In fondo al mare italiano non ci sono solo centinaia di navi affondate. I nostri fondali hanno nascosto per almeno un ventennio verità che nessun governo vuole rivelare. È il nostro un paese non solo di navigatori, ma anche di trafficanti di rifiuti, di logge massoniche più o meno coperte che sulle scorie fanno campare generazioni di imprenditori senza scrupoli, di servizi molto segreti che pensano più alla copertura degli affari sporchi che alla difesa della democrazia. Di governi impegnati - ora come nel passato - ad appoggiare accordi inconfessabili con paesi lontani, per esportare il peggior made in Italy, i rifiuti mortali della nostra industria. La storia delle navi dei veleni non è finita a Cetraro. Il caso non è chiuso, anzi, si è arricchito di nuove storie da raccontare, da passare alle generazioni più giovani. È una sorta di testimone che viene dal passato, una staffetta mantenuta in piedi dalla libertà di stampa e da quelle forze sociali che non accettano le verità di comodo. Oggi sono due mesi esatti dal ritrovamento di un relitto di una nave al largo di Cetraro, in Calabria. Il ministro Stefania Prestigiacomo ha voluto chiudere la vicenda con un sorriso, quasi ironico: quanto siete ingenui - raccontava il suo volto - avete abboccato, era solo un piroscafo affondato nel 1917. Rapida, definitiva la sua risposta. Ma dal fondo del mare la verità, a volte, torna a galla.
Settanta nomi
Questi due mesi hanno avuto il pregio di recuperare l'intera storia delle navi a perdere e delle rotte dei veleni. Sono riapparsi elenchi dimenticati, pezzi di inchieste archiviate, indagini realizzate da straordinari investigatori, come il capitano di vascello Natale De Grazia. Occorre, dunque, ripartire da questo materiale che era stato abbandonato per anni, dai nomi delle tante navi affondate in maniera sospetta, spesso con un carico dichiarato - ovvero assolutamente ufficiale - di sostanze tossiche. La Athina R., colata a picco nel 1981, trasportava solventi chimici; la Scaleni, affondata nel 1991, con nitrato d'ammonio; la Agios Panteleimon, affondata nel 1998, carica di solfato di ammonio; la Kaptan Manolis I, finita in fondo al mare a ovest della Sicilia, con un carico di fertilizzanti. E tante altre, i cui carichi spesso non erano dichiarati, oppure in apparenza sembravano contenere merci senza valore. Settanta navi, settanta storie, che il manifesto ha ricostruito, per avere un quadro complessivo della storia delle navi a perdere. Storie che da oggi sono consultabili liberamente e da tutti su un sito pensato per mantenere la memoria storica dell'intera vicenda.
Perché le navi?
Siamo stati abituati a considerare il traffico di rifiuti una attività soprattutto terrestre. La vicenda dei rifiuti dei casalesi - che iniziano ad occuparsi dello smaltimento criminale delle scorie in maniera industriale dal 1989 in poi - ha fatto conoscere l'impatto degli scarti dell'industria in Terra di lavoro, come era chiamata anticamente la provincia di Caserta. Un traffico con coperture politiche di alto livello, che - secondo la Dda di Napoli - avrebbe coinvolto anche il vice ministro dell'economia Cosentino, il cui arresto è stato chiesto l'altro ieri anche per vicende collegate al traffico di rifiuti.
Il complesso sistema del traffico di rifiuti è flessibile, non lineare, capace di adattarsi ai cambiamenti delle normative, da una parte, e alle esigenze dell'industria dall'altra. Gli anni '80 hanno rappresentato la prima fase, dove l'esportazione verso l'Africa e l'America Latina era la soluzione a portata di mano, silenziosa e conveniente. La necessità di avere una rete di armatori pronti a trasportare oltre il Mediterraneo migliaia di fusti velenosi fu la fortuna dei primi broker organizzati, di società con capitale italiano in grado di avere il contatto giusto. Nascono le rotte dei veleni, percorsi che iniziano in piccoli porti poco conosciuti e che terminano sulle spiagge africane, dove se muore qualcuno intossicato nessuno, nel mondo occidentale, se ne accorge. Ma c'è un filo che inevitabilmente riporta la traccia di quei rifiuti verso chi lo ha spediti.
Le prime rotte dei trafficanti
Gibuti, Somalia, Venezuela e Romania. Poi Nigeria: sono queste le rotte preferite dai trafficanti di rifiuti tossici. Almeno fino al 1989, fino a quando una legislazione internazionale molto permissiva lo permetteva. È uno schema che si ripete come racconta la storia della Zanoobia: c'è un ammassatore autorizzato dalla regione di turno che raccoglie i rifiuti tossici; questa paga poi un'azienda che abbia accordi con un paese estero - un broker internazionale - per portare altrove i rifiuti. Passato il carico la prima azienda se ne può lavare le mani e soprattutto lo schema rende invisibili le industrie che avevano prodotto le scorie. Il broker a sua volta millanta impianti di depurazione all'estero che tutti sanno inesistenti. E così si riempiono campi, discariche, fiumi, deserti di paesi terzi.
Il grande business ha il suo cuore dal biennio 1986-1987 fino alla grande crisi di navi rifiutate qui e là, di cui però la dormiente Italia capisce qualcosa sono nell'88 quando esplode il grande caso delle "navi dei veleni". Migliaia di bidoni pieni di veleni iniziano a tornare nei nostri porti, rifiutati persino di paesi con regimi democratici precari. Si scatena un finimondo, la questione arriva in parlamento e l'allora ministro all'ambiente Giorgio Ruffolo riferiva serafico che la produzione di rifiuti tossici in Italia si aggirava probabilmente intorno ai 45 milioni di tonnellate, mentre i rifiuti tossici nocivi prodotti dalle industrie erano 5 milioni di tonnellate e «per quanto riguarda i rifiuti industriali noi valutiamo la capacità di smaltimento a meno di un quinto della quantità prodotta, cioè a circa il 15 per cento» di quei 5 milioni. L'esportazione, anche se Ruffolo non lo dice, diventava così un'ottima soluzione per tutti: per il governo, per le industrie, per i trafficanti e per quella rete di interessi indicibili che si andava creando.
I porti delle nebbie
Regola numero uno: cercare porti defilati, dove i controlli sono minori, dove si riesce a ungere qualche ruota e con pochi occhi indiscreti. Porti minori, come Chioggia o Marina di Carrara, da dove parte nel febbraio 1987 la Lynx - la nave che tenterà di far sparire i 10.500 fusti tornati poi in Italia con la Zanoobia. Porti che dovevano garantire discrezione e silenzio. Ma qualcosa all'inizio del 1987 s'inceppa.
Riccardo Canesi, Antonella Cappè e Alberto Giorgio Dell'Amico della Lista verde di Carrara inviano il 6 febbraio 1987 una denuncia al pretore della loro città, al procuratore della repubblica dell'ufficio circondariale marittimo di Marina di Carrara e al Ministero dell'ambiente: «Al porto di Marina di Carrara, nella banchina di sud-ovest del molo di ponente sono depositati fusti contenenti sostanze non precisate collocati in pallets che emanano odori pestilenziali. A quanto ci risulta tali fusti (dei quali una parte è già stata caricata) dovrebbero contenere rifiuti tossici e nocivi (spediti dalla presunta ditta Gellyfax) e dovrebbero essere caricati sulla motonave Lynx (della compagnia Cargo Ship) battente bandiera maltese, in rada presso il porto di Marina di Carrara, con destinazione Gibuti (ex Somalia francese)». Il 10 febbraio anche il presidente della Regione Toscana Sergio Bartolini chiede con un telex l'intervento dei magistrati di Massa, Carrara, Genova e della capitaneria di porto di Marina di Carrara. Nessuno interviene, le denunce finiscono in cassetti ancora oggi chiusi. La nave Lynx parte l'11 febbraio con 2.147 tonnellate contro una portata di almeno 5 mila.
«Avevamo delle dritte dall'ambiente del porto di Marina e da Legambiente lombarda - racconta oggi Canesi, che è stato anche capo della segreteria del ministro Edo Ronchi e ora è con gli ecologisti democratici - della Linx ricordo che i fusti erano piuttosto anonimi, risalimmo alla Jelly Wax perché era nelle polizze di carico e poi indagammo su Gibuti e Porto Cabello scoprendo che non c'era là nessun impianto di trattamento dei rifiuti». Impianti fantasma , esistenti solo sulla carta, che servivano a bypassare le pochissime norme internazionali esistenti. Bastava far risultare da qualche parte che in Africa c'era un impresa pronta a ricevere il carico e nessuno, in realtà, si metteva a controllare. «Chiamai anche il sostituto procuratore dell'epoca - continua Chianesi - che mi disse di lasciar perdere e far partire le navi. Se invece la magistratura avesse bloccato subito quelle partenza si sarebbero risparmiati miliardi di lire che servirono poi per far tornare quei carichi in Italia e bonificare quei rifiuti adeguatamente».
La Lista verde all'epoca presentò anche altri esposti il 6 aprile 1987 per la nave Akbay; il 12 giugno 1987 per la Radhost e il 13 luglio 1987 per la Baru Luch e nuovamente li mandò al pretore di Carrara, al procuratore della Repubblica di Massa, all'ufficio marittimo di Marina di Massa al ministero per l'ambiente e questa volta anche all'Usl di Massa Carrara, alla provincia e al comune di Carrara. Nulla accade. I veleni poi in parte tornano in Italia, dove il governo dovrà spendere oltre 250 miliardi di lire per uno smaltimento di cui oggi non sappiamo nulla. Perché la fine del percorso non è ancora nota, visto che la Protezione civile prima e il Ministero dell'ambiente poi non sono ancora stati in grado di rispondere ad una semplice domanda de il manifesto: dove sono finiti i fusti delle navi dei veleni?
L'elenco misterioso
Il 27 ottobre scorso, ventiquattro ore prima dell'annuncio sorridente del ministro Prestigiacomo, la direzione marittima di Reggio Calabria consegna alla commissione antimafia un elenco di quarantaquattro navi affondate nella zona di sua competenza. Ci sono nove affondamenti fantasma, con coordinate conosciute ma senza un nome della nave. Tra questi c'è anche il relitto di Cetraro, che il giorno dopo verrà identificato come Catania. Ma c'è qualcosa che non torna in quell'elenco. Nella lista mancano però molte navi, il cui affondamento è noto e certo. La Capraia, la Orsay e la Maria Pia, ad esempio, risultano essere affondamenti sospetti - o almeno da verificare - secondo i dati dei Lloyd's (le schede possono essere consultate sul sito infondoalmar.info). Altre navi potrebbero dunque mancare all'appello. E viene da chiedersi perché in commissione antimafia viene presentato un elenco incompleto? La nostra Marina non possiede tutti i dati? La vicenda di Cetraro e la gestione dell'informazione in questi ultimi mesi non fa che rilanciare i tantissimi dubbi e qualche legittimo sospetto.
Ripartire dal passato
Almeno settanta navi sospette sono sui fondali del mediterraneo, con coordinate note, con documentazione facilmente accessibile, con carichi spesso dichiaratamente tossici. Il ministro Prestigiacomo ha spiegato che non può seguire quello che raccontano i giornali, ma per andare a cercare una nave la notizia deve partire da una Procura. I dati che oggi presentiamo sulle settanta navi sono ufficiali, tratti dai registri navali, riscontrati uno per uno negli uffici dei Lloyd's di Londra. In alcuni casi si tratta delle stesse navi che apparivano nelle mappe del faccendiere Giorgio Comerio, sequestrate nella sua casa di Garlasco. Sono nomi che il capitano di vascello De Grazia stava verificando, uno per uno.
Le rotte dei veleni proseguono
Le tante archiviazioni e la mancata volontà di andare a verificare i casi sospetti hanno trasformato il nostro paese in una specie di zona franca per i traffici dei rifiuti. Non solo a terra, ma secondo i racconti che arrivano da Livorno anche nei mari protetti, nei santuari ecologici. Come il manifesto ha raccontato nei giorni scorsi, appartenenti alla Ong tedesca Green Ocean hanno denunciato di aver visto la nave cargo Toscana buttare differenti oggetti in mare il 5 luglio scorso, tra cui diversi container, mentre erano sulla nave Thales impegnata nel progetto di ricerca ambientale "Plastic From Sea". A sostegno della loro accusa, un container è stato poi ritrovato da una nave della Nato a 900 metri dalla posizione indicata dallo skipper della Thales, mentre i pescatori locali hanno trovato pesci morti nelle loro reti.
È una storia da approfondire prima di tutto per capire se i traffici clandestini coinvolgono ancora oggi il nostro paese. Anche in questo caso la documentazione in possesso dei Lloyds sulla nave oggetto della denuncia è il riferimento più certo da dove è possibile partire. Al momento del presunto scarico in mare la nave era in viaggio da Panama a Livorno. Prima di entrare nel Mediterraneo la nave aveva attraversato l'Atlantico dopo aver fatto tappa nei porti a Houston, in Cile e in Argentina.
Elemento sospetto sono le numerose ispezioni subite dalla nave - ben 10 tra 2008 e 2009, di cui una mentre era in transito a Gibilterra. Secondo un'analista dei Lloyds di Londra, che vuole mantenere l'anonimato, questo numero di ispezioni è la spia che questa nave sarebbe chiacchierata e «viene tenuta sott'occhio». Al telefono la compagnia tedesca Bertling Reederei, con sede ad Amburgo, non ha nessuna voglia di parlare della denuncia e ancor meno di rispondere alle domande dei giornalisti. E Paul Thomson responsabile della flotta, compagnia tedesca proprietaria della nave Toscana, si è limitato a dire che non ha «nulla da dire riguardo a una storia tanto assurda». Che cosa trasportava il Toscana durante il viaggio verso Livorno? «Non sono tenuto a rispondere». E cosa ne pensa del container trovato a 900 metri dal punto segnalato dalla Thales? «No comment», e ha buttato giù il telefono irritato. In fondo al mar i veleni sono segreti da tenere ben chiusi.
Un silenzio colpevole
Il manifesto ha iniziato a riprendere la storia delle rotte dei veleni il 5 settembre 2009, in un reportage sulla discarica di Borgo Montello, in provincia di Latina. Questa zona a pochi chilometri da Roma, dove secondo alcuni collaboratori di giustizia i casalesi hanno interrato per anni rifiuti pericolosi, ha una vocazione agricola. È una sorta di giardino dove vengono coltivati ortaggi, frutta, uva da vino. Pochi mesi fa l'Arpa Lazio (Agenzia regionale per la protezione ambientale), ha scritto che la falda acquifera è contaminata. Bene, il sospetto era - ed è - che qui siano finiti una parte di fusti con rifiuti pericolosi trasportati alla fine degli anni '80 da alcune navi dei veleni.
Il ritrovamento, ieri, di un container sul fondo del mare toscano aggiunge un altro tassello alla nostra ricostruzione. E, qualora fosse appurato che si tratti di rifiuti tossici, sarebbe la dimostrazione di quello che stiamo cercando di dimostrare: il «caso» non si ferma al relitto di Cetraro e quella che stiamo riprendendo non è solo una storia del passato, ma uno scempio che continua ancora oggi.
Il sistema delle rotte tossiche è stato utilizzato da almeno 140 "grandi marche", ovvero dal gotha del sistema industriale italiano, come abbiamo raccontato e documentato nei giorni scorsi. E quella stessa rete di connivenze, complicità criminali, dove accanto a pezzi dello stato vediamo all'opera le peggiori mafie - camorra e 'ndrangheta - si è poi allargata e specializzata nel corso degli ultimi anni. Ci sono almeno cinque questioni che aspettano una risposta.
Le cronache più recenti parlano di settori dell'Enea alleati con faccendieri come Flavio Carboni per gestire presunti traffici illeciti di amianto (inchiesta su discarica di Pomezia, 2009); abbiamo assistito alla gestione di immense discariche nel biutiful cauntri dei casalesi; abbiamo scritto di come società di grandi dimensioni bruciassero di tutto senza nessun controllo negli inceneritori. Sono pezzi della stessa storia, che prosegue dagli anni '80, da quando le navi italiane portavano in giro per il mondo gli scarti delle nostre industrie.
Per questo continueremo a parlare su queste pagine di navi dei veleni. Ci sono domande che da mesi aspettano una risposta dal governo. Tasselli di un unico disastro ancora avvolti da una fitta rete di reticenze politiche e istituzionali. Le elenchiamo, sperando che qualcuno un giorno riuscirà a sbrogliare la matassa e a dare qualche risposta. Eccole.
1)
Il 5 settembre abbiamo chiesto alla Protezione civile di sapere dove sono stati smaltiti i 10.500 fusti tossici riportati in Italia dalla nave Zanoobia nel maggio del 1988. La protezione civile fino ad ora non è stata in grado di rispondere. Chiediamo dunque al ministro dell'ambiente: il governo è in grado di spiegare come e dove sono stati smaltiti i rifiuti tossico-nocivi rientrati in Italia tra il 1988 e il 1989?
2)
Il ministro Carlo Giovanardi nel 2004 dichiarò in Parlamento: «Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali ed il traffico d'armi. (...) Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei». Quali sono questi paesi che sono stati coinvolti nel traffico internazionale di rifiuti?
3)
Il 24 gennaio del 2006 l'allora sostituto procuratore della Repubblica di Paola Francesco Greco riferì davanti alla commissione bicamerale sui rifiuti che era stato individuato al largo di Cetraro un relitto della lunghezza di 126 metri circa. Dopo ulteriori informazioni acquisite dal Procuratore di Paola Bruno Giordano, l'assessore regionale della Calabria Silvio Greco ha scritto il 14 maggio 2009 al ministro dell'ambiente chiedendo un intervento per lo studio del relitto. Perché in questi quasi quattro anni il Ministero dell'ambiente non ha mai approfondito quanto comunicato dalla Procura di Paola fin dal gennaio 2006?
4)
Nella stessa seduta del gennaio 2006, il pubblico ministero Francesco Greco affermò che non era riuscito ad ottenere informazioni precise dalle Capitanerie di Porto sui relitti presenti al largo di Cetraro e che in alcuni casi era stato opposto il segreto militare. Risulta al ministro che esista un segreto di stato o militare sui relitti presenti sui fondali del mare della Calabria? E' stato mai apposto il segreto sulla vicenda delle navi dei veleni? E' vero che la Guardia Costiera non fornì le informazioni chieste dalla Procura di Paola, come sostiene il magistrato Francesco Greco?
5)
Nel maggio del 2007 un imprenditore di Fondi (Latina), Massimo Anastasio Di Fazio, poi arrestato con l'accusa di usura con modalità mafiose, annunciò di aver concluso un accordo con la Liberia per l'esportazione di rifiuti in Africa per un valore di 170 milioni di euro. Secondo quanto riportato dal sito dell'emittente locale canale sette, all'accordo avrebbe partecipato anche l'ex sindaco Luigi Parisella. Oggi riportiamo poi la storia dei container buttati in mare da navi tedesche, solo quattro mesi fa. Risulta al ministro dell'ambiente che esistono oggi accordi per l'esportazione di rifiuti pericolosi da parte di aziende italiane verso l'Africa? Quali procedure di controllo dei nostri mari vengono attuate per bloccare lo scarico di rifiuti da parte di navi mercantili?
Il container sommerso
Andrea Palladino
Mentre lo sguardo era rivolto sulle mappe nautiche di Cetraro, alla ricerca di verità che ancora oggi stentano ad uscire, dalla Toscana arriva la notizia, secca e incredibile, che conferma in pieno le rotte dei veleni. Una nave della Nato Alliance, nel corso di una perlustrazione delle acque al largo dell'Isola d'Elba, ha trovato un container sul fondo del mare. Container sospetto, molto sospetto, della dimensione di tre metri per sei, che - secondo una prima ricostruzione - sarebbe stato buttato dolosamente in acqua solo quattro mesi fa. È la conferma - che arriva da una fonte sicuramente attendibile, il Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano - di una denuncia passata inosservata presentata da una associazione ambientalista tedesca, la Green Ocean, e da Legambiente l'estate scorsa. Un portacontainer, il Toscana, con bandiera maltese, appartenente ad un armatore tedesco, era stato sorpreso la sera del nove luglio scorso dalla nave Thales - utilizzata nel progetto di ricerca "plastic from the sea" - mentre azionava le gru per scaricare in mare container di 16 piedi. La Thales cercò di avvicinarsi per capire cosa stava accadendo. A luglio il sole cala molto tardi in mare e alle nove di sera la scena era chiaramente visibile.
«Ad una osservazione più vicina con l'aiuto di binocoli - racconta nel diario di bordo il capitano della Thales - abbiamo scoperto l'equipaggio della nave mentre lavorava sulle gru di bordo, gettando alcuni oggetti fuori bordo. Gli oggetti sembravano essere container da sedici piedi. Al momento dell'osservazione eravamo alla distanza di un miglio marino, dalla parte del porto rispetto alla Toscana». Il gruppo ambientalista tedesco riesce a fotografare velocemente quanto stava accadendo, mentre l'equipaggio della nave con bandiera maltese si accorge di essere stato scoperto. «Dopo poco tempo, circa due minuti, la nave "Toscana" ha aumentato la propria velocità - continua il diario di bordo - e preso una rotta di collisione con la nostra imbarcazione». I pirati non navigano solo in Somalia, ma scendono anche al largo delle nostre coste. «Abbiamo subito usato il Vhf, canale 16 e 13, per contattare la "Toscana" per capire le loro intenzioni. Le nostre chiamate non hanno avuto risposta». L'intenzione era chiara, la Thales andava speronata.
Il racconto dell'equipaggio continua con la descrizione dettagliata delle manovre difensive che la nave della Green Ocean ha dovuto fare. «La Toscana ha continuato sulla sua rotta di collisione, e la Thales - prosegue il diario di bordo - ha dovuto fare una manovra di emergenza girando di 45° ad est. Dopo alcuni minuti la "Toscana" ha cambiato nuovamente rotta ed era di nuovo in rotta di collisione. La MS Thales ha cambiato per una nuova rotta di 90° e così ha evitato una collisione diretta con la "Toscana"».
L'intera vicenda venne subito denunciata, allegando le fotografie e il diario di bordo, sottoscritto dall'intero equipaggio. È passata l'estate e la vicenda di Cetraro ha di fatto tolto l'attenzione da questo vero e proprio atto di pirateria al largo della Toscana. Fino a ieri, quando la nave della Nato ha individuato un primo container a novecento metri di distanza dalle coordinate fornite dalla Thales.
La richiesta d'intervento al Nato Undersea Research Center - Nurc - è arrivata dal Parco dell'arcipelago toscano, allarmato dal racconto dell'equipaggio del Thales. Il 2 e 3 novembre scorso la nave oceanografica Alliance ha scandagliato la zona indicata dalle coordinate registrate nel diario di bordo tenuto dal gruppo ambientalista tedesco. Per ora è stato individuato - grazie al Multi Beam e al Side Scan Sonar ad alta risoluzione - un primo contenitore, «un manufatto di 3 metri, per 3 per 6, di fattezze e dimensioni simili ad un container», per onore alla precisione. Le prime immagini sono state poi mostrate ieri sera durante il Tg 3 regionale della Toscana, che ha seguito l'operazione della Alliance.
La storia delle navi dei veleni è dunque aperta e tragicamente attuale. Se poi verrà confermato il nome dell'armatore della nave Toscana - che da una prima verifica risulta essere una importantissima azienda di logistica tedesca - sarà chiaro come il traffico internazionale di rifiuti non è una questione marginale. Rimane da stabilire con esattezza e con la massima chiarezza cosa contiene quel primo container individuato al largo della Toscana e recuperarlo immediatamente, prima che possa rilasciare eventuali scorie in una zona conosciuta come il santuario dei cetacei. E soprattutto occorrerà chiarire quali sono le organizzazioni nazionali ed internazionali che gestiscono gli attuali traffici velenosi.
Quasi tutte le inchieste che vennero aperte negli anni '80 e '90 sulle navi dei veleni finirono in archiviazione o in scandalose prescrizioni. Dietro c'erano vere e proprie reti di complicità ai massimi livelli, come lo stesso governo ammise nel 2004. Ora l'operazione trasparenza che le organizzazione ambientaliste chiedono dovrà coinvolgere l'intera costa italiana. Da Cetraro fino all'arcipelago toscano. 3 navi dei veleni
Sarebbero tanti i relitti sul fondo del mare di Cetraro, in Calabria, secondo l'avvocato del pentito Francesco Fonti
«Trovato per noi, ma per il ministro siamo un fastidio»
intervista a Mario Tozzi
«E' stato individuato in un'area a circa un chilometro dal punto indicato da Legambiente e da altre associazioni, e ha tutta l'aria di essere un container. Ora bisogna sapere cosa c'è dentro. Noi questo non lo sappiamo ancora. Certo è che se qualcuno si libera di un container in mare la preoccupazione c'è». Mario Tozzi è il presidente del parco dell'arcipelago toscano. E' lui che ha inviato la nave oceanografica della Nato a caccia del container trovato ieri al largo di Livorno e gettato probabilmente in mare a luglio da una nave maltese.
Dove si trova questo container?
E' stato individuato a 120 metri di profondità. Non sappiano cosa sia ma non promette nulla d buono.
Al largo di Livorno si sospetta sia stata affondata anche una delle cosiddette navi dei veleni.
Di questo io non so niente. Posso soltanto dire che il parco nazionale dell'arcipelago toscano, così come tutti i parchi, non tutela solo il suo ambiente naturale, ma anche quello che lo circonda. Quindi contribuisce con la ricerca scientifica a vigilare sugli avvelenamenti, gli inquinamenti e le ecomafie. E' un presidio di legalità non un fastidio, come invece il ministero dell'Ambiente sembra considerare i parchi.
Il ministero non l'aiuta in questo lavoro di tutela?
I fondi per la manutenzione ordinaria diminuiscono continuamente e noi siamo costretti a cercare finanziamenti da altre parti. I parchi sono davvero in una situazione disagiata.
Mancanza di fondi o scelta politica?
Tutte e due le cose. Certo mancano i soldi, ma a chi vogliamo dare quelli che ci sono? Al Ponte sullo Stretto di Messina, a cui il ministero dell'Ambiente si dice favorevole, oppure li vogliano usare per altre priorità? Non credo che ci sia una volontà malevola, ma di certo non ci si impegna. Abbiamo 23 parchi nazionali che sono altrettante perle, sono quelli che gratuitamente portano il nome dell'Italia in giro per tutto il mondo. Invece di essere favoriti, incrementati, ampliati nei loro territori, forniti di dotazioni straordinarie e ordinarie, di personale che vigili e salvaguardi che si fa? Si diminuiscono i soldi, il personale non si può aumentare, ci sono difficoltà di tutti i tipi. E adesso, come ultima cosa, sembra pure che i consigli direttivi debbano dimettersi. Si cerca di darne una caratterizzazione politica là dove c'è solo una caratterizzazione ambientale. Questo caso del container è emblematico. Il parco dell'arcipelago toscano non ha nemmeno giurisdizione a mare su quel tratto in cui è stato ritrovato, eppure si impegna in una ricerca che va a vantaggio di tutti. Francamente un minimo di riconoscimento bisogna darglielo. Invece non si sente niente.
La presenza del container dimostra che la pratica di buttare i rifiuti a mare non appartiene al passato.
Ma figuriamoci. Certo che continua anche oggi, ne siamo certi di questo. Il mare è la tomba per antonomasia.
La preoccupazione per l'invasione di torri eoliche nel mare sardo cresce. Insieme alla mobilitazione al di là degli schieramenti politici. Una circostanza inedita e apprezzabile che però rimarca incoerenze e sorprendenti parzialità nel dibattito. Stupisce infatti che l' apprensione sia tanto circoscritta. Infatti l'allarme riguarda i guasti nell'orizzonte sul mare e non considera che su molte alture della Sardegna senza mare è in atto da qualche tempo una analoga temibile incursione, mentre si annunciano nuove corse all'oro-vento. Così i crinali della Sardegna meno visitata sarebbero destinati ad accogliere ciò che altrove scandalizza? Perchè?
Le ragioni di questa distrazione dovrebbero essere indagate con attenzione. Per quanto si capisca il senso della predilezione per il valore superiore (?) attribuito ai luoghi delle vacanze al mare.
D'altra parte le preoccupazioni espresse dalla Regione per il panorama ferito guardano solo qui e al potenziale danno per il turismo.
Si assume il punto di vista selettivo del turista balneare ( che difficilmente andrà a Buddusò) dalla spiaggia verso l'acqua, e che si immagina indifferente al paesaggio che gli sta alle spalle aggredito soprattutto da brutte case purtroppo destinate a crescere.
E la politica, con poche eccezioni, non corregge lo sviamento ma assume quest'ottica in maniera elusiva.
Fa benissimo però l'on. Mauro Pili a indagare sul mondo degli affari eolici, a guardarne con cura i retroscena. Ma, si converrà, è un'ottica parziale che appunto coglie una delle minacce che riguarda il paesaggio dell'isola.
Servirebbe uno sguardo ampio, dal mare alle terre sul mare e non solo. Per due ragioni. La prima è che il paesaggio della Sardegna ha un senso unitario, come si è detto spesso. La seconda è che non da oggi si parla di investimenti sporchi nell'invadente edilizia per le vacanze, con danni imponenti a luoghi bellissimi. Da molto tempo gli inquirenti raccontano di movimenti sospetti di denaro nelle coste che alimentano un variegato mercato immobiliare; “ma sinora non siamo riusciti a capire - ha spiegato di recente un magistrato ai giornali - da dove arrivano i capitali. E siccome il presupposto fondamentale è che si individui la fonte, e la fonte è all’estero, per ora non abbiamo chiuso il cerchio”. Ecco, penso che allungando la vista si potrebbe dargli una mano.
Ripubblicizzazione dell’Acquedotto pugliese.
Un importante risultato dei movimenti per l'acqua!
Mentre il Governo, attraverso l'art.15 del D.L. 135/09, vuole mettere definitivamente l'acqua nelle mani del mercato, un importantissimo segnale di controtendenza arriva dalla Regione Puglia, che, nella giornata di martedì 20 ottobre, con una delibera di Giunta Regionale, ha sancito l'avvio della ripubblicizzazione dell'Acquedotto Pugliese, definendo l'acqua un "bene comune e un diritto umano universale" e il servizio idrico come "servizio di interesse regionale privo di rilevanza economica" e nel contempo decidendo di impugnare presso la Corte Costituzionale il provvedimento legislativo in quanto lesivo delle prerogative assegnate dalla Costituzione alle Regioni.
Grazie alle mobilitazioni messe in campo dal Comitato Pugliese "Acqua Bene Comune" e dal Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, la Regione si è inoltre impegnata ad approvare a breve una legge regionale che sancisca la trasformazione dell'Acquedotto Pugliese da S.p.A. ad ente di diritto pubblico, definendo così la totale fuoriuscita dell'acqua dalle leggi del mercato.
Consideriamo questa delibera un risultato straordinario, frutto di anni di lavoro dei movimenti per l'acqua, che hanno saputo costruire una forte resistenza popolare alla privatizzazione dell'acqua, attraverso l'esperienza di centinaia di comitati territoriali, la costituzione del Coordinamento degli Enti Locali per la Ripubblicizzazione dei Servizi Idrici, in sintonia con le proposte contenute nella legge nazionale d'iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell'acqua, che ha raccolto oltre 400.000 firme di cui 30.000 solo in Puglia, giacente in Parlamento dal 2007.
Certamente siamo di fronte ad un primo passo importante, cui dovrà seguire entro la fine dell'anno la prima azione concreta da parte della Giunta Regionale attraverso la presentazione di un testo di legge.
Per questo ci riteniamo sin da subito mobilitati perchè la strada intrapresa prosegua nella direzione indicata. Proprio in queste settimane, infatti, il Forum Italiano dei Movimenti ha lanciato la Campagna nazionale "Salva l'acqua" ( www.acquabenecomune.org ) che mira a mobilitare la società civile, cittadini ed Enti Locali contro la mercificazione dell'acqua imposta dal Governo con l'art. 15 del D.l. 135/09 e i principi contenuti nella delibera approvata stanno a dimostrare che la ripubblicizzazione dei servizi idrici è una strada percorribile qui ed ora.
Alle diverse forze politiche regionali e nazionali, vogliamo da subito far sapere che, per quanto riguarda i movimenti per l'acqua, indietro non si torna. L'acqua è un diritto umano essenziale alla vita. Sottrarla alle leggi del mercato significa difendere la vita di tutte e tutti. Restituirla ad una gestione pubblica e partecipata dalle comunità locali
Da anni la Campania è sottoposta al potere di un commissario straordinario per l'emergenza rifiuti di nomina governativa; una figura introdotta più o meno nello stesso lasso di anni anche in Calabria, Sicilia, Puglia e ultimamente in Lazio, per far fronte al problema dei rifiuti solidi urbani. A quindici anni dalla sua istituzione è ormai chiaro che questa figura non è stata la soluzione ma il problema. I commissari che si sono succeduti nel tempo non hanno fatto altro che ostacolare l'unica soluzione del problema dei rifiuti urbani, che è la raccolta differenziata domiciliare.
Basta pensare che in meno di un anno e mezzo la città di Salerno, sottrattasi ai diktat del commissario, è riuscita a portare la raccolta differenziata da pochi punti percentuali al 72 per cento, piazzandosi al primo posto tra i comuni ricicloni e sfatando definitivamente la calunnia razzista secondo cui il disastro della Campania sarebbe colpa delle cattive abitudini delle sua popolazioni.
Ma il guasto maggiore indotto dal commissariamento è stato focalizzare l'attenzione del pubblico, a livello locale, nazionale e planetario, sul problema dei rifiuti urbani, che è il minore dei mali. Tutto quel clamore è servito solo a coprire il vero disastro campano - e di tutte le altre regioni commissariate - che sono i milioni di tonnellate di rifiuti tossici, di origine industriale e ospedaliera, o addirittura nucleare, che sono stati sversati nelle campagne di queste regioni durante tutto il periodo del loro commissariamento, e che continuano a venir sversati tutt'oggi, di notte e di giorno, spesso sotto gli occhi dell'esercito che presidia tutti gli impianti di trattamento e smaltimento della Campania: non per difendere il territorio dai soprusi della camorra, ma per difendere gli impianti dalla popolazione che vorrebbe vederli chiusi o funzionare nel rispetto dei più elementari principi di tutela della salute.
Questo è il vero disastro dei rifiuti in tutte o quasi le regioni del Mezzogiorno; un disastro contro il quale commissari e sottosegretari non hanno mosso un dito, limitandosi, come nel caso della Campania, a sperperare in una gestione demente e criminale dei rifiuti urbani i fondi a suo tempo stanziati per le bonifiche di un territorio devastato dai rifiuti industriali. Il problema è che per porre mano a queste bonifiche sono necessari stanziamenti dell'ordine di decine e decine di miliardi di euro. Un programma da far impallidire i fondi destinati alle "Grandi opere", inutili e dannose, messe in cantiere o promesse dai governi che si sono succeduti nel tempo. Un programma fatto però in gran parte di migliaia e migliaia di interventi - circoscritti e mirati, zona per zona, sulla tipologia particolare del terreno, dei rifiuti riscontrati, della destinazione d'uso dei suoli - che non può essere messo in opera senza un attivo coinvolgimento delle amministrazioni locali, dell'imprenditoria, soprattutto quella agricola, del coinvolgimento di migliaia e migliaia di tecnici da impiegare in loco e della conoscenza del territorio di cui dispongono solo coloro che ci vivono e ci lavorano. Esattamente come succede nel contenimento del dissesto idrogeologico.
In queste condizioni non era difficile prevedere che quello che stava emergendo in Campania, grazie all'opera di denuncia di decine e decine di cittadini e di associazioni che hanno sfidato e continuano a sfidare una delle organizzazioni criminali più pericolose del mondo, sarebbe ben presto emerso anche nelle altre regioni del mezzogiorno. E tra queste la candidata numero uno era la Calabria.
L'intempestivo riemergere all'onor delle cronache della vicenda delle "navi dei veleni" dolosamente affondate al largo delle coste calabre (e pugliesi: si calcola che quelle affondate nei nostri mari non siano meno di trenta), già assurta all'onore delle cronache anni fa tra l'indifferenza generale delle autorità competenti, mette il paese di fronte alle dimensioni catastrofiche di un disastro non solo regionale, ma di portata nazionale e europea. Come nazionali ed europee sono le origini accertate o presunte sia dei rifiuti che delle operazioni che questi affondamenti hanno organizzato. Ma non c'è solo il mare: una situazione di per sé sufficiente ad ammazzare in poco tempo il turismo e ogni attività agroalimentare in tutte le regioni del Mezzogiorno, oltre a consumare negli anni salute, vite e vivibilità di interi insediamenti umani.
Il fatto è che anche la Calabria è stata per anni il recapito finale di migliaia e migliaia di convogli che sotto la protezione e grazie alla mediazione della malavita locale, hanno interrato in ogni angolo del territorio milioni di tonnellate di rifiuti tossici. Un'attività con alle spalle organizzazioni imprenditoriali che operavano alla luce del sole, con coperture governative, in grado di ricorrere a veri e propri sistemi industriali per occultare i loro carichi, come evidenzia anche la costruzione di veri e propri sarcofaghi in cemento armato per intombare i rifiuti radioattivi della Jolly Rosso. Nei loro confronti governi nazionali e locali hanno scientemente chiuso gli occhi per anni. In parte, perché le constiuencies elettorali dei partiti che si sono alternati al governo regionale e nazionale sono indissolubilmente intrecciate alle cosche della malavita locale che controllano il territorio. In parte - e la cosa non va sottovalutata, dato che volenti o nolenti, sarà uno dei temi politici di fondo dei prossimi anni - perché prendere atto del problema significa arrendersi alla necessità di un programma di risanamento del territorio capace di sovvertire completamente piani economici, criteri di spesa, rapporti tra centro e periferia, strutture produttive.
Oggi però, in Calabria come in Campania, la popolazione ha capito la gravità di quanto per anni è stato perpetrato alle sue spalle e ha deciso - nella sua parte più attiva, quella che oggi inizia il suo percorso con la manifestazione di Amantea - di riprendere in mano il suo destino. Una decisione che prelude a un lungo tragitto; perché non si tratta solo di ottenere l'individuazione e il perseguimento penale e civile dei responsabili, ma di promuovere, a partire da questa volontà, una bonifica del territorio che comporta la riconversione dell'intera politica economica nazionale.
Le coste del Mezzogiorno sono sotto attacco. Centinaia e forse migliaia di torri eoliche, se i progetti non verranno bloccati, le deturperanno, dal mar di Sardegna a quello di Sicilia mentre in Adriatico, a quanto finora ne sappiamo, l’aggressione off shore sta per colpire la costa molisana. Per aver denunciato i due primi insediamenti – quello molisano e quello sardo sulla costa del Sinis (Oristano) – sono stato gratificato di una lettera d’insulti, in cui mancava solo l’attribuzione di "farabutto" per raggiungere lo stile adeguato ai tempi correnti. La lettera porta la firma del signor Simone Togni, segretario della associazione nazionale energia del vento (Anev), una specie di Confindustra delle imprese eoliche.
Lasciando da parte le ingiurie e i dati di fonte Anav (quelli nostri, sul costo addossato ai consumatori, sono dell’Autorità pubblica dell’Energia e dell’Eurostat che valutano l’incentivazione in 7 miliardi di euro al 2020, la più alta d’Europa) val la pena segnalare le più eclatanti incongruenze della presunta smentita, laddove accusa di «approccio prevenuto l’intero articolo», che sarebbe, quindi, «destituito di fondamento» poiché il sottoscritto parla di «un progetto che non conosce, in quanto non ancora pubblico». E, a suffragio di questo innovativo principio sulla libertà d’informazione, lecita solo se certificata dal timbro pubblico, il segretario dell’Anav, aggiunge che neppure lui conosce di cosa si tratti visto che la società che ha firmato il progetto (con sede nel Liechtenstein, ndr) «non è nostra associata». Quindi non può esistere? E contro chi sta protestando la Regione sarda che si vede sottratto il potere di decidere, visto che il mare territoriale non rientra nelle sue competenze esclusive ma ricade sotto la giurisdizione di un organo governativo, il Demanio marittimo, dipendente dal ministero delle Infrastrutture e Trasporti? Il quale, assieme al ministero dell’Ambiente, regge la trafila delle autorizzazioni off shore.
Ma il Togni, oltre a non sapere, per sua esplicita ammissione, di cosa parla, non conosce neppure il condizionale, come si evince dall’interpretazione di una mia frase a proposito del progetto molisano, laddove affermavo che «sarebbe questa (se venisse realizzata, ndr) la seconda centrale eolica installata in Italia».
«Cosa falsa – tuona l’incauto – in quanto nessuna centrale eolica è mai stata installata». Ma vengo ai meriti involontari della lettera dell’Anav che mi ha spinto ad aggiornare le informazioni. La prima riguarda l’assedio eolico alle, finora splendide, coste sarde. Ebbene di progetti in corso non ve ne è uno solo ma già quattro: oltre a quello (80 torri) sulla costa del Sinis (Oristano), ve ne sono due nel Golfo degli Angeli, tra Cagliari e Sarroch, con 70 torri ed uno davanti a Sant’Antioco nel golfo di Palmas con previste 30 pale. Tutto avviene al di fuori di ogni progettazione globale e senza alcuna trasparenza, tanto che una parlamentare dell’Isola, l’on. Caterina Pes, ha rivolto una interrogazione al ministro delle Infrastrutture, Matteoli, per conoscere quanti progetti esistano per i mari della Sardegna, stando che alcune voci non controllate parlano addirittura di parchi eolici off shore per 40.000 MW, con molte migliaia di aerogeneratori. Anche le coste siciliane sono appetite dai "palazzinari del vento": un progetto si affaccia addirittura sulla Valle dei Templi e un altro su Mazara del Vallo (Trapani).
Torno, infine, sul Molise (Petacciato-Termoli). Qui la minaccia è più vicina. Il decreto anti-crisi ha inserito il progetto tra le grandi opere di interesse economico nazionale. Il 14 settembre il ministero dell’Ambiente ha emesso un decreto che sblocca la Valutazione d’Impatto Ambientale. Voglio almeno sperare che Stefania Prestigiacomo non sia informata che le cantierizzazioni e le installazioni a terra incombono su un territorio particolarmente tutelato dall’Ue in quanto zona Sic (Sito d’interesse comunitario), per le sue particolari qualità naturali.
Una cosa sola non ti tradisce mai nella Napoli dei disastri: ‘a munnezza. Non trovi più i sacchetti neri ammassati per le strade del centro come nei giorni dell'emergenza nera. Berlusconi "ha fatto 'o miracolo", ha ripulito la città. Ad Acerra ha inaugurato l'inceneritore sulle note di ‘O sole mio. I militari armati sorvegliano discariche e impianti. Nessuno protesta più. La Campania è pulita e Bassolino si avvia mestamente sul viale del tramonto. Ma davvero la monnezza di Napoli è scomparsa? Non proprio.
È nascosta nelle discariche disseminate su tutto il territorio della regione. Costruite nel mezzo di centri abitati, a ridosso di ospedali, sulle colline della Campania dell’"osso", o sulle terre di quella che prima della devastazione era la "Campania felix". Migliaia di tonnellate di monnezza, impacchettata in cubi enormi giacciono nei depositi degli stabilimenti che una volta chiamavano Cdr (combustibile da rifiuto) o nelle discariche a formare montagne di "ecoballe". Sorvegliate da militari armati. Vietato fare riprese, vietato fotografare, vietato porre domande. Vietato tutto. Ma non buttare rifiuti bidoni, copertoni, pezzi d'auto, materassi, medicine scadute, vecchi mobili ai bordi delle strade.
La periferia di Giugliano e le vie che portano alla grande discarica di Taverna del Re e dell'ex Cdr, sono un letamaio di veleni. "I camion della camorra li scaricano qui di notte - racconta Raffaele Del Giudice, il direttore di Legambiente Campania - è un traffico continuo". La tecnica per bruciare i rifiuti pericolosi per strada è collaudata. Si prepara prima un "letto di combustione", paglia e vecchi materassi, poi si appoggiano sopra bidoni, scarti di amianto, plastiche. Brucia tutto in questa enorme periferia che dall'Asse Mediano (la spina dorsale del diavolo, la chiamano) ci porta a Giugliano, Qualiano, e verso i comuni del Casertano. Le terre perse dove si può tutto. E nessuno vede.
Neppure i militari bardati come in zona di guerra che a poche centinaia di metri sorvegliano lo "Stir", un altro "miracolo" della gestione dell'emergenza rifiuti di Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso. Sono i sette vecchi impianti Cdr, quelli che dovevano trasformare la monnezza in combustibile da rifiuti, ora - e dopo una spesa di almeno 20 milioni di euro - sono stati trasformati in Stabilimenti per la triturazione e l'imbustamento dei rifiuti. Stir, basta la parola.
Ma è monnezza, ecoballe come prima, robaccia che difficilmente potrà essere bruciata ad Acerra, finora l'unico inceneritore esistente in Campania. Lo dicono gli esperti. "Cosa c'è in quelle balle, e lo scarto, la frazione organica, dove va?". Raffaele Del Giudice si pone mille domande. Le risposte non ci sono. Le ecoballe, o come si chiamano ora, sono danari. Centinaia di milioni di euro quando saranno incenerite e trasformate in energia. È scritto in una legge del 1992 che finanziava l'energia prodotta da fonti rinnovabili, o "assimilate".
Bastò quest'ultima parolina a trasformare la monnezza ufficiale in grande business per le grandi compagnie, un affare da 30 miliardi di euro. Miracolo "Cip6", soldi che pioveranno anche sulle grandi imprese che gestiscono l'inceneritore di Acerra (Impregilo e A2A, la società che fa funzionare i termovalorizzatori di Milano e Brescia), quello costruito dalla sola Impregilo e finito al centro dei vari scandali di munnezzopoli, e sugli altri inceneritori che saranno tirati su a Salerno, a Santa Maria La Fossa e a Napoli città. Trent'anni fa, analizzando un altro disastro della Campania, il terremoto del 1980, e la pioggia di 60mila miliardi che inondò la regione, la studiosa Ada Becchi Collidà parlò di "economia della catastrofe". Una manna per le grandi imprese del nord e per la camorra. Oggi Naomi Klein ci racconta la shock economy.
Due conclusioni simili: "Le grandi catastrofi sgretolano il tessuto sociale, non solo le case". E vista dalle terre perse di Giugliano e dintorni, ti accorgi che qui la teoria è già drammatica realtà. Ferite sulla carne viva delle gente che vive in questa immensa metropoli. Cemento, centri commerciali e business rifiuti. Non c'è altro.
Ci guadagna la camorra che continua ad importare scarti industriali pericolosi dal Nord. Tra Napoli e Caserta sono almeno nove le discariche abusive del clan dei Casalesi. Nessuno le ha bonificate. Affari, puliti, certificati per legge, anche per le grandi imprese che gestiscono gli inceneritori. Ad Acerra il miracolo si chiama Cip6. "Abbiamo fatto bandi di gara per due volte per il termovalorizzatore di Acerra e per due volte la gara è andata deserta perché non ci si poteva avvalere dei contributi Cip6. Se noi non consentiamo questo le prossime gare andranno deserte e allora possiamo prendere il decreto e metterlo nel cassetto''. Il 18 giugno 2008, Guido Bertolaso parlò alla Camera e convinse maggioranza e opposizione. Ma ad Acerra le cose non vanno. "Perché il collaudo della struttura viene fatto bruciando rifiuti tal quale, quelli dei cassonetti. Perché i dati dell'Arpac ci dicono che i limiti di emissione di Pm10 sono stati superati nella misura di 17 giorni su 60 e di ben 11 volte negli ultimi 14 giorni. Perché non c'è un adeguato sistema di monitoraggio delle emissioni e quindi non viene garantita una tempestiva e necessaria valutazione della quantità e qualità degli inquinanti emessi.
Perché una situazione di questo tipo determina una esposizione della popolazione alla inalazione, e comunque all'assunzione attraverso il ciclo alimentare di sostanze altamente tossiche e nocive per la salute". Il 1 giugno di quest'anno Tommaso Sodano, presidente della Commissione ambiente quando era senatore di Rifondazione comunista, ha presentato un dettagliato esposto alla Procura di Napoli. Guido Bertolaso si è offeso e ha annunciato una querela. Sodano la sta ancora aspettando.
Titolo originale: Wish you weren't here: The devastating effects of the new colonialists – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Sono migliaia i contestatori che scendono in piazza sventolando le bandiere arancio dell’opposizione. Poco dopo, comincia il saccheggio. Si appicca il fuoco agli edifici. Il punto si svolta arriva però quando la folla si sposta dalla piazza principale verso il palazzo presidenziale. Nella confusione, qualcuno preso dal panico dà ordine alle truppe schierate a guardia del palazzo di aprire il fuoco. Parecchi morti. I leaders della protesta decidono di farla finita: si assale il palazzo e il presidente fugge.
Un tipico colpo di stato africano? Non proprio. Di sicuro c’erano accuse di corruzione nelle alte sfere. Il presidente aveva comprato un jet privato – da un componente della famiglia Disney – per uso personale. Era accusato di stravaganze eccessive, di uso improprio delle risorse pubbliche e di mescolare gli interessi dello stato coi propri. Ma era qualcosa d’altro ad aver fatto montare la protesta a Antananarivo, la capitale del Madagascar, qualche mese fa, e a far abbattere il governo di Marc Ravalomanana nell’ex colonia francese.
I poveri della città erano infuriati per il prezzo degli alimentari, aumentati da quando l’anno precedente c’era stato un forte aumento di quelli globali di grano e riso. I poveri sono più colpiti di quanto avviene nel nostro caso, perché spendono due terzi del proprio reddito per l’alimentazione. Ma quello che li aveva spinti all’azione era la notizia di un accordo siglato di recente dal governo con la multinazionale coreana Daewoo, e che concedeva 1,3 milioni di ettari di superficie agricola – quasi le dimensioni di un paese come il Belgio, circa metà dell’arativo dell’isola – in uso alla compagnia straniera per 99 anni. La Daewoo intendeva coltivarci granturco e palme da olio: ed esportare tutto il raccolto in Corea del Sud.
Originariamente non erano stati resi pubblici i termini dell’accordo. Ma poi erano filtrate notizie, attraverso il Financial Times di Londra, secondo le quali non era stato pagato nulla in cambio. La Daewoo aveva promesso di intervenire sulle infrastrutture dell’isola in cambio del proprio investimento. “Daremo posti di lavoro in cambio della possibilità di coltivare, il che conviene al Madagascar” diceva un portavoce Daewoo. Ma il vantaggio diretto in denaro per il Madagascar era pari a zero: in un paese dove si riesce a malapena a produrre alimentari per il consumo interno: quasi la metà dei bambini dell’isola con meno di cinque anni risulta malnutrita.
Il governo del presidente President Ravalomanana è stat oil primo al mondo ad essere rovesciato a causa di quello che la FAO/ONU definisce “ landgrabbing” accaparramento di terreni. L’accordo Daewoo è solo uno dei cento e più siglati negli ultimi dodici mesi, che hanno visto enormi distese di superfici coltivabili in tutto il globo acquisite da paesi ricchi o multinazionali. Il fenomeno sta subendo una allarmante accelerazione, che ha coinvolto solo negli ultimi sei mesi una superficie pari a tutta quella agricola europea.
Per meglio comprendere la furia impotente che ciò può provocare nei contadini impoveriti, pensiamo alla reazione che potrebbe provocare qualcosa del genere in Gran Bretagna. Il consulente internazionale Mark Weston prova con questa vivida immagine: “Diciamo, se la Cina, dopo una breve negoziazione con un governo britannico disposto a tutto per avere un po’ di valuta estera dopo un crollo economico, si comprasse tutto il Galles, sostituisse gli abitanti con lavoratori cinesi, trasformasse l’intero territorio in una enorme risaia, e spedisse per 99 anni tutta la produzione in Cina”.
“Immaginiamoci che né i gallesi deportati, né il resto degli abitanti sapesse cos’ha avuto in cambio da tutto questo, e si debba contentare di vaghe promesse secondo le quali i nuovi padroni interverranno su qualche porto, o strade, creando dei posti di lavoro.
“E poi immaginiamoci che dopo qualche anno – teniamo sempre presente che recessione e crollo della sterlina hanno già resi difficoltoso per il paese comprare alimenti all’estero – il picco petrolifero o un disastro ambientale in uno dei grandi produttori mondiali di cereali spinga ad impennarsi di colpo i prezzi alimentari mondiali, oltre le possibilità di moltissimi britannici. Nel frattempo i cinesi dal Galles continuano a spedire riso in Cina, e gli affamati guardano senza poter far nulla, stramaledendo il giorno in cui il loro governo ha svenduto metà delle superfici arabili. Qualcuno inizierà a preparare la ripresa con la violenza delle valli gallesi”.
Se cambiamo i nomi e ci mettiamo Africa, lo scenario diventa assai meno ipotetico. Anzi sta già iniziando a succedere, ed ecco perché sono in molti, come Jacques Diouf, che dirige la FAO/ONU, ad avvertire che si sta scivolando verso un sistema di “neo-colonialismo” mondiale. Anche quei grandi sostenitori del libero mercato che scrivono sul FT, definiscono l’accordo della Daewoo come “rapace” e avvertono come si tratti di un “esempio particolarmente sfacciato di un fenomeno molto più ampio” in cui nazioni ricche cercano di acquisire le risorse naturali di quelle povere.
Questo nuovo colonialismo ha caratteri molto ampi. Chi compra sono nazioni ricche le quali non riescono a coltivare ciò che serve per mangiare. Sono gli Stati del Golfo all’avanguardia del nuovo investimento. Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar – che complessivamente controllano il 45% del petrolio mondiale – si stanno aggiudicando fertili terreni agricoli fra Brasile, Russia, Kazakhstan, Ucraina, Egitto. Ma si rivolgono anche a paesi molto più poveri, come l’Etiopia, il Camerun, l’Uganda, lo Zambia e la Cambogia.
Incredibili le suerfici di terreni coinvolte. Compagnie sud-coreane si sono comprate 690.000 ettari di Sudan, e ci sono almeno sei altri paesi che hanno acquisito grosse proprietà terriere o le controllano: là dove l’alimentazione per le popolazioni locali ha la più elevata precarietà del mondo. I sauditi stanno trattando per 500.000 ettari in Tanzania. Alcune imprese degli Emirati Arabi Uniti hanno concluso per 324.000 ettari in Pakistan.
Non sono i soli. Paesi con grandi popolazioni, come Cina, Corea del Sud, anche l’India, stanno acquisendo ampie superfici di territorio africano per produrre alimenti destinati all’esportazione. Il governo indiano ha concesso prestiti a 80 compagnie per l’acquisto di 350.000 ettari in Africa e ha recentemente abbassato i dazi di importazione per i prodotti agricoli dall’Etiopia. Uno dei più grossi conglomerati agricoli del mondo è una compagnia di Bangalore, Karuturi Global, che ha acquisito di recente alcune aree fra Etiopia e Kenya.
E non è solo all’alimentazione che guardano i nuovi colonialisti. Circa un quinto di questi accordi riguarda terreni per la coltivazione di prodotti da biocarburanti. Compagnie britanniche, Usa e tedesche, con nomi come Flora Ecopower, hanno comprato terreni in Tanzania o Etiopia. Il paese diventato famoso per il problema della fame ai tempi dei concerti Live Aid, oggi vede oltre 50 investitori che siglano accordi definitivi o dichiarazioni preliminari di interesse per coltivare biofuel sul suo territorio.
Dal punto di vista dell’Etiopia, la logica economica sembrerebbe impeccabile: il paese importa petrolio e quindi è esposto alle fluttuazioni dei prezzi nel mercato mondiale; producendo biocarburanti si diminuisce la dipendenza. Ma è una cosa che si paga. Per far contenti gli investitori, il paese non deve chiedere alcuna valutazione di impatto ambientale. Attivisti locali affermano che il 75% dei terreni destinati a queste colture sono oggi coperti di boschi destinati ad essere tagliati.
Più preoccupanti i progetti di una compagnia norvegese, per realizzare “la più grande piantagione di jatropha del mondo” deforestando enormi superfici del Ghana settentrionale. La jatropha, che cresce anche su terreni molto poveri, dà semi oleosi che si usano per i biocombustibili. Un attivista locale, Bakari Nyari, dell’African Biodiversity Network, accusa la compagnia di “usare metodi che ci fanno tornare ai tempi più bui del colonialismo ... a ingannare qualche capotribù analfabeta convincendolo a siglare con l’impronta del pollice la cessione di 38.000 ettari”. La compagnia sostiene che il piano creerà posti di lavoro, ma con l’enorme deforestazione si toglierà agli abitanti la fonte di reddito tradizionale da raccolta dei suoi prodotti, come la noce della Vitellaria Paradoxa.
Il mancato accordo Daewoo in Madagascar sarebbe stato quello per la superficie più grande siglato sinora, ma non è certo l’unico.
Quali sono le cause di questa improvvisa esplosione negli acquisti di terreni in tutto il mondo? le radici affondano nella crisi alimentare del 2007/8, quando i prezzi di riso, grano e altri cereali sono schizzati alle stelle in tutto il mondo, accendendo rivolte da Haiti al Senegal. Il picco dei prezzi ha anche spinto i paesi produttori a intervenire sui dazi di esportazione delle colture essenziali per ridurre le quantità che uscivano dai confini. Restringendo ulteriormente l’offerta, e facendo crescere ancora i prezzi per via di una situazione determinata da scelte politiche, anziché dai meccanismi di domanda e offerta.
Si è anche iniziato a chiedersi in molti paesi ricchi che dipendono da massicce importazioni, se avesse ancora senso seguire quello che pareva un elemento fondamentale dell’economia globalizzata: l’idea che ciascun paese dovesse concentrarsi sui propri prodotti migliori, e per il resto affidarsi al mercato. Improvvisamente, anche avere somme inimmaginabili derivanti ad esempio dal petrolio, non era più sufficiente a garantire tutti gli alimenti necessari. Gli sceicchi del petrolio negli stati del Golfo scoprivano che nel giro di cinque anni le importazioni alimentari avevano raddoppiato il prezzo. E il futuro riserbava anche di peggio. Non ci si poteva più basare solo su mercati regionali, né globali. Iniziava l’accaparramento delle terre.
La logica era evidente. La popolosissima Corea del Sud è il quarto importatore mondiale di granturco; l’accordo del Madagascar avrebbe tagliato di metà queste importazioni, come vantava un portavoce Daewoo. Anche per gli stati del Golfo la cosa era simile: il controllo su terreni all’estero non assicurava solo forniture di cibo, avrebbe anche eliminato la quota degli intermediari, riducendo di un ulteriore 20% la bolletta delle importazioni.
I vantaggi potevano solo aumentare. Le condizioni fondamentali che avevano condotto alla crisi alimentare globale restavano identiche, col rischio di probabile ulteriore peggioramento. L’ONU prevede che entro il 2050 la popolazione mondiale sarà aumentata del 50%. Coltivare per dar da mangiare a nove miliardi di persone significa una pressione enorme sul pianeta, erosione dei suoli, deforestazione, prosciugamento de fiumi. Col cambiamento climatico le cose si fanno anche peggiori. Continueranno ad aumentare i prezzi del petrolio, e insieme quelli dei fertilizzanti e dei carburanti per i trattori. La domanda di biocarburanti restringerà ancora le superfici disponibili alle colture alimentari. La stretta sui prezzi del 2007/8 potrebbe essere solo un assaggio di qualcosa di molto peggio. I tempi dell’abbondanza sono già finiti. Ci aspettano tempi in cui non ci sarà da mangiare a sufficienza, anche per chi ha tanti soldi.
Qui non ce ne siamo ancora accorti, perché nel Regno Unito, un po’ come negli Usa, sembra si abbia una istintiva e illimitata fiducia nella capacità del mercato di risolvere tutto. Altri paesi però hanno già cominciato a studiare risposte strategiche di lungo periodo.
Il segnale più chiaro è emerso in giugno, quando appena prima del G8 in Italia il primo ministro giapponese Taro Aso ha chiesto: “L’attuale crisi alimentare è solo un’altra piccola deviazione momentanea del mercato?” Ma si è subito risposto da solo: “Sembra proprio di no: siamo in una fase di transizione verso un nuovo equilibrio, che rispecchi la nuova realtà economica, climatica, demografica ed ecologica”.
Anche il mercato ha da dire la sua: il costo dei terreni è in aumento. I prezzi sono balzati del 16% in Brasile, del 31% in Polonia, del 15% negli Stati Uniti medio-occidentali. Ci sono veterani della speculazione come George Soros, Jim Rogers o Lord Jacob Rothschild che si stanno accaparrando terreni agricoli anche in questo stesso momento. Rogers – che fra il 1970 e il 1980 ha aumentato il valore del suo portfolio titoli del 4.200%, e che si è fatto una ulteriore fortuna prevedendo le incursioni nelle merci del 1999 – lo scorso mese ha dichiarato: “Sono convinto che i terreni agricoli rappresentino uno degli investimenti migliori della nostra epoca”.
Dopo il disastroso coinvolgimento degli speculatori finanziari nel settore della casa – la recessione globale affonda le sue radici nello sviluppo di derivati dai mutui – non appare certo rassicurante che siano i medesimi prestigiatori a trasformare le terre in nuova fonte di profitti. “La crisi finanziaria e quella alimentare si combinano” commenta il gruppo di pressione filippino sulle questioni alimentari Grain, “e hanno trasformato la terra agricola in un nuovo cespite strategico”.
Da un certo punto di vista, si tratta di un’ottima cosa per i paesi poveri. La terra è una cosa di cui c’è abbondanza da loro. E il settore agricolo nelle nazioni in via di sviluppo ha bisogno urgente di capitale. Un tempo proveniva dagli aiuti, ma la quota di questi destinata all’agricoltura è caduta dai 20 miliardi di dollari l’anno del 1980 a soli 5 miliardi nel 2007, secondo Oxfam. É solo il 5% degli aiuti che va all’agricoltura e allo sviluppo rurale, nonostante nelle zone più povere come l’Africa, sia oltre il 70% della popolazione a basarsi su questa attività per il proprio reddito. Decenni di scarsi investimenti significano ristagno di produzione e produttività.
Gli accordi per lo sfruttamento delle terre agricole dovrebbero se non altro risolvere questo aspetto, riversando investimenti molto necessari nell’agricoltura di questi paesi. Ciò dovrebbe creare nuovi posti di lavoro e un reddito costante ai poveri delle zone rurali. E poi nuove tecnologie e conoscenze agli operatori locali. Sviluppare le infrastrutture rurali, strade, sistemi di immagazinaggio dei cereali, a vantaggio dell’intera comunità. Contribuire alla costruzione di nuove scuole, strutture sanitarie utili a tutti. Dare ai governi africani il gettito fiscale di cui c’è tanto bisogno, da investire nello sviluppo dei propri paesi. Tutto questo dovrebbe diminuire la dipendenza dagli aiuti per l’alimentazione. Insomma il landgrab come situazione in cui guadagnano tutti.
È questa l’interpretazione del tutto positiva data dal governo del Kenya all’accordo siglato recentemente con lo stato del Qatar. Nell’emirato arabo solo l’1% della terra è coltivabile, e dunque il Qatar è fortemente dipendente dalle importazioni alimentari. L’accordo prevede che il Qatar acquisisca 40.000 ettari di terreni per coltivare alimenti in cambio della costruzione di un porto container del valore di 2,5 miliardi di dollari a Lamu in Kenya.
Purtroppo, nel corso dell’avanzamento delle negoziazioni col Qatar, il governo africano è stato costretto a dichiarare lo stato di emergenza: un terzo della popolazione del paese (in tutto 34 milioni di persone) aveva carenze alimentari. Il presidente Mwai Kibaki ha chiesto l’aiuto internazionale. Gli elettori se sono affamati non riescono a capire bene i vantaggi economici di lungo termine che possono arrivare al Kenya dalla creazione del proprio secondo porto container, in cambio della cessione di un terzo del paese – nell’arido è dimenticato nord-est – allo sviluppo agricolo. Dopo tutto, questo è un paese dove per la terra si uccide, come dimostrato dopo le pasticciate elezioni del 2007.
Se peggiora la crisi alimentare mondiale, come tutti sembrano prevedere, diventerà anche meno politicamente appetibile per un governo come quello del Kenya incoraggiare enormi esportazioni di cibo in momenti di carenza. Cosa tanto più vera in un continente politicamente instabile come l’Africa.
Esiste comunque già, una forte opposizione da parte di molti a progetti di questo tipo. Le terre offerte al Qatar si trovano nel delta del fiume Tana. Terre fertili con acqua dolce in abbondanza, ma abitate da 150.000 famiglie di agricoltori e pastori che le considerano di uso comune, e dove pascolano 60.000 capi. Hanno minacciato resistenza armata. Sono sostenuti da attivisti di opposizione, i quali non sono tanto contrari alla trasformazione delle terre, ma vorrebbero che fossero usate per dar da magiare agli affamati kenyani. Poi ci sono gli ambientalisti, contrari alla distruzione di un ecosistema di acquitrini di mangrovie, boschi e savana.
Perché è l’ambiente, una delle grosse preoccupazioni di questa corsa agli accordi per la terra. Le grandi piantagioni significano di norma monocoltura intensiva con grosse quantità di pesticidi e fertilizzanti. Con risultati produttivi spettacolari in un primo tempo, in grado di soddisfare il portafoglio degli investitori esterni in cerca di profitti di breve termine. Ma si rischia di danneggiare la sostenibilità a lungo termine, perché i terreni tropicali non sono adatti alle colture intensive, e con gravi ripercussioni sul sistema idrico locale. Si riduce la varietà delle piante, degli animali, degli insetti, la fertilità di lungo periodo dei terreni attraverso l’erosione del suolo, saturazione d’acqua o incremento di salinità. L’uso intensive di prodotti chimici per l’agricoltura può condurre a problemi di qualità dell’acqua, e l’irrigazione delle terre per gli investitori stranieri può avvenire a scapito di altri usi.
L’acqua è una questione fondamentale. In un certo senso, più che sottrarre terre qui ci si prende l’acqua, osserva il responsabile esecutivo della Nestlé, Peter Brabeck-Letmathe. Insieme al terreno c’è il diritto di usare l’acqua che ci sta sotto, che può dimostrarsi l’aspetto più vantaggioso dell’accordo. “Il prelievo di acqua per l’agricoltura continua a crescere rapidamente. In alcune delle regioni più fertili del mondo (America, Europa meridionale, India settentrionale, Cina nord-orientale), il suo uso eccessivo, principalmente per l’agricoltura, sta portando a uno sprofondamento delle falde. Si preleva acqua dal sottosuolo, e non più sul’arco dell’anno come complemento, ma in modo costante, principalmente perché l’acqua è considerata un bene liberamente disponibile”.
Il mondo deve urgentemente iniziare a riflettere sul tema dell’acqua. Mediamente una persona usa fra i 3.000 e i 6.000 litri al giorno. A malapena un decimo viene usato per l’igiene o la produzione industriale. Tutto il resto va per l’agricoltura. E il tipo di vita che si conduce, con cose come l’incremento nel consumo di carne, sta esasperando il problema. Per la carne sono necessarie quantità d’acqua di 10 volte superiori a quelle delle piante per ogni caloria. E i biocarburanti sono fra le colture più assetate del pianeta: servono 9.100 litri d’acqua per far crescere la soia necessaria a un litro di biodiesel, e 4.000 litri per il granturco che diventerà bioetanolo. Alle condizioni attuali, così come viene gestita l’acqua, continua il responsabile capo della Nestlé, “la finiremo molto prima dei carburanti”.
E già in molte situazioni la falda sotterranea precipita di parecchi metri l’anno. Fiumi si prosciugano per eccesso di sfruttamento. I problemi peggiori sono in alcune delle più importanti aree agricole del mondo. Se continua la tendenza attuale, avvere Frank Rijsberman dell’International Water Management Institute, presto “potremmo avere perdite annuali equivalenti all’intero raccolto di cereali dell’India e degli Usa insieme”. Che fra tutti e due producono un terzo dei cereali del mondo.
C’è un futuro? L’International Food Policy Research Institute di Washington crede di si. Ha recentemente pubblicato un rapporto con raccomandazioni per un rigido codice di condotta, a promuovere quello che il Giappone, principale importatore di alimenti al mondo, chiedeva al G8 in Italia: investimenti stranieri responsabili nel settore agricolo, in relazione all’attuale distorta pandemia degli accaparramenti di terre.
Ci vogliono regole “con gli artigli” ad assicurare che i piccoli operatori che vengono sfrattati dalle proprie terre possano concordare vantaggi mutui con governi stranieri e multinazionali. Ci vogliono regole per far sì che in qualunque accordo, se si promettono posti di lavoro, poi si rispettino livelli retributivi e si realizzino le strutture. Ci vuole trasparenza, e azioni legali negli stati delle imprese che utilizzano la corruzione, anziché cause intentate e processi nei paesi del terzo mondo. Ci vuole rispetto per i diritti vigenti sulle terre: non solo quelli scritti, ma anche quelli consuetudinari e derivanti dalle pratiche. Occorre una condivisione regolamentata dei vantaggi, in modo che si realizzino scuole e ospedali, e chi abita nelle aree circostanti a quelle cedute abbia abbastanza da mangiare. Si indicano tempi più brevi per la durata dei contratti, perché ci sia un reddito regolare ai contadini a cui è stata sottratta la terra per altri usi. Meglio ancora sarebbe avere contratti che consentono ai piccoli operatori di continuare a gestire le terre anche se a certe condizioni concordate con l’investitore straniero. Si chiedono valutazioni di impatto ambientale adeguate. E che gli investitori esteri non abbiano il diritto di esportare durante le gravi crisi alimentari interne.
Nessuno certo può credere che questo sia facile. Le elites locali dei paesi in via di sviluppo hanno certo forti e ovvi interessi nei vantaggiosi accordi che si offrono. Il governo della Cambogia promuove ampiamente questa pratica del landgrab, avvantaggiandosi del fatto che molti certificati di proprietà dei terreni sono stati distrutti nel periodo del terrore dei Khmer Rouge. Il Mozambico ha siglato un accordo da due miliardi di dollari che comporta 10.000 “coloni” cinesi sul suo territorio, in cambio di 3 miliardi di dollari in aiuti militari da Pechino. Chiarissime le considerazioni strategiche. “In questo mondo il cibo può essere un’arma” per usare le parole di Hong Jong-wan, dirigente della Daewoo.
Ma si stanno raccogliendo le forze anche nell’altro campo. Gli accparramenti di terra sono “una grave violazione del diritto umano al cibo”, secondo Constanze von Oppeln dell’importante agenzia di sviluppo tedesca Welthungerhilfe, una delle più importanti del settore. Parla a nome dei molti che non hanno voce a livello internazionale, anche se fanno sentire sempre più forte la propria presenza nei loro paesi. É esplosa una fortissima reazione pubblica in Uganda quando il governo ha iniziato gli incontri col ministero egiziano dell’agricoltura, per la concessione di quasi un milione di ettari a imprese egiziane destinati a produrre grano e mais per il Cairo. Anche in Mozambico c’è stata una resistenza simile all’insediamento delle migliaia di coloni cinesi nelle terre concesse. All’inizio di quest’anno, i filippini infuriati sono riusciti a bloccare un accordo del proprio governo con la Cina per la strabiliante superficie di 1.240.000 ettari. Il mese scorso gli stessi attivisti hanno reso pubblico quello che definiscono un “patto agricolo segreto” fra il governo filippino e quello del Bahrain. In presenza di un 80% dei 90 milioni di abitanti privo di terre, l’accordo è “illegale e immorale”, hanno dichiarato.
Ciò che si mangia tocca qualcosa di assai profondo nella psiche umana. C’è da credere che nessuna delle due parti cederà senza lottare.
La leggenda del santo nucleare. Se dovessi scriverei un libro su quello che si dice lo intitolerei così. Ne sento di tutti i colori: che permette di combattere l’effetto serra, che è diventato sicuro, che è illimitato, che è conveniente. Un elenco di fesserie che andrebbero smontate una per una». Non ha dubbi Vincenzo Balzani, docente all’Università di Bologna e candidato al Nobel per la Chimica: le informazioni che girano sul nucleare sono inutili perché incomplete.
«Partiamo dai soldi: nessuno sa dire quanto costi davvero una centrale. E le cifre che girano sono tutte sbagliate. In questo campo c’è una lunghissima tradizione di preventivi sbagliati: solo per la costruzione si registrano sforamenti puntuali del 200 o anche del 250%, mica bruscolini».
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il pagare, lo sappiamo. Ma non mi dirà che i problemi del nucleare sono i preventivi sbagliati?
«Siamo solo all’antipasto. Passiamo alle scorie: quanto costa lo spostamento, lo stoccaggio, il portarle all’estero per trattarle e riportarle in Italia per conservarle? Il tutto con personale specializzato e strutture adeguate».
D’accordo, costruzione e scorie...
«Il piatto forte è il sacro mistero dello smantellamento: una centrale, in genere, dura 40-50 anni, poi va chiusa. E qui iniziano i dolori. Perché la centrale, che nel frattempo ha trattato e prodotto materiale radioattivo per mezzo secolo, non può essere smantellata dall’oggi al domani, va lasciata in uno stato di quiescenza: non funziona più, ma non può essere toccata per altri 50-100 anni. Solo allora si procede allo smantellamento, sperando nel frattempo di avere trovato un luogo dove mettere le scorie prodotte. Come dire: i genitori si fanno una bella centrale, si godono l’energia e il conto ambientale e di gestione lo lasciano ai figli. Un bell’approccio non le pare?».
Restiamo ai costi.
«È semplice: tra costruzione, smantellamento e gestione scorie nessuno sa davvero quale sarà il costo finale dell’operazione. In ogni caso, per le quattro centrali di cui si parla in Italia è lecito aspettarsi una spesa complessiva di almeno 40-50 miliardi di euro. Problemi esclusi».
Sta dicendo che il nucleare non conviene?
«Dal punto di vista finanziario si tratta di un’operazione pericolosa, perché costosa, a lungo termine e con troppe incognite. Vista la fatica per trovare i soci della nuova Alitalia, siamo sicuri che in Italia ci sia qualcuno disposto a mettere soldi in una operazione di cui si conosce l’inizio ma non la fine?».
C’è sempre lo Stato...
«È quello che temo. Perché alla fine i cittadini pagheranno due volte: prima le tasse, poi la bolletta. Non mi sembra giusto».
Continuiamo con le leggende.
«Il sito unico in profondità: viene presentato come la soluzione di tutti i mali. Si tratta di un luogo sotterraneo in cui radunare i rifiuti radioattivi. Si era persino individuato il posto, Scanzano Jonico, poi tutto fu annullato dopo le proteste della popolazione. Quello che nessuno dice è che gli Stati Uniti, dopo aver speso inutilmente 100 miliardi di dollari, hanno cancellato un progetto simile che prevedeva la costruzione di un sito in profondità sotto la Yucca Mountain, nel Nevada: troppo complicato e troppo costoso. Va bene che siamo il Paese di Leonardo e Galileo, ma siamo sicuri, oggi, di poter far meglio degli Stati Uniti? Mettiamoci una mano sulla coscienza: il nucleare non è alla nostra portata».
Leggende o no, l’Italia compra energia dalla Francia, che ha le centrali proprio al di là delle Alpi. Non le sembra un’ipocrisia dire no al nucleare in questo modo?
«Anche qui l’informazione è zoppa. La Francia si è dotata di centrali nucleari perché voleva l’atomica. E vi si è buttata a capofitto. Nemmeno loro però sanno quanto costi questo lusso, tanto c’è lo Stato che paga. E sul fatto che noi compriamo energia da loro è più corretto dire che è la Francia ad essere costretta a venderla. Le centrali devono funzionare senza sosta, solo che di notte, quando si abbassano i consumi, si ha un eccesso di energia che deve essere smaltita. Ecco allora che di notte i francesi ci girano energia, ovviamente a prezzi vantaggiosi».
Altre leggende?
«Che bisogna passare al nucleare perché il petrolio sta per finire. Un’autentica fesseria: anche l’uranio è una risorsa limitata. Se tutto il mondo, oggi, andasse a nucleare, ci sarebbe uranio per soli sette-otto anni. Parlare del nucleare come energia del futuro è un po’ azzardato, non le pare?».
E qual è l’energia del futuro?
«Quella che non si usa. Nel senso che dobbiamo imparare a risparmiare e, nel contempo, ad aumentare l’efficienza. Lo sa che nei Paesi sviluppati il 50% dell’energia viene banalmente sprecata? Il guaio è che il nucleare ti illude di avere tutta l’energia che vuoi: altro che risparmio, è la cultura dello spreco».
Proprio come il petrolio.
«Il petrolio è destinato a finire, dobbiamo imparare ad uscirne. E questo significa, come ho detto, risparmiare e aumentare l’efficienza ma anche puntare, con decisione, sulle energie rinnovabili, come eolico e solare. E quando parlo di Sole non intendo solo il fotovoltaico: c’è anche quello termodinamico di Rubbia che abbiamo gentilmente regalato a Paesi come la Spagna e la Germania. Questo non vuol dire cancellare del tutto il petrolio o il gas, ma che bisogna utilizzarli solo dove servono davvero, ad esempio nei trasporti, quello aereo in particolare».
Effetto serra.
«È indubbio che il nucleare, non producendo anidride carbonica non contribuisce alle dinamiche che portano al riscaldamento globale. Peccato che per combattere l’effetto serra dovremmo convertire in nucleare tutta la produzione energetica inquinante. Tanto per essere chiari significherebbe costruire 2500 centrali da 1000 megawatt: una a settimana da qui al 2050. Impensabile, ovviamente».
Sicurezza.
«Le centrali di quarta generazione esistono solo sulla carta. Dicono che saranno pronte fra 30-40 anni, ma si tratta solo di ipotesi. Lo stesso per la fusione: in teoria è il nucleare pulito, nella pratica è un terno al lotto: nessuno è mai riuscito a ottenere più energia di quella immessa nel sistema. Anche qui, siamo solo nel campo delle ipotesi. E intanto il mondo consuma».
È preoccupato dalla decisone del governo?
«Personalmente credo che non riusciranno a riportare l’Italia nel nucleare: non ci sono le risorse finanziarie. Il pericolo che vedo, piuttosto, è iniziare progetti costosi e inutili, che non verranno mai realizzati. Come il Ponte sullo Stretto. E questo solo perché si parla senza conoscere la realtà. Un po’ triste per un Paese moderno».
«Via dal vento». A pochi giorni dal summit dei Grandi che ha lanciato l’appello a frenare il caos climatico, una secessione nel movimento ambientalista prova a bloccare la corsa dell’energia eolica. Coldiretti, Amici della Terra, Mountain Wilderness, Altura, Vas, Movimento Azzurro, Comitato del paesaggio, Comitato per la bellezza, Fareverde, Italia Nostra hanno convocato per questa mattina una conferenza stampa in cui lanciano l’offensiva contro le pale eoliche proponendo una moratoria europea per bloccarle.
«Nel nostro nuovo sito, Viadalvento, diamo conto dell’ampiezza della rete costruita: oltre 500 comitati presenti in 19 paesi europei, dalla Lapponia a Gibilterra», spiega Carlo Ripa di Meana, presidente del Comitato nazionale per il paesaggio. «E in Italia, dove sono state costruite 3.500 torri eoliche e altre 10 mila sono state pianificate, stiamo cominciando a ottenere risultati importanti, come il no di Volterra».
Dopo aver chiesto per oltre 30 anni la fuoriuscita dall’era dei combustibili fossili, il movimento ecologista mette sotto accusa la fonte rinnovabile più vicina alla competitività con il petrolio? Proprio mentre la causa dell’energia pulita viene sposata non solo dalla comunità scientifica ma dai leader dei principali paesi? «Il nostro non è un movimento contro tutte le rinnovabili, ma contro l’eolico», risponde Betto Pinelli, di Mountain Wilderness. «Il paesaggio è la natura che si è fatta storia, è un divenire, ma non può subire l’immissione massiccia di oggetti così ingombranti come le torri eoliche: sarebbe la cancellazione di quella rete di rapporti culturali, microstorici, che sono l’essenza stessa del paesaggio. Un danno enorme con vantaggio zero visto che l’incidenza del vento nella produzione elettrica è minima».
Opposto il parere delle tre maggiori associazioni ambientaliste, Legambiente, Greenpeace e Wwf che offrono dati completamente diversi. Le pale installate nel 2008 in Europa forniscono l’elettricità equivalente a quella prodotta da 3 centrali nucleari da mille megawatt. E l’eolico presente in Italia dà la stessa energia di una centrale nucleare. «Da qui al 2020 in Italia l’elettricità prodotta dalle centrali nucleari annunciate sarà zero, quella delle centrali eoliche previste per quella data equivarrà a oltre 4 centrali nucleari da mille megawatt», precisa Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace.
Qualche errore in passato c’è stato - ammette Mariagrazia Midulla, del Wwf - ma, dopo aver ridotto i consumi migliorando l’efficienza energetica, si tratta di costruire meglio gli impianti eolici usando precise linee guida, non di lasciare campo libero a carbone e nucleare. «Sarebbe folle mettere una centrale sulle cime di Lavareto, ma in luoghi impoveriti, come le colline disboscate o le alture attraversate dagli elettrodotti, le pale eoliche migliorano il paesaggio», osserva Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente. «Del resto poco più di cent’anni fa c’era chi voleva smantellare la Tour Eiffel: dicevano che era brutta».
Hanno già iniziato le regioni. No al nucleare, dicono quasi tutti i governatori. Dice no Nichi Vendola, governatore della Puglia di Sinistra e Libertà. E dice no anche Ugo Cappellacci, neoeletto governatore della Sardegna che è del Pdl, il partito di Silvio Berlusconi. Per qualcuno è un’opposizione di principio. Per qualche altro è un no frutto di un attenta valutazione tra costi e benefici. Per qualche altro ancora è semplicemente la sindrome NIMBY: non nel mio giardino. Per tutti parla Vasco Errani (Emilia-Romagna), presidente dei presidenti di regione: «Il governo ha imboccato la strada sbagliata».
È la riproposizione del modello autoritario di gestione delle scelte tecniche e scientifiche, utilizzate con apparente (solo apparente) successo da Guido Bertolaso per gestire l’emergenza rifiuti in Campania o l’emergenza terremoto in Abruzzo. Ma è un metodo che non sempre funziona. Questa è la lezione che è venuta da Scanzano Jonico, nel 2003, quando la protesta popolare costrinse il governo - il secondo governo Berlusconi - a ritirare l’atto unilaterale con cui aveva scelto (male peraltro) il sito di profondità per stoccare le scorie nucleari dell’intero Paese. Cosicché è facile prevedere che il no dei governatori alle nuove centrali nucleari sarà fatto proprio dalle popolazioni, se il quarto governo Berlusconi dovesse continuare a procedere in maniera unilaterale e scegliere d’imperio i siti per le centrali nucleari che intende costruire e per le scorie che quelle centrali produrranno.
Qui non discutiamo la scelta di merito:nucleare sì o nucleare no. Questo nucleare di terza generazione e d’importazione francese, o il nucleare di quarta generazione, realizzato con una filiera di conoscenza tutta italiana. Discutiamo del metodo: la politica nucleare di un Paese libero non può essere imposta per coercizione, ma deve essere fondata sulla convinzione. Dopo una grande (non necessariamente lunga, ma reale) discussione, cui possano partecipare i tecnici, le istanze democratiche e l’intera popolazione. Come avviene in tutta Europa e in ogni Paese che riconosce i nuovi diritti della “cittadinanza scientifica”. Non è solo una questione di prassi democratica ma di efficienza della decisione. In una società complessa e in una moderna democrazia tutti coloro che hanno una posta in gioco (i sociologi li chiamano stakeholders) vogliono dire la loro sulle scelte rilevanti. E se non hanno una camera dove parlare ed essere ascoltati cercano di esercitare con tutti i mezzi leciti il loro potere, più o meno grande di veto. L’Italia può anche decidere di ritornare sui suoi passi e scegliere (anche) l’opzione nucleare per modificare l’antico paradigma energetico fondato sui combustibili fossili, superare col minor danno possibile il «picco del petrolio» e contrastare i cambiamenti climatici. Ma solo se la scelta è condivisa, non se è imposta. Solo se è negoziata con le popolazioni e gli enti locali, dopo aver deciso con prassi trasparente e scientificamente fondata i tempi e i luoghi degli interventi. Non è possibile, in una società complessa e in un Paese democratico, somministrare, con atto d’imperio, «il trattamento nucleare obbligatorio».
La macchina è un mastodonte largo 20 metri che incede centimetro per centimetro lungo i filari di lattuga piantati fino l’orizzonte. Si tratta di una Vegcraftmatic della Ramsey Highlander, una fabbrica semovente su cui lavora una cuadrilla di 50 persone. 25 raccoglitori precedono l’avanzata inesorabile della macchina, tagliando man mano le verdure con i coltelli affilatissimi che portano alla cintura. Con un movimento fluido e veloce staccano di netto il gambo poi con un altro lampo della lama tolgono le fogli esterne e passano l’insalata sul ripiano delle impacchettatrici, queste tolgono altre eventuali foglie appassite e organizzano le verdure in ordinate file all’interno delle scatole incerate che hanno davanti. Quando cinquanta pezzi si trovano all’interno, la scatola viene spinta sui tapis-roulant che scorrono sulla pedana appena al di sopra dei lavoratori, dalle estremità della macchina verso il centro, dove opera la squadra dei magazzinieri che sigillano le scatole e le organizzano in grandi pile sulla piattaforma del retro. Da qui vengono prelevate 150 alla volta dal trattore che periodicamente rimorchia un trailer verso i camion refrigerati che aspettano all’estremità del campo.
Ogni ora circa uno di questi chiude i portelli e parte verso magazzini e punti vendita. Il raccolto al tempo dell’agribusiness è un lavoro del tutto industriale, la Vegcraft un portento di orologeria fordista ben oliata, calibrata al millimetro. La squadra ha attaccato alle 6:30 e l’intricato balletto del raccolto procederà senza sosta fino alle tre sotto il sole di una primavera avanzata che preannuncia già la ferocia implacabile dell’estate in questo deserto infuocato.
Siamo a Yuma county, nei pressi di Gadsden – ultimo lembo meridionale di Arizona prima del confine col Messico, 10kmpiù giù verso San Luis. I campi di questo paniere di inverno sono i più produttivi del paese. Irrigato a partire dall’inizio del secolo scorso con le acque del Colorado River, il deserto meridionale di California e Arizona è stato convertito in una macchina per la produzione intensiva di frutta e verdura grazie ad un clima che permette in alcuni casi due e tre raccolti all’anno; come amano ripetere gli agricoltori da queste parti «just add water» – basta aggiungere acqua. È l’apoteosi del plusvalore agricolo mediante l’applicazione tecnologica e l’organizzazione industriale del lavoro dei campi.
Dietro la cuadrilla, la squadra di lavoratori, si muovono i caporali, due, e un mayordomo, il caporeparto che tiene d’occhio l’operazione impartendo ordini per mantenere il ritmo della squadra. Con in testa il sombrero de palma d’ordinanza e sul volto la mascherina igienica, è in costante collegamento via telefonino con i trattoristi, i conducenti dei camion e i superiori della società agricola proprietaria del campo da cui riceve indicazioni sul tipo e sulla grandezza delle lattughe da raccogliere, impartendole a sua volta ai braccianti.
L’agricoltura è un’ industria che vale miliardi, il primo comparto economico in California che esporta ortaggi all’intero paese e all’estero, perfino in Giappone (noci, mandorle e frutta secca in tutto il mondo), ed ha una commensurata sete di mandopera. I lavoratori della cuadrilla sono pendolari internazionali, arrivati stamattina come ogni giorno dal Messico. Molti hanno lasciato le proprie case a mezzanotte, si sono incolonnati alla frontiera dove hanno fatto la fila per un paio di ore per il controllo dei documenti e la verifica del loro visto H2A. Si tratta di quello concesso ai frontalieri stagionali che da ogni anno a circa 20000 braccianti il permesso di lavorare nei campi Usa fino all’esaurimento del raccolto. A notte fonda a sono arrivati a S. Luis Colorado, il paese del lato americano che ogni giorno si converte prima dell’alba in un bazaar di braccianti. Migliaia di lavoratori affollano i marcaipiedi aspettando sotto i lampioni di venire caricati sui vecchi pullman scolastici dipinti di bianco incolonnati lungo lo stradone principale e in ogni concepibile parcheggio della cittadina.
Una volta riempiti, partono alla volta dei campi di tutta la regione, alcuni fino a una o due ore di distanza nelle contee di Imperial e Coachella nella vicina California, un rito che dura immutato da mezzo secolo.
L’importazione di braccia comincia su larga scala in America negli anni ’40, quando per supplire alla penuria di manodopera agricola determinata dalla guerra, il governo americano inizia a offrire visti stagionali validi per la durata dei raccolti. Ben presto 50000 braceros messicani, caricati su convogli ferroviari al confine, vengono impiegati nei campi del paniere californiano. Mentre proseguono tuttoggi le cause intentate dai molti che non ricevettero mai gli stipendi allora pattuiti, le dinamiche di mercato e dell’outsourcing globale del lavoro assicurano, oltre al fenomeno dell’immigrazione clandestina, che siano tuttora attivi programmi di guest worker. Ogni anno il department of labor rilascia 30000 visti H2A che autorizzano l’impiego stagionale di lavoratori non residenti, una forza lavoro assolutamente essenziale per l’agro-industria americana – questa almeno è la versione ufficiale delle aziende, promotrici di un intenso lobbying per mantenere in vita il programma.
In realtà parlando con le associazioni di settore del luogo ci si rende conto che lavoratori residenti (comunque ispanici al 100%) non mancherebbero, ma che le aziende preferiscono i frontalieri, spesso provenienti dalla povertà dell’interno «profondo» del Messico, i quali per legge percepiscono si la stessa paga minima prevista per legge, ma che sono del tutto dipendenti per il lavoro, il trasporto, spesso il vitto e l’alloggio dalle imprese agricole che li impiegano e quindi assai più controllabili dei lavoratori «autonomi». Un rapporto di dipendenza totale che porta spesso ad abusi e che ha contribuito all’estinguersi dei sindacati faticosamente introdotti dalle lotte sociali, scioperi e boicottaggi del movimento campesino guidato da Cesar Chavez negli anni 60 e 70.
All’entrata di San Luis Colorado c’è un piccolo monumento, una statua in bronzo raffigurante l’uomo che si fece carico di una delle lotte più impari nella storia operaia d’America, quella dei campesinos, spesso irregolari, quasi sempre senza conoscenza dell’inglese, contro le grandi aziende agricole abituate ad abusarne impunemente sin dai tempi della grande depressione. Poco più in la c’è la piccola casa dove Chavez nacque e dove, malgrado che il grosso delle sue lotte avvenne nelle fertili valli californiane, tornò nel 1993 amorire. Il suo nome oggi è sinonimo non solo delle battaglie sindacali dei campesinos ma di movimento ispanico per i diritti civili, e diversi stati, particolarmente nel Southwest, osservano festività ufficiali in suo nome; qui nei paesi di Yuma county quasi tutti lo ricordano. Chi ha più di 40 anni ha marciato con lui o ricorda le manifestazioni, i cortei dietro ai camion con gli altoparlanti e le bandiere rosse dell Ufw, la United Farm Workers. I più giovani rammentano le visite di Chavez alle mense scolastiche o quelle alle case dei loro genitori per organizzare fino a tarda sera i picchetti e la resistenza nonviolenta agli arresti.
Una di queste è Flor Redondo, attuale direttrice di Campesinos sin Fronteras una delle associazioni di supporto ai frontalieri che oggi come ogni giorno lavorano ricurvi sui filari di questa valle. Redondo e molti altri proseguono il lavoro di Chavez anche se con un punta di amarezza: «Non è possibile avere un sindacato con un serbatoio di manodopera così sconfinato appena oltre quel muro» mi spiega indicandomi la barriera di ferro alta quattro metri che attraversa la campagna, tagliando campi e scavalcando canali di irrigazione lungo la linea di confine col Messico.
E la Ufw di fatto oggi mantiene un funzione di lobby politica più che di effettivo sindacato. I risultati ottenuti da Chavez sono tangibili tuttoggi: durata dei turni, minima sindacale, numero di pause, norme di tutela della salute, ma le realtà di una globalizzazione avanzata impongono la continua vigilanza.
All’alba i volontari di Campesinos Sin Fronteras parlano coi lavoratori che prendono un caffè o un crema d’avena prima di salire sui pullman al valico di frontiera. Li informano sui propri diritti, sulle norme di sicurezza nell’applicazione dei pesticidi e nell’operazione dei macchinari. Una volta che il sole si alza, spesso sono nei campi per verificare che le norme vengano rispettate dai caporali. «Sulla carta tutti lo fanno -mi dice Lorena Figueroa , che sulla scrivania tiene una foto di entrambe i genitori quando organizzavano con Chavez -ma nella realtà è difficile da verificare». Specialmente quando gli stagionali come abbiamo detto non parlano la lingua, non hanno mezzi di trasporto propri, e dipendono quindi in tutto e per tutto dai datori di lavoro. Una popolazione che per mesi alla volta, vive alloggiata in roulotte o motel, versione odierna della tradizionale forza lavoro itinerante, i migrant workers, da sempre parte integrante dell’agricoltura industriale.
Le aziende che impiegano i braccianti hanno nomi come Growers Company, Tanimura & Antle, Salyer, Hilltwon, Foodhill Packing; sono divisioni di multinazionali, colossi agroalimentari come la Dole Foods e United Fruit che controllano un settore che risponde fedelmente alle fluttuazioni del mercato. Così accade che il caporale che guida la cuadrilla riceva a mezza mattinata una telefonata che modifica il ritmo del lavoro. La macchina non accelera e non rallenta ma ora i coltelli dei raccoglitori tagliano solo una lattuga su due e metà dell’insalata rimane sul campo – troppo piccola per raggiungere oggi la soglia del profitto. Un rapido calcolo effettuato in direzione in base alla flessione di un prezzo che lampeggia su un monitor e si traduce in un ordine comunicato in tempo reale alla squadra: : «si raccolgono solo i diametri oltre i 25cm». Un annuncio che determina uno spreco gigantesco; decine di migliaia di piante seminate, irrigate e cresciute che invece di finire in tavola rimarranno a marcire nei filari – è il mercato, bellezza. Il caporale si accorge della mia sorpresa emi spiega, «l’agricoltura è fatta così – è sempre un terno al lotto», impossibile sapere al tempo della semina quali saranno le condizioni di offerta e domanda ora del raccolto, d’altra parte, aggiunge filosofico «è sempre stato così». Una volta non si sapeva se sarebbe piovuto o grandinato, oggi la sorte la decidono i traders della compagnia seduti in un ufficio climatizzato davanti ai loro computer». La verdura abbandonata oggi sui campi - e solo su questo ce n’è, si direbbe, abbastanza per migliaia di persone – racconta la crisi che ha determinato una contrazione anche dei consumi alimentari. Un effetto a cascata che finisce per abbattersi sulle spalle di questi lavoratori. Fra i braceros della cuadrilla è una litania: meno lavoro, meno paga, una stagione accorciata. «Qui abbiamo finito » taglia corto il caposquadra passandosi un fazzoletto sulla fronte, molti dei ragazzi (ma almeno un terzo sono donne) domani all’alba cercheranno impiego su qualche altro campo. Quanto a lui con altri quattro o cinque si trasferirà a Fresno, trecento chilometri a Nord, nella valle San Joaquin, dove si stanno per raccogliere i peperoni.
La prossima fermata sul circuito senza fine dei raccolti.
Il progetto di gestione dei rifiuti in Campania doveva essere portato avanti «a tutti i costi», dunque se necessario anche «cercando in ogni modo di occultare» le inadempienze e le criticità che di volta in volta venivano rilevate. Una «logica scellerata», la definisce il giudice Aldo Esposito, che avrebbe non solo «caratterizzato in questi anni il lavoro del commissariato straordinario, ma anche «influenzato l’opera dei collaudatori, dei direttori dei lavori e dei responsabili di progetto» dei sette impianti di cdr realizzati nella regione. Da questa ipotesi d’accusa, e sul presupposto della ritenuta «assoluta inidoneità tecnica di quegli impianti», parte l’inchiesta sui collaudi sfociata ieri nella emissione di quindici ordinanze di custodia agli arresti domiciliari nei confronti di docenti universitari, tecnici e altri professionisti. A tutti è contestato il reato di falso ideologico. Fra i destinatari del provvedimento, il presidente della Provincia di Benevento, Aniello Cimitile, Pd, coinvolto nella qualità di presidente della commissione di collaudo dell’impianto di Casalduni.
Il suo arresto apre un nuovo fronte nel dibattito fra gli schieramenti a pochi giorni dal voto. «Non commento fatti che non conosco - dice il segretario del Pd Dario Franceschini - ho rispetto per la magistratura, spero che faccia bene e in fretta il suo lavoro. Io non penso mai ai complotti, altri lo fanno». Daniele Capezzone, del Pdl, afferma: «Non siamo giustizialisti, ci basta la valutazione politica. È stato il Pd a creare l’emergenza rifiuti che il governo Berlusconi sta risolvendo». Cimitile, difeso dall’avvocato Claudio Botti, potrebbe essere interrogato già nelle prossime ore. Il suo portavoce lo descrive «colpito da un provvedimento che ritiene ingiusto, errato e sproporzionato» ma anche «fermamente convinto che dal punto di vista tecnico il collaudo, peraltro solo tecnico-amministrativo, fu compiuto con rigore e professionalità».
L’indagine è stata condotta dagli agenti della Dia diretti dal capo centro Maurizio Vallone (ma non riguarda alcun episodio di criminalità organizzata) e dal nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza. La richiesta di custodia, firmata dai pm Alessandro Milita, Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo, con il coordinamento del procuratore aggiunto Aldo De Chiara, è stata integrata anche con la documentazione acquisita il 20 maggio scorso dalla finanza presso il termovalorizzatore di Acerra. I fatti si riferiscono a un periodo compreso fra il 2001 e il 2006. Il giudice Aldo Esposito ha emesso la misura solo per gli episodi più recenti (anche se potenzialmente già coperti da indulto) rigettando la richiesta per gli altri. La procura ritiene che nei certificati di collaudo sia stata «falsamente attestato» il rispetto da parte di Fibe il rispetto del contratto d’appalto.
E sono considerati falsi anche gli atti del collaudo «nella parte in cui si è attestata la conformità degli impianti installati rispetto a quelli previsti dal progetto»: dalle indagini infatti è emersa la modifica di alcuni macchinari «senza autorizzazione della stazione appaltante e senza che i collaudatori abbiano constatato la accertata difformità». I fatti inducono il giudice a una «lettura ex post dell’emergenza rifiuti in Campania: la verifica dell’effettivo buon funzionamento degli impianti - si legge nell’ordinanza - avrebbe scongiurato l’entrata in vigore di un sistema di smaltimento frutto di una colossale truffa».
I sacchetti in strada ci sono, le foto a testimonianza anche e nel frattempo si aggira per i corridoi della procura di Napoli lo spettro di una nuova inchiesta sui rifiuti, e in particolare sulla gestione del termovalorizzatore di Acerra.
E' bastato questo a far saltare i nervi al sottosegretario Bertolaso che ha parlato di magistrati che intimidiscono i membri del suo staff con continui interrogatori, perfino i generali. Ieri in procura nessuno voleva confermare le nuove indagini, nonostante la perquisizione di qualche giorno fa proprio ad Acerra da parte della Guardia di finanza. Nell'aria sono rimaste le parole di Lepore a il Mattino: "Se ci fosse un inchiesta che coinvolge il primo ministro lo saprei". Se l'indagine c'è è in mano sua, come prevede la legge Berlusconi sui rifiuti, o al massimo in quelle del suo vice Aldo De Chiara. Quindi la smentita di Lepore dovrebbe chiudere gli equivoci.
E invece, i dubbi restano. Legati alle indagini sui rifiuti, che vanno dalla gestione Impregilo al caso "Rompiballe", l'inchiesta, in cui lo stesso Bertolaso è indagato e che ha rappresentato motivo di profonde divisioni all'interno del palazzo di giustizia. Culminate nella lettera che lo stesso De Chiara ha spedito al Csm affermando che Lepore avrebbe stralciato la posizione di Bertolaso, del prefetto Pansa e dell'ex commissario straordinario Catenacci per evitare un "putiferio" politico.
Nelle intercettazioni nate da quella inchiesta, il sottosegretario si lascia andare a commenti non proprio ortodossi con la sua vice Di Gennaro. Confidandole di voler "sputtanare" i tecnici di Pecoraro Scanio, all'epoca contrario all'apertura della discarica nell'oasi protetta dal Wwf a Serre. Ha fatto discutere anche la telefonata registrata il 30 maggio 2007, quando, in merito alla relazione sulle tonnellate da mandare alla discarica di Parapoti, Bertolaso ordina "e tu fai una relazione molto semplice, dici abbiamo portato 17mila tonnellate o quante cazzo ne avete portate, questa sera finisce tutto. Mi sono preso schiaffi prima da quelli di Parapoti poi da quelli di Acerra, alternative non ne abbiamo".
Bisognerà capire se qualcosa è andato storto anche nella gestione dell'inceneritore di Acerra che per il momento non è in funzione e che dai test risulterebbe altamente inquinante. Proprio ieri, Tommaso Sodano del Prc ha denunciato che i dati sui livelli di inquinamento registrati dall'Arpac sono stati cancellati dal sito dell'Osservatorio web che il governo ha messo a disposizione dei cittadini promettendo trasparenza assoluta. Fino a qualche giorno fa, quei documenti dicevano che in due mesi di test, Acerra ha superato ben nove volte i livelli di guardia.
Restano le perquisizioni con cui la Guardia di finanza ha ottenuto diversi documenti "tecnici" dalla direzione del termovalorizzatore. E infine le continue allusioni, in questi ultimi giorni, dello stesso Berlusconi che ha indicato lo spettro di un nuovo complotto dei magistrati contro di lui e sull'affare rifiuti.
«’a munnezza è oro». La sapeva lunga il boss Nunzio Perrella. Nel 1988 fu lui uno dei primi a rivelare all’Antimafia di Napoli gli «appetiti» della Camorra sui rifiuti urbani del centro nord Italia. Di tempo n’è passato da allora, l’Ecomafia ora è una holding capace di muovere in un anno montagne di scorie industriali illegali. Legambiente le mette una sopra l’altra nel suo ultimo rapporto sulla criminalità ambientale e il naso, necessariamente rivolto all’insù, tocca quota 3100 metri. Tutto nel solo 2008, «quasi quanto l’Etna» ma qui la vetta è in mano alle cosche. «Un business di 20,5 miliardi di euro», si legge nel dossier presentato ieri. La Campania guida la classifica dell’illegalità, poi Calabria, Sicilia e Puglia. Ma il Lazio preoccupa sempre più e Lombardia e Piemonte seguono troppo in fretta.
Se prima, sottolinea il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, «i rifiuti del nord finivano al sud, nei cosiddetti tombamenti», ora veri e propri crateri tossici sono stati scoperti nel milanese grazie all’operazione Star Wars: 178mila metri cubi di rifiuti industriali gestiti da esponenti della ‘ndrangheta compromettono 6 ettari e mezzo di terreno.
Gli affari «sporchi» nella «munnezza» certo, ma anche nel cemento, oltre al racket degli animali, alle agromafie e alle aggressioni ai danni del patrimonio culturale. L’abusivismo edilizio infatti dilaga. spuntano 28mila nuove case illegali. Il Lazio supera la Sicilia e conquista il terzo posto nel cemento selvaggio. «Il territorio è gestito in modo criminale» sottolineò la procura di Tivoli. Ma il caso più singolare arriva da Ischia dove gli abusivi, torna a denunciare Legambiente, «hanno incontrato un alleato d’eccezione nel vescovo che ha lanciato un appello alla procura perché si eviti il «legalismo esasperato». Se poi il cemento si unisce ai rifiuti, come sembra accadere a Crotone, meglio ancora. Lì, secondo un’inchiesta della procura, le scorie tossiche dell’ex Pertusola Sud miscelate alle polveri dell’Ilva di Taranto sarebbero state utilizzate non solo come fondi stradali ma anche per la realizzazione dell’aeroporto di Reggio Calabria, per l’acquedotto locale e i cortili di tre scuole della provincia. Di scuole parlano anche due boss della ndrangheta. È il 7 marzo di due anni fa. A Bova, nel reggino, si lavora alla costruzione di un liceo. Uno vuole sempre meno cemento e più sabbia nel calcestruzzo. L’altro si infastidisce, «Così si brucia una pompa idraulica da 300mila euro». Alla sicurezza del nuovo edificio non ci si pensa.
I controlli passano dai numeri della magistratura e delle forze dell’ordine: quasi 26mila ecoreati accertati nel 2008. Tre ogni ora, poco meno di 71 al giorno. E ancora: 221 arresti (più 13,3% rispetto al 2007), oltre 9600 sequestri. «Un risultato eccezionale data l’assenza di risorse e strumenti giuridici ma non basta» denuncia il procuratore nazionale antimafia. È preoccupato, Pietro Grasso. Il ddl sicurezza in discussione alla Camera «limitava gravemente le funzioni di impulso e coordinamento per le indagini patrimoniali in sede di Antimafia assegnate da un decreto legge poi ratificato». Il ministro Alfano corre ai ripari e promette un passo indietro sul punto, ma Grasso sbotta ugualmente. I poteri «o mi si danno tutti o mi si tolgono». «Oltre ai mafiosi - incalza - ci sono i tecnici di laboratorio, i trasportatori. Le procure ordinarie accertano i reati, ma non riescono a vedere cosa c’è dietro, dobbiamo aggredire il fenomeno».
Un business di 20,5 miliardi di euro per 25.776 ecoreati accertati: quasi 71 al giorno, tre ogni ora. Circa la metà dei reati (più del 48%) si è consumato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia). L'Ecomafia, assicura Legambiente nel suo rapporto 2009, non conosce la crisi.
Le cifre fanno impressione. Sono 31 i milioni di tonnellate i rifiuti speciali svaniti nel nulla, in pratica una montagna alta quasi quanto l'Etna. Crescono pure le aggressioni al patrimonio culturale, il racket degli animali e le agromafie. Aumenta però anche la capacità di contrasto delle forze dell'ordine.
Abusivismo. L'abusivismo edilizio non conosce tregua: 28 mila nuove case illegali e moltissimi reati urbanistici, soprattutto nelle aree di maggior pregio. E poi il saccheggio del patrimonio culturale, boschivo, idrico, agricolo e faunistico. "Il cemento - si legge nel rapporto - è il luogo ideale per riciclare i proventi dalle attività criminose e nel caso campano si tratta di proventi ingenti che si traducono in interi quartieri abusivi. Basti pensare che il 67% dei comuni campani sciolti per infiltrazione mafiosa, dal 1991 a oggi, lo sono stati proprio per abusivismo edilizio". In testa c'è la Campania con 1.267 infrazioni accertate, 1.685 denucniati e 625 sequestri. Segue la Calabria con 900 infrazioni, 923 persone denunciate e 319 sequestri. Continua la salita del Lazio, che quest'anno si piazza al terzo posto superando la Sicilia.
Campania infelix. La Campania è in vetta anche nella classfica dello smaltimento illegale con 573 infrazioni accertate (il 14,7% sul totale nazionale) e 63 arresti. Negli ultimi tre anni, si ipotizza siano stati smaltiti illegalmente in tutta la regione circa 13 milioni di tonnellate di rifiuti di ogni genere. Ovvero 520 mila tir che hanno scaricato il loro contenuto nelle campagne napoletane, nell'entroterra salernitano, nelle discariche abusive del casertano, del beneventano e dell'avellinese. Al secondo posto c'è la Puglia con 355 infrazioni accertate, 416 denunce, 271 sequestri e 15 arresti. Terza la Calabria (293 infrazioni, 238 denunce, 567 sequestri), seguita dal Lazio con 291 reati, 358 denunce, 172 sequestri e ben 11 arresti. Al Nord il primato è del Piemonte.
Arresti. Dal dossier emerge la maggiore efficacia degli interventi repressivi da parte delle forze dell'ordine. Aumentano gli arresti, passati dai 195 del 2007 ai 221 del 2008 (+13,3%) e i sequestri, dai 9.074 del 2007 ai 9.676 dello scorso anno (+6,6%). Diminuisce il numero di reati ambientali (dai 30.124 del 2007 ai 25.766 del 2008). Nel dettaglio il comando per la tutela ambientale dell'Arma dei carabinieri, nel 2008, ha arrestato 130 persone, 115 delle quale per reati relativi al ciclo dei rifiuti. Il maggior numero di infrazioni in materia di ambiente (il 56%) viene accertato dal Corpo forestale dello Stato e "molto intensa" è anche l'attività delle Capitanerie di porto. Cresce poi l'azione della Guardia di finanza con un aumento del 24,8% delle infrazioni accertate rispetto al 2007, come quella della Polizia di Stato, +13%, e dei Corpi forestali delle regioni e province a statuto speciale, +9,9%. Di grande rilievo il lavoro svolto dall'Agenzia delle dogane con 4.800 tonnellate di rifiuti sequestrate, a fronte di un quantitativo accertato sei volte superiore.
Traffico animali. Tre miliardi di euro. E' questo il giro d'affari delle zoomafie. Diminuiscono i combattimenti tra cani, mentre restano stabili le corse clandestine di cavalli. Dal rapporto, emerge anche una crescita del traffico di cuccioli venduti in clandestinità, con grossi quantitativi provenienti dai paesi dall'est Europa per un mercato dei cani di razza del valore di 300 milioni di euro all'anno. Infine il 70% della fauna vertebrata risulta minacciata dal bracconaggio, situazione che rischia di aggravarsi con la nuova legge sulla caccia in discussione in Parlamento.
Napolitano. "Constato con soddisfazione che il quadro dei risultati delle attività di prevenzione e repressione evidenzia un crescente coinvolgimento di tutti i soggetti istituzionali impegnati nella tutela delle risorse ambientali, nonché la valenza di nuove e più incisive strategie di indagine e di intervento che consentono di rilevare la presenza nel sottosuolo delle immissioni dei diversi elementi inquinanti", commenta il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Che definisce il rapporto "un prezioso strumento di approfondimento dei fenomeni della criminalità ambientale".
C’è Frank Lloyd Wright, avvolto in un mantello scuro, che scruta pensoso un orizzonte molto più ravvicinato di quello del suo deserto dell’Arizona: un basso tavolo al centro del quale campeggia inconfondibile la bottiglia dell’acqua San Pellegrino. La foto compare su un vecchio numero del mensile Urbanistica, negli articoli dedicati alla visita in Italia del padre dell’architettura “organica”: chissà cosa ne penserebbe, il progettista di Fallingwater, della montagna artificiale con cui un architetto dei nostri giorni, il francese Dominique Perrault ha imbottigliato le acque termali di San Pellegrino direttamente nella loro roccia, “ creando grandi blocchi in pietra, disordinati come i detriti di un ghiacciaio caduti a valle” [1].
Immagine quanto mai significativa, quella dei grandi blocchi di pietra disordinati, soprattutto quando si guardano i disegni del progetto, letteralmente “caduto a valle” dall’iperuranio degli investimenti internazionali, su un centro termale della Valle del Brembo già famoso nel primo ‘900. Forse virtualmente ancor più famoso poi per l’acqua frizzante imbottigliata che circolava in tutto il mondo, fino a diventare negli opulenti anni ’80 oggetto di una indimenticabile discussione tra gli elegantoni newyorkesi devianti di Brett Easton Ellis in American Psycho. Insomma l’acqua strappata al territorio, non solo per metterla in bottiglia con un po’ di gas e rivenderla a caro prezzo sui tavolini della creative class globale, ma anche e sempre più per sublimarla in un ancora più lucroso e immateriale brand di rilevanza tanto ampia quanto più si allargano le onde della comunicazione. Spinte da una classica strategia di impresa: si cercano e si trovano “radici” nei territori locali, radici genuine, che poi impacchettate e transustanziate si rivendono, localmente ma non solo, cavandoci lauti profitti. Il che non sarebbe nulla di male se non avvenisse quasi sempre a spese esclusive (ambientali, sociali, e con consumo di risorse non rinnovabili, come il territorio stesso) delle popolazioni e degli ambienti inseriti nel “pacchetto”.
Guardando con un po’ di attenzione in più, insomma, il progetto dell’ archistar internazionale calato sulla valle del fiume Brembo, a fare da ciclopico sfondo alle tradizionali terme di San Pellegrino, giusto di fronte all’imponente mole del Grand Hotel sull’altra sponda, racconta benissimo a modo suo l’idea di sviluppo locale a partire dall’acqua.
Siamo in una delle tante articolazioni territoriali del sistema padano, e precisamente in una delle valli immediatamente affacciate verso la megalopoli delle pianure. Il fiume Brembo inizia a raccogliere le sue acque dai versanti più alti, su in direzione del passo San Marco (passaggio a nord-ovest mitico simbolico della Lega Nord), e poi si fa strada attraverso le seconde case delle stazioni turistiche, fino a sfociare in quella specie di escrescenza milanese che è l’area metropolitana di Bergamo. La megalopoli spinge, e risale il fiume insinuando da lustri fra le montagne la sua materia costitutiva: asfalto, cemento, e tempi rapidi di messa in opera. Poco più su dell’imbocco bergamasco della valle, il ridente borgo di San Pellegrino, col suo appeal turistico un po’ appannato e in cerca di rilancio attraverso la promozione pubblico-privata del territorio, come usa oggi.
I fatti, riassunti in poche battute [2], sono: un accordo di programma fra vari soggetti per la riqualificazione delle strutture termali, che comporta corposi investimenti in infrastrutture e trasformazioni territoriali varie. Nella migliore tradizione di questo tipo di interventi cosiddetti “integrati”, alla parziale deroga dalle procedure correnti corrispondono altri investimenti più o meno diffusi tesi al miglioramento della città, a interventi sociali, di formazione ecc. La cosa particolare nel caso specifico, però, è che la materia prima costituita dall’acqua sembra aleggiare ovunque come collante di identità, accordi, ambienti, ma allo stesso tempo essere ridotta a inafferrabilissimo brand. Tutto comincia a tenersi, se si prende in considerazione la qualità particolare dell’operatore privato coinvolto.
Si tratta infatti di Premium Retail, che come recita il sito web “è impegnata nella realizzazione di luoghi di alto profilo per produttori, distributori e consumatori”, luoghi che vanno intesi nella logica del complesso commerciale-turistico, se non esattamente dello shopping mall tradizionale mediato dalle forme più moderne del villaggio della moda, o di altre variegate innovazioni cosiddette mixed-use. E basta leggere un po’ meglio gli obiettivi di impresa per confermare la centralità di un tipo di sviluppo in cui quei luoghi prendono soprattutto la forma di metri cubi edificati, che siano i “grandi blocchi di pietra disordinati” dell’ archistar internazionale o altre più prosaiche aggiunte al panorama di valli e pianure, fino alle banalissime solite villette delle seconde case. Un modus operandi che del resto è piuttosto caratteristico (quasi da manuale, verrebbe da dire) di questa idea di sviluppo di iniziativa privata, applicata via via a territori relativamente deboli per un motivo o l’altro, che si tratti di aree urbane industriali che necessitano di rigenerazione, o di bacini turistici in cui sfruttare commercialmente le varie risorse naturali, acqua, suolo, paesaggio ecc.
Nel caso specifico, l’acqua assume valenze multiple e per molti versi inedite.
C’è quello base, dell’acqua come risorsa naturale, che conforma il fiume, la valle, e che ha dato origine alla prima attività turistica locale, ovvero le terme. Proprio a partire da questo nucleo originario iniziano però presto ad articolarsi gli altri due, che caratterizzeranno gli sviluppi “postmoderni”: il turismo alberghiero e delle seconde case che ruota attorno alle acque termali; la visibilità anche internazionale del marchio San Pellegrino veicolata dall’acqua in bottiglia e dai flussi della comunicazione pubblicitaria correlata.
Esiste infine un altro aspetto, per nulla secondario dal punto di vista dei territori direttamente coinvolti, rappresentato … ehm, dagli stati della materia. Ci insegnano sin dalle elementari infatti che l’acqua nel suo ciclo naturale assume via via varie forme: il vapore delle nubi, le onde del mare, il bianco della neve sulle cime delle montagne. Nella valle dentro la quale si colloca San Pellegrino, queste montagne servono anche, da parecchi decenni, da grande resort sciistico, degradato più di recente verso le forme di esurbio della megalopoli padana, con gli ex pascoli e pinete invasi da quartieri “periferici” di seconde case, a volte prima casa e mezza se si pensa che da Milano ci vogliono un paio d’ore scarse di macchina.
Il progetto di rilancio del brand abbraccia così davvero, è il caso di dirlo, tutti gli stati della materia acqua. Quello più corrente, delle fonti termali da cui in origine scaturisce il primo sviluppo turistico/immobiliare. Quello dell’immagine immateriale, “svaporata”, che la pubblicità dell’acqua e della neve irradiano in tutto il mondo. Infine quello concreto risultante dell’impatto locale, non a caso il più sottolineato dai critici: l’acqua impastata al cemento, che bene o male sembra rappresentare sempre lo sbocco di qualunque idea di “sviluppo integrato”. E che, come piuttosto noto, non fa benissimo a tutto il resto. Forse pensava a questo, Frank Lloyd Wright, scrutando quella bottiglia di acqua San Pellegrino.
Ma ad operatori che lavorano a colpi di “messa a punto di format adeguati al territorio” oppure di “gestione delle attività di pre e post opening in vista dello start up” [3] ovviamente frega assai poco.
Soprattutto pensando che alla cordata di soggetti si è “aggiunta” (si fa per dire) nientepopodimeno che la San Pellegrino/Nestlè in persona, piuttosto nota per le sue politiche locali.
Nota: per alcuni (solo alcuni) aspetti di quanto accennato nell'articolo, si veda il caso della vicina Piazzatorre (f.b.)
[1] L’intervento dell’architetto è tratto dall’opuscolo Premium Retail, Nuovo Complesso San Pellegrino Terme [2008] scaricabile in pdf dal sito www.premiumretail.it .
[2] Desumo le informazioni generali sull’accordo di programma per lo sviluppo locale da un articolo pubblicato dal quotidiano locale L’Eco di Bergamo, “S. Pellegrino, via all’accordo per Grand Hotel e Terme”, il 22 novembre 2006, in occasione dell’assenso della Regione Lombardia; e dal numero unico di un gruppo di opposizione in consiglio comunale, Il Ponte News, febbraio 2008 scaricabile dal sito www.nicolabaroni.it .
[3] Entrambe le citazioni da: a.b., “Gruppo Percassi: con Premium Retail verso nuovi investimenti immobiliari”, http://www.fashionmagazine.it 12 Giugno 2008
La decisione di piantare un orto nel giardino della Casa Bianca va annoverata tra gli atti politici significativi di Barack Obama in questi suoi primi mesi di mandato. Il sogno che ebbe nel 1995 Alice Waters, vice-presidente internazionale di Slow Food, quando domandò formalmente - e inascoltata - ai Clinton di fare la stessa cosa, si è finalmente avverato.
Dai tempi di Bill e Hillary Alice ci ha sempre riprovato senza successo, ma già mentre sosteneva ardentemente la campagna presidenziale, e ancora mentre partecipava all’organizzazione per la festa di insediamento, mi confessò che Obama sarebbe stato la persona giusta.
I giornali parlano della precisa volontà di Michelle Obama rispetto a questa piccola grande svolta: infatti è tradizione che siano le first ladies a occuparsi di che cosa deve finire nei piatti presidenziali. Sono stati rievocati i Victory Gardens della signora Roosevelt in tempi di guerra, e questo è certo un bel modo di dare la notizia. Ma va detto che il grande movimento di persone legate al mondo del biologico, delle produzioni agricole locali, dei farmers’ markets e di Slow Food, una grande rete popolare che negli Stati Uniti sta facendo sempre più proseliti, ha senz’altro avuto un’influenza determinante.
Il fatto che l’uomo più potente del mondo si sia deciso a fare quello che i suddetti movimenti stanno da tempo realizzando nelle scuole e nelle comunità con gli school gardens (Slow Food da parte sua, dopo i progetti di Alice Waters negli Usa, ha già attivato circa duecento orti scolastici in Italia e quasi trecento nel resto del mondo) sancisce una volta per tutte che non si tratta di un vezzo salutista, di snobismo o, peggio, di «fanciullaggini»: è pura politica.
Non a caso è una decisione presa dopo l’annuncio da parte di Obama di voler riformare la Food and Drug Administration, l’ente che dovrebbe vigilare sulla sicurezza alimentare dei cittadini americani e intanto approva coltivazioni Ogm, ormoni della crescita nell’allevamento e ogni sorta di additivo alimentare. Cosa più importante è una decisione presa di fronte a una crisi epocale che sta mettendo a dura prova gli Stati Uniti e il mondo, quindi dal significato molto profondo, tanto più che dovrà dichiaratamente servire «da esempio a tutte le famiglie americane».
Non è soltanto un modo per procurarsi cibo più facilmente, è una vera questione economica: è la differenza che passa tra prezzo e valore. È probabile che sarà più dispendioso per Sam Kaas, il cuoco della Casa Bianca, coltivare da sé le materie prime, così com’è obiettivamente più costoso fare la conserva in casa rispetto al comprarla al supermercato. È la stessa cosa che ho visto fare a un contadino del pinerolese, che per ricominciare a coltivare un appezzamento ha dovuto fare un faticosissimo scasso del terreno e l’ha fatto a mano, mentre tutti gli consigliavano di chiamare qualcuno con una scavatrice: «No, preferisco le mie mani, almeno so cosa sto facendo al terreno». Ci sono cose che potrebbero sembrare non convenienti, ma nascondono un valore che va al di là dei semplici conti. Perché fare una conserva in casa è un atto politico; uno scasso a mano nel terreno è un atto politico; un orto è un atto politico.
È economia partecipativa, quindi anche democrazia partecipativa. Non conta quanto vale l’atto in termini di prezzo, ma è l´atto stesso, il cui valore sta nel chi lo compie, come lo compie e perché lo compie. Si tratta di mettere in moto le basi di una nuova economia locale, che ha evidenti vantaggi nel consumo di prodotti freschi, stagionali, più buoni, meno inquinanti, che non si accaniscono sulle tasche né del contadino né di chi mangia, ma che soprattutto rende protagonisti i cittadini e infonde una nuova consapevolezza del cibo, di quelli che sono i tempi e le esigenze della natura. In questo modo non si è più consumatori passivi - e nocivi al pianeta - ma si diventa padroni delle proprie vite, tra l’altro anche rendendosele più piacevoli.
Non so se è vero, come sostiene una ricerca dell’università di Uppsala, che coltivare un orto o un giardino allunghi la vita, ma è certo che potrebbe rivoluzionare in positivo le nostre abitudini alimentari e innescare processi virtuosi dalle ricadute che andrebbero molto al di là della nostra casa o del territorio di cui si fa parte. Ci voleva Obama per aprirci gli occhi? Ben venga, a patto però che quegli occhi restino bene aperti, e questo sta solo e soltanto a noi renderlo possibile.
UN’AQUILA reale imbalsamata in salotto. Un fucile in mano a un ragazzo di 16 anni, lo stesso a cui non si affida né un volante né una scheda elettorale. Le porte dei parchi aperte alle doppiette. L’uso senza limiti degli zimbelli, civette lasciate appese per le zampe ad agitarsi per ore, in modo da attirare con la loro sofferenza altre prede. È l’Italia della libera caccia, così come dovrebbe uscire dalla controriforma che ieri è arrivata in commissione Ambiente del Senato. Un terremoto che spazza via l’equilibrio faticosamente raggiunto con la legge quadro del 1992 e rischia di inasprire il contenzioso con l’Europa. Per l’Enpa (Ente nazionale protezione animali) è un ritorno al Medioevo.
Per Jane Goodall, una delle più famose etologhe, il segno di una sconfitta culturale: «Per quanto possa sforzarmi, alla mia età non riesco ancora a capire come persone civilizzate possano provare piacere nell’uscire di casa, togliere la vita a creature bellissime e poi appenderne la testa in salotto, per decorazione».
«La notizia della liberalizzazione dell’imbalsamazione l’ha colpita profondamente», racconta la scrittrice Margherita D’Amico - fondatrice della agenzia non governativa "La vita degli altri" che si occupa di trovare punti di incontro tra il mondo degli animali, quello degli uomini e quello dell’ambiente - che ha intervistato Jane Goodall nell’ambito del documentario sulla caccia "A ferro e fuoco" girato «per rompere il silenzio sulla trasformazione dei 700 mila cacciatori in imbalsamatori e sul rischio crescente per chiunque vada in campagna, visto che già l’ultima stagione venatoria è costata 42 morti e 85 feriti».
Il testo appena arrivato a Palazzo Madama è il frutto di una sintesi di varie proposte di legge presentate dalla forze di maggioranza. L’autore della stesura finale, Franco Orsi (Forza Italia), ritiene che le modifiche non restringano l’elenco delle specie tutelate, fatta eccezione per i danni prodotti all’agricoltura e per i rischi «all’incolumità pubblica». Di fatto saranno i sindaci e i prefetti a stabilire di volta in volta se i lupi o gli orsi costituiscono una minaccia da arginare premendo il grilletto.
La nuova legge trova l’opposizione degli ambientalisti, degli agricoltori e persino delle associazioni che raccolgono la maggioranza dei cacciatori (Arcicaccia e Federcaccia). Lipu, Lav e Enpa urlano allo scandalo parlando di "nuovo Medioevo". «Tutte le categorie direttamente coinvolte sono contrarie perché la legge quadro aveva messo fine alla guerra ideologica sulla caccia, ora si rischia di riaprire una lunga stagione di conflitti», nota il senatore del Pd Roberto della Seta. Bocciato dai diretti interessati, il nuovo disegno di legge sarà forse frutto di un sondaggio segreto? Per scoprirlo Legambiente, Lipu e Wwf hanno commissionato un sondaggio pubblico all’Ipsos. Ecco la sintesi. Il primo dato riguarda l’orientamento generale: il 69 per cento è fortemente contrario alle doppiette, il 21 per cento neutrale, il 10 per cento favorevole. Prolungare il periodo di caccia e aumentare i luoghi in cui si può sparare: 86 per cento contrari. Ridurre le sanzioni per chi uccide specie protette: 86 per cento contrari. Aree private in cui è possibile sparare agli animali: 89 per cento contrari. Doppiette nei parchi: 91 per cento contrari. Autorizzare a sparare agli uccelli migratori: 93 per cento contrari. Rilasciare la licenza di caccia a chi ha 16 anni se accompagnato: 94 per cento contrari. Se la maggioranza anti caccia era prevedibile, la misura del dissenso rispetto alla controriforma risulta particolarmente alta. E un’altra sorpresa arriva quando si analizza l’orientamento politico di chi risponde. In una serie di casi gli elettori di centrodestra sono ancora più contrari alla controriforma di quelli di centrosinistra. Solo il 5 per cento di chi vota per la maggioranza è favorevole ad autorizzare la caccia a specie protette contro un 7 per cento di elettori del centrosinistra. Solo il 3 per cento di chi vota per il Pdl vuole che i cacciatori possano sparare ai migratori contro il 6 per cento di chi vota per l’opposizione. Solo il 5 per cento di chi è schierato con il governo vede con favore l’idea di dare una doppietta a un ragazzo di 16 anni contro il 6 per cento di chi è schierato con l’opposizione.
L’atomo di Pantalone
Guglielmo Ragozzino – il manifesto
L'affare dell'energia è formidabile; un po' complicato, magari. Ieri Italia e Francia si sono accordate per un programma nucleare che in ipotesi potrebbe portare alla costruzione di quattro centrali in Italia nel giro di una decina di anni.
Le centrali non serviranno a risolvere i problemi energetici o ambientali italiani che sono diversi e maggiori. Grandi spazi di apprendimento scientifico non ce ne saranno: un altro obiettivo mancato. I francesi infatti sono titolari da molti anni di una loro tecnologia che riprodurranno tal quale da noi. Noi, in cambio, toglieremo dai guai la società francese del nucleare, Areva, che ha difficoltà a piazzare i suoi reattori. Nessuno al mondo li compra. Ma queste sono considerazioni meschine, come lo sarebbe contrapporre al nucleare il risparmio energetico o le rinnovabili. Da una parte vi sono grandiosi investimenti per imprese potenti che muovono capitali enormi; dall'altra piccole attività di persone comuni che vorrebbero scegliere, decidere della propria vita.
I francesi dell'Edf, Electricité de France, controllano in Italia la vecchia Edison, destinata, nel modello liberista, a svolgere il ruolo di concorrente di Enel. In nome dell'Europa, Edf ha avuto libertà di movimento. Ma in nome del grande capitale ha fatto un accordo con Enel, sottoscritto, ieri dai presidenti, Nicolas e Silvio. Edf ed Enel non saranno più veri concorrenti, ma soci, a braccetto. Nei dieci o quindici anni necessari a produrre il primo chilowatt, Edf, proprietaria delle centrali nucleari francesi, venderà a tutti i distributori italiani l'energia elettrica in eccesso che le è tecnicamente impossibile immagazzinare. I vantaggi per l'industria elettrica italiana saranno nell'importare energia al prezzo di liquidazione dei francesi e metterla in vendita nella rete italiana al prezzo maggiorato del sistema italiano. Inoltre i costruttori nazionali - Marcegaglia a capo della fila - potrebbero ricavarne qualche commessa.
L'impegno preso dal governo italiano, il primo tifoso di Enel, è quello di garantire l'ordine pubblico nei dintorni delle erigende centrali. Il sistema italiano dei reattori atomici è stato fermato dalla volontà della popolazione, venti e più anni fa. Più tardi, in questo secolo, un'intera regione, la Basilicata, ha impedito di scaricare a Scanzano Ionico le scorie di tutte le centrali dismesse. Così i francesi avranno chiesto - e ottenuto - garanzie e assicurazioni economiche: simili eccessi non si ripeteranno, avranno promesso in coro l'Enel e il governo italiano.
La gestione delle scorie è il motivo addotto da Obama per chiudere di nuovo ogni finanziamento governativo ai programmi di nuove centrali nucleari in Usa. Qui in Italia rimane un mistero.
Come altri misteri sono i siti per le centrali, i modelli stessi del nucleare all'italiana, tenuto conto che quello auspicato ancora non esiste, e soprattutto il nome di quel generoso mecenate che pagherà per gli studi e le prime esperienze del futuro atomo. Ma - volete scommettere? - il suo nome è Pantalone.
Radiografia del business atomico
Maurizio Ricci – la Repubblica
È chiarissimo perché la Francia voglia costruire quattro centrali nucleari in Italia. Nonostante il gran parlare di rinascita del nucleare, i reattori effettivamente in costruzione in Europa sono, in tutto, tre: due in Francia, uno in Finlandia.
La commessa italiana più che raddoppia il libro degli ordini, un traguardo assai appetibile per Areva, protabandiera dell’industria atomica francese, nel momento in cui deve difendersi dalla concorrenza degli altri reattori di terza generazione (i Toshiba-Westinghouse e i General Electric), deve cavarsi fuori dalla maretta creata dal divorzio con il partner tedesco di sempre, la Siemens e deve difendersi dalle polemiche sui ritardi nei progetti già in corso. Una salutare boccata di ossigeno. Non è altrettanto chiaro perché li voglia far costruire l’Italia.
Le motivazioni che vengono offerte sono, sostanzialmente, tre. Cominciamo dalla quarta, che nessuno dice ad alta voce, perché è poco elegante, ma che è fra le più efficaci. Il nucleare è, anzitutto, un grande business, di quelli che piacciono alle grandi aziende, perché muovono una montagna di soldi, vasti giri d’affari, appalti, commesse: è l’aria che i grandi gruppi, come quelli dell’energia, respirano più volentieri. Torniamo ora alla prima motivazione ufficiale, questa, invece, proclamata ai quattro venti: si tratta di assicurare la certezza dell’approvigionamento nazionale di energia, viste le incertezze sul gas, protagonista assoluto, oggi, dell’elettricità italiana. È una motivazione solida. L’obiezione che Gazprom si prepara a dimezzare il prezzo del suo gas (visto il crollo del petrolio) ha il fiato corto: il problema del prezzo del metano e della sua disponibilità si riproporranno presto, non appena la congiuntura mondiale sarà tornata al bello. Una seconda motivazione esplicita - assai più fragile - è che si tratta di partecipare ad un importante sviluppo tecnologico.
Enel ed Edison, i più importanti gruppi italiani, fanno già nucleare, sia pure fuori dai confini nazionali. I dirigenti dell’Enel si sono più volte vantati di poter utilizzare, nelle loro centrali, tutte le tecnologie nucleari oggi disponibili. Può essere ipocrita, visto che in Italia, poi, il nucleare non l’abbiamo voluto. Ma non si può dire che i tecnici italiani non vedano un reattore. Inoltre la tecnologia di terza generazione dei reattori in programma è, per unanime ammissione, transitoria. Se tutto andrà bene, nel 2030 dovrebbero arrivare i reattori di quarta generazione, quelli, per dirla in breve, che non producono scorie. È opportuno partire, come da scaletta, fra il 2020 e il 2025 con reattori destinati a durare 50 anni, ma che, dopo 5 anni, sarebbero già obsoleti?
Infine, l’energia atomica non produce anidride carbonica e, dunque, effetto serra. Che è vero, ma è anche vero che non è la sola.
Considerando il costo effettivo degli impianti nucleari che si stanno costruendo in Europa, le quattro centrali italiane costeranno all’incirca 20 miliardi di euro. Ovvero, un punto e mezzo del Pil nazionale. È legittimo chiedersi se - nel governo e nelle aziende - qualcuno abbia provato a valutare quali effetti avrebbe avuto un programma altrettanto ambizioso di sviluppo delle fonti rinnovabili: quali risultati avrebbe dato, come avrebbe posizionato l’industria italiana nella tecnologia futura dell’energia, quale sarebbe stato l’impatto sull’occupazione. È noto che, esaurita la fase del cantiere, nelle centrali atomiche lavorano in pochi, soprattutto se la tecnologia la compri all’estero.
Ci sono altri interrogativi da sciogliere. L’Italia si riaffaccia al nucleare senza aver preventivamente risolto né il problema delle scorie, né quello della localizzazione delle centrali. Per ora, al mondo, solo la Finlandia ha individuato un luogo, geologicamente sicuro, in cui immagazzinare i residui che resteranno radioattivi per migliaia di anni. In Italia, siti simili - al riparo, per dire, dai terremoti - non esistono. Quanto ai luoghi dove costruire le centrali, si è parlato molto di "brown sites", cioè dei posti in cui le centrali già c’erano. Sarebbe, però, sorprendente tornare, ad esempio, a Trino, in mezzo alle risaie del Vercellese, con le falde acquifere a diretto contatto del Po.
C’è ancora un elemento che serpeggerà, più o meno sottotraccia, nel dibattito dei prossimi giorni. Ed è la tesi che il kilowattora atomico costi poco. Questa è, come minimo, una scommessa. Il costo del kilowattora nucleare è determinato dal costo di costruzione dell’impianto, perché, fino a che la spesa non sarà ammortizzata, gli incassi servono a compensare il capitale investito nella centrale. È un costo rigido: la centrale atomica non si può spegnere o abbassare. Il reattore deve funzionare al 90-95 per cento della capacità, producendo, dunque, tot kilowattora, quale sia il prezzo finale. Quindi, l’investimento effettuato dalle aziende è il parametro cruciale. Avranno l’aiuto di sussidi, a carico dello Stato e del contribuente? Finora, questo è stato assolutamente escluso. Tuttavia, è bene sapere che, in Francia, il kwh nucleare costa poco, sia perché gli impianti sono già stati ammortizzati, sia perché lo Stato francese si fa carico dei costi delle infrastrutture, come di quelli del futuro smantellamento delle centrali obsolete, non piccoli, se si pensa quanto sta costando alla Sogin sbaraccare le vecchie centrali italiane.
In Italia, ad oggi, questo non sarebbe possibile. Tutti i costi dell’energia sono in bolletta: il sistema energetico italiano, oggi, si sostenta da solo. Quindi avremo un kwh nucleare che costerà tanto o poco, a seconda di quanto costeranno i kwh da altre fonti. Questa è la scommessa ed è tutta a carico del consumatore. Perché, poi, nell’attuale sistema italiano, il prezzo del kwh in bolletta è quello del produttore marginale, cioè più costoso. Potrebbe essere la centrale nucleare, costretta a produrre in ogni caso.
Anche l’energia alternativa fa gola a Cosa nostra. Con una duttilità e una preveggenza degne delle imprese più all’avanguardia, la mafia siciliana si apprestava a mettere le mani sul nuovo business dei cosiddetti parchi eolici, che in Sicilia sembra essere diventato la nuova frontiera degli affari, specialmente dopo la stretta determinata dagli scandali sulla sanità.
Un gruppo di imprenditori, mafiosi, amministratori e dipendenti pubblici è stato bloccato da una indagine della Procura distrettuale antimafia, mentre si apprestava a gestire un giro d’affari milionario imperniato sullo sfruttamento dell’energia eolica. La squadra mobile e i carabinieri di Trapani hanno eseguito otto ordini di custodia cautelari emessi dal Gip di Palermo: si tratta di un’organizzazione, adesso accusata di associazione mafiosa e di altri reati minori, che prendeva linfa dalla sinergia politico-mafiosa intrecciata intorno alle figure di Vito Martino, ex assessore ed oggi consigliere comunale di Forza Italia a Mazara del Vallo, e dell’imprenditore Melchiorre Saladino, imprenditore di Salemi indicato come molto vicino al boss latitante Matteo Messina Denaro.
I due, almeno da ciò che risulta dalle indagini, sarebbero la "mente" che ha consentito una penetrazione profonda dentro l’amministrazione del grosso centro marinaro del Trapanese, anche perchè bene inseriti nel gruppo mafioso che fa capo alla "famiglia" mafiosa degli Agate, di Cuttone (suocero di Martino) e di Giuseppe Sucameli, un architetto dipendente del Comune di Mazara attualmente detenuto perchè condannato per associazione mafiosa.
L’aspetto che più preoccupa magistrati e investigatori riguarda la presenza, in questa storia di mafia, di imprenditori del Nord per nulla impressionati dai metodi - certamente lontani dalle regole richieste dal libero mercato - degli "amici" incaricati di far ottenere "il necessario" per ottenere le regolari concessioni per impiantare i parchi eolici. Così, tra gli arrestati spicca il nome del trentino Luigi Franzinelli, ex dirigente sindacale Cgil (fino al 1993) poi divenuto attivo imprenditore nel settore dell’energia, con cariche pubbliche di una certa importanza, come la Municipalizzata dei servizi energetici di Riva del Garda.
Un ruolo ancora non definito, secondo i magistrati, è quello della "Fri-El Green Power", impresa entrata nella vicenda in fase conclusiva e sospettata di aver finanziato con un contributo di 30.000 euro - senza iscrizione nel bilancio societario - la campagna elettorale di Martino, candidato alla Regione nelle ultime elezioni. In serata l’azienda ha smentito ogni coinvolgimento nella vicenda.
L’indagine risale al 2003, quando due ditte (la Enerpro e la Sud Wind srl) presentano al comune di Mazara del Vallo la richiesta per ottenere il via alla realizzazione di parchi eolici nel territorio. La tesi dell’accusa è che Saladino sia il mediatore incaricato da Cosa nostra e che la sua missione sia quella di favorire la Sud Wind, su "autorizzazione" degli Agate, di Messina Denaro. Una decisione presa addirittura in una riunione ufficiale tenutasi alla "Calcestruzzi Mazara Spa" del boss Mariano Agate. Aiutare la Sud Wind, dunque, significa danneggiare la concorrenza e allora Saladino si procura (attraverso impiegati comunali infedeli) il progetto della Enerpro in modo da adattare e migliorare il progetto dell’impresa protetta.
Di primo piano, il ruolo di Vito Martino, "Vituzzu", riconosciuto dai boss - anche da Paolo Rabito, capo di Salemi noto per il coinvolgimento nel processo Andreotti - come "quello che ci porta avanti le cose di qua, i parchi eolici". E infatti ai due, Martino e Saladino, viene promessa una tangente di 150.000 euro, pagamento metà alla stipula della convenzione comunale, il resto alla conclusione dell’affare.
Poi si decide che, invece di soldi, la tangente si paga in parte in natura: una Mercedes E 220 per Martino, ma intestata ad una società riconducibile all’imprenditore trentino Franzinelli. Ma le cose di mafia non vanno mai lisce e, per evitare contrasti, il gruppo mafioso pianifica una specie di "messa a posto" che favorisce la scomparsa delle due imprese e la nascita della "Eolica del Vallo", che sarà l’unica ad ereditare le autorizzazioni già ottenute dalla "Sud Wind". I due progetti vengono unificati. Il "copione" poi verrà ripetuto con altre imprese, sempre col sistema di trovare accordi sotterranei garantiti dai mafiosi.
Vito Martino tenterà la scalata alla Regione nelle elezioni del 2006, non ce la farà: secondo dei non eletti. Poi l’intervento della magistratura.
La parola d'ordine "rottamare il petrolio" aleggiava ieri al convegno del partito democratico "Un new deal ecologico". Ogni tanto l'oratore di turno la ripeteva, con evidente soddisfazione. Per tutti i presenti, tranne uno, il concetto doveva essere chiarissimo e non metteva conto di spiegarlo. Con molta fatica, l'escluso si è dato due interpretazioni possibili, abbastanza contrastanti tra loro. La prima, più facile: meglio risparmiare i quattrini necessari per una seconda rottamazione delle auto, cioè la distruzione, con incentivo pubblico, di quelle più inquinanti, e usare il denaro non speso in un'altra direzione. Per esempio produrre auto con minore consumo petrolifero (o addirittura ibride oppure a gas). La seconda spiegazione, più letterale, era invece: "rottamare il petrolio" significa impegnarsi per un petrolio meno inquinante, intervenendo sulla raffinazione, sulle qualità del greggio importato, sui prodotti derivati. Il passaggio dall'olio combustibile al gas, per far girare le turbine nelle centrali elettriche, è stato un processo concreto di "rottamazione del petrolio".
Ora può darsi che risolvere i dilemmi di quell'unico ascoltatore senza certezze non valga nulla; ma se si immagina che all'interno di un continente, di una nazione, di una maggioranza politica, o anche soltanto di un partito di opposizione, l'opinione sia divisa, e due siano le soluzioni, allora l'interesse di saperlo cresce. Nel Pd, par di capire, il segretario Veltroni intende la parola d'ordine con il primo significato, mentre il ministro ombra Bersani è più orientato sul secondo; anche se questo aspetto non è stato chiarito, data l'assenza di Pierluigi Bersani dalla riunione di ieri degli ecologisti del partito.
Bersani, allora ministro dello sviluppo economico, non era andato alla Conferenza ambientale organizzata dal suo governo nel settembre del 2007 alla Fao. Molti ne ricavarono l'impressione che quella Conferenza fosse inutile. I problemi dell'energia - e dei suoi padroni - erano rimasti fuori della porta.
La relazione è stata letta ieri da Fabrizio Vigni, presidente degli Ecologisti democratici, deputato senese della direzione del partito. Meticolosa e ispirata, la relazione partiva da John Kennedy, antenato di Obama e concludeva con Alex Langer e un proverbio beduino.
"Guidare la nuova rivoluzione industriale. Il carbone e la ferrovia segnarono la prima. Il petrolio e l'auto la seconda. Le energie rinnovabili, le tecnologie pulite, l'economia ecologica, quella che sta dinanzi a noi. Non è una buona, forte, affascinante idea?". Così parlò Vigni. Da metà dicembre è responsabile dell'organizzazione e l'ecologia, in sostanza, è retta da altri. Che abbia svolto lui la relazione deve avere un significato; anche se quello stesso ottuso di prima non è riuscito a coglierlo. E c'era tempo per citare Leonardo, ma non per dire una parola sul nucleare.
Sul nucleare, il partito si esprime in una pagina di un documento ufficiale che dopo averci girato a lungo intorno, arriva al punto: "Nel merito, invece, per rendere credibile l'opzione nucleare è quindi necessario risolvere almeno sei forti criticità, connesse alla sicurezza, all'ambiente, alla partecipazione dell'industria nazionale, all'economicità, alla costruzione del necessario consenso sociale e alla ricerca". Obama non ha menato tanto il can per l'aia: ha detto che per il deposito nazionale per le scorie di Yucca Mountain c'era già stata una spesa altissima e nessuna sicurezza di arrivare a un risultato accettabile. Meglio non buttare altri soldi. Ma Obama, per Walter Veltroni, vale solo nei giorni dispari.
Veltroni, segretario del partito, ha parlato della necessità una "rivoluzione verde", ma non basta dirlo "per trasferire il mondo alle generazioni future". Si deve fare di più "nel settore automobilistico, dell'edilizia", arrivando financo "alla rottamazione del petrolio che è una scelta economica e politica".
Ermete Realacci ha insistito sulla sua vecchia idea dei milioni di posti di lavoro che "con la ricerca e l'innovazione si possono produrre in pochi anni". Non che non sia vero, ma scuola e formazione sembrano indirizzate altrove.
Splendido l'intervento di uno che ci capisce, Edo Ronchi. Un gran lavoro lo aspetta se vuole spostare sui suoi temi il partito Pd.
Se il "global warming" va sotto processo
Pascal Acot
Quella che stiamo vivendo in questi anni è una svolta indiscutibile nella storia del clima. Il pianeta si riscalda sempre di più. Il global warming è un processo complesso che non è certo rimesso in discussione dall’attuale ondata di freddo abbattutasi sull´Europa. La situazione di questi giorni - che per altro non è assolutamente eccezionale, visto che negli ultimi decenni bbiamo conosciuto periodi anche più freddi - è piuttosto il segno di un progressivo sregolamento climatico dovuto all’innalzamento globale della temperatura.
Nel corso del secolo scorso la temperatura del pianeta è aumentata dello 0,6 per cento, con un margine d’errore dello 0,2 per cento. Forse non siamo ancora di fronte a una tragedia irreversibile, ma ciò non significa che non si debba intervenire. Anche perché non siamo assolutamente in grado di fare previsioni affidabili.
L’unica certezza è il ruolo fondamentale svolto dalle attività umane nel processo che aggrava il riscaldamento del pianeta, riscaldamento che finora era solo di origine astronomica. E siccome la prossima fase di glaciazione sarà tra 50 mila anni, non possiamo contare sulla variabile astronomica per combattere la deriva del clima.
La natura non può rimediare ai nostri errori, anche se alcuni fenomeni sembrerebbero indicarlo. Ad esempio, secondo alcune ricerche, lo scioglimento dei ghiacci polari dovuto al riscaldamento climatico metterebbe in moto un processo naturale in grado di combattere l’effetto dei gas serra.
Si tratta solo di un’ipotesi, che se fosse confermata mostrerebbe quanto possa essere imprevista l’evoluzione climatica. Sapere che la natura sa reagire, non dovrebbe però spingerci all’attendismo. Invece, forse inconsciamente, coltiviamo tutti l’illusione che la natura sia capace di ristabilire da sola il proprio equilibrio. La pensiamo come una realtà indistruttibile e tale percezione diventa un alibi per non agire e addirittura per non rispettare gli impegni già presi.
Si pensi ad esempio al protocollo di Kyoto, che finora non è riuscito a ottenere i risultati auspicati. I gas serra dovevano diminuire e invece tra il 2005 e il 2007, la Spagna ha aumentato le emissioni di gas serra del 53 per cento, il Portogallo del 43 per cento e l’Irlanda del 26 per cento. Per non parlare dell’impatto sull’ambiente delle cinquantadue centrali a carbone messe in cantiere dalla Cina.
Insomma, nonostante gli accordi di Kyoto, la situazione si degrada, forse perché le popolazioni non percepiscono ancora le trasformazioni climatiche come una vera minaccia.
Quando si parla del riscaldamento del pianeta si dimentica spesso che le maggiori conseguenze di tale situazione ricadranno sui paesi più poveri, per i quali l’ecologia è un lusso insostenibile. Quando non si sa come nutrire i propri figli, non ci si preoccupa certo del riscaldamento climatico e si cerca solo di sopravvivere. Anche nei paesi occidentali, a pagare saranno soprattutto le popolazioni più fragili vale a dire i bambini, gli anziani, i malati e i più poveri. Questa vulnerabilità però non è quasi mai presa in considerazione, rimuovendo quindi le conseguenze concrete prodotte dai cambiamenti climatici, conseguenze che saranno una vera e propria tragedia per moltissime persone.
Ecco perché il global warming non è solo un problema ecologico, ma anche e soprattutto un problema sociale e politico. Le catastrofi naturali, sempre più frequenti degli anni a venire, vanno viste innanzitutto come catastrofi sociali, i cui costi economici e umani risulteranno ogni volta più drammatici. La battaglia, quindi, non può svolgersi solo sul terreno ecologico, deve spostarsi sul sociale.
Accanto alle misure per limitare le emissioni dei gas serra, bisognerebbe già intervenire per aiutare le popolazioni ad adattarsi a un´evoluzione climatica ineluttabile.
Ad esempio, dovremmo aiutare i paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo ad affrontare siccità sempre più gravi. Occorrerebbe un piano straordinario di interventi di medio e lungo periodo per evitare terribili drammi umani e flussi migratori sempre più incontrollabili.
In una fase di crisi economica come quella attuale è però difficile pensare politiche straordinarie capaci di mettere in campo ingenti risorse. Di fronte alla crisi, chi governa sceglie sempre le soluzioni più economiche, senza rendersi conto che quasi sempre sono le più costose sul piano ecologico. Anche l’industria mira esclusivamente al profitto immediato, senza preoccuparsi del costo per la collettività delle sue scelte, rivelando così una contraddizione insanabile tra economia e ecologia, tra interesse privato e interessi collettivi. Per questo, una politica preoccupata della difesa del pianeta avrebbe bisogno di un forte impulso pubblico e di una pianificazione capace di proiettarsi nel futuro. Senza la pressione dello Stato, le imprese non prenderebbero mai misure a difesa dell’ambiente, di solito molto costose e senza benefici economici immediati.
Purtroppo le élite politiche ed economiche si sono sempre dimostrate lontane dai problemi reali della gente, usando l’ecologia solo per fare qualche risparmio. Lo Stato di solito si limita a incitare i cittadini a cambiare i loro comportamenti (una politica che non costa nulla), quando invece sarebbe necessario un sostegno tecnologico ed economico alle imprese, affinché abbandonino le tecnologie più inquinanti. Per non parlare delle misure contraddittorie: si tassano le automobili più inquinanti, ma si lascia esplodere il trasporto su strada. Insomma, mancano politiche coerenti e di lungo periodo. Si aspetta di essere con le spalle al muro per intervenire, ma così facendo si arriva sempre troppo tardi.
Un’economia non distruttrice della natura non può che nascere in un contesto molto dirigista che pone vincoli e tiene conto innanzitutto dell´interesse futuro della collettività.
Di recente, in occasione della crisi finanziaria mondiale, abbiamo assistito a un interventismo statale molto accentuato. Questo stesso atteggiamento, fatto di decisionismo e volontarismo, sarebbe necessario anche sul piano ecologico. Come pure sarebbe necessario che la sensibilità ecologica - indubbiamente oggi più diffusa che in passato - si trasformasse in comportamenti concreti e scelte operative. Per adesso però quasi nessuno è veramente disposto a cambiare il proprio stile di vita. Sarà probabilmente un processo molto lungo. Il problema però è che nessuno sa dire con esattezza quanto tempo ci resti.
(testo raccolto da Fabio Gambaro)
Ma il tempo non è il clima
Antonio Cianciullo intervista Jeremy Rifkin
Un Capodanno con il cappotto pesante, qualche aeroporto bloccato per neve e subito l’affondo degli eco scettici: «Il global warming rallenta». C’è veramente un´inversione di tendenza? «Nella letteratura scientifica internazionale non esiste traccia di questi dubbi», risponde dal suo studio di Washington Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends. «Forse in Italia c’è ancora qualcuno che confonde il tempo con il clima. Eppure il concetto è semplice: provo a ripeterlo. Per capire dove va il clima occorre osservare i lunghi periodi, prendere in considerazione le serie degli anni. E da questo punto di vista il quadro è chiaro: gli anni Ottanta sono stati i più caldi nella storia delle meteorologia, i Novanta li hanno battuti e questo inizio di secolo segue il trend del rialzo di temperatura».
Anche con un Natale freddo?
«Ecco, appunto, adesso parliamo del tempo, cioè della meteorologia che, tra l’altro, si sta comportando esattamente secondo le previsioni degli scienziati Onu: aumentano gli eventi estremi. In questo caso, per la verità, non si è neppure registrato un evento estremo. Semplicemente non c’è una progressione meccanica; non succede che ogni Natale sia un po’ più caldo di quello precedente, anno dopo anno, in modo geometrico. Registriamo sbalzi in alto e in basso: quello che conta è la tendenza».
E la tendenza in che direzione ci porta?
«In una direzione pessima. Già le previsioni dell’Ipcc sono preoccupanti, ma James Hansen, il più importante climatologo degli Stati Uniti, dopo una lunga ricerca sul campo ha lanciato un allarme che deve far riflettere: fermare la concentrazione dell’anidride carbonica in atmosfera a 450 parti per milione non basta se vogliamo evitare uno scenario catastrofico».
Abbiamo già superato le 380 parti e fermarsi a quota 450 viene considerato un obiettivo ambizioso.
«Hansen ha fatto dei carotaggi sul fondo dell’oceano e ha ricostruito cosa è accaduto in passato quando la concentrazione di anidride carbonica è aumentata molto velocemente. Se si rimane a quota 450 anche per pochi anni, si raggiunge il tipping point, cioè la soglia di non ritorno, e la temperatura sale rapidamente di sei gradi: un salto che comporterebbe la fine della nostra civiltà».
Qual è il tetto da non superare?
«Le 350 parti per milione. Cioè un valore inferiore a quello attuale: dobbiamo far ridiscendere la concentrazione di anidride carbonica varando piani come quello predisposto dal governo della Gran Bretagna: investire in efficienza e nelle fonti rinnovabili per arrivare a tagliare le emissioni serra dell’80 per cento entro il 2050».
Investire con questa crisi economica?
«La crisi ci aiuta perché il modello della terza rivoluzione industriale, quella basata sull’energia diffusa, sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza, è la sola possibilità per far ripartire il motore dell’economia».
Il piano Obama sulle rinnovabili.
«Quel piano coglie solo una parte delle possibilità: manca una coerente visione d’assieme. Non basta limitarsi a creare qualche pezzo di economia che funziona: occorre costruire l’infrastruttura necessaria alla terza rivoluzione industriale e da questo punto di vista il ruolo degli edifici è determinante. Dovremo avere milioni di case e di uffici che invece di consumare energia la producono usando il sole, il vento, il riciclo dei rifiuti. Dovremo muoverci con veicoli a zero emissioni che usano idrogeno ottenuto con energia rinnovabile. Dovremo affinare la tecnologia delle fonti rinnovabili usando anche geotermia, maree, onde. Solo in questo modo riusciremo a risolvere assieme le tre grandi crisi che ci minacciano: la crisi della finanza globale, la crisi della sicurezza energetica, la crisi del cambiamento climatico».
Chi sarà il protagonista di questa rivoluzione?
«Dal punto di vista politico l’Unione europea ha molte carte da giocare perché la sua visione strategica è centrata sulla qualità della vita: punta ad aumentare l’efficienza, a conciliare il mercato con la protezione sociale, a trovare soluzioni che tengano conto della collettività e non solo dell’individuo. Dal punto di vista industriale bisogna compensare vent’anni passati ad accumulare debiti e a investire poco in innovazione e ricerca. Per questo abbiamo costruito il Tavolo dei business leader della terza rivoluzione industriale. Hanno già aderito cento tra presidenti e amministratori delegati delle più importanti industrie a livello globale nei settori strategici: le fonti rinnovabili, l’edilizia avanzata, i trasporti a basso impatto ambientale, le reti intelligenti. Saranno loro a dimostrare che oggi il colore del business è il verde».
I negazionisti del gas serra
Luca Mercalli
Karasjok, nella Norvegia settentrionale, è uno dei luoghi più freddi d’Europa, nel 1886 ha registrato 51 gradi sottozero. Nei giorni scorsi vi faceva più caldo che a Piacenza, con "soltanto" meno nove gradi, nel buio della notte polare. Lassù il dicembre 2008 si è chiuso con sette gradi oltre la media. Quindi, mentre nell’Italia innevata il riscaldamento globale non va più di moda, in Scandinavia si potrebbero fare titoli cubitali sulla sua avanzata. L’aggettivo "globale" serve proprio per evitare questo continuo rumore di fondo focalizzando l’analisi su un dato significativo per l’intero pianeta. Michel Jarraud, segretario generale dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha dichiarato che «nonostante l’attuale freddo sull’Europa centro-meridionale, la tendenza generale rimane senza dubbio verso il riscaldamento». Ed è la stessa agenzia internazionale, che dal 1951 coordina le osservazioni meteorologiche di tutto il mondo, a ribadire che il 2008 è stato il decimo anno più caldo dal 1850 (il settimo in Italia dal 1800, dati Cnr-Isac) e ha visto una stagione degli uragani atlantici tra le più attive, con 16 eventi. E i ghiacci artici in aumento? Frutto di un frettoloso giornalismo in cerca di scandali, basato su dati non correttamente interpretati a causa di differenti satelliti utilizzati dal 1979 a oggi per misurare la banchisa artica. (AspoItalia ha fatto chiarezza qui: www.aspoitalia.it/archivio-articoli).
Ma è assurdo trasformare il problema del cambiamento climatico antropogenico in uno scontro da tifoseria calcistica: oggi fa freddo uno a zero per i negazionisti, domani fa caldo e segnano i serristi. Così come è assurda la divisione, aggressiva e improduttiva, tra elenchi di scienziati pro e contro: la scienza non si fa a maggioranza, ma verificando le ipotesi con fatti ed esperimenti. L’Ipcc, tanto vituperato quanto poco conosciuto, non è certo depositario di verità assolute, ma ha posto in essere dal 1988, anno della sua fondazione, un serrato processo di validazione dei dati che è quanto di meglio oggi si sia riusciti a mettere in atto con la cooperazione di tutti i governi.
Il riscaldamento degli ultimi decenni è inequivocabile e l’aumento dei gas serra è il processo fisico che ha maggiori probabilità di spiegarlo, come aveva già intuito nel 1896 il chimico svedese Svante Arrhenius. Sulla previsione del futuro le incertezze sono molte di più, lo diceva già il Nobel per la fisica Niels Bohr, ma da quando nel 1967 Syukuro Manabe e Richard Wetherald del Geophysical Fluid Dynamics Laboratory di Princeton elaborarono la prima previsione numerica computerizzata del riscaldamento atmosferico causato dall´aumento dei gas serra, qualcosa si è imparato e il legame più CO2 uguale più caldo non è mai stato smentito. Semmai è la complessità delle interazioni nell’intero sistema terrestre - atmosfera, oceani, ghiacci, suoli, foreste, alghe, batteri, uomo - rendere per ora limitata la comprensione del problema. Il fatto che poi le risposte all’aumento della concentrazione di gas serra siano lente rispetto alla durata della vita umana e si esplicitino in molteplici modalità, ci priva di quella desiderabile verifica causa-effetto che in altri settori della scienza è talora più netta, ma meno diffusa di quanto si immagini. Se prendiamo la medicina, vediamo che sono ancora molte le patologie mal conosciute. Non per questo si rinuncia alla cura. E considerando il fumo, pur nella concorde affermazione della sua tossicità, nessuno è disposto a credere che quelle cupe minacce stampate sul pacchetto di sigarette si verificheranno proprio su di sé molti anni più tardi. Se le sigarette uccidessero all´istante, il nesso causa-effetto sarebbe chiarissimo e nessuno fumerebbe.
La posta in gioco sul riscaldamento globale è dunque così alta che la sua prevenzione, in sintesi la riduzione dell’uso di combustibili fossili a vantaggio di energie rinnovabili e sobrietà, presenta comunque vantaggi collaterali, come nel caso del fumo, clima o non clima. Consumare meno e meglio, ridurre inquinamento e rifiuti, chiudere i cicli produttivi in un pianeta limitato, è un progetto per la salvaguardia a lungo termine del nostro benessere. Personalmente detesto il caldo e adoro neve e freddo, non sono dunque un teologo del riscaldamento globale, preferirei senz’altro l’avvento di un’era glaciale. Ma le evidenze che qualcosa non funziona nel termostato terrestre sono tanto più numerose di quelle che minimizzano il problema, da non poterle trascurare.
Un impianto capace di rigassificare 8 miliardi di metri cubi/anno di GNL (gas naturale liquefatto), pari a quasi il 10 per cento del consumo annuo italiano, utilizzando per il processo acqua di mare prelevata da una piccolissima baia quasi priva di ricambio idrico.
Proponente, la multinazionale spagnola Gas Natural, che ha individuato il sito di Trieste-Zaule, nel cuore del porto industriale (ma anche a poche centinaia di metri da quartieri densamente abitati) e all’interno della baia di Muggia, nell’estremo settentrionale dell’Adriatico.
Si prevedono un traffico di navi gasiere pari a 110 unità all’anno, lo scarico di circa 750 mila metri cubi/giorno di acqua fredda e trattata con cloro, un investimento di circa 400 milioni di Euro e un’occupazione diretta a regime di 80 persone, più circa 350 nell’indotto.
Questi i dati essenziali del progetto del terminale di rigassificazione per GNL che interessa il capoluogo giuliano, uno della quindicina di impianti analoghi proposti in Italia negli ultimi anni.
Con la differenza che questo, a differenza di altri, pare avviato ad ottenere il via libera per la costruzione. Nel giugno scorso, infatti, la Commissione VIA del ministero dell’ambiente ha espresso parere di compatibilità ambientale favorevole sul progetto.
I pareri sulla VIA.
Un parere francamente ignobile: leggendolo si scopre infatti che la Commissione – era quella nominata dall’allora ministro Pecoraro Scanio – ha preso per oro colato tutto ciò che Gas Natural (e la sua consulente per il VIA, la misteriosa società “Medea”, svizzero-lussemburghese ma formata da tecnici italiani ex ENEL e ENI) ha raccontato nei propri studi.
In compenso, la Commissione ministeriale ha omesso – violando così la legge - di considerare le obiezioni e le critiche approfondite ai medesimi studi, contenute nelle osservazioni presentate dalle associazioni ambientaliste e nei pareri di alcuni Comuni.
Bastino alcuni esempi, tra i tanti possibili: 1) nessuno degli elaborati di Gas Natural/Medea è firmato dagli estensori, né si può capire chi li abbia redatti (ancorché le norme sulla VIA prescrivano “dichiarazioni giurate” degli autori sulla veridicità dei dati contenuti); 2) gli studi sugli effetti della dispersione nella baia di Muggia dell’acqua di mare utilizzata nel processo di rigassificazione sono grossolanamente manipolati, allo scopo di negare l’esistenza di problemi (mentre invece questi scarichi rappresentano la criticità ambientale principale legata al funzionamento dell’impianto); 3) lo studio sull’”effetto domino”, cioè sui pericoli legati ad incidenti che interessino il terminale, le navi gasiere o gli altri impianti a rischio di incidente rilevante esistenti nell’intorno (ce n’è una mezza dozzina), esiste in due versioni diverse, una sola delle quali messa a disposizione del pubblico per la procedura VIA, e in ogni caso risulta assai sommario e reticente; 4) nessuno studio prende in considerazione i rischi legati a possibili atti terroristici.
Si aggiunga che al progetto del terminale GNL manca l’indispensabile gasdotto di collegamento con la rete SNAM. Logica e normativa vorrebbero che la VIA considerasse entrambe le infrastrutture (l’una non ha infatti senso alcuno in assenza dell’altra).
A dire il vero, le tante lacune e incongruenze degli studi di Gas Natural/Medea erano state rilevate anche nel parere che la Regione Friuli Venezia Giulia aveva espresso (1 giugno 2007) nell’ambito della procedura VIA ministeriale. Un parere gesuitico, però, perché non concludeva – come sarebbe stato logico attendersi – con un giudizio negativo sulla compatibilità ambientale del progetto (si era ormai a quasi un anno e mezzo dall’inizio della VIA e il proponente aveva presentato un corposissimo studio di impatto ambientale e altrettanto corpose integrazioni dello stesso, senza risolvere nessuno dei problemi evidenziati), bensì si scaricava la responsabilità sul ministero dell’ambiente, invitandolo a richiedere eventuali ulteriori integrazioni.
Il “non parere” regionale era però accompagnato da una delibera di indirizzo politico, favorevole “per ragioni socio-economiche” alla costruzione non solo del rigassificatore proposto da Gas Natural, ma anche dell’analogo impianto off shore proposto dalla concorrente Endesa e previsto nel mezzo del Golfo di Trieste.
Si arriva così, un anno dopo, al già citato parere della Commissione VIA ministeriale. Come sia possibile che tale organismo, di cui facevano parte esperti di indubbia preparazione e prestigio (ma anche una pletora di avvocati…), abbia potuto esprimere un atto del genere, rimane un mistero.
Risulta – lo ha scritto l’Espresso, mai smentito – che si sia attivato Zapatero in persona, per perorare la causa di Gas Natural. Fatto sta che - 26 favorevoli, 18 assenti e 14 astenuti (su 58 componenti) – la Commissione il 20 giugno 2008 ha emesso parere favorevole.
Nel frattempo, SNAM aveva presentato (marzo 2008) per la procedura VIA il progetto di un gasdotto – parte sottomarino, parte terrestre - tra il terminale GNL di Trieste-Zaule e la rete SNAM a Villesse. Le due procedure sono però del tutto distinte tra loro e gli studi presentati dalle due società non hanno alcun rapporto l’uno con l’altro. D’altronde, anche il progetto del gasdotto solleva molte perplessità ambientali, specie perché non è stato adeguatamente valutato il rischio legato alla posa della condotta all’interno della baia di Muggia, con il conseguente sollevamento di grandi quantità di fanghi estremamente inquinati e l’inevitabile contaminazione della catena alimentare.
In realtà, l’incompatibilità del progetto di Gas Natural con il sito di Trieste-Zaule pare abbastanza evidente ad un esame tecnico obiettivo, per ragioni ambientali e di sicurezza, ma la politica deve averci messo lo zampino.
Il nodo del paesaggio.
Dopo l’ok, ancorché sgangherato come si è detto, della Commissione VIA, manca soltanto il “concerto” tra i ministri dell’ambiente e dei beni culturali, per concludere la procedura.
Sennonché la Soprintendenza ai beni paesaggistici e architettonici del Friuli Venezia Giulia aveva già espresso – su richiesta del proprio ministero - fin dal 2005, ribadendolo poi altre tre volte, il proprio parere negativo sul progetto, dal punto di vista paesaggistico. Motivazione principale: non è lecito aggiungere degrado al degrado. Se infatti il contesto nel quale sorgerebbe il rigassificatore è quello tipico di una zona industriale, nel sito costiero previsto per il nuovo impianto si è progressivamente impiantata una vegetazione spontanea che ha mitigato alquanto la preesistente situazione di degrado. La costruzione delle opere previste dal progetto e in particolare i due enormi serbatoi di stoccaggio del gas (altri più di 50 metri e larghi 81 metri ciascuno), più il pontile di attracco delle navi gasiere e la prevista modifica della linea di costa, rappresenterebbero un indubbio peggioramento del paesaggio.
Difficile sembrava, quindi, la concertazione tra i due ministri, visto che il parere negativo della Soprintendenza era stato ribadito - per la quarta volta! – l’11 agosto 2008. Ecco allora che il Direttore generale del ministero per i beni culturali, arch. Prosperetti, prima chiede a Gas Natural uno “studio di inserimento paesaggistico” per il terminale di Trieste-Zaule e poi convoca a Roma il Soprintendente del Friuli Venezia Giulia, arch. Monti.
Quest’ultimo, il 4 dicembre scorso, esprime un nuovo parere “a seguito della richiesta della Direzione Generale … tesa a voler ottenere un parere positivo sul proposto rigassificatore a Zaule”. Non è certo la prima volta che i vertici ministeriali premono sui propri organi periferici per “persuaderli” a mutare opinione su un progetto. E’ però forse la prima volta che tali pressioni vengono apertamente dichiarate in un documento ufficiale da un Soprintendente.
Va detto che il parere favorevole è accompagnato da prescrizioni: parziale interramento dei serbatoi per diminuirne l’altezza a 15 – 20 metri al massimo e arretramento degli stessi per non interferire con la fascia alberata esistente; nessuna modifica della linea di costa attuale; arretramento delle opere a mare previste (pontile di attracco, ecc.). Si tratta di prescrizioni tali da comportare una sostanziale modifica del progetto, perché – ad esempio – il parziale interramento dei serbatoi implica lo scavo di decine di migliaia di metri cubi di terreno pesantemente inquinato, con la conseguente necessità di provvedere alla bonifica dello stesso, di reperire una discarica idonea in cui smaltire i residui tossici della bonifica, ecc.
Resta da vedere, naturalmente, se le prescrizioni dell’arch. Monti saranno recepite nel decreto che i ministri dell’ambiente e dei beni culturali dovranno “concertare” tra loro.
La pianificazione svilita.
L’intera vicenda del rigassificatore di Gas Natural chiama però in causa anche lo stato penoso della pianificazione, tanto quella urbanistica e paesaggistica, quanto quella di settore. Non esiste infatti, com’è noto, uno straccio di piano energetico nazionale (l’ultimo, peraltro mai approvato in via definitiva, risale al 1988…), che permetta di capire quanti terminali di rigassificazione sono necessari (e perchè) all’Italia, né quali siano i criteri per una localizzazione ottimale degli stessi. Criteri che dovrebbero ovviamente considerare sia la taglia degli impianti, sia le connessioni con la rete dei gasdotti e la prossimità ai bacini di utilizzo del gas, ma anche le tecnologie di rigassificazione preferibili, le condizioni al contorno dal punto di vista ambientale (caratteristiche paesaggistiche, fisiche e biologiche delle aree costiere e marine interessate, ecc.) e socio-economico (possibili interferenze con altri usi della costa e del mare, ecc.).
Nulla di tutto ciò esiste, e malgrado le tante chiacchiere in proposito nessuno dei Governi succedutisi nei decenni scorsi ha saputo neppure abbozzare un piano degno di questo nome.
Il piano energetico regionale del Friuli Venezia Giulia, approvato nella primavera del 2007, tace sull’argomento delle grandi infrastrutture, limitandosi ad un modesto programma di incentivazioni alle fonti rinnovabili.
Il nuovo Piano Territoriale Regionale (che dovrebbe sostituire l’ormai “archeologico” P.U.R.G. del 1978), invece, adottato nell’ottobre 2007 e che dovrebbe avere anche valenza di piano paesaggistico, menziona quasi di sfuggita i rigassificatori, prescrivendo che “devono essere localizzati negli ambiti portuali industriali individuati ai sensi della L. 84/94 e s.m.i.”. Il che è come dire nel sito di Trieste-Zaule, posto che altri siti capaci di accogliere navi gasiere – se non altro per questioni legate alla profondità dei fondali – in Friuli Venezia Giulia non ne esistono.
Peccato che le questioni ambientali e di sicurezza, emerse nella procedura VIA, rimangano irrisolte e che il PTR non ne faccia menzione alcuna.
Senonché, il PTR pur adottato non è stato approvato, né si sa se lo sarà mai, essendo nel frattempo cambiata la Giunta regionale dopo le elezioni dell’aprile 2008 che hanno visto la sconfitta di Riccardo Illy e del centro-sinistra e la vittoria del centro-destra di Renzo Tondo.
Ma c’è di peggio. Il vigente Piano Regolatore del Porto di Trieste, infatti, non prevede il terminale GNL. Che ti fa l’Autorità portuale? Commissiona prontamente una variante ad hoc per inserire l’impianto nel PRP: a chi va l’incarico? Proprio a Gas Natural, che infatti nel dicembre 2006 inserisce gli elaborati di questa variante nelle integrazioni del proprio studio di impatto ambientale! Caso forse unico di variante allo strumento urbanistico di un ente pubblico, commissionata dallo stesso ente alla società privata che propone un progetto ancora sub judice, non previsto dallo strumento urbanistico vigente.
Di fronte alle contestazioni il presidente dell’Autorità portuale, dott. Boniciolli, replica che non gli risulta alcun incarico a Gas Natural per la predisposizione della variante, ma i documenti dicono che l’incarico c’è stato (magari dato da qualche suo predecessore), anche se la variante stessa non è mai stata adottata. Va però detto che, in base alla Legge 222/2007 (art. 46), l’autorizzazione ministeriale alla costruzione del rigassificatore – un atto che va rilasciato a valle della VIA, previa conferenza dei servizi - costituisce anche variante automatica allo strumento urbanistico portuale.
E ora?
Il mondo politico, nazionale e locale, aveva già deciso a priori – a cor prima che fosse presentato -che il progetto di Gas Natural s’ha da fare. La posizione della Giunta regionale di centro sinistra è del resto condivisa dalla nuova Giunta di centro destra. DS e AN, in particolare, sono sempre stati sfegatati sostenitori dell’impianto fin dal primo minuto, mentre qualche resistenza – invero debole – è emersa soltanto da qualche altro partner delle due coalizioni.
Intanto, però, l’uomo forte di AN a Trieste, l’on. Menia, è diventato sottosegretario all’ambiente…
Favorevoli, ça va sans dire, anche sindacati e industriali, così come il sindaco di Trieste, Dipiazza (PDL), mentre confermano il loro no – con voto unanime dei rispettivi Consigli comunali - i due Comuni minori coinvolti, Muggia e S. Dorligo-Dolina, entrambi retti dal centro sinistra.
Anche il Governo sloveno (quello uscito sconfitto dalla recenti elezioni) aveva espresso un parere nettamente contrario, supportato da un’approfondita analisi tecnico-scientifica. Resta da vedere se anche il nuovo Governo di centro sinistra confermerà questa posizione.
In un incontro a Roma con il precedente collega sloveno, il ministro degli esteri Frattini aveva assicurato che l’Italia non avrebbe deciso nulla contro il parere di Lubiana. Era anche stata decisa la costituzione di una commissione mista di esperti, con il compito di approfondire (in un mese) le questioni tecniche legate agli impatti ambientali del progetto di Gas Natural: non se n’è più saputo nulla. Nel contempo, però, il Governo italiano ha ribadito più volte l’intenzione di arrivare ad un accordo “strategico” con la Slovenia in campo energetico, che comprenda il rigassificatore, insieme con i progetti dei nuovi oleodotti e gasdotti previsti in arrivo in Italia dal Mar Nero e dal Caucaso, nonché per la partecipazione al raddoppio della centrale nucleare slovena di Krško (che interessa molto all’ENEL). Profferte che già D’Alema aveva fatto in occasione della visita di Stato a Lubiana agli inizi del 2007.
Intanto associazioni ambientaliste (WWF, Legambiente, Italia Nostra) e comitati locali – constatata l’inutilità dei rilievi e degli appelli formulati tramite i consueti canali istituzionali (osservazioni nell’ambito della VIA, ecc.) – hanno segnalato alla Procura della Repubblica di Trieste i tanti abusi e le illegittimità collezionati nel lungo iter del progetto.
Altre azioni legali sono ovviamente probabili, qualora si arrivasse comunque – malgrado tutto – ad un decreto VIA favorevole “concertato” tra i ministri competenti.
La morale della favola.
Insomma, questa deprimente vicenda vede una pianificazione ridotta – quando c’è – a foglia di fico utile soltanto per coprire le peggiori vergogne, procedure (come la VIA) pensate per la garantire la qualità delle scelte ambientali valorizzando l’apporto critico e conoscitivo della società civile e delle comunità locali, e tuttavia svilite e negate nella loro essenza proprio da coloro che dovrebbero esserne i custodi, organi (come la Soprintendenza) preposti alla tutela di beni pubblici, ma “richiamati all’ordine” dai superiori gerarchici quando interpretano con troppo scrupolo il proprio ruolo, una politica invasiva che non tollera alcuno spazio di autonomia per le competenze tecnico-scientifiche e completamente asservita agli interessi economici (ma anche organi tecnici infarciti di yesmen privi di dignità).
Ai cittadini rimane da giocare la carta del ricorso agli organi giurisdizionali, prima di concludere che l’Italia è ridotta definitivamente al rango di una repubblica delle banane.
Dario Predonzan è Responsabile energia e territorio del WWF Friuli Venezia Giulia
abbondante documentazione sull’argomento nel sito www.wwf.it/friuliveneziagiulia, in particolare nella sezione “documenti”, sottosezione “energia”