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Nigrizia, 31 Maggio 2018. Dopo anni di continue insistenze un comitato di cittadini è riuscito a ottenere la riutilizzazione per i senza tetto di una parte del monumentale Albergo dei poveri, realizzato nel 18° secolo .

L’edificio costruito a metà del Settecento, durante il regno di Carlo III di Borbone, per dare un tetto ai bisognosi, che arrivò a ospitare 8mila persone. Lo stabile è rimasto inutilizzato per lungo tempo finché, a fine 2015, la giunta del sindaco De Magistris ha deciso di ristrutturarne una parte e di realizzare un centro diurno per i senza fissa dimora. Una vicenda che si trascinava da una decina di anni e che si è concretizzata anche in virtù delle lotte di un comitato di cittadini che ha incalzato le istituzioni, prima la giunta Jervolino e poi quella dell’attuale sindaco.

Il comitato ha dovuto confrontarsi anche con le persone che vivono nell’area del Real albergo. Sobillati da Casa Pound e da altri gruppi di destra, gli abitanti si sono a lungo opposti all’apertura del centro diurno. La giustificazione di questa opposizione è che il Real albergo può diventare un polo di attrazione per i migranti. Il comitato ha fatto valere le proprie ragioni spiegando, dati alla mano, che i senza fissa dimora sono quasi tutti napoletani e che non si può ignorare questo fatto.

A Napoli vivono per la strada oltre 2mila persone che in buona parte dormono all’aperto e non hanno accesso a nessuno spazio dove poter usufruire di docce e servizi igienici. Certo ci sono gruppi di cittadini, alcune parrocchie, le piccole comunità cristiane che danno loro una mano, ma non basta.

Quello che il comitato ha sempre chiesto è che le istituzioni si dichiarassero interessate a riconoscere la dignità a queste persone. E si è arrivati al dunque qualche tempo fa con una delibera comunale che mette a disposizione 1500 m² del Real albergo per l’accoglienza diurna. Il comune ha investito un po’ di risorse e una parte del finanziamento dei lavori di ristrutturazione è arrivata, tramite la stipula di una convenzione, da Rotary International.

Oltre ai servizi di base, già funzionanti, i senza fissa dimora potranno a breve usufruire di un ambulatorio medico. Si vuole poi istituire un’anagrafe dei senza fissa dimora, sempre nella logica di considerare queste persone dei cittadini come tutti gli altri. Il comitato ha avuto modo di essere riconosciuto dal comune, con apposita delibera, come Comitato di programmazione, di verifica e di controllo del centro diurno.

Dunque il Real albergo deve diventare un luogo in cui si acquisisce e si esercita la dignità.

Lo abbiamo ribadito la sera dell’8 maggio in un momento di festa, allietato dal gruppo musicale “Madonna fate luce. Oratorio breve per la città di Napoli”, presenti anche il sindaco De Magistris, l’assessore ai beni comuni Carmine Piscopo e l’assessore alle politiche sociali Roberta Gaeta.

Nell’occasione ho voluto sottolineare che il comitato ha tanto lottato perché ritiene che questo centro diurno sia – come in effetti ora è – un atto politico. È il comune di Napoli che dà una risposta a un grosso problema. Non è un atto di carità. Spesso con i senza fissa dimora si va avanti con la carità, ma non è giusto. La politica, se vuole essere politica, deve considerare innanzitutto gli ultimi. Ed è bello che il comune abbia compiuto un altro passo in questa direzione.

Real albergo dei poveri

Realizzato dall’architetto Ferdinando Fuga, è il maggiore palazzo monumentale di Napoli e una delle più grandi costruzioni settecentesche d’Europa. L’opera è rimasta incompiuta per cui gli attuali 103.000 mq di superficie utile rappresentano solo un quinto del progetto originale. L’intento era di accogliere coloro che, anche se abili a lavoro, non avevano una casa né un lavoro stabile. Nonostante i buoni propositi, l’istituzione caritatevole era funzionale al bisogno di sicurezza urbana e divenne un vero e proprio carcere. Non a caso il popolo napoletano lo ha etichettato come “serraglio”, intendendo un luogo dal quale non è possibile uscire.

Articolo tratto dalla pagina qui raggiungibile

il manifesto, 3 febbraio 2018. «Je so' pazzo. Gli attivisti dell'Ex Opg ripuliscono l'edificio cinquecentesco, lasciato privo di manutenzione dai proprietari, per ospitare chi non ha una dimora fissa». Giustizia contro legalità formale. (m.p.r.)

Ieri all’alba sono entrati nella chiesa di Sant’Antonio a Tarsia (abbandonata da anni) e, sotto lo sguardo curioso del quartiere, hanno cominciato a portare dentro brandine e materassi. I ragazzi dell’Ex Opg di Napoli Je so’ pazzo, che hanno dato vita alla lista Potere al popolo!, hanno attrezzato un’area lungo la navata per ospitare almeno una ventina di senza fissa dimora. Si tratta di una delle attività che l’Ex Opg porta avanti con la Rete di Solidarietà popolare, di cui fanno parte ad esempio Don Franco, parroco di Poggioreale, e Napoli insieme, un’associazione che distribuisce pasti agli homeless. «Avevamo chiesto al comune e alla Curia la gestione di uno spazio abbandonato, a spese nostre, per dare asilo nei mesi invernali a chi non ha una casa – spiega Viola Carofalo, capo politico di Potere al popolo! -. Nessuno ci ha risposto e allora abbiamo deciso di fare da soli. Dall’inizio del 2018 già cinque persone sono morte di freddo in Italia. Otto l’anno scorso.

La Curia di Napoli è il maggior proprietario immobiliare della città. Vanno poi aggiunti gli immobili delle circa 150 arciconfraternite e quelli delle parrocchie. Per non parlare dei beni in mano ai singoli ordini religiosi».

La polizia si è presentata in mattinata ma non è intervenuta, non erano riusciti a contattare la proprietà per procedere eventualmente allo sgombero. L’edificio cinquecentesco è stato lasciato privo di qualsiasi manutenzione dalla confraternita dei Redentoristi, gli ultimi proprietari dell’antico complesso nel cuore popolare di Napoli. Il quartiere racconta che avrebbero provato a vendere il bene, un convento con vista verso la collina del Vomero, ai privati. Hanno persino aperto un varco nelle mura perimetrali per permettere l’accesso alle automobili. Al primo piano sono ancora visibili gli antichi soffitti a volta, la balaustra in piperno intarsiato e il cortile interno, lasciato in totale degrado. Agli ultimi due piani invece una recente ristrutturazione ha cancellato ogni traccia delle architetture barocche, lasciando pareti squadrate, orribili mattonelle a fiori accanto a infissi anodizzati.

«Stasera porteremo i pasti cucinati all’Ex Opg – prosegue Viola -, cercheremo di coinvolgere il quartiere in attività per la comunità e proveremo anche a contattare l’università Suor Orsola Benincasa, che ha il dipartimento di Conservazione dei Beni culturali, per cercare di evitare che la struttura vada in malora».

Chiara Capretti, candidata di Pap e attivista di Je so’ pazzo, legge l’occupazione anche come risposta al decreto Minniti-Orlando: «Siamo qui per ribaltare il concetto di decoro, che utilizza il daspo per relegare nelle periferie chi vive in condizioni di disagio e povertà estrema. Il nostro decoro è la solidarietà. Il governo Pd ha aperto la strada ma i comuni si sono accodati con le squadre di vigili addette all’applicazione della norma, dai 5S a Torino e Roma a Como, Bologna e Milano. Domani avremo iniziative in molte città: lavoreremo ad attività come attrezzare il verde pubblico o liberare le panchine dai dissuasori».

Tra gli scranni della chiesa c’è anche lo storico Giuseppe Aragno, anche lui candidato con Pap: «La norma firmata da Minniti e Orlano ha un precedente: il decreto fascista sul ‘decoro urbano’ del 1934, le similitudini sono evidenti già nel nome. I disoccupati dell’epoca minavano il concetto di ordine e l’immagine delle città fascista, così dovevano essere allontanati verso i paesi di origine. È grave che chi viene dal Pci utilizzi gli stessi strumenti del Ventennio. L’iniziativa a Tarsia è un modo per dare una risposta politica alle aberrazioni delle classi dirigenti, tutte genuflesse al liberismo».

L'articolo tratto da il manifesto è raggiungibile qui

Un'occasione d'oro per tentare di dare ordine, vivibilità e tutela delle qualità naturali e storiche del territorio e delle comunità che lo abitano. Ma si impegneranno su questo terreno le forze alternative ai «poteri forti dell’avidità speculativa e della sopraffazione»?

Lo scorso 19 dicembre la Città metropolitana napoletana ha pubblicato il piano territoriale, dando a comuni, associazioni e cittadini 60 giorni per la presentazione di osservazioni.

Com’è noto, la “legge Delrio”, la n. 56 del 2014, ha modificato radicalmente consistenza e procedure di formazione degli organi elettivi delle province, sostituendo queste ultime, per gli ambiti dei 9 più grandi capoluoghi regionali, con un nuovo ente, denominato appunto “città metropolitana”.

Esso è amministrato ope legis dal sindaco del capoluogo con l’ausilio di un consiglio metropolitano eletto fra di loro, con voto ponderato in relazione alla dimensione demografica dei comuni, dai soli sindaci e consiglieri comunali dell’ambito coincidente con il territorio della preesistente provincia. Una rappresentanza indiretta di questo genere determina una straordinaria debolezza politica del nuovo ente, percepito come lontano dagli interessi sociali dei territori e percorso da accordi feudali fra i partiti. La legge ammette il passaggio ad un ente con organi eletti direttamente a suffragio universale subordinandolo però a condizioni non facilmente conseguibili, quali la suddivisione del territorio metropolitano in “zone omogenee”, definita d’intesa con la regione, e quella del territorio comunale del capoluogo in municipalità, le une e le altre dotate di significative autonomie amministrative. A valle del conseguimento di tali condizioni, sarà poi necessaria l’approvazione di un’apposita legge elettorale statale.

A Napoli lo statuto metropolitano è stato approvato dalla conferenza metropolitana (l’assemblea di tutti i sindaci), su proposta del consiglio metropolitano, con qualche ritardo, solo al termine della primavera 2015. In aderenza alle indicazioni della legge Delrio, esso considera centrale per l’ente e le sue attività il “piano strategico” triennale (da aggiornarsi annualmente), con il quale deve rapportarsi, fra gli altri strumenti, il “piano territoriale metropolitano”, articolato in una componente strutturale, valida a tempo indeterminato, ed una operativa, di validità triennale.

A quasi tre anni di distanza dall’approvazione dello statuto, a conferma dei limiti politici del nuovo ente, le attività per la formulazione del piano strategico stentano ancora ad avviarsi, mentre si presenta meno arduo il percorso relativo al piano territoriale. Quello ora pubblicato, infatti, è in sostanza il piano territoriale di coordinamento proposto nel 2008 e aggiornato nel 2014 dalla provincia di Napoli. La città metropolitana aveva già deciso di adottarlo con delibere del sindaco metropolitano del gennaio e dell’aprile 2017, che avevano incontrato reazioni contrastanti dei comuni e delle forze sociali. Va sottolineato, innanzitutto, che la legge regionale sul governo del territorio, la 16/2004, cui sono state apportate più volte modifiche parziali, non è stata adeguata in merito, ragion per cui non sono ancora formalmente definiti né i contenuti del piano territoriale metropolitano né le procedure per la sua approvazione. In riferimento a tale situazione di incertezza giuridica, gli atti della città metropolitana dichiarano con chiarezza la volontà di interpretare l’iniziativa in corso come l’avvio di un percorso “ponte” verso il futuro strumento di governo territoriale.

La coincidenza temporale con la campagna elettorale per il parlamento nazionale non sta, tuttavia, facilitando il dibattito sul piano, pressoché ignorato dagli organi di informazione e considerato finora assai poco anche dalle amministrazioni comunali. Ed è una circostanza negativa perché esso può indubbiamente costituire un utile base di partenza, dal momento che la sua impostazione denota adeguata consapevolezza della complessità delle questioni con cui misurarsi e della necessità di un approccio strategico olistico e integrato. Le sue opzioni fondamentali mirano infatti ad intrecciare fra loro:

- la tutela dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio culturale come scelta strategica per un diverso sviluppo, liberato dalle mistificazioni della crescita quantitativa e basato sulla valorizzazione economico-sociale delle qualità identitarie, intese prima di tutto come fattori di benessere per le comunità insediate;

- il drastico contenimento del consumo di suolo, non consentendo le tradizionali espansioni urbane su territori agricoli, ma solo calibrate densificazioni insediative di aree già parzialmente urbanizzate o edificate con basse densità edilizie, e promovendo invece l’alleggerimento demografico degli ambiti vesuviano e flegreo a più elevato rischio vulcanico;

- il superamento degli squilibri fra il distretto centrale del capoluogo e i territori periferici dell’hinterland in direzione di una riorganizzazione policentrica e reticolare del sistema urbano verso “una città di città”, basata sulla riqualificazione ambientale, sulla complementarità funzionale e sull’integrazione socio-culturale di tutti gli aggregati insediativi;

- il perseguimento di un sistema intermodale di mobilità che valorizzi il trasporto collettivo e riduca il traffico automobilistico privato, integrando inoltre le reti di trasporto in modo da temperare l’antica polarizzazione radiocentrica sul capoluogo con nuove connessioni dirette fra i settori esterni dell’area metropolitana;

- la protezione e la riqualificazione paesaggistico-ambientale dei territori agricoli, tutelati anche per la loro elevata produttività, innervandoli inoltre mediante una adeguata rete di corridoi ecologici agganciati al sistema dei parchi (parco naturale nazionale del Vesuvio; parchi naturali regionali dei Campi Flegrei, dei Camaldoli, del Partenio, dei Monti Lattari e del fiume Sarno; parco agricolo dei Regi Lagni);

- la qualificazione polisettoriale delle attività produttive puntando su energie rinnovabili, tecnologie avanzate e interdipendenze settoriali, nel cui contesto ruolo prioritario viene riconosciuto alla rigenerazione urbana.

È evidente che l’anticipazione di fatto, rispetto al piano strategico, di uno strumento urbanistico così connotato determinerebbe qualche garanzia in più circa la sostenibilità delle prossime politiche di sviluppo. Diventa perciò decisiva, ora, la questione delle modalità di costruzione del piano strategico, soprattutto in rapporto alla necessità di coinvolgimento autentico, oltre che delle istituzioni elettive, anche di tutte le forme sociali di autorappresentazione e di tutti i soggetti che stanno animando le numerosissime vertenze dal basso oggi in atto, specie per la difesa dei beni comuni e il recupero sociale di immobili e spazi abbandonati o violati. Il confronto dovrà insomma assicurare non solo l’efficacia dell’elaborazione, ma anche una sua più sostanziale democraticità.

Non sarà una partita facile. I poteri forti dell’avidità speculativa e della sopraffazione western non stanno alla finestra: lo prova, ancora una volta, l’ennesima proroga del famigerato “piano casa” che la Campania ha deciso qualche settimana fa, nel consueto bailamme delle decisioni di fine anno, confermando la linea politica derogatoria e cementiera dell’attuale maggioranza regionale.

il manifesto, 5 ottobre 2017. «Napoli. Il progetto di una piattaforma per collegare le lotte per la rigenerazione urbana, il lavoro, il diritto all’abitare, i servizi essenziali».(c.m.c.)

‘Napoli direzione opposta’ non è un partito e neppure un cartello di sigle ma è l’evoluzione di un percorso politico che è cominciato da collettività che hanno riaperto spazi abbandonati della città, che hanno quindi provato a tessere un programma dal basso utilizzando la piattaforma Massa critica e poi hanno sperimentato, attraverso Mutuo soccorso Napoli, una rete che mettesse in comune sportelli sociali, presidi medici solidali, lotte per il lavoro e l’abitare, contrasto alla povertà e sostegno ai migranti.

Il passo successivo è Ndo: a lanciare l’iniziativa sono il Comitato Soccavo, il collettivo Bancarotta 2.0 che anima il Lido Pola, Villa Medusa e il Laboratorio Politico Iskra di Bagnoli, Scacco Matto e Zero81 al centro storico, la proposta è formare un blocco sociale con una piattaforma politica. Il 2 dicembre si terrà un’assemblea per tirare le somme e valutare quanti, nell’area metropolitana e regionale, avranno aderito.

«Vogliamo sviluppare una piattaforma per collegare pratiche e lotte in una confederazione – spiega Michela Antonucci -. Il punto di partenza sono i territori, il lavoro con chi sui territori vive, i bisogni che vengono cancellati attraverso meccanismi come i vincoli di bilancio e il taglio delle risorse ai comuni. Basta utilizzare una di queste leve per cancellare il trasporto pubblico, tagliare gli ospedali o allontanare i ragazzi dalle scuole. Ma non ci sono solo i tagli, ci sono anche le politiche attive che spesso hanno avuto effetti distorsivi: a Bagnoli il governo ha provato a imporre un piano che metteva i suoli e il piano di rigenerazione in mano ai privati e solo la lotta dal basso ha bloccato il progetto; il turismo, incentivato dagli enti pubblici, da un lato riempie le tasche dei commercianti ma dall’altro innesca un meccanismo di gentrificazione che espelle gli abitanti storici, relegandoli nelle periferie».

Si tratta di costruire un percorso comune, articolato con chi abita la città, intorno a quattro punti: la rigenerazione urbana; il lavoro che significa anche contrasto alla povertà, al precariato diffuso e l’utilizzo delle risorse pubbliche in modo trasparente; diritto all’abitare (a Napoli nel 2016 il 90% degli sfratti sono stati per morosità incolpevole); i servizi essenziali. Un percorso che si rivolge a tutti gli attori, inclusi quelli istituzionali, perché «vogliamo che sia un percorso del tutto trasparente – spiega Eduardo Sorge -. Non ci interessano cartelli elettorali, ma sviluppare un programma per spostare l’orizzonte delle politiche nella direzione opposta a quella degli ultimi anni. Sta alle istituzioni decidere quale posizione prendere rispetto alle richieste delle comunità che amministrano, comunità che non vogliono più subire decisioni calate dall’alto».

A Napoli il comune con una delibera ha affidato sette spazi alle comunità che quegli spazi animano, la Corte dei conti ha aperto un’inchiesta perché i beni non sono stati messi a profitto, si tratta allora di stabilire dove sta l’interesse comune: nell’utilizzo collettivo oppure nella vendita o affitto al privato per un ricavo spesso inferiore al valore del bene.

Prima dell’assemblea del 2 dicembre ci saranno una serie di appuntamenti. Sabato e domenica prossimi si terrà a Napoli la prima Conferenza delle giuriste e dei giuristi del Mediterraneo, si ragionerà del loro ruolo nell’area del Mediterraneo, di «autodeterminazione, stato di diritto, tutela dei diritti umani e democrazia». Quindi il 19 e 20 ottobre si terrà ad Ischia il G7 dei ministri dell’Interno e, in contemporanea, ci sarà la mobilitazione «Stop G7 tutti a Ischia» contro, in particolare, le politiche del ministro Marco Minniti. Infine, dal 17 al 19 novembre ci sarà a Napoli Commons and cities: tre giorni dedicati a beni comuni, diritti e dignità aperti alle realtà internazionali.

Breve replica a conclusione di in animato dibattito sull'avvio del piano per Bagnoli (la discussione può proseguire anche su eddyburg nello spazio apposito in calce)

L’intesa dei giorni scorsi fra il governo, la regione e il comune di Napoli relativa all’assetto urbanistico di Bagnoli ha scatenato un intenso dibattito per ora – con l’eccezione di eddyburg – limitato alla stampa napoletana, ma l’importanza dei temi penso che porterà a un’inevitabile estensione a scala almeno nazionale. Intanto poche righe di replica.
La maggior parte degli interventi riguardano questioni di natura politica e istituzionale (chiamando in causa addirittura la corte costituzionale), preoccupazioni economico finanziarie (che fine fanno i Bagnoli Bonds), procedure amministrative, partecipazione e coinvolgimento dei cittadini, oltre agli eterni e irrisolti problemi della bonifica. Questioni tutte di grandissima rilevanza che nessuno può permettersi di sottovalutare, ma in larga misura altra cosa riguardo ai contenuti specifici dell’accordo, quelli del disegno urbano, dell’uso del suolo, spesso trattati con poche battute dando per scontato che le soluzioni previste ripropongono quelle decise vent’anni fa.
È verissimo. Il punto è che negli ultimi vent’anni quelle soluzioni sono state politicamente e culturalmente obliterate, svalutate, schernite, bollate come economicamente insostenibili, il parco di 120 ettari una follia che Napoli non può permettersi, i volumi stabiliti dal piano regolatore inadeguati a far cassa, il ripristino della linea di costa un’utopia. Solo comitati e associazioni culturali difendevano il piano, e Marco Demarco sul Corriere del Mezzogiorno è stato il solo a ricordare questi fatti. Non dimenticherò mai che in occasione di una trasmissione di Ambiente Italia all’inizio degli anni Duemila fui scongiurato di rilasciare un’intervista in difesa del piano di Bagnoli che nessuno degli amministratori di allora era disposto a difendere. Perciò, l’attuale unanimità senza una parola di autocritica un po’ deve fra riflettere, nessuno comunque è più felice di me di questo cambio di rotta.

Nel merito delle scelte ho già scritto che il porto turistico a Nisida è per me una soluzione non meditata e spero che gli organi di tutela dei beni paesaggistici e culturali agiscano opportunamente in difesa di un sito sublime. Inadeguate sono anche le soluzioni proposte per l’accessibilità, con una linea metropolitana non di attraversamento ma che non so perché fa capolinea all’istmo di Nisida. Un’ipotesi troppo esile che finisce con il favorire il trasporto privato a favore del quale sono anche previsti straripanti parcheggi in prossimità dell’Acciaieria recuperata. Era molto più efficace il progetto originario di servire l’area interrando e deviando la Cumana dall’abitato di Bagnoli (selvaggiamente spaccato in due dalla ferrovia a livello) fino alla stazione Campi Flegrei. Anche su questo punto decisivo spero che sia possibile rivedere le proposte in discussione.

Un appassionato riepilogo della lunga e tormentata storia dell'area di Bagnoli e del suo piano ora, finalmente, «pare sia giunto il momento di tornare a discutere nel merito dei problemi. Per dirla in altri termini, è tempo si passare dalla farsa alla politica.»

Nella discussione su Bagnoli occorrerebbe far prevalere il merito delle questioni piuttosto che un misero interesse di bottega, contingente e transeunte. Gli attori politici passano, velocemente, Bagnoli invece è sempre lì, nella sua desolazione, a testimoniarci il fallimento di un'intera classe dirigente, nazionale e locale, della politica come dell'imprenditoria, pubblica e privata.

Se Governo, Regione e Comune riconoscono che gli indirizzi generali contenuti nella variante del 1996 sono la soluzione per Bagnoli, chi ha sempre combattuto, in solitudine, per la sua attuazione, non può che manifestare soddisfazione. Che la decisione provenga dal Governo Renzi, Gentiloni, De Luca o De Magistris, è questione di secondaria importanza. Prima di ogni cosa viene il merito delle questioni.

Non dobbiamo, infatti, mai dimenticare il degrado del dibattito pubblico che da due decenni accompagna la questione.

La variante per Bagnoli del 1996, approvata quando Bassolino era Sindaco e Vezio De Lucia assessore all'urbanistica, è stata osteggiata da tutta la città, compresa la classe politica che la aveva votata, sin dal giorno dopo la sua approvazione. De Lucia pagò il prezzo più alto, con la sua estromissione dalla giunta. La classe dirigente locale, priva di cultura e di visione politica, la ha addirittura additata come la causa dello stallo in cui si trova Bagnoli, finendo per farla diventare il capro espiatorio della propria incapacità amministrativa, quando non della mala amministrazione, svelata dalle inchieste della magistratura.

Non c'era occasione in cui gli esponenti della classe dirigente cittadina dimenticassero di affermare che il piano era «troppo ambientalista», che un parco di 120 ettari era «un'enormità» per una città come Napoli e che la colmata andava conservata perché rappresentava una magnifica «terrazza a mare», per alcuni, la sede ideale per un immenso porto, per altri. A cominciare, incredibilmente, dagli stessi amministratori del comune e della Bagnoli Futura, che di quel piano avrebbero dovuto essere fieri custodi. Ricordo, ultimo in ordine di tempo, un esponente dell'ambientalismo cittadino, nominato nel 2012 a presidente della Bagnoli Futura, che poneva in dubbio la rimozione della colmata, con cui ho dovuto polemizzare, sempre nell’isolamento generale, da presidente della commissione urbanistica del comune.

E ricordo anche che, nel corso degli anni, più volte il governo centrale ha sollecitato i governi cittadini a stipulare accordi di programma con il preciso intento di scardinare la pianificazione urbanistica per Bagnoli. Sempre la politica locale, comunale e regionale, si è lasciata lusingare dalle emergenze e dai grandi eventi, per scardinare la pianificazione urbanistica.

Accadde nel 2003, con la Jervolino al Comune e Bassolino alla Regione, che stipularono col governo un accordo di programma per fare svolgere la Coppa America a Bagnoli e realizzare nella colmata un grande porto. Accordo poi andato in fumo perché, nonostante gli scongiuri della Jervolino (chi ricorda la foto che la ritraeva con il corno nell’attesa della nomination?) Napoli non fu fortunatamente scelta come sede dell’evento.
Allo stesso modo, dopo il cambio di amministrazioni, nel 2011, con De Magistris al Comune e Caldoro alla Regione, si è pervicamente tentato di fare svolgere la Coppa America a Bagnoli, sempre per legittimare la colmata, addirittura progettando la realizzazione sulla colmata dei veleni degli hangar per ospitare le barche della Coppa America, prima che la magistratura e il ministero ne vietassero, di nuovo fortunatamente, l’utilizzo (chi ricorda, inoltre, quando un assessore comunale ne voleva fare la surreale sede per lo svolgimento del forum delle culture, motivo per cui il comune scrisse al ministero di posticipare l’esecuzione dell’accordo di programma che ne prevedeva la rimozione? era il 2009).
Nel 2014, per concludere, un accordo di programma firmato da Comune, Regione e Governo voleva ricostruire la città della scienza sulla spiaggia, in contrasto col PRG e, per concludere, nel 2015, la Giunta comunale presentò al Consiglio delle linee guida che prevedevano la costruzione di volumetrie all’interno di collinette realizzate nel parco urbano («sottocubature», come dissi in Consiglio Comunale), senza dire una parola chiara sulla rimozione della colmata.

Insomma, Governo nazionale, regione e comune sono sempre stati alleati nel tentativo di scardinare la pianificazione urbanistica, e di derogare alla chiarissima norma contenuta nella legge 582 del 1996, con il consenso dell’impresa, delle accademie, delle professioni e della stampa, cioè di quel blocco sociale cittadino che è stato una cappa per lo sviluppo economico e civile del Mezzogiorno, instancabilmente denunciato da Gerardo Marotta.

Dopo il commissariamento del 2014 (che, nella sua versione originaria, era eversivo dei più elementari principi liberal-democrartici, come ho più volte sostenuto più volte da consigliere comunale), tutti si aspettavano quindi un intervento altamente speculativo, con la proprietà fondiaria autorizzata per legge a scrivere essa stessa le norme urbanistiche.

Per questo motivo destò vero stupore il progetto del soggetto gestore e del commissario del 2016, che prevedeva la rimozione della colmata, la creazione della spiaggia e lasciava la previsione del parco, sebbene in forma ridotta rispetto a quella del piano comunale. Le linee fondamentali del piano napoletano erano accolte, paradossalmente proprio da parte di quel governo nazionale che fino a qualche mese prima aveva interpretato il ruolo di co-protagonista per la sua demolizione. Si disse che era propaganda elettorale. Forse era così (valeva per tutti, le elezioni comunali erano alle porte), ma questo argomento serviva solo a evitare di entrare nel merito delle proposte.

Per lo stesso motivo, continua a destare meraviglia l'attuale perfezionamento della proposta contenuta nell'intesa interistituzionale, firmata da Governo, Regione e Comune, che riprende le linee del piano del 1996. Proposta, questa, che, per alcuni versi, migliora la precedente (indubbiamente per quanto riguarda la parte a terra, nel senso che il parco torna alla dimensione originaria prevista dal piano), mentre per altri motivi, relativi alla parte a mare, invece, la peggiora (perché conserva due insediamenti che per il piano del 1996, per la legge n. 582 del 1996 e per il vincolo paesistico del 1999 dovrebbero andare via: il borgo di Coroglio e le vecchie fabbriche ottocentesche che nel 1993 si tentò di vincolare senza successo perché prive di ogni valore).

Questo piano contiene dunque criticità (ce ne sono altre, infatti: si pensi a quella relativa al porto, al sistema della viabilità, all’eccessivo dimensionamento dell’attività alberghiera, che viene inspiegabilmente collocata anche sotto il costone di Posillipo, in prossimità dell’incrocio fra via Leonardi Cattolica e via Coroglio, «lungo il tratto della nuova via di Nisida, fronte spiaggia»).

Ma, occorre riconoscere, gli indirizzi sono quelli del 1996, quindi quelli giusti. È giunto pertanto il tempo che si sviluppi in città dibattito di ampio respiro, relativo al merito delle questioni, e che la si finisca sia con il confondere le scelte di merito con i pregiudizi che si nutrono nei confronti di chi le avanza, sia di offrire una rappresentazione farsesca e sbraitante della politica, da un lato, sia con gli annunci inattuati, dall’altro.

Per il momento possiamo constatare due cose.

Innanzitutto, che questo buon risultato è il frutto paradossale di uno dei più criticabili commissariamenti che il Paese ricordi (corretto in extremis dal governo in prossimità del più che opportuno ricorso del comune, eliminando l’incredibile potestà pianificatoria conferita ai privati), segno che Bagnoli, oltre che una maledizione, ha anche uno stellone che la protegge.

Le reazioni scomposte di queste ore che provengono da larga parte della classe dirigente cittadina contro quest’intesa è, del resto, la dimostrazione più evidente che solo l’assunzione di una chiara responsabilità dello Stato centrale può superare la visione asfittica e rozza della borghesia cittadina, che ha sempre considerato Bagnoli come un territorio da sfruttare e mai come un valore (innanzitutto estetico e culturale) da ripristinare e salvaguardare. Più volte, infatti, è dovuto intervenire lo Stato centrale per guidare verso le giuste direzioni il processo di trasformazione urbana di Bagnoli. La prima volta con la legge del 1996, che impose la ricostituzione della morfologia naturale della linea di costa (che diede forza alla linea portata avanti da De Lucia in comune); poi nel 1999, con l’apposizione del vincolo paesistico sull’area, fatta dal Ministro Melandri; oggi nella forma (per certi versi paradossale) del commissariamento (criticabile soprattutto nella sua prima formulazione). Era da anni più che evidente che occorresse una regia nazionale non solo perché Bagnoli è questione nazionale, ma anche perché la classe dirigente cittadina aveva ridotto Bagnoli a un inestricabile groviglio economico-giuridico-finanziario (con il fallimento di Bagnoli Futura, i suoli e le opere ivi costruite, che avrebbero dovuto appartenere alla città, diventati possibile preda dei creditori del fallimento, l’area della trasformazione sotto sequestro della magistratura, un processo in corso per omessa bonifica, opere demenziali realizzate, come la porta del parco, un ettaro di cemento armati, secondo alcuni persino di dubbia compatibilità con il piano comunale).

In secondo luogo, che solo se si riuscirà a fare massa critica sulle questioni di merito si potrà garantire che questo equilibrio (sempre precario, come la storia di Bagnoli dimostra), raggiunto oggi, possa essere effettivamente attuato e che l’attuazione vada avanti, con le opportune correzioni per garantire il pieno rispetto della legge del 1996 e del vincolo paesistico del 1999 (che blindano, di fatto, non solo le scelte strategiche della pianificazione comunale, ma che rappresentano un limite anche per i poteri dei commissari, in forza della supremazia dell’interesse paesistico, riconosciuto dalla costante giurisprudenza costituzionale).

Insomma, pare sia giunto il momento di tornare a discutere nel merito dei problemi. Per dirla in altri termini, è tempo si passare dalla farsa alla politica.

I molti buchi dell'accordo per Bagnoli. Il punto di vista di un movimento popolare che con tenacia, rigore e continuità si è battuto per anni, e continua a battersi per "Una spiaggia per tutti". La discussione è aperta

Ho letto l'articolo di Vezio DeLucia sull'accordo raggiunto per Bagnoli tra Governo e Comune di Napoli, econfesso di non riuscire a condividere il suo pur temperato ottimismo. Malgradoil Comune abbia ottenuto sul piano del disegno urbano alcune modifiche delProgramma di rigenerazione urbana presentato da Invitalia il 6 aprile 2016, insé positive (sostanzialmente, quelle indicate da De Lucia nel suo articolo),l'insieme delle scelte contenute nell'accordo mi preoccupa fortemente. Vorreiquindi provare ad esporre sinteticamente alla riflessione collettiva quelle checonsidero le principali criticità.
1) Chiudendo un accordo con Governo eRegione, il Comune depotenzia pesantemente il ricorso pendente alla CorteCostituzionale sul "mancato coinvolgimento dell'ente comunale"determinato dall'art. 33 dello SbloccaItalia: è difficile pensare che ilgiudizio della Corte sulle obiezioni del Comune, peraltro già circoscritte dacome l'Avvocatura comunale le ha formulate ed il Consiglio di Statoparzialmente accolte, non risentirà dell'accordo raggiunto tra i due enti. Conquesta mossa, si rinuncia a difendere fino in fondo le proprie ragioni e siaccetta il nefasto impalcato istituzionale dell'articolo 33, quindi ilcontrollo del Governo e della sua longa manus Invitalia, che detieneanche la proprietà dei suoli ex IRI, su tutte le fasi di definizione edattuazione degli interventi urbanistici.
2) L'accordo non contiene alcuna garanziasostanziale sui finanziamenti pubblici per realizzare la bonifica e leattrezzature collettive; viceversa, a fronte di vaghi impegni governativi adallocare progressivamente nella legge di stabilità le risorse necessarie, siprecisa fin dalle prime pagine che questo è un punto critico da cui dipendel'attuabilità, in tutto o in parte, delle azioni previste. Restano inoltre inpiedi i Bagnoli Bonds, ossia l'emissione di titoli finanziari a valeresulla proprietà delle aree ex IRI per reperire sul mercato privato dei capitalile risorse necessarie a ripagare i creditori di Bagnoli Futura (lasocietà comunale di trasformazione urbana fallita nel 2014), nonché parte dellespese per gli interventi urbanistici; con tutto quanto ne deriva sul piano delcondizionamento economico delle scelte attuative.
3) Tutta la trattativa è stata svoltasotterraneamente, senza concordare con la città i punti di lavoro (su cosa nonsi tratta; su cosa si tratta ed in che misura) né aggiornarla sugli sviluppi,informandola sbrigativamente degli esiti all'ultimo momento. I riferimenti alcoinvolgimento che dovrebbe avvenire nei passi successivi (definizione delpiano di rigenerazione urbana ed approvazione delle relative variantiurbanistiche in consiglio comunale) ben difficilmente potrà recuperare il gapdeterminato da questa procedura, che sovraimpone i contenuti fondamentalidell'accordo; il piano di rigenerazione urbana verrà approvato in cabina diregia con le modalità previste dallo SbloccaItalia, costituendo varianteautomatica agli strumenti urbanistici vigenti e relegando il consiglio comunalead un ruolo consultivo;

4) E' stato effettuato un sostanziale scambiopolitico tra l'insediamento alberghiero/portuale di lusso a Nisida e laspiaggia pubblica, che costituisce il principale nodo critico sul piano dellescelte insediative. Il primo intervento è di rapida ed agevole realizzazione:non si richiedono azioni di bonifica né nuove edificazioni, trattandosisostanzialmente di ristrutturare le strutture esistenti. Il secondo appare piùdistanziato ed incerto nel tempo, richiedendo complesse ed onerose opereattuative (bonifica del mare, rimozione della colmata, opere di ripascimento edifesa dell'arenile dall'erosione marina). Il previsto porto di 20 ettari, paria 30 campi da calcio ossia a quasi mille posti barca, difficilmente non avràpesanti ricadute sulla balneazione, sia per la produzione di inquinanti che peril confinamento dei bagnanti in una fascia di sicurezza a 150/200 metri dallariva. Si preordina così la privatizzazione della riserva naturale di Nisida,finora salvaguardata dalla presenza del riformatorio, da sempre obiettivo dellapeggiore classe politica ed imprenditoriale napoletana: già prefigurato l'annoscorso da Invitalia ed oggi agevolmente realizzabile, dato l'impiantocentralistico determinato dal commissariamento, tramite accordo di vertice colMinistero di Giustizia). Verrebbe insomma minato sia il valore sociale chequello ambientale della proposta sostenuta con la delibera "Una spiaggiaper tutti" del 2012. A questo proposito rileviamo sia l'assenza di unriferimento esplicito nell'accordo della delibera in questione, rispetto alledimensioni della spiaggia ed al suo carattere pubblico (riferimento che invececi era stato garantito dal Comune), sia il mantenimento di una consistentevolumetria ad uso commerciale, ricettivo e residenziale sul lungomare, che ivigenti strumenti urbanistici viceversa azzeravano.

5) La formulazione dell'accordo è piena dirinvii a successivi studi, formulazioni ambigue, clausole di flessibilità, chenon paiono garantire nemmeno gran parte degli obiettivi pure definibili come'positivi'; inoltre il dimensionamento delle funzioni non viene localizzato,neppure a livello di massima, e resta, come segnalava De Lucia, un incognitapesante sulle infrastrutture di trasporto.

Ci sono altri punti critici, da approfondire nelcorso della discussione che spero animerà sia la città che queste pagine, maquelli esposti credo costituiscano l'essenziale. Ciò che appare, almeno a me,superata una prima, superficiale impressione favorevole, è che con questoaccordo l'amministrazione comunale abbia concesso molto per ricavare poco,assumendo il ruolo di vittima consenziente in un clima di ricatto operato dalGoverno sul complesso della sua azione. E' da vedere se la città, a partire daimovimenti, saprà reagire o si adagerà nella illusione di una "vittoriaparziale". Da parte nostra, abbiamo chiesto al Sindaco di restituire laparola ai cittadini ed indire un referendum consultivo sui contenutidell'accordo; richiesta sulla quale da settembre avvieremo una campagnaincentrata sui nodi di metodo e merito stigmatizzati, che speriamo veda ancheil contributo di Eddyburg, dei suoi redattori e lettori.


Quanto succede a Bagnoli esula infatti ilpiano locale (basti pensare a Roma con la vicenda del nuovo stadio aTordivalle) e ridimensiona alcune retoriche correnti sul"neomunicipalismo", aprendo interrogativi pesanti su quantoamministrazioni locali "non allineate" ai dogmi neoliberisti possano,senza effettuare radicali rotture politiche, attuare politiche urbanistichealternative.
Parafrasando Nanni Moretti, il problemanon è "dire" qualcosa di sinistra, ma farlo.
Napoli, 20 luglio 2017 Massimo Di Dato
Assise Cittadina per Bagnoli/
comitato Una spiaggia per tutti

Non ci posso credere, spero di non sbagliarmi, ma l’accordo su Bagnoli sottoscritto oggi a Napoli fra il ministro De Vincenti e il sindaco de Magistris sembra un buon accordo...(segue)

Non ci posso credere, spero di non sbagliarmi, ma l’accordo su Bagnoli sottoscritto oggi a Napoli fra il ministro De Vincenti e il sindaco de Magistris sembra un buon accordo. Conferma le scelte di fondo del piano regolatore e del piano attuativo formati negli anni ormai lontani di Bassolino e rimaste impantanate per successivi errori e ripensamenti. Se davvero si smantellano i 20 ettari della colmata a mare (formata da loppe d’altoforno e altri materiali) che nell’ultimo mezzo secolo hanno deformato la linea di costa; se davvero non c’è nessuna riduzione della superficie del parco e nessun aumento di cubatura rispetto alle previsioni comunali; se davvero i tre chilometri della spiaggia di Coroglio sono restituiti alla balneazione; se davvero è stata recuperata la continuità fra il parco e la spiaggia; se finalmente si arretrano a monte di via Coroglio i volumi della Città della scienza da riscostruire dopo l’incendio del 2013: se queste cose sono vere, allora penso di poter tranquillamente dichiarare che siamo di fronte a un esito più che soddisfacente. Aggiungo subito che secondo me non tutto è risolto, a partire dalla localizzazione del porto a Nisida – ci torno in seguito – ma nel complesso un risultato importante è stato raggiunto e penso di poter dire che sono stati decisivi le opposizioni, le preoccupazioni e gli allarmi espressi negli ultimi tre anni per far capire al governo (prima Renzi, poi Gentiloni) che non c’erano le condizioni per mettere le mani su Bagnoli.

Resta ovviamente ferma la mia più netta opposizione al fatto che il governo nazionale s’intrometta nelle scelte urbanistiche dei comuni, un precedente pericolosissimo. E tanto più grave se si ricorda che la decisione di sottrarre al comune di Napoli la competenza urbanistica fa parte dell’orribile decreto Sblocca Italia voluto da Matteo Renzi nel 2014: “una minaccia per la democrazia e per il nostro futuro”, si legge sulla copertina di Rottama Italia, un librino a più mani di altraeconomia del 2015. L’art. 33 del decreto riguarda la bonifica e la rigenerazione urbana di Bagnoli. Ottima cosa che il governo decida di occuparsi direttamente della bonifica, materia di sua competenza, fino a quel momento condotta in modo pasticciato e poco trasparente. Ma la bonifica è solo un pretesto per estendere i poteri commissariali anche alla “rigenerazione urbana”, cioè all’urbanistica, un boccone prelibato per palazzinari e speculatori di ogni risma.

Il governo e i suoi ispiratori locali (il quotidiano Il Mattino, di proprietà Caltagirone, e gran parte del mondo degli affari) avevano però sottovalutato la forza e la capacità contestativa di Napoli. Cominciarono subito le proteste di movimenti radicati in particolare a Bagnoli (la manifestazione del 7 novembre 2014 fu violentemente attaccata dalla polizia). Dissentì Italia Nostra. Fiorirono comitati e associazioni contro il commissariamento, fu fondata una Costituente cittadina per Bagnoli verde, popolare, produttiva. Il sindaco de Magistris interruppe i rapporti con il governo e mise mano ai ricorsi, in parte accolti, per far dichiarare l’illegittimità, anche costituzionale, dello Sblocca Italia. Poi ha deciso di trattare, e mi pare che abbia saputo farlo.

Tutto ciò ha evidentemente indotto Renzi e Gentiloni a fare marcia indietro e spero che serva anche a far capire che è urgente indirizzare altrove l’azione governativa: imponendo finalmente un vero stop al consumo del territorio, varando energici provvedimenti per la difesa del suolo e del paesaggio (devastati prima dagli incendi, poi dalle alluvioni) e contro l’abusivismo (giustificato invece dalla regione Campania).

Torniamo all’accordo firmato oggi. Dicevo che non mi convince il porto turistico a Nisida, luogo favoloso che non può continuare a essere snaturato dal turismo nautico, pianificato o abusivo che sia. Se Bagnoli è il posto più bello del mondo (è una recente definizione di Romano Prodi), Nisida è il nocciolo di quella bellezza. Infine, manca negli accordi l’importante capitolo delle infrastrutture, in particolare dell’accessibilità su ferro, di cui il presidente De Luca ha chiesto lo stralcio e l’argomento è rinviato a un prossimo incontro. Questo perciò è solo un primo parziale commento, ci sarà tempo e modo di sviluppare un’sviluppareun’approfondita discussione di merito nelle prossime settimane.
(19 luglio 2017)

«Le mani sulla città di Francesco Rosi sono davvero poca cosa: a Volla l’edilizia locale continua ad espandersi a dismisura senza alcuna programmazione per la realizzazione di servizi». Il FattoQuotidiano online, 1 aprile 2017 (p.s.)
Preoccupazione? neppure a parlarne. Il Consiglio comunale farà il proprio dovere. Nessuna sorpresa. Manca poco. Ci siamo quasi. Eccoci. "Permesso a costruire in deroga". E’ l’ottavo punto all’ordine del giorno, l’ultimo. Curiosa la circostanza: l’assemblea relega questa decisione, non da poco, a fine lavori consiliari preferendo, ad esempio, affrontare prima le complesse sfaccettature del regolamento dei nonni civici. Ci sono delle priorità. E’ vero, questa è una pura formalità. Come volevasi dimostrare.

Con nove voti a favore e otto contrari è approvato il nuovo progetto edilizio che prevede la realizzazione di due blocchi destinati al terziario-direzionale. E’ il 31 gennaio di quest’anno. Siamo a Volla, comune della provincia orientale di Napoli, con 28mila abitanti, 40 bar e un record da Guinness dei primati come certifica nel bollettino statistico ancora Bankitalia: elevato numero di sportelli bancari e costante incremento dei depositi sui conti correnti. Qualcuno sospetta che Volla sia una zona cuscinetto della camorra e un paradiso per i suoi prestanome.
Malelingue, detrattori, gufi invidiosi. Ciro Perdono, patron dell’impero immobiliare, è nella sala attigua l’aula consiliare, si trova a suo agio. E’ stato più volte consigliere comunale nella vicina Casalnuovo per il Pdl, conosce le liturgie della ‘politica’. Non molla un attimo lo smartphone e mostra di continuo le foto del suo progetto che, in attesa dell’approfondimento dell’Anac, a breve realizzerà. Il suo è un cognome pesante e legato al cosiddetto ‘sacco di Casalnuovo‘. Uno scandalo che fece il giro del mondo conquistando addirittura i media internazionali come France 2.

Fu un caso nato grazie ad alcuni controlli dei carabinieri per la sicurezza sul lavoro. Mentre effettuavano un sopralluogo i militari scoprirono – siamo a gennaio 2007 – dal nulla un intero rione composto da una settantina di edifici, costruiti senza permessi alle porte di Napoli e precisamente nell’area Casarea, un piccolo paese, nato dallo scorporo di Afragola. La cittadella si reggeva su di una montagna di carta straccia, la fabbrica degli atti falsi funzionava h24: certificazioni fasulle che facevano rientrare gli immobili nella sanatoria edilizia del 2003. Insomma, i costruttori esibirono documenti costruiti ad arte. Non servirono a nulla. Le case erano abusive. Ciro Perdono fu condannato a 5 anni di carcere mentre un altro costruttore Domenico Pelliccia a 9.
Sono cose che accadono. Occorre rialzarsi e andare avanti. Il Gruppo Perdono nelle sue tante declinazioni societarie è sempre sulla cresta dell’onda. Non manca il chiacchiericcio, le insinuazioni e perfino l’indagine denominata “Argine” e condotta dai carabinieri di Castello di Cisterna. Elementi investigativi che confluiranno e saranno parte della relazione del luglio 2004 della Commissione di Accesso che porta allo scioglimento del Consiglio comunale di Volla. Motivo? Sono attivi fenomeni di infiltrazioni e condizionamenti di tipo malavitoso. In particolare sotto la lente d’ingrandimento dei commissari nominati dalla Prefettura di Napoli finisce l’ufficio tecnico comunale: le indagini rilevano come la camorra abbia rivolto le proprie mire criminali nel settore dell’edilizia privata.

Sono trascorsi ormai 13 anni. Adesso le cose saranno cambiate? Con un atto di generosità Ciro Perdono dopo aver incassato il semaforo verde dal Consiglio comunale annuncia di voler costruire ed arredare a sue spese una piazza e donarla alla città. Poi dicono che mancano i valori.

Eppure le cose sono molto più semplici di quelle che malevolmente appaiono. Compri due pezzi di terra, presenti regolare progetto edilizio e l’ufficio tecnico accorda un veloce ok. Tocca al Consiglio comunale concedere il permesso in deroga agli strumenti urbanistici. Sì, perché Volla è uno straordinario laboratorio mattonaro. Le mani sulla città di Francesco Rosi sono davvero poca cosa: a Volla nonostante il piano urbanistico comunale abbia esaurito i suoi effetti da ormai più di un decennio, l’edilizia locale continua ad espandersi a dismisura senza alcuna programmazione per la realizzazione di servizi, sotto-servizi e nuove infrastrutture sulla carta.

Il rilascio delle autorizzazioni edilizie è surrettizia e ottenuta con applicazioni discutibili e continue forzature del cosiddetto “piano casa” ma anche mettendo in pratica una serie di trucchetti volti a bypassare e raggirare qualsiasi legge e regolamento. Basta fare quattro passi per le strade di Volla e notare i tanti cantieri aperti e i mega cartelloni delle attivissime società immobiliari legate ai costruttori che pubblicizzano i prossimi nuovi parchi di edilizia residenziale. I nomi sono originali: Mariasofia, Artemide, Farin, Hollywood, Florenzio, Partenope, Athena. Centinaia tra appartamenti, abitazioni e villette a schiera costruite rigorosamente in deroga. Una colata di cemento a pochi chilometri dal Vesuvio e nonostante la vicinanza con il vulcano, il comune di Volla, ‘stranamente’ non rientra per la Protezione civile nella nuova zona rossa dell’aggiornamento del Piano nazionale di emergenza.

Vent'anni di lavori di bonifica di un'area preziosa per il futuro della città completamente inutili?Siamo davvero alla vigilia sull'orlo di una catastrofe ecologica? Difficile da credere. la Repubblica, ed. Napoli blog "Orazio post", 2 marzo 2017
E’ veramente difficile non cedere allo sconforto, leggendo le anticipazioni di stampa sulla super perizia commissionata dal Tribunale di Napoli, che doveva dire una parola definitiva sulla conduzione della bonifica di Bagnoli. Le conclusioni cui i periti giungono sono raggelanti: le operazioni di bonifica, anziché migliorare lo stato ambientale dei luoghi, ne avrebbero addirittura compromesso la possibilità d’uso futura, rendendo comunque necessaria una nuova attività di caratterizzazione, di messa in sicurezza, bonifica.

“L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”, avrebbe sbrigativamente concluso Bartali. Considerato che le prime attività di caratterizzazione risalgono al 1997, il senso della perizia è che abbiamo perso un ventennio, oltre a una barca di soldi, e la prospettiva è ora quella di ricominciare da capo, rituffandoci in un brutto sogno che non vuole finire mai.

Un incubo che non riguarda solo noi, perché il fallimento di Bagnoli è solo un capitolo di una storia più vasta, se in Italia in un quarto di secolo siamo riusciti a portare a termine meno dell’un per cento delle bonifiche previste nei Siti di Interesse Nazionale. Insomma, le bonifiche sono una pagina nera della storia della Repubblica, e questo fatto merita una riflessione seria, lasciando da parte le fumisterie specialistiche, l’atmosfera esoterica, da iniziati più che da addetti ai lavori, che ammanta solitamente queste cose.

C’è, innanzitutto, una difficoltà di governance, perché le competenze alla fine sono distribuite lungo tutta la filiera istituzionale, dallo Stato centrale al Comune, e la cooperazione tra i diversi organi dell’Amministrazione non è mai stato il nostro forte, con una inclinazione piuttosto al rimbalzo di responsabilità. In più c’è l’instabilità istituzionale: nella pluridecennale vicenda di Bagnoli si sono succeduti quattordici governi centrali, cinque amministrazioni regionali, e quattro diversi sindaci, con momenti di stallo e incomunicabilità che si sono pure verificati, soprattutto quando ai diversi livelli sedevano amministrazioni di differente segno politico.

A complicare ulteriormente le cose, c’è stata poi l’evoluzione legislativa, nel caso di Bagnoli le leggi di riferimento sono cambiate ben due volte, con la difficoltà, che si è puntualmente verificata, di dover decidere se e come adeguare i piani di bonifica, faticosamente approvati in conferenza dei servizi, alle nuove regole e ai nuovi standard.

Esiste poi senz’altro un problema di comunicazione e partecipazione pubblica, che alla fine conta, e fa la differenza. Nei paesi che queste cose le sanno fare, con approccio sobrio e in tempi rapidi, proprio la consapevolezza della delicatezza di questo tipo di operazioni, che toccano nel vivo interessi economici rilevanti, ma anche la vita dei cittadini, il diritto alla salute, la qualità degli ambienti di vita, spinge le amministrazioni a sollecitare la partecipazione pubblica, con la produzione di rapporti periodici sullo stato di avanzamento dei lavori, la possibilità di visitare i cantieri, tutte cose che rafforzano la credibilità e la fiducia nelle istituzioni, e che aiutano gli stessi attuatori a non smarrire la rotta. A Bagnoli tutto questo è mancato, l’area è stata di fatto negata alla città per un lungo ventennio, il muro di cinta ha funzionato da limite invalicabile, e nessun racconto, nessun rendiconto è stato fatto alle comunità, con l’effetto di alimentare il disamore, la diffidenza, il distacco.

Ora, con la super perizia, sembra giunto il momento della verità, della resa dei conti. Come altre volte è successo in Italia, la risposta di ultima istanza ad un fallimento politico-amministrativo è di tipo giudiziario, ma anche qui bisogna mantenere i nervi saldi, e intendersi. Perché dopo una lettura attenta della perizia, e della minuziosa ricostruzione tecnico-amministrativa che essa contiene, è possibile e doveroso sottoporre le conclusioni cui giungono gli esperti ad un vaglio critico, con tutto il rispetto dovuto al poderoso lavoro svolto.

Tra le diverse cose che i periti hanno fatto, c’è stato lo scavo e il campionamento di quindici trincee nelle aree funzionali del Parco dello Sport e del Parco urbano, con il prelievo di una quarantina di campioni di suolo. Ebbene, il 90% dei campioni prelevati nel Parco urbano, e il 45% dei campioni prelevati nel Parco dello Sport, hanno evidenziato un contenuto di inquinanti organici (IPA e idrocarburi nel Parco urbano, IPA e PCB nel Parco dello Sport), superiori agli obiettivi di bonifica che erano stati previsti. Questo sia nello strato profondo, di riempimento con materiali più grossolani, sia nello strato superiore, a granulometria più fine, servito a ricostruire il suolo superficiale.

Sulla base di questi dati, gli esperti giungono alla conclusione che “… gli interventi di bonifica certificati, così come realizzati abbiano compromesso la futura fruibilità dei luoghi, perlomeno quelli a destinazione d’uso residenziale, arrivando talora a incrementare le concentrazioni esistenti prima della bonifica. Tale compromissione determina la necessità di una nuova attività di caratterizzazione e di bonifica/messa in sicurezza, finalizzata a rendere tali luoghi a tutti gli effetti conformi ai sensi di legge, nei termini di un’analisi di rischio”.

Ora, se è senza dubbio deprecabile il fatto che una bonifica costosa e complessa non abbia condotto, foss’anche solo nei punti di campionamento interessati dalla perizia, alla risoluzione dei problemi iniziali di contaminazione, è sul giudizio netto di “compromissione dei luoghi” che non è possibile essere d’accordo, proprio perché, alla luce della procedura prevista dalla legge, esso può essere legittimamente espresso solo dopo aver realizzato ad un’analisi di rischio sito-specifica, la stessa chiamata in causa dai periti, i quali però, nell’ansia di giungere comunque a un verdetto netto e definitivo, sembrano incorrere in un curioso loop logico.

Quello che si vuole affermare è che “compromissione dei luoghi” significa una cosa ben precisa, e cioè che quei luoghi non possono essere utilizzati dalle persone in condizioni di sicurezza, senza che ci siano ragionevoli rischi per la salute, dovuti all’esposizione concreta a sostanze pericolose, per contatto, inalazione o ingestione. Per sapere questo occorre l’analisi di rischio.

Resta il fatto, che i dati epidemiologici di scala comunale, pure citati dalla perizia, dicono che la mortalità per tumore è più bassa a Bagnoli che nel resto della città, mentre le analisi effettuate dall’ABC hanno evidenziato come le acque di falda risultino pulite anche a monte della barriera idraulica, e questa è la migliore conferma che i potenziali contaminanti presenti nei suoli hanno una bassissima mobilità, e non se ne vanno in giro per l’ambiente.

Alla fine, anche la perizia deve riconoscere, seppur con formula involuta, che “non sono emersi elementi che ci permettano di concludere con certezza che esiste un rapporto fra inquinamento ed eventuale danno alla salute nel caso specifico, poiché mancano dati epidemiologici e dati di monitoraggio biologico, che esprimono la reale dose assorbita.”

Insomma, se sono stati fatti errori devono essere perseguiti, ma l’insieme delle cose che oggi sappiamo su Bagnoli ci dice che, per grazia di Dio, la catastrofe ecologica e il disastro ambientale, non abitano qui. E’ un pezzo di città da mettere a posto, ed è a questo punto assolutamente necessario che le attività di caratterizzazione e analisi del rischio, recentemente decise nel tavolo istituzionale tra Governo, Regione e Comune, procedano il più velocemente possibile, per dare risposta ai dubbi e alle inquietudini che la perizia ha lasciato in sospeso.

Il documentario di Santoro mostra senza filtri una parte di città che nasce con il destino segnato. Ed è un problema non solo napoletano se vale ancora l'art. 3 della Costituzione. La Repubblica, 8 settembre 2016 (m.p.r.)


Robinù di Michele Santoro è il racconto di Napoli. Riduttivo chiamarlo documentario. È una prova. La prova che tutto quello che abbiamo detto in questi anni in molti non erano menzogne, apocalittiche esagerazioni. Non ci avete creduto? Ecco, prendetevi del tempo e guardate Robinù. È stato presentato ieri sera alla mostra del Cinema di Venezia. Vedrete quella parte di Napoli di cui non si può parlare. Quella parte di Napoli che se la mostri stai diffamando, speculando, stai esagerando, mentendo. Robinù è il racconto di Napoli attraverso voci che in genere non ci arrivano così, nitide, chiare, pulite, senza rumori di fondo. Senza quelle piene di empatia di chi aiuta, senza il cinismo e la precisione della cronaca, senza la severa irremovibilità delle forze dell’ordine, senza l’inadeguatezza e la connivenza della politica. Non sentiamo le domande in Robinù e, quando smettiamo anche di immaginarle, tutto diventa un flusso di coscienza, uno sfogo limpido, comprensibile.

Sembra di entrare nella testa di chi a vent’anni ha già vissuto tutte le vite possibili, quelle accessibili per nascita e status. Sì perché una cosa dobbiamo metterla in chiaro, subito: la Napoli che ci mostra Michele Santoro non potrà mai essere diversa da se stessa, non potrà mai cambiare. I figli di quella Napoli hanno il destino già deciso, segnato. Le varianti sono naturalmente contemplate, ma resta lo specchio di un luogo in cui non esiste mobilità sociale, se vuoi diventare qualcosa di diverso devi andar via, emigrare, lontano più che puoi.

Se resti qui sei marchiato a vita, dal tuo nome e dal quartiere in cui sei nato. Tu non sei solo tu, tu sei la tua famiglia. Inutile girarci troppo intorno: se sei figlio del popolo resti popolo. Se vuoi soldi e potere, se vuoi una vita diversa dagli stenti e dai sacrifici dei tuoi genitori o impari a sparare, a farti notare per entrare nella paranza del tuo quartiere, o non hai speranza. Tu sei il tuo quartiere e lo devi difendere, proteggere, a tutti i costi.
Ma cosa significa esattamente difendere il quartiere? Significa difendere l’unica possibilità di lavoro, l’unica possibilità di fare soldi, significa pensare al proprio futuro. E se vi diranno: «Falso: con la buona volontà possono farcela», rispondete che non si tratta di buona o cattiva volontà, che non si tratta di riuscire o meno a superare un esame all’università, ma si tratta di non poter nemmeno contemplare l’università nel proprio orizzonte di vita.
Facciamo attenzione alle attitudini pietistiche e borghesi, o peggio inconsapevolmente aristocratiche di chi in fondo continua a campare ai piani alti dei palazzi nobiliari del centro storico non vedendo chi vive nei bassi. Possono farcela, possono migliorare le loro vite, basta che studino, basta che lo vogliano. Tutto molto bello, ma per desiderare e volere una cosa bisogna conoscerla. Sembra cinismo eppure è realismo: a Napoli, nei quartieri più difficili, non ci sono alternative alla strada. Nessuno offre alternative alla strada.
Emanuele Sibillo è diventato un’icona a Forcella: i protagonisti di Robinù parlano di lui come di un padrino amorevole che di tutti si prendeva cura. Portano il suo stesso taglio di capelli per omaggiarlo e la stessa barba lunga. Trattano la sua memoria come quella di un prete passato a miglior vita, in odore di santità. Parlano di lui come 40 anni fa parlavano di Padre Pio nel Beneventano: tutti giuravano di averlo conosciuto, di essere stati anche solo per una volta e anche solo per un momento oggetto della sua attenzione.
Con Emanuele Sibillo a Forcella accade esattamente la stessa cosa. Curriculum criminale eccellente: i Sibillo sono alleati dei Giuliano jr, la terza generazione dei capi di Forcella, con i Brunetti e con il gruppo Amirante. Nemici dei Mazzarella cui contendono il predominio sul centro storico: Tribunali, Forcella e la Maddalena. Emanuele Sibillo è stato ucciso a 19 anni. La morte lo ha reso eterno, non solo, ha ricompattato un quartiere che solo nominalmente è nella seconda municipalità di Napoli e che solo nominalmente riconosce come autorità cittadina quella del sindaco, ma che in realtà aveva un solo padrone, un solo mentore, una sola guida, nella cui memoria continua a vivere e a sognare un destino di emancipazione: Emanuele, appunto. Sì, ma di quale emancipazione si tratta?
Uscire dal ghetto non se ne parla proprio, renderlo piuttosto meno angusto, estenderne i confini. Avere la possibilità di spendere soldi, di spenderne di più. Controllare droga, estorsioni, prostituzione. Ed ecco dunque, se siete alla ricerca di una sostanziale differenza tra la vecchia e la nuova camorra, tra i consorzi criminali che conosciamo e le nuove paranze di ragazzini, la leggete proprio nel rapporto con il denaro. Non sono più spietati oggi. Non uccidono con più sangue freddo. Sono più folli, ma questo dipende dalla giovane età e da quella ferinità, dalla mancanza di limiti e di paura tipica dell’adolescenza.
Hanno invece un rapporto con il denaro che è adolescenziale: possederne per spenderlo, per ostentare. Non esistono progetti imprenditoriali, non esiste nulla che non sia il qui e ora. E questo rende le nuove paranze disordinate, evanescenti, fungine. Proprio come i pesci di paranza cadono nelle reti a decine e come i funghi a decine di nuovo sbucano. Invadono le vie della città, quelle centrali e quelle periferiche, imbracciano armi, sparano, spaventano, feriscono, uccidono. Sono per questo temuti e amati. Non hanno paura di niente e chi supera il limite, comanda. Se esagera viene fatto fuori.
E poi c’è lui: Michele Mazio. Lui che la prima rapina la fa a 13 anni («Più per scherzare»), lui che scrive una lettera nella quale dice di voler comandare solo lui, di volersi fare una paranza tutta sua. Lui che la chiamata dalla paranza l’aveva avuta, era stato accettato, era all’altezza, poteva entrare e invece l’ha rifiutata. Cane sciolto voleva restare. Lui che è bello e carismatico, lui che è folle e violento, lui che spara contro i poliziotti, bacia la pistola e poi va a festeggiare in un bar a cornetti e champagne. Lui che in carcere riceve lettere d’amore, da sconosciute.
E poi c’è Mariano, il primo volto che appare: «Oggigiorno comanda chi fa più reati. Più macelli fai, più la gente tiene paura di te». Mariano che dal carcere minorile di Airola, racconta come se tutto fosse necessario, la sua scelta criminale, la sua passione per il kalash (il kalashnikov). E proprio dal carcere di Airola, lunedì scorso è arrivato un segnale fortissimo dai clan: una rivolta iniziata per futili motivi è diventata l’occasione per mostrare chi comanda, di cosa si è capaci. Del limite che si deve e si può superare ogni volta. Si tratta di detenuti maggiorenni che hanno coinvolto i più giovani. Detenuti che potevano finire di scontare la propria pena ad Airola e che invece si sono voluti guadagnare il carcere “dei grandi”.
Il racconto di Michele Santoro è il racconto dei Robinù di Napoli, di chi pur agendo contro la legge, è protetto dal suo quartiere, dalla comunità in cui vive e su cui comanda; una comunità che solo in quel percorso si riconosce. Le paranze rubano per dare a loro. I miserabili solo loro che diventano piccola borghesia violenta in una terra (Napoli, Italia, Europa...) dove per guadagnare davvero devi sparare e giocarti la vita. Guadagnare al prezzo di crepare.
Il flusso di coscienza che ha letteralmente assorbito i protagonisti racconta un mondo che vede solo se stesso e per il quale solo incidentalmente noi esistiamo. Un mondo che non può non essere raccontato, ma che quando la si racconta piovono le accuse: Napoli diffamata, Napoli maltrattata, Napoli denigrata. Napoli raccontata a tinte fosche quando invece è sempre piena di sole. Napoli dove ci vive gente per bene e anche le loro vite vanno raccontate. Come far capire che le vite di chi si alza, fa colazione, accompagna i figli a scuola e va al lavoro, di chi fa la spesa, paga le bollette, porta i figli a calcetto, va in palestra, fa magari volontariato, non può essere materia di questo racconto? Come è possibile non capire che si raccontano le ferite e le malattie, non la salute e la prosperità?
Le voci delle donne raccontate da Santoro le ho lette nelle ordinanze di custodia cautelare, nelle trascrizioni delle intercettazioni telefoniche e ambientali:sono loro. Per conoscere Napoli non basta poter raccontare di aver sentito chiaramente lo sparo che ha ammazzato l’ultima vittima di Forcella o di essere passato un attimo dopo il raid davanti al bar dove c’è stata la sparatoria. Per raccontare Napoli bisogna trovare ogni volta una ferita, infilarci l’occhio, indagarla, slabbrarla, farla sanguinare. Per raccontare Napoli non servono le voci degli affiliati e poi, subito dopo, quelle delle forze dell’ordine che ci diano versioni uguali e contrarie che con il bene neutralizzino il male.
Per raccontare Napoli bisogna ascoltare il racconto della ragazza madre agli arresti domiciliari diventata spacciatrice per necessità. Per 35 euro al giorno. «Spacciatrici si nasce», dice e lei non è nata spacciatrice, lei lo fa per mantenere suo figlio. Questo racconto diffama Napoli? Esporta di Napoli e dell’Italia un’immagine che corrisponde solo in parte a verità? Vero, e allora cosa suggerite? Il silenzio? Il velo pietoso?
Il racconto di Santoro è il racconto della fine ed è una testimonianza che aderisce perfettamente alla realtà. È un racconto che aiuta a prendere coscienza. Vediamo Robinù, e poi quando ci diranno che il problema di Napoli è che ha la periferia, con tutte le sue criticità e contraddizioni, nel centro storico - intendendo dire che il centro storico a causa della presenza criminale non può essere il salotto buono della città - risponderemo che non ci interessano i salotti buoni, che non ci interessa il decoro urbano come prova di tufo e piperno del buon funzionamento di una città in cui non funziona niente. Diremo che a noi interessa la verità, che continueremo a cercarla, a raccontarla, ad ascoltarla.

Un bene pubblico da dismettere (si legga da svendere), trasformato da attivisti in "spazio di uso civico e collettivo", e adesso fagocitato dall'industria del fare. Il manifesto, 27 luglio 2016 (p.d.)

Villa Medusa era il centro anziani del quartiere Bagnoli, a Napoli. Un privato l’aveva donata al comune proprio per questo scopo. Falegnameria, pittura, balli di gruppo, oltre 500 iscritti all’associazione, l’esperienza si interrompe nel 2007: alcuni locali vengono dichiarati inagibili, l’amministrazione non li mette a norma e chiude il centro. Nel 2012 finisce nei beni da dismettere ma nel 2013 gli attivisti di Bagnoli lo occupano dandogli nuova vita, con la manutenzione tornano le attività per anziani e nuove iniziative come la biblioteca, lo sportello per i disoccupati, la palestra, corsi di italiano per migranti, feste per bambini. Villa Medusa è tra i siti riconosciuti dal comune a giugno come «spazi divenuti di uso civico e collettivo». E’ anche uno dei luoghi dove gli abitanti si riuniscono per discutere della bonifica della zona, l’ex area industriale Italsider, contrari al commissariamento imposto dal governo e ai piani urbanistici sottratti alle sedi istituzionali e affidati, con lo Sblocca Italia, all’agenzia del governo Invitalia.
Lunedì pomeriggio una volante è arrivata all’ingresso della struttura e ha fermato due ragazzi. Avevano partecipato a un’assemblea e stavano andando a lavorare in una ditta di spedizioni: costretti a spogliarsi, vengono perquisiti. I compagni chiedono spiegazioni ma dalla volante parte una chiamata e in un attimo arrivano sette auto in appoggio. In sette vengono portati via e tenuti per quattro ore nella caserma Raniero, la stessa dove vennero fermati gli attivisti del Global Forum nel 2001. Sono stati rilasciati alle nove di sera con un verbale di fermo e una denuncia per violenza privata e minacce. I ragazzi descrivono l’accaduto come «una provocazione in un generale clima di intimidazione».

Da settimane si susseguono all’esterno di Villa Medusa posti di blocco con fermo e controllo dei documenti. Il 20 luglio gli attivisti, riuniti nella sigla Bagnoli libera, si sono presentati al convegno di Invitalia. Doveva essere, nelle dichiarazioni degli organizzatori, un appuntamento aperto alla cittadinanza ma si accedeva a inviti. La relazione introduttiva l’ha fatta Pietro Spirito, scelto da Invitalia come program manager del piano di rigenerazione urbana di Bagnoli-Coroglio, già manager di Atac Roma ai tempi di Alemanno, passato per la direzione dell’Interporto di Bologna e per incarichi alla Consob e alla Montedison. «Abbiamo contestato le ricostruzioni di Spirito sulle attività della cabina di regia del commissariamento – spiegano – . In particolare il piano finanziario per la bonifica, redatto prima di aver avuto i risultati della caratterizzazione dei suoli, e le gare d’appalto già svolte per la messa in sicurezza degli arenili nord (700mila euro). La stessa operazione di sostituzione della sabbia c’è già stata nel 2007 ed è stata vanificata dall’azione del mare, è servita solo ai gestori delle concessioni balneari per continuare la loro attività commerciale».

Renzi ha imposto il commissariamento e ha fatto di Bagnoli una delle sue bandiere in stile Expo, ma la cittadinanza si oppone da due anni ai piani del governo. «Abbiamo subito perquisizioni a casa – raccontano gli attivisti -, veniamo fermati per strada per controlli continui. Le volanti stazionano quasi sempre fuori Villa Medusa, un centro frequentato dai movimenti ma anche da anziani e bambini. Sperano di innervosire il quartiere e isolarci». Dalla scorsa settimana sono arrivate anche le intimidazioni: «Alcuni personaggi armati di sfollagente ci hanno minacciato. E’ evidente che la trasformazione di Bagnoli risveglia molti interessi».

«Deliberazione innovativa. Il nodo da sciogliere era lo strumento della cessione per assegnazione... Il meccanismo si può interrompere se i beni sono amministrati in forma diretta da comunità di riferimento, in assenza di lucro, per il soddisfacimento di diritti fondamentali».Il manifesto, 23 luglio 2016 (c.m.c.)

«Comunità che discutono le forme di autonormazione civica degli spazi che quotidianamente fanno vivere, questo per noi è neomunicipalismo»: Giuseppe Micciarelli è avvocato, partecipa ai tavoli di Massa Critica e altre realtà di movimento di Napoli che studiano percorsi giuridici per la definizione e l’utilizzo dei beni comuni.

Un lavoro in parte condiviso con l’amministrazione che ha portato, il primo giugno, all’approvazione della delibera di giunta 446, con cui si riconoscono sette edifici in città come «spazi per loro stessa vocazione divenuti di uso civico e collettivo». Lunedì scorso Mara Carfagna, eletta in consiglio comunale con Forza Italia, ha contestato la delibera nel suo primo discorso tra gli scranni dell’opposizione. Stessa musica dal Pd con Valeria Valente, anche lei eletta in consiglio comunale, che ha dichiarato: «Ancora una mossa maldestra. Non sarebbe giunta l’ora di avviare la vendita e messa a reddito del patrimonio immobiliare comunale annunciato dal sindaco già cinque anni fa?».

Nel 2011 la prima amministrazione de Magistris (nella foto) ereditò un comune con i conti disastrati con conseguente adesione al predissesto. La ricetta proposta da tutti i governi per risanare le casse dei comuni è la vendita del patrimonio pubblico.

A Napoli si sta provando a restituirne una parte alle comunità. I sette edifici a cui fa riferimento la delibera 446 sono pezzi di storia: a Bagnoli ci sono Villa Medusa, frequentatissima dagli anziani del quartiere, e lo storico Lido Pola; a Materdei l’ex Convento delle Teresiane convertito dagli occupanti in Giardino Liberato e l’ex Monastero di Sant’Eframo trasformato a fine Ottocento in un Opg e adesso restituito al quartiere con la sigla Je so’ pazzo; tra Materdei e il Vomero c’è l’ex scuola media Schipa occupata da precari e famiglie in emergenza abitativa; al centro storico l’ex Conservatorio di Santa Maria della Fede tornato alle attività artistiche come Santa Fede Liberata e l’ex Convento delle Cappuccinelle trasformato poi nel carcere Filangieri (uno dei due minorili, insieme a Nisida, per cui si battè Eduardo De Filippo quando divenne senatore a vita) abbandonato per anni e trasformato adesso in Scugnizzo liberato.

«Nel 2012 una comunità di artisti e tecnici occupò l’Asilo Filangieri – spiega Micciarelli -, a Roma c’era un percorso simile al Teatro Valle. Noi però rifiutammo di imboccare la strada della fondazione. Giuristi, filosofi, tecnici e attivisti hanno lavorato sul concetto di autogoverno attraverso un regolamento d’uso».

A maggio 2012 ci fu la prima delibera di giunta che riconosceva l’esperienza dell’Asilo mentre la proprietà, con i relativi oneri ordinari e straordinari, rimaneva al comune. Da allora si sono susseguite altre delibere sull’Asilo e sulla regolamentazione dei beni comuni nel 2013, 2014 e 2015 in un percorso di continuo sviluppo della giurisprudenza in materia.

«Il nodo da sciogliere era lo strumento della cessione per assegnazione – continua Micciarelli -. Il pubblico cede un pezzo di patrimonio, l’assegnatario per sostenerne i costi finisce per metterlo a reddito sottraendolo così alla collettività per un interesse privato. Il meccanismo si interrompe se i beni sono amministrati in forma diretta da comunità di riferimento, in assenza di lucro, per il soddisfacimento di diritti fondamentali. L’uso civico e collettivo urbano non è uso esclusivo, è aperto a chi ne condivide il regolamento». Al pubblico restano la proprietà e gli oneri di gestione ma le comunità si impegnano con il loro lavoro a tenere gli spazi vivi e aperti, li attrezzano e svolgono attività documentate (artistiche ma anche per i minori, sportelli per precari e lavoratori, ambulatori popolari…).

«Il primo provvedimento in materia è del 2011 e modifica lo statuto comunale con l’introduzione della categoria di bene comune – spiega l’assessore alle Politiche urbane, Carmine Piscopo -. Con la delibera di giugno i beni del patrimonio storico artistico, che hanno conservato il carattere monumentale, vengono preservati perché costituiscono reddito sociale per le prossime generazioni. Attiveremo un processo di ascolto e monitoraggio del territorio per sviluppare gli usi collettivi in forma aperta».

Per tre giorni Napoli è stata ceduta alla ditta D&G che ha "occupato" l'intero Borgo marinaro e molti altri spazi pubblici chiusi agli abituali utilizzatori e riservati agli ospiti della ditta, Molti degli intellettuali locali compiaciuti o rassegnati, ma fortunatamente non tutti. La Repubblica, ed. Napoli, 14 luglio 2016

TRA i due modi che il Calvino delle Città invisibili propone per non soffrire in mezzo all’«inferno dei viventi » il più difficile è quello di «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno: e farlo durare e dargli spazio». È un esercizio cognitivo e morale fondamentale: un esercizio cui è impossibile sfuggire quando si scruta ciò che succede a Napoli.

Ora la domanda è: il grande evento di Dolce e Gabbana come va letto? Come qualcosa che non è inferno (sembra l’opinione prevalente, anche se spesso la motivazione che la sorregge è un disarmato: «meglio di niente!»), o come un pezzo del solito, immutabile, eterno inferno? Sono convinto che la risposta giusta sia la seconda: ciò che abbiamo vissuto in questi giorni non è la promessa di qualcosa di nuovo, è l’ennesima manifestazione dell’abdicazione perpetua di questa città.

Cosa c’è, infatti, di nuovo nella circostanza per cui un signore si prende Napoli, la chiude, la nega ai cittadini stessi e ci costruisce un apparato effimero? L’unica novità, rispetto ai riti di antico regime, non è una bella novità: ora la festa non è neanche a sollazzo del popolo, ma a totale beneficio del marketing del moderno signore e padrone.

La gravità di ciò che è successo mi pare evidente soprattutto sul piano simbolico, e dunque su quello educativo: perché si è affermato con forza che la città non è dei cittadini. Il colmo lo si è raggiunto con la decisione gravissima di chiudere il Dipartimento di Scienze sociali della Federico II: una scelta che ben chiarisce la gerarchia simbolica dei poteri. Non c’è dubbio che gli studenti abbiano così ricevuto la più eloquente lezione di sociologia applicata della loro carriera: ma credo che i vertici del mio ateneo dovrebbero attentamente riflettere sul messaggio che si è, di fatto, mandato.

Nel complesso, questo evento ha ridotto ancora una volta i cittadini a plebe, legittimando così ogni disprezzo: perché un giovane diseredato di una qualunque periferia dovrebbe astenersi dal coprire di vernice i monumenti che compongono questo set privato? Le parole, e la loro carica simbolica, sono importanti: e cosa può fare un evento “esclusivo”, se non escludere? Escludere ancora un po’, in una città che ha, invece, bisogno di inclusione come dell’acqua.

Per Per quattro giorni Come ai tempi di piazza Plebiscito regalata alla Nutella, il sindaco de Magistris continua a confondere cittadini e spettatori, e – alla faccia della retorica dei beni comuni – si presta a far da comparsa in una kermesse che la Valente o Lettieri avrebbero applaudito nello stesso, identico modo. Già, perché il vero problema è l’omologazione culturale del pensiero unico: quella per cui, negli stessi giorni, Diego Della Valle chiudeva per una festa privata due ordini del Colosseo (quando un’assemblea sindacale, legale e annunciata, l’aveva fatto per sole due ore, Dario Franceschini e Matteo Renzi avevano scatenato un inferno mediatico) e Fendi si prendeva la Fontana di Trevi per una sfilata di moda sull’acqua, letteralmente calpestando il monumento. Di qualche settimana fa è, poi, la cena esclusiva organizzata da un negozio di moda su un ponte galleggiante sull’Arno a Firenze, riedizione iperbolica e ultraconsumistica della madre di tutte le privatizzazioni dello spazio pubblico: quella della cena della Ferrari che nel 2013 chiuse Ponte Vecchio per una notte, per decisione dell’allora sindaco Renzi.

Conosco l’obiezione a questa lettura. Napoli – si dice – ne avrebbe guadagnato «in immagine ». A questo rispondo innanzitutto che la prima immagine di Napoli ad essere importante è quella che viene trasmessa ai suoi stessi cittadini: e il messaggio per cui la città è di chi se la prende è un messaggio devastante.

Ma anche se si pensa all’immagine di Napoli di fronte al mondo, credo che il ragionamento sia profondamente sbagliato. Il risultato, si dice, è aver fatto passare il messaggio che «Napoli non è solo Gomorra ». Parole infelici: intanto perché tradiscono un inconfessabile fastidio verso chi denuncia, racconta, rappresenta Gomorra. E poi perché trascurano il risultato finale: e cioè che l’immagine di Napoli che ne esce è per metà Gomorra e per metà Luna Park. Tutto tranne che una città. E anzi un ircocervo mostruoso, che finisce con l’abbracciare, di fatto, la visione di un Oscar Farinetti: per cui l’unica prospettiva del Mezzogiorno è diventare «una grande Sharm el Sheik». Una predizione di qualche anno fa, nel frattempo divenuta sinistramente calzante: visto che la località egiziana è ormai ridotta a un’oasi per ricchi protetta da un esercito in armi.

Dunque, se davvero vogliamo «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio» non è all’effimero circo degli eventi che dobbiamo guardare, ma a quanto questa città è capace di fare davvero per se stessa. Se – per non fare che un esempio – il lavoro straordinario della Fondazione Foqus ai Quartieri Spagnoli venisse raccontato con un decimo dell’enfasi e dello spazio riservati alle feste di Dolce e Gabbana non faremmo tutti un miglior servizio al corpo (e all’immagine) di Napoli?

A furia di immagini pubblicitarie e di slogan da pataccaro Renzi tenta di coprire l'ennesimo imbroglio e, soprattutto, la strategia di sostituzione de decisionismo del Capo alle regole della democrazia e l'asservimento delle scelte di "rigenerazione urbana" agli interessi dei poteri economici.

Invitalia spa è l'azienda di proprietà del ministero per lo sviluppo economico che il governo ha scelto come soggetto attuatore per gli interventi nel sito di interesse nazionale (SIN) di Bagnoli-Coroglio. Com'è noto, l'art. 33 dello SbloccaItalia ha deciso di sperimentare a Napoli un nuovo meccanismo istituzionale per le aree compromesse da più gravi inquinamenti selezionate fra i 39 SIN individuati finora. Tale meccanismo include nelle competenze statali non solo la bonifica ambientale, ma anche la rigenerazione urbana, e affida il tutto ad un commissario di governo (per Bagnoli, Salvatore Nastasi), assistito da una cabina di regia (per Bagnoli, presieduta dal sottosegretario De Vincenti e composta da rappresentanti dei tre ministeri dell'ambiente, dello sviluppo economico e delle infrastrutture, della regione Campania e del comune di Napoli), e ad un soggetto attuatore, appunto, che deve redigere il “programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana”, che – approvato dal commissario, dopo l'esame tecnico-amministrativo di una conferenza dei servizi – equivarrà a variante al piano regolatore e al piano urbanistico esecutivo. Il comune di Napoli, eccependo la incostituzionalità della sottrazione della sua competenza specifica sulla pianificazione urbanistica, ha presentato un ricorso al TAR, che il 22 marzo scorso lo ha però rigettato.

Il 6 aprile, alla riunione in prefettura della cabina di regia alla quale Invitalia doveva sottoporre gli indirizzi strategici del programma è intervenuto anche il A furia di immagini pubblicitarie e di slogan Renzi, che, qualche giorno prima, aveva già annunciato che nella prossima estate ci si sarebbe potuti bagnare sul litorale di Coroglio.

I presenti all'incontro hanno potuto assistere alla proiezione di poco più di una trentina di diapositive intitolate #RILANCIOBAGNOLI : immagini di riprese aeree o satellitari che mettono a confronto lo stato attuale dei luoghi con fotomontaggi delle proposte trasformazioni, accompagnati solo da iscrizioni secche quali «no edilizia residenziale», «balneabilità», «rimozione colmata», «highlights», «smart grid», «green data center», «il waterfront come “segno” del rilancio e principale attrattore», «moduli commerciali a basso impatto», «stadio della vela/centro preparazione olimpica», «riciclo, smaltimento e utilizzo nuove tecnologie e materiali per la nautica da diporto», «cantieristica per il refitting», «parco dello sport e wellness», «campus universitario specializzato in ricerca connessa con economia del mare», «prima università di eccellenza internazionale nel mezzogiorno», «industria creativa per la produzione digitale e multimediale» e via magnificando.

Per la mobilità e i trasporti solo gli annunci di una funivia fra Posillipo e Nisida, dell'interramento di Via Coroglio per la massima integrazione fra parco e spiaggia e di percorsi ciclabili nel parco. In materia di bonifica esclusivamente la specificazione che nel 2016 si effettueranno interventi urgenti e che il programma si completerà entro il 2019.

Nelle immagini della proposta colpiscono:
la spiaggia del tutto libera, da Coroglio al pontile nord, senza più la colmata Italsider e senza più Città della Scienza (il protocollo per l'accordo di programma quadro pubblicizzato a Napoli dal medesimo Renzi il 14 agosto 2014 aveva invece sancito la ricostruzione sul litorale del museo interattivo incendiato),
- un vasto parco verde (oltre 70 ettari, contro i 120 del PUE) con alcuni manufatti di archeologia industriale riutilizzati,
- un porto turistico da 700 posti barca (di cui ben 100, pare, per mega yacht) in ampliamento dell'approdo borbonico di Nisida, integrato da un grande contenitore, il «porto a secco», per i natanti minori,
- gli 'scatoloni' di alcuni nuovi volumi ai limiti del parco :
- il cospicuo «miglio azzurro» della cantieristica e per le attività dell'economia del mare sui suoli ex Cementir (gruppo Caltagirone),
- un albergo a Nisida alle spalle del porto e un altro alla radice del pontile nord (del cui tratto iniziale si prevede una sorta di vestizione in vetro per utilizzarlo come spazio espositivo),
-alcuni edifici di media dimensione verso l'interno.

Il porto a Nisida era stato proposto, mesi fa, dal presidente dell'Unione industriali che, insieme con quello dell'Associazione costruttori, esprime ora vivo consenso agli indirizzi di Invitalia. È vero che Nisida non è compresa nel SIN, ma commissario e soggetto attuatore dichiarano che chiederanno una modifica al suo perimetro, che vi includa quanto meno la costa nord-orientale «per poi valorizzare l'isola, almeno in parte» (Arcuri, amministratore delegato di Invitalia, durante il forum de Il Mattino, 8 aprile, pagg. 32-33, sintetizzato sotto il titolo «Arriva il porto, via il carcere da Nisida. Nastasi: presto la richiesta al governo»). Non sembrano preoccupare, in rapporto al dimensionamento del porto, né l'assenza di adeguati spazi a terra né l'accessibilità fornita unicamente dall'antico ponte ottocentesco. E non sembra pesare più di tanto il fatto che l'isola sia assoggettata a vincolo paesistico e sia inclusa nei siti di interesse comunitario della rete Natura 2000.

Nisida a parte, la successione delle immagini sembra corrispondere a gran parte delle rivendicazioni delle associazioni ambientaliste e dei comitati di base impegnati da anni su Bagnoli. Accompagnate dall'annuncio di stanziamenti per gli interventi fino a 272 milioni di euro, le diapositive appaiono innanzitutto, con la loro sconcertante estemporaneità, un vistoso spot pubblicitario per sottrarre argomenti e sostenitori alla campagna elettorale del sindaco De Magistris. Tanto – come la nuova previsione per Città della Scienza dimostra – non si avvertirà alcuna difficoltà, nel caso, a cambiare anche radicalmente le soluzioni ora proposte.

Il 14 aprile si è aperta la conferenza dei servizi, che ha discusso ed approvato solo il programma delle caratterizzazioni dei suoli e delle acque, affidato all'ISPRA. Anche i rappresentanti del comune di Napoli lo hanno ovviamente sottoscritto.

Ed è ripartita la propaganda e la disinformazione: «Ricordate che fummo accolti con urla, sassi e proteste e che il comune di Napoli parlò di esproprio del governo che voleva mettere le mani sulla città ? In conferenza dei servizi il governo ha ufficializzato il progetto presentato in prefettura e tutti (compreso il Comune!) hanno approvato all'unanimità» (Renzi su Facebook, citato da Il Mattino del 15 aprile a pag. 28). «Era dai tempi di Damasco che non si vedeva una conversione così efficace !» (Nastasi, riportato nella stessa pagina de Il Mattino).

La conferenza dei servizi si è aggiornata al 3 maggio per esaminare il piano di messa in sicurezza e pulizia dell'arenile nord. Entro un mese sarà bandita la gara europea per i rilievi e le analisi della caratterizzazione, i cui esiti consentiranno di definire poi il programma della bonifica e verificare le scelte di riassetto.

C'è il tempo di superare non solo il referendum sulle concessioni petrolifere in mare, ma anche le elezioni amministrative. Vedremo se, questa volta, a pensar male abbiamo solo commesso peccato.

Renzi annuncia la rimozione della colmata. Che dovrebbe già fare il suo governo». Articoli di Andrea Fabozzi, Vincenzo Iurillo, Adriana Pollice e Marco Palombi, il manifesto e il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2016 (m.p.r.)



Il manifesto
RUOLO DEI PRIVATI
E TRUCCHI DI RENZI PER IL DOPO ILVA

di Andrea Fabozzi
«Il cemento non lo aumentiamo, anzi togliamo anche la colmata che ha segnato come simbolo negativo Bagnoli». Dopo quasi un quarto di secolo si può dire di tutto su Bagnoli. E così Renzi, sbarcato in elicottero, promette come grande successo della «sua» gestione commissariale quello che una legge dello stato impone da anni al ministero dell’ambiente di fare.

Spetta al suo governo, dunque, al suo ministro «petroliere» Galletti, ripristinare la linea di costa e sbancare la colmata. Da qualche parte al ministero dovrebbero esserci ancora i progetti esecutivi, i disegni. Anni fa c’erano. Però il Renzi da sbarco ha un vantaggio. Anche sul destino della colmata può farsi forte degli anni di indecisioni, compromessi e autosmentite delle diverse amministrazioni comunali. Persino di quella attuale che, se non ricordiamo male, fresca vincitrice delle elezioni, immaginò di riciclare quei terreni inquinati per la coppa America di vela, per fortuna poi cambiando idea.

Bagnoli precipita ancora una volta nelle campagne elettorali. Il presidente del Consiglio non cerca di nasconderlo. A Napoli, così si rivolge ai progettisti: «Vedo che le infrastrutture partiranno a inizio 2018. Sarebbe bene che sia almeno la fine del 2017. Capisco far di tutto per non far le cose in piena campagna elettorale, ma questa cosa la facciamo prima».

Davanti a sé ha i responsabili di Invitalia, l’agenzia per lo sviluppo che il commissariamento - imposto con il famoso decreto «Sblocca Italia» - ha messo al centro della bonifica. Affidandogli la responsabilità della trasformazione urbanistica e insieme la proprietà dei suoli.

Nella versione originaria si trattava di una società aperta ai privati, verosimilmente gli stessi che hanno inquinato per anni (la Cementir di Caltagirone, Fintecna) ai quali il commissariamento può regalare nuove occasioni. L’ultimo decreto «Milleproroghe» ha «cambiato le carte in tavola», come ha detto il sindaco De Magistris, che così si è visto respingere il ricorso al Tar contro il commissariamento.

Adesso gli «sbloccatori» sono formalmente una società «in house» dello stato. Per sbloccare bisogna anche un po’ truccare. E così bisognerà capire quanto di veramente realizzabile c’è nelle slide proiettate ieri durante la cabina di regia.

A prima vista il piano contiene anche sorprese positive, ad esempio lo spostamento di Città della Scienza dalla linea costiera all’interno del futuro parco, come chiedono da tempo gli abitanti di Bagnoli e i movimenti per la spiaggia libera.

Resta però il difetto ineliminabile del commissariamento, che allontana dalle istituzioni rappresentative e dal controllo dei cittadini le decisioni sul futuro dell’area. E lascia spazio alla propaganda, nella quale Renzi sguazza. «Consulteremo i napoletani», ha promesso il presidente del Consiglio andando via. Il sito internet delle meraviglie, tra le slide, informa che la campagna di ascolto (chi l'ha vista?) si è chiusa a fine marzo.

Eppure chi ieri è sceso in piazza è riuscito a farsi sentire.

Il Fatto Quotidiano
SCONTRI SU BAGNOLI:
DE MAGISTIS FURIOSO PER IL PIANO DI RENZI

di Vincenzo Iurillo

Annunciati, previsti, evocati, temuti o minacciati, gli scontri di piazza anti Renzi e anti commissariamento della bonifica di Bagnoli si sono puntualmente concretizzati nel primo pomeriggio sul lungomare liberato di Napoli, il luogo simbolo dell’amministrazione di Luigi de Magistris. Qui tra piazza Vittoria e via Partenope, una parte del corteo della manifestazione organizzata da comitati e centri sociali, circa 2000 persone (tra cui due assessori comunali) partite da piazza Dante con in testa lo striscione “Napoli sfiducia il governo Renzi”e un Pinocchio con la maglietta del Pd, ha provato a forzare il cordone di protezione della polizia.

I manifestanti puntavano alla sede del Mattino, dove di lì a poco il premier avrebbe tenuto un forum con la redazione del quotidiano edito dal gruppo Caltagirone, titolare nell’area ex Italsider dei resti della Cementir oggetto di un’ordinanza del sindaco che intima loro e alla Fintecna di ripristinare a loro spese la sicurezza delle rispettive aree di competenza. Le forze dell’ordine hanno usato manganelli, lacrimogeni e idranti per disperdere facinorosi e incappucciati. Turisti spaventati, bus in fuga per il fumo. Quattro agenti feriti, uno in ospedale.

Da giorni de Magistris aveva annunciato di voler disertare la riunione della cabina di regia su Bagnoli convocata in Prefettura con Renzi e con il sottosegretario e coordinatore Claudio De Vincenti. E poche ore prima degli scontri aveva ‘accolto’ il premier con parole durissime: «La cabina di regia non è luogo in cui ci si abbraccia, ma è luogo in cui si crea una torbida saldatura tra presunto interesse pubblico e ben individuato interesse privato. Non ci andiamo a sedere in luoghi in cui accadono cose che nulla hanno a che fare con l’interesse della città». Ed ancora: «Sorprendente che il premier non abbia ritenuto di incontrare il sindaco della terza città d’Italia».

Valeria Valente, candidata sindaco del Pd, ha valutato queste esternazioni come una istigazione: «La rabbia non si accarezza e non si fomenta mai! De Magistris prenda immediatamente le distanze. Napoli non è questo, Napoli non merita questo». Il sindaco non l’ha accontentata. De Magistris gioca su Bagnoli una partita in cui incrocia il futuro dei 300 ettari di fronte a Nisida con il destino di una campagna elettorale per le imminenti amministrative che affronta da favorito, ma senza un partito alle spalle. E in chiave anti Pd e antirenziana, sta aggregando intorno a una riconosciuta leadership sul territorio, una variopinta galassia di movimenti, centri sociali, comitati, sinistra estrema. Tutti d’accordo con de Magistris che si autodefinisce «il Che Guevara di Napoli».

Dimenticata la stretta di mano con Renzi del 14 agosto 2014, il giorno dell’accordo di programma tra Comune e Governo finito nel nulla con lo Sblocca Italia e la decisione di commissariare la bonifica di Bagnoli, il sindaco di Napoli ha aperto contro Renzi un fronte politico-giudiziario culminato in un ricorso al Tar contro la nomina del commissario Salvo Nastasi (perso in primo grado, ha proposto appello) e contro «gli interessi speculativi dei grandi gruppi di potere che vogliono mettere le mani sulla città». Anche ieri Renzi ha replicato rimandando la palla nel campo avverso: «Siamo qui perché altri non hanno fatto. Ma la seggiola del comune di Napoli è lì in cabina di regia e dopo ci sarà in commissione dei servizi. E sottolineo che non mi permetterei mai di cambiare i progetti urbanistici». Il piano annunciato dal premier prevede 272 milioni di euro per ripulire Bagnoli, subito ribattezzata «la più grande bonifica d’Italia», che si concluderà entro il 2019. Renzi ha citato il Prg di Vezio De Lucia e ad alcuni è sembrata una citazione mirata per provare a sbollire Antonio Bassolino, ancora infuriato per aver perso le primarie dei presunti imbrogli ai seggi, e che ieri ha incontrato “a lungo” il premier.


Il manifesto
BAGNOLI, UN'EXPO DA 270 MILIONI

di Adriana Pollice

Napoli. Il premier in elicottero viene contestato: «Mi sto affezionando alle proteste, tornerò». Lanciata la gestione commissariale. Polemiche per due assessori ai cortei. Il sindaco: cabina di regia? È un luogo pericoloso. Nel blitz del presidente del Consiglio c’è spazio per i tormenti del Pd alle amministrative: non incontra Bassolino, ma gli lancia un appello

Matteo Renzi è arrivato a Napoli ieri pomeriggio, la città blindata fin dalla mattina: la polizia in assetto antisommossa ha completamente chiuso l’area intorno alla prefettura fino alla sede della redazione del Mattino, dove il premier era atteso per un forum, prima di partecipare alla cabina di regia su Bagnoli.

I manifestanti, oltre duemila, si sono radunati alle 11 a piazza Dante, tra loro anche gli assessori comunali Sandro Fucito e Carmine Piscopo. In testa al corteo un enorme pinocchio con il volto del premier, la manifestazione ha sfidato i divieti per arrivare fin quasi al portone del quotidiano del gruppo Caltagirone, tra le cui proprietà c’è anche la Cementir cioè un pezzo di Bagnoli mai bonificato. Ed è lì che la polizia ha azionato idranti e lacrimogeni disperdendo il corteo con i manganelli. Un ragazzo è stato ferito alla testa, dieci poliziotti si sono fatti refertare.

Quali sono gli interessi in gioco lo spiega l’Assise di Bagnoli: «Fintecna pronta a costruire sul mare. Caltagirone autorizzato a fare della ex Cementir residence di lusso. I costruttori napoletani, che puntano su Nisida». Ed è proprio a Nisida che il premier è sbarcato in elicottero per incontrare i ragazzi del carcere minorile. L’associazione dei costruttori da tempo spinge per spostare il penitenziario altrove in modo da mettere le mani sul bellissimo isolotto, facendone anche la sede del porto turistico di lusso.

I manifestanti, riuniti nella sigla «Bagnoli libera», nel pomeriggio si spostano in galleria Umberto: «Il problema di ordine pubblico lo ha creato il ministero dell’Interno. L’unica cosa che il governo doveva fare è la bonifica e non l’ha fatta, mentre la gente muore di tumore». Da lì il corteo è avanzato verso la prefettura ma la polizia l’ha bloccato all’altezza del San Carlo, schierando ancora gli idranti.

Alle 18 Renzi avrebbe dovuto presiedere in prefettura la cabina di regia, ma alle 17.50 si è accomodato nella redazione del Mattino per il suo show personale: «Il Sud ha straordinarie opportunità ma deve essere messo in grado di correre» ha spiegato. Ma all’ad di Apple, Tim Cook, Renzi aveva consigliato di investire a nord di Roma. «Qualcuno racconta che facciamo operazioni di cementificazione - prosegue -, ma il piano regolatore per Bagnoli non lo fa il commissario, è quello di Vezio De Lucia. Eliminando le ecoballe e pulendo Bagnoli (272 milioni previsti) bonifichiamo la Campania».

Le norme dello Sblocca Italia affidavano alla cabina di regia il potere di derogare al piano regolatore e anche superare i vincoli delle soprintendenze, ma i ricorsi dell’amministrazione hanno evidentemente spinto l’esecutivo su posizioni più prudenti.

Duro con il sindaco Luigi de Magistris: «Siamo qui perché altri non hanno fatto. La seggiola del sindaco in cabina di regia sta lì. Poi ci sarà la conferenza dei servizi, anche lì c’è la sua sedia. Tutte le volte che vengo a Napoli ho contestazioni veementi, ormai ci sono affezionato, verrò più spesso».

Un’ora di storytelling senza freni: l’emendamento per Tempa Rossa è un’operazione legittima; la magistratura lavorasse se è capace. E ancora: «Le elezioni che mi riguardano sono le politiche nel 2018. Per le comunali, la candidata del Pd a Napoli si chiama Valeria Valente, vincitrice dalle primarie. Dopo le polemiche, faccio il mio appello a partire da Antonio Bassolino, il Pd ha le carte in regole per provarci».

Con un’ora e mezza di ritardo il premier arriva alla famosa cabina di regia, dando la dimostrazione di come tutto sia stato deciso in altri luoghi.

Al premier restano le telecamere per la presentazione del piano di bonifica, da ultimare entro il 2019, e del progetto di sviluppo: funivia Posillipo-Nisida, dove ci sarà il porto turistico da 700 posti e lo stadio della vela; il parco urbano; terrazze attrezzate e piscine; moduli commerciali; siti di archeologia industriale accanto a incubatori di impresa, start up e centri di ricerca. Insomma un affare per i costruttori con un occhio al turismo e un altro al mondo digitale.

Il sindaco in prefettura non è andato ma ha commentato: «La cabina di regia è un luogo pericoloso, in cui si crea una torbida saldatura tra presunto interesse pubblico e ben individuato interesse privato. Il comune ha smascherato un’operazione illecita. Non ci faranno mai diventare complici di qualcosa di indecente a livello politico e istituzionale».

Il Fatto Quotidiano
UN EQUIVOLO LUNGO
(PER ORA) VENTICINQUE ANNI

di Marco Palombi

Venticinque anni, 360 milioni di euro e un equivoco. È di questo che parliamo quando diciamo Bagnoli. L’equivoco in realtà sono molti: quello del Mezzogiorno industriale e della fabbrica che spazz ’o vico sostituendo l’educata tuta blu alla plebe dei bassi; poi c’è l’equivoco delle bonifiche, quello del campare di turismo, quello della primavera napoletana.

Oggi Bagnoli, nel senso dell’area Bagnoli-Coroglio, sono mille ettari: erano quelli in cui sorgevano gli impianti Italsider (oggi Fintecna, cioè Cassa depositi e prestiti), l’industria del cemento che ne sfruttava le scorie (Cementir, controllata dal gruppo Caltagirone), più le zone limitrofe e ovviamente il mare. Oggi - come da 16 anni - Bagnoli è un Sin, un sito di interesse nazionale, nel senso che va bonificato. Ma la storia inizia prima. È l’inizio degli anni ’90 quando si spegne l’altoforno. La Bagnoli di cui parliamo oggi inizia allora e sopravvive sopra quella che esiste da sempre dentro i Campi Flegrei e corre tra la collina di Posillipo e il Golfo di Pozzuoli.
Il piano urbanistico a cui Matteo Renzi oggi dice di volersi conformare nasce 22 anni fa, nel 1994, per merito di Vezio De Lucia, assessore all’Urbanistica di Bassolino: all’ingrosso prevede che i 3/4 dell’area vada destinato a verde pubblico attrezzato. È il Progetto Bagnoli, quello “del verde, del sapere e del loisir ”, il tempo libero. C’è un problema. Bagnoli, dopo un secolo di industria, è un disastro. Va bonificata e le bonifiche costano.
Nel 1996 il Parlamento decide che pagherà lo Stato e stanzia 20 miliardi di lire per la neonata Bagnoli Spa: quando verrà chiusa, nel 2002, ne avrà spesi 300 e senza aver nemmeno cominciato a pulire. Il 2002 porta con sé un’altra società: Bagnoli Futura Spa, partecipata da Comune, Provincia e Regione. Chiuderà nel 2013 tra scandali e inchieste della magistratura: a quel punto, se ne sono andati un decennio e altri 200 milioni di euro con risultati rivedibili. In alcuni lotti, diceva Bagnoli Futura, la bonifica è al 60% con tanto di certificati ufficiali della Provincia. Solo che, fecero notare i pm di Napoli, controllore e controllato sono la stessa cosa: le analisi effettuate dai magistrati segnalavano addirittura un peggioramento delle condizioni ambientali di lotti che risultavano puliti.
Il simbolo di Bagnoli è la “colmata a mare”. Una montagna di rifiuti industriali prodotti da Italsider e Cementir che sta lì dagli anni Sessanta e ha modificato persino la linea della costa: 200mila metri quadrati che, dicono le analisi, continuano a inquinare il mare ancora oggi. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, a fine 2013 aveva emesso un’ordinanza che intimava a Fintecna e Cementir di rimettere tutto a posto. “Chi inquina paga”, dice la legge. Era la terza ordinanza simile e come le precedenti non è stata rispettata. Stavolta a bloccarla ci ha pensato il decreto Sblocca Italia.
E adesso? Bisogna capire cosa c’è da fare. Ispra, ente del ministero dell’Ambiente, ha concluso a febbraio la “caratterizzazione” del sito: una suddivisione per dimensioni e problematicità degli agenti inquinanti. Ma per sapere cosa c’è davvero a terra e in acqua bisogna aspettare l’estate. Scrive Ispra: “Nonostante la grande accuratezza nella definizione delle potenziali sorgenti di contaminazione può accadere di trovarsi di fronte a situazioni di criticità ambientale non prevedibili dal modello concettuale”. Pure la conoscenza a volte è un equivoco.

Riferimenti

Vedi i numerosi articoli nella cartella "Città oggi">"Napoli". Tra gli altri, quelli di Vezio De Lucia del 2010, C’era una volta il rinascimento napoletano e del 2013, Da emblema del rinascimento a feudo dei partiti, l'appello dei Comitati e dell'Assise cittadina per Bagnoli, e l'articolo di Marco De Marco del 2015, Bagnoli, De Lucia e il voto

L'intervista di Dario del Porto al procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e il commento di Marco Rossi Doria. «Qui la guerra c’è da sempre. E trova soldati, sempre più giovani, nelle più dure fragilità che nascono nei luoghi della povertà, della crisi educativa, del non lavoro». La Repubblica, 7 febbraio 2016 (m.p.r.)


“COSÌ UNA GENERAZIONE DI VENTENNI SPIETATI HA RIMPIAZZATO I BOSS”
Intervista di Dario del Porto a Franco Roberti


Napoli. Una «spaventosa quantità di armi in circolazione nelle strade». Nuove leve di giovanissimi criminali disposti a tutto che «sparano nel mucchio e per questo fanno più paura». È una «situazione eccezionale sul piano dell’ordine pubblico, senza eguali in Europa, peggio che nelle banlieue parigine», quella con cui deve confrontarsi oggi l’area metropolitana di Napoli nella lettura di un magistrato che conosce benissimo la realtà della città e della regione: il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti.

Che cosa sta succedendo a Napoli, procuratore Roberti?
«È una situazione apparentemente paradossale: le organizzazioni camorristiche tradizionali sono state quasi tutte colpite da interventi giudiziari molto incisivi. Sono stati sequestrati e confiscati beni di valore elevastissimo. Oggi la camorra ha il maggior numero di collaboratori di giustizia e ben 294 detenuti al carcere duro su 725. Eppure, nelle strade, le cose sono peggiorate».
Perché?
«La repressione ha funzionato, ma proprio per questo ha determinato vuoti di potere criminale, aprendo spazi a gruppi composti da ragazzi di nemmeno vent’anni, se non addirittura minorenni, che si scontrano per il controllo del territorio e del mercato della droga. Hanno tantissime armi a disposizione e sono pronti a uccidere per nulla. Non credo che, nel panorama nazionale o europeo, esistano esempi analoghi».
Che cosa rende questo territorio tanto diverso da altre aree del Paese e della stessa Campania?
«È tutto il contesto a essere eccezionale. Ci sono problemi irrisolti da 200 anni, dall’evasione scolastica alla disoccupazione crescente compensata dall’economia del vicolo controllata dalla camorra, che sono alla base della penetrazione del modello camorristico nel tessuto sociale. L’area metropolitana copre il 10 per cento della regione, ma in questo 10 per cento vivono, una sull’altra, quasi quattro milioni di persone. Ci sono interi quartieri che, per la loro situazione urbanistica e in assenza di adeguate infrastrutture sociali, sono diventati di per se stessi criminogeni. Penso a Forcella, Scampia, il Parco Verde di Caivano, il Rione Salicelle ad Afragola. E potrei continuare. Altro che le banlieue di Parigi».
Questo discorso però ricorda la definizione, che è costata tante critiche alla presidente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi, della camorra come «dato costitutivo » della società napoletana?
«Ma è esattamente quel che penso anche io: se arresti, processi, condanne e sequestri non sortiscono l’effetto deterrente che hanno altrove, è proprio perché la camorra è diventata parte integrante della società napoletana e riproduce automaticamente, da secoli, il modello camorristico di controllo del territorio e della vita di intere fasce di sottoproletariato urbano».
Come se ne esce?
«Per risolvere i problemi sul piano sociale occorrono interventi che segnaliamo da sempre: lavoro, scuola, servizi pubblici efficienti, trasparenza della pubblica amministrazione. Tutto ciò che genera fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato, perché solo con la fiducia dei cittadini lo Stato potrà vincere contro la crimninalità organizzata».
E dal punto di vista dell’ordine pubblico?
«Se questa è una situazione eccezionale, e io ne sono convinto, occorrono provvedimenti eccezionali per assicurare una prevenzione efficace, visto che la repressione ha dimostrato, da sola, di non bastare».
Ad esempio?
«Le forze di polizia svolgono un lavoro straordinario. Ma il ministro Alfano dovrebbe chiedersi, per prima cosa, se il controllo del territorio funzioni sempre con l’assiduità, la continuità e la completezza che la situazione eccezionale richiede. Poi dovrebbe domandarsi se gli organici delle forze dell’ordine siano sufficienti. A me pare proprio di no. Suggerisco di rivedere la distribuzione degli organici sull’intero territorio nazionale, in modo da portare più risorse umane nell’area di Napoli. A sfide eccezionali si risponde con interventi eccezionali. D’altra parte, lo dicono le statistiche: vengono sequestrate armi ogni giorno, ciò nonostante il mercato non viene intaccato. Stesso discorso per la droga: gli interventi sono quotidiani, ma tonnellate di stupefacenti vengono vendute ogni giorno nelle piazze. Sulla droga poi voglio aggiungere una riflessione».

Prego.
«Deve cambiare il target delle indagini, allargando l’azione di contrasto alle strutture finanziarie che alimentano quel mercato. Su questo obiettivo, il mio ufficio si sta impegnando moltissimo».
Lei ha discusso di questi argomenti con il ministro Alfano nel vertice di giovedì scorso a Napoli?
«Il mio ufficio non è stato invitato ».
SALVIAMO I NOSTRI SOLDATI BAMBINO
di Marco Rossi Doria

Qui la guerra c’è da sempre. È una guerra che crea morti su morti entro la lunga, mutante vicenda del crimine organizzato. E che trova soldati, sempre più giovani, nelle più dure fragilità che nascono nei luoghi della povertà, della crisi educativa, del non lavoro e del venir meno del monopolio statale della forza. Marzo 2015: le telecamere dei carabinieri riprendono bande di ragazzini sui motorini che sparano all’impazzata, mese dopo mese. Gli abitanti sono terrorizzati. Non sembra Italia. Da allora in molte parti della città alle scorribande armate si aggiungono omicidi, inseguimenti, torture. È per controllare affari e territori. E - con la vecchia catena di comando camorristico resa labile da lunghe detenzioni - i giovanissimi prendono la scena. Con una fragilità che si unisce a determinazione e crudeltà. Stati di esaltazione, violenze impulsive, agite per analogia, imitazione, spinta del momento.

È la minoranza più esclusa in preda a demoni terribili. Intanto, la maggioranza fatta di migliaia di ragazzi poveri studia in scuole-presidio, viene sostenuta da una rete di educatori capaci, fa sport, lavora in fabbriche e servizi per pochi euro a settimana, emigra, prova a mettere su piccole imprese, tartassata da mancanza di credito, fiscalità impossibile, pizzo. Ed ecco gli ultimi giorni napoletani. Maikol, ragazzo ucciso per caso a Capodanno. Poi, in un mese: Davide, Vincenzo, Mario, Giuseppe, Pasquale, Francesco. La guerra terribile in una grande città d’Europa. Che dura da decenni. È ora di dire che è Storia patria e non una catena di episodi di cronaca. Che ci chiama a reagire a un fallimento della Repubblica. È urgente uno scatto d’orgoglio nazionale. Bisogna unire le forze, dare sostegno a chi già sta lavorando e bene. E farne una priorità politica.

Un grande progetto urbano, epitome di una stagione felice travolta dal renzusconismo, vive ancora nelle speranze, e nelle battaglie, di oggi. Corriere del Mezzogiorno, 9 ottobre 2015

Il ritorno di Vezio De Lucia a Bagnoli non è meno significativo di quello assai probabile di Bassolino in politica. In fondo, è un altro cerchio che si chiude. De Lucia è infatti il padre della variante per la zona occidentale di Napoli approvata nel 1998, poi inclusa nel nuovo piano regolatore. È l’urbanista che per primo ha tratteggiato il profilo di una città senza più l’Italsider, «liberata — sono parole sue — dagli scheletri dell’industria pesante e dalle costruzioni, bonificata e restituita alla balneazione, con un parco di 120 ettari e una spiaggia lunga due chilometri e larga cento». Nessuno meglio di lui incarna l’idea di una Bagnoli, e quindi di una Napoli, completamente rottamata e rigenerata nel segno «del verde, del sapere e del loisir». Sul fronte opposto c’è invece l’idea di città sottesa al commissariamento voluto da Renzi; l’idea di una Bagnoli meno utopica e più organicamente inserita in un progetto di modernizzazione capitalistica.
Non a caso De Lucia torna a Bagnoli per partecipare alla cabina di regia ombra voluta dai «movimenti» per contrastare quella prevista da Renzi. E appena sceso in campo, cosa dice? Questo: «Sono qui per stanare sia de Magistris, sia Bassolino». Il senso di una simile uscita non può che essere uno solo: incoraggiare la radicalizzazione dello scontro politico e puntare a completare l’equazione da cui può dipendere il futuro di Napoli. Vuol dire che se Renzi ha scelto Salvo Nastasi come commissario per Bagnoli, De Lucia si offre come l’anticommissario; e che se Nastasi ha il governo che gli guarda le spalle, De Lucia vuol sapere chi guarderà le sue.

Insomma, Nastasi sta a De Lucia come Renzi sta a «x». Ecco l’equazione. E De Lucia non vede che due soli nomi con cui risolvere il problema dell’incognita: o quello di de Magistris o quello di Bassolino, il sindaco uscente e lo sfidante più probabile. È a loro, dunque, che si rivolge. A Bassolino per sapere se è ancora del parere che sia quello del 1998 il progetto del futuro. A de Magistris per verificare se i nuovi indirizzi urbanistici proposti dalla giunta arancione, e già approvati dal Consiglio comunale, sono coerenti con l’utopia bagnolese oppure no.

Di Bassolino, De Lucia non si fida più come una volta. Fu lui, mentre tutta la stampa nazionale indicava come esemplare il progetto del grande parco a Bagnoli, a comprometterne la realizzazione con l’accordo di programma che permise la realizzazione di Città della Scienza e la conseguente interruzione della linea di costa. Di de Magistris si fida forse di più, ma anche lui ha ridisegnato l’area e si tratta ora di verificare quanto e come. Inoltre, de Magistris, come De Lucia, è convinto dell’incostituzionalità del commissariamento, che «scippa» al Comune le competenze urbanistiche. Bassolino, invece, pur avendo espresso perplessità sulla decisione di Renzi non ha ancora detto nulla sul cosa convenga ora fare.

Anche grazie a De Lucia, Bagnoli comincia dunque a diventare il tema centrale della prossima campagna elettorale, che per definizione è divisiva e radicale. Sarebbe stato di certo meglio tenerla fuori dallo scontro. Ma così non è stato. Poteva essere accolta, ad esempio, la proposta dell’assessore Carmine Piscopo tesa a ridurre gli effetti dirompenti del commissariamento sottoponendone le decisioni ultime al voto del Consiglio comunale. Ma neanche questa idea è piaciuta a Renzi. Peccato.

Riferimenti

Vedi in proposito, su questo sito, Bagnoli negata, di Vezio de Lucia, La strada in salita della partecipazione, di Massimo Di Dato, Lo sblocca Italia contro Bagnoli, di Giovanni di Savio.

«Ad oggi le aree di Bagnoli sotto sequestro della magistratura si estendono per 120 ettari, e riguardano la colmata, i siti del Parco dello Sport e del Turtle Point (entrambi ultimati con risorse pubbliche e mai inaugurati)». Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2015

Napoli. L’atteso accordo di programma per far ripartire la bonifica di Bagnoli prende forma: il custode giudiziario dell’area industriale dismessa, Maurizio Pernice, ha definito un testo che ha inviato al Comune di Napoli.

L’accordo in realtà si attiene - come spiega Pernice che è anche dg dell’Ambiente - alle indicazioni della Procura della Repubblica in seguito al sequestro delle aree per irregolarità della bonifica finora eseguita. In pratica, si vuole rendere più efficiente la messa in sicurezza della barriera e della falda acquifera nell’area della colmata. A questo scopo sarà commissionato a Sogesid un progetto per mettere successivamente a gara gli interventi previsti. In secondo luogo, si dà il via alla caratterizzazione dei terreni: il piano verrebbe affidato a Ispra e la caratterizzazione a Sogesid. Per tutte queste attività, che sono di preparazione alla bonifica vera e propria, verrà utilizzata una parte (si spera piccola) dei 48 milioni, unica dote di Bagnoli da tempo nei cassetti e non ancora spesa.

Ad oggi le aree di Bagnoli sotto sequestro della magistratura si estendono per 120 ettari, e riguardano la colmata (su cui vi è una dura vertenza tra Comune e Fintecna oggi al Consiglio di Stato dopo il ricorso del Comune), i siti del Parco dello Sport e del Turtle Point (entrambi ultimati con risorse pubbliche e mai inaugurati). Mentre sono stati dissequestrati circa 60 ettari. Interessa un’area di 20 ettari il recente decreto per risanare i siti inquinati da amianto che ha destinato a Bagnoli un finanziamento di 20 milioni, affidati al Comune.

Intanto, si anima la discussione “commissario sì, commissario no”. Il governo Renzi, nello Sblocca Italia che si occupa anche di Bagnoli, ha di fatto esautorato il Comune, a seguito peraltro del fallimento della Stu Bagnolifutura e ha previsto la nomina di un commissario ad acta e di un soggetto attuatore. Ma dalla data dell’annuncio, ad agosto, ad oggi nessuna nomina è andata in porto. Nel frattempo il Comune non perde occasione per chiedere di rinunziare alla nomina del commissario.

Nomina che ieri invece è stata sollecitata da un esponente dello stesso governo Renzi, il sottosegretario Umberto Del Basso De Caro: «I tempi sono più che maturi - ha detto - all’approvazione dello Sblocca Italia a novembre e alle polemiche del sindaco di Napoli, penso sia giusto far seguire il nome di un commissario».

Riferimenti
Su eddyburg ampia rassegna su Bagnoli. Si veda, tra gli altri, di Vezio De Lucia Bagnoli negata e la raccolta Bagnoli: i molti veleni della colmata, di Giovanni Losavio, Bagnoli. Due profili d'illeggitimità

Chissà se c’è - almeno in Italia, almeno tra Fuorigrotta e Bagnoli - un nesso tra il disprezzo della legalità che c’è in alto e quello che c’è in basso. La Repubblica, 6 settembre 2014

Un inseguimento che finisce in tragedia. Non esistono più né guardie, né ladri. Né bene né male. Tutto è assai complesso, difficile non solo da comprendere ma anche e soprattutto da raccontare. Quando accadono tragedie come questa, si tende a focalizzarsi sulla dinamica. Anche il sindaco De Magistris, nel primo messaggio di cordoglio per la morte di Davide Bifolco, ha assicurato che in breve tempo si sarebbe fatta chiarezza. Ecco, questa è Napoli (e questa è l’Italia), un luogo in cui l’etichetta è rispettata, in cui tutto verrà fatto (almeno così assicurano) secondo le procedure, ma poi nulla viene realmente chiarito.

Tre persone su uno scooter, (a Napoli è la prassi) di cui una latitante e una con precedenti (questo ovviamente è stato appurato poi), che non si fermano all’alt della pattuglia dei carabinieri. C’è chi giurerà che non potevano le forze dell’ordine lasciar correre quell’infrazione. Che bisogno c’era però di sparare? Nessuno, e infatti il carabiniere ha dichiarato che il colpo gli è partito per sbaglio. Per sbaglio? È dagli anni ‘70 che si usa l’espressione “colpo accidentale”, comunicazione che non fa altro che generare diffidenza verso chi la pronuncia. Non bisogna aver maneggiato la Beretta Mod 92 semiautomatica e conoscerne il peso di quasi un chilo con proiettili 9 millimetri, per capire che un colpo accidentale può partire (cosa che accade raramente) se l’arma cade o se impugnandola senza sicura e con il colpo in canna il dito nello sforzo della corsa fa scattare il grilletto: ma in quel caso è difficile che il proiettile vada a segno. Nulla di tutto questo, a quanto sembra. E quindi bisognerebbe smettere di usare l’espressione accidentale e iniziare a chiedere solo silenzio e attesa delle indagini.

Ma questi discorsi, che occupano pagine e pagine di carta e del web e che coinvolgeranno molti italiani indignati per l’ennesimo morto bambino, questi discorsi “belli, tondi e ragionevoli”, non restituiscono affatto la realtà di Napoli. Questi discorsi restano in superficie. E nascondono un tema molto più importante, un tema che non è più possibile ignorare eppure viene costantemente, quotidianamente ignorato: Napoli è una città in guerra. Ad agosto del 2013 il conducente di una Smart inseguì e investì, uccidendoli, due presunti rapinatori (presunti perché non c’è alcuna evidenza che la rapina sia realmente avvenuta), oggi è una pattuglia dei carabinieri a ingaggiare un inseguimento per bloccare uno scooter “sospetto”, come è stato definito il motorino che guidava Davide.

Potremo scoprire (forse) le dinamiche di questa ennesima tragedia annunciata, ma i cittadini continueranno ad avere paura, le forze dell’ordine a essere tesissime e il territorio a essere attraversato da un’assenza totale di regole. Qualcuno dovrebbe domandarsi: cosa significa essere un cittadino al Rione Traiano? Cosa significa essere un carabiniere al Rione Traiano? Chiedetelo pure a loro. Rione Traiano, anello fondamentale per il traffico di coca. Rione dove manca quasi completamente ogni genere di servizi, dove la fermata della Cumana fa paura anche a mezzogiorno.

Era il regno di Nunzio Perrella, capo di una delle famiglie di narcotrafficanti più note, il clan Puccinelli. Ora è entrato in crisi, lasciando però a comandare sul territorio i propri eredi, ma il territorio è un budello conteso tra le famiglie di Soccavo, i Grimaldi, e quelle di Miano ossia i mille rivoli dei Lo Russo e i dissidenti dei Zaza di Fuorigrotta e tutti i gruppi che sanno che basta una partita di coca da appena 1 chilo (guadagno circa 210milaeuro) per assicurarsi decine e decine di stipendi di disperati e ambiziosi ragazzini da affiliare. Un coacervo incredibile di interessi che ha reso questo quartiere sempre difficilissimo da vivere. Rione Traiano è terra di faide da sempre: nel 2012 fu gambizzata Maria Ivone, figlia di un boss e fu ferita anche una donna incensurata. Nel luglio scorso, in pieno pomeriggio, due ragazzini di 17 e 18 anni sono stati feriti alla mano e alla spalla. Stiamo parlando di un luogo che aveva

creato un polo criminale rivale all’Alleanza di Secondigliano, la cosiddetta “Nuova Mafia Flegrea” che si è dissolta in faide interne e arresti, generando guerre su guerre: ce n’è stata persino una tra i Rioni Traiano “di sopra” e “di sotto”.

Immaginate la tensione che si vive in un territorio come questo? Qui ogni leggerezza ti condanna a morte, un’amicizia sbagliata ti segna per sempre, persino camminare a fianco a chi in quel momento è nel mirino può essere fatale. Davide Bifolco è morto a 17 anni per aver commesso una serie di leggerezze, era alla guida di un motorino su cui viaggiavano in tre, non si è fermato all’alt per paura perché non aveva assicurazione e patentino, era insieme a due ragazzi non incensurati, ma a Davide non è stata data una seconda possibilità. Questo accade dove c’è guerra perenne, non ti va bene mai, non esistono seconde possibilità. Un errore ti marchia a vita o ti uccide.

Sono tantissimi gli adolescenti che vivono di illegalità, sono tantissimi gli adolescenti che prima di diventare maggiorenni hanno già la vita rovinata. “Je so’ nato e so’ cresciuto ind’a nu quartiere addò o arruobbi o spacci o te faje na pera” (sono nato in un quartiere dove o rubi o spacci o ti fai una pera di eroina) cantava Raiz negli anni ‘90 oggi ad esser cambiato è nulla o quasi. Quando le loro storie arrivano nei salotti buoni della città ci si commuove, ci si indigna, ma alla fine è lo sdegno di un momento, solo apparenza. La città non reagisce. Tutto sembra essere sempre in balia di polizie e giudici, nulla di quello che avviene sembra sfuggire al tanfo della corruzione e dello scambio. Questa era ed è oggi, ancora di più, Napoli. Questo è il clima in cui si vive, questo è un territorio dove tutto diventa impossibile. E dove il diritto non esiste, vince il più forte e dove vince il più forte, c’è guerra. Quando viene esploso un proiettile, che sia esecuzione, che sia errore o che sia necessità militare (e in questo caso non ve n’era alcuna), è importante ricostruire le dinamiche e accertare le colpe. Ma concentrare tutte le discussioni, le dichiarazioni e le energie solo su questo, non è altro che lo strenuo tentativo di chiudere gli occhi di fronte a una realtà che fa paura e che non si vuole vedere.

Adesso anche l’Italia ha la sua Ferguson, anzi peggio, perché in questo caso non c’era

stata nemmeno una ipotesi di rapina. Questa è Napoli, terra di guerra. Questo è il Sud. E rende ancora più grave ciò che è accaduto solo qualche settimana fa quando il primo ministro Renzi è stato in Campania e non ha posto alcun accento sulla centralità del contrasto alla camorra, e quando è stato in Calabria alla ‘ndrangheta, in una sorta di timore che parlare di questi problemi spenga la voglia di rinascita. Ma di quale rinascita parliamo se l’economia più significativa nel nostro Paese è quella criminale e gli imprenditori che non si piegano sono abbandonati?

Sta affondando l’Italia, a stento respira. E affonda come sempre da Sud. Il pianto della famiglia di Davide ci parla di un male antico, di un male terribile. Non solo il dolore, quello reale, per la perdita di un figlio, di un fratello, di un amico, ma la necessità di doverlo mettere in scena come unico strumento rimasto per attirare attenzione e quindi per chiedere giustizia. Le sedie in strada, tutta la famiglia che fa dichiarazioni: il dolore nella mia terra non è mai privato. È pubblico e rumoroso, vuole invadere, celebrarsi, teme di essere sottovalutato, ignorato, isolato. È un dolore costretto alla teatralità per provare ad essere accolto.

E senta il governo intero, il peso delle parole di una ragazzina: «La camorra non avrebbe mai ucciso un ragazzo di 16 anni lo Stato sì». Frase ingenua, falsa, ma difficile da sopportare. Questo dice la cugina stravolta di Davide. Lei non sa che la camorra ha ucciso e uccide non solo sedicenni, ma ragazzi e bambini ancora più piccoli. Questa sua ingenuità mostra la necessità di parlare della camorra e che anzi è proprio il silenzio che porta a fraintendimenti di questo genere. I clan ne sono felici. «La camorra ci protegge lo Stato no» ripetono a Rione Traiano. «Le mafie fanno il loro lavoro, mentre voi istituzioni, voi pubbliche persone mentite, rubate, oltraggiate. Voi, i veri criminali, camorra, mafia, ‘ndrangheta, infondo, sono palesi nel loro essere fuori legge, sono oneste in questo». Ecco cosa drammaticamente leggo in decine di blog, in migliaia di commenti. La tragedia è accorgersene solo quando muore un ragazzino ucciso da un carabiniere. È sempre stato così: c’è bisogno di sangue per ricordare che dall’inferno a Napoli non si è mai usciti.

La farsa di Bagnoli e della Città della Scienza a Napoli sottolinea spietatamente la nullità della classe politica nazionale e locale. E' ora di cominciare a compilare la lista dei "dormienti" in tutte le città d'Italia, :non li vorremmo rivedere nelle liste. La Repubblica, ed. Napoli, 5 settembre 2014

Per discolparsi di pasticci compiuti i bambini dicono: Io non c’ero, se c’ero dormivo e se dormivo sognavo di non esserci… . Il detto ormai caratterizza il modo di partecipare alle decisioni più nefaste di una classe dirigente che si dice “di sinistra”.

L’Accordo per Città della scienza. Renzi firma il testo così come scritto in prima battuta, mai emendato di una virgola dai componenti il tavolo interistituzionale. Tra loro (forse dormiva…) il vice sindaco Sodano, mandato dal sindaco (che non c’era e pure lui dormiva sognando di non esserci…). Entrambi noncuranti che nemmeno tanto prima –ottobre 2011- la (prima) giunta de Magistris aveva votato e fatto votare al Consiglio comunale un netto “no” a stravolgimenti dell’urbanistica, e poi ancora nel 2012, sollecitata da 14 mila firme, per la spiaggia a Bagnoli libera, di tutti, senza intasamenti né occupazioni privilegiate a favore di una pseudocultura prevaricante sulle istanze del paesaggio e della gente.

Non c’era, dormiva e sogna ancora di non esserci, pure l’assessore all’Urbanistica, partecipazione e beni comuni (siamo in tanti ormai a sognarli…) che agli incontri delle associazioni arriva a sostenere, con fanciullesco candore, che Città della scienza si sposta dalla spiaggia. E Renzi infine lascerà dormire sindaco, vice e assessore affidando al Commissario Bagnoli tutta e facendo risvegliare invece quelli che, in buona pace, Bassolino e De Lucia avevano messo a dormire.

Non c’era, dormiva e certamente sognava di non esserci anche la sinistra del Consiglio regionale. Ha finto di opporsi al Collegato alla finanziaria della Campania che riapre i condoni edilizi e per l’occupazione abusiva degli immobili pubblici, cassa vincoli di tutela e le salvaguardie impresse dai piani paesaggistici anticipandone la soppressione in vista dell’approvazione del fantomatico “Piano Paesaggistico Regionale” che con i promessi condoni e gli ostacoli frapposti con legge alle demolizioni, promuoveranno altri aspiranti a scranni politici nazionali, regionali e metropolitani. Quella sinistra dormiva pure ai tavoli delle commissioni che hanno predisposto il testo anticostituzionale della norma, accorgendosi dei “pasticci” del centrodestra solo al voto.

Certamente non c’era al tavolo per l’Accordo di Città della scienza nè a quello per l’approvazione del Collegato regionale, il Ministero per i beni culturali, che però c’era (dormiva?) al Consiglio dei ministri d’agosto. Ci si augura che non finga di non esserci davanti ai contenuti dell’Accordo Idis contra leges (decreto di vincolo dello stesso Ministero, legge per la bonifica, piano regolatore), a quelli della pianificazione urbanistica, ai poteri del Commissario e davanti a una legge regionale in contrasto col Codice per i beni culturali, ricordando invece che il Codice ha esautorato la Regione, inadempiente ormai da cinque anni, dai suoi compiti sulla pianificazione dei siti tutelati.

Non ci conforta che nemmeno il Ministero adempia a sostituire l’inerzia della Regione, e piuttosto, oltre che compartecipare alla distruzione del paesaggio per decreto legge, continui inerte a guardare il proliferare di iniziative legislative di un’istituzione che imperterrita calpesta il dettato costituzionale dell’art. 9 che sancisce il primato del paesaggio, sovraordinato a qualsiasi interesse di parte, sistematicamente soddisfatto invece da chi c’era.
E pure da chi sognava di non esserci… .

Mentre il Comune spazza strade e nasconde rifiuti per apparire pulito al passaggio mediatico del Principe (ai più vecchi torna alla mente il percorso di trionfante cartapesta che allietò il passaggio di Hitler e Mussolini nel 1938), qualcuno ricorda una storia di usurpazione di bene pubblico per il quale il popolo si batte dai giorni del Rinascimento napoletano. Il Mattino, 14 agosto 2014

È stato occupato ieri il cantiere di Corporea a Città della Scienza: un gruppo di manifestanti del Comitato “Una spiaggia per tutti” ha protestato contro la firma dell’accordo per la ricostruzione di Città della Scienza e la bonifica di Bagnoli, prevista per questa mattina in occasione della visita a Napoli del premier Matteo Renzi. Sulle impalcature sono stati affissi degli striscioni con le scritte: “Renzi and Co 'Stateve a Casa” e “Stop Speculazioni e privatizzazioni a Bagnoli”. Mentre un gruppo di manifestanti si è arrampicato sulle impalcature, altre persone hanno effettuato un volantinaggio per spiegare le ragioni della protesta. “Non si può ricostruire sull’area destinata a spiaggia pubblica - dicono Massimo Di Dato dell’Assise per Bagnoli e Domenico di Bancarotta, centro sociale poco distante dal cantiere Corporea - Città della Scienza va trasferita come prescrivono le leggi, i piani urbanistici e la delibera firmata da 13mila napoletani e approvata due anni fa dal consiglio comunale”. Tra i motivi della protesta anche le modalità della firma, che avviene alla vigilia Ferragosto cosa che, a loro avviso, avviene “senza una discussione in Consiglio, che la Giunta ci ha rifiutato”.

Dopo Napoli anche Milano interviene a regolare l'uso a fini pubblici di beni privati abbandonati. Salviamoilpaesaggio.it, giugno 2014 (m.p.r)

27 giugno 2014 Immobili abbandonati e funzione sociale: dopo Napoli è l’ora di Milano

Nei mesi scorsi abbiamo ampiamente raccontato il punto di arrivo degli studi di Paolo Maddalena, Vicepresidente Emerito della Corte Costituzionale, riguardante la funzione sociale degli edifici e la corretta applicazione, in particolare, dell’articolo 42 della Costituzione che porta a considerare in maniera innovativa la necessità di imporre che «qualunque bene abbandonato, in virtù della cessazione della sua funzione sociale, debba ritornare nella disponibilità del soggetto che originariamente ne è proprietario e che ne aveva ceduto parte ad un singolo privato: cioè il popolo sovrano». Questi fondamentali studi hanno già trovato un’azione amministrativa, un primo caso, con due delibere della Giunta del Comune di Napoli che potete scaricare qui.

Ecco, ora, un secondo prezioso caso che arriva dall’amministrazione comunale di Milano, che ha provveduto a censire e rendere pubblici (in una mappa pubblicata online sul suo sito internet ) 160 immobili privati abbandonati presenti in tutte le nove zone cittadine. Rappresenta la prima fase conoscitiva del progetto che ha l’obiettivo di rigenerare e ricucire il tessuto urbano esistente.

Se i proprietari non interverranno, soprattutto in seguito alle messe in mora, l’ente locale potrà richiedere «l’attribuzione a tali beni di una destinazione pubblica, di interesse pubblico o generale», come previsto dall’articolo 11 del nuovo regolamento edilizio adottato dal Consiglio Comunale lo scorso 14 aprile.Secondo la classificazione dell’amministrazione comunale, sono ritenuti abbandonati quegli edifici che risultano non manutenuti e utilizzati per più di cinque anni, «ove tale non utilizzo riguardi almeno il 90% delle loro superfici».

L’elenco è il risultato delle rilevazioni effettuate da associazioni ed enti impegnati sul territorio. E’ stato così possibile costruire una prima banca dati in continua evoluzione e aggiornamento anche sulla base di nuove segnalazioni da parte dei Consigli di Zona e dei cittadini e suscettibile, quindi, di ulteriori integrazioni o modifiche.

Il nuovo regolamento edilizio (che attende ora l’approvazione in via definitiva dal Consiglio Comunale), stabilisce che «l’amministrazione comunale, una volta accertato lo stato di abbandono, di degrado urbano, di incuria e di dismissione delle aree e/o degli edifici, diffida i soggetti ad eseguire interventi di ripristino, pulizia e messa in sicurezza delle aree, nonché di recupero degli edifici sotto i profili edilizio, funzionale e ambientale». Entro 60 giorni dalla notificazione della diffida (già ricevuta da molti proprietari) «i proprietari o i titolari di diritti su detti immobili – come si legge nel regolamento edilizio – devono presentare progetto preliminare per l’esecuzione degli interventi edilizi, per la sistemazione e la manutenzione, o per la riconversione funzionale degli stessi in conformità alle previsioni del Piano di Governo del Territorio, allegando una relazione che espliciti le modalità e i tempi per l’esecuzione degli interventi di recupero urbano e di riqualificazione sociale e funzionale».

Decorso il termine e «constatata l’inerzia dei proprietari o dei titolari di diritti su tali beni», il Comune può provvedere in via sostitutiva all’esecuzione di interventi di manutenzione e di pulizia degli immobili, nonchè a mettere in sicurezza le aree.Le relative spese sostenute dovranno essere rimborsate dai proprietari o titolari di diritti su tali beni.

Ovviamente il Comune di Milano (come tutti i Comuni italiani) risulta privo della disponibilità finanziaria per accollarsi tutti gli interventi di recupero non espletati dai proprietari. Sempre secondo l’articolo 11 del regolamento edilizio, «qualora il proprietario non intervenga, rendendo necessario l’intervento sostitutivo, l’amministrazione comunale provvede, altresì, ad attivare uno dei seguenti procedimenti:
a) di attribuzione a tali beni di una destinazione pubblica, di interesse pubblico o generale assumendo gli atti e gli strumenti previsti dalla legislazione nazionale e regionale vigente;
b) di recupero delle aree non residenziali dismesse, ai sensi dell’art. 97 bis della Legge Regionale 11.3.2005 n. 12».

“La pubblicazione di questo censimento, costruito e aggiornato grazie alle associazioni, ai Consigli di Zona, ai cittadini – ha spiegato la vicesindaco Ada Lucia De Cesaris – è un altro tassello nel contrasto all’incuria del patrimonio edilizio esistente, impegno primario di questa Amministrazione. La normativa, ma anche l’Amministrazione comunale, hanno già numerosi strumenti per consentire il superamento del degrado prodotto dagli immobili abbandonati, che hanno pesanti ricadute sul territorio, sui singoli quartieri, sulla vita quotidiana delle persone. Ci auguriamo che questo censimento possa essere di ulteriore stimolo per avviare interventi concreti di messa in sicurezza, riqualificazione o anche riuso temporaneo”.

L’assessore De Cesaris ha anche aggiunto: «Non ci sono espropri “proletari” sugli edifici abbandonati e le azioni saranno conseguenti ad eventuali non risposte della proprietà» e ha sottolineato come «i veri inadempienti siano le grandi proprietà immobiliari, che lasciano proprietà fatiscenti mentre chiedono di poter effettuare nuovi interventi edilizi».

Il nostro Forum sta lavorando tecnicamente su tutti questi aspetti, nel solco degli stimoli suggeriti da Paolo Maddalena, e quanto prima avvierà un proprio progetto per far sì che Napoli e Milano non siano semplici casi isolati ma i primi “gradini” di un percorso capace di eliminare il valore speculativo al possesso di beni immobiliari e restituire un significato al bene comune e alla funzione sociale.

1 giugno, 2014Napoli: due delibere prevedono il riutilizzo a fini sociali di beni abbandonati.
Un primo passo nella direzione dei “beni comuni”?


Negli ultimi mesi, attraverso il nostro sito nazionale e la newsletter settimanale, abbiamo ampiamente divulgato il punto di arrivo degli studi di Paolo Maddalena (Vice presidente emerito della Corte Costituzionale) in merito ad un tema assolutamente nevralgico, legato alla corretta interpretazione dell’articolo 42 della nostra Costituzione, alla sua applicazione, all’appartenenza giuridica e storica del territorio. In particolare, Maddalena sostiene in modo molto argomentato e tecnico che qualunque bene abbandonato, in virtù della cessazione della sua funzione sociale, debba ritornare nella disponibilità del soggetto che originariamente ne è proprietario e che ne aveva ceduto parte ad un singolo privato: questo soggetto altri non è che il popolo sovrano.

Dice Maddalena: «Se il singolo non utilizza un bene, il popolo sovrano se lo riprende. Ad esempio, se un imprenditore delocalizza la fabbrica all’estero per guadagnare di più e poi vuole trasformare l’immobile in un albergo, è fuori dalla Costituzione. Non si inventa niente: anche gli antichi romani, nella loro saggezza, stabilirono che le res nullius non esistevano, perché non potevano immaginare l’esistenza di un bene non appartenente a nessuno. E questo principio era accolto anche nello Statuto Albertino. Se non c’è funzione sociale non c’è tutela giuridica, e non c’è quindi proprietà privata. Inoltre, l’articolo 838 del Codice civile dispone che il terreno abbandonato è trasferito a chi vuole coltivarlo. Ma il Codice è stato scritto prima della Costituzione: tutte le norme antecedenti vanno lette alla luce della Carta».

Ora, a distanza di 66 anni, l’articolo 42 della nostra Costituzione ha un primo caso di applicazione secondo questa visione giuridica: il 24 aprile scorso la giunta del Comune di Napoli ha varato due delibere (che dovranno essere discusse ed approvate dal consiglio comunale) che prevedono il riutilizzo a fini sociali dei beni abbandonati.

Con queste delibere il Comune individua i beni del patrimonio immobiliare «inutilizzati o parzialmente utilizzati», ma «percepiti dalla comunità come “beni comuni“, e suscettibili di fruizione collettiva», attraverso una analitica mappatura che comprenderà anche i 391 beni del Demanio di cui l’amministrazione ha fatto richiesta. Nella categoria «beni comuni» verranno compresi anche i beni «inutilizzati o parzialmente utilizzati» di proprietà di privati. Il Comune inviterà formalmente i proprietari di questi beni privati, entro 150 giorni, «ad adottare provvedimenti necessari al perseguimento della funzione sociale»; in caso di mancato riscontro, l’amministrazione deciderà l’inglobamento al patrimonio comunale.

Per i complessi edilizi rimasti invenduti, il sindaco convocherà i proprietari costruttori per concordare con loro un prezzo di vendita «parametrato alla capacità media dei napoletani». In caso di mancato accordo, anche questi immobili entreranno a far parte del patrimonio comunale. Abbastanza superfluo aggiungere che l’iniziativa della giunta napoletana porta il dibattito dal livello puramente accademico alla prassi quotidiana, ristabilendo il senso del concetto di “bene comune”. Non sono mancate e non mancheranno le polemiche, poichè il tema tocca il “nervo” del rapporto tra proprietà collettiva e proprietà privata indicando un principio già felicemente applicato in Svezia o in Danimarca.

Per approfondire lo studio del prof. Maddalena invitiamo a leggere il suo recente libro “Il territorio bene comune degli italiani“, di cui potete trovare una nostra recensione e i dati necessari qui:
http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2014/04/il-territorio-bene-comune-degli-italiani-un-libro-di-paolo-maddalena/

Potete anche leggere questo contributo maggiormente dedicato al tema dei cosiddetti “diritti edificatori“: http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2014/02/il-consumo-di-suolo-e-la-mistificazione-dello-ius-aedificandi/

Secondo Maddalena «gli sprechi, con la crisi dilagante, sono intollerabili: ci sono immobili abbandonati appartenenti a persone che se ne disinteressano, mentre il popolo napoletano vive nei tuguri. La delibera è nel solco della Carta fondamentale: il diritto alla prima abitazione è garantito dalla Costituzione. Ma ci sono beni che soddisfano utilità personali e familiari, inviolabili, e altri che vanno ben oltre questi bisogni. La piccola proprietà è intoccabile, ma la grande proprietà deve giovare a tutti. Capannoni, fabbriche, immobili abbandonati non adibiti alla loro funzione».

In un’intervista al Corriere del Mezzogiorno, Maddalena ha ricordato che «nella Costituzione ci sono norme secondo cui “la proprietà privata non è garantita come diritto soggettivo assoluto, ma esclusivamente in quanto finalizzata ad assicurare una funzione sociale del bene”, il che consente al Comune di acquisire il bene in quanto “bene comune” della città a cui restituire “una funzione sociale ed economica” da decidere attraverso “modalità partecipate”. I beni eventualmente espropriati potranno essere affidati tramite avviso pubblico». Il sindaco Luigi De Magistris ritiene che potranno esserci contenziosi «ma le delibere le abbiamo scritte bene e c’è un preciso procedimento amministrativo. Non c’è alcun rischio per chi possiede beni, ma solo per chi li ha abbandonati».

A ben vedere, questa interpretazione dell’articolo 42 della Costituzione è l’esatto opposto di quanto il Ministro Lupi ha nei giorni scorsi compreso in una bozza di disegno di legge riguardante i principi in materia di politiche pubbliche territoriali e trasformazione urbana. Questo DdL è chiaramente indirizzato verso gli interessi della proprietà immobiliare, così come chiarito sin dal titolo primo e dall’articolo 1 dove si attribuisce ai proprietari il diritto di iniziativa e di partecipazione – nella pianificazione – per “garantire” il valore della proprietà ed evitare riduzioni al valore immobiliare dei terreni.

Delibera 240414 0258 beni pubblici beni comuni (formato pdf – 1,1 MB) >>
Delibera 240414 0259 beni privati beni comuni (formato pdf – 1,3 MB) >>

Riferimenti

Sull'argomento si veda su eddyburg Quel bene di tutti chiamato paesaggio di Francesco Erbani Il consumo di suolo e la mistificazione del ius aedificandi di Paolo Maddalena
Il territorio, il lavoro, la crisi finanziaria.Contributo alla teoria dei beni comuni di Paolo Maddalena, Perché e come contrastare il consumo di suolo di Edoardo Salzano. Si veda anche la sezione Consumo di suolo, e l'anolaga su "archivio di eddyburg 2003-2013"

La lettera di dimissioni dell'autore con la denuncia della deriva populista e anticostituzionale incarnata dall'attuale sindaco napoletano. Corriere del Mezzogiorno, 27 aprile 2014 (m.p.g.)

Quasi un anno fa (il 28 giugno 2013) descrissi su questo giornale le ragioni che mi avevano indotto ad accettare di far parte dell'Osservatorio cittadino permanente sui Beni Comuni istituito dal sindaco Luigi De Magistris. Oggi mi trovo ad esporre quelle che mi inducono a rassegnare le dimissioni.In questo mesi l'Osservatorio ha lavorato alacremente, sotto la direzione di Alberto Lucarelli e con il contributo di tutti i suoi membri. Da tutta Italia si guarda con speranza a questa esperienza, che cerca di tradurre in concreti atti di governo, sia pur locale, alcuni dei principi e delle istanze emerse in anni di riflessione giuridica e culturale sui beni comuni. E l'Osservatorio napoletano è arrivato a preparare alcune delibere che, ove fossero davvero adottate dalla giunta, segnerebbero un indiscutibile punto di svolta nella restituzione alla collettività di alcuni grandi spazi pubblici e privati ormai socialmente improduttivi, e anzi abbandonati da anni.

Ciò che, al contrario, non ha funzionato è stato il rapporto con il sindaco stesso, che non ha mai dato alcun segno concreto di interesse per il nostro lavoro. Al punto che è lecito chiedersi se mai quelle delibere saranno varate. Concludevo quell'articolo del giugno scorso assicurando che «se gli orecchi del sindaco non saranno aperti, sarò io a chiamarmi fuori: perché certo l'ultima cosa di cui ha bisogno il governo di Napoli sarebbe un'inutile foglia di fico accademica». Ecco, quel momento è arrivato.Perché questo visibile disinteresse si è accompagnato a segnali sempre più negativi, specialmente nelle politiche per la cultura. Il licenziamento degli assessori Antonella Di Nocera e Luigi De Falco era già stato un pessimo segnale. A cui vanno aggiunti l'abbandono del patrimonio monumentale comunale, il cronico disinteresse per la martoriata Villa Comunale e per le sorti della biblioteca di Marotta e soprattutto l'ambiguo silenzio sulle sorti di Bagnoli. De Magistris non ha mai ritenuto di rispondere alla lettera aperta indirizzatagli da Lucarelli e da chi scrive su queste pagine a proposito della ricostruzione della Città della Scienza: che a nostro giudizio non può rinascere dov'era e com'era, ma solo nel rispetto del vincolo paesaggistico e della legge.

A tutto questo si aggiunge ora un segnale politico gravissimo. De Magistris ha deciso di concedere Piazza Plebiscito alla Nutella, trasformando uno spazio pubblico simbolicamente cruciale in una specie di grande centro commerciale. Una scelta a mio giudizio sbagliata, ma ovviamente legittima. Quella che non è legittima, e che con le mie dimissioni intendo denunciare di fronte alla città, è invece la dichiarazione con la quale il sindaco ha attaccato la Soprintendenza architettonica, rea di star valutando attentamente se l'evento arrecherà danni alla cortina monumentale della piazza. Dopo aver cercato una sponda politica nel ministro per i Beni culturali Dario Franceschini, De Magistris ha testualmente dichiarato che «Le piazze sono del popolo e dobbiamo renderle fruibili liberandole da orpelli ed imposizioni burocratiche».

Lasciamo perdere l'impostura di identificare il popolo con un marchio commerciale e i cittadini con dei consumatori: in questo De Magistris si adegua al vento neoliberista interpretato al massimo livello istituzionale da Matteo Renzi. Anche se dovrebbe ricordare che gli italiani, purtroppo, perdonano, e anzi approvano con entusiasmo, simili impuntature narcisistiche e demagogiche solo quando si manifestano in politici 'vincenti'.

Ma soprattutto una simile dichiarazione rivela un grado di analfabetismo istituzionale francamente impressionante in un ex magistrato. Le soprintendenze sono una delle poche garanzie che il popolo italiano veda rispettati i propri diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione. Chiunque le irrida e le attacchi come burocrazia sorda e grigia svela un tratto autoritario preoccupante: specie se le oppone al presunto interesse del popolo.Nessun serio discorso politico sui beni comuni può essere fatto contro le soprintendenze: delle quali si possono e si debbono criticare singoli atti, ma che non si possono violentemente delegittimare in nome di un presunto bene del popolo.

Da parte mia, infine, non intendo legittimare in alcun modo questa deriva, ed è per questo che mi dimetto irrevocabilmente dall'Osservatorio sui beni comuni. E invito le associazioni, i comitati e i cittadini napoletani che hanno a cuore il bene comune ad aprire bene gli occhi, e a giudicare chi ora, a Napoli, sta difendendo davvero i principi costituzionali.

Sull'argomento vedi anche, su eddyburg, "Mercificando, mercificando, che male ti fo?"

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