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«Le rifugiate africane respinte con le barricate a Gorino. La prefettura di Ferrara cede alle proteste e trasferisce 12 donne». Articoli di Andrea Tornago e Marco Zavagli.

Il Fatto Quotidiano e il manifesto, 26 ottobre 2016

Il Fatto Quotidiano

"ABBIAMO LASCIATO L'INFERNO
ORA DOVE POSSIAMO ANDARE"
di Andrea Tornago

L’ultimo tratto del viaggio della speranza è un rettilineo della statale 309 Romea tra Comacchio e Gorino, sul Delta del Po. Quarantadue chilometri al confine tra l’Emilia e il Veneto che dodici ragazze sui vent’anni, scappate dall’Africa in guerra, non sono mai riuscite a percorrere. Per otto ore le richiedenti asilo arrivate dalla Nigeria, dalla Costa d’Avorio e dalla Sierra Leone, sono rimaste bloccate su un pullman nella caserma dei carabinieri di Comacchio, mentre i cittadini di Gorino, frazione di Goro (Ferrara), il paese di pescatori in riva al Po che avrebbe dovuto accoglierle, salivano sulle barricate contro l’ordinanza del prefetto di Ferrara che requisiva l’ostello “Amore e Natura”.

In tutta la provincia ferrarese non c’era nemmeno una struttura disponibile: “Ci dicono tutti che sono al completo anche se è inverno – spiega il prefetto Michele Tortora –. Abbiamo scelto Goro perché non ha mai dato il suo contributo all’accoglienza”. Quasi 300 persone, metà degli abitanti di Gorino, lunedì sera sono scese in strada a bloccare l’unica via d’accesso al paese. È comparsa una barricata. E alla fine le autorità hanno dovuto fare dietrofront, verso mezzanotte, portando le dodici donne di cui una incinta in località rimaste segrete per ore. Abbiamo incontrato tre di loro nella casa di riposo di Ferrara, grazie all’opera di tessitura del sindaco Tiziano Tagliani.

“Mio marito è finito in carcere per motivi politici, poi è riuscito a evadere – racconta Belinda, 22 anni, scappata dalla Sierra Leone –. Ora il governo mi sta cercando perché credono che parli e lo faccia catturare di nuovo. Il mio viaggio per venire qui è durato cinque mesi. Sono rimasta due mesi in Libia, in un campo in cui gli uomini arabi hanno cercato di violentarmi, finché non sono fuggita anche da lì, verso il mare. Dopo due settimane sulla spiaggia, senza cibo e senza un posto in cui dormire, sono riuscita a imbarcarmi per l’Italia”.

Joy è nigeriana, ha solo 20 anni ed è scappata dal suo Paese quando il padre si è convertito alla religione vudù: “Ho incontrato un ragazzo, sono rimasta incinta, mio padre voleva ucciderci. La notte in cui siamo partiti ci hanno pure rapinati, ma siamo riusciti ad arrivare in Libia, intorno al 20 settembre. I libici ci picchiavano, ci lasciavano senza cibo, eravamo nelle loro mani. Siamo scappati una notte verso il mare, abbiamo seguito della gente che andava verso una barca e lì ho perso mio marito. Non so più niente di lui. Si chiama Lamin Dampha. Quelle persone mi hanno fatto salire sulla barca perché aspetto un bambino, hanno avuto pietà di me”.

Anche Faith ha 20 anni ed è partita su un fuoristrada verso il Mali il giorno in cui i miliziani di BokoHaram hanno rastrellato il suo villaggio nel nord della Nigeria: “Non ho notizie della mia famiglia, non so nemmeno se sono vivi o morti. Un uomo si è preso cura di me in Libia, mi ha aiutato a partire sulle barche, inseguiti dalle pattuglie libiche, e sabato scorso sono arrivata in Italia”. Su quell’autobus fermo nella caserma di Comacchio, le ragazze sopravvissute al viaggio più lungo non riuscivano a capire cosa stesse succedendo: “Vedevamo che parlavano concitati, ma l’autista non voleva che sapessimo – continua Faith –, poi abbiamo saputo che la popolazione non ci voleva e ci siamo rimaste malissimo. Se non ci date un posto voi, dove possiamo andare?”.

Gli abitanti di Gorino, ieri, hanno festeggiato. Dopo le barricate contro le richiedenti asilo per protesta non hanno mandato i figli a scuola e non sono andati a vongole, la principale attività economica del posto. “Quel che è più sconcertante è che si è trattato davvero di una protesta di popolo – spiega al Fatto il questore di Ferrara, Antonio Sbordone –. L’apporto di persone venute da fuori, o di militanti politici, non è stato determinante”. Ma il sindaco di Goro, Diego Viviani, difende i suoi concittadini: “Questa comunità non merita di essere definita razzista – ha detto il primo cittadino, eletto con una lista civica di centrosinistra – Gorino ha avuto una reazione che io non condanno, ma adesso dobbiamo dimostrare che non siamo come ci hanno dipinto”.

Sorride intanto Joy, mentre parla del bambino che porta in grembo da otto mesi. Nella barca che l’ha portata in Europa non respirava, la gente le premeva la pancia. All’ospedale di Ferrara, però, le hanno detto che sta bene. Nessuna di loro aveva mai sentito parlare di Lampedusa, di Bologna o di Ferrara prima dello sbarco. Ma se qualcuno adesso chiede loro dove volevano arrivare alla fine del viaggio, lo sguardo si fa serio, gli occhi fissi a terra: “Italy”.

il Manifesto
GORO , LA CACCIATA
DEI PROFUGHI

di Marco Zavagli

Alla fine hanno vinto loro. Gli abitanti di Gorino che pur di non accogliere 12 donne rifugiate con i loro bambini hanno alzato barricate e protestato tutta la notte, accendendo i riflettori su questo paesino del Delta del Po. Il prefetto di Ferrara ha deciso il trasferimento del piccolo gruppo di rifugiati nei comuni vicini senza però riuscire a mettere fine alla protesta che è continuata anche ieri. Un episodio che «non fa onore all’Italia» dice il ministro degli Interni Angelino Alfano, mentre la diocesi parla di una «notte che ripugna alla coscienza cristiana».

Strano destino quello dei pescatori di Gorino. Un tempo rischiavano la vita per salvare donne e bambini dalle acque. Ora respingono chi da altre acque, quelle del Mediterraneo, è riuscito a fuggire. Era la notte del 17 novembre del 1951. Il Po aveva rotto gli argini a Occhiobello, tra Ferrara e Rovigo. I pescatori di Goro risalirono la piena con le proprie barche per portare soccorso a chi era in balia dell’alluvione. «Non esitarono, nessuno esitò – raccontava Fidia Gambetti riportando su l’Unità la cronaca di allora -. Per 48 ore almeno e proprio nei momenti della massima piena, migliaia di vite umane dovettero la loro salvezza soltanto all’audacia, allo sprezzo del pericolo, alla perizia instancabile degli uomini che navigavano su codesti gusci di noce». Alcuni persero la vita. Ma «portarono in salvo 320 fra bambini e donne».

Cosa è rimasto di «questo pugno di uomini intrepidi e da sempre dimenticati su un lembo di terra duramente conquistata giorno per giorno»? Difficile stabilire i contorni umani della rumorosa rivolta contro la decisione della prefettura di Ferrara. Difficile anche riportare i commenti che i manifestanti hanno affidato ai taccuini dei cronisti mentre sbarravano l’accesso a quell’ostello dal nome che suona oggi come crudele beffa, «Amore e natura». Eppure se un intero paese scende in strada spontaneamente per negare accoglienza a dodici giovani donne un motivo ci deve essere.

E allora si prova a scavare nella recente storia di questo paesino di 600 abitanti sperduto nel delta del Po. Fino a dieci anni fa i goresi erano forse tra i pescatori più invidiati dell’alto adriatico. La Sacca sembrava un serbatoio inesauribile di vongole. Il prezzo dei molluschi era alle stelle. Poi il mercato si è incrinato. La natura ha fatto la sua parte. Il cuneo salino e l’aumento delle temperature hanno provocato morie di vongole. A questo si aggiunge una selvaggia pesca abusiva notturna. Tutti elementi che hanno messo in ginocchio l’economia locale.

Bastano i motivi finanziari a giustificare quello sbarramento prima umano che materiale? Una domanda destinata qui a restare senza risposta. Certo fa riflettere la denuncia, etica, del prefetto Michele Tortora: «Abbiamo contattato i privati, tutti gli hotel e strutture ricettive della costa e tutti hanno risposto, appena sentito parlare di profughi, che le strutture sono già al completo». Per la cronaca, in ottobre il turismo sui lidi ferraresi è prossimo allo zero.

L’esasperazione verso quello che, inutile nasconderlo, viene visto da buona parte della popolazione come un «pericolo invasione» trova terreno fertile nella destra. La Lega Nord, con l’appoggio di Casa Pound e Forza Nuova, nel capoluogo amministrato dal Pd, ha ottenuto seguito denunciando il degrado e la microcriminalità in zona stazione. A questo si aggiungono inchieste di procura e corte dei conti sui rapporti tra Comune di Ferrara e cooperative che gestiscono l’accoglienza. Tutto utile a far crescere la diffidenza.

Ferrara un tempo era conosciuta come patrimonio Unesco, città d’arte e di cultura, patria d’adozione dell’Ariosto e del Tasso. E negli ultimi anni? Le cronache nazionali la ricordano per il caso Aldrovandi. Per l’assurda fine di Said Belamel, il 29enne morto di freddo dopo una notte in discoteca mentre chiedeva invano aiuto agli automobilisti di passaggio. Per la madre che ritira la figlia dall’asilo dove lavora un’assistente con la sindrome di Down. Per il medico vicepresidente dell’ordine che le dà ragione, perché «i Down devono stare in cucina e non a scuola». Per i commenti sui social di chi brinda al suicidio sotto un treno di un giovane nigeriano. Per l’esponente di FdI che promette di far fuori tanti profughi quanti ne sbarcano. Per un vescovo che augura a Bergoglio di fare la fine di Giovanni Paolo I.

Ah, è vero. Grande spazio è stato riservato anche al «petaloso» nato dal «bell’errore» del piccolo Matteo. Qualcuno una volta chiedeva di restare umani. Sarebbe già molto tornare bambini.

». La Repubblica, 24 ottobre 2016 (c.m.c.)

«Please do not destroy the Jungle». Abdul esce dalla tenda azzurra, e spiega: «Se mi cacciano da qui, andrò a nascondermi da qualche altra parte. Non posso restare in Francia, ho mio fratello a Birmingham». Nonostante l’implorazione del giovane afgano, la Giungla di Calais sarà distrutta. Da oggi il governo organizza lo sgombero totale e definitivo della più grande bidonville d’Europa nella quale vivono almeno 7mila migranti. Una sessantina di pullman arriveranno alle 8 di stamattina nel gigantesco parcheggio ai confini della Giungla.

I passeggeri saranno smistati tra uomini maggiorenni, donne e bambini, minorenni senza famiglia, persone malate o con handicap. Potranno essere accolti in uno degli oltre 250 Cao,Centre d’Accueil et d’Orientation, le strutture organizzate in giro per la Francia nelle ultime settimane proprio per svuotare Calais.
«Starete al caldo e al sicuro» è scritto su un volantino che una funzionaria della Prefettura distribuisce ai migranti per convincerli ad accettare la proposta del governo. I testi sono tradotti in nove lingue, con una parte di spiegazione a fumetti. Le partenze dovrebbero essere volontarie ma molti non si fidano, temono di essere espulsi. La vigilia è tesa. A poche ore dall’inizio dell’operazione, si sono già verificati i primi scontri tra poliziotti e manifestanti No Border che vogliono impedire l’evacuazione. Due militanti sono stati fermati. Il governo ha mobilitato oltre 1200 agenti per garantire sicurezza e flussi. «I problemi saranno probabilmente di notte», avverte Gilles Debove, del sindacato di polizia.
La baraccopoli tra mare e boscaglia nata nella primavera 2015, con la prima crisi di migranti in Europa, assomiglia ormai a una città fantasma. La polizia ha già fatto chiudere il New Kabul e l’Hamid Karzai Restaurant gestiti dagli afgani sul “corso” principale della Giungla. Marc e Eileen, due britannici che avevano costruito due anni fa l’Ecole des Dunes, si sono rassegnati a portare via libri, fotocopiatrici, pannelli solari. Sanno che anche la loro scuola, dove hanno fatto lezione a tanti bambini, sarà distrutta tra qualche giorno. Il Jungle Boxing Club non è più frequentato da nessuno. Da domani arriveranno ruspe e bulldozer. Tutto deve scomparire.
La Prefettura di Calais non parla di sgombero ma di “messa al riparo” dei migranti. Per molte Ong le intenzioni del governo sono poco umanitarie. «È un’operazione elettorale», taglia corto Amin Trouve Baghdouche, coordinatore di Médecins du Monde. A sei mesi dalle elezioni presidenziali la vergogna di Calais deve essere cancellata. «Il problema è che non puoi cambiare la geografia, molti continuano a sperare di andare nel Regno Unito» racconta Christian Salomé, presidente dell’Auberge des Migrants. L’associazione ha lanciato un appello per donare valigie, borse, zaini. È la merce più richiesta. Alcuni migranti partono con un fagotto, altri devono fare un trasloco dopo mesi passati nella Giungla.
Negli ultimi giorni, i tentativi di “passare” la frontiera si sono intensificati, con i trafficanti che hanno quintuplicato i prezzi. «Almeno duemila non se ne vogliono andare » calcola il presidente dell’Auberge des Migrants. Il rischio è che vadano a nascondersi nella regione, per poi tornare. Il Belgio ha rafforzato i controlli al confine non appena è stata annunciata la data dell’evacuazione.
I migranti che non vorranno partire saranno probabilmente portati in centri di detenzione, anche se le autorità finora negano. Insieme alle borse, l’Auberge des Migrants ha fatto anche una scorta di estintori. «Temiamo che ci siano incendi durante l’evacuazione». Difficile che sia un’operazione pacifica come annunciato dal governo.
I curdi che combattono l’Isis sono un popolo in lotta e in fuga perenne. Fra Turchia, Iraq, Iran e Siria. Tra fronti di guerra e campi profughi».

Il Fatto Quotidiano, 24 ottobre 2016 (p.d.)

Il Kurdistan non esiste ma si trova in Turchia, in Iraq, in Iran, in Siria. Non è tracciato sulle mappe, ma si trova a sud di Ankara, ad ovest di Bagdad, ad est di Damasco.

Non siede ai tavoli delle trattative né tra gli Stati in guerra né tra quelli in pace e il suo popolo è stato usato prima come testa d’ariete contro Assad, poi da scudo per arginare l’avanzata dei macellai neri dell’Is, quando i curdi siriani, a lungo, sono stati l’unico argine armato tra noi, l’Europa e il Califfato fondato nel 2014 nel cuore della Siriaq.

Mardin combatte – kalashnikov, kefiah e scarpe da corsa – nello Ypg, Yekineyen Parastina Gel, le Unità di protezione del popolo, milizie volontarie e braccio armato del Pyd, il Partito dell’Unione Democratica del Kurdistan.

A nervi saldi e cuore caldo, in perenne fuga da un’enclave militare all’altra, il guerrigliero che sa correre come una lepre sotto le nubi nere della notte anatolica si fa chiamare così in onore della sua città natale. Torrette di controllo dei soldati di Erdogan, cavallo di frisia, si scappa da un lato all’altro solo col buio. Durante la corsa dietro di te lasci la Turchia, davanti a te si spalanca il Rojava, nome della terra curda dell’ovest che si estende a nord est della Siria. Il debutto della loro utopia politica rimane in corso, un mondo in evoluzione mentre in quello arabo continua la rivoluzione. In Siria sono scoppiate due guerre in una sola per la nazione più numerosa del mondo che non ha mai avuto uno Stato ma da sempre ha una lotta, un popolo che non ha mai avuto confini ufficiali eppure li difende con la vita per hèviya azadiyè, speranza di libertà.

Mardin combatte per quel triangolo di terra rovesciato che è il Kurdistan che non ha frontiere riconosciute, se non quelle segnate dal sangue dei suoi martiri. È la terra che non c’è sia per chi scappa dalle bombe sia per chi resta a tirarle, dove rimangono tutti i pronti alla morte per la walateme, la nostra terra, i figli di quello che chiamano Apo. È Abdullah Ocalan l’uomo che ha disegnato per la prima volta il perimetro di questa chimera socialista e vive solo da quasi vent’anni, detenuto unico dell’isola prigione di Imrali nel mar di Marmara. Più di cinquantamila morti curdi fa, tutti ammazzati dall’esercito turco, se Apo nel 1978 non avesse fondato il Pkk, se nel 1984 il Pkk non avesse imbracciato armi e montagne, oggi Mardin, le soldatesse con la treccia che dormono in divisa e al mattino, prima lavarsi la faccia nel fiume, se ne infilano un’altra identica, insieme allo Ypg, non esisterebbero.

Per i civili se non è inferno siriano, è purgatorio iracheno.

Nel campo profughi di Domiz, a Dohuk, l’asta affonda in metri di fango, sotto pioggia battente, mentre sulla bandiera sventola il rosso, verde e bianco, il tricolore del sangue, della terra e dell’uguaglianza, con al centro il sole a ventuno raggi. Dall’inizio della guerra sono migliaia i curdi, insieme alle minoranze di yazidi ed assiri in arrivo da ogni provincia siriana, che si sono rifugiati nella regione tenuta in pugno da Mas’ud Barzani dal 2005, nel campo gestito dall’Unhcr. Le tende sono case, sono cliniche, sono negozi e sono scuole improvvisate di una tendopoli profuga che è ormai una città dentro l’altra, a una paio di chilometri dalla Capitale del Kurdistan iracheno, Erbil, solo 80 chilometri dalla roccaforte jihadista adesso sotto assedio.

Il popolo che ha insegnato all’Europa che vuol dire resistere a Kobane, ora ricorda che vuol dire avanzare a Mosul. Dei 30mila soldati delle unità musulmane che marciano verso il fortino nelle mani del Califfato dal 2014 in queste ore, sono 4mila i curdi peshmerga tre le milizie sciite, le tribù combattenti sunnite, soldati iraniani ed esercito iracheno.

I Kurdistan ormai sono più di quattro, alcuni fanno sponda in Europa dopo l’esodo mediterraneo, quando alla diaspora fuggita dalle guerre di ieri verso Germania e Scandinavia, si è aggiunta quella di oggi: del milione di siriani scappati attraverso la Turchia nel 2015, sono centinaia di migliaia i non censiti che parlano kurmangi e sorani, dialetti della lingua kurdì. Inshallah Allemagne. Merkel Miracle.Open the borders, maifreen.

A Idomeni, ognuno era “my friend” quando, tenda dopo tenda, si accendevano i falò, si bruciava gomma, legno, scarpe, calava la notte e si alzava la puzza acida di plastica bruciata e piscio. Dall’altro lato, nella Las Vegas macedone, nel deserto di Gevgelija, brillava la luce rossa dei casinò che illuminava il corridoio chiuso del passaggio vietato. Sognare la Germania in Grecia, come facevano i curdi bloccati dalla polizia, era un paradosso per gli ellenici affondati dall’Europa. Mohamed parlava francese, inglese, armeno, turco, arabo, kurmangi e persiano. Per 23 anni era stato un contabile ad Aleppo: “Ora questa è la mia nuova vita. Una ciotola di riso per terra”. Hussein aveva una maglia dei Pink Floyd, un’estensione all’orecchio e le forbici in mano. Era il barbiere della Rojava migrante sui binari di Idomeni. Stava tagliando i capelli a Rudyn: “Io ho un vero nome curdo, un nome socialista. Noi non torniamo indietro, per gli shabab curdi, siriani o iracheni, la morte è sempre turca”. Da campeggio, da circo, militari, da beduini, di plastica, di tappeti: quelle tende ad Idomeni a più di un curdo ricordavano quelle fatte di foglie e rami, nascoste tra i massi, della guerriglia sulle montagne. Chi era arrivato per primo al binario chiuso d’Europa aveva occupato un posto nel treno immobile e tirava su le coperte nella cuccetta viaggiatori ogni sera. Chi ci riusciva, dormiva. E chi dormiva forse sognava che quel vagone arrugginito, fermo da mesi, cominciasse improvvisamente a muoversi per tornare indietro verso la terra che non esiste o ripartire verso nord.

Migliaia di donne palestinesi e israeliane unite per la pace marciano nella travagliata regione spezzata dalla barriera israeliana della West Bank. Una notizia silenziata dei media italiani, che riprendiamo tardivamente da Terra Santa on line, 20 ottobre 2016, con link a un ampio servizio illustrato del Washington Post

Migliaia di donne hanno partecipato a una marcia perchiedere la pace tra Israele e Palestina
Si è conclusa ieri a Gerusalemme, davanti allaresidenza ufficiale del primo ministro israeliano, l'ultima iniziativa delmovimento Donne che fanno la pace. La cui azione prosegue.
«Sapete una cosa? Quando ci si mette dalla parte dellaverità, la pace è destinata ad arrivare». Leymah Gbowee è l’attivista liberianache nel 2011 ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace (assieme a Ellen JohnsonSirleaf e alla yemenita Tawakkul Karman) per aver guidato il movimentononviolento composto da donne cristiane e musulmane che è stato cruciale nelporre fine alla guerra civile in Liberia.

Ieri sera però Gbowee non parlava dell’Africa. Dalpalco di fronte alla residenza del primo ministro di Israele a Gerusalemme, sirivolgeva alle migliaia di israeliane e israeliani che si sono radunati perconcludere una marcia pacifica iniziata 15 giorni fa nel nord del paese. LaMarcia della Speranza è l’ultima iniziativa di WomenWage Peace(Le donne fanno la pace), il movimento fondato da un piccolo gruppo diisraeliane nell’estate del 2014, durante l’ultimo attacco a Gaza. Ci siincontrava nelle case per confrontarsi sulla «situazione», pensare a strategiecreative per costringere la politica a rimettere un accordo di pace in cimaall’agenda.

Il gruppo si è allargato nell’arco di poche settimanee oggi Women Wage Peace conta sul sostegno di migliaia di donne in tuttoil Paese. Laiche, religiose, di destra o sinistra, colone, musulmane, ebree ecristiane, donne provenienti da ogni settore della popolazione unite da unarichiesta: «Che i nostri leader politici lavorino con rispetto e coraggio,includendo la partecipazione delle donne per trovare una soluzione alconflitto. Solo un accordo politico onorevole può assicurare il futuro deinostri figli e nipoti».

L’anno scorso in commemorazione dei bombardamenti suGaza del 2014, le donne del movimento organizzarono l’Operazione digiuno,montando una tenda davanti alla residenza del primo ministro e digiunando aturno per 50 giorni - l’equivalente della durata del conflitto. Sotto la tendabianca si fermarono cittadini comuni, membri del Parlamento, come Tzipi Livni eIsaac Herzog, intellettuali come Tszvia Walden, la figlia di Shimon Peres. Unanno dopo il movimento è tornato davanti alla residenza di Benjamin Netanyahuper concludere la Marcia della Speranza. Un evento durato 14 giorni che haincluso micro-marce in tutto Israele e, secondo le organizzatrici, ha coinvolto20 mila persone. Tra queste, anche donne palestinesi e giordane che hannomarciato dalla loro parte del confine.

«Le marce locali sono state meravigliose, ed è statoimportante riuscire a esser attive in tutto il Paese, da Eilat su fino a Metulae Rosh Hanikra. A Gerico eravamo duemila, tra cui molte palestinesi». MichalShamir è una professoressa d’arte, insegna al Sapir College che si trova neldeserto del Neghev, vicino a Sderot. Conosce la vita fatta di sirene cheiniziano a suonare all’improvviso e corse verso i rifugi antiaerei ogni voltache dalla Striscia di Gaza partono i lanci di razzi. Fa parte di Women WagePeace dall’inizio e ora è responsabile del «giorno dopo». «Women WagePeace non si ferma. Costruiremo una sukkah (la struttra temporaneafatta di legno, tende e fogliame che gli ebrei costruiscono per la Festa delleCapanne - Sukkot - che si celebra in questi giorni) e saremo qui finoalla conclusione di Sukkot lunedì prossimo», spiega Michal. Abbiamo unprogramma di eventi, e ospiti che ci faranno visita. Poi fino al 30 ottobre,quando il Parlamento riaprirà i lavori per il nuovo anno, ci sarà un alternarsidi donne che per un’ora staranno a piedi nudi davanti alla casa del premiercome segnale di presenza».

La partecipazione delle donne palestinesi è stataorganizzata da Huda Abuarqoub, attivista nata a Gerusalemme e cresciuta aHebron, direttrice regionale dell’Alleanza per la pace in Medio Oriente.Parlando dal palco ieri sera ha detto: «Sono qua con donne che hanno sceltocoraggiosamente di intraprendere una strada che non è ancora percorsa. Unastrada di speranza, amore, luce, dignità, inclusione e riconoscimentoreciproco. E sono anche qui per dirvi, sì, avete un partner, lo avete visto».

Anche Leymah Gbowee, che è arrivata dalla Liberia pertrascorrere assieme alle donne di Women Wage Peace gli ultimi tre giornidella marcia ha parlato di inclusione e presenza. «Questi giorni sono stati perme un tonante sì: la pace è possibile. Questi giorni sono una manifestazione eun messaggio: davvero c’è un partner per la pace», ha detto ieri sera dal palcoa Gerusalemme. E martedì durante un incontro alla comunità arabo-ebraica di NevéShalom-Wahat Al-Salam, Gbowee ha lanciato alle donne un messaggio chiaro:«Fare la pace è una cosa difficile, richiede un prezzo. Richiede diavventurarsi in luoghi che non avete mai immaginato assieme alle vostre sorellepalestinesi. Vi farà perdere amici e sacrificare la famiglia. Se non sietepronte, fate un passo indietro». Ieri concludendo il suo intervento ha promessodi fare tutto il possibile per sostenere israeliane e palestinesi nel loropercorso: «Avete alleati in Africa, in Asia, Europa, in tutto il mondo». La piazzaha ascoltato attentamente e gli applausi liberatori non fanno pensare a unpasso indietro.

Qui potete scaricare un ampio servizio illustrato dal Washington Post,del 19 ottobre 2018

Quello che raccontano le statistiche è davvero scoraggiante, ogni volta che si parla si cose serie e si guarda dietro alle slides. Un'analisi di Antonio Sciotto e un commento di Andrea colombo. il manifesto, 23 ottobre 2016



ITALIA SENZA FUTURO:
SEMPRE PIÙ GIOVANI

A CASA CON I GENITORI
di Antonio Sciotto

Generazione precaria. Sono il 67% degli under 35 secondo Eurostat, 20 punti sopra la media Ue. Soprattutto maschi, molti hanno già un lavoro. Oltre 40 mila bambini nascono da mamme over 40: è anche questo un nostro «primato» nel continente

La notizia non è di quelle che stupiscono, ma sicuramente non per questo è meno negativa: i giovani italiani sono quelli che si fermano a vivere più a lungo presso i propri genitori (ci battono solo gli slovacchi), e la percentuale dei «mammoni» (così li hanno battezzati ieri, un po’ spregiativamente, agenzie e quotidiani on line) è addirittura in aumento. A certificarlo è l’Eurostat, l’istituto di statistica Ue, che ha diffuso ieri i dati relativi al 2015.

L’anno scorso, secondo Eurostat, oltre due terzi dei «giovani adulti» (il 67,3%), ovvero coloro che hanno tra i 18 e i 34 anni, in Italia viveva a casa con almeno un genitore, una percentuale in crescita sul 2014 (era al 65,4%) e al top nell’Unione europea, se si eccettua, come abbiamo detto, la Slovacchia. Quasi 20 i punti di differenza rispetto alla media del continente, che risulta pari al 47,9%. Si tratta di circa sette milioni di persone.

Il fenomeno è in crescita anche se isoliamo una fascia di età più ristretta, quella tra i 25 e i 34 anni, ovvero tra coloro che dovrebbero aver terminato gli studi e iniziato a lavorare. In questa fascia i giovani a casa con mamma passano dal 48,4% del 2014 al 50,6% a fronte del 28,7% in Ue e del 3,7% in Danimarca.

Ma i sette milioni in causa sono tutti disoccupati? O magari studenti? Niente affatto, si scopre infatti che una buona percentuale di chi decide di rimanere a vivere con i genitori ha un’occupazione, in diversi casi anche stabile. Dichiara di avere un impiego il 40,3% dei giovani intervistati, e ben il 25% ha un posto a tempo indeterminato. Il 18,8% si dichiara ancora studente, mentre i disoccupati sono il 24,3%.

Un dilatamento generale dei tempi che ha come conseguenza anche il rinvio del momento in cui si forma una famiglia, e per le donne vuol dire spesso gravidanze più tardive: fenomeni su cui l’Italia può vantare ugualmente dei primati nella Ue. Oltre 40 mila bambini nascono ormai da mamme ultraquarantenni, il dato più alto in Europa, mentre le mamme giovani risultano molte meno rispetto al resto del continente (quelle tra i 25 e i 29 anni sono meno della metà di quelle francesi).

È interessante notare che mentre da noi le percentuali di giovani che si fermano a vivere presso i genitori sono in crescita (dal 65,4% del 2014 al 67,3% del 2015, come abbiamo detto), in Europa invece si è registrata una discesa, per quanto molto piccola: dal 48,1% al 47,9% dei 18-34 enni.

In permanenza in famiglia ci superano dunque solo gli slovacchi (69,6%), mentre Malta è poco più di un punto sopra di noi (66,1%). A distanza siderale la vicina Francia (34,5%, dato per giunta in calo), e il Regno Unito (34,3%), un poco meno lontana la Germania (43,1%). Assolutamente irraggiungibile (perlomeno nel giro di pochi anni) la Danimarca, che svetta con il suo 19,7% e conferma la precoce (e proverbiale) autonomia dei ragazzi scandinavi.

La tendenza dei giovani italiani a non lasciare la casa dei genitori è ancora più evidente nella fascia tra i 25 e i 34 anni, perché in questo caso il confronto con diversi paesi Ue diventa quasi paradossale. In Italia, anche a causa delle difficoltà nella ricerca di un’occupazione, la percentuale di coloro che sono tra i 25 e i 34 anni e vivono con la famiglia di origine ha raggiunto il 50,6% (era al 44% nel 2011) con quasi 22 punti in più rispetto alla media europea (dietro solo alla Grecia con il 53,4%).

La distanza è siderale rispetto ai paesi del Nord Europa (3,7% la Danimarca, 3,9% la Svezia) ma anche rispetto alla Francia (10,1%, in calo di un punto), il Regno Unito (16%) e la Germania (19,1%) mentre la Spagna è al 39,1%. E l’aumento si è registrato nonostante gli sforzi del governo, da Garanzia giovani ai punti rosicchiati alla disoccupazione under 35.

Interessanti i raffronti (e sempre negativi per l’Italia), se consideriamo diverse fasce d’età: se si guarda a i18-24 anni, vive in casa il 94,5% del totale (79,1% nella Ue) mentre tra i 20 e i 24 anni la percentuale scende al 93% (è al 59,8% in Francia).

A restare a casa sono soprattutto i maschi con il 73,6% del totale tra i 18 e i 34 anni (quasi 3 su 4), in crescita dal 71,8% del 2014. La percentuale, sempre maschile, dei giovani tra i 25 e i 34 anni cresce dal 56,8% al 59,3%, con oltre 24 punti in più rispetto alla media europea. Le donne in questa fascia di età restano a casa nel 41,7% dei casi.

PERCHÉ RENZI
NON AMA IGIOVANI
di Andrea Colombo

Chiederselo è inevitabile: ma Renzi odia i giovani? A sentirlo si direbbe il contrario. Anzi, è tutto uno sproloquio giovanilista, pur se di maniera. Ma le parole costano poco, e i fatti raccontano una storia opposta. Il grande rottamatore, oltre ai suoi nemici politici, ha rottamato soltanto i giovani. È inutile che il ministro Poletti strepiti. Quando il presidente dell’Inps Boeri dice che la manovra massacra ulteriormente i giovani fotografa lo stato delle cose. Non è una novità.

Il Jobs Act sembra davvero un piano diabolico partorito da un mad doctor incarognito con chiunque sia sotto i 30. Gli incentivi studiati per consentire il trucco della trasformazione di contratto e dell’assunzione a tempo indeterminato spogliata di ogni sostanza erano fatti apposta per regalare briciole ai lavoratori attempati senza lasciare agli imberbi neanche quelle: si accontentassero dei voucher. I risultati vengono periodicamente immortalati dalla rilevazioni statistiche e ci vuole la faccia di bronzo del nostro premier per rivenderseli come una vittoria.

Su poco più di 500mila nuovi assunti reali, 402mila sono ultracinquantenni, e se il tasso di disoccupazione, almeno quello nominale, scende nel complesso, tra i giovani non si vede neppure uno spiraglietto. Così finisce che un giorno sì e l’altro pure ci scappa qualche titolone, una volta sui 100mila giovani che ogni anno lasciano il Paese, l’altra, proprio ieri, sulla scoperta che il 67,3% dei concittadini tra i 18 e i 34 anni campa a casa con mamma e papà.

C’è solo da sperare che non aggiunga la beffa al danno qualche dotto, come Elsa Fornero o il compianto Padoa-Schioppa, sentenziando che i fanciulli sono «troppo choosy» e forse decisamente «bamboccioni».

Non sarà antipatia generazionale, figurarsi, ma solo incapacità e solerzia nell’avvantaggiare chi di vantaggi già ne conta a mazzi, come le aziende o le banche, e se di mezzo ci vanno «i ragazzi» è solo per effetto collaterale. Non che siano peccati veniali, però. Il riflesso si coglie con precisione millimetrica nei sondaggi sul referendum. La riforma del giovanilista va fortissimo tra gli over 65, precipita nella fascia mediana, cola a picco tra i giovani, che le meraviglie del renzismo le sperimentano ogni giorno e si fidano dei Tg addomesticati un po’ meno dei nonni.

Sbirciando la legge di bilancio, pardon le sulla medesima perché la legge rimane fantasmatica e vai a sapere cosa ci sarà scritto davvero, sorge tuttavia il dubbio che almeno in quest’ultimo passaggio un po’ di consapevole malignità ci sia stata. La manovra, lo sanno tutti tranne Padoan e lo scrivono persino i giornali ridotti spesso a fanzines di palazzo Chigi, è una specie di befana anticipata.

I pacchetti sono piccoli, è vero, ma in compenso sono tanti. Il materiale non è eccelso, i doni si scasseranno presto rivelandosi mezze fregature o peggio, ma intanto regaleranno un attimo di gioia a molti giusto in tempo per spingerli a votare come conviene.

Eppure in tanta abbondanza i soliti giovani sono rimasti con in mano il classico carbone. Per loro non c’è neppure l’illusione di un miglioramento. Giusto la conferma di quel bonus cultura di 500 euro per i diciottenni che solo a nominarlo viene da ridere, o da piangere.

In un recente consiglio dei ministri Matteo Renzi l’ha spiattellata chiara: «Il voto di sinistra è perso, bisogna conquistare quello di destra». Vuoi vedere che si è anche detto: «Il voto dei giovani, con le mazzate che gli abbiamo dato, è perso. Meglio rinsaldare il consenso nelle fasce dove andiamo forte».

E se qualcuno trova strano che il futuro disegnato da Renzi piaccia solo a chi ha più passato che futuro, sarà pure giovane ma resta gufo.

Rovigo - “Io mi occupo delle persone in carne ed ossa”. Così Massimo Bergamin, primo cittadino del comune capoluogo di Rovigo, commenta l’iniziativa delle parrocchie del vicariato di Rovigo che ha messo dei cartelloni in alcune zone della città dove lanciano un messaggio ispirato dal Papa sull’accoglienza dei profughi.

“Se loro vogliono dare una mano sono contento - spiega - figuriamoci se mi metto in polemica. Io so solo di fare il sindaco di una città che per il sociale ha 900mila euro mentre mette a disposizione per i richiedenti asilo 2milioni e 500mila euro”.

Bergamin, che sta studiando come recuperare i 5 euro dalla quota che le cooperative ricevono dalla Stato, si sente discriminato dal Governo perché i sindaci si trovano da soli a gestire queste problematiche: “Io oggi ricevo una famiglia, papà e mamma con tre figlie, che sta ricevendo uno sfratto, esecutivo lunedì” ribadendolo anche durante trasmissione Agorà su Rai 3.

Dall’altra parte il prefetto Enrico Caterino commenta positivamente, al di là dei pensieri politici, la posizione della Diocesi: “Quando c’è stato bisogno è stata la prima ad aiutarci - afferma - a fine agosto primi di settembre ha ospitato temporalmente per 10-15 giorni in via Sichirollo una ventina di profughi che poi sono stati collocati in altre strutture”. Situazione ancora entro i limiti: circa 600 i profughi presenti in Polesine.


Riferimenti
Qui da youtube un documentario della RAI sull'alluvione del Polesine del novembre 1961. Ma solo all'inizio, alla radice del disastro, si accenna alle cause

La legge sancisce che l’esportazione di materiale di armamento nonché la cessione delle relative licenze di produzione devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia e devono essere regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione

. omune-info, 16 ottobre 2016 (c.m.c.)

E’ italiana la fabbricazione della bomba che ha causato anche l’ultima strage di massa a Sana’a nello Yemen, almeno 150 morti e 530 feriti, colpiti durante una cerimonia funebre? E’ molto probabile e la cosa, francamente, non dovrebbe più stupire. Il perché lo spiega, ancora una volta in modo indiscutibile, questo articolo di Giorgio Beretta. La ministra Pinotti, ancora una volta oltre il senso del pudore, si premura di precisare: «La ditta Rwm Italia ha esportato in Arabia Saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente». Anche il fatto che il massacro yemenita colpisca di proposito e soprattutto la popolazione civile inerme dovrebbe ormai essere cosa nota.

Quel che tendiamo spesso a dimenticare, semmai, sono i numeri del business, annegati come sono in una palude oceanica di cifre insanguinate. Stavolta ne isoliamo solo due: nel bienno 2014-15 il ministero degli esteri italiano ha autorizzato l’esportazione verso l’Arabia Saudita di un arsenale militare per un valore complessivo di quasi 420 milioni di euro. Il catalogo è nell’articolo. Nello stesso periodo, alle forze armate saudite sono stati consegnati sistemi e materiali militari per oltre 478 milioni di euro. Per una volta, forse, sarà meglio non aggiungere altro.

Potrebbero essere di fabbricazione italiana le bombe che sabato scorso hanno colpito l’edificio a Sana’a in Yemen dove era in corso una cerimonia funebre causando 155 morti e più di 530 feriti. Il corrispondente della tv britannica ITV, Neil Connery, che è entrato nell’edifico poco dopo il bombardamento, ha infatti pubblicato via twitter la foto di una componente di una bomba che, secondo un ufficiale yemenita, sarebbe del tipo Mark 82 (MK 82). Altre immagini pubblicate via twitter sono più precise: riportano la targhetta staccatasi da una bomba con la scritta: «For use on MK82, FIN guided bomb». Segue un numero seriale: 96214ASSY837760-4. L’ordigno sarebbe stato prodotto su licenza dell’azienda statunitense Raytheon per essere usato su una bomba MK82. Ma non è chiara l’azienda produttrice e il paese esportatore. Che potrebbe essere anche l’Italia.

Bombe del tipo MK82, infatti, sono prodotte nella fabbrica di Domusnovas in Sardegna dalla Rwm Italia, azienda tedesca del colosso Rheinmetall, che ha la sua sede legale a Ghedi, in provincia di Brescia. E sono state esportate dall’Italia, con l’autorizzazione da parte dell’Unità per le autorizzazioni di materiali d’armamento (Uama). La conferma, seppur in modo indiretto, l’ha data mercoledì scorso (il 12 ottobre) la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, rispondendo a una interrogazione del deputato Luca Frusone (M5S): «La ditta Rwm Italia – ha detto la ministra Pinotti – ha esportato in Arabia Saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente».

All’azienda Rwm Italia nel biennio 2012-13 sono state infatti rilasciate da parte dell’Uama autorizzazioni all’esportazione per bombe aeree di tipo MK82 e MK83 destinate all’Arabia Saudita per un valore complessivo di oltre 86 milioni di euro. Impossibile invece sapere quante e quali bombe siano state esportate dall’Italia all’Arabia Saudita nell’ultimo biennio: le voluminose relazioni inviate al parlamento dal governo Renzi riportano infatti solo il valore complessivo delle autorizzazioni all’esportazione verso i singoli paesi e le generiche tipologie di armamento (munizioni, veicoli terrestri, navi, aeromobili, ecc.).

Nel biennio 2014-15 il ministero degli Esteri ha autorizzato l’esportazione verso l’Arabia Saudita di un vero arsenale militare per un valore complessivo di quasi 420 milioni di euro. Tra questi figurano «armi automatiche» che possono essere utilizzate per la repressione interna, «munizioni», «bombe, siluri, razzi e missili», «apparecchiature per la direzione del tiro», «esplosivi», «aeromobili» tra cui componenti per gli Eurifighter «Al Salam», i Tornado «Al Yamamah» e gli elicotteri EH-101, «apparecchiature elettroniche» e «apparecchiatire specializzate per l’addestramenti militare».

Nel medesimo biennio sono stati consegnati alle reali forze armate saudite sistemi e materiali militari per oltre 478 milioni di euro. Anche le dettagliate tabelle compilate dal ministero degli Esteri allegate alla relazione governativa che riportano tutte le singole autorizzazioni rilasciate alle aziende produttrici mancano di un dato fondamentale: il paese destinatario. Si può cioè sapere, ad esempio, che nel 2015 alla Rwm Italia sono state rilasciate 24 autorizzazioni per un valore complessivo di oltre 28 milioni di euro, ma non si possono sapere i paesi destinatari.

E si può sapere che, sempre nel 2015, alla RWM Italia è stata concessa la licenza ad esportare 250 bombe inerti MK82 da 500 libbre insieme ad altre 150 bombe inerti MK 84 per un valore complessivo di oltre 3 milioni di euro, ma la tabella ministeriale non riporta il paese acquirente, rendendo così impossibile il controllo parlamentare e dei centri di ricerca. Informazioni che erano invece riportate fin dai tempi delle prime relazioni inviate al parlamento dai governi Andreotti. E che, incrociando le tabelle dei vari ministeri, si potevano evincere fino ai governi Berlusconi. Ha un bel dire la ministra Pinotti che la relazione governativa al parlamento consentirebbe «l’attività di verifica e di controllo così come spetta al parlamento»: se non sa cosa di preciso si esporta verso un paese, come fa il Parlamento a controllare?

Un dato però è certo: nel biennio 2014-5 il governo Renzi ha autorizzato esportazioni verso l’Arabia Saudita per un valore complessivo di quasi 419 milioni di euro: un chiaro “salto di qualità” se si pensa che una decina di anni fa le autorizzazioni per armamenti destinati alle forze militari saudite non superavano i dieci milioni di euro. Ma c’è un altro fatto certo. Nei mesi tra ottobre e dicembre dello scorso anno dall’aeroporto civile di Elmas a Cagliari sono partiti almeno quattro aerei Boeing 747 cargo della compagnia azera Silk Way carichi di bombe prodotte nella fabbrica Rwm Italia di Domusnovas in Sardegna: i cargo sono atterrati alla base della Royal Saudi Air Force di Taif in Arabia Saudita.

È proprio su queste spedizioni e su tutti i sistemi militari che l’Italia sta inviando in Arabia Saudita che lo scorso gennaio la Rete italiana per il disarmo ha presentato un esposto in varie Procure. Esposto sul quale in Viceprocuratore di Brescia, Fabio Salamone, ha aperto un’inchiesta “verso ignoti” per presunte violazioni della legge sulle esportazioni di materiali miliari. La Legge n. 185 del 9 luglio 1990 sancisce che l’esportazione «di materiale di armamento nonché la cessione delle relative licenze di produzione devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia» e che «tali operazioni vengono regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

La Legge vieta specificamente l’esportazione di materiali di armamento «verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere», nonché «verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione».

Dal marzo del 2015, infatti, l’Arabia Saudita si è posta a capo di una coalizione che, senza alcun mandato internazionale, è intervenuta militarmente nel conflitto in corso in Yemen. La risoluzione n. 2216 approvata il 14 aprile del 2015 dal Consiglio di sicurezza dell’Onu non legittima, né condanna, l’intervento della coalizione a guida saudita: solo «prende atto» della richiesta del presidente dello Yemen agli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo di «intervenire con tutti i mezzi necessari, compreso quello militare, per proteggere lo Yemen e la sua popolazione dall’aggressione degli Houti». Cosa sia successo da quel momento è sotto gli occhi di tutti: ad oggi sono almeno 4.125 i civili uccisi e oltre 7.200 i feriti. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon ha ripetutamente condannato i raid aerei sauditi che hanno colpito centri abitati, scuole, mercati e strutture ospedaliere, come quelle di Medici senza Frontiere: un terzo dei loro raid ha fatto centro proprio su obiettivi civili. «Effetti collaterali», hanno commentato i sauditi.

Lo scorso agosto, l’Alto commissario per i diritti umani, il principe Zeid bin Ra’ad Al Hussein ha chiesto di avviare un’inchiesta indipendente e imparziale sulle violazioni del diritto umanitario perpetrare da tutte le parti attive nel conflitto in Yemen. La richiesta era sostenuta dai paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, ma poi è stata ritirata dall’Ue senza alcuna motivazione. A seguito delle pressioni saudite la proposta è stata accantonata e pertanto si continuerà con l’inchiesta da parte delle autorità yemenite.

A fronte della catastrofe umanitaria che sta subendo la popolazione yemenita, già lo scorso febbraio il Parlamento europeo ha votato ad ampia maggioranza una risoluzione con cui ha chiesto all’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, di «avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’Unione europea e di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita», alla luce delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Risoluzione che la ministra Pinotti non ha menzionato nel suo intervento in Parlamento. Forse anche perché finora è rimasta inattuata. Sono continuate invece le esportazioni di armamenti dei paesi europei e gli affari militari con le monarchie del Golfo. Per combattere l’Isis, viene detto; che però approfittando del conflitto ha guadagnato terreno anche in Yemen.

«»La Repubblica

La notizia è clamorosa: sulla base di una direttiva del presidente Obama la Cia avrebbe iniziato a programmare un attacco cibernetico alla Russia come rappresaglia per le intrusioni nelle comunicazioni interne del Partito democratico, diffuse successivamente da Wikileaks.

È ormai da tempo che si parla dell’impiego della cibernetica come strumento di un confronto militare, e non è un mistero che gli stati maggiori dei principali Paesi includano la cibernetica nelle loro pianificazioni strategiche. Ufficialmente (non per niente quelli che un tempo si chiamavano “ministeri della guerra” sono stati ribattezzati “ministeri della difesa”) per preparare adeguate difese contro un attacco nemico che potrebbe paralizzare le comunicazioni non solo militari ma anche i servizi pubblici e in particolare l’erogazione di energia, con effetti paralizzanti sull’intero Paese. Ma è ovvio che assieme alla difesa si prepara anche l’attacco.

Oltre agli scenari della “guerra cibernetica” abbiamo anche l’uso della cibernetica nel campo dell’intelligence, dove strumenti iper-sofisticati permettono di penetrare i sistemi dell’avversario per ricavarne informazioni non solo militari, ma anche economiche e politiche. Uno dei dipartimenti della Cia si chiama “Center for Cyber Intelligence”, e si fa molta fatica a credere che i livelli operativi raggiunti in questo campo dagli americani siano secondi a quelli di qualsiasi altro Paese, a partire dalla Russia.

La polemica di questi ultimi giorni, tuttavia, non si riferisce né alla guerra cibernetica né alle operazioni d’intelligence. Che militari e spie operino al massimo livello tecnologico non è certo né un mistero né viene comunemente ritenuto scandaloso. Oggi si parla di qualcosa di molto diverso, della interferenza da parte della Russia nello stesso processo politico americano in un momento particolarmente delicato, quello delle elezioni presidenziali. Gli americani, e personalmente Obama, sono convinti che chi ha intercettato lo scambio di mail fra Hillary Clinton e i responsabili del Partito democratico non siano soggetti privati, ma lo Stato russo.

I russi (ovviamente) negano, ma il tema è diventato politicamente surriscaldato soprattutto in relazione alla bizzarra affinità fra Putin e Trump. Trump non ama certo la Russia, ma sembra essere autenticamente attratto dallo stile autoritario e macho di Vladimir Putin in contrasto con quella che lui palesemente considera la “mancanza di attributi” che caratterizza Obama e in genere i Democratici, che adesso addirittura pretenderebbero di fare eleggere una donna (una donna!) alla presidenza degli Stati Uniti.

E Putin? Come è noto, il presidente russo appoggia, e in parte finanzia, populisti di destra come Marine Le Pen, sia nell’intento di evitare un totale isolamento internazionale sia perché, essendo lui stesso sul piano ideologico un populista reazionario, questo non gli risulta difficile. Se, come sembra, sull’hacking contro Hillary Clinton ci sono davvero le sue impronte digitali, questo si può spiegare in modo analogo, ma anche sulla base di qualcosa che si relaziona in modo specifico ai rapporti fra Russia e America.

Non avendo mai accettato di non essere più considerato un avversario/ interlocutore paritario con gli Stati Uniti, Putin cerca in ogni modo (dalla politica medio-orientale al flirt con personaggi della destra europea e americana) di dimostrare che la Russia può fare tutto quello che fa l’America: non solo intervenire militarmente ovunque ma anche cercare di influire sulle situazioni interne degli altri Paesi.

L’hacking di Stato minacciato da Obama contro la Russia non riveste una dimensione bellica, e nemmeno si tratta di ordinaria intelligence. L’hacking della Cia sarebbe infatti diretto, si apprende ufficiosamente, a raccogliere — in chiave di ritorsione — elementi capaci di mettere in imbarazzo il governo russo, e personalmente Putin.

Si situa quindi sul terreno della politica. Politica sporca, politica provocatoria, politica pericolosa: sarebbe opportuno che, visto che nessuno può considerarsi al riparo da questo tipo di intrusioni, si pensasse seriamente a passare dalla rappresaglia a misure di “disarmo bilaterale” anche su questo terreno. L’hacking non può essere “disinventato”, ma si dovrebbero accettare, in chiave di reciprocità, alcuni limiti.

L'ignobile spreco di risorse, che permette al governo fantoccio di indirizzare verso lo straniero la rabbia che cresce per il continuo taglio delle spese per le esigenze di tutti: dalla scuola alla salute, dal territorio alla previdenza, dal lavoro alla giustizia fiscale

.il manifesto, 15 ottobre 2016 (c.m.c.)

Se il nostro presidente del Consiglio fosse uno statista potrebbe sparigliare le carte, con una mossa che toglierebbe il sonno a non pochi governi. Il ritiro unilaterale dei nostri soldati, circa 4.500, dai vari teatri di guerra e il disimpegno economico del nostro stato in spese belliche: oltre 29 miliardi di euro nell’anno 2015, circa 80 milioni al giorno, secondo i dati dell’agenzia indipendente Stockolm International Peace Research.

Tutto il contrario di quel che sta accadendo con lo schieramento dei paesi Nato ai confini della Russia, e con un contingente di nostri militari che andrà in Lettonia. Uno sperpero di denaro pubblico con cui potremmo organizzare una dignitosa accoglienza dei migranti.

Non solo, e sarebbe già moltissimo. Ma potremmo fare di questo fiume di denaro la leva demografica e sociale per la riorganizzazione del nostro territorio, dando un nuovo slancio alla vita economica e sociale dell’intero paese. Lo sforzo che oggi l’Italia sostiene per fare guerre camuffate dovrebbe essere interamente rivolto all’interno, a fronteggiare la più grande sfida che il paese ha davanti a sé nel suo immediato futuro. Dovrebbe apparire chiaro, infatti, che le chiusure sempre più ottuse e feroci degli stati del Nord Europa ai disperati che fuggono da guerra e miseria, trasformeranno l’Italia da paese di transito in meta finale e permanente.

Il passo che un vero statista dovrebbe compiere è uscire dalla Nato. Oggi esistono buone ragioni per disfare la struttura dell’Alleanza atlantica. Essa non aveva più ragioni di esistere dopo il tracollo del Patto di Varsavia. Eppure sotto il dominio americano essa ha continuato la sua opera, provocando danni immensi e incalcolabili all’umanità intera.

Rammentiamo qui brevemente, tralasciando le guerre balcaniche, che sotto lo scudo statunitense, almeno una parte di paesi Nato ha invaso l’Afghanistan, intrapreso la rovinosa guerra in Iraq ( dalle cui macerie è sorta l’Isis, il più sanguinario fenomeno di terrorismo internazionale dei nostri tempi), ha invaso e devastato la Libia. Ma anche in Europa, la politica americana della Nato è fonte di tensioni crescenti e di conflitti armati (Ucraina e i confini del Baltico). Rinfocolando i risentimenti antirussi di molti paesi dell’Est, ha fatto rinascere antichi nazionalismi e spinto la Russia verso un irrigidimento sempre più autoritario, favorendo platealmente il potere personale di Putin.

Chi possiede intelligenza delle cose del mondo deve riconoscere che gli Usa hanno necessità di ricreare la figura di un grande Nemico esterno, venuto a mancare dopo il crollo dell’Urss. Ne hanno bisogno per ragioni di politica interna, per mantenere il consenso tra il popolo americano, sempre più deluso e lacerato. E per conservare il loro blocco di alleanze internazionali.

Ma anche per ragioni economiche: la costosissima macchina industriale-militare degli Usa ha bisogno di utilizzare, con guerre locali, ma anche di vendere i suoi prodotti. E i paesi Nato costituiscono la sua migliore (anche se non unica) clientela. Il caso degli acquisti dei caccia F35 da parte dell’Italia – paese che per norma costituzionale ripudia la guerra – è la spia più clamorosa della disposizione e della pratica servile dei nostri governanti verso questo potere opaco e dispendioso che sfugge a ogni controllo democratico.

L’uscita dalla Nato potrebbe favorire il processo di unificazione dell’Europa. Dopo la Brexit sarebbe più agevole la costituzione di una difesa europea comune, una difesa leggera, assai meno dispendiosa di quella affidata ai singoli stati, non soggetta agli interessi commerciali Usa. L’Italia, insieme alla Spagna, al Portogallo, alla Grecia potrebbe mettersi alla testa di questa coraggiosa svolta politica, in grado di trascinare anche la Francia, se il senso del bene comune tornasse a brillare tra i socialisti di quel paese. Noi ne abbiamo necessità vitale.

Il modo in cui evolverà il continente africano deciderà molte cose dell’avvenire del nostro Paese. Occorre una grande politica verso i paesi del Mediterraneo e non la si può realizzare con i dogmi fallimentari dell’ordoliberalismo tedesco. Mentre su questo blocco di paesi si potrebbe progettare un euro.2, una moneta euromediterranea, che segni una via d’uscita dal più grave errore fondativo dell’Unione europea.

Il Fatto Quotidiano, 14 ottobre 2016 (p.d.)

Il mio paese è un paradiso terrestre per tutte le risorse che offre ma da vent’anni è diventato un inferno”. A parlare è John Mpaliza, congolese originario di Bukavu, in Italia dal 1993. Negli ultimi 6 anni l’ex ingegnere informatico di Parma ha percorso 10.000 chilometri da Reggio Emilia fino a Bruxelles, Reggio Calabria e Helsinki. Camminare per sensibilizzare e tenere alta l’attenzione sulla crisi senza fine della Repubblica democratica del Congo.
È da 20 anni che gruppi armati locali e stranieri compiono violenze quotidiane ai danni dei civili. Si autofinanziano con lo sfruttamento illegale dei minerali. Coltan, cassiterite, tungsteno e cobalto utilizzati per fabbricare oggetti del nostro quotidiano, dai tablet alle auto. Le miniere delle regioni meridionali e dell’Est – Nord e Sud Kivu – sono in mano alle multinazionali straniere. Mentre queste firme realizzano profitti stimati in almeno 125 miliardi di dollari l’anno, nel solo 2014 secondo l’Unicef 40.000 bambini sono stati sfruttati nelle miniere e almeno 80 sono morti. “Il compromesso politico raggiunto a Bruxelles lo scorso giugno introduce una tracciabilità dei minerali solo parziale. Ancora una volta gli interessi economici sono prevalsi sui diritti umani” deplora John.

Altra spina nel fianco è la presenza di un focolaio islamico proprio nel Nord Kivu, al confine con Rwanda e Uganda. Negli ultimi due anni la società civile di Butembo Beni ha denunciato la “selvaggia uccisione” di almeno 1116 persone, il rapimento e la scomparsa di 1470 civili, 35.000 famiglie sfollate, centinaia di abitazioni, scuole, centri di salute e interi villaggi incendiati, saccheggiati o occupati. Una strategia del terrore attribuita alle Adf-Nalu, sopranno minata Muslim Defense International (Mdi), ribellione nata negli anni 90 contro il presidente ugandese Yoweri Museveni e stabilita nell’est congolese.

Nei campi di addestramento transitano giovani congolesi e stranieri, che poi tornano a combattere e commettere attentati nei paesi di origine. “Ragazzi sottratti alla strada con la promessa di un’alternativa alla povertà. Molti di loro sono orfani. Altri sono stati affidati ai fondamentalisti dalle famiglie convinte che i propri figli avrebbero ricevuto un’istruzione in Europa, Medio Oriente o Canada” ha riferito l’organizzazione Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs). Per il vescovo di Butembo-Beni, monsignor Melchisedech Sikuli Paluko, è in atto “un genocidio teso a cacciare la popolazione per avere il controllo del territorio, sfruttarne le risorse, creare campi di addestramento e indottrinamento (…) per installare centri di integralismo islamico sul modello di Boko Haram in Nigeria”. Il vescovo ha puntato il dito contro la missione Onu, assicurando che “tra i caschi blu ci sono stati musulmani fondamentalisti del Pakistan e del Nepal che hanno fondato scuole coraniche e costruito moschee” nei pressi delle basi.

“A Mutwanga i giovani scompaiono e ritornano dopo 6 mesi, diventati imam. Si sono convertiti in cambio della promessa di ricevere 100 dollari al mese per il resto della loro vita, una somma cospicua in ambito rurale. A Butembo le ragazze sono costrette a portare il velo”, racconta Cyril Musila, professore all’Università di Kinshasa e ricercatore all’Istituto francese delle relazioni internazionali (Ifri). Una corrente islamica che va “contro la cultura locale, in particolare contro l’etnia Nande (…) il jihadismo all’opera in quel territorio è uno strumento di sterminio a colorazione religiosa, con la complicità di altri gruppi armati, soldati regolari e esponenti di governo”, conclude lo studioso congolese.

Ma al centro della cronaca delle ultime settimane c’è il rischio sempre più concreto che il capo di stato uscente Joseph Kabila, in carica dal 2001, possa aggrapparsi al potere oltre la scadenza del mandato il 19 dicembre.Di sicuro le elezioni in agenda per fine anno non si faranno. Mancano i soldi e il censimento non è terminato. Queste le spiegazioni ufficiali. Il 19 e il 20 settembre a Kinshasa una protesta dell’opposizione è stata brutalmente repressa: 32 morti, secondo il bilancio governativo. Tra 50 e 100 vittime, migliaia di feriti e arresti quotidiani per ong e oppositori. Un Kabila nell’occhio del ciclone è stato ricevuto da Papa Francesco tre settimane fa.

A porre sotto i riflettori le sorti del gigante africano in bilico sono migliaia di congolesi della diaspora con la Congo Week: da domenica al 23 ottobre una settimana per “rompere il silenzio sulla crisi dimenticata”.

In Italia l’iniziativa coinvolgerà associazioni e scuole in cinque province, con un convegno nazionale a Bologna e una marcia a staffetta per la pace a Beni, tra Reggio Emilia e Bruxelles. Intanto a Kinshasa “vige un clima di terrore e la tensione è alle stelle. Abbiamo paura e non sappiamo cosa accadrà al Paese da qui al 19 dicembre, ma soprattutto dopo quella data”, avverte una fonte locale anonima per motivi di sicurezza.

omune-info, 13 ottobre 2016 (c.m.c.)

Non è piacevole guardare l’orrore, è più difficile ancora capirci qualcosa. Cosa vogliamo per la Siria? E cosa possiamo fare? Primo, non semplificare, dicono in questo articolo molto prezioso (che preghiamo vivamente i lettori di Comune di leggere fino in fondo) Santiago Alba Rico e Carlos Varea. «Il mondo oggi è un problema siriano, come la Siria è un problema mondiale» hanno scritto, a ragione, gli artisti e gli intellettuali siriani…Ecco, potremmo cominciare ad ascoltare i siriani che lottano per le stesse cose per cui lottiamo noi, quelli che vogliono giustizia, autodeterminazione, diritti umani e democrazia, quelli che scommettono di poter spezzare il ciclo di interventi multinazionali, le dittature locali e il terrorismo jihadista.

Lo sa bene Assad e lo sanno tutti i responsabili del fiume di sangue che scorre: la violenza è utilissima, funziona, impedisce di ricordare e non permette che la società civile si organizzi. Perché la società e la guerra sono incompatibili. E anche la resistenza civile e la guerra sono incompatibili. Ci sono persone “normali” che in Siria lottano per le stesse cose per le quali noi lottiamo in Europa. Ci sono e sono ancora migliaia.

E’ bastata una breve tregua, a febbraio, perché uscissero nuovamente in strada, a manifestare contro il regime e contro l’Isis, e anche contro Jabhat Al-Nusra nella provincia di Idlib, dando vita a un movimento che resiste ancora. Basta un momento di pace, una sospensione dello tsunami assassino, perché le strade – le rovine – risuonino di resistenza civile e volontà di organizzazione politica. Non è assolutamente vero che non ci siano interlocutori che potremmo appoggiare apertamente. Prima che vengano uccisi tutti.

Ogni volta che scriviamo sulla Siria è per aggiungere morti e rovine ad una lista infinita. I bombardamenti indiscriminati su Aleppo delle ultime settimane e la situazione stessa della città, assediata e affamata dal regime e dai suoi alleati, difesa da milizie ribelli diverse e talvolta contrapposte tra loro, danno la misura esatta della tragedia che la Siria sta vivendo e della complessità crescente che la guerra alimenta. A ogni morto aumentano le tensioni incrociate, si aggrava la responsabilità di tutti gli attori, si allontana la pace e con lei, naturalmente, la giustizia e la democrazia. Come diceva un manifesto firmato a metà settembre da 150 artisti e scrittori siriani, «il mondo oggi è un problema siriano, come la Siria oggi è un problema mondiale».

Si tratta indubbiamente di una questione complessa. E quando, dall’Europa, si affronta una questione complessa, è necessario porsi due domande. La prima è: cosa vogliamo. La seconda è: cosa possiamo fare.

Sicuramente in una situazione complessa non potremo mai ottenere tutto quello che vogliamo, ma è bene sapere cos’è. Cosa vogliamo per la Siria? Le stesse cose che vogliamo per qualsiasi altro Paese del mondo, le stesse cose per le quali lottiamo nei nostri Paesi: sovranità economica, giustizia sociale, rispetto dei diritti umani, democrazia piena, un futuro per i nostri figli e figlie.

Cosa possiamo fare? Prima di tutto, se riconosciamo che si tratta di una situazione complessa, possiamo fare una cosa: non semplificarla. Ciò implica riconoscere che gli ostacoli che si frappongono tra noi e quello che vogliamo – sovranità, giustizia, diritti umani, democrazia – sono molti e intricati, e non si lasciano imbrigliare in un racconto lineare. Cinque anni e mezzo fa, quando ebbe inizio la rivoluzione siriana, le cose erano più semplici. L’ostacolo era principalmente uno: il regime dinastico degli Assad, contro il quale buona parte del popolo siriano si sollevò pacificamente.

Cinque anni e mezzo dopo, con la Siria trasformata in un poligono di tiro di decine di milizie e più di sessanta paesi, quel regime – insieme ai suoi alleati – continua ad essere il responsabile della maggior parte delle vittime civili (fino al 95%), della maggior parte delle violazioni di diritti umani (almeno 6.786 detenuti morti sotto tortura), della maggior parte dei rifugiati esterni e interni (rispettivamente 5 e 12 milioni), di 287 sui 346 attacchi compiuti contro strutture sanitarie e di 667 sui 705 morti tra il personale sanitario, nonchè dell’assedio che affama villaggi e città con centinaia di migliaia di abitanti, sempre secondo fonti pienamente affidabili.

Nemmeno lo Stato colombiano è arrivato mai a tanto contro il suo popolo; forse solo Franco, durante e subito dopo la guerra civile spagnola. Ma questo per la Siria non è solo il passato: continua ad essere il suo presente, e la più elementare decenza dovrebbe impedirci di dimenticarlo.

Ma cinque anni e mezzo dopo ci sono ancora altri ostacoli. Se parliamo del regime, è indubbio che questo sarebbe stato sconfitto già da tempo se non ci fossero stati gli interventi della Russia, dell’Iran e di Hezbollah che occupano letteralmente il Paese e determinano sia il corso della guerra, con le loro bombe e le loro truppe, sia la politica di Bachir Assad. Non è molto diverso quello che accadde in Iraq, quando gli occupanti statunitensi permisero che alcuni tra questi stessi attori distruggessero il tessuto sociale resistente, puntellando così il regime nato dall’invasione. Sono gli stessi che mantengono in piedi la dittatura in virtù di interessi diversi che a volte si traducono anche in piccoli conflitti sotterranei.

La Russia, il cui Parlamento ha da poco approvato la presenza permanente di basi russe in Siria, mantiene il polso fermo con gli USA e con l’Unione Europea ai quali fa scontare l’aggressiva e sbagliata politica anti-russa in Europa, con lo sguardo puntato più che altro sull’Ucraina. Ma la Russia è un alleato fondamentale di Israele e ha impedito che l’Iran installasse una base logistica vicino alle alture del Golan occupato, mentre l’Iran, che ha negoziato con gli USA la questione nucleare, è considerato da Israele -e considera Israele- come un nemico irriducibile. La Russia, in ogni caso, è direttamente responsabile della morte di migliaia di civili in tutta la Siria e in particolare ad Aleppo, città contro la quale ha scatenato nelle ultime settimane un’offensiva aerea indiscriminata.

Un altro ostacolo rilevante è ovviamente lo Stato Islamico, oggi in ritirata, utilizzato come un jolly da tutti quelli che ufficialmente dicono di combatterlo: a partire dal regime siriano al quale interessava radicalizzare il conflitto militare e che ha attaccato molto poco il gruppo di Al-Baghdadi, per arrivare alla Turchia, alleata dell’UE e degli USA, molto compiacente verso i jihadisti, dei quali si è servita nella sua guerra contro i curdi.

Accanto allo Stato Islamico, atroce padrone di se stesso, ci sono altri gruppi islamisti dipendenti da potenze regionali che ostacolano un progetto di sovranità e democrazia e che complicano ancora di più la situazione. Il più conosciuto di tutti, e il più forte, è Jabhat Fath Al-Sham, già Jabhat-al-Nusra, fino a qualche mese fa diramazione siriana di Al Qaeda. Le milizie di Abu Mohamed al-Jolani hanno fagocitato altri gruppi e rafforzato la propria influenza grazie ai finanziamenti provenienti dai Paesi del Golfo, soprattutto dall’Arabia Saudita ed anche perchè, a differenza dell’autistico Stato Islamico nel suo territorio parallelo, combattono senza sosta contro il regime e contro gli eserciti occupanti.

Infine, ad ostacolare la pace e la democrazia, c’è Israele, molto compiaciuta dell’agonia siriana, che gestisce il caos a distanza e intanto consolida l’occupazione della Palestina e asfissia silenziosamente i palestinesi; c’è la Turchia, la cui priorità è quella di combattere i curdi, appoggiati dagli USA (un’altra contraddizione spesso ignorata) e che, dopo il contro-golpe di Erdogan, in caduta libera verso la dittatura, si avvicina alla Russia, all’Iran e perfino al regime di Assad; c’è l’Unione Europea, inutile e narcisista, preoccupata solo degli attentati sul suo territorio e dell’arrivo dei rifugiati, due problemi che essa stessa aggrava con le sue politiche antiterroriste; e naturalmente ci sono gli Stati Uniti, padri di tutte le miserie, che nel 2003 invasero l’Iraq per “ragioni umanitarie” aprendo la porta ai cavalieri dell’Apocalisse e che, come già fatto con Israele e Palestina, abbandonano ora i siriani nelle mani di Bachir Assad nonché, indirettamente, del jihadismo finanziato dai loro alleati: gli interessi di Washington non passavano, e non passano, dalla democratizzazione della Siria.

Quando gli USA sono alla fine intervenuti, lo hanno fatto per trasformare la Siria in un falso campo di battaglia della “guerra globale contro il terrorismo”, rilegittimando il ruolo di Assad e sganciando bombe che, come già dimostrato in passato, oltre ad uccidere persone innocenti, fungono da lievito per la violenza che dicono di voler combattere. Bisogna ripetere ancora una volta che l’espansione dello Stato Islamico, sia in Iraq che in Siria, è la conseguenza e non la causa della precedente demolizione dello stato sociale che invasori, regimi e agenti regionali hanno portato a termine coscienziosamente per consolidare il proprio dominio ed evitare un cambiamento in senso democratico nella regione.

Giustificare il mantenimento dei regimi di Damasco e di Baghdad, illegittimi, criminali e corrotti, con l’espansione dello Stato Islamico (idea sulla quale convergono gli USA e alcuni settori della sinistra europea) è una paurosa dimostrazione di cinismo o di ignoranza: è falsa, così come è pericolosa la dicotomia tra il regime di Bachir Assad e lo Stato Islamico. Ed è certo che gli USA, che hanno finanziato ed addestrato in Giordania le milizie che combattono contro Assad, hanno finanziato ed addestrato anche le milizie sciite irachene che lo sostengono.

Cosa possiamo fare di fronte a un problema complesso, che sta costando migliaia di vite umane? Prima di tutto, non semplificare. Le righe che precedono costituiscono, ci sembra, un piccolo campionario delle complessità che bisogna affrontare e che non possono ridursi a una cifra gestibile con un abracadabra geopolitico del XX secolo. Se vogliamo per la Siria le stesse cose che vogliamo per noi – giustizia, sovranità, diritti umani, democrazia, un futuro per i nostri figli e figlie – è necessario comprendere, a partire da questi dati, che la soluzione passa dalla rottura del ciclo “intervento/ dittature locali/ jihadismo terrorista”, come si è cercato di fare durante le rivolte del 2011 e che questo esclude, realisticamente, qualunque ruolo della dinastia Assad dal futuro della Siria.

Come ripete instancabilmente la nostra ammirevole Leila Nachawatii: “più Assad, più Stato Islamico” e quindi, aggiungiamo noi, più interventi esterni. Nè l’etica nè la politica, e tanto meno una commistione delle due, può concedere – per principio o per pragmatismo geostrategico – un solo centimetro del timone a un criminale di guerra che la maggioranza del popolo non accetta più come governante e con il quale non è disposta a negoziare.

Gli USA devono tenere ferma l’Arabia Saudita (e Israele), ma sono la Russia e l’Iran gli unici che possono sbloccare la situazione tirando fuori Assad dal palazzo di Damasco. In questo senso, è molto triste che una parte della sinistra europea continui ad allinearsi con l’estrema destra a favore del regime siriano e della Russia di Putin, e che si esprima in questo senso perfino al Parlamento Europeo. Come abbiamo già evidenziato altrove, se non bastasse l’attuale azione genocida contro il suo popolo, c’è il passato di questa dinastia, il suo ruolo di gendarme regionale, la sua complicità con Israele e il suo appoggio agli USA durante la prima e la seconda guerra del Golfo, a rendere ancora più sciocco l’atteggiamento di questa sinistra che si può attribuire ormai solo ad un riflesso pavloviano ereditato dall’eclissata Guerra Fredda.

E allora, cosa possiamo fare? Non semplificare e tirare delle conclusioni. Ma possiamo fare anche di più. Possiamo ascoltare i siriani che lottano per le stesse cose per cui lottiamo noi, però giocandosi la vita; quelli che vogliono giustizia, autodeterminazione, diritti umani e democrazia, quelli che scommettono di poter spezzare il ciclo di interventi multinazionali, dittature locali e terrorismo jihadista. Lo sa molto bene Bachir Assad, come lo hanno sempre saputo molto bene gli Stati Uniti: la violenza è utilissima, la violenza funziona, la violenza rinnova tutte le pulsioni e impedisce di ricordare i motivi della lotta e impedisce anche che, a partire da quel ricordo, la società civile si organizzi. La società e la guerra sono incompatibili.

La resistenza civile e la guerra sono incompatibili. Forse non ci sono dei siriani normali che lottano in Siria per le stesse cose per le quali noi lottiamo in Europa? Ci sono e sono ancora migliaia. E’ bastata una breve tregua a febbraio perchè uscissero nuovamente in strada, a manifestare contro il regime e contro l’Isis, e anche contro Jabhat Al-Nusra nella provincia di Idlib, dando vita a un movimento che resiste ancora. Altrettanto è successo durante la più recente e precaria tregua, dopo l’accordo -già rotto- tra Russia e USA: basta un momento di pace, una sospensione dello tsunami assassino, perché le strade -le rovine- risuonino di resistenza civile e volontà di organizzazione politica.

Il ricercatore Félix Legrand, in un lavoro molto meticoloso, analizza la strategia di Jabhat Al-Nusra nei diversi territori e mostra un rapporto direttamente proporzionale tra le tregue e l’indebolimento della sua legittimazione sociale. La conclusione di Legrand è che a Jabhat-al-Nusra, così come al regime ed ai suoi alleati russi, non interessano le tregue: la dittatura e i jihadisti possono respirare solo in battaglia. Entrambi sanno che appena cessano di cadere bombe su una città, la società civile superstite riprende terreno con le sue richieste di pace e democrazia contro, al tempo stesso, il regime di Assad, gli interventi multinazionali ed i jihadisti.

Non è vero, non è assolutamente vero che non ci sia un interlocutore sociale, politico e militare siriano che potremmo appoggiare apertamente: non lo vediamo forse tutti i giorni? Non vogliamo vederlo tutti giorni, sotto l’atroce violenza che il popolo siriano subisce da cinque anni e mezzo? Chi ha ancora qualche dubbio in proposito, che non ne abbia sul fatto che il silenzio o la complicità reale di alcuni settori della sinistra europea stanno contribuendo a far sì che questo interlocutore si dissolva, impotente, tra le ondate di rifugiati e le montagne di cadaveri.

Possiamo quindi capire, trarre conclusioni e solidarizzare con i siriani che soffrono e, in particolare, con quelli che soffrono perchè ambiscono alle stesse cose cui ambiamo noi: sì, proprio le nostre stesse cose. E’ vergognoso che la destra governante europea, che soffia sul fuoco, si sia impadronita del discorso sulla Siria, in termini oscenamente “umanitari”, mentre una parte della sinistra non solo glielo consegna, ma “reprime” le mobilitazioni contro la guerra e criminalizza quelli che si rifiutano di fare distinzioni tra le bombe della Russia e quelle degli USA, quando entrambe uccidono bambini e impediscono la democratizzazione e l’autodeterminazione nell’area.

Mentre l’Arabia Saudita appoggiava le milizie più retrograde e assassine, la sinistra spagnola, in buona compagnia dei fascisti francesi, polacchi o italiani, sosteneva Bachir Assad e visitava il suo palazzo. Nel frattempo la sinistra siriana (pensiamo a Yassin Al Haj Saleh o a Salameh Keileh, ancora vivi) perdeva logicamente la battaglia sul fronte interno; e la minoranza superstite, decimata dall’esilio e dalla morte, insieme al popolo siriano maciullato, continua a lottare contro tutti i nemici del mondo, compresi quei sinistrorsi europei che tanto hanno gridato, giustamente, contro l’invasione dell’Iraq e ora tacciono davanti ai crimini della Russia.

l manifesto, 13 ottobre 2016

«Noi addestriamo dei giovani a scaricare napalm sulla gente e i loro comandanti non gli permettono di scrivere ‘cazzo’ sui loro cacciabombardieri perché è osceno”: così parla nel finale di Apocalipse Now il maggiore dei Berretti verdi Kurz (Marlon Brando). La frase sintetizza bene l’attuale ipocrisia occidentale. Oscena dovrebbe essere la guerra, ma indignano solo le parole, quelle del magnate isolazionista Donald Trump, sessista e razzista, il peggio dell’America e forse proprio per questo candidato repubblicano alle presidenziali Usa. Che decidono il destino-declino americano, ridotto a scontro su infedeltà coniugali contrapposte, che chiamano in causa anche le responsabilità di Hillary Clinton, private e pubbliche.

Non ha indignato infatti che i due si siano rincorsi a chi dava più ragione a Netanyahu su come opprimere meglio i palestinesi. The Donald promettendo che con lui presidente «Gerusalemme sarà capitale indivisa dello Stato d’Israele». Un’altra bomba in Medio Oriente, come la dichiarazione di Clinton di «non intromissione tra le parti», mentre il governo israeliano estende le colonie, l’Anp perde ogni autorità e la situazione nei Territori occupati degenera.

Né è osceno che Trump riapra la partita nel cortile di casa, dal muro anti-migranti con il Messico alla sospensione degli accordi con Cuba, del resto mai definiti.

Né ripugna l’allegro teatrino sulla Siria, con schieramento atlantico al completo ad accusare solo la Russia di crimini di guerra per Aleppo. Ha cominciato Obama, poi sul finire di un mandato inutile Ban Ki-moon, subito Gentiloni si è accodato, poi è arrivato Hollande e ieri il ministro degli esteri britannico Johnson, quello della Brexit. Ma voi accettereste che un serial killer salga con autorevolezza sul banco dell’accusa per denunciare un altro serial killer? Perché ci dimentichiamo degli ospedali afghani, yemeniti e siriani colpiti dai raid americani negli ultimi mesi?

Sono crimini di guerra anche quelli, ma gli Usa si scusano, e basta. Certo, i raid aerei russi sono criminali, vanno denunciati, perché si aprano corridoi umanitari per i civili, perché fanno strage di inermi. Urge un cessate il fuoco, implorato in queste ore dal papa che nel settembre 2013 impedì con la preghiera del mondo un altro intervento americano. Mentre scriviamo intanto si annuncia la ripresa del dialogo per sabato. Perché l’obiettivo, almeno quello dichiarato non era forse quello di sconfiggere lo Stato islamico che tiene in ostaggio - dell’espressione scudi umani si è fatto spreco, ma ora non la dice nessuno - gli abitanti della bella e martoriata Aleppo?

E’ così vero che lo stesso inviato dell’Onu Staffan De Mistura ha invitato Al Nusra (Al Qaeda) ad uscire da quell’assedio offrendosi di scortarne altrove i miliziani qaedisti.Insomma, è osceno che nella fase attuale e in procinto delle presidenziali Usa, sia sparito dall’agenda l’Isis. Probabilmente perché emergerebbero le responsabilità occidentali e dell’Amministrazione Usa che ha ereditato le devastazioni politiche delle guerre precedenti, di Bush e di Bill Clinton, in Iraq e in Afghanistan, innestando nuove avventure militari in Libia e poi in Siria.

Per entrambe Obama era riottoso ma venne tirato dentro proprio dall’allora segretaria di Stato, Hillary Clinton (non solo con le mail). Adesso Obama la sponsorizza nei comizi, preoccupato del «mondezzaio Trump», ma solo a marzo denunciava lo «spettacolo di merda» dato dagli Stati uniti con il fallimento della guerra del 2011 che spodestò nel sangue Gheddafi.

Fatto da non dimenticare la Russia è arrivata un anno fa nella crisi siriana a togliere le castagne dal fuoco proprio agli Usa, impantanati in un altro fallimento, con l’assenza di legami con l’opposizione armata che volevano sostenere, l’ammissione di avere, più o meno consapevolmente, sostenuto il jihadismo armato, in più con la delega sostanziale della crisi all’alleata Turchia del Sultano Erdogan. Che intanto riprendeva la strategia ottomana, sostenendo il jihadismo con armi e traffici di petrolio e rioccupando parti dell’Iraq e della Siria. Tornò sulla scena Putin, dopo l’abbattimento dellaereo civile russo, quasi d’accordo con Obama, cominciando a coordinare le azioni militari sia con gli Usa e con la Francia, che bombardava dopo gli attacchi terroristi sul suolo francese.

Ora la Russia sembra al bando, Il Corriere della Sera ieri apriva in modo poco veritiero con «Il clima di guerra in Russia, incitata dal Cremlino a prepararsi allo scontro con l’Occidente», torna a forza la semi-guerra fredda, un vintage destinato solo a peggiorare. Putin torna, come in Ucraina, a vestire i panni del nemico ritrovato.

Ripetiamolo: i suoi bombardamenti sono criminali, com’è crimine di guerra colpire un ospedale. Ma quanti ospedali hanno bombardato gli Stati uniti in quest’ultimo periodo facendo stragi di civili? L’osceno della guerra naturalmente è di parte. Mentre si nasconde che a far fallire la tregua – difficile se non impossibile, basata sul riconoscimento sul campo di chi era estremista e chi no – stabilita solennemente il 10 settembre da Serghei Lavrov e John Kerry, è stato il bombardamento americano, «per errore», del 17 settembre scorso di una caserma di Assad a Deir Er Zour, assediata dai jihadisti, provocando la morte di 90 soldati siriani. Da lì è apparso chiaro che la battaglia di Aleppo (con quella di Mosul in Iraq e di Sirte in Libia che da agosto non cade) è entrata nella campagna elettorale americana.

Chi vince ad Aleppo ha vinto la guerra, impossibile quindi subire la sconfitta e lasciare l’eredità di uno smacco. La battaglia dunque deve oscenamente continuare, pur sapendo che non ci sarà tavolo negoziale, perché l’opposizione «democratica» non esiste e coordina il suo ruolo militare con i jihadisti e con Al Nusra (ha cambiato nome ma è sempre affiliata ad al Qaeda). E nessuno riesce ad immaginare di negoziare la pace con il peggiore jihadismo armato. Ma lasciare alla Russia la patente di essere rimasta l’unica a combattere davvero l’Isis può essere ancora più miope e pericoloso. Del resto di questo approfitta Putin, che recupera economicamente il Sultano Erdogan e mina l’alleanza militare occidentale con l’Egitto.

Di questo smacco Usa approfitta il ripugnante Trump per «tornar a fare grande l’America». Un caos osceno. Quello della guerra.

L'infamia di una guerra che da decenni priva d'ogni diritto un popolo incolpevole, vittima di un governo immemore della tragedia che ha provocato il suo approdo in una terra d'altri. La Repubblica, 13 ottobre 2016

UN SOLE impietoso picchia sulla tettoia del lungo percorso forzato — una gabbia lunga 1 chilometro e mezzo — che bisogna percorrere per entrare a Gaza dal valico di Erez. È deserto per chi entra, ma anche per chi fa il percorso inverso. Una tigre, alcune tartarughe, uno struzzo e due scimmie sono stati salvati da morte sicura e sono usciti da qui, diretti verso altri zoo in Cisgiordania o in Giordania nelle scorse settimane.
Questa è l’unica buona notizia che si può dare da Gaza, la prigione più affollata del mondo. Insieme a loro solo una manciata di umani in queste settimane ha ricevuto da Israele il permesso di uscita. Permessi umanitari, patrocinati dalla Cri, di malati terminali bisognosi di cure in ospedali più attrezzati dell’Al Shifa di Gaza City. «Hai visto che le scimmie possono uscire e i gazawi no?», ci scherzano su gli abitanti della Striscia. Ironia e creatività ancora non sono andati perduti. Negli ultimi sei mesi Israele ha rafforzato i divieti di uscita già ridotti al minimo, nella convinzione che Hamas “sfrutti quelli che possono uscire per i loro scopi”. Questa lingua di sabbia, che secondo l’Unicef è il posto peggiore dove venire al mondo per un ragazzino, ha giusto superato ieri con un neonato di Rafah, Walid, i due milioni di abitanti.

Negli ultimi anni Israele dopo 4 guerre (2006, 2009, 2012, 2014) ha reso soffocante l’assedio. I gazawi non ce la fanno a lavorare per sostenersi perché l’esportazione da Gaza non è consentita, aumentare la produzione è impossibile dopo le distruzioni belliche e nessuno può lasciare la Striscia. Gaza è impantanata nei suoi liquami perché non è permessa l’importazione di pompe e idrovore. I 100.000 senza tetto della guerra del 2014 vivono ancora in tende sulle macerie della loro casa. Hamas si impadronisce del cemento per i tunnel, accusano gli israeliani, ed è vero. Ma è anche vero che quei 100.000 senza tetto non hanno niente a che vedere con gli islamisti, le case dei miliziani sono già state riparate o ricostruite da tempo. L’acqua resta imbevibile perché Gaza deve accontentarsi della sua falda acquifera costiera, rovinata dal pompaggio selvaggio, dai liquami e dalle infiltrazioni di acqua salmastra. Malnutrizione, parassiti e altre malattie combinate con povertà, disoccupazione e inquinamento ambientale renderanno questo posto un luogo inabitabile entro i prossimi tre anni, prevede l’Onu. Il 2020 è solo dopodomani. Se fosse uno Stato, Gaza sarebbe tra gli ultimi del mondo insieme a Haiti e al Burkina Faso.

Adesso anche chi entra affronta una palese ostilità. Per entrare nella “Repubblica Islamica di Hamas” serve un visto che i barbuti che governano la Striscia difficilmente rilasciano, all’ingresso si viene sottoposti a un interrogatorio stringente come quando un occidentale tentava di passare a Berlino Est negli anni ’60 e ’70. Il funzionario prende appunti fitti su un’agenda rossa. I reporter stranieri sono assimilati al nemico, questo il mantra che viene ripetuto in ogni momento. Hamas non vuole che occhi stranieri vedano che non sta ricostruendo Gaza, ma solo le proprie capacità militari. «Un’altra guerra», dice infatti l’Idf, «è solo questione di tempo». Per questo Israele è in corsa contro il tempo per completare una barriera di cemento alta 9 metri sopra il suolo e che penetra per altri 6 nelle sabbie lungo tutto il perimetro della Striscia, nella convinzione che così i tunnel si possano bloccare.

Di questa guerra subiranno le conseguenze prima ancora dei miliziani di Hamas i due milioni di abitanti della Striscia, seicentomila dei quali ha meno di 16 anni. Una gioventù spalmata su tre generazioni che ha conosciuto solo guerre. L’esplosione demografica – oltre il 4% - e le distruzioni di molti edifici scolastici obbliga i ragazzi a tre turni al giorno. Un milione e 100.000 abitanti della Striscia sono attualmente assistiti dall’Unrwa, senza l’Onu non mangerebbero due pasti al giorno.
In questo dramma umano collettivo, Hamas che ha visto crollare i suoi introiti sul contrabbando dai tunnel con l’Egitto ha imposto nuove tasse per tutti, sul latte, sulle sigarette, la frutta, la farina e la verdura.

Alla fine il movimento islamista è quasi l’unico imprenditore per cui lavorare se a Gaza non vuoi morire di fame. Attualmente il mestiere meglio pagato è quello di “desert rat”, il topo che scava le gallerie, i tunnel nella sabbia. Sono 2500-3000 shekel al mese (500 dollari Usa), uno stipendione per la Striscia, e la certezza che se si muore nel crollo la famiglia verrà indennizzata. I “desert rats” sono quasi 2.000 e ricevono premi e incentivi se riescono a rispettare i tempi. È un’attività che viaggia 24 ore su 24. Basta una rischiosa passeggiata – sul limitare del confine con Israele, dove si vedono nettamente le fattorie e i kibbutz dall’alto lato della rete spinata - per sentire con frequenza tremolii nel terreno, colpi sordi che si ripercuotono nella notte. «Ecco», mi dice il mio accompagnatore, «questi sono i tamburi di guerra di Hamas». Qui si stanno scavando i tunnel di “attacco” contro Israele, che nel 2014 furono la vera sorpresa di Hamas, altri mascherati fra le macerie vengono scavati a Gaza City. Una rete di tunnel attraversa la città in diversi sensi, sono depositi per pick-up, armerie, alloggi per i boss islamisti e perfino un ospedale da campo. Tutti sanno del “mondo di sotto” qui a Gaza ma nessuno ne parla, perché anche il proprietario di un campo agricolo o di una casa sa di essere il padrone soltanto “sopra” perché “sotto” comanda Hamas.

Il campo profughi di Shati si affaccia sulle acque inquinate del Mediterraneo. Fino a qualche settimana fa anche solo per transitare nella zona si veniva sottoposti a un minuzioso controllo da parte di miliziani armati fino ai denti. La sicurezza del “premier” Ismail Haniyeh vegliava su quel reticolo di strade dove abitava insieme alla sua famiglia. Adesso i gabbiotti sono vuoti e qualcuno si fa perfino un selfie sulla sua porta di casa. Scortato da dieci guardie del corpo Haniyeh – che entro la fine dell’anno sarà eletto alla guida di Hamas rimpiazzando Khaled Meshaal – ha passato il confine con l’Egitto ed è già in Qatar dove il movimento ha messo il suo Quartier Generale dopo la “fuga” dalla Siria. Uno stile diverso per il leader di Gaza, villa, grandi alberghi, viaggi nel Golfo, privilegi e Mercedes blindate. Un’altra vita.

Su chi riempirà il vuoto che lascia Haniyeh ci sono pochi dubbi, l’ala militare di Hamas che già agisce come un corpo separato dall’ala politica prenderà il sopravvento. “The Shadow”, Mohammed Deif, che i missili israeliani hanno provato per sei volte a uccidere è al timone delle brigate Ezzedin al Qassam, Yahia Sinwar serve come “ministro della Difesa” e da collegamento con l’ala politica. Sotto di loro, Marwan Issa – l’aiutante di campo di Deif – si occupa delle capacità militari del movimento, delle brigate e dei rifornimenti di armi, con un bilancio che si aggira sui 100 milioni di dollari l’anno. A titolo di confronto il budget dell’ultimo governo di Hamas – che si sciolse nell’aprile 2014 – è stato di 530 milioni di dollari.

Nonostante l’impegno del governo egiziano che ha allagato oltre cinquecento tunnel lungo la frontiera di 13 chilometri segnata dalla Philadelphia Road, i tunnel continuano ad essere in attività. Certo, nel ventre scavato di Rafah non passano più auto e camion come ai “tempi d’oro”, ma sotto il naso dei soldati egiziani i tunnel sono ancora decine. Lo scorso mese ne è stato scoperto uno lungo 2,5 chilometri. In questo business del contrabbando gli emiri dello Stato Islamico del Sinai svolgono un ruolo attivo, lavorando a stretto contatto con i comandanti militari di Hamas del sud. Il movimento nega relazioni con l’Isis ma alcuni islamisti egiziani responsabili del coordinamento con Hamas risiedono nell’enclave costiera “ospiti” dell’ala militare. Il contagio salafita si sta diffondendo, l’ultima delle piaghe di Gaza.
«». il manifesto, 13 ottobre 2016 (c.m.c.)

Lo sguardo dell’uomo sul Mondo, diceva Walter Benjamin, riflette la forma dei rapporti di produzione. E se i «rapporti di produzione», elabora Foucault, sono governati dalla biopolitica, cioè dalla riduzione della vita al suo valore di scambio, di merce, è facile capire quanto la politica che gestisce gli affari europei non possa vedere i fenomeni migratori nella loro dimensione umana.

Generando così quella solidarietà empatica che darebbe luogo a pratiche di accoglienza radicalmente diverse dalle attuali.

Eccitati ed accecati dall’idea di perdere i privilegi accumulati in secoli di dominio sul resto del mondo «in via di sviluppo», i sempre più cittadini europei si rivolgono alle destre populiste che promettono loro di fermare i migranti «sul bagnasciuga», come nel secolo scorso già affermava il fascismo.

Ma l’eccitazione superficiale, agitata e servita calda dai vari demagoghi continentali, nasconde nella sua profondità una altrettanto grande depressione, generata dall’oscura consapevolezza che ciò che oggi capita ai migranti, domani , ma forse già oggi, potrebbe accadere a chi ancora crede di cavarsela con i muri. Perché se è vero che la Storia non insegna nulla, è altrettanto vero che l’anima non dimentica, che i traumi personali e collettivi vissuti dai singoli e da intere popolazioni, restano nel profondo e riemergono costantemente a ricordare tutto quello checiò che si è vissuto.

Ma per far sì che questa memoria collettiva, fatta di quando l’Europa era un continente di migranti, di bombardati, di sottoposti a feroci dittature, di razzismi verso gli italiani o gli irlandesi, di guerre civili a sfondo religioso, ma anche di resistenza, di affermazione dei diritti umani, di abbattimenti di frontiere, di dialogo, di aiuto ai popoli che uscivano dal colonialismo, possa riemergere come forma della politica, e prima ancora della consapevolezza, bisogna tornare a vedere con gli occhi ciò che abbiamo sotto gli occhi, cambiare lo sguardo sulle cose. Non è forse l’occultamento dei corpi migranti uno dei dispositivi fondanti di questa fase biopolitica? Non è la riduzione dei singoli individui ed individue, di bambini e bambine con nomi, storie, vite, vissuti, diversi, nel grande calderone dei «migranti», morti anche nella ridda dei numeri e delle statistiche?

Rovesciando la logica del respingimento, delle barriere, dell’esternalizzazione dei confini spinati, le associazioni che si impegnano nelle gestione dei migranti sulle banchine siciliane o greche, restituiscono come prima priorità a queste persone il loro volto, la loro identità unica ed irripetibile, non solo la speranza che il dolore vissuto sia servito a qualcosa per le loro esistenze, ma che serva anche a chi li accoglie per cambiare la sua prospettiva sull’ordine delle cose. Perché siamo noi, quelli pronti a gettare al vento secoli di democrazia e convivenza, ad aver bisogno della forza di queste vite almeno tanto quanto loro hanno bisogno di noi.

La politica è prima di tutto uno sguardo. Dallo sguardo attento nasce il riguardo, il guardare due volte, e di conseguenza il rispetto che ha, non a caso, la stessa radice. Il cambiamento parte da una cambio di paradigma per quello che concerne le priorità da affrontare, che non sono più quelle della contraddizione capitale lavoro, ma quelle tra uomo e ambiente e tra generi, genti e generazioni.

Da come si riorganizzeranno le forze antagoniste attorno alle gestione e soprattutto alla soluzione delle emergenze migratorie, si misurerà la possibilità che esista un futuro per tutti e non la pura sopravvivenza di una parte minoritaria sulla maggioranza del vivente.

. La Repubblica, 12 ottobre 2016 (c.m.c.)

Si sentono come dei fantasmi nel paese in cui sono nati e cresciuti, in cui hanno studiato, di cui parlano la lingua e spesso conoscono le usanze e le leggi molto più di quanto conoscano la lingua, le leggi e le usanze del paese da cui provengono i loro genitori. Sono i ragazzi e i giovani impropriamente definiti della seconda generazione di migranti. Impropriamente perché la maggior parte di loro non è affatto venuta in Italia da un altro paese, ma è nata e cresciuta qui, analogamente ai coetanei italiani. Oppure sono venuti quando erano ancora bambini e qui hanno frequentato le scuole e hanno condiviso esperienze con i coetanei autoctoni.

È passato un anno da quando alla Camera è stata approvata in prima lettura una nuova legge sulla cittadinanza che introduce quello che è stato definito uno ius soli temperato, ovvero con più vincoli di quello in vigore in Francia o Stati Uniti.

Non basta, infatti, nascere in Italia per avere la cittadinanza. Occorre, per i minori nati in Italia, non solo che venga fatta una formale richiesta da parte dei genitori, ma anche che almeno uno dei genitori abbia un permesso di soggiorno di lungo periodo o, in alternativa, che il minore abbia frequentato almeno un ciclo di studi. Lo stesso requisito, da soddisfare entro i sedici anni di età, è richiesto per i minori arrivati prima dei dodici anni. Per i più vecchi (fino ai venti anni) il requisito si allunga.

Come si vede, si è ben lontani da ogni automatismo, fino a far ritenere a qualcuno che questi vincoli violino sia i diritti dei minori sia il principio di eguaglianza. Eppure, dopo essere stata approvata alla Camera della legge non si è più sentito parlare.

Sommersa da oltre duemila emendamenti, giace al Senato senza che sia annunciata alcuna calendarizzazione, stretta tra la feroce opposizione di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, il disinteresse del Movimento Cinquestelle (che alla Camera si è astenuto) e il timore dei partiti governativi di riaprire al proprio interno conflitti irrisolti. A meno che, come qualcuno maliziosamente potrebbe sospettare, i partiti di maggioranza non vogliano utilizzare questo blocco per dimostrare i limiti del bicameralismo perfetto, portando acqua al mulino del sì al referendum costituzionale.

Qualsiasi siano le ragioni, il Parlamento italiano sta dando un’ennesima prova di quanto i diritti civili nel nostro paese godano raramente di attenzione, a fasi alterne e sempre e solo uno per volta, creando sgradevoli gerarchie di priorità oltre che attese lunghissime. È passata, faticosamente, la legge sulle unioni civili, che gli stranieri aspettino pazientemente il proprio turno, se e quando questo arriverà.

I nostri pensosi rappresentanti non sembra siano sfiorati dal sospetto che continuare a tenere ai margini una fetta importante delle giovani generazioni che abitano il nostro paese da tempo avviato al declino demografico non è solo una ennesima dimostrazione che questo è un paese che non investe sui bambini e giovani in generale, non solo su quelli stranieri, un paese occupato dell’oggi e senza attenzione per il futuro. È anche una politica miope proprio nei confronti della integrazione tanto sbandierata come necessità per una immigrazione ben regolata.

Continuare a tenere ai margini, come estranei da non ammettere ad una appartenenza comune, dei bambini, adolescenti, giovani che aspirano a questa appartenenza rischia di farli sentire e comportarsi come tali: senza obblighi perché privi di reciprocità, risentiti, ostili.

È una meraviglia che, nonostante la miopia della politica e un discorso pubblico sui migranti e le loro famiglie non sempre civile e pacato, questi ragazzi e giovani continuino ostinatamente a rivendicare la propria italianità. Sono, di fatto, italiani molto più di molti che sono nati all’estero da cittadini italiani e all’estero sono cresciuti e vivono, spesso non conoscendo la lingua italiana. E pure hanno tutti i diritti dei cittadini italiani, incluso il diritto di voto, anche sulla riforma costituzionale, i cui effetti positivi o negativi non li toccherà per nulla.

Un convegno internazionale promosso da BarbaraSpinelli (Milano, 25 settembre 2016) ha rivelato come i migranti che approdanofortunosamente in Europa non siano che la punta di un immensoiceberg, costituito da milioni di persone sfrattate dalle loro case e terre,cacciate dal perverso “sviluppo “praticato dal resto del globo. Sulla base deimateriali e degli stimoli di quel convegno la nostra redattrice ha scrittoquest’ampia analisi della questione, con l’obiettivo di diffonderne la conoscenza e di stimolare azioni cheaiutano ad contrastarne le cause.

I NUOVI DANNATI DELLA TERRA
GLI SFRATTATI DELLO "SVILUPPO
di Ilaria Boniburini

1. Introduzione
Esiste una stretta relazione tra il modello di sviluppodominante, le devastazioni ambientali e i flussi migratori indotti provenientidai paesi del Sud del mondo verso il Nord. E chi maggiormente subisce glieffetti negativi di questo sviluppo sono le popolazioni indigene e i poveri delSud del mondo, cioè coloro che meno hanno contribuito a provocarli. Non solo,ma l’Europa, insieme ai nuovi imperi (Cina e US), continua a perseguire iltornaconto del mondo occidentale, anche celandosi dietro la cosiddetta “cooperazioneinternazionale”.
Il 24 settembre scorso si è svolto a Milano il convegnointernazionale “Il secolo dei rifugiati ambientali?” organizzato dall’europarlamentareBarbara Spinelli[1]. Lerelazioni presentate hanno insistito non tanto sull’emergenza migratoria dell’Europa,quanto sulle cause ambientali, all’origine della maggior parte delle migrazioniindotte.
Il convegno prende origine dal fatto che quella dei migrantiambientali è una condizione non riconosciuta dal diritto internazionale comequella dei rifugiati, per cui a queste persone non è riconosciuto il diritto diasilo, nonostante l’abbandono del loro paese di origine sia forzata. Infatti, imigranti ambientali sono coloro che si trovano costretti ad abbandonare le loroterre per cause di siccità, erosione del suolo, desertificazione, deforestazione,inquinamento, salinazzione delle terre e altri eventi causati da mutamentiambientali provocati dall’intervento dell’uomo.
Dalle analisi presentate dai relatori, è evidente che losbarco in Europa di migliaia di persone non è il solo e neanche il piùdrammatico dei problemi se si guarda alle origini di questi flussi forzati e siconsidera il fenomeno nelle sue innumerevoli manifestazioni. Evidenti sonoanche le responsabilità dei paesi “sviluppati” nel concorrere alle cause dellemigrazioni forzate e le loro opportunistiche politiche messe in atto.
Sono uscita dal convegno con unaprofonda amarezza per la pochezza della nostra società, che vanta di essere civile,moderna, evoluta e democratica, mentre continua a costruire il proprio “sviluppo”sullo sfruttamento degli altri popoli e spesso calpesta i diritti umani dei piùdeboli nel perseguire i propri interessi. Sono arrabbiata con il popolo Europeoe con quello Italiano, per l’incapacità di esprimere ospitalità e solidarietà ecogliere l’opportunità di rinnovamento che potrebbe derivare dall’incontro diculture diverse. La storia è anche fatta di migrazioni.
Mi rendo conto che scrivere solo per denunciare non èsufficiente. La denuncia sembra solo provocare un' indignazione momentanea, manon una presa di coscienza vera e propria. Vorrei utilizzare quello che hoimparato nei miei dieci anni di studio, lavoro e vita in Africa su questioni disviluppo e quello che ho acquisito al Convegno sui rifugiati ambientali perconvincervi di due cose.
1. Le politiche migratorie italiane ed europee sonoprofondamente sbagliate. Il problema posto è fuorviante: è mirato a mantenerefuori dalla “Fortezza Europa” i migranti poveri e non ad affrontare ilproblema. Queste politiche sono intellettualmente insignificanti e moralmentemisere; «non dobbiamo dimenticare che non si fala storia senza grandezza di spirito, senza una moraleelevata, e senza gesti nobili» (Rosa Luxemburg).
2. Se si vuole affrontare il problema alla base, occorre unradicale cambiamento del nostro modello di sviluppo e stili di vita. Una fettaenorme delle migrazioni in atto è provocata da trasformazioni ambientaliindotte dal nostro modo di vivere, che sta distruggendo la fonte primaria dellanostra vita: l’universo naturale e le sue insostituibili risorse. Inoltre, convertetutti i nostri beni (cose che hanno valore per l’uso che ne facciamo) in merci(cose che hanno valore solo la loro capacità di essere convertite in moneta);trasforma i fruitori in clienti (paganti); e riduce le nostre esperienze edecisioni a questioni di mero interesse economico-finanziario. A sostegno dellamia tesi porto una serie di ragionamenti.
2. Politichemigratorie sbagliate
il problema posto è fuorviante e strumentale
Una distinzione iniziale tra “migranti”, “migranti senzavisto” e “migranti da sfratto” è necessaria per non alimentare una confusionegià presente nei discorsi politici e nella maggior parte dei giornali.
A rigore di logica e dizionario alla mano, sono “migranti”tutti coloro che si trasferiscono in un paese diverso da quello di origine.Anch’io sono una migrante: vivo e lavoro all’estero dal 1998; ma grazie al miopassaporto Europeo e al mio conto in banca, non sono mai stata additata come “migrante”,e non ho mai avuto particolari problemi ad ottenere un visto.
Quando si parla del “problema dei migranti”, i governi egiornali si riferiscono più specificatamente ai “migranti senza visto” chearrivano in Europa – generalmente additati come “clandestini” perché non hannoun visto di accesso. Un visto che gli è stato negato o gli verrebbe comunquenegato in base alle norme nazionali di frontiera. Queste norme non sono ugualiper tutti. In presenza di un passaporto non occidentale, viene di solitorichiesto di avere un’assicurazione sanitaria, un conto corrente bancario e soldi,referenze, e altro ancora. Particolare resistenza a rilasciare un visto è fattanei confronti dei cittadini Africani.
Utilizzo il termine “migranti da sfratto” per riferirmi atutte quelle persone che per diversi motivi - conflitti, disastri ambientali,carestie, o progetti di sviluppo come dighe - sono letteralmente statesfrattate e private della loro casa o si vedono costrette a lasciare le loroterre per poter sopravvivere o dare supporto alle loro famiglie. Mi rendo contoche il termine è generico ed è forse difficile provare uno sfratto indotto,perché lasciare la propria terra (o addirittura il proprio paese di origine)richiede anche una volontà individuale, nonché una capacità fisica edeconomica. Qualche decennio fa, in assenza di ricerche e testimonianze dirette,poteva essere difficile capire le cause di queste migrazioni da sfratto. Oggi,non mancano né i dati né le testimonianze, ed è accertato che chi affronta unviaggio incerto, pericoloso, e costoso come quello che i migranti senza vistointraprendono, per terra o per mare, lo fa per ragioni molto forti. Nei loropaesi di origine rischiano di essere uccisi in guerra, perseguitati dai proprigoverni, ma anche “solo” di non avere più mezzi di sussistenza, perché spazzativia e per l’incapacità dei governi di supplire a carestie, siccità, alluvioni, oaltri eventi.
A supporto della definizione “migranti da sfratto” cito unafonte autorevolissima, Saskia Sassen e il suo recente saggio del 2015 Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economiaglobale. Nel libro, Sassen descrive come il fenomeno delle espulsioni siauna tipica caratteristica di questa fase del neoliberalismo e cita moltissimiesempi: dalle espulsioni di lavoratori, agricoltori e residenti non abbienti daun numero sempre più consistente di aree, alle espulsioni di intere comunità daparte di governi e multinazionali per costruire dighe o intraprenderecoltivazioni da esporto.
2.1 Occorre guardareoltre i “migranti senza visto”
I “migranti senza visto” che arrivano in Europa sono solouna piccola percentuale della totalità di coloro che si trovano costretti adabbandonare le loro terre a causa di guerre, persecuzioni, carestie, oinadeguate condizioni socio-economiche. Diamo uno sguardo ad alcunestatistiche.
L’ International Organization for Migration (IOM) stima che nel2015 circa 1.046. 600 persone sono arrivate in Europa; si precisa che il numeronon tiene conto di quelli che riescono a passare inosservati. Frontex, l’Agenzia Europea per la gestionedelle frontiere esterne degli stati membri, ha stimato che sono circa 1.800.000i migranti arrivati in Europa nel 2015.
Nel 2014, l”Europa ha accolto circa 3.107.000 rifugiati,mentre l’Italia pur essendo il paese di arrivo di molti rifugiati ne ha accolticirca 93.000, ponendosi agli ultimi posti per incidenza dei rifugiati rispettoalla popolazione nazionale[2].
Paragoniamo ora queste cifre con quelle del rapporto “GlobalTrends 2015” dell’UNHCR[3] relativeal totale degli sfrattati, conteggiati a fine 2015 in tutto il mondo: circa65.3 milioni. Un popolazione più grande di quella dell’Italia o della GranBretagna! Un quinto di questi (12.4 milioni) sono quelli sfollati nel solo anno2015. Il numero degli sfrattati è aumentato notevolmente negli ultimi duedecenni, e si è velocemente ingrandito a partire dal 2011, con l’inizio della“primavera Araba” e il conflitto siriano. La maggior parte degli sfrattatiSiriani approda in Turchia. Nonostante l’attenzione è focalizzata sull’Europa,e le regioni Africane e del Medio oriente, altre crisi si sono abbattute nelAmerica Centrale. Le violenze in El Salvador, Guatemala, and Honduras hannoprovocato un’ondata di migrazioni forzate verso il Messico e gli Stati Uniti. Conla situazione dello Yemen in continua deteriorazione, durante il 2015 circa 169.900persone hanno abbandonato il paese, rifugiandosi nei paesi vicini, e circa 2,5milioni sono stati internamente sfrattati.
Un altro dato interessante emerge dalle stime dell”InternationalDisplacement Monitoring Centre (IDMC) [4]: sono circa27.8 milioni le persone che nel 2015, a causa di guerre, violenze e carestie eranosenza una casa, ma sempre nei confini dei loro stati. Questi sono i cosiddetti “sfollatiinterni” (IDPs – Internally Displaced People),cioè quei migranti forzati che non riescono a pagarsi un viaggio verso l’Europao altri paesi. Relegati nei rapporti delle agenzie internazionali, raramente siparla di loro. Nel 2015, sono state “internamente sfrattate” circa 8.6 milionidi persone e circa 11 milioni l”anno precedente.
2.2 I rifugiati: una categoriache appare sempre più discriminante
Come succede per altre questioni, quello che non colpisce ilmondo occidentale, è ritenuto irrilevante. Se migliaia di persone, senza vistoe senza soldi non arrivassero per mare e per terra in Europa, il problema dei “migrantida sfratto” passerebbe inosservato.
Per i governi europei il problema non è quello dei migrantiin sé, ma il fatto che sono poveri, e non dovrebbero entrare a meno che non faccianoparte della categoria dei “rifugiati” quindi aventi diritto di asilo.
Dalla Convenzione di Ginevra nel 1951, quando è statariconosciuta la condizione di rifugiato a coloro che si trovano al di fuori delloro paese di origine a causa di persecuzioni, conflitti, violenze o altrecircostanze che minacciano l’ordine pubblico, sono state accolte e salvatemolte vite umane. Gli Stati hanno accettano una serie di obblighi nei confrontidi queste persone; ma oggi questa forma di protezione assomiglia sempre più auna categorizzazione che serve soprattutto a tenere fuori i migranti dasfratto, che sono la maggior parte. Nel 2015, meno di 1/3 di quei 65,3 milionierano riconosciuti come rifugiati e circa 3,2 milioni avevano fatto domanda diasilo (asylum-seekers). Inoltre, idieci paesi che accolgono il maggior numero di rifugiati sono quelli del Suddel Mondo, di cui cinque nell”Africa Subsahariana e non come si penserebbel’Europa. Con circa 2.5 milioni, la Turchia rimane lo stato che ha il più altonumero di rifugiati[5].
2.3 La meschinità dell’Europa
A considerare le statistiche di cui sopra, ci rendiamo contoche l’enfasi data al “nostro” problema Europeo di ‘sistemare’ 1.8 milioni di “migrantisenza visto” è sproporzionata rispetto al dramma complessivo delle “migrazionida sfratto”.
Non solo, ma l’Europa per non sovraccaricarsi di questa peso,relativamente esiguo, sta facendo di tutto per mettere in atto politicherestrittive per il controllo dei flussi di migranti.
Ne sono esempi significativi il Migration Compact, l’accordòEU con la Turchia e la Roadmap di Bratislava. Il Migration Compact è uno strumentoper evitare l’ingresso ai migranti senza visto e non un modo per affrontare ilproblema migratorio. Infatti, consiste sostanzialmente nel esternalizzare lefrontiere, incentivando i paesi di origine ad esercitare un risoluto controllosulle uscite e rispendendo al mittente coloro che sono entrati, anche versopaesi retti da dittatori riconosciuti responsabili di crimini contro l’umanità,come il Sud Sudan[6].
L’accordocon la Turchia, che prevede il ritorno dei richiedenti asilo nella Turchia di Erdogan- paese non in grado di garantire ai rifugiati un asilo sicuro - rischia divenir ripetuto con l’Egitto di Al Sisi[7].
E perconcludere la lista delle misure ristrettive, la recentissima Roadmap diBratislava, che dichiara di non voler più permettere flussi incontrollati,assicurare il pieno controllo delle frontiere, ritornare al sistema Schengen edi applicare principi di solidarietà e responsabilità. Questi obiettividovrebbero essere raggiunti attraverso: la messa in opera dell”accordo EU-Turchia,il Migration Compact, il “dialogo” con paesi terzi (sul modello Egitto) e l’operatività(nonché” indipendenza) della Guardia di frontiera europea. Uno strumento gretto,velato – neanche tanto bene - da una falsa preoccupazione per le vite umane deimigranti (appellandosi ipocritamente alla solidarietà).
3. Riconoscere le trasformazioniambientali come causa fondamentale delle migrazioni da sfratto
Vivendo e lavorando in Africa, le statistiche citate non misorprendono. Non c’è uno stato Africano che non abbia un campo profughi o chenon abbia avuto il problema di ricevere sfollati o vedere i propri abitantiscappare altrove. Quando insegnavo in Ruanda, oltre 2/3 dei miei studenti eranonati al di fuori del loro paese, per la maggior parte in campi profughi inCongo o Tanzania.
Non ero invece del tutto consapevole del peso che letrasformazioni ambientali hanno nel produrre “migranti da sfratto”. Cercherò quindidi dare conto di quest’ aspetto.
I conflitti continuano ad avere una responsabilità notevolenel provocare fughe, ma secondo l’IDMC, nel 2015 solo il 31% degli sfollatiinterni è dovuto a conflitti e violenze, mentre il restante 49% è dovuto adisastri naturali come terremoti, eventi climatici estremi come le alluvioni, oaltre cause legate a trasformazioni ambientali gravi[8].
3.1 Oltre le cause diguerra: il peso delle cause ambientali
Per dare un’idea generale, adotto la distinzione della Forced Migration Online(FMO) che individua tre cause fondamentali alla base di quelli che chiamo “migrazionida sfratti”[9]:
1. Conflitti: conflitto armato, inclusa la guerra civile;violenza generalizzata; e la persecuzione per motivi di nazionalità, razza,religione, opinione politica o di un gruppo sociale, da parte delle autoritàstatali. Questa è l’unica causa riconosciuta suscettibile di aiuto internazionale,in quanto è quella che produce i rifugiati.
2. Disastri: catastrofi “naturali” (come vulcani, alluvioni,terremoti), cambiamenti ambientali (deforestazione, la desertificazione, ildegrado del territorio, il riscaldamento globale) e disastri provocatidirettamente dall’uomo (incidenti industriali, radioattività). Il tema degli sfrattatidal disastro, per cause “naturali” e legate al cambiamento climatico, rimanecontroverso; e ne spiegherò le ragioni nei seguenti capoversi. Diverse organizzazioniinternazionali forniscono assistenza alle persone colpite da queste calamità,tra cui la Federazione Internazionale delle Società della Croce Rossa eMezzaluna Rossa, e il Programma alimentare mondiale, senza contare le molte ONG.
3. Sviluppo: progetti realizzati per migliorare lo “sviluppo”di un’area, città, nazione che però al contempo produce sfratti a larga scaladi comunità locali e indigene. Per esempio i progetti di dighe, le estrazioniminerarie, le deforestazione o la creazione di parchi e riserve, che estromettele popolazioni indigene[10]. Questoè senza dubbio un fattore trascurato, che avviene con poco riconoscimento,supporto o assistenza, proprio perché colpisce in modo sproporzionato leminoranze indigene, i poveri urbani e rurali; spesso con la compiacenza deigoverni locali e attraverso i finanziamenti dei paesi occidentali o della Cina.
Chiaramente, tra queste tre categorie vi sonosovrapposizioni di cause ed effetti. È fondamentale cercare di capire le causedi queste trasformazioni ambientali, ma concentrarsi sulla ricerca di un nesso lineareo matematico di causa ed effetto tra migrazioni dovute a trasformazioniambientali e attività antropica «può essere fuorviante e servire più daparaocchi che da strumento di analisi»[11].
Bisogna invece riconoscere che c’è un’ondatamigratoria silenziosa che rappresenta le vittime di un sistema di produzione econsumo che ha ampiamente superato i limiti ecologici del Pianeta. Lemigrazioni ambientali possono essere lette come conseguenza di un continuotrasferimento di servizi ecosistemici dai luoghi sfruttati ai poli dellosfruttamento, fino a determinare nei primi ambienti ostili alla sopravvivenza”.[12]
Come afferma François Gemenne, ci troviamo nell’erageologica dell’Antropocene[13], in cuitutte le trasformazioni ambientali sono in qualche misura legate all’operadegli esseri umani, a come si produce, si consuma, si costruisce, e si governa,quindi al predominante modello di sviluppo.
3.2 Sviluppo: l’egemoniadi una credenza e il collasso di un Pianeta
La parola sviluppo è quella che forse più di ogni altra èstata capace di plasmare un’epoca. Per oltre settant’anni il concetto disviluppo come sinonimo di progresso, civilizzazione, e positività a priori(senza il bisogno di qualificare lo sviluppo con un attributo) ha orientato lepolitiche di tutti i paesi del mondo e colonizzato le menti, impedendo ad altreconcezioni di essere approfondite e altre pratiche di essere attuate.
Questo concetto è però inadeguato sia a comprendere i fenomeni,che a dare risposta ai bisogni e alle questioni che il genere umano esprime inquesta fase della sua storia.
È indicativo che il termine sviluppo abbia acquisito l’accezioneattuale a partire dal 1945, quando è entrato in uso il concetto sottosviluppo. Daallora lo sviluppo è stato associato all’idea che tutte le società avrebberodovuto passare attraverso prevedibili “fasi di sviluppo”. È quindi diventando unprogetto di dominazione, in quanto minala fiducia di altre culture ad esprimersi e portare avanti diversi modi dipensare e di agire e riducendo i loro destini ad un modo essenzialmenteoccidentale di concepire, percepire e plasmare il mondo.
Nei decenni successivi c’è stata una progressivasovrapposizione tra sviluppo e “sviluppo economico” compiendo una forteriduzione dei significati complessi e che il termine comprende. Così come cisono stati tentativi di riabilitare la parola stessa nei suoi momenti di crisi,per esempio durante il momento di presadi coscienza ambientale, di preoccupazione per la scarsità di risorse e losfruttamento sfrenato della natura. Se questa coscienza ha introdotto l’importanteconcetto di “limite alla crescita”, la nozione di sostenibilità - che invece havinto - ha matrici diverse. Infatti, quest’ultimo concetto è avvolto da una“modernizzazione ecologica”, dove l’innovazione tecnologica riveste un ruolocentrale. Si riconosce una crisi ecologica, ma a differenza del movimentoradicale sul limite della crescita si crede fermamente di poter interiorizzarela cura per l’ambiente.
Bisogna riconoscere che il termine è emerso al momento giusto: per dare allosviluppo uno scopo relativamente nuovo e soprattutto una rinnovata legittimazione. Losviluppo sostenibile è l’espressione che forse più di ogni altra ha ridato allosviluppo un prestigio mondiale, e lo ha fatto dandogli un tono opportunatamenteambientalista. La tesi principale che sta al fondo dell’espressione svilupposostenibile è che crescita economica e problema ecologico possono essereconciliati, è solo una questione di individuare appropriate misure dimitigazione.
La caratteristica peculiare dello sviluppo, e dell’immaginarioche lo accompagna, è che la crescita e il progresso possano svilupparsi all’infinito,anche grazie all’aumento costante delle merci prodotte. Ma, come scrive GilbertRist[14], l’egemoniadello sviluppo si è potuta affermare solo grazie ad un illusione semantica,attraverso la creazione del sottosviluppo, cioè creando uno “pseudo contrario”che ha trasformato una credenza in senso comune, e facendo credere nellapossibilità di trasformare l’intero mondo ad immagine e somiglianza dell’occidente[15].
Invece, a distanza di 70 anni ci ritroviamo un pianeta inprogressivo deterioramento. Di seguito alcuni elementi emblematici[16]:
- lo scioglimento dei ghiacci nella parte ovest dell’Antartideha superato ormai la soglia dell’irreversibilità e se le previsioni sonocorrette con l’innalzamento del livello dei mari la migrazione di centinaia dimilioni di persone rimarebbe l’unica alternativa (a);
- nonostante i rischi per l’ecosistema, naviinquinanti continuano a trasportare materiali inquinanti, provocando emissionidi gas di serra corrispondente al 4-5% del totale; l’organizzazione marittimainternazionale prevede un aumento del 72% entro il 2020 in assenza diprovvedimenti contro tale problema (a);
- negli ultimi 15-20 anni gli eventi climatici estremisi sono manifestati con effetti sempre più distruttivi e con frequenza sempremaggiore; per esempio El Nino nel 2015 ha provocato una grave siccità dall’AfricaOrientale sino al Sud America e all’Asia, traducendosi in malnutrizione, morte dimigliaia di capi di bestiame, e diffusione di epidemie, mettendo a rischiocirca 60 milioni di persone (a);
- a partire dal 1990, almeno 18 confitti violenti sonostati generati dallo sfruttamento delle risorse naturali e il 40% dei confittiintrastatali degli ultimi 60 anni (guerre civili come quelle in Angola, Congo,Darfur, Medio Oriente) si collegano alla gestione, accesso e sfruttamento dellerisorse naturali (a);
- il rapporto “The Human Cost of Weather RelatedDisasters” sostiene che negli ultimi 20 anni circa il 90% delle catastrofiregistrate nel mondo sono state provocate da fenomeni legati al clima (inondazioni,tempeste, siccità) (a);
- dal Medio Oriente agli Stati Uniti, dal SudAmerica all”Europa dell”Est, in tutti i continenti si moltiplicano i rischi discontro per l’acqua; il rapporto ONU “Acqua per un mondo sostenibile” dice cheentro 15 anni la domanda di acqua aumenterà del 55% ma nel 2030 ladisponibilità coprirà solo il 60% (b);
- 1 miliardo di persone sono ancora senzaacqua potabile e 2 miliardi e mezzo sono privi di servizi igienici (b);
- un rapporto del Pentagono (2004) afferma che le prossimeguerre saranno combattute per questioni di sopravvivenza.; nei prossimi 20 annidiventerà evidente un “calo significativo” dalla capacità del pianeta di sostenerel”attuale popolazione; milioni di persone moriranno per guerre e per fame finoa ridurre la popolazione della terra ad una quantità sostenibile (b);
- un rapporto della CIA (2011) sostiene che almenootto fiumi saranno oggetto di conflitti (b);
- la quantità di acqua necessaria in Africa percoltivare i terreni acquistati da stranieri e multinazionali nel 2009, è duevolte il volume usato nei 4 anni precedenti in tutta l’Africa; se l’accaparramentodelle terre e dell’acqua continua al ritmo attuale, la richiesta di acquasupererà le scorte Africane di acqua rinnovabile (b);
- dighe, miniere, piantagioni, autostrade,complessi industriali e resort turistici, costringono ogni anno 10 milioni dipersone a spostarsi e i privati assumono il controllo dell’acqua che dava davivere a intere popolazioni;
- solo le dighe hanno generato nei decenni passati80 milioni di profughi; per esempio la diga Rinascita, sul Nilo costruitadalla italiana Salini formerà un bacino che bloccherà tanta acqua pari a unavolta e mezzo il flusso annuo del Nilo e caccerà uomini e donne e animali (b);
- il Land Matrix, un “iniziativa indipendente permonitorare l’acquisizione di terre su grandi scale, registra che le transazionitransnazionali coprono una superficie di circa 44, 27 milioni di ettari,praticamente tutti situati nel Sud del mondo e solo una piccola percentuale èdestinata a coltivazioni alimentari; questo fenomeno provoca l’espropriazioneforzata di piccoli coltivatori locali (landgrabbing).
Gli effetti negativi di questo modello di sviluppo, così comei sui benefici, non sono omogeneamente distribuiti dal punto di vistageografico (ne tantomeno dal punto di vista delle classi sociali). Sono lepopolazioni del sud del mondo e quelle più povere a pagare il prezzo dellegravi conseguenze di questo sviluppo, quando invece i benefici sono concentratinei paesi occidentali e riservate alle persone abbienti.
3.2 Non puòesserci sviluppo equo senza giustizia ecologica
Giuseppe De Marzo nella sua presentazione “Larelazione fra diritti umani e diritti della natura”[17] haspiegato il rapporto, tanto ovvio quanto indissolubile, tra natura e uomo equindi tra diritti della natura e diritti dell’uomo, tra equità e sostenibilità,tra pace e sviluppo equo (come sosteneva Maathai Wangari) e tra sviluppo equo egiustizia ecologica.
Le “migrazioni da sfratto” non sono altro che unulteriore prodotto, insieme alla povertà e alle diseguaglianze, di questomodello di sviluppo, che basa la sua sussistenza sullo sfruttamento dellerisorse naturali, sulla protezioni dei capitali e dei profitti dei grandiinvestitori, e sulla credenza nello sviluppo illimitato.
Affrontare il problema dei “migranti da sfratto”significa ripensare profondamente e rivoluzionarmene a un nuovo modello disviluppo, che sostiene la causa dell’ambientalismo e dell’ecologismo piùradicale, ponendo fine alla rapina, sfruttamento e distruzione del PianetaTerra, rimettendo al centro dell’economia il concetto di beni, e perorando la causadella pace, il rispetto di tutti gli esseri umani e la solidarietà.
4. Ipocrisia, sfruttamentoe calpestamento dei diritti umani: neocolonialismo e neoliberismo
Nel 1961, Frantz Fanon, anticolonialista radicale, scriveva:
«Quando si riflette sugli sforzi che sono stati impiegatiper attuare l’alienazione culturale così caratteristica dell’epoca coloniale,si capisce che nulla è stato fatto a caso […] Il risultato coscientementericercato dal colonialismo, era di ficcare in testa agli indigeni che lapartenza del colono avrebbe significato per loro ritorno alle barbarie,incanagliamento, animalizzazione.»[18]
E ancora:
«Sono secoli che l’Europa ha arrestato la progressione deglialtri uomini e li ha asserviti ai suoi disegni e alla sua gloria; secoli che innome d’una pretesa “avventura spirituale” soffoca la quasi totalità dell’umanità.[…]
L’Europa ha assunto la direzione del mondo con ardore,cinismo e violenza. E guardate quanto l’ombra dei suoi monumenti si stende e simoltiplica. Ogni movimento dell’Europa ha fatto scoppiare i limiti dello spazioe quelli del pensiero. L’Europa si è rifiutata ad ogni umiltà, ad ogni modestia,ma anche a ogni sollecitudine, ad ogni tenerezza»[19].
Sono passati cinquantacinque anni, dovrebbe essere tuttaun’altra storia, ma queste parole sembrano ancora attuali nonostante ladecolonizzazione, i movimenti di liberazione, la creazione di stati africaniindipendenti e il riconoscimento nel 1948 (Carta dei diritti umani) che tuttigli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Il colonialismosi è esaurito, ma l’imperialismo occidentale ha trovato nuovo vigore sotto laguida americana.
In occasione del cinquantesimo anniversario del libro “Idannati della terra”, Miguel Mellino scriveva che l’attualità di Fanon sta nelfatto che siamo ancora di fronte a «una combinazione mostruosa di capitalismo erazzismo»[20].Mellino argomenta che l’imperialismo è ancora una realtà, così come il sistemagerarchico di status di cittadinanza che caratterizza le nostre metropoli, eche i processi di «accumulazione per espropriazione» e «finanziarizzazione»,oltre che appropriarsi dei mezzi di produzione si appropriano delle nostre vite.
Lo sfruttamento, la prevaricazione, il razzismo e l'annichilamentodelle culture africane e degli altri popoli non occidentali non passano piùattraverso i regimi coloniali, ma attraverso il neocolonialismo delle politicheestere dei nostri governi democratici, dei trattati economici internazionali e dell’aiutoallo sviluppo.
4.1 L’ipocrisia della cooperazioneallo sviluppo
È attraverso la “professionalizzazione” e la“istituzionalizzazione” dello sviluppo (Escobar, 1995) che si mirava areplicare nel “Terzo Mondo” le caratteristiche delle società occidentalicapitalistiche avanzate. Democrazia, un alto livello di industrializzazione eurbanizzazione, la meccanizzazione dell’agricoltura, rapida crescita dellaproduzione materiale e dello standard di vita, e adozione diffusa di valoritipici della cultura americana e anti-comunista dovevano essere gli obiettivi specifici.
Con la professionalizzazione dello sviluppo l’economista èdiventato l’esperto per eccellenza, seguito dal tecnico che ha il compito diapplicare le conoscenze teoriche e, attraverso la pianificazione, di legare l’economiaalla politica e allo Stato.
Con l’istituzionalizzazione dello sviluppo si è affermato uncomplesso sistema di relazioni, programmi, pratiche e organi amministrativi chehanno consentito di produrre, divulgare e inculcare discorsi, promuoverepolitiche, strategie, procedure, norme e comportamenti. Si è formata una vera epropria istituzione “aiuto allo sviluppo”o quello che oggi chiamiamo “cooperazione allo sviluppo” o “cooperazioneinternazionale”.
Con la fine del colonialismo, la cooperazione allo sviluppo, èuno degli strumenti più potenti per continuare a manovrare i paesi del Sud delmondo. Essa passa attraverso organi internazionali come la Banca Mondiale, leNazioni Unite, e le varie Banche di Sviluppo Regionali; le agenzie nazionali dicooperazione come l’USAID (americana), la Cooperazione Italiana, GEZ (tedesca)e JEICA (giapponese) e le Organizzazioni Non Governative. Queste agenzie sonoresponsabili della produzione e la circolazione dei discorsi dello sviluppo,attraverso conferenze, riunioni di esperti, consulenze, pubblicazioni, thinktanks, ma anche nella promozione e realizzazione di progetti e riformepolitiche, amministrative e sociali. Se le Nazioni Unite sono riconosciute comele più autorevoli nella produzione di linee guida e strategie; le agenzie diprestito, come la Banca Mondiale, portano con se il denaro e il simbolo delcapitale e del potere. Se gli esperti hanno la conoscenza e le competenze,quindi il potere delle parole, i governi hanno l’autorità legale di interveniresul popolo delle loro nazioni.
Il consenso a questo “controllo” sui paesi del Sud del Mondoe in particolare sull’Africa è garantito dall’obiettivo buonista della lottaalla povertà, al quale tutte queste organizzazioni si appellano. Al contempo,consente di perseguire, implicitamente, l’interesse e il tornaconto del mondooccidentale del capitalismo neoliberista. Con l’introduzione della “governance” nel discorso sullo sviluppo side-politicizza il campo “politicamente” sensibile delle trasformazioniterritoriali, e socio-economiche verso il solo campo della tecnica,sbarazzandosi del rischio di venir accusati di ingerenza, pur continuando ainfluenzare gli assetti istituzionali dei paesi poveri e indirizzarli versoprogrammi che implicavano riforme neoliberiste.
Nelle città si afferma uno sviluppo predatorio finalizzatoallo sfruttamento delle rendite connesse alla valorizzazione economica di tuttele risorse privatizzabili. Nelle città africane alla segregazione razziale delcolonialismo si sostituisce una segregazione su base socio-economica, dove formedi esclusione fisica, economica e sociale perpetuano diseguaglianze, povertà eframmentazione del tessuto urbano. Alla città pianificata e infrastrutturata,luogo del potere, delle classi agiate e dei cosiddetti espatriati, delle bancheinternazionali, degli alberghi di lusso, dei mall e degli uffici dei gruppiinternazionali, si contrappone la città informale, costituita da agglomerazionispontanee, fatte di materiali di scarto, dove vivono migliaia di persone esclusedai beni e i servizi urbani di base come l’acqua, le fognature, i trasporti, lestrutture sanitarie. È anche l’esclusione da un lavoro regolare e adeguatamenteretribuito, dalla rappresentanza politica e dai processi decisionali.
4.2 Due esempi dineocolonialismo
È la costruzione di dighe e bacini artificiali che dàorigine ai più consistenti sfratti, sottraendo spazi e risorse comuni acomunità locali ed economie diffuse per innescare processi produttivi cherispondono a logiche di profitto transnazionali e di scala industriale. Questecostruzioni sono generalmente finanziate con prestiti o contributi di organiinternazionali come la Banca Mondiale, coinvolgono agenzie di cooperazione, tecnicistranieri, materiali di importazione, meccanismi di corruzione per aggirarenormative ed acquisire il consenso dei governi, e spesso finiscono con ilcalpestare i diritti umani delle popolazioni. Non a torto, si parla dineocolonialismo.
Porto due esempi: il caso del lago Turkana e valle dell”Omoin Kenya e quello degli EPA (Economic Partnership Agreements), accordi dilibero scambio tra l”Europa e i paesi ACP (paesi dell Africa, Caraibi ePacifico).
La valle dell’Omo è alimentata dall’omonimo fiume, cheattraversa l’Etiopia per poi sfociare nel lako Turkana. Storicamente, qui vivonoalcune tra le più antiche comunità africane, che praticano un’economiaagro-pastorale di sussistenza, strettamente legata all’inondazioni del fiumeOmo.
Dagli anni Sessanta in poi questa valle ha visto lacostituzione di due parchi nazionali - che ha escluso dalla gestione di questeterre le popolazioni indigene - e le estese piantagioni da carburante, che hannomesso a rischio le comunità locali. A peggiorare la situazione, è stata lacostruzione di tre infrastrutture indroelettriche che insistono sul bacinodell’Omo: la diga Gibe I (2004), la stazione idroelettrica Gibe II (2010) e larecente diga Gibe III (2015). Quest’ultima, incoraggiate dalle agenzieinternazionali per lo sviluppo, è destinata a raddoppiare la capacitàenergetica di Etiopia, fornire energia per l'esportazione nel vicino Kenya,Sudan e Gibuti e irrigare le piantagioni industriali.
Questi progetti disviluppo hanno innescato una serie di processi, tutti a discapito dellepopolazioni locali. La raccolta d’acqua di Gibe III frena le inondazioninecessarie a sostenere la produzione alimentare di circa 200.000 persone. Neldisperato tentativo di trovare altri mezzi di sussistenza i pastori hannospostato il loro bestiame nel Parco Nazionale Mago, ciò che ha scatenato la lotta con i soldatigovernativi incaricati di proteggere il parco. In altre zone, il governo etiopecostringe le comunità indigene a fare spazio alle grandi piantagioni,sfrattandole dalle loro terre ancestrali e senza risarcimento adeguato. Lagente del posto riferisce che una tattica del governo è quello di scatenare unacomunità contro l’altra al fine di reprimere meglio in caso di rivolta[21].Perriempire il serbatoio della diga prima e per deviare l’Omo dopo - che servirà all’irrigazione delle piantagioniindustriali – il livello del lago Turkana sarà drammaticamente ridotto, trasformandol’area nell’ennesimo luogo di conflitto per le risorse.
Dietro a questi progetti ci sono la Salini CostruttoriS.p.A., una delle principali aziende italiane operanti nel settore delleinfrastrutture, e i soldi della coperazione italiana, sotto forma di creditod’aiuto al governo etiope. Nel 2004 sono stati stanziati ben 220 milioni dieuro, nonostante: a) le obiezioni della Direzione Generale per la Cooperazioneallo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e del Ministero dell'Economia edelle Finanze, in quanto il contratto tra la Salini e Ethiopian Electric PowerCorporation è stato fatto senza gara d'appalto, in violazione del dirittoitaliano e dell’ UE; b) l’assenza di uno studio di fattibilità riguardante le speseper le misure di mitigazione dell’impatto ambientale; c) l’ulterioreindebitamento dell’Etiopia. Persino la Banca Mondiale, maggiore sostenitore diprogetti infrastrutturali nel Sud del Mondo, aveva negato il prestito[22].
Gli EPA sono degli accordi commerciali tra due gruppi dipaesi (paesi UE e paesi ACP), che mirano a eliminare le barriereprotezionistiche in nome del libero scambio. I negoziati, cominciati nel 2002 e ufficialmente conclusi nel 2014,mirano ancora una volta a proteggere l’economia europea – in un momento diprofonda crisi – attraverso l’apertura dei mercati dei paesi ACP ai prodottiEuropei eliminando qualsiasi daziodi importazione.
I paesi dell’Africa, Caraibi e Pacifico, già messi alla duraprova da severe trasformazioni ambientali, vedranno le proprie produzionilocali ulteriormente strangolate, anche perché non di godono di sussidi oincentivi statali, come quelle Europee. L’appello lanciato da Padre Zanotelli e Vittorio Agnoletto“Fermiamo gli EPA”[23] mettevain guardia sulle conseguenze nefaste di questi accordi per i paesi africani,che colpiscono le economie regionali e impediscono lo sviluppo di prodottinazionali.
5. Sfrattati dellosviluppo: un appello e un impegno politico

Individuare “il problema” da affrontare è una scelta fondamentale che influenza il percorso sia della comprensione che della soluzione. Non solo, ma identificare come problema una determinata questione piuttosto che un'altra, è un’operazione ideologicamente orientata, perché riflette uno specifico modo di vedere le cose e il mondo.

C’è una profonda differenza ideologica, politica, morale e tecnica tra:

a) fare fronte ai “migranti senza visto” che secondo i governi e la maggior parte dell”opinione pubblica disturbano le nostre vite;

b) assistere i “migranti da sfratto”, ovunque essi siano, anche intervenendo sui meccanismi che portano agli sfratti, espropriazioni e migrazioni forzate.

Scegliere se il problema da porci sia a) oppure b) influirànon solo sulle nostre scelte future in termini di ricerca, politiche,provvedimenti, ma definirà anche di chi e di che cosa prenderci cura e quindidi chi siamo.
A mio parere affrontare il problema in termini di migranti(quali che essi siano) non rende giustizia né alle complesse cause eresponsabilità intrinseche né agli obiettivi di radicale cambiamento, giàespressi da una certa parte della società, e che nel convegno stesso hannotrovato spazio e parole, a partire da quelle di Barbara Spinelli.
Anche estendendo (giustamente) la categoria degli aventidiritto di asilo a coloro che si trovano costretti ad abbandonare le loro terreper fenomeni causati da mutamenti socio-ambientali, non si cambierebbe il mododi concepire la società e veder il mondo dal di sopra (il Nord). Quello checontinuerebbe ad alimentarsi sarebbe il “pensiero abissale”, cioè «una disposizione intellettuale,filosofica e politica, che si traduce nella capacità di tracciare linee attraversole quali istituire divisioni radicali all'interno della realtà, rendendone unaparte «riconoscibile», rispettata, rilevante, e condannando tutto il resto all'irrilevanzae all'inesistenza».[24]
Propongo quindi di parlare di “sfrattati dello sviluppo” pertre ragioni:
- per evidenziare che il problema e il grandedramma sta in chi è sfrattato, cioè costretto a lasciare il proprio luogo diorigine, e non nel cercare rifugio altrove che è una conseguenza e che diventaproblema solo nel momento in cui l’altrove non è disposto ad accogliere;
- per rendere esplicite le cause strutturali edipendenti dall’azione che generano gran parte delle migrazioni e riconoscerela responsabilità delle nostre società, perché è su queste che possiamo agirecambiando radicalmente il modo di concepire il mondo e il modello di sviluppodi riferimento;
- per dare un senso profondamente politico all’impegnoe alle azioni necessarie per sostenere il cambiamento.
Questo scritto diventa anche un appello, perché comprendere non è sufficiente percambiare, e il passo successivo è farcomprendere. Convincere il maggior numero di persone che queste politicheeuropee sono degradanti per la nostra civiltà, non rappresentano ciò che siamooggi, e ciò che vogliamo essere domani. Accettare queste politiche significaapprovare di sopraffare e calpestare gli altri, che un domani potremmo ancheessere noi o i nostri figli, perché il modello che vita che ci siamo costruitinon lascia scampo e non permette di raggiungere quei principi di libertà euguaglianza in dignità e diritti, che ci accomunano in quanto essere umani.
Johannesburg, 10 ottobre 2016
Il testo è scaricabile qui in formato .pdf


[1] La registrazione e trascrizione completa del Convegnoè disponibile sul sito di Radio Radicale: https://www.radioradicale.it/scheda/486729/il-secolo-dei-rifugiati-ambientali-analisi-proposte-politiche.
[2] Salvatore Altiero eMaria Marano (a cura di) “Crisiambientale e migrazioni forzate”, 2016, http://asud.net/wp-content/uploads/2016/07/Crisi-ambientali-e-migrazioni-forzate-def.pdf
[3] UNCHR, “Global Trends 2015”, http://www.unhcr.org/576408cd7.pdf
[4] IDMC, “Global Report on Internal Displacement”, May2016,http://www.internal-displacement.org/assets/publications/2016/2016-global-report-internal-displacement-IDMC.pdf
[5] Dati riferiti al 2015, estratti da “Global Trends2015” (op.cit).
[6] Vedi gli articoli di Guido Viale “Il gioco crudele delMigration compact” e di Alex Zanotelli “No Migration Compact” per unaspiegazione più esaustiva; rispettivamente su eddyburg alle pagine:

[7] Si legga per esempio l’articolo di Tonia Mastrobuoni “L’implicitoaccordo dei carnefici dell’EU sul destino dei migranti”, su edduburg allapagina:

[8] Op. cit.
[9] La FMO parla di migrazioni forzate, termine che io ho ritenutoopportuno cambiare in “migrazioni da sfratti” (http://www.forcedmigration.org).
[10] Al Convegno la relazione di Francesca Casella ha messoin evidenza come nel mondo ci siano 200,000 aree protette, di cui il 50% sonoanche gli habitat di origine di popolazioni indigene, che vengono cacciate innome della “conservazione e tutela”.
[11] Consiglio di leggere Salvatore Altiero e MariaMarano (a cura di), “Crisi ambientale emigrazioni forzate”, op.cit.
[12] ib., p. 8.
[13] François Gemenne “L”Antropocene e le sue vittime: unbuon motivo per parlare di rifugiati ambientali” relazione al convegno “Il secolodei rifugiati ambientali?”.
[14] Gilber Rist, “Losviluppo. Storia di una credenza occidentale”, 1997, Bollati Boringhieri.
[15] Ilaria Boniburini,"L’ideologia della crescita, l’inganno dello sviluppo”, in: Mauro Baioni,Ilaria Boniburini, Edoardo Salzano, La città non è solo un affare, ÆmiliaUniversity Press, 2013, pp: 5-21.
[16] I dati sono statiestrapolati da: (a) rapporto “Crisi ambientale e migrazioni forzate” a cura diSalvatore Altiero e Maria Marano; (b) dalla relazione “Il diritto all”acqua e iprofughi idrici” di Emilio Molinari ; (c) dalla relazione “Dagli EPA (EconomicPartnership Agreements) al Land Grabbing: l”impatto sui processi migratori” diVittorio Agnoletto.
[17] Raccomando diascoltare l’intera registrazione della presentazione di De Marzo sul sito diRadio Radicale.
[18] Franz Fanon, “I dannati della terra”, 2007 [1962],Einaudi, p. 143.
[19] ib. p. 227.
[20] Miguel Mellino, “Un classico per il presente”, Il manifesto, 18 maggio,http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2011/05/18SI93020.PDF.
[21] The Oakland Institute, “Omo Tribes under threat”,2013.
[22] Per un approfondimento si legga Salvatore Altiero,“Lago Turkana e
Valle dell”Omo: dalle dighe made in Italy alle barriere dell’Europa,lo sviluppo che genera migrazioni” in A Sud – CDCA “Crisi ambientale emigrazioni forzate”, op. cit. pp.
[24] Traduzione dell’autore di Boaventura de Sousa Santos,“Beyond abyssal thinking”, 2007,http://www.boaventuradesousasantos.pt/media/pdfs/Beyond_Abyssal_Thinking_Review_2007.PDF.
».

il manifesto, 11 ottobre 2016 (c.m.c.)

Quando viene convocata una marcia Perugia-Assisi raramente resisto al richiamo della foresta. Quest’anno, con la guerra dappertutto, più che mai. E perciò, nonostante la stampella, ci sono andata: per il convegno promosso dai sindacati, dall’Arci e qualche altra associazione il sabato, e, almeno per la partenza, al solito magnifico Frontone, del corteo coordinato da Flavio Lotti, la domenica mattina.

Io credo che le scadenze in qualche modo rituali non siano superflue, aiutano la memoria e questa serve. (Le donne, per esempio, hanno imparato a fare buon uso del vecchio 8 marzo).

Ho detto richiamo della foresta perché, come i più vecchiotti fra i lettori de il manifesto si ricorderanno, fummo in passato parte decisiva di quel movimento pacifista.

Un movimento che si sviluppò in Europa negli anni ’80 per protestare contro le nuove installazioni nucleari sui nostri territori e per reclamare «un’Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali».

Fu allora che riscoprimmo questa marcia ideata molto tempo prima da Capitini e la reinverammo assieme ai tantissimi del nord e del sud del nostro continente con i quali avevamo via via stretto legami profondi. E che assunsero le due città umbre come luogo simbolico e unificante di pellegrinaggio. Poi venne l’Iraq, e fummo 250.000.

Cosa è cambiato da allora?

Anche domenica i partecipanti sono stati tanti. A sfilare le scolaresche di più di 100 scuole che hanno risposto all’appello della Tavola della pace, molti gli immigrati recenti che hanno voluto unirsi al corteo. Numerosi anche i gonfaloni dei comuni. Presenti le associazioni promotrici, ovviamente.

Ma è un fatto, evidente nella marcia e ormai chiaro da anni nella dimensione quotidiana: il corpo militante delle organizzazioni sociali, dei partiti e dei movimenti che pure esistono sembrano non mobilitarsi più di tanto per la pace. È da tempo, oramai, che la lotta per la pace non morde come dovrebbe. La debolezza non è solo organizzativa, ma anche politica.

Anche qui a Perugia nelle parole d’ordine, negli striscioni, nei discorsi importanti che sono stati tenuti alla partenza, soprattutto dai prelati (per la prima volta ha preso la parola anche un cardinale), è prevalso, mi pare, soprattutto un discorso morale. Necessario e anzi prezioso. E però è risultata incerta l’indicazione di una proposta politica, del come rimuovere le cause delle emergenze con cui ci dobbiamo confrontare, così come una denuncia precisa delle responsabilità, antiche e recenti, di quello che accade.

Sottolineo questa debolezza non per sminuire il significato di questa Marcia, ma solo per ricordare che il nuovo pacifismo nato negli anni ’80 aveva invocato anch’esso il ripudio della guerra, ma aveva anche avuto l’ambizione di suggerire un’altra idea dell’Europa (fuori dai blocchi, dicevamo), un’altra politica estera, un modo diverso di affrontare i problemi internazionali, non più ricorrendo al medioevale metodo delle armi, ma alla comprensione delle ragioni dell’altro. I patti – dicevamo – si debbono fare con il nemico, non con l’amico. Per questo non possono essere patti militari. Purtroppo in questi anni è accaduto il contrario: la Nato si è ingigantita e ha preteso di rappresentare l’Europa.
A Perugia è stato detto forte l’essenziale: la condanna della tuttora massiccia esportazione da parte dell’Italia e dell’Europa di armi verso i paesi dove si aprono conflitti che grazie ad esse crescono paurosamente di livello; il No all’invio di eserciti e di bombardieri, ancorché chiamati «umanitari». Se l’Isis si è scatenato è dovuto anche a questo massiccio invio.

So bene che oggi è sempre più difficile individuare amici e nemici nel groviglio che si è determinato – basti pensare alla Siria (paese che non a caso non è stato mai evocato se non per parlare dei migranti che da lì provengono).

E però proprio in questo momento, in cui si riaffaccia il rischio di una spedizione militare in Libia, è urgente ripetere a voce alta che sebbene Gheddafi fosse un dittatore l’intervento militare occidentale in quel paese ha prodotto il peggio e guai a ripeterlo, quale che sia la scusa. E che sarebbe doverosa da parte di chi ha portato ai disastri dell’Afghanistan e dell’Iraq una autocritica pubblica, anche in parlamento.

La debolezza del nostro discorso (e dunque la scarsa mobilitazione che ne consegue) sta comunque nel fatto che è difficile oggi una risposta politica all’interrogativo: come aiutare i popoli vittime di guerre, di dittature, di fame?

È proprio questa che è emersa sopratutto nell’assai interessante convegno del sabato, durante il quale – oltreché per descrivere la loro condizione – hanno preso la parola anche per chiederci di aiutarli i rappresentanti dei sindacati indipendenti dell’Algeria, della Tunisia (il premio Nobel per la pace del 2015, Hassine Abassi), dell’Egitto e della Libia (quella di Bengasi), prima donna capo di un sindacato, una bella grinta e si capisce, visto il pezzo di paese da cui proviene e le condizioni incredibili in cui lì deve operare un/a sindacalista.

Chiara la risposta di quanto occorre fare sul piano economico: cambiare drasticamente le politiche economiche del nord che hanno distrutto le economie del sud.

E allora occorre però contestare il liberismo stesso, che ha ispirato tutti i Trattati Mediterranei (dall’Accordo di Barcellona in poi), fondati sulla liberalizzazione degli scambi che, quando i partner sono enormemente disuguali, accresce la disuguaglianza anziché ridurla.

L’Europa avrebbe dovuto invece avere il coraggio, e la lungimiranza, di proporre un compromesso fra nord e sud, analogo a quello che nel dopoguerra si stabilì fra movimento operaio e capitalismo e che, pur con tante ombre, ha però garantito diritti per gli uni e stabilità per l’altro. Fu, questa, la proposta avanzata almeno trent’anni fa da Samir Amin e da Giorgio Ruffolo; e cadde nel vuoto.

Meno evidente è cosa si possa fare su altri piani : aiuto alla società civile, per contribuire alla crescita di partecipazione politica, anche per rendere chiaro che un parlamento di per sé non garantisce democrazia? Sì, certo. Ma proprio per questo non bastano assistenza e carità, serve politica. Proprio quella che oggi sembra latitante.

Cosicché le generose iniziative che, a partire dai Forum sociali del Maghreb, si sono continuate ad assumere non sono riuscite a suscitare la collaborazione che avrebbero dovuto ottenere. Insomma: la pace è un bene primario, ma se oggi l’indifferenza cresce, è perché, anche su questo, c’è un vuoto di iniziativa politica. E perciò di impegno.

È, anche questo, un aspetto della crisi della democrazia che stiamo vivendo. Anche a casa nostra.

«Il Viminale blocca la moneta inventata da Mimmo Locano. Il papa invece lo invita in Vaticano».

Il manifesto, 11 ottobre 2016 (p.d.)

Il sogno di Mimmo Lucano, sindaco di Riace, era quello di incontrare Bergoglio. «Il suo messaggio rivoluzionario è quello che più si avvicina all’universalismo dei diritti che qui, nel nostro piccolo, cerchiamo di praticare», aveva detto in un’intervista rilasciata a questo giornale. E l’incontro si farà.

Lucano è stato invitato, «su desiderio di Papa Francesco», a partecipare al summit europeo, il 9 e il 10 dicembre, presso la Casina Pio IV in Vaticano. Con lui anche l’alcadesa di Madrid, l’ex magistrato Manuela Carmena. Si tratta di un summit sulle buone pratiche messe in atto nel mondo a favore di rifugiati e sans papier. Un tema notoriamente caro al papa argentino. «Innalzare altri muri e recinzioni – è scritto nella nota che anticipa il convegno – non fermerà i milioni di migranti in fuga. Urge che i sindaci, in quanto autorità più vicine alla cittadinanza, mettano a disposizione le loro competenze per accogliere e regolarizzare tutti i migranti e i rifugiati. È necessario che la voce dei sindaci venga ascoltata per promuovere la costruzione di ponti e non di muri».

Ma la bella notizia mitiga solo in parte l’indignazione di Lucano per quel che è accaduto dalle parti del Viminale qualche giorno fa. Il servizio centrale per l’immigrazione ha, infatti, comunicato che d’ora in poi sono vietate le banconote inventate nel 2011 da Lucano per superare le pastoie burocratiche in cui spesso il sistema Sprar si impantana. Un meccanismo rivoluzionario: Lucano ha istituito una moneta locale, una sorta di bonus sociale convertibile, mediante il quale i commercianti riacesi fanno credito ai migranti. Sono banconote con l’effigie di Martin Luther King, Che Guevara, Peppino Impastato, Pio La Torre, Charlie Chaplin e altre icone di libertà e giustizia.

Hanno un valore di 1,2,5,10, 20 e 50 euro. I debiti contratti vengono saldati in pochi mesi, e, nel mentre, si tiene in piedi un esperimento tanto pratico quanto efficace. Ciò, al fine di sopperire al ritardo dei fondi pubblici e per assicurare ai profughi un reale potere d’acquisto. Ma tutto questo evidentemente dà fastidio a qualcuno. Non è la prima volta che si cerca di ostacolare il “modello Riace”. Ci hanno già provato. Ecco dunque l’ordine di ritirare i bonus-moneta dalla circolazione.

Lucano è infuriato ed è pronto scendere in piazza con tutti i migranti accolti se il divieto non verrà ritirato. In settimana incontrerà il capo del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale, Mario Morcone.

». La

Repubblica, 11 ottobre 2016 (c.m.c.)

Ashis Nandy vede venditori di nazionalismo far danni in tutto il mondo, compresa la sua India. Ma qui questa ideologia mescolata prima al secolarismo del modello Nehru, ora all’induismo di Narendra Modi non ha funzionato bene, tanto meno ora. Il celebre intellettuale, psicologo e sociologo, – 78 anni – ha fatto sua la battuta di Rabinandrath Tagore, uno dei padri della moderna India: l’impresa di costruire un nazionalismo indiano è tanto assurda quanto per la Svizzera sarebbequella di darsi una marina militare. Ma Nandy è prima di tutto studioso della mentalità coloniale. Ha lavorato per la «decolonizzazione» della mente indiana e la liberazione dal suo «nemico intimo»: gli inglesi. Si è occupato dei poteri coloniali europei, tra i quali ha individuato i «perdenti nel Primo Mondo», con il loro «machismo», o come meglio dice lui, il loro «androcratico dominio».

E dunque la prima cosa che le chiedo è: se la mente indiana è da decolonizzare che cosa si ha da fare con la mente europea?
«Sono d’accordo con la formula che piace a Taylor e Chakrabarty: smetterla di immaginarsi come il centro. Ma aggiungo che il «West», Europa e Nord America, in virtù dell’esperienza coloniale con il «Rest », sono portatori di un trionfalismo e della visione del proprio stile di vita come superiore a quello di altre parti del mondo. E banalmente osservo che il mondo non ha il genere di risorse che serve per produrre una mezza dozzina di Stati Uniti d’America. In Europa va un po’ meglio, ma non riesco a credere a quanto gli europei siano ostili verso gli immigrati, a quanto esageratamente pensino che il loro arrivo possa rendere la loro esistenza miserabile. Hanno invece qualcosa di importante da imparare».

Che cosa?
«Quello che è vero per l’Europa come è vero per l’India e per tutti: una certa apertura ad altri stili di vita e di pensiero è necessaria ed implica che, in alcuni casi, i livelli dei consumi debbano abbassarsi, invece di salire. C’è qualcosa di sbagliato nella difficoltà europea e americana di affrontare questa possibilità. La nostra idea di progresso è viziata dal dogma della crescita perpetua. Nel 1972 il Club di Roma ha prodotto un manifesto intitolato ai “limiti dello sviluppo”. E ora? Non riusciremo a rendere popolare la “crescita zero”, ma almeno prepariamo la gente a uno stato di cose in cui si dica: “Va bene, è abbastanza, non vogliamo crescere di più”».

Lei, bengalese, ha vissuto la separazione tra musulmani e induisti, la nascita del Pakistan e poi del Bangladesh. Avvennero quelle che restano forse le più grandi migrazioni umane della storia.
«Appartengo al Bengala. E lì ho assistito alla stessa ostilità nei confronti degli immigrati, un numero altissimo di rifugiati, quasi dieci milioni in un colpo solo. E poi ancora molti altri. Fu una catastrofe. E lo stesso è accaduto nel Punjab, il Pakistan a occidente. Anche quando il governo ha cercato di trattare bene i profughi, mostrandosi aperto nei loro confronti, le stesse comunità di appartenenza, gli stessi parenti! sono stati ben più ostili e implacabili».

Ma che cosa è il nazionalismo in India? Ci sono sondaggi secondo i quali l’India è il paese più nazionalista al mondo.
«A dispetto di questi dati le dico che il nazionalismo non è un’opzione qui di successo, perché è troppo specifico per soddisfare i bisogni di tutti gli indiani. L’India è caratterizzata da una serie di anelli comunitari concentrici, e ciascun individuo non appartiene solo a una, ma a una serie di comunità, dal paese alla regione, fino al gruppo linguistico, alla setta, alla religione e, infine, alla casta. Il quadro è davvero molto complesso. Ogni comune individuo indiano, vive un “io” sfaccettato, ma ci si trova abbastanza a suo agio, perché è abituato a questa varietà».

«Sono antisecolarista», lei ha detto una volta.
«Il progetto secolare era tarato nella sostanza. Partiva dal presupposto che, così come in Europa, la religione si indebolisse. La gente si dichiarava non credente, agnostica o atea e molto spesso l’ideologia ha fatto da surrogato della religione. Ci si aspettava che quelle ideologie servissero a fornire una struttura etica alle nostre esistenze pubbliche, ma così la sfera pubblica è apparsa dominata dalla legge della giungla, priva di valori, in preda alla anomia».

Ha ragione allora il filosofo cattolico tedesco, Wolfgang Boeckenfoerde che dice: «Gli stati liberali e secolari vivono di premesse che non sono capaci di riprodurre»?
«Il problema nasce prima dello stato liberale, con la Rivoluzione francese e il giacobinismo: senza terrore nulla si ottiene. Tale convinzione si è radicata nel profondo nella cultura delle élites del potere e da lì sono penetrare in profondità nel complesso della società intera. La società tedesca dopo la Prima Guerra mondiale era alla deriva dal punto di vista morale, e l’ascesa del nazismo si collega a questa crisi della vita pubblica. L’Illuminismo europeo ha prodotto di tutto: grandi pensatori, grandi innovatori, grandi riformatori sociali, grandi scienziati, ma non ha prodotto un pensatore che abbia dato priorità alla non violenza, un aspetto cruciale nella vita pubblica del nostro tempo».
Lei propone una alternativa al secolarismo, cerca nuovi concetti.

E che nome darebbe a questa alternativa?
«Pluralismo culturale è un termine abbastanza consono, perché ogni sistema religioso, in questa parte del mondo, può dare il suo contributo, anche il cristianesimo, quello di San Francesco d’Assisi. In quest’area del mondo Chiesa e Stato non sono così distinti, perché non esiste una Chiesa. Ciò rende il contesto caotico ed eterogeneo, ma facilita anche l’instaurarsi di un dialogo».

Quella in corso è la recrudescenza del nazionalismo induista e sta vanificando il progetto laico.

«Il progetto nazionalista induista è un prodotto diretto del progetto secolarista, perché la persona che l’ha istituito era un ateo dichiarato. Sia il leader degli induisti, che ha prodotto la Bibbia del nazionalismo (Vinayak Damodar Savarkar) sia il leader del nazionalismo musulmano, che ha forgiato nel subcontinente uno Stato musulmano, il Pakistan (Mohammad Ali Jinnah), erano entrambi personalità non religiose e nutrivano un profondo disprezzo nei confronti dei comuni induisti e dei comuni musulmani».

Un’ideologia contro la natura del popolo cui è stata imposta.

«Il disprezzo nei confronti degli induisti e dei musulmani è iscritto chiaramente nelle vite e nelle opere di quei due campioni. Si è trattato dello sfruttamento di una identità religiosa per consolidare una convivenza democratica. È un po’ come quello che è accaduto in Palestina. Lì le relazioni tra ebrei e musulmani e virtualmente ovunque, in Magreb, nell’impero ottomano, nella Spagna dei mori, erano migliori che nel resto d’Europa. Oggi invece si azzuffano come cani e gatti e questa contrapposizione va avanti in Palestina da sessantacinque anni. Così in Asia meridionale si azzuffano musulmani e induisti da sessantacinque anni. Non ha funzionato e ancora non vedo una facile via d’uscita».

L'autore è fra i protagonisti di “ Identità e democrazia in un’epoca di paura” , il convegno internazionale di Reset-Dialogues on Civilizations che si terrà dal 12 al 14 ottobre alla Fondazione Cini di Venezia in collaborazione con l’Università di Ca’Foscari e la Fondazione FIND

il manifesto, 9 ottobre 2016 (c.m.c.)

Ogni giorno quarantaduemila persone si mettono in cammino nel mondo per fuggire dalla morte e dalla disperazione. Oggi, in tanti e diversi, ci aggiungeremo a loro, camminando da Perugia ad Assisi. Il loro dolore, la loro angoscia, sono, in qualche modo, anche i nostri perché li sentiamo vicini, sentiamo le loro grida di aiuto, vogliamo fare qualcosa, reagire, rispondere, proteggere. Per molti, noi siamo semplicemente matti, anime belle ma inconcludenti perché pensiamo di affrontare questi problemi con una marcia della pace e della fraternità. Ma è solo un altro modo per tirarsi fuori e restare comodamente seduti nel proprio giardino di privilegi e illusioni.

Il problema è che si sentono in pace mentre siamo in guerra. Una guerra vera, anche se molto diversa da quelle del passato. Una guerra mascherata da pace. Una guerra combattuta in gran parte da altri, lontano da noi, che ci consente di pensare ai fatti nostri, al nostro tornaconto, a ciò che ci interessa e ci conviene. Per questo il momento è difficile: perché dobbiamo cambiare radicalmente mentre sembra che possiamo continuare la vita di sempre.

Ogni tanto una foto, un’immagine, un attentato, una tragedia, un fatto ci colpisce e abbiamo un soprassalto di consapevolezza, di coinvolgimento. Ma dura poco. Ciascuno è interessato ai fatti che lo coinvolgono direttamente, sul momento. I fatti che hanno un impatto sul medio o lungo periodo o che non ci coinvolgono immediatamente, vengono costantemente rimossi o derubricati. Per egoismo, per indifferenza o per ignoranza. Ma anche per un problema di prospettiva. Questo è tempo di chiusure. Non solo di frontiere.

Non alziamo più la testa dal francobollo di terra che calpestiamo. Chiudiamo gli occhi sul mondo mentre il mondo diventa sempre più interconnesso e interdipendente. Chiudiamo gli occhi sul futuro perché continua a sorprenderci e ci inquieta. Non c’è niente che possa competere con le cose che ci occupano o preoccupano, qui e ora. Del resto, siamo ostaggio di un sistema mediatico che accende e spegne le nostre attenzioni con la stessa velocità con cui cambiamo il canale in televisione.

Nel frattempo, i fatti si muovono, si susseguono, si moltiplicano, si complicano modificando rapidamente la realtà, sconvolgendo le nostre convinzioni, costringendoci a fare i conti con problemi sempre più difficili e complessi.

Di fronte a questa realtà pressante, partecipare ad una marcia della pace e della fraternità vuol dire vincere l’indifferenza, la rassegnazione, la sfiducia, recuperare la capacità di pensare, di agire e non solo re-agire, di farlo assieme e non da isolati.

Con la Marcia Perugi-Assisi, noi proviamo a fare un certo numero di cose allo stesso tempo.

Riconnetterci con il dolore del mondo perché il dolore ci rende tutti più umani. La sofferenza delle persone sta crescendo in tante parti del mondo come nelle nostre città, nelle nostre famiglie. Grazie alle tecnologie della comunicazione aumenta la conoscenza e la percezione di questo dolore diffuso. C’è il dolore terribile, angosciante di tutte le persone che stanno agonizzando per la fame, la sete e la mancanza di cure (di questi giorni la Nigeria, lo Yemen,..), di quelle che sono martoriati dalle bombe e dal terrore ad Aleppo o in qualche altro mattatoio dimenticato, di quelle che cercano di scappare, di quelle che perdono il lavoro, che non riescono a trovarlo, delle donne abusate, violentate,… E c’è il dolore dell’anima.

Il dolore che ci portiamo dentro, il dolore profondo della vita che viene da un malessere diffuso e accompagna il senso di inquietudine e smarrimento. E poi c’è, sempre più evidente, il dolore della natura che a forza di alte temperature, di bombe d’acqua, di scioglimento dei ghiacciai, di innalzamento del livello dei mari e di desertificazione manifesta le conseguenze dei disastri che abbiamo causato. «Restiamo umani» ci implorava Vittorio Arrigoni dalla Striscia di Gaza. È arrivato il tempo di andare a ripescare la nostra umanità nel mare in cui l’abbiamo lasciata sprofondare.

Ri-unire gli operatori di pace, invitarli a uscire allo scoperto, radunare le forze sparse, ri-unire le energie positive, le persone che hanno deciso di non rassegnarsi, di assumere le proprie responsabilità, di cercare di capire cosa non va nel nostro modo di vivere e di «fare società», di cambiare qualcosa nella propria vita e di unirsi ad altri per capire come costruire nuovi rapporti economici, sociali, internazionali e con la natura. «Da isolati – diceva Aldo Capitini – non si risolvono i problemi».

Accendere i riflettori sulle tante cose positive che succedono, le cose semplici che moltissime persone fanno senza aspettare qualcun altro, i tanti modi in cui si fa «pace», i tanti piccoli passi quotidiani verso una società di pace. E così, rendere le nostre azioni individuali e collettive più forti e contagiose.

Investire sui giovani e sulla scuola. Alla Perugi-Assisi partecipano più di cento scuole di tutt’Italia con migliaia di giovani studenti. Per ciascuno di loro la marcia è l’occasione per dare avvio o proseguire un percorso di educazione alla cittadinanza glocale avviato da dirigenti scolastici e insegnanti che cercano di trasformare la scuola in un luogo dove si studia e s’impara la pace. Preparare i giovani a vivere da cittadini consapevoli e responsabili in un mondo globalizzato, interconnesso e interdipendente, in continuo, rapido cambiamento, è uno dei compiti più urgenti della scuola e della nostra società. Partecipare alla Marcia, organizzarne un pezzetto, vuol dire fare uno dei tanti «esercizi» di pace necessari per imparare a farla tutti i giorni.

Fare pace a km 0. Affrontare il tempo difficile che è arrivato imparando a fare pace nelle cose che facciamo, nei luoghi in cui operiamo, nelle nostre città-mondo. Le nostre città non sono isole ma spazi attraversati, spesso investiti, dalle correnti di tutto il mondo. Dobbiamo pensare alle nostre città-mondo come un laboratorio del mondo nuovo che vogliamo costruire.

Nelle nostre città, nei territori possiamo fare molte cose: svelare le basi militari evidenti e nascoste e gli interessi collegati, fare pace con la nostra gente sempre più sola, ansiosa, rancorosa, ritrovare il noi che può aiutare l’io, ricomporre le comunità, un pensiero comune, imparare a prenderci cura gli uni degli altri e dell’ambiente, investire sui giovani e sulla loro formazione, lottare contro ogni forma di violenza e di esclusione sociale, organizzarci per accogliere chi arriva da altri mondi, rimettere al centro il lavoro, costruire un’economia solidale… Se lo possiamo fare, abbiamo la responsabilità di farlo! Nella convinzione che tutto quello che faremo per la pace nelle nostre città contribuirà alla costruzione della pace nel mondo.

Gettare le basi per una politica nuova. «Il mondo si sta riscaldando pericolosamente e i nostri governi si rifiutano ancora di prendere i provvedimenti necessari per fermare questa tendenza» ha detto qualche tempo fa Naomi Klein. Ma il problema come sappiamo non è solo climatico. Non c’è uno spazio pubblico internazionale dove non si respiri un’aria di tensione e di scontro: tutti contro tutti. Veniamo da un lungo tempo dominato dalla cecità e dalla sordità politica ed economica. E ora che cominciano a essere tragicamente evidenti i segni dei disastri che abbiamo provocato, a spadroneggiare sono gli egoismi e la sfiducia.

Tutti i mali che per un certo tempo avevamo rimosso sono tornati: guerre, nazionalismi, muri, xenofobia, corsa al riarmo, trafficanti di armi e di spese militari…E, all’ombra di una democrazia e libertà sempre più virtuali, scorrazzano gli imprenditori della paura e i fomentatori d’odio.

Per fermare le guerre, fare le paci, azzerare la fame, debellare la sete, sradicare la miseria, proteggere il pianeta avremmo bisogno di politici straordinari, dotati di visione e molto coraggio. Se non li troviamo, non possiamo fare altro che assumerci anche questa responsabilità. Non ci sarà mai pace senza una vera politica di pace. La speranza che coltiviamo anche oggi è che, insieme, possiamo generarne una davvero nuova.

«». il manifesto

Si è da poco conclusa a New York l’assemblea generale delle nazioni Unite, l’ultima della presidenza Obama e l’ultima con Ban Ki-Moon segretario ma la prima ad avere come tema centrale migranti e rifugiati.

Le aspettative intorno a questa assemblea erano altissime ed in molti sono stati delusi dal risultato, ritenuto piú una promessa di buone intenzioni che un impegno preso dai leader del mondo nei confronti di un problema umanitario globale.

«Bisogna tener presente la complessità di questi incontri – spiega Andrea Milan di UN Woman, specializzato in tematiche di genere correlate ai flussi migratori – UN Woman ha lavorato a stretto contatto con il team che ha supportato i negoziati, ed il risultato che è stato raggiunto, nel clima politico che conosciamo, viste le dichiarazioni sul tema rilasciate da molti dei capi di Stato coinvolti, è stato quello che poteva essere, si è arrivati dove si poteva arrivare. Si è scelto, in pratica, di non forzare i tempi ma di accordarsi almeno su dei messaggi chiari e importanti nell’immediato. Ad esempio gli stati membri delle nazioni unite si sono impegnati sul fatto che tutti i bambini possano avere accesso al sistema educativo entro pochi mesi dal loro arrivo a destinazione. Ma la cosa importante è che se ne sia cominciato a discutere e che ora si prepara un processo di due anni che porterà all’approvazione di un global compact per i rifugiati».

E questo per UN Woman è un passo in avanti?

Certo che lo è; si è messo un approccio al problema dei rifugiati che tenga conto delle tematiche di genere, che comprenda i diritti umani, e sia centrato sulle persone e non su i numeri, visto che di solito si parla solo dei grandi numeri e non delle persone che li compongono. Si creerà un compact molto complesso su le migrazioni e su i rifugiati, Questo summit di settembre è stato determinato a fine dicembre 2015, il team si è composto ad inizio 2016, in pochi mesi era difficile arrivare ad una conclusione risolutiva sul tema, con posizioni tanto diverse tra i vari governi.

I paragoni venivano fatti tra i risultati ottenuti al summit di Parigi sul climate change e quelli ottenuti fa questo summit.
Prima che ad UN Woman ho lavorato all’universitá dell’Onu e sono stato coinvolto nei negoziati verso Parigi. La differenza che c’è stata, ad esempio con il fallimento dei negoziati sul clima di Copenaghen, ed il successo ottenuto a Parigi, è da ricercare nel processo lungo che ha preceduto il summit francese. La difficoltá sul tema dei rifugiati è che qua bisogna agire su due fronti perché abbiamo da un lato l’urgenza e l’emergenza di persone che muoiono, emergenza che va affrontata, e dove bisogna dare una risposta ai bisogni immediati, dall’altra abbiamo la necessitâ di una risoluzione di lungo periodo e più complessa che va negoziata in parallelo.

Oltre al summt dell’Onu, il giorno immediatamente successivo c’è stato anche un summit di Obama sullo stesso tema. Questo non depaupera il ruolo dell’Onu?
Il summit di Obama è stato importante in quanto aveva come obiettivo quello di portare degli impegni concreti sul campo, ed alcuni Paesi lo hanno fatto, si sono impegnati. C’è stata una forte collaborazione tra l’Onu che organizzava il proprio summit e gli Stati Uniti che organizzavano quello del giorno seguente.
Quando si considerano i risultati del summit su i rifugiati, bisogna considerare entrambi gli eventi. Le Nazioni unite si sono concentrate su i due global compact, rifugiati e migrazioni, che sono complessi, ad esempio il compact su i migranti ha una parte imponente che riguarda il mondo del lavoro, e richiederanno lunghi negoziati, mentre il summit di Obama si è concentrato sull’immediato, in special modo sulla crisi dei rifugiati siriiani e la loro ricollocazione nei vari Paesi.

In che modo UN Woman affronta il problema delle tratte?
Lavoriamo su vari livelli, cercando di assicurarci che le misure che vengono adottate tengano conto dei bisogni specifici delle donne. Le donne hanno sempre un carico maggiore di problemi. Tornando alla situazione dei rifugiati, le donne corrono più rischi ed hanno più discriminazioni ad esempio come lavoratrici in quanto migranti, straniere. Nell’ambito delle tratte di essere umani cerchiamo di assicurarci che le misure normative per combattere la tratta comprendano le aree di vulnerabilità specifica in cui si possono trovare le donne. All’interno delle risposte fornite dal sistema delle Nazioni unite, una parte importante del lavoro di UN Woman è proprio fare in modo che la violenza sulle donne, in ogni sua forma vada prevenuta, e può esserlo solo tramite un lavoro congiunto con le parti normative e la società civile.

«Le privatizzazioni servono a ridurre il debito, o è lo shock artefatto del debito ad essere messo in campo per poter proseguire con le privatizzazioni
ilmanifesto, 8 ottobre 2016 (c.m.c.)

Se qualcuno avesse ancora dubbi sull’uso ideologico del debito come «shock» per procedere all’espropriazione di diritti e beni comuni, è ancora una volta la drammatica esperienza della Grecia a diradarli.

Con 152 voti a favore e 141 contrari, lo scorso 27 settembre il Parlamento greco ha approvato le nuove misure di austerità, proposte dal governo Tsipras per ottenere la nuova tranche di prestiti dalla Troika, finalizzata al pagamento del debito.

Con i nuovi provvedimenti, la Grecia, come previsto dal Terzo Memorandum, viene posta letteralmente in vendita: tutte le proprietà pubbliche vengono trasferite all’Hellenic Company of Assests and Partecipations (HCAP), un superfondo finanziario con l’obiettivo esplicito di «ricavare liquidità a breve termine, facendo fruttare il patrimonio pubblico oppure vendendolo».

Basta scorrere l’elenco per vedere quanti settori strategici e proprietà pubbliche saranno coinvolte in quello che è già stato definito il più grande piano di privatizzazioni messo in campo in Europa dopo l’istituzione nel 1990 del Treuhandanstalt tedesco, l’ente di gestione fiduciaria che, tra il 1990 e il 1994, garantì, per la riunificazione della Germania, la dismissione di circa 8.000 aziende dell’ ex Ddr, per un valore patrimoniale pari a 307 miliardi di euro attuali.

Il piano di Tsipras prevede la vendita dell’aeroporto internazionale di Atene (a Lambda Development, con la costruzione di una città privata su 3 milioni di mq davanti al mare) e di 14 aeroporti regionali (già acquistati dal consorzio tedesco Fraport-Slentel); del porto del Pireo (consorzio cinese Cosco) e di quello di Salonicco (capitali russi); della Ferrovia Tranoise (questa volta arrivano i «nostri» di Trenitalia); delle autostrade; delle società pubbliche di energia elettrica, gas e petrolio; delle poste, della società di telecomunicazioni e –last but non least- delle compagnie Eydap e Eyath, che gestiscono rispettivamente l’acqua ad Atene e a Salonicco.

Il superfondo HCAP avrà la durata di 99 anni e sarà gestito da tre tecnici nominati dal governo greco e da due dell’ESM (European Stability Mechanism).

È l’ennesimo sacrificio per uscire dalla spirale del debito? Naturalmente no, e i dati sono lì a dimostrarlo: mentre l’economia greca è sprofondata del 40% (la stessa caduta delle economie europee durante la seconda guerra mondiale), il 95% degli «aiuti» finanziari dati alla Grecia è servito a mettere in sicurezza le banche europee che lì si erano sovra esposte; e il rapporto debito/Pil, che prima della crisi era del 130%, oggi veleggia sopra il 180%.

Alla luce di quanto sopra, alcune domande tornano utili: le privatizzazioni servono a ridurre il debito, o è lo shock artefatto del debito ad essere messo in campo per poter proseguire con le privatizzazioni?

La resa di Tsipras, dopo che la Commissione per la verità sul debito greco, istituita nella primavera del 2005 per iniziativa dell’allora Presidente del Parlamento Zoe Konstantopoulou, aveva dimostrato la totale illegittimità e insostenibilità del debito stesso, e soprattutto dopo lo straordinario «No» del referendum popolare contro le misure imposte dalla Troika, era inevitabile?

L’attualità dimostra dove ha portato quella strada: oggi la Grecia è un paese in vendita e la democrazia un abito formale, dietro il quale i poteri finanziari estendono la propria sfera d’influenza sull’intera società greca.

A Tsipras non rimane che raccomandare alle forze dell’ordine di non usare i gas lacrimogeni contro le manifestazioni dei pensionati.

Riportiamo il testo integrale dell'intervento di apertura tenuto dall'eurodeputata Barbara Spinelli al convegno internazionale "Il secolo dei rifugiati ambientali?" tenutosi a Milano il 24 settembre 2016. In calce il link peri video integrali dell'evento.

barbara-spinelli.it, 7 ottobre 2016 (p.d.)

Convegno internazionale: "Milano, 24 settembre 2016 | Palazzo Reale

Promosso da: Barbara Spinelli – GUE/NGL Co-promotori: Costituzione Beni Comuni | Diritti e Frontiere – ADIF | Laudato si’ – Credenti e non credenti per la casa comune. Patrocinio: Consiglio Comunale di Milano, Milano in Comune | Università degli Studi, Centro d’eccellenza Jean Monne

Il titolo del convegno può apparire a molti una provocazione, e certamente lo è. Già l’Europa non riesce ad accogliere i profughi di guerra e di persecuzioni che approdano ai nostri confini (e su questo si sta disfacendo), anche se i fuggitivi rappresentano solo lo 0,2 per cento delle nostre popolazioni, ed ecco che lanciamo un nuovo allarme: ben più ampio, anzi cataclismico. Si tratta della fuga in massa provocata dai cambiamenti climatici, e dalle politiche in particolare – fatte dall’uomo – che sempre più costringeranno le popolazioni ad abbandonare le proprie terre. Saskia Sassen parla appropriatamente di politiche di espulsioni. Una parte della popolazione umana sarà semplicemente estromessa da quella che Slavoj Žižek chiama la “casa di vetro” dentro la quale crediamo di poterci proteggere, e in cui crediamo di veder riflessa la cosiddetta, inesistente “comunità internazionale”. Stiamo oltrepassando categorie come quella dell’emarginazione, dell’esclusione sociale, dello sradicamento.

Se queste cifre creano confusione e sembrano una provocazione, è perché non siamo ancora abituati mentalmente a una visione globale dei fenomeni di fuga e migrazione. Perché confondiamo le parole senza analizzare nel loro insieme i fenomeni, perché separiamo le guerre e le persecuzioni dagli effetti del modello di sviluppo globale adottato in primis da Occidente e Cina. Questa confusione non è alimentata solo da governanti politici. Lo è anche dalle sinistre e dalle Ong. Tutti siamo chiamati a divenire più chiari, e non solo a vedere le cose da un punto di vista globale ma anche a legare vari fenomeni tra loro e al tempo stesso a distinguerli nettamente, e a vedere non solo le insufficienze del diritto internazionale ma le difficoltà del suo mutamento.

Le parole innanzitutto: quando si parla di 200-250 milioni di rifugiati ambientali previsti entro il 2050 (dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, OIM), dobbiamo subito chiarire e appunto distinguere. Le cifre spaventano perché sono spesso gettate al pubblico per allarmare (o anche per riscaldare i cuori, cosa che qui non vorremmo fare). Nella maggior parte, le persone colpite non sono veri e propri rifugiati, così come li intende la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati e richiedenti asilo. Sono Internally Displaced People, sfollati interni ai Paesi dove avviene il disastro ambientale. Meglio sarebbe dunque dire migranti interni o sradicati forzati, e i migranti interni sono già fortunati perché una parte non riesce nemmeno a spostarsi ed è aggrappata al territorio devastato, a meno che il territorio non sia sprofondato nell’acqua come le isolette di Kiribati, la cui popolazione si trova alle prese con la riluttante accoglienza di Nuova Zelanda e Australia.

Di loro bisogna prioritariamente occuparsi, non solo di quella parte di sfollati che alla fine, non trovando più protezione nei Paesi di origine, proveranno a varcare le frontiere avvalendosi delle labili regole del diritto internazionale. I più sono concentrati in Africa, dove vive la maggior parte di rifugiati del mondo (su 65 milioni, l’85 per cento), sotto forma appunto di sfollati interni. L’Africa è il continente più colpito dal cambiamento climatico, pur non essendo di certo il maggiore colpevole del degrado. Nel 2015, gli sfollati africani sono stati 27,8 milioni: l’equivalente di New York, Londra, Parigi e il Cairo messi insieme.

Quel che occorre cominciare a capire è come e quando avviene la congiunzione fra lo sfollato interno e il rifugiato che varca le frontiere, e cosa si possa fare per individuare la congiunzione e prevenire il catastrofico precipitare delle crisi.

Propongo tre tracce di riflessione che riassumo con schematismo estremo per mancanza di tempo:

1) Studiare i processi di espulsione nel loro insieme, che dal disastro ambientale conducono allo stato di guerra e/o persecuzione, e dunque al bisogno di trovare risposte d’emergenza all’insorgere della questione rifugiati internazionali;

2) Studiare lo sviluppo economico e la politica sul clima che permettono questo fenomeno aggrovigliato;

3) Individuare gli strumenti legali del diritto internazionale e fare eventuali proposte.

1) Vedere il processo nella sua globalità.

Gli esempi che si possono fare sono molti, ma vorrei cominciare dalla crisi siriana, perché è un caso paradigmatico. Tra il 2006 e il 2010, il Paese ha conosciuto una siccità record, dovuta a sfruttamento di terre e irrigazioni eccessive che hanno ingigantito la scarsità dell’acqua e la desertificazione (sono i fenomeni di land grabbing e water grabbing: attività sistematicamente perseguite nel Terzo Mondo dalle grandi multinazionali, con la complicità di regimi locali). Quasi un milione e mezzo di siriani ha perso i mezzi di sussistenza ed è stato sradicato, l’85 per cento del bestiame è morto, sono del tutto scomparse culture essenziali tra cui il grano, l’orzo, il famoso peperoncino di Aleppo. Gli agricoltori senza più terre sono fuggiti in massa nelle città (a Daraa soprattutto) con problemi di occupazione e di scarsità d’acqua che crescevano esponenzialmente. A ciò si sono aggiunte le dighe costruite dalla Turchia sul Tigri e l’Eufrate, che hanno privato di acqua la Siria oltre che l’Iraq. Le prime rivolte siriane nascono da questi eventi, e l’islamismo ne ha approfittato scatenando una guerra per l’accaparramento delle risorse (petrolio soprattutto). L’oppressione politica non è la sola causa delle guerre. Il cambiamento del clima causato dall’uomo ha svolto nel caso della Siria caso un ruolo ancora maggiore. In questo processo si è inserito il conflitto geostrategico – un ennesimo regime change promosso dall’Occidente, che ha decretato lo Stato fallito in Siria – e gli sfollati interni sono in parte divenuti popoli in fuga da guerre e violenze generalizzate. Lo stesso fenomeno avviene in regioni dell’India o in Indonesia. Clima, sviluppo economico, terrorismo, guerre: tutto è legato. Si potrebbe dire che se la temperatura media sale di 2 gradi celsius, l’esplodere di terrorismi e guerre è inevitabile.

2) Rivedere le teorie dello sviluppo.

Parliamo di teorie che continuano a essere difese secondo modalità immutate nonostante i disastri manifesti che provocano. Penso in particolare agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) lanciati dall’Onu nel 2005 e al loro rapporto molto ambiguo con sostenibilità e diritti. Lo scopo continua a essere la crescita, quale che sia il costo, senza concentrarsi su quella che è ormai in gran parte del mondo un’economia di sussistenza o sopravvivenza. Gli Obiettivi sottolineano il legame tra sviluppo e rule of law, ma i diritti sono di fatto al servizio di uno sviluppo la cui insostenibilità non è messa in questione. L’accrescersi di sfollati e migranti (essenzialmente interni) è in grandissima parte il risultato di quest’agenda dello sviluppo e del commercio, patrocinata dall’Onu o dai piani di risanamento di Fondo Monetario o Banca Mondiale, perseguiti senza badare alla resilienza locale.

3) La legge internazionale.


È il punto dolente del fenomeno in questione, delicatissimo da affrontare. La Convenzione ONU sui rifugiati è stata ideata nel ’51 dopo due guerre mondiali, e non è ancora adattata al terzo fenomeno che è quello degli sfollati o rifugiati causati dalla globalizzazione e dal degrado climatico. L’articolo A,2 della Convenzione è molto esplicito e limitativo. Sono titolati a chiedere asilo coloro che hanno un “valido motivo fondato su timore giustificato” di essere perseguitati per cinque ragioni (razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale, opinioni politiche). Lo sfollato o il potenziale profugo ambientale non fugge una persecuzione, anche se esistono responsabilità evidenti di sfruttamento coloniale delle risorse e delle terre. Né fugge un genocidio o un crimine contro l’umanità – nonostante varie denunce in questo senso – perché dal un punto di vista legale le corporazioni o multinazionali responsabili di land grabbing o water grabbing non sono colpevoli del dolus specialis – o intento specifico – implicito nell’imputazione di sterminio. Per il momento esistono alcune convenzioni ad hoc. Penso ai Principi guida dell’Onu del 1998 sugli Internally Displaced People, alla Convenzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana del 1969, alla Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati dell’84. Tutte queste convenzioni affrontano le responsabilità di disastri climatici causati dall’uomo e dalle agende globali di sviluppo, ma sono miglioramenti di facciata: il più delle volte non sono vincolanti e sono state ratificate solo da un numero esiguo di Stati. Inoltre – e non è questione minore – l’assistenza agli sfollati interni deve tener conto della questione della sovranità, come prescritto dal diritto internazionale.

In altre parole, perché possano scattare meccanismi di protezione internazionale occorre spesso arrivare fino all’acme del processo distruttivo, quando il disastro climatico è ormai già sfociato in guerre e/o persecuzioni e la Convenzione di Ginevra può, ma con estrema difficoltà, essere invocata. È importante proporre innovazioni in questo campo, e tanti ci provano da decenni. Diciamoci che non è una cosa semplice.

Per questo dico che siamo interpellati come sostenitori dei diritti dell’uomo, e anche le Ong sono interpellate, perché spesso il loro sguardo è concentrato su un unico segmento del processo di devastazione: l’ultimo. Non so se avremo tempo di affrontare questa questione, ma il problema c’è e non possiamo nascondercelo.

Il problema è quello dell’ambiguità dei diritti che giustamente difendiamo. Il rischio che si corre infatti – come sinistra che invoca frontiere aperte e come Ong – è quello di divenire gli infermieri di disastri che debbono essere risolti a monte, molto prima. Ed è quello di non capire che la protezione delle frontiere non è parola scandalosa, se specifichiamo che l’obiettivo deve essere la protezione di frontiere che possano aprirsi in maniera non caotica, ordinata.

Avanzare richieste concernenti un segmento soltanto di questi processi (quello dei rifugiati internazionali) rischia non solo di andare contro un muro dal punto di vista legale, ma di divenire complice del fenomeno, non occupandosi delle sue cause. È un difetto che ritroviamo anche nelle Ong. Penso in particolare a quelle legate alla Fondazione Soros: a parole Soros sostiene i diritti dei popoli colpiti da disastri ambientali, ma poi lui stesso ha fatto investimenti di enormi proporzioni nel carbone, acquisendo nell’estate 2015 azioni dei giganti Peabody Energy and Arch Coal. Ecco come l’ONG interviene per riparare le falle di qualcosa che non ha intenzione alcuna di aggiustare.

Bisogna insomma pensare l’intera catena del disastro ambientale, diritti compresi, che vanno disgiunti dall’agenda dominante concernente lo sviluppo, perché non diventino semplici ausiliari del suo pervertimento. Vorrei concludere con quanto affermato da Oscar Wilde nel 1891, nell’Anima dell’uomo sotto il socialismo: “È tanto facile aver simpatia per la sofferenza, e tanto difficile aver simpatia per il pensiero”.

Noi siamo vicini ai sofferenti, ma il nostro dovrebbe essere il tentativo di pensare meglio quel che ci accade. Non di dire: “Ce la faremo ad accogliere tutti i rifugiati”, per confortare le nostre certezze morali ma senza prospettive reali di successo.

Naturalmente è essenziale proteggere le vittime ambientali, ma suonando l’allarme occorre misurare i rischi di un irrigidirsi delle posizioni xenofobe sulla migrazione in generale, in Europa. E dobbiamo sapere che se l’attenzione si fissa sulla fuga finale, vorrà dire che avremo fallito. La doverosa accoglienza dei fuggitivi non deve quindi distoglierci dal compito prioritario, che è quello di rimettere in questione il modello di sviluppo che fonda la mondializzazione dagli anni ’70. È un modello neocoloniale che produce espropriazioni, urbanizzazioni di massa, fame, povertà, guerre: incentrato su investimenti nel commercio, ha distrutto le agricolture locali. Per questo ho detto che bisogna concentrarsi sull’economia della sopravvivenza, ripartire da essa: sopravvivenza di popoli minacciati che devono – ove ancora possibile – potersi riappropriare dei loro territori e anche essere risarciti, che devono – sempre dove ancora possibile – poter contare sulla messa in salvo dei territori stessi, e tornare a produrre il cibo e a trovare l’acqua di cui abbisognano, nei luoghi e nelle terre da cui sono espulsi. Se ci limiteremo a fare dell’accoglienza, non li avremo veramente salvati ma avremo solo suggellato il loro sradicamento.

Riferimenti

I rifugiati fantasma senza diritto d’asilo. “Salviamo chi fugge dai disastri naturali”,
La Repubblica, 12 settembre 2012, Ogni anno 6 milioni di rifugiati a causa dei disastri ambientali, il manifesto, 25 settembre 2016, nonchè, su eddyburg, gli articoli di Guido Viale e di Dante Carraro.


A questo link trovate i video integrali delle sessioni mattutina e pomeridiana del convegno.
Prosegue senza tregua e senza speranza il suicidio dell'Europa, con una perfetta sintonia tra la cecità dei suoi governanti e l'inumanità di porzioni crescenti dei suoi popoli. Ma le rabbie s'accumulano, dentro e fuori le mura.

Il manifesto, 6 ottobre 2016 (p.d.)

Contro i migranti l’Europa rafforza con mezzi e uomini una delle frontiere che considera più a rischio. Accade al confine tra Bulgaria e Turchia dove oggi debutta la nuova guardia costiera e di confine europea alla presenza del premier bulgaro Boyko Borissov, del commissario Ue all’Immigrazione Dimitri Avramopoulos e dell’ex direttore di Frontex – ora responsabile del nuovo corpo di polizia – Fabrice Leggeri. Un debutto che è stato preceduto dalla decisione di Bruxelles di stanziare in settimana 108 milioni di euro che Sofia dovrà spendere per costruire nuove barriere anti-migranti, oltre a quella già realizzata alla frontiera con la Turchia, e per l’acquisto di 50 veicoli per la sorveglianza dei confini. Altri 52 milioni di euro aggiuntivi sono inoltre in attesa di ottenere il via libera da parte della Commissione europea.

La Bulgaria – uno dei paesi più poveri dell’Unione europea – acquisisce così un’importanza cruciale nella strategia messa in atto da Bruxelles per fermare i flussi di migranti e di profughi che vorrebbero raggiungere l’Europa. E il fatto che tra tutti i confini esterni si sia deciso di puntare ancora una volta su uno Stato confinante con la Turchia sembra confermare i dubbi di quanti ritengono sempre più a rischio l’accordo sui migranti siglato a marzo con Ankara. Da oggi quindi altri 130 uomini andranno ad aggiungersi ai 192 già inviati in precedenza nel Paese da Frontex.

Approvata lo scorso mese di luglio dal Consiglio europeo, l’Eu border and coast guard agency può contare per il 2016 su un budget di 238 milioni di euro destinato a crescere fino a 322 milioni entro il 2020. Quella che prende avvio oggi rappresenta una sorta di prova generale in attesa che il 6 dicembre diventi attivo il corpo di «intervento rapido» forte di 1.500 uomini messi a disposizione dai singoli Stati (l’Italia contribuirà con 125 persone). Il suo compito sarà quello di intervenire – su decisione del Consiglio Ue – nelle eventuali situazioni di emergenza che si potrebbero creare nel caso in cui uno Stato non sia in grado di difendere le proprie frontiere mettendo così a rischio l’area Schengen. Per il 6 gennaio, infine, è invece previsto l’avvio di un nucleo di guardie impegnato esclusivamente nei rimpatri dei migranti.

Stando ai dati forniti dalla Sar, l’Agenzia di stato bulgara per i rifugiati, dall’inizio dell’anno alla fine di settembre sono stati 14.728 i rifugiati entrati nel paese, la maggior parte dei quali provenienti dall’Afghanistan. Altri diecimila avrebbero invece lasciato i centri cercando un alloggio in altre località dove attendere una risposta alla domanda di asilo. Nonostante questo, i nuovi arrivi hanno creato una situazione di sovraffollamento nei centri, all’interno dei quali si trovano oggi 5.568 migranti, il 7% in più rispetto alla reale capacità di ricezione. Numeri che hanno spinto il governo a ordinare la costruzione di due ulteriori centri per un totale di 800 nuovi posti.

Di fronte a questa emergenza legata al sovraffollamento, ma anche alla difficile convivenza tra migranti e popolazioni locali, il governo pensa di intervenire con un giro di vite destinato a peggiorare le già difficili condizioni di vita dei primi. Due giorni fa il presidente della commissione per la sicurezza interna del paese, Tsvetan Tsvetanov, ha reso noto che si sta valutando la possibilità di trasformare i centri di accoglienza in luoghi chiusi dai quali i migranti non potranno più uscire come avviene oggi, proclamando per di più al loro interno un coprifuoco che verrà fatto rispettare con un impiego massiccio di forze dell’ordine. Tutto questo, ha spiegato Tsvetanov, «per evitare disordini e tensioni con la popolazione».

Purtroppo nei mesi scorsi non sono mancati casi d anche gravi di intolleranza nei confronti de migranti nei confronti dei quali sono entrate in azione anche formazioni paramilitari il cui scopo era quello di fermare quanti riuscivano a passare la frontiera provenendo dalla Turchia. La nuova guardia di confine europea si spera che possa almeno mettere fine a esperienze simili.

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