Ho ritenuto opportuno raccogliere in un libro di rapida lettura una serie di scritti che nel corso degli ultimi mesi ho dedicato alla tanto discussa "Patrimonio S.p.A" e, più in generale alle disposizioni legislative che prevedono la possibilità di alienare, per fare cassa, beni appartenenti al patrimonio culturale dello Stato; o che, comunque, affacciano l’ipotesi di affidarli in concessione a una gestione di tipo privatistico che inevitabilmente comporterebbe limiti sia per un'efficace azione di tutela sia per la fruizione e il godimento pubblico. Ho integrato questa raccolta di scritti - quasi tutti già apparsi, anche se talvolta in forma ridotta, su giornali o riviste - con precisazioni e annotazioni che arricchiscono l'argomentazione o la rafforzano con dati o documenti. Nella seconda parte del volume mi e' invece parso opportuno riunire altri interventi, anch'essi molto recenti o comunque elaborati negli ultimi anni, che si riferiscono a problemi diversi da quello delle alienazioni e delle concessioni, ma che hanno una connessione molto stretta con il ragionamento di fondo che sta all base degli scritti raccolti nella prima parte.
C'è un filo rosso che, in modo molto evidente, percorre e unifica il libro. Esso sta nella preoccupazione, in me e non solo in me molto forte, per la preminenza che negli ultimi tempi e' venuta via via assumendo - in modo più palese nel campo dei beni culturali, ma con conseguenze molto negative anche in altri campi delle attività culturali, dalla scuola alle varie forme di comunicazione - una visione che tende a subordinare la cultura e la politica che la riguarda a un'impostazione di tipo economistico e alla pervasiva ideologia liberista. Tale subordinazione produce, infatti, conseguenze devastanti. Non solo perché apre pericolosamente la strada a distorsioni in senso aziendalistico e mercantilistico nell'elaborazione delle politiche culturali. Ma perché spinge a smarrire o comunque ad annebbiare il senso profondo del valore della cultura e del patrimonio culturale: quel senso profondo che sta nell'essere un elemento essenziale dell'identità di un popolo, nel costituire un fondamento da cui non si può prescindere per un avanzato sviluppo umano e civile, nel rappresentare un fattore qualificante per la formazione di una personalità libera e matura. Decisivo, perciò, è riaffermare, contro questa perversione economicistica, che il fine fondamentale delle politiche culturali deve essere nella valorizzazione della risposta che la cultura dà ai più alti e più ricchi bisogni dell’uomo: e quindi nell’avanzamento della ricerca e della conoscenza, nell’ampliamento della sfera delle libertà, nella fruizione da parte di un numero crescente di donne e di uomini di quanto di meglio la storia umana ha prodotto.
Proprio per questo mi è parso e mi pare giusto sottolineare due contraddizioni apparentemente paradossali che caratterizzano la situazione attuale. La prima è che – si tratta di un esempio, ma è un esempio molto significativo: ho perciò voluto dedicare ad esso il primo saggio raccolto nel volume – mentre la classe dirigente dello Stato italiano di fine ‘800 (uno stato davvero povero e con basi ancora molto fragili) dopo lunghe discussioni dovute appunto alle difficoltà economiche avvertì come dovere nazionale procedere all’acquisto di un autentico tesoro come la Galleria e la Villa Borghese, viceversa la classe dirigente dell’opulenta Italia di oggi, ottava potenza industriale al mondo, non esita a considerare la possibilità di vendere o dare in concessione anche parti importanti del patrimonio culturale pubblico per ridurre il deficit del bilancio statale. Senza per nulla sopravvalutare i governi di fine Ottocento, questo confronto è estremamente indicativo della miseria della cultura politica oggi dominante.
Il secondo apparente paradosso (e questo vale non solo per i beni culturali, ma per tutti i settori della cultura) è che proprio quando l’avanzamento scientifico e tecnologico e il dispiegamento delle forze produttive potrebbero ormai consentire – tanto più in un paese ad elevato reddito come l’Italia, e più in generale in tutto l’Occidente – di ridurre il tempo di lavoro e di dedicare una quota sempre più rilevante delle energie materiali e umane non a un’indefinita corsa alla crescita illimitata della produzione e del consumo di merci, ma alle più ricche e libere attività umane quali quelle dalla conoscenza e della cultura, proprio in questo momento prevale una concezione che tende a subordinare le attività formative e culturali a criteri economicistici o addirittura a una visione mercificante.
Ho parlato di contraddizioni “apparentemente paradossali” perché, in realtà, esse non si basano solo su errate valutazioni soggettive, ma affondano le radici in quel processo di “controriforma conservatrice” che a partire dagli anni ottanta si è sviluppato su scala mondiale. Un processo che certamente è stato favorito anche dalla crisi e dagli errori, spesso devastanti, delle ideologie e dei movimenti progressisti: ma che proprio per questo ha colpito al cuore le idee di preminenza dell’interesse pubblico, di regolazione del mercato, di impegno prioritario per la promozione dell’interesse sociale e delle attività formative e culturali, ossia quelle idee che erano state la base portante di una fase storica che, particolarmente in Europa, resta caratterizzata come la fase di realizzazione di un’esperienza di indubbio valore quale quella dello “Stato sociale”. Anche l’autonomia della cultura e delle politiche culturali è stata duramente violata dalla tendenza che questa controriforma conservatrice ha fatto emergere in modo sempre più marcato.
Per quel che in particolare riguarda l’Italia e, più specificamente, il settore dei beni culturali, non è certo un caso se già negli anni ottanta – cioè poco dopo che per tali beni era stato costituito in Ministero apposito, a proposito del quale si era assicurato (a mio avviso in termini illusori, come già allora ebbi a dire) che avrebbe avuto una struttura “atipica”, essenzialmente “scientifica e tecnica” – cominciò a manifestarsi la tendenza a spostare l’accento dai problemi specifici della tutela alla possibile redditività economica del patrimonio artistico e culturale. La prima iniziativa di questo tipo, di cui molto si discusse, fu quella dei famosi “giacimenti culturali”, promossa da De Michelis (che – va notato perché è significativo – era ministro dei Lavori Pubblici e non dei beni culturali). Quest’iniziativa si tradusse nella dispersione di molte centinaia di miliardi – molti per l’epoca e tanto più rispetto al poco che di solito si dedicava ai Beni culturali – senza alcun costrutto e non portò dunque ad alcun risultato positivo. Ma segnò una strada e contribuì a formare una mentalità. E infatti di lì a pochi anni seguì l’enfasi che si creò attorno alla proposta dei cosiddetti “servizi aggiuntivi”: cioè quei servizi (libreria, bar, ristorante guardaroba, ecc) che certamente sono necessari per agevolare i visitatori dei musei e che senza dubbio possono dare anche un certo reddito, ma che sono, appunto, un elemento di supporto e che in nessun modo possono diventare un fine. Poi vennero, via via, le leggi che in vario modo hanno, con crescente insistenza, spostato l’attenzione verso soluzioni di tipo privatistico e aziendalistico nella gestione dei beni culturali: sino a quel vero salto di qualità in negativo – la gestione del bene come merce, il fare cassa come fine – che caratterizza provvedimenti legislativi come quello che istituisce la “Patrimonio S.p.A”.
Su due punti voglio ancora richiamare l’attenzione, prima di concludere questa premessa: il primo è che , fortunatamente, una reazione così delle forze della cultura come delle associazioni impegnate in questo campo almeno in qualche misura c’è stata (in particolare contro i pericoli di una politica di privatizzazione e di alienazione) e ha costretto in più di un caso i governanti anche a passi indietro, rettifiche, correzioni, ricerca di soluzioni di compromesso: il peggio, che si temeva, non si è ancora del tutto verificato. E’ anche vero, però che si sono prodotte conseguenze negative che sarà assai difficile riassorbire. Mi riferisco, in particolare, al privilegio dato agli aspetti spettacolari di una politica di tutela (le mostre, i restauri di richiamo, gli eventi, ecc.) rispetto all’impegno quotidiano di studio e di conservazione; all’attenzione concentrata sul museo piuttosto che sul territorio ( sino a separare, proprio nelle maggiori città d’arte, il primo dal secondo); al crescente disinteresse per quelle strutture che non esercitano l’attrazione che ha il patrimonio artistico in senso stretto e che tuttavia svolgono – penso alle biblioteche, agli archivi ecc. – un ruolo decisivo per lo sviluppo culturale di un paese. Soprattutto, ha subito un colpo assai duro quello che era, e in parte è ancora, l’aspetto più qualificante del patrimonio culturale italiano: cioè quella sua diffusione e stratificazione sul territorio che per tanto tempo ha fatto dell’Italia un paese unico al mondo. Anni di lotta per reagire alla speculazione urbanistica e alla devastazione dell’ambiene, per richiamare l’attenzione sui centri storici sul paesaggio, sui valori ambientali, sul complesso legame fra il bene culturale e il contesto più generale in cui è inserito, rischiano di essere annullati dalle tendenze mercantilistiche ed economicistiche prevalse nell’ultimo periodo. Porre rimedio a questa situazione richiederà un impegno di ampio respiro e di lunga lena.
Il secondo punto è che non solo il settore dei beni culturali, ma il complesso della cultura e delle attività che lo qualificano è stato negativamente investito da questo processo. Nei giorni in cui scrivo questa introduzione, per esempio, è soprattutto l’organizzazione della ricerca scientifica che sta subendo duri colpi: non solo per il taglio dei finanziamenti che già da molti mesi era stato annunciato; ma col commissariamento del maggiore ente (il CNR) , coll’annullamento o la radicale riduzione delle forme di autonomia e di autogoverno democratico, colle decisioni dall’alto sul nuovo assetto di enti, centri, istituti, con la palese volontà di subordinare tutto il settore alle decisioni governative. Ma non è molto migliore la situazione di altri settori: dall’università – dove un’autonomia gestionale fortemente condizionata dalla contrazione dei finanziamenti pubblici e un’impostazione fortemente pofessionalizzante in senso praticistico stanno determinando un processo di americanizzazione in senso deteriore – al complesso dell’attività formativa e scolastica (rinvio, al riguardo all'analisi specifica sviluppata nel volume): per non parlare delle insidie sia per un reale pluralismo democratico sia per la qualità culturale dei prodotti che si presentano in modo sempre più marcato nel campo dell’informazione, delle attività di spettacolo, della comunicazione e soprattutto nel settore televisivo.
E’ doveroso dire, infine, che la sinistra – in particolare quella che ha avuto un ruolo di governo, ma non solo essa – non è certo immune da responsabilità per ciò che è accaduto negli ultimi due decenni. Se infatti si è realizzata un’autentica egemonia, nei diversi campi, delle ideologie della destra conservatrice – il mercato, l’impresa, il privato, in generale la prevalenza assegnata ai valori economici rispetto ad ogni altro criterio di valutazione – è anche perché debole è stata la resistenza opposta a queste ideologie. Anzi in molti casi esse hanno fatto presa - in Italia e fuori d’Italia – anche negli orientamenti di larghi settori della sinistra e nelle politiche da essa praticata.
Ciò si è verificato – si potrebbe osservare – in tutti i settori dall’organizzazione civile e sociale. Ma senza dubbio ha pesato particolarmente nel campo della cultura, dove la libertà della ricerca e della sperimentazione, l’autonomia dai vincoli di mercato, la preminenza dell’arte o delle scienze sull’economia sono condizioni essenziali per un più fecondo sviluppo. Si è così aggravato quel già difficile rapporto con la ricerca culturale più innovativa e più avanzata che durante tutto il Novecento ha rappresentato un handicap – accanto alla prevalente ideologia produttivistica – nello sforzo di affrancarsi compiutamente dall’egemonia del capitalismo e creare così le condizioni per cominciare davvero a costruire una propria egemonia.
Proprio per questo ho voluto inserire al termine del volume, un breve saggio – una riflessione appena accennata sul Novecento da Boccioni a Gehry - che non è la conclusione un po’ stravagante di una serie di scritti dedicati a questioni ben più attuali. Con questa riflessione ho invece voluto ricordare che il limite economicistico ha attraversato, durante il secolo che si è appena concluso, tutta la storia della sinistra anche nelle esperienze storicamente più rilevanti e ha inciso in particolare sul rapporto fra politica e cultura. Ciò ha significato, in sostanza, il permanere di una subalternità all’ideologia capitalistica: una subalternità che ancora non è risolta. Fare i conti con questi problemi non è dunque, per la sinistra, un tema secondario o collaterale: al contrario è uno dei temi di fondo che essa, proprio in un momento di grave crisi è chiamata ad affrontare.
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Chiarante, Patrimonio SpA
Approfittando della distrazione generale (lettori e giornalisti erano più occupati nella caccia ai regali che a controllare leggi e regolamenti), il Cipe ha varato una direttiva sui beni culturali non esattamente cristallina. «Come al solito, si vuole proteggere soltanto la grande opera, e si lascia intendere che i piccoli o meno noti beni possono finire sul mercato», protesta il verde Sauro Turroni, vicepresidente della commissione ambiente del senato.
Che cosa non la convince, nella direttiva del Cipe?
Si parla di beni «di particolare valore storico, artistico, culturale e ambientale», intendendo con questo il Colosseo, la Fontana di Trevi e gli Uffizi. Che fine faranno, viceversa, le migliaia di torri medievali, castelli, piccoli musei che arricchiscono la vita culturale dei cittadini italiani ma non hanno mai goduto degli onori delle cronache? L'altro giorno ho visto il castello dove fu organizzata la congiura dei Pazzi: è un edificio senza «particolari» bellezze, ma certo pieno di storia. L'impronta «immobiliarista» che questo governo vuole dare al paese, consentirà che se ne facciano miniappartamenti?
La direttiva accenna al fatto che si potrà vendere solo ciò che è vendibile. Tautologia a parte, esistono davvero beni culturali pubblici alienabili?
La questione è attualmente controversa, poiché il codice civile, agli articoli 822 e 823 dice che il demanio culturale non può essere alienato, ma il regolamento approvato nel settembre del 2000, quando al governo c'era ancora il centro sinistra, ha aperto la porta alle alienazioni. Nonostante non abbia formalmente modificato il codice civile, si intende implicitamente superato, in base al principio della gerarchia delle fonti secondo cui una legge successiva cancella quella precedente.
In pratica, il dpr 283 del 2000 consente di alienare i beni che non sono esplicitamente protetti da un decreto di vincolo. Come lei diceva, si abbandonano al loro destino tutte le opere disseminate in giro per l'Italia e prive di una dichiarazione vincolante. Ma si potrà almeno salvare ciò che la legge già protegge?
Dipenderà dalle soprintendenze regionali, dato che quello stesso regolamento impone al ministero di aggiornare e verificare gli elenchi dei beni culturali. E la stesura dell'elenco è demandata, come è ovvio, agli enti di tutela sul territorio, che sono le soprintendenze. Del resto, soltanto le soprintendenze regionali conoscono a sufficienza il loro territorio e soltanto loro sono in grado di redigere gli elenchi richiesti. Ma questo lavoro è stato fatto? Nella mia regione, l'Emilia Romagna, si è provveduto. Vorrei che vi fosse certezza anche per le altre regioni.
Le altre norme del Cipe sono più tranquillizzanti?
Mi preoccupa anche il punto 4, secondo cui la Patrimonio SpA «osserverà tutte le forme di tutela previste per la difesa del demanio». Poiché la legge attribuisce appunto al ministero e alle soprintendenze la funzione di tutela, non vorrei trovarmi di fronte a un ulteriore sconfinamento di poteri.
In questi giorni, il tesoro ha annunciato la vendita di carceri, caserme e porti. Dunque il peggio è per ora evitato?
Niente affatto, e per le ragioni che si son dette in precedenza. Prendiamo la mia città, Forlì. Il carcere del suo centro storico è inserito nella rocca di Caterina Sforza. Pur essendo un edificio di epoca più recente, è stato inserito dal soprintendente nell'elenco dei beni culturali intoccabili. Vorrei la sicurezza che gli elenchi comprendano davvero soltanto edifici privi di qualsiasi valore artistico e di qualsiasi significato storico. Noi comunque teniamo alta la guardia. Sono riuscito ad esempio a inserire nella finanziaria una norma di tutela anche per gli immobili di interesse storico e artistico di proprietà delle regioni, delle province e dei comuni.
Cambia la legge sulla vendita del patrimonio pubblico. E’ già al lavoro una commissione che, con la partecipazione di Sabino Cassese, dovrà «demarcare» ciò che è patrimonio artistico intoccabile, come il Colosseo o Fontana di Trevi, da ciò che artistico non è e dunque potrà essere ceduto. In arrivo c’è anche un catalogo di tutti i beni pubblici non disponibili, diviso per categorie.
Giuliano Urbani, ministro dei Beni e delle Attività culturali l’annuncia durante un contraddittorio con Salvatore Settis, storico dell’arte e direttore della Normale di Pisa, oltre che ex direttore del Getty Research Institute. Tanto Urbani che Settis hanno scritto un libro sul presente e sul futuro del patrimonio dello Stato. Quello del ministro (Il tesoro degli italiani, Mondadori) difende com’è ovvio l’azione del governo e in particolare l’istituzione della Patrimonio Spa, la contestata società che dovrebbe valorizzare i beni pubblici. Quello di Settis (Italia Spa, Einaudi) rappresenta all’opposto un duro atto d’accusa e mette in guardia rispetto all’«assalto» al patrimonio culturale dell’Italia da parte del governo e dei privati. Il colloquio si svolge nella redazione di Repubblica e muove appunto dai libri.
La legge sulla Patrimonio Spa ha suscitato molte polemiche: c’era e c’è il timore che le bellezze d’Italia finiscano nelle mani dei privati. Urbani ha dedicato alla questione solo sette pagine e mezzo. Settis un intero saggio. Una evidente disparità, come mai?
URBANI «Per me la Patrimonio Spa funziona e non deve intimorire perché i beni culturali sono già tutelati da altre leggi. Però c’è stata polemica, è vero, peraltro mal condotta dalla nostra opposizione parlamentare e non parlamentare. Diciamo che hanno scelto la via del manicheismo: tutto ciò che fa il governo è male. Siamo arrivati al ridicolo di contraddire per intero la gestione precedente. Ma un amministratore pubblico non è solo un amministratore, è anche un signore che sa che meno dissenso c’è, meglio è. Perciò ho pensato alla Commissione di esperti: decideremo così nei dettagli cosa privatizzare. Ma ripeto: il patrimonio artistico già oggi è difeso».
SETTIS «Illustri giuristi da me consultati dicono di no. In via teorica il meccanismo della nuova legge prevede anche che si possa vendere il Colosseo: la normativa non lo esclude. Certo, ci vogliono le firme contestuali di Urbani e Tremonti. Ora i nostri ministri dicono che non firmeranno mai una cosa del genere: voglio crederlo. Ma che ne so io chi saranno i ministri tra otto, dieci, vent’anni?. E poi quando Urbani scrive nel suo libro che il nostro patrimonio nasce dai privati e dunque al massimo glielo restituiremo, ecco, è questo tipo di affermazioni che mi lasciano sconcertato. Sarebbe come dire che l’Unità d’Italia l’ha fatta un privato di nome Giuseppe Garibaldi. Il patrimonio, comunque sia arrivato, c’è. E di mezzo c’è l’entità dello Stato che lo elabora, i cittadini, la coscienza civica».
URBANI «Mi si consenta una precisazione: io sono un politologo e dunque attribuisco alle parole un significato più politico. Quando con una battuta dico che restituiremo ai privati un patrimonio realizzato dai privati, intendo dire che la peculiarità dei nostri beni artistici è quella di nascere più dall’iniziativa dei cittadini che non da quella delle istituzioni nazionali che peraltro fino ad un secolo e mezzo fa non c’erano neppure».
Al dunque cosa sarà privatizzato?
URBANI «Parlerei di privatizzazioni tra virgolette. In realtà si tratta di gestione in concessione. Chiederemo aiuto, con le modalità più sperimentate, a un mondo di specialisti per la gestione dei musei. Ma il pubblico rimarrà il padrone assoluto dei musei; i sovrintendenti restano i tutori. Diverso è il discorso delle dismissioni: c’è un enorme quantità di beni di cui lo Stato dovrebbe disfarsi. E’ nell’interesse pubblico venderli. Si tratta di capire cosa è disponibile e cosa non lo è».
SETTIS «E’ chiaro che nel patrimonio pubblico ci sono vecchi appartamenti lasciati da qualche vedova o vecchie scuole che non si usano: queste cose, se si vendono, è un bene. Il problema riguarda il patrimonio culturale. Qui è l’assalto. Non si possono mettere teoricamente sullo stesso piano, sia pure con delle garanzie, l’appartamento del 1950 e un bene culturale. E allora è chiaro che la Fontana di Trevi o il Colosseo non li vende nessuno, ma i beni più piccoli? Che ne è dei beni più piccoli? Ci vuole un intervento normativo che chiarisca bene ciò che è culturale ed incedibile. Da questo punto di vista la Commissione annunciata dal ministro aiuta».
Per favore, ministro, può spiegare bene il senso di questa commissione?
URBANI «Servirà appunto a tratteggiare un ragionevole confine tra ciò che è patrimonio artistico inalienabile e ciò che non lo è. Dico ragionevole perché non sarà facile per un paese come il nostro fare questa distinzione. Sarà poi ben richiamato il sistema dei vincoli a cui i beni sono già oggi sottoposti e a cui tutti teniamo molto».
Dunque in qualche modo il governo corregge la legge: è un ripensamento?
URBANI «Il campo è talmente delicato che più chiarezza facciamo e meglio è: siamo tutti più tranquilli rispetto al nostro patrimonio».
SETTIS «Se questa commissione ha il compito di fare chiarezza è un’ottima notizia: vuol dire che prima chiarezza non c’era. Ripeto: servono garanzie assolute per ciò che è patrimonio culturale. Questo è il punto».
Servirà anche un catalogo dei beni culturali. In Italia non c’è e in passato i tentativi di realizzarlo sono andati a vuoto...
URBANI «Sì certo, serve, ma non universale perché sarebbe un’aspirazione infantile e occorrerebbero dieci anni. Al contrario, il catalogo in un paese come l’Italia dovrà dire solo ciò che non è disponibile. Può fissare delle categorie, non fare elenchi».
SETTIS «Il fatto che finora non si è provveduto ad affrontare in modo sensato il discorso del catalogo denuncia uno scollamento istituzionale tra le esigenze di bilancio del paese e la gestione dei beni culturali. Se adesso si fa, tanto meglio. Detto questo: un catalogo universale è impossibile, è vero. Ma forme di catalogo progettate, questo sì. Mi chiedo: perché non se ne può fare uno finalizzato solo alle dismissioni? Già si escludono per esempio tutti i quadri, ci mancherebbe. C’è poi un altro punto su cui non sono per niente d’accordo col ministro: le mappe del rischio. Urbani nel libro scrive che queste cose possono farle anche i giovani, con un personal computer, a casa propria, nei pomeriggi liberi dalla preparazione degli esami universitari. E’ sbagliatissimo: queste sono cose di alta professionalità».
Finora s’è avuta solo una prima radiografia dei beni pubblici realizzata dall’Agenzia del Demanio: è uscita la scorsa estate ma era scritta in cifre, secondo un elenco di speciali particelle: non ci si capiva nulla.
URBANI «Vorrei ricordare che siamo in un paese che ancora non ha un catasto degno di questo nome. E vorrei aggiungere che io personalmente non dispongo neppure di un catalogo dei beni a rischio: non so dove concentrare le priorità perché non so dove sono i rischi maggiori. Quindi, figuriamoci.... Il lavoro da fare è immenso. Per questo insisto: non pensiamo a un catalogo universale, ma ad uno che elenchi ciò che non è disponibile, diviso per categorie. Oltretutto, grazie al cielo, gli archeologi continuano a scavare, a scoprire. Al resto, alle zone grigie, penseranno i sovrintendenti che sono quasi una magistratura»
Ministro, il presidente Ciampi, nel promulgare la legge su Patrimonio, ha chiesto garanzie per la vendita dei beni e chiarezza sui bilanci. Settis scrive che l’appello è rimasto lettera morta. Lei che dice?
URBANI «Non dimentichiamo mai che su quella legge il presidente ha apposto la sua firma. Vuol dire che ne ha condiviso la legittimità e anche la sufficienza formale. Dal punto di vista sociologico mi rendo conto che chi amministra ha il dovere di farlo con il consenso dei cittadini: meglio dunque accogliere perplessità e dissensi con una norma in più. Siamo il paese dell’eccesso normativo e dei ricorsi: non posso io fare il prezioso. Seriamente: più condivisione abbiamo delle regole del gioco, meglio è».
Il ministro converrà però che la legge è apparsa come un tentativo di monetizzare immediatamente qualcosa, per far arrivare quattrini nelle casse dello Stato. Era proprio necessario fare una legge prima di dotarsi degli strumenti che ne regolano la gestione? Non è stato un danno d’immagine per il governo?
URBANI «Nessun danno. C’è stata solo, come ho già detto, una vivace polemica, per di più mal condotta».
Il concetto di far cassa però è ben evidente.
URBANI «Questo non lo nego: è l’obiettivo innovativo della legge».
Ciampi non a caso parlava anche del rendiconto: voleva cioè una cassa pulita, chiara.
URBANI «E’ semplicemente un problema di soggezione e controllo della Corte dei Conti. Punto. A questo è stato risposto in maniera puntualissima ringraziando il presidente e accogliendo il suggerimento. Il rilievo del capo dello Stato è stato un auspicio, non un diktat. Non ha detto: se non fate questo io non firmo la legge».
SETTIS «Sulla questione del far cassa o non far cassa dico solo che c’è la Costituzione e una chiara sentenza della Corte costituzionale che sancisce la priorità del valore culturale: non può essere subordinato ad altri valori, compresi quelli economici».
Ministro, tra gli oppositori della Patrimonio c’è anche la Corte dei Conti. Ha scritto che in nessun paese Ocse si riscontra una soluzione così radicale nell’affidare la gestione del patrimonio dello Stato. L’accusa è consistente e non è di parte politica. Cosa ne pensa?
URBANI «Che non è un’accusa: è una constatazione. Mi spiego: proprio secondo l’Ocse siamo al penultimo posto in materia di libertà economica all’interno dell’area perché abbiamo una dimensione enorme del patrimonio, non artistico, posseduto. Per arrivare al livello di Germania, Francia e Inghilterra dobbiamo proprio fare ciò che la Corte descrive. Ecco perché, nella mia lettura non è un’accusa, ma una constatazione di qualcosa di positivo, che per di più va fatta».
Eppure sembra lo stesso una critica...
URBANI «Non credo proprio. Se riusciamo a staccare il patrimonio artistico da quello pubblico, si capisce che la Patrimonio Spa insieme alla società Infrastrutture è stata creata per una ragione molto semplice: abbiamo un debito pubblico enorme sul quale paghiamo fior di interessi. Tutti noi cittadini, quotidianamente. Abbiamo invece un patrimonio pubblico, il che ci mette al penultimo posto in graduatoria, su cui paghiamo solo costi con ricavi irrilevanti. Le due società sono state fatte insieme perché dalla valorizzazione in senso economico dei beni pubblici - Patrimonio Spa- arrivano risorse per realizzare le infrastrutture di cui il paese ha bisogno».
Bel paradosso. Dobbiamo cioè auspicare più autostrade per avere più tutela dei beni artistici?
URBANI «Io auspico più infrastrutture per il paese che ne ha bisogno. Ma non per avere più tutela, bensì più risorse per l’amministrazione in generale. Del resto, in un contesto di risorse decrescenti o ci inventavamo questo oppure... Mica potevamo istituire la quarta giocata settimanale all’Enalotto. Era troppo».
Ora i poteri: Settis scrive che enorme è l’arbitrio del ministro dell’economia e debole la potestà del ministro dei beni culturali. Aggiunge che basteranno le vostre due firme per vendere il Colosseo. E’ così?
URBANI «Il potere di decidere una dismissione è metà per uno».
SETTIS «I giuristi da me consultati dicono che è giusta la mia interpretazione sulla suddivisione dei poteri tra lei e Tremonti. Tuttavia io non ho mai pensato che Urbani voglia vendere un bene culturale importante né che voglia farlo Tremonti, perché non voglio dire che lui è quello buono e quell’altro il cattivo. Il punto è che, al momento, la normativa non esclude che il Colosseo possa essere venduto».
La nuova legge prevede anche un canone d’uso, un affitto al valore di mercato per certi beni. Settis si chiede nel libro quali sono i prezzi degli uffizi, di Brera, del Pantheon? Si calcoleranno in base al loro uso attuale o a potenziali trasformazioni in condomini, garage, discoteche?
URBANI «Noi abbiamo il dovere di valorizzare le proprietà pubbliche sottoutilizzate. Quanto agli Uffizi, quelli non sono disponibili. Lo sono invece le biglietterie. Tutto quello che rientra nella valorizzazione del patrimonio pubblico va separato dal patrimonio artistico altrimenti è chiaro che viene fuori la domanda: affittiamo gli Uffizi? La risposta è no».
SETTIS «Forse i giuristi da me consultati non hanno capito, ma secondo loro la legge non dice qui si affittano gli Uffizi a qualcuno. Dice invece: si affittano gli Uffizi agli Uffizi. Mi spiego: lo Stato, che possiede il fabbricato in cui ha sede il museo, fa pagare agli Uffizi il prezzo dell’affitto. E lo decide Tremonti, lei stavolta non c’entra. Questo è rischiosissimo».
Ministro, Tremonti sta firmando col sindaco Veltroni un protocollo per la valorizzazione del patrimonio mentre Berlusconi ha appena affidato al Fai Villa Gregoriana a Tivoli. Siamo forse di fronte ad una strategia per tacitare le polemiche per poi un domani fare ciò che si vuole?
URBANI (scherzando) «Dovrei rispondere: come si permette?». Poi, serio: «Dietro il nostro comportamento non c’è falsità, perché altrimenti lo sarebbe anche questa nostra conversazione, qui a Repubblica con le mie dichiarazioni tranquillizzanti. Certo, è interesse di chi governa tranquillizzare, ma tacitare no»
(a cura di Elena Polidori)
Giuliano Urbani innesta la retromarcia sulla Patrimonio S.p.A.. Gaetano Benedetto, vicepresidente del Wwf, apprezza, ma con moderazione. «Siamo contenti che il ministro voglia alzare il livello di garanzia per i beni storico-artistici, stabilendo nettamente che cosa non si può vendere del patrimonio pubblico. Il governo ha sbagliato, come sostenevano tutte le associazioni ambientaliste, e siamo contenti che lo ammetta. Ma gli suggeriamo una strada più rapida rispetto a quella che indica».
Il ministro ha incaricato una commissione per riformare il Testo Unico dei Beni Culturali. E lì verrà stabilito cosa è inalienabile. Non basta?
«Il governo potrebbe inserire una norma nella Finanziaria e chiarire in che modo il ministero del Beni Culturali può esercitare il suo controllo».
Vale a dire?
«Si deve richiamare esplicitamente il regolamento Melandri, il quale esclude categoricamente che si possano vendere alcuni beni e che in genere condiziona le cessioni a obiettivi di tutela. In ogni caso le parole di Urbani ci rassicurano solo per il patrimonio storico-artistico».
Che significa?
«Resta fuori tutto il patrimonio paesaggistico, per il quale la legge Tremonti non prevede alcuna intesa con il ministero dell’Ambiente».
Che cosa la preoccupa?
«Che una volta venduta una spiaggia, bene demaniale, chi la compra ci possa costruire uno stabilimento, con una strada per arrivarci, un parcheggio e un ristorante sconvolgendo paesaggio ed equilibrio territoriale».
E’ quello che può accadere?
«Certamente. Perché mentre per un edificio storico affidato ai privati la Soprintendenza avrebbe la possibilità di controllare che uso se ne faccia e se se ne fa un uso scorretto può anche revocare la concessione, per una spiaggia non è previsto un organo che vigili».
E la legge Tremonti non dà nessuna garanzia?
«Assolutamente no».
Sullo stesso argomento leggi l’intervista a Francesco Erbani rilasciata da Salvatore Settis, “Se l’arte finisce in mano ai privati”
Visita il sito http://www.patrimoniosos.it
Italia S.p.A. si intitola il nuovo libro di Salvatore Settis (Einaudi, pagg. 149, euro 8,80). E´ un´accorata requisitoria sullo stato del nostro patrimonio artistico e sui rischi che corre la stessa identità nazionale se si usura quella parte della sua memoria.
La minaccia deriva da un inquietante paradosso, avverte Settis. Fu l´Italia a imporre nel mondo un modello di conservazione scaturito dalle corti rinascimentali e approdato, fra l´Unità e la seconda guerra mondiale, a una serie di saperi, di norme e di strutture che molti paesi, quando hanno potuto, hanno anche solo parzialmente riprodotto. Quel modello era fondato sul ruolo centrale che lo Stato si riservava nella salvaguardia. Ebbene, tutto l´impianto è ora logoro e si spegne progressivamente. E´ una lenta ritirata, promossa - ecco il paradosso - proprio dentro lo Stato, uno Stato che «confisca se stesso» (in copertina è riprodotto il sanguinolento quadro di Goya in cui Crono divora i suoi figli). Una marcia che il governo di centrodestra ha accelerato partorendo la «Patrimonio S.p.A.», la quale prende in carico tutti i beni pubblici, compresi quelli demaniali e di valenza culturale, li infila in un gigantesco catalogo immobiliare e potrebbe anche venderli.
Settis ha sessantun anni. E´ nato in Calabria, dirige la Scuola Normale di Pisa e per quasi sei anni ha guidato il Getty Research Institute di Los Angeles. E´ storico dell´arte e dell´archeologia. Lo considerano un´autorità indiscussa e da quando ha preso a lanciare i suoi appelli (anche dalle colonne di Repubblica) ha scosso un ambiente rimasto tramortito dalle iniziative del governo Berlusconi. Un po´ come ha fatto Franco Cordero per la giustizia.
Urbani, Tremonti e persino Berlusconi giurano sul loro onore che non venderanno mai il Colosseo...
«Non c´entra niente la loro personale moralità. Ma fino a ieri il nostro patrimonio artistico era per legge rigorosamente inalienabile».
E ora?
«Ora non più. Come fanno a sapere Urbani, Tremonti e Berlusconi che cosa potrebbero decidere fra cinquant´anni i loro successori? La legge che hanno approvato è chiarissima. E poi perché parlano solo del Colosseo? E´ assai poco consolante che per rimettere in sesto il bilancio o per costruire autostrade si cominci col vendere monumenti «minori»».
Ma il ministero per i Beni e le attività culturali deve autorizzare la vendita.
«E cosa cambia? Per cedere un monumento ci vorranno due firme e non solo una. Posso immaginare quale conti di più. Il ministero per i Beni culturali è stato messo ai margini e le sue strutture mortificate da una serie di marchingegni burocratici di rara inefficacia».
Urbani è riuscito a tanto?
«Non solo Urbani, per la verità. La strategia distruttiva inizia quando Gianni De Michelis inventò i "giacimenti culturali". Da patrimonio prezioso in sé e bisognoso di molte cure e molti soldi si passò all´idea che quei beni servissero a far soldi».
Ma De Michelis non era ministro dei Beni culturali.
«Appunto. Era al Lavoro. Ma questo è il sintomo di quale considerazione godesse il ministero per i Beni culturali».
Siamo nel 1986. Poi cosa è successo?
«E´ successo che sulla poltrona di ministro si sono alternate tutte mezze figure. E i Beni culturali sono diventati un residuo. Pensi che il primo concorso dopo il 1991 fu bandito solo nel 1995 e furono assunti undici, dico undici, archeologi in tutta Italia, molti meno di quanti fossero andati in pensione. Lo stesso è accaduto per gli storici dell´arte. Un dissanguamento continuo».
Qualcosa è cambiato con il centrosinistra.
«Walter Veltroni ha alimentato molte speranze. Per la prima volta un vice presidente del Consiglio su quella poltrona. Un leader nazionale. Destinare al nostro patrimonio i soldi del Lotto è stata un´ottima scelta».
Sono stati restaurati musei. Si sono allungati gli orari di apertura.
«E´ vero. Ma la riforma voluta da Veltroni aggiunse ai "beni" le "attività" culturali, lasciando intendere che bisognava rimpolpare il magro carnet de bal del ministero. E anche che le mostre erano più importanti dei musei».
E che le piazze erano più belle se ospitavano i concerti.
«Certamente. Poi si sono aggiunte le competenze sullo sport e lo spettacolo, si sono moltiplicate le direzioni generali, si è spezzettata l´amministrazione. Nel frattempo montava la retorica del privato».
In che senso?
«Nel senso che si è ritenuto che i privati potessero fare più e meglio di un´amministrazione che lentamente si smantellava. Si è cominciato con la legge Ronchey, che però si limitava alle caffetterie e alle librerie nei musei, senza intaccare nulla di essenziale. Ma poi si è andati molto, molto oltre».
Fino a dove?
«Si è allungata la lista dei servizi concessi ai privati: le guide, l´assistenza didattica, l´organizzazione di mostre. Tutte attività che negli altri paesi europei sono affidate all´amministrazione, perché si ritiene che siano strettamente legate alla conoscenza e alla tutela».
Altro?
«Certo. Le fondazioni. La legge Bassanini e alcuni decreti hanno trasformato in fondazioni enti dello Stato, enti di ricerca importanti, consentendo per esempio la privatizzazione dell´Istituto nazionale di Archeologia e Storia dell´Arte di Palazzo Venezia a Roma. Privatizzazione promossa dal centrosinistra e attuata da Urbani. Prima si è lasciato che annaspasse, poi lo si è separato dalla sua biblioteca e proprio mentre in Francia si fondava una struttura analoga - siamo nel 1997, il nostro istituto fu fondato quando ministro era Benedetto Croce - invece di rilanciarlo è finito ai privati».
Mi perdoni. Lei per chi vota?
«Per il centrosinistra. Ma che vuol dire? La sinistra è stata affetta da un deficit culturale, che mi auguro comprenda, dichiarando di voler invertire la rotta. La gente capirebbe. I governi di centrosinistra hanno pensato di fare venti per evitare che la destra facesse cento. Senza rendersi conto che la destra sta facendo cento trovandosi il venti già fatto. Ma guardi che anche a destra ci sono molte personalità che contrastano questa svendita dello Stato».
Un´altra suggestione maniacale sembra il fascino suscitato dai musei americani. Lei li conosce. Sono un esempio?
«No. Qui scontiamo una forma di genuflessione culturale. In America andiamo a pescare modelli astratti, l´università, per esempio, scartando uno dei tratti più positivi di quella società, che è la capacità di autocritica. Noi pensiamo che l´ideologia del mercato presupponga uno Stato leggerissimo: niente di più falso negli Stati Uniti».
Restiamo ai musei.
«I musei americani funzionano benissimo. Ma non hanno alcun nesso storico o culturale con il territorio che li ospita. Se un museo di Los Angeles vende un quadro di Tiziano non toglie nulla alla storia della California. Se le Gallerie dell´Accademia di Venezia cedessero un Carpaccio mutilerebbero la storia della città e di tutta l´Italia. Il nostro patrimonio culturale è storicamente un insieme il cui collante non saprei definire meglio che "tradizione nazionale", "identità nazionale". Questo è il modello italiano formato nei secoli. E per questo lo Stato ha conservato un ruolo cruciale di tutela, sia che il patrimonio sia pubblico, sia che il patrimonio sia privato».
Ma i musei americani, si dice, potrebbero essere esempio di buona conduzione. O no?
«Anche qui: ma si sa di cosa si parla? Il Metropolitan o il Getty sarebbero in passivo se potessero contare solo sui biglietti (al Getty, oltretutto, si entra gratis) o sui ristoranti o sui gadget. Le spese del Getty vengono ripianate dal patrimonio di cui è dotato il museo e che viene oculatamente investito producendo profitti. Al Metropolitan pensano il Comune di New York e le donazioni private. Gli Uffizi o Capodimonte hanno questi fondi? Dove stanno i privati disposti a questi esborsi? E poi, scusi, perché mai dovrebbe valere per l´Italia il modello americano se i direttori del Getty, del Metropolitan e di altri musei hanno firmato un appello contro le ipotesi di privatizzazioni previste l´anno scorso dal governo Berlusconi?»
Secondo lei è stato un bene aver distinto, perfino nella riforma di un articolo della Costituzione, la tutela del patrimonio attribuita allo Stato e la gestione del patrimonio alle Regioni?
«E´ un pasticcio che produce effetti destabilizzanti. Tutela e gestione sono due momenti connessi di un unico processo: la ricerca e la conoscenza del bene da tutelare e da gestire. Per misteriose ragioni qui non ha funzionato il modello americano, dove chi tutela gestisce. Prenda il deposito di un museo: chi decide quale anfora tirare su dal magazzino per esporla? Chi tutela o chi gestisce?»
Questo sistema apre ulteriori varchi ai privati?
«Questo non lo so. So però chi se ne avvantaggia».
Chi?
«Gli avvocati, perché fioccheranno mille contenziosi, con il risultato di paralizzare tutto. Qualche giorno fa il Consiglio di Stato ha bocciato Urbani: vedrà, andremo avanti così».
Avanti così con «i talibani a Roma», come ha intitolato il suo primo capitolo?
«Per la verità quel titolo l´ha coniato la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Ed è appropriato. Mai come ora il nostro patrimonio è minacciato. Mai, neanche quando Napoleone spogliò molti musei italiani. Io credo che capiremo presto da questo governo se lo Stato, come Crono, continuerà a divorare i propri figli o se, come ancora mi auguro, capirà che così facendo ucciderà se stesso».
Lettera
Cari amici,
la legge che istituisce la “Patrimonio S.p.A”, approvata il 15 giugno 2002, ha sollevato e continua a sollevare forti preoccupazioni. L’idea di mettere in vendita porzioni dell’eredità naturalistica, culturale, storica, artistica, architettonica, archeologica del nostro Paese costituisce una novità di cui si esaltano speranzosamente ipotetici risvolti utilitari e non si valutano concretamente i rischi di perdite certe ed irreparabili.
L’11 luglio, dopo aver raccolto in pochi giorni quasi 2000 firme, abbiamo inviato al Presidente della Repubblica e alle più alte autorità dello Stato (Presidenti di Camera e Senato, della Corte Costituzionale e del Consiglio) un appello in cui esprimevamo i nostri timori, chiedendo la sospensione del provvedimento legislativo e proponendo l’apertura di un dibattito ampio su un argomento così fondamentale per il nostro Paese. L’unica risposta ufficiale è stata quella giuntaci dalla Segreteria del Presidente della Repubblica, che richiama la lettera inviata dallo stesso Ciampi a Berlusconi all’atto della promulgazione della legge. Anche l’eco dell’appello sulla stampa italiana è stato limitato, forse per la concomitanza fra il legittimo desiderio di quiete estiva ed il profilarsi sull’orizzonte politico di questioni altrettanto preoccupanti.
La situazione è dunque grave. A parte le estemporanee e contraddittorie dichiarazioni cui ci ha purtroppo abituato la nostra classe dirigente, sul piano gestionale si sta muovendo tutta una serie di iniziative, che va dalla più strampalata quantificazione del “valore” venale di isole e fabbricati alle più discutibili sostituzioni ai vertici di organismi variamente preposti alla tutela. Anche i progetti legislativi che avrebbero voluto correggere le evidenti storture introdotte dalla legge “Patrimonio S.p.A.”, sono stati respinti.
A questo punto, visto che le adesioni all’appello di luglio continuano a pervenire numerose, sentiamo la necessità di mantenere aperto il discorso. Lo facciamo attraverso questo sito che, come tutta quanta la nostra iniziativa, non può che mantenere un carattere “artigianale” e necessita più che mai della vostra collaborazione.
Oltre all’appello (cui può aderire chi non lo abbia già fatto) ed ai documenti ad esso relativi, mettiamo a vostra disposizione sia i materiali raccolti in questi mesi (leggi, rassegna stampa) sia quelli che riusciremo a mettere insieme in futuro. Tenete conto che questo impegno non costituisce il nostro mestiere, per cui certamente non potremo offrire una documentazione sistematica né tanto meno esauriente. Anzi, vi saremo grati di qualsiasi segnalazione pertinente e documentata che sarà inserita, con la vostra firma e responsabilità, nella sezione “beni in pericolo”.
Coerentemente con l’auspicio espresso nell’appello, vorremmo aprire un dibattito elettronico, dal momento che non abbiamo la possibilità finanziaria e organizzativa di promuovere un incontro reale. Vogliamo sperimentare alcuni spazi distinti: uno dedicato a interventi articolati, tendenzialmente elaborati da addetti ai lavori (non solo operatori e studiosi dei beni culturali e ambientali, ma anche giuristi, economisti, politologi, amministratori, …), uno organizzato secondo le modalità di un forum tradizionale ed un terzo esemplato sul tipo di certe trasmissioni radiofoniche e consistente in un appuntamento mensile, della durata di un paio d’ore, durante il quale un esperto metterà gentilmente a disposizione le sue competenze per dialogare con i “navigatori” interessati. Solo il primo è pronto mentre gli altri due sono in preparazione.
La nostra intenzione è di provare quest’esperienza per qualche mese e di proseguirla se troverà una certa rispondenza.
Grazie per la vostra attenzione e cordiali saluti
Marco Collareta
Università di Bergamo
Donata Levi
Università di Udine
Pisa, ottobre 2002
P.S. Il sito che vi invitiamo a visitare si basa sul lavoro entusiastico e volontario di tanti amici che condividono in pieno le nostre preoccupazioni
Sullo stesso argomento leggi l’intervista a Francesco Erbani rilasciata da Salvatore Settis, “Se l’arte finisce in mano ai privati”
«E' stata un' esperienza logorante». Quattro anni ai vertici del Consiglio nazionale per i beni culturali e ambientali, dove prese il posto di Federico Zeri, sono comunque stressanti. Ma l' ultimo in particolare, alle prese con Giuliano Urbani e Vittorio Sgarbi, hanno esaurito la pazienza anche di un uomo pacato come Giuseppe Chiarante. Che, presa carta e penna, ha mandato una lettera di dimissioni dalla carica di vicepresidente (presidente è il ministro). I motivi sono tanti. Ma ne risaltano due. Primo: il Consiglio non è più un Consiglio, perché non è stato consultato in occasione di importanti leggi che riguardano il nostro patrimonio artistico, culturale e ambientale. Secondo: la politica del ministro (e del governo) tende a impoverire le strutture tecnicoscientifiche dell' amministrazione e ad affidare compiti rilevanti all' esterno. Cioè ai privati.
«Se non mi fossi dimesso sarei stato connivente con il totale svuotamento del Consiglio. E questo non era sopportabile», aggiunge l' ex senatore del Pci, fondatore di un' associazione che porta il nome di uno dei grandi dell' archeologia novecentesca, Ranuccio Bianchi Bandinelli. Chiarante è impegnato da anni nella salvaguardia del nostro patrimonio, in nome della quale non ha risparmiato critiche anche nei confronti del centrosinistra. E ora cosa succederà? «Ho rimesso il mandato di vicepresidente, ma resto nel Consiglio. D' altronde ho ricevuto la solidarietà di moltissimi consiglieri, persino di quelli indicati da Forza Italia».
Anche loro contro il ministro?
«Non condividono il fatto che venga esautorato il principale organo di consulenza tecnica del ministero, un organo elettivo formato dai rappresentanti di archeologi, architetti, storici dell' arte, interni ed esterni al ministero, da soprintendenti come La Regina e Martines, da studiosi di diritto e da esponenti delle associazioni ambientaliste».
Segnali di protesta?
«Circola l' ipotesi di un' autoconvocazione. E' prevista dalla legge. Staremo a vedere».
Ma quali sono le leggi sulle quali non siete stati consultati?
«Tutte quelle che riguardano i beni culturali. La legge che riforma la normativa di tutela. La cosiddetta leggeobiettivo di Lunardi, che consente ristrutturazioni e anche demolizioni di edifici salvando solo sagoma e volume. Una tragedia per molti centri storici».
E quali altri provvedimenti?
«Gli articoli della finanziaria che affidavano ai privati la gestione dei musei. Chiesi che venisse convocato il Consiglio. Ma al loro rifiuto firmai un appello con tutte le associazioni ambientaliste contro quel diniego. Sgarbi reagì dicendo che non avrebbe più riunito il Consiglio se non ci fossimo dimessi Vittorio Emiliani ed io».
E come andò a finire?
«Quel testo venne parzialmente modificato. Resta ambiguo, ma almeno è stato eliminato il punto che assegna ai privati la completa gestione».
Vi hanno consultati sull' istituzione della Patrimonio S.p.A., che dovrebbe gestire e anche alienare i beni dello Stato, compresi quelli culturali, oppure usarli come garanzia ipotecaria?
«Neanche per idea. Sulla vendita dei beni abbiamo mantenuto sempre una posizione restrittiva. Con il governo di centrosinistra ci siamo battuti perché il Foro Italico a Roma non venisse ceduto. E alla fine il ministro Melandri l' ha spuntata, ottenendo che solo lo Stadio, pesantemente manipolato dopo la guerra, fosse dichiarato vendibile». Ora si aprirà il complesso trasferimento di molte funzioni alle Regioni. Anche su questo vi hanno tenuti all' oscuro? «A una mia lettera ha risposto il capo di gabinetto del ministro: la questione è politica, non tecnica. E' un assurdo. A dir la verità Sgarbi è sembrato più disponibile. Ma Urbani ha chiuso il discorso».
A questo punto, però, si profila un problema politico. Qual è la politica del ministro Urbani?
«Urbani ha una visione quasi sacerdotale della tutela, ma sulla gestione vorrebbe affidare quante più cose ai privati».
Segue una logica mercantile? E' questo che vuol dire?
«Mi limiterei a parlare di economicismo. Ma la sua scelta è direttamente collegata ai drastici tagli nella spesa. Nel decennio scorso sono stati incrementati i fondi di 300 miliardi l' anno. Negli ultimi tempi si è arrivati a 400. Poca cosa, intendiamoci. Ma il governo ha reciso anche questi».
Si sente dire che i musei debbano diventare redditizi.
«Ci ridono dietro persino gli americani. Il Metropolitan si finanzia per il 33 per cento con gli incassi. Poi intervengono fondazioni private e soldi pubblici. Ho letto uno studio americano in cui si calcola che chi va a visitare il Moma, dorme in media una o due notti a New York, mangia al ristorante, compreso quello del museo, paga i mezzi pubblici o un garage, fa acquisti. E' così che si può stabilire il beneficio economico di un museo, che normalmente persegue altri fini».
Sarebbe inutile elencarli.
«Guardi che questa ossessione sulla redditività porta a concentrarsi solo sui musei, trascurando che il patrimonio italiano è diffuso ovunque. Nei centri storici, per esempio. Infatti i tagli penalizzano soprattutto le Soprintendenze territoriali, che devono spaccare il capello in quattro, arrovellandosi con procedure che farebbero inorridire qualunque uomo d' azienda».
Diventa lei un aziendalista?
«Ma lo sa che se in una Soprintendenza finiscono i soldi per le pulizie non si possono usare quelli destinati alla benzina e viceversa? I capitoli di bilancio sono rigidissimi. E questo fa lievitare i residui passivi, cioè i soldi non spesi. Un paradosso. E non sono nei guai solo le Soprintendenze: l' Istituto centrale per il restauro ha dovuto ridurre al minimo le missioni».
Ma questo indirizzo non mortifica anche la tutela?
«Certamente. Questo ministero separa nettamente tutela, da una parte, valorizzazione e gestione dall' altra. Ma un restauro che cos' è? Solo tutela? O non è anche valorizzazione?»
Sgarbi la pensa come Urbani?
«In molti casi no. Sgarbi è sensibile alla tutela. Ne ha una visione persino conservatrice. Condivido molte sue posizioni, altre no. Ma lui è attento ai singoli interventi, non alle questioni strutturali, quelle più proprie del ministero».
Per esempio?
«Gli avrò chiesto mille volte di occuparsi delle scuole di restauro. E' possibile che chi frequenta un corso all' Istituto di Patologia del libro o all' Istituto centrale per il restauro, due perle del nostro sistema, prenda un diploma che ha lo stesso valore di quello ottenuto presso una qualunque scuola privata?».
Il ruolo del ministero si è indebolito?
«Indubbiamente. Prendiamo il caso delle conferenze di servizi, che si occupano di opere pubbliche. Prima il parere dei Beni culturali era vincolante. Poi, ancora con il centrosinistra, questo potere si è attenuato e in molti casi decideva la Presidenza del Consiglio. Io non sono mai stato d' accordo. Ma tant' è. Ora la conferenza di servizi è solo un organo istruttorio. Chi decide è il Cipe, dove prevalgono ragioni economiche. E lì può davvero accadere di tutto».
Repubblica, 31 maggio 2002
Punto primo
Gasparrini:
L'intervento è, a mio avviso, coerente con le procedure previste nei casi dei Comuni sprovvisti di PRG e, come sai, ha l'avallo di tutti i soggetti istituzionali preposti ad approvarlo (oltre al Comune, la Regione, la Comunità Montana, la Sovrintendenza, l'ASL e così via): la legge approvativa del PUT non cancella infatti la Legge 17/1982 per i motivi che ho provato ad esplicitare e che leggerai. D'altro canto il Comune è ancora commissariato da anni sull'argomento (con un piano adottato e sospeso) non certo per colpa dell'attuale Sindaco e sarebbe assurdo pensare che, finchè tale situazione non si risolve (così come quelle di eventuali altri comuni in situazioni analoghe), non valgano le norme derogatorie della legge 17/1982 limitatamente alle categorie di opere pubbliche in essa previste, con i danni che sarebbe facile immaginare sulla dotazione di attrezzature del DM 1444/1968.
Salzano
Non sono daccordo. La legge regionale 17/1982 è anteriore alla legge regionale 35/1987, e quindi non può prevalere su di essa. Per di più, la 35/1987 è una legge speciale, perciò prevarrebbe in ogni caso su una legge ordinaria, quale la 17/1982 è.
Gasparrini
La legge 35/1987 così recita all'art. 5 (Norme di salvaguardia): "Dalla data di entrata in vigore del Piano Urbanistico Territoriale e sino all' approvazione dei Piani Regolatori Generali comunali (ivi incluse le obbligatorie varianti generali di adeguamento ai Piani Regolatori Generali eventualmente vigenti) per tutti i Comuni dell' area è vietato il rilascio di concessioni ai sensi della Legge 28 gennaio 1977, n. 10. Sono escluse da tale divieto le concessioni relative a opere di edilizia pubblica (residenziali, scolastica, sanitaria etc.) che comunque dovranno essere conformi alla normativa urbanistica all'atto vigente, e munite del parere di conformità della Giunta regionale." Ciò significa che sono escluse dal divieto l'ERP e le opere di "urbanizzazione secondaria" (quelle del DI 1444/1968 appunto) conformi alle norme urbanistiche vigenti che, nel caso di comuni sprovvisti di PRG, sono a livello regionale la legge 14/1982 e la legge 17/1982 e, a livello nazionale il DI 1444/68 per quel che riguarda le attrezzature. La legge 17/1982, all'art. 4, chiarisce che le limitazioni edificatorie indicate, fino all'approvazione dei PRG, "non si applicano nei confronti degli intervenuti volti alla realizzazione di edifici e strutture pubbliche, opere di urbanizzazione primaria e secondaria, di programmi per l' edilizia residenziale pubblica, nonchè dei piani e degli interventi previsti dalla legge statale 17 maggio 1981, n. 219" (le stesse peraltro indicate nella legge 35/1987). Il senso della norma è chiaro, come dico nella mia perizia: garantire il blocco dell’edificazione sino all’approvazione del PRG ma consentire comunque di realizzare opere di interesse vitale (come gli edifici e le strutture pubbliche o le opere di urbanizzazione primaria) e rispettare così gli obblighi normativi per opere pubbliche previste da leggi nazionali, quali sono appunto quelle di urbanizzazione secondaria (indicate nella L. n. 847/1964 e ricomprese nelle “attrezzature pubbliche” di cui all’art. 3 del D.I. n. 1444/1968) e di edilizia residenziale pubblica (L. n. 167/1962, L. n. 865/1971 e L. n. 219/1981). Il problema non può essere posto in termini cronologici (la legge 35/1987 è successiva alla 14/1982) se la nuova legge non abroga esplicitamente le precedenti ma è anzi coerente con esse. D'altro canto, la tua interpretazione sarebbe gravemente penalizzante proprio rispetto al principio posto dal legislatore nazionale e regionale a base della formulazione di quei valori minimi obbligatori di attrezzature che i Comuni devono comunque rispettare (anche in assenza di uno strumento urbanistico e anche in aree di interesse paesistico) e avrebbe una ripercussione fortemente negativa sulla qualità urbana degli insediamenti. Nello stesso tempo, metterebbe in discussione una prassi interpretativa che da anni viene adottata in proposito nell’area sorrentino-amalfitana e che ha consentito l’approvazione e realizzazione di numerose attrezzature pubbliche in altri Comuni. L'accordo di programma firmato da tutti gli enti, comprensivo del "parere di conformità" della Regione previsto dall'art. 5 del PUT va in questa direzione. Aspetto da te delucidazioni, alla luce di quanto appena detto, dei motivi per i quali (aldilà della cronologia) ritieni che la legge del PUT abroghi le leggi urbanistiche regionali.
Salzano
La legge 35/1987, quando afferma che sono escluse dal divieto a costruire fino all’approvazione del PRG “ le concessioni relative a opere di edilizia pubblica (residenziali, scolastica, sanitaria etc.)”, afferma nella stessa frase che esse “comunque dovranno essereconformi alla normativa urbanistica all'atto vigente, e munite del parere di conformità della Giunta regionale”. Alla normativa oggi vigente del PUT esse non sono certo conformi (questa è almeno l’opinione mia, ed essa coincide con quella del TAR quando sospese l’approvazione del PRG).
Per quanto riguarda la legge 17/1982 ti ripeto che nel diritto vige il principio (e i principi non si modificano con un parere tuo o mio) della prevalenza della disposizione secondo la loro successione cronologica, così come vale l’altro principio della prevalenza della legge speciale sulla legge ordinaria: ed è evidente che una legge di tutela di un ambiente come quello della Costiera non può non prevalere su una legge formata con l’occhio rivolto a Marcianise o a Gricignano o a Battipaglia
E per favore non mi venire a dire che la mia interpretazione “sarebbe gravemente penalizzante proprio rispetto al principio posto dal legislatore nazionale e regionale a base della formulazione di quei valori minimi obbligatori di attrezzature che i Comuni devono comunque rispettare”! Mi sembra proprio che ti arrampichi sugli specchi: (a) quei minimi obbligatori devono essere rispettati nella formazione dei piani urbanistici, come dice esplicitamente il DI 1444/1968; (b) un auditorium di 400 posti non rientra in certo quel “valore minimo obbligatorio” che deve essere assicurato ad ogni cittadino” (ti rendi conto che siamo in Italia?).
E non confondere “prevalenza” con “abrogazione”. La 35/1987 non abroga un bel nulla: invece, nella limitata (e delicatissima) area alla quale si riferisce, le sue determinazioni prevalgono, superano, devono essere rispettate anche se in contrasto (o meno “permissive”) di quelle di una legge che, come la 17/1982, oltre a essere antecedente, riguarda l’intera Regione Campania.
La chiudiamo su questo punto? La smetti di difendere la legittimità di una trasformazione sostenendo che tra le due leggi non c’è contrasto o che la più antica e generale prevale sulla più recente e speciale?
Gasparrini
l'auditorium è a pieno titolo un'urbanizzazione secondaria compresa nelle attrezzature di interesse comune del DM stesso, e trovo singolari le omissioni in proposito di Sandro e Vezio che, per motivi incomprensibili, non citano le attrezzature di interesse "culturale" tra quelle obbligatorie per legge
Salzano
Non sono d'accordo. Le attrezzature di cui all'articolo 3 del DI (interministeriale, non ministeriale) 1444/1968 sono senza dubbio distinte dalle attrezzature d'interesse generale (le Zone F), e a differenza di queste sono attrezzature locali. Ed è evidente che non possiamo pensare di avere un auditorium di 405 posti in ogni comune della Costiera. O no?
Gasparrini
Ti rispondo: Francamente non capisco bene la tua risposta che non entra nel merito della questione, da me lungamente trattata nella perizia, di cosa siano le attrezzature pubbliche del DI (non DM, ok) 1444/1968. Ho cercato di chiarire che:
- l'elenco riportato da Vezio nella sua perizia per i privati espropriandi non corrisponde a quello del DI e omette, incomprensibilmente, le attrezzature di interesse culturale;
- le attrezzature di interesse culturale non sono elencate nella legge e quindi devono essere articolate successivamente. Da chi?: dai Comuni, ovviamente. E sono i Comuni che decideranno se fare una biblioteca, un centro socio-culturale, una sala per spettacoli o quant'altro. Non credo che dobbiamo essere noi a deciderlo e questa libertà consentirà di fare le attrezzature giuste nel posto giusto (come lo è un piccolo auditorium di 400 posti a Ravello "città della musica" che può svolgere molteplici funzioni per eventi culturali). Sai bene, peraltro, che un museo, una biblioteca o un'altro contenitore di tipo culturale non è necessariamente più invisibile di una sala per spettacoli. Anzi.
- sfido chiunque (e quindi anche te) a dire poi che, nella categoria delle attrezzature culturali, non siano comprese le sale per spettacoli: tu sai molto bene che in questa direzione è stata interpretata la legge da tantissimi comuni (ho fatto ampie citazioni di autori nella mia perizia e l'Italia è fortunatamente piena di standard "di quartiere" che hanno consentito di realizzare cinema, teatri, sale per spettacoli in genere e auditorium appunto). Come è giusto che sia, d'altronde: un bravo giurista sa che il problema, su materie di questo tipo, è la giurisprudenza "di fatto" che si determina nell'applicazione della legge e non una presunta fedele interpretazione della volontà del legislatore che non traspare affatto dal testo normativo (che si limita ad enunciare, fortunatamente, le categorie di attrezzature) e sarebbe quindi assolutamente arbitraria;
- in un picclo centro (2500 abitanti), non esiste il problema di un'articolazione delle attrezzature per "quartieri": il centro nel suo insieme è assimilabile alla scala del quartiere (nelle città i quartieri sono molte miggliaia di abitanti, infatti). Quindi la scala locale indicata nel DI è, per Ravello, quella dell'intero centro. Ma su questo non mi dilungo perchè l'ho fatto nella mia perizia e tu sei perfettamente a conoscenza del concetto e delle pratiche che ne discendono nella programmazione dei servizi;
- sai bene poi anche che le attrezzature culturali non sono nominate nel DI tra le attrezzature di livello superiore. Anche se lo fossero, la sala di Niemeyer non potremmo classificarla certo tra queste.
E allora cos'è quest'opera? Quali sono le attrezzature "di interesse culturale"? Se fossero giuste le cosi che dici dovremmo arrivare alla conclusione che un'opera come quella di cui stiamo parlando (anche troppo) non potrebbe essere classificata e realizzata come un'attrezzatura pubblica. Mi sembrerebbe francamente paradossale (e non posso pensare che tu voglia dire questo, ma a questo si arriva seguendoti nel ragionamento). Poi ci meravigliamo perchè l'urbanistica viene odiata da alcuni (da altri lo è per motivi gravi e strumentali): facciamo il possibile per rendere complicata l'attuazione di cose che dovrebbero essere di normale amministrazione.
Salzano
La questione non è se un auditorium faccia o non faccia parte delle “urbanizzazioni secondarie”, o possa o meno essere considerato tra gli spazi pubblici di cui all’articolo 3 del DI 1444/1968. La questione è capire se un auditorium come quello progettato sia o no tra le opere previste, o consentite, dal PUT.
L’area dove dovrebbe sorgere l’auditorium ricade in Zona territoriale 3 del PUT. Questa zona – teniamolo presente – secondo la legge 35/1987, articolo 17, comprende “gli insediamenti antichi, integrati con la organizzazione agricola del territorio, presenti nella costiera Amalfitana e di notevole importanza paesistica”; una zona che “va trasferita nel Piano regolatore generale, come zona di «Tutela Integrata e Risanamento»”. In questa zona – prosegue la norma - ”con una progettazione estremamente dettagliata, documentata e culturalmente qualificata, il Piano regolatore generale fornirà indicazioni e norme (mediante elaborati di piano di dettaglio in scala almeno 1:500: planovolumetrici, profili, fotomontaggi etc.) tali da (omissis)”.
In questa zona delicatissima la legge 35/1987, sempre nel medesimo articolo 17, prescrive che il PRG deve
“ impedire ulteriore edificazione, fatta eccezione per:
- le attrezzature pubbliche previste dal PUT e quelle a livello di quartiere, sempre che l'analisi e la progettazione dettagliata del Piano regolatore generale ne dimostrino la compatibilità ambientale;
- eventuali limitatissimi interventi edilizi residenziali e terziari, ove ne sussista il fabbisogno di cui ai precedenti, articoli 9 e 10, e sempre che l'analisi e la progettazione dettagliata del Piano regolatore generale ne dimostrino la compatibilità ambientale”.
Quindi è inutile qualsiasi esegesi sul rapporto tra standard urbanistici e urbanizzazioni secondarie. I formalismi giuridici si infrangono sulla chiarezza della norma. Il PRG (che a Ravello non c’è, non per colpa di Italia Nostra) può prevedere non “urbanissazioni secondarie” o “centri culturali e da spettacolo”, ma “attrezzature di quartiere”. In parole povere, e da urbanista, quegli spazi pubblici di cui è essenziale che il cittadino disponga a una distanza tale da poterli raggiungere pedonalmente. Certo, in quartieri urbani si può anche pensare a una sala polivalente, a una biblioteca di quartiere, o a simili attrezzature. Ti sembra che sia questo il caso dell’auditorium progettato da Niemeyer-Zoccato?
Gasparrini
E’ un'attrezzatura "necessaria" non solo dal punto di vista normativo ma anche dal punto di vista dell'utilità inconfutabile di mettere in rete e valorizzare le strutture turistico-culturali esistenti, come dimostrano una serie di studi qualificati svolti per conto del Comune e che sono a supporto della valutazione di "compatibilità ambientale" che accompagna il progetto.
Salzano
E chi lo nega? Ma il fatto non cancella il diritto.
Gasparrini
Non ti rispondo perché la mia visione del diritto in questo caso l'ho già espressa. Ma prendo atto che sei d'accordo sulla necessità di un auditorium a Ravello.
Salzano
Non ho mai detto che sono “d'accordo sulla necessità di un auditorium a Ravello”. Ho detto che non ho mai negato questa necessità. Ma se si ritiene che un auditorium lì è davvero necessario, dopo aver ammesso che non si può farlo subito perché è illegittimo, bisognerebbe chiedersi che percorso occorre seguire per farlo. Lascio perdere l’aspetto procedimentale e mi soffermo sul merito urbanistico.
Poiché l’auditorium non è certo una struttura commisurata alle esigenze di 2500 abitanti, ma almeno di livello intercomunale (non parlo da giurista, quale non sono, ma da urbanista) occorrerebbe studiare il territorio almeno alla scala del presumibile bacino d’utenza. Vogliamo riferirci alla Costiera amalfitana, o vogliamo considerare l’intera penisola sorrentino-amalfitana? Naturalmente coinvolgendo gli altri comuni, oppureinveswtendo come protagonista un livello sovraordinato: la Regione? Forse si.
Poiché il sito è quello che è, occorrerebbe approfondire in particolare lo studio su due aspetti rilevantissimi: quello paesistico e ambientale da un lato, quello dell’organizzazione della mobilità e dell’accessibilità dall’altro. Se non facessimo così, correremmo il rischio di danneggiare un paesaggio la cui eccezionalità mi pare dimostrata, e saremmo certi di provocare disastri dal punto di vista di una viabilità già oltre l’orlo del collasso (se consideri le devastazioni del paesaggio che i lavori sulle infrastrutture hanno provocato).
Se gli studi confermassero l’opportunità e l’utilità di realizzare l’auditorium lì, occorerebbe tradurli in una serie coordinata e coerente di scelte sul territorio: in un piano, che probabilmente avrebbe qualche analogia con il PUT, ma naturalmente sarebbe più aggiornato, preciso, rigoroso, operativo. Dimenticavo, bisognerebbe provvedere anche alle risorse necessarie per renderlo effettivamente operativo (e allora, fatalmente, ci domanderemmo se, tra tutti gli interventi necessari, l’auditorium è proprio quella prioritaria).
Sulla base delle direttive di questo insieme di “scelte politiche tecnicamente assistite” (di questo piano territoriale) occorrerebbe poi redigere il piano comunale e, solo su questa base, affidare (magari con una procedura di pubblica evidenza? Non ne sono innamorato, ma forse un confronto tra soluzioni diverse potrebbe essere opportuno, per chi non s’innamora delle vedettes) affidare un incarico di progettazione, realizzare, inaugurare, con la certezza che il paesaggio sarebbe più bello che pria, e che le 400 automobili o i 5 pullman (pubblico, orchestrali, tecnici ecc.) non intaserebbero la precaria rete stradale e non solleciterebbero la realizzazione di nuove strade: magari avvalendosi di qualche nuova interpretazione corriva delle leggi, o a una legge ad hoc, o a una raccolta di firme prestigiose.
Gasparrini
un piccolo (400 posti!) e pregevole intervento di architettura contemporanea che interpreta in modo straordinario linguaggi, qualità spaziali, disposizioni al suolo e relazioni con il paesaggio, valorizzando la straordinaria stratificazione della costiera amalfitana e introducendo nuovi valori fisici e simbolici capaci di consolidare e arricchire quelli esistenti (ma su questo aspetto, so che non sei d'accordo quindi non insisto)
Salzano
Ti credo, come credo a Cesare de Seta che sostiene che Niemeyer ha fatto il progetto, e non solo il bozzetto come invece aveva scritto il Sindaco ( Corriere del Mezzogiorno, 15 gennaio 2004, p. 1). Ma non è questo un punto che io abbia sollevato. Tra l'altro, del progetto ho visto solo il materiale pubblicato in internet, perciò, benché conosca bene Ravello, non sono in grado di confermare né di smentire la tua affermazione. Dunque, fino a prova contraria ti credo. Ma non c'entra con le ragioni della mia critica.
Gasparrini
Prendo atto della tua fiducia e della disponibilità a pensare che questo sia possibile. Molti non lo sono per principio.
Gasparrini
E’ compatibile, in una lettura più dettagliata del progetto, con i requisiti spaziali e ambientali che possono ricondursi ad una interpretazione complessa e non manichea del suo "impatto" (ovviamente, non condivido la tua posizione secondo cui è comunque sbagliato aggiungere qualcosa all'attuale, intoccabile, bellezza del paesaggio).
Salzano
Quando ero assessore ho chiamato Giancarlo De Carlo a Mazzorbo (Venezia), Vittorio Gregotti a Cannaregio (Venezia), Gino Valle alla Giudecca (Venezia). Non ho quindi nessuna pregiudiziale ostilità nei confronti dell'architettura moderna nei paesaggi consolidati. Posso sostenere che forzare la legge per abbellire un luogo già bello, investire risorse pubbliche per migliorare un luogo già ottimo e distrarle da altri impieghi più urgenti, aumentare il carico urbanistico in contrasto con l'unico piano territoriale esistente in quell'area, e in assenza perfino di un piano regolatore vigente, è un errore? L'ho detto e continuo a ripeterlo fino alla nausea. La questione centrale è per me quella della legalità. E invece, di fronte ai puntuali rilievi di De Lucia tutti hanno detto che, si, c'è "qualche problema legale", oppure che ci sono "questioni burocratiche", ma in un modo o nell'altro si troverà il modo di risolverle. Nessuno che abbia voluto cercare di entrare nel merito, né quando la sola perizia in campo era quella di De Lucia, né quando ce n'erano due che dicevano cose diverse. Forse il fatto che De Lucia fosse stato interpellato da un gruppo di cittadini anziché da un ente pubblico rendeva meno valide le sue ragioni? No, caro Carlo, la ragione è un'altra, e sta nel clima che tutti respiriamo e da cui molti si fanno condizionare. Il clima per cui se una causa è da me ritenuta giusta la legge, le regole che valgono per tutti, non valgono. Come ho scritto a de Seta, trascurare la questione della legittimità, ridurla a quisquilia o pinzillacchera, o considerarla come cosa che possa essere risolta con una interpretazione ad usum delphini o, peggio ancora, con una legge ad personam, è molto pericoloso. Significa cedere alla tendenza che sembra dominare oggi nel nostro sciagurato paese: la tendenza a considerare prevalenti certi interessi specifici (poco importa se di singoli soggetti o di intere comunità locali o scientifiche) rispetto alla legge comune. Ti piaccia o no, Carlo, questo è berlusconismo, il quale, come tutti i virus, conosce i portatori infetti e i portatori sani.
Gasparrini
Proprio perchè conosco bene lo spazio che hai dato all'architettura contemporanea a Venezia (ricorderai che ci siamo incontrati da te sul piano di Venezia, assieme a Edgarda, allo stesso Vezio e a tanti altri per discutere sulle regole della conservazione/trasformazione del centro storico) e proprio perché ho sempre pensato che la tua posizione sui centri storici non fosse quella della cristallizzazione tout court (come quella di altri) ferma restando la nostra comune posizione su una rigorosa conservazione del patrimonio storico (cosa che ho perseguito anche nel nuovo Piano di Roma), non capisco il tuo attuale radicalismo sull'argomento. Se mi dici oggi che, in realtà, la questione principale è quella della legittimità, ti seguo e ne stiamo discutendo civilmente. Certo con argomentazioni di segno diverso ma che credo abbiano pari dignità e richiederebbero, da parte di altri, la stessa pazienza e voglia di capire che stiamo dedicando noi ad affrontare questioni così complesse e delicate
Salzano
Non mi soffermo sulle altre questioni, per le quali ti rinvio alla lettera aperta a Cesare de Seta di Lodo Meneghetti che troverai in Eddyburg. Con affetto
Nonostante l’Accordo di programma approvato con DPGR 8 aprile 1994 n. 58521 fosse prioritariamente indirizzato alla definizione di un nuovo insediamento fieristico nei comuni di Rho e Pero, esso stabilì anche la dismissione dagli usi fieristici una superficie di 314.000 mq nel territorio del comune di Milano, già indicata dal PRG come area S.S. b 12/2 con destinazione funzionale a “servizi speciali: fiera” e corrispondente al recinto fieristico storico.
Ciò avrebbe consentito di risolvere uno storico problema di decongestionamento urbano lungo la direttrice nord-ovest della città, limitando la destinazione funzionale fieristica solo alle aree del nuovo edificio realizzato lungo viale Scarampo, denominato polo interno.
Infatti, la Fiera di Milano, insediandosi nel 1922 sull’area dell’ex Piazza d’Armi, la cui giacitura aveva un orientamento difforme dai tessuti edilizi circostanti perché il Piano Beruto nel 1899 la disegnò secondo un’astratta simmetria con la giacitura del Cimitero Monumentale rispetto all’asse di corso Sempione, determinò un disassamento del recinto fieristico rispetto alla trama viaria e ai tessuti edilizi della direttrice nord-ovest della città, che nel tempo ha provocato inconvenienti via via più gravi sia dal punto di vista viabilistico che di un corretto assetto insediativo urbano.
Da anni, quindi, numerosi studi e progetti hanno cercato di ovviare a tali inconvenienti proponendo riassetti urbanistici che ricomponessero l’andamento di quel brano di città rispetto al tessuto edilizio circostante: così nel 1937-38 il Progetto di Concorso per la Nuova Fiera al Lampugnano di Bottoni, Lingeri, Mucchi, Terragni, nel 1938 il Progetto Milano Verde degli architetti Albini, Belgiojoso, Bottoni, Gardella, Mucchi, Peressutti, Putelli e Rogers, nel 1945 il Piano AR, tra il 1946 e il 1951 i progetti di de Finetti su incarico del Consiglio di amministrazione della Fiera. Una traccia di continuità con tale atteggiamento è reperibile anche nello schema della cosiddetta T rovesciata proposta dal Documento di Inquadramento urbanistico approvato dal Comune di Milano nel giugno 2000.
Nel 1994, tuttavia, l’AdP si limitò ad indicare la superficie da dismettere dagli usi fieristici, lasciando indeterminate molte questioni relative alle aree previste in dismissione, tra cui in particolare la loro nuova destinazione funzionale, lo strumento procedurale di questa modifica, gli indici di densità edificatoria, di altezza e distanza degli edifici da applicarsi nel riutilizzo delle aree, la quantità di aree pubbliche necessarie alla città in occasione del nuovo utilizzo.
Tutti questi aspetti, anziché essere indirizzati dal Comune di Milano alla risoluzione dei problemi di decongestionamento della città sono stati in realtà stabiliti autonomamente da Fondazione Fiera Milano (ora ente di diritto privato), con finalità di esclusiva valorizzazione economica del proprio patrimonio immobiliare.
Infatti, in un suo documento definito “Procedura negoziata privata per la cessione di parte dell’area del quartiere fieristico storico”, pubblicato con un’inserzione su organi di stampa specializzati in campo finanziario (Sole 24 ore, Financial Time, Handelsblatt) già in data 4 aprile 2003 si indicavano agli aspiranti acquirenti dell’area gli strumenti procedurali (Programma Integrato di Intervento), le destinazioni funzionali (residenziali, terziarie, commerciali, produttive in percentuali libere), gli indici edificatori (Ut =1,15 mq/mq), le quantità di aree pubbliche da cedere (50% della superficie in dismissione), e l’assenza di limiti di altezza e distanza degli edifici.
Infine, in contrasto con il contenuto dell’Accordo di Programma del 1994, in tale documento si indica in 255.000 mq. anziché in 314.000 mq la superficie da dismettere dagli usi fieristici, mantenendo a destinazione fieristica anche un’area e gli edifici esistenti all’angolo tra viale Scarampo e viale Berengario.
Mentre le dismissioni indicate dall’Accordo di Programma del 1994 avrebbero consentito di tener fermo l’obiettivo di una trasformazione urbanistica coerente coi tessuti insediativi circostanti, le nuove previsioni contenute nella procedura negoziale privata promossa dagli organismi della Fiera, discostandosene per interessi aziendali interni, lo compromettono definitivamente, impedendo la possibilità di rettificare il tracciato di viale Scarampo all’interno dell’attuale recinto fieristico.
D’altra parte, che l’obiettivo di quei contenuti siano gli interessi aziendali della Fiera e non quelli di igienicità e decongestionamento urbano dell’area è dimostrato anche dalle modalità di svolgimento della procedura di negoziazione privata attivata da Fondazione Fiera Milano, che non solo affida la valutazione dei progetti proposti dagli aspiranti acquirenti ai membri del proprio Consiglio di amministrazione e non ad una Commissione indipendente e tecnicamente qualificata, ma effettua la valutazione delle offerte per l’acquisto dell’area di Trasformazione e il relativo Progetto di Riqualificazione in base al criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa per la proprietà (artt. 8 e 15 della “Procedura negoziata privata”), anziché con quello del maggiore utilità complessiva in termini di somma tra remunerazione alla proprietà e valore delle quantità di aree ed attrezzature pubbliche proposte.
Ciò nonostante i contenuti planimetrici e normativi di quella procedura negoziata privata sono stati pedissequamente assunti nella delibera GC n. 884/2003 del 15 aprile 2003, sulla cui base il Sindaco di Milano in pari data ha chiesto al Collegio di Vigilanza sull’Accordo di Programma di convalidarli ai fini di un’integrazione all’AdP del 1994, sottoscritta poi il 14 novembre 2004 e ratificata dal Consiglio comunale in data 9.12.2003, senza tener conto delle esigenze igieniche, di decongestionamento urbano e delle quantità minime di spazi pubblici prescritte in sede di formazione degli strumenti urbanistici dall’art. 7, punto 2 del D.I. n. 1444/68.
A tale proposito occorre far rilevare:
- che il ricorso all’Accordo di programma approvato con decreto del presidente della regione per determinare i contenuti della Variante al PRG non è motivato da alcuna destinazione di interesse pubblico di competenza regionale, essendo le nuove funzioni previste unicamente quelle residenziali, terziarie e produttive con i relativi spazi di servizi pubblici;
- che l’indice di edificabilità territoriale attribuito dalle NTA della Variante all’area oggetto di trasformazione funzionale, pari a 1,15 mq/mq, è molto superiore a quello attribuito a tutti gli altri PII già approvati dal Comune di Milano (0,65 mq/mq);
- che l’indice di edificabilità fondiaria che ne deriva è almeno pari a 2,3 mq/mq (suscettibile di ulteriori aumenti se l’area pubblica ceduta fosse oltre il 50% della St), cioè molto superiore all’indice fondiario massimo di 1,5 mq/mq prescritto dalle NTA della Variante per l’attigua area mantenuta a destinazione fieristica;
- che ciò è in contrasto con l’art. 7, punto 2 del D.I. n. 1444/68 il quale prescrive che in sede di formazione degli strumenti urbanistici le densità sono stabilite tenendo conto delle esigenze igieniche, di decongestionamento urbano e delle quantità minime di spazi previste dagli artt. 3, 4, e 5 del medesimo decreto;
- che la cessione minima ad uso pubblico del 50% dell’area (127.500 mq) non è motivata da valutazioni di corretto dimensionamento derivanti dall’edificabilità prevista; infatti a 5.865 abitanti teorici (desunti dalla quantità edificabile di 293.250 mq di s.l.p. consentita dall’indice di densità territoriale Ut = 1,15 mq/mq, sulla base del parametro di 50 mq/ab stabilito dall’art. 19 della L.R. 51/75, come modificato dall’art. 6 della L.R. 1/2000), corrisponde la destinazione ad aree pubbliche di 234.600 per la funzione terziaria/commerciale (80% della s.l.p., come prescritto dalle NTA) e di 258.060 mq per la funzione residenziale (44 mq/ab, come prescritto dalle NTA). Tali quantità sono quasi pari o superiori all’intera area oggetto di trasformazione urbanistica (255.000 mq), rendendone impossibile l’attuazione senza ricorrere obbligatoriamente alla monetizzazione di quasi la metà delle aree pubbliche prescritte;
- che la cessione minima di aree pubbliche prescritta (127.500 mq = 50% della St) non rispetta nemmeno la dotazione minima di 26,5 mq/ab di aree pubbliche effettivamente realizzate sull’area, come previsto nella realizzazione dei piani attuativi dalla L.R. n. 51/75, e che nel caso in questione ammonterebbero a 155.422 mq;
- che, in contrasto con l’art. 6 comma 3 della L.R. n. 9/99, nonostante le NTA della Variante indichino come strumento attuativo un Programma Integrato di Intervento (PII) avente ad oggetto aree in tutto o in parte destinate ad attrezzature pubbliche o di uso pubblico e ne prevedano una differente utilizzazione, esse non prescrivono che il PII debba assicurare il recupero contestuale della dotazione di spazi pubblici in tal modo venuta meno;
- che il disposto dell’art. 8, punto 2 del DI n. 1444/68 prevede che nei piani attuativi in zona B che non rispettino le quantità minime previste dagli artt. 3, 4 e 5 gli edifici debbano avere altezza non superiore a quella degli edifici preesistenti e circostanti;
- che con un limite di altezza tra 18 e 27 metri (pari ad edifici alti tra sei e nove piani, paragonabili a quelli preesistenti e circostanti) l’indice di densità territoriale (Ut) effettivamente utilizzabile varia, a seconda degli schemi distributivi adottati, tra 0,52 mq/mq e 0,84 mq/mq.
- che, viceversa, l’indice di edificabilità territoriale Ut = 1,15 mq/mq è interamente utilizzabile solo con la realizzazione di edifici che, a seconda dello schema distributivo adottato, debbono necessariamente avere altezze dai circa 35 metri agli oltre 70 metri, pari a edifici dai 12 ai 25 piani, cioè dal doppio al quadruplo dell’altezza degli edifici preesistenti e circostanti;
- che edifici di tali altezze incomberebbero sugli edifici circostanti e preesistenti alterando in senso fortemente peggiorativo la condizione di igienicità e vivibilità urbana dell’intera area;
- che le prescrizioni planimetriche e normative della Variante per le aree oggetto di trasformazione funzionale ed edilizia non individuano il perseguimento di alcun obiettivo indirizzato al decongestionamento urbano attraverso un assetto insediativo coerente a quello dei tessuti urbani circostanti.
Pertanto, i contenuti della Variante approvata non risultano essere finalizzati al rispetto dei dettati degli artt. 3, 4, 7, 8 e 9 del DI 2.4.68, n. 1444 che prescrivono di dimostrare l’impossibilità di raggiungere la quantità minima di spazi pubblici su aree idonee e, anche in tal caso, di reperirli entro i limiti delle disponibilità esistenti nelle adiacenze immediate (art. 4, punto 2), di stabilire le densità territoriali e fondiarie tenendo conto delle esigenze igieniche, di decongestionamento urbano e delle quantità minime previste dagli artt. 3, 4 e 5 del medesimo decreto (art. 7, punto 2), di non superare con i nuovi edifici l’altezza massima degli edifici preesistenti e circostanti se non si rispettino i limiti di densità fondiaria di cui all’art. 7 (art. 8, punto 2), né all’obiettivo di realizzare le necessarie dotazioni di aree pubbliche per la città. Al contrario, i contenuti della Variante appaiono, invece, indirizzati dall’interesse di Fondazione Fiera Milano a perseguire con la cessione a terzi dell’area oggetto di dismissione dagli usi fieristici la massima valorizzazione economica.
Sulla base di tali valutazioni un gruppo di cittadini dei quartieri adiacenti all’area dell’ex recinto fieristico sta predisponendo un ricorso al TAR contro la Variante, definitivamente approvata dal decreto del Presidente della Regione Lombardia Formigoni il 19 febbraio scorso. Si invitano quanti volessero aderirvi a scrivere a sergio_brenna@fastwebnet.it
Caro Meneghetti,
un amico mi segnala la Tua lettera sul sito di Eddy Salzano con il quale ho un antico rapporto spero non intaccato da questa divergenza. Mi avvedo che gli architetti sono degli eccellenti epistolografi e ne sono lieto, ma trovo anche che è inutile pestare acqua nel mortaio. Sulla questione Ravello-Niemeyer si è ormai superato il segno. Ne ho scritto per primo nel 1999, poi ho raccolto il saggio in un mio libro Le architetture della modernità tra crisi e rinascite. Bollati-Boringhieri, 2002. Per fortuna tu non mi poni problemi di legalità urbanistica alla quale sono attento quanto i miei interlocutori anche se il mio mestiere è altro e mi fido di amici urbanisti (Carlo Gasparrini) e giuristi (il prof. Laudadio, amministrativista di rango) i quali hanno fugato ogni mia remota preoccupazione al riguardo. Che altri la pensino in modo diverso non mi sorprende, ma neppure turba le mie convinzioni acquisite con cura e in tempi assai lontani dalla polemica.
Tu mi poni un preciso interrogativo e hai la cortesia di citare un mio testo su Piero Bottoni a Capri: naturalmente io condivido quel che ho scritto e non ho abiurato. Proprio il caso della grotta resa abitabile da Bottoni è la testimonianza più clamorosa di come una sfida impossibile è stata vinta da un architetto sensibile e creativo. Gli oppositori di Niemeyer a Ravello avrebbero consentito a Bottoni di costruirsi una casa in una grotta demaniale? Chiedilo tu a loro. Quel che penso sul Paesaggio l’ho scritto in un paio di Annali della Storia d’Italia (Einaudi): tutta la mia vita testimonia quanto mi sia caro il paesaggio, l’architettura, la città nella lenta e affascinante dinamica storica.
Credo che Ravello non sarà lesa da Niemeyer: la sua integrità è già lesa dalle case popolari nella valle del Dragone, dal ristorante - accanto al suolo dove sorgerà l’Auditorium, lunghezza massima 32 metri – lungo circa 120 metri e da cento altre brutture. Nessuno se ne è accorto? La Rondinaia dove abita Gore Vidal (un villone che vorrei esser Gadda per vederla crollare sotto le mie parole) “lede” il paesaggio di Ravello? Caro, il Paesaggio che è un’entità storica creata dall’uomo viva e vivente, non metastorico simulacro, né idola metafisico. Il mio amico Marc Augé ha pubblicato un libretto sulle rovine e sarebbe utile che gli oltranzisti della difesa lo leggessero, piuttosto che farsi drogare da Put, Pit, Pat e Pot che per me sono i personaggi di un romanzo di Dickens. Se mi permetti ti segnalo le pagine dedicate alla nuova architettura nel mio ultimo romanzo Terremoti, Aragno 2002: lì troverai pagine forse gradevoli nelle quali spiego fino in fondo e in modo molto chiaro (I suppose) tutto il mio pensiero sul rapporto tra architettura malnata e paesaggio. Ma il Niemeyer meticcio, come si autodefinisce, 96 anni, onestamente faccio fatica a collocarlo tra i creatori di architettura malnata, come fai tu e altri con tanta intransigente baldanza e scarsa considerazione per quel bene supremo che è la capacità di creare bellezza.
Credimi con cordialità,
Cesare de Seta
Caro De Seta,
ti ringrazio della lettera, benché, penso, forse giustamente stufo della diatriba, tu non accetti di accedere al senso del mio modesto intervento. Tra l'altro non noti che, circa Piero Bottoni e Capri, sono le case e non la grotta il centro del mio e del tuo stesso discorso. E poi non hai evidentemente letto il pezzo su Ravello precedentemente pubblicato da Eddy. Naturalmente conosco la tua effettiva posizione, Ravello a parte, figurati se no, e ti ammiro. Di qui la mia attuale sorpresa a vederti confuso in mezzo ai cosiddetti 165. Quanto all'"intransigente baldanza" che mi accomunerebbe ad altri, scusa carissimo, la respingo. Penso di aver ragionato, non di aver sentenziato. Non intendo paragonarmi a te, ai tuoi testi sugli Annali e ad altro. Ti indico però un mio libro abbastanza recente che mostra la mia posizione; potresti limitarti a leggere la recensione di Giancarlo Consonni che Eddy pubblica sul suo sito. Il libro, purtroppo pubblicato da un editore a scarsa diffusione (Unicopli di Milano), si chiama per l'appunto Architettura e paesaggio. Memoria e pensieri.
Lodo Menghetti
La pubblicazione di un’ampia antologia di scritti di Cesare Brandi sulla tutela del paesaggio e dell’arte [1] sollecita alcune riflessioni circa i modi dell’abitare e il senso del costruire.
Osservando il paesaggio contemporaneo non si può certo dire che lo spirito umanistico sia vincente: è anzi di frequente oggetto di derisione da parte di un certo cinismo postmoderno e da quanti ritengono che non più il mondo organico, di cui pure l’ homo faber fa parte, ma solo le scoperte della scienza e le innovazioni della tecnica con le relative filosofie ed estetiche debbano costituire regola e modello a cui adeguare le forme dell’abitare.
Per costoro gli scritti di Cesare Brandi non possono che risultare antiquati come antiquato a costoro appare l’essere umano. L’umano, con il suo antichissimo corpo, con la sua antichissima fisiologia, con la sua arcaica psicologia costituisce invece negli scritti di Brandi un tramite insostituibile dell’esperienza di mondo, un metro di paragone e una chiave interpretativa dei paesaggi, dei luoghi, dell’architettura, e in generale dell’opera d’arte, foriera di giudizi penetranti che arrivano sempre al cuore delle cose.
Quello di Brandi è uno sguardo colto ma non diviso, che non separa la res cogitans dalla res extensa, i valori del pensiero dalla “naturalità” dell’anima, dal suo essere corpo oltre che mente.
La misura umana con tutti i suoi limiti non rappresenta per lui un «complesso di inferiorità» [2] da eliminare, come invece da più parti oggi si teorizza, in nome del presunto nuovo spirito del tempo postorganico, biotecnologico, virtuale a cui l’organismo dell’uomo e il suo spazio dovrebbero sottomettersi.
La consapevolezza che l’umano è dato di natura irrinunciabile oltre che un fatto di cultura lo porta a ricordare che «conta solo quello che è presente all’occhio nel caso delle arti figurative: il corredo culturale è corredo e corredo resta» [3]. Quanto alla visione spazio-temporale elaborata dalla fisica moderna - scrive Brandi - «non è una visione (ma una ipotesi scientifica) e non ha nulla a che fare con i dati immediati della sensibilità» [4]. Per questo, si potrebbe aggiungere, lo spazio premoderno, con la sua misura umana, può risultare oggi ancora sensato e magari più sensato di quello proprio della metropoli contemporanea che a tutto guarda fuorché alla figura, alle dimensioni e ai limiti fisici del corpo e si dimentica dei vecchi come dei bambini.
Ogni visione meramente concettuale, un io senza occhi [5] abituato a pensare le cose nel vuoto, a giudicarle in sé, isolate da qualunque contesto reale, delocalizzate, come invece non capita mai nell’esperienza concreta, può infatti creare luoghi inospitali: Nella vita reale, non virtuale, le cose come gli esseri umani sono sempre corpi di e in relazione con altri corpi ed è dalla relazione che deriva gran parte del loro senso, il loro ruolo recitante. Solo indugiando nei luoghi, ascoltandoli, come fa Brandi, con tutta la pienezza del sentire, lasciandosi attraversare come da presenze animate è possibile percepire quanto i colori, i materiali e le forme «astratte, mentali e non ambientali di tante strutture del neoplasticismo» [6], e di tanta speculazione edilizia moderna, confliggono con certi ambienti. Confliggono innanzi tutto con la spazialità organica dei tessuti modesti ma sempre a scala umana delle città antiche. Dove lo spazio è una consolazione per l’occhio, la mano, il piede: accessibile nelle sue sequenze ravvicinate senza bisogno di dipendere da mezzi meccanici. Dove l’armonia tra le cose, tra gli interni e gli esterni, tra il tessuto continuo delle case e i monumenti «è così saporosa da far sentire tutta la città come veramente gettata in una sola volta» [7], come fosse un unico integro corpo umano. Per questo laddove il tessuto connettivo venga malamente demolito e i monumenti isolati, la città pare sanguinare e generare dolore nell’animo di chi la abita.
Per usare le parole di Simone Weil, stretto è il nesso tra lo «spirito lacerato […] crocifisso […] e lo spazio di cui lo spirito è possessore […]. Per questo l’unità nello spazio è una così grande consolazione. Uno spazio chiuso è il simbolo del mondo, di cui lo spirito è proprietario» [8].
Ed è proprio perché lo spirito soffre come fosse carne che Brandi di fronte allo scempio subìto dalle cortine settecentesche di Palermo può scrivere: «la città, colpita amaramente nelle sue parti più tenere, sanguina: sanguina lungo il rovinoso Corso, lungo la folta e squarciata via Maqueda; sanguina a via Alloro, a piazza Bologni, nella Cala» [9].
Da qui la lezione: come un essere umano risulta sofferente e menomato se subisce l’amputazione di un braccio o di una gamba e perde identità fino a morire quando le sue membra dilaniate giacciono sparse, così la città antica non appare più un organismo armonioso se alla demolizione di alcune sue parti si sostituiscono protesi estranee. Anzi perde il suo carattere urbano se viene frantumata, dispersa, o ridotta ad un assemblaggio di edifici monumentali, senza alcuna fisica relazione: «una città - Brandi lo ribadisce più volte - non consiste solo nei suoi monumenti più degni ma in tutto il tessuto connettivo» [10].
In casi come Bologna, Siena, Venezia, Catania, Noto, Lecce, Anagni, Casale e tanti altri centri storici è proprio il tessuto urbano minuto, domestico, di connessione e gli spazi aperti pubblici delle strade e delle piazze a fare l’aria della città: ad essere il monumento «degno e particolare» [11] da preservare come tesoro per la civiltà dell’abitare.
Per questo, afferma Brandi, «se c’è un’eresia in fatto di tutela e di rispetto, è proprio quella di sconnettere il tessuto urbano per costituire un monumento in una forzata solitudine e in uno spazio aggirante» [12]. Così come è una eresia sconnettere l’identità, conquistata nel tempo, di un luogo urbano in nome del feticismo scolastico di un rudere che non appartiene più da secoli alla vista e dunque alla memoria collettiva.
Ma la protervia di certa edilizia astratta, non ambientale, di certi «innesti massicci e fuori scala [o di certe] casacce sghembe che si posano in falso» [13] ha il potere di distruggere anche l’ordine «umano e sovrumano» [14] di taluni paesaggi magici a cui l’uomo ha imposto un sigillo tale che «nulla la sua intelligenza potrà aggiungere o il suo intuito rivelare» [15]. Paesaggi dove tutto «è quanto di più lindo e riposante si possa offrire alla beatitudine allo sguardo e al sollievo della mente» [16], dove le serre di aranci hanno «la pienezza ricciuta del vello di un agnellino» [17], o dove i monti hanno «membrature muscolose come un gigante» [18]. O dove ancora la «trama fitta e impalpabile, di aria, di luce, di colore» rende il «verde tenero e lucente […] come avvolto in una fascia di veli azzurri, quasi il mare respirasse e quell’azzurro fosse il suo fiato» [19].
In questi contesti ogni architettura presuntuosa, sgarbata, incurante e incapace di riconoscere dove si offre, come un dono, la bellezza dei luoghi, genera lo stesso effetto sfigurante provocato da «ordigni ortopedici» [20] in un corpo sano, dai «denti finti di acciaio […] in un bel volto» [21] o dai «foruncoli nella giovane pelle degli adolescenti» [22].
Con questo Brandi non sostiene che le visioni più astratte e le concezioni spaziali elaborate dalla scienza e dalla tecnica moderna non possano rappresentare «un elemento della poetica di determinati artisti» [23]; critica semmai con forza la pretesa che una poetica personale possa costituire canone di giudizio universale dell’architettura e che possa essere ubiquitaria. Pone, in altri termini, la questione dell’ etica della personalità.
Per usare le parole di Nicolai Hartmann, la «rivendicazione di una propria particolarità da parte dell’individuo» non può mai andare a discapito delle «esigenze etiche universali», senza le quali non può esistere la comunità umana. Allo stesso modo discriminante per il giudizio sull’opera d’arte è che il suo diritto alla personalità non dimentichi l’imperativo etico a cui l’arte del costruire è chiamata a rispondere: l’essere il compito dell’architettura quello di creare luoghi abitabili, ossia di reinventare ogni volta cosmo in opposizione al caos. Il che significa operare perché la ricerca di armonia, di spazi di relazione e di condivisione tra gli umani e tra gli umani e il mondo prevalga sulle pulsioni di morte, sugli istinti aggressivi e distruttivi.
Solo così l’eleganza, la grazia, la gentilezza, la tenerezza, la misura - tutti attributi che Brandi associa al concetto di civiltà e di bellezza - possono prevalere sulla brutalità, sull’arroganza, sull’osceno, sull’irrazionale e il deserto di senso di cui si rendono colpevoli non solo i «criminali di guerra» ma anche i «criminali di pace»: «i guastatori delle città, gli speculatori edilizi» [24]. La bellezza, per il potere che ha di celebrare e testimoniare nel mondo la sacralità della vita, non deve essere «confinabile nei musei o in certi luoghi particolari» [25] ma deve poter permeare i paesaggi, le città, le strade, le piazze, perché la terra tutta possa essere abitabile come il grembo accogliente di una madre.
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[1] Cesare Brandi, Il patrimonio insidiato. Scritti sulla tutela del paesaggio e dell’arte, a cura di Massimiliano Capati, Editori Riuniti, Roma 2001.
[2] Ivi, p. 125.
[3] Ivi, p. 30.
[4] Ivi, p. 31.
[5] «Né il sindaco aveva occhi, né gli assessori avevano occhi, nessuno aveva occhi per queste turpitudini edilizie». Ivi, p. 362.
[6] Ivi, p. 94.
[7] Ivi, p. 376.
[8] Simone Weil, Quaderni. Vol. I, Adelphi, Milano 1982, p. 206.
[9] Brandi, Il patrimonio, cit. p. 344.
[10] Ivi, p. 213.
[11] Ivi, p. 278.
[12] Ivi, p. 279.
[13] Ivi, p. 361.
[14] Ivi, p. 358.
[15] Ibidem.
[16] Ivi, p. 151.
[17] Ivi, p. 93.
[18] Ivi, p. 352.
[19] Ivi, p. 95.
[20] Ibidem.
[21] Ivi, p. 137.
[22] Ivi, p. 302.
[23] Ivi, p. 31.
[24] Cesare Brandi, Terre d’Italia, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 189.
[25] Ibidem.
Caro Carlo, rispondo anche a te. Punto per punto.
Tu dici: “- l'intervento è, a mio avviso, coerente con le procedure previste nei casi dei Comuni sprovvisti di PRG e, come sai, ha l'avallo di tutti i soggetti istituzionali preposti ad approvarlo (oltre al Comune, la Regione, la Comunità Montana, la Sovrintendenza, l'ASL e così via): la legge approvativa del PUT non cancella infatti la Legge 17/1982 per i motivi che ho provato ad esplicitare e che leggerai. D'altro canto il Comune è ancora commissariato da anni sull'argomento (con un piano adottato e sospeso) non certo per colpa dell'attuale Sindaco e sarebbe assurdo pensare che, finché tale situazione non si risolve (così come quelle di eventuali altri comuni in situazioni analoghe), non valgano le norme derogatorie della legge 17/1982 limitatamente alle categorie di opere pubbliche in essa previste, con i danni che sarebbe facile immaginare sulla dotazione di attrezzature del DM 1444/1968”
Non sono d’accordo. Le legge regionale 17/1982 è anteriore alla legge regionale 35/1987, e quindi non può prevalere su di essa. Per di più, la 35/1987 è una legge speciale, perciò prevarrebbe in ogni caso su una legge ordinaria, quale la 17/1982 è.
Tu dici: “- l'auditorium è a pieno titolo un'urbanizzazione secondaria compresa nelle attrezzature di interesse comune del DM stesso, e trovo singolari le omissioni in proposito di Sandro e Vezio che, per motivi incomprensibili, non citano le attrezzature di interesse "culturale" tra quelle obbligatorie per legge”
Non sono d’accordo. Le attrezzature di cui all’articolo 3 del DI (interministeriale, non ministeriale) 1444/1968 sono senza dubbio distinte dalle attrezzature d’interesse generale (le Zone F), e a differenza di queste sono attrezzature locali. Ed è evidente che non possiamo pensare di avere un auditorium di 405 posti in ogni comune della Costiera. O no?
Tu dici: “- è un'attrezzatura "necessaria" non solo dal punto di vista normativo ma anche dal punto di vista dell'utilità inconfutabile di mettere in rete e valorizzare le strutture turistico-culturali esistenti, come dimostrano una serie di studi qualificati svolti per conto del Comune e che sono a supporto della valutazione di "compatibilità ambientale" che accompagna il progetto;”
E chi lo nega? Ma il fatto non cancella il diritto.
Tu dici: “- è un piccolo (400 posti!) e pregevole intervento di architettura contemporanea che interpreta in modo straordinario linguaggi, qualità spaziali, disposizioni al suolo e relazioni con il paesaggio, valorizzando la straordinaria stratificazione della costiera amalfitana e introducendo nuovi valori fisici e simbolici capaci di consolidare e arricchire quelli esistenti (ma su questo aspetto, so che non sei d'accordo quindi non insisto)”
Ti credo, come credo a Cesare de Seta che sostiene che Niemeyer ha fatto il progetto, e non solo il bozzetto come invece aveva scritto il Sindaco (Corriere del Mezzogiorno, 15 gennaio 2004, p. 1). Ma non è questo un punto che io abbia sollevato. Tra l’altro, del progetto ho visto solo il materiale pubblicato in internet, perciò, benché conosca bene Ravello, non sono in grado di confermare né di smentire la tua affermazione. Dunque, fino a prova contraria ti credo. Ma non c’entra con le ragioni della mia critica.
Tu dici: “- è compatibile, in una lettura più dettagliata del progetto, con i requisiti spaziali e ambientali che possono ricondursi ad una interpretazione complessa e non manichea del suo "impatto" (ovviamente, non condivido la tua posizione secondo cui e comunque sbagliato aggiungere qualcosa all'attuale, intoccabile, bellezza del paesaggio)”.
Quando ero assessore ho chiamato Giancarlo De Carlo a Mazzorbo (Venezia), Vittorio Gregotti a Cannaregio (Venezia), Gino Valle alla Giudecca (Venezia). Non ho quindi nessuna pregiudiziale ostilità nei confronti dell’architettura moderna nei paesaggi consolidati. Posso sostenere che forzare la legge per abbellire un luogo già bello, investire risorse pubbliche per migliorare un luogo già ottimo e distrarle da altri impieghi più urgenti, aumentare il carico urbanistico in contrasto con l’unico piano territoriale esistente in quell’area, e in assenza perfino di un piano regolatore vigente, è un errore?
L’ho detto e continuo a ripeterlo fino alla nausea. La questione centrale è per me quella della legalità. E invece, di fronte ai puntuali rilievi di De Lucia tutti hanno detto che, si, c’è “qualche problema legale”, oppure che ci sono “questioni burocratiche”, ma in un modo o nell’altro si troverà il modo di risolverle. Nessuno che abbia voluto cercare di entrare nel merito, né quando la sola perizia in campo era quella di De Lucia, né quando ce n’erano due che dicevano cose diverse.
Forse il fatto che De Lucia fosse stato interpellato da un gruppo di cittadini anziché da un ente pubblico rendeva meno valide le sue ragioni? No, caro Carlo, la ragione è un’altra, e sta nel clima che tutti respiriamo e da cui molti si fanno condizionare. Il clima per cui se una causa è da me ritenuta giusta la legge, le regole che valgono per tutti, non valgono. Come ho scritto a de Seta, trascurare la questione della legittimità, , ridurla a quisquilia o pinzillacchera, o considerarla come cosa che possa essere risolta con una interpretazione adusum delphini o, peggio ancora, con una legge ad personam, è molto pericoloso. Significa cedere alla tendenza che sembra dominare oggi nel nostro sciagurato paese: la tendenza a considerare prevalenti certi interessi specifici (poco importa se di singoli soggetti o di intere comunità locali o scientifiche,) rispetto alla legge comune. Ti piaccia o no, Carlo, questo è berlusconismo, il quale, come tutti i virus, conosce i portatori infetti e i portatori sani.
Per fortuna tu sei sano, perciò ti abbraccio
Vendere, vendere, fare cassa, trasferire a Tremonti quanto più si può, da una parte il condono edilizio più vasto che si conosca, dall altra la cessione dei beni culturali pubblici. Col filtro di un esame da parte delle Soprintendenze le quali certifichino quali siano vendibili e quali no. Già, ma in quanto tempo? Appena trenta giorni. Dopo di che, se la Soprintendenza competente, povera di mezzi e di tecnici e però sepolta sotto le pratiche da sbrigare (oltre 20mila in Lombardia per appena 22 architetti), non risponde, cosa succede? Il senatore dell’Udc, Ivo Tarolli, aveva risposto alla domanda con un emendamento esplicativo: scatta il silenzio/assenso.
Per il patrimonio storico-artistico? Sissignore, per il patrimonio storico-artistico, per il cuore pubblico del Bel Paese.
Adesso arriva trafelato (ma ugualmente sorridente) il ministro Urbani il quale prende carta e penna per smentire il troppo esplicito sen. Tarolli salvandosi temporaneamente in extremis. Dunque il silenzio/assenso non sarà così automatico e tuttavia l’articolo 27 del collegato alla legge finanziaria ripete di continuo il termine entro trenta giorni, ossessivamente. Ma non c’era, con tempi ben più adeguati, il regolamento n.283 elaborato apposta per la vendita e per la cessione in uso, emesso nel settembre 2000 con decreto firmato da Ciampi? E questo regolamento, costato un anno di lavoro, non era stato condiviso dagli enti locali e regionali, coi tempi giusti, gli elenchi preparati in due anni? È vero, c’era. Anzi, il ministro Urbani l’aveva dichiarato intangibile. E invece con queste disposizioni infilate in tutta fretta nella finanziaria egli lo travolge con tutti i suoi accurati paletti (si vende soltanto questo, si cede in uso soltanto sulla base di un piano di utilizzo, il Comune può esercitare diritto di prelazione, ecc.). Prevale la logica della Patrimonio dello Stato SpA, delle varie SCIP (bel nome per le società che vendono o cartolarizzano il patrimonio immobiliare pubblico), dell’Agenzia del Demanio la quale impone alle Soprintendenze i tempi: nel termine perentorio di trenta giorni (art. 27 del collegato).
Ma è tutta l’Amministrazione dei Beni culturali ad essere trattata così. Sono vacanti otto posti di dirigente centrale nel settore quanto mai delicato dei beni archeologici? Bene, due posti li togliamo subito all’archeologia perché uno serve per la segretaria del capo di gabinetto del ministro Urbani e l’altro al sottosegretario allo Sport Pescante che giustamente farà arrivare un altra segretaria dal Coni. Con tanti saluti agli Etruschi e ai Piceni. Aspettano da secoli, possono ben aspettare un altro po’.
C’è sempre più allarme attorno ai Beni culturali e ambientali. Il Ministero, sotto la gestione ciarliera di Giuliano Urbani, appare fermo, inanimato, coi finanziamenti ordinari che ricominciano a scarseggiare come negli anni peggiori e con provvedimenti sulla salvaguardia del Bel Paese, sempre più sbrigativi, sempre meno ponderati, comunque volti a privatizzare, smantellare, indebolire. Del resto, la sede più idonea, e praticata, per discutere e mettere a fuoco, spesso in chiave critica, leggi e misure fondamentali è stato sempre il Consiglio Nazionale per i Beni culturali che, ad esempio, con Veltroni e Melandri ministri, si riuniva sovente sotto l’esperta vice-presidenza operativa di Giuseppe Chiarante. Ebbene, dal 12 dicembre dello scorso anno, cioè da dieci mesi, questo organismo - consultivo quanto autorevole - non è stato più convocato. In compenso il ministro Urbani, non contento del fatto che vi fosse, assai recente, un Testo Unico delle leggi sul patrimonio, ha voluto porre mano ad un Codice dei beni culturali con sempre nuove semplificazioni (a favore dei privati, mai dell’Amministrazione), nuove scorciatoie e accelerazioni. Alle quali peraltro si provvede con decreti legislativi o coi collegati alla Finanziaria davvero micidiali per dirompenza.
In un recente convegno promosso dall’Associazione Banchi Bandinelli, lo stesso Giuseppe Chiarante e la segretaria dell’Assotecnici, Irene Berlingò, hanno sottolineato gli aspetti negativi del decreto legislativo ora alla cosiddetta Bicameralina (presieduta dal senatore Cirami, noto per altre gesta). Anzitutto si depotenziano ancor di più le Soprintendenze territoriali ad indirizzo specialistico (Beni artistici e storici, Beni architettonici e paesaggistici, Beni archeologici) sulle quali, dalle leggi giolittiane a ieri (passando per le due leggi Bottai che ne furono la sostanziale riverniciatura), si è retta la tutela, magari con mezzi finanziari da carestia e però con grande autorevolezza. Oggi sminuita dal ruolo dei soprintendenti regionali e, più in generale, dei titolari degli uffici dirigenziali generali che, con la controriforma Urbani, diventano addirittura 40. Unica consolazione: in una prima ipotesi risultavano 50. E pensare che col Ministero di tecnici progettato da Giovanni Spadolini erano appena 6 e anche col Ministero più largo di Walter Veltroni 30. Saranno i soprintendenti regionali a costituire, nelle diciotto Regioni a statuto ordinario (in quelle a statuto speciale, soprattutto in Sicilia, succede di tutto e di più), una sorta di potentato, probabilmente influenzato dal Governatore locale. Saranno loro a gestire la suddivisione della spesa (che si è rifatta magra dopo anni generosi, fra 1995 e 2001), le gare d’appalto, il personale di nuovo carente. E i vincoli chi li apporrà? Ci dovrà pensare una sorta di conferenza regionale dei soprintendenti. Che è un altro bel modo di rallentare e forse di insabbiare tutto. Una volta era un potere primario del soprintendente territoriale specializzato. In più il ministro Urbani ha anticipato di voler fare del Consiglio Nazionale una sorta di corte d’appello dove i privati possano ricorrere contro quei vincoli pubblici già divenuti così faticosi. Così gli strumenti della tutela vengono manomessi e devitalizzati.
Dal ridisegno del Ministero è sparita la figura del segretario generale e nessuno se ne dorrà più che tanto, come di altre sparizioni. Ma sono scomparsi pure archivi e biblioteche rimessi nel calderone generico delle belle arti. Per le biblioteche si torna a prima del 1926 allorché fu creata la direzione generale delle biblioteche e delle accademie. Del resto, qual è il sistema di valori che sta prevalendo? La cultura non è più un valore in sé. Ha valore se rende, se frutta, se incassa. Oppure se attrae sponsor, se può essere usata per costruirci sopra il mitico Evento. Quale redditività economica possono avere archivi e biblioteche? Quale Evento può essere costruito su di loro? Quindi, Urbani e i suoi spazzato via l’ingombro di dover discutere di queste cose in Consiglio Nazionale provvedono a cancellare dal ruolo delle pur moltiplicate direzioni generali la fonte stessa della nostra storia, del nostro sapere, la memoria costituiva del Bel Paese (archivi e biblioteche).
Domani, chissà, si potrebbe darli in gestione a privati, esternalizzarli, quasi fossero centralini telefonici. Le fototeche, in fondo, potrebbero essere un piatto ghiotto, da gestori americani, o giapponesi.
Del resto, l’attuale ministro per i Beni culturali lo sottolineano da tempo le associazioni, da Italia Nostra al Wwf - ha taciuto sulle leggi-obiettivo del collega Lunardi che pure aggrediscono il paesaggio, sulla legge Gasparri per antenna selvaggia, sulla Marzano sblocca-centrali. Sul più devastante dei condoni (esteso per la prima volta a porzioni di aree demaniali occupate da privati) Urbani ha emesso qualche generico lamento. Dopo aver cestinato il Regolamento Melandri sulle alienazioni di beni culturali pubblici, si appresta ad assentire, col Codice da lui voluto, alla cancellazione della legge Galasso sui piani paesistici. Del resto, che fine ha fatto l’Osservatorio sul paesaggio? Dove sono spariti altri progetti scaturiti dalla Conferenza Nazionale per il Paesaggio? Nel dimenticatoio. Giuliano Urbani scrive ogni giorno, in uno col collega Matteoli dell’Ambiente e sotto la regìa di Tremonti, nuovi capitoli del Libro Nero dei Beni culturali e ambientali. Così, dal Bel Paese passiamo sempre più al Mal Paese.
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La lettera di Cesare de Seta
Caro Eddy, il Sindaco di Ravello mi invia la Tua lettera per conoscenza, visto che io non avevo tuo e-mail, né conoscevo il tuo sito; aggiungo qualcosa di mio per poco che possa valere. La tua risposta e garbata e piena di concetti che per larga parte condivido in linea generate, in linea di principio. II tono della tua intervista in tv e del Tuo articolo sul CdM era assai più duro... e con una vena demagogica che considero estraneo al tuo carattere e alla tua biografia intellettuale che presumo di conosce un po'. Ti ho risposto su alcuni punti in diretta tv, con un certo disagio che amici comuni hanno ben inteso: perché averti avuto come contraddittore mi ha creato disagio.
Ovviamente, al contrario di te, io penso che anche a Ravello o nella mia ben più amata Capri si possa fare della modernità, a condizioni che ci sia qualità dell'architettura consapevole del sito e legalità rispettata (come spiega in modo impeccabile la perizia del mio amico, collega e già allievo Carlo Gasparrini): penso che entrambe le circostanze siano presenti a Ravello. Rara avis, aggiungo! Perché di fronte a volgare architettura anch'io penso che Ravello, Capri o Venezia debbano per quanto possibile restare immuni da brutture. Cos! come considero effetto di cattiva o pessima informazione la favola che Niemeyer non abbia fatto che uno schizzo. Per quanto poco valga la mia testimonianza aggiungo quanto segue: nella primavera del 1999 sono stato invitato alla Fiera del libro di Rio de Janeiro dal mio editore brasiliano, poi ho fatto giro di conferenze a Brasilia, Victoria, Salvador de Baia. A Rio ho chiesto di incontrare Niemeyer che mi ha accolto calorosamente net suo studio dicendomi che conosceva i miei libri francesi (forse mentiva per la tradizionale cortesia carioca!): sui tavoli aveva il progetto di Ravello. Me to mostrò e ne parlammo con lui e i suoi collaboratori. Lui disegna come un padreterno e ti assicuro che solo lui poteva disegnare I'Auditorium che ha progettato. Magari ci fossero per il mondo dei cloni di Niemeyer, converrebbe ingaggiarli! Dunque su questo punto puoi stare certo che il progetto e suo! Al rientro chiesi a De Masi di farmi avere il progetto appena sarebbe giunto: quando giunse to studiai con un certo scrupolo e to misi a confronto con il topos che conosco bene anche se non come Capri. Ne scrissi un articolo per "Ars" rivista diretta da Calvesi per la De Agostini-Rizzoli che usci sempre net 1999. Un po' rivisto ho pubblicato quel testo "Niemeyer a Ravello" net mio "L'architettura della modernità tra crisi e rinascite", Bollati-Boringhieri, 2002, pp. 258-61. Poi nella miscellanea in onore dell'amico Lionello Puppi che del maestro e il maggior esegeta italiano. Dunque le mie opinioni si sono formate del tutto al di fuori di questo bailamme burocratico-tar di questo ultimo mese. Ti rubo ancora qualche minuto. Vivevo a Parigi al tempo in cui Mitterand aveva deciso di costruire la Piramide: con André Chastel, maestro e amico, ci convincemmo delta bestialità della Piramide. Su "Le Monde" e sul "Corriere" conducemmo una battaglia con tanti intellettuali schierati pro e contro. Perdemmo come sai. Inaugurata la Piramide il mio (nostro) amico Antonio Cederna andò a Parigi e scrisse un articolo entusiasta a favore della Piramide per "Repubblica": gliene dissi di tutti i colori come si fa tra vecchi amici perché io penso ancora che la Piramide e uno sfregio al Louvre. Ma con Antonio siamo rimasti amici fino alla fine prematura: spero che questo apologo rispondente al vero e questa mia testimonianza tu voglia intenderli.
Venezia, 30 gennaio 2004
Caro Cesare,
non avevi bisogno di ricordare l’episodio della piramide di Pei per augurarti che l’amicizia tra noi non sia turbata dalla storia di Niemeyer a Ravello. Figuriamoci. Sia tu che io siamo uomini liberi, diciamo quello che pensiamo e la nostra amicizia non ci impedisce di avere idee diverse; ma se alla base dell’amicizia c’è il rispetto, nessun contrasto può spezzarla.
Cela dit, a me sembra di parlare al vento, o di adoperare una lingua che non è più quella che i miei compatrioti comprendono; e questo sì che mi turba. La questione del merito dell’intervento (se sia bello o no, se sia giusto o no, se sia correttamente inserito o no) è l’ultima delle mie preoccupazioni. Ho una mia valutazione, e l’ho espressa – mi sembra – chiaramente anche nella lettera al sindaco di Ravello. Non mi scandalizza che altri abbiano opinioni diverse, e l’ho detto in tutte le salse. Certo, mi piacerebbe discutere anche su questo, come mi piacerebbe discutere con chi (anche tu, mi sembra) ritiene che per progettare in un sito così delicato non è necessario averne respirato l’aria e toccato i sassi e l’erba. Ma in tutto ciò non c’è nulla che mi indigni. Figuriamoci: c’è anche chi crede che l’architettura sia solo quella disegnata (Massimo Scolari, per esempio), o che un progetto possa essere spostato da una parte all’altra del territorio (Carlo Aymonino, per esempio): opinioni discutibili, che infatti discuto e, se posso, contrasto, ma non per questo mi indigno.
Ciò che mi preoccupa e m’indigna è, invece, il modo in cui valenti intellettuali, molti dei quali miei amici, altre persone che apprezzo e rispetto, trascurano la questione della legalità: sorvolano, o trattano con sufficienza, o tacciano di pastoia burocratica l’aspetto a mio parere centrale (e sul quale mi sono lungamente soffermato in tutte le sedi) della illegittimità sostanziale dell’intervento, e del grave rischio che si corre procedendo con procedure derogatorie: dalla interpretazione distorcente alla legge ad personam. Di questo voglio parlare e di questo ho parlato.
Ho letto la perizia del dolcissimo Carlo Gasparrini, che continuerò ad amare anche dopo averla letta. Mi sembra platealmente sbagliata sui due punti sostanziali.
Il primo. Gli standard di cui Gasparrini parla diffusamente nella sua perizia, quelli dell’articolo 3 del DI 1444/1968, sono senza ombra di dubbio quelli di livello locale, di quartiere, di vicinato. Tutta la discussione che condusse al decreto, le esperienze su cui si basa, la stessa letteratura successiva confermano questa tesi. E del resto, perché mai, se no, gli altri standard (quelli di livello superiore) sarebbero stati distintamente disciplinati nelle “zone omogenee F”?. Le quali non a caso sono state definite “attrezzature pubbliche d’interesse generale”.
Il secondo punto. La legge regionale 17 del 1982, che consente ai comuni sprovvisti di PRG di realizzare opere di urbanizzazione primaria e secondaria non può essere considerata derogatoria rispetto alla legge regionale 35 del 1987, con la quale la Regione Campania ha approvato il PUT, per due buoni motivi giuridici, che sono dei principi del diritto: perché una legge anteriore non può modificarne una successiva, perché una legge speciale(quale indubbiamente la 35/1987 è) prevale su una legge ordinaria.
Ciò che non riesco a capire è perché la Regione Campania, che mi sembra così determinata a far realizzare l’auditorium (che tu dici di Niemeyer, e devo crederti) a Ravello, in tutti gli anni che sono trascorsi dalla decisione di realizzarlo a oggi non abbia, con una sua regolare legge, modificato quella del 1987. Meglio ancora, perché non abbia inoltre provveduto (se il PUT non la convince o le sembra inadeguato e troppo datato) ad affrontare il problema come lo si farebbe in un paese “normale” (non voglio dire “civile”): redigendo e approvando, magari con un atto amministrativo e non con una legge, un piano territoriale avente i contenuti e l’efficacia di tutela del paesaggio che la legge (quella promossa da Peppino Galasso, ti ricordi?) attribuisce a tali tipi di piani.
In questo modo si sarebbe anche potuto verificare se una struttura quale l’auditorium di Ravello, che mi sembra indubbiamente una struttura d’interesse e di livello sovracomunale, possa essere compatibile con l’attuale assetto delle strutture per la mobilità della costiere amalfitana e dell’intera penisola sorrentina-amalfitana, o se possa essere resa tale con appropriati interventi di modifica di tale assetto, da attuare contemporaneamente (o magari prima, vista la disastrata situazione delle comunicazioni nell’area).
Sto divagando. Mi sto ponendo il problema di che cosa sarebbe stato giusto fare se si fosse voluto favorire quell’intervento (che a me continua a non piacere), ma si fosse voluto procedere secondo una logica razionale e, diciamolo, moderna. Perché la modernità è questo, Cesare: affrontare i problemi con i metodi e gli strumenti appropriati. Ed è almeno a partire dal piano di New York del 1811 (e in Italia dalla legge urbanistica del 1942) che il metodo e gli strumenti appropriati per affrontare questi problemi sono quelli della pianificazione del territorio.
Certamente questa, che il ragionare con te mi ha indotto a toccare, è una questione seria, sulla quale sarebbe utile discutere e riflettere, da parte di tutti e non solo degli urbanisti.
Ma questione ancor più seria, oggi, è quella che a me – come ho detto e ripetuto – sembra centrale: quella della legalità. Trascurare questo problema, ridurlo a quisquilia o pinzillacchera, o considerarlo come cosa che possa essere risolta con la scappatoia d’una interpretazione adusum delphini o, peggio ancora, con una legge ad personam, mi sembra pagare un pedaggio molto grave alla tendenza che sembra dominare oggi nel nostro sciagurato paese: la tendenza a considerare prevalenti certi interessi specifici (di singoli soggetti o di intere comunità, poco importa) rispetto alla legge comune. Ho bisogno di citare i nomi dei soggetti e dei provvedimenti che hanno agito e agiscono in questa direzione? Non credo, i giornali ne sono pieni.
Con affetto
PS – Mi sembrerebbe giusto, equo e salutare mettere nel mio sito, oltre questa mia, anche la tua che l’ha provocata. Se non hai nulla in contrario. Mentre non metterò la replica del sig. Amalfitano che mi arriva or ora, perché insinuazioni sull’interesse personale non le ho mai fatte nei confronti di nessuno e non ammetto che si facciano nei miei confronti.
Venerdì, al ministero dei Beni Culturali, andrà in scena un capitolo decisivo per la tutela del patrimonio storico-artistico-ambientale del nostro Paese: verrà deciso, infatti, quali beni, in base al nuovo Codice, saranno considerati intangibili e quali potranno invece essere trasferiti ai privati. Alla vigilia, il cartello di associazioni impegnate nella difesa del nostro patrimonio - Bianchi Bandinelli, Comitato per la Bellezza, FAI, Italia Nostra e WWF, insieme all'Assotecnici - sottoscrivono l’appello che alcuni accademici dei Lincei (Antonino Di Vita, Sergio Donadoni, Tullio Gregory, Natalino Irti, Alessandro Pizzorusso, Adriano Prosperi, Giovanni Pugliese Carratelli, Salvatore Settis) hanno inviato nei giorni scorsi alle più alte autorità dello Stato. Eccone il testo:
«Nell’imminenza dell’emanazione di un nuovo Codice per i Beni Culturali, riteniamo che la nuova normativa debba ispirarsi ad alcuni principi irrinunciabili:
1-Il rigoroso rispetto dell’art. 9 della Costituzione, secondo il quale lo sviluppo della cultura, la ricerca, la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico formano un tutto inscindibile, un’organica unità che vede i cittadini come protagonisti.
2-La concezione attiva e dinamica della tutela, essenzialmente destinata alla fruizione culturale dei beni da parte dei cittadini, secondo la lettura dell’articolo 9 della Costituzione offerta dalla Corte Costituzionale (sentenza nr. 269 del 1995).
3-La “primarietà del valore estetico culturale”, che, sempre secondo la Corte Costituzionale (sentenza nr. 151 del 1986) “non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici”, ma dev’essere “capace di influire profondamente sull’ordine economico-sociale”.
4-La concezione del patrimonio culturale italiano non come una somma disaggregata di beni, ma come un insieme, un continuum , nel quale ogni singolo bene (monumento, area archeologica, museo) s’incardina strutturalmente nel territorio, e così identifica la stessa comunità dei cittadini.
5-La necessità di preservare rigorosamente l’intrasferibilità, in qualsiasi forma ed a qualsiasi soggetto, dei beni di interesse storico-artistico-archeologico, che sono nel demanio e nel patrimonio pubblico, distinguendoli, mediante urgenti misure di censimento, dagli altri beni di proprietà pubblica che non rivestano quell’interesse. E la congiunta necessità di adottare norme legislative idonee a raggiungere tale scopo, anche modificando o restringendo norme vigenti.
6-Il dovere dello Stato di assicurare la tutela del patrimonio culturale mediante lo sviluppo della conoscenza e della ricerca, nonché garantendo la funzionalità e l’aggiornamento della pubblica amministrazione nel relativo settore.
7-La necessità di concepire i beni culturali e paesaggistici come un patrimonio su cui è opportuno investire, e non come un patrimonio da investire.
8-La necessità di considerare la salvaguardia del patrimonio culturale come impegno unitario, sottraendosi a insidiose e arbitrarie distinzioni, come, ad esempio, quella fra tutela e gestione, dato che tipi e forme di gestione possono essere determinati o delimitati soltanto da esigenze di tutela
9-La necessità di un’azione mirata e concorde di Stato, Regioni ed altri enti locali, che salvaguardi i beni di rispettiva pertinenza, avendo come obiettivo essenziale la miglior tutela del patrimonio piuttosto che la sua segmentazione, distribuzione o devoluzione.
10-La necessità di assicurare efficienza ed economicità della tutela e della fruizione, ricorrendo ad imprese private soltanto per i servizi aggiuntivi, che non compromettano in alcun modo i compiti primarî e insostituibili della pubblica amministrazione».
Antonino Di Vita, Sergio Donadoni, Tullio Gregory, Natalino Irti, Alessandro Pizzorusso, Adriano Prosperi, Giovanni Pugliese Carratelli, Salvatore Settis
Due articoli recenti sull’argomento:
Chiarante, Beni culturali
Settis, La spada di Damocle sui beni culturali
In un momento in cui si discute con gran fervore dei prossimi, possibili guasti ambientali, l’episodio dell’auditorium di Ravello, divenuto ormai emblematico di una crisi di pensiero, ha finalmente messo in luce alcuni tra i falsi argomenti con i quali s’intrattiene la cultura locale e italiana in merito a questioni - come quella del paesaggio - che richiederebbero quanto meno l’abbandono definitivo di posizioni antistoriche e falsamente avanguardistiche.
In questi giorni abbiamo appreso, infatti:
1.Che Ravello è dei ravellesi, e quindi ogni decisione deve essere presa esclusivamente dai loro amministratori; corollario: state zitti e lasciateci lavorare.
2. Che un’opera d’arte, ancorché tutelata, può richiedere ed ottenere una modifica alle norme che non la consentirebbero; corollario: volete realizzare un’opera in un contesto ambientale tutelato ? Affidate il progetto ad un architetto dello star system, perché troverete modo di realizzarla e farla difendere da almeno 160 intellettuali.
3. Che una piccola costruzione (un edificio alto solo l’equivalente di sette piani), purché moderna, può contravvenire alle norme urbanistiche, ancorché sovraordinanti.
4. Che il paesaggio è opera di natura ed artificio, ma nell’imbarazzo della scelta la priorità spetta all’artificio.
5. Che il paesaggio di Ravello e Costiera è – così come si trova – una realtà di eccezionale bellezza, compresi i megalberghi sulle spiagge e le innumerevoli villette ad archetti e colonnine.
6. Che una moderna opera di architettura consente di contrastare l’abusivismo edilizio; corollario: fateci costruire l’auditorium, poi affronteremo gli abusi edilizi.
7. Che in un luogo in cui tanti sono stati e sono gli abusi, è ridicolo sostenere che l’opera di un celebre architetto possa costituire un abuso (anche se contravviene alle norme); corollario: protestate piuttosto contro i tanti abusi privati (autorizzati).
8.Che la Soprintendenza è l’organo che decide in merito alla qualità architettonica, anche se essa si manifesta contro il disposto delle leggi; corollario: architettura di mimesi quotidiana, e gestualità eccezionale per riscattare l’architettura.
9. Che gli studenti di architettura possono smetterla di baloccarsi con ricerche visive, prospettive di verifica ambientale, studi di fattibilità, apprendimento di norme urbanistiche, master e quant’altro, perché l’accordo di programma consente all’occorrenza di spazzare via tutto questo ciarpame burocratico, per affermare la volontà politica; corollario: studiate, ragazzi, ma ricordatevi che il potere è un’altra cosa.
10. Che un abuso edilizio può anche essere bello; corollario: un’opera bella può anche essere abusiva;
11. Che il problema della tutela paesistica non ha a che vedere con la qualità dell’architettura, perché l’architettura di qualità detta i termini stessi della tutela; corollario: facciamola finita con l’urbanistica e con l’architettura del paesaggio;
12. Che è sufficiente rivolgersi ad un noto architetto contemporaneo, che risponderà a tutte le istanze, con un’architettura certamente moderna. Senza però valutare che non si tratta più, parafrasando Zevi, di fare un’architettura moderna, dato che essa lo sarà comunque per definizione, ma piuttosto di dare spazio ad una moderna architettura, consapevole delle nuove istanze e della nuova partecipazione civile, e non più ostaggio di ben organizzate conventicole professionali.
Alle osservazioni di chi menziona i casi di Wright (1953) e di Le Corbusier a Venezia, quali occasioni mancate per altrettante opere di architettura moderna, mi limiterò a ricordare quanta acqua è passata sotto i ponti, e quanto distanti siano dovute diventare le posizioni culturali, avendo noi fatto esperienza - divenuta di senso comune - dei guasti perpetrati da almeno due generazioni di tecnici, nei confronti del paesaggio italiano. E come in questione non sia più, ormai, la legittimità dell’architettura moderna (problema ormai superato in senso positivo, e già a rischio di tautologia), quanto da un lato, la necessità di rifondare il metodo stesso dell’insegnamento dell’architettura, quasi tutto rivistaiolo e mediatico, e dall’altro quella di fare un passo indietro, nei confronti di una natura che tra poco non costituirà più il contrappunto equilibrato dell’artificio, perché sarà semplicemente scomparsa, per fare posto alle tante iniziative determinate da sacrosante esigenze di crescita, sviluppo, adeguamento funzionale, aggiornamento tecnologico, omologazione economica, velleitarismo campanilistico e quant’altro; e tutto questo in nome del più provinciale e bieco ‘perché no?’. E non abbiamo parlato ancora del progetto di Niemeyer…
È concreto e attuale il pericolo, assai più di quel che finora sia stato avvertito e denunciato, di un grave abbassamento - anche dal punto di vista delle garanzie contenute nelle disposizioni legislative - del livello di tutela del patrimonio storico e culturale del nostro paese. È un pericolo che discende non da intenzioni o propositi soltanto ventilati: ma dalle radicali modifiche previste dalla Commissione che ha predisposto lo schema del nuovo codice dei beni culturali, schema che il governo sarebbe ora intenzionato a varare, nella forma di un decreto delegato, già entro la fine del corrente mese di luglio. La modifica fondamentale proposta riguarda proprio la nozione del patrimonio culturale che deve essere sottoposto a tutela. Sia nella ben nota legge del 1939 (la 1089, che si basava su una tradizione che in molti casi risaliva ai vecchi Stati preunitari), sia nel Testo Unico del 29 ottobre 1999 che ha recepito quella legislazione, il patrimonio da tutelare veniva infatti identificato - era questa la norma di base - con l’insieme delle «cose immobili o mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnografico» (oppure demoetnoantropologico nella formulazione più aggiornata del Testo Unico); seguiva poi l’indicazione di altre categorie «speciali» di beni di interesse culturale. Lo schema del nuovo codice riprende la definizione di partenza della 1089 e del Testo Unico: ma introduce una drastica limitazione precisando che deve trattarsi di cose che presentino un interesse artistico, storico, archeologico o demoetnoantropologico «di particolare importanza». Il vincolo dell’interesse «particolarmente importante», che nella legislazione finora vigente è richiesto solo per determinate categorie di beni (le cose immobili o mobili di proprietà dei privati da sottoporre a vincolo; i monumenti che in sé non hanno uno specifico valore artistico, ma sono legati a eventi storici o culturali di grande rilievo; i libri, le stampe, gli spartiti musicali, le fotografie considerate di rarità e pregio) diventerebbe così un requisito necessario per individuare, in ogni caso, un bene culturale.
Non c’è bisogno di particolare competenza in campo legislativo per capire che in questo modo verrebbe stravolto (e radicalmente ridimensionato) l’attuale sistema di tutela. Fino a oggi per patrimonio culturale da tutelare si è sempre inteso, nella legislazione e nella concreta esperienza applicativa, quel complesso tessuto storico, artistico, ambientale che è ramificato e stratificato nel territorio e che costituisce, nella sua varietà e articolazione, la straordinaria ricchezza di cui l’Italia dispone. Se invece la condizione dell’interesse «particolarmente importante » diventasse, come la Commissione ha proposto, la chiave di volta del nuovo codice, tutto questo si stima cadrebbe; e i beni da tutelare diventerebbero, in sostanza, solo quelli dichiarati di valore storico e artistico particolarmente importante, lasciando senza tutela quelli considerati minori e soprattutto separando le opere importanti dal loro contesto. Sarebbe, in sostanza, una modifica che andrebbe esattamente in senso contrario rispetto alla richiesta - sostenuta da decenni dal mondo scientifico e ambientalista - di dare una maggiore efficacia alla tutela attraverso una più ampia considerazione dei rapporti ambientali sia urbanistici che paesistici e tutelando non solo la singola opera ma la realtà in cui è inserita. Non occorre sottolineare il carattere devastante di questa rottura del sistema della tutela. L’esperienza che ha consentito al nostro paese, nonostante guasti e trascuratezze, di conservare una parte rilevante del patrimonio trasmessoci dalla storia passata, sarebbe irrimediabilemnte compromessa. Ed è facile immaginare quali sarebbero le conseguenze in tutti i campi, compreso quello delle alienazioni.
È evidente, infatti, che se passasse una riforma così configurata, per vendere o dare in concessione a privati beni di interesse culturale non ci sarebbe neppure bisogno di ricorrere a leggi speciali come quelle sul Patrimonio Spa o a strumenti come le famose Scip ossia le società di cartolarizzazione degli immobili pubblici. Molto più semplicemente tutti i beni che fossero considerati di interesse non particolarmente importante sarebbero disponibili per essere posti in vendita dalle Amministrazioni che ne hanno la proprietà, nelle forme che esse vorranno. Tutto questo va contro - pare a me evidente - un interesse fondamentale del nostro paese, non a caso sancito in uno dei princìpi preliminari della Costituzione. Ci auguriamo, perciò, che lanciare l’allarme serva a produrre una reazione che sia pari all’importanza della posta in gioco. Una posta che riguarda le radici stesse della nostra identità nazionale e che rappresenta una fonte ineguagliabile di ricchezza culturale e materiale. Auspichiamo perciò che dal mondo della scienza e della ricerca, dalle Associazioni impegnate nella difesa della cultura e dell’ambiente, da tutti coloro che giustamente sono orgogliosi del nostro patrimonio storico e artistico e consapevoli della sua importanza, venga una protesta che costringa maggioranza e governo a rinunciare a un progetto così rovinoso e ripristinare - se non altro - una tradizione di tutela che nel corso dei decenni si era venuta consolidando e pareva, ormai, del tutto fuori discussione.
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Si veda anche:
Giuseppe Chiarante, “Patrimonio s.p.a.”
Erbani, Francesco “Beni culturali un grande affare privato”
La bellezza: oggi, rispetto agli interventi del passato, valutiamo col nostro metro e secondo il nostro sentimento della natura, dell’architettura e così via. A questa stregua premetto che la bellezza non ha (non può avere) bisogno di spiegazioni, è un’attribuzione spontanea - nel significato letterale di “senza che si siano subite pressioni dall’esterno” (Palazzi e Folena) - ma ragionata, imposta dalla dotazione sensoriale personale appoggiata alla conoscenza indipendente, vale a dire libera da schemi del tipo, come nella lingua, “vince l’uso, vince la consuetudine”. Siamo all’opposto del “è bello ciò che piace”. Troppo comodo e regressivo. Una vecchia vignetta di Novello presenta una signora un po’ discinta che si porta a letto un grande prosciutto abbracciandolo faticosamente: “ non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”, recita la didascalia.
Di gusti, caro Eddy, si deve discutere, purché nel “gusto” rientri il significato vasto di ricezione attraverso tutti i sensi (tale è sensazione, e anche sentimento). E se, dinnanzi a questo o quel paesaggio, questa o quella architettura, questo o quell’insieme di architettura e paesaggio, ci domandiamo, nei diversi casi, di quale bellezza si tratta, avvertiremo che il sentimento del bello sorge secondo diverse tonalità, diverso colore musicale (Adorno): ma nella sostanza è il medesimo, così come tutte le ventiquattro tonalità stanno alla pari nella dimostrazione bachiana del Clavicembalo ben temperato. Ricordo una frase di Piero Bottoni: dire che l’arte è una questione di buon gusto è come dire che l’urbanistica è una questione di buon senso. Già, quel buon senso che in una lettera su Baia Sistiana la molto fiduciosa Dusana Valecic (il dibattito che speravamo di sollevare, che fine ha fatto?) pensava appartenesse alle persone qualunque insieme alla capacità di distinguere il bello dal brutto, l’utile dal dannoso. Rispondevo di osservare come è conciato il nostro paese, dai monti alle coste, dalle città alle campagne: sarebbe stato facile riconoscere che la distruzione della bellezza e appropriatezza del paesaggio e dello spazio italiano è avvenuta sotto il consenso, spesso la spinta delle popolazioni. Mi permettevo poi di citare lo psicoterapeuta James Hillmann che in Politica della bellezza ci offre una triste ragione: “Il Grande Represso di oggi è la bellezza… Oggi siamo inconsci della bellezza. Siamo antiestetici, anestetizzati, psichicamente ottusi”. Che siano tali anche i firmatari favorevoli all’intrapresa di Ravello, gigantesca relativamente al posto, forse non accortisi durante la pur meritoria loro attività in campi di elevato valore che il territorio, il paesaggio, gli ambienti mirabili gli si trasformavano sotto i piedi e l’Italia diventava brutta, malpaese (Valentini), malvivibile salvo pochi recessi? O forse, per ragioni di età, la maggior parte di loro non ha conosciuto l’Italia da noi amata (né il particolare di Ravello), o in ogni modo non l’ha conosciuta nella totalità percorrendola in lungo e in largo: impossibilitati ai confronti (questi, per accedere al piano della dissertazione storico-artistico e politico-sociale, costituiscono il materiale di base), cadono facilmente in equivoci circa la dotazione paesaggistica, in tranelli sensoriali ricoperti dall’autorevolezza dell’interventista ancorché emerito. Riguardo a quest’ultimo sono l’ultimo dei sospettabili: al tempo della mia direzione del dipartimento di progettazione del Politecnico di Milano sostenni e introdussi la prima mostra su Oscar Niemeyer dentro la facoltà di architettura. Spiace, a me, soprattutto la presenza di Cesare De Seta, Mario Manieri Elia e perfino di Giovanni Valentini, per non dire dell’ex preside Cesare Stevan mio allievo quarant’anni fa. So che il loro atteggiamento è del tipo: l’opera architettonica di Niemeyer riscatta il luogo, non lede ma, al contrario, “costruisce” paesaggio. Talmente convinti che esprimono fastidio se gli si ricorda il principio del rispetto delle regole e che, come scrive Salzano, non s’accorgono di accedere alla logica dei distruttori tipo Berlusconi, non dei costruttori del paesaggio (nota: nella lista dei sostenitori ben quattordici si autodefiniscono Manager, che finezza!).
Ernst Gombrich, a tanti anni di distanza dal suo gran libro Arte e illusione, ci ha ripetuto che la visione è illusoria: la ragione risiede nella psicologia della percezione. È un grosso problema quello dell’inganno in materia di sensazioni davanti all’architettura, ai paesaggi naturali e artificiali, ai paesaggi archeologici et similia, soprattutto all’intersezione fra diversi oggetti e contesti, in particolare davanti all’architettura in un contesto storicamente affermato. Sicuro inganno, quindi percezione deviata, impropria, alla fine credere di provare godimento e commozione mentre l’anima e il corpo non presentano la minima increspatura: quando il vedere resta tale strictu sensu, un osservare superficiale, l’opposto della penetrante visione osservazionale e immaginosa leonardesca o lecorbusieriana in frequenti situazioni di rapporto con le opere e la natura. Si paga un alto prezzo a vedere senza sapere. Vedere senza cognizioni e preparazione è più che essere ciechi giacché il cieco, avendo acutizzato (talvolta fino all’esasperazione) tutti gli altri sensi, è capace di “vedere”.
A Ravello cinquant’anni fa il territorio, il paesaggio, la relazione fra la scarsissima massa del costruito e il contesto naturale o naturale-artificiale, la distanza/vicinanza col mare narravano un luogo dalla bellezza avvolgente rivolta a scopi umanizzanti. Man mano gl’italiani, i campani, gli autoctoni, gli alloctoni, i ladri di territorio e di bellezza, i fautori dell’“impersonale” cosiddetto sviluppo hanno ferito, lacerato, costruito, stradalizzato, già violato le regole o approfittato della loro inadeguatezza; ma hanno violato anche il cuore e la mente di quelli che lì, in cuore e mente, conservavano la dote ravelliana, solo disposti a vederla crescere in quanto sé, dote paesaggistica, sé, interiorità spirituale (e morale): cosa significa? Che sono già avvenute troppe cose avverse al Grande Represso per credere che altro, l’unicum “questa volta bello” possa davvero liberarlo, il G.R., dalle prometeiche catene che lo hanno costretto a vedersi il fegato spappolarsi sotto le voraci beccate degli avvoltoi nostrani. Allora, non si può fare architettura lì? Sì, in un altro senso, quello cui ho accennato a proposito di Baia Sistiana. Dobbiamo riconoscere, in casi come questo di Ravello e oggi in migliaia di casi analoghi in Italia - luoghi comunque massacrati ma buttanti ancora un filo di sangue vivo dalle arterie -, che la miglior soluzione è quella di un’architettura che sia capace di non ergersi, che scelga invece un lavoro di cura, risanamento del corpo malato, di ricostruzione della perduta giovanile bellezza come nuova bellezza senile.
Chiudo con una citazione a memoria di Wright: l’artista vede più lontano del suo popolo. Sarebbe l’unico a saper creare la bellezza: se non gli riesce non è vero artista e gli altri non possono vederla da soli.
È in dirittura d’arrivo il nuovo Codice dei beni culturali, da approvarsi (per legge delega) entro l’anno. Non è cosa da poco, visto che esso è destinato a soppiantare qualsiasi norma sui beni culturali in vigore in Italia: insomma, una prova estremamente impegnativa per chi lo ha scritto, gli uffici del Ministero e i giuristi presieduti da Gaetano Trotta, ma soprattutto la prova del fuoco per il ministro Giuliano Urbani. Sono infatti ancora aperte partite capitali, su cui si è svolto nel Paese un acceso dibattito. Per citarne solo due, il problema della privatizzazione della gestione dei beni culturali e quello dell’alienabilità dei beni culturali di proprietà pubblica, in particolare attraverso la «Patrimonio dello Stato S.p.A.» e la correlata «Infrastrutture S.p.A.». Partite importanti, che nelle interpretazioni più pessimistiche (tutt’altro che infondate) mettono a gran rischio il nostro patrimonio culturale.
Del nuovo «codice Urbani» circolano bozze e versioni varie. Eppure, sembra che nessuno abbia voglia di discutere nel merito questi punti capitali. Il fuoco di sbarramento, già cominciato, si svolge con deprimente monotonia intorno a un solo tema, la diatriba fra Stato e regioni, con scontate accuse di centralismo e non meno scontati inni alla devoluzione in cui voci «di destra» e gorgheggi «di sinistra» si confondono fino a risultare indistinguibili. Nessuno nega l’importanza di questo tema, senza però dimenticare che, ove il patrimonio pubblico dovesse essere via via alienato, a Stato e regioni resterebbe sempre meno da gestire. O forse gli allarmi di pochi mesi fa erano ingiustificati, e non è più il caso di perderci tempo? Se non è così (e cercherò di mostrarlo), il nuovo codice è un’occasione irripetibile di sanare le ferite che la legge sulla «Patrimonio S.p.A.» ha inflitto all’assetto istituzionale dei beni culturali in Italia: ed è su questo punto (oltre che sulle forme di gestione, sul rapporto Stato-regioni, e molto altro ancora) che esso andrà giudicato.
La natura devastante della legge Tremonti non è fantasia di qualche cittadino inesperto.
Giorgio Oppo, giurista illustre e accademico dei Lincei, la definisce, sulla Rivista di diritto civile, «esempio clamoroso della mancanza di fantasia e di impegno del legislatore nell’ideare specifici modelli di una gestione agile e produttiva di interessi economici pubblici», e dimostra che la legge è un monstrum giuridico di dubbia costituzionalità; intanto, sono in discussione ben tre disegni di legge (di cui uno presentato da An) per l’istituzione di una commissione parlamentare di vigilanza sulla "Patrimonio SpA". Si è tuttavia diffusa l’opinione che la "Patrimonio S.p.A." sarebbe di fatto innocua e inoperosa. Inoperosa no, visto che ha lanciato il 21 maggio un fondo immobiliare di un miliardo di euro, da gestirsi attraverso una società ora in via di selezione, e che si è presentata fra gli "espositori" al Mipim (Marché International des Professionels de l’Immobilier) di Cannes, il più importante salone di contrattazione immobiliare. Di questi giorni è poi l’annuncio della creazione di una nuova società controllata da Patrimonio S.p.A., Dike Aedifica S.p.A., che avrà il compito di finanziare la costruzione di nuove carceri mediante la dismissione delle carceri storiche (già fulmineamente trasferite alla nuova S.p.A. risultano le carceri di Mondovì, Casale Monferrato, Novi Ligure, Clusone, Ferrara, Frosinone, Avigliano, Velletri, Susa, Pinerolo e Verona; altre 69 sono in lista d’attesa); consigliere delegato di Dike è Vico Valassi, già presidente dell’Ance (Associazione Nazionale Costruttori Edili).
Ma è proprio sbagliato vendere una parte del patrimonio immobiliare dello Stato? Certamente no: ma le dismissioni (del resto sempre avvenute) dovrebbero rispondere ad alcune regole elementari. Primo, la distinzione invalicabile fra il patrimonio storico-artistico, paesaggistico e archeologico, per sua natura inalienabile, e il resto, che può ovviamente essere alienato; secondo, la trasparenza assoluta dei meccanismi di alienazione; terzo, l’equità dei prezzi rispetto al mercato. Anche se si possono avanzare seri dubbi su tutti e tre questi punti, mi limiterò ai primi due. Questo giornale ha analizzato (il 6 marzo) il meccanismo introdotto, prima della «Patrimonio S.p.A.», dalla legge 410/2001, che rende possibile la creazione di «Società per la Cartolarizzazione degli Immobili Pubblici» (Scip), saltando a piè pari ogni verifica dell’eventuale valore storico-artistico dei beni, che anzi, se demaniali, diventano «disponibili» non appena inclusi nelle liste del ministero dell’Economia. Sono state così costituite la Scip 1 e la Scip 2, mentre la Scip 3, che doveva gestire gli immobili della Difesa, è stata bloccata dal voto delle opposizioni e di An alla Camera il 2 luglio (proprio mentre decollava Dike Aedifica). Ma le due Scip già all’opera hanno incluso nel loro portafoglio decine di edifici, alcuni dei quali di valore storico, senza chiedere il parere dei Beni Culturali.
Come funzionano le Scip? Il meccanismo di cartolarizzazione (contro il quale l’Unione Europea ha invano messo in guardia l’Italia un anno fa) prevede la cessione in blocco di un portafoglio di immobili di proprietà dello Stato a società-veicolo create per l’occasione, che emettono obbligazioni, da coprirsi coi proventi delle vendite future; si registrano così a favore dello Stato degli incassi di là da venire, garantiti da quegli immobili, ipso facto alienabili. Una visura alla Camera di Commercio di Roma mostra che le due Scip sono società a responsabilità limitata, con un capitale sociale di 10.000 euro, versato al 50% da due società olandesi, Stichting Thesaurum e Stichting Palatium, ed hanno entrambe un amministratore unico, il cittadino britannico Gordon Burrows. Prima di rallegrarci di questo afflato europeistico delle Scip, guardiamo meglio. Le due Stichtingen fanno parte di una famiglia molto più ampia, il gruppo Tmf, un trust fund costituito per gestire altre imprese (delle quali il 30 per cento hanno nomi italiani, come Stichting Tiziano, Stichting Canaletto, Stichting Pantelleria e così via). La sede legale di Scip 1 e 2 è a Roma, in via Petrolini 2, di fatto presso la Kpmg, una società internazionale di consulenza finanziaria formata con la fusione di una società olandese (Klynveld), una inglese (Peat), una americana (Marwick) e una tedesca (Goerdeler); risulta infine coinvolto anche il Consorzio G6 Advisor, una vecchia conoscenza (fu incaricato di vendere il Foro Italico dal governo di centro-sinistra). E’ difficilissimo (ci hanno provato una giornalista olandese, Hedwig Zeedijk, e due giornalisti italiani, Michele Buono e Piero Riccardi) districare questo groviglio e capire chi fa che cosa.
Quel che è chiaro è che si tratta di un sistema a scatole cinesi, non proprio il massimo in termini di trasparenza; e infatti la Fatf, organizzazione intergovernativa contro il riciclaggio di denaro sporco (Financial Action Task Force on Money Laundering), ha fatto pressioni sull’Olanda per una radicale modifica della normativa, che non consenta più agli operatori di nascondersi nel comodo anonimato dei trust funds; e la sua azione è stata energicamente appoggiata dagli Stati Uniti, che temono operazioni di riciclaggio legate al terrorismo. Il Consiglio dei Ministri olandese ha approvato lo scorso 11 aprile la nuova legge, ora al Consiglio di Stato. Nella relazione ufficiale che accompagna la nuova legge, si ricorda anche una dichiarazione Ocse secondo cui il rapporto della Fatf «sarà di aiuto agli Stati membri nella lotta contro il riciclaggio e la corruzione». Ma mentre le organizzazioni internazionali protestano contro il meccanismo olandese dei trust funds, e la stessa Olanda sta per cambiare la legge, è proprio a questo meccanismo (non previsto dal nostro ordinamento giuridico) che fa ricorso il governo italiano per mettere in vendita il patrimonio dello Stato. Del resto, ha ricordato spiritosamente Tremonti, lo aveva già fatto il governo D’Alema per la cartolarizzazione dei crediti Inps.
Diranno gli esperti di finanza internazionale se non c’era proprio niente di meglio per vendere il patrimonio dello Stato; quale è il ruolo delle diverse società coinvolte, che cosa ci guadagnano e con quale vantaggio per i cittadini italiani; se i prezzi di vendita corrispondono o meno ai prezzi di mercato. A me preme sottolineare che, in un assetto tanto complicato, il grande assente è il ministero dei Beni Culturali, il cui giudizio di merito può essere agevolmente evitato. La strategia generale del Ministro dell’Economia è chiara: generare sempre nuovi meccanismi (come la legge 27/2003 per l’alienazione delle manifatture tabacchi) e nuove società (come la Dike Aedifica) per la dismissione del patrimonio immobiliare dello Stato. E’ qui che la finanza creativa del ministro Tremonti incrocia, e potenzialmente vanifica, il codice del beni culturali del ministro Urbani: se esso non farà chiarezza in questa materia, se consentirà che si continui a ignorare ogni distinzione fra immobili di valore culturale e non, il codice nascerà morto. Non possiamo aspettarci che a vigilare sul nostro patrimonio artistico siano società olandesi o consulenti finanziari inglesi. E che cosa accadrà dei beni paesaggistici in un regime di questo tipo, e con le pesanti ipoteche sulla gestione dell’ambiente che Giulia Maria Crespi, presidente del Fai, ha denunciato nella sua lettera aperta a Berlusconi dell’8 luglio? Da chi verrà gestita la sdemanializzazione delle terre di uso civico (milioni di ettari di boschi, pascoli, montagne) prevista dal disegno di legge 1241 ora in discussione al Senato? Da un’altra Scip?
Dal nuovo codice ci aspettiamo una chiara disciplina dei beni culturali e paesaggistici che faccia argine alle dismissioni facili, indirizzando gli appetiti del ministero dell’Economia verso i beni immobili sicuramente non di valore storico, artistico, paesaggistico o archeologico. Ma nessuna norma sarà efficace se non accompagnata da un adeguato censimento degli immobili di proprietà pubblica. Come scriveva già nel 1990 Giovanni Urbani, indimenticabile direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro, va sanata «l’assurdità di una legislazione per la quale il patrimonio pubblico è una specie di oggetto misterioso, un’entità aeriforme nei cui confronti è perciò impossibile esplicare delle azioni di tutela concrete e definite». Si tratta insomma, continuava Urbani, «di riportare il patrimonio pubblico dallo stato gassoso a quello solido» mediante un’operazione di censimento tesa al tempo stesso a proteggere quanto è di valore culturale, e a «liberare» quanto non lo è. E’ importantissimo che il censimento parta subito (il ministro dell’Economia dovrebbe capire che si tratta di un investimento sul patrimonio pubblico), e che sia fatto da chi lo sa fare, cioè non dal solo Demanio, ma dalle Soprintendenze, con forze fresche e risorse adeguate; che sia efficace e trasparente, e se occorre finalizzato in prima fase all’identificazione di beni che siano immediatamente alienabili senza detrimento dei valori storici e culturali. Non meno importante, che nel frattempo si riaffermi il regime di inalienabilità del demanio storico-artistico, peraltro garantito dal codice civile.
Il nuovo codice dei beni culturali nasce in un contesto pesantemente inquinato, sotto la spada di Damocle di massicce e indiscriminate dismissioni del patrimonio pubblico. Abbiamo il diritto di aspettarci che esso non si limiti a prender atto di leggi estremamente discutibili, ma abbia il coraggio di modificare o restringere la normativa vigente per riaffermare, in linea con la Costituzione, il valore di civiltà del nostro patrimonio culturale e ambientale.
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Settis, La Spada di Damocle sui BC
Si veda anche:
Giuseppe Chiarante, “Patrimonio s.p.a.”
Settis, La svendita di Tremonti (5.3.2003)
Erbani-Settis, Se l’arte finisce…(19.10.2002)
Il dibattito sulla stampa circa la realizzazione di un auditorium a Ravello si sta sviluppando in forme referendarie (sei a favore o contro il progetto?) che non giovano affatto alla riflessione su un problema con tutta evidenza delicato e complesso. Vorrei provarmi a contribuire qui in termini pacati, sulla base di dati.
Il Comune di Ravello, per realizzare uno spazio in cui svolgere anche in inverno i concerti, famosi d’estate per l’utilizzazione di stupendi giardini antichi, non essendo ancora dotato di piano regolatore, ha convocato una conferenza dei servizi per approvare con procedura straordinaria il progetto di un auditorium redatto dal grande architetto brasiliano Oscar Niemeyer, sul presupposto della sua conformità con il PUT, Piano Urbanistico Territoriale (legge regionale 35/87) approvato secondo la “legge Galasso” e quindi con valore anche di piano paesistico. I proprietari del suolo individuato hanno proposto ricorso al TAR sostenendo l’assenza di conformità. Il Comune ha promosso una campagna di appoggio al progetto, in rapporto alla quale il mondo ambientalista si è diviso, mentre oltre 150 intellettuali di varia formazione e competenza hanno sottoscritto un “manifesto” pro-auditorium (ma ora circola anche un appello di segno opposto).
Il PUT, redatto negli anni ’70 da un gruppo di lavoro presieduto da Luigi Piccinato e Roberto Pane (del quale facevo parte), individua nella Costiera amalfitana due tipi di insediamenti antichi, entrambi da tutelare per la loro straordinaria importanza storica e paesaggistica, quelli accentrati (zona 2) e quelli sparsi o per nuclei integrati con l’organizzazione agricola del territorio terrazzato (zona 3). Il progetto dell’auditorium ricade nell’ambito di una zona 3. Per le necessità sociali degli abitanti, il PUT ammette in tali zone la realizzazione di nuovi edifici per attrezzature pubbliche, quelle specificamente previste dal PUT stesso e quelle indispensabili fra le attrezzature che, nel linguaggio tecnico, si chiamano “di quartiere” in quanto è obbligatorio renderle disponibili in ciascun quartiere urbano o comune anche piccolo (ad esempio, scuole materne e dell’obbligo, ambulatori e sedi per il culto, giardini pubblici e impianti per lo sport, parcheggi). Avvertivamo infatti la preoccupazione che potessero determinarsi contraccolpi negativi sui preziosi tessuti storici, costituiti dall’intreccio di edifici e sistemazioni agricole, a causa dell’impatto inevitabilmente polarizzante e congestionante di attrezzature di livello sovracomunale (un ospedale, per esempio). Nelle stesse zone 3, in considerazione sia dei loro caratteri ed estensione sia delle esigenze delle comunità locali, il PUT ammette anche la realizzabilità di limitatissimi, indispensabili, interventi edilizi per residenze o attività terziarie. Ma perché tutti i nuovi interventi non compromettano un contesto paesaggistico e ambientale di così straordinario valore il PUT definisce ben precise procedure: i piani regolatori comunali, con progettazioni di dettaglio (planimetrie in scala 1:500, planovolumetrici, profili, fotomontaggi, analisi e norme dettagliate) devono dimostrarne, oltre che la necessità, anche la compatibilità ambientale e paesaggistica.
Il PUT non esclude quindi la presenza di architetture moderne negli insediamenti storici, ma obbliga a definirne la progettazione – già in fase urbanistica – attraverso una documentazione di piano tecnicamente molto più approfondita ed esauriente del solito, in modo da rendere più consapevole e completa la valutazione finale, affidata a fattori inevitabilmente soggettivi, per quanto “educati”, di sensibilità e di gusto.
Il TAR nei prossimi giorni dovrà pronunciarsi, non su una questione estetico-culturale (sì o no al progetto di Niemeyer) che esula dalla sua competenza, e su cui quindi non può esser influenzato da appelli o manifesti, bensì su una questione giuridica oggettiva: riscontrare se, nei contenuti e nelle procedure, l’intervento che si vuole porre in esecuzione corrisponda alle disposizioni del PUT.
In merito, ritengo di poter evidenziare due circostanze ostative: che il Comune di Ravello è ancora privo di un piano regolatore che dimostri sia l’indispensabilità sia la compatibilità paesaggistica e ambientale di nuove edificazioni nella zona 3; e che, in ogni caso, il PUT non prevede direttamente nessun nuovo auditorium a Ravello né, d’altro canto, un auditorium può considerarsi un’attrezzatura pubblica “di quartiere”.
A prescindere dai riconoscimenti alla bravura di Niemeyer (che non ne ha bisogno) e alle buone finalità del Comune di Ravello (anche di queste non dubito), c’è da far valere il rispetto delle “regole”: nessun entusiasmo culturale può farci smarrire il senso della preminenza, oggi in Italia, della legalità delle procedure. Ed essa deve valere innanzitutto per le pubbliche iniziative, se vogliamo, come è necessario, pretenderla anche per quelle private. (Alessandro Dal Piaz)
Gli ambientalisti italiani ed europei pongono il “caso Italia” e chiedono al Presidente Berlusconi garanzie sul rispetto per l’ambiente
“Vorremmo e speriamo in una Presidenza europea che affermi con forza ed indipendenza un ruolo di responsabilità del nostro continente verso il mondo intero, dall’applicazione del Protocollo di Kyoto al problema degli o.g.m, dalla diminuzione degli impatti ambientali in agricoltura alla nuova direttiva sulla chimica. Temiamo invece una presidenza che voglia esportare un modello italiano di sviluppo, tutt’altro che nuovo, centrato sulle opere pubbliche e alle deroghe alle norme di tutela ambientale” . Hanno così dichiarato i rappresentanti delle più importanti associazioni ambientaliste nazionali e internazionali, il giorno prima della relazione al Parlamento Europeo del Presidente Berlusconi sul semestre italiano, esponendo le loro preoccupazioni. E’ stato illustrato anche un lungo e documentato Dossier sulle scelte ambientali operate proprio dal Governo Berlusconi predisposto e condiviso da un largo cartello di associazioni internazionali (WWF, Greenpeace, Birdlife International, BEE) ed Italiane (FAI-Fondo per l’Ambiente Italiano, Legambiente, LIPU, Italia Nostra, Istituto Nazionale di Urbanistica, LAC, LAV, VAS, Associazione Bianchi Bandinelli).
“In Italia è in atto una vera e propria deregulation in campo ambientale e questa è strettamente funzionale a quella politica di “sviluppo e infrastrutture” che secondo le dichiarazioni del Presidente Berlusconi dovrebbe costituire la ricetta della nuova Europa. Chiediamo al Presidente Berlusconi, proprio nel momento in cui assume un incarico così prestigioso e delicato, di avere nei confronti della questione ambientale un approccio più attento e responsabile rispetto a quello assunto finora in Italia. Auspichiamo che non si voglia proporre in Europa la stessa Valutazione d’Impatto Ambientale semplificata gia applicata nel nostro paese che renda così impossibile una seria analisi degli impatti prodotti dalle opere pubbliche. Speriamo che non si voglia portare in Europa, come si sta facendo in Italia, procedure di smaltimento dei rifiuti che non danno sufficienti garanzia per la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini e che sono in contrasto con le stesse normative europee. Speriamo che la priorità sull’applicazione del Protocollo di Kyoto non sia schiacciata da una politica energetica, come già avviene in Italia, tesa ad incrementare i consumi ed a liberalizzare il mercato senza alcun controllo della domanda e senza nessuna programmazione territoriale degli impianti energetici. Speriamo che in tema di tutela dei beni naturali e dei beni culturali si voglia vedere questi come beni dell’umanità da preservare e non solo come occasioni economiche dove, come si intende fare in Italia per i parchi o per i musei, l’opportunità di sfruttamento gestita dai privati potrebbe compromettere il senso stesso della tutela”
Il lungo DOSSIER predisposto dalle Associazioni Ambientaliste, inviato ai Capigruppo di tutti i Gruppi Parlamentari Europei, oltre che al Presidente Berlusconi con una richiesta di incontro, passa in rassegna l’attività dei primi due anni del Governo Berlusconi insediatosi in Italia nel giugno 2001. Nel Dossier si passano in rassegna le politiche ambientali italiane, al di là dell’attività del Ministero dell’Ambiente, dalle opere pubbliche all’energia, dalle acque ai rifiuti, dalle telecomunicazioni ai beni culturali. “Non si tratta solo di una deregulation normativa” sostengono gli ambientalisti “ma di un vero e proprio ribaltamento di valori: oggi più che mai si afferma la prevalenza dei valori economici ed occupazionali rispetto a quelli della tutela, della conservazione, dell’identità culturale”.
“I fatti non ce lo consentirebbero, ma noi vogliamo lo stesso essere ottimisti e fiduciosi” hanno detto gli ambientalisti. “Crediamo che con quest’assunzione di ruolo del Governo italiano il Presidente Berlusconi ed i vari Ministri possano rendersi conto che le normative di tutela non possono semplicemente essere liquidate come “ecoburocrazia”, secondo la semplicistica definizione del documento ufficiale italiano inviato a Bruxelles. Sarebbe indicativo ed auspicabile, anche quale segno di distensione, sospendere in Italia per il semestre di Presidenza europea tutte quelle proposte di nuove norme, ad incominciare dalla legge delega in campo ambientale, che entrano o che potrebbero entrare in netto conflitto con le normative comunitarie. Potrebbe questo essere un buon biglietto da visita capace di spazzare via possibili equivoci sulla possibilità di esportare in Europa anche la deregulation normativa posta in essere in Italia”.
Strasburgo, 1 luglio 2003
Il testo del dossier in formato .pdf
Ho due ragioni per essere contrario alla costruzione dell’auditorium a Ravello.
1. L’intervento è illegittimo, e battersi per ottenerlo significa avallare la pericolosissima teoria e prassi secondo la quale se una legge ostacola ciò che voglio fare, abroghiamo la legge o la scavalchiamo.
2. L’intervento è sbagliato perché non ha senso modificare la forma di un paesaggio che è già perfetto di per sé, e che non ha bisogno di aggiunte.
La prima ragione mi sembra la più grave.
Che l’intervento sia in contrasto con la legge regionale 35 del 1987, che ha approvato il piano urbanistico territoriale della costiera in attuazione alla legge Galasso, non è questione di cui si possa dubitare. Lo ha spiegato con molta chiarezza Alessandro Dal Piaz sul Corriere del Mezzogiorno del 14 gennaio 2004. E se qualcuno di quelli che hanno dato il parere favorevole avessero letto il testo della legge regionale e quello del PUT non staremmo a questo punto. Del resto, già in una precedente occasione il TAR aveva rilevato che la previsione dell’auditorium è in contrasto con la legge: con l’ordinanza n. 1350 del 5 luglio 2000, “ritenuto che sussiste il contrasto con il P.U.T”, il TAR sospese la delibera commissariale di adozione del P.R.G.
Salvatore Settis scriveva su la Repubblica del 23 scorso: “Chi studierà la svalutazione delle istituzioni?” E osservava che “l’Italia di questi anni è un eccellente laboratorio d’indagine per chi voglia cimentarsi col tema; specialmente per chi voglia studiare come possano essere le istituzioni a svalutare se stesse, e utilizzando meccanismi istituzionali”. Questo di Ravello è proprio un caso tipico dell’anomalia italiana descritta da Settis: la Regione promuove un Accordo di programma per tentar di annullare, in un singolo caso, una legge che, viceversa, dovrebbe essere uguale per tutti.
Mi sembra molto grave, e mi dispiace molto che persone come Paolo Sylos Labini e Nicola Cacace, Massimo Cacciari e Franco Barbagallo, Giovanni Valentini e Giorgio Ruffolo – e tanti altri - non se ne siano accorti. So che il clima generale è questo, che la tendenza a privilegiare l’interesse specifico rispetto alla legge è forte, ma a maggior ragione mi preoccupa che nessuno – tra i difensori dell’auditorium – si sia reso conto che anche in questo caso la difesa della legalità deve essere la prima preoccupazione.
Ho parlato e parlo di auditorium, e non di progetto di Niemeyer, perché il progetto non è di Niemeyer. La questione non è di grande rilievo, ma ha avuto un peso strumentale. Non credo che 165 intellettuali si sarebbero spesi per un appello se si fosse trattato di difendere, che so, un progetto dell’architetto Rosa Zeccato. Eppure, stanno difendendo proprio il progetto di Rosa Zeccato, ispirato da uno schizzo di un architetto che, sia pure famoso (e bravo a costruire nuove città nel deserto), a Ravello non ha mai messo piede. Ce lo dice candidamente il sindaco di Ravello, in un suo ampio intervento sul Corriere del Mezzogiorno del 15 gennaio scorso:
Che il progetto sia di Niemeyer o dell’architetto Zeccato (che immagino bravissima) a me peraltro poco importa. Sul merito del progetto per me il punto è un altro. Io sono convinto che non tutte le parti del territorio della nostra civilissima Italia abbiano bisogno di essere trasformate con l’aggiunta di nuovi oggetti. E a me sembra che Ravello abbia una qualità che non tollera né aggiunte né sottrazioni (salvo forse quelle poche opere abusive che qui o là s’intravedono).
Vogliamo Niemeyer? Benissimo. Ha costruito a Segrate, chiamiamolo a fare un progetto a Scampìa o a Nola o a Soccavo, se la legge e i piani lo consentono. Ma lasciamo in pace Ravello, e per i concerti utilizziamo Villa Rufolo, Villa Cimbrone, e magari San Giovanni del Toro.
Ascoltati gli interventi di quanti sono intervenuti con me alla trasmissione di Ambiente Italia, devo dire che le mie preoccupazioni sono aumentate. Non mi hanno convinto le difese della bellezza dell’oggetto, perché non è questo che conta: non stiamo parlando di un quadro attaccato a un muro. Né mi hanno convinto le teorizzazioni di chi sostiene ancora oggi (come si sosteneva cinquant’anni fa a proposito dei centri storici) che dappertutto si può trasformare a condizione che la trasformazione sia “bella”. Mi ha preoccupato il fatto che il tentativo di scavalcare la legge (perchè è questo che si è fatto) sia stato ridotto dal rappresentante di Legambiente a una questione di “problemi legali”, come se si trattasse di un affare di condominio o di eredità. Mi ha preoccupato che si sia addirittura proposto al Consiglio regionale (come ha fatto il direttore del WWF) di fare una legge eccezionale per Niemayer. Dopo il “Lodo Schifani” siamo al “Lodo Benedetto”?
Il paesaggio non si salva se si avalla la teoria secondo la quale la legalità è qualcosa che si può aggiustare, come certi giudici disonesti, pagati da certi avvocati malfattori, aggiustavano certi processi.
Edoardo Salzano
Sulla costiera amalfitana sbarcano progetti e iniziative. E con loro i timori, come sempre accade quando su un territorio così fragile si prevede di aggiungere cemento: il passato, soprattutto quello recente, non offre tranquillizzanti esperienze. Da Vietri a Conca dei Marini, passando per Amalfi e Ravello e fino a Positano e al piccolo arcipelago che la fronteggia divampano le polemiche fra chi propone interventi di più o meno forte impatto sul paesaggio e chi si oppone, contestandone l' utilità e anzi paventando il peggio.
A Vietri, il primo paese che si incontra arrivando in costiera da Salerno, stanno entrando in funzione i nuovi stabilimenti sull' arenile. A differenza di quelli precedenti sfoggiano strutture in cemento, non più rimovibili. Piattaforme di calcestruzzo al posto delle vecchie passerelle. Ma anche bar, ristoranti, uffici e botteghe. Finora sul lungomare sfilavano baracchette e casotti, accatastati in modo disordinato, cui si aggiungevano continuamente tettoie e altre coperture, spesso abusive. E da molte parti si chiedeva che la zona venisse risanata e che si rimuovesse quella specie di bidonville che ostruiva il rapporto fra l' abitato e la spiaggia. Ma il modo in cui il Comune è intervenuto, ottenendo anche l' assenso della Soprintendenza di Salerno, ha destato molte opposizioni. Il cemento non avrebbe dovuto sostituire il legno, secondo le sezioni salernitane di Italia Nostra e di Legambiente. L' intervento è abbastanza limitato (la superficie coperta è di 350 metri quadrati), ma il rischio è che, da Vietri in poi, anche altre spiagge della costiera siano invase dal cemento. Mentre altrove nel salernitano si tenta proprio di percorrere con fatica la strada opposta: dal cemento al legno (è il caso di Eboli).
Nel Comune di Vietri ricade l' area di Fuenti. Al posto del "mostro" demolito quattro anni fa, si avvierà un restauro paesaggistico con terrazzamenti alberati, vigneti e una minima cubatura. Molti sono i punti del progetto condivisi dalle associazioni di tutela. Ma fortissime perplessità suscita l' idea di ricostruire il profilo del promontorio segato di netto alla fine degli anni Sessanta per far posto all' albergo. «Sarebbe una specie di protesi in cemento rivestita di verde, quasi il prodotto di un senso di colpa», protestano gli ambientalisti. La costiera è un sistema. Paesaggio, centri storici, ambiente, agricoltura e turismo ne sono gli elementi cardinali. Ci si muove con difficoltà, soprattutto d' estate. La strada che corre lungo la roccia seguendone l' andamento sinuoso e infilandosi nei fiordi più profondi, è intasata da enormi torpedoni che gravano con un peso insopportabile e che spesso sono causa di dissesti (sulla Marina di Conca, alcuni anni fa, è precipitata una frana che solo per miracolo non ha fatto vittime).
Sull' integrità della costiera vigila un Put (piano urbanistico territoriale) varato a metà degli anni Ottanta dalla Regione Campania. è un piano da tutti giudicato di grande rigore (anche se violato da innumerevoli abusi). Ma contiene delle incognite, la principale delle quali è la previsione di una serie di gallerie che attraversano le montagne e che dovrebbero snellire il traffico. Di uno di questi tunnel si torna a parlare ora con insistenza: dovrebbe aggirare l' abitato di Amalfi ed essere usato anche come parcheggio sia di autobus che di macchine (ma parcheggi e garage multipiano stanno diventando un ossessione anche altrove in costiera, e spesso i progetti prevedono profondi buchi nella roccia). L' obiezione avanzata dal fronte ambientalista a queste iniziative si può sintetizzare in pochi concetti: il traffico di auto e pullman in costiera non va snellito né agevolato, ma va ridotto e il turismo estivo non può crescere oltre i limiti imposti dalla struttura fisica della costiera, semmai va distribuito meglio nel corso dell' anno.
Un altro progetto di grandi ambizioni interessa Ravello. Lo firma uno dei maestri dell' architettura contemporanea, Oscar Niemeyer, al quale si è affidata la Fondazione Ravello, un organismo nato alcuni mesi fa per iniziativa del sociologo Domenico De Masi, che di Ravello è stato assessore. L' architetto brasiliano ha schizzato il disegno di un auditorium che dovrebbe sorgere appena fuori della galleria che immette sulla piazza di Ravello, in una zona già intensamente edificata, spesso abusivamente. L' auditorium svetterebbe a picco sul mare, a un centinaio di metri da Villa Rufolo, nei cui giardini si tiene ogni estate una stagione di concerti. Il progettista che inventò Brasilia ha visto il sito in fotografia ed ha immaginato una struttura molto slanciata, alla quale stanno lavorando ora gli uffici comunali. L' auditorium, che piace molto al Comune (il sindaco è della Margherita) e alla Regione (Antonio Bassolino ha visto tempo fa Niemayer in Brasile), incontra però l' ostilità delle opposizioni in paese, dei Ds, dell' Udeur e di An, e divide le associazioni ambientaliste (contraria è Italia Nostra, favorevole è il presidente di Legambiente, Ermete Realacci). La struttura, che avrebbe una capienza di 500 posti, consentirebbe di prolungare anche in inverno la stagione dei concerti e inoltre potrebbe essere usato come sala di congressi. E sarebbe un' opera di grande architettura moderna. Questi gli argomenti dei sostenitori. Ai quali se ne contrappongono altri: l' auditorium avrebbe un impatto deturpante sul paesaggio e attrarrebbe tantissimo traffico. I Ds di Ravello propongono di costruirlo più sotto, mentre Italia Nostra vorrebbe che a Ravello non fosse aggiunto altro cemento. «Il fascino dei concerti è in gran parte nel panorama di Villa Rufolo», insiste Raffaella Di Leo, presidente di Italia Nostra a Salerno.
Un' altra spina è a Conca dei Marini. Su uno sperone di roccia di agghiacciante bellezza domina il paesaggio il convento di Santa Rosa. L' edificio risale alla metà del '500. Qui le suore devote alla santa inventarono un dolce che ha fatto la fortuna della pasticceria napoletana: la sfogliatella. Il convento è abbandonato, dopo aver funzionato per molto tempo come albergo. E va in malora. Tre anni fa è stato acquistato da una società inglese, che vorrebbe rinverdirne i fasti, trasformandolo in un hotel di grande charme. E fin qui tutti d' accordo. I problemi cominciano quando trapelano voci sulle modifiche previste, e in primo luogo sull' aggiunta di un manufatto di 300 metri quadrati. Sono indispensabili per un albergo di lusso, spiegano i proprietari (che hanno ottenuto un assenso di massima dal soprintendente, mentre la Regione, dopo un iniziale favore, sembra ora più prudente). Manomettono gravemente la sagoma e i volumi dell' edificio, protestano gli oppositori. L' ultimo cruccio viene da Li Galli, un arcipelago composto da tre isolette di fronte a Positano, dove i mitografi greci collocavano l' antro delle sirene. Su uno dei tre scogli, in basse casupole avvolte da chiome verdi, invisibili dalla costiera, hanno abitato Leonide Massine e poi Rudolf Nureyev. Ora ci sono un eliporto e una residenza a cinque stelle, che brilla d' un bianco sgargiante. Più distante, dove un tempo si riponevano gli attrezzi, spicca una sala di meditazione.
Appello di Italia nostra
PER IL RISPETTO DELLA LEGGE E LA TUTELA DEL PAESAGGIO
La costruzione a Ravello di un auditorium di 400 posti, in uno dei luoghi più panoramici di quel comune, non è consentita dal piano urbanistico territoriale: un piano di fondamentale importanza per la tutela della costiera amalfitana e della penisola sorrentina, approvato con apposita legge regionale. Ogni diversa ed errata interpretazione delle norme vigenti consentirebbe, ove accolta, il moltiplicarsi di iniziative illegali in tutti comuni sottoposti al piano.
Desta meraviglia e sconcerto la circostanza che alcuni pretendano di far prevalere la loro opinione sulla normativa vigente, senza rendersi conto che per questa strada si va verso l’illegalità generalizzata, non soltanto nel campo dell’urbanistica.
I sottoscritti chiedono perciò che siano rispettate le norme del vigente piano territoriale, che può essere modificato solo con legge. Ogni altro argomento, di natura ambientale, paesistica, e anche puramente economica (un auditorium di 400 posti del costo di 18 milioni di euro, che significa circa 45.000 euro a posto), è subordinato alla difesa del principio di legalità. Senza il rispetto della legge, le istituzioni pubbliche, che stanno vivendo una profonda crisi di legittimità, non possono ricostruire un proficuo rapporto con i cittadini.
Gianfranco Amendola, magistrato
Carla Anzalone, professoressa
Raffaele Attardi, Associazione Gaia
Pierfausto Bagatti Valsecchi, architetto
Mirella Belvisi, consigliere nazionale di Italia Nostra
Piero Bevilacqua, storico
Francesco Canestrini, consigliere nazionale di Italia Nostra
Teresa Cannarozzo, urbanista
Giuseppe Cantillo, professore di Filosofia Morale - Napoli
Nicola Caracciolo, storico
Pierluigi Cervellati, urbanista
Vincenzo Cerulli Irelli, giurista
Piero Craveri, storico
Alda Croce, Fondazione Benedetto Croce
Alberto Cuomo, architetto
Maurizio Cutini, biologo
Aldo De Chiara, magistrato
Mario De Cunzo, Comitato per la difesa del Mezzogiorno
Gigi De Falco, presidente Italia Nostra Campania
Raffaella Di Leo, presidente Italia Nostra Salerno
Vezio De Lucia, consigliere nazionale di Italia Nostra
Antonio Di Gennaro, agronomo
Anna Donati, senatrice
Guido Donatone, presidente Italia Nostra Napoli
Vittorio Emiliani, Comitato per la bellezza
Paolo Ferloni, consigliere nazionale di Italia Nostra
Piero Ferretti, consigliere nazionale di Italia Nostra
Andrea Fienga, WWF penisola sorrentina
Leonardo Filesi, professore di Ecologia I.U.A.V.
Giuseppe Giliberti, vice presidente Italia Nostra
Tommaso Giura Longo, architetto
Carlo Iannello, Fondazione Antonio Iannello
Silvia Imparato, produttrice vitivinicola
Italo Insolera, urbanista
Gianni Lanzuise, architetto
Giovanni Losavio, magistrato
Silvio Lugnano, criminologo
Antonio Mansi, consigliere nazionale di Italia Nostra
Massimo Maresca, Italia Nostra penisola sorrentina
Claudia Melica, professore universitario di filosofia - Trento
Gustavo Minervini, giurista
Luigi Montano, presidente Associazione Eidos Acerra
Riccardo Motti, Orto Botanico - Napoli
Raffaella Nappi, urbanista
Paolo Nicoletti, geologo
Gaia Pallottino, segretario generale Italia Nostra
Giulio Pane, storico dell’architettura
Rita Paris, archeologa
Desideria Pasolini dall’Onda, presidente Italia Nostra
Raffaele Raimondi, magistrato
Massimo Ricciardi, botanico
Carlo Ripa di Meana, già Ministro dell’Ambiente
Bernardo Rossi Doria, urbanista
Giovanni Russo, scrittore
Mario Russo, archeologo
Rodolfo Sabelli, architetto
Edoardo Salzano, urbanista
Luigi Scano, segretario Associazione Polis
Maurizio Sebastiani, consigliere nazionale Italia Nostra
Vittorio Sgarbi, storico dell’arte
Sauro Turroni, senatore
Massimo Venturi Ferriolo, professore di Filosofia Morale - Salerno
Francesco Erbani
Il cemento assedia la costiera amalfitana
Da la Repubblica del 26 luglio 2003
(…) Un altro progetto di grandi ambizioni interessa Ravello. Lo firma uno dei maestri dell' architettura contemporanea, Oscar Niemeyer, al quale si è affidata la Fondazione Ravello, un organismo nato alcuni mesi fa per iniziativa del sociologo Domenico De Masi, che di Ravello è stato assessore. L' architetto brasiliano ha schizzato il disegno di un auditorium che dovrebbe sorgere appena fuori della galleria che immette sulla piazza di Ravello, in una zona già intensamente edificata, spesso abusivamente. L' auditorium svetterebbe a picco sul mare, a un centinaio di metri da Villa Rufolo, nei cui giardini si tiene ogni estate una stagione di concerti. Il progettista che inventò Brasilia ha visto il sito in fotografia ed ha immaginato una struttura molto slanciata, alla quale stanno lavorando ora gli uffici comunali. L' auditorium, che piace molto al Comune (il sindaco è della Margherita) e alla Regione (Antonio Bassolino ha visto tempo fa Niemayer in Brasile), incontra però l' ostilità delle opposizioni in paese, dei Ds, dell' Udeur e di An, e divide le associazioni ambientaliste (contraria è Italia Nostra, favorevole è il presidente di Legambiente, Ermete Realacci). La struttura, che avrebbe una capienza di 500 posti, consentirebbe di prolungare anche in inverno la stagione dei concerti e inoltre potrebbe essere usato come sala di congressi. E sarebbe un' opera di grande architettura moderna. Questi gli argomenti dei sostenitori. Ai quali se ne contrappongono altri: l' auditorium avrebbe un impatto deturpante sul paesaggio e attrarrebbe tantissimo traffico. I Ds di Ravello propongono di costruirlo più sotto, mentre Italia Nostra vorrebbe che a Ravello non fosse aggiunto altro cemento. «Il fascino dei concerti è in gran parte nel panorama di Villa Rufolo», insiste Raffaella Di Leo, presidente di Italia Nostra a Salerno.(…)
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La Regione Campania, con legge 27 giugno 1987, n. 35, ha approvato il Piano urbanistico territoriale (PUT) dell’Area Sorrentino-Amalfitana.
L’area su cui è previsto l’Auditorium ricade nella Zona territoriale 3 del PUT, il quale, all’art. 17, contempla, come di seguito pedissequamente riportato, con valenza prescrittiva e, conseguentemente, obbligatoria rispetto agli strumenti di pianificazione locale e, per quanto logicamente coerente, immediatamente precettiva e operativa, esclusivamente, le seguenti possibili ipotesi d’intervento edilizio, sia pubblico, che privato:
Disciplina della Zona territoriale 3,
Tutela degli insediamenti antichi sparsi o per nuclei.
Comprende gli insediamenti antichi, integrati con la organizzazione agricola del territorio, presenti nella costiera Amalfitana e di notevole importanza paesistica.
Essa va trasferita nel Piano regolatore generale, come zona di «Tutela Integrata e Risanamento».
Per essa, con una progettazione estremamente dettagliata, documentata e culturalmente qualificata, il Piano regolatore generale fornirà indicazioni e norme (mediante elaborati di piano di dettaglio in scala almeno 1:500: planovolumetrici, profili, fotomontaggi etc.) tali da:
- individuare gli edifici ed i complessi di particolare interesse storico-artistico ed ambientale da assoggettare a soli interventi di restauro conservativo, di cui alle norme tecniche del successivo titolo IV, (con particolare riferimento agli edifici rustici coperti a volta);
- consentire per la restante edilizia esistente, gli interventi ammessi per la precedente « zona territoriale 1b », relativamente alla edilizia esistente a tutto il 1955;
- prevedere e/o consentire interventi per l'adeguamento dell'organizzazione agricola del territorio, secondo quanto previsto per la precedente «zona territoriale 1 b» lettera a;
- impedire ulteriore edificazione, fatta eccezione per:
- le attrezzature pubbliche previste dal PUT e quelle a livello di quartiere, sempre che l'analisi e la progettazione dettagliata del Piano regolatore generale ne dimostrino la compatibilità ambientale;
- eventuali limitatissimi interventi edilizi residenziali e terziari, ove ne sussista il fabbisogno di cui ai precedenti, articoli 9 e 10, e sempre che l'analisi e la progettazione dettagliata del Piano regolatore generale ne dimostrino la compatibilità ambientale.
Tanto per le attrezzature pubbliche quanto per gli altri eventuali interventi edilizi il Piano regolatore generale prescriverà tipologie, materiali e tecniche costruttive, anche in ottemperanza alle norme tecniche di cui al successivo titolo IV.
Alla luce del chiaro ed inequivocabile dettato normativo scaturisce che il progettato Auditorium solo alle seguenti condizioni potrebbe essere conforme alle prescrizioni del PUT:
Che l’intervento ricada in un’area espressamente destinata da un Piano regolatore generale approvato e vigente e che la relativa progettazione abbia dimostrato con elaborati di dettaglio in scala non inferiore a 1:500 la compatibilità ambientale della nuova edificazione nel sito individuato;
Che l’intervento coincida o con un’attrezzatura pubblica specificamente prevista dal PUT o con un’attrezzatura pubblica prevista dal Piano regolatore generale “al livello di quartiere”.
In forza di tanto ne discende che la progettata struttura è in palese contrasto con la L.R.C. n. 35/1987, atteso che difetta di tutte le condizioni imposte dal PUT, e soprattutto non rientra né fra le attrezzature pubbliche previste dal PUT medesimo e neppure tra quelle a livello di quartiere.
Preliminarmente, infatti, manca il presupposto, dal momento che il Comune di Ravello non è dotato di Piano regolatore generale approvato e vigente, bensì di un piano solo adottato e per giunta sospeso, proprio nella parte relativa alla localizzazione dell’Auditorium, per effetto della pronuncia cautelare del TAR di Salerno n. 1350 del luglio 2000, esattamente sul presupposto del ritenuto contrasto col PUT. In ogni caso, la previsione contenuta nel Piano regolatore generale adottato sarebbe, comunque, inidonea, visto che la progettazione è stata redatta in scala 1:2.000, anziché 1:500, come prescritto.
In particolare, poi, non è possibile comprendere l’Auditorium fra le attrezzature a livello di quartiere (che sono quelle di cui tratta il DM 2 aprile 1968 sui cosiddetti standard urbanistici), né fra le attrezzature pubbliche previste dal PUT.
il PUT non prevede alcun Auditorium, né attrezzatura pubblica ad esso assimilabile.
Pare evidente, quindi, che nessuna delle attrezzature e opere pubbliche previste dal PUT riguarda o almeno può riguardare i terreni in questione.
A tutto ciò è necessario aggiungere quanto segue.
Nel verbale della conferenza dei servizi del 4 agosto 2003 finalizzata all’acquisizione dei pareri sul progetto definitivo dell’Auditorium “Oscar Niemeyer” e alla stipula dell’accordo di programma per la sua realizzazione, nonché nel verbale di tale accordo di programma, sempre in data 4 agosto 2004, si sostiene che, risultando il comune di Ravello sprovvisto di strumento urbanistico, troverebbe applicazione l’articolo 4 della legge regionale 20 marzo 1982, n.17.
Si tratta di un macroscopico errore. Infatti, l’articolo da ultimo citato dispone, al primo comma, che:
nei Comuni sprovvisti di strumenti urbanistici approvati:
a) all'interno dei centri abitati [...] è vietato ogni intervento edilizio, ad eccezione delle opere di ordinaria e straordinaria manutenzione, di restauro, di risanamento conservativo e di ristrutturazione, che non comportino aumento delle volumetrie e delle superfici utili preesistenti;
b) all'esterno dei centri abitati [...] l'edificazione a scopo residenziale è soggetta alla limitazione di metri cubi 0,03 per ogni metro quadrato di area edificabile; per le opere strettamente accessorie all'attività agricola è consentito un indice di fabbricabilità aggiuntivo pari a 0,07 mc/mq; in questo caso il rilascio della concessione edilizia è subordinato alla trascrizione, a cura del concessionario, di un atto che vincoli all'attività agricola la destinazione dei fabbricati in progetto.
Mentre il successivo secondo comma stabilisce che
le limitazioni che precedono hanno efficacia fino alla data di entrata in vigore del Piano regolatore generale [...] e non si applicano nei confronti degli interventi volti alla realizzazione di edifici e strutture pubbliche, o opere di urbanizzazione primaria e secondaria, di programmi per l'edilizia residenziale pubblica, nonché dei piani e degli interventi previsti dalla legge statale 17 maggio 1981, n. 219.
L’errore consiste nel fatto che il Comune di Ravello è certamente sprovvisto di vigente strumento urbanistico generale comunale regolarmente approvato, ma per converso è sottoposto alla disciplina di uno strumento di pianificazione, quale il Piano urbanistico territoriale dell’area Sorrentino-Amalfitana, il quale, come è già stato ricordato, detta (oltre a direttive rivolte all’attività pianificatoria comunale) disposizioni immediatamente precettive e operative, correlate a una dettagliata zonizzazione del territorio (come sancito dall’articolo 3, comma 2, della legge regionale 35/1987).
L’articolo 4 della legge regionale 17/1982, di conseguenza, non può trovare applicazione relativamente ai comuni sottoposti alla disciplina del Piano urbanistico territoriale dell’area Sorrentino-Amalfitana.
Si consideri altresì che il Piano urbanistico territoriale dell’area Sorrentino-Amalfitana è stato, per l’appunto, approvato con la legge regionale 35/1987, posteriore alla legge 17/1982, sulle disposizioni della quale prevale per il principio generale della successione delle leggi nel tempo. Né, in ogni caso, si potrebbe sostenere il contrario, stante l’altro principio generale per cui una legge generale, quale indubbiamente deve essere considerata la legge regionale 17/1982 (recante norme transitorie per le attività urbanistico-edilizie nei comuni della Regione Campania), non può derogare a una legge speciale, quale indiscutibilmente è la legge regionale 35/1987, identificantesi con l’approvazione della disciplina urbanistica di uno specifico ambito territoriale regionale.
Si noti, per inciso, che ove si opinasse per la (necessariamente) generalizzata applicabilità dei disposti dell’articolo 4 della legge regionale 17/1982 a tutti i comuni dell’area Sorrentino-Amalfitana non dotati di strumentazione urbanistica generale comunale (obbligatoriamente conforme al Piano urbanistico territoriale regionale) si produrrebbe un esito inaudito, quale l’edificabilità in tutti i territori esterni ai centri abitati con indici di 0,03 mc/mq a fini residenziali, e di 0,07 (aggiuntivi) per strutture accessorie all’attività agricola.
In via del tutto accessoria, si fa presente che l’accordo di programma normato dall’articolo 34 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n.267 (Testo unico sull’ordinamento degli enti locali) può comportare variazione degli strumenti urbanistici comunali, non di quelli sovracomunali, com’è fatto chiaro dalla richiesta ratifica del solo consiglio comunale. E di certo, consistendo in atti amministrativi, non può variare una legge, qual è quella che, com’è stato ripetutamente ricordato, ha approvato il Piano urbanistico territoriale (PUT) dell’area Sorrentino-Amalfitana, contestualmente dettandone l’apparato normativo.
L’Auditorium ha un’importanza strategica per lo sviluppo culturale ed economico della Regione; è firmato da uno dei massimi architetti viventi; rispetta scrupolosamente le norme urbanistiche; ha ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie; si adegua perfettamente al luogo cui è destinato; lungi dal disturbare il paesaggio, lo arricchisce con un capolavoro; il suo esempio eccellente costituisce un baluardo contro la speculazione edilizia; la sua presenza offre un ponte tra la cultura italiana e quella latino-americana. I sottoscritti, mentre si rimettono alla decisione che sarà presa il giorno 8 gennaio dai magistrati del TAR, confidano nella forza dei valori civili ed estetici che hanno ispirato quest’opera di pubblica utilità e di rilevanza universale.
Filippo Alison Architetto
Vittorino Andreoli Psichiatra
Franco Angeli Editore
Franco Angrisani Giornalista
Andrea Annunziata Parlamentare
Simona Argentieri Psiconalista
Persio Arida Economista
Corrado Augias Giornalista
Tommaso Avagliano Editore
Laura Balbo Sociologa
Franco Barbagallo Storico
Sila Barracco Architetto
Oliviero Beha Giornalista
Attilio Belli Urbanista
Faustro Bertinotti Segretario Rif. Com.
Enrico Bertolino Attore
Frei Betto Scrittore
Gianni Billia Professore
Flavio Biondi Manager
Michele Biscardi Operaio
Gianluca Bocchi Epistemologo
Remo Bodei Filosofo
Carlo Borgomeo Manager
Antonio Bottiglieri Dirigente Rai
Francesco Brancatella Giornalista
Ennio Brion Imprenditore
Renato Brunetta Europarlamentare
Cristovam Buarque Ministro brasiliano
Federico Butera Sociologo
Nicola Cacace Economista
Massimo Cacciari Filosofo
Bruno Cagli Presidente Acc. S. Cecilia
Antonio Calabrò Giornalista
Gaetano Caltagirone Architetto
Michele Campanella Musicista
Massimo Canevacci Antropologo
Aldo Canonici Giornalista
Aurelio Canonici Direttore d'orchestra
Massimo Capaccioli Oss. Astr. Capodimonte
Roberto Capucci Stilista
Enzo Cardi Presidente Poste
Fulvio Carmagnola Professore di Estetica
Franco Cassano Sociologo
Gino Castaldo Giornalista
Alessandro Cecchi Paone Giornalista
Pierluigi Celli Manager
Giovanni Cerami Architetto
Elena Chiavegato pedagogista
Massimo Chieli Manager
Roberto Ciuni Giornalista
Marina Colassanti Scrttice
Antonio Concina Manager
Claudio Cubitosi Giffoni Festival
Giuliano da Empoli Scrittore
Isa Danieli Attrice
Roberto D'Avila Giornalista
Mario De Biase Sindaco di Salerno
Luciano De Crescenzo Scrittore
Vincenzo De Gregorio Direttore San Pietro a Majella
Vincenzo De Luca Parlamentare
Giorgio De Michelis Professore
Affonso Romano De Sant'Anna Scrittore
Cesare de Seta Storico dell'architettura
Emi De Sica Consulente Cinematografica
Giancarlo Di Paola Imprenditore
Dario D'Incerti Regista
Democrito Dummar Editore
Wania Dummar Giornalista
Sergio Escobar Dir. Piccolo Teatro di Milano
Riccardo Esposito La Conchiglia Capri
Gian Paolo Fabris Prorettore IULM
Roberto Faenza Regista
Elido Fazi Editore
Lorenzo Ferrero Compositore
Elio Fiorucci Stilista
Lorenza Foschini Giornalista
Giulia Fossà Attrice
Donata Francescato Psicologa
Raimonda G. D'Aragona Scenografa
Pasquale Gagliardi Amministratore delegato Fondazione Cini
Massimo Galluppi Politologo
Valerij Gergiev Direttore d'orchestra
Antonio Ghirelli Giornalista
Eduardo Giannetti Economista
Francesco Giorgino Doc. e Giornalista
Paolo Glisenti Manager
Andrea Bruno Granelli Manager
Benedetto Gravagnuolo Architetto
Enrico Job Scenografo
Mimmo Jodice Fotografo
Romeo La Pietra Consiglio Naz. Ingegneri
Dario Laruffa Giornalista
Cinzia Leone Grafica
Giancarlo Leone Rai Cinema
Jaime Lerner Architetto
Mimmo Liguoro Giornalista
Celestino Pio Lombardi Professore
Graziella Lonardi Buontempo Incontri Internazionali d'Arte
Antonio Lubrano Gionalista
Elio Macinante Musicista
Fabio Magalhaes Storico dell'arte
Mario Manieri Elia Architetto
Maurizio Mannoni Giornalista
Roberto Irineu Marinho Rete globo
Giorgio Mariuzzo Scenografo
Helio Mattar Economista
Bruno Mazzara Psicologo sociale
Mauro Meli Dirrettore del Teatro La Scala
Donatella Monachesi Professoressa
Franco Monteleone Massmediologo
Giuseppe Montesano Scrittore
Mario Morcellini Massmediologo
Franco Moschini Imprenditore
Oscar Nicolaus Professore
Jorge Nobrega Manager
Alberto Oliverio Psicobiologo
Washington Olivetto Pubblicitario
Marina Pallotta Premio Fregene
Gaetano Panariello Direttore Conservatorio di Avellino
Andrea Pancani Giornalista
Roberto Panzarani Manager
Renato Parascandolo Giornalista
Vanni Pasca Professore di Estetica
Silvio Pasquarelli Architetto
Raimondo Pasquino Rettore Univ. Salerno
Laura Pellegrini Manager
Paola Petri Agente Cinematografica
Ivo Pitanguy Chirurgo
Alessandro Profumo Manager
Isabella Quarantotti De Filippo Scrittice
Manuela Rafaiani Manager
Lidia Ravera Scrittrice
Ermete Realacci Presidente Legambiente
Sergio Riccio Fotografo
Gennaro Rispoli Chirurgo
Antonio Romano Grafico
Giorgio Ruffolo Europarlamentare
Romolo Runcini Anglista
Gaetano Russo Nuova Orchestra Scarlatti
Sebastião Salgado Fotografo
Enzo Salomone Attore
Paola Saluzzi Giornalista
Giancarlo Santalmassi Giornalista
Gaetano Santangelo Giornalista
Maria Carla Santorelli Architetto
Andrea Santorelli Banca D'Italia
Riccardo Sarfatti Imprenditore
Salvatore Sciarrino Musicista
Antonio Scurati Scrittore
Milton Seligman Economista
Vittorio Sermonti Scrittore
Jose Serra Economista
Pino Settanni Fotografo
Simona Signoracci Fondazione Mediolanum
Giovanna Silvestri RCS
Vittorio Silvestrini Città della Scienza
Michele Spera Grafico
Daniele Spini Orchestra Sinfonica RAI
Cesare Stevan Professore
Paolo Sylos Labini Economista
Oliviero Toscani Fotografo
Giancarlo Trentin Psicologo
Remigio Truocchio Manager
Mario Unnia Consulente
Stefano Valanzuolo Giornalista
Giovanni Valentini Giornalista
Giuseppe Varchetta Manager
Ausilia Veneruso La Conchiglia Capri
Vincenzo Viccaro Nuova Orchestra Scarlatti
Augusto Vitale Architetto
Roman Vlad Musicologo
Alessio Vlad Musicista
Lina Wertmuller Regista
Alberto Wite Storico dell'architettura
Diego Zandel Giornalista
Mariella Zezza Giornalista
Giuliano Zincone Giornalista
Miriam Mafai Scrittrice
Andrea Illy Imprenditore
Celestino Santangelo Presidente Bagnoli Futura
Giovanni Gaviraghi CEO Sienabiotech