CONEGLIANO VENETO - Il nome stesso della città, Conegliano, è una sorta di chiave per un tuffo nel passato, nella giovinezza, negli anni cinquanta-sessanta. Tutto quello che entrava in casa come nuovo elettrodomestico, nella sostituzione della stufa a legna, della moschirola, il deposito del cibo antimosche e del grande mastello per lavare, era targato Zoppas e quando gli elettrodomestici arrivavano in cascina, il camion che li portava era targato Treviso. Veniva da Conegliano. Avevamo la cucina 48, a legna e carbone, il frigorifero elegante nella sua semplicità del 1954, con il compressore americano Tecumseh, la lavabiancheria del 1959, il fornello a gas dei primi anni `50, la lavastoviglie a due porte. Tutti questi elettrodomestici si producevano a Conegliano dove erano localizzate le fonderie, le smalterie per le cucine, i reparti presse e montaggio, i depositi, la direzione, gli uffici della Zoppas, poi diventata Zanussi, nel 1970. Un mito.Un mito abbandonato, un mito dimesso, qui, davanti a me, in un'area run-down, in fase di sedicente riqualificazione urbanistica. Il comune di Conegliano e la Conegliano iniziative immobiliari spa (Cii) hanno concordato un programma integrato di riqualificazione urbanistica ed ambientale dell'area ex Industrie Zanussi, la cui superficie, di 63.000 metri quadri, si trova in pieno centro urbano. Hanno chiamato piano di riqualificazione urbanistica quello che, in realtà, è un piano di speculazione edilizia.Me lo sussurra, mentre percorriamo e sondiamo l'area, Ezio Da Re, già consigliere comunale ed ora animatore del Comitato tutela del territorio e delle colline: «Il piano prevede una cubatura di oltre 470.000 metri cubi, un intervento dalle dimensioni demenziali nel trend di crescita della città». Le parole di Da Re si giustificano nell'area che sa di neve di questa mattinata invernale, nel profilo della città che sposa le colline in una sintesi quasi perfetta, conseguenza di secoli di attenzioni e cautele che ora sembrano naufragare in questo processo di riqualificazione-condanna, ben definito nel corso di un'assemblea di cittadini prima del Natale 2004.La giunta comunale, imperterrita, compattata in un solido, cementizio accordo Forza Italia-An, procede imperterrita sulla base dei progetti presentati dalla Conegliano iniziative immobiliari che, in modo del tutto disinvolto, prevede nuove case da costruire su terreni non più bonificati, ma cementati in bare, bare di veleni, nonostante le perplessità della provincia di Treviso e l'opinione contraria dell'Arpav sull'interramento del terreno inquinato in sarcofagi di cemento.Da Re ed il Comitato, in accordo con la consigliera comunale della Margherita, Gabriela Chiellino, vorrebbero l'annullamento della delibera di giunta che autorizza nuovi edifici nell'area nord dell'ex Zanussi, senza che vengano prima smaltiti i contaminanti e i rifiuti nocivi che caratterizzano l'area dopo decenni di attività produttiva.Una bonifica veraSi vorrebbe una bonifica vera, come richiesto dalle leggi nazionali e dai regolamenti europei, una bonifica che consegni nuovamente ai cittadini un territorio espropriato ed ora sacrificato ai riti delle speculazione, con le più assurde e diverse motivazioni di ordine economico, sulla base di un discutibile avallo accademico.Il programma originario prevedeva la bonifica dell'intero ambito dell'area dismessa, contaminata a macchia di leopardo, trattandosi di area urbana dove galvanica e fonderia hanno segnato irreversibilmente il sito a partire dal 1926. Le analisi, i cui risultati sono ben presenti nei documenti ufficiali, forniscono i dati di un suolo contaminato da metalli pesanti, Ipa, Pcb, idrocarburi e rifiuti pericolosi interrati.Nella logica di questo intervento non domina comunque la preoccupazione di una bonifica corretta, ma quella del piano finanziario che, per l'intero programma, indica un totale di ricavi di 228 milioni di euro, costi per 179 milioni, con un margine lordo di 49 milioni, netto di 23. Il piano finanziario, ovviamente, non fornisce indicazioni sui costi di bonifica dell'area, divisa in tre zone, quella dei Grandi impianti, l'area Mensa e l'area Nord.Il 9 dicembre 2003, l'immobiliare Cii ha presentato al comune il progetto preliminare di bonifica delle aree Nord e Mensa, sostenendo l'assoluta impossibilità di raggiungere i valori delle sostanze inquinanti nelle matrici ambientali toccate dall'inquinamento fissati dai limiti tabellari, anche applicando le migliori tecnologie disponibili. Ragione di costi.La proposta lascia esterrefatti, ma vi saranno esperti e docenti universitari che la giustificheranno: nelle aree Mensa e Nord la bonifica dovrebbe avvenire sulla base di misure di sicurezza che consentirebbero il mantenimento in situ del terreno contaminato non movimentato ed il confinamento, sempre in situ, del terreno movimentato per gli interventi edilizi. Un ragionamento che, saltando al volo la necessaria analisi costi-benefici su base ambientale, punta solo su costi e benefici economici. Il trattamento di tutto il terreno contaminato comporterebbe una riduzione dell'utile netto del 22-26%, forse sopportabile dalla società, ma con, in prospettiva, il rischio di un default, un'insolvenza finanziaria causata dall'obbligo di pagare gli oneri delle operazioni di bonifica.Nel corso della Conferenza dei servizi del 26 maggio 2004, la provincia di Treviso, l'Arpav, il Dipartimento di igiene e sanità pubblica dell'Assl n. 7 hanno chiaramente espresso il proprio parere contrario al progetto preliminare di bonifica. L'analisi del rischio non sarebbe adeguata e non viene dimostrata l'insostenibilità economica degli interventi di bonifica totale del sito. L'Arpav insiste in particolare sul fatto che la valutazione di incidenza delle spese tecniche di bonifica si aggira sull'11% delle spese di costruzione e l'applicazione delle migliori tecnologie non comporterebbe costi insopportabili.La discussione di tutti questi parametri, l'evidenza del grande errore urbanistico di insistere sulla speculazione edilizia, nonostante alcuni avalli accademici, potrebbe portare a decisioni più sensate per quanto riguarda gli interventi su un'area residenziale che dovrebbe entrare in sintonia con le esigenze della città.Il destino del NordestIl progetto Cii, se realizzato, sarebbe un'ulteriore conferma del destino del Nordest: trasformarsi in un grande, irreversibile blocco di urban spraw che travolge e cancella tutto, aree agricole, aree industriali dismesse, residui di naturalità, la residua connettività ed i pochi resti di boschi planiziari padani. Il progetto, da rivedere completamente, dovrebbe puntare su di una maggiore valorizzazione della qualità della vita nel centro città, non su destinazioni che indurrebbero un ulteriore effetto di congestione dell'ambito urbano.La giunta di destra della città non si scompone. Con delibera 404 del 27 settembre approva il progetto preliminare di bonifica motivando la decisione con le seguenti ragioni: il costo della bonifica sulla base di tecnologie adeguate non sarebbe sostenibile ed il rapporto tra costo di bonifica e fatturato Cii sarebbe sproporzionato. Da qui una situazione di insolvenza e di default finanziario che comprometterebbe la vita stessa della società. Questa sensibilità e preoccupazione nei confronti del destino della società Cii da parte degli amministratori locali, un atteggiamento più da consiglio di amministrazione che da giunta comunale, fa insorgere motivati sospetti.Il sito si trova a 200 metri in linea d'aria dal duomo di Conegliano e qui, in onore della speculazione edilizia, abilmente definita da qualcuno «una scommessa per la qualità ambientale», saranno interrate le bare di cemento armato in cui dormiranno gli scarti di fonderia, la terra inquinata da nichel, rame, zinco, cadmio, piombo.Via libera quindi all'interramento dei sarcofagi di cemento, che lastricheranno le fondamenta delle case della Cii? Ezio Da Re non si arrende. Contatta il deputato della Margherita a Strasburgo e vice-presidente del parlamento europeo, Luigi Cocilovo; il quale, il 26 novembre 2004, presenta un'interrogazione scritta alla Commissione europea. Tutti ora attendono la risposta, ma nel frattempo il progetto non si ferma.Se volevamo una verifica che i modelli ambientali burocratizzati, le ipotesi di semi-bonifica, i concetti usurati di sostenibilltà e qualità ambientale, senza verifiche parametriche nell'ecologia del paesaggio e nell'ecologia urbana, non sono altro che stereotipi senza significato, utili alla speculazione ed al perseverare in errori del passato, la cui dimensione ed incidenza oggi presenta un effetto ancor più deleterio, ecco, l'abbiamo avuta. A Conegliano.
Titolo originale: Supersized Highways – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Uno dei luoghi comuni a proposito dei texani è che non sia facile separarli dalle loro automobili. E se il governatore Rick Perry riuscirà a imporre il suo sistema di super- highways ( Trans-Texas Corridor), avrà spianato la strada a molti altri texani e alle loro auto.
Il TTC, una rete di 6.000 chilometri di asfalto, consiste di strisce larghe circa mezzo chilometro. Immaginatevi sei corsie per le auto e quattro per i camion. Aggiungeteci poi sei linee di binari ferroviari, e anche lo spazio per oleodotti, gasdotti, e altre reti, compresi i tralicci dell’alta tensione.
Scopo principale di queste nuove strade: rispondere all’incremento di attività generato dal North American Free Trade Agreement del 1993, che ha significato ancora più camion su autostrade già affollate. Effettivamente questo traffico ha contribuito a intasare la Interstate-35, un’arteria di connessione nord-sud che attraversa tutto il Texas da Laredo al confine con l’Oklahoma.
Ma non è detto che sia meglio tutto quanto è più grosso.
Lo stato prevede di acquisire i terreni tramite diritto di esproprio (le strade avranno bisogno complessivamente di circa 23.000 chilometri quadrati) e poi di cederne le parti non utilizzate in vendita o affitto a privati. Anche se, così, sembra un finanziamento attraverso fondi privati, i contribuenti devono ancora prestare attenzione. Ci saranno da pagare pedaggi sul TTC. Sinora le autostrade in Texas sono state pagate attraverso le tasse sui carburanti.
Quali sono gli effetti ambientali di una rete stradale così mastodontica sui vari ecosistemi, come le praterie e zone umide? Anche gli allevatori texani non sono tanto convinti: perderanno parecchi terreni a pascolo. Come si risolveranno i problemi di sicurezza su un’enorme striscia di mobilità del genere? E cosa succede, diciamo ai confini con l’Oklahoma, quando questo corridoio gigante si immette in una interstate di dimensioni normali?
Certo, assicurare il flusso di merci e servizi legato agli accordi di libero scambio resta un obiettivo valido, ma non a spese di questioni di più lungo periodo. Invece di questo colosso, perché non inventare una più piccola autostrada dedicata esclusivamente ai “camion NAFTA”, e dedicare più tempo dei legislatori statali allo studio di ferrovie ad alta velocità e altre opzioni di trasporto per i cittadini?
Nota: qui il testo originale al sito del Christian Science Monitor; qui il sito dell’agenzia statale del Texas dedicata al TTCcon le informazioni ufficiali (f.b.)
Titolo originale George W. Bush and the Cities: The Damage Done and the Struggle Ahead – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il 29 aprile 2002, nel decimo anniversario dei fatti di Los Angeles, George W. Bush venne in città a parlare in un centro civico sponsorizzato da una chiesa, nell’epicentro della rivolta del 1992, South Los Angeles. Vista l’occasione, i giornalisti si aspettavano che il Presidenze annunciasse alla nazione una nuova iniziativa per i principali problemi urbani. Ma Bush era venuto a Los Angeles – in una breve pausa in un giro per la raccolta di fondi elettorali – solo a portare retorica.
“Sapete, viviamo in un grande paese” disse. “Sono fiero dell’America. Sono fiero del nostro paese. Sono fiero di quello che stiamo facendo. Oh, certo lo so che ci sono sacche di disperazione. Questo significa solo che dobbiamo lavorare più sodo. Significa che non possiamo mollare. Significa che dobbiamo estirparle con amore, compassione, modestia”.
Bush tentava di essere predicatore e storico: “Dalla violenza e dalle brutture nasce nuova speranza” diceva: il tutto in mezzo a un quartiere dove solo il 23 per cento degli edifici commerciali distrutti nella rivolta erano tornati attivi, dove esistevano 43.800 posti di lavoro in meno del 1992, e dove più di un terzo dei residenti viveva in povertà.
Il Presidente ci rifilava il suo programma urbano più visibile: incoraggiare le chiese a sostenere i loro programmi sociali, come il rifugio ai senza casa, le cucine per poveri, i consultori antidroga. Le sue proposte, ferma al Congresso per dissidi sui finanziamenti federali alle attività religiose, non aggiungevano risorse a questi pur validi sforzi, anche se solo di rattoppo: semplicemente chiedevano di riorientare fondi già stanziati. E a dire il vero, grazie ai suoi 1,3 biliardi di tagli fiscali, in massima parte per i ricchi, Bush aveva reso impossibile per Washington fornire qualsiasi aiuto alle città del paese, o ai poveri.
Non è difficile capire perché Bush presta così poca attenzione all’America urbana. Nel 2000, Al Gore aveva battuto Bush fra gli elettori urbani con un margine di 61 contro 35 per cento, aveva pareggiato virtualmente fra gli elettori suburbani con 47 contro 49 per cento, e aveva perso nelle aree rurali, con un ampio margine di 37 contro 59 per cento. Non sorprende, che Bush non veda ragione per formare la sua agenda politica orientata agli elettori urbani.
C’è un ritorno delle città?
Entrando nel ventunesimo secolo, alcuni esperti di problemi urbani e giornalisti proclamarono che era in corso un rinascimento urbano. I dati del censimento 2000 mostravano alcuni segni promettenti. Nel corso degli anni ’90 alcune delle principali città, fra cui New York e Chicago, avevano invertito il proprio lungo declino in termini di popolazione. Il tasso di criminalità nazionale era il più basso da dieci anni. Lo stesso valeva per il tasso di disoccupazione. La proprietà dell’abitazione fra ispanici e neri era aumentata, nonostante restasse un significativo gap rispetto ai bianchi. E nel 2000 anche il tasso di povertà a livello nazionale (11,3%) e quello delle grandic ittà (16,1%) era più basso di quanto non fosse stato per 25 anni. Anche la qualità dell’aria era migliorata, in molte aree urbane.
Ma queste tendenze positive non erano né definitive, né durature. Con l’economia nazionale volta al ribasso dopo il 2000, gli indicatori del rinascimento urbano (riduzione della povertà, del crimine, e del numero di famiglie non assicurate) invertirono tendenza. I miglioramenti in città degli anni ’90 erano dovuti in larga parte ad un’espansione economica nazionale senza precedenti, rafforzata da politiche federali che riducevano la disoccupazione, spronavano la produttività, elevavano i working poors al di sopra della povertà, orientavano gli investimenti verso le aree urbane con bassi redditi.
L’amministrazione Clinton con l’ampliamento dello Earned Income Tax Credit (EITC), un supplemento di salario per gli working poors, aveva aiutato particolarmente gli abitanti delle città e dei sobborghi più interni. Nello stesso modo avevano operato gli sforzi di Clinton per promuovere le Community Development Corporations (CDC). Queste entità non-profit hanno costruito la maggior parte delle case a basso costo dello scorso decennio, ma il taglio dei fondi federali per l’abitazione ora fa sì che possano avere solo un effetto marginale sui progressi delle inner cities americane.
La condizione urbana negli anni di Bush
Come Presidente, Bush aveva tre priorità politiche: tagliare le tasse, specie ai più ricchi, ridurre le norme di regolazione sulle attività economiche; aumentare la spesa militare. Con una maggioranza repubblicana al Congresso, Bush è stato in grado di raggiungere tutti e tre gli obiettivi. L’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001 ha aiutato a invertire il calo di popolarità di Bush, e ha reso molto più facile per lui convincere i democratici a votare un’impennata delle spese per la difesa, invadere l’Afghanistan e l’Iraq, appropriarsi di fondi per una interna “guerra al terrorismo”. Bush ha ereditato un attivo di bilancio federale da Clinton, ma la combinazione di enormi tagli fiscali e aumento delle spese militari ha portato a un deficit record, lasciando poche e discrezionali risorse per programmi sociali o anti-povertà. L’iniziale sostegno pubblico per la concentrazione di Bush sulla guerra e il terrorismo, ha anche limitato la volontà dei democratici di mettere in discussione il suo modo di gestire la crisi economica.
Alla fine della scorsa recessione, nel marzo 1991, il paese si era incamminato in nove anni filati di crescita dei posti di lavoro. Al contrario, la cosiddetta “recessione di Bush” è terminata nel novembre 2001, ma nei successivi due e più anni il paese ha sperimentato quello che alcuni economisti chiamano “ripresa senza lavoro”, con le imprese americane che esportano all’esterno un numero crescente di impieghi sia operai che amministrativi. Nei primi tre anni di presidenza Bush, il tasso di disoccupazione è incrementato da 4 al 6 per cento, aggiungendo più di 3 milioni di persone ai ranghi dei senza lavoro. La quantità di persone senza impiego per più di sei mesi si è raddoppiata. Il reddito medio familiare è precipitato di 500 dollari fra il 2000 e il 2003. Il tasso nazionale di povertà è salito dall’11,3% al 12,5%; altri 4,8 milioni di americani sono caduti in povertà e il totale ha raggiunto i 36 milioni nel 2003.
Al 2003, vivevano tanti poveri nei suburbi (13,8 milioni, il 38,5%) quanti nelle città (14,6 milioni, il 40,5%). La suburbanizzazione della povertà potrebbe essere una buona notizia se queste famiglie vivessero in suburbi a predominanza di ceto medio, con buone scuole. Ma la maggior parte dei poveri suburbani vive in comunità a rischio, attraversate da problemi un tempo tipici delle grandi città: crimine, fame, problemi dei senza casa, scuole e servizi pubblici inadeguati, crisi fiscali croniche.
Gli anni di Bush vedono una continua consunzione della rete di sicurezza sociale. Il numero di americani privi di assicurazione malattie è salito da 39,8 milioni a 45 (15,6% della popolazione). Alcune delle peggiori previsioni sui programmi di riforma del welfare di Clinton si sonoa vverate negli anni di Bush. Robert Reich, ministro del lavoro di Clinton, aveva avvertito che “[quando] la disoccupazione comicia a risalire, c’è una lunga fila di persone che avrà dei problemi, perché abbiamo tolto la rete di protezione”. Per esempio, la proporzione di famiglie che escono dall’assistenza ma non trovano lavoro è salita dal 50% del 1999 al 58% del 2002. Il numero di chi lo riceve ma resta povero è aumentato.
Non appena Bush entrò in carica tradì la sua promessa elettorale di governare come “conservatore compassionevole”. La sua iniziativa “urbana” più simbolica fu un piano per riorientare fondi federali per programmi sociali come rifugi per i senzatetto, banche del cibo e programmi di recupero per i tossicodipendenti, verso enti sponsorizzati da organizzazioni di “fede”. Il piano divenne pubblico quando John Dilulio, il politologo conservatore ingaggiato da Bush a sviluppare il programma a base religiosa, fece arrivare una lettera a Esquire che criticava il Presidente e i suoi consiglieri per la loro “mancanza di conoscenze politiche di base, e lo scarso interesse a saperne di più” sui problemi urbani, e osservava che “c’erano solo un paio di persone alla Casa Bianca che si occupavano un po’ di analisi e sostanza politica”.
Bush si costruì un consenso bi-partisan al Congresso per far approvare il “No Child Left Behind Act,” che chiedeva alle scuole locali di aumentare le verifiche degli alunni e di redigere un rapporto annuale sui loro progressi. Gli scopi di chiarati erano di migliorare i risultati degli studenti (in particolare nelle inner cities e nelle scuole dei quartieri di minoranze) e aumentare le medie, compresa l’assunzione di insegnanti più qualificati. Gli esperti di istruzione stimavano che per le scuole a livello nazionale sarebbero stati necessari almeno 84 miliardi di dollari per adeguarsi ai nuovi standards federali, ma Bush chiese al Congresso soltanto 1 miliardo in più. Senza fondi adeguati, i sistemi locali non potevano assumere più insegnanti, ridurre la dimensione delle classi, o fornire agli insegnanti esistenti un addestramento aggiuntivo. Le scuole delle inner cities, quelle dove era più probabile ci fossero studenti con basse prestazioni ma anche meno risorse per aumentare insegnanti o strutture, sarebbero state le più colpite dalla nuova legge.
L’abitazione per i poveri compare a malapena sugli schermi radar di Bush. Nei suoi primi tre anni da presidente ha mantenuto il bilancio dello Housing and Urban Development più o meno identico, ma nel 2004 ha proposto grossi tagli alla sezione 8 del Buoni Casa, eliminando 250.000 buoni per il 2005 e 600.000 entro il 2009: un taglio del 30%. Gli inquilini a basso reddito si troveranno di fronte a incrementi di affitto di circa 2.000 dollari l’anno. Nel maggio 2004, testimoniando di fronte al Congresso per giustificare questi tagli, il responsabile dello HUD Alphonso Jackson ha affermato che “essere poveri è uno stato d’animo, non una condizione”. Questo ha fatto infuriare parecchi membri del comitato, compreso Michael Capuano (democratico del Massachusetts), che ha risposto a Jackson, “A quanto pare lei non conosce nessuno che ha di fronte lo sfratto o che non è in grado di pagare l’affitto”. La dichiarazione di Jackson ha rivelato in modo stupido il vero punto di vista dell’amministrazione sulla povertà, che sarebbe dovuta principalmente a debolezza di carattere dei poveri.
Sotto Bush, affitti e prezzi delle case sono aumentati più in fretta dei redditi. Nel 2000, la “ housing wage” nazionale (la quota che chi lavora quaranta ore settimanali deve guadagnare per pagarsi un appartamento a due stanze medio in una certa area) era di 12,47 dollari; nel 2003 era di 15,21, e molto più alta in parecchie città. In generale, la percentuale dell’affitto sul reddito è salita dal 26,5% del 2000 al 29% del 2003. La quota di proprietà della casa è salita al 68,3% nel 2003, ma molti proprietari di ceto operaio hanno scoperto che l’ american dream era un po’ sfuggente.
Negli anni di Bush, il disagio economico nazionale, compresa la spirale del deficit federale, ha determinato una devastazione fiscale negli stati e nelle città. Governatori e sindaci, anche repubblicani, lamentano che Washington li sta mettendo nei guai. Il costo schizzato alle stelle dell’assistenza sanitaria ha logorato la capacità degli stati di provvedere alle proprie quote di Medicaid. I governatori sono stati obbligati a tagliare i finanziamenti sanitari, per le scuole, i trasporti e altri servizi base. Né potevano sperare di affrontare i nuovi costi del welfare-to-work federale perché la disoccupazione crescente rendeva quasi impossibile trovare lavoro ad ex assegnatari di sussidi. I funzionari amministrativi delle città, di fronte alla caduta dei sostegni statali e federali, non avevano altra scelta se non quella di tagliare servizi essenziali, come la sicurezza pubblica, le biblioteche, la manutenzione stradale e le scuole pubbliche.
Il trauma fiscale delle città si è poi mescolato al più costoso programma federale dell’amministrazione Bush: adeguarsi alle iniziative di “lotta al terrorismo” e “sicurezza interna” dopo l’11 settembre. Il governo federale chiede alle città di aumentare esponenzialmente le misure di sicurezza negli aeroporti, nei porti, alle manifestazioni sportive, di migliorare la preparazione all’emergenza connessa ai sistemi idrici, ai numeri di pronto intervento, salute e sicurezza collettiva, ma non fornisce alle municipalità fondi adeguati per acquisire strutture o assumere e formare personale. Le città hanno speso 70 milioni di dollari la settimana solo per adeguarsi agli “allarmi arancioni” di minacce emanati dal Department of Homeland Security. C’è voluto un anno e mezzo dopo l’11 settembre all’amministrazione Bush e al Congresso per varare le norme che destinano a stati e città i finanziamenti per migliorare la sicurezza negli aeroporti e attuare altre misure, ma ancora un anno dopo poche città avevano effettivamente ricevuto i fondi promessi. In più, l’amministrazione Bush ha cambiato la formula per distribuire i finanziamenti per la sicurezza interna a danno delle città dove la minaccia è maggiore, e a favore di comunità meno in pericolo (e, per caso, più Repubblicane). Nel 2003, lo Wyoming ha ricevuto 61 dollari pro capite in aiuti federali alla sicurezza interna, mentre la California ne ha avuti solo 14 e New York City meno di 25.
Per ironia, la tragedia dell’11 settembre ha ricordato ai newyorkesi e a tutti gli americani quanto dipendevano dal governo, non solo nelle emergenze, ma anche in tempi normali. Anche chi di solito fa obiezione alle “grosse spese” governative e agli aiuti per le città ha riconosciuto che Washington aveva la responsabilità di aiutare New York City a riprendersi e ricostruire. In più, a partire da quel momento gli eroi nazionali sono diventati la polizia, i pompieri, le squadre di emergenza, gli autisti delle ambulanze, il personale ospedaliero, gli esperti di salute pubblica e altri funzionari il cui coraggio, dedizione e compassione hanno aiutato la gente ad affrontare una delle peggiori tragedie della storia nazionale.
Con un ritardo di qualche giorno, Bush arrivò sulla scena. Con il sindaco Rudy Giuliani al fianco, Bush promise di aiutare abitanti, lavoratori e imprese di New York City a ricostruire e riprendere dal caos economico. Si impegnò per più di 21 miliardi di dollari per sostenere la città, ma due anni dopo la tragedia, qualche funzionario si lamentava di quanto l’amministrazione fosse lenta a destinare i fondi. All’epoca in cui si tenne la convenzione Repubblicana di New York nell’agosto 2004, la città aveva ricevuto meno della metà dei fondi promessi da Bush.
L’amministrazione Bush ha dedicato più risorse e attenzioni alla ricostruzione dell’Iraq che non a quella delle città americane. Ha fallito in entrambi i casi: in Iraq per incompetenza, negli USA per mancanza di interesse e impegno.
Un’agenda di riforme per le Città
Su molti fronti, l’amministrazione Bush è il regime più conservatore dell’ultimo secolo. Negli anni di Bush, attivisti politici sui temi urbani e militanti per le riforme hanno avuto poco successo a livello federale. Con il Congresso in mani repubblicane, c’era ben poco da fare per i progressisti salvo tentare di bloccare le cose peggiori: l’invasione e occupazione dell’Iraq, il Patriot Act e altre limitazioni delle libertà civili, lo smantellamento delle leggi federali a favore dei consumatori, dell’ambiente, dei lavoratori, la distruzione dei programmi per la povertà, la comunella col capitalismo, gli scandali delle grandi imprese, le riduzioni fiscali per i ricchi. Ci si è dovuti accontentare di piccole vittorie, come il blocco dei tentativi di Bush di ridurre i compensi per gli straordinari a milioni di lavoratori.
Esiste comunque un’azione crescente a livello locale per le politiche urbane. L’esempio più radicale è il crescente numero di amministrazioni (ora sono più di 100) che hanno adottato norme per un salario di sopravvivenza, a testimoniare l’alleanza fra sindacati, organizzazioni di base, e gruppi religiosi emersa nello scorso decennio. Il movimento per gli investimenti nelle città ha avuto un ruolo di punta nel formare un’alleanza di base diffusa, a fermare le banche dal mettere in rosso il bilancio dei quartieri e lanciarsi in operazioni predatorie. In alcune città, gli attivisti dell’ housing hanno unito le forze coi sindacati e altri gruppi per favorire norme di zoning che inserissero le case popolari, e finanziamenti municipali agevolati a questo scopo, come il fondo annuale di 100 milioni a Los Angeles.
La battaglie a livello locale (per esempio, sul miglioramento delle condizioni abitative, la sindacalizzazione dei lavoratori a basso reddito nei servizi e piccola industria, la resistenza alle operazioni predatorie immobiliari delle banche, il miglioramento delle scuole, le lotte contro i rischi ambientali, lo sviluppo dei trasporti pubblici) possono vincere in termini di miglioramenti della vita quotidiana. Ma i progressisti sanno che non possiamo davvero risolvere i problemi urbani nazionali senza cambiamenti nelle politiche federali. Per combattere alla pari nelle campagne sindacali dobbiamo poter cambiare le ingiuste leggi sul lavoro. Per migliorare le condizioni dell’armata crescente degli working poor dobbiamo aumentare il salario minimo federale e ampliare la partecipazione allo EITC. Per fornire di adeguate risorse i programmi per la casa a poveri e famiglie di classe operaia, abbiamo bisogno di un National Housing Trust Fund o di altri strumenti legislativi che aumentino i sostegni federali. Per affrontare la crisi nazionale dell’assistenza sanitaria abbiamo bisogno di qualche forma di assicurazione sanitaria universale. Per migliorare le scuole pubbliche, specialmente quelle che si rivolgono ai bambini più poveri, dobbiamo aumentare i finanziamenti federali per classi più piccole, insegnanti all’altezza del compito, libri e strutture sufficienti. Per riorientare gli investimenti privati sulle città e i sobborghi più consolidati, dobbiamo mettere a disposizione fondi sufficienti alla bonifica dei siti urbani ex industriali. Per affrontare il problema della crescente congestione da traffico ci vogliono soldi federali per migliorare i trasporti pubblici di ogni tipo, e leggi federali per limitare le esenzioni fiscali e gli altri incentivi che favoriscono lo sprawl suburbano e l’insediamento a macchie di leopardo [ leapfrog] nelle zone più esterne delle aree metropolitane.
I progressisti stanno riconoscendo sempre più che qualunque sforzo per affrontare la crisi urbana nazionale deve formarsi su un’alleanza con qualche parte del mondo suburbano. Il Congresso è dominato da eletti in distretti suburbani, e gli abitanti del suburbio rappresentano la maggioranza relativa degli elettori. E allora i pezzi costitutivi di un efficace movimento progressista oggi cominciano dalle città e si muovono verso l’esterno, verso i sobborghi operai e quelli di ceto medio liberal. Consapevoli di questo fatto, i sindacati, gruppi come ACORN, Gamaliel Foundation e Industrial Areas Foundation, organizzazioni ambientaliste, attivisti di area religiosa e funzionari pubblici, hanno cominciato a lavorare sui sobborghi operai ai margini delle città. Sanno che devono lavorare insieme a scala regionale, per limitare lo sprawl e la congestione da traffico, o per orientare lo sviluppo economico e dei posti di lavoro verso le aree di declino, anziché impegnarsi in una sanguinaria guerra tra poveri l’uno contro l’altro attirare gli investimenti.
Nel loro libro The Emerging Democratic Majority, John Judis e Ruy Teixeira mostrano come un numero crescente di professionisti di ceto medio che lavorano fuori dal mondo della grande impresa e abitano nei nuovi suburbi condividano un punto di vista progressista sulle politiche economiche e sociali, e possano essere collocati entro un’alleanza che punti ad un’economia più umana, a limitare lo sprawl, a rivitalizzare le città e ad espandere i programmi sociali come l’assicurazione sanitaria e l’assistenza per i bambini.
L’ambivalenza dell’amministrazione Clinton nel promuovere l’agenda urbana rifletteva le divisioni interne del Partito Democratico. I democratici prestano più attenzione alle città dei repubblicani, perché molti dei loro gruppi sostenitori ci vivono. I seggi più sicuri al Congresso sono quelli dei distretti urbani, che regolarmente eleggono democratici progressisti. Ma i numeri il giorno delle elezioni sono più bassi di quelli dei sobborghi ricchi, specie nelle consultazioni intermedie. Questo può danneggiare i democratici che si candidano a cariche più alte, non solo per la presidenza ma anche il Senato o la carica di Governatore.
Allo stesso tempo, molti democratici, specie quelli che rappresentano distretti suburbani, sono strettamente legati ai grandi interessi che si oppongono alla tassazione progressiva, alle politiche keynesiane di stimolo e alla spesa sociale, compresa quella per le abitazioni popolari.
La storia dell’ultimo secolo mostra che si fanno progressi quando ci si unisce per il cambiamento, costruendo un percorso continuo e solido di riforme, in modo tale che ciascuna vittoria si edifichi sulla base delle precedenti, e costituisca il presupposto di successive. Questo tipo di lavoro è lento e graduale, perché comporta l’organizzazione delle persone ad imparare pazientemente le capacità di leadership e costruzione del consenso organizzato. Richiede di saldare coalizioni che possano vincere le elezioni e poi promuovere politiche che mantengano viva l’alleanza.
Le organizzazioni di base fanno raramente cose clamorose. I mezzi di comunicazione raramente si interessano ai piccoli miracoli che accadono quando la gente comune si unisce e orienta la propria frustrazione e rabbia ad un’organizzazione solida, che ottiene miglioramenti nei luoghi di lavoro, nei quartieri e nelle scuole. I media di solito sono più interessati nel teatrino della politica e nei confronti: quando si sciopera, quando gli attivisti urbani protestano o quando gente senza speranza ricorre alla violenza. Per questo, molto del migliore lavoro organizzativo dell’ultimo decennio – compresi gli sforzi dell’ultima elezione presidenziale – non è stato seguito dalla stampa principale.
I responsabili capiscono che la sconfitta di George Bush è una necessaria (anche se non sufficiente) precondizione per stabilire un’agenda sulle città e aree metropolitane d’America. Non è un caso se durante la campagna elettorale del 2004 molti, sindacati, gruppi di base, ambientalisti, femminili e il Partito Democratico hanno investito sforzi diffusi per la registrazione, per convincere gli elettori degli stati chiave e distretti per il Congresso in bilico ad andare a votare. In Florida, per esempio, l’ACORN ha collaborato ad una iniziativa di scala statale per innalzare il salario minimo, e sta registrando migliaia di residenti urbani, in maggioranza a basso reddito, per aumentare il numero di votanti il giorno delle elezioni.
Nessuno si aspetta che un’amministrazione Kerry sia la salvezza delle città americane, ma anche un democratico moderato alla Casa Bianca farà aperture a riforme progressiste impossibili negli anni di Bush. Egualmente importante, se gli elettori ridaranno la maggioranza Democratica sia alla Camera che al Senato, molte delle presidenze nelle commissioni chiave potranno essere alleate nella battaglia per le riforme. In questa elezione presidenziale, come in nessuna che abbiamo sperimentato in vita, è essenziale che il pericolo sia sconfitto, se vogliamo che un’agenda di riforme abbia ascolto.
Nota: il testo originale, insieme a molto altro, sul sito Planners Network (f.b.)
Titolo originale: Tou Are Here (We Think ...) – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
ELK GROVE, California – Mai dire mai, se si tratta di Nevers Way.
No la si trova da nessuna parte nell’edizione 2005 della Thomas Guide di Sacramento County. Non perdete tempo a cercarla su MapQuest.com o Yahoo Maps. E non importa quanto stiate a scrutare Google, ne verrete via ancora a mani vuote.
Ma questo non significa che non esista. È qui – davvero – piccola striscia a forma di “L” di case in costruzione e polvere da cantiere, nella seconda città d’America per velocità di sviluppo. La Nevers va da Canadeo Circle (non perdete il vostro tempo a cercarlo) a Canadeo Way (idem), e alla fine troverà anche la sua strada per la pubblicazione nelle carte.
Soltanto, ciò non avverrà abbastanza in fretta da dare indicazioni alla prossima ondata di residenti in questa grossa lottizzazione della Central Valley mentre lottano per guidare furgoni e camion di mobili, o alle consegne di pizza, o agli architetti dei giardini, verso le case che si sa essere lì, anche se è tanto difficile provarlo.
”La gente chiama, e vuole una piscina. Gli chiediamo nome, indirizzo e qualche informazione” dice Tina Long, coordinatrice delle costruzioni per la McCauley Pool & Spa. “Poi vengono i progettisti [della piscina] guardano sulla Thomas Guide e non riescono a trovare il posto. Mi è capitato anche di ispettori del comune che chiedono: come ci si arriva in quel posto?”.
La costruzione dei fiorenti suburbi nazionali avviene ad un ritmo tanto incandescente da superare la capacità dei cartografi di rilevare i nuovi insediamenti in posti come Elk Grove, Mountain House o Moreno Valley, in California; o a Reno e Las Vegas; a Phoenix; o nella Florida centrale.
I cartografi lottano per descrivere un mondo in trasformazione da più di quattromila anni, da quando i babilonesi incidevano mappe su tavolette d’argilla. Ma di questi tempi, le carte dei suburbi in crescita d’America stanno rimanendo tristemente arretrate, proprio mentre crescono le aspettative del viaggiatore per gli avanzamenti tecnologici, per la possibilità di andare dal punto “A” al punto “B” senza perdersi.
Anche le mappe offerte dai servizi online, che in genere rinnovano le proprie banche dati ogni tre mesi, o quei piccoli aggeggi per l’orientamento globale sulle nuove auto di lusso o quelle a noleggio di fascia superiore, non sono tanto più aggiornati di molte di quelle cacciate nel cassetto del cruscotto.
”È difficile ora, con questa crescita, fornire al mercato un prodotto completamente aggiornato” dice Edward Sweet, direttore per la cartografia, sistemi di informazione geografica e ricerca alla Compass Maps Inc. di Modesto. “La ricerca sul campo è ancora molto difficile … Ci basiamo sugli uffici tecnici comunali, sulle agenzie governative, e anche loro sono nella nostra stessa situazione. Sono parecchio indietro, con i tagli di bilancio e i costi per impostare il lavoro giorno per giorno”.
Solo a Modesto, la Compass raccoglie informazioni su 10-20 nuove strade e due o tre nuove lottizzazioni ogni mese, da aggiungere alla propria carta stradale della città, in corso di aggiornamento per il 2006. La California State Automobile Association sta aggiornando la carta di Reno per la prima volta in 18 mesi, e i tecnici hanno aggiunto 700 strade.
”Abbiamo una persona incaricata per Las Vegas, e a quanto pare è il lavoro di una vita” dice Jonathan Lawton, cartografo anziano alla CSAA di San Francisco. “Ad un certo punto, più o meno cinque anni fa, Las Vegas aveva addirittura una crescita del 400%, e così è difficile tenere il passo”.
Si calcola che la Thomas Guide riporti 4.000 nuove strade nella guida che comprende le contee di Riverside e San Bernardino, in corso di aggiornamento per il 2006. Negli ultimi cinque anni, nella regione si sono realizzate annualmente una media di 2.500 nuove strade, dice Nancy Yoho, vice presidente per i sistemi informativi geografici alla Rand McNally, proprietaria del venerabile antico produttore di mappe.
”Credo che l’unica zona in crescita rapida che abbiamo sia Phoenix, che aggiunge circa 3.000-3.500 nuove strade l’anno” racconta Yoho. “Il nostro bilancio per l’aggiornamento di tutti i prodotti è di 4,5 milioni di dollari … sia per la Thomas che per Rand McNally. Questo solo per i prodotti locali, senza comprendere le edizioni nazionali come gli atlanti stradali”.
La rapida crescita sta mettendo in difficoltà i produttori tradizionali di mappe anche in un altro modo: sono obbligati a concentrare più informazioni che mai dentro alle pagine delle carte, che non possono crescere più di tanto in dimensione, altrimenti diventano inutilizzabili. Il risultato è che bisogna affidarsi a una stampa più piccola, anche se gli occhi dei cinquantenni si fanno più deboli.
Molti editori di atlanti stradali nazionali ora propongono pubblicazioni più grandi, come “risposta ai nostri occhi che invecchiano” dice Stuart Allan, proprietario della Allan Cartography di Medford, Oregon. Il problema, però, è che queste edizioni “gonfiano la carta di uno stato al 200% così che si possano leggere i nomi, ma contengono meno dettagli di quanti se ne potrebbero aspettare”.
Una delle soluzioni possibili, è quella di coprire con due mappe una regione che prima era contenuta in una sola. La Compass Maps, che stampa più di 6 milioni di carte l’anno, ci ha provato qualche tempo fa con la Silicon Valley. Ma i consumatori si sono ribellati, all’obbligo di comprare una mappa per il nord, e un’altra per il sud, anche se erano molto più facili da leggere.
”Le vendite sono calate quasi del 40%” racconta Sweet. “La gente non voleva comprare due carte distinte. [Poi] abbiamo rivisto il lavoro, abbiamo tentato con un foglio di dimensioni maggiori, e le vendite sono schizzate in alto … Di recente abbiamo iniziato anche a vendere lenti di ingrandimento”.
Mountain House, una cittadina in corso di costruzione dove l’area della Baia incrocia la Central Valley, è un esempio di come la crescita sia una sfida alle mappe di carta e alle corrispondenti in formati digitali.
L’insediamento, della Trimark Communities LLC, ha un proprio codice postale è ha avuto sanzione ufficiale da parte dello U.S. Board on Geographic Names. I primi abitanti si sono trasferiti lì due anni fa e oggi ci sono quasi mille abitazioni occupate. Altre cinquecento sono in qualche fase di realizzazione, e se ne prevedono 16.000 a opera ultimata.
Ma Lawton della CSAA ha cominciato a riportare la cittadina sulla mappa per la prima volta solo il mese scorso. L’edizione 2005 della Thomas Guide per la San Joaquin Valley settentrionale comprende circa un terzo delle strade ultimate, e mostra l’insediamento sotto il nome di “Bethany”.
Yahoo e Google riportano qualche strada in più, rispetto alla Thomas Guide. MapQuest, la più aggiornata di tutte, mostra solo due terzi della realtà. MapQuest e Google, comunque, collocano i nomi delle vie di Mountain House nella vicina città di Tracy.
Quando Eric Teed-Bose, direttore alla Trimark per le realizzazioni urbanistiche, si è trasferito con la moglie in questa cittadina in rapida crescita, ha acceso lo schermo GPS sul suo minivan Honda del 2001 ... solo per scoprire che la loro casa non esisteva. Anche dopo aver aggiornato il sistema, risultava inserito solo un terzo dell’abitato di Mountain House.
”Quelli della MapQuest probabilmente sono in ritardo di circa nove mesi sulla tabella di marcia” dice Teed-Bose. “Abbiamo registrato i progetti esecutivi finali che definivano queste strade locali alla fine dell’anno ... È curioso, in qualche modo le attività insediate se ne accorgeranno ... [ma] c’è stato sicuramente qualche intoppo”.
La MapQuest, più di 45,7 milioni venduti al mese, aggiorna le proprie banche dati quattro volte l’anno. Ma i servizi cartografici gratuiti di internet non svolgono direttamente le proprie ricerche.
Hanno invece contratti con imprese come Tele Atlas o NAVTEQ, che prendono le informazioni da costruttori e uffici governativi, e mandano propri rappresentanti sulle strade a verificare e migliorare la precisione.
La MapQuest “dipende da quando i nostri associati ricevono ed elaborano le nove informazioni” dice Tommy McGloin, vicepresidente anziano e direttore generale.
”Riceviamo molte informazioni dirette da singoli utenti di MapQuest.com …. [ma] non è possibile entrare nella banca dati e fare aggiornamenti pezzo per pezzo” conclude.
Anche la NAVTEQ aggiorna le sue banche dati ogni tre mesi, mandando più di 500 analisti sul campo su veicoli equipaggiati di GPS, alla ricerca di nuove informazioni su strade e corsie, dossi di rallentamento e sensi unici.
Un rovente venerdì mattina di luglio, Shawn Smith e Spencer Walker sono saliti sulla loro Ford Escape con antenna di localizzazione satellitare a forma di fungo, e hanno cominciato ad aggiornare le espansioni a sud-est di Elk Grove.
”Quando sono venuto la prima volta, qui era tutta campagna su questo lato della strada” dice Smith guidando lungo case che spuntano dappertutto e cartelli di: “ Prossimamente: Raley’s Center”, “ Vendiamo a partire da 200.000 dollari”. Sta a Elk Grove da abbastanza tempo da aver segnato sulla mappa la nuova strada dove abita sua cognata, e compiacersi quando ha aperto il negozio di alimentari Trader Joe; dice che sta ancora aspettando un Noah’s Bagels.
Quel giorno, Smith e Walker stavano accertando che i nomi delle strade fossero riportati con la grafia esatta nel database, compilando gli indirizzi dove mesi fa non c’erano case. Hanno incontrato un fattorino della UPS che cercava una strada non riportata sulla mappa nel furgone. E hanno registrato tre nuove avenues che non avevano nessun nome l’ultima volta che sono passati: Battles Court, Canadeo Circle e Nevers Way.
Costruire la mappa di un sobborgo come Elk Grove è “un po’ come dipingere il Golden Gate Bridge” dice John MacLeod, vice presidente esecutivo alla NAVTEQ per il marketing e strategie generali. “Non si finisce mai”.
”Ogni volta che si aggiungono una strada o una lottizzazione, bisogna uscire, trovarla, e aggiungerla al data-base” dice. “Aiuta la nostra attività, il fatto che queste cose cambino. La mappa è una cosa viva, che respira”.
Nota: il testo integrale e originale dal Los Angeles Times è riportato anche dal sito KLA (f.b.)
Titolo originale: Below the belt– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Le “ green belts” di campagna che circondano le grandi città d’Inghilterra celebreranno qualcosa la prossima settimana: il loro 50° compleanno. Fu il 3 agosto 1955 che Duncan Sandys, ministro conservatore per l’Housing dell’epoca, pubblicò la circolare 42/1955, che consentiva alle amministrazioni locali di tutto il paese di circondare le città di terreni inviolabili per i costruttori.
Molti faranno un salto all’idea, ma 50 anni dopo le green belts sono più che mai sottoposte a pressione con università, comuni, aeroporti, costruttori di abitazioni, club sportivi e altri che tentano di occuparle.
Il vice primo ministro, John Prescott, ripete che sono al sicuro. Esponendo le politiche governative il 5 febbraio 2003, aveva detto: “Oggi, posso garantire al parlamento di mantenere o aumentare i terreni di green belt in tutte le regioni di Inghilterra”.
Ma il suo impegno non era quello che sembrava. Per prima cosa, quasi tutte le nuove green belts sono in zone del nord Inghilterra dove non esiste quasi pressione edificatoria. Secondo, come Tony McNulty, allora responsabile per la rigenerazione allo Office of the Deputy Prime Minister (ODPM) disse ai Comuni il 26 marzo 2003: “Se le amministrazioni locali decidono di cambiare la destinazione da green belt, ci aspettiamo che l’organismo di pianificazione regionale collabori con esse per trovare nuove aree, per assicurare che la quantità totale in ciascuna regione sia mantenuta o aumentata ... L’idea di permanenza non è mai stata un elemento guida [della Planning Policy Guidance 2]”. In altre parole, si può costruire sopra le attuali green belts se una superficie almeno uguale di terreni viene destinata allo stesso scopo altro ve nella regione.
Questa nuova non-permanenza delle green belts è sin troppo evidente, dice Henry Oliver, responsabile per l’urbanistica per la Campaign to Protect Rural England (CPRE). Il governo ha consentito 162 insediamenti su green belt dal 1997 al 2003, sacrificando oltre 1.000 ettari di queste superfici a usi residenziali fra il 2000 e il 2003.
Le minacce in corso abbondano. A Tyne and Wear, 30 ettari di green belt sono stati destinati ad area di allenamento per la squadra di rugby dei Newcastle Falcons. Il consiglio municipale di York vuole consentire alla locale università di ampliarsi su 120 ettari di fascia verde, con parcheggi per 1,500 auto e un business park.
Una seconda pista di atterraggio a Gatwick si prenderebbe 250 ettari. A Oxford, l’amministrazione sta progettando migliaia di case in zona green belt a est della città. E i confini delle fasce verdi sono radicalmente in corso di modifica in tre “aree di sviluppo” ufficiali: il Thames Gateway, Milton Keynes-sud Midlands, e Londra-Peterborough. “Le politiche del governo hanno trasformato le cinture verdi in fasce elastiche, che si stiracchiano per consentire più costruzioni” dice Mark Prisk, deputato conservatore per Hertford e Stortford. “L’essenza della green belt è il suo essere permanente e specifica per l’area. Una volta dichiarata deve restarlo, per sempre”.
Prisk è preoccupato per i progetti di costruire 6.000 case in zone green belt del suo collegio. Ma è allarmato anche per l’assalto a livello nazionale. Il 13 luglio ha presentato un progetto di legge personale sulle fasce verdi. “Il mio progetto tenta di recuperare la specificità del sito, e assicurare che i confini delle zone di green belt siano chiari e permanenti. È possibile destinare altre superfici, se necessario, ma questo non deve consentire che quelle originarie perdano la tutela” dice. “Stiamo attenti ai parchi urbani, ma trascuriamo i terreni di green belt ai margini delle città, che sono altrettanto importanti. È un’enorme e preziosa risorsa, di cui dovremmo fare un uso più positivo”.
Il CPRE concorda. “Molti proprietari rendono deliberatamente i propri terreni destinati a green belt il più possibile poco attraenti e interessanti: intensificano l’agricoltura, eliminano caratteri come siepi o specchi d’acqua, per scoraggiare il pubblico dall’usarle”, dice Oliver.
La sua opinione si basa sull’esperienza di lavoro nell’amministrazione di Knowsley, vicino a Liverpool. “Questa deliberata trascuratezza aumenta anche il livello di ‘speranza’; la possibilità che un giorno il proprietario possa costruire realizzando enormi profitti”.
Oltre a chiedere maggior tutela, Oliver propone che il Department for Environment, Food and Rural Affairs (Defra) offra incentivi ai coltivatori della green belt per il ripristino di paesaggi, protezione della fauna, migliore accessibilità al pubblico. “Il fattore più importante e dimenticato, è che queste fasce di campagna sono le più vicine a dove abita la gente. Visitare e passeggiare per la campagna è in cima all’idea britannica di tempo libero, e qui c’è tutta la campagna che milioni di persone possono raggiungere senza salire in macchina. Dobbiamo usare di più questi spazi”.
Anche la produzione locale di alimenti può essere un fattore chiave per le green belts, sostiene Simon Fairlie, esponente di The Land is Ours. “In tutto l’entusiasmo per negozi, mercatini e così via, sembra che si sia dimenticato un aspetto: dove si coltivano i cibi locali? È una domanda che si risponde da sola: nella campagna che circonda le conurbazioni”.
Sono idee fortemente sostenute dalla Town and Country Planning Association. “Le green belts oggi dovrebbero essere concepite come eco belts, in modo che la terra attorno alle città diventi area per tutta una serie di funzioni ambientali e sostenibili, come le piccole produzioni di cibi biologici, boschi comunitari, programmi di compostaggio, impianti di energia eolica e piccole centrali a biomassa”, recita l’ultimo documento programmatico sull’argomento.
È davvero una nuova prospettiva per le green belts: ma in questi tempi di crisi, a 50 anni dall’istituzione, chi la sosterrà?
Nota: qui il testo originale al sito del Guardian ; sulle polemiche per le green belts, su Eddyburg anche una dichiarazione ufficiale governativa dal Planning Portal ; di seguito, scaricabile direttamente il "Green Belt Policy Statement" (2003) della TCPA citato nel testo (f.b.)
Titolo originale: Council rejects Wal-Mart – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
VANCOUVER – È stato uno choc per tutti.
Il Wal-Mart “verde” pensato appositamente per Vancouver è stato respinto a schiacciante maggioranza martedì dal consiglio municipale, dopo che i costruttori avevano passato quattro anni lavorando al progetto, e gli oppositori altrettanti facendo battaglia contro.
Solo il sindaco Larry Campbell e due consiglieri di opposizione della Non-Partisan Association hanno sostenuto il negozio big-box in un’area già destinata a commercio di automobili, sulla Southeast Marine Drive a Main.
In un raro caso di unità su un problema controverso, entrambe le fazioni dell’alleanza di centro-sinistra che compone la Coalition of Progressive Electors hanno votato insieme l’opposizione al progetto: una mossa che è stata una sorpresa per il gruppo COPE Classic, più a sinistra.
Tutti hanno poi votato nello stesso modo contro un grosso negozio di pneumatici della Canadian Tire proposto per un’area vicina.
Questa decisione a sorpresa ha entusiasmato gente come Louise Seto, abitante del sud-est Vancouver che ha guidato una campagna contro entrambi i negozi big-box.
”Credo che abbiano dato un senso all’idea di visione complessiva per la città. Hanno messo i denti dietro le parole” dice.
Ma chi ha lavorato sui progetti di Wal-Mart e Canadian Tire è rimasto esterrefatto dalla decisione, che molti credevano molto più equilibrata del secco 8 a 3 emerso martedì.
L’architetto Peter Busby, noto per i suoi orientamenti verso la progettazione sostenibile che ha progettato un Wal-Mart con turbine a vento sul tetto, luce naturale, e un significativo livello di efficienza energetica, dichiara di essere terribilmente sconcertato.
”Vancouver ha perso una importante occasione. La cosa è diventata un fatto politico. Non c’entra il progetto. Non c’entrano le questioni urbanistiche”.
Il consulente immobiliare locale di Wal-Mart, Darren Kwiatkowski della First-Pro Shopping, si dichiara “sbalordito e disorientato” per il fatto che il consiglio abbia respinto una proposta sostenuta sia dal gruppo di progettazione che dagli uffici municipali responsabili.
Anche se, dice, è troppo presto per capire cosa voglia fare la Wal-Mart, che non necessariamente rinuncerà al progetto.
”Il terreno è loro. E col sostegno degli esperti e della città faranno quello che possono per continuare”.
Non è il primo Wal-Mart respinto al mondo, e nemmeno nell’area della Lower Mainland. Surrey ha bocciato un progetto qualche anno fa, anche se il consiglio poi alla fine ha approvato un negozio in un’area vicina.
Ma la cosa diventa immensamente simbolica nel caso di Vancouver, come una battaglia fra la libera impresa e la tutela dei quartieri.
Probabilmente sarà una questione centrale nelle elezioni del prossimo novembre.
Gli oppositori sostengono che avrebbe distrutto tutto quello che la città ha fatto sinora per tutelare i centri di quartiere e sostenere la vivibilità urbana, oltre a portare nella zona congestione da traffico e inquinamento.
Il consigliere Anne Roberts, che ha guidato la carica contro Wal-Mart in città da prima di essere eletta, dice che la zona sud di Vancouver “non è una discarica per commercio big-box”.
Il consigliere Jim Green sostiene che semplicemente non ha senso economico.
”Quello che ci fa essere una buona comunità d’affari è la nostra unicità”.
Due consiglieri, Tim Louis e Ellen Woodsworth, sono gli unici ad affrontare la spinosa questione delle politiche d’impresa di Wal-Mart.
Nel suo caratteristico stile senza peli sulla lingua, Louis ha definito la compagnia “uno dei più grandi criminali a livello mondiale”, che consente ai fornitori di sfruttare il lavoro minorile, e regala soldi al regime di Bush negli Stati Uniti.
Louis sbeffeggia la progettazione ambientalista del negozio.
”Una fabbrica di armi con un mulino a vento resta pur sempre una fabbrica d’armi” dice.
I consiglieri Peter Ladner e Sam Sullivan sostengono che la città ha predisposto una zona commerciale servita da grandi arterie stradali allo scopo specifico di contenere esercizi come questi, e che è uno schiaffo alle attività economiche far spendere alle imprese migliaia di dollari in buona fede per progetti che vengono bocciati per motivi ideologici.
Il sindaco Campbell crede che Vancouver avrebbe potuto avere di più spingendo Wal-Mart alla progettazione ecologica, e magari favorendo per la prima volta la presenza del sindacato nel negozio, piuttosto che chiudendolo fuori dalla città.
La gente si aspettava che qualcuno dei consiglieri COPE, che normalmente sostengono Campbell, la fazione COPE Lite che comprende Tim Stevenson, Raymond Louie, e Green, avrebbe sostenuto il progetto.
È stata questa convinzione a incoraggiare i promotori di Wal-Mart a proseguire il lavoro in collaborazione col consiglio.
Ma nessuno l’ha fatto, si ritiene da parte di alcuni per continuare a ricevere sostegno elettorale dai gruppi sindacali nelle prossime elezioni municipali. Organizzazioni come la Canadian Union of Public Employees o la Vancouver and District Labour Council hanno regolamente offerto cospicue somme di denaro, giocando un ruolo importante.
Ma Green dice di non aver niente a che fare con questo.
Dice di ricevere donazioni sia da gruppi economici che sindacali, e che “Non ho mai cercato voti negli interessi economici”.
Nota: il testo originale al sito del Vancouver Sun (f.b.)
Titolo originale: Female Mall – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Dopo Bangalore, Kolkata potrà presto vantare il primo centro commerciale solo per donne a Park Street. Potete chiamarlo la liberazione economica delle donne di Kolkata, o l’ascesa delle famiglie a doppio stipendio in città. Le indagini sui consumatori indicano che sono le donne ad aver sempre avuto un ruolo centrale nelle decisioni di acquisto. Ora sono riuscite a trascinare i giganti della distribuzione a rivolgersi a loro, in modo esclusivo.
”I concept malls esistono, e ora abbiamo deciso di costruirne uno per le donne, per la novità. D’altra parte, la domanda di consumi è in gran parte orientata dalle donne” dice Anirudh Daga, direttore del gruppo immobiliare che sta realizzando il centro.
La USP [ Unique Selling Position n.d.T.] di un centro commerciale del genere sarà nella capacità di coprire l’intera gamma dei desideri femminili. Così, ciascuno dei sette piani offrirà articoli di design, abbigliamento locale e occidentale, calzature, articoli in pelle, abbigliamento per la notte, accessori e bigiotteria, cosmetici e articoli per la casa. “Il punto centrale è di non fare semplicemente shopping, ma di trasformare ogni visita in un’esperienza completa. Ci saranno sezioni per la cura della pelle e degli occhi, un salone di bellezza, una caffetteria. Prevedendo parecchie clienti con bambini, abbiamo realizzato una sezione con giocattoli, dove possono divretirsi mentre le loro mamme fanno acquisti” aggiunge Daga. Cosa faranno gli uomini? Beh, gli uomini potranno entrare nel centro commerciale, ma solo per aiutare le signore e mettersi in mostra!
Manoj Gupta, direttore generale del settore immobiliare di un’impresa di gestione, responsabile di uno dei principali centri commerciali in città, spiega che gli studi sul comportamento d’acquisto nei malls mostrano come il rapporto di ingressi fra donne e uomini sia 75:25. “Abbigliamento femminile, calzature, accessori, sono gli articoli più acquistati, qui” dice.
Gli esperti di costruzione di centri commerciali intuiscono che le donne desiderino ambienti specifici per fare acquisti, a amano passare più tempo a provarsi le cose prima di comprare. Con il loro potere d’acquisto in crescita, cambiano anche gli atteggiamenti. Spiega il costruttore Rahul Saraf, “Se un centro commerciale per signore funziona benissimo in una metropoli, può non aver successo a Bhubaneshwar, dove sono gli uomini a prendere la maggior parte delle decisioni di spesa e acquisti. Il desiderio dei commercianti di blandire le signore è comprensibile se molte di loro comprano in base al semplice desiderio”.
Kalyan Ghosh, direttore (per il settore commerciale) di un’importante gruppo di consulenza, che sta promuovendo il progetto, esprime un parere, “Park Street, coi suoi negozi di sari e gioielleria, è già in sé un mercato per donne. Questo centro commerciale spingerà ancora di più nella stessa direzione”.
Per le acquirenti donne della città, è solo un sogno che si avvera. Racconta June, attrice, “Sono una shopping-dipendente e per me questa sarà un’esperienza fenomenale. Il solo pensiero di un intero centro commerciale dedicato alle donne è eccitante. Ma spero che consentirà di entrare anche ai mariti e fidanzati, altrimenti chi paga?”. Tina, modella, aggiunge, “Sembra molto bello, dato che troveremo tutto sotto il medesimo tetto. E ci sentiremo tutte molto più comode e a nostro agio visto che soprattutto gireremo per il mall”.
Nota: il testo originale al sito di Times of India (f.b.)
«Salirò ancora»: rastrellato il 13,5% l'immobiliarista Ricucci è già il primo azionista di Rcs-Corriere della Sera ma vuole di più. L'altro immobiliarista Coppola: «Rcs piace anche a me». E il primo giornale italiano sciopera, e oggi non esce E' in atto una metamorfosi del potere e i nuovi padroni sono quelli dell'edilizia: carichi di immobili rivalutati dal boom, coccolati dalle banche, protetti dal governo, con sponde a sinistra. Arriva la banda del mattone
Immobiliaristi all'assalto di via Solferino
BRUNO PERINI
Nella scalata al Corsera Stefano Ricucci non si ferma. Anzi, a lui si affianca un altro immobiliarista: Danilo Coppola. Mentre scendono in campo i giornalisti, gli azionisti pensano di togliere il titolo Rcs dalla Borsa. Un'operazione costosissima
La «banda del mattone» all'assalto del Corriere della Sera. Potrebbe essere questo il titolo di giornata della battaglia che si sta giocando in via Solferino e dintorni per il controllo del più importante quotidiano italiano. Non si tratta soltanto di un'aspra guerra finanziaria che si gioca sul terreno editoriale ma di una vera e propria metamorfosi del potere: i nuovi rantiers, carichi di liquidità proveniente dall'alto valore degli immobili, foraggiati per questo da potenti istituti bancari come Capitalia, Popolare di Lodi o Intesa, protetti da alcuni settori del governo Berlusconi interessati a destabilizzare il Corriere della Sera, alleati in alcuni casi a centri di potere vicini ai Ds, come Unipol e Monte dei Paschi di Siena, sono dappertutto, nella battaglia per il controllo di Antonveneta, nella disfida in corso per il comando della Banca Nazionale del Lavoro e in mille altri meandri della comunità degli affari, pronti a dare l'assalto ai centri nevralgici del capitale a colpi di miliardi. Ieri, mentre l'immobiliarista Stefano Ricucci, snobbando le dichiarazioni di Giampiero Pesenti, Cesare Geronzi e Marco Tronchetti Provera, sfidava il patto di sindacato di Rcs, annunciando di essere pronto a rastrellare altro capitale del colosso editoriale controllato da Mediobanca, Fiat, gruppo Pesenti, Banca Intesa, Pirelli-Telecom, un altro esponente della «banda del mattone», tale Danilo Coppola, dichiarava alla stampa: «Il gruppo Rcs? Ci potrebbe interessare. Stiamo valutando cosa fare, potrebbe essere interessante entrare in questa partita». Ci manca una dichiarazione dell'immobiliarista Giuseppe Statuto, alleato di Coppola e Ricucci in Bnl, e la «banda del mattone» è al completo.Chi c'è dietro gli aggressivi raiders? A cosa mira Ricucci? Perchè continua a rastrellare azioni nonostante la potente barriera di sbarramento dei grandi azionisti di Rcs? Queste sono le domande più difficili a cui neppure esponenti di primo piano del gruppo editoriale sanno rispondere. Di certo Stefano Ricucci è visto di buono occhio dall'entourage di Palazzo Chigi e da alcuni esponenti della Lega, legati a loro volta al patron della Popolare di Lodi, Giampiero Fiorani, finanziatore dell'immobiliarista. Al governo Berlusconi non piace per nulla la piega che ha preso il Corsera di Paolo Mieli e piace ancora di meno quel salotto di signori che controlla il gruppo Rcs; dunque se qualcuno lo destabilizzasse non gli dispiacerebbe affatto. Il Cavaliere si toglierebbe una spina nel fianco una volta per tutte. Vi è tuttavia un altro asse politico finanziario al quale Ricucci è legato, che passa attraverso la società Hopa di Emilio Gnutti, (con il quale condivide un accusa di aggiotaggio e insider trading), l'Unipol, socio e membro del patto di sindacato di Hopa, e il Monte dei Paschi di Siena che ha come riferimento politico dichiarato il presidente dei Ds Massimo D'Alema. Sono le cosiddette «relazioni pericolose» dei Democratici di sinistra. Non è un caso che i Ds tacciano su tutta la questione e non è neppure un caso che nelle battaglie per il controllo delle banche, vedi Antonveneta e Bnl, l'Unipol sia sempre dalla parte più «innaturale», ovvero sia alleata con gruppi finanziari filo governativi. Si dice che Fassino non veda di buon occhio queste anomale alleanze ma l'Unipol risponde cinicamente che gli affari sono affari. Ieri sono scesi in campo anche i giornalisti del Corriere della Sera. I fronti aperti dalla redazione di via Solferino sono due: uno contro «una minaccia esterna crescente che ogni giorno occupa le cronache di Borsa», di fronte alla quale «non c'è una capacità di difesa dell'azienda», e l'altro contro l'atteggiamento «ottuso e burocratico del management, ovvero dell'amministratore delegato Vittorio Colao, che rifiuta di fornire al giornale «le risorse indispensabili, in uomini e mezzi, perché il Corriere possa difendersi ed onorare il primato in edicola». L'accusa nei confronti di Colao che viene sussurrata nei corridoi della redazione è pesantissima: «E' un ragioniere, è soltanto in grado di guardare ai conti e alla gara di redditività con la Repubblica ma è miope e ottuso quando si tratta di valutare la situazione da un punto di vista politico ed editoriale. Se non intervengono gli azionisti, la guerra con lui sarà durissima».Le parole dei giornalisti sono altrettanto affilate nei confronti di Stefano Ricucci: «Il rastrellamento di azioni da parte di Stefano Ricucci, in assoluta mancanza di trasparenza, alimenta inquetudini... continua infatti a mancare la decisione da parte dei protagonisti di rendere il Corriere inespugnabile». Cosa significa rendere inespugnabile il Corsera? L'ipotesi migliore che viaggia in via Solferino è quella di una fondazione o un'accomandita che faccia da garante al quotidiano, l'ipotesi peggiore è che il gruppo Rcs venga tolto dalla Borsa in modo da impedire qualsiasi scalata. Un'ipotesi questa che comporterebbe un enorme esborso di quattrini perché il patto di sindacato dovrebbe lanciare un'opa oltre la sua quota di controllo, acquistando a prezzi molto alti anche il pacchetto nelle mani di Stefano Ricucci.
L'ambita preda
FRANCO CARLINI
Non chiamateli palazzinari. Quelli che stanno assaltando il Corriere della Sera, i cui redattori sono oggi in sciopero, hanno sì iniziato la loro carriera con qualche tonnellata di cemento, ma nulla hanno a che fare con la leggendaria generazione del sacco di Roma. I quali avevano orizzonti da agro pontino e ambizioni limitate all'arricchimento personale. Con quei costruttori Stefano Ricucci ha in comune solo il gonfiore del volto e il petto villoso che lo fanno assomigliare a un personaggio di Alberto Sordi, ma per il resto il grande gioco, di cui sembra attore non protagonista, ha ben altro rilievo: banalmente è un pezzo della democrazia in Italia, se quel valore si fonda, tra le altre cose, su una stampa almeno relativamente indipendente. Il Corriere della Sera non è mai stato un giornale aggressivo con i poteri economici e politici. Anzi spesso è stato spontaneamente e spietatamente dalla loro parte, ma da almeno tre direttori in qua ha accentuato il suo ruolo critico, nelle cronache prima ancora che nei commenti. Insomma ha fatto del giornalismo. Andrà anche notato che un analogo ruolo severo sta svolgendo negli ultimi mesi il quotidiano della Confindustria e questo fenomeno non è banalmente attribuibile a un Montezemolo in versione antigovernativa: evidentemente la degenerazione del paese è troppo acuta per vivacchiare.
La leggendaria risposta di una riga di Ferruccio De Bortoli a un articolo dell'avvocato Previti che lo invitava a cena, resterà da manuale di giornalismo. Diceva soltanto «No grazie. fdb». Ma anche così sarebbe sbagliato vedere nella scalata in atto solo una reazione rabbiosa del berlusconismo ferito. Non è detto affatto che Ricucci sia l'ultimo terminale di una catena che comincia con B come Berlusconi, continua con C come Caltagirone e prepara la Reconquista di via Solferino. Appassionati del complotto potrebbero sostenere che la C di Caltagirone porta anche a Casini, e dunque ad altri scenari della politica.
Ci si asterrà dunque dal filosofare, ma per gli storici sarà interessante ragionare sul segreto: l'amministrazione Bush ha dichiarato guerra apertamente a Newsweek, chiedendo scuse che non verranno, e lo stesso fece Tony Blair nei confronti della Bbc, la cui direzione è riuscito a rimuovere. Questi conflitti durissimi sono almeno avvenuti in pubblico e ognuno può prenderne atto e parte.
Nella vicenda di Rcs Media Group emerge invece il peggio del capitalismo finanziario ed è un peggio organico, non una degenerazione: un ex signor nessuno, stipulando un'alleanza di potere con altri poteri, può andare in una banca di provincia e ottenere credito per comprare allo scoperto miliardi di azioni altrui, di qua e di là, senza altra garanzia che altre azioni acquistate a credito. Come lui possono fare lo stesso una ventina di altri finanzieri di Brescia: sono fabbricanti d'armi o di tondino, ma la materia prima non conta, quello che importa è l'essere nel giro del denaro a pronta presa. Tra di loro ci sono dei pregiudicati (persone già condannate per insider trading) ma sembrano godere del tacito favore del maggior partito della sinistra italiana il cui silenzio sull'intera faccenda bancaria davvero preoccupa, così come Antonio Fazio, nel ruolo presuntuoso di riorganizzatore del capitalismo italiano, è ormai indifendibile. Che poi nell'occasione i colleghi del Corriere pensino che sia anche il momento di chiedere qualche soldo in più aggiunge un piccolo tocco di bizzarria all'intera faccenda. Più solidarietà avrebbero chiedendo lo sciopero generale della categoria.
ROMA - Il Salento, la Val d'Orcia, Monterubbiano nelle Marche, Bolzano e la Val di Cornia. Apparentemente questi cinque posti non hanno nulla in comune essendo lontani per distanza geografica, per tradizioni e per vocazioni produttive. Ma in realtà, secondo Legambiente, condividono qualcosa di molto importante. Sono infatti cinque esempi di come l'Italia potrebbe uscire dalla crisi che l'attanaglia e scongiurare il pericolo di declino.
Perché, anche se spesso chi usa questa parola viene sospettato di disfattismo e catastrofismo, è a questo destino che il nostro Paese si deve sottrarre. Il cammino dell'Italia verso il declino, secondo l'associazione ecologista, è infatti nei numeri che il rapporto Ambiente Italia 2005 mette in fila impietosamente. Lo studio, che Legambiente ogni anno realizza con la collaborazione dell'Istituto di ricerche Ambiente Italia, è infatti una raccolta di 100 indicatori, dall'industria all'energia, dall'agricoltura all'inquinamento, dalle risorse idriche ai trasporti, che fotografano un Paese in forte difficoltà.
"Il lungo periodo di stagnazione economica - ha spiegato nella conferenza stampa di presentazione il presidente di Legambiente Roberto Della Seta - ha paralizzato l'Italia, ma non ha ridotto, come ci si poteva attendere, la pressione sull'ambiente". Il rapporto, che analizza la situazione sui dati statistici del 2003, rivela, sempre secondo Della Seta, che c'è "un disaccoppiamento tra crescita e impatto ambientale". La prima frena, ma il secondo cresce. Aumentano infatti i consumi energetici (+2,6 da un anno all'altro, compresi quelli prodotti con risorse vecchie e inquinanti come il carbone), le emissioni di gas serra (+9,9), lo smog e anche lo sfruttamento del territorio, con cemento e asfalto sempre più invadenti (+6% a partire dal 1990).
In questo quadro desolante non mancano alcuni dati positivi, come la lenta ma continua crescita della raccolta differenziata dei rifiuti (tra il 2000 e il 2003 la quantità di spazzatura abbandonata in discarica è scesa dal 67% al 44%), i passi avanti fatti nella cura dell'ambiente urbano, il consolidamento di agricoltura biologica e agriturismo, ma secondo Legambiente "restano però modesti e discontinui".
La risposta giusta per invertire la rotta, secondo l'associazione ambientalista, è apparentemente semplice: "Ambiente versus declino, qualità ambientale come antidoto alla perdita di dinamismo socio-economico", innovazione e ricerca per imporsi nella sfida della globalizzazione e alle economie emergenti dell'Asia con prodotti in grado di imporsi per il loro valore aggiunto. "Bisogna trarre forza dalla bellezza per produrre ricchezza, dobbiamo saper capitalizzare l'immaginario positivo che l'Italia evoca all'estero", ha spiegato il presidente onorario di Legambiente Ermete Realacci.
Una ricetta che hanno già adottato con successo piccole realtà territoriali o imprenditoriali come il Salento, la Val d'Orcia, l'azienda Faam di Monterubbiano, la Val di Cornia o l'industria edilizia di Bolzano. La Val d'Orcia, ha ricordato ancora Realacci, ha deciso di puntare con decisione sulla tutela ambientale, sulla valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti tipici ed è stata premiata con una crescita del valore aggiunto decisamente superiore sia alla media nazionale (+28%) che a quella della stessa Toscana (+15%). E lo stesso discorso vale per il tasso di occupazione, cresciuto del 21% rispetto al 6% della media nazionale.
Un percorso simile a quello che più recentemente ma con altrettanto successo ha deciso di percorrere il Salento scommettendo su uno sviluppo che punta a valorizzare le sue bellezze naturali e artistiche, affiancate alle sue tradizioni culturali e enogastronomiche. Discorso analogo anche quello relativo a un'altra valle toscana, la Val di Cornia, che ha saputo realizzare una rete di parchi naturali in grado di attrarre turismo, sottraendosi con successo alle difficoltà del polo siderurgico della vicina Piombino.
L'esempio di Bolzano chiama invece in causa un caso di innovazione applicata allo sviluppo sostenibile, con una città che si è posta all'avanguardia nella ricerca di soluzioni per il risparmio energetico nell'edilizia, producendo importanti profitti per le sue imprese.
Così come è all'avanguardia, in un mix di innovazione tecnologica e lungimiranza ambientale, la Faam, impresa marchigiana che nello stabilimento di Monterubbiano produce veicoli elettrici e batterie tra le migliori del mondo. "Si parla tanto della minaccia cinese, ma la Faam è tra le poche aziende che in Cina i suoi prodotti li esporta", ha ricordato Realacci.
La soluzione proposta da Legambiente, fare dell'Italia una sorta di grande museo a cielo aperto di bellezze artistiche e naturali, costellato qua e là da alcuni poli di eccellenza industriale, può sembrare un bel libro dei sogni destinato a restare tale, ma l'associazione ecologista non è l'unica a credere che sia invece questa la strada giusta. Il Rapporto Ambiente Italia 2005, è arricchito infatti dagli interventi di una schiera di autorevoli esponenti del mondo dell'industria, della politica e dell'economia che, seppure con diverse sfumature, sembrano sposare l'impostazione di Legambiente. Si va dalla presidente dei giovani industriali Anna Maria Artoni al segretario della Cgil Guglielmo Epifani, dal presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni al sociologo Luciano Gallino.
Dopo il dibattito nella VIII Commissione della Camera, arriva in aula la proposta di legge Lupi (Forza Italia, milanese), principale artefice di un testo variamente emendato sulla riforma del governo del territorio. Nonostante la rilevanza del provvedimento, il dibattito si è sviluppato in un silenzio preoccupante, segno che pure i partiti di opposizione e quelli di sinistra (che contano su indiscusse competenze) hanno sottovalutato la questione e l'approvazione rischia di arrivare a sorpresa. Un'altra legge in linea con l'ideologia degli uomini del premier, almeno buona per lasciare mano libera, quanto basta, alla rendita immobiliare. E anche in questo caso sembra destinato all'insuccesso il tentativo di temperare una cultura di governo che non nasconde il proposito di imporre gli interessi particolari su quelli generali. Se la proposta verrà confermata, l'idea di governo del territorio nell'interesse collettivo, come si esercita nei paesi europei, verrebbe fortemente ridimensionata. Ciò che di buono hanno significato le leggi del 1939 e del 1942 (sicuro prodotto della destra che fu) fino alla legge-ponte e alla 431 del 1985, potrebbe essere in gran parte vanificato. Un'altra riprova che non sempre le riforme - e per questo la denominazione riformismo non è garanzia di buongoverno - vanno nella direzione di migliorare la vita dei cittadini.
La convinzione alla base della legge Lupi è che la pianificazione debba avere come interlocutori non le comunità dei residenti, che aspirano a vivere in città belle e meglio servite, ma la cerchia degli operatori immobiliari, a cui si garantisce, parrebbe in modo privilegiato, il diritto di partecipare ai procedimenti di formazione degli atti. Per cui la forma e l'organizzazione delle città potranno derivare dalla somma di interessi variamente contrattati, laddove si prefigura - ecco il punto - una procedura «semplificata» e «negoziale» e non più «autoritativa». Insieme verrebbe meno il principio presente nell'ordinamento attuale di riservare, dappertutto negli atti di pianificazione, una quantità minima di spazi da destinare a servizi collettivi. Gli esiti nelle diverse aree urbane saranno sconvenienti quasi per tutti. In generale saranno ridimensionate le fortunate condizioni insediative che hanno prodotto scelte urbanistiche di alto profilo e immobilizzate quelle che per sotterfugi e abusi non hanno mai raggiunto un adeguato livello di civiltà abitativa. A poco servirà la debole esortazione di «garantire comunque» un imprecisato minimo livello di dotazioni di attrezzature e servizi, «anche con il concorso di soggetti privati». Che, è facile prevederlo, concorreranno liberamente, secondo le loro strette convenienze. Il rischio è che si diffonda il modello ispiratore di questa legge messo a punto dal centrodestra a Milano dove il sedicente progetto urbanistico è già inteso come sommatoria di interessi negoziati. Si prefigura un arretramento rispetto al principio che sancisce il diritto a inderogabili condizioni di vivibilità per ciascun cittadino della Repubblica, ovunque risieda.
Gli effetti della devoluzione si vedranno anche nell'assetto del territorio. Non trasferimenti di poteri dentro un quadro chiaro, ma deleghe per discrezionali contrattazioni, con effetto domino assicurato. Tant'è che le regioni sono chiamate a determinare non le misure minime ma i criteri per il dimensionamento dei servizi da porre alla base della redazione dei piani urbanistici comunali.
La questione è rilevante e qualcosa si muove per iniziativa di Italia Nostra che ha promosso un appello con l'adesione di numerosi studiosi (tra gli altri: Piero Bevilacqua, Edoardo Salzano, Giuseppe Chiarante, Roberto Gambino, Pierluigi Cervellati, Francesco Indovina, Carla Ravaioli, Vezio De Lucia, Alberto Magnaghi). Nel documento è segnalato in modo speciale un altro punto oscuro: la rinuncia della legge a impegnare la pianificazione a garanzia del paesaggio e dei beni culturali contro l'idea che nel nostro Paese ogni processo di trasformazione debba fare i conti con valori fondamentali di ogni luogo. «Contraddicendo - è scritto nel documento - una linea di pensiero che, da oltre mezzo secolo, aveva tentato di integrare con la pianificazione i diversi aspetti e interessi sul territorio in una visione pubblica unitaria».
Postilla. Roggio scrive: "il dibattito si è sviluppato in un silenzio preoccupante, segno che pure i partiti di opposizione e quelli di sinistra (che contano su indiscusse competenze) hanno sottovalutato la questione". Forse si sono rivolti a competenze indiscusse, ma sbagliate. (es)
Nel silenzio quasi totale, raggelante, dell’informazione, la Camera ha cominciato a discutere in aula la legge, firmata dall’on. Maurizio Lupi (Forza Italia, milanese, vicino a Formigoni) con la quale verrà praticamente fatta saltare la normativa urbanistica esistente, a livello nazionale e quindi anche regionale e locale. Naturalmente a tutto vantaggio di formidabili interessi immobiliari. Associazioni come Italia Nostra, intellettuali che hanno a cuore il Bel Paese si stanno mobilitando contro questa legge che demolirà, se approvata come vuole il centrodestra, alcuni pilastri di una legislazione che tanta fatica è costata, a partire dagli anni Sessanta.Una legislazione che ha dato civiltà al nostro Paese, così spesso depredato dalla speculazione immobiliare, legale e illegale.Il punto-chiave, o «nero», di questa legge. Per essa le attuali regole urbanistiche sono «autoritative». Eppure, il potere pubblico viene democraticamente esercitato, coi dovuti controlli dai Comuni attraverso il dibattito e il voto in Consiglio dei rappresentanti del popolo. Tutto ciò non va più bene, è «autoritativo» (o autoritario) nonché dirigista. Quindi va radicalmente cambiato e reso «paritetico». Nel senso che i privati saranno chiamati ad esprimere la loro volontà non dopo l’approvazione consiliare dello strumento urbanistico (cioè nella fase delle osservazioni), o, consultivamente, anche durante il lavoro per il piano. Saranno abilitati a farlo «prima». Insomma, il nuovo piano urbanistico disegnato dalla legge Lupi verrà redatto, in sostanza, sulla base della volontà espressa dai «soggetti interessati», cioè dai privati proprietari di aree, dalle società immobiliari, dai «palazzinari». Prevale così il «rito ambrosiano», vale a dire la non-pianificazione introdotta dal centrodestra a Milano (che non è mai stato un modello di urbanistica europea), dove il piano è, già oggi, la sommatoria dei tanti interessi privati «negoziati» prima col Comune.Quindi, via «la città dei cittadini» (per ricordare un bel libro anni Settanta del sociologo socialista Roberto Guiducci) e spazio alla «città delle immobiliari». Queste ultime, negli anni del boom edilizio, spiazzavano i Comuni costruendo lottizzazioni in zone agricole, e costringendo poi l’ente pubblico a inseguirle portando sin là i servizi essenziali. D’ora in poi non dovranno neppure fare questa fatica, nel senso che saranno loro a pre-determinare gli sviluppi della città contrattandoli con Comuni ormai spossessati dei poteri fondamentali (e democratici) in materia. Un secondo punto-chiave della legge Lupi prevede la pratica sparizione degli standard urbanistici vigenti dopo la legge-ponte del 1968, conquista di grande civiltà che assegnava a ciascun cittadino una quota di metri quadrati di verde, di parcheggi, di scuole primarie, di strutture sportive, eccetera. Sostituiti ora dalla semplice raccomandazione a «garantire comunque un livello minimo» di attrezzature e servizi «anche con il concorso di soggetti privati». In tal modo, i Comuni già avanti nell’acquisizione degli standard minimi retrocederanno e quelli invece più indietro rimarranno desolatamente più in coda. Terzo punto «nero» della legge ora alla Camera (ripeto: nel silenzio totale dei giornali, anche di quelli che con le grandi immobiliari non hanno rapporti di parentela aziendale): la tutela del paesaggio e dei beni culturali non farà più parte della pianificazione ordinaria delle città e del loro territorio. Viene così demolita un’altra acquisizione essenziale della nostra cultura che, con la legge Galasso del 1985 e con altre leggi (anche regionali) di buona qualità, aveva integrato in una salvaguardia unitaria, territorio, ambiente e paesaggio. Di qui in avanti, essi saranno invece divisi e attribuiti a leggi, uomini e strumenti differenti. Col risultato che prevarranno, più che mai, gli interessi forti: quelli che accoppiano cemento e asfalto. Si pensi a Roma che è riuscita a votare in consiglio comunale il suo Piano Regolatore nel 2003, a 94 anni dall’ultimo Prg, approvato nello stesso democratico modo (erano i tempi del sindaco Nathan). Roma, dove negli ultimi 40 anni la popolazione è aumentata soltanto del 17% - e sta calando sempre più - mentre lo spazio urbanizzato, cemento più asfalto, si è dilatato del 260%, e non accenna a frenare questo suo dilagare nell’Agro. Qui non si vogliono difendere, in sé, gli strumenti, a volte invecchiati, della pianificazione urbanistica vigente. Se ne vogliono salvaguardare i princìpi fondamentali incentrati sull’interesse generale tutelato (per ora) dalla Costituzione, sul democratico rapporto Stato-Regioni-Enti locali che insieme compongono la Repubblica dei cittadini, fra i quali ci sono ovviamente anche i privati detentori di aree. Non però il regno delle immobiliari che invece la legge Lupi disegna in ore già drammatiche per la casa abbandonata per anni, un po’ da tutti purtroppo, al cosiddetto «libero mercato», in realtà alla legge selvaggia del più forte.
Per secoli le comunità ebraiche ortodosse sono state abituate a dover traslocare da un posto all'altro. Una volta era a causa delle persecuzioni cui erano soggetti, oggi semplicemente per la loro straordinaria prolificità. Con i loro cappotti neri e i lunghi riccioli che spuntano sotto i cappelli a tesa larga, i Charedi sono una delle comunità più caratteristiche del quartiere di Stamford Hill a nord di Londra. Si sono stabiliti da queste parti dopo la prima guerra mondiale, crescendo rapidamente fino a diventare la più grande comunità ortodossa di tutt'Europa. Oggi, però, il quartiere non riesce più ad ospitarli. Lo spazio non è più sufficiente per le esigenze delle numerose famiglie, e la comunità ebraica sta progettando un trasferimento in massa verso Milton Keynes, una cittadina a un centinaio di chilometri da Londra. I sostenitori del progetto dicono che sarà l'esempio di una comunità perfetta, i suoi detrattori che sarà solo un altro ghetto. Nel quartiere di Stamford Hill, soprannominato da alcuni sociologi Volvo City per la preponderanza di grandi station wagon che circolano per le sue strade, la comunità ebraica cresce a un ritmo dell'8% all'anno, e i suoi 25 mila abitanti sono raddoppiati dal 1989. Un po' come in tutta Londra, le case qui hanno prezzi molto alti, e alloggiare famiglie con una media di sei figli a testa non è facile. Oltre alle normali difficoltà che potrebbe avere qualsiasi famiglia numerosa, però, i Charedi hanno anche altri generi di limitazioni. Il loro stile di vita ultraortodosso, rispettoso di tutte le regole e i divieti che il credo ebraico impone, rende il vivere comunitario una necessità imprescindibile. E per soddisfare le loro particolari esigenze c'è bisogno di spazio per i servizi comuni e case con tanti posti letto.
I Charedi hanno bisogno di avere una sinagoga vicina per quando, durante la giornata dello Shabbat, devono raggiungere il tempio senza poter guidare. Devono avere negozi kosher e scuole ebraiche dove far studiare i loro figli. E il fatto che per pregare debbano riunirsi almeno dieci uomini rende preferibile che gli osservanti abitino e lavorino il più possibile vicini gli uni agli altri. Per questo Stamford Hill è un luogo ideale.
I maschi pregano tre volte al giorno e cercano di andare avanti a studiare i testi sacri al più a lungo possibile. La maggior parte di quelli che hanno un lavoro sono impiegati all'interno della comunità stessa e guadagnano salari moto bassi. Di conseguenza le famiglie sono generalmente povere. Purtroppo, però, la velocità con cui gli abitanti di Stamford Hill si moltiplicano senza disperdersi ha creato un vero problema di alloggi. E oggi Volvo City è diventata un posto troppo affollato per poter soddisfare le esigenze della comunità. Le loro abitudini particolari fanno sì che, per poter vivere in maniera decorosa, i Charedi debbano trasferirsi in gruppo. E il progetto prevede che si muovano 300 famiglie per un totale di circa 2000 persone.
«Sarebbe un modo per creare un nuovo villaggio ideale con spazio a sufficienza per tutti», dice Ita Symons, la direttrice di Agudas Israel housing, l'associazione immobiliare che ha ideato il progetto. «Non vorremmo muoverci da Stamford, ma qui non c'è davvero più spazio». L'idea di dover ricostruire una nuova comunità ebraica dal nulla non entusiasma tutti gli abitanti di Stamford Hill. I Charedi hanno lavorato sodo e investito tante energie per creare le infrastrutture che gli permettono di vivere a loro agio nel nord di Londra. E' solo la necessità di spazio che li ha convinti a muoversi. «La comunità sta crescendo a una velocità fenomenale. In alcune zone c'è rimasto posto per qualche casa, ma non per le scuole, i negozi, le sinagoghe», dice Abraham Pinter, rabbino dell'Unione delle congregazioni ebree ortodosse. «Ci sarebbero altre zone più vicine a Londra dove stabilire una nuova comunità, ma Milton Keynes è rinomato per essere un luogo aperto alle innovazioni».
Una «città modello»
La cittadina meta del nuovo progetto di migrazione è stata costruita dal nulla a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta per compensare l'ipercrescita della capitale britannica, ed è abituata al costante flusso di nuovi arrivi. L'intento originale dei costruttori era di farne una città modello, dotata di un'architettura moderna e funzionale. La pianta delle strade a reticolato e la distribuzione policentrica di aree residenziali alternate a zone verdi e centri commerciali minimizza i problemi di inquinamento e congestione del traffico. Ma il progetto non sembra essere interamente riuscito e molti critici la paragonano ad un'anonima urbanizzazione degna di una periferia qualsiasi. Nonostante questo, Milton Keynes è cresciuta ad un ritmo strabiliante, passando dall'avere 60 mila anime sparse nei tre villaggi originali riuniti negli anni Sessanta, ai 177 mila abitanti censiti nel 2001. E il progetto finale non è ancora completo, con alcune aree in attesa di essere sviluppate.
English Partnership, l'organizzazione governativa proprietaria del terreno su cui dovrebbe trasferirsi la comunità di ebrei ortodossi, sta considerando di costruire nell'area di Tattenhoe Park 1200 nuove abitazioni. Le esigenze della società britannica moderna hanno portato la compagnia immobiliare a prevedere una maggioranza di case con una o due camere da letto. English Partnership ha però confermato che, dopo essere stata contattata dall'associazione ebrea, ha preso in considerazione anche la costruzione di 300 abitazioni con più di quattro camere da letto.
Ma c'è chi non li vuole
Nonostante la sua lunga tradizione di immigrazione, alcuni rappresentanti di Milton Keynes non si sono dimostrati entusiasti alla prospettiva di ricevere qualche centinaia di famiglie ebree ultrareligiose, e Symons è preoccupata dall'opposizione che sta nascendo intono al progetto. Il capogruppo dei Labour al comune di Milton Keynes ha avvertito che la proposta rischierebbe di creare una «ghettizzazione» della comunità. E Phyllis Starkey, deputato alla Camera dei Comuni per la circoscrizione di Milton Keynes, sembra essere d'accordo. «C'è molta diffidenza fra gli abitanti di Milton Keynes», dice Starkey. «Il progetto potrebbe creare un precedente. E tra qualche tempo potremmo vedere una comunità buddista da una parte e una musulmana ortodossa dall'altra».
Più di ogni altra cosa, la parlamentare è preoccupata dalla scarsa volontà di integrazione della comunità ebraica, che, a suo parere, mal si concilia con il forte sentimento di appartenenza manifestato dagli abitanti di Milton Keynes. «Hanno tutto il diritto di andare avanti con il loro progetto, ma ci sono una serie di problemi che andranno affrontati», avverte Starkey. Altri critici puntano il dito sulla forte discriminazione religiosa in base alla quale opera l'organizzazione che sponsorizza il progetto. Agudas Israel housing association è una delle tante associazioni di carattere religioso che lavorano per risolvere il problema degli alloggi. Come le sue omologhe, Agudas riceve dei fondi dal governo per acquistare o costruire abitazioni attraverso la Housing corporation. Ha cominciato la sua attività 24 anni fa con 25 case e da allora è cresciuta in modo esponenziale fino ad arrivare a possedere 480 abitazioni.
La discriminante religiosa
A differenza di Agudas, però, altre associazioni immobiliari cristiane o musulmane non fanno della fede una discriminante imprescindibile per offrire una casa ad una persona. «Le case costruite dal governo sono troppo piccole per noi. Questo è l'unico modo perché ebrei poveri possano trovare un'abitazione adatta», si difende Ita Symons. «C'è una tale domanda di alloggi spaziosi tra noi che non dobbiamo trovare inquilini di altre fedi». Symons pensa che molte delle obiezioni sollevate siano solamente frutto di un antisemitismo diffuso. «In Gran Bretagna non è come in altre parti d'Europa, dove l'antisemitismo è espresso più apertamente. Qui è più sottile, ma c'è comunque», avverte. «La gente è diffidente perché non ci mescoliamo con altri. Siamo una comunità molto coesa, che sa badare a sé stessa. Ma il fatto che non creiamo disordini e non mettiamo bombe non è un buon motivo per negarci lo spazio dove vivere».
Altri progetti prima di questo sono già falliti. A St Albans, un sobborgo a nord di Londra, la proposta ha incontrato la forte opposizione della comunità locale. E anche quella di trasferirli vicino all'aeroporto di Stansted è finita nel nulla. English Partnership dovrebbe decidere se vendere il terreno alla comunità Charedi entro ottobre. Perché il progetto possa procedere, però, il prezzo d'acquisto dovrebbe essere inferiore a quello di mercato. «Possedere una casa è fondamentale per i membri della comunità. La maggior parte delle nostre attività sociali si svolgono al suo interno. Ma non siamo ricchi e per poterla comprare il prezzo deve essere molto vantaggioso», spiega Symons, che sta già vagliando altre ipotesi nel caso in cui il progetto non dovesse andare in porto. «Il problema è destinato a rimanere e qualcosa prima o poi dovrà succedere».
Nota: le perplessità e problemi di un uso dello spazio come quello della comunità ebraica ortodossa sono in parte riassunti nell'articolo. A solo titolo informativo, allego qui il link ad una ripugnante (a dir poco) nota sulla medesima questione, dell'americano nazista National Socialist Movement. Ogni commento è ovviamente superfluo (f.b.)
Titolo originale: Seoul's mayor shows his green streak – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
SEUL – Quando le piogge del monsone cadono su Seul a fine giugno, le carpe risalgono un torrente che scorre fra torri di grattacieli e centri commerciali in centro città, con le squame che brillano al sole.
Le troupes televisive corrono a filmarle. I giornali sussultano: “ Il ritorno della carpa”. E il sindaco Lee Myung Bak segna un altro punto in quella che chiama la sua “rivoluzione verde”.
I critici ridicolizzano i progetti ecologici di Lee, come lanci da pubbliche relazioni, fatti guardando soprattutto ala vittoria nelle elezioni presidenziali coreane fra due anni. Ad ogni modo, l’inverdirsi di Seul, città di più di dieci milioni di abitanti, sta facendo passi in avanti. Dalla sue elezione a sindaco nel 2002, Lee ha strappato asfalto e buttato giù muri, sostituendoli con alberi ed erba.
La Foresta di Seul, “parco ecologico” da 223 milioni di dollari, ha aperto in giugno, con una popolazione di cervi e anatre mandarine.
Ma il progetto di gran lunga più visibile è l’idea da 350 milioni di dollari, di scoprire un tratti di sei chilometri del torrente Cheonggye, che un tempo scorreva nel cuore di Seul ma era scomparso dalla memoria collettiva da una generazione.
La cosa più strana di tutto, è il fatto di essere stata pensata dal sessantatreenne Lee.
Conosciuto un tempo come “il Bulldozer” Lee si è costruito fama nazionale come duro direttore esecutivo della Hyundai Construction & Engineering, la compagnia di costruzioni più nota del Sud Corea, icona della sua rapidissima industrializzazione. Era stata la Hyundai, negli anni ’60 e ’70, a versare cemento sul torrente Cheonggye, costruendoci sopra una strada sopraelevata. Il corso d’acqua era diventato una fogna sotterranea, anche se la strada aveva offerto alla città un necessario sbocco per il traffico.
Dopo essere entrato in carica, con la stessa velocità e ottimismo usati a suo tempo per costruire dighe e fabbriche, autostrade e ferrovie, Lee ha iniziato a disfare l’eredità del suo ex datore di lavoro a Seul. Ha demolito la sopraelevata –diventata dopo decenni di onorato servizio un pericolo cadente e una bruttura – e ripulito il torrente. Ha realizzato 21 ben disegnati ponti sul corso d’acqua.
”Quando ero negli affari, la Corea del Sud era un paese sottosviluppato che correva per diventare ricco, e io ero in prima linea per farlo” ha dichiarato il sindaco in una intervista rilasciata un pomeriggio nel suo ufficio. “Come sindaco del 21° secolo, considero mia responsabilità rendere Seul una città verde, una metropoliti di livello mondiale”.
Lee appartiene a una nuova generazione di sindaci energici e irruenti dell’Asia, e ha continuato ad andare avanti coi suoi progetti nonostante gli scandali, come quello che ha tolto di mezzo il suo braccio destro, vice sindaco Yang Yun Jae, in prigione da maggio con l’accusa di corruzione.
”io porto a termine le cose” dice Lee, che ha il sorriso facile. “Ecco perché mi criticano tanto, o mi lodano tanto. Sono un sindaco manager. Mi prendo dei rischi”.
Ruvido, ostinato e ambizioso, Lee in qualche modo riflette la storia moderna di Seul, da 600 anni capitale della Corea. Figlio di un povero contadino, Lee è cresciuto in una baraccopoli, ha lavorato come spazzino ed è stato in prigione per attività studentesche prima di laurearsi all’Università della Corea di Seul nel 1965.
È entrato nella Hyundai Construction lo stesso anno, e ha iniziato a salire i gradini gerarchici, diventando chief executive all’inaudita età di 36 anni. Lee ha guidato sei affiliate della Hyundai, che diventava il maggior conglomerato industriale del paese nel corso della sua carriera. È entrato in politica nel 1992, facendosi eleggere deputato nazionale in un collegio del centro di Seul.
Ora, come amministratore di una città dove risiede più di un quinto dei 48 milioni di abitanti del paese, Lee non si fa intimidire dal confronto coi leaders nazionali. Definisce il governo del presidente Roh Moo Hyun “dilettanti privi della capacità ed esperienza necessarie per gestire un paese”.
Membro del Grand National Party, all’opposizione, Lee subusce i contraccolpi di commenti del genere. Il ministro delle Costruzioni di Roh, Choo Byung Jik, per citarne uno, ha chiamato i progetti ambientalisti del sindaco “cortine fumogene”.
Niente di nuovo: Lee e il governo nazionale sono ai ferri corti da anni sul modo di risolvere i problemi urbani di Seul, dall’impennarsi dei prezzi delle case agli ingorghi da traffico.
Vita dalle montagne che circondano la città, oggi Seul sembra una gigantesca crosta di cemento che copre le valli e colline, sotto una cappa giallastra di inquinamento.
La città è cresciuta a salti e pezzi. C’erano pochi edifici ancora in piedi alla fine della Guerra di Corea, nel 1953. Nel 1988, è stata in grado di ospitare i giochi olimpici. Ma era una città costruita in fretta. Nel 1995, un grande magazzino crollò uccidendo 501 persone.
Con 23,5 milioni di persone che si schiacciano fra la città principale e i centri satellite, l’area è una delle metropoli più congestionate del mondo.
Grazie agli sforzi di Lee per migliorare il trasporto pubblico, oggi sempre più pendolari di Seul lasciano la macchina per prendere l’autobus o la metropolitana. Ma ancora di recente, Roh lamentava che la congestione sta peggiorando. Ha proposto una soluzione radicale: fare i bagagli con tutto il governo nazionale, e spostarsi in una cittadina rurale a sud della capitale. Ma in ottobre la Corte Costituzionale gli ha votato contro.
Il presidente ha rapidamente proposto un progetto alternativo, che comporta lo spostamento di 176 uffici amministrativi, aziende pubbliche e istituti al di fuori di Seul. Anche questo piano vede contraria la Corte Costituzionale.
Lee condanna quello che chiama il “piano con motivazioni politiche” di Roh per “spaccare la capitale e guadagnare voti” fuori da Seul per il suo partito. (Roh non può avvantaggiarsi personalmente di alcun voto, dato che per legge può correre per un solo mandato).
I sostenitori di Lee affermano che la sua immagine di “ si-può-fare” lo può portare al vertice del paese nel dicembre 2007. I sondaggi lo collocano al posto di sindaco più popolare del paese, anche se naturalmente non tutti sono soddisfatti.
“La corsia preferenziale per gli autobus introdotta da Lee ha migliorato il traffico degli autobus, ma rallentato i taxi” dice Yoon Chang Tae, uno dei 70.000 tassisti della città.
Kim Jin Ai, principale dello studio di urbanistica Seoul Forum, definisce Lee un “giocatore dell’immagine” e “decoratore urbano”, i cui progetti fanno poco per ripristinare l’ambiente naturale e storico della città, ma sono molto fotogenici per scopi di breve termine e vantaggio politico.
”Ha fretta di mostrare risultati prima della fine del mandato” dice Kim.
Almeno questo sembra vero.
La pagina web dell’ufficio di Lee è affollata di nuovi progetti. Inizieranno il prossimo anno le costruzioni del nuovo municipio e del teatro dell’opera. È in corso di realizzazione una nuova scuola internazionale, parte della campagna di Lee per rendere la città più attraente agli investitori stranieri.
Un altro progetto è la Piazza di Seul, l’ex cerchio di cemento dove mezzo milione di coreani inneggiava alla democrazia negli anni ’80, e dove quasi altrettanti tifosi di calcio si radunavano durante i Campionati Mondiali del 2002. Ora è coperta d’erba. Nei giorni feriali, suonano orchestre, i bambini giocano, ci sono spettacoli pirotecnici: uno spazio verde, e insieme un promemoria per ricordare ai cittadini quello che il sindaco sta facendo per loro.
Nella stressante Seul, “senza accorgersene la gente diventa meno amichevole, irritabile” dice Lee. “Cambiando l’ambiente urbano spero che i cittadini possano diventare più rilassati”.
Nelle giornate serene, i parchi di Seul, i luoghi più appartati, i templi buddisti spiccano nel verde vivo all’ombra dei grattacieli. Nei fine settimana, a migliaia vanno sulle montagne a solo un’ora di metropolitana dal centro, che risuona delle dimostrazioni di vari colori, di chi chiama Roh “il nemico dei lavoratori”, il presidente George W. Bush “imperialista”, e il leader nord-coreano Kim Jong Il “diavolo” da bruciare almeno in effige.
La maggior parte delle persone sembra non rendersi conto di vivere a soli 50 chilometri dal confine più armato del mondo, a portata di missile e tiro d’artiglieria dalla Corea del Nord comunista.
Una delle trasformazioni che sia Roh che Lee sostengono, è lo spostamento della truppe USA dalla base di Dragon Hill, giusto al centro di Seul. Quando il trasferimento sarà completato, tra qualche anno, finirà un secolo di presenza militare straniera a Seul: prima le truppe cinesi, poi i colonialisti giapponesi, infine i soldati USA rimasti dopo aver combattuto la Guerra di Corea.
Un tempo simbolo di sicurezza, la base USA di 265 ettari ha iniziato ad essere considerata fonte di congestione da traffico, e un’offesa all’orgoglio nazionale fra i più giovani.
E se il Ministro della Difesa vuole vendere i terreni ai costruttori, e utilizzare il ricavato per finanziare la rilocalizzazione dei militari americani, Lee spera di trasformare l’area in uno spazio fronzuto che rivaleggi col Central Park di New York.
”La città sta diventando verde pezzo per pezzo ovunque”, dice Lee, che deve ancora esplicita re le proprie ambizioni presidenziali, ma già parla come un candidato. “I cittadini lo capiscono”.
Nota: il testo originale al sito dello Herald Tribune (f.b.)
ROMA — Nel mondo ovattato e un po' snob di Italia Nostra è avvenuta di colpo una piccola rivoluzione. Si è dimessa la presidente Desideria Pasolini dall'Onda, che fu tra i fondatori della rinomata associazione ambientalista. Con lei se n'è andata l'urbanista Gaia Pallottino, che era segretario generale, e hanno abbandonato ben otto membri del consiglio direttivo, tutti personaggi storicamente impegnati nella difesa ambientale, come Arturo Osio, Gianfranco Amendola, l'urbanista Vezio De Lucia.
Una nuova squadra è subentrata. Un autentico ribaltone che ha portato alla segreteria generale Giuseppe Giliberti, un manager industriale, e potrebbe far balzare alla presidenza Carlo Ripa di Meana, noto esponente della galassia dei Verdi.
“Mi hanno sfiduciata — lamenta l'ex segretaria Pallottino — . Si sono coalizzati contro di me e non so per quale motivo”. La resa dei conti sembra dovuta a problemi economici. Arrivata al mezzo secolo di vita ( fu fondata nel 1955), Italia Nostra si ritrova con le casse vuote. “Non possiamo pagare i fornitori, abbiamo scoperti in banca e gli stipendi sono a rischio” spiega il neosegretario Giliberti che spera, con l'esperienza dimanager, di far quadrare i conti.
“Bisognava allargare il numero degli associati, far pagare a tutti una quota — recrimina la Pallottino — . Invece ha sempre vinto la linea un po' snobistica del pochi ma buoni. La vecchia guardia era anche ostile a ogni innovazione. Quando fui eletta segretaria, nel ' 96, il senatoreCifarelli, scandalizzato, trovò disdicevole affidare incarichi importanti ai giovani. Avevo 56 anni” .
Nel frattempo avevano fatto irruzione nel campo ambientalista altre sigle dinamiche e aggressive come Legambiente.
Italia Nostra non riusciva a tenere il passo. Agiva nell'ombra. Magari prendeva anche iniziative nobili e meritorie, ma nessuno ne era al corrente. Fece un progetto agrario apprezzato dagli specialisti i quali sentenziarono che “Italia Nostra realizza cose bellissime ma riesce sempre a nasconderle” . La Pallottino cercò di rimediare, dando più visibilità ai programmi. Mise in campo un'elegante rivista, pubblicizzò le iniziative, organizzò grandi convegni. Tutto questo però nel giro degli anni ha comportato spese che le entrate non riescono a coprire. “Siamo precipitati — dice Ripa di Meana — in una situazione debitoria molto grave, serve una drastica cura dimagrante” . Un convegno sul paesaggio è costato un mucchio di soldi, “e ancora dobbiamo pagare i debiti” protesta il neosegretario Giliberti. Associazione paludata, ostinata a rimanere pura, senza sponsor e senza chiedere sacrifici ai suoi soci, Italia Nostra scopre che le iniziative culturali costano e bisogna accettare i compromessi, bussare per ottenere finanziamenti.
Qualcuno ha suggerito di dare in pegno alle banche gli immobili storici di cui l'associazione dispone. Di fronte a questa proposta le tradizionali rivalità fra vecchia e nuova guardia sono cadute.
Si è formato uno schieramento trasversale che ha dato vita a una nuova gestione. Al consiglio direttivo del 23 luglio dovrebbe essere eletto il nuovo presidente. “Mi è stato chiesto di ricoprire quella carica — dice Carlo Ripa di Meana — . Ma i miei impegni sono tanti. Vedremo” .
Italia Nostra si considera apolitica. Ma nei fatti un nuovo gruppo dirigente comporta scelte diverse. Per esempio, la vecchia gestione non era del tutto contraria all'energia eolica, la nuova la respinge decisamente.
Titolo originale: Building a Sustainable Future – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il bisogno di ripondere agli impatti dell’uomo sull’ambiente non è mai stato più urgente. Gli scienziati prevedono che la Terra si riscalderà da 1,4 a 5,8 gradi Celsius entro il 2100: più di quanto si ritenga siano cambiate le temperature dall’alba dell’umanità.
È ora ampiamente accettato come ciò sia in gran parte dovuto alla crescente concentrazione dei gas serra: il più rilevante la CO2.
Nel mondo sviluppato, gli edifici consumano metà dell’energia che produciamo e sono responsabili per la metà delle emissioni di CO2, col rimanente suddiviso fra industria e trasporti.
Questo è già abbastanza allarmante. Ma cosa succederà quando entrerà in gioco il mondo in via di sviluppo?
La Cina prevede un raddoppio del prodotto nazionale lordo del 2000 nel 2010, e il Kazakistan, una delle economie in crescita più rapida, ha avuto un’incredibile aumento del 9,5 per cento nel 2002.
In Cina, il boom edilizio non ha precedenti, rapido e furioso. Città come Pechino o Shanghai praticamente cambiano ogni giorno, con implicazioni ambientali preoccupanti.
Per evitare una catastrofe ambientale globale, ciascun paese deve adottare strategie di sviluppo sostenibile.
La sostenibilità richiede di pensare in modo olistico: localizzazione e funzione di un edificio, la sua flessibilità e tempo di vita, il suo orientamento, la forma e struttura; i sistemi di riscaldamento e ventilazione, i materiali utilizzati, tutto ha impatti sulle quantità di energia impiegate per costruirlo, gestirlo e mantenerlo.
Virtualmente ogni nuovo edificio può essere progettato per consumare solo una frazione delle attuali quantità di energia. Ma questa è solo una parte del problema. Ci sono altre due questioni cruciali: la crescita della popolazione e lo spostamento verso le città.
La popolazione mondiale è ora di 6,4 miliardi; in 10 anni ci si aspetta che raggiunga i 7,5 miliardi. Entro il 2015 ci saranno 23 “mega-città” con popolazione superiore ai 10 milioni di abitanti. Diciannove di esse saranno nei paesi in via di sviluppo, dove metà della popolazione sarà urbanizzata.
Le città diffuse sono di gran lunga meno efficienti dal punto di vista energetico di quelle progettate in modo denso. Gli spostamenti in macchina sono un fattore cruciale. Immaginatevi qualcuno che guida 20 chilometri per andare al lavoro tutti i giorni. La sua famiglia (di lui o di lei) consumerà 720 litri di carburante l’anno, il posto di lavoro 285 litri, il trasporto 900 litri. Questo ci dice che anche se gli edifici fossero a consumo energetico zero, e senza emissioni di anidride carbonica, avremmo ancora dei problemi.
È allarmante il fatto che in molti paesi l’uso dell’auto sia ancora in aumento. Per ridurre gli spostamenti in automobile dobbiamo incoraggiare città compatte, e nuova edificazione ad alta densità.
I critici sostengono che densità maggiori portano a realizzare ambienti “poveri”. Ma non è detto. Monaco e Macao, le comunità urbane più dense del mondo, stanno alle estremità opposte dello spettro economico.
A Londra alcune delle zone più densamente popolate offrono gli stili di vita più desiderabili: Kensington e Chelsea hanno densità di popolazione sino a tre superiori ai quartieri più poveri della città.
Il ragionale olistico deve essere applicato nello stesso modo alle infrastrutture: sistemi di trasporto, strade, spazi pubblici: il “collante urbano” che tiene insieme le città. La qualità delle infrastrutture impatta direttamente sulla qualità della vita urbana.
La natura non inquinante della maggior parte del lavoro post-industriale significa che i luoghi di lavoro possono essere combinati alle abitazioni, ed è possibile sostenere comunità ben localizzate quando i collegamenti di trasporto, le attività, scuole e negozi sono ad una distanza da casa percorribile e piedi o in bicicletta.
Gli architetti hanno un ruolo vitale nel promuovere soluzioni sostenibili. Ma c’è bisogno anche di costruttori progressisti e di politici con il coraggio di fissare obiettivi e incentivi che la società possa seguire.
Alcuni paesi indicano la via: la Germania ha capito da tempo il bisogno di ridurre i consumi e adottare fonti di energia rinnovabili, e questo si riflette nei regolamenti edilizi.
Altri in vari gradi sono più indietro. Non esistono barriere tecnologiche allo sviluppo sostenibile, ma solo quelle della volontà politica.
Se vogliamo evitare i danni ambientali costruiti dalle pratiche insostenibili del passato, le economie sviluppate e quelle emergenti devono agire all’unisono e con urgenza, prima che sia troppo tardi.
Nota: qui il testo originale sul sito della CNN (f.b.)
Altro che Ponte sullo Stretto, antico sogno mussoliniano, mutuato nei decenni prima da Craxi, poi da Berlusconi. Totò Cufaro da Raffadali, noto zu’ vasa vasa (zio bacia bacia) per i tremila e passa baci che egli stesso dichiarò di aver dispensato agli elettori nella campagna elettorale che lo vide incoronato con un milione e mezzo di voti presidente della Regione Sicilia per il Cdu di Follini, valica a piè pari la vieta retorica meridionalista del Ponte e getta il cuore in Africa.
”Il Ponte si fa”, ha garantito per l’ennesima volta Berlusconi, autoprecettatosi per la campagna elettorale del suo gerontologo Scapagnini uscito vincitore a Catania. E si deve fare perché così se uno di Reggio Calabria ha per caso un grande amore a Messina “ci potrà andare anche alle quattro del mattino senza aspettare i traghetti”. Ma se uno sciagurato la una fidanzata poniamo a Tunisi e di notte gli viene l’uzzolo di incontrarla per una cosa magari rapida ma passionale, come fa? Ci pensa zio Totò che, nonostante l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, favoreggiamento e rivelazione di segreti d’ufficio, è un cuore d’oro. È lui, l’ex ombra di Calogero Mannino, che sta progettando l’opera che farà impallidire tutti i ponti e i tunnel del mondo, dal Bianco alla Manica, da Shangai alla Normandia, compreso il Ponte sullo Stretto, targato Forza Italia in una Sicilia che il governatore vagheggia di nuovo tutta democristiana.
II tunnel sottomarino di Cuffaro collegherà la siciliana Mazara del Vallo, anzi Pizzolato, borgata di poveri pescatori disoccupati, con Capo Bon, in Tunisia: due corsie di 150 chilometri, quasi il triplo del tunnel giapponese di Sei Kan lungo un po’ meno di 54 chilometri, destinate ai treni merci guidati dai robot e una terza corsia per i treni passeggeri. Centotrentasei chilometri completamente sommersi e quattro isole artificiali sottomarine di snodo. Costo dell’opera 20 miliardi di euro, più del doppio del Ponte. Ma ci sono già finanziatori ansiosi di sborsare il necessario per far contento il governatore. Sarebbe una cordata di tanti piccoli coreani. Magari gli stessi che dovevano costruire il Ponte sullo Stretto, ma che sono evaporati, o quelli che, secondo le informazioni di Cuffaro, starebbero costruendo il tunnel tra Cina e Taiwan, per fargli fare meglio la guerra, o la galleria sottomarina tra Giappone e Corea.
A progettare il sogno di Totò ha lavorato l’Enea, che ha pubblicato un progetto di
fattibilità di 48 pagine con corredino di disegni e di slides per conferenze al Rotary. Non solo per l’Enea il tunnellone è fattibile, ma sarà una mano santa per tutta la Sicilia perché produrrà ben 400 milioni di ore lavorative. Direte: ma come si risolve la noiosa questione costi-ricavi ? Nessun problema, secondo la relazione, se si pensa alle “Potenzialità turistico-archeologiche delle due sponde del Canale di Sicilia”. E chi vedrà tra i viventi questa meraviglia? I nostri nipoti? Niente affatto. Tempo di realizzazione previsto: sette anni. Chissà, si è chiesto Claudio Fava, se nel frattempo sarà riaperto anche il tratto dell’autostrada Messina-Palermo inaugurato nel dicembre scorso dal neoministro Miccicchè e subito dopo chiuso perché l’asfalto un po’ taroccato non ha retto al passaggio del terzo Tir.
Totò Cuffaro, detto anche “Puffaro” per la statura piccolina e tondetta, prima di diventare azionista di maggioranza dell’Udc di Casini e Buttiglione, di cui rappresenta circa un quarto, faceva il medico. Poi si lanciò in attività varie e lucrose: non solo gli autotrasporti di famiglia, ma anche le cliniche, l’agricoltura, il vino e il cemento. Se ora gli prende la sindrome Lunardi, l’uomo dei tunnel detto El Talpa, se davvero pensa di costruirsi il monumento sottomarino tra l’Europa e l’Africa, ne vedremo delle belle. Al punto che, sfidando l’ironia del New York Times, dovremo invocare: aridateci il Ponte sullo stretto.
Nota: qui di seguito scaricabile lo studio di fattibilità dell’ ENEA, altri particolari al sito della Regione Sicilia (f.b.)
Tunnel Tunisia (sic)
Titolo originale: Great expectations for theme park – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
È una storia di due secoli. Fra i moderni progetti per urbanizzare il Thames Gateway è emerso un piano per realizzare un parco a tema da 62 milioni di sterline, a celebrare vita e opere del gigante letterario del XIX secolo, Charles Dickens.
Il parco a tema, che sarà realizzato nell’ex cantiere navale di Chatham, nel Kent, si baserà su attrazioni tratte da classico come la “Storia di due città”, il “Circolo Pickwick”, “David Copperfield”, o “Grandi Speranze”.
Saranno anche ricreati ambienti urbani della Londra del XIX secolo, tanto presenti nei romanzi.
La costruzione di Dickens World dovrebbe cominciare entro i prossimi due mesi.
I costruttori sperano di riuscire ad aprire nell’aprile 2007, e di attirare 300.000 visitatori l’anno.
Il progetto è promosso da Kevin Christie, uomo d’affari di Londra con un passato nell’industria del divertimento. Ha dichiarato che il parco a tema avrà una collocazione ideale. “Rochester e Chatham in Kent rappresentano uno sfondo ideale per un progetto basato su Charles Dickens. Non solo Dickens ha abitato qui, ma è il posto dove ha concepito molte delle sue storie”.
Christie sostiene che il parco aiuterà a rendere popolale il lavoro di Dickens fra i giovani.
”È un uomo che ha scritto 15 romanzi e 23 romanzi brevi, ma si farebbe fatica a trovare qualcuno con meno di trent’anni che ne sa citare cinque”. Dickens trascorse cinque anni dell’infanzia a Chatham, e inserì alcuni personaggi della cittadina nei suoi libri.
Nota: qui il testo originale al sito del Guardian ; qualche particolare in più, compresa un'immagine del progetto, sul sito della South East England Development Agency (f.b.)
Titolo originale: Too tall and too close for comfort – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Edifici sviluppati in altezza continuano a spuntare senza sosta nelle principali città della Cina, iniziando a sollevare diffuse preoccupazioni per la loro mole, e densità.In molti casi si considera lo sviluppo in altezza una risposta inevitabile alla crescente urbanizzazione e alla sempre più ristretta disponibilità di suoli; oltre che un simbolo di crescita economica e modernità.Ma i critici sostengono che questo bombardamento incontrollato di edifici sta distruggendo il paesaggio storico delle città, e si porta appresso i problemi collaterali della congestione da traffico, dell’alto dispendio energetico e dell’inquinamento, oltre alla forte vulnerabilità in caso di terremoti e incendi.A Pechino, una città con una storia di oltre 3.000 anni, un’invasione di grattacieli – compresi il discusso edificio di 230 metri della China Central Television, e la terza fase del World Trade Centre che raggiungerà i 330 – in pochi anni farà sembrare un nano lo Jingguang Centre coi suoi 209 metri, realizzato nei primi anni ’80 e per oltre dieci anni l’edificio più alto della città.Pechino si trova di fronte a un dilemma comune alle città di tutto il mondo: salvaguardare il proprio passato senza smettere di costruire il proprio futuro.”Non è saggio, a Pechino, costruire ancora sviluppando in altezza alla cieca, e la città ha bisogno di darsi nuove regole per limitare la realizzazione competitiva di grattacieli” ha sostenuto lo stimato urbanista Zhao Zhijing, secondo la stampa locale.
Mao Qizhi, professore di scienza delle costruzioni alla Tsinghua University, afferma che a Pechino si sono approvate parecchie limitazioni negli anni ’90, a contenere le altezze. Ad esempio, sono vietati gli edifici oltre i 60 metri nella città vecchia.”Ma queste norme non sono state rispettate rigorosamente a suo tempo, e sono già stati completati parecchi edifici di oltre 100 metri nella zona centrale” dice Mao.”Non possiamo semplicemente dire NO alla realizzazione di edifici alti; dopo tutto, i grattacieli sono ampiamente considerati come simboli importanti dello sviluppo della città” sostiene Mao. “Ma si devono avere una progettazione e un piano scientifico. A Shanghai e Guangzhou, i grattacieli pongono un rischio addizionale: la subsidenza. Nel primo caso, si imputa agli edifici troppo alti lo sprofondamento annuale della città di circa 5 centimetri”.Ma le autorità municipali di Shanghai, hanno risposto alla sfida di realizzare più spazi pubblici in centro. Sono riuscite a ridurre di 3.700.000 metri quadrati di superficie di pavimento (circa un sesto del totale) i 376 progetti approvati, aggiungendone più di 210.000 in spazi verdi, alla fine dello scorso anno.”Abbiamo discusso con i costruttori, chiedendo loro di ridurre altezze e densità dei vari progetti, o trasferirli verso zone meno popolate” ci dice Mao Jialiang, direttore dello Shanghai Urban Planning Administration Bureau. “I nuovi progetti vengono approvati solo quando altezze e densità sono rigorosamente conformi alle nostre prescrizioni”.Alle grandi altezze va imputato anche l’inquinamento atmosferico e lo spreco energetico, il peggioramento dell’ambiente, i danni per la salute, sostiene Cai Zhenyu, architetto a capo dello East China Architectural Design and Research Institute.
A Guangzhou, la densità generata dallo sviluppo in altezza ha attirato l’attenzione politica locale.È in corso di stesura una bozza di documento inteso a limitare l’altezza degli edifici in centro. In consiglio si afferma che gli edifici alti e densi hanno innescato un a serie di problemi ambientali e di traffico, che potrebbero aggravarsi se questi edifici continuano a spuntare come funghi.In primo luogo a causa di densità e altezza, si dice, la città ha sofferto lo smog per 144 giorni nel 2004, 98 nel 2003, 85 nel 2002. E lo smog fa guadagnare terreno alle malattie respiratorie.In un’intervista rilasciata ieri, Wang Yingchi, vicedirettore dello Guangzhou Urban Planning Design Research Institute, ha affermato che sarà la densità, più che la semplice altezza, dei volumi edificati, al centro dell’attenzione dell’urbanistica cittadina.A parere del vicedirettore, lo Stato prevede alcuni limiti alla densità degli edifici alti. Ma non esiste alcuna legge in tutta la nazione che possa contenere la semplice altezza.Se si fossero seguite correttamente le norme, aggiunge, non ci sarebbero ora tanti problemi.Le leggi statali stabiliscono che la distanza fra due edifici deve essere 0,7 volte il doppio dell’altezza, ovvero un fabbricato di 100 metri deve stare ad almeno 70 da un altro simile.Si propone che le amministrazioni locali prendano in considerazione incentivi o politiche preferenziali per i costruttori che propongono progetti a insediamento più diffuso.Un funzionario dell’ufficio urbanistica comunale, che vuole restare anonimo, ci ha riferito che a livello politico è stato compreso il problema, e che ora viene data più importanza alla pianificazione.Come esempio cita gli edifici della recente Science Town a est della città: nessuno è stato sviluppato in altezza, sono ben distanziati e lasciano spazio a fasce di verde.
Nota: qui il testo originale al sito China Daily (f.b.)
Parlare di urbanistica e suscitare diffuse passioni credo sia impossibile -una materia troppo specialistica - io vorrei solo suscitare indignazione, cosa forse più facile. Sto parlando della Legge regionale per il governo del territorio che andrà in votazione oggi o domani in Regione.
Prima di tutto bisogna cambiarne il titolo in: Norme per il sollecito rilascio ai privati dei permessi di costruire, se, per un minimo di correttezza semiotica, vogliamo almeno che il titolo rispecchi i contenuti prevalenti.
La legge in votazione è la tanto attesa legge urbanistica regionale, quella che dovrebbe regolare le trasformazioni del territorio lombardo e, tanto per capirci, definire quantità, forma e disposizione degli edifici, il loro formare città e paesi, le loro interconnessioni funzionali - strade, piazze, ponti, ferrovie, aeroporti e altro ancora - insieme agli spazi per una ragionevole qualità della vita: spazi pubblici, verde artificiale, acque, parchi naturali, monumenti e così via. Insomma tutte quelle cose che, di ritorno da un viaggio per il mondo ci fanno dire: “Ho visto una bella città, ci abiterei volentieri”. Oppure no.
Oggi per fare una legge urbanistica seria bisogna aver chiaro cosa si voglia, quale modello si abbia in mente. Per esempio: in Lombardia abbiamo scelto la città come un continuo indistinto di edificato o abbiamo scelto un territorio di municipalità distinte e ben connotate come vorrebbe la Lega?
Puntiamo ancora alla città metropolitana oppure no? Dietro ogni scelta sta un disegno politico che si trasforma in legislazione: nella futura legge regionale non ve n’è traccia salvo che s’intenda per disegno politico il non scegliere o meglio il far scegliere agli operatori immobiliari. Anche questa è una politica.
Una legge urbanistica moderna dovrebbe dare indicazioni per la soluzione dei problemi dell’oggi - inquinamento, pendolarismo, congestione del traffico, calamità naturali, il valore degli immobili, il tutto strettamente legato all’assetto del territorio - senza limitarsi, come fa la nuova legge regionale, ad elencare questi problemi.
Senza chiuderli nella ormai logora cornice dello “sviluppo sostenibile”: un vestito per tutte le stagioni. Sostenibile per chi? Per quelli che hanno firmato il protocollo di Kyoto o per gli amici di Bush, l’amico americano?
La nuova legge regionale in votazione si connota per due aspetti particolari: lo svuotamento dei poteri delle assemblee elettive - Consigli comunali, provinciali e regionali - a favore delle Giunte, veri arbitri dell’urbanistica ed al riparo dalle opposizioni, e il trionfo delle DIA (dichiarazione d’inizio attività) come strumento autorizzativo del costruire.
Chiunque potrà presentare un progetto - dal canile al grattacielo - e aspettare trenta giorni: se nessuno si fa vivo è fatta, al diavolo le commissioni edilizie! Anche per i parchi naturali dispiaceri in vista: gli interessi di Regione, Province e Comuni (le loro Giunte) prevarranno sempre. In tanti ormai riparliamo degli “energumeni del cemento armato” come li definiva Antonio Cederna: mai si sarebbero aspettati tempi così favorevoli.
Ci si domanda però se anche a loro giovi questa deregulation selvaggia: anche nella lotta tra energumeni qualche regola serve, un minimo di civiltà come i protocolli tra re. E ancora: a chi servono città brutte ed inabitabili dove i valori immobiliari tenderanno a scendere? Forse non ci pensano: troppi sono della teoria del mordi e fuggi. No: del vendi e fuggi. Se domani l’opposizione farà la sua ultima battaglia anche in piazza, non lasciamola sola.
Titolo originale: The charms of Budapest unveiled – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Paragonata a Praga, il cui magnifico centro storico oggi attira compratori di appartamenti quanto turisti, la più grande Budapest è stata meno magnetica per i cacciatori di proprietà in Centro Europa.
Sino a poco fa.
Dopotutto, a Budapest non manca certo il fascino. La collina del Castello nella zona alta di Buda, guarda a est oltre il Danubio; Hosok ter, o Piazza degli Eroi, a Pest, attira irresistibilmente gli ungheresi nelle giornate di festa nazionali; la tranquilla isola di Margaret, nel Danubio tra le due parti della città, sono solo alcune delle cose interessanti.
L’ingresso dell’Ungheria nell’Unione Europea l’anno scorso, insieme alle attese di entrare nell’area Euro entro il 2010, ha spinto verso l’alto i prezzi dei solidi edifici urbani di epoca asburgica e di altri tipi di alloggio.
Gli edifici nuovi, che secondo gli agenti immobiliari sono in generale un orientamento più sicuro per gli acquirenti esteri, vendono anche a prezzi più alti, anche se la carenza di spazi edificabili in centro ha mantenuto l’attività edilizia al minimo.
”Il rubinetto, per quanto riguarda la zona centrale, si chiuderà definitivamente fra circa 18 mesi: l’offerta di sistemazioni di alta qualità, semplicemente, non può tenere il passo con la domanda” dice Robert Beck della Avatar International, che in Ungheria è specializzata in edifici di nuova costruzione.
Ma anche altri fattori stanno aumentando l’interesse degli stranieri per Budapest.
I voli regolari di EasyJet, Jet2 e altre compagnie a basso costo dalle città dell’Europa occidentale hanno reso Budapest più accessibile ed economica da raggiungere.
I tassi di interesse sono scesi, mentre lo sviluppo del mercato finanziario – in un paese dove si effettuavano solo transazioni in contanti sino a dieci anni – ha reso le cose più facili. E le procedure legali sono diventate più semplici e trasparenti: anziché dover formare una società o trovare un associato ungherese, ora basta un’autorizzazione municipale, che di solito si riesce ad ottenere in un giorno.
Nel frattempo, i progetti di rinnovo urbano hanno trasformato spazi senza particolari caratteristiche in luoghi di incontro. Tipici la pedonalizzata via Kiraly, nel vecchio quartiere ebraico di Pest, che ora ospita alcuni degli immobili di più alto valore della città, o la piazza Franz Liszt, vicono a Oktogon in cento a Pest, ricca di bar e ristoranti di moda all’aperto.
Howard Duff, uomo d’affari britannico del Galles settentrionale, è stato a Budapest solo una volta prima di comperare un appartamento da 70 metri quadrati. L’ha pagato 30 milioni di forint ungheresi, pari a 150.000 dollari, nel Distretto VI, a cinque minuti a piedi dal Teatro dell’Opera in centro a Pest.
”Sono rimasto impressionato da cosa offriva la città” dice. “È dinamica e sofisticata, e nonostante l’aumento dei prezzi, le cose costano ancora molto meno che nelle città dell’Europa occidentale”.
A differenza della maggior parte degli acquirenti stranieri, che comprano per investimento, Duff pensa di usare il suo appartamento come pied-à-terre. “Raggiungo l’aeroporto di Manchester in 45 minuti e prendo un volo di due ore e mezza per Budapest” dice. “Si fa prima che andare in macchina a Londra”.
Ma se dovesse cambiare idea, potrebbe realizzare un profitto netto dal suo acquisto.
Valerie Power della Eastern European Properties, compagnia irlandese che opera su Ungheria e Slovacchia, dice che i prezzi edifici storici e nuovi si rivalutano rispettivamente almeno del 10 e 30 per cento l’anno, e la tendenza aumenterà in futuro. Gli affitti tipici nell’area sono del 6 per cento.
”L’interesse principale è per chi compra sperando di vedere i propri investimenti salire moltissimo di valore nei prossimi anni” dice Power, osservando che gli acquirenti britannici e irlandesi, esclusi dai mercati interni, sono diventati fondamentali per quelli esteri.
Beck, della Avatar, sostiene che il desiderio di profitti è un buon motivo per cui gli stranieri dovrebbero valutare attentamente prima di comprare.
”Gli edifici storici nel centro di Pest sono magnifici da vedere, ma se guardiamo oltre l’intonaco si trovano problemi strutturali e di altro tipo” dice, aggiungendo che anche vecchi ascensori, poca sicurezza, e assenza di cose come piscine e palestre sono tutti fattori negativi.
Dunque, cose e dove comprare, a Budapest?
Le zone preferite dagli stranieri sono da tempo i Distretti V, VI e VII, in centro a Pest. Ma gli agenti sostengono che il Distretto V – che ospita i principali alberghi a cinque stelle di Budapest e Vaci ut, la più bella via commerciale – è esaurito, e stanno diventando rare anche le possibilità di buoni investimenti negli altri due quartieri. Ciò si deve in parte allo spostamento verso il centro delle persone che si erano a suo tempo trasferite nella fascia verde esterna, per evitare spostamenti pendolari; la M0, strada di circonvallazione di Budapest, è ancora incompleta, e gli abitanti dicono che ci vuole più di un’ora dal centro ai sobborghi.
Ci sono possibilità in altre zone. Anche se sono costosi (alcuni agenti usano il termine “sovraprezzati”), i Distretti I e II - a Buda – sono tranquilli, e l’aria è migliore grazie ai limiti per le auto private nella zona della collina del Castello.
Uno dei più importanti interventi del Distretto I è senza dubbio la Anjou Residence, due edifici per un totale di 52 appartamenti di lusso, molti dei quali con vista sul Danubio. Un appartamento di 77 metri quadrati si vende per circa 78 milioni di forint ungheresi.
Altrove, sempre nel settore lusso, ci sono appartamenti da 98 a 128 metri quadri alla Riverside Apartment House nel Distretto XIII nel nord di Pest . Il prezzo di partenza è di 55 milioni di forint, si ha accesso alla piscina, sauna e altre strutture.
Per chi preferisce l’ old style, la scelta è il Distretto II, e in particolare Rozsadomb, o Collina delle Rose, vicino al ponte Margaret a Buda, con grandi ville e molte ambasciate. La mancanza di spazi e gli alti prezzi dei terreni riducono la quantità dei nuovi interventi, ma sono disponibili appartamenti di alto livello a Pusztaszeri ut.
Julie Molnar della Budapest Resources descrive questo intervento come unico, con isolamento di altissima qualità, tubature di rame e altri elementi.
I prezzi vanno da 67 milioni di forint a circa 130 milioni, col prezzo più alto per gli appartamenti all’ultimo piano con terrazzo.
Nota: un altro contributo su Eddyburg allo stesso tema riguarda il “turnover proprietario” dei casali in Toscana; il testo originale di questo articolo su Budapest, alle pagine immobiliari del sito International Herald Tribune (f.b.)
Titolo originale: MPs call for transparency in Olympic venue deals – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il governo è sollecitato a garantire “completa trasparenza” negli accordi fra settore pubblico e privato che comprendono la realizzazione multimilionaria del campus per i giochi olimpici di Londra del 2012.
Membri del parlamento hanno evidenziato le preoccupazioni riguardo ai piani del governo di utilizzare la collaborazione pubblico-privato per realizzare le strutture, dopo che sono emersi alcuni dettagli di accordi fra le autorità olimpiche finanziate pubblicamente, e un consorzio di costruttori privati.
Tessa Jowell, ministro responsabile per le olimpiadi, ha dichiarato che si stanno “esplorando le opzioni per attirare i finanziamenti privati, oltre ad altre forme di condivisione del rischio e alle società miste”. Ma è emerso che alcuni di questi accordi sono già stati presi, anche prima della decisione sulle Olimpiadi.
Il consorzio, Stratford City Developments, progetta una mini-città da 4 miliardi di sterline a Stratford, a est di Londra, adiacente al villaggio olimpico. Nel 2003 si è accordata con la London Development Agency sul principio chiave di non “agire a scopo di ostacolare” gli altri progetti, e collaborare a spianare la strada a entrambi gli insediamenti.
Un direttore del consorzio privato, Sir Stuart Lipton, era anche fra i principali consulenti del governo per i progetti olimpici al tempo di questo accordo di cooperazione. In seguito è stato obbligato a dimettersi dalla sua posizione di presidente della Commissione per l’Architettura a l’Ambiente Costruito, per accuse di conflitto di interesse fra il ruolo di consigliere del governo e quello di costruttore privato.
Sono stati destinati 2,4 miliardi di sterline di denaro pubblico, per realizzare le infrastrutture e organizzare i giochi, ma le autorità olimpiche hanno bisogno che la Stratford City Developments converta normali appartamenti in alloggi per 4.500 atleti.
L’area di Stratford City si sovrappone al settore nord-ovest della zona olimpica nella bassa valle del Lee a est di Londra, dove ci saranno lo stadio principale, alcuni complessi sportivi minori e le strutture per ospitare gli atleti.
Sir Stuart non è stato coinvolto nell’esame dei progetti, ma le conclusioni dei commissari sono state favorevoli a entrambi i progetti.
Il piano olimpico è stato salutato come “un piano di massima di classe mondiale”, che aiuterà a “trasformare l’area e riportarla all’attività e a funzioni produttive”. Si aggiunge che il progetto della Stratford City Developments “si mescola molto bene con le proposte olimpiche, ed è esemplare sotto molti altri aspetti”.
Si ritiene che l’area di Stratford City attirerà notevoli interessi da parte degli investitori, ora che Londra si è aggiudicata i giochi olimpici.
La scoperta di questo accordo, attraverso documenti pubblicati dalla rivista Building Design ai sensi del Freedom of Information Act, ha provocato richieste di esame parlamentare di tutti i contratti connessi alle Olimpiadi.
Il deputato laburista Clive Betts, che aveva indagato sul conflitto di interesse del doppio ruolo di consulente governativo e costruttore di Sir Stuart, ha sollevato il caso alla Camera dei Comuni la scorsa settimana, durante il dibattito sul progetto di legge per le Olimpiadi.
”Non ci sono prove che Sir Stuart abbia partecipato all’ iter di approvazione dei progetti, ma non è evidente, il bisogno di completa trasparenza in tutti i casi di collaborazione pubblico-privata necessari a completare il progetto?” ha chiesto. “Ci sarà un adeguato esame parlamentare di tutti questi accordi”. Più tardi ha aggiunto che si formerà un comitato per questo esame dei contratti olimpici.
Un altro degli accordi fra il consorzio Stratford City e il gruppo di lavoro delle Olimpiadi prevede che la Stratford City riceva fondi pubblici dalla London Development Agency per sostenere la conversione di case ad alloggi per gli atleti.
”È un accordo per aiutare il più possibile le Olimpiadi” afferma Sir Stuart. “Abbiamo lavorato per facilitarle, non per avvantaggiare Stratford City”.
La parte pubblica spenderà 2,38 miliardi di sterline per i giochi del 2012 e relative infrastrutture. Circa 750 milioni saranno ricavati da una lotteria lanciata mercoledì, e 200 milioni verranno spesi in misure di sicurezza.
Nota: qui il testo originale al sito del Guardian (f.b.)
Via libera alle centrali eoliche "Ma non danneggino il paesaggio"
Wwf e costruttori siglano un accordo storico, scrive la Repubblica del 28 giugno 2005: tutte le regole per i nuovi impianti. Con una postilla di eddyburg
ROMA - È una firma storica quella in calce all’accordo che dà il via libera all’eolico doc. Fulco Pratesi, presidente del Wwf, e Oreste Vigorito, presidente dell’Anev (l’associazione degli industriali del vento) hanno siglato ieri un protocollo d’intesa che rappresenta un punto di svolta nella tormentata querelle delle centrali eoliche. Partita con l’incoraggiamento entusiasta di tutto il mondo ambientalista, l’energia dal vento, la più matura tra le fonti rinnovabili, aveva trovato negli ultimi anni una crescente opposizione da parte di alcune associazioni ecologiste che avevano sottolineato i problemi legati all’impatto paesaggistico. Una critica alimentata da qualche progetto di centrale improvvisato senza tener conto della logica, tanto per assicurarsi una licenza da rivendere in un secondo tempo.
«Il paradosso è che il dibattito sulla localizzazione, legittimo e doveroso, è stato trasformato in un dibattito sulla fonte energetica: il che è francamente improponibile di fronte all’urgenza di un salto tecnologico verso le rinnovabili, un salto necessario per stabilizzare il clima dopo i disastrosi decenni del petrolio», ha commentato il segretario del Wwf, Gaetano Benedetto. «In realtà a scrivere questo protocollo avrebbe dovuto essere la mano pubblica, non i privati: i grandi assenti sono stati i ministeri dell’Ambiente, dei Beni culturali, delle Attività produttive e le Regioni. Un ritardo di elaborazione e di garanzie che ha rischiato di compromettere il futuro del settore. Credo che ora il problema sia superato».
Il protocollo firmato da Wwf e Anev impone regole molte severe sull’individuazione del luogo in cui costruire l’impianto (si devono studiare tutte le possibili interferenze con l’ecosistema) e sulla lista delle aree off limits (da quelle importanti per le specie migratrici a quelle con flora minacciata). C’è l’obbligo di minimizzare l’impatto sul territorio, sull’ambiente, sulla biodiversità. E, per quanto riguarda la tutela del paesaggio, i produttori sono obbligati a ridurre al massimo «l’alterazione del valore panoramico», a utilizzare le tecnologie più compatibili con il luogo, a usare vernici neutre e antiriflettenti, a interrare i cavi a bassa e media tensione. Infine il sito scelto dovrà essere riportato allo stato originale una volta dismesso l’impianto.
Ridotto l’impatto ambientale, restano i grandi vantaggi dell’eolico che, secondo Wwf e Anev, possono essere sintetizzati con questi numeri: una centrale a vento costa la metà di una nucleare, si costruisce in un quarto del tempo e, a parità di investimento, produce 2,3 volte l’energia ricavabile dall’atomo dando 5 volte più occupazione e zero rischi. Inoltre gli impianti moderni sono silenziosi, efficienti e in media richiedono solo 40 ore di manutenzione annua.
I tempi sono cambiati. Le regole sulle grandi questioni d’interesse nazionale non vengono più dettate dallo Stato, ma negoziate tra portatori d’interesse, stakeholders: nel caso specifico, una benemerita associazione ambientalista e le imprese produttrici di megaimpianti per l’energia eolica. Dimissioni del potere pubblico, via più facile per le imprese. Il problema è tutt’altro che “superato”, checchè ne pensi il direttore del WWF.
I tempi non sono cambiati. In Italia si continua a decidere sui frammenti prima di aver delineato un quadro generale, una strategia. Non si sa, non si è deciso qual è il fabbisogno energetico, e men che meno come deve essere ripartita l’offerta necessaria a soddisfarlo tra le varie fonti, quali sono i costi e i vantaggi dell’uno e dell’altro modo, ecc. ecc. ecc. No. L’eolico è meglio del nucleare, quindi viva l’eolico. A tutti i costi. Tanto,se deturpiamo quel patrimonio di tutti che è il paesaggio, pagheranno le generazioni future: insegneremo loro che quando si parla di “sostenibilità” non si allude ai loro diritti, ma alla loro capacità di sopportare i guai che oggi gli infliggiamo.
Titolo originale: World Marks Green Day; UN Warns of Booming Cities – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
OSLO – Dal Giappome alla Giamaica, a milioni hanno celebrato la Giornata Mondiale dell’Ambiente piantando alberi o partecipando a manifestazioni, mentre le Nazioni Unite sollecitano una pianificazione urbanistica più “verde”, per affrontare una crescita urbana sfuggita al controllo.
Entro il 2030, più del 60 per cento della popolazione mondiale abiterà nelle città, contro circa la metà di adesso, e un terzo negli anni ’50, come ha affermato il Segretario Generale Kofi Annan. Questa crescita pone enormi problemi, che vanno dalla disponibilità di acque pulite alla raccolta dei rifiuti.
”Già ora, uno su tre abitanti delle città vive in uno slum”, ha affermato Annan in una dichiarazione. “Costruiamo città verdi”, ha proseguito, aggiungendo che l’obiettivo delle Nazioni Unite di dimezzare la povertà entro il 2015 non sarà raggiunto se la pianificazione urbana non diventerà meno casuale.
Gli attivisti hanno dichiarato il 5 giugno, giornata del primo summit ambientale di Stoccolma, nel 1972, Giornata Mondiale dell’Ambiente delle Nazioni Unite. Il tema per il 2005 è una pianificazione più “verde” per le città, che sono colpite dall’inquinamento atmosferico, dai fiumi avvelenati, da scarsa igiene.
A San Francisco, sede principale dell’edizione 2005, i sindaci di oltre 50 città, come Shanghai, Kabul, Buenos Aires, Sydney, Phnom Penh, Giakarta, Roma e Istanbul hanno deciso di sottoscrivere un piano che fissa nuovi standards ambientali per le città.
I centri urbani saranno classificati da una a quattro stelle, secondo il raggiungimento di 21 obiettivi. In tutto il mondo, dall’Australia allo Zimbabwe, gli attivisti hanno organizzato eventi, raccolto spazzatura, tenuto festival di poesia, o piantato alberi.
In Cina, dove abita un quinto dell’umanità, il centro dell’attenzione per il 2005 è stato il contenimento dei rumori e il risanamento delle acque, dell’aria, la raccolta dei rifiuti nelle zone urbane, come ha dichiarato alla Televisione Centrale cinese Pan Yue, vice ministro per la Protezione dell’Ambiente.
In Australia, gruppi ambientalisti e amministrazioni locali hanno organizzato eventi per promuovere la consapevolezza dei temi ambientali, dal riciclaggio al piantare alberi, alla pulitura delle rive dei corsi d’acqua.
MODA FRESCA
In Grecia, il porto di Zakynthos ha chiuso alle auto per un giorno, offrendo trasporti pubblici gratuiti, mentre sulla costa dello Sri Lankan – devastata dallo tsunami del 26 dicembre – si sono piantati alberi, e così pure in Kenya o a Ocho Rios sull’isola caraibica della Giamaica.
Fra i vari eventi in Giappone, una sfilata di moda incoraggiava i dipendenti delle varie aziende a vestirsi in modo meno formale durante l’estate, per collaborare ad abbassare le bollette dell’aria condizionata, e risparmiare energia nell’ambito dell’iniziativa governativa “Affari freschi”.
“Portare questi vestiti aiuta, ad aumentare la consapevolezza delle questioni ambientali, a capire come dobbiamo rivoluzionare il nostro modo di agire” ha detto il presidente della Sanyo Electric, Satoshi Iue, dopo aver sfilato su una passerella con un vestito grigio e una camicia a colletto rigido ... ma senza cravatta.
In Norvegia, un gruppo di giovani ha organizzato una protesta contro i progetti di costruzione di centrali, sostenendo che sono troppo inquinanti e contribuiscono all’inquinamento e all’effetto serra.
RISCALDAMENTO GLOBALE
L’incontro di San Francisco fissa alcuni obiettivi, come il taglio da parte delle città delle emissioni di CO2 dalle auto, fabbriche, centrali energetiche, del 25 per cento entro il 2030.
È un obiettivo più ambizioso di quello del protocollo di Kyoto, che fissa una riduzione delle emissioni dei paesi sviluppati del 5,2% sotto i livelli 1990, per il dicembre 2008.
”Le città sono grandi utilizzatrici di risorse naturali, e generatrici di rifiuti. Producono la maggior parte dei gas serra che stanno causando il cambiamento climatico mondiale” ha detto Annan.
Altri obiettivi per le città saranno l’assicurare che gli abitanti non debbano camminare più di 500 metri, entro il 2015, per raggiungere spazi aperti o una linea di trasporto pubblico.
[...]
Nota: qui il testo originale, come ripreso dal sito Common Dreams ; su Eddyburg, anche un'altra nota dal summit dei sindaci a San Francisco, con qualche link (f.b.)
Titolo originale, The Day After Peace: Designing Palestine – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
La sensibilità per la nostalgia dei palestinesi, per il loro attaccamento alla terra, o anche per come appaiono davvero al momento le loro città, sarebbe venuta dopo. Quel sabato di gennaio, l’anno scorso, nel suo studi di progettazione a Santa Monica, California, tutto quello che Doug Suisman aveva erano delle carte e delle foto aeree, la spinta dell’adrenalina in vista di una scadenza, e la grandiosità del suo compito: progettare lo stato palestinese.
Anche per gli standard di questi giorni movimentati e imprevedibili del Medio Oriente, un’idea del genere appare piuttosto presuntuosa: nell’ambito di un’indagine di due anni da due milioni di dollari, per determinare se lo stato di Palestina potrebbe riuscire, la Rand Corporation si era rivolta a Suisman, un architetto di punta e di impegno civico con qualche retroterra nella regione, per immaginarlo. Era stato in Israele una volta, nel 1972, e non aveva mai visitato le principali città palestinesi.
La Rand aveva notato che con tutta l’attenzione dedicata ai possibili confini fra Israele e una teorica Palestina, nessuno aveva sforzato l’immaginazione riguarda alla struttura di quest’ultima. La Palestina continuava ad essere sogno o incubo, un’astrazione per diplomatici e politici, non una sfida concreta per urbanisti. Eppure sia il presidente americano che il primi ministro israeliano ora parlavano di una eventuale creazione di stato palestinese. Se il mondo faceva sul serio riguardo alla soluzione dei due stati, ragionava la Rand, qualcuno doveva iniziare a progettarla, la Palestina, in particolare visto che la sua popolazione iniziava a ingrossarsi. L’alternativa di una terra affamata e impoverita sulle soglie di Israele, se non nel suo salotto, poneva un problema, un pericolo per il mondo.
Rand, un think tank indipendete no-profit con fama di neutralità e trascorsi di collaborazione con i programmi spaziali e i militari, ne ha concluso che la sfida poteva essere affrontata. Ha costruito un’immagine spaccato della vita in West Bank e nella Striscia di Gaza Strip, che mostra quanto lontani siano i palestinesi da una condizione statuale: l’economia vacillante e dipendente, un potere “corrotto, non rappresentativo, autoritario”, l’inadeguata disponibilità idrica, il peso dell’occupazione israeliana. Ha suggerito una lunga serie di interventi, per 33 miliardi di dollari, in oltre 10 anni. E ha affiancato a questa valutazione un secondo studio, un’immagine di quanto potrebbe avvenire, l’immagine sognata quel sabato da Suisman nel suo studio.
Steven N. Simon, uno dei coordinatori della ricerca Rand, ha incaricato Suisman dopo aver sondato parecchi urbanisti per un possibile piano. Suisman, progettista di spazi pubblici e sistemi di trasporto, soprattutto nella zona di Los Angeles, era “il più entusiasta”, secondo Simon. “Vedeva un potenziale, in un modo forse possibile solo a un naif”.
Alla Rand, dove l’analisi deve essere rigorosa, non romantica, ora scommettono tutto sulla naïveté. Hanno presentato l’idea di Suisman per la Palestina alla Casa Bianca, all’Unione Europea, alla Banca Mondiale e a altri, oltre che a palestinesi e israeliani. L’idea ha catturato attenzione e immaginazione, almeno quella di alcuni decisori palestinesi.
Nei suoi aspetti più prosaici, la proposta chiede la semplice connessione di punti, un treno ad alta velocità, una rete di fibre ottiche esteso a tutta la West Bank e a Gaza, a collegare le principali città e cittadine palestinesi. Ma si tratta anche di immaginare non solo il paesaggio, scomposto com’è dai posti di blocco e dalle postazioni fortificate dopo anni di conflitto, ma anche l’esperienza della Palestina. In luogo della frammentazione politica e sociale, Suisman propone l’unità attraverso i collegamenti più moderni e veloci. In luogo della condizione di quasi paralisi, offre una condizione di movimento. Chiama tutto questo “ l’Arco”. È uno scorcio, tanto raro da vedersi in questi tempi, di una terra di riconciliazione, del dopo-conflitto, del dopo-occupazione, del dopo-terrorismo.
Quando Suisman ha concluso una recente presentazione, in una sala riunione ancora buia a Ramallah, nella West Bank, Jihad al Wazir, il vice ministro delle finanze, ha rotto il silenzio dicendo di avere le lacrime agli occhi.
”Sono rimasto molto scosso” ha dichiarato poi Wazir. “C’era una bellezza, una semplicità, nel progetto, e coerenza, coordinamento”. Molti dei pianificatori palestinesi, ha aggiunto, “erano persi nei dettagli, senza una cornice unificante, o un’immagine del futuro stato palestinese”.
Analizzando in prima istanza le mappe, Suisman non si è soffermato su dettagli, presenti o passati. Ha ragionato su quanto sarebbe venuto poi, in particolare sulla previsione degli analisti Rand secondo cui la popolazione palestinese nella West Bank e a Gaza dovrebbe raddoppiare nei prossimi 15 anni, fino a 6,6 milioni, dagli attuali 3,6.
Per un confronto di idee, Suisman ha chiesto la collaborazione di Robert Lane della Regional Plan Association di Manhattan, vecchio amico dai tempi della Graduate School of Architecture, Planning and Preservation alla Columbia University. I due, insieme, hanno cercato quello che il comune mentore, Klaus Herdeg, aveva loro insegnato a immaginare come “struttura formale”: non confini di stato, ma modelli di vita umana modellati sull’insediamento.
Il mondo pensa che la West Bank manchi di un chiaro confine politico, ma, come i due hanno scoperto, ne ha sin troppi. Gli urbanisti erano soverchiati dalla pazzesca trama di insediamenti israeliani e centri palestinesi, sovrapposti alle discontinue zone a controllo palestinese o israeliano. Lane ricorda di essere rimasto allibito per “quanto disaggregato e discontinuo, e incoerente fosse il paesaggio”.
Allora, per rimuovere gli strati sedimentati da decenni di guerra e politica, hanno appoggiato un foglio trasparente sulla mappa, e iniziato a riportare elementi chiave: i principali centri di popolazione, le strade, le alture. Poi hanno messo i fogli l’uno sopra l’altro, per individuare le forme comuni. Hanno notato la linea dei crinali che correvano da nord a sud lungo la West Bank. Hanno notato come i palestinesi si fossero concentrati nei nuclei sul versante occidentale dei crinali, dove le piogge provenienti dal Mediterraneo erano più abbondanti.
”A metà del lavoro” ricorda Suisman “stavamo guardando quegli schemi, e io ho detto ‘Sembra una pazzia, ma credo che dobbiamo far questo’, e ho semplicemente tirato una riga”.
La ferrovia ad alta velocità scorrerà per oltre 100 chilometri lungo i crinali della West Bank, collegando Jenin nel nord con Hebron nel sud. Il tracciato poi si piegherà come un amo da pesca, attraverso il deserto del Negev, per connettere la West Bank alla Striscia di Gaza Strip, coprendo complessivamente oltre 200 chilometri e unendo i due territori che gli esperti di sviluppo considerano essenziali per un’economia palestinese. Lungo la linea ferroviaria, Suisman propone di stendere un acquedotto, un cavo di fibre ottiche, elettrodotto, autostrada a pagamento, e una striscia a parco.
Le stazioni della ferrovia verranno collocate a una certa distanza dai centri urbani esistenti, ciascuno connesso attraverso altri mezzi di trasporto pubblico. L’idea è di creare nuovi poli residenziali e di attività, a contenere la popolazione in crescita conservando gli spazi aperti. La lunga linea tagliata dalle trasversali suggerisce una embrionale spina dorsale e, inevitabilmente, un ramoscello di ulivo.
Gli studi della Rand sono stati promossi da finanziatori californiani, che sperano di favorire la fine del conflitto. Carol e David Richards hanno sostenuto l’analisi di fattibilità di uno stato palestinese. Mr. Richards afferma di aver preso l’iniziativa dopo che Bush si era dichiarato a favore di una soluzione a due stati.
”Sono un sostenitore di Israele, ma credo che la loro occupazione della West Bank li danneggi” dichiara Richards, ex dirigente finanziario che ora lavora in proprio. “È una politica sbagliata, e noi americani l’abbiamo tollerata e sostenuta”.
L’ Arco nasce dalla proposta di un altro finanziatore, Guilford Glazer, perché la Rand progettasse una nuova città palestinese a contenere qualunque esule di ritorno, dalla guerra arabo-israeliana del 1948 a tutti i discendenti. Nato a Knoxville, Tennessee, nel 1921, Mr. Glazer, costruttore, è stato in parte ispirato dal modello della Tennessee Valley Authority, dall’idea che i palestinesi avrebbero tratto vantaggio da un progetto di dimensioni simili (la Rand stima che l’ Arco costerà circa 6 miliardi di dollari, e che aiuterà i palestinesi a rafforzare la propria economia offrendo lavoro a 100-160.000 persone l’anno per cinque anni). Quando l’ Arco sarà costruito, dice “sarà una cosa troppo preziosa per andare persa, e sarà un motivo per resistere alla violenza”.
Sin dall’inizio, Suisman ha messo indiscussione il modello di polo unico proposto da Glazer, di una sola città centrale. Cose del genere, come Washington o Brasilia, possono impiegare decenni a raggiungere lo stadio di maturità, e nel frattempo consumano risorse nazionali. Mr. Glazer ha sottoscritto questo approccio più progressivo.
Visto attraverso gli occhi di chi sta dentro il conflitto, l’ Arco può sembrare pura fantasia. Israele prevede di ritirare unilateralmente soldati e insediamenti da Gaza entro quest’anno. Ma le due parti a malapena discutono, e la leadership palestinese, divisa al suo interno, non ha deciso cosa fare delle infrastrutture esistenti.
La Rand propone immagini future di turisti, uomini d’affari e merci sbarcate ai nuovi scali marittimo e aeroportuale di Gaza, il tutto poi smistato nel giro di minuti verso posti come Betlemme o Nablus. Si possono anche prevedere collegamenti futuri con Egitto, Giordania, Siria, Libano e le principali città di Israele. Ma pensando al contrabbando di armi o ad azioni terroristiche, Israele non mostra segni di attenuazione dei controlli ai confini di Gaza e West Bank.
Sul giornale israeliano Ha’aretz, l’editorialista Meron Benvenisti ha chiamato Arco “una favola per adulti”. Ha scritto che il presupposto di uno stato palestinese dotato di confini non si realizzerà mai. “Tutti i progetti carichi di buona volontà e atteggiamento positivo diventano leggende agrodolci, e si riducono semplicemente ad immaginare quello che potrebbe essere, se solo ...”.
Quelli della Rand sono piuttosto cinici rispetto a chi vive direttamente il conflitto: “Sanno solo perfettamente dove stanno tutti i posti di blocco” dice C. Ross Anthony, altro coordinatore del gruppo di indagine, parlando dei pianificatori locali. “L’idea di una semplice linea è qualcosa che non possono concepire, perché sono completamente immersi nei dettagli della quotidianità”.
Suisman e gli analisti della Rand tentano anche di stare al di sopra del pantano sulle politiche regionali, concentrandosi non tanto sulle forme dell’accordo di pace, quanto sulla vita che si potrebbe condurre in quello che chiamano “il day-after della pace”.
Ma quando alla fine Suisman è davvero andato in Israele e nella West Bank quest’anno, tra febbraio e marzo, ha imparato quanto poco la gente conti sulle dichiarazioni di neutralità. Lo stesso tentativo della Rand, di evitare la politica, rendeva la proposta politicamente sospetta. Abituati a sostegni e consulenze internazionali, i palestinesi non facevano obiezioni a progetti che venissero dall’esterno, addirittura da un ebreo esterno. “Non sapevo che fosse ebreo, ma per ma non fa nessuna differenza” ha dichiarato Ghassan Khatib, ministro della pianificazione. “Ci sono molti ebrei che vivono all’estero, e che hanno un punto di vista obiettivo”.
Il problema stava nei particolari del progetto e nel suo modo di presentarsi. Suisman è rimasto stupefatto dalla pioggia di obiezioni, quando ha presentato l’Arco ai funzionari palestinesi più attenti ai dettagli, gli avvocati e analisti dell’Unità di Sostegno ai Negoziati dell’OLP. Ricorda che gli è stato chiesto, da una degli interlocutori, se era una coincidenza il fatto che il piano corrispondesse quasi perfettamente a quella che lei chiamava la strategia di annessione di Israele per la West Bank.
Effettivamente, era una coincidenza. La Rand aveva tentato di evitare la questione degli insediamenti, uno dei problemi più infuocati del conflitto: “Per gli obiettivi di questo studio, avevamo scelto di mettere da parte il problema degli insediamenti israeliani”, recita il progetto Arco. Ma per i palestinesi, evitare gli insediamenti significa sostenerli. Alcuni degli avvocati pensavano che Arco potesse aiutare Israele a tenersi buona parte della West Bank orientando l’urbanizzazione palestinese verso est, lontano dal confine. Ritenevano che la Rand, che non ha alcun ruolo nelle relazioni israelo-palestinesi, fosse in campo solo per farsi pubblicità con un gesto di alto profilo. Suisman e gli altri relatori della Rand erano su un terreno scivoloso.
Un consigliere politico dell’Unità di Sostegno ai Negoziati disse che il gruppo della Rand avrebbe dovuto avere più accortezza politica. Parlando in forma anonima dato che non era consentita dall’OLP alcuna dichiarazione pubblica, sosteneva che gli americani avrebbero dovuto capire come i palestinesi associassero qualunque sistema di trasporto ai sistemi di controllo da parte di Israele, che sta già realizzando gallerie e passaggi per collegare le énclaves palestinesi senza interferire con gli insediamenti.
Dopo questo teso primo incontro, alcuni dei tecnici invitarono a cena Suisman in uno dei ristoranti più chic di Ramallah, Darna. Alla fine, dopo aver fumato le pipe shisha, Mr. Suisman tirò fuori le sue mappe, le spiegò sul tavolo, e tentò di alleviare le loro paure discutendo sul modo di collegare meglio le città occidentali della West Bank all’ Arco.
In parte ammorbiditi, i componenti dell’Unità alla fine presentarono una serie di giudizi pro e contro l’ Arco. I tecnici erano compiaciuti per gli elementi del progetto che sostenevano le posizioni negoziali palestinesi, come la proposta di un collegamento West Bank-Gaza.
Anche Israele rispose in modo cauto all’idea, presentata ufficialmente dalla Rand ai funzionari a Gerusalemme e Tel Aviv. David Siegel, portavoce dell’ambasciata israeliana a Washington, dichiarò, “Il rapporto contiene molti elementi positivi, e noi sosteniamo lo sviluppo di un’economia palestinese”.
Osservò che il problema principale era “il libero movimento di persone e merci”, aggiungendo “Questo dipende però dalle riforme politiche e di sicurezza da mettere in atto”. La Rand sostiene anche una revisione della sicurezza palestinese.
Entrambe le parti avevano motivi di mettere in discussione la posizione del progetto al di sopra delle dispute politiche perché, alla fine, conteneva implicazioni politiche ineludibili, e presentate come fredde conclusioni analitiche. “La cosa più importante di tutto, è che lo propone la Rand” commentava il Dr. Ziad Asali, presidente del gruppo di sostegno American Task Force on Palestine, riferendosi all’importanza posta ad una Palestina pienamente sovrana. “Non si tratta esatamente di Peace Now, o di qualche altro gruppo estremista. Qui c’è direttamente l’ establishment a dare la propria credibilità”.
Ariel Sharon, primo ministro israeliano, chiama Gerusalemme capitale eterna e indivisibile del paese. Ma gli analisti della Rand hanno dedotto che “senza una credibile presenza sovrana a Gerusalemme, il nuovo stato di Palestina avrà un serio deficit di legittimazione fra il suo popolo” che “renderà problematico l’emergere di uno stato stabile e di un buon governo”. D’altra parte, gli studi liquidano una delle questioni centrali poste dai palestinesi in una nota a piè di pagina. Per gli esuli della guerra del 1948 e i loro discendenti, i palestinesi reclamano il diritto al ritorno alle abitazioni originali, in quello che ora è Israele. Gli analisti della Rand osservano seccamente, “Un ritorno del genere, sempre che avvenga, probabilmente sarà di piccole dimensioni”. La Rand stima comunque circa 630.000 rientri del genere verso lo stato palestinese.
Sul terreno concreto, a Ramallah, Suisman ha visto con piacere confermato uno dei suoi presupposti. Nel corso della sua quarta visita alla città, ha convinto i suoi colleghi a lasciargli vedere un po’ il centro, invece di far solo la spola fra uffici.
”Volevo dire: Esiste! C’era una grande vitalità, e mi sentiva a mio agio, la scelta di concentrarsi sulla rivitalizzazione dei centri storici e di collegarli alle stazioni, era giusta”.
A quel punto, Suisman poteva cogliere direttamente l’intensità politica che il suo progetto aveva eluso. Fu sorpreso dall’emozione con cui i palestinesi parlavano di fiori e alberi di ulivo, da tutte le foto in bianco e nero che aveva visto.
”C’è tanto legame col passato, nei palestinesi. Per me, il passato è un’influenza molto forte, ma può anche essere una trappola”. Dapprima impressionato dal peso della storia su chi incontrava, Suisman si stancò in fretta delle loro litanie. Ricorda di aver ascoltato un conoscente israeliano rievocare un fatto del 1949. “Alla fine ho detto: beh, io sono nuovo di qui, sono stato paracadutato da fuori. Ma in due viaggi ho imparato una cosa: nel momento in cui sento citare una data storica, so che la conversazione non andrà da nessuna parte”.
Nigel Roberts, direttore della Banca Mondiale per West Bank e Gaza, afferma che sorprendentemente esiste poca riflessione di lungo periodo sulla Palestina. “Chiaramente è molto, molto distante da dove siamo oggi” dice riferendosi all’ Arco. “Ma ci devono essere questi tentativi di immaginare come possa apparire il futuro, in modo tale da poter lavorare a partire da essi”.
Suisman dice di essere contento che la sua idea non sia finita in un cassetto. “Come urbanisti, ci si abitua al fatto che molte idee non prendono piede”. Altri componenti del gruppo di lavoro della Rand, sostengono cautamente di sperare solo di poter collaborare coi palestinesi nella pianificazione interna, non di volersi sostituire a loro.
Khatib, ministro della pianificazione, ha detto di Arc, “In linea di principio, è un tipo di approccio attraente”. Il gruppo della Rand lo ha informato in due occasioni sul programma, e il ministro ha risposto che i suoi tecnici volevano proporre altre modifiche, come la priorità agli insediamenti sul lato occidentale della West Bank.
Suisman visiterà Gaza questo mese. Ha detto che vuole “vedere il resto del posto, dopo averci vissuto per un anno e mezzo con l’immaginazione”. Si ferma e sorride. “Credo che, in qualche modo, sia una cosa molto palestinese”
Nota: il testo originale al sito del New York Times (f.b.)