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Lungo la “linea rossa”. L'attenzione delle due giornate centrali si rivolge all’ideale “linea rossa” che segna il margine urbano, il luogo dove si manifestano in modo più evidente le contraddizioni e i conflitti relativi all'uso del territorio. Vogliamo esaminare da vicino due casi italiani - Milano e Firenze – selezionati perché rappresentativi dei problemi da affrontare, del grado di autorevolezza dei poteri pubblici, del ventaglio di politiche territoriali messe in campo, del contenuto e dell’efficacia di piani urbanistici e territoriali, del ruolo svolto da abitanti, terzo settore, soggetti economici. Due città governate in modo continuativo per oltre vent’anni dalle medesime maggioranze politiche, tra loro antitetiche. Possiamo, oggi, leggere criticamente quanto è successo non solo e non tanto a partire da astratti modelli di piano e di urbanistica contrapposti tra loro, quanto piuttosto dai caratteri - fisici, funzionali, sociali - delle parti di città investite dalle trasformazioni e dalle diverse opzioni, economiche e sociali, sottese alle decisioni.

Attorno a Milano. Milano è un esempio paradigmatico di "cattura del regolatore" da parte dei percettori di rendite e del "nuovo parastato". I primi, come noto, costituiscono il blocco dominante, in grado di condizionare le decisioni pubbliche sull'uso del territorio, piegandole alle proprie convenienze. Ma non va sottovalutato il peso dell'universo di società che si muove a cavallo tra il mondo pubblico e quello privato (concessionari e gestori delle reti, agenzie di servizi, ecc.), prendendo - ci si perdoni la semplificazione - il peggio di entrambi. Le distorsioni sull'uso e sull'assetto del territorio determinate da questo secondo blocco di soggetti sono altrettanto rilevanti, con l’ulteriore complicazione dovuta al fatto che - formalmente - essi agiscono in nome e per conto delle amministrazioni pubbliche.

Entrambe queste categorie di soggetti hanno dato impulso ad una congerie di progetti, promossi secondo logiche parziali difficilmente riconducibili a una qualsivoglia strategia territoriale complessiva (se non nelle vuote retoriche dello sviluppo), pesantemente condizionati dalle aspettative di valorizzazione immobiliare e da una ragnatela di interessi consociativi, non di rado illeciti. Affidiamo a Giuseppe Boatti il compito di spiegare perché il PGT di Milano, adottato dalla giunta Moratti, costituisce un micidale strumento per l'ulteriore moltiplicazione parossistica delle possibilità di valorizzazione immobiliare, e a Serena Righini il compito di descrivere presupposti e conseguenze della bulimia infrastrutturale milanese.

Attorno a Firenze. La Toscana è una regione opulenta, socialmente pacificata, soddisfatta di sé, stretta ai propri miti e di consolidata tradizione politica. Ed è, soprattutto, una regione nella quale si è sperimentata con successo, nei decenni passati, la possibile convivenza tra economia di mercato e protezioni dello stato sociale [riprendo le parole di Romano Viviani, decano degli urbanisti toscani recentemente scomparso]. La differente sensibilità e i cambiamenti intervenuti rendono evidenti, ai nostri occhi, i difetti delle scelte compiute nel passato relative all’industria, alla residenza e alle infrastrutture, facendo apparire particolarmente stridenti le realizzazioni tardive, e sollecitano le richieste di un cambiamento significativo, o quantomeno di un'effettiva evoluzione delle politiche per la città e il territorio. La debole propensione degli amministratori attuali ad agire in discontinuità con quanto fatto in precedenza, la scarsa coralità dell'azione pubblica e un sistema di leggi e piani a dir poco "barocco", accentuano il distacco tra le retoriche del discorso pubblico sulla città (incentrate sulla valorizzazione dei caratteri specifici dei luoghi, sull'attenzione all'ambiente, sul coinvolgimento della cittadinanza attiva) e i comportamenti concreti.

Il terreno dove si confrontano e si scontrano con maggior forza le visioni alternative è la piana fiorentina, un’area investita da una trasformazione tanto intensa quanto problematica. Che si tratti della rete infrastrutturale e delle aree produttive (come ci spiegherà Roberto Vezzosi) o dei brandelli di territorio rurale scampati, per ora, all’urbanizzazione (come ci spiegherà Lorenzo Venturini), le prospettive complessivamente delineate dai piani e dalle politiche pubbliche appaiono oggi ricche di contrasti. Conviene dunque esaminarle per capire compiere una salutare verifica dei limiti e delle contraddizioni possibili in seno all’azione pubblica.

Lontano dall’Italia. L'illustrazione dei casi italiani è affiancata da due comunicazioni rigurdanti alcune esperienze europee, potenzialmente virtuose. Vogliamo proseguire e idealmente concludere la trattazione di casi europei che negli anni passati ha riguardato il contenimento dello sprawl, la promozione dell’intercomunalità, la riqualificazione urbana e gli spazi pubblici, la realizzazione di insediamenti ad elevata vivibilità. Vogliamo sottolineare una volta di più l’importanza che rivestono oltre confine le politiche pubbliche per le città, non solo nel caso di governi particolarmente attenti alle questioni ambientali e sociali, ma persino nel caso di governi più sensibili alle sirene liberiste (seppure con una connotazione market-oriented). I casi illustrati dimostrano la possibilità di concepire strategie di lungo respiro, non ripiegate sulla composizione di interessi contingenti, di formalizzarle attraverso strumenti di piano prescrittivi, di indirizzo e di valutazione, e di promuoverne l’attuazione attraverso iniziative mirate, sui luoghi e con le persone.

Maria Cristina GIbelli partirà dal caso milanese (riprendendo le considerazioni sviluppate da Giuseppe Boatti, in particolare sull'utilizzo della perequazione urbanistica) per poi approfondire modelli di pianificazione all'opera (sia prescrittivi, sia condizionali) alternativi a quello lombardo, facendo cenno ad alcune esperienze significative: il programma VINEX, in Olanda, e lo SDAU della regione Ile de France. Francesca Blanc, dopo un inquadramento relativo alle leggi catalane e ai piani vigenti nell’area metropolitana di Barcellona, illustrerà nel dettaglio due esempi di gestione dello spazio periurbano: i parchi agrari del Baix Llobregat e de Gallecs, Mollet del Vallès.

Programma

SECONDA GIORNATA, 15 SETTEMBRE:

09.30 Mauro Baioni. Introduzione alle giornate centrali.

09.45 Giuseppe Boatti. EXPO, PGT di Milano e città della rendita.

10.30 discussione

11.15 pausa caffé

11.30 Serena Righini. Attorno a Milano. La conquista della cintura nera

12.15 discussione

13.00 pausa pranzo, al ristorante Canasta

14.30 M.C. Gibelli. Il limite urbano fra millantate innovazioni e pianificazione virtuosa

15.15 discussione

16.30 pausa gelato

17.00 Francesca Blanc. Barcellona.

17.45 discussione

18.30 fine giornata

TERZA GIORNATA, 15 SETTEMBRE

09.30 Mauro Baioni. Attorno a Firenze. Riflessioni a partire dal consumo di suolo

10.00 Roberto Vezzosi. Il primato apparente dell'urbanistica toscana.

10.45 discussione

11.30 pausa caffé

12.00 Lorenzo Venturini. Il parco della piana.

12.45 discussione

14.15 pausa pranzo

15.45 partenza da Villa Mussolini per la visita ai luoghi: Montefiore Conca e l’ex Ghigi a Morciano.

21.00 cena all’agriturismo I Muretti

23.30 rientro in albergo

Nella giornata conclusiva (introdotta da Edoardo Salzano), tireremo le fila delle riflessioni compiute non solo nelle due edizioni della scuola dedicate al tema “urbanistica ed economia”, ma nell’intero ciclo delle sette edizioni, il cui svolgimento è collegato da un filo rosso che oggi possiamo riconoscere. Ci soffermeremo in particolare sulla nuova domanda di pianificazione che emerge dalle tensioni della società civile riguardanti l’ambiente e la salute, l’equità e la possibilità di accesso ai beni comuni, la vivibilità della città e la difesa degli spazi pubblici, il riconoscimento del paesaggio come “eredità da preservare” e come “componente essenziale del contesto di vita”, la ricerca di nuovi stili di vita solidali.

La nostra tesi, che è emersa dal lavoro preparatorio e che lo svolgimento della scuola potrà confermare o smentire, è che emerga dalla società una nuova domanda di pianificazione: emerge cioè la sollecitazione a superare la frammentazione e la separatezza tra le iniziative di resistenza al saccheggio del bene comune territorio e a dara coerenza e sistematicità non solo all’azione di contrasto, ma anche – e forse soprattutto – a quella di proposta.

Una nuova domanda DI pianificazione, ma anche nuove domande ALLA pianificazione. Questa infatti deve essere qualificata. Anche la strategia di saccheggio, la strategia di creazione della “città della rendita” è una pianificazione. Occorre perciò precisare quale è la pianificazione necessaria se si vuole costruire invece la “città dei cittadini”.

Una risposta può venire solo se, uscendo dal guscio dei tecnicismi e dei linguaggi per addetti ai lavori, riusciamo a comprendere e a comunicare quali siano i connotati della nuova città, alternativa rispetto a quella che abbiamo finora cercato di comprendere, denunciare e contrastare, quali siano gli attori che devono partecipare alla sua costruzione e gestione. Ci proponiamo in quella conclusiva di individuare, se non le caratteristiche di un nuovo progetto di città, almeno i principi ai quali la ricerca deve essere orientata. Li troveremo sia nel bagaglio della migliore cultura urbanistica e delle esperienze recenti che ad essa si ispirano, sia nei tentativi che emergono da sponde appartenenti ad altri saperi, esperienze, storie, che condividono con noi una visione della città come sintesi di spazi fisici, società e governo: urbs, civitas, polis.

Al termine dell’intervento introduttivo si aprirà la discussione con un gruppo di amici e collaboratori di eddyburg (tra i quali Giovanni Caudo, Vezio De Lucia, Chiara Sebastiani, Walter Tocci), e con i docenti e studenti della scuola che vorranno intervenire.

A conclusione della giornata ci proponiamo infine di scambiare qualche idea con chi sarà rimasto per proporre nuove modalità di organizzazione e svolgimento delle attività di eddyburg.

Programma

09,30 Intervento introduttivo di Edoardo Salzano

10,30 Interventi di Giovanni Caudo, Vezio De Lucia, Chiara Sebastiani, Walter Tocci

11,30 pausa caffè

12,00 Interventi dei docenti e degli studenti

13,30 Conclusioni del dibattito, e idee per il futuro della scuola

14,00 buffet sul prato del Castello

PROGRAMMA DI MASSIMA



Premessa



Dopo aver ragionato, nell'edizione 2010 della scuola, sui problemi connessi alla rendita ci vogliamo occupare dei modi per rimediare alla "malattia della crescita".

Per un crescente numero di studiosi di tutto il mondo, esperti delle discipline umanistiche e scientifiche, non è sufficiente cercare meccanismi correttivi del modello economico-sociale dominante, bensì occorre ipotizzare un modello alternativo, in sostituzione dell’attuale fondato su un’illimitata crescita della produzione di merci. Che implicazioni comporta, per la pianificazione territoriale e urbanistica, abbandonare uno scenario di crescita/sviluppo per assumerne uno che sia basato sul limite, sulla conservazione o sulla decrescita? Come possiamo immaginare città e territori del dopo-“sviluppo”?

Prima giornata (mercoledì 14 settembre).

Dopo l’introduzione alla scuola (Mauro Baioni), nella quale ripercorreremo il percorso seguito nelle sette precedenti edizioni, partiamo, come di consueto, dalle parole. Quest’anno, della parola “sviluppo”.

L’intervento introduttivo (Ilaria Boniburini) esplorerà il concetto di sviluppo nelle sue varie interpretazioni e accezioni, attraverso un percorso critico che metterà in evidenza sia i limiti e le inadeguatezze del paradigma dello “sviluppo” nell’ analizzare, interpretare e guidare l’evoluzione delle società, sia gli effetti talora devastanti che esso ha provocato nel mondo. Si sosterrà la necessità di individuare (per leggere, interpretare la realtà e guidare i processi futuri delle nostre società) il “bene comune” come concetto di riferimento e fondamento delle proposte riguardanti i diversi aspetti della società di cui deve tener conto una pianificazione della città e del territorio adeguata ai bisogni dell’uomo, alle reali condizioni del nostro pianeta e al patrimonio conoscitivo finora acquisito.

I successivi interventi forniranno elementi di conoscenza e di riflessione su alcuni temi di fondo. L’economista Giovanna Ricoveri illustrerà in concetto di “bene comune” nella sua evoluzione e nelle sue diverse componenti e articolazioni, argomentando la tesi che la difesa e riconquista dei beni comuni è la risposta necessaria per neutralizzare la capacità distruttiva del sistema economico-sociale esistente e avviare la costruzione di un sistema nuovo. L’agronomo Nicola Dall’Olio illustrerà, in relazione ad alcune situazioni specifiche, le drammatiche conseguenze della mercificazione di un rilevante bene comune (il territorio agricolo) sulle condizioni di vita e sulle stesse risorse essenziali per la specie umana. Il giurista Ugo Mattei ragionerà sulle implicazioni del nuovo paradigma, fondato sul concetto di bene comune nel campo del diritto e dell’assetto proprietario, e sulla necessità di arricchire la gamma delle forme della proprietà reintroducendo (accanto alla privata e alla pubblica) quella delle proprietà comune. Il giornalista Loris Campetti introdurrà il tema, oggi centrale, del lavoro. La riduzione del lavoro, da strumento essenziale della società per la comprensione e il governo del mondo materiale e immateriale, dopo la sua riduzione a merce, è sottoposto oggi a un ulteriore processo di impoverimento ed emarginazione. Il passaggio dal paradigma dello “sviluppo” a quello del bene comune può essere l’occasione per restituirgli dignità e valore pienamente umano facendone lo strumento per affruntare alcune grandi esigenze sociali e territoriali. Infine lo storico Piero Bevilacqua fornirà elementi di discussione e riflessione sul ruolo della formazione, della conoscenza e dei saperi nella costruzione di un nuovo paradigma, sulle condizioni che l’applicazione che esso pone al sistema dei saperi, oggi caratterizzato dalla frammentazione e dalla subordinazione all’economia data.

Seconda e terza giornata (giovedì e venerdì, 15-16 settembre)

Nelle giornate centrali, coordinate da Mauro Baioni e Maria Cristina Gibelli con l’apporto di esperti dei casi trattati (Giuseppe Boatti, Roberto Vezzosi, Lorenzo Venturini, Serena Righini, Francesca Blanc), la nostra attenzione sarà concentrata “attorno alla linea rossa”, il limite tra città e campagna. Lungo questo limite le contraddizioni dello sviluppo si mostrano con particolare evidenza e i tentativi di coniugare l’arresto del consumo di territorio con la promozione di un nuovo modello di insediamento si scontrano con l’apparente ineluttabilità dell’espansione urbana. Ci proponiamo di esaminare i conflitti d’uso del territorio in corso, i soggetti e gli strumenti adoperati, le poste in gioco e le sfide per il futuro.

L’attenzione sarà mirata su due casi italiani - Milano e Firenze - selezionati perché rappresentativi dei problemi da affrontare, del grado di autorevolezza dei poteri pubblici, del ventaglio di politiche territoriali messe in campo, del contenuto e dell’efficacia di piani urbanistici e territoriali, del ruolo svolto da abitanti, terzo settore, soggetti economici. Per ciascun caso cercheremo di individuare quali sono le trasformazioni in atto e le strategie che le ispirano, quali le resistenze opposte dalla pianificazione e dalle tensioni antagoniste, quali gli insegnamenti che se ne possono trarre per delineare i nuovi obiettivi e gli strumenti adeguati a raggiungerli. La lettura critica delle vicende milanesi e toscane prenderà spunto non tanto da una comparazione tra concezioni alternative della pianificazione e dei suoi strumenti, quanto piuttosto dalla lettura critica dei caratteri - fisici, funzionali, sociali - delle parti di territorio investite dalle trasformazioni.

Ad un viaggio attorno alle città seguirà la descrizione dei principali piani e progetti (l'Expo e il piano di governo del territorio di Milano, il piano di indirizzo territoriale e i piani strutturali di Firenze e delle città limitrofe), per concludersi con una riflessione sui progetti riguardanti il parco Sud e il parco della Piana Fiorentina. Rifuggendo da ogni contrapposizione caricaturale (campagna vs città, piccolo vs grande, locale vs globale), crediamo sia possibile trovare in queste ultime esperienze (e in altre simili, relative al contesto internazionale, tra le quali Barcellona) indicazioni utili per tratteggiare alternative possibili ai modelli dominanti di uso del territorio permeati dalle ideologie di crescita e sviluppo.

Quarta giornata (sabato 17 settembre)



Infine, nella giornata conclusiva (introdotta da Edoardo Salzano), vogliamo tirare le fila delle riflessioni compiute nelle due edizioni della scuola dedicate al tema “urbanistica ed economia”, soffermandoci sulla nuova domanda di pianificazione che emerge dalle tensioni della società civile riguardanti l’ambiente e la salute, l’equità e la possibilità di accesso ai beni comuni, il riconoscimento del paesaggio come “eredità da preservare” e come “componente essenziale del contesto di vita”, la ricerca di nuovi stili di vita.

Proporremo innanzitutto una formulazione di “economia” e di “lavoro” riferite alla persona umana e non all’economia data. Torneremo sulla questione della rendita urbana, trattata nella sessione 2010 della scuola: non si può eliminarla, ma ci si può adoperare per ridurne la lievitazione e per trasferirla al suo produttore, la collettività. E soprattutto (è il mestiere degli urbanisti) si può combattere la “città della rendita” per costruire la “città dei cittadini”. Il trionfo della prima ha sconfitto la pianificazione urbanistica quale è stata costruita nel XIX e XX secolo, e ha segnato il prevalere di una razionalità (quindi di una pianificazione) finalizzata a obiettivi che si sono rivelati devastanti.

Ci proponiamo di concludere questo ciclo della scuola enunciando i principi che devono essere alla base della “città dei cittadini” e, a partire da questi, lavorare per ri-costruire una pianificazione coerente con il paradigma della città come bene comune, individuando i nuovi strumenti necessari per dare risposte adeguate alla nuova domanda, innanzitutto recuperando e rinnovando obiettivi, concetti e strumenti troppo frettolosamente abbandonati.

Al termine dell’intervento si aprirà la discussione con un gruppo di amici e collaboratori di eddyburg (tra i quali Vezio De Lucia, Walter Tocci, Giovanni Caudo, Chiara Sebastiani) e con i docenti e studenti della scuola.

Preambolo



«Oltre la crescita, dopo lo “sviluppo”». Davvero impegnativo il tema della VII scuola di eddyburg, ma necessario. La sua necessità non era così evidente quando abbiamo programmato le due edizioni della scuola dedicate ai rapporti tra urbanistica ed economia, lo è diventato via via che si sono manifestati i reali connotati della crisi. Una crisi che non è solo congiunturale, “nel” sistema, ma - come la definiscono quelli di cui condividiamo le idee - “del” sistema. Inevitabile cominciare a ragionare su ciò che potrà essere oltre la crescita, dopo lo “sviluppo”, se vogliamo continuare a occuparci del territorio, dell’habitat dell’uomo, e della sua migliore utilizzazione: se vogliamo continuare a occuparci anche di pianificazione.

In questi anni eddyburg e la scuola si sono impegnati a dare conto delle caratteristiche del neoliberismo e a spiegare la formazione, lo sviluppo, la retorica, le strategie e gli effetti della città neoliberista. Di questo percorso critico danno testimonianza anche i libri scaturiti dalle diverse edizioni della scuola, ognuno dei quali ha contribuito a svelare un pezzo dell’immaginario urbano neoliberista oggi dominante.

Nelle letture che suggeriamo oggi (alcune sono stampate in forma cartacea e saranno distribuite alla scuola, la maggioranza sono scaricabili da eddyburg o da altri siti) indichiamo alcuni sentieri di ricerca e di riflessione che ci sembrano utili ad introdurre il percorso dei quattro giorni della scuola.

Nel primo gruppo degli scritti di cui suggeriamo la lettura proponiamo alcuni testi, per così dire, di fondamento rispetto ai temi affrontati nei gruppi successivi, per ribadire concetti importanti come quelli di economia e territorio, per introdurre la critica al concetto odierno di sviluppo e ricordarci cos’è la rendita e i danni che essa comporta quando diventa dominante su altri obiettivi.

Nel secondo gruppo abbiamo inserito testi che aiutano a ragionare sulle caratteristiche della crisi del modello dominante e sulla costruzione di immaginari potenzialmente alternativi: germi di una possibile contro-egemonia, per riferirci alla definizione gramsciana. Sono testi che non riguardano l’urbanistica né solo la città in senso “tecnico”. Eddyburg assume per la città una definizione ampia, e ricorda sempre i tre aspetti, le tre facce della città presenti nelle tre parole che la definiscono: urbs, civitas, polis, la città nella sua materialità, nella società che la vive, nel governo che la organizza. In questa fase, poi, siamo convinti che non può esservi riforma della città (un nuovo “progetto” di città), senza, e forse prima, un nuovo progetto di società e di politica. Quindi anche di economia, di filosofia, di etica…

Nel terzo gruppo abbiamo inserito alcuni testi che possono aiutare a comprendere come lavorare per tradurre gli immaginari alternativi in trasformazioni dell’assetto della città: più precisamente, dell’habitat dell’uomo, che è divenuto l’insieme del territorio. Abbiamo scelto le linee di ricerca e di sperimentazione nelle quali è più chiaro ed esplicito il nesso tra progetto di città e progetto di società e di governo, poiché questo ci sembra sia l’approccio più interessante e utile in un momento di riflessione comune che aiuti a fondare un uovo paradigma, realmente alternativo e potenzialmente egemonico.

Alcuni capisaldi:

economia, città, territorio, rendita e sviluppo



Nelle due edizioni VI e VII (2010 e 2011) ci siamo occupati di economia. Ci siamo riferiti all’economia data: quella, in particolare, della fase attuale dell’economia capitalistica. Ma se si vuole guardare un po’ di là dall’oggi (e la crisi che travaglia il mondo ci sollecita a farlo) dobbiamo pensare all’economia in senso più ampio: come dimensione necessaria della vita dell’uomo e della società. Lo scritto di Claudio Napoleoni ci aiuta a farlo, al di là della congiuntura e con un forte senso di innovazione delle categorie date: Economia, secondo Napoleoni

Il nostro interesse specifico è alla dimensione territoriale dei fenomeni. Ma la parola territorio è impiegata oggi con significati molto diversi. Rinviamo a tre scritti che ci sembrano particolarmente significativi: Salzano, Habitat bene comune esprime una visione di tradizione urbanistica, e quindi considera il territorio come il prodotto di un’estensione della città; Bevilacqua, Che cos’è il territorio, con fortissime analogia al precedente, esprime l’approccio di uno storico dell’ambiente e considera il territorio come habitat dell’uomo. Infine per precisare che cosa intendiamo per città rinviamo a Salzano, Crisi dello spazio urbano o fine (morte) delle città?

Nell’edizione 2010 della scuola abbiamo trattato la questione della rendita immobiliare, che è uno degli snodi più significativi del rapporto tra economia e territorio. Sull’argomento rinviamo a due scritti diversamente utili. Il primo Salzano, Parole per ragionare sulla rendita, cerca di spiegare che cos’è la rendita, e in particolare quella immobilare, partendo dalla sua definizione economica e in senso generale; il secondo. Walter Tocci, L’insostenibile ascesa della rendita urbana . illustra magistralmente il modo in cui la rendita immobiliare ha assunto un ruolo assolutamente ed egemone nell’economia (e quindi nel progetto urbanistico) del neoliberismo.

Per una critica al concetto di sviluppo consigliamo alcuni libri, quasi passaggi obbligati per ripercorrere l’evoluzione del concetto e comprendere l’arbitrarietà operata nell’assumere quella parola come sinonimo di progresso e di attribuirle così positività a priori, e per mettere in evidenza come lo sviluppo sia stato un abile strumento di potere per orientare e plasmare la società in una determinata direzione. Un testo breve e conciso è la voce “sviluppo” nel Dizionario dello sviluppo a cura di Wolfgang Sachs, in cui vengono passati in rassegna i concetti chiave che ruotano intorno alla ‘macchina dello sviluppo’ esaminandoli criticamente e mettendone in luce le contraddizioni. Per approfondimenti si può partire da Ivan Illich, che per primo ha messo in discussione il benessere derivato dallo sviluppo, leggendo Per una storia del bisogni. Altre due opere pioneristiche e ancora attualissime sono: Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale di Gilbert Rist e L’occidentalizzazione del mondo di Serge Latouche, entrambi per approfondire il concetto di sviluppo inteso come ‘dispositivo’ di potere per dominare il Terzo Mondo.

Dalla crisi del modello dominante

alla costruzione di immaginari contro-egemonici

I limiti sociali ed ecologici dello sviluppo, il degrado indotto dalla mercificazione dei beni primari, la crescente conflittualità internazionale attorno alle risorse naturali, l’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito, delle risorse, dei poteri decisionali e di rappresentazione (che rafforzano gli esistenti spazi di esclusione e ne creano di nuovi, sia a livello globale che locale), le mutate drammatiche condizioni del mondo del lavoro, la riduzione delle garanzie sociali sono il risultato delle trasformazioni strutturali del sistema socio-economico, svelato dalla crisi in atto. Al neoliberalismo è dedicata una cartella su eddyburg: Capitalismo oggi. Molti sono su eddyburg gli articoli che descrivono e criticano la città neoliberista. Segnaliamo due lavori di Salzano: la parte II del testo La città come bene comune. Costruire il futuro partendo dalla storia e La città dei proprietari. Sui temi dell’esclusione e segregazione suggeriamo Paola Somma La città dell’ingiustizia. Politiche urbanistiche e segregazione.

Sui temi della disuguaglianza, povertà, desocializzazione del lavoro, dalla Disoccupazione al supersfruttamento ed esclusione sociale in relazione dell’era dell’informazione si legga, in Lettera internazionale n 70, Manuel Castell,I due volti della globalizzazione dei mercati .

Se la sopravvivenza del neoliberalismo ha bisogno di ri-organizzazione e cambiamenti continui, allo stesso tempo i conflitti e le contraddizioni generano, inevitabilmente, una resistenza. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le contestazioni agli effetti nefasti delle politiche neoliberiste, ma anche al progetto neoliberista preso nella suo complesso (e quindi alle istituzioni, all’ideologia e alle pratiche ad esso riferite). Si manifestano proteste di massa, dalla scala locale a quella nazionale, che sfidano spesso le pratiche e le politiche dello stato, mentre alla scala transnazionale di solito contestano l’operato e le visioni di organizzazioni e coalizioni internazionali come la Banca Mondiale o il G8. Oppure si esprimono come azioni di lobby relative ai salari, al lavoro, al problema della casa, a determinati servizi pubblici, alla salute ambientale e altro ancora. O ancora si manifestano in pratiche che generalmente ri-organizzano le esistenti relazioni enfatizzando una migliore interazione tra esseri umani e natura, tra ambiente naturale e ambiente antropico. E infine si traducono anche in proposte alternative complesse che includono diversi modi di vedere e comprendere il mondo, di sentire, nominare, agire, e potrebbero portare alla costruzione di una società completamente diversa.

Le migliaia d’iniziative di contrasto al saccheggio dei beni comuni, frammentate e disperse sul territorio, hanno trovato in questi ultimi anni più occasioni d’incontro. Il grande successo della raccolta di firme e la vittoria del referendum sull’acqua pubblica e quella per le energie alternative, il riemergere dell’Onda per la difesa della scuola pubblica, il movimento Stop al consumo di territorio e altri eventi come l’incontro di Teano “per un nuovo patto tra gli italiani” testimoniano che trent’anni di “finanzacapitalismo” sfrenato e consumismo diffuso non hanno, di fatto, innalzato il benessere generale della popolazione, e che il sistema dato non è in grado di soddisfare i bisogni e di dare risposta ai problemi della società.

In questo quadro, riacquistano forza alcuni vecchi concetti, come quello di giustizia sociale e diritto alla città e ne emergono di nuovi, come la decrescita, che si pongono decisamente controcorrente rispetto al modello di vita consolidatosi in questa fase del capitalismo. Questi concetti non sono una mera resistenza al neoliberalismo. Sono una vera e propria contro-egemonia e rimandono a pratiche e immaginari capaci di affermare visioni, ideali, norme, organizzazioni socio-economiche e politiche profondamente alternativi al sistema capitalistico.

Per gli studiosi questi concetti rappresentano un terreno di indagine sia per analizzare da punti di vista differenti i fenomeni correnti che per esplorare nuovi orizzonti, teorizzando nuove forme di organizzazione socio-spaziale. Per i movimenti che aspirano al un cambiamento sostanziale dell’ambiente in cui viviamo e della società che siamo, sono uno slogan, una bandiera, una parola d’ordine che rimandano ai valori di equità, democrazia, ecologismo. Due sono i grandi temi che accomunano questi progetti alternativi: il tema della giustizia sociale e quello dell’ambiente.

Wolfgang Sachs in “Ambiente e giustizia sociale” torna a parlare di giustizia sociale in connessione sia con la questione ecologica che quella intergenerazionale; egli si riferisce ad un concetto di giustizia che coniughi giustizia sociale ed ecologia proiettando sull’asse temporale il principio dell’equità nel rapporto tra le generazioni presenti e quelle future; vedi l’intervista di Giuliano Battiston I limiti della natura allo sviluppo dei desideri http://eddyburg.it/article/view/11389/.

I temi dell’ equità ed dell' ecologia si ritrovano in quello che oggi è probabilmente l’immaginario contro-egemonico più avanzato in termini di elaborazione concettuale: il movimento per la decrescita, verso una società equa, sostenibile, partecipata (www.decrescita.it) che rimette in discussione il mito dello sviluppo e della crescita come fondativo della nostra società. Serge Latouche, uno dei padri del movimento, dice che parlare di decrescita è come lanciare una sfida, è “un atto iconoclasta, per un altro di un nuovo modo di raccontare il nostro essere qui, ora, nel mondo”, come argomenta il Manifesto della Rete italiana per la Decrescita. La società della decrescita auspica l’uscita dall’economia (“rimettere in discussione il dominio dell'economia su tutti gli altri ambiti della vita, nella teoria come nella pratica, ma soprattutto nelle nostre menti”), la drastica riduzione dell'orario di lavoro imposto (per assicurare a tutti un impiego soddisfacente), un drastico ridimensionamento dei processi che comportano danni ambientali.

L’impegno per una sostenibilità e una giustizia ecologica spinge a rivedere tutte le forme di opposizione tra esseri umani e gli altri organismi viventi o tra gli esseri umani e la natura e alla consapevolezza di un cambiamento reso necessario dal riconoscimento della crisi e dall’accettazione di una responsabilità personale e politica, come spiega il testo Politica capace di fare futuro.

Di seguito i link ad alcuni articoli sul recente dibattito su crescita e decrescita innestato dall’articolo di Guido Viale L'economia del mondo verso il default; Valentino Parlato, Risposta a Viale. Qualcosa deve pure crescere e Paolo Cacciari, Caro Viale, la decrescita è necessaria .

L’elemento ddel cibo e dell’ agricoltura, e quindi della sovranità alimentare, acquistano un ruolo importante in queste elaborazioni, perchè come dice Latouche questo è la colonna portante di tutto il discorso, non fosse altro che perché noi tutti siamo viventi perché mangiamo. Per un argomentazione sulla sovranità alimentare si legga l’interessante dibattito tra Latouche e Petrini e l’articolo di Guido Viale Perché il mondo si sente così male.

L’equità e la questione distributiva in una prospettiva di giustizia sociale sono alla base di un altro concetto importante, il “bene comune”, che in questi ultimi anni ha visto una crescente elaborazione concettuale e un ampio consenso tra moltissimi movimenti che si battono per una società più giusta e un ambiente più sano,. Molti sono i libri usciti in questi ultimi due anni sul tema. Per una definizione chiara e l’analisi del problema che si pone alla cultura e alla società di oggi si legga Ugo Mattei, Beni comuni. Un diritto alla libertà oltre lo stato e il mercato. Per una genealogia del termine inviatiamo anche a leggere i due articoli di Piero Bevilacqua, Il racconto dei beni comuni e di Ugo Mattei Forme del diritto. Breve genealogia dei beni comuni . Per un approfondimento segnaliamo La società dei beni comuni, un utilissimo libro curato da Paolo Cacciari (di cui potete leggere in eddyburg la recensione di Carla Ravaioli) ; Ibeni comuni ripensano la democrazia in cui Cacciari spiega come alcuni gruppi hanno cominciato a rivendicarne l'uso; infine segnaliamo gli articoli di Ugo Mattei Beni Comuni, e Beni Comuni. Il sipario aperto dal potere del noi. Last but not least, il libro di Giovanna Ricoveri Beni comuni vs merci; un assaggio di quest’ultimo lo trovate in un’intervista all’autrice.

Nelle riflessioni e nelle pratiche controegemoniche assume un peso crescente il legame tra la difesa del territorio e degli altri beni comuni e la difesa del lavoro. Ma può la difesa del lavoro ridursi alla difesa dell’occupazione così come oggi il sistema vigente la determina? Alcuni scritti invitano a guardare al di là della contingenza e a rifondare la stessa concezione del lavoro come attività primaria dell’uomo utile sl progresso dell’umanità. Oltre allo scritto di Napoleoni citato suggeriamo la lettura dei seguenti testi. Salzano, Eddytoriale 144 ; Viale, L'economia del mondo verso il default ; Bevilacqua, Lavoro d'autunno,

Gli immaginari alternativi che emergono non riguardano solo l’organizzazione materiale della nostra esistenza, ma anche lo stesso modo di pensare. Secondo Boaventura de Sousa Santos, infatti, solo andando oltre il modo di pensare ‘eurocentrico’ e ‘nord-centrico’ da lui definito “abissale” possiamo elaborare un idea di scienza come “esercizio di cittadinanza e di solidarietà, la cui qualità si misura in ultima istanza attraverso la qualità della cittadinanza e della solidarietà che promuove o rende possibile”. Il pensiero abissale “è una disposizione intellettuale, filosofica e politica, che si traduce nella capacità di tracciare linee attraverso le quali istituire divisioni radicali all'interno della realtà, rendendone una parte «riconoscibile», rispettata, rilevante, e condannando tutto il resto all'irrilevanza e all'inesistenza”. Occorre invece una versione ampia di realismo, che, contrariamente all'interpretazione positivistica non riduce la realtà a ciò che esiste, ma include anche «le realtà rese assenti dal silenzio, dalla repressione e dalla emarginazione», le realtà «attivamente prodotte come non esistenti», e insieme le potenzialità, le latenze, le tendenze e le «emergenze» presenti in ogni frammento di realtà. Si legga l’intervista di Giuliano Battiston Passaggio epistemologico al sud globale.



Testi attorno alla traduzione

degli immaginari contro-egemonici

nel campo dell'urbanistica



I temi dell’equità e della giustizia sociale riemergono anche nell’ambito dell’urbanistica, per ridare valore a obiettivi sociali, enfatizzarne il ruolo politico, prima ancora di quello tecnico dell’urbanistica e per controbilanciare l’enfasi dell’efficacia sulla scia di una politica che ha cercato di raggiungere la “governabilità” riducendo lo spazio della democrazia. Una Voglia di equità (raccontata da Boniburini e Durante: da non confondere con la perequazione, come risulta chiaro dall’eddytoriale 119.

Una lezione magistrale sulla qualità sociale della pianificazione (e sulla crisi della politica e le sue ricadute sulla vivibilità e il territorio) è il testo di Luigi Scano, Il governo pubblico del territorio e la qualità sociale. In effetti non tutte le pratiche di pianificazione possono essere considerate adeguate. Anzi, il modo di governare il territorio (e i conseguenti strumenti) praticate negli ultimi decenni si sono rilevate del tutto inadeguate a risolverne i problemi: anzi, hanno sempre più accetuato i febonei di disagio, disfunzione, distruzione delle qualità, iniquità. Il fatto è che la pianificazione non è un valore in sé: lo diventa a seconda della sua qualità sociale, degli obiettivi che essa si pone e al cui raggiungimento è adeguata. Riflessioni utili per comprenderlo si trovano anche in alcuni scritti di Salzano, quali: Lezione sulla pianificazione, L'urbanistica per la formazione del cittadino , Vent’anni e più di urbanistica contrattata .

Che fare allora,oggi? Quali sono le domande che si deve porre l’urbanistica? Da dove partire per comprendere qual è l’habitat capace di assicurare benessere alle generazioni attuali e a quelle future (che non è quello economico ed esprimibile dal PIL o dal reddito), vivibilità alle nostre città, pace, salute, democrazia? Come può l’urbanistica contribuire, orientando la salvaguardia, manutenzione, costruzione e cambiamento dei nostri territori, a costruire una società diversa, più bella perché più equa? Guardando alla società possiamo dire che uno dei punti di partenza può essere costituito dalla miriade di episodi che nascono spontaneamente, ma che esprimono sofferenze individuali appartenenti a moltissime persone, che si traducono spesso in tentativi di aggregazione, associazione, iniziativa comune di protesta e talvolta anche di proposta.

In queste azioni collettive il territorio è spesso protagonista perché si denunciano le condizioni dell’ambiente fisico e del paesaggio, sempre più inquinati e sgradevoli, ricchi di pericoli e privi di qualità, si denuncia la condizione della salute dell’uomo, esposto a malattie e a rischi di degradazioni biologiche, si addita alla condizioni della vita urbana, sempre più caratterizzata dalla carenza di servizi per tutti, di spazi condivisibili da tutti, di luoghi collettivi accessibili da parte di tutti; si attacca le difficoltà gravi per accedere ad alloggi a prezzi ragionevoli in luoghi dai quali sia facile e comodo accedere ai servizi e al lavoro.

Un movimento molto vasto, che costituisce il tessuto connettivo tra moltissimi comitati, associazioni e gruppi di cittadinanza attiva, è quello che tenta di contrastare il consumo di suolo: la trasformazione sempre più estesa di terreni naturali, spesso caratterizzati da una buona agricoltura o da piacevoli paesaggi rurali, in aree urbanizzate dalla speculazione immobiliare o dall’abusivismo. Si veda il manifesto nazionale del movimento.

Il concetto di diritto alla città è diventato un riferimento ideologico per molti dei quali si sono e continuano a porsi questa domanda. Esso trova la sua base teorica negli assunti di Henri Lefebvre e nei successivi approfondimenti di altri studiosi che in questi ultimi anni hanno contribuito a spiegare, specificare, e allargare il concetto. La sua base materiale può essere individuata nei conflitti sociali e territoriali in atto in ogni parte del mondo, che danno luogo a contestazioni sia nei confronti del progetto neoliberista che a opporre resistenza alle ingiustizie, all’esclusione sociale, e all’oppressione nel suo significato di sfruttamento, emarginazione, mancanza di potere, imperialismo culturale e violenza. Anche se il concetto non trova ancora un’articolata ed esaustiva spiegazione e non da luogo a veri e propri progetti contro-egemonici, rimane una guida per coloro in cerca di visioni, principi, criteri e modi per trasformare l’utopia in un immaginario dal potere trasformativo.

Sul tema si vedano gli articoli Marvi Maggio Il diritto alla città e la pianificazione urbanistica. Proposte per Firenze, e non solo; e Salzano, La qualità della città pubblica. Di diritto alla città e città come bene comune si è discusso anche al Forum sociale europeo del 2008, dove in seguito all’iniziativa sulla città promossa da eddyburg.it, Zone e da alcune strutture della Cgil si è elaborato un interessante documento , di cui si da conto anche nell’ eddytoriale 118. Urbs, civitas, polis: questi i tre termini che riassumono il nocciolo della questione. “Zero sfratti” degli abitanti dalle case, dagli spazi pubblici, dai quartieri e dalla città, difesa del ruolo del lavoro e dei suoi diritti, contrasto alle iniziative di privatizzazione degli spazi e dei beni pubblici sono gi impegni di lotta più immediati. Ma è stato considerato altrettanto indispensabile aiutare i movimenti a dirigere la loro attenzione dal locale al nazionale e al globale, dal settoriale al generale.

Al concetto di diritto alla città è associato l’immaginario di città come bene comune sviluppato da Edoardo Salzano in suoi diversi scritti. Vi segnaliamo in proposito Dualismo urbano. Città dei cittadini o città della rendita e La città come bene comune. Costruire il futuro partendo dalla storia.

Per concludere questa introduzione alla costruzioni di immaginari-controegemonici vorremmo dare conto di due scuole di pensiero che per molti versi si sovrappongono e che condividono molti dei temi sopracitati. La “società dei territorialisti/e” è una associazione in corso di formazione, caratterizzata dal concorso di studiosi di molte discipline intenzionati a sviluppare un sistema complesso e integrato di scienze del territorio. Nasce dal lavoro interdisciplinare di urbanisti, architetti, designers, ecologi, geografi, antropologi, sociologi, storici, economisti, scienziati della terra, geofilosofi, agronomi, archeologi che, a partire dalla metà degli anni '80, hanno sviluppato ricerche e progetti facendo ponendo al centro dell’attenzione il territorio come bene comune nella sua identità storica, culturale, sociale, ambientale, produttiva e il paesaggio in quanto sua manifestazione sensibile. In vista del prossimo congresso fondativo della società dei territorialisti/e sono sintetizzati, è stato elaborato un Manifesto, curato da Alberto Magnaghi, nel quale sono enucleati i principi fondanti che caratterizzano l’approccio territorialista. In particolare, l’attenzione ai caratteri specifici dei luoghi viene posta a fondamento di scenari di sviluppo della società locale, alternativi a quelli imposti dalle relazioni economiche globali, che si basano sulla valorizzazione del patrimonio storico, ambientale, culturale e sociale, e sono costruiti e promossi grazie al sapere e all’iniziativa della cittadinanza attiva.

Il “bioregionalismo” nasce dall’incontro di Peter Berg, esponente delle avanguardie culturali con l’ecologista Raymond Dasmann, è sostanzialmente una pratica di vita, alla base della quale sta la consapevolezza di essere e agire come parte della più ampia comunità che vive in un determinato territorio, inteso come una bio-regione. La bio-regione, secondo l’accezione più radicale è sia uno spazio geografico, sia un “terreno della coscienza”, poiché prevede un sistema sociale strettamente integrato con l’ecosistema ed i ritmi naturali. Per saperne di più rimandiamo ad uno scritto di Silvio Franco: . Al concetto di bio-regione fa riferimento lo stesso Latouche nella tesi per la città decrescente, che dovrebbe essere una città con una impronta ecologica ridotta, capace di trattenere un rapporto forte con l’ecosistema. L’autore, esaminando la crisi della città, sostiene che piuttosto di sognare la costruzione di città nuove, bisogna imparare ad abitare le città in modo diverso. «La città consuma bassa entropia [energia, risorse, cibo, ecc.] e esporta massicciamente alta entropia [rifiuti, inquinamento]. Si tratta di un predatore ecologico che consuma una superficie «fantasma» molto superiore alla sua superficie reale».

LE PAROLE E I CONCETTI

La prima giornata, come è tradizione della scuola di eddyburg, è dedicata alle parole e ai concetti, illustrati nel contesto socio-economico, politico e culturale in cui si conformano.

Quest’anno abbiamo un duplice obiettivo. Da una parte fornire, come di consueto, strumenti critici per comprendere meglio gli avvenimenti e i fenomeni urbani e territoriali di questi ultimi decenni, che saranno affrontati nelle giornate successive della scuola, attraverso la critica del paradigma dello sviluppo così come si è conformato nella società di oggi. Dall’altra, introdurre un nuovo paradigma, quello dei beni comuni, come alternativa concettuale e politica, per trasformare la società e l’habitat dell’uomo in funzione del benessere materiale e immateriale degli abitanti di oggi e di quelli che devono venire, tendendo conto della limitatezza delle risorse naturali e della conoscenza umana, della diversità delle culture e della dignità che ognuna di queste possiede e della prevalenza dei valori di rispetto, uguaglianza e pace.

La giornata è aperta da un mio intervento sul concetto di sviluppo, che aprirà i lavori e fornirà la cornice ai temi approfonditi dai successivi docenti (vedi la scaletta di seguito). Concluderemo la giornata con una mia domanda ai docenti, la loro breve risposta e una ricapitolazione finale delle questioni trattate.

Il mio intervento introduttivo è diviso in tre parti. La prima illustrerà l’evoluzione del concetto di sviluppo, al fine di far comprendere sia l’arbitrarietà operata nell’assumere quella parola come sinonimo di progresso, civilizzazione, avanzamento e di attribuirle così positività a priori, che di mettere in evidenza come la parola sia stata un abile strumento di potere per orientare e plasmare la società in una determinata direzione. Si spiegherà come nuovi apporti teorici abbiano arricchito di nuove dimensioni il concetto per interpretare i processi di crescita, ma nello stesso tempo abbiano fornito indicazioni strategiche e discorsive per la formulazione di “politiche di sviluppo”: politiche che nella sostanza continuano a privilegiare le ragioni dell’accumulazione capitalistica su quelle dell’umanità nella sua totalità e diversità, perpetuando e accentuando relazioni di potere diseguali. Si argomenterà come l’allargamento del significato di sviluppo, che viene via via riconosciuto come dipendente da una fitta trama di relazioni (proprie del capitale sociale, umano e conoscitivo) abbia significato uno spostamento di approccio focalizzato sulle dimensioni locali, territoriali e sociali dei processi. E come questo passaggio abbia comportato sia l’appropriazione da parte delle forze dominanti di concetti importanti introdotti ‘dal basso’ o da forze contro egemoniche - come quello di partecipazione – sia l’adozione di aggettivi come sostenibile, che hanno contribuito alla ‘fortuna’ del termine sviluppo.

Nella seconda parte del mio intervento accennerò ad alcune trasformazioni, che possono essere lette come segni della ‘crisi’ di questo paradigma e, per estensione, della società che su questo si è conformata:

- la crisi ambientale;

- la crisi economica, mettendo in evidenza il ruolo centrale della rendita e dello sviluppo urbano e le ripercussioni negative di questa crisi sul habitat;

- la crisi del tessuto sociale, dalla ‘solitudine del cittadino globale’ alle rivolte di Londra;

- la crisi dell’organizzazione della società: dalla politica ai limiti della democrazia attuale, al rapporto distorto tra economia e politica e al conflitto tra diritti individuali e interessi collettivi;

- infine la crisi culturale, intesa sia come crisi del modello culturale basato sul positivismo, su cui anche il paradigma dello sviluppo si è strutturato, ma anche il passaggio dalla scienza alla tecnica, e la supremazia delle conoscenze scientifiche su altre conoscenze, modello che si presenta inadeguato a comprendere la realtà e ad illuminare il futuro.

La terza parte dell’intervento introdurrà il concetto di bene comune come categoria da porre a fondamento delle proposte riguardanti i diversi aspetti della società di cui deve tener conto una pianificazione della città e del territorio adeguata ai bisogni dell’uomo, alle reali condizioni del nostro pianeta e al patrimonio conoscitivo finora acquisito.

Gli interventi successivi costituiranno approfondimenti a questi temi, fornendo elementi di conoscenza e riflessione sulla situazione in atto e sull’inadeguatezza degli strumenti concettuali e operativi, ma anche introducendo nuovi approcci e proposte sia sul piano concettuale che operativo.

All’economista Giovanna Ricoveri si è chiesto di dare conto di alcuni aspetti essenziali della crisi economica e più generalmente della capacità distruttiva del sistema economico-sociale esistente. Sarà utile insistere sulla distinzione tra beni e merci prima di illustrare il concetto di “bene comune” ripercorrendone l’evoluzione, e spiegandone le sue diverse componenti e articolazioni, argomentando la tesi che la difesa e riconquista dei beni comuni è la risposta necessaria per avviare la costruzione di un sistema nuovo.

L’agronomo Nicola Dall’Olio approfondirà la questione ambientale, e in relazione ad alcune situazioni specifiche, illustrerà le drammatiche conseguenze della mercificazione di un rilevante bene comune (il territorio agricolo) sulle condizioni di vita e sulle stesse risorse essenziali per la specie umana.

Al giurista Ugo Mattei abbiamo chiesto di spiegare il ruolo della proprietà privata nel sistema economico basato sulle merci e di ragionare sulle implicazioni del concetto di bene comune nel campo del diritto e dell’assetto proprietario, e sulla necessità di arricchire la gamma delle forme della proprietà reintroducendo (accanto alla privata e alla pubblica) quella delle proprietà comune.

Il giornalista Loris Campetti introdurrà il tema, oggi centrale, del lavoro nel contesto delle ‘crisi’ sopracitate, particolarmente facendo riferimento alla crisi economica e quella sociale. Si vorrebbe ragionare su come la riduzione del lavoro, da strumento essenziale della società per la comprensione e il governo del mondo materiale e immateriale a merce, è sottoposto oggi a un processo di impoverimento ed emarginazione. Il passaggio dal paradigma dello “sviluppo” a quello del “bene comune” può essere invece l’occasione per restituirgli dignità e valore pienamente umano facendone lo strumento per affrontare alcune grandi esigenze sociali e territoriali.

Infine allo storico Piero Bevilacqua abbiamo chiesto di portare ulteriori riflessioni sulla questione ambientale e di ragionare sul ruolo della formazione, della conoscenza e dei saperi nella costruzione di un nuovo paradigma, sulle condizioni che l’applicazione che esso pone al sistema dei saperi, oggi caratterizzato dalla frammentazione e dalla subordinazione all’economia data.

PROGRAMMA

09,30 – 10,00 Mauro Baioni presenta la VII edizione della scuola

10.00 – 10.50 Ilaria Boniburini introduce le prima giornata

10,50 – 11.10 pausa caffè

11.10 – 12,00 intervento di Giovanna Ricoveri

12,00 – 12.50 intervento di Nicola Dall’Olio

12.50 – 13.15 Eventuali domande degli studenti sugli interventi di Boniburini, Ricoveri, dall’Olio

13.15 – 14.15 Pausa Pranzo

14.15 – 15.05 intervento di Ugo Mattei

15.05 – 15,55 intervento di Loris Campetti

15,55 – 16 45 intervento di Piero Bevilacqua

16,45 – 17.05 pausa caffè

17.05 – 17.40 eventuali domande degli studenti sugli interventi di Mattei, Campetti, Bevilacqua

17.40 – 18.30 repliche dei docenti e conclusioni di Ilaria Boniburini

prossimamente il programma della II e III giornata e quello della giornata conclusiva

MODALITÀ DI ISCRIZIONE ALLA SCUOLA

Quest'anno l'iscrizione alla scuola e la sistemazione alberghiera sono distinte. I prezzi sono, come sempre, ridotti al minimo, dato il carattere volontaristico che contrassegna la scuola.

La quota d'iscrizione alla scuola è di 370€ + 20% iva per un totale di 444€ e dà diritto di fruire delle attività didattiche, dei materiali didattici, dei pasti non compresi nella quota di sistemazione alberghiera, di partecipare alla visita ai luoghi con cena in agriturismo e a tutte le altre attività organizzate dalla scuola. Le amministrazioni e gli istituti universitari sono esenti Iva.

La sistemazione alberghiera presso l'hotel convenzionato Cavallino Bianco *** dal 13 sera (cena inclusa) al 17 mattina, comprende 4 notti, colazioni e pasti, ed è gestita dall'azienda Promohotels. Costituisce quota a parte (di 145 € per sistemazione in camere multiple o di 185 € per sistemazione in camera singola).

La prenotazione della camera deve effettuarsi tramite l'apposita «scheda di prenotazione alberghiera» allegata, da spedire a Promohotels via email a:
eventi@promhotelsriccione.itoppure tramite fax 0541 601775 accompagnata da una caparra confirmatoria pari al 30% del totale della prenotazione. Le condizioni del trattamento, ulteriori informazioni e modalità di pagamento sono illustrate nella scheda stessa.

E’ ammesso alla scuola un numero massimo di 40 partecipanti. La selezione verrà effettuata sulla base della data di spedizione del modulo di iscrizione e della scheda di prenotazione alberghiera. Parteciperanno i primi quaranta richiedenti che si saranno iscritti secondo le modalità sotto riportate. In caso di richieste in esubero verrà compilata una lista di riserva.

Sono disponibili 15 posti a quota ridotta per partecipanti junior, ovvero studenti e giovani urbanisti ‘precari’ under 35 che provvedono personalmente alle spese di iscrizione alla scuola. La domanda di ammissione ai posti riservati ai partecipanti junior deve essere inoltrata tramite email a Ilaria Boniburini (info@zoneassociation.org) specificando le ragioni di tale richiesta.

Per iscriversi alla scuola occorre:

1. Compilare e inviare il «modulo di iscrizione alla scuola» (scaricare il modulo qui sotto) via mail a:

Ilaria Boniburini - Zone onlus, Email:
Info@zoneassociation.org

2. Pagare la quota di iscrizione alla scuola entro il 28 agosto 2011 mediante bonifico bancario in favore di ZONE ONLUS VENEZIA, CC Banco Posta N. 1425844, IBAN: IT18 A0760102000000001425 844 oppure tramite bollettino postale sul conto corrente postale 1425844 intestato a Zone Onlus Venezia. Specificare la causale «scuola di eddyburg 2011». Gli Enti pubblici hanno la possibilità di iscrivere i loro dipendenti, senza pagamenti anticipati, purché alleghino alla domanda di iscrizione la determina dirigenziale che stabilisce il relativo impegno di spesa e di pagamento entro l'anno corrente.

3. Compilare e inviare la «scheda di prenotazione alberghiera» (scaricare il modulo qui sotto) entro il 28 agosto 2011 seguendo le istruzioni specificate sulla scheda di prenotazione alberghiera.

In mancanza dell'ottemperamento a queste istruzioni entro il 28 agosto, sarà facoltà degli organizzatori annullare l’iscrizione.

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