le attese degli italiani e ha una forza di dissuasione per lo straniero più potente di eventuali interventi in altri settori.

L’aveva ben compreso Thomas Malthus, fiero avversario delle leggi inglesi sui poveri, di cui rivendicava l’abolizione totale (differentemente da Smith, contrario alle leggi sul domicilio), ritenendole responsabili della povertà che avrebbero dovuto eliminare. Constatando che esse non facevano crescere i matrimoni (e conseguentemente la popolazione) nella misura in cui egli si aspettava, agli inizi del diciannovesimo secolo scriveva: “Ho pochi dubbi che la causa specifica di questo effetto inatteso delle leggi sui poveri debba essere ricercata nella difficoltà di procurarsi le abitazioni. [….] È molto probabile che se la difficoltà costituita dalla carenza di case fosse rimossa, vedremmo presto la proporzione di poveri accrescersi in misura molto più grande di quella che si è mai finora verificata” ( Lettera a Samuel Whitbread a proposito della sua proposta di riforma delle leggi sui poveri in Popolazione e povertà, Editori riuniti, Roma, 199 8).

Con l’aggravarsi della situazione economica mondiale ed il suo estendersi anche al nostro Paese, ha preso vigore e grinta il partito dei tagli ai “costi della politica”. Ultimamente non si va per sottigliezze e nel frullatore viene messo di tutto. Non c’è trasmissione televisiva in cui Parlamentari del “Popolo delle Libertà”, dell’UDC e dell’”Italia dei valori”, unitamente ai soliti onnipresenti “maître à pensée” della carta stampata, ossia a quei direttori che non hanno mai fatto una piega dinnanzi ai copiosi sussidi pubblici che i loro editori ricevono grazie ad una generosa legge sull’editoria, pongono sul banco della macelleria i costi sostenuti dai Comuni per i Consiglieri comunali (che si vorrebbero ulteriormente ridurre) unitamente a quelli delle Province e delle Comunità montane, già previsti da abolire nei programmi elettorali dei partiti della Casa delle Libertà. Nel gioco al massacro non si fa alcun distinguo tra Comunità montane che operano efficacemente ed altre che di montano hanno solo il nome e non fanno nulla, tra Province che svolgono con efficienza ed efficacia i propri compiti pur tra mille difficoltà spesso imputabili alla legislazione regionale di riferimento ed altre che invece non hanno alcun senso e che devono la loro esistenza solo alle “grazie” politiche del notabile o dell’onorevole di turno. Di recente, mentre il maggior quotidiano nazionale ( Corriere della sera 5 c.m.) gridava allo scandalo titolando in prima pagina; “Costose, inutili, incancellabili: le (false) promesse sulle province” e mettendo in campo uno dei catoni censori della “casta”, Feltri col suo giornale continua la crociata epurativa chiedendo ai lettori di sottoscrivere “l’appello a Silvio: aboliamo le Province!”. Nella mischia si smarcano i ministri e Parlamentari della Lega Nord che, tirati per il bavero da Consiglieri di Comunità montane e dagli Amministratori di alcune Province, si dichiarano apertamente contrari a questi tagli. Il governo dal canto suo, prendendo atto della situazione politica al suo interno, fa dire allo scalciante ministro Brunetta che «Le Province sono enti inutili, che non servono, ma che non riusciremo a cancellare in questa legislatura». Poiché coloro che imbracciano la durlindana evitano di entrare nel merito dei problemi sollevati e preferiscono affidarsi a facili slogan ad effetto, cercherò qui di fornire alcuni dati ed elementi per una discussione.

Veniamo anzitutto ai costi della politica che sono imputati ai Consiglieri Comunali. Essi coincidono con i cosiddetti “gettoni di presenza” che vengono corrisposti ai Consiglieri che presenziano alle Assemblee Consiliari e partecipano ai lavori delle relative Commissioni. Il loro importo é stabilito dalla legge (DM 119/2000 e sue modifiche del 2005) e varia dai 15,34 € per i Comuni fino a 1000 abitanti ai 92,96 € per quelli oltre 500.000. Nel caso di Comuni aventi una popolazione compresa tra 10.001 e 30.000 abitanti, quale ad esempio il Comune di Codogno, l’indennità di presenza, al lordo, è di 19,98 € e su essa viene effettuata la ritenuta d’imposta del 23%. Al netto dunque 15,38 €. Una somma che, è bene dirlo, neppure finisce nelle tasche dei Consiglieri perché molti, tra i quali lo scrivente, versano l’intera somma percepita al proprio partito o gruppo di appartenenza al fine di concorrere a sostenere le spese connesse alla stampa di volantini e manifesti, per pagare i canoni per le affissioni e l’affitto di sale per le assemblee, ecc. Viene così reso ai cittadini, sotto forma di informazione, quanto hanno corrisposto. Per far capire la dimensione economica complessiva del problema agitato, farò riferimento al Comune di Codogno ed alla Provincia di Lodi che nel 2007 hanno speso per l’attività svolta dai relativi Consiglieri rispettivamente la somma di 4.794 € e 103.394 €, ossia circa 0,3 €/anno per ogni cittadino di Codogno e 0,47 €/anno per ogni cittadino della Provincia. Si taglia pure tutto, come vogliono i nostri rigoristi ed avremo risparmiato l’insignificante 0,05% delle spese correnti nel caso di Codogno e lo 0,35 % circa nel caso della Provincia!

Vengo ora al problema che più assilla i nostri esponenti politici nazionali dei partiti sopra richiamati ed i vari “maître à pensée”, ossia la questione riguardante l’abolizione delle Province. Tralascerò qui il problema connesso alla soppressione di alcune di esse a seguito della istituzione delle “Città metropolitane! sul quale c’è l’accordo unanime ed affronterò la questione più generale premettendo che le Province sono previste dalla nostra Costituzione la quale all’art. 114 specifica che “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. Già questo vincolo comporta, se le si volessero abolire, una riforma della stessa Costituzione. Una cosa non da poco che richiederebbe, come dice Brunetta, tempi che traguardano questa legislatura! Anche coloro che sostengono questa campagna abrogazionista lo sanno benissimo, eppure si continua a battere il chiodo per esercitare pressioni sull’opinione pubblica e sul Parlamento affinché, nell’ambito della revisione del codice delle autonomie si pervenga ad una riforma dell’assetto istituzionale in chiave fortemente “deregolativa” in cui la “governance” venga devoluta in modo spinto verso il basso, ossia verso i Comuni, i quali, in nome della liberalizzazione, della competizione e della sussidiarietà orizzontale dovrebbero lasciare ampio spazio agli interessi privati in campo urbanistico, nella gestione dei servizi sociali e dei beni comuni. Essi inoltre, privati del potere vincolante, una volta consultati, non dovranno ostacolare sul loro territorio le scelte sovraordinate di Stato e Regioni (vedasi ad esempio la legge obiettivo). In presenza di conflitti con gli Enti locali, Stato e Regioni dovranno intervenire esercitando ampi poteri sostitutivi. Una volta svuotate ulteriormente di compiti e poteri le Province, non resterà che abolirle modificando la Costituzione. Si tratta di una visione dello Stato marcatamente neoliberista che non tiene conto di cosa comporti questa divisione dei poteri in termini di conseguimento di obiettivi complessi la cui soluzione non risiede né nel localismo e tanto meno nel centralismo. Si tratta di una interpretazione del federalismo non nuova visto che la nostra Regione la pratica da anni. Fanno testo le varie leggi regionali lombarde che sono state emanate a partire dai primi anni 2000 le quali hanno progressivamente tolto alle Province importanti compiti e impedito loro di esercitare un efficace ruolo di governo del proprio territorio. Nel caso della nostra Provincia ciò ha aggravato problemi pregressi (si pensi al problema della centrale di Bertonico) o reso difficoltoso affrontare quelli emergenti (si pensi alla discarica che la CRE vorrebbe insediare a Senna Lodigiana). Tra le leggi citiamo qui, una per tutte, la LR n° 12/2005 “Legge per il governo del territorio” che assegna alle Province compiti puramente “settoriali” in materia di tutela dell’agricoltura “strategica”, di difesa idrogeologica del territorio e di infrastrutturazioni mentre invece lascia ai singoli Comuni carta bianca nella definizione del proprio assetto territoriale avendo soppresso quasi del tutto vincoli sovraordinati o normativi (abolizione degli standard urbanistici, nessun vincolo provinciale nel determinare le espansioni endogene, ecc). Viene così fatta mancare la possibilità di analizzare ed affrontare in modo “sistemico” e di “governance” problemi complessi, come quelli legati al tema dello sviluppo sostenibile, della tutela dei suoli e delle acque, dell’ambiente e dei rifiuti che solo nella scala adeguata, ossia alla scala di vasta area, possono trovare appropriate risposte. Una “devolution” che, nella versione colta, viene fatta derivare dal principio di “sussidiarietà”, reinterpretato in salsa “lümbarda”. Si tratta di una interpretazione che nulla ha a che fare con quella che l’Unione Europea ne dà al fine di individuare “il livello istituzionale più adeguato a dare le risposte sistemiche più efficaci, efficienti ed economiche ai problemi posti dal paradigma dello sviluppo sostenibile”. Si tratta, come si nota, di un approccio che non individua “aprioristicamente” i livelli a cui affidare poteri, compiti di gestione e quant’altro e che al contrario riconosce il fatto che se un determinato livello di governo non può efficacemente raggiungere gli obiettivi proposti e questi invece sono raggiungibili in modo più soddisfacente dal livello di governo sovraordinato (o sott’ordinato) è a quest’ultimo che spetta il compito di intervenire. Non è forse stata questa la strada che a partire dalla metà degli anni sessanta venne perseguita dagli Amministratori lodigiani e che portò, nel riconoscimento dell’impossibilità di conseguire importanti obiettivi socio economici operando ognuno per proprio conto, a realizzare prima, sia pur su base volontaristica, il “Consorzio provinciale per il miglioramento delle condizioni economico sociali del Lodigiano”? Non è forse stata questa la strada che in questi anni hanno perseguito con risultati positivi Provincia e Comuni lodigiani, realizzando strutture consortili e altre forme associative, per affrontare temi complessi quali: i servizi assistenziali, la gestione pubblica del servizio idrico integrato, lo smaltimento dei rifiuti, la valorizzazione dell’agricoltura, il turismo, la tutela del territorio, ossia bisogni e problemi che nessuno a scala locale è in grado di garantire anche in termini di economicità?

Il tema della riforma federale dello Stato non lo si può affrontare schematicamente quasi si trattasse di un referendum: Provincia sì o Provincia no. Nessuno mette in discussione che anche le Province dovrebbero essere oggetto di riforme, visti i cambiamenti che sono intervenuti ed i nuovi complessi problemi che si dovrebbero affrontare, ma una cosa è aprire una seria discussione su tutto questo, altro è assumere un approccio di marca qualunquista per liquidare un livello di governo che ha dato e può dare appropriate ed efficaci risposte. Perché nessuno dei nostri catoni censori vede che è proprio nella gestione localistica dei problemi e dei bisogni che si nascondono gli sprechi, che si depauperano risorse pregiate e scarse quali ad esempio il territorio e l’ambiente? Perché nessuno di loro, ma anche dei due grandi schieramenti politici, si pongono il problema del superamento dell’attuale frantumazione localistica, che, questa sì, la “custa un sacc de danè”? Infine, visto che siamo vicini alle scadenze amministrative, sarebbe auspicabile che le forze politiche provinciali che non ritengono inutili le Province, prendano apertamente e pubblicamente posizione indicando altresì le azioni che intendono intraprendere presso le proprie segreterie nazionali. Suonerebbe infatti assai stucchevole pensare che mentre anche questi partiti si preparano ad affrontare la prossima campagna elettorale per le Province, elaborando programmi che ne presumono l’utilità, non facciano nulla per impedire che a livello nazionale si ridisegni un assetto dello Stato che le cancella.

Postilla

L’articolo per Carta ha provocato due reazioni: l’articolo di Andrea Rossi, Capogruppo in Provincia di Lodi del partito della Rifondazione comunista, e una breve nota e-mail di Gianni Zampieri, Collemincio di Valfabbrica (Pg). Colgo l’occasione per integrare l’articolo di Rossi e completare in tal modo le ragioni della provincia, che già emergono dal suo scritto. Ma anzitutto ecco la nota di Zampieri.

“Ma cos'è sta novità? Stai a difendere le Provincie? Cioè quella riserva di poltrone e poltroncine che ci costa un occhio e serve a pochissimo? Tutte le funzioni delle Provincie possono serenamente essere attribuite alle Regioni, abolendo tutta la schiera di poltrone e poltroncine dei piani alti. Non si rinuncerebbe ad un bel niente. Semplicemente andrebbero a casa (con laute e immeritate liquidazioni e/o pensioni) alcune centinaia di inutili e spesso incapaci funzionari di partito. Ti prego di riconsiderare la tua posizione in merito, con serietà e onestà. Grazie e buon lavoro”.

Molti di noi (i più vecchi, e quelli che si sono sempre occupati del territorio) ricordano gli eventi e le discussioni attraverso cui si è passati all’attribuzione alle provincie di nuovi ruoli accanto a quelli, più deboli, che storia e costituzione avevano consolidato. Il fatto è ch in una società che voglia utilizzare la pianificazione per governare l’uso e le trasformazioni del territorio, la dimensione comunale non è affatto sufficiente e non lo è, per le ragioni opposte, quella regionale; esiste un livello di pianificazione utile, che ha una scala intermedia tra le due. Questioni come i pendolarismo casa-lavoro-servizi, le localizzazioni di attrezzature e di sedi per le attività produttive e commerciali a raggio d’azione superiore a quello del piccolo o medio comune, il governo delle acque e dei rifiuti (per non citare che alcuni elementi) richiedono na visione sovracomunale ma un’ottica più ravvicinata di quella regionale. Questa è la ragione per cui in tutte le democrazie moderne esiste una forma di pianificazione d’area vasta. In Italia la prima sperimentazione fu il vero e proprio piano territoriale che venne fatto, all’inizio degli anni 30, per la bonifica e urbanizzazione della Pianura pontina (la cui dimensione, non a caso, coincide proprio con quella di una provincia).

Naturalmente la dimensione territoriale dell’ambito può dar luogo a una pianificazione che fa capo a diverse autorità: può far capo all’associazione dei comuni che ne fanno parte, oppure può avere come protagonista la regione, o addirittura lo Stato (quest’ultimo fu proprio il caso dell’area pontina): In Italia, negli anni dell’istituzione delle regioni, si tentarono tutte le strade. La premessa era che dovesse esserci una corrispondenza tra il livello di pianificazione e il livello di governo: titolare della pianificazione doveva essere un istituto democratico elettivo. Si tentò con degli enti elettivi di secondo grado (i “comprensori”); ma ogni membro del consiglio di comprensorio rappresentava il comune che lo aveva eletto, non si pervenne mai a decisioni efficaci (come del resto nei tentativi di pianificazione intercomunale). Si pensò di istituire i comprensori al posto delle province, ma sarebbe stato necessaria una modifica della Costituzione. L’uovo di Colombo fu il seguente ragionamento: le province sono previste dalla Costituzione, ma hanno poteri, competenze, ruoli molto deboli: riformiamole, utilizziamole per la pianificazione territoriale, così recuperiamo una istituzione esistente, le sue tradizioni, il suo personale, le sue strutture. Certo, i confini delle province furono tracciati in età napoleonica, andrebbero rivisti: ma è più facile rivedere confini e rafforzare competenze che cancellare enti divenuti poco utili e costruirne di nuovi. La conclusione del dibattito portò alle competenze delle province stabilite nella legge 142 del 1980.

Da allora avrebbe dovuto cominciare un lavoro molto serio per recuperare le province. Sarebbe stato necessario un ceto politico capace di comprendere che la pianificazione del territorio è un metodo e un insieme di strumenti necessario per assicurare un assetto ragionevole del territorio: convinto quindi a investire nelle nuove province. Così non è stato. Perciò solo in un numero limitato di casi (ma ve ne sono, e non sono pochissimi) le province hanno lavorato e lavorano. Ha ragione Andrea Rossi: parlare oggi di abolire le province significa soltanto voler dare un’ulteriore spallata al deperimento del potere pubblico democratico.

Ormai su periodici, magazine e quotidiani l’architettura si affianca sempre più alla moda, al glamour, al gossip. È quella la vetrina dove i cittadini possono venire a sapere di importanti trasformazioni del contesto in cui vivono. Non perché interessi il loro parere. I media li relegano al ruolo di spettatori impotenti (semmai immaginati nell’atto di emettere esclamazioni di meraviglia).

I politici? Da quelli dell’opposizione (di qualunque colore): silenzio. Non è materia che li riguardi, che abbia attinenza con la politica. Per quelli che hanno le redini del potere, le fantasmagoriche restituzioni virtuali sono l’incenso con cui si avvolgono: il sostituto di ogni discorso, di ogni giustificazione. Non solo la comunicazione, ma il mezzo a cui essa si affida è tutto (di nuovo McLuhan): dietro non c’è niente. Non un pensiero, un’argomentazione. Non un logos che possa essere oggetto di discussione nella polis. Così l’attacco si svolge su due piani: la città reale e la città ideale (nel senso non dell’utopia ma della civitas definita dalla convivenza civile e dalla condivisione delle ragioni su cui si fonda). Un punto su cui le restituzioni virtuali lavorano è l’immaginario. Che viene destrutturato e sganciato dalle ragioni civili. È anche così che si distrugge la città.

Esemplare è il lavoro svolto da una pubblicistica storicamente e formalmente attribuita a un’area di centro-sinistra e che in passato ha svolto un ruolo importante sul piano della difesa/costruzione di un cultura civile. Si pensi al lavoro di Antonio Cederna. Sì: sto parlando dell’«Espresso» e anche di «Repubblica», dove accanto all’ottimo lavoro svolto da un Francesco Erbani, troviamo il dilagare di maître à penser che hanno dirette responsabilità nella distruzione della città. O dove alcune star internazionali dell’architettura hanno un lasciapassare assicurato, avvalorato da giornalisti che si sono eletti a loro alfieri/maggiordomi. Per non dire delle pagine locali di «Repubblica», dove, come anche sul «Corriere della Sera», alcuni servizi su complessi edilizi in programma si presentano in tutto e per tutto come pagine pubblicitarie a pagamento: una prosecuzione della pubblicità immobiliare.

Tra gli effetti di trascinamento di questo caravanserraglio è l’automatica promozione di alcuni architetti di grido al ruolo di esperti in pianificazione urbanistica e disegno urbano. Ambiti su cui tali architetti non hanno alcuna preparazione, né alcuna esperienza che giustifichi l’affidamento di compiti di tale importanza. Chi glieli affida? Hanno incominciato gli immobiliaristi con il pieno avvallo degli amministratori pubblici, e ora li seguono su questa strada gli stessi amministratori in prima persona. La cosa è stranota: l’archistar è il grimaldello per ottenere l’innalzamento degli indici di edificabilità. L’amministratore pubblico li concede in cambio del fatto che acquisisce, o pensa di acquisire, uno scudo che lo mette al riparo da ogni genere di critica. Ogni discussione viene così tranciata di netto: chi osa muovere obiezioni si trova davanti un fuoco di sbarramento: «Chi è questo Carneade che osa schierarsi contro progetti che portano firme tanto prestigiose?». E via di questo passo. L’impreparazione degli amministratori e dei tecnici comunali fa il resto, finendo per trascinare nel vortice ammirazione/ignoranza larghe componenti dell’opinione pubblica: settori della società che via via si convincono che sulle trasformazioni territoriali e urbane non hanno voce in capitolo, perché non avrebbero la competenza. Mentre il problema primo di un amministratore pubblico sarebbe l’opposto: porsi come tramite fra competenze tecniche e competenze civili. Il vortice si trasforma così in tritacarne: le cosiddette competenze tecniche fanno a pezzi le competenze civili, ovvero quella materia - ciò che fa città - in cui tutti siamo esperti in quanto cittadini.

Queste le considerazioni suggerite da uno degli ultimi botti del fitto bombardamento mediatico: l’articolo Cantiere aperto Milano apparso su «L’espresso» del 23 ottobre 2008 a firma di Enrico Arosio.

Al centro dell’articolo è il progetto di Rem Koolhaas per l’area dei gasometri nel quartiere milanese della Bovisa. Il termine progetto è in questo caso un eufemismo. Si tratta più propriamente del divertissement di un individuo che evidentemente non ha giocato abbastanza da piccolo. Butta sull’area, a manciate, dei pezzi presi da una scatola di giochi d’infanzia e dopo averne cavato un assemblaggio che gli pare abbastanza stravagante da sorprendere gli allocchi, mette la sua firma sotto questo affastellamento, lo chiama masterplan e lo manda, con relativa parcella, al committente diretto. Ovvero a EuroMilano. Che qui, in termini di potere, avrebbe tutte le prerogative del principe. Come le avrebbero i suoi interlocutori primi: il Sindaco di Milano e il Rettore del Politecnico, il quale rappresenta un ente che in questo caso è il maggiore destinatario dell’intervento di recupero.

Principi? Sì: principi. Solo che nel quattro-cinquecento i principi avevano in generale buon gusto e ci tenevano a rispecchiarsi nelle opere. Ma si dirà: «Anche il “masterplan” di Koolhaas riflette qualcosa». Vero. È uno specchio che la dice lunga sulla impreparazione e il cattivo gusto dei moderni principi. I quali tra i gasometri della Bovisa, a dispetto dell’archistar usata come foglia di fico, appaiono in tutta la loro non entusiasmante nudità.

, autori dei due articoli gemelli,su questo sito il 3 ottobre scorso, abbiano letto il libro di Antonio Iannello, L’inganno federalista (Vivarium, Napoli, 1998), con prefazione di Giovanni Russo, pubblicato poco prima della scomparsa dell’autore. Il messaggio è lo stesso, uguale la denuncia, cioè la perdita della coscienza e dell’appartenenza nazionali, l’opportunismo delle forze politiche di fronte al federalismo fasullo. Secondo Asor Rosa, la disarticolazione e frammentazione dell’unità politica, economica, identitaria e istituzionale dell’Italia perseguita dalla Lega è, evidentemente, un processo, che però "diffonde una cultura politica e un senso comune avversi a tutte le definizioni topiche dell’essere «italiano». Il berlusconismo ingloba questa fenomenologia e la fa propria; se non altro perché al presidente del consiglio unità o non unità nazionali sono del tutto indifferenti, purché la macchina del potere resti tutta in ogni caso nelle sue mani". Per Piero Bevilacqua, il lavoro orchestrato dalle Tv Mediaset ha fatto leva sulla parte "più arcaica e anarcoide" dello spirito nazionale. E ricorda quel «particulare» che già Francesco Guicciardini aveva individuato come un tarlo nella coscienza civile degli italiani. Questa ideologia dissolvitrice ha trasformato "i cittadini in produttori e consumatori, ciascuno libero in casa propria (ma anche fuori di essa), individui solitari privati di un’idea di nazione come comunità solidale, monadi isolate, ispirate esclusivamente dalla ricerca dei propri privati interessi".

I medesimi ragionamenti, dieci anni fa, e perciò con una sorprendente lucidità e una capacità di analisi politica che pochi gli accreditavano, li formulò Antonio Iannello. Fin da quando si era delineato il movimento della Lega, Iannello era stato fra i primi, per quanto posso ricordare il primo in assoluto, a comprenderne e a denunciarne la pericolosità. I lettori di questo sito sanno chi era Antonio Iannello (Napoli, 1930-1998), architetto, dirigente del partito repubblicano e a lungo impegnato in Italia nostra, di cui fu segretario generale dal 1985 al 1990. "Un po’ guerrigliero, un po’ certosino, ogni sua battaglia è stata animata da un rigoroso senso etico a favore dell’interesse pubblico. Contro una lottizzazione abusiva o un piano regolatore che piaceva troppo agli speculatori alternava irruenza, sottigliezza giuridica e gusto della beffa": così lo ritrae Francesco Erbani nel libro Uno strano italiano. Antonio Iannello e lo scempio dell’ambiente (Laterza, 2002). E Giovanni Russo scrive nella prefazione che "battersi contro le tesi della lega, così come ha fatto contro le deturpazioni urbane e del paesaggio, diventa per lui naturale".

L’inganno federalista raccoglie gli interventi all’assemblea costituente degli oppositori all’ordinamento regionale: Francesco Saverio Nitti, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Benedetto Croce, Concetto Marchesi, Aldo Moro, Tristano Codignola, Emilio Lussu e tanti altri. Nell’ampio saggio introduttivo, Iannello riporta all’attualità il pensiero dei padri costituenti antiregionalisti, svela l’inconsistenza e i mascheramenti dei riti celtici, denunzia l’imperdonabile errore di quasi tutte le forze politiche che per compiacere la Lega si mettono in fila per partecipare allo sconquasso dell’ordinamento statale. Coglie le analogie fra il separatismo siciliano del primo dopoguerra ("una sparuta minoranza rozza, faziosa, violenta ed eversiva") e quello leghista, ma anche una fondamentale differenza "che rende ancor più incomprensibile e inaccettabile il cedimento di fronte alle proposte leghiste. Le spinte autonomiste siciliane provenivano da una realtà socialmente depressa, nella quale vigevano ancora inalterati i rapporti feudali e lo sfruttamento dei contadini. Oggi le spinte indipendentiste provengono da una delle zone più ricche del Paese e, incredibilmente, stampa e forze politiche parlano di un «malessere del nord» che non esiste, se non i termini culturali e spirituali, ma non certamente economici".

Ma la parte, secondo me, più importante del saggio introduttivo è quella in cui Iannello tratta del fallimento delle regioni, e giustamente si chiede perché si affronta la questione del federalismo senza aver sentito la necessità di fare prima un bilancio dell’azione regionale. Contesta gli argomenti di chi sostiene che i risultati deludenti dovrebbero addebitarsi al ritardo con il quale furono istituite le regioni ordinarie, chiamando in causa l’esperienza ancor più sconfortante delle regioni a statuto speciale, come la Sicilia, istituita ancora prima dell’entrata in vigore della costituzione repubblicana. Esamina in particolare i temi a lui più consueti, l’assenza della pianificazione territoriale, la "delittuosa improvvisazione" in materia di protezione del paesaggio, la mancata repressione degli abusi edilizi. E così di seguito.

Sono passati dieci anni e un bilancio rigoroso, obiettivo e approfondito dell’attività regionale, come atto propedeutico alla discussione sul federalismo, ancora non è stato fatto. Dovrebbe essere compito prioritario dell’opposizione, che invece è impegnata soprattutto nel confermare la propria acritica adesione al federalismo.

Concludo riprendendo ancora Asor Rosa: "ci vorrebbe un partito, un movimento, un'opzione al tempo stesso politica e culturale, capaci di coniugare la difesa della patria-nazione con quella degli strati più nuovi, più reattivi e più a rischio della società italiana contemporanea (…). Ma dov'è?".

Postilla: Antonio Iannello non poteva immaginare che si sarebbe arrivati al trasferimento dei poteri di tutela al comune di Roma, con tanto di benservito a quei coraggiosi soprintendenti statali che anche in tempi recentissimi hanno contrastato scempi e devastazioni. Il nuovo assessore comunale all’urbanistica ha dichiarato che bisogna accantonare l’ideologia della sacralità dell’agro romano. Ha detto proprio così. Uno spaventoso futuro incombe sulla capitale.

Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito è un pazzo oppure un economista, Kenneth Boulding, 1966

Cosa fa la gente dinnanzi alla crisi? Non compra! esclama preoccupato anche Epifani; un dramma, secondo lui (attualmente il miglior dirigente di una sinistra moderata in declino dopo l’autodistruzione della sinistra detta radicale). Proprio così. Bisogna comprare le cose inutili, poiché, penso, quelle necessarie e irrinunciabili per la normale e buona vita si acquistano comunque salvo sottoporle a una maggior attenzione riguardo al rapporto qualità prezzo. Il solito schema: comprare comprare comprare affinché la produzione corra. Schema vecchio come il cucco. Formula elementare e approssimativa che, mentre il whirl capitalism col turbo a pezzi è ricusato dagli stessi esaltati preti della globalizzazione, viene rilanciata dalla sinistra accodata ai marpioni della speculazione finanziaria e industriale. Che mancanza di idee, di fantasia, di risorse intellettuali e morali. Anche morali, certo. Perché allinearsi ai liberisti pentiti? Ai cultori dello scambio ineguale? Ai maestri di altrui rovina? Non dovrebbe, questa crisi, essere colta come occasione per ricominciare da capo, per pensare a un modello di società diverso dall’attuale modello capitalistico socialmente insostenibile? Anzi, economicamente insostenibile, si è visto, se persino colossali aziende mondiali perdono il 90 per cento del proprio capitale, e gli ex ultra liberisti debbono rimpolparle coi soldi della “gente” per salvarne altra. Non dovrebbe la sinistra smetterla di sottostare senza dubbi alla duale il-logica del consumare di più per produrre di più? E non dovrebbe denunciare la menzogna che l’aumento progressivo del Pil genera automaticamente più ricchezza per tutti quando è dimostrato il contrario, più reddito e ricchezza per pochi e maggior grandezza del divario con chi ne possiede poco o nulla dell’uno e dell’altra? Berlinguer, dimenticato dai dirigenti attuali, fu eccezionale chiaroveggente a perorare austerità nei consumi, vigilanza verso lo spreco. Non dovrebbe la sinistra ripartire dal suo pensiero berlingueriano e proporlo accanto a elaborazioni vecchie e nuove contestatrici del concetto e del fatto della crescita confusa con lo sviluppo? Carla Ravaioli, straordinaria irriducibile critica dello sviluppismo, ce lo ha ripetuto col suo ultimo libro (Ambiente e pace una sola rivoluzione): crescita concerne le merci e il reddito, sviluppo deve riferirsi a tutti i fattori di umanizzazione delle risorse. Perché la sinistra non “studia”, perché non vede che esistono pensieri sull’economia e la società diversi da quello dominante ma scosso e perdente? Perché non si misura con il principio di Serge Latouche relativo alla decrescita o acrescita (“decrescita serena” “decrescita conviviale”)? Perché non farlo con le istanze critiche del sistema capitalistico di un Kenneth Boulding, di un Walden Bello, di un Jared Diamond e tanti altri studiosi? Perché non liberarsi dalla sudditanza al liberismo, al pensiero convenzionale “occidentale” e propugnare idee e progetti per una diversa economia punto di partenza per cambiare il mondo?

Perché non cogliere l’occasione?

Sull’argomento vedi anche gli articoli di Giorgio Ruffolo, Loretta Napoleoni, Burgio e Giacchè, Barbara Spinelli , Rossana Rossanda e Zygmunt Bauman, nonché i numerosi scritti di Carla Ravaioli e Piero Bevilacqua (usando il “cerca”)

Il dibattito seguito alla sconfitta elettorale del 13 e 14 aprile ha avuto, tra gli altri effetti, quello di rendere di più largo dominio, e per così dire popolare, un’acquisizione che apparteneva, in verità, a pochi: la sinistra, in Italia ( come, in diversa misura, altrove) vive da decenni nel fondo di una catastrofe culturale.E’ da almeno un quarto di secolo che essa è venuta perdendo la capacità di leggere le trasformazioni del mondo attuale e di produrre saperi, valori, senso comune, in grado di orientare la propria azione, di dare prospettiva alle grandi masse popolari, ai lavoratori, ai cittadini del nostro tempo. Viviamo oggi nella parte bassa di un ciclo storico da cui si potrà riemergere in tempi non brevi e in virtù di un lavoro paziente e di lunga lena. Certo, apprezziamo gli sforzi e il lavoro di chi tenta un’opera di ricomposizione delle sparse membra della rappresentanza politica oggi in rotta.La politica vive anche di quotidiano, sotto la pressione di agende che non sempre è possibile scegliere a piacimento. Ma credo ugualmente necessario che le forze intellettuali volenterose si dispongano a una più ambiziosa progettualità, consapevoli che occorre ricostruire vecchie e nuove fondamenta a un edificio in buona parte in rovina.

Sono personalmente convinto che nella situazione presente sia di grande utilità – e che faccia anche bene al morale - distogliere lo sguardo dalle vicende del ceto politico per orientarlo verso altri ambiti di osservazione. E’ opportuno guardare alla società, con una inclinazione e una intenzionalità diversa da quanto le vicende politiche recenti ci spingerebbero a fare. A dispetto dello spettacolo inquietante fornito di recente da vari luoghi e settori della società italiana, io non credo che la « società civile globale» - di cui si discuteva sino a qualche mese fa – sia di colpo scomparsa perché l’Italia manifesta nel suo seno violente pulsioni di odio razziale et similia. E’ una novità che sgomenta, non c’è dubbio. Ma l’arretramento civile e culturale, prima ancora che politico, dell’Italia di oggi non deve farci perdere di vista il più vasto mondo in cui siamo immersi, né quella parte più o meno sommersa di realtà nazionale che non appare, non ha voce, eppure è animata dalla volontà di perseguire il bene comune, sente come propri e necessari gli ideali di solidarietà collettiva. Soprattutto non dobbiamo perdere di vista le grandi novità di fatto e potenziali che lo stesso sviluppo capitalistico ha creato e ci mette oggi a disposizione. Spesso ci accorgiamo in ritardo di quanto la «vecchia talpa» abbia scavato, creando aperture e varchi impensabili fino a poco tempo fa. Non c’è dubbio, ad esempio, che la rete costituisca oggi un inedito territorio universale di informazione, collegamento e comunicazione tra le persone e i popoli. Come ha scritto Stefano Rodotà essa costituisce “il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto”. E’ un mezzo che solo pochi decenni fa non possedevamo. E dentro di essa dobbiamo imparare a costruire presidi durevoli di conoscenza, cultura democratica, informazione non asservita ai poteri dominanti.

Ora, sono personalmente convinto non solo che l’ Italia costituisca una tessera della società civile globale in espansione, ma che essa sia contrassegnata anche da altre potenzialità nascoste. A dispetto delle apparenze, l’Italia – come del resto gran parte dei Paesi post-industriali – ospita all’interno una intellettualità di massa sconosciuta per dimensione a tutte le società del passato. Non penso solo genericamente ai “ceti riflessivi“ di cui parla Paul Ginsborg, con una definizione necessariamente ad effetto, ma che è sintomatica di una realtà effettiva per quanto difficilmente misurabile. Penso anche a quel vasto e crescente arcipelago di giovani che ha una laurea in tasca, spesso frequenta o ha concluso dottorati, Ph.d, master, ecc., ha viaggiato in Europa e nel vasto mondo, conosce una o più lingue straniere, ascolta la musica internazionale, naviga quotidianamente in Internet. Si tratta di un “popolo” particolare, che la mancanza di opportunità di lavoro spinge in una dimensione di specializzazione a oltranza, ma scaraventa al tempo stesso in un limbo di precarietà sociale, incertezza, assenza di prospettive, isolamento. Dovrebbe esser questa la futura élite intellettuale del Paese, frantumata, dispersa e delusa, che forse non troverà la collocazione professionale e dirigente a cui si era preparata. Ma sono questi, potenzialmente, i nuovi ceti colti da cui potranno nascere rappresentanze politiche rinnovate, cittadini cosmopoliti portatori di una idea più avanzata e solidale di cittadinanza. Senza dire che da qui potranno nascere nuove culture politiche, rinnovate letture del mondo attuale, inediti orizzonti teorici.

Ebbene, io credo che oggi non abbiamo altra possibilità di entrare in contatto con tale vasto e composito arcipelago, tentare di orientarlo, se non creando luoghi di comunicazione attraverso Internet. Si tratta, com’è noto, di una realtà già in atto. La diffusione dei vari siti e blog, negli ultimi anni, ha spesso corrisposto anche a tale fine. Queste nuove comunità di dialogo svolgono non solo il compito di offrire interpretazioni non conformistiche della realtà, informazione libera e disinteressata, senso di appartenenza a individui spesso isolati , ma trovano anche negli stessi lettori dei collaboratori attivi: attenti e partecipi fruitori, ma spesso e in maniera crescente, protagonisti del dibattito che tiene in vita il sito. Ora non mi sfuggono i limiti e le insidie di questa agorà mediatica. Sono noti a molti e non mi ci soffermerò. Ma se le sezioni dei partiti sono chiuse e i quartieri delle nostre città sono privi di presidi sociali e luoghi di dibattito, è certo preferibile il dialogo virtuale al silenzio.

La proposta che voglio avanzare è ispirata a una esperienza di successo: il sito eddyburg. Come ormai molti sanno, si tratta di un sito specializzato sui temi del territorio, della città e dell’ambiente. Esso svolge a mio avviso un compito importante in un Paese come il nostro, il cui habitat è così fragile e vulnerabile, un Paese così ricco di patrimoni artistici esposti, di centri storici incomparabili, e le cui classi dirigenti in fatto di ambiente, territorio, mondo naturale, sono fra le più incolte e rozze del mondo occidentale. Un sito siffatto è destinato ad accrescere la sua penetrazione e diffusione nella società italiana, perché esso mette al centro un nodo ineludibile del tempo attuale: gli equilibri ambientali, la vita urbana, gli spazi, gli assetti del territorio.

Ora, eddyburg è il frutto casuale di una iniziativa fortunata. Un urbanista, un intellettuale della cultura e passione civile di Edoardo Salzano si è votato a tale compito e ha dato vita a questo importante presidio culturale. Chi voglia, in Italia, informarsi sui problemi delle nostre città e del nostro territorio, avere una visione anche storica dei caratteri ambientali della Penisola, ha a disposizione su Internet questo patrimonio di informazione e conoscenza. Ebbene, io credo che il modello eddyburg dovrebbe esse riprodotto per altri ambiti con analogo profilo progettuale. Occorre puntare a creare dei siti “specialistici” in grado di acquistare sul campo – per la serietà e la competenze delle analisi ospitate - autorevolezza e prestigio, così da catturare un vasto e crescente pubblico. Contribuendo così anche a ridurre la dispersione e frammentazione culturale che pure la rete tende ad alimentare. Siti siffatti non debbono solo informare, ma anche formare, grazie alla ricchezza delle conoscenze offerte. E al tempo stesso porsi come istituzioni culturali e politiche autorevoli, in grado di influenzare scelte, di fare opinione. Presidi di conoscenza e informazione indipendente e dunque casematte di democrazia.

Non sono pochi, ovviamente, gli ambiti che meriterebbero di costituire l’oggetto primario di siti specialistici. In questa sede mi sento di perorare la necessità di due grandi aree tematiche da porre al centro dell’analisi e della discussione. La prima riguarda la memoria e la storia, la seconda il mondo del lavoro. Non è certo necessaria una lunga dissertazione per illustrare il rilievo politico, civile e culturale che le due questioni rivestono oggi nel nostro Paese. Per quanto riguarda la storia, proprio in Italia, negli ultimi due decenni abbiamo potuto assistere, in forma esemplare, all’uso politico più apertamente strumentale del nostro passato. Quest’uso è in parte il risultato di scorrerie dell’industria culturale, ma fa anche parte di una intenzionalità politica molto precisa: mutare la memoria antifascista dell’Italia repubblicana, togliere rilievo e significato al protagonismo popolare che sta alle origini dello Stato democratico, predisporre la coscienza del Paese a plasmazioni culturali di natura moderata. Nella fase storica in cui i partiti democratici e soprattutto quelli della sinistra storica hanno abbandonato ogni forma di pedagogia e di cura della memoria nazionale, questa rimane oggetto delle scorribande più diverse, soprattutto dei settori politici oggi dominanti, tanto più aggressivi ed onnivori quanto più le forze di sinistra appaiono moderate, remissive, dimentiche del proprio passato, quando non impegnate con zelo in un’opera di damnatio memoriae.

Ora, è giusto ricordare che l’Italia ha ancora saldi presidi che consentono lo studio, l’insegnamento, la trasmissione di una memoria storica scientificamente fondata. La scuola pubblica, l’ Università, le riviste storiche specializzate, un numero considerevole di storici di prim’ordine alimentano ricerca, dibattito e insegnamento degni di un Paese civile. E godiamo anche delle pubblicazioni di tante case editrici di cultura che tengono viva la tradizione democratica. E tuttavia oggi questo non basta. La potenza manipolativa assunta dai media in quest’ambito reclama nuovi strumenti di contrasto e soprattutto di diffusione popolare dei risultati storiografici. Non trascuro, certo, il fatto che i (pochi) giornali democratici abbiano fatto e facciano la loro parte. Ma i giornali non arrivano dovunque, e di norma sono dei fortilizi cui è negato ogni accesso al lettore, se non nella forma dimessa della letteraal direttore: qualcosa di simile alle “suppliche al re” di antico regime. E d’altra parte la storia costituisce un avamposto di egemonia sempre più importante in un mondo che non ha cessato di utilizzare l’immagine del passato come strumento di lotta politica. Aggiungo una considerazione che io ritengo capitale. La sinistra e il movimento operaio hanno oggi un compito culturale e storiografico di grandissimo impegno: quello di sottrarre il proprio glorioso e meritorio passato dall’ombra del fallimento di una esperienza storica. La riduzione di tutto il passato del movimento dei lavoratori, e della lotta politica per la loro emancipazione, alla storia dell’URSS pesa ancora come un macigno sull’immagine e la possibilitàegemoniche della sinistra attuale. Occorre dunque ricostruire l’immaginario culturale nostro passato.

Un sito che si occupa di memoria e storia, per la verità esiste già nella rete. E un buon sito, ma di modesto profilo. Io penso a qualcosa di più ambizioso. Esso dovrebbe essere pensato e diretto da storici di professione, per un largo pubblico, con articoli e saggi brevi, orientati da uno sforzo serio di alta divulgazione, ma che ospiti anche discussioni, lettere, opinioni. Potrebbe anche far posto a un archivio con saggi più lunghi e sistematici per chi voglia approfondire alcune tematiche importanti. Ma io credo che l’anima di un sito siffatto dovrebbe consistere nella sintesi di rigore e militanza: la serietà storiografica messa al servizio di un disvelamento sistematico dell’uso politico della storia che si fa quotidianamente nel nostro Paese. Mostrare come si manipola la storia e al tempo stesso cercare di ricostruire il passato dalla parte dei ceti che la storia l’hanno fatta, ma non lasciano tracce scritte, non hanno voce.

Non minore rilevanza culturale e politica riveste l’altro sito che vado proponendo. Quest’ultimo per la verità, meriterebbe ben più approfondite riflessioni di quanto si possa fare in un breve articolo. Non c’è dubbio, infatti, che le attuali gerarchie di dominio che governano il mondo e lo vanno trascinando verso squilibri sociali sempre più insostenibili si reggono su una gigantesca rimozione culturale e politica: la centralità insostituibile del lavoro umano. Viviamo in un epoca nella quale le merci sono diventate le protagoniste della storia mondiale, mentre il lavoro che le produce viene ricacciato in una sorta di purgatorio dell’irrilevanza. Su che cosa si regge l’asfissiante retorica sulle virtù salvifiche del mercato, della libera circolazione di merci e servizi, se non sul fatto che il lavoro è scomparso di scena? Non è il lavoro umano a produrre la ricchezza, ma la sua libera circolazione in forma di beni. E’ questa l’immagine del mondo che ci viene quotidianamente offerta. Non a caso, quando la libera circolazione dei lavoratori vuole imitare quella concessa alle merci, gli Stati nazionali riscoprono la realtà e l’orgoglio delle frontiere. Ma il dominio attuale del capitale sul lavoro può contare su un colossale occultamento e su una disconoscenza culturale di inusuale ampiezza. E qui credo che bisogna dirla tutta: sulla condizione attuale della classe operaia, in Italia come nel resto dei Paesi post-industriali, circola una colossale menzogna. Una fandonia diffusa in ogni cortile della vita pubblica. Oggi, infatti appare dominante, è anzi diventata senso comune, la convinzione che l’informatica, il lavoro intellettuale, le varie forme di subappalto, di esternalizzazione di settori industriali e servizi, l’apparire di nuove professioni, ecc. abbia fatto sparire dalla nostra società il lavoro manifatturiero. Come se d’improvviso fosse scomparso il lavoro di fabbrica, come se non ci fossero più uomini e donne addetti al lavoro siderurgico, meccanico, tessile, chimico, cantieristico, edilizio, agricolo. Come se fosse scomparsa la giornata lavorativa con le sue rigidità orarie, i ritmi di produttività, i tempi programmati, l’uso delle macchine,la ripetitività dei gesti e delle mansioni, il controllo dei capi, la fatica, lo stress, l’usura. Ed è davvero singolare osservare anche intellettuali di sinistra, di quelli che fanno opinione, che hanno voce sulla grande stampa, impegnati a divulgare spesso inconsapevolmente l’idea che il lavoro manifatturiero sia una realtà residuale delle società attuali. Essi scambiano l’emarginazione politica e sindacale di vasti strati operai con la loro marginalità sociale, con il loro peso effettivo nel processo di produzione della ricchezza. In realtà il rilievo assunto nel processo produttivo da nuove figure di ideatori, programmatori, manager, ecc. se ha marginalizzato il ruolo immediatamente produttivo degli operai meno qualificati non l’ha affatto sostituito. Le fabbriche continuano a produrre merci, beni che escono dalle mani di lavoratori e lavoratrici in carne ed ossa. Ed è non poco paradossale che debba essere qualche isolato giornalista a rammentarlo, come ha fatto Mario Pirani su la Repubblica del 7 e 29 luglio, su dati Edison, WTO e ONU, mostrando i colossali profitti e i successi di mercato delle imprese italiane nel mondo. Imprese manifatturiere, che si reggono sulla fatica quotidiana degli operai.

Ebbene, il compito culturale e informativo di un sito dedicato al lavoro appare evidente in tutta la sua vasta portata. Si tratta, in primo luogo, di bonificare la vasta palude ideologica in cui è stata fatta sprofondare la condizione reale di chi è inserito nel processi produttivi. Più precisamente: occorre rimettere sui piedi un mondo interamente poggiato sulla testa. E a tal fine, dunque, è necessario che il sito qui proposto, con i modi e il linguaggio della rete, faccia conoscere la composizione attuale della classe operaia, le sue culture, geografie regionali, storie ecc.. Naturalmente tutto il mondo del lavoro andrebbe rappresentato nelle sue multiformi facce e articolazioni. Avere contributi dalle varie regioni italiane, denuncie, analisi, resoconti, cronache, arricchirebbe non solo la nostra visione, anche locale del lavoro italiano, ma contribuirebbe, simultaneamente a costituire una rete di rapporti.

Esistono oggi figure, gruppi, settori del sindacato italiano che non si sono rassegnati alla burocratizzazione delle loro organizzazioni e al moderatismo subalterno che le ispira. D’altra parte l’Italia vanta sociologi del lavoro – da Gallino a Revelli – di primissimo ordine, che hanno creato tanti allievi. E sono senz’altro numerosi i giovani studiosi sparsi nella società italiana che sono esperti di tali temi e vogliosi di occuparsene. Quindi, le forze in campo esistono. Sono solo disperse

Il sito, naturalmente, dovrebbe avere ambizioni informative più alte. Potrebbe, ad esempio, assumersi il compito di informare, con servizi che si possono ricavare da altre fonti giornalistiche – come fa ottimamente eddyburg – delle lotte dei lavoratori in corso nei vari angoli del mondo. C’è un dato importante, infatti, che occorre far conoscere se vogliamo rimettere in piedi il mondo capovolto della società attuale. Non solo, oggi come ieri, sono gli operai a produrre la ricchezza di cui gode l’intera società. E quindi ad essi va riconosciuto il rilievo politico che hanno perduto. Ma bisogna rammentare che mai la classe operaia era stata tanto numerosa nel mondo quanto lo è nel nostro tempo. E quando ci accorgeremo che la globalizzazione può significare anche lotte operaie su scala mondiale, allora avremo scoperto l’altra faccia della luna. Non solo le merci sono cosmopolite, anche il lavoro può tornare a valicare le frontiere, ridiventare universale. Un nuovo ciclo storico della lotta politica può cominciare.

L'impresario cagliaritano, padre del progetto di 270.000 metri cubi a Tuvumannu e a ridosso della necropoli di Tuvixeddu, ha affermato, a questo proposito, di aver subìto, oltre che numerosi torti, anche un danno di immagine. Questa faccenda dell'immagine è una diavoleria moderna e corrisponde, più o meno, alla vecchia e superata reputazione. Prima e dopo la lettura di queste dichiarazioni ci è apparso chiaro di averlo patito noi il danno di immagine. Noi e tutti gli abitanti dell'Isola che si è dimostrata un luogo dove si divora quello che da altre parti sarebbe sacro. Il mondo è proprio a testa in giù. Noi, proprio noi, dovremmo richiederli i danni per la reputazione guastata, chiederli a chi ha fatto conoscere la nostra città al mondo - perfino il Times ne ha parlato - per il cemento intorno alla necropoli e per una strada di scorrimento in un bellissimo canyon, accanto ai sepolcri. Siamo rinomati per le 431 sepolture scomparse sotto il cemento di un garage.

I templi di Agrigento circondati da metri cubi volgari, il Parco dell'Appia antica zeppo di abusi, Pompei a rischio, ascensori alle Cinque Terre. Cagliari è colpita allo stesso modo. Un elenco interminabile di danni all'immagine e al patrimonio di chi abita i luoghi e li vede violentati. Il danno di immagine è dell'intero Paese che si sbrana da sé. Il lamento del costruttore ricorda "s'attitidu" della nostra tradizione, il pianto funebre, ed è in tono con la necropoli, ma distorce le parti sino a stravolgerle perché il "morto" non è il progetto di Coimpresa. Il "morto", se si può dire, è la necropoli. Forse, mutati i tempi, qualche giure astuto otterrà un risarcimento dalle imprese che rendono ogni giorno più insopportabile la città sopprimendone la bellezza. Ma sarà una giustizia postuma.

Pubblicato anche su La nuova Sardegna, 10 agosto 2008

I giornali e i telegiornali hanno parlato poco o nulla della seconda sentenza, quella del Consiglio di Stato, sulle torri eoliche di 110 metri installate sui Poggi Alti di Scansano già bocciate in prima istanza dal Tar della Toscana. Sarà prudente attendere le motivazioni di questo secondo giudizio che peraltro condanna – cosa non da poco – il fatto che la Regione Toscana non abbia compiuto, prima dell’installazione delle torri in una zona paesaggistica e naturalistica di pregio, fra i vigneti del Morellino, vicino al bel castello di Montepò, una adeguata valutazione di impatto ambientale sull’avifauna e sulla pericolosità per i volatili. Da non trascurare, aggiungiamo, pure il mancato invito alla Soprintendenza competente a sedersi al tavolo della conferenza dei servizi (in nome di un frettoloso “ambientalismo del fare”?).

L’assessore regionale competente ha subito annunciato, sbrigativamente: rifaremo l’autorizzazione e tutto andrà a posto. Nemmeno per sogno ha replicato, con una secca diffida, uno dei ricorrenti, l’imprenditore agricolo Jacopo Biondi Santi, “il parco eolico realizzato in località Murci è ab origine privo di titolo autorizzativo e perciò del tutto abusivo”. Quindi va subito demolito.

Sull’impianto eolico di Scansano l’ambientalismo si è diviso: favorevole senza se e senza ma Legambiente, contraria Italia Nostra, col Wwf in una posizione neutra. In effetti tre anni fa la meritoria associazione naturalista aveva sottoscritto, assieme a Legambiente, un patto con l’Enel per la promozione dell’energia eolica. Ma, di recente, essa si è opposta in maniera ferma all’eolico nell’Alto Molise (si minacciava pure la valle dove sorge la splendida città romana di Saepinum) ed ha salutato con favore la moratoria approvata dalla Regione Calabria a causa della eccessiva concentrazione di pali eolici in quell’Appennino. Con innegabili danni al paesaggio e allo stesso territorio montano.

Installate in tutta fretta le torri a Scansano, Italia Nostra e un noto produttore di vini, Jacopo Biondi Santi, appunto, hanno fatto ricorso al Tar vincendo la prima causa. A quel punto sono ricorsi al Consiglio di Stato la Regione Toscana, la Provincia di Grosseto e Legambiente. Col risultato che ho detto: seconda bocciatura, più limitata, pare. A quel punto ho ritenuto utile scrivere per il quotidiano Il Tirreno un commento, uscito il 1° agosto scorso (“Le torri eoliche fatele a Livorno”), nel quale sostenevo: a) l’energia eolica è utile e necessaria, ma bisogna pianificarne con raziocinio gli impianti e le Regioni avrebbero dovuto farlo d’intesa col Ministero dei Beni culturali, per motivi paesaggistici; b) Enel e altre aziende la stanno invece promuovendo, specie nel Sud, senza alcuna pianificazione, vanno là dove trovano Comuni montani poveri e indebitati, ovviamente più disponibili degli altri; c) meglio installare queste torri di 110 metri di altezza nelle aree portuali o industriali, oppure in aree ex industriali dismesse, e citavo Piombino, Livorno, Priolo, ecc. Ultima considerazione: molto meglio comunque puntare sulle varie forme di solare perché – come dimostra un recente studio del Club Alpino Italiano, e come ha sempre affermato il Nobel Carlo Rubbia – il vento nel nostro Paese è mediamente poco intenso (tranne che in certe zone della Sardegna e della Sicilia) e soprattutto incostante. In sintesi, ribadita ogni contrarietà al nucleare, sì all’eolico, ma con piani seri e non dove distrugge paesaggi e territori preziosi (anche al turismo).

Il giorno dopo è comparso un intervento di Ermete Realacci, responsabile per l’ambiente del PD, presidente onorario di Legambiente e gran patron dell’eolico. Titolo (già significativo): “Sì alle torri, ma siano più belle”. Dopo aver ripetuto quanto si sa da tempo sul ritardo italiano in tema di fonti rinnovabili e aver stigmatizzato la sindrome “non nel mio giardino” così cara all’ex ambientalista ed ora nuclearista Chicco Testa, ha sostenuto che l’eolico non pone problemi. Soltanto occorre “pungolare le aziende a produrre impianti eolici sempre più belli, e non soltanto funzionali, magari con torri più basse e meno impattanti”. Indi ha affermato (ex cathedra?) che “chi conosce Scansano sa, però, che quell’impianto eolico non ha prodotto gli impatti devastanti descritti nell’articolo di Vittorio Emiliani”. Per la verità avevo scritto che non è serio sostenere – come fa Legambiente – che la valutazione d’impatto ambientale realizzata “dopo” va benissimo lo stesso. Checché ne dica Realacci, conosco bene Scansano. Dopo di che Ermete parte in quarta: “Devastante, invece, è ridurre l’ambientalismo ad un’idea claustrofobicamente ripiegata su se stessa e incapace di rappresentare in pieno una speranza per l’umanità. Quella per cui l’ambiente è la più grande sfida, ecc.ecc.” Beh, capisco il nervosismo per essere rimasto solo a sostenere l’eolico a qualunque costo, ma queste trombonate potrebbe anche evitare di esibirle. Non basta: l’ultimo capoverso lo dedica al racconto “esemplare” della vicenda dei Bischeri (ben gentile), “la ricca famiglia fiorentina che si oppose alla costruzione del Duomo, perché avrebbe turbato la loro proprietà nel centro di Firenze”. L’allusione è forse diretta a Jacopo Biondi Santi. L’imprenditore vinicolo – che non conosco – si è opposto, a suo tempo, alle torri eoliche vicino al castello e ai vigneti di Montepò affermando, fra l’altro, che un paesaggio antico e intatto (fino a ieri) come quello toscano, noto per questo in tutto il mondo, favorisce anche le esportazioni di prodotti tipici, come i vini, sui mercati esteri più qualificati. Dove associano bellezza dei luoghi di provenienza e qualità dei prodotti colà ottenuti. Una “bischerata”? Francamente, non mi pare. Mentre invece accostare le torri eoliche a Santa Maria del Fiore e Arnolfo di Cambio, beh, non mi sembra propriamente una botta di genio. Sempre che Ermete l’Eolico accetti ancora qualche ironia critica.

Fra i traguardi di cui potrà gloriarsi l'attuale governo, da venerdì scorso rientra anche la dichiarazione dello stato di emergenza per l'area archeologica di Pompei. E' la prima volta in tutta la storia d'Italia che un tale provvedimento viene decretato per un sito culturale e, in mancanza di recenti straordinari accadimenti che abbiano interessato l'area (nessun terremoto, nessuna eruzione dal 79 a questi giorni, ci risulta), stupisce che di una decisione tanto clamorosa si sia reso autore il ministro Bondi, da molti accreditato, fino a tempi recenti, di una certa moderazione nei toni, improntati per lo più ad una curiale genericità dei contenuti.

Nelle dichiarazioni riportate sui giornali del 5 luglio scorso il ministro ringrazia uno degli organi di informazione nazionale, il Corriere della Sera, per avergli segnalato la gravità della situazione per quanto riguarda il sito campano: e d'accordo che il quotidiano milanese ha ormai assunto il carattere di house organ governativo, ma davvero i flussi informativi del Ministero Beni Culturali sono ridotti così male da aver lasciato nell'ignoranza di una situazione a dir poco annosa addirittura lo stesso Ministro? Sì, perchè se c'è un elemento che contraddistingue le vicende pompeiane è la loro totale, disperante, mancanza di eccezionalità: caratteristica essenziale di ogni stato di emergenza, almeno fino all'avvento dell'attuale legislatura.

Come ogni lettore, anche distratto, di cronache culturali sa bene, gli scavi di Pompei sono attanagliati da una crisi strisciante per quanto riguarda le condizioni di fruibilità del sito in termini di servizi, corrette regole di accesso, manutenzione, che si protrae da anni e che è il risultato perverso di concomitanti fattori a partire dall'atteggiamento arrogante della potentissima lobby dei custodi, sindacalizzata con modalità di rara protervia clientelare e che da sempre condiziona pesantemente il corretto svolgimento delle modalità di accesso e fruizione del sito stesso, rafforzata da una asfittica situazione contestuale di economia parassitaria, e connotata da contiguità ricorrenti con settori malavitosi - e sappiamo bene in Campania questo cosa significhi – e latitanze, o addirittura connivenze funeste da parte di esponenti dell'amministrazione locale e nazionale. Si tratta di una situazione ormai incancrenita nel tempo, quasi inestricabile in questo come in altri ambiti sociali di questi territori.

Con l'arrivo di Pietro Giovanni Guzzo, qualche lustro fa, alla guida della Soprintendenza di Pompei, uomo al di sopra di ogni sospetto e studioso di riconosciuta competenza, a molti sembrò che in quella situazione fosse il massimo cui si potesse aspirare. E certo i risultati positivi non sono mancati, soprattutto sul piano scientifico, ma l'azione del Soprintendente frenata da molti convergenti ostacoli interni ed esterni non è riuscita ad imprimere quella svolta decisiva, possibile, come si è capito da tempo, solo in presenza di una volontà politica di cambiamento fermissima, continuata nel tempo e sostenuta dai più alti livelli governativi: circostanze mai verificatesi almeno da trent'anni a questa parte.

In questo contesto, quindi, la dichiarazione dello stato di emergenza appare semplicemente una scorciatoia di sicuro impatto mediatico e di risibile efficacia in re.

Eppure moltissimi e bypartisan si sono levati i consensi all'iniziativa, in nome di una coralmente auspicata svolta contro il degrado della zona: tra i fautori più entusiasti anche quel sindaco di Pompei che, con assoluto sprezzo della coerenza etica è, nel suo ruolo professionale di avvocato, difensore ufficiale dei fratelli Italiano, proprietari del famosissimo ristorante abusivamente costruito e abusivamente gestito per anni all'interno degli scavi, per rimuovere il quale la Soprintendenza ha ingaggiato una lunghissima battaglia legale.

Di fronte a questi atteggiamenti si è facili profeti nell'affermare che la “militarizzazione” di Pompei non servirà a riportare l'area in un alveo di piena legalità e di rispetto delle regole, a meno di non essere accompagnata da mutamenti non solo radicali, ma soprattutto frutto di un progetto politico-culturale meditato e perseguito con continuità negli anni a venire, progetto che, al momento, non è dato riconoscere.

A meno che come tali non si vogliano definire i proclami di un altro dei grandi sostenitori dell'azione del Ministro, l'agguerritissimo assessore campano al turismo e beni culturali Claudio Velardi che, sottolineando un'assoluta condivisione politica col governo nazionale, va ripetendo da settimane la sua soluzione ai mali di Pompei: indovinereste mai? In perfetto allineamento con il collega siculo Antinoro, ma soprattutto con lo Zeitgeist che percorre paese e parlamento, la magica pozione risanatrice consiste nell'affidamento della gestione del sito vesuviano ai privati, gli unici in grado di innalzare la “produttività” (sic!) di Pompei. Perchè sia chiaro che per il neoesponente della giunta Bassolino, il problema determinato dalle carenze, dal degrado, dai disservizi non è quello di limitare fortemente e per più aspetti, la completa fruizione dell'area monumentale e di minare la salvaguardia del patrimonio culturale nel suo complesso, ma casomai di impedire che il numero dei turisti-consumatori aumenti, con qualsiasi mezzo, a qualsiasi costo.

Di fronte a questi obiettivi la decisione del ministro assume un diverso, più inquietante significato.

Come per altre iniziative analoghe che si sono susseguite in queste settimane, il sospetto forte è che si tratti di decisioni destinate soprattutto a ribadire quell'aura di decisionismo pragmatico con cui il governo attuale intende connotare la propria azione politica e aumentare, grazie a qualche coup de théatre a basso costo, il consenso popolare. Ma dietro la fin troppo smaccata e devota mimesi del Ministro nei confronti del suo capo (“farò per Pompei come Berlusconi ha fatto per Napoli”, Corriere della Sera del 5 luglio) si intravede dell'altro: nell'ipocrisia della reiterata (ma accortamente delimitata all'ambito scientifico) fiducia espressa da Bondi al suo funzionario si nasconde una trappola che va al di là dell'episodio specifico. Se si riteneva che l'azione di Guzzo fosse stata carente, il Soprintendente andava rimosso e sostituito, in caso contrario andava semmai aiutato, nella sua opera, in maniera concreta e politicamente esplicita. Con la nomina di un commissario chiamato a gestire lo stato di emergenza, al contrario, il Soprintendente, funzionario operante in nome dello Stato, sarà messo sotto tutela, le sue prerogative limitate e decisamente circoscritte a vantaggio di un emissario nominato dal governo. Sarà di fatto compromessa la sua auctoritas di tecnico super partes, non perchè neutrale esecutore di volontà governative, ma perchè difensore di un bene comune la cui salvaguardia è posta costituzionalmente al di sopra delle alternanze politiche di schieramento. In questo modo viene sovvertita una regola fondamentale della vita democratica che pone chi, per competenza tecnica e scientifica ricosciuta tramite pubblici processi di verifica, è posto a custode di un patrimonio collettivo nell'esclusivo servizio delle leggi dello Stato e al di sopra delle volontà di chi è espressione di interessi di parte. Sta accadendo a Pompei, ma non solo: nel suo bellissimo articolo sulla metamorfosi della democrazia italiana di qualche giorno fa, Giuseppe D'Avanzo scriveva: “l’obiettivo primario e dichiarato di Berlusconi è la riduzione di poteri plurali e diffusi”. Lo scopo finale di questo attacco, nella vicenda qui presa a commento è chiaramente espresso, con perfetto gioco di squadra, negli entusiasmi neoliberisti di un esponente dell'”opposizione”: la svendita del nostro patrimonio culturale e del bene pubblico più in generale a vantaggio del privato.

Di fronte alle trasformazioni disneyane prefigurate da Velardi &C (v. Corriere del Mezzogiorno del 5 luglio) c'è da temere davvero che quasi duemila anni fa il Vesuvio non sia stato il liquidatore più spietato.

Salvatore Settis, all’inizio della sua brillante e molto applaudita relazione al convegno della rete dei comitati del 28 giugno a Firenze, ha ricordato il complicato intreccio fra legislazione di tutela e legislazione urbanistica. Ha contrapposto le norme di tutela del 1939 (leggi 1089 e 1497) alla legge urbanistica del 1942 , sostenendo che la tutela si è fermata alla porta delle città, lasciando queste ultime alla disciplina urbanistica (ma la legge del 1942 stabilisce che il piano regolatore deve considerare la totalità del territorio comunale). Credo che serva qualche precisazione. Credo soprattutto che si debba chiarire che la legislazione urbanistica italiana, dal 1942 a tutti gli anni Settanta, ha sempre racchiuso in sé anche contenuti di tutela, molto spesso esercitati con efficacia. Anzi, per farla breve, almeno fino alla legge Glasso del 1985, quel tanto di tutela che si è praticata in Italia è stata dovuta alla legislazione urbanistica e ai piani regolatori e non a specifici provvedimenti di tutela. Ricordo al riguardo, in primo luogo, che dei piani paesistici del 1939, fino alla legge Galasso, ne erano stati formati soltanto una dozzina (Ischia, S. Ilario Nervi, Osimo, Portofino, Appia Antica, Versilia, Gabicce Mare, Argentario, Sperlonga, Assisi, Ancona Portonovo, Procida, Terminillo), alcuni limitati a esigue porzioni di spazio, tutti disattesi. Come furono disattesi piani paesistici patrocinati alla fine degli anni Sessanta dalla cassa per il Mezzogiorno nelle aree turistiche del Sud.

Il caso sicuramente più clamoroso di pessimo piano paesistico è quello dell’Appia Antica del 1960 che prevedeva l’edificazione di quasi 5 milioni di metri cubi ai lati della regina viarum. Tant’è che, come molti sanno, si deve al decreto di approvazione del piano regolatore di Roma del 1965 (firmato dal ministro dei Lavori pubblici Giacomo Mancini) la cancellazione di quelle inaudite previsioni e la dichiarazione di inedificabilità di tutti i 2.500 ettari del comprensorio poi destinato a parco regionale.

Né vanno dimenticati i piani regolatori di Firenze del 1962 (sindaco Giorgio La Pira, assessore all’urbanistica Edoardo Detti), che proteggeva la piana fiorentina poi avviata al disastro dalla famigerata variante Fiat Fondiaria degli anni Ottanta; il piano di Bologna e moltissimi piani dell’Emilia Romagna degli anni Sessanta e Settanta; i piani coordinati dei comuni della maremma livornese degli anni Sessanta e Settanta; il piano di Napoli del 1972 (e anche quello del 2004); eccetera.

Si deve infine ricordare che si deve alla legge ponte urbanistica del 1967 la sostanziale salvezza dei centri storici italiani. La legge, raccogliendo le proposte della Carta di Gubbio del 1960 (succedeva allora che le leggi facessero proprie la migliori acquisizioni del mondo della cultura), affermò l’integrale intangibilità dei centri storici. Posiamo perciò vantarci di essere l’unico Paese al mondo che ha energicamente posto un freno alla sistematica distruzione del suo patrimonio urbano storico che aveva avuto inizio subito dopo la guerra. Si poteva fare meglio e di più e non mancano, anche recentemente, e in luoghi eccellenti, dolorose eccezioni, come a Fiesole. Ma tant’è.

In conclusione, la legislazione urbanistica italiana “storica” (cioè fino ai condoni e alle norme derogatorie dagli anni Ottanta in avanti) non può considerarsi alternativa alle leggi di tutela del ministero dei beni culturali. In Italia vige da sempre una sorta di doppio regime nel governo del territorio e del paesaggio, ma non mi pare che ciò sia un danno. Certamente, come auspica anche Salvatore Settis, è indispensabile un effettivo, efficace e finora mai operato coordinamento. Dovrebbero pensarci Stato e regioni nell’attuazione del Codice del paesaggio, ma non mi sembra che si sia presa la giusta direzione di marcia.

29 giugno 2008

Ha toccato tutta la tastiera delle professioni dell’urbanista. Ha lavorato in un’azienda privata (la Beni Stabili, dalla quale si dimise quando capì che il più alto stipendio che gli avevano proposto avrebbe corrisposto a un suo ruolo di “facilitatore” di affari nei confronti delle amministrazioni comunali), funzionario pubblico (come giovane architetto vincitore di concorso al Ministero dei lavori pubblici all’inizio della sua carriera e come direttore generale, fino a quando il ministro Prandini lo rimosse), ha lavorato come eletto (consigliere regionale nel Lazio, consigliere e assessore comunale a Napoli), consulente di amministrazioni comunali, provinciali e regionali (in numerose città e territori del Lazio e della Toscana e in Emilia Romagna), membro attivo, da militante o da dirigente, in numerose associazioni della società politica e di quella civile (dal PCI a Italia Nostra, per esemplificare sui due versanti), ha lavorato infine come giornalista, pubblicista, saggista. Scrive bene, con chiarezza e semplicità. Il suo Se questa è una città è forse, tra i libri italiani dell’ultimo ventennio, quello che ha insegnato più urbanistica ai non urbanisti. È anche per questa sua qualità che l’ho pregato di scrivere sistematicamente per i frequentatori di Eddyburg, ma soprattutto per lo spessore delle sue esperienze e il rigore delle sue posizioni culturali.

Nei primi anni’60, abitavo in un piccolo comune della Brianza lecchese, che come tutti gli altri a quel tempo aveva i suoi individuabilissimi angolini di edilizia moderna di varia iniziativa pubblica. La mia casa, come mi spiegò una volta vagamente la mamma, veniva da tale “piano Tupini” non meglio identificato. Poi, separate da qualche ettaro di orti, dalle case operaie di une delle ubique tessiture, dalla trafficatissima Statale 36, c’erano le mitiche “canfanfan”.

Mitiche perché avevano un nome conosciuto a tutti, al punto da essere storpiato da ragazzini e analfabetismo diffuso. Mitiche perché avevano un aspetto immediatamente riconoscibile, anche quando le vedevi per la prima volta e in un altro comune. Mitiche perché, come avrei scoperto molto, ma molto dopo, quel mito era stato costruito a tavolino, studiando per bene i polli a cui andava propinato: inaugurazioni col prete in alta uniforme, controllo “morale” prima durante e dopo sugli occupanti, una riconoscibilità che nonostante tutto non le faceva spazi estranei, come invece succedeva anche in quei posti microscopici con le altre case popolari. Quelle mica erano case popolari, erano le “canfanfan” e ci si poteva andare a giocare senza paura di finire all’inferno.

Mi sono tornate in mente, queste cosucce banali, durante le varie recenti puntate del dibattito sull’esternazione di Fuksas a proposito della nuova frontiera della casa economica. Ovviamente non è un caso che l’architetto romano ripeschi proprio “quel” piano, e credo lo faccia esattamente per i motivi di cui sopra: ha avuto un’ottima pubblicità, a suo tempo e più tardi, ha dei caratteri fortemente “populisti”, pur temperati da altri elementi di indubbia qualità, ed è stato seguito da altri, forse più ampi e positivi programmi, che volutamente o meno non ne hanno colto questi insegnamenti.

In altre parole, niente da obiettare se si osserva come fa Salzano, che Fuksas e altri tendono a sorvolare la "ben più compiuta strategia delineata, a partire dalla legge 167/1962 (quartieri integrati nell'ambito delle zone d'espansione del PRG), con le successive leggi per la programmazione dell'edilizia abitativa pubblica, per il recupero dei quartieri e delle case degradate e sottoutilizzate, infine per il controllo del mercato privato (equo canone)". Molto da obiettare invece quando si liquida tutto questo come “ignoranza”. Quello che certamente gli architetti interessati a proporre grandi programmi per la casa economica non ignorano, né possono ignorare, è l’assoluta necessità di recupero della comunicazione, ormai strumento indispensabile al punto che i grandi nomi dello star system (ormai anche delle stelle di media lucentezza) sono figure assai più vicine a esperti/e di pubbliche relazioni che non a un vero e proprio coordinatore di progetto. Né possono ignorare, come non lo ignora la totalità del grande pubblico, il ruolo di spauracchio che da quasi trent’anni sono andati assumendo i quartieri di edilizia sovvenzionata in tutto il mondo. C’è tutta una smisurata e ripida china da risalire, dal punto di vista dell’immagine, che nel terzo millennio è spesso più sostanziosa dei materiali da costruzione.

E non importa nulla, o quasi nulla, se i dati, i riscontri reali ecc. dimostrano quanto ci siano altre “strategie delineate e compiute …”: senza una adeguata e buona comunicazione, tutti continueranno a pensare: però, che belle le “canfanfan”, vorrei abitarci anch’io, invece che in questa Tupina qualunque!

Il significato letteraledi sentire nell’accezione estesa è: avere coscienza delle impressioni ricevute attraverso i sensi, o avvertire una sensazione fisica e psicofisica, o essere sensibile a una sollecitazione affettiva o morale, o avere un’impressione confusa, o, infine, essere in grado di apprezzare, comprendere appieno qualcosa: sentire implica una generale animazione dei sensi: ma anche nel significato del solo ascoltare può spezzare l’unicità delle relazioni. La stessa funzione di udire, in apparenza nodo stretto a una pura funzione d’organo, si apre a ventaglio verso le altre, in primo luogo appunto al vicino ascoltare, la cui proprietà originale è udire con attenzione. Di qui l’ulteriore apertura ai più straordinari e in parte misteriosi effetti prodotti dai suoni della natura, del paesaggio, dell’architettura e specialmente della musica-musica. Sentire udire ascoltare la musica rimanda al valore più alto di tali verbi, poiché la ricezione (sapendo), richiede una mobilitazione sensoria molto complessa.

La musica è architettura non solo in forma traslata, lo è in quanto costruzione, struttura: basi e sostegni, finiture e decorazioni. John Cage aveva proposto di mutarne il nome in “organizzazione dei suoni”; noi architetti abbiamo introdotto per l’architettura la funzione “organizzazione dello spazio”; peraltro il compositore americano aveva composto Construction I, Construction II, Construction III. La musica è paesaggio sonoro come la natura, talora calmo e a linee semplici, orizzontali o a leggere ondulazioni (Calma di mare e viaggio felice, di Mendesshon Bartholdy...), talora accidentato, a linee contrastanti, guerra e pace insieme, violenza e dolcezza (le sinfonie di Mahler, la settima “di Leningrdo” di Schostakovic...). La musica sentita agisce sul cervello, sull’animo-cuore, sul corpo. Questi reagisce al ritmo (lascio da parte la danza, naturale suo rispecchiamento, e accenno appena alle discusse vibrazioni provocate dal rock più pesante; temi entrambi al di fuori del senso del presente scritto), prova brividi e stupori, avverte umidore agli occhi. Tutto ciò quando la musica è, ci intendiamo, “buona musica”. Identiche espressioni potrei usare circa la natura, l’architettura e le arti figurative, avvisando inoltre che la sindrome di Stendhalè un fenomeno reale.

Ognuno ha sperimentato la differenza fra l’ascolto di un disco e la partecipazione all’avvenimento musicale. Nel primo caso gli effetti non sono molto intensi. Nel secondo tutto si esalta, ancor più poiché interviene la visione. Ai concerti con l’orchestra esposta vedi la struttura architettonica di questa, approntata secondo gruppi timbrici o, qualche volta, speciali incroci; vedi, mentre li ascolti, l’origine dei suoni, altezze e timbri, che confluiscono, separati o in diversi insiemi, nella progressiva costruzione dell’opera: la nascita di un paesaggio da elementi primordiali crescenti fino alla compiutezza di forme appagate della loro evoluzione. La funzione visiva è importante anche se l’esecuzione riguarda pochi strumenti, perfino uno solo. Nella musica il vedere rende completo il sentire. Nell’architettura il vedere accresce la sua ragione dall’ascolto dei suoni silenziosi che l’architettura ci invia se sappiamo ascoltarla, vale a dire amarla. Del resto il silenzio in musica ha pari dignità del suono: nella notazione alle figure di durata determinata delle note corrispondono altrettantente figure omonime di pari durata delle pause.

Infine nel teatro lirico musica e architettura non abbisognano di metafore per presentarsi coniugate. Il trinomio di Giancarlo Consonni Teatro corpo architettura forse trova nel teatro lirico occasione di affermazione unificante maggiore che nel teatro di prosa, poiché là c’è la musica, che aggiunge frasi sonore al commosso dialogo fra il corpo e l’architettura.

Diciamo armonia parlando sia di architettura che di paesaggio, armonia fra opere dell’uomo e opere della natura. Di armonia ed equilibrio fra arte e natura scrive Pietro Citati per spiegare la propria commozione davanti alla foresta di Founteins Abbey in Inghilterra. Non si fraintenda: tali parole, è la musica a insegnarcelo, non significano consonanza, proporzione, equilibrio come in fisica quando le risultanti delle forze applicate a un corpo e dei loro momenti sono nulle; poiché vale anche il contrasto, la differenza, il contraddittorio fra le parti, perfino il caos (Cage, ancora), sia nelle forme artificiali che naturali. Sappiamo che non esiste la regola assoluta della bellezza. Non sono ammissibili pregiudizi qualificativi “di massa” basati sulle divisioni a priori, per esempio in musica fra tonale e atonale, fra consonante e dissonante, fra melodismo facile e quello creduto difficile perché liberato dalla sottomissione alla tonica e alla dominante. Nell’accoglimento dell’arte l’alternativa è: pigrizia e inerte acquiescenza, sotto la cappa di modelli pietrificati, o disponibilità selettiva al godimento spirituale e corporeo grazie alla conoscenza e all’educazione dei sensi, e ai conseguenti netti ripudi.

L’armonia in musica, intendo la specifica scienza e arte degli accordi, semplice o enormemente complessa organizzazione di suoni simultanei sovrapposti in verticale, è in sé costruzione architettonica: lo si comprende ascoltando e, potendo, osservandone il disegno nello spartito. Si ritiene l’armonia struttura di sostegno della melodia, ma una composizione può consistere in una pura successione di accordi, come quando in architettura non esista un sovrappiù di rifinitura: i clusters, p.es. Volumina di Ligeti, titolo volutamente architettonico: musica per organo solo le cui molteplici misteriose costruzioni sonore rinviano a un segreto interposto fra architettura e natura, a un paesaggio arcano non visibile eppure vero all’ascolto.

L’armonia secondo Adorno è colore in quanto arte della strumentazione che la realizza appieno. Colore in musica come colore in architettura se intrinseco al processo costruttivo-compositivo e non orpello. Wagner è un precursore ed è con la musica contemporanea che “la scelta del colore non dipende da alcuna regola ma si prova solo con le esigenze concrete dello specifico contesto compositivo, per la dimensione armonica e per la costituzione della melodia”. Il colore perciò, appartenendo in primo luogo all’armonia-strumentazione, non è per definizione un’aggiunta superficiale. A questo proposito, in architettura si impone Bruno Taut perché con lui il colore, ingrediente primario di quella natura a cui egli improntava il suo pensiero e il suo progetto, entra nell’ineluttabilità architettonica, e la supera per espandersi in un totalizzante paesaggio urbano: colore strutturale della città intera. Taut inoltre, ne tratterò più avanti, è l’architetto che comprende nella sua sintesi, oltre all’architettura e al colore, la musica, non quale metafora o parziale pedagogia per l’architettura, ma effettivo elemento pari agli altri due. Da un punto di vista storiografico poi, attribuisco particolare importanza al dialogo fra Le Corbusier e il giovane Piero Bottoni nel famoso scambio di lettere del 1927-28. Ponendo a confronto il modo impiegato nel quartiere di Pessac-Bordeaux, superfici del parallelepipedo edilizio a colori puri differenti (“intervenire energicamente nell’affermazione stessa del volume delle case”, scrive L-C nella lettera) coi Cromatismiarchitettonici bottoniani (intervento sulle pareti degli edifici nelle strade e piazze della città per mezzo di colori digradanti di diverso tono sfumanti l’uno nell’altro), il progetto di Bottoni pare originale e avanzato grazie al ricorso a un sistema di relazioni fra colori e loro intensità, tono, posizione, digradazione (tutte locuzioni queste proprie del linguaggio musicale) tale da moltiplicare le possibilità di raggiungere determinati scopi in ordine alla percezione dello spazio-volume, della “struttura” del costruito. A questa stregua il ‘sinfonismo’ e l’’effetto lirico’ di cui scrive Le Corbusier è già oltrepassato. Non è casuale l’uso della parola ‘cromatismo’, che ci propone il confronto fra le enormi risorse della scala cromatica temperata e la relativa ristrettezza della scala diatonica-naturale. Bruno Taut procede dall’architettura alla musica. Moisej Ginzburg, come Taut, trova nella musica radici e ragioni dell’architettura, o le simiglianze o, questa è la novità, l’arte a cui ricorrere per fare architettura per così dire completa, senza vuoti di significato. Fra le proprietà grammaticali della musica Ginzburg utilizza soprattutto il ritmo, quasi come manualistica perl’architettura. Penso che egli ragionasse più o meno così: se l’architettura contiene elementi propri della musica (nella storia dell’evoluzione umana i suoni hanno preceduto l’edificazione), conoscerli diventa essenziale per realizzarla. Bruno Taut invece, con Der Weltbaumeister. Spettacolo architettonicoper musica sinfonica (1920, due anni prima del testo di Ginzburg) pratica un rovesciamento: non la musica supporto, ma l’architettura fondamenta della musica, come rivela quel per. In realtà si tratta di completa pariteticità: infatti nella sceneggiatura disegnata e scritta si susseguono le immagini e scorrono insieme le precise indicazioni sonore e la descrizione dell’evolversi di forme colori luce. La sintesi sognata da Taut con Der Weltbaumeister è un particolare del grande quadro dei progetti utopici, sintesi naturale di architettura e paesaggio, nient’affatto in contraddizione, col sentimento del Taut realizzatore di quartieri popolari. Partendo dall’architettura egli scopre che la musica doveva essere strumento indispensabile per conquistare quell’unità artistica superiore che possiamo ritenere essere ai vertici del suo pensiero anche quando si occupa dell’architettura concretadelteatrod’opera. Chi fra i compositori, partendo dalla pura musica al di fuori del teatro lirico, ha cercato di pervenire a un’unità artistica superiore? Ho scelto il moscovita Alexander N. Skriabin, colui che più di altri riuscì a realizzare con le opere sinfoniche un fantastico, onirico eppur vero paesaggio d’arte totale. La musica procede verso un’architettura di suoni e di colori reali, non allegorici; un’atmosfera e uno spazio luminosi policromi. Poème divin, Poème de l’Extase e Prométhée-le”Poéme du feu” sarebbero dovuti sfociare nel Misterium destinato a rigenerare l’umanità attraverso una mistica comunione dei sensi prodotta dalla sinestesi delle arti, il contrario della scissione sensoriale secondo le funzioni delle singole forme d’espressione artistica, e dalle relative corrispondenze cosmiche (il cosmo era ancora, all’inizio del Novecento, il più naturale e misterioso dei paesaggi non-umani).

Prométhée, se ascoltato e visto nell’integrità della sua concezione sinestetica, avrebbe prodotto sensazioni nuove e assai più complete di quanto avesse mai potuto la musica sinfonica da sola: questa la certezza utopica di Skriabin.

“Luce” è il nome di una parte supplementare della partitura notata meticolosamente come le altre, ma rivolta, anziché a uno strumento acustico, alla tastiera di controllo di un impianto elettro-luminoso capace di inondare, come gli splendori policromi nel Weltbaumeister di Taut, l’ambiente dell’esecuzione di una luce diversamente colorata nei diversi momenti del processo compositivo, tinte prescritte accuratamente come le note. Sul piano musicale, ormai sottratto al sistema tonale, primeggia, al posto della funzione dell’accordo di dominante tipica dell’armonia tradizionale, il “suono centrale”, l’“accordo Prométhée”, un accordo sestuplo, imponente costruzione architettonica, una stratificazione di cinque intervalli di quarta: per l’artista reductio ad unum di tutta la sua filosofia, ma anche simbolo del caos originario da cui sortirà, nel farsi della composizione, l’opera d’arte totale.

Ecco, noi crediamo che una delle grandi battaglie culturali da condurre sia ridare autonomia alla politica, liberarla dai ceppi e dalle grettezze dell’ economicismo, fornirle indipendenza e capacità di visione strategica. Compito certamente arduo e forse utopico. Ma noi confidiamo nella forza delle utopie. E soprattutto confidiamo nel fatto che l’economicismo è una ideologia da poveri, da ossessionati dalla necessità di arricchirsi. Quanto a lungo esso può costituire l’autorappresentazione dei Paesi ricchi? Una società che ha messo insieme tanta opulenza materiale potrebbe permettersi il lusso di una visione meno feroce della vita, potrebbe guardare alla realtà con maggiore disinteresse e generosità. E invece, come Caronte, risospinge le anime nell’inferno dei bisogni senza fine, nella fossa della miseria che di continuo si rigenera.

Certo, l’economicismo si combatte non solo con la critica, ma anche promuovendo culture antiutilitaristiche, facendo soprattutto spazio ai saperi umanistici, oggi sempre più negletti. La letteratura, la poesia, la storia, la filosofia non creano brevetti, lo sappiamo, non producono nuovi gadget da immettere sul mercato, non fanno andare avanti l’economia e dunque vengono banditi come Cenerentole inservibili. Ma possiamo rassegnarci a questo? Possono le società ricche del nostro tempo gettare in un angolo la bellezza, il pensiero, la riflessione sulla nostra vita e il nostro stare al mondo? Ma c’è anche un compito critico da svolgere. Occorrerebbe, ad esempio, che l’economia, la scienza dominante del XX secolo, venisse ricondotta al rango degli altri saperi. Non sussiste più alcuna ragione perché essa conservi il dominio che ha conseguito su tutti gli ambiti della nostra vita sino a oggi. Rischiando l’ovvio, riconosciamo tutti i grandi meriti che l’umanità le deve. Eppure, quei meriti non ci appaiono oggi sono senza ombre. Come scienza, col suo riduzionismo, con la rimozione della natura, l’economia ha incoraggiato lo sfruttamento illimitato del pianeta, ha separato la produzione della ricchezza dal mondo vivente, ha fallito nella capacità previsionale dei danni globali e incalcolabili che essa ha favorito. Costituirebbe perciò un segnale di rilevanza storica se la reale Accademia delle Scienze di Stoccolma abolisse dalla sua agenda annuale il premio Nobel per l’economia., istituito del resto, tardivamente, nel 1968, su iniziativa della Banca centrale di Svezia. Tale premio non ha oggi più ragione di esistere. Non certo perché non ci siano e non ci saranno economisti meritevoli, impegnati a difendere l’interesse dell’umanità e non quello dell’economia. Negli ultimi anni sono stati premiati studiosi come Joseph Stiglitz e Amartya Sen, che certo non sono esponenti della scuola di Chicago. Del resto alle ricerche di tanti economisti liberi dobbiamo molte delle analisi che ci aiutano nella critica del tempo presente. Ma l ‘impatto simbolico dell’abolizione sarebbe di sicuro notevole. E l’umanità ha bisogno di segnali di svolta. L’istituzione, in alternativa, di un premio per la protezione dell’ambiente e della biodiversità sarebbe certamente più appropriato alla tradizione umanitaria del Nobel, più rispondente ai bisogni universali e drammatici del nostro tempo. Sappiamo davvero tanto su come produrre e consumare ricchezza. Sappiamo ancora troppo poco su come proteggere e conservare le ricchezze della Terra, che l’economia ha contribuito a trasformare in territorio di saccheggio.

Scrivo in merito al progetto e, ormai, alla realizzazione del restauro (se si più definire così una cosa che non lo è o non lo è per gran parte) del Castello visconteo-sforzesco e della cinta spagnola. Dalla abbondante documentazione ricevuta mi era già chiaro quale sarebbe stato il risultato. Inoltre la rassegna stampa e le diverse discussioni o prese di posizione mostravano che il problema, benché grave, non era approdato alle pagine nazionali dei grandi quotidiani, insomma non era diventato un caso paragonabile a tanti altri simili susseguitisi lungo i decenni della storia urbanistica e architettonica del nostro paese dal dopoguerra. Storia di un disastro, del resto, se lo si guarda sapendo come l’Italia era prima.

Sì, era intervenuto Sgarbi, nel suo solito modo teso a scompigliare un po’ le carte con apparente anticonformismo e rientrare presto nei ranghi (fa sempre così a Milano in rapporto alla stantia anzi reazionaria posizione culturale del sindaco e della giunta di cui fa parte). Sì, s’era notata qualche firma di architetto “di nome” a favore del progetto (i “ben 37 famosi architetti” li lasciamo, meno quei pochi, all’opinione del giornalista), ma, a leggere le scarse motivazioni, sembrava posta affrettatamente senza aver troppo approfondito la questione (si poteva dubitare che sarebbe stata in seguito confermata alla verifica della realtà). Unica evidenza di rilievo nazionale quella di Italia Nostra. L’associazione si era rivolta al presidente del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici, Salvatore Settis, e ai diversi Comitati presumibilmente interessati al tema in causa, manifestando decisa opposizione al progetto e nel contempo riaffermando l’importanza del Castello quale storica fabbrica dalla “struttura complessa”, dunque da toccare, se mai lo si dovesse, molto cautamente.

Struttura, tuttavia, da sempre ignorata negli itinerari culturali e turistici: la guida dettagliata del Piemonte del Touring Club nell’edizione 1961 dedica ai resti dell’antica costruzione una riga e un quarto; la Guida Rapida d’Italia – Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, ed. 2002 – un po’ di più, giacché accenna a qualche data e alle opere degli spagnoli sotto il cui dominio la città decadde per crisi demografiche ed economiche. Forse l’unica notorietà per così dire extra-provinciale la città l’ebbe quando Sebastiano Vassalli pubblicò con Einaudi (1990) il bellissimo romanzo La chimera: una Novara degli anni a cavallo del 1600, proprio l’ultimo tratto del periodo in cui gli spagnoli eressero la cintura fortificata sventrando il contesto urbano e distruggendo i borghi. Certi personaggi diventarono famosi nei circoli letterari, l’Antonia o “la strega di Zardino” (Zardino, villaggio sulla Sesia sparito nelle nebbie della storia o della favola), il vescovo Bascapè, il boia Sasso, i poveracci, “i camminanti”…

Allora. Il Castello, la Piazza dei Martiri della Libertà, una volta dedicata a Vittorio Emanuele II il cui immancabile monumento sta lì al centro. Guardiamola, questa piazza, questo grande spazio tipicamente piemontese anch’esso retaggio della storia della città interna lambita dai bastioni spagnoli. Fortunata soluzione urbanistica insieme all’ampio parco, col nostro bel rudere a far da legaccio e da tramite quando lo si potrà attraversare. Dal dopoguerra mai si è discusso tanto circa il destino del sito dei conquistatori e vessatori dopo l’epoca del libero Comune. Prima i colonizzatori milanesi, poi gli occupanti e sfruttatori militareschi spagnoli. I novaresi sempre inerti e mugugnanti? E quando venne Mussolini, di quanto l’entusiasmo dei cittadini che si assieparono nella piazza copriva il fondo di antifascismo che c’era, già vitale e che sarebbe affiorato e poi esploso con la lotta partigiana e la Liberazione? Ah, la piazza piena di bandiere, quasi tutte rosse, quelle che in questi tempi pochi osano ancora sventolare. La piazza dei grandi comizi nell’immediato dopoguerra, poi nel ’48 (ricordate la “Madonna pellegrina”?), nel ’53 la battaglia contro la “legge truffa” (pensate, siamo daccapo, ora c’abbiamo la “porcata” !); e le forti contese delle elezioni comunali? L’indimenticabile sindaco socialista Pasquali, l’amministrazione democristiana del discusso sindaco Allegra, la riconquista della sinistra nel 1956...

Ecco, il 1956 è una data cruciale nella storia moderna della piazza. Pochi possono ricordarlo, pochissimi non anziani lo sanno: in quel momento l’insieme urbanistico e architettonico fu in gravissimo pericolo di sovversione. Descriviamolo, il quadrilatero: lato sud, i resti del Castello; lato est, il Teatro Coccia, un impianto che nella la storia del melodramma “dato” nelle città di provincia non è meno significativo dei più conosciuti teatri di Parma e di Reggio Emilia; lato ovest, il Palazzo ex Assicurazioni Venezia, realizzazione di tipo stilistico, alta almeno un piano più dell’ammissibile, progettata da un Angelo Crippa che perlomeno divise il corpo di fabbrica in due parti così da lasciare in mezzo un passaggio dalla piazza all’Allea e un buon volume d’aria e di luce; infine lato sud, dirimpetto al Castello il Palazzo del Mercato, l’edificio insigne, magnifico esempio di architettura neoclassica del secondo ventennio dell’Ottocento, di solito designato come Palazzo Orelli dal nome dell’architetto progettista: una vasta, compatta ed elegante costruzione a sua volta quadrilatera, completamente porticata, dotata di un solo piano al disopra delle arcate e di un potente stilobate atto a ripianare le differenze di quota del terreno lungo i fianchi e il lato di Corso Italia (quello con la doppia scalinata).

Ebbene, l’amministrazione di sinistra appena insediata si trovò a sfogliare l’inconcepibile progetto di sopralzo di un piano del Palazzo Orelli per l’intero quadrato; progetto voluto e approvato dagli amministratori precedenti e pressoché avallato in maniera definitiva dal Direttore generale delle antichità e belle arti presso il Ministero della pubblica istruzione, Guglielmo De Angelis d’Ossat. Sandro Bermani era il nuovo Sindaco, chi scrive giovane assessore a “tutto” ciò che concerneva urbanistica, lavori pubblici, edilizia privata. Comunque la battaglia per “tornare indietro” fu subito iniziata col pieno sostegno dei nostri compagni della maggioranza consiliare e dovette implicare anche un difficile e non poco imbarazzante confronto romano del sindaco e dello scrivente col principe dei soprintendenti. Come si vede e spero si vedrà per sempre passeggiando nella piazza ammirando il palazzo (incresciosa presenza delle automobili permettendo), la battaglia fu vinta. Davvero un successo incredibile, eppure i rapporti di forza a livello politico nazionale non erano favorevoli.

Se il Palazzo sopraelevato consistesse lì, ora, irremovibile vilipendio della bella architettura e della buona urbanistica, mi occuperei della ricostruzione del Castello? Non me ne importerebbe un fico! La piazza rappresenterebbe da mezzo secolo uno dei peggiori casi di rovina dell’ambiente urbano nazionale, del tutto in accordo con la generale rovina dei paesaggi naturali, dei territori agricoli, delle coste, delle montagne e via a elencare fino, da ultimo, a dire di un piccolo lacerto d’ambiente dimenticato dal caterpillar che cerchiamo di conservare come in una teca di cristallo antiurto per lasciarlo all’esame curioso delle future generazioni.

Dopo la visione delle immagini del plastico, in diversi passaggi a Novara ho potuto consolidare in certezza le prime impressioni. Quel che rimane solo a livello di queste ultime è relativo all’edificio nuovo previsto lungo il lato occidentale del quadrato. Secondo Italia Nostra (a cui mi unisco) e altri certo non meno competenti dei “famosi” esso non c’entrerebbe nulla con le indicazioni in pianta di un corpo preesistente e irreparabilmente perduto. Tuttavia non è questo l’aspetto che mi preme marcare, ma un altro, ossia la resa del progettista e del committente alla mania d’oggigiorno di trasformare pretesti di restauro in ristrutturazioni pesanti e inserimenti di volumi nuovi giustificati mediante le più varie e fantasiose destinazioni indicate col noto disarmante linguaggio (valorizzare… far vivere… far rendere…) senza sapere se l’eccesso di roba estranea al motivo d’esistenza del manufatto storico servirà davvero.

Mentre aspetto il resto, è la nuova torre che non riesco a sopportare. Non ritengo di entrare nella diatriba, vecchia come il cucco, circa l’eventuale inserimento di opere moderne accanto o ad assetti spaziali e architettonici di alto valore storico estetico o in ogni modo degni di forte attenzione e rispetto. Concedendomi un altro accenno autobiografico cito la presenza nel centro storico di un edifico con la facciata in ferro e vetro inserito nella cortina di case in Via San Gaudenzio: opera (1960-61) dello scrivente, associato prima a Novara e poi a Milano fino al 1969 con Vittorio Gregotti e Giotto Stoppino, pubblicata in diverse riviste di architettura.

Macché torre! Perché questa invenzione presuntuosa? Perché un tale falso di 24 metri d’altezza? Perché voler disturbare lo stare e muoversi in piazza, guardare e ascoltare lo spazio attorno, obbligandoci a volgere gli occhi verso un perno su cui si vorrebbe farla girare, la nostra piazza? La torre insensata, sarebbe un buon titolo. Senza senso, dunque senza sentimento, quella parte in alto con gli orecchioni; di certo non si sapeva in qual modo concludere un volume già di suo forzoso. Senza senso quel parallelepipedo, e quell’altana un formalismo scriteriato (una stüpidada – la signora Franca Ciampi la direbbe “deficiente”, così bollò la televisione) priva di destinazione: cosa potrebbe essere? Un osservatorio fra tre muraglie erette per volere essere molto alti mentre si è piccoli e inguaribilmente provinciali? Una visione dall’alto ma vietata su tre lati?

Altri tempi rispetto a mezzo secolo fa, quando salvammo Palazzo Orelli. Peggiori.

Milano, 20 marzo 2008

Come barlumi nella nebbia, segnali nel buio, alcuni accadimenti di segno diverso che riguardano il Mezzogiorno sono rintracciabili sulla stampa di questi ultimi mesi e giorni.

Il primo segnale è dello scorso settembre, e viene da Confindustria, che in Sicilia ha deciso di espellere le aziende che pagano il pizzo. Gli imprenditori hanno dunque compreso che senza legge non c’è mercato, libertà d’azione, dignità del lavoro, prospettiva futura. Il ministro Lunardi aveva torto: nessun tipo di convivenza è possibile, perché alla fine la moneta cattiva scaccia sempre quella buona. Una decisione storica, che va sostenuta e tempestivamente esportata nelle altre regioni, a cominciare dalla Campania, dove appare integro il patto collusivo tra criminalità, imprenditoria e politica, che ha trasformato da tre lustri l’emergenza rifiuti in un affare lucroso.

Il secondo segnale giunge dal presidente della Sardegna, Renato Soru, che ha motivato il suo assenso a ricevere parte dei rifiuti campani, con l’esigenza di tener fede al patto di coesione nazionale. Tra tanti localismi e opportunismi, si fa strada finalmente un ragionamento istituzionale, una visione diversa del nostro paese, fatta di responsabilità, cooperazione, confronto civile. Questa scelta gli è valsa l’assalto notturno della casa da parte di un’orda di farabutti, ma l’opposizione a Soru è più ampia, per colpa del piano paesaggistico che protegge le coste e, pare, del suo brutto carattere, che è poi l’accusa che gli italiani riservano solitamente alle persone serie e rigorose.

Un ultimo segnale, nelle recenti dichiarazioni del ministro Bersani, secondo il quale è meglio restituire a Bruxelles i fondi comunitari, piuttosto che spenderli male. Non avremmo mai sperato di udire simili parole da un ministro di governo italiano. Secondo Bersani troppi soldi non aiutano lo sviluppo del Sud, e comunque gli aiuti comunitari dovrebbero essere impiegati esclusivamente per fabbricare beni comuni, per rimpinguare la dotazione di capitale sociale. Il ministro ha naturalmente ragione, ma sembra non cogliere un aspetto importante della questione. Negli ultimi decenni, i fondi strutturali sono stati sostitutivi più che integrativi dei trasferimenti ordinari. Essi hanno rappresentato quindi le sole risorse a disposizione, che sono state diffusamente impiegate ricorrendo a procedure discrezionali, non ordinarie, emergenziali, perché “altrimenti si perdono i fondi”. Il problema vero è questo: quello di una classe dirigente perennemente tesa alla ricerca di grimaldelli istituzionali e procedurali – si tratti di commissariati straordinari o di procedure di spesa derogatorie – con lo scopo di aggirare i controlli democratici, e di poter liberamente alimentare la zona grigia, la fabbrica malsana del consenso.

Dalle nostre belle isole, ma anche da Roma, barlumi, segnali, frammenti di un discorso politico. In fiduciosa attesa che da qualche parte maturi una nuova sintesi.

E’ apparso un articolo dal tono mezzo apostolico e mezzo giuridico a firma dell’ex Soprintendente archeologico, Vincenzo Santoni, che ha avuto una parte a nostro avviso negativa nelle disavventure di Tuvixeddu. Lo scritto mescola il Papa con massime giuridiche, omelie con la sentenza del Tar sulla necropoli. Ci ricorda con un tono da Paolo di Tarso, che dobbiamo camminare insieme sostenuti da “una ferma inquietudine per la verità”. Poi prende il tono tenebroso del giure.

L’ex Soprintendente parla anche di tutela. E proprio sulla tutela del colle ci siamo interrogati dopo la gravosa lettura dell’articolo.

Sappiamo dalla stampa che qualche giorno fa la Guardia Forestale ha controllato con un sopralluogo se a Tuvixeddu c’è corrispondenza tra il progetto del giardino a gradoni babilonesi e la sua realizzazione.

I ranger – così oggi chiamano le guardie forestali - hanno rilevato differenze importanti tra il disegno degli architetti e quanto, invece, l’impresa ha realizzato. Insomma, sembra che durante l’esecuzione del progetto il costruttore abbia fatto di testa propria. La stampa ha parlato dei camminamenti che da 80 centimentri si sono allargati a 4 metri, delle fioriere in stile babilonese - ma questa faccenda dello stile è una sciagura già presente nel progetto - che esorbitano le dimensioni prescritte. In sostanza la realizzazione del progetto è diversa dal progetto originale.

Ci chiediamo come sia potuto accadere che la Soprintendenza archeologica, rappresentata all’epoca proprio dallo stesso Vincenzo Santoni, abbia trascurato il controllo dei lavori nel giardino che confina con l’area di maggior valore archeologico. Ci domandiamo se è normale che ci sia voluta la benemerita Forestale per eseguire delle semplici misurazioni. Ci chiediamo se non sarebbe bastato un Soprintendente armato solo delle proprie gambe, di occhi, occhiali e di un metro lineare. Ci domandiamo dove fosse la Soprintendenza archeologica quando la dimensione dei camminamenti si quintuplicava, dove fosse il Soprintendente quando le fioriere crescevano oltre misura.

D’altronde ci siamo già posti la stessa domanda in altre occasioni.

Ci siamo chiesti perché la stessa Soprintendenza abbia permesso la copertura dell’anfiteatro, la cementificazione dell’antico camminamento scavato nella roccia a Buoncammino. Ci siamo chiesti dove era la Soprintendenza quando il colle di Tuvumannu e i suoi reperti sono stati ricoperti da desolanti costruzioni di cemento armato, dove era quando un tempio punico è stato ricoperto da un’agenzia di viaggi, dove era quando a Santa Gilla scomparivano i segni preziosi della città fenicia e di quella giudicale affogati da una volgare città mercato, tanto sempre città sono. Ci chiediamo con amarezza quale tutela ricevano oggi le tombe di Viale Sant’Avendrace che saranno nascoste alla vista da un nuovo palazzo di cinque piani.

Beh, noi crediamo che l’azione di tutela debba essere esercitata esclusivamente per quello che la parola significa. Pensiamo che la tutela non ammetta vie di mezzo e che in nessun caso debba consistere in una mediazione. Altri sono chiamati a mediare.

Il compromesso tra parti impari ( Tuvixeddu fragile e l’impresa piena di forza ) è causa di un danno irrimediabile al bene più debole. Questa consuetudine disastrosa fa sì che il bene, limitato ed esauribile, perda ad ogni mediazione un pezzo di sé, sino all’esaurimento. Noi ci aspettiamo dalle Soprintendenze una lineare e coraggiosa azione di pura tutela e protezione, senza vie di mezzo.

La valorizzazione di un patrimonio culturale viene dopo la sua salvezza. Farlo conoscere e divulgarlo spetta alle regioni, non alle Soprintendenze. La conoscenza di quel patrimonio, dice il nostro ordinamento, deve in ogni caso privilegiare la tutela che resta l’esigenza primaria. Insomma, prima si tutela e poi, solo poi, si valorizza.

Dalle nostre parti si procede al contrario, come i gamberi. E la tutela è poco praticata. Nell’Isola viene prima la “fruizione” dei luoghi. E per renderli “fruibili” i luoghi vengono di fatto alterati e distrutti. Poi, quando è troppo tardi, si procede alla tutela. Un esempio su tutti. L’Anfiteatro romano è stato ricoperto con tavole e tubi proprio a causa della “fruibilità” e della “valorizzazione”. Lo si è falsificato, alterato, reso invisibile e si racconta che così lo si tutela.

L’articolo dell’ex Soprintendente ci ha tolto un altro po’ di speranza. Tuvixeddu è anche una metafora del rapporto tra noi, la nostra storia e un distruttivo presente che qualcuno confonde con la modernità.

Vi ricordate la vecchia urbanistica, quella della legge 1150 del 1942, i piani a cascata, i pareri di conformità obbligatori, i poteri sostituivi, ecc. In questi sessanta e più anni, le cose sono radicalmente cambiate: abolita la gerarchia dei piani e le conformità, introdotta la sussidiarietà fra livelli istituzionali, definita la temporalità delle destinazioni urbanistiche, stabiliti i meccanismi di perequazione, entrati ambiente e paesaggio come temi principi del governo del territorio, si è configurata una legislazione magmatica e confusa – con tutte le possibili varianti regionali - in cui, più che la norma scritta, vale la prassi. Ma al di là dei cambiamenti cui ho fatto cenno, peraltro ampiamente noti e commentati, vi è un aspetto generale su cui occorre riflettere. Il governo del territorio, in Italia, non è più affidato all’osservanza delle leggi, bensì al conflitto fra diverse istituzioni e fra soggetti pubblici e privati. Lungi dall’essere un incidente di percorso, il contenzioso è divenuto la vera anima dell’urbanistica.

Citiamo come esempio il Codice del Paesaggio che, emendato dalla commissione Settis e ulteriormente corretto nella Conferenza Stato Regioni, ha suscitato i commenti trionfali di Giovanni Valentini su Repubblica del 20 marzo 2008 e quelli più misurati ma comunque positivi di Vittorio Emilani sull’Unità, entrambi riportati su eddyburg. Il regime autorizzatorio è conteso fra Soprintendenze e enti locali. Il parere del Soprintendente non è vincolante se il piano paesaggistico è stato elaborato e approvato a seguito dell'accordo fra Ministero e Regione e se il Ministero ha positivamente verificato l’avvenuto adeguamento degli strumenti urbanistici alle prescrizioni del piano paesaggistico. Qualora si verifichino queste due condizioni chi rilascia l'autorizzazione è la Regione che tuttavia può delegare il compito alle Province, ai Comuni in forme associate o addirittura ai singoli Comuni, qualora essi dispongano di adeguate strutture tecniche di valutazione. Le associazioni ambientaliste possono impugnare le autorizzazioni presso il TAR e appellare le sentenze anche se non abbiano proposto ricorso di primo grado.

Sono perciò passaggi cruciali: un piano prescrittivo e non di mero indirizzo; la conformità degli strumenti urbanistici (ora non prevista in molte regioni ed esecrata in Toscana); l’effettiva verifica dell’adeguamento delle strutture tecniche. Snodi decisivi che implicano una piena lealtà delle istituzioni, in particolare di Regioni e Comuni, al dettato di legge; ma è assai più verisimile un’ottemperanza formale e burocratica degli enti locali e un’acquiescenza di Ministero e Soprintendenze. Ognuno di questi passaggi alimenta un potenziale contenzioso ed è perciò facile prevedere che ancora una volta associazioni, comitati e cittadini dovranno farsi carico dell’osservanza della legge. Risparmio al lettore analoghi ragionamenti sui cosiddetti piani operativi, sulla loro rispondenza ai piani strutturali, sui bandi e gli avvisi di concorso e su tutta la prassi contrattuale (nobilitata come governance) dell’urbanistica contemporanea

Il conflitto sull’uso delle risorse territoriali riflette d’altra parte una società articolata e complessa: non è quindi eliminabile e non può essere governato in modo dirigistico. La legge attualmente non previene né dirime, ma piuttosto delinea l’arena del contendere e le regole del gioco. Queste regole, che suppongono una specie di fairplay istituzionale, non vengono tuttavia osservate dalle amministrazioni. Occorre pertanto che almeno una parte della normativa che riguarda il territorio, specificatamente la normativa paesaggistica, sia sottratta alla guerriglia del conflitto quotidiano; ovverosia che il conflitto – inteso come confronto tra diversi progetti di uso del territorio - sia istituzionalizzato e risolto preliminarmente al piano.

La proposta, già avanzata come osservazione al PIT toscano, è che il piano paesaggistico assuma caratteri statutari. Ogni territorio deve essere dotato di uno statuto costruito in modo partecipato, una carta costituzionale non variabile se non con procedure straordinarie e altrettanto partecipate. E’ il piano territoriale o urbanistico, o meglio, le trasformazioni che essi prevedono, a doversi conformare alle regole e alle invarianti che definiscono per ogni territorio il suo ‘essere paesaggio’. Il conflitto così istituzionalizzato deve essere risolto nella fattispecie della conformità dei piani urbanistici agli statuti del territorio e alle loro regole. L’eventuale sede giudicante non deve essere esterna all’apparato amministrativo e alla legislazione urbanistica e deve operare in modo analogo a quello della corte costituzionale rispetto al legislatore ordinario,.

Nel dibattito sul Codice del Paesaggio probabilmente troppa attenzione è attualmente rivolta ai beni paesaggistici, che in Toscana – tanto per fare un esempio - coprono il 57% del territorio regionale di cui però il 50% è superficie boscata già protetta dalle leggi forestali, quindi il 7% scarso della superficie totale. Si tratta comunque di un giocare in difesa e sperare in Soprintendenze meno oberate da impegni e meno prive di risorse. Così rimanendo le cose, conflitti e contenzioso non saranno incidenti congiunturali ma apparterranno ad una fisiologia normativa voluta da un legislatore esso stesso al suo interno conflittuale. Il succo politico è molto semplice: in questa situazione chi è più forte vince, non certamente i cittadini.

Durante la campagna elettorale qualcuno accenna finalmente al dimenticato tema dell’abitazione. Allora ”il problema della casa” – locuzione cara per decenni alle battaglie della sinistra – sembra esistere ancora. Vogliamo però, nella misura in cui esista, sentir dire con chiarezza che l’abitazione equa deve essere un principio basilare, come il salario adeguato, come l’assistenza sanitaria pubblica per tutti, un impegno attuativo obbligatorio per i governanti d’ogni livello territoriale, dai ministri ai sindaci. Finora, più che commuoversi dinnanzi al problema della casa i politici si sono impigliati a riassestare quella casa della politica fracassata per colpa loro. Per non parlare della Cdl, una “Casa della libertà” che con Berlusconi decantava la fortuna degli italiani diventati tutti proprietari (mentre a sinistra non mancavano i creduloni).

Così, certi avvenimenti sembrano inverosimili. Come quando, poco più di due anni fa, un imponente corteo di inquilini rilanciava nelle strade di Roma vecchi slogan operai e chiedeva provvedimenti urgenti: no agli sfratti, no alla liquidazione delle case popolari pubbliche, no al giogo del debito con le banche, sì a un mercato degli affitti controllato dall’ente pubblico e accessibile ai redditi da lavoro subalterno. O quando pochi mesi prima il candidato sindaco Letizia Moratti aveva incautamente promesso 45.000 alloggi popolari dinnanzi allo scandaloso livello dei prezzi milanesi. Una promessa falsa, una quantità impossibile: si è visto come l’impegno della signora sia approdato a festeggiare l’alluvione di milioni di metri cubi edili privati, lussuosi, cagionata dal predominio di speculatori vecchi e nuovi, compresi noti violatori di leggi e norme (e oggi, immemore, propone genericamente la costruzione di 3.000 alloggi in dispersi terreni comunali periferici da concedere a imprese private disposte all’accordo, procedendo lungo la strada del fare e disfare senza pianificare). O quando al principio di febbraio, di nuovo a Roma, un’improvvisa invasione del municipio da parte di cittadini disperati per la loro condizione abitativa, anzi non-abitativa, era silenziosamente ricacciata e ignorata dai mezzi di informazione. O quando recenti articoli sulla condizione lavorativa di immigrati africani nel Sud, messi a raccogliere patate a tre euro l’ora dagli intoccabili mercanti di bracciantato, potevamo collegarli agli articoli di un anno e mezzo prima che insieme alla condizione salariale raccontavano del loro habitat: certi gruppi vivevano in un boschetto in condizioni peggiori che nei crudeli slum sudamericani e africani.

Per la verità, ogni tanto, per ragioni contingenti dovute ad allarmismi circa la cosiddetta sicurezza scatta un gioco al rimpallo di responsabilità riguardo al bisogno di alloggio di immigrati nelle grandi città, o dei tartassati Rom, o dei senza alloggio per così dire assoluti, quegli homeless la cui morte civile in città come Milano e Roma pare non meno certa di quella dei loro compagni della Bowery newyorkese. Ma niente si attua, oppure si adotta la soluzione criminale (e “finale” secondo il messaggio nazista) del comune milanese di Opera nei confronti dei Rom baraccati, tanto nota da non doverla ricordare qui.

Situazioni di piccole minoranze si dirà, poco significative della effettiva consistenza del problema casa. Perché occuparsene?

E tra le famiglie residenti sarebbero talmente poche quelle non proprietarie dell’abitazione da non doversene interessare? Quante saranno veramente? Tutti proprietari anche i poveri? La proprietà dell’abitazione non significa sicuro benessere sociale, né conformità della misura e qualità dell’alloggio ai bisogni reali primari. Ma il peggio si concentrerà nelle affittanze. L’ultimo censimento della popolazione e delle abitazioni (2001) è troppo lontano, tuttavia da lì si deve partire per le valutazioni odierne senza eccedere in indagini campionarie. Di 27,3 milioni di abitazioni ben 5,6 non erano occupate (quasi il 21%!), 6,2 (29%) erano in affitto o assimilate. Scopriamo inoltre da un confronto semplice che un forte surplus di famiglie rispetto alle abitazioni occupate voleva dire almeno mezzo milione di famiglie coabitanti.

Oggi le abitazioni occupate in proprietà saranno circa l’80 %, un aumento notevole dal 71% relativo a sette anni fa. Le famiglie danno il sangue, si indebitano per ripararsi, mettersi al sicuro dalle vessazioni del mercato a meno che poi il mutuo non diventi un’ossessione e infine una condanna. Il 20% di alloggi in locazione o comunque non goduti in proprietà (una percentuale inferiore a quella degli alloggi vuoti, ora stimati nel 24% dal Coordinamento europeo per l’alloggio sociale), esclusa la piccola parte di famiglie che preferisce l’affitto riguarda le famiglie, cinque o sei milioni, che si arrabattano ogni giorno dentro un mercato dai prezzi spropositati, oltretutto nettamente scisso dal mercato del lavoro, motivo non secondario di penosità del vivere.

Il riformismo socialdemocratico europeo, quando attuava potenti programmi sociali per la casa, sapeva che per lo stesso capitalismo moderno la riproduzione doveva assicurare la produzione e che della prima l’abitazione era una componente necessaria. Ora la globalizzazione disloca la produzione, muove i lavoratori dappertutto, usufruisce della loro riproduzione ma potendo fregarsene di farli abitare degnamente. Non mi meraviglio che anche in Italia i modelli salariali e abitativi possano sfiorare i confini della sopravvivenza, se non valicarli come nella Manchester studiata da Engels.

Allora, vogliamo, sinistra arcobaleno, unica sinistra sopravvissuta al tradimento veltroniano, dar largo spazio anche a tutto questo nello scontro elettorale?

Milano, 4 marzo 2008

Guardo l’apocalisse napoletana da un punto di vista urbanistico generale. Destino del territorio, del paesaggio, degli spazi aperti, di quel poco di campagna produttiva rimasta in Italia. Il nostro territorio consiste in una specie di deposito incustodito buono per tutte le stagioni e per ogni roba. Cosa non facciamo al territorio, cosa non gli scarichiamo sopra e sotto senza chiedergli il permesso. Abbiamo coperto le superfici libere con miliardi di tonnellate di pattume: in primo luogo costituito dai 120 milioni di stanze d’abitazione delle quali più di un quinto vuote (ma capaci di devastare le coste marine e lacustri, le chine montane e collinari), un altro quinto superflue e il rimanente, detratte le case d’anteguerra, responsabile delle rovinose brutture di centri urbani e periferie. E poi tutti gli altri tipi di edifici di cui buona parte abbandonati come gl’inservibili capannoni di industrie in crisi o abolite, come i giganteschi fabbricati per attività terziarie morti per manifesta inutilità. E vari generi di infrastrutture fra cui autostrade clientelari e sbagliate, un affare gonfiato ad arte mediante il sopradimensionamento delle opere, cemento e ferro moltiplicati per tre rispetto al necessario (esempio la ricostruzione della Milano-Torino). E la spazzatura vera e propria, l’immondizia che ogni cittadino produce, noncurante, come fosse un robot dedito a prendere le cose da una parte e a depositarle dall’altra: dove? Diamine, da qualche parte, appunto completando l’occupazione della terra libera. Così la raccolta realizza altri colossali edifici costituiti dalla miriade di prefabbricati che sono le stupide “ecoballe”; costruzioni come gigantesche mastabe che gli egiziani non sarebbero stati in grado di erigere. Oppure disloca sterminati profondi vasconi dove gli strati successivi della ricompressa materia presenteranno agli archeologi del 3000 curiose e pericolose testimonianze di una speciale inciviltà distrutta dalla proprie deiezioni.

E arrivarono i sospettabili inceneritori e i “progressisti” termovalorizzatori (valorizzare, parola la cui sola pronuncia dà ai nervi, figurarsi quando diventa azione concreta). Altri potenti invasori dello spazio libero, altri sovvertimenti territoriali. E’ buona cosa non buttare il calore, è cattiva inferire altri duri colpi al nostro personaggio-territorio che non può sostenerne più. Installazioni come queste sono veri e propri insediamenti industriali complessi, massivi, imponenti, inquinanti ammorbanti infestanti in diversi modi; andirivieni incessante di automezzi, strade per farli muovere, condotte, rumori. Insomma un enorme carico territoriale degli impianti che si trascinano dietro la necessaria violenza di varie infrastrutture.

L’Italia è un paese perso, ha mangiato in gran parte sé stesso. Tuttavia cerchiamo di trasmetterne i lacerti nobili alle nuove generazioni, sperando che circa l’intero paesaggio siano loro ad avviare l’unica azione sensata: demolire demolire demolire, restaurare restaurare restaurare. Per questo dobbiamo ad ogni costo difenderli, quei residui, da ogni insolenza sviluppista. Il tema dei rifiuti e il tema energetico si tengono insieme. Ci domandiamo, per dirne una relativa ai compiti della politica: che fine ha fatto l’impegno per un piano energetico nazionale, effettivo, non parolaio? e perché la sinistra non ha affrontato seriamente il problema della produzione delle merci e del consumo? Parlano di termovalorizzatori e tacciono delle cose da bruciare. Allora, la nozione di spreco e del consumismo riguarda tutto, merci ed energia. Spreco significa consumo superfluo, eppure ridurne anche il più stupido terrorizza a destra e a sinistra giacché il pensiero unico si fonda sulla perorazione di più consumi più consumi più consumi, sembrando questa l’unica scelta possibile per sostenere la produzione. Ricordo l’articolo di Carla Ravaioli del giugno 2005, Energie rinnovabili e capitalismo. Lo spreco è connaturato al modello di sviluppo capitalistico. Per risparmiare energia e merci occorre “un forte e progressivo contenimento della crescita razionalmente pianificato e gradualmente attuato: insomma un modello economico e sociale diverso da quello oggi vincente”. Eh, già; penso che dovremmo rilanciare le vecchie convinzioni. Cominciamo dai peggiori beni di scambio rappresentativi del consumismo: li negherebbero cittadini che aspirino davvero ai più alti livelli di civiltà e, in conseguenza, di autentica modernità. Nelle questioni relative al territorio e alla città serve di nuovo, come cinquant’anni fa, un’analisi di classe in senso marxiano. Non diversamente, circa la prospettiva di produzioni e consumi da cui possa derivare un’effettiva riduzione degli oggetti e dei loro detriti, dei prodotti vitali e dei loro avanzi, connaturandovi il risparmio energetico, vuol dire privilegiare i beni d’uso necessario di per sé limitati di numero. Ma bisogna imparare a disdegnare, oltre ai puri beni di scambio, coloro che ce li vogliono imporre.

Milano, 19 gennaio 2008

Sino a non molti anni fa la Sardegna non possedeva, per fortuna, un’immagine. Nessuno ci conosceva, nessuno sapeva nulla di noi. Poi, di colpo, ci è precipitata addosso l’Immagine, senza la quale, sino ad allora, avevamo vissuto bene, benino.

In questi giorni, durante il dibattito sull’immondezza, alcuni Consiglieri regionali, e un piccolo coro di Sindaci metrocubisti ( cinque sindaci solitari su più di trecento ) hanno tirato in ballo l’Immagine dell’Isola. Hanno detto, nientemeno, che dallo smaltimento di immondezza altrui la Sardegna avrebbe ricevuto un danno grave, appunto, di immagine.

I Consiglieri e i sindaci si sono preoccupati della nostra bella immagine costruita con sofferenza e molto sangue, anche a Orgosolo, con il sangue recente di Peppino Marotto, con quello degli omicidi che lo hanno seguito e dei moltissimi che lo hanno preceduto. Hanno temuto, i Consiglieri, che il nostro impegno secolare nel campo dei sequestri di persona, bambini compresi, finisse in un nulla per un poco di immondezza. Che finisse in una bolla di sapone l’impegno profuso nel devastare i nostri paesi, nella distruzione delle nostre coste, nello spopolare l’interno, nel trasformare in una landa nera la spiaggia del Poetto, nel rendere orribili le periferie di Cagliari, di Sassari, Olbia, Alghero, nel fare di Nuoro un’unica periferia, nel rendere una trappola mortale la nostra strada più importante, mai finita. Che andasse in fumo lo sforzo della nostra criminalità per restare la criminalità d’un tempo che però, in nome dell’immagine, si è adeguata alla modernità con ruspe per i bancomat. Che si vanificasse l’impegno di mantenere gli indici di abbandono scolastico tra i più alti e il numero dei laureati tra i più bassi perché servono camerieri e muratori. Insomma, si sono preoccupati, pochi Sindaci e pochi Consiglieri, di difendere un’immagine costruita con pazienza e cura.

E mentre il resto dell’Italia indicava l’Isola come buon esempio di civiltà, i nostri pochi Consiglieri e Sindaci trasformavano l’immondezza (non scorie radioattive ma immondezza comune) in una bandiera politica. Che la politica si possa trasformare in immondezza è noto. Ma che un cassonetto possa essere di destra o di sinistra è difficile da comprendere.

Però, siccome alla fine tutto torna all’equilibrio, la nostra vera immagine è stata presto ristabilita. Tutta l’Italia ha visto le bandiere con i quattro mori sventolare insieme alle fiammelle tricolori e poi la teppaglia prezzolata assediare un’abitazione privata. Così anche Cagliari ha avuto, come si dice, la sua visibilità in prima serata sino al premio dell’apertura dei telegiornali nazionali. Un successo. Sono stati arrestati sei ideologi antispazzatura per reati vari e sono stati condotti in carcere due maestri di pensiero per un attentato incendiario all’abitazione privata del Presidente della Regione. Massima visibilità e immagine salvata, dunque. E se i nostri indipendentisti irsuti e Consiglieri appassionati all’immagine continueranno a “battersi” con questa energia otterremo risultati ancora migliori, sino all’eccellenza. Basta insistere, la strada è quella buona e l’immagine sarà salva.

Pubblicato anche su La nuova Sardegna, 16 gennaio 2008

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