Titolo originale: “Discovering” Williamsburg – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Rob Solano, elettricista a domicilio ventiquattrenne che ha vissuto sempre a Williamsburg, Southside, dice che non avrebbe mai pensato a un artista che si trasferisce nel suo quartiere. Era una cosa per la zona bianca, a nord, non per la comunità latina povera dove la famiglia tipo ha un reddito inferiore a 20.000 dollari l’anno.
Ma circa quattro anni fa, vicino a casa sua ha aperto il primo negozio d’arte, sulla Bedford Avenue fra la Quarta e la Quinta strada sud, e rapidamente, nel tempo che ci impieghi a pronunciare le parole “Soho a Brooklyn” (il nome di un nuovo negozio alimentare nella via a fianco) la vita di prima era in pericolo.
Gli affitti, che andavano da 300 a 500 dollari al mese prima del 2000, sono saltati a 1.500 o anche 2.000, coi nuovi abitanti di tendenza che si trasferivano qui fuggendo dai prezzi di Manhattan. Solano racconta di aver scoperto in fretta che molta fra la gente che conosceva se ne stava andando via da Brooklyn, o addirittura dalla città, perché non poteva permettersi di pagare l’affitto.
”È il fatto più grosso. Adesso stanno tutti in Pennsylvania”.
Con l’amministrazione Bloomberg che sta portando avanti un nuovo piano per il waterfront l’impennata degli affitti a Williamsburg sarà ancora più accelerata, e le cose andranno sempre peggio per una gran quantità di residenti. Dato che le gli affitti stanno salendo bruscamente anche a Bushwick e East New York, non ci sono molte alternative all’andarsene da Brooklyn, che un tempo era il simbolo della classe operaia d’America. E anche se i funzionari dell’ufficio tecnico comunale dicono che il piano attiverà un programma di “inclusione”, con più di 2.300 alloggi di edilizia sovvenzionata, fra Williamsburg e Greenpoint, non necessariamente sarà d’aiuto ai poveri cacciati da Southside.
Non è una mia conclusione. Sta scritto nella valutazione di impatto ambientale dell’ufficio urbanistica. Anche se metà delle case popolari sono destinate ad abitanti di Greenpoint-Williamsburg, il documento datato 4 marzo aggiunge che “non tutta la popolazione potenzialmente delocalizzata sarà probabilmente in grado di prendere in affitto questi alloggi”. Ciò vuol dire che rimane, almeno in parte, un “significativo impatto”.
Il che tradotto vuol dire: il documento dimostra che il piano dell’amministrazione municipale è un rischio per gli abitanti poveri di Southside, specialmente quelli nei piccoli edifici non coperti dalla regolamentazione degli affitti. Diciamocelo: gli affitti cresceranno semplicemente in base alla prospettiva di nuove abitazioni di lusso realizzate nell’area, e gli attuali abitanti di Southside, compresi parecchi alternativi, se ne saranno andati da un pezzo prima che si rendano disponibili i primi alloggi a prezzi controllati.
Rachaele Raynoff, portavoce dell’ufficio urbanistica, afferma che la variante di piano offre “un programma residenziale popolare incredibilmente aggressivo”. Definisce la valutazione di impatto ambientale “estremamente conservatrice” e dice che si creeranno più case a prezzi accessibili di quante non se ne perdano.
Ma lo studio non è così attento a proteggere i poveri. Con la vecchia giustificazione tipica dello urban renewal, essenzialmente afferma che si può procedere, dato che i poveri sono già obbligati ad andarsene in ogni caso.
Alcuni, come la signora Manuela Butler, vorrebbero rimanere – e in un’abitazione adeguata. “Prima stavamo a tavola mamma, papà, bambini. Adesso ci stiamo con altre due famiglie. I figli si sposano, e semplicemente rimangono qui”.
John Mulhern, direttore della Southside Community Mission, racconta di scorgere i segni del movimento di popolazione alle funzioni domenicali della cattolica Transfiguration Church su Marcy Avenue. I fedeli sono diminuiti, dai 1.500 di cinque anni fa, a 900.
”Stiamo perdendo un significativo numero di persone, verso la Florida, principalmente l’area di Orlando”, racconta Mulhern, e aggiunge che altri se ne sono andati a Maspeth o Ridgewood, altri a Allentown o ai Poconos a cercare case più a buon mercato.
”New York sarebbe una città più vitale se potessimo avere una base economica più varia. “È malsano rendere enormi parti della città inabitabili da famiglie di lavoratori”.
La Southside Mission ha collaborato a organizzare la Churches United for Fair Housing, a far pressione sull’amministrazione cittadina perché inserisca più case popolari nel discusso piano di Bloomberg per la variante al waterfront.
Il reverendo Jim O’Shea, un sacerdote che che aiutato a organizzare la campagna, dice che lo fa soffrire, ascoltare che descrivono il quartiere come “frontiera” e i nuovi arrivati “pionieri”.
“Sembra di sentir parlare Cristoforo Colombo”. Non avevo pensato alla cosa da questo punto di vista: è il linguaggio dell’oppressione coloniale. È ora di iniziare a vedere questa storia attraverso gli occhi degli abitanti di Southside. “È incredibile quello che succede” racconta Solano, attivista della chiesa. “Basta una cosa sola, come un caffè Starbucks, e arrivano a centinaia”.
Nota: qui il testo originale al sito del Village Voice - qui l'intero progetto di "rezoning" all'ufficio urbanistica di New York City (f.b.)
Titolo originale: I Have a Nightmare – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Quando degli ambientalisti scrivono una cosa come “ La Morte dell’Ambientalismo”, vuol dire che il movimento ha grossi problemi.
Quel saggio, scritto da due giovani ecologisti, gira su internet dallo scorso autunno, e ha provocato una guerra civile fra quelli che stanno abbarbicati agli alberi, perché sostiene che “l’ambientalismo moderno, con tutte le proprie presunzioni non provate, concetti superati, strategie esaurite, deve morire per far sopravvivere qualcosa”. È triste, ma gli autori, Michael Shellenberger e Ted Nordhaus, hanno ragione.
Il movimento ecologista USA non riesce a vincere nemmeno rispetto alle questioni prioritarie, anche se ha il vantaggio di essere quasi sempre dalla parte del giusto. Le trivellazioni petrolifere nello Arctic National Wildlife Refuge possono essere approvate da un momento all’altro, e non c’è stato sinora nessun progresso, da noi, su quello che nei tempi lunghi può essere il problema più importante per la Terra: il mutamento climatico.
Il problema fondamentale, per come la vedo io, è che i gruppi ambientalisti sono troppo spesso allarmisti. Hanno una tradizione incredibile da questo punto di vista, e così hanno perso di credibilità di fronte al pubblico. Alcuni fanno un ottimo lavoro, ma alcuni di loro potrebbero essere considerati l’equivalente, a sinistra, dei neocons: luccicanti di chiarezza morale e zelo ideologico, ma privi di sfumature. (l’industria ha anche aumentato a dismisura i rischi, esagerando il fatto che le tutele ambientali comporterebbero terribili costi economici).
“La Morte dell’Ambientalismo” è sulla mia stessa lunghezza d’onda. Un tempo ero un attivista ecologico, e condivido ancora le grandi questioni del movimento, ma ora sono scettico riguardo a quei discorsi “Ho avuto un incubo”.
Negli anni ’70 il movimento ambientalista era convinto che l’oleodotto in Alaska avrebbe devastato i branchi di caribù dell’Artico centrale. Da allora, sono quintuplicati.
Quando ho iniziato a preoccuparmi per il mutamento climatico, il raffreddamento globale e l’inverno nucleare sembravano i rischi principali. Come scriveva Newsweek nel 1975: “I meteorologi divergono tra loro su cause e tendenze del raffreddamento ... ma sono quasi unanimi nel ritenere che la produzione agricola si ridurrà per il resto del secolo”.
Questo dovrebbe insegnare agli ambientalisti un po’ di umiltà. Il problemi sono reali, ma lo è anche l’incertezza. Gli ecologisti avevano ragione rispetto al DDT che minacciava le aquile calve, per esempio, ma bloccare tutte le disinfestazioni nel terzo mondo ha portato a centinaia di migliaia di morti per malaria.
Allo stesso modo, gli ambientalisti giustamente allertavano riguardo alla pressione demografica, ma esageravano enormemente nelle stime. Paul Ehrlich sosteneva in The Population Bomb che “la battaglia per nutrire l’umanità è finita ... Centinaia di milioni di persone sono destinate a morire di fame”. Nella mia biblioteca ho un libro ancora più vecchio, Too Many Asians, con la foto di una massa di indiani in copertina. Il volume avvisa che la minaccia degli asiatici che si moltiplicano senza tregua è “anche più grave della guerra nucleare”.
Jared Diamond, autore dell’affascinante nuovo Collapse, che mostra come alcune civiltà di fatto si siano suicidate saccheggiando il proprio ambiente, dice che i falsi allarmi non sono una cattiva cosa. Il professor Diamond sostiene che se accettiamo falsi allarmi per gli incendi, perché non per la salute del pianeta? Ma le sirene degli allarmi ambientali hanno suonato così a lungo, come antifurti di macchine, da diventare solo rumori di fondo iritanti.
Da un certo punto di vista, siamo tutti ambientalisti ora. Il Pew Research Center ha rilevato che più di tre quarti degli americani concordano sul fatto che “questo paese dovrebbe fare ogni cosa per proteggere l’ambiente”. Ma il sostegno all’ambiente si accoppia al sospetto verso gli ambientalisti. La Morte dell’Ambientalismo sottolinea che un sondaggio del 2000 ha rilevato come il 41% degli americani consideri gli attivisti ecologici degli “estremisti”. Ci sono molti ambientalisti seri, naturalmente, ma quelli con eccesso di zelo hanno fatto terra bruciata.
La perdita di credibilità è un fatto tragico, perché di ambientalisti ragionevoli – senza allarmismi o esagerazioni – c’è un urgente bisogno.
Viste le incertezze e i do-ut-des, si dovrebbe dare priorità all’evitare i danni ambientali irreversibili, come le estinzioni, il mutamento climatico, la perdita di spazi naturali. E i cambiamenti irreversibili sono esattamente la posta in gioco, con l’amministrazione Bush che programma di trivellare nelle aree selvagge dell’Artico, di costruire strade nelle foreste vergini, di non fare essenzialmente nulla per il riscaldamento globale. È un programma che ci farà fare una figuraccia, davanti ai nostri nipoti.
Dunque sarebbe un fattore critico, avere un movimento ambientalista credibile, articolato e dotato di sfumature, molto rispettato. Ma ora, temo, non ce l’abbiamo.
Nota preliminare: questo articolo era stato pubblicato originariamente col titolo The New Urbanism and the Communitarian Trap, sullo Harvard Design Magazine, inverno/primavera 1997; la lettrice Laura Zumin ce l'ha segnalato nella versione spagnola, El nuevo urbanismo y la trampa comunitaria, proposta da La Vanguardia(Barcelona), nel numero del 26 novembre 2000. La presente traduzione per Eddyburg è dall'originale inglese, e ovviamente ringraziamo Laura Zumin per la segnalazione e gli altri interventi sui temi del New Urbanism (Fabrizio Bottini)
Tornando a Oakland dopo molti anni di assenza, Gertrude Stein osservava “non c’è un lì, lì”. Questo è spesso preso come semplice condanna dell’impoverita qualità della vita urbana americana, un commento che sorge naturale da chi considera l’America suo paese natale, e Parigi la sua casa. Questa lettura si colloca in una lunga linea di commenti critici e spesso indignati sulla “assenza di luoghi” e mancanza di “autenticità” che caratterizzano tante città americane, in un processo di urbanizzazione che produce quanto James Kunstler (in The Geography of Nowhere, 1993, e Home from Nowhere, 1996) stigmatizza “la geografia del nulla” (a comporre questo acido mosaico: suburbi senz’anima, demenziali edge cities, centri città frammentati e che cadono a pezzi). Scopo dell’architettura e della progettazione urbana diventa così l’eroica battaglia contro tali mostruose deformità. Ma a ben vedere l’osservazione della Stein era una risposta, molto personale ed emotiva, alla rapidità del cambiamento nelle città americane, al quel processo di continua ricostruzione che oblitera e cancella memorie infantili di luoghi e persone. Il modo per recuperare storia, tradizione, memoria collettiva e identità, diventa così la ricerca del santo graal.
Queste due tematiche, non necessariamente si escludono a vicenda. E in quello che oggi si propone come Nuovo Urbanesimo (vedi Peter Calthorpe, The Next American Metropolis, 1993, e Peter Katz, The New Urbanism: Toward an Architecture of Community, 1994), assistiamo alla loro deliberata convergenza entro una dichiarazione programmatica. La vita urbana può essere radicalmente migliorata, resa più autentica e consapevole dei luoghi, si sostiene, tornando ai concetti di vicinato e comunità che un tempo hanno dato alle città tanta coerenza, vivacità, continuità e stabilità. La memoria collettiva di un passato più civico può essere recuperata attraverso un adeguato richiamo ai simboli tradizionali.
C’è molto da encomiare, in questo movimento, oltre lo scatto di adrenalina del dichiarare guerra al senso comune ormai radicato in tante istituzioni (costruttori, finanza, politica, trasporti, interessi vari). In primo luogo, c’è la voglia di pensare lo spazio di un particolare intervento nel quadro dell’area nel suo insieme, e perseguire un ideale più organico, olistico, di cosa potrebbero essere città e regioni. Nel farlo, si supera il penchant postmoderno per la frammentazione, e vengono resuscitati Raymond Unwin, il New York Regional Plan del 1929, e Luwis Mumford, come guide all’azione migliori della Carta d’Atene. E ancora, c’è un forte interesse per le forme conchiuse e integrate di insediamento che escludano la concezione piuttosto ridicola della città a zonizzazione orizzontale e a grandi lotti. Questo libera l’interesse per le architetture civiche e la strada come arene di socialità. Permette, anche, nuovi modi di pensare alle relazioni fra vita e lavoro, facilita una dimensione ecologica nel progetto, che in qualche modo vada oltre l’alta qualità ambientale intesa come bene di consumo (nonostante se ne usi parecchia); e inizia a prestare attenzione allo spinoso problema di cosa fare coi dissipatori bisogni energetici dell’urbanizzazione basata sull’automobile, che ha dominato gli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.
Ma c’è anche spazio per lo scetticismo. Ad esempio, la presunzione che l’America sia “piena di persone che aspirano a vivere in vere comunità, ma che hanno solo una pallida idea di cosa ciò significhi in termini di progettazione fisica” (Kunstler, 1996) tradisce una certa arroganza. Ma ci sono obiezioni più sostanziali. Non è chiaro ad esempio se la preferenza per il vicinato e la comunità (ammesso che esista) possa sostituire facilmente la storia d’amore dell’America con l’automobile, anche se questo spostamento è economicamente fattibile. La maggior parte dei progetti realizzati, in più, sono insediamenti “greenfield” in gran parte per ricchi, e sembrano più orientati a rendere il suburbio “un posto migliore per vivere” (Philip Langdon, A Better Place to Live: Reshaping the American Suburb, 1994) che a rivitalizzare i centri urbani in decadenza. E non è neppure chiaro a Vincent Scully, alleato scettico del movimento, se i ricchi stiano scegliendo la “comunità” o invece “l’immagine” della comunità (“The Architecture of Community” in Katz, The New Urbanism). La memoria collettiva si recupera o si inventa? Più seriamente, il new urbanism non può caricarsi la croce dell’impoverimento e crisi urbana. Quando scompaiono posti di lavoro, come sottolinea William Julius Wilson in When Work Disappears, l’intero tessuto sociale stracciato a pezzi, invocare la comunità e i quartieri tradizionali (del tipo progettato da Andres Duany e Elizabeth Plater-Zyberk) sembra irrilevante per il destino della “nuova” metropoli americana che si va formando tutto intorno a noi. In assenza di lavoro e prodigalità governativa, gli auspici “civici” del new urbanism suonano particolarmente vuoti.
Ma la mia vera preoccupazione è che il movimento ripeta fondamentalmente gli stessi errori degli stili architettonici e urbanistici che critica. Detto in modo semplice, non continua nell’idea secondo cui la definizione di un ordine spaziale sia, o possa diventare, fondamento di un nuovo ordine morale ed estetico? Non presume che adeguate qualità architettoniche e progettuali potranno essere la salvezza non solo delle città americane, ma della vita sociale, economica e politica in genere? Pochi sostenitori del movimento esporrebbero una tesi tanto netta (anche se Kunstler ci va vicino). Ma questa presunzione pervade gli scritti dei nuovi urbanisti come una sorta di sub-testo subliminale. Il movimento non riconosce che la fondamentale difficoltà del modernismo è stata la costante abitudine a privilegiare le forme spaziali rispetto ai problemi sociali. Ciò, come dimostra L. Marin (in Utopics: Spatial Play, 1984), è centrale in tutte le forme di utopismo classico (a cominciare da Thomas More, le cui descrizioni di Utopia sono preoccupantemente simili a quelle proposte dal new urbanism). L’effetto è di distruggere le possibilità della storia, assicurando stabilità sociale attraverso il contenimento di tutti i processi entro una cornice spaziale. Il new urbanism cambia la cornice spaziale, ma non la presunzione dell’ordine spaziale come veicolo per controllare i processi e la storia.
I legami tra forme e processi sociali qui si costruiscono attraverso la correlazione fra il progetto di architettura e una certa ideologia della comunità. Il New Urbanism assembla molto del proprio potere retorico e politico entro un nostalgico appello alla “comunità” come panacea per tutti i nostri mali sociali, economici, e urbani. VincentScully, ad esempio, commentando Seaside, icona del New Urbanism(in Katz, The New Urbanism), nota che sia “riuscita oltre qualunque altro lavoro di architettura dei nostri tempi .... a creare un’immagine di comunità, un simbolo del posto della cultura umana entro la vastità della natura”. E continua:
”Non si può fare a meno di sperare che la lezione di Seaside e delle altre città nuove che stanno prendendo forma possa applicarsi al problema delle case per i poveri. È qui che c’è più bisogno di comunità, e dove essa è stata più disastrosamente distrutta. I centri città dovrebbero davvero essere spezzati entro i propri quartieri interni se ciò succedesse lì. È triste pensare che tutto questo sarebbe stato tanto più facile prima dell’era del Redevelopment, quando esisteva ancora una struttura base dei quartieri ... Quindi è un problema concreto, se il “centro città” così come lo conosciamo possa mai essere conformato come il tipo di spazio in cui vuole vivere la maggioranza degli americani”.
La presunzione, qui, è che i quartieri siano in qualche misura “intrinseci”, che la forma corretta delle città sia una qualche “struttura per quartieri”, che “quartiere” sia l’equivalente di “comunità”, e che la “comunità” sia ciò che la maggior parte degli americani vuole, e di cui ha bisogno (che lo sappiano o meno).
Ma la “comunità” può davvero salvarci dal mondo agonizzante della dissoluzione sociale, del materialismo arraffa-arraffa e della cupidigia individualista, egoista, market-oriented? Comunità ha sempre significato cose diverse per persone diverse, e dunque qualle tipo di comunità si intende nella filosofia del New Urbanism? È qui che il richiamare un passato mitologico porta con sé un carico pericoloso.
Il New Urbanism di fatto si lega al facile tentativo contemporaneo di trasformare grandi e brulicanti città, apparentemente fuori controllo, in una serie di “villaggi urbani” collegati l’uno all’altro dove, si ritiene, ognuno possa relazionarsi in modi civili e urbani con chiunque altro. In Gran Bretagna, il Principe Carlo ha guidato questa carica emotiva al “villaggio urbano” come locus della rigenerazione urbana. Leon Krier, uno spesso citato cultore del New Urbanism, è uno dei suoi principali battistrada per l’architettura. E l’idea attira, trovando il sostegno dei gruppi etnici marginalizzati, delle classi lavoratrici impoverite e combattive, lasciate in secca dalla deindustrializzazione, dai nostalgici dei ceti medi e alti, che lo vedono come una forma civilizzata di costruzione che offre caffè sul marciapiede, aree pedonali, negozi di Laura Ashley.
Il lato oscuro di questo comunitarismo, resta non detto: sin dalle prime fasi della massiccia urbanizzazione nel segno dell’industria, “lo spirito della comunità” è stato usato come antidoto per qualunque minaccia di disordine sociale, lotta di classe, violenza rivoluzionaria. “Comunità” è sempre stato uno dei luoghi chiave di controllo e sorveglianza sociale, ai confini dell’esplicita repressione. Le comunità stabili spesso escludono, definiscono sé stesse contro gli altri, erigono ogni sorta di segnali “alla larga” (quando non mura tangibili). Come sottolinea M. Young (in Justice and the Politics of Difference, 1990), “Razzismo, sciovinismo etinco, svalutazione di classe ... crescono in parte dal desiderio di comunità” in modo che “l’identificazione positiva di alcuni gruppi è spesso realizzata qualificando innanzitutto gli altri gruppi come altro, il semi-umano di valore inferiore”. Come conseguenza, la comunità spesso è stata una barriera anziché un facilitatore per il progresso sociale, e molta della migrazione popolare dai villaggi (sia rurali che urbani) nasce precisamente da fatto che sono oppressivi per lo spirito umano e superflui come forma di organizzazione sociopolitica (si vedano ad esempio R. Blythe, Akenfield: Portrait of an English Village, 1969, e Richard Sennett, The Uses of Disorder, 1970). Tutto ciò che rende la città così eccitante – l’inaspettato, i conflitti, lo stimolo di esplorare spazi sconosciuti – sarà strettamente controllato e delimitato da grandi segnali che recitano “qui non si accettano comportamenti devianti”. Non importa: l’idea del villaggio urbano o di qualche tipo di soluzione comunitaria (vedi Michael Sandel, Liberalism and the Limits of Justice, 1982, e Amitai Etzioni, The Spiritof Community: Rights, Responsibilities, and the Communitarian Agenda, 1993, per tesi sociali di tipo simile) per i nostri mali urbani si scava insidiosamente la strada nella coscienza collettiva, col New Urbanism come una delle sue forme di articolazione.
Un antidoto più adeguato all’implicito determinismo spaziale che caratterizzasia il modernismo che il new urbanism non è l’abbandono di tutta la discussione sulla città (o sulla possibilità dell’utopia) in quanto tale, ma comprendere che l’urbanizzazione come insieme di processi fluidi in correlazione dialettica con la forma dello spazio che essi suscitano e che a sua volta esso contiene. L’utopianesimo dei processi appare molto diverso da quello della forma spaziale. Il problema allora è di arruolarsi nella battaglia per proporre un socialmente più giusto, politicamente emancipatorio, ed ecologicamente sano processo di produzione di miscele spazio-temporali, anziché accondiscendere a quelli imposti da una incontrollata accumulazione capitalistica, sostenuta dal privilegio di classe e da vistose ineguaglianze di potere politici-economico. Costruire qualcosa che chiamiamo comunità insieme ad una politica dei luoghi può offrire una sorta di base fondativa per una lotta del genere (ne discuto in Justice, Nature and the Geography of Difference, 1996). Ma il New Urbanism non presta attenzione a questo: costruisce un’immagine di comunità e una retorica dell’orgoglio civico basata sui luoghi, sulla consapevolezza per chi non ne ha bisogno, abbandonando chi ne ha al proprio destino di “ underclass”.
La logica dell’accumulazione capitalistica e del privilegio di classe, per quanto egemonica, non può sempre controllare ogni sfumatura dell’urbanizzazione (per non parlare dello spazio discorsivo e immaginario sempre associato alle discussioni sulla città); l’intensificarsi delle contraddizioni nell’urbanizzazione contemporanea, anche per i privilegiati (alcuni dei quali illuminati dal New Urbanism), crea ogni genere di spazi interstiziali entro cui possono fiorire possibilità liberatorie ed emancipatrici. Il New Urbanism individua alcuni di questi spazi, ma il suo conservatorismo, il suo comunitarianesimo, il suo rifiuto di confrontarsi con l’economia politica del potere, ne smussa il potenziale rivoluzionario.
Nel labirinto ideologico e botanico in cui rischia di smarrirsi il centrosinistra, tra alberi d´alto fusto e fiori di campo o di serra, sigle improbabili e innesti artificiali, c´è un filo di Arianna che può aiutare l´opposizione a trovare una via d´uscita per ridefinire la propria natura e la propria identità: la salvaguardia dell´ambiente come priorità assoluta, come perno programmatico di un´alternativa di governo, come paradigma di un nuovo modello di sviluppo economico e sociale. È una piattaforma riformista tanto ampia da contenere e aggregare intorno all´Ulivo storie e culture diverse, componenti e vocazioni che si richiamano a un´origine e a un destino comuni, in nome di una moderna solidarietà - di ispirazione laica o cattolica - tesa a ridurre per quanto possibile le disuguaglianze, le distanze fra i privilegiati e gli "ultimi", il gap fra le generazioni.
Da un anno e mezzo, in un black-out mediatico che ai promotori è sembrato sconfinare a volte nell´indifferenza o peggio nella censura, su mandato dei rispettivi segretari o presidenti gli otto partiti della minoranza hanno costituito un Tavolo Ambiente dell´Opposizione, denominato ambiziosamente Tao e raffigurato da due spirali contrapposte, come il principio della filosofia cinese. Articolato su due livelli, uno politico e uno tecnico, il lavoro è stato suddiviso in commissioni, con la partecipazione di numerosi esperti di settore: dall´energia all´acqua, dalle aree protette ai rifiuti, dalla difesa del suolo ai trasporti, dalla fiscalità ecologica all´agricoltura.
Attraverso un confronto al proprio interno, ciascun gruppo ha elaborato così un documento monografico con una serie di proposte concrete, «alla ricerca - come si legge in un comunicato congiunto - di una progettualità alternativa che definisca una nuova qualità sociale e ambientale dello sviluppo». E il prossimo 18 gennaio, in vista dell´entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, il Tao farà il suo esordio ufficiale per presentare il testo-base, quello sull´energia e i cambiamenti climatici, predisposto dalla commissione di cui è presidente Paolo degli Espinosa (Democratici di sinistra): al convegno parteciperanno Romano Prodi e i segretari dei partiti della Gad.
È un segnale positivo per il popolo di centrosinistra, proprio nel momento in cui la Federazione dell´Ulivo stenta a individuare la rotta da seguire per ricandidarsi alla guida del Paese. Non solo perché testimonia un impegno di ricerca e di dialogo che tende finalmente a unire sulle scelte, piuttosto che a dividere sulle formule. Ma soprattutto per il fatto che l´obiettivo dichiarato è un progetto di società, e quindi un programma di governo, in alternativa a quello del centrodestra. Dai guasti del condono edilizio alle incognite della delega ambientale, negli ultimi tempi la maggioranza parlamentare ha fatto di tutto per dimostrare quanto ciò sia necessario e urgente per impedire l´ulteriore rovina del Malpaese.
Con un apprezzabile sforzo di pragmatismo che punta a contrastare la crisi economica, il Tao propone di «fare dell´Ambiente la principale occasione di nuova e buona occupazione». E nello spirito del Protocollo di Kyoto, sollecita perciò «una diversa politica energetica fondata sul risparmio e su un uso razionale dell´energia nonché sullo sviluppo di fonti rinnovabili pulite quali solare, termico e fotovoltaico, eolico e piccolo idroelettrico», in rapporto alle condizioni e alle caratteristiche locali. Da qui, secondo il documento elaborato dai partiti di opposizione, un triplo vantaggio in termini di qualità ambientale, in particolare per la salvaguardia del clima e i rischi che derivano dalla limitatezza dei giacimenti mondiali di combustibile (petrolio e uranio); di maggiore efficienza del sistema di produzione e consumo; e infine, di riduzione della spesa per importazione di combustibile.
All´insegna dello slogan «Ricominciamo dai Parchi», un altro documento che offre spunti e indicazioni interessanti è quello elaborato dal gruppo sulle Aree protette e la Biodiversità, presieduto da Mario Castorina (Italia dei Valori). Qui la difesa dei parchi va al di là della conservazione della natura, per assumere un "valore culturale" autonomo. Le aree protette diventano allora il luogo ideale per sperimentare le pratiche rispettose dell´ambiente e dimostrate nello stesso tempo che lo sviluppo economico e sociale può svolgersi in armonia con le dinamiche naturali.
Su una «politica per il mare», attenta agli aspetti ambientali, economici e culturali in una visione più internazionale, si fonda infine «una politica di pace, di collaborazione, di integrazione economica e di solidarietà, per coinvolgere l´Unione europea verso l´insieme dei Paesi del Mediterraneo». Il presupposto fondamentale, ovviamente, è quello di non considerare più il mare come una pattumiera o una discarica, per sfruttare al meglio tutte le sue potenzialità. A cominciare dal turismo.
Il rischio principale da cui il Tavolo dell´Ambiente deve guardarsi, tuttavia, è quello di compilare un nuovo "libro dei sogni", tanto completo e originale quanto immaginario. Le idee, le indicazioni e le proposte contenute nei vari documenti devono essere tradotte necessariamente in soluzioni concrete e praticabili, per evitare di contrapporre un Ambiente ideale a un Ambiente impossibile. Ma questo è un compito di sintesi che spetta alla responsabilità e alla competenza della politica.
Titolo originale: Charles Plan Would Require Clustered Development – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Una proposta pensata per tutelare le zone rurali della Charles County e scoraggiare lo sprawl ha suscitato un vivo dibattito sul tipo di edificazione che sarà consentita per l’80% del territorio.
Le norme chiedono ai costruttori di realizzare le case per gruppi, su appezzamenti di piccole dimensioni, e conservare gli spazi aperti come campagne e boschi.
La proposta, presentata lunedì in una riunione della Planning Commission, ha sollevato appassionate proteste da parte dei coltivatori, che sostengono che così le loro proprietà diventeranno meno appetibili per i costruttori, rendendo più difficile ritirarsi dall’attività o cedere i terreni ai figli.
”Non ci sono più molti coltivatori” ha detto Gilbert Bowling di Newport al comitato, di fronte a un pubblico di circa 70 persone. “L’agricoltura è in difficoltà e ha bisogno di sostegni. Questo non lo è”.
Le norme di zoning della contea richiedono circa 1,2 ettari per ogni abitazione costruita, ovvero circa 40 ettari per ogni 33 case. Per un nuovo insediamento di sei o più abitazioni, le modifiche proposte prevedono che il proprietario dei terreni conservi il 65% delle superfici, concentrando gli interventi sul restante 35%. Le regole non valgono per lottizzazioni con superfici di 8 ettari, o meno di sei abitazioni.
Si discute, se le proposte modifiche – per le aree di conservazione agricola e rurale della contea, 100.000 ettari – riducano la quantità di abitazioni che è possibile edificare.
”È possibile garantire che concentrando non si perda qualche lotto? No” dice il direttore per l’urbanistica David Umling. “Non esistono verità assolute”.
Umling sostiene che il numero di abitazioni edificabili dipenderà dalle caratteristiche delle proprietà, come in fatto che il suolo in alcune zone sia adatto al filtraggio delle acque.
Una risposta che non soddisfa i coltivatori e gli altri, convinti che la contea sia più preoccupata di proteggere le vedute paesaggistiche che non i diritti dei proprietari.
”State semplicemente obbligandoci a rinunciare al 65% della nostra proprietà” dice il coltivatore Jim Maus di Nanjemoy. E aggiunge un po’ per scherzo,”Ho una ventina di ettari, sarei lieto di venderveli”.
La quantità di terre agricole è diminuita rapidamente nella contea di Charles, zone un tempo dominata dalla produzione di tabacco. Ce n’erano 22.000 ettari nel 2002, contro i 27.500 del 1987. Il numero delle aziende è sceso del 7%, sino a 418 unità, dal 1997 al 2002.
Un piccolo gruppo di proponenti, ha dichiarato alla riunione di lunedì che queste norme sono urgentemente necessarie, perché molti dei contratti di sovvenzione statali del tabacco scadranno nel 2011. Con la fine di questi pagamenti, potrebbero rendersi disponibili all’edificazione oltre 4.000 ettari di terreni.
Alcuni residenti approvano la proposta perché tenta di prevenire un’edificazione continua. “La bellezza del paesaggio rurale attira edificazione, che però per prima cosa distrugge le caratteristiche naturali che hanno attirato le persone” dice Cheryl Thomas di Welcome, membro della Conservancy of Charles County.
Agli oppositori, le norme proposte riecheggiano un piano dell’anno scorso, che richiedeva otto ettari per ogni abitazione. La proposta fu respinta dal consiglio della Charles County.
All’epoca, quattro su cinque componenti si dichiararono invece favorevoli all’obbligo di clustering dell’edificazione. Charles Rice, urbanista responsabile per le zone agricole della contea, dice che la concentrazione degli interventi potrebbe attirare i costruttori, dato che consente più edifici su meno suoli.
Almeno altre sette contee del Maryland richiedono questo clustered development, con indicazioni variabili per quanto riguarda gli spazi aperti. La proposta della Charles per il l 65% si colloca in una posizione intermedia. Le contee Calvert e Baltimore prevedono rispettivamente di conservare 80 e 70 per cento. La St. Mary la Wicomico richiedono entrambe il 50% di spazi aperti.
Un progettista locale che ha lavorato su 14 insediamenti concentrati all’interno della contea, sostiene che queste norme potrebbero avere effetti indesiderati.
Timothy Lessner di Waldorf dice che la proposta va “molto, molto oltre” quanto raccomandato nel 2002 da una commissione di cittadini. I limiti per le zone agricole spingerebbero l’edificazione verso le aree boschive. “È l’esatto opposto dell’obiettivo di ridurre al minimo l’impatto sui boschi” ha scritto alla commissione urbanistica.
La commissione esaminerà le osservazioni del pubblico a partire dal 14 ottobre, e discuterà ancora il problema, prima di esprimere le proprie raccomandazioni al consiglio di contea.
Nota: il testo originale al sito del Washington Post (f.b.)
Titolo originale: Suburbs look to serve seniors – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
STANDISH — Dopo 30 anni, Betty Edwards si è abituata alla vita qui a Standish: gli amici che incontra quotidianamente, i negozi che hanno tutto quello di cui ha bisogno, la bellezza e tranquillità di stare sul Sebago Lake.
La signora Edwards, novantenne attiva, se la cava bene. Ma si preoccupa perché un cambio nella sua situazione potrebbe significare andarsene da Standish, cosa che non vuole fare.
La popolazione di età superiore ai 65 anni è in crescita nei sobborghi a ovest di Portland, una tendenza che sta accentuando la domanda di abitazioni. I nuclei che non rispondono a questa domanda rischiano di perdere i residenti più anziani.
”Sarebbe davvero odioso andarmene da Standish” dice la signora Edwards.
Il sentimento è reciproco. La cittadina recentemente ha istituito un comitato per trovare soluzioni per le abitazioni degli anziani, di cui la signora Edwards è membro.
Secondo il censimento del 2000, i residenti anziani sono il 15% della popolazione nella regione dei Laghi, lo stesso che a Portland. Le cittadine di Bridgton, Casco, Gorham, Naples, Raymond, Sebago, Standish e Windham hanno tutte visto un aumento degli abitanti senior.
Larry Gross, direttore della Southern Maine Area Agency on Aging, afferma che questo fenomeno si chiama “ aging in place” ovvero che gli anziani tendono a fermarsi, invecchiando.
Questo può diventare un problema se le amministrazioni non sono preparate a offrire servizi come trasporti, centri medici, attività sociali e abitazioni, dice Gross.
Gli anziani offrono una ricchezza di conoscenze ed esperienza che le città devono cercare di trattenere.
”Mi piace pensare che le cittadine stiano cominciando a riconoscere come sia importante il contributo della popolazione anziana al tessuto sociale” dice Gross.
L’amministrazione di Windham ha risposto alla domanda di abitazioni. Avesta Housing, l’agenzia che sovrintende la costruzione di quartieri a prezzo controllato nel su del Maine, gestisce ora un complesso del genere, New Marblehead Manor, e sta per aprirne un altro, Unity Gardens. Entrambi hanno lunghe liste d’attesa.
Questa primavera, l’agenzia ha avuto l’approvazione per un progetto di appartamenti per anziani dentro un complesso residenziale nella zona di Little Falls, vicono al confine tra le circoscrizioni di Windham e Gorham.
Deborah Keller della Avesta dice che l’agenzia gestisce nove complessi residenziali nella fascia occidentale dei sobborghi, come Stone Crest, struttura per anziani a Standish con 12 alloggi e una lista d’attesa. La maggior parte dei progetti sono realizzati e gestiti con l’aiuto di fondi federali. I complessi migliori sono quelli che favoriscono l’indipendenza, stanno vicini a servizi come il supermercato, e offrono attività sociali.
Ma i costruttori devono affrontare anche alcuni problemi, dal reperimento di fondi sufficienti a quello di un’area adatta allo scopo. Keller dice che ci possono volere mesi o anni per trovare terreni adeguati. In tutti i centri, i costruttori si trovano anche di fronte a norme e regole che possono rendere difficile l’edificazione, dice.
La consigliera municipale di Standish, Cindy Hopkins, afferma che esistono parecchie forze che tendono a spingere gli anziani fuori dalle loro case, come la difficoltà di pagare le tasse immobiliari. Hopkins fa parte del comitato cittadino che si occupa della carenza di residenze per anziani.
Nella ricerca delle risposte ai problemi, il comitato ha chiesto consiglio a funzionari del Maine Department of Health and Human Services, o a costruttori specializzati in case a prezzi controllati per anziani. È stato condotto anche un sondaggio telefonico informale sui residenti più anziani per individuarne i bisogni. Il comitato spera di presentare al consiglio municipale un rapporto sui risultati dell’indagine entro un mese.
Hopkins, residente di lunga data a Standish, dice che la cittadina deve ai suoi residenti anziani la ricerca dei modi per farli restare. “Se possono restare a Standish, dicono di poter restare a casa”.
Jolene Webber, altro membro del comitato, che abita a Standish dal 1951, dice di poter nominare parecchi amici che hanno dovuto spostarsi a causa di un problema con la casa.
A partire da lavoro col comitato e dalle discussioni con amici, Webber, di 75 anni, ha iniziato a chiedersi cosa avrebbero fatto lei e suo marito se fossero stati costretti ad andarsene dalla città. “Un centro come Standish dovrebbe prendersi cura della sua gente” dice. “Si dovrebbe cominciare a fare progetti a questo proposito”.
Per parte sua, la signora Edwards sa che non sarà facile andarsene, se dovesse arrivare quel giorno.
”é una decisione molto dura, per chi ha vissuto qui per tanto tempo”, dice.
Ma Edwards è ancora ottimista per il futuro. Auspica quella che chiama una “comunità di adulti attivi”. È una persona sociale, e desidera un luogo con piccoli appartamenti e attività comunitarie, vicino ai negozi.
Se Standish avesse un posto come quello, ci andrebbe in un secondo. Pensa che ci sarà, un giorno.
Nota: qui il testo originale al sito del Portland Press Herald ; qui su Eddyburg, un articolo dei "nuovi urbanisti" Duany e Plater-Zyberk dedicato all'insieme dei problemi suburbani, compreso quello degli anziani (f.b.)
Il fondo Carlyle, scrivono Paterniti e Fodde, non è un gruppo finanziario come un altro. È la più grande azienda privata degli Stati Uniti con interessi economici in 55 paesi e partecipazioni in 164 società che impiegano 70000 mila persone in tutto il mondo. Bush padre è il principale consigliere del Fondo Asia e prima dell'attacco alle torri gemelle partecipavano al Fondo anche alcuni membri della famiglia Bin Laden. Dell'advisory board fa parte l'ex direttore della CIA e segretario alla difesa Frank Carlucci e l'ex segretario di Stato Baker. Del Board europeo ha fatto parte Letizia Moratti e di quello italiano Chicco Testa, finchè non è scoppiato il caso della vendita del patrimonio culturale.
Cosa c'entra il Fondo Carlyle con la finanza creativa? C'entra, perché ha comprato una parte dei beni artistici: villa Manzoni sulla Cassia a Roma, «complesso immobiliare di interesse storico, culturale e ambientale circondato da un parco di oltre 9 ettari»; un palazzo in stile Liberty a Genova, «immobile prestigioso destinato ad uso terziario»; due palazzi a Reggio Emilia, uno definito «edificio signorile» e l'altro «edificio storico molto prestigioso». I palazzi sono stati acquistati con ribassi del 35% rispetto ai prezzi d'asta di partenza e sono diventati un affare, al punto che gli americani abituati a vendere dopo tre anni, hanno venduto dopo un anno perché, spiega Guido Audagna, capo del fondo Carlyle in Italia, al Sole 24 Ore, «gli immobili avevano raggiunto l'apprezzamento obiettivo». Questo è solo un piccolo esempio di svendita dei gioielli di famiglia, nonostante le raccomandazioni e le proteste.
Già nel corso della discussione parlamentare per l'approvazione della Patrimonio SpA, il 15 Giugno del 2002, Ciampi aveva chiesto a Berlusconi precise garanzie per il rispetto dell'articolo 9 della Costituzione nel quale è scritto che la Repubblica «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». Il Presidente della Repubblica invitava «ad assicurare che la valorizzazione del patrimonio stesso sia coerente non solo con principi di economicità e redditività, ma anche con il rigoroso rispetto dei valori che attengono alle finalità proprie dei beni pubblici». Berlusconi, rispondeva assicurando che «la nuova normativa postula in mantenimento di tutte le garanzie che la legislazione vigente prevede per il demanio e per il patrimonio indisponibile». Le cose però non stavano proprio come affermava il Presidente del consiglio se il sottosegretario Sgarbi votava contro il decreto legge attaccando il ministro dei beni culturali per il suo silenzio e decine di esponenti della cultura lanciavano un grido di allarme. Giulia Maria Crespi, presidente del FAI (Fondo per l'ambiente Italiano) sul Corriere della Sera scriveva che «se di Azienda Italia dobbiamo parlare è buona norma allora, in materia di gestione aziendale, fare tutto il possibile per non intaccare il patrimonio: che in Italia è costituito dalle chiese, dai palazzi storici, dai musei e dalle loro collezioni, dalle ville, dai castelli, dai piccoli e antichi borghi, dai giardini, dalle coste marine, dai fiumi, dai laghi, dai boschi, dalle montagne». Esattamente tutto ciò che sta andando alla deriva e ingrassa gli speculatori, se è vero, come denuncia Lega Ambiente, che il paese conosce un boom di abusivismo, ogni 2 km di costa si rilevano 5 abusi e cresce del 7% il mare inquinato. Il regolamento del Codice di tutela dei beni culturali, denunciava Salvatore Settis, il quale ha contribuito a scriverlo, è stato stravolto. In una intervista al Tirreno( 29-2-004), il direttore della Scuola Normale di Pisa rincarava la dose: «Il regolamento del 2000 per l'alienazione di immobili del demanio culturale conteneva , in effetti, norme e scadenze secche, ma non espresse nei termini di silenzio-assenso. È questo lo sviluppo nuovo e peggiorativo, che non era affatto necessario. È Tremonti che lo ha imposto, perchè in origine il codice Urbani, prevedeva tutt'altra procedura». Lo slogan diventa : «La Scip ci scippa». Per emulare il governo e trovare soldi pronto cassa non si bada né alle procedure né a ciò che si vende. Se il paese è in svendita perché non approfittarne?. Dopo i beni dello Stato e degli Enti, arrivano quelli della Difesa, che però non possono essere venduti ai comuni, ma solo agli immobiliaristi, quelli delle Ferrovie e i beni delle Regioni. Umbria, Marche, Lazio, Lombardia, Abruzzo, Sicilia, Puglia, Valle d'Aosta, Toscana, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Liguria e il comune di Milano, utilizzano le cartolarizzazioni e vendono. La regione Lazio vende anche gli ospedali. «Sotto la guida del governatore Francesco Storace», scrive Corriere Economia, «ha fatto cose impressionanti. Ha addirittura creato una società alla quale sono stati venduti gli ospedali, e che a sua volta ha emesso obbligazioni per pagare la Regione. Il servizio di queste obbligazioni era garantito dall'affitto che la stessa Regione Lazio avrebbe versato alla società». Interpellato, l'ex ministro Sirchia ha dichiarato che era d'accordo. Per tutte le iniziative il mercato di quotazione è il Lussemburgo e per la Provincia di Napoli Londra. Le banche che collocano i bond sono per lo più estere, sempre le stesse, e il più delle volte quelle che danno il punteggio favorevole alle operazioni in modo da incoraggiare ministero e regioni a vendere il più possibile. Ma niente paura. Paolo Foschi sul Corriere Economia del 27 Giugno 2005 scrive: «La finanza creativa, se davvero andrà in pensione, rischia di lasciare in eredità, anche se in parte solo virtuale, un buco di 70 miliardi di Euro. Se si aggiungono le Una Tantum (condoni, privatizzazioni ecc) il conto lievita a 160 miliardi di Euro».
Naturalmente, mentre il governo vende parti importanti del Bel Paese, il capo del Governo continua a comprare: ville, quadri, mobili antichi, collezioni, promontori, parchi, e guai a chi ci mette il becco.
Il mistero dell'Unipol
Al convegno dei giovani industriali che si è tenuto a Santa Margherita la scorsa settimana, il diessino Luigi Bersani, replicando alle provocazioni dell'imprenditore Diego Della Valle, ha detto tra le altre cose che secondo lui la cosiddetta finanza rossa non esiste. Di questo non abbiamo mai avuto dubbi. E se mai ne avessimo avuti, la politica e le alleanze trasversali di Unipol, la compagnia di assicurazioni legata alla Lega delle cooperative guidata da Giovanni Consorte, ce li hanno fatti passare definitivamente. Ci pare di poter dire, anzi, che forse esiste una finanza grigia. Nulla di polemico, sia chiaro, ma semplici constatazioni. La prima constatazione riguarda la battaglia azionaria per il controllo della Banca Nazionale del Lavoro. Come è noto in questa battaglia ci sono due schieramenti ben delineati: da un lato il patto di sindacato guidato da Luigi Abete e composto da Diego Della Valle, le Generali e il Banco De Bilbao e dall'altro il contropatto guidato dai Caltagirone, dagli immobiliaristi Ricucci, Coppola e Statuto e, last but not least, dall'Unipol.
All'inizio della battaglia per il controllo della Bnl, la compagnia assicurativa della Lega (delle cooperative), per togliersi dall'imbarazzo degli alleati scomodi, aveva detto che si trattava semplicemente di un'alleanza finanziaria, ma alla fine constatiamo che l'Unipol è addirittura il dominus della battaglia per il controllo di Bnl. Se vincerà l'Unipol vincerà anche Stefano Ricucci e il partito degli immobiliaristi, con buona pace del governatore della Banca d'Italia e del governo Berlusconi, sponsor del contropatto. Quello in Bnl non è l'unico posizionamento imbarazzante di Unipol. Come sanno bene gli addetti ai lavori, la compagnia guidata da Consorte è membro del patto di sindacato di Hopa, la società di Emilio Gnutti nel cui consiglio d'amministrazione siede tra gli altri anche la Fininvest di Silvio Berlusconi. Hopa a sua volta è azionista importante della Popolare di Lodi, la banca che sta finanziando la scalata di Stefano Ricucci al Corriere della Sera.
Sia chiaro, noi non crediamo, a differenza del Diario e di altri osservatori, che ci sia una «pista rossa» nella scalata al quotidiano di via Solferino. Siamo convinti che alla fine, se Ricucci non verrà fermato, chi ci guadagnerà sarà ancora una volta lo scaltro presidente del consiglio. E' vero, il banchiere Vincenzo De Bustis, uomo considerato vicino a Massimo D'Alema, finanzia il veste di amministratore delegato di Deutsche Bank l'immobiliarista Ricucci ma questo e altri indizi non ci sembrano sufficienti per sostenere l'ipotesi paradossale di una scalata dei Ds al Corsera. Resta, tuttavia, il mistero dell'Unipol e delle sue strane e grige alleanze. Un mistero che il centro sinistra e in particolare i vertici del partito di Piero Fassino farebbero bene a sciogliere.
Titolo originale: In Beijing, All Roads Lead to Gridlock – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
In marzo Bi Yuxi, uno dei principali funzionari del settore strade di Pechino, èstato condannato a morte per aver preso 1,2 milioni di dollari in bustarelle, e sprecato 360.000 dollari di denaro pubblico. Dimentichiamoci per il momento il problema se debbano seguire un simile destino, i nostri burocrati che ostacolano qualunque progresso nei problemi di traffico a Los Angeles. Perché in Cina la questione urgente è: con l’esplosione nazionale di automobili, si scamperà all’ingorgo peggio-di-L.A. che immobilizza alcune città?
Pensare che una volta era tanto facile.
Nell’epoca maoista a Pechino non c’era traffico. Le poche auto che percorrevano le strade erano del governo, e non ce n’era mai a sufficienza, anche contando autobus e camion, per provocare congestione. Gli ampi viali e le strette strade laterali erano dominati dalle biciclette. Se c’era qualunque bisogno di imporre regole per la mobilità, bastava una semplice dichiarazione dei funzionari del Partito Comunista a far pedalare in modo più fluido.
Oggi, le strade di Pechino sono invase da qualunque tipo di mezzi a motore. I tassisti si lamentano perché non esiste “ora di punta”: dura tutto il giorno. I funzionari della municipalità hanno tentato di tutto per alleviare l’ingorgo quotidiano generato da circa 2,6 milioni di veicoli.
La costruzione di strade procede rapida e frenetica, e la cosa sembra logica. Il problema di traffico a Pechino nasce dal passaggio straordinariamente rapido da una cultura di biciclette e autobus a quella dell’automobile. Negli anni recenti, il numero delle auto è aumentato, in media, del 15% l’anno, mentre la capacità delle strade urbane è cresciuta di circa il 3%. Nella zona terziaria centrale di Chaoyang, i piani prevedono una nuova strada di scorrimento veloce, due arterie di attraversamento, e dozzine di altri progetti stradali.
Le autorità stanno anche ampliando il sistema del trasporto pubblico, specialmente la metropolitana, sotterranea e leggera, per alleviare il traffico. Sono attive quattro linee, con circa 115 chilometri di binari (L.A. ne ha meno di 120). Altre quattro sono in corso di costruzione, con costi di oltre 1 miliardo di dollari.
Ci sono in vista anche piani urbanistici più grandiosi. La pianta tradizionale di Pechino si irraggiava dal Palazzo Imperiale verso i quartieri esterni e i sobborghi. La Cina Socialista aveva seguito lo stesso schema, localizzando la maggior parte degli uffici governativi e delle attività principali nel cuore del centro. Questa pianta monocentrica ha creato il disastro del traffico, con sempre più automobilisti della periferia che si aggiungono all’ingorgo quotidiano. Come risposta, le autorità municipali prevedono una metropoli “multicentrica”, con uffici governativi spostati verso i distretti esterni. I piani sembrano ottimi ma, sinora, nessuno si è offerto di spostarsi, o è stato previsto che lo faccia. Sembra che nessuno voglia abbandonare un più prestigioso indirizzo nella zona centrale.
L’intransigenza burocratica è solo uno degli ostacoli alla soluzione dei problemi di traffico di Pechino. La corruzione è endemica all’amministrazione pubblica cinese, e i trasporti sembrano particolarmente vulnerabili alla venalità.
Ma c’è una luce che brilla sull’orizzonte del traffico di Pechino: le Olimpiadi del 2008. I leaders nazionali sono fortemente determinati a far andar bene tutto, così che la Cina possa reclamare un meritato plauso mondiale. Eserciteranno enormi pressioni per completare le strade e metropolitane, e portare a termine i piani urbanistici che facciano muovere più regolarmente la capitale.
Sarà una bella corsa, con Partito Comunista che vola verso il traguardo contro la crescente marea dei veicoli. Se andate a vedere le Olimpiadi, potreste restare sorpresi da quanto scorre liscio il traffico.
Ma portatevi delle scarpe per camminare.
Nota: il testo originale al sito del Los Angeles Times (f.b.)
Titolo originale: Governing Malaysia tidy new capital: it’s all in the rules – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
PUTRAJAYA, Malesia – Quando Samsudin Osman, capo dell’amministrazione qui, guarda dalla finestra del suo ufficio, vede un grande viale alberato, uffici pubblici nuovi di zecca, un grande lago artificiale e una prospettiva di verdi colline.
Samsudin è presidente della Putrajaya Corporation, la cosa più simile a un sindaco che esiste nella nuova capitale amministrativa della Malesia. E Putrajaya è la cosa più simile che c’è, in Asia Orientale, a una città dove tutto è pianificato dall’alto: centri commerciali, scuole, condomini e lampioni.
Costruita nell’ultimo decennio, Putrajaya non ha le periferie della maggior parte delle capitali asiatiche. Le case devono essere dipinte con colori prestabiliti, i prati falciati, e non sono consentite recinzioni. È un posto con molte regole, ed è compito del capo dell’amministrazione farle rispettare.
”Mettiamo molta enfasi su uniformità e standardizzazione” ha dichiarato di recente il cinquantottenne Samsudin, funzionario di carriera, da suo spazioso ufficio. È un uomo affabile, pacato e diretto: “Non vogliamo che ci sia troppa libertà”.
Putrajaya offre il paesaggio ordinato di Singapore mischiato con la ripetitività e il senso di spazio aperto di una Levittown. Quando alcuni abitanti si sono lamentati perché i proprietari di alcune case non occupate trascuravano di falciare il prato, Samsudin è entrato in azione.
”Credi di avere una bella città giardino, e improvvisamente c’è una casa dove non si taglia l’erba” ha dichiarato in un’intervista. “Allora abbiamo falciato l’erba, e spedito la fattura”.
Samsudin sta conducendo un enorme esperimento, per la Malesia e tutta la regione. Putrajaya è stata progettata come antidoto alle soffocanti città del sud-est asiatico, posti come Giakarta o Bangkok.
Come i processori da computer Intel o le camice Brooks Brothers fabbricate qui, la nuova capitale è un prodotto industriale, una città edificata dove un tempo c’erano migliaia di palme e alberi della gomma. La Malesia ha coperto i costi in gran parte coi proventi del petrolio.
Si sarebbe tentati di paragonare Putrajaya ad altre città nate dal nulla, come Canberra o Brasília, ma la capitale malese è diversa su un punto importante: sta a soli 25 chilometri da Kuala Lumpur, il che la rende una specie di sobborgo verdeggiante della capitale commerciale. La realizzazione è cominciata a metà anni ’90, e il primo ministro si è trasferito a Putrajaya nel 1999.
Al centro della città, gli urbanisti hanno creato un’isola, allagando il terreno tutt’attorno. Poi è stata costruita una serie di elaborati ponti per collegare l’isola alla zona circostante.
Almeno uno dei visitatori più recenti è rimasto documentatamente colpito. Il presidente indonesiano, Susilo Bambang Yudhoyono, venuto qui in febbraio, ha ordinato ai suoi ministri di verificare quanto la provincia di Aceh, devastata dallo tsunami, può imparare dalla realizzazione di Putrajaya.
”Il governo indonesiano vuole modellare la ricostruzione di Aceh su Putrajaya” sembra abbia dichiarato alla stampa H. Rusdihardjo, ambasciatore indonesiano in Malesia, dopo la visita di Yudhoyono.
Ma la cosa forse più intrigante di Putrajaya è quella che i visitatori non vedono.
Non vedono la segretezza che circonda la sua costruzione, la natura relativamente non democratica della corporation che la gestisce. Samsudin non è stato eletto alla carica. È stato nominato dal primo ministro.
Perché che si trattava di un progetto piuttosto controverso, le opposizioni sostenevano che il denaro malese avrebbe potuto essere speso meglio, e alcune domande restano senza risposta.
Quanto è costato costruire la città?
”Non conosco neppure io la cifra” ha dichiarato Samsudin nel corso dell’intervista.
Si è girato verso un’assistente, Norhazifa Mohamed, e ha chiesto: “Tu la sai?”
Norhazifa sembrava sorpresa e ha detto che neppure lei sapeva: “I miei conti sarebbero vecchi”.
Anwar Ibrahim, ex vice-primo ministro del governo che ha ideato il progetto, dice che nessuno, compreso lui, ha mai davvero esaminato i piani, personalmente coordinati da Mahathir bin Mohamad, che fu primo ministro per un lungo periodo.
”Non c’è stato dibattito” ha dichiarato Anwar in un’intervista. “È stata la decisione di un solo uomo”. Ha aggiunto poi che i contratti per gli appalti sono stati concessi “solo a chi era molto vicino alla leadership”.
Per qualcuno, in Malesia, questo è il prezzo per vedere le cose fatte: senza la forte personalità di Mahathir, Putrajaya non sarebbe mai stata costruita. Per altri, come i membri dell’opposizione malese, si è trattato di un prodotto collaterale delle tendenze autoritarie di Mahathir.
Oggi restano molte questioni aperte, grandi e piccole, sul futuro della città. Gli abitanti lamentano carenze di parcheggio e la diffusione dei furti. Il governo soffre un passivo di bilancio, così è stata posticipata la realizzazione della prevista linea di metropolitana leggera.
E alcune ambasciate sono riluttanti a trasferirsi nel quartiere diplomatico ad esse destinato. “Lo stiamo promuovendo” dice Samsudin del quartiere. Brunei, Egitto, Iraq, Filippine e Qatar hanno comprato terreni a Putrajaya, affermano alcuni aiutanti di Samsudin, e altri 15 paesi stanno concludendo gli acquisti.
Ma un portavoce dell’ambasciata U.S.A. a Kuala Lumpur, ex sede del governo e capitale commerciale, ha dichiarato che non esistono progetti di trasferimento verso nuova sede. “Riteniamo che l’attuale collocazione dell’ambasciata a KL sia in una comoda posizione per i molti cittadini malesi e americani che richiedono i nostri servizi e assistenza” ha aggiunto il portavoce, Karl Stoltz.
L’altro inquilino riluttante di Putrajaya è lo stesso primo ministro, Abdullah Ahmad Badawi.
Nonostante sia in carica da 18 mesi, non si è ancora trasferito nella residenza ufficiale, dominata da una grande cupola verde. Una teoria piuttosto diffusa nel paese è che il posto sia infestato dai fantasmi. Samsudin respinge l’idea con una sonora risata, ma non da’ una spiegazione alternativa a questo comportamento.
”Si trasferirà presto” dice Samsudin.
Khairy Jamaluddin, membro del partito di governo e figlio adottivo del primo ministro, afferma che la casa non piace alla moglie del presidente, Endon Mahmood. “L’abbiamo convinta a trasferirsi, ma c’è ancora bisogno di interventi” dice.
Se non fosse per gli enormi edifici pubblici, si potrebbe scambiare Putrajaya per un complesso turistico, o un parco a tema. Il lago è pieno di pesci, è c’è un club della vela. Ci sono vari specchi d’acqua e molti parchi: si prevede che il 37% della città rimanga a verde.
Samsudin, figlio di un sarto che ha frequentato le scuole superiori negli Stati Uniti, abita in una casa a due piani color crema, col tetto di tegole rosse. Ha un molo sul lago che teoricamente potrebbe usare, per andare al lavoro in barca.
”Quello che c’è in questo posto, è una gran pace e tranquillità” dice Samsudin. “Ogni giorno apro la finestra e c’è il lago. Vado a dormire e c’è il lago”. Sa che il lago è pulito perché ci è caduto dentro una volta, dalla barca a vela.
Quello che manca a Putrajaya, dicono gli abitanti, è l’attività, la vita notturna, luoghi di incontro per i giovani. All’inaugurazione di un nuovo shopping mall, Najmi bin Abidin, studente diciassettenne con addosso la maglia di una squadra di calcio inglese, dice che gli piace andare a scuola a piedi, nuotare in piscina vicino a casa e fare jogging sulla pista. Ma gli manca la grande città: “È tranquillo, qui”.
Nella zona bar del centro commerciale, Fikri bin Ahmad Jamani, 18 anni, dice che gli manca la vecchia casa, in un sobborgo di Kuala Lumpur, che ha lasciato due anni fa.
”C’era più divertimento là. C’era la sala giochi e la galleria video”.
Samsudin dice di essere impegnato ad offrire più strutture per i giovani, come campi sportivi, ma a livello personale non sembra reagire all’osservazione sulla mancanza di vita notturna a Putrajaya. “Per me non fa nessuna differenza. Non frequento circoli”.
Khairy, il figlio adottivo del primo ministro, afferma che Putrajaya dovrebbe essere visto per quello che è: un centro amministrativo.
”Quando fabbrichi una città dal nulla non le dai quel senso organico, quella vivacità” dice Khairy. Chiama la città “monoglotta” perché abitata soprattutto da funzionari, che in Malesia sono di solito del gruppo etnico principale Malays.
Un inizio di differenza lo si può trovare nel quartiere vicino al Lake Club. John Choong, comproprietario di mezza età di una fabbrica di elettronica, vive con la famiglia in un gruppo di case di fianco a un canale, e fa parte della piccola minoranza di abitanti cinesi di Putrajaya.
Dice che gli piace la tranquillità del posto, la sicurezza offerta dalle telecamere a circuito chiuso e dalle frequenti ronde dei vigilantes privati.
”Ogni giorno è come fosse domenica” dice. La qualità dell’aria è migliore che a Kuala Lumpur, e più fresca. Tutti si conoscono nel quartiere, comprese le 13 famiglie cinesi: “Ci troviamo a bere qualcosa” (ai malesi, che sono musulmani, è vietato per legge bere alcolici, ma è una regola applicata con elasticità).
Choong, che ha vissuto in Gran Bretagna per molti anni, dice che adora la vita qui. “Mi piace molto lo stile di vita britannico e americano” dice con riferimento al senso comunitario e all’essenza di barriere “questa è la cosa che gli assomiglia di più”.
Samsudin dice che l’idea ai spazio aperto di Putrajaya all’inizio metteva la gente a disagio. “Erano un po’ riluttanti a stare in posti senza recinzioni”. Ma dopo un po’, dice, hanno iniziato ad apprezzare.
”Ci piacerebbe conservare questo tipo di ambiente” prosegue Samsudin. “Sarà la sfida del futuro”.
Nota: qui il testo originale al sito dello International Herald Tribune; qui alcune informazioni in più sul sito ufficiale di Putrajala (f.b.)
CONEGLIANO VENETO - Il nome stesso della città, Conegliano, è una sorta di chiave per un tuffo nel passato, nella giovinezza, negli anni cinquanta-sessanta. Tutto quello che entrava in casa come nuovo elettrodomestico, nella sostituzione della stufa a legna, della moschirola, il deposito del cibo antimosche e del grande mastello per lavare, era targato Zoppas e quando gli elettrodomestici arrivavano in cascina, il camion che li portava era targato Treviso. Veniva da Conegliano. Avevamo la cucina 48, a legna e carbone, il frigorifero elegante nella sua semplicità del 1954, con il compressore americano Tecumseh, la lavabiancheria del 1959, il fornello a gas dei primi anni `50, la lavastoviglie a due porte. Tutti questi elettrodomestici si producevano a Conegliano dove erano localizzate le fonderie, le smalterie per le cucine, i reparti presse e montaggio, i depositi, la direzione, gli uffici della Zoppas, poi diventata Zanussi, nel 1970. Un mito.Un mito abbandonato, un mito dimesso, qui, davanti a me, in un'area run-down, in fase di sedicente riqualificazione urbanistica. Il comune di Conegliano e la Conegliano iniziative immobiliari spa (Cii) hanno concordato un programma integrato di riqualificazione urbanistica ed ambientale dell'area ex Industrie Zanussi, la cui superficie, di 63.000 metri quadri, si trova in pieno centro urbano. Hanno chiamato piano di riqualificazione urbanistica quello che, in realtà, è un piano di speculazione edilizia.Me lo sussurra, mentre percorriamo e sondiamo l'area, Ezio Da Re, già consigliere comunale ed ora animatore del Comitato tutela del territorio e delle colline: «Il piano prevede una cubatura di oltre 470.000 metri cubi, un intervento dalle dimensioni demenziali nel trend di crescita della città». Le parole di Da Re si giustificano nell'area che sa di neve di questa mattinata invernale, nel profilo della città che sposa le colline in una sintesi quasi perfetta, conseguenza di secoli di attenzioni e cautele che ora sembrano naufragare in questo processo di riqualificazione-condanna, ben definito nel corso di un'assemblea di cittadini prima del Natale 2004.La giunta comunale, imperterrita, compattata in un solido, cementizio accordo Forza Italia-An, procede imperterrita sulla base dei progetti presentati dalla Conegliano iniziative immobiliari che, in modo del tutto disinvolto, prevede nuove case da costruire su terreni non più bonificati, ma cementati in bare, bare di veleni, nonostante le perplessità della provincia di Treviso e l'opinione contraria dell'Arpav sull'interramento del terreno inquinato in sarcofagi di cemento.Da Re ed il Comitato, in accordo con la consigliera comunale della Margherita, Gabriela Chiellino, vorrebbero l'annullamento della delibera di giunta che autorizza nuovi edifici nell'area nord dell'ex Zanussi, senza che vengano prima smaltiti i contaminanti e i rifiuti nocivi che caratterizzano l'area dopo decenni di attività produttiva.Una bonifica veraSi vorrebbe una bonifica vera, come richiesto dalle leggi nazionali e dai regolamenti europei, una bonifica che consegni nuovamente ai cittadini un territorio espropriato ed ora sacrificato ai riti delle speculazione, con le più assurde e diverse motivazioni di ordine economico, sulla base di un discutibile avallo accademico.Il programma originario prevedeva la bonifica dell'intero ambito dell'area dismessa, contaminata a macchia di leopardo, trattandosi di area urbana dove galvanica e fonderia hanno segnato irreversibilmente il sito a partire dal 1926. Le analisi, i cui risultati sono ben presenti nei documenti ufficiali, forniscono i dati di un suolo contaminato da metalli pesanti, Ipa, Pcb, idrocarburi e rifiuti pericolosi interrati.Nella logica di questo intervento non domina comunque la preoccupazione di una bonifica corretta, ma quella del piano finanziario che, per l'intero programma, indica un totale di ricavi di 228 milioni di euro, costi per 179 milioni, con un margine lordo di 49 milioni, netto di 23. Il piano finanziario, ovviamente, non fornisce indicazioni sui costi di bonifica dell'area, divisa in tre zone, quella dei Grandi impianti, l'area Mensa e l'area Nord.Il 9 dicembre 2003, l'immobiliare Cii ha presentato al comune il progetto preliminare di bonifica delle aree Nord e Mensa, sostenendo l'assoluta impossibilità di raggiungere i valori delle sostanze inquinanti nelle matrici ambientali toccate dall'inquinamento fissati dai limiti tabellari, anche applicando le migliori tecnologie disponibili. Ragione di costi.La proposta lascia esterrefatti, ma vi saranno esperti e docenti universitari che la giustificheranno: nelle aree Mensa e Nord la bonifica dovrebbe avvenire sulla base di misure di sicurezza che consentirebbero il mantenimento in situ del terreno contaminato non movimentato ed il confinamento, sempre in situ, del terreno movimentato per gli interventi edilizi. Un ragionamento che, saltando al volo la necessaria analisi costi-benefici su base ambientale, punta solo su costi e benefici economici. Il trattamento di tutto il terreno contaminato comporterebbe una riduzione dell'utile netto del 22-26%, forse sopportabile dalla società, ma con, in prospettiva, il rischio di un default, un'insolvenza finanziaria causata dall'obbligo di pagare gli oneri delle operazioni di bonifica.Nel corso della Conferenza dei servizi del 26 maggio 2004, la provincia di Treviso, l'Arpav, il Dipartimento di igiene e sanità pubblica dell'Assl n. 7 hanno chiaramente espresso il proprio parere contrario al progetto preliminare di bonifica. L'analisi del rischio non sarebbe adeguata e non viene dimostrata l'insostenibilità economica degli interventi di bonifica totale del sito. L'Arpav insiste in particolare sul fatto che la valutazione di incidenza delle spese tecniche di bonifica si aggira sull'11% delle spese di costruzione e l'applicazione delle migliori tecnologie non comporterebbe costi insopportabili.La discussione di tutti questi parametri, l'evidenza del grande errore urbanistico di insistere sulla speculazione edilizia, nonostante alcuni avalli accademici, potrebbe portare a decisioni più sensate per quanto riguarda gli interventi su un'area residenziale che dovrebbe entrare in sintonia con le esigenze della città.Il destino del NordestIl progetto Cii, se realizzato, sarebbe un'ulteriore conferma del destino del Nordest: trasformarsi in un grande, irreversibile blocco di urban spraw che travolge e cancella tutto, aree agricole, aree industriali dismesse, residui di naturalità, la residua connettività ed i pochi resti di boschi planiziari padani. Il progetto, da rivedere completamente, dovrebbe puntare su di una maggiore valorizzazione della qualità della vita nel centro città, non su destinazioni che indurrebbero un ulteriore effetto di congestione dell'ambito urbano.La giunta di destra della città non si scompone. Con delibera 404 del 27 settembre approva il progetto preliminare di bonifica motivando la decisione con le seguenti ragioni: il costo della bonifica sulla base di tecnologie adeguate non sarebbe sostenibile ed il rapporto tra costo di bonifica e fatturato Cii sarebbe sproporzionato. Da qui una situazione di insolvenza e di default finanziario che comprometterebbe la vita stessa della società. Questa sensibilità e preoccupazione nei confronti del destino della società Cii da parte degli amministratori locali, un atteggiamento più da consiglio di amministrazione che da giunta comunale, fa insorgere motivati sospetti.Il sito si trova a 200 metri in linea d'aria dal duomo di Conegliano e qui, in onore della speculazione edilizia, abilmente definita da qualcuno «una scommessa per la qualità ambientale», saranno interrate le bare di cemento armato in cui dormiranno gli scarti di fonderia, la terra inquinata da nichel, rame, zinco, cadmio, piombo.Via libera quindi all'interramento dei sarcofagi di cemento, che lastricheranno le fondamenta delle case della Cii? Ezio Da Re non si arrende. Contatta il deputato della Margherita a Strasburgo e vice-presidente del parlamento europeo, Luigi Cocilovo; il quale, il 26 novembre 2004, presenta un'interrogazione scritta alla Commissione europea. Tutti ora attendono la risposta, ma nel frattempo il progetto non si ferma.Se volevamo una verifica che i modelli ambientali burocratizzati, le ipotesi di semi-bonifica, i concetti usurati di sostenibilltà e qualità ambientale, senza verifiche parametriche nell'ecologia del paesaggio e nell'ecologia urbana, non sono altro che stereotipi senza significato, utili alla speculazione ed al perseverare in errori del passato, la cui dimensione ed incidenza oggi presenta un effetto ancor più deleterio, ecco, l'abbiamo avuta. A Conegliano.
Titolo originale: Supersized Highways – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Uno dei luoghi comuni a proposito dei texani è che non sia facile separarli dalle loro automobili. E se il governatore Rick Perry riuscirà a imporre il suo sistema di super- highways ( Trans-Texas Corridor), avrà spianato la strada a molti altri texani e alle loro auto.
Il TTC, una rete di 6.000 chilometri di asfalto, consiste di strisce larghe circa mezzo chilometro. Immaginatevi sei corsie per le auto e quattro per i camion. Aggiungeteci poi sei linee di binari ferroviari, e anche lo spazio per oleodotti, gasdotti, e altre reti, compresi i tralicci dell’alta tensione.
Scopo principale di queste nuove strade: rispondere all’incremento di attività generato dal North American Free Trade Agreement del 1993, che ha significato ancora più camion su autostrade già affollate. Effettivamente questo traffico ha contribuito a intasare la Interstate-35, un’arteria di connessione nord-sud che attraversa tutto il Texas da Laredo al confine con l’Oklahoma.
Ma non è detto che sia meglio tutto quanto è più grosso.
Lo stato prevede di acquisire i terreni tramite diritto di esproprio (le strade avranno bisogno complessivamente di circa 23.000 chilometri quadrati) e poi di cederne le parti non utilizzate in vendita o affitto a privati. Anche se, così, sembra un finanziamento attraverso fondi privati, i contribuenti devono ancora prestare attenzione. Ci saranno da pagare pedaggi sul TTC. Sinora le autostrade in Texas sono state pagate attraverso le tasse sui carburanti.
Quali sono gli effetti ambientali di una rete stradale così mastodontica sui vari ecosistemi, come le praterie e zone umide? Anche gli allevatori texani non sono tanto convinti: perderanno parecchi terreni a pascolo. Come si risolveranno i problemi di sicurezza su un’enorme striscia di mobilità del genere? E cosa succede, diciamo ai confini con l’Oklahoma, quando questo corridoio gigante si immette in una interstate di dimensioni normali?
Certo, assicurare il flusso di merci e servizi legato agli accordi di libero scambio resta un obiettivo valido, ma non a spese di questioni di più lungo periodo. Invece di questo colosso, perché non inventare una più piccola autostrada dedicata esclusivamente ai “camion NAFTA”, e dedicare più tempo dei legislatori statali allo studio di ferrovie ad alta velocità e altre opzioni di trasporto per i cittadini?
Nota: qui il testo originale al sito del Christian Science Monitor; qui il sito dell’agenzia statale del Texas dedicata al TTCcon le informazioni ufficiali (f.b.)
Titolo originale George W. Bush and the Cities: The Damage Done and the Struggle Ahead – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il 29 aprile 2002, nel decimo anniversario dei fatti di Los Angeles, George W. Bush venne in città a parlare in un centro civico sponsorizzato da una chiesa, nell’epicentro della rivolta del 1992, South Los Angeles. Vista l’occasione, i giornalisti si aspettavano che il Presidenze annunciasse alla nazione una nuova iniziativa per i principali problemi urbani. Ma Bush era venuto a Los Angeles – in una breve pausa in un giro per la raccolta di fondi elettorali – solo a portare retorica.
“Sapete, viviamo in un grande paese” disse. “Sono fiero dell’America. Sono fiero del nostro paese. Sono fiero di quello che stiamo facendo. Oh, certo lo so che ci sono sacche di disperazione. Questo significa solo che dobbiamo lavorare più sodo. Significa che non possiamo mollare. Significa che dobbiamo estirparle con amore, compassione, modestia”.
Bush tentava di essere predicatore e storico: “Dalla violenza e dalle brutture nasce nuova speranza” diceva: il tutto in mezzo a un quartiere dove solo il 23 per cento degli edifici commerciali distrutti nella rivolta erano tornati attivi, dove esistevano 43.800 posti di lavoro in meno del 1992, e dove più di un terzo dei residenti viveva in povertà.
Il Presidente ci rifilava il suo programma urbano più visibile: incoraggiare le chiese a sostenere i loro programmi sociali, come il rifugio ai senza casa, le cucine per poveri, i consultori antidroga. Le sue proposte, ferma al Congresso per dissidi sui finanziamenti federali alle attività religiose, non aggiungevano risorse a questi pur validi sforzi, anche se solo di rattoppo: semplicemente chiedevano di riorientare fondi già stanziati. E a dire il vero, grazie ai suoi 1,3 biliardi di tagli fiscali, in massima parte per i ricchi, Bush aveva reso impossibile per Washington fornire qualsiasi aiuto alle città del paese, o ai poveri.
Non è difficile capire perché Bush presta così poca attenzione all’America urbana. Nel 2000, Al Gore aveva battuto Bush fra gli elettori urbani con un margine di 61 contro 35 per cento, aveva pareggiato virtualmente fra gli elettori suburbani con 47 contro 49 per cento, e aveva perso nelle aree rurali, con un ampio margine di 37 contro 59 per cento. Non sorprende, che Bush non veda ragione per formare la sua agenda politica orientata agli elettori urbani.
C’è un ritorno delle città?
Entrando nel ventunesimo secolo, alcuni esperti di problemi urbani e giornalisti proclamarono che era in corso un rinascimento urbano. I dati del censimento 2000 mostravano alcuni segni promettenti. Nel corso degli anni ’90 alcune delle principali città, fra cui New York e Chicago, avevano invertito il proprio lungo declino in termini di popolazione. Il tasso di criminalità nazionale era il più basso da dieci anni. Lo stesso valeva per il tasso di disoccupazione. La proprietà dell’abitazione fra ispanici e neri era aumentata, nonostante restasse un significativo gap rispetto ai bianchi. E nel 2000 anche il tasso di povertà a livello nazionale (11,3%) e quello delle grandic ittà (16,1%) era più basso di quanto non fosse stato per 25 anni. Anche la qualità dell’aria era migliorata, in molte aree urbane.
Ma queste tendenze positive non erano né definitive, né durature. Con l’economia nazionale volta al ribasso dopo il 2000, gli indicatori del rinascimento urbano (riduzione della povertà, del crimine, e del numero di famiglie non assicurate) invertirono tendenza. I miglioramenti in città degli anni ’90 erano dovuti in larga parte ad un’espansione economica nazionale senza precedenti, rafforzata da politiche federali che riducevano la disoccupazione, spronavano la produttività, elevavano i working poors al di sopra della povertà, orientavano gli investimenti verso le aree urbane con bassi redditi.
L’amministrazione Clinton con l’ampliamento dello Earned Income Tax Credit (EITC), un supplemento di salario per gli working poors, aveva aiutato particolarmente gli abitanti delle città e dei sobborghi più interni. Nello stesso modo avevano operato gli sforzi di Clinton per promuovere le Community Development Corporations (CDC). Queste entità non-profit hanno costruito la maggior parte delle case a basso costo dello scorso decennio, ma il taglio dei fondi federali per l’abitazione ora fa sì che possano avere solo un effetto marginale sui progressi delle inner cities americane.
La condizione urbana negli anni di Bush
Come Presidente, Bush aveva tre priorità politiche: tagliare le tasse, specie ai più ricchi, ridurre le norme di regolazione sulle attività economiche; aumentare la spesa militare. Con una maggioranza repubblicana al Congresso, Bush è stato in grado di raggiungere tutti e tre gli obiettivi. L’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001 ha aiutato a invertire il calo di popolarità di Bush, e ha reso molto più facile per lui convincere i democratici a votare un’impennata delle spese per la difesa, invadere l’Afghanistan e l’Iraq, appropriarsi di fondi per una interna “guerra al terrorismo”. Bush ha ereditato un attivo di bilancio federale da Clinton, ma la combinazione di enormi tagli fiscali e aumento delle spese militari ha portato a un deficit record, lasciando poche e discrezionali risorse per programmi sociali o anti-povertà. L’iniziale sostegno pubblico per la concentrazione di Bush sulla guerra e il terrorismo, ha anche limitato la volontà dei democratici di mettere in discussione il suo modo di gestire la crisi economica.
Alla fine della scorsa recessione, nel marzo 1991, il paese si era incamminato in nove anni filati di crescita dei posti di lavoro. Al contrario, la cosiddetta “recessione di Bush” è terminata nel novembre 2001, ma nei successivi due e più anni il paese ha sperimentato quello che alcuni economisti chiamano “ripresa senza lavoro”, con le imprese americane che esportano all’esterno un numero crescente di impieghi sia operai che amministrativi. Nei primi tre anni di presidenza Bush, il tasso di disoccupazione è incrementato da 4 al 6 per cento, aggiungendo più di 3 milioni di persone ai ranghi dei senza lavoro. La quantità di persone senza impiego per più di sei mesi si è raddoppiata. Il reddito medio familiare è precipitato di 500 dollari fra il 2000 e il 2003. Il tasso nazionale di povertà è salito dall’11,3% al 12,5%; altri 4,8 milioni di americani sono caduti in povertà e il totale ha raggiunto i 36 milioni nel 2003.
Al 2003, vivevano tanti poveri nei suburbi (13,8 milioni, il 38,5%) quanti nelle città (14,6 milioni, il 40,5%). La suburbanizzazione della povertà potrebbe essere una buona notizia se queste famiglie vivessero in suburbi a predominanza di ceto medio, con buone scuole. Ma la maggior parte dei poveri suburbani vive in comunità a rischio, attraversate da problemi un tempo tipici delle grandi città: crimine, fame, problemi dei senza casa, scuole e servizi pubblici inadeguati, crisi fiscali croniche.
Gli anni di Bush vedono una continua consunzione della rete di sicurezza sociale. Il numero di americani privi di assicurazione malattie è salito da 39,8 milioni a 45 (15,6% della popolazione). Alcune delle peggiori previsioni sui programmi di riforma del welfare di Clinton si sonoa vverate negli anni di Bush. Robert Reich, ministro del lavoro di Clinton, aveva avvertito che “[quando] la disoccupazione comicia a risalire, c’è una lunga fila di persone che avrà dei problemi, perché abbiamo tolto la rete di protezione”. Per esempio, la proporzione di famiglie che escono dall’assistenza ma non trovano lavoro è salita dal 50% del 1999 al 58% del 2002. Il numero di chi lo riceve ma resta povero è aumentato.
Non appena Bush entrò in carica tradì la sua promessa elettorale di governare come “conservatore compassionevole”. La sua iniziativa “urbana” più simbolica fu un piano per riorientare fondi federali per programmi sociali come rifugi per i senzatetto, banche del cibo e programmi di recupero per i tossicodipendenti, verso enti sponsorizzati da organizzazioni di “fede”. Il piano divenne pubblico quando John Dilulio, il politologo conservatore ingaggiato da Bush a sviluppare il programma a base religiosa, fece arrivare una lettera a Esquire che criticava il Presidente e i suoi consiglieri per la loro “mancanza di conoscenze politiche di base, e lo scarso interesse a saperne di più” sui problemi urbani, e osservava che “c’erano solo un paio di persone alla Casa Bianca che si occupavano un po’ di analisi e sostanza politica”.
Bush si costruì un consenso bi-partisan al Congresso per far approvare il “No Child Left Behind Act,” che chiedeva alle scuole locali di aumentare le verifiche degli alunni e di redigere un rapporto annuale sui loro progressi. Gli scopi di chiarati erano di migliorare i risultati degli studenti (in particolare nelle inner cities e nelle scuole dei quartieri di minoranze) e aumentare le medie, compresa l’assunzione di insegnanti più qualificati. Gli esperti di istruzione stimavano che per le scuole a livello nazionale sarebbero stati necessari almeno 84 miliardi di dollari per adeguarsi ai nuovi standards federali, ma Bush chiese al Congresso soltanto 1 miliardo in più. Senza fondi adeguati, i sistemi locali non potevano assumere più insegnanti, ridurre la dimensione delle classi, o fornire agli insegnanti esistenti un addestramento aggiuntivo. Le scuole delle inner cities, quelle dove era più probabile ci fossero studenti con basse prestazioni ma anche meno risorse per aumentare insegnanti o strutture, sarebbero state le più colpite dalla nuova legge.
L’abitazione per i poveri compare a malapena sugli schermi radar di Bush. Nei suoi primi tre anni da presidente ha mantenuto il bilancio dello Housing and Urban Development più o meno identico, ma nel 2004 ha proposto grossi tagli alla sezione 8 del Buoni Casa, eliminando 250.000 buoni per il 2005 e 600.000 entro il 2009: un taglio del 30%. Gli inquilini a basso reddito si troveranno di fronte a incrementi di affitto di circa 2.000 dollari l’anno. Nel maggio 2004, testimoniando di fronte al Congresso per giustificare questi tagli, il responsabile dello HUD Alphonso Jackson ha affermato che “essere poveri è uno stato d’animo, non una condizione”. Questo ha fatto infuriare parecchi membri del comitato, compreso Michael Capuano (democratico del Massachusetts), che ha risposto a Jackson, “A quanto pare lei non conosce nessuno che ha di fronte lo sfratto o che non è in grado di pagare l’affitto”. La dichiarazione di Jackson ha rivelato in modo stupido il vero punto di vista dell’amministrazione sulla povertà, che sarebbe dovuta principalmente a debolezza di carattere dei poveri.
Sotto Bush, affitti e prezzi delle case sono aumentati più in fretta dei redditi. Nel 2000, la “ housing wage” nazionale (la quota che chi lavora quaranta ore settimanali deve guadagnare per pagarsi un appartamento a due stanze medio in una certa area) era di 12,47 dollari; nel 2003 era di 15,21, e molto più alta in parecchie città. In generale, la percentuale dell’affitto sul reddito è salita dal 26,5% del 2000 al 29% del 2003. La quota di proprietà della casa è salita al 68,3% nel 2003, ma molti proprietari di ceto operaio hanno scoperto che l’ american dream era un po’ sfuggente.
Negli anni di Bush, il disagio economico nazionale, compresa la spirale del deficit federale, ha determinato una devastazione fiscale negli stati e nelle città. Governatori e sindaci, anche repubblicani, lamentano che Washington li sta mettendo nei guai. Il costo schizzato alle stelle dell’assistenza sanitaria ha logorato la capacità degli stati di provvedere alle proprie quote di Medicaid. I governatori sono stati obbligati a tagliare i finanziamenti sanitari, per le scuole, i trasporti e altri servizi base. Né potevano sperare di affrontare i nuovi costi del welfare-to-work federale perché la disoccupazione crescente rendeva quasi impossibile trovare lavoro ad ex assegnatari di sussidi. I funzionari amministrativi delle città, di fronte alla caduta dei sostegni statali e federali, non avevano altra scelta se non quella di tagliare servizi essenziali, come la sicurezza pubblica, le biblioteche, la manutenzione stradale e le scuole pubbliche.
Il trauma fiscale delle città si è poi mescolato al più costoso programma federale dell’amministrazione Bush: adeguarsi alle iniziative di “lotta al terrorismo” e “sicurezza interna” dopo l’11 settembre. Il governo federale chiede alle città di aumentare esponenzialmente le misure di sicurezza negli aeroporti, nei porti, alle manifestazioni sportive, di migliorare la preparazione all’emergenza connessa ai sistemi idrici, ai numeri di pronto intervento, salute e sicurezza collettiva, ma non fornisce alle municipalità fondi adeguati per acquisire strutture o assumere e formare personale. Le città hanno speso 70 milioni di dollari la settimana solo per adeguarsi agli “allarmi arancioni” di minacce emanati dal Department of Homeland Security. C’è voluto un anno e mezzo dopo l’11 settembre all’amministrazione Bush e al Congresso per varare le norme che destinano a stati e città i finanziamenti per migliorare la sicurezza negli aeroporti e attuare altre misure, ma ancora un anno dopo poche città avevano effettivamente ricevuto i fondi promessi. In più, l’amministrazione Bush ha cambiato la formula per distribuire i finanziamenti per la sicurezza interna a danno delle città dove la minaccia è maggiore, e a favore di comunità meno in pericolo (e, per caso, più Repubblicane). Nel 2003, lo Wyoming ha ricevuto 61 dollari pro capite in aiuti federali alla sicurezza interna, mentre la California ne ha avuti solo 14 e New York City meno di 25.
Per ironia, la tragedia dell’11 settembre ha ricordato ai newyorkesi e a tutti gli americani quanto dipendevano dal governo, non solo nelle emergenze, ma anche in tempi normali. Anche chi di solito fa obiezione alle “grosse spese” governative e agli aiuti per le città ha riconosciuto che Washington aveva la responsabilità di aiutare New York City a riprendersi e ricostruire. In più, a partire da quel momento gli eroi nazionali sono diventati la polizia, i pompieri, le squadre di emergenza, gli autisti delle ambulanze, il personale ospedaliero, gli esperti di salute pubblica e altri funzionari il cui coraggio, dedizione e compassione hanno aiutato la gente ad affrontare una delle peggiori tragedie della storia nazionale.
Con un ritardo di qualche giorno, Bush arrivò sulla scena. Con il sindaco Rudy Giuliani al fianco, Bush promise di aiutare abitanti, lavoratori e imprese di New York City a ricostruire e riprendere dal caos economico. Si impegnò per più di 21 miliardi di dollari per sostenere la città, ma due anni dopo la tragedia, qualche funzionario si lamentava di quanto l’amministrazione fosse lenta a destinare i fondi. All’epoca in cui si tenne la convenzione Repubblicana di New York nell’agosto 2004, la città aveva ricevuto meno della metà dei fondi promessi da Bush.
L’amministrazione Bush ha dedicato più risorse e attenzioni alla ricostruzione dell’Iraq che non a quella delle città americane. Ha fallito in entrambi i casi: in Iraq per incompetenza, negli USA per mancanza di interesse e impegno.
Un’agenda di riforme per le Città
Su molti fronti, l’amministrazione Bush è il regime più conservatore dell’ultimo secolo. Negli anni di Bush, attivisti politici sui temi urbani e militanti per le riforme hanno avuto poco successo a livello federale. Con il Congresso in mani repubblicane, c’era ben poco da fare per i progressisti salvo tentare di bloccare le cose peggiori: l’invasione e occupazione dell’Iraq, il Patriot Act e altre limitazioni delle libertà civili, lo smantellamento delle leggi federali a favore dei consumatori, dell’ambiente, dei lavoratori, la distruzione dei programmi per la povertà, la comunella col capitalismo, gli scandali delle grandi imprese, le riduzioni fiscali per i ricchi. Ci si è dovuti accontentare di piccole vittorie, come il blocco dei tentativi di Bush di ridurre i compensi per gli straordinari a milioni di lavoratori.
Esiste comunque un’azione crescente a livello locale per le politiche urbane. L’esempio più radicale è il crescente numero di amministrazioni (ora sono più di 100) che hanno adottato norme per un salario di sopravvivenza, a testimoniare l’alleanza fra sindacati, organizzazioni di base, e gruppi religiosi emersa nello scorso decennio. Il movimento per gli investimenti nelle città ha avuto un ruolo di punta nel formare un’alleanza di base diffusa, a fermare le banche dal mettere in rosso il bilancio dei quartieri e lanciarsi in operazioni predatorie. In alcune città, gli attivisti dell’ housing hanno unito le forze coi sindacati e altri gruppi per favorire norme di zoning che inserissero le case popolari, e finanziamenti municipali agevolati a questo scopo, come il fondo annuale di 100 milioni a Los Angeles.
La battaglie a livello locale (per esempio, sul miglioramento delle condizioni abitative, la sindacalizzazione dei lavoratori a basso reddito nei servizi e piccola industria, la resistenza alle operazioni predatorie immobiliari delle banche, il miglioramento delle scuole, le lotte contro i rischi ambientali, lo sviluppo dei trasporti pubblici) possono vincere in termini di miglioramenti della vita quotidiana. Ma i progressisti sanno che non possiamo davvero risolvere i problemi urbani nazionali senza cambiamenti nelle politiche federali. Per combattere alla pari nelle campagne sindacali dobbiamo poter cambiare le ingiuste leggi sul lavoro. Per migliorare le condizioni dell’armata crescente degli working poor dobbiamo aumentare il salario minimo federale e ampliare la partecipazione allo EITC. Per fornire di adeguate risorse i programmi per la casa a poveri e famiglie di classe operaia, abbiamo bisogno di un National Housing Trust Fund o di altri strumenti legislativi che aumentino i sostegni federali. Per affrontare la crisi nazionale dell’assistenza sanitaria abbiamo bisogno di qualche forma di assicurazione sanitaria universale. Per migliorare le scuole pubbliche, specialmente quelle che si rivolgono ai bambini più poveri, dobbiamo aumentare i finanziamenti federali per classi più piccole, insegnanti all’altezza del compito, libri e strutture sufficienti. Per riorientare gli investimenti privati sulle città e i sobborghi più consolidati, dobbiamo mettere a disposizione fondi sufficienti alla bonifica dei siti urbani ex industriali. Per affrontare il problema della crescente congestione da traffico ci vogliono soldi federali per migliorare i trasporti pubblici di ogni tipo, e leggi federali per limitare le esenzioni fiscali e gli altri incentivi che favoriscono lo sprawl suburbano e l’insediamento a macchie di leopardo [ leapfrog] nelle zone più esterne delle aree metropolitane.
I progressisti stanno riconoscendo sempre più che qualunque sforzo per affrontare la crisi urbana nazionale deve formarsi su un’alleanza con qualche parte del mondo suburbano. Il Congresso è dominato da eletti in distretti suburbani, e gli abitanti del suburbio rappresentano la maggioranza relativa degli elettori. E allora i pezzi costitutivi di un efficace movimento progressista oggi cominciano dalle città e si muovono verso l’esterno, verso i sobborghi operai e quelli di ceto medio liberal. Consapevoli di questo fatto, i sindacati, gruppi come ACORN, Gamaliel Foundation e Industrial Areas Foundation, organizzazioni ambientaliste, attivisti di area religiosa e funzionari pubblici, hanno cominciato a lavorare sui sobborghi operai ai margini delle città. Sanno che devono lavorare insieme a scala regionale, per limitare lo sprawl e la congestione da traffico, o per orientare lo sviluppo economico e dei posti di lavoro verso le aree di declino, anziché impegnarsi in una sanguinaria guerra tra poveri l’uno contro l’altro attirare gli investimenti.
Nel loro libro The Emerging Democratic Majority, John Judis e Ruy Teixeira mostrano come un numero crescente di professionisti di ceto medio che lavorano fuori dal mondo della grande impresa e abitano nei nuovi suburbi condividano un punto di vista progressista sulle politiche economiche e sociali, e possano essere collocati entro un’alleanza che punti ad un’economia più umana, a limitare lo sprawl, a rivitalizzare le città e ad espandere i programmi sociali come l’assicurazione sanitaria e l’assistenza per i bambini.
L’ambivalenza dell’amministrazione Clinton nel promuovere l’agenda urbana rifletteva le divisioni interne del Partito Democratico. I democratici prestano più attenzione alle città dei repubblicani, perché molti dei loro gruppi sostenitori ci vivono. I seggi più sicuri al Congresso sono quelli dei distretti urbani, che regolarmente eleggono democratici progressisti. Ma i numeri il giorno delle elezioni sono più bassi di quelli dei sobborghi ricchi, specie nelle consultazioni intermedie. Questo può danneggiare i democratici che si candidano a cariche più alte, non solo per la presidenza ma anche il Senato o la carica di Governatore.
Allo stesso tempo, molti democratici, specie quelli che rappresentano distretti suburbani, sono strettamente legati ai grandi interessi che si oppongono alla tassazione progressiva, alle politiche keynesiane di stimolo e alla spesa sociale, compresa quella per le abitazioni popolari.
La storia dell’ultimo secolo mostra che si fanno progressi quando ci si unisce per il cambiamento, costruendo un percorso continuo e solido di riforme, in modo tale che ciascuna vittoria si edifichi sulla base delle precedenti, e costituisca il presupposto di successive. Questo tipo di lavoro è lento e graduale, perché comporta l’organizzazione delle persone ad imparare pazientemente le capacità di leadership e costruzione del consenso organizzato. Richiede di saldare coalizioni che possano vincere le elezioni e poi promuovere politiche che mantengano viva l’alleanza.
Le organizzazioni di base fanno raramente cose clamorose. I mezzi di comunicazione raramente si interessano ai piccoli miracoli che accadono quando la gente comune si unisce e orienta la propria frustrazione e rabbia ad un’organizzazione solida, che ottiene miglioramenti nei luoghi di lavoro, nei quartieri e nelle scuole. I media di solito sono più interessati nel teatrino della politica e nei confronti: quando si sciopera, quando gli attivisti urbani protestano o quando gente senza speranza ricorre alla violenza. Per questo, molto del migliore lavoro organizzativo dell’ultimo decennio – compresi gli sforzi dell’ultima elezione presidenziale – non è stato seguito dalla stampa principale.
I responsabili capiscono che la sconfitta di George Bush è una necessaria (anche se non sufficiente) precondizione per stabilire un’agenda sulle città e aree metropolitane d’America. Non è un caso se durante la campagna elettorale del 2004 molti, sindacati, gruppi di base, ambientalisti, femminili e il Partito Democratico hanno investito sforzi diffusi per la registrazione, per convincere gli elettori degli stati chiave e distretti per il Congresso in bilico ad andare a votare. In Florida, per esempio, l’ACORN ha collaborato ad una iniziativa di scala statale per innalzare il salario minimo, e sta registrando migliaia di residenti urbani, in maggioranza a basso reddito, per aumentare il numero di votanti il giorno delle elezioni.
Nessuno si aspetta che un’amministrazione Kerry sia la salvezza delle città americane, ma anche un democratico moderato alla Casa Bianca farà aperture a riforme progressiste impossibili negli anni di Bush. Egualmente importante, se gli elettori ridaranno la maggioranza Democratica sia alla Camera che al Senato, molte delle presidenze nelle commissioni chiave potranno essere alleate nella battaglia per le riforme. In questa elezione presidenziale, come in nessuna che abbiamo sperimentato in vita, è essenziale che il pericolo sia sconfitto, se vogliamo che un’agenda di riforme abbia ascolto.
Nota: il testo originale, insieme a molto altro, sul sito Planners Network (f.b.)
Attaccano il campo da golf con ristorante sui colli—votato lunedì tra le polemiche in consiglio comunale — non tanto perché si tratta di uno sport per ricchi, ma perché questa concessione apre la strada a «speculazioni edilizie» e alla«privatizzazione del verde». Sono firme illustri quelle che accusano la giunta di «interventi sconsiderati». Sono l'ex assessore regionale all'Urbanistica Felicia Bottino, la docente di Geografia della comunicazione Paola Bonora, l'ex sindaco Guido Fanti, l'ex direttore della Pinacoteca Andrea Emiliani e l'urbanista ed ex assessore (con Renato Zangheri) Pierluigi Cervellati. Hanno scritto una nota durissima.
«Con la salvaguardia della collina bolognese— è il testo— il Comune alla fine degli anni '60 ha fatto della pianificazione il baluardo della sua politica. Oggi l'integrità della collina è minacciata da sconsiderati interventi. E' di pochi mesi fa la decisione di sostituire le ex Officine Rizzoli, da considerare opera di archeologia industriale, con villette a schiera. Di questi giorni la scelta di costruire un campo da golf. Interventi che si ritengono di non rilevante dimensione. Al contrario sono la premessa per sconvolgere il verde collinare— parte integrante della qualità della vita bolognese — per far breccia all'ulteriore speculazione edilizia». Cervellati spiega così il senso dell'iniziativa.
«E' una questione di pianificazione. Non si può dire che si sta facendo la variante per la tutela della collina e poi nel quotidiano si fanno scelte diverse — dice Cervellati — a fatica negli anni '60-‘70 noi "vecchi" cercammo di far passare questo concetto: la collina andava considerata un bene collettivo e quindi salvaguardata. Costruire un ristorante, costruire delle villette è un modo per far aumentare il valore di quell'area col risultato di "privatizzare" quel bene che doveva essere di tutti. Così si stravolge tutto. Pensiamo ai nostri centri storici trasformati in "Store" con la gente che preferisce affittare e andare ad abitare altrove. Vogliamo questo anche per i colli?». Lunedì è stata approvata in consiglio comunale la delibera per la realizzazione in via Siepelunga di un campo scuola da golf (una buca sola) di 4000 metri quadrati, un ristorante da 570 metri quadrati e relativi parcheggi.
Il progetto è stato approvato con i voti decisivi dei Ds e per la Margherita del solo capogruppo Giovanni Maria Mazzanti. Si sono astenuti la Tua Bologna e Alleanza nazionale (il campo da golf è"figlio" della giunta Guaz-zaloca e solo in seguito è stato ridimensionato da Sergio Cofferati), contrari Prc, Verdi, Cantiere e Forza Italia. A parlare di «speculazione» erano stati per primi Verdi e Cantiere, mentre il capogruppo di Rifondazione comunista Roberto Sconciaforni aveva detto: «Non si tratta di stabilire se il golf sia sport di destra o di sinistra. Si tratta di opporsi alla costruzione di un ristorante in un'area verde». «Ho sottovalutato il campo da golf in termini di informazioni — aveva ammesso l'assessore ds all'Urbanistica Virginio Merola — sulla variante collinare ci saranno passaggi in maggioranza prima di arrivare in consiglio comunale».
La nostra Camera del Lavoro, con questa giornata di studio e di approfondimento, intende avviare un percorso volto ad elaborare un nostro autonomo punto di vista sulla qualità dello sviluppo della nostra provincia, a partire da una lettura critica del documento preliminare del piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp). L’obiettivo è quello di costruire insieme una nostra proposta, tesa a concorrere alla formazione del piano provinciale.
Il contributo di conoscenza e di esperienza di chi vive nelle diverse realtà territoriali, è decisivo. Si tratta infatti di ragionare sulla qualità dell’abitare, degli insediamenti produttivi, dei servizi, della mobilità delle merci e delle persone.
Il seminario del 24 maggio si avvale di qualificati contributi esterni che risulteranno particolarmente utili in relazione agli approfondimenti che, successivamente, saranno programmati zona per zona con l’obiettivo di aprire un cantiere finalizzato all’apertura della contrattazione sociale territoriale.
La qualità urbana insieme alla qualità sociale costituiscono infatti un pezzo rilevante della strategia che abbiamo definito nel nostro recente congresso.
Non ci sfugge come declino industriale e boom del mattone siano processi strettamente correlati.
VICENZA PREDA DEL CEMENTO
Di fronte ai problemi posti dalla ineludibile riconversione industriale molti hanno scoperto il business degli investimenti immobiliari: Tronchetti Provera e Benetton sono i nomi più noti, quelli vicentini non sono pronunciabili ma solo sussurrabili.
Ma il boom del cemento a Vicenza ha origini meno recenti. Esso è connesso allo sviluppo disordinato che abbiamo conosciuto che ha “slabbrato” e paralizzato il tradizionale assetto policentrico della nostra provincia e determinato il collasso
della viabilità. La fabbrica post fordista esternalizza, nasce l’impresa rete, il lavoro si disperde nel territorio e così nascono come i funghi i capannoni in mezzo alla campagna e nei nuovi “Pip” della Tremonti concepiti come siti a minor costo. La fabbrica just in time elimina il magazzino perchè esso viaggia sulle nostre strade congestionate che a loro volta attirano attività commerciali, il tutto genera una mobilità multidirezionale delle merci e delle persone, quasi sempre su mezzi privati che congestiona il traffico e soffoca la nostra esistenza.
Sono le strade mercato: la Statale 11 tra Vicenza e Montecchio, Cornedo, Thiene-Zanè, Torri di Quartesolo-Settecà, il Bassanese.
Il colpo d’occhio ci rimanda a una sequenza di case, ville, villette, capannoni, depositi, piazzali e svincoli che hanno consumato il territorio con una crescita urbana senza forma, che ha impermeabilizzato il territorio, rallentato la ricarica delle falde e nel contempo provoca frequenti esondazioni dei corsi d’acqua.
CITTÀ SPALMATE COME MARMELLATA
Si tratta della dispersione insediativa per la quale gli americani negli anni ’60 coniarono il termine di “sprawl town” letteralmente città sdraiata sguaiatamente. In sostanza un ambiente urbano a marmellata sempre più privo di forma e memoria dei luoghi e vissuto come alienante dalle nuove generazioni.
A questi problemi la classe dirigente vicentina risponde in modo vecchio e settoriale.
Se c’è un problema di traffico la risposta è semplice: facciamo una nuova strada, una nuova bretella, meglio se un’autostrada. Di mezzo c’è un territorio agricolo? Meglio. Così non ci sono ostacoli. C’è una falda? “Noi ci occupiamo delle merci che devono transitare”, ci siamo sentiti rispondere.
Non è così che si progetta la “Vicenza del Terzo Millennio”.
Occorre invece pensare ad una riorganizzazione complessiva, sistemica e organica del nostro territorio, che riduca la dispersione delle attività produttive, residenziali e commerciali, attraverso il metodo della pianificazione urbanistica, mettendo al bando la sciagurata pratica dell’urbanistica contrattata che, per altro, è terreno fertile per lo sviluppo di rapporti non sempre trasparenti tra affari e politica. L’idea che proponiamo è quella di una città amica.
Significa eliminare la congestione, restituire alle piazze la loro funzione originaria di luogo di incontro, di scambio di esperienze, significa rendere accessibile per i deboli, come per i forti, i luoghi della vita collettiva.
Significa fare della città il luogo nel quale i differenti ceti, i differenti mestieri, funzioni sociali, differenti etnie, abitudini, culture si mescolano e si scambiano reciproci insegnamenti.
Occorre inoltre puntare sul trasporto pubblico e soluzioni logistiche adeguate anche per favorire la competitività delle imprese. Il tutto va connesso con una idea di sviluppo più qualificato, capace di competere nella fascia alta e innovativa delle produzioni, in grado di generare lavoro qualificato, di sostenere più elevati livelli salariali e migliori condizioni di lavoro.
LA CONTRATTAZIONE SOCIALE TERRITORIALE
Ma oggi dobbiamo fare i conti con una struttura produttiva frammentata, con un lavoro precarizzato e con tutte le conseguenze che ciò produce in termini di minor rappresentatività del sindacato.
È per noi dunque vitale riprendere il controllo sull’intero ciclo produttivo ovvero l’intera filiera di fabbricazione di un prodotto o erogazione di un servizio spesso dispersa nel territorio.
COME RIPENSARE IL LAVORO
Il controllo dei rapporti di lavoro,dell’ organizzazione del lavoro, dalle qualifiche agli orari, alla tutela della salute, dovrà essere al centro del nostro impegno futuro. Ma non si controlla il processo lavorativo se l’azione sindacale non ricomprende tutta la filiera degli appalti, delle terziarizzazioni, delle esternalizzazioni, se cioè non ridefinisce il perimetro della catena lunga e diffusa della produzione di una merce o di un servizio.
Noi vogliamo riunificare ciò che l’impresa divide e frammenta. E’ un compito arduo ma assolutamente necessario. È un salto culturale, politico e organizzativo quello che noi proponiamo: la saldatura tra la contrattazione di secondo livello e la contrattazione nel territorio.
Il territorio in quanto spazio fisico sempre più strettamente interconnesso con le dinamiche produttive diventa decisivo sia per riprendere il controllo della filiera sia perchè la contrattazione di luogo di lavoro possa disporre di una iniziativa esterna in materia di formazione, ricerca, politica industriale.
Oppure, per l’importanza di accompagnare la contrattazione del salario con una contrattazione sociale in grado di ottenere risultati su materie come gli asili nido, i servizi di assistenza, la sanità, la casa, i trasporti, i beni comuni prodotti dai servizi pubblici locali (acqua, ambiente e energia), l’integrazione dei migranti, la vivibilità urbana.
Temi questi ultimi che non possiamo delegare all’azione generosa ma inevitabilmente insufficiente del nostro Sindacato Pensionati o all’azione delle singole categorie di volta in volta interessate. Essi vanno assunti a livello confederale.
È questa una proposta di allargamento del campo d’azione del nostro lavoro sindacale per tenere insieme il luogo di lavoro e la sua inscindibile relazione con il contesto territoriale, nei suoi diversi aspetti di organizzazione e pianificazione dello spazio urbano, di equilibrio ambientale, di qualità ed efficacia del welfare locale.
Oscar Mancini è segretario generale Cgil di Vicenza
La Camera del lavoro di Vicenza è una delle organizzazioni sindacali che aderirono, nel 2004, al seminario "La nuova proposta di sei sindacati territoriali della CGIL - Vertenze locali per reinventare città e democrazia"; i materiali furono pubblicati su un numero speciale della rivista Carta (vedi su Eddyburg l’intervista a Guglielmo Epifani e l’eddytoriale n.55.). Da allora la Cgil di Vicenza ha continuato a lavorare sul territorio come poche altre organizzazioni. Adesso ha organizzato una giornata di studio sul PTCP di Vicenza, preceduto da un lavoro di analisi, documentazione e dibattito sull’assetto del territorio provinciale, i suoi problemi, le sue prospettive, senza disdegnare l’attenzione per gli strumenti della pianificazione territoriale e, anzi, attribuendo ad essi l’importanza che meritano quando diventano materia d’interesse politico e sociale.
All’argomento è dedicato anche un numero della rivista della Cgil, Vicenza lavoro , da cui è tratto l’articolo di Oscar Mancini. Nella versione integrale della rivista, scaricabile qui sotto, trovate anche il programma della giornata di studio (che si terrà il 24 maggio), un articolo di Gian Antonio Stella sul territorio vicentino (tratto dal Corriere della sera ), un gustoso scritto su “architetti e geometri” dello scrittore Vitaliano Trevisan e una “Guida per conoscere il PTCP”.
D: Le banliues parigine, con i loro sommovimenti e le loro proteste, hanno evidenziato un aspetto specifico della crisi contemporanea della città. Qual è, secondo te, la lezione di carattere generale che si può ricavare da questi eventi così clamorosi?
R: Secondo me, l’esperienza francese è in larga misura diversa da quella italiana. Il caso francese dimostra che non sempre è sufficiente il “buon governo urbanistico” per avere risultati socialmente positivi. In generale, la periferia francese è figlia di una impostazione urbanisticamente all’avanguardia, che ha rappresentato un modello. Si pensi alle villes nouvelles. Si sarebbe potuto pensare che, da quell’impostazione, doveva derivare una buona ed alta qualità di insediamento e di vita. Invece, non è stato così, anzi! Il decentramento nelle periferie di attività commerciali e produttive di buona qualità, “l’effetto-città”, pur accuratamente progettato, una formidabile rete di trasporti su ferro: tutto ciò non ha salvato l’esperienza francese dalle vicende alle quali facevi riferimento. Probabilmente perché in Francia sono state dominanti ragioni che derivano dalla natura dell’immigrazione, in larga misura composta dalla seconda o terza generazione di immigrati dal Nord Africa. Un vasto strato sociale che non è mai stato veramente accolto dal resto della popolazione e dalla cultura francese.
D: Quindi si tratta un problema specifico di cultura della convivenza…
R: Penso di sì. In altre parole, in riferimento alla situazione francese, non credo che debba mettersi in discussione il tema delle periferie in senso strettamente e “tecnicamente” urbanistico. Ma si debba riflettere sul fatto che non è nata una vera cultura della convivenza. Bisogna insomma evitare di fare confusione tra queste ragioni sociali molto serie, molto profonde, con la crisi della città come modello spaziale. Né credo che si possano fare confronti con la situazione italiana. Da noi, per certi versi, c’è di peggio, vi sono fenomeni di degrado inauditi. Si pensi alla malavita concentrata nel quartiere Scampia, a Napoli, allo scandalo della estesa solidarietà manifestata nei confronti degli esponenti della delinquenza.
D: Hai anticipato la seconda questione che ti vorrei porre, con un riferimento specifico alla previsione che qualcuno aveva fatto, per cui sarebbero deflagrate anche le nostre periferie. E’ sempre difficile fare previsioni, ma è prevedibile una qualche precipitazione della crisi delle nostre periferie e delle nostre città?
R: Io non credo. Fenomeni di insofferenza per il degrado ci sono e ci sono stati, e non si può certamente escludere che, in qualche luogo, possano esplodere in forma violenta. Per esempio, intorno a questioni relative alle discariche o ai trasporti. Ma non mi pare possibile una reazione contemporanea e omogenea delle periferie italiane intorno a temi di natura sociale. Questo per ragioni riconducibili alle grandissime differenze tra le città, e soprattutto tra le periferie delle città, del nostro Paese. Prendiamo il caso di Roma. La periferia di Roma è in larghissima misura abitata da cittadini che non possono accedere al mercato degli alloggi nelle aree centrali, e sono costretti a vivere in luoghi sempre di più lontani. Ma è una periferia dai connotati molto diversi da quelli francesi, e anche dalle periferie disperate di altre città italiane come Scampia a Napoli o lo Zen a Palermo. La grande periferia di Roma è sterminata, informe, ma non esplosiva. Si tratta comunque di una realtà sociale non animata dal “rancore sociale”, “di classe”, si sarebbe detto una volta, presente in Francia.
D: In generale, sul tema della trasformazione della struttura e della configurazione della città - e quindi anche della crisi del modello di città – ormai è un luogo comune rilevare che non esiste più la città compatta, che c’è la “città di città”, l’”arcipelago” di città, un accentuato policentrismo delle dimensioni della città. Come è possibile andare a un’accezione positiva, a una pratica positiva, a una sperimentazione positiva di questo policentrismo che ormai è un dato di fatto nella città contemporanea?
R: Io di positivo ci vedo molto poco negli attuali processi di trasformazione delle città. Mi pare anche improprio parlare di policentrismo, almeno in riferimento alla situazione italiana. Come stavo dicendo prima a proposito della città di Roma, siamo di fronte a un’espansione sterminata, fatta prevalentemente di lottizzazioni abitative, alle quali si aggiungono attività commerciali e, più recentemente, attrezzature di divertimento e alcuni servizi. Gli abitanti della periferia continuano ad andare ogni giorno verso il centro della città, dove si concentrano le attività di lavoro. E’ questo il connotato patologico della situazione, certamente non solo italiana. Non è vero che è finita la dialettica centro-periferia. Il centro continua ad attrarre in forma anomala e patologica chi vive nelle periferie. Altro che policentrismo. Siamo di fronte al mancato decentramento dei fattori di qualità urbana. Qui è mancata l’azione di governo. Non mancano spregiudicati teorici, sociologi e urbanisti che vedono in tutto ciò elementi positivi. Io non li vedo.
D: È possibile, in una situazione come questa, rilanciare un’azione e una cultura di governo delle trasformazioni della città?
R: È una banalità se dico che la “questione urbana” è, più che mai, una questione politica. Cioè, non è un problema settoriale. Vi è stata, in Italia, una stagione irripetibile in questo senso: quella del primo centrosinistra. Quando si è provato seriamente ad affrontare il tema della condizione urbana. Si respirava un clima particolare, a livello nazionale e nelle città. Tu mi parli da Firenze. Pensa che cosa hanno significato a Firenze l’amministrazione di Giorgio La Pira e l’urbanistica di Edoardo Detti. C’era attenzione e interesse autentici per la città, sentita come un banco di prova decisivo per la politica in generale. Dopo di allora certamente ci sono stati episodi di buon governo, ma sono mancati un’attenzione, un’elaborazione, una filosofia, un interesse complessivi.
Adesso siamo all’avvio di una fase di svolta governativa, e spero che un dibattito e un’iniziativa su questi temi possano ripartire. Ricordo che proprio durante la presidenza Prodi nell’Unione Europea sono state messe a punto raccomandazioni comunitarie che riguardano la necessità di porre un freno allo sprawl urbano. Non nascondo, però, che ho tante perplessità. La teorizzazione e la pratica di un’urbanistica priva di regole e di vincoli sono molto radicate. Per fortuna si è chiusa l’esperienza del governo Berlusconi senza l’approvazione di quella micidiale proposta nota come legge Lupi (con molti sostegni anche nel centrosinistra), che sanciva in via definitiva la privatizzazione dell’urbanistica. L’opposizione a questa proposta è stata limitata a pochissimi settori del centrosinistra. L’argomento è stato ignorato dalla grande stampa e nei dibattiti pubblici. Abbiamo dovuto faticare veramente tanto per riuscire alla fine a farlo accantonare. Auguriamoci comunque che adesso il vento cambi.
D: Finiamo con due questioni di carattere generale. Siamo, per quello che riguarda la questione città – come tante volte viene sottolineato – a uno snodo storico, perchè in questi anni, per la prima volta nella storia umana, la popolazione urbana tende a pareggiare o addirittura a superare la popolazione rurale. Simbolicamente e culturalmente cosa rappresenta, secondo te, questo passaggio? Che tipo di universo sembra delinearsi nella vita e nelle relazioni umane?
R: Osservato dal nostro punto di vista europeo, questo passaggio storico rappresenta comunque, secondo me, un tendenziale miglioramento. Non condivido le analisi e le rappresentazioni apocalittiche che in merito vengono proposte. Sono analisi implicitamente nostalgiche e regressive dal punto di vista culturale ed antropologico. Non penso che questa forte spinta all’urbanizzazione debba necessariamente essere un fattore così terribile, come spesso si dice. Credo che continui a essere vero che “l’aria della città rende liberi”. Si va a vivere in città per migliorare le proprie condizioni, per avere nuove opportunità. La campagna è spesso sinonimo di immobilità e di passiva accettazione di condizioni disumane. Naturalmente, so bene che le megalopoli asiatiche hanno ben poco a che fare con la nostra storia e la nostra cultura europea della città. C’è la “città illegale”, ci sono sacche spaventose di povertà e devastanti sperequazioni. Perché la condizione urbana diventi accettabile, si devono fare sforzi smisurati e deve essere accelerata la messa a punto di strumenti e di misure di carattere organizzativo, finanziario e sociale (si pensi alla condizione sanitaria negli agglomerati del “terzo mondo”) per combattere la miseria e l’emarginazione. Con tutto questo, il “fattore città” in espansione ed in crescita non riesco davvero a vederlo come fatalmente negativo.
D: Il tema della città è questione veramente di portata enorme dal punto di vista culturale ed è al centro di un grande dibattito, oggi, tra sociologi, antropologi e urbanisti. C’è chi dice che nell’età delle megalopoli, nell’età in cui le città sembrano non avere più un centro, in cui la città tende a non avere più una dimensione definita, la cultura della città così come si è storicamente formata, sia arrivata al capolinea. Tu concordi con quest’analisi così drastica ?
R: Non so se si possano dare definizioni a senso unico, valide su scala planetaria. Secondo me non è possibile. In Europa è innegabile il peso positivo dei fattori urbani tradizionali. E penso che sarà sempre così. In questa parte del mondo, secondo me, nonostante le trasformazioni in corso, non vale l’ipotesi catastrofica e definitiva che dichiara conclusa l’”epoca delle città”. In certe regioni dell’Asia o del Sudamerica, dove, tra l’altro, il peso delle città è stato diverso rispetto all’Europa, si vivono sicuramente problematiche diverse.
Quando tredicimila cittadini chiedono di poter dire la loro su di un tema fondamentale per la nostra città, nessuno può arrogarsi il diritto di rispondere negativamente. In ogni ordinamento (statale o locale) esistono tanti modi per poter consentire alla gente di partecipare alle decisioni politiche, soprattutto quando lo chiede con ragionata e consapevole insistenza. La questione della «chimica del cloro» a Porto Marghera è uno degli esempi più emblematici. Lo statuto e il regolamento comunali veneziani in materia di referendum sono fatti proprio male, anche dal punto di vista della tecnica normativa (e tutti lo riconoscono): ma di ciò nessuna colpa hanno il comitato promotore del referendum sulla chimica e i tredicimila cittadini che hanno firmato. Costoro si sono semplicemente fidati della segreteria generale del Comune e della precedente amministrazione, che hanno anche formalmente dato il via libera alla raccolta delle firme referendarie, così dando un primo tacito parere di ammissibilità.
Ora, di fronte all’imminenza di questa consultazione, amanti dello status quo e portatori di interessi di una parte dei cittadini, forse timorosi di una sconfitta, anziché affrontare la questione a viso aperto, preferiscono ricorrere alle pandette e ad avvocati. Quella della sopravvivenza della chimica a Marghera è una grande questione, economica tecnologica sociale culturale politica. E sotto tali punti di vista andrebbe affrontata. Invece, fa specie (per usare un eufemismo) vedere una piccola parte del sindacato (non la Cgil nel suo insieme, non i chimici della Uil né la Uil, non i chimici della Cisl né la Cisl) ricorrere a carte bollate e avvocati per diffidare (diffidare!) con minacce di ulteriori ricorsi il sindaco, gli assessori e i massimi dirigenti del Comune di Venezia, al fine di impedire l’effettuazione del referendum, senza alcun senso del limite o del ridicolo. Non mi pare una bella pagina di lotta sindacale.
Nessuno vuole nascondere la delicatezza del momento e l’importanza di una decisione in materia di chimica a Marghera, soprattutto dal punto di vista occupazionale. Come nessuno può nascondere che è dal lontano 1972 che a Marghera si assiste a un trend occupazionale costantemente negativo. Come nessuno può tacere del fatto che a determinare queste diminuzioni sono sempre state le imprese, anche di recente, in piena autonomia, seguendo esclusivamente la loro logica, alla faccia e in barba ai sindacati, al mondo della politica e soprattutto ai lavoratori. Sarebbe ora che i cittadini e la politica si riappropriassero del loro diritto di decidere. Come sarebbe ora che i politici veneziani ascoltassero un po’ di più e si facessero consigliare dai cittadini, soprattutto in una materia così fortemente sentita come quella della tutela della salute di tutti noi e delle generazioni a venire.
Non possiamo lasciare la decisione a giudici e avvocati, tanto più che - essendo illogiche e contraddittorie le norme - non esiste uniformità di interpretazione giuridica sulla ammissibilità di questo referendum. Basterebbe citare una ordinanza del Tar del Lazio del 2002, di cui molti si dimenticano.
E allora, al di là di codici e codicilli, che in questa materia non dicono nulla di concludente, va trovata la strada e individuata la forma per consentire alla gente e quindi a tutti noi di intervenire, apertamente e democraticamente, senza minacce e ritorsioni... anche perché sul futuro della chimica a Porto Marghera sembra non ci siano ancora le idee chiare.
E allora ben venga una consultazione popolare, nella forma ritenuta più opportuna, sulla base del quesito sottoscritto da tredicimila cittadini, che servirà pure a tastare realmente il polso alla gente e contribuirà alla decisione sul futuro di questa chimica a Marghera.
Felice Casson, ex magistrato, è oggi senatore dei Ds
L'immagine è tratta dal documentario "Porto Marghera -. Ultimi fuochi", di Manuela Pellarin
VILLASIMIUS. Il nuovo acquedotto della Costa sudorientale non è più una certezza. L’assessorato regionale all’Ambiente ha detto che il mega progetto dovrà essere sottoposto alla Valtuazione d’impatto ambientale se il ministero dirà: "È un’opera autonoma rispetto alla diga di Monte Perdosu sul Flumendosa", come sostiene l’Eaf, che ha finanziato l’acquedotto.
"Si tratta - dice Stefano Deliperi, portavoce del gruppo di Intervento giuridico e degli Amici della Terra di un deciso stop ad un progetto che è sembrava ormai cosa fatta nel silenzio generale". Il progetto costerà sessanta milioni di euro ed è compreso nel primo programma di opere di interesse nazionale (la cosiddetta legge obiettivo) approvato dal Comitato per la programmazione economica. "Il complesso delle opere - sottolinea Stefano Deliperi - appare dal forte impatto ambientale sia durante l’esecuzione che una volta ultimato. Prevede, tra l’altro, alcuni grandi scavi in zone rocciose di grande importanza naturalistica, oppure la costruzione di condotte per settanta chilometri, e ancora dodici grandi serbatoio in calcestruzzo sulle altura lungo la costa tra Muravera e Villasimius in vicinanza del mare. Davvero troppo".
Le due associazioni ecologiste sostengono che parte delle opere ricadono all’interno di aree tutelate e nei siti di importanza comunitaria dei Sette Fratelli e della foce del Flumendosa Sa Praia. "L’acquedotto in progetto - dice Deliperi - non avrà una fonte idrica diretta, in quanto la diga di Monte Perdosu da cui l’acquedotto dovrebbe dipendere, non è stata ancora realizzata e nè finanziata. Quest’opera - conclude Deliperi - potrebbe pertanto non essere mai realizzata viste anche l’opposizione dei comuni del Gerrei e delle popolazioni interessate, e quindi l’acquedotto resterebbe di fatto senz’acqua". Per le due associazioni ecologiste, inoltre, la Regione fa bene a difendere il Flumendosa, che, a causa di troppi sbarramenti, porterebbe alla salinizzazione della falda. La costruzione della condotta potrebbe inoltre causare l’interruzione della circolazione sotterranea della falda e danni gravissimi ai pozzi che sono la fonte potabile del Sarrabus. Durante la crisi idrica che ha colpito la Sardegna alla fine degli anni ’90 e nei primi due anni del 2000, Muravera, San Vito, Villaputzu, Castiadas e loro località turistiche non hanno patito la siccità proprio grazie a quei pozzi oggi in pericolo. "Questo progetto - dice Stefano Deliperi - ha posto e continua a porre moltissimi interrogativi che soltanto il procedimento di valutazione di impatto ambientale potrebbe far considerare nelle dovute prospettive. Tutto dev’essere valutato attentamente, perché tutta la mega struttura potrebbe costare cara alla collettività sul piano ambientale ed economico- sociale". Il Via è stato richiesto anche dal senatore di Rifondazione Francesco Martone, con un’interrogazione al ministro dell’Ambiente presentata alla fine della scorsa legislatura, mentre gli ambientalisti hanno già ricorso alla Commissione Europea.
«Ritirate quel progetto». Il sindaco Massimo Cacciari ha scritto ieri una lettera alla presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva. Chiedendo a nome dell’amministrazione di abbandonare l’ipotesi di costruire «protezioni» in pietra per le barene in laguna nord. «Alla luce delle perplessità e dei dissensi diffusi sia in città sia all’interno dell’amministrazione comunale», scrive Cacciari, «si devono evitare forzature e spaccature su un tema fondamentale come il ripristino della morfologìa lagunare». Dunque, stop al progetto? «Siamo disposti a discutere sulle modalità», risponde l’ingegnere Piva, «e ad accettare prescrizioni dalla Salvaguardia. Ma per la ricostruzione morfologica abbiamo un mandato dal Comitatone».
La progettazione dunque non si ferma. E le proteste aumentano. Perché secondo gli ambientalisti i nuovi progetti del Consorzio Venezia Nuova prevedono di depositare in laguna almeno 2 milioni di metri cubi di fanghi. E nei bassi fondali sarebbero costruiti veri e propri scalini di pietra fissi, da meno venti a 50 centimetri sul medio mare. Per «proteggere» le barene saranno riversate in laguna centinaia di tonnellate di massi. Una devastazione irreversibile, secondo gli ambientalisti. Si vorrebero ridurre gli effetti del moto ondoso «murando» le barene, e ricostruendole anche dove non sono mai esistite. «Occorre invece», hanno scritto in un documento le associazioni, «attuare davvero il riequilibrio previsto dalla legge. Riducendo il livello di moto ondoso e recuperando i sedimenti». Per colpa dell’arginamento delle valli da pesca e lo scavo di grandi canali verso il mare (che continua per i lavori del Mose) la quantità di sedimenti che forma le barene ha subito una drastica riduzione. L’erosione fa il resto, e ogni anno un milione di metri cubi di sedimenti se ne vanno in mare. Ma non è possibile ricostuire le barene artificialmente, spostando in laguna milioni di metri cubi di fanghi e proteggendole poi con le «burghe» piene di sassi. «Vogliono portare qui i fanghi scavati dalla bocca di Lido per il Mose e i sassi dell’Istria», accusano gli ambientalisti. L’idea delle «autostrade protette» in mezzo alla laguna non piace nemmeno ai tecnici di Ca’ Farsetti, e così il sindaco ha preso l’iniziativa. «Gli interventi che riguardano la salvaguardia», dice Cacciari, «dovranno essere ridiscussi intorno a un tavolo con il nuovo governo».
Ma Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova vanno avanti. Il governo ha stanziato con le ultime Finanziarie quasi due miliardi di euro per i lavori del Mose e del «riequilibrio». E i progetti vengono sfornati numerosi. Così giovedì la sottocommissione di Salvaguardia riprenderà la discussione (e la battaglia). E dovrà fare i conti con la volontà del Magistrato alle Acque di andare avanti e la richiesta del sindaco di ridiscutere. Due anni fa la stessa Salvaguardia aveva autorizzato un intervento sperimentale a Burano con alcune prescrizioni e l’indicazione della provvisorietà. Che non sarebbero mai state attuate.
Un milione e trecentomila metri cubi di fanghi da scaricare in laguna, tra le Vignole, Sant’Erasmo e le Fondamente Nuove. Tonnellate di pietrame per creare nuovi canali «a prova di moto ondoso». Sta sollevando furiose polemiche l’ultimo progetto presentato dal Consorzio Venezia Nuova alla commissione di Salvaguardia. Si propone di creare nuove «autostrade» d’acqua con barriere ai lati. I tecnici del Consorzio le chiamano «burghe», in sostanza argini in pietra e fango. Il materiale dovrebbe essere prelevato dai fondali delle bocche di porto con gli scavi del Mose. I massi trasportati dall’Istria, dove per creare le nuove dighe a mare è stata sventrata un’intera montagna.
«Un’assurdità», replica l’associazione Vas, Verdi Ambiente e Società. «Siamo fermamente contrari alla cementificazione della laguna», scrive il presidente nazionale di Vas Guido Pollice, «e in questo modo si proclama la resa totale al fenomeno del moto ondoso e agli interessi economici». «Il Magistrato alle Acque», continua l’associazione, «dovrebbe essere l’istituto che vigila sulla laguna, e non può consentire interventi che sono contrari allo spirito originario della Legge Speciale. Invece di lavorare per il riequilibrio della laguna si cerca di stravolgerne l’unicità».
«Non si affrontano le cause dei fenomeni e si cerca di limitarne gli effetti stravolgendo il paesaggio lagunare», replica Pax in Aqua, l’associazione che raccoglie migliaia di aderenti alle società di canottaggio, vela al terzo e voga alla veneta.
Un «no» secco viene anche dal Comune. «Non possiamo autorizzare autostrade di pietre in laguna», dice il vicesindaco Michele Vianello, «interventi di questo tipo dovranno per forza coinvolgere il Comune e il commissario contro il moto ondoso».
Il 23 settembre del 2004 la Salvaguardia aveva autorizzato un intervento sperimentale di «protezione» delle barene intorno a Burano, fornendo diverse prescrizioni. E autorizzando le pietre solo «in via transitoria». Ma adesso il Consorzio intende applicare quel sistema all’intera laguna. Il progetto sarà presentato la prossima settimana, per andare al voto il 16 maggio. E la battaglia è certa. Secondo gli ambientalisti e alcuni commissari si tratta di un intervento che «non rispetta la Legge speciale». (a.v.)
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Altro che sindrome Nimby (not in my backyard-non nel mio giardino). La guerra all’eolico ormai diffusa in tutta Italia con decine di comitati locali è, al contrario, una battaglia in difesa degli interessi nazionali.
L’arrivo dei padroni del vento con la multinazionale spagnola Gamesa in Maremma, è il sintomo più grave di un attacco generalizzato al patrimonio paesaggistico italiano. A Scansano(Gr), così come a Campobasso, si progettano centrali eoliche che vanno a turbare monumenti di valore nazionale, il cui valore è in larga parte determinato dall’essere ancora immersi nel contesto ambientale originario nel quale sono nati.
In Molise, 16 torri eoliche di 126 metri minacciano gli scavi archeologici dell’antica città di Saepinum, posta a cavallo del tratturo più famoso d’Italia (Pescasseroli - Candela), con effetti disastrosi pur essendo a sei chilometri e mezzo di distanza. E se ne è accorta anche la Regione Molise che su questo caso ha decretato una moratoria dell’eolico.
A Scansano, invece, la distanza tra il Castello di Montepò e i più grandi apparati industriali mai costruiti dall’uomo, sarebbe di soli due chilometri e mezzo.
Non a caso, in questo comprensorio, il PTC (Piano Territoriale di Cordinamento) della Regione Toscana, prescrive che gli stessi interventi “legati all’attività agrituristica e alla valorizzazione della produzione vinicola saranno realizzati secondo criteri di rigorosa compatibilità con l’integrità del contesto ambientale[...]”.
“Se perfino in Maremma, fino ad oggi luogo esemplare di gestione del paesaggio italiano”, ha dichiarato Oreste Rutigliano, Coordinatore del Comitato Nazionale del Paesaggio “dovesse passare questa aberrazione, vuol dire realmente che siamo di fronte ad una emergenza nazionale. La Regione Toscana, bloccando questo insediamento ci riconfermi che vuole essere ancora un punto di riferimento di buon agire culturale”.
LEGAMBIENTE CONTRO ITALIA NOSTRA
SI' A EOLICO SCANSANO (AGI)
Legambiente si costituira' "ad adiuvandum" della Provincia di Siena - nonche' del comune di Scansano, della Regione Toscana e della Sopraintendenza di Siena - in difesa del parco eolico di Scansano, per ottenere che sia respinto il ricorso presentato da Italia Nostra che, se accolto, bloccherebbe la realizzazione dell'impianto. Come spiegano in una dichiarazione il presidente nazionale di Legambiente Roberto Della Seta e Fausto Ferruzza, segretario di Legambiente Toscana, questa scelta ha un obiettivo pratico e un significato simbolico: "Le dieci pale eoliche di Scansano - sottolineano i dirigenti di Legambiente - sorgeranno dove ci sono gia' i tralicci, di analoga altezza, di un grande elettrodotto, dunque il loro impatto paesaggistico sara' molto limitato. D'altra parte, esse consentiranno di approvvigionare con energia pulita quasi 50 mila persone, per un significativo risparmio di emissioni inquinanti". Per tutto questo, aggiunge Legambiente, battersi contro un intervento cosi' vuol dire negare le ragioni stesse dell'ambientalismo: "Dire no all'eolico, come alle metropolitane o agli impianti di compostaggio dei rifiuti - affermano Della Seta e Ferruzza -, e' ostacolare una vera riconversione ecologica dell'energia, dei trasporti, in generale dell'economia e della societa'. Nel caso di Scansano, dire no al parco eolico significa ostacolare 'la Maremma che vogliamo': senza nuova autostrada, con un'Aurelia finalmente sicura, ma anche con un modello di produzione e consumo di energia meno legato ai combustibili fossili e di piu' alle fonti pulite".
Chi non conosce il territorio pensa che se una soluzione tecnica buona lo è indifferentemente dappertutto. I pannelli solari sono buoni? Allora installiamoli anche sul Colosseo, e magari sotto i portici di San Pietro. Le torri eoliche sono buone? E allora fottiamocene del paesaggio, magari anche dove il vento è poco.
Che dire poi dell’affermazione “le dieci paleeoliche sorgeranno dove ci sono già i tralicci”? Ricordo che Chicco Testa, quando non era più presidente di Legambiente ma lo era dell’ENEL si propose di eliminare i tralicci dove disturbavano il paesaggio…
Nota: Qui su Eddyburg, per metodologie non arbitrarie di decisione riguardo al territorio e nuove tecnologie energetiche, anche due contributi recenti nei casi dell'Australia e del Regno Unito ; su Mall/Piani, anche alcune linee guida alla progettazione sostenibile (non solo per l'eolico) della East of England Regional Assembly (f.b.)
No, l’abusivismo di necessità no. L’abusivismo di necessità è morto da tempo. Era quello dell’immediato dopoguerra, quando, soprattutto a Roma, gli immigrati dal Sud che lavoravano nei cantieri edili, senza casa e senza residenza (vigeva ancora la legge fascista contro l’urbanesimo che non consentiva l’iscrizione anagrafica nei grandi comuni), si costruivano le “casette della domenica”. Furono chiamate così perché solo la domenica e i giorni festivi manovali e muratori, potevano tirar su, con le proprie mani, le loro povere abitazioni, con spirito mutualistico e con pratiche poi definite di autocostruzione. I nuclei del primo abusivismo si concentrarono inizialmente a ridosso dei borghetti dov’erano stati deportati gli abitanti del centro storico cacciati a seguito degli sventramenti mussoliniani e intorno ai quali si è in seguito formata la sterminata periferia della capitale.
Quello era l’abusivismo di necessità. Che fu compattamente difeso dal Pci e dalla cultura di sinistra, all’incirca fino all’inizio degli anni Ottanta. Dopo, fra la sinistra e l’abusivismo c’è stato un graduale distacco, non senza residui di tolleranza. Il direttore di questo giornale sicuramente ricorda le polemiche che si svilupparono in via delle Botteghe Oscure e su l’Unità con una franchezza allora inconsueta.
Intanto, a mano a mano, l’abusivismo ha cambiato i propri connotati, è stato sfruttato dai grandi proprietari terrieri per favorire l’urbanizzazione dei loro patrimoni. Si è un po’ alla volta trasformato in industria edilizia illegale, illegale sotto ogni punto di vista: alla mancanza del permesso di costruzione si è aggiunto il mancato rispetto delle norme igieniche, di sicurezza, assicurative e previdenziali. Alla fine, è entrato nell’orbita della malavita organizzata. Da Roma in giù, in alcuni luoghi ha raggiunto livelli di produzione superiori a quelli dell’edilizia legale, grazie anche alle successive leggi di condono, tre in diciotto anni (ricordiamone gli autori: 1985, governo Craxi; 1994, governo Berlusconi; 1993, ancora governo Berlusconi). E la Campania, ha scritto il 1° maggio su l’UnitàVittorio Emiliani, “vanta da decenni un primato nazionale in fatto di concentrazione della illegalità edilizia e ambientale, con una vistosa presenza del racket camorristico che controlla le forniture di materiali e di manovalanza”.
Queste cose non possono non saperle gli amministratori di Ischia – e addirittura il presidente della regione Campania – che irresponsabilmente hanno resuscitato l’abusivismo di necessità. Operazione pericolosissima, perché oggi torna a essere grave, in molti casi drammaticamente grave, il problema della casa, e l’abusivismo non può essere una risposta. Se oltre l’80 per cento delle famiglie italiane vive in casa propria, quasi tutto il restante 20 per cento vive in condizioni abitative sempre più precarie. Sono giovani, immigrati, studenti, anziani che regrediscono verso la povertà e sono costretti a vendere il proprio alloggio. Un problema, reso acuto dalla progressiva riduzione delle risorse per l’edilizia pubblica, che dovrebbe tornare in primo piano nelle politiche locali. È questo uno, e non certo l’ultimo, dei compiti che il nuovo governo dovrà affrontare con competenza e determinazione. Insieme alla ripresa dell’impegno per il risanamento idrogeologico. Dopo i morti di Sarno del 1998, il tema aveva assunto un riconoscimento prioritario nell’azione di governo e sembrava che potesse finire l’incubo di una frana devastante dopo ogni pioggia prolungata. Ma Berlusconi alla manutenzione del territorio ha sostituito le grandi opere. La tragedia di Ischia riporta la difesa del suolo in testa all’ordine del giorno.
Altro che grandi opere, altro che tolleranza per l’abusivismo.
Un Paese fradicio, senza più manutenzione, che casca a pezzi alle prime piogge insistenti. Poche settimane fa un grande smottamento di un’area denudata dal disboscamento sopra la cabinovia di San Vigilio in Marebbe (Bolzano). Per fortuna senza vittime. Ora la tragedia di Ischia con una gigantesca colata di fango che ha provocato morti e feriti in una zona con abitazioni abusive in attesa di condono edilizio. «Abbiamo abusato del nostro territorio», afferma il responsabile della Protezione Civile, Bertolaso.
Sciaguratamente i governi Berlusconi hanno imboccato la strada elettoralistica delle cosiddette grandi opere (senza valutazione di impatto ambientale) ed abbandonato, o quasi, quella del risanamento idro-geologico percorsa con fatica dai governi dell’Ulivo dopo le tragedia di Sarno e di Soverato. Di più e di peggio: il centrodestra ha varato due devastanti condoni, uno edilizio e l’altro ambientale il cui solo annuncio ha accelerato in modo suicida, per il territorio e per chi lo abita, la corsa a nuove costruzioni illegali in zone vincolate, in aree palesemente a rischio idro-geologico, negli alvei stessi di fiumi, torrenti e fiumare. Laddove la colata di fango o l’alluvione improvvisa sono sempre in agguato con esiti mortali. Specie da quando il riscaldamento del pianeta ha reso più violente piogge e temporali, in ogni stagione.
In tale corsa all’abusivismo - al quale invano si sono opposti Comuni e Regioni contestando i condoni governativi - la Campania vanta da decenni un primato nazionale in fatto di concentrazione della illegalità edilizia e ambientale, con una vistosa presenza del racket camorristico che controlla le forniture di materiali e di manovalanza, tutto «in nero», da ogni punto di vista. L’isola di Ischia fa parte di questo sistema purtroppo, come, del resto, la stessa Capri.
Chi gira l’Italia in questi mesi vede le gru dei cantieri edili alzarsi quasi ovunque, a decine, a centinaia. Il mattone è stato la sola attività a «tirare» in mesi e mesi di stagnazione economica, sottraendo capitali e risparmi ad attività imprenditoriali vere e durevoli, destinate ad irrobustire un sistema di industrie e di servizi divenuto sempre più anemico. Da vecchio immobiliarista, Silvio Berlusconi non si è forse vantato di aver fatto aumentare nell’ultimo quinquennio il valore degli immobili italiani? Chi non è proprietario di case, è trattato alla stregua di un pezzente. Chi è in affitto, viene abbandonato alle follie del mercato speculativo. Un’autentica anomalia rispetto alla media dei Paesi europei più avanzati. E poi si teme sempre che scoppi la bolla speculativa...
La valanga di asfalto e di cemento, quest’ultimo spesso abusivo, ha reso ancor più fragile, dunque, più soggetto a frane e a smottamenti questo Paese antico, intensamente abitato da migliaia di anni, la cui montagna ed alta collina (due terzi dell’Italia) hanno conosciuto in passato uno spopolamento biblico, col conseguente abbandono dei boschi, dei pascoli, del sistema plurisecolare dei canali e delle canalette di scolo, dei torrenti stessi. Mentre, per contro, le zone ad alto sfruttamento turistico (da Ischia a San Vigilio in Marebbe) si costipavano di altre seconde e terze case, con strade di ogni tipo, tutte asfaltate. Tale fenomeno si è verificato, magari, in regioni anche a forte rischio sismico: in Campania, soltanto un 12-13 per cento del territorio non risulta infatti a rischio sismico alto o medio. Ma quali e quanti investimenti sono stati dedicati dalle «magiche» Finanziarie di Berlusconi-Tremonti alla manutenzione ordinaria e straordinaria del suolo italiano? Sempre pochi. Anzi sempre meno. In compenso uno dei primi alti dirigenti colpiti dallo spoil-system è stato proprio il bravissimo direttore del servizio antisismico nazionale Roberto De Marco, un tecnico di autentico livello internazionale, rimosso per ragioni squisitamente politiche e mandato, se non erro, a vendere computer alle scuole. Poteva, del resto, un «comunista» continuare a reggere un simile ufficio tecnico strategico?
Al futuro governo viene quindi lasciata un’Italia ancor più vittima di frane, smottamenti, alluvioni, ancor più povera di misure preventive contro le colate di fango (autentico problema nazionale) e contro i movimenti tellurici. Si tratta di riavviare, per altro in tempi di finanza statale dissestata, una autentica «ricostruzione» del Paese partendo da una aggiornata mappa dei rischi. Altrimenti avremo altre vittime, altri senzatetto, altri ambienti feriti a morte e inabitabili per decenni. Molto tempo fa, Antonio Cederna - di cui ricorrono quest’anno i dieci anni dalla scomparsa - ripeteva una sorta di suo sarcastico slogan: quando piove l’Italia viene giù. Dopo gli ultimi cinque anni berlusconiani va anche peggio. Per non spendere qualche miliardo in più nella prevenzione, ne spendiamo e ne spenderemo decine a disastri avvenuti.
Nelle polemiche che hanno accompagnato il nuovo museo dell'Ara Pacis (la più scriteriata è quella del candidato a sindaco di Roma Gianni Alemanno, il quale vorrebbe spostare il nuovo edificio in periferia) ciò che rischia di restare nell'ombra è proprio l'altare decretato dal Senato di Roma nel 13 a.C. e inaugurato nel 9 in onore di Augusto. Finora l'attenzione è stata polarizzata dall'edificio di Richard Meier e dal suo impatto sulla piazza, ma poco ci si è chiesti se il museo abbia assolto la sua funzione primaria: cioè l'esposizione adeguata del monumento, in confronto alla precedente sistemazione. Siamo informati del fatto che la teca di Ballio Morpurgo era ormai inadeguata e quindi era necessario trovare una nuova soluzione per il monumento. Ci si chiede, una volta stabilito di rimuovere il vecchio edificio, perché mantenere l'altare nello stesso posto e non musealizzarlo altrove?
La decisione di ricomporre i frammenti dell'altare accanto al Mausoleo di Augusto era - e rimane - arbitraria, dato che essi furono ritrovati altrove, nelle fondazioni di un palazzo a fronte della chiesa di S. Lorenzo in Lucina. Tuttavia, decidendo di fare rimanere l'altare laddove era stata collocata nel 1938, sarebbe stato saggio prevedere un concorso architettonico - che fin da allora comprendesse tutta la piazza - invece di imporre il nome di Richard Meier. A ben guardare, dietro quella decisione sembra esserci un atto di provincialismo culturale che ha condotto a ritenere adeguato al compito un architetto all'apice della fama, dopo il completamento del gigantesco complesso espositivo del Getty Center. Se questo è stato il criterio, la committenza poteva investire anche altri, a partire da Frank Gehry, che avrebbe collocato una delle sue architettura decostruttiviste sulle rive del Tevere: in fondo meglio la provocazione che l'inadeguatezza. L'edificio di Meier non è sgradevole di per sé: il nitore delle pareti, i suoi angoli taglienti, la combinazione del travertino con il vetro sono il risultato di un disegno elegante e pulito, seppur con delle cadute di tono, come l'inserimento della parete in travertino scabro, sul lato del Lungotevere; sembra bugnato, ma il bugnato ha negli edifici una sua funzione visiva e strutturale, mentre qui sembra un vezzo, dunque stona. Ma le critiche maggiori riguardano il contesto e la funzionalità: la teca precedente era modesta e non invasiva, mentre l'edificio di Meier sembra una nave spaziale posatasi su una terra straniera, che fa violenza all'eleganza della Chiesa di San Rocco, frutto di un moderato intervento urbanistico di Valadier. Ma anche il dialogo con il resto della piazza, tutt'altro che ispirata alla moderazione, resta difficile da immaginare. All'interno la sensazione non muta: certo le vetrate sono ampie, e belle le vedute su entrambi i lati, tanto sui resti della tomba di Augusto quanto sul viale alberato del Lungotevere. Ma cosa ne ha guadagnato il monumento per cui questo ingombrante edificio è stato edificato? Francamente non molto.
Eliminate le pedane laterali, la processione del fregio superiore risulta meno visibile di un tempo e tutto l'altare appare come schiacciato sotto il peso di pesanti lacunari, collocato com'è al centro di una architettura che immiserisce l'oggetto esposto richiamando, piuttosto, l'attenzione su stesso. L'edificio non è ancora completo ma dubito che la fontana prevista cambierà di molto l'impatto urbanistico, né credo che tutte le facilities previste negli interni aiutino molto la fruizione del monumento. Ancora una volta - come succede nella maggior parte degli esempi di architettura museale - il contenitore prevale sul contenuto, e l'architetto dimentica che bisognerebbe partire dall'oggetto da esporre piuttosto che dal proprio ego. In definitiva, il problema del nuovo museo è un problema di contesto. A Tor Tre Teste, infatti, nella periferia est di Roma, Meier ha realizzato una bellissima chiesa, connotata da tre vele; l'edificio si inserisce in un luogo di non-architettura, dominato da una edilizia periferica priva di carattere, e contribuisce a riqualificarlo.
Piazza Augusto Imperatore è dotata di una stratificazione architettonica che avrebbe richiesto un intervento più rispettoso del suo polimorfism. Lasciando l'edificio di Meier mi sono girato più volte verso l'ingresso, cercando di comprendere che cosa mi ricordassero quelle superfici candide, quelle linee nette, quelle colonne (la citazione dozzinale, all'ingresso, dovrebbe richiamare lo gnomone dell'orologio augusteo), quel vetro del museo: e ciò che mi è venuto in mente è la razionalità dell'architettura di Le Corbusier, le ville californiane dipinte nei quadri di David Hockney, forse per tutto quel bianco, così estraneo ai colori di Roma.