
SLa Repubblica, 6 ottobre 2016
Quando i giovani medici mi dicono: «Dottore, voglio lavorare in Africa», rispondo che «non occorre andarci, perché l’Africa è qui». Piove sulle terre sterminate del Tavoliere.
Enzo Limosano, chirurgo vascolare in pensione, ci guida per una strada infame tra uliveti e campi di carciofi sopra una terra grassa e lustra come groppa di bufala. Destinazione, il “ghetto” chiamato Ghana, uno dei tanti bacini di manodopera sottocosto del baricentro agroalimentare d’Italia. È la provincia di Foggia, oltre un milione di tonnellate l’anno di soli pomodori. Il camper è l’unico ambulatorio possibile in questo pantano. A bordo, una piccola task force sanitaria (chirurgo toracico, dentista e infettivologo con alcuni aiutanti) targata Cuamm, una Ong di solida reputazione che da sessant’anni opera fra Etiopia e Mozambico. È gente che non si tira indietro davanti a epidemie come Ebola o a guerre civili, ma che qui, mi accorgo, esita un attimo, come ai confini dell’indicibile. «Vuole la verità? L’Africa è meglio. Si sorride, lavori rilassato. Qui invece la tensione è ovunque».
Si va a zig zag tra le pozzanghere sotto un cielo piatto come un ferro da stiro. Qua e là, casupole semi-abbandonate della riforma agraria fascista rattoppate da teli. Ripari miseri, eppure lussuosi rispetto alle baracche dell’Inferno vero, il famigerato Gran Ghetto di Rignano, 40 chilometri a Nordest. È un agglomerato di quattromila schiavi ben visibile dagli aerei di linea in atterraggio su Bari ma stranamente invisibile ai terrestri del Foggiano. Non lo vedono nemmeno le folle di fedeli, vicinissime, che a San Giovanni Rotondo innalzano canti per Padre Pio. Nemmeno lui, qui, fa miracoli per gli ultimi della Terra.
Da Cerignola, il Ghetto Ghana dista sette chilometri, ma bastano a separare le Ombre dal mondo dei vivi. Le facce bianche sono scomparse. Passano solo medici e caporali. E cani. Quelli abbandonati, attirati dai reietti come loro. Dopo, non è più Italia. Un barbiere improvvisato insapona un cliente sotto una tettoia, tra galline, questuanti, bottiglie di birra e trattori arrugginiti. Poco lontano, qualche tenda a pagoda, coperta di nylon per via dell’acquazzone. È giorno di pausa, e si va a salutare Alexander, ghanese brizzolato, piccolo boss di questo spazio di case sparse, in una baracca trasformata in bar. È lui che detta legge, e i salamelecchi diventano necessari in un mondo di gerarchie spietate. Zanzare microscopiche trapanano l’aria in un odore dolciastro inconfondibile. Lo stesso della Bosnia ai tempi dell’ultimo conflitto. Polvere, sudore, marciume e benzina. L’olfatto non distingue tra guerra e miseria.
Michele Alberga, 68 anni, il dentista, porta alla cintura un diffusore sottocutaneo di insulina ma, nonostante l’età e il diabete, spende il tempo libero a curare migranti con animo lieto, senza ipocrisie pietistiche o assistenzialismi. Gli chiedo se non gli venga mai il dubbio, con la sua dedizione, di essere funzionale a un sistema di sfruttamento. Risposta netta: «Loro ci aspettano». È la stessa che mi veniva data in Uganda e in Sudan, negli ospedali del Cuamm. «Se non lo fai tu — ti dicono — chi altro? ». Non ci si può tirare indietro, se ci si vuol guardare allo specchio a giornata finita.
E loro ci aspettano davvero, in fondo allo stradone. Tanti, anche se il Ghetto è mezzo vuoto, perché le avanguardie sono già partite per gli aranceti della Calabria, a farsi sfruttare in modo ancora più bestiale dalla ‘ndrangheta. Ogni settore ha le sue patologie. Dietro ai pomodori sciatiche e lombalgie, dietro all’uva emicranie e dolori al collo. Gli agrumi si pagano con spalle indolenzite, le coltivazioni in serra con disidratazioni gravi, i carciofi con infiammazioni al gomito simili a quelle del tennista. Il tutto senza contare gli incidenti gravi e le malattie sommerse. Quelle della miseria: Aids, tubercolosi, meningite, sifilide o epatite. Solo i più forti ce la fanno a tornare a casa.
Ha smesso di piovere. Attorno al camper si affollano i reduci della campagna — appena finita — del pomodoro, tirate di dieci ore a riempir cassoni per le aziende di trasformazione del Salernitano. Aspettano il medico anche per quindici giorni, perché i pochi medici e infermieri volontari di Puglia non ce la fanno a coprire più di due viaggi al mese. Fino al dicembre dell’anno scorso funzionava un servizio di Emergency, solidamente finanziato e poi burrascosamente interrotto dalla Regione per una serie di gravi incomprensioni. Ora bisogna ripartire da zero, e la giunta ha allo studio un piano triennale d’intervento per il quale si sono messi a disposizione, oltre al Cuamm, i missionari comboniani e i Medici senza frontiere.
Sembra una retrovia della Grande Guerra. Mettere in fila i pazienti, distribuire i numeri, evitare liti fra ghanesi e altri africani. Marcella Schiavone, 28 anni, chirurga col Mozambico alle spalle, riceve nel camper. Il divano per il paziente è minimo. Le domande semplici, in italiano o inglese elementare. Come ti chiami. Quale problema. Quando è cominciato. Dimmi come stai. Una donna sola davanti a quarantaquattro maschi in meno di tre ore, e non è mai visita sommaria.
Ognuno è tastato, auscultato con attenzione. Passa Ibra, disidratato con dolori allo stomaco. Alì, con una cisti sul naso da rimuovere. Richmond, con un’ernia inguinale. Franco, con una ferita al dito medio, che stringe i denti mentre gli fanno uscire pus come dentifricio dal tubetto. Daniel ha un piede mangiato dal diabete. Gli vedo l’osso nella ferita. Non lavora più, ma chiede l’elemosina, e quella ferita da ostentare è il suo unico capitale. Dorme in un’auto abbandonata, una cuccia immonda, e non pensa al dopodomani.
Ogni volta che apriamo un barattolo di “pummarola”, sarebbe cosa buona pensare che in quel barattolo c’è la disidratazione di Ibra, l’ernia di Richmond, l’avitaminosi di Ahmed, lo sterno mezzo sfondato di George. Ci sono chilometri di spine dorsali lesionate, il fango, la pioggia, e il sole implacabile del Sud. E le mosche, i veleni, le zanzare, i cani, i materassi sfondati, le prostitute a seguito di un esercito di uomini stremati. Il naufragio dei barconi, i centri di raccolta e quelli che ci campano sopra, i carrozzoni della finta assistenza, e il nostro razzismo che cresce. I caporali, i trasportatori della Camorra, un sistema produttivo dove pochi campano sulle spalle di molti, una grande distribuzione che strangola il contadino. Per un barattolo di pomodoro.
«Ho tenuto la mia bambina reclusa per mesi nella baracca perché non vedesse l’orrore che c’era fuori», racconta tra le lacrime un reduce del ghetto di Rignano. C’è anche chi si porta la moglie e i figli all’inferno. E c’è chi tace, non svela i suoi aguzzini nemmeno se ha il corpo coperto di ferite da taglio. E ci sono — raccontano i medici — storie come quella di una giovane africana senza nome, drogata e violentata dal branco fino ai limiti della medicina d’urgenza, capace a malapena di balbettare monosillabi. Da dove vieni? Non so. Come sei arrivata qui?Non ricordo. Come ti chiami? Non ne ho idea. Il capolinea della disumanizzazione.
L’Italia può essere peggio dell’Africa.
Tanti tornerebbero a casa. Ma non hanno i soldi per farlo. E se lo facessero, non oserebbero ammettere la sconfitta. Alla Regione sembrano decisi a dire basta allo scandalo. Stefano Fumarulo, braccio operativo del governatore per la sanità e le migrazioni, annuncia uno smantellamento imminente in nome della dignità dei lavoratori. Con quali alternative di alloggio? Ci sono Comuni spopolati che chiedono abitanti e sono disposti ad accogliere stranieri, aziende che cercano uomini capaci di mestieri disertati dagli italiani. E intanto si sperimentano forme associative per strappare i migranti dalla tirannia dei caporali. Ma resta sempre il dubbio che, una volta fuori dai ghetti, questi stranieri escano anche dal sistema-lavoro e si vedano costretti a rientrarvi con mezzi ancora più precari.
«Senza una riforma della catena produttiva che imponga la tracciabilità, e senza una certificazione etica del marchio, come avviene per altri beni, questa bestialità non avrà fine», dice con ferrea convinzione Yvan Signet, sindacalista partito dalle Malebolge di Rignano e uomo-simbolo della lotta per l’affrancamento dei lavoratori stranieri. Uno che, non a caso, vive sotto minaccia da parte dell’intero caporalato pugliese. «La cosa più grave è che non si prende atto che nei ghetti si sperimenta un tipo di sfruttamento perfettamente integrato nel sistema-Paese, uno sfruttamento che sta già ricadendo sugli italiani. Pensi alla donna morta di fatica quest’estate nei campi fra Taranto e Brindisi. Tutti sanno tutto, si fanno articoli e talk show, ma per questa gente non cambia nulla».
Nelle quattro ore che siamo al Ghetto Ghana, da Cerignola non arriva anima viva. Come per un ordine silenzioso, gli “indigeni” stanno alla larga. Nessuno aggiusta la strada, e nemmeno l’Asl passa la frontiera tra i mondi. Non si deve sapere, non si deve vedere. Anzi, non si vuole vedere, perché altrimenti l’imbroglio sarebbe chiaro e la verità intollerabile. Quando torniamo a Bari — tre quarti d’ora di macchina dal ghetto di Cerignola — lo struscio in corso Vittorio è già iniziato. Fiumane di giovani ignari, incollati a telefonini accesi come lucciole nel buio. Sono lontani mille miglia dai ghetti. E non sanno di essere destinati, forse anch’essi, ad appartenere a una manovalanza senza nome, in aziende senza patria che li sfrutteranno ottanta ore la settimana.
Francesco Di Gennaro, 28 anni, brillante specialista in malattie infettive con una forte esperienza in Mozambico per conto del Cuamm: «Questa potrebbe essere una regione simbolo del domani, un luogo dove sperimentare il futuro... Siamo o no la terra degli sbarchi? In Puglia potremmo capire come sarà il mondo fra trent’anni... e invece la gente si è chiusa nel suo tornaconto. Persino i giovani hanno smesso di chiedersi se questa è una società giusta o sbagliata».
Anche Crainz si iscrive tra quanti considerano Renzi un esponente della sinistra e valutano la sua riforma costituzionale isolandola dal contesto della strategia sistematicamente praticata dal segretario del PD dall'inizio della sua ascesa al trono. Per uno storico non è il massimo.
La Repubblica, 5 ottobre 2016
RIVELA molte cose l’appassionato dibattito su democrazia e oligarchia suscitato dall’articolo di Eugenio Scalfari e dal confronto stesso fra Gustavo Zagrebelsky e Matteo Renzi, come dimostrano le tante lettere arrivate al giornale. È una passione che segna da tempo i confronti e le assemblee pubbliche sulla riforma costituzionale: non mi riferisco qui (e non mi riferirò) alla “animosità da talk show” di alcuni protagonisti ma alla passione vera di molti cittadini, portati ad ingigantire sinceramente i rischi per la democrazia e a sentire vicina una sua crisi radicale ed irrimediabile. Non a caso stiamo parlando soprattutto del popolo della sinistra (quello della destra appare molto meno angosciato, esattamente come i suoi leader) ed ha qualche ragione il lettore che scrive in modo icastico: “la scomparsa di una identità di sinistra ha spalancato i cancelli dello zoo che ci circonda”. È questo popolo orfano di identità a muoversi, talora in modo esasperato, ed a spingerlo non è — o non è solo, a me sembra — la tradizionale “paura del tiranno”, su cui comunque non è lecito ironizzare. È qualcosa di più profondo e non ci parla di un immaginario “altrove”, ci parla di noi e delle nostre inquietudini. Per questo quella passione, portata talora a trasformarsi anch’essa in animosità, non va lasciata a se stessa e certo non può esser considerata solo il residuo di una sinistra ideologica. Per questo è “obbligatorio” passare dalla pancia (in primo luogo dalla nostra pancia) alla testa (in primo luogo alla nostra testa) come ha invitato a fare Mario Calabresi.
In questo passaggio ci aiuta certo la discussione classica su questi temi, e anche quella relativa alla democrazia novecentesca: una democrazia che ha sullo sfondo i processi di industrializzazione e il delinearsi della società di massa, la conquista del diritto di voto e l’affermarsi dei partiti di massa. Ci aiuta ancor di più, forse, una riflessione sulle ansie e sullo spaesamento indotti dal declinare di quella democrazia, dal suo incrinarsi per il drastico modificarsi della realtà sociale e culturale su cui si basava. Indotti, anche, dal contemporaneo e altrettanto radicale modificarsi delle modalità della politica. Viene da qui quello spaesamento, viene da qui quell’angoscia, e con questo dobbiamo misurarci. Diversi anni fa Bernard Manin, ricordato ieri da Nadia Urbinati, ha aperto la riflessione sulla “democrazia del pubblico” — sul trasformarsi cioè della comunità dei cittadini in una platea di telespettatori — e a questo si è aggiunta e sovrapposta poi la realtà della rete. Spettacolarizzazione della politica e delinearsi dei partiti personali hanno preso corpo insieme (e già prima della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, per quel che ci riguarda) logorando l’insediamento dei partiti della società e portando in ultima istanza, per dirla con Ilvo Diamanti ed altri, a partiti senza società e a leader senza partiti. Altri pilastri della democrazia novecentesca sono andati in crisi nei decenni scorsi, nel declinare dell’“età dell’oro” dell’Occidente. Quel declinare ha posto infatti in discussione le modalità tradizionali del welfare, così centrale per le democrazie occidentali (lo ha ricordato spesso con grande lucidità Ezio Mauro): sarebbe stato necessario un ripensamento generale sulle sue modalità e sulle possibilità di un suo allargamento — non di un suo restringimento — nel nuovo scenario che si è delineato, ma quel ripensamento non è venuto. Non è venuta neppure una riflessione sulla formazione e sulla selezione della classe dirigente, assolutamente urgente nel deperire e talora nel crollare delle precedenti forme dell’agire politico. E nel dilagare — non solo nel ceto politico — di forme di corruzione che hanno fatto impallidire quelle del passato.
C’è questo insieme di nodi, a me sembra, dietro le riflessioni sempre più insistite su Come la democrazia fallisce, per citare un libro di Raffaele Simone. C’è questa stessa ansia, questa stessa avvertita urgenza in un comune sentire sempre più diffuso, e non stupisce riconoscerlo nelle molte lettere giunte a la Repubblica o nei molti interventi che rendono talora incandescenti i confronti pubblici sulla riforma costituzionale. E che rischiano troppo spesso di renderli improduttivi, scontri fra opposte sordità, come avviene anche per due dei nodi evocati dal confronto fra Renzi e Zagrebelsky. In questo quadro di incertezze e disorientamenti, ad esempio, l’ipotesi di governi stabili diventa anche in molte assemblee e dibattiti non un segno di salute della democrazia ma quasi un rischio. E la sacrosanta attenzione al mantenimento e al rafforzamento delle figure e degli organi di garanzia porta talora a capovolgere la realtà: così è considerata addirittura un vulnus la norma che in realtà innalza il quorum necessario per l’elezione del Presidente della Repubblica, portandolo dalla maggioranza assoluta ai tre quinti dei votanti, e quindi al di fuori della portata di chi governa (a meno di non ipotizzare una assemblea letteralmente dimezzata nelle presenze, come ha fatto ieri Salvatore Settis). Evitare forzature polemiche o distorsioni è il primo passo per misurarsi con i nodi di fondo: sono nodi ineludibili e forse è un bene, non una iattura, che siano balzati in primo piano con tanta prepotenza. Lo è, per lo meno, se ad essi iniziamo faticosamente a dare alcune prime risposte.
«Il Comitato 3 ottobre ha voluto trasfondere nella “Carta di Lampedusa” questo spirito di accoglienza insito nell’isola stessa: è necessario abbattere ogni forma di confine, di visto, per affermare il libero diritto di cittadinanza di ciascuno».
Il Fatto Quotidiano online, 3 ottobre 2016 (c.m.c.)
Lampedusa. «Per quanto possano essere limitate, le isole non sono prive di drammi di portata universale. La storia non le ignora e in esse trova talvolta il suo epilogo. Altre volte invece la storia vi comincia».
Questa frase dello scrittore Predrag Matvejević – autore, tra gli altri, di Breviario Mediterraneo (edito per la prima volta da Garzanti nel 1991) – racchiude il senso più profondo della “Giornata nazionale della memoria e dell’accoglienza”, riconosciuta tale il 16 marzo 2016 grazie anche all’impegno di un’organizzazione senza scopo di lucro, riunitasi nel ‘Comitato 3 ottobre‘, data in cui nel naufragio al largo di Lampedusa – era il 2013 – persero la vita 368 migranti.
Qui la storia non finisce, ma si rinnova attraverso una richiesta fondamentale lanciata dal Comitato: bisogna proteggere le persone e non i confini. Una questione centrale per la politica europea: accogliere o respingere? Ecco che Lampedusa diventa una palestra formidabile per capire quale possa essere la rotta giusta. Quest’isola che negli ultimi sedici anni ha accolto 217. 591 immigrati e che lo ha fatto mantenendo la sua forte identità, la sua bellezza, il suo spirito, continuando ad alimentare quel seme dell’accoglienza che aveva già inciso nel proprio Dna. L’isola avrebbe potuto reagire diversamente?
Avrebbe potuto alzare muri o erigere barricate per respingere, quel 3 ottobre del 2013, i 368 corpi restituiti dal mare alla terra lampedusana? Le spoglie di giovani eritrei, ventenni scappati dalla feroce dittatura di Isaias Afewerki. E come avrebbe potuto non diventare la casa di tutti quegli altri corpi? I cadaveri arrivarono a 600 tanto che ci vollero due navi militari per portare via tutte quelle bare.
Il Comitato 3 ottobre ha voluto trasfondere nella “Carta di Lampedusa” questo spirito di accoglienza insito nell’isola stessa: è necessario abbattere ogni forma di confine, di visto, per affermare il libero diritto di cittadinanza di ciascuno. Un ordine umano diverso, fondato su valori differenti da quelli che governano il nostro quotidiano, ma l’unico capace di riempire di senso la storia di Lampedusa e permetterle di cominciare, di nuovo, a vivere, dopo l’orrore di tanta morte.
E non poteva che cambiare anche il modo di comunicare e rappresentare quell’immane tragedia. Così, per la ricorrenza del 3 ottobre si è tenuto a Lampedusa il ‘Prix Italia’, un premio internazionale organizzato dalla Rai che quest’anno si è concentrato sul tema delle migrazioni.
Tante le anteprime, a partire dall’ultima fatica di Marco Pontecorvo che qui ha presentato Il coraggio di vincere, storia di un giovane pugile senegalese. Di rilievo anche lo speciale del giornalista Domenico Iannacone, Lontano dagli occhi, che raccogliendo e riallacciando una serie di storie di migranti senza nome, fa così riacquistare loro, un’identità.
Il lavoro viene reso ancor più prezioso dalle parole di Andrea Camilleri: lo scrittore siciliano ci ricorda che un’isola non è mai chiusa dal mare, anzi, è proprio il mare ad allargare i suoi orizzonti; i muri non servono a nulla se non a ingabbiare le nostre paure rendendoci incapaci di immaginare e vivere nuove forme di convivenza.
«I governanti dei Paesi dell’Est credono possibile rispondere alla sfida planetaria della migrazione ricostruendo una nuova cortina di ferro». La Repubblica
, 3 ottobre 2016 (c.m.c.)
Solo una macabra farsa: questo era il referendum ungherese contro gli stranieri e contro “i diktat” di Bruxelles fortemente voluto dal premier Viktor Orbán. E tale si è rivelato. Il popolo cui amano fare appello piccoli e grandi dittatori questa volta ha preferito tacere. Forse ha fiutato l’inganno e ha evitato di acclamare l’uomo forte di Budapest. Ma il danno resta per l’immagine di quel Paese e per il destino futuro dell’Europa.
La grande speranza si è rivelata una fugace illusione: avevamo creduto che la caduta del Muro di Berlino se non proprio la “fine della storia” avesse, almeno in Europa, segnato la fine dell’età dei muri e dei reticolati di filo spinato. E invece sta accadendo esattamente il contrario. Quella che una volta tra ammirazione e sospetto veniva chiamata Mitteleuropa sembra tornata preda di antichi fantasmi e di pulsioni identitarie nell’illusione di trovare risposte alle sfide del mondo globale in una inattuale autarchia economica e spirituale.
I governanti dei Paesi dell’Est Europa capeggiati proprio da Orbán credono possibile dare risposta alla sfida planetaria rappresentata dalla migrazione di popolazioni in fuga dalle guerre del Medio Oriente, o dalla miseria del continente africano, ricostruendo quella che, per più di mezzo secolo, era stata causa delle loro sofferenze: una nuova cortina di ferro.
Un passo dopo l’altro, una crisi dopo l’altra, dunque, l’Europa procede spedita verso la sua disunione politica e culturale: come capitò ai sonnambuli che scivolarono senza neppure averne consapevolezza nella Prima guerra mondiale, gli europei potrebbero uno di questi giorni scoprire di aver superato il punto di non ritorno verso uno storico fallimento. Un fallimento che appare tanto più paradossale in quanto i governi dei singoli Paesi cercano risposte nazionali, o peggio ancora nazionaliste, a sfide che essi stessi definiscono di natura globale e condannano in tal modo i propri Paesi e l’intera Europa ad un declino irreversibile.
Oggi, come accadde negli anni ’20-’30 del Novecento, assistiamo infatti allo scontro di “due Europe”: quella che crede che sia possibile governare le metamorfosi in atto nel segno della giustizia sociale, della libertà e dell’universalismo dei diritti. L’altra che, invece, fa politica con la paura e l’odio e insinua la velenosa convinzione che sia possibile impedire l’irruzione del mutamento innalzando Muri e chiudendo i confini nazionali.
Sappiamo come andò a finire allora. Non è del resto un caso che, da buon conoscitore della storia europea, Helmut Kohl nel discorso tenuto nell’ottobre del 1993 dinnanzi all’Assemblea nazionale francese avesse messo in guardia gli europei ricordando loro che «gli spiriti maligni non sono stati banditi per sempre dall’Europa» e ammonendo che «ad ogni generazione si pone di nuovo il compito di impedire il loro ritorno, di superare i pregiudizi e di far cadere i sospetti ».
La previsione fatta dal Cancelliere dell’unificazione tedesca appare drammaticamente confermata da quanto accade oggi in tutto il Vecchio Continente, dalla Brexit all’anarchia spagnola. E soprattutto dall’enorme potenziale di consenso che movimenti xenofobi e populisti riescono a catalizzare anche in Paesi di antica civiltà giuridica e storica tradizione di universalismo politico com’è il caso della Francia.
La verità è che in quel Paese come in molti altri, Italia compresa, si contrappongono, provocando una crescente conflittualità politica e spirituale che supera la classica contrapposizione tra destra e sinistra, due “visioni del mondo”. Una è convinta non solo della possibilità di governare la dimensione di questo esodo carico di tragedie, ma anche che questo fenomeno rappresenti un obbligo morale e al tempo stesso una opportunità per il futuro che altrimenti la demografia condannerebbe a un declino irreversibile. L’altra è una “visione del mondo” dominata da dubbi e paure, da pregiudizi ma anche da timori diffusi tra le parti più deboli, socialmente e culturalmente, delle società europee sulla possibilità di riconquistare o quanto meno di difendere determinati livelli di sicurezza sociale.
Come pure i valori tradizionali che guidano il funzionamento della vita quotidiana, minacciati dalla sensazione di non essere più padroni del proprio destino di cui è metafora la crisi della sovranità sui confini nazionali. Oggi è molto difficile formulare una ragionevole previsione sui destini d’Europa o addirittura di quello che abbiamo imparato a indicare, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come l’Occidente.
Non sappiamo se le istituzioni dell’Unione europea reggeranno l’urto del terribile ciclo elettorale che vedrà coinvolti nei prossimi dodici mesi — nel settembre del 2017 si svolgeranno le elezioni in Germania — praticamente tutti i principali Paesi del Vecchio continente. Né quale America uscirà dal confronto tra il feroce populismo di Trump e l’occidentalismo tradizionale ma dallo scarso carisma di Hillary Clinton.
Certo tutto sarebbe diverso se l’Europa fosse in grado di esprimere una politica, se sapesse e potesse parlare con una sola voce. Se: ma non è così. Le democrazie europee strette in una implacabile tenaglia, da un lato le questioni globali e dall’altro la necessità di conquistare legittimità politica parlando un linguaggio locale, tra dover elaborare un “nuovo racconto” che tenga conto delle mutate condizioni geo-politiche e geo-economiche del pianeta-mondo dell’età globale e dover dare ascolto alle attese spesso corporative di cittadini protagonisti di cicli elettorali sempre più brevi, rischiano il corto circuito. Se da qualche parte in Europa c’è qualche leader capace di impedire che essa faccia bancarotta una seconda volta nel giro di un secolo, è questo il momento che si faccia sentire.
Hic Rhodus, hic salta.
IIl Bo online, 26 settembre 2016
In questi giorni mi trovo in Etiopia. Sono qui per incontrare i nostri medici impegnati in questo paese, verificare il lavoro che stiamo compiendo, incontrare la controparte locale. Arrivare ad Addis Abeba, anche a distanza di pochi mesi, mi suscita sempre grande curiosità e tante domande. Questa metropoli è un cantiere aperto, un fermento continuo, un via vai compulsivo e caotico. È simbolo di un continente in cammino: l’Africa. L’Africa è in movimento, da sempre, da quando la conosciamo. Appena ti sposti un po’ dalla città, ecco comparire la terra rossa, le capanne, la gente vestita di stracci, i bambini, tantissimi, che corrono e sbucano da qualsiasi parte guardi, le donne che compiono anche chilometri a piedi, con le doglie, per andare a partorire in un centro di salute o in un ospedale. Vedi tanta povertà e miseria.
Un continente in cammino, ma verso dove? Talvolta mi trovo a pensare cosa farei al loro posto. Cosa proverei, come riuscirei a vivere in una capanna, senza acqua corrente e luce, con un solo pasto al giorno, senza la possibilità di accedere alle cure quando sono malato o magari senza poter mangiare, a causa di una lunga siccità. “Se tutti i bianchi capissero che a meno di un millimetro da questa pelle nera si trova lo stesso sangue rosso, gli stessi nostri tessuti, le stesse terminazioni nervose che portano al nostro cervello le pene o il ristoro”. Questo scriveva nel lontano 1957, Lido Rossi, un medico Cuamm morto a causa di una nefrite in Swaziland. Sotto la pelle, scorre lo stesso sangue, le medesime sensazioni, gli stessi sogni e desideri.
Migranti da dove e perché? Le migrazioni ci sono sempre state. Quello che spesso non vediamo è che la maggior parte di questi flussi rimane all’interno del continente africano. Le immagini degli sbarchi sulle coste del sud Italia sono ingannevoli. Meno di un terzo della migrazione in Africa occidentale, per esempio, si sta muovendo verso l’Europa. I movimenti più consistenti si registrano all’interno della sub-regione e dell’Africa centrale. Nel 2015, ben 65,3 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare la propria casa per fuggire a guerre, persecuzioni, violenze, secondo i dati di Unhcr. I flussi maggiori sono dai paesi in conflitto e da quelli bloccati da condizioni climatiche particolarmente avverse. Siria, Afghanistan, Somalia, Sudan, Congo, Iraq sono in primo piano nei flussi migratori.
Per fare alcuni esempi, nel 2015, il Sud Sudan ha visto oltre 600.000 persone fuggire dal paese, cioè il 5% della popolazione.
Le rotte sono incerte, oltre che insicure, molti si sono fermati in Etiopia, per esempio dove in un anno è arrivato oltre 1 milione di migranti provenienti principalmente da Somalia, Sud Sudan, Eritrea.
In Italia, dall’inizio del 2016, sono arrivate 124.475 persone, attraversando il Mediterraneo, più o meno la stessa quantità di persone che dal Sud Sudan è emigrato verso l’Uganda nei soli mesi di luglio e agosto di quest’anno. I paesi che ospitano più rifugiati nel mondo sono Pakistan (1.616.500), Iran (857.400), Libano, Giordania, Kenya, Etiopia, Ciad.
Vediamo ogni giorno che molti rifugiati arrivano in Europa, ma la maggior parte di chi emigra rimane in paesi vicini, paesi già di per sé fragili, che si trovano a dover affrontare la criticità dell’accoglienza.
A lavorare nelle periferie del mondo non ci si abitua mai del tutto, però si impara a “mettersi al servizio”, si apprendono metodi e si affinano strumenti che possano essere efficaci e sostenibili, pienamente consapevoli della fragilità del sistema in cui si opera. Una fragilità dovuta a mille cause: l’ambiente, il clima, le guerre, l’insicurezza alimentare, le epidemie, il terrorismo. Ciò che i conflitti lasciano alle popolazioni sono miseria, una rete sociale e di lavoro quasi inesistente, l’indebolimento delle forme di aiuto. Ed è così che un paese già fragile sembra andare in pezzi. La riposta della popolazione a tutto ciò è molto spesso la fuga. Si fugge dalla guerra, dalla siccità, dai disastri ambientali, dalla fame. Penso a paesi come la Sierra Leone alle prese con la difficile ricostruzione di una società dopo lo tsunami dell’Ebola; o al Sud Sudan dove la guerra civile impera, dove violenza e morte sono all’ordine del giorno.
Da parte nostra, la risposta è lavorare con i governi locali e in sinergia con le istituzioni internazionali, ma anche lavorare dal basso e portare cura. Di fronte all’insicurezza alimentare crescente, per esempio, abbiamo attivato servizi che rispondano concretamente ai bisogni della popolazione. In Etiopia, nell’ospedale di Wolisso, è funzionante un’unità di terapia nutrizionale che cura ogni anno 3.000 bambini. Anche in Sud Sudan è attivo un servizio di screening nutrizionale, affiancato da un’attività di formazione per le mamme: sono 2.000 i bambini che vengono monitorati ogni mese. Un altro esempio? John, un autista sud sudanese impegnato con il Cuamm a Yirol. Nel 2007, appena conosciuto, gli ho chiesto “What is your dream, John?” E lui: “Andare in Europa e dare un futuro ai miei figli”. Oggi, se gli chiedi, quale sia il suo sogno, fiero, ti risponde: “Rimanere nel mio paese e fare quanto mi è possibile per migliorare la nostra situazione. Ora abbiamo un ospedale, c’è una scuola, ho un lavoro. C’è una speranza per i miei figli”.
Se non possiamo incidere su guerre, disastri climatici e ambientali, possiamo agire sui sistemi sanitari dei paesi in cui operiamo e sulla formazione per migliorare la qualità della vita di chi incontriamo nel nostro cammino, possiamo arginare la miseria più estrema e contenere il numero di persone costrette a fuggire alla ricerca di dignità.
Lo abbiamo visto in Karamoja, una regione molto povera dell’Uganda: grazie anche al miglioramento delle condizioni sanitarie, la sua popolazione di circa 1,5 milioni abitanti non emigra verso altri paesi. Ben venga quindi l’idea di una sorta di “Piano Marshall” per l’Africa perché solo investendo nello sviluppo dell’Africa e credendo nelle potenzialità di questa gente, si può migliorare la loro condizione e, di conseguenza, anche ridurre il flusso delle migrazioni.
Il Bo è il giornale online dell'Università degli studi di Padova
Non ci sono molte speranze quando l'espressione di un popolo è coartata da una dittatura che adopera, con grande spiegamento di forze, gli strumenti antichi e moderni della demagogia e sfrutta il disagio provocato dall'austerity.
Il manifesto, 2 ottobre 2016
L’unica incertezza non riguarderebbe l’esito del voto, visto che la vittoria del No è data praticamente per scontata, piuttosto l’affluenza alle urne. Lo scontro sui migranti tra Viktor Orbán e l’Unione europea si giocherà tutto sul raggiungimento o meno del quorum, su quanti elettori si recheranno oggi alle urne per dire la loro nel referendum voluto dal premier ungherese contro le quote di profughi decise da Bruxelles e stando alle quali 2.300 richiedenti asilo dovrebbero essere trasferiti nel paese. Il quesito è di quelli che non lasciano molta scelta: «Volete consentire all’Ue di decidere sulla ricollocazione obbligatoria in Ungheria di cittadini non ungheresi senza il consenso del parlamento?» è la domanda che 8,3 milioni di magiari troveranno sulla scheda. Secondo i sondaggi l’83% di loro segnerà una croce sulla casella con scritto «No», contro il 13% dei favorevoli e un 3% intenzionato ad annullare il voto.
A preoccupare il governo ungherese è però proprio l’affluenza, dato che a 24 ore dal voto solo il 42% degli intervistati ha affermato di volersi recare alle urne. Pochi, dal momento che perché la consultazione sia valida occorre che venga superata la soglia del 50%, apparentemente ancora lontana. Per questo dopo mesi di campagna referendaria durante i quali contro i profughi è stato detto di tutto, dai sospetti di terrorismo all’accusa di mettere in pericolo la cultura cristiana del paese, fino all’ultimo Orbán non ha smesso di esasperare i toni: «Abbiamo difeso le frontiere dell’Ungheria e così anche quelle dell’Unione europea, fatto che in futuro sarà riconosciuto dai libri di storia», ha detto il premier riferendosi alla decisione di alzare muri ai confini con Serbia, Croazia e Slovenia e invitando i suoi connazionali a «mandare un messaggio chiaro a Bruxelles».
In realtà le barriere hanno fermato fino a un certo punto i migranti. Nonostante reti metalliche e filo spinato, infatti, dall’inizio dell’anno alla fine di agosto sono stati 26.759 i profughi provenienti dalla Serbia fermati in Ungheria, un numero in costante crescita nel corso dei mesi. Di questi, 8.413 sono stati intercettati dalla polizia nella fascia di 8 chilometri dalle frontiere istituita recentemente dal governo e all’interno della quale chi viene sorpreso è rispedito immediatamente oltre confine. «Un provvedimento che ci preoccupa molto, perché le persone che vengono fermate non hanno la possibilità di richiedere l’asilo ma vengono respinte verso la Serbia senza una procedura o una decisione formale» spiega Gábor Gyulai, direttore del programma asilo del Comitato Helsinki Ungherese che si occupa del rispetto dei diritti umani ed è l’unica organizzazione del paese che dà assistenza legale gratuita ai migranti. Insieme ad altre 22 Ong il Comitato ha lanciato la campagna «Questo è il nostro paese, invalida il referendum» con cui spera di contrastare «le politiche inumane adottate dal governo ungherese contro i rifugiati» grazie alle quali in sette mesi solo 290 richiedenti asilo si sono visti riconoscere una forma di protezione internazionale.
In realtà i migranti rappresentano solo una parte della partita che Orbán sta giocando contro l’Unione europea. Una vittoria dei «No», tanto più forte quanto più alta sarà la partecipazione al voto, lo rafforzerebbe ulteriormente, consentendogli di continuare con maggiore forza l’opera di contrasto delle politiche europee, non solo quelle sui migranti, confermandolo inoltre come vero leader del gruppo di Visegrad (oltre all’Ungheria, Polonia, repubblica Ceca e Slovacchia). «Orban vede il voto sui rifugiati come un modo per scuotere l’Unione europea», titolava qualche giorno fa il Financial Time. E Péter Krekó, direttore del think tank Political Capital, spiegava al giornale: «Ha già fatto capire di avere un’agenda europea che va al di là della questione migratoria. Orbán punta a essere una forza di trasformazione all’interno dell’Ue». Viceversa, il mancato raggiungimento del quorum segnerebbe una sconfitta pesante per la Fidesz, il partito del premier, a tutto vantaggio del movimento di estrema destra Jobbik che punta a vincere le elezioni del 2018. «Per questo motivo Orbán sta già dicendo che non è importante quante persone andranno a votare», prosegue Gyulai.
Timori dietro i quali si nasconde un malumore crescente tra gli ungheresi, molti dei quali sono costretti a emigrare in cerca di condizioni di lavoro migliori di quelle che trovano in patria.
Se è vero che l’economia tiene, grazie anche ai ricchi contributi elargiti dall’Unione europea (5,6 miliardi di euro nel 2015), è vero anche che i salari – in media l’equivalente di 350 euro al mese – sono troppo bassi perché gli ungheresi possano pensare al futuro con serenità. E molti, soprattutto i giovani, preferiscono cercare fortuna all’estero, proprio come i loro coetanei mediorientali o asiatici che il governo respinge ogni giorno. Negli ultimi cinque anni tra i 300 mila e i 500 mila magiari hanno scelto di vivere in un altro paese, prevalentemente in Germania, Gran Bretagna e Austria. Contraria a ogni forma di immigrazione, paradossalmente l’Ungheria si ritrova così ad aver bisogno dei migranti per supplire alla carenza di manodopera. Mancherebbero 22 mila informatici oltre a infermieri, cuochi, camerieri e addetti alle pulizie. Al punto che il ministro dell’Economia Mihály Varga a luglio aveva annunciato misure per attrarre lavoratori stranieri nel paese, salvo poi fare marcia indietro.
Dietro il voto di oggi c’è tutto questo ma, forse, anche il futuro dell’Europa. Una vittoria di Orbán darebbe ulteriore fiato anche ai nazionalismi presenti in molti stati alcuni dei quali, come Germania e Francia, prossimi a importanti scadenze elettorali, e rafforzerebbe l’idea che sia possibile ignorare le disposizioni dell’Unione europea. Con l’Ungheria che rischia di giocarsi qualcosa in più: «La paura degli immigrati creata ad arte dal governo avrà effetti negativi nella società e sulle future generazioni», conclude Gyulai. «Per decenni sarà impossibile avere una politica ragionevole sull’immigrazione che aiuti lo sviluppo del paese».
Riferimenti
Qui il pamphlet menzognero che il dittatore "democratico" ha inviato a tutti gli ungheresi, e un articolo di Nadia Urbinati
Il modo in cui le reti delle donne stanno andando fuori dalle strutture dello Stato e si mettono in relazione con le organizzazioni per i diritti umani, è una mobilitazione che è oltre e contro lo Stato ed è transnazionale».
connessioniprecarie.org, 2 luglio 2017 (c.m.c.)
L’intervista è stata realizzata mercoledì 28 giugno a Bologna, dove Judith Butler si trovava come promotrice della conferenza internazionale «The critical tasks of the University» e per partecipare alla Summer School «Sovereignty and Social Movements» organizzata dall’Academy of Global Humanities and Critical Theory (Duke University, University of Virginia, Università di Bologna).
La scorsa settimana hai promosso a Bologna un convegno internazionale sul ruolo critico delle università, che in questo momento negli Stati Uniti, dichiarandosi santuari per i migranti senza documenti, si stanno attivamente opponendo alle politiche di deportazione di Trump. Pensi che anche questo tipo di iniziativa rientri nel loro ruolo critico e come sarà colpita dalla riorganizzazione dello Stato pianificata da Trump e Bannon e dall’azione sempre più arbitraria della polizia?
È molto importante che le università dichiarino lo status di «santuari». Manda un segnale forte al governo federale dichiarando che le università non applicheranno le politiche di deportazione. Il programma di Trump non è ancora effettivo, ma i funzionari dell’immigrazione e incaricati delle deportazioni possono agire autonomamente in modo più aggressivo, perché non c’è una politica federale chiara, il presidente dice una cosa, le corti di giustizia vanno in un’altra direzione, cosicché i funzionari decidono in modo discrezionale di andare nelle scuole o nelle case per cercare le persone senza documenti. Le università però hanno il potere di decidere se consegnare ai funzionari i nomi di quelli che non hanno documenti o se resistere alle loro richieste. Hanno il potere di bloccare l’implementazione dei piani di deportazione e questo significa che possiamo diventare parte di un più vasto network che resiste all’applicazione delle politiche federali.
Anche alla luce di questo tipo di resistenza, alcuni vedono nell’elezione di Trump un’opportunità per i movimenti sociali. Condividi questa prospettiva?
Ci sono due modi di leggerla. C’è chi crede in una concezione dialettica della storia per cui un movimento di resistenza, per crescere, ha bisogno di un leader fascista, sicché dovremmo essere contenti in questa circostanza. Da parte mia non sarò mai contenta di avere un leader fascista, o neofascista, o autoritario… stiamo ancora cercando di capire come descrivere questo potere. Spero che i movimenti sociali non abbiano bisogno di questo per essere galvanizzati. C’è però un secondo modo di vederla, e che sono più disponibile ad accettare, per cui il trionfo della destra negli Stati Uniti ha reso imperativo che la sinistra si unisca con una piattaforma e una direzione davvero forti. Non è chiaro se questo possa accadere attraverso il partito democratico, o se ci debba essere un movimento di sinistra ‒ il che non coincide necessariamente con una politica di partito ‒ che sappia che cosa sta facendo e come e, su questa base, possa decidere se accettare un partito, o se avanzare le proprie rivendicazioni a un partito. Ma non è detto che si debba cominciare dall’essere un partito politico. A volte è positivo che i movimenti sociali diventino un partito politico, non è necessariamente qualcosa a cui opporsi, ma non dobbiamo accomodarci in una distinzione o situazione esistente, per cui ci sono i democratici, i repubblicani e tutto il resto è considerato una minoranza radicale senza potere. È il tempo che i movimenti sociali si coalizzino per formare un movimento forte, che abbia idee molto chiare sull’uguaglianza, sull’economia, sulla libertà, la giustizia, e questo significa avere ideali e piattaforme separate dalla politica di partito. Solo a questo punto un movimento sociale è nella posizione di negoziare.
In che modo la campagna elettorale, e in particolare l’apertura di Sanders verso i movimenti sociali ‒ che è stata spesso contraddittoria e incapace di raccogliere le loro istanze ‒ può offrire indicazioni rispetto a come strutturare l’opposizione a Trump nei termini che hai appena descritto?
La corsa di Sanders alla presidenza è stata molto interessante, perché ha messo insieme molta gente ed è stata molto più popolare di quanto Clinton si aspettava che fosse, conquistando alle primarie anche Stati che si pensava avrebbero sostenuto Hillary. Ma è stato anche frustrante, perché non era chiaro se Sanders sapesse come rivolgersi agli afroamericani, sembrava che pensasse che quella di classe fosse l’oppressione primaria e quelle di razza e genere fossero secondarie, e questa è una prospettiva che abbiamo combattuto negli anni’70 e ’80. Da una parte si è vista una sinistra capace di attrattiva, e questo è stato interessante, ma forse non lo è stata abbastanza. Forse è necessario distinguere Sanders dall’«effetto Sanders», che sta coinvolgendo molti più gruppi permettendo loro di pensare che possono avere un po’ di potere. Sanders si è definito socialista, anche se in una versione soft, ma un partito socialista non c’è ancora anche se alcuni si sono appellati a lui per uscire dal partito democratico e costituirne un altro. Vedremo se può succedere negli Stati uniti, sarebbe degno di nota.
I migranti sono stati protagonisti negli ultimi anni di importanti movimenti sociali e sono tutt’ora impegnati nell’organizzazione dell’opposizione al razzismo istituzionale di Trump. Nel tuo lavoro hai molto insistito sulla loro posizione, sottolineando il modo in cui hanno esercitato performativamente un «diritto ad avere diritti». Ma possiamo considerare i migranti non solo come una figura dell’esclusione da «noi, il popolo», ma anche come una prospettiva che ci permette di capire le trasformazioni contemporanee della cittadinanza e del lavoro nel suo complesso. Come fai i conti con queste trasformazioni nella tua teoria della precarietà?
Forse non ho una teoria della precarietà, ti posso dire che cosa sto facendo adesso, perché ho scritto Vite precarie dopo l’11 settembre per rispondere a quelle circostanze storiche, ma in altri libri sono emerse altre circostanze e magari si possono adattare ad alcune persone e ad altre no. Nel bene e nel male, il mio è un pensiero vivente e può cambiare, non ho una singola teoria che si adatti a tutte le circostanze, posso modificare la mia teoria, questo è il modo in cui lo descriverei. Quello che posso dire è che io vivo nello Stato della California e l’agricoltura lì si basa fondamentalmente sul lavoro migrante, se Trump fosse in grado di deportare migranti messicani senza documenti, costruire muri e bloccare l’afflusso di nuovi messicani, i principali interessi economici che lo hanno supportato sarebbero immediatamente in difficoltà. Di fatto l’economia della California funziona con i migranti senza documenti, non ci sono dubbi. E se andiamo indietro nella storia della California, vediamo che le ferrovie sono state costruite dai migranti cinesi. Molti di noi sono stati migranti, mia nonna non parlava nemmeno bene l’inglese, siamo arrivati, siamo andati a scuola, ci siamo dimenticati di essere migranti, pensiamo che i migranti siano sempre gli altri. Ma chi non è un migrante? Questa dimenticanza è parte della formazione del soggetto americano ed è diventata davvero pericolosa nel momento in cui abbiamo deciso che i migranti sono esterni a quello che siamo. Sono parte di quello che siamo, ci basiamo sul loro lavoro, siamo il loro lavoro.
Contro questa condizione, i migranti – non solo negli Stati Uniti ‒ hanno scioperato, e l’8 marzo di quest’anno c’è stato uno sciopero transnazionale delle donne. Nel tuo ultimo libro (Notes toward a Performative Theory of Assembly, nella traduzione italiana L’alleanza dei corpi) tu includi lo sciopero tra i modi in cui è possibile ‘assemblarsi’. Lo sciopero non è solo un modo di convergere, ma stabilisce anche una linea di opposizione nella società, una linea lungo la quale si pratica l’interruzione di un rapporto sociale di potere. La tua riflessione sulle assemblee articola la necessità o la possibilità di questo tipo di linea di conflitto come condizione stessa dell’assemblea?
Spesso, quando i sindacati vogliono unirsi per discutere le condizioni del loro lavoro, assistiamo a tentativi disperderli o negare il loro diritto di riunirsi in assemblea. Almeno nel diritto degli Stati Uniti e in qualche misura in quello internazionale, questo diritto nasce anche dalle assemblee sindacali, fatte per discutere le condizioni di lavoro o per decidere di scioperare. Ci sono modi di riunirsi in assemblea là dove c’è uno sciopero. Ma nell’era di internet possiamo entrare in rete nel web e decidere uno sciopero senza riunirci di persona. La vera domanda diventa allora come il modo tradizionale di funzionamento dell’assemblea, per cui i corpi si assemblano nello stesso spazio, sta in relazione con il networking digitale, o con una modalità politica di mettersi in rete che può anche essere la base per lo sciopero. Non intendo dire che nella vita contemporanea non c’è assemblea senza un insieme di connessioni digitali, o che non sappiamo nemmeno di essere assemblati se non mandiamo un messaggio che lo comunica. Tuttavia, l’assemblea può dare voce a certe rivendicazioni che devono essere comunicate attraverso il web. Di solito gli scioperi, soprattutto quelli internazionali, che sono molto interessanti, sono principalmente forme di messa in rete per la resistenza. Si tratta di una forma tra le altre possibili di associazione e alleanza tra gruppi, una forma che è legata all’assemblea anche se non sono esattamente la stessa cosa. Non c’è un’unica sfera pubblica per tutti, nemmeno internet è la stessa sfera pubblica per tutti, non tutti ce l’hanno e non tutti comunicano, non c’è un’unica sfera pubblica globale, non c’è una piazza mondiale. I media aiutano a fare in modo che succeda, quando succede. L’anno scorso coloro a cui non è assolutamente permesso di assemblarsi, i detenuti nelle prigioni palestinesi, negli Stati uniti e in altre parti del mondo, hanno fatto uno sciopero della fame. Molte persone che si opponevano alla pratica carceraria dell’isolamento sono andate in sciopero della fame e lo hanno fatto esattamente nello stesso momento. Hanno comunicato attraverso le reti di sostegno dei prigionieri, hanno creato un network internazionale senza bisogno di un’assemblea, hanno scioperato nello stesso momento per attirare l’attenzione dei media sul fatto che l’isolamento è una pratica disumana a cui tutti insieme si stavano opponendo. Alleanze a rete di questo tipo sono precisamente quello che è necessario per portare una questione al centro dell’attenzione politica. Anche lo sciopero delle donne è molto interessante perché non ha un solo centro, ed è accaduto in tutto il mondo in modi e luoghi diversi.
Infatti, lo sciopero dell’8 marzo è stato lanciato dalle donne argentine di Ni una menos con un appello internazionale che ha avuto un’incredibile risonanza in tutto il mondo. Non si è trattato di uno sciopero tradizionale, inteso come strumento di contrattazione sindacale, ma è stato un modo per rifiutare una condizione di violenza e oppressione che assume molte forme.
Lo sciopero della fame e quello delle donne non sono scioperi tradizionali, di tipo sindacale, ed è importante che siano accaduti. La cosa che mi pare più interessante sono i network che li hanno resi possibili e che hanno permesso che accadessero, perché questi network possono comporre movimenti globali di solidarietà. Se però si riducono a uno sciopero che dura per un certo numero di ore per un giorno solo, questo non è abbastanza, perché un’azione simbolica. Ma anche un’azione simbolica può aiutarci a vedere quali sono i network, chi sono le persone che ne fanno parte in Argentina, qual è la loro relazione con la Turchia, con Bologna o con il Sudafrica. Il punto è usare l’occasione dello sciopero simbolico per solidificare reti internazionali che possano poi produrre effettivamente un senso più forte della sinistra femminista transnazionale o dell’opposizione transnazionale alle condizioni inumane nelle prigioni.
Forse però ci sono delle differenze tra lo sciopero della fame in prigione e lo sciopero delle donne o quello dei migranti. In prigione diventa un modo di conquistare in primo luogo quello che chiami un «diritto di apparire» per mettere sul tavolo rivendicazioni che altrimenti sarebbero inascoltate. Lo sciopero delle donne e quello dei migranti hanno stabilito una linea di conflitto, nel caso dell’8 marzo la linea in cui si mostra che la violenza patriarcale è la base per la riproduzione di rapporti sociali di potere su scala globale. Da questo punto di vista è interessante che lo sciopero sia stato proposto in Argentina, dove la violenza contro le donne sta diventando un’arma sistematica del governo neoliberale.
Penso che anche lo sciopero della fame in prigione stabilisca una linea di opposizione, perché in prigione tu non comunichi, non ti riunisci in assemblea, non avanzi rivendicazioni soprattutto se sei in isolamento. La voce dei detenuti non si sente, hanno bisogno di altri che possano articolare la loro posizione, che parlino per loro, e attraverso quel network hanno trovato il modo di articolare una rivendicazione che altrimenti non sono nella condizione di avanzare e che riguarda la violenza strutturale delle prigioni, che è anche un confronto frontale con quella violenza strutturale. Osservando il modo in cui le prigioni funzionano in Brasile o in Argentina, diventa evidente la relazione delle prigioni con la violenza della polizia, con il femminicidio, possiamo trovare una violenza strutturale che le connette. Angela Davis lavora sulle prigioni negli Stati uniti e in Brasile e sostiene che la violenza delle prigioni si manifesta attraverso un razzismo che colpisce i poveri e le donne in modo strutturale, una violenza dello Stato che articola disuguaglianze sociali fondamentali. D’altra parte dobbiamo considerare che i media hanno i loro cicli. Quanto più ci appoggiamo ai media per creare connessioni transnazionali, tanto più dobbiamo stare attenti al modo in cui il ciclo dei media ci fa diventare una notizia che un attimo dopo scompare. C’è un momento in cui siamo in sciopero e poi chi se ne ricorda? Che cosa succede poi? Come si traduce questo in pratiche o nuovi network, in nuove possibilità per i movimenti? Il modo in cui i media gestiscono lo sciopero di un giorno può dargli vita per un momento e poi estinguerlo. Dobbiamo trovare modi per lavorare contro questa temporaneità dei media per sostenere le nostre connessioni politiche.
Il problema riguarda però la capacità di accumulare sufficiente potere da forzare i media a dare conto di quello che accade. Lo sciopero è precisamente un modo di dare prova di un potere, che è in primo luogo il potere di non essere vittime, di rifiutare una condizione di oppressione.
Sono d’accordo. Dire, come spesso fanno i media, che le donne non si mobilitano o che siamo ormai post-femministe per me non è altro che una barzelletta. Non sarò mai post-femminista. È grandioso avere un momento globale in cui le donne emergono in marcia, come è successo a Washington e in tutto il mondo il 21 gennaio, ma questo deve continuare a succedere, e abbiamo bisogno di scioperi e manifestazioni che abbiano le loro infrastrutture, i loro network, i loro modi di sviluppare fini e strategie e forme di resistenza. Dobbiamo costruire queste connessioni.
La marcia del 21 gennaio e lo sciopero dell’8 marzo hanno visto le donne protagoniste ma hanno coinvolto moltissimi altri soggetti. Le donne in queste occasioni hanno posto una questione generale, ad esempio rifiutando le politiche neoliberali che smantellano il welfare e che impongono proprio alle donne di farsi carico del lavoro riproduttivo e dei servizi che non sono più erogati dal pubblico. A questo riguardo, pensi che le donne, in virtù della loro posizione materiale e simbolica, possano avere anche una posizione specifica nella lotta contro le relazioni neoliberali di potere su scala globale?
Io penso che le donne debbano assumere una posizione politica specifica per via del fatto che sono prioritariamente responsabili di relazioni di cura nei confronti dei bambini o degli anziani, e quando i servizi dello Stato e pubblici sono distrutti dal neoliberalismo o dal fallimento di altre infrastrutture, penso che questo ponga su di loro un carico ulteriore che ha effetti anche sul lavoro produttivo. Vorrei dire anche, però, che è estremamente importante includere tra le donne anche le donne trans, che dobbiamo avere una visione più ampia di che cosa significa essere una donna, una visione che includa anche le donne che non prendano parte alla riproduzione o al lavoro domestico, che hanno scelto di non essere o semplicemente per altre ragioni non sono sposate, che hanno altre alleanze sessuali e sono senza figli. Le donne ora vivono forme sociali molto diverse che includono e devono includere anche le donne trans. Uno dei problemi che ho con l’idea che le donne siano completamente identificate con la sfera riproduttiva è che in questo modo si operano delle restrizioni. Se, nel cercare di dare una specificità e una visibilità alle condizioni materiali delle donne, stabiliamo una specifica comprensione simbolica di che cosa la donna è, tutte le donne ne sono colpite, diventa un limite.
Sono completamente d’accordo, e il punto mi sembra precisamente la possibilità di rifiutare quel modo di essere identificate come donne. Si tratta di rifiutare la divisione sessuale del lavoro che costringe le donne a occupare certi ruoli, proprio questo rifiuto diventa politicamente rilevante oggi. Ma allo stesso tempo l’idea di includere le persone trans nella categoria delle donne non rischia di limitare la possibilità di questo rifiuto, esattamente perché presuppone una definizione identitaria di che cosa sia «donna»?
Non credo. Sta già succedendo. Ci sono persone che vivono come donne, senza essere riconosciute come tali. E ci sono persone riconosciute come donne che non si pensano affatto come donne. Dobbiamo accettare che spesso la percezione sociale non corrisponde all’esperienza vissuta delle persone. Non è solo una questione identitaria perché riguarda il modo in cui sei trattata a casa, a scuola, nelle istituzioni religiose, nel lavoro, se sei chiamata nell’esercito, quale bagno usi… ci sono un sacco di questioni pratiche che dipendono dalla designazione di genere, che può anche avere implicazioni concrete sulla vivibilità o invivibilità della vita. Se qualcuno mi interpella come donna in un certo modo e si aspetta che io viva in quel modo, in certe circostanze sociali, non potrei vivere in quella società, dovrei andarmene, ci sono implicazioni concrete e materiali che seguono a questo tipo di designazione e penso che se ci limitiamo a parlare di questioni di identità ‒ come ti definisci, qual è il tuo pronome, se è una questione di scelta individuale e di nominare se stessi – ci sfugge il fatto che spesso si tratta di una questione di vita o di morte.
Capisco il punto ma mi piacerebbe insistere. Da una parte sostieni, e sono d’accordo, che sia necessario rifiutare l’identificazione delle donne con le loro funzioni riproduttive, con i ruoli di madre, moglie, di coloro che sono ‘naturalmente’ deputate alla cura. In questo senso non si tratta semplicemente di una scelta individuale, ma di contestare l’imposizione di un ruolo e di una posizione sociale e la riproduzione di un rapporto di potere che presuppone quel ruolo e quella posizione. Dall’altra sostieni che altre soggettività di genere dovrebbero essere considerate donne, perché questo colpisce materialmente la loro possibilità di vivere. È indiscutibile che sia necessario allargare il riconoscimento di diritti civili e sociali, ma non c’è una qualche contraddizione tra il primo e il secondo punto, nella misura in cui il primo implica il rifiuto di una definizione che comporta anche l’imposizione di un ruolo, mentre il secondo la presuppone?
Questo mi permette di chiarire quello che intendo. Penso che ci siano molte donne che vogliono essere e sono madri e questo significa molto per loro, e non dovrebbero rifiutarlo, è grandioso che siano madri, hanno un grande piacere a essere madri e a vivere come vogliono vivere, e ci sono donne che vogliono essere sposate ed essere sposate con uomini. E se lo vogliono e questo le soddisfa è giusto e non devono rifiutarlo. Ma dare una definizione di donna che valga per tutti è un errore. Perché questo limita le possibilità all’interno dello spettro di che cosa significa essere una donna. Ci sono altre che non vogliono essere madri ma si pensano nonostante tutto come donne, che hanno relazioni di convivenza senza essere sposate e non intendono farlo, e questo è un altro spettro di possibilità in quello che chiamiamo essere donna. E ci sono donne trans che sono donne in molti modi, che sentono con forza che questo è esattamente ciò che sono socialmente e psicologicamente, e vogliono vivere in quella categoria ma non hanno lo spazio di farlo. Non penso che quelle che sono sessualmente donne debbano rifiutare di fare figli o di sposarsi, non lo direi mai, ma ci sono lesbiche che vogliono sposarsi e questo va bene, e ci sono trans che vogliono avere figli e sposarsi e questo va bene, e se non vogliono sposarsi e avere figli potrebbero comunque essere coinvolte nella cura dei figli con altre persone, non dobbiamo prendere una sola scelta e renderla una norma per tutti, questa sarebbe una forma di violenza simbolica.
Lo sarebbe senz’altro. Ma non bisognerebbe perdere di vista una critica della famiglia come luogo in cui si organizzano rapporti di oppressione e di dominio. Se guardiamo la cosa dal punto di vista della libertà individuale è certamente necessario mantenere l’apertura che hai appena descritto. Ma istituzioni come il matrimonio e persino la scelta, certamente personale, della maternità vanno anche pensate in relazione al loro significato sociale, ai ruoli che prescrivono alle donne ed è in questo senso che sono state oggetto della critica femminista. Proprio questo cercavo di dire all’inizio: le donne in un certo modo hanno la possibilità, proprio perché si suppone che occupino certe posizioni, di criticare quelle istituzioni in quanto riproducono rapporti sociali di potere.
Capisco questo, ma penso che le istituzioni abbiano una storia, non sono le stesse in ogni cultura e contesto storico. Per esempio, se il femminismo vuole essere globale è estremamente importante che veda che non tutte le donne si muovono in una cornice di libertà individuale come in Europa, che ci sono diversi rapporti di connessione familiare e parentela che allargano la famiglia, e che questa non ha solo la forma della famiglia nucleare. Se pensiamo alla parentela e alla famiglia nucleare come una modalità di parentela tra le altre, e a relazioni di sostegno diverse dalla famiglia nucleare, partire da un modello occidentale è un’ingiusta imposizione culturale. Non mi interessa la questione della scelta personale e individuale, mi interessa di più che cosa è invivibile, è una cornice diversa, perché per alcune persone non sarebbe vivibile la struttura familiare o la struttura di parentela allargata, mentre per altre persone è l’unico modo per sopravvivere e fiorire, e altre persone vivono forme di ambivalenza fortissime nella struttura familiare, come uomini che si prendono cura della casa o curano i figli o sono in rapporti che non dipendono dalla divisione sessuale del lavoro. Ci sono alcune persone che stanno attivamente ristrutturando questi rapporti e ci stanno riuscendo in qualche misura, le famiglie lesbiche e gay non sono famiglie tradizionali, sono famiglie miti, ci sono madri dal primo matrimonio o dal secondo matrimonio, con un padre gay, le relazioni di amicizia possono dare strutture di parentela più elaborate. Non penso che possiamo risalire a Engels per trovare la famiglia come una struttura oppressiva che rimarrà sempre tale, l’analisi strutturalista non ci permette una concezione storica della famiglia, e io penso che ci serva un’analisi che ci permetta di capire come questa istituzione funziona.
Sono d’accordo che non si possa prescindere dalle condizioni storiche in cui si articola la critica alla famiglia. Ma mi pare anche piuttosto chiaro che nelle condizioni attuali, in Europa e non solo in Europa, il neoliberalismo sta riportando al centro una concezione tradizionale della famiglia, e quindi prescrivendo alle donne una specifica posizione, perché si tratta di una struttura fondamentale di riproduzione della società, tanto più in un contesto in cui la fine di ogni politica sociale impone un’assoluta individualizzazione delle responsabilità per la propria vita come quella che tu stessa descrivi nella tua riflessione. Mi pare che questo renda necessaria una critica femminista della famiglia e non solo l’idea che debba essere allargata a figure che non rientrano nel suo modello.
Capisco quello che dici e possiamo complicare ancora di più questa situazione perché abbiamo un femminismo neoliberale, abbiamo Hillary Clinton, lei si è fatta da sola, è un autoimprenditrice, vuole che le donne avanzino negli affari, che facciano le piccole imprenditrici, si è forse preoccupata se la cura dei figli sia finanziata e non sia soggetta a tagli e coinvolta in politiche di austerità? Avrebbe dovuto! E invece è con i Clinton che sono cominciati i tagli ai welfare e l’abbattimento di tutto quello che è rimasto della socialdemocrazia negli Stati uniti. Molte donne non hanno votato per lei, molte donne nere non si sono sentite rappresentate da lei, molte donne bianche povere non si sono sentite rappresentate da lei, il suo femminismo è completamente centrato sull’autoavanzamento e questo è l’obiettivo neoliberale.
Questo è stato un punto ampiamente dibattuto nell’accademia negli Stati uniti quando Nancy Fraser ha sostenuto che il femminismo è diventato l’ancella del neoliberalismo, e che questo è accaduto nel momento in cui le identity politics hanno preso il posto delle istanze di redistribuzione della ricchezza durante gli anni ’80.
Penso che anche qui dobbiamo distinguere il femminismo che è diventata una politica ufficiale di Stato, anche se per certi versi non lo è più, non abbiamo più femminismo nelle istituzioni e nemmeno donne, è stato un colpo di coda durissimo. Ma molti aspetti del femminismo socialista, del movimento delle donne contro la violenza, o dei movimenti contro la povertà che in modo sproporzionato colpisce le donne non sono stati ascoltati dal femminismo ufficiale. Ed è una pena vedere come il femminismo sia stato incorporato, ne saranno forse contente le femministe liberali, che sono soprattutto o esclusivamente bianche, ma la critica del liberalismo o del neoliberalismo non è certo esaurita.
Questo ci riporta alla capacità dei movimenti di consolidarsi. Nelle tue note sulle assemblee hai molto insistito sul fatto che le assemblee sono temporanee, contingenti, e sottolinei che ciò non è necessariamente un limite perché possono accadere in ogni momento. Questa idea di contingenza o transitorietà come si confronta con il problema della continuità e dell’organizzazione delle assemblee? Se la contingenza è il modo di essere delle assemblee, non c’è il rischio che solo la loro rappresentazione nelle istituzioni possa dare loro continuità?
Oltre alla temporaneità io ho sottolineato che le assemblee possono articolare un certo tipo di critica. Per esempio anche lo sciopero delle donne dell’8 marzo ha articolato dei principi, per cui il punto diventa come quei principi sono tradotti in pratiche e organizzazione e movimento. Penso che il grande momento pubblico abbia un’importanza quando i principi che annuncia sono raccolti da altri tipi di movimento che magari non sono così spettacolari e pubblici. Ma c’è un altro punto che mi interessa sottolineare: un’assemblea che dura molto tempo diventa un accampamento, o magari un’occupazione, che dura più tempo o si allarga e può diventare un movimento sociale e anche una lotta rivoluzionaria. A seconda da quanto spesso accadono, da quanto grandi diventano, da quanto a lungo durano, puoi tracciare il modo in cui ciò che comincia come un piccolo gruppo di persone che si riunisce può trasformarsi nel tempo e nello spazio in un più largo e sostenuto movimento sociale. Questo mi interessa e mi porta a pensare allo sciopero generale, non uno sciopero per un giorno, non «oggi non lavoriamo», ma «non lavoreremo più finché non cambiano le condizioni», non solo questo giorno ma ogni giorno finché queste condizioni sono mantenute. Lo sciopero generale è il rifiuto di un regime, di un’intera organizzazione del mondo, della politica, di un regime di apartheid, di un regime coloniale, li abbiamo visti abbattuti dai movimenti di massa. So che la gente dice che i movimenti non possono fare niente, invece lo fanno, sbagliamo a sottovalutare il potere dei movimenti di massa, ma ci vuole tempo per accumulare e la gente deve avere più di qualche slogan per andare avanti, devono sapere che ci sono principi, un’analisi, per potersi considerare parte di quello che sta succedendo e che quello che accade in una parte del mondo è connesso a quello che succede da un’altra parte. Se pensiamo alle popolazioni che sono rese precarie dalle politiche economiche neoliberali, o da governi autoritari, o dalla decimazione dei beni pubblici, dei sussidi, dell’educazione, della salute, ci sentiamo molto soli finché non realizziamo che altri stanno facendo esperienza dell’accelerazione e intensificazione della povertà o dell’abbandono o della perdita del lavoro. Deve essere chiaro che questo accade sul piano transnazionale e deve essere messo in termini che la gente possa capire, perché possa riconoscere l’ingiustizia della propria sofferenza. C’è il pericolo che la gente pensi che la propria situazione è solo un problema locale, quando invece ha una dimensione transnazionale. E se possiamo tornare indietro alla lotta al femminicidio, quella è un’enorme ispirazione per me, perché ci sono statistiche terribili su quante donne e quanti trans sono uccisi in un posto come l’Honduras, che forse ha le statistiche peggiori, in Brasile in Argentina, sono statistiche sconcertanti, ma lo sforzo di costruire network tra le donne e quelli che si oppongono ai femminicidi è impressionante. Mi rendo conto di quanto duro debba essere leggere quelle statistiche, riunirsi e fare un’analisi che la gente possa accettare e quanto è stato importante per quel movimento essere prima di tutto interamericano, e che i tribunali abbiano dichiarato il femminicidio un crimine. Il problema è che la polizia in tutti quegli Stati non ha nessuna intenzione di farsi carico del crimine e riconoscerne l’importanza, e spesso arrestano le donne che denunciano, è un terrorismo di Stato inflitto a coloro che portano questo problema in pubblico, perché la struttura del patriarcato locale e le alleanze patriarcali tra la polizia e lo Stato sono molto forti. Il modo in cui le reti delle donne stanno andando fuori dalle strutture dello Stato, in cui si mettono in relazione con le organizzazioni per i diritti umani e si rivolgono alle corti interamericane e producono alleanze transnazionali non dipende dal potere dello Stato, ma chiede conto allo Stato della sua complicità. Penso che questo sia enormemente interessante, è una mobilitazione che è oltre e contro lo Stato ed è transnazionale, quindi penso che dovremmo studiare questi movimenti e trarne ispirazione. Forse non sono ancora riusciti a porre fine a questa pratica atroce, ma hanno allargato la possibilità di farsi ascoltare, ora il mondo sa che cosa accade, e hanno prodotto network per supportarsi e sviluppare impressionanti pratiche di resistenza.
«“Se ci limiteremo a fare dell’accoglienza”, ha concluso Barbara Spinelli, “non li avremo veramente salvati, ma avremo solo suggellato il loro sradicamento”».
Il blog di guidoviale, 30 settembre 2016 (c.m.c.)
Sabato scorso a Milano quasi quattrocento persone, in due sale tra loro distanti e collegate in streaming (Palazzo Reale e Camera del lavoro: una sola non bastava a contenere tutti), hanno seguito per l’intera giornata il convegno "Il secolo dei rifugiati ambientali?" Promossa da Barbara Spinelli con il gruppo parlamentare europeo GUE/NGL, l’iniziativa è stata organizzata dalle associazioni Laudato sì – Credenti e non credenti per la casa comune, CostituzioneBeniComuni e Diritti e Frontiere con il sostegno del gruppo consiliare Milano in comune e del Centro europeo Jean Monnet.
Numero e qualità dei relatori hanno funzionato da richiamo, ma le adesioni dimostrano anche che finalmente si comincia a capire che, volenti o nolenti, questo è il tema più urgente e impegnativo del presente e degli anni a venire. Le relazioni in programma, divise in quattro sezioni, ciascuna delle quali affidata alla moderazione di una delle quattro parlamentari europee presenti, si sono succedute a ritmo serrato.
Numerosi i momenti di confronto, le valutazioni non sempre convergenti e le suggestioni che le associazioni promotrici sottoporranno nei prossimi mesi a verifica in altri incontri sui temi che questa prima iniziativa ha posto sul tappeto. E non è mai mancata, nel susseguirsi degli interventi, quella connotazione emotiva di chi mette al centro del suo impegno non solo l’elaborazione di dati e analisi, ma soprattutto l’esistenza di persone esposte a rischi e sofferenze di ogni genere, il cui destino è indissolubilmente legato al nostro modo di stare al mondo e di praticare la convivenza. Qui si accenna solo a quattro temi che hanno dominato il dibattito.
Il primo è l’ambito e la legittimità della qualifica (o “etichetta”) di “rifugiato ambientale”. La convenzione di Ginevra garantisce protezione internazionale alle vittime di guerre e persecuzioni politiche, religiose o sociali, ma non contempla questa figura. Secondo Roger Zetter dell’Università di Oxford il tentativo di estendere la stessa protezione a coloro che hanno abbandonato il loro paese a causa di disastri o del degrado ambientale crea più problemi che vantaggi: diluisce il concetto di profugo, riducendo l’esigibilità dei diritti che oggi gli vengono riconosciuti. Ma soprattutto è dubbia la verifica della condizione di profugo ambientale, perché il rapporto tra degrado ambientale ed esodo non è mai diretto; molti altri fattori si vanno ad aggiungere nel corso del tempo nel motivare l’abbandono di un paese e nel definirne le tappe intermedie.
“L’ambiente non perseguita” come fanno invece un regime o una guerra. Ciò non implica certo che non ci si debba far carico dei problemi creati a intere popolazioni dai cambiamenti climatici o dal degrado ambientale; ma il problema va affrontato con un approccio diverso da quello del diritto di asilo. A questa posizione si è contrapposto François Gemenne dell’Università di Versailles-Saint Quentin che, evidenziando l’avvento dell’antropocene, l’era geologica in cui le principali trasformazioni del pianeta sono riconducibili all’opera dell’uomo, ne trae la conclusione che a provocare l’esodo delle persone e delle popolazioni colpite da disastri o degrado ambientale non è “l’ambiente”, ma siamo noi: gli abitanti dei paesi sviluppati, con i nostri consumi, il nostro stile di vita, il nostro sistema economico, che mettono in forse la vita di miliardi di altri esseri umani. Per questo i profughi ambientali sono vittima di una persecuzione vera e propria e come tali hanno diritto a una protezione non meno di chi è perseguitato da guerre o regimi.
Il secondo tema emerso con forza è la dimensione planetaria del disastro ambientale, giunto ben al di là di quanto politici e media lascino credere, di fatto nascondendolo. Un dato messo in luce da quasi tutti gli interventi, ma soprattutto da Emilio Molinari, prendendo spunto dalle crisi idriche in corso o attese nei prossimi decenni, e da Vittorio Agnoletto, che si è soffermato sul land grabbing e sull’imposizione, tramite trattati di partenariato, di rapporti di scambio devastanti con i paesi del Sud del mondo. L’origine dei profughi ambientali è questa. La cosa era stata prevista e denunciata da tempo da esperti e agenzie varie: tra cui il Pentagono, che già nel 1994 aveva scritto che Europa e USA si dovevano attrezzare militarmente per respingere i flussi che quei disastri avrebbero provocato, pena il rischio di esserne sommersi. E’ l’individuazione nei profughi dei nemici dell’Occidente del 21esimo secolo!
I numeri li ha poi forniti soprattutto Stephane Jaquemet, delegato dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati: tra l’altro, 27,8 milioni di sfollati interni (quelli che non hanno varcato i confini del loro paese) nel 2015. Guerre e violenze ne hanno creato 8,6 milioni; i disastri ambientali 19,2. Tra il 2008 e il 2014 157 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le loro terre e almeno un terzo di loro non ha più potuto farvi ritorno. Solo una frazione infinitesima di quei flussi ha sfiorato l’Europa, i cui governi trovano però la cosa insostenibile.
Sull’intreccio tra guerre, degrado ambientale, ma anche tra degrado e progetti cosiddetti di sviluppo, si è soffermata Marica Di Pierri, portavoce dell’associazione A Sud, mostrando come le aree interessate da questi tre fenomeni si sovrappongano quasi sempre sulla carta geografica. Francesca Casella ha citato l’intervento della cooperazione italiana con l’impresa Salini nella costruzione di un sistema di dighe nella valle dell’Omo (Etiopia) che ha provocato espulsione e massacro di un’intera popolazione: il risvolto nascosto di tante Grandi Opere.
Sul rapporto tra giustizia sociale e giustizia ambientale, cioè rispetto della Terra, della Natura, dei suoi cicli, dei suoi diritti, è intervenuto Giuseppe di Marzo, coordinatore delle campagna Miseria Ladra, Reddito di Dignità e Patto sociale per Libera, mentre il Coordinatore per l’ecosostenibilità della Cooperazione allo sviluppo Grammenos Mastrojeni ha spiegato come delle due grandi matrici ambientali maggiormente colpite dal degrado ambientale, oceani e suolo, il secondo sia quello dove è più facile intervenire perché, affidando alle popolazioni locali la gestione di progetti per restituire fertilità del suolo, se ne salvaguardia l’identità sociale, e con essa un’alternativa all’emigrazione e una possibilità di ritorno; mentre la desertificazione disgrega le comunità e rende impraticabile la coesione e la cura del territorio.
Infine, il tema dell’accoglienza è stato affrontato di petto da don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità di Milano e animatore dell’associazione Laudato sì. L’emergenza di cui si parla non è la nostra, ma è di coloro che arrivano: sono i portatori di una rivendicazione di diritti e di dignità, mentre noi li “categorizziamo” in profughi e migranti economici per poterli respingere e nasconderci l’origine del problema. La politica non riesce a vedere nei nuovi arrivati una risorsa, ma solo un problema.
Per questo occorre “deistituzionalizzare” l’emergenza, riconoscendo a tutti i diritti fondamentali di cittadinanza. Sulle politiche di respingimento fondate su accordi con le peggiori dittature, come quella eritrea di Afarwerki, che obbliga tutti a un servizio militare permanente in una guerra che dura da decenni, si è soffermato Padre Mussa Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia, e sono ritornati molti oratori; soprattutto Fulvio Vassallo Paleologo, docente di Diritto di asilo a Palermo, per denunciare il fatto che le politiche europee nei confronti dei profughi si riducono ormai tutte all’ esternalizzazione dei confini, cercando di affidare il contenimento di quell’esodo a regimi che non rispettano i più elementari diritti umani.
Elly Schlein, parlamentare europea del gruppo S&D, ha sintetizzato in un unico intervento i punti critici delle politiche dell’Unione Europea in materia; ma il senso complessivo del convegno era stato anticipato dalla relazione introduttiva di Barbara Spinelli: occorre risalire alle radici dei processi di espulsione dei profughi ambientali; rivedere le teorie economiche il cui concetto di sviluppo provoca in realtà i danni che sono all’origine di quei flussi; ma soprattutto attrezzarsi per intervenire sull’origine dei processi. Troppo spesso l’accoglienza, anche quella virtuosa praticata da molte ONG, si limita a compiti di tipo infermieristico: alleviare le sofferenze dopo che i danni sono stati provocati, invece di combatterne le cause. Addirittura ci sono ONG che si dedicano a “curare le ferite” sociali provocate dagli investimenti delle organizzazioni che le finanziano.
E’ il caso, per esempio, delle ONG che fanno capo a George Soros, investitore nel carbone e proprietario di azioni di imprese giganti come Peabody Energy and Arch Coal. “Se ci limiteremo a fare dell’accoglienza”, ha concluso Barbara Spinelli, “non li avremo veramente salvati, ma avremo solo suggellato il loro sradicamento”
«Perché questo referendum? La domanda è tutt’altro che retorica. Infatti, se è vero che si attende una vittoria schiacciante del “no”, è altrettanto vero che non è per nulla chiaro quali saranno gli esiti effettivi o formali di questa vittoria». La
Repubblica, 1 ottobre 2016 (c.m.c.)
L’Ungheria sarà la protagonista politica di questa prima domenica di ottobre, se non altro in Europa e tra coloro che osservano con attenzione e ansia l’evoluzione ideologica degli stati dell’Unione dopo Brexit. I cittadini ungheresi sono chiamati alle urne per esprimersi sul seguente quesito referendario: «Volete che l’Unione Europea abbia il potere di rendere obbligatorio l’insediamento in Ungheria di cittadini non ungheresi anche senza l’approvazione» del parlamento ungherese?
La costruzione del testo del referendum è un fatto molto politico, nonostante lo stile di burocratica imparzialità con il quale si presenta agli elettori. Questo testo in particolare è concepito e scritto in modo da disporre la mente degli ungheresi verso una sola risposta, che è naturalmente negativa. Infatti quale popolo sovrano portato alle urne su un tale quesito accetterebbe di votare contro la propria sovranità?
Il referendum ungherese è a tutti gli effetti una consultazione sull’Europa, inteso a surriscaldare l’opinione pubblica con sentimenti nazionalisti. Si annidano qui due forme di nazionalismo: quella tradizionale, che invoca la sovranità del Parlamento, e quindi dei cittadini, su chi può essere ammesso a risiedere nel territorio nazionale; e quella meno tradizionale, che ambisce a spingere l’Europa stessa verso politiche euro-nazionalistiche, ovvero di chiusura dei confini continentali. E siccome l’Ungheria si trova, per caso, a condividere una porzione dei confini europei (per giunta quella parte di essi più esposta alle migrazioni da sud-est), l’implicazione del referendum è a ben vedere anche quella di accreditare l’esistenza di una lotta in difesa delle frontiere europee.
Perché questo referendum? La domanda è tutt’altro che retorica. Infatti, se è vero che si attende una vittoria schiacciante del “no”, è altrettanto vero che non è per nulla chiaro quali saranno gli esiti effettivi o formali di questa vittoria. Infatti, nonostante “l’appello al popolo” voluto dal capo del governo Victor Orbán, il referendum non sembra poter rovesciare la decisione presa lo scorso anno dagli stati-membri della Ue di distribuirsi gli obblighi di accoglienza nei confronti dei richiedenti asilo. E non sembra neppure avere conseguenze reali sul piano legislativo.
C’è quindi da pensare che questo referendum abbia a tutti gli effetti una natura propagandistica e cerchi di alzare l’attenzione verso Bruxelles — voluto cioè per corroborare i già forti sentimenti anti-migranti e tenere alta la temperatura nazionalista, ungherese ed europea. Il referendum sembra voler ricercare appoggio ideologico interno e da parte di altri stati membri con l’intento di far pendere la politica di Bruxelles verso questi recalcitranti nazionalismi.
Ma il referendum ha altri due scopi dimostrativi, messi ben in luce da Jan-Werner Müller sul sito online di Foreign Policy: innanzitutto, quello di riconfermare una linea anti-europeista che può far guadagnare all’Ungheria la già attiva cooperazione con la Russia di Vladimir Putin; e poi quello di distrarre gli ungheresi dai problemi economici pressanti e consentire ad Orbán di consolidare la sua credibilità con Angela Merkel, il destinatario sottotraccia di questo referendum. Il cui paradosso, nel cavalcare un nazionalismo anti-europeista, è di far acquistare ad Orbán più peso in Europa, come il leader più coerente della “cultura nazionale cristiana” europea contro il pericolo esterno di una “invasione musulmana”.
L’Europa, dunque, come un veicolo per rafforzare e legittimare il nazionalismo degli stati. E un referendum che vuole sventolare la bandiera nazionalista non per lanciare una sua “Brexit”, ma per accrescere il proprio peso a Bruxelles. L’Europa resta l’orizzonte di riferimento più che l’obiettivo di ostilità nel quale questo referendum ungherese è stato indetto. Viene da chiedersi che cosa sarebbe oggi del nazional-populismo senza l’Europa.
Riferimenti
Vedi su eddyburg il documento, inviato a tutti gli ungheresi, con il quale il governo Orbàn argomenta (si fa per dire] la scelta che vuole inculcare negli elettori
Migranti, domenica l'Ungheria vota il referendum voluto dal premier nazionalconservatore: per fare vincere il "no" Orban ha spedito a tutti gli ungheresi un opuscolo, di cui riportiamo la traduzione in inglese (anche scaricabile dal link). TheBudapest beacon.com, 30 settembre 2016 (i.b.)
L'OPUSCOLO DEL GOVERNO FASCISTA
DELL'UNGHERIA
Sintesi
(di seguito il testo in inglese
e il link al testo originale in formato .pdf)
“Dobbiamo fermare Bruxelles” è il titolo di un opuscolo che il governo fascista di Orban ha inviato a casa di tutti i cittadini ungheresi per indurli a votare NO al referendum che si svolgerà domenica 2 ottobre contro l’ingresso nel paese di quote di immigrati stabilito dalla UE.
Secondo alcuni giuristi, il referendum è illegale perché l’Ungheria è tenuta a rispettare le decisioni di Bruxelles, ma Orban ha organizzato una martellante propaganda xenofoba e razzista che rischia di avere successo.
L’opuscolo si compone di 18 pagine che oltre a informazioni pratiche sulle modalità del voto contengono una serie di messaggi, ognuno dei quali fa da premessa all’invito a votare contro l’accoglienza di immigrati. Questi i messaggi:
1- Abbiamo il diritto di decidere con chi vogliamo vivere
2- Non possiamo permettere che il futuro del nostro paese sia deciso da altri
3- L’immigrazione sta mettendo a rischio il futuro dell’Europa
4- Le elite di Bruxelles dicono che l’Europa ha bisogno di nuova forza lavoro, ma in Europa ci sono già 21,4 milioni di disoccupati
5- L’Ungheria protegge le sue frontiere
6- La recinzione sul confine meridionale ha migliorato la situazione. Tuttavia il pericolo permane e bisogna rafforzare le misure di sicurezza
7- L’immigrazione illegale aumenta il rischio di terrorismo
8- Viktor Orban dice quello che molti leaders pensano, ma non dicono
9- L’insediamento obbligatorio di immigrati mette a rischio la nostra cultura e i nostri costumi
10- Nelle grandi città europee dove vivono molti immigrati ci sono “no-go zones” che le autorità non sono in grado di controllare
11- Bruxelles vuole far pagare delle multe ai paesi che vietano l’ingresso degli immigrati
12- L’entità della multa corrisponde a quanto un ungherese guadagna in 39 anni di lavoro
13- Mandiamo un messaggio a Bruxelles!
14- Tenendo conto del ritmo degli arrivi, in 5 anni avremmo l’equivalente di una città interamente abitata da immigrati.
The Budapest beacon
“WE MUST STOP BRUSSELS!"
REFERENDUM BOOKLET
WARNS HUNGARIANS
“We must stop Brussels! We can send a clear and unequivocal message to Brussels with the referendum. We must achieve that it withdraws the dangerous proposal. For this we must vote no.” – Page 14.
The government of Hungary has sent 4.1 million, full-color, B4-sized booklets to Hungarians at home and abroad making the government’s case for why Hungarians should vote “no” in the national referendum on October 2.
Hungarian Prime Minister Viktor Orbán has staked his political prestige (and that of his national conservative government) on the outcome of the referendum. In order for it to be valid, one half of the electorate plus one must cast a valid vote on the question:
Do you want for the European Union to be able to mandate the obligatory settlement of non-Hungarian citizens in Hungary without the approval of the National Assembly?
The national conservative government of Orbán is leaving no stone unturned in its quest to inform the Hungarian voting public of the dangers posed by illegal immigration so that the overwhelming majority of them will vote “no”.
Legal experts and opposition leaders alike argue that the referendum question is moot and the referendum itself is illegal, as Hungary’s “obligation” in this matter arises from international treaties and not from acts of parliament. But this has not prevented Orbán from wallpapering the country with xenophobic billboards and bombarding the viewing and listening public with anti-Brussels advertisements at horrific cost to taxpayers.
For the benefit of our readers who reside in Hungary but do not read Hungarian, below is our translation of the 18-page booklet, including front and rear cover.
Front cover (right): Referendum 2016 against the forced settlement. Let’s send Brussels a message they can understand too! October 2nd
Rear cover (left): Let’s vote no! Referendum 2016 against the forced settlement.
Page 1 (left): We have a right to decide who we want to live with
Europa is living in times of crisis. In 2015, a country’s worth, more that 1.5 million illegal immigrants arrived in Europe.
Brussels, instead of stopping the people’s migration, plans the further settlement of tens of thousands of migrants.
It is unlawfully preparing for the member countries, including Hungary, to settle immigrants.
Page 2 (right): We cannot allow our country’s future to be decided by others.
Only we Hungarians can decide with whom we would like to live. To this end, the government has initiated a referendum against forced settlement.
The referendum question:
Do you want for the European Union to be able to prescribe the obligatory settlement of non-Hungarian citizens in Hungary without the approval of the National Assembly?
Page 3 (left): The migration of people is jeopardizing Europe’s future.
Year by year, the number of illegal immigrants is growing in Europe. The European elite deny the problem.
Europe does not protect its borders.
Brussels thinks that immigration is a good way to deal with population decline and labor shortages. Hungary rejects this approach.
Page 4 (right): The Brussels elite argues that new labor is needed in Europe. However, the situation is that there are already 21.4 million unemployed seeking work in Europe, and of those 12.4 million are long-term unemployed.
Exhibit: The number of illegal immigrants arrived in Europe: 336,000 in 2012, 432,000 in 2013, 627,000 in 2014, 1.5 million in 2015
Page 5 (left): Hungary protects its borders
The Hungarian government built a border fence for the protection of Europe and Hungary, for which the European politic and press launched a campaign against it. In spite of this, more and more have come to support the Hungarian solution.
Instead of forced settlement, protection of the outer borders is needed, so that you can still travel unimpeded within the Union.
Page 6 (right): The southern safety border fence ameliorates illegal immigration. Nevertheless, the danger still remains, which is why we must protect the borders by any means. To this end, the Hungarian government has brought a 10-point plan of action to EU leaders called Schengen 2.0. In it, the government makes proposals for the strengthening of the border protection system.
“Many people are going to thank Hungarian Prime Minister Orbán for what he has done on his borders.” – Horst Seehofer, Bavarian Prime Minister, N24 German news TV
Exhibit: Number of arrived immigrants in 2015: 390,638 before securing the border, 746 after securing the border
Page 7 (left): Illegal immigration increases the threat of terror
We reject forced settlement, because it would increase the danger of terror.
The immigrants largely come from places where European states are engaged in military campaigns. This significantly increases safety risks.
Terrorists consciously and in a well-organized manner take advantage of the lack of control, so that they can slip in with the crowds of immigrants. No one can say how many terrorists have arrived so far among the immigrants.
Page 8 (right): Viktor Orbán “loudly announced what many leaders think but don’t talk about because of political correctness.” – Beata Szydlo, Polish prime minister, TVN24 Polish news TV
The Paris and Brussels attacks proved that there is a very close relationship between immigration and terrorism.
Exhibit: January 2015, Paris, 17 dead + 22 wounded; November 2015 Paris, 130 dead + 368 wounded; March 2016, Brussels, 32 dead + 340 wounded; July, Nice, 86 dead + 303 wounded.
Page 9 (left): Forced settlement endangers our culture and our customs.
Obligatory resettlement would change Europe and Hungary’s ethnic, cultural and religious composition. Illegal immigrants don’t respect our laws, and they don’t want to share in our common cultural values.
If we don’t take action, in a couple of decades we won’t recognize Europe.
“I agree with Viktor Orbán that Europe needs strong outer borders.” – David Cameron, ex-British Prime Minister, in a joint press conference with Viktor Orbán
Illegal immigrants do not respect European norms, among others the rights of women. Since the immigrant crisis began the number of assaults on women has grown by leaps and bounds.
Page 10 (right): Several hundred “No-Go” zones in Europe’s big cities
The so-called “no-go” zones are areas of cities that the authorities are unable to keep under their control. Here the recipient society’s written or unwritten norms do not apply. In those European cities, where immigrants live in great numbers, several hundred “no-go” zones exist.
Page 11 (left): Brussels’ dangerous plans
Based on the European Commission proposal, those member countries that would not like to resettle migrants will be fined.
The size of the fine would be 78 million forint per immigrant.
By contrast, one Hungarian receives 1 million forints of assistance over a period of seven years.
Exhibit: Brussels would impose a fine of HUF 78 million per immigrant on those member states that say no to the forced settlement.
One Hungarian gets HUF 1 million in under seven years.
Page 12 (right): Brussels has proposed a fine of such a sum, that a Hungarian person on average must work 39 years to earn.
Page 13 (left): Let’s send a message to Brussels!
The Hungarian government has initiated a referendum against forced resettlement.
The referendum is necessary because Brussels has proposed that immigrants arriving in the European Union should be distributed based on a predefined quota among member states of a compulsory nature.
Page 14 (right): Taking into account the current rate of immigration and family reunification, within a period of five years a city’s worth of people could be settled in Hungary.
Brussels must be stopped!
We can send a clear and unequivocal message to Brussels with the referendum.
We must achieve that it withdraws its dangerous proposal.
For this we must vote no.
Pages 15 and 16 contain information about the referendum itself, including the hours polls open and close, what documents voters need to present in order to vote, and how to vote abroad.
Page 17 features a photograph of the Hungarian National Assembly.
Page 18 (right): Let’s stay in touch:
Stay in touch with us and be informed of the most important governmental measures. Fill in the attached form, put it in an envelope, and send it to us. Address: The Cabinet Office of the Office of the Prime Minister 1896.
Name:
Address:
Email:
Mobile tel.:
Land line:
Signature:
The form is followed by a lengthy disclaimer giving the government the right to use the information to contact the sender.
Qui il testo originale inviato dal governo Orbàn
Il manifesto, 30 settembre 2016 (p.d.)
Un terremoto: così i residenti di Aleppo descrivono l’agonia della città, bombe e missili scuotono letteralmente la terra sotto i piedi. Ora si combatte in città vecchia, simbolo di bellezza e abbondanza evaporate nei fumi della guerra civile: ad Aleppo non si trova più neppure il pane.
Non si trovano acqua, medici e medicine, i gesti della vita quotidiana. I bambini conoscono solo la lotta giornaliera per la sopravvivenza. Con la fastosità di Aleppo è evaporata anche l’infanzia. Rami Adham prova da qualche anno a metterci una pezza: siriano finlandese, è noto come il «contrabbandiere di giocattoli»: palloni da calcio, barbie, peluche, 70 kg di giochi alla volta che nelle sue 28 visite in Siria ha portato con sé.
Alla Bbc Rami dice di voler «preservare gli eroi che rappresentano il futuro della Siria». C’è da chiedersi quale sia il futuro per un paese di cui metà della popolazione, 11 milioni di persone, è rifugiata all’estero o sfollata all’interno, che piange quasi mezzo milione di morti e legami sociali in frantumi. Aleppo ne è l’esempio, divisa a metà tra governo e opposizioni.
L’ultima settimana ha visto una terribile escalation: Damasco avanza via terra, decisa a «spazzar via i terroristi»; le opposizioni non arretrano per non lasciare spazio al compromesso politico. I numeri delle Ong sono terrificanti: 100 bambini uccisi e 223 feriti secondo l’Unicef da venerdì, quasi 500 civili morti da lunedì 19 settembre, solo 35 medici presenti nei quartieri est. Altri due ospedali sono stati colpiti ieri da missili, centrate anche due panetterie, tra le poche ancora aperte e con lo scarso cibo a disposizione che ha raggiunto prezzi stellari.
Di certezze ce ne sono poche ad Aleppo. Una di queste è che il conflitto non finirà a breve: secondo fonti delle opposizioni e ufficiali Usa, Washington avrebbe autorizzato le petromonarchie del Golfo a rifornire i “ribelli” di missili anti-aereo Manpad, preoccupando molti osservatori: l’equipaggiamento, come quello inviato prima, finirà nelle mani delle opposizioni militarmente più efficaci, l’ex al-Nusra e la galassia salafita che la sostiene pur sedendosi al tavolo di Ginevra e che da agosto ha ammassato ad Aleppo migliaia di miliziani per la cosiddetta battaglia finale.
Eppure sulla città si aggira ancora il fantasma della tregua che genera solo false speranze. Ieri Casa Bianca e Cremlino hanno riproposto, ognuno a modo suo, la stantia promessa del dialogo mescolata a intimidazioni reciproche. Il segretario di Stato Usa Kerry ha minacciato di chiudere se Mosca non interrompe subito i raid, ma fonti dell’amministrazione parlano già di reazioni militari suggerite ad un recalcitante Obama.
La Russia risponde: le dichiarazioni Usa sulla Siria – ha detto il vice ministro degli Esteri Ryabkov – sostengono il terrorismo. Ha poi rigettato la proposta di 7 giorni di tregua, «inaccettabile» perché volto a far riorganizzare le opposizioni e rilanciato: 48 ore per far arrivare degli aiuti, quelli che durante il cessate il fuoco dal 12 al 18 settembre non sono stati consegnati.
Il gap tra Washington e Mosca, impegnate in un braccio di ferro che travalica le frontiere siriane, si amplia irrigidendo le posizioni dei due fronti: quello pro-Assad, guidato dalla Russia e sostenuto da Iran e Hezbollah; e quello del composito fronte di opposizione, gestito dal Golfo e ufficialmente solo in parte dagli Stati Uniti.
Qui sta la base fragile della strategia Usa: mentre Putin è sponsor di un solo soggetto, Assad, figura che incarna gli interessi russi, Obama deve giostrarsi tra innumerevoli attori. Se dietro le quinte gli Usa riforniscono di armi i “ribelli”, consapevoli che una buona parte finisce ai qaedisti, in pubblico è impossibile sostenere apertamente questa porzione delle opposizioni. Eppure sanno che si tratta della più radicata e meglio armata, la sola che può dare filo da torcere all’esercito governativo.
«Muri, fili spinati, guardie di frontiera, non serviranno a niente; da quei paesi e da tanti altri si continuerà a scappare inseguendo il sogno europeo a costo della pelle.Teniamone conto perché i confini, avvantaggiano solo i padroni». R
ifondazione.it, 29 settembre 2016 (c.m.c.)
Un campo minato. A questo somiglia oggi l’Europa dei 27 e nei prossimi mesi, se non giorni, il numero delle zone a rischio del continente potrebbero aumentare sensibilmente. E la cartina di tornasole per cogliere meglio tale situazione critica è quello della circolazione dei migranti.
Aumentano infatti non solo le frontiere esterne realizzate per impedire l’accesso in UE delle persone in fuga ma si rafforzano quelle interne, in una parcellizzazione dei confini che porta al naufragio della stessa idea di Europa.
Sono iniziati i lavori per realizzare a Calais, un muro che impedirà il passaggio di chi dalla Francia cerca di raggiungere il Regno Unito. Il governo francese giudica questo un “problema interno”. Hollande si è recato nel campo “jungle”della cittadina e ha riaffermato l’intenzione di smantellare qualsiasi insediamento. Difficile pensare che, tanto il muro britannico quanto gli sgomberi francesi produrranno effetti positivi, aumenteranno soltanto le tensioni.
Il 2 ottobre prossimo si voterà in Ungheria per decidere se accettare o meno il piano di ricollocamento profughi proposto e già fallito in sede UE 15 mesi fa. Dei 160 mila giunti soprattutto in Grecia ed Italia che dovevano poter trovare posto nel territorio degli altri Stati membri in 2 anni, ad oggi poco più di 3000 persone hanno trovato collocazione. Dall’Italia si sono mossi 800 rifugiati.
Ai paesi ospitanti l’UE avrebbe garantito 6000 euro per ogni richiedente asilo accolto. A quelli considerati di arrivo e quindi paesi base per far partire la ricollocazione, Italia e Grecia si garantiscono 500 euro a persona per il trasporto. Anche l’Ungheria di Orban doveva poter ricollocare i 54 mila migranti giunti nel suo territorio ma gran parte sono già stati cacciati e il voto di ottobre sancirà che in Ungheria non debbano entrare più profughi. Simili posizioni, con sfumature più o meno cruente, hanno preso Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia e Bulgaria. In pratica nessun aiuto dall’Est. Bulgaria e Ungheria procedono poi con la costruzione di muri e fili spinati rivolti all’esterno mentre per le frontiere interne si preparano dispositivi di controllo altrettanto invasivi.
Se, come possibile, alla ripetizione delle elezioni presidenziali, l’Austria avrà un presidente di estrema destra anche i confini col Brennero saranno più militarizzati, la Francia, in parte con le leggi di emergenza giustificate con il terrorismo, in parte con procedure di espulsione e rimpatrio più accentuate, blinderà il confine con Ventimiglia. Francia e Germania, motivate anche con il crollo verticale di consensi dei partiti di governo a favore delle forze xenofobe, stanno, per conto proprio, stringendo accordi unicamente di riammissione e di collaborazione con i regimi dell’Africa Sub Sahariana.
Accordi che vuole anche l’Italia di Renzi, con la differenza che per il presidente del consiglio italiano la negoziazione e quindi l’invio di risorse economiche ai paesi di trattenimento, deve avvenire su base continentale, sul modello di quello con la Turchia. Ma questo richiede l’impiego di somme considerevoli che né i paesi UE né l’ONU, nonostante le belle parole della Dichiarazione di New York intendono nel breve periodo attuare. Di fatto ad oggi, singoli stati vanno negoziando accordi con partner africani a cui si propongono investimenti e forniture militari in cambio dell’obbligo di fermare chi prova a venire in Europa e di riammettere chi è riuscito ad attraversare le frontiere.
Quindi si blindano le frontiere meridionali non più nel Maghreb ma nei paesi Sub Sahariani e si blindano i singoli Stati europei con nuovi confini interni.
E sono confini che ad oggi impediscono la libera circolazione di chi non è cittadino europeo e in più è anche povero. Nel futuro prossimo c’è da temere l’aumento delle barriere interne. La “brexit” in un paio di anni sarà compiuta, in Svizzera, paese che non fa parte formalmente dell’UE, ha vinto a grande maggioranza un referendum populista contro i “frontalieri” i “lumbard” che quotidianamente vanno a lavorare nel Canton Ticino con salari più alti rispetto a quelli italiani per poi tornare la sera nei patri confini.
Misure di contenimento se non di vera e propria espulsione. Non sarebbe affatto strano se, anche per ragioni di politica interna, il trattamento riservato ai cittadini provenienti dai Sud del mondo venisse esteso anche ad una parte dei comunitari. Il Regno Unito lamenta la presenza di troppi lavoratori italiani che godono del welfare sconosciuto da noi, in Germania non è escluso venga ripresentata una proposta di legge per togliere il diritto alla residenza per coloro che, avendo perso il lavoro e vivendo del sussidio statale, dopo sei mesi non hanno trovato nuova occupazione.
Taglio del sussidio, impossibilità ad avere un contratto di affitto e per chi ha cercato fortuna fuori dallo Stivale il futuro diviene incerto. Per ora si tratta solo di ipotesi confermate dall’affermarsi elettorale delle forze fascistoidi che vorrebbero il ritorno ad una improbabile sovranità nazionale con tanto di riedizione dei confini statuali.
Ma alcune riflessioni, anche per smontare una informazione distorta non casualmente, bisognerebbe farle proprie.
La prima, confermata da sondaggi, è quella che vedrebbe la popolazione italiana come fra le più favorevoli all’abolizione della libertà di circolazione nella cosiddetta “Area Schengen”.
Populisti da strapazzo cercano di convincere che in questa maniera si ferma “l’invasione degli immigrati”.Bestemmia enorme. Schengen, che da sempre critichiamo da sinistra, garantisce di non dover mostrare i documenti attraversando le frontiere esclusivamente ai cittadini europei. Per gli altri i controlli non sono mai mancati, si veda quanto accade non da oggi a Ventimiglia, a Gorizia, al Brennero. L’abolizione di Schengen o la sua sospensione bloccherebbe o quantomeno rallenterebbe la circolazione dei cittadini comunitari e sarebbe più restrittiva per chi proviene da altri paesi, con il risultato che coloro che transitano per Italia o Grecia sarebbero ancora più costretti a rimanervi, nonostante abbiano migliori prospettive in altri paesi.
La seconda è che i rigurgiti nazionalisti sono soltanto il volto più cattivo di una volontà precisa di distruggere i diritti sociali acquisiti.
I muri e i fili spinati li fanno realizzare i padroni con l’aiuto delle istituzioni europee, non servono a fermare improbabili invasioni quanto a centellinare e a rendere più ricattabili coloro che, entrando, cercano spazio nel ciclo produttivo. Non si tratta di manodopera di riserva a basso costo, come in maniera superficiale si continua a dire anche in ambienti a noi vicini, ma della copertura di nicchie economiche, altrimenti prive di braccia, non solo per lavori di bassa qualifica ma in grado di risolvere la crisi demografica europea.
In paesi come la Germania, quella che si va realizzando è una selezione spietata degli arrivi e delle persone da accogliere e formare. Lo scontro assurdo fra ultimi e penultimi va affrontato dimostrando concretamente che gli effetti delle riforme del mercato del lavoro colpiscono, anche se con caratteristiche diverse, tanto gli autoctoni che i nuovi arrivati.
La terza riguarda il diritto alla circolazione.
Non è assurdo immaginare che si giunga ben presto (i segnali ci sono) ad affermare in Europa una condizione ancora più dichiaratamente di classe per determinare la libertà di movimento. Se infatti da una parte emergono provvedimenti restrittivi che riguardano anche i cittadini, lavoratrici e lavoratori, comunitari, dall’altra la pratica dell’acquisto della cittadinanza di uno Stato membro, (Malta Cipro Ungheria e Bulgaria per ora) è possibile da tempo per chi può permettersi un congruo versamento nelle casse dello Stato di cui si diventa cittadini o residenti. Hanno cominciato cittadini russi e cinesi, ora si stanno affacciando iracheni e siriani benestanti che insieme ad un appartamento fra i tanti invenduti, acquisiscono il diritto alla libera circolazione in Europa con tutti i vantaggi che questo determina. Avremo insomma presto un continente in cui non saranno soltanto più gli status giuridici e i paesi di provenienza a determinare l’esigibilità di diritti fondamentali ma diventerà più pressante di oggi il censo.
Del resto esistono già oggi “non comunitari” che hanno le corsie preferenziali. Non solo statunitensi o giapponesi ma anche cittadini delle nuove potenze asiatiche, dell’Oceania, che difficilmente si troveranno (turisti, imprenditori o criminali che siano) a subire i controlli e le perquisizioni che si vedono a Ventimiglia o nelle stazioni ferroviarie italiane. La caccia è ai migranti ma la caccia è soprattutto ai poveri, meglio ancora se le due categorie si sintetizzano in una sola persona e se i venti di peggioramento della crisi economica da cui non si è usciti si dimostreranno portatori di nuova tempesta, il restringimento, anche su questo versante, degli spazi democratici sarà cosa data.
E l’ultima delle riflessioni accennate riporta al presente e al futuro dell’Europa.
Anche in questo caso si tratta di tenere a mente un dato di fatto con cui non si vogliono fare i conti. Muri, fili spinati, guardie di frontiera, bande di miliziani come quelle che ormai circolano nei Balcani per dare la caccia all’uomo anche con i cani, sistemi di tecnologia avanzata per il controllo dei singoli e centri di detenzione laddove la vita non ha più valore, non serviranno a niente.
Non solo da paesi dichiaratamente in guerra ma anche da quelli apparentemente stabili come l’Egitto, dove ogni giorno 3 o 4 persone spariscono e spesso vengono ritrovati nelle stesse condizioni di Giulio Regeni, come la Nigeria con cui l’Italia stringe accordi ma dove nel frattempo esplodono rivolte, come il Sudan, per anni considerato “stato canaglia” e ora, con lo stesso governo di sempre, considerato partner affidabile, o l’Afghanistan che da una parte è considerato paese da cui non c’è motivo di fuggire e dall’altra, gli stessi governi, inviano armi e truppe per mantenere una sedicente pace nelle poche aree controllate dal governo.
Da quei paesi e da tanti altri si continuerà a scappare inseguendo il sogno europeo a costo della pelle. Chi parte sa bene cosa rischia. Chi parte sa bene che solo in questa parte del 2016 sono oltre 6000 i morti accertati nel Mediterraneo. Chi parte pagherà e rischierà di più, perché non ha alternative.
Teniamone conto ogni volta che sentiremo, non solo alla nostra destra, qualcuno che parla di confini da rispettare. Teniamone conto perché i confini, lo ripetiamo, avvantaggiano solo i padroni.
Il manifesto, 27 settembre 2016 (p.d.)
L’Europa chiama e l’Egitto risponde. Sono passati solo tre giorni dal vertice di Vienna di sabato scorso, quando la Germania e i paesi della rotta balcanica hanno sollecitato l’Unione europea a realizzare anche con il Cairo un accordo per fermare i migranti uguale a quello siglato con la Turchia e ieri il generale Al Sisi ha risposto all’appello rivoltogli dalla cancelliera Merkel. E il presidente egiziano lo ha fatto in due modi: invitando i giovani egiziani a non lasciare il paese per cercare futuro all’estero, ma anche facendo sapere che i lavori per l’approvazione della nuova legge contro l’immigrazione illegale procedono spediti, al punto che il testo potrebbe essere licenziato già oggi dalle commissioni Affari costituzionali, Bilancio ed Esteri del parlamento.
Annuncio che segue l’ordine di rafforzare i controlli ai confini impartito mercoledì scorso da Al Sisi dopo il naufragio al largo delle coste egiziane di un barcone con a bordo 500 migranti, una tragedia che ha provocato finora 160 vittime.
Negli ultimi mesi l’Egitto è diventato il secondo punto di partenza dopo la Libia per quanti vogliono raggiungere l’Europa. Nella maggioranza dei casi si tratta di africani ai quali – dopo la chiusura della rotta balcanica – si sono aggiunti anche molti profughi siriani. Da tempo, però, sui barconi che attraversano il Mediterraneo salgono anche molti egiziani, soprattutto giovani, che non hanno altra alternativa che provare a crearsi una nuova vita in Europa. E’ a loro che ieri si è rivolto Al Sisi. «Perché dovete lasciare il vostro Paese?», ha chiesto il generale in occasione della consegna di alcune unità abitative a Gheit el Enab. Domanda retorica, la cui risposta è nella profonda crisi economica che sta attraversando il paese a causa dell’inflazione e di una disoccupazione che viaggia ormai sulle due cifre. Una realtà ulteriormente aggravata dalla crisi del turismo, al punto da spingere l’Egitto a contrattare con il Fondo monetario internazionale un prestito di 12 miliardi di dollari.
Ora l’Europa è pronta a offrire ad Al Sisi un altro miliardo di euro se in cambio il generale metterà fine alle partenze dei migranti. Un accordo che ieri la Merkel, vera promotrice di questa intesa come lo fu di quella con Ankara, vorrebbe estendere anche alla Tunisia. E che, proprio come è successo a marzo con Erdogan, ignora la sistematica violazione dei diritti umani presente in Egitto. Le nuove norme anti immigrazione che potrebbero vedere la luce nei prossimi giorni sono in linea con quanto richiesto all’Europa. 43 articoli in cui, dietro il solito impegno a combattere i trafficanti di uomini, per i quali è previsto il carcere fino a 25 anni e sanzioni fino a 56.300 dollari, si colpiscono anche i migranti sorpresi nel paese senza documenti e i minori non accompagnati. E questo in un paese in cui già oggi i migranti vengono trattati con estrema durezza. Come dimostrano le fotografe di alcuni superstiti del naufragi i mercoledì scorso ammanettati nel letto dell’ospedale in cui sono ricoverati, e dalle quali non è possibile capire se si tratti o meno di presunti scafisti.
Da mesi quanto avviene lungo le coste egiziani allarmale intelligence occidentali, che già dai primi mesi di quest’anno avevano lanciato l’allarme. I migranti vengono trasportati attraverso il paese con dei camion fino alla costa dove vengono nascosti in attesa dell’imbarco. Al contrario di quanto avviene in Libia, per attraversare il Mediterraneo non vengono impiegati dei gommoni ma imbarcazioni molto grandi, «navi madre» che attendono al largo i barchini con cui i trafficanti di uomini trasportano centinaia di uomini, donne e bambini. Carrette riempite ben oltre la loro capacità e che spesso, come dimostra il naufragio di mercoledì scorso, non riescono nemmeno a tenere il mare.
Dopo Erdogan, Al Sisi si candida quindi ad essere il nuovo gendarme dell’Europa. Un ruolo che a quanto pare svolgerebbe anche con il consenso italiano, nonostante la scarsa collaborazione dimostrata dalle autorità del Cairo nelle indagini sull’assassinio di Giulio Regeni.
In due articoli (Luisiana Gaita e Luca Fazio) i contenuti degli interventi che si sono succeduti al convegno che si tenuto ieri a Milano, organizzato dalla parlamentare europea Barbara Spinelli (Gue/Ngl).
Il Fatto Quotidiano online e il manifesto, 25 settembre 2016 (p.d.)
Il Fatto Quotidiano online
RIFUGIATI AMBIENTALI,
VIOLENZE E INQUINAMENTO.
MA SENZA ALCUN DIRITTO
di Luisiana Gaita
Scappano da conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche o energetiche, fuggono dalla desertificazione e dal collasso delle economie di sussistenza locali. Distrutte da catastrofi naturali, ma anche da stravolgimenti indotti dall’uomo. Si chiamano ‘rifugiati ambientali’ e, a differenza dei profughi che arrivano dalle zone di guerra, non possono chiedere asilo politico e non hanno diritti. E benché l’attenzione internazionale si sia concentrata sulle centinaia di migliaia di persone che rischiano la vita per raggiungere le coste europee, le migrazioni ambientali sono in realtà per la stragrande maggioranza migrazioni interne. Secondo un rapporto presentato dall’Internal Displacement Monitoring Centre, nel 2015 i cosiddetti ‘sfollati interni’ sono stati 27,8 milioni (in 127 Paesi), costretti ad abbandonare la propria casa per catastrofi naturali, conflitti, violenze. Anche contro la loro volontà. Si tratta di 66mila persone al giorno.
Se ne è parlato in un convegno internazionale che si è svolto a Milano, intitolato ‘Il secolo dei rifugiati ambientali?’ e organizzato dall’eurodeputata Barbara Spinelli e dal gruppo Gue/Ngl, nel corso del quale scienziati, politici, medici, attivisti hanno confrontato analisi, proposte e politiche. Tra le cause che portano a conflitti e disastri ambientali, però, ci sono anche i fenomeni del land grabbing e del water grabbing (accaparramento di terra e acqua), i processi di ‘villaggizzazione’ forzata (che negli anni Ottanta hanno causato in Etiopia un milione di morti per carestia), e poi inquinamento, smaltimento intensivo di rifiuti tossici, scorie radioattive da bombardamenti.
Anche l’Italia fa la sua parte “contribuendo a sottrarre terre e risorse ai popoli più poveri del mondo, proprio mentre il presidente del Consiglio Matteo Renzi parla di un piano per l’Africa, la stessa che multinazionali ed Europa continuano a sfruttare” sottolinea Vittorio Agnoletto, membro del consiglio internazionale del Forum Sociale Mondiale e fondatore della Lega italiana per la lotta contro l’Aids. L’Italia come tanti Paesi europei, complici delle multinazionali dello sfruttamento delle terre, tutt’altro che tutelate da governi locali spesso corrotti.
I dati e le previsioni future
La principale differenza tra sfollati interni e rifugiati è che gli sfollati interni rimangono entro i confini del proprio Stato, mentre i rifugiati cercano protezione in un altro Paese. Ma cosa c’è alla base dei 27,8 milioni di sfollati interni del 2015? Guerre e violenze per 8,6 milioni di profughi, disastri ambientali per 19,2 milioni sparsi in 113 Paesi. Il Norwegian Refugee Council spiega che “nel corso degli ultimi 8 anni è stato registrato un totale di 203,4 milioni di spostamenti collegati ai disastri”. Come negli anni precedenti è stata l’Asia meridionale ed orientale ad essere la più colpita. In testa India (3,7 milioni di sfollati), Cina (3,6 milioni) e Nepal (2,6 milioni). Nel 2008-2014 hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni 157 milioni di profughi: circa un terzo della popolazione dell’Ue. L’Emergency events data base del Cred (Centre for research on the epidemiology of disaster) riporta che negli ultimi 20 anni sono state distrutte da catastrofi climatiche 87 milioni di case. Secondo un dossier di Legambiente, il numero dei profughi ambientali nel 2015 ha superato quello dei profughi di guerra. E c’è di peggio: “L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – ricorda Barbara Spinelli – ha dichiarato che entro il 2050 si raggiungeranno i 200-250 milioni di rifugiati ambientali, con una media di 6 milioni di persone costrette ogni anno a lasciare il proprio paese”.
Espropriazioni di terre e risorse
Ma non sempre è facile distinguere le migrazioni causate da calamità naturali, da quelle che hanno alla base da mutamenti ambientali indotti dall’uomo. Alla desertificazione, all’innalzamento dei livelli delle acque, all’inaridimento del suolo si aggiungono altri fenomeni:
land grabbing, sfruttamento e l’avvelenamento del suolo e delle acque causato dalla tossicità delle industrie agricola, mineraria e manifatturiera, oltre che dai bombardamenti con sostanze chimiche e radioattive.
È possibile fare marcia indietro? Grammenos Mastrojeni, coordinatore per l’eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo, diplomatico e autore del libro L’Arca di Noè edito da Chiare Lettere è sicuro di sì, se si utilizzerà un approccio di cooperazione allo sviluppo ecostostenibile e di tutela dell’ambiente. “Le soluzioni ci sono – spiega Mastrojeni – e noi abbiamo iniziato a metterle in pratica con progetti in Senegal e Burkina Faso. Oggi si perdono 12 milioni di ettari di terreno all’anno “ma recuperare un ettaro di terreno nelle zone di emergenza costa 120 dollari”. Secondo il diplomatico sono diversi i vantaggi del recupero dei terreni, soprattutto se consegnati alla piccola agricoltura familiare. “Si crea un pozzo di carbonio – commenta – si protegge la biodiversità, si mantengono le capacità produttive di quella terra, oltre a creare reddito e lavoro per quelli che oggi sono costretti a migrare”.
Guerre e devastazione ambientale
La realtà attuale è però diversa. Tanto che dal dopoguerra a oggi bel 111 conflitti nel mondo sono da imputarsi a cause ambientali. Nel 2015 sono stati il Medio Oriente e il Nord Africa ad aver sostenuto gran parte del peso delle guerre, con 4,8 milioni di sfollati. Siria, Yemen e Iraq, da soli hanno rappresentato più della metà di tutti i nuovi sfollati interni da conflitto nel mondo. “Non è un caso se la maggior parte degli sfollati è in Africa, il continente più colpito dagli effetti dei cambiamenti climatici pur non essendo il maggior colpevole” ha spiegato Barbara Spinelli, ricordando che dal 2006 al 2010 quasi un milione e mezzo di siriani ha perso i mezzi di sussistenza ed è stato sfollato. Eppure né la Convenzioni di Ginevra né il Protocollo aggiuntivo del 1967 riconoscono lo status di chi fugge a causa di catastrofi ambientali nelle rispettive politiche migratorie nazionali. E la Commissione europea con il cosiddetto ‘approccio hotspot’, istituisce due categorie di migranti, i profughi di guerra (che hanno diritto di chiedere protezione internazionale) e i migranti economici (da rimpatriare), alla stregua dei quali sono considerati anche i rifugiati ambientali, pur fuggendo da condizioni invivibili.
Le responsabilità internazionali
E se Francesca Casella, direttrice per l’Italia di Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni sottolinea che “in Etiopia è in corso un violento accaparramento di terra che sta sfrattando le tribù della bassa Valle dell’Omo dalle terre ancestrali” riducendo migliaia di persone alla fame e alla disperazione, Vittorio Agnoletto racconta ciò che avviene in giro per il mondo “in nome dello sviluppo” e della modernità. Dietro cui ci sono (neppure troppo celati) gli interessi economici di Paesi, multinazionali e, spesso, di governi locali corrotti. L’Europa fa la sua parte. E anche l’Italia. Ad esempio con gli Accordi di partenariato economico (Epa) con cui si chiede ai Paesi Acp (Africa, Caraibi e Pacifico) di eliminare tutti i dazi all’entrata di merci, prodotti agricoli e servizi europei. Gli effetti economici sui Paesi africani? In Burundi è stata calcolata in un anno la perdita complessiva di 20 milioni di dollari, che per il Niger è di 24 milioni. Poi c’è la questione della terra, degli ettari acquistati (spesso per la richiesta di bio-combustibili dall’Europa) e sottratti all’agricoltura. Tra le nazioni coinvolte c’è anche l’Italia che partecipa all’operazione con quasi un milione di ettari, principalmente in Africa. Cosa accade in quelle terre? “Il terreno acquistato che non produce più cibo rappresenta il 44% del totale”. Ne conseguono abbandono e migrazioni. “Così – conclude – ci occupiamo di Africa, prestando il fianco alle multinazionali”.
il manifesto
IL SECOLO BUIO DEI
RIFUGIATI AMBIENTALI
di Luca Fazio
Secondo l'Onu, entro il 2050 ci saranno più di 200 milioni di rifugiati costretti a fuggire non per un conflitto ma per disastri che non si possono più definire naturali. Tra gli obiettivi della giornata di lavori, una campagna a livello europeo per definire lo status giuridico del rifugiato ambientale nel diritto internazionale.
In Europa, e nel mondo, non sono previsti cambi di strategia per gestire il fenomeno delle migrazioni che sta destabilizzando economie e società di un pianeta violentato da uno sviluppo insostenibile.
Dove la guerra è il corollario dell’ideologia dominante. Per restare alla cronaca, lo dice il fallimento dei due summit sui rifugiati di Bratislava e New York (Onu). Tra gli indicatori del disastro, con la retorica di capi o capetti di Stato, c’è uno scandalo: in un anno l’Europa, 500 milioni di abitanti, ha ricollocato 5.290 rifugiati sui 160 mila previsti. Solo profughi di guerra, gli unici ad aver diritto all’asilo in virtù della distinzione tra chi fugge da un conflitto e chi emigra per motivi economici. Viste le premesse, sono ancora più urgenti le analisi fornite dai relatori del convegno Il secolo dei rifugiati ambientali? che si è tenuto ieri a Milano su iniziativa di Barbara Spinelli, parlamentare del Gruppo della Sinistra Europea (troppi gli interventi, moderati da Guido Viale, per poterne dare conto diffusamente).
Secondo l’Onu (Unhcr), entro il 2050 ci saranno circa 200-250 milioni di rifugiati ambientali, una media di 6 milioni di persone all’anno costrette ad emigrare non a causa di un conflitto. Il fenomeno è in corso ma interessa poco i media poiché, per ora, si tratta di “sfollati interni”: nel 2015 sono stati 27,8 milioni (in Siria 6 milioni e mezzo di persone sono profughi interni). Altri numeri danno un’idea più precisa del profilo di un profugo climatico e ambientale.
Negli ultimi venti anni, «il 90% delle catastrofi sono causate da fenomeni legate al clima, quali inondazioni, tempeste e siccità» (Onu). I morti sono stati 600 mila, le case distrutte 87 milioni: l’anno scorso gli sfollati per calamità sono stati 19,2 milioni, e nel periodo 2008-2014 157 milioni di profughi hanno abbandonato le loro abitazioni.
Se risulta evidente il legame tra devastazione ambientale e migrazioni, è logico che la politica continui a tacere sui fattori di “origine antropica”. La sua vocazione predatoria è il problema. François Gemenne, docente all’università di Versaille-Saint Quentin, ha scosso la sala dicendo «tutti noi siamo responsabili» (abbiamo un conto in banca e i nostri soldi servono a finanziare energie fossili).
Siamo entrati nell’era geologica dell’Antropocene, questa la tesi. «Gli uomini sono diventati la principale forza di trasformazione del pianeta, significa che la terra è diventata soggetto politico. Non tutta l’umanità è responsabile, la verità è che questa è l’età in cui pochi uomini trasformano l’ambiente». Significa ammettere che i disastri non sono opera del fato e che, considerate le conseguenze – le migrazioni – non ha senso la «dicotomia tra rifugiati e migranti». Non è una differenza giuridica ma eminentemente politica, «il rifugiato ambientale viene screditato perché altrimenti dovremmo riconoscere le persecuzioni che esercitiamo verso quelle popolazioni».
Depoliticizzare la questione significa essere complici: «I ricercatori lo sono perché hanno creduto di poter influenzare la politica, siamo stati degli idioti». Emilio Molinari, nel suo intervento su diritto all’acqua e profughi idrici, ha chiesto alla sinistra “libertaria e laica” se davvero tutto ciò è in cima ai “nostri” pensieri. Ha ricordato un rapporto del Pentagono del 2004 (era Bush), la pianificazione di un disastro: «Diceva che Usa e Europa diventeranno fortezze virtuali per respingere i profughi ambientali e che chi non saprà difendersi verrà travolto…». E l’acqua. Ne vengono imbottigliati 50 miliardi di litri ogni giorno, un campo da golf in Africa ne consuma come una città di 6 mila abitanti, un residence in Kenia ne fornisce 3 mila litri a stanza e agli abitanti 60 a famiglia, la coltivazione di rose in Kenia e in Etiopia per il mercato europeo – milioni di tonnellate – sta prosciugando i laghi e riduce le lavoratrici in condizione di schiavitù. Poi l’affondo: «Qui un sindaco non ripubblicizza l’acqua e poi apre uno sportello per le unioni civili e noi siamo tutti contenti». La sala applaude.
Jens Holm, deputato svedese, ha messo in relazione il consumo di carne e l’uso sconsiderato della terra. Per un chilo di proteine animali servono 5 mila litri di acqua, la produzione di carne su scala globale produce le stesse emissioni del traffico automobilistico – «ma nessuno lo dice» – e l’aumento vertiginoso della produzione di soia serve unicamente per la mangimistica animali, laddove la produzione costringe le popolazioni che ci abitano ad abbandonare le terre. Succede in Brasile. Di terra ha parlato anche Vittorio Agnoletto per dire che gli accordi commerciali (nella fattispecie Epa) e il fenomeno del land grabbing (l’acquisizione di terreni da parte di governi e società straniere) producono immigrazione. «Con questi accordi i paesi africani non possono imporre dazi per proteggere i loro prodotti e così le multinazionali vendono sottocosto distruggendo intere economie».
Il Burundi ha perso 20 milioni di dollari, il Kenia 24: «La Ue sta cercando di ottenere sproporzionati vantaggi da una delle zone più povere del mondo». Quanto al land grabbing, «sono già stati acquistati 44 milioni di ettari e in Africa quasi la metà del terreno comprato non produce più cibo».
L’Italia fa la sua parte (un milione di ettari acquistati). «Noi milanesi – ha concluso – riempiamoci di vergogna: ricordiamoci la carta di Milano dell’Expo, avrebbe dovuto cambiare il mondo…». Francesca Casella (Survival International) e Luca Manes (Re:Common) hanno sottolineato il caso emblematico della valle del fiume Omo (Etiopia) dove la costruzione di una diga sta generando una “catastrofe umanitaria” che coinvolge una popolazione di 500 mila persone.
Si è parlato anche di “approccio hotspot” bocciando senza appello la politica europea dei rimpatri. E di un aspetto giuridico di fondamentale importanza, visto che la Convenzione di Ginevra non riconosce lo status di chi scappa da catastrofi ambientali (unica eccezione: Svezia e Finlandia). Oltre agli aspetti di denuncia e informazione, questo è l’obiettivo del convegno: promuovere un’azione parlamentare a livello europeo per il riconoscimento della figura del rifugiato ambientale. Un cambio di prospettiva necessario per una missione che oggi sembra disperata.
Da Merkel a Renzi a Schulz, Tutti uguali questi governanti europei: l'unico obiettivo comune è tener rinchiusi quanti vorrebbero sfuggire alla miseria e alla morte all'interno di ferrei recinti, campi di concentramento gestiti da carcerieri assassini.
La Repubblica, 25 settembre 2016
UN MILIARDO ALL’EGITTO PER
TENERE I PROFUGHI
PARTELA TRATTATIVA TRA MERKEL E AL SISI
di Tonia Mastrobuono
«La cancelliera punta a un accordo sullo stile di quello firmato con la Turchia. E Il Cairo avverte: “Nel nostro Paese sono ammassati 5 milioni di rifugiati”. La leader tedesca al vertice di Vienna: “Pronti ad accogliere ogni mese in Germania centinaia di migranti da Italia e Grecia”»
L’EGITTO è la nuova polveriera dei profughi. E Angela Merkel ci sta lavorando. Soprattutto per ragioni di politica interna, per rivendersi con il suo elettorato in fuga un secondo accordo internazionale, dopo quello firmato con la Turchia, che limiti i flussi dei rifugiati. Per Al Sisi, una felice coincidenza. Il presidente egiziano vuole incassare almeno un miliardo di euro di aiuti dalla Ue e un prestito da dodici miliardi di dollari ancora in sospeso del Fmi. L’interesse crescente della cancelliera tedesca a concludere un’intesa con lui è una manna dal cielo.
La crisi dei profughi sta raggiungendo dimensioni preoccupanti anche nel Paese di Al Sisi, e molti indizi suggeriscono che la cancelliera si sia convinta che sia arrivato il momento che l’Unione europea elabori con il Cairo un accordo simile a quello sottoscritto l’anno scorso con la Turchia. Lo ha esplicitato anche ieri, dal vertice di Vienna con altri nove Stati dei Balcani, ribadendo che per limitare i flussi «occorre concludere accordi con Paesi terzi, specificamente in Africa, ma anche con il Pakistan o l’Afghanistan». Chi non ha il diritto di restare, ha aggiunto, «deve essere rimpatriato». «La Germania ha poi aggiunto Merkel - accoglierà ogni mese da Italia e Grecia centinaia di profughi con il permesso di soggiorno ».
Alla fine di agosto, l’allora viceministro degli Esteri egiziano, Hisham Badr, rivelò le presunte dimensioni allarmanti dell’emergenza profughi nel suo Paese e mandò un messaggio piuttosto esplicito all’Unione europea. Sono cinque milioni, sostenne, i rifugiati che si stanno ammassando nel Paese, fece sapere, mezzo milione dei quali provenienti dalla Siria. E l’Egitto spende 300 milioni all’anno per loro. Badr accompagnò quelle dichiarazioni con una critica esplicita alla Turchia, che avrebbe incassato sei miliardi dalla Ue, mentre l’Egitto no. E che manderebbe clandestinamente migliaia di siriani nel Paese di Al Sisi.
Durante un vertice con la cancelliera, raccontato da un’autorevole fonte parlamentare, Al Sisi le avrebbe chiesto dunque nei mesi scorsi un miliardo di euro per tenere sotto controllo i rifugiati. Ma al recentissimo G20 cinese, sia Merkel, sia la direttrice del Fmi, Christine Lagarde, avrebbero chiarito con il presidente egiziano un concetto: Il Cairo incasserà il prestito da dodici miliardi di euro del Fmi soltanto se manterrà i profughi sotto controllo.
L’intesa con Erdogan, modello per altre intese con i Paesi africani e asiatici, come Merkel ha chiarito ieri, sta funzionando, su quel tratto di costa (purtroppo, anche l’orrendo blocco dei muri lungo i Balcani). Nei primi nove mesi di quest’anno, secondo l’Alto commissariato per i rifugiati, 300mila persone hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere le coste europee, in primo luogo l’Italia. Molti meno dei 520mila dei primi nove mesi del 2015. Certo, i numeri delle partenze dall’Egitto non sono gli stessi della Turchia, e dunque anche i tempi non sono stringenti come quelli dettati dalle centinaia di migliaia di persone che si misero in marcia l’anno scorso verso l’Europa attraverso il Paese di Erdogan e poi proseguendo per i Balcani. Numeri che costrinsero la Ue a buttare giù e ad approvare frettolosamente un accordo con Erdogan. Dall’Egitto arrivano per ora un migrante su dieci che tenta la traversata del Mediterraneo. Ma si moltiplicano le morti, come risulta anche dai tragici incidenti dei giorni scorsi nel Mediterraneo. Soprattutto, per Merkel è importante dimostrare con i suoi nemici nel partito e con l’opinione pubblica che la scommessa di non mettere un tetto agli ingressi ma di puntare piuttosto a ridurre le partenze stringendo intese con i Paesi di origine, funziona.
Certo, per difendersi da una nuova ondata di critiche feroci che piovvero su di lei quando fece l’intesa con l’autocrate Erdogan, Merkel sta mandando avanti anche altri. Nei giorni scorsi, non a caso, è stato il presidente tedesco del Parlamento europeo, Martin Schulz, a caldeggiare un negoziato con Al Sisi. «Dobbiamo intraprendere questa strada», ha detto in un’intervista con la Sueddeutsche Zeitung, dopo l’ennesimo drammatico naufragio di una barca con 600 migranti a bordo davanti alle coste egiziane, mercoledì scorso.
Un’eventuale intesa con gli egiziani, ha sottolineato il tedesco, dovrebbe includere un impegno per la lotta ai trafficanti. E Schulz ha citato esplicitamente l’intesa con il Fmi. «Non si può chiedere un prestito di quelle dimensioni e rifiutare una collaborazione sulla questione migratoria », ha sottolinato. La trattativa è partita.
QUELLA ROTTA TRA L’ITALIA E IL CAIRO
OGNI ANNO UN BOOMDI RIMPATRI
di Alessandra Ziniti
Un terzo degli “irregolari” sono diciottenni, tutti partiti dal Paese nordafricano E le organizzazioni umanitarie attaccano: rispediti nel “buco nero” del regime
GLI ULTIMI dieci sono partiti dall’aeroporto di Catania due settimane fa: destinazione Il Cairo. E ad agosto altri 42 avevano fatto lo stesso viaggio in compagnia di una cinquantina di sudanesi riportati poi a Khartoum. L’andata stipati su un gommone fatiscente rischiando la vita nel Canale di Sicilia, il ritorno in aereo, con un foglio di espulsione in mano, guardati a vista dalla polizia italiana e riconsegnati poi a terra a quella di Al Sisi prima di finire risucchiati in quello che le organizzazioni umanitarie definiscono “the big black hole”, il grande buco nero.
Un migliaio nel 2015, diverse centinaia anche quest’anno. I rimpatri forzosi di migranti egiziani entrati irregolarmente in Italia proseguono “nonostante tutto”. È Christopher Hein, del Consiglio internazionale dei rifugiati, a dar voce alle preoccupazioni delle organizzazioni umanitarie. «Nonostante la pericolosa deriva del governo egiziano di Al Sisi, i rimpatri di migranti ritenuti irregolari verso il Cairo continuano, anzi hanno ripreso vigore e costituiscono senza dubbio il numero maggiore tra tutti i cittadini respinti. E questo desta grandissima preoccupazione perché se da un lato è vero che Italia ed Egitto hanno un accordo bilaterale molto consolidato in materia, è altrettanto vero che a noi risulta che questi rimpatri vengono spesso fatti con grande fretta, senza esaminare le singole posizioni come invece prevedono le norme europee e come ha ribadito la Corte europea dei diritti dell’uomo, ma soltanto basandosi sulla nazionalità di provenienza. E spesso a chi arriva dall’Egitto o dal Sudan e viene identificato negli hotspot non viene neanche dato il tempo di richiedere la protezione internazionale. E di loro, quando vengono riconsegnati alla polizia de Il Cairo non si sa più nulla».
Degli oltre 50 rimpatriati negli ultimi due mesi, un terzo sono appena diciottenni. Sbarcati in Italia negli anni scorsi, tenuti nei centri di accoglienza destinati ai minori e rispediti a casa appena diventati maggiorenni. Alcuni pure con una condanna sulle spalle perché i ragazzini dei villaggi costieri dell’Egitto, quasi tutti figli di pescatori che conoscono il mare e che le famiglie vorrebbero mandare in Europa in cerca di lavoro, vengono spesso “arruolati” dai trafficanti di uomini come scafisti, messi al timone di un barcone in cambio del viaggio gratis verso l’Italia, individuati, arrestati, condannati e poi rispediti a casa al compimento dei 18 anni anche se lì si diventa maggiorenni a 21.
«Anche tra i minori non accompagnati gli egiziani sono una altissima percentuale e tra i migranti in fuga dall’Egitto la maggioranza sono minorenni – dice ancora Hein – Purtroppo non abbiamo numeri né denunce circostanziate perché dal momento in cui rimettono piede sul suolo egiziano non possiamo più monitorarli, ma sappiamo bene che sono moltissimi quelli che finiscono in prigione e che scompaiono nel nulla e l’Italia e l’Europa non possono voltarsi dall’altra parte».
«I dati macroeconomici dicono che la cura dell’austerità ha funzionato. Bassi salari, depressione della domanda interna, aumento delle esportazioni, crescita della povertà. L’Italia batte il record del calo della produzione industriale del 22% dal 2007». Insomma, i potenti sono più potenti, gli altri fottuti.
il manifesto, 24 settembre 2016
In questo periodo, i governi europei sono alle prese con i bilanci di previsione e con le leggi di stabilità, che, com’è noto, devono essere presentate alla Commissione entro il 15 ottobre. Quale migliore occasione, allora, per fare un bilancio del Patto di Stabilità, ovvero delle regole poste a fondamento della governance economica dell’Unione? Calato il sipario sull’ultimo vertice dei capi di Stato e di governo tenutosi a Bratislava, ci ha pensato Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione, a fare il punto, intervenendo alla plenaria del Cese, organismo consultivo dell’Unione, rappresentativo della società civile organizzata.
La sua considerazione: «Il patto di stabilità non è stupido e funziona, lo dimostrano le cifre. Nel 2009 il deficit medio era del 6,3%, ora la media è dell’1,9. È la prova che il consolidamento progredisce». Come dargli torto? Un successone, se non fosse che proprio in tale successo sta la chiave di lettura dei mali attuali dell’economia europea.
Facciamo un passo indietro. È acquisito, ormai, che il costo dell’ultima crisi finanziaria sia stato scaricato sul groppone dei cittadini. A differenza degli Usa, da dove il virus è partito, però, in Europa la crisi è stata anche colta come un’opportunità, per irrigidire e rendere più cogenti le regole fiscali cui soggiacciono gli Stati membri e per imporre agli stessi l’adozione di «riforme strutturali» del mercato del lavoro.
Nell’arco di un quinquennio, i deficit di bilancio si sono assottigliati ovunque, fino a centrare, o a lambire, gli obiettivi di finanza pubblica previsti dai Trattati. Chi più, chi meno, tutti i Paesi hanno fatto la loro parte, tagliando la spesa pubblica, aumentando le tasse, cambiando la legislazione sul lavoro. E i risultati si sono visti anche sul versante delle bilance commerciali. Fino al 2012, fra i principali Paesi dell’eurozona, solo Germania e Olanda vantavano un saldo positivo delle partite correnti. Tutti gli altri erano in deficit ed accumulavano debiti con l’estero, uno dei motivi, tra l’altro, per cui in alcuni Paesi periferici, la crisi ha avuto un impatto devastante.
La situazione inizia a mutare rapidamente con l’inasprirsi delle politiche di austerità: nel giro di 2-3 anni, con la sola eccezione della Francia, tutti i deficit si trasformano in surplus. Forse che tutti i Paesi della zona euro sono diventati, di colpo, locomotive dell’export? Macché, è solo che la stretta fiscale e le politiche di moderazione salariale hanno comportato una caduta dei consumi delle famiglie, quindi un calo delle importazioni. In sostanza, l’operazione di riequilibro delle bilance commerciali ha avuto come corollario una depressione della domanda interna e, più in generale, un impoverimento delle popolazioni.
Il termometro di questa situazione è senz’altro la spirale deflattiva che attanaglia molti Paesi europei, nonostante l’iniezione a dosi massicce di liquidità nel sistema da parte della Bce. Parlano chiaro anche i numeri che provengono dall’economia: crescita al palo, povertà in aumento. Gli ultimi dati forniti da Eurostat relativi al secondo trimestre dicono che l’economia europea rallenta e per alcuni Paesi torna addirittura lo spettro della recessione. In questo quadro, chi se la passa peggio è proprio il nostro Paese, per il quale l’Ocse, nel suo Outlook di settembre, ha ritoccato al ribasso le stime di crescita per l’anno in corso e per il 2017. Un vero grattacapo per il governo, visti gli obiettivi di finanza pubblica fissati per il 2016 e quelli successivi ed un debito pubblico che a luglio ha toccato la cifra record 2.252,2 miliardi di euro (oltre 132,2% del Pil).
Ieri, nel frattempo, è arrivata un’altra doccia gelata, questa volta dall’Istat, che ha ridimensionato la variazione del Pil nel 2015, da +0,8% a +0,7%. Ma si sa: l’Italia i compiti a casa li ha fatti bene in questi anni, tant’è che dal 2007 al 2016 la sua produzione industriale è crollata del 22% e gli investimenti di cinque punti di Pil.
L’unica eccezione sarebbe la Spagna. In realtà, il quadro della Spagna è più problematico di quanto la sola crescita del Pil lasci intravedere (0,8% su base trimestrale, 3,2% annuo). Alla base del “successo” spagnolo, difatti, ci sono fattori del tutto congiunturali e, soprattutto, una dinamica salariale al ribasso, favorita dalla disoccupazione di massa. Il recupero di competitività, peraltro effimero, sui mercati esteri avviene a detrimento dei redditi da lavoro e del benessere generale della società. Non è un caso che ai numeri del Pil facciano da contraltare un tasso di disoccupazione al 20% (giovanile oltre il 45%), un’esile domanda interna, una persistente deflazione.
Rispetto al 2008, mancano all’appello 5 milioni di posti di lavoro. Un quarto della popolazione europea (123 milioni di individui) sarebbe a rischio povertà ed esclusione sociale, mentre già oggi oltre 50 milioni di cittadini comunitari vivrebbero in stato di grave deprivazione materiale. Nel complesso, l’Europa si presenta oggi come un gigante sedato, avvinto da gravi problemi economici e sociali, sempre sull’orlo di una nuova crisi sistemica. D’altronde, le falle del suo sistema bancario, unite alla debolezza della sua economia ed alla crescita del debito, sia pubblico che privato, potrebbero innescare una crisi ancora più perniciosa di quella del 2007-2008.
Un rischio paventato recentemente anche dall’Ocse, che sul punto, ha sentenziato: «La lentezza della ripresa dell’Eurozona è un forte freno alla crescita globale e lascia l’Europa vulnerabile agli shock globali».
Non c’è che dire, il Patto di Stabilità sta funzionando alla grande. Probabilmente, sarà ribadito anche mercoledì a Berlino, nel corso del vertice tra Angela Merkel, Francois Hollande e lo stesso Jean-Claude Juncker, al quale il premier italiano, in segno di punizione (o avvertimento), non è stato invitato.
sistema che condannerebbe l’Italia e i rifugiati a una condizione ingestibile».
Il manifesto, 24 settembre 2016 (c.m.c.)
L’Europa non sta cambiando strategia, o girando improvvisamente le spalle all’Italia su migranti e rifugiati. Sta consolidando la traiettoria che aveva abbozzato nell’Agenda europea sulle migrazioni e poi tradotto in tutti i provvedimenti che ne sono seguiti: isolamento dei paesi di “frontiera” dal resto dell’Unione, restrizione dei diritti per le persone in cerca di protezione, muri per impedire gli spostamenti interni dei richiedenti asilo. L’errore è stato valutare diversamente l’impegno europeo e non avere avuto la lungimiranza di capire dove tutto questo avrebbe portato.
Guardando ai mesi trascorsi da quell’orribile 19 aprile 2015 da cui tutto ha preso le mosse, troviamo solamente le macerie del sistema comune di asilo. Troviamo il ricollocamento beffa che in 1 anno ha ricollocato 5.290 persone su 160.000. Troviamo le innumerevoli sospensioni dello spazio Schengen, con i muri austriaci, tedeschi, ungheresi e adesso anche francesi. Troviamo la Grecia e le sue isole trasformate in un grande campo profughi, in un limbo che intrappola migliaia di rifugiati.
L’unico aspetto della politica europea che ha portato a un significativo risultato è stato l’accordo con la Turchia. Ha fatto crollare gli arrivi sulle coste greche dai 151.452 pre-accordo ai 14.618 post-accordo. Unico obiettivo era chiudere un flusso che stava mettendo a rischio lo stesso impianto comunitario, scoraggiare le partenze dalla Turchia alla Grecia, senza alcun interesse a individuare uno spazio di protezione per i rifugiati. Un gran risultato numerico, un pessimo risultato in termini di diritti.
Il governo italiano è amareggiato nel rilevare che il contenimento dei flussi sulla sponda sud del Mediterraneo non sia nelle priorità dell’Unione e che l’Africa sia sparita dalle Agende dei meeting europei, come quello di Bratislava di pochi giorni fa. Abbiamo sempre creduto che il contenimento dei flussi in Paesi di origine e di transito in cui non sono garantiti i diritti fondamentali dei rifugiati non possa assolutamente essere la soluzione per gestire la più grave crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale. Le proposte che potrebbero avere un reale impatto su tali paesi si giocano su un arco temporale di medio-lungo termine e non possono avere un significativo risultato sulla attuale situazione, a meno che non si vogliano completamente calpestare i diritti delle persone in cerca di protezione.
Quello che ci preoccupa davvero molto è quanto l’Italia ancora non sembra in grado di vedere. A luglio la Commissione ha presentato 2 proposte di Regolamento per modificare la normativa relativa alla procedura d’asilo e alla qualifica di rifugiato. Proposte che sembrano rispondere esclusivamente a tre ossessioni: restingere i diritti delle persone in cerca di protezione, punire qualsiasi movimento interno ai paesi dell’Unione, accelerare le procedure d’asilo in modo da capire velocemente chi può essere rispedito a casa. Proposte che se approvate in questa forma e se combinate con la proposta per il nuovo famigerato regolamento “Dublino IV” avranno conseguenze devastanti sia sui richiedenti asilo e rifugiati che sull’Italia.
I Regolamenti, se approvati, diventerebbero legge subito applicabile in tutti gli Stati Ue e imporrebbero a tutti una procedura comune in cui concetti di paese terzo sicuro, paese di origine sicuro, paese di primo asilo sicuro, procedura accelerata, manifesta infondatezza, sarebbero inseriti negli ordinamenti di tutti gli Stati membri. Creando il paradosso di una procedura sì ora davvero comune, ma che vincola, pena provvedimenti punitivi e ritorsioni per i richiedenti asilo, le persone ai primi paesi di approdo. Un’unica procedura, 28 Stati totalmente separati. Una legge che farebbe di fatto alzare quei muri che Schengen avrebbe dovuto abbattere.
Dobbiamo immaginarci uno scenario senza più alternative: i richiedenti asilo che arriveranno nei paesi di frontiera dell’Unione non potranno davvero più muoversi se non attraverso il meccanismo di ricollocamento, del quale abbiamo già sperimentato il fallimento, e all’interno dei restrittissimi spazi del boccheggiante Regolamento Dublino. Uno scenario in cui in Germania potrebbero esserci poche migliaia di richiedenti asilo, quei pochi che arriveranno agli aereoporti, e dove centinaia di migliaia di persone si affollerebbero inevitabilmente in Italia, Grecia, Malta e i paesi con confini valicabili.
Crediamo necessario concentrare l’attività italiana per cercare di modificare un sistema che condannerebbe l’Italia e i rifugiati a una condizione ingestibile, sia per uno Stato che si troverebbe davvero da solo in prima linea, sia per le persone che vedrebbero le loro possibilità di essere protetti e integrati sempre più compromesse.
Ha ragione l'autore quando afferma che bisogna voler bene all'Africa, ma prende una pesante cantonata quando afferma che è amore, e non bieco interesse, quello che spinge Matteo Renzi a proporre e caldeggiare quell'orribile strumento che è il "migration compact".
LaRepubblica, 22 settembre 2016, con postilla
Ha fatto molto discutere la netta presa di posizione di Matteo Renzi in seguito al vertice europeo di Bratislava della scorsa settimana, con le sue dure critiche nei confronti dello stallo politico sulla questione dei migranti e per la totale assenza, in quel consesso, di qualunque minimo riferimento al tema dell’Africa. Una mossa, questa del premier, da alcuni addirittura qualificata come arrogante ed esagerata, quasi da gradasso. Io penso invece che, mai come in questo momento e su questo tema specifico, la voce del nostro primo ministro doveva essere così chiara e così decisa, senza spazi per alcun accomodamento.
Un’Europa che non è in grado di prendere una posizione chiara e di perseguire una decisa politica di dialogo e collaborazione con il continente africano lasciando Grecia, Italia e gli altri paesi del confine meridionale in prima linea nella gestione dei flussi quasi fossero problemi nazionali, è il vero nodo politico di questo momento storico così complesso.
Anche perché va detto che c’è poca informazione sulle dinamiche sociali e demografiche in atto in Africa, dinamiche che porteranno l’attuale miliardo di africani (corrispondente al 15% della popolazione mondiale) a divenire, secondo proiezioni statistiche condivise, 1,8 miliardi nel 2050 e corrispondere quindi al 25% della popolazione mondiale.
Se poi si osserva che l’Africa ha la popolazione più giovane del mondo, con due cittadini su tre che hanno meno di 25 anni, bisogna prendere atto che nei prossimi anni si affacceranno sul mercato del lavoro 15 milioni di giovani africani all’anno.
Questi sono i fatti, e non c’è alcun dubbio che una politica miope da parte dell’Europa, che peraltro porta responsabilità storiche enormi nei confronti dello sviluppo africano (prime tra tutte colonialismo e neocolonialismo che per secoli hanno saccheggiato e sfruttato selvaggiamente le risorse di questo continente), porta e porterà sempre di più in futuro a pagare lo scotto di un esodo di proporzioni sempre maggiori. Questo perché non si può costringere milioni di giovani a restare in paesi senza prospettive e senza lavoro, specie quando questa situazione è creata da ingiustizie perpetrate negli anni proprio da quei paesi occidentali che oggi costruiscono muri, fatti di mattoni o di leggi che siano.
Non solo l’Europa dovrà trovare risposte adeguate, ma dovrà anche farlo in fretta.
Se da un lato la politica, come scriveva Ezio Mauro qualche giorno fa su questo stesso giornale, ha il compito ineludibile di affrontare i temi della sicurezza e della solidarietà, dall’altro lato si deve introdurre il tema della fraternità proprio in seno allo stesso dibattito pubblico. Non è poesia e nemmeno utopia ingenua, questa è realpolitik.
Nei giorni in cui a Torino si apre Terra Madre, la grande assise dei contadini del mondo, la centralità del continente africano e l’importanza, al suo interno, di un settore agricolo vitale che va dall’agricoltura di sussistenza fino alle grandi aziende agricole intensive, ci richiama a una riflessione su un processo di sostegno di economie locali che l’Europa, non per carità pelosa ma quasi per un dovere di responsabile “restituzione”, deve avere il coraggio di mettere in atto. Uno sforzo di cooperazione seria in questo senso può rappresentare una grande leva di cambiamento, un reale passo nella direzione dell’equità e della giustizia.
Davanti alla violenza delle guerre, del cambiamento climatico e all’arroganza del land grabbing, il ruolo di milioni di agricoltori di piccola scala che in Africa prendono in mano con responsabilità i destini delle comunità locali e di una sana economia territoriale è decisivo per offrire risposte serie, credibili e di ampio respiro. E su questo le istituzioni europee e nazionali non possono rimanere silenti e inattive, perché in questo processo si gioca anche il futuro del vecchio continente e dei suoi abitanti.
Se sicurezza e solidarietà sono i pilastri del mandato politico, questi non possono sussistere senza la fraternità a costituirne la base. Citando Edgar Morin “ho fede nell’amore, nella fraternità, nell’amicizia… Dobbiamo essere fratelli proprio perché siamo perduti”.
postilla
Guido Viale ed Alex Zanotelli hanno ampiamente illustrato, in due scritti che abbiamo ripreso in eddyburgIl gioco crudele del Migration compact e No Migration Compact la vergogna di quella
proposta. Essa consiste essenzialmente nello stornare i finanziamenti destinati all'Africa per opere socialmente utili per indurre invece gli stati di provenienza dei migranti a effettuare un rigido controllo delle frontiere, ridurre forzosamente i flussi migratori e cooperare e in materia di rimpatri/riammissioni. L'estensioni insomma ai regimi africani dell'accordo fatto con la Turchia di Erdogan, il cui obiettivo è trattenere i migranti nei paesi di origine, da cui fuggono per miseria, guerre, carestie. delle risorse degli africani, che proprio da quello sfruttamento, e dalla corruzione dei loro governanti, sono stati gettati nella miseria e nella disperazione. È facile intravedere dietro il migration compact quegli interessi che il governo italiano da tempo sponsorizza, e da cui si fa sponsorizzare.
«I coniugi Calò, una famiglia del trevigiano, ospitano da oltre un anno sei profughi . "Quando soffia il vento del cambiamento, c’è chi costruisce muri e chi mulini"». La
Repubblica, 22 settembre 2016 (c.m.c.)
«I soldi per i migranti ci sono. I progetti anche. Rendiamo trasparenti i bilanci a faremo grandi cose». Antonio Calò, docente di Filosofia di Treviso non usa mezze parole, soprattutto dopo aver letto l’intervento su Repubblica del sindaco di Milano Giuseppe Sala, tanto che ha chiesto di incontrarlo subito.
È stanco di vedere i migranti seduti nei parchi o vagabondare per le strade senza fare nulla, ma soprattutto è stanco di vedere un’Italia che non sfrutta appieno le sue risorse. Da quindici mesi lui, la moglie Nicoletta Ferrara e i loro quattro figli, vivono con sei migranti africani. Una famiglia allargata di dodici persone. Una scelta costata inizialmente una pioggia di insulti da parte di chi li accusava di speculare sui richiedenti asilo. In realtà, è proprio grazie a questa esperienza che Calò ha elaborato un sistema di accoglienza per i migranti che non è passato inosservato. E la sua proposta ha ricevuto proprio ieri l’elogio ufficiale dal presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker.
Oggi una struttura di accoglienza riceve circa 30 euro al giorno per migrante da finanziamenti europei e in parte italiani. Due euro e mezzo sono per i richiedenti asilo, il resto va alla struttura. «Condivido ogni parola di Sala — spiega Calò, premiato per il suo esempio di generosità dal presidente Sergio Mattarella — Accogliendo sei migranti ci siamo ritrovati a gestire 5400 euro al mese.
Noi siamo la dimostrazione che con quei soldi si può fare tantissimo e si può dare lavoro ad altre persone come abbiamo fatto assumendo una psicologa e una persona tuttofare per aiutarci». Calò sostiene che dovrebbe essere necessario un decreto governativo che approvi un modello organizzativo unico di accoglienza, applicabile su tutto il territorio e magari oltre. «Se ogni Comune accogliesse sei migranti — prosegue — e nelle città più grandi ne fossero collocati sei per ogni quartiere in un appartamento, si creerebbero piccoli nuclei di persone che possono essere controllate e formate».
I soldi dei Calò vengono suddivisi così: mille euro per le spese alimentari, 1400 per la signora tuttofare, 450 come paghetta, 600 euro in bollette e servizi casa, 300 per la cooperativa, 300 per spese sanitarie, 250 per benzina, 700 per la psicologa e i 400 che avanzano per altre voci come avvocato o ricongiungimento familiari.
«Qui arriva un’umanità ferita – continua – dobbiamo smetterla di considerarli ospiti, ma futuri cittadini». La novità del modello Calò è che contempla delle figure obbligatorie (la psicologa, l’insegnante di italiano, l’educatore) che attualmente sono facoltative. La famiglia abita a Camalò di Povegliano, duemila anime nel trevigiano. Qui, tra le bandiere a favore dell’indipendenza del Veneto, sul tetto dei Calò ne sventola una blu con un cerchio di dodici stelle. È il sogno dell’Europa che vorrebbero.
E a chi domanda cosa ne pensano di un’Europa che invece alza gli scudi, rispondono: «Quando soffia il vento del cambiamento, c’è chi costruisce muri e chi mulini».
"». La Repubblica
, 21 settembre 2016 (c.m.c.)
I Leader mondiali si sono riuniti a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e in cima alla loro agenda c’è una crisi dei profughi che ha raggiunto livelli di drammaticità che non si vedevano dai tempi della seconda guerra mondiale. Il vertice delle Nazioni Unite per i rifugiati e i migranti e il vertice sui rifugiati voluto dal presidente Obama rappresentano uno spartiacque che richiama l’attenzione del pianeta sulla necessità di una risposta efficace a una crisi umanitaria sempre più grave.
Il nostro parere comune si basa su una lucida consapevolezza dei pericoli che abbiamo di fronte. Dopo l’esplosione di un ordigno nel quartiere di Chelsea a New York, lo scorso weekend, e altri attacchi in città di tutto il mondo, siamo consapevoli che la sicurezza di tutti i nostri cittadini è prioritaria in società grandi, aperte e democratiche. Ma è sbagliato dipingere le comunità di immigrati e profughi come radicali e pericolose. Dobbiamo continuare a perseguire un approccio inclusivo all’insediamento dei profughi, per contrastare l’onda crescente di dichiarazioni xenofobe in tutto il mondo, che serviranno solo a emarginare ancora di più le nostre comunità di immigrati senza renderci in alcun modo più sicuri.
Noi, sindaci di tre grandi città globali — New York, Parigi e Londra — esortiamo i leader mondiali riuniti alle Nazioni Unite a prendere misure decise per garantire soccorso e un rifugio sicuro ai profughi in fuga dai conflitti e ai migranti in fuga dalla miseria, e sostenere coloro che questo lavoro lo stanno già facendo.
Anche noi faremo la nostra parte. Le nostre città si impegnano a continuare a battersi per l’inclusività, ed è per questo che sosteniamo servizi e programmi che aiutano tutti i residenti, incluse le tante comunità di immigrati, a sentirsi bene accolti, in modo che ogni residente possa sentirsi parte delle nostre grandi città.
A New York e a Parigi, per esempio, programmi di “carte d’identità comunali” hanno migliorato notevolmente il senso di appartenenza fra gli immigrati e hanno consentito un maggior accesso a servizi come conti bancari e indennità per veterani, e a risorse comunali come biblioteche e istituzioni culturali. In meno di due anni, il programma di New York, conosciuto come IdNyc, ha registrato oltre il 10 per cento della popolazione cittadina complessiva e ha ricevuto i complimenti di una variegata coalizione di esponenti delle comunità, associazioni di supporto e partner istituzionali.
Programmi come IdNyc costruiscono città più sicure, perché gli immigrati e i profughi sanno di essere inclusi e riconosciuti dalle amministrazioni pubbliche. A New York, la polizia è stata un partner fondamentale nella creazione del programma, perché i residenti sono più disposti a denunciare reati quando hanno un documento di identità che è accettato dalle forze dell’ordine. A Parigi, nuove misure come la Carte Citoyenne e il bilancio partecipativo, che lascia decidere ai parigini come utilizzare una parte del bilancio annuale del Comune, offrono a tutti i residenti l’opportunità di partecipare alla vita cittadina e diventare stakeholder locali, senza alcuna restrizione.
Investire nell’integrazione dei rifugiati e degli immigrati non è soltanto la cosa giusta da fare, ma anche la cosa intelligente da fare. I rifugiati e altri residenti nati all’estero portano con sé competenze importanti e aumentano la vitalità e la crescita delle economie locali, e la loro presenza da molto tempo porta beneficio alle nostre tre città.
A New York, quasi metà dei proprietari di piccole imprese sono immigrati che contribuiscono a pagare le tasse e creano altri posti di lavoro per il resto dei newyorchesi. Londra recentemente ha dato il via a una campagna pubblicitaria chiamata # LondonIsOpen, che mette in evidenza storie di successo simili, scelte fra i tre milioni di londinesi che sono nati all’estero e contribuiscono alla creatività, alla vitalità e allo spirito imprenditoriale della città.
Le nostre città sono anche in prima linea per aiutare chi fugge da violenze e persecuzioni a entrare in contatto con servizi fondamentali, spesso vitali per la sopravvivenza. Parigi è una delle prime municipalità importanti ad aver aperto un centro profughi nel cuore della città. A partire da ottobre, questo centro fornirà servizi e necessità di base, oltre che supporto amministrativo, a 400 profughi. Il Comune di New York ha collocato funzionari comunali nel tribunale per l’immigrazione, per collegare le migliaia di richiedenti asilo minorenni non accompagnati del Centro America a servizi sanitari, scolastici e sociali di fondamentale importanza. L’anno scorso i distretti amministrativi di Londra hanno fornito supporto a oltre mille bambini richiedenti asilo non accompagnati, e il Comune sta elaborando nuovi metodi per lavorare insieme alle comunità e offrire supporto ai rifugiati.
Noi sappiamo che le politiche che abbracciano la diversità e promuovono l’inclusione sono efficaci. Ci appelliamo ai leader mondiali perché adottino uno spirito analogo di accoglienza e collaborazione in nome dei rifugiati di tutto il mondo, durante il vertice di questa settimana. Le nostre città sono unite in questo appello all’inclusività: è parte della nostra identità di abitanti di città ricche di diversità e prosperità.
Traduzione di Fabio Galimberti
E' giusto che il governo si preoccupi dei comuni. Ma sarebbe ancora più giusto che si occupasse dei rifugiati non solo come balle di rifiuti da sistemare qui e là, ma come persone, magari avvalendosi delle esperienze che comuni virtuosi stanno praticando da tempo. La Repubblica
, 20 settembre 2016
«Togliere ai grandi, per dare ai piccoli». Al Viminale il nuovo Piano nazionale d’accoglienza lo sintetizzano così: «Alleggeriremo le metropoli, come Roma e Milano, pretendendo che tutti, anche i paesi più piccoli, facciano il loro». Le nuove quote promettono infatti di rivoluzionare la distribuzione dei migranti. Nessuno sarà escluso.
I comuni verranno divisi in tre gruppi: quelli fino ai 2.000 abitanti, con più di 2.000 abitanti e città metropolitane. Le quote? Massimo 5 migranti per i primi, 2,5 ogni mille abitanti per i secondi, “solo” 1,5 profughi ogni mille residenti per i comuni metropolitani. Chi collaborerà verrà premiato con deroghe al blocco delle assunzioni e 50 centesimi giornalieri per ogni richiedente asilo ospitato.
Il nuovo piano è stato discusso il 6 settembre scorso al Viminale tra il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, il presidente dell’Anci, Piero Fassino, il capo della Polizia, Franco Gabrielli e il capo del Dipartimento libertà civili e immigrazione, Mario Morcone. Il documento ancora non è stato “firmato” dai comuni italiani, ma la bozza già circola al ministero e vuole essere una prima risposta a chi chiede (come ha fatto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ieri su Repubblica) «un’equa distribuzione sul territorio dei profughi».
Oggi infatti la rete d’accoglienza italiana è al limite. I numeri sono tutti da record: al 19 settembre sono sbarcati 130.561 migranti (il 5,53% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), i minori stranieri non accompagnati sono ben 16.611 (in tutto il 2015 non avevano superato i 12.360) e i migranti ospitati in strutture temporanee e centri governativi sono schizzati a 158.479 (l’anno scorso erano stati 103mila). A fare di più sono oggi Lombardia (20.843 migranti accolti), Sicilia (14.189), Lazio (12.874), Veneto (12.211), Piemonte (12.350) e Campania (12.089). Ma ora tutti dovranno rimboccarsi le maniche. Il nuovo piano prevede infatti un «sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati diffuso sull’intero territorio nazionale, che garantisca una ripartizione equilibrata».
Tutti saranno coinvolti. Anche i piccoli centri.
«Oggi in Italia su 8.200 comuni – spiega Christopher Hein, consigliere strategico del Cir (Consiglio italiano rifugiati) – solo poco più di 500 partecipano al piano per l’accoglienza». Cosa cambierà? Le future quote prevedono 2,5 migranti ogni mille abitanti, differenziando i comuni in tre gruppi: fino a 2.000 abitanti, con più di 2.000 e città metropolitane. Nel primo caso il massimo di profughi assegnati sarà di 5. Non è l’unica novità. Per alleggerire il peso sulle grandi città, già in prima linea nell’accoglienza, si prevede uno “sconto” per i 15 comuni metropolitani: la loro quota scende infatti a 1,5 rifugiati ogni mille abitanti. Certo, ogni città volendo potrà fare di più, ma solo su base volontaria.
Il nuovo piano prevede anche una serie di incentivi. I comuni potranno aderire volontariamente allo Sprar (il Sistema di protezione per richiedenti asilo, gestito da Viminale e Anci), altrimenti continueranno a subire i trasferimenti gestiti direttamente dai prefetti. Non solo. Nella prossima legge di bilancio si cercherà di prevedere per i comuni che aderiranno allo Sprar una deroga al patto di stabilità interno, per procedere così a nuove assunzioni necessarie a gestire l’accoglienza. E ancora: ogni comune incasserà 50 centesimi al giorno a migrante a fondo perduto, soldi che saranno tolti dai 2,5 euro che ogni richiedente asilo riceve per le proprie spese personali. «Quello che è essenziale alla riuscita del nuovo piano – spiegano al Viminale – è l’accordo con il maggior numero possibile di enti locali. Altrimenti tutto rischia di saltare».
Altra partita in corso nel governo è l’istituzione di una cabina di regia presso la presidenza del Consiglio, che coordini i vari interventi in materia d’accoglienza, rimpatri e accordi coi Paesi d’origine dei migranti. Insomma, un pool che metta assieme i tanti ministeri competenti. I primi incontri già ci sono stati. Ma, avvertono dal Viminale, quest’ultima “rivoluzione” «non è ancora formalizzata».
Il manifesto, 20 settembre 2016 (p.d.)
Come gestire 65,3 milioni di sfollati? Il problema è al centro della discussione iniziata ieri al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite con i leader di tutto il mondo arrivati a New York per il primo vertice dedicato a rifugiati e migranti. Il summit apre la settimana dell’Assemblea generale dell’Onu che sarà l’ultima per il sudcoreano Ban Ki moon e l’ultima per Barack Obama.
Ma come si risolve una crisi del genere? Le Nazioni Unite devono affrontare il problema del più grande movimento di persone della Storia, dopo la fine della seconda guerra mondiale, quindi «si terranno riunioni, conferenze, tavole rotonde, si produrranno documenti finali, discorsi, promesse, maledizioni e vilipendi. Poi a fine giornata, si andrà a casa», ha amaramente dichiarato PassBlue, pubblicazione indipendente che si occupa di diritti umani attraverso la lente delle Nazioni Unite. PassBlue è un progetto fondato nel 2011 dal Ralph Bunche Institute per gli Studi Internazionali presso il Graduate Center dell’Università della Città di New York, non legato finanziariamente o in altro modo alle Nazioni Unite, e sono tutti molto scettici sull’esito di questo summit.
La conferenza su rifugiati e migranti è, comunque, senza precedenti per le Nazioni Unite, i capi di Stato e di governo, i leader delle Nazioni Unite e gli esperti della società civile, dovranno intervenire e cercare di trovare un soluzione per i 65 milioni di uomini, donne e bambini che nel 2015 sono stati costretti ad abbandonare la propria casa. Per il momento hanno partorito un documento, dal titolo la Dichiarazione di New York, non vincolante, con principi e impegni da cui partire per ottenere, entro il 2018, la firma di un Global Compact, un trattato che indichi come affrontare la crisi migratoria.
«È molto interessante – ha dichiarato all’Associated Press Filippo Grandi, alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati – e se saremo in grado di tradurre questo documento in una risposta concreta, in cui si impegnano molti attori politici, si potranno risolvere davvero molti problemi riguardanti situazioni di emergenza o coinvolgenti rifugiati a lungo termine, come per la situazione siriana».
Gli argomenti di discussione comprendono i modi in cui si affrontano le cause profonde dei flussi dei migranti, la futura cooperazione internazionale sul problema, le responsabilità derivanti dal diritto internazionale e la vulnerabilità dei migranti mentre tentano di raggiungere le loro destinazioni. Nel corso dei lavori saranno toccate anche le questioni dei diritti umani e l’attuazione dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.
I risultati al momento sembrano deludenti, viste le difficoltà a raggiungere anche solo una dichiarazione di intenti condivisi.
«L’amara verità è che questo vertice è stato indetto perché abbiamo in gran parte fallito – ha detto Zeid Ra’ad al-Hussein, l’alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani – Non siamo riusciti a porre fine alle sofferenze delle persone in Siria, a porre fine alla guerra al suo esordio. Abbiamo fallito, nei confronti di milioni di migranti che meritano molto di più di vite segnate, dalla culla alla tomba, da umiliazione e disperazione».
Un fallimento ancora più evidente se si considera quello che in origine, era l’ambizioso progetto che Ban Ki moon voleva realizzare: ovvero dividere tra gli Stati membri delle Nazioni unite una quota annua pari al dieci per cento profughi. Per il segretario generale delle Nazioni unite si trattava di un modo per gestire finalmente in maniera ordinata un fenomeno drammatico come quello di chi fugge da guerre, persecuzioni e catastrofi climatiche, riuscendo così a segnare anche la fine del suo mandato. Gli Stati però, non lo hanno permesso. Da settimane nel Palazzo di Vetro si sapeva che nessun impegno preciso sarebbe stato assunto per quanto riguarda un’eventuale spartizione dei profughi. Un rifiuto conseguenza anche del vuoto vissuto non solo all’interno delle Nazioni unite – visto che Ban è praticamente scaduto e il suo successore ancora non è neanche prevedibile – ma anche alla Casa Bianca dove il nome del futuro inquilino è segnato da altrettanta imprevedibilità. E per di più con uno dei due candidati che non perde occasione per dimostrare la sua ostilità nei confronti di profughi e migranti.
«Uno studio della Fondazione Moressa descrive un inquietante scenario. Con le frontiere chiuse, nel 2030 verranno persi trenta milioni di lavoratori». La Repubblica
, 18 settembre 2016 (c.m.c.)
In epoca di sbarchi ed emergenza immigrazione, cosa accadrebbe se l’Europa potesse chiudere davvero le frontiere? L’Italia perderebbe oltre 4 milioni di lavoratori in quindici anni. I giovani diventerebbero merce rara: un milione e 300mila sparirebbero nel nulla. Boom invece di pensionati: aumenterebbero di due milioni e mezzo. Il resto d’Europa non starebbe meglio: nel 2030 dovrebbe dire addio a 30 milioni di persone in età lavorativa. Eccolo lo scenario “apocalittico” di un eventuale saldo migratorio pari a zero: «Un continente vecchio, più povero e meno produttivo».
A fotografare un’Europa chiusa nelle proprie frontiere è uno studio della Fondazione Leone Moressa, su stime Eurostat e Istat. I ricercatori partono dall’ipotesi, fantascientifica, di un saldo migratorio pari a zero. I risultati? Impressionanti. A frontiere chiuse (e con gli attuali tassi di fecondità), nel 2030 la popolazione Ue diminuirebbe dell’1,9%, sotto quota 500 milioni. Ancora più drastico il calo demografico in Germania (-7%, da 81 a 75 milioni) e in Italia (-5%, da 60 a 57 milioni). La fascia d’età lavorativa (15-64 anni), che attualmente rappresenta il 65,5% della popolazione europea, scenderebbe al 60,8%. Tradotto: 30 milioni di persone in meno. Per l’Italia si tratterebbe di una perdita di 4,3 milioni di cittadini in età lavorativa.
Ancora peggiore l’andamento in Germania: 9 milioni in meno. Calerebbero anche i giovani nella fascia 0-14 anni, dall’attuale 15,6% al 14,3%, con una diminuzione di quasi 8 milioni in Europa e un milione e 300mila in Italia. Al contrario, l’invecchiamento della popolazione porterebbe a un aumento di 6 punti percentuali tra gli over 65 (+28 milioni in Europa). In Italia gli anziani crescerebbero di 2,6 milioni, passando dal 21,7% al 27,5%.
Come sarà invece l’Italia tra 15 anni, con gli attuali flussi migratori invariati? Oggi tra gli italiani la popolazione in età lavorativa rappresenta il 63,2%, mentre tra gli stranieri il 78,1%. Gli anziani sono il 23,4% e solo il 3% tra gli immigrati, ma stando all’Istat nel 2030 saliranno al 29,2% tra gli italiani e all’8,2% tra gli stranieri. E ancora: nel 2015 gli immigrati rappresentano l’8,2% della popolazione residente in Italia. Valore che sale all’11,3% tra i bambini e scende addirittura all’1,1% tra gli anziani, «con un impatto dunque minimo sulla spesa pubblica».
Nel 2030, gli immigrati rappresenteranno ben il 14,6% della popolazione, arrivando addirittura al 21,7% nella fascia 0-14 anni e al 17,4% nella fascia 15-64. Cambierà anche il mercato del lavoro: oggi gli occupati stranieri sono oltre 2 milioni, con un’incidenza del 10% sul totale, nel 2030 saranno 4 milioni, pari al 18% degli occupati. Mantenendo gli attuali tassi di crescita, il Pil prodotto dagli immigrati ammonterà a 217 miliardi, pari al 15% del totale (attualmente è poco al di sotto del 9%).
«Oggi l’immigrazione rappresenta uno dei temi più delicati a livello europeo — scrivono i ricercatori della Fondazione Moressa, che l’11 ottobre presenteranno al Viminale il “Rapporto sull’economia dell’immigrazione” — basti pensare al referendum sulla Brexit, sul quale ha influito moltissimo la campagna anti-immigrati, al muro alzato dall’Austria o al prossimo referendum del 2 ottobre in Ungheria sui ricollocamenti dei migranti.
Nella maggior parte dei paesi Ue, il sentimento dominante è quello di chiusura delle frontiere e di contrasto all’immigrazione. Questo studio conferma invece ancora una volta l’importanza della componente straniera in Italia e in Europa, dal punto di vista demografico e di conseguenza sotto il profilo socio-economico».
Morte della politica. Con Stiglitz e Fassina, per restare nell’Unione, superando in modo condiviso e parziale la moneta unica. La democrazia chiede ancora la battaglia politica nazionale».
Il manifesto, 17 settembre 2016 (c.m.c.)
È vero che alla crisi del neoliberismo e della Ue la cultura politica non sta rispondendo adeguatamente: nulla a che vedere con quanto avvenne in occasione della crisi del paleoliberalismo del 1929, che determinò un salto di fase a destra (le teorizzazioni degli Stati a partito unico, i corporativismi) e a sinistra (l’elaborazione della teoria critica francofortese e parte della stessa riflessione di Gramsci).
Per schematizzare, si può dire che la cultura mainstream ha posizioni conservatrici (all’insegna del “non c’è alternativa” all’euro e alle sue regole) oppure progressiste: secondo queste, si deve andare verso gli Stati uniti d’Europa, iniziando col democratizzare la Ue con vari strumenti, anche economici – eurobond, politica fiscale unica –, e si deve far rientrare anche la Germania nei parametri dell’euro, oltre che tentare di far comprendere alla socialdemocrazia tedesca che c’è una contraddizione fra euro e democrazia sociale.
Ma mentre questa opzione è più che improbabile, la prevalente linea dura verrà prima o poi sconfitta dalle sue contraddizioni interne: ovvero, l’euro finirà di distruggere le società meridionali (il momento felice della Spagna non può essere che una parentesi), che andranno incontro a una polarizzazione tra forze del sistema e forza antisistema.
L’altra fonte di contraddizioni strategiche della Ue, la crisi nel Mediterraneo – in Nord Africa e in Siria –, non è passibile, a sua volta, di soluzione, e vede l’Europa assente in quanto tale, e qualche singolo Stato solo marginalmente coinvolto: anche per questa via dentro i singoli Stati si crea, sul tema dei migranti, della loro accoglienza o del loro respingimento, un’alternativa politica tra forze del sistema e forze antisistema.
Il punto è che le forze antisistema si coagulano intorno a questioni identitarie (nazionalistiche) o populistiche (la lotta anti-casta), e che la sinistra, in questa situazione, non sta trovando un ubi consistam, una chiave coerente di lettura e d’azione.
Dal dibattito in corso sul manifesto (vedi sotto, ndr) sembrano emergere due linee: la prima (di Fassina) favorevole a mettere in discussione l’unità dell’euro e al recupero di uno spazio d’azione a livello statale; la seconda (Varoufakis) indica invece come terreno di lotta l’intera Ue, e come strategia il rilancio del conflitto per la democrazia su tutte le scale, dal livello locale a quello statale – non privilegiato –, fino al livello continentale e a quello mondiale, iniziando col “disobbedire” alle regole economiche della moneta unica, senza uscirne.
Al di là della sovrapposizione fra euro e Ue – si può pensare, con Stiglitz e Fassina, di articolare l’unità del primo senza uscire dalla seconda – è abbastanza chiaro che la seconda linea è debole perché espone alle rappresaglia del potere economico europeo (il caso della Grecia lo dimostra); inoltre, è affetta da indeterminatezza perché non individua i soggetti della lotta – la questione del demos –.
Non c’è nulla di nazionalistico o di sovranista nel notare che se è vero che il soggetto del conflitto si costruisce nel conflitto stesso – è, questa, una tesi fondamentale del pensiero dialettico –, è anche vero che la prima casamatta da conquistare, quella in cui c’è ancora la più consistente riserva di potere e di legittimità, e che può divenire soggetto di politica su più vasta scala, è senz’altro lo Stato.
La politica su scala continentale ha inizio là dove la politica si condensa significativamente, nello Stato. La sinistra non può aggirare il tema della statualità consolandosi con la narrazione del predominio logico, politico ed economico della globalizzazione – che in realtà, come ha mostrato Saskia Sassen, conserva gli Stati, limitandosi a dare loro compiti neoliberisti, mentre toglie loro la pretesa di autosufficienza nazionale –.
Se non passa attraverso la scala statale, la lotta sarà sterile ribellione, frustrante spreco di energie; e non avrà alcuna speranza di giungere a livello continentale o perfino di aspirare a un nuovo assetto delle relazioni internazionali.
Ci si deve servire dello Stato per una politica democratica: la costruzione di un’Europa diversa non può fare a meno di questa leva di potere, che del resto già stanno utilizzando la destra liberista e la destra reazionaria. Dovrà forse la sinistra disinteressarsene? Dovrà forse non vedere che è a livello degli Stati che si sta coagulando la grande dicotomia fra accoglienza e respingimento, che dà il tono alla politica di oggi? Recuperare un rapporto con la società, ripoliticizzare la società in modo critico – che sono gli obiettivi della sinistra – può anche significare pensare a una politica di accoglienza europea, a una politica di pace europea, e al contempo a una politica di superamento parziale e condiviso della moneta unica, nell’ambito della Ue.
Lo spirito del tempo non soffia a favore della sinistra, certo. Ma si può anche navigare controvento. Basta saperlo fare, e volerlo fare; e avere una direzione, una meta, e una realistica tappa intermedia.