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da Lorenzo Venturini (New York)

8 febbraio 2003

Notizie da N Y

Cercando case, ho incontrato, nell'ordine: una sudentessa di origine est europea che mi voleva rifilare per studio a east village un buco squallido e senza luce (810 $); una graziosa stanza a Brooklyn in zona nerissima di una presunta ragazza designer di lampade: dignitosa. Una stanza in bellissima villetta vittoriana stile via col vento in zona residenziale nera di Brooklyn gestita come b&b da una dignitosa e fiera signora di colore, vestita con camicione a quadri come presumo i taglialegna dell'Oregon. Penso che prenderò quella, tra parentesi (850 $), che si rivelerà una straordinaria cantante jazz, quando avrò preso la camera li. Una stanza squalliduccia e decadente in appartamento enorme di palazzo ottocentesco nella bellissima Harlem vicino Central Park, di proprietà di un equivoco ma educato gay nero di mezza età che sostiene di aver cantato jazz e di aver conosciuto a Milano Mike Bongiorno: roba da film in bianco e nero anni '40. Un piccolo dignitoso duplex sulla 22th est di una insegnante di inglese sui quarantacinque, ordinata ma un pò paranoica che mi ha sottoposto ad un autentico interrogatorio precompilato, finito con il fuori programma: Have you seen "L'ultimo bacio" and "Pane e tulipani"? (questo l'avrei preso ma mi hanno preceduto). Un buco in piccolo stabile in stile di 4 piani, in zona ONU - 35 street, di una che al telefono sembrava una simpatica signora di mezza età che insegna danza a Broadway e che si è rivelata un bel travestito di colore con capelli alla giamaicana che probabilmente balla davvero, ma altrettanto probabilmente arrotonda sempre grazie al suo corpo... era tutto/a emozionato/a! Un misterioso appartamento in palazzo signorile dell'Upper East Side (la zona dei ricchissimi) a mezzo block da Central Park, con ingresso sorvegliatissimo da omino in livrea e tendina verde di fronte alla porta sul marciapiede (dov'era il trucco? lo sfigatissimo studio di una artista pieno di quadri accatastati ovunque e sporcizia e trasandatezza, e malessere esistenziale, credo: tutto per $ 750).

New York (soprattutto Manhattan) è una città emozionante, a tatti vertiginosa, ma anche dura. Non da scampo. Chi è più debole o povero fa una brutta fine, si trascina. Chi sta bene, apparentemente scivola accanto a chi arranca, senza particolari sensi di colpa, e - sembra - con l'aria soddisfatta di chi apprezza la propria condizione di privilegio.

La metropolitana è uno straordinario contenitore sociale, dove si sfiorano barboni all'ultimo stadio, artisti improvvisati, cinesi che cantano opere liriche Italiane, emigranti composti ma un pò tristi provenienti da ogni dove, neri vestiti di colori sgargianti delle squadre di basket con giubbotti oversize, qualche sporadico giovanotto in nero, brillantemente in carriera, che esce in orario di punta dai templi della finanza (di solito belloccio, curato, con facciotta da ottimista e battuta sempre pronta con i colleghi), qualche squinzia bionda e fighetta, firmatissima, che, attraverso un mix di look, atteggiamento sprezzante-ma-sexy e un sottile, percettible nervosismo rivelato dal frequente ricorso al controllo dell'ora o alla manipolazione del cellulare, dipinge un quadro di invalicabili barriere socioeconomiche troppo alte per essere anche solo messe in discussione: WASP! anzi, GASP! Per associazione mi vengono in mente le piccole meschinità ottuse dei nostri yuppini Italiani di belstaff vestiti e di tod's calzati e porsche boxter muniti. Le sento molto lontane. Mi opprime l'idea di una vita così mentalmente obbligata come quella del provinciale ricco annoiato, cinico e senza altri valori che quelli economici.

Ma ciò nonostante apprezzo di più il valore dei soldi, fuor di retorica postcomunista nostrana che disprezza il vil denaro. Per me qui ricchezza significa possibilità di scegliere, anzitutto, della propria vita, e superare la condizione di una vita minima, che ho per un pò intravista e assaggiata. Scusate se oso. Ma a NY purtroppo, la qualità della vita sembra essere = a quantità di denaro a disposizione.

Detto questo, farò del mio meglio.

Ultima cosa: senza avere ogni giorno berlusca nelle orecchie e i suoi oppositori, anche New York sembra in fondo una città tranquilla.

Alla prossima

Da Lodo Meneghetti (Milano)

30 maggio 2003

Le malefatte ambientali crescono

Caro Eddy,

dunque l'elenco delle malefatte ambientali cresce, come è logico in una situazione in cui chi governa è votato a distruggere il buono e il bello, e chi oppone ha relegato la questione ambientale, territoriale, urbana all'ultimo posto delle rivendicazioni, anzi non ci fa caso. Al mio riassunto del 16 maggio relativo ai disastri recenti (Sistiana, Porto Cesareo, "risorgimento" del Fuenti, delega al governo, "vele" ridicole, si aggiunga il programma per il Circeo (su "la Repubblica" del 29 maggio vedi p.27), una mazzata su un parco già profondamente ferito quarant'anni fa. Inoltre: come mai c'è assoluto silenzio sul destino del golfo di La Spezia? Lasciamo perdere lo scandalo dell'omertà intorno alla trentennale discarica piena di materie inquinanti e velenose, ma oggi è in pericolo la residua bellezza e funzionalità di un luogo che ha attratto nei tempi poeti e artisti d'ogni parte. Sarò banale, ma rievoco qui la (presunta) nuotata di Byron nella grotta al capo di Portovenere. Da un lato esiste l'intenzione di favorire l'accesso alle più grandi navi porta-container scavando il golfo (!!), dall'altro vive la solita manovra "culturale" a copertura di probabili, anzi sicuri scempi: mi riferisco al'intenzione del comune (e altri?) di realizzare un nuovo cosiddetto fronte a mare: convegno con architetti, esperti, ecc. ecc., ipotesi di un grande concorso. Naturalmente colleghi italiani e stranieri abboccano ("come tinche di fosso", dicevamo da ragazzi svagando lungo rogge e fossi della nostra pianura risicola), sperano che tocchi a loro di fare qualcosa e così sono disponibili appunto a coprire scelte urbanistico-economiche di destra adottate da amministratori etichettati di sinistra (purtroppo, lo sappiamo, l'etichetta ormai dice poco o niente; anzi dice molto alla rovescia, vale a dire che essa stampiglia uguaglianze, non differenze. Ho pregato l'architetto Valentina Giannina, mia ex allieva tesista assistente, che vive e lavora nello Spezzino e si muove coi verdi, di inviarti informazioni più precise.

Ciao, Lodo

P. S. - Apro "la R" di oggi e vedo a pp. 12 e 13. Sapevamo già, ma ritrovarsi di fronte all'agonia di Portofino, Argentario, Lago di Sabaudia, Stelvio, Ticino (quante volte mi sono tuffato nel fiume da ragazzo?), Gran Sasso... Qualcuno mi guarda storto quando sostengo che il paese è in rovina, effettivamente tutto in rovina, da ogni punto di vista. Eppure è così. Chi l'ha realmente conosciuto il nostro paese, quando non aveva ancora gettato ai cani la sua dote, mi darà ragione.

Guarda un pò, alla mia età non riesco a ritrarmi e a vivere senza continue incazzature.

Caro professore mi sono appena imbattuto nel suo sito eddyburg.it, ho letto quasi tutto, con una voracità che da tempo non conoscevo.

Sono figlio di Vico di Pantano, e ho sempre sentito narrare dai miei nonni "di quando c'era la palude".

Racconti di vita dura, vissuta tra l'inedia e la malaria, dove però c'era anche spazio per "l'Arcadia", la pesca delle anguille, le bufale, e i signori venuti da Napoli per la caccia ai "mallardi".

Oggi i mafiosi, che pure sono figli di questa terra hanno cambiato quell' "età dell'oro" in "età del cromo esavalente".

Il "Vicienzo Ucciero" che voi citate nei vostri ricordi potrebbe essere uno dei miei bisnonni: “Un personaggio importante era Vicienzo Ucciero, mezzadro di Vico di Pantano. Era la più grande delle nostre proprietà: due o trecento ettari di palude, tra il Volturno e il Lago Patria. Luogo di grandi cacciate (ricordo le fotografie dove alcuni massicci signori baffuti, con lunghi schioppi, esibivano colline di uccelli più piccoli e sorreggevano ghirlande di anatre e altre specie commestibili), e di bufale”

E le fotografie che voi citate, se ancora esistenti, sarebbero un grandissimo aiuto per la ricostruzione di una memoria iconografica che aiuti LA MIA TERRA, (mère nourricière) ad uscire da un presente tanto indegno.

Tanti saluti.

Caro Saggiomo, la sua lettera mi ha fatto molto piacere. Sarebbe proprio bello se lei fosse pronipote di Vicienzo Ucciero, che ricordo con grande affetto. Purtroppo non ho tracce delle fotografie, che si devono essere perse con tutto il resto (sauf la mémoire) con la guerra. Comunque chieder ai miei cugini. Chissà, forse se metto la sua lettera nel mio sito, questo potrebbe aiutare a raccogliere in giro altri ricordi? Proviamo?

Saggiomo si riferisce ai miei Ricordi pubblicati qui

caro Eddy,

ti ricordi di "quelli della notte" e dell'emiliano "spinto" Ferrini, lettore assiduo della rivista "unione sovietica", quando lui, abituato alle tranquillizzanti spiagge romagnole, descriveva con terrore il mare scoglioso e profondo di Taormina? "ma i bambini muoiono!", si costernava, " ci vorrebbe una bella piattaforma di cemento, così almeno si appieda per qualche chilometro".

certo il mare di Ferrini non è quanto di meglio ci si possa aspettare, come futuro delle estese coste rocciose del Belpaese e delle sue isole; ma questa non è una buona ragione per decidere definitivamente che vengano cancellate le spiagge; percorrendo con una certa frequenza la litoranea adriatica - ma questo vale per qualsiasi litoranea -, si percepisce, un anno dopo l'altro, come, mentre altrove e con determinazione "il deserto cresce", in Italia, sia pure con dovizia di aiuti umani e istituzionali, "la spiaggia scompare" (e questo è un problema che, ai tempi del buon Nietzsche, non doveva avere ancora dimensioni, come oggi, preoccupanti)..

Tornando al mare, c'è un altro segnale, vistoso e malinconico, di come cambi il paesaggio marino: l'estesa e generalizzata adozione di barriere di frangiflutti a un cinquanta-cento metri dal litorale, difesa flebile e antiestetica contro un'erosione che diviene di anno in anno più cospiscua e minacciosa. bene, uno dei motivi principali - se non "il" principale di questa cancellazione delle spiagge dal paesaggio è proprio la scomparsa del sistema di dune e controdune e della vegetazione che lo accompagna: l'adriatico, per quanto Ferrini e i suoi amici tedeschi che scendono (ogni anno un pò meno) a mangiare salsicce e bere birra, è destinato a restare senza spiagge; costruiti esattamente sopra il sistema delle dune, come recitano le pubblicità, "a due passi dal mare", i vari e imponenti hotel Acapulco, Miami e Copacabana si troveranno nel giro di decenni in una situazione quasi veneziana: direttamente lambiti dalle onde.

Ora, a proposito del Circeo, e prima ancora di sollevare il problema dell'intervento distruttore delle "regole", ormai consueto in ogni atto che provenga da questa maggioranza in qualsiasi settore della vita pubblica, credo che questo aspetto di salvaguardia debba essere prioritario; dopotutto, lo "stato", da manuale di diritto costituzionale, si compone anche del proprio territorio, e questo anche in termini di estensione....

poco importa che la "liberalizzazione" parziale che si propone per parte del parco del Circeo non riguardi strutture abitative ma altre destinazioni: il problema è la compromissione, prima insinuante, in seguito progressiva, infine definitiva, di un sistema naturale che letteralmente "fa esistere" quella porzione di territorio; è probabile che negli anni trenta non si sapesse ancora di "zonizzazione" (anche se molto meno probabile di quanto non pensi chi lo sostiene); ma le conoscenze circa l'erosione dei suoli, e con essi delle fasce costiere dovevano essere già abbastanza avanzate, se il Serpieri negli anni venti era in grado di promuovere la legislazione sul vincolo idrogeologico che è tuttora in vigore...

si parla di stabilimenti e attrezzature balneari, come se questo fosse ciò che cerca il turista - specialmente europeo - del terzo millennio; contemporaneamente, si tende a cancellare esattamente quanto quel turista potrebbe attrarre, quanto potrebbe competere con il selvaggio/esotico di altre località, dalle Antille all'Oceano Indiano; si è miopi programmatori economici e, come in ogni altro campo, distruttori: del diritto, del buon senso, della giustizia, dell'economia e della ricchezza, perfino delle spiagge.

un'ultima notazione, che c'entra poco o niente: fra i tanti commenti in margine alle ultime amministrative parziali, molti hanno riguardato (dal momento che si è votato a Messina) la questione del ponte sullo stretto; mi è venuto in mente che una cosa sicuramente, realizzando il ponte, andrà distrutta: lo scenario che Salvatore Quasimodo aveva davanti agli occhi quando scrisse la poesia "cielo e mare", il cui celebre unico verso è "m'illumino d'immenso"; ma l'appellativo divino d'immensità male si addice a quest'Italia in cui, gli dei esiliati, parafrasando Nietzsche, la spiaggia scompare.

Italia, stato in cui i luoghi sono i veri desaparecisos; e tanti auguri a chi si propone di contrastare l'ormai conclamata recessione economica incentivando il turismo; certo, si può sempre disseminare le coste di quelle rassicuranti ed enormi spianate di cemento che voleva Ferrini, a sicurezza di bambini abituati alle spiagge; ma con l'efficienza che mostra il sistema dei lavori pubblici in questo paese, temo che anche su questo non ci si possa fare troppe illusioni.

Caro Eddy,

il tuo cortile è aperto anche a incontri non strettamente legati all'architettura e all'urbanistica. C'è politica, società, ecc.ecc. C'è chiarezza dell'ospite in cortile circa la posizione da tenere in questa fase della lotta. Hai sempre riprodotto articoli importanti ai fini di una speranza, per la sinistra, di risalire la china e, invece, di farvi rotolare in giù gli attuali padroni del potere.

In breve: c'è il referendum. Dico che si deve votare sì anche contro certe incredibili, a mio modo di vedere, perorazioni per l'astensione provenienti da sinistra. Il 18 maggio scorso è apparso su "la Repubblica" un magnifico articolo di Luciano Gallino: Articolo 18, perché votare sì. Non avevo dubbi, ma provi soddisfazione quando un personaggio di alta statura professionale e morale ti dice che sei nel giusto. Breve: mi è venuta la voglia di fare altre verifiche e ho scritto ad Augias, il bravo Augias, che si era schierato contro il referendum, come altri, in maniera convenzionale, superficiale. Ti mando in allegato la lettera, alla quale lui non si è degnato di rispondere. Non pretendevo la pubblicazione nella sua rubrica, ma almeno un cenno personale. Questi sono episodi che, se non sei più che maturo grazie o a causa del mucchio di esperienze fatte, ti farebbero scostare da certi punti fermi (abbastanza fermi) cui credevi di essere collegato.

Il tuo parere?

Ecco la lettera inviata da Meneghetti il 21 maggio alla “Repubblica”:

Caro Augias,

ammiro molto il suo lavoro, leggo sempre le sue risposte che viste nel loro insieme mi sembrano rappresentare un manuale di cultura moderna democratica e, perché non dirlo, di sinistra, senza aggettivi. Per questo mi sono meravigliato, qualche tempo fa, quando ho letto della sua posizione a proposito del referendum sul famoso articolo 18, la stessa di molti altri democratici che invitano a far fallire la consultazione invitando a starsene a casa. Nel nostro paese la buona educazione democratica e le sollecitazioni dei partiti costituzionali si sono sempre rivolte (salvo la nota eccezione Craxi) al dovere di votare, di esprimersi, in qualunque occasione da chicchessia proposta. Con prese di posizione schematiche, prive di adeguate motivazioni circa il vero problema in causa, si è fatta disinformazione, si è cercato di convincere il cittadino che il sì avrebbe provocato conseguenze disastrose in un'unica direzione: la rovina delle piccole aziende: solito esempio il povero artigianello o piccolo commerciante ricattato dall'unico dipendente. Perché mi rivolgo a lei solo oggi? Perché in "la Repubblica" di ieri, nella pagina accanto a quella della sua rubrica, è apparso un bellissimo servizio, Articolo 18, perché votare sì, di Luciano Gallino, sociologo fra i più colti che conosciamo fin dai tempi di "Comunità" e dell'illuminismo olivettiano. Grazie a quel minimo di informazione che ognuno cerca quando sente che "c'è del marcio in Danimarca", ero già sicuro che la questione fosse stata esposta dagli oppositori in modo semplicistico. Ma Gallino dice la verità con assoluta chiarezza circa le conseguenze del no sulla vita dei lavoratori precari, ricorda ciò che molti evidentemente dimenticano: che il mercato del lavoro è già largamente "riformato" nel senso più smaccatamente liberista, che esiste la legge n. 30/2003 (lavoratori affittati anche in gruppo, ecc. ecc.), che il disegno di legge n. 848 bis diventerà legge (sospensione dell'articolo 18 per quattro anni, ecc. ecc), che il precariato è diffuso dappertutto, anche nella Pubblica Amministrazione, che... Non proseguo perché, caro Augias, avrà letto il pezzo del quale riporto la conclusione, nel caso che lei pubblichi la mia lettera: votando sì esprimeremo la volontà di difendere l'edificio dei diritti del lavoro che il governo e la Confindustria stanno smantellando. Poi si potrà procedere a renderlo più funzionale. "In caso contrario basteranno le ruspe per portar via le macerie".

Cordiali saluti, Lodovico Meneghetti

Commenti? Non mi sembrano necessari. Per conto mio, non ho ancora deciso, ma il ragionamento di Gallino (e tuo) mi sembra molto forte.

Caro Eddy, è da prima delle vacanze estive che intendevo inviarti questa poesia di Tolomeo:

Alle stelle

Pellegrino e mortale

io vi contemplo, o stelle.

La Terra non imprigiona più

il figlio che ha generato.

In piedi, accanto agli dei,

mi unisco nella notte dei mille veli

a questa immensità.

Sento già dentro di me, guardandovi,

la mia parte di eredità.

credo che sia veramente bella. e penso di farti cosa gradita, dato che tu raccogli nel tuo bellissimo sito brani e scritti che provengono anche dagli amici. Un abbraccio

Piero

Ti ringrazio. Ed è utile pensare che già 1800 anni fa (Tolomeo tra il 100 e il 178 d.c.) chi guardava le stelle si sentiva vicino agli dei, perché comprendeva qualcosa più del mondo in cui viveva (“la mia parte di eredità”). Oggi, per sentirsi tali bisogna guardare molto, molto lontano dalla terra!

sono tornato oggi da Barcellona, dove le periferie le "riqualificano" con una semplice ma efficace riprogettazione degli spazi pubblici, con la cura delle strade (sezioni della carreggiata moto ridotte e ampliamento dei marciapiedi), con l'interramento dei parcheggi, con l’attenzione alle attrezzature di arredo (illuminazione pubblica, panchine, verde pertinenziale). ll tutto oltre ad essere bello dà anche la percezione del "sicuro", dell'ordinato: insomma, sono sempre periferie con grandi palazzoni di edilizia pubblica abitati da strati sociali a basso reddito, ma la valorizzazione degli spazi collettivi aiuta a scordare che si tratta di periferie.

Caro Eddy, confesso che come subitanea reazione alla lettura dell’articolo “Le battaglie sulla legge” del vice-presidente nazionale dell’I.N.U. Pierluigi Properzi, pubblicato sul bollettino “Architetti” e successivamente riprodotto nel tuo sito, mi ripetei l’ingiunzione rivolta dalla sua prima guida al nostro sommo poeta: “non ti curar di lor., ma guarda e passa”. Poi, riflettendo, sospettai tale reazione di snobismo elitaristico. Persisteva la tentazione di liquidare lo scritto con l’immortale battuta “pure ‘e pullece tenene ‘a tosse”. Ma quest’ultima mi indusse a meditare che i medesimi animaletti, sovente, avevano pure la peste, o, meglio, se la portavano a spasso saltellando e punzecchiando da sorcio in sorcio e da sorcio in uomo e da uomo in uomo, e riuscivano a far ridurre anche di due terzi la popolazione europea con una sola epidemia. Vero è, mi replicavo, che questi fenomeni, per prodursi, richiedono una situazione di pessima igiene pubblica e di piuttosto riprovevole igiene privata. Ma, per l’appunto...

Così, abbandonando la sequenza di più o meno spericolate metafore, mi sono fatto convinto della necessità di replicare, il più puntualmente possibile, sinanco agli interventi dei Properzi. La qual cosa, in sovrappiù, mi compete personalmente anche in maggior misura che ad altri, stante che un bel po’ di quanto il Properzi attribuisce, tra raffiche di lividi insulti (per conoscere la reazione ai quali occorrerà pazientare sino all’ultimo periodo di questa mia, o andare direttamente a leggerselo), al dire di Vezio De Lucia, fu in realtà, al convegno promosso dai Verdi, il 3 febbraio scorso, di cui il Properzi pretende di resocontare, asserito (e, mi pareva, argomentato, ma evidentemente mi sbagliavo) da me.

A cominciare dall’invocazione della presentazione di “leggi-manifesto”, di “leggi-proclama” da parte delle forze, culturali, politiche, istituzionali, che non condividano per nulla, e che anzi osteggino radicalmente, al di la della forma (sciatta, pressapochistica, pasticciata, contraddittoria, ai limiti dell’inqualificabile) in cui vengono espressi, gli assunti essenziali (e magari anche quelli secondari) delle sedicenti proposte di legge (nella fattispecie, in materia di governo del territorio) presentate e sostenute da quella che chiamavo “una maggioranza di destra aggressivamente e spregiudicatamente innovatrice, impegnata a smantellare, celermente, la più gran parte dei valori e degli assunti che avevano costituito, nel passato, un tessuto connettivo comune e indiscusso per le più diverse, anche radicalmente diverse, posizioni politiche [...]: dall’esistenza, riconoscibilità e prevalenza, nella regolamentazione degli assetti e delle trasformazioni del territorio, di interessi pubblici, alla demanialità (in senso forte, giuridico e, oserei dire, meta-giuridico) del patrimonio immobiliare dello Stato e delle sue articolazioni, a cominciare da quello di interesse culturale e paesaggistico”.

Sostenevo pertanto che era necessario effettuare preliminarmente all’elaborazione di autentiche proposte di legge delle sorte di ricapitolazioni ed esposizioni degli assunti irrinunciabili (a partire proprio da quelli che apparissero controversi, o maggiormente tali) identificativi di ogni posizione cultural-politica, così da fare emergere, e da rendere il più largamente possibile percepibili e comprensibili, le rispettive conciliabilità o inconciliabilità, al di là del velame che può, talvolta, essere costituito dalle tecnicalità espositive tipiche (e doverose) della forma legislativa.

E, per converso, sottolineavo che una siffatta operazione, da parte, come ho appena detto, delle forze che si contrappongono (e intendono realmente contrapporsi) a quelle che formano l’attuale maggioranza di destra, era contemporaneamente richiesta e legittimata dal fatto che le sedicenti proposte di legge sino allora presentate erano, di fatto, per l’appunto “leggi-manifesto”, “leggi-proclama”: dal testo, variamente rimaneggiato rispetto a quello originario per spacciarlo quale “testo unificato”, dell’on. Lupi a quello dell’on. Mantini a quello (di gran lunga meno peggio) dell’on. Sandri, per riferirsi a quelli formulati per la prima volta nella legislatura in corso (ma una configurazione non pienamente diversa aveva anche il testo messo a punto dall’on Lorenzetti nella scorsa legislatura).

Asserivo, infatti (ma il Properzi evidentemente non mi ha udito, o non mi ha compreso), che ben altra cosa dovrebbe essere “un’ottimale legge statale, rispettosa del nuovo Titolo V della Costituzione repubblicana, in una materia a competenza legislativa concorrente (o ripartita se così si preferisce) estremamente complessa come quella denominata governo del territorio”. E soggiungevo che si sarebbe ben dovuto, a un certo punto, “ragionare sulla costruzione di un modello di leggi statali quadro, a partire dai termini in cui si produce la legislazione concorrente (o ripartita che dir si voglia) negli stati a più moderna e matura struttura federale: nella Repubblica federale tedesca, per esempio”.

Riprendendo l’argomento, il documento presentato da Italia Nostra (congiuntamente all’associazione Polis) alla Commissione ambiente della Camera, in occasione dell’audizione sulla legge per il governo del territorio, il 23 febbraio scorso (documento alla cui redazione Vezio De Lucia e io abbiamo dato un contributo che credo si possa definire importante), afferma che il “testo unificato” presentato dall’on. Lupi “più che essere un’organica e compiuta legge quadro statale nella complessa materia denominata governo del territorio – inserita tra quelle enumerate dal comma terzo del novellato articolo 117 della Costituzione tra quelle a competenza legislativa concorrente – costituisce soltanto l’enunciazione di opzioni culturali e politiche essenziali al fine di aprire un confronto nel merito”. E prosegue asserendo che “per essere un’effettiva legge-quadro, la proposta in esame dovrebbe recare:

- tutti i principi fondamentali direttamente inerenti alla materia governo del territorio che si ritengano appartenenti alla competenza decisionale quantomeno dello stato nazionale, in applicazione del principio di sussidiarietà rettamente inteso, cioè espresso secondo la lettera e lo spirito degli atti costitutivi dell’Unione europea;

- gli omologhi principi fondamentali nelle materie parimenti a competenza legislativa concorrente e aventi indissolubili e irrinunciabili rapporti con il governo del territorio o, quantomeno, la chiarificazione del coordinamento con tali ulteriori principi fondamentali;

- le disposizioni direttamente precettive attinenti alle materie, o agli argomenti, di competenza legislativa esclusiva dello Stato, aventi altrettanto indissolubili e irrinunciabili rapporti con il governo del territorio, o quantomeno la chiarificazione del coordinamento con tali disposizioni”.

Insomma, per farsi velocemente capire (forse) persino da un Properzi, un’organica e compiuta legge quadro statale in materia di governo del territorio dovrebbe assomigliare, più che ai testi dianzi citati, alle “norme per una nuova disciplina della materia urbanistica” del 1967, riportate in appendice al libro del Presidente onorario dell’I.N.U., Giuseppe Campos Venuti, intitolato “Amministrare l’urbanistica”, edito da Einaudi, in Torino, nel 1967 (un aureo libretto al quale sono personalmente assai legato, giacché diede una spinta risolutiva a farmi dedicare la vita al diritto urbanistico). Ovviamente, mi riferisco alla geometria espositiva e alla ricchezza dei contenuti, non al merito dei precetti.

Sul quale merito dei precetti, di quelli dell’opera che ho appena sopra ricordato (perché no?), e di quante elaborazioni sono intercorse negli ultimi decenni, e di quelli dei più recenti testi, da qualsiasi soggetto (culturale, politico, istituzionale) prodotti, sarebbe il caso di confrontarsi (e se del caso di contrapporsi, e di scontrarsi, pure duramente) anche nel dettaglio e nei particolari, invece di continuare a recitare ormai noiose generali e generiche giaculatorie. Confido che lo si faccia, auspicabilmente in una pluralità di spazi, ma quantomeno nel tuo (sempre più prezioso) sito.

Di cui non voglio approfittare troppo, in un’unica volta, per cui mi avvio a concludere. Non senza dichiarare la preannunciata mia reazione alla scarica di insulti a Vezio De Lucia con cui il Properzi tenta di surrogare la sua incapacità di intendere e di controargomentare. Mi ero iscritto all’I.N.U. in una fase della sua storia in cui esso era un’organizzazione chiaramente portatrice di specifiche posizioni culturali (e necessariamente “politiche”, nell’accezione più alta del termine) che condividevo larghissimamente (e che mi sentivo onorato di contribuire a sviluppare e a specificare). Ho progressivamente ridotto il mio impegno (anche soltanto a presenziare alle iniziative) nella fase in cui l’istituto volle dichiarare di essere un neutrale luogo di dibattito e confronto: non mi convinceva l’idea che l’Italia avesse bisogno di un’ulteriore accademia. Ho smesso di rinnovare l’iscrizione quando mi ho constatato che lo stesso istituto era ridiventato il portatore di specifiche posizioni culturali (e sempre necessariamente “politiche”, al di là del formalismo falsificante delle etichette di schieramento): diverse, e da me per nulla condivise. In presenza di una volgare, insulsa aggressione compiuta da un esponente dei vertici dell’istituto contro uno dei più lucidi e limpidi cultori del governo del territorio del nostro Paese, non posso che formalizzare la mia piena, irreversibile dissociazione, affinché suoni anche come nauseata condanna. Prego quindi il Presidente nazionale dell’I.N.U., che mi legge in copia, di fornire questa mia, nella sua interezza, al Consiglio direttivo nazionale dell’istituto, e chiedo formalmente di considerare la stessa quale presentazione irrevocabile di dimissioni da socio effettivo.

Se si potesse cominciare a discutere sul merito, e non su Properzi nè sull'INU! Faccio mio l'invito di Scano

Caro Eddy,

1. Parigi - Grazie a te ho visitato il memoriale dei 200.000 deportati francesi vittime dei nazisti. Non avevo mai scoperto nei numerosi ripassi parigini quest'opera ammirevole, lì appartata e interrata nel giardinetto sulla punta sud-orientale dell'Ile de la Cité separato dal giardino di N.D. mediante la strada che conduce ai due ponti. Abbiamo sostato a lungo, ripensando, benché non siamo certo noi portati a dimenticare. Il punto più alto di emozione in luoghi di questo tipo resta però quello provato più volte alle Fosse Ardeatine: merito anche qui, e in misura ancor maggiore, della sistemazione generale, dell'architettura, del cancello-scultura di Mirko.

Altra sorpresa all'incontrario: il rovinoso intervento di preteso "completamento" del lato opposto all'ingresso dell'ex Museo dei Lavori Pubblici di Perret (ora in restauro interno), una roba bianca con degli svolazzi che non riesco a descrivere. Purtroppo questa volta, per evitare troppo e stancante impegno, non avevo portato la macchina fotografica. Ne sai qualcosa? Quando è avvenuto lo scempio? Se non l'ho mai notato prima, significa che è recente? O non avevo fatto il giro completo del grande edificio sostando troppo sull'ingresso e lungo le due simmetriche ali dalle inflessibili colonnate? Chi sa, scriva.

2. Periferie - L'ultimo, recente fascicolo dei "Quaderni di architettura" del Dipartimento di progettazione dell'architettura del Politecnico di Milano (il n. 23, datato dicembre 2002 ma uscito un pò dopo) a queste è dedicato, in particolare al Milanese. Ho scritto il saggio di apertura, Periphéreia kai Metròpolis. Una lezione semplice. Forse non hai avuto la rivista che Venezia dovrebbe ricevere regolarmente, altrimenti ne avresti accennato nell'occasione odierna. Lo scritto è lungo. Ti propongo di pubblicarne un tratto, il secondo capitolo intitolato La discussione rivolto alla periferia metropolitana milanese nonché a qualche collega (conosci già due frasi che ti ho inviato il 16 maggio, peraltro non reperibili nel cortile). Così apparirebbero, col tuo del 2000, due interventi di "vecchi" urbanisti-architetti/ingegneri. Il primo capitolo, La condizione, riguarda la storia a partire dalla Grecia, il terzo, Le vecchie idee, riguarda le proposte, il progetto, spaziando un pò dappertutto nel tempo e nello spazio. Se ti interessa leggere il saggio completo - indipendentemente dalla diffusione - dimmelo e te lo manderò. In ogni modo troverai il quaderno che, viste le tardive scoperte altrui (guarda guarda persino della questione della bellezza - vai a rileggere a questo proposito la mia lettera del 10 aprile dialogante con Dusana Valecic), Michele Serra compreso (a latere: il Michele deve proprio a me il primo suo libretto pubblicato, Tutti al mare, derivato da una bella serie di articoli su "l'Unità" in precedenza raccolti dai miei studenti e trasformati in una dispensa-primizia; ma se lo è dimenticato e in una successiva edizione ha avuto cura di ringraziare come promotore, da bravo iscritto disciplinato, l'uomo di partito responsabile delle belle lettere - lo Spinazzola, allora), merita di essere citato, fors'anche commentato (da te, mi parrebbe giusto).

Caro professore,

la nostra comune amica Lucia Baracco mi ha segnalato la sua iniziativa di pubblicare su eddyburg la mia lettera agli autori a proposito del diritto dei disabili visivi alla lettura in relazione ai problemi del copyright.

È inutile dirle che la cosa mi ha fatto piacere, provenendo l'apprezzamento da una persona che avevo già avuto modo di stimare per aver già navigato il suo sito. Anche qui c'entra un altro comune amico. Tempo fa Marco Guerzoni, avendogli io chiesto un consiglio su un buon ristorante a Venezia, mi suggerì di dargli un'occhiata; e già che c'ero, ho guardato non solo l'angolo dei piaceri. Ho visto anche un link alla Compagnia dei Celestini, una delle operazioni più intelligenti nel panorama politico della sinistra bolognese negli ultimi anni, pensata e promossa, oltre tutto, da un gruppo giovane anche anagraficamente che ha saputo raccogliere attorno a sé consensi insperati.

Giusto stamattina Marco è partito per la Croazia. Al suo ritorno gli parlerò senz'altro di questo cerchio che si chiude. Intanto le auguro una buona permanenza cretese. Carlo Loiodice

«La speranza è come una strada.

All'inizio del mondo le strade non

esistevano. Le strade nascono quando

tanti esseri umani si ritrovano e

camminano insieme nella stessa

direzione».

(Lu Xun)

Grazie Loiodice, anche per la bella frase di Lu Xun che chiude la sua lettera. (Per chi non lo sapesse, Lu Xun è considerato il padre della letteratura cinese moderna, morto nel 1936). Condivido pienamente il giudizio sulla Compagnia dei Celestini e sull’intelligente lavoro che stanno facendo a Bologna.

Caro Eddy, oggi ho dato un'occhiata al tuo sito, confesso dopo un pò di tempo, e l'ho trovato stupendo, divertente e leggibile. Ti ringrazio poi per il link che hai messo al mio progetto. Sono emozionata e molto orgogliosa.

Come sai sono molto sensibile al tema della accessibilità della comunicazione, in generale, ma soprattutto della comunicazione pubblica. Sto cercando di sensibilizzare chi fa comunicazione, perchè il tema della leggibilità sia del testo stampato sia del testo in formato elettronico sta diventando sempre più un problema sociale (invecchiamento progressivo della popolazione, sempre più servizi erogati via web, informazione sempre più diffusa e importante, ecc.).

Ho avuto di recente l'occasione di fare una piccola mostra sull'argomento nella prestigiosa sede dell'Europarlamento di Strasburgo, dal titolo "Right to read Write to read" (sottotitolo "Se non riesco a leggere non è solo colpa dei miei occhi"), che ha riscosso un notevole successo. Lì a Strasburgo abbiamo portato molti esempi di comunicazione istituzionale (cartacea e web) sia del Parlamento Europeo, sia degli stati membri dell'Unione, del tutto lontani dai principi di leggibilità che invece le istituzioni dovrebbero seguire quando fanno informazione. Perfino Prodi (ti mando alcune immagini dell'evento con lui e con il presidente del Parlamento Europeo Cox) ha condiviso molti degli argomenti da noi evidenziati. Abbiamo anche prodotto un primo fascicolo sull'argomento al quale seguiranno approfondimenti ed altre ricerche.Per me è stata una bellissima esperienza, divertente e di grande soddisfazione.

Se vorrai saperne di più vai alla pagina letturagevolata. Ma, venendo a noi, dato che tu hai invitato i tuoi amici della lista a darti suggerimenti per il miglioramento della sua usabilità, accessibilità, ecc. mi permetto di segnalarti alcune piccole cose:

1. il tuo è sicuramente un sito molto leggibile, potresti al massimo togliere la sottolineatura dalle parole nella barra di navigazione in alto (faciliterebbe la discriminazione visiva). Potresti anche rimpicciolire le scritte forse, ma metterle in bold e possibilmente non in corsivo (sarebbero più leggibili). Per il resto tutto OK.

2. Altra cosa invece è l'accessibilità del sito. Perchè non farlo leggere anche ai non vedenti "illuminati" ? :-))).

Conosco tante persone di grande cultura, completamente cieche, che potrebbero essere interessate a navigare in un sito come il tuo. In particolare un mio caro amico di Bologna, professore di lettere e scrittore, molto conosciuto anche dai Celestini, con i quali ha lavorato su progetti culturali di vario tipo....

Ti invio un suo recente racconto, da lui partorito in occasione dell'ultimo Premio Strega per sensibilizzare gli editori a rendere accessibili i file dei libri ai non vedenti. Lui si chiama Carlo Loiodice e il racconto "Lettera a un poeta minore". È molto divertente e intelligente e, secondo me, ti piacerà molto. Valuta tu se metterlo tra i tuoi "scritti ricevuti".... Per dirti, Carlo è uno che normalmente va in libreria a comperarsi il libro che gli interessa e se lo va a leggere tranquillamentea casa con i suoi mezzi. E non vede nemmeno se c'è la luce accesa in una stanza.

Ma come far diventare il tuo sito accessibile ai blind senza modificarne l'aspetto attuale? se ti interessasse affrontare la cosa anche da questo punto di vista, fammelo sapere. Ti manderò indicazioni e suggerimenti per farlo agevolmente. Non c'è molto da fare, solo piccoli accorgimenti tecnici di programmazione.

Per i suggerimenti invece di tipo gastronomico e letterario... alla prossima volta!

Ciao Eddy e buona vacanze!

Cara Lucia, seguiremo senz’altro i tuoi consigli. Intanto, inserisco la “lettera” di Lojodice tra gli “scritti ricevuti”. E aspetto i tuoi suggerimenti tecnici.

Da Giovanna D’Alonzo (Napoli)

23 luglio 2003

Acqua ad Alcatraz

Salve Eddy,

ho trovato molto interessante l'ultimo eddytoriale e a proposito dell'emergenza acqua, mi è venuto in mente di segnalarti (se non lo conoscessi già) il sito della “banda” di Jacopo Fo ( il link è qui - e.s.), che tra le altre cose promuove una serie di iniziative Ecologia Subito, tra cui varie proposte per la riduzione dello spreco dell’acqua. Penso sempre che le iniziative in qualche modo simili, o che perseguono obiettivi simili, possano amplificarsi a vicenda, e mi sembra che ci siano molti punti di contatto.

Spero di aver fatto cosa utile

Grazie Giovanna. (Giovanna era arrivata ad eddyburg, come mi ha scritto, “a partire dalla lettura del testo integrale di Schulz a Strasburgo, e navigando navigando, ho letto la ricetta del ristorante di Salerno degli spaghetti alici, noci e basilico, e l'ho provata e fatta provare agli amici”). Io credo che le piccole pratiche facili e virtuose siano molto efficaci non solo né tanto in sé, quanto perché aumentano la partecipazione, e quindi la “forza sociale” del problema. A me ha colpito molto quando, molti anni fa,mi hanno raccontato che in Svezia le maestre delle elementari insegnavano ai bambini a mettere un mattone nello sciacquone del gabinetto, così si risparmiava acqua!

La meglio gioventù

Sono contento che ti sia molto piaciuto La meglio gioventù. Non ho ancora avuto l'occasione di vederlo ma da quando ho percepito il senso del film mi sono ripromesso che devo vederlo perché credo che possa essere il mio film.

Quando ho visto in un trailer parte della scena dei camion militari a Firenze vicino agli Uffizi nel novembre del '66, ho avvertito un brivido: non ero a Firenze allora, andai poi a Grosseto da miei nonni e lì vidi la rotta dell'Ombrone vicino all'Aurelia dopo il ponte Mussolini. Però feci apposta sega a scuola coscientemente (ero appena entrato in quarta ginnasio) poi con l'autorizzazione dei miei, per andare per 4/5 giorni di seguito dalla mattina alla sera, a pulire i libri che portavano a camionate dalla biblioteca nazionale di Firenze. Eravamo a centinaia di ragazzi e ragazze in uno edificio all'Eur. Si era in saloni immensi, impregnati di umido, odore di muffa e di gasolio, ad adagiare su banchi di legno migliaia di libri manoscritti corredati di splendide miniature; si sollevava con massima cura e cautela ogni pagina, servendoci di pinzette, cercando di separarle senza romperle o strapparle. Dentro c'era di tutto: fango, piscio, benzina, sigarette, pezzetti di vetro, schifezze di ogni genere. Si puliva con attenzione ogni pagina usando piccole spugne morbide imbevute di acqua, poi ogni pagina veniva asciugata con fogli di carta assorbente. Il lavoro veniva svolto a coppie; io quattordicenne facevo coppia con una bellissima ragazza del primo anno di lettere (una donna per me: me ne invaghii). Ogni volta che si finiva di pulirne uno, la sala scoppiava in un applauso. Non so se ti rendi conto del significato emblematico dell'applauso: applausi così non li ho mai più sentiti né con le orecchie né col cuore. Era molto toccante e commovente: giorni intensi e indimenticabili.

Chissà se oggi da parte delle giovani generazioni ci sarebbe lo stesso slancio, analogo senso di responsabilità e di generosità nel capire che bisogna curare lo scrigno della nostra cultura nazionale, del nostro Paese. Ho più che qualche dubbio. Forse la scuola di allora, nonostante tutto, nonostante i sette in condotta, nonostante la giusta severità, nonostante le espulsioni se facevi il cretino (e io lo feci), nonostante fosse la scuola autoritaria dei padroni, anche questo era riuscita a farci capire: il rispetto della cultura nazionale. Purtroppo questo capitava solo in alcune scuole e solo per un parte della cultura nazionale, quella repubblicana e anti-fascista essendo al più e al meglio trattata alla fine dell'anno scolastico e in fretta facendo cenni di Levi, Calvino, Fenoglio e sempre che si avesse la fortuna di trovare un docente colto e sensibile, ma era già qualche cosa rispetto al vuoto di oggi. Magari proprio quella scuola autoritaria dei padroni, oltre alla solida scuola di famiglia, mi ha insegnato a capire il senso dell'appartenenza alla res-pubblica. Io non so quanti di noi ragazzi riflettevano pulendo quei libri, ma molti ci si buttarono con slancio, con semplice idealità, senza chiedersi tanto il perché. Ci sentivamo che si doveva farlo, forse perché dentro, in fondo, si pensava semplicemente che fosse un nostro dovere civico e morale. Cominciò così, dal pulire quel fango fetente, quella lunga marcia che mai sarà compiuta da noi; così cominciò a prendere forma quella meglio gioventù che oggi, in parte, costituisce una fetta importante di quello che viene definito in maniera cretina, inadeguata e un pò offensiva il "ceto medio riflessivo". Quei giovani uomini e donne che hanno gettato se stessi talvolta, che hanno comunque scelto di stare dalla parte dello Stato, a servizio di una collettività nazionale e che non si vergognano dell'idea di essere italiani, ma che anzi di questo modo di essere cittadini italiani sono fieri. Ed è questa quella Bella Italia che molti oltre il Brennero osservano con stupore e ammirano. E noi lo sappiamo e vorremmo che fosse così lo stile italiano di sempre. Altro che l'urlo assordante una volta ogni qualche anno intorno ad un pallone bianco tra i piedi di undici uomini vestiti in azzurro Savoia !

Chiedi: “Chissà se oggi da parte delle giovani generazioni ci sarebbe lo stesso slancio, analogo senso di responsabilità e di generosità nel capire che bisogna curare lo scrigno della nostra cultura nazionale, del nostro Paese. “. Ho paura di rispondere alla tua domanda, Stefano. Perché se la la risposta è no, la colpa è nostra.

Questi sono alcuni dei paesaggi che verranno cancellati con il previsto ampliamento della zona industriale di Pontefelcino-Pontevalleceppi del nuovo PRG di Perugia. Aiutate a fermare lo scempio, sceglietene uno fra questi e quelli che vi manderò e inviatelo al Sindaco di Perugia e con parole vostre ditegli di salvare questo paesaggio agrario e la possibilità di avere una visuale a 360° sulle colline e preappennini, con la sequenza di profili di campanili e le ville. Fatela girare, più "cartoline dal Tevere" arrivano più aumentano le speranze. Chiunque abbia idee per azioni efficaci è pregato di comunicarle/farle. ciao e grazie a nome del Tevere e dei suoi abitanti più affezionati.

e-mail: sindacolocchi@comune.perugia.it

fax sindaco di Perugina Renato Locchi: 0755730424

Al sindaco vorrei chiedere: serve davvero questa nuova zona industriale? Quali conti lo dimostrano? Non ci sono aree già urbanizzate e parzialmente libere da utilizzare? Il sacrificio che la collettività di oggi e quella di domani faranno rinunciando a questo paesaggio e a questo territorio aperto, è fatto a vantaggio di chi?




A seguito di una mia telefonata - un pò alla ricerca di un confronto, un pò di conforto - con il mio caro amico, nonchè relatore di tesi, Lodovico Meneghetti ho scritto un documento, nel quale ho cercato di riepilogare tutte le malefatte ambientali, attuate e in programma, nel Golfo della Spezia, senza tralasciare le ripercussioni sulla limitrofa Val di Magra.

Purtroppo nessuna delle organizzazioni ambientaliste presenti sul territorio è riuscita fino ad oggi a organizzare un dibattito sui temi ambientali. Come Federazione dei Verdi della provincia della Spezia stiamo cercando di promuoverne uno, organizzando un forum in collaborazione con il Comune di Lerici (l'unico che si è opposto a questo progetto di porto commerciale). Questa giornata di confronto, dal titolo "La qualità nel progetto di un porto", dovrebbe svolgersi il quattro luglio. Sarebbe disponibile a partecipare?

cordiali saluti

Non so se potrò venire. Comunque, pubblico il suo puntuale documento negli Scritti ricevuti

Da Lodo Meneghetti (Milano)

5 giugno 2003

Ancora sull’articolo 18

A) Leggo "1 giugno 2003". È giusto sperare, e tu hai fiducia. Io ne ho meno, ma non per ciò mi metto da parte, benché riconosca di essere isolato nel mio pensiero: forse troppo radicale dal punto di vista anche di colleghi "impegnati"? In ogni modo lo stato territoriale penoso del paese e le decisioni del potere attuale in pro di un futuro ancora peggiore, danno ragione alle mie pluridecennali denunce.

B) Nulla sapevo del convegno di Venezia, eppure si è tempestati ogni giorno da avvisi di congressi, convegni incontri, celebrazioni, ecc.ecc. - Auguri almeno per la giornata di oggi.

C) Tanto per darmi un'ulteriore ragione (ho scritto da tempo circa la mania di grattacielo annidata negli uffici urbanistici del comune di Milano e nella mente di moltissimi colleghi), ecco la pagina di ieri su "la Rep."con diversi interventi: una tristezza, un'assoluta banalità. L'idiozia del riferimento al Central Park; Fuksas che di nuovo pontifica sfondando porte aperte da un secolo (facciamo grattacieli altissimi in parchi, a proposito dell'area della Fiera!). Per fortuna qualcuno non sta al gioco; il mio socio di tanti anni fa, Gregotti, fra questi pochi (ma poi...?)

D) Ti avviso che ho attivato Acrobat, quindi mi muovo meglio nel tuo cortile.

E) Molto si vede su eddyburg. Io stesso invito colleghi a entrarvi. Tuttavia, ripeto, mi sembra che, salvo eccezioni (forse solo il dialogo con Mazza), ognuno dica la sua senza mai cogliere ciò che è già stato seminato.

Ciao, Lodo (non Maccanico).

P.s. Non capisco, te lo dico con il massimo senso di amicizia e di ammirazione per la costruzione del tuo cortile, i dubbi di votare sì. Non è in causa, in realtà, il contenuto esplicito del referendum, ma l'implicita prospettiva di demolire definitivamente la casa dei diritti del lavoro, come ha scritto Luciano Gallino in modo chiarissimo.

Le ragioni per cui non votare, e comunque non votare si, le ha espresse molto lucidamente Gallino nell’articolo che citi (e che ho messo nel sito), all’inizio. Con altrettanta chiarezza ha espresso le ragioni per cui, invece, occorre votare si. Come Zerlina, ero sospeso tra il no e il si. Poi è venuta questa porcheria della precarizzazione totale del lavoro, e allora ho deciso che un voto di solidarietà al lavoro può essere, almeno soggettivamente, un colpo d’ala rispetto alle piccole furberie di quaggiù.

Il convegno di Venezia è stato molto interessante. Stiamo mettendo tutto il materiale in rete, ih un sito dedicato.

Da Sergio Brenna (Milano)

4 giugno 2003

Legge Lupi

Caro Salzano,

come forse avrai visto è stato presentato il 3 aprile scorso un Progetto di Legge di cui primo firmatario è Lupi, ex assessore del Comune di Milano, sui "Princìpi fondamentali per il governo del territorio". Di fronte alla deregulation indotta dall'estensione caotica delle legislazioni regionali, mi pare che l'obiettivo sia - come già avvenuto in campo televisivo - di fotografare l'esistente e legittimarlo. In generale il modello di riferimento è quello della legislazione lombarda che affida le opzioni progettuali ai privati mentre gli Enti pubblici si limitano a "sussidiarle". Occorre che la cultura urbanistica e le forze politiche che non condividono tale impostazione rilancino il punto di vista prospettato dall'INU di un'articolazione tra Piano Strutturale e Piano Operativo, che il PDL cita senza definirne compiti e modalità, e quindi in modo disponibile a tutte le distorsioni e i tradimenti di quel concetto. Ti mando le mie prime note al riguardo.

Grazie. Ma non basta quella articolazione (che condivido, anche perché fui tra i primi a proporre) a fare una buona legge. Il nodo è ancora quello del rapporto tra pubblico e privato.

Da Mariangiola Gallingani (Bologna)

4 giugno 2003

Cofferati a Bologna

caro eddy,

Se le cose andassero bene, se le cose andassero come io spero assieme a molti altri, non è esatto dire che sia Cofferati a "rifugiarsi" a Bologna, o, peggio ancora, come vuole uno stuolo fra i peggiori dei commentatori locali, che sia in questa città da altri "rifugiato" - o pensionato, o paracadutato, il che è lo stesso.

Edmondo Berselli, peraltro direttore dell'autorevole rivista il Mulino, perdendo forse una buona occasione per tacere, ha scritto addirittura di "veltronizzazione" del Cofferati, nel senso spregiativo della sua peggiore svalutazione pensabile, insultando, allo stesso tempo, Cofferati, Veltroni, Roma e Bologna.

No; quello che accadrà se tutto dovesse andar bene è l'esatto contrario: Bologna troverà il rifugio di cui ha bisogno in Cofferati - una Bologna morente - le città muoiono anche quando restano in piedi le case, perfino quando se ne continuano a costruire -, languente ospizio per una trasversale aurea mediocritas le cui sfaccettatture sono di giorno in giorno più appannate e meno lucenti, quando non addirittura ripugnanti allo sguardo; una Bologna ferma - e la ricorsività ormai quasi ossessiva dei temi che ciclicamente riemergono come centrali nella pianificazione, anche nella migliore, ne è il segnale -, con il cuore e la mente assopiti; per un verso appagata del benessere cui è avvezza, ma, più che disperata come vuole il lombardo Biffi (lui sì, a differenza di Cofferati, a suo tempo davvero "paracadutato" dal soglio romano), incline a prendere la via della rassegnazione - o della fuga.

Se il problema principale è addirittura "ripopolare Bologna" - e non dopo la peste del Boccaccio, che uccise un terzo della popolazione d'Europa -, come riconosce anche, fra gli altri, Campos Venuti, se il problema è dissuadere i cittadini in fuga verso qualsiasi cosa sia altro da questa città, chi resta, sia pure circonfuso dei miti/riti di una bolognesità evanescente, è condannato a imboccare la strada mesta della rassegnazione; rassegnazione ad una mediocrità che non si legge soltanto nelle graduatorie di "rango" delle città europee, come andava di moda fare solo qualche anno fa, ma è diventata lo stigma non solo della classe politica, ma dell'intera classe dirigente, non solo di chi prende le decisioni, ma delle decisioni stesse, che sempre meno rispondono al senso originario della parola che le definisce.

La consuetudine a tenere d'occhio le opinioni dei cittadini, inevitabilmente legata al nostro continuo fare sondaggi, ci dà segnali in questo senso contraddittori: la popolazione di Bologna, e soprattutto del centro di Bologna, bacino elettorale del guazza, è fortemente e sempre più scontenta; trova che la città sia rapidamente peggiorata sotto i suoi occhi, è sempre più insofferente di un traffico che la sommerge e la uccide (a quando una campagna sul fatto che le polveri sottili nell'aria provocano tumori come il fumo?), della mancata gestione delle molte convivenze con cui oggi qualunque realtà urbana deve fare i conti, convivenze che degenerano sempre più spesso in fenomeni ed atti (anche amministrativi) d'intolleranza e di vieto proibizionismo (in centro è ora proibito bere una birra fresca per strada), di un servizio di trasporto pubblico sempre più costoso e sempre meno competitivo con l'auto, che trova però il modo di finanziare, con una quota del nostro biglietto del bus, il tetro mausoleo dei progetti comunali comunemente chiamato infobox, che qui, nella provincia dell'impero, tante polemiche ha suscitato per il suo impatto formale.

Fatti salvi i limiti imposti dal reddito, questa popolazione scontenta è potenzialmente altra popolazione in fuga - potenzialmente altra popolazione diffusa che andrà ad impinguare quella metropoli vasta di cui proprio la "diffusione" sul territorio costituisce l'aspetto più negativo, specie sul piano ambientale, altre villette a schiera, altre espansioni sparse, altra crescita senza progresso.

Cofferati può essere - e se sarà eletto lo sarà certamente - un potente antidoto contro tutto questo; l'orgoglio perduto di una città che sa nel profondo di esser divenuta mediocre può anche cominciare a ricostruirsi dal prestigio e dall'autorevolezza di chi si candida a governarla. Cofferati, comunque le cose vadano a finire, e sempre che i vizi della mediocrità che portarono Guazzaloca alla vittoria l'altra volta non soffochino sul nascere anche la speranza, Cofferati merita che Bologna lo ringrazi.

C'era una cosa che a Bologna non accadeva da tempo: che qualcuno o qualcosa la facesse sognare.

Ciao, Mariangiola

Mi rendo conto perfettamente delle ragioni dei bolognesi. E non credo affatto che Bologna sia, per Cofferati, un’impresa riposante: le cronache di questi giorni lo testimoniano, e rivelano il peso delle piccole miserie della politica d’oggi. La questione è che per molti Cofferati era l’unica speranza oggi visibile di una sinistra capace davvero di superare gli errori e le miserie degli ultimi anni, e di collegare creativamente il proprio messaggio con quello dei “movimenti”; per ciò stesso, di far parte di una leadership seria di uno schieramento alternativo. Rinviare al futuro questa partita ha un senso se si dà per scontato che il signor B. resterà al comando per un altro mandato (e che quindi il surplace sarebbe troppo lungo per non logorare). E questo mi terrorizza, per l’accumularsi delle rovine che questo sciagurato governo produce

Le città degli spacci in stile ligure-monferrino, o impero romano,mi hanno ricordato un viaggio di tanti anni fa. In California, dopo esserci letti una serie di articoli di Umberto Eco sull'Espresso, avevamo deciso di andare a controllare di persona i luoghi descritti nelle sue cronache di viaggio. Tutto il kitsch possibile e immaginabile, dai safari park con annessi e connessi, a San Simeon, fino al Madonna Inn.

Ecco, ho pensato al Madonna Inn, quando ieri ho letto della cittadella degli spacci in Stile Impero. Al Madonna Inn, per motivi di tempo e di spostamenti, non eravamo riusciti a pernottare, però avevamo fatto il pieno di benzina al distributore "dolomitico" e io ero andata a farmi mostrare un pò di camere, simulando una eventuale futura prenotazione. La descrizione la lascio a Eco perché io non riuscirei mai ad essere cosìacuta:

"Le povere parole di cui e' dotato il linguaggio naturale degli uomini non possono bastare a descrivere il Madonna Inn. Per renderne l'aspetto dall'esterno, distribuito in una serie di costruzioni a cui si accede passando per un distributore di benzina scolpito in roccia dolomitica, o il ristorante, i bar e la cafeteria, si possono tentare solo alcuni suggerimenti analogici. Diciamo che Piacentini, mentre sfogliava un libro di Gaudi, abbia ingerito una dose esagerata di LSD e si sia messo a costruire una catacomba nuziale per Liza Minnelli. Ma non rende l'idea. Diciamo l'Arcimboldo che costruisca per Orietta Berti la Sagrada Familia. Oppure: Carmen Miranda che disegna una locale Tiffany per i motel Motta. Ancora, il Vittoriale immaginato da Fantozzi, le Città Invisibili di Calvino descritte da Liala e realizzate da Leonor Fini per la Fiera del Panno Lenci, la sonata in si bemolle minore di Chopin cantata da Claudio Villa su arrangiamento di Valentino Liberace ed eseguita dalla banda dei Pompieri di Viggiù. Ma non ci siamo ancora. Proviamo a raccontare le latrine. Sono una immensa caverna sotterranea, tra Altamira e Postumia, con colonnine bizantine su cui poggiano putti barocchi in gesso. I lavabi sono grandi conchiglie madreperlacee, ....E al piano terra, nel quadro di chalet tirolesi e castelletti rinascimentali, una cascata di lampadari a forma di cesti di fiori, cascate di vischio sormontate da bolle opalescenti, violacee e soffuse tra cui fanno altalena bambole vittoriane, mentre le pareti sono rotte da vetrate art nouveau coi colori di Chartres e tappezzerie Reggenza con quadri puro Domenica del Corriere anni Beltrame...... Poi ci sono le camere, circa duecento, ciascuna con una caratteristica diversa: per un modico prezzo potete avere la Camera Preistorica, tutta caverna e stalattiti, la Safari Room (tutta tappezzata a zebra col letto a forma di idolo Bantù), la camera Hawaiana. la California Poppy, la Old Faashioned Honeymoon, la Collina Irlandese, la Cime Tempestose, la Guglielmo Tell, la Tall and Short, per coniugi di due lunghezze diverse, col letto a poligono irregolare, la Camera con Cascata lungo la Parete di Roccia, l'Imperiale, la Vecchio Mulino Olandese, la Camera con Effetto di Giostra. Il Madonna Inn e lo Hearst Castle dei poveri, non ha pretese artistiche o filologiche, fa appello al gusto selvaggio per lo stupefacente, il tutto pieno e l'assolutamente sontuoso a poco prezzo."

Le cittadelle degli spacci non raggiungono queste vertigini, ma sono sulla buona strada, basta dargli tempo...e vedremo. C'è però qualcosa che mi sfugge. Eco finiva col concludere che "il desiderio spasmodico del Quasi Vero nasce solo come reazione nevrotica al vuoto dei ricordi" e che "il Falso Assoluto è figlio della coscienza infelice del presente senza spessore." Vada per la California, ma vicino a Roma, quella vera, che cosa induce quelli degli spacci a costruire una cittadella stile Impero Romano? Che senso ha? Chi vive in mezzo alla cosa vera, perché deve sentire il bisogno di una cosa finta qualche chilometro più in là? Mistero.

Buona notte: Giulia

Non siamo stati bravi a fargli conoscere il valore del vero. Oppure: il finto ha avuto più armi di noi. Giulia, non so.

La ciambotta ! Io l'ho mangiata molto spesso a Roma quando ci vivevo. A me piace di più fredda che tiepida, però non la faccio al forno ma in tegame o casseruola. Occhio al sale: è vero che le patate lo assorbono ma se le olive e, soprattutto, i capperi sono già salati, bisogna stare accorti. Se poi ci si mettono i capperi panteschi quelli sono iper salati di loro, oltre che gustosi. Da bere ci metterei un Fiano di Avellino, una Falanghina freschi o un Greco di Tufo. E dopo si fa la scarpetta con del bel pane croccante. Mi è già venuta la voglia. Cacchio che goduria !!!

Gentile Prof. Salzano,

Sono la moglie di Simone Frasca, che le aveva scritto qualche giorno fa raccontandole tra le altre cose degli Amici di Radio 3, e vorrei ringraziarla personalmente per essersi iscritto al nostro sito. La creazione di questo gruppo é iniziata da una mia mail di protesta contro i cambiamenti di Radio 3, che è stata pubblicata da Repubblica e Il Manifesto (14/8/02) e ripresa in un successivo articolo da L'Unità e da diversi siti internet. Ecco il testo:

" Addio a Mattino Tre?

Venerdì il conduttore di “Mattino Tre”, di Radio3, ha comunicato che la direzione della Rai ha deciso la chiusura del programma a settembre. La notizia, al contrario della chiusura dei programmi di Biagi e Santoro non ha ottenuto la dovuta attenzione. In questo periodo “Mattino Tre”, contenitore d’interviste, musiche, storie propone i diari d’estate, dove per una settimana un personaggio (intellettuale, artista, giornalista) propone temi, musiche, letture su diversi argomenti. Dato lo spessore culturale degli invitati (Minà, Monicelli e altri), molte riflessioni hanno toccato temi relativi alla libertà (d’espressione, di stampa, eccetera). Il cambio d’un programma d’alto profilo culturale, con un gran seguito d’ascoltatori sembra un atto di censura. Sono brasiliana, nata e cresciuta durante la censura imposta dalla dittatura militare che per vent’anni ha governato il mio paese. La stupidità del regime ha lasciato, oltre alle vittime, anche aneddoti come l’irruzione dei poliziotti in un teatro per arrestare un certo “Sofocle”. Già che tutto è mercificato, vorrei che i vertici della Rai si ricordassero che gli ascoltatori di Radio3, che pagano il canone come gli altri, non sono disponibili a serate a tema sulla salama da sugo o sulle gesta di Padre Pio ma vogliono continuare ad ascoltare programmi di qualità come “Mattino Tre”.

Insieme alla lettera è stata pubblicata la mia mail,e quindi mi aspettavo qualche insulto del tipo: "ingrata, critichi il paese che ti ospita..." e per essere sincera anche cose più pesanti.

Invece, ho avuto una bellissima sorpresa, per la quantità di e-mail di solidarietà e condivisione delle mie parole che mi sono arrivate , e anche per tutti quelli che dicevano: facciamo qualcosa!

Così è iniziata la nostra avventura: grazie alla disponibilità di un web master che ci ha concesso un forum, abbiamo quindi lanciato appelli che hanno intasato le mail dei giornali e di radio 3, e abbiamo organizzato serate al teatro (a Correggio e Pisa), e dibattiti (a Reggio Emilia) alle quali sono intervenuti musicisti, attori e intellettuali che hanno a cuore la sorte della nostra unica emittente culturale .

Con queste iniziative siamo riusciti almeno a non far passare sotto silenzio tutte le modifiche che sono avvenute e che sono in procinto di avvenire al canale culturale radiofonico della Rai.

Dopo un anno, dalla protesta pura e semplice stiamo cercando di passare a una azione più a lungo termine: da una parte creando un osservatorio sulla programmazione di radio 3, dall'altra dando voce a tutte quelle iniziative e notizie che non trovano più uno spazio nel palinsesto del Terzo Anello. Non è un'impresa semplice, siamo tutti volontari, ma noi, come lei, non ci vogliamo arrendere a questo progressivo impoverimento culturale dell'Italia. Stiamo lavorando al testo di un nuovo di un appello per Radio3, che le farò pervenire appena è pronto.

cordiali saluti, Katia Martinez

ps - La sua ricetta degli spaghetti alla puttanesca ( avendo trovato al Mercato di Sesto Fiorentino le olive di gaeta) è stata apprezzata moltissimo dai nostri amici e ci apprestiamo a provare le altre.

Spero che almeno i 286 destinatari della mia mailing list si iscriveranno, come me, agli Amici di Radio 3.

La sua esperienza mi induce a due commenti: 1) È proprio vero che occorre opporsi con intelligenza alle malefatte pubbliche, e che allora si scopre che non si è soli; 2) È proprio vero che i forestieri che diventano italiani fanno l’Italia più ricca.

Caro Eddy, […]

1) Venezia - Mose. I complimenti per la pubblicazione su "la Repubblica" te li ho già fatti. Ora: condivido in pieno la tua posizione contra Mosem. Siamo in tanti, penso, a sostenere la scelta delle piccole opere, della cura (io dico certosina), dello "scuci e cuci", insomma di ritrovare, come scrivi, l'atteggiamento amorevole, pieno di consapevolezza e competenza, degli antichi. Venetiam studiose colere potrei dire parafrasando Cicerone ( suos agros studiose colere; colere artes et studia...). Potresti riproporre una campagna in questo senso. Nel cortile un breve tuo documento, preciso e definitivo dopo tante polemiche (e precedenti prese di posizione), da far sottoscrivere a centinaia di colleghi e tanti altri preoccupati del destino della più moderna città del mondo (mi pare giusto, ormai, non usare più il virgolettato per moderna). Dovresti però spiegare al meglio, a tutti noi tuoi interlocutori, la fattibilità dell'innalzamento della superficie cittadina, proprio il come si fa (forse qualcosa si è già fatto) materialmente, visto che non è possibile predisporre 500.000 martinetti sotto le fondamenta e dare il via al sollevamento!!

2) Periferia. Più leggo, più m'incazzo. Ti ho già scritto che l'improvviso interesse di tanti mi fa ridere. Vorrei rinunciare a intervenire. Se non si scrive oggi sui giornali qualche articoletto, si è fuori dall'attenzione. Nessuno fa caso ad altro magari molto meno superficiale. Le considerazioni e gli studi ormai "antichi", soprattutto provenienti dalla scuola, chi li ricorda se, lo ripeto, "nessuno legge nessuno"? salvo appunto gli articoletti dal Michele Serra in poi (a proposito: non hai osato pubblicare qualcosa dalla mia e-mail polemica del 29.8.03, dopo avermi chiesto il permesso (?) di farlo). In ogni modo il tuo pezzo del 19 scorso mi è piaciuto. Bravo bravissimo a notare ("singolare che...") il disinteresse di tutti verso un confronto fra certi aspetti di Rozzano e di altri insediamenti (il caso: un progetto di disegno urbano e architettonico eseguito nel mio corso nel 1985 e localizzato proprio a Rozzano reca il titolo Il riscatto di una periferia storica). Ciò che mi ha stufato è il giro e rigiro attorno ai Corviale, Vele, Zen, Laurentino 38, come se fossero quelli a rappresentare la questione delle periferie metropolitane. Per noi milanesi, poi, la nuova periferia al di fuori della città madre è tutta un'altra cosa: è lo sprawl di cui tratto nel pezzo di testo (La discussione) che hai pubblicato su eddyburg. Chi vuole, legga lì. Comunque coloro che odiano i citati spazi dovuti alla cultura moderna, non li troverà nell'hinterland milanese: troverà di peggio, un definitivo spappolamento del territorio causato da un'urbanistica e un'architettura per così dire non progettate o compiacenti verso la libera iniziativa. Semmai troverà mostruosità obese architettoniche nei "Monte Bianco" (V. in quel testo) del terziario. Purtroppo questo territorio non dispiace ad alcuni colleghi di qui (V. sempre là), per non dire del Massimiliano Fuksas (V. ancora là). Desideri non mi convince. La mia posizione circa "il soggetto metropolitano" che abita la città della "mediocre utopia liberista", è differente (V. ...); non si lascia irretire da un presunta "cultura abitativa" di quel soggetto. Desidera dimentica che il comune di Milano ha perso in trent'anni 540.000 abitanti residenti, la maggior parte dei quali sono stati cacciati dalla città a causa della distruzione di un buon sistema residenziale e industriale in funzione di una terziarizzazione irragionevole e spesso banditesca. Altro che scelta personale di un ritorno o di un'andata al "suo...paradiso individualista". Ma quali giardini, ma quali aree libere, ma quali spazi civili? Inoltre: perché, sempre riferendosi solo ai Corviale, Zen, ecc., si accenna al "pensiero dei grandi maestri del Movimento moderno come Gropius e Le Corbusier" dimenticando che, quanto alla questione delle periferie, rivolgendosi all'indietro, altro c'è da ricordare per non buttar via con l'acqua ritenuta sporca dei nominati Corviale, Zen... anche il bambino nato altrove negli anni Venti e primi Trenta. Come non ricordare Bruno Taut e le Siedlungen di Berlino, o anche Ernst May e le Siedlungen nella niddiana valle francofortese? Desideri le avrà visitate, di sicuro. Non gli pare che lì, per tipologie, per altezze (medie e basse, non alte - ripeto il linguaggio del Ciam 1930), per spazi esterni comuni e civili, per alberi, prati, pergolati (quest'ultimi Taut li voleva come punto originario di un sistema del verde che, partendo dall'aggrappo alla casa, diventasse giardino di vicinato, parco della comunità, infine campagna aperta), risiedano forme e contenuti almeno da citare mentre si sproloquia (non lui) di mostri della modernità eredi di un Movimento moderno in architettura-urbanistica quasi rappresentante di Entartete Kunst?

Ciao, Lodo

Ti rispondo su Venezia, per le periferie non ho nulla da aggiungere alla tua lezione. Da alcuni anni un’azienda del Comune (Insula) sta procedendo, secondo un’indicazione che demmo già negli anni Ottanta (nel PRG mettemmo come obiettivo la quota di 130 cm sul medio mare), a rifare le pavimentazioni stradali, isola per isola, a partire dalla pulizia dei canali (che era stata abbandonata da oltre un secolo), dal rifacimento degli argini, dalla ripavimentazione delle fondamenta, per far sì che i bordi delle isole vengano portati a un’altezza di sicurezza. Singoli edifici poi sono già stati posti, in gran parte, in condizioni di sicurezza: naturalmente relativa. Dove abito io, il piano terra è al sicuro dalle inondazioni se il livello sul medio mare non supera i 155 cm. Ma insomma, Venezia è costruita nell’acqua, e la convivenza non è affatto drammatica: finché non si manifestano eventi straordinari come quello del 1966. Ma questo è un altro discorso.

Stamattina su Rai Tre ho visto la seconda parte di un bellissimo film per la televisione che ha diretto nel 1972 Vittorio De Seta.

Si chiama "Diario di un maestro" ed è ambientato nella Roma dei primi anni settanta, in una classe elementare con ragazzini borgatari del Tiburtino III, di Tor Marancia e dell'Alessandrina. Il maestro era Bruno Cirino e i ragazzini erano veri e non attori. Facce da sottoproletari "abbonati" al riformatorio di Porta Portese. Quando la televisione pubblica sapeva fare il "sociale", scavava nei problemi reali con attenzione e proponeva chiavi di lettura civili, progressiste e pure un po’ didascaliche. Sapore di Pueblo Unido. Bella televisione, era.

Grazie della segnalazione. Ho trovato una scheda di questo bel film e la inserisco nella Antologia (Poesia e non poesia). Ho appreso che non ce n’è ancora un’edizione in DVD, ma solo in videocassetta.

Caro Eddy, sono felice, una buona notizia. Le tue dimissioni dall' istituto. Non accusarmi di cinismo; rispetto il tuo sentimento ("un passo per me così doloroso"); ma il tuo gesto, il gesto di una persona tanto rappresentativa nel mondo dell'urbanistica e, aggiungo, della politica culturale tout court, era necessario a fronte di avvenimenti che non sono altro che il precipitato atteso dopo molti recenti segni, crepe nell'edificio sorto nel 1929. "La posizione dell'Inu sulle regole dell'urbanistica è ormai quella della 'Casa delle libertà'", scrivevi il 2 marzo. Infatti: entrare in un'altra casa, più grande ed estranea a ogni tradizione, essendo crollata la vecchia per volontà o sortilegio di troppi suoi inquilini è conseguenza persino giusta. L'oscena volgarità ingiuriosa di un tale Properzi (per me, fortunatamente, un signor nessuno) verso De Lucia, caro mio, è come l'omicidio di Sarajevo considerato causa della prima guerra mondiale. D'altra parte "le ragioni di fondo", hai scritto il 7 aprile, "erano già presenti quando mi dimisi da direttore di 'Urbanistica informazioni',e sono state confermate..." ecc.ecc. Voglio dire che gli insulti a De Lucia avrebbero dovuto per sé soli giustificare le dimissioni, ma la realtà è che il vaso di Pandora era già colmo delle sciagure e dovevano riversarsi fuori, bastava un niente. Una delle sciagure è per l'appunto il Properzi e forse tu, come Epimetteo, hai sollevato il coperchio del vaso. In ogni modo il "testo unificato", il disegno Lupi (vale a dire, riducendo all'osso, urbanistica quale contrattazione/negoziazione "esplicite" con l'imprenditoria privata a partire, è inevitabile, dalle sue proprie scelte immobiliariste), trovano già precedenti ideali e applicazioni qua e là lungo tutto il paese, a scala regionale, comunale, provinciale. Abbiamo citato più volte il caso emblematico di Milano, ne ho scritto; il confronto e il contrasto fra te e il Gigi Mazza su "la Repubblica" dell'8 aprile scorso sono epigoni dei vostri saggi su Milano in "Urbanistica" del 18 giugno 2002 (rispettivamente Il modello flessibile a Milano e Flessibilità e rigidità delle argomentazioni. Il caso della Bicocca da me più volte descritto e criticato (edificare lì la città nuova voluta dal padrone ex delle ferriere e ora della rendita fondiaria e finanziaria, senza la minima possibilità o volontà per l'urbanistica e la politica di esprimere, non dico un piano, ma nemmeno una complessiva idea di città) non solo rappresenta alla perfezione la verità del modello milanese, ma ha applicato con largo anticipo il "testo unificato" o quant'altro sappiamo saranno le nuove deregolazioni. Ha ragione Fatarella quando scrive che "non è più tanto chiaro cosa sia destra e cosa sia sinistra" (24 marzo 2003) e, ricordando Bobbio, delinea invece con chiarezza i contenuti dell'insanabile separazione nella società e nell'urbanistica. Insanabile, sì, come dev'essere insanabile il contrasto nella politica fra una maggioranza liberista e affarista e un'opposizione (che sia effettivamente tale) diciamo socialdemocratica. L'Inu partecipe dei destini della destra: non poteva non finire così: un'istituzione essa stessa da tempo responsabile, attraverso il proprio silenzio o la propria accomodante cautela, di quella che non smetterò mai di chiamare la rovina pressoché definitiva del territorio e delle città del nostro paese. Sicuramente chiacchiere, queste, per un Avarello (non, al contrario, per Stefano Fatarella - 24 marzo): ma quando scrive (16 marzo) che in "Urbanistica informazioni" (vi pubblicai tre volte alla metà dei Novanta) sarebbe "meglio evitare... gli scambi epistolari tra due anziani signori, che finirebbero per annoiare i lettori", a chi si riferisce? a te e a sé stesso? Ma lui dev'essere un cinquantenne! O a coloro (cuius ego) che, anziani davvero, non demordono a squadernare pubblicamente le brutte pagine che i tipi avarelliani hanno contribuito a tenere ben serrate? Se poi lo hanno fatto sentendosi innocenti, ringrazino, per così dire, la mancanza (suppongo) di una effettiva conoscenza del territorio, del paesaggio, delle città: della loro storia. E intendo dal vero!, non solo dai documenti. Anche i cinquantenni ne hanno avuto il tempo, almeno trent'anni. Insomma, l'ignoranza estesa della realtà, da un prima a un dopo e secondo gli instabili stati intermedi, a mio parere non può che condurre alla destra: la quale, per l'appunto, oggigiorno in Italia coincide con l'incultura e l'ignoranza (preferirei usare il sf. lett. insipienza). Scusa se insito su Avarello: è pur sempre il presidente e il direttore, sicché mi sembra proprio la sua la nuova spalla (destra) su cui poggia il fucile dell'Inu volto in direzione contraria alla precedente, niente affatto al medesimo bersaglio come lui "francamente" sostiene (7 marzo) riprendendo la tua metafora fucilesca (2 marzo). Ho sentito accennare a qualcosa su Avarello da Aldo Cuzzer durante una sosta dei lavori della commissione concorsuale che ho presieduto nel 2001 a Milano. So di un libro dell'82 - Sansoni - fatto proprio con Cuzzer. Ho letto la sua apertura del Congresso Inu a Milano a giugno del 2003 (Il buon governo delle regioni metropolitane), ho letto gl'interventi attuali in eddyburg. Questi ultimi (7 e 16 marzo), nonostante i tentativi di ripicca verso di te (l'accusa di amare il dirigismo, quel passo sgradevolissimo e offensivo "se l'Inu non ti piace più... sai... dove rivolgerti per trovare consensi" (e tu hai risposto con fin troppa signorilità), nonostante i "francamente" i "tuttavia" i "certamente" i "comunque" i "credo proprio" i "basterebbe" i "piuttosto", mostrano che il presidente e direttore ha trascinato l'antico istituto a sostenere le politiche urbanistiche ed edilizie del governo e delle amministrazioni sue copie conformi (magari anche alcune di centrosinistra indifferente). Quanto alla relazione al congresso, ebbene: proprio a Milano doveva parlare/scrivere di regioni metropolitane in maniera così parziale, elusiva, disinformata? Quest'area metropolitana milanese disastrata sia sotto l'aspetto sociale che spaziale, quest'area schizofrenica fra città centrale e nuova periferia, fra giorno e notte, fra alcuni milioni di automobili e qualche centinaio di treni-tram-autobus, per la quale dissertare di "buon governo", come fossimo nella Bologna di vent'anni fa, senza sapere quale è la cosa, il mostro che si vorrebbe governare, insomma a noi milanesi "n' fa' vegnì' i nerf", come diceva la vecchia custode della mia casa.

La questione della quale discorriamo non ha molto a che fare con le singole persone e con il giudizio su di esse. L'attuale presidente dell'INU è una persona che personalmente stimo, e ho condiviso ciò che ha scritto anche in tempi non molto lontani. Vedo perciò i suoi atteggiamenti di oggi come espressione piena dei tempi. Sono tempi nei quali la virtù (non esente da vizi) dello schierarsi immediato, del prender partito, è stata sostituita da una diffusa opacità del giudizio sulle persone e sulle cose. E' una opacità che inevitabilmente tende a trasformare in idee correnti le posizioni (e gli slogan) pù forti sotto il profilo del potere (accademico, economico o politico che sia). Perciò, tutti a predicare, come fosse un'ovvietà, che privato è bello e pubblico è brutto, che negoziare è bello e autorità è brutto e così via. Del resto, non è con questi modi, non è adattando il proprio linguaggio al vocabolario della destra, assumendone i virus e tentando di depurarli, che si è stata stesa la guida rossa sotto i piedi della destra, con le operazioni di realpolitik alla D'Alema?Ciò che mi meraviglia, e mi dispiace, è che all'interno dell'INU (per tornare al punto di partenza) non si levinoi voci e posizioni critiche: come se, invece di un istituto culturale, fosse diventato una corporazione d'interessi. Ciò che sarebbe certamente legittimo, ma ben diverso da ciò che era stato in altre fasi della sua storia.

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