Si pensi, ad esempio, alla situazione dell’archeologia preventiva, abbandonata da anni, fra ritardi e inerzie della dirigenza Mibac, a provvedimenti estemporanei quanto a impianto normativo e per di più ambigui e inadeguati nei contenuti, tanto da renderci, in questo settore, il paese europeo forse più arretrato, in un ambito in cui la ricchezza e la varietà del nostro patrimonio non hanno confronti a livello mondiale. Oppure al deficit, in termini di offerta didattica, informativa e di servizi in genere che caratterizza la grande maggioranza dei nostri musei. O ancora al limbo in cui si trova relegata la pianificazione paesaggistica e in generale le politiche di tutela del paesaggio.
Per questo ritardo il mondo della formazione, l’università in primis, ha colpe non meno gravi, basti pensare alla vicenda dei corsi di Conservazione in beni culturali nel loro complesso, pochissime eccezioni escluse, ormai da più parti definiti una vera e propria “truffa sociale”.
Nonostante questo deficit culturale delle massime istituzioni che si occupano di patrimonio, migliaia di giovani, a prezzo di sforzi e sacrifici personali, sono riusciti in questi anni ad acquisire competenze preziose e a ritagliarsi spazi di lavoro tali da arrivare a svolgere funzioni a tal punto essenziali da risultare insostituibili. In alcuni ambiti, se questi professionisti, improvvisamente e nel loro insieme, cessassero le loro attività, lo Stato non riuscirebbe a garantire un adeguato e capillare esercizio della tutela del patrimonio nazionale. Peccato che in cambio di queste funzioni essenziali, lo stesso Stato – e il Mibact nello specifico – si sia finora limitato a girare la testa di fronte a situazioni al limite dello sfruttamento.
La protesta dell’11 gennaio deve quindi servire sia a costringere Stato, e Mibact in particolare, ad assumersi responsabilità precise nei confronti di questi lavoratori, uscendo dalla logica – fallimentare non solo socialmente – per cui solo chi è all’interno dell’istituzione è garantito e al di fuori di questo recinto può esistere il far west. Tutti coloro che, a diverso titolo e in condizioni professionali molto diverse collaborano alla tutela del nostro patrimonio culturale e a produrre cultura devono godere delle stesse tutele: il progetto di legge sul riconoscimento delle professioni dei beni culturali ieri approvato alla camera è un primo, importante passo.
Ma oltre a questo, se vogliamo uscire dai ritardi che gravano sulla gestione del nostro patrimonio e gli impediscono di assumere quel ruolo di crescita sociale e civile che la nostra costituzione gli assegna, occorre ripensare a meccanismi di coinvolgimento di questi professionisti non più estemporanei e residuali. Si deve cioè creare, coordinare e sostenere uno spazio terzo fra lo Stato – Mibact e quel privato così tanto invocato su più fronti, ma che ha sinora offerto ben misere prove – basti pensare alla trentennale vicenda delle concessioni per i servizi aggiuntivi – sia sul piano culturale che di efficacia operativa.
Magari ripartendo proprio dal bando dei 500, che andrebbe riformulato non solo nelle condizioni offerte, ma anche e soprattutto negli obiettivi. Non è davvero pensabile che, ad esempio, dopo 40 anni di fallimenti, si continuino a proporre, per l’inventariazione e digitalizzazione del nostro patrimonio, modelli come quelli dell’ICCD o ci si riferisca ad esperienze altrettanto deludenti come quelle del portale CulturaItalia. Modelli e standards vanno ripensati, radicalmente: quale migliore occasione di “usare” (non sfruttare) energia e competenze giovani ed entusiaste?
L'articolo è pubblicato contemporaneamente su L'Unità on-line, "nessundorma"
Età decisamente adulta e tutti i motivi per un bilancio complesso dell'area di tutela fra le più importanti d'Europa, specie per il contesto metropolitano in cui si colloca. Corriere della Sera Lombardia, 13 gennaio 2014, e link a un dossier documentato di Eddyburg (f.b.)
MILANO — Era nata da poco, appena quattro anni, anche la Regione, che aveva il suo primo presidente, Piero Bassetti: nel gennaio di quarant’anni fa — tempi di domenica a piedi causa crisi petrolifera e di campagna per il referendum sul divorzio — la giovanissima Lombardia votò la nascita del parco fluviale più grande d’Europa, che al suo inizio comprendeva 30 Comuni ed oggi è arrivato a 47, con oltre 4.000 mila abitanti complessivi. Alle 18.30 di oggi, al Teatro Lirico di Magenta, il via alle celebrazioni, con il presidente della Regione Roberto Maroni e l’assessore all’Ambiente Claudia Terzi ospiti del consiglio di gestione al gran completo e del presidente Gian Pietro Beltrami. Ricordi e propositi: come si conviene alla ricorrenza.
Ci sarà l’avvocato Achille Cutrera, primo firmatario, nel 1972, della raccolta di adesioni (ne servivano 5 mila, furono superate le 20 mila, con tanti notai «volontari» per autenticare le firme): con Giulia Maria Mozzoni Crespi e Pier Fausto Bagatti Valsecchi avevano guardato all’esempio dei grandi parchi fluviali statunitensi. Nel 2011, quando passò la nuova legge regionale sui parchi, si disse pronto a firmare di nuovo per difendere il Ticino: «E continuo a pensare che questa legge dia troppo potere alla Regione togliendone ai Comuni. Ora la dirigenza del Parco è espressione del Pirellone, non credo vada bene». Ma in atmosfera di festa vince lo spirito di collaborazione: e così sarà proprio l’avvocato Cutrera a scrivere pagine importante del libro celebrativo dedicato a questi quattro decenni.
Se oggi — esattamente come fu all’inizio — i propositi di salvaguardia del corridoio biologico che accoglie 5 mila specie viventi si scontrano con i progetti di ampliamento di Malpensa, il presidente del Parco non ha però dubbi: «Se riescono a farci capire — a me e ai sindaci — perché dovrebbe servire una terza pista quando le prime due sono usate al 40%, forse... Ma così possiamo solo chiedere la revisione del Masterplan». Anzi: «A quarant’anni si è nel pieno delle forze — dice Beltrami che a sua volta ricorda di essere stato tra i primi firmatari per l’istituzione dell’area protetta da 90 mila ettari —. Il Parco può anche essere battagliero». Intanto «oggi pensiamo al nostro Ticino, e a tutti quelli che si sono avvicendati alla guida del Parco. E ci prepariamo ad Expo 2015 e ad un futuro di turismo lento, senza chiedere un centesimo allo Stato e aprendo, con gli ostelli, ad un’ospitalità low cost che non rinuncia alla qualità».
Dal Parco Sud, dove fa il consigliere comunale a Buccinasco, parla anche Fiorello Cortiana, già senatore con il centrosinistra e prima, vent’anni fa, assessore regionale verde al Territorio. Nel ‘94, nel pieno del contrasto con la Lega che chiedeva di ridimensionare il Parco, caldeggiava la fusione con l’area protetta piemontese sull’altra sponda del fiume azzurro. Oggi ripete questo auspicio, ricorda che Ticino, Parco Sud e Adda Sud possono «fare sistema» anche sotto l’egida dell’Unesco, ampliando la riserva Mab e ripete l’invito: «Più coinvolgimento degli enti locali, meno Regione». Ma in atmosfera di compleanno, anche i toni del dibattito sono quasi festosi.
Link: elaborato circa quindici anni fa per il sito web Polis, quando Eddyburg era ancora di là da venire, un Dossier ricco di documenti originali ricostruisce la genesi del Parco Ticino e una serie di eventi e idee che lo hanno accompagnato fino ai primi anni 2000
I modi di produzione di merci e di servizi, anche quando si tratta di servizi apparentemente "immateriali", hanno a che fare con beni fisici... >>>
I modi di produzione di merci e di servizi, anche quando si tratta di servizi apparentemente "immateriali", hanno a che fare con beni fisici, materiali. A parte i servizi essenziali come cibo e acqua e indumenti, in cui gli oggetti sono indispensabili, il servizio "informazione" richiede reti elettriche di rame e macchinari di plastica e metallo o carta per libri e giornali; il servizio "trasporto" richiede autoveicoli, treni, carburante, elettricità; il servizio "illuminazione" richiede lampade e elettricità prodotta dai prodotti petroliferi o dal carbone o dal moto delle acque entro tubazioni di metallo e cemento; il servizio "salute" richiede edifici, strumenti di misura, letti, prodotti chimici; eccetera.
L'analisi dei modi di produzione dovrebbe presupporre una analisi dei diversi oggetti con cui è possibile soddisfare i bisogni e ciascun oggetto è ottenuto mediante un flusso di materia ed energia che parte dalle risorse della natura --- minerali, acqua, combustibili, vegetali, animali --- passa attraverso macchinari in cui la materia naturale viene "addizionata" con lavoro umano e conoscenze (cioè con la storia incorporata in ciascun gesto del lavoratore, così come si è evoluto e si modifica ogni giorno e ogni anno)
I macchinari producono oggetti, che sono merci, acquistabili con denaro nel sistema capitalistico, ma che in assoluto sono "cose", aggregati di molecole di materia con la relativa energia "incorporata", oggetti che scorrono da un settore all'altro della vita sociale. Alla fine le "merci" vengono usate nel settore della famiglia, del lavoro, dei servizi e, naturalmente, non si "consumano" ma ritornano alla natura sotto forma di gas, liquidi o solidi, esattamente con le stesse molecole uscite dalla natura che incorporano la stessa energia (se pure, quest'ultima, in forma termodinamicamente meno "pregiata").
Siamo di fronte, quindi, ad una circolazione natura-merci-natura, o N-M-N. (Uso il termine "merce" nel senso di cose fisiche che fluiscono attraverso la produzione e il "consumo"). Le merci non sono neutrali rispetto ai bisogni che soddisfano, nel senso che lo stesso bisogno umano può essere soddisfatto con differenti merci (differenti alimenti o detersivi o autoveicoli) traendo, quindi, differenti materie dalla natura e restituendo differenti scorie alla natura.
L'analisi della circolazione natura-merci-natura mostra che la qualità, il "valore", di ciascuna merce non sono descritti dal prezzo monetario il quale dipende dal modo in cui vengono ottenuti i beni della natura. A parità di servizio certe merci vengono prodotte perché i rapporti imperialistici consentono di ottenere a basso prezzo minerali o fonti di energia dai paesi poveri; se i rapporti commerciali internazionali fossero diversi lo stesso servizio potrebbe essere soddisfatto da merci prodotte in modo del tutto differente.
Lo stesso ragionamento vale per la quantità di scorie che si liberano nel soddisfare una "unità di servizio" (il chilometro percorso da una persona; il chilogrammo di biancheria lavata da una famiglia; il chilogrammo di proteine mangiate da una persona) o per la sollecitazione a cui è sottoposto un lavoratore.
Al fine di identificare altre scale di valori, in prima approssimazione si potrebbe cominciare a cercare di riconoscere in ciascuna cosa-merce il "contenuto di natura": è molto maggiore il contenuto di "albero" in un chlogrammo di carta nuova che in un chlogrammo di carta ottenuta dalla carta straccia; il contenuto di "minerale" in un chlogrammo di alluminio ottenuto dalla bauxite rispetto a quello ottenuto dal riutilizzo dei rottami.
Analogamente va cercato il "contenuto di energia" di ciascun oggetto, definito, grossolanamente, come la quantità di energia necessaria per produrne la unità di peso o per ottenere la unità di servizio. E' l'idea che ha affascinato decine di critici del capitalismo, con proposte talvolta bizzarre, come l'assegnazione di una moneta-energia uguale per ciascun individuo e commerciabile. (Per una stimolante storia di queste idee si veda il libro di J. Martinez-Alier, "Economia ecologica", Garzanti, Milano, 1991). Infine, sempre in questa prima approssimazione, si dovrebbe cercare di riconoscere il "contenuto" di scorie che si formano nella fase di produzione e di "consumo" della solita unità di merce o di servizio, qualcosa come un "costo ambientale".
I "costi" in materie prime, in acqua, in energia e in scorie --- adesso le mode ambientaliste li chiamano “impronte” --- sono indicati in unità fisiche, naturali così come il lavoro viene indicato in ore lavorative (che dovrebbero includere quelle effettivamente associate al lavoro, in cambio di un salario, e quelle "regalate" dal lavoratore al datore di lavoro sotto forma di tempo impiegato nel trasporto al posto di lavoro). Indipendentemente dal prezzo in unità monetarie, in un pianeta di risorse naturali scarse, "vale" di più una merce che, sempre per unità di peso o di servizio svolto, richiede meno risorse naturali, meno acqua, meno energia e genera meno scorie.
Continuando con questo ragionamento dovrebbe "valere" di più una merce ottenuta da materie importate da paesi che lottano per la propria indipendenza, anche se le materie importate da paesi oppressori costano di meno. E poi dovrebbe valere di più una merce duratura rispetto ad una "a breve vita" (o del tipo usa-e-getta, come si suol dire) perché estrae meno risorse dalla natura e getta meno scorie nella natura, e così via.
Si tratta di un inizio di un cammino alla ricerca di nuove scale di valori da percorrere anche riscoprendo oscuri e dimenticati predecessori. Citerò solo un articolo del socialista ucraino Serhii Podolinski: "Il socialismo e l'unità delle forze fisiche, apparso nella "rivista socialista" La Plebe di Milano, anno 14, numeri 3 e 4 del 1881. Anche lui concludeva il suo articolo dicendo che bisognava partire dal valore fisico e naturale della produzione. Abbiamo già perso 130 anni!
E’ abbastanza curioso che, mentre si moltiplicano i segni del malessere ambientale >>>
E’ abbastanza curioso che, mentre si moltiplicano i segni del malessere ambientale in Italia, così poco spazio sia riservato alla lotta a tale malessere nei programmi governativi, se si eccettuano qualche promessa di stanziamenti di un po’ di soldi per rimediare i disastri dovuti alle frane e alle alluvioni o una generica promessa di rimuovere un po’ di rifiuti tossici nella ormai famosa “terra dei fuochi” della Campania. Eppure le cose da fare sarebbero tante e tutte offrirebbero occasione per raggiungere il principale obiettivo del paese: più lavoro per tutti.
Una delle priorità è certo quella di diminuire i crescenti danni dovuti al dissesto idrogeologico, aggravati dalle bizzarrie climatiche, attraverso azioni decise e lungimiranti sia per il controllo delle vie di scorrimento delle acque. Non basta alzare gli argini dei fiumi, perché anche tali argini sono facilmente scavalcati dalle acque delle piene, quando gli alvei non ce la fanno più, non hanno più spazio per contenere le acque. Bisogna piuttosto vigilare su fiumi e torrenti per eliminare continuamente gli ostacoli che si sono accumulati e continuano ad accumularsi in seguito all’erosione del suolo nelle valli e colline e montagne, e bisogna frenare tale erosione con una politica di rimboschimento, come avveniva prima che il territorio fosse considerato soltanto spazio su cui costruire nuovi edifici e strade e ponti. Opere che, fuori di una pianificazione ispirata ad una vera cultura ecologica, diventano loro stesse ostacoli al moto delle acque verso il mare e quindi cause delle sempre più frequenti alluvioni.
Una situazione di disagio che potrebbe essere attenuata con un grande sforzo tecnico-scientifico di progettazione, costruzione e corretta gestione di impianti di depurazione delle acque sporche provenienti sia dalle città, sia dalle fabbriche e dagli allevamenti animali. Nella sola Italia i liquami contenenti gli escrementi degli allevamenti di bovini, suini, e pollame hanno un potere inquinante equivalente a quello dell’intera popolazione umana italiana. Alla contaminazione delle acque contribuisce anche lo smaltimento irrazionale dei rifiuti solidi: in Italia si tratta di 150 milioni di tonnellate all’anno, in parte urbani, in parte industriali; ogni anno milioni di tonnellate di rifiuti nocivi provenienti dalle città, dalle centrali a carbone, da industrie metallurgiche e chimiche, dagli stessi inceneritori di rifiuti, finiscono in discariche spesso illegali, da cui metalli, elementi radioattivi e prodotti di putrefazione colano nel sottosuolo e contaminano le acque.
Per farla breve, la difesa dell’ambiente richiede prima di tutto conoscenze scientifiche sulla qualità e quantità delle merci e dell’energia prodotte e usate e dei loro prodotti di trasformazione, quelli che finiscono nell’aria, nelle acque, nel suolo; solo così è possibile far rispettare le leggi, che pure esistono e progettare impianti di filtrazione e depurazione di gas, liquidi e solidi inquinanti. Occorrono soldi pubblici e occorre del coraggio per dire no a, spesso potenti, interessi privati; il premio è un miglioramento della salute, un aumento dei posti di lavoro, un aumento di cultura, scientifico-tecnica ma soprattutto civile, e, perché no ?, una crescita della democrazia.
Assieme ai reperti antichi, tre opere stanno a testimoniare la persistenza delle figure mitologiche nella cultura moderna e contemporanea, una tempera di Alberto Savinio (Creta), un dipinto del Cavalier d'Arpino (Perseo libera Andromeda) e una Medusa di pittore fiammingo anonimo della prima metà del XVII secolo. Quest'ultimo dipinto, la testa mozzata della gorgone che giace a terra in un ultimo spasmo di orrore, a lungo ritenuta, sulla scorta di Vasari, opera leonardesca, costituì l'oggetto di un famoso poema di Percy Bysshe Shelley, On the Medusa of Leonardo da Vinci in the Florentine Gallery. È il 1819 e siamo alla radice del romanticismo nero, quella corrente culturale che dalla fine del XVIII secolo si concentrò sulla zona d'ombra, di eccesso e d'irrazionale che si celava dietro l'apparente trionfo delle luci della Ragione.
Così, in piena epoca moderna, i mostri antichi riappaiono a rappresentare quella categoria del "dionisiaco" che Friedrich Nietzsche si incaricherà di elaborare sul volgere del secolo.
La Nachleben degli antichi mostri è indagata in un altro saggio del catalogo (Verde) a partire dalla Rivoluzione francese fino al contemporaneo. È un percorso che illumina esemplarmente i meccanismi attraverso i quali questo ventre ancestrale che affiora nelle raffigurazioni dei mostri costituisca un sottofondo ineliminabile della nostra fragile civiltà.
Senza scomparire mai, anche nei periodi "apollinei", come ad esempio, per tornare nell'antichità, il periodo augusteo, quando, quasi scomparsi nei monumenti ufficiali, Gorgoni, Pegasi, Sfingi ricompaiono nelle abitazioni private, numerosissimi, anche in quelle riconducibili alla più stretta cerchia familiare di Augusto, dalla casa della Farnesina a quella di Livia sul Palatino, apparentemente ridotti a puro elemento decorativo.
Apparentemente. Perché fra le tante occasioni perdute della mostra Augusto, ora alle Scuderie del Quirinale, vi è la troppo frettolosa liquidazione dell'intuizione di Ranuccio Bianchi Bandinelli sul carattere dell'arte augustea come tentativo di congelare attraverso un nuovo classicismo (Apollo è il dio di Augusto, non per caso) altre originali forme artistiche di origine ellenistica ed italica.
In questo senso, la mostra e le collezioni di Palazzo Massimo (dove si possono ammirare i meravigliosi affreschi e stucchi della Farnesina) rappresentano, in un certo senso, il necessario "rovescio della medaglia", aprendo un'indispensabile finestra su di un repertorio che i momenti di trionfante classicismo - in ogni epoca della storia - non riusciranno mai ad estirpare.
Creature che rappresentano il disordine, il caos primordiale destinato ad essere abolito dall'ordine ristabilito dagli dei olimpici: rassicurante esito di tanti miti che li vedono sconfitti, i mostri. Eppure, la loro tenace sopravvivenza ci racconta di come gli uomini di ogni epoca, abbiano sempre saputo, in fondo, che loro, e non gli dei perfetti e distanti, erano più vicini ad una realtà umana in cui paura e orrore erano (e sono) elementi ineliminabili.
A noi vicini, quindi, allora come ora, in tutte le loro valenze: come strumenti scaramantici e quindi utili per sconfiggere la paura evocandola (gorgoni) o come simboli di forze ignote che però ci attraggono (le sirene, le sfingi) o anche come rappresentazione della diversità, di un'alterità che non inevitabilmente è ostile e quindi da respingere. Ce lo ricorda, con immediatezza struggente, il meraviglioso bronzetto dell'VIII secolo a.c. prestato dal Metropolitan Museum di New York.
È la raffigurazione di un uomo e di un centauro: le due figure sono poste l'una di fronte all'altra e paiono sostenersi appoggiandosi con le braccia l'una sull'altra, in un gesto di vicinanza che ci rimanda ad una lontana, lontanissima età dell'oro, tale anche perchè due esseri così diversi potevano convivere senza scontrarsi.
Il testo rappresenta una versione ampliata della recensione pubblicata su L'Unità, 7 gennaio 2014
Da quando è stato eletto Papa, Francesco ha parlato almeno tre volte dello scandalo e della violenza della fame... >>>
Da quando è stato eletto Papa, Francesco ha parlato almeno tre volte dello scandalo e della violenza della fame nel mondo, un tema del resto trattato sempre anche da tutti i suoi predecessori. Ma nell’ultimo intervento, del 9 dicembre, il Papa ha ripetuto la parola “scandalo” per il miliardo di persone che ancora oggi soffrono la fame quando “il cibo a disposizione nel mondo basterebbe a sfamare tutti”. Ha poi continuato con parole ancora più dure: ha invitato le istituzioni e ciascuno di noi “a dare voce a tutte le persone che soffrono silenziosamente la fame, affinché questa voce diventi un ruggito in grado si scuotere il mondo”. Un ruggito, capite ? E ha continuato invitando a “diventare più consapevoli nelle nostre scelte alimentari, che spesso comportano lo spreco di cibo e un cattivo uso delle risorse a nostra disposizione”
Le parole del Papa contengono anche una sfida tecnico-scientifica, merceologica e pedagogica. E’ vero che la natura offre una sufficiente quantità di calorie e proteine alimentari con le quali sarebbe possibile soddisfare i fabbisogni di cibo per i sette miliardi di esseri umani; tali ricchezze della Terra non arrivano ai poveri affamati per le regole economiche internazionali e per la “globalizzazione dei mercati” che distorcono la loro distribuzione. Al punto che nei parsi ricchi molti si ammalano per eccesso di cibo e incredibili sprechi, mentre molti dei beni alimentari non sono accessibili neanche a coloro che li hanno prodotti. Nei paesi ricchi, abitati da appena due dei sette miliardi di terrestri, il cibo che troviamo nel negozio arriva dopo un lungo cammino che comincia nei campi dove le piante elaborano, con l’energia solare, semi, tuberi, frutti, verdure appositamente coltivati a fini alimentari.
Una parte di questi alimenti viene distrutta dai parassiti per mancanza di adeguate strutture di conservazione, una parte deperisce rapidamente e va perduta prima di essere trasferita ai luoghi di conservazione e trasformazione. Una parte degli alimenti vegetali viene destinata all’alimentazione degli animali da allevamento, oltre un miliardo di bovini, suini, pollame che trasformano i prodotti vegetali in carne e latte e uova, contenenti proteine pregiate dotate di un valore nutritivo maggiore di quello delle proteine di origine vegetale. La zootecnia assorbe circa dieci unità di valore alimentare vegetale per produrre appena una unità di valore alimentare animale pregiato. Poiché in questa trasformazione i produttori di cereali e gli allevatori di bestiame guadagnano di più che se vendessero gli alimenti vegetali per uso diretto, nel nome del profitto di poche imprese, grandi quantità di alimenti prodotti nei paesi poveri, o che potrebbero essere utilizzati direttamente dai poveri del mondo, vengono dirottati verso i più redditizi allevamenti zootecnici.
Non solo: una parte dei vegetali importanti a fini alimentari, soprattutto cereali, viene trattata per produrre carburanti “ecologici” utilizzabili al posto della benzina e del gasolio, con forti incentivi di molti governi; hanno ragione coloro che sostengono che il mais viene tolto di bocca ai poveri affamati per far correre i “suv” dei paesi ricchi. Eppure si sa che carburanti alternativi al petrolio potrebbero ben essere prodotti usando materie vegetali non alimentari, quei sottoprodotti che si formano durante ogni coltivazione agricola e che finiscono nei rifiuti. Altre perdite si hanno nelle fasi successive del ciclo degli alimenti; nessun prodotto arriva sulla nostra tavola direttamente dai campi o dagli allevamenti; i prodotti dell’agricoltura e della zootecnia vengono trasportati, spesso a distanza di migliaia di chilometri, e poi trasformati, conservati, inscatolati dall’industria agroalimentare con elevate perdite di sostanze preziose dal punto di vista nutritivo. Si può stimare che ogni dieci unità di valore nutritivo forniti dall’agricoltura e dalla zootecnica soltanto due arrivino come cibo al “consumo” finale, con conseguente spreco di beni ambientali, di energia, di acqua e relativi inquinamenti.
Ma lo spreco di cui parla il Papa non è solo questo. Circa il 30 percento degli alimenti che entrano nelle famiglie, nei ristoranti, nelle mense delle comunità, va perduto come rifiuti nelle discariche. Sono vissuto in un tempo in cui si raccontava ai bambini l’ingenua favoletta di Gesù che scendeva da cavallo per raccogliere una briciola di pane caduta per terra. Oggi la massa di perdite e di sprechi del ciclo alimentare ammonta a diecine di miliardi di tonnellate all’anno: utili programmi di ricerca scientifica permetterebbe di verificare dove si trovano gli sprechi, da che cosa sono costituiti, come è possibile trasformare il rifiuto in ricchezza, come è possibile trarre cibo di buon valore alimentare da sottoprodotti o da piante finora trascurate. Fortunatamente esistono alcuni, troppo pochi, centri di ricerche su questa “tecnologia della carità” e purtroppo il tema dello spreco alimentare è del tutto assente dai piani dei “saggi governanti.
È questo uno dei due veri elementi di novità contenuti nel così detto Decreto Valore Cultura: l'aver abbandonato la logica dell'uomo solo al comando che arriva e, come il tarantiniano Wolf, "risolve problemi". È la nefasta logica dei commissariamenti che a Pompei, come a L'Aquila, ha provocato disastri, talora così gravi da fornire materiale per le procure della Repubblica.
Ora invece, a guidare il recupero del sito, troviamo competenze giustamente diversificate, che non si sovrappongono a quella tecnica -archeologica (come era invece avvenuto in passato con effetti paralizzanti) e in grado di presidiare due aspetti decisivi come il controllo della legalità e la gestione della macchina ministeriale.
E assieme, potranno, anzi dovranno essercene altre, a partire, soprattutto, da quella di pianificazione territoriale.
Perchè l'altro elemento di novità di questo decreto legge consiste nell'aver collegato il recupero del sito archeologico alla riqualificazione dell'area circostante: stiamo parlando di un territorio, quello di Pompei e dei comuni limitrofi, dove i fenomeni di abusivismo edilizio, consumo di suolo, carenza di servizi raggiungono livelli fra i più elevati d'Italia. Non si salva il sito di Pompei, se non si recupera l'intero territorio ad un livello di qualità urbana accettabile: se la situazione dell'area archeologica è tuttora a rischio, non è per carenza di fondi, che a Pompei non sono mai mancati, ma perchè per decenni si è continuato a ragionare in un'ottica esclusivamente intramoenia, priva di una visione di ampio respiro, quasi che il sito fosse ancora affare esclusivo di accademici e ricercatori.
Non è più così: non perchè la ricerca scientifica debba essere ora tralasciata a vantaggio di estemporanei esperimenti di "valorizzazione" come quelli del commissario Marcello Fiori (peraltro osannati, all'epoca, dall'allora presidente del Consiglio Superiore dei bb.cc.), ma perchè quella ricerca va ora indirizzata, massicciamente, a risolvere i problemi di sostenibilità derivanti da un turismo di massa cui va offerta un'esperienza culturale adeguata alle molteplici esigenze di un'utenza globalizzata nei numeri, ma non nei bisogni e nelle attese.
Fra un paio di settimane, con la nomina del Soprintendente della nuova Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia inizierà operativamente questa nuova fase. Sarà l'ultima occasione, in ogni senso, per il sito archeologico e il territorio circostante: è una sfida rischiosa perchè già da molto tempo, sin dall'arrivo dei fondi europei, si sono scatenati gli appetiti di chi pensa a questa come l'ennesima opportunità per rovesciare su di un'area già al collasso una colata di cemento residenzial-commerciale accessoriata di Archeopark stile Las Vegas (progetto già presentato dall'Amministrazione comunale).
Per il recupero non solo archeologico, ma urbanistico e soprattutto sociale di questo territorio occorre fare esattamente il contrario: senza cedimenti, senza ritardi. Solo così a Pompei, e non solo, potremo sperare di superare la nottata.
L'articolo è pubblicato, contemporaneamente, su L'Unità on-line, "nessundorma".
Stiamo appena risanando alla meglio le ferite apportate al nostro paese da alcune settimane di tempeste fuori dell’ordinario... >>>
Minore attenzione viene invece rivolta al ruolo che il mare ha in questi eventi così gravi; il mare, la cui superficie è oltre il doppio di quella delle terre emerse, è un gigantesco collettore dell’energia solare che scalda la superficie degli oceani (il più grande è quello Pacifico, seguito da quello Atlantico e dall’Oceano Indiano) e dei tanti mari, alcuni dei quali, come il Mediterraneo, sono poco più che grandi laghi all’interno dei continenti. L’acqua di mare è caratterizzata da una temperatura variabile a seconda della latitudine e della stagione e che risulta “in media” di circa 15 gradi Celsius, e da un contenuto medio di sali di circa 35 chilogrammi per metro cubo di acqua, anche questo variabile a seconda della vicinanza delle foci dei grandi fiumi di acqua dolce o della vicinanza dei ghiacciai polari.
Il flusso della radiazione solare scalda gli strati superficiali dei mari e fa evaporare una parte dell’acqua che si disperde nell’atmosfera, il terzo protagonista del grande ciclo dell’acqua sulla Terra. Il vapore acqueo caldo sale nella massa dell’atmosfera e si dirige verso zone della Terra più fredde, nelle quali si separerà dall’atmosfera in forma liquida ricadendo sui mari e sulle terre emerse sotto forma di piogge. Questo spostamento delle masse di vapore acqueo nell’atmosfera contribuisce a generare quelli che chiamiamo venti, il quarto protagonista del grande spettacolo che si svolge sul palcoscenico della natura. Le variazioni di temperatura della superficie terrestre e dei mari, i venti e i continui movimenti degli strati superficiali del mare hanno un ruolo benefico per l’esistenza umana: scaldano le parti fredde della Terra, rendono abitabili le zone calde e portano piogge nelle zone aride.
Qualche volta la natura esagera; per motivi poco noti certe volte “piove troppo” e altre volte le piogge ritardano e provocano siccità. L’analisi delle forze che governano le grandi circolazioni di acque e aria sul pianeta, spiega che le normali bizzarrie climatiche si sono aggravate, in questo ultimo secolo, per il lento aumento della temperatura dell’atmosfera, e quindi della superficie dei mari, dovuto alla modificazione della composizione chimica dell’atmosfera per colpa degli inquinamenti umani. L’IPCC, il gruppo di scienziati di diversi governi che studiano i mutamenti climatici, ha di recente completato il quinto aggiornamento sul clima planetario che ha confermato il rapporto fra attività umane e peggioramento del clima. Mediante l’uso di modelli matematici adesso si capisce qualcosa di più sull’origine delle tempeste che devastano sempre più spesso tante parti del pianeta con una frequenza e violenta che non si ricordavano da decenni o secoli.
Che fare ? Le opere di rimboschimento o la protezione del verde esistente consentono di rallentare il flusso delle acque sul terreno e l’erosione. Soprattutto occorre cercare di prevenire le conseguenze che tali bizzarrie avranno sulle terre emerse, tenendo liberi da ostacoli gli alvei di torrenti e fiumi, “le strade” in cui le piene improvvise possano scorrere liberamente verso il mare. Questo richiede più rigorose norme che vietino le costruzioni vicino o lungo le strade dell’acqua e occorrono sistemi di vigilanza continua sui fiumi, torrenti e fossi: delle sentinelle idrologiche che informino continuamente le autorità responsabili sullo stato delle acque. Ma ci sono anche dei possibili preallarmi delle condizioni climatiche anomale.
Uno è costituito dalla misura della temperatura delle acque costiere, in genere in aumento quando si avvicinano piogge particolarmente intense. Mi chiedo quanti amministratori pubblici sappiano che l’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha un proprio sito Internet www.mareografico.it, nel quale sono riportati, per numerose stazioni costiere, istante per istante, i caratteri fisici del mare: temperatura, acidità, salinità le informazioni essenziali per conoscere lo stato dei mari e il suo mutamento. Il prof. Antonio Lupo mi ha scritto che alcuni quotidiani del Friuli pubblicano ogni giorno i dati del mare misurati dai locali Istituti Nautici.
Mi auguro che tutti i quotidiani vogliano inserire un piccolo notiziario “del mare” considerando che l’Italia ha ottomila chilometri di coste, è esposta a siccità e tempeste che, in parte, possono essere previste proprio da tali dati. Questa vigilanza offre una nuova occasione di “servizio” alla comunità civile per le università e gli Istituti tecnici regionali, e per le autorità civili e militari del mare. Oggi è certo, infatti, che è il mare il vero grande protagonista e responsabile degli eventi da cui dipendono la vita e l’economia.
Sui soldi pubblici a disposizione del Comitato Expo Venezia nonsono stati forniti dettagli. Dal momento che i contribuenti veneziani giàdevono pagare i costi delle “sfortunate” candidature presentate dal Comune per le Olimpiadi e la Città dellacultura, non dispiacerebbe essere sicuri che la legacy non sia un’ereditàpassiva. “I conti sono a posto”, hanno detto i relatori che, hanno peròribadito il concetto che i "territori devono avere risorse per fare questeiniziative". Fra le richieste piùpressanti, quella già avanzata in più occasioni dall'onorevole Fincato,preoccupata che Torino essendo più vicina a Milano ci scippi i turisti, diavere treni "dedicati" ai visitatori dell'Expo. Forse è solouna coincidenza, ma il taglio operato in questi giorni di quattro treniregionali sulla tratta Venezia Milano sembra una requisizione preventiva deibinari da offrire agli amici dell'Expo.
Cara ministra Carrozza, ho nutrito qualche speranza per le sorti della nostra Università quando lei ne ha assunto il dicastero. Ho immaginato che – pur all'interno di un governo che tradiva il mandato degli elettori e nell'auspicata brevità del suo mandato – potesse intervenire almeno su un aspetto limitato, ma importante della vita dei nostri atenei. Un aspetto, come chiarirò più avanti, che non comporta alcuna spesa, realizzabile in tempi brevissimi con un dispositivo di legge. L'ho sperato perché lei è donna di scienza ed è per giunta pisana, come Galilei. E dunque rammenterà bene il motto cui si ispirava l'Accademia del Cimento: « Provando e riprovando ». Dove quel “riprovando”, come lei ben sa, non significa “provare di nuovo”. Questo in genere lo credono gli economisti neoliberisti – per lo meno quelli che hanno notizia dell'Accademia del Cimento – i quali immaginano che le loro ricette falliscono e producono effetti dannosi, perché male applicate e non perché errate in sé e alla prova dei fatti. Per tal motivo vogliono “riprovare” a imporle. Mentre il “riprovare” galileiano significa rigettare, rifiutare come erronea una ipotesi che ha mostrato la sua fallacia alla verifica sperimentale.
Ora lei aveva (e ha) la cultura e gli strumenti per cominciare a riprovare il Grande Errore, sperimentato in Europa negli ultimi 15 anni, che sta distruggendo le nostre Università. E il Grande Errore – che ha certificato il suo universale fallimento nella Grande Crisi in cui ci dibattiamo – ha la sua radice nell'idea di assoggettare l'intero sistema formativo alle stringenti necessità competitive delle imprese. l'Università ridotta ad azienda, secondo la perfetta esemplificazione popolare. Tale pretesa, imposta a suon di leggi, senza alcun confronto e dibattito con la comunità dei docenti e degli studenti, ha cambiato radicalmente la vita delle nostre Università. Essa ha dissolto ogni preoccupazione del legislatore per la qualità dell'insegnamento e della ricerca, per il contenuto delle discipline, il modo di insegnarle (non solo nell'Università, anche nella scuola), e ha trasferito tutta l'attenzione riformatrice, con una furia normativa senza precedenti, sul versante della “produttività” , dei risultati e del loro asfissiante controllo. Non più il che e il come, ma il quanto. Quanti “prodotti”( è questo il termine che si usa ormai per nominare libri e saggi) sono stati pubblicati dai docenti, quanti laureati producono le varie Facoltà, in quanto tempo, per quale mercato del lavoro? Il mostro burocratico dell'Anvur, inefficiente e sbagliato, è figlio di questa idea. Ad essa ubbidiscono ormai da anni gli sforzi quotidiani di docenti, amministratori, studenti impegnati nel compito di rendere misurabili e giudicabili le loro prestazioni. E sotto lo stesso cielo basso si muove ora la sua trovata del Liceo breve. In Italia, in maniera particolare, la pressione del Ministero e dei rettori ha un carattere manifestamente punitivo, come ha ben mostrato Gaetano Azzariti sul Manifesto (12.11.2013 ) Sicchè, parodosso già evidente in vari ambiti sociali, la cultura neoliberista, che critica l'intromissione dello stato e il peso delle burocrazie, opera in direzione esattamente contraria. Non c'era mai stato, nelle nostre Università, tanto stato e tanta burocrazia quanto oggi.
Lentamente il modello storico dell'Università cambia, da istituzione che realizza ricerca e fornisce insegnamento, diventa il luogo in cui si fa insegnamento ( sempre meno alimentato dalla ricerca) e amministrazione. Affannosa amministrazione di norme sempre nuove. La pretesa del legislatore di controllare l'economicità di ciò che si studia e di ciò che si insegna non solo ruba tempo ed energia agli studi e alla ricerca. Non solo ha portato a sottrarre risorse rilevanti alle discipline umanistiche considerate poco utili all'economia del paese. Non solo tende a impedire per l'avvenire progetti di grande respiro, che richiedono lavoro di lunga lena da parte dei giovani studiosi. Lei immagina oggi, cara ministra, un giovane Fernand Braudel che investe anni di ricerca per scrivere il suo vasto affresco sul Mediterraneo, non avendo alcuna certezza della sua stabilità, mentre i suoi colleghi vincono i concorsi pubblicando brevi articoli? Non è solo questo, che è già grave: un piano di rimpicciolimento delle figure intellettuali delle generazioni venture. Avanza l'idea perniciosa di piegare il mondo degli studi e della ricerca a una pianificazione di tipo “sovietico”, nel tentativo di stabilire non solo quali discipline, ma anche quali professioni sono da privilegiare e quali da bandire. Il numero chiuso, gli sbarramenti che tante Facoltà innalzano per impedire le iscrizioni dei giovani, annunziano questa crescente subordinazione della formazione delle nuove generazioni alle richieste mutevoli e contingenti del mercato del lavoro. Ma qui c'è una frontiera invalicabile che l'Università deve difendere. Debbo proprio ricordarle che l'Università già ubbidisce, in maniera mediata, alla divisione sociale del lavoro del nostro tempo? Per quale ragione le nostre Facoltà laureano ingegneri, chimici, medici se non per rispondere con saperi specialistici al mercato del lavoro di una società industriale avanzata? Ma tra le imprese e l'Università sino a oggi ha operato l'autonomia di quest'ultima. Oggi la tendenza dispiegata è di piegare le Università a criteri di economicità aziendale e rozzamente produttivistici. Il modello irresistibile è quello delle imprese di ricerca biotecnologiche, quotate in borsa, che finalizzano gli studi alla produzione di brevetti e alla realizzazione di profitti. Sapere per fare danaro. Ma questa linea decreterebbe la morte del sapere libero quale finora l'abbiamo conosciuto, il taglio delle radici della nostra civiltà. E si tratta per giunta di una tendenza miope e miserabile anche sotto il profilo economico. E' la cultura che crea l'economia, non il contrario. Occorre capovolgere il pensiero neoliberista. Non sono le ragioni transitorie di un capitalismo selvaggio e senza regole che devono comandare gli orizzonti della ricerca. L'Università non deve solo ubbidire al mercato del lavoro, lo deve anche creare. Il sapere deve inventare nuovi scenari e professioni possibili. Carlo Cattaneo, nel suo secolo (forse più lungimirante del nostro), usò una suggestiva metafora per indicare l'apporto che la scienza e il dinamismo urbano avevano dato alla sviluppo delle nostre campagne. « La nuova agricoltura – scriveva – nasce nelle città ». E' questa oggi l'altezza della sfida. L'Università non solo deve creare la “nuova economia”, deve contribuire a una idea di società possibile, perché quella che ci lascia in eredità il capitalismo tardonovecentesco è in rovina.
E allora, cara Ministra, anche senza risorse lei, col concorso di tanti parlamentari, potrebbe azionare la leva capace di avviare un processo di “liberazione” della nostra università. Bandisca i crediti come criterio di misurazione delle discipline. Tolga dalle nostre Facoltà e dalle menti degli studenti l'ossessione dell'accumulo di esami e lezioni come mezzi finanziari per realizzare un profitto. Restituisca ai saperi la loro dignità, li rifaccia diventare Letteratura italiana, Filosofia teoretica, Antropologia culturale, Storia contemporanea... Oggi sono numeri di una banca virtuale. Favorisca il ritorno di una didattica orientata da materie fondamentali e complementari con cui gli studenti possano programmare con semplicità il loro curriculum. A molti può sembrare una richiesta minimale, soprattutto alla luce della drammatica scarsità di risorse in cui l'Università è stata gettata. Non è così. Occorre strappare almeno in un punto l'ordito totalitario del pensiero unico. Da qui si può partire per cominciare a rovesciare il Grande Errore, che è prima di tutto culturale, trovare lo slancio per cancellare a poco a poco la montagna burocratica sotto cui sta soffocando il mondo degli studi. Anche così la rivendicazione per nuove risorse e investimenti in sapere può ritrovare energia e prospettiva.
Conosciamo, cara ministra, l'obiezione possibile a tale iniziativa: i crediti sono uno strumento di valutazione ormai utilizzato negli atenei d'Europa. La risposta che viene d'istinto è: non c'è alcun obbligo a imitare la stupidità sol perché essa viene praticata a scala continentale. Quella meditata dice: si possono far corrispondere ai vari insegnamenti delle numerazioni per l'interfaccia con quelli europei e il problema è risolto. Perché non dovremmo essere noi italiani a far uscire dal sonno dogmatico gli atenei d'Europa? Dopo tutto, l' Università è nata da noi. Avremmo qualche ragione storica e autorevolezza per avviare la liberazione dell'università europea dall'abiezione e dalla stupidità dell'economicismo.
www.amigi.org
Il testo è pubblicato contemporaneamente su L'Unità on-line, nessundorma
“L’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire; finirà per distruggere la Terra”: queste parole furono pronunciate da Albert Schweitzer... >>>
“L’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire; finirà per distruggere la Terra”: queste parole furono pronunciate da Albert Schweitzer, il grande pensatore premio Nobel per la pace, nel 1953, quando le esplosioni delle bombe atomiche nell’atmosfera stavano diffondendo atomi radioattivi e cancerogeni su tutto il pianeta. Lunghe lotte portarono alla cessazione delle esplosioni nucleari nell’atmosfera, poi anche di quelle nel sottosuolo; poi venne la distensione fra le due superpotenze, USA e URSS e poi la scomparsa dell’URSS che avviò un’era di relativa pace. Sorsero nuovi giganti industriali,e una ondata di progresso tecnico-scientifico in tutto il mondo; cominciò un aumento dei consumi e dell’uso dell’energia e delle risorse naturali, accompagnato da un brusco aumento della diffusione nel pianeta di rifiuti solidi e liquidi che contaminavano le terre e gli oceani, e di gas come anidride carbonica, metano, composti clorurati, eccetera, che modificarono rapidamente la composizione chimica dell’atmosfera.
Già nei primi anni del Novecento alcuni chimici come Arrhenius e Vernadskij avevano fatto quattro conti e avevano spiegato che un aumento della concentrazione di tali “gas serra” nell’atmosfera avrebbe portato un aumento della temperatura media della superficie dei continenti e dei mari, con un turbamento di quel delicatissimo e fragile equilibrio termico da cui dipendono le piogge e la formazione dei ghiacciai permanenti e dei deserti, la circolazione delle correnti che spostano il calore da una parte all’altra dei grandi oceani, scaldando alcune zone fredde e rinfrescando altre, rendendo fertili le terre nordiche e gradevoli quelle tropicali.
Ben presto si è visto che l’aumento della temperatura media del pianeta provoca la fusione di una parte dei ghiacciai polari con successive reazioni a catena: nella trasformazione dell’acqua solida in acqua liquida masse di acque fredde e prive di sali vengono miscelate con le acque saline del mare; inoltre dai ghiacciai che fondono si libera il metano, intrappolato da tempi antichissimi, che si disperde nell’atmosfera e contribuisce anche lui ai cambiamenti climatici. Tutte reazioni di cui si vedono le conseguenze certe sotto forma di più frequenti violente tempeste o lunghe siccità, di avanzata dei deserti in alcune zone, di più intensi flussi dei fiumi in altre.
Gli effetti negativi dei cambiamenti climatici potrebbero essere contenuti attraverso una limitazione delle attività umane inquinanti, ma qualsiasi tentativo in questa direzione è finora fallito perché danneggia potenti interessi economici, gli affari, le finanze, le imprese, i produttori di petrolio e di energia o gli sfruttatori delle terre agricole e delle foreste
Già novanta anni fa i biologi matematici Volterra e Kostitzin avevano spiegato che l’intossicazione dell’ambiente dovuto ai rifiuti delle attività dei viventi porta ad un inevitabile sofferenza e declino delle popolazioni che tale ambiente occupano, tanto più rapido quanto maggiore è la produzione di rifiuti. E quarant’anni fa Commoner (“Il cerchio da chiudere”) aveva scritto che i guasti ambientali sono proporzionali al “consumo” procapite di merci e risorse naturali e alla conseguente produzione di scorie. Temi poi ripresi dal libro sui “Limiti alla crescita”. Tutte cose ridicolizzate o dimenticate o ignorate dal potere economico e dalle autorità politiche perché disturbano il ”normale” andamento delle cose.
Che fare per, almeno, attenuare costi e dolori ?
Ci sono varie alternative: quella attuale è andare avanti come al solito ignorando il fatto (certo) che ci saranno sempre più frequenti disastri ambientali come quelli che hanno devastato la bella Nuova Orleans, o le Filippine, o le fortunate isole e coste turistiche, e rimediando i danni con i soldi. In Italia si invoca lo stato di calamità naturale che consiste nel chiedere soldi pubblici per risarcire chi perde la casa, e i beni o i raccolti, o i macchinari delle fabbriche, o per ricostruire strade e ferrovie e scarpate e ponti travolti dalle intemperie o dalle frane e alluvioni. Soldi che vengono poi spesi in genere per ricostruire negli stessi posti che saranno di sicuro devastati da eventi futuri.
La seconda alternativa è offerta dalla recente invenzione della resilienza, cioè dell’adattamento alle prevedibili catastrofi senza fare niente per prevenirle. Si sa che le tempeste tropicali e l’aumento del livello degli oceani potranno danneggiare le strutture costiere: pensiamo allora a costruire edifici su piloni, barriere nel mare per proteggere le rive; si sa che le più frequenti e intense piogge provocano frane e alluvioni: pensiamo a costringere i fiumi dentro canali e argini artificiali. La fantasia dei resilientisti è senza fine nel suggerire come adattarsi alla ”cattiveria” della natura e del pianeta senza ricorrere a divieti che rallenterebbero il glorioso cammino della crescita economica.
Ci sarebbe un’altra soluzione; dal momento che si può interrogare la natura e prevedere come circoleranno le acque e le masse d’aria in conseguenza di quello che stiamo facendo al pianeta e dal momento che non sembra ci sia nessuna ragionevole possibilità di frenare le modificazioni in atto, cioè di consumare meno energia o di rallentare i consumi, si potrebbe cercare almeno di non occupare gli spazi, pure economicamente appetibili, dove si manifesteranno le forze distruttive della natura. La chiamavano pianificazione territoriale ed era insegnata anche in cattedre universitarie ed era stata raccomandata e spiegata da studiosi, ed era perfino stata ascoltata, se pure non attuata, da alcuni uomini politici illuminati e presto spazzati via. Perché perfino il minimo rimedio della pianificazione presuppone lo “sgradevole” coraggio di dire di no, di vietare la presenza umana nelle zone ecologicamente fragili ed esposte a frane, marosi, tempeste e ad altri eventi catastrofici.
Il divieto di costruire opere permanenti, ad esempio a meno di cento metri di distanza dalla riva del mare o dei fiumi, per permettere alle onde e alle acque di recuperare i propri spazi naturali, una minima azione di prevenzione, priva l’uso delle zone più appetibili e ne danneggia i proprietari; un divieto inaccettabile perfino allo stato che, teoricamente, sarebbe il proprietario di parte delle coste e rive, come dimostra la frenesia di vendere le spiagge ai “concessionari”, dopo che essi hanno già devastato le zone ricevute in affitto.
Insomma la pianificazione e la prevenzione non rendono niente ma anzi costano e disturbano la proprietà (privata ma anche pubblica); poco conta che tali costi permettano “ad altri” di risparmiare costi futuri. Nessuna ragionevole persona, nella società del libero mercato, deve spendere neanche un soldo pensando “ad altri”, non al prossimo vicino e tanto meno al prossimo del futuro. Quando ci fanno vedere alla televisione le file di cadaveri, le persone disperate nel fango, al più rivolgiamo un pensiero a “quei poveretti”, fra una forchettata e l’altra. E così, con allegra incoscienza e ignoranza di singoli e di governanti, si corre spensieratamente verso un ancora più sgradevole futuro.
Il Fatto Quotidiano online, blog di Fabio Balocco, 11 novembre 2013
This Uscita del Pdl di Vendere le spiagge su cui insistano Stabilimenti balneari Non E Che l'ultimo atto - in Ordine di tempo si intende - Di Una squallida tragicommedia all'italiana Che riguarda la Gestione dei beni demaniali da parte dello Stato, Uno Stato da un lato sempre Più pronto un tagliare i Servizi Pubblici Essenziali e dall'altro sempre Più prono un soddisfare i desiderata dei privatizzazione Che prosperano sullo sfruttamento dei beni della collettività. Secondo Una logica Di quella Che i latini chiamerebbero mala gestio, cattiva Gestione, della cosa pubblica.
Quanto ricava lo Stato ambrogetta Concessioni? Facciamo Qualche Esempio: Le Cave. Secondo il rapporto di Legambiente 2011 i cavatori pagano alle Regioni il 4% del prezzo di vendita degli inerti ed in ALCUNE Regioni addirittura si cava gratis, Detto ho "gratis": Basilicata, Calabria, Sardegna, Sicilia. In Sostanza, a fronte di 36 Milioni di euro introitati, ABBIAMO un miliardo e 115 Milioni ricavati Dai cavatori Nella vendita. Un regalo bel per il set- tore delle costruzioni, Non C'è che dire.
E le acque minerali? Secondo il rapporto di Legambiente Ed Altreconomia del 2011, a fronte di un volume di affari di 2,3 d'miliardi di euro nel 2009, le Regioni non Annone Ancora adeguato i canoni di una Quelli (pur bassi) Stabiliti Nella Conferenza Stato / Regioni del 2006 . Il fanalino di coda e La Liguria, Che introita Meno di 5.000,00 (!!!) di euro all'anno per i 978 ettari di Concessioni.
E veniamo appunto alle spiagge. Secondo il WWF sui Nostri litorali ci Sono 12.000 Stabilimenti balneari (erano 5.368 nel 2001, cioè Meno della meta), UNO OGNI 350 metri, per un totale di 18.000.000 metri Almeno Quadri e 900 km Occupati - ovvero quasi un quarto della balneazione idonea alla costa (Io sono un 4,000 km Sugli 8,000 km di coste italiane). Un giro di affari Che INTERESSA 30.000 Aziende. I canoni? Ridicoli. Nel 2012 l'Agenzia del Demanio ha incassato 102,6 Milioni di euro Dagli Imprenditori delle spiagge. In media, poco Più di 3 mila euro a testa per Stabilimenti Che possono Superare i 10 mila metri quadri ei 10 mila euro a testa di abbonamento stagionale. This senza Contare l'evasione fiscale relativa: ai guadagni Lauti. Guadagni Che potrebbero Essere addirittura un quintuplo dell'effettivo!
Adesso si Pensa persino di venderle QUESTE spiagge, spiagge di Che FATTO A dire il vero Sono Già privato, Visto Che le Concessioni si rinnovano Automaticamente alla Scadenza. "A pensar male si fa DEGLI ALTRI peccato, ma si indovina Spesso" Diceva Andreotti. Non E da escludere Che il Pdl voglia Vendere le spiagge date Che, Secondo la Direttiva Bolkenstein, nel 2015 occorrerà rifare Tutte le gare per osare in Concessione il demanio marittimo. Buona parte delle Concessioni Oggi sono data stato senza gare ad evidenza pubblica e, venire Detto, si rinnovano Automaticamente alla Scadenza. Chiaro Che l'Applicazione della "Direttiva servizi" costituirà una bella svolta per il florido Mercato delle Concessioni Marittime, e Magari per i rapporti clientelari Che intercorrono Tra i gestori e le Amministrazioni Pubbliche. Però, se le spiagge prima del 2015 si vendessero, beh Allora cambierebbe tutto.
Protesta e si oppone perfino il senatore Ermete Realacci. Ma se poi dovesse chiedercelo l'Europa?L’Unità, 10 novembre 2013
Si combatte sulla sabbia una delle battaglie sulla legge di Stabilità. Il mondo ambientalista è in rivolta contro l’idea del Pdl di fare cassa attraverso la vendita delle spiagge italiane. O meglio, di quella parte di terreno compresa fra la strada e la zona ombrelloni, attualmente data in concessione agli imprenditori che vi gestiscono chioschi, stabilimenti e punti di ristorazione.
Una questione annosa
A puntare sulla cosiddetta «sdemanializzazione» di queste aree è il berlusconiano Sergio Pizzolante, primo firmatario dell’emendamento (uno dei tremila che saranno sottoposti la prossima settimana al vaglio del Parlamento) su cui ieri si è scatenata una vera tempesta polemica. «È una grande occasione per un’opera di riqualificazione delle strutture turistiche italiane», è convinto il pidiellino. La questione delle concessioni per la verità è annosa e riguarda 30mila imprese italiane, il cui diritto all’utilizzo della superficie pubblica è stato rinnovato automaticamente fino al 2009.
Con l’entrata in vigore della direttiva Bolkestein, l’Unione europea ha imposto la messa a gara degli spazi con un bando internazionale e concessioni più limitate nel tempo: il che, visti i possibili concorrenti di stazza continentale, metterebbe a serio rischio i piccoli operatori che lavorano nel settore da decenni. Va anche detto che i costi degli «affitti» che i gestori dei bagni pagano sono molto variabili: in molti casi si tratta di cifre che lo Stato considera risibili rispetto ai guadagni dei privati, in alcuni altri si eccede nel senso opposto, come è capitato recentemente con i maxi-canoni pertinenziali. Fatto sta che in questi anni si è andati avanti di proroga in proroga e i governi non sono ancora riusciti a trovare la quadra.
Una pericolosa testa di ponte
Ma la strategia di cedere per sempre parte delle coste è una pericolosa testa di ponte per liquidare un patrimonio di tutti gli italiani. Tagliente l’ecodem Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera: «La proposta di vendere le nostre spiagge è impresentabile e offende la dignità dell’Italia. Aspettiamo solo che qualche emulo di Totò proponga di vendere la Fontana di Trevi». Con un tweet che non ammette repliche, parte all’attacco Nichi Vendola, leader di Sel e governatore della Puglia: «Abusivismo, cementificazione, condoni. Cos’altro vogliono fare alla nostra Italia? Non permetteremo in alcun modo un altro colossale scempio delle coste del nostro Paese».
I Verdi, da parte loro, sono pronti a mobilitarsi: «Vendere le spiagge è una cosa schifosa, un delitto contro gli italiani, che verrebbero derubati di un bene che appartiene a tutti afferma il leader Angelo Bonelli Per fermare questa indecenza siamo pronti a incatenarci al Parlamento». Legambiente si rivolge al governo: «Il demanio non può essere svenduto. Ci aveva già provato l’ex ministro Tremonti con la vendita del «diritto di superficie» per 90 anni, ora ci riprova il Pdl con l’emendamento alla legge di Stabilità osserva Sebastiano Venneri, responsabile Mare dell’associazione Chiediamo ai ministri Orlando e Bray di intervenire per sventare questa assurda prospettiva».
Dal lessico politico-pubblicitario di Matteo Renzi, esibito con dovizia nelle sue recenti rappresentazioni pubbliche, è utile selezionare una espressione che suona come la sintesi del suo programma... >>>
Tale tendenza è oggi entrata in una morsa micidiale con l'esplodere della crisi economico-finanziaria. La perdita di sovranità di stati e governi a favore del potere finanziario internazionale ha tolto ai partiti il potere residuale di ripartire quote della ricchezza nazionale nel welfare, favorendo la formazione di una vasta e crescente area di diserzione elettorale e l'esplodere di movimenti di protesta e di populismi di varia natura. Da qui la spasmodica ricerca da parte delle forze politiche di trovare soluzioni abborracciate di governo ( le grandi coalizioni) e il ricorso crescente a dispositivi di ingegneria istituzionale: premierato forte, presidenzialismo, modifica dei sistemi elettorali, ecc. Il potere politico tende insomma ad acquistare parte della forza sottrattigli ( per sua scelta e responsabilità) dal potere finanziario, rafforzando la centralità del comando, restringendo gli spazi della democrazia, estendendo i dispositivi autoritari del controllo sociale. Sicché mentre il potere capitalistico-finanziario muove la sua guerra di classe contro le masse operaie e i ceti medi, partiti e governi, che non intendono rappresentare, con finalità redistributive, questi interessi colpiti, si infilano nel vicolo stretto di una “mediazione repressiva” per la difesa del sistema. Essi sperano di resistere fino a che la ripresa dell'economia non ridia loro lo spazio per una mediazione socialmente sopportabile ed elettoralmente premiante.
La posizione di Renzi è dunque doppiamente rivelatrice. Appare come l'ultimo tratto di definitiva dissoluzione della identità dei partiti e al tempo stesso viene a coincidere con il populismo di Berlusconi in un punto fondamentale: il privilegiamento della vittoria elettorale come scopo supremo dell'azione politica. Il fine è interamente assorbito e cancellato dal mezzo. Si partecipa alla lotta politica come al campionato mondiale di calcio: per vincere. Quel che si fa poi con la vittoria è poco importante. Perché il ceto politico gioca essenzialmente per sé stesso, per rafforzare le condizioni della sua sopravvivenza e del suo successo. E quel che accade nel paese che ospita il campionato è poco importante, ed è comunque sempre subordinato allo scopo supremo della riproduzione delle élites.
Tale linea, tuttavia ,ha successo per almeno una ragione: raccoglie e distorce un bisogno diffuso dei cittadini, quello di una rappresentanza politica liberata dalla opacità degli apparati, non dilaniata dai micro-interessi di gruppi e fazioni. Di fronte al disagio sociale, alla incertezza montante della vita quotidiana, all'impotenza della politica tradizionale nell'arginare poteri sovranazionali sempre più intrusivi, diventa naturale la richiesta dell'unicità del comando, della prontezza dell'iniziativa e dell'azione. I cittadini italiani chiedono una politica forte e capace, ma che assomigli il meno possibile alla politica dei partiti politici. L'odore delle segreterie è diventato un tanfo insopportabile. E' questa una delle ragioni importanti del successo di Renzi, che è anch'egli un “pollo di batteria”, ma si è presentato da subito come un anti-partito.
Naturalmente confidiamo assai poco in tale successo. Intanto, non è dato sapere – in caso di probabile vittoria di Renzi alle primarie del PD – se alla sua maestria nel vincere battaglie elettorali corrisponderà una pari capacità di governare il suo partito. Quel che appare oggi certo é che sul piano dell'azione di governo - sia in campagna elettorale che nell'indirizzo di un eventuale esecutivo, uscito da una competizione vittoriosa - Renzi cercherà di promuovere una politica delle “larghe intese” senza Pdl. Vale a dire la politica tipica di un partito piglia-tutto, che deve rispondere agli interessi molteplici, e soprattutto a quelli più forti, in cui si frantuma oggi la vita italiana. Dunque, è evidente che senza mutamenti di rilievo sulla scena politica, senza uno spostamento dell'asse strategico nel campo della sinistra, il disastro per il nostro paese diventa una prospettiva certa.
Non si tratta di profezie artatamente fosche. E' la scena presente, l'azione dell'attuale governo, che mostra l'inanità di una strategia in cui si debbono comporre interessi inconciliabili, surrogato fallimentare di quel che sarebbe necessario: una grande manovra di trasferimento di ricchezza ai ceti popolari e ai settori produttivi. E non è certo il caso di ricordare quel che è noto: il bollettino di guerra sulle statistiche della disoccupazione, dei fallimenti delle imprese, della caduta costante dei consumi. Benché un dato clamoroso occorre qui rammentarlo, perché i media, con una carità pelosa forse “comprensibile”, sono scivolati rapidamente sulla notizia: il debito pubblico è salito ancora, è arrivato al 133,3% del PIL.La ragione per la quale i governi degli ultimi anni stanno distruggendo l'economia nazionale e trascinando nella miseria masse crescenti di cittadini italiani, è ancora tutta lì: anzi è diventata più grave. E il ministro Saccomanni non sente il dovere di scusarsi, di spiegare al paese, di dichiarare la propria incapacità e di andarsene?
Dunque, se gli scenari dei prossimi mesi e anni confermeranno questo quadro, è evidente quale grande spazio potrebbe schiudersi alle forze di sinistra dotate di progetto, oggi segmentate e disperse in vari ambiti e territori. Ci sono in prospettiva scadenze importanti come le elezioni europee ( su cui hanno insistito utilmente, sul Manifesto, Tonino Perna con Alfonso Gianni e Guido Viale) : occasione imperdibile per mettere in discussione le politiche di austerità e rilanciare su nuove basi le prospettive dell'Unione Europea. E prima o poi ci saranno anche le elezioni politiche. Il Pd si presenterà a queste scadenze con addosso la corresponsabilità, insieme al Pdl, di aver aggravato le condizioni materiali degli italiani.
Lo sventolio della bandierina di una “ripresa che verrà” sarà solo uno straccio al vento e non incanterà gli elettori. E allora, chi si fa avanti, chi si candida a rappresentare il vasto popolo della sinistra? Sappiamo bene che la politica non si esaurisce nei partiti e neppure nelle rappresentanze e nei governi. Ma oggi queste rappresentanze al potere stanno demolendo mezzo secolo di conquiste in tutti i settori della vita nazionale. Le lasceremo fare? Lo scenario presente non offre molte alternative.
50 anni fa a San Pietroburgo, nella Russia zarista, nasceva Vladimir Vernadskij, una delle persone più significative nella storia dell'ecologia... >>>
50 anni fa a San Pietroburgo, nella Russia zarista, nasceva Vladimir Vernadskij, una delle persone più significative nella storia dell'ecologia, un personaggio straordinario troppo poco conosciuto. Vernadskij, che aveva partecipato ai movimenti giovanili di protesta contro l'assolutismo degli Zar, dopo un periodo di studi in Germania, nel 1890 era diventato professore di geochimica, una giovane disciplina che studiava con strumenti chimici la composizione dei minerali. Per queste sue competenze era divenuto membro dell'Accademia russa delle Scienze ed era stato nominato presidente di una speciale Commissione per lo studio delle risorse naturali, incaricata di identificare i giacimenti di minerali di importanza economica sparsi nello sterminato impero russo. Vernadskij aveva studiato, in particolare, i minerali radioattivi che erano stati scoperti e descritti pochi anni prima dai coniugi Curie.
Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917 Vernadskij aveva continuato i suoi studi e l'insegnamento. Non era membro del Partito Comunista, ma fu rispettato e apprezzato dal governo bolscevico e da Lenin, e poi da Stalin, che lo incaricarono di continuare a dirigere la Commissione per le risorse naturali e anzi di intensificarne l'attività. In un periodo della storia russa che molti descrivono come oscuro, violento, intollerante, questo non-comunista fu nominato presidente della prestigiosa Accademia delle Scienze dell'URSS, girava il mondo e passò alcuni anni, dal 1924 al 1926, a Parigi presso l'Istituto Pasteur.
A Parigi insegnò all'Università, mettendo a punto la nuova rivoluzionaria visione biogeochimica della grande unità di tutto il mondo biologico e inanimato, che sta alla base della moderna ecologia. Nel periodo di Parigi apparvero, prima in francese e poi in russo, due opere fondamentali di Vernadskij: "La geochimica" e "La biosfera". Nella Parigi di quegli anni venti - l'"età dell'oro dell'ecologia", come l'ha chiamata il biologo italiano Franco Scudo (1935-1998) - vivevano e insegnavano anche il grande matematico italiano Vito Volterra (1860-1940), che descrisse le leggi fondamentali della coesistenza delle popolazioni animali, e il russo Vladimir Kostitzin (1883-1963), emigrato dall'Unione Sovietica dopo un passato di rivoluzionario, a cui si devono altre opere fondamentali di biologia matematica.
Le lezioni di Vernadskij furono seguite dal gesuita francese Pierre Theilard de Chardin (1881-1955), che conduceva ricerche di paleontologia in Cina e a cui si deve il concetto di "noosfera", la forma in cui la storia naturale dell'uomo si completerà come trionfo della mente (noos in greco). Tornato nell'URSS, Vernadskij si batté con successo perché l'Accademia delle Scienze sovietica restasse indipendente dall'influenza politica del governo, e continuò le sue ricerche sui minerali strategici e radioattivi che avrebbero assicurato all'Unione Sovietica la produzione industriale e la vittoria contro il nazismo.
Ma soprattutto Vernadskij va ricordato per aver elaborato, in forma compiuta, la grande visione unitaria della vita sul pianeta. Una vita che si basa sulla circolazione degli elementi dall'atmosfera alle piante, agli animali, al suolo, e poi di nuovo all'atmosfera e alle acque; di questi cicli vitali fanno, naturalmente, parte gli esseri umani. Oggi sono stati inventati nuovi termini: si parla di visione "olistica", unitaria, appunto, dell'ecologia, ma il concetto di unità bio-geochimica della vita sul pianeta nasce proprio con Vernadskij quasi novant'anni fa. Vernadskij descrisse chiaramente le alterazioni del clima dovute alla modificazione della composizione chimica dell'atmosfera, tanto che già nel 1926 era chiaro quello che oggi chiamiamo "effetto serra". Vernadskij parlò del ruolo dell'ozono stratosferico come filtro delle radiazioni ultraviolette solari biologicamente dannose e delle conseguenze di quello che oggi chiamiamo il "buco dell'ozono". Negli studi biogeochimici di Vernadskij erano descritti i danni dell'erosione del suolo e i pericoli di perdita di fertilità dei terreni a causa delle attività antropiche irrazionali.
Ma forse l'opera più interessante, quasi il testamento scientifico e spirituale, è il breve saggio, pubblicato nel gennaio 1945 nella rivista americana "American Scientist", intitolato: "La biosfera e la noosfera". Vernadskij usa il termine noosfera con un significato diverso da quello di Theilard de Chardin; per Vernadskij la "noosfera" è l'insieme delle modificazioni operate sulla biosfera dalle attività derivate dalla mente umana. Vernadskij spiega bene che tali modificazioni possono essere negative per i grandi cicli biogeochimici da cui dipende la sopravvivenza della stessa specie umana, ma nota che tali modificazioni --- se dominate dalla mente umana, anziché dall'avidità di gruppi o singoli --- possono anche contribuire al progresso umano attraverso l'uso razionale delle ricchezze della natura.
Un messaggio di speranza che viene da uno scienziato che è passato, a testa alta e rispettato, attraverso lo zarismo e l'epoca sovietica, giustamente onorato in Russia tanto che a Mosca al suo nome sono intestati l'Istituto di Geochimica dell'Accademia delle Scienze, un grande viale e una stazione della metropolitana. Il contributo di Vernadskij è poco noto sia perché molte delle sue opere sono state scritte in russo, sia perché c'è una specie di pigrizia, da parte di tanti, nei confronti delle radici culturali dell'ecologia. Soltanto nel 1999 l'editore Sellerio ha pubblicato un'ampia raccolta dei suoi scritti col titolo: "La biosfera e la noosfera". E sarebbe utile che tali scritti fossero letti da chi dovrebbe occuparsi di ambiente nell'Italia odierna.
Questo articolo è inviato contemporaneamebte alla Gazzetta del Mezzogiorno
La ventilata creazione a Venezia di un parco divertimenti denominato Veniceland ha dato la stura all’ennesimo finto dibattito tra i maggiorenti locali...>>>
La ventilata creazione a Venezia di un parco divertimenti denominato Veniceland ha dato la stura all’ennesimo finto dibattito tra i maggiorenti locali. In Regione sono entusiasti, mentre il sindaco si è detto non del tutto convinto. Troveranno sicuramente un’intesa, magari abbassando di qualche centimetro l’altezza delle giostre o affidando il disegno dei costumi dei figuranti impiegati nel parco a qualche stilista di fiducia. Non affronteranno, però, nessuno dei fenomeni dei quali il progetto di Veniceland è solo il logico e previsto risultato e sui quali sembra quindi opportuno attirare l’attenzione.
1. Il primo è il concetto di città al quale ci si riferisce, a tutti i livelli di governo e da tutte le parti politiche, quando si parla di città competitiva. Lo slogan ossessivamente ripetuto è che le città sono, o devono diventare, il motore della crescita, e quindi lottare per essere sempre più attrattive e catturare nuove quote di investitori e clienti. Ma, per rimanere nella metafora agonistica, si finge di non sapere che non tutti giocano nello stesso campionato. Nel mercato globale che i nostri intrepidi amministratori vorrebbero conquistare, esistono ben precise classifiche che individuano le città dove si prendono le decisioni finanziarie e politiche che contano, quelle dove i nuovi schiavi producono merci e beni di consumo, quelle dove devono ammassarsi i milioni di contadini ai quali viene sottratta la terra agricola, quelle dove si va a “spendere il tempo libero” e che comprendono sia le cosiddette città d’arte, di cui Venezia si vanta di essere l’epitome, che quelle appositamente progettate e costruite per il divertimento.
A questa divisione dei ruoli, che trova corrispondenza spaziale in una zonizzazione urbana globale, ogni città deve fare riferimento per trovare la giusta “arena” dove allenarsi e attrezzarsi nell’illusione di poter vincere. In quest’ottica, secondo la quale Venezia e Las Vegas, Carcassone e Celebration City sono destinazioni intercambiabili sulla mappa delle multinazionali che gestiscono il business del turismo di massa, l’idea di creare all’interno di Venezia - che è attualmente un parco giochi diffuso, disordinato,e in gran parte abusivo e esentasse - un vero e proprio theme park è perfettamente coerente con i dogmi economici imperanti.
2. Recinto nel recinto, copia contraffatta ma più autentica dell’originale perché più corrispondente alle aspettative dei clienti ai quali è destinata, Veniceland si dimostrerà un ottimo affare per gli investitori. Ma a quale costo per la collettività nel cui territorio si insedia?
All’imprenditore vicentino, che ha proposto il progetto, va riconosciuto il merito di non presentarsi come un mecenate che porge regali alla città, ma come un serio fabbricante di giostre la cui professionalità è riconosciuta a livello internazionale. I suoi prodotti sono apprezzati ed acquistati ovunque nel mondo, da Coney Island a Bagdad, dove ha di recente realizzato Sindbad Land. Secondo il Giornale di Vicenza, non solo quella nella capitale irachena è una “commessa memorabile (perché) le giostre vicentine diventano il simbolo del ritorno alla normalità e della fine della paura in Iraq”, ma “George W. Bush, prima di gridare al mondo Missione compiuta con la statua di Saddam nella polvere, avrebbe dovuto aspettare Zamperla!
Se dire che altrettanto memorabile è la commessa a Venezia – perché sancisce la fine della guerra persa dagli abitanti ormai deportati o passati dalla parte dei conquistatori di Venicestan - può sembrare una facile battuta, più serio è chiedersi, e pretendere di sapere dalle autorità responsabili, quale è il prezzo della resa.
L’isola di San Biagio è proprietà demaniale di competenza del Magistrato alle Acque, che ora l’ha data in concessione per 4 anni all’impresa Zamperla. La stampa locale, che ci delizia con le immagini accattivanti delle attrazioni che verranno realizzate, non fornisce informazioni circa i termini della concessione. Gratuita? Con quale beneficio per i pubblici proprietari, cioè tutti noi? L’impresa Zamperla ha già detto che se il progetto parte, chiederà il rinnovo della concessione per 40 anni. Ha un diritto di prelazione? E soprattutto, è stata fatta, e da chi e con quali criteri, una rigorosa valutazione economica del bene pubblico di cui, a nostra insaputa, ci stanno privando?
L’area si estende per oltre 40 ettari e si trova in una posizione strategica dal punto di vista degli sviluppatori del turismo di massa. Da ogni suo punto si possono “ammirare” le grandi navi ormeggiate nella stazione Marittima, le quali a volta godranno di vista mozzafiato sul parco giochi. E’ raggiungibile a piedi in pochi minuti dall’Hilton Stucky che ne potrà diventare l’hotel di riferimento. Solo un canale la separa dall’isola di Sacca Fisola, dove la valorizzazione del quartiere di edilizia popolare, costruito negli anni ’60 per i lavoratori veneziani, consentirà una gigantesca speculazione immobiliare e il completamento della ripulitura della città degli abitanti a basso reddito. La domanda alla quale lor signori non hanno finora risposto è dunque “quanto vale l’isola di san Biagio sul mercato globale (e non solo negli ambienti del Magistrato alle Acque), in termini attuali e potenziali”?
Nella valutazione economica dell’operazione dovrebbero essere dettagliatamente considerati anche i costi diretti e indiretti, legati alla costruzione delle necessarie reti infrastrutturali (trasporti, acqua, energia, smaltimento rifiuti). L’imprenditore Zamperla ha già detto che gli servirà un collegamento con il Tronchetto. Si tratterà di un vaporetto di linea che verrà distolto dal già disastroso sistema di trasporto pubblico? di un prolungamento del people mover, che del resto è già una giostra ? di un ponte tra san Basilio e san Biagio? di un tunnel sotto il canale della Giudecca? di tutte queste cose insieme che convergeranno verso l’arco di trionfo della grande giostra?
Queste informazioni dovrebbero essere fornite adesso, prima che costi “imprevisti” vengano scaricati sui residenti contribuenti (cioè quelli che pagano addizionali irpef affinché il comune posso sostenere il settore del turismo), come già avviene per il ponte di Calatrava e per il palazzo del cinema, per citare solo i casi più noti. L’inquietante affermazione del sindaco che”l’isola è inquinata ed il comune non ha i soldi per bonificarla e valorizzarla” non giustifica l’ennesima privatizzazione in perdita per la collettività. Se questo è lo scenario, molto più interessante è la proposta di Francesco Giavazzi di vendere, al giusto prezzo, tutta la città alla società Disney, ovviamente attuando prima un rigoroso piano esuberi che includa il licenziamento di sindaco&company.
3. Consapevole che l’idea di installare delle grandi giostre a Venezia avrebbe suscitato qualche perplessità, l’imprenditore Zamperla ha associato all’iniziativa l’Università di Cà Foscari, che ha fornito il supporto scientifico di una biologa e di un archeologo e la sede per la presentazione ufficiale del progetto. Nel corso dell’evento, dal titolo lungo e ambizioso: “L’isola di San Biagio: futuro polo dedicato a cultura, recupero di storia e antiche tradizioni lagunari, svago e tempo libero. Progetto di recupero e riqualificazione e valorizzazione”, lo stesso rettore ha illustrato i pregi del progetto. E' l'esempio di “cosa concretamente un ateneo può fare guardando al di fuori di sé e di come il mondo produttivo possa trovare nell'Università un partner capace di dare valore aggiunto a progetti imprenditoriali” ha detto, per sottolinearne il valore culturale oltre che di “volano occupazionale”.
Avendo ottenuto il beneplacito della pubblica amministrazione e l’attestato di qualità certificata rilasciato dalle istituzioni di alta cultura, il progetto verosimilmente verrà realizzato. Solo i tempi non sono certi. Per renderne più veloce l’iter, il consiglio (gratuito) per il signor Zamperla è di far produrre da una grande firma dell’architettura mondiale un’installazione da esporre nella prossima mostra internazionale di architettura della Biennale. E poi, finalmente, tutti in giostra.
Un'occasione perduta. Questo, in estrema sintesi, il giudizio che può essere dato sulla mostra dedicata ad Augusto, aperta alle Scuderie del Quirinale dal 18 ottobre al 9 febbraio 2014, da dove si trasferirà al Grand Palais di Parigi dal 19 marzo al 13 luglio 2014. Già questa scelta temporale evidenzia qualche problema organizzativo, dal momento che l’evento da cui trae spunto l’esposizione è il bimillenario della morte di Augusto, avvenuta a Nola nell’agosto del 14 d.c. e quindi la mostra, nella sua versione romana, si colloca con un anticipo poco giustificabile sotto ogni profilo.
L’allestimento delle Scuderie, spazio di per sè non ottimale per la statuaria e i rilievi architettonici, come riconoscono gli stessi curatori nel catalogo, risulta al contempo troppo minimalista quando non riesce a sottolineare accostamenti, rimandi, contrasti ed eccessivo al limite del trash, ad esempio nella sala dei ritratti della famiglia augustea, dove si sfiora pericolosamente l’effetto negozio di parrucche. Sbagliato cromaticamente tanto che l’effetto complessivo è di una acromia falsificante che tutto appiattisce, approssimativo in molte soluzioni (gemme poco leggibili, monete visibili solo su un verso), incapace di restituire una prospettiva di lettura corretta di molte delle opere (il frontone dei Niobidi su tutte).
Ma il vero problema di “Augusto” è la povertà della lettura che fornisce di uno dei personaggi e dei periodi più complessi e controversi della storia antica: la sequenza dei ritratti e delle altre opere esposte non riesce in alcun modo a restituirci la tensione politica, sociale, artistica di un’epoca, quella della fine della res publica, attraversata da contrasti fortissimi destinati a sfociare in cambiamenti epocali. Cambia la forma dello Stato: l’imperium muta la sua natura collettiva e da charisma etnico, cioè posseduto dall’intero populus Romanus, diviene charisma personale, incarnato nel princeps. Augusto è colui che pone fine all’interminabile sequenza delle guerre civili, che apre un’epoca di pace che sarà però una pax Romana, quella che Tacito con sarcasmo definirà pax cruenta, la pace insanguinata (ricorda qualcosa?). Da spietato vendicatore di Cesare e triunviro privo di scrupoli, Augusto si trasformerà in sobrio primus inter pares fra i senatori cui sono attribuite quelle virtù in grado di restituire la concordia ordinum e di aprire una nuova età dell’oro.
In questa costruzione, sapientissima, di pater patriae, grandissimo ruolo avranno le arti, dalla letteratura alla pittura e scultura. E all’architettura in particolare sarà riservato un ruolo fondamentale di trasmissione di valori. Ad Augusto è riferita, d’altronde, la famosa affermazione di aver trasformato una città di mattoni, Roma, in una città di marmo. I suoi interventi, numerosissimi, nel tessuto urbanistico, sono episodi intimamente correlati di un programma ideologico di legittimazione di un potere ormai assoluto. Architettura e scultura divengono strumenti del potere con una forza di impatto visiva sconosciuta a Roma fino a quel momento. Duemila anni di incessanti trasformazioni non hanno oscurato l’importanza di questa presenza: dal teatro di Marcello e al tempio di Apollo Sosiano, dalle sistemazioni augustee dei fori all’Ara Pacis, al mausoleo.
Tutto questo, alle Scuderie del Quirinale, non c’è: manca, incredibilmente, Roma stessa, la città di Augusto, l’imprescindibile scenario di questa inutile parata di statue che si riduce quindi a poco più che un’esercitazione antiquaria, per di più indebolita dall’assenza, non solo fisica, del materiale pittorico coevo, di straordinario livello artistico, dagli affreschi della villa di Livia a quelli della Farnesina (entrambi godibili, per fortuna, a poca distanza, nelle sale del Museo archeologico di Palazzo Massimo). Il catalogo pur se viziato da un impianto editoriale poco funzionale, contiene sicuramente maggiori spunti e riflessioni utili a restituire l’importanza di un momento e di un personaggio storico così cruciale, ma resta l’impressione di una distanza non colmata fra quella vicenda e la nostra contemporaneità. Non parliamo di un meccanico e superficiale esercizio di “attualizzazione”, ma, ad esempio, di una riflessione sulle cause della potenza di suggestione che da molti anni esercita l’analogia fra la pax Romana e la pax americana. O ancora sui meccanismi che producono trasformazioni sostanziali della forma dello stato e dell’esercizio del potere politico: temi che ci conducono dritto dritto all’hic et nunc.
Tempo ed occasioni per indagare con maggiore coraggio ed incisività su questi ed altri argomenti, ci auguriamo che non manchino nel futuro anno anniversario. Ma in questa occasione, il bimillenario augusteo, è soprattutto la città nel suo insieme a dover diventare “la” mostra dell’eredità di Augusto, riannodando gli elementi, straordinari e numerosissimi, distribuiti nel suo tessuto urbano, nei suoi musei e monumenti (alcuni dei quali, come il Mausoleo, abbandonati in stato vergognoso). Inventandosi nuove modalità di riflessione sulla propria storia, nuove possibilità di lettura e comprensione del proprio patrimonio culturale adeguati a molteplici livelli di comprensione, evitando nello stesso tempo banalizzazioni e scorciatoie che sono l'altra faccia di un'erudizione fine a se stessa.
È questa la cultura che manca a Roma da troppi anni, assenza che è causa non ultima del degrado non solo culturale, ma civile in cui la città è precipitata negli ultimi anni. Il riscatto non può che fondarsi anche su di un rinascimento culturale che faccia riemergere la città e riallinearla alle grandi capitali europee: speriamo che lo spirito di Augusto ci sia propizio.
Il testo è pubblicato contemporaneamente su L'Unità on-line, "nessundorma"
La nostra Giunta regionale, verniciata di sovranismo, ha annunciato la nascita del nuovo “Piano paesaggistico dei sardi” che si chiamerà Pps. Però il nuovo Piano sardo ... >>>
La promessa del 2004 – poi mantenuta – di tutelare l’identità della Sardegna attraverso il Paesaggio ricompattò le truppe edificatorie di destra che si cementarono indissolubilmente con il cemento. Il Piano fortificò la destra sfilacciata che si riunì intorno all’ideologia del mattone toccasana di ogni male. Così nel 2009 la nuova dottrina trionfante consisté nell’impegno di cancellare il Piano paesaggistico considerato la causa di ogni male. Con un nuovo Piano la Sardegna si sarebbe aperta in un sorriso sereno. E tra i Dulcamara del laterizio apparvero anche i discendenti deviati di Emilio Lussu i quali con l’abituale fierezza consegnarono i quattro mori al padre dei 250.000 metri cubi della costa turchese.
Nell’attesa, per non stare con le mani in mano, i nostri maestri cementificatori produssero ben cinque Piani casa e una sbalorditiva legge sul golf che si portava dietro almeno due milioni di metri cubi. Il Piano casa sardo – forse il peggiore d’Italia – sospese dal 2009 ogni misura di tutela prevista dal Piano paesaggistico. L’offensiva cementificatrice contagia nel frattempo anche la nostra cosiddetta sinistra che, a luglio di quest’anno, mette in pericolo gli usi civici con una legge votata in perfetta armonia con i templari del mattone. Tutto illegittimo. I provvedimenti impugnati dal Governo per puzza di incostituzionalità. Ma la Corte Costituzionale ha digestioni tortuose e ancora aspettiamo la decisione.
E il nuovo Piano paesaggistico dei sardi, il Pps? Gli appassionati del cemento penseranno che in cinque anni la Giunta regnante avrebbe potuto partorirlo prima e che gli ostetrici del nuovo Piano avrebbero dovuto garantire gravidanza e parto felici. Non una gravidanza da elefante e un cucciolo cadavere. E così, a fine legislatura, non abbiamo neppure un feto formato e sano. Fetali e malate le linee guida. Decedute nel grembo materno anche le norme che abbassano – fatto giuridicamente impossibile – il livello di tutela.
Un Piano paesaggistico è fatto di linee guida, di cartografie e, soprattutto, di norme che lo realizzano. Inspiegabilmente coperte dal segreto di chi conosce sin dalle origini una deformità ignominiosa, queste benedette norme, a lungo nascoste come i Beati Paoli, hanno visto la luce.
Esse permettono quasi tutto quello che rassomiglia anche lontanamente a un metro cubo. E riproducono il Piano casa, notoriamente insofferente a ogni tutela. Levigano la legge sul golf. Rendono arbitraria la scelta stessa di cosa è o non è bene paesaggistico.
Il Ministero del Beni culturali, però, deve pianificare necessariamente con la Regione sarda la quale non può decidere da sola la revisione del Piano, perché anche il paesaggio della Sardegna è patrimonio di tutta la Nazione. Bisognerà spiegarlo all’emiro. E leggere al monarca del Qatar la nota inattaccabile del ministero che ricorda come l’adozione del nuovo “Piano dei sardi” sia un’iniziativa unilaterale e contraria al Codice del paesaggio. Chi glielo racconterà?
Insomma, lo sanno anche i Rosa Croce della Regione che lo Statuto sardo non permette di decidere in solitudine e segretamente il destino del nostro paesaggio. E che non è consentito portare il Piano in Giunta e adottarlo sapendo che non sarà legittimato dal Ministero.
La vera linea guida è: “Permettiamo tutto con le nuove norme. Adottiamo il Piano e poi si vedrà. Intanto ci devono inseguire”.tàMa di lepri impallinate è piena la storia e se noi fossimo investitori non rischieremmo neppure un euro con chi non è riuscito in cinque anni a mantenere la promessa di smontare il Piano paesaggistico del 2006 e ora tenta un maldestro colpo di mano destinato all’insuccesso. Esiste e resiste la certezza del diritto e con certezza si può affermare che nessun Governo – e nessuna corte – accetterà che i livelli di tutela attuali vengano cancellati dalle nuove terribili norme venute scandalosamente al mondo in questo fine legislatura, ma nate morte.
Questo articolo è inviato contermporaneamente a La Nuova Sardegna
Com'era prevedibile, l'ultimo Rapporto Svimez sullo stato del nostro Mezzogiorno ha, giusto per un paio di giorni, prodotto la consueta rassegna di denunce e di pianti...>>>
Com'era prevedibile, l'ultimo Rapporto Svimez sullo stato del nostro Mezzogiorno ha, giusto per un paio di giorni, prodotto la consueta rassegna di denunce e di pianti, di cifre urlate e brandite, di commiserazione di circostanza sugli eterni e rinnovati mali del Sud. In effetti, i dati offerti dalla benemerita Associazione illustrano una situazione visibilmente più drammatica del solito. Ma siamo certi che fra poco non se parlerà più e che, soprattutto, non seguirà alle lacrime nessuna svolta politica concreta. Sarebbe perciò il caso - culturalmente più coerente con l'ipocrisia dominante che si esibisce ormai da decenni - di istituire una giornata di commemorazione nazionale del Sud, di mettere in calendario una nuova festività civile, come il 20 settembre o il 2 giugno e di onorarla come si deve. Non solo, naturalmente, con cerimonie in tutte le città, con la banda musicale, ma anche con la visita solenne del capo dello Stato a un luogo altamente simbolico (a Teano, a Calatafimi?) per deporre una corona di fiori ai caduti per il Mezzogiorno d'Italia. Ne saremmo tutti più felici e moralmente sollevati, anche se, come ora, non cambierebbe nulla della situazione reale.
Quando il tema Mezzogiorno torna alla ribalta del dibattito pubblico, il giornalismo nostrano dà sempre l'impressione di trattare un fenomeno eterno ed immobile della storia del nostro paese: quasi si trattasse di ricordare che la Penisola termina con le montagne delle Alpi e che ai lati continua ed esserci il mare. Una falsificazione della realtà che serve a soddisfare la recriminazione dozzinale – e probabilmente la convinzione dominante - di chi lamenta il fatto, dopo decenni di intervento straordinario, di risorse pubbliche investite a favore delle ragioni meridionali, che nulla è cambiato. Una inerzia culturale, la quale non solo nasconde i grandi mutamenti strutturali che hanno attraversato il Sud dal dopoguerra a oggi, ma serve a cancellare le responsabilità politiche recenti di problemi e divari nuovi.
Ancora oggi grava sul Mezzogiorno l'atmosfera denigratoria elaborata dalla Lega a partire dagli anni '80 e poi diventata filosofia di governo. A pensarci bene, non c'è stato alcun paese, in Europa, dove un partito dell'esecutivo abbia fatto della criminalizzazione di una parte ampia della popolazione l'oggetto della propria propaganda e pratica politica. Ci ricordiamo quanto è durata la campagna di Bossi e soci contro il “Sud ladrone e mafioso”, prima che arrivassero gli extracomunitari a rinverdire la figura del nemico? In questo caso, per la prima volta nella nostra storia, attraverso una forza politica di governo, lo stato è stato indotto a elaborare politiche contro una parte del territorio nazionale e contro i suoi cittadini. Una campagna ben riuscita, se si osserva che da anni nessuno ha il coraggio intellettuale di alzare la voce e di proporre un piano di intervento pubblico all'altezza delle necessità.
Ancora oggi che il Sud appare stremato, dopo 5 anni di feroci e suicide restrizioni anticrisi, si continua a guardare ai divari produttivi, di investimenti, di reddito, di consumo, di occupazione (cioé ai dati economici che dominano la rappresentazione pubblica della realtà) come agli unici rilevatori degli squilibri. Quelli, per intenderci, degli scorsi decenni e di sempre. Quasi fosse una realtà che non cambia mai, come il colore del cielo. In realtà non si tratta solo di questi dati, che certo restano fondamentali. Come hanno rilevato su Stato e mercato (2013, n.98) Domenico Cersosimo e Rosanna Nisticò – due docenti dell'Università della Calabria – tra il Sud e il Nord emergono sempre più nettamente «divari interni di civiltà» che non si giustificano con gli squilibri strettamente economici. In altre aree d'Europa, dove si registrano differenze nell'apparato produttivo e nella distribuzione del reddito, simili a quelli Nord-Sud, non si danno le sperequazioni nei servizi e nelle dotazioni pubbliche che si trovano abbondantemente nelle regioni del Sud: nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nell'assistenza agli anziani. Si pensi, tanto per fornire qualche dato indicativo, che i servizi per l'infanzia coprono in Campania solo il 14% del fabbisogno a fronte del 70% in Lombardia. In Sicilia solo l'11% degli anziani sopra i 65 anni usufruisce dell'Assistenza integrata domiciliare(ADI), contro il 34% della Liguria e il 93% del Veneto. Più della metà della famiglie calabresi non può bere acqua dal rubinetto a fronte del 3% delle famiglie trentine. Si realizza per questa via, come sottolineano i due autori, l'aperta violazione dei diritti costituzionali di «un cittadino meridionale a godere di un insieme di servizi essenziali nella identica quantità e qualità di un cittadino che vive in una regione del Nord».
A generare queste come altre innumerevoli disparità concorrono non tanto le dinamiche del mercato, quanto il comportamento dello Stato, e comunque il potere pubblico, tanto nelle sue manifestazioni centrali che periferiche. Una inclinazione alla disuguaglianza delle politiche pubbliche, ovviamente alimentata dai dati strutturali, oltre che dai comportamenti delle classi dirigenti locali (pur sempre collegate strettamente a quelle nazionali) che andrebbe corretta con politiche apposite, ubbidendo non certo allo “statalismo” - come hanno urlato i neoliberisti in tutti questi anni – ma a un dettato della nostra Costituzione. Sappiamo bene in che considerazione è tenuta oggi la Carta dal ceto politico di governo. Ma sappiamo spesso poco di come lo Stato ha operato per accrescere disuguaglianze e povertà. Pochi sanno, ad es. che il Fondo nazionale per le politiche sociali è passato da una dotazione di 789 milioni di euro del 2008 a soli 178 milioni nel 2011. E naturalmente il Sud si è giovato enormemente di questa riduzione dell'assistenza, del dilagare della povertà e della disperazione sociale, potendosi lanciare, senza più lacci e lacciuoli, nella competizione, nell'agone del libero mercato. Come pigolano sempre più piano tanti economisti un tempo acclamati.
Una scelta di tagli che disvela l'ipocrisia dei pianti di questi giorni, mostrando la cultura miserabile dei governi che dal 2008 hanno in mano le sorti del Paese. Si affrontano problemi laceranti di disuguaglianza sociale riducendo le risorse che possono attenuarle, demolendo un piccolo pilastro del welfare, colpendo i più deboli nei territori più emarginati. E allora che gli uomini di governo e i rappresentanti delle istituzioni piangano pure sulle sorti del Sud, ma in una data prestabilita, in modo che la finzione abbia la sua piena rappresentazione istituzionale. Come accade per la commemorazione dei caduti per la patria, che si onorano ogni anno, mentre si continua a fare guerra nei vari angoli del mondo. Si portino, da parte delle “più alte cariche dello Stato”, come gracchia la bolsa retorica dei telegiornali, sontuose corone di fiori, non solo sulla tomba della “questione meridionale”, ma anche su quella della politica italiana.
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A ogni osservatore ragionevole, pensoso delle sorti del paese, le ragioni perché Letta, compiuta la riforma elettorale, mandi a casa il governo, dovrebbero.. >>>
A ogni osservatore ragionevole, pensoso delle sorti del paese, le ragioni perché Letta, compiuta la riforma elettorale, mandi a casa il governo, dovrebbero apparire evidenti. Non ritorno sulle ragioni morali e di etica pubblica, già altre volte evocate. Questo ceto di governo ha letteralmente disseccato le basi morali della politica e fa sentir vano il solo parlarne. Rammento almeno che l'attuale esecutivo, avendo capovolto il mandato ricevuto e tradito la fiducia di tutti gli elettori - ottenuta con un sistema elettorale estorsivo del consenso popolare - si fonda su un atto di fellonia che non ha precedenti nella nostra storia. Poggia, per così dire, su una scelta fondativa di immoralità pubblica. Tralascio, per brevità, anche le gravissime questioni di ordine economico, che certo non fanno un passo in avanti con la recente “legge di immobilità”.
Mi limito qui alle ragioni strettamente politiche. Ammesso, per pura esemplificazione espositiva, che queste ultime, legate come sono alla trama della legalità, possano essere separate dall'etica pubblica. Dunque, un nuovo totem è stato innalzato in piazza e dato in pasto ai media come un animale sacrificale: la stabilità. Giornali e telegiornali hanno trovato un nuovo motivo su cui suonare le loro quotidiane fanfare. Pare che il fine supremo dell'azione del governo sia diventato lo stare uniti dei suoi ministri, indipendentemente da quel che si fa. Come se sostare in stazione guardando i treni che passano ci facesse arrivare da qualche parte. Mentre la stabilità ci viene imposta come uno stato di necessità, quasi che il governo delle larghe intese, con la sua sola presenza, dovesse salvarci da una catastrofe imminente. Certo, mostrare un minimo di stabilità governativa aiuta ad abbassare lo spread e porta qualche vantaggio alle finanze pubbliche. Come negarlo ? Ma basta questo e i recentissimi provvedimenti per uscire dalla situazione in cui ci troviamo? E a questo rattrappito orizzonte si è rassegnata la politica, stare accucciata, rattoppare di compromesso in compromesso una maggioranza rissosa e innaturale per tranquillizzare i mercati finanziari? I quali, come sappiamo, sono già così tranquilli che acquistano ormai a mani basse i capisaldi della nostra industria. Qui l'opera del governo somiglia a quella di chi raccoglie per strada i calcinacci di un edificio in cui è già crollato il primo piano.
Ma quanto ci costa la stabilità su altri versanti? Esiste, ad esempio, un vastissimo ambito della vita nazionale su cui non arriva, se non episodicamente, il nostro sguardo. E' il vasto mondo delle amministrazioni e della politica locale. Qui, negli ultimi mesi, in molte aree, si è bloccata la dialettica politica. Nella periferia del paese l'emarginazione o la scomparsa di ogni opposizione fornisce un alimento formidabile alla cultura dilagante della collusione, dentro e fuori i partiti. Se PD e Pdl sono alleati a Roma, nei comuni, nelle Regioni, nelle provincie , nelle varie partecipate, il controllo di legalità si affievolisce, talora diventa esilissimo.Le persone intransigenti, che pure non mancano, sono sospinti ai margini della vita politica e amministrativa dai tantissimi figuri che praticano la politica come affare. Esemplare appare il caso della Calabria. Qui, nell'ottobre del 2012, è stato sciolto per collusione con la mafia nientemento che il comune di Reggio Calabria.Non proprio un villaggio di montagna, ma una città di 180 mila abitanti. L'ex sindaco e ora presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti ha ricevuto l'anno scorso un avviso di garanzia e naturalmente, secondo il costume inaugurato e reso normalità dal berlusconismo, sta splendidamente al suo posto. Ma da quando si è formato il governo Letta una pax augustea è scesa sulla vita politica della regione. Come fa il partito che era il maggiore oppositore, il PD, a fare lotta politica, in Calabria e altrove, contro un alleato di governo? Appare evidente, a chi sa osservare, l'innesco di una tendenza pericolosa, in un paese segnato da tre forme storiche di criminalità. Un governo delle larghe intese, che durasse degli anni, distruggerebbe la legalità repubblicana e il tessuto civile della nazione.
Ma i guasti delle larghe intese si vedono benissimo anche dal Centro dell'Italia. La più evidente specificità della crisi italiana non è solo data dalla inettitudine del ceto politico a elaborare una strategia efficace e credibile. E' anche la profonda sfiducia dei cittadini nella loro capacità di governo e nella loro onestà e trasparenza. Ora, come si risponde a tale elementare e universale esigenza, fonte di ogni democrazia, se non si attribuiscono le responsabilità storiche della crisi in cui versa il paese e della sua fallimentare gestione? Con il governo Letta, che alcuni strateghi del Pd e qualche supremo ispiratore (non mi riferisco alla Spirito Santo), vorrebbero tenere in vita un altro anno e mezzo, scompare alla vista degli italiani ogni responsabilità storica di quanto accaduto. Eppure, gli italiani versano in una delle condizioni di più grave disagio e immiserimento della storia repubblicana. Assistono sgomenti alla decomposizione dei fondamenti della loro economia e del loro benessere. E ad essi non solo non viene indicata una via d'uscita credibile, ma neppure chiarita la ragione storica, la responsabilità politica di chi li ha condotti a questo punto. Certo, anche il Centro-sinistra ha fatto la sua piccola parte, ma è evidente che l'Italia sfasciata di questi anni è il prodotto storico, la creatura fallimentare del centro-destra, interprete provinciale e cialtronesco delle ricette neoliberiste che hanno portato alla crisi mondiale e ancora la alimentano.
Ma se il PD rimane così lungamente abbracciato al suo avversario, se non riesce, com'è evidente, se non a rattoppare ricette compromissorie e senza risultati, come si presenterà agli elettori nella prossima campagna elettorale? Chi sarà l'avversario da battere e dunque da indicare come il responsabile del presente disastro? Davvero si può pensare che in un anno e mezzo la condizione del paese cambi al punto da rendere meritevole di consenso, agli occhi degli elettori, l'operato di questo governo? Tale linea di marcia ha poi varie altre conseguenze. E' evidente che se nello scenario politico italiano non emerge una forza politica di sinistra riformatrice, capace di una critica radicale al centro-destra e alle sue ricette ( una forza che corrisponde alla nostra storia, al comune sentire e alle aspettative di una vastissima, forse maggioritaria parte di italiani ) allora l'Italia diventerà ingovernabile, qualunque sarà il sistema elettorale. E' evidente che l'astensionismo è destinato a diventare il primo partito e il movimento 5S un centro stabile del sistema politico. La spinta di alcuni settori di Sel a gravitare nell'orbita satellitare del Pd è foriera di sicuri disastri. Finirà col rendere irrilevante questa formazione nello scenario nazionale, rafforzando nel PD l'anima centrista e neoliberista e aprendo ampi spazi ai 5S .
Ma ci sono altre conseguenze di medio periodo, che dovrebbero allarmare tutti. La sconfessione, da parte di Grillo, dei parlamentari che al Senato avevano provato ad per abolire il reato di clandestinità, è un segnale non episodico. Disputare se Grillo è fascista o meno serve a poco. Una delle caratteristiche costitutive dei movimenti populisti è la loro volubilità e mancanza di programma. I loro capi adattano le politiche alle circostanze e alle correnti dominanti che attraversano l'opinione pubblica, peraltro da essi stessi influenzata e manipolata. Il movimento 5S nel nostro prossimo futuro, può diventare qualsiasi cosa. Potrebbe ereditare in nuove forme il populismo berlusconiano. Lo si comprende guardando anche al crescente successo delle destre in Europa e soprattutto ai recenti sondaggi che in Francia danno il partito di Marie Le Pen al primo posto. L'attuale situazione francese mostra una evoluzione ormai da manuale. Il presidente Hollande, che aveva ricevuto il consenso della maggioranza dei suoi connazionali, non è riuscito a incanalare il crescente disagio popolare in una prospettiva credibile di soluzione a vantaggio della grande massa dei lavoratori e del ceto medio.
«La storia della Sgc (Strada di grande comunicazione) E78 Grosseto- Fano fa impallidire quella della Salerno-Reggio Calabria. “Inventata” da Amintore Fanfani alla fine degli anni 60, è diventata un’eterna Incompiuta». La Repubblica, 19 ottobre 2013
URBANIA (PESARO URBINO) — Parlano sottovoce, come in un santuario. «Ecco, questo è il balcone di Piero». La valle del Metauro si stende sotto gli occhi e sembra un arazzo. «Questa è la valle e quelle sono le colline dipinte da Piero della Francesca nei Trionfi del dittico di Federico da Montefeltro e Battista Sforza. Fare passare qui una superstrada, anzi un’autostrada, è come sfregiare un quadro. È come cancellare un pezzo di Rinascimento». Non ci sono No Tav, fra le colline che partono da Fermignano, passano da Urbania e arrivano a Mercatello. Ci sono persone che amano la loro terra e la vogliono difendere da inutili offese. «Deve passare qui — racconta l’architetto Antonella Celeschi — la E78, superstrada che deve collegare il Tirreno all’Adriatico. Il progetto iniziale ci andava bene. Ecco, guardi quelle colline che si chiamano Farneto, San Pietro, monte del Pianto delle donne… La strada doveva passare in corte gallerie mentre i tratti all’aperto erano al margine della valle. Da qui, dal Balcone di Piero, non si sarebbe visto nulla. Invece nel nuovo progetto, per risparmiare, le gallerie sono scomparse, la superstrada è diventata un’autostrada a sei corsie e il tracciato taglia la valle proprio nel mezzo».
La storia della Sgc (Strada di grande comunicazione) E78 Grosseto- Fano fa impallidire quella della Salerno-Reggio Calabria. “Inventata” da Amintore Fanfani alla fine degli anni 60, è diventata un’eterna Incompiuta. Dopo cinquant’anni solo 127 dei 270 chilometri previsti, secondo l’Anas, sono «ultimati e in esercizio». Un appalto per 12 chilometri è stato consegnato ad aprile, ma ci sono da finanziare ancora due tratti per una spesa — ancora dati Anas — di 4 miliardi 365 milioni di euro. «Secondo le ultime notizie arrivate dal governo e dalle tre Regioni interessate — raccontano quelli del neo Comitato No allo scempio della Fano-Grosseto — al posto della superstrada ora vogliono costruire un’autostrada a pagamento: il progetto è stato presentato dalla ditta austriaca Strabag, in project financing, che in cambio incasserebbe i pedaggi per 45 anni. Così laspesa scenderebbe di 1 miliardo 300 milioni rispetto a quella prevista ».
Luogo di ritrovo del comitato è l’agriturismo Pieve del Colle, proprio sopra il Balcone di Piero. «Ecco, solo da qui — raccontano l’architetto Antonella Celeschi, lo scenografo Egidio Spugnini che ha lavorato per Monicelli, Montaldo e Scola, e l’informatico Claudio Cerioni — si possono spiegare i nostri no a questa arteria. Là a sinistra, appena fuori dalla visuale del Balcone, si vedono alcune fabbriche. Sono tutte chiuse o in grave crisi. C’era ad esempio l’Allegrezza, che produceva profilati in legno. Negli anni 70 e 80 questa che è chiamata anche la valle di Asdrubale — perché qui i romani sconfissero il fratello di Annibale — era diventata la“valle dei jeans”, con decine di piccole fabbriche e laboratori. La superstrada E78 è stata progettata prima di questo sviluppo ed arriva invece adesso, quando le fabbriche sono chiuse e i jeans sono un ricordo. Lo sappiamo bene, attraversare l’Italia fra i due mari è sempre stato un problema serio. Per questo il nostro non è un no assoluto. Chiediamo che la strada scorra soprattutto in galleria, come previsto nel progetto originale, e che non rovini il territorio. Anche a causa della crisi sta nascendo un nuovo sviluppo economico: dove c’erano le fabbriche adesso ci sono un centinaio di agriturismi. Il paesaggio è il nostro petrolio, il turismo è la nostra miniera».
Le colline ritratte da Piero della Francesca sono state «trovate» da Rosetta Borchia, fotografa e pittrice e Olivia Nesci, docente di geomorfologia a Urbino, diventate «cacciatrici di paesaggi». «Si è sempre pensato — racconta Rosetta Borchia — che i grandi pittori del Rinascimento avessero creato paesaggi immaginari. Ora alcuni di questi sono stati ritrovati. Eranonascosti tra le colline del Montefeltro ».
Si faranno incontri e assemblee, per difendere questi profili fragili e bellissimi. «Quelli che sono nati qui e non si sono mai mossi — dice Claudio Cerioni — quasi non si accorgono della bellezza della nostra terra. Certo, anche qui la voglia di novità e di modernità non è mancata: ci fu quasi una festa, quando a Urbania venne acceso il primo semaforo. Ma quando nel 2009 è stato proposto un impianto eolico, con pale di 120 metri su 20 chilometri di crinale, siamo riusciti a organizzare un referendum, il primo in Italia, e il progetto è stato bocciato. Proporremo un referendum anche per difendere la valle del Metauro». «La nostra valle è stretta — racconta Antonella Celeschi — e la cicatrice dell’autostrada non si risanerebbe più. Per costruirla servirebbero sbancamenti, opere di riporto, zone di stoccaggio dei materiali… Abbiamo purtroppo un esempio concreto. Dieci anni fa è stato costruito un altro pezzo della Fano-Grosseto, con la galleria della Guinza, 2,4 chilometri, che parte da Mercatello ed esce in Umbria. C’è una sola canna con appena due corsie, senza quella di fuga. Adesso non è più a norma. Questa opera ormai inutile insiste sul torrente Sant’Antonio: era una fonte di acqua purissima e adesso è un torrente morto. Vogliamo distruggere anche la valle del Metauro?».
Francamente sono stufo di scrivere due volte all'anno un articolo sul dissesto idrogeologico...>>>
I lettori di questo giornale sanno bene, sulla propria pelle, di che cosa parlo. Nessuno, cittadini, alluvionati, governanti, prende in considerazione che non c'è niente di "naturale"; si continua ad autorizzare costruzioni nelle lame, sulle rive dei fiumi, sul fianco delle colline, dove fa comodo ai proprietari dei suoli i quali non pensano che le loro stesse proprietà andranno in rovina, un anno o l'altro. Ogni anno nel nord e al centro e nel sud d'Italia, le alluvioni fanno danni da trent'anni a questa parte. I governanti emanano e correggono continuamente farraginose leggi sulla difesa del suolo, creano agenzie che assicurano appalti per opere che saranno spazzate via uno o dieci anni dopo.
I più fantasiosi chiedono investimenti di diecine di miliardi di euro per programmi di difesa del paesaggio e della bellezza d'Italia. Io credo che chi propone o approva o modifica leggi, non sia mai andato con gli stivaloni nel fango a spalare detriti, non sia mai sceso sul greto di un torrente, altrimenti avrebbe osservato che le alluvioni sono figlie di una chiara violenza contro la natura e richiedono soluzioni altrettanto chiare. L'acqua da miliardi di anni ha "l'abitudine" di scendere dall'alto al basso lungo le strade di minore resistenza; quando trova un ostacolo lo aggira e si crea delle vie di scorrimento più comode, oppure lo sposta e lo porta in basso, siano sabbia, pietre, piante.
D'altra parte la forza delle acque è rallentata e frenata dalla vegetazione spontanea, e così nei millenni le acque hanno "disegnato" le valli e hanno creato le pianure che sono poi diventate fertili, attraversate da fiumi che portano incessantemente al mare il loro carico di sostanze solide disciolte o in sospensione. Purtroppo il fondo delle valli e le pianure, là dove corrono le acque, sono stati e sono gli spazi più appetibili economicamente e là sono sorti villaggi e poi paesi e poi città, con le loro strade e "ponti" e sottopassaggi, con i loro "fiumi sotterranei" di fogne. Tutto guidato dalle leggi "economiche", cioè si è costruito dove c'erano interessi e proprietà privati o dove le opere costavano meno o erano più comode.
Con l'aumento della popolazione e del "benessere" le presenze umane hanno invaso gli spazi dove scorrevano le acque, hanno distrutto, con quartieri e strutture "sportive", la vegetazione che rallentava il moto delle acque, ogni intralcio agli affari e al "progresso". E le acque si vendicano, sono diventate più aggressive e veloci, è aumentata la erosione del suolo, sono diminuiti gli spazi per il libero scorrimento delle acque e queste, ad ogni pioggia più intensa si espandono e allagano le zone circostanti. Le fotografie e le immagini cinematografiche delle alluvioni sono più eloquenti di un trattato di geografia: guardate come i torrenti sono stati imprigionati in stretti canali, come il diboscamento ha lasciato esposte all'erosione grandi superfici delle valli.
Eppure i rimedi sono noti. Il primo è sradicare la dannosa idea che, pur di "portare a casa" qualche soldo nei comuni e nelle regioni, pur di favorire imprese private, si possano autorizzare costruzioni e opere che intralcino il moto "naturale" delle acque. La seconda ricetta consiste nel mettere al lavoro delle persone che puliscano i fossi e i torrenti eliminando almeno i principali ostacoli al moto delle acque per permettergli di scorrere nelle loro "naturali" vie, che svolgano la funzione di "sentinelle" delle acque. La prima cosa che Roosevelt fece quando divenne, nel 1933, presidente di un'America in piena crisi, piena di disoccupati, con il territorio devastato, fu la creazione dei corpi civili giovanili per la difesa del suolo, costituiti da giovani disoccupati, appartenenti a famiglie disagiate, col compito di svolgere proprio le operazioni di cui parlavo prima. Pochi anni dopo anche l'economista Ernesto Rossi (1897-1987) nel libretto "Abolire la miseria" (1946), auspicava l'istituzione di un "esercito del lavoro" costituito da giovani compensati con pubblico denaro e impegnati a svolgere "servigi pubblici gratuiti". E quale "servigio" più utile della guerra alle alluvioni ? La proposta fu ripresa in vari scritti dall'economista Paolo Sylos Labini (1920-2005).
Ho letto con interesse che una recente proposta di legge dei deputati Gianni Melilla e altri, del Gruppo SEL ("E" sta per "ecologia"), propone l'istituzione di un "Corpo giovanile per la difesa del territorio". Per pagare questi giovani lavoratori nella pulizia dei torrenti, nel rimboschimento, nella vigilanza del moto delle acque occorrono dei soldi pubblici, che sarebbero bene spesi. Si pensi che 3 milioni di euro, la cifra richiesta in una delle tante recenti alluvioni per parziale rimborso dei danni sofferti dagli alluvionati, potrebbero assicurare un salario per un anno a duecento "sentinelle" delle acque. Con l'effetto che l'anno dopo, due anni dopo, dieci anni dopo, si eviterebbero dolori e danni e distruzioni che costerebbero, alla comunità, ben più di quella cifra. Spero che qualcosa si muova, un giorno o l'altro.