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Qualche giorno fa Vinton Cerf, il padre di Internet e grande autorità dell’informatica, ha tenuto una conferenza nella città universitaria>>>

Qualche giorno fa Vinton Cerf, il padre di Internet e grande autorità dell’informatica, ha tenuto una conferenza nella città universitaria tedesca di Heidelberg sul tema: “Come conservare i dati digitali”. La modernizzazione della società passa attraverso la diffusione dei sistemi elettronici di telecomunicazione, dai computer ai telefoni cellulari, a cui sono affidati pensieri, messaggi e innumerevoli testi, dalle lettere personali a libri e articoli scientifici, a fotografie, a dati relativi alle infinite attività umane come rilevamenti dell’inquinamento, dati meteorologici, fino alle denunce delle tasse e a documenti della pubblica amministrazione. Fino a quando riusciremo a ritrovare e consultare questi documenti digitali?

«Io non riesco a leggere delle lettere importanti scritte anni fa - ha detto Cerf - perché i programmi con cui sono state scritte non esistono più. Ancora peggio non riesco ad accedere a testi scritti originariamente su nastri magnetici» perché gli ossidi di ferro hanno perso la magnetizzazione o perché non ci sono più strumenti per “leggerli”. Grandi sforzi sono stati e vengono continuamente fatti per informatizzare uffici, archivi e biblioteche e per affidare a supporti informatici i propri scritti. L'informatizzazione è stata ed è di grandissima importanza. Non c'è dubbio che il possesso di un computer e di un collegamento con Internet permette a qualsiasi persona, dovunque si trovi, e in qualsiasi ora del giorno e della notte, di accedere ad una massa incredibile di informazioni. La conoscenza così assicurata è certo liberatoria e anzi rivoluzionaria, accessibile anche alle classi meno abbienti, a coloro che non possono andare di persona nelle biblioteche pubbliche e negli uffici.
Comincia però a circolare qualche preoccupazione sulla "durata" delle informazioni e conoscenze affidate alle misteriose ultramicroscopiche sequenze di segnali magnetici depositati su un supporto di pochi grammi di plastica e metalli vari. I primi computer personali affidavano i dati a dischetti flessibili da "cinque pollici e un quarto"; i messaggi si "depositavano" su tali dischetti traducendo le lettere e i segni in segnali magnetici mediante "programmi" come Wang, WordStar e poi varie versioni di Windows, ecc. I progressi dell'elettronica hanno permesso di "compattare" le informazioni su dischetti più piccoli, da "tre pollici e mezzo" e poi ancora su dischi magnetici, capaci di contenere molte più informazioni ma che potevano essere “letti” soltanto con computer differenti. Senza contare che anche i "dischi" si deteriorano, sono soggetti ad attacchi di parassiti; nei climi caldi sono letteralmente mangiati da funghi; in alcuni casi lo strato magnetico è alterato dall'inquinamento.
Non solo, quando un computer cominciava a fare le bizze (io ne ho cambiati otto o nove in trenta anni) bisognava sostituirlo e il nuovo spesso non era capace di "leggere" quello che era stato scritto con il computer precedente e che si doveva considerare "perduto" se non veniva trasferito su un supporto magnetico leggibile dal nuovo computer. Bisognava così ricorrere a dei professionisti capaci di estrarre dai vecchi supporti magnetici e dai vecchi computer le informazioni scritte con programmi e macchine ormai in disuso; dei recuperatori di testi nascosti simili ai monaci che copiavano a mano su carta i testi greci e latini scritti su pergamena, sparsi nelle biblioteche medievali.
Cerf ha suggerito di creare musei di computer di moltissimi tipi, capaci di leggere parole e immagini registrate con sistemi operativi dimenticati, e archivi dei codici di linguaggio (alcuni noti solo ai produttori) con cui sono stati scritti i sistemi operativi, da tenere continuamente aggiornati ed efficienti, se non si vuole diventare “fantasmi nella storia”. Anche molti testi “pubblicati” su Internet appena pochi anni fa non si trovano più o perché il sito che li ospitava ha cambiato nome o localizzazione o perché sono stati cancellati; molti non si trovano più neanche nello speciale Internet Archive che pur cerca di conservarne una parte. La stessa crescente diffusione dei libri elettronici, meno costosi di quelli di carta, più “ecologici” perché permettono di non tagliare alberi e di inquinare di meno le acque, ci induce a porci la stessa domanda: fino a quando saranno leggibili?
Un problema non banale come dimostra il fatto che nel 2013 l’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Istruzione, la Scienza e la Cultura, ha riunito a Vancouver 400 bibliotecari di tutti i paesi per discutere su come conservare la memoria del mondo nell’era digitale. C’è il rischio che fra pochi decenni i nostri figli e nipoti restino ciechi e sordi davanti a quello che noi oggi avevamo scritto, detto, raccolto, fotografato e registrato per loro, tanto più, ha detto ancora Cerf nella sua conferenza, che dell’importanza di una informazione spesso ci si rende conto soltanto dopo secoli.
Con tutti i nostri progressi, finora soltanto l'invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg (1450) e la diffusione della carta hanno permesso di riprodurre testi duraturi; esistiamo e comunichiamo grazie a queste due invenzioni che ci permettono di trovare e leggere, come se fossero scritti ieri, libri e giornali e immagini “vecchi” anche di centinaia di anni. Voi dite quello che volete, ma io un testo digitale che mi sta a cuore, che vorrei fosse leggibile ancora fra trent’anni, me lo stampo su carta.
L'articolo è stato inviato contemporaneamente alla Gazzetta del Mezzogiorno
Narra la leggenda che durante l'ultimo fatale assedio di Costantinopoli, nel 1453 >>>
Narra la leggenda che durante l'ultimo fatale assedio di Costantinopoli, nel 1453, esattamente nelle ore in cui Maometto sferrava il decisivo assalto alla capitale, i teologi bizantini - gli intellettuali dell'epoca - stessero disquisendo su sofisticatissime questioni di dottrina, quali la determinazione del sesso degli angeli, del tutto disinteressati ad un accidente della storia quale la caduta dell'Impero Romano d'Oriente.
La storia, come si sa, ha la fastidiosa tendenza a ripetersi in farsa.

Le cronache di questi giorni sono focalizzate sul Colosseo: come ormai tutti sanno, tale ne è stata l'immediata eco mediatica, si tratta dell'idea di completare l'arena dell'Anfiteatro, per ora ripristinata solo in parte, ricreando così integralmente il livello dove anticamente si svolgevano spettacoli di vario tipo. Progetto non nuovo, ma che ha suscitato consensi plebiscitari.
Il tweet Renzi-style di domenica scorsa con il quale il ministro Franceschini ha espresso il proprio favore alla proposta ha innescato una gara entusiastica all'approvazione che ha coinvolto archeologi e amministratori ad ogni livello: l'attuale Soprintendente archeologa di Roma, responsabile del monumento per conto del Mibact, a poche ore dal tweet ha dichiarato che la Soprintendenza starebbe addirittura già studiando la questione.

Naturalmente le rarissime voci di saggezza (Salvatore Settis e Tomaso Montanari) levatesi a ricordare come la questione sia tutt'altro che urgente e prioritaria, sono state immediatamente tacciate di conservatorismo passatista, l'odiosa tabe responsabile di quasi tutti i problemi italici.
Più volte, in questa climax di celebrazione autoreferenziale, è risuonato il termine "coraggio", evidentemente ormai così desueto nel lessico politico, da aver subito un completo bouleversement semantico.

Attualmente la proposta è del tutto priva di qualsiasi elemento progettuale vagamente consolidato: sia dal punto di vista tecnico-scientifico, che da quello economico, che da quello gestionale.
Gli unici accenni dal punto di vista economico ipotizzano costi senz'altro elevati: inevitabili nella nuova situazione creatasi dopo gli scavi di epoca moderna che per ciò stesso rendono problematico un ripristino sic et simpliciter ad una situazione come quella ottocentesca.
Tranquilli: da questo punto di vista, la soluzione c'è già. Un ex Soprintendente ha sottolineato come gli introiti elevatissimi del Colosseo - la gallina dalle uova d'oro dell'intero patrimonio nazionale - potrebbero ben ripagare questi costi. Peccato che tali entrate da sempre servano a sostenere le spese di mantenimento, restauro, gestione dell'intero patrimonio archeologico romano, dall'Appia ad Ostia, dalle decine di musei ai mausolei, agli acquedotti (e d'altro canto, se l'Anfiteatro fosse del tutto autonomo, non ci sarebbe stato bisogno della sponsorizzazione Dalla Valle per un restauro ben più doveroso di questo ripristino).

Se nulla può essere detto neppure sul piano tecnico (auspicabilmente più meditato, ci si augura, dei recentissimi, pesanti restauri sul Palatino), in compenso su quello gestionale il genio italico ha dato prova, in questi ultimi giorni, di tutta la sua poliedricità.
Per decidere cosa fare nel futuro Colosseo ripristinato à l'ancienne, si può scegliere fra voli di aquiloni, concerti di musica classica (l'acustica essendo un dettaglio), partite di calcio, spettacoli assortiti ed 'eventi' pudicamente non meglio identificati.
In questo modo, sostiene questo esercito di progressisti della domenica, finalmente il monumento sarebbe utilizzato pienamente e i visitatori godrebbero di un'esperienza ben più appagante della visione di una serie di rovine poco comprensibili.

È vero che il Colosseo sia un sistema complesso, a tal punto che le scoperte si succedono, per certi versi, ancora oggi, ma non è presentando una versione comunque sia congelata ad un determinato - ed arbitrario - momento storico, che lo si rende maggiormente leggibile. La complessità di cui è portatore, geneticamente, dal punto di vista storico, architettonico, simbolico, si è poi moltiplicata esponenzialmente attraverso la dimensione temporale e quindi gli usi e le interpretazioni che in circa due millenni ne sono state date, e che comprendono le forzature ideologiche del ventennio fascista, solo per fare un esempio vicino cronologicamente. È una complessità - ineliminabile - che va invece spiegata, anche se è faticoso, soprattutto in tempi di semplificazione.
Ricostruire l'arena perchè questo aiuterebbe a leggere meglio il monumento è, invece, una scorciatoia che strizza l'occhio alla versione più tranquillizzante, perchè più nota, alla Massimo Meridio. Lettura ad una sola dimensione e consolatoria, in quanto priva di quelle incertezze, quei dubbi che costituiscono la vera essenza non solo della ricerca storico-archeologica, ma di quello spirito critico che, solo, può aiutarci ad una intepretazione meno superficiale del mondo che ci sta attorno.

E che magari ci può aiutare ad interpretare lo stesso successo di questa proposta, in un contesto in cui, a pochi passi di distanza, la Domus Aurea, con la necessità di un complicatissimo restauro pluridecennale e una cronica mancanza di risorse che uno Stato impotente non riesce a recuperare, sottolinea impietosamente la totale mancanza di una visione complessiva e consapevole nei confronti del nostro patrimonio archeologico.
Da anni, ormai, l'agenda del Collegio Romano si risolve in un accumulo estemporaneo di attività in cui è impossibile rintracciare priorità consolidate e durature.

Questa desolante mancanza di una programmazione - per quanto elementare possa essere - che contraddistingue la gestione del nostro patrimonio, viene da molto lontano. Effetto e causa, al tempo stesso, di quella perdita di senso dei nostri beni culturali sottolineata dalle addizioni lessicali nella definizione del Ministero voluto da Spadolini, quarant'anni fa.
Ai beni culturali furono così dapprima aggiunte le attività, poi il turismo. Nel frattempo, la nascita del Ministero dell'Ambiente - era il 1986 - cominciava a frantumare quel principio di tutela unitaria del territorio con le disastrose conseguenze sul paesaggio aggravatesi negli ultimi anni.

Da circa un lustro il Mibact subisce ridimensionamenti sempre più gravi alle sue prerogative di tutela non solo paesaggistica. L'ultimo attacco, in ordine di tempo è rappresentato da quello Sblocca Italia che, in queste ore, il Senato sta definitivamente ratificando nell'afasia del Ministro che si troverà - di conseguenza - a governare un dicastero pesantemente sminuito nei compiti istituzionali.
Si potrà consolare con un bell'incontro di lotta greco-romana nell'arena ripristinata, mentre fuori i nuovi ottomani si suddivideranno le spoglie dell'ultima spartizione di bottino.

Un appello che non è un appello, ma un richiamo alla ragione: sicurezza degli spazi pubblici è qualità di progettazione, non paranoia securitaria vagamente militarista. Corriere della Sera Milano, 4 novembre 2014, postilla (f.b.)

Sul Naviglio Grande ci sono aree da poco rinnovate e frequentate a ogni ora da runner e ciclisti. Uno spazio che i milanesi hanno riconquistato. Il Naviglio Grande è la zona dove è stata aggredita Irene: era lì a correre. Non era notte. C’era luce. Minuti sottratti a famiglia, lavoro, incombenze perché si ha bisogno di stare all’aperto, con i propri pensieri. Una città è anche questo: luogo di scambio e luogo dove riappropriarsi di momenti di libertà. Fa rabbia la storia di Irene. E sconfortano alcuni commenti: «Correte in gruppo, coi mariti. Vestitevi con tuta larga, evitate magliette aderenti». No. Vogliamo essere libere di correre. O camminare, zoppicare, saltellare, muoverci come vogliamo, quando vogliamo. Dove vogliamo. Senza paura. All’alba, al tramonto. In centro e in periferia. Troppo? Gli uomini vanno al calcetto con gli amici. E le donne? Perché non possono correre, anche da sole?
Perché Milano sia un bene comune, va ripensata. Con le donne. Difficile? Con l’Expo e con il Consiglio metropolitano nato per riorganizzare la città c’è un’opportunità. Ci sono gli esempi. Vienna, Marsiglia, Cordoba in Argentina, altre città in Canada lavorano sull’urbanistica di genere. Non solo colonnine Sos e illuminazione. Ma anche spazi pubblicitari vietati a inserzionisti che propongono un’immagine della donna distorta. O parchi pensati ascoltando i bisogni delle cittadine e chiamando architetti e urbaniste donne a contribuire al cambiamento.

postilla

Si dice Milano ma si potrebbe dire Ovunque: un'aggressione a una signora che fa jogging, in pieno giornoin un parco cittadino, e scatta immediatamente la reazionerepressiva, da ordine pubblico o poliziesca teoria della finestrarotta che dir si voglia. Mentre invece qui, come ben capisce il testodell'appello, si tratta di un'idea di città sbagliata, in cui lospazio pubblico viene pensato burocraticamente, applicando in modo unpo' svogliato il manuale degli standard e quello della progettazionedei giardini, e realizzando invece l'ennesima graziosa Little BigHorn, luogo ideale di agguati in quanto sottratto ai famosi “occhisulla strada”. Ci sono due concezioni di spazio sicuro: quellomilitarizzato, e quello vissuto continuamente. Uno dovrebbe essereespressione di una città paranoica e fascistoide, quella che a ogniproblema propone come soluzione il manganello, l'altro aspira a bendiverse idee, che non sono di vaga solidarietà e comprensione, ma dipura condivisione. Gli strumenti sono intelligenza e visione, bastausarli, non servono neppure soldi in più. Ripensiamo alla troppo celebrata ma in fondo poco capita Jane Jacobs (f.b.)

Assisto come tutti, al vivace dibattito che si svolge in Italia e in Europa sui grandi temi delle riforme istituzionali, della crescita del Prodotto Interno Lordo >>>

Assisto come tutti, al vivace dibattito che si svolge in Italia e in Europa sui grandi temi delle riforme istituzionali, della crescita del Prodotto Interno Lordo PIL e del lavoro, sulla necessità di fermare l’immigrazione, di aumentare i consumi, di realizzare grandi opere, sulle eccellenza di cui possiamo vantarci: auto di lusso, moda, gioielli, specialità alimentari. Ogni tanto, magari, appaiono notizie sulle condizioni miserevoli di centinaia di migliaia di immigrati lavoratori stagionali, ammassati in rifugi malsani, di città e strade allagate, di italiani poveri che talvolta non hanno di che mangiare, di fastidiosi dimostranti che protestano per la perdita del posto di lavoro nelle fabbriche e negli uffici, di fumi tossici che appestano l’aria di alcune città, di schiumose acque di fogna che finiscono nel mare anche nelle delicate zone naturali.

Sono comunque lontani i tempi di quarant’anni fa, quando l’ondata della contestazione ecologica ha investito l’Italia e il mondo, e tanti sostenevano invece che il degrado e l’intossicazione dell’ambiente erano proprio dovuti al “dovere” di far crescere il PIL, accusato di essere il triste indicatore che accompagna la produzione di merci e il conseguente inevitabile inquinamento dell’aria e delle acque e l’impoverimento delle risorse naturali, l’indicatore che cresce anche se aumentano gli incidenti stradali e il gioco d’azzardo.
Tutte queste ubbie della contestazione sono state “fortunatamente” spazzate via dalla saggezza dei governanti che nella crescita economica e dei consumi vedono l’unico rimedio alle crisi economiche, la ricetta per il glorioso cammino dell’umanità, anzi per la stessa soluzione dei problemi ambientali. Spazzate via ma non del tutto; nelle settimane scorse sono calati a Roma i rappresentanti dei movimenti popolari internazionali per discutere dei temi, squisitamente ecologici: “terra, casa, lavoro”, chiedendo solidarietà e giustizia contro gli effetti distruttivi del potere economico. Erano persone delle cooperative agricole, dei sindacati, dei raccoglitori e riciclatori di rifiuti, dei lavoratori delle miniere, e hanno descritto le condizioni miserevoli in cui vivono nel mondo duemila milioni di persone: in certe zone con un gabinetto ogni ottocento persone.
La voce di questi movimenti è stata raccolta dal Papa Francesco che ha tenuto un lungo discorso, di cui ha parlato anche questo giornale, riconoscendo l’origine dello scandalo della mancanza di abitazioni, di lavoro, di terra proprio nel “culto idolatrico al denaro”. «All’inizio della creazione, ha ricordato il Papa, Dio creò l’uomo custode della sua opera, affidandogli l’incarico di coltivarla e di proteggerla». Questo disegno è stato sconvolto dall’accaparramento di terre, dalla deforestazione, dall’appropriazione dell’acqua, dai pesticidi, tutte forme di violenza ecologica che hanno strappato intere generazioni dalla loro terra natale. E ha continuato: «Durante questi incontri avete parlato di pace e di ecologia. E’ logico: non ci può essere terra, non ci può essere casa, non ci può essere lavoro se non abbiamo la pace e se distruggiamo il pianeta. Tutti i popoli della terra, tutti dobbiamo alzare la voce in difesa di questi due preziosi doni: la pace e la natura. La sorella madre terra, come la chiamava san Francesco d’Assisi».
E ancora: «Un sistema economico incentrato sul dio denaro ha anche bisogno di saccheggiare la natura, per sostenere il ritmo frenetico di consumo che gli è proprio. Il cambiamento climatico, la perdita della biodiversità, la deforestazione stanno già mostrando i loro effetti devastanti nelle grandi catastrofi a cui assistiamo, e a soffrire più di tutti siete voi, gli umili, voi che siete vicino alle coste in abitazioni precarie o che siete tanto vulnerabili economicamente da perdere tutto di fronte ad un disastro naturale. Il creato non è una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, un dono meraviglioso». A proposito della casa il Papa ha ricordato che «un tetto, perché sia una casa, deve avete anche una dimensione comunitaria. Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini. Città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie, che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra».
Ho voluto riprodurre letteralmente queste parole del Papa perché, a mio parere, contengono un programma di azioni che assicurerebbero un genuino sviluppo anche nel nostro paese, occasioni di quel lavoro che in Italia manca. Al di là delle fittizie proposte di merci verdi, bio, sostenibili, come le chiamano, la soluzione dei grandi problemi del nostro paese richiede progetti di occupazione per produrre cose realmente utili, nuove e diverse città, beni materiali e servizi capaci di soddisfare dei veri bisogni umani. Bisogni di mobilità decente, di abitazioni con servizi adeguati, di acqua e depuratori delle fogne, di difesa del suolo e di rimboschimento, anche per rallentare i cambiamenti climatici, bisogni di alimenti a prezzi che siano remunerativi per gli agricoltori e accessibili alle classi meno abbienti. E infine lavoro per sollevare dalla miseria, in tanti paesi del mondo, chi non ha acqua, elettricità, medicine, case: una ingegneria senza frontiere «affinché tutti possano beneficiare dei frutti della terra». Grazie al Papa ecologo.

L'articolo è stato inviato contemporaneamente alla Gazzetta del Mezzogiorno

A proposito del commento entusiastico sulla Legge Lupi del neo direttore di Urbanistica, Federico Oliva, vorrei a mia volta osservare…>>>

A proposito del commento entusiastico sulla Legge Lupi del neo direttore di Urbanistica, Federico Oliva (vedi il testo in allegato), vorrei a mia volta osservare che a parere non solo mio, ma dei 400 firmatari dell’appello di eddyburg, e di numerosissimi altri firmatari di analoghi documenti, il nuovo DDL è più pericoloso del precedente disegno di legge «Principi in materia di governo del territorio» che lo stesso Lupi, allora parlamentare di Forza Italia, aveva proposto nel 2005.

Nel testo del 2005 si affermava infatti, all’art. 5, comma 4, che «Le funzioni amministrative sono esercitate in maniera semplificata, prioritariamente mediante l’adozione di atti negoziali in luogo di atti autoritativi». Eliminato l’avverbio e abbandonata ogni cautela, l’unico e assertivo principio esplicitamente e ripetutamente richiamato nella nuova Legge Lupi consiste nel cancellare la titolarità pubblica della pianificazione. Infatti, si garantisce all’Art.1 che “ai proprietari degli immobili è riconosciuto, nei procedimenti di pianificazione, il diritto di iniziativa e di partecipazione, anche al fine di garantire il valore della proprietà”. Un principio di dubbia costituzionalità e di traballante giustificazione scientifica, economica e territoriale, ulteriormente ribadito all’Art.8.

Anche il titolo della legge, che recita «Principi in materia di politiche pubbliche territoriali e trasformazione urbana», appare manifestamente e scandalosamente fuorviante, poiché di fatto il privato, se la legge venisse approvata, diventerebbe attore e co-protagonista nei processi decisionali in materia di pianificazione urbanistica e territoriale. Ma è tutto l’articolato che smentisce il titolo e conferma le preoccupanti, anzi inaccettabili, caratteristiche del disegno di legge: una legge a sostegno della rendita e della proprietà immobiliare che sembra scritta dall’ufficio studi dell’associazione dei costruttori.

Il nuovo e influente direttore della rivista Urbanistica, già Presidente dell’INU dal 2005 al 2013, non la pensa così. Anzi, proprio aggrappandosi allo scoglio salvifico rappresentato dal titolo menzognero della legge, scrive su Urbanistica Informazioni n. 253-254 un breve commento entusiastico, e davvero fuorviante.

Federico Oliva capovolge infatti la realtà e, dimenticandosi che il DDL del 2005 aveva ottenuto un voto favorevole, purtroppo ampiamente bipartisan, alla Camera e che non era passato al Senato per il rotto della cuffia - grazie anche a una tempestiva azione di sensibilizzazione di eddyburg -, prende le distanze dalla prima legge Lupi al solo scopo di legittimare l’ennesimo tentativo, dell’allora parlamentare di Forza Italia e oggi Ministro del governo Renzi, di scardinare il governo pubblico del territorio concedendo ampia discrezionalità al privato. La nuova legge, secondo il neodirettore di Urbanistica, farebbe piazza pulita dei «passaggi più inaccettabili del testo del 2005, come quelli che attribuivano anche ai privati la responsabilità della pianificazione negandone la fondamentale competenza pubblica». Ma, invece, è proprio ciò che la nuova legge ‘di principi’ autorizza: anzi, con maggiore determinazione.

Oliva si domanda in conclusione, con discutibile sense of humor, se Lupi è migliorato o è lui che è peggiorato. E conclude che a Lupi ha fatto bene la vicinanza al «nostro attivissimo Presidente del Consiglio» al quale aveva già tributato all’inizio del breve articolo un elogio sperticato, evocando il «brillante scenario riformista aperto dall’attuale Governo».

Che dire? Che Lupi certamente non è cambiato, e che Oliva forse è un po’ confuso.

Riferimenti
Qui di seguito l'articolo di Federico Oliva

Urbanistica informazioni, 253-254 Gennaio-Febbraio, Marzo-Aprile
Lupus in fabula

di Federico Oliva

Nel brillante scenario riformista aperto dall’attuale Governo sembra esserci anche un piccolo spazio per la riforma urbanistica, tema negletto e marginale ma che agli urbanisti e all’Inu, tutto sommato, interessa ancora. Improvvisamente, mentre un valoroso deputato del centro sinistra si adopera faticosamente e in perfetta solitudine a mettere insieme un testo unificato delle varie proposte giacenti da anni in Commissione, senza sapere però se il suo encomiabile lavoro avrà o meno uno sbocco, dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti esce un testo titolato “Principi in materia di politiche pubbliche territoriali e trasformazione urbana”, un testo curato dalla Segreteria Tecnica del Ministro che presenta due notizie positive e rilevanti.

La prima notizia riguarda i contenuti della proposta, una vera e propria legge sui principi generali del Governo del Territorio, per tanti anni invocata dall’Inu e la cui assenza ha pesantemente condizionato la qualità delle diverse leggi regionali e ha impedito il completamento della riforma. Ebbene, nonostante alcuni limiti, anche rilevanti ma facilmente rimediabili, come la scarsa correlazione con la “legge Delrio” o l’imperfetta definizione dei diritti edificatori non differenziati dalle semplici previsioni, si tratta di un buon testo, equilibrato e scritto in manie-ra comprensibile, che riprende tutti i temi per i quali l’Inu si è speso con poco successo negli ultimi vent’anni, se si eccettuano alcune leggi regionali.

La seconda notizia è che il Ministro responsabile è l’on. Lupi, nel passato spesso associato alle peggiori pratiche urbanistiche, sia quando da Assessore al Comune di Milano promuoveva la “deregulation per progetti” contro il piano, sia quando da deputato del centro destra firmava nel 2005 il testo di “legge di principi” che più si è avvicinato all’approvazione finale con la prima lettura da parte della Camera; un testo considerato da molti urbanisti (e anche dall’Inu, seppure con qualche distinguo), come molto vicino al male assoluto.

Oggi, rileggendo i passaggi più inaccettabili del testo del 2005, come quelli che attribuiano anche ai privati la responsabilità della pianificazione negandone la fondamentale competenza pubblica, un passaggio palesemente contraddetto dallo stesso Titolo della nuova proposta, mi sono posto una semplice domanda: ma è Lupi che è migliorato o sono io peggiorato? Poiché un rapido esame di coscienza mi ha rassicurato sulle mie posizioni, ne ho dedotto che la sola vicinanza al nostro attivissimo Presidente del Consiglio gli ha fatto bene.

E’ passato mezzo secolo da quando l’economista Kenneth Building (1910-1993) ha scritto dei contributi fondamentali destinati a sollevare una ondata >>>

E’ passato mezzo secolo da quando l’economista Kenneth Building (1910-1993) ha scritto dei contributi fondamentali destinati a sollevare una ondata di attenzione per i problemi ambientali. Boulding era nato in Inghilterra a Liverpool, si era laureato a Oxford nel 1931 e nel 1932 era poi emigrato negli Stati Uniti dove era stato professore di Economia nelle Università dello Iowa, del Michigan e infine del Colorado. Boulding fu un apprezzato economista e anche presidente della Associazione Americana degli Economisti ma la sua maggiore fama gli venne da alcuni scritti provocatori sui problemi ambientali che risalgono agli anni sessanta del Novecento, quando cominciava a circolare l’attenzione per la scarsità delle risorse naturali e per gli effetti degli inquinamenti.

Bastava il buon senso per osservare, come quasi nessuno allora faceva, che ogni attività “economica” consiste nel trarre dei beni dalla natura, nel trasformarli in oggetti, in beni materiali commerciali, e che in tale operazione si formano scorie e rifiuti che finiscono nell’ambiente circostante danneggiandone gli abitanti. A differenza di quanto avviene nei cicli ecologici, in cui (quasi) tutte le scorie sono rimesse in circolazione, utili per altre forme di vita, nei cicli economici la natura resta impoverita da quanto gli umani portano via dal terreno, dalle miniere e dai pozzi, e le scorie si accumulano come crescenti corpi estranei dannosi per l’ambiente.
Il ciclo dei beni “economici” della natura riesce ad andare avanti con continua espansione perché il pianeta Terra è molto grande. Ma, avvertì Boulding, fate attenzione e guardate la storia degli stessi Stati Uniti; i primi pionieri, all’inizio del 1800, sono sbarcati dall’Europa sulle coste atlantiche avendo davanti terre sterminate, boschi e pascoli in cui allevare allo stato brado animali che potevano fornire la carne ad una popolazione crescente e ne avanzava anche per l’esportazione. Il cowboy è stato ed è il simbolo dell’America; spinge gli animali nei pascoli e poi nei macelli e i pascoli apparivano senza fine; se i pascoli più vicini si impoverivano, ci si poteva spingere verso l’Ovest, il Far West, dove acque e pascoli e boschi permettevano la continuazione di crescenti attività economiche.
I pionieri americani avevano potuto correre verso l’ovest uccidendo i nativi, i “pellerossa”, e distruggendo le popolazioni dei bisonti che vivevano in libertà nei pascoli senza padroni e fornivano il nutrimento dei nativi. Con l’avvento della “civiltà” le grandi terre libere vennero frazionate e assegnate a proprietari che potevano sfruttarle a proprio piacimento. A mano a mano che i terreni e i pascoli diventavano meno fertili per l’eccessivo sfruttamento, c’era pur sempre un “altro Ovest”, fino a quando i pionieri e i cowboys si sono trovati davanti alle Montagne Rocciose. Ma anche quelle potevano essere scavalcate verso le fertili terre della California; impoverite anche quelle, i cowboys si sarebbero trovati davanti l’oceano in cui non ci sarebbe stato nessun pascolo di cui appropriarsi e nessun animale da vendere e macellare.
Boulding scrisse che non sarebbe stato possibile continuare a vivere sul pianeta Terra secondo l’“economia del cowboy” e che sarebbe stato necessario organizzare la vita economica riconoscendo che, per quanto grande, la Terra è uno spazio chiuso, grande ma non infinito, non diversa, fatte le proporzioni, da una navicella spaziale. Gli astronauti possono contare soltanto sulle risorse che si trovano dentro la navicella e dentro la stessa navicella, e in nessun altro posto, possono mettere i loro rifiuti. Anche gli astronauti, che siamo poi tutti noi, della “navicella spaziale Terra”, Spaceship Earth, possono trarre tutto quello che gli occorre soltanto dal nostro pianeta e soltanto li dentro possono mettere i loro rifiuti.
Negli anni sessanta del Novecento il concetto di Spaceship Earth guadagnò la prima pagine dei settimanali, fu il titolo di libri e articoli e ispirò la prima Giornata della Terra dell’aprile 1970. L’attenzione di Boulding per il destino ecologico degli abitanti del nostro pianeta aveva anche una radice etica: Boulding, Era quacquero, seguace di una “chiesa” basata sul pacifismo, sul rifiuto delle armi e della guerra, sull’austerità e sulla nonviolenza, e come tale riconosceva che anche lo sfruttamento dei beni comuni naturali e gli inquinamenti e gli sprechi sono forme di violenza agli altri abitanti del pianeta, al “prossimo” e fonti di conflitti.
Personaggio di grande interesse umano, oltre che scientifico, Boulding è stato instancabile nel “predicare”, direi, la necessità di un cambiamento nelle regole dell’economia, compatibile con i vincoli ecologici della Terra, la necessità di porre dei “limiti” allo sfruttamento delle risorse naturali. Boulding non è più citato neanche nei testi di economia; eppure la navicella spaziale Terra è sempre quella, con le sue terre e i suoi oceani; anzi è raddoppiato in mezzo secolo, il numero degli “astronauti”, ormai sette miliardi, che la occupano, tutti impegnati a portare via alimenti, alberi, minerali, fonti di energia, e a mettere dovunque i rifiuti dei loro consumi, tutti sperando che succeda qualcosa che ci consenta di continuare il nostro comportamento da cowboy. Purtroppo anche nel caso della Terra, nessuno ci può portare da fuori qualcosa, cibo o acciaio o petrolio, e non possiamo gettare il nostro pattume negli spazi interplanetari.

L'articolo è stato inviato contemporaneamente alla Gazzetta del Mezzogiorno

Foglio un articolo del vicedirettore Alessandro Giuli che prende di mira l'assessore all'Urbanistica della Regione Toscana>>>

Foglio un articolo del vicedirettore Alessandro Giuli che prende di mira l'assessore all'Urbanistica della Regione Toscana - Anna Marson - paragonata niente di meno che a Pol Pot, un dittatore sanguinario che nell'arco di pochi anni ha sterminato metà del popolo cambogiano. L'articolo sul Foglio, ben undici pagine di falsi e di insinuazioni velenose, ha già avuto un'efficace risposta dal presidente della Regione Toscana. Tuttavia, commissionato da Giuliano Ferrara (e a Ferrara commissionato da chi?) è solo l'ennesimo attacco sulla stampa di una campagna contro il Pit adottato; una campagna che ha visto il mondo del vino - salvo qualche voce isolata - schierarsi compatto contro il Piano, che, secondo i vignaioli toscani impedirebbe l'impianto e il reimpianto dei vigneti. Un piano autoritario - sempre secondo i vignaioli - che imporrebbe perfino quali vitigni scegliere e dove metterli: si tratta, ovviamente, di balle, ma che, accompagnate da fosche previsioni di chiusura d'imprese e di disoccupazione, colpiscono l'immaginazione di un pubblico ignaro di cosa sia il Pit.

Le ragioni della rivolta contro il Pit sono sostanzialmente tre e l'una non esclude l'altra. Il primo motivo, di natura psicologica, corrisponde a un riflesso di tipo pavloviano. Non pochi agricoltori sono stati in passato angariati dai Comuni con provvedimenti illegittimi; è bastato, perciò, qualche accenno di limitazione per fare scattare una reazione allergica: tanto virulenta quanto ingiustificata dal momento che il Pit non impone e non prescrive niente al mondo dell'agricoltura. Il secondo motivo è che gli agricoltori sembrano non inquadrare il nocciolo della questione, cioè dove sta il loro interesse. Il Pit, infatti, per quanto riguarda il mondo dell'agricoltura ha un taglio esclusivamente promozionale, si rivolge cioè ai programmi settoriali della Regione e non agli strumenti urbanistici dei Comuni, (dei quali la nuova legge urbanistica, anch'essa in attesa di approvazione, esclude ogni competenza sulle scelte colturali). Gli agricoltori, perciò, piuttosto che paventare inesistenti vincoli del Piano, dovrebbero preoccuparsi di dove e di come sono distribuite le risorse finanziarie, cioè degli orientamenti e delle scelte del Programma di sviluppo rurale 2014-2020, in corso di gestazione e facente capo all'assessore all'agricoltura, Gianni Salvadori.

Il terzo motivo è di natura politica: la protesta degli agricoltori contro il Pit è stata cavalcata dall'assessore all'agricoltura che si è messo alla testa dell'opposizione al Piano; dimenticando che il Piano - per ciò che riguarda le direttive e la disciplina rivolta al mondo rurale - è stata concordato parola per parola con i suoi uffici e che lui stesso lo ha approvato in giunta senza aver niente da obiettare. Difficile dire se l'assessore stia a capo o dietro alla protesta; certo è che non vuole che il Pit, con le sue direttive, condizioni il Piano di sviluppo rurale e, volente o meno, fa parte di uno schieramento che attacca il presidente Enrico Rossi colpevole di una politica un po' più di sinistra rispetto a quella renziana. Può essere una tattica di logoramento, tuttavia il bersaglio grosso, è l'approvazione del Pit rimandata alla prossima legislatura, dove tutto può cambiare: non più Marson, la nuova legge urbanistica cassata e la politica regionale ancora più spostata verso le grandi opere, le autostrade, gli inceneritori, ecc. D'altronde, Salvadori, nel cui curriculum vanamente si cercherebbe qualche competenza rispetto ai problemi del mondo agricolo, è un sostenitore dell'agro-industria; è, per fare un esempio, un convinto supporter del progetto della mega-centrale a combustione di biomasse, "riconversione" dell'ex zuccherificio Sadam di Castiglion Fiorentino - un inceneritore mascherato.

Rimane il rimpianto che anche quella parte del mondo toscano che era o sembrava più aperta al cambiamento e più consapevole che un paesaggio sano, ricco di testimonianze e bello, aiuta a vendere i prodotti ed è un valore economico prezioso - ad esempio il Consorzio Chianti Classico, che ha pur sempre una fondazione per la tutela del territorio, - si sia accodata acriticamente alla guerra scatenata contro il Piano; una operazione che mira soprattutto alla distruzione personale dell'assessore Marson; ciò che forse non è "polpottismo", ma sicuramente è bieco stalinismo.

Se non fosse una cosa così seria verrebbe quasi da sorridere a pensare alle migliaia di persone che ogni anno da venti anni si trascinano da un paese all’altro a discutere senza risultati su come fermare i peggioramenti climatici. Da Berlino, a Kyoto nel 1997, a Marrakesh, a New Dehli, a Nairobi, alla fascinosa Bali, a Cancun, alla favolosa Doha, a Lima nel Peru, con un supplemento a New York la settimana scorsa. Sono ministri, capi di governo, funzionari ministeriali, esperti, ambientalisti e soprattutto lobbysti, quei funzionari che le grandi industrie mandano in giro ad accertarsi che non venga presa qualche decisione che danneggi i loro affari. Perché di soldi e di merci e di affari, si tratta.
Il peggioramento del clima, che da anni è sotto i nostri occhi, con piogge quando dovrebbe esserci il sole, con grandinate quando dovrebbe piovere gentilmente, con siccità nei suoli agricoli, in attesa che improvvise tempeste li riempiano di acqua, con tranquilli fiumiciattoli che allagano intere città, è dovuto al cambiamento della composizione chimica dell’atmosfera provocato dalle attività “economiche” umane. La quantità dell’anidride carbonica CO2 presente nell’atmosfera è aumentata, in cinquanta anni, da 2400 a 3000 miliardi di tonnellate, con un inesorabile continuo aumento annuo di circa 15 miliardi di t; è questo gas, insieme ad alcuni altri “gas serra”, che trattiene sulla superficie dei continenti e degli oceani una crescente frazione della radiazione solare.
Da un parte all’altra del pianeta, terre e mari vengono così scaldati e si alterano i cicli naturali di evaporazione e di condensazione dell’acqua e la circolazione del calore attraverso gli oceani. La modificazione chimica dell’atmosfera è direttamente proporzionale ai consumi delle fonti di energia fossili, petrolio, carbone e gas naturale, le quali a loro volta servono per fabbricare e tenere in moto tutte le meraviglie della società moderna: automobili e materie plastiche, aerei e telefoni cellulari, cemento e condizionatori d’aria, perfino prodotti agricoli e zootecnici che forniscono il cibo quotidiano. Una qualche attenuazione della crisi si potrebbe avere piantando più alberi, i quali “portano via” un po’ della CO2 dell’atmosfera, tanto che è stato inventato un meccanismo economico per cui chi immette CO2 nell’atmosfera può continuare ad inquinare pagando qualche paese sottosviluppato perché pianti un po’ di alberi, una specie di commercio delle indulgenze.
Purtroppo la crisi climatica viene aggravata perché, in molti paesi poveri, su grandi superfici le foreste vengono tagliate per recuperare terreni agricoli e pascoli e legname e per aprire miniere, nella speranza di guadagnare qualche soldo e qualche posto di lavoro. In tutte le conferenze internazionali sul clima i governanti da venti anni ripetono le stesse cose; analizzano le cause, ormai notissime, del riscaldamento globale, e dichiarano con fermezza che ciascun paese ha intenzione di limitare le emissioni di “gas serra” compatibilmente con le necessità economiche, cioè mai. Le economie di tutti i paesi, di quelli di antica industrializzazione (del primo mondo), di quelli del secondo mondo di recente industrializzazione e di quelli del terzo mondo, poveri e poverissimi, vogliono più cibo, più acqua, più energia, più merci, tutte cose che inevitabilmente comportano un aumento dell’inquinamento ambientale e non solo di quello responsabile dei peggioramenti climatici.
I governanti di alcuni paesi, come quelli europei, promettono di introdurre innovazioni tecnologiche “verdi” per diminuire le emissioni di gas serra, limitandole ai valori di qualche anno fa; ma anche così la quantità di gas serra che si accumulano nell’atmosfera --- ed è la loro quantità totale che conta ai fini del riscaldamento globale --- aumenta. Poco favorevoli a forti limitazioni del consumo di combustibili sono i paesi come India e Cina e anche i paesi poveri che chiedono ai paesi ricchi, Stati Uniti ed Europa, forti inquinatori, di dare per primi il buon esempio limitando le loro emissioni. I mutamenti climatici hanno un duplice effetto: costano soldi, pubblici e privati, a causa dei danni apportati dalle frane e dalle alluvioni, dalla distruzione dei raccolti, e provocano l’aumento dei prezzi delle merci. Ma sono anche fonti di violenza e di dolori umani; milioni di persone, soprattutto dai paesi più poveri, emigrano dalle terre rese sterili dalla siccità, o sommerse dalle acque, ma trovano le porte sbarrate dall’egoismo dei paesi più ricchi che, con i loro consumi enormi, sono stati la vera causa delle loro disgrazie climatiche.
Il problema è aggravato dal fatto che sta inesorabilmente aumentando il numero di persone che aspirano alla crescita economica. Secondo recenti previsioni delle Nazioni Unite la popolazione mondiale sta passando dagli attuali 7 a dieci o più miliardi di persone nei prossimi decenni. Persone che sono consumatori affamati di cibo e acqua e di merci essenziali, ma avidi anche di merci inutili offerte da quella stesse imprese, più o meno verdi, che dichiarano a gran voce quanto amano il pianeta. E’ inevitabile che la popolazione mondiale aumenti ancora per molti anni, fonte di ulteriori conflitti per spazio e materie prime scarsi, di avvelenamento e di mutamenti della stessa struttura chimica, fisica e biologica del pianeta. Potrà andare avanti a lungo questa corsa di corridori ciechi, incapaci di vedere verso quali crisi planetarie stanno andando?
L'articolo è stato inviato contemporaneamente alla Gazzetta del Mezzogiorno



Renzi definisce conservatori i compagni del suo partito, che resistono all'abolizione definitiva dell'art. 18. Non è la prima volta, negli ultimi anni >>>

Renzi definisce conservatori i compagni del suo partito, che resistono all'abolizione definitiva dell'art. 18. Non è la prima volta, negli ultimi anni, che nel dibattito politico esplode il motivo del conflitto tra conservatori e innovatori. Con un rovesciamento di senso rispetto a quel che normalmente significano questi due termini. E' un collaudato artificio retorico per mettere in difficoltà chi difende diritti e conquiste sociali consolidati, bollandolo come oppositore delle splendide novità portate dalla storia che avanza. Ci sarebbe da chiedersi se tutto il nuovo che si realizza nel corso del tempo corrisponda ad aspirazioni generali, porti benefici per tutti.

Prendiamo ad es. il campo della scienza, quello che al senso comune appare come il campo trionfante del progresso. Davvero tutto l'avanzamento scientifico dell'età contemporanea è andato a beneficio dell'umanità? La bomba atomica è stata una delle più grandi innovazioni scientifiche del '900. In campo militare si è passato dalle armi per combattere un nemico sul terreno a uno strumento di genocidio, di cancellazione di tutto il vivente. Mi pare difficile ascriverla tra i progressi dell'umanità. L'amianto è un magnifico materiale ignifugo, che ha trovato infinite applicazioni industriali.E' un vero peccato che esso induca il tumore mortale alla pleura o al polmone. Ma quella magnifica innovazione ci è costata e continua a costarci migliaia di morti all'anno oltre alle somme ingenti per eliminarlo da case e aziende. Anche i gas clorofluorocarburi, quelli che servivano alla refrigerazione, rappresentavano una geniale innovazione chimica. Com è noto, lacerano lo strato atmosferico dell'ozono ed espongono gli esseri viventi a raggi solari che alterano la struttura del dna.
Dunque, non sempre andare avanti significa migliorare le cose. Questa idea che cambiando l'esistente si approdi necessariamente al meglio, che andando più in là si diventi più felici che stando qui, è un vecchio cascame culturale sopravvissuto all'illuminismo. E' una superstizione paesana, e ora dispositivo retorico di un ceto politico senza prospettive, che crede di cambiare il mondo cambiando il senso delle parole.

Ma poi è sempre da condannare la conservazione? Chi si oppone a che un territorio verde venga coperto col cemento di nuove costruzioni genera un danno alla collettività o crea qualche vantaggio agli abitanti del luogo e più in generale ai viventi? Chi lotta perché la via Appia non divenga luogo di lottizzazione per villette private è certamente un conservatore: vuole preservare le pietre di due mila anni fa da edifici nuovi fiammanti. Ma chi esprime rispetto per la bellezza e la grandezza del nostro passato, chi ha una idea di società meno spiritualmente gretta, chi propone la visione di un paesaggio irriproducibile da godere collettivamente, chi si fa carico delle nuove generazioni, chi esprime un senso dell'interesse generale e del bene comune: è da mettere alla gogna? Tutto questo distillato di civiltà dobbiamo buttarlo via perché è vecchio?

Ma la retorica contro i conservatori ha avuto come bersaglio prevalente le tutele dei lavoratori. Tanto il centro-sinistra quanto il centro-destra hanno aperto una vasta breccia di innovazione nel mondo del lavoro: hanno inaugurato l'era del lavoro precario: lavoro in affitto, a progetto, interinale, somministrato, ecc. Un florilegio mai visto di innovazioni legislative. In Italia la Fornero è riuscita a creare una figura unica nel suo genere: gli esodati, lavoratori senza salario e senza pensione. Nessuno può dire che non si tratti di una innovazione. Stabilire a vantaggio di chi è altra questione.

Anche il presidente della Repubblica, nella discussione intorno all'articolo 18, ha portato un rilevante contributo di innovazione. Lo ha fatto sul piano del linguaggio. Ha esortato il governo e i suoi ad avere più coraggio. Coraggio a rendere più facilmente licenziabili operai e impiegati, coloro che tengono in piedi l'economia e i servizi del paese, spesso per un misero salario, coloro che talora entrano ed escono dalla cassa integrazione, che si infortunano, che sul lavoro ci muoiono, che rinunciano alla maternità, che vivono nell'angoscia di un licenziamento che può gettarli in strada da un momento all'altro. Non siamo di fronte a una innovazione? Chi è, nel senso comune universale, coraggioso? Certamente colui che affronta un avversario più forte, che alza la voce contro chi sta in alto. Ad esempio chi mette in atto una politica fiscale contro le grandi ricchezze, chi critica l'arrogante politica bellica degli USA, chi cerca di limitare l'arricchimento privato di tante pubbliche professioni. Il presidente della Repubblica capovolge la verità storica e anche quella delle parole e si schiera contro i lavoratori del suo paese. A favore degli imprenditori, che così potranno disporre in piena e completa libertà della forza- lavoro. Come facciamo a non considerarlo un innovatore?

Ma questa innovazione ci porta “avanti”? Indebolire la classe operaia, dunque il lavoro produttivo non sembra che faccia avanzare le società del nostro tempo. La vasta ricerca di T.Piketty, (Il capitale nel XXI secolo, Bompiani) mostra al contrario come l'ineguaglianza che si va accumulando, stia facendo ritornare indietro la ruota della storia. Misurando il peso crescente che l'eredità va assumendo nelle società industriali odierne, egli ricorda che «il passato tende a divorare il futuro: le ricchezze provenienti dal passato crescono automaticamente, molto più in fretta – e senza dover lavorare – delle ricchezze prodotte dal lavoro, sul cui fondamento è possibile risparmiare. Il che, quasi inevitabilmente, porta ad assegnare un'importanza smisurata e duratura alle disuguaglianze costituitesi nel passato, e dunque all'eredità». Le mort saisit le vif, si diceva un tempo, il morto trascina il vivo, il passato ingoia il presente. I novatori che avanzano innalzando i loro vessilli corrono in realtà verso il passato. L'innovazione dei coraggiosi capovolge non solo la verità morale delle parole, ma anche il corso, preteso progressivo, della storia del mondo.

L'articolo è stato inviato contemporaneamente a il manifesto

Quasi non passa giorno senza che il presidente della BCE, Mario Draghi e gli altri strateghi che presidiano il governo dell'Unione si affannino >>>

Quasi non passa giorno senza che il presidente della BCE, Mario Draghi e gli altri strateghi che presidiano il governo dell'Unione si affannino a rammentarci che in mancanza di “riforme strutturali” l'italia non “riprenderà il cammino della crescita”. Le riforme strutturali: espressione ironica della storia. Chi ha memoria del nostro passato ricorderà che la frase “riforme di struttura” è stata coniata da Palmiro Togliatti, diventando uno degli slogan del PCI tra gli anni '50 e '60. Alludeva a profonde trasformazioni da realizzare negli assetti dell'economia e nei rapporti di potere tra le classi.Ora è finita in bocca ai manager finanziari europei, e ai governanti italiani, e serve a dare una accentuazione di radicalità all'intervento invocato, quasi si trattasse di migliorare più profondamente le condizioni del paese.

In realtà, oltre a mascherare il vuoto di prospettiva, essi cercano di nobilitare la sostanza classista della più importante di queste “riforme”: una maggiore flessibilità e una più completa disponibilità della forza lavoro nelle scelte dell'impresa. Il Job Act in cantiere nel governo Renzi, evidentemente non basta. Occorre poter licenziare con più facilità, per attirare i capitali che girano per il mondo. Oggi noi sappiamo bene quanta fondatezza ha la teoria su cui si fonda tale pretesa. Come ha scritto di recente Luciano Gallino, «La credenza che una maggiore flessibilità del lavoro, attuata a mezzo di contratti sempre più brevi e sempre più insicuri, faccia aumentare o abbia mai fatto aumentare l'occupazione, equivale quanto a fondamenta empiriche alla credenza che la terra è piatta» (Vite rinviate. Lo scandalo del lavoro precario, Laterza 2014).
Ma per la verità noi non abbiamo soltanto questa certezza scientifica, oltre alla prova empirica di una economia capitalistica che continua a generare disuguaglianze, precarietà e disoccupazione. Noi possediamo un inquadramento storico quale forse mai si era raggiunto in età contemporanea per una fase così ravvicinata. Sappiamo “come sono andate le cose” negli ultimi 30 anni grazie a una letteratura ormai di considerevole ampiezza. E possediamo una lettura strutturale della crisi che nessuna altra ricostruzione di parte capitalistica può minimamente scalfire. Ha cominciato in anticipo Serge Halimi, con il Grande Balzo all'indietro (Fazi 2006, ma uscito in Francia nel 2004) – un testo ricco di informazioni e d'intelligenza politica che meritava un più ampio successo - seguito l'anno dopo dalla Breve storia del neoliberismo (tradotto dal Saggiatore nel 2007) di D. Harvey, e a seguire una lunga serie di saggi in varie lingue successivi al tracollo del 2008, cui non è neppure possibile far cenno.
Quest'anno si è aggiunto a tanta letteratura storico-analitica – oltre al grande lavoro di T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, già sufficientemente osannato - un saggio che merita di essere ripreso per la limpidezza della scrittura e la forza documentaria con cui conferma la lettura del trentennio neoliberista: I.Masulli, Chi ha cambiato il mondo? (Laterza). Masulli mostra con dovizia di tabelle e dati statistici ufficiali le tendenze di fondo che hanno governato lo sviluppo del capitalismo negli ultimi trent'anni: la delocalizzazione industriale ( indagata nei suoi effetti nei vari paesi in cui si è insediata), l'innovazione tecnologica basata sull 'automazione microelettronica e la finanziarizzazione dell'economia. Son processi noti ma a cui l'autore aggiunge informazioni spesso sorprendenti. Si pensi alle dimensioni degli investimenti all'estero dei paesi di antica industrializzazione. In Francia essi rappresentavano il 3,6% del PIL nel 1980 e sono arrivati a toccare tra il 60 e il 57% nel 2009 e nel 2012. La Germania da un 4,7% è passata al 45,6% nel 2012. Anche l'Italia ha fatto la sua parte, passando dall' 1,6% del PIL del 1980 al 28% del 2012. Dimensioni di investimenti analoghi anche dagli gli altri paesi, con un dato impressionante per la Gran Bretagna, le cui imprese, nel 2010, hanno investito all'estero 1.689 miliardi di dollari, pari a oltre il 75% del PIL. « Con quei capitali, commenta Masulli, si sarebbero potuti creare 8.722.114 posti di lavoro».

Dunque, i nostri capitalisti hanno trasferito e investito all'estero ricchezze immense, fondando quasi nuove società industriali fuori dalla rispettiva madre patria, utilizzando a man bassa il lavoro sottopagato e senza diritti dei paesi poveri, facendo mancare risorse fiscali gigantesche ai vari stati. E ora gli strateghi dell'Unione vorrebbero far tornare un po di capitali in patria riducendo la classe operaia europea alle condizioni in cui è stata sfruttata negli ultimi 30 anni in Cina o in altre plaghe del mondo. Ma il quadro delineato da Masulli conferma e approfondisce, anche per altri aspetti noti, con dati quantitativi, le linee storiche di evoluzione delle economie nel periodo considerato. Tale quadro mostra ad es. come l'innovazione tecnologica sia servita prevalentemente a sostituire forza lavoro, ingigantendo l'esercito industriale di riserva.Su questo punto forse l'autore sottovaluta l'innovazione di prodotto realizzata con la microelettronica, soprattutto negli USA. Ma è un fatto che essa non ha creato, come avvenuto in passato con lo sviluppo delle ferrovie, l'espansione della chimica, l'industria automobilistica del '900, quella durevole ondata di nuovi posti di lavoro che erano attesi.

Mentre la produzione, come sappiamo, è diminuita rispetto ai decenni precedenti il 1980: e qui tutta la gloria del capitalismo neoliberista precipita nell'ignominia di una sconfitta storica.Nel frattempo i salari sono ristagnati, è aumentata la disoccupazione. Ma ovviamente sono cresciuti i profitti. Questi si! Crescita dei profitti, nota l'autore, cui però non corrisponde un aumento del processo di accumulazione, vale a dire guadagni dell'impresa reinvestiti nel processo produttivo. Una parte sempre più consistente di tali profitti se ne è andato e continua ad andarsene in dividendi e pagamento di oneri al capitale finanziario. E così il cerchio si chiude perfettamente, dando un profilo netto alla storia economica degli ultimi 30 anni: asservimento della classe operaia, disoccupazione crescente e lavoro precario, debole crescita economica, ingigantimento del potere finanziario e ampliamento delle disuguaglianze. E' questa la musica al cui suono danziamo ormai da anni. Mentre la politica degli stati e quella dell'Unione in primo luogo propongono di ripercorre il sentiero che ha condotto al presente disordine mondiale.

Ora, l'aspetto più clamoroso della presente situazione, soprattutto in Europa, è l'ostinazione con cui i dirigenti dell'Unione e soprattutto i governanti tedeschi e nord-europei si ostinano al restar ciechi di fronte alla realtà che trent'anni di storia ci consegnano. Saremmo ingenui se pensassimo solo al dogmatismo fanatico che è nel genio nazionale dei tedeschi. E sappiamo che a ispirare la politica dell'austerità che ci soffoca, come ha ricordato Paul Krugman, è l'interesse dei creditori. Ma io credo che l'europa di oggi e gran parte degli stati di antica industrializzazione testimonino un mutamento storico finora inosservato, che ormai emerge alla luce del sole. Non solo i vecchi partiti comunisti, socialisti, socialdemocratici sono stati strappati alle loro radici popolari e guadagnati al campo avversario. E' cambiata la forma di razionalità dei governanti. Heidegger diceva che << la scienza non pensa>>.Credo che sbagliasse bersaglio: è la tecnica che non pensa. La ragione tecnica applica dispositivi dottrinari alla realtà, attendendo che essi funzionino perché così accade nei laboratori o nelle simulazioni matematiche. Nella loro ratio se il dispositivo non ha successo è perché si sbaglia nella sua applicazione o questa non è completa. Se il Job Act non funzionerà è perché qualche residua norma impedisce all'imprenditore di licenziare i suoi operai quando più gli aggrada. Dunque, la verità che nessuno vuol dire è che oggi siamo governati da uomini che non pensano. Dove il verbo pensare ha una ricchezza semantica ormai andata perduta nel lessico corrente: significa lo sforzo creativo di rispondere alle sfide della realtà ascoltandone la complessità, cercando soluzioni condivise e di utilità generale con l'arte della politica. I tecnici continuano ad applicare dottrine sconfitte dalla realtà . Ma i politici senza dottrina, come il nostro Renzi e prima Berlusconi, non pensano più dei tecnici. Esercitano l'arte redditizia della comunicazione.

L'articolo è stato inviato contemporaneamente a il manifesto che lo ha pubblicato l'11 ottobre con il titolo L’immensa ricchezza delocalizzata

La società industriale del nostro tempo ha deragliato dal suo sentiero storico progressista. Almeno dagli anni '30 dell' 800 a ogni salto significativo della capacità >>>

La società industriale del nostro tempo ha deragliato dal suo sentiero storico progressista.Almeno dagli anni '30 dell' 800 a ogni salto significativo della capacità produttiva delle imprese ha corrisposto un'accorciamento della giornata di lavoro. Cosi è stato per quasi tutto il '900. Una conquista del tempo di vita per i lavoratori, ottenuta tuttavia sempre dopo aspre e prolungate lotte. Negli anni '90 del secolo scorso, negli USA, l'inversione di rotta. La rivoluzione informatica imprime al lavoro una capacità produttiva di rilevante potenza. Come ha scritto Joseph Stiglitz, «nei ruggenti anni Novanta, la crescita è aumentata a livelli per i quali di solito non basta una intera generazione». A questo salto avrebbe dovuto corrispondere un significativo accorciamento della giornata lavorativa, un'ampia redistribuzione del lavoro. Avviene il contrario. Ai primi del nuovo millennio operai e impiegati americani lavoravano in media due mesi in più all'anno dei loro corrispettivi europei.

Che cosa è accaduto? Il capitalismo americano non aveva più opposizione, l'antagonista storico, l'URSS era crollato, il neoliberismo aveva colonizzato l'intero Occidente, ed esso imponeva le proprie strategie con una libertà forse mai posseduta nella sua storia.Per giunta, la rivoluzione informatica riproduceva su scala assai più ampia il passaggio, realizzatosi in Inghilterra, dalla prima alla seconda rivoluzione industriale Allora, l'uso del carbone e dell'energia a vapore aveva liberato l'impresa dai vincoli territoriali che per tutto il '700 avevano costretto le fabbriche tessili a sorgere lungo i fiumi, fornendole una libertà di espansione senza precedenti. In USA comincia l'era, destinata a estendersi in tutti i paesi, in cui vengono definitivamente aboliti i limiti di spazio e tempo delle localizzazioni industriali. Nasce il capitale-mondo, in grado di porre il salario più misero del pianeta a standard di riferimento per trascinare verso il basso tutti gli altri. Si forma il più vasto “esercito di riserva” di forza-lavoro della storia. In Europa le residue resistenze sindacali impediscono l'allungamento dell'orario di lavoro, ma viene bloccato il processo di riduzione ed esplode la pratica del lavoro precario. Così a una capacità produttiva del capitale all'altezza del nuovo millennio corrisponde oggi una organizzazione della vita e della società che indietreggia verso l' 800.

Tutte le analisi di tendenza oggi mostrano come la crescita della produttività del lavoro per opera dell' avanzamento tecnico-scientifico (intelligenza artificiale, robotica, ecc) ridurranno sempre più il ruolo del lavoro vivo, non solo nelle mansioni ripetitive, ma anche nei servizi e nelle professioni. Il capitale finanziario trova sempre meno ragioni per investire nelle attività produttive in una fase di rapida obsolescenza dei prodotti innovativi, di aspra competizione intercapitalistica, di sovraproduzione sistemica, di stagnazione tendenziale. Far scarseggiare il lavoro è una strategia del capitale: indebolisce i lavoratori e li mette in reciproca concorrenza, li costringe ad accettare qualsiasi occupazione, emargina il sindacato, pone sotto controllo la dinamica salariale. Mentre viene ristretta la capacità di investimento da parte del potere pubblico, l'impresa privata appare l'unico agente che crea occupazione, assumendo nella società un ruolo egemonico assoluto. La piena occupazione scompare dall'orizzonte del prossimo decennio.

Il reddito minimo di base è dunque necessario per svincolare le condizioni minime di esistenza degli esseri umani dalla violenza del mercato e dal lavoro, in una fase storica in cui questo è sempre più scarso, precario, destinato a diminuire. Esso verrebbe a svolgere una funzione economica anticongiunturale rilevante. Accrescerebbe e renderebbe stabile la domanda interna in una fase in cui tende a diminuire. Darebbe a tanti cittadini una base minima per intraprendere una qualche attività nella produzione di beni e nei servizi. Fornirebbe a tanti giovani la possibilità di proseguire gli studi e le ricerche avviate, spingerebbe tante delle nostre intelligenze emigrate all'estero e non stabilizzate, a rientrare in Italia. Il reddito minimo riconsegnerebbe al potere pubblico il suo ruolo di redistributore di ricchezza e di ricompositore di un tessuto sociale comunitario. Oggi esso viene minacciato non solo dalla tendenza a trasferire i servizi pubblici, statali e locali, al capitale privato, ma anche dalla strategia di diminuzione della spesa per liberare le imprese da ogni peso fiscale. La tendenza estremistica del neoliberismo è la riduzione dello stato a mero controllore di regole e il dissolvimento della nazione come comunità nell'atomismo individualistico del mercato.
Rassegnarsi ad accettare che “non ci sono i soldi” significa guardare la realtà con gli occhi
dell'avversario. I soldi per il reddito minimo “ci sono”. Essi sono incorporati nella ricchezza
privata distribuita in maniera disuguale nella società italiana, nella rendita fondiaria, nelle fortune finanziarie depositate nelle banche e nei paradisi fiscali, nell'evasione, negli stipendi degli alti dirigenti e nelle loro pensioni, nel sistema fiscale non progressivo, nelle agevolazioni alle imprese, nelle grandi opere inutili, nelle ragnatele clientelari, centrali e regionali. Ci sono per gli armamenti e per le missioni militari. Il presidente della Repubblica ha detto che la “coperta è corta” per giustificare la spesa in armamenti, sottratta ai bisogni dei cittadini. Quella coperta dobbiamo strapparla alla guerra e tirarla dalla nostra parte, opporre le ragioni della vita a quelle della morte.
I soldi si ricavano anche da una generale riorganizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali
La lotta per il reddito minimo può fare uscire dalla disperazione individuale milioni di persone, attrarle in una battaglia comune, dare un senso e una direzione al conflitto, grazie a una controparte visibile da battere, ridando credito alla politica come strumento razionale e collettivo di lotta alle ingiustizie.
Anche a sinistra c'è chi teme di creare un popolo di assistiti. Si può rispondere: sempre meglio per tutti una persona assistita che disperata. Ma in una società competitiva come l'attuale, bombardata da mille sollecitazioni consumistiche, chi si contenta del reddito minimo? Ma si può fare di più. In Italia abbiamo davanti un grandissimo progetto: riempire di vita e di attività economiche le aree interne della Penisola che si vanno spopolando, i territori dove per secoli le popolazioni hanno fondato la nostra civiltà. Per tale compito, che comporta la cura del territorio, la rivitalizzazione dell'agricoltura e della silvicultura, sono utilizzabili i fondi strutturali europei, così come per il restauro delle nostre città. Quanto lavoro volontario, ma anche iniziative di piccola impresa, potrebbe attrarre tale obiettivo tra i detentori di un reddito minimo?
La lotta per il reddito minimo può costituire l'occasione per aggregare nuove alleanze politiche nel paese, risvegliare energie, cementare un vasto fronte di lotta. Esistono le forze, sia nella società che in Parlamento, spesso impegnate in battaglie infruttuose, che possono unirsi attorno a un obiettivo così rilevante. Si può coinvolgere il vasto mondo cattolico in una battaglia di civiltà. Come può la Chiesa di papa Francesco, la moltitudine dei credenti, tollerare che la persona umana sia posta in condizioni umilianti dentro società grondanti ricchezza, sia ridotta a mero deposito di energia lavorativa, a materia prima scambiata nel mercato come una qualunque merce?
L'Italia può uscire dalla “crisi”, o per meglio dire dalla sua progressiva e certa rovina, solo con una radicale revisione dei trattati europei e un nuovo ciclo di investimenti. Oppure con una poderosa redistribuzione della ricchezza interna, capace di alimentare un vasto progetto di riconversione ecologica. Il reddito minimo non è la rivoluzione, ma può aprire questa strada. Hic Rhodus, hic salta!

Questo articolo è inviato contemporaneamente al manifesto
La cosiddetta riforma del Mibact è stata dunque approvata >>>

La cosiddetta riforma del Mibact è stata dunque approvata fra luci (la ridefinizione al ribasso delle Direzioni Regionali e l'attenzione ai musei) e ombre (la tragicomica ipertrofia dell'amministrazione centrale in parallelo alla carenza di una strategia degna di tale nome sul territorio).
In realtà si è trattato più modestamente di una riorganizzazione dettata dalla spending review che, quindi, per la sua stessa impostazione di legge mirata al risparmio finanziario, ha ben poche possibilità di apportare decisivi miglioramenti alle attività del Mibact.

Il problema principale del Ministero consiste infatti proprio nella sempre più accentuata mancanza di risorse economiche, di personale, e soprattutto di elaborazione culturale: improbabile che qualsiasi provvedimento teso a ridurne, in qualche modo, i bilanci, possa generare effetti positivi, né tanto meno quel rilancio che lo stesso Ministro Franceschini aveva auspicato al suo esordio e che questo provvedimento è destinato a eludere in radice.

In compenso, in queste ultime settimane, lo stesso Mibact è stato investito - "a sua insaputa"? - da una vera e propria controriforma che ne stravolge sostanzialmente la stessa ragion d'essere e che rischia di innescare la dissoluzione del nostro sistema di tutela.
Il ddl Lupi e il cosiddetto 'sblocca-Italia' rappresentano infatti un attacco scomposto - anche per la rozzezza del dettato legislativo, specie per lo 'sblocca-Italia' - ma convergente, all'integrità del nostro territorio e quindi del nostro paesaggio e dei centri storici nel loro insieme.

Innumerevoli e palesi gli elementi di incostituzionalità che riguardano gli ambiti delle competenze istituzionali, del diritto alla casa e all'abitare, di tutela ambientale e della salute e, ripetutamente, della tutela del paesaggio e del patrimonio culturale, a partire dai centri storici.

Devoti al mantra della "semplificazione" e della lotta alla "burocrazia", le parole d'ordine che hanno accompagnato le peggiori deregulation dell'ultimo decennio, i due provvedimenti sono dunque permeati dalla medesima logica che si può sintetizzare nell'abolizione / riduzione generalizzata dei meccanismi di controllo, nel parossismo verticistico attraverso cui, con il pretesto della rapidità, ogni decisione converge su un decisore unico, si annullano le verifiche democratiche e i processi partecipativi, ci si fa beffe delle procedure di trasparenza amministrativa e contabile e, più in generale, si eliminano le pratiche di pianificazione di ogni tipo, a partire da quella territoriale, accantonata come un vecchio arnese troppo rigido e troppo lento.

Ispirate ad una ottusa necessità del 'fare', le opere di cui si vorrebbe favorire la realizzazione, immobili o infrastrutture che siano, mancano, ab origine, di un'adeguata progettualità che ne individui, prima di tutto, le caratteristiche di necessità e urgenza dal punto di vista economico, territoriale, ambientale, sociale e di quell'indispensabile valutazione costi-benefici senza la quale si rimane confinati nell'ambito dei progetti velleitari, inutili e, quasi sempre, economicamente disastrosi per le finanze pubbliche.

Per quanto riguarda poi l'ambito della tutela paesaggistica e dei centri storici nel caso del ddl Lupi, che ripropone con ben poche modifiche, il precedente provvedimento sul governo del territorio del 2005, duramente contrastato da eddyburg, si tratta sostanzialmente di una variante di quel "ciascuno padrone in casa propria" con il quale, in anni recenti si pretese di rilanciare il comparto dell'edilizia, con l'unico effetto di una serie di sfregi, più o meno gravi, ma diffusissimi, sul paesaggio, già provato da 3 condoni ravvicinati di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.
E in effetti, l' "urbanistica" nel testo governativo si appiattisce sull'edilizia, ignorando beatamente ogni finalità di qualità paesaggistica, urbana ed ambientale, con un arretramento di circa mezzo secolo che ci condanna ai margini della cultura urbanistica europea.
Con un rovesciamento di 180 gradi rispetto ai principi costituzionali, la stella polare del disegno di legge diviene la tutela della proprietà privata, a danno di tutto ciò che è spazio pubblico e patrimonio collettivo (a partire da quello culturale).
Più che un attacco alla politica di tutela dei centri storici, infine, il ddl ne rappresenta la completa negazione, a tal punto che nel testo, questi ultimi non compaiono neppure.

Quanto allo "sblocca-Italia", paragonabile, nella farraginosità, ai peggiori decreti omnibus di tremontiana memoria, in esso l'unico elemento di coerenza è rappresentato dalla costante rimozione di ogni verifica e controllo e, in particolare, di quelli esercitati, secondo Costituzione, dal Mibact: si giunge così ad introdurre, in modo generalizzato, il silenzio-assenso, ad annullare - de facto - l'archeologia preventiva (mai veramente decollata secondo i principi della Convenzione di Malta per incapacità dello stesso Mibact), a ridurre la funzione del Ministero a quella di osservatore, il più possibile silenzioso o comunque accomodante per dettato legislativo: nessun ostacolo deve essere posto a strutture quali inceneritori, impianti eolici, impianti di stoccaggio, metropolitane e in genere infrastrutture di ogni livello ed importanza.

Se così è, quindi, se cioè tale è l'ideologia che guida in particolare questi recenti provvedimenti legislativi, il primo e più acerrimo nemico dovrebbe esserne lo stesso Ministro Franceschini, il cui Dicastero viene ridotto, ex professo, alla totale subalternità rispetto ad esigenze economiche, per risolvere le quali si rispolverano le stesse arcaiche e disastrose ricette colpevoli della situazione di sfascio territoriale in cui ci troviamo.

Il sospetto è dunque che la cosiddetta riforma del Mibact, se letta in sinergia con questi provvedimenti devastanti, altro non sia che l'attestazione di una radicale trasformazione del ruolo del Ministero, d'ora in poi confinato ad occuparsi, con risorse peraltro declinanti e insufficienti, solo di musei e dei monumenti feticcio, dal Colosseo a Pompei, con esclusive finalità ludico-turistiche.
Dunque, mentre il Mibact viene lasciato a baloccarsi con gli estemporanei esperimenti di valorizzazione di qualche museo e monumento, paesaggio e centri storici sono sostanzialmente sottratti alla sua orbita di azione: operazione sancita, in perfetta complementarietà, proprio da 'sblocca-Italia' e ddl Lupi.

Per la verità si tratta di un processo iniziato ormai un lustro fa, quando, ad esempio, contemporaneamente a quello che doveva essere l'avvio della più radicale operazione di tutela del territorio, vale a dire la pianificazione paesaggistica ai sensi del Codice, il Ministero allora guidato da Bondi, decise, con formidabile tempismo, di abolire la Direzione Generale per il Paesaggio. Fu uno dei primi sintomi di quel progressivo allontanamento dalle attività di controllo del territorio che, fra tagli di risorse e slittamento inesorabile verso una realpolitik da parte della dirigenza ministeriale, si è via via accentuato fino ad appiattirsi su rinunciatari obiettivi di mitigazione del danno e su di un sostanziale cedimento a ragioni, o meglio interessi, "altri".
Nel frattempo, provvedimenti apparentemente di altro ambito (magistrali, in tal senso, i "mille proroghe"), hanno mano a mano ridotto le prerogative, gli spazi d'azione, le risorse degli organismi di tutela, provocando, de facto, un ribaltamento delle gerarchie costituzionali stabilite dall'articolo 9. Indimenticabile fu, in tal senso, l'affermazione, del ministro dei beni culturali - sempre Bondi - che, di fronte alle Commissioni parlamentari, per giustificare uno dei primi provvedimenti di semplificazione dell'autorizzazione paesaggistica, sostenne che le tutele allora in vigore sul territorio per merito della Galasso fossero "eccessive".

A rendere ancora più amaro questo passaggio è la consapevolezza che gli obiettivi cui mirano sblocca-Italia e ddl Lupi, oltre a scardinare il sistema di tutela, non sortiranno alcun effetto positivo di lungo termine in campo economico, sia perché improntati alla più preoccupante improvvisazione amministrativa e progettuale, sia perché procedono entrambi, come i ciechi di Bruegel, esattamente in direzione contraria a quello che dovrebbe essere l'unica indifferibile grande opera: la tutela integrale del paesaggio e la diffusa, continuativa manutenzione territoriale e riqualificazione dei nostri centri urbani, opera il cui ritardo è causa ormai quotidiana di danni economici e sociali, oltre che ambientali e culturali, gravissimi.
Per tacere di quei "danni collaterali" che sono le vite umane di cui ci raccontano le cronache, con desolante ripetitività: ieri dal Veneto, oggi dalla Puglia, domani, chissà.

Il recente pamphlet di Ugo Mattei, Senza proprietà non c'è libertà”falso)... >>>

Il recente pamphlet di Ugo Mattei, nella benemerita collana Idola di Laterza (Senza proprietà non c'è libertà”: falso), recensito su questo giornale da G.Amendolahttp://www.eddyburg.ithttps://eddyburg.it/archivio/lespropriazione-in-nome-della-legge/ (28 agosto), merita una prosecuzione di analisi. Va subito osservato che del grande tema della proprietà privata, non solo in Italia, si occupano quasi solo i giuristi: pochi, eterodossi, coraggiosi studiosi del diritto. Certo, è stato storicamente il diritto a fondare la proprietà privata, a trasformare un rapporto di forza e una appropriazione di ricchezza in una legge protetta dal potere dello stato. E al diritto spetta in primo luogo ritornare teoricamente sui propri passi.Ma non possiamo non osservare che la ricerca storica si tiene ben lontana da questo campo, cosi come la sociologia e le altre scienze sociali. Del pensiero economico, ovviamente, non è il caso di parlare. Deprimente prova della superficialità subalterna dei saperi sociali del nostro tempo, che accettano un processo storico di appropriazione come un dato naturale e indiscutibile.

Mattei rovescia la convinzione dominante secondo cui la proprietà privata fonda la libertà dei moderni, mostrando che essa nasce dalla privazione della libertà di molti ad opera di una èlite di dominatori: «all'origine della proprietà sta il potere e a ogni potere corrisponde una soggezione, ossia qualcuno più debole che, non avendolo, lo subisce.Tanto più libero è il proprietario tanto meno lo è il non proprietario, sicché- anche sul piano logico – l'asservimento può essere affiancato alla proprietà esattamente quanto la libertà». Ed egli conia un geniale sintagma, un'espressione da far diventare di uso comune, la «proprietà privante», come termine che esprime l'altra faccia e la natura escludente della proprietà privata.

Com'è noto, il monumento storico-teorico cui si rifanno i critici della proprietà privata e tanti teorici dei beni comuni è il capitolo 24 del Primo libro del Capitale, dedicato alla Cosiddetta accumulazione originaria. Mattei lo riprende anche in questo testo, dopo averne trattato nel suo Manifesto sui beni comuni. In effetti Marx, tramite una superba sintesi storica, disvela in questo testo l'insieme dei processi da cui nasce il moderno capitalismo. Essenzialmente esso si afferma grazie alla privazione dei mezzi di produzione della grande massa dei contadini inglesi(yeomen) da parte della piccola nobiltà. Ad essi viene sottratta la proprietà della terra e la casa (cottage) e posti in condizione di totale illibertà di decidere sulla propria vita: o il vagabondaggio o il lavoro di fabbrica. Nel frattempo i vecchi e nuovi proprietari chiudono le terre, anche quelle che erano state comuni, e fondano le aziende a salariati. I processi di espropriazione messi in atto dalla nobiltà cadetta con il movimento delle recinzioni (enclosures), a partire dal XVI secolo, non sono altro che la fondazione della proprietà privata dei pochi e l'esclusione e la perdita della libertà sostanziale dei molti. Com'è ormai noto e come Mattei ricorda, questo vasto processo di confisca di terre pubbliche, ecclesiastiche e contadine, su cui si fonda la moderna azienda capitalistica, ha ricevuto una rilevante legittimazione teorica da uno dei fondatori del pensiero politico moderno, John Locke.

Nel Secondo trattato sul governo ( 1690) Locke afferma che qualunque cosa l'uomo «rimuova dallo stato in cui la natura l'ha lasciata, mescola ad essa il proprio lavoro e vi unisce qualcosa che gli è proprio, e con ciò la rende sua proprietà». Immaginare uno stato di natura nell'Inghilterra del XVII secolo, dove un solitario individuo potesse appropriarsi di terre selvagge col proprio lavoro, costituisce una evidente costruzione ideologica, che serviva a legittimare il vasto movimento di espropriazione allora in corso. E naturalmente aveva un valore più generale soprattutto per legittimare ulteriormente il saccheggio nelle colonie americane. Ma Locke segna una svolta rilevante nella formazione del pensiero moderno anche per un altro aspetto. Come ha osservato uno studioso tedesco, Hans Immler, in un vasto studio che meriterebbe una traduzione italiana (Natur in der ökonomischen Theorie, 1985),Locke non solo fonda, con la sua teoria del valore-lavoro «proprietà privata pre-borghese», ma svaluta la natura » come selvaggia e sterile se è bene comune» mentre stabilisce che è l' «appropriazione privata che le dà valore». La natura in sé è un bene inutile, solo il lavoro che se ne appropria, la trasforma in ricchezza: il saccheggio del mondo vivente, e i problemi ambientali che ne seguiranno hanno qui la loro prima, sistematica legittimazione.

Per la verità Marx – che ha uno sguardo meno eurocentrico di quanto Mattei gli attribuisce – sa che il processo di formazione del capitalismo si svolge su scala globale, anche se ha il suo centro in Inghilterra. Egli ricorda, ad es,nel capitolo di cui trattiamo:«Liverpool è diventata una città grande sulla base della tratta degli schi avi che costituisce il suo metodo di accumulazione originaria». Uno dei grandi centri urbani della rivoluzione industriale, orgoglio del capitalismo trionfante, era figlio anche di quel cristianissimo commercio con le Americhe che era la vendita di forza-lavoro in schiavitù. Ma Marx ci ha fornito anche altri strumenti analitici, non meno rilevanti di quelli affidati al celebre capitolo del Capitale. In alcuni passi dei Grundrisse egli ricorda :«la proprietà – il lavoro altrui, passato o oggettivato – si presenta come l'unica condizione per un ulteriore appropriazione di lavoro altrui». Le macchine, la fabbrica stessa, costruite da altri operai (lavoro altrui) non appartengono ai lavoratori , ma sono proprietà dell 'imprenditore e si presentano agli operai stessi come la condizione obiettiva, naturale, che dà loro da vivere, tramite un ulteriore sfruttamento del loro lavoro. Il capitalismo non crea solo merci, ma riproduce e allarga i rapporti di produzione, ingigantisce le gerarchie di potere, rende la proprietà privata un dato di natura che si autoalimenta. «Il diritto di proprietà – continua Marx – si rovescia da una parte (quella del capitalista) nel diritto di appropriarsi del lavoro altrui, dall'altra (quella dell'operaio ) «nel dovere di rispettare il prodotto del proprio lavoro e il proprio lavoro stesso come valori che appartengono ad altri», cioé come proprietà privata del capitalista. E' questa asimmetria originaria di potere, su cui si fonda il rapporto capitalistico di produzione, a diffondere la proprietà privata come architettura generale della società. Questa occulta costantemente il lavoro che l'ha generata e trova poi la legittimazione del diritto e la difesa armata dello stato, presentandosi come una solidificazione geologica indiscutibile.

Mattei insiste spesso sulle retoriche che hanno legittimato la proprietà privata. Credo di poter dare un contributo alle sue riflessioni , accennando al ruolo che le discipline storiche hanno giocato nella costruzione di tali ideologie. Ritengo che la vittoria del modello proprietario nella formazione delle società contemporanee sia inscindibile dal successo economico del capitale. L'azienda capitalistica a salariati a un certo punto è risultata più produttiva delle singola piccola coltivazione contadina o della bottega artigiana. Lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, l'espropriazione della grande massa della popolazione, veniva nascosta dall'efficienza della macchina. La proprietà privata trovava continue giustificazioni nei trionfi produttivi del capitale.E' qui la base dell'egemonia di tale modo di produzione. Non a caso, la pagina di Marx sull'accumulazione originaria è stata trattata dagli storici come la “rivoluzione agricola inglese”, perché mentre i contadini venivano trasformati in salariati, la produzione agricola conosceva incrementi senza precedenti. Quegli storici, infatti, hanno esaltato i processi di liquidazione delle strutture feudali e hanno guardato come a un progresso generale l'avanzare del capitalismo nelle campagne. Perfino un grande storico come Marc Bloch deplorava lo «scandalo del compascuo», vale dire la disponibilità dei contadini di portare le proprie pecore nel fondo del barone dopo i raccolti. La piena disponibilità della terra da parte del proprietario veniva infatti considerata come condizione per un suo più efficiente uso e i vecchi rapporti comunitari visti come un impaccio al pieno sviluppo delle forze produttive.Ma questo atteggiamento apologetico nei confronti dei vincitori – che sorregge tutta la storiografia contemporanea – è figlia anche dell'ambivalenza di Marx, che deplora l'espropriazione dei contadini, ma ammira la borghesia rivoluzionaria impegnata a distruggere il vecchio mondo.E' questo un nodo che ci rapporta all'oggi, su cui occorre investire in analisi e ricerca.

Continuamente si parla di un aumento o di un rallentamento della crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) e tali variazioni si esprimono ... >>>
Continuamente si parla di un aumento o di un rallentamento della crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) e tali variazioni si esprimono in “tanto percento”, più o meno. Ma che cosa è “cento” ? La grandezza di riferimento è un numero che in Italia ammonta a circa 1500 miliardi di euro e che viene calcolato dall’Istituto Nazionale di Statistica con una procedura che risale addirittura agli anni trenta del Novecento quando un giovane emigrato dall’Unione Sovietica, Wassily Leontief (1906-1999), poi premio Nobel 1973, perfezionò negli Stati Uniti quello che aveva fatto per l’Ufficio statistico del suo paese. L’idea era calcolare la ricchezza di un paese misurando, in dollari o altra moneta, il flusso di denaro che scorre da un settore all’altro dell’economia. Si trattava di mettere in una “tabella” il valore dei beni che l’agricoltura vende all’industria e ai consumi familiari; che l’industria vende all’agricoltura e ai consumi finali delle famiglie; queste infine possono pagare i beni forniti dall’agricoltura e dall’industria col ricavato dalla “vendita” del lavoro dei suoi membri.

Ci sono altri settori come quello delle banche, quello dei governi, che comprano beni e servizi sia dall’agricoltura e dall’industria sia dalle famiglie, pagandoli col ricavato dalle tasse, quelli delle importazioni ed esportazioni, ma nel complesso, nel corso di un anno, le entrate e le uscite da ciascun settore economico sono “quasi” pari. Negli anni quaranta del Novecento, infine, l’economista anglo-australiano Colin Clark (1905-1989) suggerì di introdurre il concetto di PIL definito come il valore monetario dei beni assorbiti dai ”consumi finali” delle famiglie. Ci sono voluti anni per trovare dei metodi di calcolo omogenei fra i vari paesi; uno degli inconvenienti di questa procedura è che molti scambi di denaro sfuggono ai controlli; in particolare l’evasione fiscale e le attività criminali o vietate come il commercio della droga, la prostituzione, il gioco clandestino, eccetera. Gli uffici statistici internazionali si sono arrovellati sul modo di tenere conto di queste grandezze che possono arrivare ad alcune o molte unità percento del PIL misurato; per l’Italia alcune centinaia di miliardi di euro all’anno, adesso in parte compresi nel PIL

Nel 1970 ancora Leontief scrisse un articolo mettendo in evidenza che nel calcolo del PIL non figurano i costi dovuti al degrado ambientale: un automobilista paga la benzina che azione il suo veicolo, ma nessuno risarcisce i danni di chi respira i velenosi gas di scarico. Quanto costa ai cittadini il danno alla salute e ai beni materiali provocati dall’inquinamento dell’atmosfera o delle acque, la perdita di ricchezza dovuta alle frane e alluvioni ? Per fare figurare queste grandezze nel calcolo del PIL Leontief propose di aggiungere alla tabella degli scambi monetari, un settore relativo ai “costi ambientali”, un problema di cui gli uffici statistici europei cercano da anni di tenere conto attraverso la contabilità di una qualche forma di ”economia circolare” che tenga conto anche dei benefici e dei danni associati all’uso delle risorse naturali. Ben presto ci si è resi conto che non si può calcolare il costo dell’inquinamento dovuto, per esempio, alle industrie o ai trasporti, se non si hanno informazioni esatte su quello che esce da ciascuno di questi settori, espresso non in soldi, ma in chili o tonnellate di agenti chimici.

La chimica spiega che, per il principio di conservazione della massa, in ogni processo la massa della materia che partecipa ad una reazione deve essere “rigorosamente” uguale a quella delle materie finali della reazione, prodotti vendibili e rifiuti inquinanti insieme. Alcuni studiosi, in Germania, ma anche nell’Università di Bari, hanno proposto di elaborare una “tabella” in cui figurano gli scambi, espressi in tonnellate, fra i vari settori economici, includendo anche i beni tratti dalla natura senza pagare niente, e la massa, pure in tonnellate, degli agenti inquinanti che fuoriescono dai vari settori produttivi (industria, agricoltura, trasporti, vita domestica) e che finiscono nell’ambiente danneggiando le persone. In questa “economia circolare” la somma delle tonnellate delle materie entrate in ciascun settore economico deve essere uguale a quella delle materie in uscita.

E’ stato così proposto di elaborare un “Prodotto Interno Materiale Lordo” (PIML) che, per analogia col PIL monetario, si calcola come il peso di tutti i materiali assorbiti in un anno dal settore dei “consumi finali” e entrati nell’economia come beni a vita lunga (autoveicoli, edifici, mobili, eccetera). Nel caso dell’Italia il PIML dal 2000 in avanti è variato poco, intorno a circa 800 milioni di tonnellate all’anno (500 di questi come gas inquinanti immessi nell’atmosfera), acqua esclusa; è come se la vita, gli spostamenti, i consumi di ogni persona, in un anno richiedessero la movimentazione di circa 14 tonnellate di materiali, duecento volte il suo peso. Grazie a questi calcoli è possibile identificare da dove provengono i rifiuti generati da ciascuna attività di produzione e di consumo, la loro composizione chimica e il loro destino, in parte nelle operazioni di riciclo, in parte nei vari corpi riceventi ambientali. Se i conti sono fatti bene, si possono identificare tutte le fonti di inquinamento e scoprire frodi ed evasioni; le leggi della chimica e della fisica non ammettono imbrogli.

Questo articolo è inviato contemporaneamente alla Gazzetta del Mezzogiorno

Spazi pubblici e disagio urbano. «Certo a Ferguson di ingiustizie ce ne sono state parecchie anche prima che il 9 agosto venisse ucciso Mike Brown: il fatto è che la miseria, per essere avvertita, lì ha bisogno di un amplificatore». Millennio urbano, 25 agosto 2014

Salon, 23 agosto 2014 – Titolo originale: Death in the suburbs: Why Ferguson’s tragedy is America’s story – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini per Millennio urbano

Un uomo con casco, maschera antigas, arma da fuoco pronta in fondina, spara un lacrimogeno contro un cielo scuro e fumoso. Sulla prima pagina del St. Louis Post Dispatch l’immagine pare un fotogramma di un film di guerra. Il posto in cui è stata scattata non potrebbe però essere più banale, l’asfalto di una superstrada su cui si affacciano le solite insegne di Sherwin-Williams, Sam’s Club, Burger King e altre presenze fisse del suburbio. La strada si chiama West Florissant Avenue, ma basta dare un’occhiata a Google Streetview per capire che potremmo essere a Ovunque, U.S.A. Questo l’effetto stridente delle scene da Ferguson, Missouri. Battaglie da video-game su uno sfondo di tranquilla vita quotidiana, è la guerra civile nel suburbio.

A Madrid, gli studenti si sono radunati nella scintillante Puerta del Sol. Al Cairo, la rivoluzione si è concentrata nell’enorme piazza Tahrir, macinando come fosse un mulino alimentato dalle acque del Nilo. Ma a Ferguson, sono andati tutti da Quik Trip e da McDonald’s. Il primo è il distributore di benzina e catena commerciale dato alle fiamme dagli infuriati dimostranti, e diventato nelle parole del giornalista del Washington Post, Wesley Lowery, “il luogo di riferimento, di concentrazione, la piazza cittadina delle migliaia di persone che ogni sera scendevano in strada a Ferguson”. E gli Archi Dorati del noto ristorante, poco lontano vengono pure descritti dallo Huffington Post come “piazza pubblica informale, dove possono sostare giornalisti, abitanti, dimostranti, ricaricare telefoni e macchine fotografiche, scambiarsi informazioni sugli sviluppi del conflitto”.

Un’assenza e una caratteristica essenziale del suburbio americano, questa “piazza cittadina” metafora di McDonald’s. La senatrice del Missouri, Claire McCaskill, in un discorso martedì ha detto che avrebbe voluto vedere le dimostrazioni di Ferguson in uno spazio pubblico. Ma dove? Il fatto che qui sia sempre mancato un riferimento civico non è certo una novità. James Howard Kunstler, critico al vetriolo delle forme di progettazione del suburbio, lo definisce “senza forma, senza anima, senza centro, un guazzabuglio deprimente”. Ma è accaduto di rado, forse mai, che questa carenza si sia resa evidente nel caso di una protesta civile. Le cose sono cambiate. Cosa significa che lo spazio “di cittadinanza” a Ferguson, la sua agora, la piazza pubblica, sia un ex distributore di benzina Quik Trip bruciato, con delle scritte a bomboletta che recitano “Parco del Popolo QT, Liberato il 10 agosto 2014”? Fra le altre cose, vuol dire che può anche essere chiuso, come accaduto settimana scorsa, con una rete di recinzione.

Gli spazi privati pongono vari problemi per le proteste. Non solo perché possono essere chiusi dalla proprietà (lo era McDonald’s, prima che qualcuno sfondasse le finestre perché i manifestanti cercavano del latte contro gli effetti dei lacrimogeni). Ma anche perché sono provvisori. Aaron Renn, discutendo il problema dello “spazio sacro” nel suburbio, rileva la sovrapposizione fra spazio pubblico e privato. “Molto più di quanto non avvenga nella città” scrive “il suburbio si appoggia ad ambienti commerciali in quanto punti focali di esperienza comune, luoghi che per propria natura ci sono e poi non ci sono più”.

Certo anche gli spazi pubblici riferimenti delle rivoluzioni si possono cancellare. Il cuore civile di Montmartre, dopo la rivoluzione della Comune di Parigi de 1871 fu sacrificato per una chiesa di monito ed espiazione. Ma sono certo molto peggio gli spazi commerciali, quando si tratta di conservare memorie: semplicemente, svaniscono. Il ristorante Woolworth’s di Greenville, ad esempio, è stato ridotto in macerie nel 2010. Lo stesso è accaduto al Cavern Club, locale di Liverpool dove i Beatles avevano tenuto quasi 300 spettacoli agli esordi. Succederà lo stesso a quel luogo simbolo sulla West Florissant Avenue: sparirà nel nulla. A Ferguson, possiamo vedere all’opera due diverse evoluzioni della cultura americana.

La prima è la sempre maggiore confusione fra spazio pubblico e privato. Nelle città ci sono parchi affittati a un ristorante, e la vigilanza privata di pattuglia sui marciapiedi. In molte zone centrali c’è il divieto d’accesso agli homeless e il coprifuoco per gli adolescenti. I servizi pubblici vengono venduti al miglior offerente. E lo spazio privato si prende responsabilità pubbliche. Da questo punto di vista, Ferguson è un microcosmo che riproduce dinamiche nazionali. Hanno scritto Alexander C. Kaufman e Hunter Stuart descrivendo quel McDonald’s: “Prezzi bassi, tanti posti a sedere, la disponibilità dei gabinetti, Wi-Fi, ne fanno una meta perfetta anche per chi magari prima andava altrove”. Fa da bagno per gli homeless, da centro sociale per gli anziani, da sala studio per i liceali … basta spendere 99 centesimi. In qualche modo è uno spazio pubblico che per così dire si crea da solo. Si scava posto.

La seconda evoluzione culturale riguarda le differenze che per lungo tempo hanno segnato il suburbio rispetto alla città, e che diventano sempre meno rilevanti. L’ascesa degli uffici suburbani ha cambiato gli equilibri città/suburbio, e in alcuni casi oggi nel suburbio si costruiscono vere e proprie piazze. Nei centri attorno a Houston, per esempio, si cerca di mantenere una propria identità con luoghi civici, dopo il grande successo di uno spazio del genere realizzato nel 2004 a Sugar Land. Questi luoghi svolgono funzioni impossibili da McDonald’s.

Ma, cosa più importante, Ferguson simboleggia una nuova evoluzione demografica: la povertà suburbana. Elizabeth Kneebone della Brookings sottolinea come i poveri a Ferguson siano raddoppiati fra il 2000 e il 2012. E se guardiamo le carte di espansione del fenomeno nella circoscrizione della St. Louis County, si scopre un fenomeno più generale: sono le grandi aree metropolitane d’America a vedere raddoppiati i poveri fra il 2000 e il 2012; ma nel suburbio la crescita è stata del 64%.

Dobbiamo cambiare il nostro modo di guardare al fenomeno, e di affrontarlo. Quando si va in una città americana si vede una povertà esplicita, vuoi dai finestrini dell’auto, vuoi nei titoli dei giornali, nel senzatetto che dorme in un androne. C’è forse una crisi suburbana? Certo a Ferguson di ingiustizie ce ne sono state parecchie anche prima che il 9 agosto venisse ucciso Mike Brown: il fatto è che la miseria, per essere avvertita, lì ha bisogno di un amplificatore.

Salon, 23 agosto 2014 – Titolo originale: Death in the suburbs: Why Ferguson’s tragedy is America’s story – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

In questa calda e bizzarra estate fa piacere leggere che il sindaco di Bari ha deciso di stanziare dei fondi per assicurare...>>>

In questa calda e bizzarra estate fa piacere leggere che il sindaco di Bari ha deciso di stanziare dei fondi per assicurare un piccolo reddito mensile a disoccupati che si impegnino in lavori in cooperative; l’hanno chiamato “reddito di cantiere” ed ha un precedente illustre, ottanta anni fa.

Siamo nel 1933, in piena crisi economica mondiale; negli Stati Uniti ci sono milioni di disoccupati, vaste terre rese sterili dall’erosione e dalle alluvioni; il 14 marzo di quell’anno, dieci giorni dopo essere stato eletto, il presidente Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) predispose un progetto per impiegare un esercito di giovani disoccupati in lavori di difesa ambientale, in cambio di alloggio e di un piccolo compenso. Il 31 marzo 1933 il parlamento americano approvò l'istituzione dei Civilian Conservation Corps (CCC) e, nell'estate del 1933, 300.000 giovani americani disoccupati, dai 18 ai 25 anni, figli di famiglie assistite, erano nei boschi impegnati in opere di difesa del suolo, che da molti anni erano state trascurate. Piantarono alberi, scavarono canali per l'irrigazione, costruirono torri antincendio, combatterono le malattie dei pini e degli olmi, ripulirono spiagge e greti dei fiumi. Più di due milioni e mezzo di giovani americani prestarono servizio nei CCC; nel 1935 fu raggiunto il massimo numero di 500.000 presenze. Durante il periodo di funzionamento dei CCC furono piantati 200 milioni di alberi e furono gettate le basi di quello che sarebbe diventato il servizio di difesa del suolo del Dipartimento dell’Agricoltura.

Una simile iniziativa si ebbe in Italia a partire dagli anni cinquanta del Novecento con i cantieri di rimboschimento organizzati dalla Cassa per il Mezzogiorno e con la legge del 1952, voluta dal Ministro dell’agricoltura Amintore Fanfani (1908-1999) che era un colto professore di storia dell’economia. Soprattutto nel centro sud vennero piantati milioni di alberi che contribuirono a rallentare il dissesto idrogeologico. Mi auguro che anche i “cantieri” dei disoccupati pugliesi siano dedicati ad alleviare i molti problemi di Bari e della Regione, dalla regolazione del flusso delle acque alla sistemazione delle coste.

Una seconda buona notizia viene dalla Puglia settentrionale; la Regione ha stanziato fondi per assicurare alloggi agli immigrati che svolgono lavori saltuari nei campi e che finora sono stati soggetti al caporalato e allo sfruttamento in alloggi vergognosi. Anche in questo caso c’è un precedente, ancora nell’”Età di Roosevelt” quando milioni di piccoli agricoltori sono stati costretti ad abbandonare le terre che avevano in affitto, rese sterili per il vento e le piogge, per migrare verso un qualche lavoro nei campi della fertile California. La storia di una di queste famiglie, ispirata ad eventi reali, è raccontata nel libro “Furore” di Steinbeck e nel film omonimo del registra John Ford. La famiglia dei Toad, giovani e anziani, decide di caricare le povere masserizie su una traballante automobile per andare a ovest dove dicono che in California, terra di ricchi raccolti, è possibile trovare occupazione in agricoltura.

Dopo un lungo terribile viaggio la California, terra promessa, si rivela però subito ostile; ci sono troppi immigrati, non c’è lavoro per tutti e le paghe sono basse al punto che è i Joad arrivano mentre è in corso uno sciopero; i padroni, attraverso ”caporali” organizzati dalla criminalità, sono disposti ad assumere i nuovi arrivati come crumiri che subito si scontrano con gli altri poveri in sciopero, poveri contro poveri. Uno spiraglio è offerto da un campo di accoglienza statale della “Resettlement Administration”, l’agenzia creata, anche questa, dal presidente Roosevelt e affidata a Rexford Tugwell (1891-1979), un professore di economia, studioso di agricoltura, ma soprattutto una eccezionale figura di difensore dei diritti civili e degli emigranti. Nel campo dell’agenzia gli immigrati con poca spesa trovano casette decenti, docce e acqua corrente, spazi per i bambini; l’agenzia statale ha cura anche di procurare lavoro a paghe dignitose, organizza opere di difesa del suolo e rimboschimento, assegna piccoli appezzamenti di terreno e organizza cooperative. Nel film i padroni degli operai in sciopero usano la criminalità locale, con la complicità della polizia, per cercare, senza successo, di smantellare il campo di accoglienza che sottrae al loro sfruttamento la mano d’opera.

Una simile iniziativa si ebbe in Italia, dopo la Liberazione, negli anni cinquanta. Il “Comitato Amministrativo di Soccorso Ai Senzatetto”, l’UNRRA-CASAS, col sostegno del “Movimento di Comunità” di Adriano Olivetti (1901-1960), assicurò una vera abitazione, non un rifugio, ai contadini meridionali immigrati nelle terre della riforma fondiaria. Apparve anche allora che un intervento pubblico di costruzione di alloggi e di assistenza civile può alleviare il disagio dei poveri togliendoli dalle grinfie della speculazione, della illegalità e della criminalità.

Che proprio dalla Puglia stia partendo un “New Deal” come quello rooseveltiano con iniziative saldamente ancorate alla soluzione di concreti problemi, insieme, di occupazione e umani e ambientali ? Molti governanti, per accattare voti promettono di diminuire le tasse; io sono contento di pagare le tasse se in parte servono a rendere un po’ più decente la vita di coloro che si sfiancano nei campi, sotto il sole, per pochi soldi, per assicurare frutta e verdura fresche sulla nostra tavola.

Vedi anche l'articolo di Eddyburg che integra i ricordi evocati da Giorgio Nebbia con quello di un grande pugliese, Giuseppe Di Vittorio.

Speculatore: gli affari vanno male, la politica deve fare la sua parte. Ministro: non ti preoccupare...>>>

Speculatore: gli affari vanno male, la politica deve fare la sua parte.

Ministro: non ti preoccupare: riusciremo a fare quello che non ha fatto il nostro amico di Arcore, troppa opposizione, troppe incertezze ... qui tira un'aria nuova

S. E come?

M. Rifacciamo la legge urbanistica nazionale. Anzi: rilanciamo una mia vecchia proposta che fu affondata da qualche vecchio barbagianni nostalgico di Bottai.

S. Quale è l'idea?

M. Molto semplice: rendere tutto il territorio edificabile ... beh non esageriamo. Ad esempio non le Alpi al di sopra dei 3000 metri, salvo gli impianti sciistici e gli alberghi e qualche eccezione. I Comuni stabiliranno gli ambiti e le densità edilizie, cioè tutto il territorio dove fisicamente è possibile costruire. Diritti edificatori per tutti, questa è vera democrazia!

S. Ma non si può costruire dappertutto, io ho per esempio un bel parco attorno alla villa.

M. Non ti preoccupare. I diritti edificatori del tuo parco li potrai vendere o trasferire altrove.

S. Avrei anche una grande area industriale dismessa e inquinata

M. La mia legge prevede la riqualificazione. Oltre a quanto stabilito dal Comune puoi aggiungere come premio altri volumi.

S. E l'inquinamento? Le bonifiche costano.

M. Ci potrebbe pensare il Ministro dell'ambiente. Basta innalzare i limiti di tolleranza e il gioco è fatto!

S. E le case nei centri storici? Molte converrebbe ricostruirle.

M. Non nominare questa parola "centro storico", è di sinistra. Si tratta di "rinnovo urbano": potrai cacciare i tuoi inquilini o espropriare i proprietari se hai la maggioranza delle quote e compensarli con i diritti edificatori del tuo giardino.

S. Ma se il piano regolatore non lo prevede?

M. Presenti un progetto in deroga e il Comune lo accetta: è tutto previsto! Tieni conto che ho stabilito che le controversie urbanistiche sono solo di competenza del giudice amministrativo. Basta con l'abuso di ufficio considerato come reato penale!

S. Ma gli standard urbanistici?

M. Aboliti. Puoi dare una quota di diritti per attività di interesse pubblico! Chiese, non ci va nessuno; scuole, sono anche troppe! Verde, pure. Potresti cedere un po' di terreno su cui costruire un pezzo di centro commerciale, naturalmente in un'area agricola..

S. Ma se c'è un vincolo che lo impedisce.

M. Pensato anche a questo. Ho ideato un nuovo strumento: la Direttiva Quadro Territoriale cui i piani paesaggistici regionali e via via discendendo si dovranno adeguare.

S. Ma è incostituzionale!

M. Basta cambiare la Costituzione. La Repubblica tutela lo "ius aedificandi" invece che "il paesaggio". Ci stiamo dando da fare.

S. E per il futuro? Quando saranno esauriti i diritti edificatori?

M. Non ti preoccupare. I diritti si rinnoveranno ogni dieci anni. Non è giusto che le future generazioni non godano delle nostre stesse opportunità. Siamo per uno sviluppo sostenibile.

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, avvenuto il 6 agosto, e di Nagasaki, avvenuto il 9 agosto di 69 anni fa, le due città distrutte in pochi minuti con 200 mila dei loro abitanti, dal lampo di due bombe atomiche, due ”piccole” bombe atomiche ciascuna con un potenziale distruttivo equivalente a quello di 15.000 chili di tritolo. Per chi ha venti anni oggi è un evento lontano, citato nei libri di storia, più o meno come era lontana per me, quando avevo venti anni, la prima guerra mondiale. E poi, duecentomila morti, che cosa sono mai ? abituati come siamo a sentire parlare di morti a diecine di migliaia per volta in questo o quell’altro, paese del mondo.

Ma i morti delle città giapponesi sono stati diversi, perché dovuti ad un’arma diversa dalle altre, il cui incubo non ci ha mai abbandonato, e che si riaffaccia in tutti i conflitti a cui assistiamo tutti i giorni. Pensiamo a quello fra Israele e la Palestina, con razzi che si avvicinano alla città segreta di Dimona nel deserto dove vengono fabbricate le bombe nucleati israeliane; ai conflitti sui territori di confine fra India e Pakistan, tutti e due dotati di bombe nucleari; alle contese fra Cina e India, tutti e due dotati di armi nucleari, per il controllo delle acque del Brahmaputra; a controversie fra le tre grandi potenze nucleari, Stati Uniti, Russia e Cina, per il controllo di qualche territorio o di qualche materia prima in qualche parte del mondo.

Nonostante gli accordi per la diminuzione degli arsenali nucleari, le bombe nucleari ancora presenti nel mondo sono oltre 15.000, con potenze distruttive che arrivano a valori equivalenti a quelli di alcuni milioni di tonnellate di tritolo. Ancora più preoccupanti sono le possibili conseguenze ambientali di uno scambio, anche limitato, di bombe nucleari fra due stati. Dal 1948, quando Stati Uniti e Unione Sovietica hanno cominciato ad avvertirsi reciprocamente, con esplosioni nell’atmosfera, sui deserti o negli oceani, della potenza delle proprie bombe nucleari, prima a fissione e poi a fusione (le bombe H), l’opinione pubblica è stata dibattuta fra tre alterne posizioni.

La credenza che un bombardamento nucleare avrebbe posto fine vittoriosamente a qualsiasi conflitto, una credenza alimentata da quello che Eisenhower, un presidente degli Stati Uniti, definì, nel 1961, il complesso militare-industriale, che fa soldi fabbricando e vendendo armi. Il demone della tentazione di ”vincere” una guerra o di fermare un conflitto con qualche bomba atomica non ha mai abbandonato la mente dei più oltranzisti vertici militari di molti paesi. Altri credono che basti il possesso di armi nucleari per dissuadere qualsiasi altro paese ad usare a sua volta le proprie, la insensata teoria della “deterrenza”. Per fortuna un’altra parte (anche se limitata) dell’opinione pubblica è consapevole del pericolo anche solo dell’esistenza delle armi nucleari.

Una parte degli scienziati che conoscono i caratteri e le conseguenze delle bombe nucleari è stata attiva nel denunciarne i pericoli e ha ispirato vari libri e film. Fra questi ultimi si possono ricordare “L’ultima spiaggia”, diretto nel 1959 da Stanley Kramer, che descrive un paese in cui, dopo un “accidentale” scambio di bombe nucleari, sta arrivando la morte per la radioattività che ha già estinto la vita nel resto del pianeta; sono del 1964 i due film “A prova di errore”, di Sidney Lumet, in cui le capitali Washington e Mosca sono distrutte perché i bombardieri nucleari sono sfuggiti a qualsiasi controllo, e “Il dottor Stranamore”, di Stanley Kubrik, in cui uno scienziato psicopatico vuole, e riesce a, distruggere il “nemico”, e insieme il mondo, con la “sua” bomba H. Il film “Il giorno dopo”, del 1983, mostrava come diventerebbe il mondo in seguito all’esplosione di bombe nucleari.

Intanto, a partire dal 1980, vari gruppi di studiosi hanno messo in evidenza che l’eventuale esplosione di bombe nucleari non solo immetterebbe nell’atmosfera grandi quantità di elementi radioattivi che ricadrebbero nelle acque degli oceani e sulle terre emerse, contaminando la vegetazione, gli animali, le acque dei fiumi e dei pozzi, ma provocherebbe anche vasti incendi e farebbe sollevare dal suolo grandi masse di fumi e polveri che oscurerebbero il cielo filtrando una parte dei raggi solari; la temperatura del pianeta si abbasserebbe provocando un lungo e freddo “inverno nucleare”, con minori raccolti agricoli e con la diffusione della fame fra i sopravvissuti all’effetto diretto delle bombe. Il contrario del “riscaldamento” della Terra con cui stiamo facendo i conti adesso, dovuto all’inquinamento atmosferico e che provoca piogge torrenziali e siccità.

Alla fine di ogni anno l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva, sostenuta della maggioranza dei paesi, una mozione che chiede l’eliminazione di tutte le armi nucleari e ogni anno la sua attuazione viene bloccata. Il film “L’ultima spiaggia” finisce con l’immagine di una città senza vita in cui sventola uno striscione con su scritto: “C’è ancora tempo, fratelli”: è vero, “saremmo” ancora in tempo, se volessimo, ad evitare catastrofi nucleari ambientali e umane.

Questo articolo è inviato contemporaneamente alla Gazzwtta del Mezzoiorno

Buongiorno, faccio parte della rete ECO, ebrei contro l'occupazione, ma ho scritto questa lettera personalmente e la firmo io. Il tombale silenzio delle Comunità Israelitiche in questi giorni e della stragrande maggioranza degli ebrei italiani mi pesa molto e ho risolto di provare a incrinarlo. Spero possiate aiutarmi, aiutarci. Ringrazio della eventuale ospitalità.
Stefania Sinigaglia, Ancona

Sono un’ebrea italiana della generazione post-1945, ebrea da generazioni da parte di entrambi i genitori. Sento il bisogno impellente in queste ore di angoscia e di guerra tra Gaza Palestina e Israele di rivolgermi ad altri ebrei italiani perché non riesco a credere che non provino lo stesso sgomento e la stessa repulsione per la carneficina che Israele sta compiendo a Gaza. Non si mira a distruggere un nemico armato, non sono due eserciti ad affrontarsi: si sta sterminando un’ intera popolazione civile, perché il nemico è ovunque, in un fazzoletto di terra che stipa in 365 kmq un milione e ottocentomila persone, il nemico è sotto la terra sopra la quale c’erano case e scuole e negozi e ospedali e strade, c’è la gente, e se vuoi colpire chi sta sotto la terra è giocoforza ammazzare chi ci sta sopra a quella terra, anche un bambino lo capisce:, ma fanno finta di non saperlo gli strateghi sottili di questo orrore infinito che si dipana

Come facciamo a tacere di fronte a questa ingiustizia suprema, noi che per millenni siamo stati costretti a nasconderci nei ghetti per vivere, che venivamo additati come responsabili di nefandezze mai sognate, obbligati a convertirci a volte per non essere bruciati sui roghi?

Israele ha fondato uno Stato nel 1948 su terra altrui, sappiamo come e perché, ciò è stato accettato dal consesso internazionale e nel 1988 è stato accettato dall’OLP. I Palestinesi hanno riconosciuto il diritto di Israele a esistere, ma Israele dal 1967 occupa terra non sua, e lo sa. Per anni e anni si è detto: quella terra occupata serve a fare la pace: territori in cambio di pace. Questo è stato il refrain che però è stato nel corso del tempo sepolto da guerre non più di difesa come nel 1967, ma di attacco, a partire dalla sciagurata invasione del Libano.

Come facciamo a non riconoscere che Israele ha scientemente, e per decenni ormai, rifiutato di addivenire a un compromesso sulle colonie, non ha mai smesso di costruirne e di avanzare annettendosi di fatto i territori su cui doveva negoziare, annichilendo la base pur ambigua ma reale che era l’accordo di Oslo. Ha contribuito a creare Hamas, che in arabo significa “collera giusta”, e poi ne ha tollerato la crescita in funzione anti-OLP, ha reso la vita dei palestinesi una lotta per sopravvivere anche in Cisgiordania, e ha violato tutte le risoluzioni dell’ONU che gli imponevano di tornare alla famosa “Linea verde”. Ha rubato altra terra palestinese costruendo la barriera di 700 km, dichiarata illegale dalla Corte dell’Aia ma tuttora in piedi. E ora con il pretesto dell’uccisione di tre ragazzi di cui Hamas non ha mai riconosciuto la responsabilità, un’ accusa che non è stata corroborata da prove, ha scatenato una guerra non a Hamas ma a tutto un popolo. Non si può uccidere, annientare un popolo per sconfiggere un nemico che ha il diritto di difendersi. E le richieste di Hamas non sono altro che le richieste della popolazione di Gaza: fine dell’assedio di sette anni, fine dello strangolamento. Israele ha diritto a esistere DENTRO dei confini riconosciuti internazionalmente, ma dal 1982 è aggressore e viola il diritto internazionale. Per avere la pace deve rinunciare alla folle idea di avere TUTTA la terra per sé e cacciarne chi ci abitava prima che arrivassero i primi coloni ebrei a fine ottocento .La guerra di Israele è non solo omicida ma è suicida: guardiamo al Libano che sta insieme ancora per miracolo, alla Siria distrutta, all’Irak che va a pezzi, ai palestinesi che sono la maggioranza in Giordania, all’avanzare dell’islamismo salafita e jihadista in Africa settentrionale e occidentale, in Kenya, in Nigeria. Quale avvenire promette la guerra infinita di uno stato di apartheid? Quali possibilità invece apre il riconoscimento di diritti eguali ai palestinesi e alle migliaia di rifugiati e immigrati che anche in Israele spiaggiano cercando una vita e un avvenire migliori? Quali prospettive aprirebbe uno Stato multiculturale, bi-nazionale e veramente democratico in Medioriente? Quale salutare rimescolamento di carte? Apriamo gli occhi, abbiamo il coraggio di guardare in faccia la realtà, e gridiamo il nostro rifiuto di questo orrore e di questa politica di distruzione e morte che si ritorce contro chi la persegue.

Stefania Sinigaglia, 31 luglio 2014

A che serve questa Europa? Ce lo siamo chiesti in tanti, in questi ultimi anni, nei momenti di scoramento, di fronte all'ottusa rigidità >>>

A che serve questa Europa? Ce lo siamo chiesti in tanti, in questi ultimi anni, nei momenti di scoramento, di fronte all'ottusa rigidità con cui i vertici di Bruxelles affrontano i problemi economici e finanziari dell'Unione sotto l'imperversare della crisi. Ce lo siamo chiesto di fronte all'atteggiamento della Germania, che torna a perseguire con altri mezzi una politica di supremazia, nonostante abbia alle spalle la disfatta di due guerre mondiali, la responsabilità recente del più grande massacro dello storia. Continuiamo a chiedercelo avendo rinunciato alla moneta e a tanta parte della nostra sovranità nazionale, senza aver conseguito un più solidale e includente governo del Continente. Ma in questi giorni torniamo a chiedercelo per una ben più tragica ragione. L'impotenza, peggio l'indifferenza, dei gruppi dirigenti dell'UE, ragionieri ingobbiti a fare i conti del PIl, di fronte al massacro del popolo palestinese.Non una parola, una proposta, un tentativo di soluzione è stato balbettato dagli uomini di stato dei vari paesi europei, che da decenni tengono in deposito i loro cervelli presso la Segreteria di Stato di Washington. Ma non sono sufficienti i mille morti di Gaza, in grandissima maggioranza civili incolpevoli, fra cui tante donne e bambini, per sollevare gli occhi dagli affari e guardare in faccia la tragedia ? A che serve questa Europa senza pietà?

Angelo D'Orsi ha denunciato con giusto sdegno il silenzio e il “rovescismo” degli intellettuali (Manifesto del 23/7 ), su cui pesano gravi responsabilità, avendo il compito di spiegare le ragioni complesse del conflitto. Ma anche le opinioni pubbliche del Vecchio Continente appaiono come narcotizzate. Gli europei osservano in TV le immagini del massacro – quelle pietosamente depurate da ciò che è inguardabile – le case distrutte, le donne vestite di nero pietrificate dal dolore, i bambini sanguinanti tra le braccia dei padri disperati. E tacciono. Che cosa è accaduto? Quale sguardo di medusa ha gelato le loro menti? A che serve questa Europa?

Forse una parziale spiegazione è alla nostra portata. I dirigenti di Israele sono riusciti a imporre grazie ai media occidentali – rare volte capaci di una parola di verità – l'immagine di un conflitto alla pari, di due contendenti in lotta con uguali torti e ragioni. Addirittura la propaganda militare dell'esercito israeliano viene trasformata in verità autorevole da prestigiosi intellettuali, i quali, per mestiere, dovrebbero pensare alle parole prima di liberarle nell'aria. In una intervista apparsa su Le Figaro e ripresa da La Repubblica (27 luglio) il filosofo francese Alain Finkielkraut rammenta che «se la civiltà dell'immagine non stesse distruggendo la comprensione della guerra, nessuno sosterrebbe che i bombardamenti sono rivolti contro i civili. No, gli israleiani avvertono gli abitanti di Gaza dei bombardamenti che stanno per fare». Siamo dunque ai bombardamenti umanitari.

Nessuna considerazione per la distruzione delle case di tanta misera gente, delle infrastrutture idriche, delle strade, degli elettrodotti, delle scuole, degli ospedali, del poco bestiame, dei poveri orti. Nessun rammarico per centinaia di migliaia di esseri umani gettati in pochi giorni in una distesa informe di rovine. Ma il filosofo non sa e probabilmente non vuol saper che gli sms annunciano i bombardamenti con pochi minuti di anticipo, che spesso le famiglie sono immerse nel sonno, che i bambini dormono ignorando la ferocia degli adulti e tardano a svegliarsi, che i disperati non sanno dove rifugiarsi una volta lasciate le loro case. E tuttavia il filosofo ha una risposta a questa obiezione: «e quando mi dicono che queste persone non hanno un posto dove andare, rispondo che i sotterranei di Gaza avrebbero dovuto esser fatti per loro. Oggi ci sono delle stanze di cemento armato in ogni casa d'Israele».

A che serve questa Europa se i suoi intellettuali si mettono il doppiopetto di tanta incosciente ferocia? Forse qualcuno dovrebbe ricordare a Finkielkraut un po' di storia. Dovrebbe ricordare che i palestinesi non sono un moderno stato, come Israele, dotato di uno dei più efficienti eserciti del mondo, sostenuto con ingenti aiuti da tutto l'Occidente.Sono un popolo disperso di rifugiati, cacciati dalle loro terre, perseguitati talora dai popoli vicini, umiliati dalla violenza quotidiana dell'occupante. I tunnel sotterranei sono serviti ai palestinesi per ricevere cibo e medicinali e per attivare un mercato clandestino, visto che ben presto Gaza è stato trasformata dai governanti israeliani nel più grande ghetto della nostra epoca. Certo, anche le armi passano nei sotterranei, ma ci si può stupire di questo? Israele dispone di un armamento atomico e si levano strida al cielo perché gruppi e fazioni di un popolo martoriato da otre 60 anni tenti la carta disperata delle armi? I palestinesi dovevano dunque investire in bunker per difendersi dall'immancabile castigo dal cielo, dal mare e dalla terra come già è accaduto con la carneficina della campagna “ piombo fuso” del 2008/09 ?

Con quale onestà, con quale dignità intellettuale si possono mettere sullo stesso piano due opposti estremismi? Possibile che nessun commentatore, nessun giornalista ricordi che sono stati i governanti di Israele, è stato Ariel Sharon a lavorare alacremente per sconfiggere l'Autorità Nazionale Palestinese e gettare il popolo palestinese in braccio ad Hamas ? Chi ha disfatto gli accordi di Oslo, chi ha inaugurato la pratica di sparare dal cielo con gli elicotteri Apache e con i caccia F-16, chi ha esteso gli insediamenti dei coloni nei territori palestinesi, chi ha avviato nel 2002 la costruzione del “muro di sicurezza” in Cisgiordania, chi ha risposto ad ogni provocazione terroristica proveniente da Hamas con una violenza dieci volte superiore, ma rivolta contro le forze e gli edifici di Yasser Arafat? Chi ricorda le immagini del vecchio leader umiliato davanti al suo popolo, reso impotente agli occhi del mondo, rifugiato nelle rovine del suo quartier generale nel settembre del 2002? Chi ricorda le cronache quotidiane di quell'inizio di millennio con l'altalena di attentati terroristici da una parte – che sembravano ispirati dallo stesso Israele, tanto gli tornavano vantaggiosi - e bombardamenti arei, la “punizione esemplare” dall'altra ?

Sharon e la destra israeliana hanno perseguito sistematicamente la distruzione delle rappresentanze moderate del popolo palestinese per far trionfare l'estremismo indifendibile di Hamas. Come avrebbe potuto questa formazione vincere le elezioni del gennaio 2006, se non dopo l'umiliazione di un intero popolo, se non dopo che Israele ha mostrato ad esso che le politiche di mediazione dell' ANP non portavano a nulla? Ma questo è uno dei maggior delitti compiuti dai governanti israeliani negli ultimi anni: l 'avere fatto identificare agli occhi del mondo i diritti violati e le immani sofferenze di un popolo con le velleità impotenti di Hamas. A che serve questa Europa se i suoi intellettuali non sanno pensare con sguardo storico, se si fermano all'oggi, se non gettano luce sulle cause vicine e lontane dei problemi, se sono così proclivi a credere alla favola del lupo, costretto a bere l'acqua sporcata dall'agnello?

Guardando al mondo dissipatore e violento costruito dai potenti negli ultimi decenni, George Steiner si è lasciato sfuggire, pochi anni fa, un timore apocalittico. «Può darsi - ha scritto – che tutto finisca in un massacro». Un bagno di sangue generale e definitivo. A questo desolato timore noi oggi, di fronte al deserto morale di un intero continente, possiamo associare una eventualità certa: in quel caso gli intellettuali europei, prima di sparire, troveranno una rassicurante spiegazione per tutto. A che serve questa Europa?

Questo articolo è inviato contemporaneamente al manifesto

«Allarme, cit­ta­dini, sono in peri­colo la vostra esi­stenza e il vostro futuro, e quelli dei vostri figli. Levate la testa prima che sia troppo tardi». Il manifesto, 30 luglio 2014

Quando si scrive di poli­tica… quando io scrivo di poli­tica, man­tengo sem­pre, per quanto mi rie­sce, un atteg­gia­mento di dub­bio for­male e sostan­ziale. Sì, è così, mi sem­bra che sia così, però… Delle affer­ma­zioni e con­clu­sioni con­te­nute in que­sto arti­colo sono invece asso­lu­ta­mente certo. Ver­rebbe voglia di dire: allarme, cit­ta­dini, sono in peri­colo la vostra esi­stenza e il vostro futuro, e quelli dei vostri figli. Levate la testa prima che sia troppo tardi.

Mi rife­ri­sco agli atteg­gia­menti e alle pro­messe che il governo Renzi dispensa a piene mani in mate­ria di ripresa eco­no­mica e, con­te­stual­mente, di ambiente, ter­ri­to­rio, beni cul­tu­rali, pae­saggi ita­liani. Non c’è in giro il minimo strac­cio di piano indu­striale. Ma in com­penso c’è, a quanto sem­bra, un piano ormai pen­sato ed ela­bo­rato, anche nei suoi par­ti­co­lari dispo­si­tivi di attua­zione, per quanto riguarda il già troppo mar­to­riato volto del nostro paese, cui si con­ti­nua a ricor­rere, in man­canza di altro, tutte le volte in cui si deve dare l’impressione di rimet­tere in movi­mento la mac­china. Qui il più spre­giu­di­cato nuo­vi­smo coin­cide con il più arre­trato vec­chi­smo: come, per l’appunto, rischia di essere sem­pre più natu­rale in que­sto nuovo contesto.

Il discorso potrebbe, anzi dovrebbe, essere assai lungo. Io invece mi lini­terò a dise­gnare una trac­cia del pos­si­bile, anzi, ormai facil­mente pre­ve­di­bile per­corso che ci sta davanti. Biso­gna infatti, in que­sto caso più che in altri, essere pronti a pre­ve­nire, piut­to­sto che aspet­tare, come sem­pre più spesso accade, che i gio­chi siano fatti. Le mie fonti sono esclu­si­va­mente quelle par­la­men­tari (dibat­tito, decreti legge e dise­gni legge, ecc.) e quelle rap­pre­sen­tate dalla grande stampa d’informazione: le une e le altre, mi pare, attendibili.

Si leg­gano, ad esem­pio, se ancora non lo si è fatto, gli arti­coli apparsi recen­te­mente in rapida suc­ces­sione su la Repubblica.

Già i titoli espri­mono con suf­fi­ciente elo­quenza di cosa si tratti: «Entro fine luglio arriva “Sbloc­caI­ta­lia”» (2 giu­gno); Renzi: «sbloc­che­remo 43 miliardi» (24 luglio); «Arriva lo Sbloc­caI­ta­lia: per­messi edi­lizi più facili e grandi opere acce­le­rate, fuori le imprese in ritardo» (28 luglio); le anti­ci­pa­zioni non fanno molta dif­fe­renza fra le opere in ritardo per motivi buro­cra­tici o altro, e quelle nei con­fronti delle quali si è mani­fe­stata la con­sa­pe­vole oppo­si­zione dei cit­ta­dini in nome di una vivi­bi­lità che fa tutt’uno con il rispetto del ter­ri­to­rio e dell’ambiente. Anzi: facendo inten­zio­nal­mente (ripeto: inten­zio­nal­mente) di ogni erba un fascio, si adotta la parola d’ordine dello svi­luppo a tutti i costi, lan­ciando ana­temi con­tro tutti i coloro che vi si oppon­gono in nome di sacro­sante pretese.

In un’intervista al Cor­riere della sera (13 luglio) il nostro lea­der tira fuori la parte più con­si­stente della sua per­so­na­lità etico-politica: «Nel piano Sbloc­caI­ta­lia c’è un pro­getto molto serio sullo sblocco mine­ra­rio… Io mi ver­go­gno di andare a par­lare delle inter­con­nes­sioni fra Fran­cia e Spa­gna, dell’accordo Gaz­prom o di South Stream, quando potrei rad­dop­piare la per­cen­tuale del petro­lio e del gas in Ita­lia e dare lavoro a 40 mila per­sone e non lo si fa per paura delle rea­zioni di tre, quat­tro comi­ta­tini.…». È noto che il disprezzo che cala dall’alto si esprime sem­pre attra­verso un ten­ta­tivo di ridi­men­sio­nare la por­tata degli even­tuali anta­go­ni­sti: «comi­ta­tini», appunto, come Min­zo­lini? ecc. ecc.

Il miracolo della bozza

Ma le ultime anti­ci­pa­zioni indi­cano con chia­rezza ancora mag­giore in quale dire­zione si muove que­sto nuovo-vecchio grande piano di svi­luppo. Il gior­na­li­sta di Repub­blica (in que­sto caso Roberto Petrini, 28 luglio) spiega infatti che «secondo una bozza del testo… si andrebbe incon­tro a una pic­cola rivo­lu­zione nel rila­scio delle con­ces­sioni edi­li­zie…». E cioè: «Con la riforma ci si potrà rivol­gere diret­ta­mente allo spor­tello unico, muniti di auto­cer­ti­fi­ca­zione con le carat­te­ri­sti­che essen­ziali del pro­getto, rea­liz­zata da uno stu­dio pro­fes­sione, che testi­mo­nia il rispetto del piano rego­la­tore e delle altre norme urba­ni­sti­che. A quel punto lo spor­tello unico avrebbe trenta giorni di tempo per rispon­dere, nel caso con­tra­rio si potrebbe pro­ce­dere ai lavori…». Sem­bra di avviarci a stare nel paese di Ben­godi. Lo spor­tello unico! Trenta giorni di tempo per rispon­dere! Non sarebbe più sem­plice dire che in Ita­lia si potrà intra­pren­dere qual­siasi ini­zia­tiva edi­li­zia (e con­si­mili, natu­ral­mente), senza che vi sia più la pos­si­bi­lità di entrare nel merito? L’appello, con­tem­po­ra­neo e con­se­guente, che il Pre­mier ha rivolto ai Sin­daci affin­ché pre­sen­tino la lista delle loro opere incom­piute o non ini­ziate mira a costi­tuire una impo­nente galas­sia di inter­venti, mediante la quale pre­mere sull’opinione pub­blica per otte­nere il più largo consenso.

Paral­le­la­mente al pro­filo d’interventismo attivo deli­neato da pro­getto di Sbloc­cai­ta­lia si è mosso il dise­gno di legge «per la tutela del patri­mo­nio cul­tu­rale, lo svi­luppo della cul­tura e il rilan­cio del turi­smo» che di fatto è una vera riforma del Mini­stero dei Beni cul­tu­rali ed è stato votato dalla Camera dei Depu­tati il 9 luglio scorso. Le idee basi­lari mi sem­brano due: (1°. Innanzi tutto l’idea che il patri­mo­nio cul­tu­rale e arti­stico, di cui gode l’Italia, vada con­si­de­rato nei suoi aspetti di massa eco­no­mica poten­ziale da sfrut­tare fino in fondo più che come un bene uni­ver­sale umano, innanzi tutto da tute­lare e (2°, con­se­guente al primo, il ten­ta­tivo di sba­raz­zarsi il più pos­si­bile delle com­pe­tenze e, sì, anche delle resi­stenze del per­so­nale tra­di­zio­nal­mente inve­stito dallo Stato ita­liano del com­pito, innanzi tutto, di difen­dere e pre­ser­vare quel patri­mo­nio da ogni pos­si­bile offesa, com­prese quelle che potreb­bero pro­ve­nire da una pre­va­lente pro­spet­tiva di sfrut­ta­mento turistico-monetario.

Annientare le resistenze


La let­tura ragio­nata di que­sto dise­gno legge richie­de­rebbe quat­tro pagine intere del mani­fe­sto (ne ha ragio­nato a lungo Fran­ce­sco Erbani sul mani­fe­sto del 16 luglio).

Scelgo il punto che, secondo me, per le sue pos­si­bi­lità di gene­ra­liz­za­zione, pre­senta il valore sim­bo­lico più ele­vato. All’art. 12 della Legge sud­detta è stato inse­rito in Com­mis­sione un emen­da­mento (da chi? Non lo so), che suona in code­sto modo: «Al fine di assi­cu­rare l’imparzialità (!) e il buon anda­mento dei pro­ce­di­menti auto­riz­za­tivi in mate­ria di beni cul­tu­rali e pae­sag­gi­stici, i pareri, i nulla osta o altri atti di assenso comun­que deno­mi­nati, rila­sciati dagli organi peri­fe­rici del Mini­stero dei beni e delle atti­vità cul­tu­rali e del turi­smo, pos­sono essere rie­sa­mi­nati d’ufficio o su segna­la­zione delle altre ammi­ni­stra­zioni coin­volte nel pro­ce­di­mento, da appo­site com­mis­sioni di garan­zia per la tutela del patri­mo­nio cul­tu­rale, costi­tuite esclu­si­va­mente da per­so­nale appar­te­nente ai ruoli del mede­simo Ministero»…

Trovo stu­pe­fa­cente que­sto pas­sag­gio. Se lo si dovesse appli­care fino in fondo, e a que­sto mira il dise­gno di legge — ver­rebbe affer­mato il prin­ci­pio secondo cui un altro fun­zio­na­rio dello Stato, e tale è il cosid­detto Soprin­ten­dente — potrebbe legit­ti­ma­mente essere sospet­tato di svol­gere la pro­pria fun­zione non obiet­ti­va­mente e in vista d’interessi terzi. In base a tale visione del mondo, si potreb­bero allo stesso modo pre­ve­dere com­mis­sioni di garan­zia desti­nate a rive­dere ed even­tual­mente san­zio­nare i pre­sidi e i pro­fes­sori che por­tano a ter­mine uno scru­ti­nio sco­la­stico o un gruppo di medici e di sani­tari nell’atto di pro­nun­ciare una dia­gnosi o di com­piere un’operazione.

Allo stesso atteg­gia­mento (o ana­logo) va con­dotto il prin­ci­pio secondo cui i grandi poli museali del paese non pos­sono essere retti da Soprin­ten­denti col­lo­cati nelle strut­ture dello Stato, e andreb­bero invece deman­dati a mana­ger non pub­blici, la cui for­ma­zione e scelte dipen­de­reb­bero uni­ca­mente dalla capa­cità loro di fare frut­tare il patri­mo­nio cul­tu­rale, che si sono tro­vati a gestire (con cri­teri ine­vi­ta­bil­mente politici).

In difesa del sstema

Ce n’è abba­stanza, insomma, sull’uno come sull’altro ver­sante, per pre­ve­dere e orga­niz­zare una vera e pro­pria guerra con­tro que­sta spro­po­si­tata pes­sima ten­denza. Osservo sem­pli­ce­mente, a que­sto pro­po­sito, che, al di là delle molto spesso troppo arzi­go­go­late discus­sioni in merito alle cosid­dette riforme isti­tu­zio­nali (Senato, e tutto il resto), qui, appare con evi­denza mas­sima che non c’è dif­fe­renza, non c’è dav­vero nes­suna dif­fe­renza su que­sto più con­creto ter­reno fra ideo­lo­gia e visione del mondo del Mini­stro Lupi e quella del pre­si­dente del Con­si­glio Renzi. Ambe­due appar­ten­gono a pieno diritto al par­tito unico della pre­sunta razio­na­liz­za­zione del sistema, la quale si rivela con­tra­ria, anzi anti­te­tica non solo alle buone idee della sini­stra ambien­ta­li­sta e demo­cra­tica ma per­sino alla per­pe­tua­zione del vec­chio sistema sta­tuale bor­ghese, imper­fetto ma in una certa misura garantista.

Le asso­cia­zioni ambien­ta­li­ste e i Comi­tati hanno abba­stanza voce per farsi sen­tire. Per­ché que­sto accada, non basta però la buona volontà. Biso­gna avere la con­sa­pe­vo­lezza che que­sta è una bat­ta­glia deci­siva, per orga­niz­zare la quale occorre pre­li­mi­nar­mente una con­cer­ta­zione pro­gram­ma­tica di grande serietà e intel­li­genza. Proviamoci.

Anche in Ita­lia la Grande Crisi è finita. Da qual­che tempo viviamo una nuova fase. Oggi siamo alle prese con gli effetti della poli­tica eco­no­mica>>>

Anche in Ita­lia la Grande Crisi è finita. Da qual­che tempo viviamo una nuova fase. Oggi siamo alle prese con gli effetti della poli­tica eco­no­mica della Ue, che ha tra­sfor­mato la tur­bo­lenza finan­zia­ria esplosa nel 2008 in una guerra sociale con­tro i paesi in dif­fi­coltà. Eppure si può trarre un primo bilan­cio som­ma­rio dei risul­tati poli­tici che essa ha pro­dotto e con­ti­nua a pro­durre. Parlo di risul­tati poli­tici e mi limito alle forze poli­ti­che della sini­stra. Non getto nep­pure uno sguardo al fondo della società che la sini­stra tra­di­zio­nal­mente rap­pre­senta e difende: classe ope­raia, ceti medi, mondo della scuola e dell’Università, lavo­ra­tori intel­let­tuali. Qui gli arre­tra­menti sono pro­fondi e gene­ra­liz­zati. Basti pen­sare all’allungamento dell’età della pen­sione, all’inferno degli eso­dati, al dato stu­pe­fa­cente di 6 milioni di poveri asso­luti da poco cen­siti dall’Istat, basti ricor­dare che quasi un gio­vane su due non ha lavoro. Per bre­vità nep­pure un cenno al sin­da­cato, alla Cgil, un pachi­derma che si è defi­ni­ti­va­mente addor­men­tato.

È sul piano poli­tico, delle for­ma­zioni della sini­stra, che voglio pun­tare lo sguardo. Non doveva essere la Grande Crisi, uno dei più cla­mo­rosi fal­li­menti del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo, occa­sione di cre­scita delle forze poli­ti­che anta­go­ni­ste, di rior­ga­niz­za­zione del fronte alter­na­tivo? Non ha mostrato e non con­ti­nua a mostrare il neo­li­be­ri­smo di essere, con le sue ricette dog­ma­ti­che, il motore che ali­menta le tur­bo­lenze finan­zia­rie e le disu­gua­glianze distrut­tive del tes­suto sociale e della stessa sta­bi­lià eco­no­mica?

Dun­que una sta­gione di pos­si­bi­lità per la sini­stra, che doveva con­qui­stare masse sem­pre più deluse e impau­rite con la forza per­sua­siva del pro­prio diverso rac­conto. Non è andata così. Con ogni evi­denza le varie for­ma­zioni dello schie­ra­mento mul­ti­forme che con­ti­nuiamo a chia­mare sini­stra sono uscite tutte ridi­men­sio­nate, inde­bo­lite o pro­fon­da­mente tra­sfor­mate. Sel alle ultime ele­zioni del 2013 si è atte­stata al 3,20%; Rivo­lu­zione civica, che incor­po­rava Rifon­da­zione comu­ni­sta, al 2,25%. Da qual­che mese il Pd — che certo molto par­zial­mente poteva essere anno­ve­rato nell’area della sini­stra — è diven­tato un par­tito popu­li­sta, coman­dato da un capo. Un capo che mira a cam­biare, d’accordo con la più squal­lida destra che mai abbia cal­cato la scena poli­tica repub­bli­cana, la forma dello stato democratico.

Dun­que, sul piano dell’allargamento del con­senso, da que­sti anni, che pure sono stati di mobi­li­ta­zione e di lotte, di qual­che bat­ta­glia vinta (refe­ren­dum sull’acqua pub­blica), risul­tati più miseri non pote­vamo rac­co­gliere. Senza il 4% della lista «L’altra Europa con Tsi­pras» saremmo al disa­stro. Per dirla con una frase fol­go­rante di Paso­lini.

Ebbene, io credo che tali esiti dovreb­bero costi­tuire oggi il cen­tro della rifles­sione di tutti i pro­ta­go­ni­sti della scon­fitta. Usiamo la parola neces­sa­ria. Scon­fitta. Un punto di par­tenza impre­scin­di­bile per assi­cu­rare un avve­nire pos­si­bile alla sini­stra ita­liana, a una forza di oppo­si­zione in grado di affron­tare le sfide duris­sime che si annun­ciano all’orizzonte. Sapendo che, se passa la nuova legge elet­to­rale in discus­sione in Par­la­mento, l’irrilevanza isti­tu­zio­nale attende buona parte di quel che resta dello schie­ra­mento di sini­stra.
Che cosa è acca­duto? Per­ché il con­senso elet­to­rale desti­nato alle forze di sini­stra è andato al Movi­mento 5 Stelle o all’astensione? Natu­ral­mente non basta una revi­sione cri­tica delle cam­pa­gne elet­to­rali. Occorre rimet­tere in discus­sione espe­rienze del pas­sato, assetti, stra­te­gie, forme di orga­niz­za­zione, stili di lavoro. Io credo che il dibat­tito aperto dall’ «Altra europa per Tsi­pras» – ma anche la discus­sione su que­sto gior­nale, cui ha dato un ulte­riore con­tri­buto Asor Rosa il 19 luglio — dovrebbe essere accom­pa­gnato da «un’azione paral­lela» che io defi­ni­rei senza tanti giri di parole, di ver­tice. Credo nella neces­sità di ristretti tavoli di lavoro nei quali si stu­dino forme pos­si­bili di nuove archi­tet­ture uni­ta­rie delle forze della sini­stra. I pic­coli par­titi sono bloc­chi di potere, neces­sa­ria­mente pru­denti e timo­rosi. Non si sciol­gono senza trat­ta­tive che ne sal­va­guar­dino il patri­mo­nio, i legami sociali. Tale strada non è in con­trad­di­zione con le pro­spet­tive di una for­ma­zione poli­tica che non ras­so­mi­gli ai vec­chi par­titi, che si fondi sulla par­te­ci­pa­zione dal basso, ma è meto­do­lo­gi­ca­mente un momento d’avvio inag­gi­ra­bile. Ci vuole sem­pre un punto d’appoggio per rove­sciare il mondo. E que­sto non può essere il magma delle assem­blee, che sono la ric­chezza della demo­cra­zia, dove si accende il fuoco delle idee, ma che poi devono soli­di­fi­carsi in strut­ture in grado di ren­dere per­ma­nente la mili­tanza poli­tica.
La lista dell’«Altra europa» non sarebbe mai sorta senza l’iniziativa dall’alto di un gruppo di pro­mo­tori. E l’assemblaggio delle varie forze, il nome di Tsi­pras, hanno dato al pro­getto un con­te­ni­tore cre­di­bile che ha mobi­li­tato le forze ren­dendo pos­si­bile il suc­cesso. Lo sforzo di dise­gnare le forme di un’ampia aggre­ga­zione uni­ta­ria risponde anche a tale scopo: susci­tare ener­gie, dare ai con­flitti in atto o atti­va­bili una pro­spet­tiva poli­tica dure­vole e inclu­dente.
Negli ultimi anni abbiamo esal­tato «Occupy Wall Street» o le acam­pa­das dei gio­vani madri­leni. Col sot­tin­teso che in Ita­lia siano man­cate le lotte. Non è così: le lotte sono state innu­me­re­voli, aspre, su tutte le lati­tu­dini della peni­sola e hanno coin­volto gli ope­rai, i disoc­cu­pati, gli stu­denti, gli inse­gnanti, i ricer­ca­tori, i senza casa. Quel che è man­cato - e crea alla fine stan­chezza, ras­se­gna­zione e fuga - è stata una forza uni­ta­ria che facesse da col­lante gene­rale, da con­ti­nua­tore isti­tu­zio­nale della spinta par­tita dal basso. Oggi l’assenza di un tale sog­getto e di una tale pro­spet­tiva è alla base dell’inerzia e della ras­se­gna­zione che si respira in giro.
Eppure, mal­grado tutto, la pro­spet­tiva per la sini­stra rimane aperta. Obbli­ga­to­ria­mente aperta. E occorre un senso di respon­sa­bi­lità assai ele­vato da parte di tutti. Di una cosa infatti si può essere certi: alla ripresa autun­nale nes­suno dei gravi pro­blemi eco­no­mici e sociali che stanno logo­rando il paese sarà atte­nuato. Gli ultimi segnali anzi lasciano pre­sa­gire un ulte­riore peg­gio­ra­mento. Non mi rife­ri­sco ai recen­tis­simi dati sulla pro­du­zione indu­striale in calo e sul ral­len­ta­mento dell’economia tede­sca. È stata la Banca d’Italia ad annun­ciare che nel 2014 la disoc­cu­pa­zione in Ita­lia ha toc­cato il ver­tice uffi­ciale del 12,8% e che nel 2015 cre­scerà ancora, al 12,9%. Nel frat­tempo, udite, udite, il debito pub­blico ha toc­cato a luglio il nuovo record di 2.160 miliardi con un aumento di 96 miliardi dall’inizio dell’anno. Dun­que alla ripresa autun­nale gli ita­liani tro­ve­ranno ulte­rior­mente aggra­vate le loro con­di­zioni: immu­tata e forse cre­sciuta la pres­sione fiscale, sem­pre più estesa la man­canza di lavoro. E nuovi comuni fini­ranno nel frat­tempo in dis­se­sto. Sia che Renzi « faccia - come parla chiaro il lin­guag­gio dei tempi! – la riforma isti­tu­zio­nale, sia che non ce la fac­cia.
Il senso di una con­ti­nuità verso il peg­gio sarà visi­bile a tutti. Basta del resto osser­vare il mini­stro dell’Economia Padoan. Come prima Monti e poi Sac­co­manni, egli non è il tito­lare di un dica­stero, in grado di per­se­guire una poli­tica eco­no­mica auto­noma, di mobi­li­tare inve­sti­menti pub­blici, age­vo­lare il cre­dito. Più mode­sta­mente è un bro­ker che pen­dola tra Bru­xel­les e Roma, cer­cando di mediare tra gli inte­ressi del suo paese e il Castello della Grande Orto­dos­sia dell’Unione.
C’è dell’altro. Agli occhi degli ita­liani la con­ti­nuità verso il peg­gio appa­rirà da un ulte­riore dato.
L’alleanza con Ber­lu­sconi non è più un fatto tran­si­to­rio. È diven­tato un assetto sta­bile del potere poli­tico. E non è vero che la recente asso­lu­zione del boss di Arcore nel pro­cesso Ruby raf­forzi l’alleato Renzi. In quella fac­cenda nes­sun ita­liano crede all’innocenza di Ber­lu­sconi, come non può cre­dere alla nipote di Muba­rak. Al con­tra­rio mol­tis­simi nostri con­na­zio­nali comin­ciano a con­vin­cersi che la «rina­scita» di Ber­lu­sconi possa essere l’esito mediato di sor­didi scambi e patti segreti con Renzi. E comun­que il cava­liere bianco, che doveva rot­ta­mare la vec­chia poli­tica, sem­pre più appare come il capo di una casta che si è rifatta il trucco, utile a sal­vare un noto cri­mi­nale da una con­danna, ma che con­ti­nua a por­tare danni e dispe­ra­zione sociale al paese. Dal cilin­dro di Renzi non escono più coni­gli. E oggi gli ita­liani non pos­sono più guar­dare a Grillo per gri­dare il loro sde­gno o per cer­care una prospettiva.

Questo articolo è inviato contemporaneamente al manifesto

Caro Ministro Lupi, sollecitato dal suo invito a partecipare a una consultazione pubblica nel sito del Ministero da lei presieduto, mi permetto di esprimere il mio pensiero >>>

Caro Ministro Lupi,

sollecitato dall'invito a partecipare a una futura consultazione pubblica sul suo disegno di legge "Principi in materia di politiche pubbliche territoriali e trasformazione urbana", mi permetto, in anteprima, di esprimere il mio pensiero. Dopo avere letto, con una certa condivisione, nel primo articolo che "il governo del territorio consiste nella conformazione, nel controllo e nella ge­stione del territorio, quale bene comune di carattere unitario e indivisibile", sono stato insospettito dal fatto che lo stesso articolo recita che "le politiche del «governo del territorio» garantiscono la graduazione degli interessi in base ai quali possono essere regolati gli assetti ottimali del territorio e gli usi ammissibili degli immobili."

Di quali interessi si tratta? Il testo del disegno di legge lo chiarisce oltre ogni ragionevole dubbio: sono gli interessi dei proprietari immobiliari che devono essere tutelati, sostenuti e promossi dagli enti locali, che - volenti o nolenti - devono assecondarli con accordi fuori o dentro gli strumenti urbanistici. Di più: al di là delle petizioni di principio, appare con tutta evidenza che il disegno di legge considera il territorio come supporto neutro e indifferenziato per l'attività edilizia; di fatto, l'articolato non si occupa di paesaggio, ambiente, territorio, intesi come patrimonio della collettività ma di quanta volumetria vi si possa spalmare, in forma di espansione urbana (soprattutto) o di "rinnovo urbano", quest'ultimo usato come un grimaldello per aggiungere metri cubi a metri cubi. Che questa sia la finalità del legislatore Lupi, che non vorrei avesse come modelli culturali di riferimento le imprese dei vari Ligresti, Zunino e simili gentiluomini operanti nella sua Milano, è chiarito già al comma 4 dello stesso primo articolo su "oggetto e finalità della legge: "Ai proprietari degli immobili è riconosciuto, nei procedimenti di pianificazione, il diritto di iniziativa e di partecipazione, anche al fine di garantire il valore della proprietà".

Questo è il primo obiettivo della Legge; il secondo, complementare, è di sottoporre alla regia e ai voleri dello Stato (leggi: Governo) le eventuali Regioni che andassero contro corrente o reclamassero l'esclusività delle competenze in materia di pianificazione urbanistica; la legge introduce, infatti, un misterioso strumento di promulgazione statale, la Direttiva Quadro Territoriale (DQT), che "garantisce l’espressione della domanda pubblica di trasformazione territoriale che la pianificazione paesaggistica deve contemplare" Sì, avete capito bene: la DQT garantisce che la "domanda pubblica di trasformazione territoriale" (cioè alta velocità, grandi opere, e perché no, tutte le operazioni private battezzate in qualche modo di interesse pubblico) non sia ostacolata da fastidiosi intralci, come, ad esempio, i piani paesaggistici: con un rovesciamento dei valori e delle finalità sanciti nella Costituzione vigente che, non a caso, il duo Renzi-Berlusconi vuole stravolgere in senso autoritario.

E via via nell'articolato della legge è un crescendo di disposizioni dove l'urbanistica è intesa come contrattazione dei metri cubi con l'iniziativa privata: "La legge regionale determina per ogni ambito territoriale unitario ... i limiti di riferimento di densità edilizia" (art. 6). "Nell’ambito della formazione del piano operativo, i privati possono presentare proposte per operazioni di trasformazione urbanistica.... Le proposte, corredate da progetti di fattibilità, si intendono come preliminari di piani urbanistici attuativi" (art. 7). "La disciplina della conformazione della proprietà privata... rispetta il principio di indif­ferenza delle posizioni proprietarie". "Le operazioni di rinnovo urbano possono essere realizzate anche in assenza di pianificazione operativa o in difformità dalla stessa, previo accordo urbanistico tra Comune e privati interessati dalle operazioni" (art. 16). Fa da corollario l'abolizione degli standard di legge del DM 1444 del 1968, evidentemente per ridurne la quantità minima obbligatoria, dato che nessuno ne impedisce una dotazione più generosa.

Il tutto in un testo che in non poche parti appare confuso e contraddittorio, ma da cui scompare non solo il governo del territorio "in tutte le sue componenti, culturali, ambientali, naturali, paesaggi­stiche, urbane, infrastrutturali" (art. 1), ma scompare anche la stessa urbanistica; l'evidente paradosso è che una legge che vorrebbe essere di modernizzazione non solo è culturalmente più arretrata della storica legge 1150 del 1942, ma sembra un tragicomico ritorno agli anni '50 e '60. E' cieca e sorda al fatto che "lo sviluppo" e la "competizione urbana" in Europa, nel 2014, si gioca sulla valorizzazione dell'ambiente, del paesaggio, della qualità della vita, sul risparmio di suolo (per incentivare il quale la legge - udite udite - propone di diminuire gli oneri di urbanizzazione a chi costruisce con maggiori densità).
Nella legge del Ministro Lupi i veri protagonisti sono i diritti edificatori creati artificiosamente attraverso i principi di indifferenza, perequazione, compensazione e premialità (gli enti pubblici possono attribuire agli attori della riqualificazione urbana ulteriori metri cubi). Diritti edificatori che volteggiano sul territorio per atterrare dove proprietari e Comuni si mettano d'accordo. Un ulteriore corollario: gli enti locali dovranno adeguare i loro strumenti urbanistici, in sostanza rifarli ex novo, sulla base di una disciplina paesaggistica e alla nuova legge fra loro conflittuali nella sostanza e incompatibili da un punto di vista giuridico.

Mi permetto, in conclusione, di dare un consiglio al Ministro Lupi. Getti il suo disegno di legge nel cestino della carta straccia. Si ispiri a delle buone leggi regionali di vero "governo del territorio", ad esempio al disegno della nuova legge toscana. Sostituisca o integri il team che ha formulato la Legge, composto quasi esclusivamente di avvocati e di esperti di diritto con qualche vero urbanista, oltre al buon Franceso Karrer, in questi giorni da lei nominato Commissario dell'Autorità portuale di Napoli. E per gli amici di eddyburg un invito: partecipate numerosi alla consultazione promossa dal Ministro. Sperando che qualcuno nel governo si ravveda: il governo del territorio non è cosa che riguardi solo il Ministro delle Infrastrutture. Rifiutare la legge Lupi - più ancora che l'articolato principio che lo ispira, la sacralizzazione di un diritto edificatorio ubiquitario - non è di "sinistra" o di ispirazione ambientalista, ma solo mossa di buon senso: vale a dire essere consapevoli che garantire e cristallizzare la rendita immobiliare e pensare all'edilizia come propellente dell'economia è quanto meno di moderno e intelligente si possa fare in un paese dove (dati ISPRA 2013) si consumano annualmente quasi 22.000 chilometri quadrati di suolo. Ma evidentemente per Lupi e Co questo non è ancora sufficiente.

Riferimenti
Si veda su eddyburg: Riforma urbanistica: una proposta preoccupante di Mauro Baioni

Una settimana fa, l'annuale appuntamento del festival della regina viarum , "Dal tramonto all'Appia" >>>

Una settimana fa, l'annuale appuntamento del festival della regina viarum, "Dal tramonto all'Appia", ha vissuto una tappa di straordinaria importanza: dopo anni di restauri, l'intera tenuta di Santa Maria Nova, di proprietà privata fino al 2006, anno di acquisizione da parte della Soprintendenza Archeologica di Roma, è ritornata ad essere uno spazio pubblico aperto a tutti, cittadini e turisti. E che spazio pubblico: siamo al V miglio, all'altezza del tumulo degli Orazi e Curiazi, dove accanto al basolato di 2300 anni fa sorge un casale di impianto romano, con ampliamenti medioevali e rinascimentali, immerso in 4 ettari di agro romano contigui all'area archeologica della Villa dei Quintili.

Le ricerche archeologiche svolte in questi anni, anzi, hanno rivelato che, con forte probabilità, quest'area era anch'essa parte della stessa enorme proprietà confiscata da Commodo per impadronirsi di uno degli edifici più belli e grandiosi di Roma.
E intorno, per tre quarti del giro d'orizzonte, la campagna romana, intatta, come doveva essere quando i pretoriani dell'imperatore (sì, proprio quello del Gladiatore) la frequentavano per rilassarsi nelle terme ritrovate e restaurate a pochi passi dal casale di Santa Maria Nova.

Già questo sarebbe bastato per una festa in grande stile, ma in più, per celebrare questo momento, la Soprintendenza Archeologica ha organizzato una serie di concerti, accanto ai luoghi restituiti al pubblico godimento. Per ore, fino oltre la mezzanotte, una lunga fiumana di persone ha passeggiato lungo i sentieri che collegano le due tenute - Quintili e Santa Maria Nova, quasi 30 ettari complessivi, ora finalmente riunite - e ballato sulle note delle musiche popolari, visitando, in sovrappiù, il neonato "Giardino dei Patriarchi", con i cloni, messi a dimora all'ombra dei ruderi romani, dei grandi alberi monumentali provenienti da tutte le regioni italiane.

Sono serviti anni e sforzi di ogni tipo per raggiungere questo obiettivo, ma il risultato è commovente nella sua grandiosa bellezza, ancora più preziosa perchè destinata a tutti. E perchè si tratta solo di una tappa di un lungo, tenacissimo percorso che, negli anni, ha portato a conquistare, sulla regina viarum, passo a passo, metro a metro, monumenti e spazi pubblici, da Cecilia Metella a San Nicola a Capo di Bove, a intraprendere e coordinare dozzine di campagne di scavo, ad aprire antiquaria e luoghi di loisir, a restaurare il basolato e centinaia di reperti archeologici: tutto sotto l'etichetta della Soprintendenza Archeologica dello Stato.
Che, en passant, si è anche occupata del problema dei condoni edilizi (una piaga che amareggiò Antonio Cederna per decenni) e, in generale, dei mille problemi di tutela con pochi mezzi e pochissimo personale (bello tosto, però!).

La curiosità è che la Soprintendenza non è l'unico ente pubblico che opera su quest'area: dal 1989 esiste anche un Parco Regionale, per sublime stravaganza non archeologico.
Antonio Cederna che pure avrebbe voluto altro per la sua strada, divenutone primo Presidente, trascorse i suoi ultimi anni di vita nel disperato e vano tentativo, puntualmente illustrato nei suoi struggenti articoli, di trasformare il Parco in uno strumento di qualche efficacia e seppur debole operatività per la tutela dell'Appia. Alla fine, con onestà, ne denunciò, all’allora Ministro Veltroni, l’inadeguatezza.
Dopo di lui, il nulla: sancito anche per legge, quando, con l'avvento del Codice dei Beni Culturali nel 2008, gli strumenti regolatori del Parco, mai emanati, sono stati definitivamente superati dalla pianificazione paesaggistica.

Per una miracolosa congiuntura astrale, mentre il Parco entrava definitivamente in una spirale involutiva, lo stesso anno della scomparsa di Cederna, il 1996, l'Appia veniva affidata a Rita Paris, l'attuale responsabile della regina viarum per quanto riguarda la Soprintendenza Archeologica: a lei si deve, in estrema sintesi, se l'altra sera, a Santa Maria Nova, abbiamo potuto esclamare, con infinita soddisfazione: ecco, questo è lo Stato sull'Appia.

Dall'altro lato, il Parco non è mai riuscito a costruire, in 25 anni, una riconoscibile presenza operativa, e ancor meno una sana collaborazione istituzionale per migliorare il controllo del territorio e la repressione di abusi di ogni tipo. Così, mentre ad esempio il traffico, come sa ogni cittadino romano, è aumentato sempre più con grave danno dei monumenti e della vivibilità, gli obiettivi del Parco si sono concentrati (ed esauriti) nello studio del trifoglio cornuto e in qualche scampagnata assistita o poco più.
Nonostante ciò, l'Appia, da più di 15 anni a questa parte, è diventata un luogo di eccellenza, caratterizzato nel tempo da una faticosissima, ma continua espansione di spazi pubblici della qualità più alta, quella che possiede il nostro patrimonio culturale e paesaggistico.
In totale controtendenza con quanto accade per lo più nel resto del paese.
Merito di passione e competenze, certo, ma anche e soprattutto di una capacità progettuale di primissimo piano, quella della Soprintendenza, ispirata ad una visione di ampio respiro e in grado di pianificazioni complesse, basate su di un uso molto più che intelligente delle pochissime risorse disponibili: insomma, con i fichi secchi, qui sull'Appia sono riusciti a fare il banchetto di Sardanapalo.

Ovviamente, dopo simili successi, gli autori sono stati premiati, portati ad esempio e dotati di maggiori risorse e ...
No, purtroppo questo non è il finale di questa storia, almeno non ancora.

Al contrario, è accaduto che la Società Autostrade, universalmente nota, come ognun sa, per le molteplici attività di tutela e valorizzazione del paesaggio, abbia presentato, negli scorsi mesi, un progetto per la 'valorizzazione' dell'Appia, mirato sostanzialmente alla regolamentazione del traffico su gomma (ma va'?), progetto denominato, con sfoggio di fantasia piuttosto modesto, 'Grand Tour' e che vorrebbe gestire tramite un'apposita cabina di regia e a fronte di non ben precisate e neanche approssimativamente quantificate elargizioni.

Nonostante la vaghezza di una simile proposta, immediata è stata l'adesione del Parco che si è affrettato a sostenere il progetto (?) difendendolo contro le critiche di un nutrito gruppo di Associazioni (dalla Bianchi Bandinelli a Italia Nostra Roma, da Salviamo il Paesaggio alla Rete dei Comitati per la difesa del territorio, dal Comitato della Bellezza ad eddyburg).

Nella foga di questa difesa, il Parco ha perfino rassicurato tutti noi - beata innocenza! - sul fatto che Autostrade garantisce di non costruire nuovi volumi sulla regina viarum: rassicurazione che per un'area ad inedificabilità assoluta fin dal 1965 non appare propriamente come una conquista di straordinario spessore.

Riassumendo: c'è un posto, in questo disgraziato paese, dove le cose funzionano, udite, udite, per merito dello Stato, addirittura del Mibact. Vogliamo, signor Ministro Franceschini, usare questo esempio come modello di gestione pubblica? E allo stesso tempo, interpretando finalmente un ruolo di governo degno di questo nome, indirizzare il privato (che, in questo caso, ha le idee un po' confuse) e guidarlo verso un corretto rapporto di sponsorizzazione? In tutti i paesi civili ciò significa esclusivamente, semplicemente, la disponibilità di un privato - regolata dall'autorità pubblica - ad un'elargizione finalizzata alla tutela o fruizione del patrimonio a fronte di un vantaggio fiscale, cui magari aggiungere l'imperitura riconoscenza dei cittadini di oggi e di domani (targa in marmo pario compresa).Così è successo, a pochi metri di distanza dall'Appia, per il restauro della piramide Cestia, finanziato dal giapponese Yuzo Yagi e, pensate un po', senza neanche il ritorno fiscale.
A proposito, signor Ministro, chi ha gestito questa operazione ce l'ha in casa, è la stessa responsabile dell'Appia antica, pensi che fortuna!

L'articolo è inviato contemporaneamente anche a l'Unità on-line, nel blog "nessundorma"

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