Caro Eddy - dopo il voto penso di continuare e nonostante non sia facile le prime riunioni dei firmatari romani sembrano confermare questa possibilità . Non è facile però penso valga la pena tentare. In verità la mia idea è molto semplice vedere se è possibile costruire una " filiera " , " tessitura" chiamala come vuoi di persone o situazioni che si dialettizzano fra loro sia su questa intenzione " nuova sinistra " (molto intenzione e su cui molto ci sarà da lavorare - le incognite sono molte congresso DS - formazione della federazione Ulivista - aggregazioni o quello che sarà della sinistra dispersa o cespuglietti + Rifondazione - natura dell'allenza di centrosinistra ecc. ecc.) ma molto di più su idee sulle varie questioni aperte da mettere nel circolo (lavorando su una estensione dei reciproci contatti singoli o organizzati e individuando alcuni punti o mementi di eccellenza) . Ti mando intanto una nota informativa e il testo dell’appello.
I vostri propositi mi sembrano del tutto ragionevoli, e li condivido. Qui sotto gli appunti sulla riunione e il testo dell’appello, che ho sottoscritto anch’io.
Incontro dei firmatari romani dell'appello "un voto in prestito"
21 giugno presso Casa delle culture ( breve sintesi )
1 ) Si è discussa la bozza di documento : "Un processo costituente di una sinistra nuova e unita". per dare continuità e sviluppo coerente al "voto in prestito". Accolti i vari suggerimenti si è deciso di raccogliere le adesioni al nuovo documento verificando la conferma delle adesioni dei firmatari del " voto in prestito" ( conferma via email o telefonica ) e chiedere loro di contribuire , nelle forme singole o collettive che riterranno più opportune, all'estensione dei consensi al nuovo documento . Per conferma e nuove adesioni scrivere a :unvotoinprestito@tiscali.it
2 ) avviato il lavoro di adesioni sul nuovo testo - realizzare una riunione-incontro di presentazione (con gli stessi partecipanti dell'iniziativa 25 maggio ) entro la seconda metà di luglio per lanciare in quella sede una assemblea romana e valutare l'opportunità di una iniziativa nazionale di più ampio respiro.
3 ) Avviare un tavolo di lavoro sulle elezioni regionali ( progetto Lazio ) invitando a parteciparvi i firmatari che riterranno di volersi impegnare sul tema. ( si invita a dare la propria disponibilità per calendarizzare il primo incontro ) Il tavolo di lavoro dovrebbe istruire le ipotesi di lavoro ( progetto - iniziative - partecipazione alle scelte delle candidature ) per le prossima scadenza elettorale da proporre successivamente ai firmatari tutti configurando, così, un terreno concreto di costruzione-sperimentazione del processo costituente.
4) impegnare tutti a ricercare contatti con associazioni e movimenti per informarli del nostro lavoro, per scambiare esperienze e costruire un incontro per verificare la possibilità di un percorso comune
Gli altri punti all'ordine del giorno non sono stati esaminati e saranno oggeto di proposte specifiche da precisare.
Alleghiamo il testo nuovo documento
Tutti coloro che vogliono approfondire singoli aspetti del documento o dare un contributo generale possono inviare il loro contributo a casadelleculture@interfree.it i vari contributi saranno ospitati sul sito casa delle culture( www. casadelleculture.net ) dando periodicamente notizia a tutti i firmatari dei contributi pervenuti.
Certamente non dobbiamo cantare vittoria a gola spiegata come se le truppe nemiche fossero state tutte sterminate o fatte prigioniere. Il tema della futura politica nazionale, dell’eventuale governo “altro” deve fare i conti con il cambiamento avvenuto in questi anni nella popolazione, nella composizione sociale per classi/ceti, strati reddituali, ecc.ecc., nei relativi comportamenti culturali e consumistici. C’è stato un vero e proprio mutamento antropologico in una gran massa di persone, direi tutte quelle soggiogate da quei mezzi di informazione, televisione in testa, appunto destinati dai nuovi poteri a trapanare il cervello della “gente” per infilarvi dentro il nuovo pensiero tutt’altro che “debole”: il pensiero “unico” riproduzione di quello del grande capo carismatico (?) e dei suoi accoliti. Lo spostamento di voti nelle recenti elezioni può indicare una sfilatura permanente di quel pensiero da una certa, consistente parte di quei cervelli? Non lo posso sapere. Tuttavia ho scritto speranza; non fiducia in tutti i dirigenti del centrosinistra: questo tutti, poi, è essenziale perché l’eventuale governo degli attuali oppositori deve essere assolutamente coeso, se deve varare e far navigare sicuro un programma appunto opposto, con attuazioni in certi casi difficilissime anche solo a partire dalla distruzione delle “opere” che il berlusconismo imperante lascerà dietro di sé. Fassino non ha perso l’occasione di mostrare qualche giorno fa una sua presunta superiorità quando ha creduto di prendere in castagna Moretti: quei dirigenti da cambiare perché non avrebbero mai vinto nulla, al contrario, “sono tre anni che vincono!”. Cuor contento il ciel l’aiuta. Forse non sempre. Intanto, caro Fassino, pensa piuttosto alla prospettiva di una vittoria irraggiungibile senza costruire una coalizione onnicomprensiva, triciclo o non triciclo quale base di partenza. Pensa piuttosto a come si comporterà nel governo di centrosinistra un Rutelli spesso pronto ad accettare papalate o subdole offerte bipartisan dei nemici. I cattolici ex democristiani che ha nel suo gruppo sono molto più prudenti.
“Non gongoliamo troppo”
Caro Lodo,
ho letto con piacere le tue sempre combattive e condivisibilissime parole, nella misura in cui mi piacciono, come anche quelle di Eddy.
Mi pare però che il centro-sinistra, pur preoccupato del livello di decadenza al quale è stato condotto il Paese, si stia forse gongolando un po’ troppo, quasi che domani, anzi stasera, cadesse il governo di destra e di B. e tutto d'incanto arrivasse la fatina. Berlusconi è un pezzo duro, quello ha sette vite, la sua gang idem. Con intelligenza ma forse con prudenza, credo che quelli dureranno fino al termine della legislatura. Non hanno ancora portato a completamento il programma della P2. Quindi: calma e sangue freddo. E poi c'è ben poco di che essere contenti.
Se e quando B. se ne andrà resteranno tante macerie da ripulire: penso al danno immenso causato dal berlusconismo alle persone, alle intelligenze, anche alle persone di sinistra. E' un danno profondo, difficile da estirpare. Altro che campagna di "riafalbetizzazione". Ci vuole una rifondazione della comunità nazionale, se si vorrà fare. E sarà una lotta continua che solo un riequilibrio del potere mediatico potrà in parte, agevolare.
Penso ai danni enormi prodotti alle fondamenta della Repubblica costituzionale, alle profonde controriforme che hanno sfasciato, ma a volte purtroppo impresso velocità ed uno sfascio in atto e già avanzato, di alcuni settori e servizi pubblici fondamentali e politicamente strategici per una democrazia: il mercato del lavoro, la sanità e l'assistenza, l'istruzione, la previdenza, le politiche di tutela della classi pi deboli, la svendita di settori strategici per l'economia nazionale (energia, comunicazione, trasporti). Lo sappiamo.
Caro Eddy,
l'intervento di Nico Hirtt che hai riportato su eddyburg credo vada completato con alcune notizie e riflessioni, perchè la storia della II G.M. (e la storia in generale) va raccontata - per quanto possibile - tutta intera, onde evitare fraintendimenti, più o meno in buona fede.Le cifre citate da Hirtt, sul numero dei caduti dei vari Paesi coinvolti, rappresentano uno degli elementi da ricordare e senz'altro nell'ambito ricordo di quanti hanno portato il peso della durissima lotta anche i milioni di "soldati Ivan" devono essere onorati come meritano.Andrebbe però ricordato anche che lo "Staline" menzionato da Hirtt nel '39 stipulò un patto con Hitler (o meglio lo stipularono i rispettivi ministri degli esteri. Molotov e Ribbentrop), in base al quale nell'estate di quell'anno tedeschi da ovest e sovietici da est si spartirono (per la quarta volta, dopo le spartizioni del XVIII secolo) la Polonia "da buoni alleati". Alleanza di fatto che durò praticamente fino all'invasione tedesca dell'URSS nell'estate del '41.Per oltre un anno, quindi, dalla caduta della Francia nel giugno '40, all'attacco all'URSS il 1 settembre '41, fu in realtà la sola Inghilterra - tra le grandi potenze di allora - ad opporsi non soltanto alla Germania, ma anche all'Italia ed al Giappone, su tutti i teatri di guerra (Nord Africa, Estremo Oriente, Mediterraneo, Atlantico ...). L'attacco tedesco all'URSS produsse un'ecatombe fin dai primi mesi anche per le conseguenze delle epurazioni di "Staline" tra gli alti quadri dell'Armata Rossa nel periodo delle "purghe" del '37-'38 e per la conseguente impreparazione bellica.Non fosse stato per i massicci aiuti militari - e non solo - che gli inglesi prima e poi soprattutto gli USA (dopo il dicembre '41), per anni, verso l'URSS, è verosimile che i tedeschi sarebbero arrivati a Mosca già nell'inverno del '41 e non ci sarebbe stata la vigorosa che portò i sovietici fino a Berlino (da dove, com'è noto, stentarono un po' ad andarsene...).Ciò nulla toglie, naturalmente, al merito dei tantissimi Ivan che diedero la vita contro i nazisti, e tanto meno alle capacità dei generali sovietici (il maresciallo Zukhov su tutti) cui alla fine "Staline" si decise ad affidare la conduzione delle operazioni.Onore e gloria a loro per sempre, ma onore e gloria anche ai tanti oscuri "operai (e contribuenti) John" che lavorarono per lo stesso risultato, producendo carri, cannoni, navi e minuzioni e ci permettono ora di disquisire sulle loro immani fatiche.
Caro Dario, tu poni due questioni. La prima è legata alla contingenza, la seconda alla valutazione storica.
Sulla prima. Mi sembra che oggi non ci sia il rischio di una sottovalutazione di John, ma quello di una assoluta dimenticanza di tutti gli altri, e soprattutto del ruolo, storico (nel senso di accertato dalla storia), dell'URSS e dell'Armata rossa nella sconfitta del nazismo. Io mi preoccupo di chi è ignorato, non di chi è sugli altari.
Sulla seconda. Non è questa la sede di una valutazione storica complessiva di un periodo complesso. Ma chi conosce un po' la storia degli anni che vanno dal 1917 al 1950 sa che il patto Stalin-Ribbentrop fu un episodio (che certo gettò nello sconcerto i comunisti europei: basta aver letto i romanzi di Aragon) in una vicenda nata nel 1917, che vide le democrazie occidentali impegnate nello sforzo strategico di distruggere il tentativo di costruire un sistema sociale e politico antagonista al capitalismo: si cominciò con il "cordone sanitario" alla fine del 1917, si concluse con il Trattato di Monaco del settembre 1939, si ricominciò con il discorso di Fulton di Churchill, nel marzo 1946.
In questa vicenda, il patto Molotov-Ribbentrop fu, a mio parere, un episodio volto a scongiurare il tentativo di Chamberlin e Halifax di gettare Hitler verso l'Est, a distruggere l'URSS.
Ciò che a me preme comunque sottolineare è che, al di là dell'opposizione storica tra i due sistemi (l'opposizione è stata risolta, ma i problemi che l'hanno generata sono rimasti), al di là di questo, la sconfitta del nazismo e del destino mortifero che avrebbe comportato, è stata possibile solo grazie al fatto che gli USA, l'UK e l'URSS hanno trovato l'accordo, e che di questo accordo i pesi sono stati sopportati da tutte le sue componenti. Non solo dagli USA, come oggi i mass media vogliono far credere.
Sull'articolo di Nico Hirtt, cioè se sullo sbarco in Normandia si fa della commemorazione o della mistificazione. Forse solo propaganda, ben avendo a mente comunque che coloro i quali - britannici, cittadini in armi del Commonwealth, americani, polacchi, francesi, belgi e olandesi, oltre ai civili francesi - ci lasciarono le penne e non in numero insignificante, tra le coste rocciose di Utah e le spiagge di Omaha, Sword, Juno e Gold nel corso dell'operazione Overlord, avrebbero preferito il contrario. Forse la grandiosità di quello sbarco, però, sta nell'immane operazione logistica-organizzativa eseguita in quegli anni, coi mezzi disponibili allora, in condizioni climatiche che non resero agevole l'attraversata della Manica, di un quantitativo enorme di uomini, mezzi, materiali, che non mi pare si sia mai più (per fortuna) ripetuta in un solo colpo da allora, neppure in Iraq e nel Vietnam. E anche nell'idea, che non è però solo tale, che gli statunitensi attraversarono l'Oceano Atlantico per aiutare gli europei a liberarsi dai nazi-fascisti; in altri termini che morirono non propriamente per difendere casa loro. Ciò premesso, ben fa Hirtt - visto che si tratta di storia moderna, sarebbe mica male se nelle nostre scuole se ne parlasse con la dovuta precisione, ben comprendendo che alla televisione non è pensabile nel clima attuale -, va fortemente ricordato che di Ivan ce ne sono stati parecchi, eccome. E' che i numeri da soli non parlano se non gli si da voce e volume. Avevano tutti la unica, grande colpa di essere cittadini dell'Unione Sovietica, potenziali mangia bambini, incendiari di chiese e stupratori di monache. Chissà mai se un giorno qualche produttore cinematografico, magari statunitense, illuminato e indipendente (si dice così, ma non ho ben capito da chi si sarebbe liberato: dal mercato ?), scoprisse che esiste un enorme mercato fatto di tanti Ivan. Ma chi ha interesse a parlare di tutti quegli Ivan ? Gli americani non credo, presi come sono a ritenersi più che mai i salvatori del mondo dal male degli altri. Forse Putin ? Paura di Stalin, del comunismo, della Grande Russia ? Quando ero ragazzo mi ricordo che a Roma, al palazzetto dello sport dell'Eur, si faceva la fila per vedere due spettacoli: Holiday On Ice e Il Coro dell'Armata Rossa. Non ricordo a quale dei due spettacoli ci fosse più fila al botteghino. Ma a sentire quei canti e quei fischi che ti schioccavano nelle orecchie, mi venivano i brividi ed era un pò come sentire le pallottole del compagno Ivan dagli occhi azzurri ed i capelli a spazzola biondi, tra un caseggiato sventrato a Stalingrado e un villaggio contadino nell'estate torrida dell'Ukraina distrutto dai tedeschi. Bisognerebbe scrivere "Salvate il soldato Ivan". Qui è lo scritto di Nico Hirtt
Caro Eddyburg,
Da quel che si legge qui e altrove, e si sente dire in giro, mi pare che tre questioni emergano con particolare evidenza e urgenza. Il deplorevole comportamento della Sinistra, presa in complesso, a fronte della situazione urbanistica del nostro Paese, contrassegnata da diffusa sregolatezza, con effetti deplorevoli per le nostre città e campagne, e per chi le abita. La nuova legge urbanistica in discussione al Parlamento, effetto anche del suddetto comportamento. Il ruolo e la figura dell’INU in tali frangenti. Per evitare lunghezze “spropositate”, come quelle (ricordi?) di Urbanistica Informazioni 101/1988, tratterò separatamente le tre questioni in tempi successivi.
Della prima questione è tipico ciò che dice Vezio De Lucia (24.05.2004) a proposito di Repubblica e di Pirani, giornalista degno del massimo rispetto, ma evidentemente male informato. Perché? Probabilmente per diversi motivi, ma certamente perché le sue orecchie sentono parlare d’altro che dei veri, sostanziali problemi urbanistici. Il parlare d’altro è una tattica dagli effetti meravigliosi. Come avviene, per esempio, quando, invece di parlare della attuale politica veteroimperialista degli Starti Uniti, e nostra di occidentali in genere, che è la causa prima della presente disastrosa guerra, si parla di torture, che sono solo l’effetto, tutto sommato scontato, dell’impiego di soldataglia poco controllata.
Ma, per stare alle cose nostre, di problemi che sono falsi, o rischiano di diventare tali, ho scritto su Urbanistica Informazione 191, a proposito della recente polemica che ha opposto Giuseppe Campos Venuti a Paolo Berdini. Sarò un urbanista poco ortodosso, ma non riesco proprio a scaldarmi su temi come esproprio/perequazione (che lo stesso De Lucia avverte come un falso problema), o sulle leggi urbanistiche regionali (quando penso che ci vorrebbe una legge urbanistica europea), e meno ancora sul P:R:G: di Roma (che considero un trabocchetto per la Sinistra).
In sostanza, penso che se si auspica una stampa meglio informata e informante, e soprattutto si vogliono comportamenti a sinistra più degni di questo nome, noi urbanisti, tanto più se presumiamo di dire cose sensate e vere, dobbiamo impegnarci a meglio centrare i veri problemi, e a denunciare, pur con i pochi mezzi di cui disponiamo, i pesanti mali che affliggono le nostre città e i nostri concittadini. Problemi essenzialmente “di principio”, e mali riscontrabili puntualmente nei fatti. In questo senso Roma, di Rutelli prima, di Veltroni ora, come tante altre grandi città, è una miniera di scavo inesauribile.
Tuo non del tutto scoraggiato Franco Girardi.
Caro Eddy. il tuo ultimo editoriale mi trova in piena sintonia e malinconia: la prospettiva più vicina è "disfare, disfare, disfare..." ciò che i nostri governanti hanno fatto finora, e disfare in fretta prima che i danni diventino pervasivi non solo dei luoghi e delle istituzioni, ma delle menti. a me pare che i guasti più gravi Berlusconi e i suoi li abbiano prodotti negli animi, inducendo cattive abitudini, indifferenza, incapacità di "scandalizzarsi" davanti alle porcherie più evidenti.Vorrei vedere le strade e le piazze piene di gente che si ribella davanti a tanta impudicizia,a tanto volgare disprezzo dell'intelligenza dei più.la mia recente passione è rivolta a ZAPATERO E AGLI SPAGNOLI che non solo hanno abbandonato questa orribile guerra ma si sono messi subito all'opera per disfare i danni più gravi lasciati sul campo dai loro sciagurati predecessori (prima fra tutte la c.d. riforma della scuola).Il lavoro che ci aspetta è doppio, disfare e rifare, ma non come penelope, rifare verso prospettive davvero nuove e condivise, dai più. Io credo che ne saremo capaci se ci prepareremo, subito, a vedere cosa è urgente disfare, e ancora più urgente rifare. Anch'io vorrei vedere le strade e le piazze piene di gente che protesta. Spero di vedere almeno i seggi elettorali pieni di elettori che votano per persone come te, contro Berlusconi e impegnati a "disfare per rifare"Eddytoriale n. 45 del 23 maggio 2004
Quando ho letto, ieri, il nuovo articolo di Pirani in tema di "urbanistica", avrei voluto, quasi furioso, scrivere di nuovo ripartendo dal mio pezzo del 7 maggio Pirani non docet. Ma non potevo farlo perché stavo fuori casa fino a sera (permettendomelo condizioni di salute migliorate dopo un ennesimo periodo di fastidi). Ora ho letto l'"anticipo" di De Lucia (che probabilmente non si era accorto del mio scritto) e riletto Giulio Pane del 9 scorso. Vedo peraltro il tuo editoriale del 23. Abbiamo cento volte ragione: io, poi, mi sento confortato nell'impegno di questi ultimi anni: denunciare la distruzione dei residui paesaggi e ambienti urbani e architettonici del nostro paese, proporre un radicale (questo sì) mutamento dell'atteggiamento degli urbanisti-architetti fra i quali, purtroppo, la maggioranza sembra non essersi accorta di vivere in un'Italia nemmeno parente di quella tramandataci dalle generazioni precedenti.
E oggi questo Pirani, del quale abbiamo sempre riconosciuto i meriti giornalistici nella difesa del sistema sanitario, della scuola pubblica e così via, continua a prendersela con un "fondamentalismo" ambientalista che vede solo lui nei fatti (le parole non c'entrano). Questa mattina, appena sveglio, ho pensato subito a Cederna, del quale De Lucia ricorda le battaglie anche su Repubblica. Il sentimento di Pirani è deprimente, per me, e vince sul conforto, perché lui conta più di noi, perché lui può influire assai di più sull'opinione pubblica. Ma come!: il Malpaese ha sostituito il Belpaese e lui vede soltanto, dopo il finto Niemeyer di Ravello, il Renzo Piano di Genova e un presunto meraviglioso "riformismo" del Piano di Roma prevaricato dal solito fondamentalismo urbanistico alla De Lucia. E ripete che da noi non si è fatto nulla, è prevalsa la "conservazione immobilistica dell'esistente", che invece a Barcellona, Siviglia, Parigi, Amsterdam, Rotterdam, insomma in Europa, ci sono, le grandi "realizzazioni" moderne.
Sono costretto a ripetermi: ma quale immobilismo italiano: nessun paese al mondo si è mosso quanto il nostro a demolire il buono e bello, a sconvolgere città e territori dalla Vetta d'Italia a Capo Passero, a edificare edificare edificare, certo a causa della rapace imprenditoria privata, legittimata o abusiva che fosse, mentre l'iniziativa pubblica semmai si dedicava ad abolire ferrovie, a realizzare strade spesso inutili (è falsa la lamentala che ce ne siano poche), a tollerare gravissime lesioni dei centri storici, a colludere con privati arroganti e spesso corruttori: e oggi, postfazione del gran libro pornografico dell'urbanistica e architettura nazionali (anonimo o ricco di nomi?), si dedica a svendere il patrimonio demaniale e i beni storici. Basta. L'arrabbiatura conduce a un eccesso di ripetizioni. Ma, caro Eddy, cerca di far conoscere a Pirani i nostri interventi. Almeno cacciargli una pulce nell'orecchio... Come ti ho fatto notare altre volte, è inutile scrivere direttamente ai giornalisti di Repubblica sperando di suscitare un dibattito.
Cercherò di far avere a Pirani un piccolo dossier. Magari un'altra volta sentirà più campane. Dum spiro spero.
Caro Salzano,invece di una replica alle superficiali opinioni di Pirani (De Lucia e Bonadonna l'hanno già fatto esaurientemente), ti mando l'estratto di un capitolo del mio libro "La Città. Architettura e politica" che fa il punto sulla questione. Indirettamente è già una replica a Pirani.
Grazie. Lo inserisco qui sotto
Ti mando un pezzetto sull'articolo di Pirani. mi pare difficile che Repubblica lo pubblichi. al tuo giudizio, ovviamente, ci tengo. un abbraccio e a presto.
Gentile dottor Pirani,
in quanto responsabile del Partito della Rifondazione Comunista per la politica urbanistica, credo di dovermi riconoscere nella sgradevole definizione di fondamentalista con la quale Lei bolla quanti hanno sostenuto e sostengono che la “perequazione” non può essere lo strumento ordinario e generale per regolare lo sviluppo urbanistico e i rapporti tra potere pubblico e privati proprietari di aree.
Credo di essere nella buona compagnia di tanti urbanisti di chiara fama che considerano il “pianificar facendo” un modo surrettizio per trasferire ai privati la sostanziale funzione di pianificare lo sviluppo urbanistico proprio in quanto proprietari delle aree. Vorrei che riflettesse sul fatto che ciò ci riporta, in termini aggiornati, alla contrapposizione, che Lei richiama al punto uno del suo articolo, tra gli interessi della rendita e i principi della Legge Sullo contro la quale, ricorda Pietro Nenni, si udì il “tintinnar di sciabole”.
Se poi, come Lei richiama a proposito dei Parchi sulla Cassia o sulla Nomentana, si mette insieme la perequazione e la compensazione, il rischio di passare dal piano deciso dal Consiglio comunale a quello contrattato diventa eclatatante. Anche perché le previsioni urbanistiche che si intende trasferire “oltre l’EUR” non erano affatto consolidate, non costituivano impegni dell’Amministrazione ma solo previsioni che un Piano successivo può annullare o modificare.
Come vede sto facendo riferimento a norme del diritto liberale e non a dettami ideologici di tipo fondamentalista.
Peraltro il nuovo PRG di Roma è stato adottato e contiene una previsione di circa 65 milioni di metri cubi da edificare. Può verificare che si possono soddisfare tutte le esigenze di abitazione, servizi e standards urbanistici. Rimangono insoddisfatti solo coloro che pensano alla inarrestabile corsa alla edificazione dell’agro romano e trovano sponda in antichi maestri dell’urbanistica folgorati sulla via del riformismo liberista.
Ma visto che Lei si fa paladino di questa “perequazione”, mi può, per favore, sintetizzare quali possono essere i valori ai quali attuarla? E, per favore, non mi risponda che con la perequazione si livella la distribuzione della rendita fondiaria tra i diversi proprietari delle aree di un comparto edificatorio! Perché, appunto, se il Piano definisce l’area da edificare, le funzioni da collocarvi, le quantità e qualità di edificazioni da realizzare, nessuno obietta al ricorso alla perequazione.
Altra cosa è che il Piano dia solo criteri direttori di massima e che i privati propongano cosa, come e dove realizzare in funzione delle aree di proprietà. Questa ipotesi è stata proprio esclusa per la battaglia condotta da un ampio schieramento, di cui mi onoro di far parte, e, se posso dirlo sommessamente, in nome del primato del “bene comune” o, se preferisce, “dell’interesse pubblico” che i riformisti che ho conosciuto – da Fernando Santi a Riccardo Lombardi; e da Giovanni Astengo a Giuseppe De Finetti, per restare in campo urbanistico – tenevano nella massima considerazione.
Mi permetta di aggiungere due brevi considerazioni.
Berlusconi e le sue leggi sulle grandi opere, sulle centrali, sulle antenne non si inserisce nello scontro paralizzante tra massimalismo e riformismo; ma nella breccia aperta da “meno Stato e più mercato”; aperta negli anni ’80 e che la cosiddetta sinistra di governo ha accentuato in nome della “deregulation” e della “modernizzazione”. Non a caso il Ponte sullo Stretto era anche nel programma del centrosinistra. Anche Berlusconi si dice riformista contro lo statalismo imperante!
Riguardo al ruolo dei Sindaci eletti direttamente mi permetto di valutare con maggiore criticità le opere realizzate a Genova, ma anche in altre città compresa Roma, e richiamare la Sua attenzione sul fatto che si tratta, prevalentemente, di interventi di recupero urbano, talvolta discutibili e discussi, che nulla hanno a che fare, in ogni caso, con la “perequazione”.
Potrei giocare con le parole, come fanno i “riformisti”, e dire che recupero, riqualificazione, riuso dei centri storici e degli immobili degradati ed abbandonati costituisce fondamentale espressione di conservazione.
Posso essere più provocatorio? Mi dica, a Suo parere, se il nuovo PRG di Roma è attaccato dai fondamentalisti antiperequazione o da chi continua a chiedere che altre migliaia di ettari di agro romano siano resi disponibili per ulteriori metri cubi di cemento oltre i 65 milioni previsti.
Cordialmente.
Salvatore Bonadonna
Responsabile Nazionale Urbanistica P.R.C.
Caro Eddyburg,
un tempo, su la Repubblica, di urbanistica, paesaggio e dintorni scriveva Antonio Cederna. E’ un segno del declino dell’Italia il fatto che adesso di quegli argomenti si occupa Mario Pirani. Chi ha conosciuto Cederna ricorda bene lo scrupolo addirittura maniacale con il quale verificava le informazioni da utilizzare negli articoli. Pirani, invece, riporta notizie raccogliticce per poterle meglio smentire. Così ha fatto per l’auditorium di Ravello, il cui progetto è attribuito a Oscar Niemeyer, mentre negli atti ufficiali della regione e del comune sta scritto chiaramente che è stato redatto dall’ufficio tecnico comunale. Cita i nomi autorevoli di chi è favorevole all’auditorium, non quelli prestigiosi di chi è contrario. Eccetera. Su la Repubblica di oggi, Pirani tratta approssimativamente di urbanistica, prendendosela – a proposito del nuovo piano regolatore di Roma – con i “fondamentalisti” favorevoli a “l’accantonamento della ‘perequazione’ sostenendo che si deve procedere per esproprio”. Chissà dove Pirani ha letto simili asinerie. Come sai, caro Eddyburg, per conto di Italia nostra (che per Pirani è come il fumo negli occhi) mi sono a lungo occupato delle osservazioni al nuovo piano di Roma e non ho mai lontanamente pensato di far ricorso all’esproprio, né mi consta che lo abbiano fatto altri fondamentalisti. Anche se, devo pur dire, mi pare inquietante la diffusa attitudine a considerare l’esproprio – istituto all’origine degli stati liberali – come nefandezza estrema (secondo Gigi Scano, l’esproprio è ormai come la sodomizzazione dei prigionieri iracheni). La verità è un’altra: la perequazione, così come prevista nel piano di Roma, è un’invenzione che serve a legittimare l’edificabilità in ogni direzione, anche dove non serve. La conseguenza è uno scambio obbrobrioso fra verde pubblico e cemento, con esiti paradossali, fino a quasi 78 metri quadrati di spazio pubblico ad abitante nel XII municipio, tanto da indurre le associazioni ambientaliste a pretenderne di meno, al fine di limitare spropositate espansioni.
Concludo osservando che Pirani si scatena contro i pochi che cercano di impedire scempi e pasticci, mentre non scrive una parola contro il terrificante disegno di legge urbanistica della maggioranza in discussione alla Camera, di cui solo Eddyburg e pochi altri si stanno occupando. Anche questo è un segno del declino politico e culturale della sinistra, dell’Italia e di la Repubblica.
Tuo scoraggiato Vezio De Lucia
Il fatto è che Cederna non si contentava di ascoltare le campane degli urbanisti, ma voleva vedere i fatti e i documenti. Pirani si limita a sentire una sola campana. Il suo articolo è qui.
Caro Edoardo come ti avevo detto e scritto il 25 presentiamo il documento alla stampa e ai partiti. Difficile fare previsioni su come andrà l'iniziativa. posso dire che sta aumentando l'interesse - un esempio tutti i partiti a cui ci rivolgiamo si stanno quasi " autoinvitando". Mi mandi due righe da poter leggere? Al di là del 25 , l'idea è di avere una decina di giorni dopo il voto una riunione (stavolta solo dei firmatari ) per vedere come costruire (ovviamente non un gruppo cosa che sarebbe del tutto in contrasto con quanto affermiamo) ma una rete e modalitè di relazioni che " facilitino" il percorso che auspichiamo nel documento.
Ti ringrazio ancora della collaborazione. Ho verificato dalle adesioni l'utilità della pubblicazione sul tuo sito. Un cordiale saluto e a presto.
Ti rispondo così. Le elezioni europee rendono possibile, eccezionalmente, di manifestare la nostra volontà di elettori senza doverci preoccupare troppo di ammucchiarci sotto la stessa bandiera. Io spero che, grazie alla proposta contenuta nel vostro appello, dal voto venga un segnale forte in tre direzioni: 1) rifiuto netto per Berlusconi e tutto il suo schieramento, colpevole non perché “di destra", ma perché sta conducendo l'Italia alla rovina; 2) critica a un raggruppamento riformista incerto, chiuso e incapace di criticare i propri errori, quindi propenso a ripeterli; 3) sollecitazione alla formazione di un raggruppamento chiaramente di sinistra, aperto ai movimenti per l'ambiente, per la pace, per la legalità e, soprattutto, fortemente orientato verso una dimensione etica della politica. Nel quadro delle proposte di "Un voto in prestito" invito perciò votare i candidati che meglio esprimano questo indirizzo
Caro Eddy, ho letto il tuo fondo del 16 scorso e l'appello Un voto in "prestito". Mia moglie e io l'abbiamo sottoscritto. In una lettera a Stefano Fatarella del 13 ho scritto che avrei potuto scegliere nella sinistra Ds forse trovandovi una mia ex allieva ora membro della direzione, la Gloria Buffo, che non pare aver perduto del tutto la verve che manifestava ai tempi delle lotte studentesche. Ma le tue considerazioni e quelle nell'appello, che già erano dentro di me, mi portano oggi a seguirti su una diversa possibilità. D'altronde, ogni volta che vedo/leggo come si comporta una parte della dirigenza Ds mi cascano le braccia. D'Alema a parte, sulle cui rovinose manovre da cosiddetto "intelligentone" invece incauto e pretenzioso politichista non occorre più soffermarsi, penso soprattutto ad Amato, autore della prima bozza del programma, oppositore dell'opposizione quando si delinea una proposta non moderata, maestrino che si permette di invitarti ad abbandonare qualsiasi posizione effettivamente "verde" (che poi i Ds non hanno in realtà mai assunto), e molto d'altro. A questa stregua, pensando al dopo in caso di successo complessivo del centrosinistra e della sinistra: in qual modo si potrà procedere secondo una linea fortemente differenziata da quella governativa non grazie a qualche ovvietà sul piano economico ma in forza di determinate scelte nette, che noi immaginiamo "di sinistra" benché, si è costretti a dire, non radicale? Intendo che le elezioni politiche del 2006 si vinceranno niente affatto rincorrendo il centro (come sta facendo in Usa quell'idiota di Kerry, già pronto per la sconfitta di novembre nonostante gli enormi "favori" a un'opposizione che sia tale dispensati dalla orribile politica di Bush), ma sortendo, come gruppo coeso degli antagonisti, in campo aperto dotati di una chiara strategia di affrontamento dei problemi, dichiarandoli uno per uno, mostrando i legami che li uniscono. Se fai economia, devi fare anche territorio, se fai territorio ed economia, devi fare anche casa, lavoro e pensioni, se fai tutto ciò devi fare ambiente, città, paesaggio, tempo libero, e così via.Ora andiamo a votare speranzosi (ma il triciclo, si comincia a leggere sulla stampa, forse non aumenterà il consenso attribuito alle ruote separate).
Ciò che conteremo, questa volta, saranno i voti contro Berlusconi, che speriamo tutti siano moltissimi. E spero che per trovare 1) un'unità a sinistra, 2) un accordo tra sinistra e centro, non siano necessari i due anni che si separano dalle elezioni del 2006
Caro Eddy, ho visitato il tuo sito. Complimenti l'ho trovato molto interessante e originale. Il 25 maggio presenteremo alla Casa delle culture il documento. Questa settimana saremo in grado di sapere meglio lo sviluppo delle adesioni a scala nazionale se puoi diffonderlo o segnalarmi personalità a cui chiedere l'adesione te ne sarei grato. Non oso chiederti di essere presente il 25 maggio ( anche se mi farebbe molto piacere e sarebbe significativo ) ma mi permetto - invece - di chiederti alcune righe da leggere nell'occasione.A presto e grazie ancora
Quel giorno sarò fuori per ragioni di lavoro. Quindi non potrò essere fisicamente presente. Come hai visto, ho già espresso le ragioni della mia adesione con l'eddytoriale 44. Naturalmente inserirò le novità che mi invierai. Comincio mettendo qui sotto il link al comunicato. Buon lavoro
Caro Eddy, la lettura nel tuo sito della nota di Fabrizio Bottini - Comunità "Olivettiane" dei tempi nostri il parco a tema Mediapolis in Canavese" - mi ha invogliato ad inviarti il testo della premessa al libro bianco, che si sta preparando per informare quanto più possibile circa la vicenda cosiddetta BOR.SET.TO. (già ai bei tempi, fine anni '60 proprietà Società Generale Immobiliare), che assieme ad altre nell'area di Torino ha le caratteristiche della vicenda illustrata da Bottini nel tuo sito. Leggi se hai tempo e voglia e dimmi qualche cosa.Con l'occasione ti saluto affettuosamente
Pubblico senz'altro il testo che mi mandi. Con esso apro una nuova cartella, come Fabrizio Bottini mi sollecitava da tempo a fare (SOS Padania). Ecco qui
Caro Eddy,
cercando di onorare, ove mai fosse davvero possibile, il vecchio motto del giornalismo anglosassone (“i fatti distinti dalle opinioni”), dopo il breve aggiornamento sulle vicende del Ptcp di Napoli ti invio alcune riflessioni sparse sull’accaduto.
Ti dirò subito ciò che penso: il Ptcp di Napoli non può assolutamente essere considerato un infortunio, un incidente tecnico di percorso, ma piuttosto il frutto compiuto del pensiero urbanistico oggi dominante in Campania. L’assunto alla base di tale pensiero è che i problemi di sviluppo in questa regione siano legati ai troppi vincoli, di varia natura, che ostacolano il libero dispiegarsi dell’iniziativa privata. Se il problema è questo, la soluzione è quella di rimuovere senza indugio lacci e lacciuoli, fidando nelle razzenti riserve di imprenditorialità, oggi impossibilitate ad esprimersi perchè mortificate dal dirigismo e dalla burocrazia. La pianificazione urbanistica deve concorrere solertemente a tale obiettivo individuando le più ampie praterie di spazi e territori preventivamente disponibili per la programmazione negoziata. Così, un articolo delle norme tecniche di attuazione del Ptcp di Napoli recita che qualunque iniziativa proposta da TESS, la più influente agenzia di sviluppo locale operante in provincia, debba costituire automaticamente variante al piano. Seguendo tali ragionamenti il Ptcp di Napoli introduce un’interessante novità nelle tecniche di pianificazione istituendo, cinquant’anni dopo le gloriose green belt inglesi, quelle che potremmo definire grey belt o cinture grigie, aree rurali a trasformabilità incondizionata che rappresentano il cospicuo margine espansivo della già ipertrofica conurbazione partenopea, a disposizione per le più varie iniziative di sviluppo, da contrattarsi rigosamente caso per caso. Queste aree, in prevalenza rurali, sono pudicamente definite dal piano come aree di riqualificazione urbana e costituiscono il 45% del territorio provinciale.
Insomma, il motto è: ciascuno padrone in provincia sua.
E’ davvero singolare osservare come simili ragionamenti, impregnati all’apparenza di pragmatismo e fiducia liberale nelle capacità autopropulsive ed autoregolative del mercato, siano oggi messi in difficoltà da analisi di soggetti autorevoli, non precisamente tacciabili di simpatie dirigistico-regolative.
Così, l’Osservatorio economico regionale coordinato dal professor Giannola, nel suo Rapporto sull’economia e la società in Campania edito recentemente da Il Mulino, evidenzia come il differenziale positivo di sviluppo registrato in questi ultimi anni rispetto ad altre regioni meridionali, sia in prevalenza legato all’iniziativa pubblica, soprattutto nel settore infrastrutturale, grazie ad un più efficiente impiego dei fondi comunitari. L’iniziativa privata latita drammaticamente con l’eccezione, manco a farlo apposta, di alcuni settori di punta fortemente legati alla qualità territoriale: turismo, vino, fiori. Tutto ciò, nonostante il pletorico ricorso alla programmazione negoziata, della quale il rapporto mette in evidenza l’eccesso di spontaneismo e lo scarso contributo alla crescita, con la proposta di istituire una sorta di cabina di regia per assicurare un più stretto coordinamento con le linee di politica regionale.
Insomma, sembrerebbe proprio che non sia tanto il presunto deficit di flessibilità a deprimere l’iniziativa privata, quanto piuttosto l’assenza di politiche di governo del territorio e dell’economia credibili, condotte da amministrazioni in grado di agire con continuità, coerenza, autorevolezza.
In fondo, come molte delle espressioni del pensiero unico egemone di questi tempi, il tipo di urbanistica che ha partorito il Ptcp di Napoli ha una matrice sostanzialmente ideologica e regressiva.
Ideologica perché si basa su astrazioni contrabbandate per assiomi indiscutibili (efficienza e efficacia sono sempre e solo prerogative dell’iniziativa privata; la difesa incondizionata degli interessi particolari è la strada maestra per conseguire l’interesse pubblico).
Regressiva perché rifiuta di confrontarsi con la complessità dei sistemi sociali, territoriali ed ambientali e, con un riflesso assolutamente urbanocentrico, torna a circoscrivere il suo raggio d’azione alla città ed alle sue trasformazioni, lasciando ad enti di settore quanto più possibile subalterni (autorità di bacino, soprintendenze, enti parco) il compito di rappresentare nel processo decisionale le ragioni, senz’alcun dubbio subalterne, degli ecosistemi, dei paesaggi, della sostenibilità. Questo modo di agire sarà pure praticabile con successo in qualche parte nel mondo, ma assolutamente non in una provincia, come quella di Napoli, che proprio su una gestione responsabile dei rischi e delle non comuni risorse ambientali potrebbe, meno avventuristicamente, basare un percorso autonomo di sviluppo.
Mi sembra un'analisi convincente, e terribile. Speriamo che la pianificazione territoriale della Regione, che è in corso, la contraddica.
A proposito della nota di Raffele Radicioni su BorSetTo. Perché non chiamarlo Piano Borseggio ? Credo renderebbe bene l’idea di ciò che si stia per fare delle risorse pubbliche e collettive. D’altra parte non è un’esperienza nuova per l’Italia: qualcuno ricorda la vicenda dell’EUR, gestito per decenni da un comitato di nomina governativa, e la lunga battaglia del Comune di Roma per riportare questa consistente parte di città entro le previsioni del PRG ? O quella delle Aree di Sviluppo Industriale (ASI) nell’ambito della Cassa del Mezzogiorno ? Eppure, la tendenza di moda oggi (STU, PRUSST, URBAN) è di nuovo quella di creare tanti EUR e ASI, presentati come strumenti innovativi, immemori del passato e ignari del futuro. Ma si sa che chi non ha memoria del passato è costretto a ripeterne gli errori.
Lo storico francese Pierre Vilar era solito ammonire che nel campo della cultura, come in quello dei detersivi, spesso la novità del marchio è spacciata per innovazione per sostenere un mercato altrimenti stagnante. E la mancanza di visione storica rende inermi di fronte a tali manovre. Si veda la vicenda del vecchio recinto della Fiera di Milano, con indici di edificabilità di 9 mc/mq e aree pubbliche dimezzate, ma santificati da uno pseudo-concorso gestito privatisticamente da Fondazione Fiera, cui prestano volonterosamente il proprio nome i più pervasivi protagonisti dello star-system architettonico internazionale (Buffi, Foster, Ghery, Hadid, Isozaki, Libeskind, Piano, ecc.) ingaggiati, certo non disinteressatamente, dai più noti gruppi finanziario-immobiliari (Generali, Ras, ING, IPI, Pirelli, Zunino, ecc.). Un “modello unico e ripetibile” di procedura urbanistica vincente strombazzano Fiera, Comune di Milano e Regione e ripete servizievolmente la stampa locale. Ma la città e la cultura urbanistica, non hanno proprio nulla da dire al riguardo ?
Caro Eddy,sarò sincero: la tua risposta mi delude. Non ho bisogno di essere convinto che il confronto dei punti di vista diversi è importante, che le tante voci...ecc. ecc. (per quanto, siamo nel campo del troppo ovvio). Mi sembra, al contrario, molto rilevante, proprio mentre ci si accinge a una grossa verifica elettoriale (e, prima, ne sono successe di tutti i colori nella politica, nella società, nella cultura), aver colto le trasformazioni in peggio del quodidiano a larga diffusione ("l'Unità", benché ben guidata da Furio Colombo, non può competere con grandi numeri) che ha cercato sempre di "dirla giusta". Due questioni fra le altre ho messo in risalto: Ambiente (Pirani zero interventi se non...) e, su un piano tutto diverso, Palestina/Israele. Non meno notevole mi pare poi il modo odierno di farlo, il giornale, cui ho accennato. Insomma, non dico di voler ritrovare nel giornale sempre la perfetta corrispondenza coi miei principi, le mie idee, i miei progetti semi-utopici; ma, per esmpio, trovo stucchevole leggere un parere e, subito accanto, quello contrario. Ma passi, questo. Ora (e ripropongo il tema palestinese) lo spostamento a un unico pensiero è evidente. Se una persona, un ente, un giornale vuol fare una battaglia contro e per, la deve fare, senza cincischiare; deve descrivere pure la posizione dell'altro ma esporre con chiarezza la propria e fondarvi la battaglia. Sempre in quel tema: il fatto grave è che (come i quotidiani americani circa l'Iraq) si è taciuto e si tace, se non dire, in gran parte dei casi, per bocca di una sola parte. Basta, non propseguo, altrimenti scriverei un trattatello politico.Ciao, LodoNota: penosi i manifestoni elettorali con faccioni e faccette, quasi tutto privi di un contenuto. Vedrai: ne farà uno giusto Berlusconi fra poco, quello sulla diminuzione delle tasse (!!!!!), mentre il centrosinistra non prepara nulla di autenticamente contrastante (leggi (leggi Massimo Giannini di ieri, Chi pagherà la riforma del Cavaliere.Forse ti sei sentito troppo "rappresentato" dal giornale di Eugenio Scalfari? Io no, perciò gli ondeggiamenti mi dispiacciono ma non mi stupiscono.
A proposito della nota: ha notato come i manifesti della lista Prodi siano simili a quelli di B.? Ne inserisco qui sotto una testimonianza, registrata a Palermo l'altroieri. Solo più piccoli e più brutti. Ma proprio per ciò espressivi di una linea. Approfitterò pesantemente del fatto che alle europee c'è il sistema proporzionale.
Caro Eddy, ti invio il seguente mio brevissimo commento allo eddytoriale 39 (13.03.04) e alle tesi del Presidente INU.
1. Pianificazione autoritaria e dirigistica, che sarebbe da sostituire con forme di contrattazione esplicita.
La contrapposizione delle due forme, e la sostituzione di una con l’altra è (o perlomeno rischia di diventare) un falso problema. In verità la pianificazione non può essere contrattata, perché non riguarda merci, ma il destino di una comunità; ma, proprio per questo, deve essere consensuale, non meramente autoritaria e dirigistica. Il Presidente INU ricorda sicuramente che in tempi lontani (Seminario INU Lazio sull’area metropolitana – gen.’88) si era cercato di coniugare i due corni del dilemma in un “tavolo delle trattative”, sede della formazione del piano, al quale convenivano i diversi soggetti interessati e responsabili della elaborazione e attuazione del piano, ma sul quale sedeva a capotavola un soggetto “che rappresentasse l’area nel suo complesso”. Aggiungo che la rappresentanza avrebbe dovuto esercitarsi in due momenti: quello analitico della definizione dei bisogni e degli obiettivi, e quello progettuale delle scelte operative. Se no, di che “piano” stiamo parlando? Dal canto suo il “mercato”, visto a quasi vent’anni di distanza, mostra solo palesi e scontati fallimenti.
2. Avere finalmente la legge statale di riforma urbanistica.
Ma non a ogni costo e a qualunque prezzo. Ciò che occorre, è una buona legge per il “governo dell’assetto insediativo”. Le condizioni sono due, e riguardano le due annose questioni dell’urbanistica, mai risolte e sempre più urgenti.
Una seria riforma del regime immobiliare, che consenta di eliminare i danni che l’appropriazione privata della rendita urbana (prodotta da tutti i cittadini) provoca nell’assetto insediativi. Con buona pace dei mercanti di aree e dei liberisti a oltranza.
Una aggiornata messa a punto degli strumenti e delle procedure di pianificazione territoriale urbanistica. Che, se ci si ragiona un poco, sono più complessi e più impegnativi di quanto è detto nella vecchia (e pur sempre buona) 1150/42. E questo, con qualche piccolo sacrificio per alcuni amici urbanisti ortodossi.
Caro Professore,
Leggendo uno tra gli ultimi numeri di Edilizia e territorio, ho potuto accorgermi di una sentenza n° 157 del 10 Gennaio 2003(fresca fresca) della Corte di Cassazione -Sezione Civile- che conferma appieno la sua tesi, in particolar modo nel poter modificare con un nuovo piano regolatore generale persino un piano di lottizzazione, purché vi siano specifiche e puntuali motivazioni.
Cito:
" La posizione del proprietario, traducibile nell'interesse alla conservazione della qualità edificatoria del suolo conseguita per effetto di una lottizzazione convenzionata, costituisce un interesse legittimo oppositivo, la cui lesione, determinata dalla SUCCESSIVA adozione di un piano regolatore che non tenga conto di essa, senza darne specifica e puntuale motivazione, costituisce di per sé danno ingiusto risarcibile, non richiedendosi ulteriormente nè prognosi sull'effettiva realizzabilità dello ius aedificandi, né riscontri basati sulla successiva esplicazione dell'attività amministrativa".
Già, “senza darne specifica e puntuale motivazione”.
da Lorenzo Venturini (New York)
8 febbraio 2003
Notizie da N Y
Cercando case, ho incontrato, nell'ordine: una sudentessa di origine est europea che mi voleva rifilare per studio a east village un buco squallido e senza luce (810 $); una graziosa stanza a Brooklyn in zona nerissima di una presunta ragazza designer di lampade: dignitosa. Una stanza in bellissima villetta vittoriana stile via col vento in zona residenziale nera di Brooklyn gestita come b&b da una dignitosa e fiera signora di colore, vestita con camicione a quadri come presumo i taglialegna dell'Oregon. Penso che prenderò quella, tra parentesi (850 $), che si rivelerà una straordinaria cantante jazz, quando avrò preso la camera li. Una stanza squalliduccia e decadente in appartamento enorme di palazzo ottocentesco nella bellissima Harlem vicino Central Park, di proprietà di un equivoco ma educato gay nero di mezza età che sostiene di aver cantato jazz e di aver conosciuto a Milano Mike Bongiorno: roba da film in bianco e nero anni '40. Un piccolo dignitoso duplex sulla 22th est di una insegnante di inglese sui quarantacinque, ordinata ma un pò paranoica che mi ha sottoposto ad un autentico interrogatorio precompilato, finito con il fuori programma: Have you seen "L'ultimo bacio" and "Pane e tulipani"? (questo l'avrei preso ma mi hanno preceduto). Un buco in piccolo stabile in stile di 4 piani, in zona ONU - 35 street, di una che al telefono sembrava una simpatica signora di mezza età che insegna danza a Broadway e che si è rivelata un bel travestito di colore con capelli alla giamaicana che probabilmente balla davvero, ma altrettanto probabilmente arrotonda sempre grazie al suo corpo... era tutto/a emozionato/a! Un misterioso appartamento in palazzo signorile dell'Upper East Side (la zona dei ricchissimi) a mezzo block da Central Park, con ingresso sorvegliatissimo da omino in livrea e tendina verde di fronte alla porta sul marciapiede (dov'era il trucco? lo sfigatissimo studio di una artista pieno di quadri accatastati ovunque e sporcizia e trasandatezza, e malessere esistenziale, credo: tutto per $ 750).
New York (soprattutto Manhattan) è una città emozionante, a tatti vertiginosa, ma anche dura. Non da scampo. Chi è più debole o povero fa una brutta fine, si trascina. Chi sta bene, apparentemente scivola accanto a chi arranca, senza particolari sensi di colpa, e - sembra - con l'aria soddisfatta di chi apprezza la propria condizione di privilegio.
La metropolitana è uno straordinario contenitore sociale, dove si sfiorano barboni all'ultimo stadio, artisti improvvisati, cinesi che cantano opere liriche Italiane, emigranti composti ma un pò tristi provenienti da ogni dove, neri vestiti di colori sgargianti delle squadre di basket con giubbotti oversize, qualche sporadico giovanotto in nero, brillantemente in carriera, che esce in orario di punta dai templi della finanza (di solito belloccio, curato, con facciotta da ottimista e battuta sempre pronta con i colleghi), qualche squinzia bionda e fighetta, firmatissima, che, attraverso un mix di look, atteggiamento sprezzante-ma-sexy e un sottile, percettible nervosismo rivelato dal frequente ricorso al controllo dell'ora o alla manipolazione del cellulare, dipinge un quadro di invalicabili barriere socioeconomiche troppo alte per essere anche solo messe in discussione: WASP! anzi, GASP! Per associazione mi vengono in mente le piccole meschinità ottuse dei nostri yuppini Italiani di belstaff vestiti e di tod's calzati e porsche boxter muniti. Le sento molto lontane. Mi opprime l'idea di una vita così mentalmente obbligata come quella del provinciale ricco annoiato, cinico e senza altri valori che quelli economici.
Ma ciò nonostante apprezzo di più il valore dei soldi, fuor di retorica postcomunista nostrana che disprezza il vil denaro. Per me qui ricchezza significa possibilità di scegliere, anzitutto, della propria vita, e superare la condizione di una vita minima, che ho per un pò intravista e assaggiata. Scusate se oso. Ma a NY purtroppo, la qualità della vita sembra essere = a quantità di denaro a disposizione.
Detto questo, farò del mio meglio.
Ultima cosa: senza avere ogni giorno berlusca nelle orecchie e i suoi oppositori, anche New York sembra in fondo una città tranquilla.
Alla prossima
Caro Sig. Edoardo Salzano,
ho navigato nel suo sito e ho letto con estremo interesse le pagine relative a Venezia; ammetto di essere molto banale, ma le scrivo proprio con l’intenzione di farle i complimenti per i numerosi spunti di riflessione che ho tratto leggendole. "Purtroppo" condivido molte delle questioni che lei sottopone, tanto per citare: il problema della vocazione della città, la salvaguardia dell’ambiente lagunare e di quello che, con parole un pò rozze, potrei chiamare il sistema laguna - veneziani che si è creato nel corso dei secoli, le pressioni economiche. Il "purtroppo" l’ho aggiunto perché capisco che il mio non è solo pessimismo, ma è un problema reale che non si sta adeguatamente affrontando.
Non credo di essere un turista mordi e fuggi perché mi basta camminare per le calli, studiare la facciata di una palazzo o di una chiesa, veleggiare tra le isole per esserne rapito; non è tutta farina del mio sacco: sono stati i miei nonni chioggiotti e i miei genitori a donarmi l’amore e il rispetto per la laguna. Nel corso degli anni, assieme a questa passione, ho maturato la preoccupazione per la sua conservazione che è un sentimento emozionante, ma anche triste perché, ogni volta che scompare un pezzetto di città o di laguna (uno scorcio, un negozietto, un’atmosfera) la sento più vuota e mi sento più vuoto. Vivo queste repentine modifiche come una perdita progressiva della cultura peculiare di Venezia e dei veneziani; temo che possa diventare un aggregato di palazzi (bellissimi, ma svuotati del significato che li ha fatti costruire in una certa posizione e in un certo modo) o un semplice specchio d’acqua e mi piange il cuore parlarne agli amici o alla ragazza sempre al passato. Non serve andare indietro nei secoli; mi basta dire: quando ero bambino, qui potevi vedere..., qui potevi provare una varietà di sensazioni....che ora ti posso solo raccontare o ti devo indicare perché sono diventate più deboli.
Forse perché abito lontano (a Pavia) e colgo in modo falsato i sentimenti che si provano a Venezia verso queste tematiche, ma penso che il problema sia un generale disinteresse verso il proprio territorio e che il coro di chi si vuole impegnare o di chi semplicemente disapprova abbia la forza di un borbottio. Nel contempo capisco che il disinnamoramento verso la propria città possa nascere dall’impossibilità di trovarvi il lavoro ideale, pur essendoci le potenzialità, di trovare alloggi a prezzi onesti, dalle scomodità piccole e grandi o forse siamo semplicemente focalizzati su un’idea di vita casa-lavoro-scuola per i figli-supermercato sotto casa-vacanza via perché dopo undici mesi di questo circolo bisogna pur scappare! Sarebbe necessario un ripensamento
globale della città e della laguna verso i suoi abitanti, ma è un problema complesso anche se, detto in questi termini, lo svuoto della sua portata e cado nelle solite chiacchiere. Mi piacerebbe che il temine salvaguardia venisse sostituito da gestione di Venezia perché salvaguardia evoca per me emergenze o un oggetto antico da mummificare e difendere dagli attacchi esterni.
Con questo la saluto, mi scuso per la lungaggine e per essere verso la fine caduto nelle idee che avrà sentito mille volte, ma sono sentimenti che provo molto intensamente.
Cordiali saluti
La sua lettera, i cui sentimenti condivido, pone un problema: è vero che “che il coro di chi si vuole impegnare o di chi semplicemente disapprova abbia la forza di un borbottio”? Forse è così, ma io spero che comunque il borbottio cresca, che coinvolga sempre più voci e conquisti sempre più menti e cuori, e alla fine si imponga. Se è un borbottio mosso dalla volontà di proteggere e far vivere (non salvaguardare, d’accordo) ciò che riteniamo bello.
Caro Eddy,
molto lavoro sulle bozze di un libro mi hanno zittito, io che vorrei, ormai, risolvere il cosiddetto dibattito urbanistico e architettonico, che non c'è, non mediante seriosi (penosi) ragionamenti ma con delle invettive. In ogni modo, per cenni:
- Sistiana è fottuta, lo mostra il disinteresse dei colleghi (esclusa la gentile Dusana Valecic) a, appunto, discutere; condividere almeno la mia, e tua recente proposta su "Il giornale dell'architettura", a non farne nulla e a battersi per questo; o al massimo, come ho scritto, accettare un concorso purché sia esclusivamente vòlto a opere di cura, ripristino, ecc.
- Porto Cesareo: ma qui non si tratta più di ragionare: bisognerebbe organizzare proteste di massa, come si fa in occasione dei continui attacchi berlusconiani ai giudici, alla democrazia, a noi tutti. A meno che valga veramente ciò che da un mucchio di tempo penso e ho dichiarato: che la distruzione del nostro paese non sarebbe potuta avvenire senza il consenso delle popolazioni che dunque non sono affatto disposte a muoversi, se non nel senso opposto, cioè a partecipare alla redistribuzione delle briciole monetarie o immobiliari o mobiliari dell'affare. Aggiungo ai ricordi emozionali di altri circa le meraviglie della costa cesarea, i miei: vi ho nuotato a tempi lontani, anche dall'altra parte del tacco, a Santa Cesarea Terme, la quale oggi è infrequentabile come del resto il 90 % delle coste nazionali. Così come ho nuotato a Sistiana bellissima. Ho l'impressione che i nostri colleghi, salvo gli autoctoni dello specifico luogo, non conoscano, non abbiano conosciuto bene il paese e non riescano a fare i confronti ora/allora. Passi per i giovani che, essendo nati e cresciuti nella merda, credono e sentono che questa sia la materia fondante del nostro territorio e, non esercitati a riconoscere la bellezza residuale, quando vi capitano la sentono fastidiosa inadeguatezza ai tempi "dinamici". Ma i maturi e gli anziani... Martuscelli nel 1966 (!!!) non si limitò alla spietata denuncia del disastro agrigentino ma, già allora, scrisse della "gravità della situazione urbanistica-edilizia dell'intero paese che ha trovato in Agrigento la sua espressione limite" (dalla famosa relazione pubblicata su "Urbanistica" n. 48).
- Nuovamente Erbani, il bravissimo Erbani, su cosa ci regalerà l'intervento sulle rovine del Fuenti. È la proprietà stessa del mostro e dell'intero terreno costiero in quel punto che fa i progetti, propone destinazioni le più redditizie coprendosi con vaghezze cementizie "naturalizzate", e ovviamente privatizzerà totalmente l'uso (l'abuso). Chi sono gli architetti, gli urbanisti? Avremo un mostro-figlio, che solo gli allocchi dovrebbero accettare perché bassino a fronte del non del tutto morto padre gigante.
- La delega su politica e attuazioni relative all'ambiente, alle infrastrutture, ai parchi, alla Valutazione di impatto ambientale (l'ho sempre odiata, in quanto inganno e comoda copertura di malefatte, non uso l'acronimo Via perché mi fa schifo), e quant'altro: facile previsione di ultimo atto della demolizione ultra-semisecolare del paese che Valentini fa benissimo a denominare, nei suoi articoli non da oggi, Malpaese. Nel comitato o commissione ci saranno i cosiddetti esperti e tecnici, e magari urbanisti e architetti: tutti pronti a prestare, letteralmente, servizio al malgoverno.
- Leggo oggi della classifica di Legambiente, delle "vele" distribuite. Mi fanno ridere: 243 spiagge su oltre 6.000 chilometri di costa; e poi guardano e fotografano col paraocchi, letteralmente parandosi dal contesto, fors'anche dal vicinato. Sotto quest'aspetto solo l'attribuzione alle Cinque Terre (non certo per il mare in sé, malato come in tutta la Liguria - e la prossimità della tremenda trentennale discarica sul golfo di La Spezia, centro di infiniti abusi e di gestione mafiosa?) parrebbe avere senso.
Basta per ora su questo argomento. Però: avendo scorso, osservando Milano, la diatriba attorno a Gigi Mazza, primo: sulla mia città avrei molto da dire, non so se lo farò in seguito; secondo: circa il documento fornito dal Gigi alla giunta di destra milanese, ti allego (file Da Milano, 1. e 2.) due brevi stralci datati in cui accenno anche a lui senza nominarlo. Qui ti dico che sono completamente d'accordo con De Lucia.
Cari saluti, Lodo
Attenzione: se preferisci non pubblicare l'incazzoso pezzo qui sopra, né l'allegato, libero di farlo, come un direttore di giornale che ne ha il potere.
Grazie, caro Lodo. La tua lettera non mi sembra più incazzosa del necessario. A me sembra solo che speri troppo dai nostri colleghi architetti (io per il vero sono ingegnere, ma la minestra è la stessa, anzi…). Il bellissimo testo di Martuscelli (così come gli articoli di Erbani) sono in Eddyburg: basta usare il “cerca” qui sopra).