Alla relazione ha fatto seguito il Decreto congiunto del ministero dell'Ambiente e del ministero per i Beni Culturali (cosiddetto decreto Ronchi-Melandri), del 24 dicembre 1998, che respingeva il progetto subordinandolo ad altri interventi giudicati prioritari. Contro il decreto ricorreva la Regione Veneto e otteneva vittoria al Tribunale amministrativo regionale, per vizi formali. La sentenza del TAR non inficia la sostanza delle conclusioni della commissione VIA, che resta tuttora valida e illustra a sufficienza i dubbi e le preoccupazioni. Il testo è scaricabile in formato .pdf.
La Commissione ritiene che la salvaguardia di Venezia non possa perseguirsi senza il governo complessivo del sistema lagunare, inteso come l'insieme del bacino scolante in laguna e dei grandi fiumi contermini alla laguna stessa, dell'arco di costa e del settore marino sotteso tra le foci dei fumi Adige e Brenta, delle bocche lagunari, del bacino lagunare e delle sue unità morfologiche ed antropiche: gli eventi che in essi si determinano interagiscono in modo complesso e non lineare.
La Commissione ritiene che il Progetto, raccogliendo in un'unica azione e tipologia gli interventi relativi all'attenuazione delle maree in laguna medie e gli interventi volti alla regolazione delle “acque alte” eccezionali, anche mediante interventi alle bocche di porto con sbarramenti manovrabili per la regolazione delle maree, e perciò comportando un sempre più elevato numero di chiusure, non è in grado di governare le maree più frequenti e medio-alte, se non a danno della portualità e dell'aperto e continuo scambio tra mare e laguna.
La Commissione ritiene il governo continuo dello scambio tra mare e laguna, uno degli elementi ineludibili per la ricomposizione ed il mantenimento dell'instabile e fragile equilibrio tra l'ambiente marino e l'ambiente della terraferma, da cui origina.
Tale equilibrio tra acque dolci e salmastre, non ë semplicemente uno stato morfologico ed idrodinamico, ma è la ragione della sopravvivenza del mosaico ambientale ed antropico che definisce la natura stessa della laguna.
La Commissione ritiene che tale equilibrio non possa che essere ottenuto con un insieme articolato di opere ed interventi nel rispetto delle caratteristiche della sperimentalità, reversibilità e gradualità, tutti concorrenti al perseguimento di tal fine.
Per tanto la Commissione ha reputato indispensabile uno stretto collegamento tra la valutazione del progetto e il Piano degli interventi per il recupero morfologico della laguna elaborato da Proponente all'interno della Concessione dal Magistrato alle Acque.
La Commissione alla luce delle considerazioni precedenti,valuta grave la mancanza della ricerca e della definizione di indicatori obiettivo per il sistema ambientale, verso i quali indirizzare la programmazione degli interventi e la progettazione delle opere.
A proposito del Piano per `il recupero morfologico
La Commissione ritiene opportuna, ma insufficiente l'azione di contrasto agli squilibri morfologici ìntrapresa dal Piano degli interventi per il recupero morfologico della laguna.
La Commissione ritiene gli obiettivi dichiarati dal Proponente per il Piano degli interventi per il recupero morfologico della laguna, non completamente assunti, e le azioni per raggiungerli contraddittorie e ìncapacì di garantire l'equilibrio dinamico sul lungo periodo;
La Commissione considera grave la mancanza di una esplicita discussione del processo evolutivo che in conseguenza degli interventi non solo morfologici proposti, dovrebbe pur condurre ad un nuovo stato di equilibrio dinamico lagunare. Né il Progetto di massima degli interventi per il recupero morfologico della laguna, né il SIA offrono a questo proposito adeguati riferimenti analitici e progettuali.
La Commissione ritiene, in assenza di qualunque dimostrazione, fuorviante la valutazione del proponente che l'erosione dei bassifondi e delle barene con interrimento dei canali sia un fenomeno più rilevante del deficit di sedimenti della laguna nel suo complesso. La rinuncia a considerare l'azzeramento del deficit come obiettivo primario produce mancanza di chiarezza su quale riequilibrio si voglia o si possa conseguire.
La Commissione ritiene che l'indifferenza. degli interventi proposti rispetto alla regolazione sia degli afflussi delle acque fluviali e di scolo, sia dei volumi di marea scambiati alla bocche, non può essere assunta quale criterio né di maggior accettabilità nel confronto tra le diverse soluzioni progettuali attualmente proponibili e perseguibili nel futuro, né di ottimizzazione del Progetto stesso, sino a quando non si sia sperimentalmente stabilito lo stato attuale dell'evoluzione morfologica della laguna e dimostrata l'efficacia del Piano degli interventi al fine di perseguire:
• l'azzeramento del deficit del bilancio degli scambi di materiale solido tra il sottosistema del bacino lagunare e gli altri sottosistemi;
• il determinarsi di sezioni di equilibrio sia nei canali lagunari che in quelli delle bocche;
• il riequìlìbrio lagunare ed il ristabilirsi di condizioni di resilienza e vitalità dell'ambiente lagunare,
La Commissione ritiene quindi assolutamente necessario procedere a tali verifiche ed al riesame critico, sia degli indicatori idrodinamici, morfologici ed ambientali che possano definire gli obiettivi di riequilibrio, sia dell'efficacia e della consistenza delle modellazioni numeriche proposte.
In conclusione la Commissione ritiene che:
a) il Progetto non dia certezza del perseguimento degli obiettivi fissati dal Piano per il riequilibrio morfologico in quanto per assunzione dello stesso Proponente, si rende indipendente da esso e, quindi, non contribuisce al riequilibrio stesso;
b) il Progetto possa essere incompatibile con la eventuale necessità di introdurre ulteriori interventi alle bocche al fine di perseguire il ripristino della morfologia ed in generale la salvaguardia lagunare, necessità che la Commissione ritiene attendibile. L'incompatibilità è da ricondurre alla filosofia di base del Progetto di perseguire la maggiore uniformità costruttiva e gestionale possibile evitando così la necessità di integrazione con altri possibili interventi. Ciò conferisce al Progetto caratteristiche difficilmente compatibili con la sperimentalità, reversibilità e gradualità richieste dal voto del Consiglio superiore dei lavori pubblici n.209 del 1982 ai fini del buon governo unitario del sistema lagunare.
La Commissione valuta necessario l'adeguamento di tutti gli interventi proposti e di quelli utili al governo unitario del sistema lagunare e al raggiungimento di una capacità cooperativa necessaria per:
• mantenere l'equilibro tra acque dolci e salmastre,
• aumentare la capacità di intercettazione dei sedimenti della laguna.
• massimizzare il trasferimento di materiale solido dal mare alla laguna, garantendo la tranquillità della navigazione, e dalla terraferma alla laguna, controllando gli agenti eutrofici.
La Commissione ritiene che il complesso degli interventi diffusi previsti dalla legislazione speciale costituisca la base indispensabile per il riequilibrio morfologico della laguna.
La Commissione pur ritenendo che gli interventi diffusi siano funzionali principalmente ai governo dell'evoluzione morfologica, valuta la loro realizzazione non alternativa alla regolazione dei flussi di marea attraverso interventi alle bocche, considerando che il loro contributo complessivo alla attenuazione dei livelli di marea in laguna debba comunque essere massimizzato.
La Commissione ritiene quindi che qualunque intervento di regolazione delle maree imposto alle bocche lagunari debba integrarsi con gli interventi diffusi ritenuti utili per il perseguimento degli obiettivi definiti dalla legislazione speciale per Venezia.
La Commissione valuta
• positivi ed adeguati tutti gli interventi destinati a rivitalizzare le parti più interne della laguna;
• opportuna l'attività di mantenimento all'interno della laguna dei materiali rimossi da canali navigabili attraverso la ricostruzione di strutture morfologiche, tuttavia, con una maggiore attenzione alla loro rinaturalizzazione e consolidamento ambientale;
• complessivamente indifferente la chiusura del tratto rettilineo del canale Malamocco - Marghera e la riapertura del Canale Fisolo;
• meritevole di attenzione e generalizzazione l'apporto artificiale continuo di sedimenti in laguna.
La Commissione valuta irrinunciabile una ricalibrazione della capacità dissipativa dei canali alle bocche di porto, soprattutto con opportuna composizione tra profondità e scabrezza delle bocche stesse, al fine sia di attenuare i livelli delle maree più rapide e ricorrenti in laguna, sia di aumentarne la capacità di intercettazione dei sedimenti. Tutto ciò nel rispetto delle caratteristiche di sperimentalità, reversibilità e gradualità, governando contemporaneamente il processo di riequilibrio delle sezioni dei canali e di consolidamento delle unità morfologiche lagunari.
La Commissione ritiene dannosi e non adeguati al governo unitario e complessivo del sistema lagunare le modifiche dei moli foranei presentate dal proponente.
La Commissione ritiene irrinunciabile la regolazione dell'idrografia superficiale, naturale e di bonifica, sfociante e sversante in laguna; tale regolazione dovrà essere preposta sia alla difesa delle attività antropiche nel bacino scolante, sia a minimizzare il contributo dei volumi idrici affluenti in laguna concorrenti a determinare eventi complessi di “acque alte” eccezionali, sia al perseguimento del massimo apporto sostenibile di acque dolci e sedimenti al bacino lagunare.
In assenza di interventi di regolazione idraulica del bacino scolante in caso di eventi eccezionali quali quelli del 1966 ingenti masse idriche verrebbero immesse in laguna dalla terraferma, aggirando le dighe mobili in progetto. La fattibilità degli interventi di regolazione idraulica non è ad oggi dimostrata ed è comunque prerequisito indispensabile per considerare le opere proposte effettivamente capaci di proteggere Venezia dagli eventi eccezionali.
La Commissione ritiene, quindi che il rialzo delle quote minime dei centri abitati lagunari sia comunque necessario per la difesa dei centri stessi da tali apporti del sistema idrografico e del bacino scolante, nonché per ridurre al minimo possibile la fallanza di qualunque sistema di attenuazione delle maree ricorrenti. La Commissione ritiene prioritario che la quota degli insediamenti urbani lagunari debba essere progressivamente innalzata ai livelli massimi perseguibili con le migliori tecnologie disponibili.
La Commissione ritiene tale intervento necessario e prioritario anche nel caso di realizzazione del Progetto in esame.
La Commissione valuta che il Progetto non dia sufficienti garanzie di poter ottenere gli obiettivi dichiarati in, quanto fortemente dipendente dai sistemi previsionali.
La Commissione ritiene che l'intervallo di confidenza, che accompagna attualmente le previsioni di marea medio-- alte ed eccezionali con un anticipo tra le 3 e le 6 ore, permane dimensionalmente rilevante in rapporto alle escursioni di marea in laguna ed alle ampiezze del fenomeno dell'acqua alta: infatti tale intervallo, di circa ± 20 cm, contiene tutte le normali oscillazioni delle maree e tutti gli eventi di sommersione del suolo a + 100 cm con tempo di ritorno 1 anno.
In particolare alla Commissione appare incerto il raggiungimento dei due principali obiettivi:
• l'impedimento dell'esondazione degli abitati a quota +100 entro le frequenze e la durata di chiusura prefigurate nel SIA,
• la sostenibilità del numero delle chiusure o degli annunci di chiusura, in particolare rispetto al sistema portuale
• La Commissione ritiene, altresì, che la dimostrata sensibilità dei fenomeni di “acqua alta” alle condizioni meteorologiche locali, nonché la riscontrata progressiva accentuazione dell'entità e della rapidità dei fenomeni meteorologici di breve e medio periodo ed il loro organizzarsi in eventi complessi, sia di tipo mareale che di tipo idrologico, faccia sì che il sistema previsionale debba essere considerato come uno dei fattori più critici per l'efficacia operativa del Progetto in esame.
La Commissione ritiene che il Progetto non sia adeguato ad affrontare gli eventi mareali composti, in quanto, chiusure delle bocche prolungate o ripetute in rapida successione:
• pongono il sistema ambientale in uno stress cumulativo, la cui durata è valutabile in almeno 24 ore;
• accrescono la fallanza del sistema previsionale;
• diminuiscono la possibilità previsionale del sovralzo dei livelli idrici in laguna successivamente alla chiusura delle opere mobili, dovuto agli apporti del vento, della pioggia diretta, delle reti idrauliche superficiali scolanti e sfocianti in laguna, del volume d'acqua sversato inizialmente in laguna. durante la fase di sollevamento delle paratoie e quello transitante attraverso i traferri delle paratoie alzate.
La Commissione valuta che il sovralzo complessivo massimo sia stato sottovalutato dal Proponente, sia per una incompleta stima dei possibili afflussi in laguna dalla terraferma, e dalla pioggia diretta, sia per una sottostima del contributo del vento di scirocco e di bora per la laguna, rispettivamente, nord e sud .
La Commissione valuta che in presenza di moto ondoso con stretto spettro di frequenza, la fallanza del sistema sarebbe più probabile a causa della risonanza . del sistema stesso, le cui conseguenze sono un aumento significativo dell'afflusso in laguna dai traferri nonché delle sollecitazioni aggiuntive ai sistemi di ancoraggio e delle fondazioni.
la Commissione condivide quanto già detto dal Collegio degli esperti, e cioè che gli studi e le modellizzazioní fisiche non hanno riprodotto le condizioni più gravose e più favorevoli all'innesto della risonanza, per cui il sistema non appare sufficientemente sperimentato ed è quindi ragione di ulteriore inaffidabilità.
La Commissione rileva inoltre che il sistema delle strutture sommerse (paratoie, cerniere, giunti, ecc.) rappresenta l'elemento di debolezza nei confronti dell'aggressività ambientale da parte degli agenti fisici e biologici, Non esistono al momento strutture che, sommerse per lungo durata, possano essere difese dal deterioramento fisico e chimico e dal biodeterioramento esercitato dal microfouling. Di conseguenza alla imprevedibilità dell'azione biodeteriogena, il presidio manutentivo è, in realtà, inestimabile
La Commissione ritiene immotivata l'opzione pregiudiziale di attestare la quota delle difese locali a +100 cm s.I.P.S. a Venezia e Murano;
La Commissione ritiene che si debba prioritariamente utilizzare un sistema di tecnologie integrate, coordinato e sinergico con il progetto di manutenzione straordinaria urbana ventennale previsto nell'Accordo di programma stipulato tra il Comune di Venezia, la Regione Veneto, il Magistrato alle Acque, ai sensi dell'art.5 della legge 5 febbraio 1992, n.139.
Tale intervento, pur nel rispetto delle diverse situazioni strutturali, infrastrutturale ed urbanistiche e della disponibilità dei privati, è attualmente il più adatto a massimizzare i benefici degli interventi di difesa locale nel consenso, anche culturale, della popolazione veneziana, attestando almeno a circa +120 cm s.I.P.S. la quota delle pubbliche pavimentazioni e ad oltre +160 cm s.I.P.S. la quota di messa in sicurezza della residenzialità.
La Commissione ritiene attendibile la valutazione presentata dall'Amministrazione comunale di Venezia circa la fattibilità di tale intervento
con un costo complessivo pari a circa 118 miliardi di lire aggiuntivi al costo del già previsto progetto di manutenzione straordinaria urbana.
La Commissione auspica l'estensione di tali tecnologie anche alle unità edilizie a destinazione non residenziale.
La Commissione ritiene, altresì, meritevole di considerazione e di sviluppo progettuale l'intervento di difesa perimetrale con dispositivi fissi e mobili per gruppi di isole, noto come “MacroInsulae”.
Tale soluzione si presenta potenzialmente dotata di non trascurabili caratteristiche di efficacia e semplicità, potendo conseguire quote di salvaguardia anche pari +140 cm s.I.P.S., in modo analogo e migliorativo di quanto già sperimentato a Malamocco.
La Commissione valuta positive le esperienze di rialzi compresi tra +110 cm e +120 cm s.l.P. S. in presenza di valori architettonici, storici e monumentali e ritiene non ancora dimostrata l'ineludibilità della quota +100 cm s.l.P.S. come livello massimo della salvaguardia attuabile nel rispetto della monumentalità delle “insulae” di S.Marco e di Rialto.
La Commissione valuta grave il mancato approfondimento da parte del Proponente di tecnologie, consolidate o sperimentali per il sollevamento territoriale, profondo ed anche superficiale.
Le tecnologie che oggi si presentano più mature e fertili di possibilità sono il sollevamento confinato superficiale e la reiniezione pressurizzata in acquiferi profondi. La Commissione ritiene utile e necessario l'aggiornamento della fattibilità di tali interventi attraverso, studi, ricerche e sperimentazioni, anche in previsione della potenziale crescita del livello del medio mare per fenomeni eustatici.
La Commissione ritiene che si debbano valutare i risultati conseguiti con il rialzo della quote di salvaguardia non solo in termini di riduzione delle superfici urbane allagabili, ma soprattutto di riduzione della frequenza media di accadimento di tali allagamenti.
La Commissione considera grave la mancata valutazione ed esposizione degli impatti economici ed ambientali conseguenti alla sistemazione delle reti idrografiche principali e minori.
La Commissione ritiene errato considerare i costi di ripristino e riequilibrio morfologico, in quanto variazioni rispetto allo stato di fatto attuale, danni, in quanto lo stato morfologico attuale della laguna non è né uno stato di equilibrio e non può rappresentare l'obiettivo né del riequilibrio idrogeologico, né del ripristino morfologico della laguna. Essi devono essere assunti quali costi ineludibili per la salvaguardia lagunare.
Il rialzo dei centri abitati lagunari a quote superiori a quelle attuali e l'attenuazione dei livelli di marea in laguna dovuta agli interventi morfologici, determina una diminuzione del rischio di allagamento e di danno, che non può essere trascurata nella valutazione complessiva dell'opzione “T, cioè il termine di paragone a cui riferire l'analisi degli impatti e dei benefici del Progetto proposto
In fase di realizzazione delle opere, l'Autorità Portuale e la Capitaneria di Venezia hanno evidenziato che le previsioni progettuali e le specifiche simulazioni modellistiche elaborate dal proponente non appaiono sufficienti a rassicurare circa la reale possibilità di mantenimento, durante i lavori, dei livelli di funzionalità per il traffico marittimo attraverso le Bocche né a garantire sufficientemente la sicurezza.
In fase di funzionamento sono stati evidenziati i rischi per l'attività portuale derivanti dal moltiplicarsi del numero delle chiusure e del numero di avvisi di chiusura, anche qualora non seguiti da effettive chiusure.
Ai fini delle valutazioni dei possibili effetti dell'opera in progetto sull'ambiente di riferimento, la Commissione ha considerato l'eccezionalità dell'ecosistema di riferimento, frutto dell'azione combinata di fattori naturali ed antropici nel corso dei secoli, e di fatto unico nella sua struttura e nelle sue regole funzionali.
La Commissione ha verificato come tale valore eccezionale sia stato riconosciuto con specifici atti a livello internazionale, nazionale e regionale.
Considerato che ai fini della sua valutazione la Commissione ha ritenuto indispensabile tener conto dell'articolazione spaziale e temporale del sistema, e che a tale riguardo devono essere considerate almeno tre grandi componenti, da considerare sia separatamente sia nelle relazioni reciproche : la laguna, la città di Venezia, il bacino scolante.
La Commissione ha verificato altresì che all'interno di tale sistema si individuano aree di particolare rilevanza dal punto di vista naturalistico ed ecosistemico, quali i cordoni litorali presso Cà Roman e la zona delle velme del Bacan.
La Commissione ha preso atto delle particolari condizioni di equilibrio dinamico del sistema, che nei secoli passati hanno consentito l'assorbimento delle pressioni prodotte dalle azioni umane con il conseguente mantenimento sia delle principali funzioni ecologiche (bilanciamento tra azioni erosive e di deposito, equilibrio tra i diversi livelli di produzione ecologica, mantenimento degli elementi specifici di biodiversità ecc.), sia di fruizioni diversificate da parte della popolazione veneziana. Preso atto altresì della rottura di tale equilibrio dinamico nel corso di questo secolo in conseguenza di molteplici azioni antropiche caratterizzate da elevate pressioni sull'ambiente.
La Commissione ha valutato che l'impianto metodologico adottato dal SIA esaminato non può essere considerato corretto ed esauriente per il caso in esame per i seguenti motivi
• gli indicatori sono stati selezionati secondo criteri imprecisi, prevedendo variabili difficilmente utilizzabili, mescolando indicatori di previsione e di solo controllo, utilizzando in alcuni casi variabili non appropriate per gli oggetti della valutazioni;
• sono state riscontrare gravi lacune analitiche alla base del SIA, quali ad esempio i mancati approfondimenti analitici relativamente ai siti di maggiore sensibilità ambientale interessati dalle opere in progetto, o la considerazione di linee di impatto prioritarie quale quella relativa agli effetti sulla situazione igienico - sanitaria della città di Venezia;
• nel quadro complessivo di valutazione mancano la parametrizzazione degli indicatori e le stime quantitative dei relativi impatti, elementi necessari alla formulazione ad una valutazione complessiva del complesso degli effetti previsti.
La Commissione ha verificato in ogni caso, sulla base degli ampi elementi di informazione disponibili, che la realizzazione del progetto prefigura impatti diretti di elevata gravità in fase di realizzazione delle opere, quali
• verrebbero consumate quote significative, solo superficialmente definite dallo SIA, di unità ambientali di importanza prioritaria quali i litorali di Cà Roman ospitanti specie di valore primario ai fini della biodiversità;
• verrebbero significativamente perturbate unità ambientali, quali le velme del Bacan, che costituiscono sito di importanza primaria per l'ornitofauna lagunare, di valore internazionale;
• si produrrebbero alterazioni significative del paesaggio attuale considerate non risolte dallo stesso Studio di Impatto Ambientale, tra cui la realizzazione di una grande isola artificiale all'imbocco della bocca di Lido,
• si avrebbero pressioni e disturbi complessivi legati alle dimensioni dei cantieri stessi e quindi molto elevati; si può al riguardo ricordare che saranno complessivamente impiegati circa 8 milioni di tonnellate di materiale lapideo provenienti da cave esterne anche molto lontane, che si prevedono lavori di demolizione di opere esistenti (moli alle bocche di Malamocco e di Chioggia) per 350.000 mc, che l'insieme di operazioni di dragaggio, movimentazione e scarico in nuova sede dei sedimenti interesserà un volume complessivo di circa 5.000.000 di m3 di materiale, che verrà utilizzata una flotta di navigli particolarmente numerosa;
• il complesso del cantiere durerà, se verranno rispettati i tempi previsti, 8 anni; gli impatti prodotti sulle singole aree interessate dureranno anni con potenziali effetti sinergici tra loro, non esaminati dal SIA. Qualora tali tempi non possano essere rispettati, ad esempio nel caso ipotetico di scarsità futura di risorse,
• l'impegno complessivo di ambiente da parte del cantiere potrà invece superare il decennio, con conseguente prolungamento degli impatti.
Sempre per quanto riguarda le implicazioni ambientali della fase di realizzazione, la Commissione considera inoltre che
• l'elevata variabilità delle caratteristiche geotecniche dell'area di sedime avrebbe necessitato di un maggior numero di indagini dirette del sottosuolo al fine di definire con maggiore precisione i cedimenti in corrispondenza di ciascun punto del profilo di sbarramento, in modo da poter stimare l'effettivo comportamento del suolo sotto il carico dell'opera;
• risulta con forte evidenza che l'opera rappresenta un intervento molto intrusivo nel contesto fisico-morfologico dei lidi e che, cosi' come progettata, essa non presenta caratteristiche di reversibilità;
• l'eventuale modifica anche parziale di parti sostanziali dell'opera, dovuta alla necessità di eventuali successive modifiche all'assetto delle bocche per assicurare varchi di continuità tra mare e laguna, peraltro indicate anche dal Collegio, comporterebbe o lavori di demolizione di entità e complessità rilevanti, o la realizzazione di ulteriori strutture in aree e sedi diverse da quelle delle bocche di porto;
• la dismissione o l'abbandono dell'opera, prima o alla fine della sua vita utile, non è stata analizzata nelle sue conseguenze e costi, mentre non è stato chiarito l'aspetto molto problematico relativo alla manutenzione delle gallerie e vani che, come detto dal Proponente e rilevato anche dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, sono ricettacolo di flussi di metano e richiedono pertanto una ventilazione forzata e continua;
• le operazioni in argomento sono di entità tale da richiedere, anche secondo le valutazioni del Collegio degli esperti, demolizioni di volumi considerevoli e costituirebbero inoltre un'impresa onerosa e tecnologicamente complessa, dovendo i cantieri operare in condizioni meteomarine difficili.
La Commissione ha verificato che il progetto ed il SIA non prefigurano per quanto riguarda la fase di realizzazione interventi di mitigazione e/o compensazione minimamente adeguati.
La Commissione ha considerato che nel corso delle analisi sono emersi rischi ambientali potenzialmente di elevata criticità qualora in fase di esercizio vi fossero chiusure successive ravvicinate, o si prevedesse un elevato numero di chiusure l'anno (eventualità ammessa per gli scenari futuri assunti a giustificazione dell'opera):
• vi potrà essere un aumento significativo del rischio di crisi anossiche in unità lagunari importanti dal punto di vista sia ecosistemico sia delle attività di acquacoltura condotte;
• la regolazione, ottenuta mediante la chiusura, in casi di alta marea, delle bocche di Porto ridurrà la capacità di scambio tra la laguna ed il mare, diminuendo così la possibilità di diluizione dei carichi inquinanti esistenti in laguna o di nuova immissione; per particolari sostanze potenzialmente pericolose, quale lo zinco, si avranno incrementi locali significativi delle concentrazioni attualmente presenti;
• allo stato attuale delle conoscenze, la interruzione del ricambio idrico tra mare e laguna deve essere considerato altamente rischioso per quanto attiene la sicurezza igienico-sanitaria a Venezia; come è infatti noto attualmente la depurazione degli scarichi civili cittadini, potenzialmente pericolosi sotto il profilo igienico-sanitario, è affidata alla capacità del sistema ambientale di ridurre significativamente i fattori di rischio microbiologici attraverso meccanismi diversi di autodepurazione e dipendenti dallo stato di qualità e manutenzione dei canali cittadini.
La Commissione ha considerato che gli impatti ed i rischi di cui sopra sarebbero aggravati in modo particolare dalla situazione attuale di criticità e di vulnerabilità della laguna.
Nelle attuali condizioni l'ecosistema “città/laguna/territorio connesso” deve infatti essere considerato fragile, scarsamente resiliente, ovvero potenzialmente incapace di rispondere a nuove pressioni significative; la sua resilienza è da considerarsi scarsa, e condizione prioritaria di intervento; preliminarmente a qualsiasi ipotesi di nuovi rilevanti interventi sull'ambito in oggetto, devono quindi essere completati i programmi di consolidamento ecologico che le istituzioni hanno già avviato riconoscendo tale condizione di criticità, in particolare
• devono essere minimizzati gli scarichi di nutrienti provenienti dal bacino scolante dal Piano di risanamento della Regione Veneto, obiettivo non ancora raggiunto, per cui si prevede il raggiungimento nel secondo decennio del prossimo secolo;
• deve essere meglio garantita l'efficacia dei processi di autodepurazione che consentono l'abbattimento dei fattori di rischio associati agli scarichi cittadini, ovvero deve essere portato a termine il lavoro attualmente avviato dal Comune di Venezia di spurgo dei canali;
• devono essere conseguiti gli obiettivi di ripristino della morfologia lagunare e del relativo mosaico di barene e velme, anche attraverso una revisione della qualità e dell'efficacia dei primi interventi ad oggi condotti al riguardo in attuazione della Legge speciale per Venezia;
• deve essere avanzato in modo sufficiente il previsto programma di attuazione della Legge speciale per Venezia anche per quanto i capitoli non ancora iniziati, quali l'apertura delle valli da pesca all'espansione delle maree e la sostituzione del traffico petrolifero in laguna;
• deve essere portato avanti ad un livello adeguato il programma di decontaminazione della laguna, ovvero devono essere impostate e realizzate le azioni prefigurate dal decreto Ronchi- Costa ;
La Commissione ritiene che per rispettare un criterio generale di ricettività ambientale sarebbe necessario far precedere alla realizzazione di una qualunque opera di regolazione l'effettivo raggiungimento di obiettivi di consolidamento ecologico del sistema attraverso gli strumenti sopra indicati.
La Commissione ha verificato che nè progetto nè il SIA si sono basati su scenari di intervento che prevedano preliminarmente la realizzazione degli interventi di consolidamento indicati, che potrebbero forse consentire un migliore assorbimento degli impatti sopra prefigurati; ha valutato quindi che l'attuazione del progetto e delle pressioni ad esso collegate comporterebbe erosioni potenzialmente critiche della ricettività residua dell'ecosistema di riferimento.
La Commissione ha infine verificato che non sussistono ragioni di urgenza collegate ai fenomeni eustatici per invocare una rapida attuazione del progetto, in quanto
• come sostiene anche il “Collegio” degli esperti internazionali, “in caso dì un aumento del livello del mare indotto da cambiamenti climatici, ci si attende che l'avvio del fenomeno sarà lento”; secondo gli scenari di crescita più critici adottati dal Proponente e dallo stesso Collegio l'ordine di grandezza sarà di circa 3 cm al decennio per i primi 50 anni ;
• il trend eustatico degli ultimi 25 anni a Venezia non ha evidenziato un innalzamento del livello del medio mare; non è confermata, per ora, l'ipotesi di una correlazione tra l'incremento della temperatura sul pianeta e nello specifico sul Mare Mediterraneo ed una crescita dei livelli eustatici; non ci troviamo pertanto oggi a Venezia in condizioni di criticità per quanto riguarda crescite eustatiche;
• non si possono peraltro completamente escludere per il prossimo secolo scenari di eustatismo anche più critici di quello ipotizzato, tali ad esempio da rendere inutili le dighe in progetto; ciò che diventa realmente essenziale, in questa ottica, è l'attivazione di una seria politica di monitoraggio e controllo a livello dell'intero bacino Mediterraneo, in modo da poter riconoscere per tempo eventuali effettivi trend di crescita eustatica e da prendere al tempo giusto le decisioni più appropriate del caso (che potranno comprendere anche una revisione sostanziale dell'attuale progetto);
• sono state avanzate, anche recentemente, soluzioni tecniche alternative o di sostanziale integrazione dell'attuale progetto, ad oggi non approfondite e non valutate comparativamente con il progetto in esame; la mancata attuazione del progetto in empi ravvicinati non solo non farebbe perdere l'opzione di opere di regolazione delle bocche di porto, ma consentirebbe, in funzione dei risultati del monitoraggio sull'eustatismo reale, di attivarle quando sarà effettivamente necessario; tale arco di tempo potrà quindi essere utilizzato per poter definire un progetto che non presenti le gravi carenze di quello attuale, nonché per completare gli indispensabili interventi di preventivo consolidamento ambientale, secondo quanto esposto in precedenza.
Tutto ciò premesso e considerato, la Commissione ritiene che le opere in progetto:
• per la loro inadeguatezza rispetto agli obiettivi di riequilibrio morfologico della laguna
• per la mancata integrazione con gli altri interventi cooperanti per la salvaguardia di Venezia dalle acque medio-alte nonché dalle acque alte eccezionali, e anzi per il pregiudizio ad essi potenzialmente arrecato
• per il pregiudizio all'attività portuale
• per i rilevanti e potenzialmente irreversibili impatti ambientali,
non possano essere considerate compatibili con le attuali condizioni di criticità dell'ecosistema di riferimento, comprendente la laguna, la città di Venezia, il relativo bacino scolante.
10 dicembre 1998
Vedere anche:
Dialogo tra E. Salzano e Piero Bevilacqua
La VIA sul MoSE, articolo di E. Salzano
Il Sistema MoSE: che cos’è
Accordo al Comitatone sul Mose
Le scoperte del giorno dopo
Proteste per l’approvazione del MoSE
Con un'opera di limatura durata tutta la giornata (l'ultimo colpetto è stato dato alle 20.30, con una sospensione del consiglio comunale), la maggioranza di centrosinistra ha cercato di blindare il suo giudizio sfavorevole sul Mose con undici punti che, se per caso accolti domani in Comitatone, potranno però trasformare il no in un sì.
La maggioranza ha dunque votato unanime (26 a 12) un no secco - l'iniziale «non può essere espresso parere favorevole» proposto dal sindaco, Paolo Costa, nella mozione in consiglio comunale, è diventato un ben più radicale «il parere non può essere che negativo» - che però alla fine lascia aperta la porta a un'inversione di rotta qualora le richieste del Comune vengano accolte.
Ma cosa vuol dire accolte? Accolte "formalmente" dal Governo? Accolte con "delibera del Comitatone"? Accolte con "atto formale"? Sono tre delle versioni, tanto per chiarire il clima che ha connotato la giornata, con le quali le diverse anime della coalizione di Costa (esclusa ovviamente la Margherita che ha giocato in difesa) hanno mirato a limitare il mandato del sindaco, riducendone lo spazio di autonomia.
Alla fine, per la cronaca, è passata l'ultima versione, con la sottolineatura che per mutare in sì il no del Comune gli undici punti andranno accolti «tutti». «Nella sostanza - ha spiegato Andrea Dapporto (Ds) - vogliamo sapere come si entra e come si esce in Comitatone. Entriamo con undici punti e con undici dobbiamo uscire, ma scritti, e con certezza di tempi e di finanziamenti».
Non è, dunque, quel no al Mose senza se e senza ma chiesto da tutte le associazioni ambientaliste veneziane. «Ma noi amministratori - ha spiegato l'assessore all'Ambiente, Paolo Cacciari - abbiamo altre responsabilità, e a fronte di un Governo comunque intenzionato ad andare per la sua strada dobbiamo garantire una posizione che in qualche modo mitighi e compensi il danno». Senza contare, come ha poi sottolineato il leader del Polo rossoverde, Gianfranco Bettin, che la scommessa di chi non vuole il Mose è che le undici condizioni del Comune, semmai accolte, aprano un percorso alla fine del quale le chiuse mobili non servano più.
L'insieme degli undici punti, infatti, che privilegiano con grande complessità di indicazioni gli interventi di tipo morfologico, la ricalibratura e il ridisegno delle bocche di porto (a partire dal Lido), l'introduzione di conche di navigazione e l'innalzamento dei fondali, sono tali, alla fin fine, da imporre l'adeguamento progettuale delle opere mobili, che infatti la mozione votata giudica «necessario». Ciò vuol dire prendere il giocattolo e buttarlo via per comprarne uno di nuovo, ed è praticamente impossibile che il Governo sia d'accordo, ma le vie del Signore sono infinite.
Costa ha sostenuto che la Salvaguardia è un processo complesso e articolato risemplificato in modo negativo dal Governo che ha inserito il Mose nella legge obiettivo delle grandi opere quale unico intervento salvifico. «Il nostro - ha dunque spiegato - è un parere negativo a causa della perdita di complessità, che noi vogliamo ricreare». Il leader dell'opposizione, Renato Brunetta (Fi), ha replicato invece che compito di un amministratore è ridurre a semplicità le complessità. «La vostra mozione è fatta per perdere tempo, per non decidere nulla, un documento inutile e ipocrita» ha accusato e il dialogo tra i due, tra appelli alla «complessificazione» (Costa) e alla «compressione semantica» (Brunetta), è parso tra sordi.
Il Polo ha proposto una mozione alternativa, con un sì secco addirittura alla «costruzione» del Mose (il Governo si accontentava di un sì al progetto definitivo), firmato anche da chi come Giorgio Suppiej e Paolo Bonafé (Udc), e Nicola Bottacin (Lega), si è sempre detto contrario all'intervento alle bocche, ma i numeri (25 a 12) gli hanno dato torto. Ignazio Musu (Margherita) si è però astenuto.
Silvio Testa
FINITA LA LUNGA BATTAGLIA DEL MOSE, ORA SI FA
Accordo e voto unanime al Comitatone: via libera «con prescrizioni» al progetto. Già il 29 aprile Berlusconi poserà la «prima pietra» - Il governo ha accolto le undici «condizioni» poste dal Comune che prevedono altri interventi di protezione contro l’acqua alta
Una seduta notarile del Comitatone - un'oretta e via - ha dato ieri a Roma lo storico via libera al progetto delle chiuse mobili alle bocche di porto, che dovrà però essere «integrato e migliorato» (parole del sindaco di Venezia, Paolo Costa) con tutte le undici prescrizioni poste dal Comune che solo in virtù di tale impegno ha trasformato in sì un parere sul progetto altrimenti negativo, formulato martedì scorso dal consiglio comunale.
Per il progetto esecutivo ci vorranno, per stralci, almeno 4 anni, e comunque nel 2111 tutto sarà realizzato, ma intanto è stato annunciato che il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, verrà a Venezia il 29 aprile per la fatidica posa della prima pietra. In realtà, quella di una "lunata" a mare (una specie di diga frangionde) che però è ritenuta afferente al "sistema Mose".
Che i giochi fossero già fatti prima del Comitatone, lo hanno dimostrato due cose, al di là della brevità della seduta che è stata presieduta dal sottosegretario alla Presidenza del consiglio dei ministri, Gianni Letta: l'espressione non propriamente serena del presidente della giunta regionale, Giancarlo Galan, prima di entrare nella riunione, e un comunicato stampa di Costa, evidentemente preconfezionato, che ha reso nota la soddisfazione del sindaco ancor prima che uscisse la notizia dell'intesa e del via libera al progetto.
Fino a un minuto prima il governatore veneto aveva accusato Costa e il Comune di Venezia di manovre dilatorie, e il fatto che le "manovre dilatorie" siano state tutte riconosciute meritevoli di grande attenzione da parte del Governo ha evidentemente spiazzato Galan. Costa e il suo staff (in primis l'assessore ai Lavori pubblici, Marco Corsini, che è avvocato dello Stato, e la direttrice generale, Ilaria Bramezza), dunque hanno lavorato bene. Costa aveva avuto un abboccamento con Lunardi a Padova ancora mercoledì scorso, e ha trascorso tutta la vigilia del Comitatone a Roma, e la pressione ai fianchi evidentemente ha fruttato.
Tra Roma e Venezia, infatti, poteva consumarsi una clamorosa rottura, e per il Governo sarebbe stata dura spiegare al mondo perché veniva imposta in laguna un'opera che la città rifiutava. Non per autolesionismo, ma perché finalizzata a incidere più sugli effetti (l'acqua alta) che non sulle cause del degrado della laguna. «Mio compito - ha spiegato Costa - era continuare la storia di ben 30 deliberazioni del consiglio comunale tutte col filo conduttore riassunto dallo slogan "non solo Mose». Un'opera, ha sottolineato Costa, «che affronta solo una parte del problema», cioé le acque alte eccezionali, non proteggendo Venezia da tutta «l'area grigia» di quelle medio - basse, e che non ripristina l'equilibrio della laguna.
A questo, invece, miravano le undici prescrizioni del Comune, incentrate sull'introduzione di "strutture permanenti" alle bocche di porto e su una complessa rete di interventi di recupero e di ripristino morfologico della laguna. Le "strutture alle bocche", in particolare, in pratica delle conche di navigazione, hanno lo scopo di liberare dai vincoli reciproci navigazione e salvaguardia, consentendo di intervenire con più libertà sulle sezioni e sulle profondità dei canali portuali. E il Governo ha accettato tutto legando la progettazione di quanto richiesto ai finanziamenti già stanziati per il "sistema Mose" dalla legge obiettivo sulle grandi opere. Si partirà dalla conca di Malamocco.
Il ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi, ha così potuto annunciare «fumata bianca per il Mose e per le opere integrative». Il ministro ha espresso grande soddisfazione per il risultato, esempio, ha sottolineato, di collaborazione tra il Governo, la Regione, i Comuni competenti (con Costa, infatti, c'erano i sindaci di Cavallino, Chioggia, Mira, tutti sulle stesse posizioni, e di Jesolo). «Oggi - ha detto Lunardi - dopo 37 anni di discussioni siamo finalmente riusciti a portare in porto un progetto che è patrimonio dell'umanità, e che dà risposte non solo ai cittadini di Venezia, ma anche al Veneto e al mondo intero».
Sulla stessa linea il commento del ministro dell'Ambiente, Altero Matteoli, che ha giudicato superato il contenzioso con la Regione sulla titolarita delle procedure di Valutazione di impatto ambientale di alcune delle opere complementari al Mose. «Dopo tanti anni - ha sostenuto -, ed era inevitabile che su un tema così complesso ci volessero tempi lunghi, trattative e frizioni, siamo arrivati a un accordo che ci tranqullizza anche sotto il profilo ambientale».
Il problema del Comune è ora che tali impegni vengano rispettati nella sostanza. «Continueremo la nostra sorveglianza», ha garantito Costa.
Dopo la decisione del Comitatone, i Ds insistono nella revisione del progetto: «Che siano state accolte le prescrizioni del consiglio comunale - dice il vice sindacoMichele Mognato- non può che essere positivo, a dimostrazione della capacità del centrosinistra di proporre soluzioni. E il governo ha capito che si doveva tener conto di queste osservazioni. Quindi ora ci aspettiamo un adeguamento del progetto e si apre una nuova fase, quella della verifica del rispetto degli impegni presi». Sulla stessa linea il segretario provinciale della Quercia,Andrea Martella: «Il governo ha dovuto tenere conto delle prescrizioni del Comune ed è evidente che non si fanno scelte di questo genere sopra la testa della città. Se sono state accettate le 11 condizioni poste dal Comune, che aveva espresso sul progetto definitivo un parere negativio, vuol dire che adesso quel progetto va rivisto radicalmente. Ora bisogna evitare forzature da parte del governo e fare in modo che ci sia congruenza tra questa decisione e gli atti conseguenti».
Secondo il capogruppo nonché eurodeputato di Forza Italia,Renato Brunetta, ciò che conta è che «il Mose si faccia» e che «abbiano perso i fondamentalisti rossoverdi e pure i Ds e un sindaco che ora non ha più la sua maggioranza. Certo, sono stati accolti i suggerimenti dei Comuni, ma la cosa più importante decisa dal Comitatone è che il Mose, finalmente, si fa». Brunetta quindi esultaper quello che definisce un «giorno storico per Venezia. Il Governo ha dimostrato responsabilità e ha assunto una decisione efficace, rompendo definitivamente con gli eterni compromessi immobilizzanti, le proroghe dilatorie, i tentativi di sottile sabotaggio. Il sindaco, che ha votato a favore, prenda atto di non aver più una maggioranza e tragga le conseguenze politiche. Se lo farà, si dimostrerà all'altezza del suo ruolo. Se, come temo, dichiarerà tutto e il contrario di tutto continuerà a far male alla città e sarà definitivamente travolto, ma dal ridicolo».SecondoMaurizio Lupi, responsabile del dipartimento lavori pubblici di Forza Italia, «dalle parole si è passati ai fatti. Si è vinta una grande scommessa: quella del rilancio delle grandi opere nel nostro Paese, rilancio che passa attraverso l'impiego di procedure di semplificazione e di tempi certi».
«Profondo disappunto», invece, viene manifestato daSalvatore Lihard(Cgil): «Eravamo convinti che fosse meglio un processo più graduale, così come individuato negli ordini del giorno del consiglio comunale». Di diverso avviso il partito del sindaco: «Sono soddisfatto - ha commentato il coordinatore della Margherita,Alessandro Maggioni- per un risultato di questo genere, soprattutto perché frutto della capacità di un'amministrazione di centrosinistra».
Le prime reazioni del mondo ambientalista alle decisioni del Comitatone sono improntate a una grande diffidenza, per non dire a un'aperta ostilità, e le prime spiegazioni del direttore del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, su come interpretare le indicazioni del Governo sembrano benzina buttata sul fuoco.
Il primo a scendere in campo è stato il leader dei Verdi veneziani, Gianfranco Bettin, che ha proposto di sottoporre il Mose a referendum. «Su una scelta epocale come questa - ha sostenuto - si deve pronunciare la città. Chiediamo che sia il Comune a farlo, altrimenti raccoglieremo le firme». Bettin ha sostenuto che la decisione del Comitatone «implica una radicale revisione degli interventi, un cambiamento delle priorità, perché prima si devono fare le opere da noi prooste, e poi eventualmente il Mose». Sulla stessa linea la parlamentare verde Luana Zanella, per la quale il Mose cessa di essere una priorità. «Il Comune di Venezia - ha detto - ha imposto una visione sistemica, e se la delibera del Comitatone non è una furbata il Mose ora diventa opera secondaria».
Se il vicepresidente nazionale dei Verdi Ambiente società si è detto stupito «come attraverso la politica si possano far passare interessi che con l'ambiente e la salvaguardia della città non hanno nulla a che spartire», il Wwf ha fatto sapere che tutte le perplessità restano. «È possibile - ha affermato l'associazione ambientalista - che l'opera chiave di Venezia sia deliberata sulla base di una Valutazione d'impatto ambientale regionale»? A opera straordinaria, procedure straordinarie ha invece chiesto il Wwf, mentre il consigliere nazionale di Italia Nostra Gherardo Ortalli ha sostenuto che le garanzie ottenute sono fragili, e funzioneranno solo se sostenute da una forte volontà politica. «Ogni volta che si cerca di salvare capra e cavoli - ha concluso - la capra mangia i cavoli».
A chi gli osservava che anche il Governo Amato aveva prescritto di adeguare il Mose alle opere dissipative, ma che invece il progetto non era poi stato modificato (è la posizione ufficiale del Comune, sostenuta anche dal sindaco Costa) Mazzacurati ha risposto che il Consorzio ha fatto quanto chiedeva il Governo. «Lo faremo anche adesso», ha replicato, annunciando che il primo stralcio esecutivo sarà quello della conca a Malamocco. «La conca dovrà stare fuori dalla bocca perché per noi non può stare dentro», ha precisato, indicando che l'eventuale innalzamento dei fondali verrà fatto non là dove è già prevista la platea del Mose, ma prima, verso il mare, come a far da tappo. Il progetto, insomma, è quello già noto, illustrato in Comune a febbraio, e non si tocca.
Silvio Testa
1966 - 4 NOVEMBRE -Catastrofica mareggiata di 194 centimetri.
1973 -La legge speciale n. 171 dichiara il problema di Venezia "di preminente interesse nazionale".
1975 - Appalto-concorso internazionale indetto dal ministero dei Lavori Pubblici per la difesa contro le acque alte. Partecipano cinque gruppi di imprese. Non c'è aggiudicazione, ma i progetti vengono utilizzati per l'elaborazione del cosiddetto "Progettone".
1981 - "Progettone", primo studio di fattibilità per la difesa dalle acque alte, redatto dall'equipe dell'ing. Pier Francesco Ghetti.
1984 - La legge n. 798 ridefinisce gli obiettivi generali degli interventi, suddividendoli fra Stato, Regione Veneto e Comuni. Istituisce la concessione per gli interventi a carico dello Stato (verrà poi individuato il Consorzio Venezia Nuova) e il Comitato di indirizzo, coordinamento e controllo, il cosiddetto "Comitatone".
1987 - Inizio dell'operatività del Consorzio Venezia Nuova.
1988 - 1992 - Sperimentato il "MO.S.E", Modulo Sperimentale Elettromeccanico.
1992 - Viene ultimato progetto di massima delle opere mobili.
1995 - 4 LUGLIO -Il Comitatone, su istanza di Ca' Farsetti, decide di sottoporre il progetto alla Valutazione di Impatto Ambientale e di chiedere il parere di un collegio di esperti internazionali.
1998 - 21 LUGLIO -Il collegio di esperti esprime parere positivo.
1998 - OTTOBRE -A favore anche la Regione.
1998 - 10 DICEMBRE -La Commissione Via del Ministero dell'Ambiente esprime parere negativo.
1998 - 24 DICEMBRE -Decreto congiunto del ministero dell'Ambiente e del ministero per i Beni Culturali (cosiddetto decreto Ronchi-Melandri) che respinge il progetto subordinandolo ad altri interventi giudicati prioritari.
1999 - 8 MARZO -Il Comitatone richiede approfondimenti progettuali.
2000 - 12 LUGLIO -Il Comitatone, permanendo difformità di vedute fra il ministero dei Lavori Pubblici e quello dell'Ambiente, rimanda la decisione sul proseguimento della progettazione al Consiglio dei Ministri.
2000 - 14 LUGLIO -Il Tar annulla il decreto Ronchi-Melandri.
2001 - 6 DICEMBRE -Il Comitatone vara il "completamento della progettazione delle opere di regolazione delle maree alle bocche di porto".
2002 - 30 SETTEMBRE -Il Consorzio Venezia Nuova consegna il progetto definitivo del sistema Mose.
2002 - 29 NOVEMBRE -Il Cipe finanzia la prima tranche del sistema Mose (triennio 2002-2004) pari a 450 milioni di euro.
2002 - 16 DICEMBRE -Consegna dei lavori per la posa "della prima pietra" del sistema Mose, la realizzazione della scogliera a sud della bocca di Malamocco.
2003 - 4 FEBBRAIO -Il Comitatone rinvia la decisione sul progetto definitivo del Mose per consentire l'acquisizione dei pareri dei Comuni e della Regione.
2003 - 3 APRILE -Via libera al Mose.
Vedere anche:
Dialogo tra E. Salzano e Piero Bevilacqua
La VIA sul MoSE, il decreto del Ministero dell’ambiente
La VIA sul MoSE, articolo di E. Salzano
Il Sistema MoSE: che cos’è
Il parere del Comune di Venezia sul MoSE
VENEZIA - (S.T.) Uno stuolo di avvocati ha stilato mercoledì la delibera del Comitatone, che Costa e i suoi (in particolare l'assessore "giurista", Marco Corsini, e la direttrice generale, Ilaria Bramezza) avevano trovato inizialmente tutta strutturata per fronteggiare il no del Comune. Dovrebbe essere a prova di bomba, dunque, anche se nelle premesse vi si leggono evidenti contraddizioni e forzature, dove eventuali ricorsi si potrebbero insinuare, dovute al complesso lavorio di crasi tra posizioni distanti e al timore del Governo, ben descritto da Costa, «che qualsiasi aggiunta non fosse un cavallo di Troia per mettere in discussione il punto 1, cioè la progettazione esecutiva e la realizzazione delle chiuse mobili».
Sul punto dell'art. 3 della legge speciale 139 del '92 che subordina i finanziamenti per il Mose a un "adeguato avanzamento" di interventi alternativi, ad esempio, le premesse da un lato richiamano l'ordine del giorno del consiglio comunale che giudica insufficiente l'avanzamento e che non riconosce né «l'avvenuto arresto del degrado della laguna e tantomeno l'inversione del processo di degrado», dall'altro affermano che lo stesso stato d'avanzamento «è da ritenersi adeguato ai fini e agli effetti di cui alla stessa norma».
Tale "adeguato avanzamento" doveva riguardare anche estromissione del traffico petroli e apertura delle valli da pesca, praticamente all'anno zero, ma nelle premesse si sostiene che il Piano generale degli interventi «non contempla né opere rivolte all'apertura delle valli da pesca né interventi finalizzati alla sostituzione del traffico petrolifero». L'avanzamento, dunque, è giudicato dell'87 per cento, ma sulle cifre stanziate, e non sul fabbisogno totale.
Quanto alle 11 condizioni del Comune, la prima (ripristino della morfologia naturale delle bocche) «produce solo effetti temporanei (1 o 2 anni) stante il grave stato di degrado della laguna, ma che diventano irrilevanti nei confronti di un'opera con una vita utile non inferiore a 100 anni», altre sette «non vincolano la realizzazione delle opere mobili», il punto relativo all'adeguamento progettuale del Mose «avrà pratica e automatica applicazione in relazione allo sviluppo progettuale». Quanto agli ultimi due punti su struttura permanente d'accesso e più efficienti opere dissipative si sostiene «che la conca di navigazione già prevista alla bocca di Malamocco nel progetto definitivo soddisfi con modesti adeguamenti l'esigenza indicata dal Comune stesso» e che le capacità dissipative «vengano inserite solo in una zona particolare del canale di bocca che è lontana dalle opere mobili e, quindi, da esse indipendenti».
Se le posizioni ambientaliste ostili al Mose troveranno in sede istituzionale una loro più o meno faticosa mediazione, come testimoniano i commenti politici a Ca' Farsetti sul dopo-Comitatone, pur improntati al "solito" braccio di ferro, in sede "civile" non ci sono compromessi che tengano e si annunciano i ricorsi. «Gli avvocati si stanno già muovendo - ha avvisato ieri il presidente della sezione veneziana di Italia Nostra, Maurizio Zanetto - Consideriamo il Mose una sciagura per la città, non per preconcetto, ma per fondati convincimenti». Su una linea consimile anche il Wwf Italia, per il quale «la decisione presa dal Comitatone rischia di essere un inganno sia per l'ambiente che per i cittadini». Il Wwf ha giudicato «gravissime» le dichiarazioni del ministro per l'Ambiente, Altero Matteoli, secondo il quale non esisterebbero più obblighi legislativi di Valutazione di impatto ambientale sul Mose . «Anche il Comune di Venezia - ha concluso il Wwf ricordando il ricorso al Tar - deve chiedere e pretendere che sia avviata la procedura di Via». Anche il Comitato "Salvare Venezia con la laguna", che coordina tutte le associazioni ambientaliste veneziane, ha annunciato che al ricorso già depositato al Tar contro le opere dissipative aggiungerà la richiesta di sospensiva immediata dei lavori. «I nostri timori si sono verificati tutti - ha sostenuto Stefano Boato -: giovedì prossimo a San Leonardo inizieremo la mobilitazione pubblica della città». Sul piano politico, se il Polo rossoverde per bocca del prosindaco Bettin ha rilanciato l'idea del referendum, il gruppo consiliare Ds ha sostenuto che l'opposizione locale, guidata da Renato Brunetta, è stata delegittimata e sconfessata dal suo stesso governo, e ha chiesto che il Comune si faccia promotore di iniziative pubbliche «per un grande confronto civile su questi temi».
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Dialogo tra E. Salzano e Piero Bevilacqua
La VIA sul MoSE, articolo di E. Salzano
Il Sistema MoSE: che cos’è
Una brutta pagina della sinistra veneziana
Il governo di centro sinistra della città ha contribuito all’approvazione della realizzazione del progetto esecutivo del MOS.E.
Una scelta scellerata che la città e la laguna pagheranno cara.
Il sindaco, da sempre convinto paladino del MO.S.E., è riuscito alla fine ad omologare le posizioni della sinistra cittadina a quelle del governo Berlusconi nella costruzione dell’opera di regime (né a poco valgono i pietosi distinguo o proclami postumi o le gentili concessioni governative di interventi integrativi).
Stupore e condanna soprattutto per coloro che nella sinistra passavano per gli acerrimi nemici del MO.S.E. (ma conta ormai così tanto l’attaccamento alle poltrone?).
Quell’equivoco tatticismo politico incomprensibile ai nostri elettori che ha impedito di affermare con chiarezza nelle sedi giuste che quel progetto non s’ha da fare perché è datato e sbagliato, che altri sono gli interventi che la città e la laguna attendono, ha condotto al brillante risultato che la nostra città, alla fine, dovrà sorbirsi il MO.S.E. con l’aggravamento aggiuntivo di una deleteria struttura di accesso permanente a Malamocco che penalizzerà il porto e di inutili dighe a mare i cui lavori a Malamocco sono peraltro già iniziati. E tutto ciò con il timbro della sinistra!
Purtuttavia, dopo tanto disastro e con la forza della ragione, siamo convinti che in questi due anni di mandato che restano alla sinistra, ci siano in città ancora tutte le condizioni per sapere ricondurre nelle giuste dimensioni le azioni per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna.
Il Mo.S.E.? Mettiamoci una pietra sopra!
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha affermato che il 29 aprile poserà la prima pietra del MO.S.E. Ma quanto peserà quella pietra su Venezia e sulla sua laguna? Quasi tutti i finanziamenti pubblici per la salvaguardia di Venezia e della laguna nel 2003 verranno impegnati per realizzare il progetto di dighe mobili.
Il governo fa ma non dice: la realtà del MO.S.E.
Il MO.S.E. entrerà in funzione solo tra 11 anni e con acque alte superiori a + 110 cm. Nel corso del 2002 ci sono state 111 maree sopra + 80 che hanno allagato le zone più basse della città, tra cui Piazza S.Marco.
I veneziani dovranno continuare a mettere gli stivali per un lungo periodo.
Verranno spesi 3700 milioni di euro per un’opera che dovrebbe realizzarsi in 11 anni e comunque non garantirà la salvaguardia complessiva di Venezia e della laguna. Ma soprattutto il MO.S.E. potrà avere pesanti interferenze con l’attività portuale e con il ricambio delle acque.
Subito entro 2-3 anni gli interventi alternativi al MO.S.E. per salvare Venezia con la Laguna!
Le Associazioni Veneziane affermano che eliminare le acque alte è possibile. Gli interventi alternativi per ridurre il fenomeno delle acque alte in modo efficace e senza compromettere l’equilibrio naturale mare/laguna sono:
alzare i fondali alle bocche di porto e ridurre il Canale dei Petroli;
diversificare il traffico portuale e creare un avanporto al Lido;
eliminare il traffico petrolchimico dalla laguna;
disinquinare le acque ed aprire le valli da pesca all’espansione delle maree.
Si devono dirottare i soldi del MO.S.E. subito verso questi interventi previsti dalle Leggi Speciali per Venezia.
ASSEMBLEA PUBBLICA
Giovedì 10 aprile ore 17.30, Sala S.Leonardo (Cannaregio)!
Comitato “Salvare Venezia con la laguna”
e-mail: salviamovenezia@libero.it
VENEZIA. La Provincia va fino in fondo nella sua battaglia giuridico-politica contro il via libera alla realizzazione del Mose e dagli annunci è passata alle vie di fatto. Ieri, ha così depositato al Tribunale amministrativo il ricorso che impugna l’atto con il quale il Comitatone ha dato il via libera al progetto esecutivo dell’opera e, da subito, alle opere «complementari», già in cantiere. Contestualmente, però, è stato chiesto ai giudici di attendere - per decidere - l’esito del ricorso che Ca’ Corner ha presentato alla Corte europea. «Mi aspetto che vengano sospesi immediatamente i lavori», commenta l’assessore Ezio Da Villa, «sarebbe grave che proseguissero: chi pagherebbe se poi i giudici dovessero darci ragione, ritenendo illegittimo l’iter di approvazione?». La giunta provinciale, infatti, sostiene che la procedura attuata dal Comitatone abbia violato una serie di norme: italiane (non è stata ripetuta la valutazione d’impatto ambientale, dopo che la prima Via era stata annullata dal Tar, mentre per le opere complementari si è proceduto solo con una Via regionale) ed europee. A questo proposito, si contesta che non sia stata seguita la direttiva Habitat 1992 che tutela i siti di interesse comunitario, com’è certamente Venezia e la sua laguna, e dunque non si sia acquisita una specifica valutazione d’impatto ambientale europea. Infine, si contesta anche la violazione delle norme sulle opere pubbliche, che prevedono gare d’appalto a livello europeo, dal momento che qui il Consorzio Venezia Nuova opera in regime di concessione unica. (r.d.r.)
Poca gente, aria stanca e rassegnata, un clima da sconfitta. Non è Baghdad ma sala San Leonardo dove i "soliti noti", che altro dire?, hanno invitato la Città per iniziare la riscossa contro il Mose. Ma la Città non s'è vista, e la mobilitazione generale, semmai ci sarà, non comincia sotto i migliori auspici. I rappresentanti delle associazioni ambientaliste coordinate dal Comitato "Salvare Venezia con la laguna", però, non sono né degli sciocchi né degli illusi e hanno messo bene a fuoco la situazione, sottolineando chiaramente il loro obiettivo: stanare il Comune e la Provincia.
Ha cominciato Cristiano Gasparetto (Italia Nostra), chiedendosi cosa fare dopo la sconfitta politica. «Dobbiamo fare mea culpa - ha sostenuto - per non essere riusciti a far capire alla gente che è possibile vivere senza l'acqua alta anche senza realizzare il Mose, e dunque dobbiamo mobilitarci tutti, a Venezia e in Terraferma, per la divulgazione delle conoscenze e dei pericoli che le dighe mobili rappresentano».
Facile a dirsi, ma Stefano Boato (Ecoistituto) ha messo il dito nella piaga. «Ciascuno di noi - ha sottolineato - ha fatto quanto ha potuto, ma non possiamo sopperire noi alla mancata informazione in città e un referendum senza informazione - ha aggiunto attaccando frontalmente la proposta del leader del Polo rossoverde, Gianfranco Bettin - è un controsenso». «Un alibi», ha aggiunto l'ex senatore dei Verdi Giorgio Sarto.
Boato ha poi ricordato che, durante la procedura di Valutazione di impatto ambientale sul progetto delle dighe mobili, aveva funzionato a Bacino Orseolo un punto informativo «velocissimamente demolito», e quindi ha criticato violentemente il Comune, da due anni inesistente sul fronte dell'informazione. «Dove sono le forze politiche - ha polemizzato -? dove le giunte? dove gli assessori alla Legge speciale e all'Ambiente? La responsabilità prima di informare la popolazione - ha concluso Boato - spetta all'istituzione, altrimenti la lotta col Consorzio è impari». L'assessore Paolo Cacciari, presente in sala, ha incassato in silenzio.
Nessuno del Comitato, ovviamente, ha scordato la via giudiziaria, da perseguire, è stato detto, ad ogni livello, per le tali e tante forzature compiute dal Governo e dal Consorzio Venezia Nuova. «C'è una dodicesima condizione - ha sostenuto Sarto -: visto che i lavori cominciano da un'inutile lunata bocciata dal Comune, perché il sindaco in Comitatone non ne ha chiesto il depennamento»?.
«Anche l'ultima delibera del Comitatone è un atto amministrativo», ha sottolineato il parlamentare diessino Michele Vianello invitandone l'impugnazione. «Un atto amministrativo - ha scandito - al quale il Comune ha detto sì, che dà il via libera alla progettazione esecutiva e alla realizzazione del Mose secondo il progetto definitivo, rimandando a studi successivi le undici condizioni del Comune».
Vianello ha sottolineato che di fatto il Comitatone ha riportato il progetto delle dighe al centro del processo di Salvaguardia. «Altro che concezione sistemica - ha polemizzato -! Tutto è ritornato indietro di 20 anni, e questo è il capolavoro fatto in Comitatone! Il Comune - ha aggiunto - doveva dire di no, perché ora è complicato dire "faccio il referendum" dopo aver detto di sì».
Vianello ha poi sottolineato il problema dello stato d'avanzamento dei lavori ai sensi della legge 139/'92 che la delibera del Comitatone, approvata dal sindaco Paolo Costa, dà per realizzato all'87 per cento (facendo riferimento ai fondi stanziati e non al fabbisogno) quando un ordine del giorno del Consiglio comunale lo giudica insufficiente. «Nella tanto vituperata Prima repubblica su cose così si cambiavano i sindaci», ha concluso, e anche Andreina Zitelli (che ha battibeccato con Cacciari) ha sottolineato il clima di debolezza e di indifferenza che sembra aver contagiato le forze politiche veneziane, augurandosi un rilancio nella chiarezza a partire dalle prossime amministrative.
Il Comitato ha concluso l'incontro con un documento in più punti per chiedere a Comune e Provincia: di far sospendere i lavori a Malamocco; di avviare da subito alternative al Mose incentrate su opere «sperimentali, graduali, reversibili» (pennelli removibili, bacini autoaffondanti, navi porta); rivedere l'intera progettazione e la scansione temporale degli interventi per diversificare il traffico portuale, anche con un avamporto al Lido; pretendere una Valutazione di impatto ambientale nazionale sul Mose (il presidente del Wwf, Fulco Pratesi, ha scritto in questo senso a Costa); costituire in entrambe le amministrazioni gruppi tecnici di lavoro che verifichino il rispetto formale e sostanziale delle leggi speciali e delle decisioni del Comitatone.
Silvio Testa
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Accordo al Comitatone sul Mose
Le scoperte del giorno dopo
Proteste per l’approvazione del MoSE
Non è frequente che un uomo del Sud, abituato agli orizzonti definiti da rocce e scogliere, si affezioni alla vastità senza confini di un paesaggio lagunare. Eppure Edoardo Salzano, napoletano, settantatré anni, urbanista, ex professore universitario e preside di Facoltà, vive da quasi trent’anni a Venezia e della laguna è appassionato. Ne è un custode perché a lungo l’ha studiata, a lungo ha affinato gli strumenti per tutelarla e per diffonderne la conoscenza. E a Venezia, di cui è stato anche assessore, alle sue isole, alla fauna e alla vegetazione della laguna, al suo disegno ramificato e venoso e alle minacce che gravano su di essa, è intitolata una delle sezioni più frequentate di un sito internet che ha aperto qualche tempo fa e che ormai è un repertorio ricchissimo di notizie, di commenti e di forum sul territorio, sul paesaggio e sull’urbanistica (l’indirizzo è www.eddyburg.it).
Agli occhi di Salzano la laguna è pregevole per le barene e per il gioco delle maree che le fa emergere e poi le sommerge. Per le isole maggiori (Murano, Burano, Torcello, San Francesco del deserto, Pellestrina, Sant’Erasmo), per il Lido o per le isole più piccole, sulle quali i veneziani costruivano conventi e lazzaretti e ci tenevano in quarantena le merci e i naviganti. Per le luci, che al tramonto salgono una scala che va dal rosa al rosso più intenso. Ma anche perché è un laboratorio. «È il risultato di un’applicazione intelligente dell’azione umana alla natura», spiega, «un’applicazione che usa strumenti come il tempo, il flusso delle maree, le fasi della luna. E che si serve di una costante manutenzione, costruendo assetti sempre diversi». Un caso esemplare, insomma. Modernissimo.
La laguna non è un elemento stabile. «È una fase transitoria, un momento di passaggio nel conflitto fra le acque che vengono dai fiumi, e che portano il limo, e le acque che vengono dal mare e che quel limo tendono a farlo uscire dal bacino. Se vince la forza dei fiumi la laguna diventa uno stagno, se vince la forza del mare, la laguna diventa mare». I veneziani volevano conservare la laguna per motivi economici. Serviva per costruire e per riparare le barche in acque tranquille. E con i suoi pesci, dava da mangiare.
«La Repubblica di Venezia ha mantenuto per secoli questo equilibrio. Giovanni Astengo, grande urbanista, citava sempre un canale detto "della scomenzera". Nel suo nome era iscritto un metodo: ogni volta che si "scomenzava", che si avviava un’opera in laguna, tutti osservavano gli effetti che si producevano. E solo se le conseguenze non erano dannose si andava avanti, altrimenti si ricominciava daccapo».
Da un certo momento in poi l’equilibrio è saltato. E il sintomo più appariscente di questa rottura è l’acqua alta, che, con particolari condizioni di clima, sommerge parte del centro storico di Venezia. La laguna ha mostrato un volto matrigno e ostile (terribile l’alluvione del 1966). Ma l’acqua alta non è una malattia che la città trascina con sé nei secoli, la patologia naturale con cui sconta la fragile convivenza fra le sue terre e il suo mare. L’acqua alta è una malattia storica, insiste Salzano. Fino al 1962 – sono dati forniti dal Consorzio Venezia Nuova, la cui mole di studi storici e di storia del territorio è imponente – l’acqua alta non era un fenomeno preoccupante: nel decennio che inizia nel 1953 sono 18 le volte in cui il livello della laguna supera i 110 centimetri. Dopo il ‘62 le inondazioni crescono vistosamente: 32 nel decennio fino al '72, 37 in quello successivo. Nel decennio 1993-2002 schizzano a 53.
Se è un problema storico e non dipende dalla fisiologia lagunare, l’acqua alta avrà pure delle cause. Una si trova nei libri di Luigi Scano, Venezia terre e acqua, scritto nel 1985, e di Piero Bevilacqua, Venezia e le acque, del 1995 (nuova edizione nel 1998). La storia inizia nel Cinquecento, quando Cristoforo Sabbadino, tecnico idraulico alle dipendenze della Repubblica, sostenne l’urgenza di una serie di interventi che restituissero alla laguna la sua massima capacità di funzione, evitando ogni opera che ne riducesse la capienza: il "sovracomun", come si chiamava l’acqua alta, non era dovuta – assicurava Sabbadino – all’"alciamento" del mare, bensì al restringimento del bacino causato dal sedimento lasciato dai fiumi che in essa sfociavano. Per questo motivo nei decenni successivi furono deviate le foci di molti fiumi fuori dalla laguna e rimossi tutti gli ostacoli che impedivano in essa l’ingresso e l’espansione dell’acqua. Misure rigorose, punizioni severissime vennero adottate contro chi interrava porzioni della superficie d’acqua per ricavarne terreni coltivabili o per arginature e bonifiche, o contro chi si azzardava a privatizzare dossi, barene e paludi per attrezzarvi una coltivazione di pesci.
«Venezia imparò a vivere in un ambiente vulnerabile. Accumulò sapienza e competenze, che divennero le basi della sua forza», ricorda Salzano. I suoi eroi erano tecnici idraulici, pescatori e boscaioli. E sui loro saperi si consolidò una classe dirigente che garantì alla città continuità di governo e ricchezza. «La condizione anfibia ha spinto Venezia ad attuare pratiche di salvaguardia naturale, senza strappi, pur ricorrendo alle "grandi opere" di quei tempi: la deviazione dei fiumi e la costruzione, nel 1744, dei Murazzi, una barriera di pietre che corre lungo il limite esterno della laguna».
Crollata, a fine Settecento, l’autonomia della Repubblica, Venezia imbocca un’altra strada. Nel corso dell’800 vennero interrati canali e rii nel centro storico, riducendo la capienza del bacino. Nel 1917, poi, iniziò l’avventura industriale di Porto Marghera che produsse tanti veleni, ma anche l’ulteriore interramento di altre porzioni di laguna. Secondo i calcoli di Scano, il bacino lagunare ha perso nei decenni 7 mila ettari, mentre altri 8 mila sono stati sottratti con gli sbarramenti delle valli da pesca: circa un terzo della sua superficie totale. Contemporaneamente si aumentava la profondità delle bocche di porto e si scavavano canali perché le navi potessero raggiungere il porto. A metà degli anni Sessanta, all’imboccatura di Malamocco, si arrivò fino a una quota di meno 57 metri per consentire alle petroliere di scaricare e caricare greggio nei depositi di Marghera.
Queste due condizioni - laguna più stretta, fondale più basso – sono sconvolgenti rispetto agli equilibri passati e accelerano l’ingresso del mare in laguna, spiega Salzano. E’ come se si aprisse un rubinetto al massimo e l’acqua finisse in un recipiente nel quale un burlone avesse sistemato tante pietre: l’acqua esce ed è così che Venezia finisce sotto.
Per contenere l’acqua alta si è avviato, alla fine degli anni Ottanta, il progetto del Mose (acronimo per Modulo sperimentale elettromeccanico), la cui prima pietra è stata posata da Silvio Berlusconi nel maggio scorso. Il Mose è un sistema di dighe mobili costruito alle bocche di porto del Lido, di Malamocco e di Chioggia. Sul fondale verrà sistemata una grande struttura in cemento sulla quale saranno montate delle paratoie. Le paratoie si innalzano quando il livello del mare supera i 110 centimetri, e restano erette tanto quanto dura il fenomeno e poi rientrano sul fondo.
Secondo i tecnici del Consorzio Venezia Nuova, il raggruppamento di imprese che ha messo a punto il progetto, l’uso delle paratoie sarà molto limitato. Si eleveranno, assicurano, fra le 3 e le 5 volte ogni anno: tante volte, infatti, l’acqua del mare ha superato mediamente negli ultimi anni il livello dei 110 centimetri (ma, informano le stesse fonti, nel solo dicembre 2002 si sono verificati 15 scavalcamenti di quella quota). Niente paura, giurano, per la vita della laguna che ha bisogno di un continuo riciclo d’acqua onde evitare di trasformarsi in un lago, il che ne certificherebbe la morte, e con la morte della laguna la morte di Venezia.
Salzano è un avversario del Mose (e con lui la gran parte del fronte ambientalista: Italia Nostra veneziana ha preparato un voluminoso dossier). Ai suoi occhi, a parte tante questioni tecniche, è un grande artificio che confligge con la storia di manutenzione naturale di cui Venezia può menar vanto. Ed è un’opera costosissima, aggiunge: 2 miliardi 300 milioni di euro per progettazione e realizzazione (3 miliardi 700 milioni, secondo altre fonti); 9 milioni di euro ogni anno per gestione e manutenzione. Inoltre, insiste, «non è detto che funzioni e con quei costi non possiamo permetterci una "grande opera" che non offra certezza assoluta di risultati» (Gli esami per il Mose iniziano a metà anni Novanta: voto favorevole di un collegio internazionale di esperti - luglio ‘98 - e della Regione - ottobre ‘98 -, voto negativo - dicembre ‘98 - da parte della Commissione Via, Valutazione di impatto ambientale, poi annullata dal Tar per vizio di forma).
La disputa sul Mose prosegue da anni, divide i tecnici e gli schieramenti politici (gli argomenti a suo favore vengono riassunti nel box qui accanto). Le dighe dovrebbero funzionare nel 2011. E fino ad allora Venezia dovrà comunque convivere con l’acqua alta. «Il cantiere avrà un impatto pesantissimo in laguna», aggiunge Salzano. «Sul fondale marino saranno sistemati enormi cordoni di calcestruzzo che interromperanno la continuità che sempre ha tenuto legata la laguna al mare aperto».
Un’alternativa vera al Mose non c’è. O almeno non c’è nulla di tecnologicamente così dirompente. L’alternativa rimanda a una diversa idea di Venezia, fonda le sue ragioni sulle cause dell’acqua alta, proponendosi di eliminarle o quantomeno di attutirne gli effetti. Già dalla prima giunta di Massimo Cacciari si sono avviate due operazioni (che proseguono ora con l’amministrazione di Paolo Costa): la pulizia e lo scavo dei rii, intasati da sedimenti e rifiuti e ormai otturati, per ripristinare la loro antica capienza e consentire all’acqua di espandersi con più agio; e l’innalzamento della superficie cittadina fino a una quota di 120 centimetri. Sono questi gli interventi di "cuci e scuci", come li chiama Salzano, di cui hanno bisogno Venezia e la laguna. Salzano cita il Laboratorio Grandi Masse del Cnr, secondo il quale queste e altre "piccole opere" (riapertura di parti di laguna occluse, rimodellamento dei fondali, ricostruzione del tessuto dei canali naturali, per esempio) potrebbero ridurre mediamente di 20-25 centimetri le punte massime di marea. «Ciò significherebbe», aggiunge Salzano, «che la frequenza delle acque alte si ridurrebbe a pochi giorni l’anno, così come è sempre stato da che Venezia è Venezia».
(4. Fine. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 23, il 28 agosto e l’11 settembre) La difesa
Le ragioni del Mose LA DIFESA del Mose si fonda su alcuni argomenti. Secondo i tecnici che lo stato realizzando, nel Novecento il suolo lagunare si è abbassato rispetto al livello del mare di oltre 23 centimetri. Ciò è dovuto alla crescita del livello del mare (eustatismo) e all’abbassamento del suolo (subsidenza). È questa, a detta degli stessi tecnici, la causa principale delle acque alte. Lo scavo del canale dei petroli è stato una delle cause del degrado della laguna, ma non avrebbe rilevanza sul fenomeno. Basti pensare, aggiungono, che quando vi fu l’alluvione del 1966 non era ancora stato scavato.
L’ipotesi che interventi come l’apertura delle valli da pesca e il "tombamento" del canale dei petroli possano ridurre i livelli di marea in laguna, secondo i tecnici del Mose, è stata sottoposta ad analisi. Ma i risultati avrebbero dimostrato che questi interventi non possono avere effetti sulle acque alte. Inoltre il sollevamento di intere parti di territorio non basta perché restano notevoli incertezze sia sui modi che sui risultati. Interventi di questo tipo, soprattutto, non sarebbero in grado di assicurare un sollevamento uniforme. Sono dunque improponibili in centri storici preziosi e fragili come quelli delle città lagunari.
Oggi "la madre di tutte le leggi speciali per Venezia" (la 171) compie 30 anni. Approvata in Parlamento il 13 aprile 1973 è stata firmata tre giorni dopo da Leone - allora presidente della Repubblica - Andreotti, Gullotti, Malagodi, Taviani, Scalfaro, Gonella. È datata, dunque, 16 aprile 1973.
La legge 171 è figlia del 4 novembre 1966, a sua volta madre di tutte le acque alte, un evento epocale che ha segnato nell'esistenza della città di San Marco lo spartiacque fra due culture: quella dello sviluppo - per lo più incontrollato - e quella della conservazione, più avveduta e premiante.
La vita della comunità è stata in questi trent'anni del tutto condizionata da detta legge, fitta di indicazioni, vincoli, intimazioni. E, soprattutto, generosa di risorse. Per essa si sono sviluppate nuove opportunità, sono stati suscitati intrecci di colossali interessi ed esemplari passioni civili, si sono infranti sogni che erano offesa alla storia ed al mito. È stato arrestato l'incombente regresso.
Se non è pensabile di poter dare la misura delle energie che quella legge ha sprigionato, e men che meno ridurle ad una elencazione che stia entro uno scritto di giornale, è lecito riecheggiare - pur nella più rapida sintesi e semplicazione - alcuni passaggi di quella temperie che - sull'onda dell'"aqua granda" del '66 - è stata principio di rinnovamento o piuttosto rivoluzione per cui il mito "progressivo" dell'espansione dell'area industriale, ritraendosi, ha lasciato spazi sempre più ampi alla ricostruzione o almeno alla salvaguardia di ciò che resta. Penetrati molti dei segreti della natura, è stato possibile formulare un programma di difesa del tessuto urbano che per l'operare di detta legislazione è ancora pensabile quale scrigno affollato di risorse per un domani anche lontano.
Quella legge aveva trovato sulle barene il progetto di creare - con i fanghi di un grande canale già in corso di éscavo - cinque estesissime casse di colmata, protese verso la bocca di porto di Malamocco, sulle quali si sarebbe andati ad edificare un'enorme, vessatoria terza zona industriale. La laguna, a sua volta, gravata da processi naturali - o inescati da antiche e recenti interferenze - era recapito di ogni indecenza dei nostri dì. Con l'acqua, anche l'aria soffriva. E soffrivano le Pietre.
Parte di questi pericoli più non esistono o si sono attenuati. Ad altra, sostanziosa, è stata posta mano ed è da ritenere ancora sarà posta nel prossimo futuro, pur nella continuità delle tergiversazioni, dei temporeggiamenti, dei tentativi, errori, sprechi, contraddizioni, frammezzo a critiche, biasimi, impulsi irosi, in un mare di bisogni, disagi, emergenze.
Se un tempo la laguna veniva lastricata di ducati - così ha riconosciuto uno scrittore di eventi idraulici - oggi ben si può dire che lo è di lire: 14 mila miliardi. Sia il compimento dell'opera giunto ad un terzo, lo sia a mezzo, il cammino è ancora lungo. Domani il manto steso sulla laguna si potrà dire costituito da euro. La 171 ha figliato e lo farà ancora, almeno fino a quando il Mose non sarà cosa fatta e avrà guadagnato pieno successo: ha generato la 798 dell'84, la 139 del '92, la 539 del '95, la 515 del '96, la 345 del '97, la 295 del '98, la 448 del '99, la 388 del 2000, la 448 del 2001. Ha messo lo zampino anche nella 166 del 2002. Così prolifica la legislazione per Venezia, che ha subito ampie correzioni, aggiunte, aggiornamenti.
Augusto Pulliero
Impossibile fornire un elenco dei lavori eseguiti in questi trent'anni e valutarli singolarmente nella loro efficacia. Unico metro è il rapportare il tutto all'importo globale speso anche se in esso entrano dispersioni, sprechi o qualche strafalcione. Fra quelli di competenza dello Stato (per 2.774.655.000 euro) - eseguiti dal Magistrato alle acque in amministrazione diretta o dal Consorzio Venezia Nuova da citare per primo, per il suo valore simbolico, l'apertura delle casse di colmata. Nel 2002, comunque, erano stati chiusi 93 cantieri e se ne andavano completando 44: marginamenti a difesa degli abitati dalle acque alte in città e nelle isole (da segnalare l'innalzamento dell'insula dei Tolentini e l'intervento in Malamocco); rafforzamento dei moli foranei; difesa dei litorali (spicca la nuova spiaggia lungo tutta l'isola di Pellestrina); messa in sicurezza di discariche e località inquinate; ricostruzione di ponti, rifacimento di barene; dragaggi allo scopo di vivificazione di siti lagunari asfittici; restauro di edifici demaniali e di carattere storico. E studi. Tantissimi. E progettazioni per l'intervento alle bocche di porto, che hanno impegnato centinaia di consulenti e diversi istituti stranieri.
L'amministrazione comunale ha operato con 1.710.116.000 euro. All'inizio il ritmo di utilizzo degli stanziamenti per il restauro della edilizia minore è stato lento, quasi indolente. A dieci anni dall'emanazione della legge nessun privato aveva ancora ricevuto un qualche contributo, forse a causa dell'imperante eccessivo timore di speculazioni e, anche, per la farragginosità delle procedure imposte dal decreto di risanamento allegato alla legge. Fra gli interventi sviluppati con qualche ritardo pure lo scavo dei rii divenuto però oggi uno dei fiori all'occhiello del Comune, ovvero di Insula. Per il risanamento degli immobili da destinare alla residenza sono stati impegnati 629 milioni di euro su 730 disponibili, per la realizzazione di opere di urbanizzazione 144 su 182, per contributi a privati 154 milioni su 181, per l'acquisizione di aree da destinare ad insediamenti produttivi 105 su 128, per il progetto integrato rii 187 su 187.
La Regione è quella che ha speso meno di tutti in proporzione a quanto assegnatole (il 30 per cento di 1.708.045.000 euro). Da ricordare il suo contributo alla realizzazione del progetto integrato rii nonché gli interventi a prevenzione dall'inquinamento nei territori del comuni della gronda lagunare e direttamente a Marghera, su acquedotti, ospedali, consorzi di bonifica e di disinquinamento.
Poi ci sono gli interventi operati a Chioggia (impegnati 162 milioni di euro su 269), e i contributi ad enti culturali e religiosi.
Scopo precipuo della legge speciale è stato quello di spingere le istituzioni veneziane ad adottare un nuovo modello di sviluppo ben più cauto che per il passato, con fondamento primario nella protezione dei valori culturali e sprone al risanamento. Essenziale nella nuova normativa è stata la attestazione che "la salvaguardia di Venezia e della sua laguna è problema di interesse nazionale". Sono state adeguatamente scisse le competenze fra Stato, Regione e Comune a dirimere ogni conflitto di competenza; è stata istituita la commissione di salvaguardia; sono state fissate indicazioni propedeutiche agli interventi intesi a controllare il fenomeno delle acque alte "in nessun caso rendendo impossibile o compromettere il mantenimento della unità e continuità fisica della laguna"; indicato, altresì, come procedere ad un primo risanamento delle acque, come al restauro conservativo dell'abitato, come alla stesura di un piano comprensoriale. Per il vero queste due ultime indicazioni della normativa sono state le più dibattute e trasformate. Infine, lo stanziamento, nel 1973, dei primi 300 miliardi di lire, seguiti da altri 14 mila (7.029.977.000 euro).
L'ultimo impegno deliberato è quello del Cipe pari a oltre novemila miliardi di lire (per la precisione 4.785 milioni di euro) in netta prevalenza destinati alla realizzazione del sistema Mose.
Gli anni fra il '66 ed il '73 furono densissimi di polemiche. Avanti alla sua emanazione, della 171 sono stati stesi almeno sette testi. Mezzo mondo si sentiva veneziano, la città intera stava duellando, divisa fra quanti testimoniavano della imprevedibilità dell'evento '66 e quanti, con la forza di una mareggiata politica di pari impeto di quella adriatica, si proponevano di spazzar via tutta la classe politica allora al potere. In quel tempo una foto di gruppo avrebbe messo assieme personaggi di cui oggi è doveroso ricordare il nome, da qualsiasi parte militassero. Ministri di alto bordo: Emilio Colombo, Antonio Giolitti, Salvatore Lauricella, Ugo La Malfa, Bruno Visentini, Mario Ferrari Aggradi; sindaci: Giovanni Favaretto Fisca, Giorgio Longo, Mario Rigo; politici in salita in discesa o soltanto testimoni: Wladimiro Dorigo (criticissimo nei confronti della nuova normativa), Giobatta Gianquinto, Gianni Pellicani, Gianni De Michelis, Gaetano Zorzetto, Vincenzo Gagliardi, Luigi Scano; giornalisti: Giovanni Spadolini, Dino Buzzatti, Indro Montanelli, Sandro Meccoli, Giulio Obici; membri di Italia Nostra: Teresa Foscari Foscolo, Anna Maria Cicogna, Antonio Casellati, Giorgio Bellavitis, Giampietro Puppi, Pino Rosa Salva; i giovani del Fronte; per finire con Renè Maheu dell'Unesco e Raffaele Mattioli, il procuratore dei primi fondi internazionali.
Fischia il vento e anche la sirena, quando il cavaliere esce dall'aula magna del collegio Morosini. Alle 13.10 attraversa il pontile, si confonde con le pietre nella chiatta e «vara» ufficialmente il Modulo sperimentale elettromeccanico. La Grandi Opere Spa del governo mette la prima pietra in laguna. Con tanto di pergamena benedetta dal patriarca Angelo Scola: «Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi inaugura il sistema Mose per la salvaguardia di Venezia a futura memoria della città e del mondo». Una cerimonia virtuale, in pompa magna, contestata dagli studenti dell'area Disobbedienti e da un piccolo corteo di battelli con le bandiere rosse di Rifondazione e dei Verdi. Fioccheranno le denunce? Di certo, a Venezia non tutti si sono bevuti i proclami ufficiali di premier, ministri (Lunardi, Matteoli, Buttiglione e Bossi) e il governatore della Regione Galan affiancati dal sindaco Paolo Costa targato Margherita.
Il Mose, infatti, continua a separare due schieramenti. Gli entusiasti cultori della mega-opera che il Consorzio Venezia Nuova propugnava fin dai tempi del «doge» De Michelis. E gli ecoscettici, criticamente attestati sulle posizioni ben radicate anche nella maggioranza che amministra Venezia.
Il Mose dovrebbe salvare la città e anche Chioggia dalle ondate di alta marea superiori ai 110 centimetri. Un sistema di paratoie mobili alle tre bocche (Lido, Malamocco, Chioggia) tutte agganciate a basi di cemento armato sul fondo marino. Dovrebbero scattare, appunto, ogni volta che la marea diventa pericolosa per Venezia. Ma il progetto del Ministero delle Infrastrutture in collaborazione col Magistrato alle acque affidato alla realizzazione del Consorzio Venezia Nuova, costa ben 2,3 miliardi di euro. Ma soprattutto comporterà una spesa di circa 9 miliardi di euro di manutenzione all'anno. E serviranno almeno otto anni di lavoro con un migliaio di persone addette a costruire la mega-opera. Si è cominciato dalla scogliera al largo di Malamocco e dalla prima pietra di ieri...
Una cerimonia «blindata» per le autorità. Ma lungo il canal grande la contestazione è stata visibile anche agli ignari turisti. Tant'è che da una delle barche del «corteo» sono stati gettati in acqua un Mose in polistirolo e un altro galleggiante con la scritta «No a Berlusconi a Venezia». I manifestanti hanno poi intonato Bella ciao e Bandiera rossa.
Da parte sua Gianfranco Bettin, prosindaco di Venezia e vice-presidente nazionale dei Verdi, commenta così l'inaugurazione berlusconiana: «La posa della prima pietra del Mose, cioè del “ geniale sistema di tutela ambientale più avanzato del mondo”, secondo lo sproposito appena declamato dal Presidente del Consiglio, al di là delle apparenze da inaugurazione di regime non è altro che una patacca mondiale, un propagandistico atto a uso elettorale. Come ormai è stato ben chiarito, le opere che Berlusconi inaugura oggi non sono che complementari al sistema di difesa complessivo della laguna, sono opere avviate da anni delle quali il suo governo non porta alcun merito o che, per altri versi, il governo Berlusconi ha solo peggiorato». Conclude Bettin: «In realtà, oggi Berlusconi inaugura (si fa per dire) un'opera di cui non è ancora stato predisposto il progetto esecutivo, che non è stata sottoposta a Valutazione di Impatto Ambientale ma che già oggi risucchia risorse altrimenti destinate a interventi ben più urgenti (scavo, rialzo, pavimentazioni, interventi ai litorali e alle bocche di porto) oltre che alla manutenzione e al restauro della città. Si tratta quindi di una patacca davvero costosa, oltre che rischiosa e probabilmente inutile».
La chiamano già «ferrovecchio», anche se dovrebbe entrare in funzione soltanto tra otto-dieci anni (per ben che vada). E’ che del sistema Mose si parla ormai da un trentennio. Non so se «fero vecio» sia il termine più indicato. Fatto sta che nell’epoca attuale, tecnologicamente così frenetica, qualsiasi macchinario che abbia una progettazione così datata viene pacificamente ritenuto obsoleto. Mi viene da pensare a certi impianti industriali di Porto Marghera, che pur coetanei del Mose sono già ritenuti pericolosi, oltre che fuori mercato. Ma ho l’impressione che la vicenda-Mose assomigli sempre di più ad un dialogo tra sordi. E con qualche sgradevole sensazione in più.
Se da un lato infatti si continua a invocare almeno un attimo di ripensamento e di approfondimento soprattutto di fronte alle profonde e irreversibili modifiche del territorio cagionate dagli affannosi lavori in corso, dall’altro lato (Consorzio Venezia Nuova e Magistrato alle acque) si procede imperterriti, sempre più a spron battuto e in barba a qualsiasi anche minima richiesta di chiarimenti, di trasparenza e di verifica.
Proprio in questo ultimo periodo, il sindaco di Venezia ha provveduto alla nomina di un nuovo gruppo di esperti, con l’incarico di riesaminare l’iter delle procedure e dei lavori relativi alla attuale fase propedeutica al sistema di chiusura delle bocche di porto. L’intento (persino ovvio) è quello di riportare il Comune al centro di ogni decisione concernente le politiche di salvaguardia di Venezia, riappropriandosi un ruolo che gli è stato sottratto, soprattutto negli ultimi anni, a seguito di tendenze assolutistiche e accentratrici, di cui la «normativa Lunardi» si è resa chiara interprete.
Ma questa nuova richiesta di «altolà» è oggi ancor più pressante e rilevante rispetto alle richieste del passato, proprio perché si colloca in un momento storico ben preciso, che costituisce per così dire il punto di non ritorno. Chi abbia avuto occasione o voglia di recarsi in quest’ultimo periodo all’isola del bacàn o al porto di Malamocco, o sui Murazzi, ha potuto riscontrare personalmente lo stravolgimento ambientale in corso. Ma, pur grave, il problema non è soltanto di tipo estetico o ambientalistico. Il fatto ancor più grave è che i lavori sono giunti a un punto di non ritorno, perché si stanno per iniziare dei lavori di cementificazione e di costruzione di barriere e fondali non più reversibili. E ciò, ancora una volta, in barba alla normativa generale di salvaguardia e di tutela dalle acque medio-alte, ma soprattutto senza tener conto di alcune novità, tecnologiche e scientifiche, che sono emerse negli ultimi anni.
Da un lato, infatti, le nuove emergenze sulle mutazioni climatiche e sulla situazione delle acque marine e dei fondali consiglierebbero (sarebbe meglio dire imporrebbero) la rivisitazione di un’opera concepita ormai qualche decennio fa. D’altro canto, sono stati presentati negli ultimi anni alcuni progetti tecnologici alternativi al Mose, che hanno sicuramente il pregio della reversibilità, che sono molto meno «impattanti» e che danno la possibilità di verificarne efficacia ed efficienza sul campo rapidamente ed in modo definitivo; ma hanno forse un grave difetto: quello di costare troppo poco rispetto al sistema Mose, anche dieci o venti volte di meno.
Ma su questi progetti alternativi, per il momento, nulla di specifico concreto e serio è dato di sapere da parte del Magistrato alle acque (e da parte del suo concessionario unico): caso esemplare di totale mancanza di trasparenza e di correttezza nei confronti non solo dei proponenti, ma della stessa città. Né il Comune di Venezia o altri sembrano per il momento in grado di interloquire o di imporre alcunché, tanto meno una rapida sperimentazione.
A meno che, nei prossimi giorni non venga dato contenuto concreto alle critiche di irregolarità amministrative e di violazioni della normativa statale e comunale formulate da più parti (Legge speciale per Venezia, norme urbanistiche come il Piano regolatore e le sue Varianti, norme paesaggistico-territoriali come il Palav ed i suoi vincoli, norme europee di tutela ambientale). E in tal caso si imporrebbe allora, da parte comunale, un forte e deciso intervento per il blocco dei lavori, da richiedere però e purtroppo in sede nazionale.
Non mi nascondo le difficoltà di tale percorso, soprattutto di fronte ad una maggioranza regionale e governativa nazionale, che anche del Mose sembra aver fatto quasi una bandiera di efficienza. Il guaio è che dei guasti e degli sperperi dovuti a tale sistema si potranno rendere conto anche tutti coloro che finora, per ragion di «partito», si sono comportati da ciechi e sordi solo quando sarà ormai troppo tardi.
Lo squadrone di persone (tecnici e dirigenti, pubblici e privati) messo in campo dagli aficionados del Mose (e dei suoi rilevantissimi benefit, presenti e futuri) si è sempre guardato bene dall’incorrere in qualsiasi pur minimo vizio formale o giuridico. Non so quindi se sarà possibile cogliere costoro «in flagranza» di qualsiasi svista o irregolarità, pur banali. Ritengo però che la questione vada affrontata principalmente da un altro punto di vista, che è quello della politica: fatti e non parole.
Ed è sotto questo punto di vista che si dovrà giocare la partita, da una parte imponendo un ruolo di centralità decisionale per l’amministrazione comunale, dall’altra pretendendo con la massima urgenza una convocazione del cosiddetto Comitatone, all’interno del quale far pesare politicamente la volontà espressa dai cittadini in occasione delle elezioni di questa primavera. Volontà espressa con l’approvazione dei programmi di tutti i partiti del centrosinistra da una maggioranza ampiamente contraria alla prosecuzione di questi lavori. Sulle orme delle prescrizioni e dei giudizi formulati dal precedente Consiglio comunale, che aveva unanimemente deliberato che «il parere al progetto definitivo non può essere che negativo». Per di più in presenza di sistemi alternativi meno impattanti, sicuramente reversibili e molto meno costosi.
Un'ampia descrizione della Laguna e degli interventi che la stanno distruggendo negli scritti di E. Salzano La Laguna di Venezia e gli interventi proposti (2003) e Venezia: un presepio vuoto per i turisti (2005). Numerosi altri articoli e documenti nella cartella Venezia e la sua Laguna
Silvio Testa,
«La composizione dell'Ufficio di Piano non incoraggia…”
«La composizione dell'Ufficio di Piano non incoraggia una visione super partes». Anche per il sindaco, Paolo Costa, l'Ufficio di Piano così come risulta per decisione del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è troppo fortemente sbilanciato pro Mose, e ieri lo ha detto alla fine della riunione di maggioranza pretesa dai Ds, dai Verdi e da Rifondazione sui temi della Salvaguardia, dopo l'ennesimo schiaffo subìto da Roma.
Che lo pensi davvero, chissà, ma sta di fatto che alla fine di una riunione tesissima, col sindaco messo in stato d'accusa soprattutto da Rifondazione, la presa di distanza ufficiale di Costa è venuta. Il sindaco forse sperava di uscirne indenne, con la notizia che un decreto del Governo consentirà al Comitatone di stornare per la città quota parte dei fondi stanziati per il Mose, come l'anno scorso, ma non è bastato. «Non si svende la Salvaguardia per quattro palanche», lo ha attaccato il capogruppo di Rifondazione, Pietrangelo Pettenò, e dunque sullo sfondo resta sempre in piedi lo spettro di una crisi e l'opzione del referendum sul Mose.Su proposta di Sprocati, un gruppo di lavoro ristretto preparerà un documento da portare in consiglio comunale per ribadire la sperimentabilità di interventi alternativi alle bocche di porto e per rilanciare gli 11 punti, e soprattutto per bollare a fuoco le forzature e i tranelli del Governo nell'anno trascorso. «E la mozione - ha spiegato Pettenò - dovrà essere approvata prima del Bilancio e essere vincolante per il sindaco, quando andrà in Comitatone. Costa dovrà sbugiardare Berlusconi, e dirgli chiaro che ci ha imbrogliati».
Quanto al referendum, «se continuerà a mancare l'interlocutore - ha aggiunto Gianfranco Bettin (Verdi) - più di qualcuno, e non solo tra noi che l'abbiamo proposto, si è espresso per chiedere il giudizio dei cittadini. Anche il sindaco ha detto di non averne paura». Ma il referendum, ha proposto Pettenò, non dovrà essere "Mose sì, Mose no". «Dovrà indirlo la giunta - ha spiegato - e il quesito dovrà riguardare l'approccio sistemico alla Salvaguardia, in modo che sia l'intera città a schierarsi sugli 11 punti».
Per il Comune, che ha voluto l'Ufficio di Piano tanto da inserirne l'istituzione tra i famosi 11 punti, il nuovo organismo doveva diventare la plancia di comando tecnica per la revisione del Piano generale degli interventi in laguna, con tempistica e finanziamenti tali da garantire la visione sistemica che Venezia chiede e l'avvio della sperimentazione di vere e reversibili opere dissipative alle bocche di porto, tali da imporre anche modifiche al progetto esecutivo del Mose.
Secondo il Comune, invece, ciò non è ora più garantito per la presenza nell'ufficio di Piano di persone come Aldo Rinaldo, che ha collaborato alla stesura dello Studio di impatto ambientale del Mose, o di Philippe Bourdeau e Pierre Vellinga, che col collegio dei 5 saggi internazionali rovesciarono la Valutazione di impatto ambientale negativa sul progetto, o del direttore del Ministero dei Beni culturali, Roberto Cecchi, che in Salvaguardia ha "commissariato" sul Mose la Soprintendenza veneziana, per non parlare dei rappresentanti dei ministeri e della Regione.
«L'unico aspetto positivo - ha sottolineato il sindaco - è che l'Ufficio sarà un momento di trasparenza nelle procedure, e proprio per questo il Comune dovrà creare al suo interno una struttura tecnica in grado di interloquire a tutti i livelli». Una sorta di "Contro Ufficio di Piano", ha spiegato Costa, che avrà il compito di predisporre una sorta di "interpretazione autentica" degli 11 punti e costringere il Comitatone a fare i conti su ciò che davvero il Comune vuole.
Sulla presenza nell'Ufficio di Piano, quale rappresentante del Comune, di Ignazio Musu, già tra i saggi internazionali, già consigliere comunale dimessosi in polemica con gli 11 punti, in maggioranza non ci sono stati bracci di ferro. «Non c'è nessun caso Musu - ha almeno detto Costa -. La nomina è avvenuta in base ad accordi tra più enti, e anzi credo che la presenza di Musu sarà assai utile in un organismo così sbilanciato».Nè vi saranno diffide verso il Magistrato alle Acque e il Consorzio a tener le bocce ferme in attesa del Comitatone e della sentenza del Tar sui ricorsi contro il Mose. Pareva che i Ds le pretendessero, «ma nessuno ne ha parlato», ha ricordato Costa. «È ben vero - ha però spiegato l'assessore alla Legge speciale, Giampaolo Sprocati - che se Magistrato & Consorzio avvieranno contratti o opere dimostreranno di non voler ottemperare agli 11 punti, e allora il Comune trarrà le sue conseguenze».
Alberto Vitucci
«Sospendere l’iter del Mose»
La maggioranza propone un Ufficio di Piano «alternativo»
VENEZIA. Un Ufficio di Piano «alternativo» e la richiesta al Comitatone di sospendere l’iter del progetto Mose in attesa dei risultati delle sperimentazioni. E’ questo l’esito della riunione dei capigruppo di maggioranza con il sindaco Paolo Costa sull’emergenza salvaguardia.
Una riunione convulsa, con qualche momento di tensione e urla tra il capogruppo di Rifondazione Pietrangelo Pettenò e il sindaco Costa. «Ci hanno preso in giro per un anno», gridava Pettenò, «i nostri 11 punti non li hanno mai considerati, invece sono andati avanti con il Mose a tutta forza, incassando il sì del Comune. Abbiamo di fronte gente che bara, non ci possiamo più fidare». Se il Comune non prenderà una posizione chiara entro febbraio, annuncia Pettenò, Rifondazione non voterà il bilancio e uscirà dalla giunta. «Non ci stiamo a fare la foglia di fico di scelte che non condividiamo», dice.
Un anno dopo, Rifondazione ammette dunque di essersi sbagliata. Era partita proprio dall’assessore all’Ambiente Paolo Cacciari l’idea di «mischiare le carte della salvaguardia», chiedendo di inserire nel progetto «una struttura di accesso permanente» per le navi e altri undici punti come condizione per dire di «sì» al progetto. Ma i punti non sono mai stati accolti. Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio ha nominato l’Ufficio di Piano. Ed è nato un altro putiferio. «Sono tutti tifosi del Mose», avevano protestato Rifondazione, Verdi e Ds. Ieri la maggioranza che governa Ca’ Farsetti ha approvato la proposta di Pettenò, di dar vita a un organismo tecnicio parallelo da affiancare all’Ufficio di Piano. «Mettiamoci dentro D’Alpaos, il rettore di Ca’ Foscari, Umgiesser», dice Pettenò, «studiosi indipendenti che possano dare valutazioni super partes».
Su alcuni dei membri nominati da Berlusconi, secondo il deputato dei Ds Michele Vianello, pende invece il sospetto di conflitto interessi. «Voglio sapere», ha scritto Vianello in una interrogazione al ministro Lunardi, «quanti di quei membri hanno svolto attività di consulenza per il Consorzio Venezia Nuova».
Secondo il Comune l’Ufficio di Piano chiesto da anni come «organismo tecnico di garanzia e indirizzo per gli interventi di salvaguardia» è stata l’ennesima presa in giro. Poco conta che la «terna» proposta dal sindaco Costa in accordo con il sindaco di Chioggia e la Provincia (Ignazio Musu, Maurizio Rispoli e Maurizio Calligaro) sia stata accolta dalla Presidenza del Consiglio. Il problema, hanno detto ieri a una voce i rappresentanti della maggioranza, che il Comune torni a svolgere un ruolo di leader nella salvaguardia, com’era fino a pochi anni fa.
Entro febbraio dunque l Consiglio comunale dovrà approvare un documento da affidare al sindaco Paolo Costa per la prossima riunione del Comitatone. Dove si dovrà richiedere al governo di tener conto delle richieste del Comune (a cominciare dai finanziamenti, dalla sperimentazione per ridurre le acque alte senza Mose) e si esprimerà appoggio al ricorso presentato dalle associazioni ambientaliste. La crisi politica per il momento è rientrata. Resta i piedi la polemica sul futuro della salvaguardia. E soprattutto, il dibattito su come difendersi dalle acque alte senza ricorrere alle dighe.
E’ un Massimo Cacciari corrucciato ma con le idee chiare quello che - di ritorno dal viaggio in Iran - si trova alle prese con i molti problemi di Ca’ Farsetti. Ma per lui la strada è segnata. Sul Mose, il Comune segnalerà a Regione e Ministero delle Infrastrutture le difformità urbanistiche con i piani comunali degli interventi in corso, pronto a sostenere sino in fondo le sue tesi. Cacciari pretende anche il rifinanziamento della Legge Speciale - sulla base dell’impegno del ministro Lunardi - e intanto recupererà i circa 50 milioni di euro che mancano in bilancio, con la probabile vendita di quote Save. Conferma l’ormai imminente vendita del Casinò di Malta e l’impegno a costruire il nuovo stadio, nonostante il fallimento del Venezia.
Sindaco Cacciari, il Comune si prepara a chiudere l’istruttoria sui lavori del Mose certificando la presenza di difformità degli interventi con i piani urbanistici comunali?
«I tecnici stanno stendendo la loro relazione, che poi invieremo a Regione e Ministero delle Infrastrutture, ma che le difformità urbanistiche di quei lavori con i piani comunali esistano, non ci sono dubbi. Starà poi a Regione e Ministero dimostrare in modo convincente che quei lavori sono legittimi, ma non certo sostenendo che sia stato il sì della Commissione di Salvaguardia a sanare i vizi urbanistici. Immagino che dovremo riunirci tutti insieme e discuterne, ma nella massima trasparenza e anzi, su questo tema, io chiederà un ampio dibattito in Consiglio comunale».
C’è dunque un contenzioso in arrivo tra Comune da una parte e Regione e Ministero delle Infrastrutture dall’altra?
«Al momento è impossibile dirlo, anche perché non sta a me immaginare i comportamenti, ad esempio, della magistratura».
Il parlamentare e consigliere di Forza Italia Michele Zuin le lancia un appello, invitandola a evitare lo scontro e sulle valutazioni dei tecnici sui lavori del Mose ipotizza possibili pressioni politiche.
«Pur stimando Zuin, devo dire che le sue dichiarazioni mi hanno irritato, perché non ho mai fatto alcun tipo di pressione sui tecnici, a differenza, forse, di quanto avvenuto in un recente passato. I tecnici faranno il loro lavoro e i risultati di esso saranno opportunamente pubblicizzati. Sarà il Consiglio comunale a dover dire se è d’accordo con le loro conclusioni».
E sui progetti alternativi al Mose?
«Devono essere messi a confronto pubblicamente con esso, come mi si dice non sia mai avvenuto sino ad oggi. Ho già invitato il Magistrato alle Acque e il Consorzio Venezia Nuova a predisporre per settembre-ottobre il confronto pubblico tra i vari progetti. A Rotterdam, ad esempio, prima di realizzare le dighe attuali, hanno confrontato almeno quattro proposte progettuali».
Cosa pensa del progetto del Magistrato alle Acque di portare all’Arsenale il centro di manutenzione e gestione del Mose e degli elementi delle dighe mobili?
«Mi sembra logico che le lavorazioni che riguardano il Mose vengano svolte nell’area veneziana e non con lunghi viaggi per trasportare i vari elementi. Per quanto riguarda l’Arsenale, l’importante è che tutto sia in linea con il masterplan dell’area».
Nella sua lettera a Lunardi lei ha chiesto il rifinanziamento della Legge Speciale dal 2006 e la convocazione del Comitatone.
«Indipendentemente dagli sviluppi della vicenda Mose, il rifinanziamento della Legge Speciale è indispensabile; so che Lunardi si è già impegnato in questo senso e ho chiesto la rapida convocazione del Comitatone per ripristinare dal 2006 i normali canali di finanziamento degli interventi di salvaguardia della città».
Intanto mancano, per il 2005, 35 milioni di euro per quegli interventi. Come li troverà il Comune?
«Il fabbisogno effettivo è più alto, tra i 45 e 50 milioni di euro. Inutile pensare di sforbiciare per anni il bilancio comunale o di strozzarsi con i nuovi mutui. Dobbiamo azzerare subito - entro luglio - la situazione, per poi ripartire il prossimo anno con una situazione diversa, con il rifinanziamento della Legge Speciale. Pertanto è giocoforza pensare a vendite mobiliari e immobiliari e una strada possibile è quella di un accordo complessivo con la Save per la cessione di quote».
Sembra la volta buona per la cessione del Casinò di Malta. Il direttore generale del Casinò Armando Favaretto avrebbe trovato un compratore disposto a rilevare la casa da gioco dell’isola.
«Sì, ormai sembra ci siamo, la vendita è imminente e credo che ne usciremo in modo più che decoroso, senza rimetterci nemmeno un euro».
Quelli che invece continua a perdere, rispetto al 2004, il Casinò di Venezia. Come va l’operazione rinnovamento?
«Tutti i consiglieri attuali hanno dato la loro disponibilità a farsi da parte e entro il 5 luglio raccoglieremo le nuove candidature. Poi bisognerà lavorare pancia a terra, con il nuovo consiglio e il nuovo staff per rimettere in sesto la casa da gioco, tornando a pensare solo a quella».
C’è anche un problema di uomini, e sarà anche nominato un amministratore delegato?
«C’è certamente anche un problema di uomini, ma penso piuttosto a una ridistribuzione delle deleghe tra presidente e direttore generale».
Per la nuova presidenza si fa il nome di Mauro Pizzigati.
«Le candidature sono diverse, e le stiamo raccogliendo per poi scegliere».
La nuova ordinanza sul moto ondoso è appena scattata e già fioccano le proteste, a cominciare da quelle dei trasportatori.
«Non le capisco. Non hanno firmato anche loro l’accordo sui nuovi criteri nella circolazione acquea introdotti dall’ordinanza?»
Il Venezia Calcio è fallito: il nuovo stadio si farà lo stesso?
«E’ un motivo in più per costruirlo: altrimenti non troveremo mai un imprenditore disposto a rilevare la società. In questa città mancano impianti per lo sport ad alto livello e dobbiamo provvedere».
VENEZIA. La Provincia chiede che sia la Corte europea a decidere. Gli ambientalisti che si dichiari «l’illegittimità» delle autorizzazioni date dal Comitatone al Mose per la mancanza della Valutazione di Impatto ambientale. Il Consorzio Venezia Nuova che si respingano tutti i ricorsi perché «infondati». La battaglia sul Mose approda al Tar del Veneto. E ieri mattina nella nuova aula di palazzo Gussoni si è tenuta l’udienza finale dedicata ai ricorsi presentati contro la grande opera.
Il collegio giudicante - presidente Stefano Baccarini, relatore Mario Buricelli - ha ascoltato per oltre tre ore le ultime arringhe degli avvocati e si è ritirato in Camera di Consiglio. Sentenza prevista per i primi giorni della settimana prossima.
A tirar fuori dal cappello l’inaspettato cavillo è stato a fine udienza il legale del Consorzio Alfredo Biagini. «Fin qui ci siamo sbagliati», ha esordito, «perché ci siamo dimenticati di un Dpcm del 1988». Cosa dice quel decreto? Che le opere in concessione sono «esonerate dal rispetto della Direttiva comunitaria. E che spetta al ministro dell’Ambiente decidere la «conclusione della procedura di Via dopo aver esaminato il progetto esecutivo». Le dighe a mare, in ogni caso, ha detto Biagini, «sono opere del tutto distinte dal Mose». Tesi opposta a quanto da sempre sostenuto anche dal governo, che lo scorso anno aveva inaugurato «la pirma pietra del Mose» intesa come diga foranea di Malamocco.
Opposta naturalmente la tesi degli avvocati delle associazioni e della Provincia. Il professor Picozza, legale di Ca’ Corner, ha citato una sentenza del Tar del 2000. Che prescriveva la «necessità di una Valutazione di impatto ambientale nazionale». E non basta, dice l’avvocato, «che il Consiglio dei Ministri (governo Amato) abbia poi considerato chiusa la vicenda»: «La componente tecnica non può cessare ed essere assorbita dalla valutazione politica», ha argomentato il legale, «così come nessuna opera può essere scorporata per sottrarla alla Valutazione». Dunque, quell’istruttoria non c’era. E il progetto non si poteva approvare. Picozzi ha anche ricordato che la Serenissima applicava la pena di morte a chi manometteva il regime delle acque.
La linea del Consorzio e dell’Avvocatiura dello Stato è stata quella di chiedere il rigetto del ricorso perché i ricorrenti (associazioni ambientaliste e Provincia) non avrebbero avuto titolo per farlo.
«Non si può chiedere il contrario di quello che è previsto dalla legge, cioè la salvezza di Venezia», ha argomentato l’Avvocato dello Stato Raffaello Martelli, ex segretario generale della Biennale. Così anche l’avvocato della Regione Lorigiola, che ha sottolineato la diversità tra Mose e opere complementari. Che dunque non andavano soggette alla procedura di Valutazione statale. L’avvocato Alfredo Bianchini (Consorzio) ha ribadito che il discorso sulle responsabilità può essere rovesciato. «Senza il Mose Venezia rischia», ha ripetuto.
Le associazioni ambientaliste hanno diffuso in serata un comunicato. «Si vogliono forzare le procedure per realizzare solo il Mose e non la salvaguardia di Venezia e della laguna, come prescritto dalla Legge Speciale», scrivono Wwf, Lipu, Italia Nostra, Ecoistituto, Codacons, Movimento consumatori, Sinistra ecologista, Vas. E ricordsano come i nodi giuridici «irrisolti» riguardino la mancata Valutazione di impatto ambientale nazionale (l’unica fatta nel 1998 aveva dato esito negativo), e che la commissione di Salvaguardia presieduta da Galan ha approvato «illegittimamente» l’opera esaminando solo 9 dei 63 volumi che costituiscono il progetto. Un progetto che, insistono i ricorrenti, potrebbe causare alla laguna gravi danni irreversibili, con interventi impattanti come la nuova isola in bacàn e la demolizione della diga di Malamocco.
La Laguna: un mosaico vivente
L’equilibrio tra mare e Laguna, tra terra e acqua e tra acque salmastre e dulcicole, come recita il Parere della Commissione VIA, "non è semplicemente uno stato morfologico ed idrodinamico, ma è la ragione della sopravvivenza del mosaico ambientale ed antropico che definisce la natura stessa della Laguna".
Tale equilibrio non può che "essere ottenuto con un insieme articolato di opere ed interventi nel rispetto delle caratteristiche della sperimentalità, reversibilità e gradualità", caratteristiche prescritte per legge.
Sempre la Commissione "ritiene che il complesso degli interventi diffusi previsti dalla legislazione speciale costituisca la base indispensabile per il riequilibrio morfologico della Laguna".
Per "interventi diffusi" si intende quel complesso di opere capaci di riequilibrare la Laguna e di contrastare l’aumentata frequenza e aggressività delle acque alte. Come si può intuire sono antitetici al progetto MoSE: al posto di un unico intervento, la legislazione speciale prevede una pluralità di azioni capaci di una risposta specifica aciascun problema della Laguna.
Nel 1999 il Piano generale degli interventi, sottratto al Consorzio Venezia Nuova e affidato al nuovo Gruppo di lavoro per l’Ufficio di Piano (coordinato dal Ministero dell’Ambiente), ha rovesciato le tesi del Consorzio, dimostrando che se si riduce la portata delle bocche di porto (e cioè la quantità d’acqua che entra in Laguna dai porti) diminuiscono, e significativamente, le punte delle acque alte. Dopo aven negato tale assunto per anni, anche il Consorzio recentemente ha dovuto ammettere tale evidenza.
Tutti gli studi più recenti in materia di salvaguardia, nonché le prescrizioni ineludibili delle leggi speciali, sono confluiti in un piano generale, le cui proposte sono di seguito sinteticamente raccolte per punti:
1) proibizione di estrarre sia gas naturali (metano) dal sottosuolo dell’intero arco Adriatico settentrionale sia acqua dalla falda acquifera. L’emungimento artesiano (cioè il prelievo di acqua sotterranea) da parte dell’industria di Marghera ha determinato un abbassamento totale del suolo di Venezia di 12 cm. Se l’estrazione di idrocarburi (metano) è oggetto di un’aspra battaglia che vede alleate molte forze politiche, l’estrazione di acqua dal sottosuolo per l’industria agricola e turistica è purtroppo ancora praticata in Laguna e zone contermini grazie a deroghe alle leggi vigenti;
2) riapertura alle maree delle valli da pesca (prescritta dalla legge 139/1992 e non ancora attuata) in modo comunque da non impedire l’attività di pescicultura. Le relazione finale del Gruppo di lavoro per l’Ufficio di Piano, presentata nel 2002 al Ministero dell’Ambiente, ha dimostrato che a Burano il solo provvedimento di riapertura delle vicine valli produrrebbe una riduzione delle acque alte di 10 cm;
3) riapertura alle maree delle casse di colmata (prescritta dalla legge 139/1992 e non ancora attuata), cioè di quelle vaste aree lagunari già interrate ma non utilizzate dall’industria;
4) predisposizione di governi speciali delle acque dei fiumi contermini alla Laguna. Il rischio idraulico, in caso di eventi eccezionali come quello occorso nel ’66, è ancora elevatissimo: basti ricordare che le piene del Sile scaricano ancor oggi in Laguna;
5) controllo e irregimentazione degli apporti della rete idraulica di bonifica di terraferma;
6) estromissione dalla Laguna del traffico petrolifero (prescritta dalla legge 139/1992 e non ancora attuata);
7) estromissione dalla Laguna del traffico passeggeri e delle grandi navi da crocera con la creazione di un avamporto, come già avviene a Monaco, al fine di poter rialzare i fondali delle bocche di porto e di eliminare il danno prodotto dal passaggio delle navi stesse. La massa d’acqua spostata è infatti pari al dislocamento delle navi stesse: fino a 60.000 tonnellate. Le moderne navi da crociera sono inoltre dotate di enormi eliche trasversali che generano violenti getti subacquei. Lo spostamento di queste grandi masse d’acqua provoca, nel fragile ambiente veneziano, erosione dei fondali lagunari, delle fondazione delle rive e degli edifici prospicienti i rii che sboccano in Bacino;
8) restringimento della sezione delle bocche di porto e rialzo dei fondali (consentito dall’estromissione del traffico petrolifero e passeggeri): -6 m al Lido, -12 a Malamocco, -8 a Chioggia. Il rialzo verrebbe attuato con tecnologie flessibili e reversibili, servendosi di limi e sabbie incapsulati e vegetati con alghe. La riduzione della profondità dei fondali e dell’ampiezza delle bocche ridurrebbe la marea di -24 cm (come attestano i recenti studi di Umgiesser e Matticchio, CNR);
9) aumento della scabrezza dei fondali al fine sia di intercettare efficacemente e rompere la forza dell’onda montante della marea, sia di trattenere i sedimenti in uscita dalla Laguna o in entrata dal mare;
10) costruzione di "lunate" cioè di scogliere a mare, a forma appunto di semi-luna, presso le tre bocche di porto, per ridurre l’onda montante del vento di scirocco che spinge in Laguna la marea;
11) costruzione di pennelli trasversali alle tre bocche di porto al fine di smorzare l’onda della marea;
12) modifica della forma delle dighe foranee, che si protendono in mare, parimenti al fine di ridurre la forza della marea;
13) riduzione della profondità dei canali industriali, Malamocco-Marghera o dei Petroli, Vittorio Emanuele etc., concausa del fenomeno erosivo e dell’appiattimento della Laguna;
14) reimmissione, in modo controllato e reversibile, di una parte delle piene del Brenta nel bacino lagunare, al fine di arrestare il processo erosivo con l’apporti di sedimenti;
15) protezione e recupero delle barene, erose dal moto ondoso e dalla aumentata idrodinamica del bacino lagunare, avvalendosi di tecniche di ingegneria naturalistica. Gli interventi di "recupero morfologico" di barene già attuati dal Consorzio presso Burano e Le Giare impiegano una brutale conterminazione con pali in legno e pietrame che di fatto rende queste pseudo-barene una struttura morfologica ben diversa dalle barene naturali, e cioè delle specie di casse di colmata non accessibili alle alte maree. Si possono invece utilizzare materiali più compatibile con l’ambiente naturale (quali burghe e buzzoni, moduli cilindrici in tessuto degradabile riempiti con materiali naturali etc.) come prevede il "Progetto life natura 1999 - Barene, cofinanziato dalla Comununità europea;
16) abbattimento del moto ondoso provocato dai natanti a motore che transitano a velocità elevate in Laguna; si stima che in un ambiente così fragile le imbarcazioni a motore siano raddoppiate negli ultimi 20 anni; con conseguente vertiginoso aumento dell’inquinamento idrodinamico;
17) disinquinamento della Laguna e del bacino scolante, in vista di un minore ricambio idrico conseguente alla riduzione della officiosità delle bocche (cioè della massa d’acqua che entra in Laguna);
18) avvio di studi per garantire una miglior circolazione dell’acque lagunari: D’Alpaos sotiene infatti che si possono ridurre le portate della bocche anche del 40 % senza pregiudicare la qualità ambientale: infatti "a minori volumi può corrispondere una miglior circolazione";
19) difesa locale degli abitati insulari (prevista dalla legge 139/1992): cioè rialzo della pavimentazione veneziana alla quota di +110/+120; questo genere di interventi è già iniziato;
20) difesa locale dell’isola di S. Marco, area particolarmente bassa (+80 cm) con un sistema complesso di impermeabilizzazioni in verticale; il progetto presentato dal Consorzio in Salvaguardia, è per ora fermo perché ritenuto troppo invasivo e distruttivo;
21) difesa dei litorali dall’aggressione marina (prevista dalla legge 139/1992), intervento in fase di completamento;
22) attivazione di una politica di monitoraggio e controllo del livello marino nell’Adriatico e anche nell’intero bacino del Mediterraneo, come suggerito dalla Commissione VIA, "in modo da riconoscere per tempo eventuali effettivi trend di crescita eustatica e da prendere al tempo giusto le decisioni più appropriate del caso";
23) ripresa degli studi e sperimentazioni, già avviati e testati dal CNR a Poveglia, "di tecnologie consolidate o sperimentali, per il sollevamento territoriale" come raccomandato dalla Commissione VIA;
24) approfondimento progettuale di interventi di chiusura delle bocche portuali alternativi e più moderni del MoSE. E’ stato recentemente proposto in Consiglio comunale un nuovo sistema di chiusura, il progetto ARCA: "Apparecchiature Rimovibili Contro l’Acqua alta. Si tratta di un sistema flessibile di sbarramenti, composto da cassoni affondati alle bocche, dal costo esiguo rispetto al MoSE (350 miliardi di lire), dai tempi di posa in opera ridotti (2 soli anni), di contenuto impatto ambientale, in quanto non necessitano di sottofondazioni ciclopiche né di isole artificiali, posizionati a soli -8 m di fondale e facilmente rimovibili. Il progetto di fatto aderisce ai requisiti di "sperimentabilità, reversibilità e gradualità" prescritti dalla legislazione speciale per Venezia;
25) avvio di uno studio progettuale di chiusura delle bocche di porto con strutture fisse qualora i livelli marini dovessero crescere in modo considerevole. Si sarebbe così pronti ad affrontare un trend eustatico sfavorevole ma in una situazione completamente mutata: la Laguna risanata, in equilibrio con le bocche, sottratta ai fenomeni erosivi sarebbe in grado di reggere gli impatti e le sollecitazioni di un sistema di chiusura più compatibile con l’ambiente lagunare, "un progetto - come conclude la Commisione VIA - che non presenti le gravi carenze di quello attuale".
Per saperne di più:
La salvaguardia di venezia dalle acque alte. Un piano di azione strategico alternativo al Mo.S.E., a cura della Sezione di Venezia di Italia Nostra e del Comitato Salvare Venezia e la Laguna, gennaio 2003.
Stefano Boato, Venezia e la Laguna. Un riequilirio possibile, «Italia nostra. Bollettino» 376 (luglio/agosto 2001), p. 20-22
Cristiano Gasparetto, Sbarramenti alle bocche di porto, una storia di 35 anni, «Italia nostra. Bollettino» 376 (luglio/agosto 2001), p. 23-25
Silvio Testa, D’Alpaos: il MoSE non basta, bisogna alzare la città, «Il Gazzettino» 14 febbraio 2003
go to the english translation
Italia Nostra: Lo squilibrio della Laguna
Italia Nostra VE: Perché no
Italia Nostra VE: le alternative
Una sintetica illustrazione del Sistema MoSE
Dialogo tra E. Salzano e Piero Bevilacqua
La VIA sul MoSE, le conclusioni della Commissionee
La VIA sul MoSE, il decreto del Ministero dell’ambiente
La VIA sul MoSE, articolo di E. Salzano
Contraria al MoSE nel passato, la maggiore formazione della sinistra aveva annacquato la sua opposizione negli anni delle giunte Cacciari e Costa. Ora le ragioni dell’opposizione sono riemerse con chiarezza, mentre il sindaco (secondo le parole del segretario del suo partito) mantiene un equivoco «equilibrio tra i vari interventi».
Silvio Testa
”O MoSE o Centrosinistra”
Il tema per la prossima campagna elettorale è servito: via il Mose, discriminante per la riconferma dell'attuale Centrosinistra nel dopo Costa. Il segretario regionale dei Ds, Cesare De Piccoli, ha rotto gli indugi, e ieri in un convegno organizzato dal partito ha lanciato un chiaro messaggio agli alleati: la coalizione sta in piedi se si toglie di mezzo il Mose.«No so quali saranno le scelte del sindaco Costa - ha sostenuto De Piccoli riferendosi al tormentone "o sindaco o parlamentare europeo" -. So con certezza che l'alleanza del Centrosinistra che si ricandiderà a governare la città dovrà rinegoziare il patto programmatico sulle questioni fondamentali della Salvaguardia e della riorganizzazione di Marghera. Non ho dubbi - ha scandito De Piccoli - che questo accordo è possibile se si supera il Mose e si punta con decisione a una revisione progettuale degli interventi più rispondente alle compatibilità ambientali».
Se l'assessore alla Legge speciale, Giampaolo Sprocati, ha puntato il dito contro il Governo, sostenendo che per rilanciare una visione sistemica della Salvaguardia «l'interlocutore deve cambiare», De Piccoli ha replicato che anche il Centrosinistra deve fare mea culpa per avere offerto il destro, con le sue divisioni, alle forzature romane. «Ora bisogna uscire dalle ambiguità - ha concluso - e il patto di governo della città va rinegoziato».
In un crescendo rossiniano, l'assessore diessino alla Legge speciale, Paolo Sprocati, ha ricordato che il centrosinistra veneziano si è formato ed è cresciuto sui temi della Salvaguardia; il segretario provinciale della Margherita, Rodolfo Viola, ha sostenuto che la sintesi di tante posizioni e di anni di lavoro sono le 11 condizioni poste dal Comune per passare alla progettazione esecutiva del Mose; il segretario regionale della Quercia, Cesare De Piccoli, ha garantito che se non si sbarazzerà il campo dal Mose, sui temi della Salvaguardia il Centrosinistra salterà! O meglio, nell'eventuale dopo Costa, in estate o l'anno prossimo, l'attuale coalizione non si potrà riformare se qualcuno punterà ancora i piedi sul progetto delle chiuse mobili alle bocche di porto. «Dopo 30 anni - ha sostenuto De Piccoli - tutti i progetti invecchiano, compreso il Mose».
Messaggio più chiaro ai partner della coalizione De Piccoli non poteva mandare, e l'accelerazione è avvenuta all'iniziativa pubblica "Difesa dalle acque alte" organizzata dai Ds (Unione comunale, Unità di base, Gruppo consiliare) ieri pomeriggio a Ca' Zenobio, durante la quale, stante la composizione del tavolo dei relatori, si è sparato a zero sul Governo e sui progetti del Consorzio Venezia Nuova. Cose già viste e già sentite, e sempre mediate nelle trattative tra i partiti. Ieri, però, De Piccoli è andato oltre, e ha posto la sua conditio sine qua non per il futuro Centrosinistra: basta Mose!
«Ormai - ha sostenuto De Piccoli - non si tratta più di un progetto che coagula un fronte di interessi che spingono per la sua realizzazione, ma di una questione politica e istituzionale». Il progetto, ha aggiunto, chiama in causa l'idea stessa di città, i poteri del governo locale, il ruolo del Comune.«No so - ha sostenuto il segretario regionale della Quercia alludendo al tormentone "o sindaco o parlamentare europeo" - quali saranno le scelte del sindaco Costa, so con certezza che l'alleanza di Centrosinistra che si ricandiderà a governare la città dovrà rinegoziare il patto programmatico sulle questioni fondamentali della Salvaguardia e della riorganizzazione di Marghera. Non ho dubbi - ha scandito - che questo accordo è possibile se si supera il Mose». Il tema della futura campagna elettorale è servito: per i Ds bisogna «puntare con decisione a una revisione progettuale degli interventi più rispondente alle compatibilità ambientali».
La valenza tutta politica dell'intervento di De Piccoli ha fatto passare quasi in secondo piano le tesi degli altri relatori, che pure hanno sostenuto la necessità di passare da una visione della salvaguardia tutta incentrata sulla grande opera a una visione sistemica. Lo ha fatto il socialista Sergio Vazzoler («Nel passaggio dal definitivo all'esecutivo bisogna introdurre "prima" la sperimentazione di approcci alternativi»), lo ha fatto Paolo Perlasca per il Wwf, lo ha fatto Michele Vianello, denunciando come l'intero impianto istituzionale e finanziario della Salvaguardia sia stato stravolto, lo ha fatto Sprocati denunciando «il dato dirompente» dell'eversione e dello stravolgimento di ogni regola attuata dal Governo.
Un tema, questo, su cui hanno battuto anche il segretario provinciale della Quercia, Delia Murer, e la parlamentare verde Luana Zanella, che ha ricordato il ricorso nel merito presentato alla Commissione Europea. La parlamentare ha attaccato duramente l'Ansa, nel cui sito esiste uno "speciale Mose". «Invece che fare informazione - ha accusato - sembra uno spot che perpetua la convinzione, che si ha fuori Venezia, che l'unica risposta all'acqua alta sia il Mose».
Un convegno dei Ds sulle alternative per fermare l’acqua alta.
VENEZIA. Il Mose non piace, e le alternative ci sono. Ma il centrosinistra non ha la forza di opporsi alla grande opera che va avanti, spinta dal governo e sostenuta dal sindaco Paolo Costa. E’ questo il senso del dibattito su «Acque alte, le alternative al Mose», svoltosi ieri pomeriggio a Ca’ Zenobio su iniziativa dei Ds. Per la prima volta dietro il tavolo i rappresentanti dell’intera coalizione al governo in Comune. Da tutti, con sfumature diverse, sono venute critiche al grande progetto. «Un’opera datata», ha esordito il segretario regionale della Quercia Cesare De Piccoli, «la città deve battersi perché siano attuate le alternative. fermare le acque alte è possibile, senza Mose». Un problema anche politico: «Dovrà essere uno dei punti programmatici irrinuciabili», ha detto de Piccoli, «per la nuova coalizione che si candida a governare la città».
Toni critici anche da Luana Zanella, deputata dei Verdi, che ha invitato i veneziani a esprimersi su un’opera «inutile e di grande impatto sull’ambiente lagunare». «Opera di regime, e per giunta illegittima», ha detto secco il parlamentare della Quercia Michele Vianello, autore dell’esposto a Bruxelles contro il Mose firmato da 150 parlamentari del centrosinistra. Molto critico sulle dighe mobili anche Sergio Vazzoler, capogruppo dello Sdi a Ca’ Farsetti. «Basterebbe far rispettare quell’articolo della legge 139», ha esordito, «prima di spendere soldi per il Mose si doveva verificare l’adeguato avanzamento degli altri interventi previsti dalla legge». Un emendamento alla Legge Speciale proposto all’epoca dallo stesso Vazzoler. «Dovrebbe intervenire la Corte dei Conti», dice Vazzoler. E poi con il Mose il porto sarà penalizzato, e piazza San Marco andrà sotto lo stesso».
Paolo Perlasca, a nome del Wwf, ha spiegato i motivi che hanno portato le associazioni ambientaliste a impugnare al Tribunale amministrativo la delibera del Comitatone che aveva dato il via libera al Comitatone. Delibera illegittima, perché avrebbe autorizzato la realizzazione di un’opera che non ha superato l’esame della Valutazione di impatto ambientale, prevista dalla legge europea. Rodolfo Viola, segretario della Margherita, ha difeso la posizione assunta dal sindaco di «equilibrio tra i vari interventi», addossando le responsabilità delle forzature procedurali al governo. Paolo Cacciari, assessore all’Ambiente, ha assicurato che la battaglia contro la grande opera va avanti nonostante l’accelerazione imposta dal governo al Mose. (a.v.).
Il centrosinistra vuole cambiare rotta
VENEZIA — « Quello del Mose è un progetto vecchio di 30 anni, basato su una fotografia di una Venezia che non esiste più. E’ il momento di passare dal generico no al Mose ad una piattaforma progettuale alternativa che comprenda tutto il governo della città, superando le contraddizioni interne alla coalizione » . Battaglie per la salvaguardia e amministrazione comunale: il centrosinistra vuole virare due volte. L’aria di stravolgimento delle strategie si è respirata ieri al dibattito su « La difesa dalle acque alte » organizzato dai Ds a Palazzo Zenobio. Tra gli altri, a dare il senso della necessità di una sferzata politica decisa ci ha pensato l’assessore comunale all’ambiente Paolo Cacciari: « Vorrei che facessimo un patto: per tre mesi non parliamo più di Mose, bensì di laguna. Che laguna vuole la sinistra? La distruzione dell’ecosistema lagunare non è colpa solo di Berlusconi e del Mose, ma anche di chi, dai motoscafisti ai vongolari, non vuole limiti che tocchino interessi particolari. Questa è la nostra debolezza » . Mettere dunque in atto le basi « per passare dalla città delle acque alte, immagine attraverso la quale Berlusconi può vendersi in tv la sua opera di regime – ha detto il ds Michele Vianello – alla città dell’ecocompatibilità. Questo senza commettere l’errore storico di separare la questione della salvaguardia lagunare da quella della riconversione di Porto Marghera. Servono studiosi e ricercatori liberi, non lacchè come li sceglie il centrodestra » . Molti degli interventi hanno messo in luce proprio un’assenza di competenze e di autonomia. « Troppi yes- man all’interno del Comitatone » ha detto Sergio Vazzoler dello Sdi. Parlando del Mose, l’assessore alla Legge Speciale, Gianpaolo Sprocati ha evidenziato una « deriva eversiva delle regole, un loro stravolgimento. Ormai il legame tra Stato e concessionario dell’opera è sempre più stretto, cancellando ogni competenza di cui gli enti locali sono in possesso » . Ma la deputata dei Verdi, Luana Zanella attacca Costa: « Se il Comune non è così autorevole nel Comitatone è anche perché il sindaco la pensa diversamente da noi sul Mose. Dobbiamo continuare a far finta di niente? » . E il segretario regionale dei Ds, Cesare De Piccoli: « La maggioranza, oltre alla coesione politica deve avere coesione programmatica, con un sindaco che garantisce tale unità senza far prevalere il suo potere di interdizione » . In difesa di Costa il segretario provinciale della Margherita, Rodolfo Viola: « Credo che la sintesi attorno alla salvaguardia sia già stata fatta delineando le 11 condizioni: da lì bisogna ripartire » .
S. Ci.
VENEZIA - Là dove il mare va sposo alla laguna, al centro di un deserto che prima era solo d’acqua, sta spuntando un’isola di pietre e sassi. Un’isola nuova, anzi «Novissima», come si chiamerà, lunga quasi mezzo chilometro e alta tre metri e mezzo dalla parte del mare. Una gru, che galleggia su una chiatta, ammucchia, proprio nel mezzo della «bocca di porto» dell’isola del Lido, grandi massi di pietra d’Istria. Un’altra gru, poco lontano, sulla sponda di Treporti, sta costruendo un porto-rifugio per le barche. Un altro porto sta nascendo sulla «bocca» di Chioggia, e su quella di Malamocco ha preso forma una conca di navigazione lunga 370 metri per le grandi navi. Davanti a Malamocco e a Chioggia sono spuntate dal mare due nuove scogliere a forma di mezzaluna, la prima è lunga più di un chilometro, la seconda mezzo. I lavori del Mose, il sistema di paratoie mobili contro l’acqua alta, stanno cambiando volto alla laguna. «L’hanno stravolta - protestano gli ambientalisti - creando danni immensi, irreversibili».
Dopo decenni di polemiche furiose, tiraemolla, marce avanti e indietro, a partire dall’alluvione del 4 novembre 1966, pochi si aspettavano di veder davvero cominciare i lavori della più grande opera idraulica mai progettata al mondo: un sistema di 78 paratoie mobili, larghe ciascuna venti metri, sulle tre «bocche di porto», che staranno a dormire sul fondo per alzarsi quando arriva l’acqua alta e proteggere Venezia da una marea alta fino a due metri.
Un’opera ciclopica, che costerà 3,7 miliardi di euro e sarà finita, se non vi saranno intoppi, nel 2011. I lavori, per un po’ a rilento, hanno avuto una vigorosa accelerata negli ultimi tempi, con 11 cantieri aperti che adesso lavorano a pieno ritmo, a dispetto dei dubbi, delle denunce, delle richieste di moratoria. I veneziani in questi giorni si stanno accorgendo, stupiti, delle isole artificiali, delle scogliere, dei porticcioli e delle conche che stanno spuntando dal nulla, e come sempre è successo la città si divide tra chi dice «finalmente» e chi teme guasti e profetizza sciagure.
Gli ambientalisti parlano di 8 milioni di metri cubi di cemento e di 12 mila pali di ferro, infilati a sostenere i fondali, che «distruggeranno la laguna». Lamentano il taglio della diga ottocentesca di Malamocco, lo «scippo» di un pezzo dell’oasi naturalistica di Cà Roman e gli accessi sbarrati ai bagnanti per le dighe. Per l’ambientalista Andreina Zitelli «è inconcepibile che i lavori vadano avanti in mancanza del progetto esecutivo e della valutazione di impatto ambientale». Anche il Sindaco Massimo Cacciari, che parla di «inadeguatezza» del progetto, non è entusiasta: «Le opere di regolazione delle maree sono subordinate a un adeguato avanzamento degli altri interventi di risanamento, che è ben lungi dall’essere conseguito. Inoltre la totalità delle risorse statali viene riversata sull’intervento alle bocche, penalizzando l’opera di salvaguardia fisica e morfologica». Di qui la necessità di «ripristinare una visione unitaria e sistemica delle opere di salvaguardia sulla base di un unico programma degli interventi».
Il Magistrato alle Acque, braccio operativo del Ministero delle infrastrutture, che è il responsabile dei lavori affidati al consorzio di imprese «Venezia Nuova», è invece ottimista. «Non c’è progetto al mondo che sia stato più studiato e più discusso di questo» dice l’ingegner Giampietro Mayerle del Magistrato, certo che l’opera, «ad altissima tecnologia», sarà «assolutamente sicura», non provocherà alcun danno ed avrà un impatto visivo e ambientale «praticamente nullo». «Non si vedrà niente a pelo d’acqua - racconta - anche le dighe rimarranno basse, così come sono, e ridisegneremo la laguna fortificandola e migliorandola.
Spunteranno nuove spiaggette e nuovi porticcioli, e attorno alle nuove scogliere si potranno pescare anche le aragoste. Non solo.
Stiamo facendo tutti i lavori con i metodi tradizionali, pietra d’Istria che facciamo venire apposta dall’ex Jugoslavia, e solo pali, come si faceva una volta, per consolidare i fondali. Non asfalteremo proprio nulla».
Sarà tutto bello, tutto sicuro, tutto piacevole, assicurano i tecnici. Come la nuova spiaggia che sorgerà dal lato laguna dell’isoletta «Novissima», sulla bocca di porto del Lido, proprio davanti al «bacàn», la spiaggetta dei veneziani della domenica che, assicurano, «non verrà toccata». La nuova isola sarà strategica su questa che, con un’ampiezza di 800 metri, è la più grande delle tre bocche. Perché qui verrà attaccata la maggior parte delle paratoie mobili, 21 dal lato di Treporti, 20 da quello di San Nicolò, incernierate a dei cassoni sistemati sul fondo, e qui verrà installato il «cervello» del Mose, quello che deciderà quando alzarle in previsione di una marea superiore al metro e dieci centimetri. Le paratoie si alzeranno dal fondo per la spinta dell’aria compressa che le svuoterà dell’acqua di cui sono riempite quando stanno a riposo, e si solleveranno fino a emergere e a bloccare il flusso delle marea in ingresso nella laguna. Si prevede, stando ai livelli attuali della marea, che verranno utilizzate da 3 a 5 volte l’anno, e per non più di 4-5 ore alla volta. Su questa bocca, dal lato di Treporti, si sta realizzando anche un porticciolo, piuttosto grande, dove le barche potranno andare a ripararsi mentre le paratoie saranno in funzione.
Saranno 19 invece le paratoie schierate a difesa della città sull’altra bocca di porto, quella di Malamocco (400 metri di larghezza), dove è nata in mare aperto la nuova scogliera di 1280 metri, e dove si sta realizzando la conca di navigazione che consentirà, a paratoie chiuse, il passaggio delle grandi navi, lunghe fino a 280 metri. Per questo hanno installato, in un ufficio a terra, un simulatore della navigazione, un gioiellino virtuale da due milioni di euro comprato dai danesi, che si chiama «Simflex navigator», dove il capo dei piloti del porto, Lauro Celentano, ha cominciato a insegnare ai suoi colleghi a destreggiarsi nelle manovre. Sul ponte di comando, a grandezza naturale, dove si sente persino il rollio della nave, sembra di stare dentro un videogioco. Ma qui, a Malamocco, hanno rischiato di sospendere i lavori, perché accanto alla «diga lunata», come chiamano la nuova scogliera, hanno trovato un relitto importante, quello di una nave dell’800, sembra francese, con tanto di cannoni, e la sovrintendenza ha subito circondato la zona. Così hanno dovuto lasciare la scogliera interrotta in due punti.
L’ultima bocca, la più lontana dal centro storico, è quella di Chioggia (380 metri), dove verranno installate le ultime 18 paratoie. Anche qui i lavori procedono spediti, la nuova scogliera da mezzo chilometro è quasi ultimata e il porto-rifugio in costruzione. «Finora abbiamo realizzato il 18 per cento delle opere previste - dice l’architetto Flavia Faccioli del Consorzio Venezia Nuova - e se continueremo di questo ritmo penso che rispetteremo i tempi». Non sarà tanto il 18 per cento, ma quello che si vede oggi sulla laguna, dopo 39 anni di chiacchiere, è molto. Dighe, scogliere, isole artificiali, porticcioli, conche di navigazione. E navi, bettoline, chiatte e gru che vanno e vengono sull’acqua, camion che corrono a terra. Tra mare e laguna, il paesaggio è cambiato. Mica dighe giganti da Vajont, per carità. Ma quanto basta per mettere paura agli uni e far gridare «evviva» agli altri. Poco ma sicuro che il Mose, prima di salvare dalle acque, farà ancora litigare.
Andrea Zanzotto: "Una grande opera
ma temo che sia già vecchia"
MILANO - Andrea Zanzotto, come vive l’inizio dei lavori per il Mose?
«Per principio, non sono contrario alle innovazioni, ma come altri provo molta apprensione».
Perché?
«L’idea di gettare in mare dodicimila pali di cemento mi lascia perplesso. In passato, ci sono stati altri interventi, che hanno persino reso più fantastica l’immagine della nostra laguna. Hanno persino cambiato il corso di diversi fiumi. Ancora oggi sui Murazzi, che sono stati costruiti del Settecento si legge questa scritta: ausu romano aere veneto, ovvero volontà romana, soldi veneti. Ma il mio timore è un altro».
Quale?
«Che questa grande opera nasca già vecchia. E alla fine si dimostri insufficiente per affrontare un problema, che secondo gli esperti potrebbe rivelarsi più grave del previsto».
In che senso?
«Il Mose è stato progettato per salvare Venezia dall’alta marea. Ma resta una domanda senza risposta: se il livello del mare continuerà ad alzarsi per lo scioglimento dei ghiacciai cosa succederà alla laguna?»
Cambierà il fascino di Venezia?
«Certo la laguna non sarà più la stessa. Con quelle immagini indimenticabili che ho raccontato non solo nelle poesie, ma anche nel libro Laguna, che contiene anche uno scritto di Herman Hesse».
Ha un ricordo particolare?
«Tanti. Dagli interventi del passato sono scaturite persino delle imprevedibili bellezze, che hanno minimizzato le manomissioni fatte. Ma ora succederà la stessa cosa? Io non sono un tecnico, ho più semplicemente paura delle conseguenze estetiche sul paesaggio».
(andrea montanari)
I miglior alleato del Mo.S.E. è la scarsa conoscenza della storia. Ultima testimonianza il recente intervento dell’on. Campa sulla stampa locale. Campa scrive: “Che fine avrebbe‹ro› fatto la laguna e il centro storico – leggi: Venezia- se all’epoca in cui si deviarono i fiumi e si costruirono le ciclopiche opere di difesa a mare avessero operato i verdi?” si domanda l’onorevole. Come associazione culturale che fra le prime ha riconosciuto la pericolosità del Mo.S.E., rispondiamo: all’epoca della Repubblica Veneta non ci sarebbe stato bisogno né di ambientalisti né di associazioni come la nostra perché i criteri che ispiravano le parti e terminazioni delle magistrature e dei collegi via via competenti in materia di acque erano perfettamente coincidenti con quelli invocati da noi (e, ricordiamolo, dalla legislazione speciale) per la gestione della salvaguardia della Laguna: gradualità, sperimentalità, reversibilità. Se si leggono le migliaia di documenti prodotti dalle magistrature veneziane ci si rende conto che anche in materia di regolazione delle acque ciò che guidava le scelte era la pubblica prudenza. Ogni opera deliberata dopo lungo dibattito con esperti, ingegneri, ‘politici’ nonché pratici (“hominibus maris, pedotis, piscatoribus”) era sperimentata per lungo tempo: “et examinatis signis acceptis transacto anno post aperitionem dictae buchae … venire debeat ad istum consilium et terminari”; “teneantur ... singulis sex mensibus revidere signa predicta ... et … referre Dominio”. Sovente, dopo aver osservato con attenzione e a lungo gli effetti prodotti da un’opera, si decideva di ripristinare la situazione precedente. Ciò era sempre possibile perché tutti gli interventi erano reversibili: questo modo di agire, e non altro, ha garantito la sopravvivenza della Laguna e di Venezia. Chi sostiene invece che la continuità e salvezza della Laguna fossero dipese dal coraggio dimostrato nell’imporre e portare a compimento opere ciclopiche evidentemente non conosce bene la storia né il tratto dominante della classe politica Veneta. I veneziani erano tutto tranne che coraggiosi, nel senso banale del termine. Lo si può provare anche per le due opere idrauliche e marittime che più spesso sono strumentalmente invocate dai sostenitori del Mo.S.E.: la diversione dei fiumi e l’erezione dei Murazzi. Com’è noto la prima diversione del Brenta (per fini idraulici e non politici) ha luogo nel 1324, con la costruzione dell’Argine Nuovo. Ho trovato tracce, archeologiche e documentarie, di un altro argine, il “Vecchio”, eretto con il medesimo scopo agli inizi del Trecento. La sistemazione definitiva dello stesso fiume per via alta, dopo la conquista della terraferma, risale al 1488-1540 (Brenta Nuova) e 1610 (taglio Novissimo) ed è nel fatidico anno 1797 che si approva il nuovo taglio della Cunetta, attuato nel 1816. Per non parlare della foce definitiva a Brondolo, risalente al 1896. Dagli inizi del Trecento alla caduta della Repubblica i veneziani hanno instancabilmente lavorato, dibattuto, sperimentato progetti per la regolamentazione del fiume, ma è gia dalla diversione attuata dai padovani nel 1142/3 che se ne parlava. Sei secoli e mezzo di discussioni e sperimentazioni. Così per i fiumi, così per i Murazzi. Nel caso delle difese a mare tuttavia, era da sperimentare il modo, ma non il tipo di intervento: narrano le cronache che già nell’811 si istituì una magistratura per fortificare i lidi, ma l’uso di consolidare i margini spondali delle terre emerse deriva direttamente dall’epoca cassiodoriana, con i famosissimi “viminibus flexibilibus illigatis” di cui si ha evidenza in molti scavi archeologici recenti (teatro Malibran, ad esempio). Una delle prime difese a mare di cui si ha notizia documentaria è il molo “ad modum forficum” progettato dal tecnico Maximianus nel 1285. Dal XIII secolo le fonti sono ricchissime nel restituirci descrizioni di interventi e progetti atti a conservare a Venezia le proprie mura naturali, fino all’introduzione della pozzolana o calce idraulica che rese possibili i Murazzi, calce, si noti, sperimentata fin dagli inizi del XVII ma adottata solo alla fine del XVIII secolo.
Un’altra cosa ci distingue, ahimè, dai nostri progenitori: la prudenza nel realizzare: qualsiasi opera pubblica (anche la manutenzione di un singolo passo d’argine!) era affidata a gara d’appalto. Ai nostri giorni invece, in spregio alla normativa europea, qualsiasi lavoro in merito alla salvaguardia è demandato a un consorzio di ditte private, senza gara. E questo consorzio non solo realizza, ma studia e propone le opere da esso ritenute “necessarie”. In regime di monopolio.
Dopo una storia millenaria di prudenza e saggezza ora siamo pronti a rinnegare l’eredità del passato per gettarci in un’impresa ritenuta, dal mondo scientifico non allineato, esiziale per Venezia (ma certo molto lucrosa per i proponenti). Gli studi del CNR hanno invece definitivamente acclarato che rialzando i fondali lagunari e aprendo alle maree le valli da pesca si ridurrebbero i fenomeni di alta marea di ca. 29 cm! E con una spesa risibile rispetto al Mo.S.E., e con opere sperimentali e reversibili, come avrebbero fatto gli avi. La devastazione alle bocche di porto, al Baccan, alle dighe (vincolate!), a Ca’ Roman, propedeutica al Mo.S.E., sta per partire: siamo ancora in tempo tuttavia per salvare Venezia, siamo ancora in tempo, purchè i veneziani e i loro rappresentanti lo vogliano, per salvare la Laguna, “mura, fortezza e giardin di Venetia”.
Due concezioni di interventi opposte
Il nostro no è facilmente spiegabile: se l’aumentata frequenza delle acque alte dipende dallo squilibro idrogeologico della Laguna bisogna rimuovere tale squilibrio e non pensare a un’opera faraonica che lo aggravi.
Il Mo.S.E. potrebbe agire sugli effetti (ma anche questo, come vedremo, non è per nulla assicurato) tuttavia non risanerebbe la Laguna di Venezia, problema "di prevalente interesse nazionale" (come recita la legge speciale 171/1973). Nessuno, quando piove, apre l’ombrello in casa invece di pensare a riparare il tetto!
Accanto alla obiezione fondamentale, riequilibrio invece di artificializzazione ingegneristica, vi sono altre motivazioni altrettanto importanti per dire NO, che si ritrovano ampiamente nel Parere della Commissione Ministeriale VIA e che riassumiamo stringatamente per punti:
1) al fine di riequilibrare la Laguna si dovrebbe ridurre la quantità d’acqua che entra dalle bocche di porto rialzandone i fondali. Per incernierare il Mo.S.E. alle bocche bisogna al contrario approfondire gli stessi fondali e portarli a -17,5 m. Verranno dragati e scavati oltre 3 milioni di metri cubi di sedimenti (fra i quali il ‘caranto’, argilla fossile su cui poggia Venezia);
2) nel materiale propagandistico del Consorzio sembra che il Mo.S.E. non abbia alcuna incidenza ambientale: si tratterebbe di paratoie invisibili, perché sommerse, che all’occorrenza si sollevano. In realtà l’impatto è devastante. Per fissare il sistema al fondale sarà necessario infiggere o collocare: 12.055 pali di cemento lunghi dai 10 ai 19 metri e fino a una profondità di -42,5 metri; 5.960 palancole metalliche lunghe da 10 a 28 metri; 157 enormi cassoni di calcestruzzo armato, 560.000 metri quadri di pietrame; 79 paratoie di acciaio;
3) per preparare il cantiere e alloggiare provvisoriamente gli enormi cassoni e altro materiale, sarà scavata alla profondità di -11,50 m una zona lagunare, presso il canale Spignon, di 10 ettari di superficie, devastando irreparabilmente il fragile ambiente lagunare;
4) l’insieme del materiale escavato, demolito o di nuovo impiego ammonta in totale a ca. 5.000.000 di metri cubi di materiale: per trasportarlo sarà necessario l’impiego di una ingentissima flotta di navigli;
5) il paesaggio alla bocca di Lido verrà totalmente sconvolto: davanti all’isola del Bacan, tanto amata dai veneziani e di pregio naturalistico, il Consorzio dovrà costruire un’isola artificiale di 135.000 metri quadri, lunga 500 metri e larga 100-200, di 9 ettari cioè (e altri 4,5 sommersi), per alloggiarvi edifici, serbatoi e officine necessari al funzionamento delle paratie, alti da 4 a 10 metri e una ciminiera alta 20 metri per sfiatare il metano, presente nel sottosuolo;
6) verranno devastati e distrutti anche i cordoni litorali presso Ca’ Roman, luogo di grande pregio ambientale e naturalistico;
7) prima di vedere così mortificata e devastata la Laguna i veneziani dovranno sopportare 8 anni ininterrotti di cantiere (ma anche a opera realizzata il cantiere secondo la VIA potrebbe restare aperto e attivo per altri anni). L’impatto ambientale sarà notevolissimo: i lavori provocheranno, ad esempio, un’aumento della torbidità dell’acqua con danni per le coltivazioni di molluschi, la fauna e la flora subacquea;
8) le paratoie di acciaio saranno fonte di inquinamento, in quanto contro la corrosione avranno una protezione elettrolitica con anodi di zinco (9130 kg), materiale tossico per la fauna ma anche per l’uomo, e proibito da recenti normative europee;
9) la costruzione delle paratoie è prevista ammontare a 3700 milioni di euro (più milioni all’anno per la manutenzione), il riequilibrio della Laguna costerebbe in comparazione pochissimo;
10) ai costi di costruzione del sistema, come si può intuire elevatissimi, si dovranno aggiungere quelli assai maggiori della gestione e manutenzione: su un metro quadro di paratoia, per fare un solo esempio, si depositano all’anno 10-35 kg. di incrostazioni biologiche, solo in parte eliminabili con pulizia subacquea. Ogni 5 anni bisognerà rimuovere i portelloni. La Laguna dunque sarà per sempre un cantiere aperto;
11) il sistema Mo.S.E., opera colossale e dalle fondazioni ciclopiche, renderà definitivo per anni (secoli?) lo squilibrio geo-idrodinamico della Laguna. Si tratta infatti di un intervento invasivo e irreversibile che condizionerà il futuro di Venezia e del suo ambiente naturale;
12) le previsioni di innalzamento del livello medio marino, quantificato (dall’Intergovernamental Panel of Climate Change) per il prossimo secolo in +50 cm, consentono a gran parte della comunità scientifica di ritenere il Mo.S.E. obsoleto (per Pirazzoli diverrebbe inefficace con un aumento del livello marino di +30 cm). Se effettivamente, come i maggiori esperti di climatologia ritengono, il mare si dovesse alzare di mezzo metro sarebbero necessarie delle dighe fisse. Si porrebbe inoltre il problema, probabilmente irrisolvibile, della demolizione delle ciclopiche sottofondazioni del Mo.S.E.;
13) Il Mose proteggerebbe Venezia solo da alte mare superiori a 110 cm. Cioè lo si metterebbe in funzione quando la mare superarasse i 110 cm sul livello medio del mare. Quindi le mareee medio-alte continuerebbero a sommergere la città. Delle 111 volte che l’area marciana è andata sott’acqua nel 2002 con il Mo.S.E. attivo a +110 cm si sarebbero evitati pochi allagamenti;
14) potrebbe non essere efficace neppure per le alte maree eccezionali. Le 79 paratie non sono fra loro stagne, ma per poter oscillare con le onde sono separate da spazi di ca. 15 cm (chiamati ‘traferri’); Quindi Il Mo.S.E. non è una barriera impermeabile ma l’acqua continua a penetrare in Laguna anche con le paratie chiuse. Il "Collegio di esperti di livello internazionale" ha infatti stabilito che il livello dell’acqua in Laguna potrebbe aumentare di ben 23 cm in 11 ore se le paratie (chiuse) oscillassero di 15o;
15) il livello dell’acqua in Laguna con la paratoie chiuse potrebbe aumentare non solo per via dei traferri e dell’oscillazione delle stesse paratoie con le onde, ma anche per altri motivi: a causa di precipitazioni atmosferiche di rilevante intensità, degli apporti della rete idraulica di bonifica di terraferma e soprattutto dello straripamento dei fiumi. Com’è noto nel ‘66 non si trattò semplicemente di un’acqua alta eccezionale ma anche di un’alluvione da terra. Secondo Rusconi (Autorità di bacino dei fiumi dell’Alto Adriatico) se oggi si verificassero piene anche più modeste di quelle del ‘66 gli effetti in Laguna sarebbero più disastrosi. Il Mo.S.E. nulla potrebbe contro le alluvioni dei fiumi, anzi, secondo Pirazzoli, aggraverebbe la situazione, impedendo all’acqua fluviale di uscire dalla Laguna;
16) dunque Il Mo.S.E., che verrebbe costruito per fronteggiare solo le maree eccezionali (e non le medio-alte che continuerebbero a invadere la città), in condizioni atmosferiche particolarmente avverse (ma gli eventi di marea eccezionali spesso sono causati da condizioni metereologiche estreme) non garantirebbe la protezione a +110 (Pirazzoli), fallendo totalmente il suo scopo;
17) sempre la Commisione VIA rileva che uno degli elementi più critici del progetto MoSE sia la manutenzione; al di là degli ingentissimi costi previsti dal Consorzio, "non esistono al momento strutture che, sommerse per lunga durata, possano essere difese dal deterioramento fisico e chimico e dal biodeterioramento. Il MoSE è inaffidabile anche da questo punto di vista;
18) ma c’è un’ultima obiezione tecnica, che più spaventa la comunità scientifica: la possibilità della "risonanza fuori fase" delle paratoie, purtroppo ammessa anche dal "Collegio di esperti internazionali", e cioè la possibilità che tutte le paratoie entrino in risonanza a causa delle onde, fino al collasso del sistema. Potremmo trovarci un portellone (o più) in Piazza San Marco. E’ tollerabile mettere Venezia a rischio di un nuovo Vajont?
19) la realizzazione immediata del sistema Mo.S.E. è illegale. La legge speciale per Venezia 139/1992 prescrive che prima di avviare la costruzione del Mo.S.E. si debba provvedere al riequilibrio idraulico della Laguna, all’estromissione del traffico petrolifero e alla apertura delle valli da pesca. Tutto ciò non è stato fatto e quindi il MoS.E. non può partire;
20) nel marzo del 2001 il Consiglio dei ministri ha ribadito tali priorità: prima il riequilibrio (con estromissione delle petroliere e apertura delle valli da pesca) poi, verificando i risultati ottenuti, si adegui il Mo.S.E. alla nuova situazione;
21) la legge speciale 798/1984 prescrive che gli interventi alla bocche di porto abbiano caratteristiche di sperimentalità, reversibilità e gradualità; è sperimentabile, reversibile e graduale il Mo.S.E.? Ovviamente no, è un sistema rigido, che cementifica per sempre i fondali con 800.000 metri cubi di cemento. Inoltre non è sperimentabile e, se non funzionasse o se il livello del mare crescesse, non potremmo che tenercelo, perchè, a causa delle sue gigantesche sottofondazioni, non è reversibile;
22) anche il voto espresso dal Consiglio superiore dei llavori pubblici n. 209/1982 prevede per qualsiasi intervento nel sistema lagunare le stesse caratteristiche di sperimentalità, reversibilità e gradualità;
23) tutte le grandi opere vengono sottoposte a una valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) per impedire l’esecuzione di quei manufatti o interventi che avessero conseguenze negative sull’ambiente e sulla qualità della vita dell’uomo. Il parere della Commissione VIA per il Mose è stato negativo (1998). Alla relazione scientifica della Commissione è seguito un decreto congiunto dei Ministeri dell’ambiente e per i Beni Culturali, poi annullato per vizi di forma dal TAR del Veneto. La sentenza del tribunale, ovviamente, annulla solamente il decreto amministrativo dei due ministeri ma non la relazione tecnica della Commissione, ancora valida. La regione Veneto, per sbarazzarsi del parere negativo della VIA, ha sottoposto il Mo.S.E. a una nuova V.I.A., ‘regionale’. Tale procedura è illegale perché l’organo giudicante per legge deve essere una Commissione istituita dal Ministero dell’Ambiente (Commissione Nazionale V.I.A.);
24) bisogna ricordare infine che il Consorzio Venezia nuova, progettista in regime di monopolio del Mo.S.E., è un gruppo imprese che ha tutto l’interesse, com’è legittimo e normale, di piazzare il proprio prodotto, tanto più essendo assai remunerativo. Lo fa infatti con un dispendio di mezzi incredibile. Un po’ meno normale è che siano stati affidati allo stesso Consorzio (ancora in regime di monopolio) tutti gli studi relativi al risanamento e riequilibrio della Laguna (solo nel 2001 per l’ammontare di 17 miliardi di lire), e cioè tutti quegli studi e progetti che dovrebbero essere alternativi al Mo.S.E.;
25) la gestione monopolistica dell’affare Salvaguardia si manifesta anche nell’informazione: il Consorzio Venezia Nuova per propagandare il suo costosissimo prodotto ha da anni avviato una campagna di informazione, o meglio dire una campagna pubblicitaria, capillare e dispendiosissima: un punto informativo fisso, un’ufficio stampa attivissimo, filmati patinati, pagine intere su rotocalchi con immagini accattivanti che non danno la reale dimensione delle mastodontiche operazioni connesse all’opera e delle reali devastazioni che il Mo.S.E. apporterà in Laguna. La comunità scientifica, che nel Mo.S.E. vede una minaccia esiziale alla vita e al futuro della Laguna, non ha i mezzi né tantomeno il compito istituzionale per contrastare tale battage pubblicitario. I veneziani dunque non sono stati messi in condizione di capire e di scegliere liberamente;
26) La Commissione VIA ha rilevato gravi mancanze nella valutazione e nello studio di molti aspetti relativi al progetto MoSE, riguardanti : a) il sistema di previsioni delle maree, indispensabile per l’efficacia operativa del sistema; b) gli impatti ambientali, sottostimati; c) le indagini dirette del sottosuolo, carenti; d) i sovralzi (cioè l’aumento del livello dell’acqua) il Laguna con il MoSE chiuso a causa della pioggia diretta, del vento, delle reti idrauliche etc., sottostimati; e) il cambiamenti nella dinamica lagunare che il MoSE determinerebbe, non valutati; f) la risonanza fuori fase, studiata superficialmente e non nelle situazioni più favorevoli al suo verificarsi;
27) per ultimo, conseguenza diretta di quanto sopra esposto, si deve ribadire quanto preliminarmente esposto dalla Commissione ministeriale VIA: la salvaguardia di Venezia non è perseguibile "senza il governo complessivo del sistema lagunare". I componenti di tale ecosistema altamente complesso, formato dalla città, dal territorio connesso e dalla Laguna (compresi il bacino scolante e i fiumi contermini, nonché l’arco di costa e il corrispondente settore marino) interagiscono fra di loro "in modo complesso e non lineare". L’equilibrio fra i vari elementi, secondo la Commissione, "non può che essere ottenuto con un insieme articolato di opere ed interventi nel rispetto delle caratteristiche della sperimentalità, reversibilità e gradualità". Il progetto MoSE, invece, risulta inadeguato e semplicistico "raccogliendo in un’unica azione e tipologia gli interventi relativi all’attenuazione delle maree in Laguna";
28) da sempre l’agire dei veneziani in Laguna si è conformato a un criterio di estrema prudenza, per cui una qualsiasi opera proposta da tecnici o magistrature competenti doveva venire lungamente sperimentata prima di essere assunta. Si può obiettare che gli antichi non disponessero delle cognizioni scientifiche ora in nostro possesso. Cosa indiscussa, anche se è ben vero che qualsiasi dato scientifico può essere utilizzato in modi diversi a seconda degli scopi da perseguire. Un agire prudente, rispettoso della complessità di questo ecosistema eccezionale, "unico nella sua struttura e nelle sue regole funzionali", pare comunque anche oggi indispensabile per garantire la salvezza di Venezia e della sua Laguna.
Per saperne di più:
-Cristiano Gasparetto, Troppo alto il prezzo per il MoSE, «Il Gazzettino» 8 novembre 2002
-Rosanna Serandrei Barbero, Il "MoSE" ha un’altra faccia che bisogna rendere pubblica, «Il Gazzettino» 4 giugno 2002
-Paolo Antonio Pirazzoli, E se il MoSE fosse già obsoleto? Una risposta a due obiezioni, «Il Gazzettino», 6 febbraio 2003
-Sintesi delle conclusioni del parere della Commissione di Valutazione di Impatto Ambientale relativa al progetto di massima degli interventi alle bocche lagunari per la gegolazione dei flussi di marea, (parere della Commissione VIA consegnato al Ministro per l’ambiente nel dicembre 1998)
-Edoardo Salzano, La VIA sul MoSE, 1998
-Paolo Lanapoppi, Metropolitana sublagunare, tra perplessità e indecisioni, «Il Gazzettino» 18 aprile 2003 (in realtà tratta del problema della correttezza dell’informazione in materia di salvaguardia).
go to the english translation
Italia Nostra: Lo squilibrio della Laguna
Italia Nostra VE: Perché no
Italia Nostra VE: le alternative
Una sintetica illustrazione del Sistema MoSE
Dialogo tra E. Salzano e Piero Bevilacqua
La VIA sul MoSE, le conclusioni della Commissione
La VIA sul MoSE, il decreto del Ministero dell’ambiente
La VIA sul MoSE, articolo di E. Salzano
Le ruspe sono arrivate dappertutto. A Punta Sabbioni si vedono montagne di pietrame dalla Croazia e la spiaggetta è diventata un assordante cantiere. A Ca’ Roman in pochi giorni il Consorzio Venezia Nuova ha sbarrato l’accesso all’oasi con palancole, reti metalliche e passerelle di ferro. A Santa Maria del Mare è già stato distrutto un pezzo di diga ed enormi gru scaricano pietre e cemento. Il Mose accelera, e mentre le proteste aumentano i lavori vanno avanti imperterriti. Mentre i Comuni cominciano a muoversi per verificare eventuali «abusi», cioè interventi attuati senza la compatibilità urbanistica, necessaria per legge anche alle grandi opere. Carlo Ripa di Meana, ex commissario europeo all’Ambiente e ora candidato sindaco per i Verdi non violenti, racconta di «permessi inesistenti, rumori assordanti e danni provocati al patrimonio e alle attività economiche dei residenti oltre che alla laguna». «I permessi li ha il Magistrato alle Acque», ha risposto il capocantiere. E con il via libera avuto dal Comitatone, il Consorzio e il Magistrato alle Acque vanno avanti comunque, e preparano anche i cantieri per la costruzione dei cassoni in aree protette dalla normativa comunitaria (Sic), nonostante il parere contrario di Comune e Provincia.
Intanto l’impresa Mantovani, autorizzata dalla Capitaneria di Porto, ha già messo i picchetti al bacàn di Sant’Erasmo, che sarà ora chiuso per un anno e mezzo. La spiaggetta dei veneziani, uno dei punti di grande pregio ambientale della laguna, sta per scomparire per sempre. Al suo posto un’enorme isola artificiale di pietre e cemento, grande 130 mila metri quadrati, di cui 90 mila emersi. I veneziani cominciano ad accorgersi del pesante impatto che i cantieri avranno sull’equilibrio lagunare. A Punta Sabbioni si sono organizzati in comitato, mentre le associazioni ambientaliste pensano a nuove clamorose iniziative e hanno lanciato un appello a tutti i candidati sindaci. Domenica mattina è previsto uno «sbarco» in bacàn della flotta ambientalista con Felice Casson, mentre un sopralluogo in laguna lo ha promesso anche Massimo Cacciari con Ermete Realacci.
Una situazione esplosiva. Perché più passano i giorni più la gente si rende conto che la grande opera ha bisogno di lavori invasivi, di grande impatto. Nelle tre bocche dovranno essere scavati 8 milioni di metri cubi di fondali, sostituiti con pietrame e cemento. Saranno costruiti 157 cassoni di calcestruzzo, di cui una trentina di dimensioni colossali (50 metri per 40, alti tre). Sui fondali, per sostenere l’immane peso dei cassoni e delle 82 paratoie metalliche, saranno impiantati 12 mila pali lunghi 19 metri, 5960 palancole lunghe fino a 28 metri. E poi cantieri, spiagge trasformate in depositi, ruspe e rumori. A Punta Sabbioni i lavori per il «porto rifugio» sono già in stato avanzato, e sulla riva è ben visibile una grande montagna di pietre.
Un esposto alla Corte dei Conti per fermare i lavori del Mose, autorizzati dal Comitatone senza Valutazione di impatto ambientale.
E soprattutto in attesa del giudizio di legittimità del Tar. Lo hanno presentato ieri le associazioni ambientaliste e i comitati riuniti nel Comitato salvare Venezia e la sua laguna. «La preoccupazione», dicono i firmatari dell’esposto, «è quella che si possa dare avvio a opere senza Valutazione di impatto ambientale, con possibili danni all’ambiente, ai beni vincolati e al patrimonio pubblico. E dall’altra si possa spendere denaro pubblico per opere sottoposte a giudizio di legittimità».
Gli ambientalisti accusano anche il pool di imprese di «aver tenuto in scarsa considerazione gli accordi sul mantenimento dello status quo ambientale sottoscritto tra le parti in attesa della sentenza del 6 maggio». «Invece il Consorzio ha annunciato che inizierà i lavori entro la fine del mese», obiettano le associazioni. A sottoscrivere l’esposto alla Corte dei Conti sono stati Italia Nostra, Wwf, Sinistra ecologista, Codacons e Movimento Consumatori, Ecoistituto, Salvare Venezia.
Intanto un nuovo ricorso «ad adiuvandum», a supporto di quello già presentato dalla Provincia, è stato depositato dall’associazione Vas (Verdi, Ambiente e società), dopo la decisione votata dal congresso nazionale. Il ricorso si rivolge al Tar e alla Corte di giustizia europea, chiede l’annullamento della delibera della Regione dell’8 novembre 2002 e contesta la legittimità della delibera di Comitatone del 3 aprile 2003 che dava il via libera al progetto esecutivo e alla realizzazione del Mose. Un’autorizzazione ritenuta «illegittima» anche da 150 parlamentari del centrosinistra - primo firmatario Michele Vianello - che hanno inviato un esposto al commissario europeo per l’Ambiente Margaret Wallstrom. Una pioggia di ricorsi per contestare la legittimità delle autorizzazioni che hanno dato il via libera al Mose. Intanto si attende la convocazione del Comitatone, chiesta dal sindaco Paolo Costa. A un anno dalla «inaugurazione» del Mose fatta da Silvio Berlusconi non si ha ancora notizia degli interventi sperimentali alternativi contro le acque alte, chiesti dal Comune e mai avviati dal Magistrato alle Acque.
Nell'articolo di Franco Giliberto "Una conferenza sul Mose attira i bagnanti veneziani più della spiaggia", invero molto efficace, si parlava dello zinco rilasciato nell'ambiente dal sistema di protezione anodica delle paratoie. Dodici tonnellate/anno di questo metallo sono una quantità molto rilevante di inquinante, se si considera, come scritto dall'esperto dell'IRSA (Istituto Ricerca sulle Acque del CNR), che questa quantità rappresenterebbe da sola il 50% del carico massimo annuo consentito in Laguna di Venezia dall'intero bacino scolante previste dal nuovo Piano Direttore.
Si possono quindi comprendere le valutazioni negative circa la compatibilità ambientale di un tale rilascio di zinco nell'ambiente idrico che dovrebbe perpetuarsi per decenni, considerato che la vita utile del Mose che si sviluppa sommerso per una complessiva lunghezza di 1572 metri, è annunciata, pur nell'incertezza dello stesso Proponente, di 50 o di 100 anni.
Lo zinco rilasciato dai pani di protezione anodica è un inquinante persitente nell'ambiente idrico e nei sedimenti e suscettibile di bioaccumulo lungo la catena trofica, tanto che in sede UE è stato proposto di bandirne l'impiego negli anodi sacrificali.
Specialmente in considerazione delle vaste aree di molluschicoltura e di aree di raccolta di altri bivalvi presenti nella Laguna di Venezia, il dato relativo allo zinco dovrebbe indurre una riflessione relativa all'uso delle risorse e da mettere, nel tempo, fuori gioco una delle voci importanti dell'economia lagunare, appunto la molluschicoltura, e di accentuare in prospettiva le già note difficoltà di controllo della qualità dei molluschi destinati alla tavola.
Le paratoie previste dal progetto sono complessivamente 79: 21 a Treporti, 20 a San Nicolò e Malamocco, 18 a Chioggia. La superficie (mediamente calcolata) di ogni paratoia si aggira attorno ai 1000 metri quadrati. Per cui si può considerare una superficie (esterna) complessiva di 75.000 metri quadrati di acciaio sulle quali si dovrebbe intervenire per tentare di limitarne con le sostanze tossiche, la crescita dei molluschi e della biocenosi associata.
Nel SIA la crescita del "fouling" è comunque stimata a circa 30kg/anno per metro quadrato di superficie delle paratoie, con una produzione totale di incrostazioni le cui quantità e il cui peso sono facilmente calcolabili.C'è da ricordare che se il Decreto di Valutazione di Impatto Ambientale è stato annullato, non è stata annullata la relazione tecnica della Commissione VIA. Quella relazione esiste, costituisce un parere articolato e fondato, che affronta tutti gli aspetti critici dell'opera e della sua costruzione. Oggi che ci si appresta a costituire l'Ufficio di Piano, forse sarebbe non inutile continuare ad ignorare quel parere, nella considerazione che a tutte le valutazioni lì contenute ed esposte chiaramente, nessuno ha mai opposto una puntuale , fondata ed esplicita controdeduzione.
prof. Andreina Zitelli
IUAV - Università degli Studi
Convegno
LE ALTERNATIVE AL MOSE
26 Febbraio 2005 Aula Magna Universitá IUAV di Venezia
Intervento di CARLO RIPA DI MEANA
Sono passati trentadue anni dalla prima legge speciale del 1973 e invece delle opere per il "riequilibrio idrogeologico" e la "riduzione dei livelli marini in laguna si sta iniziando la realizzazione di un grandissimo sistema di dighe mobili denominato Mo.SE. criticato giá dal 1982 perché profondamente sbagliato fin dall'impostazione ambientale. Invece di "riequilibrare" si sta per stravolgere l'ambiente delle bocche di porto, del "Bacan", travolgendo i piú importanti valori storico - paesaggistici del Cavallino del Lido a S.Nicoló e agli Alberoni e di Pellestrina.
Si é arrivati a questo punto perché ancora oggi, unico caso in Europa, lo Stato italiano delega un concessionario che ha il monopolio di studi progetti e realizzazioni e che, con la forza coinvolgente degli enormi finanziamenti pubblici, ha condizionato da vent'anni le strutture pubbliche, buona parte delle forze politiche, delle imprese e dei professionisti e. persino delle Universitá.
Con connivenze molto estese, di fatto anche da parte di chi si dichiara contrario a tutto ció, si sono fatte forzature di norme e di procedure.
Unico caso in Europa di questa gravitá, si sta realizzando un'opera che ha avuto la Valutazione di Impatto Ambientale da parte degli organi dello Stato negativa, valutazione superata con decisioni politiche (come a suo tempo nel 1990 era stato superato anche il parere negativo del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici). Realizzazione che avviene in contrasto con le leggi speciali che prescrivono la realizzazione di opere "sperimentali, graduali e reversibili", con grandi interventi e sbancamenti di fondali e demolizioni, ed inoltre in contrasto con le norme ambientali Europee e con lo stesso Piano Regolatore vigente.
Si é arrivati al punto che il Consiglio Comunale vota un "no" a questo progetto e che il Sindaco, nell'ambito del Comitatone, lo rovesci in un "sí" al progetto esecutivo (peraltro ancora da fare) e alla sua realizzazione (coprendosi con alcune equivoche condizioni mai realizzate). Per molto meno, sugli stessi temi, nel 1987 si arrivó ad una drammatica crisi comunale.
E' nostra opinione che la politica, specialmente quando sono in gioco le sorti della cittá e della laguna con interventi le cui conseguenze pagheremo per secoli, deve riconquistare altra dignitá e ben altra capacitá di governare l'economia almeno quella degli investimenti e delle opere pubbliche.
Negli ultimi dieci anni gli studi sul tema sono stati molto approfonditi. Dal 1995 al 1998, l'approfondimento ha portato al giudizio negativo sul progetto Mose della Commissione Nazionale di Valutazione dell'Impatto Ambientale.
Titolo originale: Venice Turns to Future to Rescue Its Past – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
VENEZIA – Quando Jane da Mosto si arrampica dal motoscafo taxi fino ai gradini di ingresso dell’antico palazzo di famiglia sul Canal Grande, il suo sguardo si tinge di tristezza. Quella che era un tempo la gloriosa Casa da Mosto ora è poco più di un guscio vuoto in decadenza, con l’acqua salata di Venezia che lambisce la porta e consuma le pareti.
”Un giorno o l’altro finirà per scivolare nel canale” ci dice da Mosto, ricercatore per il Corila, un consorzio di gruppi che studia la laguna di Venezia nella speranza di salvarla.
Ora, un audace progetto di costruzione multimiliardario sponsorizzato dal governo italiano sta per iniziare, tentando di raggiungere questo obiettivo. Ma molti, compresa la signorina da Mosto, sono scettici sul fatto che sia sufficiente. “Preferisco non pensare a dove sarà Venezia fra cento anni” dice. “È opprimente, e triste. Magari sarà chiusa, come un lago. Magari sarà sott’acqua, e i turisti potranno vederla da una barca col fondo di vetro”.
La Laguna di Venezia è uno degli ecosistemi più delicati e instabili del mondo, uno spazio unico dove la salvezza dell’ambiente naturale che scompare è fondamentale per la tutela della storia e cultura umana: secoli di arte e architettura se ne stanno in mezzo alla riserva naturale, e andranno persi se la laguna muore. Tutto questo ha stimolato un appassionato dibattito sui drastici progetti ora in corso per salvarla: progetti che stanno ai confini delle conoscenze scientifiche e delle capacità ingegneristiche. Il cuore della contesa sono i contrasti fra chi crede nel potere della tecnica umana di piegare le forze della natura, e chi teme che i principali ingegneri italiani, con la loro presunzione, possano solo complicare i problemi di Venezia.
Il punto centrale dell’ambizioso progetto governativo italiano – chiamato MOSE, dalla separazione delle acque del Mar Rosso – è una serie di 78 gigantesche dighe subacquee mobili che riposano sul fondo del Mare Adriatico, imponenti barriere pronte ad alzarsi meccanicamente in superficie quando sorge il bisogno di fermare maree di altezza straordinaria. Queste maree, che generalmente si verificano qualche volta l’anno, provocano rapidamente danni a Venezia, a volte disastrosi come nell’alluvione del 1966. Come uno dei progetti prioritari del primo ministro Silvio Berlusconi, le barriere high-tech hanno un peso politico del tutto paragonabile a quello fisico, di 300 tonnellate ciascuna, e al loro costo, che è di 4,5 miliardi di dollari.
“Queste barriere sono un enorme intervento ambientale, di una dimensione mai tentata prima” dice Alberto Scotti, ingegnere a capo del progetto, tanto fiducioso e concreto quanto altri sono emotivi.
I critici sono preoccupati dal fatto che questi enormi sbarramenti possano modificare ulteriormente il delicato equilibrio naturale. Sottolineano che le barriere non fanno nulla per alleviare il degrado quotidiano della città, effetto di forze molto più sottili che operano nella laguna morente, e che richiedono soluzioni meno fascinose.
L’acqua che lentamente si alza e si abbassa, lascia molte pareti degli edifici costantemente sotto il livello. La quantità di sale in aumento nelle acque dei canali minaccia le fondamenta. La scomparsa della vita vegetale sul fondo della laguna ha trasformato quelli che un tempo erano canali dalla vita complessa in condotti che riversano acqua in città ad ogni burrasca.
”Al momento, si concentra tutto sugli sbarramenti: che spaventano parecchio perché si tratta di una soluzione rigida e non sperimentata” dice la signorina da Mosto, coautrice di The Science of Saving Venice, libro sponsorizzato da “Venice in Peril”, un’organizzazione non governativa britannica. ”Molti scienziati pensano che risolverà il problema, e molti pensano di no” aggiunge. “Non posso dire quale sia la soluzione, ma occorre anche stabilizzare l’ambiente. Quello che so, è che la laguna è immensamente complicata, e quanto più ci si basa su soluzioni diversificate e reversibili, tanto meglio è”.
Alberto Scotti sostiene il suo progetto con modelli complessi computerizzati e studi di fattibilità. “Abbiamo verificato tutto attraverso modelli” dice con una punta di esasperazione. “Abbiamo modelli di morfologia della laguna. Possiamo riprodurre i venti, il tempo atmosferico e le maree. E i nostri modelli ci dicono che funzionerà, e che non ci saranno impatti ambientali negativi”. Rappezzare costantemente le ferite di Venezia è diventata un’ossessione, e un’occupazione a tempo pieno per il comune e gli abitanti.
Recentemente allo Squero di San Trovaso, sede dei famosi laboratori veneziani per le gondole, i canali sono stati prosciugati per manutenzioni. Dozzine di operai della Insula, struttura pubblico-privata di manutenzione dei canali, osservano ogni centimetro delle sponde, riparando le superfici danneggiate e pompando schiuma da tubi verdi dentro le pareti, per rinforzarle. ”Venezia deve essere mantenuta in efficienza come un barca: si tira in secco e si ripara”, dice Giorgio Barbarini, conducente di motoscafo taxi. ”Venezia sta cadendo a pezzi perché è difficile mantenere in efficienza un’intera città”.
Dal punto di vista strettamente evolutivo, il declino di Venezia forse è inevitabile. Le lagune, con i loro acquitrini e le acque salmastre, sono ecosistemi costieri di transizione, che tendono nel tempo a diventare laghi d’acqua dolce o a mescolarsi alle acque marine. È un processo che viene accelerato quando l’uomo abita entro questi pezzetti instabili di natura, come è accaduto qui per oltre mille anni. I veneziani hanno a lungo amministrato le acque per proteggere la propria città, deviando fiumi nel XIV secolo.
Ma le rapide trasformazioni dell’ecosistema sono avvenute col XX secolo. A partire dagli anni ’30 sono state create una zona industriale e altre superfici pompando via acqua, e accelerando drammaticamente la subsidenza. La navigazione e l’inquinamento che ne sono seguiti hanno eroso le principali caratteristiche difensive della laguna, che per secoli avevano aiutato a tenere a bada il mare. Per esempio, quello che una volta era il complesso fondale della laguna oggi è per la gran parte piatto e privo di vegetazione, e lascia che l’acqua venga spinta dalle burrasche in città senza incontrare ostacoli.
Come conseguenza il livello medio dell’acqua a Venezia è di quasi 30 centimentri più alto di quanto non fosse un secolo fa, e probabilmente un metro più di 250 anni fa, secondo i ricercatori del Corila. L’acqua, un tempo salmastra, ora è salata come quella del mare.
Il riscaldamento globale, qui non ha ancora contribuito in modo sostanziale all’innalzamento del livello, dice la signorina da Mosto. Le previsione sugli effetti finali per l’Adriatico variano di molto: alcuni scienziati stimano un innalzamento di soli sette centimetri, e altri che possa avvicinarsi al metro. L’acqua già ora riempie le piazze e filtra nelle chiese. Sale nelle case attraverso gli scarichi. Corrode le pareti dei edifici che non erano stati pensati per stare sommersi. Se le fondamenta dei palazzi veneziani sono state costruite con materiali che resistono all’acqua, i muri sono di mattoni, porosi. ”È stato speso molto denaro per rifare gli intonaci e sostituire le pareti mattone su mattone. Lo chiamiamo strato sacrificale”, dice da Mosto. “Ma dopo qualche anno si sbriciola”.
Al contrario, i progettisti del MOSE sembrano piuttosto perplessi di fronte alla resistenza, nella città che si sono impegnati a salvare.Ci sono stati anni di negoziati con rappresentanti locali e gruppi ecologisti prima che iniziassero i lavori, nel maggio 2003. Scotti sottolinea che il progetto non comprende solo le barriere, che saranno portate a termine nel 2010, ma anche piani di consolidamento per le pareti degli edifici, per proteggerli dalle maree minori, e progetti per ripristinare le zone umide. I critici contestano che si tratta solo di ripensamenti poco studiati.
”La gente, qui, accetta gli allagamenti e gli stivali come parte della vita” dice Scotti. “Ma vivere in queste condizioni li pone in una situazione di svantaggio rispetto agli abitanti di Milano o Roma. Questo significherà un cambiamento nella loro vita”. La sfida ingegneristica di Scotti è enorme, sia dal punto di vista della forza delle maree, sia per la richiesta da parte del governo che gli sbarramenti siano invisibili (al largo sul mare) quando non utilizzati, una decisione che molti ritengono non necessaria, e che ha aggiunto milioni di costi al progetto.
Le squadre di lavoro stanno ora costruendo frangiflutti artificiali per rallentare le maree. Col tempo, verranno inserite migliaia di pali d’acciaio nel fondale lagunare. Sul fondo del mare, per sistemare le barriere, saranno sistemati blocchi di cemento di 60x40x10 metri.
È la semplice dimensione del progetto a terrorizzare gli scettici, che temono un enorme sforzo che disturberà ancora di più la Laguna.
La Laguna di Venezia è stata ampiamente studiata dagli scienziati, ma molto del lavoro è stato svolto localmente, e mai coordinato o presentato sulla stampa scientifica, dice da Mosto. Di conseguenza, si comprende ancora poco del complesso ecosistema.
Ma i progettisti sostengono che costruiranno lentamente e con eccezionale cura, per creare un ambiente protetto ai veneziani – anche se non corrisponde alla forma naturale della laguna. “Vede, non c’è più ambiente naturale da recuperare, qui a Venezia” dice Scotti. “È stato modificato dall’uomo per centinaia di anni”.
”Quello che è importante è creare una laguna con molte possibilità di vita” continua. La forma non sarà naturale. La vegetazione non sarà la stessa. Ci saranno materiali artificiali. Non esistono manuali su come si costruisce una laguna”. ”Siamo umani, e ovviamente non siamo in grado di rifare quello che Dio ha già fatto”.
Non c'è bisogno di "rifare quello che Dio ha già fatto”.Chiederemmo solo di fare come faceva la Repubblica Serenissima: interventi sperimentali, flessibil, reversibili. Che cosa c'è di sperimentale, flessibile e soprattutto reversibile in una serie di "palazzi", di 60x40x10 metri, posti a separare sott'acqua la Laguna dal mare? Che cosa c'è di reversibile nella distruzione di ettari di fondali alle bocche di porto? Non servono nuovi manuali, ingegner Scotti, basta saper leggere il manuale che la storia e la natura hanno costruito insieme.