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«». Corriere della Sera, 31 luglio 2016 (c.m.c.)

Berlino Est, 1953, operai in rivolta repressi manu militari. «La classe operaia ha tradito la fiducia del partito, ora dovrà lavorare duramente per riguadagnarla», dichiara il segretario dell’Unione degli scrittori. Bertolt Brecht, sarcastico, parafrasa così: «Il comitato centrale ha deciso. Poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo».

Storie di ieri, anzi, dell’altro ieri. Ma, per paradosso, una loro attualità ce l’hanno. Di fronte al dilagare del populismo, della xenofobia, delle spinte a chiudersi a riccio in difesa di quel che resta delle identità tradizionali, vere o presunte, le nostre élite, che pure non sono sorrette né da un’ideologia potente né dall’Armata rossa, non si comportano troppo diversamente dagli uomini di ferro della Repubblica democratica tedesca.

Condannano, come è giusto che sia. E però, quasi fossero classi dirigenti per diritto divino, rifiutano di interrogarsi su se stesse, sembrano non chiedersi nemmeno se per caso portano qualche responsabilità per questo disastro, provano a navigare a vista. È difficile, certo. Ma, se non si parte di qui, la battaglia, almeno sotto il profilo politico e culturale, è persa in partenza, tanto più adesso, quando le cronache ci danno conto quasi quotidianamente, e in tempo reale, degli orrori perpetrati dal terrorismo diffuso fondamentalista, e chiunque si chiede se il peggio debba ancora arrivare.

Non è una boutade: cominciare a discutere apertamente di noi, e del nostro passato prossimo, sarebbe con ogni probabilità più utile, per affrontare il presente e il futuro, che chiedersi angosciati se sia tornato o no il tempo delle guerre di religione: de te fabula narratur .

È appena il caso di sottolineare un’evidenza comune a tutto l’Occidente, anche se, naturalmente, le cose non vanno dappertutto nello stesso modo, e non mancano i tentativi di invertire la rotta. Il mondo ci è cambiato intorno, e il nemico ci è cresciuto nel cortile di casa (è la globalizzazione, bellezza) senza che, fatte salve le dovute eccezioni, la politica (a differenza delle donne e degli uomini in carne e ossa) se ne rendesse conto o vi facesse troppo caso, anche perché era, e in gran parte è ancora, in tutt’altre faccende affaccendata.

Bruciate rapidamente le illusioni degli anni Novanta del secolo scorso, frutto in gran parte dall’ingenuo entusiasmo con cui venne salutata la caduta dell’Unione Sovietica, una politica sin troppo ridimensionata nei suoi poteri reali e nelle sue ambizioni si è ritrovata clamorosamente sprovvista tanto di un sensorio vigile nei confronti dei mutamenti tellurici della morfologia sociale quanto di una qualsivoglia visione o, per parlare in modo più chiaro, di quel confronto tra diverse culture, tradizioni e idee di società che è, o che ci illudevamo fosse, il sale di ogni democrazia degna di questo nome.

È stata investita contemporaneamente dunque, o si è autoinvestita, da un vistoso deficit di conoscenza, di rappresentanza, di decisione e di leadership: in poche parole, nella sua autoreferenzialità è parsa inutile, prima ancora che lontana e ostile, agli occhi di un numero sempre crescente di cittadini. Per tornare al paradosso del vecchio Brecht, si può anche pensare di venirne a capo abrogando il popolo che, come dicevano gli sgherri di Scarpia nella Tosca cinematografica di Luigi Magni, «è boia, è voltagabbana, oggi ti onora domani te sbrana». Naturalmente è più ragionevole affrontare la questione dal lato opposto, restituendo cioè dignità alla politica: peccato che sia così difficile capire come, e soprattutto con chi, si possa farlo.

A voler essere onesti ce n’è per tutti, anche per quello che una volta si chiamava il mondo dell’informazione e dei suoi abitanti, dal più prestigioso opinion maker (altra espressione ormai desueta) al più giovane dei cronisti. Proprio quando sarebbero stati necessari pensieri e politiche ben diversi, certo, da quelli novecenteschi, ma non meno forti e forse non meno radicali, ci siamo nutriti di pensieri e politiche deboli o, come allegramente suol dirsi, smart . Di più. Molto spesso li abbiamo invocati come gli unici auspicabili e necessari, anche nella convinzione che oltretutto, nell’età di Twitter, fossero gli unici possibili.

Non abbiamo reso un buon servizio né a una politica che aveva e ha bisogno di una rigenerazione profonda né a una società civile, o come si chiama adesso, che non necessita sicuramente di pedagoghi, ma di conoscenze che ne allarghino e ne approfondiscano il punto di vista, sì. Sulla Promenade des Anglais appena riaperta, tanti turisti e tanti nizzardi si sono accalcati per farsi un selfie sul luogo della strage. Forse, anzi, sicuramente una folla solitaria manifesta anche così il suo dolore e la sua vicinanza. Non c’è da scandalizzarsi. Ma da interrogare, e da interrogarsi, sì.

Il manifesto, 30 luglio 2016 (p.d.)

Il 10 e l’11 giugno di due anni fa i media di tutto il mondo mostrarono immagini di una dolorosa drammaticità: centinaia di migliaia di persone sotto il sole cocente scappavano da Mosul, seconda città irachena, occupata in 24 ore dallo Stato Islamico.

Mentre le prime bandiere nere preannunciavano anni di barbarie, si fuggiva come si poteva: file interminabili di auto dirette nel Kurdistan iracheno; famiglie a piedi con addosso solo i vestiti e qualche borsa con gli effetti personali più cari; anziani e bambini sulla schiena di un asino. Alla fine se ne contarono mezzo milione, mezzo milione di sfollati interni nell’arco di due giorni.

Ne seguirono tanti altri, oggi Mosul non è più la ricca città che era nel 2014. Ha perso il suo mercato e la sua industria e buona parte delle sue confessioni: di cristiani non ce n’è quasi più l’ombra. Ora a due anni di distanza torna a risuonare lo stesso inquietante allarme: un milione di iracheni lascerà Mosul con l’intensificarsi dello scontro tra esercito governativo e islamisti.

I dati li dà la Croce Rossa, in vista dell’annunciata battaglia finale. «Fino ad un milione di persone potrebbero essere costrette a lasciare le proprie case nelle prossime settimane», si legge nel comunicato. E la situazione è già al collasso: sono oltre 3 milioni gli sfollati interni, altri 10 quelli che nelle zone d’origine necessitano di assistenza.

A leggere un simile numero la prima domanda che viene da porsi è dove tutte queste persone dovrebbero andare. Dove dovrebbero cercare rifugio? Le porte sono sbarrate. Baghdad da mesi non fa più entrare sunniti di Anbar e Ninawa per il timore che tra loro si nascondano islamisti, ma anche per evitare uno stravolgimento della settaria bilancia demografica.

Il Kurdistan iracheno ha scelto la stessa comoda via: dallo scorso anno, dopo aver accolto oltre due milioni di persone tra sfollati iracheni e profughi siriani, passare i confini controllati dai peshmerga è diventata un’impresa. Alla base sta l’iqama, ci spiegavano a novembre sfollati da Qaraqosh e Sinjar nei campi profughi della capitale kurda: «L’iqama è un permesso di residenza rilasciato dalle autorità di Erbil – diceva al manifesto Mohamed, palestinese di origine, rifugiato per la seconda volta – sulla base della garanzia presentata da uno sponsor kurdo. Solo con l’iqama puoi lavorare, muoverti liberamente, accedere ai servizi. In genere la ottengono altri kurdi e i cristiani, grazie alla chiesa locale. Per un sunnita come me è quasi impossibile».

Mohamed era riuscito a infilarsi dentro prima della politica delle porte aperte a metà: ora le sole chiavi che le fanno scattare sono etniche e confessionali. A dimostrazione che l’Isis ha annaffiato il terreno giusto per spezzettare l’Iraq. Mosul ne è lo specchio: mentre le organizzazioni umanitarie si preparano all’ennesimo flusso di disperati, nelle stanze dei bottoni di Baghdad e Erbil si organizza la controffensiva.

Nessuno vuole mancare l’appuntamento con una città che definirà l’Iraq che sarà. Il governo centrale opera su due fronti: l’inclusione delle milizie sciite e l’esclusione dei peshmerga. Nei giorni scorsi il premier al-Abadi ha ordinato l’ingresso delle milizie sciite (accusate di abusi contro le comunità sunnite liberate) nell’esercito regolare, sotto la propria diretta autorità. Un modo per tenerle a bada – e controllare meglio anche le influenze iraniane – e allo stesso tempo gestire in modo più efficace la battaglia finale. Resta da vedere quanto certe milizie, come le potenti Badr, stiano a sentire gli ordini del premier.

Sul versante kurdo, il governo centrale ha cancellato all’ultimo minuto un meeting previsto per il 22 luglio con rappresentanti di Erbil per discutere la controffensiva. Una marginalizzazione che, si dice a Baghdad, è figlia dell’incontro che il presidente kurdo Barzani ha avuto con gli Stati Uniti il 12, nel quale ha strappato 415 milioni di dollari in aiuti militari a Washington in vista proprio di Mosul. Giravolte di alleanze e antagonismi: al ministro degli Esteri iracheno Obeidi («Non faremo avvicinare i peshmerga a Mosul») risponde Erbil con un secco «Non lasceremo le aree liberate a Ninawa».

Dinamiche simili si registrano nella vicina Siria, dove a prevalere non è l’unità interna contro il nemico Isis ma le avverse ambizioni politiche. Così, ieri, mentre lo Stato Islamico giustiziava 24 persone nel villaggio settentrionale di Buyir, strappato ai kurdi di Rojava, nella provincia di Idlib raid aerei (forse russi o governativi) colpivano l’ennesimo ospedale: la denuncia arriva da Save the Children, organizzazione responsabile della clinica di maternità bombardata nel villaggio di Kafer Takhareem.

Un bilancio chiaro ancora non c’è, di certo sarebbero due i morti e tre i feriti. La clinica era l’unica di questo tipo nell’arco di 100 chilometri e garantiva assistenza a 1.300 persone al mese, tra donne e neonati.

Una settimana fa erano state cinque le cliniche danneggiate da un bombardamento di Damasco: una era stata colpita direttamente, le altre avevano subito danni da raid nelle zone vicine. Tra le vittime un neonato. Si muore anche di coalizione: giovedì notte raid Usa hanno ucciso, secondo fonti locali, 28 civili nella cittadina di al-Ghandour, vicino Manbij.

Riferimenti
Interessanti informazioni sul modo in cui i promotori delle guerre d'oggi, a partire da quelle in atto in Palestina, considerino le morti dei civili non un "effetto collaterale" ma l'obiettivo dell'azione bellica sono offwrte dall'associazione Forensic Architecture. Vedi anche, in eddyburg, l'articolo dell'architetto israeliano Eyal Weizman, Se l'architettura ritorna sulla scena del crimine

Il manifesto,

Nel 2015, secondo l’Istat, le famiglie che in Italia vivevano in povertà assoluta sono diventate 1 milione e 582 mila, pari a 4 milioni e 598 mila persone, il numero più alto dal 2005.

Sempre nel 2015, una ricerca Censis-Rbm calcola in oltre 11 milioni (coinvolto il 43% delle famiglie italiane) le persone che hanno dovuto rinviare o rinunciare a cure mediche adeguate, a causa delle difficoltà economiche. Nel medesimo anno, come in tutti gli anni precedenti, lo Stato ha pagato 85 miliardi di euro solo per gli interessi sul debito pubblico.
C’è connessione fra queste cifre? Chi dice di no non ha mai fatto parte né della categoria della povertà assoluta, né di quella che fatica a curarsi adeguatamente. E’ per questo che considera il debito pubblico italiano come essenzialmente dovuto alla dissennatezza collettiva dell’aver vissuto per anni «al di sopra delle proprie possibilità» e trova ora normale doverne pagare lo scotto (interessi compresi), sapendo che ricadrà su ben precise fasce di popolazione.
Ma è andata davvero così? Naturalmente no e pochi dati bastano a dimostrarlo.
Negli ultimi 20 anni, il bilancio dello Stato si è chiuso in avanzo primario (rapporto fra entrate e uscite) per 18 volte e la parte dei cittadini che ha sempre pagato le tasse ha versato allo Stato almeno 700 miliardi di euro in più di quello che ha ricevuto sotto forma di beni e servizi.

Come mai allora il nostro debito continua a veleggiare oltre i 2.200 miliardi di euro? Perché dal divorzio fra ministero del Tesoro e Banca d’Italia nel 1981, e la conseguente fine della copertura «in ultima istanza» da parte di quest’ultima dei prestiti emessi dallo Stato, gli interessi da pagare sul debito sono saliti alle stelle, tanto che ad oggi abbiamo già collettivamente pagato oltre 3.000 miliardi di interessi su un debito che continua a salire e che auto-alimenta la catena, ingabbiando la vita e i diritti di tutti.

La spesa per interessi è pari a oltre il 5% del Pil e rappresenta la terza voce di spesa dopo la previdenza e la sanità. Se a tutto questo aggiungiamo il fiscal compact, ovvero l’impegno preso in sede europea a riportare il rapporto debito/Pil dall’attuale 130% al 60% nei prossimi venti anni, con un taglio conseguente della spesa pubblica di circa 50 miliardi/anno, il quadro della trappola diviene evidente: il debito serve a trasferire risorse dal lavoro al capitale e a consegnare ai grandi interessi finanziari, attraverso alienazione del patrimonio pubblico e privatizzazioni, tutto ciò che ci appartiene.
E la sottrazione di democrazia messa in campo con la riforma costituzionale, sulla quale si voterà in autunno, rappresenta solo il tentativo di approfittare della crisi per approfondire le politiche liberiste, sostituendo la discussione democratica con l’obbligo alle stesse e il necessario consenso con la collettiva rassegnazione.
La trappola del debito diviene ancor più evidente se poniamo l’attenzione sugli enti locali e le comunità territoriali, ormai giunti al collasso finanziario, grazie al combinato disposto di patto di stabilità (e pareggio di bilancio), tagli ai trasferimenti e spending review: quanti sanno infatti che, nonostante il contributo degli enti locali al debito pubblico italiano sia pari solo al 2,4%, sugli stessi si sia scaricata la maggior parte delle misure, al punto che dal 2008 i tagli delle risorse a loro disposizione siano passati da 1.650 a 15.500 miliardi (+900%) ?

Di fronte a questi dati, possiamo continuare a dire che il debito è ineluttabile e a considerare gli interessi sullo stesso normale parte del contratto stipulato?
Possiamo continuare a pensare che il debito, in quanto colpa, va saldato e trovare normale che a quella cultura si educhino intere generazioni già nella scuola, con la trasformazione dei giudizi sull’apprendimento in «debiti» e «crediti»?

Credo di no e, a sostegno d questa tesi, basta leggersi l’art.103 della Carta dell’Onu, quando pone l’obbligo di ogni Stato a garantire pace, coesione e sviluppo sociale sopra ogni altro e qualsivoglia impegno contratto dallo stesso.
Del resto, qualcuno può ritenere sostenibile mantenere un debito, che oltre allo stesso, comporti la sottrazione annuale di 135 miliardi di euro di risorse collettive, per pagarne gli interessi e per adempiere al fiscal compact?

Da che mondo è mondo, non si è mai visto un creditore anelare al pagamento del debito. L’usuraio teme due soli eventi nella sua «professione»: la morte del debitore e il saldo del debito, perché, in entrambi i casi, perderebbe la fonte periodica del suo sostentamento –gli interessi- e la possibilità di dominio sull’altro e sulle sue scelte in merito ai suoi averi e proprietà (nel caso degli Stati, i beni comuni).

Ecco perché il debito deve smettere di essere un tabù e deve divenire parte concreta delle battaglie per un altro modello sociale. Se il debito è oggi agitato come «lo shock per far diventare politicamente inevitabile, ciò che è socialmente inaccettabile» (Milton Friedman), occorre che le popolazioni passino dal panico prodotto dallo shock –che comporta paralisi, ripiegamento individuale e adesione alla narrazione dominante- alla sana pre-occupazione, ovvero alla capacità collettiva di iniziare ad occuparsi di sé, della collettività e del comune destino.
Rifiutando la trappola del debito e rivendicando a tutti i livelli –locale, nazionale e internazionale- la necessità di un’indagine indipendente e partecipativa che sveli quanta parte del debito è illegittima e quanta parte è odiosa –dunque da non pagare- e che affronti, partendo dall’incomprimibilità dei diritti individuali e sociali, tempi e modi del pagamento dell’eventuale restante parte legittima.
Di tutto questo se ne discuterà all’università estiva di Attac Italia, a Roma dal 16 al 18 settembre, in una serie di seminari che, partendo dal debito internazionale (con la presenza di Eric Toussaint del Cadtm), arriverà a mettere a confronto le nuove esperienze di movimento e istituzionali nelle «città ribelli» di Barcellona, Napoli e Roma (http://www.italia.attac.org/index.php).Un’occasione per liberare il presente e riappropriarci del futuro.
La difficile scelta per la socialdemocrazia europea, e le sue diverse componenti, tra difesa dei diritti acquisiti dagli sfruttati di ieri, a partire dal welfare, e l'obbligo morale dell'accoglienza degli sfruttati di oggi.

La Repubblica, 29 luglio 2016

Caro direttore, c’è un filo rosso che lega il referendum inglese alle ultime elezioni in Europa e che tratteggia i contorni di una “sinistra senza popolo”, priva del sostegno del suo elettorato storico, le classi popolari. In Austria alle elezioni presidenziali più del 70 per cento degli operai ha votato per l’estrema destra, alle elezioni regionali francesi circa il 40 per cento degli ouvriers ha sostenuto Le Pen. E nel Regno Unito, i bastioni laburisti del Nord hanno premiato la Brexit.

Un terremoto silenzioso sta spaccando in due il cuore elettorale della sinistra: da un lato il tradizionale voto popolare, sempre più frastagliato, tendenzialmente anti-globalizzazione e in cerca di protezione, dall’altro i nuovi elettori urbani, sostenitori di un’agenda liberale, pro-globalizzazione, che prediligono l’apertura.

Negli ultimi anni la sinistra europea sembra avere privilegiato questo secondo gruppo. Non è un caso se la vetrina di maggiore successo della sinistra inglese sia oggi la multiculturale Londra di Sadiq Kahn e l’ultimo feudo della gauche francese la Parigi cosmopolita.

Sarebbe tuttavia ingiusto negare gli sforzi fatti a sinistra per riconquistare il voto popolare. Jeremy Corbyn, ad esempio, si batte per preservare il sistema sanitario pubblico e frenare le privatizzazioni, mentre la Spd è riuscita a ottenere l’introduzione di un salario minimo in Germania.

Questi sforzi si sono però rivelati insufficienti per frenare lo smottamento elettorale. Concentrandosi unicamente sul terreno economico e sociale, le sinistre europee commettono infatti un errore di impostazione. Oggi la dimensione che conta di più per i ceti popolari, anche quelli che ancora votano a sinistra, non è l’economia, ma è sempre più l’immigrazione. Basta andare nell’Emilia rossa per accorgersi di quanto l’immigrazione incida nel vissuto quotidiano di quello che un tempo si chiamava il popolo di sinistra.

Due questioni sembrano, in particolare, decisive: il welfare state e le frontiere.

Molti amministratori locali del Pd da tempo hanno lanciato allarmi sul rischio di una discriminazione di fatto dei nativi nell’accesso allo Stato sociale. Questo sentimento di ingiustizia rispetto ai concittadini immigrati non riguarda solo l’assegnazione delle case popolari, ma anche i servizi della prima infanzia, gli asili e l’accesso a tutti i servizi pubblici. Negare l’esistenza di una tensione fra nativi e immigrati o, ancora peggio, limitarsi all’esaltazione retorica del multiculturalismo e delle sue virtù non risolve il problema, ma lo esacerba, consegnandone il monopolio all’estremismo.

La sinistra non può inoltre sfuggire al tema del ritorno dei confini, spesso archiviato come reazionario. Il concetto di confine è invece legato alla nascita della sinistra: nella rivoluzione francese fu il Terzo Stato a battersi per la difesa del confine contro un’aristocrazia apolide e sradicata.

Dovremmo chiederci se per la sinistra, in questo tempo di disorientamento e insicurezza, il richiamo che le radici esercitano sugli ultimi, il ritorno all’Heimat, alle tante Patrie individuali, alla comunità che protegge, non sia una risorsa da coltivare piuttosto che un feticcio da abbattere in nome di una visione naive della globalizzazione.

Porsi queste questioni da sinistra non è cosa facile e le timidezze sono comprensibili.

L’immigrazione è il nuovo tabù della sinistra perché ne interpella l’essenza e, cosa più importante, interroga la coscienza individuale di chi si riconosce in quella storia, la nostra storia: come conciliare, in quanto uomo di sinistra, il mio dovere di solidarietà con l’impossibilità oggettiva di «accogliere tutta la miseria del mondo» , per citare il compianto Michel Rocard?

Il futuro della sinistra dipenderà anche dalla capacità con cui saprà rompere questo tabù.

L’autore insegna a Parigi a Sciences Po, collabora con il Wall Street Journal e fa parte della Segreteria del Pd dell’Emilia Romagna

Paolo Rodari intervista Jean-Louis Tauran, arciverscovo francese, ministro di papa Bergoglio per i rapporti con le altre religioni. «Serve soprattutto un'educazione che aiuti a comprendere che chi è differente da noi non è un nemico». La Repubblica, 27 luglio 2016

«Ieri è stato fatto un passo in più dentro l’abisso. Perché attaccare un luogo di culto e un suo ministro che sta celebrando messa, che altro non è che un ministro di pace, è una vigliaccheria che fa sprofondare nel nulla».
Jean-Louis Tauran, cardinale francese, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso e uomo di fiducia di Francesco nei rapporti con l’Islam, è sgomento per l’escalation di violenza che sta colpendo l’Europa e la sua Francia, ma insieme è deciso nel condannare una follia «che porta alla distruzione».
Eminenza, come definirebbe coloro che ieri hanno attaccato la chiesa di Saint-Etienne- du-Rouvray?
«In generale coloro che commettono attentanti si autodefiniscono soldati, ma mi domando: che tipo di soldati sono? Non c’è risposta. Contro di loro occorre soltanto che noi credenti, tutti i credenti, torniamo a comportarci secondo quanto le religioni davvero insegnano. E la base di ogni insegnamento non è altro che l’amore, la convivenza fra diversi, la fratellanza».

Si può dire che l’Is fa parte dell’Islam?
«L’Islam insegna altro, ma qui non credo c’entri la religione. Non è giusto davanti a questi attentati parlare di religione. Si tratta di persone traviate che poco hanno a che fare con l’Islam stesso e con qualsiasi religione. Siamo davanti al nulla e portare tutto sul piano religioso non ha alcun senso».

Qual è la risposta adeguata a tutto ciò secondo lei?
«La risposta è sempre e comunque il dialogo, l’incontro. Per interrompere la catena infinita della ritorsione e della vendetta l’unica strada percorribile è quella del dialogo disarmato. In sostanza, a mio avviso, dialogare significa andare all’incontro con l’altro disarmati, con una concezione non aggressiva della propria verità, e tuttavia non disorientati che è l’atteggiamento di chi pensa che la pace si costruisce azzerando ogni verità».
Non c’è altra strada?
«Assolutamente no. Siamocondannati al dialogo».
Il dialogo può portare anche al martirio?
«Purtroppo sì. La Chiesa ha sempre subìto il martirio. È una possibilità reale, seppure resti una possibilità ben triste».

Non ritiene che l’Islam debba prendere le distanze da questi attentati?
«Credo che lo farà. Occorre aspettare perché sarà interessante vedere cosa sarà detto. Comunque, tornando a quanto dicevamo prima, credo che oltre al dialogo vi sia anche un’altra strada».

Quale?
«Lo ripeto sempre e non mi stancherò mai di farlo: l’educazione. Occorre un’educazione che parta dalla giovane età. È il primo e inevitabile strumento per contrastare qualsiasi tipo di estremismo e di follia omicida. Se alle origini dell’esistenza, nella giovane età, educhiamo all’amore tutto sarà diverso. È un lavoro lungo e dispendioso, ovviamente, eppure assolutamente necessario».

L’educazione deve portare a convivere con chi la pensa diversamente da noi?
«Certamente. L’educazione serve a comprendere che chi è differente da noi non è un nemico. E questa consapevolezza deve valere per tutti. Il rischio di non comprendere questa semplice verità, infatti, appartiene a tutti».

Fra Benedetto XVI e Francesco nota divergenze sul modo di rapportarsi con l’Islam?
«Sono uguali nel loro intendere i rapporti interreligiosi. Vedo assoluta convergenza fra i due. Ed è doveroso ricordarlo proprio oggi».

«La paura generata da questa situazione di insicurezza si diffonde su tutti gli aspetti delle nostre vite. Occorre sviluppare gli anticorpi contro le sirene di arruffapopolo che tentano di conquistarsi capitale politico con la paura».

Corriere della Sera, 26 luglio 2016 (c.m.c.)

Quella a cui stiamo assistendo - in modo così prossimo e sconvolgente, nelle ultime settimane - è un’epoca segnata «dalla paura e dall’incertezza. E non bisogna illudersi: i demoni che ci perseguitano non evaporeranno». Anche perché - spiega il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman, uno dei grandi pensatori della sfuggente modernità in cui viviamo - la loro origine ha a che fare con gli stessi elementi costitutivi della nostra società e delle nostre vite.

Professor Bauman, di fronte alla catena di attacchi di questi giorni, l’Europa si trova a fare i conti con un abisso di paura e di insicurezza. Quali risposte possono colmarlo?
«Le radici dell’insicurezza sono molto profonde. Affondano nel nostro modo di vivere, sono segnate dall’indebolimento dei legami interpersonali, dallo sgretolamento delle comunità, dalla sostituzione della solidarietà umana con la competizione senza limiti, dalla tendenza ad affidare nelle mani di singoli la risoluzione di problemi di rilevanza più ampia, sociale.

«La paura generata da questa situazione di insicurezza, in un mondo soggetto ai capricci di poteri economici deregolamentati e senza controlli politici, aumenta, si diffonde su tutti gli aspetti delle nostre vite. E quella paura cerca un obiettivo su cui concentrarsi. Un obiettivo concreto, visibile e a portata di mano».

Un obiettivo che molti individuano nel flusso di profughi e migranti. «Molti di loro provengono da una situazione in cui erano fieri della propria posizione nella società, del loro lavoro, della loro educazione. Eppure ora sono rifugiati, hanno perso tutto. Al momento del loro arrivo entrano in contatto con la parte più precaria delle nostre società, che vede in loro la realizzazione dei loro incubi più profondi».

Di fronte a questa sfida, si moltiplicano i richiami da parte di alcune forze politiche alla costruzione di nuovi muri. Si tratta di una risposta sensata?
«Credo che si debba studiare, memorizzare e applicare l’analisi che papa Francesco, nel suo discorso di ringraziamento per il premio Charlemagne, ha dedicato ai pericoli mortali della “comparsa di nuovi muri in Europa”. Muri innalzati - in modo paradossale, e in malafede - con l’intenzione e la speranza di mettersi al riparo dal trambusto di un mondo pieno di rischi, trappole e minacce.

«Il Pontefice nota, con preoccupazione profonda, che se i padri fondatori dell’Europa, “messaggeri di pace e profeti del futuro”, ci hanno ispirato nel “creare ponti, e abbattere muri”, la famiglia di nazioni che hanno promosso sembra ultimamente “sempre meno a proprio agio nella casa comune. Il desiderio nuovo, ed esaltante, di creare unità sembra svanire; noi, eredi di quel sogno, siamo tentati di soffermarci solo sui nostri interessi egoistici, e di creare barriere”».

Nei suoi studi, lei ha indicato come valori fondativi delle nostre società la libertà e la sicurezza: dopo un’epoca in cui, per far crescere la prima, abbiamo progressivamente rinunciato alla seconda, ora il pendolo sta invertendo il suo corso. Quali riflessi politici ne derivano?
«Di fronte a noi abbiamo sfide di una complessità che sembra insopportabile. E così aumenta il desiderio di ridurre quella complessità con misure semplici, istantanee. Questo fa crescere il fascino di “uomini forti”, che promettono — in modo irresponsabile, ingannevole, roboante — di trovare quelle misure, di risolvere la complessità. “Lasciate fare a me, fidatevi di me”, dicono, “e io risolverò le cose”. In cambio, chiedono un’obbedienza incondizionata».

Sembra quello che sta proponendo il candidato alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump, le cui posizioni su sicurezza e immigrazione sono state di recente indicate dal presidente ungherese Viktor Orban come modelli anche per l’Europa...

«Quella a cui stiamo assistendo è una tendenza preoccupante: istanze di tipo sociale, come appunto l’integrazione e l’accoglienza, vengono indicate come problemi da affidare a organi di polizia e sicurezza. Significa che lo stato di salute dello spirito fondativo dell’Unione Europea non è in buona salute, perché la caratteristica decisiva dell’ispirazione alla base dell’Ue era la visione di un’Europa in cui le misure militari e di sicurezza sarebbero divenute — gradualmente, ma costantemente — superflue».

L’Islam è indicato da alcune forze politiche — ad esempio, la tedesca Pegida — come una fede intrinsecamente violenta, incompatibile con i valori occidentali. Che ne pensa?
«Bisogna assolutamente evitare l’errore, pericoloso, di trarre conclusioni di lungo periodo dalle fissazioni di alcuni. Certo: come ha detto il grandissimo sociologo tedesco Ulrich Beck, al fondo della nostra attuale confusione sta il fatto che stiamo già vivendo una situazione “cosmopolita” — che ci vedrà destinati a coabitare in modo permanente con culture, modi di vita e fedi diverse — senza avere compiutamente sviluppato le capacità di capirne le logiche e i requisiti: senza avere, cioè, una “consapevolezza cosmopolita”. Ed è vero che colmare la distanza tra la realtà in cui viviamo e la nostre capacità di comprenderla non è un obiettivo che si raggiunge rapidamente. Lo choc è solo all’inizio».

Siamo destinati quindi a vivere in società nelle quali il sentimento dominante sarà quello della paura?
«Si tratta di una prospettiva fosca e sconvolgente, ma attenzione: quello di società dominate dalla paura non è affatto un destino predeterminato, né inevitabile. Le promesse dei demagoghi fanno presa, ma hanno anche, per fortuna, vita breve. Una volta che nuovi muri saranno stati eretti e più forze armate messe in campo negli aeroporti e negli spazi pubblici; una volta che a chi chiede asilo da guerre e distruzioni questa misura sarà rifiutata, e che più migranti verranno rimpatriati, diventerà evidente come tutto questo sia irrilevante per risolvere le cause reali dell’incertezza.

«I demoni che ci perseguitano — la paura di perdere il nostro posto nella società, la fragilità dei traguardi che abbiamo raggiunto — non evaporeranno, né scompariranno. A quel punto potremmo risvegliarci, e sviluppare gli anticorpi contro le sirene di arringatori e arruffapopolo che tentano di conquistarsi capitale politico con la paura, portandoci fuori strada. Il timore è che, prima che questi anticorpi vengano sviluppati, saranno in molti a vedere sprecate le proprie vite».

Lei ha sostenuto che le possibilità di ospitalità non sono senza limiti, ma nemmeno la capacità umana di sopportare sofferenza e rifiuto lo è. Dialogo, integrazione ed empatia richiedono però tempi lunghi...
«Le rispondo citando ancora una volta papa Francesco: “sogno un’Europa in cui essere un migrante non sia un crimine, che promuove e protegge i diritti di tutti senza dimenticare i doveri nei confronti di tutti. Che cosa ti è accaduto, Europa, luogo principe di diritti umani, democrazia, libertà, terra madre di uomini e donne che hanno messo a rischio, e perso, la propria vita per la dignità dei propri fratelli?”.

Queste domande sono rivolte a tutti noi; a noi che, in quanto esseri umani, siamo plasmati dalla storia che contribuiamo a plasmare, consapevolmente o no. Sta a noi trovare risposte a queste domande, e a esprimerle nei fatti e a parole. Il più grande ostacolo per trovarle, quelle risposte, è la nostra lentezza nel cercarle».

«Siamo un paese di immigrazione e la Cdu per troppo tempo lo ha negato. L’ideologia del Califfato offre un’illusione consolatoria a chi si sente spaesato»

La Repubblica, 26 luglio 2016 (c.m.c.)

La Germania è sotto shock. Negli ultimi anni non avevamo mai sperimentato una serie di attentati di una tale violenza. Eravamo nel mirino dello Stato islamico come gli altri Paesi occidentali, ma in confronto a Francia e Belgio eravamo stati risparmiati, grazie a una partecipazione molto cauta alla guerra contro l’Is.

Ora questo “privilegio” è storia passata. Tutti i tedeschi hanno ormai la percezione che ogni giorno qualcuno potrebbe uccidere anche qui. Dopo l’attentato di venerdì scorso a Monaco di Baviera pure opera di uno squilibrato - la polizia ha ricevuto oltre 4mila segnalazioni e ha dovuto rispondere a ognuna di esse. La città, dalla stazione centrale ai mezzi pubblici, era paralizzata. I cittadini erano in preda al panico. Erano tutti convinti che ci fosse un attentatore vicino a loro. Tutto ciò rende la misura di quanto sia facile per il terrorismo immobilizzare una città grande come Monaco.

Ora si cerca di capire cosa sia successo, di scavare nei dettagli. Gli attentati di Wuerzburg, Monaco, Reutlingen e ora Ansbach sono tutti abbastanza diversi, è vero, ma ci si deve chiedere che senso abbia distinguere tra un attentato ispirato dallo Stato islamico e un altro causato da una individuale condizione patologica.

Ovviamente lo Stato islamico è pronto ad appropriarsi del gesto di qualsiasi folle killer. Solo un’ideologia violenta e tremenda come quella che oggi offre lo Stato islamico può portare un giovane piccolo criminale, come erano alcuni dei recenti attentatori, a diventare killer di massa. Non importa che siano donne, vecchi o bambini. Infatti, quest’ideologia islamofascista ha creato un modello, quasi uno standard, che ispira gli attentatori di provenienza musulmana.

L’ideologia dello Stato islamico offre l’illusione di partecipare a un gran momento storico, alla ricostruzione del Califfato che punisce gli infedeli. Ciò non vuol dire che gli attentatori siano militanti attivi dell’Is, ma che l’Is alimenta un clima di violenza dove gli atti di esecuzione di massa diventano normali.

Anche i media hanno un ruolo importante nel causare quest’effetto valanga di attentati a catena. Una volta chiesi a un attentatore del “movimento berlinese del 2 giugno” (il gruppo terrorista anarchico nato negli Anni Sessanta in memoria dello studente Benno Ohnesorg, ucciso da un agente di polizia durante le proteste a Berlino Ovest contro l’arrivo dello Scià di Persia), quale sarebbe stato lo strumento più efficace contro il terrorismo. Mi rispose senza un momento di esitazione: vietare di scriverne sui giornali.

Certo, in un Paese democratico, non possiamo seguire questa raccomandazione, ma in un certo senso aveva ragione. Perché tutti questi folli responsabili di attentati hanno una cosa in comune: vogliono diventare famosi, vogliono avere una grande scena sul palcoscenico del mondo. Non possiamo ignorare – per “correttezza politica“ – che gli attentatori di Wuerzburg, Monaco, Reutlingen e Ansbach erano tutti migranti provenienti da Paesi musulmani.

Ed è un fatto che non può che cambiare inevitabilmente la percezione dei migranti musulmani. Il ventisettenne siriano che ieri sera si è fatto esplodere nel centro di Ansbach aveva presentato richiesta di asilo in Germania. Gli era stata respinta un anno fa. Le autorità gli avevano comunque consentito di rimanere in Germania a causa della guerra in Siria. In Germania vi sono 140mila casi simili, cioé, richiedenti asilo la cui domanda è stata rifiutata.

E ora molti si chiederanno perché vivono ancora qui, perché il governo non li ha ancora espulsi. E il partito di estrema destra Afd (Alternativa per la Germania, in tedesco Alternative für Deutschland) cavalcherà questi eventi.

Bisogna però evitare che la risposta agli attentati sia un clima di diffidenza nei confronti dei migranti. I responsabili di uccisioni sono solo una minima percentuale dei rifugiati arrivati con la recente ondata d’immigrazione. Un parte degli attentatori erano persone cresciute qui, ma che non hanno trovato lavoro o non sono riuscite a integrarsi. Il loro retroterra musulmano culturale è in conflitto con la cultura occidentale da decenni. E in un momento di crisi esistenziale si chiedono: ma a chi appartengo, a questo mondo occidentale corrotto o alla grande comunità dell’Islam, da cui provengo? È allora che trovano rifugio nell’ideologia del Califfato.

L’unico modo di rispondere al terrorismo è l’integrazione. La Germania è un Paese di migranti, ma la Cdu, il partito della democrazia cristiana, lo ha negato per troppo tempo. L’ex cancelliere Helmut Kohl nel 2002 disse distintamente: «Non siamo un Paese di immigrati ». Non è vero, lo siamo da quarant’anni, ma il governo ha attuato politiche in materia in ritardo. Le scuole, ad esempio, hanno iniziato a offrire corsi di lingua tedesca a immigrati solo da un paio d’anni. Troppo tardi. Una cosa è certa. Se non promuoveremo l’integrazione di questi giovani uomini senza orientamento, avremo molti più attentati.

Nella storia della Turchia negli anni di Erdoĝan la spiegazione del carattere di un regime che non è stato mai democratico, che ha sempre dominato al di sopra della legge e adopera i finti colpi di stato per rafforzarsi, complici gli Usa e soci.

Puntorosso online, luglio 2016

Siamo in quelle abituali circostanze giornalistiche che vedono una grande attenzione a fatti che certamente la meritano, e che però sono pronte a spegnersi non appena i poteri politici fondamentali dell’Occidente, in particolare quello statunitense, abbiano definito il loro atteggiamento politico, che può tranquillamente essere una censura di fatto con qualche grumo di manipolazione accompagnata dalla solita finzione del dibattito tra specialisti la maggior parte dei quali non sa un tubo. Si parlò a suo tempo del colpo di stato del giugno 2015 del presidente turco Erdoĝan, ma rapidamente la notizia svanì, data la speranza statunitense di impegnarne il governo nella guerra a Daesh, organizzazione che, assieme ad al-Qaeda, Erdoĝan continuava a supportare con ogni mezzo. Si parlò più a lungo a suo tempo della lotta straordinaria dei curdi siriani di Kobanê, per poi trattarli ogni tanto e molto cautamente, dovendosi celare che l’artiglieria turca ogni giorno li bombardava. Siamo quindi in attesa della versione autentica statunitense e quindi occidentale dei fatti recenti in Turchia, dal tentativo fallito di un colpo militare alla micidiale reazione di Erdoĝan.

Per adesso abbiamo solo la versione di quest’ultimo: è tutta colpa di Gülen, è a lui che io, Erdoĝan, reagisco. Una versione, va da sé, da prendere con assoluto beneficio d’inventario.

Evito di richiamare quanto ci viene trasmesso dai media in questi giorni, tutti ne hanno seguito i resoconti, un colpo di stato fa notizia e soprattutto la fa la reazione di Erdoĝan. Cominciamo chiedendoci: c’entra o no Gülen nel colpo militare? E chi è Gülen?

Gülen è stato il fondamentale sostenitore e finanziatore, intanto, dell’ascesa politica di Erdoĝan e della sua prima vittoria elettorale (2002). Senza i quattrini di Gülen e senza le moschee, gli imam, le scuole coraniche, le imprese industriali e commerciali, le radio, le case editrici, le televisioni, le riviste, i quotidiani legati al miliardario Gülen, Erdoĝan non sarebbe nessuno. I quattrini di Gülen furono decisivi nel dare compattezza a una formazione recentissima, eterogenea e scombinata come l’AKP (il partito di Erdoĝan), e probabilmente a ungere qualche ruota sul versante di forze armate che mai avevano tollerato in passato una presenza significativa di forze islamiste nella politica turca (e che infatti nel 1997, essendo state vinte le elezioni, l’anno precedente, da una formazione islamista guidata da tale Erbakan, avevano intimato le dimissioni del suo governo e il rifacimento delle elezioni, pena un colpo di stato). Nel 1999 Gülen emigrerà negli Stati Uniti, per il timore di un colpo di stato anti-islamista delle forze armate, che però non avverrà, data l’estrema cautela operativa in quel periodo di Erdoĝan.

Sarà nel 2011 che questi realizzerà la sua prima mossa d’azzardo: riuscendo a imporre alla magistratura, organicamente kemalista estremista, che venissero processati quegli ex capi militari che avevano costituito una struttura militare occulta, Ergenekon, una sorta di Gladio turca. Poche saranno e miti le condanne: ma la botta alle forze armate andò a segno. Occorre sapere che esse erano, e a tutt’oggi sono, benché indebolite e attraversate da fratture e scontri, un partito kemalista estremista armato che definisce al suo interno la composizione dei comandi, gli avvicendamenti ai loro ruoli, la stessa spesa militare dello stato: e che il processo Ergenekon indebolì molto il prestigio, in precedenza altissimo, delle forze armate nella popolazione turca, e che consentì a Erdoĝan di imporre loro la consegna di responsabilità significative a figure militari di proprio gradimento). Erdoĝan più o meno in quegli anni riuscirà anche a mettere le mani sul MİT (l’intelligence turca), ponendo alla sua testa un proprio uomo. Inoltre a mettere le mani su buona parte delle forze di polizia, che in Turchia dispongono anche di mezzi di guerra, dagli elicotteri ai carri armati.

Perché allora la rottura tra Erdoĝan e Gülen, di cui si ha esplicitazione nel 2013? Gülen risultava sostanzialmente scomparso dalla realtà politica turca: perché allora prenderlo a bersaglio?. I motivi sembrano ormai chiari. Gülen è una figura di islamico moderato e liberale, è per il dialogo inter-religioso e inter-etnico, aborre il potere militare (di cui è stato direttamente vittima), il ritorno al califfato, in generale il ricorso alla violenza nella lotta politica e sociale; esprime quindi una posizione che è il contrario esatto di ciò che Erdoĝan ha teso a essere a partire dal giugno del 2015 (poi vediamo). Gli strumenti di cui Gülen è proprietario o che finanzia costituiscono un formidabile apparato prima di tutto culturale che è di fatto di ostacolo a Erdoĝan: figura formata dai Fratelli Mussulmani e orientata alla ricostituzione del califfato e addirittura all’espansione territoriale della Turchia sul versante siriano e soprattutto nella parte settentrionale dell’Iraq. Si consideri che sembrano essere 20 milioni i turchi influenzati dagli strumenti di Gülen e dai loro operatori, molte migliaia di persone. Occorre infine tener conto di come Erdoĝan sia palesemente un megalomane, cioè una personalità orientata alla centralizzazione assoluta sulla sua persona (e sulla sua famiglia) di ogni potere, e sia palesemente un paranoico, cioè una personalità orientata alla distruzione fisica di ogni ostacolo, reale o immaginario.

Gülen c’entra con il colpo militare fallito? Ci credo poco. Gülen non ha mai avuto niente a che fare con il potere militare o con settori militari, li ha sempre considerati ostili ed è sempre stato omogeneamente ricambiato. Egli è negli Stati Uniti dal 1999, figuriamoci se non ci sono da allora una quantità di agenzie di intelligence statunitensi (solo statunitensi?) a sorvegliarlo minuto per minuto e con tutti i mezzi. Né è mai stata convenienza (checché si dica) della presidenza Obama di lasciar fare a Gülen contro Erdoĝan, data l’estrema complicatezza della situazione medio-orientale. Ma poi, soprattutto, non riesco a vedere una frazione, per quanto minoritaria, come si è visto, ma non insignificante delle forze armate che prende ordini da Gülen. Può darsi che si sia trattato di una frazione preoccupata per la distruzione in corso da parte di Erdoĝan di quel pochissimo che residuava in Turchia di democrazia, di libertà di stampa, di autonomia della magistratura. Può darsi. Ma le forze armate turche sono state storicamente kemaliste, cioè violentemente laiche e violentemente nazionaliste: e trovo davvero strano che all’improvviso salti fuori una frazione culturalmente islamista e al tempo stesso ostile all’islamico diventato anche nazionalista Erdoĝan. In ogni caso, prima o poi si vedrà.

Quel che invece mi sembra abbastanza realistico è che Erdoĝan fosse al corrente, in termini non necessariamente precisissimi ma neanche debolissimi, della preparazione di un colpo di stato da parte di una frazione militare. Gli strumenti per venirne a conoscenza li aveva: il MİT, qualche pezzo di forze armate, parte della polizia. Non credo che sia stato casuale che Erdoĝan sia salito all’improvviso a Marmaris (bellissima località turistica sull’Egeo) su un aereo, né che siano state casuali la prontezza della reazione della polizia e la mobilitazione della militanza fanatica dell’AKP.

Mi pare infine che Erdoĝan disponesse da tempo di ampie liste di proscrizione da attivare appena avesse ritenuto possibile fare il risultato di un globale repulisti. Ma anche a questo proposito prima o poi si vedrà.

Il repulisti non tocca, come si vede abbastanza bene, solo i seguaci veri o inventati di Gülen. Palesemente (qui si può andare un po’ più sul sicuro) il repulisti sta investendo settori decisivi del potere kemalista, cioè alleati storicamente decisivi delle forze armate (o, meglio, della loro parte a tuttora prevalente). Si tratta soprattutto della magistratura, inoltre di una parte della polizia. Il repulisti inoltre sta investendo sia i settori kemalisti che quelli democratici dell’intellighenzia, dalle università al giornalismo ai quadri dei servizi e del pubblico impiego. Ciò significa che è sotto tiro una parte consistente della popolazione urbana, in particolare di quella di Istanbul e di Ankara, e dell’intellighenzia sociale; e, di fatto, che è sotto tiro anche il pavidissimo principale partito di opposizione, cioè il partito kemalista storico CHP.

Inoltre è apertamente sotto tiro il partito curdo e di sinistra HDP, ai cui deputati già da qualche settimana prima del colpo di stato fallito era stata tolta l’immunità parlamentare, e che da allora corrono il più che probabile rischio di essere processati e di essere condannati a lunghissime pene detentive, assieme a migliaia di attivisti. Migliaia e migliaia di figure di militari, intellettuali, insegnanti, docenti, quadri, funzionari di polizia, imprenditori rischiano la stessa cosa. Nei mesi scorsi Erdoĝan aveva inoltre approntato anche la strumentazione giuridica necessaria a colpire pesantemente e nel mucchio: molte migliaia di quadri e di sindaci curdi e inoltre centinaia di giornalisti democratici sono già da più o meno tempo in carcere in attesa di essere processati per “terrorismo”, avendo auspicato la ripresa delle trattative di pace tra stato turco e PKK, e per “offesa all’identità turca” o per “vilipendio” alle autorità dello stato o alle forze armate, avendo criticato questo o quell’aspetto della politica di Erdoĝan. Reati quindi da decenni di galera. Tra poco, magari, suscettibili della pena capitale. Siamo perciò giunti al terzo colpo di stato: quindi il secondo, in poco più di un anno, di Erdoĝan. Il quarto saranno nuove elezioni e un referendum, in condizioni di totale assenza di condizioni democratiche, anzi in condizioni di terrore e di estrema repressione, anche militare, ai danni di ogni forma di dissenso, che incoroneranno Erdoĝan, finalmente, presidente, pardon, califfo della Turchia?

Giova notare, infine, come i quadri delle forze armate che non hanno preso parte al colpo di stato fallito (cioè la stragrande maggioranza dei quadri militari) non risulti sfiorata dalla repressione scatenata da Erdoĝan. Sorgono alcune domande. Intanto, perché non hanno preso parte al colpo di stato? Per debolezza? Per la non condivisione degli obiettivi dei protagonisti del colpo di stato? Semplicemente, per via delle beghe che separano gruppi militari a prescindere anche dall’affinità delle posizioni? Ciò che in ogni caso sembrerebbe chiaro è che in Turchia permane la situazione, esistente sin dal momento della prima vittoria elettorale di Erdoĝan, di una sorta di dualismo di potere: appunto quello di governo e quello militare. Potrebbe esserci stata un’intesa tra i due poteri nel senso di far fuori i quadri militari che avrebbero scatenato il tentativo di colpo di stato? Forse. In ogni caso quel che è certo è che i due poteri si odiano, che nessuno dei due accetta l’esistenza dell’altro, tanto più in quanto armato. Ovviamente questo è il momento in cui Erdogan tenderà a rafforzarsi il più possibile, e con tutti i mezzi a disposizione.

Qualche considerazione veloce sulle reazioni della nostra assurda casa occidentale. Continuano a sbalordirmi, anche se non capisco perché, l’insipienza, le illusioni e le corbellerie micidiali, nelle quali perdono la vita ogni giorno in Medio Oriente centinaia quando non migliaia di persone, sia dal lato dei governi che dei grandi apparati mediatici. I governi, oltre a deplorare il tentativo militare di colpo di stato perché “antidemocratico”, raccomandano a Erdoĝan “moderazione”, rispetto dello “stato di diritto” e delle tutele di arrestati e imputati, rispetto dei trattati che, nel quadro del Consiglio d’Europa, di cui la Turchia fa parte, impediscono il ricorso alla pena capitale, e via corbellando. Scusate, a parte qualche pallida e breve parentesi, quando mai in Turchia sono esistiti la democrazia e lo “stato di diritto”? Erdoĝan non fece nel giugno del 2015 il risultato elettorale che gli serviva a fare della Turchia uno stato presidenziale: ruppe le trattative con il PKK, assunse poteri che non gli competevano (cominciò a operare come se la Turchia fosse una repubblica persidenziale: operò quindi un colpo di stato), mobilitò le forze armate (a larga maggioranza felicissime di ciò) contro la popolazione curda, recuperando così consenso nella parte più deprivata e fascista della popolazione turca, usò Daesh in due terribili attentati, a Suruç, città curdo-turca prossima a Kobanê, luglio 2015, e ad Ankara, nel corso della campagna elettorale del novembre successivo (quest’attentato impedì all’HDP di proseguire la propria campagna elettorale). Scusate, si è trattato davvero di un’elezione democratica? Da allora a oggi (a proposito di “moderazione”, uso “non eccessivo della forza”, ecc.) sono stati rasi al suolo nel Curdistan turco il centro storico di Diyarbakır e 14 città, il complesso delle città curde è stato assediato e colpito da coprifuoco 24 ore su 24 (anzi alcune città sono tuttora sotto assedio), migliaia di persone sono state assassinate dai cecchini, dal fuoco e dalle cannonate di elicotteri, carri armati, artiglieria, senza che dai governi occidentali venissero che belati e, soprattutto, occhi girati dall’altra parte. 300 mila curdi turchi hanno perso la casa e tutte le loro cose, e sono in fuga o collocati in tendopoli circondate da soldati e agenti di polizia.

La preoccupazione vera dei governi occidentali non riguarda la condizione delle popolazioni curde o delle 50 mila e oltre persone (una cifra destinata ad aumentare) colpite dalla repressione in corso. La preoccupazione è che Erdoĝan, nella sua follia, diventi totalmente ingestibile, flirti troppo con la Russia, entri con truppe in Siria, inoltre non sia più possibile coprirlo agli occhi delle opinioni pubbliche occidentali. Come si farà a evitare che la povera gente in fuga dalla tragedia del Medio Oriente non venga più ospitata da Erdoĝan nelle tendopoli della Turchia, in balia di poliziotti assassini e di reclutatori di ragazzine da prostituire, e ce la si ritrovi in Europa, a far aumentare i voti di fascisti e semifascisti, a far perdere le elezioni a Hollande, Merkel, ecc.?

«Il rischio più pernicioso che corriamo è l’adesione inconsapevole a un pensiero di massa che legge la realtà in modo altrettanto folle e irresponsabile di quello degli attentatori». Il manifesto, 24 luglio 2016 (c.m.c.)

Le notizie su attacchi omicidi-suicidi rimbalzano da una parte del pianeta all’altra. L’assuefazione collabora silenziosamente dentro di noi con una rassegnazione angosciosa, creando uno stato psichico stuporoso, terreno fertile per le interpretazioni schematiche e sbrigative.

Il rischio più pernicioso che corriamo è l’adesione inconsapevole (la più acritica e forte) a un pensiero di massa che legge la realtà in modo altrettanto folle e irresponsabile di quello degli attentatori.

Si fa presto a dire che l’imperversante violenza nichilista favorisca le «emozioni di pancia». Le emozioni sono vere, autentiche, quanto più sono viscerali. Hanno la loro radice nel corpo, nel punto in cui il vissuto corporeo diventa vissuto psichico, affettivo. Assumono leggibilità e configurazione comunicabile mescolandosi con il pensiero.

Legate al pensiero onirico (dove i confini tra noi e l’altro sono più aperti), assumono una forma più elaborata e precisa (che le rende più complesse e significative) se hanno il tempo necessario per essere sedimentate e connesse a un pensiero condiviso. Se tutto va per il verso giusto le nostre emozioni diventano il luogo in cui la nostra particolarità incontra la fraternità universale.

Fino a che punto siamo consapevoli della necessità politica di riappropriarsi come cittadini del nostro spazio onirico (l’immaginazione che incontra l’inconsueto) e del nostro tempo (quello necessario per la sedimentazione, la sperimentazione dei nostri vissuti e per il godimento che rispetta il suo oggetto)?

Il vivere in una dimensione di perenne urgenza (che trasforma l’inefficienza dell’amministrazione degli interessi collettivi in un efficace macchina di potere) porta la gestione delle nostre emozioni verso due direzioni ugualmente disastrose. Nella prima direzione le emozioni si dissociano dal pensiero, diventando un ammasso indistinto, un accumulo di tensione che può essere solo scaricato.

Nella direzione opposta il pensiero si dissocia dalle emozioni e, perdendo il suo fondamento nei sensi, nel sogno-immaginazione e nel gesto, misura la realtà con schemi astratti in cui il disimpegno sposa l’arbitrio e diventa dogma costrittivo.

Ci devasta il fenomeno impressionante della moltiplicazione incontrollabile di distruttori folli. Tuttavia sono solo schegge impazzite di un processo di identificazione di massa (che la comunicazione digitale accelera fortemente) con un processo di liberazione dalle nostre impasse emotive che trova il suo strumento più efficace in un agire violento (psichico o fisico).

La violenza scarica bruscamente le emozioni e al tempo stesso si sbarazza della sensibilità che le genera. Nulla è più contagioso di questa evacuazione dell’imbarazzo a vivere, in cui si sta riducendo la nostra esistenza, che trova nel pensiero automatico il suo più grande alleato.

Tra coloro che uccidono, pedine impersonali della forma più insensata della forza distruttiva, e coloro che reagiscono invocando il rigetto altrettanto violento dello «xenos», si è stabilita una completa simmetria.

«». Corriere della Sera, 23 luglio 2016 (c.m.c.)

Donald Trump l’ha dichiarato da tempo: «L’Islam ci odia». Dietro le gravi violenze ci sarebbe l’Islam. Hollande, dopo la strage di Nizza, ha intensificato i bombardamenti sul territorio siro-iracheno di Daesh. Il messaggio è chiaro: il terrorismo è parte della guerra del «califfato» contro di noi.

Le sue rivendicazioni e la sua propaganda lo confermerebbero. Alla fine, dietro a tutto questo, si staglierebbe il mondo islamico con ambiguità e contraddizioni. Si ritorna così a un modello interpretativo di successo — un archetipo —: lo scontro tra Occidente e Islam. Ha avuto tanti sostenitori tra intellettuali e politici occidentali; fu all’origine della guerra all’Iraq nel 2003 e del crollo del sistema mediorientale.

Non dispiaceva a Osama bin Laden e ad al Qaeda, perché — nell’opposizione — riconosceva loro la leadership contro l’Occidente. Non spiace nemmeno oggi al «califfato». Si crea così un’atmosfera bellicosa che favorisce il proselitismo islamico. Per gli occidentali si disegna invece uno scenario chiaro (in qualche modo rassicurante). Sappiamo da dove vengono le minacce, perché abbiamo un nemico: l’Islam, rappresentato complessivamente come ostile o ambiguo, da combattere o da obbligare a una chiarificazione. Solo così si fermano le sue quinte colonne tra di noi, figlie di un sistema politico-religioso globale.

Un simile modello interpretativo fa il gioco dell’avversario e gli offre la grande legittimazione di nemico dell’Occidente, quasi avesse una sola testa. Da noi, favorisce i populismi, per cui solo una politica pugnace di muri e scontri ci difende. Motiva uno sguardo sospettoso e diffidente verso la quasi generalità dei musulmani.

Il modello è una semplificazione. Il sociologo francese, Raphaël Liogier, ha recentemente dichiarato a Le Monde : «Bisogna rifiutare di partecipare allo scenario del “noi” contro “loro” desiderato da Daesh, e fornire una narrazione forte e positiva». Eppure parlare di “noi” e “loro” appare tristemente rassicurante nello stabilire frontiere.

La realtà è diversa. Ci sono due problematiche distinte, anche se connesse. C’è il totalitarismo di Daesh con insediamenti territoriali, ramificazioni e la sua propaganda, che si sviluppa in un mondo islamico carico di contraddizioni e divisioni (e con tanti morti musulmani per il terrorismo). D’altra parte, si profilano in Europa i radicali, i folli, gli antisistema, pronti a fare tanto male, che vivono tra di noi. Colpendo Daesh si fa una guerra in Medio Oriente. Non c’è però guerra tra Islam e Occidente, bensì terrorismo folle nei nostri Paesi. È qualcosa di diverso, che richiede strumenti adeguati per isolare i folli e difendersi.

Si deve tener conto della fragilità delle nostre società, con aree periferiche fuori controllo, sconnesse dalla vita sociale e comunitaria. Oltre al lavoro d’intelligence e polizia, ci sono vasti spazi sociali da «riconquistare» a un senso condiviso di destino nazionale e da strappare a derive nichilistiche. Si pensi alla banlieu francese, a Molenbeek, il quartiere di Bruxelles dove nascono i terroristi, o a tante periferie «umane» a rischio anche in Italia. Va tenuto conto — il Corriere l’ha mostrato — che il nichilismo di gente antisistema si radicalizza attraverso internet e i social, costituendo ghetti mentali pericolosi. Sostenendo questo, non si sposta la sfida dal politico al sociale, ma si indica il terreno dove si addensano i pericoli.

Il rapporto di Europol sul terrorismo per il 2015 afferma che non c’è prova che i rifugiati siano un veicolo di terroristi: una tematica sbandierata dai populisti. Registra invece l’esistenza di circa 5.000 foreign fighter europei. Soprattutto osserva come il 35% dei «lupi solitari» (tra il 2010 e il 2015) abbia sofferto di disturbi mentali. Si spiegano anche così le rapide o solitarie conversioni alla violenza, ma anche le azioni folli di esibizione del terrore senza logica politica.

Il problema è nelle nostre società, specie tra i giovani e chi ha un’ascendenza musulmana, dove l’islamismo agisce come spiegazione onnicomprensiva e ideologia dell’odio. È inutile vedere tutto provocato da oltremare. Il nichilismo serpeggia tra di noi. Lo si nota tra gli ultrà o negli attentati alle chiese a Fermo. È un «ospite inquietante», scriveva Umberto Galimberti. C’è un mondo da bonificare. Le società europee sono depauperate di reti aggregative e comunitarie: i corpi intermedi tradizionali — partiti, movimenti sociali o altro — sono in crisi. Senza sentimenti, passioni condivise, valori, come creare coesione sociale? Qui il problema dell’integrazione e del controllo sociale.

In Italia è una grave lacuna che si rinvii la cittadinanza ai figli d’immigrati, lo ius culturae di cui si parla da tanto: cresce una generazione a metà, né italiani né stranieri, «diversi» dai giovani italiani. Per i «marginali» i legami sono spesso religiosi, specie con l’Islam. Non si tratta solo di formare imam con spirito italiano, come previsto dal ministero dell’Interno. C’è da integrare i musulmani con le altre comunità, favorendo convivialità e dialogo. Sono cadute esperienze, promosse in passato come, all’epoca del ministero dell’Integrazione, la conferenza dei leader delle varie religioni.

Si tratta di creare, in un tempo così emozionale, sentimenti di condivisione antagonisti all’odio tipico dei ghetti mentali e sociali. La politica sociale è decisiva contro la radicalizzazione. Ma è pure decisiva la passione sociale e politica, così fragile in società europee caratterizzate da legami allentati e da un generale ripiegamento individuale.

Individui soli e strutture non integrano: ci vogliono comunità di vita e di sentimenti accanto a sogni per il futuro. Quanto accade non chiede soltanto più muscoli, ma un salto d’intelligenza e di ethos sociale da parte di tutti.

Altraeconomia, 22 luglio 2016 (c.m.c)

Il drammatico attacco di Nizza, che è soltanto l’ultimo di una scia sanguinosa, il tentativo di colpo di Stato in Turchia, ma anche la Brexit e il radicarsi di forti sentimenti xenofobi in giro per l’Europa, sono i segnali evidenti di una nuova fase della storia mondiale.


La globalizzazione, avviatasi dagli anni Settanta, ha generato il duplice effetto del brusco indebolimento delle sovranità nazionali e dell’affidamento ai mercati e alle istituzioni sovrastatuali del cruciale compito di definire le politiche economiche e sociali del Pianeta.

In estrema sintesi, gli Stati hanno dovuto abdicare al loro ruolo di espressione della volontà popolare per sottostare a regole che dovevano, di fatto, garantire una “graduale” crescita dell’economia, ritenuta indispensabile per il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. Tali regole che erano, come detto, concepite da realtà non espressione diretta della volontà popolare, a partire dalla Commissione europea per approdare al WTO, hanno così eroso, fin quasi a ridicolizzare, il peso prima di tutto culturale della nozione di cittadinanza, figlia dell’appartenenza a Stati democratici. 



Una simile dissoluzione ha certamente favorito la ripresa di un fanatismo religioso che ha tratto linfa dalla sostanziale incapacità del nuovo modello economico mondiale di ridurre le disuguaglianze tra parti del Pianeta e tra gruppi sociali. Anzi, quel modello ha approfondito i divari e le fratture, rendendole ancora più forti e lasciandole senza la protezione di un’autorità statale in grado di intervenirvi. Dove la democrazia non ha preso piede, lo stesso modello ha sostenuto, in nome del bene primario della stabilità, governi apertamente dittatoriali, che hanno individuato nella loro per molti versi artificiale “laicità” l’elemento con cui legittimarsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, spaventata dall’avanzata delle forme più aggressive dell’Islam. 



Lungo questo percorso, durato pochi decenni, è stata così liquidata una tradizione, quella nata con l’illuminismo e con la rivoluzione francese, ma anche con la riflessione liberale ottocentesca, con il socialismo transalpino e tedesco, con il keynesismo, con il cattolicesimo liberale e la riflessione del Concilio Vaticano II, che avevano trovato proprio nel modello di Stato democratico del Novecento una possibile per quanto difficoltosa sintesi.

Senza questi punti di riferimento che hanno rappresentato un ancoraggio ideale per gran parte della popolazione europea e un modello a cui ispirarsi per altre culture politiche sono diventati però possibili comportamenti e visioni ferocemente egoistiche, prive di reali coordinate generali e di prospettive “solidaristiche”, accentuate da due altri elementi. 


Il primo è costituito dal grande e pericoloso fascino esercitato dalla costante ricerca della spettacolarizzazione dell’esistenza individuale, alimentata dal linguaggio e dalle immagini della rete globale. Di fronte ad panorama in cui sono stati destrutturati i simboli dell’appartenenza collettiva, a cominciare appunto dagli Stati e dalle politiche pubbliche, si afferma l’esaltazione rappresentata e raccontata in tempo reale dell’atto individuale; dell’atto e non dei comportamenti, perché è l’eccezionalità dell’azione che colpisce e consente di essere raffigurata in pochi scatti e poche righe. In questo senso, più che del fanatismo religioso o di piani organici e persino di strategie economiche siamo vittime del fascino perverso della comunicazione, “socializzata” nella rete, del gesto clamoroso in grado di incarnare un immediato e gigantesco rifiuto istantaneo della società esistente.

Il secondo elemento è costituto dalla sempre più rapida aggregazione degli individualismi in forme settarie, che certo trovano spazio nella fine dell’autorevolezza dello Stato; si assiste in questo senso all’affermarsi di un distorto senso di nazionalismo tribalizzato per cui si decide, in maniera tutta istintiva, di aderire ad una “setta” -che sia l’Inghilterra come espressione di una genuina verginità popolare o una fede religiosa in quanto luogo di comune predestinazione o persino una “banda” di simili- e dall’interno di quella setta, chiaramente raccontata all’esterno ancora attraverso la rete, dichiarare guerra a tutti gli altri. 


Siamo forse alla fine della storia se con tale termine si indica lo sforzo di porre in essere visioni generali capaci di rifiutare le barbarie dell’“homo homini lupus”, tanto fotogenico quanto tragico.

«Questa nuova forma della violenza non si inserisce in nessuna strategia militare ci riguarda profondamente, ovvero riguarda il senso stesso della vita, è il nuovo abisso dentro il quale siamo costretti a guardare».

La Repubblica, 22 luglio 2016 con postilla

Gli ultimi atti terroristici ci obbligano a guardare in un nuovo abisso. Siamo franchi: la crudeltà dell’assassino del Tir o del ragazzo diciassettenne con l’ascia poco hanno a che fare con l’identificazione fanatica alla Causa che ispira l’adesione al radicalismo islamico.

L’abisso dentro il quale dobbiamo guardare è quello della violenza come manifestazione dell’odio puro verso la vita che indubbiamente il terrorismo islamico ha contribuito decisamente a diffondere. Si tratta di una violenza che non conosce più argini etici e che, di conseguenza, è al servizio della morte.

Sono soprattutto i giovani, i giovanissimi che si armano per colpire non i loro nemici ma altri esseri umani senza differenza di razza, sesso, età, ceto sociale, religione. Perché? La giovinezza non dovrebbe essere il tempo dell’apertura della vita, del suo fiorire? Non sarebbe più predisposta della vita adulta alla contaminazione, al contatto, al confronto, al rispetto della libertà?

Sappiamo che la giovinezza è il tempo della vita più esposto alla crisi: non è l’infanzia protetta dalla figura del genitore; non è ancora la vita adulta segnata e rafforzata dalle spine dell’esperienza. La giovinezza è il tempo dove lo scarto tra il pensiero e l’azione rischia di farsi troppo esile, dove l’onnipotenza del pensiero può giungere a negare l’esistenza stessa della realtà.

Gettarsi a valanga contro una massa di esseri umani in festa non è uccidere nel nome di Dio, ma uccidere nel nome della propria illusione di onnipotenza. L’odio per la vita in questo caso si manifesta come la forma più estrema del culto disperato del proprio Io. Il contrario della violenza animata dall’ideologia che vorrebbe invece cancellare l’Io.

Ho sempre pensato che i sintomi della concezione cinica e narcisistica dell’esistenza che domina l’Occidente siano il rovescio speculare di quelli del fondamentalismo islamico come se si trattasse di due facce della stessa medaglia. Da una parte il crollo dei valori, dall’altra la loro furiosa restaurazione; da una parte il libertinismo della perversione, dall’altra il cemento armato della paranoia; da una parte una libertà senza ideali, dall’altra l’Ideale come bussola infallibile; da una parte il pragmatismo disincantato dall’altra il fanatismo più folle; da un parte l’esibizionismo senza veli dei corpi, dall’altra la repressione più austera.

I più recenti episodi di terrorismo mi obbligano a ripensare questa opposizione: la violenza feroce di soggetti isolati non può essere fatta rientrare nello schema del fanatismo paranoico della Causa che si rivolta contro la concezione immorale e pagana della vita dell’Occidente. Il passaggio all’atto dei giovani del Tir e dell’ascia non credo siano ispirati da nessuna vocazione martirizzante, né tantomeno da una volontà, seppur delirante, di redenzione. Né credo possano essere considerati il risultato di una cospirazione politico-militare come invece è avvenuto chiaramente a Parigi lo scorso novembre.

Sembrano piuttosto scaturire dai fantasmi più oscuri della mente psicotica. Le scene stesse degli attentati assomigliano sempre più a vere e proprie allucinazioni. Ma cos’è un’allucinazione? Per Freud è un modo estremo per evitare la frustrazione imposta dalla realtà negandola furiosamente. Allucinare significa spazzare via d’un sol colpo una realtà che risulta insopportabile e priva di senso. La violenza dell’allucinazione evita il cammino necessariamente lungo della lotta e del lavoro per trasformare la realtà. Semplicemente, come in un sogno ad occhi aperti, la cancella.

In questo senso questa nuova forma della violenza non si inserisce in nessuna strategia militare. È il nuovo abisso dentro il quale siamo costretti a guardare: sono giovani, probabilmente psicotici, che agiscono allucinatoriamente trascinando nel loro delirio vittime innocenti. Non si tratta di una violenza ideologica ma erratica, una violenza che sfugge al governo di ogni esercito compreso quello del terrore. Essa non agisce più in nome dell’Ideale, ma è senza meta, senza legge, senza senso. Non risponde a processi di indottrinamento (radicalizzazione islamista “rapida” o “auto-radicalizzazione”) ma sembra indicare un rovesciamento perturbante di prospettiva: la sua volontà di morte non ha nessuna altra meta se non se stessa. Non è Dio l’interlocutore di questi atti — nemmeno il Dio folle che semina odio e incita alla morte degli infedeli — perché sono atti senza interlocutore.

L’operazione tentata dall’Is consiste nel reclamarli a sé in un travestimento ideologico di tipo illusionistico. Al contrario questa violenza è davvero senza meta, senza legge, senza senso che può trovare nell’esistenza dell’Is non la sua Causa, ma una sorta di giustificazione e di incentivazione. È violenza allucinata che trasforma la vita in morte, violenza puramente nichilistica se il nichilismo è quell’esperienza, non solo individuale ma collettiva, del venire meno di tutti valori, dunque del valore della vita stessa.

In questo senso questa violenza ci riguarda profondamente, ovvero riguarda il senso stesso della vita. Lo schema, di natura ancora paranoica, del gesto terrorista dove è l’Ideale a nutrire la mano di chi spara contro il nemico — , deve essere corretto: l’ideologia non è la Causa ma solo una giustificazione a posteriori dello scatenamento della violenza come puro odio verso l’insensatezza della vita. Il fatto che i suoi protagonisti siano giovani o giovanissimi mette ancora una volta al centro il grande problema del rapporto tra le generazioni e quello dell’eredità.

Non si diventa assassini perché Dio lo vuole, ma perché la vita, questa vita, la nostra vita, la vita che lasciamo ai nostri figli, è fatta di nulla, è senza valore, non vale niente.

postilla

Non sarebbe male se un intellettuale, in particolare se psicanalista qual è Massimo Recalcati, si domandasse perché, come, per quali cause (e per opera di quali attori) la vita degli autori di delitti cui lo scrittore si riferisce sia diventata una vita che «è fatta di nulla, è senza valore, non vale niente». Noi abbiamo tentato di domandarcelo su eddyburg, "non per giustificare ma per comprendere"; ci hanno aiutato anche i Medici senza frontiere in un articolo di Murad Yovanovitch che abbiamo ripreso da ilmanifesto, e ci sembrerebbe utile che lo facesse chi ha il privilegio di parlare per un pubblico ampio, come è quello del giornale dal quale abbiamo ripreso l'articolo.

AIl manifesto, 21 luglio 2016


IL VIRUS TURCO CI RIGUARDA

di Giuseppe Giulietti
«Libertà di stampa. I giornalisti non possono restare muti»

«La Turchia è diventata la più grande prigione a cielo aperto ai confini dell’Europa…», parole scritte dal giornalista Can Dundar che rischia l’ergastolo per aver scritto sugli ambigui rapporti tra Erdogan e l’Isis. La sua drammatica riflessione risale a qualche settimana fa, quando ancora non si era consumata la tragica farsa del golpe o autogolpe che sia. Il «nuovo» colpo di Stato è fallito, immediatamente ha ripreso forza il «vecchio», quello già in atto sotto la guida di Erdogan, un presidente «eletto democraticamente», come continuano a ripetere, con inconsapevole ironia, i governanti dell’Unione europea.

Nel giro di poche ore sono stati fermati, rimossi, arrestati migliaia di magistrati, intellettuali, professori, studenti, giornalisti, accusati di aver promosso e sostenuto il colpo di Stato e di aver trescato con Gulem, l’ex sodale di Erdogan, ritenuto il mandante e la mente dell’ambiguo e goffo tentativo di golpe. Le immagini e i disperati appelli che ancora filtrano dalla Turchia ci ricordano gli stadi cileni, la «Macelleria messicana» di genovese memoria, l’umiliazione della dignità della persona, la soppressione dei più elementari diritti civili, politici, sociali.

In queste ultime ore alla già lunga lista di giornalisti denunciati ed arrestati, si sono aggiunti i nomi di altri 34 cronisti ai quali è stato ritirato il tesserino professionale e di decine di siti e di emittenti oscurati o chiusi.

L’Europa invita Erdogan a non introdurre la pena di morte «altrimenti sarà fuori dalla legalità comunitaria», come se la rottura non si fosse già materializzata, come se il colpo di Stato non si fosse già consumato, come se il bavaglio non fosse calato sulla già precaria democrazia turca. Cos’altro bisogna attendere: la chiusura del Parlamento?

Lo scioglimento del partito curdo? La definitiva cancellazione della residua autonomia dei poteri di controllo? Queste solo alcune delle ragioni che dovrebbero indurre ciascuno di noi a reagire, a contrastare una deriva che minaccia di coinvolgere L’Europa, a partire da quelle realtà, dalla Polonia all’Ungheria, che già presentano segni di involuzione autoritaria.

Chi ha marciato a Parigi, e non solo, per contrastare gli assassini che avevano colpito la redazione di Charlie Hebdo, non può oggi restare muto ed immobile. Per questo la Federazione della Stampa, attraverso il segretario Raffaele Lorusso, ha deciso di chiedere alle organizzazioni internazionali dei giornalisti, di valutare la possibilità di inviare subito una delegazione in Turchia, ma anche di promuovere ogni iniziativa utile a scuotere le coscienze e a sollecitare un’azione immediata ed efficace da parte delle istituzioni europee che non possono assistere inerti alla “macelleria turca”.

Se non lo faranno spetterà alle forze politiche, sociali, religiose, ancora sensibili al tema dei diritti e della libertà, farlo comunque, sfidando omissioni, diserzioni, opportunismi di vario segno e natura.

Nel frattempo, e il ne è un positivo esempio, spetterà a ciascun giornalista il compito di dare voce e visibilità ai cronisti “oscurati”, riportando i loro appelli, dando ospitalità alle opinioni censurate, realizzando siti e trasmissioni rivolte alla pubblica opinione turca, promuovendo una campagna di sostegno operativo che vada oltre le testimonianze di solidarietà.

Chi, da sempre, ha scelto di contrastare censure, bavagli, soppressione dei diritti e delle garanzie, non può fingere di non sapere che il virus turco ci riguarda. Non può esserci uno scambio tra il rispetto delle libertà fondamentali e la promessa di Erdogan di fare il guardiano alle frontiere per conto dell’Europa.L’infezione va fermata ora e subito, prima che la Turchia diventi, per parafrasare Can Dundar: «La più grande prigione a cielo aperto del mondo».

LA TOMBA DELL'OPPOSIZIONE TURCA
di Mariano Giustino
«Turchia. Riunito ieri il Consiglio di Sicurezza: Erdogan annuncia tre mesi di stato di emergenza mentre il governo pensa alla creazione di un tribunale speciale per i presunti responsabili del tentato golpe e di un carcere ad hoc dove farli sparire. Purghe in corso: accademici e giornalisti nel mirino. Manifestazioni pro-governative a Istanbul e Ankara»
Stato di emergenza per tre mesi: è l’annuncio fatto ieri sera dal presidente turco Erdogan a seguito della riunione del Consiglio di Sicurezza. Alla luce delle epurazioni in corso, il timore che una simile azione faccia definitivamente collassare lo Stato di diritto è forte. Lo è anche se Erdogan minimazza dicendo che ciò non si tradurrà in una limitazione delle libertà civili. Eppure nello stesso annuncio, da capo delle forze armate, ha promesso ulteriori purghe contro l’esercito.

Poco prima, nel pomeriggio, parlava il sindaco di Istanbul: sarà costruita la «Tomba dei traditori – ha annunciato ieri – Sarà creato uno vasto spazio apposito per seppellire i golpisti. I loro cadaveri non saranno accettati nei nostri cimiteri», ha dichiarato Kadir Topbas.

Per la quarta notte di seguito sono proseguite le manifestazioni dei sostenitori del presidente Erdogan nelle maggiori città della Turchia, in particolare ad Ankara, Istanbul e Izmir. A Istanbul, in piazza Taksim, nel cuore europeo e laico della megalopoli turca, è stato allestito un palco e un grande striscione copriva la facciata dell’edificio del Centro culturale Atatürk: «Fetö, figlio di satana, impiccheremo te e i tuoi cani». Fetö è l’acronimo di Organizzazione Terroristica dei seguaci di Fethullah, termine che Erdogan ha coniato per bollare la comunità di Gülen.

Si sta consumando un’immane tragedia in Turchia per tutti gli oppositori di Erdogan: è salito a circa 60mila il numero di coloro che sono sotto inchiesta perché ritenuti responsabili del fallito golpe di venerdì 15 luglio. Il vice capo della polizia, Mutlu Ç., del quartiere Güdül di Ankara, si è suicidato dopo aver appreso di essere stato sospeso. Lo stesso gesto ha compiuto il sottoprefetto della provincia di Manisa, mentre tre generali della Marina sono fuggiti dalla base navale di Izmit, la più grande del paese. Il presidente turco Erdogan sta in queste ore regolando i conti con il suo acerrimo nemico e ex alleato Gülen dal 2007 al 2011 e con tutti i suoi critici e oppositori.

I 1.577 rettori di tutte le università del paese pubbliche e private sono stati costretti dal Consiglio superiore dell’Istruzione (Yök) a rassegnare le dimissioni e saranno presto sostituiti da accademici vicini al partito di governo. Altro provvedimento adottato è la sospensione fino a nuovo avviso delle assegnazioni presso università estere degli accademici turchi. Inoltre è disposto il rientro di tutti gli accademici che insegnano all’estero, qualora non vi fosse un grave stato di necessità che ne giustificasse la permanenza fuori dalla Turchia.

Lo Yök ha anche chiesto ai rettori di tutte le università di informare le autorità competenti circa la presenza tra il personale accademico e amministrativo di esponenti della comunità di Gülen. Nel frattempo il Ministero dell’Istruzione dell’Azerbaigian ha annunciato di aver chiuso a Baku l’Università di Qafqaz, il primo istituto accademico fondato da Gülen all’estero, 1993.

Il cerchio si stringe, e colpisce la stampa. Il vice primo ministro Numan Kurtulmus aveva ieri annunciato che erano stati aperti 9.322 provvedimenti giudiziari a carico di giornalisti. Un reporter russo, della televisione Ren Tv è stato arrestato ieri mattina e successivamente rimpatriato in Russia. Il giornalista era arrivato all’aeroporto Atatürk per seguire gli sviluppi del tentato golpe in Turchia. La polizia ha bloccato la distribuzione del settimanale satirico LeMan che riportava in copertina una vignetta sul tentato golpe. La polizia è intervenuta poco dopo che la rivista satirica era stata stampata.

Ad essere colpiti dalla scure di Erdogan sono soprattutto le persone sospettate di avere legami con il movimento Hizmet, nei settori in cui è più forte e cioè nella sfera militare, nella magistratura e nel sistema dell’istruzione.

Il golpe era stato pensato e pianificato da tempo. La decisione di compierlo quel giorno, il 15 luglio, era maturata perché stava per essere anticipata la riunione del Consiglio supremo militare, che generalmente si riunisce il primo di agosto e che aveva all’ordine del giorno la decisione di allontanare gli ufficiali vicini al movimento di Gülen. E quindi si è deciso di realizzare il piano in quella data. Erano già pronte dunque le liste di coloro che dovevano essere rimossi dalle massime istituzioni statali e c’era all’interno dell’esercito una grande tensione tra i gülenisti.

Per Ankara, è Gülen l’ispiratore del golpe. È stato accusato di essere a capo di una presunta organizzazione terroristica, costituente un vero e proprio «Stato parallelo». Un’organizzazione che avrebbe finalità eversive costituita da un gruppo di burocrati e militari infiltratisi all’interno dell’apparato statale, giudiziario e dell’esercito. Il golpe dunque sarebbe maturato all’interno di alcune gerarchie militari che si sentivano minacciate dalla operazione di pulizia già in atto all’interno delle forze armate da parte del partito di governo.

Il presidente turco continua a fare appelli alla piazza, affinché manifesti contro i golpisti. Anche ieri sera si sono tenute manifestazioni in tutte le principali città del paese. Ad Istanbul si è anche tenuta la manifestazione degli accademici che hanno avuto parole di condanna per il golpe, in difesa delle istituzioni repubblicane. Ad Ankara vi ha partecipato il presidente Erdogan che ha annunciato durante il comizio le importanti misure deliberate a seguito del fallito golpe dal governo nella riunione di gabinetto appena conclusasi.

Tra le misure previste vi sarebbe quella dell’istituzione di un tribunale speciale per processare i golpisti e la costruzione di un carcere speciale per i membri della giunta che hanno posto in essere il tentativo fallito di colpo di stato. La priorità per il governo turco è di ripulire tutto l’apparato statale dai membri e simpatizzanti del movimento Gülen ed Erdogan ne vuole approfittare per schiacciare ogni sacca di opposizione nel paese al suo progetto di uomo solo al comando.

SUBITO RAID CONTRO IL PKK
di Chiara Cruciati

»Kurdistan. L’aviazione turca bombarda a un anno dalla strage di Suruc. Il 20 luglio 2015 un kamikaze dell’Isis uccise 33 giovani turchi: quel massacro inaugurò la campagna anti-kurda. Ankara compatta l’esercito nella lotta ai kurdi. E lo tiene a bada: l’unico al comando è il Sultano«
Icacciabombardieri turchi, che da un anno infestano i cieli del nord dell’Iraq alla caccia di postazioni del Pkk, erano rimasti a terra nei giorni successivi al tentato colpo di Stato. Ieri hanno ripreso il lavoro: almeno 20 combattenti kurdi sono stati uccisi in raid dell’aviazione di Ankara contro le montagne irachene di Qandil.

La guerra alle aspirazioni democratiche e autonomiste kurde non conosce tregua: non a caso nelle ore concitate del golpe la popolazione kurda era la più disorientata, indecisa se sperare in una caduta del presidente Erdogan, suo vampiro, o nel fallimento del golpe militare, simile a quelli che nei decenni passati si sono tradotti in una radicalizzazione della lotta ai kurdi.

Nell’ultimo anno è stato il Kurdistan turco a vivere a stretto contatto con l’esercito e le sue unità speciali che hanno devastato le città, ucciso centinaia di civili e costretto alla fuga 355mila persone (dati Human Rights Watch). Quella campagna non è terminata come non lo è quella aerea contro le postazioni del Partito Kurdo dei Lavoratori che nel nord dell’Iraq aveva fatto ritirare i suoi uomini dopo l’avvio del processo di pace con Ankara voluto dal leader Ocalan, tre anni fa.

I raid di ieri servono a questo: a ricordare che lo schiacciasassi turco è sempre in moto e non mollerà la presa sul Kurdistan, nonostante le epurazioni in corso nelle forze armate (tra loro anche il capo dell’aviazione, il generale Ozturk). Un messaggio ai kurdi, sì, ma anche allo stesso esercito, a confortarlo e allo stesso tempo a tenerlo a bada: le mire nazionaliste interne sono più vigili che mai e Erdogan ha il pieno controllo dei militari.

Al di là dell’ininterrotta violazione della sovranità di Baghdad – talmente poco interessante per la comunità internazionale che anche il governo iracheno ormai non protesta più – a rimbombare insieme ai fischi delle bombe turche è la sinistra ironia della tempistica. Ieri non era un giorno qualsiasi: ieri era il 20 luglio, un anno esatto dalla strage compiuta dallo Stato Islamico a Suruç, estremo sud turco, ad un passo dal confine con la Siria, a due da Kobane.

Quel giorno in città si teneva un raduno della Federazione delle Associazioni dei giovani socialisti, 330 ragazzi riuniti nel centro culturale Ammara. Si stavano preparando a partire per Kobane, liberata da pochi mesi dalle Ypg di Rojava, per portare giocattoli e medicinali.

Delle tante immagini di quel giorno sono due che ancora riemergono per la loro forza: la foto di gruppo scattata da quei ragazzi poche ore prima della strage e i loro corpi a brandelli pietosamente coperti con bandiere rosse (gli inquirenti impiegarono giorni per rimettere insieme i pezzi dei cadaveri). Ne morirono 33, dopo che un kamikaze si fece esplodere in mezzo a loro.

Ma il massacro non si è fermato a Suruç: con la scusa plastica e immunizzante della lotta al terrorismo islamista, il governo turco lanciò pochi giorni dopo la sua personale operazione anti-Isis. Che non ha colpito – quasi mai – il “califfato”, ma ha avuto come primario target il Pkk nel nord dell’Iraq, le Ypg di Rojava nel nord della Siria e il Bakur, sud est turco.

Un’equazione cristallina: a meno di due mesi dalle elezioni del 7 giugno 2015, quando il partito pro-kurdo e di sinistra Hdp ottenne un inatteso e prorompente 13%, con l’Akp che boccheggiava, a Suruç si è aperta la stagioni delle stragi targate Isis che ha seminato morte a Istanbul e Ankara più e più volte.

Con la paura e la destabilizzazione il sagace Erdogan ha così traghettato il popolo turco verso le desiderate elezioni anticipate di novembre dove l’ancora di salvezza, per molti, è stata sommariamente individuata nell’uomo forte. Lo stesso che negli anni precedenti ha abbondantemente seminato il fertile terreno dei gruppi islamisti nella vicina Siria.

In un simile contesto l’eventuale riapertura del processo di pace con il Pkk è un’opzione nemmeno presa in considerazione da un presidente che necessita di indebolire il paese per controllarlo meglio. I raid di ieri, dopo un golpe di una parte di quell’esercito che ha sempre schiacciato il popolo kurdo, non sono altro che la naturale continuazione di una simile politica che oggi si accompagna a purghe di Stato ed epurazioni di massa.

Rabbia, razzismo, paura: tre mostri legati insieme che contribuiscono a rendere disumano il nostro mondo. Che fare per lavorare nella direzione giusta. La Repubblica, ed Milano, 20 luglio 2016, con postilla (m.c.g.)


Temo sia accaduto molte altre volte. In questo caso, però, grazie a un video caricato sui social, l’episodio è diventato pubblico: un dipendente Atm insulta un utente dei mezzi pubblici, reo di essere entrato in metropolitana senza biglietto. Personalmente, la scena mi ha colpito per due aspetti. Il primo è la rabbia con cui il dipendente si accanisce ripetutamente sulla persona che non avrebbe pagato. Lo fa in maniera aggressiva e volgare, con modi da condannare nettamente, qualsiasi cosa sia successa prima dell’inizio del filmato. Il secondo è una frase pronunciata dal lavoratore Atm. «Devi ringraziare che ti tengono qui! E che ti danno da mangiare!», dice alla persona che è a pochi centimetri da lui: un uomo, pare sui trent’anni, in scarpe da tennis, con i pantaloncini, una maglietta fantasia. E la pelle nera.

Chi lo sta insultando, presumibilmente, non sa altro. Sa solo che è nero e che parla in italiano, anche se non perfettamente. Potrebbe essere un profugo sbarcato da poche settimane, un titolare di una delle 550mila imprese straniere in Italia o, ancora, un extracomunitario diventato nostro concittadino. Non importa. Per chi gli urla contro, il fatto che sia nero basta e avanza: lo autorizza, inconsciamente, a marcare la distanza tra lui e gli altri “che pagano”, a segnare la differenza tra noi e loro, a considerare il suo non aver comprato il biglietto un’infrazione ancora più pesante, aggravata dal colore della sua pelle, dalla sua diversità. E qui torniamo alla rabbia. La rabbia che mi ha colpito in quel video è un sentimento diffuso e strisciante che a volte esplode e degenera in conflittualità. Non è razzismo e neppure paura. Ma è legata ad entrambi a doppio filo.
La paura ne è la madre perché diversità e insicurezza generano inquietudine e frustrazione che, quando vengono strumentalizzate, creano rabbia. Il razzismo invece può diventarne il figlio malato, perché è facile indirizzare il malcontento verso i diversi, che rischiano di trasformarsi in capri espiatori.
Per evitare di soffiare sul fuoco è importante agire su più fronti. Il linguaggio: il nostro dibattito pubblico è sempre più segnato da discorsi spudorati e violenti. Serve una forte deterrenza. E serve ridare concretezza a parole come umanità e fratellanza. Ci sono poi le responsabilità delle agenzie educative, che devono trasmettere i valori di cittadinanza e bene comune. È da qui che discende il rispetto delle regole, compresa la consapevolezza che pagare un biglietto serve a far funzionare un sistema utile alla collettività. Solidarietà e legalità vanno insieme, anche nei piccoli gesti. Se non si riesce a far capire questo, a vincere è l’individualismo più sfrenato.

La sfida, quindi, è tornare con forza a lanciare questi messaggi, ai “vecchi” cittadini che rischiano di dimenticarli e ai “nuovi” cittadini che arrivano nel nostro Paese. Per questi ultimi, in particolare, è importante pensare a dei percorsi di vera cittadinanza. Accoglierli non significa solo dar loro vitto e alloggio, ma anche far conoscere loro valori, diritti e doveri partendo dalla Costituzione. Nel concreto, significa distribuire le persone capillarmente sul territorio, proporre loro progetti di autonomia incentrati sul lavoro e metterle nelle condizioni di diventare cittadini responsabili. Che quando prendono i mezzi pubblici pagano consapevolmente il biglietto perché sanno che è giusto e utile. A tutti.

postilla

Sulle stesse pagine su cui compare l'articolo di don Colmegna si conferma una decisione già paventata non solo dalle varie comunità religiose, ma anche dai laici progressisti: lo sfratto esecutivo per la moschea di via Padova; un luogo eminente di dialogo interreligioso grazie alla moderatezza e lungimiranza di Asfa Mahmoud, palestinese, architetto e presidente del Consiglio Direttivo della Casa Musulmana di Milano. Nel capoluogo lombardo sarà inoltre necessario rifare il bando per i nuovi luoghi di culto, fra i quali ci sarebbero dovute essere due moschee, grazie alla legge regionale, votata da Maroni e accoliti, che obbliga a predisporre un documento dedicato alle "attrezzature religiose" ad integrazione del Pgt.Oggi a Milano 100.000 islamici sono costretti a pregare in luoghi precari e inappropriati. A proposito di accoglienza e lungimiranza…(m.c.g.).

Rifletto non per giustificare, ma per comprendere episodi tragici come quello del ragazzo afgano che ha fatto strage degli innocenti passeggeri di un treno tedesco, al grido Allahu Akbar (Dio è grande). Quel ragazzo afgano che è stato accolto in Europa al termine della consueta trafila, che inizia nel fuoco di guerre e carestie, prosegue con tragitti pieni di dolore e rischio, e si conclude, dopo la “salvezza”, nei cosiddetti “centri di accoglienza" (in Italia si è eliminato il velo d’ipocrisia e si chiamano centri non già “di accoglienza" ma, onestamente, “di identificazione ed espulsione”).

Parliamo di questi centri, e degli umani che vi soggiornano, e delle esperienze che vi vivono le persone “normali”, che hanno altre storie alle loro spalle. Chi frequenta questi luoghi oppure ha occasione di lavorare nelle strutture umanitarie che ne accudiscono gli scampati, racconta che è altissima la percentuali di quanti sono “fuori di testa”. Raccontano che le ferite lasciate dalle numerose tappe dell’esodo sono così profonde sulla psiche da poter essere rimarginate con molto più tempo, fatica, incertezza, di quelle lasciate nelle carni e nelle ossa. Mentre chiudo questa nota ne arriva un'altra testimonianza, da Medici senza frontiere.

Ripeto, non per giustificare gli assassini multipli e le stragi provocate da codesti nostri disgraziati fratelli, ma per comprendere. E comprendere è per noi un obbligo maggiore che per gli altri, poiché siamo benestanti, ben nutriti e vestiti, ben protetti dalle avversità della natura e da quelle della storia.

Ma se così è, se comprendere è per noi un obbligo morale e civile, allora non possiamo fare a meno di interrogarci anche sulle cause di quell’esodo i cui prodotti, sani e insani, vengono scaricati sulle nostre sponde. La letteratura su questo tema è così ampia che è inutile farvi cenno. Ed è chiaro che mille fili indicano come burattinai del disastro del Terzo mondo attori ben radicati nel Primo mondo, o nei suoi dintorni. Lo ha ammesso di recente anche uno dei corresponsabili, Tony Blair.

C’è poi qualcos’altro che ci riesce difficile non solo, com’è ovvio, giustificare, ma perfino comprendere: il forsennato odio religioso. Dell’intreccio tra squilibrio mentale e odio religioso scriveva recentemente (a proposito di un’altra strage, quella di Nizza) il filosofo franco-bulgaro Todorov; e rifletteva: «Se una religione, qualsiasi essa sia, diventa l’ideologia fondamentale di uno Stato, i valori democratici sono minacciati. Certo, oggigiorno, bisogna ammettere che l’Islam aspira a questo ruolo più di altre religioni». Non si può non convenire. Ma forse è utile ricordare che, in un passato lontano non millenni, altre religioni, quali quelle del cristianesimo, hanno avuto la stessa pretesa e hanno provocato analoghi danni. E non ci dice nulla in proposito la Palestina?

Neppure la nostra storia è priva di macchie. Tutto ciò, lo ripeto ancora una volta, deve spingerci non a giustificare, ma a comprendere quanto il nostro presente sia pieno di “diversità”. Diversità che giustamente consideriamo una ricchezza, e che anche per questo non possiamo eliminare con gli strumenti della chirurgia sociale, ma dobbiamo sanare, nei suoi aspetti non accettabili con l’attenzione, comprensione, accoglienza (vera) e cura. E, a volte, forse anche con qualche sacrificio personale. Chiedendo agli “altri” di aiutarci a ripulire anche noi da ciò che in noi non è più accettabile: per cominciare, dalla pretesa che la nostra cultura sia migliore di tutte le altre. La nostra cultura, quella cioè del mondo nordatlantico, potrebbe addirittura tornare a produrre “mostri” (Donald Trump ne è un esempio temibile) e diffusi rigurgiti razzisti. I segnali sono ormai più che preoccupanti in tutta Europa. Occorre tornare a ragionare lucidamente e umanamente su cause ed effetti, piangendo i morti e salvaguardando tutti i vivi.

« Il manifesto,

Insieme ai traumi pregressi e alle violenze subite durante il viaggio, il disagio psichico dei migranti nasce anche nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) una volta “ospiti” di un sistema emergenziale.

Il fenomeno del disagio mentale dei richiedenti asilo è gravemente sottovalutato, avverte Medici senza frontiere nel rapporto «Traumi ignorati» e frutto di una ricerca quali-quantitativa condotta nei Cas di Roma, Trapani e Milano e dei dati raccolti durante le consultazioni nei Cas di Ragusa dai team di Msf. «Il 60% dei soggetti intervistati nell’ambito delle attività di supporto psicologico di Msf tra il 2014 e il 2015 presentava sintomi di disagio mentale connesso a eventi traumatici subìti prima o durante il percorso migratorio», spiega Silvia Mancini, esperta di salute pubblica per Msf e curatrice dello studio.

Sequestri, lavoro forzato, violenza sessuale, detenzione, tortura, come emergono ricorrenti dai colloqui, sono tutti fattori di rischio per la salute mentale. La probabilità di sviluppare disturbi psicopatologici è 3,7 volte superiore tra gli individui che hanno subito eventi traumatici rispetto a chi non ne ha subiti.

Ma il dato che più fa riflettere è quell’87% dei pazienti che dichiara di soffrire per le difficoltà incontrate nel vivere nei centri. Dove isolamento, paura del futuro, vuoto occupazionale, attesa infinita dei documenti e i mesi trascorsi senza svolgere alcuna attività sono fenomeni aggravanti del disagio mentale. Tra i 199 pazienti presi in esame da Msf nella provincia di Ragusa, il 42,2% presentava infatti disturbi compatibili con il disordine da stress post traumatico (PTSD), seguito da un 27% affetto da disturbi dovuti all’ansia.

Una popolazione migrante, sempre più vulnerabile, che ha subito numerose violenze durante il viaggio, è ancora oggi oggetto di un’accoglienza ferma ai bisogni primari: materassi, pasti e Tv in strutture poco preparate a identificare un disagio psichico.

Nei centri sono assenti le figure professionali specializzate nella psicologia dei traumi e capaci di fare fronte a ragazzi che presentano rabbia o fobie, così come sono assenti i mediatori culturali e specifici protocolli d’intesa tra Asl, opedali e questure per la presa in carico organica dei pazienti.

La patologia mentale viene diagnosticata solo quando si trova ormai in un fase acuta, con un eccessivo ricorso a Spdc, pronto soccorso e Tso. E questo anche in assenza di specifiche patologie psichiatriche, di fronte a disagi contingenti, nati magri da richieste rimaste inattese, o dal respingimento della domanda d’asilo.

Occorre, chiede Msf, uscire dall’approccio emergenziale, rafforzare i servizi interni alle strutture e quelli esistenti sul territorio; monitorare i centri e la qualità dei servizi erogati; formare il personale. Per uscire dal limbo psichico dove sono costretti i migranti.

. Il Post online,18 luglio 2016 (c.m.c.)

L’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (EASO) è un’agenzia dell’Unione Europea con sede a La Valletta (Malta). Si tratta di un ente indipendente e specializzato che opera dal 2011, supportando gli Stati membri della UE con le procedure di asilo e fornendo assistenza ai richiedenti.

Ogni anno l’agenzia pubblica un rapporto con i dati relativi alle richieste di protezione internazionale presentate nei Paesi europei: nei giorni scorsi ha diffuso l’ultimo documento con i dati ufficiali del 2015, che mostrano un picco del numero delle richieste di protezione internazionale nel periodo tra l’estate e l’autunno. L’aumento di queste cifre è dipeso anche dall’annuncio fatto il 21 agosto 2015 dall’agenzia per i migranti e i rifugiati della Germania (BAMF), con cui di fatto si manifestava la volontà di prendersi carico di tutte le richieste di asilo presentate dai rifugiati siriani.

I dati del rapporto EASO si riferiscono alle domande presentate nei 28 Stati membri della UE, più Norvegia e Svizzera, e si basano sull’analisi del numero delle richieste presentate, il numero di quelle accettate e il Paese di origine di chi le ha presentate.

L’incremento delle domande è iniziato alla fine del 2014 ed è proseguito per tutto il 2015: i mesi che hanno registrato un lieve calo sono stati marzo e aprile, prima di un rialzo incominciato a maggio e continuato per i cinque mesi successivi. Il picco è stato registrato a ottobre, con più di 185mila richieste presentate in un solo mese. A novembre e dicembre c’è stato un lieve calo (che viene considerato normale per quel periodo dell’anno), con livelli comunque più alti rispetto a quelli degli anni precedenti: a dicembre 2015 le richieste sono state circa 115mila.

La Germania è il Paese ad aver ricevuto più richieste di asilo: soltanto nella seconda metà del 2015 sono state circa 866mila, secondo i dati del ministero degli Interni tedesco. L’afflusso dei richiedenti asilo in Germania nel 2016 ha finora subìto un rallentamento, anche se le cifre rimangono consistenti: nella prima metà dell’anno sono state presentate circa 220mila domande di protezione internazionale.

Thomas de Maizière, il ministro degli Interni tedesco, ha confrontato i mesi del 2015 con i corrispondenti del 2016, mostrando che a gennaio di quest’anno le domande in più sono state 90mila, a febbraio 60mila e a giugno circa 16mila, valutando positivamente tale trend. Il calo, ha spiegato de Mazière, è dovuto in parte all’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia che stabilisce di bloccare il flusso illegale dei migranti, respingendo quelli che non hanno il diritto di asilo, a cui si deve aggiungere la decisione di alcuni governi dei Paesi della rotta balcanica di chiudere le proprie frontiere. Secondo il documento pubblicato da EASO il numero di domande presentate in Germania nella prima metà dell’anno sono circa 396mila (il 122 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso): di queste, circa 180mila sarebbero state accettate.

Nel 2015 in tutta Europa sono state presentate 1.392.155 richieste di protezione internazionale: il 110 per cento in più rispetto al 2014. Le persone a cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato sono state 241.120, quelle a cui è stata assegnata una protezione sussidiaria sono state 59.425 e quelle a cui è stata concessa la protezione umanitaria sono state 27.320.

Come si diceva, il Paese europeo che ha ricevuto più richieste (circa il 34 per cento del totale) è stato la Germania: seguono Ungheria, Svezia, Austria e Italia. Nel 2015 l’Ungheria ha ricevuto circa 178mila richieste di protezione internazionale (quattro volte di più rispetto all’anno precedente) ma quasi tutte sono state ritirate.

Le richieste presentate in Svezia sono state circa 162mila (il doppio rispetto al 2014), in Austria circa 88mila, mentre quelle depositate in Italia sono state circa 84mila (circa un terzo in più rispetto al 2014). Nel 2015 il maggior numero delle richieste è stato presentato da migranti siriani (383.710, circa il 28 per cento del totale), seguito da quello dei migranti provenienti da alcuni Paesi della regione dei Balcani (201.405, tra Albania, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia, Kosovo, Montenegro, Serbia) e dall’Afghanistan (196.170).

Alla fine del 2015 i richiedenti asilo ancora in attesa di una risposta da parte delle autorità competenti erano circa un milione, secondo il rapporto. Per quanto riguarda il 2016, gli analisti di EASO stimano che il numero delle richieste dovrebbe essere inferiore rispetto al 2015, ma comunque maggiore rispetto al 2013 e al 2014.

Parole di saggezza del filosofo franco-bulgaro Tzvetan Todorov in un oceano di paure, «L’Islam aspira più di altre religioni a diventare l’ideologia fondamentale di uno Stato. Ma il multiculturalismo non è fallito: se una cultura non cambia, muore».

La Repubblica, 17 luglio 2016

«ORA bisogna tornare a una vita normale, ma senza distruggere le nostre libertà. Dobbiamo evitare di diventare anche noi dei “barbari”, di diventare torturatori come quelli che ci odiano». Tzvetan Todorov è bulgaro ma vive in Francia da decenni. Uno dei suoi saggi più famosi è La paura dei barbari, in cui il celebre filosofo teorizza il rischio della deriva violenta dell’Europa: a causa del clima di paura e tensione perenni, il rapporto con l’altro, e soprattutto con l’Islam, può diventare sempre più difficile. Mentre Nizza e la Francia, dopo la strage del 14 luglio, cercano una inedita normalità, per alcuni troppo brusca, per Todorov l’importante è non abituarsi al terrore. E nemmeno a una società ultrasorvegliata.

Perché, professor Todorov ?
«Perché ho paura che l’Europa possa diventare come Israele, con misure di sicurezza così restrittive i cui benefici secondo me sono minori rispetto alle conseguenze negative. Dare troppo potere all’intelligence e alla sorveglianza, senza limiti e senza punire gli abusi, è il primo passo verso uno stato totalitario».

Fatto sta che siamo al decimo attacco jihadista contro la Francia nell’ultimo anno e mezzo. Perché il suo Paese è così odiato dagli estremisti islamici?
«La parola “odio” non è esatta. Qui non sono in gioco i sentimenti, ma le ragioni. E, principalmente, sono due le cause degli attacchi: una presenza militare francese più marcata nei paesi musulmani, e una minoranza islamica molto ampia nel Paese».

A questo proposito, qualche giorno fa l’imam di Nimes si è dimesso perché secondo lui la comunità islamica, anche moderata, non si distanzierebbe nettamente dagli estremisti. Lei che ne pensa? L’Islam moderato dovrebbe fare di più?

«Più che le moschee o l’ambiente familiare, io credo che il vero problema sia la propaganda online, che permette una radicalizzazione rapida come quella accaduta al killer di Nizza. Che infatti non era un musulmano molto praticante, non frequentava la moschea, beveva. Era uno squilibrato. E gli squilibrati sono prede facili. Questa è la nuova frontiera del terrore, e c’entra poco con la comunità islamica» Però la pista del radicalismo islamico è stata confermata anche da Valls.

Secondo lei, c’è un problema che riguarda direttamente anche l’Islam?
«Se una religione, qualsiasi essa sia, diventa l’ideologia fondamentale di uno Stato, i valori democratici sono minacciati. Certo, oggigiorno, bisogna ammettere che l’Islam aspira a questo ruolo più di altre religioni».

Secondo il capo dell’intelligence interna, Patrick Calvar, la Francia potrebbe presto ritrovarsi sull’orlo di una “guerra civile” che coinvolgerebbe soprattutto i musulmani. Lei che ne pensa?
«Non mi sembra una previsione molto realista. Ma è chiaro che ci sono estremisti da ambo le parti che aspirano a questo scenario. E chissà chi la spunterà».

Il multiculturalismo è ancora un sistema sociale realistico?
«Certo, è lo stato naturale di tutte le culture. La xenofobia, le pulsioni sull’identità tradizionale non sono destinate a durare. Una cultura che non cambia è una cultura morta».

«Colloquio con Seyla Benhabib. Sono realistiche le preoccupazioni che il fallito golpe diventi un pretesto per giustificare un altro giro di vite illiberale nella già poco liberale democrazia turca».

La Repubblica, 18 luglio 2016 (m.p.r.)

I turchi che vivono nei paesi occidentali seguono con giustificata ansia le vicende del loro paese. Seyla Benhabib si dice profondamente scossa dagli eventi che si succedono veloci e gravidi di implicazioni. Ebrea, nata e cresciuta in Turchia, Benhabib è una delle più note e apprezzate teoriche politiche, allieva di Jürgen Habermas e docente prima ad Harvard e ora a Yale e a Columbia, animatrice del progetto Reset Dialogue on Civilizations che organizza ogni anno una settimana di seminari di studio alla Bilgi University di Istanbul. La conversazione che abbiamo avuto in queste ore è una testimonianza del sentimento di incertezza e di ambiguità che lontano dal Bosforo si avverte, soprattutto nella comunità turca.

Come sono state recepite le immagini, le notizie che si sono accavallate confuse in queste ore tragiche a partire dal tentativo di golpe, poi fallito, di venerdì notte? E’ difficile per chi vive in Occidente ed è cresciuto con i valori della democrazia e del pluralismo, della libertà religiosa e della tolleranza, far quadrare il cerchio quando deve commentare le vicende drammatiche che sta attraversando questo grande paese, giunto a definire la sua identità nazionale dopo la fine rovinosa dell’Impero Ottomano multietnico, grazie a un leader militare rivoluzionario, Mustafa Kemal Atatürk (letteralmente “padre dei turchi”) che ha, in uno stile hobbesiano, costruito lo Stato mediante l’assoggettamento della religione e del clero islamici.
Come ricorda Benhabib, su questa ferrea unità la Turchia ha nei decenni avviato la modernizzazione della società, conquistato una posizione internazionale di rilievo (alleato chiave della Nato), per cominciare infine un lungo e travagliato percorso di avvicinamento e collaborazione con l’Unione europea. Contenere la democrazia e contenere il potere religioso sono andati insieme per decenni, motivando anche i cinque colpi di stato che dal 1960 si sono succeduti, fino a questo recentissimo.
«Un colpo di mano antidemocratico ha tentato di rovesciare un Presidente non democratico! », ecco il paradosso messo in luce da Benhabib. «Erdogan è stato eletto democraticamente ed è oggi il leader di un regime illiberale e antiliberale da manuale: capo di una democrazia maggioritarista che ha violentemente chiuso la bocca alla minoranza curda, che ha violato e limitato le libertà civili dei turchi; che ha attaccato i media indipendenti e in diversi casi soppresso la loro voce e quella dei social network, che ha perseguitato insegnanti e gravemente manomesso la libertà di insegnamento». E’ questo il paradosso di una democrazia senza liberalismo o esplicitamente antiliberale.
La tensione che Benhabib mette in evidenza è questa: «Mentre non può venire alcuna soluzione democratica dai carri armati nelle piazze o dagli spari contro i ministeri e i resistenti, è tuttavia naïf celebrare il regime di Erdogan come un regime democratico che ha eroicamente resistito contro i militari». Un governo democraticamente eletto può avere nel corso del suo lungo mandato - questo è il caso del governo turco un’evoluzione che con la democrazia costituzionale ha poco da spartire. E’ in effetti la dimensione dei diritti quella sacrificata, ed è una democrazia illiberale quella che si è in questi anni consolidata in Turchia.
Benhabib tocca così il tema centrale e spinosissimo del rapporto tra la religione e lo Stato, la questione del processo di islamizzazione delle istituzioni che questo fallito colpo di stato ha messo in evidenza e che, forse, potrebbe contribuire a rafforzare, usato come pretesto per mettere a segno epurazioni punitive ben oltre le responsabilità accertate di chi ha cospirato con i golpisti. «Le immagini delle folle che ho sentito cantare “Allah è grande” mentre si opponevano ai carri armati la scorsa notte mi hanno fatto pensare alle masse di Mohamed Morsi in Egitto contro cui l’esercito attuò il colpo di Stato nel luglio 2013, anche se i dimostranti turchi cantavano l’inno nazionale.
L’esercito turco non è islamizzato - ci sono probabilmente degli infiltrati ultranazionalisti al suo interno e, certamente, alcuni seguaci Gulenisti - ma c’è già chi sospetta che questo abortito colpo militare fosse stato pianificato dai colonnelli di rango intermedio, mentre è indubbio che gli alti comandi siano leali al regime - questo spiega del resto il fallimento del tentativo di golpe».
Secondo la Cnn i golpisti nell’esercito ora arrestati sarebbero migliaia, e così i giudici rimossi dal loro incarico: sono notizie che non devono stupire, conclude Benhabib, poiché si è trattato di un tentativo anche sanguinoso di sovvertire un governo legittimo. Ma la situazione resta drammatica.
La speranza che le giuste reazioni si trasformino in un’opportunità volta a rafforzare la democrazia turca sembra tenue, mentre sono realistiche le preoccupazioni che il fallito golpe, dopo le polarizzazioni innescate ad arte per ampliare il raggio delle repressioni e colpire gli oppositori civili (e legittimi) al governo di Erdogan, diventi un pretesto per giustificare un altro giro di vite illiberale nella già poco liberale democrazia turca.
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“Le folle che ho sentito inneggiare ad Allah mi hanno fatto pensare ai fedeli di Morsi in Egitto, contro cui l’esercito intervenne nel luglio del 2013” Il colpo di Stato fallito, pretesto per epurazioni punitive, potrebbe rafforzare il processo di islamizzazione delle istituzioni in corso nel Paese

«. È necessario incontrare nuovi cammini di convivenza tra i popoli e far cessare un dramma che ferisce tutti». Il manifesto,

Migliaia di persone, che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla miseria, straziati senza pietà dalle bombe e dagli attentati, navigano per il Mediterraneo a bordo di barconi senza meta e senza un orizzonte certo. Sono persone che spinte dalla paura e dall’angoscia intraprendono un viaggio carico di rischi e dal destino incerto. La loro bussola indica solo la meta della tragedia umana e il dolore per orizzonti irragiungibili.

L’Europa e altre potenze mondiali come gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia non sono né capaci né vogliono affrontare il dramma che loro stessi hanno provocato. Fanno finta di ignorare di essere stati gli artefici delle guerre in Medio Oriente e di aver armato, per i propri interessi economici, strategici e politici nella regione, i gruppi di combattenti ribelli.

I grandi centri di potere, con il complesso industriale militare, vogliono affermare la propria egemonia mondiale utilizzando la violenza e ogni altro mezzo, come ad esempio la droga, per finanziare le guerre e manipolare la vita dei popoli. Le invasioni contro Iraq, Afganistan, Siria, Libia e l’interminabile colonizzazione della Palestina da parte d’Israele provocano gli erroneamente denominati “danni collaterali” mentre le potenze responsabili ignorano e giustificano l’ingiustificabile.

All’inizio di questo nuovo secolo i popoli arabi si sono sollevati e hanno intrapreso un cammino di resistenza per affermare il proprio diritto alla democrazia, all’autodeterminazione e alla sovranità nazionale. Sono stati momenti di speranza per l’intera umanità ma questo cammino è stato frustrato dall’intervento militare delle grandi potenze che si volevano appropriare dei beni e delle risorse naturali di questi popoli, distruggendo le loro speranze e i loro sforzi. Quella «primavera» si è così trasformata nell’«inferno arabo» con un orrore senza limiti e migliaia di persone costrette a fuggire dalle proprie terre e a lasciare i propri beni e i propri affetti.

Oltre 10 mila persone sono scomparse nel Mediterraneo. In questo mare rimane l’odore di morte e la scomparsa di esseri umani, di volti, di sguardi che non sono riusciti a vedere l’orizzonte della vita. Migliaia di voci tacciono nella profondità di un mare che cancella ogni impronta.

In questa spaventosa situazione, i governi, che ne sono responsabili alzano le loro voci prive di contenuti, incapaci di assumere le proprie responsabilità rispetto al dramma dei popoli del Medio Oriente. Essi cercano di giustificare il loro operato per discriminare, espellere, costruire muri e bloccare i rifugiati sulle isole come fossero lebbrosi o esseri indesiderabili.

L’Europa e gli altri Paesi stanno chiudendo le porte alla solidarietà e alla misericordia e rifiutano di ascoltare le voci che nel mondo chiedono di accogliere i rifugiati. Tra queste, la più incisiva è quella di Papa Francesco come sempre vicino ai più poveri e ai più emarginati. Le parole vanno associate alle azioni e per questo il Papa si è recato a Lampedusa e a Lesbos. Un modo per dare un segno concreto di vicinanza ai rifugiati, un segno reso ancora più evidente dall’ospitalità offerta ad alcune famiglie siriane portate a Roma.

Il governo turco sta ricevendo fondi dall’Unione Europea per fungere da barriera di contenimento dei rifugiati e per esercitare una forte repressione che impedisca loro di raggiungere l’Europa. L’Argentina ha deciso di collaborare a questa necessaria azione umanitaria, accogliendo 3000 rifugiati.

Purtroppo però nel mondo non c’è la volontà politica di risolvere questa situazione ma se le grandi potenze non prenderanno delle decisioni in grado di creare alternative che mettano fine alle guerre nella regione, alle morti e alla sofferenza dei popoli, tutto ciò genererà un’escalation di guerre dalle conseguenze imprevedibili. E’ urgente quindi che la comunità internazionale, l’Onu, il Consiglio di Sicurezza del Parlamento Europeo e Paesi come gli Stati Uniti, la Russia e la Cina agiscano in base a una visione umanitaria capace di bloccare la violenza nella regione.

Il mare Mediterraneo si sta trasformando nella fossa comune di migliaia di rifugiati che hanno perso le loro vite senza avere un destino. Bisogna ricordare che la pace non si regala e che essa non è passività né assenza di conflitto. La pace è una dinamica permanente di relazioni tra le persone e i popoli.

È quindi urgente che la comunità internazionale smetta di essere spettatrice e diventi protagonista, che cominci a far sentire la propria voce e che fermi le guerre e le invasioni che colpiscono il Medio Oriente. È necessario incontrare nuovi cammini di convivenza tra i popoli e far cessare un dramma che ferisce tutti.

«Se giustamente non possiamo più accettare che le nostre comunità siano colpite così, allora smettiamo di distruggere le altre comunità ormai senza più pace. A Baghdad, dove dilaga il conflitto tra sciiti e sunniti, c’è una strage di Bologna al giorno. Eppure era una "missione compiuta" già nel 2003 per il presidente Usa George W. Bush».

Il manifesto, 16 luglio 2016

Sembra un videogioco, invece è la scia reale di sangue che non si ferma. Ancora è colpita la Francia, ma le vittime non sono solo francesi. Donne e uomini in fuga in una sera d’estate sul sereno lungomare di Nizza, la Promenade des Anglais (quella del famoso quadro di Matisse). Una strage di civili, almeno, 84 i morti, tanti bambini tra le centinaia di feriti molti gravi. Ad opera di un giovane presunto integralista islamico di 31 anni, Mohamed Lahouaiej Bouhlel. L’uomo, francese d’origine tunisina, sposato in via di divorzio e con tre figli, era solo, senza complici, con una pistola automatica ma con tante armi giocattolo al seguito, l’unico strumento micidiale di morte vera che aveva era un Tir, guidato a tutta velocità per seminare morte e terrore; era stato in carcere, luogo delegato alla formazione ideologica, conosciuto dalla polizia era in libertà vigilata perché condannato per violenze. Possiamo definire questo spostato sociale un attentatore? Purtroppo sì: è questa endemicità, «normalità», permeabilità e mimesi la nuova caratteristica di chi compie, dall’interno, attentati anche senza una specifica matrice islamista. E anche stavolta, non è difficile immaginare, non mancherà la rivendicazione dell’Isis.

Ora il rischio è che, come sempre, si rincorrano chiacchiere e menzogne. Che fare? In che cosa dobbiamo investire? Come militarizzare la sicurezza – Hollande indebolito ancora una volta per i buchi nel controllo della zona nonostante lo stato d’emergenza, mobiliterà migliaia di riservisti. E chi c’è dietro? Fioccano i paragoni. Alcuni, impropri, con le autobombe; altri, più insidiosi, con le macchine lanciate da giovani palestinesi contro civili israeliani. Certo gesti condannabili e sanguinosi, ma lì c’è una violenta occupazione militare, e i cacciabombardieri israeliani e i tank Markhava sono parecchio più devastanti di un Tir.

Qual è il punto? L’Occidente, i Paesi europei e gli Stati uniti devono, al contrario di quello che hanno fatto finora, disinvestire nella guerra se vogliono dare sicurezza e non solo il miraggio della «percezione di sicurezza» con i presidi militari nelle città europee. E insieme aprire una nuova fase di integrazione con le realtà musulmani esistenti e finalmente con la nuova dimensione dell’immigrazione. Almeno come inveramento necessario di quella rivendicazione di «libertà, eguaglianza, fraternità» che ogni 14 luglio ritualmente viene ricordata, come giovedì sera a Nizza. Accade invece che confermiamo le divisioni, la frattura tra mondi, chiedendo fedeltà ai cittadini europei di fede musulmana. Dando così ragione alla predicazione del jihadismo salafita che vive di rotture e ostilità. Perché – al contrario della civiltà – è la guerra che abbiamo esportato che è all’origine di questa scia di sangue. E la Francia è stata protagonista negli ultimi anni di tutte le imprese belliche: geopolitiche in Libia e in Siria, neocoloniali in Africa.

Urge dunque una svolta nella politica estera occidentale che, volta a volta, ha usato una realtà mediorientale contro l’altra per raggiungere l’obiettivo del controllo strategico della regione, sia prima che dopo la Guerra fredda. Senza soluzione di continuità. Una piccola prova? Tra le motivazioni della strage, se di motivazioni si può parlare, viene ricordata la perdita di territorio e le sconfitte che lo Stato islamico sta subendo in Siria, Iraq e Libia. Ma per uno stato virtuale come il Califfato, la cui sostanza è predicatoria (di odio e barbarie, basta vedere il trattamento riservato alle donne) le sconfitte sono un appello ulteriore alla solidarietà jihadista, perché non più foreign fighters ma si attivino azioni «interne al nemico». Ma i colpi subìti possono essere cogenti: in questi giorni è stato ucciso da un raid aereo americano Omar al Sishani (il Ceceno), il capo militare Isis in Iraq e numero due del Califfo Al Baghdadi. Bene, questo assassino, conferma l’intelligence americana, ha ricevuto il suo addestramento proprio dagli Stati uniti che nel 2008 lo hanno usato in Georgia nella guerra attivata dalla Nato e dallo scellerato premier Shahakasvili contro la Russia.

Non possiamo pensare di avere sicurezza se esportiamo l’insicurezza della guerra, se distruggiamo Stati decisivi per l’equilibrio di interi continenti, come abbiamo fatto con Iraq, Siria e Libia. E se sosteniamo lo jihadismo per destabilizzare altri paesi come per la Siria. Alleandoci con chi ha foraggiato anche per nostro conto i jihadisti, come Turchia e Arabia saudita; con Israele che cancella la questione palestinese; con l’Egitto di Al Sisi, al potere con un golpe sanguinoso, che vive grazie ad una pratica sistematica di violenze e sparizioni.

Ora basta. Se giustamente non possiamo più accettare che le nostre comunità siano colpite così, allora smettiamo di distruggere le altre comunità ormai senza più pace. A Baghdad – dove dilaga il conflitto tra sciiti e sunniti – c’è una strage di Bologna al giorno. Eppure era una «missione compiuta» già nel 2003 per il presidente Usa George W. Bush. All’epoca c’era con lui, tra gli altri, anche Tony Blair, condannato oggi a parole dalla pur blanda ma vera commissione Chilcot: almeno in Gran Bretagna alla fine giudicano chi fa le guerre. L’attentato di Nizza dopo il Bataclan, Bruxelles e San Bernardino negli Usa dicono che dobbiamo uscire dal videogioco al massacro.

«». La Repubblica, 14 luglio 2016 (c.m.c.)

Quale confine stanno varcando i contadini tedeschi di Wesel fotografati il 24 marzo del 1945 da Robert Capa mentre fuggono dalle loro case incendiate?

Forse lo stesso confine della paura, della disperazione, del senso di catastrofe dei migranti di oggi. Sono quelle dell’anima le frontiere più paurose. I confini politici sono invisibili. Sono linee tracciate a inchiostro sulle mappe militari dai geografi del potere. Anche una cresta, un fiume, i presunti confini “naturali”, quando ci sei davanti sono solo capricci della crosta terrestre.

I confini diventano visibili, e fotografabili, solo quando il potere li rende invalicabili costruendo muri, barriere, reticolati. Non c’è nulla di sbagliato nel concetto di confine. Il pianeta Terra ha un confine, la sua atmosfera. I confini, come i limiti umani, sono fatti per lo sconfinamento, sfidarli è l’«inesplicabile e pur prepotente bisogno psicologico» di cui scrisse Ryszard Kapuscinski. Il problema non è quel che i confini “sono”, ma quel che “fanno”. Se dividono oppure uniscono. Se includono oppure escludono. Il con- fine di per sé è solo la membrana osmotica di una con- divisione del pianeta fra popoli. I muri li trasformano in una fine e basta.

Nel mondo che si pretende globalizzato i confini sembrano essere risorti nella loro drammatica geometria: una barriera fisica che un flusso perpendicolare di corpi umani cerca di perforare.

Anche la fotografia è geometria, e di foto di reticolati scavalcati quante ne abbiamo viste, in questi anni di migrazione epocale. Alcune di queste immagini, i fuggitivi più fortunati le rivedranno in un oggetto che porta il nome del loro sogno, Europa, che ora è una mostra ma verrà presto distribuito come libro in 10mila copie nei centri di accoglienza ai rifugiati in tutto il continente, curato da Cortona On The Move, coscienzioso festival di fotografia di viaggio; e quindi conterrà molte fotografie, messe a disposizione dall’archivio dell’agenzia Magnum, di cui è membro Thomas Dworzak, il fotografo tedesco che ha avuto l’idea.

Che frontiere d’Europa raccontano quelle foto, a chi le ha varcate a rischio della vita? Muri, fili spinati ci saranno, ma sono quelli i confini che i profughi ricorderanno? I muri con torrette d’avvistamento e checkpoint sono solo i confini più simbolici. I confini oggi avanzano nel mare, arretrano nei centri di identificazione, sono confini a rate e non finiscono mai. Superate queste frontiere mobili, ne trovi di nuove nel cuore delle città, salgono sull’autobus, si infilano nelle code delle Ausl, sono le frontiere della convivenza difficile, della paura dell’altro.

Fotografarle è quasi impossibile. Il sorriso dei ragazzi che toccano con la punta dei piedi la spiaggia di Lesbo è il sollievo commovente di chi è scampato a un pericolo, non di chi ha conquistato una patria. I confini oggi non separano più territori ma diritti. Sono filtri che discriminano l’autorizzato dal clandestino. Le vere dogane di oggi proteggono un bene più esclusivo ed escludente del sacro suolo patrio, un bene raro e molto più caninamente difeso che si chiama cittadinanza.

Le frontiere diventano visibili e fotografabili quando il potere costruisce muri. Superate le barriere fisiche, trovi però quelle della convivenza difficile, della diffidenza.

«Uno studio su dieci paesi della Ue rivela i timori di attentati. Ma per molti crescono anche le preoccupazioni per i costi sociali. Sono i risultati di un sondaggio del Pew research center di Washington Gli analisti: “Polacchi e ungheresi i più spaventati, ma hanno meno stranieri di tutti”» La Repubblica, 13 luglio 2016

Tra i cittadini europei, le paure di un aumento del terrorismo e di una perdita di posti di lavoro e prestazioni sociali sono strettamente legate all’ondata migratoria. Lo afferma un sondaggio reso pubblico dal Pew research center di Washington, condotto in Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Olanda, Polonia, Spagna, Svezia, Ungheria. Dieci paesi che insieme contano per l’80 per cento dei cittadini dell’intera Unione. Il 59 per cento in media teme che l’arrivo dei migranti accresca la minaccia di attentati, e il 50 per cento che peggiori la situazione di occupazione e di welfare e previdenza. Meno alte in percentuale, ma diffuse (media 30 per cento) sono le inquietudini per l’aumento della criminalità. E le reazioni negative ai flussi migratori sono più forti nell’Est e nel Sud della Ue, e tra elettori di destra, anziani o persone con meno istruzione.

«È un paradosso interessante che le paure siano più forti in paesi come Polonia e Ungheria, che non ospitano certo grandi numeri di migranti e non sono state colpiti dal terrorismo», dice a Repubblica Katie Simmons, vicedirettore della ricerca. E spiega: «Da un lato la paura dell’Is è particolarmente sentita là, e coesiste con uno stato d’animo più negativo verso i migranti. Dall’altro proprio là gioca molto un fattore ideologico. Perché soprattutto persone dichiaratamente di destra esprimono questi timori».

L’aspettativa di attacchi armati ancor più frequenti, e la convinzione che i migranti pesino su mercato del lavoro e Stato sociale, sono più diffuse in Ungheria e Polonia: che appunto hanno accolto pochissimi stranieri e non hanno subìto attentati. Tra gli ungheresi 76 su cento temono i terroristi, e 82 su cento danni economici e sociali, tra i polacchi rispettivamente 71 e 75 su cento.

All’Ovest, temono più terrorismo 61 tedeschi su cento, altrettanti olandesi in percentuale, 60 italiani su cento, ma appena 46 francesi e 40 spagnoli su cento. Mentre l’incubo di una perdita di lavoro e previdenza, dopo ungheresi e polacchi, vede greci (72 per cento), italiani (65) e francesi, 53 su cento. I meno timorosi di disoccupazione e colpi al welfare: tedeschi (31) e svedesi (32).

Tra gli europei, continua il rapporto di Pew research, il timore delle conseguenze del grande flusso migratorio è in parte causato anche da attitudini pessimiste verso i musulmani. In Ungheria, Italia, Polonia e Grecia in media oltre sei cittadini su dieci dichiarano opinioni sfavorevoli verso le persone di fede islamica, media europea 60 per cento. Il parere dominante, nella media dei dieci paesi, è che i musulmani tendano a restare comunità distinta dalla società di residenza anziché adottarne valori e stile di vita. Sei cittadini su dieci la pensano così in Grecia, Ungheria, Spagna, Italia, Germania.

La minaccia terrorista inquieta tutti mentre il sondaggio registra forti differenze su altri temi legati all’immigrazione. Grandi sono le divergenze d’opinione quanto all’effetto della diversità culturale per la qualità della vita e la forza d’identità nazionale. La paura di un loro deterioramento è forte tra ungheresi, polacchi, greci, italiani, francesi, mentre solo svedesi e tedeschi arrivano a consistenti ma non maggioritarie percentuali di cittadini secondo cui la multiculturalità è arricchimento.

Infine ma non ultimo, ecco diversi sentimenti verso minoranze, antiche o nuove. L’Italia, seguita dalla Grecia, è la più timorosa verso i Rom, Olanda e Germania le meno inquiete. Opinioni negative verso gli ebrei sono al massimo (55 per cento) in Grecia, alte (32) anche in Ungheria, bassissime in Olanda (4 per cento), Svezia e Germania (5). 16 per cento in media europea.

».

Comune-info, 9 luglio 2016 (c.m.c.)

L’evoluzione della guerra nell’ultimo secolo, in rapporto alla popolazione, ci offre degli indizi sul tipo di società in cui viviamo. Fino alla Prima Guerra Mondiale i combattimenti avvenivano tra eserciti nazionali, sulle barricate, dove si verificavano le grandi carneficine che infiammavano la coscienza operaia.

Colpivano la popolazione in forma indiretta, con la morte in massa di figli e fratelli. Quando lo facevano in forma diretta, erano, il più delle volte, «effetti collaterali» del conflitto o, talvolta, ammonimenti per indebolire il morale di chi combatteva al fronte.

Con la Seconda Guerra Mondiale, le cose cambiano radicalmente. Dai bombardamenti di Amburgo e Dresda fino alle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, passando per il bombardamento giapponese a Chongqing fino ai campi di concentramento tedeschi, l’obiettivo è diventato la popolazione. Come segnala Giorgio Agamben, c’è un prima e un dopo questa guerra e i campi di concentramento, poiché il campo così come il «bombardamento strategico» si sono trasformati in paradigmi della politica e della guerra moderne.

Non si tratta della comparsa dell’aviazione come forma principale del combattimento. Al contrario: l’aviazione diventa decisiva perché l’obiettivo diventa la popolazione. Il Vietnam è un altro punto di svolta. È la prima volta che i morti statunitensi si contano a migliaia, con un impatto molto maggiore rispetto alle guerre precedenti. A partire da lì, la guerra aerea raddoppia la sua importanza per non entrare nel corpo a corpo con l’inevitabile risultato di vittime proprie.

L’accumulazione per spoliazione (industria mineraria a cielo aperto, monocolture come la soia e mega-progetti) ha una logica simile a quella della guerra attuale, non solamente per l’uso degli erbicidi testati nella guerra contro il popolo vietnamita, ma anche per la stessa logica militare: liberare il campo dalla popolazione per appropriarsi dei beni comuni. Per espropriare/rubare, è necessario togliere di mezzo quella gente così fastidiosa; è il ragionamento del capitale, una logica che vale sia per la guerra che per l’agricoltura e per l’attività mineraria.

Per questo, è importante riferirsi all’attuale modello come “quarta guerra mondiale”, come fanno gli zapatisti, perché il sistema si comporta in quel modo, compresa, naturalmente, la medicina allopatica, che si ispira ai principi della guerra. Gli argomenti del EZLN collimano con quelli di Agamben, quando dice che il dominio della vita attraverso la violenza è la modalità di governo dominante nella politica attuale, in particolare nelle regioni povere del sud globale.

La brutale repressione dei maestri, avvenuta a Oaxaca, mostra l’esistenza di un totalitarismo mascherato da democrazia, che, secondo Agamben, si caratterizza per «l’instaurazione, mediante lo stato di eccezione, di una guerra civile legale, che permette l’eliminazione fisica non solo degli avversari politici, ma di intere categorie di cittadini che per qualche ragione non risultano integrabili nel sistema politico» (Lo stato d’eccezione, Bollati). Lo stesso autore ci ricorda che dai campi di concentramento non c’è un ritorno possibile alla politica classica, quella che era incentrata sulle rivendicazioni verso lo Stato e l’interazione con le istituzioni.

Come chiamare una forma di accumulazione ancorata sulla distruzione e la morte di una parte dell’umanità? Nella logica del capitale, l’accumulazione non è un fenomeno meramente economico: da lì l’importanza dell’analisi zapatista che pone l’accento sul concetto di guerra. Voglio dire che il tipo di accumulazione che il capitale necessita nel periodo attuale, non può che essere preceduto e accompagnato strutturalmente dalla guerra contro i popoli. Guerra e accumulazione sono sinonimi, al punto tale che subordinano lo Stato-nazione a questa logica.

Il tipo di Stato adatto per questo tipo di accumulazione/guerra è il punto debole di chi analizza l’«accumulazione per esproprio» o il «post-estrattivismo». In queste analisi, al di là del valore che hanno, trovo diversi problemi che vanno discussi al fine di rafforzare le resistenze.

Il primo è che non si tratta di modelli economici, solamente. Il capitalismo non è un’economia, è un sistema che include un’economia capitalista. Nella sua fase attuale, il modello estrattivo o di accumulazione per furto non si riduce a un’economia, bensì a un sistema che funziona (dalle istituzioni fino alla cultura) come una guerra contro i popoli, come una forma di di sterminio o di accumulazione attraverso lo sterminio.

Il Messico è lo specchio in cui i popoli dell’America Latina e del mondo si possono guardare. Gli oltre centomila morti e le decine di migliaia di desaparecidos non sono una deviazione del sistema, ma il nucleo del sistema. Tutti gli elementi che fanno parte di questo sistema, dalla giustizia e dall’apparato elettorale fino alla medicina e la musica (per fare appena qualche esempio), sono funzionali allo sterminio. La “nostra” musica e la “nostra” giustizia (così come tutti gli aspetti della vita) sono parte della resistenza al sistema. Sono divise o separate da esso. Non fanno parte di un tutto sistemico, ma sono già parte dell’ “altro mondo”.

La seconda questione è che le istituzioni statali sono state formattate da e per la guerra contro i popoli. Per questo non ha alcun senso dedicare tempo ed energie fissandoci su di esse, fatta eccezione per chi crede (per ingenuità o interesse meschino) di poterle governare a favore de los de abajo. Questo è forse il principale dibattito strategico che abbiamo di fronte in questa ora cupa.

Insomma, creare e predersi cura dei nostri spazi e proteggerci da chi sta in alto, senza lasciarci sedurre dai suoi scenari, diventa la questione vitale dei nostri movimenti. Ricordiamo che, per Agamben, i detenuti del campo sono persone che «chiunque può ammazzare senza commettere omicidio». Questa visione del mondo attuale spiega i fatti di Ayotzinapa e Nochixtlán meglio dei discorsi sulla democrazia e la cittadinanza, che si appellano alla giustizia del sistema.


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