Titolo originale: Quake shakes up tsunami fears – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
BANGKOK – Le organizzazioni di soccorso tentano di raggiungere l’isola indonesiana di Nias, dove si teme siano morte più di 2000 persone in seguito al forte terremoto di lunedì notte al largo della costa dell’Indonesia, che ha diffuso in tutta l’Asia panico e timori che arrivasse un altro tsunami assassino.
Nelle ore immediatamente successive alla scossa milioni di persone della regione, ancora in fase di recupero dopo le devastanti onde che hanno colpito le coste il 26 dicembre, hanno atteso con ansia la conferma che le forti scosse di Sumatra non avessero innescato un disastro simile. Quando le temute onde provocate dal sisma non si sono mostrate, le agenzie di soccorso hanno cominciato a mobilitare i propri mezzi.
”Stiamo preparando i materiali per l’emergenza da inviare e i nostri elicotteri sono pronti a decollare verso l’arcipelago delle isole di Nias” ha dichiarato a Inter Press Service Bekele Geleta, capo delegazione per il sud-est asiatico della Federazione Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.
”La Croce Rossa indonesiana ritiene di avere soccorsi sufficienti a Sumatra.I suoi elicotteri partiranno presto, concentrandosi sulle isole dell’arcipelago di Nias. Un aereo Cessna della Croce Rossa decollerà dalla capitale di Sumatra, Medan, per controllare la linea di costa” aggiunge Geleta.
Ma nonostante le forniture di soccorsi siano sufficienti, il rappresentante della Croce Rossa ammette che le carenze nelle comunicazioni rallenteranno le operazioni di soccorso. “Il collegamenti con la zona di costa indonesiana prospiciente a Nias sono statti interrotti. È importante tentare di ristabilirli entro le prossime ventiquattro ore”.
In vicepresidente indonesiano Jusuf Kalla ha dichiarato alla BBC che teme possano essere morte fino a 2.000 persone sull’isola di Nias, una rinomata località per il surf non lontana dall’epicentro del sisma. Comunque, ha dichiarato, questa cifra si basa su una valutazione degli edifici colpiti, non su un conteggio dei cadaveri. Circa l’80% dei fabbricati della città di Gunungsitoli sono stati danneggiati, continua Kalla. Funzionari locali avevano dichiarato in precedenza che si temevano 300 morti.
Il sisma, con una magnitudo di 8,7 gradi sulla scala Richter, ha colpito a 205 chilometri nord al largo dell’isola indonesiana di Sumatra, e le scosse sono state avvertite sino alla Malesia e Thailandia. Il servizio geologico USA (USGS) ha dichiarato che la scossa si è verificata circa 30 km al di sotto del fondale marino, 250 chilometri a sud-est di Banda Aceh, capoluogo della provincia di Aceh. L’epicentro si colloca a soli 177 chilometri a sud-ovest di quello del 26 dicembre che ha scatenato lo tsunami, uccidendo circa 300.000 persone in dodici paesi dell’area del Oceano Indiano
”È una parte della medesima placca da cui è partita la sollecitazione del 26 dicembre” ha dichiarato all’Inter Press Service Carolyn Bell dell’USGS americano. “È stata una scossa forte. Si tratta di una zona molto attiva dal punto di vista sismico”.
Aggiunge Jan Egeland, coordinatore delle unità di soccorso delle Nazioni Unite per il segretariato generale agli aiuti umanitari: “Questa non è una scossa di assestamento: è una vero e proprio grande terremoto, da 8 a 9 sulla scala Richter”.
La scossa ha spinto Indonesia, India, Malesia, Sri Lanka e Tailandia ad annunciare il pericolo di un imminente tsunami, e le autorità della regione dell’Oceano Indiano sono state allertate dallo United States Pacific Tsunami Warning Center ad agire immediatamente, compresa l’evacuazione delle coste sino a 1.000 chilometri dall’epicentro, e un continuo monitoraggio per verificare l’eventualità di ulteriori evacuazioni. È stato riferito che la polizia tahilandese utilizza fari sulle coste per vigilare sull’arrivo di onde giganti.
Ken Hackett, presidente del Catholic Relief Services americano, era a Medan quando il terremoto ha colpito lunedì notte.
”Siamo stati svegliati poco dopo le 11 di sera. Abbiamo sentito una forte scossa nell’albergo, e siamo stati evacuati brevemente, prima di poter ritornare alle nostre stanze” ha dichiarato in un’intervista. “Per dare un’idea dell’intensità del terremoto, Medan si trova sulla parte opposta dell’isola rispetto all’epicentro. Le onde sismiche devono attraversare una larga catena di montagne prima di raggiungere la città”.
”Mentre vi parlo, il sole non è ancora spuntato. Non sappiamo quanti danni abbia provocato questo terremoto. Ma sappiamo che si è scatenata un’onda di paura [è come se] gli abitanti delle coste già colpite stiano rivivendo lo tsunami”.
Secondo alcune notizie dalla provincia di Aceh in Indonesia (dove sono morte 126.000 persone e altre 93.000 risultano disperse dopo lo tsunami del 26 dicembre) gli abitanti del luogo sono fuggiti da case e tende dopo aver afferrato in fretta e furia qualche fagotto di vestiti. Molti piangevano, saltavano nelle auto, sulle motociclette e taxi a pedali per dirigersi verso zone più elevate.
Il terremoto di magnitudo 8,7 è stato avvertito fino all’isola turistica di Phuket nel sud della Tahilandia, e anche in alcuni edifici alti di Bangkok. Abitanti e turisti sulla spiaggia di Patong a Phuket sono corsi fuori da case e alberghi, saltando su qualunque veicolo a disposizione per allontanarsi dalla costa.
”Sento automobili rombare dappertutto, Le strade sono nel caos. Ora devo correre fuori dall’albergo” ha dichiarato una reporter televisiva locale in diretta da Phuket.
In Malesia, decine di migliaia di persone si sono precipitate fuori dalle case e alberghi quando il terremoto ha colpito. L’uomo d’affari di Penang Lee Beng Tatt, che abita al quindicesimo piano di un condominio, ha raccontato al quotidiano The Star che era nel bagno, quando ha notato l’acqua del water agitarsi”.
”I mulinelli sono diventati più intensi, fino a quando non è uscita acqua dalla tazza. Con mia moglie e mio figlio siamo corsi in fretta fuori dall’appartamento, fino al pianterreno”.
Il capo della polizia di stato di Penang, vicecommissario Christopher Wan, dichiara che è stato emesso un allarme tsunami precauzionale, diretto a chi risiede lungo la linea di costa.
”La polizia costiera della regione settentrionale ha anche emesso un allarme rivolto ai pescatori in mare. Sono state anche impiegate imbarcazioni della polizia per monitorare la situazione dal largo” ha riferito Wan a The Star. “Funzionari della polizia sono presenti in modo continuo lungo la linea di costa. Non vogliamo essere colti di sorpresa come l’ultima volta”.
Anche se il numero di vittime a Penang il 26 dicembre è stato relativamente basso, con soli 68 morti riportati, le onde giganti hanno quasi spazzato via i villaggi dei pescatori, gli accampamenti e i negozi lungo la costa dell’isola malese.
La tragedia dello tsunami ha provocato un flusso di aiuti senza precedenti da tutto il mondo, anche se come ha dichiarato la Asian Development Bank a un recente incontro internazionale di paesi donatori, governi dell’area e agenzie di soccorso, mancano ancora 4 miliardi di dollari promessi per la ricostruzione in India, Indonesia, Maldive e Sri Lanka.
L’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli aiuti umanitari (OCHA) ha dichiarato lunedì che i propri funzionari stavano discutendo con il governo indonesiano il tipo di azioni da intraprendere una volta stabiliti gli effetti di quest’ultimo terremoto.
Nota: qui il testo originale sul sito di Asia Times(f.b.)
Sandro Roggio: l’apparizione
Eccolo il sogno che si avvera: tridimensionale e opulento. Ma neppure grandissimo. Un ettaro e mezzo più parcheggi di negozi esclusivi, di vestiti e profumi firmati a Porto Cervo, con vista sul mare della Gallura e sulla selva di barche più grandi e più costose che a ferragosto impediscono la vista dell’orizzonte. La struttura sarà pronta, promette il proprietario Tom Barrack, fra qualche mese. Macché “rotonda sul mare, il nostro disco che suona…”. I tempi sono cambiati. La Promenade du port ( attenzione al nome ammiccante come sempre ma con una nota in più) sarà al passo coi tempi del consumo d’elite.
Proprio qui l’immaginazione più audace si realizza, perentoriamente. Il turista-consumatore di prima fascia è ormai maturo per un’ emozione grande come questa. Qui, nel villaggio-vacanze tra i più acclamati e più finti del mondo si rilancia in grande. E si decide di sfruttare il suo connotato pluriforme che echeggia diversi stili di luoghi conglobati: Venezia-Miami- Capri- Disneyland (la catena di immagini che il mercato delle vacanze adotta dappertutto). Altre cittàmercato devono farlo da capo il contesto: qui è tutto pronto. Altro che borghi ‘anticati’ e senza mare.
La sinergia, come si dice, turismo & commercio è decisa a sperimentare qui un tassello un po’ speciale del mercato globale.
Le nuove città del commercio, come ci insegna Fabrizio Bottini, sono un’attrattiva senza pari che consente di mangiare, dormire, eccetera dentro un grande negozio. Ma gli outlet sono per tutti, prescrivono la miscela di media e bassa gente. Qui a Porto Cervo sarà un’altra cosa: non l’invenduto degli stilisti ma prodotti di primissima mano. Pensate. Il villaggio vacanze billionaire che accoglie i volti più noti della televisione che si vestono e si profumano come dice la pubblicità; che addirittura ospita gli stilisti che li firmano quei vestiti e quei profumi; e addirittura quelli/e che li pubblicizzano. È proprio il massimo. La stessa moltitudine che ama gli outlet, che d’estate si apposta qui nelle banchine assolate per vedere un vip, potrà avere emozioni irripetibili all’ingresso ombreggiato della Promenade. Anche se difficilmente potrà acquistarci qualcosa. Niente di meglio per accentuare la separazione di questo luogo dal resto del territorio ( a un’ora di macchina da questo luccichio tanti paesi veri si spopolano progressivamente).
Berlusconi sarà presente all’inaugurazione – assicurano –, Baget Bozzo benedirà, forse.
Antonietta Mazzette : credenti e agnostici
Che il consumo anche in Sardegna sia ormai diventato la ragione centrale per la quale gli individui costruiscono la loro identità, i gruppi sociali si formano o si rompono, la complessiva vita quotidiana si organizza, i luoghi urbani si costituiscono, è ormai cosa nota anche ai ‘non addetti ai lavori’. E che il consumo sia da molti visto come la condizione ‘naturale’ del vivere sociale, è cosa altrettanto nota. Sotto questo profilo, il fatto che Porto Cervo si voglia ‘trasformare’ in una grande vetrina con prodotti di consumo (ovviamente) griffati, non è che l’esito finale di un insediamento artificioso nato per l’appunto per essere consumato (come simbolo per i più, come bene materiale per pochi). In questo contesto, ben si inquadra la richiesta del sindaco di Arzachena di definire Porto Cervo zona urbana, solo per poter aggirare l’ostacolo del decreto salva-coste e poter disporre così di tante ‘belle’ volumetrie. Ciò che invece in questo momento appare anomalo - e non solo per la Sardegna -, è il fatto che il Presidente Soru non perda occasione per manifestare a parole e con decreti che il consumo (non solo del territorio) è contrario allo sviluppo dell’Isola, o che comunque deve essere governato con regole chiare: dalle coste alle megastrutture commerciali. Lo ha fatto nelle dichiarazioni programmatiche, lo ha ripetuto in primavera all’indomani del suo insediamento, lo ha ridetto recentemente in occasione dell’inaugurazione del 443° anno accademico dell’Università di Sassari.
Il presidente Soru sta conducendo una battaglia donchisciottesca? Sì, se pensiamo che ha aperto un conflitto tra un piccolo governo regionale (la cui influenza non oltrepassa i confini del mare) e i grandi interessi (nazionali e sovranazionali) che stanno dietro gli insediamenti commerciali e turistici. Ma il modo eclatante (seppure dai toni lenti e sussurrati) con cui ha messo in discussione l’idea ‘scontata’ che il consumo equivalga a sviluppo, ha avuto l’effetto dirompente di rendere manifesto il conflitto tra due opposte concezioni: dello sviluppo economico, della città, del turismo, e così via.
Oggi non possiamo prevedere quali saranno i risultati di questa battaglia, che è certamente combattuta con armi impari e che, se il governo sardo vuole davvero vincere, abbisogna di concrete e articolate ipotesi di sviluppo che appaiano convincenti alla maggioranza della popolazione. Ma è certo che in questo momento il caso della Sardegna è diventato paradigmatico di una concezione più generale riguardante l’uso del territorio e la costruzione di una qualità della vita compatibile con le risorse naturali.
Guido Piga , Il lusso in vetrina dietro il molo vecchio. È pronta la “ Promenade du port” con i più noti marchi della moda, da La Nuova Sardegna, 17 febbraio 2005
PORTO CERVO - La location è gallurese, il nome è francese, i marchi saranno internazionali. Locale e globale si incontreranno a giugno in quindicimila metri quadrati, fra cinquanta negozi, con vista sul mare di Porto Cervo. Si chiama “ Promenade du Port”, è una struttura su tre livelli, sorge dietro il molo vecchio, e dentro saranno ospitati i migliori marchi al mondo, da quelli dell’abbigliamento ai profumi. Come via Montenapoleone a Milano o via Condotti a Roma, o come King’s Road a Londra, sarà la passeggiata del lusso. E nel lusso.
L’idea è venuta alla Colony Capital di Tom Barrack. Obiettivo: rendere più glamour la Costa, allungare la stagione turistica, fare di Porto Cervo un centro vivo tutto l’anno.
Per l’operazione, la Colony ha scelto un partner di rilievo: la compagnia americana di consulenza Cushman & Wakefield Healey & Baker. Un nome lunghissimo, dietro cui c’è la società leader mondiale nella commercializzazione di questo tipo di strutture.
“Abbiamo lavorato a progetti simili a Londra e Parigi, New York e Milano - dice Thomas Casolo, che rappresenta in Italia il retail della società - Quello di Porto Cervo, una volta ultimato, sarà un grande polo del lusso”.
Barrack ha affidato l’incarico alla C&W a ottobre del 2004. Allora, Casolo aveva in mano una costruzione appena realizzata: è quella messa su dalla società Gocil, controllata dall’avvocato Renzo Persico, dietro il Cafè du Port, accanto al Tennis Club, di fronte alla caserma dei carabinieri. Un grande e prolungato cantiere che, se tutto andrà bene, a giugno sarà liberato dalle impalcature in ferro e consegnato ai più prestigiosi marchi della moda internazionale.
“Speriamo di essere pronti per l’inizio della stagione - spiega Casolo - ma non abbiamo messo fretta ai nostri clienti. Proprio in questi giorni stiamo definendo alcuni accordi commerciali”.
Del resto, la “ Promenade du Port” è solo il primo tassello di un mosaico di opere che, alla fine, se verrà approvato dal consiglio comunale di Arzachena (legge salvacoste permettendo, appunto), trasformerà Porto Cervo. Il cuore pulsante del borgo passerà dalla vecchia Passeggiata alla nuova struttura. Ammette Casolo: “Porto Cervo è una centro di prestigio, e oggi le grandi firme hanno qualche difficoltà ad adattare le proprie esigenze agli spazi ristretti del vecchio nucleo storico”.
Una svolta che, esattamente come è accaduto per la presentazione del piano di restilyng affidato ai passeggiasti Usa dell’Hart Howerton, da una parte propone una versione innovativa di Porto Cervo, “una sfida per il nuovo turismo” come dice Barrack, e dall’altra da’ da riflettere a chi, in un modo o nell’altro, è legato alla tradizione.
La “ Promenade du port” si svilupperà su tre livelli, il primo dei quali a pelo dell’acqua. Avrà una dimensione imponente: 15 mila metri quadri lordi, 10 mila puliti. Ci sarà un parcheggio sotterraneo, capienza 300 posti auto. Ciascun negozio avrà a disposizione, in media, 80 metri quadri. “E tanta libertà” evidenza Casolo. Perché nella nuova “passeggiata del lusso”, tutti i marchi avranno la possibilità di mettere bene in risalto i propri simboli, senza “per questo danneggiare lo stile architettonico della Costa Smeralda”.
Indiscrezioni sui nomi? Nessuna. È ipotizzabile che ci siano Versace e Tod’s, Bulgari e Dolce & Gabbana, Gucci e Prada. Solo per restare a quelli già presenti.
Nota: Antonietta Mazzette è professore ordinario di Sociologia Urbana all’Università di Sassari. Il suo contributo, come quello di Sandro Roggio, era privo di titolo (ne ho scelto uno io per ciascuno). Qui il link al pezzo di Eddyburg sul disegno di legge sardo per la regolamentazione dell’insediamento commerciale. In allegato qui sotto anche un PDF che spiega meglio i progetti di Tom Barrack per la Sardegna (f.b.)
Titolo originale: Communities given helping hand with responsible rebuilding – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Gli abitanti del villaggio di Kirinda, nel sud-est dello Sri Lanka, hanno perso quasi tutto con lo tsunami dell’Ocenao Indiano. Ora un gruppo di architetti spera di trasformare questa piccolo comunità di pescatori in un modello per il lavoro di ricostruzione delle aree colpite dal cataclisma.
La paura principale, ci dice Cameron Sinclair di Architecture for Humanity, organizzazione con base a New York, è che i costruttiori senza far troppa attenzione tirino su strutture senza alcun piano, in luoghi pericolosi.
”Una volta effettuati i soccorsi e ristabilita la normalità, la gente inizierà a ricostruire” prosegue Sinclair “E lo scenario peggiore è quello di vedere blocchi di cemento apparire ovunque”.
Architecture for Humanity ha mandato una squadra di urbanisti, architetti, biologi e ambientalisti a Kirinda nell asperanza di aiutare la popolazione a ricostruire il villaggio in modo sicuro e sostenibile.
”La comunità giocherà da protagonista almeno al 50%” sottolinea Sinclair “ma per quanto riguarda le decisioni chiave di trasformazione, le prenderemo noi”. Il gruppo prevede di operare a Kirinda per tutto il 2005, e spera di iniziare i lavori principali di costruzione entro l’estate.
Parlare chiaro
Il governo dello Sri Lanka raccomanda che i villaggi sulla costa vengano ripristinati più all’interno. Ma questo non è quello che vogliono gli abitanti, e quindi gli architetti probabilmente seguiranno il punto di vista dei residenti in questo caso, dice Sinclair.
”Le comunità non si sposteranno di un centimetro” continua. “La gente vuole addirittura piantare tende esattamente dove stava la loro casa.
Ma comunque si tenterà di combattere la crescita di baracche di pescatori ammucchiate sulla linea di costa. Sinclair sottolinea come i villaggi vicini che avevano dune di sabbia, anziché edifici direttamente di fronte al mare, abbiano subito molti meno danni dall’onda mortale del 26 dicembre.
Gli architetti sono anche orientati a preservare gli elementi ambientali di Kirinda, ovvero la riserva per gli uccelli e le aree a parco nazionale sui lati del villaggio. Si prevede di orientare la ricostruzione all’uso di materiali e manodopera locale, edificando con legno e argilla, anziché in cemento
Una migliore capacità di recupero
Spesso è l’economia anziché l’urbanistica a determinare i modi di crescita delle città nei paesi in via di sviluppo, ci dice Zygi Lubkowski, ingegnere a Londra per Arup e presidente della Society for Earthquake and Civil Engineering Dynamics.
I villaggi di pescatori vivono del mare, e così le popolazioni finiscono per colonizzare la linea di costa.
Ma se la gente non vuole muoversi, deve diventare in qualche modo più capace di reagire a eventuali tsunami future.
Un modo per farlo, è che gli elementi infrastrutturali chiave come ospedali o stazioni di polizia siano collocati in zone protette, spiega Lubkowski. “Così quando, Dio non voglia, succederà ancora, l’aiuto sarà lì, nel momento del bisogno”.
Chi sovrintende ai lavori di ricostruzione deve anche essere consapevole di quanto le proprie azioni possano determinare altri disastri, come frane, continua Lubkowski. “Il modo più facile [di evitare alcuni effetti dello tsunami] è di tenere gli edifici più in alto, ma occorre verificare la stabilità dei pendii, specie quando è stata rimossa la vegetazione”.
L’isola di Hong Kong, per esempio, è stata resa instabile dalla eccessiva edificazione, ci racconta.
Per le comunità povere della regione colpita dalla tsunami dell’Oceano Indiano, la migliore difesa può essere la consapevolezza, conclude Lubkowski. Imparare r conoscere i segnali di avvertimento, avere un ben sperimentato piano di evacuazione, potrebbe salvare innumerevoli vite la prossima volta.
Nota: qui il testo originale e alcuni links al sito di Nature come quello con la descrizione e le immagini da Kirinda (f.b.)
PARIGI - I primi a dover prendere atto del cambiamento epocale che si sta per realizzare intorno al Mont Saint Michel sono stati i piccoli rospi verdi e gialli. Le centinaia di esemplari di «pelodite punteggiato», specie molto rara e protetta, che vivono nella baia sotto al Monte sono stati infatti raccolti da un gruppo di zoologi e traslocati in nuove paludi allestite appositamente per loro. Iniziano i lavori di riconsolidamento della storica roccia granitica, luogo sacro del cristianesimo a picco sulla Manica, tra la Bretagna e la Normandia, che la leggenda vuole sia stata visitata dall' arcangelo Michele. Sarà un' opera idrologica monumentale (220 milioni di euro, fine dei lavori nel 2010) che dovrebbe restituire al promontorio il suo carattere insulare. Da tempo ormai, il Mont Saint Michel, patrimonio dell' umanità e meta turistica di oltre 3 milioni di persone ogni anno, è circondato da una triste distesa sabbiosa. è l' effetto delle maree, che qui sono fortissime (fino a 15 metri di dislivello al giorno) e della strada che ai primi del Novecento fu costruita per portare i pellegrini verso i santuari e l' abbazia, rubando spazio all' acqua. Ma è soprattutto colpa delle diverse dighe costruite sui tre fiumi che confluiscono nella baia. Una volta, erano proprio le acque fluviali, in particolare del più grande Couesnon, che ripulivano la sabbia che le maree portavano dentro alla baia. Poi la mano dell' uomo ha rotto quest' equilibrio millennario e il Mont Saint Michel piano piano si è insabbiato. Fu Francois Mitterrand, nei primi anni Ottanta, a chiedere di far tornare il mare. Il presidente socialista voleva restituire il suo aspetto originario al santuario arroccato fra i venti e le onde, che in altre epoche era per i pellegrini un' apparizione divina. Oggi molta della poesia si è persa, tra distese paludose e il grande parcheggio alle pendici del Monte dove vengono scaricate migliaia di turisti. Sono anni, dunque, che si studia per trasformare la roccia di nuovo un' isola. Il progetto approvato prevede una nuova sistemazione delle dighe sul fiume Couesnon, l' abbattimento delle precedenti costruzioni e la realizzazione di un ponte nella baia. L' obiettivo è spazzare via circa 3 milioni di metri cubi di sabbia e fare lentamente posto all' acqua. Il trasloco dei rospi, insieme ad altre minuscole specie rare che abitano nella baia, è il primo passo. Nelle prossime settimane inizieranno i lavori per il parcheggio e poi, da gennaio, le opere idrologiche. «Alla fine, avremo restituito al luogo un carattere magico, d' altri tempi», assicura Philippe Duron, presidente del comitato pubblico incaricato del progetto. Confiscati alla Chiesa durante la rivoluzione francese, dal 2001 i monumenti di culto del Mont Saint Michel sono di nuovo la casa di una piccola comunità religiosa: sette monaci e cinque suore. Dentro alle mura fortificate della cittadella medievale vivono soltanto 50 abitanti, di cui venti residenti tutto l' anno. Ma c' è un forte indotto in tutta la regione. Il sindaco del rocca, Patrick Gaulois, si è convinto dopo aver ottenuto qualche concessione. Gaulois si è battuto affinché la passerella pedonale sia percorribile a mezzi di soccorso o che devono scaricare merci, e che il parcheggio non sia distante più di un chilometro. Alcuni hanno criticato le sue richieste, considerato che si tratta di salvare un monumento naturale e storico unico al mondo. «Per chi vive sul Mont Saint Michel il turismo è la sola fonte di reddito», si è giustificato il sindaco. Che ha poi rassicurato tutti con un avviso sui giornali: «Turisti e pellegrini - è il messaggio - continueranno ad essere ben accolti per tutta la durata dei lavori».
Titolo originale: Mall Makeover Spurs Critics – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Sin dai primi tempi, il centro commerciale Beverly Connection è stato messo in ombra dal Beverly Center, suo gigantesco vicino dall’altra parte del La Cienega Boulevard. Ma il Beverly Connection ha molto di cui vantarsi: ha ospitato il primo Starbucks della California, aperto nel 1991, e qui c’è il mitico Rexall Square Drug, salutato come “il drugstore più grande del mondo” all’inaugurazione nel 1947.
Ora Starbucks è chiuso, insieme al cinema AMC, al ristorante Daily Grill e a Bookstar. Questa settimana, chiuderà i battenti Ralphs – almeno temporaneamente. Anche Rexall è stato assorbito dalla catena di drugstore Longs.
Il centro Beverly Connection è vittima del boom commerciale degli ultimi anni nella zona del Miracle Mile di Hollywood, dove il nuovo shopping center Grove circa un chilometro e mezzo a est su Farmers Market, e in misura minore il complesso Hollywood-Highland qualche chilometro a nord, si sono portati via gli affari.
Col centro commerciale ora ridotto all’ombra di se stesso, i proprietari propongono una ristrutturazione radicale, da 125 milioni di dollari, che sta già provocando opposizione tra gli abitanti. Si vuole trasformare il Beverly Connection in un insediamento mixed-use costruendo un centro di residenza assistita con 177 alloggi con una sezione per ammalati di Alzheimer, e 62 appartamenti condominiali di lusso.
Ma i residenti sostengono che l’area non può proprio accogliere un altro grosso insediamento: specialmente dopo il Grove e il recente ampliamento del Cedars-Sinai Medical Center.
La battaglia che si sta preparando evidenzia le crescenti difficoltà per i costruttori che tentano di aggiungere residenza ai complessi commerciali in città.
Il progetto del Beverly Connection si inserisce in una tendenza in corso nell’urbanistica, di mescolare spazi residenziali e commerciali, specialmente nelle zone più terziarie. A Hollywood si sono visti parecchi interventi mixed-use realizzati negli scorsi anni, come quello sul Sunset Boulevard all’incrocio con Vine Street, con ristorante e libreria Borders a livello strada, e appartamenti ai piani superiori.
L’area attorno al Beverly Connection, appena a sud di West Hollywood e a est di Beverly Hills, si compone di strade residenziali con case ad appartamenti o in stile coloniale ispanico, con file di caffè trendy è negozi su Beverly Boulevard e Third Street.
Ma i residenti lamentano che negli ultimi trent’anni la zona è diventata uno snodo centrale, punteggiato da torri multipiano dal Beverly Center al Cedars-Sinai. Il Grove, frequentatissimo shopping center all’aperto con ristoranti, cinema multisala, negozi di lusso e un Nordstrom, ha aggiunto altra congestione, dicono.
”Qui il traffico è mortale” racconta Bernie Meller, di 65 anni, che vive qui dal 1969 e faceva spesa da Longs Drugs qualche giorno fa. “Già adesso è terribile. Eravamo nell’area del Beverly Center. Adesso siamo in quella del Grove”.
Alcuni gruppi di cittadini si stanno mobilitando per la protesta.
”Non abbiamo timore di coinvolgere l’amministrazione. Siamo stanchi di come stanno rovinando la città” dice Diana Plotkin, presidente della Beverly Wilshire Homes Association, con 800 membri.
”Il concetto di abitazione assistita: un’ottima idea. Una clinica per l’Alzheimer: magnifica”, dice Harald Hahn, presidente della Burton Way Homeowners Association, che comprende circa 200 famiglie. Ma non vuole vedere ampliarsi significativamente il complesso. “Lo facciano entro le quantità attuali” dice.
Le due associazioni hanno ingaggiato un consulente urbanistico, premono per uno studio di impatto ambientale del progetto, hanno raccolto 500 lettere contrarie e hanno inviato altre lettere di pressione al consigliere Jack Weiss, il cui collegio comprende il centro. Weiss non ha preso una posizione sulla proposta, comunica il suo ufficio stampa.
I proprietari degli immobili dicono che le preoccupazioni dei residenti sono comprensibili, ma infondate.
”A dire il vero, si tratta di un impatto minimo. Stiamo sostituendo un cinema con 60 unità residenziali” dice Richard Ackerman, socio della Apollo Real Estate Advisors. Apollo ha comperato il Beverly Connection nel 2003 per 108 milioni di dollari, e ora è associata al Vornado Realty Trust.
Ackerman afferma che il piano ridurrà addirittura la congestione, dato che i nuovi residenti non si muoveranno dentro e fuori quanto i frequentatori del cinema. Dice anche che si offrirà un servizio all’intera area, vicino al Cedars-Sinai Medical Center, per gli alloggi agli anziani.
Il complesso residenziale per anziani andrebbe dove ora sta il negozio Old Navy, verso Third Street. Il condominio sopra l’ex cinema.
Il piano dei costruttori ridisegna radicalmente il Beverly Connection, criticato a lungo per la situazione confusa dei parcheggi, dove i pedoni erano obbligati ad attraversare le corsie di ingresso e uscita delle auto.
Ma, dicono i critici, l’aumento dell’edificato trasformerà il quartiere. Trent’anni fa in zona c’erano ancora pozzi petroliferi. I terreni del Beverly Center erano occupati da un parco divertimenti. L’elemento centrale della zona era il drugstore Rexall, una struttura moderna e ricurva, inaugurata da Jimmy Durante Dorothy Lamour.
Qualcuno dice anche che si cambierà in meglio.
Stephen Kramer, presidente della Camera di Commercio del Miracle Mile, dice che la sua organizzazione sostiene il piano, e crede che i costruttori abbiano lavorato bene per accogliere le preoccupazioni dei residenti.
”Capisco che ci possano essere alcuni effetti nelle immediate vicinanze” dice Kramer, che è anche consigliere di quartiere al Mid-City West, che comprende le zone dei gruppi di cittadini-proprietari Burton Way e Beverly Wilshire. “Non credo che ci sarà niente di disastroso”.
Ma altri residenti esprimono preoccupazioni per l’altezza degli edifici proposti, in alcuni casi più del doppio degli attuali 15 metri. Si parla anche di timori per il traffico.
Cesia Miller, 75 anni, che si è trasferita in zona nel 1966, dice di essere contraria al nuovo centro principalmente perché crede che produrrà traffico.
”Qui diventerà un manicomio. Siamo già stipati adesso”, racconta mentre fa spesa da Ralphs al Beverly Connection, dove acquista alimentari da quando è aperto.
Il proprietari del Beverly Connection hanno già ottenuto alcune autorizzazioni, come spostare negozi e costruire un accesso a tunnel alla struttura per i parcheggi. Si prevede che queste prime modifiche saranno pronte a dicembre. Altri elementi del piano dovrebbero essere presentati alla Los Angeles Planning Commission in ottobre.
Leila Aboutaj, 27 anni, dipendente del Men’s Wearhouse dentro al Beverly Connection, dice che questi miglioramenti non la faranno venire qui a far spesa.
Abita a Beverly Hills, e preferisce far shopping a Century City.
”Per essere sincera, non è il mio posto preferito” dice, citando il traffico. “È stressante, semplicemente arrivarci”.
Nota: il testo originale del Los Angeles Times, ripreso da sito KTLA ; su Eddyburg, il tema delle residenze per anziani affrontato in modo se non altro meno "ideologico" a Portland (f.b.)
Titolo originale: A Park With a Powerful Spell – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Per costruire il suo parco a tema da sogno ad Anaheim, mezzo secolo fa, Walt Disney liquidò la sua assicurazione per la vita, e trasformò in contanti qualche immobile, compresa la casa vacanze a Palm Springs, per pagare il conto di 17 milioni di dollari ai costruttori.
Quando aprì i battenti il 17 luglio 1955 il parco tematico di Anaheim – con irritabili californiani del sud ad agitare ventagli in una giornata rovente – i gabinetti perdevano, le scorte di cibo finirono in fretta, e i tacchi delle signore affondavano nell’asfalto fresco. Alla Disney la chiamano ancora Black Sunday.
Ma sin dall’inizio, non si poteva non cogliere l’infatuazione del mondo per Disneyland, rito di passaggi per milioni di famiglie in vacanza. Nei cinquant’anni da quando Walt Disney sbancò quell’aranceto, il parco ha lasciato un’impronta enorme sulla cultura americana, influenzando l’idea di tempo libero familiare, i centri commerciali, l’immagine delle imprese e molto altro.
”Non c’è niente che si possa paragonare” dice Jamie O’Boyle, analista del Center for Cultural Studies and Analysis di Filadelfia. “È una calamita culturale per la gente ... Walt non ha costruito un parco divertimenti. Ha costruito la prima realtà virtuale”.
Altri sono meno lusinghieri, e sostengono che il parco è troppo artificiale, controllato, idealizzato. Lo scrittore italiano Umberto Eco suggerisce che Disneyland sia “la Finzione Assoluta”. Dopo aver affrontato le fauci aperte degli alligatori nella Jungle Cruise di Disneyland, Eco è rimasto perplesso perché nessuno prendeva il vapore a ruota del Mississippi.
”Si rischia la nostalgia di casa per Disneyland, dove gli animali selvatici non devono essere domati”, ha scritto Eco nel suo saggio “ La Città dei Robot”, del 1975.
Davvero nessuno ha padroneggiato – guadagnandoci – la fantasia e l’illusione quanto la Walt Disney Co., una potenza dell’intrattenimento da 30 miliardi di dollari, che ha trasformato le attrazioni dei parchi tematici in film da grandi incassi o una mazza da hockey in un sistema economico-sportivo.
Il parco originale di Anaheim, da solo, attira più di 13 milioni di turisti l’anno, e l’anno scorso vi sono stati spesi oltre 1,9 miliardi di dollari. I fans hanno comprato più di 78,6 milioni di paia di orecchie da Topolino: abbastanza per ornare la testa di tutti i bambini d’America.
Disney costruì il suo sogno in meno di un anno, trasformando 65 ettari di aranceto e noccioli nel Castello della Bella Addormentata, un fiume nella jungla e un razzo per portare la gente sulla Luna.
Un abitante che se ne fosse andato da Anaheim nella primavera del 1954, tornando un anno dopo “avrebbe sperimentato una delle più incredibili trasformazioni della sua vita”, ricorda l’ex presidente della locale Camera di Commercio, Earnest W. Moeller, in una memoria storica del 1980 per gli archivi della biblioteca.
”Non restava nessuna traccia del paesaggio precedente, completamente cancellato … Ed entrando dal cancello, camminando nel parco nascosto da un terrapieno, sarebbe rimasto sconvolto nello scoprire che qui era nato il parco divertimenti più all’avanguardia del mondo”.
L’opera era anche più notevole, dato che l’industria dei parchi era in difficoltà. Anche i più grandi, come Coney Island, per la maggior parte si rivolgevano ai giovani, per rubare un bacio sulla grande ruota panoramica.
”Erano, nell’opinione di Walt, posti decadenti con gente spaventosa” ricorda O’Boyle.
Disney trasformò il parco divertimenti in “parco tematico”, un gradino più in alto per l’intrattenimento familiare.
”Disneyland seppe catturare l’immaginario collettivo, rivoluzionando realmente l’industria dell’intrattenimento in tutto il mondo”, dice Phil Hettema, ex vicepresidente anziano del settore attrazioni alla Universal Studios.
”Aggiunse uno strato di storia, esperienza, sopra e oltre dei bei padiglioni ben progettati, o le giostre dalle luci scintillanti ... Se si voleva essere un uomo dello spazio, o andare sull’isola di Tom Sawyer, diventare un abitante della frontiera o sognare una battaglia coi pirati, si poteva farlo: tutto in un giorno”.
Disney non era il primo a tentarlo. A pochi chilometri di distanza, la Knott’s Berry Farm al Buena Park portava la gente nel Vecchio West. Ma il parco di Disney era più grandioso, tecnicamente avanzato, con un approccio di mercato senza precedenti, che usava uno spettacolo televisivo per condurre la gente dietro le scene della costruzione di Disneyland.
Disney trasse profitto dall’atmosfera felice degli anni ‘50. Trasse profitto dalla ricchezza del dopoguerra, dal baby boom, dalla creazione del sistema autostradale interstatale che metteva Disneyland alla portata del resto del paese.
Da allora, altri hanno seguito la stessa strada: Sea World, gli Universal Studios, anche Las Vegas, che ha adottato alberghi tematici e attirato le famiglie con montagne russe e maghi. Ma nessuno è riuscito a replicare Disneyland, che fissò il gold standard per il settore. Quasi 500 milioni di persone sono passate attraverso quei cancelli, rendendolo il più popolare parco divertimenti del mondo.
A partire dall’inaugurazione, esperti e gente comune hanno tentato nello stesso modo di analizzarne il senso e il successo. Disneyland ha ispirato centinaia di libri, articoli su oscure riviste accademiche, corsi universitari dove se ne dissezionano le mistiche e valutano gli impatti.
Il museo moderno, ad esempio, riflette l’esperienza di Disneyland utilizzando una particolare illuminazione o mostre a full-immersion. Nelle banche e aeroporti, la gente aspetta in file “ switch-back” sperimentate per la prima volta da Disney. Ed è stato Disneyland a introdurre il termine “ospite” nel lessico del servizio al cliente.
Disneyland ha influenzato anche la Madison Avenue, impartendo lezioni sulle sinergie di impresa, i marchi, le promozioni incrociate. Think Happy Meals, Kodak Moments, Il Re Leone a Broadway.
Margaret King, studiosa di Disney che ha scritto l’introduzione per i parchi a tema nella Guide to United States Popular Culture, dice che tutto fa parte dello “Effetto Disney”.
“È una cosa enorme. Disney ha permeato di sé la nostra cultura. È quasi più facile cercare qualcosa che non sia stato influenzato”.
La Main Street di Disneyland ha ispirato le città per inserire innovazioni in centro, attraverso immagini del borgo tradizionale. Ha contribuito alla progettazione dei centri commerciali moderni, connettendo i negozi in modo tale che si possa passare da uno all’altro senza uscire all’esterno. E scimmiottando Disneyland, i malls di oggi si evolvono verso complessi per l’intrattenimento con cinema, ristoranti, e in alcuni casi anche attrazioni da parco divertimenti.
Architetti e urbanisti riconoscono il ruolo di Disneyland con continui commenti su riviste e nei convegni di settore. Il parco è stato definito “Utopia simbolica americana”.
Disneyland fu pianificato sin nei più minuti dettagli pratici. Ci sono alte recinzioni a isolare i frequentatori dal mondo esterno. Altoparlanti nascosti diffondono piacevoli musiche in ogni angolo. Negozi di dolciumi e pasticcerie soffiano deliberatamente profumi di vaniglia e cardamomo sulla Main Street.
”Quello che si costruisce è un “Realismo Disneyano”, specie di natura utopistica, dove si programma accuratamente l’esclusione di tutti gli elementi negativi e indesiderati, e l’inclusione dei positivi” scrive nel 1975 in un manuale d’impresa l’artista e designer John Hench.
”Creiamo un mondo dove sia possibile rifugiarsi ... e godere alcuni brevi momenti .. un mondo fatto come vorremmo che fosse”.
È tanto, intenso, lo sforzo di Disneyland per perpetuare la propria immagine da Pollyanna, che i responsabili hanno ritardato di 90 minuti l’intervento della polizia di Anaheim in una sala convegni Disney, quando la vigilia di Natale del 1998 un pezzo di metallo staccatosi dal ponte del veliero Columbia colpì fatalmente un turista. La polizia fu ammessa solo dopo che alcuni addetti avevano ripulito il sangue e portato via tutte le prove.
Nell’alimentare la propria reputazione, Disneyland ha da lungo tempo imposto il proprio senso morale e convenzioni sociali. Orientato in modo conservatore. L’alcol si serve all’interno dell’esclusivo Club 33, riservato ai soli soci. I dipendenti, chiamati cast members, devono portare targhette col nome proprio, e sono indottrinati sul “ Disney Look”, descritto come “pulito, naturale, leggero e professionale, [che] evita le tendenze “all’eccesso” e gli stili estremi”. Una guida di 18 pagine proibisce di aggrottare la fronte, masticare gomme, stare scomposti e chiacchierare troppo al cellulare.
Fino al 1998 erano proibiti pure i baffi, anche se Walt ne ostentava un bel paio curato. E ci sono anche regole sulle calze (consistenti, senza marchi), le mutande (bisogna portarle), le unghie (non vanno dipinte di colori brillanti, come rosa o corallo).
Nel 2003, sono stati autorizzati gli orecchini col buco, purché non più grandi di una monetina. Il doppio piercing resta vietato.
Il cambiamento dei gusti e degli orientamenti collettivi non si riflette solo sui dipendenti, ma anche sulle attrazioni.
Il parco aprì nel 1955 con diciotto divrese attrazioni a pagamento. Molte esistono ancora, come Autopia, Mad Tea Party, Jungle Cruise o Mr. Toad’s Wild Ride.
Ma per restare all’avanguardia il parco si è costantemente evoluto.
Sono arrivati e scomparsi Michael Jackson e Captain EO, e nello stesso modo è diventata obsoleta la Casa del Futuro, o il Razzo per la Luna. I Pirati dei Caraibi anno dovuto sottostare al political correct, coi pirati a caccia di ragazze che inseguono ora giovani cameriere che portano vassoi carichi di vivande, golosi anziché concupiscenti. I capitani della Jungle Cruise sono stati obbligati nel 2001 ad appendere al chiodo la fondina, solo per tornare alle armi da fuoco quest’anno, in un impeto di nostalgia.
Le ultime attrazioni sono decisamente ad alta tecnologia: Buzz Lightyear Astro Blasters, una struttura ispirata a “ Toy Story” rivolta alla generazione di internet. Unisce un percorso e un videogioco tiro a segno, consentendo anche di giocare da casa, online. Alla fine del percorso, si possono mandare via e-mail delle foto agli amici.
Alcuni critici sostengono che questo “Realismo Disney” altro non è se non “Disneyficazione”: una verniciatura che da’ a tutto un aspetto più superficialmente positivo, a spese della storia o della realtà. Negli anni ’50 una delle poche presenze di neri era Zia Jemima che salutava i clienti della Pancake House. Attrazioni come “Grandi Momenti con Mr. Lincoln” chiosano su argomenti come la schiavitù; dentro a It's a Small World, i bambini cinesi sono rappresentati con addosso i cappellini da coolie.
Di conseguenza, la protesta politica trova in Disneyland un palcoscenico perfetto, con quello sfondo da Utopia che tanto contrasta con problemi come la discriminazione sociale o la guerra.
Fra gli incidenti memorabili: l’invasione nel 1970 da parte di 300 Yippies (membri dello Youth International Party fondato da Abbie Hoffman e Jerry Rubin). I contestatori dai lunghi capelli sciamarono sulla isola di Tom Sawyer Island, issando la bandiera Viet Cong. Ci furono diciotto arresti, la maggior parte per danneggiamento degli ingressi o disturbo della quiete pubblica.
”Ci limitammo ad andare un po’ in giro, a salire sulle attrazioni, eccitarci e fare casino” dice il contestatore Mike Jones, che ora ha 60 anni e vive in Idaho. “In qualche modo si rompevano le convenzioni sociali. Fu una grande protesta, un bel teatro di strada, ed era divertente scuotere un po’ l’ establishment della Disney”.
La Disney era accusata di sostenere idee conservatrici, ma è arrivata a tollerare e anche a sostenere alcune trasformazioni sociali.
Negli anni ‘90, ai parchi Disney furono celebrate con la tacita approvazione della compagnia le “Giornate Gay”, attirando migliaia di omosessuali e il boicottaggio della chiesa Southern Baptists e della conservatrice American Family Association.
Entrambi i gruppi hanno sospeso la protesta quest’anno.
Nonostante tutto questo bailamme la popolarità di Disneyland ha continuato a crescere, ben oltre i confini di Middle America.
Ha attirato leaders mondiali, campioni olimpici, astronauti, stelle del cinema.
Nel caso dell’imperatore giapponese Hirohito, la visita del 1975 a Disneyland e la foto di fianco a Topolino – trasmessa dal vivo in Giappone – ha aiutato a ricostruire la sua immagine, da personaggio militare a anziano nonno, rafforzando l’infatuazione giapponese per tutto ciò che è Disney.
Anche il premier sovietico Nikita Khrushchev strepitò per visitare Disneyland nel 1959: e fece il diavolo a quattro quando gli fu impedito l’ingresso da funzionari governativi per motivi di sicurezza.
”Mi hanno appena detto che non posso andare a Disneyland” disse Khrushchev durante un discorso tenuto a Los Angeles. “Chiedo: perché no? Avete basi missilistiche là dentro? C’è un’epidemia di colera? C’è una banda di gangsters che si è impossessata del parco?”
Il suo scatto mette in luce l’importanza di Disneyland nella cultura americana, il suo esserne la quintessenza. La squadra Disney per il marketing ha ben sfruttato questo aspetto, e andando anche oltre ha suggerito – in una campagna pubblicitaria del 1987 – che un giorno a Disneyland fosse la ricompensa più giusta per un record sportivo.
Il quarterback dei New York Giants, Phil Simms, dopo aver portato la sua squadra alla vittoria nella ventunesima edizione del Super Bowl, lanciava un trionfante (e memorabile) grido: “Ora me ne vado a Disneyland!”.
Divenne parte del vocabolario nazionale.
”È il modo di questa generazione, di cogliere un grande risultato in una frase” disse il consulente di marketing sportivo David Carter. “Si è riusciti in qualche modo a collegare sogni ed eroi [a Disneyland]”.
Ma lungo tutti i 50 anni, la missione essenziale di Disneyland è rimasta identica.
Per Troy e Maricel Doerschel, ha offerto una via d’uscita – un po’ di conforto – nei giorni dopo l’11 settembre 2001, quando tutti i voli erano bloccati e si trovarono spiaggiati in vacanza a Disneyland, a 2000 chilometri da casa.
Sognavano di tornare a Seattle, ma Disneyland si rivelò un posto quasi altrettanto buono.
”In un modo un po’ triste, ero felice di essere a Disneyland”, dice Troy Doerschel, trentaquattrenne direttore di un ufficio. “Quando vedi gli ingressi, i fiori – i fiorni a forma di Topolino – senti come se stessi per sollevarti da terra e iniziare a volare”.
Nota: al sito del Los Angeles Times, il testo originale, una galleria di immagini e una cronologia dettagliata di Disneyland (f.b.)
Di fronte a un titolo come The Flood (L’inondazione), per di più a distanza di pochi mesi dallo tsunami, chiunque sarebbe legittimato ad aspettarsi una mostra di catastrofi alla Virilio, densa di immagini terrificanti e sostenuta dal più dionisiaco antipositivismo. La 2ª biennale di architettura di Rotterdam (27/5/2005-26/6/2005, Las Palmas, Wilhelminapier 66-68, 27/5/2005-4/9/2005, Netherlands Architecture Institute, Museumpark 25) tematizza invece la relazione tra l’acqua e il territorio costruito: l’inondazione non è un evento straordinario e spettacolare, ma un rischio costante che va tenuto sotto controllo attraverso la pianificazione del territorio e del sistema delle acque.
L’Olanda, che più di ogni altro paese ha dovuto porsi questo problema – un quarto della sua superficie, frutto del processo di polderizzazione, si trova sotto il livello del mare – ha elaborato nel corso di secoli tecnologie idrauliche raffinatissime e strategie di intervento sul territorio che hanno garantito un buon equilibrio ambientale. Era l’artificialità assoluta di questo paesaggio strappato alle acque, fatto di linee rette a perdita d’occhio, a esercitare già sui viaggiatori del Grand Tour un fascino insolito, completamente diverso da quello che scaturiva dalle rovine romane o dalle sublimi eruzioni del Vesuvio.I polders erano l’espressione di un approccio collettivo, lungimirante e processuale alle questioni territoriali, fiducioso nella capacità di non farsi travolgere («Eppure la gente dorme in questo paese», annotava Diderot). Si trattava di un modello culturale al tempo stesso più democratico e più efficace rispetto all’ideologia delle grandi opere, destinate inevitabilmente a sconvolgere interi ecosistemi.
L’operazione messa in piedi dal curatore della biennale, Adriaan Geuze, architetto paesaggista del gruppo West 8, consiste nel legare questa tradizione olandese alle sfide mondiali del futuro (innalzamento del livello degli oceani, consumo del suolo, crescita smisurata del fabbisogno abitativo) attraverso cinque mostre: Polders, Three Bays, Water Cities, Flow, Mare Nostrum. Le prime due sono una ricostruzione storica delle bonifiche olandesi e dell’evoluzione delle baie di Amsterdam, Venezia e Tokyo, mentre Water Cities espone decine di modelli delle città d’acqua di tutto il mondo in ordine cronologico – porti commerciali, cittadelle militari, le utopie di Archigram e Constant, fino alle sterminate distese di container di Shanghai e alle isole a forma di palma di Dubai per turisti di lusso.
In questa biennale sui generis, che invece della solita carrellata di star dell’architettura mette in mostra idee e problemi, gli unici progetti esposti si trovano nell’ultima sezione delle città, New Dutch Water Cities, e in Flow. Alcuni di questi tendono ad assecondare il carattere effimero dei territori modellati dalle acque, come Catamaran city di Spacegroup, un «nuovo tipo di spazio pubblico» appoggiato a una sottile striscia di sabbia che compare occasionalmente al largo di Goeree. Oppure sono pensati per sfruttare, letteralmente, l’acqua: è il caso del WAVEgarden di Yusuke Obuchi, una centrale elettrica in forma di membrana galleggiante, composta da 1734 elementi che mossi dalle onde generano energia, o del notissimo Lifescape di James Corner (Field Operations), un piano che in 25 anni convertirà la più grande discarica del mondo, Fresh Kills a Staten Island (quella di Underworld di Don DeLillo), in un parco pieno di laghi e zone umide grande tre volte il Central Park.
Fin qui la pars construens. La destruens è un attacco serrato contro la logica dello sprawl, dell’occupazione indiscriminata del suolo in nome di uno sviluppo spesso controproducente, come nella Los Angeles descritta da Mike Davis (nel 1995 Adriaan Geuze aveva polemicamente ricoperto il pavimento dell’NAI con ottocentomila casette in scala, contro un piano governativo che prevedeva la costruzione di centomila abitazioni l’anno). Ma anche, e soprattutto, contro l’abbandono di quell’insieme di pratiche e competenze incrociate, architettoniche e ingegneristiche, che avevano reso possibile il modello olandese: «Negli anni Settanta – scrive Geuze – è emersa una generazione di professionistiche ha tentato di porre bruscamente fine a secoli di bonifica e all’ambizione di una pianificazione nazionale […] Fortunatamente questi baby-boomers si stanno avvicinando alla pensione».
In Mare Nostrum, una riflessione fortemente critica sulle conseguenze sociali e urbanistiche del turismo di massa, diciassette curatori stranieri hanno svolto una ricerca sullo sviluppo costiero dei loro paesi. Capitalist Metastasis, curata da Arman Akdogan per la Turchia, insiste sulla cattiva qualità dell’urbanizzazione indotta dal turismo e dal fenomeno in crescita dell’immigrazione permanente dai paesi nordeuropei: i servizi vengono stornati a favore dei turisti, i prezzi delle abitazioni aumentano, le risorse naturali vengono consumate e le città sformate. Manuel Gausa si interroga su come far evolvere quell’uniforme marketscape che si estende dalla Catalogna all’Andalusia. Un team di architetti croati cerca di liberarsi dell’eterna impasse del pensiero orientato al turismo – costruire alberghi e villaggi o lasciare il territorio vergine per attrarre più gente – ed elabora dei progetti finalizzati alla democratizzazione del paese.
La spettacolare massa di dati al centro della sala è ancora più eloquente: decifrandoli si viene a sapere, tra l’altro, che il 70% del denaro prodotto dal turismo in Thailandia viene incassato dalle multinazionali estere; che un turista consuma ogni giorno 15 volte più acqua di un cittadino di Zanzibar; che con l’acqua necessaria a un campo da golf in Malaysia si possono irrigare i campi di cento fattorie. Un vero affare.
PALERMO – Sembrerebbe una storia da barone di Münchausen, invece è un esempio di euforie siciliana, mentre il ponte sullo stretto di Messina comincia appena a uscire dalla dimensione onirica per entrare in quella ingegneristica.
Ecco, così, che c’è chi pensa a un tunnel sottomarino che colleghi l’isola all’Africa: 150 chilometri di galleria scavata sotto il fondo del mare che nel Canale di Sicilia scende per poche centinaia di metri. Una galleria per ora solo ferroviaria, solo per merci, solo robotizzata, ma “se per il variare delle condizioni socio-economiche dell’area interessata il trasporto passeggeri diventerà significativo, è auspicabile prevedere l’incremento e l’adeguamento dell’impiantistica in modo da rendere l’opera idonea al passaggio di convogli ferroviari passeggeri”.
Non è detto: è scritto. In uno studio dell’ENEA messo a punto dall’ingegner Pietro La Mendola, siciliano trapiantato a Roma. Un altro siciliano, un altro ingegnere, trapiantato invece a Seul, si sta “lavorando” i coreani, fra i più esperti al mondo in questo genere di opere. Si chiama Antonino Tata ed è addetto scientifico all’ambasciata italiana. Un terzo siciliano, il presidente della Regione Salvatore Cuffaro, dovrebbe andare in Estremo Oriente a vedere come stanno le cose. Là troverà il più lungo tunnel ferroviario sottomarino del mondo, quello giapponese di Sei Kan (54 chilometri, aperti nel 1988); il più lungo tunnel stradale sottomarino (i dieci chilometri di Tokyo Aqua nella capitale giapponese inaugurati a fine ‘97); il progetto di un tunnel sommerso fra Giappone e Corea; quello di un altro fra la Cina rossa e Taiwan (125 chilometri).
Fantascienza? La Mendola sorride: “Lo erano anche il canale di Suez e quello di Panama. Poi ...”. La terra dove quasi la metà delle ferrovie sono borboniche, a binario unico, sogna così di spiccare il balzo verso la Luna. Come, quando, a quali costi? L’ENEA ha scritto un libro di scienza (c’è chi dice fantascienza) intitolato “ I trasporti del ventunesimo secolo”. C’è di tutto: ingegneria, sociologia, geopolitica e una bella dose di neopositivismo. “L’acqua pesa molto meno della roccia” dice sempre La Mendola, pensando ai 57 chilometri della galleria ferroviaria del Gottardo che sarà pronta fra cinque anni. E il mezzo flop dell’Eurotunnel sotto la Manica? “Hanno raccolto denaro quando costava carissimo. E poi, la perdita del traffico di persone è abbondantemente compensata da quello delle merci” risponde. Così, a suo avviso, non sarebbero affatto ma spesi i soldi per costruire il tunnel da Mazara del Vallo a Capo Bon. Quanti? Venti miliardi di euro, a occhio e croce.
”Quello che costa in modo astronomico non è la galleria in sé, ma la sicurezza per le persone. Qui passerebbero solo merci, dunque i costi sarebbero sopportabili” afferma.
C’è un particolare, però. Gli operai – migliaia – che per sette anni almeno lavorerebbero al megatunnel, come dovrebbero respirare? E quali vie di fuga avrebbero in caso di incidente? Ecco, allora, che sarebbe quasi obbligatorio scavare la galleria “di lusso”, quella per cose e persone. Costosissima. Con tanto di tunnel di servizio, gallerie di ritorno e passaggi ogni quaranta metri. Moltiplicato per la lunghezza, farebbero circa tremila interconnessioni. All’ENEA giudicano la tecnologia superiore alla fantasia. Guardano con ammirazione sconfinata ai maestri giapponesi, ai tunnel e ai viadotti della baia di Tokyo, con isole artificiali trasformate in attrattive turistiche, al ponte sullo Stretto che ancora non esiste ma sembra già arretrato, anche se farà risparmiare – si dice – due ore ai trasporti su strada e dodici ai treni merci.
Le merci, appunto. Nei porti mediterranei il traffico supera i cinquecento milioni di tonnellate l’anno, metà delle quali scambiate attraverso i porti del Nord Africa. Di qui, ‘idea del supertunnel Anche perché se una volta era considerato impossibile superare con un’unica tratta più di sessanta chilometri, oggi la tecnologia delle isole artificiali è avanzatissima. Le filosofie invece si scontrano. L’ENEA sostiene infatti che un eventuale traforo sommerso fino a Capo Bon avrebbe senso unicamente in presenza del ponte sullo Stretto, quindi del corridoio Palermo-Berlino e della possibilità di andare in treno da Roma-Termini al teatro Politeama in poco più di tre ore, senza “spezzare” i convogli come si fa ora sui traghetti a Messina.
Chi è uno dei maggiori oppositori del ponte, invece?
Nientemeno che l’assessore regionale ai trasporti, Fabio Granata.
”Il ponte rovinerebbe il paesaggio, e viene calato sulla testa a noi siciliani senza domandarci cosa ne pensiamo. Il tunnel verso l’Africa invece sì che avrebbe senso. Anche per l’area di libero scambio che si aprirà nel 2010” dice.
Nota: riporto qui di seguito una breve nota informativa del sudafricano Business Report sul progetto. Involontariamente ironica, l'ultima frase (f.b.)
Sicily planned to showcase plans tomorrow for a E20 billion (R152 billion) undersea tunnel project to connect the Italian island with Tunisia.
The project - designed by ENEA, a government-backed agency for new technologies, energy and the environment - involved digging a 125km tunnel under the Mediterranean Sea, and the building of four artificial islands, the newspaper said.
Under the proposal, freight trains driven by robots will run along the two tunnels, after about four years of geological exploration and seven years of construction.
Salvatore Cuffaro, the head of Sicily's regional government, might already have found financial backing from a group of Korean investors, Il Sole reported.
A third tunnel might be added to incorporate a passenger service.
Sicily is one of Italy's biggest regions, yet also one of the poorest.
L'ingegner Antonino Tata ha smentito la sua partecipazione al progetto con le lettera pubblicata qui
UN CENTRO commerciale del lusso in piazza San Babila. L’immobiliarista Giuseppe Statuto è deciso a strappare per 230 milioni di euro 25mila metri quadrati in centro e oggi di proprietà di Pirelli RE e Morgan Stanley. L’operazione, che aspetta solo la firma finale per essere conclusa, trasformerà l’area della galleria del Toro nella “galleria Montenapoleone”: grande magazzino del lusso che ha attirato l’attenzione anche del colosso inglese Harrods che, per la prima volta, sarebbe disposto a varcare i confini di Londra per sbarcare nel centro della città.
Il nome c’è già: “Galleria Montenapoleone”. E anche l’idea di quello che dovrà diventare questo pezzo di piazza San Babila: un’appendice del quadrilatero della moda.
L’interessamento dei proprietari dei grandi magazzini della corona inglese non sarebbe solo una suggestione. Almeno secondo quanto dichiara l’immobiliarista Giuseppe Statuto, che sta strappando agli attuali proprietari, Pirelli Real Estate e la banca d’affari Morgan Stanley, i 25mila metri quadrati della galleria del Toro, in piazza San Babila. Un’operazione da 230mila milioni di euro, che aspetta solo la firma finale per essere conclusa. Già ora, però, i nuovi proprietari stanno ridisegnando idealmente lo spazio, che dovrà diventare un esclusivo centro commerciale: poche grandi firme e l’arrivo di Harrods, che ha iniziato una trattativa con Statuto per approdare in città con la massima visibilità. Entusiasta l’assessore alla Moda, Giovanni Bozzetti: “È la conferma ulteriore di quanto Milano sia appetibile anche per i nomi internazionali”. A salutare con favore il possibile arrivo del marchio britannico il vicepresidènte dell’Unione del Commercio, Renato Borghi. Che difende però, anche le piccole realtà. “Per la città non è un bene trasformarsi in una vetrina. Dovrebbe avere spazi diversificati e le istituzioni dovrebbero vigilare come è successo in Galleria. Certo, la preoccupazione è per i negozi tradizionali che ancora sono in quel la zona. Che fine farebbero?”. Ma quello in galleria del Toro non è l’unico spazio del centro destinato a cambiare volto. Basta attraversare la piazza e, pochi metri più in là, si trovano le mura abbandonate dell’ex garage Traversi. Sulla carta l’edificio deve trasformarsi in una cittadella della moda, con un ristorante, un bar e una terrazza sui tetti della città: dieci piani incastonati tra via Bagutta e San Babila, che hanno ricevuto il via libera dalla commissione urbanistica, ma che sono bloccati in Comune, in attesa dell’autorizzazione commerciale, “Abbiamo già dato due volte parere negativo - spiega l’assessore al Commercio, Roberto Predolin – a un solo grande centro”. Una trasformazione che stravolgerebbe l’immagine e la vita della strada, per gli abitanti e i negozianti di Via Bagutta, che si sono rivolti a un avvocato e si stanno opponendo a suon di ricorsi. “Siamo contrari al progetto” -afferma il consigliere dei Verdi Maurizio Baruffi, che aveva sollevato il caso. “La nuova operazione in galleria del Toro, invece, non deve aumentare gli spazi commerciali già in successo in quella zona. Se si ridisegnasse l’area, poi, dovrebbero essere costruiti parcheggi. Mi chiedo dove”. Anche il capogruppo dei Ds in Consiglio, Emanuele Fiano, solleva perplessità: “Milano è diventata terra di conquista dei nuovi immobiliaristi. In un mercato in cui c’è penuria di localizzazioni di lusso, i prezzi salgono sempre di più: tutto legato all’idea dell’urbanistica del centrodestra che lascia dettare le regole al più forte sul mercato”.
S. STEFANO DI SESSANIO – L’uomo che compra i paesi è giovane, nemmeno quarant’anni. Biondo, il padre è svedese, la mamma milanese, ha il passo scapestrato e le voglie di un figlio di papà. Più che camminare è come se dondolasse, più che spiegare, domanda: “Cosa te ne sembra?”. Daniele Kihlgren iniziò nemmeno quattro anni fa a chiedersi come spendere i soldi di famiglia, come investirli, tenerli al riparo dalle sue mani e dalla sua testa votata alla speculazione filosofica più che al mercato immobiliare. Se lo chiedeva senza sapere cosa rispondersi.
Se lo chiedeva e intanto viaggiava sulla sua moto tra le montagne dell’Abruzzo remoto e sacro. Capitò per caso, ma nella vita quasi tutto accade per caso, in un borgo dalla luce abbagliante, costruito sulle pendici del Gran Sasso, integro nella sua struttura, persino maestoso come villaggio d’altura. Fermandosi e oziando, come un viaggiatore sfaccendato, vide che a Santo Stefano di Sessanio le pietre, quelle pietre, custodivano niente: dei tremila abitanti originari, soltanto settanta resistevano alla neve dell’inverno. Nessun gatto, qualche cane sì. Daniele s’infatuò del nulla, di quel paesaggio dalla luce viva, di quelle case dritte e fredde, le masserie, le tavole per pavimento, gli attrezzi di montagna. Avendo qualche spicciolo in tasca decise di acquistare una casetta: “Me là vendettero a sessantamila lire al metro quadrato. Io comprai senza sapere cosa farne, mi piaceva troppo”.
Memoria delle pietre
Piaceva troppo, e questo gli bastò. Perché prima una, poi un’altra, poi un’altra ancora, il giovanotto finì per riempire la busta della spesa e trovarsi in mano un intero quartiere per qualche milione di lire. Puro e semplice diletto. Aveva optato, in luogo di un viaggio alle Maldive, per questo condominio abruzzese.
Nella vita a volte si incontrano le persone giuste. E a questo ragazzo intrigato dalla memoria delle pietre capitò di fare la conoscenza di un architetto pescarese, Lelio Oriano Di Zio, che aveva battuto l’Abruzzo in cerca di borghi da restaurare. Li aveva trovati e proposti ad acquirenti sempre disattenti. L’architetto col pallino del vecchio capì presto che, se voleva campare, doveva disegnare il nuovo. “Solo villette a schiera mi chiedevano. E io le facevo. A volte venivano belle, a volte brutte”.
Finalmente l’architetto s’imbatte in Kihlgren, nel milanesone con la motocicletta e i soldi. Gli spiega cosa si sarebbe potuto fare, gli dice quanto avrebbe potuto rendere quella pazzia. “Mi affascinò subito – ricorda Daniele – e presto dovetti decidere se affidarmi totalmente a lui oppure cambiare strada. Avevo già comprato qualcosa, l’idea mi elettrizzava e così decisi presto cosa fare. Presi Lelio egli dissi: io mi affido totalmente a te; tu pensa a come tirar fuori la vita da queste case, ed io ci metto i soldi”.
Quattro anni fa successe questo. Dopo quattro anni e quattro milioni di euro spesi, Santo Stefano inaugura in Italia un modello unico di restauro conservativo che punta al recupero completo dell’integrità originaria del patrimonio. Le pietre rimesse, i legni ritrovati, le finestre, i mattoni. La conservazione di tutti gli elementi architettonici identificativi, la demolizione di ogni superfetazione; alterazione, sovrapposizione, l’eliminazione di ogni intonaco o pittura nuova. Indietro negli anni; in una corsa a ritroso corsa a ritroso alla fine dell’Ottocento. Le stanze contadine ritornate a splendere nella loro illuminata e imperiosa vetustà, nelle loro forme e condizioni, negli spazi destinati ad accogliere gli uomini del secolo scorso.
Ritrovate le stanze, il modello di restauro per essere economicamente sostenibile doveva avere una destinazione d’uso commercializzabile. E dunque l’albergo. Non centralizzato ma diffuso, non consueto ma imprevedibile. Al massimo della conservazione dunque, è stato contrapposto il massimo della tecnologia nei servizi. Luci, riscaldamenti, comunicazioni gestite vie internet, secondo i modelli abbaglianti di questa nostra modernità nell’era interattiva e globale dei chip e del computer.
Se la prima industria italiana è il sole, se il futuro dell’industria del turismo sono i borghi e i paesi dell’osso appenninico, se è vero che Toscana e Umbria sono ormai sature e San Gimignano è sazia di inglesi e americani che l’hanno conquistata a suon di dollari, allora – si è detto Kihlgren – il Sud interno resta una prateria tutta da scoprire, l’osso, la parte più povera e svantaggiata della penisola, il crinale di montagne che dall’Abruzzo avanza giù fino in Campania, poi in Lucania, quindi in Calabria. Può essere questa la terra promessa, il domani di un turismo selettivo, colto e danaroso.
Il giovane Kihlgren si è fatto allora due conti: ha speso quattro milioni di euro per recuperare un intero borgo e ha visto che già oggi quei quattro milioni sono divenuti otto. Se lasciasse tutto e ripartisse in motocicletta, avrebbe di che sfamarsi. Già oggi, infatti, Il mercato immobiliare di Santo Stefano è così acceso e vivo da aver fatto decuplicare i valori, portato alle stelle le quotazioni, raccolto portafogli generosi e appassionati.
Kihlgren non venderà però. Non solo non venderà, ma continuerà ad acquistare. “Il modello di Santo Stefano si può replicare. Questo ci siamo detti e questo abbiamo fatto. Ci siamo prima guardati intorno in Abruzzo, che è una regione ancora vergine, tutta da scoprire e da amare. Poi siamo andati in Campania, nella speranza che si possa avanzare ancora. La Lucania? Chissà”.
Occhi puntati e orecchie dritte. L’uomo compra i paesi, a pezzi o a interi bocconi. Trattative riservate (“come mi muovo e chiedo qualcosa, vedo che i prezzi lievitano fino a deflagrare”) e passo felpato. C’è quel borgo che si chiama Buonanotte, l’altro vicino al lago di Bomba. E la meraviglia di Rocca Calascio. Poi Monteverde sul Bello, e ancora in Campania, vicino a San Felice a Cancello, nella piana deturpata dalla cave e dalla camorra, un gioiellino nascosto, dimenticato ama ancora integro. “Ho solo paura degli autobus. Non voglio farne dei paesi finti, perciò l’interesse è maggiore dove l’ospitalità diffusa possa coniugarsi a una stanzialità significativa. Voglio la qualità, il mio progetto è innanzitutto culturale, perciò prima di mettere mano al restauro di Santo Stefano abbiamo sottoscritto un’intesa, una carta dei valori con il Museo delle Genti d’Abruzzo per la conservazione e la promozione dei caratteri propri della cultura materiale, delle merci e dei mestieri, dell’artigianato storico. Abbiamo firmato un impegno a fare tutto nella più completa e fedele ortodossia architettonica, nell’attitudine – quasi talebana – a lasciare ogni cosa al suo posto, non rubare un metro quadrato, un sigillo, una porta, uno scranno di questi posti”.
Arredamento d’epoca
Del resto fa molto chic ricreare l’atmosfera. Ma ricreare l’atmosfera costa, e stare dentro una casa contadina, ogni stanza col suo camino, arredata con il recupero dei mobili tradizionali fino ai dettagli più minuti, i materassi di lana, le lenzuola degli antichi corredi, le coperte fatte a mano con telai di legno e i colori naturali, ma servita dal teleriscaldamento, con la gestione dell’energia a mezzo di segnali a bassa tensione per evitare inquinamenti elettromagnetici, e i sanitari extralusso, è un piacere che si paga. Albergo diffuso va bene, cultura povera, siamo d’accordo, ma le cinque stelle sono già garantite.
I raffinati, dal passo lento e dal portafoglio pingue, avranno quest’altra meta per stuzzicare i loro pensieri e le loro opere. E per far sì che i torpedoni non abbiano mai voglia di lasciare l’autostrada, Kilghren ha deciso di fare ancora di più: “Dove investiamo, e qui a Santo Stefarno siamo quasi alla fine della realizzazione, vogliamo finanziare gli enti locali che si impegnano a buttar giù le superfetazioni di cemento, noi li chiamiamo detrattori architettonici. Credo che sia la prima volta che un privato spende i suoi soldi per garantirsi un piano regolatore senza volumi e cubature aggiuntive”.
La prima volta, si. Ed è quasi un mondo capovolto. L’imprenditore Kilhgren, l’immobiliarista Kilhgren non vuole che si costruisca, e anzi chiede, dove lui decide di recuperare gli stabili, che si butti giù qualcosa di nuovo. E pur di vedere le ruspe in azione, paga. Paga lui, come paga, nel Salento, Cop pula Tisa, l’assocjazione guidata da Edoardo Winspeare, giovane e promettente regista cinematografico, anch’egli salentino doc, che acquista le case abusive al solo fine di fame un cumulo di macerie. “Siamo per il bello”, dice Winspeare. Il sole, il mare.
Il sole, il mare e la montagna, aggiunge Kihlgren.
L’ultima lezione per far soldi: dichiarare guerra all’alluminio anodizzato.
Titolo originale: Our waste howling “cyberness” – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Lexington, Massachusetts – Tenere un blog, ho scoperto, è stimolante: tanto quanto cantare nel frigorifero. L’eco delle mie parole si dissolve in fretta nel silenzio.Può essere, che le mie parole suonino noiose a chiunque le incrocia. Ma sospetto invece che la mancanza di frequentatori nel mio blog abbia più a che fare con l’esistenza di milioni di bloggers, là fuori, che svuotano la propria anima ... soprattutto addosso a sé stessi. E mentre passano – anzi, passiamo – sempre più ore davanti al computer, andiamo sempre più estraniandoci da quel che resta della comunità locale.Spesso mi manca l’America di una volta, quella che ho visto nelle foto storiche più che sperimentato nella vita reale. Un’America di portici e verande sul fronte, di città e villaggi dove si conoscono vicini non solo di nome, ma si trova il tempo di parlarci insieme.La mia famiglia si è trasferita nei sobborghi quando avevo cinque anni. A metà anni ’50 a Long Island, noi ragazzi potevamo scorazzare, e spesso si giocava a bandiera o a palla in mezzo alla strada. Qualche volta scoppiavano dei litigi, e occasionalmente ci si scambiavano anche orribili insulti sull’etnia di appartenenza. La vita non era certo perfetta. Ma era pulsante. Oggi nel sobborgo dove abito, a Lexington, Massachusetts, ci sono pochi ragazzi che giocano per strada. Molti più sono quelli che hanno un programma di sports organizzati, lezioni di musica programmate, studio programmato. Se la vita è una lunga scalata al successo, è anche diventata più solitaria, e frammentata.
E questo vale anche per il loro genitori. Le case di oggi sono parecchio più grandi. Ma sospetto che ci sia un sacco di gente che si sente persa, in tutto quello spazio aggiunto, e corre verso il computer nella speranza di incontrare qualcuno.Io, tanto per fare un esempio, non sono tanto convinto che il computer sarà mai uno strumento utile per stabilire legami veri, di tipo personale. Un professore del MIT un paio d’anni fa ha inventato la cosiddetta e-neighbors nel mio quartiere, pensata come un esperimento per vedere come avrebbero interagito dei vicini, messi in contatto tramite computer. Ho scritto, entusiasta, che mi piaceva giocare a poker, a bridge, o a qualsiasi altro gioco a carte. Non mi ha risposto nessuno. Forse altri, nel quartiere, sono diventati amici occasionali. Ma da quanto sono riuscito a capire, l’intero sistema ha prodotto solo un modo per trovare un idraulico, un falegname, un tosaerba o un potatore di alberi. Compilate il modulo.
Nel frattempo, io continuo a sperare in una partita a carte, in un bar animato, in un posto dove si possano sentire delle opinioni personali e vederle in carne ed ossa, non battute su uno schermo e spedite nel cyberspazio, ad aspettare qualcuno che vaga nel deserto. Non credo che internet – anche se può far conoscere le persone – offra vera amicizia. Ma dubito che anche i quartieri di oggi possano farlo. La gente non te ne da occasione.Dopo una nevicata, qualche giorno fa, stavo portando a passeggio Casey, il mio cane, e sono passato di fianco a due vicini che spalavano la neve. Sulla mia destra c’era un vecchio, vicino agli ’80. Faceva evidentemente fatica, a ripulire il passaggio pedonale. Al di là della strada, un giovane capofamiglia, trentenne, stava dando i tocchi finali alla perfetta pulizia, con soffiatore motorizzato, del suo tratto di marciapiede. Se anche si era accorto dell’anziano vicino una decina di metri più in là, non lo dava a vedere. E evidentemente non si era offerto di dare una mano.Tornando indietro dopo il giro dell’isolato, ho scambiato un saluto con l’anziano: “Faccia con calma – gli ho raccomandato – non si sforzi”.”Ha perfettamente ragione” mi ha risposto.L’altro aveva lasciato il suo soffiatore motorizzato nel vialetto, ed era rientrato.
Nota: qui il testo originale al sito del Christian Science Monitor (f.b.)
Titolo originale: The Godly Must Be Crazy – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
I punti di vista della destra cristiana stanno disorientando i politici, e minacciando l’ambiente
Molti degli scritti sul mondo d’oggi sembrano pervasi da una certa sensibilità apocalittica. Parecchi libri sui pericoli ambientali, che si tratti dello strato di ozono, del riscaldamento globale, dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, dell’esplosione demografica, appaiono immersi in un crogiolo apocalittico. (Paul Boyer, storico)
Quand’ebbe aperto il sesto sigillo, ecco seguì un gran terremoto, e il sole diventò nero come tela di sacco, la luna diventò come sangue, e le stelle del cielo caddero sulla terra come il fico butta i suoi frutti invernali scosso dal vento; il cielo si ritirò come un papiro arrotolato, e ogni montagna e isola furono smosse dai loro posti.(Apocalisse 6:12-14)
Aborto. Matrimoni omosessuali. Ricerca sulle cellule staminali
I legislatori USA sostenuti dalla destra cristiana votano contro queste questioni con quasi per fetta uniformità. La cosa probabilmente non vi sorprende, ma questo forse si: quegli stessi legislatori sono egualmente compatti e decisi nell’opporsi alla tutela ambientale.
Quarantacinque senatori e 186 deputati nel 2003 si sono guadagnati un’approvazione dall’80% al 100% da parte dei tre principali gruppi di pressione della destra cristiana: Christian Coalition, Eagle Forum, e Family Resource Council. Molti di questi stessi rappresentanti politici l’anno scorso hanno avuto punteggi fallimentari (meno del 10% in media) dalla League of Conservation Voters.
Sono statistiche sorprendenti, a prima vista. Opporsi all’aborto o alla ricerca sulle cellule staminali è coerente con le convinzioni della destra religiosa, che la vita cominci al momento della concezione. Opporsi al matrimonio fra gay è coerente con l’affermazione che le attività omosessuali siano proibite dalla Bibbia. Entrambe queste convinzioni sono punti fermi piuttosto noti del dibattito politico contemporaneo. Ma, una giustificazione sulla base delle sacre scritture all’antiambientalismo: quand’è l’ultima volta che avete sentito un politico conservatore parlarne?
Probabilmente è stato nel 1981, quando il primo ministro degli affari interni della presidenza Reagan, James Watt, affermò davanti al Congresso che proteggere la natura non era importante, alla luce dell’imminente ritorno di Gesù Cristo. “Dio ci ha dato queste cose da usare. Quando cadrà l’ultimo albero, Cristo tornerà”, affermò Watt nella testimonianza pubblica che gli costò le dimissioni.
I politici cristiani fondamentalisti di oggi sono politicamente più saggi del ministro degli interni di Reagan; non li sorprenderete a spiegare decisioni di politica pubblica con convinzioni religiose private. Ma le loro parole e azioni fanno pensare che molti di loro condividano i pensieri di Watt. Come lui, molti fondamentalisti cristiani sentono che preoccuparsi per il futuro del pianeta sia irrilevante, visto che non c’è futuro. Essi credono che stiamo vivendo la Fine dei Tempi, quando il figlio di Dio tornerà, i giusti entreranno in paradiso, e i peccatori saranno condannati al fuoco eterno. Per cui possono anche ritenere, insieme ad altri milioni di fondamentalisti cristiani, che la distruzione dell’ambiente sia non solo da non temere, ma da auspicare - o addirittura da accelerare – in quanto segno dell’Apocalisse prossima.
Non stiamo parlando di una manciata di politici marginali, convinti o sostenitori di questo credo. I 231 legislatori (tutti Repubblicani, tranne cinque) che hanno avuto una media di approvazione dell’80% o più da parte delle principali organizzazioni della destra religiosa, costituiscono più del 40% del Congresso USA (l’unico Democratico con un’approvazione del 100% da parte della Christian Coalition è il senatore Zell Miller della Georgia, che all’inizio dell’anno ha citato il Libro di Amos in dibattito parlamentare: “Verrà il giorno, dice il Signore Iddio, che manderò la fame sulla terra. Non fame di pane, o sete d’acqua, ma di usire la parola del Signore!”). Questi politici includono alcune dei personaggi più potenti nel governo USA, e protagonisti delle decisioni chiave: il leader della maggioranza in Senato Bill Frist (Tennessee), e ancora al Senato Mitch McConnell (Kentucky), Rick Santorum (Pennsylvania), Jon Kyl (Arizona), lo House Speaker Dennis Hastert (Illinois), il capogruppo alla Camera Roy Blunt (Missouri), il ministro della Giustizia John Ashcroft, ed è possibile anche il Presidente Bush. (all’inzio di questo mese, la storia di copertina del New York Times Magazine a firma di Ron Suskind, descriveva come il governo Bush basato sulla fede abbia portato, tra l’altro, alla disastrosa “crociata” in Medio Oriente e abbia preparato il terreno a “una battaglia fra modernisti e fondamentalisti, pragmatici e veri credenti, ragione e religione”).
E i politici citati sono solo la più potente e visibile punta dell’iceberg. Un sondaggio Time/CNN del 2000 ha rilevato che il 59% degli americani ritiene che le profezie contenute nel libro dell’Apocalisse si debbano realizzare. Circa un quarto crede che la Bibbia abbia previsto l’attacco dell’11 settembre.
Che piaccia o meno, la fede nell’Apocalisse è una forza potente nella moderna politica americana. Nelle elezioni del 200 la destra cristiana ha spostato almeno 15 milioni di voti, ovvero circa il 30% di quelli che hanno portato Bush alla presidenza. E non c’è dubbio che i cristiani arciconservatori rosultaranno cruciali nelle prossime elezioni: lo stratega politico del Grand Old Party, Karl Rove, spera di mobilitare al voto venti milioni di elettori fondamentalisti, per aiutare Bush a confermarsi in carica il 2 novembre, e per mantenere la maggioranza repubblicana al Congresso, afferma Joan Bokaer, direttore di Theocracy Watch, un programma di ricerca del Center for Religion, Ethics, and Social Policy, alla Cornell University.
Visto il suo potere di blocco elettorale, la destra cristiana ha l’ascolto, se non l’anima, della maggior parte della leadership nazionale. Alcuni di questi leaders, credono personalmente nella Fine dei Tempi. Altri no. Sia come sia, i loro voti sono ampiamente condizionati da una base elettorale che accetta la Bibbia come verità letterale e aspetta seriamente l’avvento dell’Apocalisse. E questo, da parte sua, è una brutta notizia per chi spera di proteggere la Terra, non di distruggerla.
Sin dall’alba del Cristianesino, gruppi di credenti hanno esplorato le sacre scritture alla ricerca di segni della Fine dei Tempi e del Secondo Avvento. Oggi, la maggior parte dei circa 50 milioni di cristiani fondamentalisti di destra degli Stati Uniti, crede in qualche tipo di teologia da Fine dei Tempi.
Questi 50 milioni di credenti sono il substrato ai circa 100 milioni di evangelici degli USA, che non sono in alcun modo uniformemente di destra e antiambientalisti. In realtà la collocazione politica degli evangelici, sull’ambiente e altri problemi, cambia di parecchio; lo Evangelical Environmental Network, per esempio, ha unito la propria interpretazione biblica con una buona dose di scienza ambientalista, per giustificare e promuovere la cura del pianeta. Ma l’impatto politico e culturale dell’estrema destra cristiana è difficile da non considerare enorme.
È anche difficile capirlo, se non si coglie il complesso sistema di credenze che ci sta sotto e lo guida. Anche se esistono molte e divergenti teologie e sette che si ispirano alla Fine dei Tempi, le più politicamente influenti sono dispensazionalisti e ricostruzionisti.
Sintonizzatevi su qualunque delle 2000 stazioni radio cristiane d’America, o delle 250 televisioni, e probabilmente subirete una grossa dose di dispensazionalismo, una dottrina Fine dei Tempi inventata nel XIX secolo dal teologo anglo-irlandese John Nelson Darby. I dispensazionalisti sposano un’interpretazione “letterale” della Bibbia, che offre una cronologia dettagliata dell’imminente fine del mondo (molti importanti teologi contestano questa letteralità, sostenendo che Darby abbia frainteso e distorto i passaggi biblici). I credenti legano questa cronologia agli eventi correnti – quattro uragani che colpiscono la Florida, i matrimoni gay a San Francisco, gli attacchi dell’11 settembre – come prova del fatto che il mondo sta precipitando fuori controllo, e che noi siamo quanto lo scrittore dispensazionalista Hal Lindsey chiama “la generazione terminale”. Le crisi sociali e ambientali dei nostri tempi, affermano i dispensazionalisti, sono miracoli legati alla Rapture, quando i cristiani rinati, vivi e morti, saranno portati in cielo.
”Su tutta la terra le tombe esploderanno, e i loro occupanti si innalzeranno verso il cielo”, predica il pastore dispensazionalista John Hagee, della Cornerstone Church di San Antonio, Texas. Dopo la Rapture, i non credenti lasciati indietro subiranno sette anni di indicibili sofferenze, chiamate la Great Tribulation, che culminerà con l’ascesa dell’Anticristo e con la battaglia finale di Armageddon fra Dio e Satana. Dopo aver vinto quella battaglia, Cristo manderà tutti i non credenti nelle profondità infuocate dell’inferno, rifarà verde il pianeta, e regnerà in pace sulla terra coi Suoi seguaci per mille anni.
I dispensazionalisti non saturano il mercato di interpretazione della Fine dei Tempi. I ricostruzionisti (noti anche come dominionisti), una setta più piccola ma politicamente influente, collocano la chiave del ritorno di Dio non nelle profezie bibliche, ma nell’attivismo politico. Credono che Cristo farà il suo Secondo Avvento solo quando il mondo abbia preparato un posto per Lui, e che il primo passo per preparare l’arrivo si quello di cristianizzare l’America.
Una politica cristiana ha compe principale intento quello di conquistare la nazione: uomini, famiglie, istituzioni, burocrazie, tribunali, governi, per il Regno di Cristo”, scrive il ricostruzionista George Grant. Il dominio cristiano sarà raggiunto ponendo fine alla separazione fra chiesa e stato. Sostituendo alla democrazia USA una teocrazia dominata dalla legge del Vecchio Testamento, tagliando tutti i programmi sociali pubblici, e rivolgendo questo impegno invece alle Chiese cristiane. I ricostruzionisti vogliono anche abolire tutte le agenzie pubbliche di regolazione, come la EPA (Environment Protection Agency), perché rappresentano una deviazione dallo scopo di cristianizzare l’America, e conseguentemente il resto del mondo. “La conquista del mondo. Questo è quanto Cristo ci ha chiesto di realizzare” continua Grant. “Dobbiamo vincere il mondo col potere del Vangelo. E non dobbiamo accontentarci di niente di meno”. Solo quando quella conquista sarà compiuta, il Signore potrà tornare.
State tranquilli e felici!
Non ci si può aspettare che persone sotto l’influenza di profezie tanto potenti si preoccupino per l’ambiente. Perché badare al pianeta se la siccità le alluvioni e le pestilenze portate dal collasso ecologico sono segni dell’Apocalisse anticipata dalla Bibbia? Perché preoccuparsi del cambiamento climatico globale se tu e i tuoi cari sarete portati in cielo con la Rapture? Perché impegnarsi a convertire dal petrolio al solare, se lo stesso Dio che ha fatto il miracolo dei pani e dei pesci può tirar su qualche milione di barili di greggio con una Parola?
Molti credenti della Fine dei Temi ritengono che fino al ritorno di Cristo in qualche modo Dio provvederà. In America's Providential History, un diffuso libro di testo per le scuole superiori di ispirazione ricostruzionista, gli autori Mark Beliles e Stephen McDowell ci raccontano che: “Il materialista, il socialista, ha una mentalità da risorse limitate, e vede il mondo come una torta ... che deve essere tagliata a pezzi in modo che ciascuno possa averne una fetta”. Invece “il Cristiano sa che il potenziale del Signore è illimitato, e che non c’è scarsità di risorse nella Terra di Dio. La risorse aspettano solo di essere attinte”. In un altro passaggio, gli scrittori spiegano: “Molti materialisti vedono il mondo sovrappopolato, ma il Cristiano sa che Dio ha fatto la terra grande a sufficienza e con abbondanza di risorse per ospitare tutte le genti”.
Lo spreco delle risorse naturali e la sovrappopolazione, dunque, non preoccupano i fedeli della Fine dei Tempi, né lo fanno altre catastrofi ecologiche, viste dai dispensazionalisti come presagi della Great Tribulation. Lo spunto per questo punto di vista viene da un passaggio di undici parole, in Matteo 24:7: “[Ci] saranno fame, e pestilenze, e terremoti in diversi luoghi”. Altri fedeli individuano tracce di catastrofe ecologica nei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse - Guerra, Fame, Pestilenza, Morte – e citano un verso che nomina l’alto prezzo del grano, dell’orzo, dell’olio, come anticipazione della mancanza di cibo e combustibili fossili. Durante la Fine dei Tempi, ai quattro cavalieri sarà “dato potere su un quarto della terra per uccidere con la spada, la fame, le pestilenze, le bestie selvagge della terra”. Alcuni credenti sottolineano che Apocalisse 8:8-11 prevede che una grande montagna cadrà nel mare, causando grande distruzione, seguita da una stella splendente caduta dal cielo. Questa stella è chiamata Assenzio, che a detta dei dispensazionalisti si può liberamente tradurre in ucraino con la parola Chernobyl.
Una gran quantità di predicatori, film, siti web di ispirazione Fine dei Tempi salutano i cataclismi ambientali come Buone Notizie: annunci del Nuovo Avvento. Il lavoro non-fiction di Hal Lindsey del 1970, The Late Great Planet Earth, è un classico del genere; la sua versione cinematografica bombarda gli spettatori con abbondanti dosi di esplosioni nucleari, nubi inquinanti, alluvioni devastanti, api assassine. Nello stesso modo, l’autore dispensazionalista Tim LaHaye nei sui romanzi Left Behind – che in un certo periodo hanno venduto 1,5 di milioni di copie al mese – mescola i disastri ecologici in un racconto d’azione ispirato da profezie.
Su sito RaptureReady.com, il “Rapture Index” elenca tutte le ultime notizie correlate alla profezia biblica. Fra in principali indicatori di Apocalisse, ci sono la disponibilità di petrolio e relativo prezzo, la fame, la siccità, le pestilenze, il cattivo tempo, le inondazioni, il clima. Il responsabile di RaptureReady Todd Strandberg scrive a spiegare perché i cambiamenti climatici sono inclusi nella lista: “Credevo non ci fosse davvero bisogno che i Cristiani tenessero sotto osservazione i cambiamenti legati all’effetto serra. Se ci volevano un paio di centinaia d’anni perché le cose si facessero serie, pensavo che la vicinanza della Fine dei Tempi avrebbe oscurato questo problema. Con una velocità del cambiamento climatico ora tanto rapida, il riscaldamento globale sarà un fattore centrale nelle calamità della Tribulation”.
Un altro indice di profezie indica elementi di tipo naturale (siccità in in Etiopia, fame in Sud Africa, inondazioni in Russia, incendi in Arizona, ondate di caldo in India, lo scioglimento della calotta antartica) come prova dell’avvicinarsi del giorno del giudizio, sottolineando come “Quando queste cose cominceranno ad accadere, rialzatevi, sollevate il capo, perché la vostra redenzione è vicina” (Luca 21:28).
Secondo una mappa sul sito Fine dei Tempi ApocalypseSoon.org, siamo “all’inizio dei dolori” (Matteo 24:3-8) che segna la Great Tribulation. Il sito offre un link a un articolo della BBC News sulle malattie infettive e a una cronaca degli eventi climatici estremi sul sito del giornalista Ross Gelbspan, vincitore del Pulitzer, come prova di questo “inizio dei dolori”. Ad ogni modo, aggiunge una secca raccomandazione riguardo a questi links esterni: “Non vogliamo in alcun modo approvare o consigliare questi siti. Sono stati scelti semplicemente perché documentano letteralmente cosa prevede la Parola di Dio per la Fine dei Giorni”.
Per capire in che modo la visione del mondo della destra cristiana sta formando e alimentando l’antiambientalismo parlamentare, prendiamo il caso di due influenti legislatori cristiani rinati: il leader della maggioranza in Senato Tom DeLay (Texas) e il presidente della commissione Ambiente e Lavori Pubblici del Senato James Inhofe (Oklahoma).
DeLay, che ha considerevole potere nel definire l’agenda parlamentare, ha auspicato un “muover[si] in avanti con una visione del mondo biblica” della politica USA, come riferisce Peter Perl sul Washington Post Magazine. DeLay vuole convertire l’America in una nazione “Centrata su Dio”, il cui governo promuova la preghiera, l’adorazione, l’insegnamento dei valori cristiani.
Inhofe, il più esplicito critico dell’ambientalismo in Senato, è incrollabile anche nella sua volontà di ricostruire l’America come stato cristiano. Parlando all’incontro della Christian Coalition, Road to Victory, appena prima della grande vittoria del Grand Old Party alle elezioni intermedie del 2002, ha promesso ai credenti: “Quando vinceremo alla rivoluzione di novembre, starete facendo l’opera del Signore, ed Egli vi benedirà per questo!”.
Né DeLay né Inhofe includono la tutela dell’ambiente nella “opera del Signore”. Entrambi hanno tuonato contro l’EPA, chiamandola “la Gestapo”. DeLay ha combattuto per cancellare le leggi Clean Air e Endangered Species. L’anno scorso, Inhofe ha invitato un folto gruppo di studiosi scettici riguardo ai mutamenti climatici indotti dai combustibili fossili a testimoniare di fronte al Senato, con culmine nella su definizione del riscaldamento globale: “la più enorme bufala perpetrata ai danni del popolo americano”.
DeLay ha affermato seccamente che intende spezzare la visione del mondo “socialista” degli “umanisti materialisti” che, sostiene, controllano il sistema politico USA, i media, le scuole pubbliche e le università. Ha definito l’elezione presidenziale del 2000 un’apocalittica “battaglia per le anime”, una lotta mortale contro le forze del liberalismo, del femminismo, dell’ambientalismo, che stanno corrompendo l’America. I sogni utopici di questi movimenti sono maledetti, sostiene il leader della maggioranza, perché essi non scaturiscono da Dio.
”DeLay è motivato più che altro dal potere” afferma Jan Reid, coautore insieme a Lou Dubose di The Hammer, un’appena pubblicata biografia di DeLay. “Ma crede anche nel potere del prossimo Avvento [di Gesù Cristo], e ci costruisce la sua visione del mondo e del governo”. Questo può spiegare perché gli arredi dell’ufficio di DeLay in Campidoglio comprendano una copia in marmo dei Dieci Comandamenti, e un manifesto sul muro che recita: “Questo Potrebbe Essere Il Giorno” (il Giorno del Giudizio).
DeLay è anche per sua asserzione membro dei Sionisti Cristiani, una fazione di credenti Fine dei Tempi che conta 20 milioni di americani. I Sionisti Cristiani credono che la creazione nel 1948 dello Stato di Israele abbia segnato il primo evento in quello che lo scrittore Hal Lindsey chiama “il conto alla rovescia di Armageddon” e sono impegnati ad accelerare quell’orologio, avvicinando il ritorno di Cristo.
Nel 2002, DeLay ha visitato la Cornerstone Church del pastore John Hagee. Hagee dava nella sua predica un chiaro messaggio, tanto semplice quanto orribile: “La guerra tra America e Iraq è la porta dell’Apocalisse!” diceva, spingendo i suoi fedeli a sostenere la guerra, per avvicinare il Secondo Avvento. Una volta terminato il sermone di Hagee, DeLay si alzò a sostenere l’appello. “Signore e Signori” disse “quella che è stata pronunciata qui è la Verità di Dio”.
Con queste parole – diffuse da 225 televisioni e stazioni radio cristiane - DeLay si è collocato decisamente nel campo della Fine dei Tempi, una fazione desiderosa di imporre l’Apocalisse al resto del mondo. In parte, DeLay può anche abbracciare Hagee e altri come lui in un tentativo calcolato di ottenere i voti dei fondamenalisti: ma va ricordato che è cresciuto come Southern Baptist, dentro un’interpretazione strettamente letterale della Bibbia e dei dogmi. Il suo biografo Dubose dice che il leader della maggioranza probabilmente non coglie le complessità teologiche di dispensazionalisti e ricostruzionisti, ma “sono convinto che [ci] creda”. Per quanto riguarda DeLay, mi ha detto Dubose, “Se lo dice John Hagee, allora è vero”.
James Inhofe potrebbe essere il peggiore incubo di un ambientalista. Il senatore dell’Oklahoma prende decisioni politiche di capitale importanza basandosi su pesanti influenze di impresa e teologiche, simil-scientifiche, probabilmente su una visione del mondo apocalittica: ed è presidente della Commissione Ambiente e Lavori Pubblici del Senato.
I legami della commissione coi finanziatori dal mondo dell’impresa sono più facili da ricostruire, e più infami, di quanto non siano quelli con il fondamentalismo religioso, ed è vero che non si può mai dire troppo sull’influenza del denaro. Dal 1999 al 2004, Inhofe ha ricevuto più di 588.000 dollari dall’industria dei combustibili fossili, dei servizi elettrici, dell’estrazione, e da altri interessi legati alle risorse naturali, secondo i calcoli del Center for Responsive Politics. Otto degli altri nove membri repubblicani della commissione di Inhofe hanno ricevuto una media di 408.000 dollari a testa dal settore energia e risorse naturali nello stesso periodo.Per contro, gli otto democratici della commissione e l’unico indipendente, si sono accontentati di una media di soli 132.000 dollari a testa dagli stessi settori dal 1999.
Ma l’influenza della teologia, anche se meno trattata, non è meno significativa. Anche Inhofe, come DeLay, è un Sionista Cristiano. Anche se il senatore non ha espresso esplicitamente il suo punto di vista religioso nella commissione ambiente, l’ha fatto parlando di altre questioni. In un discorso al Senato sulla politica estera, Inhofe ha sostenuto che gli USA dovrebbero allearsi incondizionatamente a Israele “perché l’ha detto Dio”. Citando la Bibbia come il divino verbo di Dio, Inhofe ha citato la Genesi 13:14-17 – “tutta la regione che tuvedi, io la darò a te, ed alla tua discendenza, in eterno” – a giustificazione dell’occupazione in permanenza da parte di Israele della West Bank, e per le crescenti aggressioni contro i Palestinesi.
Inhofe sostiene anche apertamente il dispensazionalista Pat Robertson, che spaccia qualunque tornado, uragano, epidemia, attentato suicida, come segni del ritorno di Dio, che ha accusato sia Jimmy Carter che George Bush Senior di essere seguaci di Lucifero, e che non fa segreto degli sforzi della sua Christian Coalition per controllare il Partito Repubblicano, secondo gli studi di Theocracy Watch.
Da buon fondamentalista, Inhofe si è guadagnato un tondo 100% di valutazione da parte dei principali tre gruppi di pressione della destra cristiana, e un corrispondente 5% dalla League of Conservation Voters (più una serie di zeri dal 1997 al 2002). Allo stesso modo, otto degli altri nove repubblicani della commissione Ambiente e Lavori Pubblici si sono guadagnati una media del 94% di approvazione nel 2003 dalla destra cristiana, e un misero 4% dagli ambientalisti. L’unica eccezione conferma la regola: il moderato Lincoln Chafee lo scorso anno si è guadagnato il 79% dalla LCV e solo il 41% dalla destra religiosa.
Come presidente di commissione, Inhofe ha sottilmente preferito le sacre scritture alla scienza. Le fonti del suo discorso al Senato del 2003 contro la scienza e il cambiamento climatico globale, ad esempio, rivelano i suoi due mandanti: il discorso può essere fatto risalire ai think tanks dell’industria dei combustibili fossili e della finanza petrolchimica, ma anche alla pseudo-scienza dei siti web cristiani. Nella sua invettiva di due ore, Inhofe dismissed global warming by comparing it to a 1970s scientific scare that suggested the planet was cooling -- a hypothesis, he fails to note, held by only a minority of climatologists at the time. Inhofe's apparent source on global cooling was the Acton Institute for the Study of Religion and Liberty, a Christian-right and free-market economics think tank. In an editorial on that site called "Global Warming or Globaloney? The Forgotten Case for Global Cooling," we hear echoes of Inhofe's position. The article calls climate change "a shrewdly planned campaign to inflict a lot of socialistic restriction on our cherished freedoms. Environmentalism, in short, is the last refuge of socialism." Inhofe's views can be heard in the words of dispensationalist Jerry Falwell as well, who said on CNN, "It was global cooling 30 years ago ... and it's global warming now. ... The fact is there is no global warming."
Inhofe's views are also closely tied to the Interfaith Council for Environmental Stewardship, a radical-right Christian organization founded by radio evangelist James Dobson, dispensationalist Rev. D. James Kennedy of Coral Ridge Ministries, Jerry Falwell, and Robert Sirico, a Catholic priest who has been editing Vatican texts to align the Catholic Church's historical teachings with his free-market philosophy, according to E Magazine.
The ICES environmental view is shaped by the Book of Genesis: "Be fruitful and multiply; fill the earth and subdue it. Have dominion over the fish of the seas, the birds of the air, and all the living things that move on this earth." The group says this passage proves that "man" is superior to nature and gives the go-ahead to unchecked population growth and unrestrained resource use. Such beliefs fly in the face of ecology, which shows humankind to be an equal and interdependent participant in the natural web.
Inhofe's staff defends his backward scientific positions, no matter how at odds they are with mainstream scientists. "How do you define 'mainstream'?" asked a miffed staffer. "Scientists who accept the so-called consensus about global warming? Galileo was not mainstream." But Inhofe is no Galileo. In fact, his use of lawsuits to try to suppress the peer-reviewed science of the National Assessment on Climate Change -- which predicts major extinctions and threats to coastal regions -- arguably puts him on the side of Galileo's oppressors, the perpetrators of the Christian Inquisition, writes Chris Mooney in The American Prospect.
"I trust God with my legislative goals and the issues that are important to my constituents," Inhofe has told Pentecostal Evangel magazine. "I don't believe there is a single issue we deal with in government that hasn't been dealt with in the Scriptures." But Inhofe stayed silent in that interview as to which passages he applies to the environment, and he remained so when I asked him if End-Time beliefs influence his leadership of the most powerful environmental committee in the country.
I tentativi di accelerare la Fine dei Tempi sono diventati tanto strampalati, che un gruppo di allevatori ultra-cristiani del Texas di recente ha aiutato degli ebrei fondamentalisti di Israele a selezionare esemplari puri di vacca rossa, un tipo geneticamente raro, che è quello specifico da sacrificare per realizzare una profezia apocalittica contenuta nel biblico Libro dei Numeri (l’animale sarà pronto per il sacrificio entro il 2005, secondo la National Review).
Deve essere difficile per gli ambientalisti, molti dei quali si rompono la testa con l’informazione scientifica, immaginare che qualcuno possa credere che un vitello color ruggine possa provocare la fine del mondo, o che qualcuno possa ricostruire una storia della Fine dei Tempi (e figuriamoci una politica nazionale) a partire dalle simbologie poetiche del libro dell’Apocalisse. Ma nell’America di oggi ci sono milioni di persone del genere: compresi 231 legislatori che, o credono alle dottrine dispensazionaliste o ricostruzioniste, oppure per calcolo politico sono ben felici di allinearsi a quelli che ci credono.
È preoccupante, perché il credo in questione è antitetico all’ambientalismo. Tanto per cominciare, qualunque scienza ambientale che contraddica l’interpretazione delle sacre scritture della cultura Fine dei Tempi, diventa automaticamente sospetta. Questo spiega il disprezzo per l’approccio scientifico all’ambiente così diffuso fra i legislatori cristiani fondamentalisti: negare il riscaldamento globale, la distruzione dello strato di ozono, l’avvelenamento causato da arsenico o mercurio di produzione industriale.
Più importante, le credenze Fine dei Tempi rendono questi problemi del tutto ininfluenti. La fede nell’imminente ritorno di Cristo causa nei fedeli un interesse esclusivo per i risultati politico-teologici di breve termine, non per le soluzioni di lungo periodo. Sfortunatamente, quasi tutte le questioni ambientali, dalla conservazione delle specie in pericolo al contenimento del cambio climatico, richiedono fiducia e impegno per un mondo che continua. E sinora, nessun tipo di prova scientifica si è rivelato in grado di scuotere i credenti dalla propria fede, o di portarli verso la causa della salvezza ambientale.
”È come se metà di questa nazione volesse guidare la nave dello stato con la bussola: una bussola che funziona attraverso la scienza, la razionalità, il buon senso empirico” ha punzecchiato l’attore Bill Maher al Larry King Live. “E l’altra metà voglia farlo uccidendo un pollo e leggendo le viscere, come facevano ai tempi del vecchio Impero Romano”.
Chi dubita degli effettivi pericoli di questo tipo di politica basata sulla fede, deve solo ricordarsi i dirottatori dell’11 settembre, che devotamente credevano ci fossero settantadue vergini dagli occhi neri ad aspettarli, come ricompensa, in paradiso.
Nel passato, non era ritenuto politicamente corretto far domande approfondite sulle convinzioni religiose intime di un legislatore. Ma nel momento in cui queste convinzioni giocano un ruolo cruciale nel formare le politiche pubbliche, diventa necessario che il pubblico le conosca e le capisca. Può apparire sorprendente, ma la grande domanda che non è stata posta, e che deve invece essere fatta, ai 231 parlamentari USA sostenuti dalla destra cristiana, e allo stesso Presidente Bush, non riguarda le cosucce sulle pressioni religiose ai candidati nel recente dibattito presidenziale. Riguarda invece pesanti e specifiche questioni sui particolari, di questa fede: credete che ci troviamo alla Fine dei Tempi? Le politiche governative che sostenete, si basano sulla vostra fede nell’imminente Secondo Avvento di Cristo? Non è esagerato affermare che il destino del nostro pianeta dipende dal nostro porre tali domande, e dalla nostra capacità di ridefinire le nostre strategie ambientali alla luce delle risposte.
Molti anni fa, un mio amico mi presentò i suoi “nonni religiosi” che, ogni volta veniva loro domandato qualcosa sul futuro, proclamavano “sta arrivando l’Armageddon!”. E ci credevano. Cristo poteva tornare da un giorno all’altro, e di conseguenza loro non si preoccupavano di ridipingere o rifare il tetto alla casa. A cosa sarebbe servito? Anno dopo anno, sono tornato in quel posto a guardare gli strati di vernice pelarsi, le tavole di legno scoperte invecchiare, davanzali e tetto marcire. Alla fine la casa cadde in rovina e fu necessario abbatterla, lasciando per strada i nonni del mio amico.
In qualche modo, le loro previsioni si sono dimostrate esatte. Ma questa umile apocalisse, una casa che crolla su se stessa, non era opera di Dio, ma dell’uomo. È una parabola dedicata ai 231 parlamentari sostenuti dalla destra religiosa del 108° Congresso. Le loro convinzioni sostenute istituzionalmente possono portare all’auto-inveramento della peggiore e più distruttiva profezia mai annunciata di tutti i tempi.
Nota: qui il link al testo originale su Grist Magazine; qui invece i numerosissimi,vari e vivaci commenti sulla medesima rivista, il 22 gennaio, che questo acuto e provocatorio articolo ha suscitato fra credenti e non. Anche un articolo proposto da Eddyburg tempo fa, proponeva gli stessi temi (f.b.).
Titolo originale: More than buildings will have to be rebuilt– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
“New Orleans ha come risorsa principale la sua tradizione e la sua storia” dice Ari Kelman, una storico che ci ha vissuto due anni e mezzo a fare ricerche per il suo libro del 2003, A River and Its City: The Nature of Landscape in New Orleans. “Questo è un colpo duro”.
La gente di fuori conosce Big Easy per il jazz, il Quartiere Francese e la più importante festa del Nord America per il Mardi Gras. Sotto questa fama festaiola, sta una città profondamente influenzata dal colonialismo francese e spagnolo, e dalla cultura afroamericana che si sono intrecciate a formare il tessuto sociale e la psicologia collettiva di New Orleans.
”È il posto più magico del mondo”, dice il nativo di New Orleans e guru delle diete Richard Simmons.
Ma ora ci si chiede se questa magia non sia stata spazzata via per sempre.
“È tanto radicata nella nostra cultura. Ma ora mi sembra che lo spirito si sia spezzato” racconta il dirigente della CNN Kim Bondy, nativo di New Orleans la cui casa di mattoni a due piani è rimasta gravemente danneggiata dall’alluvione. “La cosa che mi colpisce profondamente, è che queste sono cose che non possono essere ricostruite, non si possono recuperare”.
New Orleans ha un’alta percentuale di residenti di lunga data, superiore a quella della maggior parte delle città degli USA. Migliaia sono dispersi, e si teme morti. Ci sono 350.000 abitazioni danneggiate o distrutte, altre migliaia gravemente colpite, proprietà e vite devastate. Nonostante le radici profonde, non è chiaro quanti degli sfollati decideranno di rendere permanente quell’esodo.
“Non sono sicuro che la città possa tornare” dice il romanziere nativo della Louisiana James Lee Burke, che ritiene che l’alluvione abbia semplicemente accelerato le lenta spirale in discesa della città, che durava da decenni, di deterioramento sociale fra droghe illegali, criminalità e assenza del governo.
Gli storici ricordano che New Orleans si è ripresa da tre epidemie a metà ‘800, quando morirono migliaia di persone, e dall’alluvione del Mississippi del 1927, che ne uccise centinaia. Ma la dimensione del colpo di Katrina non ha precedenti, e potrebbe cambiare per sempre l’immagine della città a gli occhi di residenti e turisti.
”New Orleans ha la fama di posto divertente” dice lo psicologo Robert Butterworth. “Le immagini di migliaia di persone in grande difficoltà, non aiutano in questo senso l’immagine della città”.
Ma, come Simmons, altri esprimono speranza per una rinascita di New Orleans.
Potrebbe anche rinascere più forte” pensa il commentatore politico James Carville, noto come il CajunInfuriato. “Non ci si dimentica come si suona il saxofono, o come si cucina, o si scrive. E nemmeno come ci si diverte. È tutto ancora qui. Disastri e calamità fanno parte della storia di New Orleans. Anche questo passerà”.
Nota: il testo originale di questo articolo, al sito di USA TODAY (f.b.)
Titolo originale: Second homes and the housing crisis– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Un giorno apprendiamo della crisi nella disponibilità di abitazioni, e quello successivo che ci sono in Inghilterra 300.000 seconde case ( Guardian 5 agosto: Surge in second property ownership). È ora di smetterla col mito che la domanda supera sempre l’offerta. La quantità totale delle case a disposizione è sempre maggiore delle famiglie, e di recente è aumentata a livelli che non si vedevano dai primi anni ‘90.
I ricchi hanno investito i propri redditi crescenti in seconde case e abitazione da affittare.
I poveri hanno visto i prezzi crescere oltre le loro possibilità, e devono pagare l’affitto ai ricchi.
Il governo dovrebbe intervenire per fermare questo trasferimento di ricchezza verso i ricchi. Non può affermare di essere contro un intervento nel mercato edilizio, come dimostrano le iniziative per le “case a prezzi accessibili”.
Gavin Bailey, Londra
La difesa che fa Tristram Hunt delle green belt ha poco senso ( Guardian 5 agosto: Act now to save the green belt). Se l’obiettivo era quello di concentrare l’edificazione entro le aree urbane, allora perché poco dopo l’approvazione della legge nel 1955, si è assistito a un netto spopolamento di Londra, Liverpool, Manchester ecc?
Ciò significa fallimento per la politica della green-belt. Peggio ancora, la gran parte di questo spostamento di popolazione avvenne verso spazi oltre la green belt, in insediamenti a bassa densità di tipo pendolare. La green belt ha avuto come conseguenza la diffusione, anziché la concentrazione, dello sviluppo urbano.
Dr. Richard Williams, Università di Edinburgo
L’obiettivo di Jeremy Paxton, di trasformare un sito industriale in un nuovo insediamento ( Guardian 1 agosto: On the Waterfront) è condivisibile. Ma è un errore paragonare il fatto di affidare progetti ad architetti superstar, per promuovere delle seconde case, con gli obiettivi del Principe Carlo di una mixed community a Poundbury in Dorset.
Poundbury comprende fabbriche, uffici, un asilo, un pub e un negozio di alimentari, tutti raggiungibili a piedi da residenze miste, delle quali il 20% è a prezzi accessibili. L’approccio tradizionale utilizza materiali naturali per edifici ben progettati e realizzati, rivolti a persone con molti livelli di reddito.
Hank Dittmar
Responsabile della Foundation for the Built Environment
Nota: Il testo originale al sito del Guardian Di seguito gli articoli citati nelle lettere: On the Waterfront (1 agosto) Surge in second home ownership (5 agosto); Act now to save the green belt (5 agosto) (f.b.)
Dall’inizio degli anni Novanta l’interesse per lo spazio pubblico ha cominciato a trascendere il campo dell’urbanistica e dell’architettura coinvolgendo filosofi, sociologi, storici, artisti. Benché in questi anni molti piani di rinnovamento urbano siano stati impostati sulla creazione di nuovi spazi pubblici, in generale l’evoluzione della città contemporanea è caratterizzata dal fenomeno opposto: espansionismo delle strutture commerciali e politiche di sicurezza urbana sempre più invadenti.
Ma esiste un’idea comune di spazio pubblico da difendere? A giudicare dai risultati di Trans:it. Moving Culture through Europe, un’indagine triennale sulle pratiche artistiche europee legate al territorio che Bartolomeo Pietromarchi ha condotto per la fondazione Olivetti, si direbbe proprio di no. La documentazione di questa ricerca, esposta fino al 10 luglio a Venezia nella mostra Nowhere Europe (nella sede del Laboratorio Scientifico della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Veneziano alla Misericordia) e pubblicata nel catalogo Il luogo [non] comune. Arte, spazio pubblico ed estetica urbana (Fondazione Adriano Olivetti e Actar, 2005), rivela come lo stesso termine pubblico ispiri diffidenza agli artisti e intellettuali coinvolti, specialmente se provenienti dai paesi mediterranei o ex-socialisti. Secondo Iara Boubnova, direttrice dell’Istituto per l’Arte Contemporanea di Sofia, «pubblico spesso si riferisce a proprietà statale o a urbano piuttosto che a condiviso», mentre il critico Erdan Kosova sostiene che in Turchia «non si può dividere lo spazio sociale nelle due categorie astratte di spazio pubblico e privato», perché i luoghi pubblici vengono percepiti come rigidamente normati, e quelli privati appartengono alla famiglia – e quindi ancora a una dimensione comunitaria.
L’oggetto della ricognizione europea di Pietromarchi, organizzata in tre itinerari (Parigi-Rotterdam-Amsterdam-Roma; Berlino-Bucarest-Sofia-Belgrado; Istanbul-Cipro-Atene), è dunque uno «spazio delle relazioni» che non ha più nessuna connotazione fisica definita: non si tratta necessariamente della strada o della piazza, ma di un luogo condiviso che può essere istituito nelle case private, nei caffè o nei campi nomadi, a seconda del senso che una determinata cultura gli attribuisce. In quest’ottica relativista il progetto del collettivo Oda Projesi – che nel 1997 ha affittato un appartamento a Istanbul nel quartiere Galata per offrire alla gente uno spazio flessibile, privato e pubblico allo stesso tempo, in cui mangiare, ritrovarsi o svolgere attività artistiche – sta sullo stesso piano dell’«architettura oppositiva» teorizzata dalla rivista berlinese An Architektur-Production and Use of the Built Environment, che si ispira al pensiero di Henri Lefebvre e che elabora interventi politici diretti contro l’uso capitalistico dello spazio urbano.
| Corviale, Roma |
Tra gli artisti coinvolti molti sono architetti o lo sono stati – come Socrates Stratis di Cipro, il gruppo Škart di Belgrado, Osservatorio Nomade di Roma nato dal gruppo Stalker, il collettivo Urban Void di Atene – ma tutti nutrono una completa sfiducia nella possibilità che delle soluzioni spaziali a scala urbana possano contribuire a migliorare la vita delle persone. L’idea di un’urbanistica democratica, generalmente liquidata frettolosamente come un patetico revival di utopie urbane fallite quarant’anni fa, viene qui considerata improponibile perché ritenuta troppo «istituzionale» e «universalistica». Gli obbiettivi della loro ricerca sono, invece, la documentazione delle istanze identitarie legate al territorio delle comunità nomadi o stanziali e l’individuazione dei desideri e delle esigenze dei membri di questi gruppi. Se alcuni si limitano all’analisi o al racconto delle storie e delle situazioni con cui sono venuti a contatto, altri producono delle «utopie realizzabili», fornendo servizi – come la cisterna dell’acqua costruita nel 2003 da Matej Bejenaru nel centro di Tirana, dove metà della popolazione non aveva accesso all’acqua – oppure progettando la trasformazione dei luoghi a stretto contatto con gli abitanti. Un esempio di questa tipologia di intervento è l’operazione imbastita dalla Fondazione Olivetti insieme a Osservatorio Nomade al Corviale, il lunghissimo edificio costruito negli anni Settanta da Mario Fiorentino alla periferia di Roma, che ha mirato non solo a riqualificare la struttura fisica del quartiere, ma anche a ribaltarne l’immagine di archetipo del degrado urbano che opprime i suoi abitanti.
Il desiderio di agire «dal basso», comune alla quasi totalità dell’arte politica contemporanea dall’America del Sud alla Russia, è in parte l’effetto di una diffusione in questo ambiente di quello che ormai potrebbe essere definito il pensiero unico (e soprattutto il lessico unico) deleuziano: non si fa che parlare di rizoma, nomadismo, micropolitica, Corpo senza Organi. Al di là del rischio di trasformare un pensiero critico in un dizionario dei luoghi comuni, il limite più evidente di questo genere di attivismo artistico è che i suoi interventi appaiono esoterici a chiunque non ne sia capillarmente informato, circostanza che nuoce non poco proprio alla sua dimensione pubblica.
D’altra parte è stato lo stesso lunghissimo dibattito teorico sull’arte pubblica e la site-specificity, che ha avuto come epicentro soprattutto gli Stati Uniti, a fare evolvere le cose in questo modo. Una volta posto il problema della legittimità politica, per l’artista e i committenti istituzionali, di situare un oggetto in un luogo pubblico, o di modificare lo spazio a fini estetici senza consultare la gente che avrebbe dovuto subirne le conseguenze, l’arte pubblica si è trovata nella necessità di orientare le sue pratiche nella direzione dei suoi veri committenti: i cittadini.
In realtà l’estetica urbana continua per lo più a essere alimentata dall’arte pubblica tradizionale e, nei casi migliori, sono le amministrazioni con una buona politica urbanistica a difendere lo spazio pubblico.
Titolo originale: British prefer 'Brookside box' – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
L’abisso spalancato fra l’architettura moderna e la modesta domanda abitativa del cittadino britannico medio è evidente da oggi nel sondaggio che mostra come la maggior parte delle persone preferisca una “scatola” suburbana a un elegante appartamento cittadino.
I gusti sono così conservatori che la casetta standard unifamiliare resa celebre da una soap opera televisiva e a lungo derisa dal Principe di Galles, ha superato il bungalow come tipo di immobile preferito del paese.
Quasi il 60% delle persone intervistate un sondaggio realizzato per orientare le linee di progettazione del governo, ha optato per una casa in stile Brookside, mentre solo il 14% sceglie le case aggregate e un 7% le terraced houses, che dominano gran parte del nord e delle midlands.
I bungalows, che erano al massimo della popolarità nell’ultimo sondaggio di tre anni fa, ora sono tanto fuori moda che solo una persona su cinque aspira alla vita in un edificio a un piano.
L’indagine realizzata dal MORI (Market & Opinion Research International) per la Commission for Architecture and the Built Environment (Cabe) – Quale Casa Vuole L’acquirente – mette in discussione direttamente l’opinione corrente di urbanisti e architetti secondo cui le case devono essere concentrate su aree più piccole, preferibilmente in zone urbane ex industriali riutilizzate, per evitare di costruire in aperta campagna.
”In Inghilterra abbiamo una lunga storia di abitazione suburbana” dice il responsabile delle commissione, Richard Simmons. “È stata l’aspirazione di tutti per molte generazioni”.
”La sfida ora per noi è di riconciliare questa preferenza del consumatore con la necessità di costruire più case, senza divorare la green belt”.
Indicando una “tensione” fra lo stile suburbano auspicato dalla maggioranza delle persone e una pianificazione “coerentemente ambientalista” che si concentra su ambienti di vita a densità maggiore, entro “città compatte”, la commissione sostiene che deve essere raggiunto un compromesso. Questo significa equilibrare le domande dei potenziali acquirenti col bisogno di tutelare le campagne da una corsa alla nuova edificazione.
I modelli antichi che è possibile seguire, compredono anche la città giardino di Letchworth, in Hertfordshire – il prototipo delle new towns del dopoguerra – dove l’edificazione iniziò nei primi anni del XX secolo in base a un piano generale di Ebenezer Howard, un imprenditore sociale. Egli riuscì a concentrare più case per unità di superficie di quanto non facciano molti costruttori oggi.
L’indagine del MORI rappresenta una sfida per il governo, che ha incoraggiato la rigenerazione delle zone urbane interne preferendola all’urbanizzazione di nuove superfici, raccomandando densità edilizie più elevate nelle quattro nuove zone di crescita previste nel sud-est, dove sono in dirittura d’arrivo 200.000 nuove abitazioni.
Come risultato, pochi costruttori realizzano case unifamiliari, preferendo spesso collegare i lotti attorno a spazi di cortile.
Altrove, la commissione afferma che l’esplosione degli appartamenti di città, sia nei nuovi edifici che in vecchi ex magazzini ristrutturati, ha raggiunto i massimi con la probabilità di una sovraofferta in alcune zone.
L’anno scorso, per la prima volta, il numero di appartamenti realizzati a suerpato quello delle abitazioni singole. Ma il sondaggio MORI mostra poco interesse per gli appartamenti, figuriamoci per la vita urbana.
Nota: qui il testo originale al sito del Guardian (f.b.)
Titolo originale: Eager shoppers flock to the great malls of China – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
DONGGUAN, Cina – Dopo che i muratori avranno finito di intonacare la replica dell’ Arc de Triomphe e di tirare a lucido le strade che sembrano di Hollywood, Parigi o Amsterdam, questo gigantesco parco tematico commerciale si proclamerà il più grande shopping mall del mondo.
Il South China Mall – miscuglio di Disneyland e Las Vegas, una versione commerciale di paradiso e inferno un una sola confezione – sarà quasi tre volte la dimensione del già enorme Mall of America in Minnesota. È un’altra delle incredibili nuove conseguenze di un boom economico che dura da un quarto di secolo: i grandi centri commerciali della Cina.
Non molto tempo fa, fare la spesa in Cina significava soprattutto mettersi in fila e implorare arcigni commessi di accettare contanti in cambio di orribili cose che non andavano. Ma ora, i cinesi hanno iniziato ad abbracciare il moderno ethos americano “compra finché cadi a terra”e sono nel bel mezzo di una frenesia compra-tutto.
Ci sono già quattro shopping malls più grossi del Mall of America. Due sono più grandi del West Edmonton Mall in Alberta (Canada), che ha ceduto il primato di centro commerciale più grande del mondo a un enorme complesso di Pechino. Entro il 2010, si prevede che la Cina ospiterà almeno 7 dei più grossi 10 shopping mall del mondo.
Per il momento, il più grande del mondo è quello da 600.000 metri quadrati della Fonte d’Oro, che ha aperto lo scorso ottobre nel nord-ovest di Pechino. Ha già sparso invidia e ambizioni di concorrenza fra i maggior costruttori di centri commerciali del mondo, che apparentemente guardano da lontano l’ascesa del mall cinese, anche se preparano un proprio percorso per costruire qui su queste dimensioni.
Quanto sono grandi, 600.000 metri quadrati? Quel centro commerciale, che si prevede costerà 1,3 miliardi di dollari una volta portato a termine, occupa la lunghezza di sei campi da football e ha più superfici di pavimento del Pentagono, che con 350.000 metri quadrati è il più grande edificio a uffici del mondo. È un unico, colossale fabbricato a cinque piani – con file e file di negozi, sopra ad altre file efile di negozi – tanto grande che risulta difficile navigare fra quei 1.000 punti vendita e le loro migliaia di clienti.
I costruttori del South China Mall di Dongguan, raccontano di aver viaggiato per tutto il mondo per due anni alla ricerca del modello giusto. Il risultato è una terra fantastica da 400 milioni di dollari: 70 ettari di piazze commerciali fiancheggiate da palme, parchi a tema, alberghi, fontane, piramidi, ponti, mulini a vento giganti. Nel tentativo di superare anche le incredibili stravaganze da casino di Las Vegas, c’è anche un fiume artificiale da tre chilometri che circonda il complesso, che comprende settori modellati sulle sette “famose città d’acqua” del mondo e una replica dell’ Arc de Triomphe da oltre 25 metri.
I cinesi sciamano nei centri commerciali, che di solito sono organizzati su molti livelli sovrapposti anziché sui soli tre tipici della maggior parte degli USA. I consumatori arrivano in autobus o in treno, e un numero crescente inizia a venire in macchina. Nelle giornate particolarmente affollate, un centro nella zona meridionale di Guangzhou attira circa 600.000 clienti.
I costruttori spendono miliardi di dollari per creare questi centri extra-large nelle città in crescita più rapida del paese. Scommettono che una nazione di risparmiatori è sul punto di diventare anche una nazione di instancabili consumatori.
”Questi shopping centers sono semplicemente enormi” dice Radha Chadha, direttore di Chadha Strategy Consulting, che studia i centri commerciali e l’andamento delle vendite di lusso in Asia. “In Cina amano fare le cose in grande, fare effetto”.
Le vendite al dettaglio solo balzate in acanti di quasi il 50% negli ultimi quattro anni, come stimato dagli operatori nazionali principali, riferiscono i dati del governo. E coi redditi crescenti, i cinesi spendono il proprio denaro i scarpe, borse, abbigliamento e anche corse sulle attrazioni dei parchi a tema.
”Ci piace molto questo posto” dice Ruth Tong, 27 anni, visitatrice del South China Mall di Dongguan con marito e figlio. “Ci sono tane cose divertenti da fare. Negozi, e anche giostre. Allora ci piace, e ci torneremo ancora”.
Nonostante la Cina sia ancora una terra di diseguaglianze, c’è un ceto medio in crescita.
”Dimenticate l’idea che i consumatori in Cina non abbiano abbastanza denaro da spendere” dice David Hand, esperto di commercio e immobili per la Jones Lang LaSalle a Pechino. “Qui ci sono persone con molto denaro. Ed è questo che spinge lo sviluppo dei centri commerciali”.
Nota: il testo originale tradotto qui, è disponibile al sito di Deseret News; una versione più lunga, col titolo China, New Land of Shoppers, Builds Malls on Gigantic Scale, è disponibile al sito del New York Times (f.b.)
Quando hanno costruito il nuovo ingresso di Disneyland Hong Kong, i dirigenti della Walt Disney hanno deciso di spostare l’inclinazione del cancello principale di 12 gradi. Sono giunti a questa decisione dopo aver consultato uno specialista di feng shui, il quale ha assicurato che la modifica assicurerà ricchezza e prosperità al parco divertimenti. La Disney ha inoltre aggiunto una curva al vialetto che dalla stazione ferroviaria conduce al cancello, per far sì che l’energia positiva, detta chi, non oltrepassi il cancello disperdendosi nel Mar della Cina.
Tener conto dei consigli degli specialisti di feng shui è soltanto una delle molteplici iniziative che hanno preso i dirigenti della Disney per riflettere la cultura locale e non ripetere gli errori commessi in passato. Quando nel 1992 la Disney inaugurò Disneyland Parigi in un ex campo di barbabietole da zucchero fuori dalla capitale francese, fu severamente criticata per essersi dimostrata culturalmente insensibile ai suoi ospiti europei. Qui a Hong Kong invece la Disney brucia incenso a fini rituali ogni qualvolta un edificio è portato a termine e ha fissato un giorno fausto, il 12 settembre, per l’inaugurazione del parco divertimenti.
La posta in gioco è assai alta: la crescita internazionale è una parte cruciale degli sforzi di espansione della Disney. In Asia Topolino, Buzz Lightyear (personaggio di Toy Story, ndt) e l’orsetto Winnie Pooh sono nomi poco conosciuti dalla gente e la Disney intende cambiare le cose.
”Un tempo si usava esportare la Disney alle sue condizioni” dice Robert Thompson, docente di Cultura popolare all’Università di Syracuse, “ma alla fine del XX e all’inizio del XXI secolo l’imperialismo culturale americano è stato messo a dura prova. Adesso invece di essere gli spregevoli americani che alcuni stranieri trovavano addirittura affascinanti, dobbiamo toglierci le scarpe o ruttare dopo mangiato”.
I piani per costruire Disneyland Hong Kong, l’undicesimo parco a tema della Disney, replica della Disneyland originale, sono iniziati nel 1999. Costruito nella Penny’s Bay e fiancheggiato da montagne, il parco è il primo che la Disney intende realizzare in Cina. Un altro sorgerà a Shangai.
Nella Disneyland di Hong Kong alcuni dei luminosi effetti ottici e delle concessioni alle differenze culturali possono sembrare operazioni di marketing. Una delle principali sale da ballo del parco, che sarà sicuramente usata per gli apprezzati servizi di matrimonio Disney, misura esattamente 888 metri quadri, perché si ritiene che il numero otto porti fortuna. Lo spiega Wing Chao, autore del piano generale architettonico della Walt Disney Imagineering. Poiché nella cultura cinese il numero quattro porta sfortuna, negli ascensori dell’Hollywood Hotel o degli altri alberghi del complesso del parco non esiste neppure il pulsante per il quarto piano. I registratori di cassa sono sistemati in prossimità di angoli o accanto alle pareti, perché si ritiene che tale collocazione aumenti i profitti.
Nell’esclusivo ristorante Crystal Lotus del parco divertimenti, la Disney ha installato uno stagno koi virtuale, nel quale pesci animati dal computer sfrecciano lontano dagli ospiti che camminano su uno schermo di vetro. Lo stagno è uno dei cinque elementi feng shui del ristorante: gli altri sono il legno, la terra, il metallo e il fuoco, che riluce su uno schermo dietro alle bottiglie del bar.
”Non me ne intendo affatto di fuoco e di cucina e di dove vada sistemato uno piuttosto che l’ altra, ma di sicuro ho imparato che si deve rispettare il prossimo”, dice Jay Rasulo, responsabile dei parchi a tema e dei club vacanze della Disney.
Anche se le sue finanze sono sta rimesse in sesto, Eurodisney ha tuttora debiti per 1,2 miliardi di euro. Molti considerano l’apertura di Disneyland Parigi come un caso da studiare per apprendere come non si deve procedere. Il parco partì male sin dall’inizio. Il primo errore fu quello di non offrire vino all’inaugurazione.
La Disney inoltre travisò completamente le abitudini vacanziere degli europei: diversamente dagli americani che spesso prenotano le loro visite direttamente alla Disney, gli europei si servono molto di più delle agenzie di viaggio.
Nel 1992 la Disney non aveva preparato adeguatamente le agenzie di viaggio e questo diede luogo a poche prenotazioni, dice Rasulo. Al contrario, oggi i dirigenti marketing della Disney stanno preparando da mesi le agenzie di viaggio asiatiche, soprattutto in Cina, da dove la società prevede che possa derivare un terzo del giro d’affari del parco.
Si sta sviluppando in regione il dibattito sulla nuova legge urbanistica e sulla formazione del piano territoriale regionale in sostituzione di quello, ormai vecchio, del 1978 (noto come Purg).
L’avvio di un dibattito politico sui temi del territorio è un evento importante da registrare con piacere. Quando la politica torna a parlare di territorio dimenticando per un momento gli interessi di corto raggio o senza cercare vie di fuga nell’iperuranio, fa innanzi tutto il suo mestiere più autentico. Vediamo, allora, di toccare qualche punto chiave di questo dibattito in modo da aiutare a evitare contraddizioni troppo forti o nuove false partenze.
1.A cosa serve il governo del territorio ? Il territorio è oggi un elemento chiave anche per governare i processi contraddittori dell’economia, ma anche difficile da trattare perché le istituzioni e le amministrazioni del territorio sono, rispetto al passato, più sole e deboli in confronto alla forza del capitale finanziario. Ma il territorio, lo abbiamo visto tante volte, abbandonato da una parte, si ribella dall’altra con i degradi ambientali o sociali, con le introversioni etnocentriche, con i declino economico di comunità locali e regionali. E’ un buon segno, quindi, se la politica vince la riluttanza a occuparsi dei difficili temi del territorio e del suo governo e comincia a fare delle proposte. Tuttavia, una cautela preliminare è d’obbligo: gli approcci possibili non sono molti. E tra questi bisogna scegliere senza fare confusione.
2. La diagnosi del territorio e gli esiti del Purg. Si sente sostenere che il territorio del Fvg non è mal ridotto come quello del Veneto. Il confronto con il Veneto è per certi versi troppo facile (se non si scontano differenze strutturali) e per altri molto fuorviante. Se si vuol partire dalla critica al modello Veneto, l’analisi andrebbe strutturata molto meglio, intanto perché per almeno un trentennio, quel modello ha costituito anche un punto di riferimento per tutto il Nord-Est, mentre la sua crescita economica è stata studiata in tutto il mondo. Non dimentichiamo, inoltre, quel Veneto che sta in casa nostra: le strade statali congestionate, certa “marmellata” insediativa nell’area pordenonese e udinese (come documenta bene uno studio regionale del 2002, non ancora ufficialmente pubblicato, chiamato Moland). Stupisce, poi, che non ci si confronti mai con la Corinzia e la Slovenia, che pure sono i nostri partners più diretti nella cosiddetta euroregione. Uno studio cominicato all’università di Udine qualche anno fa (Complessità e sostenibilità, anno 01, numero 02, 2004), per esempio, mostra come, la qualità del territorio in Slovenia e corinzia sia andata superando, negli anni novanta, quella del Fvg. Semmai è l’idea di un territorio contenitore indiscriminato di qualsisai oggetto che bisogna rilevare come insana e additarla come matrice dominante di molte politiche territoriali – regionali e comunali – sbagliate, (in Veneto e in tutto il Nord-Est). Il Piano urbanistico regionale del Fvg del 1978, da questo punto di vista, ha fatto molto, ma molto non lo ha fatto anche perché non poteva farlo. Sottovalutarne la portata è sbagliato, ma attribuirgli troppi meriti è altrettanto pericoloso perché legittima attese messianiche nella pianificazione del territorio che non sono realistiche.
3. Chi pianifica il territorio ? Secondo alcuni questo compito dovrebbe essere lasciato soprattutto a i Comuni, secondo altri, invece, alla Regione. Ma prima di dirimere questa questione bisognerebbe chiarire un punto. Una cosa è il governo del territorio e un’altra è l’urbanistica. L’urbanistica è dei Comuni. Il Piano regolatore generale comunale, che è uno strumento di regolazione urbanistica, è anche uno strumento di governo del territorio, ma non l’unico. L’urbanistica, quindi, è solo una parte del governo del territorio. Una delle cause principali della dissipazione del patrimonio culturale, del degrado ambientale e dell’alterazione del paesaggio in Italia (il malgoverno del territorio) sta, invece, proprio nella frammentazione amministrativa, nelle infinite competenze separate in cui è ridotto il suo controllo ecc. A partire dalla legge della Toscana del 1995, il governo del territorio è ormai inteso come un’obbligatoria collaborazione dei pubblici poteri al fine di indirizzare le attività pubbliche e private verso lo sviluppo sostenibile, garantendo, al contempo, la trasparenza dei processi decisionali e la partecipazione dei cittadini alle scelte. Pur nelle dovute differenze, quindi, non sarebbe male se nella nostra regione si abbandonasse certa provinciale autosufficienza e si guardasse anche alle esperienze che sono da anni in corso nelle altre regioni. E’ giusto lasciare, quindi, ai Comuni il potere del piano urbanistico ma non, in via esclusiva, il potere di governare i territorio (che è altra cosa !) e che oggi è essenzialmente problema di collaborazione tra diversi soggetti istituzionali per affrontare problemi che il più delle volte fuoriescono dai limite del comune.
4. E la regione, allora, cosa fa ? la prima cosa da fare è decidere se la regione vuol fare coordinamento e regia di interessi territoriali molteplici (compresi i suoi) o l’attore dei propri programmi di intervento. Nell’elencare dell’ipotetico piano territoriale, regionale, l’assessore regionale competente sostiene, in un suo recente documento di indirizzo, che vi sono materie (l’ambiente, il paesaggio, le infrastrutture e gli insediamenti) sulle quali, oltre certe soglie, ci deve essere un dominio esclusivo della Regione e che quindi i piani urbanistici dei Comuni (i Prg) dovranno adeguarsi senza riserve alle scelte regionali (un programma da attore quindi, e per giunta forte). Ma questa politica non ha molto a che fare con un piano di coordinamento che implica anche sedi e strumenti di concertazione interistituzionale e di compensazione territoriale. Non è poi neanche pianificazione territoriale perché lascia tutti i conflitti territoriali fuori del piano (e allora il piano acosa serve ?) e se poi il conflitto arriva prima del piano, il piano non si fa; se, invece, arriva dopo il piano, allora è l’attuazione del piano che viene impedita. La ricercad ei confini rigidi e invalicabili all’interno di uno stesso territorio (da una parte il dominiod ei Comuni, dall’altra quello della Regione) stride, inoltre, con tutti i principi giuridici di sussidiarietà sia verticale (il rapporto tra enti territoriali) sia orizzontale (la negoziazione con i privati). Se vogliamo davvero applicare lo spirito e la lettera del nuovo Titolo V della Costituzione e l’auspicio della Corte Costituzionale di una leale collaborazione, non possiamo non pensare, quindi, a strutturare un’azione collaborativi che coinvolga, stabilmente, le istituzioni territoriali. La prospettiva della giunta regionale, invece, sembra quella di combinare assieme i propri programmi e il coordinamento imparziale nello stesso strumento (il piano regionale). Ma questa soluzione fa prevalere, alla fine, una sola delle due funzioni o produce una serie infinita di cortocircuiti paralizzanti.
5. Le finalità che il piano territoriale regionale dovrebbe perseguire sono molteplici (e ciò può essere un bene) e spesso contraddittorie tra di loro o non automaticamente armonizzabili. La competitività economica, le pari opportunità per tutti i territori, la ricerca della qualità, la sostenibilità ambientale, eccetera si riferiscono a categorie di obiettivi che implicano diverse modalità di uso del territorio e di esercizio dell’azione pubblica sul territorio. Se non li si intende solo come una retorica, ma si vuole che si trasformino in azione concreta, allora si deve mettere ordine tra di essi. Si può introdurre una gerarchia drastica e chiara tra di loro (possibile sul piano teorico, molto meno su quello pratico); oppure si può operare, tra di essi, un bilanciamento da regolare e monitorare costantemente. Ambedue sono forme di governo del territorio, ma implicano pianificazioni di tipo diverso.
6. Quale tipo di governo del territorio, dunque ? Accertato che questa domanda ha senso solo in presenza di una chiara volontà di regia territoriale da parte della Regione, si può dire che tra un approccio molto regolato dal centro (che richiederebbe tempi, modalità di attuazione e risorse di potere che oggi non sembrano disponibili) e uno molto decentrato (che rischia di sfumare nel non-piano e che comunque non può essere associato a obiettivi ambiziosi quali la competitività regionale, la civiltà, la qualità territoriale, ecc.), rimane quel poco (o tanto?) su cui si fa sperimentazione in altre Regioni e in Europa: il tentativo, cioè, di combinare assieme trasformazioni, regole e controlli in quello che si può definire un approccio misto e plurale al governo del territorio e che implica: a) un’inevitabile articolazione dell’unitarietà del piano tradizionale in sotto-strumenti dotati di una loro relativa autonomia; b) l’attribuzione di detti strumenti, per garanzia, a soggetti istituzionali diversi ancorché in interazione tra di loro. L’intera questione è politica, ma anche di rilevante natura tecnica:a non considerarla seriamente fin dall’inizio si rischia, prima o poi, di far impazzire la maionese.
Una chiosa finale. In buona sostanza l’impressione è che il dibattito in corso sia ancora molto lontano dal definire una traccia di lavoro coerente e praticabile. La proposta della Regione, peraltro, sembra voler rispondere a obiettivi ambiziosi e spesso in contraddizione tra di loro, ricorrendo a un sistema di governo ancora troppo elementare. Sarebbe necessario, invece, cominciare a fare un attento lavoro analitico sui diversi obiettivi e sugli strumenti tecnici che sono a disposizione.
Dulcis in fundo c’è un aspetto di non poco conto che va rilevato: dov’è finita l’Europa ? Dov’è l’Est? Stiamo considerando cosa fanno Corinzia e Slovenia ? E il Corridoio 5 ? Come pensiamo di calarlo nel territorio ? Sembra quasi che le esperienze europee non abbiano nulla a che fare con la costruzione di un corpo regolativo a presidio del territorio regionale. Come mai ?
Sull’argomento si veda anche l’intervento di Andrea Corbo
Firenze studia Napoli: studiosi a convegno sulla sostenibilità urbana
Festa, Natascia
Al congresso della Società europea di Storia ambientale che si è aperto ieri a Firenze si parla di « Sostenibilità urbana a Napoli » . A farlo sarà oggi Gabriella Corona, tra gli studiosi di quella scuola napoletana di storici dell'ambiente individuata come la più propositiva di tutto il panorama nazionale.Sostenibilità urbana a Napoli: è curioso che se ne parli a Firenze. « Un po' sì — dice Corona — ma la storia ambientale si occupa anche di rapporti tra città. Il punto di partenza della mia relazione è un grido d'allarme per il progetto di legge Lupi che intende modificare la riforma urbanistica scorporandone la tutela dell'ambiente. Di fatto si tratta della privatizzazione della gestione del territorio, ipotesi preoccupante. Napoli, in questo senso, rappresenta un caso positivo. Le politiche urbanistiche degli anni Novanta, della prima giunta Bassolino per intenderci, sono tra i migliori esempi italiani. L'approvazione del piano regolatore portata a termine lo scorso anno ha una particolare attenzione al paesaggio e non solo da un punto di vista conservativo » .E i rifiuti? « C'è un filone di territorialisti che colloca l'aggravarsi del problema dei rifiuti con la privatizzazione dello smaltimento e l'abbandono della gestione pubblica » .
Che il « caso Napoli » sarà protagonista dell'importante congresso si deve, appunto, all'attività del gruppo di giovani studiosi del Cnr, come spiega l'organizzatore del convegno Mauro Agnoletti: « La scuola napoletana si è posta all'attenzione del panorama nazionale ed è diventata un polo di attrazione per una serie di approcci nuovi e per la coesione stessa del gruppo che lavora in diverse direzioni, tra cui il dissesto idrogeologico, l'ambiente urbano, la forestazione, tutti problemi attualissimi per il governo del territorio » .
Di dissesto idrogeologico parlerà, invece, Walter Palmieri, che studia i movimenti franosi nell'Appennino durante l'Ottocento. « Sarno è un caso esemplare di rimozione collettiva del fenomeno franoso — spiega lo studioso che al salernitano ha dedicato il suo saggio più recente — . Le colate rapide di piroplastidi sciolti ( materiali vulcanici che franano velocemente senza preavviso) annoverano miriadi di casi tra Sette e Ottocento. Ma allora non avevano esiti catastrofici.Come e perché tocca alla storia ambientale ricostruirlo ( grazie alla manutenzione, soprattutto). In realtà si tratta di riappropriarsi delle modalità del rapporto uomo natura che tanto puossono insegnare a chi si occupa oggi di politiche del territorio » . Il suo prossimo studio? « Sto costruendo una banca dati sui fenomeni idrogeologici di tutto il Mezzogiorno continentale che sarà utile per supportare chi si occupa di interventi territoriali. E questo è fondamentale perché l'Italia è il paese europeo con il più alto rischio idrogeologico per una spesa di 7milioni di euro al giorno » .
Fatto sta che il congresso, al quale partecipano ben trecento delegati da tutto il mondo, mette a confronto anche la Campania e la Toscana. E così Agnoletti? « In un certo senso sì. La Toscana è un punto di riferimento qualitativo sia perché ha tradizione di buona amministrazione sia per la coscienza sociale dei cittadini. E' questa soprattutto che manca in Campania ma manca anche un'identità territoriale alla quale contribuiscono lo studioso, l'amministratore e il cittadino » . Come può influire su tutto questo la presenza della scuola napoletana di storia ambientale? « Gli sforzi sono molti — risponde Marco Armiero, che insieme a Stefania Barca e Gabriella Corona fa parte del comitato scientifico del congresso — a partire dagli eventi che hanno visto Napoli protagonista. Nel 2003 in città si è tenuta la prima conferenza di storia dell'ambiente dei paesi mediterranei grazie al nostro gruppo che lavora costantemente al Cnr.Tra gli studiosi ci sono anche Roberta Varriale ( che si occupa di storia delle infrastrutture urbane), Eugenia Ferragina e Stefania Barca, che con me è autrice del primo manuale di Storia dell'ambiente, pubblicato da Carocci l'anno scorso. Ma devo aggiungere che il cosiddetto gruppo napoletano molto deve a Piero Bevilacqua, un profesore calabrese d'origine e romano d'adozione che è tra i promotori della disciplina in Italia. Con lui pubblichiamo la rivista i Frutti di demetra , l'unica di Storia ambientale in Italia che si realizza per lo più a Napoli. E molto dobbiamo anche al direttore dell'istituto del Cnr, Paolo Malanima » .
Lei si occupa di Storia dei boschi e Conflitti ambientali . Cosa sono precisamente? « Una rilettura ecologica del conflitto sociale. Centrale è la questione dell'uso delle risorse e da parte dei gruppi sociali ed etnici.Ma per approfondire gli argomenti si può visitare il sito www. eseh. org » .
Forse la statistica non è una scienza esatta, ma qualcosa conta. Per esempio, è statisticamente difficile che uno si faccia truffare due volte allo stesso modo. Potranno fregarlo forse in altri mille modi diversi (e lo fanno!), ma non proprio alla stessa maniera in cui l'hanno già derubato una volta. Eppure, ecco qui: battendosi come leoni contro la statistica (e la logica) pare che gli italiani non siano particolarmente indignati di fronte all'annuncio della nuova priorità nazionale: costruire nuovi stadi. Abbiamo bisogno di nuovi stadi come il pane, in effetti. Vorremmo ospitare gli Europei di calcio del 2012 e quindi è assolutamente prioritario costruire nuovi bestioni in cemento armato. Quelli vecchi non vanno bene, dopotutto li abbiamo rifatti soltanto quindici anni fa. Siamo un paese dalle mille risorse, e ci rifacciamo gli stadi più frequentemente di quanto la signora Pina si rifà il tinello.
Dicono le cronache che il monarca in carica fosse titubante. Dopotutto, a una popolazione che si schianta in treno perché si risparmia sulla sicurezza potrebbe non far piacere di dedicare tanta energia per ricostruire cose che già esistono. Ma pare che Franco Carraro - un grande collezionista di presidenze - abbia sventolato sotto il naso del re un bigliettino con scritto che il Portogallo con gli Europei di pallone ha aumentato di un punto il suo prodotto interno lordo.
Il re, con gli occhi a dollaro, ha dato la sua benedizione. E rieccoci qui a costruire stadi. Il dolce sapore della nostalgia ci pervade se ripensiamo all'ultima volta che ci siamo rifatti gli stadi. Notti magiche. Il pupazzo Ciao... deliziose madeleine di quando eravamo tanto fessi da pensare di essere ricchi.
Qualche imbecille ci disse che per ospitare i Mondiali dovevamo avere stadi coperti. Ed eccoci lì a dannarci l'anima per coprire gli stadi. Nessun mondiale dopo di quello ebbe stadi coperti: fu uno scherzo, insomma. Spendemmo 1.248 miliardi di lire, appena l'84 per cento in più del preventivo iniziale. Alcuni lavori sforarono di oltre il 200 per cento (Torino). Si diede lavoro a molta gente e soprattutto alle procure della Repubblica che per anni hanno indagato su quella nostra inesausta voglia di rifare gli stadi. Alcuni lavoratori edili cascarono dalle impalcature, mi pare il minimo per un paese civile. Alcune mirabolanti realizzazioni come stazioni e infrastrutture si possono ancora osservare mentre marciscono allegramente, inutilizzate e coperte di erbacce.
Fu l'ultimo ballo del craxismo imperante e, a pensarci adesso, proprio molto simile a una serata di gala sul Titanic. Sembra un film in costume, ma sono passati appena quindici anni. Capirete che gli stadi non vanno più bene.
Si dirà che quella classe dirigente fu spazzata via, che dopo tanti guasti siamo ora in grado di ricostruire il Paese e soprattutto, gli stadi. Eppure, scorrendo l'indice dei nomi, ecco molti casi di omonimia. Naturalmente il Franco Carraro che oggi è presidente della Federazione Gioco Calcio (oltre che consigliere di amministrazione di Capitalia) non ha nulla a che vedere con il Franco Carraro di allora, che era sindaco di Roma, presidente dell'organizzazione dei Mondiali. E del resto nemmeno l'attuale monarca è lo stesso Silvio Berlusconi che quindici anni fa era presidente del Milan, palazzinaro (e costruttore di stadi). Si tratta dunque di una classe dirigente completamente nuova e diversa, che chiede giustamente di superare le malefatte del passato e di costruire finalmente dei nuovi stadi, di cui abbiamo tanto bisogno. Come direbbe Biscardi «tutta l'Italia lo vuole!».
Ora basta con i bei ricordi, corriamo tutti a costruire nuovi stadi, presto! Carraro ha lanciato l'idea e Berlusconi l'ha subito accettata e benedetta. Un punto di prodotto interno lordo! Ma ve lo immaginate? Programmazione? Pianificazione e urbanistica? Sono cose da comunisti che certo non hanno nulla a che fare con il gioco del pallone. Quindici anni fa volevamo stadi grandi. Ora vogliamo stadi piccoli con il ristorante, la piscina e la sala da the. E' la normale evoluzione di un paese, il procedere del suo sviluppo culturale. Si fa notare, con gentilezza, che allora furono sperperati denari pubblici, mentre oggi si punta sui privati, garanzia di serietà. Tipo Cirio, tipo Parmalat, per intenderci, quelli che si facevano i conti in banca coi trasferelli. Poche storie, comunque, è un fatto che abbiamo impellente e insopprimibile bisogno di nuovi stadi. E che anche questa volta ci sarà un Franco Carraro a vigilare, attentissimo e severo, che vada tutto bene. Tranquilli.
Si veda la lettera di Paolo Grassi;
Titolo originale: In the tsunami region, disbelief over U.S. woes - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
BANGKOK - A Aceh, dove lo tsunami dello scorso dicembre ha colpito nel modo più forte in Asia, la prima reazione al disastro di New Orleans è stata di simpatia, racconta Azwar Hasan, assistente sociale nella provincia indonesiana, dove sono morte almeno 126.000 persone.
“Hanno da mangiare?” ha chiesto. “C’è acqua? Mi dispiace davvero, di sentire quello che è successo”.
Ma poi dice qualcosa che si sente in tutta l’Asia sud-orientale, dove l’America è ricordata con gratitudine per gli aiuti rapidi e ben organizzati alle vittime dello tsunami.
“L’America è il paese più sviluppato del mondo” dice Azwar . “Questo genere di cose non dovrebbero accadere in America. Ci stiamo chiedendo cosa succeda, e perché”.
In tutta la regione, la gente ha visto in televisione le scene da gli Stati Uniti, di sofferenza e caos, con simpatia, orrore, e stupore per l’incapacità di badare a sé stessa.
Per qualcuno, le scene dell’uragano Katrina sembrano scuotere dalle fondamenta el idee sulla forza e la capacità di quel paese. Molti dei commenti, nelle interviste telefoniche realizzate nella regione, suonano come domande perplesse.
“Come è possibile?” chiede Aristedes Katoppo, giornalista indonesiano. “Come è possibile che in una società avanzata come gli Stati Uniti sia tanto difficile portare aiuti, o soccorrere delle persone? Come è possibile che avvengano simili cadute in termini di legge e ordine?”.
Dice di essersi sentito a disagio, nel criticare una nazione nel pieno dell asofferenza, ma aggiunge che trova inevitabile il paragone con il ruolo forte dell’America in Iraq .
“Diciamo, semplicemente, che si nota come l’America mandi truppe per mantenere l’ordine in paesi lontani, ma sembra avere difficoltà a farlo nel proprio cortile”.
Alcuni, come F. Sionel Jose, romanziere filippino con un lungo ed entusiastico rapporto con l’America, sembrano esterrefatti.
“È piuttosto scoraggiante”, dice. “È qualcosa che la gente come me non si aspetterebbe. Qualcuno mi ha raccontato che sparano agli elicotteri! E saccheggiano”.
Paulynn Sicam, funzionaria pubblica delle Filippine che ha studiato e vissuto negli Stati Uniti, sembra pure perplesso, e arrabbiato.
“Spezza il cuore, vedere come sia diventata indifesa l’America” dice. “Non è più forte. Non riesce a salvare i propri cittadini, ed eccola lì che tenta di controllare il mondo”.
Dice che non ci sono scuse, in un paese come l’America, per le sofferenze e l’evidente incompetenza a cui si assiste in televisione. “Perché la gente ha fame?” dice. “Questo mi lascia perplessa. Perché sono affamati? La prima cosa da fare è nutrirli”.
E aggiunge: “L’altra cosa che mi lascia perplessa è come il capitalismo continui allegramente per la sua strada di fronte a un disastro come questo, coi prezzi dei carburanti che schizzano alle stelle. È così opportunista. È questa, l’America? È questa la American way?”
Molte persone sono restate colpite dalle divisioni sociali e razziali che sono affiorate in superficie, un aspetto dell’America che si scontra con l’immagine comune di una nazione ricca e avanzata.
“Ho notato che non si vedono molti bianchi in televisione” dice Anusart Suwanmongkol, direttore di un albergo a Pattani, Thailandia.
“Quello che si vede sono gli impotenti, i malati, i poveri, i vecchi: in maggioranza neri, il sottoproletariato” racconta. “È un’immagine piuttosto forte sullo schermo”. Come molti altri, ha seguito attentamente la cronaca dell’evento sui canali della televisione locale, sulla CNN e i canali satellitari delle reti americane.
“Era quasi incredibile che il Presidente Bush, mi pare su Good Morning America, stesse sorridendo, e la cosa non mi andava bene” ricorda. “Ho pensato che avrebbe dovuto dare un’immagine di serietà: la nazione ha bisogno di aiuto”.
La presunzione americana potrebbe aver contribuito al disastro, commenta Supara Kapasuwan, professoressa di college a Bangkok che ha trascorso più di cinque anni negli Stati Uniti per conseguire master e dottorato.
“Non posso dire di essere sorpresa” commenta a proposito del fallimento nell’evacuazione della città.
“Gli americani – non tutti, ma molti – sembrano avere questo atteggiamento di invincibilità, per cui non è possibile gli succeda mai niente”, dice.
I giornali della regione riflettono questi punti di vista, condividendo la simpatia ed esprimendo choc e stupore davanti a queste inconsuete immagini di quella che è stata chiamata “la nazione più potente del pianeta”.
Nota: il testo originale al sito dello International Herald Tribune ; una breve rassegna anche in un articolo quasi contemporaneo dell'Economist, qui su Eddyburg (f.b.)
Via libera al progetto definitivo. Prevede anche sottopassaggi per i rospi Ha già staccato di parecchie distanze Brebemi, Pedemontana e Tangenziale Est-Est ed ora, forte di un progetto definitivo, punta sull'apertura dei primi cantieri entro il 2006. E' il Tibre, il collegamento Tirreno-Brennero: 85,25 chilometri di nuova autostrada da realizzare tra Parma e Nogarole Rocca per collegare l'Autobrennero alla Cisa. Il volume di traffico, secondo stime che però risalgono a qualche anno fa, dovrebbe aggirarsi sui 25 mila veicoli al giorno. Un miliardo e ottocento milioni è il costo di realizzazione del progetto, previsto già nel 1974 dalla concessione ad Autocamionale Cisa della Parma-La Spezia e inserito tra le 21 opere «di preminente interesse nazionale» individuate dalla Legge obiettivo nella prima fase del governo Berlusconi.
Mentre gli altri tre grandi progetti che riguardano la viabilità lombarda (appunto, Brebemi, Pedemontana e Tangenziale Est-Est) sono ancora alla fase di massima dei progetti e quindi ben lontani dal definitivo via libera del Cipe (quello di fine luglio ha riguardato solo il preliminare), il Tibre, con la sua versione definitiva, potrebbe riuscire ad avere l'ultimo benestare del Comitato interministeriale prezzi prima della prossima primavera quando, alla fine della legislatura, anche il comitato andrà in scadenza.
L'ITER — Approvato lunedì scorso dal consiglio di amministrazione di Autocamionale Cisa spa, entro il 9 agosto il progetto definitivo sarà notificato agli oltre 120 enti interessati: a partire dal 9 settembre potranno essere convocati alla conferenza dei servizi chiamata a dare il parere favorevole, ultimo passaggio prima del «sì» definitivo del Cipe. «Per la primavera l'obiettivo è di completare l'iter delle autorizzazioni e il piano finanziario» dice Giulio Burchi, presidente di Autocamionale Cisa oltre che della metropolitana Milanese.
IL TRACCIATO — Gli 85,24 chilometri della nuova autostrada si snodano tra Veneto (km 15,7), Lombardia (km 51,750 tra le province di Mantova e Cremona) ed Emilia (km 17,5). La maggior parte del tracciato è a raso, ma sono previsti anche circa 10 chilometri di viadotti e 6 in trincea. Sul Po sarà realizzato il più lungo ponte strallato (senza piloni di sostegno nel fiume) d'Italia in cemento armato, lungo 3.700 metri; altri ponti permetteranno di superare Oglio e Mincio.
L'AMBIENTE — La Cisa sottolinea che «una parte rilevante» della spesa prevista è destinata alla salvaguardia dell'ambiente: le aree espropriate sono circa il doppio di quelle strettamente necessarie alla realizzazione dell'autostrada in modo da realizzarvi, a fianco, boschi e altre barriere antipolvere e antirumore. Una cinquantina di piccoli depuratori — serviti dal collettore realizzato sotto il manto stradale — filtreranno l'acqua piovana che dilava la carreggiata (ed eventualmente liquidi versati in seguito a incidenti). Un pensiero, infine, agli animali: ricci, topi, ranocchie e rospi desiderosi di passare da un lato all'altro del Tibre avranno a disposizione comodi e sicuri sottopassi con tanto di presa d'aria a metà, a intervalli di 2-300 metri.
Gli ambientalisti: un'opera costosa e inutile
«Una spesa sproporzionata ai benefici che verranno dall'autostrada». Mario Pavesi, segretario provinciale dei Verdi di Mantova — la provincia maggiormente toccata dal Tibre, che ne taglierà la campagna per 37 chilometri — segue, e combatte, il progetto sin dalle prime bozze. «Non siamo contrari alle autostrade — spiega —, ma qui si parla di un prezzo esorbitante per un'opera di scarso interesse: nella geografia commerciale l'asse Brennero-Spezia non ha particolare importanza. Senza contare che è in via di completamento la superstrada che da Reggiolo Rolo, a sud di Mantova, va a Parma: praticamente lo stesso percorso».
Insomma, pochi veicoli risparmierebbero pochi chilometri? «Sì, questa è anche il risultato di analisi della Provincia di Mantova. E, intanto, i costi di realizzazione delle autostrade sono sempre più alti, anche perché costruirle, in zone tanto urbanizzate, è sempre più complicato».
Nota: su Eddyburg, anche il progetto "parallelo" e complementare al TiBre, della Cremona-Mantova, articoli di Bottini e Corradi (f.b.)
Titolo inglese originale: Farmers donate 30,000 ancient bricks for Great Wall revamping – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Rispondendo a un appello dell’amministrazione locale, i contadini del villaggio di Chadao, nella fascia nord-occidentale esterna dell’area di Pechino, hanno donato 30.000 antichi mattoni per riparare e restaurare la Grande Muraglia nel settore Chadaocheng.
Il governo della contea Yanqing aveva lanciato all’inizio dell’anno un programma di tutela della Muraglia, invitando gli abitanti dei villaggi attorno alla grande struttura a donare antichi mattoni in modo da poter ripristinare l’aspetto originale dei settori danneggiati nella zona di Chadaocheng, a nord ovest della famosa sezione di Badaling della Grande Muraglia.
I mattoni regalati verranno utilizzati per restituire l’aspetto e stile originario alla torre di accesso occidentale di Chadaocheng (Città di Chadao), dice Li Baoli, capo villaggio di Chadao.
Gli antichi mattoni della Muraglia, integri, sono lunghi 40 centimetri, larghi 20 e spessi circa 8. Quasi un quarto di quelli donati sono in buone condizioni, ma il resto è danneggiato e deformato, riconosce Li.
Chadao è stata un centro di importanza strategica militare sin dalla sua fondazione lungo la Grande Muraglia, nel 1551, è un simbolo della Cina e località di patrimonio storico tutelata dall’UNESCO.
Con qualche attenzione anche per lo sviluppo del turismo popolare, il villaggio di Chadao ha avviato alcuni progetti di ripristino dell’ambiente locale, risalente alle antiche dinastie Ming (1368-1644) e Qing (1644-1911).
Gli abitanti hanno risposto attivamente, consegnando gli antichi mattoni rimossi dalle mura per costruire case, recinti, o addirittura porcili negli anni ’50 e ’60, racconta il capo villaggio Li.
La Grande Muraglia fu edificata una prima volta nel Periodo degli Stati in Guerra (475-221 a.C.). Si ritiene comunemente che inizi al passo di Jiayuguan nel nord-ovest della provincia di Gansu, estendendosi per 6.000 chilometri sino al passo di Shanhaiguan sulla costa della baia di Bohai a est. La muraglia è stata ricostruita molte volte, e parecchi tratti sono stati gravemente erosi da vento e acqua, o a causa di interventi di distruzione umani.
Alcune indagini compiute dall’Ufficio Beni Culturali della Municipalità di Pechino, mostrano che la lunghezza totale della Muraglia nell’area della capitale è di 629 chilometri, di cui meno di un quinto intatti e ben conservati. Uno sviluppo di 10 chilometri è stato aperto al turismo.
Pechino ha emanato norme e regolamenti per la protezione della Grande Muraglia nel 2003, proibendo di accedere alle sezioni non aperte ai visitatori e alle attività commerciali, e di far illegalmente pagare le visite.
Sin dai primi anni ’80, il governo cinese ha destinato un fondo particolare al restauro di questo magnifico monumento nazionale, concentrandosi sui tratti di Badaling e Mutianyu nella fascia esterna di Pechino, aperti ai visitatori.
Nota: qui il testo originale al sito inglese del Quotidiano del Popolo (f.b.)