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Tra il dire e il fare, in urbanistica, spesso c'è di mezzo una norma transitoria che consente di rinviare obblighi e proposte. Come per il nuovo piano della Lombardia. Dal sito millennio urbano. (m.b.)

In Lombardia sono ancora pochi i comuni virtuosi che hanno volontariamente deciso di ridurre il consumo di suolo. Sono invece ancora molti quelli che hanno una rilevante, o anche rilevantissima, dimensione di aree edificabili nello strumento di piano (che rappresentano un incremento anche del 30% – 50% rispetto all’edificato esistente), e non intendono ridurle. In molti casi i proprietari delle aree in questione si avvantaggiano di un plusvalore economico creato dai meccanismi attivati dalla legge regionale (LR) 31/2014, paradossalmente pensata per limitare il consumo di suolo. Premono pertanto in diversi modi (anche intentando lunghe battaglie legali) affinché anche le previsioni mai attuate vengano mantenute.
Nella seduta del 19 dicembre 2018 il Consiglio Regionale della Lombardia ha approvato la variante del Piano Territoriale Regionale (PTR) che dettaglia le disposizioni contenute nella LR 31/2014. Questa variante impone, almeno sulla carta, una riduzione drastica del consumo di suolo nei piani comunali. Come evidenziato in precedenti contributi, bisognerà vedere se e come questo si tradurrà nella pratica operativa (1).
La norma regionale prevede che Province e Città metropolitana adeguino entro due anni i propri strumenti di pianificazione (rispettivamente PTCP e PTM) ai criteri del PTR, dettagliandoli e articolandoli secondo le caratteristiche dei diversi contesti di area vasta. Quindi in cascata i comuni ne daranno attuazione attraverso i PGT.
L’adeguamento dei piani provinciali e metropolitani potrebbe essere occasione per integrare i criteri del PTR, che in molti casi sono generici e talvolta anche tra loro contradditori. Ma l’impresa non è semplice, per la carenza di risorse economiche e di personale degli enti intermedi, per la scarsa rappresentanza politica degli amministratori ad elezione indiretta, e anche per il molto complesso percorso di attuazione disegnato dalla legge stessa, in particolare nell’art 5 “norma transitoria”. Essa prevede che i comuni possano continuare a variare i loro PGT nel periodo di transizione tra approvazione del PTR e adeguamenti dei PTCP e PTM scegliendo tra due opzioni alternative: con la prima i comuni devono rispettare i criteri qualitativi del PTR, ma non sono obbligati a ridurre il consumo di suolo, dovendo solo evitare di incrementarlo; con la seconda recepiscono il PTR in toto, anche per la percentuale di riduzione del consumo di suolo da esso prevista, senza attendere le indicazioni del PTCP (3).
Una terza possibilità consentita dalla legge, all’art 5 comma 5, consiste nel prorogare con delibera di consiglio comunale, prima della pubblicazione sul BURL del PTR, la durata del Documento di Piano (il documento strategico del PGT) fino a 12 mesi successivi all’approvazione della variante del PTCP o PTM.
Per i comuni che non intendono ridurre le previsioni la prima opzione è apparentemente più conveniente e sperano che venga mantenuta in vita il più possibile, magari ritardando l’adeguamento di PTCP e PTM, anche molto oltre i due anni previsti dalla legge.
Tenuto conto che negli organi degli enti intermedi siedono gli Amministratori comunali il rischio è concreto. Almeno fino a quando la dotazione di aree programmate non si sia esaurita, anche attendendo se necessario la creazione di condizioni più favorevoli nel mercato immobiliare.
Se questa ipotesi si avverasse si assisterebbe all’esito paradossale che la LR 31/2014, a causa dei suoi meccanismi attuativi, finirebbe per mancare il suo obiettivo principale, che è quello di ridurre il consumo di suolo secondo le soglie previste dal PTR.
Questo pericolo va scongiurato, mettendo in salvaguardia l’obiettivo principale del PTR ed evitando ritardi nell’approvazione dei PTCP e PTM. Si deve fare in modo che per i comuni la seconda opzione diventi più attraente e conveniente della prima. A tale fine si possono adottare diverse strategie, tenendo conto che la legge regionale assegna a Province e Città metropolitana il compito di verificare la coerenza dei PGT con i criteri del PTR nell’ambito del parere di compatibilità sul PGT adottato. E tenendo anche conto che la legge e il PTR assegnano agli enti intermedi un’ampia discrezionalità nell’interpretare e articolare le soglie del PTR, a condizione che la soglia regionale sia rispettata sul complesso della Provincia o Città metropolitana.
Per rendere la seconda opzione (adeguamento da subito al complesso dei criteri del PTR) più favorevole possono essere applicate modalità più convenienti o più flessibili di attuazione dei criteri regionali, quali a mero titolo di esempio: garanzia che la soglia di riduzione del PTR non venga incrementata dal PTCP o PTM; deroga per i comuni che già nel PGT vigente hanno assunto un comportamento virtuoso adottando previsioni insediative molto contenute; la possibilità di derogare alle soglie regionali perequandole con altri comuni limitrofi nell’ambito dello sviluppo di PGT associati.
Importante è muoversi tempestivamente, ora che la variante del PTR è stata approvata, per garantire omogeneità di trattamento a tutti i comuni che procederanno nei prossimi mesi ad aggiornare il proprio PGT.

Che-fare, 1 ottobre 2018. Esemplificativo di come il problema delle alluvioni sia un problema di utilizziamo del suolo e dell'eccessiva cementificazione che lo rende impermeabile. E dell'importanza di ascoltare i conflitti che emergono dai territori. (i.b.)


L'articolo è emblematico di un processo urbano che ha investito moltissimi centri urbani europei e di come il consumo di suolo sia strettamente legato a straripamenti di fiumi, inondazioni e alluvioni. Nel ripercorrere la storia del fiume Seveso (Milano) e delle opere idrauliche ad esso connesso si mette in rilievo come "il problema di acqua è in realtà un problema di terra", cioè di un eccessiva e progressiva impermeabilizzazione del suolo attraverso il processo di urbanizzazione della natura e industrializzazione.
L'altro aspetto interessante è la descrizione del processo intrapreso dalla regione Lombardia per la riduzione dell’inquinamento delle acque, la difesa idraulica/rischio idrogeologico, la ri-naturalizzazione e il miglioramento paesaggistico. E' stato adottato uno strumento piuttosto innovativo, il contratto di fiume: "un protocollo che prevede forme di accordi volontari tra attori locali per una mobilitazione strategica atta ad affrontare problematiche ambientali" che però non ha sfruttato tutte le opportunità che lo strumento offriva, riducendosi a un strumento di ricerca del consenso su un progetto pre-stabilito piuttosto che di ascolto e co-progettazione con i territori per la ricerca di soluzioni ecosostenibili.
Fortunatamente, le comunità locali sono sempre più attente e capaci di comprendere le contraddizioni tra sviluppo e salvaguardia dei territori e sono emersi importanti conflitti nei confronti della costruzione dei bacini di laminazione, la soluzione proposta dalla regione per ridurre le portate in eccesso durante le piene. Le comunità locali si sono opposte al progetto perchè questi bacini sono di fatto delle opere di urbanizzazione che sottraggono ulteriore territorio ‘libero’ e che non risolvono la pessima qualità delle acque del fiume, che vengono stoccate in aree prossime ad abitazioni.
Si veda sull'argomento delle alluvioni, problema di terra, l'articolo di Giorgio Nebbia "Alluvioni". (i.b.)
L'articolo è qui raggiungibile.

Ispra ambiente, 17 luglio 2018. E’ uscito il rapporto ISPRA 2018 sul consumo di suolo. Il documento ci informa sul fenomeno attraverso dati e una serie di approfondimenti, dedicati a casi e temi particolari, predisposti da ricercatori delle università e delle istituzioni locali. Con riferimenti (m.b.)

Il rapporto, pubblicato con cadenza annule, da cinque anni, offre un panorama completo e dettagliato dove, volendo, si possono trovare tutte le informazioni che servono per decidere. E qui sta il punto. Quanto tempo occorre per decidere, e che cosa vogliamo fare? Della legge sul consumo di suolo si discute da più di un lustro, e questo problema fu sollevato pubblicamente - anche grazie al contributo di eddyburg - da più di un decennio. Qui un articolo "Eddyburg e le norme del consumo di suolo" che riassume le posizioni e le proposte di eddyburg sulla questione.

Finora il Parlamento ha scelto di non decidere nulla e, di fatto, ha lasciato l’iniziativa alle regioni. Ma se anche si approvasse il disegno di legge attualmente in discussione (ci riferiamo alla proposta a firma di quattro illustri esponenti di Liberi e uguali: Loredana De Petris, Vasco Errani, Pietro Grasso e Francesco Laforgia) nulla cambierebbe, per le ragioni che abbiamo ampiamente spiegato, per esempio nell'articolo "Vogliamo fermare davvero il consumo del suolo" di Vezio de Lucia.

Vogliamo invece portare l'attenzione su una proposta di legge seria "Norme per l’arresto del consumo di suolo e per il riuso dei suoli urbanizzati" del 31 gennaio 2018, promossa dal Forum Salviamo il paesaggio, con la quale si potrebbe davvero salvare ancora qualche pezzo del territorio italiano. Vi rimandiamo all'articolo recentemente pubblicato "La legge di iniziativa popolare per arrestare il consumo di suolo" di Vezio De Lucia e Edoardo Salzano.

Qui il link al rapporto dell'ISPRA.

Il Fatto quotidiano, 23 febbraio 2018. Una risposta e una replica diSalvatore Settis a un intervento di Laura Puppato

Gentile professor Settis, dispiace dover leggere un’analisi parziale e superficiale sull’iter della legge di contrasto al consumo di suolo. Spiace ancor più perché viene da una persona degna di ogni stima. Temo che l’obiettività del suo ragionamento sia inficiata dallo scopo: attaccare una parte politica. La legge sul consumo di suolo, pronta, non è stata approvata. Lo ripeto continuamente e ho posto la sua approvazione al primo punto del mio programma. Come ha scritto, io fui tra coloro che ritennero un errore la fiducia sul testo approvato alla Camera. Lei cita il ddl Catania, ma non è questa la legge che avremmo approvato, visto che sarebbe stato sottoposto a fiducia l’Atto Camera 2039, risalente al governo Letta. A spingere per bloccare la fiducia furono Ispra, Wwf, Italia Nostra, Fondo Ambiente, Lipu e altri. Le Regioni annunciarono ricorso alla Consulta, che avrebbero vinto perché la legge non rispettava
le loro competenze. Quel testo necessitava
 una revisione celere, ma il presidente del Senato
Grasso affidò la legge a 
due commissioni, allungando i tempi. Abbiamo svolto decine di audizioni, fino a giungere a un testo che ricevette il libera anche da parte dell’opposizione. La legislatura era in dirittura di arrivo, ma pareva avessimo il tempo necessario. Vista la mala parata, tentai comunque di farla approvare con una deliberante in commissione. Non ci fu accordo perché la Lega negò il voto ed era necessaria l’unanimità. La legge è pronta, il prossimo Parlamento potrà approvarla in qualche settimana se lo vorrà. Qualcuno dirà che avremmo dovuto approvare la legge uscita della Camera, ma ciò avrebbe messo la parola fine a ogni miglioramento. Dispiace quindi aver dovuto leggere il mio nome buttato lì, così, senza una spiegazione. La legge sul contrasto al consumo di suolo sarà il mio primo obiettivo, se eletta nella prossima legislatura. Se Lei, professore, vorrà essere della partita, sarò la prima a felicitarmene.
LauraPuppato

Cara Sen. Puppato, La ringrazio di aver voluto leggere e commentare il mio articolo. Sono d’accordo con Lei che è meglio approvare una legge migliore piuttosto che una legge peggiore: un criterio che dovrebbe valere per qualsiasi norma. Il fatto è che in questa legislatura (1834 giorni) i governi che si sono succeduti (e le rispettive maggioranze) hanno avuto tempo e modo di approvare non solo una fallimentare riforma della Costituzione, ma anche due leggi elettorali, nessuna delle quali particolarmente brillante, e altri prodotti dell’ingegno umano (suppongo, meditatissimi) come “Sblocca Italia”, “Buona scuola”, “Jobs Act". Ma quegli stessi 1834 giorni non sono bastati, agli stessi governi e alle stesse maggioranze, per meditare a sufficienza sul consumo di suolo. Sono certo che le responsabilità dello slalom di cui è stato vittima il ddl saranno da suddividersi fra molte persone (in 1834 giorni succedono tante cose): ma se per l’ultimissima fase del tormentoso iter ho fatto il Suo nome non è “a casaccio”, né certo per attaccarLa in alcun modo, bensì perché il Suo nome ricorreva in tal senso presso autorevoli fonti ministeriali, e mi pareva utile segnalare al lettore che il Suo parere in queste ultime settimane, come Lei conferma, era diverso e opposto a quello di Franceschini. Vorrei poter condividere il Suo ottimismo, secondo cui, dato che la legge ormai è pronta, verrà sveltamente approvata nella prossima legislatura: mi auguro solo che Lei abbia ragione, e sarò con Lei se vorrà condurre questa battaglia. Su un solo punto non siamo proprio d’accordo: io in vita mia non ho mai scritto nemmeno una sillaba al solo scopo di attaccare una parte politica, quale che essa sia, e mi addolora che Lei possa anche solo sospettarlo. Non solo perché non appartengo a nessunissima parte politica, ma per personale inclinazione e scelta provo a scrivere ogni volta quel che penso (e come è ovvio posso sbagliare) riflettendo su quel che so, o credo di sapere. Ogni altra motivazione mi è radicalmente estranea.

Salvatore Settis

il Fatto Quotidiano, 18 febbraio 2018. Nonostante le chiacchiere, le promesse e la propagando non c'è ancora una legge per contrastare il consumo di suolo. (Ma non s'illuda Settis, quelle che ci sono non servono)

Tra i record negativi (che abbondano) di questa morente legislatura ce n’è uno che rischia di sfuggire ai radar, tanto si è allontanato dalla pubblica attenzione: il consumo di suolo.

Un disegno di legge per contenerlo c’era già, rarissimo lascito positivo dell’era Monti, grazie all’allora ministro Mario Catania. Eppure, con manovre degne della corte di Bisanzio, i tre governi di sedicente sinistra, mentre fingevano di volerlo rilanciare, sono brillantemente riusciti a insabbiarlo, riscrivendolo mille volte in estenuanti quadriglie, emendamenti, furbizie d’ogni sorta. In compenso, il super-cementificatore Maurizio Lupi, già vituperato dal Pd quando era schierato con Berlusconi, veniva imbarcato fra i padri della patria al governo, e in amorevole duetto con Renzi lanciava il cosiddetto Sblocca Italia, consacrazione e decalogo di chi il suolo lo devasta.

Il tema venne in discussione ai cosiddetti Stati Generali del Paesaggio, convocati con molte buone intenzioni e poco potere reale dal sottosegretario Ilaria Borletti Buitoni il 25-26 ottobre. Qualcuno fece allora notare che, in simultanea, a un passo da Palazzo Altemps dove si svolgeva il convegno, il Senato stava votando la fiducia all’indegno Rosa- tellum. Perché, fu chiesto allora a Dario Franceschini che era presente, di non mettere invece la fiducia sulla legge contro il consumo di suo- lo, onde approvarla prima della fine della legislatura? Il ministro dichiarò che era un’ottima idea, e che ci avrebbe provato.

Ma niente di fatto: si opposero altri esponenti di spicco del Pd (a quel che pare, l’on. Puppato). 1834 giorni di legislatura non sono bastati a portare la legge in porto. Complimenti.

Quel che accadrà a valle del 4 marzo nessuno lo sa; quali che siano i veri o finti proclami dei partiti in corsa, i programmi veri salteranno fuori dal cappello dei negoziati e dei compromessi solo se e dopo che si sarà formata una coalizione coi numeri per governare. Perciò tornare su questo tema è come lanciare un messaggio in bottiglia, col rischio che si disperda nell’oceano di chiacchiere in cui il paese affonda.

Ricordo solo qualche dato Ispra. 23.000 chilometri quadrati di territorio divorati dal cemento negli anni 1950-2016: il 7,64% della superficie del Paese, più o meno quanto la Lombardia. Tre metri quadrati al secondo, trenta ettari al giorno coperti dal cemento. Ogni giorno, ogni secondo, anche a Natale e a Pasqua, anche mentre leggiamo questo articolo. E il suolo che si consuma è il più prezioso, quello che dovremmo destinare all’agricoltura di qualità, dalla pianura padana alla Campania già felix (cioè fertile). Sei milioni di ettari persi per l’agricoltura, riducendone la produzione con una perdita netta vicina a un miliardo di euro l’anno; per non dire che il cibo che non produciamo più dobbiamo importarlo. Intanto non si arresta l’erosione. delle coste, ormai smangiate al 51% (stima Legambiente) da porti turi- stici, villette, alberghi e resort. La fragilità idrogeologica e sismica del territorio costringe periodicamen- te a correre ai ripari (3,5 miliardi di costi l’anno secondo Ance-Cresme), senza mai avviare opere di preven- zione. Salvo stracciarsi le vesti a ogni alluvione, esondazione, terremoto, frana, “bomba d’acqua”, con relativi morti e feriti.

Perciò un messaggio in bottiglia lanciato alla disperata a chi ci governerà ha alcuni temi d’obbligo. Il degrado dell’ambiente e la crescita a macchia d’olio delle città sono due aspetti complementari, che com- portano da un lato enormi perdite di produzione agricola, dall’altro l’a- gonia delle città storiche, sottopo- ste a una gentrification che espelle dai quartieri più preziosi i giovani, i vecchi, i meno abbienti, creando nuovi ghetti urbani. Paesaggio urbano, periurbano ed extraurbano vanno concepiti sotto il segno di una superiore unità, che ha bisogno di uno sguardo lungimirante. È intollerabile che solo tre Regioni abbiano provveduto al piano paesaggistico, e che il ministero non abbia esercitato, nelle altre, il potere sostitutivo previsto dal Codice dei Beni Culturali.

Qualcosa si potrebbe fare subito, in attesa di correggere il maggior difetto dell’ordinamento italiano, cioè la sovrapposizione fra le quattro nozioni giuridiche di paesaggio, ambiente, territorio, suoli agricoli, con norme distinte e spesso conflittuali. Sarebbe facile, per esempio, commisurare per legge i piani urbanistici a previsioni di crescita demografica certificate dall’Istat: si sa, infatti, che i Comuni truccano spesso le statistiche, autoattribuendosi mirabolanti crescite di popolazione, onde poter consentire la speculazione edilizia. Si dovrebbero stabilire, Comune per Comune, parametri di edificabilità basati sul tasso di edilizia condonata, sulla requenza di edifici abbandonati, invenduti o inutilizzati e di aree de-industrializzate da destinare a uso collettivo. Si dovrebbe consolidare la norma della legge di bilancio 2016 (comma 460), che riporta gli oneri di urbanizzazione all’originaria funzione della legge Bucalossi, senza più destinarli alla spesa corrente.

Intanto, mentre si moltiplicano i segni premonitori dei prossimi disastri, e aleggia, da Berlusconi a Renzi, il fantasma del Ponte sullo Stretto, bandiera e simbolo dell’irresponsabile gestione del territorio, qualcosa si muove. Reagendo all’inerzia di Parlamento e governi, il Forum “Salviamo il Paesaggio” ha lanciato una proposta di legge d’iniziativa popolare “per l’arresto del consumo di suolo e per il riuso dei suoli urbanizzati”. Un’altra fra le mille prove che, mentre i politici di mestiere s’affannano per lo più a conservare poltrone e appannaggi, un gran numero di cittadini è pronto a operare “dal basso” per ridare a questo Paese il respiro e il futuro che meriterebbe. È ancora attuale il monito di Luigi Einaudi, in un appunto che scrisse, da Capo dello Stato, al presidente del Consiglio De Gasperi: “Il problema massimo dell’Italia è la difesa, la conservazione e la ricostruzione del suolo contro la. progressiva distruzione che lo minaccia. L’uomo di Stato deve guardare lontano nello spazio e nel tempo, anche contro la volontà degli uomini viventi oggi. La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga, forse secolare. Ma è il massimo compito di oggi se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli Italiani” .

Comune-info.net,14 febbraio 2018 Un'intervista ad Alessandro Mortarino sulla proposta di legge popolare contro il consumo di suolo (c.m.c)

L’Associazione dei Comuni virtuosi ha chiesto ad Alessandro Mortarino del Forum Salviamo il Paesaggio di rispondere a qualche domanda sulla proposta di legge popolare contro il consumo di suolo presentata ufficialmente da pochi giorni

Chi sono i promotori di questa proposta di legge e da dove nasce l’esigenza di stimolare il Parlamento a legiferare su un tema così importante? I “padri e le madri” di questa Proposta di legge Popolare sono davvero tanti: l’intera rete del Forum nazionale Salviamo il Paesaggio, cioè oltre mille organizzazioni e decine di migliaia di singole persone che dal 29 ottobre 2011, data della nostra assemblea costituente, hanno condiviso la necessità di intervenire sul delicato tema del consumo di suolo stimolando la promulgazione di una norma nazionale, rigorosa e chiara. È quindi da quel giorno che tutti assieme stiamo lavorando in una direzione comune e probabilmente questa nostra proposta “dal basso” l’avremmo potuta offrire all’intero Paese ben prima, ma ci era parso costruttivo assecondare il disegno di legge che nel 2012 l’ex ministro Mario Catania e il governo Monti presentarono per “contenere” il consumo di suolo agricolo.

Allora ci parve un importante passo avanti, dopo decenni di assenza della politica attorno a questo tema che noi indicavamo come un’emergenza assoluta su cui intervenire con urgenza, regolamentare e legiferare. Quel disegno di legge non era perfetto, ma era un inizio e noi non mancammo di presentare le nostre osservazioni critiche e molte proposte migliorative anche durante le audizioni alla Camera in cui fummo invitati. Il percorso sappiamo bene come si è poi sviluppato: quel progetto normativo si è progressivamente indebolito e alla fine, prima che la Camera lo approvasse, lo definimmo come “un pallido” strumento, poco utile per gli obiettivi che si proponeva.

Per questo, nell’ottobre 2016, abbiamo deciso di procedere nella nostra elaborazione, costituendo un Gruppo di Lavoro Tecnico-Scientifico ai massimi livelli come dimostra la presenza di personalità di primo rango quali Paolo Pileri, docente del Politecnico di Milano e “padre” della grande ciclovia tra Venezia e Torino VenTo; di Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Corte Costituzionale; di Luca Mercalli, presidente della Società Italiana di Meteorologia; di Paolo Berdini, urbanista e saggista; di Michele Munafò, responsabile dell’Area Monitoraggio e analisi integrata uso suolo, trasformazioni territoriali e processi di desertificazione all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale-ISPRA; Domenico Finiguerra, “mitico” ex sindaco di Cassinetta di Lugagnano, primo comune italiano a crescita zero urbanistica.

Un gruppo multidisciplinare, perché ritenevamo necessaria una visione variegata che rappresentasse tutte le competenze in materia di “terra” e quindi coinvolgendo architetti, urbanisti, docenti e ricercatori universitari, geologi, agricoltori, agronomi, tecnici ambientali, giuristi, avvocati, funzionari pubblici, giornalisti/divulgatori, psicanalisti, tecnici di primarie associazioni nazionali, sindacalisti, paesaggisti, biologi, attivisti…

Perché la proposta arriva proprio adesso, nel pieno cioè di una campagna elettorale dove i temi legati all’ambiente sono così poco dibattuti dai vari schieramenti in campo?
Non è una coincidenza voluta: per completare il nostro lavoro ci sono voluti tredici mesi e ben otto revisioni del testo. Dopo la sesta bozza condivisa dal Gruppo di Lavoro (e ancora da “limare”) l’abbiamo offerta alle analisi e agli emendamenti di tutto il Forum e di tutte le migliaia di persone che vi aderiscono. Ecco perché ci piace definirla una norma veramente “dal basso”: gli esperti hanno fatto la loro parte, ma chiunque ha avuto la possibilità di suggerire modifiche, miglioramenti e integrazioni.

Indubbiamente l’avvicinarsi delle elezioni ci ha fatto premere l’acceleratore e giungere alla conclusione condivisa di questa non semplice elaborazione normativa: in questa campagna elettorale i temi ambientali paiono non essere minimamente richiamati dai proclami dei partiti e dunque ci siamo assunti, ancora una volta, il compito di sollecitare un’attenzione basata su un documento di valenza scientifica. Non vogliamo più sentirci dire che “il consumo di suolo è un flagello e va fermato”, frase ad effetto facile da pronunciare per qualunque politico. Vogliamo un confronto vero su un documento che, a nostro avviso, è davvero in grado di orientare il mondo dell’edilizia al futuro prossimo venturo.

Come vi muoverete nelle prossime settimane per far conoscere il progetto e raccogliere nuove adesioni in grado di “influenzare” il prossimo parlamento a legiferare?
Stiamo presentando la nostra proposta di legge popolare a tutte le forze politiche e a ognuna stiamo chiedendo di darci un parere. Sono convinto che alcune si diranno pienamente concordi e chiederemo loro di sottoscrivere con noi un impegno preciso a sostenere “a spada tratta” questa norma sin dall’avvio della nuova legislatura. Lo stesso faremo in ogni territorio e con ogni candidato individuale. Poi attenderemo le prime mosse del nuovo Parlamento, pronti – in caso di disattenzione – a mettere in campo una campagna di sottoscrizioni trasformando la Proposta in “Iniziativa popolare”. Servirà? Lo vedremo. Ma siamo pronti a dare battaglia: ora abbiamo uno strumento formidabile – la nostra Proposta di legge – dalla nostra parte!

Da sempre la grande critica che accompagna tutte le persone e i movimenti che propongono lo stop al consumo di suolo è il ritornello del “siete contrari allo sviluppo e all’occupazione”. Questa proposta di legge contiene solo dei no oppure presuppone un’idea di sviluppo diversa (quale)?
Credo che sia sufficiente leggere i nomi e le qualifiche del settantacinque componenti del nostro Gruppo di Lavoro multidisciplinare per capire che questa proposta normativa non è uno scherzo ma una autentica “Bibbia”. In cui non sosteniamo, ovviamente, dei “no” e tanto meno dei “no” a priori. Diciamo che la legge non consentirà nuovo consumo di suolo per qualunque destinazione, suggerendo che le esigenze insediative e infrastrutturali saranno soddisfatte esclusivamente con il riuso e la rigenerazione del patrimonio insediativo ed infrastrutturale esistente. Significa affermare che il futuro dell’edilizia sta nella rigenerazione dei suoli già urbanizzati, nel risanamento del costruito attraverso ristrutturazione e restauro degli edifici a fini antisismici e di risparmio energetico, nella riconversione di comparti attraverso la riedificazione e la sostituzione dei manufatti edilizi vetusti.

Sono indicazioni chiarissime e alla “politica” spetta ora il compito di orientare il mercato. Negli ultimi anni questi concetti sono diventati una sorta di “mantra”, ma finora è sempre mancata la declinazione normativa: oggi non ci sono più scuse e siamo lieti di avere offerto a tutto il Paese questa nuova opportunità. Poi, certamente, qualcuno non sarà d’accordo. Ma il suolo consumato ha già divorato il 7,6 per cento delle terre fertili di pianura e collina (Ispra) e conviviamo con uno stock di abitazioni inutilizzate impressionante: oltre 7 milioni di case sfitte e vuote (Istat).

Per questo la nostra legge propone anche la corretta applicazione dell’articolo 42 della Costituzione, secondo il quale “la proprietà è pubblica e privata” e “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge… allo scopo di assicurarne la funzione sociale”: un edificio inutilizzato ha perduto la sua funzione sociale e dunque si trova a veder mancare la stessa tutela giuridica, con la conseguenza che i suoli devono tornare nella proprietà collettiva della popolazione del comune interessato e nessun indennizzo è dovuto ai proprietari che non hanno perseguito la funzione sociale dei loro beni e li hanno abbandonati.

PER APPROFONDIRE Leggi la proposta di legge

Titolo originale La politica non ha più scuse (comunivirtuosi.org)

la Repubblica, 20 dicembre 2017«La giunta Peracchini ha affondato il Puc già adottato, dal primo gennaio 2018 si potrà costruire dove era vietato. Rimossi gli ostacoli alla costruzione dell’ecomostro di Valdellora, prive di protezione l’area ex Ip e il waterfront»

Alla Spezia, dal 1 gennaio 2018, si potrà edificare il 45% in più di quanto sarebbe accaduto se il nuovo Puc, il piano urbanistico comunale, non fosse stato affondato dalla giunta di centrodestra Peracchini. E spunta, già, all’orizzonte, un “ ecomostro” nel quartiere di Valdellora. Così come diventano “appetibili” per il cemento il waterfront e le ex aree Ip, oltre a tutta la cintura ai piedi della colline, così fragile per le frane, e ora così indifesa dagli attacchi edificatori. Via libera anche per nuovi centri commerciali. E le opposizioni stanno consultando i legali per eventuali manovre d’emergenza a tutela del territorio.

Nella seduta straordinaria del consiglio comunale, l’altra sera, convocata su richiesta delle opposizioni, la maggioranza ha infatti votato un ordine del giorno che, di fatto, ha fatto decadere il Puc che era stato studiato e già adottato dalla precedente amministrazione di centrosinistra, guidata dal sindaco Massimo Federici. Il piano era stato dunque “soltanto” adottato, ma non approvato. La sua gestazione era stata lunga, oltre tre anni e mezzo di lavoro dei tecnici comunali - “ un’eccellenza in house”, la chiamava il sindaco Federici - per studiare un documento che proteggesse e tutelasse il territorio dal cemento, dimezzando le possibilità di edificare nuove strutture. Si sarebbe potuto costruire il 45% in meno.

Dopo l’adozione del Puc, però, è cambiata la giunta, guidata dal sindaco di centrodestra Pierluigi Peracchini, che avrebbe dovuto, trascorso il tempo necessario alle osservazioni, approvare lo strumento entro il 31 dicembre, termine ultimo per la sua decadenza. Si trattava di un piano pioniero, non solo confrontandolo con tanti strumenti urbanistici comunali della Liguria, ma a livello nazionale, proprio per la protezione garantita al territorio. Conteneva anche la mappatura aggiornata delle frane attive. E invece, lunedì sera, la giunta lo ha definitivamente affondato.

Adesso La Spezia tornerà ad avere il precedente piano urbanistico comunale, approvato oltre dieci anni fa, quando parole come cementificazione, dissesto idrogeologico, risparmio energetico, mobilità sostenibile, verde pubblico, protezione delle colline, orti urbani erano rimaste fuori dal documento.
E il primo effetto, indicano i tecnici, sarà ancora una volta lo stesso: nuovo cemento su una Liguria che sembra non aver imparato che con il calcestruzzo non si fa lo sviluppo, ma solo l’interesse ( di qualcuno) .

Il primo a ripresentarsi, puntuale, sarà il cosiddetto ecomostro di Valdellora, un quartiere periferico della Spezia, bloccato proprio dal nuovo Puc di Federici. Si tratta di un ampio complesso residenziale , in un settore urbano difficile dove mancano collegamenti viari. I progettisti, che si erano visti sbarrare la strada dall’amministrazione di centrosinistra, avevano fatto ricorso proprio contro le norme del nuovo ( ora defunto) Puc. Adesso, però, ogni ostacolo al progetto è stato rimosso.

La zona ai piedi delle colline risulta essere la più fragile: più appetibile per la fame di nuove costruzioni, è quella, oggi, totalmente priva di ogni vincolo, con la decadenza del Puc Federici. Nello strumento urbanistico cancellato dall’amministrazione Peracchini c’era poi la mappatura, meticolosamente condotta, delle frane attive, in modo da vietare categoricamente ogni intervento nei settori della città a rischio. Ma pure tutta l’area del waterfront e dell’ex area Ip adesso è rimasta senza alcuna restrizione edilizia, invece severamente imposta dal Puc. E così decade anche il recupero, la protezione e la valorizzazione della rete sentieristica dell’Alta via del Golfo, con tutte le direttive che scendono a Spezia, così come le aree destinate a verde pubblico e orti urbani. E così pure sono polverizzate le azioni mirate a trasformare Spezia in una Smart City, con una mobilità sostenibile.

Articolo tratto da "la Repubblica" qui reperibile in originale

cittaconquistatrice.it, 8 novembre 2017. Articolo del 1938 che già usava la parola sprawl per indicare la dispersione suburbana, individuandone abbastanza chiaramente i rischi: ambientali, socioeconomici, di sviluppo locale. (f.b.)

Una più diffusa proprietà pubblica di terreni, urbani o extraurbani, renderebbe un controllo urbanistico e edilizio su quelle aree certamente più agevole di quanto non si sia verificato possibile sinora. Le città avrebbero a disposizione superfici per case economiche a fitto controllato, verde per il tempo libero, orti urbani, forestazione, parcheggi, edifici pubblici e altri servizi municipali. Se acquisite a buoni prezzi, queste terre attribuirebbero poi alla collettività gli incrementi di valore derivanti da quelli di popolazione e investimenti. Una scorta di terreni pubblici disponibili per la cessione ai privati in diritto di superficie, contribuirebbe a contrastare gli eccessi dei cicli speculativi edilizi e immobiliari, attutendo sia le punte minime che le massime. In qualunque area urbana o suburbana degli Stati Uniti esistono ampie superfici da sfruttare nell’interesse pubblico, e molte municipalità potrebbero farsene una scorta, o incrementarla, a poco prezzo, avvantaggiandosi dei pignoramenti per mancato pagamento di imposte, visto che per giunta ciò non intaccherebbe affatto il gettito fiscale. In terreni non usati, così come i disoccupati umani, rappresentano un passivo sociale per la collettività.

La proprietà municipale dei terreni in Europa
Se le città americane hanno sinora fatto assai poco, per una propria scorta di superfici, salvo quelle indispensabili alle necessità immediate, l’esperienza di parecchi centri europei dimostra quanto sia saggia una strategia del genere. L’acquisizione pubblica di terreni per la trasformazione edilizia avviene in città dell’Austria, Cecoslovacchia, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Italia, Norvegia, Polonia, Spagna, Svezia, Svizzera. La Russia è quasi ovviamente l’esempio che più spicca nella proprietà pubblica, ma dobbiamo lasciar passare ancora qualche anno perché si possa valutare quell’esperimento. Molte municipalità tedesche e scandinave detengono da un lungo periodo notevoli superfici di terreni, in alcuni casi sin dall’epoca medievale. E in certi paesi la scorta è stata incrementata dalla disponibilità di superfici demaniali, forestali e simili. In Finlandia ad esempio lo Stato metteva a disposizione fino al XIX secolo terre per fondare città, in genere a condizione di non cederle in proprietà privata individuale. Poi questa clausola è stata modificata alla fine del secolo, ma ancora oggi le città possiedono gran parte delle aree comprese nella propria circoscrizione. Nel 1926 la superficie nazionale delle municipalità finlandesi ceduta a scopi di costruzione era solo il 3,5% del totale posseduto. Helsingfords copre una superficie di 2.500 ettari, ma ne possiede quasi 5.300, in gran parte oltre i limiti urbani.
A partire dalla fine del XIX secolo le amministrazioni cittadine di Finlandia, Norvegia, Svezia, Danimarca, Olanda e Austria hanno sviluppato sistematicamente una politica di incremento delle proprie superfici, sia dentro che fuori i limiti amministrativi. Dal 1904 le acquisizioni di Stoccolma, per la costruzione di case soprattutto, ammontano a oltre 8.000 ettari, che significa cinque volte l’area della città originaria. Le maggiori cinque città svedesi possiedono una quota variabile dal 47% sino all’80% della propria superficie amministrativa totale (Fefle 80%, Norrkoping 75%, Malmo 49%, Helsingburg 49%, Gothenberg 47%). Copenhagen possiede un terzo della propria superficie, e Oslo controlla un’area suburbana doppia di quella della città centrale. L’Aia ha intestati quasi 1.800 ettari, pari al 45% della città, e Zurigo possiede circa 2.300 ettari, metà dei quali dentro i confini.
Vienna al netto della superficie delle strade controlla 6.000 ettari, oltre un quarto della propria area, e Berlino scartate strade e ferrovie ha una riserva municipale di superfici che supera abbondantemente i 30.000 ettari, più di un terzo del totale, a cui se ne aggiungono altrettanti di boschi e campi agricoli fuori dalla zona urbana. Gran parte delle città tedesche possiede considerevoli zone oltre i propri confini, spesso superiori a quelle amministrate all’interno della città propriamente detta; ne è un esempio Goerhitz, con un territorio amministrativo di 3.000 ettari ma una superficie boschiva posseduta di oltre 29.000 ettari. Oltre ai possedimenti in aree edificabili, per servizi pubblici verde e altre funzioni caratteristiche anche delle città americane, in Germania le municipalità controllano ampie zone a boschi e campi, vuoi amministrate direttamente, vuoi cedute in affitto a operatori privati. In molti casi specie dopo l’ultima guerra, molto dello sviluppo urbano è avvenuto proprio su quelle zone, sia cedendole in diritto di superficie che vendendole.
Tutte le città tedesche con oltre 50.000 abitanti possiedono mediamente il 23,6% del proprio territorio municipale, al netto delle superfici di strade ferrovie bacini per trrattamento di acque fognarie e analoghi. Dal punto di vista delle funzioni specifiche disaggregate questa quota lorda del 23,6% al 1933-1934 si articolava in:
Usi Percentuale sul totale
Boschi 39,9
Agricoltura 39,9
Edificabile 5,6
Parchi e giardini 4,8
Edificato 4,6
Funzioni varie 5,2
100,00%
Nelle città europee questa proprietà pubblica dei terreni si traduce in costi inferiori delle superfici per realizzare vari progetti. Nel caso di quello di Wythenshawe [il grande quartiere giardino pilota su progetto di Barry Parker n.d.t.] l’amministrazione di Manchester ha acquistato 1.500 ettari sul totale di 2.200 complessivi a prezzi agricoli, molto prima del piano esecutivo. Con un risparmio stimato attorno ai cinque milioni, in dollari, e conseguentemente affitti più bassi, o minori costi per la collettività. A Copenhagen si è riusciti a controllare la speculazione fondiaria in modo molto efficace, prima e dopo la guerra, cedendo a prezzi bassi le proprietà cittadine e sostenendo altri prezzi bassi nelle case realizzate in convenzione.
Green Belt e altre fasce di interposizione
Non è certo una idea nuova, quella di contenere l’espansione urbana con una fascia verde. Sin dai tempi del regno di Elisabetta Prima d’Inghilterra, fu emesso nel 1580 un proclama che imponeva «a tutte le persone, chiunque siano e ovunque esse si trovino, di desistere e astenersi dalla costruzione di qualsiasi edificio, casa, fabbricati d’affitto, entro il raggio di miglia tre al di fuori delle porte della Città di Londra, per funzioni di abitazione e alloggio, là dove non vi sia già ora o in passato memoria di abitazioni». Anche se furono compiuti numerosi tentativi di mettere in pratica questo editto, o altri successivi analoghi proclami, bastano le dimensioni di Londra a dimostrare quanto la «cintura verde» della Regina Elisabetta non sia stata efficace. Ma l’idea non fu comunque mai abbandonata, almeno in teoria, e oggi la ritroviamo tra gli urbanisti e chi si occupa di altri problemi urbani nel mondo, oltre che a Londra. La follia del consentire un’espansione continua e disordinatamente dispersa [qui gli Autori usano per la prima volta nel saggio il termine «sprawl» n.d.t.] sulle aree rurali, trasformando campi e boschi in squallide propaggini urbane, rendendo uno spazio aperto verde inaccessibile a chi abita nei quartieri centrali poveri, è sempre più stigmatizzata sia in America che in Europa.
Il concetto della greenbelt si basa sull’idea che la città costruita senza limiti possa espandersi troppo, che un limite sia necessario porlo alla crescita, e che essa debba avvenire in una regione esterna per centri satellite, separati dal nucleo principale e tra di loro da ampi spazi verdi. Una modalità di sviluppo come si capisce favorita, dall’acquisizione di larghe fasce inedificate attorno all’area urbana, in cui proibire qualunque costruzione per sempre. In qualunque caso una città tenda a diventare troppo ampia, la si dovrà così «vestire con un corsetto» di campi aperti, che svolgano la funzione un tempo assicurata dalle fortificazioni medievali, che impedivano la dispersione [seconda e ultima citazione di «sprawl» n.d.t.] sulle campagne. Una greenbelt non solo contiene le dimensioni della città entro limiti massimi auspicabili, ma la tutela anche da sgraziate sovrapposizioni. La fascia offre uno spazio di respiro indispensabile per le zone sovraffollate: un luogo dove non esistono il fumo, la polvere, la fuliggine, sostituiti dall’ossigeno dell’aria pura. Nella greenbelt trovano posto campi da gioco, da golf, laghetti per nuotare e andare in barca, orti, e anche aziende agricole più grandi, pascoli, boschi. Paesaggi e servizi a disposizione conservati sulla soglia della città.
Vuoi in combinazione con questa fascia circolare, vuoi per conto proprio, vanno anche considerate altre fasce verdi a forma di cuneo che si insinuano verso il cuore della città. Superfici del genere non solo forniscono uno spazio di respiro e ricreazione, ma fungono da corridoi di collegamento con l’aperta campagna circostante, oltre che da barriera separatrice tra le varie parti della città. Sono buoni esempi di questi cunei verdi i boschi di proprietà municipale che a Hanover in Germania raggiungono il cuore della città, o i sistemi di parkway che nel nostro paese sono stati realizzati nella Westchester County, Stato di New York, o il Rock Creek Park a Washington D.C. Il sistema delle greenbelt fa parte integrante dell’idea di città giardino, da Letchworth a Welwyn, oltre che naturalmente delle Greenbelt Town pensate dalla nostra Resettlement Administration. Ma se ne trovano realizzazioni parziali in tanti piani europei.
Uno dei più ambiziosi è quello attorno a Londra, dove i terreni vengono acquisiti gradualmente dalle amministrazioni locali sostenute economicamente dalla London County con una somma di due milioni di sterline. Una volta completata, questa greenbelt non potrà essere continua a causa di aree già edificate, ma sarà costituita da una serie di ampi spazi aperti che in qualche modo definiscono un anello attorno alla metropoli. Il piano decennale per lo sviluppo di Mosca prevede un insieme combinato di greenbelt e cunei verdi. I viali che si irraggiano dal cuore della città sono concepiti come parkway e si allargano avvicinandosi all’enorme anello di boschi e parchi in corso di realizzazione tutto attorno. Le rive del fiume Moscova e i numerosi canali e laghi costituiscono altrettanti percorsi a verde su cui dovranno affacciarsi moltissime nuove costruzioni.
Riserve di terreni delle città tradizionali americane
Scorte di superfici analoghe a quelle delle città europee sono assai diffuse anche nella storia della città americana, vuoi sulla costa dell’Atlantico che su quella del Pacifico. Leggi – coloniali – inglesi, olandesi, francesi e spagnole del periodo dei primi insediamenti appartenevano al medesimo genere che ha determinato le riserve municipali in Europa. Lo statuto concesso dal Luogotenente Governatore della allora Provincia di New York alla principale città, contiene la seguente clausola: «Conferisco con questo atto garanzia a sindaco consiglieri e assemblea della detta Città di New York, perché a loro afferiscano tutti i terreni sgombri, liberi nella città e Isola di Manhattan, sino alla sponda meridionale e in ogni altra parte della Città, e tutti i fiumi, corsi minori, torrenti, ruscelli, stagni della Città e dell’Isola, non reclamate da altre autorità di governo, luogotenenziali o meno responsabili della provincia, o da altri sindaci o vicesindaci precedenti e consiglieri della Città di New York».
La Carta Montgomerie del 1730 dopo aver confermato il documento precedente allarga le competenze estendendole a terreni sull’Hudson e East River per una profondità di 120 metri dalla linea di bassa marea. Gran parte delle superfici viene venduta nel corso dei successivi 125 anni per reperire i fondi necessari agli investimenti, pagamenti di interessi, o spese correnti, ma ancora al 1850 il residuo frutta alla città 100.000 dollari. Fino al 1875 si continua ad alienare proprietà, ma in seguito la politica si inverte per sviluppare un sistema di moli di proprietà municipale. Oggi la resa lorda per la città di quegli immobili ammonta a circa sei milioni di dollari l’anno.
Analogamente, New Orleans sin dall’epoca coloniale mantiene i titoli di proprietà dei terreni lungo il Mississippi, e nel corso di questo secolo ne ha intrapreso lo sfruttamento per un sistema di attracchi e terminali. Boston ha acquisito terreni comprandoli e ne è una parte residua il famoso Boston Common. Sempre in Massachusetts, Salem nel medesimo periodo possedeva terreni, parte dei quali esistono ancora oggi. San Diego in California, prima e dopo l’occupazione americana, possiede terre civiche che gli sono state conferite ai giorni della dominazione spagnola. E sarebbe anche possibile allungare, cercando un po’, l’elenco di queste città americane proprietarie di tanta parte della propria superficie. Ma nessuno ha studiato perché mai le città europee abbiano mantenuto pressoché intatto il proprio patrimonio pubblico, o addirittura l’hanno ampliato, nel medesimo periodo in cui quelle americane dissipavano quasi totalmente le loro proprietà.
Salvo le superfici tutelate per usi pubblici, come strade o parchi, le terre un tempo di proprietà cittadina sembrano tutte essere state cedute. Mentre d’altro canto considerevoli porzioni di terre sommerse adatte alla trasformazione in moli e attracchi sono state conservate. Le poche espansioni di qualche dimensione di terreni in proprietà oltre quelli per strade e parchi, sembrano limitate ad acquisire superfici essenziali alla tutela delle risorse idriche municipali. In certi stati del Nord-Est, in cui l’abbandono delle aziende agricole ha concentrato l’attenzione pubblica verso i problemi della riforestazione, molte amministrazioni di zone rurali hanno acquisito e ripiantato boschi di proprietà municipale. Non c’è bisogno di ricordare come queste tendenze di lungo periodo nei centri maggiori, insieme ad altre tendenze nelle circoscrizioni rurali, non possano essere ignorate se si vuol formulare un programma di acquisizioni pubbliche secondo criteri di fattibilità, per riserve di superfici future.
Criteri per formarsi una riserva di terreni
Sulla base dell’esperienza delle città europee con una larga scorta di superfici disponibili per varie funzioni, e di un piccolo gruppo di città americane con terreni adeguati solo a usi particolari come moli e bacini, pare davvero il caso di auspicare fortemente che nel nostro paese si arrivi ad acquisire da parte delle municipalità riserve di suoli per funzioni diverse dalle sole strade e parchi. Come sarebbe possibile farlo? I metodi con cui le città europee sono entrate in possesso dei nuclei originari delle proprietà attuali, e attraverso i quali nell’America coloniale si acquisivano le scorte poi dissipate quasi completamente, devono essere esclusi a priori. Né il governo federale né quelli statali hanno titoli di proprietà urbani da cedere alle città, e questo cancella la possibilità di costruire riserve future sulla base dei metodi passati.
Di recente sono state presentate proposte secondo cui il governo federale potrebbe garantire sostegni alle municipalità perché possano acquistare i terreni a scopo edificatorio. Un articolo di Frederic A. Delano, Presidente della Commissione Centrale per la Casa, pubblicato da The American City nel numero del gennaio 1937, contiene il seguente passaggio: «Il governo federale ha messo a disposizione delle ferrovie dei terreni in cambio dei loro servizi in termini di distribuzione della popolazione sul continente, e ha garantito la proprietà di superfici agricole a chiunque si impegnasse a coltivarle. Parrebbe del tutto ragionevole che aiutasse anche le amministrazioni locali ad acquisire terreni per due scopi: primo, realizzare case ad affitti più bassi per famiglie che non sono in grado di permettersi un livello minimo di standard residenziali; secondo, per stabilizzare il valore dei quartieri di case economiche là dove la regolamentazione urbanistica non pare efficace, promuovendo così contemporaneamente il settore edilizio e migliori piani e progetti. Con queste premesse, proponiamo che: “il governo federale si impegni a sostenere una quota dei costi di acquisto dei terreni da parte delle municipalità, a condizione che queste li utilizzino per assicurare un ordinato sviluppo per quartieri. Il governo federale vigilerà per non sostenere la realizzazione di quartieri di mal concepite abitazioni, o di un eccesso di edifici, o di sviluppi urbani mal progettati. Offrirà la propria assistenza finanziaria solo alle municipalità che propongono politiche urbanistiche ben calibrate e concepite”».
La proposta di Delano trova espressione limitata e sperimentale nella Legge sulla Casa del 1937 che istituisce la nuova United States Housing Authority. Ai sensi di quella legge si sono rese disponibili risorse, molto limitate, da destinare a enti municipali per la casa al fine di acquisire terreni da destinare ad abitazioni economiche. La Legge è vigente da un periodo piuttosto breve, e le esperienze non bastano per formarsi un’opinione definitiva sulla sua validità e adeguatezza. Altre proposte per allargare il campo di azione degli Stati, consentendo di gestire prestiti per l’acquisizione di terreni da parte delle municipalità desiderose di realizzare case a basso costo, sono in corso di discussione. Gli studiosi di discipline finanziarie a livello statale dubitano ella loro efficacia, indicando i limiti di potere dei governi statali nel contrarre debiti, e per gli scopi indicati, così come confermerebbe la storia recente e meno recente. Inoltre, e proprio negli Stati in cui il problema della casa risulta più grave, anche un forte incremento del già oneroso debito statale non consentirebbe certo di avviare a soluzione il problema, di dimensioni enormi. Certo si può anche discutere se sia possibile modificare tutto il sistema di risorse statali, già al limite, a sostegno di questo incremento di spesa, per renderlo possibile.
Una terza proposta ha già trovato parecchi ardenti sostenitori, anche perché ben si accompagna alle altre due, completandole, oltre ad avere valore di soluzione in sé. Riguarda l’abolizione dei limiti di indebitamento delle municipalità che vogliono realizzare abitazioni, sia che le risorse derivino da livelli superiori di governo, sia che siano di origine privata. Ma anche in questo caso ci sono fondati dubbi che sia i debiti pregressi, sia il sistema creditizio per formarsi una scorta municipale di terreni, possano rendere praticabile la proposta. Ce n’è però una quarta, migliore, e già messa in pratica su piccola scala nella San Mateo County, California. Un passaggio dello statuto dell’amministrazione in vigore dal 1933 rende possibile acquisire terreni attraverso un prelievo fiscale annuo. In quel modo sono stati acquistati circa cinque chilometri di spiaggia, al novembre 1936, ed erano in corso dopo quella data trattative per acquistarne ancora di più. Purtroppo entrano ancora in campo i limiti di alcuni Stati all’imposizione fiscale, e le opposizioni a un eccessivo allargarsi dei bilanci municipali, anche se resta la grandissima efficacia e praticità del metodo di acquisizione di terreni per utilità collettiva.
In breve, oggi esistono dei limiti alle possibilità federali, statali e locali di finanziare l’acquisto di terreni per costituire scorte municipali. Quelli statali e locali hanno una duplice natura: sono costituzionali e derivano da infelici esperienze passate. Ma anche superandoli si avrebbero pochi vantaggi, per gli altri limiti, quelli economici determinati dal sistema fiscale a quei livelli di governo. I vincoli agli aiuti federali rivolti alla dimensione locale sono solo normativi e potrebbero essere superati con un voto del Congresso anche immediatamente. La capacità di azione del livello federale su valuta, banche, credito, potrebbero mettere a disposizione anche risorse illimitate, per qualunque scopo. Ma se alcuni allargamenti di intervento, poniamo un raddoppio dei fondi per la demolizione dei tuguri e la realizzazione di case ad affitto controllato, paiono immediatamente auspicabili, d’altro canto un uso eccessivo di fondi federali replicherebbe alcuni disagi già verificati nel caso europeo. La ricollocazione abitativa della popolazione in strutture che si possano considerare minimamente decorose secondo i criteri in costante evoluzione di salute e comodità, non può essere considerata soltanto nei suoi vantaggi, dato che comporta inevitabilmente una riduzione di quanto disponibile per altri aspetti, dall’alimentazione, al vestiario, al riscaldamento e via dicendo.
Scorte di terreni pubblici di fatto se non di diritto
Tutti i limiti di cui si è parlato, non stanno a significare però che alle municipalità sia sbarrata la strada completamente ed eternamente, nell’acquisire superfici, e tenersele finché non se ne manifesti il bisogno. E in realtà anche senza consapevolmente perseguire l’obiettivo sono molte le amministrazioni che hanno già acquistato ampi tratti di territorio entro le proprie circoscrizioni, distribuendone i costi su un arco di parecchi anni per diluire i pagamenti secondo le proprie entrate. Si tratta di terreni scelti spesso senza la guida di un programma unitario, e quindi molto eterogenei e discontinui. Non sempre i diritti sono acquisiti in forma definitiva alle municipalità, e quando lo sono deve passare un certo periodo di tempo prima che si decida a quale scopo dedicarli coerentemente, o ricomporli in qualche forma unitaria tramite accordi con le proprietà private e scambi.
Non sono ancora stati rilevati i dati sistematici per questo tipo di acquisizioni, e quindi è difficile generalizzare. Ernest M. Fisher nel 1928 pubblicò una ricerca (Real Estate Subdividing Activity and Population Growth in Nine Urban Areas, Ann Arbor, University of Michigan) comparando la crescita della quantità di lotti edificabili e quella di popolazione in nove zone urbane. In tutte si rilevava una forte sovra-offerta, caratteristica storica delle regioni ma oggetto di una vera e propria impennata negli anni più recenti. Nel 1932 lo stesso autore pubblicava uno studio in collaborazione più ampio sulla situazione dell’area di Grand Rapids (con Raymond F. Smith, Land Subdividing and the Rate of Utilization, Ann Arbor, University of Michigan) dove si analizzava tra l’altro lo spreco di risorse pubbliche e private per una offerta eccessiva. L’anno prima Herbert D. Simpson aveva pubblicato il suo studio sulla situazione di Chicago e le municipalità della Cook County, in cui comparava la sovra-offerta di lotti edificabili con le stime di crescita della popolazione, rilevando che c’erano già fin troppi spazi disponibili, per un bisogno prevedibile su tre decenni. Rilevava anche come un effetto di questo eccesso di offerta fosse quello di ridurre il valore futuro pur di tutelare credibilmente in qualche modo quello attuale.
Studi successivi nella medesima scia rivelano situazioni analoghe da Minneapolis a Denver, San Diego, Los Angeles. Ricerche sulle amministrazioni insolventi della Florida compiute su commissione dei detentori di obbligazioni, sono le prime ad aver calcolato la sproporzione fra le enormi quantità di lotti disponibili e le tasse effettivamente pagate. Una vera rivelazione, e di eccellente qualità, che ci illuminerebbe ancor di più se non fosse stata resa disponibile soltanto in poche copie manoscritte e riproduzioni. Resta la Commissione di Piano dello Stato del Michigan, con la sua prima analisi particolareggiata proprio del rapporto tra pagamenti di tasse e numero di lotti (Earl G. von Storch, Report of the Subcommission on Suburban Subdivision Development, Lansing, Michigan State Planning Commission, 1937). Lo studio si concentra principalmente sulla circoscrizione amministrativa di Redford, nell’area di Detroit, rilevando come l’offerta di lotti arriva a un numero di 27.183, di cui soltanto 1.179 utilizzati. Oltre il 60% del totale aveva smesso di versare i contributi fiscali dovuti prima del 1932. La relazione ne conclude che «l’evasione pare di entità tale da suggerire la possibilità di un totale abbandono di quei lotti da parte dei proprietari». […]
Il ruolo della pianificazione urbanistica
Resta da capire e commentare qualche meccanismo. In gran parte delle circoscrizioni dello Stato di New York in cui una ricerca ha rilevato gli squilibri fra disponibilità di lotti e mancato gettito fiscale [la ricerca è descritta nei dettagli e conclusioni finanziarie nel lungo brano omesso n.d.t.] sono stati istituiti uffici e commissioni urbanistiche. Che però hanno fatto assai poco per orientare o controllare la follia che ha condotto a quello spreco di soldi pubblici e privati, che sono le lottizzazioni premature in aree rurali per funzioni urbane. Ed esiste addirittura motivo per ritenere che una diffusa tendenza a pianificare troppo contribuisca ad alimentare la medesima follia. Anche i più granitici sostenitori dello zoning riconoscono che previsioni eccessive nell’offerta di aree per attività terziarie o edifici multifamiliari siano un errore, e molto diffuso. Ma sono molto in pochi ad accorgersi di come l’errore in assoluto peggiore sia quello dell’eccesso di offerta per le zone a densità più bassa, per le abitazioni unifamiliari, che compare in qualunque piano.
Osservando nel suo insieme un mosaico delle ordinanze di zoning nelle circoscrizioni di un’area metropolitana, appare evidente primo che quel genere di azzonamento viene applicato sia nella città centrale che nelle fasce suburbane e rurali, e secondo che mai e poi mai oggi o in futuro la gran maggioranza di quelle zone sarà richiesta per piccole casette su piccoli lotti, solo per citare una classificazione leggermente più intensiva. In zone dove l’unico uso economicamente efficiente è l’azienda agricola da una cinquantina di ettari, appezzamenti da una ventina o zone boscose da una trentina, è uno spreco destinare superfici a case unifamiliari, anche se si prova a lottizzare in sezioni minime da pochi ettari. E quando le fasce di territorio esterne alla città, dentro o fuori i suoi limiti amministrativi, sono destinate a usi del genere, si sta molto brevemente pianificando il disastro. E peggio ancora si stanno dequalificando le funzioni attuali esistenti privandole di qualunque sicurezza, senza la quale in molti casi potrebbero scomparire, facendo largo a speculatori e truffaldini promotori di «residenze» là dove non ce ne sarà probabilmente nessuna.
Per stabilizzare i valori in quelle aree, per tutelare le funzioni esistenti da intrusioni incompatibili e distruttive, dobbiamo capire che destinare a funzioni di tipo urbano corrente è del tutto inadeguato quando una zona ha caratteri di tipo rurale, vuoi all’interno vuoi all’esterno della circoscrizione urbana. Si tratta, nella definizione di un piano di crescita per zone, di individuare un punto di equilibrio fra zone troppo intensive e troppo estensive, riflettendo su tutto quanto si colloca tra i due estremi. Ed è anche importante regolamentare e controllare le forme urbane che ne derivano. Sempre più amministrazioni seguono i modi in cui le zone vengono suddivise a scopo edificatorio, imponendo asfaltature, marciapiedi, varie reti tecniche (o richiedendo il versamento di oneri) prima che i terreni vengano posti in vendita. Si può così arginare e ridurre al minimo una cattiva progettazione, e tutelare gli acquirenti di case, oltre che proteggersi da future evasioni fiscali per abbandono. […]
Da: The Journal of Land & Public Utility Economics, Vol. 14, n. 3, agosto 1938
Titolo originale: Land Reserves for American Cities
Estratti e traduzione a cura di Fabrizio Bottini
la Repubblica, 26 ottobre 2017«Consumiamo tre metri quadrati al secondo. Il censimento. Abusivismo, cemento abbandono delle campagne, assenza di pianificazione: il rapporto dei primi.Stati generali del nostro territorio» (c.m.c.)
Tre metri quadrati, poco meno di un letto matrimoniale. È la quantità di suolo che oggi viene consumata ogni secondo. Trenta ettari al giorno. Ed è quasi sorprendente aggiungere che nel 2000, prima della crisi, nel pieno dell’espansione edilizia italiana, i metri quadrati che ogni secondo finivano sotto un edificio o un capannone industriale erano otto. Tutto bene, dunque? Il consumo di suolo si è più che dimezzato? E se invece si contassero le sole quattro regioni italiane che hanno realizzato il piano paesaggistico (un obbligo imposto dal Codice dei Beni culturali del 2008)? O si mettessero in fila i 284 architetti presenti nelle Soprintendenze su un organico previsto di 416, il 40 per cento dei quali ultrasessantenni e che ogni anno devono esaminare, in media, 457 richieste di autorizzazione paesaggistica?
Questa e altre cifre ballavano ieri agli Stati generali del paesaggio, organizzati dal ministero per i Beni culturali, e in particolare dalla sottosegretaria Ilaria Borletti Buitoni. Al capezzale del grande malato, come l’ha definito Salvatore Settis, erano in tanti nel cortile di Palazzo Altemps, una delle splendide sedi del Museo nazionale romano. Medici preoccupati e allarmati, medici più fiduciosi o speranzosi. La diagnosi, invece, era contenuta nelle 470 pagine di un rapporto, il primo di queste dimensioni e di questa sistematicità, cui hanno lavorato 120 autori e che riflette in misura evidente le diverse prospettive.
Lo stato di salute del paesaggio è contenuto nei numeri elaborati da Anna Marson, docente a Venezia ed ex assessora in Toscana (a lei si deve uno dei pochi piani paesaggistici approvati, oltre a quelli pugliese, piemontese e sardo: quest’ultimo ora minacciato da modifiche), e dai ricercatori dell’Istat e dell’Ispra. A loro si deve la quantificazione del consumo di suolo, che attualmente investe 23mila dei 300mila chilometri quadrati del territorio italiano. Dagli anni Cinquanta a oggi si è passati da un incremento del 2,7 per cento a uno del 7,6. Prevale il cosiddetto sprawl, vale a dire che l’urbanizzazione si diffonde in maniera diradata. E solo la crisi del 2008 e non politiche di contenimento ne hanno rallentato la crescita, senza fermarlo (una legge, assai controversa, giace in Parlamento). Le regioni con maggior incremento (oltre il 12 per cento) sono Lombardia e Veneto, le aree più colpite la pianura Padana, l’asse Firenze-Pisa, Roma e il suo hinterland, il Salento.
Trasformazioni investono i paesaggi rurali e, più che l’edificazione, incide su di essi l’abbandono. Un capitolo a sé riguarda l’abusivismo. Un solo dato: prima della legge Galasso (1985), gli edifici vicino al mare erano 400 ogni chilometro quadrato, oggi, nonostante il vincolo imposto da quella norma, sono 512 (in Puglia sono 730, in Sicilia 700, in Calabria 600). Da qui discende che il 22 per cento degli italiani esprime un giudizio fortemente negativo sul paesaggio in cui vive.
«Il nostro paesaggio ha continuato a subire attacchi che l’hanno degradato, ma contemporaneamente sono cresciute la consapevolezza e la partecipazione», sintetizza Borletti Buitoni davanti a esperti di varie discipline (giuristi, architetti, storici dell’arte, economisti) e poi soprintendenti, dirigenti del ministero, amministratori pubblici, esponenti delle associazioni, portatori di esperienze (da Antonio Loffredo, parroco di santa Maria della Sanità a Napoli a Marco Rossi-Doria, maestro di strada). Cinque le sessioni tematiche, dalle questioni giuridiche a quelle della formazione. Oggi la conclusione con Dario Franceschini e Paolo Gentiloni.
Il rapporto e anche la discussione evidenziano gli accenti diversi, più o meno indulgenti verso le semplificazioni introdotte nelle procedure di autorizzazione. Sulla fatica delle soprintendenze si soffermano funzionari in prima linea come Fausto Martino e Alessandra Vittorini. Martino, che ha in carico Cagliari e il sud della Sardegna, difensore del piano paesaggistico contro le modifiche proposte dalla Regione, solleva il tema delle semplificazioni per interventi “minori” decise senza fissare norme generali che stabiliscano a monte cosa si può fare e cosa no. Altra sofferenza, il personale. È vero che dopo l’andata in pensione di tanti funzionari è stato realizzato un concorso per 500 posti (che potrebbero diventare 800, ma che comunque non coprono tutti i posti vacanti): però molti vincitori ancora non sono stati assunti, le soprintendenze restano in affanno e il paesaggio corre ancora rischi.

il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2017. Si piange ancora sulla lunga paralisi parlamentare della legge cosiddetta "contro il cnsumo di suolo". Ma pochi hanno capito che quella legge non servirebbe a niente. Anzi. Lo abbiamo detto e ripetuto, guardate la postilla.

Quanto costa una legge ferma in Parlamento? La costruzione di una metropoli più l’urbanizzazione di tutto il suo hinterland. Non è un modo di dire: il calcolo è stato fatto dal Wwf Italia e dai ricercatori del- l’Università de L’Aquila. La legge sul consumo del suolo (regola le nuove costruzioni e mira a raggiungere un consumo pari a zero entro il 2050) è ferma in Parlamento da almeno tre anni. 1309 giorni per la precisione: intanto, c’è stata una conversione urbana pari a 39.270 ettari.
Palazzi, strade, strutture urbane che, se concentrati nello stesso spazio, equivalgono a un quadrato di circa 20 chilometri per lato o a una circonferenza di 23 chilometri di diametro. Un cerchio che ingloba tutto il centro di Milano, le zone più esterne e il suo hinterland sino a Paderno Dugnano a Nord, Trezzano sul Naviglio a Ovest, Opera a Sud e Segrate a Est. Il ritmo con cui si moltiplica il cemento è pari in media a 30 ettari al giorno: un dato certificato dall’Ispra, l’Istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente. In termini assoluti, il consumo di suolo in Italia ha già intaccato dal secondo dopoguerra a oggi circa 21 mila chilometri quadrati. “L’Italia dei terremoti e delle alluvioni non ha nessun bisogno del ddl Falanga (che tenta di salvare molti abusi edilizi, ndr) – spiega Donatella Bianchi, presidente del Wwf Italia –: invece di discutere proposte dannose, il Parlamento dedichi le proprie energie a questa legge che deve essere inserita tra quelle da salvare in questa legislatura. Prendersi cura del nostro territorio, curarlo e metterlo in sicurezza anche rispetto ai cambiamenti climatici in atto dovrebbe essere una priorità della politica”. Nei giorni scorsi, sono state consegnate al presidente del Senato 82mila firme raccolte dalla coalizione #Salvailsuolo. Accelerare l’iter è la richiesta.
Al Senato, la legge sarà discussa in commissione martedì. La relatrice del Pd Laura Puppato presenterà alcuni emendamenti che, in alcuni casi, riscrivono interi articoli e accolgono le osservazioni delle opposizioni, di pezzi della maggioranza e anche delle Regioni ascoltate in audizione (l’anno scorso si era parlato di rischio incostituzionalità). Diversi i punti critici: la genericità della terminologia, troppe deroghe, le eccezioni riservate alle opere strategiche e la norma transitoria di applicazione della legge, in cui vengono fatti salvi i piani urbanistici attuativi per i quali i soggetti interessati abbiano anche solo presentato istanza prima dell’entrata in vigore della legge. “Abbiamo presentato 26 emendamenti, quattro articoli riscritti – spiega la Puppato –. Le commissioni riunite, agricoltura e ambiente, hanno accettato le modifiche”. Dopo il voto in Commissione, ci sarà spazio per la manovra subemendativa su questo nuovo testo. I nuovi sub emendamenti verranno accettati oppure respinti.
È qui che si nasconde l’incognita: il testo potrebbe essere approvato entro 15 giorni (salvo sorprese: giovedì scorso, ad esempio, mancava in commissione Forza Italia) a meno che non siano presentati sub emendamenti rilevanti. In quel caso, il rallentamento sarebbe inevitabile. Per il momento, c’è l’appoggio anche del Movimento Cinque Stelle, che si era opposto al testo unificato arrivato dalla Camera. “Voglio riconoscere la buona volontà dei relatori nell’elaborazione di questa sorta di nuovo testo – spiega la senatrice Paola Nugnes – ma ci sono ancora alcuni problemi ”. Si semplifica la procedura, si migliorano le definizioni e si pongono obiettivi di riduzione certi, a cui Regioni e Comuni dovranno attenersi.
“L’Ispra fissa al 20% annua la necessità di riduzione di consumo del suolo, mentre nell’emendamento si parla del 15 per cento triennale. Credo che queste percentuali siano prudenziali”, spiega la Nugnes . Inoltre, non si contano le infrastrutture strategiche e restano salve tutte le opere per cui ci sono procedimenti aperti (e non già approvati). Il rischio è che ci sia una corsa alle istanze. “Confidiamo – spiega la senatrice pentastellata – che nella seconda fase emendativa possano essere accolte questi ultimi aggiustamenti”.

postilla

I parlamentari poco furbi o molto complici dei consumatori di suolo e i giornalisti disinformati, come quelli del Fatto Quotidiano non hanno capito che la legge "contro il consumo di suolo" che giace in parlamento, se verrà approvata non servirà assolutamente a nulla. Lo abbiamo scritto ripetutamente su questo sito. L'argomento è stato trattato su eddyburg con numerosi articoli. Si vedano tra l'altro, i seguenti: gli articoli di Vezio De Lucia del giugno 2013 (Consumo di suolo a un passo dal baratro) e del febbraio 2015 (A partire dalle buone intenzioni del ministro il Parlamento approda a una legge inservibile), di Cristina Gibelli, 20 gennaio 2015 (Neologismi in libertà: «compendi neorurali periurbani), di Eddyburg, febbraio 2015 (Eddyburg e il consumo di suolo), di Ilaria Agostini del maggio 2015 (Due leggi per il suolo), nonché l'eddytoriale n. 169 dell'11 dicembre 2015. E leggete anche la proposta di eddyburg, del 3 giugno 2015.

la Republica online, 9 ottobre 2017.«Nel Rajasthan la protesta non violenta per fermare un piano di espansione che prevede la costruzione di alloggi su terreni occupati da 2.500 famiglie. L'organizzatore: "Se vogliono rubarci le nostre terre, dovranno passare con i bulldozer sopra le nostre teste"» (p.s.)


Immersi fino al collo nel terreno. Solo le teste rimangono fuori dalla sabbia, quasi sembrano boccheggiare. Pochi respiri ancora prima d’essere sradicati: la protesta dei coltivatori di Nindar, villaggio a una manciata di chilometri dal centro di Jaipur, nell’India nord-occidentale, è un atto estremo di resistenza. Un modo per dimostrare quanto siano aggrappati al loro bene più prezioso. Da giorni un manipolo di coltivatori dello stato desertico di Rajasthan manifesta contro la Jaipur Development Authority in difesa di 540 acri che dovrebbero far posto a 10mila alloggi in un progetto d’espansione della vicina città turistica.

«Dal 2 ottobre, compleanno del Mahatma Gandhi, abbiamo iniziato la zaamen samadhi satyagraha (la protesta della sepoltura), in segno di profondo attaccamento alla nostra terra: è un atto di forza morale non violento. Satyagraha significa infatti richiesta di ascolto della verità. Chi manifesta ha perso o sta perdendo i propri terreni a causa dei piani del governo, che colpiscono oltre 2.500 famiglie nell’area, 18 colonie residenzialie 20 dhani (piccoli conglomerati di case, ndr)», spiega a la Repubblica Nagendra Singh Shekhawat, leader del Nandeer Movement e coordinatore della protesta: «Crediamo che l’acquisizione non sia avvenuta con metodi democratici: oltre l’80 per cento delle parti coinvolte non ha ceduto le proprie terre. E anche quanti l’hanno fatto, in cambio di compensazioni non adeguate, vogliono riaverle: sostengono che la Jda abbia usato diversi metodi di pressione per ottenerle».


L’eco del millantato sviluppo, da queste parti, ha in effetti un nome ben preciso: “landgrabbing”, accaparramento della terra. A farne le spese, migliaia di piccoli agricoltori, che quei terreni occupano e di quei terreni vivono da generazioni. Un fenomeno cresciuto del mille per cento nel Sud del mondo dopo la crisi finanziaria del 2008 e che interessa larghe porzioni di terre concesse a terzi o acquisite da governi e autorità: si cercano spazi per la produzione di cibo o materie prime a basso costo per alimentare mercati ricchi in beni di consumo e combustibili vegetali, o per costruire infrastrutture e centri turistici, espandere le aree urbane, occupare militarmente un territorio. Un processo speculativo che galvanizza le multinazionali e spesso implica la violazione di diritti umani, studi non adeguati sull’impatto ambientale, sociale ed economico degli investimenti, ma anche una mancata partecipazione democratica delle comunità interessate e l’assenza di un loro consenso preventivo, libero e consapevole.

Proprio quanto contestano i coltivatori di Nindar. Del 2010, la pubblicazione della prima notifica di

acquisizione della Jda, poche settimane fa il via ai lavori: negli ultimi sette anni le comunità locali hanno provato a esprimere il loro dissenso, rimanendo però inascoltate. Fino alla settimana scorsa, quando hanno scelto di seppellirsi per attirare l’attenzione. Dal 7 ottobre hanno anche iniziato lo sciopero della fame. Tra le decine di manifestanti, in prima fila, ci sono soprattutto donne, principale forza motrice dell’agricoltura in India, da cui dipende oltre il 60 per cento della popolazione.

«Chiediamo di fermare il processo in corso: il diritto dei contadini a rimanere per la sussistenza dovrebbe essere fondamentale, inviolabile: serve una nuova indagine sulle terre», afferma Singh. Sebbene infatti nel 2013 il governo abbia emanato un nuovo Land Acquisition Act, che prevede un’equa compensazione e maggiore trasparenza nell’acquisizione della terra, il leader della protesta spiega che la Jaipur Development Authority ha applicato una legge del 1894, ossia dell’epoca coloniale britannica, che ovviamente non salvaguarda le persone sfrattate.

«La domanda più importante da porsi è: progresso verso cosa e per chi? Creare infrastrutture unicamente a beneficio di altri e a spese delle comunità locali non è sviluppo, ma sfruttamento», aggiunge Singh, che ritiene fondamentale il ruolo dellacomunità internazionale e vede nella globalizzazione una sfida complessa, ma anche un’opportunità per diffondere maggiore consapevolezza sui diritti dei popoli. Quanto alla protesta, all’alba del terzo giorno senza cibo, si mostra fiducioso: «È una lotta dura, sfiancante. Ma le persone non hanno perso la speranza. Il governo parrebbe aprirsi alla negoziazione di fronte all’attenzione dei media», conclude, precisando: «Se vogliono rubarci le nostre terre, dovranno passare coi bulldozer sopra le nostre teste. Siamo pronti a morire per non cederle. Speriamo di riuscire a scuoterne le coscienze».

Si, proprio nello spettacolare paesaggio della Piana di Castelluccio di Norcia , che molti vorrebbero vedere riconosciuto come patrimonio dell'umanità.qualcosadisinistra, 18 luglio 2017 (c.m.c.)


Come da copione. La ricostruzione che non ricostruisce ma spende soldi per progetti totalmente campati in aria. Un film già visto dai tempi del Belice e passato per il Terremoto dell’Irpinia, vera prova generale di un sistema poi andato a regime nei 30 anni successivi.

Succede a Castelluccio di Norcia, il borgo famoso in tutto il mondo per la fioritura di lenticchie; ne hanno parlato per mesi i giornali, anche di recente, dato che i lavori di rimozione delle macerie (nemmeno di ricostruzione del borgo) vanno a singhiozzo. Basti pensare che la strada che lo collegava al resto del mondo è stata riaperta solo una settimana fa.

Eppure, la priorità sembra essere altro, a giudicare da questa notizia, passata sotto silenzio e rilanciata sui social da alcuni comitati locali.

La Regione Umbria, per bocca del suo vicepresidente Fabio Paparelli (PD) ha annunciato la costruzione di un centro commerciale nella Piana di Castelluccio, in pieno Parco Nazionale dei Monti Sibillini, nonché in mezzo a quello spettacolo che è ancora la fioritura delle lenticchie. L’opera, sarà prevalentemente a carico della Protezione Civile e costerà tra i 2 e i 2,5 milioni di euro.

La domanda che sorge spontanea è: ma sono diventati tutti matti? E’ quello che si sono chiesti anche i cittadini umbri di questa petizione su change.org, che appoggiamo in pieno. Con quei 2 milioni di euro si possono fare tante cose per Castelluccio. L’obbrobrio qui sotto in una valle di bellezza rara, benché spacciata per “ambientalista”, anche no: ne abbiamo avute fin troppe in Italia di cattedrali nel deserto (perché questo rischia di diventare Castelluccio se le istituzioni non si muovono a renderlo nuovamente un centro abitabile).

Altro che centro commerciale: servono LE CASE.

«Condofuri sta cercando di evitare che il suo litorale venga sacrificato al modello Rimini». il manifesto, 7 luglio 2017 (c.m.c.)

L’Italia unita è un paese malato di autolesionismo, che ha ingaggiato una guerra senza quartiere contro la bellezza del proprio territorio ammirata in tutto il mondo, dilapidando una ricchezza formata da capolavori di interazione tra l’uomo e l’ambiente, depositati strato su strato generazioni dopo generazioni.

Il pesce purtroppo puzza dalla testa: soprattutto negli ultimi decenni lo Stato si è fatto sostenitore di interessi particolari, quelli del partito del cemento, a scapito degli interessi generali legati alla difesa del suolo, al risanamento idrogeologico, alla cura del paesaggio e dei segni della storia, alla salute dei cittadini.

Si sono succeduti governi con denominazioni varie, alcuni di centro destra, altri di centro sinistra e gli ultimi di centro sinistra destra, tutti però ammantati dallo stesso colore grigio cemento: la “Legge obiettivo” del governo Berlusconi (n.443/2001) e il più recente decreto “Sblocca Italia” del governo Renzi n.133/2014 esprimono la stessa filosofia e manifestano la stessa incoscienza.

Il risultato è che in Italia si consumano 55 ettari al giorno, pari a circa 7 metri quadrati al secondo, con opere spesso capaci di incrementare a dismisura il già cospicuo debito pubblico, senza alcun riguardo per i più gravi problemi del Pianeta: la siccità e il riscaldamento globale.

Soltanto alcune realtà municipali hanno provato a contrastare questo andazzo scriteriato affermando il principio che la terra non è risorsa infinita a disposizione di qualsiasi interesse economico immediato, ma bene limitato da preservare per le future generazioni, da coccolare per produrre cibo sano con tecniche agricole non energivore né inquinanti e per costruire il senso di appartenenza delle comunità in contesti meno sterili e amorfi di quelli attuali. Si sono affermati qua e là (fiori nel deserto arido della mercificazione) percorsi di democrazia partecipata e le Amministrazioni sono giunte a decisioni importanti confrontandosi con gruppi di cittadini informati e responsabili.

Ci sono state per esempio le esperienze di Cassinetta di Lugagnano (MI), di Grottammare (AP), di Pollica in provincia di Salerno (dopo il contrasto tra cementificatori e innovatori che ha portato all’assassinio del sindaco Angelo Vassallo).

E’ ora il caso di seguire le vicende di Condofuri (RC), la cui Amministrazione guidata da Salvatore Mafrici ragionando con i cittadini riuniti nel “Laboratorio Territoriale”, sta cercando di evitare che il suo litorale venga sacrificato al modello Rimini imperversante sulle coste di tutta la Calabria, per ripristinare invece l’ecosistema dunale e il paesaggio ormai raro delle spiagge “non attrezzate”.

Il tutto nell’ambito di una visione del territorio che cerca di ritrovare e valorizzare le sue qualità primarie (fertilità della terra, biodiversità, bellezza storica dei luoghi) puntando anche su una destagionalizzazione del turismo. Il 7 luglio, nell’aula del Consiglio comunale, si svolgerà un episodio decisivo del confronto democratico che sta portando all’approvazione di un progetto di riqualificazione costiera i cui orientamenti sono racchiusi nel concetto di “Parco a mare”.

Carlo Rovelli, famoso fisico e autorità morale, come cittadino onorario di Condofuri è intervenuto nella faccenda con un accorato parere sulle scelte che si stanno per compiere.

Lo mettiamo a disposizione dei lettori come prezioso strumento di riflessione generale.

La lettera aperta di Carlo Rovelli

Carissimi amici e concittadini di Condofuri, e caro Sindaco,

due anni fa mi avete fatto un regalo immenso, offrendomi la Cittadinanza Onoraria e accogliendomi fra voi con un calore e un affetto che ancora mi scaldano il cuore. Permettetemi di mandarvi oggi il mio parere riguardo alle difficili decisioni che Condofuri sta affrontando riguardo alla sistemazione della sua costa.

Non conosco i dettagli tecnici di una questione così complessa e purtroppo non sono lì con voi per discuterne, ma credo di poter offrire lo stesso qualche considerazione utile, perché ci sono anche aspetti della questione che si vedono forse meglio da lontano che da vicino.

Condofuri, ho continuato a ripeterlo ogni momento passato con voi, è meravigliosa, e dispone di una ricchezza immensa: da lontano, confrontandola con il resto del mondo, è evidente: la natura strepitosa e magica che vi circonda, rimasta miracolosamente intatta fino ad ora. È una ricchezza che sarebbe un errore tragico mettere in pericolo.

Quello mi preme dirvi, forse anche correggendo quello che ho letto al riguardo, è che il motivo primo per il quale Condofuri deve difendere la sua natura, non è il senso di responsabilità rispetto al pianeta o rispetto al resto del mondo. È per Condofuri stessa. La decisione è quanto rovinarsi diventando una delle innumerevoli tristi e povere cittadine balneari, o quanto invece diventare luogo privilegiato di natura e bellezza.

La scelta mi è particolarmente chiara proprio per il luogo dove vivo: in Francia, sul mare, nella cittadina di Cassis, che sta al bordo del Parco Nazionale dei Calanques. A differenza di tante altre località della Costa Azzurra, che hanno distrutto la natura riempiendosi di cemento e stazioni balneari, Cassis ha difeso la sua costa selvaggia e intatta. Sono state scelte difficili, ma oggi è chiaro a tutti che sono state le scelte vincenti: oggi Cassis è la meta più ambita e uno dei luoghi più privilegiati dell’intera costa francese.

Condofuri ha le stesse potenzialità. Non distruggetele, ve lo chiedo con il cuore. Non solo perché fareste male alla Terra, ma sopratutto perché fareste male al futuro tanto economico quanto estetico di Condofuri. Quando sono stato a Condofuri due anni fa sono tornato a vedere quel meraviglioso piccolo bosco di Eucalipti lungo il mare, accanto alla foce. Ho camminato lungo la spiaggia verso Condofuri e ho percorso lunghi tratti di costa senza cemento e stabilimenti balneari. Avete un paradiso.

Non fatevi incantare dalle sirene di un facile guadagno vicino o da interessi particolari, guardate alla ricchezza molto più grande che sta nascosta nella vostra natura, non ve ne pentirete certamente, e il futuro sarà fiero delle vostre scelte di oggi. Questo è il mio parere. Con immenso affetto,

Carlo Rovelli
Orgogliosamente cittadino onorario di Condofuri

«La legge regionale lombarda n.31/2014 così come recentemente modificata, sembra avviata, paradossalmente, ad accelerare l’attuazione delle aree programmate rimettendo in gioco anche quelle ferme da tempo». millenniourbano, 4 luglio 2017 (c.m.c.)

Il Consiglio della Regione Lombardia nella seduta del 23 maggio 2017 ha approvato una significativa modifica alla LR 31/2014 e ha contemporaneamente adottato la variante del PTR (Piano Territoriale Regionale) in attuazione di quanto previsto a fine 2014 dalla medesima legge approvata nell’autunno di quello stesso anno. La legge prevede di fissare attraverso il PTR soglie per una progressiva riduzione dell’elevato quantitativo di aree programmate e non attuate esistente nei piani comunali, e definisce a tale fine un periodo transitorio di moratoria, di circa 2 anni, entro il quale i comuni possono fare unicamente varianti di riorganizzazione dei piani, ma non possono prevedere il consumo di nuovo suolo agricolo (1).

I contenuti della prima bozza degli elaborati del PTR erano stati commentati su questo sito ad aprile 2016 (2), manifestando molte perplessità sulla loro possibile efficacia ai fini del contenimento del consumo di suolo. Gli elaborati del PTR adottato a maggio sono stati alleggeriti e resi più leggibili rispetto alla prima bozza, ma l’impostazione attuativa è rimasta invariata. In ogni caso quel poco di utile che il PTR poteva portare alla pianificazione di area vasta rischia di essere neutralizzato dai sorprendenti contenuti della contemporanea modifica alla LR 31/2014. Il tema è molto tecnico e complesso. Provo qui a sviluppare qualche considerazione preliminare attraverso un’esposizione semplificata dei contenuti della modifica, senza addentrarmi nei dettagli, per dare un’idea degli effetti che ne deriveranno.

La LR 31/2014 nel suo testo originario aveva previsto un percorso attuativo lineare, attraverso un PTR che dettasse gli indirizzi, da declinare successivamente nei PTCP/PTM (Piani Territoriali di Coordinamento Porivnciale / Piano Territoriale Metropolitano) secondo le specificità delle singole province e della Città metropolitana, e infine da attuare operativamente nei piani comunali secondo le disposizioni dei piani provinciali e metropolitano. Il tutto era calendarizzato secondo tempi stringenti, e fino all’approvazione dei PTCP/PTM le possibilità di modificare la pianificazione comunale venivano molto limitate. Il percorso è entrato in crisi quando ANCI ha fatto notare che i tempi si stavano allungando troppo: l’adeguamento del PTR ha infatti già oggi accumulato un ritardo di quasi due anni, e i PTCP probabilmente richiederanno molto più dei 12 mesi originariamente previsti.

La Regione ha così adottato una variante alla legge che ha di fatto eliminato l’obbligo per i comuni di attendere l’approvazione delle varianti dei PTCP/PTM, permettendo da subito di attuare direttamente quanto previsto dalla LR 31/2014 attraverso una sorta di autocertificazione dei comuni stessi. Gli effetti negativi della modifica normativa non si fermano qui, ve ne sono altri, che rischiano di portare al risultato esattamente opposto a quel contenimento di consumo di suolo che è fin dal titolo dichiarato come obiettivo principale della legge.

Per tutto il periodo fino all’adeguamento dei PTCP i comuni possono modificare il PGT (Piano di Governo del Territorio) a patto di realizzare un “Bilancio ecologico sostenibile” (così definito dalla legge) pari a zero. In parole semplici nel PGT per prevedere nuovi ambiti di trasformazione che impegnano suolo agricolo si deve contemporaneamente ridestinare ad uso agricolo almeno una pari quantità di superficie programmata ma non ancora attuata. Accade così che previsioni insediative che fino ad oggi non sono state attuate perché poco appetibili per il mercato si trovano improvvisamente ad assumere un valore, potendo essere scambiate per rendere edificabile una zona agricola più appetibile collocata in un’altra parte del territorio comunale.

Di fatto la modifica alla legge ha attivato un plusvalore, una sorta di rendita fondiaria, un regalo per i fortunati proprietari delle aree programmate, comprese tutte quelle società e banche che nel periodo di crescita immobiliare, prima del 2007, avevano acquisito e inserito nei loro bilanci ampie aree con prospettive edificatorie. Inoltre, a quantitativo complessivo bloccato i proprietari delle aree oggi programmate si trovano in pratica ad operare in una situazione di quasi monopolio.

Fino a ieri il mercato immobiliare fermo spingeva molti proprietari ad accettare nel PGT il ritorno a destinazione agricola delle aree programmate per evitare di continuare a pagare le salate tasse collegate con la previsione edificatoria. In questi due anni dopo l’entrata in vigore della L 31/2014 i pochi comuni che si sono avventurati nella variazione del proprio PGT hanno potuto ridurre in modo consistente le aree programmate, anche oltre il 50%, in generale senza resistenze da parte dei proprietari, con qualche eccezione. Ora, la prospettiva di potere rimettere in gioco in altri settori comunali i diritti edificatori, anche mediante permute, restituisce interesse ai proprietari. Qualche primo segnale in tale senso si vede già a un solo mese dall’approvazione della variante normativa. La legge sul contenimento del consumo di suolo così modificata sembra avviata, paradossalmente, ad accelerare l’attuazione delle aree programmate rimettendo in gioco anche quelle ferme da tempo e meno appetibili per il mercato.

Il fatto che l’approvazione dei PTCP non sia più condizione preliminare necessaria per variare i PGT allontanerà probabilmente nel tempo la redazione delle varianti dei PTCP, almeno fino a quando non si arriverà vicini all’esaurimento del quantitativo di aree programmate attraverso permute e riprogrammazioni in zone più favorevoli. Teniamo presente che oggi negli organi delle province ci sono gli amministratori comunali, e a loro spetta la decisione di quando avviare le modifiche al PTCP.

Unica via d’uscita, almeno per il periodo di transizione fino all’approvazione dei PTCP, è di rafforzare le verifiche di compatibilità delle province sui piani comunali, anche utilizzando gli importanti principi sul ruolo dei piani provinciali affermati dal Consiglio di Stato a giugno 2016 (3). La modifica alla LR 31/2014 attribuisce alle province, questo è un aspetto positivo, il compito di verificare i PGT rispetto ai criteri generali del PTR. Considerando che già oggi molti dei PTCP vigenti contengono indicazioni dettagliate che in parte si sovrappongono ai criteri generali del PTR, basterebbe raccoglierle e creare un quadro di corrispondenze rispetto a ciascuno dei criteri regionali per fornire un utile riferimento ai tecnici provinciali che hanno il compito di verificare i PGT. Tutto questo potrebbe essere fatto a normativa invariata, in attesa delle varianti dei PTCP, semplicemente riorganizzando quanto le province hanno già fatto fino ad oggi.

(1) Sulla LR 31/2014 vedere intervento su Arcipelago Milano 3 dicembre 2016.
(2) Sulla proposta di PTR vedere serie di 3 articoli su Millennio Urbano del 27 , 30 marzo , 4 aprile 2016.
(3) Sentenza del Consiglio di Stato n.2921/2016 nella quale viene definita la funzione di coordinamento territoriale sui temi di area vasta; vedere articolo su Arcipelago Milano del 13 luglio 2016.

Disattenzione e buona fede in un documento generoso nelle intenzioni, condivisibile in molte sue parti, ma negativo nei potenziali effetti su un punto decisivo. Ecco perché non aderiamo, e preghiamo molti amici di ripensarci (in calce il testo del documento). 8 giugno 2017

Abbiamo letto l'appello dal titolo Decologo per una città ecologica (riportato integralmente in calce) a cui hanno aderito personaggi caratterizzati da una intelligente attenzione alle questioni della città e del territorio, dalla critica costante alle logiche di sfruttamento economico e sociale e di degrado delle qualità culturali, naturali e sociali di ciò che resta del Bel Paese. Citiamo tra gli altri Carlo Cellamare, Paolo Maddalena, Giorgio Nebbia, Marco Revelli, Enzo Scandurra, Guido Viale, tutte persone delle quali abbiamo la massima stima; molte delle quali collaborano sistematicamente con eddyburg.

Evidentemente la fretta e la fiducia nelle persone che hanno incautamente proposto l'appello hanno prevalso sull'attenzione di un aspetto rilevante dell'appello. In esso infatti sostanzialmente si condivide il disegno di legge governativo sul consumo di suolo (ex Catania) già approvato dalla Camera dei Deputati.

Ci permettiamo di ricordare ai nostri amici il giudizio che più volte abbiamo espresso a proposito di quel documento, riproducendo qui di seguito integralmente il contenuto del nostro Eddytoriale n.168 del 11 dicembre 2015. (e.s.)

EDDYTORIALE N. 168

È ferma in Parlamento la proposta di legge sul consumo di suolo. Non ne siamo affatto dispiaciuti. Prima si mette una pietra su quel documento meglio è. Abbiamo apprezzato a suo tempo l’impegno dell’allora ministro per l’Agricoltura Mario Catania ad affrontare il tema con la volontà di risolverlo, sebbene ne avessimo criticato fin da allora l’impostazione. Abbiamo seguito e criticato via via le modifiche apportate e i cospicui peggioramenti del testo iniziale, e abbiamo assistito infine al suo completo stravolgimento: così evidente che il suo originario promotore ne ha preso recentemente le distanze

Quindici anni dopo

Come è noto ai frequentatori di eddyburg siamo stati i primi a sollevare, nell’ormai lontano 2005, il problema del carattere, delle dimensioni, della dinamica del consumo di suolo nel nostro paese e a indicare l’urgenza di affrontare energicamente il fenomeno per arrestarlo.

Nella società, e in alcune, pochissime, amministrazioni locali qualcosa si è mosso. “Stop al consumo di suolo” è diventato uno slogan diffuso e ha prodotto la nascita di interessanti e positive iniziative di massa, quali l’associazione e il forum promossi dal sindaco di Cassinetta di Lugagnano, Domenico Finiguerra, di cui siamo stati partecipi. La maggior parte dei comitati e dei gruppi di cittadinanza attiva impegnati nella difesa del territorio, l’ambiente, il paesaggio hanno assunto il contrasto al consumo di suolo tra i propri obiettivi.

Ma sul terreno della politique polticienne e delle istituzioni nulla si è mosso. Nessun provvedimento serio è stato preso a livello nazionale. A livello regionale una sola regione, la Toscana, ha prodotto una legge esemplare, dovuta alla sapiente determinazione dell’assessore Anna Marson e all’appoggio che per un lungo periodo le ha dato il presidente Enrico Rossi. L’espressione “consumo di suolo” ha continuato a girare nelle rotonde parole della politica e della cultura (sebbene si sia passati dallo sbrigativo “stop al consumo di suolo” al più morbido e ragionevole “contenimento del consumo di suolo”). Ma si è subito accompagnato a un’altra espressione, “rigenerazione urbana”. Espressione di per sé non disdicevole ma, come tutte le parole, suscettibile di interpretazioni diverse, e anzi opposte. Oggi, nel contesto dell’attuale discorso sul “contenimento del consumo di suolo”, è diventata la parola il cui significato concreto è “la nuova forma della speculazione immobiliare”. Vogliamo annotare subito il poderoso contributo che a questo rovesciamento di senso hanno dato l’accademia e la cultura urbanistica “ufficiale” rappresentata dall’INU, da tempo diventato il facilitatore delle fortune dei poteri immobiliari.

A che punto stanno le cose oggi?

Esiste (ancora) la proposta ferma al Parlamento nazionale. Abbiamo già detto che la sua definitiva sepoltura è del tutto auspicabile, poiché è una legge che, ove fosse approvata, non darebbe nessun risultato positivo per quanto riguarda la riduzione del consumo di suolo per le ragioni che sono state puntualmente indicate su queste pagine negli articoli di Vezio De Lucia, di Cristina Gibelli, di Ilaria Agostini. In una parola, essa prevede lo svolgersi di una tale successione di atti e di una tale concatenazione di interventi delle diverse figure istituzionali da richiedere tempi misurabili in anni se non in decenni e, soprattutto, da consentire innumerevoli interruzioni del percorso stabilito. Essa inoltre aprirebbe la strada a quella “rigenerazione urbana” speculativa cui abbiamo accennato, e su cui torneremo. Ci confortano nella nostra posizione le parole che ha recentemente espresso l’on. Mario Catania: «poi è entrata la parte della rigenerazione urbana» ha detto l’ex ministro, «e se fosse approvato sarebbe inefficace» (la Stampa, 5 dicembre2015).

La buona legge

Esiste, come abbiamo ricordato, una legge della regione Toscana, pienamente vigente. Essa ha superato un passaggio al vaglio della Corte costituzionale, che l’ha ripulita di due discutibili norme inserite nell’iter su richiesta dell’Anci, e per nulla incidenti sulla struttura della legge. È una legge di cui abbiamo ampiamente illustrato la positività, che brevemente riassumiamo.

Sulla base di una precisa definizione dei termini impiegati (in particolare la distinzione tra territori urbanizzati e territori rurali) la legge prescrive che i piani comunali delineino nettamente il confine che separa il territorio oggi urbanizzato da quello rurale. Ogni nuovo intervento di nuova edificazione o di trasformazione urbanistica deve essere collocato all’interno del territorio urbanizzato. Nel territorio rurale non sono mai consentite nuove edificazioni residenziali; sono invece possibili limitate trasformazioni di nuovo impianto per altre destinazioni, solo se autorizzate dalla conferenza di pianificazione di area vasta (alla quale partecipa la Regione, con diritto di veto) cui spetta di verificare che non sussistano (anche nei comuni limitrofi) alternative di riuso o riorganizzazione di insediamenti e infrastrutture esistenti.

Naturalmente la legge definisce con precisione ciò che i comuni possono autorizzare o non autorizzare fino all’approvazione di nuovi piani conformi alle nuove prescrizioni regionali, nonché le regole da seguire nelle trasformazioni delle aree già urbanizzate per evitarne il degrado ambientale o sociale, per rispettare il rapporto tra aree edificate e aree libere, tra volumi e spazi aperti, tra abitanti e spazi pubblici e usi pubblici e così via. Una legge, insomma, che costituisce un piccolo manuale della buona urbanistica; essa dovrebbe costituire un testo da studiare in tutte le sedi universitarie che si occupino di trasformazioni del territorio, e siano davvero orientate alla formazione di tecnici impegnati nella progettazione e realizzazione di un corretto uso del suolo, rurale ed urbanizzato, e non nella corruzione del mestiere di urbanista in quello di facilitatore delle attività immobiliari.

“Rigenerazione urbana” alla veneta

Esiste poi un progetto di legge della regione Veneto, che illustra splendidamente che cosa si intenda in quella regione (e in tutto il mondo politico e culturale che a quell’esempio si ispira) per “rigenerazione urbana” e su cui vogliamo per questo soffermarci. E il progetto di legge n. 390 «Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo, la rigenerazione urbana e il miglioramento della qualità insediativa», ed è firmata dal presidente della Regione Zaia e da un plotone di suoi seguaci.

Cominciamo col dire che il contenimento del consumo non c’è (come del resto non c’è il miglioramento della qualità urbana. Si dichiara, è vero, di assumere l’obiettivo di «evitare il consumo di suolo non urbanizzato» e quello di «invertire il processo di urbanizzazione del territorio», ma si esenta da questo “vincolo” una serie di tipologie di aree, pubbliche o private, «finalizzate all’attuazione di opere pubbliche o d’interesse pubblico».

Ne elenchiamo alcune: «edilizia residenziale pubblica o sociale», «aree pubbliche trasferite o da trasferirsi in attuazione del piano di alienazioni del patrimonio immobiliare», «aree individuate da accordi pubblico-privati» già in essere, «aree destinate a interventi di rilievo sovracomunale, previa autorizzazione della giunta regionale».

Non solo, ma nell’attesa di un successivo provvedimento regionale che stabilisca «i limiti del consumo di suolo per finalità urbanistico-edilizio» si consente comunque ai comuni di «individuare nei “piani degli interventi” vigenti fino al 50% delle superfici corrispondenti al carico insediativo aggiuntivo previsto dai “piani di assetto territoriale”», conservandone la capacità edificatoria. Si tenga conto che secondo stime autorevoli, i “piani di assetto territoriale” hanno generalmente convalidato le previsioni contenute nei PRG vigenti, i quali consentirebbero un aumento pari al 40% dell’attuale urbanizzato (vedi: Legambiente Veneto, Osservazioni al progetto di legge della Giuntaregionale del Veneto n. 390. Un parere molto critico lo ha formulato anche il Dipartimento di Progettazione e Pianificazione in Ambienti Complessi.
Nulla, quindi, per il contenimento del consumo di suolo, ma tranquilla prosecuzione del trend che ha fatto del Veneto, come gli stessi presentatori ammettono nell’accattivante relazione, una delle regioni peggiori d’Italia. Ma vediamo in che consiste quello che è il vero obiettivo della legge: la cosiddetta ”rigenerazione urbana” .

Per cominciare si dichiara che «sono da considerarsi d’interesse pubblico anche ai fini dell’eventuale rilascio di permessi da costruire in deroga» una serie di interventi di demolizione (manufatti privi di vincoli di protezione, o ricadenti in aree soggette a rischio idraulico o geologico, manufatti degradati, o che comunque dequalificano il tessuto urbano circostante). Si prosegue dichiarando che «è consentita la riutilizzazione propria dei manufatti demoliti con destinazioni d’uso anche diverse da quelle attuali, in loco o in altra area compresa nel tessuto urbano già consolidato».

Che cosa questo c’entri con una “rigenerazione edilizia” correttamente intesa non si comprende proprio. Basta però andare al comma successivo il quale chiarisce che: «per promuovere la rigenerazione edilizia i comuni possono prevedere «anche in deroga agli strumenti urbanistici vigenti, un incremento premiale della volumetria o della superficie utile fino al 15%», incrementabile fino al 30% se la Giunta regionale è d’accordo.

L’esame, e l’implicita denuncia, potrebbero continuare. Ma limitiamoci a tirar fuori il succo dalle disposizioni. Rigenerazione edilizia “alla veneta” significherebbe aumento indiscriminato dei volumi edificati in ogni parte del territorio già totalmente o parzialmente edificato (comprese le aeree di completamento, cioè d’espansione, previste dai piani vigenti). Significherebbe riduzione del rapporto tra aree edificate e aree libere, tra aree e volumi di proprietà e uso privato e aree e volumi di uso pubblico (e naturalmente nessuna probabilità che all’aumentato numero di abitanti corrisponda un aumento delle dotazioni pubbliche.

Nessuna garanzia di mantenimento in loco degli abitanti già insediati e anzi promozione di un’espulsione delle famiglie e delle attività più povere. Nessuna possibilità di attuare una pianificazione finalizzata ad avere un minimo di razionalità dell’equilibrio tra le diverse funzioni sul territorio) abitazioni, commercio, attività lavorative, servizi pubblici, e quindi mobilità. Il caos primigenio, qualcosa di simile agli slums e alle favelas ma con volumi eccezionalmente maggiori e assoluta irreversibilità della trasformazione

Una proposta di eddyburg

Esiste infine una proposta di legge nazionale di un gruppo di amici di eddyburg, basata sulla possibilità costituzionalmente legittima di un intervento diretto dello Stato che costituisca un vincolo insuperabile per le regioni che volessero resistere.

Già nel 2006 un gruppo di amici di eddyburg aveva presentato una proposta di legge che fu fatta propria dai gruppi parlamentari della sinistra. La XV legislatura si concluse con un nulla di fatto. Poi le varie vicende che hanno condotto alla proposta Catania e al suo progressivo indebolimento. Ci eravamo via via convinti che era illusorio basarsi su procedure che assegnassero un ruolo determinante alle regioni. Se una sola di loro aveva positivamente reagito e il suo esempio non era stato seguito da nessuna delle altre (e platealmente ignorato o contrastato dalla cultura urbanistica ufficiale) occorreva aggiustare il tiro.

Fino ad allora ci si era riferiti alla materia “governo del territorio” di cui all’art. 117, comma 3, della Costituzione, (una disposizione che affida la potestà legislativa alla Regioni, riservando allo Stato la sola determinazione dei principi fondamentali: un percorso - si afferma - inadatto a raggiungere risultati soddisfacenti in tempi ragionevoli).

Nella nuova proposta di legge di eddyburg si suggerisce invece di riferirsi al comma 2, lettera s) dello stessa articolo, che elenca le materie in cui la potestà legislativa è di competenza esclusiva dello Stato. In effetti, come si afferma nella proposta, la salvaguardia del territorio non urbanizzato, in considerazione della sua valenza ambientale e della sua diretta connessione con la qualità di vita dei singoli e delle collettività, costituisce parte integrante della tutela dell’ambiente e del paesaggio.

Questo cambio di prospettiva, che si traduce in una significativa compressione delle competenze legislative delle regioni, è giustificato dal valore collettivo che tali porzioni di territorio hanno assunto non solo per i singoli e le collettività di oggi ma, in una logica di solidarietà intergenerazionale

Per concludere: due modesti obiettivi

Non nutriamo nessuna speranza che l’attuale Parlamento, dominato e di fatto sostituito dall’attuale governo, possa esprimere la volontà di affrontare l’argomento nell’unico modo che ci sembra suscettibile di un risultato positivo. E ci rendiamo anche conto che non basta contenere il consumo di suolo per risolvere tutti i problemi che una effettiva riutilizzazione delle aree giù urbanizzate pone per essere diversa da quella oggi dominante. Cosa, quest'ultima, molto facie se si torna ai principi e alle pratiche della buona urbanistica

Ci proponiamo unicamente di raggiungere due obiettivi.

Il primo è denunciare il ruolo della cultura urbanistica ufficiale. Abbiamo sentito pochissime voci opporsi all’ignobile progetto Zaia (soltanto, in sede locale, quelle di Legambiente Veneto e dell’Università IUAV di Venezia). Ne registreremo volentieri altre se ci perverranno.

Ma soprattutto riconosciamo in quel progetto di legge molti dei gravi cedimenti della corretta urbanistica (un’urbanistica al servizio di tutti gli abitanti, a cominciare dai più deboli, e non al servizio degli interessi immobiliari): i premi di cubatura, le deroghe, la perversa invenzione dei “diritti edificatori”, la possibilità di modificare ad libitum le destinazioni d’uso, i crediti edilizi collocabili al di fuori di qualunque contesto pianificatorio, la scomparsa degli standard urbanistici pubblici, la tranquilla liquidazione dei patrimoni immobiliari pubblici. Ma potremmo continuare il nostro elenco.

Il secondo obiettivo è quello di richiamare l’attenzione delle forze sociali e politiche che intendono “cambiare verso” alla distruzione del territorio e alla crescita del disagio urbano, e sollecitarle ad affrontare il tema con maggiore attenzione e maggior rigore di quello finora dimostrato. Abbiamo l’impressione che - vogliamo dirlo schiettamente - la cultura urbanistica, nel senso di una vigile comprensione del modo in cui il sistema normativo si traduce in concrete decisioni incidenti sulla qualità della vita dei cittadini attuali e futuri sia del tutto assente dalla cassetta degli attrezzi dei decisori.

Comprendiamo che i tempi sono cambiati da quelli in cui campeggiavano nell’arengo politico e amministrativo personaggi come Fiorentino Sullo o Camillo Ripamonti o Aldo Natoli o Giacomo Mancini o Piero Bucalossi, ma qualcosa di più di quello che il panorama attuale presenta si potrebbe pretenderlo. Non ci riferiamo tanto alla “destra” (per i cui esponenti il “verso” attuale è più che soddisfacente e le assicurazioni tecniche della cultura urbanistica ufficiale sono largamente sufficienti per affinità ideologica) ma soprattutto a “sinistra” o dove comunque ci si ponga l’obiettivo di rendere città e territorio più idonei a soddisfare le esigenze attuali e future dei loro abitanti.

DECOLOGO
PER UNA SOCIETÀ ECOLOGICA

Le proposte della comunità scientifica e della società civile per un’Italia a zero emissioni e zero veleni.

Nell’ultimo secolo si è imposto e perfezionato un modello di sviluppo mirato unicamente alla crescita economica e all’accumulazione di profitto con una caratterizzazione meramente quantitativa. Ciò che conta è far crescere il Pil il più possibile, controllare il più possibile le risorse naturali, produrre in maniera intensiva abbattendo il più possibile i costi ambientali e del lavoro, consumare il più possibile, smaltire risparmiando il più possibile. Questo sistema ha determinato conseguenze disastrose per la vita del pianeta e delle comunità umane e ha inasprito le diseguaglianze concentrando la ricchezza in un sempre minor numero di mani. Il mondo appare oggi diviso in due: da un lato chi si arricchisce, appropriandosi di risorse e ricchezze senza limiti; dall’altro chi paga il conto, risultando espropriato di ogni diritto.

Alle emergenze sociali prodotte si somma una crisi ambientale globale pervasiva e allarmante: esaurimento progressivo delle risorse, cambiamenti climatici, alti livelli di contaminazione delle matrici ambientali, gravi impatti sanitari sulle comunità esposte. Tale crisi, diretta conseguenza dell’attività predatoria dell’uomo sul pianeta, è la plateale rappresentazione del fallimento delle scelte politiche dei governi a tutti i livelli: non è esternalità casuale, degenerazione di un processo virtuoso, ma diretto prodotto dell’insieme delle scelte messe in campo, del quadro delle priorità inseguite, del modello di produzione scelto.

Le politiche attualmente in campo in termini di sfruttamento delle risorse naturali, di produzione, consumo e smaltimento degli scarti sono del tutto incompatibili con ogni istanza di giustizia ambientale, sociale e democratica.
Il nostro Paese si inserisce perfettamente in questo quadro e ne è attore protagonista: nonostante gli impegni assunti dai governi in sede europea e internazionale, l’intera economia italiana risulta ancora fondata su principi di insostenibilità: il modello energetico è basato in larga parte sullo sfruttamento di fonti fossili; il modello produttivo è fondato su un sistema lineare di sfruttamento dell’uomo e della natura; il modello infrastrutturale è ostinatamente ancorato alla necessità di costruire grandi opere impattanti e dalla dubbia utilità, la cui principale ratio è la distribuzione clientelare di appalti; il modello di gestione dei rifiuti è costruito sull’assunto che l’incenerimento sia parte fondante del processo; il modello sanitario è legato a una visione in virtù della quale si cura (poco e male) chi è malato senza immaginare meccanismi di prevenzione primaria; i processi decisionali risentono di una progressiva tendenza all’accentramento, spogliando le comunità locali e i cittadini di ogni possibilità di consapevole e attiva partecipazione.

Per queste, e per molte altre ragioni, la risposta alla crisi ambientale non può e non deve essere esclusivamente appannaggio della rappresentanza politica e dei soggetti economici privati ma è necessario innescare un meccanismo collettivo di ripensamento della società nella sua integralità: c’è bisogno di un’alleanza tra società civile e comunità scientifica che si ponga l’obiettivo di immaginare un paradigma alternativo di sviluppo e di dotarsi degli strumenti per realizzarlo.

Abbiamo moltissime urgenze sulle quali lavorare, e altrettante proposte per farlo.
La costruzione di una società ecologica non è più soltanto una necessità ma un’urgenza.

I DIECI PUNTI

1) Modello energetico

La produzione energetica in Italia è ancora primariamente concentrata sullo sfruttamento delle risorse fossili, con un aumento negli ultimi anni di nuovi progetti di ricerca ed estrazione di petrolio e gas in terra e in mare. Il boom delle fonti rinnovabili, spinto dalle discutibili politiche incentivanti 2004-2013, si è arenato sotto il peso di un drastico taglio alle agevolazioni e di un quadro riferimento normativo ostile, opaco e instabile. Di contro, continuano a essere incentivate dai fondi le fonti fossili per 14,7 miliardi di euro l’anno. Inoltre, una transizione energetica orientata al contrasto ai cambiamenti climatici, alla sicurezza di approvvigionamento e alla distribuzione di ricchezza non può ragionare soltanto della fonte energetica ma deve necessariamente investire in via prioritaria il ripensamento del modello di produzione, trasformandolo da modello centralizzato e piramidale a modello “misto”, con una forte prevalenza della generazione distribuita: una reale democrazia energetica.

Per operare un profondo ripensamento del sistema di produzione energetico è fondamentale:
Approvare una moratoria sui nuovi progetti estrattivi riguardanti combustibili fossili
Abbandonare ogni progetto di estrazione non convenzionale
Procedere all’eliminazione dei sussidi pubblici alle fonti fossili (14,7 miliardi di euro annui solo per l’Italia, 5300 miliardi a livello globale)
Introdurre un sistema di fiscalità ambientale con la previsione di una carbon tax a livello nazionale, spingendo affinché sia allargata a livello europeo e globale
Sostenere interventi di efficientamento energetico nell’agricoltura, nell’edilizia, nei trasporti e nel settore manifatturiero, ecc., attraverso risorse pubbliche sottratte al patto di stabilità e un Piano Straordinario da sostenere con un Fondo ad hoc gestito, ad esempio, dalla Cassa Depositi e Prestiti, e incisive politiche di defiscalizzazione
Implementare a tappe serrate l’uscita totale dal carbone come fonte di produzione energetica entro il prossimo decennio
Adottare e implementare una road map adeguata per assicurare la completa decarbonizzazione del modello energetico al 2050
Legare l’utilizzo dell’energia da biomasse nella transizione energetica a rigidi criteri di sostenibilità ambientale e sociale, limitandosi alle sole biomasse di scarto e solo a usi complementari a quelli ottenibili con altre rinnovabili.
Promuovere un modello di produzione distribuito dell’energia, attraverso l’adeguamento e la completa digitalizzazione delle reti di distribuzione dell’energia e politiche di incentivazione ai cittadini (cd prosumer)

2) Modello produttivo

Il settore industriale italiano è quanto di più lontano ci sia da un sistema produttivo sostenibile. Un’economia basata sul consumo acritico e su un ciclo di vita lineare delle materie (estrazione, produzione, consumo e smaltimento) ha costi ambientali e sociali troppo elevati. Il combinato di crisi economica e ambientale è un segnale chiaro dell’urgenza di una svolta che deve coincidere con una radicale conversione ecologica del tessuto produttivo, del modo in cui produciamo e del modo in cui consumiamo, a favore di un’economia in grado di produrre (meno) beni e (più) servizi con modalità che rispettino l’ambiente e la salute. Gli elementi necessari a questa transizione sono il passaggio dal gigantismo delle strutture proprie dell’economia fossile alla diffusione, differenziazione e interconnessione delle attività produttive e alla diminuzione dell’orario di lavoro. Tale modello ridurrebbe al contempo le disuguaglianze economiche e sarebbe a maggiore densità di lavoro rispetto a quello attuale, creando occupazione degna e di qualità.

Affinché tale cambiamento sia possibile è necessario agire in queste direzioni:
Promuovere il riavvicinamento sia fisico (“Km0”) sia organizzativo tra produzione e consumo grazie ai rapporti diretti fra cittadinanza attiva, imprenditoria locale e governi del territorio che devono avere il controllo congiunto dei servizi pubblici e partecipare alla definizione delle risorse a sostegno della conversione ecologica
Sottrarre ai vincoli del patto di stabilità gli investimenti destinati al welfare municipale e alle conversioni produttive e ridurre il debito pregresso nell’ambito dei servizi locali in misura sufficiente a non essere di ostacolo a questi processi
Rivedere il Piano Nazionale Industria 4.0 che si limita alla mera digitalizzazione dei processi produttivi prevedendo incentivi all’efficientamento e alla decarbonizzazione e affrontando le ricadute sociali e ambientali del modello produttivo attuale.
Applicare la Direttiva Europea sull’ Economia Circolare promuovendo distretti produttivi simbiotici e rendendo obbligatorio l’uso razionale e il riuso delle materie prime e delle risorse tramite eco-progettazione (a monte), filiere sostenibili e corretto trattamento degli scarti (a valle);
Incentivare la conversione lavorativa attraverso la riqualificazione professionale e la formazione dei lavoratori affinché possano usufruire delle nuove opportunità date dai settori industriale, edile, artistico e dei servizi che usano soluzioni e tecniche di produzione ecosostenibili.
Varare politiche di inclusione sociale, favorendo l’inserimento di categorie vulnerabili e soggetti in condizioni di difficoltà e di svantaggio.
Prevedere azioni di controllo contro politiche di greenwashing, riferibili alle aziende, organizzazioni e istituzioni politiche che costruiscono un’immagine di sé ingannevolmente verde danneggiando consumatori, aziende e ambiente.

3) Modello agricolo e alimentazione

Il modello di produzione agricolo, in Italia come altrove, è sempre più basato su sistemi di coltivazione intensiva e sull’utilizzo massiccio di agrotossici. Tali pratiche impoveriscono i terreni, rendono insalubri e spesso tossici gli alimenti prodotti e contribuiscono ad alimentare un sistema di sfruttamento intensivo non solo dei campi, ma anche della forza lavoro, attraverso il ricorso al caporalato e con condizioni di lavoro inaccettabili per i braccianti. Si assiste inoltre alla progressiva concentrazione di grandi quantità di terre in poche mani. Stesse considerazioni valgono per i sistemi intensivi di allevamento zootecnico, che si traducono nella produzione di cibo di scarsa qualità, con l’aggravante del trattamento disumano degli animali. Tra le varie attività umane, il settore dell’allevamento è quello che richiede il maggiore utilizzo di terreni, e contribuisce in maniera sensibile al consumo di acqua e alle emissioni di gas climalteranti. Occorre infine considerare che in totale lo spreco alimentare domestico annuo in Italia ha un valore calcolato di 13 miliardi di euro, che corrispondono all’1% del Pil.
Per l’affermazione di un modello agricolo sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale sarebbe necessario:
Privilegiare produzioni di piccola scala, sia nelle coltivazioni che nell’allevamento di bestiame
Vietare l’utilizzo di pesticidi e sostanze chimiche e prediligere sistemi organici e biologici
Estendere in maniera capillare le maglie del controllo sullo sfruttamento dei lavoratori agricoli in modo da eradicare la pratica del caporalato
Non limitarsi a vietare l’utilizzo di sementi Ogm ma vietare altresì l’importazione e la vendita in Italia di prodotti provenienti da colture Ogm.
Non implementare colture energetiche dedicate privilegiando la produzione di cibo di qualità
Rendere accessibile il cibo di qualità attualmente proibitivo per le fasce di popolazioni più vulnerabili
Creare sistemi di tracciabilità dei prodotti in etichetta affinché sia possibile per i cittadini risalire alle informazioni relative al luogo di produzione, alle sostanze utilizzate per la produzione, alla distribuzione del valore attraverso la filiera etc.
Tutelare la diversità genetica dei semi a livello locale promuovendo e foraggiando le tecniche tradizionali di cura e rigenerazione delle sementi da parte degli agricoltori
Sottrarre alla Grande Distribuzione il monopolio del mercato del cibo, rafforzando relazioni di prossimità tra produttore e consumatore, ad esempio attraverso i Gruppi di Acquisto Solidale e la messa a sistema delle reti esistenti di distribuzione sostenibile.
Modificare le produzioni agricole per ridurre drasticamente l’impronta idrica e andare verso produzioni agricole carbon neutral incrementando il carbonio organico nei suoli.

4) Cementificazione e consumo di suolo

Secondo l’ultimo rapporto sul consumo di suolo elaborato dall’Ispra, tra il 2013 e il 2015 la cementificazione ha invaso 250 km2 di territorio, 35 ettari al giorno. In Italia si perdono circa 4 metri quadrati di suolo ogni secondo. Sebbene nel 2016 sia stato approvato un DDL sul contenimento del consumo di suolo, esso risulta parziale e poco efficace per raggiungere gli obiettivi auspicati: per rendere il provvedimento efficace occorrerebbe anzitutto includere all’interno della definizione di consumo di suolo, tra le altre, le superfici destinate ai servizi di pubblica utilità di livello generale e locale, le aree destinate alle infrastrutture e agli insediamenti prioritari, le aree in cui sono previsti gli interventi connessi in qualsiasi modo alle attività agricole. L’esclusione di tali categorie è il primo ostacolo per il raggiungimento degli obiettivi di contenimento fissati per legge.
Per tali ragioni urge:
Stabilire obiettivi di riduzione del consumo di suolo sempre più stringenti di anno in anno in modo tale da garantire il raggiungimento dell’obiettivo “consumo di suolo zero al 2050”
Promuovere e sostenere il recupero del patrimonio esistente e la rigenerazione urbana, in modo da scoraggiare il nuovo edificato su suolo vergine e mirando tali processi all’inclusione sociale e la riconversione ecologica dell’esistente.
Evitare ulteriore cementificazione degli spazi urbani e industriali da recuperare e aumentare il livello di rinaturalizzazione.
Incentivare il monitoraggio partecipativo del consumo di suolo.
Incentivare il coinvolgimento delle realtà locali nei processi di pianificazione urbana e di rigenerazione.

5) Grandi opere e infrastrutture

Il solo decreto Sblocca Italia varato nel 2014 ha sbloccato 14 grandi opere per un valore stimato di quasi 29 miliardi di euro, sostenendo uno schema di investimenti pubblici che favorisce la costruzione di infrastrutture impattanti e dalla dubbia utilità a scapito di interventi diffusi di risanamento del dissesto idrogeologico dilagante nel paese. Tale orientamento della spesa pubblica comporta una consistente diminuzione del welfare, cui si sommano, gli impatti ambientali, sociali prodotti dalle opere finanziate. Ulteriore elemento di criticità riguarda il carattere impositivo insito nella definizione e implementazione delle mega infrastrutture, che depauperano sistematicamente le comunità impattate dalla possibilità di partecipare ai processi decisionali.
Cambiare il modello infrastrutturale necessita di un profondo ripensamento, che non può non partire dal:
Ripensare le infrastrutture strategiche per il paese in un’ottica low carbon, come indicato tra gli altri dal Report della Global Commission on Economy and Climate presieduta da Nicholas Stern.
Rinunciare alla costruzione di mega infrastrutture energetiche legate all’utilizzo delle fonti fossili
Rinunciare ai progetti infrastrutturali connessi alla difesa militare, a partire da quelli stranieri e legati a servitù militari, ripristinando la sovranità nazionale sul territorio
Riorientare gli investimenti pubblici per le mega opere impattanti in investimenti per il risanamento idrogeologico del territorio. Il dissesto interessa l’82% dei comuni italiani, circa 30.000 kmq di territorio da nord a sud del paese ed è costato in termini di danni causati da calamità naturali tra il 1944 e il 2011 più di 240 miliardi di euro di fondi pubblici, circa 3,5 miliardi di euro all’anno. (Fonte: Anci-Cresme).

6) Gestione dei rifiuti

Il modello nazionale di gestione dei rifiuti è caratterizzato da gravi inefficienze e, soprattutto, dall’incapacità di costruire strategie basate sulla corretta gerarchia di gestione dei rifiuti: riduzione a monte, riuso, riciclo, recupero energetico, smaltimento. Nonostante le gravi conseguenze sanitarie e ambientali – provate da una vasta letteratura scientifica – discariche e inceneritori restano infatti i cardini della gestione rifiuti a livello nazionale. Con il decreto Sblocca Italia, il dicastero dell’Ambiente ha elevato gli inceneritori a “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale” dichiarando di fatto una precisa volontà politica: incentivare e favorire il business dell’incenerimento dei rifiuti. L’attuazione di una gestione sostenibile dei rifiuti passa al contrario e necessariamente per l’applicazione delle direttive comunitarie (come la Direttiva 2008/98/CE), per il rispetto del principio di precauzione e per la messa a sistema di una corresponsabilità tra enti, cittadini e imprenditoria.
Per intraprendere la strada della sostenibilità occorre:
Applicare la corretta gerarchia della gestione in un’ottica Rifiuti Zero.
Dismettere gli impianti di incenerimento, eliminando gli incentivi economici pubblici per qualsiasi forma di combustione dei rifiuti e abbandonando i processi di combustione, prima causa della scadente qualità dell’aria nel nostro paese.
Abrogare l’articolo 35 del decreto Sblocca Italia e rinunciare alla costruzione della nuova impiantistica prevista dal Decreto Inceneritori.
Potenziare la raccolta differenziata porta a porta con il sistema di tariffazione puntuale.
Sviluppare strumenti fiscali per incentivare la raccolta differenziata di qualità
Sviluppare una gestione orientata alla massima efficienza economica dei servizi di raccolta e smaltimento.
Riorganizzare il sistema dei consorzi CONAI con una regolazione pubblica dei contributi per renderli inversamente proporzionale alla riciclabilità dei materiali immessi a consumo.
Promuovere e incentivare la realizzazione di impianti finalizzati al recupero di materia: impianti a freddo per il trattamento di materiali accoppiati (come il tetra-pak) e multimateriali non recuperabili con il porta a porta.
Privilegiare la realizzazione di impianti di compostaggio aerobico eventualmente accompagnato da digestione anaerobica di qualità
Incentivare e promuovere iniziative, incentivi, azioni e progetti che consentano di prevenire a monte la produzione dei rifiuti.
Incentivare buone pratiche di riuso, riciclo, riduzione come il compostaggio domestico e di comunità.
Tenere in considerazione, in fase di progettazione dei prodotti, la scomponibilità e recuperabilità degli oggetti per favorire la re-immissione dei materiali nei cicli produttivi
Disincentivare l’acquisto di prodotti non riciclabili e usa e getta.

7) Mobilità

Il modello di trasporti può dirsi sostenibile quando risponde efficacemente alle esigenze dei cittadini, riduce il traffico, migliora la qualità dell’aria, taglia i consumi energetici. Il sistema di trasporto pubblico in Italia è invece caratterizzato da gravi inefficienze, dall’insufficienza di offerta di sistemi di mobilità sostenibile (trasporti su rotaie, piste ciclabili, sistemi di car sharing etc.) e dalla netta prevalenza di sistemi di trasporto su gomma, con preminenza dei veicoli privati anche per gli spostamenti quotidiani. Altrove, la direzione verso la mobilità sostenibile ha preso da tempo la via della multimodalità: integrare modelli di trasporto diversi e a basso impatto, una direzione ancora molto lontana dal modello diffuso nel nostro paese.
Per promuovere un modello di trasporti realmente sostenibile occorrerebbe anzitutto:
Rafforzare le reti di trasporto pubblico, con preferenza per i veicoli elettrici e su rotaia in riferimento sia alle reti urbane sia alle reti extraurbane per gli spostamenti pendolari, contribuendo così a ridurre smog, rumore, ingorghi e ritardi.
Investire, dal punto di vista della politica industriale, sull’ampliamento del parco autobus elettrico.
Implementare una vasta rete per la ciclabilità urbana ed extraurbana, come risposta alle esigenze di trasporto urbano e alla domanda di turismo “dolce”
Implementare sistemi di monitoraggio della qualità dell’aria con particolare attenzione a sorgenti significative (autostrade/tangenziali) e agli inquinanti non rivelati come le particelle ultrafini (0.1 micron).
Istituire aree verdi e zone pedonali per disincentivare l’uso di vetture private nei centri urbani.
Investire nella multimodalità, prevedendo l’integrazione e l’interconnessione tra diversi sistemi di mobilità sostenibile.
Implementare e promuovere sistemi di uso condiviso, come bike sharing e car sharing elettrico, agevolandone l’utilizzo massiccio attraverso misure incentivali.
Spostare il traffico merci su ferro ed evitare la costruzione di nuove strade a larga percorrenza.
Come da indicazioni del Parlamento Europeo ridurre le emissioni di ossidi di azoto e di particolato sottile (<2.5 micron) su tutti i territori del 65% e del 50% e nelle aree ad alto inquinamento almeno del 75% (NO2) e del 60% (particolato) per ridurre la mortalità da smog.

8) Acqua e servizi pubblici essenziali

Il modello di gestione del servizio idrico e, più in generale, dei servizi pubblici essenziali, è stato oggetto nel 2011 di un referendum abrogativo che ha portato all’affermazione di un’idea di gestione pubblica e ha sancito il carattere dell’acqua quale bene comune e diritto umano universale, prevedendo peraltro che non potesse essere inserita in bolletta alcuna quota di profitto per il gestore. Da allora si è tuttavia assistito a una rinnovata strategia di rilancio dei processi di privatizzazione del servizio idrico e degli altri servizi pubblici locali. Attualmente, attraverso processi di aggregazione e fusione, quattro colossi multiutilities – A2A, Iren, Hera e Acea – già collocati in Borsa, stanno progressivamente inglobando la totalità delle società di gestione dei servizi idrici, ambientali ed energetici.
Per invertire la rotta e restituire alle autorità pubbliche e alle comunità il controllo sui servizi pubblici essenziali occorre:
Ripubblicizzare il servizio idrico favorendo la partecipazione popolare diretta alla pianificazione e gestione del servizio idrico integrato e che consenta l’accesso ai dati e alle informazioni.
Prevedere sistemi di gestione pubblica e partecipata dei servizi pubblici essenziali in generale, rafforzata dallo sviluppo di processi di partecipazione dei cittadini e dei lavoratori.
Promuovere investimenti indirizzati prevalentemente alla ristrutturazione della rete idrica, con l’obiettivo di ridurre strutturalmente le perdite di rete, e verso le nuove opere, in particolare del sistema di depurazione e di fognatura.
Garantire sistemi di controllo della qualità delle acque con accesso ai dati per la popolazione e rapidi interventi di risanamento ove necessario.
Promuovere un nuovo sistema di finanziamento del servizio idrico basato sul ruolo fondamentale, oltre che della leva tariffaria, della finanza pubblica e della fiscalità generale; in altre parole il servizio idrico deve tornare a essere una delle priorità nel bilancio statale.

9) Ambiente e diritto alla salute

L’emergenza sanitaria legata alla contaminazione ambientale in Italia è grave, conclamata e capillarmente diffusa. Tale situazione di grave violazione del diritto umano alla salute, costituzionalmente garantito, è stato indagato nel rapporto epidemiologico S.E.N.T.I.E.R.I. realizzato dall’ISS in 44 delle aree vaste contaminate identificate come SIN (Siti di Interesse Strategico Nazionale per le bonifiche) dal Ministero dell’Ambiente. I risultati del rapporto mostrano le gravi conseguenze in termini di incidenza di malattie, ricoveri e morti premature sulle popolazioni insediate. L’emergenza tuttavia va ben oltre i perimetri dei SIN ed è elevata in ogni zona che ospita impianti contaminanti, centrali energetiche, poli estrattivi, produttivi, di smaltimento, etc. Alla mancanza di politiche di prevenzione primaria si somma l’insufficienza del sistema sanitario nel garantire accesso alle cure e standard comparabili nelle varie regioni italiane.
Per garantire il diritto alla salute è dunque prioritario:
Garantire il pieno e integrale rispetto del principio di precauzione e dunque di politiche di prevenzione primaria attraverso la chiusura e la conversione in senso ecologico degli impianti gravemente contaminanti.
Garantire programmi di prevenzione e di screening (monitoraggio sanitario e prevenzione secondaria) nei territori ritenuti a rischio o già contaminati
Garantire programmi di ricerca e analisi che aiutino a individuare e prevenire le ricadute sanitarie della contaminazione.
Non soffermarsi alla previsione delle linee guida ma implementare lo strumento della V.I.S. – Valutazione di Impatto Sanitario obbligatoria per tutti i progetti di sviluppo, infrastrutturale, industriale, energetico, ecc.
Provvedere a rapidi ed efficaci processi di bonifica dei territori attraverso il coinvolgimento attivo delle popolazioni.
Garantire massima applicazione al principio “chi inquina paga”, assicurandosi che siano le stesse aziende responsabili della contaminazione a finanziare le bonifiche dei territori inquinati.
Riformare radicalmente il sistema dei monitoraggi ambientali e sanitari, sottraendo le figure apicali degli enti di controllo a procedure di nomina politica e caratterizzandone le attività per trasparenza, indipendenza, efficacia e continuatività. Le risultanze di tali rilievi devono essere recepiti senza esitazione nella formulazione di politiche a tutela della salute pubblica.
Adeguare i livelli essenziali di prestazioni in ambito sanitario alle necessità dei territori cui essi sono applicati, estendendo la gamma degli interventi di prevenzione, monitoraggio e cura delle patologie connesse all’esposizione ambientale.

10) Comunità e democrazia

Elemento dirimente per garantire una corretta e sostenibile gestione dei territori, la salubrità dell’ambiente e la tutela della comunità insediate è l’esistenza di strumenti di partecipazione popolare e di inclusione della cittadinanza nei processi decisionali. Da questo punto di vista, all’insufficienza degli strumenti esistenti si unisce la tendenza a un progressivo accentramento dei processi decisionali e di depotenziamento degli enti di prossimità, erodendo la possibilità di garantire alle comunità reale incidenza nelle scelte che riguardano il proprio destino. Ciò riduce pericolosamente lo spazio democratico favorendo un modello di delega incapace di rispondere alle istanze partecipative. Accanto a ciò, la prassi di governo continua a individuare nel ricorso a stato d’emergenza e a decretazione d’urgenza ulteriori strumenti per imporre dall’alto decisioni spesso invise alla cittadinanza.
Per colmare il gap democratico e rispondere alla richiesta di partecipazione cittadina è necessario:
Provvedere a fornire informazioni adeguate e complete riguardo nuovi progetti di sviluppo, infrastrutturale, industriale, energetico, etc. con impatti potenziali sul territorio.

Garantire in generale pieno accesso alle informazioni in campo ambientale, precondizione per esercitare a pieno le facoltà e i diritti connessi alla cittadinanza

Istituire e implementare strumenti partecipativi, soprattutto a livello locale, in merito alle politiche ambientali, garantendo la capillare partecipazione della cittadinanza e degli stakeholders sociali attraverso la previsione di strumenti deliberativi e non meramente consultivi

Garantire accesso alla giustizia per l’opposizione a progetti invisi, per la riparazione del danno prodotto e per il perseguimento delle responsabilità penali, ove presenti.

Rinunciare alla riforma nel procedimento di V.I.A. – Valutazione di Impatto Ambientale in discussione, evitandone lo svilimento e rafforzandone al contrario la funzione di garanzia di tutela ambientale e protezione delle comunità insediate.

Rafforzare anziché depotenziare il ruolo degli enti di prossimità nei processi decisionali.
Rafforzare le fattispecie di ecoreati recentemente introdotte nel codice penale per garantire una piena applicazione del principio Chi Inquina Paga.

RE.S.E.T. – Rete Scienza e Territori per una società ecologica

ADESIONI
(in continuo aggiornamento)
COMUNITÀ SCIENTIFICA

Stefania Albonetti – Dipartimento di Chimica Industriale, Università di Bologna
Leonardo Altieri – Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia Univ. Bologna
Nicola Armaroli – Direttore di Ricerca, ISOF CNR
Marco Armiero – Environmental Humanities Laboratory, KTH Royal Institute of Technology, Svezia
Lorenza Arnaboldi – Medico chirurgo, specialista in pediatria, ASL RMC Roma
Micaela Azzalli – Medico chirurgo, specialista in pediatria, PLS, Ferrara
Vincenzo Balzani – Chimico, Prof. emerito Università di Bologna
Francesco Luca Basile – Prof. associato, Dip. chimica industriale Univ. Bologna
Andrea Baranes – Presidente Fondazione Finanza Etica
Alberto Bellini – Dipartimento di Ingegneria dell’Energia Univ. Bologna
Mario Berveglieri – Medico chirurgo, specialista in Pediatria e Scienza dell’Alimentazione,
Giacomo Bergamini – Ricercatore chimico Dipartimento di Chimica Univ. Bologna
Elena Bernardi – Ricercatrice, Dip. di chimica industriale, Univ. Bologna
Enrico Bonatti – Senior Scientist, Scienze della Terra, Columbia University
Alessandra Bonoli – Professore Ass. Ingegneria delle Materie Prime, Univ Bologna
Carlo Cacciamani – Fisico, Direttore Servizio IdroMeteoClima, Arpa Emilia-Romagna
Carla Cafaro – Medico chirurgo, specialista in Pediatria PLS, Ferrara
Romano Camassi – Ricercatore INGV Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia
Daniele Caretti – Dip. Chimica Industriale “Toso Montanari”, Univ. Bologna
Thomas Casadei – Docente associato di Filosofia del diritto Univ. Modena e Reggio Emilia
Sergio Castellari – Fisico, INGV Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e CMCC
Adriano Cattaneo – Epidemiologo IRCSS materno Infantile Burlo Garofolo, Trieste e membro Osservatorio italiano per la salute globale
Daniela Cavalcoli – Prof. associato Fisica della Materia Univ. Bologna
Fabrizio Cattaruzza – Chimico, collaboratore Istituto Struttura della Materia – ISM CNR
Fabrizio Cavani – Dipartimento di Chimica Industriale Università di Bologna
Marco Cilento – Prof. Comunicazione e ricerca sociale, Univ. Sapienza Roma
Carlo Cellamare -Dip. Ingegneria Civile Edile e Ambientale DICEA, Univ. Sapienza Roma
Marco Cervino – Fisico dell’atmosfera e del clima, Ricercatore ISAC-CNR
Andrea Contin – Professore fisica, dip. di Fisica e Astronomia, Univ. Bologna
Federico Demaria – Research & Degrowth, ICTA Universitat Autonoma de Barcelona
Salvatore De Rosa – Ricercatore, Dipartimento Human Geography LundUniversity
Enzo Di Salvatore – Prof. Diritto Costituzionale Università di Teramo
Margherita Eufemi – Prof. biochimica, Dip. Scienze Biochimiche, Univ. Sapienza Roma
Maria Cristina Facchini – Dirigente di Ricerca ISAC – CNR
Antonio Faggioli – Docente d’Igiene, Univ. Bologna
Silvano Falocco – Economista ambientale, Direttore Fondazione Ecosistemi
Cristina Femoni – Prof.ssa associata dip. Chimica industriale, Univ. Bologna
Paolo Figini – Prof. Economia Politica, Univ. Bologna
Lorenzo Fioramonti – Prof. Economia Politica, Università di Pretoria, Sud Africa
Sandro Fuzzi – Dirigente di Ricerca ISAC – CNR
Enrico Gagliano – Docente Scienze dell’Amministrazione Università Teramo
Anna Rosa Garbuglia – Laboratorio Virologia, INMI Lazzaro Spallanzani, Roma
Patrizia Gentilini – Oncologa ed Ematologa, Comit. Scient. ISDE e Medicina Democratica
Antonio Giordano – Oncologo e genetista, direttore Sbarro Health Research Organization USA
Federico Grazzini – Meteorologo, Arpae -SIMC / LMU München
Michele Grandolfo – Già Dirigente di ricerca in epidemiologia e biostatistica, ISS
Luigi Guerra – Direttore Dip. Scienze Educazione, Università di Bologna
Emanuele Leonardi – Ricercatore, Centre for Social Studies, Università di Coimbra
Maria Giulia Loffreda – Public Health, Erasmus Medical Center, Rotterdam
Franco Lupano – Medico di famiglia, CISO – Piemonte
Paolo Maddalena – libero docente Diritto Romano, vicepresid. emerito Corte Costituz.
Monica Malventano – pediatra, Ferrara
Roberto Mamone – Biologo marino
Giulio Marchesini Reggiani – Prof. Dip. Medicina e Chirurgia DIMEC, Univ. Bologna
Vittorio Marletto – Agrometeorologo, Arpa Emilia-Romagna
Federico Martelloni – Prof. Associato di Diritto al Lavoro Università di Bologna
Mariacristina Martini – Medico chirurgo, Internista e Pneumologa, Primario medicina generale Ospedale Villa D’Agri
Franco Medici – Dip. Ingegneria Chimica Materiali Ambiente, Univ. Sapienza Roma
Giorgio Nebbia – Prof. emerito di Merceologia Facoltà di Economia, Univ. di Bari
Alessia Nulli – docente scienze della formazione università Bicocca di Milano
Rosalba Passalacqua – Dip. Scienze chimiche, biologiche, farmac. ed ambientali, Univ. Messina
Siglinda Perathoner – Dip. Scienze chimiche, biologiche, farmaceutiche e ambientali, Univ. Messina
Marco Revelli -storico e sociologo, docente scienza della politica, Univ. Piemonte orientale
Gianpiero Ruani – ricercatore Istituto studio materiali nanostrutturati – ISMN CNR
Gianni Ruocco – Dipartimento di Scienze Politiche, Università Sapienza di Roma
Enrico Sangiorgi – Ingegnere Elettronica, professore di Elettronica, Univ. Bologna
Enzo Scandurra – Docente emerito di Sviluppo sostenibile – Univ. Sapienza Roma
Leonardo Setti – Dipartimento di Chimica Industriale, Università Bologna
Micol Todesco – Geologa l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia INGV, Bologna
Mauro Valiani – Ex direttore dip. Prev. Empoli
Margherita Venturi – Professore ord. Chimica, Università di Bologna
Guido Viale – Sociologo e saggista
Stefano Zamagni – Economista, prof. Economia e statistica, Università di Bologna
Gabriele Zanini – Fisico, ricercatore ENEA di Bologna

SOCIETÀ CIVILE

A Sud
Abitanti Attivi – S.Maria Capua Vetere (CE)
Accademia Kronos
Acqua Alma Onlus
Acqua Bene Comune Venezia
Acqua bene comune Venezia
ACU – Associazione Consumieristica Utenti
Agenda 21 – Carditello
AIEA Onlus
Altro Modo Flegreo – Laboratorio di Cittadinanza attiva Pozzuoli
Amici della terra Lago d’Idro
Amigos MST
AMO Bologna associazione Onlus
ANPI Montirone,
Aqua Alma onlus
Arcadia – Associazione di Volontariato – Gricignano (CE)
ARCI
ARCI Bolzano
Associazione Noimessidaparte
Associazione Abruzzo Beni Comuni – Tortoreto (Te)
Associazione ambientalista e culturale Unione Giovani Indipendenti – Colleferro
Associazione Antigone Oppido Lucano
Associazione Articolo 9
Associazione BBB Spinoza – Empoli
Associazione Briganti d’Italia
Associazione Carte in regola
Associazione culturale CaTaliTe
Associazione culturale Oltre La Crescita
Associazione Il Tempio di Apollo – Arte, cultura e sociale
Associazione Noi genitori di tutti onlus
Associazione Nuovo Senso Civico
Associazione passo dopo passo
Associazione Radicali Lucani
Associazione Roverella Padenghe S G.
Associazione Terra mia – Mondragone (CE)
Associazione Un’altra Storia Varese
Attac Italia
Bici per la Città – Frattamaggiore (NA)
Borgo Solare,
Campi Aperti – Bologna
Campo de’ Fiori – Officina del Libero Pensiero, S.Maria a Vico (CE)
Caritas Parrocchiale Arienzo
Caritas per la Custodia del Creato: Parrocchia di Sant’Andrea di Arienzo (CE)
Caritas per la Custodia del Creato: Parrocchia Maria SS Assunta di S.Maria a Vico (CE)
CDCA – Centro Documentazione Conflitti AmbientaliCEAS – Centro di Educazione Ambientale Eco di Gea
Centro sociale 28 maggio
Carmine Piccolo cittadino reattivo
CETRI TIRES – Club Europeo Terza Rivoluzione Industriale
Circolo ARCI ” Montefortino “93
Città Visibile – Orta di Atella (CE)
Cittadini per il riciclaggio
CittAttivi – Frattamaggiore (NA)
Codisa
Com. Prov. Rifiuti zero
Comitato “La collina dei castagni” Castenedolo
Comitato acqua pubblica Brescia
Comitato Acqua Pubblica di Salerno
Comitato Acqua Pubblica Forlì
Comitato ambiente Brescia sud
Comitato aria pulita di Travagliato
Comitato Campagnoli
Comitato cittadini ambiente e salute Travagliato
Comitato cittadini Calcinato
Comitato carta
Comitato Cittadini Calvisano
Comitato Cittadini per l’Ambiente
Comitato di cittadini contro il collegamento autostradale delle Torricelle
Comitato di quartiere Casazza
Comitato di quartiere Chiesanuova
Comitato di quartiere Lamarmora
Comitato G.A.I.A. Gavardo
Comitato di quartiere Torrino Decima – IX Municipio
Comitato duomo Rovato
Comitato di quartiere centro storico nord
Comitato Fuochi sez. Marcianise
Comitato iolotto – Bologna
Comitato Lamarmora per l’ambiente Comitato Macogna Berlingo
Comitato Montichiari contro Green Hill
Comitato Mamme NO MUOS
Comitato Mamme Volanti di Castenedolo, Brescia
Comitato No Stoccaggio Gas Poggio fiorito
Comitato Pendolari FR8a Carrozza (Roma-Nettuno)
Comitato per la salute rinascita salvaguardia del centro storico
Comitato mamme Travagliato
Comitato porta a porta Botticino
Comitato provinciale Rifiuti Zero Brescia
Comitato Visano respira
Commissione ambiente ACLI Provinciale
Condotta Slow Food Emplese –Valdelsa
Consiglio di quartiere centro storico nord
Cooperativa Sociale ” ‘E Pappeci” – Bottega del Mondo
Coord. Comitati Ambientalisti Lombardia
Coordinamento Comitati Ambientalisti Lombardia
Coordinamento Comitati No Triv Lombardia
Coordinamento Donne per il territorio Gela
Coordinamento Nazionale No TRIV
Coordinamento No elettrodotto Villanova
Coordinamento No TAV Bs-Vr
Coordinamento Nord Sud del Mondo
COSPE Onlus
Cova Contro – Policoro (MT)
CSA Intifada – Empoli
daSud
DES Basso Garda
Donne del 29 agosto – Acerra (NA)
Eco gruppo Chiari
EHPA – Basilicata Oppido Lucano
Energia per l’Italia
Essere Animali
Ethos – Casalnuovo (NA)
Facciamo rivivere Vobarno
Gavardo in movimento
Fairwatch
Fateci Respirare – Lusciano
Fondazione Micheletti
Fondazione UniVerde
For After life foundation
Forum Ambientalista
Forum Ambientalista – Grosseto
Forum italiano movimenti per l’acqua
Forum Pontino Diritti e Beni Comuni
Gruppo empatia Brescia
Gruppo mamme di Castenedolo
Il fauno – cultura e ambiente basso Mella
ISDE – Medici per l’Ambiente
Istituto EcoAmbientale
La nostra terra – Brescia
Laboratoire Triangle-ENS Lyon
Laboratorio per Viggiano
Laboratorio progressista
Legambiente Brescia
Legambiente circolo Ancipa
Legambiente del Vercellese
Legambiente Franciacorta
Legambiente Montichiari
Montichiari SOS Terra
Lello Volpe con i bambini – Orta Di Atella (CE)
Liberacittadinanza
Link – Coordinamento Universitario
Mamme per la Salute e l’Ambiente Onlus, Venafro
Medicina Democratica
Movimento C’at accis a salute – Casalnuovo (NA)
Movimento decrescita felice Brescia
Pianeta VIOLA
Movimento NO al Carbone – Brindisi
Movimento per la Decrescita Felice – Gruppo Di Salerno
Navdanya International
No ai tralicci – Frattamaggiore (NA)
No Coke Alto Lazio
NoGrazie
Noi genitori di tutti – Caivano (NA)
Osservatorio Popolare per la Val D’Agri
Prima le Persone
Pro Loco Lusciano
Rete custodi del creato Brescia
Rete della conoscenza
Rete della Conoscenza – Acerra (NA)
Ridateci le Lucciole – Gricignano d’Aversa (CE)
Rivista Valori
ScanZiamo le Scorie
Si alle fonti Rinnovabili, No al Nucleare
SoloBio
Sottoterra Movimento Antimafie – Frattamaggiore (NA)
STOP MULTINAZIONALI
Stop TTIP Italia
Terra Nuova
Terra! Onlus
Transform! Italia
Travagliato in movimento
UdS – Unione degli Studenti
Un futuro per Ghedi
Rete Antinocività Brescia
V.IN.CI. – Volontari Interforze e Cittadini onlus – Cesa (CE)
Visano per basta veleni
Volontari Antiroghi Acerra (NA)

«Negli ultimi anni il processo di urbanizzazione e la dinamica espansiva di città e agglomerati urbani ha registrato un forte incremento. Il rapporto dell’Istat "Forme, livelli e dinamiche dell’urbanizzazione in Italia"» . Sbilanciamoci info, 11 maggio 2017 (c.m.c.), con postilla

Negli ultimi anni il processo di urbanizzazione e la dinamica espansiva di città e agglomerati urbani non ha accennato a diminuire. Anzi, ha registrato un forte incremento. Questo è quello che sostiene l’ultimo rapporto dell’Istat, Forme, livelli e dinamiche dell’urbanizzazione in Italia, uno studio dettagliato che analizza l’evoluzione delle aree urbane in relazione ai fenomeni demografici, economici e sociali.

Il dato più interessante è stata la crescita, nel decennio 2001 – 2011, delle aree urbane: +8,5%, pari, in valori assoluti, a 1600 Km2. Un aumento registrato soprattutto nelle aree non urbane (9,5%), piuttosto che nelle città medie (8,2%) e in quelle grandi (7,1%).

Ma come è stata condotta la ricerca? Nello specifico il paper individua 21 sistemi locali – in poche parole le grandi aree urbane e tutto il territorio intorno – in cui i processi di urbanizzazione sono più avanzati, oltre a 86 città di medie dimensioni e a 504 piccole realtà. Per definire cosa sia l’urbanizzazione e calcolarne il grado sono stati presi in esame i principali studi nazionali e internazionali, tenendo in considerazione due diverse linee interpretative: da un lato quella demografica, relativa alla presenza della popolazione nelle aree metropolitane, dall’altra quella territoriale, che a sua volta, tiene conto di una molteplicità di fattori, tra cui il consumo del suolo, la diffusione e la concentrazione.

Dal rapporto emerge come dal 2001 tutti e 21 i sistemi urbani si sono estesi di oltre il 10%. In particolare le aree che sono cresciute di più sono Bologna (17,1%), Taranto (13,3%) e Torino (11,6%).

Se confrontiamo il livello di estensione delle principali realtà urbane, con quello di urbanizzazione possiamo comprendere appieno il fenomeno: i 21 sistemi coprono complessivamente “solo” l’8% della superficie totale nazionale – circa 27 mila Km2 – ma raccolgono oltre il 25% degli insediamenti abitativi. Di contro, le città medie coprono il 25% del territorio nazionale, ma rappresentano solo il 29% dei sistemi abitati. Roma e Milano, ad esempio, sono due centri altamente urbanizzati, con un’estensione complessiva, rispettivamente dell’1,3% e dello 0,6%, ma con una superficie totale delle aree abitate del 4% e 3,6%.

Il processo è ancora più evidente, se al posto degli insediamenti urbanizzati prendiamo in considerazione la popolazione residente: nelle principali realtà urbane vivono oltre 22 milioni di persone – il 36,3% della popolazione nazionale – mentre le quattro realtà che superano il milione di abitanti contano il 20% della popolazione nazionale complessiva. I 21 sistemi, sottolinea il rapporto, presentano anche alti livelli di densità abitativa: nel 2015 le principali realtà urbane presentavano, in media, valori pari a 828 abitanti per Km2, contro una media complessiva nazionale di 201; le città di medie dimensioni, infatti presentano un dato in linea con la media nazionale (223 abitanti per Km2), mentre nelle città piccole la densità abitativa è molto ridotta (111 abitanti per Km2).

Per capire appieno i trend storici relativi all’aumento della popolazione nelle 21 principali realtà urbane, l’Istat introduce i concetti di core – il nucleo centrale delle città – e di ring – le periferie. Nel decennio 1951 – 1961, l’aumento della popolazione nelle aree, complessivamente di 2,8 milioni, registra una crescita record nei core (+2,0 milioni) rispetto ai ring (+800000). Una tendenza che si inverte nel decennio successivo: nonostante la crescita positiva sia nei core che nei ring, le periferie sperimentano un aumento di 200 mila unità in più rispetto ai centri. Nei tre decenni che vanno dal 1971 al 2001, le aree, complessivamente, dapprima rallentano la crescita e poi decrescono: tra il 1971 e il 1981 si registra un aumento di 980000 unità, mentre nei vent’anni successivi i core registrano un decremento di 1.750.000 persone; una diminuzione non compensata dal trend leggermente positivo registrato nei ring, e che porta ad una perdita di circa 255 mila residenti. Solo nel decennio 2001 – 2011 si ha una controtendenza, con un aumento della popolazione urbana di 820 mila persone; il trend è negativo nei core (-82 mila) ma compensato dall’afflusso di persone nei ring (+903 mila).

E per quanto riguarda l’Europa? Per confrontare il caso italiano a quello di altri Paesi europei il rapporto, riprendendo i dati satellitari contenuti nel database Urban Atlas, classifica i rilevamenti in 5 macro aree (aree artificiali, agricole, boschive, umide e acque). Il parametro che rileva i livelli di urbanizzazione è quello del suolo artificiale: nel 2012 l’Italia registra una superficie artificiale del 7% su una media europea del 4,1%. I Paesi europei che presentano i valori più alti sono Malta (32,6%), Paesi Bassi (12,3%), Belgio (12,1%) e Lussemburgo (10,1%), mentre gli esempi più virtuosi sono Finlandia, Svezia e Lettonia, con una superficie artificiale solo del l,6%.

Per quanto riguarda l’Italia, l’estensione del suolo artificiale è espressa con il concetto impermeabilizzazione: tra i 21 sistemi urbani presi in considerazione la città più impermeabilizzata è Napoli (38,9%), seguita da Milano (33,1%) e da Busto Arsizio (31,6%). La media totale di impermeabilizzazione delle principali città urbane è del 13,8%, molto superiore alla media italiana, mentre quella delle città medie si attesta intorno al 5,9%, di un solo punto percentuale sotto la media. Le regioni che registrano valori superiori al 10% sono invece la Lombardia (11,7%) e Campania (10,6%).

Lo studio poi si concentra sull’analisi del consumo di suolo in Italia introducendo il concetto di urban sprawl, ossia la diffusione dei centri abitativi e delle aree cementificate. Tra il 1991 e il 2011 i centri a edificato consolidato aumentano di due punti percentuali, passando dal 4,8% al 6,7%. La tendenza è ancora più evidente nei principali sistemi urbani, dove l’edificato consolidato aumenta di 4 punti, dal 15,3% al 19,3%. In particolare, lo sprawl urbano aumenta in 157 sistemi urbani (il 26% del totale), ed è particolarmente forte nella fascia pedemontana lombarda (Milano – Bergamo – Brescia), nella pianura emiliano – veneta, in provincia di Pescara, nelle aree metropolitane di Roma e Napoli e nella Toscana settentrionale.

Tra i fattori che contribuiscono al consumo del suolo urbano, l’edificato residenziale è quello che più di altri viene associato all’insediamento antropico: dai due milioni di caseggiati presenti nel suolo italiano nel 1919, siamo passati a dodici valori. Un aumento di circa il 6,6%: nei 21 sistemi urbani l’aumento è stato del 6,9%, mentre nelle realtà medie del 6,7%. L’incremento più evidente si è registrato nelle città di Milano – passata da 20 mila edifici residenziali del 1991 a oltre 28 mila nel 2011 – e soprattutto di Roma – da 19 mila conglomerati del 1991 a 29 mila del 2011. Sempre secondo i dati dell’Istat, tra il 2001 e il 2014 sono stati progettati in Italia circa 541 mila fabbricati destinati soprattutto ad uso abitativo.

Nel corso degli anni si è andata quindi affermando, continua l’Istat, un’edilizia residenziale “aggressiva” e meno attenta al rispetto del suolo e dell’ambiente. Una tendenza in linea con le altre “con le altre dinamiche dei consumi che hanno caratterizzato lo sviluppo economico del nostro Paese dal dopoguerra in poi”.

In Parlamento è fermo da diverso tempo un Ddl che dovrebbe regolamentare il consumo di suolo e introdurre norme per limitare lo sfruttamento del territorio e la sua cementificazione. A causa del mancato accordo tra il Governo e le Regioni, la legge rischia di non vedere la sua approvazione entro la fine – oramai, prossima – della legislatura.

Anche la campagna Sbilanciamoci! da tempo denuncia gli squilibri ambientali, economici e sociali delle diverse città. Nel 2015 con l’ebook Sbilanciamo le città la campagna ha lanciato alcune proposte che, se fatte proprie e tradotte in norme da Sindaci e Giunte, potrebbero migliorare la qualità della vita e il benessere dei cittadini. Un vero e proprio programma di governo delle città improntato alla declinazione pratica delle parole d’ordine di Sbilanciamoci! nel locale: sostenibilità, inclusione, partecipazione, solidarietà, diritti. Ciò di cui i territori hanno bisogno, ora più che mai.


postilla

Purché nessuno si illuda che la legge in attesa di approvazione aiuti a risolvere il problema. Su
eddyburg lo abbiamo argomentato spesso, vedi ad esempio l'articolo di Vezio De Lucia Nessuno ferma il consumo di suolo, nonchè l'eddytoriale 148. e l'articolo Eddyburg e le norme sul cosumo di suolo. Altre analisi critiche puntuali del ddl sono contenute nell'articolo di De Lucia Il progetto di legge del governo non ferma il consumo del suolo, rilancia la speculazione e quelli di Cristina Gibelli, Neologismi in libertà: «compendi neorurali periurbani e di Ilaria Agostini del maggio 2015 Due leggi per il suolo.

«Un manifesto per il Veneto e Acqua guerriera: due libri che raccontano un paesaggio disordinato e consumato dalla politica a corto di idee». il manifesto 28 aprile 2017 (c.m.c.)

Nel vuoto della politica, lo sprawl in Veneto (la regione è stata spesso paragonata alla città diffusa di Los Angeles) continua ad estendersi. Il risultato di un’urbanistica disordinata, non programmata e spesso spinta solo dalla rendita speculativa, ha portato la regione ad essere la seconda in Italia (dopo la Lombardia) per consumo di suolo, con oltre il 12% di territorio impermeabilizzato (ma nel Veneto centrale, cioè escludendo le montagne e la costa, siamo a oltre il 20).

La questione ambientale a Nordest non riguarda però solo il cemento. Certo, la prima conseguenza visibile della crisi dell’ultimo decennio è la marea di capannoni e fabbriche abbandonati. Ma c’è anche un immenso patrimonio residenziale vuoto o sottoutilizzato, c’è l’antico paesaggio di acque inquinato e deteriorato, ci sono quei tre milioni e mezzo di auto e moto private (su una popolazione di quasi cinque milioni di abitanti) a rappresentare più di tutto l’incapacità di pensare il territorio come un campo aperto di possibilità e di innovazione.

E proprio da qui prende le mosse Un manifesto per il Veneto, volume che raccoglie alcune riflessioni del dipartimento di urbanistica dell’università Iuav di Venezia (a cura del raggruppamento di ricerca Nuq, Mimesis, pp.90, euro 10). Un libro scritto da specialisti ma pensato per portare al grande pubblico questioni fondamentali e quanto mai urgenti. Partendo dai principali assi tematici, cioè i trasporti, le acque, l’agricoltura, l’energia, il team di studiosi prova a portare delle proposte che potrebbero indirizzare in modo virtuoso la futura politica non solo locale. Ogni «crisi» in fondo non è altro che un cambio di paradigma, che rappresenta anche la fine di un ciclo di vita per un edificio o una porzione di territorio.

Serve pensare, anche a livello territoriale, ad azioni orientate al riciclo. Significa ripensare le funzioni e immaginare nuovi modi d’uso per il complesso delle costruzioni esistenti. E rinunciare a costruire ancora. Lavoro che richiede meno risorse economiche e più fantasia, oltre a un presupposto di partenza: il futuro di questi spazi appartiene a tutti.

Propositi forse un po’ troppo astratti per una classe politica che, almeno da queste parti, sembra dedicarsi più che altro a operazioni di marketing territoriale (brand come il Prosecco, il fiume Piave, l’eterna Venezia), totalmente slegate dalle conseguenze ambientali (tutto ciò quando non è invischiata in casi di corruzione e mala gestione, spesso legata alle grandi opere come il Mose).

A riportare questi argomenti su un piano più concreto aiuta la pubblicazione Acqua guerriera, raccolta di reportage della giornalista friulana Elisa Cozzarini, in cui racconta le esperienze di comitati, attivisti, pescatori e produttori che vivono in simbiosi con il fiume Piave. Il volume esce per Ediciclo Nuova Dimensione (pp.144, euro 12,50), piccolo editore che negli ultimi anni ha affrontato in modo eccelso le problematiche legate all’ambiente in questo lembo d’Italia. Al tema l’autrice aveva già dedicato il documentario La piave nel 2013.

Il libro torna sugli stessi luoghi, esplorando modi di vivere i corsi d’acqua apparentemente in contrasto con quegli interessi economici che in pochi decenni hanno stravolto equilibri secolari in ecosistemi delicati. La Piave come metafora del nostro modo di rapportarci alle acque: artificializzata per il 90% del suo corso, intubata, deviata, utilizzata in modo eccessivo per scopi agricoli o energetici, riempita di rifiuti. Ma ridare centralità ai fiumi vuol dire modificare il nostro rapporto con quella che resta una risorsa, l’acqua.

Riscoprire la cultura dell’acqua (soprattutto nei luoghi della Serenissima) è la premessa per un turismo non invasivo, per una produzione di beni più rispettosa dell’ambiente, per la ridefinizione dell’identità collettiva che torna a legarsi a un territorio concreto e alle sue problematiche.
L’azione di comitati e associazioni poi, in molti casi, ha ispirato nuove forme di governance, in cui la partecipazione attiva dei cittadini si è posta come complementare al lavoro di chi governa questi territori. Percorso disseminato di ostacoli, ma in grado di apportare nuova linfa ad amministrazioni spesso a corto di idee e di finanze. Piccoli passi per un modello di civiltà sostenibile.

«Le rovine di Ouara, l’antica capitale del regno di Ouaddai in Ciad, ci ricordano che la deforestazione indotta dai consumi urbani di legna da ardere ha a che fare con la desertificazione, cioè il principale problema dell’economia dei paesi del Sahel ». millenniourbano, 8 gennaio 2017 (c.m.c.)

Come altri paesi dell’Africa sub-sahariana, il consumo di cemento in Burkina Faso è in piena esplosione e si prevede che aumenti in media del 12% all’anno: nel 2015 esso era pari a 105 milioni di tonnellate e si stima che nel successivo decennio raggiunga i 134 milioni. D’altra parte il tasso di urbanizzazione della popolazione del Burkina Faso sta triplicando dal 1985 e nel 2025 è previsto che raggiunga il 35-40% .

Tali prospettive non hanno lasciato indifferenti i produttori ed ha attirato giganti della produzione di cemento come la società francese Lafarge, la tedesca Heidelberg Cement e il gruppo nigeriano Dangote Cement. Il fondatori di quest’ultima società, Aliko Dangote, è l’uomo più ricco d’Africa ed ha costruito un impero nella produzione di cemento in soli dieci anni e nel 2020, Dangote Cement spera di produrre 100 milioni di tonnellate all’anno.

Paese del Sahel senza sbocco sul mare, il Burkina Faso ha un tasso di urbanizzazione della popolazione di quasi un quarto di quella totale, per circa due terzi residente nelle due maggiori città: Ouagadougou e Bobo Dioulasso. Il fenomeno dell’urbanizzazione del Burkina Faso si basa su una rete di città precoloniali e su centri urbani nati della colonizzazione, ma sono le due maggiori città i poli di attrazione delle migrazioni interne dalle zone rurali verso i centri urbani.

Insieme alle persone verso le città si dirige anche una crescente quantità di legna da ardere. Sono tipiche del paesaggio saheliano le cataste di legna poste nelle vicinanze delle strade ed i camion carichi di legname che trasportano i loro carichi verso le città. La legna raccolta o tagliata nelle zone rurali viene principalmente consumata in città. Il fenomeno, per quanto in crescita così come il tasso di urbanizzazione non è tuttavia nuovo. Le rovine di Ouara, l’antica capitale del regno di Ouaddai in Ciad, ci ricordano che la deforestazione indotta dai consumi urbani di legna da ardere ha a che fare con la desertificazione, cioè il principale problema dell’economia dei paesi del Sahel.

Il processo di urbanizzazione implica una marcata crescita della superficie urbanizzata: tra il 1980 e il 2000 la superficie di Ouagadougou è triplicata, mentre nel trentennio 1976-2006 la popolazione delle città è quasi decuplicata.

Nel caso della capitale essa è passata dei 60.000 abitanti del 1960, anno del passaggio da colonia francese a paese indipendente con la dominazione di Alto Volta, ai quasi 2 milioni odierni. Con l’urbanizzazione, e i cambiamenti economici e sociali connessi, la tradizionale legna da ardere viene soppiantata dal carbone di legna, diventato il combustibile maggiormente utilizzato in quanto meglio trasportabile.

Nelle campagne del Burkina Faso sono per lo più le donne che raccolgono la legna, la portano dei villaggi o sul ciglio della strada o ai mercati locali, per poi essere trasportata con i camion verso le città. Nelle zone rurali, dove le donne cucinano un pasto al giorno, il consumo pro capite di legna da ardere è più contenuto che in città anche grazie alla disponibilità di fonti energetiche alternative (scarti vegetali da agricoltura).

Il fatto che l’urbanizzazione sia una delle maggiori cause del maggior consumo di legna da ardere si spiega anche con il fatto che la popolazione urbana cresce ad un tasso annuo del 4,28% rispetto al 1,14% della popolazione rurale e al 2,13% di quella totale. E se la crescita urbana è fatta prevalentemente di insediamenti informali ai quali mancano le infrastrutture minime proprie dell’ambiente urbano, come una adeguata rete stradale e di approvvigionamento idrico ed energetico, il massiccio prelievo di legna dalle zone rurali a quelle urbane diventa inevitabile per il soddisfacimento dei bisogni deli abitanti degli slum.

L’altra faccia della medaglia di questo fenomeno sono le ricorrenti inondazioni provocate dalle piogge torrenziali a carattere stagionale che colpiscono pesantemente soprattutto gli slum di Ouagadougou lasciando dietro di sé migliaia di senza casa. I poveri delle aree rurali che cercano nelle città condizioni di vita migliori sono da una lato la causa e dall’altro coloro che pagano le conseguenze dell’incontrollato processo di crescita urbana.

Oltre tre quarti della popolazione urbana del Burkina Faso vive negli slum e nel 2015 la Banca Mondiale ha finanziato per ottanta milioni di dollari la realizzazione della rete idrica e fognaria nelle periferie di Ouagadougou. Le iniziative di sviluppo urbano della capitale hanno visto nel 2003 la distruzione di villaggi urbani, posti su 85 ettari di superficie tra il centro di Ouagadougou e il suo aeroporto, per avviare la costruzione di un centro commerciale e amministrativo. Qui vivevano circa 50.000 abitanti che nel corso degli anni sono riusciti a costruire reti economiche informali ma efficienti che hanno permesso a questa popolazione di sopravvivere alle dure condizioni di vita degli slum.

Il progetto ZACA (Zones d’Activités Commerciales et Administratives) aveva anche l’obiettivo di risolvere i problemi legati alla proprietà fondiaria delle aree sulle quali sorgono gli insediamenti informali, di riabilitare il tessuto urbano e di fornire gli ex abitanti della zona con migliori condizioni di vita altrove. Dopo circa un decennio di stallo, recentemente il governo locale ha cominciato a rilasciare i permessi per costruire alcuni settori dell’area di progetto, anche se non molto è cambiato riguardo alle conseguenze sociali e fisiche dello spostamento delle 50.000 persone che abitavano l’area.

Dal 2008, il governo ha messo a punto un programma pluriennale di edilizia sociale grazie al quale nel luglio 2013 sono state consegnate 1 500 case. Il nuovo governo, sorto dopo la fine del regime dittatoriale di Campaoré, sta accelerando lo sviluppo del nuovo polo urbano di Bassinko, un villaggio situato a circa 15 chilometri da Ouagadougou, dove diverse aziende private stanno costruendo 14 000 case. Il progetto di edilizia abitativa Bassinko è il secondo più grande dopo il progetto ZACA.

Con i due terzi della popolazione urbana che vive in case realizzate con mattoni di terra cruda, non c’è quindi da meravigliarsi se i progetti di riqualificazione urbana e di costruzione di nuove unità abitative sostenuti dalle agenzie governative ha come effetto un’impennata della domanda di cemento.

Qualche decennio fa si svelò la strategia, definita "induzione del consumo", volta a convincere i consumatori a comprare determinati prodotti. Ora la si applica per accrescere il consumo di suolo. Lo racconta il gustoso articolo dello studioso americano. La città conquistatrice online, 17 dicembre 2016

Ci sono una miriade di comportamenti, consumi, orientamenti, atteggiamenti, fortemente cercati, agognati, perché paiono far bene. E invece, lo si scopre nell’immediato, appena messi in atto, fanno malissimo a sé e agli altri. Senza scivolare necessariamente dentro a questioni estreme, come il consumo di sostanze varie che danno dipendenza, basta pensare a cose assai più innocenti come le scelte alimentari istintive che «danno soddisfazione immediata», per capire a cosa ci si riferisce. L’atteggiamento, è chiaramente infantile: qualcosa piace, conforta, c’è addirittura un intero contesto che rafforza quell’orientamento, e puntualmente ci si casca. Il problema comincia però a manifestarsi nei suoi risvolti negativi quasi da subito, vuoi coi valori ematici, vuoi con vere e proprie patologie, vuoi in altri infiniti modi che vanno dal guaio estetico, al non entrare più in qualche taglia di abiti, alle spese dirette e indirette per procurarsi quella in genere rinunciabile roba. Vale per la bulimia da gelato al pistacchio acquistabile solo a trenta chilometri di distanza, ma vale anche per lo stile dell’abitare e le relazioni socio-economiche che lo inducono e che induce.
Da varie generazioni imperversa quell’ideologia, sostenuta da vere e proprie politiche pubbliche, secondo cui esiste un territorio infinito a disposizione del genere umano, dentro cui il nucleo familiare ha praticamente il dovere di ritagliarsi una fettina di residenza privata. Qualunque altra soluzione, dalla vita da single, alla socialità urbana eccetera, è da considerarsi eccezione o passaggio momentaneo. A quanto pare non se ne esce, anche di fronte alle peggiori patologie, sociali e ambientali.

Il mondo ritagliato per comodi segmenti di mercato

Quella strumentale «contraddizione città-campagna» tutta novecentesca focalizzata sull’insediamento suburbano e automobilistico, anche oltre certe indifendibili (indifendibili razionalmente) ideologie un po’ estreme, pare comunque aver lasciato in pianta stabile la liceità e quasi naturalità delle due forme: concentrata e complessa, segregata e dispersa, che in fondo fanno tanto bene al rapporto fra domanda e offerta, come il gelato al pistacchio. Se c’è la domanda ci sarà pur sempre una ragione profonda, e il cliente va accontentato, ci spiegano pur raffinatamente i bottegai del settore. Non vorremo per caso buttare a mare così alla leggera, decenni, generazioni addirittura, di prezioso know-how accumulato nell’offerta di prodotti sempre più avanzati di residenza, servizi, forme di convivenza? E come quando nelle emergenze per l’inquinamento atmosferico, comincia l’infinito battibecco su chi sia il colpevole principale (le industrie? i trasporti? il riscaldamento domestico?), allo stesso modo anche di fronte alla constatazione degli innegabili impatti ambientali e sociali del suburbio, si finisce per rifugiarsi nel comodo margine del dubbio residuo, magari in attesa della pur sempre possibile «soluzione tecnologica». Sottolineando, addirittura, che lavorare su entrambi i fronti dell’urbanizzazione, riqualificando di qua ed espandendo di là, si finisce solo per migliorare la qualità dell’abitare. Mentre invece si tratta solo dell’ennesimo trucchetto per «non allarmare l’investitore».

Pieni e vuoti

Distogliendo invece risorse, economiche così come di aspettativa, a tutte le forme di retrofitting, generale e particolare, attivabili anche a breve termine, dall’edilizia in senso proprio, all’impiantistica, e in termini allargati alla mobilità, all’organizzazione dei servizi, alla produzione energetica e al ciclo consumo-rifiuti. Favorendo quelle campagne di per sé piuttosto odiose a ben guardare, dove si coccolano i cosiddetti Millennials finché restano giovani, produttivi, adattabili, e in fondo adeguati ad esprimere le loro preferenze per una adolescenza prolungata dentro lo «studentato di area vasta» messo a loro disposizione dagli immobiliaristi. Perché questo, sono, i quartierini gentrificati dei mini appartamenti costosissimi, degli ambienti di coworking lussuosi e delle strade per lo shopping e il tempo libero fruibili comodamente a piedi o in bicicletta. Ma appena il corpo e lo spirito iniziano a trovarsi un po’ a disagio, dentro quel college improprio fatto città, come in un film di fantascienza sociologica in fronte al Millennial si accende la lucetta lampeggiante del mercato: è ora di traslocare, e di ripercorrere rispettosi le orme dei genitori. Altri giovincelli prenderanno il suo posto nel quartierino spartano trendy, mentre per lui/lei aspettano nuovi di zecca classici casa con giardino cul-de-sac, magari con la promessa dell’auto senza pilota a brevissimo termine, che scorazzerà tutta la famiglia in giro, manco continuasse il cartone animato cominciato all’asilo. Pare un po’ troppo acida questa presentazione, ma il tono «ragionevole» e un po’ paternalistico dell’ultimo rapporto Urban Land Institute sul mercato edilizio suburbano decisamente la provoca. Verificare per credere.

Riferimenti:
Urban Land Institute, Housing in the evolving American suburb, Washington D.C. dicembre 2016

«Lombardia e Sassonia a confronto dove a differenza della Lombardia sono state introdotte non solo misure quantitative per la limitazione del consumo di suolo, ma sono stati indicati degli indirizzi programmatici, volti alla pianificazione di territori resilienti adatti a fronteggiare, gli impatti di un clima sempre più in mutamento». ArcipelagoMilano n.40, 6 dicembre (m.c.g.)

Nel dibattito lombardo (e italiano) il tema del consumo di suolo è spesso ridotto a un asettico confronto di percentuali di superficie urbanizzata e di metri quadrati di nuove costruzioni. Numeri che fanno riferimento a banche dati e metodi di rilevamento diversi e che quindi generano problemi non solo di comparazione ma anche di comprensione del fenomeno. Cosa produce “consumo di suolo”? Solo le case e le strade oppure anche le aree verdi attrezzate, oppure le strade sovracomunali sono escluse perché sono da considerare servizi pubblici? E se in Italia il suolo urbanizzato è pari al 7% (circa) del territorio, è così reale il rischio di cementificazione? Queste le domande un po’ fuorvianti ma più comuni.

Se ridotto a numeri e percentuali astratte si rischia di non comprendere in pieno questo tema, per il quale è necessario una prospettiva differente, che lo riconduca all’interno dei confini di un dibattito sull’uso del suolo inteso come risposta spaziale a strategie di sviluppo economico e sociale.

Neppure Regione Lombardia, con la sua legge 31/2014, Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo e per la riqualificazione del suolo degradato (che proprio in questi giorni compie due anni) è riuscita ad andare oltre a un approccio quasi esclusivamente quantitativo. Infatti, se il processo di determinazione delle soglie di riduzione del consumo di suolo – dalla scala regionale a quella (ex)provinciale, fino a quella comunale – è iniziato, seppure in ritardo, con la revisione del Piano Territoriale Regionale, nulla è stato fatto per quelle misure che dovevano promuovere azioni di rigenerazione e che, nel testo normativo, venivano demandate a successivi atti mai emanati.

Per vedere un approccio alternativo però basta fare poca strada. La Germania è stata tra i primi Paesi ad affrontare il tema del consumo di suolo già dagli anni Ottanta e poi, con un ministero all’ambiente guidato da Angela Merkel, nel 1998, ha elaborato per la prima volta un obiettivo quantitativo di riduzione dell’occupazione di suolo a fini urbani (la soglia fu fissata a 30 ettari al giorno, pari a un quarto della tendenza in atto nel 2000) integrato poi, nei diversi Länder, con misure di compensazione ambientale, politiche fiscali incentivanti per il recupero e strumenti tecnici ed economici mirati a facilitare le bonifiche delle aree dismesse e la loro riqualificazione.

In particolare, la Sassonia, dopo la pesante inondazione che ha colpito molti quartieri di Dresda nel 2002, ha adottato un modello mirato alla “compensazione biologica” secondo il quale ad ogni intervento di impermeabilizzazione deve corrisponderne uno di de-impermeabilizzazione di pari superficie. La città di Dresda, in particolare, ha poi adottato un “Piano di adattamento ai cambiamenti climatici” che prevede, da un lato, un piano di azioni per la regimazione capillare delle acque superficiali, introducendo zone tampone così da ridurre la velocità di scorrimento delle acque in ambito urbano, e, dall’altro, l’obbligo, per chi vuole costruire, di rendere nuovamente permeabile un’area dismessa.

Il sistema di Dresda è interessante non solo dal punto di vista strettamente ambientale ma perché, nel solco della tradizione urbanistica tedesca, ha come obiettivo anche l’equità e per farlo agisce sulla rendita fondiaria. Il Piano, infatti, contiene una lista delle aree da de-impermeabilizzare, e la scelta dipende non solo dalla loro superficie ma anche dal valore del terreno da edificare: se si costruisce in aree di pregio (e quindi si realizzeranno immobili di valore economico elevato) l’area da recuperare dovrà essere più ampia. Ultimo dettaglio interessante: questo obbligo non è derogabile né monetizzabile.

Torniamo in Lombardia, regione peraltro caratterizzata da un’elevata vulnerabilità idrogeologica anche a causa di processi di urbanizzazione e di conurbazione che hanno generato, nel corso del tempo, ingente consumo di suolo e impermeabilizzazione delle superfici drenanti. Qui, se alcune norme recenti introducono principi condivisibili e innovativi (non solo riduzione del consumo di suolo ma anche invarianza idraulica e drenaggio urbano sostenibile con la L.R. 4/2016 e azioni di adattamento e di mitigazione con la 2”Strategia regionale di adattamento ai cambiamenti climatici” del 2014), non si può non rilevare l’assenza di una visione complessiva e unitaria sui temi territoriali.

Sembra che la debolezza politica dell’attuale maggioranza di centrodestra si traduca in una vaga e indefinita promessa di revisione della L.R. 12/2005 e nell’adozione di diverse norme che, in modo frammentario e quindi incoerente, introducono nuovi adempimenti in capo agli oltre 1500 Comuni lombardi senza però indicare indirizzi programmatici, di scala vasta, sulle reti ambientali, sulle reti infrastrutturali e sui sistemi insediativi, volti alla pianificazione di territori resilienti adatti a fronteggiare, nell’ottica della sostenibilità, gli impatti di un clima sempre più in mutamento.

«Tentativo di blitz per stravolgere con un documento attuativo la legge del 2014 a tutela del territorio. Contro la proposta della giunta leghista insorge l’opposizione: "Così si prendono in giro i cittadini"». Corriere della Sera, ed. Milano, 18 novembre 2016
Insieme al Veneto la Lombardia detiene il record italiano di cementificazione di territorio: almeno l’11 per cento del suolo regionale è coperto da opere dell’uomo. Per arginare il fenomeno, e sulla spinta delle associazioni ambientaliste, la giunta leghista di Roberto Maroni aveva deciso che uno dei suoi primi atti sarebbe stata l’approvazione di una legge regionale che ponesse un freno al consumo di suolo. Non fu una gestazione facile, ma dopo qualche compromesso la maggioranza regionale riuscì due anni fa ad approvare una legge che stabiliva soglie di territorio consumabile per ogni tipo di intervento urbanistico o infrastrutturale, ovviamente prevedendo la possibilità di deroghe per casi che si sarebbero dovuti definire in sede tecnica. Allora tutta l’opposizione votò contro, perché non teneva conto dei 530 milioni di metri quadrati di futura edificazione già previsti nelle pianificazioni comunali.

Ieri sono però arrivate le deroghe «tecniche» annunciate e che certo non piaceranno alle associazioni ambientaliste: in Commissione territorio è spuntato uno dei documenti attuativi predisposto dalla giunta che se approvato renderebbe la legge «meno efficace». Il riferimento è al lungo elenco di opere «di interesse pubblico o generale» che la Regione intende sottrarre al meccanismo delle soglie, e che quindi non verrebbero in ogni caso conteggiate come consumo di suolo. Si tratta di strade, autostrade, aeroporti e pressoché ogni tipo di intervento infrastrutturale. E ancora ospedali, case di cura, scuole, ma anche cave, discariche e inceneritori. Interventi importanti, spesso fondamentali, ma la cui sottrazione dal meccanismo delle soglie poste in legge contro il consumo di territorio è operazione forse impropria. O almeno così la pensano i consiglieri del centrosinistra che denunciano l’allentamento dei vincoli a tutela dell’ambiente. «L’interpretazione della maggioranza porterebbe a stravolgere il senso stesso della legge. Il centrodestra sta prendendo in giro i cittadini e i Comuni che attendono da due anni di poter applicare la legge contro il consumo di suolo», attacca il consigliere dem Jacopo Scandella: «La Lombardia è la Regione italiana che ha subito la maggior cementificazione negli ultimi anni, Maroni a parole aveva assicurato di voler invertire la tendenza ma i fatti lo smentiscono. Oggi abbiamo le amministrazioni comunali che vorrebbero contenere l’edificazione ma che non lo possono fare per i ritardi e le interpretazioni controverse di Palazzo Lombardia. Se questo documento venisse approvato la legge contro il consumo di suolo diverrebbe definitivamente carta straccia».

La Commissione del Pirellone si prenderà comunque un’altra settimana di riflessione. Il voto finale è in calendario per giovedì prossimo, ma il centrodestra sembra comunque intenzionato a rendere la legge «più flessibile».

Si può formulare una rigorosa proposta di legge per mettere fine al consumo di suolo, in alternativa a quella, più dannosa che utile, attualmente all'esame del Senato? Il Forum Salviamo il Paesaggio ritiene di sì e ha promosso l'elaborazione di un testo da sottoporre ad un'ampia consultazione. Con postilla (m.b.)

La Rete delle oltre 1.000 organizzazioni che compongono il Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio (più noto come "Forum nazionale Salviamo il Paesaggio, difendiamo i Territori") ha avviato oggi l'attività di elaborazione di una propria Proposta di Legge per l'"Arresto del consumo di suolo in Italia".

Tale iniziativa intende portare a compimento un percorso iniziato nell'ottobre del 2011 all'atto della costituzione del Forum stesso e interrotto successivamente in attesa del completamento dell'azione normativa del Parlamento in materia di consumo del suolo agricolo, avviata nel 2012 dal Consiglio dei Ministri del Governo Monti allora in carica, su proposta del ministro Catania, e attualmente giunta in discussione al Senato, dopo molteplici revisioni che il Forum giudica un utile primo passo, ma insufficiente per intervenire con efficacia su quella che deve, invece, essere considerata una assoluta emergenza cui porre rimedio.

Per tale motivo, nei giorni scorsi è stato composto un apposito Gruppo di Lavoro Tecnico-Scientifico multidisciplinare, che conta al momento 70 persone: architetti, urbanisti, docenti universitari, ricercatori, pedologi, geologi, agricoltori, agronomi, tecnici ambientali, giuristi, avvocati, giornalisti/divulgatori, psicanalisti, tecnici di primarie associazioni nazionali, sindacalisti, paesaggisti, biologi ecc.

Tra essi, alcuni dei principali esperti nazionali in materia quali Anna Marson, Luca Mercalli, Paolo Pileri, Fabio Terribile, Michele Munafò, Paola Bonora, Paolo Berdini, Luisa Calimani, Giorgio Ferraresi, Tiziano Tempesta, il Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena, il segretario nazionale della Fillea/Cgil Salvatore Lo Balbo, il primo Sindaco a "crescita zero urbanistica" Domenico Finiguerra, tecnici di primarie associazioni nazionali.
Il Gruppo di Lavoro Tecnico-Scientifico, coordinato da Alessandro Mortarino e Federico Sandrone, si è dato 6 settimane di tempo per definire un testo condiviso da tutti i suoi componenti, da sottoporre successivamente all'analisi e all'approvazione delle migliaia di aderenti - individuali e associazioni - al Forum, in modo da poter consentire la sua "validazione" da un gruppo di giuristi tra la fine dell'anno corrente e i primi giorni del 2017.

L'avvio odierno dei lavori è stato accompagnato da una prima bozza di testo normativo, che verrà ora "emendato" da tutti gli esperti e progressivamente arricchito per offrire alle forze politiche, sociali e economiche e a tutto il Parlamento uno strumento in grado di orientare concretamente il comparto edile verso la grande sfida del recupero e riuso di quell'enorme stock di abitazioni vuote, sfitte, non utilizzate esistente nel nostro Paese: circa 7 milioni di opportunità di lavoro che attendono solo un segnale forte di cambiamento.

postilla
Condividiamo le finalità dell'iniziativa del Forum Salviamo il Paesaggio: ci siamo impegnati con continuità fin dal 2005 per informare sulle conseguenze del consumo di suolo e ribadire la necessità di arrestare, in modo definitivo, l'espansione urbana (qui una visita guidata agli articoli pubblicati sul sito). Ribadiamo l'auspicio che l'attuale disegno di legge sia accantonato, per le molte ragioni che abbiamo più volte illustrato. Riteniamo che si debba procedere su basi del tutto differenti. eddyburg, a questo proposito, ha formulato nel 2013 una proposta di legge basata sul riconoscimento della salvaguardia del territorio non urbanizzato come parte della «tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali», di competenza esclusiva dello Stato, che richiamiamo come contributo al lavoro avviato dal Forum.

Consumare il suolo comporta una serie di costi ambientali, non contabilizzati e perciò scaricati sulla collettività. Ispra li ha stimati nel suo ultimo rapporto, come ci ricorda un articolo pubblicato sul sito Salviamo il paesaggio, 25 settembre 2016 (m.b.)

Il rapporto 2016 sul consumo di suolo in Italia, redatto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) insieme alle Agenzie Regionali che costituiscono il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) è stato presentato lo scorso Luglio. Giunto alla terza edizione, il lavoro assume particolare importanza alla luce del riconoscimento, inserito nel disegno di legge nazionale sul consumo di suolo, quale riferimento ufficiale di diffusione dei dati e monitoraggio del fenomeno.

Come nelle edizione passate, i numeri descrivono un’evoluzione preoccupante. Oltre alle classifiche delle aree più colpite c’è un elemento in più: il rapporto analizza concretamente quelle funzioni del suolo (i servizi ecosistemici che vedremo più avanti) danneggiate dall’impermeabilizzazione. Questo danno viene quantificato dal punto di vista economico e i valori sono riportati in una dettagliata tabella che si può leggere a più livelli, dal quello nazionale fino al dettaglio comunale.

La riduzione dei servizi ecosistemici e i costi derivati

Da dove derivano questi costi solitamente “nascosti”? Di che cifre stiamo parlando? I servizi ecosistemici sono servizi essenziali, che in natura sarebbero garantiti all’infinito, quali: l’approvvigionamento di acqua, cibo e materiali, la regolazione in caso di inquinamento, la capacità di resistenza ad eventi estremi e variazioni climatiche, il sequestro del carbonio (valutato con costi sociali ma anche con il valore di mercato dei permessi di emissione) e i servizi culturali e ricreativi.
A livello nazionale i costi maggiori derivati da queste perdite sono dovuti alla mancata produzione agricola (51% del totale, più di 400 milioni di euro tra il 2012 e il 2015) perché il consumo invade maggiormente le aree destinati a questa primaria attività, ridotta anche a causa dall’abbandono delle terre. Una perdita grave perché non è una semplice riduzione ma un annullamento definitivo e irreversibile.

Il mancato sequestro del carbonio pesa per il 18% sui costi dovuti all’impermeabilizzazione del suolo, la mancata protezione dell’erosione per il 15% (tra i 20 e i 120 milioni di euro) e i sempre più frequenti danni causati dalla mancata infiltrazione e regolazione dell’acqua rappresentano il 12% (quasi 100 milioni di euro).

Altri servizi forniti dal suolo libero ridotti a causa del suo consumo sono: la rimozione di particolato e assorbimento ozono, cioè la qualità dell’aria (in Italia si è registrato il record di morti premature) con una perdita stimata in oltre 1 milione di euro. Un ruolo importante lo hanno anche l’impollinazione e la regolazione del microclima urbano. La riduzione di quest’ultimo servizio ha pesanti riflessi sull’aumento dei costi energetici: l’impermeabilizzazione del suolo causa un aumento temperature di giorno e, per accumulo, anche di notte.

In sintesi il dato nazionale dice che la perdita economica di servizi ecosistemici è compresa tra i 538,3 e gli 824,5 milioni di euro che si traducono in una perdita di capitale naturale per ettaro compresa tra i 36.000 e i 55.000 euro. I dettagli dei metodi di stima si trovano nella parte 3 del rapporto. Il consumo di suolo rilevato è di gran lunga inferiore a quello reale. Proprio a causa di tale incertezza i costi sono espressi in valori minimi e massimi. Questi ultimi risultano comunque sottostimati in quanto le perdite sopra descritte colpiscono anche aree vicine a quelle urbanizzate che non rientrano direttamente nelle stime conteggiate.

Dove si paga il prezzo più alto?

Il consumo di suolo, seppur rallentato, continua ancora a crescere (8 mq al sec). Tra le cause non c’è solo la domanda di case (ingiustificata se si considera che in Italia ci sono più di 7 milioni le case vuote, cioè una su cinque, come emerso da una recente indagine di “Solo Affitti”). Hanno un ruolo importante anche la rendita fondiaria e immobiliare.

Le infrastrutture restano le più impattanti (41% nel 2013): la realizzazione della Tangenziale Est Esterna di Milano (TEEM) ha fatto salire il Comune di Vizzolo Predabissi (MI) nella classifica dei più consumati. Oltre agli edifici, a consumare suolo ci pensano anche parcheggi, cantieri, serre, attività estrattive e discariche. Nella classifica generale a livello comunale rimangono ai primi posti in termini di percentuale di suolo consumato i comuni del napoletano e Lissone (MB). Lombardia, Veneto e Campania risaltano nelle mappe delle regioni con un pericoloso colore rosso che vuol dire consumo di suolo elevato. Negli ultimi anni si distinguono in negativo per un consumo in crescita anche Sicilia, Puglia, Calabria, Marche e Umbria. Le regioni più consumate registrano, per quanto detto sopra, i costi maggiori in termini di perdita dei servizi ecosistemici: per Lombardia e Veneto siamo oltre i 130 milioni di euro.

Tra i territori provinciali Monza e Brianza, come avviene da tempo, registra ancora una volta il dato peggiore (con oltre 40% di territorio ormai consumato) e un’ulteriore crescita nell’ultimo triennio dello 0,5% che vuol dire una perdita economica di oltre 5 milioni di euro. Milano ha consumato di più nell’ultimo triennio (1,2%). Le città metropolitane in generale si distinguono negativamente in termini di consumo ma salgono in classifica anche altre città come Padova, Treviso, Matera e Viterbo, dove risulta particolarmente consumata la zona costiera.

I territori costieri sono altamente consumati un po’ in tutta Italia, da una costa all’altra: dal Friuli alla Puglia come dalla Liguria alla Sicilia, dove in questa estate é riaffiorata addirittura la malsana idea di un ulteriore condono edilizio. Non vengono risparmiati dal consumo nè le aree di montagna, cioè i terreni in quota, nè le aree lungo i corpi idrici, con valori molto alti in Liguria dove ci si accorge della gravità solo quando piove abbondantemente. E’ ancor più preoccupate rilevare dai dati del rapporto che sono colpite dal consumo anche le aree protette, come quelle dell’area della Maddalena e del Circeo, nonché le zone a rischio frane e a pericolosità sismica. Tragedie come quella del terremoto in centro Italia hanno evidenti responsabilità in precedenti scelte dissennate.

Magra consolazione sapere che non è solo un problema italiano ma europeo: non c’è omogeneità nei dati nazionali ma un’indagine Eurostat ha evidenziato che la percentuale coperta è maggiore in Olanda, Belgio, Lussemburgo (oltre i 10%) e Germania, l’Italia è quinta (7%) prima tra le aree non centrali e, in questa poco invidiabile classifica, ben oltre la media europea che è del 4,3%.

La convenienza economica di uno sviluppo senza crescita insediativa
e basato sulla rinaturalizzazione


L’Europa stessa ha fornito da tempo importanti indicazioni in tema di consumo del suolo: innanzitutto un approccio basato su una vera definizione di consumo, non ancora recepita o, peggio, diversamente interpretata a livello nazionale. E’ consumo ogni variazione da una copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale e permanente del suolo (suolo consumato).

Solo dopo questo riconoscimento si potrà fare un passo in più verso la successiva fase di compensazione della componente residua di consumo non evitabile, che deve avvenire, come dicono le direttive, tramite la rinaturalizzazione di un’area di estensione uguale o superiore, che possa essere in grado di tornare a fornire i servizi ecosistemici in precedenza garantiti dai suoli naturali. Un obiettivo da perseguire in particolare nelle aree dismesse, che assume quindi maggiore importanza se queste sono collocate all’interno delle città.

Al momento però sembra complessa la definizione dei limiti e degli obiettivi di riduzione del consumo. Il Disegno di legge approvato dalla Camera il 12 maggio 2016 riconosce l’importanza del suolo come bene comune e risorsa non rinnovabile ma non garantisce il risultato: in Lombardia, ad esempio, con la normativa regionale in vigore restano consentiti irragionevoli previsioni di trasformazione che non verranno compensate.

Grazie alle analisi contenute nel rapporto ISPRA, i costi generati dal consumo, solitamente sottostimati e trascurati, assumono un peso evidente. Questi si aggiungono alle spese necessarie per infrastrutture, servizi e manutenzioni che la nuova edificazione richiede.
Un circolo vizioso che, visti i numeri, genera un dubbio: dov’è la convenienza pubblica di ingiustificati interventi di edificazione con ritorno economico limitato al breve periodo? Quanto contano tributi ed oneri incassati se poi gli interventi si rivelano evidentemente antieconomici e destinati a perdere valore oltre che a richiedere una costante manutenzione?

Le cifre riportate dimostrano che la battaglia contro il consumo di suolo non è ideologica ma rappresenta una concreta opportunità di risparmio. Non è neppure regressione ma una forte spinta verso un nuovo modello di sviluppo “senza crescita insediativa”, come viene auspicato nel rapporto. Una “valorizzazione ecologica e contemporaneamente economica” opportunità quindi per un vero e proprio rilancio.

Riferimenti

Il rapporto sul consumo di suolo 2016 è scaricabile dal sito dell’ISPRA. La presentazione del rapporto è avvenuta nel luglio scorso, con una giornata di studi organizzata da Ispra, di cui potete leggere il resoconto di Marianna Amendola e gli articoli di Paolo Berdini e Luca Fazio, ripresi da il manifesto. Sul disegno di legge, verso il quale eddyburg è radicalmente critico, si veda il recente intervento di Vezio de Lucia, con in calce i riferimenti alle numerose prese di posizione e disamine disponibili nel sito. Tutto quel che c'è da sapere sul consumo di suolo è riassunto in una visita guidata attraverso gli articoli e i documenti pubblicati nel nuovo e nel vecchio archivio di eddyburg.

«"Fermiamo il consumo di suolo" di Paola Bonora per Il Mulino. Lo sviluppo non è sempre proporzionale alla crescita urbana. Un saggio critico analizza lo sfruttamento del territorio e i suoi prodromi». Il manifesto, 13 settembre 2016 (c.m.c.)

Chi mai tra amministratori, governanti, cittadini, avrebbe oggi il coraggio di dichiararsi pubblicamente a favore di un ulteriore consumo di suolo in Italia? Probabilmente quasi nessuno (costruttori compresi; più per vergogna che non per convinzione e interessi). Eppure ancora oggi è difficile separare il concetto di sviluppo da quello di crescita urbana, Grandi Opere, Grandi Eventi: sembrano le due facce di una stessa medaglia (A Milano Expò, a Roma prossime olimpiadi e nuovo stadio).

È stato detto da molti, il terribile terremoto di Amatrice è una ennesima dimostrazione di come lo svuotamento delle aree interne a favore dei terreni pianeggianti delle coste rende queste zone appenniniche ancora più vulnerabili e fragili; aree di abbandono, dove, al più, celebrare qualche sagra paesana in alcuni giorni dell’anno: il futuro è quello delle grandi città, ovvero delle sue periferie sempre più estese, indistinte, anonime. È il mantra dello sviluppo, della modernità, ed è così che, cacciato dalla porta, il consumo di suolo, riesce sempre a rientrare dalla finestra, nonostante le dichiarazioni pubbliche.

Paola Bonora, docente di geografia all’università di Bologna, da sempre impegnata a difesa delle ragioni dei territori e delle comunità insediate (con P. L. Cervellati ha scritto Per una nuova urbanità. Dopo l’alluvione immobiliarista, Diabasis), prova a dimostrare, con un libro agile e snello dal titolo Fermiamo il consumo di suolo. Il territorio tra speculazione, incuria e degrado (Il Mulino, pp. 133, euro 12) che non solo vale la pena di continuare a difendere questa causa, ma che è addirittura vantaggioso limitare questo consumo.

Il libro, già dalle prime pagine, è una denuncia contro la retorica oggi di moda: «Mentre infatti si propugna il consumo zero, dall’altra si varano provvedimenti che vanno in direzione opposta come è il caso del decreto legge cosiddetto Sblocca Italia, che sposta l’offensiva del cemento e dell’asfalto sul piano delle grandi opere varando misure urgenti per la riapertura dei cantieri». La questione è ben nota: «In Italia vengono consumati otto mq. di suolo al secondo: un rettangolo di due metri per quattro ad ogni respiro. Un accumulo che non conosce pause: in media sono stati consumati più di sette mq. al secondo per oltre 50 anni».

Fin qui altri libri e ricerche (quella di Michele Munafò, tra tutte, responsabile del Rapporto Ispra 2016 di cui si può leggere sulle pagine di questo giornale del 13 luglio), hanno già ampiamente documentato il saccheggio e la devastazione di tale risorsa. Meno scontate sono le implicazioni ecologiche, sistemiche, sociali e culturali conseguenti al consumo di suolo che invece formano il cuore del libro. Dobbiamo a Bonora il compito di distinguere tra suolo e territorio sulla scia della Scuola Territorialista di Alberto Magnaghi.

Suolo, infatti, allude ingegneristicamente a una semplice risorsa fisica (seppure non rinnovabile e indispensabile alla riproduzione dei sistemi ecologici), mentre il territorio «è elemento costitutivo delle comunità, agente vivo del processo di civilizzazione e delle sue dialettiche, spazio pubblico e bene comune per eccellenza, come i suoi attributi di qualità, funzionalità, bellezza». Dopo la modernizzazione fordista (che pure ancora manteneva spazi pubblici e paesaggi), la deregulation neoliberista rispecchia «la crisi dell’idea di comunità, della mancanza di baricentri, di spazi in cui vivere il quotidiano».

L’immagine postfordista è quella di una città frammentata, priva di orientamento, senza più forma e senza più vita in comune, prodotto di esistenze in transito. Anche l’agricoltura è tirata in causa, come vittima e carnefice di se stessa. Il processo di urbanizzazione delle aree agricole «porta con sé appiattimento, omologazione, perdita di biodiversità, altera cicli ecologici, confina l’agricoltura in aree interstiziali».

Al tempo stesso l’eccesso di monocolture, la meccanicizzazione spinta e l’uso di prodotti chimici completa la distruzione del patrimonio agricolo e mette a repentaglio la sicurezza alimentare. Il processo di cementificazione tanto meno risparmia il paesaggio considerato «una risorsa identitaria poiché raccoglie e condensa le memorie delle generazioni trascorse, la dialettica delle relazioni sociali, i valori culturali che le ispirano».

Paola Bonora preferisce non trarre conclusioni («le conclusioni sono sempre la parte più noiosa e pleonastica di un libro»), piuttosto aggiunge una riflessione amara a quanto già detto da molti: «Che le persone non si radunino nelle piazze accade non solo perché ammaliate dai social network o dai centri commerciali, ma anche perché le piazze, le strade e i luoghi in cui può avvenire l’incontro sono diventati paesaggi stranianti, spazi ostili, corridoi di transito popolati da consumatori frenetici».

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