Lodovico Meneghetti, L'opinione contraria. Articoli in eddyburg.it, giornale e archivio di urbanistica, politica e altre cose. Libreria CLUP, Milano 2006.
| Il disegno in copertina è di Paul Klee |
È trascorso poco più di un anno e mezzo da quando la Libreria Clup ha pubblicato (aprile 2005) Parole in rete. Interventi in Eddyburg, giornale e archivio di urbanistica, politica e altre cose. Una raccolta numerosa relativa al periodo da marzo 2003 a marzo 2005 preceduto da un solo intervento isolato del 15 giugno 2002, data del primo contatto col sito fondato e diretto da Edoardo Salzano. 58 pezzi di lunghezza assai varia, dalle poche righe di un messaggio ritenuto urgente alla corposità di un articolo di giornale se non di un breve saggio. Dopo, la mia collaborazione a Eddyburg è proseguita secondo una modalità diversa. Salzano aveva impegnato alcuni frequentatori a inviare articoli con una certa regolarità (“sistematicamente”, dice nella cartella di illustrazione del sito). Nacque così il gruppetto degli “opinionisti”. Chi apre la schermata iniziale e punta la casella “Le oopinioni di…” risale subito agli autori e ai loro contributi.
I pezzi attuali sono 29, per puro caso la metà dei precedenti. Non si trovano le brevi note come in Parole in rete (che Salzano definiva “fulminanti”); ma solo scritti di una certa consistenza che ho preparato ogni volta per la necessità di commentare avvenimenti a mio parere notevoli o prese di posizione altrui in relazione a determinati temi, oppure l’ambizione di rilanciare annose questioni per ritrovare il bandolo almeno di un chiarimento, stante l’impossibilitò di risolverle effettivamente.
I temi, come prima, rispecchiano la definizione del sito (riprodotta nel sottotitolo del libro) e si allargano, in evidente coerenza, sotto la spinta dell’esigenza, percepita intensamente, di rappresentare la funzione di una cultura non svigorita dagli eccessi di certo specialismo disciplinare, di fatto anticamera della cecità e sordità mentre la realtà da comprendere è sempre complicata. Ad ogni modo: urbanistica nel significato esteso e architettura, ambiente umano e paesaggio, territorio città abitazione; e la politica, dal momento che ogni tema vi si riversa, più o meno.
Qualche ripetizione o qualche insistenza tematica volute in alcuni articoli mi sembrano giustificate dalla pubblicazione nel sito uno dopo l’altro a una certa distanza; gli articoli si sono succeduti ognuno secondo una propria relativa indipendenza, non sono nati come capitoli di un libro scritto senza interruzioni. Quel tal rilievo, quella tal critica dovevano essere replicati per agevolare il lettore a collegarsi con un argomento già introdotto.
Il titolo, questa volta, non è neutrale. L’aggettivo “contraria” accollato a “opinione” vuol comunicare che l’autore è rimasto al proprio posto di osservazione adottando un punto di vista critico: ovvero in opposizione ad indulgenze fuori luogo verso determinate scelte della cultura e politica conservatrici-reazionarie, ma anche della parte culturale e politica di appartenenza, quand’era il caso di farlo a causa della trasgressione, se così si può dire, dei principi affermati e del compito atteso.
Alcuni titoli hanno subito modificazioni rispetto all’originale allo scopo di renderli, nei limiti della necessaria brevità, più chiara espressione dei contenuti. Tutti gli articoli sono apparsi nel sito alla data indicata – quella della stesura – o appena precedente o successiva. Due, pensati per Eddyburg, in realtà sono stati pubblicati su una rivista. Mi è parso giusto, ora, inserirli secondo la data originaria.
Se non lo trovate in libreria potete ordinarlo qui:
clup@galactica.it, oppure telefonando alla Libreria Clup, Via Ampère, 20 - 20131 Milano, 02 70634828
Hans Bernoulli, La città e il suolo urbano, con una prefazione di E. Salzano e una nota bibliografica di M. Senn, Corte del Fòntego editore, Venezia 2006
Torna finalmente in libreria un testo fondamentale per capire di urbanistica e di pianificazione del territorio. L’autore, lo svizzeroHans Bernoulli (Basilea 1876-1969), un grande intellettuale dai molteplici interessi, architetto, urbanista, docente universitario, scrittore, amministratore e politico, dedicò ogni energia, in tutta la vita, a propagandare e perseguire l’obiettivo della proprietà pubblica del suolo urbano, unica condizione per realizzare un assetto razionale, esteticamente soddisfacente e socialmente equo delle città. Egli è profondamente convinto che all’origine di ogni decisione in materia di urbanistica ci deve stare la questione fondiaria e sbaglia chi, come Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Richard Neutra, Tony Garnier, disegna grandiosi piani urbanistici sottovalutando il tema cruciale della proprietà dei suoli.
La cittàe il suolo urbano espone in forma essenziale il convincimento di Bernoulli. Egli raccoglie e analizza tutti gli aspetti della questione proponendo una sorta di sintetica storia dell’urbanistica (con oltre cento illustrazioni, ottimamente riprodotte) dal punto di vista della proprietà dei suoli, i cui capitoli fondamentali sono: le città d’impianto del medioevo nell’Europa centrale e alcuni mirabili interventi dei secoli successivi in regime di proprietà demaniale (dalla Amsterdam del XVII secolo a Place Vendôme); gli effetti negativi della sconfitta dell’ancien régime che provoca l’appropriazione privata delle aree fabbricabili; i risultati disastrosi delle espansioni urbane comandate della speculazione fondiaria; le città giardino e i tentativi diversamente proposti e praticati per restituire alla collettività la proprietà del suolo urbano (dalle espansioni di Amsterdam e di Stoccolma, alle nuove città industriali dell’Unione Sovietica, a molti altri esempi). Ampie parti del libro sono d’impostazione teorica. Bernoulli non era un sovversivo, si rifaceva a una visione liberal-socialista della società. Il suo pensiero deve molto all’americano Henry George, il cui obiettivo era di contrastare con l’imposizione fiscale il peso della rendita, eliminando o riducendo al minimo l’ostacolo ch’essa pone allo sviluppo delle forze produttive, liberando il profitto e il salario.
La cittàe il suolo urbano era stato tradotto in italiano da Luigi Dodi, uno dei fondatori della moderna disciplina urbanistica in Italia, e pubblicato da Vallardi nel 1951, cinque anni dopo la prima edizione svizzera, ed ebbe una vasta diffusione nell’immediato dopoguerra. Alla sua impostazione si rifece anche Fiorentino Sullo, il democristiano ministro dei lavori pubblici all’inizio degli anni Sessanta, quando propose una nuova legge urbanistica basata sull’esproprio preventivo e generalizzato delle aree agricole destinate a diventare città. Si sa come finì il povero Sullo, sconfessato dal suo partito e politicamente massacrato: la sua vicenda ancora terrorizza chi si occupa di legislazione urbanistica. Con il passare degli anni, in particolare nell’ultimo quarto di secolo, la tensione riformatrice, che in Italia, negli anni Sessanta e Settanta, non era stata avara di risultati è stata travolta da una concezione dell’urbanistica funzionale al potere assoluto della proprietà privata e alle tendenze di un mercato fondiario affrancato da ogni regola, con il consenso anche di importanti settori della cultura e dalla politica di sinistra. Non stupisce perciò che il pensiero di Bernoulli sia stato negli anni recenti sempre più trascurato, infine dimenticato. Ho potuto verificare che molti architetti e urbanisti delle ultime generazioni non conoscono il nome dell’insigne studioso.
L’importanza e l’attualità del pensiero di Bernoulli in riferimento alla situazione italiana di oggi è lucidamente messa in luce da Edoardo Salzano, che firma la prefazione del libro. “La destra italiana è da tempo abissalmente lontana da quella del liberalismo e del liberismo dei Croce e degli Einaudi e la borghesia del nostro paese è sempre stata più abile a stimolare l’accrescimento dell’assistenzialismo e del parassitismo di Stato che a impiegare innovazione e competizione per lo sviluppo della produzione”. E Salzano ricorda che non molti decenni fa l’obiettivo della riduzione del peso della rendita era condiviso da un ampio arco di forze politiche e sociali, dal Pci a parti della Dc, dai sindacati a esponenti di spicco dell’imprenditoria. Oggi, quell’obiettivo, continua Salzano, “è scomparso su quasi tutti versanti dello schieramento politico”.
Bernoulli è figlio del suo tempo e le sue idee non possono certamente essere riproposte sic et simpliciter ai problemi dell’urbanistica contemporanea, almeno in Europa. Le sue riflessioni riguardano anni caratterizzati da un crescente bisogno di alloggi che, all’indomani della seconda guerra mondiale, era spaventoso. In Germania e nei paesi dell’Est si dovevano ricostruire intere città, milioni di abitazioni, e perciò la questione della proprietà pubblica delle aree era decisiva (Bernoulli si occupò della ricostruzione di Varsavia, Berlino, Budapest, Francoforte, Praga, Salisburgo, Colonia, Amburgo, Düsseldorf, Stoccarda). Oggi – quando il problema cruciale per chi si occupa di pianificazione non è di disegnare nuove espansioni ma, al contrario, di porre un freno al consumo del suolo agricolo – del suo insegnamento resta importante soprattutto la dimensione morale, l’assoluta indipendenza dagli interessi fondiari, la prevalenza indiscussa dell’interesse pubblico, la schiena dritta nei confronti degli interessi dominanti. Dalla nota biografica curata da Mireille Senn, apprendiamo che, nel 1938, gli ambienti conservatori riuscirono a fargli perdere la cattedra e il titolo di professore di urbanistica del Politecnico di Zurigo, ma l’emarginazione rafforzò i suoi convincimenti e moltiplicò il suo impegno nella vita politica e culturale.
Infine, il merito di aver riproposto Bernoulli è della veneziana Marina Zanazzo, che ha avuto il coraggio di fondare una nuova casa editrice, la Corte del Fontego. Insieme a Bernoulli, ha pubblicato un altro libro ormai introvabile, Mussolini urbanista di Antonio Cederna, che racconta come la smania di restaurazione dell’Impero abbia condotto il fascismo a una selvaggia opera di sventramento del centro storico di Roma, da alcuni, negli ultimi tempi, nuovamente apprezzata. Insomma: due libri contro, che spero siano letti e studiati. E che restituiscano il gusto del pensiero indipendente.
Qualcosa di umano. Apro la finestra e vedo in lontananza le cime delle montagne verso la Slovenja, tra loro e me una torre piezometrica e più a destra le strutture in elevazione dell’ospedale (Azienda ospedaliera, pardon), poi attorno una piccola selva di case e casette a due, quattro, sei appartamenti. Bifamiliari, schiere, lo scatolone del supermercato, seguiti da condomini e condominioni verde pistacchio. Giù per strada trovare un buco per il parcheggio è un casino. Se potessero parcheggiare sul muso della macchina di fronte lo farebbero. Per fortuna ci sono le assicurazione che ti chiedono più soldi se cagioni un danno. Le piste ciclabili sono larghe anche troppo, a volte inutili perché casuali e prive di senso. Se perdi l’autobus ti tocca aspettare sotto la pioggia per altri venticinque minuti. I giardini del secolo scorso (per me è ancora l’800, non mi capacito di essere nel 2000) erano belli, studiati e pensati. Oggi sono la mano del vivaista e del geometra dell’ufficio comunale del verde pubblico. Quella coppia di signori in età avanzata coltiva un orticello che è un campionario ricchissimo di varietà eduli: radicchi, insalate, carote, piselli, melanzane, pomidoro, peperoni, fragole, cipolle, cavoli, verze, albicocche, pere, susine e fiori, tanti fiori coloratissimi. Una manna, un pezzo di paradiso terrestre da altrove. Quasi un triangolo di Sud Tirolo in città. Tra me e quelle montagne c’è la bruttezza e un po’ di umanità.
Mi domando perché, se siamo stati capaci di ricostruire muri e campanili dopo quel grande evento disastroso, il resto non ha funzionato. Eppure quell’epopea ricchissima di speranze ma anche di concrete attese era lì: 765, 167, 865, 10, 457 e poi anche la Galasso. Numeri e nomi di leggi e norme statali che nel corso degli anni sessanta e settanta hanno qualificato in senso civile non solo una parte importante del ceto politico delle Camere, ma pure quelle amministrazioni locali che hanno applicato quelle leggi con coraggio e saggezza, migliorando la qualità della vita di tanti cittadini. Eppure non è bastato. Era tutto lì a portata di mano, la città potevamo farla meglio: più bella, più giusta, più felice per chi ci vive, ci lavora, si innamora, si cura, ci gioca, ci studia, ci cammina e ci muore. Anche fuori dalla città, la campagna, poteva essere più campagna e invece è quella cosa lì, spesso inscatolata, sfregiata, consumata, abbandonata, più spesso privatizzata. Sembrava che il progresso – ebbene si, quello che però non si esprime solo con la materialità del possesso individuale di soldi e di cose – fosse davvero a portata di mano, per tutti i cittadini. Era lecito attenderselo.
Scandalo. Lo scandalo è qui davanti a noi, attorno a noi, sicuramente dentro di noi.
Ci sono quelle persone che hanno dato tutta la propria vita, sin dentro il sangue, perché hanno creduto – si, proprio: creduto, sperato – di riuscire a far stare meglio le persone, i lavoratori, le donne, gli anziani, i bambini. Case giuste: accoglienti, sicure, semplici, sane, eque. Che hanno pure creduto che non bisognava scordarsi da dove si veniva e che anzi la strada percorsa doveva essere conservata, che i muretti in pietra a secco dovevano essere conservati, che le strade bianche tali dovevano restare, che un fiume è un fiume e non un opportunità da sfruttare, un albero un albero, una spiaggia una spiaggia in sè, un palazzo un palazzo per ciò che rappresenta e che porta impresso. Non so se tutto questo è ismo, comun-ismo, romantic-ismo, ideal-ismo. Di certo non è a favore del consumismo degli uomini sugli uomini, della terra su cui viviamo, delle città in cui siamo nati. Per me è civismo, è civile, è buono, è giusto. Ci sono ancora persone che vogliono, nonostante tutto, continuare a discutere, a comunicare, a ragionare, a scandalizzare, a mantenere viva e salda la memoria. Sono educati, non alzano la voce, non strillano. E anche se lo facessero il clangore attorno è così assordante talvolta che pare proprio sia un coro sapientemente diretto da un unico direttore d’orchestra. Eppure non è solo così. Spesso basta sollevare il coperchio e si scopre un mondo nascosto che ribolle e dal basso sale un brusio, un coro sempre più forte.
Il libretto di Lodovico Meneghetti ci riprova, fa il bis. Ci propone una serie di interventi apparsi tra il 2005 e il 2006 su www.eddyburg.it, sito che ha una sua affezionata e affatto piccola clientela, di addetti ai lavori, di politici, amministratori, intellettuali, curiosi, studenti. Ed è uno dei pochi posti rimasti a ben pensare in cui si possa fare informazione sulle malefatte a danno delle città, del nostro patrimonio culturale e paesaggistico, ma anche propugnare la difesa delle istituzioni repubblicane e perfino della democrazia. Lì, sul quel sito, da quel sito quotidianamente lo scandalo si fa proposta, sempre quella in fondo: il buon governo pubblico della città, il rispetto del prossimo e di se stessi. Quella trentina di interventi che Meneghetti ha selezionato ci trasmettono una vivacità intellettuale, una capacità di scandalizzarsi ancora, di non demordere, ma pure una grande voglia di proposta. Perché dum spiro spero, finché c’è vita c’è speranza. La speranza di vivere in città più giuste, più eque, più belle e più umane; perché la campagna sia più bella, rispettata e conservata, perché le pietre restino a testimoniare da dove siamo venuti. Lodovico Meneghetti, che ha ricoperto prestigiose cariche presso il Politecnico di Milano dove è stato apprezzato, rispettato e amato dai suoi allievi, e che ha sostenuto anche grandi responsabilità nell’amministrare la cosa pubblica in qualità di assessore all’urbanistica della città di Novara, è uomo di profonda cultura, di umana sensibilità, di generosità sincera e di rara capacità nel trasmettere valori, responsabilità e sapienza. Tanto attento, scrupoloso e severo, quanto ancora più sensibile e onesto intellettualmente. Non è poco, anzi, grandi valori per tutti. Gli interventi da lui scelti ben rappresentano lo stimolo e la decisa voglia di battagliare che ancora contraddistinguono la sua vis polemica.
Quando si parla di ricerca, va da sé, l’annosa questione del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno trova una soluzione immediata. Nel senso che sul versante finanziario il bicchiere è desolatamente vuoto. Su questo nessun dubbio.
Miracolosamente (non esiste altra spiegazione razionale) però di ricerca se ne fa ancora, da qualche parte, e la rete a volte ne evidenzia aspetti che gli alti costi (ancora loro) della divulgazione cartaceo-convegnistica occultano, in tutto o in buona parte.
Un ottimo esempio di questi miracoli della natura, sono le neonate pagine del Centro Studi Urbani, attivato presso il Dipartimento di Economia, Istituzioni e Società dell’Università degli studi di Sassari, e interamente dedicate alla “riflessione sui mutamenti delle realtà urbane, con riferimento ai temi sociali, psicologici, urbanistici, economici, di marketing urbano e delle relazioni tra cittadini ed istituzioni”.
Un riflessione sui mutamenti … eccetera, che – cosa ancor più rara – non si limita ad annunciare la propria esistenza in vita (di per sé ragguardevole), ma a fornire sostanziose prove di florida salute, sotto forma di saggi, articoli, e altri materiali in libera consultazione. Ecco il vero fatto ragguardevole (almeno per quello che promette, essendo i materiali accumulati ancora relativamente pochi).
Perché, come ben sanno i frequentatori della rete, in particolare chi si occupa di questioni legate alla città e al territorio, le pagine (soprattutto quelle italiane, ma non solo) che trattano questi argomenti appartengono quasi sempre ad una delle due categorie: le copertine e le discariche, con pochi casi intermedi.
La prima categoria comprende quegli sfolgoranti siti, spesso finanziati anche raschiando inopinatamente qualche fondo di ricerca, che elencano persone, intenzioni, titoli e progetti. I contenitori sono talvolta articolatissimi, multilingui, colorati, pieni di rinvii e icone. Provate però a cercare qualche contenuto degno di tale nome, e ve ne andrete con la coda tra le gambe: al massimo un bell’ abstract con consigli per gli acquisti in calce.
Il secondo gruppo di siti e pagine, comprende in gran parte quelli degli enti locali e istituzioni varie, ed è insieme tanto sovraccarico e confuso da poter essere già considerato una “materia prima” per la ricerca.
Una ricerca i cui prodotti dovrebbero invece configurarsi esattamente come queste pagine del Centro Studi Urbani, con materiali leggibili e/o scaricabili. Coordinato da Antonietta Mazzette, il centro/sito si avvale di numerosissime competenze scientifico-disciplinari (tra cui senza far torto a nessuno voglio ricordare qui il collaboratore di eddyburg.it, Sandro Roggio), e si articola secondo approcci innovativi ai temi del territorio e della società urbani, ivi compreso un accenno di quanto altrove si chiama women’s studies, e che tanti originali contributi ha dato a varie discipline.
Unico neo, che sicuramente troverà rapida soluzione, quello della attuale disomogeneità (grafica, ma anche rispetto a contenuti e modalità di restituzione) fra le sezioni. Nell’organizzazione attuale, succede che il lettore trovi al capitolo Città, Ambiente Territorio una serie di materiali scaricabili, mentre l’area tematica Giustizia e politiche di intervento si struttura attorno a una serie di links, e quelle Vita Quotidiana ed Economia Urbana propongano brevi testi programmatici e altri links.
Il resto, beh, vedetevelo da soli, no?
Ritorna in libreria, esattamente dopo 50 anni, I vandali in casa di Antonio Cederna, archeologo di formazione e giornalista esperto di questioni urbane e ambientali scomparso 10 anni fa.[1]. La nuova edizione si deve a Francesco Erbani – uno dei più versatili giornalisti italiani di cultura – che dagli esordi di ricerca nella storia del giornalismo è passato a occuparsi più sistematicamente delle vicende e delle cronache dell’urbanizzazione nazionale, dapprima con Uno strano italiano. Antonio Iannello e lo scempio dell’ambiente,[2] e poi, nel 2003, con L’Italia maltrattata, sempre presso Laterza. E documentare le trasformazioni urbane, le vicende delle nostre città - ci tengo a rammentarlo - comporta, in Italia, l’addentrarsi per un sentiero civilmente impervio, che non trova molti cultori e che richiede doti anche personali di autonomia intellettuale non comuni per essere frequentato.La solitudine intellettuale dell’autore di cui ci occupiamo in queste note, come quella di pochi altri simili a lui, lo testimonia anche per il passato.
Il testo attuale di Cederna presenta alcune modificazioni rispetto all’edizione originaria del 1956, nella quale l’autore raccolse gli articoli pubblicati su “Il Mondo” a partire dal 1949.Da quella prima edizione Erbani ha espunto le parti più caduche, più legate alle cronache del momento (e meno comprensibili al lettore odierno) con una conseguente, salutare riduzione della mole originaria del testo e delle sue inevitabili ridondanze.Ma, lo diciamo subito, il libro non risente in nessun modo del suo ridimensionamento, sia per l’intatto vigore dei suoi contenuti, sia per l’accresciuto valore della cura di Erbani – che appone al testo di oggi un ampio saggio introduttivo, oltre a una breve postfazione finale.Nella Prefazione del curatore è infatti ricostruita un’accurata biografia intellettuale di Antonio Cederna, indispensabile per comprenderne la formazione - e dunque la genesi di molte sue posizioni urbanistiche – e al tempo stesso viene collocato e interpretato I vandali in casa, di cui si individuano gli assi interpretativi essenziali: quelli che per l’appunto fanno l’attualità viva di questo testo e la ragione non occasionale della sua riproposizione editoriale.
Crediamo che in questo volume ci siano molti elementi che rendono obbligatoria la sua segnalazione in una rivista di storia dell’ambiente come la nostra. Alcuni non immediatamente ovvii. E tuttavia, prima di entrare nel merito di questi scritti, io vorrei preliminarmente sottolineare il particolare valore dello stile giornalistico del loro autore.E non certo per indulgere in considerazioni non pertinenti di natura estetico-letteraria. Anche chi non dovesse condividere i giudizi o le singole interpretazioni dell’autore, od anche l’intera sua prospettiva, non può non rimane stupito e ammirato di fronte a una prosa giornalistica icastica e lampeggiante, trascinata da un furore immaginifico che incanta ad ogni rigo. Una scrittura brillante è qui all’opera, non priva talora di beffarde asprezze, ed essa dà alla denuncia che la ispira una potenza persuasiva di rara efficacia. Certo, si tratta di una non comune capacità letteraria, ma essa sarebbe stata impossibile senza la passione, senza il coraggio, senza l’” eroismo” di questo personaggio che combatteva con la solo arma della macchina da scrivere contro le maggiori potenze economiche e politiche del nostro Paese negli anni Cinquanta. Ma anche tanta potenza d’animo non sarebbe bastata a fare la singolare energia della scrittura di Cederna se non ci fosse stato un altro elemento decisivo ad animarla: la forza derivante da una profonda, solida visione storica del nostro passato cittadino, e una interpretazione , un’idea altrettanto profonda e coerente della modernità urbana
L’introduzione alla raccolta dei sui articoli che Cederna appose nel 1956 – e che anche nella presente edizione apre il volume - è oggi un testo che non ha perso nulla della sua freschezza originaria. Non solo, ma dopo mezzo secolo di trasformazioni profonde, che hanno investito il mondo e il nostro paese, dopo decenni di lotte politiche e di vaste acquisizioni sul piano della cultura ambientalista, colpisce ancora per la sua non scalfita attualità. Nelle pagine di questa introduzione si trovano nitidamente riassunte le ragioni alla base delle sue battaglie contro i distruttori dei nostri centri storici e del nostro territorio.Ed è singolare ritrovare qui – contrariamente a chi di Cederna coltiva l’ immagine di un inguaribile passatista – proprio nella comprensione e accettazione della nascita della città contemporanea i fondamenti della difesa dell’antico, della sua integrità, del sua non modificabile alterità.Egli è assolutamente consapevole della novità radicale della città che nasce nell’Ottocento sull’onda dell’industrializzazione, che ammassa al suo interno un numero crescente di popolazione, che si divide in aree funzionali, irrigidisce gli spazi in nuove gerarchie, che è percorsa da nuovi mezzi di trasporto, è segnata da nuovi impianti e servizi, attraversata da flussi di energia e ritmi temporali inimmaginabili nei centri cittadini di antico regime.Persino i materiali costruttivi segnano una cesura incomponibile con il passato:”L’architettura moderna – scrive Cederna è figlia della rivoluzione industriale che ha portato alla scoperta di materiali nuovi e rivoluzionari, quali il ferro, l’acciaio, il cemento armato: la costruzione a scheletro che ne è derivata, e la conseguente abolizione dei tradizionali rapporti statici su cui si è retta tutta l’architettura del passato, ha cambiato in cent’anni l’essenza dell’architettura. Tanto è vero che nessuno pensa più oggi di completare in stile funzionale la basilica di San Clemente o le terme di Caracalla.” (p.11) Questo insieme di mutamenti radicali “rende evidente la rottura definitiva verificatasi nel secolo scorso tra tutta l’architettura passata e quella contemporanea: dal che deriva che ogni inserimento semplicistico di edifici moderni nella compagine delle città antiche è un’operazione destinata a fallire e a risolversi in una reciproca contaminazione.”(ivi) Ecco un punto chiave del pensiero urbanistico e storico di Cederna giustamente messo in luce anche da Erbani. La città moderna ha bisogno dei suoi specifici spazi, secondo logiche del tutto nuove, che vanno programmate sulla base di bisogni funzionali a cui i centri antichi non possono più piegarsi. Il “ pretendere oggi di “adeguare” una rete stradale tracciata nel Medioevo o nell’età barocca, Siena o i Rioni di Roma, alle “esigenze” di migliaia di automezzi, è come pretendere di trasformare, con qualche ritocco, una lettiga in automobile, una balestra in fucile mitragliatore, un tamburo in un radiogrammofono”(p.12)
Dunque, una doppia ragione di critica muoveva il Cederna di allora, mentre a Roma, a Napoli, a Lucca, a Palermo società immobiliari, costruttori, politici, amministratori comunali realizzavano il più selvaggio scempio urbano di tutta l’età contemporanea.[3] Da una parte egli scorgeva come quegli interventi di grave modificazione di antichi assetti non risolvevano i problemi nuovi delle città in crescita, spinte da inediti bisogni di spazio e di mobilità. La demolizione di piazze e manufatti all’interno dei centri storici, iniziata con la pratica degli “ sventramenti” fascisti, non soltanto ora continuava a mutilare irreparabilmente parti sempre più ampie del nostro patrimonio, ma impediva di indirizzare la crescita tumultuosa delle città secondo direttrici programmate, in cui il territorio venisse ridisegnato, senza sperperi, secondo i nuovi bisogni funzionali di residenza e di mobilità di una popolazione in crescita. Al contrario, l’espansione urbana, anche quella che allora si andava svolgendo all’esterno dei centri storici – e Roma è il caso più esemplare preso in esame ripetutamente da Cederna - avveniva sotto il segno di una espansione caotica e senza un piano. Un’espansione a “macchia d’olio”, come denunciava allora l’autore, ispirata nelle sue improvvisate geografie dal disegno di valorizzazione della rendita fondiaria di questa o quell’area delle campagne circostanti . E in questa caotica proliferazione, in questa crescita di città - sarebbe più esatto dire di ammassi di manufatti urbani - non secondo il tracciato dettato dai bisogni collettivi, ma dagli appetiti dei gruppi privati, Cederna vedeva a ragione la causa fondamentale delle miseria del nuovo urbanesimo italiano, della sua inadeguatezza ai bisogni dei cittadini, della sua bruttezza estetica, della sua violenza e dissipazione territoriale, della sua grave inadeguatezza funzionale.Non pochi dei problemi futuri – come ammoniva Cederna con facile capacità profetica – sarebbero venuti da quella crescita ispirata e in gran parte dominata da interessi disordinati e predatori.
Ma il quadro concettuale di Cederna si completa con l’altro versante delle sue riflessioni urbanistiche:”solo conservando il carattere e l’unità ambientale degli antichi centri urbani si pongono le condizioni generali per lo sviluppo veramente moderno e modernamente efficiente delle nostre città“ (p.17) Riconoscere l’intangibilità dei nostri centri storici, avrebbe condotto, infatti, i nuovi edificatori urbani a ripensare in maniera radicalmente nuova la città contemporanea. Ma occorre qui dire che sono le considerazioni sul valore dei centri storici a costituire il nucleo di pensiero più originale di Cederna: un pensiero urbanistico, civile e ambientale davvero non comune nel quadro della cultura italiana di quel decennio del Novecento.[4] Cederna non mostra qui di conoscere il Carlo Cattaneo de La città considerata come principio ideale delle istorie italiane [5], il testo, com’è noto, che più esemplarmente ha sottolineato il carattere profondamente urbano della civilizzazione italiana. In esso si ritrova una ricostruzione dei caratteri profondi della storia peninsulare, che mostra la millenaria intelaiatura cittadina del nostro territorio.Ma al tempo stesso vengono illustrate le gerarchie spaziali che gli innumerevoli centri urbani hanno impresso nei secoli sui contadi contermini, così come le forme più durevoli, le impronte antropologiche delle identità comunali delle nostre popolazioni. Una interpretazione storica che non ha mai trovato continuatori, non si è mai fatta cultura, né tanto meno comune sentire dei gruppi intellettuali e delle classi dirigenti italiane.Le roventi critiche di insensibilità urbanistica e territoriale che Cederna muove all’intera cultura italiana degli anni ‘50 sono, a loro modo, una delle tante riprove della nessuna fortuna dell’interpretazione cattaneana.[6] Naturalmente non mancheranno – soprattutto negli anni ’60 e ’70 – urbanisti, gruppi, forze politiche riformatrici che tenteranno di muoversi in controtendenza. Cosi come non mancheranno episodi significativi di grande momento, nei quali i centri cittadini sono stati interpretati come soggetti storici e antropologici da tutelare e far rivivere. L’iniziativa di Pier Luigi Cervellati, urbanista e assessore, che negli anni ‘70 restituì i quartieri ristrutturati del centro storico di Bologna ai ceti popolari, costituì un evento-simbolo di grande significato.Quel successo della qualità urbana e della democrazia, per un momento, rese l’urbanistica italiana all’altezza della sua storia. Ma, significativamente, il caso di Bologna, rimarrà isolato e senza seguito.[7]
Con sorprendente difformità dalla tradizione italiana, dunque, già negli anni ’50 la concezione urbanistica di Cederna è riccamente nutrita di consapevolezza del valore storico del nostre città. Val la pena far parlare direttamente lo stesso Cederna : “ Il carattere principale di questi antichi centri di città non sta nei “monumenti principali”, ma nel complesso contesto stradale ed edilizio, nell’articolazione organica di strade, case, piazze, giardini, nella successione compatta di stili e gusti diversi, nella continuità dell’architettura “minore”, che di ogni nucleo antico di città costituisce il tono, il tessuto necessario, l’elemento connettivo, in una parola l”ambiente” vitale. Questi antichi centri urbani sono un patrimonio incalcolabile, perché la storia vi ha sedimentata e stratificata la diversità in unità viva e tangibile, tanto più ammirevole quanto più varie, composite e diffuse sono le sue testimonianze. Un patrimonio d’arte e di storia colmo e compiuto nel suo ciclo, necessario a noi oggi proprio perché irrepetibili e insostituibili sono i valori che l’hanno determinato “ (p.6) .E’, dunque, la diversità, la distanza, la radicale alterità, l’impossibilità della sua assimilazione al nuovo a fare dell’antico il superbo reperto di una fase trascorsa della storia umana che dà qualità e ingigantisce la civiltà che lo rispetta. Sono i valori che l’hanno reso possibile, con la loro diversità da quelli nostri presenti, ad arricchirci in un dialogo continuo con l’altro, destinato a illuminare la nostra specificità di contemporanei e rendere più profondo lo sguardo sulle realtà del passato. E occorre anche aggiungere l’ovvia considerazione che la città non si esaurisce nelle sue forme costruite, essa è anche il suo popolo, i suoi abitanti, la trama storica delle relazioni sociali e umane che l’hanno plasmata nel tempo. Assai opportunamente Leonardo Benevolo ha di recente ricordato – in una intervista a “ Repubblica” - che “ Gli unici cambiamenti ammissibili sono quelli che consentono ai centri storici di essere abitati, di possedere ancora quel congegno di relazioni che li hanno alimentati per secoli“[8]
E mi preme qui osservare che Cederna esalta l’assoluta gratuità del nostro rapporto con le tracce, tanto grandiose che umili, di questo passato Nelle sue parole non c’è alcuna traccia, nessun cedimento alle retoriche utilitaristiche che oggi appestano ogni discorso pubblico: quasi che non si possa più parlare di alcunché, di nessuno aspetto della nostra vita, senza giustificarsi, senza premettere, senza garantire le “potenzialità di sviluppo”, di “crescita economica”, di “ innovazione”, la possibilità “ di andare avanti”, per qualunque brandello di realtà ci capiti di occuparci. Quanto Cederna fosse lontano da tale “economismo” conformistico e subalterno, da questo tratto di miseria culturale che soffoca la nostra epoca ce la prova, a mio avviso in modo superbo, un frammento di articolo sull’Appia antica, scritto l’8 dicembre del 1953 per “Il Mondo”, mentre imperversava la violenta manipolazione della Regina viarum e della sua campagna: “ Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti. Perfino per la cattiva letteratura che nel nostro secolo vi era sorta attorno. Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di un’opera d’arte: la via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene” (pp.103-104)
Cederna era dunque in quegli anni uno dei pochi intellettuali italiani a tentare di mettere in pratica – per dirla con parole relativamente recenti di Edoardo Salzano - quella “ controtendenza per evitare che dalla città scompaia ogni residua qualità ed essa si riduca a un mero agglomerato di oggetti e di persone”.[9] Proprio un simile e irriducibile fondo culturale e morale consentiva a Cederna di assumere posizioni che oggi appaiono di una ragionevolezza difficilmente contestabile e alla lunga – almeno sul piano teorico – vittoriosa. E di queste, in conclusione, vorrei sottolineare almeno due aspetti che ritornano continuamente nelle pagine dei Vandali in casa.
Il primo riguarda l’opposizione ostinata ma lucida che l’autore mostra nei confronti della pretesa “modernità” dell’automobile e della sua mobilità entro le città storiche. Ci voleva molto coraggio civile in quegli anni per assumere quelle posizioni, per mostrare, con assoluta ragionevolezza, che i nostri centri antichi non erano sorti per ospitare il traffico automobilistico proprio della città contemporanea. E devo a questo proposito aggiungere che la solitudine di Cederna su tali posizioni getta un’ombra assai spessa di discredito sulla cultura dominante italiana della seconda metà del XX secolo.Non credo che si sia mai discusso abbastanza,in Italia, su tale aspetto quando sarebbe stato ancora utile. Aver fatto spazio alle auto nelle città d’arte, nei centri storici delle innumerevoli cittadine della Penisola, perfino nei borghi medievali, testimonia una subalternità culturale a modelli esterni e una miopia civile che non si condannerà mai abbastanza, che ha degradato e continua a degradare la vita di più di una generazione di cittadini.Oggi, in varie parti del mondo, dove le amministrazioni sono in grado di intervenire con creatività sui problemi che si pongono, l’inversione di tendenza rispetto a 50 anni fa è clamorosa. “ Dall’Europa all’Australia – è stato ricordato di recente - stanno emergendo strategie per “calmare il traffico”(ad esempio rallentando le auto con strade strette a alberate) in modo tale da moderare e scoraggiare l’uso delle auto e riqualificare i quartieri.“ [10]
Il secondo aspetto riguarda le argomentazioni messe in campo da Cederna per ribatte il superficiale “storicismo” con cui i promotori della distruzione delle nostre città – l’equivalente dei nostri attuali fautori dello “sviluppo” - tentavano di dare dignità culturale e civile al loro operato. Con una argomentazione all’apparenza ineccepibile, costoro sostenevano che i loro interventi nei centri storici non facevano che replicare una vicenda millenaria e in qualche modo inevitabile, se non addirittura necessaria:ogni epoca, distrugge parte delle civiltà del passato e imprime sul territorio la propria particolare impronta. Cederna demolisce con vero e proprio furore argomentativo questa pretesa ineluttabilità storica. Intanto ricordando come, con tale pratica, le generazioni del passato hanno spesso compiuto distruzioni che ci hanno privato di innumerevoli capolavori, eliminato per sempre dalla scena del mondo edifici, monumenti, templi, statue che celebravano momenti altissimi dell’arte e della creatività umana. Ma almeno – ricorda Cederna – gli uomini del Medioevo o del Rinascimento avevano qualche giustificazione mentre consumavano i loro scempi: se sottraevano il travertino del Colosseo era per utilizzarlo nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Oggi non esiste più neppure una tale – pur sempre inaccettabile – giustificazione. I materiali dei manufatti urbani della città contemporanea – come abbiamo visto - sono altri. Ma è comprendendo le conquiste di cultura e di civiltà della nostra epoca, le ragioni profonde della sua “generosità” e rispetto per il passato, che si trovano i motivi per opporsi alla manipolazione distruttiva delle città storiche.. Ma facciamo parlare Cederna, con le sue parole: “Ce lo vieta proprio la Storia, che invano i vandali pretendono, ignorandola, di continuare: ce lo vieta il progresso, la civiltà:ce lo vietano, tra l’altro, le discipline che in un tempo relativamente recente abbiamo inventato, gli studi storici, le scienze dell’antichità, l’archeologia, la storia dell’arte, l’estetica, eccetera, che ci hanno insegnato a capire storicamente nei suoi valori concreti e specifici l’opera d’arte, e almeno a separare l’apprezzamento artistico di essa da qualsiasi utilizzazione pratica, e quindi anche a rispettarla, a conservarla, a reintegrarla nel suo stato migliore “ (p.9)
[1] A. Cederna, I vandali in casa, a cura di F.Erbani, Laterza ,Roma-Bari 2006, pp. 272 Euro 18.
[2] Laterza, Roma-Bari Laterza 2002
[3] Per la ricostruzione storica di queste vicende si veda, essenzialmente, V. De Lucia, Se questa è una città. La condizione urbana nell’Italia contemporanea.(1989) Introduzione di P.Bevilacqua, Prefazione di A.Cederna, Donzelli, Roma 2006;
[4] Cfr. E.Salzano, Fondamenti di urbanistica, Laterza Roma-Bari, 1998, pp. 128-129.
[5] C. Cattaneo,La considerata come principio ideale delle istorie italiane ( 1858 ) a cura di G.Belloni, Firenze 1931
[6] Chi scrive si è soffermato su un aspetto affine relativo all’insensibilità degli italiani per il loro territorio e la sua storia. Cfr. P.Bevilacqua, Sulla impopolarità della storia del territorio in Italia , in P.Bevilacqua e P.Tino ( a cura di) Natura e società. Studi in memoria di Augusto Placanica, Meridiana Libri- Donzelli, Roma 2005
[7] Cfr. De Lucia, Se questa è una citta, cit. p. 105 e ss. Salzano, Fondamenti di urbanistica, cit. pp. 134-135
[8] Cfr. F.Erbani, Se perde l’architettura, intervista a Leonardo benevolo, « La Repubblica », 21 luglio 2006.
[9] Salzano, Fondamenti di urbanistica, cit. p.13
[10] P.Hawken, A.Lovins e L.Hunter Lovins, Capitalismo naturale. La prossima rivoluzione industriale, Presentazione di U. Colombo, Introduzione di G. Bologna, Edizioni Ambiente, Milano 2001, p.56
Nell’introdurne la nuova edizione Piero Bevilacqua afferma che il libro di Vezio De Lucia (Se questa è una città, Donzelli Mediterranea 2005) “possiede la freschezza del classico”. E la scrittura (semplice, rapida, costruita con parole mai di gergo eppure sempre precisa e rigorosa) è certamente quella di un classico. A me ad esempio ricorda la prima pagina del Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern.
Forse è proprio la scrittura una delle doti che ha consentito a un testo di urbanistica, quale è quello di De Lucia, di accedere a un pubblico vasto. Raramente un libro che parla di piani regolatori e di abusivismo, di estenuanti battaglie d’opinione e di complesse pratiche amministrative, di distruzioni del territorio e di tentativi di risarcimento, che racconta eventi ricchi di tecnicità e normalmente riservati agli “addetti ai lavori”, riesce a trovare un pubblico largo fuori dai circuiti accademici.
È un libro che, come ha scritto Antonio Cederna nella prefazione all’edizione del 1992, “sarebbe da rendere obbligatorio nella scuola e nelle università”. Ma non solo nelle aule: dovrebbe esser letto da chiunque voglia essere parte attiva nella vita della comunità. Del resto, più d’una testimonianza rivela che, più degli studenti, l’hanno letto amministratori locali e cittadini appassionati al governo della loro città, tecnici negli avamposti del “buongoverno” del territorio e urbanisti militanti. Insomma, persone interessate a conoscere (gli eventi che hanno determinato l’ambiente della nostra vita e gli strumenti mediante i quali è possibile modificarne il corso) non per divenire più colti, ma per cambiare la realtà nella quale vivono.
Ma De Lucia non è uno scrittore: è un urbanista. Se accetta di scrivere libri è perché le sue numerose esperienze professionali e politiche lo hanno convinto che da soli non si vince. Si vince se si riesce a far comprendere a un numero ampio di cittadini che le nostre città e i nostri territori sono così, nel bene e nel male, perché noi li abbiamo costruiti così. E se non ci viviamo bene, siamo noi che dobbiamo e possiamo modificare le cose.
La privatizzazione dell’urbanistica (i cui alias sono speculazione edilizia, prevalenza della rendita immobiliare, urbanistica contrattata) è il nemico dei nostri anni. È il nemico che De Lucia, raccontandone le malefatte, combatte e spinge a sconfiggere. Asservire un bene comune – quale è la città – agli interessi venali di un gruppetto di privilegiati è indubbiamente il peccato d’origine di ogni “malaurbanistica”.
Ma la premessa di quella privatizzazione, e la garanzia della sua sopravvivenza, sta nel fatto che è privatizzata la conoscenza dell’urbanistica. Finché questa sarà appannaggio esclusivo di alcune ristrette categorie professionali, in larga misura mobilitabili dai “padroni della città”, ben poche saranno le speranze di un futuro migliore. Scrivere Se questa è una città è allora parte sostanziale del lavoro di urbanista che De Lucia ha svolto e continua a svolgere: come funzionario del Ministero dei lavori pubblici (dove giunse dopo aver rifiutato un ben più lauto incarico, che lo avrebbe impegnato a favorire gli interessi immobiliari privati), come autore di rilevanti progetti pubblici di tutela e riqualificazione di città e territori (il Piano comprensoriale della Laguna di Venezia, il Piano paesaggistico dell’Emilia Romagna, la ricostruzione a Napoli dopo il terremoto del 1980, il Piano regolatore di Napoli con la prima Giunta Bassolino).
Le sue esperienze professionali e politiche sono parte delle vicende della politica urbanistica italiana. Era giovane funzionario del Ministero di Porta Pia quando la Direzione generale dell’urbanistica fu protagonista nel documentare e denunciare lo scandalo di Agrigento, nel disegnare la “legge ponte” del 1967 e nel documentare lo scempio compiuto nell’anno di moratoria, nel predisporre il decreto sugli standard urbanistici (che per la prima volta rese concreto il diritto dei cittadini a fruire di adeguate quantità di spazi pubblici). Era più maturo quando videro la luce, attorno a quell’ufficio, provvedimenti di grande rilievo come la legge per la casa del 1971, quella sul regime dei suoli del 1977 e quella per l’equo canone del 1978.
Le vicende dell’urbanistica contemporanea in Italia, che De Lucia racconta, sono perciò in larga misura eventi della vita e delle passioni dell’autore. È una delle cause, e non la minore, dell’indubbio fascino del suo libro per il lettore, spinto a sentirsi partecipe delle speranze e delle delusioni attraverso le quali il filo della narrazione si svolge.
Eppure, come scrive uno storico di mestiere come Bevilacqua, Se questa è una città è “un equilibrato, riccamente documentato saggio di ricerca storica”. Una simile definizione, prosegue Bevilacqua, “non si fonda soltanto sulla valutazione del metodo e delle procedure di documentazione che sostengono il testo, ma anche […] sul fatto che De Lucia, mentre dà conto dei processi di trasformazione della città e del territorio, colloca i fenomeni esaminati nel loro contesto storico”.
Così, lo svolgersi delle vicende della “condizione urbana nell’Italia contemporanea”, è anche una storia dell’Italia dagli ultimi anni del Fascismo ai primi del Berlusconismo. Una storia vista dalla parte del territorio. Non meraviglia che, da questo punto di vista, appaiano momenti alti quelli, corrispondenti ai governi di centrosinistra degli anni 60 e 70, nei quali il buongoverno del territorio ebbe il massimo di speranze e seppe foggiare i migliori strumenti e correre le più felici avventure.
Né stupisce che vengano descritti come momenti drammatici sia quelli in cui, all’uscita del fascismo, i governi italiani scelsero una ricostruzione dell’economia e della società che scatenò il saccheggio del territorio e fu foriera delle gravissime distorsioni che oggi soffriamo, sia – più tardi – quelli che videro oscillare il paese tra l’arricchimento delle riforme degli anni del centrosinistra e le tendenze controriformatrici. Tendenze che poi si svilupparono negli anni 90, dando luogo al trionfo dell’urbanistica privatizzata, del prevalere della rendita immobiliare tra i moventi delle trasformazioni urbane e territoriali, dell’indebolimento di tutti gli strumenti dell’azione pubblica.
Se i prossimi anni vedranno svilupparsi i nuovi germi di rivendicazione per una città e un territorio vissuti e governati come un bene comune dell’umanità di oggi e di quella di domani il merito sarà anche di libri come questo.
Titolo originale: Debunking, and Creating, Myths of Sprawl – Scelto e tradotto per eddyburg_Mall (http://mall.lampnet.org) da Fabrizio Bottini
Qualunque movimento – sia esso politico, accademico, o geografico – ha bisogno di pro e contro, e in un mondo che negli ultimi anni ha adottato tutto quanto è più denso, piccolo, o “ smart”, anche alla smart growth può servire un avvocato del diavolo. In Sprawl: A Compact History (University of Chicago Press, 2005), il professore di urbanistica dell’Università dell’Illinois Robert Bruegmann si assume questo ruolo, e propone una irresistibile serie di affermazioni a mettere in discussione quelle che sono, ora, le idee correnti sullo sviluppo urbano.
Sprawl pone una serie di questioni provocatorie. Tutta la politica degli interventi sui quartieri popolari era razzista, o semplicemente cauta strategia delle banche nell’investire soldi in zone già condannate? Il fatto di sbancare con le ruspe terreni vergini rivela più crepe nel capitalismo di quanto non faccia lo stipare immigrati dentro palazzoni in affitto? Lo sprawl rappresenta solo il desiderio Americano di conquista degli spazi aperti, o qualunque cultura vorrebbe più spazio per abitare? Aspettare l’autobus è più appagante di quanto non sia guidare due tonnellate d’acciaio quando e dove si vuole?
Con una prosa vivace e acuta, rivolta sia ai più snob che alle casalinghe, Sprawl è abbastanza coinvolgente da meritarsi numerosi lettori, che amano le storie interessanti e le argomentazioni entusiasmanti, anche quando la logica lasci un po’ a desiderare. Lacune che nascono ad esempio dal fatto che, diversamente da quanto afferma il sottotitolo, Sprawl non è una storia generale. Si concentra in qualche modo su esempi isolati, e anche se quei casi sono di per sé indiscutibili, le implicite generalizzazioni, suggestioni, le serie di cifre accuratamente scelte a sostegno, costruiscono argomentazioni in definitiva solo in parte seducenti.
Il libro si articola in tre parti: una storia dello sprawl, una analisi dei movimenti che ad esso si sono opposti, e le “cure” figliate da questi movimenti. In ogni caso, Bruegmann parte dalla constatazione che l’attuale contesto americano è tutt’altro che perfetto, ma sostiene che gli americani hanno scelto lo sprawl perché è cosa buona, e nessun movimento favorevole ad una maggiore densità, non importa quanto zelante, oscurerà le virtù del suburbio.
La sfuggente definizione di Sprawl
Bruegmann inizia col proporre una buona e comprensiva definizione del concetto di sprawl, perché, sostiene, i gruppi di interesse e le ideologie spontaneamente tendono a pervertire lei idee, riguardo a un concetto tanto nebuloso. Fa riferimento allo sprawl come concetto “inventato”, come se altri nomi potessero contenere meno asfalto ed eliminare meno alberi. Spiega: “lo sprawl, come tanti termini quali degrado urbano, o slum, o altri legati allo sviluppo urbano, non è tanto una realtà oggettiva quanto un concetto culturale, un termine nato in un determinato tempo e luogo … ha accumulato attorno a sé un intero insieme organico di idee e assunti”. Peccato che non offra una spiegazione simile ad altri termini, come “comunità”, “stile di vita”, “prato della villetta”, o “sogno americano”: ma così è il postmodern.
Poi, Bruegmann tenta di definire a parte quanto rende lo sprawl così problematico: secondo qualunque punto di vista. Ne ignora l’intrinseca componente spaziale –preferendo invece basarsi su aspetti più soggettivi di carattere culturale, demografico, politico – e liquida irridendole le preoccupazioni estetiche. E con pesante ironia concede in conclusione “e, tra l’altro, è brutto”. É l’unico riferimento a questioni di estetica, e questo tono liquidatorio significa qualcosa di più, del fatto che Bruegmann probabilmente non gradirebbe fare il pendolare in macchina tutti i giorni insieme a Peter Blake. A dire il vero non nega il degrado visivo dello sprawl – in realtà, lo ammette – ma tenta invece di far capire che non si tratta di una questione seria, forse perché le questioni estetiche non consentono obiettive quantificazioni, e quindi non avrebbero impatti sulla vita delle persone.
Una delle più stravaganti ri-definizioni dello sprawl proposte da Bruegmann riguarda il fatto che non si tratti di fenomeno unicamente americano. Indica la crescita di Parigi come prova che lo sprawl sia una forza universale della natura, notando come solo una piccola quota dei parigini abiti nelle strade delle cartoline. Ma non dà nessuna prova del fatto che la diffusione dello sprawl non sia niente di diverso da un contagio, indipendentemente dall’origine nazionale. Certo, il fenomeno non si limita all’America, ma non lo fanno nemmeno il cancro, l’AIDS, o i Backstreet Boys. Inoltre, questa affermazione lascia ancora aperto il problema di dove si precipiterebbero tutti questi abitanti delle fasce esterne, di fronte alla possibilità di vivere nel settimo Arrondissement, se solo non fosse già pieno.
Con questa“definizione”, o mancanza di, la prima parte di Sprawl avanza cronologicamente sino al XX secolo a ricostruirne la storia, i cui elementi base sono noti a qualunque studente, o anche a un osservatore casuale della forma urbana americana. La tesi appassionante di Bruegmann è che lo sprawl sia il risultato di scelte consapevoli compiute dagli americani riguardo a dove vogliono abitare, come vogliono abitare, cosa sono disposti a fare per arrivarci. Bruegmann espone molte delle classiche teorie del complotto sullo sprawl (che variamente coinvolgono i costruttori, le banche, le compagnie petrolifere e automobilistiche, la razza bianca, e una miriade di leggi e strategie favorevoli), e offre alcune ragionevoli spiegazioni alternative non basate su cupidigia, corruzione, razzismo. Ma anche ammettendo che lo sprawl sia un regalo che l’umanità fa a sé stessa, i termini poco gentili che usa Bruegmann per le altre forme urbane e i corrispondenti stili di vita rappresentano una fastidiosa inclinazione, che non dovrebbe pervadere un lavoro scientifico.
Politica, stereotipi, e anelli mancanti
In un’America ora ben propensa alla geografia politica degli stati rossi o blu, i riferimenti beffardi alle “ élites” anti- sprawl o agli “abitanti della città” offre indizi per niente vaghi sulla scaletta politica di Bruegmann. Ha già denigrato Parigi, e ora si rivolge ai detrattori borghesi dello sprawl, aggrappati a “una particolare serie di assunti su una urbanità costituita dai membri di una ristretta élite culturale ... dentro a centri città densi che contengono le principali e altolocate istituzioni della cultura. In questi centro tanto densi, ritengono, i cittadini sono più tolleranti e cosmopoliti a causa della propria costante interazione con persone diverse da sé”. Nel suo caratterizzare gli obiettivi del progressismo urbano come desolatamente stravaganti, Bruegmann non spiega esattamente cosa non va, nell’accogliere le classi sradicate, dare ad esse accesso eguale alle istituzioni, consentire di sfuggire all’atteggiamento bigotto che li vorrebbe esclusi, allontanati, ad accettare il loro destino “bassolocato”.
Bruegmann non si basa comunque solo su argomentazioni culturali, e nell’affrontare il più ampio punto di vista geografico e demografico offre la propria più compiaciuta (e pubblicizzata) asserzione quando dichiara che la regione degli infiniti chilometri quadrati di Los Angeles non si qualifica, effettivamente, come sprawl. A seconda di come si girano i dati censuari, Los Angeles diventa l’area urbana più densa del paese. Questa discutibile osservazione porta Bruegmann a proclamare che lo sprawl, a L.A., semplicemente non esiste. In realtà, adotta un argomento dei suoi avversari, intendendo che la densità fa diventare tutto OK, come se alta densità significasse che milioni di ettari di deserto, spiagge, terre agricole, macchia e pianure costiere non dovessero mai essere toccate dalle ruspe, mai inquinate, mai deturpate da costruttori alla ricerca di guadagni facili e a breve termine.
Un problema di scelte
La grande forza di Sprawl sta nei capitoli finali, che espongono gli aspetti problematici delle politiche e normative, come le fasce di confine dell’urbanizzazione o i sostegni al trasporto pubblico, ideate per combattere lo sprawl. Bruegmann nota che tutti questi tentativi hanno spesso funzionato male, aumentato i prezzi degli immobili, e/o provocato contraccolpi, poi efficacemente sostiene che forze più potenti di quelle delle politiche pubbliche e della sensibilità estetica abbiano complicato e distorto i nostri sforzi per uscire dalla crescita rampante attraverso le greenbelt, l’urbanistica, le metropolitane leggere.
Davvero, le politiche pubbliche moderne trarrebbero grande beneficio da un riesame onesto di quali siano stati gli effetti devianti di alcune scelte rispetto ai propri obiettivi, e Bruegmann evoca i pericoli rappresentati da decisori e burocrati talmente sprofondati nel proprio ruolo da non accorgersi, o dar peso, agli effetti di queste scelte sulle persone (su questo aspetto, se non sulle conclusioni, lui e Betty Friedan sarebbero certamente d’accordo). Ma Bruegmann dà a questa conclusione un tono di sconfitta definitive, a intendere che la permanenza dello sprawl a fronte di tutti i tentativi di regolamentazione sta a significare che l’America deve semplicemente arrendersi all’imperfezione naturale, come se fosse la natura a dirci che la via più facile è anche la migliore, e che la scelta migliore è quella che abbiamo già fatto.
Chi propone il new urbanism, la smart growth, o simili, spesso subisce le critiche che li definiscono idealisti col coraggio di prescrivere un mondo fragile completamente avulso dalle realtà della politica, dell’economia, della cultura. Ma anche se queste teorie talvolta mancano in termini di impegno all’equilibrio, all’obiettività, a un metodo rigoroso, lo stesso si può dire di Sprawl. Bruegmann si merita un elogio per aver proposto conclusioni decise e discutibili, che controbattono quelle dei suoi avversari intellettuali, come James Howard Kunstler, Andres Duany, o la scomparsa Jane Jacobs. Ma nel rispondere ad armi pari, Bruegmann spesso dimentica di spiegare la propria logica, o di riconoscere anche una scintilla di saggezza nelle teorie che tenta di combattere. Dato che non possono essere tutte sbagliate, sarebbe assurdo credere che lui, nonostante tutta la sua tracotanza, abbia completamente ragione.
Il risultato è una versione a cartoni animati dello studio scientifico, ad auspicare poco più dello status quo. É divertente, e in parte anche vero, ma alla fin fine riduce il dibattito a uno scontro urlato. E finché non arriverà un altro avvocato del diavolo con argomentazioni più serie ed equilibrate al senso comune accettato, la battaglia contro lo sprawl continuerà, senza alcun dubbio, a riscrivere norme, riorientare investimenti, tagliare le gomme che lo fanno avanzare.
Nota: la tesi conclusiva di Stephens, della ridicolizzazione dell’avversario trasformata in una immagine generale da cartoni animati, è curiosamente ed esattamente la stessa della mia recensione a Bruegmann di qualche mese fa, intitolata Wilmaaaa, dammi lo Sprawl! (e, giuro, non ci siamo messi d’accordo); Josh Stephens è direttore di The Planning Report e Metro Investment Report , newsletter mensili sull’urbanistica, gli investimenti in infrastrutture, le politiche pubbliche nella regione di Los Angeles. Già insegnante alle scuole superiori e scrittore freelance, ha pubblicato di recente testi su Volleyball Magazine , English Journal , e You Are Here: The Journal of Creative Geography .
Titolo originale: The Space Race – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Mike Davis deve essere stanco di essere etichettato come profeta dei disastri. Ma l’essere apocalittici non è una brutta nicchia per uno storico di sinistra, in questi tempi fradici di calamità. Anche se il suo lavoro copre sia disastri di origine naturale che umana, Davis dedica gran parte del suo tempo alla sovrapposizione fra l’uno e l’altro, nelle fragili chiazze dove l’uomo ha negligentemente posto la sua dimora, come l’ecosistema desertificato di Los Angeles. Davis si è fatto una fama lì con la splendida storia urbana City of Quartz del 1990 e due successivi libri su L.A., Ecology of Fear e Magical Urbanism.
Al suo meglio, la prosa di Davis trasuda il fervore della crociata: se non proprio messianica, ci andiamo vicino. Aneddoti e fatti spuntano da ogni pagine, sostenendo le sue spesso radicali argomentazioni. Non tutti comunque amano questo marxista affatto pentito: qualche anno fa, Davis fa denunciato da parte di qualcuno per essersi preso delle libertà coi suoi dati. Anticipando James Frey, fu anche accusato di essersi inventato una conversazione, in un pezzo scritto nel 1989 per LA Weekly (col permesso dell’intervistato, come poi saltò fuori). Davis lasciò la West Coast per un periodo di tempo, e i suoi argomenti divennero globali con Late Victorian Holocausts, un tomo sulle tragedie ambientali del terzo mondo, seguito lo scorso anno da Monster at Our Door. Rapido trattato sull’influenza aviaria, Monster propone la pestilenza incombente come conseguenza di follie umane quali l’agricoltura industrializzata, il sistema sanitario marcio, una popolazione globale impoverita su cui domina lo slum, ambiente ideale per i germi.
Davis aveva già in mente gli slum, dato che era a mezza strada del manoscritto che poi è diventato Planet of Slums, in uscita il prossimo mese. Il paragrafo iniziale del libro esibisce la sua vena iperbolica, profetizzando la nascita di un bambino che segnerà “uno spartiacque nella storia dell’umanità, paragonabile al Neolitico o alla Rivoluzione industriale”. Davis non sta parlando del secondo avvento di Gesù, ma di un enorme mutamento epocale: il momento in cui la popolazione urbana del pianeta supererà in numero quella rurale. I teorici americani dell’urbanistica hanno passato gli ultimi vent’anni discutendo di sprawl o edge cities, ma Davis sostiene che il processo sta avvenendo a velocità iperbolica in luoghi come l’Asia, l’America Latina e l’Africa, dove le città divorano la campagna. Presto non racconteremo più le favole sulle differenze tra il Topo di Città e quello di Campagna: ci saranno soltanto il Topo di Megacity e quello di Small-City. La Cina, nota, “ha guadagnato più abitanti delle città negli anni ’80 di quanto non abbia fatto tutta l’Europa (Russia compresa) in tutto il ventesimo secolo!”.
Il problema è che popolazioni più grandi non portano automaticamente ad economie in crescita, e si crea un enorme frattura quando i poveri sciamano verso le città prive di infrastrutture per sostenerli. La popolazione di squatter a Karachi raddoppia ogni dieci anni, e Davis prevede che nell’Africa nera ci saranno 332 milioni di abitanti di slum entro il 2015”. “Le città del futuro, anziché essere fatte di vetro e acciaio come immaginato dalle scorse generazioni di urbanisti, sono invece costituite in gran parte di mattoni crudi, paglia, plastica riutilizzata, blocchi di cemento, legname di recupero” scrive. “Invece di città della luce che salgono verso il cielo, il mondo urbano del ventunesimo secolo sta acquattato nel fango”.
Davis si preoccupa per una “fondamentale riorganizzazione dello spazio metropolitano” nel mondo, coi ricchi che abbandonano le città ritirandosi nel genere di gated communities note agli americani – di fatto molto note a tutti, dato che Davis dice come siano “spesso immaginate come piccole Californie del Sud”. Ed ecco un insediamento nella fascia esterna di Pechino, chiamato Orange County, completo di case progettate da un architetto di Newport Beach. Mentre i poveri non hanno scelta sul dove vivere (e finiscono così su mucchi di rifiuti o in aree a rischio), i ricchi possono abitare in “un elusivo e dorato non luogo”.
Planet of Slums si sofferma raramente in un luogo abbastanza a lungo da lasciar tirare il respiro al lettore. Ciascun capitolo raccoglie un catalogo virtuale degli orrori sofferti dai poveri globali, dalla scarsità di acceso ai gabinetti (in alcuni casi centinaia di persone condividono un solo lurido pisciatoio) allo sfruttamento dei bambini. Sepolti tra le pagine, particolari affascinanti, come la Città dei Morti al Cairo, dove un milione di poveri vive nelle tombe dei sultani utilizzando le lapidi come arredamento. Alcuni degli episodi più brutali nascono dalle “campagne di abbellimento” pensate per impressionare occhi occidentali, come lo sgombero fatto da Imelda Marcos di 160.000 squatters di Manila per rendere più grazioso lo spazio destinato a un concorso di Miss Universo, una visita di Gerald Ford, un incontro Fondo Monetario Internazionale / Banca Mondiale.
Come per molti dei suoi libri, la tesi centrale di Davis è che la riduzione a slum del terzo mondo non fosse inevitabile, ma risultato di decisioni politiche. Negli anni ’50 e ‘60, i governi da Cuba alla Tanzania fecero voto di offrire assistenza sanitaria e abitazioni ai poveri: un impegno sabotato dalle restrizioni imposte ai paesi debitori dal FMI e Banca Mondiale, che ha ridotto i programmi governativi e incoraggiato le privatizzazioni.
Per essere uno dei pochi scrittori in grado di colmare il divario fra la comunicazione accademica e quella mediatica più ampia, Davis avrebbe potuto rendere l’argomento non solo accessibile, ma anche tale da inchiodare, collegando elegantemente i punti che uniscono ONG e remissione del debito, corporativismo e pianificazione urbana, abitanti delle favelas e operatori immobiliari. Ma Planet of Slums ha troppo poca della prosa vivace o dell’impulso narrativo che alimentava libri come City of Quartz o Late Victorian Holocausts, e qualunque forma di eloquenza impiegata soccombe sotto la valanga di dati e carte ammassate in ogni pagina. Il denso accalcarsi di idee e informazioni induce a chiedersi se Davis non abbia per caso voluto riprodurre la stessa claustrofobia dello slum.
Nota: la condizione "a mezza strada del manoscritto" di Mike Davis, citata dal recensore, ha anche prodotto un articolo piuttosto lungo, con il medesimo titolo del libro in uscita, pubblicato dalla New Left Review nel numero 26 del marzo-aprile 2004. Lo allego di seguito per gli eventuali interessati in file PDF scaricabile. Per qualche dato sul caso degli slum africani, qui su Eddyburg Mall /Ambiente si veda anche l'articolo di Christine Auclair sulle possibilità di sviluppo sostenibile (f.b.)
Chissà se in natura esistono ancora, gli insegnanti che scrivevano rossoblù a margine dei temi in classe: “ CORRETTO, MA GIORNALISTICO”. La cosa significava di solito una valutazione inferiore, per aver involontariamente trasgredito alla regola non scritta che vuole (voleva?) lasciar fuori alcune forme espositive dalla dissertazione. Eppure, come l’esperienza insegna, quell’aggettivo “giornalistico” non ha necessariamente in sé connotati positivi o negativi, salvo rinviare a un metodo di lavoro certo diverso da quello di uno scrittore di temi in classe, di un accademico, di un militante delle cause proprie o altrui.
E certamente giornalistici sono l’approccio, l’impianto narrativo, l’organizzazione tematica e dei riferimenti, in questo nuovissimo e ricco This Land, dell’ex giornalista Boston Globe Anthony Flint, ora passato a un impegno a tempo pieno nel campo del planning col Lincoln Institute for Land Policy.
Il tema del libro è quello, ormai classico, della battaglia contro lo sprawl. Ma nei primi paragrafi un lettore un po’ informato potrebbe cadere in equivoco. Si parla infatti, subito, dei villaggi new urbanism, della forte personalità e impegno personale di Andrés Duany, e spuntano da tutte le parti (anche se ricomposti con eleganza nell’esposizione) gli stilemi da pieghevole pubblicitario ben noti del senso comunitario della cittadina tradizionale, dell’identità spaziale perduta fra le distese di case unifamiliari su grandi lotti, di come la casalinga curiosa Jane Jacobs avesse previsto tutto quanto - anche senza parlarne – mezzo secolo fa … Insomma, si avrebbe l’impressione di stare nel bel mezzo delle messe cantate, e sostanzialmente campate per aria, che qualche mese fa Robert Bruegmann ha appunto descritto e stroncato come tali, nel suo accattivante (anche se in malafede) Sprawl: a Compact History.
Ma sbaglierebbe di grosso, il lettore non neofita, a scoraggiarsi per questo piccolo assaggio di sapori troppo noti. Certo, dopo aver scritto nell’introduzione che chi combatte lo sprawl è un esercito di “ hippies con una laurea in architettura che tentano di cambiare un mondo che resiste ostinatamente”, delude un po’ vedere l’incarnazione dei figli dei fiori nell’ennesimo progettista rockstar ultramediatico che, pensoso, ci conduce nell’ennesimo viaggio virtuale fra uno spunto di vita quotidiana e la sua cosmologia urbanistica. C’è però una precisa strategia, nel percorso scelto da Flint, che va ben oltre le ricette – del resto tutte interne all’attività professionale – degli esegeti del villaggio tradizionale: è la volontà di attraversare in modo sistematico tutti i soggetti e i punti di vista interessati, a mostrare che in fondo non esistono veri e propri “schieramenti”.
Esistono però punti di vista molto divergenti, e non si tratta di divergenze accademiche, ma di solidi scontri – spesso in ottima fede – fra legittimi interessi, che tutti toccano temi importanti: libertà, innovazione, eguaglianza, salute e benessere. Non è un caso se nella brevissima (giornalistica?) rassegna storica sulla nascita del suburbio moderno si intrecciano da subito universi paralleli e apparentemente non comunicanti. La pubblicistica corrente ci ha abituato a ben altro. Ad esempio Dolores Hayden ci impiega alcune centinaia di pagine del suo Building Suburbia, a ricostruire i sentieri che conducono dall’arte dei giardini di Andrew Jackson Downing nella verde valle dell’Hudson, alle casette Cape Cod per soli bianchi di Levittown, poco a est della foce del fiume. Lo stesso Robert Bruegmann, spinge la sua faziosa storia “compatta” dello sprawl fino alle colline laziali di duemila e passa anni fa, coi senatori della Repubblica Romana impegnati in un improbabile pendolarismo in biga verso il marmoreo ufficio in centro.
Flint giornalisticamente fa molto più con molto meno: in una decina di righe accosta fisicamente, senza particolari soluzioni di continuità, fra gli altri i signori Ebenezer Howard e Henry Ford. Tutto qui. Il lettore, adesso, un saltino sulla sedia dovrebbe farlo. Perché non è l’arguto, accademico accostamento di diavolo e acquasanta, a partire dal quale poi l’autore occuperà il resto del libro a districare la matassa. Ad esempio, la citazione “ La città moderna è l’immagine più artificiale e orribile che offra questo pianeta” potrebbe appartenere a entrambi, e sicuramente si colloca nel bel mezzo dell’alba del Novecento, fra i primi modelli d’auto di massa lungo le parkways di Chicago o New York, e gli intellettuali un pochino stravaganti che iniziano a migrare, per il fine settimana o a tempo pieno, in quel nuovo villaggio di cottage a una cinquantina di chilometri da Londra: Letchworth, si chiama. Si aggiunga che l’unica forma di governo tollerata dal capitalismo è il proprio, di governo, e allo sprawl ci siamo già arrivati: senza bisogno di scomodare complotti demoplutocratici ai danni dell’onesto cittadino, o le trame del comunismo in uno dei suoi più riusciti travestimenti, per dissuadere il capofamiglia dall’allevare il frutto dei lombi nell’ambiente democraticamente scelto. Ovvero, la fatale villetta individualista, identica a quella dell’individualista lì di fianco, con la superstrada, il centro commerciale, le falciatrici al sabato e gli ingorghi del lunedì.
Insomma, Anthony Flint dipana i suoi percorsi fra idee e protagonisti dello sprawl e della città, a partire da un assunto: stiamo sulla medesima barca, anche ideologica. Assunto discutibile, ma abbondantemente e chiaramente discusso. Con la tecnica corretta ma giornalistica dell’attingere al variegato materiale dei periodici non specializzati, degli articoli propri e altrui che parlano di persone fisiche, opinioni costruite sull’esperienza quotidiana, e sempre solo in seconda battuta di grandi categorie dello spirito.
Solo così, si riesce a comprendere quello che, a mio parere, rappresenta il punto chiave per capire il senso del lavoro di Flint: il passaggio, abbastanza brusco e reiterato, fra i grandi movimenti progressisti e ambientalisti della smart growth, e gli altrettanto grandi movimenti di furibonda reazione, anche all’uso del termine smart growth (cancellato a metà campagna da Al Gore nel 2000, evaporato del tutto in quella di John Kerry). Perché, insinua Flint, c’è dell’ottimo anche nelle obiezioni più feroci e reazionarie, anche nel portare in radio una vecchietta semicieca a raccontare come i burocrati ambientalisti non le vogliano lasciar costruire la villetta da 50 mq. Il solo fatto che una cosa del genere accada, e che funzioni (la campagna è quella vinta, in Oregon, contro le leggi sulla pianificazione degli anni ’70), dimostra che c’era qualcosa di sbagliato anche nelle migliori intenzioni. Come, e si capisce ora, c’era un qualche fondo di “ hippie con una laurea in architettura” anche nascosto nelle pieghe dell’ego new urbanist di Andrés Duany.
Insomma le argomentazioni, per chi segue anche solo un pochino il dibattito sulle tematiche legate all’insediamento diffuso, sono quelle abituali. Da un lato il traffico, la segregazione funzionale, socioeconomica, etnica, l’omologazione dei comportamenti, la privatizzazione dello spazio pubblico. Dall’altro la liberta di scelta, di movimento, di “segnare il proprio territorio”. E proprio su questi aspetti da animale predatore, alcuni gustosissimi paragrafi nella parte finale del libro ci raccontano, addirittura, come lo sprawl si rivolga alla bestia che c’è in noi, come le visuali aperte a cui la casa unifamiliare in qualche modo sempre ammicca facciano scattare un senso di sicurezza ancestrale, che ci arriva dal DNA di australopitechi e dintorni, dallo scrutare dell’ominide sulla savana. Giornalistico, ma efficace.
Un’ultima lezione, sull’uso delle tecniche comunicative, Flint la dedica implicitamente a chi, occupandosi a vario titolo di territorio, considera le parole un inutile fardello, o al massimo uno strumento tecnico per riempire ponderosi rapporti di genitivi quadrupli o reiterate desinenze in “zione”.
L’aneddoto a cui ricorre suona più o meno così.
Il direttore di una importante agenzia di pianificazione regionale telefona a un giornalista. C’è un importante convegno, in cui verrà presentato un importantissimo rapporto strategico per lo sviluppo dell’area, ed è fondamentale una adeguata copertura mediatica dell’evento. Il laico consiglio del giornalista è: “Fai investire un barboncino fuori dal palazzo congressi, e fai in modo che sia un eroico urbanista a soccorrerlo. È il modo migliore di avere una copertura”.
Fuor di battuta, è vero che i temi della pianificazione territoriale sono piuttosto ostici, e che ridurli alla notizia di costume o al dato sensazionale non giova a molto. Ma in fondo, le trasformazioni anche di grande portata del nostro spazio si costruiscono per somma di piccoli eventi, piuttosto facili da descrivere e comunicare a chiunque. È vero, anche, che il messaggio subliminale che l’assenza dei grandi temi dalla stampa non specializzata comunica, è la normalità di ciò che non è affatto normale. Per cui prima leggiamo in un mese dieci articoli che raccontano ciascuno la cronaca dell’inaugurazione di un nuovo centro commerciale da 20.000 metri quadrati in provincia. Poi, l’allarme perché in un mese sono spuntati 200.000 metri quadrati di grande distribuzione! Questa, è mancanza di comunicazione: da un lato l’apparente tran-tran, la vita che continua, dall’altro l’ansiosa e cupa denuncia delle cassandre. L’oggetto è il medesimo, anche i fatti sono gli stessi, ma quanta diversità di probabili effetti informativi, e “formativi”!
L’unica, vera critica che mi viene in mente, dopo aver chiuso il bel libro di Flint, è che ancora una volta le Colonne d’Ercole culturali si attestano sui confini USA, salvo le brevissime e vaghe incursioni sui nomi di qualche pensatore internazionale. Ma non si può avere tutto dalla vita, e in fondo se vogliamo un libro leggibile, documentato, comprensibile a tutti, che tratti in modo approfondito il tema dello sprawl europeo, italiano, padano ecc., meglio rimboccarci le maniche e iniziare a farcelo da soli.
Nota: scarica file pDF di questa recensione (f.b.)
Leonardo Benevolo ha ottantatré anni ed è uno dei maestri dell’urbanistica in Italia. Può guardare dall’alto di un’esperienza non solo di progettista, ma soprattutto di storico, alle vaste praterie popolate di architetti e di teorici dell’architettura, l’immensa scena di ciò che si costruisce dall’Italia agli Stati Uniti, dalla Germania e dall’Inghilterra alla Nuova Zelanda e all’India. Ha scritto volumi fondamentali sull’architettura dalle origini al Rinascimento fino ai giorni nostri. Ma ora, con L’architettura del nuovo millennio (Laterza, pagg. 484, euro 35), diventa storico della contemporaneità, del suo complicato svolgimento, senza pretendere di definire tutto o di nominare tutti, ma anche senza rinunciare ai giudizi netti: sulle "archistar", i grandi progettisti che hanno raggiunto gloria mediatica da un angolo all’altro del pianeta; sull’inferiorità dell’Italia (non degli architetti italiani) nel confronto internazionale; su uno dei motivi per cui l’architettura esce sconfitta in Italia, e con lei il territorio e il paesaggio – un antico, ma sempre attuale motivo: la grande forza di cui godono i proprietari privati, gli speculatori, i quali vogliono ricavare quanta più rendita possibile.
Si può mettere un ordine provvisorio, lei scrive, nell’architettura contemporanea. Da dove cominciare?
«Da due principi. Il primo è quello che possiamo chiamare "l’intelligenza dei luoghi". L’architettura modifica i luoghi, sia l’ambiente fisico sia lo scenario di ciò che è già edificato. Ora l’architettura deve avere consapevolezza che le trasformazioni devono custodire l’integrità di un lavoro complessivo di costruzione dell’ambiente umanizzato, che dura dall’alba dei tempi. Il secondo principio è la competenza tecnologica, che è cambiata completamente rispetto al passato».
Cosa vuol dire, in concreto, "l’intelligenza dei luoghi"?
«La distruzione del passato, cominciata da due secoli, è ancora in corso e solo recentemente si è imparato a limitarla. Questo vale soprattutto per l’Europa, dove abbiamo un passato più importante che in altri continenti. Le città storiche, da Venezia a Siena, da Bruges ad Amsterdam, contengono un segreto essenziale per noi: l’unico modello qualitativo ancora alla portata della nostra civiltà democratica».
Vale a dire?
«Nascono nel Medioevo dal compromesso tra un potere sicuro di sé, ma non più dispotico come nell’antichità classica, e una pluralità di operatori cittadini che perseguono i loro fini, ma sono sottomessi a un sistema di regole. Da questo compromesso, da questa imperfezione nasce una forma diversa di perfezione. Venezia non è meno bella di Atene, è bella in modo diverso».
Da qui scaturisce il bisogno di tutelare le città storiche?
«Certo. Ma non come siti archeologici, che si salvaguardano per essere visitati. Bensì come organismi viventi. Questa è la vera conservazione. Gli unici cambiamenti ammissibili sono quelli che consentano ai centri storici di essere abitati, di possedere ancora quel congegno di relazioni che li hanno alimentati per secoli».
In Italia sono maturate alcune esperienze in questa materia.
«La "conservazione attiva" è stata messa a punto negli anni Sessanta e Settanta, ed è forse il contributo più rilevante che noi abbiamo recato alla cultura architettonica nel secolo XX. Prenda gli interventi di Pier Luigi Cervellati a Bologna fra il 1965 e il 1980, che hanno promosso il restauro di interi quartieri riconsegnandoli a chi li abitava».
A questo punto urge l’attualità. Che cosa pensa della sistemazione dell’Ara Pacis a Roma, progettata da Richard Meier?
«Tutto nasce da un equivoco. Il disastroso intervento su piazza Augusto Imperatore degli anni Trenta è stato letto dai tecnici del Comune di Roma come prodotto del razionalismo italiano. Invece è frutto del peggior accademismo classicheggiante, di quella che Giuseppe Pagano chiamava "l’internazionale dei pompieri". Sulla base di quel presupposto Meier è stato chiamato come esponente di un fantomatico "razionalismo americano"».
Alla base di tutto c’è dunque un difetto culturale, di "intelligenza dei luoghi"?
«Non solo. Invece di pensare a una nuova teca per l’Ara Pacis, si è immaginato di costruire il quarto lato della piazza con un edificio che contenga, oltre al monumento, una lunga serie di ambienti destinati a immiserirlo. Meier ha attenuato questo programma. Rispetto alle premesse, la sua costruzione è elegante e moderata, ma completamente spaesata».
Lei raggruppa in grandi architetti europei in due categorie, gli eredi della moderna tradizione continentale – Valle, Gregotti, De Carlo, Moneo e Siza – e gli "innovatori" – Foster, Rogers, Piano e Nouvel. Quali differenze ci sono fra i primi e i secondi?
«I primi prolungano la continuità novecentesca del dopoguerra, ma hanno subìto una mutazione che li stacca dalle circostanze di origine. È la tensione sottostante fra tradizione e innovazione che li distingue da molti spensierati continuatori delle tendenze di allora. I secondi, invece, sono capaci di invenzione pura e hanno il gusto della tecnologia. Dipendono da una precedente stagione della modernità, quella fra le due guerre».
Lei istituisce poi altre categorie, fra i quali "gli impazienti". Chi sono?
«Occorre una premessa. La precocità sembra diventata impossibile. Oggi si diventa bravi dopo i sessant’anni. Renzo Piano è un caso esemplare: la sua produzione sale di tono negli anni Novanta, con opere di prim’ordine come il centro culturale Jean Marie Tijbaou in Nuova Caledonia o il Museo della Scienza e della Tecnica ad Amsterdam»
Torniamo agli impazienti.
«I "giovani" che hanno fra i quaranta e i sessant’anni si espongono a due generi di successo, quello architettonico e quello mediatico, che si rivelano alla lunga incompatibili fra loro».
Siamo quindi a quelle che chiamano "archistar".
«L’espressione rimanda agli architetti di fama assicurata, scelti per fare pubblicità a marchi famosi della moda o dell’industria automobilistica».
Facciamo ora qualche nome: Frank O. Gehry.
«Gehry appartiene a una generazione precedente. Non si presenta come un mago dell’architettura, fa più professione di modestia rispetto a molti colleghi giovani. Per lui conta soprattutto la meraviglia per le forme inconsuete, predilige quelle oblique e curvilinee. Ma poi paga un prezzo figurativo, perché si vincola a una gamma preconcetta di effetti che impoverisce il suo lavoro».
E Zaha Hadid?
«Ha virato nettamente sul versante artistico. Una volta ha scritto: "Perché attenersi all’angolo di novanta gradi, quando ce ne sono disponibili altri trecentocinquantanove?". Per lei si parla di "superiorità dell’architettura nella produzione di spazio". Superiorità rispetto a cos’altro? A me sembra che il suo lavoro resti confinato nel mondo dell’intrattenimento».
Un’altra "archistar": Santiago Calatrava.
«È un tecnico capace di inventare strutture semoventi. Ma negli edifici olimpici realizzati in Grecia vedo megalomania, eclettismo e un gusto artistico scadente».
Lei ritiene che molti architetti vogliano diventare artisti?
«Un critico come Germano Celant desidera un’architettura che "si liberi degli aspetti funzionali". Ma l’architettura è un utensile necessario del vivere».
Per l’Italia lei parla di sconfitta dell’architettura.
«Abbiamo distrutto il nostro paesaggio che è un patrimonio di rilevanza mondiale. La dissoluzione non è avvenuta per incuria, è stata pagata in contanti».
Pensa ai protagonisti della speculazione edilizia?
«La rendita fondiaria è ormai una componente primaria del nostro comparto finanziario, che sopravanza quello industriale».
Mi faccia qualche esempio.
«Milano è l’epicentro della cultura professionale italiana. Ma se si esclude il caso riuscito della Bicocca, il riuso delle grandi aree industriali dismesse è gravemente condizionato dai processi di valorizzazione speculativa, che lasciano pochissimi margini alle scelte progettuali. L’architettura resta un ornamento secondario. Eppure sono mobilitati grandi nomi, da Pei a Pelli, da Foster a Chipperfield. Guardi, per citare un caso, cosa succede nell’area dell’ex Fiera di Milano».
Cosa succede?
«Ha vinto il progetto di gran lunga peggiore, con tre grattacieli da collezione che frammentano e rendono inutilizzabile il parco pubblico previsto dal programma. Arata Isozaki ha clonato un suo progetto precedente, Daniel Libeskind e la Hadid presentano due sculture gesticolanti che è difficile immaginare realizzate a grandezza naturale».
Si poteva fare altrimenti?
«Si sarebbe potuta seguire la tradizione europea, realizzata integralmente in Olanda, parzialmente in altri paesi, quasi mai da noi. L’autorità pubblica avrebbe dovuto acquistare l’area soggetta a trasformazione per poi rivendere agli operatori privati i lotti edificabili. Così si elimina l’interesse speculativo, ma non il legittimo profitto dei privati. Dal canto suo l’ente pubblico guadagna la libertà di progettare e di mantenere il controllo delle fasi di lavorazione. E l’architettura è salva».
Che farò senza Euridice? Dove andrò senza il mio bene? Il lamento dell'Orfeo di Gluck è di quelli che tutto il mondo conosce. E' dolore, ma addolcito dalla malinconia. Povero Orfeo. Perché diamine s'è voltato verso la sua amata mentre la portava fuori dall'Averno, perdendola per sempre? Di lui sappiamo molto: che era un grande poeta e musico, che non solo gli umani ma le fiere si immobilizzavano al sentirlo, incantate. Che amava tanto Euridice da convincere i crudelissimi dei a permettergli di andare laggiù, dove nessuno va e da dove nessuno ritorna, a riprendersela. E loro, che amano giocare sulle debolezze dei mortali, avevano finito con il dire: Sì, va, ma non voltarti a guardarla finché non sarete fuori dagli inferi, perché la perderesti. Lui si precipita nel profondo Averno, si avviano all'uscita, ma Orfeo non regge, si volta, le getta un solo sguardo. E la perde, stavolta per sempre.
E di Euridice che cosa sappiamo? Finora niente. Ce ne dà notizia una signora di mezza età e mezza condizione nell'ultimo romanzo di Claudio Magris: Lei dunque capirà (Garzanti, pp. 55, euro 9,50). Dice Lei, perché scrive al presidente della Casa di riposo in cui si trova. Gli si rivolge rispettosamente, perché lui non si fa mai vedere come si addice a una grande autorità, e lei nulla pretende. Nella Casa di Riposo si sta quieti, un po' noiosamente, un po' grigi, con poche parole e molte regole, ma la signora non si lamenta. Vuole solo spiegare la condotta dissennata del suo uomo, che è venuto a riprenderla, cosa raramente concessa e della quale al Presidente lei si assicura assai grata. E' pieno di fascino, è un geniale, piace moltissimo, ma è un po' debole, diciamo un po' immaturo, viziato, come sovente succede a chi ha successo. E' il suo uomo, proprio suo, lei gli ha insegnato tutto, anche come si fa l'amore sul serio, non soltanto sesso come si dice ora, e gli perdona tutto, anche certi suoi cedimenti alle squinzie che gli girano attorno, purché non le vengano sotto mano che cava loro gli occhi. E', la loro, una storia d'amore qualsiasi, forse un po' meno che borghese, dei nostri giorni senza smalto, ma è amore davvero. Lei lo sa. Lui scrive e compone, come gli gira, e lei sa anche dove sbaglia registro, dove cade - e non gliene fa passare una, e lui borbotta ma le è grato, sa che nessuno come lei conosce quanto, o a volte quanto poco, vale. E se ne va in giro per il mondo coperto di complimenti e allori, uno po' sciocco, fragile, insomma senza una gran spina dorsale, e torna sempre da lei, che di spina dorsale ne ha per due. E' tornato anche quando si è ammalata, molto ammalata, si sono abbracciati sino alla fine, quando lei ha dovuto ritirarsi nella Casa di Riposo, enorme e grigia. Lui ha fatto il diavolo a quattro per entrare, il regolamento è severo. Lei ha avuto il cuore traboccante di gioia: era proprio da lui ostinarsi in questa impresa, riuscirci, è venuto.
Ma poi s'è voltato. Per troppo amore, dunque per troppo poco, più amore per sé, per il suo trasporto, che per lei? No, signor Presidente, non è andata così. Era venuto a cercarla perché da lei voleva assolutamente sapere quel che lei solo poteva dirgli: quel che si sa soltanto quando si è nella Casa di Riposo, dall'altra parte. Chi ne è fuori, i vivi, pensano che chi ne è dentro, i morti, sappiano tutto - tutto quel che ai viventi sfugge. Lui lo vuol sapere, arde di saperlo, poi lo canterà. Sarà il primo, il solo. Orfeo. Per questo è venuto a cercarla, oltre che beninteso per amore. E lei, nel seguirlo verso l'uscita, se ne è resa conto, ha capito che appena fuori lui le domanderà: E allora, dimmi? E lei dovrà rispondergli: Niente, qui non si sa niente più di quel che si sappia fuori. Di là come di qua non si sa nulla. Ed egli ne sarà così tramortito da restare senza parole, senza speranza, senza voce... di là come di qui non si sa niente, mai! Non c'è niente da sapere? Non se ne darà ragione, quel suo debole uomo così amato, non troverà più parole né musica, non sarà più lui. Lei, questa verità non gliela può dire. E dunque, signor Presidente, sa perché s'è voltato? Perché io l'ho chiamato. Non se lo aspettava, s'è voltato e mi ha visto dolcemente sparire.
Così parla Euridice, rivendicando a sé anche quel suo voltarsi e perderla. Non poteva non voltarsi se lei lo avesse chiamato. E lei così ha fatto perché continuasse a essere Orfeo, a tradurre in musica quella domanda senza riposta, e riceverne onori e gioie. Finché rimaneva da questa parte.
Raramente è stata scritta una così assoluta elegia per una donna come ha fatto Magris in Lei dunque capirà. A una donna si può dovere tutto. Non è facile trovare questa confessione neanche negli autori che più amano una figura femminile. Perché devono riconoscerle una grandezza che il mito non dà a Euridice. E neanche Gluck. Gluck la sfiora nella sua meno nota bellissima Alcesti, quella che amava tanto il marito Admeto che quando lui si disperava senza vergogna all'annuncio di dover morire, non si dava pace, strepitava, supplica che qualcuno prenda il suo posto, Alcesti ha detto: Al tuo posto vado io. Non perché non ami la vita. Non perché il cavernoso Averno non le faccia paura. Ma scende tremando verso quelle livide acque e chiede a spaventevoli voci di poter prendere il posto di Admeto, perché a morire quel povero diavolo non ce la fa.
Con Alcesti alla fine gli dei saranno pietosi come con Orfeo non sono stati. Il canto di Alcesti fra vita che non vorrebbe perdere e morte che domanda di avere, è la voce della signora che scrive al Presidente. Claudio Magris la rivela. E risponde alla melodiosa domanda retorica di Orfeo: Che farà senza Euridice? Continuerà a cantare. Dove andrà senza il suo bene? Girerà il mondo per incantarlo. E così sia.
Il mito di Orfeo ed Euridice racontato in Elicriso
Mi sia consentito di aggiungere un breve commento. Queste Conclusioni mi sembrano utili per coloro che si accingono oggi ad affrontare il tema non facile del bipolarismo nella realtà del nostro paese.
Agli storici vorrei dare anzitutto un consiglio, quello di compiere l'analisi parallela delle coppie dei più famosi personaggi del nostro cinquantennio: la coppia De Gasperi-Togliatti e la coppia Moro-Berlinguer.
Sulla coppia De Gasperi-Togliatti andrebbe - a mio avviso - avviata la valorizzazione degli idonei documenti per ribadire come non sia possibile identificare De Gasperi semplicemente come leader del partito cattolico; Togliatti con il comunismo di Stalin. In ogni caso occorre tener presente che i due personaggi hanno dato vita a un "compromesso storico" costituzionale attraverso il referendum del 2 giugno 1946 e il voto dato quasi all'unanimità alla Costituente, il 27 dicembre 1947.
Sulla coppia Moro-Berlinguer un'attenta analisi su Moro (ma ritengo anche su Berlinguer) non conduce a individuare come punto d'incontro fra i due l'obiettivo del “compromesso storico” di governo ma la “democrazia compiuta”, e cioè la possibilità di dar vita a un’alternativa democratica che avrebbe consentito sia alla DC che al PCI la gestione responsabile di un esecutívo.
La condizione perché questa democrazia "compiuta" potesse attuarsi era che il partito della sinistra avesse acquistato nella politica estera una sua piena autonomia da Mosca e che i partiti democratici (si dichiarassero laici o a ispirazione cristiana) fossero stati capaci di attuare e rispettare in pieno i principi riformisti della Costituzione - cosa che di fatto già stava avvenendo con la DC di cui era diventato segretario Benigno Zaccagnini.
L'assassinio di Moro (del quale non sono ancora pienamente conosciute le cause) pose fine a questo disegno.
La storia, con il suo corso, ha fatto poi venir meno la rottura fra Est e Ovest allora esistente sul piano internazionale e che era il più evidente impedimento alla democrazia "compiuta" nel nostro paese.
In realtà, se prendiamo come simbolo il crollo del Muro di Berlino, dobbiamo dire che gli storici di domani non potranno non interpretare questo crollo come la fine dell'evo moderno e l'inizio dell'evo postmoderno (allo stesso modo in cui il 1492, e cioè la scoperta dell'America, è stato interpretato come la fine del Medioevo e l'inizio dell'evo moderno). Si spiega così come in Italia, con il crollo del Muro di Berlino, siano entrati in crisi tutti i partiti ideologici (sia quelli di massa sia quelli di opinione) che avevano partecipato nel loro complesso agli schieramenti antifascisti e che hanno contribuito a creare insieme la Repubblica e la Costituzione. Ma, contrariamente a quanto superficialmente è stato detto, non è venuta meno, con questo, la "prima Repubblica" e nemmeno se n'è formata una nuova perché i principi fondamentali della vecchia restano e le revisioni costituzionali finora proposte in Parlamento devono ancora passare il vaglio del referendum popolare.
Ecco dunque in che senso il racconto di Beppe Chiarante sulle sue esperienze giovanili nella DC di Bergamo, coincidenti nella sostanza con le esperienze da me vissute nella Dc antifascista di Bologna, sembra utile oggi nel momento in cui, superata, come sembra, la divisione del mondo fra Est e Ovest, ci dobbiamo accingere a costruire una democrazia che, per sua natura, coincida con l'interesse generale dell'unità dello Stato.
Ma bipolarismo e alternativa in che senso? Non nel senso che si possano rinnegare le conquiste fatte nelle battaglie a suo tempo vinte sul fascismo e sulla dittatura nazista, contro la quale hanno combattuto non solo tutti i partiti antifascisti italiani ma la gran parte degli Stati democratici del mondo, compresi gli Stati Uniti d'America e lo Stato comunista dell'URSS
Per questo non possono essere comprese nel bipolarismo e nell'alternativa democratica le forze che stanno fuori dell'unità degli Stati democratici. Non possono quindi rientrare nel bipolarismo quelle forze che, stante l'art. 139 della Costituzione, vorrebbero introdurre la revisione costituzionale sulla forma repubblicana, e anche quelle che mettono in discussione l'unità e l'indivisibilità della Repubblica (art. 5), i diritti inviolabili dell'uomo (art. 2), la pari dignità sociale e l'eguaglianza di fronte alla legge (art. 3) o non accettano il ripudio della guerra (art. 11).
Così come De Gasperi e Togliatti dichiararono, a partire dal 1948, che non potevano tornare indietro sulla Repubblica e sulla Costituzione, anche oggi le conquiste storiche dello Stato non possono essere rinnegate. La nostra Costituzione, come riconobbero in sede di sottocommissione dei 75 Dossettí e Togliatti nella discussione sull'art. 2, ha individuato principi nuovi, sia rispetto ai principi liberali che a quelli collettivistici. Non ci può essere alternativa fra le conquiste raggiunte dalla nostra Costituzione e ciò che è antecedente alle conquiste costituzionali stesse.
Oggi è dunque necessaria un'unità fra tutte le forze che vengono dall'antifascismo e dalla Resistenza, dalla Repubblica e dalla Costituzione. L'alternativa di governo in una repubblica parlamentare può esistere solo tra forze che si riconoscano nell'unità della Costituzione.
Questo è l'insegnamento che viene a Beppe Chiarante e a me dalla nostra esperienza giovanile. Oggi possiamo essere insieme sul terreno operativo per formare una maggioranza, solo se possiamo far parte di un'unità di governo che sia tutta intera all'interno della Repubblica e dei suoi principi costituzionali.
Qui la scheda editoriale del libro di Chiarante
Calafati, Antonio , Dove sono le ragioni del sì? La “TAV in Val di Susa” nella società della conoscenza, Edizioni SEB 27, Torino 2006
Il libro nasce da una esercitazione universitaria svolta a ridosso delle grandi manifestazioni di opposizione locale al progetto della TAV in Val di Susa del dicembre del 2005: due settimane di letture e discussioni dei maggiori quotidiani con gli studenti del corso di Antonio Calafati, docente di Economia Urbana e di Analisi delle Politiche Pubbliche presso la Facoltà di Economia “Giorgio Fuà” dell’Università Politecnica delle Marche (Ancona) e presso l’Università Friedrich Schiller di Jena (Calafati.econ.unian.it).
Oggetto dell’esercitazione, la ricerca delle ragioni del sì al progetto della TAV in Val di Susa attraverso la lettura della stampa quotidiana.
Nel corso della lettura e della discussione collettiva in classe, è emerso un quadro sconfortante della grande stampa del nostro paese: mancanza di informazioni serie e documentate sul progetto, costante travisamento della realtà, unanimismo senza ragioni nel merito di un’opera di cui non si riesce comunque a motivare l’utilità sociale, valutazioni preconcette e assenza di dubbi sull’impostazione dei processi decisionali, improvvisi ravvedimenti man mano che il conflitto locale si estende,…
Da quella esercitazione è scaturito un agile libretto, scritto con grande rigore scientifico unito a un grande disincanto, che ha ottenuto un successo editoriale molto superiore alle aspettative e una crescente attenzione nei siti web impegnati sulle problematiche ambientali..
La TAV in Val di Susa ne esce come una vicenda paradigmatica dell’opacità dei processi decisionali e dell’inadeguatezza di un giornalismo che produce “pseudoconoscenza”. Ma per chi insegna all’università, il lavoro di Calafati costituisce anche un esempio di come svolgere al meglio la propria funzione didattica, sviluppando negli studenti non soltanto rigore metodologico, ma anche consapevolezza critica.
Allegato il file con la copertina e la prefazione dell’autore
Per gli studiosi è una storia complicata, ma prossima a un sereno epilogo. Per la diplomazia mondiale è un problema spinoso, tuttora aperto. Se fino a dieci anni fa il genocidio degli armeni costituiva un caso emblematico del perverso intreccio tra politica e ricerca, oggi i due percorsi tendono a divaricarsi: più avanzato quello delle acquisizioni scientifiche, contrastato il versante istituzionale. Due eventi recenti ne sono conferma. A New York storici di diversa nazionalità e differente anagrafe si sono appena confrontati sulla questione dei massacri armeni tra il 1915 e il 1916, condividendo - se non la terminologia del genocidio - la volontà di accertare una verità storica rimasta sepolta per oltre cinquant’anni sotto una coltre di tabù e reticenze incrociate. Negli stessi giorni in Europa, ma anche in Canada, le ambasciate turche hanno minacciato rappresaglia per la proposta di legge francese di punire con il carcere chi nega il genocidio armeno (proposta sospesa ieri l’altro nel Parlamento di Parigi tra le proteste degli armeni raccolti in tribuna). Solo qualche mese fa, sul finire del 2005, uno scrittore come Orhan Pamuk è stato messo sotto accusa da un tribunale di Ankara per "denigrazione pubblica dell’entità turca": Pamuk aveva parlato su un quotidiano del "milione di armeni uccisi in questo paese". In Turchia è ancora vietato.
Ora il documentato volume di Marcello Flores Il genocidio degli armeni (Il Mulino, pagg. 296, euro 22) restituisce quella tragedia a una dimensione storica accertata - tra ottocentomila e il milione e quattrocentomila le vittime, su inequivocabile disegno di sterminio nel quadro della prima guerra mondiale - ripercorrendo con misura le ragioni del protratto silenzio. Un complesso di rimozioni cui concorrono non solo la reinvenzione della propria storia operata negli anni Trenta dalla Turchia nazionalista di Mustafa Kemal, ma anche l’imbarazzo dello stesso Occidente, l’ambiguità dei tedeschi che pure vi ebbero una parte, perfino l’afasia degli armeni schiacciati dal potere sovietico. Le acquisizioni storiografiche maturate su fonti nuove e diverse (gli ordini scritti del premier turco Talât, le carte diplomatiche delle potenze occidentali, le numerosissime testimonianze emerse nell’ultimo decennio) consentono il ricorso alla categoria del genocidio. Definizione oggi respinta con veemenza sia dal governo di Ankara che dalla storiografia nazionalista turca, inclini a un’interpretazione giustificazionista della deportazione armena.
Lei professor Flores non esita a classificare quella vicenda come genocidio.
«Sì, molti elementi mi inducono a farlo, tenendo conto della definizione di genocidio suggerita dai Tribunali di Bertrand Russell e di Lelio Basso, oltre che dall’Institute for Transitional Justice di New York. Ma prima di illustrarli preferirei fare una premessa».
Quale?
«Quella che viene definita "The G Question" - ossia la domanda se si sia trattato o meno di genocidio - interessa più la politica che la storiografia. Anche nel seminario scientifico appena chiuso a New York - al quale hanno partecipato studiosi turchi ed armeni, europei ed americani - la questione è rimasta ai margini della discussione. Sul piano delle relazioni internazionali, invece, essa è centrale: da molte parti si ritiene che il riconoscimento del genocidio da parte della Turchia sia uno dei requisiti per l’ammissione in Europa».
In Turchia un articolo del codice penale impedisce che se ne parli apertamente.
«Sì, è l’articolo 301 che punisce chiunque critichi o metta in discussione l’identità nazionale. Si tratta di una disposizione autoritaria e illiberale. Ogni richiesta di dibattito critico sul passato rischia di diventare oggetto di sanzione».
Sul fronte avverso, gli armeni premono per un riconoscimento pubblico da parte dei governi.
«Naturalmente fanno la loro parte. La recente proposta di legge francese - il carcere per i negazionisti - è nata proprio per assecondare la comunità armena, circa mezzo milione di persone. Io però non credo nell’efficacia di misure repressive. Non si può imporre una verità storica per decreto. Penso sia più utile incoraggiare la ricerca e coinvolgere non tanto i vertici istituzionali quanto la società civile».
Nel suo libro lei lamenta una scarsa sensibilità da parte dell’opinione pubblica italiana.
«I giornali americani mi sembrano più attenti dei nostri. Devo però riconoscere che negli ultimi anni molte cose sono cambiate. Anche il nuovo film dei fratelli Taviani, dedicato proprio a quella tragedia, ne è un segnale».
Il governo turco s’è sempre giustificato sostenendo che la deportazione fu conseguenza della guerra. Argomento peraltro sostenuto da una storiografia anche illustre: Shaw, McCarthy, Lewis.
«La paura sicuramente ebbe una parte importante nella deportazione. L’insicurezza era motivata dalle sconfitte militari dell’inverno 1915. E gli armeni, minoranza cristiana, erano visti come una forza sovversiva interna, potenziale alleata dei russi. Ma le modalità della deportazione erodono ogni possibile tesi giustificazionista».
Lei attribuisce grande rilievo a una legge in particolare.
«È la legge sulla "confisca dei beni", voluta dal governo turco nel maggio del 1915, poco dopo la legge sulla deportazione. Le autorità giustificarono queste iniziative come misure preventive per impedire agli armeni di allearsi con i russi. Se si può discutere sulla necessità della deportazione nel deserto in nome di finalità belliche, non si può certo farlo a proposito della vendita dei beni degli armeni. È proprio questa disposizione che consente di interpretare il fenomeno nei termini di pulizia etnica e genocidio».
Emerge nitido un disegno di sterminio.
«Le due leggi combinate insieme, deportazione e confisca, rendono chiaro il progetto di espellere gli armeni - non temporaneamente, ma definitivamente - dalle zone di loro insediamento storico come l’Anatolia orientale e la Cilicia. Se si fosse trattato d’una necessità di guerra - allontanare momentaneamente un gruppo ritenuto a torto o a ragione potenziale traditore - non ci sarebbe stato bisogno di depredarlo anche economicamente dei suoi averi».
Ci sono anche gli ordini scritti del premier Talât.
«Sì, i telegrammi spediti ai capi provinciali. Là dove l’ordine era accolto con obbedienza tiepida, i funzionari - allontanati o uccisi - venivano sostituiti da personalità più dure».
Sin dal principio le autorità turche non fecero distinzione tra "armeni buoni" e "armeni cattivi".
«Sì, il Grande Male - come lo chiamano gli armeni - ebbe inizio il 24 aprile del 1915, giorno in cui furono arrestate oltre duemila persone tra dirigenti politici, intellettuali, giornalisti, funzionari pubblici: non solo rivoluzionari e nazionalisti, ma l’élite nel suo complesso. Si voleva colpire un’intera comunità. Anche in seguito cade ogni possibile differenza tra rivoluzionari e moderati, potenziali nemici e lealisti fedeli al sultano».
Fu il primo genocidio del Novecento. Con modalità feroci.
«La deportazione nel deserto fu accompagnata da violenze di ogni tipo: assassinii, mutilazioni, stupri, rapimenti, torture, riduzione in schiavitù, furti e brutalità di ogni genere. Le vittime erano uomini e donne, bambini e vecchi: senza distinzione di età o sesso. Secondo alcune stime, tra il maggio e il novembre del 1915 non più del venti per cento dei deportati riuscì a sopravvivere. Contribuirono alla decimazione anche le condizioni climatiche, la fame, il caldo, il freddo la notte, la malattia, gli stenti. Per sfuggire alle crudeltà molte donne scelsero il suicidio».
Le responsabilità sono state accertate.
«Su ordine del triumvirato governativo - Talât, Enver e Cemal - agivano gli uomini dei gruppi paramilitari organizzati dal Cup (Comitato di Unione e Progresso) insieme ai soldati dell’esercito regolare. Con loro anche bande di criminali, membri di clan curdi e di altre popolazioni musulmane non turche. Basterebbe solo una piccola parte delle tantissime testimonianze coeve, comprese le memorie di molti dirigenti dello Stato ottomano, per togliere qualsiasi dubbio».
Le potenze dell’Intesa - Francia, Inghilterra e Russia - erano informate dei fatti.
«Produssero anche una dichiarazione ufficiale di condanna che però, di fatto, non scoraggiò le deportazioni, tutt’altro. La consapevolezza di quella tragedia non influì minimamente sulla logica militare del conflitto. Tra i testimoni figura anche il grande storico Arnold Toynbee, allora giovane diplomatico al servizio del governo britannico. La sua relazione tendeva a separare nettamente il genocidio dalla guerra, togliendo argomenti ai turchi. Forse una separazione un po’ troppo netta. Senza nulla togliere all’intenzionalità del genocidio, la guerra servì da straordinaria occasione».
Lei nega anche la continuità tra i massacri degli armeni di fine Ottocento e la deportazione del 1915-’16.
«Non mi convince l’interpretazione del genocidio armeno come progetto di lungo periodo prodotto da una cultura e da una mentalità d’odio. È una tesi sostenuta da studiosi di origine armena. Preferisco diffidare di categorie astratte e un po’ generalizzanti».
Colpisce, nel genocidio del ‘15, il coinvolgimento della Germania.
«Sembra esagerato ipotizzare un complotto turco-tedesco contro gli armeni, ma è indubitabile che diversi ufficiali tedeschi ebbero un atteggiamento favorevole allo sterminio. Alcuni vi parteciparono attivamente. All’interno del mondo tedesco le posizioni erano molto diverse».
Soltanto negli anni Sessanta, in occasione del cinquantesimo anniversario, fu rotto il silenzio.
«Prima l’afasia conveniva un po’ a tutti. Innanzitutto alla Turchia, che non voleva affrontare quella pesante eredità. Poi all’Occidente, complice in tutte le fasi della storia che avevano a che fare con la vicenda armena. Un po’ anche agli stessi armeni, schiacciati dal tallone sovietico che mal tollerava le singole identità nazionali. Solo alla metà degli anni Sessanta se ne cominciò a parlare. Nell’ultimo decennio, poi, la storiografia ha fatto notevoli passi avanti, beneficiando anche dell’apertura di archivi prima blindati. È importante che alla ricerca partecipino gli studiosi più giovani: sono i meno esposti al ricatto della memoria».
A chi non lo ha letto raccomando il bel romanzo di Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh40
Magari Marshall McLuhan ci rimarrebbe male. Scriveva che “il contenuto di un medium è sempre un altro medium. Il contenuto della scrittura è il discorso, così come la parola scritta è il contenuto della stampa …” eccetera. Il che nella vulgata quotidiana si percepisce quasi automaticamente, per quanto riguarda i libri, come posizionamento relativo all’incrocio dei percorsi definiti da altri libri, a cui esplicitamente o implicitamente si rinvia, ammiccando a questa o quella fascia di lettori.
E non escludo nemmeno che Corinna Morandi, nella stesura del suo Milano: la grande trasformazione urbana (Marsilio, Universale Architettura, 2005, 96 pp., € 9,90) potesse avere in mente anche qualcosa del genere. Ma preferirei di gran lunga soffermarmi qui esattamente sugli aspetti opposti del libro, di “finestra sul mondo”, ovvero di chiave d’accesso prima che di chiave interpretativa.
La confezione del volumetto è quella delle “guide di architettura”, anche se come avverte da subito la nota sul retro, Milano è “città interpretabile solo a partire dalle storiche relazioni col suo territorio”, esaminate qui a partire dagli albori dell’industrializzazione, sino ai tempi più recenti delle dismissioni industriali e di un futuro dai contorni ancora sfrangiati. Ma queste “relazioni col territorio”, si capisce sin dalle prime battute, non si vogliono chiudere alla dialettica fra progetto e contesto, città ideale e “tradimenti” vari. Ad esempio, sin dalla genesi del primo grande piano generale di Cesare Beruto, delle trasformazioni edilizie, infrastrutturali, sociali che assorbe e/o subisce, sotto il segno dell’industrializzazione rampante, della ferrovia, dell’autocelebrazione borghese, emergono città multiple. Tutte città che lasciano tracce, e tutte con pari dignità: il disegno equilibrato del piano urbanistico prodotto dai tavoli dell’ufficio tecnico; quello “realista” emendato dalla commissione municipale significativamente presieduta dall’industriale Pirelli; i grandi progetti architettonici di modernizzazione, celebrazione, ampliamento; infine la città “vera”, ovvero quella che storicamente sfugge in tutto o in parte dalle maglie “della scrittura, del discorso, della stampa” ma lascia tracce vistose e spesso determinanti i “discorsi” successivi.
| Edifici residenziali in via Bovisasca (foto F. Bottini) |
In tempi molto recenti, un approccio di questo tipo a Milano era stato proposto anche da Federico Oliva, nel suo L’urbanistica di Milano. Quel che resta dei piani urbanistici nella crescita e nella trasformazione della città (Hoepli, 2003), ma come già dice il titolo la linea di lettura era, appunto, focalizzata sui piani regolatori, le loro “tracce” di lungo periodo, i percorsi evolutivi possibili. Per non parlare dei “voti” a ciascun piano proposti alla fine dei capitoli, che esplicitamente suggerivano sia un quadro interpretativo abbastanza netto, sia un’autocandidatura ad inserirsi in modo attivo nel processo.
La proposta di Corinna Moranti, evidentemente, non può e non vuole indicare linee del genere. I suoi itinerari nel tempo e nello spazio (il libro è una vera e pratica guida, da tenere in tasca) toccano innumerevoli tracce, di cui progetti e realizzazioni sono solo alcune delle componenti. Piuttosto significativa e per niente fuori luogo, la scelta di non lasciare moltissimo spazio alle descrizioni di architetture, limitandosi ad elencarle rinviando esplicitamente alle schede con foto degli “Interventi rilevanti” in appendice, e implicitamente ad una verifica sul campo del lettore/visitatore.
Certo, emergono anche (e vorrei vedere) alti e bassi, giudizi netti e difficilmente discutibili su alcune fasi storiche di sviluppo, recente e meno recente, della città. Ad esempio sulla debolezza – istituzionale e culturale prima ancora che scientifico-disciplinare – dell’interpretazione a scala metropolitana. Dall’invito dell’assessore Chiodi del 1925 naufragato nella città “mastodontica” comunale del piano Albertini, attraverso lo schema regionale aperto del piano AR sconvolto dalla crescita disordinata del boom economico postbellico, sino alle crisi cicliche della pianificazione intercomunale e ai tempi recenti della visione per “grandi progetti”, cui a quanto pare non corrisponde un “ grande piano”, almeno nell’accezione tradizionale della parola.
In definitiva, e concludendo, credo che del libro/guida vada sottolineato soprattutto ciò che progettualmente non contiene, ma rinvia ad altro da sé: la lettura del “testo” urbano e territoriale, quello che non si vede sfogliando pagine, ma guardandosi attorno dal marciapiede, dall’alto del tram, immaginando il “sopra”, e riflettendoci sopra, mentre scorrono i pallini stilizzati delle fermate della metropolitana. Il modo migliore per farsi un’idea. Propria, per quanto possibile.
Nota: riporto di seguito (a titolo di esempio dell’articolazione fra temi e soggetti) un brevissimo estratto del libro, dal cap. 7, “La dimensione metropolitana” (f.b.).
Nel 1974 Milano raggiunge il picco di presenza di residenti con circa 1,74 milioni: da quella data e fino ai primi anni 2000 la popolazione residente è in forte e continuo decremento e si verifica un ribaltamento sostanziale nella composizione del mercato del lavoro, con la perdita di decine di migliaia di posti nel manifatturiero e lo speculare aumento nel settore terziario e dei servizi, la presenza sempre più intensa di city users, che accedono alla città pur senza esserne residenti. Sia stato o meno l'esito della riflessione degli urbanisti sulla città-regione, tra gli anni sessanta e settanta Milano ha vissuto un nuovo salto di scala e le relazioni sia fisiche -creazione della conurbazione - che sociali - scambi tra Milano e hinterland per accedere al lavoro e alla residenza - configurano chiaramente il consolidamento dell'area metropolitana. La popolazione di Milano si distribuisce secondo un nuovo modello: le aree entro la cerchia dei navigli, ma anche la fascia intermedia fino alla circonvallazione esterna, perdono abitanti, mentre crescono la nuova periferia e i comuni dell' hinterland.
Si accentua il processo di differenziazione delle zone della città e di specializzazione nel territorio extraurbano: oltre alla sempre più marcata caratterizzazione terziaria e commerciale dell'area centrale, si definiscono concentrazioni di residenza, non solo economica ma anche per ceti medio alti, nei primi complessi monofunzionali privati ai margini della città e oltre il confine comunale, come i complessi residenziali progettati da Luigi Caccia Dominioni e Vico Magistretti: La Viridiana, via Forze Armate 260, 1968-1969; Milano San Felice, Segrate, 1967-1970, e più tardi, con un prodotto edilizio più omologato a un gusto corrente, Milano 2 e Milano 3. (p. 64)
NOTA INTRODUTTIVA
Eddyburg: Eddy sta per Edoardo, Burg per castello, rocca, roccaforte. Dunque, castello di Edoardo (Salzano), che lo ha costruito nel maggio del 2002 a Venezia. Da allora lo ha curato così bene, trasformandolo in sito privo di localizzazione poiché gestibile in qualsiasi punto dello spazio, che ora può contare 1500 contatti al giorno.
Il caso. Nello stesso mese avevo trascorso qualche giorno a Venezia dove avevo notato orribili restauri: colori, particolari architettonici, finestre. Saputo dell’esistenza di Eddyburg (www.eddyburg.it) nel mese successivo, ho inviato il 15 giugno una copia della lettera da me scritta all’Ivsla (Istituto veneto di storia lettere e arti), al rettore dello Iuav e ai presidi di Architettura di Milano e Venezia. Il testo della lettera, con la risposta dell’istituto e la mia breve replica, apre la raccolta. Passarono otto mesi. Non avevo dimenticato l’esistenza di Eddyburg ma vi ero entrato solo per consultarne la produzione, sempre più ricca. Venne a marzo del 2003 la nuova occasione: la tremenda minaccia di cementificazione, come avrebbe detto Antonio Cederna, della Baia di Sistiana, comune di Duino-Aurisina (Ts), celebrata anche come Baia di Rilke. Il poeta tedesco amava quei luoghi tanto da dedicarvi le Elegie duinesi (Duineser Elegien), in una prima stesura scritte proprio lì, nel castello (Burg!) della principessa Thurn und Taxis (1911). Lo conosco da decenni quel tratto di costa triestina: allora, poi, il golfo e il mare era no totalmente intatti.
Decisi di unire la mia voce a quella di altri nel denunciare il pericolo di rovina dell’inestimabile e indivisibile bene storico ambientale a causa di un progetto edilizio privato, voluto dai consueti immobiliaristi (e non solo da loro). La circostanza di Sistiana, nella cronaca del sito, è esemplare della possibilità di confronto e partecipazione riguardo al problema del paesaggio nazionale, da difendere a ogni costo nel poco che si è salvato finora dalla distruzione. Recentemente fu necessario mandare un forte avvertimento alla Regione Friuli-Venezia Giulia e al Comune di Duino attraverso una lettera sottoscritta da un gruppo qualificato di persone: nella Baia dì Rilke non si deve costruire nulla (vedi 4 febbraio 2005).
Il tema dell’ambiente e del paesaggio, appartenente all’urbanistica, attraversa la raccolta. Poi c’è dell’altro. Mi sembra che il quadro complessivo rispecchi la triade del titolo, urbanistica I politica I altre cose; dovrei aggiungere architettura, che ho trattato esplicitamente, specie in merito a Milano, mentre scorre implicito qua e là. Non manca qualche intervento che potrebbe rientrare, direbbero, nelle curiosità: semmai testimonianza che oggigiorno l’unica possibilità di comunicare propri pensieri ad altri la si trova in uno spazio elettronico come questo.
In ogni modo tutto si tiene; mi pare che un’unica concezione colleghi i vari interventi, dal primo, Venezia Venezia, all’ultimo, Addio professori!
Per tre volte (chiaramente descritte) ho riprodotto nel sito estratti da pubblicazioni precedenti. L’ho fatto per ragioni sia di sorprendente coincidenza tematica ora/allora, sia di fiducia in una maggior diffusione.
Ho conservato qualche ripetizione da un intervento a un altro quando mi è sembrata prevalente l’opportunità di sottolineare rispetto al fastidio della ridondanza.
Circa i titoli dei singoli pezzi: alcuni esistevano così come appaiono, altri presentano modificazioni non sostanziali, altri li ho decisi ora.
Fino a un certo momento ho impiegato cortile (corte del castello...) in sostituzione di sito. Poi ho abbandonato tale presunzione e accettato il consueto termine.
L. M.
Aprile 2005
Qui di seguito la Recensione al volume, pubblicata da AL, mensile degli Architetti lombardi, dicembre 2005, p. 32, firmata da Irina Casali
Il volume raccoglie 58 articoli del professore di urbanistica, architetto e designer Lodovico Meneghetti, apparsi sul sito Eddyburg in un periodo che va dal giugno 2002 (con “Venezia Venezia”), al marzo 2005 (con “Addio Professori”). Polemiche, critiche, ma anche appelli e lettere indirizzate ad amici, colleghi, personaggi pubblici, tutti centrati su temi di attualità politica, urbanistica e architettura. Internet, moderno “cortile” – come lo definisce l’autore –, agorà in cui è possibile discutere, confrontarsi: questo libro dà una prova di come il sito virtuale possa sostituire il luogo fisico dell’incontro; lo scambio d’idee è alla ricerca di forme inedite. Meneghetti, originale interprete di un’antica pratica filosofica, chiede un dialogo e, sebbene trovi più silenzi che risposte, non sembra perdere quel senso di fiducia nell’amicizia quale terreno comune del confronto, che è alla base della capacità di accogliere con lealtà, senza sottrarsi, anche le questioni scomode. Diretto e frontale, l’urbanista fa nomi e cognomi, non “risparmia” nessuno, tuttavia non è sterile polemica la sua, piuttosto un sentito prendere parte, nel doppio senso di schierarsi e di “mettersi in mezzo”. L’accorata difesa del paesaggio italiano violato ed offeso da troppo tempo, fatta da Meneghetti nel nome del bello e del sentimento estetico, s’associa in queste pagine ad una profonda indignazione, che è forse il primo sentimento etico; un omaggio al kalos kai agatos degli antichi Greci, per i quali ciò che è bello è inevitabilmente anche buono. Leggendo Parole in rete risuona in mente il brano di De Gregori, Pezzi; ne danno ragione la struttura frammentaria del libro, che evoca il nome dell’album, e il riferimento d’entrambe le opere al “Bel Paese” distrutto. Sdegno e nostalgia per un’Italia che non c’è più. Meneghetti fotografa un Paese smembrato dalla costruzione selvaggia, supina a logiche e poteri che esulano o prescindono dagli interessi propri della comunità e della stessa architettura. L’urbanista denuncia, con casi concreti, abusi e soprusi di amministrazioni e governi, senza dimenticare il ruolo della persone singole, cui spetta sempre la decisione attuativa, segno che ciascuno può ed è tenuto a compiere la propria parte. Un canto accorato alla responsabilità civile, degli architetti in primo luogo, ma che avvicina anche chi ne è estraneo ai valori alti di una disciplina così importante per tutti.
Alla fine ce l’ha fatta: anche se pubblicato a ridosso della fine dell’anno, il libro di Robert Bruegmann Sprawl: A Compact History è entrato nei dieci lavori più votati per la classifica 2006 di Planetizen. Un bel risultato, che in fondo non sorprende visti il tema, il titolo “compatto” ad effetto, e soprattutto i contenuti sostanzialmente favorevoli all’insediamento diffuso, secondo una linea raffinata e innovativa. Tanto raffinata e innovativa che anche un osservatore certo non sprovveduto come Robert Fishman ha scritto che si tratta di una brillante sfida ai luoghi comuni sull’argomento, documentatissima e di respiro internazionale, e che dell’autore riflette “ il profondo rispetto per le scelte di milioni di famiglie a favore dell’abitazione a bassa densità”. E in effetti la tesi sostenuta e lo sviluppo critico scelti da Bruegmann sono notevoli: lo sprawl non sarebbe una patologia novecentesca legata all’automobilismo di massa, ma un percorso lungo, per molti versi inevitabile, che dagli albori delle civiltà urbane rappresenta una naturale evoluzione delle città in crescita. Ne risulta, secondo la breve scheda critica proposta da Planetizen, “ un lavoro accessibile e conciso, che chiede di … riconsiderare la necessità di una comprensione più complessa, non necessariamente negativa, del fenomeno”.
Un approccio intrigante sin dall’inizio, con l’autore che descrive una planata d’aereo verso la pista di una grande area metropolitana, quando la fusoliera si inclina e sul finestrino all’uniforme sfondo del cielo si inizia a sostituire il tappeto verde e ondulato del paesaggio. Appaiono piccoli segni di presenza umana, che si fanno via via più definiti e regolari, mentre l’aereo perde quota e contemporaneamente si avvicina al corpo centrale del sistema insediativo. Scorrono sino a scomparire sotto il profilo dell’ala, dapprima le formazioni appena percettibili dell’ esurbio, con le abitazioni distanziate e simili ad antichi castelli che presidiano un territorio seminaturale; poi le varie fasce discontinue ma visibilmente più strutturate dei suburbi, di fascia esterna, intermedia, e più interna sino a fondersi con la periferia urbana estrema. Alla fine compaiono sull’orizzonte gli imponenti grattacieli del Central Business District mentre già si profila la pista di atterraggio, ma qui l’Autore ci ha già implicitamente ed esplicitamente comunicato che “ Per i miei scopi ho ritenuto che la mia migliore fonte di informazione fosse lo stesso ambiente costruito. Gran parte della mia ricerca è consistita nell’andare in giro e guardarmi attorno”. Un guardarsi attorno che come già accennato non si limita certo ai finestrini dell’aereo o dell’auto, ma comprende una notevolissima mole di attente letture. A partire da quella della parola: SPRAWL, dalla sua grafia e modo di presentarsi delle vocali e consonanti, prese una per una o nell’insieme. Povero sprawl, si dice Bruegmann, come ti presenti male già all’inizio! Quasi per forza produci per istinto un atteggiamento negativo nei tuoi confronti, che poi ispira tutte le letture pregiudizialmente negative del fenomeno. Anzi, di una miriade di fenomeni, tutti raccattati dentro a quella orribile parolaccia, ma diversi, a volte per niente studiati, definiti in modo vario e variabile e seconda dei casi e delle stagioni culturali. Insomma un guazzabuglio, dove anche elementi a prima vista inoppugnabili, come il concetto di “densità” cambiano senso a seconda delle convenienze dei vari crociati che allo sprawl, sempre e comunque, si opporranno. Sprawl che, secondo l’Autore, pur in tutte le infinite varianti si concreta sempre nella casa di qualcun altro, mai nella propria.
Un approccio simpatico e abbastanza convincente, un po’ da cartone animato con quella parola SPRAWL che inizia a stiracchiarsi esattamente come poco prima scorrevano le lontane chiazze dell’insediamento diffuso sul finestrino dell’aereo. Il fatto è che l’atmosfera da cartone animato comincia da qui, pur se in modo discreto, a stiracchiarsi un po’ troppo.
A partire dal percorso storico e internazionale che ha distinto da subito il lavoro di Bruegmann rispetto alla miriade di altri sul medesimo argomento e quasi col medesimo titolo. Perché questo rappresenta indubbiamente il primo (e più ripreso dalla stampa non specializzata) fondamentale punto di forza del libro: non c’è l’abituale – spesso anche un po’ confuso – sfondo novecentesco USA da cui spuntano improvvise a milioni le famiglie middle-class, complete di villetta, doppia auto, falciatrice e moralismo da quattro soldi. Qui le nebbie si diradano già da molto, molto prima, e in posti molto, molto lontani dai soliti Oak Springs, Weeping Willows e compagnia bella. Si parte, ad esempio, dalla constatazione che pure gli antichi romani, almeno quelli che potevano permetterselo, se la filavano appena possibile dall’ urbs per antonomasia, a raggiungere le frescure riposanti del suburbium. Qui il lettore dovrebbe essere già in trappola, perché questo non glie l’aveva mai raccontato nessuno: nessun complotto della destra repubblicana, della highway gang militar-industriale, o dell’inventore delle casette Cape Cod, William Levitt; solo patrizi romani, e poi signori rinascimentali, di epoca barocca, e intraprendente paleoborghesia londinese. Tutti, insomma, appena riescono a permetterselo economicamente, scappano dalla città per periodi più o meno lunghi, per tornarci quando gli affari chiamano. Descrizione come sempre documentata, equilibrata, accattivante anche per l’uso continuo di termini moderni e correnti: esurbio, suburbio, sprawl.
Interessante, senza dubbio, ma mi ricordava qualcosa. Qualcosa che mi è tornata in mente con chiarezza parecchio più avanti nella lettura del libro, ma che evidentemente già da qui aveva iniziato a ronzarmi nell’orecchio. Era una citazione dalla Bibbia, esattamente dal Levitico, molto usata (dai non specialisti ma attivisti e propagandisti “politici”) all’epoca delle New Towns britanniche. Diceva, più o meno, il Signore ordinò di lasciare tutt’attorno alla città una grande fascia verde, perché ci potessero pascolare gli armenti e si potessero coltivare gli orti; e gli attivisti dicevano: ecco qui, da dove nasce l’idea della Greenbelt, dalla parola del Signore e dalla notte dei tempi, mica dalla pensata estemporanea di qualche architetto o planner dirigista! Alla lettera, per i veri appassionati, la citazione recita: “ Le case dei Leviti situate nelle città, possono sempre venir riscattate […] I loro campi suburbani però non vadano venduti, perché sono loro possessione perpetua” (Levitico, 25, 34).
Con questo vago ricordo per la testa, ho riguardato quella rassegna di Bruegmann sullo sprawl nella storia umana, e mi è parso proprio di vederci, diluito e reso più simpatico e convincente da una leggerezza da cartone animato, il medesimo zelo di certi attivisti howardiani dell’ultima ora con le loro citazioni bibliche. E mi sono apparse delle decise forzature quelle immagini che, sotto sotto, consapevolmente o no, evocavano paterfamilias pendolari bloccati in un ingorgo di bighe, o gli amici di Boccaccio in villa che nelle pause del Decamerone falciano il prato o ridipingono lo steccato. In altre parole, il tentativo di attualizzare l’enorme mole di riferimenti storici (comprese città quasi mitiche dell’Asia antica) a mostrare che lo sprawl è componente irrinunciabili dell’urbanesimo, ha cominciato a sembrarmi una specie di saga Flintstones, dove Fred, Barney, Wilma e soci, riproducono in tutto e per tutto uno stereotipo di vita quotidiana del suburbio americano, facendoci entrare qualunque particolare, purché ricostruito in pietra e senza elettricità o motori a scoppio. Perché, a pensarci bene, il “pendolarismo suburbano” su biga o carrozza, di senatori romani o borghesi parigini, è un concetto non molto più realistico delle scorribande di Fred e Wilma allo shopping mall di Bedrock il sabato pomeriggio.
Il che, naturalmente, non significa superficialità, o mancanza di attenzione per tutto ciò che non conferma direttamente il punto di vista centrale. Le dinamiche della diffusione insediativa emergono ampiamente documentate dai vari filoni storico-geografici considerati (escluso quello della megalopoli terzomondiale, che come precisato dall’Autore rappresenta un caso a sé per l’assenza del rapporto diretto di tipo occidentale sprawl/sviluppo economico). Si aggiunge, in molti casi, anche l’equilibrata miscela di rassegna della letteratura scientifica, di quella di informazione o “militante”, e infine dell’osservazione diretta, a riprendere e dar corpo a quel suggestivo incipit dal finestrino d’aereo.
Ma pur nell’impeccabile incedere fra varie realtà e punti di vista sullo sprawl, le sue manifestazioni, le politiche pubbliche e le evoluzioni sociali, si nota quello che sembra sia un ricorso alla tecnica mediatica del “panino”, ovvero proporre ciclicamente per ogni tema un gruppo di opinioni favorevoli, uno contro, e un altro di favorevoli in chiusura. A questo si aggiunge una non sempre esplicita (ma piuttosto avvertibile) tendenza a mettere in ridicolo gli aspetti di attivismo e militanza che spesso hanno accompagnato – in pratica dal movimento delle città giardino a cavallo dei due secoli in poi – il dibattito sulla suburbanizzazione. Ed è piuttosto facile, per uno studioso di razza come Bruegmann certamente è, abituato a gestire in modo articolato fonti ricche e varie, scovare crassi esempi di goffaggine benintenzionata, o ricostruire processi in cui la “ricerca” non è davvero tale, ma si limita ad ammucchiare documentazione favorevole ad una tesi precostituita, da difendere a oltranza.
E infatti Bruegmann si guarda bene dal farlo, come emerge ad esempio dalla lettura del Saggio Bibliografico allegato in appendice, dove compaiono in bella evidenza noti lavori anti-sprawl come Building Suburbia di Dolores Hayden, Asphalt Nation di Jane Holtz Kay, o la “bibbia” del new urbanism, Suburban Nation.
Salta agli occhi con altrettanta evidenza, però, anche l’incredibile schematismo con cui viene presentato e liquidato un caposaldo dell’urbanistica moderna come il Greater London Plan di Patrick Abercrombie. Quelle pagine complesse e articolate, frutto non solo del lungo lavoro di coordinamento fra uffici, informazioni, centri decisionali, ma anche della stratificazione storica dal primo attivismo garden-city, attraverso gli studi metropolitani di Raymond Unwin, sino alle varie Commissioni tematiche a cavallo fra anni ’30 e periodo dei bombardamenti. Beh, è un po’ sconcertante vedere tutto questo trattato come intuizione arbitraria e un po’ schematica, nel solco del movimento moderno con qualche megalomania alla Le Corbusier, lo stesso Abercrombie ridotto a un autocrate, pure un po’ grigio e burocratico. E questo perché? Per lo stesso motivo che Robert Fishmann ha riassunto nel “ profondo rispetto per le scelte di milioni di famiglie”, le quali a quanto pare possono scegliere meno davanti a una fascia metropolitana a verde agricolo, e in generale a qualunque forma di programmazione che non segua automaticamente qualunque tendenza “libera”. Certo, la schematicità di molti piani grandi, grandiosi, o solo roboanti, ha provocato un sacco di guai nella storia. Ma ripetere per qualche dozzina di volte e su casi diversi che, orrore, la limitazione degli spazi per le lottizzazioni di villette ha provocato “aumento dei prezzi”, non sembra gran che come giudizio storico.
Ma si tratta, appunto, di osservazioni parziali, che nulla tolgono a quello che credo debba essere considerato il valore centrale, senza dubbio innovativo, del libro. Quello in cui riesce magnificamente lo storico dell’architettura di Chicago, è sottolineare la debolezza del consenso su temi anche ampiamente condivisi (come è diventato lo sprawl) quando il cane informativo e culturale inizia a mordersi la coda e a citarsi addosso. Non a caso sempre nell’ambito aeronautico che senza dubbio predilige, Bruegmann nota come lo sprawl sia ormai diventato argomento da copertina per le riviste gratuite delle compagnie, e di conseguenza “sospetto”. Naturale che il luogo comune sia sospetto, per l’accademico ricercatore che vuole aprire nuove frontiere, magari anche a chi vedrebbe la cosa da prospettive del tutto opposte, tranne che nel metodo. Ma questa è un’altra storia.
Il Levitico, tra l’altro recita “ non uscite dal recinto del tabernacolo; se no perirete, perché l’olio della consacrazione è sopra di voi” (10, 7), e una cosa che si può immediatamente fare è di trasgredire.
Con metodo, attenzione, e magari guardando verso l’alto, di tanto in tanto. Oltre che dall’alto di un volo di linea.
I dati completi del libro sono: Robert Bruegmann, Sprawl: a compact history, University of Chicago Press, 2005, $27,50; qui su eddyburg_Mall sono già stati proposti un breve estratto, e l’articolo autopromozionale di Bruegmann sul Guardian di qualche settimana fa.
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Sprawl Compact
Non è frequente trovare storici che si occupino delle trasformazioni fisiche di un luogo o della crescita delle città. E che leggano questi eventi affiancandovi le modifiche negli assetti sociali, intrecciando con essi la storia delle idee o dei movimenti politici. Se questa è una città di Vezio De Lucia è un libro che racconta l’Italia della seconda parte del Novecento dal punto d’osservazione del suo territorio, facendo emergere i dati sconvolgenti dell’assalto cementizio da esso subito e mettendo questo in relazione con le vicende economiche, con l’imporsi di classi dirigenti, con il maturare di convinzioni politiche e culturali, con lo scontro fra prospettive opposte di sviluppo.
Se questa è una città è uscito nel 1989. E da allora è diventato un classico. Ora torna in libreria aggiornato da una introduzione di Piero Bevilacqua, riproponendo anche la prefazione scritta da Antonio Cederna (Donzelli, pagg. 202, euro 19,90). De Lucia fa di mestiere l’urbanista, è stato direttore generale del ministero dei Lavori pubblici (venne cacciato dal ministro Gianni Prandini, poi finito nelle inchieste di Mani pulite) e poi assessore nella prima giunta napoletana di Antonio Bassolino. Suo è il piano regolatore che nel capoluogo campano disegna un futuro di salvaguardia del centro storico, di trasporti su ferro, di tutela del verde agricolo e che immagina per l’area di Bagnoli, un tempo intossicata dall’Italsider, un destino di ricerca scientifica, di turismo e di loisir (sempre che le alchimie politiche o affaristiche non ribaltino queste previsioni).
Il libro si apre con la ricostruzione post bellica e si chiude con Tangentopoli. Il protagonista è il cemento che invade l’Italia a una velocità sconosciuta in altre epoche della sua storia e in altri paesi. Sommerge campagne e paesaggi, sfigura le città e procede inarrestabile trascinando il paradosso, per esempio, di non risolvere il problema di dare una casa a tutti. Se il libro di De Lucia raccontasse solo questo sarebbe il documento inoppugnabile di una devastazione sistematica e tuttora attiva. Avrebbe il pregio di mettere l’Italia di fronte a uno specchio che ne riflette le deformità, ammonendo le sue classi dirigenti e chi ancora ritiene che la ricchezza di una nazione si misuri con le quantità di cemento conficcate nel suo suolo.
Ma Se questa è una città è anche un libro in cui si raccontano le scelte urbanistiche per capire quale indirizzo prende lo spirito pubblico di una comunità. È impossibile dar conto qui di tutti gli episodi in cui l’urbanistica ha consentito che venisse fuori il nucleo duro di una politica, sia nei suoi più radicati profili ideali, sia quando essa costituiva l’impalcatura di interessi privati. Ma fra i tanti che con documenti di prima mano De Lucia fa sfilare sotto gli occhi del lettore, se ne possono scegliere due.
De Lucia racconta il dibattito che tormentò la politica italiana fra il 1960 e il 1964 sulla riforma urbanistica. Il progetto elaborato dall’allora ministro, il democristiano Fiorentino Sullo, non conteneva solo la possibilità per le amministrazioni comunali di costituire, con gli espropri, vasti demani pubblici sui quali orientare lo sviluppo delle città, tagliando le unghie alla speculazione fondiaria e impedendo che fosse questa a dettare le regole per la crescita di Roma o di Napoli, di Milano o di Palermo. Per iniziativa di un esponente progressista quanto si vuole, ma pur sempre della Dc, veniva avanzata un’idea di società nella quale gli interessi generali avevano preminenza su quelli privati, allineando l’Italia a molte democrazie nel Nord Europa, non all’Unione Sovietica. Nel progetto di Sullo erano presenti forse alcune avventatezze, ma la reazione che si scatenò contro il ministro, annichilendone la carriera politica e distruggendone la dignità umana, è esemplare della forza d’urto di cui disponevano certi settori del capitalismo più legati alla rendita che non al profitto d’impresa.
Un brusco salto ci porta alla cosiddetta "urbanistica contrattata", quella in cui le decisioni su come si trasformano i territori passano dalla mano pubblica al negoziato fra questa e i privati. Come per la riforma Sullo, ma senza il clamore che si alzò intorno ad essa, anche in questa vicenda, che dagli anni Ottanta si spinge fino a oggi, si scontrano non solo diverse visioni di un organismo cittadino, ma diverse concezioni della politica e di cosa sia l’interesse generale, di quanto debba contare il mercato e quale rilievo devono assumere le regole che lo governano.
Se questa è una città non arriva all’Italia di oggi. Ne annuncia però l’avvento, ne anticipa i malesseri. Consente di capire quale partita politica si sia giocata ai danni delle sue coste, delle colline, dei fiumi, quale impeto consumistico abbia guidato lo spreco di una risorsa non rinnovabile come il suolo. E, al pari dei buoni libri di storia, Se questa è una città è come se l’Italia di oggi la raccontasse appieno, spiegando la sorte di un territorio accaparrato e sfigurato.
Ero andata in sezione a riannodare la continuità con i comunisti. Non erano le stesse persone, i partigiani e la rete clandestina sprofondavano dentro un'altra massa, fatta eccezione per alcuni di loro che si dimostrarono anche capaci di tessere la rete della pace - un altro fare. Ma riconoscevo il profilo, gente che lavorava e faticava ed era anche comunista. Nei due anni terribili, o ancora prima, alcuni avevano fatto la loro parte. Ma c'era anche chi non l'aveva fatta, aveva subito gli eventi, ora cercava una bussola, e mi sorprese - e dubitai che fosse giusto - che le porte fossero aperte, le modalità di accoglimento nulle. Non era certo il partito di Lenin.
Ritrovavo la fabbrica, anzi la scoprivo, non la piccola azienda di Cantú che si sarebbe moltiplicata in Brianza, ma la Innocenti, l'Alfa e la Borletti ancora in città, la Breda e le Marelli e la Falck a Sesto San Giovanni - era l'industria, la classe operaia, il paesaggio della modernità, alti muri, lunghi reparti, cortili, ciminiere, cancellate, grigiori, grandezze. Davanti a quei cancelli la strada era un po' scassata dai molti piedi, dai camminamenti, ostacolata da camion e gru; salvo alla Borletti, che si affacciava in via Washington, era come se la città si ritirasse qualche decina di metri dalla fabbrica o viceversa. Perché gli stabili dove si produceva avevano un'aria transitoria, intercambiabile, sempre meno mattoni e piú cemento e lamiere appena dietro le facciate a capanna o quelle traforate del primo Novecento. Fino alla Olivetti di Ivrea il movimento moderno non ci mise piede, la fabbrica non era architettura, soltanto contenitore. Una bellezza stava nelle macchine, ma fra gli acciai e gli snodi appariva sul giunto qualche straccio sgocciolante, la traccia dell'operaio che faceva andare la sua macchina con un colpetto, un tempo, una familiarità in piú.
Vi entravamo a portare la stampa, a tesserare e discutere, nei locali del sindacato finché non lo misero fuori, o aspettavamo gli operai e le operaie quando uscivano al sole freddolino per mangiare quel che s'erano portati da casa - le mense vennero dopo - e alla fine dei turni o la sera nelle sezioni, finché ce ne furono di adiacenti allo stabilimento. Nei primi tempi alcune grosse fabbriche erano aperte e ne facemmo qualcuna di troppo: alla Innocenti il Consiglio di gestione era signore dell'azienda, lo dirigeva un compagno intelligente e spiritoso, di quello spirito lombardo un po' sarcastico, di nome Muneghina, e il gancio che pendeva da una catena aerea in movimento si svagava talvolta a rincorrerci e magari a sollevarci per qualche metro. Parve per un poco agli operai che le fabbriche, che avevano difeso da ogni trasferimento e dal sabotaggio tedesco nella ritirata, fossero loro, cioè nostre; e non è che smettessero di funzionare. Loro, la manodopera, alla sirena dell'uscita si affrettavano verso i tram, perché ricostruendosi la città li espelleva, abitavano e venivano da fuori, sui treni o i mezzi dei pendolari, fumanti di fiato e nebbia.
Ma era un'impresa catturare le donne dal volto grigio, i lineamenti tirati e la permanente ferrosa: non facevano che correre, o per non arrivare tardi in fabbrica o per comprare il latte prima che il negozio chiudesse e preparare la schisceta per la mattina dopo. Dopo cena, mentre il marito scendeva in sezione, loro mettevano il bucato a mollo per la notte o stiravano quello che s'era asciugato, la domenica lui usciva vestito da festa e lei faceva la pulizia di fino, che vuol dire grattare il pavimento sulle ginocchia. Del resto erano di poche parole, lui e lei, il lombardo essendo stato azzittito dalla controriforma, la peste e il capitalismo.
Nella sezione si scendeva per disegnare l'altra storia, quella uscita vittoriosa e non vincente dalla Resistenza. Era l'altra guerra, sorda e di tempi lunghi. Nelle cellule di strada (per qualche anno ci furono) si scendeva la sera; nella memoria scendo sempre, perché presto le sedi che erano state fasciste restarono sí e no alle dirigenze mentre, la maggior parte venendo riconquistata da qualche proprietà, il Pci calava fortunosamente negli scantinati delle vecchie case popolari, quelle che a Milano costituirono una gran cintura dopo le case a ringhiera. Ci si accedeva dal cortile, la porta segnalata da una falce e martello o dall'annuncio dell'ultima riunione, e dopo qualche scalino si era fra le viscere dell'immobile, tubature da tutte le parti, muri ridipinti dal compagno imbianchino, due bandiere alle pareti e sul tavolo il drappo rosso che alla fine si piegava e metteva via. C'era gente, talvolta si faceva il pieno, qualcuno faceva le scale esitando per vedere com'erano i comunisti e si sedeva in fondo.
La relazione non era mai brevissima, partiva dallo stato del mondo anche se alle varie impelleva la bolletta del telefono. Si riferiva sugli eventi internazionali o del paese, e sempre di quel che aveva discusso e deciso una direzione o il comitato centrale. Si può sorridere delle approssimazioni (lo «schematismo»), del passare di gradino in gradino dal centro del mondo alla periferia, al quartiere, dall'informazione alla «direttiva», ma fu un'immensa acculturazione. Mobilitava i «quadri» e tutti coloro in grado di parlare, perché i funzionari e i giornalisti disponibili erano pochi rispetto al territorio da coprire nella metropoli a stella e nella sua grande provincia. Eravamo spediti in tram a Rogoredo o a piazzale Corvetto, ma il sabato sera o domenica mattina venivamo stipati in sei o sette sulla giardinetta d'uno di noi, che ci depositava uno per uno in provincia da un paese all'altro e aspettava con l'ultimo - ero spesso io - che finisse il comizio o la riunione per riprenderci su come i chicchi d'una collana e riportarci a Milano.
Era il partito pesante che si andò logorando negli anni settanta e ottanta e fu distrutto dalla svolta del 1989, una rete faticosa ma vivente che strutturò il popolo di sinistra contro l'omologazione dei giornali, e della radio e della prima Tv, tutte di governo. Chi ricorda che fino al 1963 non un comunista parlò dai microfoni e davanti alle telecamere? Era un popolo che si unificava in nome d'una idea forse semplificata della società, fra dubitose domande e meno dubitose risposte; ma mentre ogni altra comunicazione spingeva a una privata medietà, il partito si sforzava fin ossessivamente a vedersi nel mondo e vedere il mondo attorno a sé. La sezione di Lambrate sentiva, a giornata di lavoro chiusa, quel che aveva detto Truman, quel che succedeva a Berlino, lo confrontava con quel che aveva colto a sprazzi dalla radio, sapeva dov'erano Seul o Portella della Ginestra - l'ignorante non era disprezzato, ma neppure adulato, era la borghesia a volerci ignoranti, l'imperialismo, i padroni. Osservando quei visi in ascolto, pensavo che a ciascuno la sua propria vicenda cessava di apparire casuale e disperante, prendeva un suo senso in un quadro mondiale di avanzate o ripiegamenti. Seguiva il dibattito. Non era mai un gran dibattito. Quando uno prendeva la parola per contestare - sempre da sinistra, il partito nuovo appariva concessivo - non solo dal tavolo del relatore scattava un riflesso di difesa della linea: tutto ma non dividere quell'embrione di altro paese, non tornare atomizzati nel quartiere, soli in fabbrica.
Questo, assai irriso a fine secolo, è stato il partito che fu anche mio nel dopoguerra. Poi c'erano i gruppi dirigenti, l'eletto del popolo al comune o alla Camera. Ma quelli del seminterrato, quelli che passavano di reparto in reparto o di casa in casa, a fine lavoro, a raccogliere i bollini del tesseramento, configuravano una società altra dentro a questa. Nella quale i comunisti si volevano i più uguali e i piú disciplinati, gli sfruttati e oppressi ma sicuri di capire piú degli altri le leggi che fanno andare il mondo, con semplicità e presunzione. E convinti di essere sempre un po' al di sotto del loro proprio ideale e quindi moralisti, severi con gli altri e quella parte di sé che rischiava di essere l'altro. Tanto piú che i giorni radiosi erano stati brevi: assai presto la relazione d'apertura ebbe sullo sfondo il discorso di Churchill a Fulton e nel 1947 la rottura del governo di unità antifascista. Gli alleati della guerra si dividevano in uno scontro illimitato negli orizzonti, duro nella quotidianità. Tuttavia chi veniva dal 1945 non lo confuse con una guerra né desiderò che lo diventasse. Non pensò che si affrontassero fascismo e antifascismo. Cerco di riafferrare la percezione di allora: i nemici di classe non ci erano umanamente alieni come i fascisti, ma politicamente inconciliabili. E infatti non li chiamavamo fascisti - questo divenne corrente dopo il 1968 - ma i padroni erano i padroni, i borghesi erano borghesi, il governo era avversario. E cosí fummo anche noi per loro: eravamo dentro l'arco costituzionale e determinanti nella Costituente, ma non un partito come un altro. Noi, la base e non solo, pensammo che si sarebbe guadagnato lentamente terreno e quindi potere, la storia sarebbe andata dalla nostra parte. «Addavení baffone» fu una battuta romanesca, a Roma la lasciavano cadere fra sorriso e delusione. A Milano non circolò, i cosacchi in piazza San Pietro furono piú temuti dagli alleati e avversari che sperati da noi, come la sempre piú fantasmatica «ora x »; ma per noi il conflitto era duro, si doveva arretrare, abituarsi a un terreno che cambiava sotto i piedi, alla polizia che interveniva e pestava e, se si trovava stretta in un androne, le prendeva. La magistratura imperversava codice Rocco alla mano, presto occorse il permesso perfino per le conferenze pubbliche al chiuso, e quando cominciava una vertenza in fabbrica volavano le sassate e i vetri.
Di quel che seguí al 1945 e specie al 1947 m'è rimasta l'immagine della lotta di classe allo stato puro in una fase non rivoluzionaria, dentro steccati statuali e internazionali ben fermi. Uno schema, a rifletterci, colto e complicato, e rispetto alle ambizioni personali che si scorgevano in altri partiti, nel nostro erano le idee, il progetto, il partito che contava, non il singolo, perché nessuno da solo ce l'avrebbe fatta. Questo legò per molti anni operai, contadini che lasciavano la terra, migranti dal sud e dal Veneto bianco, che si fondevano al nord senza troppe storie, guardavano ai dirigenti tra fedeltà - anche noi avevamo gente importante - e attesa con una punta di diffidenza. A lungo restò appesa nello studio di Trentin una fotografia di Di Vittorio che incrocia lo sguardo d'un giovane operaio, si interrogano senza sorridere, c'è preoccupazione e domanda.
Quella gente arrivava stanca dalla giornata di lavoro, perlopiú povera ma non tutti, erano operai, insegnanti, ingegneri, pochi studenti, si riconoscevano per l'uso della parola, averla o non averla. Venivano vestiti con decoro, c'era vera povertà e quindi nessun poverismo. Che cosa trovavano? Oltre a sentirsi già un soggetto collettivo, e riconosciuto, una forza che era sicura di dover cambiare? Quanto e fin quando sperò, ragionevolmente nell'ambito di un mondo diviso, un mutare delle cose, dei rapporti di forza? Non saprei dire, forse non ci sono segni, giorni che indicano il venir meno inconfessato d'un domani diverso, inducono al silenzio, a diradare le presenze in sezione, perché l'essere assieme non basta piú, le parole del relatore suonano deboli.
Io scendevo come gli altri, ascoltavo, raramente parlavo, prendevo la mia parte di incarichi. Imparai molte cose ma non ero né sorpresa né sedotta, non sempre ero persuasa, ma mi pareva normale non esserlo. Non ero piú un'adolescente, non cercai e non ebbi una religiosità del partito. C'era la mia formazione, che era una cosa, e quella che intuivo nel relatore e vedevo farsi in chi mi era accanto sulle sedie, che era un'altra. Non pensai mai che dovessero coincidere. Avevo un'esperienza che mi aveva segnata e mi aspettava una mia strada, il mio lavoro, la mia vita. Nei quali c'era anche, decisivo ma non unico e neppure centrale, il Pci.
Pubblicato per la prima volta nel 1989 e riedito, nel 1992, con una lucida e civilmente appassionata prefazione di Antonio Cederna, questo libro possiede ancora oggi la freschezza di un classico.Lo si potrebbe leggere come la dolente cronaca delle vicende in cui si è consumato il più vandalico sfiguramento del paesaggio urbano dell’intera storia d’Italia. La testimonianza solitaria, non rassegnata, ma pur sempre impietosa e dolorosa, di fronte all’opera di distruzione del cuore delle nostre città e di tanta parte del territorio nazionale nella seconda metà del XX secolo. Oppure lo si può leggere per quello che sostanzialmente è stato e continua a essere: un libro di storia.Un equilibrato, riccamente documentato saggio di ricerca storica. Fosse stata una semplice opera di denuncia, Se questa è una città mostrerebbe oggi irrimediabilmente i segni del tempo. Nessuna opera scritta per pura passione, e quindi intensamente legata alla congiuntura particolare che l’ha generata, si sottrae a questa regola.Essa invecchia rapidamente con lo stesso trascorrere e mutare delle circostanze e della temperie che l’hanno ispirato.
Tale definizione di opera storica non si fonda soltanto sulla valutazione del metodo e delle procedure di documentazione che sostengono il testo. Ma anche e più decisamente sul fatto che il libro di De Lucia, mentre dà conto dei processi di trasformazione delle città e del territorio, colloca i fenomeni esaminati nel loro contesto storico.Un contesto - ambito che è per eccellenza affare dello storico, come voleva Edward P.. Thompson - in cui protagonisti non sono solo i manufatti urbani, le istituzioni e le leggi, ma anche le forze sociali, i partiti, gli uomini di governo, i gruppi politici e intellettuali, la temperie culturale del Paese nelle varie fasi e congiunture..Una fitta folla di personaggi e di gruppi popola lo scenario di quasi mezzo solo di vicende nazionali. De Lucia è lontanissimo da ogni descrittivismo cronachistico,ed è invece animato costantemente da una insopprimibile vis interpretativa propria dello storico. Non solo illustra quanto è avvenuto. Ma vuol costantemente comprendere perché è avvenuto, chi sono stati i protagonisti e i responsabili, in che modo si sono svolti i processi e gli eventi. Ne risulta dunque un quadro assai ricco in cui sono scandite fasi e stagioni diverse della vita civile del dopoguerra, che in una certa misura compongono una sorta di storia dell’ Italia repubblicana sotto il profilo delle trasformazioni urbane e territoriali.
In tale carattere, dunque, io credo che occorra cercare uno dei motivi fondamentali della freschezza di questo testo..Ma l’altra e civilmente importante ragione della sua attualità è che il suo racconto - che si conclude con le vicende urbanistiche italiane dei primi anni Novanta - rimane come un testo drammaticamente aperto sul nostro presente. Ci mostra il come siamo arrivati fin qui e al tempo stesso ci comunica la sua incompiutezza di testimonianza di fronte a una realtà che appare come proseguire nei fatti, con immutata gravità, la vicenda storica che esso ha raccontato e analizzato per i precedenti decenni. Assistere come accade oggi, anno 2004 dell’Era Cristiana, tramite condoni annunciati e reiterati, alla incentivazione dell’abusivismo edilizio da parte dello stesso Governo della Repubblica rappresenta un esito di clamorosa e inaudita continuità con il passato. E in questo caso in una forma stupefacente per gravità politica e morale, senza precedenti e senza possibilità di comparazione con le scelte di nessuno Stato di diritto. E tale situazione, com’è facile immaginare, rende il saggio di De Lucia non solo dolorosamente attuale, ma in qualche misura inevitabilmente profetico.
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Il racconto delle vicende delle città italiane nella seconda metà del XX secolo incomincia con l’analisi della legge del 1942. Per paradossale che possa sembrare, il quadro normativo che precede la devastazione urbanistica del dopoguerra è quanto di meglio si possa desiderare sul piano delle prescrizioni formali.Tra le altre cose, quella legge, ricorda De Lucia, tramite l’articolo 18, conferiva ai comuni il potere di espropriare - dopo l’approvazione del Piano regolatore generale - i terreni destinati all’edificazione ad un prezzo che non tenesse conto degli incrementi di valore previsti dallo stesso piano. Si trattava, dunque, di uno strumento normativo avanzato, il quale consentiva ai municipi di essere protagonisti nella fase di espansione urbana che inevitabilmente si apriva dopo la guerra e di difendere l’interesse collettivo e del territorio contro le pretese, spesso assai poco moderate, della rendita fondiaria.
Ma la legge urbanistica viene letteralmente travolta appena comincia l’opera della ricostruzione.Gli organi di Governo, ricorda De Lucia, ritardano colpevolmente l’approvazione dei Piani regolatori redatti dai comuni. Il primo di essi è approvato soltanto nel 1950. Mentre l’attività di edificazione riprende a un ritmo che si fa crescente di anno in anno, senza ubbidire ad alcuna norma o prescrizione che non sia ispirata dagli interessi dei costruttori e dei proprietari dei suoli..Le città italiane diventano in quegli anni teatro di una attività edilizia che non ha precedenti nella storia del Paese. Allora in molti centri, danneggiati dalla guerra, occorreva ricostruire abitazioni e talora interi quartieri . Le dinamiche demografiche che in quella fase attraversavano l’Italia erano d’altra parte di proporzioni inedite. Alla crescita naturale della popolazione si sommavano i processi di migrazione interna - dalle campagne alle città e dal Sud al Nord - e i bisogni abitativi della popolazione creavano una domanda poderosa di abitazioni: anche se di fatto - come ripetutamente documenta e denuncia l’autore - le costruzioni di case hanno spesso, e di gran lunga, sopravanzato i bisogni e la domanda reale.
Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, dunque, il territorio cittadino e delle aree contermini viene sottoposto a un’opera gigantesca di occupazione e di manipolazione per trasformare il suolo in edifici, palazzine, case.. In questa, per tanti aspetti inedita, situazione sociale non c’è, si può dire, città del Paese che si sottragga alla febbre costruttiva che accompagna la ricostruzione postbellica e poi lo sviluppo economico da primato proprio di quel ventennio.Ma in alcune di esse, quella vera e propria furia edilizia, ha fatto, in un certo senso epoca. E’ il caso, ad esempio, di Napoli. Qui, ricorda De Lucia, l’amministrazione comunale guidata da Achille Lauro compie le operazioni urbanisticamente più gravi e irreparabili di sfiguramento urbano. Sui quattro lotti del centro storico della città, sopravvissuti all’opera di sventramento realizzata nel periodo fascista, il comune autorizza la costruzione di un nuovo quartiere, che riempie di cemento il cuore di Napoli. E’ « il più raccapricciante esempio in Europa e forse nel mondo di edilizia speculativa in un centro storico » non esita a definirlo De Lucia. Un’operazione realizzata a dispetto del fatto che Napoli disponesse di un ottimo piano regolatore, quello del 1939. Secondo l’autore « il migliore strumento urbanistico che Napoli abbia avuto ». Ma le norme del piano vennero aggirate grazie a due sentenze del Consiglio di Stato che nel 1953 diedero il via libera ai costruttori.Tuttavia, questo episodio che ha interessato l’area contigua a piazza Carità, non è stato che l’inizio di un’opera di devastazione che De Lucia ricostruisce con lucida amarezza sin negli aspetti più incredibilmente truffaldini di quella vicenda.Il lettore di oggi può trovare in quel racconto non poche delle ragioni che danno conto dell’attuale congestione e asfissia urbana di cui soffre Napoli.
Allo stesso modo Roma. Anche nella Capitale, soprattutto per iniziativa della Società generale immobiliare, propietaria di vaste aree urbane, la manomissione fu particolarmente vasta e grave, anche in ragione del patrimonio archeologico ingente disseminato sul suo territorio. Come l’autore ricorda, grazie anche alle analisi e alle denuncie di Italo Insolera e di Antonio Cederna, in quel ventennio edificatorio furono investiti da costruzioni e spesso gravemente alterate aree di pregio dell’Urbe, da Monte Mario all’Appia antica, dalla Tuscolana alla Cassia.Edifici enormi, che spesso hanno cancellato per sempre aree verdi e paesaggi, costruiti in genere senza alcuna preoccupazione della densità volumetrica dei manufatti in rapporto allo spazio, senza alcuna cura della qualità urbana e civile dei quartieri che si creavano, imponendo alla collettività il pagamento degli oneri di urbanizzazione e di creazione dei servizi richiesti dai nuovi abitati. Dunque una ingiusta sottrazione di reddito ai cittadini, una alterazione grave della bellezza del paesaggio romano, della qualità dell’abitare singolo e collettivo, del modo stesso di vivere di milioni di cittadini, segregati in immensi e desolati dormitori. Tutto questo a fronte dei guadagni ingenti di ristretti gruppi di costruttori.
Il terzo caso esemplare della tendenza di fondo che domina la vita urbana e l’uso del territorio nel primo ventennio dopo la seconda guerra mondiale riguarda la vicenda di Agrigento.Il 19 luglio 1966, ricorda De Lucia, una frana imponente che trascinò case e suolo in un crollo rovinoso, e fortunatamente incruento, svelò all’ ignara opinione pubblica nazionale, attraverso l’emozione dell’evento catastrofico, di che cosa era fatta l’espansione urbana recente di quella città. Ben 8500 vani erano stati costruiti al di fuori di ogni norma, e spesso su territori fragili, inadatti a sostenere il gravame dell’edificazione. Come scrisse Michele Martuscelli, direttore generale dell’urbanistica del Ministero del lavori pubblici, nella relazione voluta dall’allora ministro Giacomo Mancini, e ripresa da De Lucia,«Gli uomini, di Agrigento, hanno errato, fortemente e pervicacemente, sotto il profilo della condotta amministrativa e delle prestazioni tecniche, nella veste di responsabili della cosa pubblica e come privati operatori.Il danno di questa condotta, intessuta di colpe coscientemente volute, di atti di prevaricazione compiuti e subiti, di arrogante esercizio del potere discrezionale, di spregio della condotta democratica, è incalcolabile. Enorme nella sua stessa consistenza fisica e ben difficilmente valutabile in termini economici, diventa incommensurabile sotto l’aspetto sociale, civile ed umano ».
Dunque, una condanna istituzionale severa e generale, senza distinzioni e senza riserve. Ebbene, come ricorda l’autore, le 27 persone tra sindaci, funzionari del genio civile, amministratori, ecc allora chiamati in tribunale a rispondere delle proprie responsabilità furono in seguito tutte assolte. Dopo quasi 8 anni dai fatti, nel febbraio del 1974, vennero prosciolte da ogni accusa con la formula più favorevole «Per non aver commesso il fatto». Nessuno aveva costruito, nessuno aveva violato la legge, nessuno aveva distrutto un esteso tratto di territorio pubblico.Nel pensiero giuridico di certa magistratura di allora il territorio esisteva ed andava tutelato solo allorquando si configurava come proprietà privata di qualcuno e diventava oggetto di finalità edificatorie.
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Ho voluto ricordare succintamente questi tre casi - su cui De Lucia si diffonde in maniera circostanziata - per una ragione argomentativa molto precisa. Nel loro insieme, anche assumendoli solo come l’emersione estrema di un fenomeno generale, essi compongono una vicenda complessiva che senza dubbio distingue l’urbanizzazione italiana della seconda metà del XX secolo dagli altri Paesi dell’Europa. E’ pur vero che manca, per quel che io sappia, una vera e propria storia comparata europea dei modi in cui si è ricostruito e costruito in quella fase storica. Ricerca vivamente auspicabile. Ma le informazioni sparse in tanta letteratura urbanistica, la conoscenza diretta di varie città importanti d’Europa, sono di per sé sufficienti a renderci scarsamente comparabili i casi di Napoli e Roma, per non dire di Agrigento o di Palermo con quelli di Londra o di Manchester, di Parigi o Lione, per non dire delle medie città dell’Olanda, della Germania o del Portogallo..La singolarità dell’ Italia, unico paese in Europa - come denunciava Antonio Cederna nella Prefazione del 1992 - ad essere « ancora privo della legge fondamentale sui suoli, che consente ai comuni di espropriare le aree necessarie senza svenarsi » è certamente significativa di una profonda particolarità italiana.
Ora, io credo che quanto è avvenuto e continua ad avvenire dentro il territorio della Penisola sia il frutto di un percorso storico originale, un Sonderweg negativo che affonda nella storia di lungo periodo del nostro Paese e che nella seconda metà del XX secolo si manifesta in tutta la sua dirompente ampiezza. Senza dubbio, come mostra nelle sue analisi circostanziate De Lucia, la devastazione urbanistica e la speculazione sui suoli trova la sua piena spiegazione storica in un insieme di fenomeni che si combinano perversamente in quella lunga stagione.La necessità di ricostruire un Paese che aveva subito pesanti distruzioni - ma non comparabili, ricorda l’autore, a quelle della Germania o della Polonia - la fame di case e la spinta ideologica alla crescita economica ad od ogni costo portano ben presto vasti settori della società italiana a considerare il territorio come un mezzo, uno strumento qualsiasi su cui far leva per pervenire allo sviluppo e al benessere. Nell’immaginario collettivo, il progresso stesso della nazione a un certo punto si identifica con l’attività edificatoria, con la cancellazione di campi e colline e l’avanzare del cemento, la crescita veloce di edifici e quartieri. D’altra parte, c’è una ragione politica generale che favorisce anche il fenomeno.Costruire case genera consenso politico: è una attività che crea occupazione, favorisce la crescita economica generale attraverso l’indotto, fa arricchire le potenti famiglie dei costruttori e dei detentori di suoli in grado di movimentare consistenti pacchetti di voti nelle campagne elettorali. La Democrazia Cristiana, che si trova a detenere un potere sovrastante nell’esecutivo, non guarda certo per il sottile nella raccolta del consenso tanto al centro che in periferia.E la minaccia dell’alternativa comunista aveva già allora una particolare forza aggregante, in grado di tacitare dubbi e riserve di tanti cittadini pur non insensibili ai problemi delle città..
D’altra parte, occorre rammentare che l’opera più grave di manipolazione del territorio si verifica in quegli anni soprattutto da Roma in giù. Nel Mezzogiorno l’attività edilizia si pone come l’industria principale per gran parte di quelle regioni.Essa appare agli imprenditori meridionali, per almeno tre o quattro decenni, la più vantaggiosa forma di attività produttiva.L’impresa edile, infatti, aveva un mercato sicuro e lucroso: i suoi prodotti finali erano infatti le case, che venivano immancabilmente vendute con profitti quasi sempre eccezionali. Nessuna concorrenza esterna veniva a minacciare un simile settore di industria che non necessitava peraltro di tecnologia innovativa, e aveva a disposizione in abbondanza la manodopera generica di cui necessitava. Ciò di cui l’imprenditore edile aveva realmente bisogno era quello che oggi si chiamerebbe un fattore extraeconomico: la benevolenza dei politici di turno per la concessione di una licenza edilizia che consentisse l’attività edificatoria. Tale situazione, ha spinto tanti imprenditori e amministratori a valutare il territorio come puro oggetto di lucro, la materia prima su cui fondare un rapido arricchimento individuale e familiare. Per decenni l’industria meridionale più diffusa si è realizzata tramite il saccheggio del suolo urbano e periurbano. Una simile tendenza ha avuto l’esito ben noto dello sfiguramento di gran parte delle città e delle coste del Sud. Ma essa, come ha ricordato un economista, Gianfranco Viesti, ha anche spinto l’imprenditoria meridionale in un cul de sac. Adagiata per decenni nella sua situazione di monopolio di fatto essa ha finito col rinchiudersi in un settore merceologico vecchio, che non spingeva a nessuna innovazione e a nessuna ricerca sul terreno specificamente industriale.
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D’altra parte, la vicenda raccontata da De Lucia in Se questa è una città non si limita a questo. Non solo, come vedremo brevemente, egli ci da conto, con equanimità ed equilibrio, anche delle conquiste e dei successi, pochi in verità, a favore di una urbanistica rispettosa degli interessi collettivi e dei beni territoriali. Ma ricostruisce persuasivamente soprattutto i passaggi storici fondamentali che hanno dato la curvatura, per così dire, politica, culturale e legale alle vicende urbanistiche italiane dell’ultimo cinquantennio. E sono questi passaggi che inducono lo storico a scorgere i percorsi sotterranei di lungo periodo che segnano la vita profonda del nostro Paese.Uno dei pregi già rilevato di questo saggio di De Lucia è che egli ricostruisce i fatti dell’urbanistica come una vicenda di movimenti, di posizioni intellettuali e politiche, di conflitti che coinvolgono un gran numero di protagonisti: urbanisti, magistrati, uomini politici, partiti. Ebbene, è difficile non riconoscere una tendenza profonda della vita e della cultura italiana nella sequenza di eventi che spezzano drammaticamente i tentativi ripetuti di assoggettare la rendita fondiaria e in generale il bene collettivo territorio ai progetti di un uso ispirato agli interessi collettivi.
E’ stata ricordata la sentenza del tribunale di Agrigento, che non ha individuato nessun responsabile per i danni inferti al territorio di quel comune: ridotto così perfettamente a res nullius.Ma ben più grave nelle sue conseguenze fu la sentenza della Corte costituzionale del maggio 1968, che accoglieva il rilievo di incostituzionalità mosso ad alcuni articoli della legge urbanistica del 1942 a proposito di esproprio e indennizzo dei suoli destinati all’edificazione. Quella sentenza creò un vuoto legislativo che fu variamente tamponato ma che alla fine non è stato mai colmato. Nello stesso solco giuridico e politico, benché su piani istituzionali profondamente diversi, si inserisce la vicenda politica che vede protagonista il ministro dei Lavori Pubblici, il democristiano Sullo. Tra il 1962 e il 1963 Fiorentino Sullo aveva elaborato una coraggiosa legge urbanistica che prevedeva una chiara separazione della proprietà dei suoli dal diritto di edificazione. Accusato di «voler togliere la casa agli italiani » da una ben orchestrata campagna di stampa, il ministro non fu più sostenuto dal proprio partito e dovette così dimettersi. Al vuoto legislativo creato dalla sentenza del 1968 si era provveduto provvisoriamente con la legge tampone, ma in maniera più stabile con la nota legge Bucalossi, che in materia di regime dei suoi aveva provveduto ad operare, in termini nuovi, la distinzione fra proprietà e diritto edificatorio. Ebbene, con una sentenza del 25 gennaio 1980 la Corte costituzionale rimise in discussione proprio questa recente conquista.L’Italia - non può fare a meno di constatare Vezio De Lucia - « è l’unico paese al mondo - dopo la rivoluzione francese - privo di certezza del diritto in materia di uso del suolo».
Ora, questa continua rimessa in discussione di quella che si potrebbe definire una soglia irrinunciabile della modernità urbana, vale a dire la costruzione sul territorio secondo regole che tutelino l’interese generale, non costituisce un insieme di fatti casuali. Essa rivela, con la sua continua iterazione, una corrente sotterranea profonda, politica e culturale, che percorre la vita dell’Italia contemporanea.In questo continuo riemergere, nelle prese di posizione degli organismi dello Stato, nelle sentenze della magistratura, nelle scelte dei governi e dei singoli politici in difesa della rendita fondiaria, affiora tutta la forza del conservatorismo sociale e culturale che ha accompagnato la trasformazione dell’Italia in senso moderno.Le città d’Italia e il loro territorio non sono i soli ad avere avuto nemici «armati» nei gruppi dominanti, nelle istituzioni e spesso nell’indifferenza dei ceti intellettuali. Anche le campagne hanno sofferto a lungo e storicamente oltre ogni misura il peso della rendita fondiaria e della cultura giuridica che l’ha tenacemente difeso. Ricordo che l’Italia ha a lungo detenuto un primato abnorme di preminenza del latifondo e della concentrazione giuridica della proprietà terriera.E non solo nel Mezzogiorno e in Sicilia, che ci accomunavano all’ Andalusia, o all’Alentejo portoghese, ma anche nel Lazio e perfino -aspetto meno noto- nella coltivatissima Toscana. Solo nel 1950, con l’avvio della riforma agraria, lo scandalo sociale del latifondo viene colpito fra non poche resistenze e contromisure messe in atto dai gruppi colpiti.Ma la forza politica e culturale del fronte della rendita riuscirà a manifestarsi ancora a lungo con particolare tenacia nelle campagne italiane, attraverso una resistenza strenua per impedire la riforma dei patti agrari, per ostacolare l’affermazione delle ragioni del lavoro contro quelle della proprietà.I mezzadri,occorre ricordare, la spina dorsale delle campagne dell’« Italia di mezzo», sono stati costretti ad abbandonare la terra prima di potere assistere alla trasformazione del loro patto secolare in un fitto. Trasformazione tenacemente avversata da forze molteplici e variamente dislocate.
Ora, in un Paese come l’Italia, profondamente attraversato dalla modernizzazione industriale, proiettato verso primati mondiali di collocazione economica, una così pervicace difesa degli interessi della rendita costituisce indubbiamente, per la sua durata, una evidente e clamorosa contraddizione. Le ragioni della percezione passiva di lucro, la difesa delle posizioni ereditate finiscono col contrastare e talora con l’ avere la meglio sulle ragioni non solo del lavoro e dell’interesse collettivo, ma spesso anche su quelle dell’impresa, dell’investimento produttivo, dell’efficienza, della mobilità.
Ma ancora più clamorosa e più grave appare tuttavia la contraddizione con tutta la precedente, originalissima storia d’Italia. Se si fa eccezione per ristrette ed isolate èlites intellettuali, nessuno in Italia, nella seconda metà del Novecento, sembra avere avuto consapevolezza che l’elemento più profondamente distintivo della nostra storia, rispetto al resto dell’Europa e del mondo, è la nostra civiltà urbana. La città considerata come principio ideale delle historie italiane (1858) di Carlo Cattaneo vanamente ci ha mostrato come l’intero territorio della Penisola sia stato plasmato nei secoli dai criteri ordinatori espressi dai centri cittadini. Cattaneo soleva dire, con gusto del paradosso, che in Italia «l’agricoltura nasce dalle città» volendo intendere che erano stati gli innumerevoli centri urbani disseminati nel territorio ad avere organizzato i vicini contadi, trasformandoli con i propri investimenti agricoli e secondo i dettami della propria cultura cittadina.Ma nell’Italia della seconda metà del XX secolo questa storia plurisecolare è stata spezzata drammaticamente. Le città hanno cessato di essere centri ordinatori del territorio circostante secondo progetti, di essere produttori di funzioni spaziali, di forme e anche di bellezza.. Al contrario esse sono diventate, come in una malattia autoimmunitaria, agenti di aggressione contro se stesse e contro il proprio passato.
Occorre infine abbozzare un’altra considerazione. Nei ripetuti successi dell’interesse proprietario - di cui la storia raccontata da De Lucia è fittamente costellata - si riflette anche pienamente e drammaticamente la fragilità dell’Italia come compagine unitaria. Le ripetute sconfitte subite dalla edificazione urbana, e in generale dall’uso del territorio, secondo una pianificazione che pensasse lo spazio come risorsa pubblica, da plasmare secondo i dettami e gli scopi dell’interesse generale, rivela la cronica debolezza della «nazione» italiana. Vale a dire la sua faticosa difficoltà a pensarsi e governarsi come comunità, per via della riottosità sistematica e ricorrente di gran parte dei suoi gruppi dirigenti, così pronti e decisi a far valere ad ogni costo le proprie ragioni particolari su quelle nazionali.La devastazione subita dal territorio italiano nell’ultimo mezzo secolo costituisce, sotto tale profilo, la testimonianza più eloquente della violazione riputata e sistematica cui è stato sottoposto quel patto che con il linguaggio moderno viene appunto definito nazione. Nel nostro territorio, nelle tante città sfigurate, nelle coste ricoperte di cemento, nelle colline deturpate è come stampata l’impronta anarcoide, violenta e votata all’illegalità dello spirito pubblico italiano. Coloro i quali oggi accusano di fallimento e rovesciano le responsabilità di quanto accaduto sui tentativi messi in atto dalla pianificazione urbanistica - in quanto inefficace e paralizzante - possono farlo per una condizione storica vantaggiosa:nessuno infatti è in grado oggi di mostrare che cosa sarebbe accaduto in Italia senza lo sforzo pianificatorio dei Piani Regolatori e degli altri strumenti urbanistici. Nessuno è in grado di mostrarlo, ma ogni persona di buon senso può senza sforzo immaginare che cosa sarebbe accaduto al nostro territorio se anche quei vincoli e quelle norme fossero stati rimossi.
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Proprio perchè il libro di Vezio De Lucia non è un pamhlet di denuncia, ma, come abbiamo detto, un libro di storia non sarebbe equanime né nei confronti dell’autore, né nei confronti dei lettori, limitare il quadro della rappresentazione di questo lavoro alla sua sola pars destruens. Non sono poche né meno appassionate le pagine che l’autore dedica alle elaborazioni intellettuali, ai progetti, alle battaglie politiche in favore di uno sviluppo urbano capace di contemperare la crescita degli abitati con il rispetto dell’ambiente e quello della qualità del vivere cittadino.La ricostruzione degli anni in cui si avvia la politica del centro-sinistra è insieme esemplare tanto per l’equilibrio del quadro dei fatti e dei protagonisti quanto per la contenuta passione con cui sono tratteggiati i passaggi e alla fine registrata la delusione per i pochi successi quando non per le sconfitte.Nel capitolo su Le iIllusioni del centrosinistra si possono ad esempio leggere brani delle dichiarazioni programmatiche di Aldo Moro all’ atto dell’insediamento del governo da lui presieduto, il 12 dicembre 1963: « Il ritmo disordinato che ha assunto negli ultimi anni lo sviluppo degli insediamenti urbani è stato accompagnato da una sostanziale sopraffazione dell’interesse privato sulle esigenze della comunità, da una irrazionalità e disumanità degli sviluppi delle nostre città, con la conseguenza di una diffusa e crescente distorsione del vivere civile. Tale situazione manifesta le manchevolezze e le insufficienze delle norme vigenti in materia, perciò il governo s’ impegna di prendere l’iniziativa per una radicale riforma della legislazione urbanistica».
Dunque, anche uno dei maggiori leader della DC, del partito che - sul piano politico - portava le più gravi responsabilità di quanto era avvenuto, appariva acutamente consapevole della necessità di un mutamento radicale di condotta. Ma i fatti, com’è noto, avranno un altro corso. Tuttavia l’autore dà conto della nuova ventata culturale che investe l’Italia in quella fase. Il territorio viene inserito nei progetti di programmazione economica e torna ad essere pensato come un bene collettivo che va utilizzato secondo progetti e regole condivisi.Molte delle idee e delle inziative che si elaborano in quel decennio troveranno applicazioni parziali, successi o netti abbandoni nel corso dei due decenni successivi. Essi si svolgeranno peraltro in un quadro istituzionale che dopo il 1970 muta profondamente con l’istituzione di quell’inedito soggetto istituzionale che sono le regioni. Il lettore troverà ricostruite nel testo di De Lucia le pagine più importanti di questa storia, tentata o effettivamente realizzata, in controcorrente: dal recupero del centro storico di Bologna ad opera di Pier Luigi Cervellati - solitario esempio di restaurazione di un nucleo cittadino restituito ai ceti popolari che lo abitavano - al tentato recupero dei Sassi di Matera, al grandioso progetto dei Fori a Roma, che vedrà nel sindaco Luigi Petroselli il suo ultimo e appassionato assertore politico.Certo molte battaglie rimangono senza esito. Alcune hanno tuttavia un successo di rilievo. E’ il caso ad esempio della legge per la casa del 1971: una normativa complessa, che imponeva ai comuni di acquisire le aree destinate all’edilizia popolare, e che segnerà senza dubbio « un risoluto passo in avanti nel controllo dei meccanismi di formazione della rendita fondiaria». Essa riaggiornava la famosa legge per la casa del 1962 la 167, e verrà poi completata e arricchita dal piano decennale per lacasa del 1978.
Queste ed altre conquiste normative - come ad esempio la legge Galasso del 1984, pensata in difesa del paesaggio e del territorio e variamente trasformata- fanno parte di quel « filo reciso», come lo chiama De Lucia, che le diverse e sparse forze riformatrici italiane hanno tentato e tentano continuamente di riannodare. Ma anche nei pochi successi e nelle tante sconfitte di questo insieme di forze va ritrovata oggi il filo rosso di una grande storia, da riportare alla luce, da mostrare con orgoglio e capacità di incoraggiamento alle nuove generazioni.E’ necessario riprendere o continuare le battaglie. Oggi il rispetto e la tutela di quel bene sempre più scarso che è il territorio appaiono come una necessità ben più drammatica e cogente di quanto potesse apparire solo cinquant’anni fa. La consapevolezza dei limiti ambientali entro cui è costretto il nostro agire rende sempre più obbligate le scelte che la corrente riformatrice italiana, con le sue molteplici voci, ha cercato strenuamente di promuovere nei passati decenni. La diffusa coscienza ambientalista che oggi attraversa tanti ceti sociali e gruppi intellettuali rende possibile quel vero e proprio salto di civiltà che comporta un progetto e un atteggiamento di tutela e conservazione del patrimonio cittadino. Conservazione - ricordava Leonardo Benevolo nel 1985, citato da De Lucia - il cui oggetto « non è un insieme di manufatti fisici - monumenti e opere d’arte tutelati in nome di un interesse specializzato, storico o artistico - ma un organismo abitato - quel che resta della città preindustriale, con la sua popolazione tradizionale - caratterizzato dalla qualità che manca nella città contemporanea, e che è richiesto nuovamente dalla ricerca moderna: la stabilità del rapporto fra popolazione e quadro edilizio, cioè la riconciliazione tra l’uomo e il suo ambiente». Ma anche nei confronti dell’insieme del territorio italiano, così densamente intessuto di manufatti storici, così intensamente plasmato nei millenni secondo forme estetiche consapevoli, la linea da percorre non appare oggi meno obbligata e necessaria. Tanto più se si ricorda che questo stesso territorio costituisce uno degli habitat più fragili d’Europa, luogo diffusamente sismico e sottoposto a estesi e diffusi fenomeni di erosione del suolo e di franamento. Quasi la metà dei comuni italiani sono soggetti a simili fenomeni, secondo una scala varia per intensità e gravità. Mentre la marcata concentrazione demografica e di attività produttive lungo le coste e i fondovalle rende la vita civile del Paese singolarmente esposta ai grandi eventi alluvionali. Per tale insieme di ragioni, nella fase storica in cui i grandi processi di industrializzazione sono esauriti, si rende necessario ripensare l’intero habitat nazionale secondo un progetto complessivo di protezione e di governo. Anche se forze disordinate e potenti sono ancora diuturnamente intenti nell’opera di accaparramento e di distruzione, la lunga notte di questi ultimi anni non potrà durare ancora a lungo.
«I nuovi vandali». «Gli infaticabili promotori del brutto». «La tremenda invasione della rozzezza e della brutalità». «La mania cafona dei grattacieli». Cemento e asfalto dilaganti «in nome dello sviluppo». L'automobile che s'impone e crea «una società di sedentari motorizzati». Laghi alpini prosciugati, valli riempite d'acqua, vecchi paesi sommersi, cascate che spariscono per costruire centrali elettriche. «I soliti progressisti che hanno rovinato il progresso». «Il vero è che progresso, civiltà moderna, igiene, viabilità, non sono che scuse alla mania distruttiva, al desiderio di lucro, all'ignoranza e al cattivo gusto». Non sono invettive di qualcuno inorridito dalle devastazioni ambientali e dagli scempi urbanistici, ormai pratica quotidiana nella berlusconiana Italia dei condoni: sono brani di quaranta, cinquanta anni fa, scelti a caso da L'Italia rovinata dagli italiani, una raccolta di scritti di Leonardo Borgese, dedicati all'ambiente, alla città, al paesaggio, curata da Vittorio Emiliani (Rizzoli, pp. 342, € 19), che tristemente ci dice come la disinvolta pratica italiana di rovinare l'Italia abbia antefatti lontani. Gli articoli, apparsi sul Corriere della Sera tra il `46 e il `70, coprono un periodo estremamente significativo della nostra storia, che muove da un'Italia sconfitta, povera e in macerie, e però già pervasa dalla febbrile euforia della ricostruzione, per giungere al pieno dispiegamento del miracolo economico. Un percorso che segna il passaggio dalla miseria dei più a un benessere via via più diffuso, il prevalere dell'ottimismo su sacrifici squilibri iniquità, l'imporsi del consumo come simbolo e vanto di un nuovo status raggiunto, l'affermarsi della tv come agenzia formativa prioritaria per la gran massa della popolazione, l'onnipresenza della pubblicità. Una sorta di mutazione antropologica che inevitabilmente (Pasolini ne è stato il testimone più intelligente e severo) si colora di una mentalità da «nuovi ricchi» o aspiranti tali, fatalmente sedotti dalla modernità non importa quale, dalle «grandi opere», dal trionfo tecnologico, dal possesso e dall'ostentazione. Una trasformazione che nel suo procedere incontra ben pochi limiti e correzioni da parte degli addetti alla gestione e alla difesa della cultura, in ogni suo territorio e funzione: a partire dai diretti incaricati - governi, amministrazioni locali, sovrintendenze - fino alla gran parte delle più eminenti personalità del sapere.
Leonardo Borgese è una delle poche eccezioni. Uno che (come nota Emiliani, felicemente ricostruendone l'esemplare biografia) sa mettere a pieno frutto il privilegio di essere nato e cresciuto in ambienti della migliore cultura italiana, di cui rigore morale e antifascismo erano stati puntuali contrassegni; che coerentemente, dopo la resistenza e la guerra, accetta una vita difficile, anche materialmente, per difendere con inflessibilità le proprie opinioni, e con occhio infallibile e parola indignata denunciare tutti gli interventi urbanistici o restaurativi che peggiorano anziché migliorare e salvare le bellezze del paese. A cominciare da quelli operati per fini autocelebrativi già in epoca fascista (l'abbattimento di vecchie case popolari del centro di Roma per costruire la «funebre» piazza Augusto Imperatore, lo sventramento di Borgo Pio per fare spazio a Via della Conciliazione che lui chiama la «marcia degli obelischi»), continuando con il pessimo restauro del Caffè Pedrocchi a Padova, la copertura dei Navigli a Milano, la spoliazione sistematica delle Ville vicentine, i parchi sacrificati al cemento del boom edilizio, la «Brianza che tramonta nel cemento», l'illuminazione al neon che «uccide il chiaro di luna» sul Canal Grande...
Voce scomoda e spesso isolata, non risparmia nessuno dei «colpevoli di lesa patria» in una serie di abusi, sopraelevazioni, superfetazioni, demolizioni, sfruttamento intensivo del suolo cittadino, in un crescente caos architettonico e urbanistico, dai più - spesso con l'avallo o addirittura la complicità delle sinistre - contrabbandato per sviluppo. Voce per molti versi anticipatrice e addirittura profetica: nel `59 parla dell'acqua come «bene di tutti»; già all'inizio dei `60 sollecita le amministrazioni a chiudere i centri storici al traffico motorizzato e incentivare il trasporto pubblico. Mentre con insistenza ripete: «Le buone amministrazioni non demoliscono, restaurano»; e sottolinea anche che salvare il patrimonio storico e artistico del paese può risultare proficuo anche per i nostri bilanci; perfino, con grande anticipo, vede e sostiene la necessità di un «comando unico» delle attività e degli organi addetti alla gestione e alla salvaguardia del patrimonio artistico, cosa che accadde parecchi anni dopo la sua morte, per iniziativa del governo Spadolini, con l'istituzione del ministero della cultura, ma senza conseguenze gran che apprezzabili.
Negli anni in cui scriveva Borgese il mercato non era ancora spudoratamente dato come misura di ogni agire, l'ossessione della crescita e del pil non era ancora il leitmotiv della vita, l'economicismo non dominava e inquinava nella misura di oggi, sopraffacendo ogni altro valore. E però già lui con furore dichiarava, che quanto viene chiamato cultura non è che «duro affarismo, avido, cieco, sordo, odioso e presuntuoso utilitarismo, puzzo, veleno, neon, frastuono».
Non si può negare che il panorama attuale della cultura italiana - tra anarchia urbanistica programmata a norma di legge, logiche partitiche e clientelari prevalenti insieme alla più scorante incompetenza nell'amministrazione pubblica del settore, dissesto territoriale consentito, anzi promosso, in favore delle mafie e della speculazione immobiliare - sia tremendamente peggiorato. E però, a ben guardare, le differenze sono soprattutto di scala, legate alla dilatazione produttivistica che per quantità esponenziali sempre più caratterizza oggi ogni attività, anche quelle che da ben altri criteri e finalità dovrebbero essere guidate. I vizi che ne sono la ragione profonda c'erano già tutti nell'Italia di Borgese, e lui era uno dei pochi a dirlo.
Quando, tre anni fa, Carlo Desideri mi parlò del suo progetto di approfondire la questione del National Trust e del Conservatoire du littoral come antidoto al dilagare del massacro dei luoghi più belli del nostro Paese, confesso, ora, che la cosa mi lasciò alquanto perplesso. Eravamo nel pieno dispiegarsi delle politiche del centro-destra, impostate, com’è noto, sul laisser faire. Ma non è che da sinistra si vedessero segnali molto diversi: nessuno degli uomini politici più in vista si stracciava le vesti per tutelare l’ambiente e il paesaggio.
Carlo e Emma Imparato mi hanno poi, a più riprese, tenuto informato degli sviluppi della ricerca, di cui ho potuto leggere con grande piacere i manoscritti. E, nel frattempo, qualcosa cambiava. Soprattutto in Sardegna. Renato Soru, praticamente appena insediato, emanò un decreto che bloccava l’edificazione sull’isola fino alla redazione di un nuovo Piano paesistico. E, contemporaneamente, deliberava la costituzione di una Conservatoria delle coste, quale struttura organizzativa della Regione.
Il progetto di Piano paesistico della Sardegna è stato appena adottato e la Conservatoria sta facendo i primi passi, affidata alle cure di Giovanni Carta.
Il lavoro di Carlo Desideri e Emma Imparato, sviluppato anche grazie al sostegno di Carlo Alberto Graziani, che firma un’ampia presentazione del volume, finisce così per diventare di stringente attualità. Addirittura uno strumento di lavoro per quelle giunte regionali (speriamo non solo di centro-sinistra), che volessero intraprendere la strada di agevolare iniziative di tutela, al riparo da ogni rischio di degrado.
Perché, l’intuizione felicissima della ricerca di Desideri e Imparato, è quella di mettere l’accento sul fatto che ci sono due strade possibili per creare un patrimonio inalienabile di aree protette: quella inglese, basata sulla cessione volontaria e comunque a gestione privatistica, e quella francese, basata sull’acquisizione pubblica e a gestione pubblica (degli enti locali) o eventualmente privata.
Gestione rimane la parola chiave: non si tratta di patrimoni in cui governa la natura naturans. Al contrario, parliamo di interi sistemi paesaggistici che coniugano tutela e produttività, che conciliano la massima qualità ambientale con la presenza antropica idonea a garantirne la salvaguardia e il godimento. E, soprattutto nel caso inglese, a praticare attività agricole compatibili e redditive, turismo e benessere.
Le indicazioni per il caso italiano sono molteplici: nel nostro Paese esistono patrimoni pubblici di aree che si sono dimostrati validi ai fini della tutela (pensiamo al demanio militare), e forme pubbliche o pubblicistiche o collettive che invece hanno poco garantito sul terreno della tutela. O perché erroneamente (o colpevolmente) ritenute superate (è il caso delle varie forme di uso civico), o perché mal gestite (pensiamo al demanio marittimo). E, comunque, la questione dei demani va riordinata e resa gestibile: ma non certo alla maniera di Tremonti, che è riuscito a inserire nella finanziaria, senza particolari resistenze, una sciagurata disposizione sulle concessioni relative al demanio costiero.
Il libro di Desideri e Imparato andrebbe diffuso soprattutto in vista della prossima campagna elettorale. Questo lavoro indica una direzione chiara e praticabile, anche in forma comparata, per un riordino di tutta la materia delle proprietà pubbliche o d’interesse collettivo, con una particolare attenzione alle forme di gestione. Senza trascurare di rileggere criticamente l’esperienza dei Parchi naturali, certamente importante ma che non può soddisfare. L’esame deve essere laico: dobbiamo rivedere anche criticamente l’insieme degli strumenti di pianificazione territoriale. Dobbiamo dare spessore e continuità a quella fase, che ormai data un ventennio, nella quale fiorirono diversi strumenti di piano, tutti concorrenti ma o poco praticati o comunque inefficaci: piani paesistici (1985), piani di bacino (1989), piani territoriali provinciali (1990), piani per le aree protette (1991). Deve nascere una nuova stagione che ponga al centro il paesaggio e l’ambiente. Riapriamolo davvero questo capitolo, senza più dimenticare che non basta fare delle buone riforme senza garantire contemporaneamente forme di gestione idonee e un sistema conseguente di controllo dell’efficacia delle leggi.
Gustavo Zagrebelsky ha finito da poco il suo servizio di giudice costituzionale. E scrive un libro con il proposito di «continuare a servire un poco la giustizia costituzionale»: per fare conoscere la nostra Corte costituzionale, vista dal di dentro e nel suo difficile rapporto con il mondo esterno (Principi e voti. La Corte costituzionale e la politica, Einaudi, pagg. 131, euro 8). Ma la precisa sensazione del lettore è che parlando della Corte non è solo dell´istituzione centrale del nostro tempo che si parla («come il secolo XIX è stato il secolo dei Parlamenti, così il secolo XX è stato il tempo della giustizia costituzionale»). Si parla innanzitutto della Istituzione come concetto generale, e fondamentale, dell´ordinamento giuridico. Spiegando usi, regole e rischi del nostro tribunale costituzionale, si penetra in realtà in uno dei dogmi più misteriosi - e nello stesso tempo più necessari - del moderno costituzionalismo. L´Istituzione, appunto, al principio e alla fine del discorso costituzionale: ma di per sé, nella sua intima natura, sottratta ad ogni discorso. Ebbene, Zagrebelsky riesce nell´impresa, ricostruendo l´impasto di persone e regole, di bilanciamenti di forza e debolezze, di aperture e chiusure verso gli altri mondi di vita, che costituisce l´in sé della Istituzione, come categoria angolare del diritto.
Ecco allora che, più delle "voci di fuori", sono essenziali, per capire, le "voci di dentro" della Corte. Il significato dell´istituzione - secondo Zagrebelsky - appare più autenticamente attraverso i comportamenti, che non attraverso le norme scritte. «L´istituzione, più precisamente l´idea della istituzione, è presupposto al diritto posto. Il diritto ha sempre, rispetto alla consapevolezza istituzionale, un valore susseguente».
L´istituzione, insomma, "è" nei comportamenti, nei ragionamenti, nella coscienza di quelli che, per un certo periodo, sono chiamati a farla vivere. Ma questo non significa che l´istituzione-Corte si risolva nella soggettività, e nella transitorietà, dei suoi componenti. Essa, al contrario, li "plasma", con "virtù omeostatiche", capaci di assorbirne e neutralizzarne limiti e difetti, con una forza di bilanciamento tra i vizi degli uni e le virtù degli altri (o degli stessi...). Da dove deriva questa forza interna, istituzionale, della Corte? Zagrebelsky indica un luogo e una regola. Il luogo è la "camera di consiglio", come "spazio spirituale" di quella particolare unità che fa dei quindici giudici una sola "persona in grande". «L´attività della Corte è imperniata sulla personalità individuale del giudice. Al tempo stesso, però, è rigorosamente collegiale. I giudici fuori del collegio non sono nulla».
La regola è quella del «mantenimento delle condizioni di omogeneità costituzionale»: cioè la consapevolezza della "funzione repubblicana" della Corte, nella sua funzione costante di integrazione "politica" del paese. Questo significa, da un lato, lo sforzo permanente, nelle decisioni della Corte, di «raccogliere in unità il maggior numero possibile di ragioni costituzionali». Di "non dividersi" sulla Costituzione perché «la Costituzione è ciò su cui non si vota»: dato che «si è già votato su di essa, una volta per tutte, all´inizio». E quando, tuttavia, vi è divisione, tutti i giudici sono sconfitti perché «da una parte e dall´altra ci si deve chiedere: quanto ho mancato in capacità di persuasione nei confronti di chi non è stato dalla mia parte?».
L´altro lato della funzione repubblicana della Corte è nella sua fedeltà, nel tempo, a se stessa. Con il valore altissimo assegnato ai precedenti, «il passato stringe a sé il futuro» e l´istituzione mostra il suo "carattere" difendendo la stabilità del principio giuridico e la prevedibilità della sua applicazione.
Ma perché l´istituzione Corte ha questa regola di omogeneità logica e temporale come suo legamento intimo, strutturale? L´ha perché essa deriva dalla natura stessa della Costituzione: che è una natura "pluralistica" a cui deve corrispondere una logica «orizzontale, compositiva e includente di ogni possibile ragione costituzionale». L´ha perché «non si può mai ripartire da zero». Se non fosse così la decisione apparirebbe prodotto della «mera volontà del momento e non della ragione giuridica radicata nei testi costituzionali».
Con questo argomentare denso di rigore e di severità, Zagrebelsky arriva all´essenza dell´istituzione Corte: la sua necessaria "condizione di estraniazione" al personale e al contingente, la sua "pretesa di esclusività" nell´assumere la Costituzione come proprio "abito mentale e morale".
Giunto a questo punto così alto e intenso - quasi il paradigma della "moralità istituzionale della Corte" - il libro si scontra però con le debolezze degli uomini e del suo tempo. Pagine piene di inquietudine sono dedicate a certe prassi malformate della Corte: come il numero "abnorme" di ordinanze di inammissibilità, spesso "vie di fuga" per evitare gli "scogli" di una divisiva decisione di merito o come le "simulazioni di continuità" giurisprudenziale in luogo di una responsabile dichiarazione di ragionata discontinuità.
Ma è vera indignazione quella che esplode contro le "fedeltà improprie" che spingano i giudici ad artifici argomentativi per chiare ragioni di partito preso o contro la ridicola, improvvisa facondia di giudici che coltivino aspettative di futuri benefici politici dopo il servizio alla Corte. È il punto dolente contro cui si muovono progetti di legge: rimedi che Zagrebelsky giudica però inadeguati e aggirabili rispetto alla forza di un superiore costume etico.
Ci sono, dunque, queste insidie conficcate nel cuore della Corte. E tuttavia esse non prevalgono sulla funzione della istituzione che meglio impersona quello che sta scritto nell´articolo 1 della Costituzione sui "limiti" alla sovranità popolare. Una "funzione antimaggioritaria", dunque, che limita la "quantità" della democrazia per preservarne la "qualità": perché «il senso del diritto della Costituzione è precisamente impedire il bruto predominio». Quello che si esercita con leggi personali, "manifestazione estrema" di corruzione della democrazia. O con l´"irrazionalità" di leggi che rompono insieme la logica dell´ordinamento giuridico e la Costituzione in quanto garanzia di equilibrio e di ponderazione (è il tema su cui Zagrebelsky è tornato pochi giorni fa su questo giornale, a proposito dell´eversivo progetto elettorale per il Senato).
Scritto in tempi bui per la Costituzione e per la democrazia, questo breve libro vibrante si conclude con una visione di realistico ottimismo. La funzione di garanzia repubblicana dell´istituzione Corte intercetta oggi e "alimenta" un "desiderio di Costituzione", anzi una "volontà di Costituzione". Nasce questa dal diffuso «bisogno di vivere non nel regno della forza ma nel regno del diritto che regola la forza». Con questo libro il servizio reso dal giurista alla giustizia costituzionale è compiuto. Può tornare tranquillo all´Università. E adottare ad epigrafe del suo rendiconto, il monito biblico: «Non seguirai la maggioranza per agire male (Es. 23.2)».
Il patrimonio artistico è in pericolo. Spesso è sul baratro della voragine speculativa e spesso rischia di perdere il suo valore primario: essere simbolo della nostra storia. Ecco cosa racconta Battaglie senza eroi, l’ultimo libro di Salvatore Settis (Electa, pagg. 412, euro 18) che raccoglie documenti integrali (compreso il carteggio Berlusconi - Ciampi) e scritti del direttore della Scuola Normale di Pisa che da lungo tempo si batte per la salvaguardia dei beni culturali.
E’ un vero dossier che mette in luce il bene e il male, l’acuirsi delle sofferenze nel corso di questa legislatura, durante la quale è stato varato il Codice Urbani, i problemi di un paese carico di monumenti che continuamente necessitano di restauri. Ma di frequente mancano i fondi. E’ un grave problema.
Salvatore Settis per prima cosa vorrebbe «modificare profondamente la cultura del restauro. Come diceva il direttore dell’Istituto Centrale per il restauro Giovanni Urbani l’ideale del restauro è che non ci sia. L’attenzione e la manutenzione ordinaria del monumento dovrebbero essere tali da impedire il degrado. Manca proprio questo: una conservazione programmata. E’ un’idea elaborata in Italia ma ancora non riusciamo ad attuarla».
Ma è la direzione da prendere. Altrimenti rischiamo di restaurare le cose quando ormai sono in rovina, come purtroppo spesso avviene. Oppure, come altrettanto avviene, si interviene soltanto sulle opere più famose perché danno lustro allo sponsor. E in quale stato versa il patrimonio archeologico?
«E’ in bilico. Da un lato c’è ancora molta attenzione da parte delle soprintendenze ma dall’altra le stesse si stanno svuotando, non c’è ricambio del personale. Le assunzioni degli ultimi vent’anni sono state pochissime. Ora c’è anche il rischio che le competenze vengano assunte dai soprintendenti regionali e che diminuisca il numero degli addetti tecnico scientifici. Questo mentre cresce il valore delle nostro patrimonio archeologico. Ma al contempo aumentano le speculazioni, gli scavi clandestini, la vendita di reperti illegali sul mercato internazionale».
A proposito di questo. Tra le opere archeologiche conservate al Getty Museum, una quarantina sono state esportate illegalmente dall’Italia. Lei ha diretto un settore della Fondazione Getty, il Getty Research Institute, che è cosa diversa dal museo. Ma cosa pensa di questo "affaire"?
«Il Getty ha avuto un periodo di acquisti imprudenti. Ma vanno ricordati due fatti. Il primo: il Getty ha già restituito all’Italia numerosi reperti archeologici tra cui, ad esempio, tutti i materiali di Francavilla Marittima, centinaia di pezzi. Il secondo: il Getty ha pubblicamente dichiarato, ed è stato il primo museo americano a farlo, di aver avviato una nuova politica delle acquisizioni, si è impegnato a non acquistare oggetti dalla provenienza non documentata. E’ vero che in passato ci sono stati dei momenti in cui sono avvenuti acquisti imprudenti ma negli ultimi dieci anni il Getty ha modificato molto la sua politica. Gli episodi di cui si parla oggi sono avvenuti molti anni fa».
Ma sono tutte autentiche le opere del Getty Museum? Federico Zeri cessò ogni collaborazione con il museo dopo l’acquisto di un Koùros che giudicava falso.
«Sul Koùros credo che avesse ragione Zeri. Ma fu acquistato come autentico e il Getty lo ha difeso per molto tempo. Il caso più clamoroso e accertato è però quello di una testa attribuita allo scultore greco Skopas che fu comprata da uno dei conservatori del museo, Jiri Frel. Pubblicò un volume, la presentò pubblicamente. Fu poi dimostrato in maniera inoppugnabile che era un falso. Il Getty, come tutti i musei, può fare degli errori. Ma la collezione è di alta qualità».
Se fosse passato l’ "archeocondono" cosa sarebbe accaduto con il Getty?
«Se fosse passata i miei commenti sarebbero diversi. L’ "archeocondono" avrebbe autorizzato chiunque a commerciare archeologia. E’ stato fermato dal governo, ma l’autore, l’onorevole Conte di Forza Italia, non l’ha ritirato ed è diventato sottosegretario. In questo caso prevalsero la ragionevolezza e la Costituzione. Non altrettanto può dirsi per la depenalizzazione dei reati contro il paesaggio. Nonostante la Costituzione ed anche l’opposizione dell’allora ministro Urbani, è stata approvata».
A proposito di Urbani. L’idea del codice di trasformare i musei in fondazioni autosufficienti è reale?
«L’idea dell’autosufficienza è assurda. Nessun museo americano si regge da sé. Il Getty ha un patrimonio investito di 9 miliardi di dollari, non vive con i biglietti, l’ingresso è gratuito. Quanto alle Fondazioni italiane... può essere una buona idea. Ma l’unica, la Fondazione del museo Egizio, non decolla e a mio avviso ci sono gravi inconvenienti. Lo Stato mette tutto, beni per un valore di 2 miliardi di euro. Le Fondazioni bancarie 70 milioni di euro, gli enti locali, 3. Ma allo Stato vanno solo 3 membri del consiglio di amministrazione, 6 agli altri. E’ in minoranza. Direi che siamo partiti veramente male»