Dopo due settimane di negoziati, la Commissione Onu sullo sviluppo sostenibile, al suo quindicesimo incontro annuale, non è riuscita a licenziare a un documento finale, per divergenze fondamentali sulla natura e gli obiettivi dell'agenda dello sviluppo sostenibile. Nata dall'Agenda 21 - il programma d'azione per lo sviluppo sostenibile adottato nel giugno 1992 all'Earth Summit di Rio de Janeiro - la Commissione ha il compito di incoraggiare la cooperazione internazionale nell'applicazione dell'Agenda stessa a tutti i livelli: locale, nazionale, regionale, internazionale.
L'ostacolo maggiore si è rivelato essere il futuro del Protocollo di Kyoto che scade nel 2012. L'Unione europea ha sottolineato l'urgenza di un nuovo accordo per proseguire con il sistema di riduzioni obbligatorie delle emissioni di gas serra. Ma ad Australia, Stati uniti e Canada gli obblighi vincolanti risultano indigesti. A differenza dei primi due paesi, il Canada ha ratificato Kyoto; ma adesso il governo conservatore di Stephen Harper dice che il paese «non può» rispettare questo impegno. All'ultimo momento il gruppo dei 77 insieme a Cina, Usa, Canada e Messico ha accettato un'offerta «prendere o lasciare» da parte del presidente di turno della Commissione Onu, il ministro dell'Energia e dell'Industria del Qatar. Ma l'Unione Europea e la Svizzera hanno preferito lasciar perdere un documento che non prevedendo vincoli «non va incontro alle aspettative e alla sfide mondiali». Fra i temi caldi anche la questione del nucleare: Algeria, Argentina, Cile, Pakistan e altri avrebbero voluto inserirlo nell'elenco delle energie sostenibili; l'Ue e l'Associazione delle piccole isole-stato (minacciati nella loro stessa esistenza geografica) si sono opposti. Il fallimento dei lavori della Commissione Onu getta un'ombra sui futuri negoziati sul clima, previsti a Bali in dicembre. Negli stessi giorni in cui i governi si fronteggiavano in sede Onu, è uscito un rapporto della storica organizzazione inglese Christian Aid dal titolo Human Tide: The Real Migration Crisis in cui si stimano in un miliardo da qui al 2050 i rifugiati climatici: gli abitanti della Terra - in stragrande maggioranza dai paesi già impoveriti - che saranno a tal punto danneggiati dal caos climatico da dover fuggire altrove. Il rapporto parte dai 155 milioni che già hanno dovuto lasciare le proprie terre e case a causa di guerre, disastri «naturali» e progetti di sviluppo su larga scala. E chiede un'azione urgente da parte della comunità internazionale per evitare - contenendo l'aumento della temperatura a meno di 2 gradi centigradi, cioè un dito sotto la catastrofe - il peggior spostamento di popolazioni della storia mondiale. Movimenti in grado di destabilizzare intere regioni, se popolazioni sempre più disperate si troveranno a competere per acqua e cibo scarseggianti. Viene citato a monito il conflitto in Darfur, che trova la propria origine in generazioni di guerre per il controllo dell'acqua e dei diritti di pascolo in questa regione ampia e arida. Anche Wangari Maathai, l'ambientalista sociale kenyana vincitrice del Premio Nobel per la pace nel 2004, ha detto in un'intervista al Washington Post che il disastro nella regione del Sudan è centrato sulla ripartizione di risorse scarse, «una lotta per il controllo di un ambiente che non può più sostenere tutti gli esseri umani che ci vivono».
L'organizzazione poi fa il suo lavoro, chiedendo ai paesi maggiori responsabili delle emissioni di mettere in piedi un fondo di 100 miliardi di dollari all'anno per aiutare i paesi più poveri e vulnerabili a mettere in atto strategie di adattamento all'aumento del livello dei mari, alla crescente siccità e agli eventi climatici estremi. I contributi al fondo dovrebbero essere proporzionali alle emissioni pro capite dei paesi.C'è da sperare nel programma d'azione «immediata» che dovrebbe uscire dal Vertice sul clima delle C40, le più grandi città del mondo, in corso a New York.
UN-Habitat, L’acqua e gli insediamenti umani, in un mondo che si urbanizza (Capitolo 3 di: UN-Water Assessment Programme, Water,a shared responsibility, Secondo Rapporto Mondiale sull’Acqua, Città del Messico 22 marzo 2006, Executive Summary) – Titolo originale: Water and Human Settlements in an Urbanizing World – Estratto e traduzione per eddyburg_Mall a cura di Fabrizio Bottini
Le sfide poste dalla gestione delle risorse idriche variano enormemente a seconda del tipo di insediamento umano. La gamma dei tipi di insediamento va da quello sparso per abitazioni isolate delle zone rurali, attraverso villaggi e piccole cittadine, sino alle molto più dense e affollate città e mega-città. Metà della popolazione mondiale, e la maggior parte dell’economia mondiale, si collocano nelle aree urbane. Oggi, le grandi città presentano una sfida particolare, con ben 400 centri al mondo con popolazione superiore al milione di abitanti.
A livello mondiale esistono significative tendenze ad un aumento dell’urbanizzazione.
Nella maggior parte dei paesi africani e asiatici, le popolazioni migrano dagli insediamenti rurali verso quelli urbani. Di particolare rilievo sono le notizie di notevole crescita alle periferie di molte delle mega-città mondiali. Meno nota, ma non per questo meno significativa, la crescita di un gran numero di città medie e piccole, la maggior parte delle quali subisce la tensione di una rapida espansione. Nei paesi in via di sviluppo, col totale della popolazione in crescita, in genere la popolazione rurale si prevede in gran parte stabile in termini numerici, mentre ci si aspetta che quella urbana cresca rapidamente. Esistono comunque alcune differenze: l’America Latina è notevolmente più urbanizzata dell’Africa o dell’Asia, anche se quest’ultima possiede alcune delle più grandi città del mondo. Per contro, in alcuni dei paesi più sviluppati, dove la grande maggioranza della popolazione vive nelle città, ci sono segni di una controtendenza: le persone abbandonano le città per un livello di vita migliore nei centri minori circostanti.
Le aree costiere a bassa elevazione stanno diventando sempre più densamente popolate.
Non solo molte delle città e mega-città mondiali si trovano nelle zone costiere, ma anche le densità delle aree rurali in queste regioni stanno aumentando. Molte di queste località si trovano al di sotto, o molto prossime al livello del mare. Di conseguenza, la probabilità di inondazione è in crescita con l’aumento del livello del mare, e quello nell’intensità e frequenza delle tempeste. La vulnerabilità delle popolazioni in queste regioni pone altre sfide alle autorità civili responsabili.
I problemi posti dall’espansione di città e mega-città si mescolano all’inadeguatezza di gran parte dei terreni per l’insediamento umano.
Si tratta in particolare di un problema dei paesi in via di sviluppo. Le terre migliori e più adatte sono già occupate, mentre quelle rimanenti, in genere utilizzate da poveri, immigrati recenti, sono spesso le più a rischio di inondazione a fondovalle, o di frane sui fianchi delle alture. Si tratta anche di zone dove la realizzazione di servizi base come reti idriche e fognarie è più difficile e costosa. Il problema è esasperato dai tassi di incremento della popolazione, che superano di molto la capacità di assorbimento delle comunità. Le infrastrutture necessarie a servire i nuovi arrivi, semplicemente, non possono essere realizzate in tempi altrettanto brevi.
Dato che gli insediamenti umani sono i principali inquinatori delle risorse idriche, è essenziale una buona gestione delle acque pulite e di scarico per ridurre al minimo questo inquinamento, e i rischi per la salute.
L’espansione delle aree urbane e dell’agricoltura in genere offre nuove occasioni per le malattie. Ciò è destinato a continuare con la crescita della popolazione mondiale e l’aumento delle pressioni allo sviluppo agricolo, delle strade e sistemi di trasporto in aree precedentemente prive di insediamenti. Inoltre, con le industrie che tendono a concentrarsi entro o attorno alle città, e la produzione agricola principalmente nelle zone circostanti disponibili, devono aumentare le misure per contenere l’inquinamento e mantenere acque potabili sicure e strumenti di trattamento degli scarichi. Ciò è essenziale per assicurare la salute delle popolazioni, in particolare per gli abitanti delle grandi comunità urbane. Non affrontare questa sfida avrà effetti disastrosi sull’uleriore espansione delle città.
La gestione delle acque dovrà sempre confrontarsi col problema di realizzare un equilibrio fra i diversi utenti.
Si tratta di un problema sia delle grandi comunità urbane che di quelle piccoli e rurali. I bisogni di acqua della produzione agricola, energetica, industriale, sono spesso in concorrenza. Dunque, se sono di importanza prioritaria le questioni relative a una disponibilità adeguata di acqua da bere, per l’igiene e la salute, e a una gestione degli scarichi, si deve comunque trovare un equilibrio fra queste e altre necessità.
Gli insediamenti umani sono il contesto per l’azione.
La battaglia per conseguire gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG) riguardo ad acqua e scarichi dovrà svolgersi nelle città, cittadine e villaggi. È qui che si concentrano la gran parte della produzione industriale e delle attività economiche, e dove si prendono le decisioni critiche di governo. Con la crescita fisica e finanziaria delle città, rispetto ai più rarefatti insediamenti rurali, le sfide dell’acqua stanno diventando sempre più di carattere urbano. Le amministrazioni cittadine e municipali giocano un ruolo centrale nella gestione delle acque assicurandone la fornitura, rete fognaria e smaltimento. È di cruciale importanza il modo in cui gli obiettivi per la gestione delle acque si inseriscono nel quadro più ampio delle politiche ambientai ed economiche. A questo livello le iniziative strategiche si traducono in realtà, e necessitano di sostegno politico e amministrativo per risolvere conflitti e trovare consensi fra parti e interessi in concorrenza. Si devono coordinare e gestire le iniziative in queste aree, se si desidera un significativo miglioramento nelle vite dei 100 milioni di abitanti degli slum entro il 2020.
Nota: qui di seguito scaricabile la versione integrale originale dello “Executive Summary” del Rapporto (f.b.)
Progressivement, l'exceptionnel devient ordinaire. Et la canicule qui saisit en ce moment l'Europe à la gorge quitte la rubrique des faits divers pour devenir un fait majeur de société. A coups d'incendies, de vagues de chaleur, de pollution atmosphérique, d'assèchement des sols et des fleuves - et demain d'inondations brutales et de tempêtes de type tropical-, la météo sauvage qui secoue nos pays de cocagne, traditionnellement tempérés - trois périodes de chaleur record au cours de trois mois consécutifs-, se présente comme une réalité abrupte qu'il faut interroger.
Ne constitue-t-elle pas un signe supplémentaire d'une modification en profondeur des conditions de la vie sur terre? Les symptômes d'un gigantesque remue-ménage s'accumulent.
"Les phénomènes météorologiques et climatiques atteignent des niveaux records", constate l'Organisation météorologique mondiale (OMM), et leur nombre n'a cessé de "s'accroître ces dernières années". Plus personne de sérieux ne peut aujourd'hui se contenter de hausser les épaules en évoquant des coïncidences ou les aléas de la variabilité naturelle.
L'humanité se trouve bel et bien agressée par un dérèglement climatique majeur qui s'accélère et se généralise. Imprévisible, le phénomène, provoqué par un réchauffement planétaire que les observations scientifiques et humaines les plus diverses confirment, entraîne avec lui une foule de questions sur l'avenir de nos sociétés, bousculant le cadre de nos habitudes et de nos pensées, y compris ce qui passe aux yeux de tous pour immuable et indépassable. Système économique, approvisionnement énergétique, modes de production, moyens de transport, organisation collective, comportements sociaux et modes de vie individuels sont concernés.
La crise climatique confronte l'humanité et ses civilisations à un défi redoutable: comment allons-nous vivre désormais avec un climat qui se retourne contre les hommes?
Comment et dans quel sens allons-nous réagir, rapidement et radicalement si possible, sous peine, peut-être, de mettre en cause notre propre survie? La répétition et l'intensité des phénomènes climatiques extrêmes mènent une sarabande effrénée sur l'ensemble des continents et des océans. Plus on se rapproche des pays les plus peuplés et les plus démunis du Sud, plus ce chamboulement ressemble à une danse de mort.
Canicules et inondations se succèdent, tempêtes et sécheresses se combinent. L'alternance rapprochée de catastrophes dites naturelles provoque une spirale de déséquilibres. Le nombre de victimes silencieuses et anonymes s'accroît. Les dégâts sur l'écosystème planétaire s'intensifient. Ils entraînent un cortège d'épidémies résurgentes, d'immigrations forcées, de réfugiés sans issue, de désertification massive, d'appauvrissement des sols, d'épuisement des rendements, de pénurie d'eau, de destruction des forêts, d'extinction des espèces...
Réagissant à cette tragédie qui mine la modernité, Sir John Houghton, ancien président de l'Office britannique de météorologie, n'hésite pas à se référer à l'actualité la plus explosive, qualifiant d' "arme de destruction massive au moins aussi dangereuse que les armes chimiques, nucléaires ou biologiques" le réchauffement climatique. "Comme le terrorisme, cette arme ne connaît pas de frontières", a-t-il récemment dit au Guardian.
Sir John Houghton n'est pas le seul à s'inquiéter. La plupart des politiques désignent désormais le réchauffement climatique comme un des principaux ennemis de l'avenir. On se souvient du fameux "La maison est en feu" de Jacques Chirac au sommet de Johannesburg. Et la communauté internationale a pris à Kyoto, en 1997, une décision historique: celle de réduire l'émission des gaz à effet de serre. Pour la première fois, une logique de décroissance a été introduite - plus symboliquement qu'efficacement - au cœur du système productif, à contre-courant du dogme récurrent de la croissance permanente. La prise de conscience semble progresser, et chaque nouveau coup de boutoir climatique la renforce. Au niveau des discours et des postures surtout. Car, dans la prise de décision, force est de reconnaître, comme Nicolas Hulot citant Bossuet, qu' "on s'afflige des effets mais qu'on s'accommode des causes". Le temps politique n'est pas celui du temps écologique.
La communauté scientifique, quant à elle, s'interroge encore sur l'origine du phénomène. A quoi ou à qui doit-on le retournement climatique? A un de ces soubresauts naturels de la machine terrestre qui, à l'échelle de l'histoire géologique, ont déjà précipité des changements spectaculaires à coups de glaciations ou de réchauffements? Ou à l'espèce humaine et à ses activités? Les études tendent à montrer que la seconde hypothèse est la plus probable. Les rapports de la Commission intergouvernementale sur les changements climatiques (IPCC) de l'ONU, l'autorité la plus fiable en la matière, se font de plus en plus précis et accusateurs.
N'y a-t-il pas coïncidence troublante entre l'augmentation des émissions de gaz à effet de serre, la hausse des températures moyennes et le dérèglement actuel? Le pire est peut-être à venir si le réchauffement en cours s'emballe après avoir libéré les énormes quantités de gaz à effet de serre (carbone et méthane) piégées dans les océans ou les terres gelées du Nord (le permafrost). Après tout, il n'a fallu qu'une augmentation moyenne de 7 °C de la température pour que les dinosaures disparaissent corps et biens alors qu'ils régnaient sur la terre.
Aujourd'hui, l'IPCC évalue l'augmentation possible jusqu'à 6 °C. Le débat continue sur les causes mais, en tout cas, plus personne ne met en doute le phénomène de réchauffement et de dérèglement.
Et, quoi qu'on en pense, il va falloir maintenant vivre avec. C'est-à-dire avec les révisions que cela impose. La vie, qui est robuste et qui a fait la preuve depuis quelques milliards d'années de sa faculté de résistance, est sans doute capable de s'adapter. Même si, cette fois, le changement est infiniment plus rapide - quelques dizaines d'années - qu'il ne l'a jamais été par le passé - plusieurs milliers d'années. L'homme le pourra-t-il? La crise climatique l'invite à un douloureux effort de modestie. N'est-il pas, somme toute, qu'une des manifestations multiples de la vie? Un invité surprise parmi d'autres? Bien plus fragile que nombre d'autres espèces? Plutôt que d'entretenir l'illusion prométhéenne d'une capacité supérieure à dominer tout ce qu'il touche, plutôt que de croire que le progrès finira toujours par l'emporter et que de nouvelles technologies parviendront un jour à réinventer l'eau, l'air et la terre, ne doit-il pas chercher le chemin d'une histoire collective soucieuse d'équilibre, de durabilité, de maîtrise et de réconciliation avec son environnement?
C'est là qu'interviennent toutes les questions qui fâchent, mais qu'il va bien falloir poser. Elles sont multiformes et concernent tous les domaines, qu'elles renvoient aux grands choix stratégiques ou aux minuscules comportements individuels. Si, comme c'est probable, l'humanité est responsable du réchauffement climatique et si elle veut, dans l'intérêt de chacun de ses peuples, interrompre le bouleversement en cours ou, du moins, le ralentir, des ruptures décisives s'imposent.
Oui, il faut consommer moins, brûler moins d'énergie, se déplacer autrement, économiser les ressources, produire autrement, éviter le gaspillage... Oui, prévention, précaution, réparation, recyclage, décroissance et économies sont les clés de l'avenir. Se traduiront-elles en autant de politiques? Ce serait introduire l'idée de limite au cœur de l'activité humaine. A contrario du consensus de la pensée contemporaine autour de la fuite en avant et vers le toujours plus.
Titolo originale: Fuelled by a new energy– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Molte delle prospettive per gli impatti del mutamento climatico per Londra sono a dir poco preoccupanti.
Come risposta il sindaco della capitale, Ken Livingstone, ha fissato nuovi limiti per l’inquinamento atmosferico e nuovi obiettivi per le energie rinnovabili.
Per il 2010 Livingstone vuole che Londra riduca le proprie emissioni dio anidride carbonica del 20% (sotto i livelli del 1990) e produca energia elettrica e riscaldamento da 40.000 nuove fonti ad energia rinnovabile.
Le ricerche dimostrano che, se non si fa nulla, il solo rischio di allagamenti interesserebbe 68 stazioni sotterranee, 400 scuole e 16 ospedali. Le maree sono previste più alte di 1,4 metri entro il 2080, minacciando le abitazioni di 1,25 milioni di persone, e valori immobiliari per 80 miliardi di sterline.
Dato che gli edifici contano per il 70% delle emissioni di anidride carbonica di Londra, uno dei primi punti da cui partire sono le costruzioni orientate alle energie rinnovabili e alle basse emissioni.
Quattro consigli municipali di Londra – Brent, Merton, Barking-Dagenham e Southwark – hanno raccolto la sfida del sindaco. Secondo un piano annunciato il mese scorso, verranno istituite quattro Energy Action Areas (EAA) come progetti pilota per le energie rinnovabili, con abbattimenti calcolati del 40-60%. Se saranno giudicate esperienze positive, il modello sarà esteso all’intera Londra.
La London Energy Partnership (LEP), istituita nel 2004 per ridurre il consumo energetico di Londra, ha il compito di sviluppare e mettere in pratica i progetti delle EAAs, e sta collaborando con le autorità locali e i costruttori in ciascuna zona.
Le risorse finanziarie della LEP per le EAA provengono dall’amministrazione di Londra e dal governo centrale, e la realizzazione dei progetti sarà sostenuta da finanziamenti misti.
”Si tratta di una specie di esperimento per noi”, spiega Mark Watts, principale consigliere del sindaco in materia ambientale. “Il sindaco ha fissato obiettivi alti per Londra e il mutamento climatico si sta avvicinando rapidamente alle priorità del programma”.
”Vogliamo che Londra apra la strada e queste EAA sono il primo tentativo di mostrare praticamente cosa si può realizzare. L’intenzione è di partire con una piccola zona, e poi gradualmente espandersi a tutta la circoscrizione”.
Il progetto di più alto profilo è New Wembley, un insediamento di iniziativa privata con 3.700 nuove case e 137.000 metri quadrati di attrezzature commerciali e per il tempo libero attorno allo stadio di Wembley, nel territorio amministrato dal consiglio di Brent. Il programma mira a produrre il 37% in meno di emissioni di anidride carbonica di un complesso londinese tipo, attraverso “eco-case” ad alta efficienza energetica, e sviluppando un impianto di produzione energetica e di riscaldamento [ combined heat and power / CHP].
La CHP, tecnologia ad alta efficienza per i carburanti, è piuttosto nota nei progetti pilota. A differenza delle forme convenzionali di produzione energetica, utilizza il prodotto collaterale del calore, che di solito viene sprecato. Secondo i calcoli del governo, può aumentare l’efficienza generale dei combustibili ad oltre il 75%, contro circa il 40% della produzione elettrica corrente.
La EAA di Southwark si articola in due progetti. Il primo, nella zona di Concerto, è un programma di riuso residenziale che utilizza materiali ed energie rinnovabili nella realizzazione di nuove case. Insieme ai progetti per un impianto di biogas, che ricicla i rifiuti organici dalla zona residenziale, secondo il consiglio municipale si potranno tagliare le emissioni di anidride carbonica di oltre il 60% entro il 2010.
Il secondo progetto per Southwark è a Elephant and Castle, dove è in corso un programma di rigenerazione urbanistica per 1,5 miliardi di sterline in 10 anni. Il consiglio vuole che in questo caso si tratti di un progetto “neutro”, ovvero che le emissioni di anidride carbonica non crescano oltre i livelli attuali a intervento completato. Sono stati fissati obiettivi di efficienza energetica, con un minimo del 10% da fonti rinnovabili.
Barking-Dagenham è la terza EAA e mira a completare il progetto di riuso da 1,5 miliardi del centro di Barking utilizzando edilizia energeticamente efficiente e fonti rinnovabili.
Non si conoscono ancora i dettegli della quarta EAA, Merton, salvo che si tratta della rigenerazione del centro di Mitcham, utilizzando energie sostenibili e realizzando un grosso impianto di riscaldamento a scala dell’intero distretto. Il consiglio ha già approvato una delibera che fissa al minimo del 10% il quantitativo di fonti rinnovabili per tutti i nuovi insediamenti privati.
Tutti i progetti saranno verificati annualmente per valutare i progressi e assicurarsi che gli obiettivi di riduzione delle emissioni vengano rispettati.
Nota: il testo originale al sito del Guardian (f.b.)
Le fonti rinnovabili, per quale sviluppo?
Un urbanista foggiano scrive a Nichi Vendola e al manifesto, a proposito della lettera di Agostinelli e Serafini sull’eolico
Leggendo la lettera aperta al presidente della regione Puglia, apparsa su “il Manifesto” dell’ 8 giungo 2005, di Massimo Serafini e Mario Agostinelli, con cui si chiedeva di ripensare l’idea della moratoria sull’eolico perché «la strada da imboccare è quella della promozione delle fonti rinnovabili», sono giunto ad alcune riflessioni (maturate a partire dalla mia realtà foggiana) per le quali ritengo sensata la proposta di sospendere l’attività dell’eolico nella regione, soprattutto nella provincia di Foggia che in Puglia è la realtà più inondata di eolico(nei comuni del Subappennino dauno con n.455 torri installate, con una potenza totale di MW 300,57 pari all’ 81% dell’intera Puglia con i suoi 371 MW).
Per comodità di sintesi le elenco per punti.
a) Perché produrre energia elettrica? L’energia elettrica serve per mettere in moto questo modello di sviluppo che ha bisogno sempre più di energia per produrre sempre più merci. Il modo di produrre merci distrugge territorio (natura e ambiente) e non considera le leggi fondamentali della natura. E’ un modello utilitaristico della società e dell’economia che considera «la natura il “fondo materiale” della storia, l’inesauribile riserva di estrazione di risorse minerali, vegetali ed animali».
b) La produzione di energia con fonti rinnovabili non è finalizzata a un modello economico e sociale che pianifica sia una sostituzione della produzione di energia da fonti non rinnovabili come le grandi centrali elettriche a carbone con grandi impatti umani e ambientali sia un altro modo di produrre l’energia e di organizzare la produzione e la riproduzione della società storicamente data.
c) Al di là della scelta giusta e sensata di produrre energia dalle fonti rinnovabili con tecnologia che rispetta i cicli della natura (la tecnologia non è neutrale), resta il problema del perché produrre energia, per chi, per che cosa? Perché un territorio di rilevante importanza agricola, naturalistica ed ambientale come quello foggiano deve essere “specializzato” a produrre energia elettrica tramite l’eolico (perché solo l’eolico?) che non ha nessuna interconnessione con il territorio e finisce per depauperare i territori interni (collinari e montani) con l’ulteriore abbandono dell’agricoltura ? I territori agricoli vengono convertiti con la messa a “coltura” dell’eolico a scapito di uno sviluppo agricolo che recuperi la memoria delle masserie ecologiche, dei piani zonali, di una difesa del territorio, di un impegno reale e concreto per bloccare il dissesto idrogeologico, eccetera. Insomma, uno sviluppo locale che sappia tutelare e valorizzare le risorse vocazionali del territorio è l’unica strada per non cancellare la storia, la cultura e l’esistenza di queste importanti comunità locali che hanno saputo costruire milieu locale innervato con la natura e l’ambiente.
d) L’eolico è energia che viene prodotta sopratutto dalle grandi imprese, anche multinazionali. Il modo di produzione delle imprese non considera il paesaggio, la natura, il territorio: esse ignorano le regole della natura e dell’ambiente ma non quelle del profitto e del potere. Intervengono sul territorio senza regole e l’unico controllo degli enti locali è quello delle banali varianti agli strumenti urbanistici vigenti, inadeguati e carenti.
e)La lettera aperta è una presa di posizione che si pone nella frattura tra la teoria e la prassi, dove la teoria non si rinnova con la prassi (e viceversa) e che non tiene conto del modo di produzione (forze produttive sociali, rapporti sociali di produzione, eccetera) dell’ energia elettrica sia essa fondata sulle fonti rinnovabili sia essa fondata su quelle non rinnovabili.
f) La provincia di Foggia è “ricca” di piani di area vasta redatti e in fase di redazione che si rifanno al cosiddetto sviluppo sostenibile. Sono piani che non comunicano e non producono un progetto sostenibile dell’insieme del territorio. La produzione di energia elettrica (rinnovabile o non rinnovabile) non ha nessuna correlazione con un progetto territoriale sostenibile della Capitanata.
La Puglia non ha un piano regionale di energia che si innerva con un piano di sviluppo territoriale, economico e sociale. Il presidente Vendola non solo fa bene a proporre la moratoria sull’eolico, considerato che non ha nulla a che fare con la produzione di energia pulita per uno sviluppo territoriale rispettoso della dignità umana e dei cicli ecologici e naturali, ma dovrebbe anche, a mio parere, impostare la questione energetica tenendo legate le pianificazioni territoriale, ambientale ed economica.
La visione fideistica della scienza e del progresso ci ha abituati a pensare che ogni problema abbia una soluzione. Ciò è vero quando si tratta di cambiare il frigorifero, lo è meno quando si entra in ospedale per un malanno, non lo è per nulla quando i problemi da risolvere sono quelli globali della crisi climatica ed energetica. Però, il fatto che questi ultimi non siano immediati induce a considerarliu alla stregua del frigorifero: qualcuno certamente troverà una soluzione, e chi mette sull’avviso che forse non è così scontato è bollato di catastrofismo.
In realtà da decenni circolano nella comunità scientifica analisi rigorose e credibili che avvertono come i cambiamenti climatici, l’esaurimento del petrolio e di altre risorse naturali, l’aumento della popolazione e delle disparità sociali siano altrettante bombe innescate pronte ad esplodere in rapida sequenza, amplificando i danni. Ma in genere si rimuove tutto rifugiandosi nel classico effetto Cassandra, dimenticando che la sfortunata aveva comunque ragione.
È questa la sorte che è toccata pure a un eccellente esercizio scientifico voluto da un grande manager italiano, Aurelio Peccei, animatore del Club di Roma, che nel 1972 pubblicò il rapporto I limiti dello sviluppo in collaborazione con il Mit di Boston.
Ancora oggi si vitupera questo studio come non veritiero. Chi parla, in genere non l’ha nemmeno letto. Oggi è in libreria per gli Oscar Mondadori l’edizione aggiornata I nuovi limiti dello sviluppo, quello che considero il manuale di istruzioni del pianeta Terra: ad oltre trent’anni di distanza i conti riveduti e corretti portano sempre al collasso della società se non si cambia rotta in tempo. Jared Diamond ha sviluppato il tema su base storica in Collasso (Einaudi), mostrando come è piuttosto comune che nel passato alcune civiltà abbiano ignorato i segni di cambiamento e si siano estinte. Oggi viviamo in un villaggio globale e uno scacco coinvolgerebbe tutti.
Sui cambiamenti del clima basta concedere un po’ di attenzione ai rapporti dell’Ipcc, che è un’Agenzia delle Nazioni Unite, non un covo di no-global; sulla crisi del petrolio basta guardarsi il film svizzero A crude awakening (oilcrashmovie. com) o visitare il sito di Aspo, l’associazione per lo studio del picco del petrolio (peakoil. net) che ha pure una sezione italiana. E se non basta, quale fonte più autorevole dell’Unione Europea? La sua agenzia ambientale (Eea), con sede a Copenhagen, ha elaborato il progetto Prelude, scenari per l’Europa del 2030 (eea europa.eu/prelude). Per capire che il collasso non è escluso, bastano alcuni titoli: Big Crisis, Great Escape… Insomma, un problema lo si inizia a risolvere considerandolo. Lo si studia, lo si affronta e ci si prepara psicologicamente.
Io e mia moglie lo stiamo facendo da anni, con soddisfazione economica, profonda motivazione e perfino divertimento. Abbiamo il tetto ricoperto di pannelli solari, abbiamo sostituito un anonimo prato all’inglese con un fiorentissimo orto, abbiamo applicato l’isolamento termico al solaio e installato vetri doppi e stufa a legna, conserviamo l’acqua piovana, evitiamo i centri commerciali e riduciamo i nostri acquisti inutili, facciamo una raccolta differenziata spinta, intessiamo con il vicinato rapporti di cooperazione invece che di competizione, conserviamo saperi antichi amalgamandoli con tecnologie moderne. La nostra Utopia è già realtà, non serve essere né eremiti né invasati, basta essere realisti, attenti ad un mondo che cambia rapidamente e che domani sarà molto diverso rispetto a quanto vogliono farci credere gli spot pubblicitari.
Se non vogliamo che il medioevo di Utopia prenda brutalmente il sopravvento, dobbiamo prima di tutto fare un esercizio psicologico per uscire dal circolo vizioso tipo "la tecnologia ci salverà", provare a mettere in dubbio qualche certezza, e riacquistare il contatto con il mondo fisico e i suoi limiti. Non viviamo in un videogioco, ma su un pianeta fatto di aria, acqua, rocce, foreste, batteri, petrolio e carbone, il tutto regolato da leggi fisiche ferree. Vinceranno quelle se non sapremo dare una svolta all’uso delle risorse. Il tragico destino di Utopia non si realizzerà solo se noi metteremo in pratica ogni giorno un pezzetto dei suoi addestramenti.
Del resto, tra gli scenari di Prelude, c’è pure "Evolved Society", un mondo dove non esisterà più il minaccioso e rombante Suv, ma disporremo tutti di una sobria abitazione a energia rinnovabile e di un computer in rete con il quale condividere conoscenza e promuovere la convivialità. Non è un’utopia sognare un mondo migliore.
Titolo originale: Can our way of living really save the planet? – Traduzione per Eddyburg Mall di Fabrizio Bottini
In superficie, la vita di Kendal Murray sembra decisamente sulla media. Ogni mattina si fa la doccia, prepara i toast e lascia i bambini al nido prima di andare al lavoro. Solo osservando più da vicino i particolari della sua routine quotidiana, emergono alcuni elementi interessanti: la doccia è riscaldata da pannelli solari sul tetto; l’elettricità per il tostapane viene da un generatore locale che brucia legna; e quando porta i bambini al nido ci va a piedi: naturalmente.
La signora Murray abita a BedZED, che sta per Beddington Zero Energy Development, Sutton, sud di Londra, il primo insediamento di grosse dimensioni “senza produzione di anidride carbonica”, usando solo energie rinnovabili generate in loco, non aggiunge quantità significative di CO2 all’atmosfera.
”La gente ha un’idea da cilicio della vita ecologista, che invece può essere facile, economica e attraente” dice la Murray. “Vivo con la coscienza a posto e non ho dovuto rinunciare a nulla per farlo”.
Benvenuti nel modo della vita etica che, se si continua la tendenza attuale, vedrà molti di noi unirsi allo stile di esistenza della Murray, non solo preoccupandoci di risparmiare energia e diminuire le emissioni di anidride carbonica – unendoci così al leader Tory David Cameron che ieri ha annunciato che installerà una turbina a vento sulla sua casa nell’ovest di Londra – ma accertandoci di indossare vestiti che non sfruttano i lavoratori nei paesi in via di sviluppo, andare a fare vacanze che non danneggiano preziosi habitat, far crescere i figli meticolosamente eco-friendly.
Qualche giorno fa, Marks & Spencer è stata la prima catena commerciale a lanciare una propria linea di magliette e calzini equa e solidale. Poi il gigante dei supermercati Sainsbury's ha confermato di aver fatto la più grossa ordinazione di tutti i tempi in cotone del circuito equo. La scorsa settimana Top Shop ha annunciato che stava portando l’abbigliamento di questo circuito nei propri negozi. Contemporaneamente, il mercato del cibo biologico è lievitato sino ad oltre 1,1 miliardi di sterline, e di conseguenza gli alimenti prodotti nel circuito etico – biologico, equo e solidale, vegetariano, free range – ora contano per il 5% del conto alimentare britannico da 80 miliardi.
Ora stanno entrando in scena i marchi di lusso. La scorsa settimana si è lanciata Product Red: un’idea di Bono per utilizzare occhiali da sole di marca, felpe e T-shirt comprate con le carte di credito American Express per raccogliere denaro da usare per la lotta all’Aids in Africa. Sostenuti da attrici e supermodelle come Elle MacPherson o Claudia Schiffer, i contributi Amex Red versano qualche centesimo per ogni unità spesa alla causa.
La vita etica è in marcia, detto in altre parole. Statistiche pubblicate dalla Co-operative Bank mostrano che i britannici hanno speso 25,8 miliardi di sterline in prodotti etici lo scorso anno, il 15% in più del 2004. Oltre il 40% di questi sono andati agli investimenti nelle banche etiche, e anche il commercio di prodotti equi – che compensano i produttori oltre i normali livelli di mercato – si sta impennando drasticamente.
Dieci anni fa, non c’erano prodotti etici. L’anno scorso di sono spesi in acquisti del settore quasi 200 milioni di sterline, e il mercato cresce del 40% l’anno, col caffè in cima alla lista dei prodotti preferiti. Cafedirect ora è la sesta marca per vendite a livello nazionale.
In più, il governo sta prendendo in considerazione alcune azioni per rafforzare le Norme per le Abitazioni Sostenibili, in modo tale da farle diventare obbligatorio per tutte le nuove costruzioni, e raggiungere obiettivi ambiziosi di riduzione del consumo energetico. Si tratta di un’azione importante perché il 50% delle emissioni di carbonio del Regno Unito proviene dall’ambiente costruito, e si prevedono massicce quantità di nuova edificazione nell’Inghilterra meridionale.
Sembra tutto molto incoraggiante. Ma tutti questi milioni sono spesi bene? Si aiuta davvero l’ambiente? Ed è possibile che siano i consumatori a controllare il destino del pianeta facendo la spesa, scavalcando così i migliori sforzi internazionali dei politici? Queste domande ci portano nel nocciolo centrale di una delle principali questioni del momento: sino a che punto il potere del consumatore può salvare il mondo? Non sorprende che le risposte rivelino una grande distanza tra favorevoli e contrari alla vita etica.
Consideriamo il problema dell’eco-turismo. Ci sono ovvi elementi positivi nel passare vacanze che non portino a un diffuso degrado di preziosi habitat, come la cementificazione di isole coralline o gli enormi alberghi che sottraggono grandi quantitativi d’acqua solo per docce e piscine. Ma la questione non è così lineare. Per esempio, la maggior parte delle località di eco-turismo sta in Sud America, Asia e Africa. Arrivarci implica bruciare grandi quantità di carburante, aggiungendo ampie quote di anidride carbonica all’atmosfera.
È un punto su cui ora concordano anche gli operatori del settore. Ieri i due principali guru dei giramondo – Mark Ellingham, fondatore delle Rough Guides, e Tony Wheeler, che ha creato Lonely Planet – hanno entrambi ammesso pubblicamente che le loro edizioni hanno contribuito a diffondere un atteggiamento propenso a volare, che sta stimolando l’ascesa dei livelli di anidride carbonica e contribuendo al riscaldamento globale. Suggeriscono, fate meno voli, e fermatevi più a lungo.
Ma ancora, non è tanto semplice, come sottolinea Paolo Guglielmi, project manager del programma ambientale delle Nazioni Unite in Mediterraneo. “Se l’unico problema ambientale fosse il volare, saremmo sulla strada giusta; il problema è che non si tratta dell’unico problema”.
Questo aspetto è stato dimostrato da un recente studio accademico, che suggerisce come gli impatti della pratica dell’ecoturismo siano spesso significativamente superiori a quanto avverrebbe semplicemente restandosene a casa. John Hunter e Jon Shaw, della Aberdeen University, hanno calcolato la “impronta ecologica” di 252 vacanze eco-turistiche in termini di quantità di ettari globali di pianete, necessari a fornire le risorse consumate. I risultati, in corso di pubblicazione sulla rivista Environmental Conservation, mostrano che in tutti i casi tranne uno l’effetto è stato quello di incrementare la pressione netta sulle risorse naturali.
”Esiste probabilmente una differenza, tra un approccio hard e uno soft al turismo” aggiunge Hunter. “[Si può] andare ad attraversare la Mongolia sedendo in groppa a un cammello e mangiando come gli abitanti del posto; se si va nelle Filippine o in Tahilandia, si visita una volta un eco-park e si passa il resto del tempo abitando in un albergo di lusso, l’impatto sarà enorme”.
Un punto di vista condiviso da Guglielmi. “Il problema sta nel termine eco-tourism, interpretato in ciascun paese in modo diverso” dice. “Passiamo da posti dove lo si intende in termini di tende, ad altri, in particolare lungo le coste nel sud del Mediterraneo, dove la parola serve solo a pitturare di verde chilometri di alberghi a cinque stelle”.
C’è poi la questione del cibo. Da un lato, il circuito del commercio equo e solidale da’ ai piccoli produttori dei paesi in via di sviluppo un accesso ai mercati ricchi. D’altra parte, l’importazione di merci da migliaia di chilometri di distanza contribuisce sempre più ad un inquinamento che si calcola in quantità di cibo per distanza.
In modo simile, tutte le azioni per mantenere i nostri figli “ eco-friendly” vengono criticate per la loro scarsa praticabilità. I pannolini usa e getta sono considerati un dono di dio dalla maggior parte dei genitori, e uno studio dell’Agenzia Ambiente del 2005 ha concluso che c’è poca differenza in termini di impatto ecologico, fra usa e getta e pannolini che si lavano.
In ogni caso, l’analista commerciale Richard Hyman, consulente alla Verdict Research, afferma di non essere affatto convinto che i consumatori britannici siano pronti a sacrificare i prezzi più bassi in cambio della coscienza a posto. “Viviamo in un modo dove la maggior parte delle persone sono favorevoli a sostenere i negozi di quartiere ma non fa niente a questo proposito” dice. “La gente è contenta di parlare della consapevolezza etica, ma quando si arriva ai modi di consumo non c’è corrispondenza con queste parole”.
La strada per arrivare a un vero stile di vita etico e sostenibile, in altre parole, sarà ardua. Comunque, ciò non significa che l’obiettivo non valga la pena, dicono gli attivisti. Indicano gli impatti spesso orribili che gli occidentali hanno avuto sul mondo in via di sviluppo, sia in termini di costi ambientali che di vite umane.
La scorsa settimana, ci sono stati tre diversi incidenti nelle fabbriche di abbigliamento del Bangladesh con molte centinaia di morti, nella città portuale di Chittagong e in una fabbrica crollata nella capitale, Dacca. All’interno delle fabbriche, abiti destinati all’Europa e all’America. Nessuno di quegli incidenti è stato riportato sulla stampa britannica. E pure essi dimostrano il terribile prezzo che talvolta si paga per produrre cose che diamo per scontate.
Avvenimenti del genere danno impeto al movimento etico, e probabilmente manterranno la pressione sulle attività economiche perché si assicurino che i propri prodotti e servizi vengano offerti in modo moralmente accettabile alla maggior parte delle persone. Può dimostrarsi arduo organizzare nei particolari un programma di vita etica, ma ci sarà sempre la voglia di realizzarlo.
E alla fine, ci guadagneremo tutti, secondo Kendal Murray. “Non ho mai abitato in un ambiente tanto amichevole come questo” dice riferendosi al BedZED. “C’è un senso comunitario, qui, risultato diretto del fatto che siamo tutti legati dalla causa comune del vivere ecologico. Quando curo le verdure nell’orto o cammino fino ai contenitori del riciclaggio, mi incontro coi vicini e parliamo. In tutti gli altri posti dove ho abitato, la gante andava dalla porta alla macchina, e spariva in una nube di fumo da petrolio”.
Nota: in termini più pratici, e con riferimento alla pianificazione territoriale, qui su Mall si vedano le recentissime linee per l'inserimeno delle Energie Rinnovabili nei piani locali dello East England (f.b.)
Oltre mezzo milione di uccelli migratori, tra cicogne, pellicani, gru, poiane e aquile sono a rischio lungo la costa del Mar Nero, nel Nord della Bulgaria, a causa di 3 progetti di impianti per la produzione di energia eolica. La zona interessata, Cape Kaliakra, è un’area importante per gli uccelli censita da BirdLife International all’interno del progetto IBA (International Bird Areas) e costituisce la seconda più importante rotta europea per gli uccelli migratori, in particolare quelli provenienti dal Nord Europa e diretti verso Sud. Lo denuncia la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) e la Società bulgara per la protezione degli uccelli (BirdLife Bulgaria): quest’ultima, insieme ad altre associazioni ambientaliste, ha lanciato oggi un appello contro il progetto che prevede 80 turbine a vento alte 120 metri ciascuna. Un “muro di morte”, l’hanno già battezzato gli ambientalisti bulgari, contro il quale finiranno per schiantarsi, con esiti fatali, centinaia di migliaia di uccelli migratori.
Anche in Italia il rapido sviluppo di centrali eoliche costituisce per la LIPU “una minaccia per importanti specie di rapaci e altri uccelli veleggiatori, sia nidificanti che migratori, soprattutto nel Centro-Sud e nelle isole”. La LIPU chiede una moratoria assoluta alla costruzione di impianti eolici nelle aree più importanti per la presenza di uccelli selvatici (IBA), nelle aree protette e nei siti di Rete Natura 2000, la grande rete di protezione della biodiversità dell’Unione europea. Seppur favorevole all’utilizzazione delle fonti energetiche alternative nel rispetto del protocollo di Kyoto, la LIPU chiede che la progettazione di impianti eolici avvenga all’interno di una severa programmazione, da effettuare a livello sia nazionale che regionale, che rispetti le aree più importanti per gli uccelli nonché valuti con attenzione l’impatto sul paesaggio.
“È assolutamente necessario – spiega Danilo Selvaggi, Responsabile rapporti Istituzionali LIPU – andare oltre i meri aspetti positivi prodotti dalle fonti rinnovabili sull’abbattimento di gas serra, e valutare quali impatti negativi esse invece producono sul territorio. L’attuale proliferazione incontrollata e non pianificata di impianti per la produzione di energia eolica costituisce infatti una grave minaccia all’integrità di ecosistemi e paesaggi in gran parte delle regioni italiane, in particolare in quelle aree a maggiore vocazione eolica quali la dorsale appenninica e la Sardegna”.
“Molte delle specie che più soffrirebbero della presenza di queste ‘fattorie del vento’ – prosegue Selvaggi – sono inserite in liste rosse nazionali o in Direttive europee, come la Direttiva “Uccelli” 79/409, e risultano già fortemente minacciate o in declino, come per esempio l’Aquila del Bonelli, il Capovaccaio, il Grillaio e la Cicogna bianca. Chiediamo di conseguenza che prima di realizzare nuovi impianti si metta a punto un Piano Energetico a livello nazionale e regionale e si realizzi una mappatura del territorio italiano in cui evidenziare le aree con un elevato grado di naturalità e importanza per la fauna selvatica dove interdire la costruzione di impianti eolici”.
Parma, 4 agosto 2005
Si veda anche la precedente risoluzionedella Lipu sull'eolico (4 giugno 2004)
Lo sviluppo dell'energia eolica incontra difficoltà in Italia, in particolare nelle Regioni dove maggiori sarebbero le potenzialità: i governi regionali, in particolare, in Sardegna, in Sicilia, in Puglia, manifestano opposizioni o serie riserve. La ragione principale di tali riserve starebbe nell'impatto visivo, paesistico, dei generatori eolici. Senza voler negare il problema, pare tuttavia necessaria una riflessione più ampia e complessiva: bloccare lo sviluppo dell'eolico in Italia sarebbe, infatti, una scelta con rilevanti conseguenze ambientali, e non solo.
Intanto non si può più dire che quella eolica sia destinata ad essere una fonte energetica marginale. Le turbine eoliche, i nuovi mulini a vento che producono energia elettrica, stanno avendo una rapidissima crescita: da una potenza complessiva di tutti i generatori eolici funzionanti sul Pianeta pari a 4.800 MW (milioni di watt)nel 1995 si è arrivati a ben 47.300 MW nel 2004. Negli ultimi 2 anni la crescita dell'eolico è stata fortissima: pari a 8000 MW installati in più all'anno, sia nel 2003, sia nel 2004.Se prosegue tale ritmo di crescita si potrebbe arrivare a sfiorare i 100.000 MW installati entro il 2010.
I Paesi a maggior presenza di generatori eolici sono: la Germania, leader mondiale del settore (con 16.629 MW), la Spagna (con 8.263MW), gli Stati Uniti (con 6.740 MW), la Danimarca (con 3.117MW) e l'India (con 3000 MW).
Perché questa crescita dell'eolico?
Il costo del chilowattora prodotto dai generatori eolici è fortemente calato, è ormai competitivo con quello dei combustibili fossili, per le economie di scala prodotte dalla crescita degli impianti installati, per i miglioramenti tecnologici che hanno aumentato i rendimenti, per l'aumento delle potenze delle turbine (ormai comprese fra 1 e 2 MW).
I buoni risultati raggiunti in alcuni Paesi hanno la forza delle buone pratiche: hanno innestato una forte crescita, apprezzata dalla gran parte dei cittadini, preoccupati per l'ambiente e interessati allo sviluppo di fonti energetiche pulite, rinnovabili, fattibili e non troppo care. Un forte impulso all'eolico viene, oltre che dall'aumento consistente e strutturale del prezzo del petrolio, anche dal Protocollo di Kyoto: per contrastare i cambiamenti climatici è indispensabile ridurre i consumi di combustibili fossili, aumentando l'efficienza energetica e sviluppando decisamente le fonti energetiche rinnovabili. Visto anche che il nucleare non è un'alternativa accettabile perché, oltre ad essere molto costosa, comporta rischi e problemi ambientali non risolti nella gestione dei rifiuti radioattivi.
Parlare seriamente di fonti rinnovabili, oltre all'idroelettrico già ampiamente utilizzato e con limitati margini di incremento, significa affrontare il tema dell'eolico, l'unica nuova fonte rinnovabile che, ad oggi, può dare contribuiti importanti alla produzione di energia elettrica. Il solare fotovoltaico installato nel mondo infatti, nel 2003 era di soli 562 MW. Seppellire l'eolico significherebbe per l'Italia seppellire le nuove fonti rinnovabili!
L'Italia ha installato 1.125 MW eolici, molto meno dei Paesi leader europei del settore.
Perché ha meno zone ventose idonee per questi impianti? Direi proprio di no: studi recenti stimano un potenziale eolico, di zone con vento sufficiente per oltre 2000 ore l'anno, molto elevato in Italia, superiore a quello tedesco.
Un utilizzo prudente, anche per ragioni ambientali, di tale potenziale potrebbe portare a generatori eolici per almeno 10.000 MW, con una produzione di energia elettrica pari a 20 TWh (miliardi di chilowattora). Le valutazioni d'impatto ambientale vanno fatte seriamente, tenendo conto oltre che degli impatti locali (delle zone di effettivo pregio paesaggistico o naturalistico che ci sono, ma non sono così diffuse), della valutazione comparativa delle alternative possibili per produrre energia elettrica. È decisivo che questa valutazione ambientale, sia strategica della politica energetica, sia puntuale degli impianti, venga fatta dalle Regioni, in modo integrato, con obiettivi chiari e coerenti fra loro: pare, ad esempio, poco coerente criticare l'eolico per ragioni ambientali e poi accettare nuove centrali a combustibili fossili senza battere ciglio, oppure non accettare né centrali a combustibili fossili, nè quelle a fonti rinnovabili, sperando che altri producano, non si sa come, comunque altrove, l'energia elettrica per il proprio fabbisogno.
Senza contare la riduzione degli inquinanti locali (dalle polveri sottili agli ossidi di azoto), ma valutando solo la riduzione di emissioni di gas di serra, 10.000 MW di generatori eolici consentirebbero di evitare, ogni anno, l'emissione di 16 milioni di tonnellate di CO2 di nuove centrali a carbone, oppure 14 milioni di tonnellate di Co2, se tali centrali fossero alimentate ad olio combustibile (fra l'altro risparmiando l'importazione di 5 milioni di tonnellate di petrolio) e 7 milioni di tonnellate di CO2, se tali centrali fossero alimentate a gas.
Se qualcuno sa come rispettare il Protocollo di Kyoto in Italia, senza un consistente ricorso a fonti energetiche rinnovabili, compreso un consistente ricorso all'eolico, si faccia avanti e ci spieghi, numeri alla mano, come.
Edo Ronchi è Responsabile Politiche della Sostenibilità DS
Non sarà ancora la "Bad Godesberg" dei Verdi italiani, per dire una svolta storica come quella celebrata mezzo secolo fa dalla socialdemocrazia tedesca. Ma la Conferenza nazionale indetta dal partito di Alfonso Pecoraro Scanio per domani e dopodomani a Genova promette di innescare una palingenesi dell’ambientalismo politico, un rinnovamento e un rilancio del "Sole che ride". A pochi mesi dall’ultimo congresso, secondo l’impegno assunto ufficialmente in quella sede, i Verdi lanciano un "Patto per il clima" proprio nel momento in cui il cosiddetto "Global warming", cioè il surriscaldamento del pianeta provocato dall’inquinamento e dall’effetto serra, minaccia la sopravvivenza dell’intera umanità.
Oggi non è più il loro presunto allarmismo, il loro catastrofismo o millenarismo ideologico, a imporre l’emergenza climatica all’ordine del giorno. È il caldo che incombe sulla prossima stagione estiva, dopo aver già alterato quella invernale e primaverile; è lo scioglimento dei ghiacciai, la scarsezza di piogge e la siccità che fanno mancare un bene primario come l’acqua, insidiano la campagna e l’agricoltura. Non è insomma un’invenzione di Pecoraro Scanio e dei suoi seguaci, un’altra dimostrazione del loro estremismo o radicalismo, da liquidare con sufficienza e magari con fastidio.
L’appello predisposto per la Convention di Genova, già sottoscritto da diversi "testimonial" autorevoli tra cui lo scienziato Carlo Rubbia, il giurista Stefano Rodotà, il magistrato Gianfranco Amendola, il sociologo Domenico De Masi e il profeta di "Slow Food", Carlo Petrini, non è soltanto un manifesto di belle parole e buone intenzioni. Contiene le linee-guida di un programma concreto e praticabile, su cui il capogruppo dei Verdi alla Camera, Angelo Bonelli, ha raccolto diligentemente una serie di pareri, proposte, integrazioni e suggerimenti, prima di redigere il testo definitivo. Con quel tanto di "pathos" che il tema richiede, il "Patto per il clima" è aperto a tutti i cittadini, le associazioni, i gruppi e i movimenti che intendono impegnarsi in questa battaglia fondamentale per la difesa dell’ambiente e della salute collettiva.
Ma la sfida è di tale portata che esige, come recita il sottotitolo del documento, una "riconversione ecologica dell’economia e della società". Non si tratta, cioè, soltanto di risparmiare un po’ d’acqua e magari inquinare un po’ meno. Si tratta piuttosto di correggere e modificare il nostro modello di sviluppo economico-sociale, in modo che sia equo e solidale, più responsabile e più giusto. A cominciare, naturalmente, dal consumo e dalla produzione di energia, nel segno delle fonti rinnovabili come il sole e il vento: dall’era del petrolio, e dagli altri combustibili fossili che emettono la mefitica anidride carbonica, dobbiamo passare il più rapidamente possibile a quella dell’idrogeno, nel rispetto di madrenatura.
"La centralità della questione ecologica in Italia - si legge nell’appello dei Verdi - significa anche realizzare una nuova politica per fermare il consumo del territorio; per affrontare il problema smog trasformatosi in emergenza sanitaria; investire prioritariamente sul trasporto pubblico su ferro; rendere più rigorosa la tutela del paesaggio del nostro paese violentato e offeso dagli abusi, ma anche dalle cementificazioni legalizzate; valorizzare la bioedilizia; investire nella prevenzione del dissesto idrogeologico; realizzare sistemi di gestione dei rifiuti imperniati sulla riduzione, il recupero, la raccolta differenziata e il riciclaggio". Non sono chiacchiere, come si vede, bensì obiettivi precisi da realizzare nell’azione di governo, a tutti i livelli. E proprio su questo terreno, si misureranno la capacità e la credibilità dei Verdi dopo la svolta di Genova, per attuare quell’"ambientalismo sostenibile" - come qui l’abbiamo definito in passato - capace di conciliarsi con la crescita di una società moderna: a questi aspetti sarà dedicato in particolare il "Cantiere delle best practices", con una rassegna delle esperienze italiane più innovative per uno sviluppo anch’esso sostenibile.
Altri capitoli qualificanti del "Patto per il clima", sono l’avvento della "democrazia informatica"; la lotta contro le povertà sociali; la difesa di una ricchezza come la diversità; la non violenza; la cooperazione tra i popoli; il futuro delle giovani generazioni. Ma forse la novità più significativa della Conferenza sta nel titolo scelto per il dibattito, "Ecologia è economia", in quella "e" con l’accento, voce del verbo essere. Un’affermazione assai impegnativa per i Verdi italiani, considerati finora a torto o a ragione nemici dell’industria, antagonisti, massimalisti. E a parte l’espediente lessicale, da verificare poi nei comportamenti e nelle azioni concrete, c’è comunque da registrare positivamente l’intenzione di aprire da Genova un confronto con il mondo produttivo, con i sindacati, con tutte le forze sociali, in funzione di una "finanziaria verde" o eco-compatibile che rispecchi una tale impostazione programmatica.
A Palazzo Ducale, infine, i partecipanti al convegno e soprattutto gli ospiti troveranno anche una "Esposizione dell’innovazione" curata dall’associazione Capitalismo Naturale che fa capo a Fabio Roggiolani. All’insegna dello slogan "Verso l’impatto zero", si potranno vedere e toccare con mano prodotti, impianti, macchinari, per la riconversione ecologica dell’economia: dalla pellicola in silicio per il solare fotovoltaico alla pittura che coibenta gli edifici, dai sistemi di dissociazione molecolare come alternativa all’incenerimento dei rifiuti ai "naturizzatori" per l’acqua del rubinetto, fino al camion alimentato direttamente a gas naturale liquefatto. Una "nuova frontiera", dunque, sia per l’industria sia per i Verdi, con l’obiettivo strategico di conciliare gli interessi legittimi dell’economia con le ragioni vitali dell’ecologia.
Titolo originale: New turf for science: suburbia, Traduzione di Fabrizio Bottini
Suburbia può apparire un terreno familiare, ma si trattad i una delle ultime frontiere per gli scienziati che vogliono capire come funzionano gli ecosistemi, e come gli uomini stanno modificando l’ambiente naturale.
Dalle énclaves suburbane boscose del Vermont allo sprawl di Chico, i ricercatori Livermore e Gilroy, stanno iniziando a verificare il ruolo dei prati nel riscaldamento globale, quanto i fertilizzanti da giardino e i pesticidi colpiscano la fauna selvatica e come il deflusso delle acque da tetti, strade e corsie di accesso mini la salute dei corsi d’acqua.
”L’ambiente suburbano è grande, e in crescita” dice Jennifer Jenkins dell’Università del Vermont, una degli scienziati che hanno riferito dei propri risultati di ricerca a un incontro della American Geophysical Union a San Francisco. “C’è questa enorme superficie di terreno che scivola via attraverso le crepe”.
La Jenkins è impegnata nello studio di 40 giardini suburbani nell’area di Baltimora. A partire da questa settimana, i ricercatori preleveranno campioni di zolle erbose a mano, le peseranno, misureranno i ciuffi d’erba col il resto della copertura vegetale, e analizzeranno anche le foglie raccolte col rastrello.
L’obiettivo è verificare quanta anidride carbonica venga assorbita e rilasciata dai prati, e se essi contribuiscano al riscaldamento globale oppure lo rallentino.
Altri stanno tentando di studiare modi di progettazione dei quartieri suburbani che siano meno dannosi per l’ambiente locale.
”Cerchiamo di pensare a maniere per utilizzare l’ingegneria ambientale, un approccio di ingegneria verde, per risolvere il problema alla radice” racconta Breck Bowden, anche lui dell’Università del Vermont.
Da un punto di vista scientifico, è difficile anche solo definire cosa sia suburbia. Scivola gradualmente, dagli insediamenti radi sulle fasce esterne delle, città sino alle case su appezzamenti di 3.000 metri quadrati, o agli “ esurbi” e “ rururbi”: case sparse su aree in gran parte rurali.
Gli ecologisti si sono consumati nello studio di foreste e acquitrini, deserti e tundre, ma solo di recente si sono interessati di suburbia. Forse perché gli ambienti dominati dall’insediamento umano sono tanto complicati e in continua trasformazione, dice Jenkins; magari sono solo posti un po’ meno esotici per lavorare.
Ma questi “burbi” hanno un grosso impatto. Per esempio, di tutto il carbonio accumulato nelle piante del Maryland, solo i due terzi si trovano nei boschi; il resto è negli alberi piantati in giardini e spartitraffico centrali, come ha rilevato Jenkins in uno studio qualche tempo fa.
Un tipo di copertura del suolo in rapida crescita
L’impatto è destinato a crescere. I suburbi sono una delle forme di copertura del suolo in crescita più rapida, negli Stati Uniti e nel mondo, sostiene Daniel Bain dello U.S. Geological Survey a Menlo Park, tra gli organizzatori delle sessioni all’incontro di questa settimana.
Una delle prime cose che accadono quando si costruiscono campi coltivati o altri terreni allo stato naturale, è che una parte viene impermeabilizzata. Uno studio dello scorso anno ha rilevato che negli Stati Uniti ci sono più di 110.000 chilometri quadrati di superficie edifica o asfaltata. Più o meno un’area delle dimensioni dell’Ohio.
Di conseguenza, l’acqua piovana che un tempo sarebbe filtrata nel suolo si raccoglie nei corsi d’acqua molto più rapidamente, dice Bain. La corrente usura le sponde, approfondisce i corsi e spazza via gli habitat di piante, animali e insetti.
Non ci vuole molta asfaltatura, per danneggiare seriamente un corso d’acqua, racconta Bowden. Anche se si ricopre il 15-20% - quantità caratteristica di un suburbio a bassa densità – “si ha un serio degrado” dice. “Essenzialmente, li spingiamo a morire per eccesso d’acqua”.
Su flora e fauna, i sobborghi hanno effetti contrastanti.
Alcuni animali riescono a adattarsi, o addirittura a diventare infestanti: cervi che devastano i giardini; procioni che frugano nella spazzatura; corvi e ghiandaie gracchianti; coyote, orsi neri e puma che si avvicinano ad alcuni quartieri della California, rubano cibo e spaventano gli abitanti.
Ma molte altre specie sono allontanate, o spazzate via. In generale, la rapida diffusione di suburbia è probabilmente la peggiore minaccia alla biodiversità nel mondo sviluppato, secondo un’indagine del 2003 di Stephen DeStefano dello U.S. Geological Survey e Richard DeGraaf dello U.S. Forest Service.
Il problema dei fertilizzanti
Anche i fertilizzanti sono un problema, quando sono dilavati dai giardini verso i corsi d’acqua, sino al mare.
Anche se può sembrare una buona cosa, dare alle piante selvatiche una bella dose di fertilizzante, i risultati sono spesso disastrosi, dice Lawrence Band dell’Università del North Carolina. L’azoto nei composti provoca la crescita di alghe nell’oceano. Quando le alghe muoiono, affondano e marciscono, consumano l’ossigeno dell’acqua determinando “zone morte” che uccidono il pesce e altra flora e fauna.
Studi condotti sulle aree da Santa Barbara alla Chesapeake Bay in Maryland, stanno cercando di ricostruire le fonti dell’inquinamento da azoto per trovare modi di rallentarlo. Il costo di bonifica della sola Chesapeake Bay è stato calcolato in 18 miliardi di dollari, dice Band.
Negli ultimi tempi, gli scienziati hanno iniziato a sperare che le nuove conoscenze filtrino all’interno della progettazione di insediamenti migliori. Si potrebbero usare materiali di copertura che lascino passare un po’ dell’acqua nel terreno, raccoglitori di acqua piovana che intercettino lo scarico dei tombini, o addirittura tetti erbosi come quello che si sta installando sulla nuova California Academy of Sciences a San Francisco.
”Dobbiamo aver pazienza” dice Bowden. “Ci sono voluti cent’anni per trovarci in questo pasticcio. Ci vorrà un po’ di tempo per riprendersi”.
Nota: qui il testo originale inglese (f.b.)
Caro Nichi, guerra, mutamenti climatici e inquinamento crescente, sono i frutti avvelenati del modello energetico fossile e nucleare. L'assemblea dei movimenti sociali, del forum di Porto Alegre, ha deciso di dar vita a un contratto mondiale per il clima e l'energia, con cui promuovere un nuovo modello, democratico e diffuso sul territorio, basato sulle fonti rinnovabili e il risparmio energetico.
Come sai l'aumento dell'effetto serra è un problema grave, non solo per il futuro del nostro Pianeta, ma già oggi per centinaia di migliaia di uomini e donne. Infatti gli sconvolgimenti climatici, che ormai hanno raggiunto anche l'Europa, in molti paesi poveri, specialmente nell'Africa sub-sahariana provocano l'avanzamento della desertificazione e conseguentemente la sete e la fame. Un vero paradosso morale: i poveri che non hanno alcuna responsabilità nelle emissioni dei gas che provocano l'aumento dell'effetto serra - l'anidride carbonica in primo luogo - ne subiscono le conseguenze più devastanti.
Nel frattempo noi popoli «ricchi» e noi italiani in particolare non riusciamo nemmeno a rispettare quegli impegni presi con il protocollo di Kyoto che ormai il mondo scientifico giudica persino insufficienti. L'Italia si era impegnata a ridurre del 6,5% le proprie emissioni entro il 2008-2012 rispetto al livello del 1990 e le abbiamo invece aumentate di oltre il 12%. Il nostro governo nazionale non fa nulla per invertire questa tendenza, anzi promuove la riconversione a carbone di grandi centrali termoelettriche.
La strada da imboccare invece è solo quella del risparmio energetico e della promozione delle fonti rinnovabili - dell'eolico e del solare in primo luogo, per costruire a partire proprio dal Mezzogiorno un modello energetico nuovo e pulito, più giusto e sostenibile, costruito intorno alle risorse locali capace, come in Germania, di generare decine di migliaia di nuovi qualificati posti di lavoro.
Per questo ti chiediamo di ripensare l'idea di stabilire una moratoria sull'eolico, che avrebbe preoccupanti effetti politici e di immagine se a prenderla fosse una Regione come la Puglia.
Sappiamo che questa decisione che vi apprestereste a prendere, viene dal sacrosanto e da noi condiviso bisogno di tutelare il paesaggio. Per questo noi e con noi importanti associazioni ambientaliste, siamo a tua disposizione per studiare insieme le modalità per scongiurare gli impianti più devastanti, compresi quelli in fase di approvazione e per contribuire a definire regole condivise per uno sviluppo dell'eolico in Puglia. Tu che hai fatto della partecipazione popolare una caratteristica del tuo governare, puoi dare ulteriore alimento a questi processi democratici aprendo un confronto sulla questione dell'energia e dell'eolico. Un confronto che coinvolga in primo luogo i tanti sindaci il cui territorio è ricco di sole e di vento, ma anche il mondo agricolo, i sindacati, le associazioni e i comitati. Sarebbe uno straordinario esempio di una regione capace di applicare «Kyoto dal basso» che parlerebbe a tutto il paese che invece scelte disastrose vogliono incatenare al petrolio, al carbone e al nucleare.
* del Contratto mondiale clima e energia
Isola Sant´Antonio è un comune di circa 750 abitanti a metà strada tra Alessandria e Pavia, e il suo nome, insieme a quello delle tre frazioni Inferno, Purgatorio e Paradiso, la dice lunga sul suo rapporto con il Po: un tempo era un dedalo di canali e paludi sempre in lotta con le piene del grande fiume. C´è l´idrometro a Isola Sant´Antonio, e tra le secche sabbiose segna tristemente 179 metri cubi al secondo invece degli oltre 500 che le piogge di aprile e la fusione della neve alpina dovrebbero assegnargli in media.
Manca all´appello circa il 50 per cento delle precipitazioni attese negli ultimi sei mesi, e soprattutto manca il manto nevoso sulle Alpi occidentali, che è il settore dove si forma la riserva idrica per i mesi estivi: a 2000 metri lo spessore è di 20 cm contro i 120 normali. L´ultima occasione di mettere una pezza a questa crisi idrica è maggio, che secondo la statistica dovrebbe essere il mese più piovoso dell´anno in questa regione, ma ormai chi si fida più delle statistiche? Quest´anno abbiamo infranto un record dopo l´altro, e pure le temperature si avviano a spingere aprile in testa alle classifiche, anticipando così il consumo d´acqua che in genere sarebbe cominciato due mesi più tardi. Gli scenari climatici proposti dall´ultimo rapporto Ipcc prefigurano entro questo secolo estati mediterranee fino a 6 gradi più calde e molto più siccitose; per intenderci, il caso 2003 diventerebbe la norma. Quindi è venuto il momento di agire, la salvaguardia della sicurezza idrica non deve più essere trattata come un´emergenza casuale ed eccezionale, bensì deve essere attentamente pianificata e strutturata per non trovarsi gravemente impreparati. Ci sono infatti altri problemi subdoli che si affiancano a quello climatico: al tempo degli antichi romani gli acquedotti sfruttavano la caduta naturale dei dislivelli orografici, oggi per distribuire acqua ci vuole soprattutto petrolio.
Gran parte dei nostri acquedotti, per via delle falde superficiali ormai inquinate, attingono da pozzi profondi centinaia di metri, e pompano poi l´acqua fino ai piani più elevati degli edifici: un sistema ghiotto di energia ma sempre più fragile in vista della crisi del petrolio. Tocca dunque attrezzarsi, come del resto già incominciano a fare i regolamenti edilizi di alcuni comuni: obbligo di installazione di cisterna per la raccolta dell´acqua piovana sulle case nuove e possibilmente anche su quelle esistenti, in modo da limitare l´uso dell´acqua potabile allo stretto necessario e utilizzare quella meno pregiata per irrigare orti e giardini e per l´uso nei wc. Il risparmio e l´efficienza devono diventare delle priorità politiche, l´acqua per fortuna non è esauribile come il petrolio, almeno prima o poi ritorna sempre, sia pure in modo irregolare, ma bisognerà essere saggi nel gestirla. Mettere i riduttori di flusso sul rubinetto di casa è un buon punto di partenza, ma non basterà. Di fronte ai giganteschi volumi in gioco in agricoltura, ci vuole un progetto di ampio respiro, che parta dalle simulazioni climatiche, dagli invasi e dalle reti di distribuzione, fino ad arrivare alle scelte agronomiche e a nuovi metodi di microirrigazione.
Jacopo Giliberto, A rischio campi e officine, Il Sole 24 Ore, 24 aprile 2007
Bisogna decidere adesso a chi donare in estate le scorte d'acqua nascoste dietro le muraglie di cemento delle dighe idroelettriche: alle colture di mais,come chiedono le associazioni agricole, oppure ai consumatori di corrente, grandi industrie come le acciaierie.
Contraddizioni idriche. Le paratoie del lago Maggiore stanno riversando nel Ticino quanta più acqua possibile. Bisogna allagare le risaie novaresi, pavesi, vercellesi.Per non perdere il raccolto di riso, il più importante d'Europa. Intanto — ecco l'ossimoro dell'acqua —mentre i consumi elettrici crescono l'Enel ha ridotto la produzione idroelettrica del 20%. Molte dighe sono piene, e in vista dell'estate l'acqua non viene fatta correre attraverso le condotte forzate né attraverso le pale delle turbine, quelle turbine che producono chilowattora senza comprare all'estero il combustibile e senza alzare un fil di fumo inquinante.
Che cosa accadrà tra giugno e luglio,quando il granturco assetato invocherà acqua, e milioni tra imprese e famiglie succhieranno corrente per i condizionatori e i macchinari?
All'appello del Po mancano — sono le stime di Terna —400 milioni di metri cubi d'acqua. Ieri l'incontro del gruppo di lavoro del ministero dello Sviluppo economico ha proposto di dividere tra tutti il risparmio d'acqua.Circa 150 milioni di metri cubi in meno ai produttori idroelettrici, i quali sperano di avere in cambio un incentivo economico ( ma attenzione: quando la domanda sarà alta potranno vendere il chilowattora a prezzi superbi).
Alle associazioni agricole è stato chiesto di rinunciare a 130 milioni di metri cubi, ma i contadini, scarpe grosse e cervello fino,hanno dato risposte vaghe che fanno presagire un "no"estivo e un ricorso ai risarcimenti da emergenza climatica.
Altri 70 milioni di metri cubi di risparmio sono stati proposti agli enti di gestione dei grandi laghi, ma su questo risparmio indicativo già oggi si possono stimare 10 milioni effettivi mentre altri 60 milioni scorrono verso i canali irrigui, come accade a valle del lago Maggiore.
Sono salvi gli acquedotti, com'è giusto.L'acqua destinata ai rubinetti è sacra. Invece sono a rischio nella stagione calda circa 5mila megawatt degli 8.100 delle centrali del bacino del Po (Moncalieri,Chivasso, La Casella, Piacenza, Turbigo, Sermide e Ostiglia). Con il caldo la domanda elettrica aumenta ma aumenta anche il bisogno di acque di raffreddamento delle centrali, e il Po in secca potrebbe non bastare. Altrimenti, le centrali dovranno marciare a mezzo servizio.Non basta. Con il caldo lavorano male le linee di alta tensione che importano la corrente.
Bisogna decidere adesso.
Titolo originale: Global warming: Adapting to a new reality – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
ROMA – Quando il dottor Giancarlo Icardi, direttore sanitario per il comune di Genova, ha saputo per telefono che il suo nipotino aveva febbre, mal di testa, e occhi lacrimosi dopo una giornata in spiaggia, la prima cosa che gli è venuta in mente come diagnosi non è stata certo il riscaldamento globale. Pensava a un’influenza fuori stagione.
Ma poi è saltato fuori che c’erano altri 128 frequentatori della spiaggia negli ospedali di Genova che presentavano sintomi simili in quel fine settimana di luglio, obbligando alla chiusura di tutte le spiagge della zona nel bel mezzo di un’ondata di caldo. Anche se tutti i problemi di salute si sono risolti in una giornata, gli studiosi hanno presto denunciato il colpevole: un’alga velenosa che si sviluppa nelle acque sempre più calde del mare Mediterraneo, e che prima non si era mai sviluppata così tanto, né tanto a nord.
”Questa è la prima volta che abbiamo un problema del genere in Liguria” spiega Icardi, riferendosi alla regione dell’Italia settentrionale che comprende Genova. Ma gli analisti “hanno scoperto rapidamente di cosa si trattava” dice, perché negli anni recenti le alghe che possono causare disturbi erano state rilevate nelle regioni italiane Toscana e Puglia, oltre che in Spagna.
Mentre le nazioni di tutta Europa riducono la produzione di gas-serra per combattere il mutamento climatico, scienziati e cittadini cominciano a scoprire che gli effetti del riscaldamento sono già tra noi. L’aumento irreversibile delle temperature è in corso, si dice, e continuerà per un secolo anche controllando le emissioni inquinanti secondo il Protocollo di Kyoto, il trattato internazionale finalizzato a contenere i gas-serra.
Perciò, dicono gli scienziati, governi e cittadini devono prepararsi per un futuro bollente, adattarsi a un clima più caldo e tempestoso.
”Oltre a contenere il riscaldamento de clima, dovremmo anche pensare a come adattarci” dice Richard Klein dell’Istituto per le Ricerche sugli Impatti del Clima di Potsdam, in Germania. “Negli ultimissimi anni le persone hanno capito che il mutamento climatico avverrà effettivamente. L’adattamento non ha alternative: è qualcosa che dobbiamo fare”.
I primi segni di riscaldamento globale sono evidenti: un incremento dei decessi estivi a causa delle ondate di caldo in Europa; lo spostamento verso nord delle alghe tossiche e dei pesci tropicali nel Mediterraneo; la diffusione di zecche portatrici di malattie nelle prima inospitali zone della Svezia e Repubblica Ceca.
Gli scienziati sostengono che è il riscaldamento globale il responsabile del numero crescente di forti uragani, come Katrina, o delle alluvioni, come quelle che hanno colpito parti del centro Europa quest’estate.
Il riscaldamento globale è stato anche collegato ai ricorrenti incendi estivi del Portogallo, dato che la penisola iberica è diventata molto più calda e secca che in passato.
È difficile provare il ruolo del riscaldamento globale nel generare una certa alluvione, o incendio, o diffusione di una malattia, dato che c’entrano anche le variazioni di temperatura annue o altri fattori. Ma il numero medio di eventi estremi per anno legati al clima, negli anni ’90 era il doppio di quello degli anni ’80, secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente di Copenaghen.
Come risposta a questa tendenza, nazioni e politici stanno iniziando a riflettere sulle azioni da intraprendere. I coltivatori francesi si stanno orientando verso nuove colture che tollerino meglio le temperature più elevate, ad esempio.
Le località sciistiche austriache che non possono più contare sulla neve stanno predisponendo percorsi a piedi e campi da golf.
La città italiana di Brescia fornisce condizionatori agli anziani, cosa rara nel paese. I progettisti della nuova sotterranea di Copenaghen hanno rialzato tutte le strutture per prepararsi a un innalzamento di mezzo metro del livello del mare, previsto a causa del riscaldamento globale entro i prossimi 100 anni.
La maggior parte dei modelli scientifici prevedono che, anche con le emissioni ridotte fissate dal protocollo di Kyoto, le temperature saliranno da 2 a 6 gradi Celsius in Europa entro il prossimo secolo: un po’ di meno nel resto del mondo. E la gente in gran parte non è preparata.
La nostra resilienza è piuttosto bassa rispetto al mutamento climatico” dice Jacqueline McGlade, direttore esecutivo dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, che ha pubblicato un rapporto, Impatti del Mutamento Climatico in Europa, che cataloga le zone di vulnerabilità e suggerisce come l’Europa possa adeguarsi.
Prevede che, se non si farà nulla, le persone nel nord e soprattutto nel sud Europa, dove ci si aspetta che gli effetti siano più marcati, diventeranno “profughi climatici”, migrando verso il centro del continente.
”Nei paesi artici e nell’Europa meridionale” dice la signora McGlade, “sarà sempre più difficile mantenere gli attuali modelli di vita e consumi”.
Le prove del riscaldamento ora sono incontestabili, e quasi tutti gli scienziati sono convinti che sia stato prodotto – o almeno ampiamente accelerato – dalle emissioni connesse alla produzione industriale.
Gli anni ’90 sono stati il decennio più caldo della storia. Le annate 1998, 2002 e 2003 le più calde da sempre. Entro il 2080, secondo il britannico Hadley Center for Climate Prediction and Research, un’estate su due sarà altrettanto o più calda di quella arroventata del 2003, quando in Europa si registrarono 20.000 morti in più.
L’Europa meridionale probabilmente si riscalderà prima, entro i prossimi due decenni, prevede l’Agenzia per l’Ambiente. Gli inverni gelidi, che si verificavano almeno una volta ogni dieci anni nelle tre scorse decadi, sono previsti in quasi totale scomparsa, continua McGlade.
Gli scienziati hanno già scoperto alcune prove concrete del cambiamento. “Fino a dieci anni fa avevamo a che fare per la maggio parte con previsioni e scenari” racconta Roberto Bertollini, direttore del Programma Speciale Salute e Ambiente all’ufficio europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. “Ora, purtroppo, negli ultimi anni siamo in grado di vedere e misurare gli effetti concreti”.
Alcuni degli esempi più studiati sono in Svezia, dove gli scienziati hanno documentato la diffusione delle zecche portatrici di malattie associata al riscaldamento delle temperature. Gli insetti – che trasportano il morbo di Lyme e una forma di encefalite – necessitano di caldo e inverni brevi per sopravvivere.
”Le variazioni del clima hanno effetti notevoli” dice Elisabeth Lindgren del dipartimento di ecologia dei sistemi all’Università di Stoccolma. “Vediamo malattie in zone dove non c’erano mai state prima, e più casi in quelle dove già esistevano”.
Negli anni ‘90, agli abitanti della Svezia del nord era stato comunicato che non erano vulnerabili rispetto a queste malattie, e non prendevano precauzioni inoltrandosi nei boschi. Ora, ad ogni primavera, le autorità svedesi distribuiscono carte con segnate le aree – in costante espansione – di rischio.
A causa degli inverni più caldi, i laghi svedesi contengono più batteri e detriti, con influenze sia sugli usi del tempo libero che sulla disponibilità idrica, dice Gesa Weyhenmeyer dell’Università Svedese di Scienze Agricole a Uppsala.
Nonostante il paese abbia fatto grandi sforzi per ripulire il lago Malaren, poco fuori Stoccolma, negli anni ’60 e ‘70, il mutamento del clima ha “annullato gli effetti della nostra gestione” prosegue Weyhenmeyer, aggiungendo: “Le autorità controllano certo la qualità dell’acqua, ma non ci si può più nuotare se non raramente per via delle alghe e dei batteri”. Le autorità italiane stanno considerando programmi simili per le spiagge mediterranee.
Con le temperature invernali in Svezia salite di 3 gradi negli anni ‘90, molte parti del paese hanno perso la coltre di ghiaccio e neve negli ultimi vent’anni, con effetti ecologici drammatici.
Con i terreni attorno al lago Malaren non più gelati nei mesi invernali, particelle marroni scivolano nell’acqua, facendo diventare quella potabile di Stoccolma sgradevolmente brunastra.
”Tutti vogliono risolvere il problema, ma è difficile capire come” dice Weyhenmeyer.
Qualche volta adattarsi al cambiamento risulta semplice. Il governo svedese incoraggia gli operatori forestali a piantare nuove specie di alberi che creascno meglio in un clima leggermente più caldo, per esempio. A Amburgo e Rotterdam, si stanno costruendo nuovi moli adatti al probabile innalzamento di livello dei mari.
In altri casi gli adattamenti sarebbero tanto costosi che le autorità preferiscono lasciare che la natura faccia il suo corso. Lungo le coste britanniche, Norfolk e Essex, i governi locali stanno prendendo in considerazione la possibilità di lasciare che le zone agricole già interessate da allagamenti, semplicemente affondino nel mare man mano si alza il livello.
”La cosa più sensata è che l’uomo si sposti, e che cambi la linea di costa” dice Klein.
”Non ci sono da pagare indennizzi. E questi campi probabilmente diventeranno ottime paludi salate, anziché cattivi terreni agricoli”.
Nota: il test originale al sito International Herald Tribune (f.b.)
Titolo originale: Energy Bill Bestows Huge Windfall on ExxonMobil. New Report Says, in BushGreenwatch (trad. di G. Palermo)
Diverse associazioni e gruppi ambientalistici si sono riuniti nel comitato “Exxpose Exxon” ed hanno dato inizio ad un’intensa campagna contro il gigante del petrolio, la Exxon Mobil. Mentre il presidente Bush si accinge a firmare il nuovo progetto di legge sull’energia (Energy Bill), le associazioni si sono date appuntamento ieri a Washington per richiamare l’attenzione del pubblico sugli ingenti contributi previsti nel progetto di legge a favore della Exxon e di altri giganti dell’energia, e per illustrare il loro nuovo rapporto sui grandi vantaggi che la compagnia ne trarrà. Secondo il rapporto, il progetto di legge stanzia almeno 4 miliardi di dollari in sussidi e sgravi fiscali a favore dell’industria petrolifera [1].
La campagna di “Exxpose Exxon” comprende dodici fra le maggiori associazioni ambientalistiche, che, insieme, rappresentano un totale di 6.400.000 aderenti.
Facendo riferimento ai profitti da record ottenuti dalla Exxon e da altre compagnie petrolifere negli ultimi anni, i promotori della campagna sostengono che l’Energy Bill destina ingenti sgravi fiscali e sussidi all’industria petrolifera, del tutto ingiustificati. La Exxon ha già incassato la cifra di 15 miliardi di utili nella prima metà del 2005, di cui 7.85 miliardi nel secondo trimestre soltanto. L’anno passato i profitti della compagnia hanno raggiunto i 24 miliardi [2]. Ma la Exxon non è la sola compagnia petrolifera, quest’anno, a trovarsi in grande attivo. Fra l’aprile e il giugno del 2005, la BP ha segnato a suo favore 5 miliardi e la Conoco Phillips 3.1 miliardi [3].
“Vi sembra questo il caso di un’industria che ha bisogno di aiuti dal governo?”, chiede Anna Aurilio, responsabile legislativo di U.S. Pirg [4].
Ma, oltre agli aiuti forniti direttamente dal governo federale, la Exxon Mobil e gli altri giganti del petrolio riceveranno altri vantaggi dall’Energy Bill. Il progetto infatti allenta anche i vincoli ambientali e pone limiti ai diritti degli stati nel localizzare e costruire infrastrutture e tubazioni per il gas naturale liquido (LNG), attribuendo di fatto alla Exxon maggior peso su queste decisioni.
Gli stabilimenti ricevono il gas naturale congelato importandolo per mezzo di grandi petroliere. Con grande preoccupazione delle comunità locali, diversi studi provano che un attacco terroristico condotto su una di queste petroliere può coinvolgere nell’incendio persone per un raggio di tre quarti di miglio. Con progetti che prevedono la produzione di 15.6 milioni di tonnellate l’anno di gas naturale liquido, la Exxon si sta accingendo a costruire terminali a terra lungo tutto il Texas.
“La nuova legge sull’energia renderà più facile alla Exxon Mobil di ottenere l’autorizzazione per queste e per altre infrastrutture in futuro, anche se gli stati o le comunità locali saranno contrari”, dice la Aurilio [5].
Secondo il nuovo documento di “Exxpose Exxon”, il progetto di legge sull’energia imporrà anche dei limiti al potere degli stati d’influire sulle decisioni relativamente ai progetti di estrazione di petrolio in mare, un’altra novità che non può che favorire la Exxon. Gli ambientalisti temono che ciò consentirà alle compagnie petrolifere di accedere più facilmente alle acque litoranee. Aesa Energy, una joint venture della Exxon e della Shell, possiede più della metà delle 36 concessioni lungo la costa della California ed è uno dei maggiori trivellatori nel Golfo dei Messico [6].
Mentre la nuova legge sull’energia spende i dollari del contribuente americano per sussidiare l’industria del petrolio, le compagnie petrolifere saranno messe in condizione di non pagare la loro parte di tasse ed imposte, sostiene il documento di U.S. PIRG. La legge stanzia un miliardo e 700.000 dollari in esenzioni fiscali e miliardi in programmi di “alleggerimento delle royalties” per rendere la produzione di petrolio e gas meno cara e più vantaggiosa [7].
La legge inoltre offre fino a un miliardo e mezzo di nuovi contributi all’industria petrolifera per la trivellazione e la ricerca petrolifera in acque profonde. Tale offerta sembrerebbe favorire in modo particolare proprio la Exxon, dal momento che si tratta di un’industria leader in quel tipo di attività. La Exxon valuta che il petrolio estratto in alto mare ed il gas costituiranno più del 20 per cento della sua produzione nel 2010 [8].
Anna Aurilio di U.S. PIRG afferma che la Exxon dovrebbe far uso delle grandi facilitazioni ricavate dal progetto di legge per approntare “una nuova strategia di politica energetica che vada al di là del trivellare fino all’ultima goccia di petrolio, ad ogni costo” [9].
La campagna di “Exxpose Exxon” invita il pubblico americano a non comprare il gas della compagnia e gli altri suoi prodotti, ed incoraggia i distributori della Exxon Mobil ad usare la loro influenza per modificare la politica ambientale della compagnia.
[1] Big Oil Hits Pay Dirt in Energy Bill, U.S. PIRG, Aug. 3, 2005.
[2] Exxpose Exxon press release, Jul. 28, 2005.
[3] Big Money to Big Oil: How Exxon Mobil and the Oil Industry Benefit from the 2005 Energy Bill, U.S. PIRG Education Fund, Aug. 2005.
[4] Big Oil Hits Pay Dirt in Energy Bill, cit.
[5] Ibid.
[6] Big Money to Big Oil, cit.
[7] Ibid.
[8] Ibid.
[9] Big Oil Hits Pay Dirt in Energy Bill, cit.
Titolo originale: Denial in the Desert – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
L’orso polare sul suo blocco di ghiaccio galleggiante che si assottiglia è diventato l’icona simbolo dell’urgenza riguardo all’irreversibile mutamento climatico e riscaldamento globale. Anche i personaggi di basso profilo della Casa Bianca adesso riconoscono che i magnifici orsi potrebbero essere condannati all’estinzione col mare di ghiaccio che si scioglie e l’Oceano Artico che si trasforma per la prima volta da milioni di anni in un azzurro mare aperto. Il “grande esperimento geofisico” dell’umanità, come l’ha tratteggiato l’oceanografo Roger Revelle nella curva in brusca ascesa delle emissioni di anidride carbonica, ha strappato la natura alle sue fondamenta del Neocene, nelle zone attorno al circolo polare.
Ma non è soltanto l’Artico ad essere teatro di spettacolare e indubitabile cambiamento climatico, né gli orsi polari unici araldi della nuova era del caos. Vediamo per esempio alcuni lontani parenti dell’ Ursus maritimus: gli orsi neri che si abbuffano felici quanto minacciosi nelle fantastiche Chisos Mountains del Big Bend National Park in Texas. Potrebbero essere i messaggeri di una trasformazione delle Borderlands quasi altrettanto drastica di quella che sta avvenendo in Alaska o Groenlandia.
Camminando sulla via dello Emory Peak in una giornata innaturalmente calda del gennaio 2002, quando nei pensieri ancora incombevano le immagini apocalittiche del precedente [11] settembre, ho fatto la casuale conoscenza di un buffo e innocuo giovane orso in un campo di sosta. Le apparizioni degli orsi sono sempre un pochino magiche, e al momento ho pensato che si trattasse della conferma di una natura selvaggia ancora in gran parte intatta. In realtà, come ho ascoltato sorpreso da un ranger il giorno dopo, quel giovane orso era, per così dire, un mojado: progenie di recenti immigrati clandestini dall’altra sponda del Rio Grande.
Gli orsi neri erano comuni nelle montagne Chisos quendo queste erano la quasi mitica fortezza naturale degli incursori Apache Mescalero e Comanche fra il XVI e XVII secolo, ma gli allevatori li hanno senza posa cacciati sino all’estinzione, all’inizio del XX secolo. Poi, quasi miracolosamente nei primi anni ‘80, gli orsi sono ricomparsi fra le madrone e i pini di Emory Peak. Biologi esterrefatti hanno ipotizzato che fossero immigrati dalla Sierra del Carmen a Coahuila, attraversando a nuoto il Rio Grande e poi sessanta chilometri di deserto arroventato come una fornace, per raggiungere i Chisos, terra promessa di inoffensivi cervi e abbondante spazzatura.
Come i giaguari che si sono ristabiliti recentemente nelle montagne di confine dell’Arizona, o per altri versi il succhiasangue chupacabra del folklore ispanico che si dice sia stato avvistato nei sobborghi di Los Angeles, gli orsi neri fanno parte di una epica migrazione, di vita selvaggia così come di esseri umani, al otro lado. Anche se nessuno sa esattamente perché orsi, grossi felini e leggendari vampiri si stiano spostando a nord, un’ipotesi plausibile è che stiano adattando le proprie posizioni e popolazioni a una nuova era di siccità fra il nord del Messico e il sud-ovest degli USA.
La questione umana è definite in modo piuttosto netto: i ranchitos abbandonati e le città quasi fantasma in Coahuila, Chihuahua e Sonora testimoniano l’ininterrotta sequenza di annate di siccità – a partire dagli anni ’80, ma con vera intensità catastrofica alla fine dei ’90 – che ha spinto centinaia di migliaia di poveri delle campagne verso le fabbriche del lavoro nero di Ciudad Juárez e i barrios di Los Angeles.
Nel giro di qualche anno, la “siccità eccezionale” ha avvolto tutte le pianure dal Canada al Messico; in altri anni, le grandi macchie scarlatte sulle carte meteorologiche sono strisciate giù lungo la Costa del Golfo fino alla Louisiana o hanno scavalcato le Montagne Rocciose per raggiungere l’interno nord-occidentale. Ma gli epicentri quasi fissi sono rimasti i bacini del Colorado e del Rio Grande, e il nord del Messico.
Nel 2003, ad esempio, il lago Powell era calato di 25 metri in tre anni, e altri bacini essenziali lungo il Rio Grande erano ridotti a poco più di pozzanghere fangose. Contemporaneamente, l’inverno del 2005-2006 nell’area del sud-ovest è stato uno dei più secchi mai registrati, e a Phoenix non è caduta una goccia di pioggia per 143 giorni. Le rare interruzioni in questa siccità, come quel diluvio universale della scorsa estate (in alcune zone di El Paso sono caduti incredibilmente novanta centimetri di pioggia), non sono state sufficienti a ricaricare adeguatamente le falde o a riempire i bacini, e nel 2006 sia Arizona che Texas hanno riportato le peggiori perdite nelle colture e allevamenti di tutta la loro storia (complessivamente 7 miliardi).
La siccità costante, come il ghiaccio che si scioglie, riorganizza rapidamente gli ecosistemi e trasforma interi paesaggi. Senza umidità sufficiente a produrre la linfa protettiva, milioni di ettari di conifere pinyon e ponderosa sono stati devastati dalle invasioni degli scarafaggi della corteccia; le foreste morte, a loro volta, hanno provocato gli enormi incendi che si sono estesi sino ai sobborghi di Los Angeles, San Diego, Phoenix e Denver, distruggendo anche parti di Los Alamos. In Texas sono bruciate le praterie – quasi 800.000 ettari solo nel 2006 alone – e con la crosta superficiale di terra soffiata via dal vento, la prateria si trasforma in deserto.
Alcuni climatologi non esitano a definire tutto questo una “mega-siccità”, addirittura la “peggiore da 500 anni”. Altri sono più cauti, non ancora sicuri che l’attuale aridità del West abbia superato le famigerate soglie degli anni ’30 (la Dust Bowl nelle pianure meridionali) o degli anni ’50 (la devastante siccità del sud-ovest). Ma forse il dibattito non coglie esattamente la questione: Le ricerche più recenti e autorevoli rilevano come il “ rosso di sera all’ovest” (per evocare lo straordinario sottotitolo del libro di Cormac McCarthy, Blood Meridian) non sia un caso di siccità episodica, ma il nuovo “tempo normale” della regione.
In una sconvolgente testimonianza resa al National Research Council lo scorso dicembre, Richard Seager, geofisico esperto al Lamont Doherty Earth Observatory della Columbia University, ha avvertito che tutti i principali operatori di modelli climatici del mondo stavano ricavando i medesimi risultati dai propri computer: “Secondo i modelli, nel sud-ovest una condizione climatica simile a quella della siccità degli anni ’50 diventerà il nuovo clima corrente, nel giro di qualche anno, o decennio”.
Questa straordinaria previsione – “l’imminente prosciugarsi del sud-ovest USA” – è un prodotto collaterale del monumentale sforzo di elaborazione costruito da diciannove singoli diversi modelli climatici (come quelli simbolo di Boulder, Princeton, Exeter e Amburgo) per il Quarto Rapporto dello Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).
Lo IPPC, naturalmente, è la corte suprema delle scienze del clima, istituito dalle Nazioni Unite e dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale nel 1988 per valutare le ricerche sul riscaldamento del pianeta e i suoi impatti. Anche se adesso riconosce riluttante che come afferma lo IPCC l’Artico si sta rapidamente sciogliendo, il Presidente Bush probabilmente non ha ancora recepito la possibilità che il suo ranch di Crawford possa qualche giorno trasformarsi in una duna di sabbia.
I climatologi che studiano gli anelli di crescita delle piante e altre forme di archivi naturali, sono da tempo ben consapevoli che il sistema del trattato Colorado River Compact del 1922, distributore di acque verso le oasi in corso di urbanizzazione del sud-ovest, si basa su un rilievo del flusso del fiume di 21 anni (1899-1921) che, lungi dal rappresentare una media, in realtà è un’anomalia per eccesso d’acqua da almeno 450 anni. Più recentemente, si è cominciato a capire come continue Niñas (episodi di freddo nel pacifico equatoriale orientale) possano interagire con correnti calde nel Nord Atlantico subtropicale, a generare siccità nelle pianure e nel sud-ovest che possono durare per decenni.
Ma, come ha sottolineato Seager a Washington, le simulazioni dello IPCC indicano qualcosa di molto diverso dai soli episodi catalogati nel Lamont's North American Drought Atlas (compendio aggiornato di registrazioni dagli anelli di crescita degli alberi, dal 2 a.C. ad oggi). In modo inatteso, è la base climatica stessa, non solo alcune perturbazioni, che si sta modificando.
In più, questo brusco passaggio a un nuovo clima più estremo (“diverso da qualunque altro nello scorso millennio e probabilmente nell’Olocene”) non scaturisce da fluttuazioni nelle temperature degli oceani, ma da “schemi modificati circolazione atmosferica e movimenti di vapore acqueo, che si verificano come conseguenza del riscaldamento dell’atmosfera”. In sintesi estrema, i territori aridi diventeranno ancora più secchi, le zone umide ancora più umide. E il prosciugarsi del West si accompagnerà a temperature da fornace: il nuovo rapporto IPCC contiene l’incredibile previsione secondo cui le temperature nell’ovest americano aumenteranno in media di 9 gradi Fahrenheit entro la fine di questo secolo.
Gli eventi Niña, aggiunge Seager, continueranno a influenzare le precipitazioni piovose nelle Borderlands, ma nascendo da una base più arida esse potrebbero produrre i peggiori incubi per il West: siccità delle dimensioni delle catastrofi medievali che hanno contribuito al noto collasso delel società Anasazi a Chaco Canyon e Mesa Verde nel XII secolo (a peggiorare ulteriormente le cattive notizie che ci arrivano dai super-computer, si prevede una maggiore aridità anche per Mediterraneo e Medio Oriente, dove le forti siccità sono storicamente ben noto sinonimo di guerra, grandi migrazioni di popolazione e sterminio etnico).
E pure il semplice annuncio scientifico, anche col rombare unanime del tuono di 19 modelli climatici, probabilmente non sarà causa di molto turbamento sui campi da golf suburbani di Phoenix, dove uno stile di vita lussuoso consuma 2.000 litri d’acqua pro capite al giorno. Né fermerà le ruspe che danno forma alle mostruose fasce urbanizzate suburbane di Las Vegas (si prevedono 160.000 nuove abitazioni) lungo la statale 93 su tutto il percorso fino a Kingman, Arizona. Né, nonostante il possibile esaurimento per prelievo della grande falda di Ogallala, riserva d’acqua sotterranea che comprende otto stati nelle Grandi Pianure, si impedirà al Texas di raddoppiare la propria popolazione entro il 2040.
Anche se di recente si lanciano molti slogan su “ smart growth” e uso attento delle acque, i costruttori del deserto continuano a sfornare a raffica lottizzazioni “ dumb” nel modo ambientalmente inefficiente che ha devastato la California meridionale per generazioni. La carta vincente del pensiero liberista del sud-ovest, tra l’altro, è che la gran parte dell’acqua immagazzinata dai sistemi del Colorado e Rio Grande è ancora usata per alimentare l’agricoltura.
Anche se il “picco di disponibilità idrica” se ne è già andato da un pezzo, lo sprawl del deserto si può sostenere nel medio termine uccidendo cotone e alfalfa, e i grandi coltivatori si arricchiscono vendendo la propria acqua sovvenzionata dal governo federale agli assetati suburbi. Un prototipo di questo tipo di ristrutturazione si può vedere nella Imperial Valley, dove San Diego ha acquisito in modo molto aggressivo dei diritti idrici. Come ha notato un attento viaggiatore aereo di recente, il risultato è che sono in aumento grandi quadri essiccati e morti, nella scacchiera di smeraldo della valle composta da alfalfa e meloni.
E guardando ancor di più al futuro, c’è anche l’opzione “saudita”. Steve Erie, professore della Università della California di San Diego che ha molto scritto sulle politiche per l’acqua nella regione, mi ha raccontato che i costruttori del deserto del sud-ovest e di Baja California confidano di poter sostenere il boom demografico con una buona fornitura d’acqua convertendo quella del mare. “Il nuovo mantra degli organismi di controllo idrico naturalmente è quello di incentivare conservazione e recupero, mai rapaci costruttori stanno puntando i loro avidi occhi sull’Oceano Pacifico, e all’alchimia della dissalazione, senza badare alle più perniciose conseguenze ambientali”.
In ogni caso, sottolinea Erie, mercati e politica continueranno a sostenere il medesimo modello di suburbanizzazione rampante ad alto impatto che ora asfalta e ricopre di centri commerciali migliaia di chilometri quadrati di fragile deserto nel Mojave, Sonora e Chihuahua. Stati e città, ovviamente, si faranno una concorrenza ancora più aggressiva sulla distribuzione dell’acqua, “ma, complessivamente, queste macchine della crescita hanno il potere di strappare l’acqua ad altri usi”.
L’acqua diventa più cara, e il peso dell’adeguamento al nuovo regime climatico e idrogeologico ricade su gruppi subalterni come i lavoratori agricoli (posti di lavoro persi per trasferimenti delle risorse idriche), i poveri delle città (che potrebbero facilmente vedere le bollette aumentare di 100-200 dollari al mese), piccoli allevatori (compresi molti nativi americani) e, specialmente, le popolazioni rurali in pericolo del Messico settentrionale.
In realtà, la fine dell’era dell’acqua a buon mercato nel sud-ovest – specialmente se coincide con quella dell’energia a basso costo – accentuerà livelli già elevati di disuguaglianza sociale e razziale, oltre a spingere altri emigranti a giocarsi la vita nella pericolosa traversata dei deserti di confine (non ci vuole molta fantasia per immaginarsi il prossimo slogan dei Minutemen: “Vengono a rubare la nostra acqua!”).
I politici conservatori di Arizona e Texas si faranno ancora più avvelenati ed etnicamente prevenuti, sempre che sia possibile. Il sud-ovest ha già seminato ovunque un violento “nativismo” che si può soltanto definire come proto-fascismo: nelle siccità future, potrebbe essere l’unico seme destinato a germinare.
Come indica Jared Diamond nel suo recente successo editoriale Collapse, gli antichi Anasazi non sono stati spazzati via semplicemente dalla siccità, ma dall’impatto di un clima arido non previsto, su un ambiente già supersfruttato, abitato da persone poco pronte a fare sacrifici rispetto al proprio “costoso stile di vita”. Alla fine, hanno preferito divorarsi gli uni con gli altri.
Nota: su queste pagine, vari altri articoli di Mike Davis su diversi argomenti; a proposito di alcuni dei fatti e problemi toccati dall'ultima parte dell'articolo, si vedano qui le cartelle Spazi della Dispersione, e anche Consumo di Suolo (f.b.)
here English version
Titolo originale: Drowning New Orleans – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Un enorme uragano potrebbe seppellire New Orleans sotto sette metri d’acqua, uccidendo migliaia di persone. L’attività umana lungo il corso del Mississippi ha drammaticamente aumentato il rischio, e ora solo massicce opere di ingegneria nella Louisiana sud-orientale possono salvare la città.
Le casse sono ammucchiate sin quasi al soffitto lungo le pareti della stanza senza finestre. Dentro, ci sono body bags, 10.000 in tutto. Se un grosso uragano che si muove lentamente attraversasse il Golfo del Messico lungo la traiettoria giusta, genererebbe un sollevamento del mare tale da annegare New Orleans sotto sette metri d’acqua. “Quando l’acqua defluirà” dice Walter Maestri, direttore responsabile per le emergenze locali, “prevediamo di trovare molti cadaveri”.
Quello di New Orleans è un disastro che aspetta solo di accadere. La città si trova sotto il livello del mare, in una conca delimitata da argini che delimitano a nord il lago Pontchartrain e a sud e ovest il fiume Mississippi. A per via di una maledetta coincidenza di fattori, la città affonda sempre più, e il rischio di alluvioni aumenta sempre più anche per tempeste di entità minore. Le basse del Delta del Mississippi, che riparano la città del golfo, stanno rapidamente scomparendo. Fra un anno saranno spariti altri 65-80 chilometri quadrati di paludi costiere: la superficie di Manhattan. Ogni ora ne scompare un ettaro. E per ciascun ettaro che scompare si apre un sentiero più ampio perchè la tempesta si rovesci sul delta e dentro la conca, intrappolando un milione di abitanti, più un altro milione nei centri circostanti. Un’evacuazione di massa sarebbe impossibile, perché l’alluvione avrebbe tagliato le vie di fuga. Gli studiosi della Louisiana State University (L.S.U.), che hanno costruito modelli di centinaia di possibili percorsi dell’uragano su computer potentissimi, prevedono che potrebbero perdere la vita più di 100.000 persone. Quelle body bags non durerebbero molto.
Se non bastasse il rischio per le vite umane, il potenziale allagamento di New Orleans avrebbe gravi conseguenze sia economiche che ambientali. La costa della Louisiana produce un terzo del cibo nazionale di provenienza marina, un quinto del petrolio, e un quarto del gas naturale. Ospita il 40% delle zone umide costiere del paese, dove soggiorna d’inverno il 70% degli uccelli migratori acquatici. Le strutture portuali sul Mississippi da New Orleans a Baton Rouge costituiscono il più grosso complesso nazionale. E il delta alimenta un carattere unico della psicologia americana; è la sorgente primaria del jazz e del blues, fonte del Cajun e Creolo, e terra del Mardi Gras. Ma sino a questo momento, Washington ha respinto tutte le richieste di aiuti consistenti.
Sistemare il delta servirebbe come valido test, per il paese e per il mondo. Le zone umide costiere stanno scomparendo lungo il margine occidentale, gli altri stati del Golfo, la Baia di San Francisco, l’estuario del Columbia, per ragioni molto simili a quelle della Louisiana. Alcune zone di Houston stanno affondando più rapidamente di New Orleans. I grandi delta del pianeta – da quello dell’Orinoco in Venezuela, al Nilo in Egitto, al Mekong in Vietnam – sono oggi nelle medesime condizioni in cui si trovava il Delta del Mississippi 100-200 anni fa. La lezione di New Orleans potrebbe contribuire a fissare linee guida per un insediamento più sicuro in queste zone, e si potrebbero esportare tecniche di ripristino in tutto il mondo. In Europa, i delta del Reno, del Rodano e del Po stanno perdendo superfici. E se i livelli del mare saliranno a causa del riscaldamento globale nel prossimo secolo, numerose città costiere di bassa quota come New York dovranno prendere misure di protezione simili a quelle che si propongono per la Louisiana.
Vedere per Credere
Shea Penland è tra le persone più adatte a spiegare il blues del delta. Ora geologo alla University of New Orleans, ha passato 16 anni alla L.S.U.; è consulente del Corpo del Genio, che realizza gli argini; partecipa ai gruppi di lavoro statali e federali che attuano i progetti di sistemazione della costa; lavora anche per l’industria del petrolio e del gas. La sua competenza migliore però è quella di conoscere chiunque nelle piccole cittadine del bayou, zolle di terra e strisce di palude su e giù per la costa sbriciolata: gente che vive il degrado ogni giorno.
Penland, vestito in jeans e maglietta polo in una mattina di metà maggio, mi accoglie volentieri sul suo vecchio pickup Ford F150 rosso, per andare a esplorare cosa si sta divorando gli ottanta chilometri di paesaggio fradicio a sud di New Orleans. Il Mississippi ha costruito la pianura del delta che forma la Louisiana sud-orientale in secoli di sedimenti, depositati anno dopo anno nelle piene primaverili. Anche se poi sabbia e detriti si schiacciano sotto il proprio peso e affondano un po’, la prossima piena ricostruirà tutto. Ma a partire dal 1879, il Corpo del Genio, su mandato del Congresso, ha progressivamente allineato lungo il corso del fiume argini per prevenire i danni delle piene a città e industrie. Ora il fiume è imbrigliato dalla Louisiana settentrionale al Golfo, ed è impedito il deposito dei sedimenti. Di conseguenza, la piana sprofonda sotto l’oceano invasore. Con le zone umide, sparisce la protezione di New Orleans dal mare. Un’onda da uragano potrebbe raggiungere altezze superiori ai sette metri, ma ogni sei chilometri di acquitrino possono assorbire acqua a sufficienza ad abbatterla di 35 cm.
La pianura acquitrinosa attorno a New Orleans è ancora una spugna viva, una miscela in costante cambiamento di basse acque dolci, verdi erbe di palude e cipressi ricoperti da muschio spagnolo. Ma quando insieme a Penland raggiungiamo la metà strada verso la costa del golfo, la spugna ci appare seriamente strappata e allagata. Strade isolate su fondo di pietra passano davanti a case mobili ed ex bordelli, lungo zone un tempo bayou, e ora allagate; file di alberi spogli e morti; erbe marce e scure, specchi di acqua morta.
Giù a Port Fourchon, dove l’acquitrino risicato infine cede il posto al mare aperto, subsidenza ed erosione appaiono aggressive. L’unica strada da’ accesso solo a un gruppo di desolati edifici di lamiera ondulata, dove convergono le condutture di petrolio e gas naturale da centinaia di pozzi al largo. Innumerevoli piattaforme intrecciano una cupa foresta d’acciaio che cresce dal mare. Per trasportare i materiali le compagnie petrolifere hanno dragato centinaia di chilometri di canali, navigabili e per il passaggio delle condutture, attraverso gli acquitrini della costa e dell’interno. Per ogni taglio si sposta terra, e il traffico di imbarcazioni e le maree erodono stabilmente le rive. La media delle spiagge USA si erode di circa settanta centimetri l’anno, dice Penland, ma qui a Port Fourchon si perdono 12-15 metri l’anno: il ritmo più veloce del paese. La rete dei canali da’ anche all’acqua salata un facile accesso agli acquitrini dell’interno, aumentandone la salinità e uccidendo erbe e vegetazione di sottobosco dalle radici. Non resta nessuna pianta a impedire che vento e acqua si portino via il sistema delle zone umide. In uno studio finanziato dalle imprese petrolifere, Penland ha documentato come è questo settore industriale ad aver causato un terzo della perdita di superfici del delta.
La Scienza dell’Alligatore
I fratelli Duet conoscono di prima mano i vari fattori che accelerano l’erosione dei terreni diversa subsidenza naturale. Toby e Danny, due dei collaboratori locali di Penland lungo la strada, vivono su un sistema galleggiante da 15 metri ancorato al centro di un sistema di acquitrini discontinuo da 35 chilometri quadrati, a circa 30 chilometri a nord-ovest di Port Fourchon. La famiglia ha preso in affitto i terreni dalle compagnie petrolifere, per caccia e pesca, 16 anni fa, quando c’era solo un po’ d’acqua. Ora ce n’è da un metro e mezzo a due e mezzo. Loro filtrano l’acqua piovana per bere, depurano i propri scarichi, catturano il cibo che mangiano, e si guadagnano da vivere ospitando gruppi di pescatori sportivi per battute di una settimana. Ci sono una dozzina di pozzi nello specchio dove Toby ci prende su con la barca. Mentre risaliamo il canale, dice, “Una volta riuscivo a sputare sul fango di tutte e due le rive. Adesso da qui passano le grosse cisterne di petrolio”.
Dentro la grande cabina aperta dell’imbarcazione, Danny aggiunge altre misurazioni: “Due anni fa abbiamo affondato nel fango un grosso palo di legno a cui legare la trappola per alligatori, sul fianco di un canale. Sono passato di là l’altro giorno, e la riva del canale si era scostata di quasi sei metri dal palo. Non che conti molto, ad ogni modo. Gli alligatori se ne sono andati. Acqua troppo salata”.
Con la palude che scompare, l’unica difesa rimasta del delta sono alcune isole di barriera in disfacimento, che un secolo fa facevano parte della linea di costa. Il mattino successivo io e Penland viaggiamo per un’ora, fino al Louisiana Universities Marine Consortium, avamposto scientifico a Cocodrie, accampamento di studiosi e pescatori sul margine della costa. Da qui, usciamo in mare su una delle imbarcazioni grigie del consorzio.
La barca taglia quello che sembra un mare un po’ mosso per 50 minuti, per raggiungere Isles Dernieres (“ le ultime isole” in francese). Ma le onde non sono mai superiori a due metri. L’ampia distesa di acque basse un tempo era ricca di erbe ondeggianti, interrotte a volte da canaletti serpeggianti pieni di gamberetti, molluschi, trote. Penland tocca terra nel fango della baia. Attraversiamo solo un’ottantina di metri di striscia di sabbia spoglia prima di raggiungere l’oceano. Su ogni lato vediamo a distanza emergere altre piccole strisce simili. Sono quello che resta, di quella che un tempo era una grossa e solida isola lussureggiante di mangrovie nere. “Rompeva le onde oceaniche, riduceva gli effetti delle tempeste e manteneva lontana l’acqua salata, così l’acquitrino qui dietro riusciva a prosperare” rimpiange Penland. Ora l’oceano incombe.
Le isole barriera litoranee della Louisiana si stanno erodendo più velocemente che nel resto del paese. Milioni di tonnellate di sedimenti un tempo uscivano dalla bocca del Mississippi ogni anno, trascinate dalle correnti verso le isole, a ricostituire ciò che le maree avevano eroso. Ma, in parte a causa degli argini che impediscono al fiume negli ultimi chilometri di muoversi naturalmente, la bocca si è allargata a telescopio sul margine continentale. I sedimenti, semplicemente, cadono dal gradino subacqueo verso l’oceano profondo.
Di ritorno a New Orleans il giorno successivo, appare evidente come altre attività umane abbiano peggiorato la situazione. Cliff Mugnier, geodesista alla L.S.U. che collabora a tempo parziale col Genio, ci spiega il perché dal terzo piano del quartier generale del Corpo, un edificio rettangolare di cemento piazzato sull’argine del Mississippi costruito e ricostruito dal Genio per 122 anni.
Mugnier racconta che il terreno sotto il delta è fatto di strati di fango: una torba bagnata profonda centinaia di metri, costruita da secoli di piene. Quando il Genio arginò il fiume, città e industria bonificarono ampie superfici di acquitrino, che per decenni erano state considerate terre di nessuno. Fermare le piene ed eliminare l’acqua di superficie, ha consentito alle torbe meno profonde di seccarsi, restringersi e fare subsidenza, accelerando la discesa della città sotto il livello del mare (un processo già in corso, dato che le torbe si restringono naturalmente).
Ma non è tutto. Dato che la conca si fa più profonda, si allagherà durante le piogge. Allora il Genio, in collaborazione con il settore Acque e Fogne della città, ha iniziato a scavare una ragnatela di canali per raccogliere l’acqua piovana. L’unico modo di smaltirla era il lago Pontchartrain. Ma dato che il livello medio del lago è superiore di qualche decina di centimetri, si sono dovute costruire stazioni di pompaggio alle bocche dei canali per sollevare l’acqua fino al lago.
Le pompe servono ad un’altra funzione critica. Dato che i canali sono, essenzialmente, fossi, raccolgono anche acque dai terreni umidi. Ma se sono a pieno carico, non possono raccogliere acqua durante un temporale. Così la città fa funzionare le pompe regolarmente per risucchiare le infiltrazioni dai canali, il che toglie altri liquidi al terreno, aumentando prosciugamento e subsidenza. “Stiamo aggravando il problema” dice Mugnier. E il genio sta costruendo altri canali, e ampliando le stazioni di pompaggio, perché più sprofonda la città, più si allaga. Nel frattempo, strade corsie e vicoli si affossano, e le case esplodono per rottura delle condotte di gas naturale. Mugnier è anche preoccupato per le parrocchie (enti locali che qui sostituiscono le contee) attorno alla città, che stanno scavando altri canali man mano diventano più popolate. A St. Charles, a ovest, dice “la superficie potrebbe essersi abbassata anche 4 metri”.
Paura
Gli uomini non possono fermare la subsidenza del Delta, e non possono abbattere gli argini per consentire al fiume di scorrere naturalmente ed esondare, dato che la regione è urbanizzata. L’unica soluzione realistica, su cui concordano la maggior parte di ingegneri e studiosi, è quella di ripristinare i grandi acquitrini così che riescano ad assorbire le maree, e ricollegare le isole barriera litoranee a spezzare le onde e proteggere le recuperate paludi dal mare.
Sin dalla fine degli anni ’80 i senatori della Louisiana hanno presentato varie richieste al Congresso per finanziare grandi lavori di ripristino. Ma non sono stati sostenuti da un’azione unitaria. La L.S.U. aveva i suoi modelli idrografici, e il Genio ne aveva altri. Nonostante la concordia sulle soluzioni di massima, la concorrenza abbondava riguardo al tipo di progetti specifici più efficaci. Il Genio talvolta bollava gli appelli accademici contro il disastro a tentativi indiretti di ottenere più finanziamenti per la ricerca. L’accademia più volte ha risposto che l’unica soluzione del Genio per ogni problema sono le ruspe, i movimenti terra, rovesciare cemento senza alcuna razionalità scientifica. Intanto pescatori di ostriche e gamberetti lamentavano che sia i progetti degli accademici che dei genieri avrebbero distrutto le loro zone da pesca.
Len Bahr, a capo del Coastal Activities Office del governatore, a Baton Rouge, ha tentato di mettere tutti insieme. Vero appassionato della Louisiana meridionale, Bahr è sopravvissuto a tre governatori, ciascuno con orientamenti diversi. “Questo è un campo dove deve lavorare la scienza” dice. “Ci sono cinque uffici federali e sei agenzie statali con competenze su quanto accade nelle zone umide”. Per tutti gli anni ’90, racconta Bahr con frustrazione, “abbiamo avuto solo 40 milioni di dollari l’anno” dal Congresso, una goccia rispetto al secchio di cui abbiamo bisogno. Anche con le piccole opere e progetti resi possibili da questi finanziamenti, gli scienziati della Louisiana prevedono che entro il 2050 le coste dello stato perderanno altri 2.500 chilometri quadrati di paludi e acquitrini: la superficie dello stato del Rhode Island.
Poi è arrivato l’uragano Georges nel settembre 1998. I forti venti hanno accumulato una massa d’acqua alta più di cinque metri, più le onde, che ha minacciato di rovesciarsi nel lago Pontchartrain e allagare New Orleans. Era proprio il mostro da cui mettevano in guardia i primi modelli della L.S.U., e puntava dritto sulla città. Per fortuna, un attimo prima che Georges mettesse piede a terra, ha rallentato e deviato di due gradi verso est. L’onda è stata abbattuta da improvvisi caotici venti.
Un Grande Piano
Scienziati, ingegneri e politici hanno smesso di azzuffarsi, hanno capito che tutto il delta si avvicinava al disastro, e Bahr sostiene che è stata la fifa a metterli d’accordo. Verso la fine del 1998 l’ufficio del governatore, il Dipartimento statale delle Risorse Naturali, l’Agenzia di Protezione Ambientale, il Corpo del Genio, il Fish and Wildlife Service, e le 20 amministrazioni di parrocchia della costa, hanno pubblicato il programma di ripristino delle sponde della Louisiana: Coast 2050.
Ma nessuno dei gruppi coinvolti si riconosce interamente nel piano, e se si realizzassero tutti i progetti contenuti il cartellino del prezzo sarebbe di 14 miliardi. “Allora” chiedo, nella sala conferenze al nono piano degli uffici del governatore di Baton Rouge, “datemi la lista breve” dei progetti di Coast 2050 che farebbero la differenza. Ho di fronte Joe Suhayda, direttore alla L.S.U. del Louisiana Water Resources Research Institute, che ha ricostruito i modelli di numerosi eventi atmosferici, e conosce i rappresentanti principali del mondo della scienza, del Genio, dei responsabili per le mergenze cittadine; Vibhas Aravamuthan, che programma i computers della L.S.U. per i modelli; Len Bahr; e il suo vice, Paul Kemp. Tutti hanno partecipato alla redazione di Coast 2050.
La primissima cosa in ordine di tempo e di importanza, concordano, è costruire derivazioni del fiume in alcuni punti chiave del Mississippi, per ripristinare le zone umide in via di sparizione. In ciascun punto, il Genio taglia un canale attraverso l’argine sul lato sud, con paratie di controllo che consentano all’acqua dolce e ai sedimenti sospesi di filtrare attraverso zone umide individuate sino al mare. L’acqua potrebbe distruggere le zone delle ostriche, ma se le localizzazioni vengono selezionate con cura, è possibile fare accordi coi proprietari.
Ogni ora la Louisiana perde un ettaro di superficie
Il secondo passo: ricostruire le isole barriera meridionali, usando più di 500 milioni dimetri cubi di sabbia dalla vicina Ship Shoal. Poi, il Genio dovrebbe tagliare un canale attraverso lo stretto collo del delta, circa a metà. Le navi potrebbero entrare nel fiume da qui, accorciando il viaggio verso i porti dell’interno e risparmiando denaro. Si potrebbe così smettere di dragare la parte meridionale del fiume. La bocca si riempirebbe di sedimenti, iniziando a traboccare verso ovest, mandando sabbia e detriti dentro le correnti parallele alla costa, ad alimentare le isole barriera.
Il progetto del canale potrebbe integrarsi in un più ampio piano statale per realizzare un nuovo Millennium Port. Offrirebbe più pescaggio di quello di New Orleans alle grandi navi porta- container. Poi c’è il suo canale principale, il Mississippi River Gulf Outlet (MRGO, pronuncia Mr. Go), che il genio ha dragato nei primi anni ‘60. Questa struttura si è deteriorata terribilmente – dai 150 metri di larghezza originaria agli oltre 600 oggi nei punti più larghi – e lascia entrare una corrente continua di acqua salata che ha ucciso la gran parte delle zone umide che un tempo proteggevano la parte orientale di New Orleans dalle tempeste oceaniche. Se si costruissero il canale o il Millennium Port, il genio potrebbe chiudere Mr. Go.
Una crepa nell’armatura del delta, sono i varchi sul margine orientale del lago Pontchartrain dove si collega al golfo. La soluzione ovvia sarebbe quella di costruire delle dighe, come fa l’Olanda per regolare il flusso del Mare del Nord verso l’interno. Ma sarebbe troppo difficile da realizzare. “L’abbiamo proposto nel passato, ed è stato respinto” racconta Bahr. Il costi di realizzazione sarebbero estremamente elevati.
L’elenco dei progetti più promettenti di Coast 2050 è solo l’immagine di un piccolo gruppo, naturalmente, ma anche altri importanti esperti concordato sui punti fondamentali. Ivor van Heerden, geologo vice direttore del Centro Uragani alla L.S.U., riconosce che “per riuscire, dobbiamo imitare la natura. Costruire deviazioni e ripristinare le isole barriera è quanto di più vicino si può fare”. Shea Penland in generale è d’accordo, anche se ricorda che il Mississippi potrebbe non portare sedimenti a sufficienza per alimentare tutte le diversioni. Gli sudi del Servizio Geologico condotti da Robert Meade mostrano che la quantità di materiale in sospensione è meno della metà di quanto non fosse prima del 1953, in gran parte deviato dalle dighe lungo il corso del fiume attraverso mezza America.
Se non si agisce, un milione di persone potrebbe essere in trappola
Per quanto riguarda il Genio, si potrebbe attuare tutto il piano Coast 2050. Il primo progetto realizzato è la diversione di Davis Pond, che dovrebbe diventare operativa alla fine di quest’anno. Il direttore del progetto Al Naomi, trentenne ingegnere del Genio Civile, e Bruce Baird, esperto di biologia e oceanografia, mi accompagnano al cantiere sull’argine meridionale del Mississippi, trenta chilometri a ovest di New Orleans. La struttura ricorda una diga di modeste proporzioni, allineata all’argine. Paratie d’acciaio nella sezione centrale, ciascuna larga abbastanza da farci passare un autobus, si aprono e chiudono per regolare il flusso d’acqua. L’acqua sbocca verso un ampia distesa di ex palude che si estende a sud per un chilometro e mezzo, formando un basso fondale di fiume che si espande lentamente in un acquitrino senza margini. L’impianto devia circa 5.000 metri cubi d’acqua al secondo dal Mississippi, la cui portata totale dopo New Orleans va da meno di 90.000 mc/sec nei periodi di magra a oltre 500.000 durante le piene. Il prelievo dovrebbe consentire di conservare 13.500 ettari di zone umide, aree di allevamento ostriche e da pesca.
Il Genio è piuttosto spavaldo riguardo a Davis Pond, per via del successo a Caernarvon, un piccolo impianto sperimentale di deviazione inaugurato nel 1991 vicino a Mr. Go. Al 1995 Caernarvon aveva ripristinato 164 ettari di acquitrino, aumentano i sedimenti e riducendo la salinità attraverso l’acqua dolce.
Chi dovrebbe pagare?
Il genio sta ingaggiando scienziati per progetti come quello di Davis Pond, un segnale che le varie parti in causa stanno cominciando a lavorare meglio insieme. A Bahr piacerebbe integrare scienza e ingegneria un po’ di più, richiedendo un esame scientifico indipendente dei progetti ingegneristici, prima dell’approvazione statale: necessaria perché il Congresso richiede che lo stato sostenga parte dei costi dei lavori.
Se il congresso e il presidente Bush si trovassero di fronte ad una richiesta d’azione unificata, sembrerebbe ragionevole un via libera. Il restauro della costa della Louisiana proteggerebbe le industrie alimentari legate al mare, e le scorte di petrolio e gas naturale. Salverebbe anche le più importanti aree umide d’America, con una audace operazione ambientale. E se non si intraprendesse alcuna azione, il milione di abitanti fuori da New Orleans dovrebbe essere trasferito. L’altro milione dentro la città vivrebbe in fondo a un cratere che affonda, circondato da pareti sempre più alte, intrappolato in una città nello stadio terminale della malattia, dipendente da un continuo pompaggio per rimanere in vita.
Finanziare la ricerca e le opere di cui c’è bisogno, farebbe anche scoprire metodi migliori per tutelare le zone umide del paese in via di estinzione, e insieme i delta in crisi del pianeta. Migliorerebbe la comprensione della natura e dei suoi fenomeni di lungo respiro da parte dell’umanità: e i rischi di interferire, anche quando lo si fa con buone intenzioni. Potrebbe aiutare i governi ad apprendere come ridurre al minimo i danni dall’aumento dei livelli del mare, dagli eventi atmosferici violenti, in un’epoca per cui lo U.S. National Oceanic and Atmospheric Administration prevede tempeste di forte intensità a causa del mutamento climatico.
A Walter Maestri non piace questa prospettiva. Quando Allison, la prima tempesta tropicale della stagione degli uragani 2001, ha scaricato tredici centimetri di pioggia al giorno su New Orleans per una settimana in giugno, sono andati quasi al massimo delle possibilità i sistemi di pompaggio. Maestri ha passato le notti nel suo bunker di comando a prova di alluvione costruito sottoterra per proteggerlo dalle raffiche di vento; da lì comunicava con la polizia, le squadre di emergenza, i pompieri e la Guardia Nazionale. Era solo pioggia, eppure metteva in allarme le squadre di intervento. “Qualunque grossa quantità d’acqua, qui è una minaccia pericolosa” dice. “Anche se devo prepararmi, non voglio nemmeno pensare alla perdita di vite umane che potrebbe causare un grosso uragano”.
Nota: il testo originale al sito dello Scientific American ; suona piuttosto male, dopo questo saggio, il discorso del presidente Bush (tradotto qui su Eddyburg)a seguito dell'uragano Katrina, che ha provocato migliaia di morti a New Orleans ; su Eddyburg, anche il piano Coast 2050 ; l'articolo tradotto dello Scientific American è scaricabile anche direttamente da qui in PDF (f.b.)
Su energia, modelli di sviluppo ed esauribilità delle risorse, è inevitabile che l'informazione venga deformata dagli enormi interessi in campo. Per avere un quadro il più possibile scientifico - ma non neutrale - della situazione, abbiamo sentito Alberto Di Fazio, astrofisico, specialista nell'evoluzione dei sistemi complessi, membro della Commissione nazionale del Cnr e del International Geosphere-Biosphere Programme (IGBP), programma di ricerche interdisciplinari sui cambiamenti globali (anche climatici). Tra i politici che collaborano con l'Igbp il più noto è il neopremio Nobel, Al Gore.
Il Wec pone al centro del suo convegno il concetto di «sviluppo sostenibile».
E' un ossimoro. Sviluppo, anche solo «qualitativo», significa crescita. In qualche piccolo caso - per esempio il telelavoro, evitando l'uso dell'automobile - è anche possibile. Ma sulla scala dell'intera economia non si può fare. Lo sviluppo qualitativo presuppone quello quantitativo. Se bisogna garantire cibo sufficiente per tutti, l'agricoltura ha bisogno di fertilizzanti, pesticidi, ecc. Industria, insomma. «Sostenibile» è una pessima traduzione del termine inglese «sustainable», che significa però «durevole», senza fine. In francese è più chiaro: durable. E purtroppo non esiste. L'umanità deve rientrare in parametri di consumo inferiori a quelli permessi della natura.
Eppure dicono che basterebbero pannelli solari su un quadrato di 400 km di lato per esaudire tutta l'attuale domanda energetica.
E' un calcolo tutto matematico, e neppure esatto; dovrebbe essere molto più grande. Dal sole arriva una quantità di energia molto superiore alle necessità dell'umanità, ma per fare tutti quei pannelli solari ci vuole una quantità di silicio (oltre che di alluminio) che non esiste. Mancano le materie prime per fare una cosa del genere. «Sviluppo sostenibile» è la deformazione di un concetto di Herman Daly, ex economista della Banca mondiale, che parlava di «società sostenibile» indicando però un modello stazionario, non in perenne crescita. E' «sostenibile» quella società che consuma risorse e produce rifiuti in una quantità che la Terra, la biosfera, può tollerare. Una società in equilibrio con la natura. Mentre tutti hanno in mente l'idea della «crescita», che è tipica solo del capitalismo, ovvero degli ultimi 150 anni. Una cosa impossibile - a lungo andare - per motivi fisici, chimici e biologici. Viviamo dentro una «pellicola» molto sottile che garantisce la vita biologica.
Sono i «limiti dello sviluppo» già illustrati ai tempi del Club di Roma, che poi vennero definiti «sbagliati»...
Quei calcoli furono effettuati da una task force di centinaia di scienziati con al centro il Mit. Fin da allora ci fu una mistificazione, che attribuiva a quello scenario la «previsione» che nel 2000 le risorse si sarebbero esaurite. Cosa che poi non si sarebbe verificata. Basta prendere quei dati per accorgersi che lì si sosteneva che nel 2000 sarebbe stato consumato il 25% delle risorse non riproducibili (il petrolio, innanzitutto); mentre prevedevano una crisi economica, industriale, agricola e della popolazione tra il 2020 e il 2030, quando si sarebbe giunti a consumare circa la metà di queste risorse. Se hanno sbagliato è per eccesso di ottimismo.
Quella ricerca è stata aggiornata. Cosa dicono i nuovi dati?
Se prendiamo quelli sul petrolio, già il Corriere della sera di alcuni giorni fa constatava che negli ultimi tre anni l'estrazione di greggio resta ferma intorno agli 85-86 milioni di barili al giorno. Nonostante l'aumento della domanda di Cina, Russia e India, la produzione non aumenta. Per mantenere nel 2007 la quota degli ultimi anni, bisognerebbe aumentare l'estrazione di mezzo milione di barili da qui alla fine dell'anno. Se non quest'anno, al massimo nel corso dei prossimi due, il tasso di estrazione del greggio sarà inferiore. Può anche essere un «picco» temporaneo. Ma le previsioni più conservative - quelle dell'International Energy Agency - collocano il picco nel 2013. La curva della produzione sta rallentando. Non siamo ancora al picco, perché i prezzi sarebbe aumentati molto di più. Ma ci stiamo arrivando: l'offerta di greggio sale molto lentamente, mentre la domanda corre più velocemente. Basta guardare i trend sull'arco di 30 anni per capirlo.
Cosa ti aspetti allora dal convegno del Wec?
Verranno fuori delle buone proposte per quanto riguarda l'utilizzo del solare. Però sarà un ibrido. Verranno fuori anche degli imbrogli, come quello dell'idrogeno. C'è un'enorme industria che si sta lanciando su questo fronte, ma la produzione di idrogeno chiede più energia di quanta non ne renda disponibile. L'auto a idrogeno si può fare, ma peggiora la situazione. Poi si calcherà molto la mano su cose che si possono fare su piccola scala, ma non su quella globale. Per esempio i biocombustibili. I km quadri necessari per mandare avanti la produzione sarebbero molte volte di più di quelli fin qui destinate all'agricoltura alimentare. Già ora ci sono proteste in Brasile perché terreni coltivabili vengono destinati ai biocombustibili, anziché al cibo.
Siamo un gruppo di oltre cento persone che stanno apprezzando moltissimo la Vostra attività giornalistica e la competenza dei Vostri giornalisti.
Noi siamo di Faeto, in Provincia di Foggia, un comune che è considerato, con i suoi 866 m. s.l.m., il paese più alto della Puglia.
Il nostro paese era incontaminato e paesaggisticamente incantevole sino a qualche anno fa quando l’Amministrazione locale, che si è peraltro riconfermata alle elezioni del 2005, ha deliberato, con una decisione lampo e senza coinvolgere minimamente la popolazione nonostante fosse stata prevista nel Programma amministrativo l’indizione del referendum popolare su tale tema, di costruire un parco eolico.
La gente del nostro paese ha iniziato ad assistere ad un via vai di giganteschi camion, di betoniere e di fuoristrada che impolveravano sempre di più le strade interne ed esterne e che, con la loro frenetica quanto sconosciuta attività, stavano modificando per sempre i connotati del nostro territorio.
Iniziavano a stagliarsi sui crinali dei nostri meravigliosi monti, disseminati di faggeti e querceti, di sorgenti di acque cristalline oltre che di una fauna di assoluto pregio che comprende lupi, cinghiali ed una sterminata varietà di volatili, alcuni invadenti giganti senz’anima, collocati senza alcuna logica ed armonia visiva, che spezzavano irrimediabilmente e per sempre la quiete incontaminata di quei luoghi e che creavano un impatto ambientale talmente devastante da non poter essere accettato per nessuna ragione.
I parchi eolici sono stati localizzati in luoghi che rientrano o che sono limitrofi a zone boschive di primaria importanza, a zone catalogate come SIC e PUTT, a zone che sono state incluse nell’area del Parco dei Monti Dauni Meridionali senza trascurare il fatto che il 90% del nostro territorio è sottoposto ai vincoli dell’Autorità di Bacino della Puglia e di quella del Liri – Garigliano.
L’Amministrazione locale dal 2000 sino ad oggi non ha mai indetto un’assemblea popolare, così come previsto dallo Statuto comunale ex artt. 32 e 36-37, per spiegare alla gente, siamo un paese di appena 800 abitanti, il perché di tale decisione e, soprattutto, i benefici, in primis economici e lavorativi, derivanti da essa e per decidere democraticamente con la popolazione se procedere o meno a tale scelta.
Fatto sta che attualmente ci ritroviamo ad avere sul nostro territorio ben 42 pale eoliche installate senza neanche tenere nel dovuto conto le disposizioni contenute nelle Linee Guida emanate dalla Regione Puglia nel Gennaio 2004 per ciò che concerne, ad esempio, le distanze ed il rispetto dell’avifauna e dell’ecosistema in genere.
A maggior riprova di quanto sino ad ora esposto vi è il fatto che l’Amministrazione locale, in modo recidivo, ha deciso di installare altre 35 pale eoliche in una zona altrettanto importante a livello naturalistico e paesaggistico senza comunicare nulla alla popolazione. Con una freddezza burocratica tipica degli stati totalitari essa ha commissionato un progetto, uno screening per l’assoggettabilità alla Valutazione di Impatto Ambientale ed uno studio di incidenza ambientale dopodiché ha stipulato una convenzione con la Società che si occuperà della costruzione nonché della gestione del parco eolico. Vigono il silenzio e l’insabbiamento più assoluti.
A questo ulteriore parco eolico l’Amministrazione locale vuole aggiungerne altri due i cui progetti, però, sono in fase di stesura. Essi prevedono l’installazione di altre 50 pale eoliche. Ci troveremo, quindi, in un territorio di 24, 12 kmq ad avere ben 120 pale eoliche con una densità di 0,23 pale eoliche per kmq!
Uno scempio in piena regola perpetrato senza la benché minima possibilità di partecipazione popolare, un disastro ambientale per il nostro paese che possiede una forte vocazione turistica, con centinaia di presenze nella stagione estiva ed invernale, e che potrebbe vedere irrimediabilmente compromesse le potenzialità ancora inespresse.
Il Comitato contro l’eolico selvaggio LIBERIAMO IL VENTO, che abbiamo da poco costituito e che già conta oltre cento iscritti, nasce proprio da questo moto di ribellione e ad impulso di alcuni componenti della minoranza che siede in Consiglio Comunale che sono parte imprescindibile di tale Comitato e che ci informano su tutto quello che accade e che il Sindaco ci vuole abilmente nascondere.
L’Amministrazione locale ha detto, in qualche Consiglio comunale degli anni scorsi, che la scelta dell’eolico era dettata da motivi di risanamento del bilancio comunale. Ebbene, neanche dal punto di vista economico il nostro Paese ha, sinora, tratto rilevanti vantaggi.
L’entrata che il nostro Comune ottiene attualmente per le 42 pale eoliche già installate si aggira sui 150.000 euro annuali e ciò significa che per ogni aerogeneratore noi percepiamo annualmente la sbalorditiva cifra di 3.500 euro circa! Con le altre 35 pale che hanno deciso di installare percepiremmo un canone di 270.000 euro l’anno che corrisponderebbe a 7.700 euro circa l’anno per aerogeneratore.
Una cifra che noi riteniamo assolutamente inadeguata a risollevare le sorti del tanto vituperato bilancio comunale, che viene sempre utilizzato come alibi per giustificare questo tipo di scelte, anche perché questi soldi non vengono neanche utilizzati per attività socialmente rilevanti o per ridurre la pressione fiscale.
Il Comune di Faeto, in sostanza, percepisce, da un calcolo effettuato, sulla produzione di energia elettrica ottenuta dalle pale eoliche attualmente in funzione un misero 1,1% che è una cifra vergognosa se rapportata ai milioni di euro di guadagni ottenuti dalle società dell’eolico presenti in zona.
Noi dobbiamo, dunque, sopportare un costo elevatissimo in termini ambientali ed ottenere un ricavo miserrimo in termini economici.
Noi vogliamo che l’eolico debba rappresentare almeno un buon introito per il nostro Comune.
L’Amministrazione locale ha detto, in qualche Consiglio comunale, che la scelta dell’eolico avrebbe creato posti di lavoro di cui sarebbe stata beneficiaria la manodopera locale.
Ebbene, neanche qui abbiamo conferme. Se passiamo, infatti, a considerare l’aspetto occupazionale i dati sono ancora più sconfortanti. Il settore eolico a Faeto ha prodotto un incremento occupazionale pari ad un paio di posti di lavoro a tempo indeterminato tra i giovani locali con prospettive future veramente allarmanti.
Noi vogliamo che l’eolico debba rappresentare almeno motivo di incremento di posti di lavoro per i giovani del nostro Comune.
Da tutto ciò discende che il Nostro Paese sta subendo questa invasione, questo deturpamento territoriale senza trarne alcun beneficio. Noi, attualmente, il nostro contributo ai dettami previsti dal Protocollo di Kyoto, che riteniamo non sia neanche conosciuto dagli amministratori locali, ed all’incremento nell’utilizzo delle fonti di energia rinnovabili, tematica mai affrontata dai frettolosi amministratori locali, siamo certi di averlo dato. Attualmente produciamo oltre 30 MW di energia, che riteniamo essere un contributo più che sufficiente, e se dovessero essere realizzate le altre 35 pale eoliche di cui abbiamo detto sopra arriveremmo ad una produzione di oltre 100 MW che rappresenterebbe una cifra spropositata ed un prezzo troppo alto da pagare per un Comune di così piccole dimensioni.
Li invitiamo a tener conto di questa situazione incresciosa e in qualche modo a risollevare le sorti di una popolazione a cui si sta imponendo l’eolico selvaggio senza possibilità alcuna di scelta. Vorremmo che Loro fosse al nostro fianco in questa battaglia. Riteniamo che sia assolutamente necessario fondere le forze attive disponibili al fine di lottare per la salvaguardia del nostro territorio. E’ quanto mai opportuno agire e quindi non restare vittime silenziose di uno scempio inspiegabile. Non vogliamo essere vittime silenziose ma attori protagonisti di un cambiamento possibile ma soprattutto sostenibile.
Ciò che è stato fatto finora non è più sostenibile o forse non lo è mai stato. Non lasciamo che logiche economiche e for profit attecchiscano indisturbate e per questo coscientemente e onestamente diciamo “no all’eolico selvaggio, stop allo scempio del territorio”.
Una testimonianza dei disastri provocati non dalle energie alternative (per le quali la ricerca, la sperimentazione e l’applicazione vanno perseguite con ogni impegno) ma dal fatto che esse vengono applicate senza governo pubblico né della convenienza rispetto ad altre fonti energetiche, né delle tecnologie e degli strumenti impiegati, né delle localizzazioni: scelte delicatissime lasciate alle mere convenienze del percato, egemonizzato dalla produzione industriale.
In allegato il testo integrale della lettera e ampi stralci della relazione di incidenza ambientale.
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Il lento evaporare del ciclo della vita
Guido Viale – la Repubblica, 6 marzo 2007
Per Talete da Mileto l´acqua era il principio e il fondamento (arkhé) di tutte le cose perché ogni cosa si genera e vive nell´umido. L´acqua, insieme all´aria, al fuoco e alla terra, è uno dei quattro elementi fondamentali della fisica presocratica; ma quei quattro elementi continuano a essere il riferimento ultimo delle analisi di impatto delle attività umane anche oggi. L´analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessement), infatti, analizza l´impatto ambientale dei beni in base alla quantità di quegli stessi elementi consumata per produrli, per distribuirli, per smaltirli o riciclarli e durante il loro uso o consumo. E se oggi il fuoco si chiama energia e si calcola in calorie o in joule, la terra si chiama materia, e in analisi di questo tipo si calcola in tonnellate o in metri cubi, l´aria si calcola in normali metri cubi (quelli necessari per diluire la concentrazione degli inquinanti emessi al di sotto della loro soglia critica, cioè quella comprovatamene nociva per la salute umana), l´acqua è sempre l´acqua: quella che tutti conoscono dalla notte dei tempi e a tutte le latitudini, attingendola, quando c´è, dalle sorgenti, dai pozzi, dalle fontane, dai rubinetti, o dalle bottiglie di acqua cosiddetta "minerale".
Per l´uomo primitivo, preurbano - o non ancora completamente trasformato dalla dimensione urbana della civiltà - il mondo è popolato da esseri animati, dotati di una vita propria; entrare in contatto con essi vuol dire condividere, nel bene e nel male, una parte della loro anima; non lo si può fare se non attraverso una serie di riti propiziatori. Soprattutto con l´acqua e con il fuoco. Molte religioni tramandano nei loro riti una traccia di questo sentire primordiale. La reverenza verso le virtù purificatrici dell´acqua si conserva nel battesimo cristiano, nell´immersione nel fiume degli induisti, nel bagno sacro degli ebrei, nelle abluzioni prima della preghiera degli islamici.
Anche per l´uomo moderno il mondo fisico (ribattezzato ambiente) non è costituito solo da cose. Ogni bene ha in sé qualcosa che lo anima e gli dà valore. L´anima delle cose del mondo moderno è il prezzo, che riduce ogni cosa a merce e la mette con ciò in relazione con tutte le altre. Il prezzo è una relazione puramente quantitativa: il programma galileiano di matematizzazione del mondo ha trovato la sua piena realizzazione non nelle scienze della natura - sempre di più alle prese con il problema della complessità, che introduce elementi di indeterminazione nel progetto riduzionistico di un universale determinismo meccanico - bensì nelle diverse branche dell´economia, che non incontrano remore nell´attribuire un prezzo a ogni cosa, compresa la vita umana o la qualità dell´ambiente.
La privatizzazione dell´acqua, cioè la sua trasformazione in merce, viene giustificata con il fatto che, in regime di scarsità, solo la gestione di impresa evita gli sprechi e limita i consumi: una tesi smentita dal fatto che con l´ingresso delle multinazionali dell´acqua nelle gestioni delle risorse idriche di molti paesi del Terzo mondo le piscine dei ricchi continuano a venir riempite di acqua corrente, mentre i quartieri dei poveri rimangono a secco. "È l´economia, stupido!", direbbe qualcuno.
Tra l´approccio dell´uomo primitivo - l´acqua è di tutti: un bene sempre disponibile - e quel compimento della modernità che si realizza attraverso l´appropriazione privata dell´acqua - un bene di cui insieme all´aria, per oltre due secoli, i manuali di economia avevano fatto i paradigmi di risorse sottratte al regime di scarsità, che dà invece un prezzo, cioè trasforma in merci, tutte le altre - l´evoluzione storica ha attraversato un lungo periodo in cui l´acqua è stata considerata un bene comune, che richiede cure, tutela, regole condivise: sia a livello locale che nel più vasto territorio di nazioni e imperi, molti dei quali (Egitto, Mesopotamia, Cina, India, eccetera) si sono costituiti proprio per garantire una gestione comune delle acque. A tutela dell´acqua si sono organizzate tanto le comunità delle oasi (che dalla scarsità dell´acqua non sono mai state indotte a privatizzarla, bensì ad attivarne una minuziosa e accurata gestione comune) quanto i costruttori degli acquedotti romani, delle fontane che costituivano il centro - e spesso anche il simbolo - dei comuni medioevali e della città rinascimentale; fino ai grandi progetti idraulici dei certosini e poi di Leonardo da Vinci a quelli varati per garantire il rifornimento idrico all´espansione urbana e allo sviluppo manifatturiero indotti dalla rivoluzione industriale.
Evoluzione e non progresso; perché proprio l´approccio all´acqua ci dimostra quanto la storia umana sia capace non solo di passi avanti, ma anche di corse indietro. Della città industana di Mohenjo Daro (3000 a. c.) abbiamo ancora i resti delle terme in cui i suoi abitanti andavano a lavarsi; e così nelle città romane e - fino ai giorni nostri - nelle medine arabe e in mille altri posti del mondo. Ma la de-urbanizzazione delle epoche di crisi ha spesso coinciso con la rottura e la decadenza degli impianti idrici che rifornivano le città e ne salvaguardavano l´igiene; e una vera e propria demonizzazione dell´acqua - e del suo uso a fini igienici - ha interessato il tardo medioevo e l´inizio del mondo moderno, mano a mano che in Europa, con la persecuzione delle streghe, cioè delle detentrici di un´arte medica tramandata oralmente, prendeva il sopravvento una scienza medica coltivata e professata da soli uomini, che sconsigliavano in tutti i modi il contatto con l´acqua, colpevole di aprire ai contagi i pori del corpo. Questa eclissi della ragione in nome della scienza ha avuto il suo emblema in Luigi XIV, il Re Sole, che fece un solo bagno in 66 anni di regno.
Oggi, mentre il consumo di acqua - nei paesi che possono permetterselo - ha raggiunto la media astronomica di 500 litri al giorno pro capite, più di un miliardo di abitanti del pianeta non riesce a raggiungere la media pro capite (una media tra chi ha la villa con piscina e chi vive in uno slum senza fontane e senza cessi) di 20 litri al giorno, che è quanto l´Onu ritiene il minimo vitale. Nonostante i dimenticati Millennium Goals, proclamati alla svolta del secolo, prospettino l´azzeramento della popolazione a corto di acqua per il 2025, il futuro appare ormai peggiore del presente. Perché la popolazione aumenta, soprattutto nei paesi che sono già oggi senz´acqua; perché aumenta la desertificazione, cioè il territorio dove l´acqua non è sufficiente a sostenere la vegetazione; perché aumenta il consumo di acqua per alimentare lo sviluppo economico, inducendo prelievi che superano la portata di falde che si abbassano di giorno in giorno; perché, a causa di inadeguate gestioni dei sistemi idrici, molta acqua è inquinata e non più utilizzabile.
L´acqua, ci dicono i costruttori di scenari, è il petrolio del futuro: nel senso che presto ci accorgeremo che è ancora più scarsa e "a termine" del petrolio. Anche perché, ormai, una quota crescente dei rifornimenti di acqua dipende proprio dall´energia generata con il petrolio: pompaggi per sfruttare falde sempre più profonde e per creare la pressione necessaria a raggiungere i rubinetti; depuratori per ridurne l´inquinamento e dissalatori per estrarre acqua dolce dal mare. Per millenni l´acqua, con le sue cadute (prima i mulini, poi le centrali idroelettriche) è stata la principale fonte di energia non animale a cui hanno attinto le attività dell´uomo. Oggi è l´energia, in larghissima parte generata dal petrolio, a garantirci una quota crescente dell´acqua che consumiamo.
Intorno a questa risorsa, si stanno preparando - e a volte già conducendo - tre guerre che decideranno del futuro dell´umanità: la prima è quella tra stati, per la ripartizione di risorse idriche comuni: fiumi, falde, laghi; la seconda è quella delle imprese dell´acqua contro cittadini, per appropriarsi e fare profitti con il più importante bene comune di un territorio; la terza, forse la più importante, è quella tra l´uomo e il suo ambiente: quella che succhia e inquina le riserve idriche del pianeta, invece di mettere il patrimonio di conoscenze di cui disponiamo al servizio di un uso dell´acqua più sobrio, più intelligente, più previdente, salvaguardando così le generazioni future.
Il grande business del nostro secolo
Intervista a Carlo Petrini di Antonio Gnoli – la Repubblica, 6 marzo 2007
Carlo Petrini fondatore di Slow Food, artefice di Terra madre, la rassegna internazionale dedicata all´importanza delle economie locali, autore di vari e importanti libri che hanno come tema l´alimentazione in rapporto all´ambiente, ironizza sulle scoperte scientifiche: «Ogni tanto apri un giornale e leggi che su Marte c´è acqua. E uno pensa: se c´è acqua c´è vita. È una bella fantasia che potremmo rovesciare: la Terra rischia di diventare come Marte, un pianeta con tracce d´acqua e qualche forma di vita. Vogliamo arrivare a questo? Beh, ci stiamo riuscendo. Lo stadio attuale delle nostre civiltà ha sviluppato un elemento autodistruttivo che preoccupa e l´acqua - l´uso che si sta facendo di questo bene primario - contribuisce a peggiorare la situazione. Di tutti gli elementi che gli antichi filosofi conoscevano e sui quali fondavano le loro cosmologie, l´acqua era il più rilevante, il più duttile, il più dolce»
Anche il più pericoloso come insegna il "Diluvio".
«È vero, di acqua si può morire. Il Diluvio che Dio scatena ci ammonisce e mette in guardia circa la nostra condotta. Ma proverei a leggere quella narrazione, che non è soltanto nella Bibbia, come una metafora di cosa rischia l´umanità quando perde di vista se stessa. Naufragi, tempeste, marosi, inondazioni hanno come protagonista negativa l´acqua. È il suo lato inquietante e letterariamente suggestivo. Ma oggi soffriamo non per eccesso di acqua bensì per difetto. La modernità ha di fronte uno scenario in cui i grandi beni collettivi sono a rischio esaurimento. È una situazione drammatica che non si può continuare a ignorare».
Si può quantificare questa drammaticità?
«Certamente. Intanto un primo dato: negli ultimi cinquant´anni il consumo dell´acqua è stato molto superiore all´aumento della popolazione. Se si guarda alla densità di consumo dell´acqua nelle diverse zone del pianeta vediamo che noi europei, che siamo il 12% della popolazione mondiale, possediamo l´8% delle risorse idriche. E ne facciamo un uso smodato. In Asia la situazione è drammatica: c´è il 60% della popolazione mondiale che ha il 35% delle risorse idriche. Nell´America del Sud il rapporto si capovolge».
È un problema demografico molto serio, pare di capire. Ma non ritiene che il vero dramma sia esploso per l´uso selvaggio e irrazionale che si fa dell´acqua?
«I paesi ricchi credono che sia ancora una risorsa inesauribile. Pensano che il problema non li toccherà. E sbagliano. In quest´ultimo mezzo secolo, in certe zone del mondo, si è intaccato in modo irreversibile il livello delle falde freatiche. Provocando danni ambientali in molti casi irreparabili».
L´acqua, dicono gli esperti, diverrà un bene prezioso e commerciabile come il petrolio.
«Già l´idea di paragonarla all´"oro nero" ci mette su una strada piena di fraintendimenti. Cosa vogliamo fare dell´acqua, una nuova arma di ricatto? Mi preoccupa la tendenza a ricavarne il grande business del ventunesimo secolo. Cresce la privatizzazione dell´approvvigionamento idrico, nascono colossi dell´acqua che decidono chi e come può usarla. La domanda è decisiva: l´acqua è un bene commerciabile al pari di altri o è prima di tutto un diritto dell´uomo?».
Una prima distinzione occorre introdurre tra uso industriale e privato di questo bene. Lei come vede la questione?
«Il settanta per cento delle esigenze idriche sono destinate all´agricoltura. A fronte della crescita della popolazione, si ipotizza un dieci per cento in più di consumo d´acqua. Quindi la situazione è destinata ad aggravarsi. La produzione di un manzo richiede il consumo di oltre 10 mila litri d´acqua»
Un´automobile ne richiede quindici volte di più.
«È un´aggravante. A me interessa attrarre l´attenzione sul sistema alimentare che è diventato insostenibile. Gli allevamenti intensivi dei maiali sono ormai una bomba ecologica. Le deiezioni dei suini inquinano la prima e la seconda falda acquifera. Se applicassimo questo modello ad altri parti del pianeta la situazione esploderebbe».
È ciò che sta accadendo in zone un tempo tradizionalmente chiuse come Cina e India.
«È in corso un genocidio culturale di proporzioni gigantesche. Milioni di contadini estromessi dalle campagne, inurbati a forza. È la nuova Asia che avanza. Quello che sta accadendo lì, da noi è già successo con l´emigrazione forzata. Ma oggi non può più essere questo il modo per uscire dalla fame».
Che cosa suggerisce?
«È chiaro che il piano della politica delle acque non può essere deciso da un singolo Stato. L´utilizzo dei fiumi e dei laghi, che spesso attraversano o toccano molti paesi, implica un impegno multilaterale e poi c´è una questione più di fondo».
Quale?
«Una politica delle risorse fondata esclusivamente sullo sviluppo e la crescita economica ci condurrà al disastro. Si tratta viceversa di proteggere e valorizzare le risorse primarie, i beni che sono della collettività. Per farlo occorre rendere protagonista l´economia locale».
Non è una proposta irrealizzabile nel tempo della globalizzazione?
«Diciamo che è molto difficile. Tra l´altro siamo orfani di una istituzione che assuma sulle sue spalle lo sguardo complessivo della terra. Ma se si vogliono governare bene le risorse che abbiamo a disposizione non si può farlo senza conoscere bene l´identità dei territori. Oggi si tende a privilegiare le produzioni monoculturali. Con la conseguenza che l´ambiente è sfruttato in modo irrazionale e nocivo. Occorrerebbe un rapporto diretto con il territorio. È una delle prime leggi dell´agronomia, che il movimento di Terra Madre ha fatto suo: conoscere e rispettare ciò che si usa. L´acqua non fa eccezione».
In queste settimane la città spagnola di Pamplona è sui giornali di tutto il mondo - come tutti gli anni, da decenni. Almeno da quando Ernest Hemingway ne celebrò i riti e la gioia di popolo nel romanzo «Fiesta» del 1926. Il 7 luglio, infatti, scoppiano puntuali los Sanfermines, i giorni di feria dedicati ai tori, con relativo encierro, ogni mattina, quando tori e vacchette corrono per i vicoli della vecchia città fino alla plaza de Toros, là in cima alla città dove un busto ricorda lo scrittore americano.
I tori sono quelli che al pomeriggio verranno uccisi nella corrida. E ogni giorno, puntualissimi, i giornali e le televisioni di tutto il mondo riportano, con un certo sadismo, il numero dei feriti incornati, tra il pubblico che corre davanti e insieme ai tori. Tutta la notte poi è fatta di balli e bevute, fino alla corsa del mattino seguente.
Anche la rivista scientifica Nature, in questi giorni, si è occupata di Pamplona, nel fascicolo del 27 giugno, ma per tutt'altri motivi. Un inviato è andato sul posto a vedere da vicino questa provincia spagnola, la Navarra, che è all'avanguardia mondiale nella produzione di energia da fonti rinnovabili, il vento soprattutto, ma non solo. Le cifre parlano da sole: la Spagna nel suo complesso è al secondo posto al mondo per energia prodotta dal vento. Al primo c'è la Germania (con 20.652 megawatt installati) grazie a una politica lungimirante, attiva da tempo; subito dopo però viene la Spagna con 11.614 megawatt, che batte addirittura gli Stati Uniti per 39 megawatt. L'Italia è settima con 2.118.
Ma il dato più interessante è anche un altro, ovvero la percentuale di energia elettrica prodotta con le pale, rispetto ai consumi del territorio. Ed è qui che la piccola regione stretta tra i Pirenei a nord e i paesi baschi a ovest, batte tutti: nel 2006 il 51,7 per cento dei consumi sono stati coperti dal vento, superando e distanziando la Danimarca, che arriva al 21,4 per cento. Per l'Italia questa percentuale vale 1,3 e per gli Stati Uniti 0,8. Il sogno di Estaban Morrás, direttore escutivo di Accion Energia, la società privata che ha realizzato gli impianti, resta quello di arrivare al 100 per cento di rinnovabili e giura che non è impossibile. I piani ufficiali parlano del 75, comunque tantissimo.
Queste prestazioni sono state possibili grazie a un insieme di fattori. Intanto la Navarra è regione poco popolata, con grandi estensioni di altopiano e venti che scendono dai Pirenei. E' zona abbastanza povera, l'unica industria di peso essendo uno stabilimento della Volkswagen. Avrebbe bisogno di nuove aziende che vengano dal di fuori, ma queste non arrivano anche per la scarsa disponibilità di energia elettrica. Per anni Morrás cercò di puntare sull'idroelettrico, ottimizzando le piccole dighe lungo i fiumi che scendono dai Pirenei e cercando di realizzarne di nuove.
Uno di questi, il Burguete, venne anch'esso reso famoso da Hemingway che lì andava a pesca di trote. L'illuminazione gli venne in Francia, al vedere le prima pale per il vento, ed era il 1989. Fu d'aiuto certo la decisione del governo locale di incentivare finanziariamente i nuovi investimenti. La prima «farm» a vento sorse già nel 1994 nelle località di El Perdón, a sud di Pamplona, e da allora ne sono state costruite 32, con centinaia di turbine e finanziamenti pubblici per 136 milioni di euro. La spesa ha generato anche un indotto tecnologico, dato che oggi gli impianti che venivano acquistati all'estero sono prodotti nella regione, alla fabbrica Gamesa Eólica sempre in Pamplona.
Altri 240 milioni di fondi pubblici sono stati previsti dal 2005 fino al 2010, ma questa volta differenziando le fonti: di pale infatti non si può intasare il territorio, e del resto la loro resa è migliorata significativamente, dato che quelle che producevano 500 kilowatt ora danno 3 megawatt. È stato anche necessario realizzare due impianti tradizionali a gas naturale, per compensare il fatto che il vento va e viene, a intermittenza, mentre il fabbisogno è pressoché stabile. Si è così realizzato in ciclo elettrico combinato, capace di colmare sia i picchi che i plateau di consumi.
Il nuovo piano quinquennale spinge ora anche verso il solare, con un modello che appare interessante e che viene chiamato dei «giardini solari». Sono vaste estensione ricoperte di celle fotovoltaiche, dove singoli investitori possono comprare uno o molti pannelli, così ripartendo l'investimento e incassando gli utili in proporzione al numero di pannelli acquistati.
Nota: per una rasssegna articolata del problema eolico, si veda soprattutto la Visita Guidata a Eddyburg (f.b.)
Titolo originale: Will China pose a threat to world energy security? – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il problema energetico della Cina nel periodo recente è sotto i riflettori dell’attenzione mondiale. Alcuni mezzi di comunicazione stranieri hanno addirittura prospettato che “la domanda energetica cinese sia una minaccia per il mondo” Si tratta di un ragionamento con qualche fondamento?
Una soluzione basata sull’autosufficienza
Come ha dichiarato presidente del comitato centrale PCC Jia Qinglin, al vertice di Boao lo scorso aprile, la Cina non è solo un grande consumatore di energia, ma anche un grande produttore. Le importazioni, ha affermato, costituiscono solo una piccola parte dell’insieme, che si poggia principalmente su risorse interne.
Il Ministro per lo Sviluppo Nazionale e le Riforme, Ma Kai, ha confermato che la produzione interna del paese ha soddisfatto il 94% della domanda nel 2004.
La struttura produttiva energetica della Cina vede la predominanza del carbone, che conta per il 76% del totale nazionale prodotto, e per il 68% del consumo.
Gli altri dati sottolineati da Ma riguardo alle fonti energetiche della Cina incoraggiano all’ottimismo riguardo al futuro. Ha insistito sul fatto che le riserve accertate di carbone sono molto inferiori a quelle stimate esistenti, che rimangono da sfruttare ancora due terzi delle risorse idroelettriche, e che c’è ancora molto spazio per lo sviluppo di vari nuovi tipi di energia.
La Cina è ingiustamente incolpata per l’aumento dei prezzi petroliferi mondiali
Alcuni opinionisti mondiali attribuiscono l’aumento dei prezzi petroliferi al crescente appetito cinese per il petrolio. Xu Dingming, Direttore della Divisione Energia della Commissione per lo Sviluppo Nazionale e le Riforme respinge questo punto di vista citando alcune statistiche sull’energia a livello mondiale della BP, che rivelano come la Cina abbia importato nel 2004 120 milioni di tonnellate di petrolio, pari a solo il 6,6% mondiale, contro i 500 milioni di tonnellate degli USA e i 200 del Giappone. Dunque, conclude Xu, è ingiusto affermare che sia il notevole aumento della domanda cinese la causa della salita dei prezzi.
Quattro rimedi per le carenze energetiche
È innegabile che la rapida crescita economica ha posto sotto pressione la disponibilità energetica cinese. La sete crescente di energia della Cina ha portato ad assottigliare alcuni tipi di fonti. Il governo, con la collaborazione di esperti, conta su quattro “ricette” predisposte per facilitare la soluzione del problema energetico.
Primo, occorre appoggiarsi al principio di autosufficienza energetica. Devono essere fatti sforzi aggressivi per sfruttare tutte le varie fonti nel quadro di una strategia di mix energetico diversificato.
Verrà effettuata una pianificazione generale che equilibri sviluppo di nuove risorse e risparmio energetico. Lo scorso anno si sono risparmiate 700 milioni di tonnellate equivalenti di carbone e si è consumato il 45% in meno per produrre ogni 10.000 yuan di prodotto nazionale lordo che nel 1990. La Cina prevede di assottigliare ulteriormente la presenza di industrie ad alto consumo energetico e sostenere la trasformazione tecnologica e organizzativa. La Cina rinosce che le tecnologie avanzate migliorano l’efficienza energetica, che a sua volta rende la modalità di crescita più attente.
Verrà data priorità allo sviluppo e uso delle energie rinnovabili. Ci sono a livello nazionale più di 13 milioni di famiglie in aree rurali che utilizzano il metano. Viene promosso l’uso dell’energia solare.
La cooperazione coi maggior produttori e consumatori di energia del mondo viene rafforzata secondo il principio del mutuo beneficio e reciprocità, tentando di perseguire risultati di favorevoli a tutti. L’intensa collaborazione coi grandi produttori come la Russia è di grande significato per allentare la pressione energetica.
Oggi, la questione energetica non si limita più alle singole nazioni o aree geografiche, nella crescente globalizzazione economica. È diventata una questione planetaria che è possibile affrontare solo tramite sforzi congiunti della comunità internazionale.
La Cina è ora più vicina al resto del mondo, forza importante nell’economia mondiale, e parte integrante del sistema energetico da quando appartiene al WTO. La Cina ha mantenuto il proprio impegno a partecipare agli sforzi internazionali per la disponibilità energetica.
Come ha annunciato Ma Kai al Fortune Forum di Pechino quest’anno, la rapida e stabile crescita economica non ha causato, e non causerà, una diminuzione della disponibilità energetica mondiale.
Nota: qui il testo originale alle pagine internazionali del Quotidiano del Popolo (f.b.)
L'orso polare sul suo banco di ghiaccio sempre più piccolo è diventato l'icona pressante del riscaldamento globale e del cambiamento climatico galoppante. Persino l'inquilino della Casa Bianca, convinto com'è che la terra sia piatta, adesso ammette che i maestosi orsi potrebbero essere destinati all'estinzione man mano che il ghiaccio marino si scioglie e l'Oceano Artico si trasforma in acqua azzurra per la prima volta da milioni di anni. Il «grande esperimento geofisico» dell'umanità, come l'oceanografo Roger Revelle chiamò molto tempo fa la curva delle emissioni di diossido di carbonio in forte crescita, nelle terre del circolo polare ha buttato giù la Natura dalle sue fondamenta oloceniche.
Ma l'Artico non è l'unico teatro di un cambiamento climatico spettacolare e inequivoco, né gli orsi polari sono gli unici araldi di una nuova epoca di caos. Si pensi, ad esempio, ad alcuni dei lontani parenti dell'Ursus maritimus: gli orsi neri che abitano felicemente ma sinistramente le leggendarie Chisos Mountains del parco nazionale Big Bend, Texas. Potrebbero essere loro i messaggeri di una trasformazione ambientale nelle terre di confine radicale quasi quanto quella che sta avvenendo in Alaska o in Groenlandia.
In una giornata straordinariamente calda del gennaio 2002, sulla strada di Emory Peak, con la mente ancora attraversata dalle immagini apocalittiche del settembre precedente, feci la conoscenza occasionale di un giovane orso giocherellone e innocuo in un accampamento. Le apparizioni di orsi sono sempre un po' magiche, e pensai che l'incontro fosse l'espressione di una wilderness ancora largamente intatta. In realtà, come appresi allarmato il giorno successivo da un ranger, il giovane orso era, per così dire, un mojado - la progenie di migranti recenti e non documentati provenienti dall'altro lato del Rio Grande.
Gli orsi neri erano comuni sulle Chisos quando queste costituivano il rifugio semi-leggendario dei predatori apache mescalero e comanche nei secoli XVII e XVIII, ma i rancheros gli dettero implacabilmente la caccia fino a provocarne l'estinzione all'inizio del XX secolo. Poi, quasi miracolosamente, all'inizio degli anni '80 del Novecento, gli orsi sono riapparsi tra le madrone (arbusti sempreverdi, ndt) e i pini di Emory Peak. Stupefatti, i biologi ipotizzarono che gli orsi fossero migrati da Sierra del Carmen fino al Coahuila, nuotando nel Rio Grande e attraversando 40 miglia di deserto infuocato per raggiungere le Chisos, una terra promessa di cervi docili e rifiuti abbondanti.
Come i giaguari che negli ultimi anni si sono ristabiliti nelle montagne dell'Arizona o - se è per questo - il chupacabra assetato di sangue del folklore norteno avvistato nei sobborghi di Los Angeles, gli orsi neri partecipano a un'epica migrazione della fauna, oltre che di persone, al otro lado. Anche se nessuno sa esattamente perché orsi, grossi felini e leggendari vampiri si stiano spostando verso nord, un'ipotesi plausibile è che essi stiano adattando il loro raggio d'azione e la loro popolazione a un nuovo regno della siccità nel nord del Messico e nel Southwest degli Stati uniti.
Il caso umano è chiaro: ranchitos abbandonati e città quasi fantasma in tutto il Coahuila, il Chihuahua, e il Sonora (tre stati del Messico, ndt) testimoniano quella successione inesorabile di annate secche - iniziata negli anni '80 ma diventata veramente catastrofica alla fine degli anni '90 - che ha spinto centinaia di migliaia di poveri provenienti dalle campagne verso i laboratori clandestini di Ciudad Juarez e i barrios di Los Angeles.In alcuni anni, la «siccità eccezionale» ha travolto tutte le pianure dal Canada al Messico; in altri anni, rosse conflagrazioni sulle carte meteorologiche si sono incuneate lungo la costa del Golfo fino alla Louisiana o hanno attraversato le Montagne Rocciose fino alle regioni interne del Northwest. Ma gli epicentri semi-permanenti sono rimasti il Texas, l'Arizona, e gli stati del Messico loro fratelli. Nel 2003, ad esempio, il lago Powell risultava essersi abbassato di circa 80 piedi (pari a m. 2,43 circa, ndt) in tre anni, e i bacini idrici fondamentali lungo il Rio Grande erano poco più che pozzanghere. Nel frattempo, nel Southwest, l'inverno del 2005-2006 è stato uno dei più secchi a memoria d'uomo, e Phoenix è rimasta 143 giorni senza una sola goccia di pioggia. Le rare interruzioni della siccità sono state insufficienti a ricaricare adeguatamente le falde acquifere o a riempire i bacini, e nel 2006 sia l'Arizona che il Texas hanno lamentato le peggiori perdite in termini di raccolti e di bestiame mai registrate nella storia per siccità (circa 7 miliardi di dollari).
Tempesta di fuoco su L.A.
La siccità permanente, come il ghiaccio che si scioglie, riorganizza rapidamente gli ecosistemi e trasforma interi paesaggi. Senza abbastanza umidità per produrre linfa protettiva, milioni di acri di pini come il pinyon e il pino ponderoso sono stati devastati da una invasione di scarabei della corteccia; queste foreste e chaparral (macchie simili alla macchia mediterranea, ndt) senza vita, a loro volta, hanno alimentato le tempeste di fuoco che hanno incendiato i sobborghi di Los Angeles, San Diego, Las Vegas e Denver, oltre a distruggere una parte di Los Alamos. In Texas sono andati a fuoco anche i terreni erbosi - quasi 2 milioni di acri solo nel 2006 - e man mano che lo strato superiore del terreno vola via, le praterie si trasformano in deserti.
Alcuni climatologi non hanno esitato a definire quella in corso una «megasiccità», definendola addirittura «la peggiore in 500 anni». Altri sono più cauti: non sono ancora sicuri se l'attuale aridità nell'ovest abbia superato le famose soglie raggiunte nel Novecento: negli anni '30 con il «Dustbowl» nelle Pianure del sud, e negli anni '50 con una siccità devastante nel Southwest. Ma forse il dibattito non è pertinente: la ricerca più recente e autorevole sta riscontrando che il «rosso di sera nel west» (per citare l'inquietante sottotitolo di Meridiano di sangue di Cormac McCarthy) non è semplicemente una siccità episodica, ma la nuova «normalità climatica» della regione. In una allarmante testimonianza davanti al National Research Council lo scorso dicembre, Richard Seager, un esperto geofisico del Lamont Doherty Earth Observatory della Columbia University, ha avvisato che i super-computer dei principali studiosi dei modelli climatici del pianeta stanno sfornando tutti lo stesso risultato: «Secondo i modelli, nei prossimi anni o decenni, nel Southwest il nuovo clima sarà un clima simile alla siccità degli anni '50».
Questa straordinaria previsione è un sottoprodotto del monumentale sforzo di calcolo ottenuto da 19 modelli climatici separati (comprese le navi ammiraglie di Boulder, Princeton, Exeter e Amburgo) per il IV Rapporto di valutazione del panel intergovernativo sul cambiamento climatico (Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change - Ipcc).
Naturalmente l'Ipcc è la corte suprema della scienza climatica. Fu istituito dalle Nazioni unite e dall'Organizzazione meteorologica mondiale nel 1988 per valutare la ricerca sul riscaldamento globale e i suoi effetti. Probabilmente il presidente Bush - anche se ora accetta, benché malvolentieri, l'allarme lanciato dall'Ipcc secondo cui l'Artico si sta rapidamente sciogliendo - non ha ancora realizzato la possibilità che il suo ranch a Crawford un giorno diventi una duna di sabbia.
I climatologi che studiano gli anelli degli alberi ed altri archivi naturali sanno da tempo che il Patto del fiume Colorado (Colorado River Compact) del 1922, che assegnò l'acqua alle oasi del Southwest in rapida urbanizzazione, poggia su una storia lunga 21 anni (1899-1921) di piene. Lungi dall'essere una media, questa è in effetti l'anomalia più bagnata in almeno 450 anni. Più recentemente i climatologi hanno capito come persistenti Las Niñas (episodi freddi nel Pacifico equatoriale orientale) riescono a interagire con fasi calde nell'Atlantico settentrionale subtropicale per generare siccità nelle Pianure e nel Southwest che possono durare decenni.
Ma, come ha sottolineato Seager a Washington, le simulazioni dell'Ipcc puntano a un qualcosa di molto diverso dagli episodi aridi catalogati nel Lamont's North American Drought Atlas (un compendio aggiornato delle osservazioni degli anelli degli alberi dal II secolo A.C. ad oggi). Inaspettatamente, è lo stesso clima base a cambiare, e non solo le sue perturbazioni.
Inoltre questa brusca transizione verso un clima nuovo e più estremo «diverso da qualunque altro nell'ultimo millennio, e probabilmente nell'Olocene» scaturisce non da fluttuazioni delle temperature oceaniche, ma dalla «trasformazione dei modelli della circolazione atmosferica e del trasporto del vapore acqueo che sorgono come conseguenza del riscaldamento atmosferico». In poche parole, le terre aride diventeranno più aride, e le terre umide, più umide. Gli eventi Las Niñas, ha aggiunto Seager, continueranno a influenzare le precipitazioni nelle terre di confine, ma costruendo da fondamenta più aride, potrebbero produrre i peggiori incubi dell'Occidente: siccità delle dimensioni delle catastrofi medievali che contribuirono al famoso crollo delle complesse società anasazi del Chaco Canyon e della Mesa Verde durante il XII secolo (a rendere ancora peggiori le notizie dei super-computer, la maggiore aridità è prevista anche per molta parte del Mediterraneo e del Vicino Oriente dove una siccità epica è un sinonimo storicamente ben conosciuto di guerra, migrazione delle popolazioni ed etnocidio).
Niente panico sui campi da golf
Eppure è improbabile che il semplice allarme scientifico, nonostante provenga da 19 modelli climatici unanimi, determini molta agitazione nei sobborghi di Phoenix dotati di campi da golf, dove gli stili di vita lussuosi bruciano ogni giorno 400 galloni d'acqua pro-capite (circa 1500 litri, ndt); né impedirà ai bulldozer di dare forma ai mostruosi strip suburbs di Las Vegas (si progettano 160.000 nuove case) lungo la US 93 fino a Kingman, Arizona; né impedirà al Texas di raddoppiare la sua popolazione entro il 2040 nonostante il possibile svuotamento della falda acquifera di Oglalla.
Sebbene recentemente siano stati lanciati molti slogan sulla «crescita intelligente» e su un uso intelligente dell'acqua, gli investitori immobiliari del deserto stanno ancora progettando i sobborghi con lo stesso stampino «ottuso» e inefficiente dal punto di vista ambientale che ha mortificato la California del sud per generazioni. Inoltre, l'asso nella manica della libera impresa del Southwest è che la maggioranza dell'acqua conservata nei sistemi del fiume Colorado e del Rio Grande viene ancora destinata a irrigare l'agricoltura.
Nel medio termine, almeno, l'urbanizzazione selvaggia del deserto riuscirà ad autosostenersi uccidendo il cotone e l'erba medica, mentre i grandi coltivatori continueranno a fare soldi vendendo ai sobborghi assetati la loro acqua sovvenzionata a livello federale. Un prototipo di questa ristrutturazione è già visibile in California nella Imperial Valley, dove San Diego sta aggressivamente acquistando i diritti sull'acqua. La conseguenza è che un osservatore attento, se sorvolasse la regione, noterebbe un recente aumento di zone morte nella scacchiera smeraldina di erba medica e meloni della valle.
Più futuristicamente, c'è anche l'opzione «saudita». Steve Erie, un professore della University of California San Diego, che ha scritto molto delle politiche sull'acqua nella California del sud, mi ha detto che gli investitori immobiliari del deserto nel Southwest e nella Baja California confidano di poter tenere ben rifornita d'acqua la popolazione in continua crescita attraverso la conversione dell'acqua marina. «Il nuovo mantra delle agenzie che gestiscono l'acqua, naturalmente, è incentivare la conservazione e la rigenerazione, ma i rapaci investitori stanno mettendo i loro occhi avidi sul Pacifico e sulla alchimia della desalizzazione, incuranti delle perniciose conseguenze ambientali.
In qualunque caso, sottolinea Erie, i mercati e i politici continueranno a votare per il tipo di urbanizzazione aggressiva e ad alto impatto che attualmente ricopre di strade e aiuole spartitraffico migliaia di chilometri quadrati dei fragili deserti del Mojave, del Sonoran, e del Chihuahuan. Naturalmente stati e città gareggeranno più aggressivamente che mai per la ripartizione delle acque, «ma collettivamente le "macchine della crescita" hanno il potere di sottrarre l'acqua agli altri utenti» (riferimento alla teoria delle growth machines sullo sviluppo urbano, ndt).
A mano a mano che l'acqua diventerà più costosa, il peso dell'adattamento al nuovo regime climatico e idrogeologico ricadrà sui gruppi subalterni come i braccianti agricoli (posti di lavoro minacciati dai trasferimenti di acqua), i poveri urbanizzati (che potrebbero facilmente assistere a un aumento vertiginoso, di 100 o 200 dollari al mese, delle tariffe dell'acqua), i contadini che operano nei terreni aridi (compresi molti nativi americani) e, specialmente, le popolazioni rurali nel nord del Messico.
La fine dell'epoca dell'acqua a basso prezzo nel Southwest - dato che potrebbe coincidere con la fine dell'energia a basso costo - accentuerà il livello, già alto nella regione, delle ineguaglianze di classe e razziali, e spingerà più migranti a sfidare la morte in pericolosi attraversamenti dei deserti di confine. Ci vuole poca immaginazione, inoltre, per indovinare lo slogan futuro dei minutemen: «Stanno venendo a rubare la nostra acqua!» (I minutemen erano volontari della guerra d'indipendenza noti per essere pronti a partire all'istante, ndt).
La politica conservatrice in Arizona e in Texas diventerà ancora più avvelenata ed etnicamente caratterizzata, se possibile. Il Southwest è già attraversato dappertutto da un violento nazionalismo che si serve di capri espiatori e da ciò che può essere definito solo proto-fascismo: nelle siccità a venire, potrebbero essere gli unici semi a germinare.
Come Jared Diamond mette in luce nel suo recente best-seller Collapse, gli antichi anasazi non soccombettero solo per la siccità, ma piuttosto per l'effetto dell'inattesa aridità su un territorio super-sfruttato, abitato da persone poco preparate a fare sacrifici nel loro «stile di vita lussuoso». In ultima istanza, preferirono divorarsi fra di loro.
Traduzione Marina Impallomeni