Le agenzie di rating che certificano l'attendibilità dei bilanci di un paese ci diranno, prima o poi, che i beni comuni contano: che la bellezza del paesaggio italiano è una ricchezza che se si compromette resta un debito grave alle generazioni che verranno. Prima o poi un inviato di Obama ci farà notare che il nostro deficit rischia di aumentare se si sprecano le risorse del territorio. Insomma qualcuno spiegherà che all'Italia non basta rappezzare il bilancio dello stato, ma che serve impedire il sopravvento dello sciame di brutture, di insediamenti illegali che avanzano nella galassia di altre illegalità. Una massa di case che impegna ciclicamente molto denaro pubblico: se va bene per portare urbanizzazioni, nel caso peggiore per aiutare i disgraziati quando gli scivola la terra sotto i piedi.
Condono edilizio. Il provvedimento (rigettato da Napolitano?) era in elenco, la carta pronta per fare quadrare i conti. Ci riproveranno si dice (usando la leva del condono catastale?). Un' incertezza che basta per aggiungere altra edilizia illegale alle preesistenze.
Possibile che non si capisca che a questo Paese non gli è rimasto molto altro che la superstite qualità dei luoghi ? Basta guardarsi attorno per capire che è una fondamentale risorsa. Almeno il paesaggio non si delocalizza come un'azienda, né si replica per il piacere di un magnate.
Possibile che non capiscano il danno? Per esempio a chi esporta prodotti grazie al mito del Belpaese nello sfondo di ogni réclame? Agli operatori turistici che faticano a dirottare i vacanzieri dai posti brutti ?
Le politiche della destra italiana sono quelle che conosciamo. L' obiettivo è prendere da ogni luogo restituendo poco o nulla e secondo le convenienze di cricche pronte a ogni occasione (pure in danno ai luoghi straziati da catastrofi). E se i progetti per saccheggiare la Sardegna sono diretti da tipi come Flavio Carboni non siamo messi bene.
Il territorio è colpito dal malgoverno ordinario, bastano le pessime scelte fatte, come i piani-casa bene accolti pure nelle regioni governate dalla sinistra, mentre ci aspettiamo i contraccolpi dal federalismo demaniale. Un nuovo condono sarebbe troppo.
Resta sempre l'interrogativo sulle reazioni dell'opinione pubblica a fronte di programmi come questi, e sull' impegno delle forze di opposizione a fare in modo che il Pil non sia l' unica bussola verso il nostro futuro.
Perché mai i popoli del Sud del Mondo, che sacrosantamente accusano i paesi occidentali di averli invasi schiavizzati deportati sfruttati, brutalmente e sistematicamente umiliati e offesi, oggi si impegnano a riprodurne fedelmente il modello economico e culturale? Perché, tornando a distanza di pochi anni in città e paesi asiatici, africani, sudamericani (che ricordavamo come seducenti prodotti di storie e civiltà a noi sconosciute, documenti carichi di senso, testimonianze non solo di valori perduti ma di possibili diverse ipotesi future) ci si ritrova puntualmente di fronte a tante, piccole o grosse, ma quasi sempre brutte, Manhattan, fatte di palazzoni e grattacieli copiati dai nostri, di negozi carichi degli stessi prodotti in vendita da noi, di gente vestita esattamente come noi, di pizzerie e Mac Donald’s, di Tv e pubblicità imperanti, di auto per lo più di marche occidentali e puntualmente, come da noi, immobili o quasi in strade congestionate e irrespirabili? Perché, questi popoli, riflettendo sulla loro storia e più ancora sul loro presente, non provano a immaginare un mondo diverso, magari da proporre anche a noi?
A questa domanda, cui più volte ho accennato in articoli e pubblici dibattiti (ricordo in particolare un incontro di un paio d’anni fa a Modena, in cui inutilmente la proposi a Wandana Shiva) non avevo avuto finora risposte significative. La conferenza di Cochabamba, per la prima volta, non solo mostra consapevolezza del problema, ma su di essa fonda la novità del suo discorso; e traccia le ipotesi di una strategia forse capace non solo di affrontare alla radice la crisi ecologica, ma di rapportarla alla realtà sociale, in una lettura complessiva delle iniquità e storture del mondo.
In effetti, benché ufficialmente dedicato al “cambiamento climatico”, da posizioni di forte critica dell’insuccesso di Copenhagen, fin dall’inizio il meeting sudamericano ha impresso al discorso un respiro ben più vasto, in cui il clima si pone non come “il problema”, ma solo come uno - certo importantissimo - dei tanti problemi che si sommano nella crisi planetaria, non soltanto ecologica . E ciò in modo inequivocabile è apparso fin dai primi documenti ufficiali proposti dalle varie delegazioni. “La Terra è malata”, “Questo sviluppo è insostenibile”, “Cambia il sistema non il clima”, “Giustizia sociale e ambientale”, “Contro il capitalismo”: tali sono gli slogan in essi ricorrenti, che si esplicitano poi in abbozzi di sintesi quali “La Terra è malata a causa del modello economico sostenuto dal capitalismo”. Un discorso in cui la conferenza ha non solo ritrovato una critica totale del capitalismo, quale da gran tempo mancava anche dalle posizioni delle sinistre più avanzate, ma ha tracciato l’abbozzo di un’analisi complessiva, che ha soprattutto il pregio di mettere a fuoco una attendibile scala sia di priorità che di interdipendenze nella fenomenologia della realtà ecologica e sociopolitica.
Muovendo dall’inquinamento causato dalle produzioni industriali più diverse, da loro stessi direttamente vissuto e sofferto, questi popoli accusano la molteplicità pressoché sterminata di attività squilibranti dell’ordine naturale. Ad esempio, agricoltura industriale, cioè raccolti largamente soddisfacenti, certo, ma ottenuti mediante deforestazione intensiva e forti dosi di concimi chimici; cioè rottura di antichissimi equilibri vegetali e biologici; cioè anche milioni di disoccupati, costretti ad emigrare e alimentare la crescita di mostruose megalopoli; cioè ancora tossicità che entra nella catena alimentare, raggiunge ortaggi, frutta e perfino latte materno, cui segue il moltiplicarsi di malformazioni e affezioni tumorali. E alla medesima logica innaturale obbedisce poi lo stesso rimboschimento “riparatore”, con piante tutte uguali che negano la necessaria equilibratrice biodiversità.
Oppure. Trivellazioni in cerca di petrolio, gasolio, metano, minerali preziosi, interventi devastanti su estensioni vastissime, inquinamento di terre e mari, sconvolgimenti irrecuperabili di ecosistemi e antichi insostituibili paesaggi. E allevamenti industriali di polli maiali ovini abbacchi pesci ecc., sottoposti a sviluppo artificiale a base di ormoni o altre sostanze chimiche: complessi spesso giganteschi, che alterano l’intero ecosistema e le tradizionali proporzioni paesistiche. E fabbriche di sempre più sofisticati beni “immateriali”, basati sulle conquiste scientifiche più avanzate, di cui tutti andiamo orgogliosi, che creano però rifiuti per la loro nocività definiti “speciali”, ma solo raramente avviati a speciali trattamenti.
Tutto ciò e molto altro rappresentanze di gran parte dell’America Latina hanno detto a Cochabamba. Denunciando le ferite di popoli offesi da un’economia estranea che li invade e prevale mediante lo strapotere delle multinazionali, delle grandi banche, degli stessi governi locali sovente ad esse ambiguamente corrivi, e a tutti impone l’ideologia del consumo e della crescita fine a se stessi; accusando i mercati di farsi misura di ogni confronto, e perfino “privatizzare l’atmosfera attraverso la compravendita di emissioni”; lanciando slogan significativamente propedeutici alla battaglia programmata, come “Recuperare e fortificare la propria identità”.
Tutte le rappresentanze presenti a Cochabamba si sono date appuntamento per fine anno alla Conferenza di Cancun, impegnandosi a portare avanti gli stessi temi. Chissà mai che possa essere il Sud del mondo a salvare il mondo intero?
Questo articolo esce contemporaneamente su Liberazione , oggi 29 aprile 2010
“Un antropologo su Marte” è il titolo di un celebre libro di Oliver Sacks, neurologo statunitense, il cui tema è la difficoltà di comprensione delle emozioni tra un medico e una paziente autistica. Quest’immagine è quella che ha accompagnato le mie giornate preparatorie alla lezione che ho tenuto al Politecnico di Milano, agli studenti del primo anno, i futuri progettisti. Condizionata, infatti, probabilmente, dalle letture e dalle chiacchiere ai convegni che accompagnano la diatriba tra sociologi e architetti, tra le scienze sociali e le scienze dure, tra episteme e techne, l’interrogativo circa l’utilità del mio intervento attanagliava la mia mente e mi spronava alla ricerca di idee, immagini, parole che evocassero il dialogo auspicato tra sociologia e architettura, riuscendo anche a mettere in rilevo la complessità della dimensione urbana. Un impegno ambizioso, che come neofita entusiasta cercavo di affrontare con un velo di onnipotenza.
“Città sostenibili: ossimoro, utopia e realtà” è stato il titolo che ho scelto per il mio intervento e gli allievi del corso, nonostante fosse venerdì pomeriggio e, soprattutto, fossi una studiosa di scienze sociali, curiosi, hanno cercato, sin dall’inizio, di ascoltarmi. Si è subito parlato di “urban sprawl”: questione fondamentale e da affrontare per uno sviluppo sostenibile urbano e la salvaguardia della natura e termine cruciale per urbanisti, architetti, sociologi del territorio, ma non solo. Non è un caso che il prossimo congresso nazionale dei sociologi urbani, che si terrà a settembre, abbia a tema il consumo di suolo; la cui lotta non è solo un imperativo categorico per gli addetti ai lavori, ma un impegno civile per tutti i cittadini.
Ed è stato proprio il ruolo attivo della cittadinanza, la partecipazione dal basso, soprattutto nella progettazione di città sostenibili, uno dei leitmotiv che ha accompagnato le ore insieme, soprattutto grazie alle sollecitazioni del prof. Bottini che è riuscito ad intersecare le mie parole con cammei urbanistici e architettonici, completando le visioni comuni e regalando spunti per ulteriori approfondimenti. I quartieri di Vauban a Friburgo, BedZed nel Sutton a sud di Londra, esempi virtuosi di sostenibilità urbana, sono sorti su aree industriali dismesse i “brownfields”, terreni riqualificati e riprogettati proprio grazie all’iniziativa pubblica. Ma una città sostenibile non è fatta solo di edifici e di strutture.
Nella sostenibilità urbana rientrano le scelte legate alla mobilità, agli acquisti, all’alimentazione, le scelte energetiche; insomma, più in generale, come si è cercato di sottolineare, all’intera vita della comunità urbana e alle relazioni che vi si instaurano all’interno. Ecco perché nella sostenibilità urbana si è cercato di affrontare questioni come il cibo a km zero (la dieta delle cento miglia, ovvero, come ci hanno insegnato due giornalisti che per un anno si sono alimentati solo con i prodotti coltivati vicino la loro casa di Vancouver, Columbia Britannica Canadese), l’attenzione per la filiera alimentare con la conseguente scelta di aderire al gruppo di acquisto solidale e/o ad altre forme di consumo critico, il co-housing e il social housing in chiave sostenibile dove spazi e tempi di vita vengono condivisi, creando nuove forme di mutualità e di sostegno reciproco.
Per quanto riguarda la mobilità, l’esperienza raccontata è quella di New York, sfida verde sulla quale il sindaco Bloomberg ha scelto di investire: il car sharing che, se incentivato dalle amministrazioni, come nel caso statunitense, rappresenta una reale alternativa per gli abitanti e quindi una trasformazione culturale nello stile di vita. La trasformazione culturale degli atteggiamenti che conducono all’insostenibilità delle nostre città è stato uno degli interrogativi posti agli studenti che, concordi, hanno dichiarato come l’educazione dei cittadini da parte delle amministrazioni locali debba necessariamente passare attraverso premi, incentivi, risvolti concreti e tangibili, che mostrino, sin dall’inizio, la ricaduta positiva di una scelta. Discutendo di città sostenibili si è parlato anche di “transition town”, città che transitano alla sostenibilità e che stanno transitando anche in Italia.
L’esperienza che ha terminato la transizione e che è entrata a pieno titolo nella rete mondiale è quella di Monteveglio, un piccolo paese di cinquemila anime in provincia di Bologna. Difficile dimostrare la transizione di un paesino così piccolo: gruppo guida verso la sostenibilità, incontri di approfondimento, alimentazione sostenibile con la creazione di un mercato locale e la valorizzazione di tutti i campi, gli orti, i terrazzi coltivati per l’autosufficienza alimentare. Si è parlato anche di contesti internazionali, di Totnes e Brixton, transiton town che hanno messo in atto l’utilizzo della moneta locale per salvaguardare l’economia del territorio e promuovere la spesa nelle botteghe della città, del distretto.
L’utilizzo della moneta locale, ovvero che una moneta sia accettata solo in un determinato territorio, privilegiando per i propri acquisti i commercianti della zona e questi, a loro volta, tenderanno a rifornirsi dai produttori locali che accetteranno la moneta locale, ha sollecitato i futuri progettisti che si sono interrogati sui risvolti di tale meccanismo e delle ricadute economiche in un mondo sempre più globalizzato. Tutte le questioni presentate mostrano il grande fermento attorno ai temi della sostenibilità urbana e parlarne per tante ore insieme ha permesso di presentare una gamma significativa di possibilità che talvolta corrono il rischio di ridursi ad attività di “greenwashing”, sostenibilità di facciata, senza sostanziarsi in un reale e concreto cambiamento di paradigma.
E’ evidente, a questo punto, come il collegamento dei saperi e quindi l’approccio transdisciplinare a cavallo tra sociologia, architettura, politica, filosofia, sia necessario per comprendere la complessità del nostro tempo e, soprattutto, per leggere lo spazio urbano attraverso una visione sistemica e integrata dei bisogni dei cittadini.
Marcella Messina Dottoranda in Antropologia ed Epistemologia della Complessità
Università di Bergamo
C’era una volta una Regione simbolo del buon governo, dove l’efficacia dell’attività amministrativa si sposava con l’etica dell’operare politico. Eravamo negli anni ’70 e il modello delle amministrazioni “rosse” raccontava al mondo anche di un modo diverso di intendere il governo del territorio. Fra queste un ruolo guida lo assunse la regione Emilia Romagna capace, in quegli anni, di costruire, sulla base di un’ampia condivisione popolare, un sistema di governo che si affidava, nel metodo, ad una ricognizione approfondita del proprio territorio e negli strumenti, alla pianificazione su area vasta: i risultati di rilievo non mancarono, dalla creazione del Parco del Delta del Po, all’elaborazione di uno dei primi e più efficaci piani paesaggistici regionali elaborato in adeguamento alla legge Galasso. Nel 1986 il PTPR dell’Emilia Romagna rappresentò certamente un punto di innovazione e di avanzamento della cultura ambientalista in Italia e come tale fu ampiamente apprezzato, fra gli altri, da Antonio Cederna, anche perchè costituì il risultato concepito, coordinato ed elaborato dalle strutture interne di un'amministrazione pubblica.
Molta acqua è passata sotto i ponti, mano mano che la tensione ideale dei primi anni si allentava, contestualmente il carattere esemplare dell’esperienza emiliano romagnola andava diminuendo. Al pari di altre amministrazioni regionali, gli ultimi lustri hanno sancito una rinuncia sempre più marcata, sul piano politico e su quello amministrativo dalle funzioni di programmazione e pianificazione su area vasta. Progressivamente si è sempre più diffusa la delega di tali funzioni in campo urbanistico a livello provinciale e comunale con tutti i fenomeni di svendita del paesaggio per finalità di cassa economale che questo meccanismo ha comportato. L’ultima legge sul governo del territorio (n.6 del 6 luglio 2009) sancisce di fatto questo passaggio, inglobando, quale naturale corollario, il recepimento a livello regionale, del famigerato piano casa. Intendiamoci, come eddyburg sta documentando, esistono versioni largamente peggiori di tale provvedimento che in talune declinazioni regionali è stato pensato come un vero e proprio condono mascherato, ma a chi ricorda il dibattito culturale e politico che accompagnò l’elaborazione del PPTR, oltre 20 anni fa, appare dolorosamente evidente la rinuncia ad un’operazione di strategia territoriale su area vasta e quindi a ripensare il proprio territorio in termini complessivi non collegati esclusivamente a modelli di sviluppo culturalmente arcaici ed economicamente poco innovativi.
In compenso, gli ultimi mesi della legislatura che si conclude in queste ore sono stati caratterizzati dalla pubblicizzazione di un Piano Territoriale di ben altra natura: il PTR, non piano urbanistico, ma pomposamente definito “come l’atto più rilevante della Regione, la sua visione strategica”, è a tutt’oggi un documento persino imbarazzante sul piano dell’elaborazione politica ed amministrativa: oltre all’immancabile (e stucchevole) panoplia lessicale di termini quali competitività, economia della conoscenza, sviluppo sostenibile e valorizzazione, l’immagine della regione viene definita quasi solo per contrasto, a rimarcare, in perfetto stile leghista, le differenze, soprattutto economiche, in positivo rispetto ad altre aree del paese e l’unico obiettivo che emerge da una cortina fumogena e spesso contradditoria di affermazioni è quello dell’”attrattività territoriale”, bramata nelle sue conseguenze economiche, ma piuttosto vaga nei contenuti .
L’ancora più recente legge sul paesaggio (n.23 del 30 novembre 2009) senza affrontare minimamente il problema dell’adeguamento della pianificazione regionale vigente al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, rappresenta, rispetto agli anni ’80 un deciso arretramento culturale, a partire dalla sciatteria linguistica che la connota e che non riesce a nascondere la totale mancanza di qualsiasi elemento se non proprio prescrittivo, financo definitorio rispetto alle azioni chiaramente identificate dal Codice (in particolare all’art. 143) quali elementi fondanti della copianificazione paesaggistica. A tal punto il testo di legge elude qualsiasi funzione pianificatoria da non prevedere la redazione di alcuna cartografia: torna alla mente il fulminante parallelo di Luigi Piccinato che definiva un piano senza carte come “calligrafia orale”.
Naturalmente questo decisivo abbassamento a livello di qualità normativa, ha ampio riscontro con quello che sta succedendo sul territorio: il fenomeno dello sprawl urbano dilaga così come il degrado complessivo del paesaggio dovuto anche alla costruzione delle tante infrastrutture che attraversano la regione (dall’alta velocità ai passanti autostradali), mentre sono state recentemente riviste anche alcune delle norme cardine sulle quali il PTPR degli anni ’80 aveva cercato di fondare un’inversione di tendenza rispetto al massacro urbanistico che aveva ridotto la costa romagnola, nei decenni precedenti, a un’ininterrotta città lineare di grottesca qualità architettonica, distruggendo per sempre decine e decine di chilometri di dune e pinete. E si moltiplicano i vulnera inferti al contesto monumentale di centri storici fino ad ora studiati e tutelati come in poche altre situazioni italiane e in molti centri, a partire da Bologna, disastrosa appare la situazione del traffico. Certo, c’è di peggio in Italia, il territorio dell’Emilia Romagna non ha conosciuto, se non in piccola parte, fenomeni di devastazione come il Nord-Est o l’abusivismo diffuso che come un cancro dilania vaste aree del Meridione.
Ma il “meno peggio” non è buona politica e, in tempi come questi, la rinuncia a divenire un esempio alternativo di governo del territorio, a sperimentare pratiche di contenimento del consumo di suolo, dello sprawl, di infrastrutture invasive la cui utilità si rivela soprattutto sul piano della speculazione edilizia , ad affrontare in maniera radicale e complessiva il problema della mobilità in una delle regioni più inquinate d’Europa è ammissione di incapacità politica con gravi conseguenze sul piano sociale. L’appiattimento di fatto ad un modello, quello del cemento, come motore principale dello sviluppo economico si è coniugato poi con una sempre maggiore opacità delle decisioni politiche e non ha mancato di produrre degenerazioni pericolosissime se è vero, come purtroppo risulta anche dalle recentissime cronache giudiziarie, che l’Emilia è terreno privilegiato di infiltrazioni camorristiche. I soldi dei Casalesi, insomma, alimentano la speculazione edilizia dei principali centri abitati sulla via Emilia, a partire dalla conurbazione Modena- Reggio Emilia, sulla quale si stanno concentrando gli interessi delle cosche, copiosamente alimentati da liquidità inesauribili.
Tali operazioni speculative, un tempo marginali, sono purtroppo ora avallate, quando non elaborate direttamente, dalle amministrazioni pubbliche comunali sulle quali l’ente regionale non esercita alcuna forma di controllo né a priori, né a posteriori: non siamo più da tempo un’isola felice, ma occorre scuotersi dal torpore in fretta, a partire dal prossimo governo regionale che si insedierà fra qualche settimana, per non diventare qualcosa di molto peggio e perché quell’unità d’Italia che ci apprestiamo a festeggiare, non sia nei fatti soprattutto il frutto di una condivisione di interessi illeciti.
L’articolo costituisce la rielaborazione del testo uscito sul Bollettino Italia Nostra, n. 449, 2009.
Il punto di partenza fu, nell’estate del 1994, il restauro e poi la pedonalizzazione di piazza del Plebiscito. Giornali, intellettuali, esperti di mobilità, esponenti politici di destra e di sinistra, tutti sostanzialmente contrari, previdero il traffico impazzito e la città in rivolta. Fu invece un trionfo, la piazza era un incanto, diventò lo sfondo preferito per le foto ricordo, e si cominciò a parlare di rinascimento. Ma il simbolo più forte della nuova Napoli fu il progetto per la trasformazione dell’area ex industriale di Bagnoli, circa 200 ettari, ai piedi della collina di Posillipo, di fronte all’isola di Nisida. Un luogo di suprema bellezza, noto dalla più remota antichità, carico di storia e di significati, collocato proprio al centro della sterminata area metropolitana che si estende da Caserta a Salerno e oltre, quasi ne fosse l’ombelico. La scelta di fondo fu di restituire la spiaggia alla balneazione (com’era stato prima dell’industria) e di destinare la maggior parte della superficie disponibile a un grande parco pubblico, anche con l’intento di rendere evidente l’avvio del riscatto della città–simbolo della speculazione, mostruosamente cresciuta nel dopoguerra, senza spazio per respirare, solo cemento e asfalto. Oltre al parco, molto limitate previsioni di attività ricettive, per la cultura, la ricerca scientifica, residenze e servizi, un porto turistico per circa 350 posti barca.
Tutto ciò fu oggetto di un’apposita variante urbanistica approvata nel 1998 e di un successivo piano attuativo. La realizzazione fu affidata a una società di trasformazione urbana formata ad hoc, la Bagnoli futura che, in effetti, finora ha concluso ben poco. L’unica opera condotta a termine è la spettacolare, e subito frequentatissima, passeggiata a mare ottenuta dalla trasformazione del pontile dove attraccavano le navi che scaricavano le materie prime per la produzione dell’acciaio. Ci saranno sicuramente ragioni che spiegano i ritardi, legati soprattutto ai finanziamenti e alle complicate procedure per la bonifica, ma non riesco a sottrarmi al convincimento che ci sia dell’altro. E cioè che 120 ettari di parco siano considerati uno spreco, un vuoto insopportabile, un insulto al valore assoluto rappresentato dai volumi edificabili. Se ne sono lette e sentite di tutti i colori, che un’area così bella non può non essere intensamente utilizzata, che il portafogli viene prima del verde, che il comune non avrà mai le risorse per un parco così vasto (non mi stanco mai di ripetere che il comune di Ferrara gestisce benissimo la sua “addizione verde”, un parco dieci volte più grande di quello di Bagnoli). In sostanza, secondo me, si cerca e si aspetta l’occasione buona per rimettere tutto in discussione. Come fu al tempo della Coppa America, nel 2003, quando Napoli partecipò alla gara, poi vinta da Valencia, per ospitare l’importante manifestazione velistica: i piani urbanistici furono considerati carta straccia e si scatenarono i peggiori istinti cementiferi. Da allora, opinionisti, industriali, economisti, architetti, politici in lista d’attesa, continuano a proporre alternative, infischiandosene delle decisioni e delle prerogative dell’amministrazione comunale, che peraltro sembra poco interessata. L’ultimo a intervenire è stato Vincenzo De Luca che ha proposto, da candidato alla presidenza della regione Campania, di impiantare nel parco di Bagnoli un campo da golf, non servono commenti. E adesso esplode lo scandalo dei pini insensatamente abbattuti dalla Bagnoli futura, di cui ha trattato il Corriere del Mezzogiorno ripreso ieri da eddyburg. Insomma, l’impresa pubblica il cui precipuo fine sociale sarebbe la realizzazione di un grande parco verde comincia la sua opera con la distruzione del verde esistente. Una vicenda inverosimile, vertiginosa. (Mi ha ricordato un’altra storia paradossale, quella raccontata da Letizia Battaglia, la nota fotografa palermitana, quando era assessore ai giardini del comune di Palermo, sindaco Leoluca Orlando. Le fu sottoposto un progetto che prevedeva di spiantare l’agrumeto del parco della Favorita, per sostituirlo con ilmuseo dell’agrumeto.)
Qui adesso interessano molto poco gli argomenti addotti dalla Bagnoli futura nel tentativo di salvarsi. Che l’abbattimento degli alberi fosse imposto per ragioni di bonifica, che sia o no previsto dal piano attuativo, non mi pare che abbia importanza. Conta la verità dei fatti: il parco di Bagnoli, che dovrebbe essere aperto ai cittadini da almeno un lustro, ancora non c’è (e i napoletani continuano ad affollare gli esigui spazi della villa comunale). Va avanti invece la realizzazione di opere edilizie, di cui non si avverte l’urgenza e, per favorirle, si elimina il verde esistente.
Ce n’è abbastanza perché il comune di Napoli intervenga liberandosi finalmente di una compagine inadeguata e incapace.
É il titolo del programma della coalizione democratica. Di un programma elettorale, più che i cosiddetti ‘punti concreti’, è interessante capire i sentimenti che intende accendere, il senso comune che vuole evocare e quindi il consenso che si propone di ottenere. D’altra parte, ormai pochi prendono sul serio gli ‘impegni precisi’, sia perché, al contrario, sono spesso espressi in termini generici, sia perché vi sono sempre delle buone ragioni - la crisi, il governo, le emergenze – per disattenderli. Chi potrebbe ritenere – tanto per fare un esempio - un impegno concreto (come tale viene, infatti, presentato a p. 4 del documento) “Difendere il principio del ‘lavoro buono’ e della ‘buona impresa’che ha successo ed è orientata allo sviluppo economico locale, al rispetto dei diritti dei lavoratori e delle comunità di riferimento, in collaborazione con le parti sociali e gli enti locali”. Mi limito perciò a commentare il senso generale del documento, la cultura che vuole esprimere, le speranze che vuole suscitare, in riferimento al solo secondo punto del programma, quello dedicato ad ‘ambiente e territorio’. D’altronde, il territorio, oltre ad essere il tema centrale di eddyburg, è la grande ricchezza della Toscana, il suo ‘cavallo di battaglia’, l’eredità preziosa che deve essere spesa cautamente in termini di sostenibilità e di sviluppo.
Nei punti del programma leggiamo: “Accelerare i tempi per il completamento del ciclo integrato dei rifiuti”. “Valutare anche la sperimentazione di tecniche innovative come gli impianti a freddo e la bio-digestione anaerobica”. “Favorire nelle zone montane una corretta gestione del patrimonio boschivo”. “Sviluppare una pianificazione integrata energia-ambiente-sviluppo economico”. “Migliorare la gestione di parchi ed aree protette”. Ma, meglio ancora, la filosofia del programma è spiegata dalla premessa che recita “L’ambiente e il governo del territorio deve continuare ad ispirarsi ad una logica di utilizzo e preservazione. Sostenibilità energetico-ambientale e sviluppo economico sono infatti due obiettivi resi reciprocamente compatibili dalla crisi attuale. I toscani hanno necessità di tutelare il loro territorio come fattore di sviluppo turistico e agroalimentare, ma al tempo stesso hanno bisogno di produrre lavoro e ricchezza.”
Sono punti condivisibili, per carità. Ma, tutto qui? Il territorio è solamente fattore di sviluppo turistico e agroalimentare (che evidentemente non producono ricchezza per l’estensore del programma). E la necessità di tutelare il territorio dipende soltanto dal turismo e dall’industria agro-alimentare? La filosofia del programma è ribadita anche nell’ultimo punto: “Siccome poi l’agricoltura nella nostra regione non è finalizzata solo alla produzione ma svolge un ruolo plasmante del cosiddetto paesaggio toscano (sic), occorre fornire sostegno al settore …, perseguendo una strategia di sviluppo economico dell’intero settore in grado di favorire l’emergere di un’industria agroalimentare caratterizzata dalla multifunzionalità … , dalla tutela delle biodiversità, dalle agrienergie, dall’innovazione organizzativa di filiera, ma anche da una migliore governance operativa …”.
Di nuovo, a prescindere dalla perla del ‘cosiddetto paesaggio toscano’, lo sviluppo economico, sembra essere l’unica preoccupazione dell’estensore del programma che non comprende come sia l’articolazione del territorio la diversificazione dei paesaggi (non riducibili al ‘cosiddetto paesaggio toscano’), la conservazione di alcuni loro caratteri tradizionali, non l’industria agro-alimentare a tutelare la biodiversità.
Riassumendo: nel documento programmatico il territorio e il paesaggio, la grande ricchezza che abbiamo avuto in eredità, sono interamente assorbiti nell’idea di risorse da sfruttare. La loro tutela viene sentita in opposizione allo sviluppo. L’ambiente è coniugato come inceneritori e produzione di energia. Il documento è arretrato prima di tutto da un punto di vista culturale, non scalda il cuore di chi ama la Toscana. Enrico Rossi è stato un ottimo assessore alla sanità e come futuro presidente della Regione Toscana confidiamo che sia molto migliore, più intelligente, più innovativo, più moderno, di queste linee di programma; che abbia ben capito che la tutela del paesaggio è fonte di ricchezza non solo per ‘lo sviluppo turistico’ (magari inteso come proliferare di villaggi e residence), ma per la produzione di ricerca, conoscenza, servizi, tecnologia e - perché no? - per le stesse attività manifatturiere. A volte ‘avanti tutta’ significa in realtà andare indietro, mentre guardare indietro, avere attenzione alla storia, alle radici, alla profondità e non solo alla superficie del territorio, significa andare avanti.
Era meraviglioso intatto paesaggio archeologico in un contesto di pianura agraria espanso fino all’arco della vicina costa sabbiosa dove sfocia il Sele, altrettanto incontaminato. Eppure Paestum diventaterà uno di quei luoghi che ci vietiamo a un futuro ritorno, tanto sono stati sconquassati da inconcepibili interventi al contorno, tanto sono cambiati così da cancellare, se non possiedi memoria sicura, l’immagine e il sentimento originari.
Al contrario, il giovane neolaureato in visita non trova scandaloso ciò che vede; non riesce a collegare l’eccellenza urbanistica e la perfezione architettonica dei tre templi a un’esigenza di insieme coerente, partecipe dell’unitaria bellezza di paesaggio e architettura. Paestum profanata è normalità, consuetudine. Il giovane non si smarrisce, non si inquieta. È abituato. Quand’era bambino il territorio italiano si presentava in condizione molto avanzata della propria distruzione. Nemmeno se lo incontrassimo ad Agrigento, il più spaventoso esempio di rovina in ogni senso - dalla città franata e peggio riassestata alla Valle dei Templi ripiena di obbrobri edilizi - avrebbe un moto di disgusto. Guarda tranquillo l’attualità per lui oggettiva e indiscutibile, né bella né brutta; nulla sa dei viaggiatori del XIX secolo che vedono «là giunti, l’immensa cerchia delle mura di Girgenti… e quasi tutto quel che resta dei monumenti antichi schierato sul bastione naturale che dà sul mare» (Alexis de Tocqueville, 1827) e non colgono alcuna discordanza nella musica del luogo. Potevano ammirare un paesaggio unico al mondo che opponeva equamente la ricca città greca morta alla povera città storica viva in uno scenario nel quale le due realtà del tutto diverse, a saper ascoltare, parevano dialogare.
Il nostro giovane è cieco e sordo, per lui va bene così. Anche se ha studiato, non distingue; dovrebbe gettar bombe contro questa verità menzognera, per così dire, invece non ne è minimamente infastidito. È talmente assuefatto ad aggirasi nel fango becketiano di città e territorio che trova naturale e godibile il fango agrigentino.
Esiste un peculiare silenzio giovanile entro il generale silenzio della popolazione dinanzi al sovvertimento dell’ambiente italiano; ininfluenti, eppur notevoli, le battagliere piccole minoranze che denunciano e protestano. I cittadini hanno apprezzato, spesso sospinto politici, amministratori pubblici, imprenditori, costruttori, progettisti che guidavano il caterpillar contro l’intero patrimonio di territori, città e monumenti che la storia sociale e materiale aveva assicurato. È vero che la gigantesca operazione (mistificata per sviluppo) a favore delle classi detentrici della rendita fondiaria e finanziaria ha concesso una modesta o ingannevole redistribuzione ad altre classi ma una formidabile funzione l’ha svolta il consumo inutile intimato alle masse. Il consumismo, assuefazione a una forma aberrante di consumo, unito all’impressionante mancanza di cultura crea la condizione disarmata per il consenso a ogni scelta dei poteri di cui sopra; nello stesso tempo il consenso incontrastato è causa del consumo acritico.
I giovani sono campioni in massa dell’acquisto esagerato di ogni cosa voluto dai padroni del mercato anche perché partecipi del consenso: più o meno convinto, forse soprattutto noncurante. Loro non hanno sospinto, hanno tranquillamente accettato la distruzione del Bel Paese. Invece i consumi di cose superflue o disperatamente nuove sono imposti a tutti, ma non si dice che i giovani le acquistano in maniera entusiasta ed eccitata, come in festa.
In una città come Milano, ricchi e pazzi per l’abbigliamento e per il divertimento leggero, spensierato, conformisti consumisti consenzienti ci appaiono questi giovani. Come potrebbero reggere le centinaia e centinaia di magazzini dallo specifico look giovanile che si inseguono l’uno dietro l’altro lungo le strade del centro storico, i grandi assi radiali e persino nella periferia storica, che si moltiplicano ogni giorno sulle ceneri di precedenti commerci privi dell’ultimissima merce omologata dal desiderio? Come in tanti spezzoni di città esclusivamente loro, questi tali giovani o giovani-maturi, dai tredici ai trentacinque anni, frequentano vedono comprano, ne parlano (le ragazze discorrono sempre di vestiti). Cosa sanno della ridotta città vera, che pur esiste ancora, o della metropoli discesa nel pozzo del puro gioco commerciale e finanziario dall’altezza delle proprie capacità di creare cultura oltre che merce-denaro? E le centinaia di locali creati apposta a Porta Ticinese e sui Navigli o in anfratti di semi-centro e vecchie periferie: come potrebbero vivere e riprodursi se non fossero totalmente disponibili quei destinatari tenuti a condiscendere, mai a contestare? se questi non avessero interiorizzato il modello comportamentale che unifica silenzio consumo consenso?
Articolo pubblicato anche in il Grandevetro n. 197, gennaio-febbraio 2010
La città è bella perché varia, ci succedono un sacco di cose, si gira, si conosce gente, magari qualche volta ci si incazza pure, ma al Ritz non si è mai soli, e neppure nelle vie attorno. La faccenda della danza del marciapiede, degli occhi sulla strada, del tizio dell’edicola che conosce tutti quelli che passano, ormai è quasi un luogo comune. Non solo del buon senso (la cosa che conta di più), ma anche di certe dissertazioni in punta di aggettivo acuminato, a colpi di citazioni, coerenti o posticce che siano. Insomma parrebbe davvero che, dopo averla derisa, poi santificata e mummificata in biblioteca, tradotta, discussa, ri-dimenticata … alla fine la buona Jane Jacobs l’abbiano anche ascoltata: la città vive quante più cose riesce a fare, e queste cose aumentano quando progettazione e gestione degli spazi e delle relazioni ne favoriscono la convivenza e compresenza, nello spazio come nel tempo.
Cos’altro c’è, in tutta la prosopopea sul mixed-use, certi interventi di densificazione, la riqualificazione a base commerciale con forte componente residenziale, se non l’ombra della per nulla mite vecchina? Basta leggere un documento a caso di linee guida per la mobilità dolce, la sicurezza, il rilancio socioeconomico delle inner-cities, per ritrovare le vecchie osservazioni che da La città è per la gente, attraverso La vita e la morte delle grandi città, hanno poi fatto diverse volte il giro del mondo.
Allora riposi in pace? Macché: qualcuno ha evidentemente dimenticato di distribuire i suoi libri a Milano, o quantomeno di leggerne ad alta voce una o due righe ai suoi amministratori e ai loro consiglieri, ehm, scientifici.
Perché qui sono convinti, un po’ parafrasando John Wayne, che l’unica città buona è una città morta. Altro che danza del marciapiede, quella striscia di asfalto è prodotta e mantenuta dal comune per andare a lavorare, al massimo per far pisciare il pitbull o parcheggiare il SUV in seconda fila.
E da questa sera la paresi urbana si inaugura in via Padova, salita alle cronache qualche settimana fa per una rissa finita tragicamente. La risposta dei geni creativi non si è fatta attendere: se si sta chiusi in casa magari ci si può accoltellare, ma discretamente e in famiglia. Detto, fatto. Da giovedì 25 marzo 2010 negozi chiusi al tramonto, e mica tanto dopo anche tutto il resto. Un bell’ambientino da film del dopobomba, che forse piace a certi tossici della trash TV ma dovrebbe far insorgere almeno idealmente tutti gli altri. Specie chi la Jane Jacobs l’ha letta, riletta, spiegata, commentata, la mette in bibliografia e nelle note.
Invece, per ora, silenzio. Forse che c’è anche un’ordinanza del sindaco per chiudere le saracinesche dei cervelli? Che si riaprono solo a una certa ora per le consulenze al Comune?
Nelle scorse settimane erano ripetutamente circolate voci sul possibile inserimento, all’interno del così detto decreto mille proroghe, provvedimento approvato in via definitiva ieri, dell’ennesimo rinvio dei termini di entrata in vigore dell’art.146 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Si tratta dell’articolo che assegna fra l’altro (comma 5) al parere del Soprintendente un carattere non solo obbligatorio, ma vincolante nel merito, in materia di autorizzazioni paesaggistiche. Non solo: agli organi preposti alla tutela paesaggistica viene assegnata una competenza consultiva interna al procedimento, vale a dire che il parere del Soprintendente interviene nel pieno della procedura di autorizzazione e non più, come è accaduto fino al 31 dicembre 2009, in un momento successivo con un potere di annullamento limitato ai motivi di legittimità degli atti e risultato nel tempo di assai scarsa efficacia sul piano della tutela.
Il carattere vincolante delle Soprintendenze, come stabilito dal Codice, è destinato a restare in vigore fino al momento in cui i piani paesaggistici e, a cascata, gli strumenti urbanistici, saranno adeguati alle prescrizioni del Codice stesso e in particolare alla disciplina dell’art.143, ovvero sia nel momento in cui, terminata l’elaborazione congiunta da parte di Stato e Regioni di piani paesaggistici improntati a pratiche di governo più aggiornate del proprio territorio si sarebbe potuta avviare una fase di tutela attiva da alcuni auspicata come superamento di un regime meramente vincolistico.
L’entrata in vigore del 146 è stata a lungo contrastata, in particolare dagli enti locali che ne hanno ottenuto il rinvio, rispetto ai termini sanciti dal Codice, fino alla fine del dicembre scorso: la cessazione del regime transitorio, il 1° gennaio di quest’anno, non ha mancato di sollevare preoccupazioni, soprattutto nel mondo dell’imprenditoria, anche se nel frattempo appare giunto alle ultime battute (Consiglio di Stato) l’iter di approvazione di un regolamento predisposto dal Mibac sullo snellimento dell’autorizzazione in caso di interventi edilizi di lieve entità.
E non sono mancate le perplessità di parte opposta, determinate dalla constatazione delle oggettive difficoltà strutturali in cui operano le Soprintendenze, chiamate per di più, con questa innovazione legislativa, ad un impegnativo cambio di passo operativo, ma soprattutto culturale.
Uguale situazione di impasse sembra peraltro caratterizzare la struttura organizzativa regionale che, dal 1° gennaio, si troverebbe a dover affrontare la decadenza delle deleghe agli enti locali dei procedimenti autorizzativi.
Delega fino a questo momento generalizzata, ma che il Codice prescrive debba cadere nel caso in cui le Regioni non abbiano provveduto a verificare il possesso, da parte dei soggetti delegati, “dei requisiti di organizzazione e di competenza tecnico-scientifica” (art. 159): requisiti stabiliti sempre all’art. 146.
Tale riscontro, in molte Regioni ancora non completato, praticamente in tutte, a quanto risulta, non ha condotto ad un adeguamento alle norme prescritte, tanto che si è parlato di una media di un comune su tre non più in regola per il rilascio delle autorizzazioni (Il Sole 24 Ore, Norme e Tributi, 4 gennaio 2010) e la situazione di incertezza creatasi ha ribadito l’ormai conclamata desuetudine degli enti regionali alle pratiche di governo del paesaggio. A tutt’oggi non risulta, d’altro canto, che il Ministero abbia fatto alcunchè per pretendere l’osservanza di quella decadenza, né tantomeno l’annullamento delle autorizzazioni rilasciate nel frattempo da organi privi di titolarità.
Questa situazione di inadempienze generalizzate si innesta sulla vicenda della copianificazione: l’operazione cardine cui erano chiamati Stato e Regioni assieme per ridefinire, secondo gli obiettivi stabiliti dal Codice (e prima ancora dalla Costituzione) i destini del nostro territorio e che, al di là di qualche boutade mediatica di talune Regioni, a due anni dall’approvazione del codice stesso, appare ancora ben lontana dall’aver conseguito risultati territorialmente significativi. Nessun piano paesaggistico che possa fregiarsi di questo nome ai sensi del Codice è stato approvato e per la maggioranza delle Regioni questo è un obiettivo ancora lontanissimo.
In questa opaca vicenda in cui le responsabilità politiche sono equanimemente ripartite fra centro e periferia potrebbe non risultare, quindi, così stravagante la pulsione ad un nuovo rinvio dell’entrata in vigore dell’art. 146, tesa a garantire un’operatività di routine che in tempi di mediocrità amministrativa appare l’unico standard perseguibile.
Ma nell’esortazione che la Commissione Ambiente della Camera ha espresso lo scorso 18 febbraio 2010 in sede di parere al decreto mille proroghe e che propugna la reintroduzione della proroga, vi è molto di peggio: tale proroga, infatti, è finalizzata non al superamento delle inadempienze che abbiamo fin qui elencato, bensì, molto più radicalmente, perché “consentirebbe di procedere ad una modifica complessiva del citato articolo 146 del codice dei beni culturali e del paesaggio” e gli onorevoli membri della Commissione specificano anche in che senso: per “restituire agli enti locali le competenze in materia di rilascio dell'autorizzazione paesaggistica” e quindi in sostanza per disattivare completamente uno dei dispositivi peculiari della normativa paesaggistica.
Il cerchio si chiude ed appare finalmente chiaro l’obiettivo reale del minuetto ipocrita di reciproche inadempienze e inadeguatezze che si sta svolgendo da alcuni anni a questa parte ai danni del nostro paesaggio: annullare quel disegno di costruzione corale di un modello di tutela del paesaggio incardinato su un sistema di regole reciprocamente riconosciute perché collegialmente elaborate.
Il Codice comincia ad essere rimesso in discussione ancor prima di aver trovato, per quanto riguarda la parte paesaggistica, reale applicazione.
La suggestione indicata dall’VIII Commissione della Camera (e quindi bipartisan), pur non avendo trovato concreta attuazione per i ristretti tempi che vincolavano l’approvazione del decreto mille proroghe, appare di gravità eccezionale per l’atteggiamento di sostanziale smentita dei principi del Codice che sottointende.
Un bene collettivo, il nostro paesaggio, sulla carta tutelato secondo normative aggiornate e rigorose, il Codice, appare nuovamente in balia di pratiche politiche compromissorie ispirate ad un deciso arretramento culturale: occorre tornare a mobilitarsi non solo per scongiurare quanto suggerito dalla Commissione parlamentare, ma per pretendere un deciso rilancio dell’azione di copianificazione paesaggistica.
Il racconto di Stefano Boeri servirà a riflettere non solo sugli incidenti di percorso degli architetti celebri ma sulla debolezza del progetto nella nostra disgraziata temperie politico-culturale.
Devo dire in premessa che la Sardegna non l'ha presa bene. Questo spreco di risorse, che stupisce lo stesso Boeri, è una cosa seria. La Sardegna è allo stremo, i lavoratori delle fabbriche superstiti sono tutti sui tetti per segnalare la tragedia di troppi candidati alla disoccupazione per sempre. Per avere qualche milione di euro per le ordinarie manutenzioni di strade o di fogne i sardi devono combattere e non ce la fanno quasi mai ad ottenere ciò che serve. Che volete che contino un milione e mezzo di abitanti sparsi su un territorio vastissimo? La Sicilia chiede sei /sette miliardi di euro per un ponte inutile e dannoso? Pronti!
Dicevo del progetto. I primi architetti mandati dal re in Sardegna, nel primo Ottocento ( quando nell'isola non ce n'era neppure uno) avevano il compito primario di garantire la correttezza del procedimento amministrativo: attenzione ai conti, essenziali per un'opera pubblica, che dovevano tornare al centesimo. A seguire la bellezza del teatro o la comodità del palazzo civico. Se costavano il giusto erano più apprezzati, certamente più belli.
Ora pare - e Boeri non ha colpe dirette - che il progetto non sia più presidio di trasparenza amministrativa - come dovrebbe essere sempre. Sembra di capire che nel cantiere G8 i collaboratori entusiasti dell'architetto siano stati impegnati a registrare le soluzioni tecniche decise dalla cricca, la quale- ricordiamolo- aveva l'obiettivo primo di fare lievitare i costi. Quel progetto è stato travolto lì, ma chissà quante volte accade. Non c'è da stupirsi (e magari lo si poteva sospettare in quel di Maddalena). Si è indebolita nel tempo l'idea che il progetto debba avere un compito virtuoso, tenere le distanze dall'impresa altrimenti egemone. Lo sanno bene gli urbanisti quanto il piano sia stato fiaccato dall'idea che le soluzioni si debbano contrattare con i palazzinari. Architetti e urbanisti uniti nella lotta? Potrebbero farcela, se studieranno con cura le mosse degli “operatori” negli scenari del crimine: io mi sono appassionato alla lettura delle intercettazioni, alcune sono avvincenti (la cronaca è letteratura compressa- diceva Oscar Wilde) e spiegano tante cose utili a capire come gira il mondo.
Uno dopo l'altro i sindaci, uomini e donne, vanno al microfono e raccontano la loro storia sull'acqua. Siamo a Roma, nel palazzo della Provincia, nella sala dedicata a Don di Liegro, un eroe dei nostri tempi. Di fronte è in corso la manifestazione regionale sugli abusi ambientali, veramente troppi. I sindaci che arrivano da tutta Italia hanno deciso di incontrarsi tra loro per stabilire le basi di un'associazione che serva per raccogliere una grande forza per promuovere e vincere un referendum che sventi la privatizzazione dell'acqua che il governo porta avanti. Il governo, mai come in questo caso comitato d'affari della borghesia o dei poteri finanziari che l'hanno conquistata.
L'ultima è dell'altro ieri (ieri per la discussione). Nella ratifica del cosiddetto decreto Ronchi sugli enti locali alla Camera, si è infilato nel testo un emendamento che elimina con un tratto di penna gli Ato (ambiti territoriali ottimali) dell'acqua. L'iter della legge si concluderà al senato, ma l'esito è sicuro - un voto di fiducia, se serve - non si nega a nessuno. A portare all'assemblea dei sindaci questo ulteriore caso, un vero e proprio colpo di mano, è Corrado Oddi, che rappresenta il Forum dei movimenti. La fine degli Ato, spiega, porterà a un'ulteriore esclusione dei sindaci dai luoghi di decisione. Anche negli Ato i sindaci rappresentano la popolazione, il contropotere popolare. Si tratta di un altro passo verso la privatizzazione dell'acqua, la sua definitiva mercificazione. Le funzioni passeranno alle regioni. E le multinazionali convinceranno la politica che regioni tanto oberate dai debiti e strette dai patti di stabilità non potranno gestire un bene delicato come la rete di distribuzione. Diventerà ovvio, anzi gradito vendere al migliore offerente: le generose multinazionali dell'acqua, le società multifunzione emerse dalle fusioni tra le antiche, carissime, municipalizzate. Anche gli Ato, che nessuno considerava un baluardo del pubblico, lo diventano quando la legge parla in modo arrogante e chiaro. Nel giro di un anno «sono soppresse le autorità d'ambito territoriale... Decorso lo stesso termine ogni atto compiuto dalle Autorità d'ambito territoriale è da considerarsi nullo». Attraverso gli Ato, conclude Oddi, circa metà dell'acqua - 64 Ato - stanno per passare di mano. Tornare indietro sarà impossibile: nessuno mai avrà i soldi sufficienti per farlo.
Tutti i sindaci insistono sulla gestione democratica dell'acqua, sul fatto che l'acqua è di tutti, che occorre conoscerla e non sprecarla, non sporcarla. Intorno a un problema tanto sentito si organizza la società civile, si raggiungono le scuole, si preparano le future generazioni alla difesa dei beni comuni. E i sindaci siciliani insistono sul fatto di rappresentare ormai la volontà di 118 comuni nella sola provincia di Agrigento, un milione e centomila cittadini che oggi conoscono il problema per quello che veramente è.
Qualcuno osserva che «da loro» i politici locali sono latitanti e non solo quelli di destra. Neppure organizzando una manifestazione nei pressi della sede di Palazzo dei Normanni si sono fatti trovare. Parla il sindaco di Povegliano veronese, una giovane donna. Lega il tema dell'acqua ai problemi pratici. «Il patto di stabilità cui siamo sottoposti, essendo in settemila cittadini - il limite è cinquemila - ci impedisce di dare aule ai piccoli». Sarà difficile resistere, non cedere l'acqua e rinunciare al resto, pur così importante. Ma poi suggerisce a tutti i presenti un'altra riflessione, semplice, alta: «L'acqua è vita e la vita è uguale per tutti».
Parla Nichi Vendola in un video; non è una sorpresa che non sia presente. Tutti capiscono come siano giorni di fuoco per lui. Pure parla di acqua. «L'aquedotto pugliese, il più grande d'Europa, è un boccone preferito per il mondomarket» e intende il grande mercato un non luogo gigantesco, totale, nel quale tutto è merce, spesso merce inutile, come certe acque, ma è posta in vendita purché consenta un profitto. Non glielo lasceremo, promette. Difende l'acqua bene comune e altri beni comuni come la terra e la memoria. Tutti devono essere strappati alla «voracità», alla «volgarità» dell'attacco.
Non c'è una vera conclusione alla giornata dei sindaci dell'acqua. Hanno parlato in molti, si sono ritrovati e soprattutto conosciuti, hanno constatato di pensarla in un modo e di agire in modi magari differenti, seguendo esperienze e pratiche dei loro paesi e città. Bengasi Battisti, sindaco di Corchiano (Viterbo), fa il punto, verso la fine. «Il giorno 20 marzo, giornata mondiale dell'acqua, si svolgerà la manifestazione nazionale di Roma. Essa - aggiunge - servirà anche a lanciare la raccolta di firme per il referendum abrogativo delle norme che impongono la privatizzazione dell'acqua. Dovremo inoltre definire l'associazione che legherà i comuni, il forum dell'acqua, tutti insomma. E fondarla, ché viva, dal notaio».
IL 20 IN PIAZZA, POI REFERENDUM
Si annuncia molto partecipata la manifestazione nazionale per l'acqua pubblica indetta per sabato 20 marzo a Roma, alla vigilia della Giornata mondiale per l'acqua (che è il 22 marzo). A scendere in piazza comitati, associazioni e movimenti da ogni parte d'Italia, ma anche le 150 amministrazioni comunali che si sono riunite ieri a Roma. Immediatamente dopo, partirà la raccolta delle firme per il referendum abrogativo delle norme che hanno privatizzato l'acqua. Obiettivo: seicentomila firme entro luglio. «Solo un grande movimento popolare trasversale potrà regalarci una grande vittoria per il bene comune. Sull'acqua ci giochiamo tutto, anche la nostra democrazia», scrive Alex Zanotelli in un appello sul sito del Forum italiano dei movimenti per l'acqua. Per poi concludere così: «Dobbiamo e possiamo vincere. Ce l'ha fatta Parigi (la patria delle grandi multinazionali dell'acqua, Veolia, Ondeo, Saur che stanno mettendo le mani sull'acqua italiana) a ritornare alla gestione pubblica. Ce la possiamo fare anche noi».
Capita spesso di sfogliare qualche libro o articolo del genere “come eravamo” e dintorni, trovando più o meno imperdibili istantanee di vita quotidiana. Ivi compresi ritratti di personaggi ancor oggi sulla breccia. E spesso sorprende notare come anche alle più truci manifestazioni fasciste si possano intravedere, sparsi qui e là fra ray-ban specchiati e paleo-bomber di pelle, anche look vagamente hippy che dialogano a fiero cipiglio coi capibanda, magari direttamente con Almirante in persona. Sicuramente si stanno scambiando importanti informazioni su come rompere le ossa agli odiati “mao”, per difendere l’oltraggiata trinità suolo-famiglia-capitale, ma qualcosa automaticamente stride, guardando quei particolari. Osservazione che poi, come sappiamo, in qualche modo ha fatto più tardi la fortuna degli stilisti.
La medesima sensazione, speculare, si prova guardando certe manifestazioni di sinistra, dove agli slogan formalmente liberatori si accompagna la sfilata piuttosto lugubre di abitini tre pezzi grigiastri, andreottiani occhiali di tartaruga da mezzo chilo, capelli taglio caserma e/o oppressi dal cerchietto, scarpine da Fantozzi lucide, e probabilmente assai scomode. Una vaga perplessità prospettica che si rafforza scorrendo le didascalie di quelle foto, solo per scoprire che le date quasi sempre coincidono con la recentemente e (consumisticamente) celebrata Woodstock Generation. Qualcosa non torna.
Oppure, meglio, per indulgere al citazionismo: le stesse cose ritornano. Come avviene nell’intervento di Sandro Roggio (vedi link in fondo a questo intervento) sulla cultura poco ambientalista della sinistra, quando ricorda ai presidenti delle regioni Toscana e Umbria, trascinati nel gorgo del piano casa dall’iniziativa metrocubocentrica di Berlusconi, che “ l'idea dell'edilizia volano della ripresa economica è di destra”. Siamo sicuri?
Cioè, siamo sicuri che proprio sull’ambientalismo, sulla tutela del paesaggio, del territorio, della natura e dei beni culturali si possa davvero far passare la discriminante fra (taglio molto con l’accetta) progresso e reazione, liberazione e repressione, eguaglianza e privilegio?
Fuori da qualche sala di benintenzionato convegno, se ci si riflette un attimo non esiste assolutamente nulla, di implicitamente democratico e popolare, nella prospettiva che un giorno il sol dell’avvenire possa sorgere o tramontare su duplici filari di cipressi tutelati in modo progressista da una corrispondente politica. Certo, si tratta di una cosa altamente auspicabile, ma lo è in fondo per tutti: al massimo possono cambiare le priorità.
Per capirsi meglio, basta dare un’occhiata ad esempio oltre Manica, dove si sta ancora sviluppando il conflitto strisciante fra due idee del tutto coerenti (e per noi trogloditi politici superficialmente equivalenti) di tutela del territorio e delle risorse naturali: quella del Labour e quella dei “new” Tories della generazione di David Cameron. Senza spostarsi in ambiti di elevata complessità e dimensione effettivamente globale, con importanti risvolti solo scientifico-tecnici, per non parlare di quelli di equilibrio politico, basti l’esempio parallelo delle politiche per la casa: eco-città sostenibili a pianificazione centrale, o finanziamenti per i privati là dove le condizioni di mercato sono più favorevoli? ampio coinvolgimento sociale, locale, trasversale alle pubbliche amministrazioni, o decisionismo tecnocratico emergenziale dettato dall’urgenza ambientale-sociale? Su questi aspetti, non pare affatto di vedere contrasti netti fra le posizioni dei due partiti, che anzi nei casi concreti di realizzazioni locali vedono notevoli convergenze, salvo alcuni attriti di carattere contingente per bassissimi interessi di collegio elettorale (nella cartella di Mall Città/Spazi della dispersione sono disponibili decine di articoli che ruotano attorno alle varie facce del problema). Labour e Tories divergono decisamente, invece, quando si arriva al tema centrale della redistribuzione delle risorse economiche: modello new town (quelle vere, britanniche degli anni ’50-’60) aggiornato, per la sinistra, spinta a una “nazione di proprietari” per i nipotini cresciuti ma affatto pentiti di Margaret Thatcher.
In altre parole, non è la prospettiva di lettura del valore relativo di ambiente e territorio, a distinguere l’approccio di destra e di sinistra, ma quella di uso e accessibilità sociale di quel valore. Esattamente come non erano i capelli più o meno lunghi nelle vecchie foto di Ignazio La Russa o di Oreste Scalzone in piazza a distinguere quanto faceva loro battere più o meno il cuore.
E se si accetta questa premessa, forse si può iniziare a ragionare più serenamente e laicamente su tutela, sviluppo, giustizia ambientale, salvaguardia del territorio e del paesaggio, efficienza economica, e compagnia bella.
Esistono scelte coerenti e scelte che non lo sono affatto. Scelte “sostenibili” e altre che usano questo facile slogan per poi negarlo immediatamente nei fatti. Non c’è niente intrinsecamente di destra o di sinistra negli sconti del 30% a chi acquista una bicicletta, ma forse, quasi sicuramente, è di destra lasciare che poi a decidere tutto sia solo il mercato, nel senso dei costruttori, e di sinistra trasformare questa scelta in una politica pubblica che comprende pressioni per certi modelli più adatti a promuovere mobilità dolce, piste ciclabili, eliminazione di barriere ecc. ecc. Forse, per riprendere la critica di Sandro Roggio riportata in apertura, “ l'idea dell'edilizia volano della ripresa economica è di destra” è qualcosa da riformulare, almeno per precisare quando e come questi benedetti mattoni ci facciano salire le scale del cielo, o scendere negli inferi della disperazione.
Altrimenti, si rischia davvero ad ogni passo la caricatura. O quanto meno, quel genere di parlarsi addosso fra amici che si capiscono sempre al volo, e annuiscono sorridendo. Senza accorgersi che il loro gruppo si assottiglia sempre di più.
Nota: qui il citato intervento di Sandro Roggio da l'Unità (f.b.)
Chiunque può pubblicare questo articolo alla condizione di citare l’autore e la fonte come segue: tratto dal sito web http://eddyburg.it
Per 9 anni hanno accettato. solo ora si accorgono che non va bene ? cosa è cambiato?
Gli interventi straordinari ed emergenziali sono una vecchia “malattia” del nostro paese, generalmente hanno provocato guai, ma l’incapacità di programmare per tempo opere secondo la loro effettiva necessità, di ben progettarle nonché di appaltarle secondo regole rigorose sembrano essere una costante, indipendentemente dai governi e dalle circostanze.
Le ultime vicende che hanno coinvolto la Protezione Civile rientrano pienamente nel filone sopra individuato e sorprende che tanti immemori esponenti politici e commentatori scoprano solo ora i guasti insiti nell’operare con procedure emergenziali per i c.d. grandi eventi fuori dall’emergenza. I meno giovani ricorderanno i fasti delle Colombiane o dei Mondiali di calcio : la catastrofe di questi due eventi segnò un’epoca nel nostro paese . Incompiute, soldi buttati, affari poco chiari , tangenti e così via.
Il successivo grande evento costituito dal Giubileo del 2000, dentro e fuori Roma, previde ancora una volta che gli interventi venissero realizzati da strutture commissariali ma la loro realizzazione venne ancorata alla recente legge sugli appalti, la Merloni, che il Parlamento aveva varato 2 anni prima sotto l’effetto di tangentopoli.
In tutti i casi, come nelle altre circostanze simili, vedi i giochi del Mediterraneo o il G7 di Napoli, si rendevano necessari leggi e decreti , gli eventi richiedevano il passaggio parlamentare che spesso aggiungeva al provvedimento in esame i così detti “ vagoncini “ , cioè altri interventi per accontentare questo o quello.
Troppe regole, troppi lacci e lacciuoli, troppi controlli per fare comunque cose su cui tutti , in fondo erano d’accordo. A parte qualche irriducibile Verde, ma si sa , i Verdi sono contro il progresso !
Quando nel 2001 il secondo governo Berlusconi si affaccia sulla scena affronta di petto la questione grandi opere e la questione grandi eventi. Per le prime vara la legge “obiettivo” con la sua ben congegnata sequenza di possibilità di superare vincoli burocratici, ridurre tempi, bypassare la Valutazione di Impatto Ambientale , per i secondi interviene in fase di conversione sul decreto legge sulla protezione civile, emanato nel settembre del 2001 per eliminare l’agenzia voluta dal governo Prodi e ricondurre il dipartimento sotto la Presidenza del Consiglio.
Infatti al Senato il Governo presentò un emendamento che, con il comma 5 dell’art. 5 bis, stabiliva che la protezione civile si sarebbe dovuta occupare di grandi eventi, attraverso le procedure straordinarie ad essa attribuite per le emergenze.
Nessuno obiettò nulla, tutto il dibattito parlamentare si concentrò sullo smantellamento della Agenzia e sul fatto che si riportava la PC alla Presidenza del Consiglio e anche sul “leso federalismo” che il provvedimento provocava. Anzi vi fu un autorevole senatore del PDS che salutò favorevolmente la norma dicendo che essa determinava una razionalizzazione generale.
Era proprio vero, ma non nel senso che aveva ispirato la dichiarazione di quel senatore : non era più necessaria nessuna legge per fare grandi eventi, bastava definire appunto come tale un accadimento tramite una ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri ed ecco che tutto era fattibile con procedure accelerate e straordinarie. La protezione civile, organo tecnico dello Stato, era ed è chiamata ad eseguire quello che il Presidente del Consiglio stabilisce sia un grande evento.
Negli anni, circa 9, si sono susseguiti governi di centrodestra e centrosinistra e tutti, chi più chi meno hanno fatto ricorso a quel tipo di ordinanze, con i soli e soliti Verdi a dire che la cosa non andava bene, ma, come si diceva sopra, loro sono sempre contro il progresso ! Nel tempo il concetto di “evento “ si è dilatato , così come quello di calamità o di pericolo per l’incolumità pubblica : ed ecco che a livello locale tutti hanno cominciato a premere perché questa o quella opera rientrasse nel novero di quelle che si potevano fare con le procedure straordinarie , anche se i finanziamenti derivavano da altre fonti. Come non ricordare che il passante di Mestre ha goduto delle procedure emergenziali, così come è successo per la tribuna dell’autodromo di Imola o per l’esposizione delle reliquie di un qualche Santo o ancora per i giochi del Mediterraneo o per i mondiali di nuoto di Roma, così come è avvenuto per il G8 alla Maddalena.
Non mi risulta che tali decisioni siano state contrastate dai tanti che ora si sono improvvisamente svegliati. Il comma 5 dell'art.5 bis, è stato utilizzato per 9 anni per fare di tutto, senza che nessuno ne chiedesse la soppressione.
É tanto vero che tutti (fatti salvi i soliti Verdi, contro il progresso) erano d'accordo con il 5 bis, comma 5, che durante il governo Prodi nè il ministro ai lavori pubblici Di Pietro, nè il ministro allo sviluppo economico Bersani , nè il ministro ai trasporti Bianchi nè il ministro all’ambiente Pecoraro Scanio mai si sognarono di metterlo in discussione e di proporne l'eliminazione. Se si ha la pazienza di controllare sulle agenzie di stampa si potranno trovare di volta in volta molti insospettabili personaggi, oggi in prima linea nel condannare le procedure emergenziali, plaudenti alle decisioni di utilizzare il comma 5 del 5bis per un’opera che stava loro a cuore.
Il comportamento del PD e dell'IdV è del resto comprensibile: entrambi i partiti erano (e sono) favorevoli nei fatti a procedure accelerate che consentano la rapida realizzazione di opere , basti pensare che Di Pietro ministro impedì di ricondurre le opere definite strategiche nell'alveo della VIA ordinaria, come richiesto dalla Commissione Europea, a cui sono di fatto sottratte dalla cosiddetta legge obbiettivo, da lui stesso difesa e mantenuta in vita.
Nell'esame del decreto in discussione ora si sono concentrati tutti sulla c.d. protezione civile spa e la battaglia in Parlamento e fuori ha riguardato l'art. 16 (e anche gli arbitrati).
Il Dipartimento della P.C. , come qualunque organo tecnico dello Stato , doveva mettere in atto quello che la legge e il Presidente del Consiglio decidevano e gli andrebbe contestata, semmai, una supposta mancata osservanza dei doveri di controllo che la legge gli impone, non facendo il polverone attuale in cui nessuno capisce bene quali sono i ruoli e le responsabilità.
Se si voleva invece fare una seria battaglia politica essa doveva essere condotta contro l’articolo 5 bis, comma 5 della legge 401/2001, che Berlusconi ha voluto, contenuto in una legge su cui le opposizioni hanno fatto a suo tempo una battagliucola parlamentare di facciata, mai intervenendo per abolirlo anzi mantenendolo e utilizzandolo tranquillamente quando sono state al governo.
Solo ora, molto tardivamente , si accorgono del meccanismo riguardante i grandi eventi ma hanno fatto la battaglia su “protezione spa”, ben attenti a non attirare troppo l’attenzione sulla norma di cui si è fatto eccessivo uso con l’assenso e il gradimento di tutti (a parte, come detto più volte, qualche Verde oscurantista). Non vorrai mica che la tolgano!
L’autore è stato Presidente della commissione Ambiente e territorio della Camera dei deputati e senatore per i Verdi.
Allora fece molto scalpore. Eppure pochi lo ricordano e ancor meno sono quelli che l’hanno ricordato.La bella giornata di lotta di ieri dei lavoratori “stranieri” ha avuto un precedente.
Il 15 Marzo del 2002 si svolse infatti a Vicenza il primo sciopero dei lavoratori migranti. Il primo e, purtroppo, finora l’unico proclamato da CGIL, CISL, UIL.
Una giornata straordinaria. Così la descrisse il Corriere della Sera: «Trionfo di colori, babele di razze.Sfilano e cantano sulle note reggae di Bob Marley. Ma il pensiero è fisso su un altro spartito: la nuova legge sull' immigrazione Bossi-Fini, vissuta come una minaccia per le loro speranze di lavoro e integrazione. È il primo sciopero di questi nuovi Cipputi dalle facce nere, gialle e olivastre. Non era mai accaduto in Italia che lavoratori extracomunitari, regolarmente assunti, incrociassero le braccia. E invece, per otto ore, le concerie, le acciaierie e tutto quel reticolo di imprese che fa di Vicenza una delle capitali dell' immigrazione, hanno dovuto fare a meno di quella che qualcuno ha già ribattezzato la “classe operaia con la faccia nera”»
Anche allora, alla vigilia di quello sciopero, aleggiava una preoccupazione: il timore di un’iniziativa “etnica” di lotta. Ma, CGIL, CISL, UIL decisero di affrontare il rischio lavorando su due versanti. Da un lato convocando assemblee di tutti i lavoratori nei luoghi di lavoro e dall’altro decidendo di rendere visibile con lo sciopero il lavoro e il protagonismo degli immigrati. Fu un successo rimasto nella memoria di tutti, almeno a Vicenza. Forse è anche per questa ragione che ieri sera alla grande “fiaccolata” di Montecchio Maggiore (VI) sfilavano accanto agli immigrati i rappresentanti di CGIL, CISL, UIL. Un vero miracolo! In questi tempi di divisione sindacale, anche questa è una notizia. Che l’impervia strada della ricostruzione dell’unità sindacale passi attraverso la spinta dal basso e il protagonismo dei lavoratori immigrati?
L’autore è stato segretario generale della Camera del Lavoro di Vicenza
Nella valanga di commenti sulla rivolta tascabile della banlieu milanese (che poi per collocazione fisica si chiamerebbe inner city) abbondano come prevedibile i riferimenti alle grandi categorie dello spirito. A destra come a sinistra, che si voglia dare la colpa di tutto, morto compreso, ai soliti comunisti e preti troppo solidali, oppure alla politica razzista e identitario-reazionaria dei leghisti e dintorni, gli argomenti sollevati finiscono prima o poi per evocare ciascuno a modo suo le medesime immagini. Che sono, prendendo un po’ alla rinfusa, quelle del sistema globalizzato di sfruttamento, dei flussi migratori indotti da guerre o fame, della legalità, delle regole, dei diritti, e chi più ne ha più ne metta.
Io volevo cercare di abbassare un po’ lo sguardo, come nella vecchia canzonetta della Bertè, quella che diceva “Più vicino ai marciapiedi, dove è vero quel che vedi”. E ci ho provato in quell’articolo intitolato MEGALOPOLI IN FIAMME? Che sosteneva più o meno questa tesi: le politiche urbane della destra, a volte invidiate o inconsapevolmente scimmiottate anche da certo centrosinistra, non solo hanno avuto un ruolo centrale nel costruire le premesse per il morto e i disordini di via Padova a Milano, ma ne stanno preparando un po’ ovunque, di casi del genere. Il meccanismo è quello classico che ben riassume ad esempio sul Corriere di oggi 16 febbraio un editoriale di Angelo Panebianco: “I ghetti si formano perché l'afflusso di immigrati spinge le persone che temono un deprezzamento eccessivo della loro proprietà a vendere. E quando il deprezzamento è compiuto, il quartiere si riempie di immigrati poveri”. Schematico, ma ineccepibile.
Molto meno ineccepibile l’atteggiamento di certe amministrazioni, che specie nelle grandi città non riescono a capire una cosa che parrebbe evidente: i ghetti a poco a poco stanno diventando le enclave borghesi di chi ancora abita in certi quartieri, via via circondati dal nuovo marasma urbanistico-sociale. Fatto di terziarizzazione, dismissione, chiazze di gentrification, e soprattutto della nuova e fluttuante marmellata dove si mescolano etnie, attività, classi sociali. Una marmellata che potrebbe essere fisiologicamente abbastanza omogenea, ma che la latitanza di politiche adeguate (sociali, urbanistiche, culturali, di animazione ecc.) comprime per nuclei separati sempre più incarogniti, dove solo un po’ di volontariato e tanta improvvisata buona volontà di solito riescono a mantenere un precario equilibrio. In via Padova era troppo precario, e da troppo tempo.
Forse qualcuno si ricorderà quando, cinque o sei anni fa, nella fascia sud dell’area metropolitana milanese un altro omicidio assurdo a Rozzano scatenò una polemica nazionale. La colpa, tuonavano i media allineati a destra ( e non solo) era tutta delle periferie anonime progettate dagli architetti razionalisti sui modelli di una ideologia spaziale totalitaria, sponsorizzata dalla sinistra e pagata coi soldi del contribuente. E allora, giù fendenti contro lo Zen di Palermo, o le Vele di Scampìa, o il mitico steccone del Corviale a Roma, solo per citare i progetti più famigerati. A parte certi eccessi e faziosità, in effetti quelle critiche non erano del tutto campate per aria. Però, come si replicò abbastanza presto da sinistra, per capire davvero la questione bisognava andare “Più vicino ai marciapiedi, dove è vero quel che vedi”.
E si capiva che quelle “periferie dei comunisti”, di solito costruite con leggi e governi dalla ferrea anima democristiana, qualche difetto nel manico potevano anche avercelo, ma scendendo dal satellite dell’ideologia schierata si notavano anche altre cose. Ad esempio che ogni tanto quegli spazi non erano tanto anonimi e opprimenti, oppure che i casi di degrado peggiore derivavano dalla realizzazione solo parziale dei progetti. Molti si erano dimenticati, per esempio, che la figura dell’operatore sociale moderno in Italia nasceva (come intenzione) nei primi quartieri popolari del dopoguerra voluti dal ministro Fanfani, proprio per guidare gli inesperti contadini inurbati a nuovi spazi, nuovi rapporti, nuove prospettive. Insomma quelle periferie “sovietiche” in tutto o in parte degradate non erano il prodotto di un modello socio-urbanistico della sinistra, o degli architetti sadici, ma anche, forse soprattutto, dell’opposizione di chi quel modello non lo voleva, e ne aveva sabotato lo spirito.
Ma i ghetti come quello che si è incendiato in via Padova, sono o non sono il prodotto di un modello? La risposta che proponevo nel pezzo di domenica citato all’inizio è:SI. Il modello, dispiegato ormai da lustri a Milano e altrove, e senza risposte alternative neppure culturali adeguate, è quello tanto bene esemplificato dalle realtà anche esplicite del dibattito sul “territorio”. Da un lato la città dei quartieri da decine di migliaia di euro al metro, riproposti ovunque, dall’altro le sacche di attesa, più o meno degradate, all’inesorabile arrivo delle ruspe, semplicemente più o meno dilazionato nel tempo. Sono questi, e soltanto questi, i temi che il dibattito sul nuovo piano regolatore, sulle iniziative dell’Expo 2015, ci propongono. Il tema sociale dell’abitazione emerge solo ed esclusivamente come grimaldello, ad esempio per creare l’ennesima emergenza e dichiarare procedure d’urgenza per costruire dove non si dovrebbe. Una volta costruito, poi magari si deciderà di lasciar decidere al mitico “mercato”. E tanti saluti alle case a prezzi accessibili.
Poi c’è l’altra politica di integrazione, quella del pattugliamento armato dei quartieri. Armi dell’esercito, della polizia, delle ronde più o meno legali e organizzate. Ma anche armi culturali, come l’idea stessa di integrazione a senso unico: siete venuti da “noi” quindi adeguatevi alle “nostre” abitudini. Il che è sostanzialmente una negazione dell’idea stessa di città, luogo dei flussi, dell’innovazione, del conflitto ma anche degli equilibri più avanzati. In sostanza, soprattutto in un’epoca di grandi mobilità come quelle determinate dalla globalizzazione, integrarsi è un percorso che deve coinvolgere tutti, e certi localismi da adoratori della polenta e cotechino, applicati all’amministrazione metropolitana, fanno onestamente piangere.
Tutto, senza nulla togliere ai fatti, ovvero (me l’hanno ricordato i lettori del mio intervento) che c’è un sudamericano che ha accoltellato un nordafricano, che c’è chi con la storia della solidarietà finisce per lasciar troppo correre, e poi che c’è un problema di convivenza, di razzismo ecc. ecc. che non c’entra nulla con certe questioni di quartiere … Tutto bene, e tutti d’accordo (con qualche divergenza, vabé).
Ma che i ghetti, dove succedono queste cose, siano una faccenda “urbana”, lo sanno anche certi sociologi improvvisati da salotto televisivo. E che la destra fascistoide da che mondo è mondo i ghetti li lasci marcire per poi sfruttarli a proprio piacimento (dagli sventratori dei quartieri romani negli anni ’30, a certa cinica politica americana fino ai nostri giorni) è un altro fatto. Mica un’opinione. Il modello Milano ce l’abbiamo davanti, e quei morti e feriti ci vanno a braccetto. Grazie per l’attenzione.
San Fratello, un paese nella provincia di Messina, sta letteralmente franando. Un’intera piccola comunità (1.500 anime, si sarebbe detto un tempo) è stata costretta in fretta e in furia a raccogliere poche masserizie e ad andare via in modo fortunoso: chi da parenti e chi in albergo o chissà dove. Anche la Calabria si sta ‘disfacendo’: Maierato, Pizzo Calabro, Gimignano, la piana dell’Alli, Acri, Castiglione Cosentino stanno inesorabilmente scivolando giù. Ma questi sono solo gli ultimi esempi in ordine di tempo, mentre l’elenco sarebbe lungo e attraverserebbe l’Italia intera, compresa la Sardegna.
Come è corta la memoria degli amministratori e, forse, anche la nostra. A parte le popolazioni coinvolte e i famigliari, chi si ricorda dei morti dell’alluvione di Capoterra dell’anno scorso?
Quali le cause? Sempre la stesse: una cattiva politica e la speculazione edilizia. Non sembri strano, ma le due cose sono sempre andate di pari passo.
Stando alle accuse dei magistrati di Firenze Bertolaso non sembra più il super-eroe, è ridotto a un essere comune con molte (forse troppe) debolezze, circondato da una corte variegata di rapaci: cosiddetti uomini di affari, con una spiccata capacità a fare i propri interessi; parentado vario (cognati, mogli e chissà che altro), sempre utile alla bisogna; politici sempre pronti a prendere e distribuire ‘favori’; donne che del corpo hanno fatto il loro territorio di guadagno. Troppi rapaci e troppi soldi, distribuiti al di fuori di ogni ritegno e delle regole minime di democrazia.
Povero quel popolo che ha bisogno di eroi, avrebbe detto il Nostro. E povera Italia che negli ultimi anni di eroi sembra averne avuto bisogno. Ora, basita, assiste al franare del super-eroe e assiste disperata alle frane dei suoi territori.
Da settimane gli operai di Termini Imerese chiedono a gran voce di poter conservare il posto di lavoro. Il loro è stato un carnevale poco allegro, se non per aver indossato la maschera di Marchionne con i denti aguzzi del vampiro. Anche gli operai dell’Alcoa di Portovesme e della Vinyls di Porto Torres chiedono di poter continuare a lavorare 8 ore al giorno e assicurare, così, cibo e alloggio alle loro famiglie.
Questi operai sono abituati a lavorare e non si sottraggono alla fatica neppure per difendere il loro posto, incatenandosi al deposito di carburanti del porto, esponendosi da giorni ai forti venti di maestrale in cima alla torre aragonese, incontrando con determinazione dirigenti locali e nazionali, parlando con chiunque esprima la volontà di ascoltarli.
Come è lontana l’Italia di questi operai da quella espressa dai cosiddetti imprenditori. D’altronde, come è lontano il modello sociale e imprenditoriale di Adriano Olivetti – di cui si celebra il centenario – da quello di quanti acquisiscono le imprese per smontarle e rottamarle con l’unico intento di fare affari. Per costoro ogni occasione è buona per fare denaro, persino un terremoto è ragione di brindisi e di serate piacevoli.
L’agenzia regionale per il lavoro ci comunica che si allungheranno i tempi dell’istruttoria delle domande di Master and Back, “in considerazione dell’elevatissimo numero delle domande pervenute in risposta agli avvisi pubblici relativi ai Percorsi di rientro ed ai Tirocini”. Ciò significa che ci sono migliaia di giovani sardi laureati e istruiti che sono andati fuori per migliorare il loro bagaglio culturale e tentano di resistere alle difficoltà che incontrano in questa Italia così avara con loro. Ritornano esprimendo la volontà di costruire un mondo che abbia un senso non solo per sé.
C’è un’Italia che frana, materialmente e moralmente, e c’è un’Italia che resiste alle intemperie e a questa brutta politica. Quale Italia avrà la meglio? Il quesito per il momento resta aperto.
Cosa succederebbe se i 4.5 milioni di immigrati che vivono in Italia incrociassero le braccia per un giorno? Cosa è l’iniziativa “Primo Marzo 2010 Sciopero degli stranieri” Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno? E se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo?La manifestazione “Primo Marzo 2010 – Sciopero degli stranieri” nasce in Francia (con il nome “La journée sans immigres – 24 h sans nous”)con il proposito di rendere tangibile l’importanza del ruolo degli stranieri nell’economia e nella società europea. L’idea iniziale è quella di promuovere un’astensione generale dal lavoro rivolta, in primis, agli immigrati, ma anche agli italiani.
L’iniziativa nasce spontanea e rapidamente si diffonde ad altri paesi europei: si formano comitati in Italia, Grecia e Spagna. Ciascun comitato nazionale promuove il “Primo Marzo” e ben presto nascono comitati locali che lavorano per la buona riuscita della manifestazione.
Man mano che l’iniziativa prende piede appare chiaro come in molte realtà italiane sia molto difficile promuovere un’astensione dal lavoro: primo perché di norma sono i sindacati a indire uno sciopero organizzato; secondo perché in molte zone del Paese la situazione lavorativa degli immigrati non è tale da prestarsi a forme di protesta assimilabili a uno sciopero organizzato. Per questo si è deciso di dare libertà organizzativa ai comitati locali i quali possono individuare le iniziative più opportune per dare localmente risalto al tema che sta alla base della manifestazione: stimolare una riflessione seria su cosa accadrebbe se i milioni di immigrati che vivono e lavorano in Europa decidessero di incrociare le braccia o andare via e, di conseguenza, riflettere sul ruolo concreto degli immigrati nelle nostre realtà.
Chi siamo
La struttura organizzativa di Primo Marzo 2010 prevede un Coordinamento nazionale, formato dalle fondatrici: Stefania Ragusa (www.stefaniaragusa.com), presidente e coordinamento comitati; Daimarely Quintero, portavoce; Nelly Diop, tesoriere; Cristina Seynabou Sebastiani. Il referente per il Comitato di Cagliari è Marco Murgia (mmurg@tiscali.it | cell. 3204186060)
I comitati locali lavorano per estendere le adesioni alla manifestazione, rivolgendosi ad associazioni, istituzioni, singoli cittadini. Chi partecipa all’organizzazione dà il suo contributo in termini di idee, contatti, disponibilità di tempo. I comitati sono contenitori che hanno l’unico scopo di coordinare la pluralità dei soggetti che parteciperanno alla manifestazione. Si sottolinea che i comitati sono coordinamenti spontanei di liberi cittadini e associazioni e che l’iniziativa non sta sotto nessun cappello partitico.
Il Primo Marzo a Cagliari
Il programma del Primo Marzo a Cagliari si articolerà su 3 moduli:
1-Primo Marzo nelle scuole: per tutta la giornata, nelle scuole, nelle facoltà universitarie, nelle sedi delle associazioni, verranno organizzati incontri, proiezioni, dibattiti sul tema dell’immigrazione;
2-Primo Marzo informa: verrà preparato un volantino informativo con informazioni concrete sulla vita degli immigrati in città. Per tutta la giornata il volantino verrà distribuito in diversi punti della città;
3-Primo Marzo in piazza: a partire dalle h 19 organizzeremo un raduno pubblico in una piazza del centro con lo scopo di dare evidenza all’iniziativa e rilevanza al tema attraverso i racconti degli immigrati e degli operatori.
Stiamo esaminando una serie di proposte su iniziative specifiche, all’interno di questi moduli, in modo tale da selezionare quelle più efficaci e quelle più concretamente realizzabili visti i tempi ristretti. Nastrini gialli verranno distribuiti perché siano appuntati sugli abiti il primo marzo: il giallo è il colore del “Primo Marzo” scelto perché è considerato il colore del cambiamento e per la sua neutralità politica.
Link – Ulteriori informazioni sulla manifestazione sono reperibili in rete nel sito del Coordinamento nazionale (www.primoMarzo2010.it) e nel sito francese de “La Journée sans Immigres” (www.lajourneesansimmigres.org/fr/). Il comitato di Cagliari ha aperto uno spazio su facebook (http://www.facebook.com/#!/pages/Primo-Marzo-2010-Sciopero-degli-stranieri-CAGLIARI/288228094829?ref=ts).
MANIFESTO
“Primo Marzo 2010” è un collettivo non violento che riunisce persone di ogni provenienza, genere, fede, educazione e orientamento politico. Siamo immigrati, seconde generazioni e italiani, accomunati dal rifiuto del razzismo, dell’intolleranza e della chiusura che caratterizzano il presente italiano.
Siamo consapevoli dell’importanza dell’immigrazione (non solo dal punto di vista economico) e indignati per le campagne denigratorie e xenofobe che, in questi ultimi anni, hanno portato all’approvazione di leggi e ordinanze lontane dal dettato e dallo spirito della nostra Costituzione.
Condanniamo e rifiutiamo gli stereotipi e i linguaggi discriminatori, il razzismo di ogni tipo e, in particolare, quello istituzionale, l’utilizzo strumentale del richiamo alle radici culturali e della religione per giustificare politiche, locali e nazionali, di rifiuto ed esclusione.
Ricordiamo che il diritto a emigrare è riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e che la storia umana è sempre stata storia di migrazioni: senza di esse nessun processo di civilizzazione e costruzione delle culture avrebbe avuto luogo.
La violazione di questo e di altri diritti fondamentali danneggia e offende la società nel suo complesso e non solo le singole persone colpite.
Vedere negli immigrati una massa informe di parassiti o un bacino inesauribile di forza lavoro a buon mercato rappresentano, a nostro avviso, impostazioni immorali, irrazionali e controproducenti.
La parte preponderante degli immigrati presenti sul territorio italiano lavorano duramente e svolgono funzioni essenziali per la tenuta di una società complessa e articolata come la nostra. Sono parte integrante dell’Italia di oggi.
La contrapposizione tra «noi» e «loro» , «autoctoni» e «stranieri» è destinata a cadere, lasciando il posto alla consapevolezza che oggi siamo «insieme», vecchi e nuovi cittadini impegnati a mandare avanti il Paese e a costruirne il futuro.
Vogliamo che finisca, qui e ora, la politica dei due pesi e delle due misure, nelle leggi e nell’agire delle persone.
Vogliamo stimolare insieme a loro una riflessione seria su cosa davvero accadrebbe se i milioni di immigrati che vivono e lavorano in Europa decidessero di incrociare le braccia o andare via. Non ci precludiamo nessuno strumento, ma agiremo sempre nel rispetto della legalità e della non violenza.
Comitato 1 marzo 2010
Padana Superiore: solo a est di Milano Porta Venezia me ne ricordo in modo preciso almeno tre, di tratti urbani fatti così. Il primo è tutta la striscia di via Padova e varie trasversali, fino al ponte della ferrovia. Il secondo sta parecchie di decine di chilometri più a est, ed è il pezzo di via Milano a Brescia, fra il ponte sulla tangenziale e l’Esselunga. Il terzo è a Verona, verso Porta Vescovo. In mezzo altri quartieri, e soprattutto lo sprawl di capannoni, villette, svincoli che diluisce anche la percezione in una confusa marmellata. Ma se “scientificamente” si fa un pochino di andirivieni fra induzione e deduzione, così a spanne, l’analogia salta a gli occhi: medesimo asse stradale padano-pedemontano, medesima collocazione semicentrale in un grande centro di occupazione, medesima composizione sociale, urbanistica: fianco a fianco degrado, facce diversissime ma vistosamente “globali”, segni di ripresa, piccole attività artigianali e commerciali, atmosfera precaria. Medesimo futuro? Questo è tutto da vedere, ma il caso di Milano (che non è ovviamente neppure il primo) dovrebbe far pensare.
Se la storia di sicuro insegna, è pur vero che ciascuno impara quanto meglio crede. Sinora pare che la risposta prevalente della “politica” (virgolette quanto mai d’obbligo) copra il breve arco qualitativo che va dalla tesi delle mele marce da isolare, alla tolleranza zero tout court. La prima caratterizza le reazioni sedicenti progressiste, e presumibilmente in buone fede, con l’obiettivo della sedicente integrazione nel tessuto locale. La seconda, via via prevalente (forse sotto sotto più diffusamente apprezzata) è quella che si ripropone a Milano e in genere nei contesti di più preponderante presenza leghista-destrorsa. In via Padova in particolare, coincidenza curiosa al punto da non sembrare neanche tale, qualche antipastino di guerriglia urbana a sfondo non direttamente politico inizia proprio con la prima amministrazione leghista qualche anno fa, e la repressione dei centri sociali a partire dal più visibile Leoncavallo (la via Leoncavallo per i non indigeni è una parallela di via Padova, un isolato di distanza).
E sono addirittura dei primissimi anni ’80 le pubblicazioni sulla formazione dei ghetti urbani, organizzati secondo le classiche modalità di certi flussi di trasporto pubblico, o di nuclei di degrado immobiliare e crollo dei prezzi, ecc. Ma la risposta, se arriva e quando arriva, è al massimo una specie di nimbysmo decisionale, dietro al quale poi come si scopre via via si nascondono miserabili appetiti immobiliari pronti a salvare a modo loro la città a colpi di piccone risanatore.
Spostando e aggravando il problema, esattamente come accade coi blitz della polizia ai giardinetti nel caso del piccolo spaccio. Quando però il problema non sono una dozzina di ragazzotti, ma parecchie migliaia di persone, famiglie, interessi economici, aspettative sociali, lo zerbino sotto il quale nascondere la polvere supera le capacità dei nostri celoduristi tutti chiacchiere e distintivo. E la cosa esplode, basta un innesco qualunque.
Se ad esempio, oltre a smettere di intascare più o meno episodicamente mazzette, chi decide in materia di urbanistica si ponesse davvero il problema della città, e non di una caricatura postuma della City Beautiful di Daniel Burnham di oltre un secolo fa, magari si potrebbe iniziare a ragionare. Ma basta vedere cosa sta succedendo per capire che così non si va da nessuna parte: la Milano da due milioni di ciellini upper-middle-class sventolata nella teoria, nei fatti tangibili, negli obiettivi del piano in formazione, non lascia un centimetro quadrato di spazio urbano, sociale, economico, a chi oggi episodicamente incendia vetrine e ribalta macchine. E ahimè probabilmente la stessa cosa vale anche per le altre strisce di precarietà globalizzata sparse per la padania (e non) di cui si parlava prima, almeno se non si inizia davvero e in modo culturalmente responsabile a cercare di superare la contrapposizione “noi” e “loro”, visto che stiamo tutti, ma proprio tutti senza alcuna distinzione, sulla medesima oscillante barca. Il diritto di voto alle amministrative è solo un piccolo inizio, ma si deve fare subito. Con quello arriverà uno stimolo costante a ripensare la città, e a aiutare a casa loro, magari con sostegno farmacologico poveracci, gli sceriffi che ci stanno rovinando presente e futuro.
Nota: qui altri fatti e commenti (f.b.)
(e riprodotto in eddyburg) «Caserme, castelli e spiagge saldi di Stato per il territorio» riguarda il trasferimento di questi beni agli enti locali («federalismo demaniale»), che provvederanno alla loro commercializzazione. Non è una novità quella della distruzione del patrimonio immobiliare pubblico attraverso varie procedure. Né, in tempi di predominio della cultura liberista contraria a qualsiasi sorta di pianificazione, l’andazzo è sorprendente. La vecchia urbanistica, che rivendicava l’indispensabile legame, nel piano regolatore, fra esistenza di riserve immobiliari di proprietà pubblica e possibilità effettiva di attuare il piano (e teorizzare di pianificazione non illusoria), è stata sconfitta. La pratica odierna è coerente con la supremazia politica della destra e con la debolezza della sinistra se non della sua rinuncia ai propri modelli che ne giustificherebbero l’esistenza stessa. Tuttavia sorprende, della sinistra, l’assoluta mancanza almeno di un contrasto, di una qualche barriera alla smaccata liquidazione, totale in prospettiva, del demanio di ogni livello istituzionale. Purtroppo lo stesso principio di «privato è bello» si è introdotto non furtivamente fra i suoi ideali.
Penso agli anni fra i Cinquanta e i primi Sessanta del Novecento. Erano i Comuni allora detti «democratici», in accordo con i progettisti di sinistra o da questi sollecitati, a voler preservare la proprietà pubblica di suoli e di edifici destinati a funzioni sociali e culturali o a residenza (case comunali, dell’Iacp e di altri istituti); nei casi migliori a volerla aumentare mediante precise indicazioni nel piano urbanistico non solo dei servizi singolarmente definiti, ma anche di aree vincolate a una nuova esplicita destinazione appunto a riserva demaniale. Forse lo permetteva il contesto politico culturale poi contraddistinto dalla legge 167 e dai Piani di edilizia economica e popolare per la parte relativa all’acquisizione dei terreni al prezzo vigente due anni prima della deliberazione consiliare. Qualche progettista osò infatti prospettare nel piano regolatore, a parte le consuete e larghe dotazioni di servizi, aree vincolate a «Centri di iniziativa pubblica» (CIP), da acquisire per mezzo di esproprio o conveniente accordo bonario, per fronteggiare future esigenze non al momento prevedibili. Appunto, una riserva demaniale. Ora tutto questo è sepolto nella memoria di pochi e nessuno nel centrosinistra ma nemmeno nel residuo della sinistra si sognerebbe di proporre, anziché alienazioni, incremento di demani statali e locali.
Trasferimento di beni dello stato a Comuni, Province Regioni: fosse solo questo. La realtà locale rispetto alle proprietà pubbliche mostra che i Comuni stanno provvedendo per conto loro a vendere se stessi. Il giornale «Milano finanza» del 19 dicembre scorso illustra un «piano di alienazioni immobiliari» dei Comuni e ne seleziona sedici in una tabella in cui i valori immobiliari riferiti ad ognuno di essi derivano dai bandi delle aste previste per il triennio 2009-2011. Vale la pena di elencarli, casi emergenti di un insieme più numeroso che certamente risulterà ben presto: Aosta, Bari, Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Padova, Perugia, Pescara, Pisa, Reggio Emilia, Trieste, Venezia, Verona, Viterbo. Il malloppo totale, al quale appartengono sia i «gioielli di famiglia» appetiti dai grandi speculatori, sia buone occasioni per qualsiasi imprenditore o anche semplice cittadino abbia a disposizione qualche milione o persino poche centinaia di euro, è di 5 miliardi e 638 milioni. Quale il piatto più ricco dell’intero servizio? Naturalmente quello di Milano, ben 4 miliardi e 700 milioni.
La giunta ha deciso di disfarsi entro il 2011 di 134 immobili ubicati dentro o fuori la città. Fra essi, palazzi di altissimo valore finanziario, funzionale e simbolico in pieno centro cittadino, come l’enorme sede dell’anagrafe in Via Larga prossima a piazza Duomo, la sede centrale dei vigili urbani in piazza Beccaria/piazza Fontana, ossia l’ex palazzo dei Giureconsulti di origini cinquecentesche, l’esattoria comunale di via San Tomaso a due passi dal Castello. E così via: nodi strategici di una rete di luoghi della città pubblica vengono sciolti per ridurla a magazzino delle aste per i migliori affari del mercato. Venezia è, dopo Milano e, a grande distanza per valori in causa, Verona, l’inatteso terzo «fronte immobiliare». Su 230 milioni di euro di dismissioni, dopo il conferimento di diverse proprietà per un valore di 82 milioni al Fondo immobiliare Città di Venezia, «Est Capital si è aggiudicata tramite gara l’intero pacchetto in vendita, comprensivo di numerosi edifici non residenziali, tra cui alcuni di prestigio o strategici per lo sviluppo della città, oltre a terreni dove sono previsti importanti interventi residenziali». Fra il resto: basta un’offerta di 81 milioni di euro per aggiudicarsi l’intero complesso dell’ex Ospedale al Mare.
Nessuno può sapere quale sarà il destino urbanistico (per modo di dire) ed edilizio di questo violento passaggio dalla città pubblica alla città privata, se non che si assisterà all’ennesima vicenda disastrosa dal punto di vista degli interessi sociali cittadini. Nessuna condizione, nessun vincolo sulla destinazione futura e sulle trasformazioni fisiche regola le vendite. I Comuni fanno cassa in questo modo per pareggiare i bilanci, anziché, fra le azioni possibili, pretendere dal governo la restituzione dell’Ici. E gl’immobiliaristi, grandi medi piccoli come i pupazzi di Dario Fo, si sentiranno sempre più liberi, col ringraziamento dell’autorità pubblica, di continuare e portare a compimento il programma di appropriazione della città, dunque anche di abolizione di quel che rimane del sentimento di comunanza urbana vantato dagli abitanti.
Milano, 8 gennaio 2010
. Non so quanto esatto sia il calcolo alla base di questa affermazione, da me colta casualmente nel corso di un rapido ascolto di notiziari radiofonici diversi. Ma - anche scontando una valutazione in qualche misura partigiana - è senza dubbio una fondata quanto significativa lettura di un evento in cui quantità e spreco (inquinamento quindi) sono stati dominanti.
Più di centomila persone convenute nella capitale danese; più di venticinquemila tra delegati, giornalisti, osservatori, rappresentanti di organismi vari, ammessi al Bella Center, luogo del meeting; schiere di organizzatori, funzionari, sorveglianti, addetti ai servizii; migliaia di dimostranti in azione per la città, alle porte del Centro e talvolta al suo interno, controllati e manganellati da migliaia di poliziotti. Tutta gente arrivata da luoghi lontani e lontanissimi, in aereo o comunque mediante veicoli divoratori di energia. Gente che esigeva nutrimento; il quale veniva fornito da uno straordinario numero di bar, ristoranti, tavole calde, il tutto per lo più efficiente e di buona qualità, ma senza eccezione impostato sull’”usa-e-getta” di piatti bicchieri posate e quant’altro. Senza dire dei giganteschi globi, raffiguranti lo sventurato nostro Pianeta, che in ogni angolo della capitale segnalavano luoghi di informazione sul problema clima: tutti di purissima plastica. Eccetera.
D’altronde (tralasciando i contenuti del dibattito e il sostanziale nulla dell’accordo finale) era lo stesso allestimento del summit - spazi, decoro, immagine complessiva - a dichiarare la politica e la cultura che lo animavano, di cui la quantità era dimensione precipua, senso e valore. Questo dicevano le vistose scritte che si rincorrevano sulle pareti: nomi di grandi industrie, proposte di nuove tecnologie, lancio di miracolose invenzioni, ma soprattutto accattivanti slogan a illustrare le virtù delle energie rinnovabili, non quale mezzo destinato a sostituire i carburanti fossili e consentire una produzione meno inquinante (secondo l’idea che presiede alla loro nascita) ma come strumento di rilancio della produttività capitalistica. Ciò che peraltro non solo sulle pareti del Bella Center, ma nella più diversa stampa distribuita in sovrabbondanza, come in ogni esternazione verbale (incontri, dibattiti, conferenze stampa, spesso promossi e gestiti da grandi gruppi industriali e commerciali) veniva apertamente dichiarato.
A Copenhagen, senza infingimenti, la “green economy” era ormai “green business”, “green new deal”, “green competitivity“, “green power“, “green growth”. Serenamente, con corale entusiasmo si affermava che il ”verde” sarà volano di una nuova la crescita economica, che sul “verde” può nascere una nuova “sfida” per la creazione di un nuovo “sistema di potere”, mediante un nuovo modo di condurre gli affari e fare soldi: soprattutto vendendo “green economy” al sud del mondo, industrializzandolo con la promessa di una produzione sostenibile, e portando dovunque la “sfida” di una “competizione globale”. “Il business danese delle tecnologie verdi va molto bene: s’è attribuito circa il 10% dell’intera esportazione del paese per il 2008,” dichiaravano all’unisono alti rappresentanti del governo e dirigenti di Nokia, Siemens, Microsoft Green Technology, Solar energy industries association. “Non c’è contraddizione tra crescita economica e politiche climatiche”, inopinatamente si poteva leggere su “Our Planet”, rivista dell’Unep; anzi “evitare il riscaldamento climatico è il solo modo per sostenere la crescita”.
Come stupire. Conosciamo il mondo in cui ci tocca vivere. Ciò che riusciva meno comprensibile (a me almeno) è come gli organizzatori del meeting, persone che, proprio per il compito loro affidato, la crisi ecologica dovrebbero conoscerla nella sua interezza (cause, manifestazioni, rischi), abbiano accettato di ridurla al mutamento climatico: indubbiamente fenomeno di dimensioni, conseguenze e pericolosità gigantesche, ma che non è il solo (basti ricordare la sempre minore disponibilità di acqua potabile; l’accumularsi in quantitativi sempre meno gestibili di rifiuti, spesso tossici o radioattivi; la dilapidazione delle foreste; l’inquinamento ormai gravissimo di mari e territori, le allarmanti conseguenze sanitarie).
D’altra parte (fatta eccezione per Greenpeace, WWf, pochi altri) l’intera massa dei convenuti non pareva avere obiezioni di fondo sugli inni alla crescita e sull’intera impostazione del Summit, dimenticando che proprio l’aumento continuo di produzione e consumi è causa prima della crisi ecologica, squilibrio climatico in primis. Mentre ovviamente di tutt’altra - sacrosanta - natura era la protesta dei paesi poveri; anch’essi peraltro ormai conquistati alla logica dello stesso produttivismo che li sfrutta. E questo è forse il più drammatico problema d’oggi: la sostanziale omologazione di tutti o quasi al modello che il capitale impone.
L’insegnamento della geografia scompare dai programmi scolastici. Dopo averla da tempo marginalizzata e relegata a un ruolo minore sacrificato da altre materie, oggi tagliano quella che reputano un ramo del sapere poco utile. La geografia non rientra insomma tra le competenze che i giovani è opportuno acquisiscano. Decisione allarmante. Non tanto in termini di posizionamento disciplinare all’interno delle classifiche scolastiche o accademiche, che è altro problema, ma per ciò che la geografia può dire ai giovani.
Si tratta infatti della disciplina che insegna a situarsi nel mondo. A comprendere come il mondo funziona, attraverso quali processi, contraddizioni, conflitti. Legge gli effetti di tali dialettiche, spiega la genesi e le dinamiche delle trasformazioni, analizza i modelli di organizzazione degli spazi. Uno sguardo capace insomma di esaminare l’incessante mutevolezza delle correlazioni – economiche, di potere, culturali, antropologiche... – per comprendere i cambiamenti della società in cui si vive. Aiuta di volta in volta a riposizionarsi. A prendere posizione. A essere consapevoli delle molte sfaccettature e interazioni che incorniciano e condizionano la vita.
Le mille questioni che affollano e affliggono il nostro tempo – le guerre, le povertà, i guasti all’ecosistema – rimarranno dunque senza ragioni? Ci accontenteremo che i giovani traggano informazioni e giudizi dalle mistificazioni mediatiche senza offrire bussole di orientamento e decrittazione? Ci arrendiamo senza coordinate critiche alla babele di internet?
Si vuole negare ai ragazzi di comprendere ‘dove’ sono, in che tipo di mondo vivono. Un dove che non è descrittivamente topografico, ma implica coscienza sociale, civile. Per molti versi anche esistenziale se consideriamo l’insieme dei campi relazionali, dai più minuti a quelli più complessi e ci addentriamo nei sentimenti di appartenenza ai luoghi.
Un taglio dei bilanci scolastici che sottende un visione miope della scuola e del ruolo della cultura, intesa come mero repertorio utilitaristico privo di spessore e problematicità. Un approccio che vede la geografia come una sorta di preistorico ‘tom-tom’, e la giudica superata dalle macchinette acefale che conducono al traguardo senza la necessità di percepire l’intorno. Attribuendo in questo modo anche agli uomini identità di automi acefali, pedine bendate da guidare su percorsi prestabiliti, che non sanno valutare e neppure intuire, incapaci di comprendere dinamiche pilotate da altri. Svuotati di consapevolezza, di coscienza. Privi della capacità di confronto e dello spirito critico che ne scaturisce. Alla fine di quel senso civico e della responsabilità sociale che ne derivano.
In questa era di disastri ambientali, crisi economiche, disparità sociali, la geografia, e la sua consapevolezza della matrice antropica dei problemi, è la scienza del disvelamento. Scoperchia le pentole, mette a nudo le responsabilità, facendo conoscere implicitamente denuncia. Una perdita importante nel generale svilimento culturale che questa nostra epoca attraversa.
Anche la geografia ha le proprie responsabilità. Una disciplina antica che non ha saputo mostrare i propri cambiamenti – che ci sono stati e sono importanti. Che ha mantenuto l’apparenza di una vecchia signora un po’ snob, di scarso appeal per sguardi attratti dagli sfavillii delle novità, dalle mode culturali – ma è meglio dire dalle etichette alla moda. Che presa da macerazioni interne (indispensabili quanto infinite e laceranti), ha perso di vista la propria utilità sociale. Anche quando il territorio, la sua complessità, la transcalarità delle correlazioni, erano al centro delle discussioni e degli interessi e la geografia poteva proporsi sulla scena culturale come interprete protagonista. Il metodo geografico può offrire strumenti preziosi di analisi e di progetto alle sensibilità e preoccupazioni per le sorti del pianeta e dei luoghi che lo compongono.
Il territorio e le logiche di relazione spaziale raccontano ciò che noi siamo. Armi formidabili di comprensione. Non rinunciamo a prendere coscienza, non lasciamo il nostro mondo in balia degli eventi senza sapere (e senza tentare di esercitare il nostro potere di controllo).
Paola Bonora è presidente del corso di laurea in Scienze geografiche dell’Università di Bologna
Anticipiamo un brano da Le città come zona di frontiera, che compare sul nuovo numero di Lettera Internazionale
Rispetto allo spazio nazionale, quello della città è, per la politica, uno spazio molto più concreto. E diventa un luogo in cui gli attori politici non-formali possono entrare a far parte della scena politica molto più facilmente che non al livello nazionale. A tale livello, infatti, la politica passa necessariamente attraverso sistemi formali consolidati, sia che si tratti del sistema politico elettorale sia che si tratti di quello giudiziario. In questo senso, se all’interno dello spazio politico nazionale gli attori politici non-formali sono resi invisibili, lo spazio della città consente al contrario un ampio spettro di attività politiche – occupazioni, manifestazioni contro la brutalità della polizia, battaglie per i diritti degli immigrati e dei senza tetto, politiche culturali e identitarie, politiche gay, lesbiche e queer. Attività che in molti casi diventano visibili in strada.
La maggior parte delle politiche urbane infatti è concreta, è innescata dalla gente anziché dipendere dalle tecnologie mediatiche di massa. La politica di strada rende dunque possibile la formazione di nuovi soggetti politici, e consente loro di evitare il passaggio obbligato per il sistema politico formale. Inoltre, attraverso le nuove tecnologie reticolari, le iniziative locali possono diventare parte di un network globale di attivismo senza perdere, con questo, l’adesione a specifiche battaglie locali. Rendendo così possibile una forma di attivismo politico di natura transnazionale, fin qui inedita, centrata sulla molteplicità dei luoghi che pure sono intensamente connessi.
Secondo la mia analisi, è proprio questa una delle più rilevanti forme di politica critica resa possibile da internet e dagli altri network: una politica locale fortemente differenziata, in cui le diverse località sono connesse a livello regionale, nazionale e mondiale. Il fatto che il network sia di natura globale non significa, infatti, che tutto debba accadere a livello globale. Direi anzi che i network digitali stiano contribuendo all’affermazione di nuove forme di interconnessione che si articolano seguendo topografie frammentarie, locali o globali. Gli attivisti politici possono usare i network digitali per operazioni globali o non-locali e allo stesso tempo per rafforzare le comunicazioni locali e le operazioni all’interno della città o di una determinata comunità rurale. E le odierne città di ampie dimensioni, in particolare le città globali, si impongono come luoghi strategici per queste operazioni inedite. Sono sì un luogo strategico per il capitale globale, ma anche uno di quei luoghi nei quali si materializzano in modo concreto le nuove rivendicazioni da parte di attori politici informali.
Non ci vorrà molto prima che la maggior parte dei residenti delle città cominci a sperimentare il "locale" come una forma di micro-ambiente di portata globale. Molte delle cose che continuiamo a rappresentarci e a esperire come fenomeni di natura locale – un edificio, un luogo urbano, un nucleo familiare, un’organizzazione di attivisti nel nostro quartiere – in realtà non sono collocate soltanto nei luoghi concreti in cui le vediamo, ma anche nei network digitali che avvolgono il globo. E sono connessi con altri edifici, organizzazioni, nuclei familiari che possono essere localizzati all’altro capo del mondo. E che nelle loro attività potrebbero essere orientati più verso queste aree lontane che non verso le loro immediate vicinanze. Si pensi, per esempio, al centro finanziario in una città globale, o alle sedi delle associazioni per i diritti umani, o agli uffici degli ambientalisti, gruppi la cui azione è orientata non verso ciò che li circonda immediatamente, ma verso processi globali.
Vorrei ora ragionare brevemente su due aspetti. Il primo di questi è che cosa può significare per "la città" contenere una proliferazione di questi uffici, nuclei familiari, organizzazioni, molto localizzati, ma orientati globalmente. Sotto questo aspetto, la città diventa un amalgama strategico di numerosi circuiti globali che la attraversano. E dal momento che le città e le regioni urbane sono sempre più attraversate da circuiti non-locali, inclusi quelli di natura principalmente globale, una gran parte di ciò che esperiamo come locale perché localmente collocato è di fatto già il prodotto di una trasformazione perché intrecciato, embricato, a dinamiche non-locali, oppure perché è una localizzazione di processi globali. Ciò produce uno specifico insieme di interazioni nel rapporto che una città intrattiene con la sua topografia. La nuova spazialità urbana così prodotta è doppiamente parziale: perché rende conto solo parzialmente di quel che succede nelle città e della loro natura, e perché occupa solo parte di quel che tendiamo a pensare sia lo spazio urbano.
1- Italia povera di parchi, solo il 12% del territorio nazionale contro, per esempio, il 59% della Germania. Solo ventiquattro i parchi nazionali; poco più di un migliaio tutti gli altri per lo più istituzionalmente deboli o privi di un’effettiva gestione oculata, troppo piccoli o dai confini troppo intricati.
2- Parchi sconciati. Portofino perde i tre quarti della propria superficie; al Circeo si restringe la zona protetta; al parco naturale di Bracciano vince la cubatura (30.000 mc) nella tenuta di Vicarello e nella riserva Odescalchi; il parco del Ticino cede alla vessazione autostradale: bretella Boffalora Malpensa, terza pista dell’aeroporto, autostrada Broni Mortara (e non è finita).
3- Destra e sinistra unite in Liguria per l’ultima mazzata a quel che resta di buono e di bello lungo la costa dopo un secolo di “sviluppo edilizio” e di rapallizzazione. Il Pdc, “Partito del cemento” fatto di politici, imprenditori, banchieri in azione da Ventimiglia a Sarzana, al loro servizio architetti internazionalisti come Bofill (Savona), Fuksas (Magonara/Savona), Consuegra (Albenga), Botta (Sarzana e Albaro), Piano (Genova/Erzelli), insensibili al tema della conservazione e cura del paesaggio residuo
4- Autostrada della Maremma fra Grosseto e Civitavecchia: silenzio sull’unica alternativa possibile per non distruggere il paesaggio maremmano: l’adeguamento dell’Aurelia.
5- Progetto di un nuovo hotel e di quaranta posti auto nell’intangibile borgo di Portofino.
6- Primo concorso degli ecologisti per fotografie degli ecomostri lombardi. Dalle montagne dell’Aprica a Mandello Lario un museo degli orrori.
7- Scempio di Arquà Petrarca. Villette di fronte alla casa del poeta, costruzioni sulle colline del Sassonegro, 30.000 metri cubi nella Valle a sud del centro antico, 90.000 metri cubi nel territorio delle Valli Selvatiche , tra Villa Selvatico e Villa Emo dello Scamozzi.
8- Per incuria, manomissioni, abusivismi: dal Veneto alla Sicilia siti italiani messi in discussione dall’Unesco: ambiente delle Ville Venete, Cinque Terre, San Gimignano, Amalfi, Ercolano, Cilento, Lipari, Piazza Armerina, Agrigento…
9- Gran notorietà nella Toscana non più felix per le lottizzazioni rovinose a Monticchiello di Pienza e a Castelfalfi di Montaione: e la sconosciuta Grassina di Bagno a Ripoli, coi gruppi di case a schiera proprio davanti alle antiche mura?
10- “Quanto cemento intorno a Mantova” (Erbani). Grosso insediamento di fronte alla città, con relativo paradosso fra i democratici: la dimenticata lotta del bravo sindaco Fiorenza Brioni contro la propria maggioranza “disponibile”.
11- La realizzazione del programma per la ferrovia ad alta velocità costerà almeno sessantasei miliardi, una cifra spropositata, che non risolverà il vero problema, quello dell’arretratezza della rete normale e dei relativi treni.
12- Persa la lunga battaglia per salvare l’integrità di Baia Sistiana a Duino Aurisina (“la baia di Rilke”); sorge la “Nuova Portofino”, ignobile falso paesetto “istriano”.
13- I sindaci paiono ignari di fronte a un mare di nuove costruzioni in Valpollicella, intanto incassano gli oneri di urbanizzazione…
14- L’ecomostro di Alimuri a Vico Equense sulla costa sorrentina e il complesso alberghiero abusivo di Castelsandro in Cilento: resteranno lì nonostante le vecchie proteste di Rutelli?
15- “Questa Italia di cemento” (Asor Rosa): negli ultimi dieci anni si è costruito in ragione di 53 metri cubi per ogni cittadino. Che significa un totale di circa 3 miliardi e 200 milioni di metri cubi! Come dire 200.000 corposi edifici da 15.000 metri cubi ognuno.
16- Esiste un disegno di legge del luglio 2007 (poi approvato o no?) riguardante venti paesaggi rurali (caratterizzati da colture di pregio) da salvare, anzi da “valorizzare” (ehm ehm…): dalle campagne valdostane (ma dove sono intatte?) al Tavolato degli Iblei in Sicilia. Scelta molto pericolosa. Se questi sono paesaggi da salvare sembra che non lo siano altri reperibili nel mare magno del territorio nazionale pur in buona parte rovinato in varie maniere. E “valorizzare” sappiamo cosa vuol dire, poco meno che edificare quanto più possibile per “far rendere” turisticamente il posto.
17- Abusi edilizi scoperti persino nel parco delle Cinque Terre, a Rio Maggiore e a Vernazza. Ma si può? Certo, tutto è possibile nel nostro disgraziato paese.
18- Il business delle isole Eolie. Nuovi alberghi in barba all’Unesco. “Se il piano regolatore delle Eolie salta come un’onda, anche il piano paesistico è facilmente aggirabile, fra leggi, leggine e siculi intrighi” (l’Unità).
19- Non suona più l’allarme alla foce dell’Arno, vicino alla tenuta di San Rossore? Porto di cinquecento barche, alberghi, ristoranti appartamenti… e l’ampliamento dell’ippodromo dentro la tenuta con massacro di alberi e compromissione del terreno…
20- Giorgio Bocca: “Ma io dico no all’alta velocità. La pianura padana da Torino a Novara è stata squarciata, devastata, cementata dalla linea ferroviaria dell’alta velocità… Per risparmiare un quarto d’ora di viaggio si è piantata nella più fertile e bella pianura d’Italia una gigantesca linea Maginot”.
21- Persiste l’abuso edilizio diffuso nel paese? 10% nel 2006; 331.000 unità, 30.000 abusive. Infrazioni per chilometro di costa: media nazionale, 2,6, Campania 5,9, Veneto 5,4, Romagna 4,3, Lazio 3,7. Difficile che sia drasticamente diminuito in un paio d’anni.
22- Minacciosi eventi all’orizzonte del sistema di parchi della Val di Cornia. I Comuni, come spesso accade, in disaccordo con i fermi principi di tutela custoditi dal presidente Massimo Zucconi.
23- Secondo Mario Pirani noi Italiani, non avendo statue di Budda da distruggere ci sfoghiamo sui paesaggi intatti, come quelli ancora esistenti in Toscana. Dove, tra l’altro, dovremmo guardarci dalla cosiddetta “conservazione attiva”, tanto cara a troppi amministratori pubblici.
24- Il trucco delle Rta (Residenza turistico alberghiera). Si chiedono e si ottengono permessi per costruire alberghi, che diventano seconde case grazie all’ambiguità della definizione, voluta dal legislatore.
25- Un altro elenco dai giornali dei paesaggi “più” minacciati: Parco di Monza, Lago di Garda, Area delle Ville venete, Paesaggio palladiano, Parco del Delta del Po, Campagna senese, Parco dell’Appia Antica, Necropoli di Tuvixeddu (già massacrata…), Murgia Materana, Paesaggio dello Stretto… Ne mancano mille...
26- Ma il Delta del Po è già in mano ai costruttori di villette e di “regni del kitsch”.
27- Dietro ai piani del governo per battere le crisi mediante il business del mattone, a cominciare dal’incredibile (in un’Europa civile) piano casa, non c’è altro che l’ennesimo, forse più violento “sacco edilizio”.
28- Ad ogni modo il mondo della speculazione immobiliare ha vinto sui settori produttivi, instaurando una indissolubile alleanza tra politica e affari. Le amministrazioni locali, in contatto immediato con gli imprenditori, “possono spostare ingenti ricchezze” (Berselli).
29- Muore il fiume di D’Annunzio, fango, veleni e colate di cemento. Speculazioni ed ecomostri sulle rive del Pescara in Abruzzo.
30- Le velleità speculative sulle montagne lasciano macerie. Impianti abbandonati, alberghi chiusi degradati, condomini mai finiti (deprimenti foto su “Repubblica”).
31-Una notizia buona: rivolta della gente contro il grande edificio a forma di mezzaluna (architetto Riccardo Bofill) che chiuderebbe, come una nuova Punta Perotti, il mare di Salerno.
32- Un tentativo di censimento regionale degli abusi edilizi in Calabria: 5210 edifici illegali sul mare, uno ogni 150 metri di costa.
33- A proposito dell’Italia governata dai re degli appalti, il giornalista Statera ricorda il fulminante slogan di Manlio Cancogni “Capitale corrotta = nazione infetta” (gennaio 1956).
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Appendice urbana. Una sola segnalazione, fra le centinaia possibili, per ognuna delle due città diversamente simboliche ma entrambe “città della cazzuola” (vecchia denominazione di Roma):
34- la lobby romana del cemento, che ha speculato con eccessi di opere inutili sui campionati mondiali di nuoto lasciando un buco di otto milioni, si appresta a nuovi vandalismi per le auspicate Olimpiadi del 2020. Abbiamo sperato che Milano perdesse la gara per l’Expo 2015, facciamo fervidi auguri per una sconfitta nel caso di competizione cui partecipasse Roma. Ma intanto i piatti alla romana che danno da mangiare agli immobiliaristi sono sempre ben pieni; l’ultimo in offerta l’intatta Riserva di Decima-Malafede (88 ettari), pronta per il fiero pasto (vedi Giuseppe Pannuccio in eddyburg 30.11.09);
35- la lobby milanese del cemento, già sempre in festa, è in gran giubilo per i piani dell’amministrazione comunale che prevedono un aumento di 700 mila abitanti nel comune, ossia 70 milioni di metri cubi di sole case. Sì, settanta Milioni!
Milano, 3 dicembre 2009
I due articoli (la Repubblica e il Tempo 2.XII.2009) sulle minacce incombenti sull’agro romano riportati nella nostra rassegna stampa, di contenuto e tenore molto simile, segnalano nella loro ripetitività la convergenza di interessi che si sta minacciosamente addensando sugli ultimi lacerti non edificati di quel territorio. Certo gli accenti sono diversi: più smaccatamente orientati a sostenere le ragioni della lobby di riferimento – quella dei palazzinari – per quanto riguarda il Tempo, ove si definisce “sospiro di sollievo per la città”, la possibilità della decadenza dei vincoli e “uomo nero” chiunque osi proporre provvedimenti di tutela. Di tono più “neutrale” la Repubblica che si spinge a riportare, a corollario delle posizioni politiche, il dissenso di Legambiente sull’operazione complessiva.
In ambedue gli articoli, l’obiettivo prevalente è evidentemente solo quello di riferire una querelle politica che sta producendo alleanze trasversali: centrodestra e centrosinistra uniti nell’intento di scongiurare gli aborriti vincoli paesaggistici, da ambedue gli schieramenti considerati null’altro che inammissibili lacciuoli al libero esplicarsi del sacrosanto diritto alla cementificazione e quindi insostenibile freno allo sviluppo da tutti invocato.
I problemi urbanistici e di salvaguardia del paesaggio che questo martoriato territorio presenta e su cui eddyburg ha più volte puntato la sua attenzione, divengono quindi non più “il” tema della discussione, uno dei più importanti per il destino dell’agro romano nel suo complesso e per la qualità di vita dei cittadini non solo romani, ma uno dei tanti terreni di scontro/accomodamento sui quali si gioca la partita elettorale e la guerriglia dei riposizionamenti del sottobosco politico capitolino.
Illuminante, da questo punto di vista, la posizione di colui che rappresenta, assieme al Ministro, la vision politica del Mibac: il sottosegretario Giro. Costui, lungi dal sostenere le ragioni dei funzionari che, cercando di contrastare le fortissime pressioni economiche esterne, null’altro svolgono se non il proprio compito di difensori di un bene comune prezioso come il nostro paesaggio, contrasta gli attacchi ai vincoli solo in quanto provengono da avversa parte politica ed anzi si spinge a negare quasi con indignazione il sospetto dell’emanazione di un ulteriore provvedimento di tutela.
Leggendo le cronache riportate, torna alla mente una analogia con quanto sta accadendo in questi giorni sul piano politico nazionale: i boatos di avvisi di garanzia al premier, negati a mezzo stampa dai procuratori chiamati in causa.
Ecco, allo stesso modo, in questi articoli i vincoli di tutela sono di fatto equiparati a provvedimenti infamanti e lesivi dei prevalenti interessi economici: nessun dubbio è sollevato, da tutti gli attori e decisori politici di qualunque parte coinvolti, neanche sull’opportunità di un ripensamento del destino dell’agro romano.
Il costante riferimento dei politici in questione agli “imprenditori” quale unica categoria di riferimento cui render ragione del proprio operato di rappresentanti eletti dai cittadini e l’equiparazione del Mibac ad uno dei tanti portatori di interessi (e non certo di quelli prevalenti), completano il quadro desolante di un’inversione ormai esplicitata anche a livello mediatico: agli interessi economici, anche se di pochi, anche quando non democraticamente discussi, anche quando in contrasto con gli interessi della maggioranza dei cittadini, occorre sempre e in ogni caso fare strada.
Scommettiamo?
Allo scadere dei termini per l’approvazione definitiva, un Direttore Generale di moderna flessibilità e sensibile alle esigenze della qualità architettonica contemporanea, consentirà ad “ammorbidire” consistentemente i vincoli già posti su Laurentina e Ardeatina.