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Quindici anni e più di spoliticizzazione della società italiana precipitano in quella cristallina cifra del 25,9% di cittadini e cittadine italiani che hanno ritenuto utile esprimersi sulla legge sulla procreazione assistita. Cifra cristallina, e sconfitta cristallina per chi, noi compresi, aveva creduto nel referendum non solo per correggere una pessima legge, ma anche per imporre all'attenzione pubblica un tema importante e i suoi importanti risvolti politici. Tecnicamente, sarebbe stato meglio attendere che la legge venisse bocciata - come prima o poi accadrà - da una pronuncia della Corte. Tatticamente, sarebbe stato meglio affidarsi al solo quesito abrogativo complessivo, quello proposto dai radicali e bocciato dalla Consulta, più chiaro e più comunicabile dei quattro quesiti parziali, troppo oscuri e troppo tecnici. Ma ormai non è questo il punto. E non è nemmeno l'usura dello strumento referendario, che pure c'è e pure domanda una riforma, ma non può diventare un alibi - l'ennesimo alibi da ingegneria istituzionale - per non leggere più spietatamente il risultato. Il punto è che la valenza generale, culturale e politica, del referendum non è passata nell'opinione pubblica, che evidentemente l'ha vissuto come una marginale consultazione su una questione di pochi e per pochi (fatti loro), o peggio, come un sibillino regolamento di conti interno alle due coalizioni che si contendono il governo del paese. Il che vuol dire però che il fronte referendario non è riuscito a comunicare nemmeno al suo elettorato di riferimento l'importanza dirimente delle poste in gioco che la materia della procreazione assistita trascinava con sé: libertà personali, laicità dello Stato, qualità della legiferazione, statuto della maternità, della paternità e della famiglia, rapporto fra politica, scienza e diritto nel governo della vita. S'era già visto del resto negli otto anni di iter della legge: a sinistra mancava un discorso all'altezza della sfida bioetica, non subalterno al moralismo cattolico e non ossessionato dalla contrapposizione o dalla mediazione con le gerarchie vaticane.

E' in questo vuoto che i fondamentalismi attecchiscono, non solo in Italia; è in questo vuoto che le «guerre culturali» prosperano, seminando certezze sull'Embrione, la Vita, Frankenstein, e gettando nel discredito l'intera tradizione critica della modernità. Non è l'antico conflitto fra laici e cattolici, Repubblica e Vaticano, Peppone e Don Camillo. E' una nuova mappa delle appartenenze in cui il tradizionalismo cattolico si salda con la rivoluzione conservatrice dei teo-con: una miscela aggressiva che consente alla Cei di cantare vittoria contro «l'assioma modernizzazione-secolarizzazione», spalleggiata dai nuovi intellettuali atei che recitano cinicamente il Verbo di Dio.

L'America che ha premiato Bush è arrivata in Italia? Si direbbe di sì, ma con molta convinzione in meno e molta indifferenza in più: lì si contavano voti con le percentuali di partecipazione in salita, qui contiamo astensioni con i quorum in discesa. Il nuovo fondamentalismo germoglia nel deserto dell'apatia e del disincanto. Malgrado la convinzione spesa nella campagna referendaria dalle principali testate nazionali della carta stampata, segno inequivocabile di una rottura allarmante nel circuito di formazione dell'opinione pubblica, forse ormai irreversibilmente prigioniera dell'audience televisiva. E segno altresì di una crisi di rappresentazione, prima che di rappresentanza, della società, diventata imperscrutabile nei suoi umori e nelle sue oscillazioni. Quand'è così, è da un paziente lavoro culturale che la politica deve ripartire: preoccupandosi di incollare le parole all'esperienza, prima che i leader alle sigle di partito e di coalizione.

L’Europa sta tornando a combattere per il proprio Lebensraum, il suo spazio vitale? Al tempo dei nazisti Lebensraum voleva dire espansione, assoggettamento e annientamento di altri popoli: un processo culminato con il programma di schiavizzazione degli slavi e di annientamento "scientifico" di ebrei e zingari. Oggi la rivendicazione di uno spazio vitale significa barriere sempre più alte contro l’immigrazione di uomini e donne (non popoli, né nazioni; e meno che mai eserciti o Stati in armi); e poi, segregazione; internamento; cacciata e deportazioni, che sempre più spesso si concludono con l’eliminazione delle persone coinvolte: a volte fisica (in un naufragio o in un abbandono in mezzo al deserto); quasi sempre civile e umana.

Si associa alla rivendicazione del nostro Lebensraum, e della sua legittimità, proprio come allora, una vantata superiorità, etnica e culturale, della "civiltà" occidentale (su cui ci richiama, con martellante ripetizione, un’aspirante senatrice della Repubblica); o, più banalmente, la difesa oltranzista di un benessere, vero o presunto, fatto coincidere con il nostro stile di vita; stile di vita "non negoziabile", per usare un’espressione di Bush; anche se per lo più sotto attacco da parte di quegli stessi Governi che se ne dichiarano paladini.

Al posto dei forni verso cui venivano convogliati come mandrie gli "uomini di troppo" che i nazisti dovevano annientare, ecco ora aprirsi le discariche del deserto, verso cui risospingere, senza alcuna preoccupazione per la loro sopravvivenza, gli "uomini di troppo" che l’Europa, e per suo conto l’Italia, non vuole accogliere (Rimandiamo chi trova questo paragone eccessivo ai reportage sul tema che Claudio Gatti ha pubblicato recentemente su L’Espresso). Certo per ora si tratta di poche migliaia di refoulés, deportati in Libia e in Egitto, contro i milioni annientati nei campi di sterminio nazisti o sovietici. Ma quanto a misura, i profughi provvisoriamente sistemati in campi da cui non possono più uscire sono ormai oltre 20 milioni; alcuni dei quali da ormai tre e più generazioni. Che ne sarà di loro?

Per gli ebrei caduti sotto il tallone del Terzo Reich non c’era via di fuga possibile; le frontiere erano chiuse e la disponibilità ad accoglierli degli Stati che mantenevano con i territori di provenienza dei canali aperti si faceva di giorno in giorno più stretta: di qui la forza assunta dal sogno di Israele, di un territorio fisico dove ricostruire la propria Gerusalemme: un sogno dalle radici tanto forti, profonde e legittimate, da resistere al peggiore logoramento; fino a costituire probabilmente l’elemento di maggiore continuità tra il disordine dell’Europa di ieri e quello del mondo di oggi. Ma gli immigrati deportati perché per loro non c’è posto nel Lebensraum europeo magari dopo essere fortunosamente scampati a un naufragio, essere stati accatastati e violati come topi in un centro di permanenza temporanea (CPT), essere stati imbarcati in un viaggio verso il nulla dentro velivoli sigillati, sorvolando le coste da cui si erano imbarcati per un percorso di sola andata, perché il loro paese di origine non li vuole, non li sa nutrire, li massacra, li usa come carne da cannone – quegli "immigrati", dove troveranno mai la loro Gerusalemme?

D’altronde non è difficile immaginare che le dinamiche che si sviluppano in una barca che affonda, in un CPT sottratto a qualsiasi ispezione, o ai piedi della scaletta di imbarco per un volo di deportati, non siano molto differenti da quelle che si potevano innescare in un lager o in un gulag: mors tua, vita mea. La dottrina dell’annientamento dei clandestini non è ancora stata enunciata e forse non lo sarà mai (anche se già nella recente campagna elettorale c’è stato chi si è fatto raffigurare con la spada in mano, sopra un mucchio di cadaveri con su scritto "immigrati, terroristi, centri sociali, criminalità"); ma la pratica, quella sì, è già iniziata.

E’ merito di Zygmunt Bauman (Vite di scarto, Laterza, 2005) aver dato risalto, affrontando questo problema centrale del nostro tempo, all’analogia tra i rifiuti materiali dei processi di produzione e di consumo e i "rifiuti umani" generati dai processi storici. Le successive modalità di smaltimento dei rifiuti umani si rivelano in questo saggio una potente chiave di interpretazione della storia: lo sviluppo capitalistico, durante la fase di accumulazione originaria, aveva creato un "esercito industriale di riserva" (è il termine utilizzato da Marx), cioè una massa di popolazione "superflua" che il colonialismo e l’imperialismo classico si erano incaricati di "smaltire", almeno per la parte eccedente il fabbisogno potenziale di una fase espansiva del ciclo economico, in territori conquistati in continenti lontani (per rendere più problematico il ritorno) e considerati "vuoti", solo perché abitati da popoli cui non si voleva riconoscere il titolo di membri del consesso umano.

Ma oggi il mondo è "pieno". Come non esiste più una noman’s land in cui abbandonare gli scarti della produzione e del consumo, perché la popolazione è cresciuta, si è sparpagliata e le infrastrutture hanno saturato il territorio – e per questo il problema dello smaltimento dei rifiuti, quasi ignorato agli albori dell’era industriale, ha acquistato un’importanza crescente – così non esistono più "frontiere", West, continenti, paesi, territori "spopolati": cioè privi, più ancora che di abitanti, di attività economiche e di presenze istituzionali (siano esse Stati legittimati dalla cosiddetta Comunità internazionale, ovvero "Signori della guerra" locali) verso cui convogliare la popolazione eccedente. Eccedenze che oggi e questa è la novità del nostro tempo si generano a ritmi molto più rapidi nei paesi già coloniali che nei paesi già colonizzatori. La discarica permanente, come sistema di smaltimento dei rifiuti, non è più praticabile. E’ stata sostituita, per ora, e in attesa di una soluzione definitiva, dal "deposito temporaneo", di cui i CPT, in Italia o all’estero, sono un esempio emblematico. Ma si tratta di un palliativo, perché all’orizzonte si delinea con sempre maggiore chiarezza la prospettiva del campo di sterminio: possibilmente gestito da una schiera di stati "ascari" – gli stessi verso cui alcuni servizi segreti inviano i sospetti che non possono torturare in patria disponibili a fare i kapo in conto terzi.

E noi? Il popolo dei non refoulés? Ci ritroviamo beneficiari, se non anche difensori, del nostro Lebensraum protetto contro le torme degli immigrati "invasori": pronti ad accettare i costi di questa protezione, per lo meno finché a pagarli saranno altri e a noi sarà data la possibilità di ignorarli. Sappiamo però come è finita in altri tempi la storia del Lebensraum; non solo per le sue vittime designate, ma anche per chi ne avrebbe dovuto beneficiare; e quali costi abbia comportato per tutti la pretesa superiorità di un popolo. Così, il parallelismo tra rifiuti umani e rifiuti materiali sviluppato da Bauman (la cui visione artigianale e preindustriale del riciclaggio, tuttavia, ancora legata più allo stato dell’oggetto dismesso che alle sue potenzialità, poco ci aiuta in questa ricerca) lascia comunque, intravedere una possibile via di uscita.

Sono stati i costi di smaltimento (non solo economici, ma anche ambientali, sociali e politici) sempre più alti, e non certo il desiderio di mantenere integre le risorse della natura, a sospingere, seppure con molta ritrosia, industria e governi lungo la strada del recupero e del riciclaggio, strumenti essenziali di salvaguardia del pianeta. Una valutazione rigorosa dei costi economici, ma soprattutto sociali, culturali e umani della difesa del Lebensraum europeo potrebbe sospingerci verso atteggiamenti più rispettosi delle "risorse umane" che la globalizzazione sta mettendo in circolazione in tutto il pianeta.

Crepuscolo del Cavaliere

Da Titano a Titanic. Da la Repubblica del 16 aprile 2005

IMPALLINATO come un qualsiasi governo Forlani, impastoiato nei riti peggiori della Prima Repubblica, Silvio Berlusconi conosce la seconda crisi della sua alterna parabola ultradecennale da presidente del Consiglio. Nel ‘94 lo affondò Umberto Bossi, urlando contro i «porci democristiani» che osarono minacciare le «pensioni padane», propiziando la lunga e dolorosa traversata nel deserto del governo Dini. Nel 2005 lo affonda il post-democristiano Marco Follini, rompendo con "il fronte del Nord" leghista che ha preso in ostaggio la coalizione, snaturando irreparabilmente il progetto di un centrodestra responsabile e presentabile.

Manca il sigillo "tecnico" delle dimissioni del primo ministro. Ma dopo il ritiro della delegazione Udc dal governo, per Berlusconi è già, a tutti gli effetti, crisi politica. Il Cavaliere avrebbe un solo dovere. Recarsi dal Capo dello Stato per riferirgli l´esito negativo del vertice della Cdl, come aveva promesso di fare nell´incontro al Quirinale di tre giorni fa. Rimettere nelle mani di Ciampi il suo mandato. E poi chiedere immediatamente le elezioni anticipate. Sarebbe la soluzione più corretta e lineare sul piano istituzionale. E invece Berlusconi la rifiuta, confermando la sua natura "aliena", al sistema di regole e alla prassi costituzionale: la crisi di governo non è un suo affare personale, che può regolare nei modi e nei tempi che gli convengono di più, come se si trattasse di un consiglio di amministrazione della Fininvest.

Ma a questo punto, il voto sarebbe anche la soluzione più sensata e conveniente dal punto di vista politico. Il Cavaliere non può governare senza l´Udc. Non si può illudere nemmeno di tirare a campare con l´appoggio esterno dei centristi. Sarebbe uno stillicidio estenuante per quel che resta della Cdl, e un´agonia insopportabile per il Paese. Senza Udc e Nuovo Psi il perimetro del centrodestra si riduce a 298 seggi alla Camera (rispetto a una maggioranza di 309) e a 140 seggi al Senato (rispetto a una maggioranza di 161). Con le riforme, il Dpef e una Finanziaria delicatissima da varare, in appena 59 giorni utili di lavori parlamentari, il governo sarebbe costretto al Vietnam quotidiano dei franchi tiratori.

Pur nel suo incurabile delirio di onnipotenza, anche il premier, almeno di questo, si deve essere convinto. Tenta di recuperare Follini anche a costo di sottostare a quello che gli deve apparire come un «ricatto intollerabile». Ma cerca di farlo a modo suo. Nascondendo la verità, a se stesso e al Paese. Manda Letta sul Colle, e si dichiara pronto ad andarci a sua volta, dimissionario, solo con la soluzione "chiavi in mano" della crisi. Con un Berlusconi-bis che finga di recepire le richieste programmatiche dell´Udc (le stesse scritte inutilmente un anno fa sul famoso "preambolo", che avrebbe dovuto chiudere la verifica). E che finga di esaudire la pretesa di «discontinuità» con correzioni marginali alla squadra di governo. Marco Follini non ci sta. E per ora tiene duro. Gli va dato atto, questa volta, di aver dimostrato coraggio e coerenza. Un "partitino" del 5%, per salvare almeno in apparenza la tradizione dorotea ma più nobile del cattolicesimo democratico, ha fatto saltare gli ingranaggi di quella che fu la felice "fabbrica del consenso" berlusconiana. Il coraggio e la coerenza che invece, ancora una volta, sono mancati a Gianfranco Fini. Ha le stesse perplessità di Follini sulla gestione "padronale" del Polo. Coltiva la stessa idiosincrasia politica rispetto al frontismo dittatoriale dell´asse Forza Italia-Lega. Ma di nuovo si è sfilato dalla resa dei conti. Confermando la cultura gregaria di An. Un "partitone" del 12%, immobile e imprigionato tra il suo passato (che lo risucchia nel gorgo impresentabile della destra sociale post-missina) e il suo presente (che lo costringe a un´adesione puramente utilitaristica alla "catena di comando" del premier). Una forza inutile, che risulta sdoganata per la storia (anche se con tanta, troppa fretta), ma non ancora per la politica. Una forza debole, che non riesce quasi ad esistere se non come sbiadito "correntone" del partito azzurro.

Su quali gambe potrà mai camminare allora una maggioranza del genere, quand´anche riuscisse a uscire da questa crisi? È questa la domanda vera, che oggi dovrebbe guidare le scelte del Cavaliere. Molto più che lo spirito di vendetta, sempre più dannoso per il Paese. O il falso mito dell´invincibilità, ormai offuscato da troppe cadute. Quello che è successo ieri, in fondo, era insieme inevitabile e impensabile. Inevitabile, perché il tracollo delle regionali ha solo sancito la fine conclamata di un modello politico, il berlusconismo, che in realtà era in stato comatoso già da un pezzo, e che solo l´irriducibile vocazione al combattimento del Cavaliere e l´ingestibile "vincolo di coalizione" dei suoi alleati tenevano ancora artificialmente in vita. Impensabile perché solo tre anni e mezzo fa questo stesso centrodestra, sotto le insegne trionfali dell´Imprenditore d´Italia, aveva conquistato nel Paese e in Parlamento la più ampia maggioranza della storia repubblicana, e aveva sbaragliato un centrosinistra costretto a vagare tra le macerie post-uliviste. In quel giugno del 2001, nell´opposizione lacerata da una sconfitta rovinosamente subìta e nell´altra metà dell´Italia inebriata dal "sogno azzurro" finalmente compiuto, il dibattito ruotava intorno a un unico dubbio: Berlusconi al governo durerà "solo" dieci anni, oppure andrà avanti per non meno di tre legislature?

Non è inutile ricordarlo, nel giorno in cui quella maggioranza si sfascia tra le spinte rivendicative di un´identità irrisolta e quel sogno naufraga sugli scogli di una leadership inaridita. Comunque vada a finire questa crisi, resta un dato politico, che pesa fino quasi a schiantarla sulla biografia berlusconiana: il Cavaliere ha fallito. È costretto a rinunciare alla sua grande ambizione (restare negli annali come il primo premier di un governo durato l´intera legislatura) perché ha dilapidato un patrimonio politico enorme. Ha demeritato per le ragioni esattamente opposte a quelle che Angelo Panebianco gli ha riconosciuto qualche giorno fa sul Corriere della Sera: non ha creato «una destra di governo», non ha «dato a questa destra un´ideologia spendibile contro la sinistra», non ha contrapposto «la visione dinamica e ottimista di chi scommette sul liberalismo economico, sulle virtù dell´individualismo, sulla moralità del profitto, sulla centralità, civile e non solo economica, dell´impresa e del mercato». Con lui è salita alla guida del Paese una destra avventurista e populista, totalmente diversa e "altra" rispetto a tutte le destre al governo in Europa. Con lui, attraverso il patto di ferro con il Senatur, si è affermato un ideologismo socialmente "contundente" e politicamente radicale, nel quale non si può riconoscere quell´area "di mezzo", quell´elettorato moderato senza il quale non si governa un Paese in eterna transizione come l´Italia.

Con lui è andato al potere un premier che, attraverso l´esasperazione del suo conflitto di interessi, ha fatto strame del liberalismo economico. Un premier che, attraverso la pubblicizzazione della sua vicenda giudiziaria privata, ha ridotto fin quasi ad annullarla la soglia della moralità del profitto. Un premier che, come ha ripetuto proprio ieri il leader della Confindustria, non si è mai occupato seriamente della "centralità dell´impresa" (se non della sua Mediaset) e non ha mai praticato davvero le virtù del mercato (dove sono le privatizzazioni, dove sono le liberalizzazioni e le riforme degli ordini professionali?). Inchiodato a una formula improduttiva che Luca Lanzalaco (nel suo libro appena uscito dal Mulino, "Le Politiche istituzionali") chiama "riformismo declamatorio", Berlusconi non ha saputo rispondere alla domanda di modernizzazione che arrivava proprio dai suoi elettori. Di fatto, ha tradito il "blocco sociale" che lo aveva mandato a Palazzo Chigi, come ha riconosciuto perfino Sandro Bondi, sul Riformista di ieri.

Adesso, per uscire dalla crisi, il Cavaliere potrà anche farsi tentare ancora una volta dalle soluzioni più estreme. Potrà anche ricadere nell´azzardo, in puro stile dannunziano, di cui ieri scriveva Giuliano Ferrara sul Foglio («c´è un anno di contratto ancora, e via, fino in fondo, fino al fondo»). Potrà anche rinchiudersi un´altra volta in trincea, sfidando tutto e tutti insieme alla Lega e ad An, fino alla fine della legislatura. Da solo, come ha sempre fatto, nella sua visione titanica, messianica e irrimediabilmente egotistica della politica. Ma ormai niente sarà più come prima. «Non vi libererete tanto facilmente di me...», ha tuonato ieri, all´apice della sua rabbia di monarca autocratico e spodestato. Per l´Italia è più una minaccia che una rassicurazione. La metafora è usurata, ma stavolta ci sta tutta: questo non è più Titano, è solo Titanic.

Mario Pirani Costituzione sfasciata

Non tutto è perduto; a condizione che l’opposizione cambi strada. Das la Repubblica del 23 marzo 2005

OGGI è una giornata tra le più nere per la nostra Patria da quando essa è risorta a vita democratica. Il Senato approverà, infatti, in queste ore, così come ha già fatto la Camera, una riforma costituzionale devastante. Entro tre mesi, quindi, il Parlamento potrà procedere alla seconda lettura, poco più di una formalità, poiché non saranno ammessi emendamenti e un rapido voto a maggioranza sancirà un esito scontato in partenza. Resterà, come ultima speranza, il referendum popolare che, peraltro, Berlusconi vorrebbe far slittare a una data posteriore alle elezioni politiche.

Quando in un discorso ai capi gruppo dell’Unione (11 marzo us) Romano Prodi mise in guardia gli astanti, ma altresì l’opinione pubblica, contro l’incombente pericolo di un testo che conteneva le premesse di una dittatura della maggioranza e, ancor più, di una dittatura del premier, non mancò chi considerò il suo intervento eccessivo e allarmistaPurtroppo Prodi aveva perfettamente ragione non solo per l’impianto dirompente di una riforma alla cui discussione e approvazione sono state imposte poche ore contingentate di dibattito parlamentare ma per la sostanziale timidezza e disattenzione con cui il centro sinistra ha affrontato un passaggio istituzionale di una gravità senza precedenti. È pur vero che a palazzo Madama i senatori del centro sinistra avevano durante tutto l’iter della legge esercitato una tenace azione di contrasto, ma questa non aveva trovato alcun riscontro esterno. In questo contesto persino i cartelli di protesta e la bagarre di ieri a palazzo Madama danno ormai solo l’impressione di un tardivo risveglio all’ultima ora dell’opposizione.

Esaminerò più avanti quelle che a me appaiono le colpevoli motivazioni di un simile comportamento. Ora vorrei partire dalla via d’uscita suggerita in extremis da Michele Salvati (Corriere del 19 us), a mio avviso del tutto improponibile. Il prestigioso economista (ormai anche politologo di valore) reputando fondato lo "sconcerto di fronte a un altra Costituzione, né più né meno... radicalmente riscritta... che modifica in profondità le funzioni e i poteri di tutti gli organi dello Stato... attraverso tempi strettamente contingentati, tanto che il maggior partito di opposizione si è visto assegnare un’ora e mezza per discutere i 57 articoli del testo", suggerisce all’Ulivo di giocare una carta: approvare con voto bi-partisan gli articoli sulla devoluzione e mettere così al riparo la Lega dal pericolo di un referendum abrogativo, chiedendo, in cambio, il rinvio del resto della riforma a una futura assemblea costituente, in concomitanza con la prossima Legislatura. Se questa idea, peraltro tecnicamente del tutto problematica, dovesse trovare uno sbocco, magari alla vigilia delle riletture al Senato e alla Camera, l’Ulivo non giocherebbe una carta "illuministica", come crede Salvati, ma si giocherebbe la faccia, per usare un eufemismo gentile.

La devoluzione, nella nuova formulazione, approfondisce le crepe all’unità d’Italia già inferte in una stagione di pulsione suicida dal centro sinistra al termine della passata Legislatura, allorquando modificò unilateralmente il Titolo V della Costituzione. Ora il nuovo testo non solo assegna la competenza legislativa esclusiva alle Regioni in settori decisivi quali la scuola, la sanità, l’assistenza (con la disarticolazione della scuola pubblica e del servizio sanitario nazionale), con allegata la costituenda polizia regionale, ma vi aggiunge tutte quelle materie non comprese fra quelle riservate esplicitamente allo Stato, e, cioè, commercio, agricoltura, artigianato, turismo, industria (con eccezione per l’energia). Or bene, nei grandi e piccoli Stati federali, dalla Germania alla Spagna, dal Belgio al Canada la competenza non è mai esclusiva delle regioni ma è sempre mitigata da qualche clausola che legittima la potestà d’intervento federale anche nelle materie attribuite alla legislazione decentrata. La Costituzione tedesca, ad esempio, afferma che il Parlamento federale ha diritto di legiferare in ogni campo qualora questo sia necessario per tutelare l’unità giuridica o economica del Paese e l’eguaglianza nell’esercizio dei diritti dei cittadini. Negli Stati Uniti sono indicate solo le competenze federali esclusive, ma quando Washington lo ritenga necessario la Casa Bianca e il Campidoglio le estendono a piacimento: così, pur non essendo la Sanità compresa fra le materie federali, le fondamentali leggi sull’assistenza sanitaria (Medicaid e Medicare) sono approvate e finanziate su scala federale.

Tralascio altri esempi solo per ragioni di spazio. Comunque non vi è una costituzione federale paragonabile a quella che l’Italia si appresta a darsi e che ci trasformerà, se le cose andranno nel senso voluto da Berlusconi e Bossi, con l’acquiescenza imperdonabile dei loro alleati, in una specie di confederazione di regioni indipendenti. Basta riflettere ai contenuti della devoluzione per respingere, quindi, ogni idea di scambio che, oltretutto, determinerebbe un affievolimento del deterrente referendario, privato del potente anelito a salvare e ricomporre l’unità d’Italia.

Quanto al resto della cinquantina di articoli riscritti essi sconvolgono e in buona parte annullano la Costituzione repubblicana del 1947: definiscono una nuova forma di governo, cambiano la struttura del Parlamento, modificano i caratteri dello Stato, rivedono al ribasso i poteri degli organi di garanzia (Presidenza della Repubblica, Magistratura, Corte costituzionale, ecc.), rendono quasi ingestibile la formazione delle leggi. Non è poi vero che la riforma lasci integra la prima parte della vecchia Costituzione che riguarda i diritti fondamentali del cittadino. Questi diritti, formulati in linea di principio nella prima parte, formalmente non toccata, della Carta costituzionale, trovano concreta applicazione nella legislazione corrente che è regolata attraverso la cosiddetta riserva di legge. Il suo depotenziamento mette ora a rischio il diritto di famiglia, compresa la disciplina del divorzio e dell’aborto, il diritto del lavoro, compreso lo sciopero, le libertà sindacali, ecc, il diritto penale e quello civile, l’ordinamento giudiziario e la giustizia amministrativa. D’ora in avanti, se la riforma non verrà affossata dai cittadini, le leggi in moltissimi casi saranno il prodotto della volontà della sola Camera dei deputati, nella quale il premier, in forza del sistema maggioritario (costituzionalizzato dal nuovo art. 92) avrà, comunque, una maggioranza sicura (anche nel caso non abbia ottenuto la maggioranza dei voti). Le disposizioni del nuovo art. 94 forniscono al premier uno strumento fortissimo di ricatto sulla sua stessa maggioranza. Egli, infatti, è in grado di esigere l’approvazione in blocco di una legge da lui proposta, abbinandola alla questione di fiducia che, se negata, condannerebbe la Camera all’automatico scioglimento anticipato. Neppure una eventuale maggioranza sostitutiva, con l’apporto dell’opposizione, eviterebbe il decreto di scioglimento, anche se è pur vero che questa spada puntata contro eventuali dissenzienti ha due lame: in una coalizione con ali estreme riottose (ad esempio la Lega, ma analogo discorso può farsi per un governo dell’Ulivo con Rifondazione) se una di queste vuol far saltare il banco, le basta votare anche da sola la sfiducia per ottenere lo scioglimento del Parlamento. Come si vede ad occhio nudo è un testo che trasuda prepotenza e diffidenza, accompagnate da uno scambio improprio tra speculari poteri di ricatto.

Il tutto in un quadro che assomma il massimo della destrutturazione dello Stato unitario al massimo del centralismo autoritario. Berlusconi, se i suoi piani avranno successo, godrà dei poteri congiunti di Bush e di Blair senza le garanzie e i contrappesi che condizionano l’operato del presidente americano e del premier inglese.

Il primo, infatti, non dipende dalla fiducia del Congresso, può opporre il suo veto alle leggi, nomina i giudici della Corte suprema, ma, in cambio, non può sciogliere le Camere, mettere la fiducia sulle leggi, emanare decreti, far passare le sue nomine senza il severo vaglio del Senato; il secondo è sottoposto alla sua maggioranza che può mandarlo a casa e sostituirlo, come è accaduto alla Thatcher ed anche impedirgli di sciogliere i Comuni senza il suo consenso.

Si potrebbe continuare a lungo nell’analisi di questo osceno rifacimento costituzionale. Resta da chiedersi perché il centro sinistra sia rimasto tanto inerte e perché l’opinione pubblica sia stata lasciata praticamente all’oscuro (si è arrivati al cambio della Costituzione senza neppure chiedere un dibattito a Porta a porta, a Ballarò o a l’Infedele). Le spiegazioni potrebbero essere più di una: in primo luogo il complesso di colpa, senza il coraggio di una salutare autocritica, per aver, con la modifica del Titolo V, aperto il varco allo sfascio successivo, nel vacuo proposito di agganciare la Lega o di tagliarle l’erba sotto i piedi: in secondo luogo la speranza balorda che la CdL non avrebbe portato fino in fondo il disegno, una sottovalutazione che dimostra come non si sia pienamente afferrato quanto congeniale ad ambedue i soggetti sia l’alleanza tra Berlusconi e Bossi; in terzo luogo uno scadimento culturale che ha condotto, sia durante la Bicamerale che dopo, ad affrontare i temi del necessario aggiornamento della Carta senza un forte e coerente impianto costituzionale in testa, concependo i punti fondamentali come oggetto di possibile e fortuito scambio politico (così si è arrivati, ad esempio, da parte di autorevoli esponenti del centrosinistra ad abbracciare l’idea del premierato); qualche inespresso pensiero sui vantaggi, comunque, di una Costituzione "forte" nel caso di un futuro cambio di governo; infine l’idea sbagliata che della questione poco importi alla gente (i successi di pubblico delle iniziative volontarie dei Comitati per la Costituzione animati dalla Fondazione Astrid, da "Libertà e Giustizia", dai Gruppi Dossetti con l’adesione convinta delle tre Confederazioni sindacali provano come, viceversa, siano sensibili i cittadini non appena messi in condizione di percepire quale nefandezza si stia compiendo quasi all’insaputa).

Se fino a oggi le battaglie costituzionali sono state tutte perdute dal centro sinistra, è ancora possibile rovesciare le sorti finali del confronto. A condizione di svegliarsi e di cambiare linea.

Drammatizzare. Bisogna drammatizzare la posta in gioco, il conflitto, il risultato che si vuole ottenere, se si ha a cuore la qualità della democrazia italiana: bocciare col referendum la riscrittura della Costituzione che il centrodestra sta facendo in parlamento. E che porterà a compimento, perché sua è la maggioranza, suo il calendario, sua la scelta di quando approvare in senato il testo emendato alla camera - prima delle regionali, se la Lega ne ha bisogno - e di quando fissare il referendum - magari non prima ma dopo le politiche del 2006.

In parlamento, l'opposizione è impotente: «in commissione noi contestiamo ogni articolo, loro tacciono e votano», questa è la situazione descritta dal capogruppo ds Gavino Angius. Seminario fra costituzionalisti e politici organizzato dal Centro studi per la riforma dello Stato: due ore di discussione intensa e senza rete. Alla drammatizzazione invita già il presidente del Crs, Mario Tronti. Tutti gli altri, giuristi e senatori, accettano l'invito senza riserve. Unanime è infatti il giudizio sul progetto di revisione della Cdl: un' aggressione alla storia e alla pace costituzionale, secondo Andrea Manzella; un mutamento di regime in cui ne va della democrazia, secondo Luigi Ferrajoli; una svolta in senso non democratico e non liberale, secondo Umberto Allegretti. Meno unanime, si capirà via via, è l'idea di come argomentare la battaglia referendaria: perché se gli argomenti contrari alla riforma sono comuni, sul che fare della Costituzione del `48, se difenderla e basta o proporne una revisione diversa da quella del centrodestra, e quale, a sinistra ci si divide come ormai da una quindicina d'anni in qua.

Perché la riforma sia da respingere in toto si sa, e comunque Manzella ne illustra uno per uno tutti i punti che, presi insieme, fanno saltare ogni garanzia costituzionale: un bipolarismo «feroce», un parlamento derubricato a mera funzione consultiva del governo come nel Medioevo, un premier che assomma tutti i poteri («quelli del presidente americano e quelli del cancelliere tedesco», sintetizza Leopoldo Elia), un presidente della Repubblica e una corte costituzionale alterati, la magistratura privata della sua autonomia. Massimo Luciani sottolinea: con questa riforma il potere di revisione passa anch'esso nelle mani della maggioranza; il procedimento legislativo diventa impraticabile; i diritti fondamentali, regionalizzati, diventano ineguali. Vere e proprie frane dell'equilibrio sociale, oltre che istituzionale, che non dovrebbe essere difficile «comunicare» all'opinione pubblica nella battaglia referendaria. Purché ci si arrivi, dice Elia, «con meno ingegneria costituzionale e più costituzionalismo».

Il che vuol dire con una sana autocritica, domanda senza mezzi termini Ferrajoli, di come il problema della Costituzione è stato affrontato nell'ultimo quindicennio anche nella parte maggioritaria del centrosinistra. Che non solo ha via via partorito progetti di revisione simili anch'essi improntati alla governabilità e alla personalizzazione della leadership. Ma più in profondità, argomenta Mario Dogliani, ha subordinato la revisione dell'ordinamento alla risoluzione del problema della forma della coalizione, dei rapporti fra i partiti al suo interno, della costruzione della leadership: cruciale e imperdonabile confusione fra il piano istituzionale e il piano politico. Confusione analoga a quella che, secondo Pierluigi Petrini della Margherita, ha fatto sì che nei primi anni `90 si attribuisse alla revisione costituzionale il potere di risolvere il terremoto politico della transizione. Senza peraltro arrivare neanche ad arginare con adeguati correttivi istituzionali il mutamento innescato da quel terremoto. Sicché il maggioritario ha fatto fuori molti dei vecchi dispositivi di garanzia senza che ne venissero inventati di nuovi. E il parlamento, tanto per parlare dell'istituzione che più uscirebbe compromessa dalla riforma della Cdl, già adesso e non da adesso, sottolinea Massimo Villone, si trova a essere esautorato di molti suoi poteri.

Che fare dunque, oltre che bloccare la riforma della Cdl? Attestarsi sulla difesa della Costituzione del '48 è secondo i più l'unica strada percorribile(«resistenza costituzionale», la chiama Domenico Gallo). Non così però secondo Gavino Angius. Che pure è convinto che «la posta in gioco storica e politica di fondo» della riforma costituzionale sia stata sottovalutata a sinistra; ma sostiene - e come lui Antonio Cantaro - che una pura posizione di resistenza sarebbe perdente, e significherebbe «dire che per vent'anni abbiamo preso solo un grosso abbaglio» con le ipotesi di riforma via via avanzate. Il fatto è che la direzione di una riforma alternativa a quella della Cdl è tutt'altro che chiara e condivisa. Sostiene Angius che un punto di mediazione, nel centrosinistra, è stato ormai raggiunto e si chiama bozza Amato. La stessa di cui Ferrajoli aveva chiesto, «per carità di patria, di non parlarne più».

La relazione di apertura di Mario Dogliani

Lunedì sera, ospite su Raiuno della trasmissione «Conferenza Stampa», Silvio Berlusconi ha accusato l’Unità di averlo definito un «mostro bavoso». Data la profonda gravità e volgarità dell’ingiuria abbiamo subito proceduto a una ricerca di archivio per verificare l’esattezza della citazione che se confermata ci avrebbe naturalmente imposto di rivolgere le più sentite scuse al presidente del Consiglio.

La ricerca ha effettivamente confermato che in data 7 dicembre 2004 la rubrica «Bananas» di Marco Travaglio aveva come titolo «Qua la mano mascalzone (non mostro, ndr) bavoso». Il testo, effettivamente, contiene una serie incredibile di insulti, offese, oltraggi, contumelie che sommati l’uno con l’altro determinano un’aggressione personale senza precedenti nei confronti di un leader politico. Si parla nell’ordine di «leader rottamato», «fior di mascalzone», «uomo dal passato cupo di ombre», «amico dei golpisti», «bavoso», «vergognoso», uno che «ha fatto a pezzi il Paese», «salame», «come chi in America latina adorava il mitra», «disastro», «medium da retrobottega», «capo di uno schieramento demenziale e violento» fatto di «poveracci» e da «squadristi da far valere alle manifestazioni», «canagliesco», «attrezzo per disperati», «figura indegna», uno che «è entrato in una cabina telefonica, si è tolto il liso panciotto, si è spolverato la forfora, si è spogliato ed è rimasto nel costume con mantellina con la grande “M” di Mascalzone». Solo che l’oggetto di tanto odio non è Silvio Berlusconi bensì Romano Prodi. Travaglio, infatti, si è limitato a riportare tutte le infamanti citazioni contenute nell’articolo pubblicato il giorno prima sul «Giornale» di proprietà della famiglia Berlusconi, a firma di Paolo Guzzanti, vicedirettore del quotidiano e senatore di Forza Italia.

Da notare che l’altra sera, su Raiuno, Berlusconi ha potuto diffamare l’Unità a colpi di citazioni false (attingendole dal dossier già distribuito alla stampa, che definisce questo giornale affetto da «sindrome nazicomunista») senza che la conduttrice Anna La Rosa e i quattro colleghi presenti, certamente a conoscenza delle farneticazioni prodotte dagli appositi uffici del premier, abbiano potuto obiettare alcunché. È veramente paradossale (per non dire altro) che il Berlusconi che si presenta in televisione con l’aria della vittima costretta a subire ingiurie e derisione è lo stesso Berlusconi che un giorno sì e l’altro pure insulta pm e giudici (”toghe rosse”, “eversori”, “golpisti”, “comunisti”, “fascisti”, “come la banda della Uno Bianca”, “criminali”, “matti”),giornalisti e attori (Biagi, Santoro e Luttazzi “criminosi”), capi di Stato (Scalfaro “golpista e ribaltonista”) e semplici cittadini (”faccia da stronza”, alla signora di Rimini che lo invitava a tornare a casa).

A questo punto ci aspettiamo che Berlusconi renda, se ne è capace, le sue più sentite scuse a Romano Prodi, all’Unità e alla verità.

Magari non sarà proprio « enorme » come sostiene Fausto Bertinotti.

Ma di sicuro la vittoria di Nichi Vendola nelle primarie pugliesi del centrosinistra è un evento politico di grandissimo rilievo che va assai oltre la Puglia. In primo luogo perché segnala nel modo più clamoroso alcune evidenze sin qui sottaciute o sottovalutate, ponendo i riformisti della coalizione - in primo luogo i Ds che stanno per riunirsi a congresso - di fronte a questioni non più rinviabili.

Piaccia o no, i 40mila e passa elettori di centrosinistra che hanno decretato di misura la vittoria di Vendola sul moderato Francesco Boccia testimoniano dell'esistenza in Italia, e non soltanto in Puglia, di una realtà ben più significativa, più diffusa e più radicata di quanto lascino intendere espressioni come " sinistra radicale" o " sinistra antagonista"; o di quanto dicano le sole percentuali elettorali di Rifondazione comunista.

Esiste cioè il popolo assai più vasto e più variegato ( così vasto e variegato da comprendere anche molti militanti ed elettori della Quercia, poco o per nulla inclini al radicalismo e all'antagonismo) di una « sinistra sinistra » che, nonostante tutte le divisioni, su alcune questioni fondamentali parla lo stesso linguaggio, coltiva gli stessi sentimenti, nutre le stesse passioni. In una parola, trova una sua identità comune.

Questa « sinistra sinistra » , radicata e identitaria, fatica a pesare fin quando il luogo della decisione resta circoscritto nei partiti e tra i partiti.

Ma se la scelta viene demandata a quello che potremmo definire l'elettorato attivo dell'Alleanza, chiamandolo a scegliere non solo tra diverse persone, ma tra diverse concezioni dell'Alleanza medesima, il suo peso si fa sentire, eccome. E' successo in Puglia con Nichi Vendola, che non è affatto un improvvisato estremista, ma un professionista politico che ha fatto studi regolari in una scuola seria quale fu il Pci. Succederà, o è assai probabile che succeda, in altre e più importanti primarie, quelle per incoronare il candidato premier della coalizione, alle quali Bertinotti si è iscritto da mesi. Non per vincere, certo, ma per far pesare i ( molti) consensi che raccoglierà. Non da segretario di partito, ma da leader di una componente decisiva della coalizione.

Romano Prodi, al suo ritorno in Italia, è stato criticato neanche troppo implicitamente da vari esponenti moderati del centrosinistra per aver dato quanto meno l'impressione di considerare Bertinotti un suo interlocutore previlegiato, o forse addirittura il suo interlocutore più importante. Queste primarie pugliesi confermano che si è trattato di critiche tanto comprensibili quanto infondate. Prodi, semmai, è stato lucido: questa sinistra c'è, conta, non mette in discussione in alcun modo la sua leadership, anzi, la investe del compito di rappresentare in prima persona il punto di vista dei moderati. Semmai sono gli altri leader riformisti e i loro partiti a farsi sentire flebilmente. Come se la ricomparsa della « sinistra sinistra » avesse svelato tutta la debolezza dell'identità politica e culturale di un riformismo, quello italiano, da sempre restio a dare battaglia in campo aperto, quasi che la primazia nell'Alleanza gli toccasse di diritto.

Ha posto e continua a porre la questione Francesco Rutelli: a modo suo, tirando qualche calcio negli stinchi e parecchi sassi in piccionaia. E Piero Fassino teme che ogni uscita di Rutelli dia un aiuto, di fatto, a Bertinotti e compagni, perché radicalizza, per reazione, l'elettorato di sinistra. In parte è anche vero. Per far valere le sue ragioni riformiste, se lo vuole, ha però la migliore delle occasioni, il congresso. Non sarà facile. I numeri congressuali sono tutti dalla sua. Ma il maggior partito della coalizione comincia a sentirsi un po' stretto.

A che punto è la questione di Palazzo Altemps? Un botta e risposta fra l’ex ministro Giovanna Melandri e il Ministero per le attività e i beni culturali riaccende la questione della vendita di una parte del prezioso immobile sul quale l'amministrazione dovrebbe esercitare il diritto di prelazione. «Vorrei chiedere al Ministro Buttiglione - dice la Melandri in una dichiarazione - se corrisponde al vero la notizia, che circola insistentemente da qualche ora, secondo la quale l Agenzia del Demanio avrebbe già deliberato da oltre quattro giorni lo stanziamento di circa 19 Milioni di Euro per l’ acquisto di Palazzo Altemps. Risulterebbe infatti - continua la Melandri - che lo scorso 31 Marzo l’Agenzia del Demanio avrebbe assunto tale deliberazione e dato questa notizia al Ministero dei Beni Culturali. E però ancora ieri il Ministro Buttiglione ha insistito nel dichiarare che "sta cercando le risorse per acquistare Palazzo Altemps"». «E vero? Non è vero? - chiede l’ex ministro - Buttiglione lo sa? Buttiglione lo sa ma non lo dice? Buttiglione non lo sa? Demanio e Beni Culturali si parlano tra loro?»

Risponde il portavoce del ministro Buttiglione, Walter Guarracino: «Il ministro ha detto che la cifra messa a disposizione dal Demanio non è sufficiente a coprire l’intero fabbisogno per l’acquisto di Palazzo Altemps. Il ministro ha rivolto in quella sede un appello al Demanio perchè compia un ulteriore sforzo, che si affianchi al lavoro che comunque il ministro sta facendo per valutare tutti gli elementi della vicenda».

BARI – L’esercito degli ecomostri è ancora in piedi. Ferito a morte Punta Perotti, crollato per un terzo, a Bari, domenica mattina, restano da demolire decine di brutture e scempi sparsi un po’ ovunque. Per uno che cade, insomma, almeno sedici ne restano in piedi: sedici emergenze che Legambiente ha sottolineato con ,’evidenziatore, in un dossier intitolato «I complici di Punta Perotti». Sedici mostri che sfidano il tempo e la legalità, oltre che il paesaggio e la bellezza di luoghi mozzafiato. Ma c’è di più.

Se il sindaco di Bari, ex pm antimafia, dichiara che ,’abbattimento di Punta Perotti è stata «la battaglia giudiziaria più difficile della sua vita », mentre i costruttori minacciano la richiesta di un risarcimento milionario, a Licata, in Sicilia, accade esattamente il contrario: è la ditta di demolizioni Scirè a chiedere un risarcimento al comune. Il perché? L’amministrazione comunale non adempie alla demolizione dei mostriciattoli cresciuti a ridosso del mare, demolizione che è stata addirittura definita per contratto. E. una storia che risale al Duemila, spiega Giuseppe Arnone, avvocato e responsabile della segreteria di Legambiente, che sta curando personalmente la causa di risarcimento: «Nel 2000- spiega Arnone - anche per via di Ciro Lomastro che era un prefetto molto energico, si giunse finalmente alla chiusura di un contratto tra una ditta di demolizioni - ,’unica che aveva dato la propria disponibilità - e il comune di Licata. La ditta avrebbe dovuto demolire gli immobili, definiti "insanabili", sulla costa. In altre parole: centinaia di costruzioni escluse dalla sanatoria edilizia.

Il contratto si chiuse, e cominciarono le prime demolizioni». Iniziarono, ma terminarono presto: «La ditta riuscì a effettuarne soltanto cinque. Il prefetto fu trasferito e da allora non s’è mosso più niente. E. cambiato anche il sindaco, ora c’è Angelo Biondi (An), e ,’impresa ha sollecitato più volte ,’amministrazione, affinché si potesse ultimare ,’operazione. Ora il contratto è scaduto. L’impresa ha affrontato molte spese per la demolizione e, il 25 aprile, ha fatto causa al comune per ottenere il risarcimento dei danni: 50mila euro».

Le costruzioni di Licata non sono tra le mostruosità più ingombranti del paese, non figurano tra i sedici ecomostri censiti da Legambiente nel suo dossier, ma spiegano bene come sia difficile far piazza pulita del,’abusivismo edilizio in Italia. E in particolare al Sud, specialmente in Sicilia e Campania, che si contendono il primato della sfregio al paesaggio, e dove spesso ,’abusivismo non collima soltanto con ,’inerzia delle amministrazioni, ma soprattutto con la forza militare e intimidatoria di mafia e camorra. La valle dei tempi di Agrigento, per esempio, costruita nel bel mezzo di un.area archeologica: in parte sono state abbattute, con un lunga battaglia vinta, in parte, nel 2001, quando le prime ruspe iniziarono a stritolare il cemento, varcando per la prima volta la soglia della valle. La prefettura di Agrigento e il Genio militare diedero il via libera: sei scheletri andarono giù. Ma molti altri restano ancora in piedi e Legambiente denuncia ,’inerzia della regione guidata dal forzista Totò Cuffaro. Oppure le ville abusive di Pizzo Sella, cresciute su quella che a Palermo, ormai, tutti chiamano la «collina del disonore». Sono ormai patrimonio del comune, ma nonostante la Cassazione abbia definitivamente stabilito ,’illiceità della loro lottizzazione, restano lì come se nulla fosse. Per intendersi: tra le concessioni, ne figurava una intestata alla sorella di Michele Greco, boss conosciuto come «il papa». «Per noi, in Sicilia, conclude ,’avvocato Arnone, «in questi anni il problema principale non è stato quello di abbattere: abbiamo dovuto invece contrastare la nascita di nuovi mostri, di sanatorie e nuove concessioni». Insomma, una vera e propria resistenza.

In Campania è emblematica la storia del,’albergo Castelsandra, detto anche «,’hotel della camorra ». «E. stato costruito nel 1971 su un promontorio stupendo da un imprenditore belga - spiega Michele Bonuomo, responsabile regionale di Legambiente - Poi ceduto a famiglie che, a quanto pare, erano legate alla camorra. C.è chi dice che sia stato costretto a farlo dopo forti pressioni. Queste famiglie ampliarono la struttura, costruirono villette tutt.intorno, costruzioni che in realtà erano dipendenze del,’albergo stesso.

E come se non bastasse costruirono anche un orribile ascensore sulla spiaggia, nonostante, si badi bene, l’albergo non sia esattamente sulla spiaggia. Fu una sorta di prova di forza». L’ascensore, almeno quello, fu abbattuto tre anni fa. A colpi di dinamite. «Però ,’albergo è ancora in piedi», continua Bonuomo. A quanto pare a causa della ferma opposizione del comune di Casltellabate. «La Regione, il parco del Cilento e il ministero del,’Ambiente sono per ,’abbattimento - spiega Bonuomo - ma il comune si oppone e propone un progetto di riqualificazione: ,’albergo, quello costruito dal,’imprenditore belga, non era abusivo, ma per le villette si può procedere tranquillamente al,’abbattimento». E invece non si procede. Un braccio di ferro che dura almeno da tre anni.

Nel frattempo s’è scoperto che, sebbene non abusivo, ,’albergo è comunque illegittimo: «Nella zona sulla quale è stato costruito esistevano usi pubblici e inalienabili. Purtroppo siamo in un’area rappresenta ancora l’impunità - conclude Bonuomo - in Campania si segnalano 20 casi di abusivismo al giorno. Molti dei quali sulla costiera amalfitana». E anche la Toscana, benissimo. Uno scandalo chiamato «Elbopoli», per spiegare che intorno all’ecomostro di Procchio, sull’isola d’Elba, erano coinvolti anche nomi insospettabili: furono rinviati a giudizio due ex prefetti, un magistrato, un sindaco, costruttori e tecnici privati e pubblici. Fu sequestrato nel 2003, non è ancora stato demolito. E ancora: 11mila metri cubi di cemento armato che sovrastano ,’insenatura dello lo «spalmatoio», a Giannutri, un’isola che fa parte dell’arcipelago toscano. In Liguria hanno sfregiato persino le Cinque Terre: lo «scheletrone» di Palmaria, alto trenta metri, costruito su un isolotto di fronte a Portovenere.

Una vicenda iniziata nel 1975 che ancora non trova una soluzione, dopo un’infinita serie di rimpalli che, forse, soltanto ora potrebbero portare la giunta regionale e ,’amministrazione comunale al tanto sospirato abbattimento. Il paesaggio, insomma, continua a subire abusi senza sosta. Gli ultimi cinque anni sono stati da record: nel 2004, soltanto nel Lazio, sono stati registrati 2936 casi di abusi edilizi. E a Licata c’è un’impresa coraggiosa che non riesce a far partire le ruspe.

ANTONIO MASSARI, Punta Perotti, ore contate per il mostro, il manifesto, 2 aprile 2006

BARI - Più che un’esplosione sarà una liturgia liberatoria: cinque secondi che potrebbero segnare la fine di un’era, di un sistema di potere, di decenni di politica fondata sul cemento. Cinque secondi per un nuovo inizio, in questa città che per vent’anni è stata soffocata dall’amianto della Fibronit, con la sua discarica in pieno centro; che di amianto ha trovato invasa pure la sua costa; che ha visto stuprare il teatro Petruzzelli, ancora oggi scheletrito, a quindici anni dal suo incendio. Una città che ha visto crescere, all’improvviso, un sipario di cemento a pochi metri dalla costa. Ma per Punta Perotti, simbolo nazionale dell’abusivismo selvaggio, oggi è l’inizio della fine.

Ieri è stata delimitata la «zona rossa», questa mattina all’alba inizierà una sorta di «coprifuoco », con blocco della circolazione di mezzi e pedoni. Poi si darà il via alla prima esecuzione, alle 10,30 del mattino. «E’ stata la battaglia giudiziaria più difficile della mia vita», dice il sindaco Michele Emiliano, ex pm antimafia. Una battaglia iniziata alla vigilia della sua elezione, quando dichiarò che, con lui sulla poltrona di primo cittadino, Bari avrebbe visto crollare lo scempio sulla costa. Promessa mantenuta. Oggi si comincia: 70 mila metri cubi sbriciolati dalla potenza di 150 detonatori, tre chilometri e mezzo di micce, 350 chilogrammi di tritolo, piazzati in più di mille fori, nei punti chiave dell’ecomostro più famoso d’Italia. Crollerà in diretta tv.

Non soltanto le emittenti locali, ma persino la Bbc si è accreditata per assistere all’evento, che sarà seguito da 250 giornalisti. Un evento che si spera simboleggerà un’inversione di tendenza, come dice il presidente di Legambiente Roberto Della Seta: «Dalla demolizione dell’ecomostro barese può e deve partire una nuova stagione della legalità, imperniata sulla necessità di rispettare le regole, non solo in campo edilizio e, di certo, non con la logica delle sanatorie».

In cinque anni, dal 2001 al 2005, in Italia sono stati realizzati 140 mila edifici completamente fuorilegge. Ecco perché quest’esplosione non riguarda soltanto i baresi: «E’ un giorno storico per Bari, per la Puglia, e l’Italia intera: il valore simbolico è enorme, siamo di fronte a una grande festa della legalità», dice Franco Chiarello, sociologo, membro dell’associazione «Città plurale », tra le prime a lottare contro Punta Perotti. Una festa della legalità anche secondo Alfonso Pecoraro Scanio, segretario dei Verdi, che ieri a Bari ha aggiunto: «E’ l’auspicio di ciò che porteremo nel programma del nostro governo: un cambio di legge che permetta la demolizione per direttissima di tutti gli abusi edilizi».

Il mostro, intanto, crollerà solo per un terzo: l’operazione si concluderà il 23 e 24 aprile, quando l’orizzonte a sud di Bari tornerà definitivamente libero: 300 mila metri cubi saranno svaniti nella polvere e dei tre palazzacci, di tredici piani ognuno, non resterà che una cicatrice sul terreno e un amaro ricordo. Il ricordo di una stagione che sembra al tramonto: quella del partito del mattone, della speculazione edilizia, della lobby che ha segnato per decenni i destini di questa città. E fino all’ultimo istante, in questa storia ultradecennale, la suspense è rimasta al massimo livello: l’ultimo ricorso di uno dei tre costruttori, i Matarrese, è stato presentato e discusso soltanto ieri mattina, di sabato, nella procura barese. Il passo finale per salvare l’ecomostro è stato un passo falso. L’ennesimo tentativo, questa volta, era fondato sul pignoramento, che i Matarrese avanzano sugli immobili, a garanzia di un credito pari a 6 milioni e mezzo di euro. Essendo pignorati, sostengono i costruttori, i palazzi non possono essere abbattuti. «Il reclamo proposto dalla spa Salvatore Matarrese è infondato», ha dichiarato invece, ieri mattina, il presidente della seconda sezione civile del Tribunale di Bari, Luigi Di Lalla. Ricorso respinto: oggi si procede all’abbattimento. E in questa storia fatta di ricorsi, controricorsi, sentenze e centinaia di fascicoli in carta bollata, non è mancato quasi nulla: persino la richiesta, da parte dei costruttori, di un risarcimento visionario di 930 milioni di euro. Ciò che manca, invece, è un colpevole.

Punta Perotti nacque infatti con tutte le carte in regola. Ottenne le concessioni edilizie e le autorizzazioni, sia dal comune di Bari, sia dalla Regione. E così venne su: dieci volte più grande del Fuenti, un altro mostro edilizio, altrettanto tristemente famoso, cresciuto e poi abbattuto sulla costiera amalfitana. Era l’11 maggio 1992, quando il consiglio comunale di Bari, guidato da una giunta socialista e democristiana, approvò i piani di lottizzazione. La magistratura, in seguito, così commentò la vicenda: «Il Comune adottò un disinvolto iter amministrativo. Il procedimento che portò all’improvviso rilascio dei provvedimenti autorizzatori e concessori fu scandaloso». Per quanto disinvolto, l’iter andò a buon fine e le tre imprese edilizie di Matarrese, Andidero e Quistelli, due anni dopo intrapresero la costruzione: nel 1995 venne rilasciata la concessione edilizia e Punta Perotti, nell’arco di pochi mesi, si stagliò sull’orizzonte chiudendo la prospettiva a sud della città. Due anni dopo, però, la procura di Bari, su richiesta dei pm Roberto Rossi e Ciro Angelillis, sequestrò gli immobili: secondo la magistratura erano abusivi, in quanto edificati in violazione della legge Galasso, che impedisce la costruzione a meno di 300 metri dal mare. E’ l’inizio di una saga giudiziaria e politica che ha tenuto banco per dieci anni. Il mito della Bari da bere, del lungomare stile Copacabana, delle dimore più «in» della città, iniziava a sgretolarsi, sotto i colpi della magistratura e di una fetta di cittadini e associazioni che vissero la nascita dell’ecomostro come un sopruso. Le speranze di veder crollare Punta Perotti, però, furono presto disattese: nell’ottobre 1997 la Cassazione annullò il sequestro disposto dalla procura di Bari. Di lì a due anni i costruttori e i progettisti, nel frattempo indagati, furono assolti con formula piena: «Il fatto non costituisce reato», disse il giudice per le indagini preliminari, Maria Mitola. Mancava sia il dolo, sia la colpa grave. Il tribunale ordinò però la confisca degli immobili, che passarono al Comune. I costruttori furono nuovamente assolti nel 2000, dalla corte di appello, che a sua volta ordinò la restituzione degli edifici. Da quel momento lo scontro diventa feroce: la procura barese ricorre immediatamente in Cassazione, chiedendo l’annullamento della sentenza di assoluzione, e la Suprema corte conferma la sentenza di primo grado: i beni tornano al comune che è costretto, da quel momento, a deciderne il destino. Siamo nel bel mezzo della gestione forzista del sindaco di Cagno Abbrescia, che resta al potere per ben 10 anni: la sua giunta firma la confisca, ma l’abbattimento slitta e i costruttori dilatano i tempi con una lunga sequela di azioni giudiziarie. «Di Cagno non sarebbe mai riuscito ad abbattere», continua Emiliano, «c’era un grande circolo di amici, questa è la verità, sarebbe stato impossibile per ciascuno di loro realizzare una mossa di questo livello. Invece ora il sindaco può fare l’arbitro: non è più tra i giocatori. E’ possibile», conclude Emiliano, «che anche l’amministrazione pubblica, quando cerca di ripristinare la legalità, debba andare incontro a battaglie che richiedono prestazioni eroiche? Mi chiedo quanti altri responsabili della cosa pubblica, e mi riferisco anche ai direttori dei lavori o ai geometri, avrebbero potuto sostenere il peso delle minacce, delle denunce, delle querele, che ha dovuto sopportare questa amministrazione ».

Intanto sul web, già da parecchi giorni, impazza la febbre da esplosione. Il sito www.perottipoint.it ha realizzato la versione virtuale dell’ecomostro mettendone in vendita gli appartamenti. Suite da 10 a 50 euro l’una: con il ricavato Legambiente acquisterà alberi destinati alla città. Tra gli acquirenti Massimo D’Alema, Fausto Bertinotti, il presidente della regione Nichi Vendola. Il progetto va oltre: i cineamatori sono chiamati a raccolta. Qualsiasi immagine dell’esplosione registrata dai videomaker sarà destinata a un unico cortometraggio, supervisionato dal regista Alessandro Piva, l’autore de La capagira: una sequenza di esplosioni ispirata a Zabriskie point di Michelangelo Antonioni.

Ora non resta che attivare i detonatori. Un’operazione imponente. La Capitaneria di porto impedirà a qualsiasi natante di avvicinarsi oltre un terzo di miglio dalla costa. Nel raggio di 200 metri dal luogo dell’implosione sarà impedito il passaggio, a chiunque, dalle 6,45 del mattino alle 19. Sarà bloccato il traffico dei treni, poiché i binari corrono a poche decine di metri dagli edifici. Tutto per un botto da cinque secondi. E per un riscatto atteso da troppi anni.

GUGLIELMO RAGOZZINO, La saracinesca salta in aria. Per esempio, il manifesto, 2 aprile 2006

Oggi, 2 aprile, verso le 11, è prevista la demolizione di uno dei tre edifici di Punta Perotti. Il calendario delle demolizioni indica il 23 e il 24 aprile come i giorni in cui avverrà il completamento dell’opera. A questo punto la «saracinesca» che sbarra il lungomare di Bari, non ci sarà più. Ma dietro appariranno tutti i problemi, di Bari e del resto d’Italia, tutto compreso: amate sponde, città turrite, colline apriche.

Bari è l’avanguardia, ma negli anni scorsi vi è stato il caso del mostro del Fuenti, la fungaia di Eboli, le case di Ostia: tutti episodi isolati; collegati, nella diceria popolare, più all’esagerazione di sindaci troppo zelanti che all’applicazione della legge.

Bari, con l’appoggio degli ambientalisti, per esempio di Legambiente, per una volta ha ottenuto un risultato. Promette di dare una sistemazione degna a quella parte di costa di cui i costruttori, i Matarrese e gli altri, cercavano di appropriarsi. Anche coloro che avevano acquistato un alloggio negli edifici della saracinesca sapevano di partecipare a un esproprio: essi toglievano alla città, a tutti i concittadini, un bene comune come la vista del mare, la costa, il paesaggio, l’aria di tutti, la spiaggia. Non erano quindi diversi tra loro: costruttori, progettisti, poteri pubblici conniventi e futuri inquilini. Tutti uguali, tutti nemici della città. A Bari in passato è stato fatto scempio della semplice e impareggiabile città murattiana, quella che prese nome da Gioacchino Murat. Quel poco che ne resta verrà conservato e valorizzato dai baresi? Nessuno più di loro ha il diritto e il dovere di farlo. Altrimenti la demolizione di Punta Perotti non sarà servita a niente, tranne che a spostare la speculazione edilizia un po’ più in là.

Legambiente ha fatto circolare in questi giorni alcune cifre inquietanti, elaborate insieme al Cresme/Si. (Cresme sta per centro ricerche economiche sociologiche e di mercato). Vi sarebbero in Italia 3 nuove costruzioni abusive all’ora, oltre 70 al giorno. In ogni ora del giorno e della notte, compreso Natale e Pasqua, compreso il giorno delle elezioni e ferragosto, si dà inizio a 3 nuove costruzioni che essendo abusive non saranno controllate da nessuno. Anzi le forze del bene chiuderanno entrambi gli occhi e si tapperanno la bocca e le orecchie per non sentire, non vedere, non dover parlare. Le moltiplicazioni si fanno in fretta. Nel 2004 e nel 2005 le costruzioni abusive nuove sono state 32 mila in entrambi gli anni. A tale cifra si è arrivati dai 22 mila nel 2001, 25 mila nel 2002, 29 mila nel 2003 in un crescendo ammirato e studiato dagli stessi esperti della Cina, detentori di tutti gli altri record mondiali. E’ facile collegare ai condoni l’aumento delle costruzioni abusive. E’ invalsa la convinzione che in ogni caso la costruzione abusiva sarebbe stata in seguito sanata e in questo modo avrebbe acquistato un’ulteriore pregio in termini di mercato, diventando più vendibile. E anche i grandi costruttori vendono il loro prodotto a «piccoli» acquirenti che si impegnano per uno o pochi alloggi. Un condono probabile o certo è gradito ai secondi e di conseguenza ai primi, i padroni delle città, per arroganti che siano.

Se dunque nel quadriennio berlusconiano -2002-2005 - le costruzioni abusive sono state 118 mila, Legambiente offre anche il dato sul quadriennio precedente che fu berlusconiano solo per la seconda parte del 2001. Nei quattro anni 1998-2001 le costruzioni abusive censite furono 96 mila. Siamo andati di male in peggio, ma il peggio che viene dopo non giustifica per nulla il male precedente, anzi ne è la necessaria conseguenza. Il nuovo governo, ogni nuovo governo, deve imparare a dire « basta». L’esplosione di Punta Perotti, il merito dei baresi può diventare un segnale per tutti.

STEFANO COSTANTINI, Sulle macerie soffia il vento della legalità, la Repubblica, ed. Bari, 3 aprile 2006

La nuvola che si è alzata dalle macerie di Punta Perotti ha portato via in pochi secondi undici anni di polemiche. Compresa quella, un po´ ipocrita diciamolo, di cui si è discusso negli ultimi giorni, ovvero se la demolizione fosse una festa oppure no. Inutile negarlo, festa è stata, come hanno dimostrato decine di migliaia di persone che per terra e per mare hanno voluto partecipare, seppure mestamente, alla condanna a morte dell´ecomostro. Sul lungomare di Bari si è sgretolato un incubo, è caduto un tabù: non esistono più interessi e persone intoccabili, le regole valgono per tutti e vanno rispettate. Questa è la vera notizia, non tanto quelle tonnellate di cemento cancellate dall´orizzonte del lungomare, che continuerà ad essere soffocato da altre brutture. Ma quegli scheletri erano diventati un simbolo, un simbolo da abbattere per ricominciare. Serviva un rito di purificazione e il tritolo l´ha compiuto. Del resto, non sempre le feste sono gioiose e ieri è stata una di quelle.

In pochi indimenticabili secondi non si è consumata una vendetta, non c´è stato un esproprio, solo il ripristino della legalità. Perché a Bari, in Puglia, da qualche tempo soffia un vento nuovo: dal Codice etico dell´università alla demolizione dell´ecomostro, dalla battaglia contro gli accessi negati al mare alla trasparenza degli appalti, c´è la consapevolezza che qualcosa è cambiato, può cambiare. Ora si tratta di vigilare sul futuro di Punta Perotti e di tutte le punte perotti possibili. E il sindaco ora ha il dovere di fare una promessa, di giurare su quei detriti: lì dovrà nascere un grande parco, sul mare. E ciò che si costruirà nella zona dovrà essere compatibile con il sogno di una città migliore. Imprenditori di tutto il mondo si affacceranno sull´orizzonte ritrovato, si scatenerà la caccia all´affare. Insomma, l´opinione pubblica, la magistratura, le associazioni ambientaliste, parte della classe dirigente di Bari che hanno combattuto finora la battaglia non depositino le armi, non ancora. La lezione di Bari al resto del Paese è proprio questa, in definitiva. Non esistono storie segnate e neppure infinite. La storia, qualche volta, siamo noi.

DAVIDE CARLUCCI, Da Mola a tutta la provincia sorgono i gruppi di sostegno alle demolizioni, La Repubblica, ed. Bari, 3 aprile 2006

A Mola di Bari il movimento civico "Mola Democratica" ha già un elenco di ecomostri: già realizzati, e quindi da abbattere, oppure da scongiurare. «C´è una vasta lottizzazione abusiva villette sotto sequestro sul litorale nord. Esito primo grado: condanna per lottizzazione abusiva e violazione della legge Galasso con confisca suoli, passaggio al Comune dei suoli e ordine di abbattimento. Per non parlare dello stabilimento ex-Iom sul litorale sud: abbandonato e in avanzato stato di degrado con probabile rilascio di amianto».

La caccia alle prossime demolizioni è già partita in tutta la Puglia. Lo confermano le decine di segnalazioni inviate per la campagna di Legambiente e Repubblica sulla "caccia agli ecomostri". Ma anche la mobilitazione di diversi comitati cittadini, ognuno dei quali individua, nelle proprie realtà, la «nostra Punta Perotti». Usano quest´espressione gli ambientalisti di Bisceglie che lottano contro un complesso immobiliare per cui l´ufficio tecnico del Comune ha disposto l´abbattimento. «Anche a Cassano Murge abbiamo un vecchio albergo abbandonato nel mezzo di una bella collina - spiega il sindaco Giovanni Gentile - lo abbatteremo a giugno per poi riqualificare l´area con interventi edilizi più soft». A Palagianello il sindaco Francesco Petrera, vuole buttare giù e riconvertire un capannone in pieno parco delle Gravine. È stato costruito grazie alla legge regionale 3 del ‘98 che permetteva di costruire in deroga a ogni vincolo paesaggistico. Fu finanziato con i fondi della Legge 488 per creare posti di lavoro, ma il proprietario non ha mai avviato alcuna attività e ora è rimasto solo lo sfregio ambientale. «Abbiamo aperto un contenzioso per entrare in possesso dell´opificio, realizzato su suolo pubblico», spiega Petrera.

FEDERICA CAVADINI intervista MASSIMILIANO FUKSAS, «E adesso abbattiamo Corviale e lo Zen di Palermo»,Corriere della Sera, 3 aprile 2006

Un ecomostro finito in polvere, finalmente cancellato dal Belpaese, non basta a restituire il sorriso a Massimiliano Fuksas in una domenica da cani, volo Alitalia per New York cancellato, dietrofront da Fiumicino, morale dell'architetto romano: «Questo è un Paese dal quale non si riesce nemmeno a partire».

La demolizione di Punta Perotti non la conforta, non è un passo nella direzione giusta?

«Ogni dieci anni ne buttiamo giù uno e ci mettiamo a posto la coscienza. Non credo ci sia molto da festeggiare. Abbiamo nove milioni di edifici abusivi, ed è una vergogna tutta italiana, in Europa questo fenomeno non esiste. Sono appena stato a Istanbul, gli abusi sono 4 milioni e mezzo in Turchia, la metà dei nostri».

Legambiente ha presentato una sua lista di edifici da eliminare. Lei cosa cancellerebbe dal panorama? Tre esempi.

«Primo: il quartiere zen di Palermo, luogo di disperazione, chiuso come una fortezza in cui regna il degrado. Ci sono stato l'ultima volta un anno fa e non sono sceso dall'auto. Bisogna trovare case e luoghi umani per gli abitanti e ridare loro un futuro. Secondo: dopo la storia infinita delle vele di Secondigliano, altro quartiere da cancellare, sopra Pozzuoli, è Monteruscello, un fortino chiuso e impenetrabile. Terzo: qui a Roma, Corviale, un blocco di cemento armato lungo un chilometro e il colmo è che ci sono "colleghi" che lo difendono».

Ma eliminare gli ecomostri non basta.

«Tanto gli abusi ormai sono tutti condonati. Il problema in Italia è quello che non si fa. Facciamo fatica a trovare fondi per realizzare nuovi musei, per esempio, penso al Maxxi. Per l'Auditorium a Roma ci sono voluti dieci anni, per il mio Palazzo dei congressi ce ne vorranno altrettanti».

Ma la «sua» Fiera di Milano è stata realizzata in tempi record.

«Ventisei mesi: sì, sono abbastanza contento. Ma temo che sia stato un caso, l'eccezione che conferma la regola. E comunque le infrastrutture che dipendevano dal governo sono ancora in ritardo».

Cosa non funziona?

«Nulla funziona. È un Paese alla deriva. Piccolo esempio: abbiamo aperto un nuovo studio nel centro di Roma, un restauro perfetto pronto da sei mesi. Ma stiamo ancora aspettando il gas».

Soluzioni?

«Incidere nella coscienza profonda del Paese. Far funzionare la scuola, dalle elementari all'università, finanziare la ricerca. Ma non abbiamo una classe politica all'altezza. Le intelligenze creative non vengono ascoltate, non parlo di architetti ma anche di sociologi, economisti».

Lei ormai vive fra Roma, Parigi e Francoforte. È una scelta non formalizzata?

«Vero, ho voglia di andarmene. Ma non amo abbandonare una battaglia. Comunque il colmo è che dall'Italia ormai è difficile anche partire. A proposito, a quest'ora avrei dovuto essere a New York».

Massimiliano Fuksas, ha ragione quando commenta che ogni dieci anni ne buttiamo giù uno e non c’è molto da festeggiare. Poi se la prende con lo Zen di Palermo e Corviale di Roma. Qui non si può essere d’accordo. Si tratta di progetti importanti, che hanno segnato un’epoca, gli anni Settanta e dintorni, quelli della casa come servizio sociale. Forse hanno sbagliato gli architetti nel fare le case popolari come monumenti. Ma sono errori generosi, figli della nostra cultura. Discutiamone, ma senza mettere mano alla dinamite. Lasciamo ai fascisti la demonizzazione dell’edilizia collettivizzata. Per memoria ricordo che a Roma le domande di condono relative agli anni dal 1994 al 2003 (sindaci Rutelli e Veltroni) sono state 85 mila. Le demolizioni poche decine. Ci sono intere città abusive. Altro che Corviale. (vezio de lucia)



L’intervento di Vezio De Lucia pubblicato su eddyburg Errori degli urbanisti? Non credo

Il turismo di massa minaccia le meraviglie del pianeta. A rischio sono Venezia, le antiche mura del Machu Picchu così come le nevi eterne del Kilimanjaro. Il settimanale Newsweek ha stilato una lista delle sette mete da salvare. Tra queste, la Grande muraglia cinese, la barriera corallina indonesiana e i templi di Luxor, saccheggiati dai viaggiatori “tombaroli”.

L´incubo prende forma quando sette milioni di turisti raggiungono in un anno le spiagge di Cancun. O quando un milione di persone visitano il tempio di Angkor, nascosto nell´impenetrabile foresta cambogiana. Minacciate dalle orde del turismo di massa, le meraviglie del pianeta sono in pericolo. Monumenti, vecchie pietre e fondali tropicali sono tutti a rischio, dicono gli esperti. Venezia, le Maldive, le imponenti mura di Machu Picchu così come le nevi eterne del Kilimanjaro potrebbero presto scomparire. E non solo per colpa dei soliti noti: guerre, sconvolgimenti climatici, sviluppo dissennato, inquinamento. Ma soprattutto, e questo è il paradosso, per via delle stesse persone che percorrono anche migliaia di chilometri per ammirare tanta bellezza.

Solitari o in gruppi organizzati, lo scorso anno i turisti hanno raggiunto una cifra da primato: 806 di milioni di viaggiatori hanno visitato città d´arte, scalato montagne, navigato per i mari del Sud. Troppi, specialmente quando scorrazzano con le snowmobile nel parco dello Yellowstone o gareggiano con il go-kart sulla Grande muraglia. Più dannosi ancora sono i turisti "tombaroli" che rubano preziosissimi reperti dai templi di Luxor o che saccheggiano i fondali sottomarini per riportare a casa una conchiglia o un rametto di corallo. È vero, la Cina è un continente: ma nel 2004 un miliardo e mezzo di cinesi hanno viaggiato in patria per motivi "turistici".

Il settimanale Newsweek ha appena stilato una lista delle sette meraviglie da salvare. Prima tra tutte, l´Iraq: non solo il museo archeologico di Bagdad o il santuario sciita di Askariya, bensì l´intero paese. Tra i siti più minacciati figura anche Venezia, che dalle sue origini sprofonda nella laguna su cui poggia alla media di un centimetro ogni cent´anni. Innumerevoli sono stati i tentativi di salvare la Serenissima. Ma si tratta sempre di interventi così costosi che, come sostiene il settimanale, la città da sola non potrà mai affrontare.

Sette o settanta che siano, questi siti possono essere salvati soltanto da un turismo "compatibile", cioè rispettoso, attento, partecipe. Dice Bonnie Burnham, presidente del Fondo mondiale per i monumenti: «Se non si fanno rispettare le regole, il turismo di massa distruggerà in pochi anni quello che fino a ieri ci sembrava destinato a durare in eterno».

La minaccia non risparmia gli angoli più remoti e disagiati del pianeta. Da qualche anno, l´Antartide è una delle mete più ambite del turista ecologico. E ricco, dal momento che i prezzi per un trekking nel Continente bianco partano da un minimo di 50.000 dollari. Pochi se si pensa che quest´opportunità potrebbe svanire nei prossimi trent´anni: secondo gli scienziati si stanno ritirando 212 dei 214 ghiacciai che circondano il Polo sud.

I ghiacci che si sciolgono e gli uragani, la minaccia di uno tsunami o di una grave pandemia virale sono le altre variabili che non può ignorare chi oggi decide si mettersi in viaggio per piacere. È un po´ come se la Terra cercasse di proteggersi con i soli mezzi di cui dispone. Eppure una cosa è certa: il numero dei turisti è destinato a crescere. In modo esponenziale.

Il tracciato adesso c'è. Dopo anni di polemiche e battaglie politiche, la commissione ministeriale per l'impatto ambientale ha promosso il tratto costiero della Livorno-Civitavecchia sponsorizzato dalla Regione Toscana ed ha bocciato l'ipotesi collinare sostenuta dal ministro Lunardi.

Habemus autostrada? Niente affatto. Perché se è vero che dopo 36 anni il «tracciato» è stato scelto, l'autostrada «Tirrenica» (cioè il prolungamento della A12 da Livorno a Civitavecchia), buco nero della viabilità europea, resta un'ipotesi lontana. E non solo per mancanza di finanziamenti (servono almeno 2,5 miliardi di euro), ma perché il sì al tracciato costiero non mitiga le proteste di ambientalisti e comitati, appoggiati da residenti, vip, agricoltori e viticoltori che da sempre si battono per l'ammodernamento della vecchia Aurelia e sono pronti a scendere in piazza.

Non mancano i sostenitori dell'autostrada, amministratori regionali, comunali e imprenditori locali, guidati da nomi illustri come Giuliano Amato, residenza ad Ansedonia. «È un vantaggio, la Tirrenica separerà il traffico locale da quello pesante. Bene il no al tracciato di Lunardi, ma attenzione a non deturpare le zone più belle della Maremma, come il Fontanile dei Caprai vicino a Capalbio».

L'effetto comitati, come per la Tav e i rigassificatori, scatterà dopo le elezioni. Una settimana di tregua, poi sarà battaglia, durissima e trasversale. Nel cartello del «no» all'autostrada non ci sono solo Verdi. Contrari sono il produttore televisivo Marco Bassetti, marito di Stefania Craxi, il fisico Gianni Mattioli, lo storico Nicola Caracciolo, imprenditori e agricoltori. Sostengono le ragioni del no pure i senatori diessini Franco Bassanini ed Esterino Montino, che hanno casa a Manciano e Orbetello.

«Anche se il guaio più grave lo ha fatto il ministro Lunardi, puntando al percorso collinare con viadotti e gallerie che avrebbero deturpato una delle parti più belle della Maremma — spiega Bassanini — sono contrario pure all'ipotesi dell'autostrada costiera. Basta la messa in sicurezza dell'Aurelia».

Non ha dubbi neppure Montino: «Il tratto dell'Aurelia tra Civitavecchia e Tarquinia diventerà a quattro corsie. Battiamoci perché i lavori proseguano sino a Grosseto. Senza nuovi tracciati». E Pancho Pardi (casa all'Argentario), il professore-contestatore (è un geografo), ribatte: «L'Aurelia ha bisogno di essere sistemata in due brevi tratti, a sud di Ansedonia e tra Tarquinia e Civitavecchia. Il resto sono soldi sprecati».

Vittorio Emiliani, domicilio a Capalbio, già direttore del Messaggero, è presidente di uno dei comitati (quello della Bellezza) che da anni combattono i progetti dei due tracciati. «Questo progetto, come quello di Lunardi, è grottesco, non c'è un euro disponibile, eppure si insiste per costruire un'autostrada che non serve a niente. Basterebbe mettere in sicurezza i tratti peggiori della vecchia Aurelia, tra Orbetello e Civitavecchia, non più di 22 chilometri. Si spenderebbe la metà e l'impatto ambientale sarebbe minimo».

L'architetto Valentino Podestà, maremmano d'adozione, è convinto che l'autostrada provocherebbe danni irreparabili. «Non è un problema di tracciato — dice —. Quello costiero voluto dalla Regione e approvato dalla commissione non è migliore del progetto collinare di Lunardi. Entrambi deturpano, distruggono aree di grande impatto ambientale, minacciano il Parco naturale dell'Uccellina, rischiano di abbattere per sempre casali e aziende agricole. Ci batteremo per salvare la Maremma dal cemento».

Giuseppe Campos Venuti, noto urbanista e Presidente onorario dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) dal 1990, pubblica sull’Unità del 1 aprile un articolo sul Nuovo Piano Regolatore dal titolo “I mille centri della nuova Roma”.

L’articolo si apre con un appunto tutto economico: secondo Campos Venuti, il primo dato da evidenziare è la produzione di ricchezza e il primato di Roma come motore del mercato nazionale. A Roma, secondo Campos Venuti, si produrrebbe il 6,7% della ricchezza italiana. Naturalmente, come tante altre discussioni in corso (vedi TAV o Ponte sullo Stretto), il calcolo dei benefici non include il modo in cui viene ripartita la ricchezza prodotta, i modi in cui ricava profitto e i benefici per la comunità.

E’ di questi giorni la notizia che numerosi cantieri edili di Roma sono stati sequestrati non solo per inadempienze tecniche, ma anche per il massiccio uso di lavoratori pagati in nero, sottocosto e in condizioni di sicurezza scarse. Nessuna sorpresa, quindi, che il Pil (prodotto interno lavoro nero) si innalzi a vantaggio di quella dozzina di grandi costruttori attivi sulla scena capitolina.

Inoltre, nel calcolo economico di Venuti, non sembra essere stato incluso il danno agli abitanti per le spese aggiuntive (traffico, tempo, salute, ecc.) portate dalla massiccia cementificazione del Nuovo Piano Regolatore. Sono state infatti approvati mega centri commerciali senza linee di trasporto pubblico (vedi Ikea a Bufalotta), si costruisce in aree agricole lontane, si approvano progetti malgrado le valutazioni pessime da parte di commissioni tecniche.

Insomma, l’importante è che si parli di sviluppo, di qualunque natura sia, senza fare un serio calcolo dei benefici e dei costi per la comunità. A Roma si muore ogni anno di polveri sottili, un’alta percentuale di adolescenti soffre di malattie dovute all’inquinamento, il consumo di psicofarmaci è alto nelle zone di maggior traffico, il consumo di suolo innalza la temperatura atmosferica con conseguenze sulla salute e sulla spesa pubblica.

Sul consenso al Nuovo Piano, Campos Venuti si sbilancia (“tutto sommato le poche discussioni che si sono attardate a misurarsi con le vecchie patologie immobiliari del lontano passato, di fatto si sono occupate di una realtà che ormai non esiste più”): in una sola frase l’urbanista, con un colpo di spugna, cancella i mesi di polemiche sulle scalate degli immobiliaristi d’assalto (che hanno trovato sponda in ogni schieramento politico), i fiumi di inchiostro sulle spirali liberiste di Ricucci & co., le frequenti manifestazioni per il diritto alla casa e contro gli sfratti organizzate anche insieme alle associazioni ambientaliste.

Dov’è il “trionfo” di cui parla Campos Venuti? E’ ancora il caso, secondo lui, di giustificare il malaffare, affermando che più case si costruiscono più i prezzi d’acquisto si abbasseranno? E che dire dell’edilizia veramente pubblica, ipotizzata e mai realizzata?

Nessun partito politico ha difeso il Programma Pluriennale Attuazione, allo scopo di calcolare il fabbisogno di edilizia pubblica: il sindaco di Roma Luigi Pianciani, il 21 aprile 1873, affermò che “in scala assai più larga del fabbricare, si procede al negoziare dei terreni, e la popolazione intanto manca di case”. Sono passati 130 anni da quella affermazione ed essa è ancora così drammaticamente valida.

Non basteranno nuovi termini urbanistici a cambiare l’aspetto delle cose: una nuova espansione di servizi commerciali e palazzine, carente di trasporto e servizi pubblici, non si redime chiamandola “centralità locale” Con le periferie romane si continua il vecchio gioco di prenderne solo il nome, ma di mortificarne la storia: dove sono le vigne di Vigne Nuove? Dove il colle di Colle della Strega? Perché attorno alle ville romane di Faonte (Tufello) e di Fidene si colano centinaia di migliaia di metri cubi di cemento? Perché si costruisce i deroga ai vincoli paesistici? E’ un processo molto simile a quello che è successo negli Stati Uniti: i nativi sono stati pressoché sterminati e solo il loro nome è stato conservato sui caschi dei giocatori di football.

Infatti è ormai fuori discussione che la strategia del sistema policentrico romano basato sulle «nuove centralità», è confermata allo scopo di far nascere veri e propri centri in quelle città, grandi come Pisa o Ferrara, che nel Comune di Roma si sono formate, che già oggi chiamiamo Municipi e che occupano complessivamente un territorio più grande delle province di Milano o di Napoli. Municipi che, come abbiamo visto, non sono più i «quartieri dormitorio» di 25 anni fa, che oggi pulsano invece di produzione e di attività sociali e devono coagularsi intorno a «nuove centralità», indispensabili a definire l’identità autonoma di questi luoghi non più marginali.

In conclusione, è forse importante un pensiero più ampio sui reali esiti di questo presunto sviluppo senza limiti. Se è vero che grandi poteri economici come quelli immobiliari agiscono di concerto con le banche, e se è vero che le banche agiscono di concerto con l’economia indotta dai conflitti bellici e dai governi che appoggiano guerre grandi e piccole, si osserva una filiera corta che dallo stato fisico di cemento passa a quello ancor più pesante del piombo. Ci sono altre filiere da sfruttare. C’è un’altra economia, realmente rispettosa dell’ambiente e della società, che deve farsi spazio, soffocata da centri commerciali senza scrupoli per l’ambiente e per i lavoratori che producono i beni (?) esposti sui loro scaffali (vedi http://www.tmcrew.org/killamulti/cocacola/)

.E’ soprattutto così che si può fare pace.

Dal sito del Comitato Parco delle betulle

Postilla

Già. Io vorrei aggiungere che l’aumento della “ricchezza”, misurato non sulla produzione di merci comunque utili (le scarpe, i componenti elettronici, gli occhiali, il prosciutto ecc.) ma su un’attività edilizia finalizzata al mero accrescimento della rendita immobiliare, mi sembra un segno di degrado e non di sviluppo. Così pensava anche Campos Venuti quando era un maestro.

A maggior ragione ciò è vero quando provoca la perdita di beni comuni,come 15mila ettari di Agro romano.

MESTRE. Nei disegni strategici sovra-regionali doveva servire come valvola di sfogo al traffico in transito lungo il corridoio V Barcellona-Kiev. Nei più circoscritti disegni locali doveva alleggerire la tangenziale di Mestre di circa 50 mila veicoli. «E invece la funzione originaria del Passante di Mestre è stata dimenticata - attacca Paolo Cacciari (Rifondazione comunista) - E assistiamo a una corsa all’urbanizzazione e alla cementificazione che favorisce solo grandi affari immobiliari e speculativi e devasta il territorio». Nel mirino non c’è solo Veneto City. Lungo il tracciato del Passante ci sono altri 2 milioni 310 mila metri quadri pronti a trasformarsi da terreno agricolo in qualcos’altro. E ad attirare, solo attorno a Veneto City, 70 mila auto in più al giorno.

I segretari provinciali di Rifondazione (Roberto del Bello per Venezia e Alessandro Sabiucciu per Treviso), il consigliere provinciale Aldo Bertoldo e il capogruppo di Mira Stefano Lorenzin hanno analizzato piani regolatori, varianti urbanistiche ed esaminato le ultime richieste avanzate agli uffici Urbanistica dei Comuni interessati dal Passante. E hanno composto un puzzle che rappresenta l’immagine prossima ventura delle tonnellate di cemento pronto a colare lungo il nastro di 32 chilometri dell’arteria autostradale o nelle immediate vicinanze. Dimostrando così che il loro timore («Chi semina strade raccoglie cemento») non solo era fondato ma si sta concretamente realizzando. Le dimensioni dei progetti approvati e in discussione fanno paura. Si parte da Veneto City (in discussione): un’area di 572 mila metri quadri per una colata di cemento da un milione 720 mila metri cubi realizzabili. Pochissimi chilometri più in là il Prg di Pianiga prevede l’area «Pianiga commerciale»: 243.100 mq ancora liberi in un’area da un milione e 215 mila mq. A Mirano il consiglio comunale ha recentemente dato il via libera al Motel di Vetrego: 200 camere, ristorante e parcheggio da 600 posti per 38 mila mq. Ma ci sono altre maxi aree prenotate. A Ballò su un’area di 169 mila mq ce ne sono ancora 68 mila mq a disposizione per un deposito di mezzi pesanti; nell’area ex Fornace il Prg prevede un’area di 35 mila mq ancora a disposizione con richieste avanzate di altri 300 mila mq in più in aree agricole. Spinea è il territorio con il più alto tasso di sfruttamento del territorio: il 70% è compromesso da edificazioni. Ma non sembra averne abbastanza, dato che, a poche decine di metri dal casello del Passante, in località Crea, ci sono 150 appartamenti in fase di realizzazione. Ampie aree ancora a disposizione ci sono a Martellago (150 mila mq nell’area Boschi e 45 mila in località Cavino), Scorzè (un’area per camion di circa 60 mila mq) e Salzano (il Prg prevede altri 118 mila mq a disposizione in zona industriale mentre in commissione si è discusso di una zona commerciale da 2.500 mq). Infine, in terra trevigiana, altri criticati interventi ad elevatissimo impatto ambientale come la discarica di Preganziol (progetto definitivo, 60 mila mq), il parco tematico del Sile (520 mila mq di area da terziario, commerciale e industriale) e l’inceneritore di Bonisiolo. «I furbetti del quartierino non esistono solo a Roma - attacca Cacciari - I cacciatori di terreni si sono mossi anche qui. Ci troviamo di fronte a un’urbanistica pattizia, contrattata. C’è stata una deregolamentazione rispetto ai Prg. Da una parte chi ha comprato terreni agricoli per pochi euro al metro; dall’altra Comuni sempre più a corto di soldi a caccia di Ici e oneri di urbanizzazione che hanno approvato varianti urbanistiche discutibili».

E’ mancata, denuncia Rifondazione, una programmazione a livello sovracomunale. Domenica alle 9.45 al Centro anziani di Mogliano ci sarà un convegno in cui verranno presentati questi dati. «In quell’occasione - conclude Cacciari - lanceremo alla Provincia e ai Comuni la sfida a contenere questa cementificazione».

Dall'organizzazione appello ai 21 paesi che si affacciano sul bacino

"Danni enormi se non si sceglie la strada dello sviluppo sostenibile"

ROMA - Un metro di spiaggia e poi un metro di cemento, cento centimetri di scogli e altri cento di asfalto. E' il drammatico destino delle coste del Mediterraneo da qui ai prossimi venti anni se i 21 paesi che si affacciano sul vecchio Mare Nostrum non cambieranno drasticamente i loro comportamenti, imboccando in maniera decisa la strada dello sviluppo sostenibile. A lanciare l'allarme è l'Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite, che ha creato un'apposita sezione, la Map (Mediterranean action plan), per la tutela del Mediterraneo.

Il Blue Plan, il dossier realizzato dall'organizzazione per fotografare lo stato di salute ambientale delle coste mediterranee e i rischi ai quali vanno incontro, è stato presentato a Roma in occasione dell'apertura di Park Life, il "Salone dei parchi e del vivere naturale". Il quadro è a tinte fosche, anche se il coordinatore del progetto, il maltese Paul Mifsud, si è premurato di precisare che "comunque negli ultimi 15-20 anni moltissimo è stato fatto".

Le minacce per il Mediterraneo, uno dei 25 hotspots mondiali per la biodiversità, si chiamano cemento, traffico marittimo, turismo di massa, sovrappopolamento. "Attualmente - si legge nel dossier dell'Unep - il cemento sottrae alla natura il 40 per cento dei litorali dove vive il 7% di tutte le specie marine mondiali. Ma questa cifra è destinata a crescere: entro il 2025 oltre il 50% delle coste sarà cementificato". Si tratterebbe dell'inevitabile risultato della pressione demografica che in riva al mare ogni anno cresce a un tasso dell'1 per cento. "E' facile immaginare - prevede ancora il Blue Plan - che la popolazione che abita le città costiere raggiunga la cifra di 90 milioni di abitanti entro il 2025 rispetto ai 70 milioni registrati nel 2000".

A farne le spese non sarebbe ovviamente solo il piacere romantico di una passeggiata a piedi nudi sul bagnasciuga. L'Unep, oltre a temere gravissime ripercussioni ambientali, soprattutto sulle fragili e fondamentali zone umide presenti in corrispondenza con i grandi estuari dei fiumi, quantifica il danno in termini monetari. "Il valore strettamente economico di questi ambienti - ricorda il dossier - è di gran lunga superiore a quello di laghi, fiumi, foreste e praterie e può arrivare ai 2,4 milioni di euro per chilometro quadrato".

Altro problema sarebbe poi quello legato all'erosione delle coste, da un lato minacciate dall'innalzamento dei mari dovuto al riscaldamento globale, dall'altro sempre meno rifornite di sedimenti di origine fluviale. "La cementificazione del letto di fiumi e torrenti assieme alla costruzione di dighe e la deviazione artificiale dei corsi d'acqua - denuncia ancora il Blue Plan - ha infatti diminuito del 90 per cento la quantità di sedimento che raggiunge il mare negli ultimi 50 anni".

Il dossier, realizzato in occasione del trentennale della Convenzione di Barcellona, primo tentativo di collaborazione internazionale per la salvaguardia del Mediterraneo, cerca anche di proporre delle linee di azione per invertire la rotta. La parola magica è naturalmente "sviluppo sostenibile", con tutto il suo corollario di scelte nella gestione del territorio, nello sfruttamento delle risorse idriche, nella valorizzazione dell'eco-turismo, nelle scelte strategiche in materia di trasporti.

L'Unep spera di imporlo ai 21 paesi che si affacciano sul Mediterraneo attraverso una rete sempre più vincolante di Protocolli. Sei di questi già esistono, ma il più importante deve ancora vedere la luce. Entro il 2007 dovrebbe essere fissato infatti uno stringente quadro normativo, che si spera gli Stati vogliano assumere anche come vincolo legale, per fissare i criteri di sfruttamento del territorio costiero.

Una materia nella quale una volta tanto l'Italia (o per meglio dire una sua regione) è all'avanguardia, visto che uno dei modelli ai quali questo Protocollo potrebbe ispirarsi è la legge varata recentemente dalla giunta regionale della Sardegna per tutelare le sue coste dallo sfruttamento edilizio.

Mose, il Comune frena ma il Cipe lo finanzia

I bulldozer proseguono il loro cammino. Imperturbabili. A Venezia come tra Scilla e Cariddi. Da la Nuova Venezia del 29 marzo 2006

Altri 500 milioni di euro in arrivo per il Mose. Mentre la città chiede di rivedere il progetto e valutare le alternative studiate dal Comune, il governo va avanti come un treno. E garantisce i finanziamenti alla grande opera. Stamani la riunione del Cipe (Comitato interministeriale per la Programmazione economica) presieduta dal ministro dei Lavori pubblici Pietro Lunardi potrebbe finanziare la terza tranche del grande progetto, dopo i 1200 milioni di euro già assegnati al Consorzio Venezia Nuova negli ultimi due anni.

Molti dei finanziamenti non sono ancora stati spesi, ma la nuova tranche servirà per portare avanti i progetti esecutivi della parte più «pesante» del progetto delle dighe mobili, con l’aperura dei cantieri per la costruzione degli enormi cassoni in calcestruzzo a Santa Maria del Mare, il completamento delle «opere di spalla», muri di cemento già in parte ben visibili a San Nicolò e il completamento delle opere preliminari.

Una procedura, quella dei finanziamenti dati direttamente dal Cipe, che il Comune contesta. Il sindaco Cacciari ha chiesto ai leader del centrosinistra di rivedere il meccanismo che affida i finanziamenti direttamente al Consorzio Venezia Nuova grazie alle procedure della Legge Obiettivo. E di prendere in esame le modifiche proposte al progetto Mose. Ma a dieci giorni dal voto i lavori procedono spediti e il governo, a quanto pare, darà oggi un nuovo cospicuo finanziamento per la grande opera. Per avere la reale disponibilità dei fondi si dovrà aspettare qualche mese, con la pubblicazione del decreto. Oggi a Roma il Cipe deciderà sulla suddivisione dei soldi destinati dall’ultima Finanziaria alle grandi opere. (a.v.)

Relazione del Comitato scientifico sulla prima fase di formazione del Piano

Il Comitato scientifico

1 - La progettazione del PPR ha comportato, per i componenti del Comitato scientifico, un coinvolgimento intellettuale ed anche emotivo che l’intero gruppo ha condiviso pienamente nelle intenzioni culturali e politiche, e che li ha particolarmente stimolati per l’assoluta novità dell’esperienza nella quale si troveranno anche contenuti che rivoluzionano il governo del paesaggio.

L’estensione dell’area disciplinata (è il più grande piano paesaggistico mai redatto in Italia), il carattere controcorrente della filosofia di fondo che sostiene il Piano rispetto alla tendenza prevalente (che è quella della corsa alla privatizzazione e alla dissipazione del territorio e delle sue risorse), la possibilità di verificare e applicare i nuovi orientamenti scientifici derivanti dalle direttive europee e le regole, a volta discutibili, del recente Codice dei beni culturali e del paesaggio, tutti questi fattori hanno reso il compito del Comitato scientifico intricato ma emozionante.

Così, incaricato di seguire la progettazione a partire dalla messa a punto delle “Linee guida”, il Comitato Scientifico non si è limitato all’espressione di pareri ma ha formulato una filosofia, una visione organizzata sulla quale, poi, si è sviluppato il piano. Negli ultimi mesi della progettazione (a partire dal luglio 2005) i membri del CS hanno costituito dei gruppi di lavoro misti con gli operatori tecnici dell’Ufficio del piano che, fin dall’estate del 2004, avevano avviato la progettazione, raccolto e ordinato il vastissimo materiale conoscitivo indispensabile, delineato i capisaldi del metodo.

Il paesaggio della Sardegna

2. L’oggetto del PPR, si può dire il suo protagonista, è il paesaggio della Sardegna. Un bene complesso e fragile. Complesso per la sua formazione: è il prodotto del millenario lavoro dell’uomo su una natura difficile, lungo la cui durata si sono costruiti insieme, fusi nella medesima forgia, la forma dei luoghi (il paesaggio appunto) e l’identità dei popoli. Difficile da organizzare in conoscenza sistematica per la cognizione che ognuno di noi ne possiede pur esistendone una percezione comune. Osservato e studiato nella convinzione che conservare il paesaggio significhi conservare l’identità di chi lo abita e che un popolo senza paesaggio è un popolo senza identità e memoria. Complesso e fragile proprio per la bellezza delle sue coste, preda delle più rapaci e violente distruzioni, e per le solitudini mistiche delle aree interne in abbandono.

Fragile ma consolatorio per la rassicurante certezza che ancora si prova nel riconoscere il territorio anche in una fotografia dell’isola trovata nella polvere, per la sensazione di infinito che l’isola provoca in chi guarda ciò che di intatto è stato conservato, per l’effetto dei venti dominanti che hanno piegato il paesaggio, rocce e alberi, in una forma unica che lo identifica e lo rende familiare.

Complesso nonostante l’unità sostanziale che secoli di storia hanno realizzato a partire dalle differenti forme, unificando il territorio della Sardegna che si è composto in una sintesi, articolata e armonica, delle sue molteplici identità locali. Complesso e fragile per i conflitti che sono nati negli ultimi decenni tra una civiltà fortemente radicata nella storia e nei luoghi e una deformata idea di modernità che è consistita nell’utilizzazione feroce delle risorse e nella trasformazione del territorio ispirata a modelli uguali e ripetuti in ogni parte del mondo.

L’assunto alla base del PPR è che questo paesaggio - nel suo intreccio tra natura e storia, tra luoghi e popoli – sia la principale risorsa della Sardegna. Una risorsa che fino a oggi è stata utilizzata come giacimento dal quale estrarre pezzi pregiati sradicandoli dal contesto, piuttosto che come patrimonio da amministrare con saggezza e lungimiranza per consentire di goderne i frutti alla generazione presente e a quelle future. Una risorsa che è certamente il prodotto del lavoro e della storia della popolazione che la vive, ma di cui essa è responsabile non solo nell’interesse proprio ma anche in quello dell’umanità intera. Una ricchezza che, nell’interesse della popolazione locale e dell’umanità, richiede un governo pubblico del territorio fondato sulla conoscenza e ispirato da saggezza e lungimiranza.

Il piano paesaggistico regionale

3. Il PPR è appunto lo strumento centrale di un simile governo pubblico del territorio. Esso si propone di tutelare il paesaggio, con la duplice finalità di conservarne gli elementi di qualità e di testimonianza mettendone in evidenza il valore sostanziale (valore d’uso, non valore di scambio), e di promuovere il suo miglioramento attraverso restauri, ricostruzioni, riorganizzazioni, ristrutturazioni anche profonde là dove appare degradato e compromesso. Il Piano è perciò la matrice di un’opera di respiro ampio e di lunga durata, nella quale conservazione e trasformazione si saldano in un unico progetto, essendo volta la prima a mantenere riconoscibili ed evidenti gli elementi significativi che connotano ogni singolo bene, e la seconda a proseguire l’azione di costruzione del paesaggio che il tempo ha compiuto in modo coerente con le regole non scritte che hanno presieduto alla sua formazione.

Il PPR è quindi, da una parte, il catalogo perennemente aggiornato - tramite il sistema informativo territoriale - delle risorse del territorio sardo e del suo paesaggio e delle regole necessarie per la sua tutela e, dall’altra parte, il centro di promozione e di coordinamento delle azioni che, a tutti i livelli, gli operatori pubblici pongono in essere per trasformare la tutela da insieme di regole a concreta gestione del territorio.

Particolare rilevanza devono assumere tra queste azioni quelle svolte dai soggetti seguenti:

- dagli enti locali nella definizione della pianificazione urbanistica dei territori di loro competenza amministrativa, anche attraverso le collaborazioni interistituzionali che il Piano propone;

- dalle articolazioni settoriali e funzionali dell’amministrazione regionale aventi come compito specifico la gestione degli interventi di promozione finanziaria, le politiche patrimoniali, la valutazione ambientale;

- dagli enti di rilevanza nazionale, regionale e locale cui è affidata la missione specifica di tutelare e gestire singole parti del patrimonio paesaggistico della regione (foreste, demani, aree protette ecc.).

Un lavoro che prosegue

4. La prima fase della formazione del PPR consiste nell’approvazione preliminare, da parte della Giunta regionale, in una serie di documenti i quali, pur essendo riferiti all’insieme del territorio regionale, disciplinano con particolare attenzione e compiutezza i beni e i paesaggi interessanti la fascia costiera, ossia l’insieme dei territori i quali (per la loro origine e conformazione, per le caratteristiche dei beni in essi presenti, per i processi storici che ne hanno caratterizzato l’attuale assetto) hanno un rapporto privilegiato con il mare.

Essa deve essere considerata la prima fase di un lavoro che si svilupperà nel futuro sotto un molteplice punto di vista:

- perchè è oggetto di una discussione sulle proposte formulate nella quale la società regionale, in particolare quella rappresentata dai soggetti indicati al punto precedente, si esprimerà proponendo integrazioni, correzioni, approfondimenti e specificazioni, dei quali terranno conto la Giunta e il Consiglio regionali al momento dell’approvazione del piano;

- perchè molte delle direttive e degli indirizzi espressi nei documenti di piano dovranno essere verificati, specificati, articolati, dettagliati nella pianificazione provinciale e comunale, nel quadro di quella “assidua ricognizione” dei valori paesaggistici e ambientali cui la Corte costituzionale si è più volte riferita;

- perchè infine anche per le parti del territorio regionale aventi minore attinenza con il mare di quelle particolarmente approfondite nella prima fase, si dovrà raggiungere lo stesso livello di approfondimento.

L’impianto normativo

5. L’impianto normativo del PPR è costruito in adeguamento alla legislazione sovraordinata, con particolare attenzione all’evoluzione legislativa che ha condotto dalla legge 431/1985 al Codice 42/2004, alla giurisprudenza costituzionale che si è susseguita in materia a partire dalle sentenze 55 e 56 del 1968, nonchè alla Convenzione europea del paesaggio, al Protocollo MAP per le zone costiere. Esso è accompagnato da un testo legislativo che propone alcune modifiche alla vigente legislazione regionale in materia.

Esso si basa nella sostanza sulla distinzione di due strati normativi:

- il primo strato normativo, è riferito sia ai singoli elementi territoriali per i quali è necessaria e possibile la tutela ex articoli 142 e 143 del DLeg 42/2004 (beni appartenenti a determinate categorie a cui è possibile ricondurre i singoli elementi con criteri oggettivi, in jure “vincoli ricognitivi”), sia alle componenti che, pur non essendo dei beni (anzi magari essendo dei “mali”) devono essere tenute sotto controllo per evitare danni al paesaggio o per favorirne la riqualificazione;

- il secondo strato normativo è riferito ad ambiti territoriali per la definizione dei quali i caratteri paesaggistici ed ecologici sono determinanti, e che saranno la sede per definire indirizzi, direttive e prescrizioni anche di tipo urbanistico, da rendere operativi mediante successivi momenti di pianificazione; in particolare per precisare, la definizione degli obiettivi di qualità paesistica, gli indirizzi di tutela e le indicazioni di carattere “relazionale” volte a preservare o ricreare gli specifici sistemi di relazioni tra le diverse componenti compresenti.

La fascia costiera

6. Tra gli elementi del primo tipo assume particolare rilevanza il bene costituito dalla fascia costiera nel suo insieme. Questa, pur essendo composta da elementi appartenenti a diverse specifiche categorie di beni (le dune, le falesie, gli stagni, i promontori ecc.) costituisce nel suo insieme una risorsa paesaggistica di rilevantissimo valore: non solo per il pregio (a volte eccezionale) delle sue singole parti, ma per la superiore, eccezionale qualità che la loro composizione determina.

É anche grazie al suo eccezionale valore, e alla scarsa capacità di governo delle risorse territoriali che dimostrata nei decenni trascorsi dai gruppi dirigenti, che questo incomparabile bene è oggetto di furiose dinamiche di distruzione. E’ qui che si è esercitata con maggior violenza nei decenni trascorsi, e minaccia di esercitarsi nei prossimi, la tendenza alla trasformazione di un patrimonio comune delle genti sarde in un ammasso di proprietà suddivise, trasformate senza nessun rispetto della cultura e della tradizione locali né dei segni impressi dalla storia nel territorio, svendute come fungibili e generiche merci ad utilizzatori di passaggio, sottratte infine all’uso comune e al godimento delle generazioni presenti e future (ad esclusione dei privilegiati possessori).

Massima qualità d’insieme e massimo rischio: due circostanze che giustificano la particolare attenzione che si è posta per delimitare, secondo criteri definiti dalla scienza e collaudati dalla pratica, il bene paesaggistico d’insieme di rilevanza regionale costituito dai “territori costieri”, e per disciplinarne le trasformazioni sotto il segno d’una regia regionale attenta sia alla protezione che alla promozione delle azioni suscettibili di orientarne le trasformazioni nel senso di un ulteriore miglioramento della qualità e della fruibilità.

Tre letture, tre assetti

7. Il paesaggio è certamente il risultato della composizione di più aspetti. E’ anzi proprio dalla sintesi tra elementi naturali e lasciti dell’azione (preistorica, storica e attuale) dell’uomo che nascono le sue qualità. E’ quindi solo a fini strumentali che, nella pratica pianificatoria, si fa riferimento a diversi “sistemi” (ambientale, storico-culturale, insediativo) la cui composizione determina l’assetto del territorio, e dei diversi “assetti” nei quali tali sistemi si concretano.

Anche la ricognizione effettuata come base delle scelte del PPR si è articolata secondo i tre assetti: ambientale, storico-culturale, insediativo. Tre letture del territorio, insomma, tre modi per giungere alla individuazione degli elementi che ne compongono l’identità. Tre settori di analisi finalizzati all’individuazione delle regole da porre perchè di ogni parte del territorio siano tutelati ed evidenziati i valori (e i disvalori), sotto il profilo di ciò che la natura (assetto ambientale), la sedimentazione della storia e della cultura (assetto storico-culturale), l’organizzazione territoriale costruita dall’uomo (assetto insediativo) hanno conferito al processo di costruzione del paesaggio.

Ciascuno dei tre piani di lettura ha consentito di individuare un numero discreto di “categorie di beni a confine certo”, per adoperare i termini della Corte costituzionale: cioè di tipologie di elementi del territorio, cui il disposto degli articoli 142 e 143 del Dleg 42/2004 consente di attribuire l’appellativo di “beni paesaggistici”. Dalla ricognizione e dall’individuazione delle caratteristiche dei beni nasce la definizione delle regole. Sicché è dalle tre letture sono nati i tre “capitoli” delle norme. Ciascuno di essi detta le attenzioni che si devono porre perchè, in relazione ai beni appartenenti a ciascuna categoria, le caratteristiche positive del paesaggio vengano conservate, o ricostituite dove degradate, o trasformate dove irrimediabilmente perdute.

Gli ambiti di paesaggio

8. Le tre letture di cui al punto precedente hanno consentito di individuare e regolare i beni appartenenti a ciascuna delle categorie individuate. Ma, nella concretezza del paesaggio, ogni elemento del territorio appartiene a un determinato contesto, e in quel contesto entra in una particolare relazione con beni (e, più generalmente, con elementi del territorio) appartenenti ad altre categorie.

Ecco perchè, all’analisi del territorio finalizzata all’individuazione delle specifiche categorie di beni da tutelare in ossequio alla legislazione nazionale di tutela, si è aggiunta un’analisi finalizzata invece a riconoscere le specificità paesaggistiche dei singoli contesti. Sulla base del lavoro svolto in occasione della pianificazione di livello provinciale si sono individuati 27 ambiti di paesaggio, per ciascuno dei quali si è condotta una specifica analisi di contesto.

Per ciascun ambito il PPR prescrive specifici indirizzi volti a orientare la pianificazione sottordinata (in particolare quella comunale e intercomunale) al raggiungimento di determinati obiettivi e alla promozione di determinate azioni, specificati in una serie di schede tecniche costituenti parte integrante delle norme.

Gli ambiti di paesaggio costituiscono in sostanza una importante cerniera tra la pianificazione paesaggistica e la pianificazione urbanistica: sono il testimone che la Regione affida agli enti locali perchè proseguano, affinino, completino l’opera di tutela e valorizzazione del paesaggio alla scala della loro competenza e della loro responsabilità. In tal senso la disciplina proposta per gli ambiti di paesaggio è la parte del PPR che più viene segnalata agli interlocutori locali nella discussione dei documenti di piano, perchè è su di essa che le verifiche, gli arricchimenti, le correzioni e integrazioni avranno maggiore utilità per il completamento del piano.

Il Comitato scientifico

Edoardo Salzano, Urbanista - IUAV - Coordinatore

Giulio Angioni, Antropologo

Ignazio Camarda, Botanico - Università di Sassari

Filippo Ciccone, Urbanista - Università della Calabria

Enrico Corti, Urbanista - Università di Cagliari

Roberto Gambino, Urbanista - Politecnico di Torino

Giovanni Maciocco, Urbanista - Università di Sassari

Antonello Sanna, Ingegnere - Università di Cagliari

Helmar Schenk, Zoologo

Giorgio Todde, Scrittore

Paolo Urbani, Giurista - Università La Sapienza

Raimondo Zucca Archeologo

Tutti gli elaborati ufficiali del PPR sono pubblicati sul sito della Regione

Arroganza senza limiti. Alla vigilia delle elezioni politiche, quando il programma del centro sinistra prevede la sospensione delle procedure di realizzazione del ponte e sancisce la cancellazione del progetto, la Società Stretto di Messina ed Impregilo sottoscrivono il contratto la cui firma era stata sin qui rinviata. L’atto assume – in tipico stile berlusconiano – la caratteristica di una pesante provocazione nei confronti di un movimento di opinione nazionale largamente contrario al ponte, di un movimento di lotta che è fortemente cresciuto nel corso degli ultimi anni e che ha esteso la propria protesta, più in generale, nei confronti delle “grandi opere”. Una provocazione che, oltre a calpestare il diritto degli enti locali di Messina e Villa San Giovanni, colpisce la Regione Calabria, la cui giunta si è nettamente espressa contro il progetto e sta legiferando per proteggere il proprio territorio (l’area dello Stretto è stata dichiarata Zona di Protezione Speciale e la recente normativa urbanistica e paesistica non prevede una simile infrastruttura). Un affronto alle procedure di infrazione avviate dalla Comunità Europea ed ai procedimenti in atto da parte della magistratura.

La firma del contratto consente – come primo atto - l’avvio della progettazione esecutiva e quindi l’erogazione - per l’ennesima impalcatura di carta - di nuovi finanziamenti sottratti alle tasche dei contribuenti (com’è noto, dietro il mascheramento della “finanza creativa”, si tratta di danaro pubblico che proviene direttamente dalla svendita dell’IRI) e alla possibilità di avviare investimenti realmente necessari per Calabria e Sicilia. La lobby delle “grandi opere” si trova così in mano un’altra borsa di danaro sottratto alla collettività per ripianare (tendenzialmente) i propri bilanci, avventurarsi in manovre speculative e distribuire prebende ai propri associati e consulenti.

Ancora una volta si ripropone – in consonanza con gli ormai pietosi spot elettorali del Cavaliere disarcionato – la retorica della grande ed insostenibile opera a fronte dell’assoluta mancanza di idee e di progetti sensati per il futuro.

E’ urgente rafforzare la mobilitazione, proseguendo nella scia della grande manifestazione che a Messina il 22 gennaio ha visto sfilare oltre 25.000 cittadini. E’ necessario che la Regione Calabria (che tra l’altro detiene ancora un proprio rappresentante nel CdA della Stretto di Messina spa) eserciti con decisione il proprio ruolo. E’ urgente che sia data visibilità ai progetti ed alle pratiche, ormai ampiamente diffuse, che dai conflitti per la difesa del territorio – dalla Val di Susa allo Stretto di Messina - mirano allo sviluppo locale autosostenibile, solidale e rispettoso delle regole coevolutive di comunità locali e ambiente naturale.

A quanti agiteranno il ricatto della penale che dovrebbe essere pagata in caso di cancellazione del progetto occorre – infine - ricordare quanto segue: la penale è categoricamente esclusa per la fase di progettazione e comunque fino all’approvazione del progetto definitivo da parte del Cipe e della Società Stretto di Messina - lo afferma esplicitamente lo schema di contratto approvato dal consiglio di amministrazione di Società Stretto di Messina e che è stato sottoposto alla firma del general contractor guidato da Impregilo. Non solo: L’articolo 43 dello stesso schema di contratto prevede che “il soggetto aggiudicatore, a suo insindacabile giudizio, ha la facoltà di recedere dal contratto in qualunque tempo e qualunque sia lo stato di esecuzione della prestazione oggetto del contratto stesso”.

L’affronto che l’amministrazione della Società Stretto di Messina esibisce provocatoriamente, al di là di qualsiasi contegno che si richiami almeno ad un minimo senso etico e giuridico, va rigettato e condannato con decisione da quanti si riconoscono in una sana e vera democrazia, che simili atti invece corrompono e spingono alla deriva.

Critiche a pagamento

Lunedì 20 marzo sulla cronaca del Corriere della Sera un’intera pagina era occupata da una denuncia del “comitato degli acquirenti dell’Acqua acetosa” che denunciava l’arrivo sulle aree destinate a verde privato da convenzione urbanistica prospicienti le loro abitazioni di 75.000 mila metri cubi decisi da un accordo di programma in variante al piano regolatore. Quello stesso piano che da lì a poche ore sarebbe stato approvato definitivamente dal Consiglio comunale[1]. Per difendere i propri diritti nella Roma del terzo millennio si deve pagare una pagina di quotidiano. Nessun partito politico si fa più carico dello stato della città.

E’ però vero che per far sentire la propria voce non tutti hanno pagato. In questi ultimi tempi moltissimi comitati di quartiere e di cittadini si sono impegnati contro questo piano regolatore per un’altra idea di città. Senza avere l’appoggio di partiti, hanno imposto –almeno formalmente, poiché i concreti risultati non sono stati così importanti- il loro punto di vista. Questo tessuto partecipativo, di cui anche Eddyburg ha dato rappresentazione, è la vera novità della vicenda dell’approvazione del piano di Roma. Si è trattato un punto di vista che ha cercato di collocarsi a favore della pianificazione, favorendo quindi il cammino del piano, battendosi nel contempo contro le scelte sbagliate che esso definiva.

Un punto di vista certamente minoritario nella società romana. Le critiche, anche quelle più moderate alla conduzione dell’urbanistica romana non hanno trovato facile udienza in questi anni. Ma i toni elogiativi hanno superato ogni livello di decenza nel commento al voto di controdeduzione del 22 marzo. Argomenti acriticamente elogiativi sono apparsi su tutti i quotidiani[2]. Una serie di numeri inventati – come vedremo - di sana pianta citati da assessori e consiglieri di maggioranza sono stati riportati fedelmente, senza la minima verifica. Un quadro desolante cui dobbiamo per ora rassegnarci.

Solo per ora, però. Gli effetti di uno sviluppo urbano senza regole verrà inevitabilmente alla luce in tempi molto più contenuti di quanto si crede. Si pensi soltanto all’ultima colossale bugia inventata per convincere l’opinione pubblica della bontà del nuovo piano. Affermano i giornali che verranno realizzati “tre campus universitari in periferia”, per riqualificare le periferie romane. In realtà si tratta soltanto di 6.000 posti letto per studenti localizzati in tre aree che con le sedi universitarie hanno poco a che fare [3]. Solo la localizzazione di Tor Vergata coincide con un polo universitario: ma si tratta si una università la cui localizzazione non è stata decisa da questo PRG, ma da quello del 1962, e che è stata realizzata grazie alla totale proprietà pubblica dell’area e alla determinazione del corpo docente di farne elemento centrale del sistema formativo romano. Le altre due localizzazioni sono invece diffuse nell’anonima periferia urbana, altro che campus! Per ora l’effetto mediatico è assicurato, poiché tutta la città è stata portata a credere che verranno costruite tre Cambridge nei posti più desolati della periferia romana [4]. Ma l’effetto durerà il tempo dei titoli dei giornali, lasciando irrisolti i problemi.

Converrà allora richiamare brevemente i principali elementi di critica che i questi ultimi anni sono stati inutilmente portati all’attenzione dell’opinione pubblica e degli amministratori. Erano critiche argomentate e civili: si riferiscono in particolare a un errore di fondo e, nel merito tecnico, a tre omissioni e tre errori di impostazione. Ad esse non è stata fornita risposta né in fase di adozione nel 2003, né in quest’ultima fase di controdeduzione. Il piano votato in via definitiva, infatti, non si scosta dall’impostazione fin qui avuta.

L’errore di fondo

L’errore di fondo è rachiuso in due espressioni equivoche, “compensazione urbanistica” e “diritti edificatori”. Un errore in apparenza nell’attuale stesura del piano, ma di fatto conservato. Si è dovuto prendere atto dell’autorevole parere espresso da Vincenzo Cerulli Irelli e Edoardo Salzano, che per conto di Italia Nostra che hanno dimostrato l’assoluta infondatezza giuridica della tesi secondo la quale aver ottenuto una certa edificabilità da una un PRG attribuisce alla proprietà dei “diritti edificatori”, che vanno in qualche modo “compensati” anche da nuove previsioni urbanistiche[5].

Il nuovo piano di Roma contiene continui rinvii ai due concetti. Se sono stati tolti, grazie alle puntuali denunce, gli articoli che li ne generalizzavano l’impiego tentando di dar loro dignità di principio, essi trovano surrettiziamente collocazione sia in numerosi articoli della normativa tecnica di attuazione, sia nella relazione di piano. Si sono insomma cancellate le stesure più vistosamente compromettenti per lasciarne intatta la centralità nella fase gestionale del piano [6].

Al di là di questa critica di fondo ricordiamo le critiche legate al merito delle scelte pianificatorie, accompagnandole con i commenti apparsi in questi ultimo giorni sui quotidiani, così da cogliere la distanza tra realtà e rappresentazione. Si tratta in grana parte di conseguenze tecniche di quell’errore di fondo.

Tre omissioni

L’area metropolitana. La prima omissione presente nella stesura del nuovo piano riguarda l’assenza di alcun ragionamento sull’area metropolitana. Attualmente non esiste nessun fenomeno urbano che non abbia origine negli squilibri tra Roma e il suo hinterland. La provincia di Roma ha incrementato la popolazione di circa 120.000 abitanti nel decennio 1991-2001. Tutta gente che non si può permettere più di abitare a Roma a causa di una rivalutazione immobiliare senza precedenti[7]. Tutti questi cittadini, in assenza di politiche di decentramento delle attività terziarie, devono raggiungere quotidianamente Roma contribuendo al quotidiano blocco della circolazione stradale.

Di tutto questo, però, non c’è traccia nel piano regolatore. Alle critiche di questi anni si è risposto solo in fase di controdeduzioni inserendo in uno studio allegato[8] la seguente frettolosa formulazione: “L’approfondita analisi delle dinamiche urbane dell’ultimo decennio consente di individuare alcuni elementi di novità rispetto al precedente scenario, e in particolare: …..l’accelerazione dei flussi migratori verso i comuni della corona”. Punto e basta. Ma il piano è rimasto lo stesso. Intanto i giornali hanno titolato che “Roma si apre alla sua area metropolitana”.

Il traffico. Gli stessi quotidiani hanno diffuso la notizia che i chilometri di metropolitana passeranno dagli attuali 39 a129. In realtà non si sa bene come e lo stesso assessore all’urbanistica ha affermato che l’attuazione è del tutto teorica. Ma non è questo il punto. Dobbiamo invece ricordare che si era sempre denunciata la mancanza di studi che dimostrassero la sostenibilità dell’enorme peso insediativo contenuto nel nuovo Prg. Uno dei precedenti assessori alla mobilità e vicesindaco della giunta Rutelli, Walter Tocci, ha affermato recentemente che durante il suo mandato fu realizzata la simulazione del modello di traffico, verificandone la compatibilità con la struttura urbana esistente e prevista. I risultati avevano dimostrato che la città non reggeva l’impatto, evidenziando diffusi blocchi del sistema. Abbiamo pazientemente chiesto che venissero fornite assicurazioni. Solo silenzi. Negli ultimi giorni che hanno preceduto l’approvazione è stato addirittura accettato un emendamento di Forza Italia che prevede un nuovo raccordo anulare ancora più esterno del Gra: il modello automobilistico trionfa. Ma si parla solo di ipotetiche metropolitane. Intanto prepariamoci ad sprofondare nel traffico.

Il centro storico. Nell’estate dello scorso anno insieme al Comitato per la Bellezza, l’associazione Polis ha organizzato un riuscito convegno sullo stato del centro storico di Roma. Gli studi eseguiti per l’occasione hanno permesso di svelare che i residenti all’interno delle Mura aureliane sono scesi sotto al soglia dei 100.000 abitanti. Erano oltre 350.000 nel 1951. Sempre nel centro storico le strutture ricettive raggiungono oltre 50.000 posti letto e proliferano i residence. Roma, insomma, è entrata nel grande circuito del turismo di massa internazionale che rischia di diventare un teatro turistico svuotato della complessità delle funzioni urbane, come Venezia. Ma di questa delicatissima problematica non c’è traccia nelle relazioni di piano. C’è invece una normativa tecnica di attuazione molto permissiva che agevola gli interventi singoli. E ci sono ulteriori cedimenti accolti in fase di controdeduzione, come l’articolo che permette la possibilità di sostituire residenza con attività terziarie in tutto il tessuto medievale (un buon terzo dell’intero centro storico) fino al primo piano degli edifici! I giornali titolano sul fatto che il centro antico è rigorosamente salvaguardato. Inutile ribadire che della più straordinaria idea di assetto del centro storico mai prodotta, e cioè del progetto Fori imperiali, non c’è la minima traccia. Abbandonata nel mare di retorica.

Tre errori di impostazione

Il consumo di suolo. E’ sul consumo di suolo che sono state avanzate le critiche più decise. Il gruppo di validissimi giovani urbanisti che sotto la guida di Vezio De Lucia hanno misurato la dimensione dell’urbanizzato e quella delle previsioni del nuovo piano (Alessandro Abaterusso, Georg Joseph Frisch e Andrea Giura Longo) avevano fornito i seguenti numeri. Superficie urbanizzata al 2002: 45.000 ettari; ulteriore consumo di suolo previsto dal nuovo Prg 15.000 ettari. In totale 60.000 ettari.

Anche questi dati sono stati presentati in convegni pubblici, ma le risposte sono state di aperto fastidio e di smentita. Oggi sono stati immessi in rete i dati misurati dall’Assessorato ai lavori pubblici: affermano che al 2003 la superficie urbanizzata è esattamente pari a 45.000 ettari. Nella conferenza stampa che festeggiava il voto finale del piano, Sindaco e assessori hanno continuato ad affermare che “su due terzi del territorio romano, 88 mila ettari sui complessivi 129 mila non si potrà costruire alcun edificio”. Una menzogna, smentita dagli stessi dati comunali: al massimo restano 69.000 ettari di agro romano, 19.000 in meno di quanto si annuncia. Ma è quanto succede a Roma.

Il dimensionamento della residenza. La seconda questione – connessa con la precedente - era relativa al dimensionamento del piano. Le previsioni edificatorie sono queste: un’incremento pari a 35 milioni di metri cubi residenziali e 30 milioni di metri cubi non residenziali. Nella relazione alle controdeduzioni è stato finalmente reso pubblico lo studio (Cresme) da cui è stato desunto il dimensionamento. Questo studio contiene un vistoso errore poiché conteggia due volte il fabbisogno dovuto al sovraffollamento. Correggendo l’errore avrebbero dovuto esserci “soltanto” 25 milioni di metri cubi residenziali. La questione è stata posta nelle sedi opportune. Nessuna risposta.

I quotidiani parlano di 100.000 nuovi alloggi realizzati con il nuovo Prg. In realtà se si tiene conto del taglio dimensionale preferito attualmente dagli operatori immobiliari, gli alloggi saranno almeno 150.000. Nessuno ha però sottolineato che viviamo in una città che ha perso nei dieci anni del precedente censimento oltre 60.000 famiglie. I prezzi delle abitazioni che si realizzeranno saranno inferiori a quelli i cui livelli hanno spinto migliaia di famiglia a spostarsi verso i comuni vicini? Nulla ne testimonia neppure l’intenzione. Ma allora proporre un così elevato incremento dell’offerta di alloggi è soltanto un grande regalo alla rendita immobiliare.

Il dimensionamento delle attività. Per quanto riguarda la quota di nuove cubature non residenziali, è appena il caso di ricordare che la Giunta municipale di Roma sta approvando una deliberazione che consente ai numerosi edifici destinati ad uffici vuoti da anni, in particolare nelle periferie, di essere trasformati in abitazioni. Come mai, dunque, se nelle periferie ci sono consistenti quantità di edifici destinati a uffici non utilizzati, si consente di costruire ulteriori 30 milioni di metri cubi per attività terziarie? Una risposta è rintracciabile nella grande espansione del comparto commerciale. Negli ultimi anni sono approdati a Roma i più grandi gruppi del commercio internazionale, da Panorama a Wal-Mart: i nuovi trenta milioni di metri cubi serviranno dunque a realizzare nuove superfici commerciali a scapito della ricerca di attività qualitativamente innovative.

E proprio le attività terziarie di qualità, si afferma, formano il pilastro della riqualificazione delle periferie articolata intorno a 18 nuove centralità che, in buona sostanza, sono l’idea di città del nuovo piano. I giornali hanno addirittura affermato che “il centro si sposta in periferia attraverso la realizzazione di attività pregiate”. Anche in questo caso facciamo parlare i documenti. Nella relazione di piano si afferma che “non è più attuale la questione dello spostamento delle sedi dell’amministrazione centrale dello Stato”. Un breve rigo che cancella trent’anni di dibattito culturale sui destini del centro storico, oggi intasato dalle attività direzionali e dalla conseguente morsa del traffico. Ma cancella anche ogni velleità di riqualificazione delle periferie. Con quali funzioni si qualificheranno infatti i tessuti urbani se non con lo spostamento di funzioni pubbliche?

È la stessa amministrazione comunale, del resto, a denunciare apertamente il fallimento dell’urbanistica privatistica perseguita a Roma in questi anni. A pagina 16 della relazione approvata alcune sere fa si legge: “Dall’adozione del Prg, sono stati presentati gli schemi di assetto preliminare per diverse “centralità da pianificare”. L’istruttoria predisposta dagli uffici comunali ha evidenziato da un lato le difficoltà da parte dei progetti presentati a garantire la subordinazione alla preventiva e contestuale realizzazione delle infrastrutture ferroviarie; mentre dall’altro lato, ha evidenziato una tendenza ad impoverire il contenuto di servizi ed attrezzature delle centralità a scapito delle funzioni più solvibili sul mercato immobiliare (residenze e attrezzature commerciali)”.

Si confessa insomma che le centralità definite nel Prg i privati intendono costruire residenze e supermercati infischiandosene delle altre funzioni “non solvibili”. Gli apprendisti stregoni si accorgono che il tanto mitizzato mercato fa i suoi interessi. Non se ne accorge la stampa che grida al miracolo del risanamento delle periferie.

Il piano della rendita immobiliare è stato approvato, in un assordante coro di elogi giunti anche da versanti inaspettati. I prossimi anni ci daranno la misura della distanza tra i numerosi effetti annuncio e la realtà dell’assetto urbano.

[1] E’ l’ultimo scandalo in ordine di tempo dell’urbanistica romana. Riguarda il proprietario del quotidiano Il Tempo, beneficiato da un enorme valorizzazione immobiliare fuori di ogni regola e legge. Di questo ennesimo caso, immediatamente censurato da tutti i quotidiani daremo conto in un prossimo intervento su Eddyburg.

[2] E’ sempre opportuno ricordare che i due quotidiano locali più diffusi a Roma, Il Messaggero e Il Tempo sono di proprietà di due imprenditori del mondo edilizio (Caltagirone e Bonifaci).

[3] I seimila posti letto saranno realizzati su finanziamento dell’Inail.

[4] Uno dei tre gruppi di case per studenti è localizzato all’interno dell’università di Tor Vergata che è realmente un grande campus universitario. Ma lo è in base a strumenti urbanistici pubblici,. Non è certo il frutto del nuovo piano regolatore.

[5] Il parere dei due autorevoli esperti affermava che i cosiddetti diritti edificatori non esistono poiché il piano urbanistico può cancellare in qualsiasi momento le previsioni edificatorie contenute in precedenti strumenti urbanistici. È sufficiente motivare adeguatamente le ragioni della modifica delle previsioni. L’istituto della compensazione urbanistica, dal canto suo, operando solo su iniziativa e su aree private ha portato nel caso romano ad ingiustificabili aumenti di cubature che in alcuni casi hanno superato il doppio del valore inizialmente previsto.

[6] E’ il caso di ricordare che nello scorso mese di dicembre il nuovo assessore all’urbanistica della Regione Lazio ha proposto una legge urbanistica che definiva “principio” la compensazione urbanistica! La stessa opposizione all’interno della maggioranza regionale ha consigliato l’abbandono della proposta indecente.

[7]Ance e Nomisma hanno stimato un aumento medio dei valori immobiliari su scala nazionale pari al 69% nel periodo 1998-2005. A Roma la stima raggiunge il valore del 100% di aumento.

[8] “Scenari della domanda residenziale e non residenziale a Roma” a cura del Cresme. Roma, novembre 2005.

VENEZIA. «Ogni decisione sul futuro di Venezia non potrà essere presa nei palazzi romani, ma in pieno accordo con la città e gli enti locali». Tra gli applausi della platea e del sindaco Massimo Cacciari, seduto accanto a lui, il segretario nazionale dei Ds Piero Fassino annuncia la svolta sulla salvaguardia. Rilancia il Partito democratico e promette investimenti pubblici per la chimica di qualità e il rilancio di Marghera.

«Il nuovo governo, scandisce, «si impegna ad agire in piena intesa con la città sulle grandi questioni. E a istituire una sede permanente di confronto. Il Mose va gestito con gradualità e reversibilità, applicando il principio di precauzione. Perché non sappiamo quali saranno le conseguenze di quei lavori».

Era quello che Cacciari e il centrosinistra veneziano volevano sentirsi dire. «Un discorso molto serio», commenta alla fine il sindaco filosofo, «Fassino ha accolto la nostra proposta di un patto sulla città».

Il tour veneto del numero uno della Quercia approda in laguna. I toni sono molto contenuti, le grida della campagna elettorale sembrano lontane mille miglia. Fassino ascolta con pazienza l’appassionata prolusione del sindaco. «Chiedo che il prossimo governo riconosca la centralità di Venezia», attacca Cacciari, «perché in questa città si affrontano problemi di carattere nazionale e internazionale». La chimica. «Marghera è la più grande area industriale d’Europa», continua il sindaco, «800 ettari, 4 volte Bagnoli. Una partita colossale sul riuso che non possiamo perdere». La cultura e il turismo. «Intollerabili i tagli alla Biennale, la prima mostra d’arte del mondo, e la disattenzione per l’industria della cultura e del turismo, la prima del Paese». La salvaguardia. «Intanto vorrei capire se sono il sindaco di Venezia intera o solo delle terre emerse», dice il primo cittadino. Un invito a modificare norme statali che affidano l’autorità sulle acque veneziane al Magistrato alle Acque, al Porto, all’aeroporto, limitando le competenze del Comune.

Infine il Mose. All’ingresso i comitati consegnano a Fassino la maglietta e il dossier «No Mose» presentato due giorni fa al Parlamento europeo con le 12 mila firme che chiedono di fermare l’opera. Cacciari spiega il lavoro fatto dai suoi tecnici, consegna a Fassino il rapporto finale e l’ordine del giorno approvato dalla giunta all’unanimità. «Noi riteniamo che quest’opera vada risdiscussa e vadano valutate le alternative. Non per perdere tempo, perché quello che si è fatto fino ad oggi può essere riutilizzato». «Hanno fatto tutto bypassando le autorizzazioni comunali», continua, «alla faccia delle autonomie, non hanno rispettato le leggi speciali che parlano della sperimentazione e di reversibilità». Guarda l’ex avversario Casson, seduto in prima fila e ride: «Hanno aperto i cantieri e fatto certe cose che se le avessi fatte io... Felice no perché non può più, ma qualche magistrato... me la sarei vista brutta».

Tocca a Fassino. «La mia intesa con il sindaco è totale», dice, «naturalmente un sindaco che dovrà governare anche sull’acqua e non solo sulle terre emerse». Ribadisce l’impegno ad aprire un «tavolo di concertazione permanente sul Mose e sulla chimica. Si cambia rotta anche sulla salvaguardia: «Per Berlusconi esiste il Mose e basta», dice, «noi ci impegniamo a garantire i finanziamenti per la città, per il rilancio di Marghera, lo scavo dei rii, le infrastrutture e i restauri». «La priorità del centrosinistra», dice Fassino, «è quella di rilanciare la portualità e le autostrade del mare. La via della Seta di questo secolo è il Mediterraneo», dice «e l’Italia è un gigantesco molo in mezzo al Mare, dovrà essere la porta di tutto ciò che arriva da lontano. Poi c’è il turismo, 50 milioni di cinesi che arriveranno tra poco in Italia. Anche qui Venezia è un punto d’arrivo, un luogo di interesse nazionale. Per noi sarà la leva di una nuova politica culturale che puà portare ricchezza e fare sistema».

Infine il Partito democratico. Anche qui Cacciari e Fassino sono in piena sintonia. Fassino ricorda che nel 1990 proprio in laguna ci fu la prima esperienza di lista aperta con il filosofo (Pci-Il Ponte), adesso diventata l’Ulivo e in prospettiva il Partito democratico. «Sarà la casa comune dei riformisti italiani», conclude tra gli applausi, «ce n’è bisogno per riscattare cinque anni fallimentari di governo del centrodestra».

«Non è solo indifferenza. È anche arroganza». Il professor Carlo Bertelli, storico dell'arte e dell'urbanistica, già sovrintendente a Brera, non è poi così convinto che sia solo la «polvere dell'amministrazione» a mettere a repentaglio i beni architettonici milanesi: «È anche quell'idea che bisogna fare i grattacieli, quando la modernità vera di Milano viene così poco considerata e valutata».

Che cosa rappresenta il Qt8 per Milano?

«Per Milano e anche per l'Italia, direi, visto che da noi non esistono altri esempi di quartiere sperimentali che invece all'estero sono più diffusi».

Quali furono le caratteristiche della sperimentazione?

«E’ stata una grandissima operazione di carattere urbanistico e ambientale realizzata sotto la guida dell'architetto Piero Bottoni a partire dal 1948, raccogliendo una serie molto articolata di lavori che si erano visti alle ultime Triennali».

Quali sono i segni più significativi del quartiere?

«Innanzi tutto, la grande collina, uno spazio verde assolutamente inedito, realizzato a terrazze con le macerie dei bombardamenti. E dal punto di vista architettonico, la chiesa di Vico Magistretti e Mario Tedeschi. Intorno, un quartiere ispirato al razionalismo e realizzato con architetture — e finIture — di qualità. In Italia è l'unico tentativo organico degli anni della ricostruzione postbellica, se vogliamo un paragone dobbiamo andare a Berlino nel quartiere Hansa-Viertel».

Il valore del Qt8 si è mantenuto al punto da richiedere una tutela?

«Il Qt8 resta ancora oggi un quartiere modello, una periferia non periferia immersa nel verde, collegata alla città e agli impianti sportivi. Anche se non tutti i servizi previsti sono stati realizzati».

Insomtna, il vincolo paesistico ci vuole?

«Assolutamente. Io credo si debba adoperare ogni energia perché questo esempio di urbanistica sana non vada perduto o snaturato. Se non per gli altri motivi che abbiamo detto, per il fatto che è unico. Perso quello non ne abbiamo altri».

Come mai Milano fa così fatica a valorizzare i propri luoghi significativi?

«L'indifferenza, innanzi tutto. Ma anche una certa arroganza, quel modello che pensa a fare i grattacieli sull'area della Fiera con l'idea che la modernità sia quella. Mentre la modernità vera di Milano viene così poco considerata e valutata».

Una commissione d’inchiesta del Parlamento europeo in sopralluogo a Venezia per verificare la legittimità dei lavori del Mose. E’ questo l’impegno preso ieri da Willy Meyer, deputato spagnolo portavoce del gruppo della Gue (Sinistra unita) e componente di spicco della commissione Petizioni di Bruxelles. A lui ieri mattina, nell’austera sala stampa dell’Europarlamento, la delegazione veneziana dell’Assemblea permanente «No Mose» ha consegnato le 12.154 firme raccolte negli ultimi mesi, insieme alla petizione che chiede di fermare i cantieri già in fase avanzata.

«Ci rivolgiamo all’Europa», ha esordito la capogruppo dei Verdi a Montecitorio Luana Zanella, per l’occasione portavoce dei comitati, «perché le regole devono essere rispettate. L’opera è stata avviata senza Valutazione di Impatto ambientale, senza il progetto esecutivo e in violazione delle normative europee oltre che regionali e comunali».

Proprio da Bruxelles era partita tre mesi fa, la procedura di infrazione contro il governo italiano, per aver avviato i lavori in violazione delle normative comunitarie sulle aree protette (Sic). E adesso la firmataria dell’esposto, la capogruppo dei Verdi a Bruxelles Monica Frassoni, annuncia un’interpellanza urgente firmata anche dal capodelegazione di Rifondazione Roberto Musacchio per riportare la questione sotto i riflettori dell’Europa. Lo scopo è quello di portare in aula il commissario europeo Stavros Dimas, che aveva firmato in gennaio la durissima lettera di messa in mora.

«Qualcuno in Italia ha cercato di ridicolizzare questa iniziativa», dice la Frassoni, «ma si tratta di procedure molto serie. Non di quattro uccellini, ma della manomissione di un ecosistema tra i più delicati del mondo». «Saremo al fianco di questi comitati», ha replicato Musacchio, «che hanno scoperto che le regole europee sono state violate. Sosterremo il diritto delle popolazioni a opporsi a un’opera devastante, che invece di salvare Venezia può contribuire alla distruzione della laguna».

Per la spedizione veneziana insomma, è stato un successo. Anche perché la petizione consegnata ieri nella mani dei commissari difficilmente potrà essere ignorata. Nel 2005, l’organismo europeo ha avviato iniziative analoghe per grandi opere a Valencia, per la nuova circonvallazione di Madrid, e in novembre per il progetto della Tav in Val di Susa. «Speriamo che la visita a Venezia sia meno pericolosa di quella che abbiamo fatto in novembre ai cantieri della Tav», scherza David Hammerstein, altro componente del Gruppo Verde nella commissione Petizioni, «spesso i governi scelgono la strada delle grandi opere invece di quella del governo dell’ambiente. Il cemento invece della gestione oculata. La questione di Venezia è troppo importante per non meritare l’intervento urgente della nostra commissione». «Il Parlamento europeo deve verificare se sono state violate le regole», è l’opinione di Sepp Kustacher, della commissione Trasporti di Bruxelles. Il messaggio insomma è arrivato. E per tutto il giorno i membri della delegazione (Luciano Mazzolin, Cristiano Gasparetto, Salvatore Lihard, Sebastiano Bonzio, Tommaso Cacciari, Rocco Perini) hanno spiegato a parlamentari e giornalisti la situazione, distribuendo documenti, grafici e foto della laguna. Piccolo incidente all’entrata del Parlamento, dove le inflessibili guardie della sicurezza hanno sequestrato manifesti e striscioni. A Bruxelles non si può. Ma qualcosa è filtrato lo stesso, e alla fine i serissimi parlamentari si sono lasciati andare a un sorriso davanti al gruppo di veneziani con addosso la maglietta con lo squalo. «Il Mose serve solo a chi lo fa», lo slogan.

«Il Mose è un ecomostro da 4 miliardi e mezzo di euro che devasta la laguna», non risolve il problema delle acque alte e toglie finanziamenti alla città», dice Mazzolin, «chiediamo all’Europa di intervenire». Ora la commissione dovrà esaminare l’ammissibilità della petizione e valutare se siano state violate normative comunitarie.

DAL centro commerciale di Villabate al ben più lucroso affare del ponte sullo Stretto. Per la realizzazione dell'opera è stato al momento individuato solo il general contractor, Impregilo, ma per i subappalti le cosche si stanno già attrezzando. La "famiglia" mafiosa di Villabate si era messa in moto già l'estate scorsa. A rivelarlo ai sostituti procuratori Maurizio de Lucia, Nino Di Matteo e Michele Prestipino, alla presenza del gip Pasqua Seminara, è stato Vincenzo Alfano, costruttore trapiantato in Emilia Romagna e finito in carcere nell'ultimo blitz con l'accusa di associazione mafiosa perché ritenuto prestanome a tutti gli effetti dei boss di Villabate. Ai magistrati Alfano ha confermato quanto pochi giorni prima aveva detto il pentito Francesco Campanella in un verbale ancora coperto da segreto istruttorio: «Campanella mi chiamò e mi disse di tenermi pronto e di cominciare a muovermi per i subappalti e i lavori di fornitura per la realizzazione del ponte sullo Stretto».

A entrare nel grande cantiere del ponte avrebbe dovuto essere la Cga costruzioni di Vincenzo Alfano, imprenditore che i magistrati definiscono «a totale disposizione della famiglia di Villabate per appalti pubblici e per il reinvestimento dei capitali illeciti». Come quelli che provenivano dalle sale Bingo e dai centri scommesse gestiti dalla Enterprise. Grande amico di Campanella e di Mario Cusimano, il costruttore è stato incastrato proprio dalle dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia. Che lo hanno descritto come uomo di strettissima fiducia di Nino e Nicola Mandala. Era lui, assieme al fratello Benedetto, l'uomo che aveva procurato a Nicola Mandala l'affare della fattoria in Venezuela da acquistare per trascorrere con Ignazio Fontana una latitanza dorata, ed era lui ad aver procurato la carta di identità di un ignaro dipendente della sua ditta che Mandala avrebbe potuto utilizzare per i suoi acquisti.

Già socio del deputato regionale Giuseppe Acanto nell'azienda di arredi da bagno Eurobarren, Alfano si era poi trasferito nel Modenese, dove la sua impresa aveva reinvestito in villette a schiera i soldi della cosca.

Nei suoi cantieri lavoravano solo villabatesi, ma aveva trovato posto anche il figlio del grande consigliori di Provenzano, Ciccio Pastoia, braccio economico del boss, suicida in carcere nel gennaio del 2005, subito dopo l'arresto.

Proprio Pastoia sarebbe stato la testa di ponte dei fedelissimi di Provenzano per arrivare ai grandi appalti, dal ponte sullo Stretto al passante ferroviario di Palermo, circostanza questa emersa la scorsa settimana al processo per l'omicidio dell'imprenditore Salvatore Geraci. Nella bisaccia dei riscontri alle dichiarazioni del pentito Campanella, i pm hanno aggiunto anche la confessione di Giuseppe Daghino, il manager della Asset development finito agli arresti domiciliari assieme al socio Paolo Marussig. Daghino ha ammesso tutte le sue responsabilità, a cominciare dal pagamento della tangente da 25 mila euro per il centro commerciale di Villabate, ma ha anche smentito Marussig sul ruolo di Marcello Massinelli, consulente economico del presidente della Regione Cuffaro. «È vero quello che dice Campanella — ha ammesso Daghino — Massinelli era l'uomo che doveva portarci i 200 mila euro

Les banlieues secouent la République. Avec les violences urbaines d'octobre et novembre 2005, la France a redécouvert l'existence de ces "marges", de ces "périphéries", de ce qu'on a longtemps refusé d'appeler des "ghettos". Cinq mois après le déclenchement de la "crise des banlieues" - 10 000 véhicules incendiés, des centaines de bâtiments publics dégradés, des affrontements entre jeunes et forces de l'ordre - l'émotion est retombée, rendant possible une réflexion plus apaisée sur les défaillances et les réussites du modèle français. Tel était l'objectif du débat du Monde organisé lundi 20 mars au Théâtre du Rond-Point, dans le 8e arrondissement de Paris.

Cette crise n'a pas fini d'interpeller la société, mais l'impact de long terme sur l'opinion publique reste néanmoins difficile à évaluer. L'élément le plus important pourrait être le sentiment de "peur intense" des Français, relève Brice Teinturier, directeur du département politique et opinion de TNS-Sofres. Et donc la tentation du repli : "Nous vivons aujourd'hui dans une société où, incontestablement, le sens du collectif a tendance à se déliter, à régresser. Un slogan comme celui de la "France pour tous" (lancé par Jacques Chirac lors de sa campagne pour la présidentielle de 1995) ferait de moins en moins florès. Aujourd'hui, ce serait plutôt la "France de chacun", avec des groupes sociaux qui se vivent de plus en plus séparés", explique ce spécialiste de l'opinion publique.

La société française, plus individualiste que l'américaine, où le patriotisme sert de ciment, se fragmente. L'école ne parvient pas à réduire les inégalités. Les discriminations dans l'accès au logement ou à l'emploi sont considérables. Comment s'étonner alors que les jeunes des banlieues, situés à la marge de la marge, se révoltent ? Et usent de la violence physique contre la violence sociale subie au quotidien ? "C'était une jacquerie, une révolte sociale, estime Claude Dilain, maire (PS) de Clichy-sous-Bois, à propos des émeutes de novembre. Au moins, là, la société française est interpellée et va cesser les tartufferies sur les banlieues."

Une société profondément inégalitaire est instable, sous tension. L'ancien patron de Renault, aujourd'hui président de la Haute Autorité de lutte contre les discriminations et pour l'égalité (Halde), Louis Schweitzer, rejoint l'élu de terrain sur ce constat. "Tant qu'il y a de l'injustice, il y aura du désordre. Ce n'est pas la seule raison de combattre l'injustice, mais l'ordre passe par la justice. Si ceux qui ont fait l'effort d'avancer voient des portes fermées, je ne vois pas comment il n'y aura pas de révoltes", explique-t-il.

Jacques Attali ne craint pas de dire les choses plus crûment encore. "Il faut employer les mots qui conviennent : aujourd'hui, les problèmes portent sur les Noirs et les musulmans, point. Je ne pense pas qu'il soit plus difficile d'être quoi que ce soit d'autre que noir ou musulman." L'ancien conseiller spécial de François Mitterrand affirme que la très faible représentation des Noirs et des musulmans parmi les députés, les ministres, les préfets, les directeurs d'administration centrale paraîtra "effroyable" dans quelques années. Comme l'absence de droit de vote pour les femmes jusqu'en 1945.

A contre-courant du pessimisme ambiant, le sociologue Dominique Wolton veut voir une preuve de vitalité dans la crise de l'automne. "Il existe une colère, une révolte, une indignation. C'est important que les gens sachent dire "non"", martèle-t-il. Et dans la "demande d'égalité" de la jeunesse française à travers les violences urbaines et le refus du contrat première embauche (CPE), il voit un encouragement. "On aurait pu avoir une partie de la jeunesse qui joue la rupture avec la société. Cela n'a pas été le cas : ils demandent à être respectés et veulent un minimum de justice", estime M. Wolton.

Mais une fois toutes ces carences soulignées, que faire ? Paradoxalement, commencer par mettre en valeur les réussites de la banlieue afin de ne pas l'enfermer dans un statut de victime. "Les habitants des quartiers un peu oubliés nous disaient : "Nous ne comprenons pas pourquoi on ne parle que des échecs"", souligne la philosophe Blandine Kriegel, présidente du Haut Conseil à l'intégration (HCI), créé en 1989 et chargé de donner des avis au gouvernement.

Hinde Magada tient un discours similaire. Seule porte-parole directe des "jeunes de banlieue", ayant reçu le prix Talents des cités, décerné par le Sénat, elle démontre, par son itinéraire de "fille d'immigrée", "d'origine marocaine", "musulmane", qu'il est possible de réussir. Titulaire d'un BTS de commerce international, elle a dû faire des ménages, travailler en usine et dans un centre d'appel avant de devenir secrétaire médicale. Elle a alors choisi de créer sa propre entreprise, qui emploie aujourd'hui cinq salariés. "Avec une amie, on a mis nos motivations en commun. Et la motivation, c'est le principal", explique Mme Magada, âgée de 29 ans.

M. Attali souligne que la diversité est une ressource pour le pays. "Il y a toujours plus de difficultés d'intégration quand il n'y a pas de croissance, quand il y a une société qui se rabougrit, qui vieillit, qui regarde sur elle-même. A ce moment-là, les places sont rares et donc chacun se défend en s'enfermant, en interdisant aux autres de venir", concède-t-il. Mais il plaide pour une attitude complètement opposée : considérer les minorités comme une richesse essentielle dans un contexte de mondialisation. "Alors, tout devient possible", assure l'économiste, formant le voeu d'un Bill Gates à la française venu de banlieue. "La France mourra, disparaîtra comme nation si on ne sait pas exploiter ce formidable potentiel", ajoute M. Attali.

Une attitude "positive", un discours de valorisation des banlieues ne suffiront évidemment pas. Il faut aussi des moyens, une politique de soutien économique, social, éducatif. Mais deux logiques s'opposent. Celle d'une rupture avec l'approche républicaine traditionnelle. Patrick Lozès, président du Conseil représentatif des associations noires (CRAN), dénonce ainsi la tendance à euphémiser la réalité et à s'abriter derrière les "paravents de la République". M. Attali évoque, lui, des "mesures radicales", notamment l'instauration d'une "discrimination positive provisoire", mesure qui marquerait un "échec" mais qu'il juge aujourd'hui indispensable.

De l'autre côté, Bariza Khiari, sénatrice (PS) de Paris, et Mme Kriegel défendent les "outils de l'égalité républicaine". La philosophe défend les vertus de l'action engagée par Jacques Chirac, auprès duquel elle est chargée de mission, avec l'installation de la Halde, la création d'un musée de l'immigration, les expérimentations autour du CV anonyme.". "En France, le problème n'est pas la loi, mais la façon dont elle est appliquée", résume-t-elle.

Le travail reste immense. "J'ai entendu beaucoup de choses sur l'intégration, sur le sacro-saint débat sur la discrimination positive, mais cela m'apparaît en décalage total avec ce que vivent les habitants des quartiers", conclut, dépité, M. Dilain. L'élu cite un jeune de sa commune : "On veut être des enfants de la République à part entière et pas entièrement à part." Et rappelle que, bien plus que des moyens financiers, les jeunes veulent du respect : "Ils ont soif de reconnaissance." Chenva Tieu, administrateur du Club du XXIe siècle, promoteur de la diversité sociale et ethnique, est plus sévère encore : "Les débats, c'est bien, mais, en attendant, rien ne bouge."

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