Non ci sono i soldi, ma i lavori del Mose accelerano. Il giorno dopo l’avvio ufficiale del cantiere, con l’occupazione da parte della ditta Mantovani (Consorzio Venezia Nuova) dello spazio acqueo davanti a Punta Sabbioni, la polemica non si placa.
«Si fanno forzature proprio quando il Comune chiede con un ordine del giorno di sospendere i lavori e il Cipe taglia i finanziamenti statali», accusa il deputato dei Ds Michele Vianello. Intanto il Magistrato alle Acque ha stanziato un milione di euro per una polizza che garantisca le future dighe da «attacchi terroristici». Da innocuo braccio di laguna, le tre bocche di porto potrebbero diventare una centrale appetibile per azioni terroristiche con macchinari, edifici e cabine di regia per il sollevamento delle paratoie. Un cantiere che durerà dieci anni e bloccherà in buona parte la navigazione e gli spostamenti dei mezzi in laguna.
Intanto da ieri l’area vicina a Punta Sabbioni è stata consegnata (per tre anni) alle imprese del Consorzio. Che la occuperanno con una trentina di draghe, motopontoni, rimorchiatori. Secondo il progetto dovranno costruire nel canale di Treporti, a ridosso della diga di Punta Sabbioni, due porti rifugio per consentire alle imbarcazioni di entrare in caso di maltempo con le paratoie sollevate. Un’opera che non era prevista nel progetto definitivo, aggiunta al Comitatone dello scorso anno. Perché cominciare dalla fine? «E’ chiaro che è partita una corsa per vedere chi fa prima», dice Pietrangelo Pettenò, capogruppo di Rifondazione, «credo che sia il momento di fare qualcosa. Il sindaco adesso deve andare a Roma e non muoversi di là finché il governo non convoca il Comitatone e accoglie le richieste del Comune». Richieste inascoltate da un anno e mezzo, che secondo il Consiglio comunale dovevano costituire «condizioni vincolanti per l’approvazione del progetto». Il Comitatone (con il voto favorevole del sindaco Costa) ha approvato non soltanto il progetto ma anche l’avvio dei lavori di costruzione del Mose, nonostante la progettazione non sia ancora ultimata, siano pendenti ricorsi sulla mancanza di Valutazione di impatto ambientale, e non siano certi i finanziamenti. «Il pre-Cipe ha bloccato una serie di grandi opere», spiega Vianello, «perché il governo di centrodestra non è in grado di garantire i flussi finanziari. Alcune opere potrebbero essere sbloccate, se arrivano finanziamenti privati. Ma non è il caso del Mose. Rischiamo di trovarci con i cantieri aperti di un’opera che non sarà mai ultimata».
Mentre il Magistrato alle Acque accelera, le perplessità aumentano. Uno studio dell’Università di Padova ha messo in luce le difficoltà per i basamenti in calcestruzzo di sostenere il peso delle enormi paratoie, dubbi espressi anche da Vincenzo Di Tella, ingegnere della Tecnomare che aveva collaborato con il Consorzio e che ha presentato un progetto alternativo di chiusure. Un’altra alternativa è quella del progetto Arca, per sperimentare con cassoni autoaffondanti la riduzione della sezione delle bocche che dovrebbe ridurre le acque alte senza opere fisse. Infine, il progetto De Piccoli, per portare il porto fuori della laguna. La grande opera è partita, gli appalti assegnati (al Lido lavorerà l’impresa Mantovani, capofila dal Consorzio e titolare di buona parte dei grandi lavori lavori in area veneziana).
«Non si può dare la colpa di tutto al Comune», dice il prosindaco Gianfranco Bettin, «adesso dobbiamo sperare che questo governo che ci ha portato la guerra, i tagli al sociale e le grandi opere cada al più presto. Il Mose distruggerà l’ecosistema lagunare e colpirà a morte la stessa economia portuale e risorse fondamentali della città. Il Comune di Venezia deve reagire a questo atto di prepotenza impugnando ogni strumento a sua disposizione. Intorno a questo nodo va costruita la nuova coalizione che si candiderà a guidare Venezia nei prossimi 5 anni».
VENEZIA. «Il Mose è tecnicamente superato e culturalmente datato. Il Comune lo deve dire forte, e rilanciare il suo ruolo di guida nella salvaguardia. Altrimenti le grandi scelte sul futuro di questa città saranno prese in sedi esterne alla politica e all’interesse dei cittadini».
Cesare De Piccoli, ex vicesindaco e segretario regionale dei Ds, raccoglie la sfida lanciata da Michele Vianello. E rilancia.
Autore di una proposta alternativa al Mose per la difesa delle acque alte, De Piccoli punzecchia il presidente Galan e invita il centrosinistra a «riprendere la politica». «Il trionfalismo di Galan è fuori luogo», attacca, «non c’è stato nulla di storico nella decisione della Salvaguardia. Semmai una forzatura delle procedure, in un meccanismo farraginoso sempre più separato dall’opinione pubblica. Puntano a prendere la gente per stanchezza»
Un deputato del suo partito, l’ex vicesindaco Michele Vianello, ha lanciato accuse gravi. Invitando i Ds a «non far finta di nulla».
«Non ne farei una questione interna a un partito. Vianello ha posto degli interrogativi di merito, che non possono essere liquidati con la solita polemica. Sono quesiti posti da un parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni.
Esempio?
«Non è pensabile che la più grande opera europea sia realizzata senza la Via».
Questione di procedure e di diverse interpretazioni.
«Eh no. Non è un problema solo di cavilli giuridici ma di sostanza progettuale, se si possa realizzare un’opera così impattante per l’ambiente quando la Valutazione di impatto ambientale è stata negativa. E’ ovvio che restando questi gravi punti interrogativi si legittimano tutti i dubbi possibili e si dà la stura a contenziosi infiniti. Non è accettabile, perché non si tratta solo di dubbi ambientalisti, ma del futuro di questa città».
Secondo i progettisti sarà il Mose a salvare Venezia.
«Invece si è persa un’occasione irripetibile per voltar pagina e perseguire un’idea di modernità di Venezia senza rotture con la sua storia com’è invece avvenuto nel secolo scorso».
Insomma il Mose è già vecchio?
«Sì, perché rimane all’interno del vecchio paradigma industrialista. Non è vetusto il funzionamento delle paratoie, che possono anche funzionare, ma la logica progettuale. Oltre al fatto che si tratta di un progetto rigido. Nel 2003 non sarebbe mai servito, nel 2002, alzando troppe volte, si sarebbe paralizzato il porto».
Allora è un progetto da buttare?
«Avevamo proposto al Consorzio Venezia Nuova di avviare una revisione progettuale. Purtroppo dobbiamo prendere atto che sono prevalse le logiche aziendali».
Il progetto definitivo è stato approvato anche dal Comune.
«Negli anni scorsi, anche quando in Regione e al governo vi erano amministrazioni politicamente ostili, il Comune aveva una funzione di dominus dei processi di salvaguardia. Oggi questo ruolo si è offuscato, Galan e Lunardi possono usare il bastone e la carota a loro piacimento».
Vuol dire che il Comune non conta più nulla?
«Dico che anche il punto di equilibrio trovato dal sindaco Costa e dal Consiglio doveva rappresentare una condizione per approvare il Mose. Così non è stato. E il rischio è che la città ora sia fuori gioco e le scelte siano fatte altrove.
Non a Venezia?
«Se si continua con questo balletto di tatticismi e di forzature puntando sulla stanchezza dei cittadini, della politica resta poco. Forse dovremo affidarci a Beppe Grillo».
Mose, la mega-opera che salverebbe Venezia dall'acqua alta, affonda ancora. Questa volta affiorano cantieri «fuorilegge», lavori «fantasma», violazioni delle norme ambientali. Insomma, il progetto del Consorzio Venezia Nuova (inaugurato in pompa magna da Silvio Berlusconi e cullato dal ministro Lunardi, insieme al governatore Galan) sta scivolando sul piano inclinato della regolarità urbanistica. E non solo. Sulla graticola, il presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva che firma i contratti e quindi risponde davanti alla Corte dei conti. All'attacco, i sindaci interessati: Massimo Cacciari a Venezia, Erminio Vanin a Cavallino e Fortunato Guarnirei a Chioggia. In difesa, arroccati all'appalto, gli industriali capitanati dal presidente Antonio Favrin che hanno perso il loro naturale punto di riferimento, l'ex sindaco della Margherita Paolo Costa. Esultano, invece, gli ambientalisti che continuano a spulciare ogni atto, procedura, voto e autorizzazione che riguarda il Mose. «La difesa di Venezia non è di destra né di sinistra. Ma bisogna scegliere la soluzione migliore senza pregiudizi. Finalmente, il Comune fa sentire forte la sua voce. Ci sono contestazioni tecniche, tuttavia la questione Mose resta sostanzialmente politica. E' arrivato il momento di una discussione pubblica. Sulle modifiche che non vogliono solo gli ambientalisti, ma anche sulla difesa della città a prezzi più bassi e sulle sperimentazioni mai avviate come sui progetti alternativi al Mose» spiega Alberto Viticci, cronista della Nuova Venezia che da vent'anni segue la vicenda.
L'ultimo capitolo risale a primavera, quando il Consorzio lavora fra mare e laguna lasciando intravedere dall'alto il disegno delle paratie mobili. A fine giugno, piomba a Venezia in incognito il ministro Lunardi e i Disobbedienti gli danno il benvenuto occupando gli uffici del Magistrato alle Acque. Nessuno lo sa, ma è già cominciato un sotterraneo braccio di ferro sulle verifiche dei cantieri. E ora, a polemica esplosa, spuntano perfino segnalazioni su lavori in corso a Ca' Roman e San Nicolò che rappresenterebbero inquietanti «novità», forse perfino inedite per la burocrazia. Fino a ieri, Maria Giovanna Piva ha preferito abbozzare. Ma il sindaco-filosofo di Venezia non molla: aspetta una risposta ufficiale alla lettera firmata insieme ai due colleghi dei Comuni interessati dai cantieri del Consorzio Venezia Nuova.
Tutto è nato in base ai controlli degli atti amministrativi da parte degli ambientalisti. A Ca' Farsetti, sono in primavera le segnalazioni firmate dall'Ecoistituto Alex Langer, Italia Nostra e Lipu. Una copia era indirizzata, per altro, anche alla Procura, ai Ministeri delle Infrastrutture e dell'Ambiente e al Consorzio Venezia Nuova. Il documento degli ambientalisti evidenziava il mancato rispetto della legge. Ma non c'è stata nessuna risposta. Di qui, la diffida vera e propria che invece ha scosso i sindaci. Racconta Michele Boato, ex assessore regionale dei Verdi e ora responsabile dell'Ecoistituto Langer: «Ci siamo accorti che i cantieri aperti erano tutti non previsti da strumenti urbanistici comunali e regionali. Di conseguenza, non rientrando nel Palav erano tutti fuori legge. Inoltre fuori dalle direttive europee per quanto riguarda i diversi siti di importanza comunitaria dal punto di vista ambientale interessati loro malgrado dai lavori, come la zona di Ca' Roman. Dopo un mese ci siamo resi conto che tutto tardava e siamo partiti con una seconda diffida, visti i danni che rischiavano di essere irreparabili, in particolare alla diga di Malamocco, tutelata da uno specifico vincolo della sopraintendenza, ignorato: ora il Comune di Venezia si è mosso come la città aspettava». Così si è messa in moto la giunta Cacciari: la Direzione centrale sviluppo del territorio e mobilità del Comune ha elencato 19 presunte violazioni alle norme ambientali all'interno dei cantieri nelle bocche di porto. Ma sono Ministero e Regione a decidere sull'immediata sospensione dei lavori. Quindi è scattata l'iniziativa dei sindaci: lettera ufficiale al Magistrato alle Acque con sollecitazione a fermare il Mose per «difformità urbanistica delle opere».
Cacciari, dunque, rilancia la sfida. E fa contenti i Verdi, per altro esclusi dalla nuova giunta dopo il «ballottaggio fratricida» nell'Ulivo. Luana Zanella, deputato del Sole che ride, sottolinea: «Dopo l'intervento del sindaco, il ministro Lunardi non può restare silente: i lavori del Mose devono essere bloccati. Ormai esistono le condizioni per fermare i cantieri che sono illegittimi rispetto alle norme di pianificazione dei comuni della Laguna e a quelle stabilite dall'Ue. La Commissione di Salvaguardia, inoltre, come chiarisce bene la sentenza della Corte Costituzionale 375/98, non ha affatto i poteri per derogare le norme urbanistiche stabilite dai comuni stessi perché non è una conferenza dei servizi». Il cerchio si chiude. La storica approvazione del Mose da parte della Commissione di Salvaguardia non si rivela più così inossidabile. Anzi, c'è chi segnala l'istruttoria tutt'altro che completa. Ma soprattutto quell'approvazione non «cancella» di certo le difformità fra progetto e urbanistica dei tre Comuni. Lo ribadisce l'avvocato Gianfranco Perulli, rappresentante del Comune di Venezia in Commissione: «Al momento del voto sono uscito dall'aula con altri cinque commissari, dopo aver verbalizzato che la commissione non aveva potuto completare l'indagine sul progetto e sugli allegati, esaminati solo in parte. Certo, il numero legale restava. Ma il parere resta viziato».
Come era di facile previsione il Sindaco Costa, non ha avuto difficoltà a firmare il documento della maggioranza del Consiglio Comunale che negli auspici dovrebbe fermare i lavori del Mose. Un documento di carattere puramente ordinatorio dei lavori, nel quale avremmo auspicato una premessa di impegno politico.
Timeo Danaos et dona ferentes: può essere la più pura delle speranze a guidare questa maggioranza e nel caso di Costa dobbiamo essere anche disposti a pensare ad una conversione sulla via di Damasco di Strasburgo!
Spieghiamoci:
1. In tutti i ruoli che ha rivestito da ministro dei LL.PP.( Presidente del Consiglio Prodi), a Sindaco, a europarlamentare, Costa (demiurgo anche in Europa del Ponte di Messina!) è stato ed è, del Mose, il massimo propugnatore pubblico.
2. Ne fa fede lo stesso Prodi, leader degli Uniti nell'Ulivo, (candidato alla prossima Presidenza del Consiglio), che venuto pochi giorni fa qui in laguna, non si è trattenuto dall'auspicare, coerente con le azioni e convinzioni comuni, che i lavori del Mose procedano spediti!
3. Le deliberazioni di cui, infatti, entrambi si sono fatti promotori, dal 1998, sono state all'origine del più colossale pasticcio di procedura amministrativa per un' opera pubblica. Tutti i Governi, che da allora si sono succeduti, sono rimasti più o meno consapevolmente invischiati e ne hanno vieppiù complicato la macchinosità: dai cosiddetti Esperti Internazionali, all'accettazione inusuale dell'annullamento del Tar del Veneto del Decreto di VIA negativa, all'annientamento di un autentico controllo scientifico, alla negazione di una interdisciplinarietà nelle decisioni, all'inserimento del Mose tra le infrastrutture della Legge Obiettivo, al susseguirsi di mere approvazioni burocratiche delle sostanziali modifiche inserite sul Progetto originario, da parte di Uffici periferici regionali e statali, normalmente coinvolti nelle fasi sub-procedimentali.
4. L' Ufficio di Piano, istituzione sussidiaria alla VIA (!) che doveva presiedere all'aggiornamento del Progetto ed alla sua revisione è rimasto fantomatico per anni, coinvolto in un defadigante quanto inutilelavoro preparatorio
5. L'Ufficio di Piano vede solo ora la luce, a decisioni prese, e sua la composizione, seppure di nomina del Governo Berlusconi, è di netta impronta "costiana",con qualche rara eccezzione.
6. Nel frattempo spropositate proposizioni e contraddittorie decisioni sono state assunte.
7. Ben oltre 1 anno fa, il 1 aprile del 2003, la maggioranza vota del Consiglio Comunale di Venezia votò quell'odg di 11 punti che, il 3 aprile 2003, il Comitatone, presente il Sindaco, ha tempestivamente assunto quale viatico per deliberare "di passare alla progettazione esecutiva ed alla realizzazione delle opere di regolazione delle maree alle bocche di porto ('progetto Mo.S.E.') e contemporaneamente alla realizzazione della struttura di accesso permanente alla bocca di Malamocco".
8. Comunque vada l'elezione in Europa, per l'anno che gli resterebbe da governare a Venezia, Costa, risulta già ora e risulterà più che mai completamente svincolato da qualsiasi rapporto fiduciario sia con la sua maggioranza e con il proprio gruppo politico, la Margherita ("con cui farò i conti al momento opportuno",si legge!) .
Oggi il Sindaco e la sua maggioranza ritornano a firmare un ordine del giorno (una paginetta) da esibire ad un prossimo, peraltro, non previsto Comitatone. È vero che Davide fermò Golia con un sasso: ma la mano di Davide era armata dalla purezza! Davvero questo è un atto sincero? Davvero il Sindaco e la sua maggioranza credono che si fermeranno i cantieri, davvero vi crede il verde Bettin?
Non si vuole precludere ogni via alla provvidenza, ma in nome del realismo politico e per conto della Lista Verde Boato Zitelli si chiede che:
- La maggioranza ulivista e rosso verde del Consiglio Comunale di Venezia, con un nuovo ordine del giorno, inviti Prodi, Presidente della Commissione Europea e leader dell'Ulivo di vincolarsi a fermare il Mose e a iniziare un diverso progetto di interventi. - in questo senso Prodi si obblighi già ora a vigilare sulla procedura di infrazione intentata dalla Commissione all'Italia, e riattivi l'azione della Commissione Europea sulla procedura di infrazione riprendendo le indagini, qualunque sia stata la risposta dello Stato italiano,
- il leader dell' Ulivo si vincoli da subito con dichiarazione esplicita, che qualora rinominato Presidente del Consiglio, Egli e i suoi Ministri riconosceranno le conseguenze legittime della Valutazione di Impatto Ambientale negativa sul Mose, quella valutazione che fu tanto avversata, ma che deve essere ripresa e aggiornata in sede nazionale,
- che si impegni a dare esecutività alle sentenze che reinseriscono nelle funzioni la Commissione per le Valutazioni dell'Impatto Ambientale che il Governo Berlusconi, con il Ministro Matteoli, ha dimesso. Solo così potranno essere dissipate le naturali perplessità sulla buona fede dei nostri rappresentanti politici.
Intanto ancora ieri si sono potute osservare attività di un consistente scavo all'interno del Canale di Malamocco, lato di Pellestrina a ridosso del piede della diga di Santa Maria del Mare: non erano "gusci di conchiglie", come pare abbia dichiarato il Consorzio Venezia Nuova, ma parecchie tonnellate di sabbia, nulla poi a che vedere "con il miglioramento della navigazione" come sembra abbia dichiarato il presidente dell'Autorità portuale, dal momento che le navi tengono rotta al centro del canale e non a ridosso del molo.
Intanto, i membri della Commissione di salvaguardia di obbedienza politica Forza Italia dichiarano che, per vincere le resistenze degli ambientalisti, voteranno con la maggioranza tutti gli interventi vavorevole al MoSE e alle altre opere di impatto devastante per la città storica, come la metropolitana sublagunare (da La Nuova Venezia del 22 giugno 2004)
VENEZIA. Centocinquanta firme di parlamentari in poche ore. Ha riscosso un grande successo l’iniziativa avviata dal deputato veneziano dei Ds Michele Vianello e dalla Sinistra ecologista per impugnare davanti all’Unione europea le «procedure irregolari» del progetto Mose.
Il risultato ha pochi precedenti nella storia della salvaguardia, e anche dell’attività parlamentare. Centocinquanta deputati del centrosinistra hanno sottoscritto l’appello che sarà ora inviato alla commissaria europea all’Ambiente Margot Wallstrom. La richiesta è quella di avviare le opportune verifiche sulla legittimità del percorso seguito. E, soprattutto, di sottoporre a Valutazione di Impatto ambientale la grande opera, le dighe per sbarrare le bocche di porto, nel frattempo già approvata e in parte finanziata dal governo.
Molte le firme illustri, con i Ds quasi al completo (il capogruppo Luciano Violante, il vicepresidente della Camera Fabio Mussi, Anna Finocchiaro, Livia Turco, Giovanna Melandri, Pietro Folena e Vannino Chiti, i veneti Andrea Martella, Bruno Cazzaro e Piero Ruzzante), il capogruppo di Rifondazione Franco Giordano e del Gruppo Misto Marco Boato, Ermete Realacci, Giulio Santagata e il vicecapogruppo Giacchetti per la Margherita, Luana Zanella e Paolo Cento per i Verdi. Una pattuglia folta, che Vianello conta di ingrossare ulteriormente nei prossimi giorni.
«Di fronte alla richiesta di una parte del Parlamento italiano», dice, «l’Europa non potrà non intervenire. L’appello è fatto di due pagine, dove sono riassunti i principali contestati passaggi di approvazione del progetto Mose e vengono sintetizzate le obiezioni.
La prima riguarda la mancanza di una Valutazione di Impatto ambientale. «Gli esperti del ministero avevano depositato il loro lavoro e la Valutazione era stata negativa», dice Vianello, «poi il Tar aveva annullato il decreto del governo per vizio formale, ma non il giudizio tecnico. Da allora l’esame non è stato più fatto. E’ possibile che la più grande opera di ingegneria ambientale d’Europa sia approvata senza la Via, come previsto dalle normative europee?» Altrettanto illegittimi, secondo la petizione firmata dai 150 parlamentari, sono i finanziamenti concessi dal Cipe, il Comitato per la programmazione delle grandi opere che fa capo al ministro Lunardi.
«450 milioni di euro», si legge nella lettera inviata alla Wallstrom, «sono stati stanziati per il Mose senza che l’iter fosse stato completato». «Palesi irregolarità» secondo i deputati, sono da registrare anche nella seduta del Comitatone del 3 aprile 2003, che aveva autorizzato il progetto esecutivo e la realizzazione della grande opera senza che la procedura fosse conclusa.
Una iniziativa che potrebbe rallentare la corsa intrapresa dal progetto Mose, di cui il premier Berlusconi ha già posato nella primavera scorsa, la «prima pietra». «Ma il sistema Mose è un’invenzione, non è contemplato dalle leggi», conclude l’appello dei deputati, «esiste soltanto un sistema laguna, nel quale è inserita una città unica al mondo che va tutelata. E contrariamente a quanto si pensa il problema di Venezia non è riconducibile esclusivamente alla difesa dalle acque alte».
«Com’è possibile pensare», conclude la lettera, «che non si debba valutare la compatibilità ambientale di un’opera da inserire in un ambiente così delicato?».
Il comune boccia il Mose
il manifesto
C'è ora anche il comune di Venezia tra coloro che si oppongono al Mose, il sistema di dighe mobili in corso di realizzazione a Venezia, una delle grandi opere del governo Berlusconi. Il comune ha infatti disposto un'informativa su 19 presunte violazioni alle norme comunali, regionali e comunitarie in materia ambientale, riscontrare nei cantieri alle bocche di porto. Mentre il sindaco Cacciari, sostenuto dai pareri dei primi cittadini di Cavallino e Chioggia, ha inviato una relazione dell'ufficio urbanistica al Magistrato delle acque sulle presunte violazioni, chiedendo di fermare i nuovi progetti esecutivi. Il comune si sarebbe convinto a intervenire dopo due diffide inviate dagli ambientalisti dell'Ecoistituto Alex Langer, da Italia nostra e dalla Lipu. Ma il magistrato avrebbe comunque deciso di dare il via libera a sei progetti, sostenuto dal ministro Lunardi. Mentre gli industriali di Venezia sostengono che il progetto deve andare avanti.
Mose, polemiche sulla Salvaguardia
la Nuova Venezia
Mose, stop ora o mai più: nel senso che o si fermano i lavori da qui all’inverno oppure, a fondamenta posate, saranno arrivati ad uno stadio troppo avanzato per essere bloccati. Così il confronto tra i due schieramenti si fa serrato, con il fronte del «No» che tenta l’ultimo affondo.
Il sindaco Massimo Cacciari - perizia tecnica alla mano, che ha rilevato ben 19 violazioni amministrative ed urbanistiche al mega-progetto - ha invitato il Magistrato alle acque (ma il sapore è quello della diffida) a non procedere con nuove approvazioni in attesa di chiarire i punti dubbi. Ufficialmente la presidente Giovanna Piva ieri non ha replicato, ma in sede di Comitato tecnico ha spiegato che i nuovi progetti esecutivi avranno un iter sufficiente lungo per permettere gli approfondimenti richiesti. Nel frattempo è però stato dato, tra l’altro, il via libera allo scavo di un nuovo canale a San Nicolò. «Solo uno sbuffo di china sul progetto, del quale non si è mai parlato prima: incredibile», commenta l’urbanista Stefano Boato.
Quando al Mose, si sa, la posizione di Magistrato e ministero delle Infrastrutture è sempre stata: il benestare è giunto dalla Commissione di Salvaguardia che, in sede di conferenza di servizio, ha sanato ogni pendenza. Equiparazione contestata da ambientalisti e amministrazione, che ricordano come la Corte Costituzionale abbia chiarito (375/98) che la Commissione non ha i poteri per derogare alle norme urbanistiche.
Di più, ora si apre un nuovo contenzioso, perché l’avvocato Gianfranco Perulli - rappresentante del Comune in seno alla commissione - ha messo nero su bianco come la decisione fu assunta pressoché a scatola chiusa. «Al momento del voto», spiega Perulli, «io e altri 5 commissari, come Stefano Boato e Cristiano Gasparetto, siamo usciti dall’aula, dopo aver fatto verbalizzare che la commissione non aveva potuto completare l’indagine sul progetto e gli allegati, esaminati solo in piccola parte. Un fatto del tutto pacifico, che rende viziato il parere e travolge l’intero procedimento amministrativo».
A spingere il sindaco Cacciari ad intervenire sono state due diffide, presentate dagli ambientalisti dell’Ecoistituto Alex Langer, Italia Nostra e Lipu. Ne è derivata un’indagine amministrativa della Direzione centrale sviluppo del territorio e mobilità, che ha evidenziato 19 presunte violazioni alle norme comunali, regionali e comunitarie in materia ambientale, inviata al ministero delle Infrastrutture e alla Regione Veneto, competenti sui provvedimenti di immediata sospensione delle opere abusive.
Il dibattito impazza. Se il presidente degli industriali di Venezia, Antonio Favrin, chiede che i lavori proseguano - «E’ un’idea che riteniamo valida» - la deputata verde Luana Zanella chiede invece al ministro Lunardi di bloccare i cantieri «assolutamente illegittimi rispetto alle norme di pianificazione dei comuni della laguna e a quelle dell’Ue per i siti Sic». Intanto, a Ca’ Farsetti si aspettano risposte ufficiali del ministro e del Magistrato alle acque. Nell’attesa, ieri, seduta balneare per l’intera giunta, riunita in conclave per tutto il giorno alla Colonia Morosini, con l’unica sosta per il pranzo insieme ai bambini del centro degli Alberoni: risotto di mare e pesce arrosto per tutti. Ogni assessore ha fatto il punto della situazione ed è stata stesa la scaletta del da farsi. Alla fine, sorrisi, ma bocche cucite. (r.d.r.)
Per comprendere perchè il MoSE non va bene si veda, per cominciare, questo articolo
4 giugno 2004 - Romano Prodi, in visita a Venezia per promuovere la lista unitaria dell'Ulivo, ha sostanzialmente approvato il progetto delle dighe mobili. Dopo aver apprezzato il lavoro di ricostruzione fatto alla Fenice, dopo essere rimasto incantato soprattutto dall'oro degli ornamenti, il presidente dell'Unione europea ha fatto una breve passeggiata in piazza San Marco. Curiosamente, lungo Calle larga XXII marzo, prima del passaggio del corteo gli ambulanti extracomunitari, che di solito affollano la calle, erano stati fatti allontanare.
Affiancato dal fratello Vittorio, dal sindaco Paolo Costa (che gli ha brevemente illustrato anche i progetti del rialzo della pavimentazione in piazza San Marco) e dal candidato alla presidenza della Provincia Davide Zoggia, Prodi ha così detto la sua sul Mose. «Non conosco nel dettaglio il ricorso contro il Mose, ma posso affermare che il progetto è comunque un punto di riferimento per la sicurezza di questa città, lo ho seguito per anni e spero che vada avanti. Da quello che ho potuto capire Venezia ha davvero bisogno di sicurezza». Dopo aver affermato di essere rimasto colpito dall'attentato all'ambasciata in Iraq, Prodi ha parlato al telefono da un tavolino del caffé Todaro con il primo ministro russo Michail Fradkov per sbloccare un problema relativo all'esportazione di carne tra l'Europa e il Paese dell'est. Incuriosite dalla piccola folla radunata al bar vicino all'illustre ospite, due turiste americane hanno chiesto ed ottenuto di farsi fotografare con il presidente. Anche in campo San Fantin i turisti erano rimasti a sbirciare, c'è anche chi, vedendo guardie del corpo e fotografi all'opera, lo ha confuso nientemeno che con Berlusconi. A San Marco Prodi, Costa, Zoggia e i giornalisti sono poi saliti a bordo di un battello elettrico dell'Actv.
Per il sindaco, visibilmente soddisfatto dell'incontro contrariamente a molti cronisti immobilizzati nel battello per tentare di sentire la debolissima voce del preside europeo sovrastata dal rumore del motore, è necessario insistere sul progetto di conversione dell'alimentazione dei vaporetti. Costa ha parlato del piano che prevede l'alimentazione ad idrogeno, una scelta costosa e soprattutto poco inquinante (è augurabile che sia anche meno rumorosa).
Il sindaco punta così ad ottenere la relativa approvazione, anche in chiave europea, nonchè i fondi necessari. «Ho sempre pensato che l'idrogeno fosse l'ideale per questa città - ha aggiunto Prodi - la sperimentazione a Venezia mi sembra la cosa più giusta, deve essere affrettata. Mi pare una combinazione ideale, tra Venezia e l'idrogeno, che mantiene anche la città più pulita».Ne hanno avute davvero tante
di Silvio Testa
5 giugno 2004 - Ne hanno avute davvero per tutti: per Costa, per Prodi, ma soprattutto per il Polo Rossoverde. Le dichiarazioni di Prodi sul Mose (vedi riquadro sotto) hanno scatenato Michele Boato (Verdi colomba) e Andreina Zitelli (Pri), candidati alla Provincia con la lista che porta il loro nome, che ieri hanno denunciato le contraddizioni del Centrosinistra e hanno chiesto che il sindaco sia mandato a casa con un anno d'anticipo. «Gianfranco Bettin, Beppe Caccia, Paolo Cacciari - ha scandito Boato - sono lì per i loro interessi, i loro fili rossi realmente attivi sono le alleanze strategiche con il mondo dei violenti d'Italia, ed è meglio un commissario per gli ultimi mesi dell'amministrazione che Costa svincolato da tutto».
L'analisi dei due è netta: il Mose è invasivo, dannoso, irreversibile, illegittimo, ma se siamo arrivati alla fase dei cantieri è anche perché il Centrosinistra nel merito si regge sull'ambiguità, e si arriva al paradosso che il sindaco è lieto che il Tar bocci il ricorso del Comune. «O è cosa da Corte dei Conti, perché si pagano gli avvocati per perdere, o è un manicomio» ha scandito Boato, affermando che le parole di Prodi hanno solamente messo una volta di più l'equivoco in rilievo.
«Costa farà appassire la Margherita», ha concluso Boato, sostenendo che anche in quel partito vi sono tante persone contrarie alle grandi opere stravolgenti e chiedendo se vi siano imprese del Consorzio Venezia Nuova che abbiano finanziato questa o la precedente campagna elettorale del sindaco per le europee.
«In sede locale - ha sostenuto la Zitelli - rimane innegabile il dato che il Polo Rossoverde ha condiviso tutte le decisioni del governo Costa, senza mai mettere in discussione la presenza dei suoi assessori nella giunta comunale. Le dichiarazioni di Prodi sul Mose - ha aggiunto - rappresentano per loro una batosta, e affossano l'ordine del giorno post elettorale annunciato da Pettenò, Bettin e Dal Corso».
Ergo? «Invitiamo tutto l'associazionismo, le remiere, le persone di buon senso, tutti coloro che hanno a cuore la laguna e la salute dei veneziani - ha concluso la Zitelli - a sostenere alle provinciali la nostra lista: non scendiamo né scenderemo a compromessi, siamo l'unica vera novità nel panorama politico locale, persone con vite chiare sempre nell'ambientalismo».La collocazione, hanno precisato entrambi, sarà nel Centrosinistra, anche se condizionata ai temi ambientali. «Vogliamo che la maggioranza di adesso vinca, ma nella chiarezza», ha affermato Boato, mentre la Zitelli ha sottolineato che la posizione storica e maggioritaria del Pri, ancorché oggi schierato col Polo, è contro il Mose. Lo conferma anche il segretario Pierre Zanin. «E mai nessuno - ha concluso - potrà impedirmi di fare in sede locale un'alleanza sui programmi».
Nel Polo Rossoverde, comunque, non si disconoscono le difficoltà della coalizione sui temi ambientali, soprattutto dopo le affermazioni di Prodi. «Sono state uno spot per Costa, ed è chiaro che sul piano politico sono un problema», ha sostenuto il capogruppo di Rifondazione Comunista, Pietrangelo Pettenò. Del resto, ha aggiunto, nessuna sorpresa, perché si tratta di una linea di piena continuità nel Centrosinistra.«Sia il Governo Prodi che il Governo Amato, con dentro i verdi di Boato e i repubblicani della Zitelli - ha sostenuto - l'hanno perseguita, e dunque non è mandando a casa Costa che non si fa più il Mose. Ronchi e la Melandri - ha aggiunto Pettenò - l'hanno forse fermato? La battaglia politica varrebbe la giunta, ma credere che in questo clima ciò basti a fermare il progetto significa essere degli illusi, fuori della storia».
La scelta giusta, ha dunque sostenuto Pettenò, sono gli 11 punti, e la mozione che ne chiederà la sperimentazione e, in attesa dei risultati, lo stop ai lavori propedeutici del Mose. «È però chiaro - ha concluso - che su questo si arriva alla resa dei conti: non gli chiediamo di abiurare al Mose, ma Costa deve impegnarsi su questa posizione. Niente forzature, altrimenti si rompe e nei mesi che mancano Rifondazione non parteciperà più al governo della città».
Sconcerto anche tra Verdi e Ds. «Adesso, oltre a Costa, c'è Prodi a dire 'avanti col Mose': si può sapere - ha chiesto il capogruppo dei Verdi, Flavio Dal Corso-, giusto perché gli elettori ne abbiano un'idea, come si comporterà il listone in Europa a proposito del Mose? Per ora ha aggiunto -, la verità è solo una: il solo voto anti Mose dato alle prossime europee sarà quello dato a chi non ha nessuna ambiguità su questo punto. Esattamente come i Verdi». E nella Quercia ieri Mara Rumiz si è affrettata a segnalare ai giornali che Giovanni Berlinguer, candidato nel listone alle europee, si è subito affrettato a subordinare ogni decisione sul Mose «a una attenta e meticolosa valutazione dell'impatto ambientale».
4 giugno 2004 - . Una visita alla Fenice, una passeggiata in piazza San Marco. E un sostegno, anche se prudente, al progetto Mose: «E’ sempre stato un punto di riferimento sulla sicurezza, spero che vada avanti». E’ durata meno di due ore la visita veneziana del presidente della commissione europea Romano Prodi. A fargli da guida il sindaco Paolo Costa, che lo ha accompagnato insieme al candidato presidente dell’Ulivo per la Provincia, Davide Zoggia.
Prodi è parso molto affaticato, e non ha risposto a domande su Berlusconi e Bush. Limitandosi a esprimere la sua «crescente preoccupazione» per le notizie che arrivano dall’Iraq. «Sono molto colpito», ha detto Prodi, «dall’attentato alla nostra ambasciata. Spero non ci siano state vittime».
Il presidente è arrivato da Padova nel pomeriggio, e a bordo del motoscafo della Prefettura ha raggiunto Santa Maria del Giglio. Prima tappa, la Fenice. «Non era potuto venire all’inaugurazione», spiega Costa, «gli avevo promesso di aprire il teatro solo per lui». Prodi, Costa e Zoggia salgono le scale del teatro illuminato a festa. Nel gruppo c’è anche il fratello di Prodi Vittorio, presidente della Provincia di Bologna e candidato all’Europarlamento nel Nord Est. Entrano a decine. Il solerte cerimoniale di Ca’ Farsetti decide di lasciar fuori soltanto i giornalisti.
Prodi ammira i restauri. Si fa spiegare dai progettisti le tecniche per la doratura dei decori e dei soffitti. «Ma è oro sul serio?», chiede. Gli spiegano che sotto i pavimenti ci sono tonnellate d’acqua per garantire la sicurezza in caso di incendi. Qualcuno, non visto, fa gli scongiuri. Si va alla sala Rossi, gioiellino in legno aggiunto al teatro «dov’era e com’era». «Bella, bella», commenta il presidente.
Tutti di corsa verso piazza San Marco. I vigili urbani e la Digos fanno strada. Qualche commerciante di via XXII marzo non perde l’occasione: «Ci vorrebbe tutti i giorni, Prodi, non abbiamo mai visto la strada così ordinata». Gli ambulanti senegalesi, abusivi e autorizzati, sono spariti come d’incanto.
A San Marco si posa per la foto. I professionisti dell’immagine tirano il collo per riuscire a venire immortalati «proprio accanto al presidente». A un certo punto qualcuno del cerimoniale ci prova: «Una foto del presidente con il sindaco, loro due da soli». Fatica sprecata, perché il gruppo non molla. Scattata la foto di rito davanti alla Basilica si fa rotta verso il Molo. Il cantiere metallico del Consorzio Venezia Nuova oscura l’isola di San Giorgio. Prodi si informa: «Cosa stanno facendo?». «Mettono a posto la pavimentazione, poi isolano il sottosuolo», risponde Costa, «qui sotto è pieno di cunicoli. Quanto tempo ci vorrà? Qualche anno».
Sotto le colonne di Marco e Todaro squilla il cellulare. Il capoufficio stampa Nino Rizzo Nervo, già direttore del Tg3 Rai, prende Prodi e lo fa sedere a un tavolino del Caffè Todaro. Dall’altro capo del filo c’è il primo ministro russo Mikhail Fradkov. La telefonata dura un buon quarto d’ora. «Abbiamo parlato del problema dell’improvviso blocco di esportazioni di carne dai Paesi dell’Unione alla Russia», spiegherà Prodi più tardi, «un problema che preoccupa gli allevatori di molti Paesi europei e che vale un miliardo e trecento milioni di euro. Abbiamo cercato di risolvere questo problema». Alla fine della telefonata, foto ricordo richiesta da una studentessa americana. «Mi chiamo Taylor», ha detto, «e ho fatto un master in Europa, volevo conoscere il presidente Prodi».
Tutti in battello. Si parla dell’energia pulita, ma anche dei lavori del Mose, che hanno subìto un’accelerazione. «Non ho seguito le ultime fasi di questo progetto», scandisce Prodi, «ma credo che il Mose sia uno dei punti di riferimento per la sicurezza della città. Io ho un certo passato, perché per anni ho assistito alle sperimentazioni e ai progetti nell’ambito del Consorzio, e quindi spero che possa andare avanti». Presidente, lei lo sa che in Europa ci sono due ricorsi, di cui uno firmato da 150 parlamentari dell’Ulivo?, gli chiedono. «Non sono un esperto di procedure, non ne sono al corrente», taglia corto Prodi. «Ma non è vero che manca la Via», corregge Costa, «e comunque le responsabilità sono tutte mie».
5 giugno 2004 - . Uniti nell’Ulivo, ma non sul Mose. Non è piaciuta ai Ds l’esternazione del presidente della commissione europea Romano Prodi in favore del progetto. «Non si può prescidnere da un’attenta valutazione di impatto ambientale», corregge il tiro Giovanni Berlinguer. Michele Vianello, deputato veneziano, è più duro: «Il presidente Prodi forse non è aggiornato o è stato male informato», dice.
Vianello era stato tra i promotori della raccolta di firme che aveva portato 150 parlamentari dell’Ulivo a presentare un ricorso all’Europa contro le procedure utilizzate dal governo per approvare l’opera. «Non ne so nulla», aveva detto Prodi. «Si informi dalla commissaria all’Ambiente Margot Wallstrom». E nel merito: «Noi che viviamo in questa città e non ci veniamo una volta ogni tanto, sappiamo che questa è un’opera inutile per garantire la sicurezza della città». Era stata proprio questa l’espressione usata da Prodi nel suo tour insieme a Paolo Costa, da sempre sostenitore della grande opera.
«La sicurezza della città certo va perseguita, ma i parlamentari Ds hanno contestano l’attualità dell’opera e la forzatura delle procedure attuata dal governo Belusconi», specifica Andrea Martella, parlamentare della Quercia.
Mara Rumiz, presidente del Consiglio comunale, invita a «rispettare la volontà della città e quello che ha deciso il Consiglio comunale». Da sempre molto critico sulla bontà del progetto e autore dei famosi 11 punti, ignorati dal governo e definiti da Costa «non ostativi all’avvio del Mose». I lavori intanto vanno avanti, con i primi interventi «pesanti» che che secondo gli ambientalisti stravolgeranno per sempre gli Alberoni, Punta Sabbioni il paesaggio delle bocche di porto.
«Il Mose è invasivo e dannoso, perché scavando i fondali le acque alte aumenteranno», attacca Michele Boato, candidato presidente alla Provincia, «non è reversibile, e questo è contro la legge, ed è stato approvato senza Valutazione di impatto ambientale». Poi attacca frontalmente il sindaco Costa: «Il Tar ha respinto un ricorso presentato dal Comune», dice, «e il sindaco se n’è detto lieto. E’ un caso da Corte dei Conti oppure da manicomio». Quanto a Prodi, Boato solleva il «conflitto di interessi» del presidente che con Nomisma sarebbe stato in passato «consulente» del Consorzio Venezia Nuova. «Vorremmo sapere dal sindaco Costa», continua, «se è vero che imprese del Consorzio gli hanno finanziato la campagna elettorale». «Vogliono cancellare Ca’ Roman e il paesaggio lagunare», gli fa eco la docente Iuav Andreina Zitelli, «Costa in questo modo farà appassire la Margherita».
Qualche imbarazzo nei Verdi. Che invitano a scegliere chi «ha sempre detto no al Mose». «Il listone sciolga le sue ambiguità», dice il capogruppo in Comune Flavio Dal Corso. L’atteggiamento di Prodi viene definito «ridicolo» dal leghista Alberto Mazzonetto. «Prodi ha detto quelle cose per far contento il suo pupillo che sostiene il Mose», dice, «ecco un buon motivo per non votare i due poli ma votare per noi».
Se volete capirne più di Prodi andate qui
Premesso che la grande opera di chiusura con dighe mobili alle bocche di porto per regolazione dei flussi di marea denominata Mo.S.E. è stata inserita tra le infrastrutture della Legge Obiettivo ed il Governo ha approvato la sua realizzazione
ritenuto
che tale opera, eseguita da un pool di imprese private in regime di monopolio e praticamente prive di controllo:
- elude il principale e prioritario problema del riequilibrio ambientale dell’ecosistema lagunare;
destinata a giacere sul fondo marino per almeno 100 anni per emergere in autunno con ritmicità anche quotidiana è circondata da fondati forti dubbi sulla sua efficacia;
- non risponde a quelle caratteristiche di sperimentalità, gradualità e reversibilità previste dalle leggi speciali per Venezia vigenti;
- è priva di un giudizio positivo di impatto ambientale;
in previsione di un presumibile fenomeno di sostenuto eustatismo si rivelerebbe presto obsoleta, penalizzante per l’attività portuale e dannosa per l’ecosistema lagunare;
- con i suoi altissimi costi di investimento e gestione dragherà tutte quelle risorse necessarie invece per il proseguimento di quegli interventi altrettanto fondamentali per la manutenzione urbana e per la rivitalizzazione socio-economica, per il riequilibrio idraulico, morfologico ed ambientale della laguna e per il risanamento del bacino scolante.
considerato
che già da tempo esistono soluzioni progettuali alternative meno costose, di scarso impatto ambientale, continuamente negate ed oscurate dal governo e dalle istituzioni, capaci di fornire efficaci risultati in termini di abbattimento delle acque alte salvaguardando contemporaneamente lo sviluppo portuale ed il riequilibrio lagunare nonché meglio rispondenti all’applicazione del principio di precauzione sull’eustatismo.
Invita
i Ds, le forze della sinistra e le associazioni ambientaliste ad attivarsi affinchè:
- la lotta contro la realizzazione del Mo.S.E. assuma rilevanza nazionale ed internazionale
- sia data voce a quelle proposte alternative volte al riequilibrio della laguna, all’arresto ed inversione del processo di degrado del bacino lagunare ed all’eliminazione delle cause che lo hanno provocato, all’attenuazione dei livelli di marea in laguna con interventi che risolvono i nodi strutturali del problema, soprattutto la portualità lagunare e le compatibilità ambientali, ed affronti con soluzioni graduali e reversibili la regolazione delle maree alle bocche di porto.
esprime
infine un netto disaccordo verso tutte quelle posizioni, che hanno attraversato anche la sinistra veneziana, che hanno consentito all’ultimo Comitatone di poter deliberare la redazione del progetto esecutivo e la realizzazione del Mo.S.E.
Alberto Viticci,
Mose, il progetto è definitivo
Ma in Commissione di Salvaguardia un mare di polemiche
Il Comitatone lo aveva già approvato il 3 aprile scorso, il premier Berlusconi aveva posato la prima pietra. Ma al Mose mancavano ancora alcuni pareri. Ieri la commissione di Salvaguardia ha dato il via libera al «progetto definitivo» delle dighe mobili tra aspre polemiche.
Un parere approvato con 15 voti favorevoli, mentre i sei rappresentanti degli enti locali sono usciti dall’aula per protesta. «Ci potrebbero essere dei risvolti penali», spiega l’avvocato Gianfranco Perulli, rappresentante del Comune di Venezia, «perché i membri eletti non sono stati messi in condizione di valutare tecnicamente il progetto». Un metro cubo di carte arrivato poco prima di Natale e approvato senza dibattito. Secondo il legale ci potrebbe essere una violazione dell’articolo 97 della Costituzione, che richiede «il buon andamento dell’amministrazione pubblica». Ma la commissione non ha sentito ragioni. Presieduta per la prima volta dal presidente della Ragione Giancarlo Galan, ha espresso il parere favorevole. Per l’occasione si sono visti al gran completo anche i rappresentanti dei ministeri.
Stefano Boato, per il ministero dell’Ambiente, ha elencato una lunga serie di dubbi sull’opera, tra cui gli effetti negativi che questa avrà sul traffico delle navi, l’impatto ambientale provocato dai circa 8 milioni di metri cubi di materiale che sarà scavato, l’irreversibilità dei nuovi fondali, cementati a quote superiori a quelle di oggi. Il ministro Matteoli ha fatto sapere in serata di «non riconoscersi nella posizione del professore».
«Un vero blitz», lo hanno definito i componenti degli enti locali, «per il più grande progetto mai esaminato la commissione ha impiegato un mese e due sedute, meno della metà di quanto occorre per un’altana».
Michele Vianello, deputato veneziano dei Ds, ha depositato ieri una durissima interrogazione al ministro dei Trasporti Lunardi. Ricorda che il Comitatone aveva deliberato il 3 aprile scorso di passare all’esecuzione del Mose «in mancanza della prescritta Valutazione di Impatto ambientale, per cui l’Ue ha chiesto spiegazioni al governo, e in mancanza del parere della Salvaguardia». «Vorrei sapere», scrive Vianello, «se la realizzazione del sistema Mose stia procedendo in prsenza di palesi irregolarità nella procedura».
E un nuovo ricorso al Tar minacciano gli ambientalisti. Stavolta chiedendo anche la «sospensione dei lavori». «Il Comune deve avanzare la sospensiva», dice il presidente della commissione Legge Speciale Flavio Dal Corso. Aprendo formalmente un fronte nella maggioranza di Ca’ Farsetti che nonostante la decisione di un anno fa non ha mai inteso fermare i lavori. «Questa della commissione di Salvaguardia è l’ennesima forzatura nelle procedure», dice l’assessore Paolo Sprocati, «convocheremo i nostri tecnici e poi decideremo il da farsi». «Per Venezia non potevamo aspettarci di peggio», gli fa eco la parlamentare verde Luana Zanella, «il business del Mose ha dirottato su di sè tutte le risorse». Intanto il Mose fa un altro passo avanti. «Per noi il progetto è quello», sorrideva ieri l’ingegnere Alberto Scotti, progettista del Mose, «ora possiamo andare avanti con l’esecutivo come chiesto dal Comitatone».
VENEZIA. Il primo ad andarsene sbattendo la porta è il rappresentante dei comuni della gronda (Chioggia, Mira, Codevigo, Campagna Lupia) Guido Moressa. «Non intendo votare», scandisce, «perché la commissione non è stata messa in grado di valutare il progetto, e soprattutto le conseguenze che avrà sul nostro territorio». «Abbiamo ricevuto le carte pochi giorni prima di Natale e oggi ci costringono a votare. Un atteggiamento che può avere soltanto spiegazioni politiche». Giuseppe Ambrosio, direttore generale del ministero dell’Agricoltura, scalpita e impreca contro chi parla troppo ed «entra nel merito di un progetto di cui si parla da anni» e rischia di fargli perdere l’aereo. «Quando arriveranno le pratiche edilizie dei comuni farò anch’io così, tirerò in lungo», si lascia sfuggire, «il parere l’hanno già dato, è ora di votare». Il Mose non è questione un tantino più compless? «Ne vogliono fare una questione politica», dice. E’ proprio l’accusa che muovono compatti alla maggioranza della commissione i rappresentanti di Comune, Provincia e comuni di gronda. E, a sorpresa, il rappresentante della Regione Ubaldo De Bei. «Non è serio», dice, guardato con diffidenza dai funzionari di palazzo Balbi, «non me la sento proprio di votare per un progetto che non ho fatto in tempo a leggere». Andrea Ballin, a nome della Provincia, esprime «rammarico». «Avevamo chiesto un rinvio per leggere le carte», dice, «non ci hanno ascoltato». Cristiano Gasparetto, rappresentante del Comune, sottolinea che si tratta di «scelta illegittima»: «Quel progetto è stato approvato senza Valutazione di impatto ambientale, come previsto dalla normativa europea e il voto della Salvaguardia arriva a cose fatte, con i dubbi procedurali espressi dagli enti locali. Daremo battaglia». (a.v.)
VENEZIA. «Forzature? Le uniche forzature le fanno da anni quelli che vogliono bloccare l’opera. Il Comune che ha fatto il Ponzio Pilato, l’assessore Sprocati che con una lettera un po’ vergognosa voleva sollevare i suoi rappresentanti in commissione. Venezia può essere sicura. Da oggi finisce il suo secolare martirio di acque alte». Non si cura delle plemiche il presidente della Regione Giancarlo Galan. E annuncia trionfale l’avvio «definitivo» del Mose.
Il presidente della Regione non si era mai visto in quest’aula.
«Sono venuto per l’insediamento. E oggi per l’importanza dell’argomento trattato e per rispetto nei confronti di chi ha assunto le decisioni precedenti».
Una decisione assunta in contrasto con gli enti locali, i comuni di gronda e la Provincia.
«Avevano già votato a favore, La delibera che dà il via al Mose è stata approvata dal Comitatone del 3 aprile all’unanimità».
Ma il Comune aveva posto 11 condizioni preliminari.
«Nel verbale del Comitatone è scritto con estrema chiarezza che si trattava di una problematica distinta, non ostativa alla realizzazione del progetto. Se qualcuno ha avuto interesse a raccontare verità diverse, mi dispiace per lui, ma le indicazioni del Comitatone sono chiarissime»
Al progetto manca ancora la Valutazione di impatto ambientale.
«La Via l’ha fatta la Regione. Ognuno adesso può fare ricorsi, aprire indagini. Ma l’opera è partita. Il governo ha mantenuto le promesse». (a.v.)
Una grande opera di cui si discute da un quarto di secolo. Risale infatti ai primi anni Ottanta il progetto di massima del ministero dei Lavori pubblici sulle chiusure alle bocche di porto. Nel 1984 la progettazione è stata affidata al Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per le opere di salvaguardia creato con la seconda Legge Speciale.
Del 1988 è il progetto preliminare, con l’inaugurazione fatta dall’allora vicepresidente del Consiglio Gianni de Michelis del prototipo Mose. Nel 1992 arriva il progetto di massima, nel 2002 quello definitivo. Il sistema Mose prevede la chiusura delle tre bocche di porto con una serie di enormi paratoie (82) cementate sul fondo, che si alzano riempite d’aria in caso di marea superiore ai 110 centimetri. Costo stimato, circa 3 miliardi di euro. Sulla grande opera i pareri anche scientifici sono contrastanti. Promosso dai cinque esperti nominati dal ministero, il Mose è stato bocciato dalla Valutazione di impatto ambientale nel 1999. Nei primi mesi del 2003 è cominciata la costruzione della diga foranea di Malamocco, «opera preliminare» che servirà per proteggere la conca di navigazione. (a.v.)
La chiamano già «ferrovecchio», anche se dovrebbe entrare in funzione soltanto tra otto-dieci anni (per ben che vada). E’ che del sistema Mose si parla ormai da un trentennio. Non so se «fero vecio» sia il termine più indicato. Fatto sta che nell’epoca attuale, tecnologicamente così frenetica, qualsiasi macchinario che abbia una progettazione così datata viene pacificamente ritenuto obsoleto. Mi viene da pensare a certi impianti industriali di Porto Marghera, che pur coetanei del Mose sono già ritenuti pericolosi, oltre che fuori mercato. Ma ho l’impressione che la vicenda-Mose assomigli sempre di più ad un dialogo tra sordi. E con qualche sgradevole sensazione in più.
Se da un lato infatti si continua a invocare almeno un attimo di ripensamento e di approfondimento soprattutto di fronte alle profonde e irreversibili modifiche del territorio cagionate dagli affannosi lavori in corso, dall’altro lato (Consorzio Venezia Nuova e Magistrato alle acque) si procede imperterriti, sempre più a spron battuto e in barba a qualsiasi anche minima richiesta di chiarimenti, di trasparenza e di verifica.
Proprio in questo ultimo periodo, il sindaco di Venezia ha provveduto alla nomina di un nuovo gruppo di esperti, con l’incarico di riesaminare l’iter delle procedure e dei lavori relativi alla attuale fase propedeutica al sistema di chiusura delle bocche di porto. L’intento (persino ovvio) è quello di riportare il Comune al centro di ogni decisione concernente le politiche di salvaguardia di Venezia, riappropriandosi un ruolo che gli è stato sottratto, soprattutto negli ultimi anni, a seguito di tendenze assolutistiche e accentratrici, di cui la «normativa Lunardi» si è resa chiara interprete.
Ma questa nuova richiesta di «altolà» è oggi ancor più pressante e rilevante rispetto alle richieste del passato, proprio perché si colloca in un momento storico ben preciso, che costituisce per così dire il punto di non ritorno. Chi abbia avuto occasione o voglia di recarsi in quest’ultimo periodo all’isola del bacàn o al porto di Malamocco, o sui Murazzi, ha potuto riscontrare personalmente lo stravolgimento ambientale in corso. Ma, pur grave, il problema non è soltanto di tipo estetico o ambientalistico. Il fatto ancor più grave è che i lavori sono giunti a un punto di non ritorno, perché si stanno per iniziare dei lavori di cementificazione e di costruzione di barriere e fondali non più reversibili. E ciò, ancora una volta, in barba alla normativa generale di salvaguardia e di tutela dalle acque medio-alte, ma soprattutto senza tener conto di alcune novità, tecnologiche e scientifiche, che sono emerse negli ultimi anni.
Da un lato, infatti, le nuove emergenze sulle mutazioni climatiche e sulla situazione delle acque marine e dei fondali consiglierebbero (sarebbe meglio dire imporrebbero) la rivisitazione di un’opera concepita ormai qualche decennio fa. D’altro canto, sono stati presentati negli ultimi anni alcuni progetti tecnologici alternativi al Mose, che hanno sicuramente il pregio della reversibilità, che sono molto meno «impattanti» e che danno la possibilità di verificarne efficacia ed efficienza sul campo rapidamente ed in modo definitivo; ma hanno forse un grave difetto: quello di costare troppo poco rispetto al sistema Mose, anche dieci o venti volte di meno.
Ma su questi progetti alternativi, per il momento, nulla di specifico concreto e serio è dato di sapere da parte del Magistrato alle acque (e da parte del suo concessionario unico): caso esemplare di totale mancanza di trasparenza e di correttezza nei confronti non solo dei proponenti, ma della stessa città. Né il Comune di Venezia o altri sembrano per il momento in grado di interloquire o di imporre alcunché, tanto meno una rapida sperimentazione.
A meno che, nei prossimi giorni non venga dato contenuto concreto alle critiche di irregolarità amministrative e di violazioni della normativa statale e comunale formulate da più parti (Legge speciale per Venezia, norme urbanistiche come il Piano regolatore e le sue Varianti, norme paesaggistico-territoriali come il Palav ed i suoi vincoli, norme europee di tutela ambientale). E in tal caso si imporrebbe allora, da parte comunale, un forte e deciso intervento per il blocco dei lavori, da richiedere però e purtroppo in sede nazionale.
Non mi nascondo le difficoltà di tale percorso, soprattutto di fronte ad una maggioranza regionale e governativa nazionale, che anche del Mose sembra aver fatto quasi una bandiera di efficienza. Il guaio è che dei guasti e degli sperperi dovuti a tale sistema si potranno rendere conto anche tutti coloro che finora, per ragion di «partito», si sono comportati da ciechi e sordi solo quando sarà ormai troppo tardi.
Lo squadrone di persone (tecnici e dirigenti, pubblici e privati) messo in campo dagli aficionados del Mose (e dei suoi rilevantissimi benefit, presenti e futuri) si è sempre guardato bene dall’incorrere in qualsiasi pur minimo vizio formale o giuridico. Non so quindi se sarà possibile cogliere costoro «in flagranza» di qualsiasi svista o irregolarità, pur banali. Ritengo però che la questione vada affrontata principalmente da un altro punto di vista, che è quello della politica: fatti e non parole.
Ed è sotto questo punto di vista che si dovrà giocare la partita, da una parte imponendo un ruolo di centralità decisionale per l’amministrazione comunale, dall’altra pretendendo con la massima urgenza una convocazione del cosiddetto Comitatone, all’interno del quale far pesare politicamente la volontà espressa dai cittadini in occasione delle elezioni di questa primavera. Volontà espressa con l’approvazione dei programmi di tutti i partiti del centrosinistra da una maggioranza ampiamente contraria alla prosecuzione di questi lavori. Sulle orme delle prescrizioni e dei giudizi formulati dal precedente Consiglio comunale, che aveva unanimemente deliberato che «il parere al progetto definitivo non può essere che negativo». Per di più in presenza di sistemi alternativi meno impattanti, sicuramente reversibili e molto meno costosi.
Un'ampia descrizione della Laguna e degli interventi che la stanno distruggendo negli scritti di E. Salzano La Laguna di Venezia e gli interventi proposti (2003) e Venezia: un presepio vuoto per i turisti (2005). Numerosi altri articoli e documenti nella cartella Venezia e la sua Laguna
Silvio Testa,
«La composizione dell'Ufficio di Piano non incoraggia…”
«La composizione dell'Ufficio di Piano non incoraggia una visione super partes». Anche per il sindaco, Paolo Costa, l'Ufficio di Piano così come risulta per decisione del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è troppo fortemente sbilanciato pro Mose, e ieri lo ha detto alla fine della riunione di maggioranza pretesa dai Ds, dai Verdi e da Rifondazione sui temi della Salvaguardia, dopo l'ennesimo schiaffo subìto da Roma.
Che lo pensi davvero, chissà, ma sta di fatto che alla fine di una riunione tesissima, col sindaco messo in stato d'accusa soprattutto da Rifondazione, la presa di distanza ufficiale di Costa è venuta. Il sindaco forse sperava di uscirne indenne, con la notizia che un decreto del Governo consentirà al Comitatone di stornare per la città quota parte dei fondi stanziati per il Mose, come l'anno scorso, ma non è bastato. «Non si svende la Salvaguardia per quattro palanche», lo ha attaccato il capogruppo di Rifondazione, Pietrangelo Pettenò, e dunque sullo sfondo resta sempre in piedi lo spettro di una crisi e l'opzione del referendum sul Mose.Su proposta di Sprocati, un gruppo di lavoro ristretto preparerà un documento da portare in consiglio comunale per ribadire la sperimentabilità di interventi alternativi alle bocche di porto e per rilanciare gli 11 punti, e soprattutto per bollare a fuoco le forzature e i tranelli del Governo nell'anno trascorso. «E la mozione - ha spiegato Pettenò - dovrà essere approvata prima del Bilancio e essere vincolante per il sindaco, quando andrà in Comitatone. Costa dovrà sbugiardare Berlusconi, e dirgli chiaro che ci ha imbrogliati».
Quanto al referendum, «se continuerà a mancare l'interlocutore - ha aggiunto Gianfranco Bettin (Verdi) - più di qualcuno, e non solo tra noi che l'abbiamo proposto, si è espresso per chiedere il giudizio dei cittadini. Anche il sindaco ha detto di non averne paura». Ma il referendum, ha proposto Pettenò, non dovrà essere "Mose sì, Mose no". «Dovrà indirlo la giunta - ha spiegato - e il quesito dovrà riguardare l'approccio sistemico alla Salvaguardia, in modo che sia l'intera città a schierarsi sugli 11 punti».
Per il Comune, che ha voluto l'Ufficio di Piano tanto da inserirne l'istituzione tra i famosi 11 punti, il nuovo organismo doveva diventare la plancia di comando tecnica per la revisione del Piano generale degli interventi in laguna, con tempistica e finanziamenti tali da garantire la visione sistemica che Venezia chiede e l'avvio della sperimentazione di vere e reversibili opere dissipative alle bocche di porto, tali da imporre anche modifiche al progetto esecutivo del Mose.
Secondo il Comune, invece, ciò non è ora più garantito per la presenza nell'ufficio di Piano di persone come Aldo Rinaldo, che ha collaborato alla stesura dello Studio di impatto ambientale del Mose, o di Philippe Bourdeau e Pierre Vellinga, che col collegio dei 5 saggi internazionali rovesciarono la Valutazione di impatto ambientale negativa sul progetto, o del direttore del Ministero dei Beni culturali, Roberto Cecchi, che in Salvaguardia ha "commissariato" sul Mose la Soprintendenza veneziana, per non parlare dei rappresentanti dei ministeri e della Regione.
«L'unico aspetto positivo - ha sottolineato il sindaco - è che l'Ufficio sarà un momento di trasparenza nelle procedure, e proprio per questo il Comune dovrà creare al suo interno una struttura tecnica in grado di interloquire a tutti i livelli». Una sorta di "Contro Ufficio di Piano", ha spiegato Costa, che avrà il compito di predisporre una sorta di "interpretazione autentica" degli 11 punti e costringere il Comitatone a fare i conti su ciò che davvero il Comune vuole.
Sulla presenza nell'Ufficio di Piano, quale rappresentante del Comune, di Ignazio Musu, già tra i saggi internazionali, già consigliere comunale dimessosi in polemica con gli 11 punti, in maggioranza non ci sono stati bracci di ferro. «Non c'è nessun caso Musu - ha almeno detto Costa -. La nomina è avvenuta in base ad accordi tra più enti, e anzi credo che la presenza di Musu sarà assai utile in un organismo così sbilanciato».Nè vi saranno diffide verso il Magistrato alle Acque e il Consorzio a tener le bocce ferme in attesa del Comitatone e della sentenza del Tar sui ricorsi contro il Mose. Pareva che i Ds le pretendessero, «ma nessuno ne ha parlato», ha ricordato Costa. «È ben vero - ha però spiegato l'assessore alla Legge speciale, Giampaolo Sprocati - che se Magistrato & Consorzio avvieranno contratti o opere dimostreranno di non voler ottemperare agli 11 punti, e allora il Comune trarrà le sue conseguenze».
Alberto Vitucci
«Sospendere l’iter del Mose»
La maggioranza propone un Ufficio di Piano «alternativo»
VENEZIA. Un Ufficio di Piano «alternativo» e la richiesta al Comitatone di sospendere l’iter del progetto Mose in attesa dei risultati delle sperimentazioni. E’ questo l’esito della riunione dei capigruppo di maggioranza con il sindaco Paolo Costa sull’emergenza salvaguardia.
Una riunione convulsa, con qualche momento di tensione e urla tra il capogruppo di Rifondazione Pietrangelo Pettenò e il sindaco Costa. «Ci hanno preso in giro per un anno», gridava Pettenò, «i nostri 11 punti non li hanno mai considerati, invece sono andati avanti con il Mose a tutta forza, incassando il sì del Comune. Abbiamo di fronte gente che bara, non ci possiamo più fidare». Se il Comune non prenderà una posizione chiara entro febbraio, annuncia Pettenò, Rifondazione non voterà il bilancio e uscirà dalla giunta. «Non ci stiamo a fare la foglia di fico di scelte che non condividiamo», dice.
Un anno dopo, Rifondazione ammette dunque di essersi sbagliata. Era partita proprio dall’assessore all’Ambiente Paolo Cacciari l’idea di «mischiare le carte della salvaguardia», chiedendo di inserire nel progetto «una struttura di accesso permanente» per le navi e altri undici punti come condizione per dire di «sì» al progetto. Ma i punti non sono mai stati accolti. Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio ha nominato l’Ufficio di Piano. Ed è nato un altro putiferio. «Sono tutti tifosi del Mose», avevano protestato Rifondazione, Verdi e Ds. Ieri la maggioranza che governa Ca’ Farsetti ha approvato la proposta di Pettenò, di dar vita a un organismo tecnicio parallelo da affiancare all’Ufficio di Piano. «Mettiamoci dentro D’Alpaos, il rettore di Ca’ Foscari, Umgiesser», dice Pettenò, «studiosi indipendenti che possano dare valutazioni super partes».
Su alcuni dei membri nominati da Berlusconi, secondo il deputato dei Ds Michele Vianello, pende invece il sospetto di conflitto interessi. «Voglio sapere», ha scritto Vianello in una interrogazione al ministro Lunardi, «quanti di quei membri hanno svolto attività di consulenza per il Consorzio Venezia Nuova».
Secondo il Comune l’Ufficio di Piano chiesto da anni come «organismo tecnico di garanzia e indirizzo per gli interventi di salvaguardia» è stata l’ennesima presa in giro. Poco conta che la «terna» proposta dal sindaco Costa in accordo con il sindaco di Chioggia e la Provincia (Ignazio Musu, Maurizio Rispoli e Maurizio Calligaro) sia stata accolta dalla Presidenza del Consiglio. Il problema, hanno detto ieri a una voce i rappresentanti della maggioranza, che il Comune torni a svolgere un ruolo di leader nella salvaguardia, com’era fino a pochi anni fa.
Entro febbraio dunque l Consiglio comunale dovrà approvare un documento da affidare al sindaco Paolo Costa per la prossima riunione del Comitatone. Dove si dovrà richiedere al governo di tener conto delle richieste del Comune (a cominciare dai finanziamenti, dalla sperimentazione per ridurre le acque alte senza Mose) e si esprimerà appoggio al ricorso presentato dalle associazioni ambientaliste. La crisi politica per il momento è rientrata. Resta i piedi la polemica sul futuro della salvaguardia. E soprattutto, il dibattito su come difendersi dalle acque alte senza ricorrere alle dighe.
E’ un Massimo Cacciari corrucciato ma con le idee chiare quello che - di ritorno dal viaggio in Iran - si trova alle prese con i molti problemi di Ca’ Farsetti. Ma per lui la strada è segnata. Sul Mose, il Comune segnalerà a Regione e Ministero delle Infrastrutture le difformità urbanistiche con i piani comunali degli interventi in corso, pronto a sostenere sino in fondo le sue tesi. Cacciari pretende anche il rifinanziamento della Legge Speciale - sulla base dell’impegno del ministro Lunardi - e intanto recupererà i circa 50 milioni di euro che mancano in bilancio, con la probabile vendita di quote Save. Conferma l’ormai imminente vendita del Casinò di Malta e l’impegno a costruire il nuovo stadio, nonostante il fallimento del Venezia.
Sindaco Cacciari, il Comune si prepara a chiudere l’istruttoria sui lavori del Mose certificando la presenza di difformità degli interventi con i piani urbanistici comunali?
«I tecnici stanno stendendo la loro relazione, che poi invieremo a Regione e Ministero delle Infrastrutture, ma che le difformità urbanistiche di quei lavori con i piani comunali esistano, non ci sono dubbi. Starà poi a Regione e Ministero dimostrare in modo convincente che quei lavori sono legittimi, ma non certo sostenendo che sia stato il sì della Commissione di Salvaguardia a sanare i vizi urbanistici. Immagino che dovremo riunirci tutti insieme e discuterne, ma nella massima trasparenza e anzi, su questo tema, io chiederà un ampio dibattito in Consiglio comunale».
C’è dunque un contenzioso in arrivo tra Comune da una parte e Regione e Ministero delle Infrastrutture dall’altra?
«Al momento è impossibile dirlo, anche perché non sta a me immaginare i comportamenti, ad esempio, della magistratura».
Il parlamentare e consigliere di Forza Italia Michele Zuin le lancia un appello, invitandola a evitare lo scontro e sulle valutazioni dei tecnici sui lavori del Mose ipotizza possibili pressioni politiche.
«Pur stimando Zuin, devo dire che le sue dichiarazioni mi hanno irritato, perché non ho mai fatto alcun tipo di pressione sui tecnici, a differenza, forse, di quanto avvenuto in un recente passato. I tecnici faranno il loro lavoro e i risultati di esso saranno opportunamente pubblicizzati. Sarà il Consiglio comunale a dover dire se è d’accordo con le loro conclusioni».
E sui progetti alternativi al Mose?
«Devono essere messi a confronto pubblicamente con esso, come mi si dice non sia mai avvenuto sino ad oggi. Ho già invitato il Magistrato alle Acque e il Consorzio Venezia Nuova a predisporre per settembre-ottobre il confronto pubblico tra i vari progetti. A Rotterdam, ad esempio, prima di realizzare le dighe attuali, hanno confrontato almeno quattro proposte progettuali».
Cosa pensa del progetto del Magistrato alle Acque di portare all’Arsenale il centro di manutenzione e gestione del Mose e degli elementi delle dighe mobili?
«Mi sembra logico che le lavorazioni che riguardano il Mose vengano svolte nell’area veneziana e non con lunghi viaggi per trasportare i vari elementi. Per quanto riguarda l’Arsenale, l’importante è che tutto sia in linea con il masterplan dell’area».
Nella sua lettera a Lunardi lei ha chiesto il rifinanziamento della Legge Speciale dal 2006 e la convocazione del Comitatone.
«Indipendentemente dagli sviluppi della vicenda Mose, il rifinanziamento della Legge Speciale è indispensabile; so che Lunardi si è già impegnato in questo senso e ho chiesto la rapida convocazione del Comitatone per ripristinare dal 2006 i normali canali di finanziamento degli interventi di salvaguardia della città».
Intanto mancano, per il 2005, 35 milioni di euro per quegli interventi. Come li troverà il Comune?
«Il fabbisogno effettivo è più alto, tra i 45 e 50 milioni di euro. Inutile pensare di sforbiciare per anni il bilancio comunale o di strozzarsi con i nuovi mutui. Dobbiamo azzerare subito - entro luglio - la situazione, per poi ripartire il prossimo anno con una situazione diversa, con il rifinanziamento della Legge Speciale. Pertanto è giocoforza pensare a vendite mobiliari e immobiliari e una strada possibile è quella di un accordo complessivo con la Save per la cessione di quote».
Sembra la volta buona per la cessione del Casinò di Malta. Il direttore generale del Casinò Armando Favaretto avrebbe trovato un compratore disposto a rilevare la casa da gioco dell’isola.
«Sì, ormai sembra ci siamo, la vendita è imminente e credo che ne usciremo in modo più che decoroso, senza rimetterci nemmeno un euro».
Quelli che invece continua a perdere, rispetto al 2004, il Casinò di Venezia. Come va l’operazione rinnovamento?
«Tutti i consiglieri attuali hanno dato la loro disponibilità a farsi da parte e entro il 5 luglio raccoglieremo le nuove candidature. Poi bisognerà lavorare pancia a terra, con il nuovo consiglio e il nuovo staff per rimettere in sesto la casa da gioco, tornando a pensare solo a quella».
C’è anche un problema di uomini, e sarà anche nominato un amministratore delegato?
«C’è certamente anche un problema di uomini, ma penso piuttosto a una ridistribuzione delle deleghe tra presidente e direttore generale».
Per la nuova presidenza si fa il nome di Mauro Pizzigati.
«Le candidature sono diverse, e le stiamo raccogliendo per poi scegliere».
La nuova ordinanza sul moto ondoso è appena scattata e già fioccano le proteste, a cominciare da quelle dei trasportatori.
«Non le capisco. Non hanno firmato anche loro l’accordo sui nuovi criteri nella circolazione acquea introdotti dall’ordinanza?»
Il Venezia Calcio è fallito: il nuovo stadio si farà lo stesso?
«E’ un motivo in più per costruirlo: altrimenti non troveremo mai un imprenditore disposto a rilevare la società. In questa città mancano impianti per lo sport ad alto livello e dobbiamo provvedere».
VENEZIA. La Provincia chiede che sia la Corte europea a decidere. Gli ambientalisti che si dichiari «l’illegittimità» delle autorizzazioni date dal Comitatone al Mose per la mancanza della Valutazione di Impatto ambientale. Il Consorzio Venezia Nuova che si respingano tutti i ricorsi perché «infondati». La battaglia sul Mose approda al Tar del Veneto. E ieri mattina nella nuova aula di palazzo Gussoni si è tenuta l’udienza finale dedicata ai ricorsi presentati contro la grande opera.
Il collegio giudicante - presidente Stefano Baccarini, relatore Mario Buricelli - ha ascoltato per oltre tre ore le ultime arringhe degli avvocati e si è ritirato in Camera di Consiglio. Sentenza prevista per i primi giorni della settimana prossima.
A tirar fuori dal cappello l’inaspettato cavillo è stato a fine udienza il legale del Consorzio Alfredo Biagini. «Fin qui ci siamo sbagliati», ha esordito, «perché ci siamo dimenticati di un Dpcm del 1988». Cosa dice quel decreto? Che le opere in concessione sono «esonerate dal rispetto della Direttiva comunitaria. E che spetta al ministro dell’Ambiente decidere la «conclusione della procedura di Via dopo aver esaminato il progetto esecutivo». Le dighe a mare, in ogni caso, ha detto Biagini, «sono opere del tutto distinte dal Mose». Tesi opposta a quanto da sempre sostenuto anche dal governo, che lo scorso anno aveva inaugurato «la pirma pietra del Mose» intesa come diga foranea di Malamocco.
Opposta naturalmente la tesi degli avvocati delle associazioni e della Provincia. Il professor Picozza, legale di Ca’ Corner, ha citato una sentenza del Tar del 2000. Che prescriveva la «necessità di una Valutazione di impatto ambientale nazionale». E non basta, dice l’avvocato, «che il Consiglio dei Ministri (governo Amato) abbia poi considerato chiusa la vicenda»: «La componente tecnica non può cessare ed essere assorbita dalla valutazione politica», ha argomentato il legale, «così come nessuna opera può essere scorporata per sottrarla alla Valutazione». Dunque, quell’istruttoria non c’era. E il progetto non si poteva approvare. Picozzi ha anche ricordato che la Serenissima applicava la pena di morte a chi manometteva il regime delle acque.
La linea del Consorzio e dell’Avvocatiura dello Stato è stata quella di chiedere il rigetto del ricorso perché i ricorrenti (associazioni ambientaliste e Provincia) non avrebbero avuto titolo per farlo.
«Non si può chiedere il contrario di quello che è previsto dalla legge, cioè la salvezza di Venezia», ha argomentato l’Avvocato dello Stato Raffaello Martelli, ex segretario generale della Biennale. Così anche l’avvocato della Regione Lorigiola, che ha sottolineato la diversità tra Mose e opere complementari. Che dunque non andavano soggette alla procedura di Valutazione statale. L’avvocato Alfredo Bianchini (Consorzio) ha ribadito che il discorso sulle responsabilità può essere rovesciato. «Senza il Mose Venezia rischia», ha ripetuto.
Le associazioni ambientaliste hanno diffuso in serata un comunicato. «Si vogliono forzare le procedure per realizzare solo il Mose e non la salvaguardia di Venezia e della laguna, come prescritto dalla Legge Speciale», scrivono Wwf, Lipu, Italia Nostra, Ecoistituto, Codacons, Movimento consumatori, Sinistra ecologista, Vas. E ricordsano come i nodi giuridici «irrisolti» riguardino la mancata Valutazione di impatto ambientale nazionale (l’unica fatta nel 1998 aveva dato esito negativo), e che la commissione di Salvaguardia presieduta da Galan ha approvato «illegittimamente» l’opera esaminando solo 9 dei 63 volumi che costituiscono il progetto. Un progetto che, insistono i ricorrenti, potrebbe causare alla laguna gravi danni irreversibili, con interventi impattanti come la nuova isola in bacàn e la demolizione della diga di Malamocco.
La Laguna: un mosaico vivente
L’equilibrio tra mare e Laguna, tra terra e acqua e tra acque salmastre e dulcicole, come recita il Parere della Commissione VIA, "non è semplicemente uno stato morfologico ed idrodinamico, ma è la ragione della sopravvivenza del mosaico ambientale ed antropico che definisce la natura stessa della Laguna".
Tale equilibrio non può che "essere ottenuto con un insieme articolato di opere ed interventi nel rispetto delle caratteristiche della sperimentalità, reversibilità e gradualità", caratteristiche prescritte per legge.
Sempre la Commissione "ritiene che il complesso degli interventi diffusi previsti dalla legislazione speciale costituisca la base indispensabile per il riequilibrio morfologico della Laguna".
Per "interventi diffusi" si intende quel complesso di opere capaci di riequilibrare la Laguna e di contrastare l’aumentata frequenza e aggressività delle acque alte. Come si può intuire sono antitetici al progetto MoSE: al posto di un unico intervento, la legislazione speciale prevede una pluralità di azioni capaci di una risposta specifica aciascun problema della Laguna.
Nel 1999 il Piano generale degli interventi, sottratto al Consorzio Venezia Nuova e affidato al nuovo Gruppo di lavoro per l’Ufficio di Piano (coordinato dal Ministero dell’Ambiente), ha rovesciato le tesi del Consorzio, dimostrando che se si riduce la portata delle bocche di porto (e cioè la quantità d’acqua che entra in Laguna dai porti) diminuiscono, e significativamente, le punte delle acque alte. Dopo aven negato tale assunto per anni, anche il Consorzio recentemente ha dovuto ammettere tale evidenza.
Tutti gli studi più recenti in materia di salvaguardia, nonché le prescrizioni ineludibili delle leggi speciali, sono confluiti in un piano generale, le cui proposte sono di seguito sinteticamente raccolte per punti:
1) proibizione di estrarre sia gas naturali (metano) dal sottosuolo dell’intero arco Adriatico settentrionale sia acqua dalla falda acquifera. L’emungimento artesiano (cioè il prelievo di acqua sotterranea) da parte dell’industria di Marghera ha determinato un abbassamento totale del suolo di Venezia di 12 cm. Se l’estrazione di idrocarburi (metano) è oggetto di un’aspra battaglia che vede alleate molte forze politiche, l’estrazione di acqua dal sottosuolo per l’industria agricola e turistica è purtroppo ancora praticata in Laguna e zone contermini grazie a deroghe alle leggi vigenti;
2) riapertura alle maree delle valli da pesca (prescritta dalla legge 139/1992 e non ancora attuata) in modo comunque da non impedire l’attività di pescicultura. Le relazione finale del Gruppo di lavoro per l’Ufficio di Piano, presentata nel 2002 al Ministero dell’Ambiente, ha dimostrato che a Burano il solo provvedimento di riapertura delle vicine valli produrrebbe una riduzione delle acque alte di 10 cm;
3) riapertura alle maree delle casse di colmata (prescritta dalla legge 139/1992 e non ancora attuata), cioè di quelle vaste aree lagunari già interrate ma non utilizzate dall’industria;
4) predisposizione di governi speciali delle acque dei fiumi contermini alla Laguna. Il rischio idraulico, in caso di eventi eccezionali come quello occorso nel ’66, è ancora elevatissimo: basti ricordare che le piene del Sile scaricano ancor oggi in Laguna;
5) controllo e irregimentazione degli apporti della rete idraulica di bonifica di terraferma;
6) estromissione dalla Laguna del traffico petrolifero (prescritta dalla legge 139/1992 e non ancora attuata);
7) estromissione dalla Laguna del traffico passeggeri e delle grandi navi da crocera con la creazione di un avamporto, come già avviene a Monaco, al fine di poter rialzare i fondali delle bocche di porto e di eliminare il danno prodotto dal passaggio delle navi stesse. La massa d’acqua spostata è infatti pari al dislocamento delle navi stesse: fino a 60.000 tonnellate. Le moderne navi da crociera sono inoltre dotate di enormi eliche trasversali che generano violenti getti subacquei. Lo spostamento di queste grandi masse d’acqua provoca, nel fragile ambiente veneziano, erosione dei fondali lagunari, delle fondazione delle rive e degli edifici prospicienti i rii che sboccano in Bacino;
8) restringimento della sezione delle bocche di porto e rialzo dei fondali (consentito dall’estromissione del traffico petrolifero e passeggeri): -6 m al Lido, -12 a Malamocco, -8 a Chioggia. Il rialzo verrebbe attuato con tecnologie flessibili e reversibili, servendosi di limi e sabbie incapsulati e vegetati con alghe. La riduzione della profondità dei fondali e dell’ampiezza delle bocche ridurrebbe la marea di -24 cm (come attestano i recenti studi di Umgiesser e Matticchio, CNR);
9) aumento della scabrezza dei fondali al fine sia di intercettare efficacemente e rompere la forza dell’onda montante della marea, sia di trattenere i sedimenti in uscita dalla Laguna o in entrata dal mare;
10) costruzione di "lunate" cioè di scogliere a mare, a forma appunto di semi-luna, presso le tre bocche di porto, per ridurre l’onda montante del vento di scirocco che spinge in Laguna la marea;
11) costruzione di pennelli trasversali alle tre bocche di porto al fine di smorzare l’onda della marea;
12) modifica della forma delle dighe foranee, che si protendono in mare, parimenti al fine di ridurre la forza della marea;
13) riduzione della profondità dei canali industriali, Malamocco-Marghera o dei Petroli, Vittorio Emanuele etc., concausa del fenomeno erosivo e dell’appiattimento della Laguna;
14) reimmissione, in modo controllato e reversibile, di una parte delle piene del Brenta nel bacino lagunare, al fine di arrestare il processo erosivo con l’apporti di sedimenti;
15) protezione e recupero delle barene, erose dal moto ondoso e dalla aumentata idrodinamica del bacino lagunare, avvalendosi di tecniche di ingegneria naturalistica. Gli interventi di "recupero morfologico" di barene già attuati dal Consorzio presso Burano e Le Giare impiegano una brutale conterminazione con pali in legno e pietrame che di fatto rende queste pseudo-barene una struttura morfologica ben diversa dalle barene naturali, e cioè delle specie di casse di colmata non accessibili alle alte maree. Si possono invece utilizzare materiali più compatibile con l’ambiente naturale (quali burghe e buzzoni, moduli cilindrici in tessuto degradabile riempiti con materiali naturali etc.) come prevede il "Progetto life natura 1999 - Barene, cofinanziato dalla Comununità europea;
16) abbattimento del moto ondoso provocato dai natanti a motore che transitano a velocità elevate in Laguna; si stima che in un ambiente così fragile le imbarcazioni a motore siano raddoppiate negli ultimi 20 anni; con conseguente vertiginoso aumento dell’inquinamento idrodinamico;
17) disinquinamento della Laguna e del bacino scolante, in vista di un minore ricambio idrico conseguente alla riduzione della officiosità delle bocche (cioè della massa d’acqua che entra in Laguna);
18) avvio di studi per garantire una miglior circolazione dell’acque lagunari: D’Alpaos sotiene infatti che si possono ridurre le portate della bocche anche del 40 % senza pregiudicare la qualità ambientale: infatti "a minori volumi può corrispondere una miglior circolazione";
19) difesa locale degli abitati insulari (prevista dalla legge 139/1992): cioè rialzo della pavimentazione veneziana alla quota di +110/+120; questo genere di interventi è già iniziato;
20) difesa locale dell’isola di S. Marco, area particolarmente bassa (+80 cm) con un sistema complesso di impermeabilizzazioni in verticale; il progetto presentato dal Consorzio in Salvaguardia, è per ora fermo perché ritenuto troppo invasivo e distruttivo;
21) difesa dei litorali dall’aggressione marina (prevista dalla legge 139/1992), intervento in fase di completamento;
22) attivazione di una politica di monitoraggio e controllo del livello marino nell’Adriatico e anche nell’intero bacino del Mediterraneo, come suggerito dalla Commissione VIA, "in modo da riconoscere per tempo eventuali effettivi trend di crescita eustatica e da prendere al tempo giusto le decisioni più appropriate del caso";
23) ripresa degli studi e sperimentazioni, già avviati e testati dal CNR a Poveglia, "di tecnologie consolidate o sperimentali, per il sollevamento territoriale" come raccomandato dalla Commissione VIA;
24) approfondimento progettuale di interventi di chiusura delle bocche portuali alternativi e più moderni del MoSE. E’ stato recentemente proposto in Consiglio comunale un nuovo sistema di chiusura, il progetto ARCA: "Apparecchiature Rimovibili Contro l’Acqua alta. Si tratta di un sistema flessibile di sbarramenti, composto da cassoni affondati alle bocche, dal costo esiguo rispetto al MoSE (350 miliardi di lire), dai tempi di posa in opera ridotti (2 soli anni), di contenuto impatto ambientale, in quanto non necessitano di sottofondazioni ciclopiche né di isole artificiali, posizionati a soli -8 m di fondale e facilmente rimovibili. Il progetto di fatto aderisce ai requisiti di "sperimentabilità, reversibilità e gradualità" prescritti dalla legislazione speciale per Venezia;
25) avvio di uno studio progettuale di chiusura delle bocche di porto con strutture fisse qualora i livelli marini dovessero crescere in modo considerevole. Si sarebbe così pronti ad affrontare un trend eustatico sfavorevole ma in una situazione completamente mutata: la Laguna risanata, in equilibrio con le bocche, sottratta ai fenomeni erosivi sarebbe in grado di reggere gli impatti e le sollecitazioni di un sistema di chiusura più compatibile con l’ambiente lagunare, "un progetto - come conclude la Commisione VIA - che non presenti le gravi carenze di quello attuale".
Per saperne di più:
La salvaguardia di venezia dalle acque alte. Un piano di azione strategico alternativo al Mo.S.E., a cura della Sezione di Venezia di Italia Nostra e del Comitato Salvare Venezia e la Laguna, gennaio 2003.
Stefano Boato, Venezia e la Laguna. Un riequilirio possibile, «Italia nostra. Bollettino» 376 (luglio/agosto 2001), p. 20-22
Cristiano Gasparetto, Sbarramenti alle bocche di porto, una storia di 35 anni, «Italia nostra. Bollettino» 376 (luglio/agosto 2001), p. 23-25
Silvio Testa, D’Alpaos: il MoSE non basta, bisogna alzare la città, «Il Gazzettino» 14 febbraio 2003
go to the english translation
Italia Nostra: Lo squilibrio della Laguna
Italia Nostra VE: Perché no
Italia Nostra VE: le alternative
Una sintetica illustrazione del Sistema MoSE
Dialogo tra E. Salzano e Piero Bevilacqua
La VIA sul MoSE, le conclusioni della Commissionee
La VIA sul MoSE, il decreto del Ministero dell’ambiente
La VIA sul MoSE, articolo di E. Salzano
Contraria al MoSE nel passato, la maggiore formazione della sinistra aveva annacquato la sua opposizione negli anni delle giunte Cacciari e Costa. Ora le ragioni dell’opposizione sono riemerse con chiarezza, mentre il sindaco (secondo le parole del segretario del suo partito) mantiene un equivoco «equilibrio tra i vari interventi».
Silvio Testa
”O MoSE o Centrosinistra”
Il tema per la prossima campagna elettorale è servito: via il Mose, discriminante per la riconferma dell'attuale Centrosinistra nel dopo Costa. Il segretario regionale dei Ds, Cesare De Piccoli, ha rotto gli indugi, e ieri in un convegno organizzato dal partito ha lanciato un chiaro messaggio agli alleati: la coalizione sta in piedi se si toglie di mezzo il Mose.«No so quali saranno le scelte del sindaco Costa - ha sostenuto De Piccoli riferendosi al tormentone "o sindaco o parlamentare europeo" -. So con certezza che l'alleanza del Centrosinistra che si ricandiderà a governare la città dovrà rinegoziare il patto programmatico sulle questioni fondamentali della Salvaguardia e della riorganizzazione di Marghera. Non ho dubbi - ha scandito De Piccoli - che questo accordo è possibile se si supera il Mose e si punta con decisione a una revisione progettuale degli interventi più rispondente alle compatibilità ambientali».
Se l'assessore alla Legge speciale, Giampaolo Sprocati, ha puntato il dito contro il Governo, sostenendo che per rilanciare una visione sistemica della Salvaguardia «l'interlocutore deve cambiare», De Piccoli ha replicato che anche il Centrosinistra deve fare mea culpa per avere offerto il destro, con le sue divisioni, alle forzature romane. «Ora bisogna uscire dalle ambiguità - ha concluso - e il patto di governo della città va rinegoziato».
In un crescendo rossiniano, l'assessore diessino alla Legge speciale, Paolo Sprocati, ha ricordato che il centrosinistra veneziano si è formato ed è cresciuto sui temi della Salvaguardia; il segretario provinciale della Margherita, Rodolfo Viola, ha sostenuto che la sintesi di tante posizioni e di anni di lavoro sono le 11 condizioni poste dal Comune per passare alla progettazione esecutiva del Mose; il segretario regionale della Quercia, Cesare De Piccoli, ha garantito che se non si sbarazzerà il campo dal Mose, sui temi della Salvaguardia il Centrosinistra salterà! O meglio, nell'eventuale dopo Costa, in estate o l'anno prossimo, l'attuale coalizione non si potrà riformare se qualcuno punterà ancora i piedi sul progetto delle chiuse mobili alle bocche di porto. «Dopo 30 anni - ha sostenuto De Piccoli - tutti i progetti invecchiano, compreso il Mose».
Messaggio più chiaro ai partner della coalizione De Piccoli non poteva mandare, e l'accelerazione è avvenuta all'iniziativa pubblica "Difesa dalle acque alte" organizzata dai Ds (Unione comunale, Unità di base, Gruppo consiliare) ieri pomeriggio a Ca' Zenobio, durante la quale, stante la composizione del tavolo dei relatori, si è sparato a zero sul Governo e sui progetti del Consorzio Venezia Nuova. Cose già viste e già sentite, e sempre mediate nelle trattative tra i partiti. Ieri, però, De Piccoli è andato oltre, e ha posto la sua conditio sine qua non per il futuro Centrosinistra: basta Mose!
«Ormai - ha sostenuto De Piccoli - non si tratta più di un progetto che coagula un fronte di interessi che spingono per la sua realizzazione, ma di una questione politica e istituzionale». Il progetto, ha aggiunto, chiama in causa l'idea stessa di città, i poteri del governo locale, il ruolo del Comune.«No so - ha sostenuto il segretario regionale della Quercia alludendo al tormentone "o sindaco o parlamentare europeo" - quali saranno le scelte del sindaco Costa, so con certezza che l'alleanza di Centrosinistra che si ricandiderà a governare la città dovrà rinegoziare il patto programmatico sulle questioni fondamentali della Salvaguardia e della riorganizzazione di Marghera. Non ho dubbi - ha scandito - che questo accordo è possibile se si supera il Mose». Il tema della futura campagna elettorale è servito: per i Ds bisogna «puntare con decisione a una revisione progettuale degli interventi più rispondente alle compatibilità ambientali».
La valenza tutta politica dell'intervento di De Piccoli ha fatto passare quasi in secondo piano le tesi degli altri relatori, che pure hanno sostenuto la necessità di passare da una visione della salvaguardia tutta incentrata sulla grande opera a una visione sistemica. Lo ha fatto il socialista Sergio Vazzoler («Nel passaggio dal definitivo all'esecutivo bisogna introdurre "prima" la sperimentazione di approcci alternativi»), lo ha fatto Paolo Perlasca per il Wwf, lo ha fatto Michele Vianello, denunciando come l'intero impianto istituzionale e finanziario della Salvaguardia sia stato stravolto, lo ha fatto Sprocati denunciando «il dato dirompente» dell'eversione e dello stravolgimento di ogni regola attuata dal Governo.
Un tema, questo, su cui hanno battuto anche il segretario provinciale della Quercia, Delia Murer, e la parlamentare verde Luana Zanella, che ha ricordato il ricorso nel merito presentato alla Commissione Europea. La parlamentare ha attaccato duramente l'Ansa, nel cui sito esiste uno "speciale Mose". «Invece che fare informazione - ha accusato - sembra uno spot che perpetua la convinzione, che si ha fuori Venezia, che l'unica risposta all'acqua alta sia il Mose».
Un convegno dei Ds sulle alternative per fermare l’acqua alta.
VENEZIA. Il Mose non piace, e le alternative ci sono. Ma il centrosinistra non ha la forza di opporsi alla grande opera che va avanti, spinta dal governo e sostenuta dal sindaco Paolo Costa. E’ questo il senso del dibattito su «Acque alte, le alternative al Mose», svoltosi ieri pomeriggio a Ca’ Zenobio su iniziativa dei Ds. Per la prima volta dietro il tavolo i rappresentanti dell’intera coalizione al governo in Comune. Da tutti, con sfumature diverse, sono venute critiche al grande progetto. «Un’opera datata», ha esordito il segretario regionale della Quercia Cesare De Piccoli, «la città deve battersi perché siano attuate le alternative. fermare le acque alte è possibile, senza Mose». Un problema anche politico: «Dovrà essere uno dei punti programmatici irrinuciabili», ha detto de Piccoli, «per la nuova coalizione che si candida a governare la città».
Toni critici anche da Luana Zanella, deputata dei Verdi, che ha invitato i veneziani a esprimersi su un’opera «inutile e di grande impatto sull’ambiente lagunare». «Opera di regime, e per giunta illegittima», ha detto secco il parlamentare della Quercia Michele Vianello, autore dell’esposto a Bruxelles contro il Mose firmato da 150 parlamentari del centrosinistra. Molto critico sulle dighe mobili anche Sergio Vazzoler, capogruppo dello Sdi a Ca’ Farsetti. «Basterebbe far rispettare quell’articolo della legge 139», ha esordito, «prima di spendere soldi per il Mose si doveva verificare l’adeguato avanzamento degli altri interventi previsti dalla legge». Un emendamento alla Legge Speciale proposto all’epoca dallo stesso Vazzoler. «Dovrebbe intervenire la Corte dei Conti», dice Vazzoler. E poi con il Mose il porto sarà penalizzato, e piazza San Marco andrà sotto lo stesso».
Paolo Perlasca, a nome del Wwf, ha spiegato i motivi che hanno portato le associazioni ambientaliste a impugnare al Tribunale amministrativo la delibera del Comitatone che aveva dato il via libera al Comitatone. Delibera illegittima, perché avrebbe autorizzato la realizzazione di un’opera che non ha superato l’esame della Valutazione di impatto ambientale, prevista dalla legge europea. Rodolfo Viola, segretario della Margherita, ha difeso la posizione assunta dal sindaco di «equilibrio tra i vari interventi», addossando le responsabilità delle forzature procedurali al governo. Paolo Cacciari, assessore all’Ambiente, ha assicurato che la battaglia contro la grande opera va avanti nonostante l’accelerazione imposta dal governo al Mose. (a.v.).
Il centrosinistra vuole cambiare rotta
VENEZIA — « Quello del Mose è un progetto vecchio di 30 anni, basato su una fotografia di una Venezia che non esiste più. E’ il momento di passare dal generico no al Mose ad una piattaforma progettuale alternativa che comprenda tutto il governo della città, superando le contraddizioni interne alla coalizione » . Battaglie per la salvaguardia e amministrazione comunale: il centrosinistra vuole virare due volte. L’aria di stravolgimento delle strategie si è respirata ieri al dibattito su « La difesa dalle acque alte » organizzato dai Ds a Palazzo Zenobio. Tra gli altri, a dare il senso della necessità di una sferzata politica decisa ci ha pensato l’assessore comunale all’ambiente Paolo Cacciari: « Vorrei che facessimo un patto: per tre mesi non parliamo più di Mose, bensì di laguna. Che laguna vuole la sinistra? La distruzione dell’ecosistema lagunare non è colpa solo di Berlusconi e del Mose, ma anche di chi, dai motoscafisti ai vongolari, non vuole limiti che tocchino interessi particolari. Questa è la nostra debolezza » . Mettere dunque in atto le basi « per passare dalla città delle acque alte, immagine attraverso la quale Berlusconi può vendersi in tv la sua opera di regime – ha detto il ds Michele Vianello – alla città dell’ecocompatibilità. Questo senza commettere l’errore storico di separare la questione della salvaguardia lagunare da quella della riconversione di Porto Marghera. Servono studiosi e ricercatori liberi, non lacchè come li sceglie il centrodestra » . Molti degli interventi hanno messo in luce proprio un’assenza di competenze e di autonomia. « Troppi yes- man all’interno del Comitatone » ha detto Sergio Vazzoler dello Sdi. Parlando del Mose, l’assessore alla Legge Speciale, Gianpaolo Sprocati ha evidenziato una « deriva eversiva delle regole, un loro stravolgimento. Ormai il legame tra Stato e concessionario dell’opera è sempre più stretto, cancellando ogni competenza di cui gli enti locali sono in possesso » . Ma la deputata dei Verdi, Luana Zanella attacca Costa: « Se il Comune non è così autorevole nel Comitatone è anche perché il sindaco la pensa diversamente da noi sul Mose. Dobbiamo continuare a far finta di niente? » . E il segretario regionale dei Ds, Cesare De Piccoli: « La maggioranza, oltre alla coesione politica deve avere coesione programmatica, con un sindaco che garantisce tale unità senza far prevalere il suo potere di interdizione » . In difesa di Costa il segretario provinciale della Margherita, Rodolfo Viola: « Credo che la sintesi attorno alla salvaguardia sia già stata fatta delineando le 11 condizioni: da lì bisogna ripartire » .
S. Ci.
VENEZIA - Là dove il mare va sposo alla laguna, al centro di un deserto che prima era solo d’acqua, sta spuntando un’isola di pietre e sassi. Un’isola nuova, anzi «Novissima», come si chiamerà, lunga quasi mezzo chilometro e alta tre metri e mezzo dalla parte del mare. Una gru, che galleggia su una chiatta, ammucchia, proprio nel mezzo della «bocca di porto» dell’isola del Lido, grandi massi di pietra d’Istria. Un’altra gru, poco lontano, sulla sponda di Treporti, sta costruendo un porto-rifugio per le barche. Un altro porto sta nascendo sulla «bocca» di Chioggia, e su quella di Malamocco ha preso forma una conca di navigazione lunga 370 metri per le grandi navi. Davanti a Malamocco e a Chioggia sono spuntate dal mare due nuove scogliere a forma di mezzaluna, la prima è lunga più di un chilometro, la seconda mezzo. I lavori del Mose, il sistema di paratoie mobili contro l’acqua alta, stanno cambiando volto alla laguna. «L’hanno stravolta - protestano gli ambientalisti - creando danni immensi, irreversibili».
Dopo decenni di polemiche furiose, tiraemolla, marce avanti e indietro, a partire dall’alluvione del 4 novembre 1966, pochi si aspettavano di veder davvero cominciare i lavori della più grande opera idraulica mai progettata al mondo: un sistema di 78 paratoie mobili, larghe ciascuna venti metri, sulle tre «bocche di porto», che staranno a dormire sul fondo per alzarsi quando arriva l’acqua alta e proteggere Venezia da una marea alta fino a due metri.
Un’opera ciclopica, che costerà 3,7 miliardi di euro e sarà finita, se non vi saranno intoppi, nel 2011. I lavori, per un po’ a rilento, hanno avuto una vigorosa accelerata negli ultimi tempi, con 11 cantieri aperti che adesso lavorano a pieno ritmo, a dispetto dei dubbi, delle denunce, delle richieste di moratoria. I veneziani in questi giorni si stanno accorgendo, stupiti, delle isole artificiali, delle scogliere, dei porticcioli e delle conche che stanno spuntando dal nulla, e come sempre è successo la città si divide tra chi dice «finalmente» e chi teme guasti e profetizza sciagure.
Gli ambientalisti parlano di 8 milioni di metri cubi di cemento e di 12 mila pali di ferro, infilati a sostenere i fondali, che «distruggeranno la laguna». Lamentano il taglio della diga ottocentesca di Malamocco, lo «scippo» di un pezzo dell’oasi naturalistica di Cà Roman e gli accessi sbarrati ai bagnanti per le dighe. Per l’ambientalista Andreina Zitelli «è inconcepibile che i lavori vadano avanti in mancanza del progetto esecutivo e della valutazione di impatto ambientale». Anche il Sindaco Massimo Cacciari, che parla di «inadeguatezza» del progetto, non è entusiasta: «Le opere di regolazione delle maree sono subordinate a un adeguato avanzamento degli altri interventi di risanamento, che è ben lungi dall’essere conseguito. Inoltre la totalità delle risorse statali viene riversata sull’intervento alle bocche, penalizzando l’opera di salvaguardia fisica e morfologica». Di qui la necessità di «ripristinare una visione unitaria e sistemica delle opere di salvaguardia sulla base di un unico programma degli interventi».
Il Magistrato alle Acque, braccio operativo del Ministero delle infrastrutture, che è il responsabile dei lavori affidati al consorzio di imprese «Venezia Nuova», è invece ottimista. «Non c’è progetto al mondo che sia stato più studiato e più discusso di questo» dice l’ingegner Giampietro Mayerle del Magistrato, certo che l’opera, «ad altissima tecnologia», sarà «assolutamente sicura», non provocherà alcun danno ed avrà un impatto visivo e ambientale «praticamente nullo». «Non si vedrà niente a pelo d’acqua - racconta - anche le dighe rimarranno basse, così come sono, e ridisegneremo la laguna fortificandola e migliorandola.
Spunteranno nuove spiaggette e nuovi porticcioli, e attorno alle nuove scogliere si potranno pescare anche le aragoste. Non solo.
Stiamo facendo tutti i lavori con i metodi tradizionali, pietra d’Istria che facciamo venire apposta dall’ex Jugoslavia, e solo pali, come si faceva una volta, per consolidare i fondali. Non asfalteremo proprio nulla».
Sarà tutto bello, tutto sicuro, tutto piacevole, assicurano i tecnici. Come la nuova spiaggia che sorgerà dal lato laguna dell’isoletta «Novissima», sulla bocca di porto del Lido, proprio davanti al «bacàn», la spiaggetta dei veneziani della domenica che, assicurano, «non verrà toccata». La nuova isola sarà strategica su questa che, con un’ampiezza di 800 metri, è la più grande delle tre bocche. Perché qui verrà attaccata la maggior parte delle paratoie mobili, 21 dal lato di Treporti, 20 da quello di San Nicolò, incernierate a dei cassoni sistemati sul fondo, e qui verrà installato il «cervello» del Mose, quello che deciderà quando alzarle in previsione di una marea superiore al metro e dieci centimetri. Le paratoie si alzeranno dal fondo per la spinta dell’aria compressa che le svuoterà dell’acqua di cui sono riempite quando stanno a riposo, e si solleveranno fino a emergere e a bloccare il flusso delle marea in ingresso nella laguna. Si prevede, stando ai livelli attuali della marea, che verranno utilizzate da 3 a 5 volte l’anno, e per non più di 4-5 ore alla volta. Su questa bocca, dal lato di Treporti, si sta realizzando anche un porticciolo, piuttosto grande, dove le barche potranno andare a ripararsi mentre le paratoie saranno in funzione.
Saranno 19 invece le paratoie schierate a difesa della città sull’altra bocca di porto, quella di Malamocco (400 metri di larghezza), dove è nata in mare aperto la nuova scogliera di 1280 metri, e dove si sta realizzando la conca di navigazione che consentirà, a paratoie chiuse, il passaggio delle grandi navi, lunghe fino a 280 metri. Per questo hanno installato, in un ufficio a terra, un simulatore della navigazione, un gioiellino virtuale da due milioni di euro comprato dai danesi, che si chiama «Simflex navigator», dove il capo dei piloti del porto, Lauro Celentano, ha cominciato a insegnare ai suoi colleghi a destreggiarsi nelle manovre. Sul ponte di comando, a grandezza naturale, dove si sente persino il rollio della nave, sembra di stare dentro un videogioco. Ma qui, a Malamocco, hanno rischiato di sospendere i lavori, perché accanto alla «diga lunata», come chiamano la nuova scogliera, hanno trovato un relitto importante, quello di una nave dell’800, sembra francese, con tanto di cannoni, e la sovrintendenza ha subito circondato la zona. Così hanno dovuto lasciare la scogliera interrotta in due punti.
L’ultima bocca, la più lontana dal centro storico, è quella di Chioggia (380 metri), dove verranno installate le ultime 18 paratoie. Anche qui i lavori procedono spediti, la nuova scogliera da mezzo chilometro è quasi ultimata e il porto-rifugio in costruzione. «Finora abbiamo realizzato il 18 per cento delle opere previste - dice l’architetto Flavia Faccioli del Consorzio Venezia Nuova - e se continueremo di questo ritmo penso che rispetteremo i tempi». Non sarà tanto il 18 per cento, ma quello che si vede oggi sulla laguna, dopo 39 anni di chiacchiere, è molto. Dighe, scogliere, isole artificiali, porticcioli, conche di navigazione. E navi, bettoline, chiatte e gru che vanno e vengono sull’acqua, camion che corrono a terra. Tra mare e laguna, il paesaggio è cambiato. Mica dighe giganti da Vajont, per carità. Ma quanto basta per mettere paura agli uni e far gridare «evviva» agli altri. Poco ma sicuro che il Mose, prima di salvare dalle acque, farà ancora litigare.
Andrea Zanzotto: "Una grande opera
ma temo che sia già vecchia"
MILANO - Andrea Zanzotto, come vive l’inizio dei lavori per il Mose?
«Per principio, non sono contrario alle innovazioni, ma come altri provo molta apprensione».
Perché?
«L’idea di gettare in mare dodicimila pali di cemento mi lascia perplesso. In passato, ci sono stati altri interventi, che hanno persino reso più fantastica l’immagine della nostra laguna. Hanno persino cambiato il corso di diversi fiumi. Ancora oggi sui Murazzi, che sono stati costruiti del Settecento si legge questa scritta: ausu romano aere veneto, ovvero volontà romana, soldi veneti. Ma il mio timore è un altro».
Quale?
«Che questa grande opera nasca già vecchia. E alla fine si dimostri insufficiente per affrontare un problema, che secondo gli esperti potrebbe rivelarsi più grave del previsto».
In che senso?
«Il Mose è stato progettato per salvare Venezia dall’alta marea. Ma resta una domanda senza risposta: se il livello del mare continuerà ad alzarsi per lo scioglimento dei ghiacciai cosa succederà alla laguna?»
Cambierà il fascino di Venezia?
«Certo la laguna non sarà più la stessa. Con quelle immagini indimenticabili che ho raccontato non solo nelle poesie, ma anche nel libro Laguna, che contiene anche uno scritto di Herman Hesse».
Ha un ricordo particolare?
«Tanti. Dagli interventi del passato sono scaturite persino delle imprevedibili bellezze, che hanno minimizzato le manomissioni fatte. Ma ora succederà la stessa cosa? Io non sono un tecnico, ho più semplicemente paura delle conseguenze estetiche sul paesaggio».
(andrea montanari)
I miglior alleato del Mo.S.E. è la scarsa conoscenza della storia. Ultima testimonianza il recente intervento dell’on. Campa sulla stampa locale. Campa scrive: “Che fine avrebbe‹ro› fatto la laguna e il centro storico – leggi: Venezia- se all’epoca in cui si deviarono i fiumi e si costruirono le ciclopiche opere di difesa a mare avessero operato i verdi?” si domanda l’onorevole. Come associazione culturale che fra le prime ha riconosciuto la pericolosità del Mo.S.E., rispondiamo: all’epoca della Repubblica Veneta non ci sarebbe stato bisogno né di ambientalisti né di associazioni come la nostra perché i criteri che ispiravano le parti e terminazioni delle magistrature e dei collegi via via competenti in materia di acque erano perfettamente coincidenti con quelli invocati da noi (e, ricordiamolo, dalla legislazione speciale) per la gestione della salvaguardia della Laguna: gradualità, sperimentalità, reversibilità. Se si leggono le migliaia di documenti prodotti dalle magistrature veneziane ci si rende conto che anche in materia di regolazione delle acque ciò che guidava le scelte era la pubblica prudenza. Ogni opera deliberata dopo lungo dibattito con esperti, ingegneri, ‘politici’ nonché pratici (“hominibus maris, pedotis, piscatoribus”) era sperimentata per lungo tempo: “et examinatis signis acceptis transacto anno post aperitionem dictae buchae … venire debeat ad istum consilium et terminari”; “teneantur ... singulis sex mensibus revidere signa predicta ... et … referre Dominio”. Sovente, dopo aver osservato con attenzione e a lungo gli effetti prodotti da un’opera, si decideva di ripristinare la situazione precedente. Ciò era sempre possibile perché tutti gli interventi erano reversibili: questo modo di agire, e non altro, ha garantito la sopravvivenza della Laguna e di Venezia. Chi sostiene invece che la continuità e salvezza della Laguna fossero dipese dal coraggio dimostrato nell’imporre e portare a compimento opere ciclopiche evidentemente non conosce bene la storia né il tratto dominante della classe politica Veneta. I veneziani erano tutto tranne che coraggiosi, nel senso banale del termine. Lo si può provare anche per le due opere idrauliche e marittime che più spesso sono strumentalmente invocate dai sostenitori del Mo.S.E.: la diversione dei fiumi e l’erezione dei Murazzi. Com’è noto la prima diversione del Brenta (per fini idraulici e non politici) ha luogo nel 1324, con la costruzione dell’Argine Nuovo. Ho trovato tracce, archeologiche e documentarie, di un altro argine, il “Vecchio”, eretto con il medesimo scopo agli inizi del Trecento. La sistemazione definitiva dello stesso fiume per via alta, dopo la conquista della terraferma, risale al 1488-1540 (Brenta Nuova) e 1610 (taglio Novissimo) ed è nel fatidico anno 1797 che si approva il nuovo taglio della Cunetta, attuato nel 1816. Per non parlare della foce definitiva a Brondolo, risalente al 1896. Dagli inizi del Trecento alla caduta della Repubblica i veneziani hanno instancabilmente lavorato, dibattuto, sperimentato progetti per la regolamentazione del fiume, ma è gia dalla diversione attuata dai padovani nel 1142/3 che se ne parlava. Sei secoli e mezzo di discussioni e sperimentazioni. Così per i fiumi, così per i Murazzi. Nel caso delle difese a mare tuttavia, era da sperimentare il modo, ma non il tipo di intervento: narrano le cronache che già nell’811 si istituì una magistratura per fortificare i lidi, ma l’uso di consolidare i margini spondali delle terre emerse deriva direttamente dall’epoca cassiodoriana, con i famosissimi “viminibus flexibilibus illigatis” di cui si ha evidenza in molti scavi archeologici recenti (teatro Malibran, ad esempio). Una delle prime difese a mare di cui si ha notizia documentaria è il molo “ad modum forficum” progettato dal tecnico Maximianus nel 1285. Dal XIII secolo le fonti sono ricchissime nel restituirci descrizioni di interventi e progetti atti a conservare a Venezia le proprie mura naturali, fino all’introduzione della pozzolana o calce idraulica che rese possibili i Murazzi, calce, si noti, sperimentata fin dagli inizi del XVII ma adottata solo alla fine del XVIII secolo.
Un’altra cosa ci distingue, ahimè, dai nostri progenitori: la prudenza nel realizzare: qualsiasi opera pubblica (anche la manutenzione di un singolo passo d’argine!) era affidata a gara d’appalto. Ai nostri giorni invece, in spregio alla normativa europea, qualsiasi lavoro in merito alla salvaguardia è demandato a un consorzio di ditte private, senza gara. E questo consorzio non solo realizza, ma studia e propone le opere da esso ritenute “necessarie”. In regime di monopolio.
Dopo una storia millenaria di prudenza e saggezza ora siamo pronti a rinnegare l’eredità del passato per gettarci in un’impresa ritenuta, dal mondo scientifico non allineato, esiziale per Venezia (ma certo molto lucrosa per i proponenti). Gli studi del CNR hanno invece definitivamente acclarato che rialzando i fondali lagunari e aprendo alle maree le valli da pesca si ridurrebbero i fenomeni di alta marea di ca. 29 cm! E con una spesa risibile rispetto al Mo.S.E., e con opere sperimentali e reversibili, come avrebbero fatto gli avi. La devastazione alle bocche di porto, al Baccan, alle dighe (vincolate!), a Ca’ Roman, propedeutica al Mo.S.E., sta per partire: siamo ancora in tempo tuttavia per salvare Venezia, siamo ancora in tempo, purchè i veneziani e i loro rappresentanti lo vogliano, per salvare la Laguna, “mura, fortezza e giardin di Venetia”.
Due concezioni di interventi opposte
Il nostro no è facilmente spiegabile: se l’aumentata frequenza delle acque alte dipende dallo squilibro idrogeologico della Laguna bisogna rimuovere tale squilibrio e non pensare a un’opera faraonica che lo aggravi.
Il Mo.S.E. potrebbe agire sugli effetti (ma anche questo, come vedremo, non è per nulla assicurato) tuttavia non risanerebbe la Laguna di Venezia, problema "di prevalente interesse nazionale" (come recita la legge speciale 171/1973). Nessuno, quando piove, apre l’ombrello in casa invece di pensare a riparare il tetto!
Accanto alla obiezione fondamentale, riequilibrio invece di artificializzazione ingegneristica, vi sono altre motivazioni altrettanto importanti per dire NO, che si ritrovano ampiamente nel Parere della Commissione Ministeriale VIA e che riassumiamo stringatamente per punti:
1) al fine di riequilibrare la Laguna si dovrebbe ridurre la quantità d’acqua che entra dalle bocche di porto rialzandone i fondali. Per incernierare il Mo.S.E. alle bocche bisogna al contrario approfondire gli stessi fondali e portarli a -17,5 m. Verranno dragati e scavati oltre 3 milioni di metri cubi di sedimenti (fra i quali il ‘caranto’, argilla fossile su cui poggia Venezia);
2) nel materiale propagandistico del Consorzio sembra che il Mo.S.E. non abbia alcuna incidenza ambientale: si tratterebbe di paratoie invisibili, perché sommerse, che all’occorrenza si sollevano. In realtà l’impatto è devastante. Per fissare il sistema al fondale sarà necessario infiggere o collocare: 12.055 pali di cemento lunghi dai 10 ai 19 metri e fino a una profondità di -42,5 metri; 5.960 palancole metalliche lunghe da 10 a 28 metri; 157 enormi cassoni di calcestruzzo armato, 560.000 metri quadri di pietrame; 79 paratoie di acciaio;
3) per preparare il cantiere e alloggiare provvisoriamente gli enormi cassoni e altro materiale, sarà scavata alla profondità di -11,50 m una zona lagunare, presso il canale Spignon, di 10 ettari di superficie, devastando irreparabilmente il fragile ambiente lagunare;
4) l’insieme del materiale escavato, demolito o di nuovo impiego ammonta in totale a ca. 5.000.000 di metri cubi di materiale: per trasportarlo sarà necessario l’impiego di una ingentissima flotta di navigli;
5) il paesaggio alla bocca di Lido verrà totalmente sconvolto: davanti all’isola del Bacan, tanto amata dai veneziani e di pregio naturalistico, il Consorzio dovrà costruire un’isola artificiale di 135.000 metri quadri, lunga 500 metri e larga 100-200, di 9 ettari cioè (e altri 4,5 sommersi), per alloggiarvi edifici, serbatoi e officine necessari al funzionamento delle paratie, alti da 4 a 10 metri e una ciminiera alta 20 metri per sfiatare il metano, presente nel sottosuolo;
6) verranno devastati e distrutti anche i cordoni litorali presso Ca’ Roman, luogo di grande pregio ambientale e naturalistico;
7) prima di vedere così mortificata e devastata la Laguna i veneziani dovranno sopportare 8 anni ininterrotti di cantiere (ma anche a opera realizzata il cantiere secondo la VIA potrebbe restare aperto e attivo per altri anni). L’impatto ambientale sarà notevolissimo: i lavori provocheranno, ad esempio, un’aumento della torbidità dell’acqua con danni per le coltivazioni di molluschi, la fauna e la flora subacquea;
8) le paratoie di acciaio saranno fonte di inquinamento, in quanto contro la corrosione avranno una protezione elettrolitica con anodi di zinco (9130 kg), materiale tossico per la fauna ma anche per l’uomo, e proibito da recenti normative europee;
9) la costruzione delle paratoie è prevista ammontare a 3700 milioni di euro (più milioni all’anno per la manutenzione), il riequilibrio della Laguna costerebbe in comparazione pochissimo;
10) ai costi di costruzione del sistema, come si può intuire elevatissimi, si dovranno aggiungere quelli assai maggiori della gestione e manutenzione: su un metro quadro di paratoia, per fare un solo esempio, si depositano all’anno 10-35 kg. di incrostazioni biologiche, solo in parte eliminabili con pulizia subacquea. Ogni 5 anni bisognerà rimuovere i portelloni. La Laguna dunque sarà per sempre un cantiere aperto;
11) il sistema Mo.S.E., opera colossale e dalle fondazioni ciclopiche, renderà definitivo per anni (secoli?) lo squilibrio geo-idrodinamico della Laguna. Si tratta infatti di un intervento invasivo e irreversibile che condizionerà il futuro di Venezia e del suo ambiente naturale;
12) le previsioni di innalzamento del livello medio marino, quantificato (dall’Intergovernamental Panel of Climate Change) per il prossimo secolo in +50 cm, consentono a gran parte della comunità scientifica di ritenere il Mo.S.E. obsoleto (per Pirazzoli diverrebbe inefficace con un aumento del livello marino di +30 cm). Se effettivamente, come i maggiori esperti di climatologia ritengono, il mare si dovesse alzare di mezzo metro sarebbero necessarie delle dighe fisse. Si porrebbe inoltre il problema, probabilmente irrisolvibile, della demolizione delle ciclopiche sottofondazioni del Mo.S.E.;
13) Il Mose proteggerebbe Venezia solo da alte mare superiori a 110 cm. Cioè lo si metterebbe in funzione quando la mare superarasse i 110 cm sul livello medio del mare. Quindi le mareee medio-alte continuerebbero a sommergere la città. Delle 111 volte che l’area marciana è andata sott’acqua nel 2002 con il Mo.S.E. attivo a +110 cm si sarebbero evitati pochi allagamenti;
14) potrebbe non essere efficace neppure per le alte maree eccezionali. Le 79 paratie non sono fra loro stagne, ma per poter oscillare con le onde sono separate da spazi di ca. 15 cm (chiamati ‘traferri’); Quindi Il Mo.S.E. non è una barriera impermeabile ma l’acqua continua a penetrare in Laguna anche con le paratie chiuse. Il "Collegio di esperti di livello internazionale" ha infatti stabilito che il livello dell’acqua in Laguna potrebbe aumentare di ben 23 cm in 11 ore se le paratie (chiuse) oscillassero di 15o;
15) il livello dell’acqua in Laguna con la paratoie chiuse potrebbe aumentare non solo per via dei traferri e dell’oscillazione delle stesse paratoie con le onde, ma anche per altri motivi: a causa di precipitazioni atmosferiche di rilevante intensità, degli apporti della rete idraulica di bonifica di terraferma e soprattutto dello straripamento dei fiumi. Com’è noto nel ‘66 non si trattò semplicemente di un’acqua alta eccezionale ma anche di un’alluvione da terra. Secondo Rusconi (Autorità di bacino dei fiumi dell’Alto Adriatico) se oggi si verificassero piene anche più modeste di quelle del ‘66 gli effetti in Laguna sarebbero più disastrosi. Il Mo.S.E. nulla potrebbe contro le alluvioni dei fiumi, anzi, secondo Pirazzoli, aggraverebbe la situazione, impedendo all’acqua fluviale di uscire dalla Laguna;
16) dunque Il Mo.S.E., che verrebbe costruito per fronteggiare solo le maree eccezionali (e non le medio-alte che continuerebbero a invadere la città), in condizioni atmosferiche particolarmente avverse (ma gli eventi di marea eccezionali spesso sono causati da condizioni metereologiche estreme) non garantirebbe la protezione a +110 (Pirazzoli), fallendo totalmente il suo scopo;
17) sempre la Commisione VIA rileva che uno degli elementi più critici del progetto MoSE sia la manutenzione; al di là degli ingentissimi costi previsti dal Consorzio, "non esistono al momento strutture che, sommerse per lunga durata, possano essere difese dal deterioramento fisico e chimico e dal biodeterioramento. Il MoSE è inaffidabile anche da questo punto di vista;
18) ma c’è un’ultima obiezione tecnica, che più spaventa la comunità scientifica: la possibilità della "risonanza fuori fase" delle paratoie, purtroppo ammessa anche dal "Collegio di esperti internazionali", e cioè la possibilità che tutte le paratoie entrino in risonanza a causa delle onde, fino al collasso del sistema. Potremmo trovarci un portellone (o più) in Piazza San Marco. E’ tollerabile mettere Venezia a rischio di un nuovo Vajont?
19) la realizzazione immediata del sistema Mo.S.E. è illegale. La legge speciale per Venezia 139/1992 prescrive che prima di avviare la costruzione del Mo.S.E. si debba provvedere al riequilibrio idraulico della Laguna, all’estromissione del traffico petrolifero e alla apertura delle valli da pesca. Tutto ciò non è stato fatto e quindi il MoS.E. non può partire;
20) nel marzo del 2001 il Consiglio dei ministri ha ribadito tali priorità: prima il riequilibrio (con estromissione delle petroliere e apertura delle valli da pesca) poi, verificando i risultati ottenuti, si adegui il Mo.S.E. alla nuova situazione;
21) la legge speciale 798/1984 prescrive che gli interventi alla bocche di porto abbiano caratteristiche di sperimentalità, reversibilità e gradualità; è sperimentabile, reversibile e graduale il Mo.S.E.? Ovviamente no, è un sistema rigido, che cementifica per sempre i fondali con 800.000 metri cubi di cemento. Inoltre non è sperimentabile e, se non funzionasse o se il livello del mare crescesse, non potremmo che tenercelo, perchè, a causa delle sue gigantesche sottofondazioni, non è reversibile;
22) anche il voto espresso dal Consiglio superiore dei llavori pubblici n. 209/1982 prevede per qualsiasi intervento nel sistema lagunare le stesse caratteristiche di sperimentalità, reversibilità e gradualità;
23) tutte le grandi opere vengono sottoposte a una valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) per impedire l’esecuzione di quei manufatti o interventi che avessero conseguenze negative sull’ambiente e sulla qualità della vita dell’uomo. Il parere della Commissione VIA per il Mose è stato negativo (1998). Alla relazione scientifica della Commissione è seguito un decreto congiunto dei Ministeri dell’ambiente e per i Beni Culturali, poi annullato per vizi di forma dal TAR del Veneto. La sentenza del tribunale, ovviamente, annulla solamente il decreto amministrativo dei due ministeri ma non la relazione tecnica della Commissione, ancora valida. La regione Veneto, per sbarazzarsi del parere negativo della VIA, ha sottoposto il Mo.S.E. a una nuova V.I.A., ‘regionale’. Tale procedura è illegale perché l’organo giudicante per legge deve essere una Commissione istituita dal Ministero dell’Ambiente (Commissione Nazionale V.I.A.);
24) bisogna ricordare infine che il Consorzio Venezia nuova, progettista in regime di monopolio del Mo.S.E., è un gruppo imprese che ha tutto l’interesse, com’è legittimo e normale, di piazzare il proprio prodotto, tanto più essendo assai remunerativo. Lo fa infatti con un dispendio di mezzi incredibile. Un po’ meno normale è che siano stati affidati allo stesso Consorzio (ancora in regime di monopolio) tutti gli studi relativi al risanamento e riequilibrio della Laguna (solo nel 2001 per l’ammontare di 17 miliardi di lire), e cioè tutti quegli studi e progetti che dovrebbero essere alternativi al Mo.S.E.;
25) la gestione monopolistica dell’affare Salvaguardia si manifesta anche nell’informazione: il Consorzio Venezia Nuova per propagandare il suo costosissimo prodotto ha da anni avviato una campagna di informazione, o meglio dire una campagna pubblicitaria, capillare e dispendiosissima: un punto informativo fisso, un’ufficio stampa attivissimo, filmati patinati, pagine intere su rotocalchi con immagini accattivanti che non danno la reale dimensione delle mastodontiche operazioni connesse all’opera e delle reali devastazioni che il Mo.S.E. apporterà in Laguna. La comunità scientifica, che nel Mo.S.E. vede una minaccia esiziale alla vita e al futuro della Laguna, non ha i mezzi né tantomeno il compito istituzionale per contrastare tale battage pubblicitario. I veneziani dunque non sono stati messi in condizione di capire e di scegliere liberamente;
26) La Commissione VIA ha rilevato gravi mancanze nella valutazione e nello studio di molti aspetti relativi al progetto MoSE, riguardanti : a) il sistema di previsioni delle maree, indispensabile per l’efficacia operativa del sistema; b) gli impatti ambientali, sottostimati; c) le indagini dirette del sottosuolo, carenti; d) i sovralzi (cioè l’aumento del livello dell’acqua) il Laguna con il MoSE chiuso a causa della pioggia diretta, del vento, delle reti idrauliche etc., sottostimati; e) il cambiamenti nella dinamica lagunare che il MoSE determinerebbe, non valutati; f) la risonanza fuori fase, studiata superficialmente e non nelle situazioni più favorevoli al suo verificarsi;
27) per ultimo, conseguenza diretta di quanto sopra esposto, si deve ribadire quanto preliminarmente esposto dalla Commissione ministeriale VIA: la salvaguardia di Venezia non è perseguibile "senza il governo complessivo del sistema lagunare". I componenti di tale ecosistema altamente complesso, formato dalla città, dal territorio connesso e dalla Laguna (compresi il bacino scolante e i fiumi contermini, nonché l’arco di costa e il corrispondente settore marino) interagiscono fra di loro "in modo complesso e non lineare". L’equilibrio fra i vari elementi, secondo la Commissione, "non può che essere ottenuto con un insieme articolato di opere ed interventi nel rispetto delle caratteristiche della sperimentalità, reversibilità e gradualità". Il progetto MoSE, invece, risulta inadeguato e semplicistico "raccogliendo in un’unica azione e tipologia gli interventi relativi all’attenuazione delle maree in Laguna";
28) da sempre l’agire dei veneziani in Laguna si è conformato a un criterio di estrema prudenza, per cui una qualsiasi opera proposta da tecnici o magistrature competenti doveva venire lungamente sperimentata prima di essere assunta. Si può obiettare che gli antichi non disponessero delle cognizioni scientifiche ora in nostro possesso. Cosa indiscussa, anche se è ben vero che qualsiasi dato scientifico può essere utilizzato in modi diversi a seconda degli scopi da perseguire. Un agire prudente, rispettoso della complessità di questo ecosistema eccezionale, "unico nella sua struttura e nelle sue regole funzionali", pare comunque anche oggi indispensabile per garantire la salvezza di Venezia e della sua Laguna.
Per saperne di più:
-Cristiano Gasparetto, Troppo alto il prezzo per il MoSE, «Il Gazzettino» 8 novembre 2002
-Rosanna Serandrei Barbero, Il "MoSE" ha un’altra faccia che bisogna rendere pubblica, «Il Gazzettino» 4 giugno 2002
-Paolo Antonio Pirazzoli, E se il MoSE fosse già obsoleto? Una risposta a due obiezioni, «Il Gazzettino», 6 febbraio 2003
-Sintesi delle conclusioni del parere della Commissione di Valutazione di Impatto Ambientale relativa al progetto di massima degli interventi alle bocche lagunari per la gegolazione dei flussi di marea, (parere della Commissione VIA consegnato al Ministro per l’ambiente nel dicembre 1998)
-Edoardo Salzano, La VIA sul MoSE, 1998
-Paolo Lanapoppi, Metropolitana sublagunare, tra perplessità e indecisioni, «Il Gazzettino» 18 aprile 2003 (in realtà tratta del problema della correttezza dell’informazione in materia di salvaguardia).
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Italia Nostra: Lo squilibrio della Laguna
Italia Nostra VE: Perché no
Italia Nostra VE: le alternative
Una sintetica illustrazione del Sistema MoSE
Dialogo tra E. Salzano e Piero Bevilacqua
La VIA sul MoSE, le conclusioni della Commissione
La VIA sul MoSE, il decreto del Ministero dell’ambiente
La VIA sul MoSE, articolo di E. Salzano
Le ruspe sono arrivate dappertutto. A Punta Sabbioni si vedono montagne di pietrame dalla Croazia e la spiaggetta è diventata un assordante cantiere. A Ca’ Roman in pochi giorni il Consorzio Venezia Nuova ha sbarrato l’accesso all’oasi con palancole, reti metalliche e passerelle di ferro. A Santa Maria del Mare è già stato distrutto un pezzo di diga ed enormi gru scaricano pietre e cemento. Il Mose accelera, e mentre le proteste aumentano i lavori vanno avanti imperterriti. Mentre i Comuni cominciano a muoversi per verificare eventuali «abusi», cioè interventi attuati senza la compatibilità urbanistica, necessaria per legge anche alle grandi opere. Carlo Ripa di Meana, ex commissario europeo all’Ambiente e ora candidato sindaco per i Verdi non violenti, racconta di «permessi inesistenti, rumori assordanti e danni provocati al patrimonio e alle attività economiche dei residenti oltre che alla laguna». «I permessi li ha il Magistrato alle Acque», ha risposto il capocantiere. E con il via libera avuto dal Comitatone, il Consorzio e il Magistrato alle Acque vanno avanti comunque, e preparano anche i cantieri per la costruzione dei cassoni in aree protette dalla normativa comunitaria (Sic), nonostante il parere contrario di Comune e Provincia.
Intanto l’impresa Mantovani, autorizzata dalla Capitaneria di Porto, ha già messo i picchetti al bacàn di Sant’Erasmo, che sarà ora chiuso per un anno e mezzo. La spiaggetta dei veneziani, uno dei punti di grande pregio ambientale della laguna, sta per scomparire per sempre. Al suo posto un’enorme isola artificiale di pietre e cemento, grande 130 mila metri quadrati, di cui 90 mila emersi. I veneziani cominciano ad accorgersi del pesante impatto che i cantieri avranno sull’equilibrio lagunare. A Punta Sabbioni si sono organizzati in comitato, mentre le associazioni ambientaliste pensano a nuove clamorose iniziative e hanno lanciato un appello a tutti i candidati sindaci. Domenica mattina è previsto uno «sbarco» in bacàn della flotta ambientalista con Felice Casson, mentre un sopralluogo in laguna lo ha promesso anche Massimo Cacciari con Ermete Realacci.
Una situazione esplosiva. Perché più passano i giorni più la gente si rende conto che la grande opera ha bisogno di lavori invasivi, di grande impatto. Nelle tre bocche dovranno essere scavati 8 milioni di metri cubi di fondali, sostituiti con pietrame e cemento. Saranno costruiti 157 cassoni di calcestruzzo, di cui una trentina di dimensioni colossali (50 metri per 40, alti tre). Sui fondali, per sostenere l’immane peso dei cassoni e delle 82 paratoie metalliche, saranno impiantati 12 mila pali lunghi 19 metri, 5960 palancole lunghe fino a 28 metri. E poi cantieri, spiagge trasformate in depositi, ruspe e rumori. A Punta Sabbioni i lavori per il «porto rifugio» sono già in stato avanzato, e sulla riva è ben visibile una grande montagna di pietre.
Un esposto alla Corte dei Conti per fermare i lavori del Mose, autorizzati dal Comitatone senza Valutazione di impatto ambientale.
E soprattutto in attesa del giudizio di legittimità del Tar. Lo hanno presentato ieri le associazioni ambientaliste e i comitati riuniti nel Comitato salvare Venezia e la sua laguna. «La preoccupazione», dicono i firmatari dell’esposto, «è quella che si possa dare avvio a opere senza Valutazione di impatto ambientale, con possibili danni all’ambiente, ai beni vincolati e al patrimonio pubblico. E dall’altra si possa spendere denaro pubblico per opere sottoposte a giudizio di legittimità».
Gli ambientalisti accusano anche il pool di imprese di «aver tenuto in scarsa considerazione gli accordi sul mantenimento dello status quo ambientale sottoscritto tra le parti in attesa della sentenza del 6 maggio». «Invece il Consorzio ha annunciato che inizierà i lavori entro la fine del mese», obiettano le associazioni. A sottoscrivere l’esposto alla Corte dei Conti sono stati Italia Nostra, Wwf, Sinistra ecologista, Codacons e Movimento Consumatori, Ecoistituto, Salvare Venezia.
Intanto un nuovo ricorso «ad adiuvandum», a supporto di quello già presentato dalla Provincia, è stato depositato dall’associazione Vas (Verdi, Ambiente e società), dopo la decisione votata dal congresso nazionale. Il ricorso si rivolge al Tar e alla Corte di giustizia europea, chiede l’annullamento della delibera della Regione dell’8 novembre 2002 e contesta la legittimità della delibera di Comitatone del 3 aprile 2003 che dava il via libera al progetto esecutivo e alla realizzazione del Mose. Un’autorizzazione ritenuta «illegittima» anche da 150 parlamentari del centrosinistra - primo firmatario Michele Vianello - che hanno inviato un esposto al commissario europeo per l’Ambiente Margaret Wallstrom. Una pioggia di ricorsi per contestare la legittimità delle autorizzazioni che hanno dato il via libera al Mose. Intanto si attende la convocazione del Comitatone, chiesta dal sindaco Paolo Costa. A un anno dalla «inaugurazione» del Mose fatta da Silvio Berlusconi non si ha ancora notizia degli interventi sperimentali alternativi contro le acque alte, chiesti dal Comune e mai avviati dal Magistrato alle Acque.
Nell'articolo di Franco Giliberto "Una conferenza sul Mose attira i bagnanti veneziani più della spiaggia", invero molto efficace, si parlava dello zinco rilasciato nell'ambiente dal sistema di protezione anodica delle paratoie. Dodici tonnellate/anno di questo metallo sono una quantità molto rilevante di inquinante, se si considera, come scritto dall'esperto dell'IRSA (Istituto Ricerca sulle Acque del CNR), che questa quantità rappresenterebbe da sola il 50% del carico massimo annuo consentito in Laguna di Venezia dall'intero bacino scolante previste dal nuovo Piano Direttore.
Si possono quindi comprendere le valutazioni negative circa la compatibilità ambientale di un tale rilascio di zinco nell'ambiente idrico che dovrebbe perpetuarsi per decenni, considerato che la vita utile del Mose che si sviluppa sommerso per una complessiva lunghezza di 1572 metri, è annunciata, pur nell'incertezza dello stesso Proponente, di 50 o di 100 anni.
Lo zinco rilasciato dai pani di protezione anodica è un inquinante persitente nell'ambiente idrico e nei sedimenti e suscettibile di bioaccumulo lungo la catena trofica, tanto che in sede UE è stato proposto di bandirne l'impiego negli anodi sacrificali.
Specialmente in considerazione delle vaste aree di molluschicoltura e di aree di raccolta di altri bivalvi presenti nella Laguna di Venezia, il dato relativo allo zinco dovrebbe indurre una riflessione relativa all'uso delle risorse e da mettere, nel tempo, fuori gioco una delle voci importanti dell'economia lagunare, appunto la molluschicoltura, e di accentuare in prospettiva le già note difficoltà di controllo della qualità dei molluschi destinati alla tavola.
Le paratoie previste dal progetto sono complessivamente 79: 21 a Treporti, 20 a San Nicolò e Malamocco, 18 a Chioggia. La superficie (mediamente calcolata) di ogni paratoia si aggira attorno ai 1000 metri quadrati. Per cui si può considerare una superficie (esterna) complessiva di 75.000 metri quadrati di acciaio sulle quali si dovrebbe intervenire per tentare di limitarne con le sostanze tossiche, la crescita dei molluschi e della biocenosi associata.
Nel SIA la crescita del "fouling" è comunque stimata a circa 30kg/anno per metro quadrato di superficie delle paratoie, con una produzione totale di incrostazioni le cui quantità e il cui peso sono facilmente calcolabili.C'è da ricordare che se il Decreto di Valutazione di Impatto Ambientale è stato annullato, non è stata annullata la relazione tecnica della Commissione VIA. Quella relazione esiste, costituisce un parere articolato e fondato, che affronta tutti gli aspetti critici dell'opera e della sua costruzione. Oggi che ci si appresta a costituire l'Ufficio di Piano, forse sarebbe non inutile continuare ad ignorare quel parere, nella considerazione che a tutte le valutazioni lì contenute ed esposte chiaramente, nessuno ha mai opposto una puntuale , fondata ed esplicita controdeduzione.
prof. Andreina Zitelli
IUAV - Università degli Studi
Convegno
LE ALTERNATIVE AL MOSE
26 Febbraio 2005 Aula Magna Universitá IUAV di Venezia
Intervento di CARLO RIPA DI MEANA
Sono passati trentadue anni dalla prima legge speciale del 1973 e invece delle opere per il "riequilibrio idrogeologico" e la "riduzione dei livelli marini in laguna si sta iniziando la realizzazione di un grandissimo sistema di dighe mobili denominato Mo.SE. criticato giá dal 1982 perché profondamente sbagliato fin dall'impostazione ambientale. Invece di "riequilibrare" si sta per stravolgere l'ambiente delle bocche di porto, del "Bacan", travolgendo i piú importanti valori storico - paesaggistici del Cavallino del Lido a S.Nicoló e agli Alberoni e di Pellestrina.
Si é arrivati a questo punto perché ancora oggi, unico caso in Europa, lo Stato italiano delega un concessionario che ha il monopolio di studi progetti e realizzazioni e che, con la forza coinvolgente degli enormi finanziamenti pubblici, ha condizionato da vent'anni le strutture pubbliche, buona parte delle forze politiche, delle imprese e dei professionisti e. persino delle Universitá.
Con connivenze molto estese, di fatto anche da parte di chi si dichiara contrario a tutto ció, si sono fatte forzature di norme e di procedure.
Unico caso in Europa di questa gravitá, si sta realizzando un'opera che ha avuto la Valutazione di Impatto Ambientale da parte degli organi dello Stato negativa, valutazione superata con decisioni politiche (come a suo tempo nel 1990 era stato superato anche il parere negativo del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici). Realizzazione che avviene in contrasto con le leggi speciali che prescrivono la realizzazione di opere "sperimentali, graduali e reversibili", con grandi interventi e sbancamenti di fondali e demolizioni, ed inoltre in contrasto con le norme ambientali Europee e con lo stesso Piano Regolatore vigente.
Si é arrivati al punto che il Consiglio Comunale vota un "no" a questo progetto e che il Sindaco, nell'ambito del Comitatone, lo rovesci in un "sí" al progetto esecutivo (peraltro ancora da fare) e alla sua realizzazione (coprendosi con alcune equivoche condizioni mai realizzate). Per molto meno, sugli stessi temi, nel 1987 si arrivó ad una drammatica crisi comunale.
E' nostra opinione che la politica, specialmente quando sono in gioco le sorti della cittá e della laguna con interventi le cui conseguenze pagheremo per secoli, deve riconquistare altra dignitá e ben altra capacitá di governare l'economia almeno quella degli investimenti e delle opere pubbliche.
Negli ultimi dieci anni gli studi sul tema sono stati molto approfonditi. Dal 1995 al 1998, l'approfondimento ha portato al giudizio negativo sul progetto Mose della Commissione Nazionale di Valutazione dell'Impatto Ambientale.