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Marina Lecis, minuta, iperattiva, occhi brillanti sotto una cascata di riccioli rossicci, sarda trapiantata in Cadore, corrispondente da Cortina d'Ampezzo per il Corriere delle Alpi, scopre, il giorno di ferragosto di quest'anno, che circa un mese prima, il 21 luglio era stato pubblicato su Repubblica e Gazzettino un avviso che annunciava la procedura di partecipazione alla valutazione d'impatto ambientale di un'opera di cui nessuno, fino a quel momento, aveva segnalato l'esistenza. Un'opera che avrebbe stravolto l'Ampezzano e l'intero territorio di Cortina: una circonvallazione di 11,328 km, chiamata «Ss 51 di Alemagna-Variante all'abitato di Cortina d'Ampezzo».

Tutti i no della Soprintendenza

La mattina del 16 agosto si precipita in Comune dove però non riesce a farsi consegnare il progetto. Si appella al capogruppo della minoranza in Comune, Francesco De Menego, ma anch'egli non ne sa nulla. Decide allora di agire in proprio e si precipita a Venezia presso la Soprintendenza per i beni architettonici e il paesaggio per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso, dove, oltre a prendere visione della documentazione e della sintesi non tecnica della valutazione d'impatto percepisce che la Soprintendenza sta per redigere un parere tutt'altro che favorevole all'opera. Il parere avrà la data del 23 agosto. Marina Lecis ne scrive, verificando poi sul territorio gli impatti segnalati dalle osservazione della Soprintendenza che ha scritto, nudo e crudo: «Per quanto riguarda l'impatto paesaggistico della variante proposta, si rileva che questo risulta eccessivo e tale da comportare l'alterazione dei tratti caratteristici della località protetta che sono la ragione stessa per la quale l'intero territorio comunale di Cortina d'Ampezzo è stato sottoposto a vincolo, ai sensi della normativa di tutela ambientale attualmente vigente».

La Soprintendenza segnalava problemi per la galleria Zuel (impatto su frane attive, falde e biotopi), impatti paesistici del viadotto-bretella di collegamento tra lo svincolo di Cortina Sud e l'Albergo Miramonti, l'irrimediabile alterazione di una delle poche aree naturali cortinesi con lo svincolo di Cortina Sud, la compromissione della sinistra orografica e ripariale del fiume Boite con la bretella di collegamento tra Cortina Sud e la statale 48 per il passo Falzarego, la compromissione della frazione di Alverà. Lecis si reca ad Alverà per capire se la popolazione ne sa qualcosa e si rende conto che nessuno sa dell'opera.

Nel frattempo, i suoi articoli allarmano la giunta forzista di Cortina che aveva cercato di occultare il progetto. Il sindaco avvocato Giacomno Giacobbi e l'ex sindaco, ora assessore, Paolo Franceschi immediatamente invitano consiglieri comunali e stampa a una seduta di presentazione del progetto Anas. Un'ufficializzazione che non sarebbe mai avvenuta senza il lavoro della Lecis.

Nel corso dell'incontro, gli amministratori non prestano attenzione ai problemi ambientali. Si dichiarano in perfetta sintonia con il ministro Lunardi, attivo frequentatore di Cortina. Una sola idea hanno per la testa: i soldi, quei 441 milioni di euro per la realizzazione dell'opera che vanno subito reperiti nei fondi europei, collocando il progetto nell'ambito del «Corridoio 5» e nulla importa se, nella realtà, la realizzazione di quest'opera rappresenterebbe il completo sconvolgimento della valle e la negazione di alcuni fondamentali principi di metodo e analisi cui la valutazione d'impatto ambientale dovrebbe attenersi.

Il tracciato non tiene assolutamente conto dei concetti base della legge 97/1994 (Nuove disposizioni per le zone montane), i quali ribadiscono come lo sviluppo della montagna debba avvenire tramite tutela-valorizzazione delle qualità ambientali e delle potenzialità endogene dell'habitat montano e prescinde da una delle fondamentali leggi regionali del Veneto, la 11/2004 (Norme per il governo del territorio), la quale prevede il non avvio di interventi progettuali impattanti in assenza di una valutazione strategica dei piani, sulla base della Direttiva 2001/42 Ce del 27 giugno 2001. Me lo ricorda l'arch. Marco Stevanin dello Studio Terra di San Donà di Piave. Lo stesso presidente della Provincia di Belluno, Sergio Reolon, a capo di una giunta di centro-sinistra mi ribadisce che questo genere di infrastrutture dovrebbe essere pianificato sulla base di un piano strategico che, per ora, manca e che la Provincia dovrebbe varare entro 6 mesi.

Marco Stevanin, con l'avvocato Luigi Ceruti, si è posto completamente al servizio dei cittadini di Cortina insorti contro un tale scempio, grazie all'impegno ed al coordinamento di un pensionato, ex fondista, Sergio Maioni, la cui placida serenità nel porsi in posizione antagonista al potere forzitaliota e la cui costante dedizione alla salvaguardia e alla tutela del territorio, lo renderebbero degno di sfidare gli attuali, compromessi amministratori, per la carica di sindaco, nel 2007.

L'analisi ecosistemica

Maioni ha imparato molto dalla frequentazione di Lecis, Stevanin e Ceruti. Sa che il territorio interessato dall'infrastruttura, nel suo delicato equilibrio tra ambiente naturale ed ambiente antropico, disegnato dalle «Regole», non può essere esaminato e valutato prescindendo dai principi stessi della Landscape Ecology, ovvero da un'analisi ecosistemica delle relazioni dinamiche che esistono tra le fondamentali componenti naturali, aree cotonali, aree sorce-sink e l'insieme della rete ecologica. Sa che quest'inutile infrastruttura lineare, in un ambito segnato dal delicato equilibrio uomo-natura, interromperà fondamentali connessioni ecologiche, distruggerà habitat e biotopi.

Mi ricorda che il progetto non tiene conto dei numerosi impatti già esistente in valle, come il campo da golf di 18 buche di Fraina-Noulù, in comune di Cortina e della centrale idroelettrica del Rio Falzarego-Ponte di Landries. «Certo - dice - a nessuno degli amministratori di Cortina importa degli impatti cumulativi. Vedono solo la possibilità di meglio collegarsi con il corridoio europeo numero 5, sul tracciato Lisbona-Kiev, per accogliere le nuove, possibili clientele invernali ed estive dell'est».

C'è anche dell'altro. Il progetto, in sé non considera alcuno scenario alternativo, quale il ripristino della linea ferroviaria Calalzo di Cadore-Cortina d'Ampezzo-Dobbiaco o il progetto della viabilità presentato dalla minoranza in consiglio comunale, un'ipotesi di modesto impatto ambientale, teso a migliorare la circolazione nell'Ampezzano.

L'amministrazione forzista di Cortina dovrebbe ricordarsi, nel suo accecato sostenere l'infrastruttura e nel suo negarsi a qualsiasi confronto con i cittadini, del fatto che le opere più impattanti del progetto, la galleria Piè Rosà, la galleria Meleres, lo svincolo Cortina Sud, le gallerie Riva e Zuel, sono localizzate nei margini cotonali di sistemi ambientali dalla forte criticità, identificati, dal Piano regolatore generale, quali aree di interesse naturalistico: la zona umida di Noulù, il lago Marzo ed il bosco in località Fraina, la zona umida del Pisandro di Fiames, il biotopo lungo le sponde del fiume Boite.

Anche le opere di cantiere non debbono essere sottovalutate in un ambito come quello Ampezzano. Come reagirà il turismo ad almeno 6 anni di cantieri e a un feroce andirivieni di un totale di 160.000 camion che sposteranno non meno di un milione e mezzo di metri cubi di smarino? Che ne sarà della frazione di Alverà e delle residenze prossime all'imbocco della galleria sud del Piè Rosà, irreversibilmente segnate da queste opere? Cortina perderà anche il percorso storico della passeggiata Convento a Campo di Sopra, trasformata in strada di collegamento del cantiere.

Infine il problema clou, il vero problema. La geologa Maria Luisa Perissinotto della Società Terra ed il professor Rinaldo Genevois dell'Università di Padova, sottolineano la gravità delle problematiche geologiche dell'area. Genevois da 8 anni si occupa delle colate detritiche dell'area di Cortina. Ne ha censite ben 329. Le gallerie si inseriranno in questi corpi di frana. La testimonianza di Genevois che ha al suo attivo 35 anni di docenza in geologia applicata presso una prestigiosa università come Padova, non sembra interessare gli amministratori. Lui non sapeva nulla di questo progetto e sconsolato mi dice: «La soluzione, come presentata, non è buona».

1400-1600 tir al giorno

La giunta di Cortina resta indifferente, anche al fatto che se, dopo la realizzazione dell'opera, anche solo il 20% del traffico del Brennero prendesse la via della Val Punteria e della Valle del Boite, nell'Ampezzano si riverserebbe un traffico di transito di 1.400-1.600 tir/giorno. Forza Italia non ascolta neppure il commissario all'urbanistica della minoranza in consiglio, Stefano Verocai, il quale ricorda come il Consiglio comunale abbia deliberato la creazione di un gruppo di lavoro ad hoc che discutesse sulla realizzazione non di una tangenziale, ma di una strada di scorrimento. Per Verocai il progetto Anas è figlio di un input preciso della giunta: la realizzazione del parcheggio scambiatore in area Convento. Verocai confessa, anche per smentire il sindaco, che non si dispone di dati specifici sul traffico in entrata e uscita da Cortina e che una viabilità più adeguata per la valle del Boite non è certo quella disegnata dal progetto Anas.

Forse sarebbe utile che l'amministrazione di Cortina fosse meno spocchiosa, che si confrontasse con la gente, (non lo ha fatto nel corso dell'incontro voluto dai cittadini e patrocinato dalla Università Iuav di Venezia, presso il PalaVolkswagen, sabato 26 novembre,) e che si acculturasse un pochino, magari leggendo il bel libro Managing Mountain Protected Areas: Challanges and Responsures for the 21st Century, curato da David Harmon e Grame Worboys per l'Editrice Andromeda, dove sono raccolti gli atti del Convegno promosso a Durban nel 2003 dalla Uicn. I testi che il volume raccoglie rappresentano quanto di più avanzato sia stato prodotto nell'ultimo decennio dagli operatori tecnico-scientifici e dalla gestione del territorio sul tema della tutela del territorio montano, temi e problemi affrontati oggi dai cittadini di Cortina a fronte di un'opera infrastrutturale distruttiva dell'ambiente montano.

Titolo originale: New homes plan thrown into chaos – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

I progetti per costruire milioni di abitazioni in tutto il Regno Unito sono stati messi in dubbio dopo le osservazioni fortemente critiche di due importanti organismi governativi.

La notizia colpisce al cuore i piani del Labour per risolvere la crisi abitativa della Gran Bretagna costruendo case su ampie distese di campagna, e sarà fonte di grave imbarazzo per il governo.

Si devono realizzare oltre 4 milioni di nuove case in tutto il paese. Uno dei progetti nella regione orientale dell’Inghilterra – che riguarda 500.000 abitazioni – è considerato l’esempio simbolo.

Ma la Countryside Agency e English Nature in un rapporto reso pubblico questa settimana mettono in guardia sul fatto che questo piano mette “ seriamente a rischio” “ paesaggi e habitat di rilevanza nazionale”.

Se attuato il piano causerebbe “ danni significativi” degradando i caratteri del paesaggio inglese, frammentando gli habitat naturali, inducendo prelievi d’acqua con impatti insostenibili sull’ambiente.

Il rapporto è un grave colpo alla credibilità delle promesse governative di mettere a disposizione case a prezzi accessibili.

Le due agenzie complessivamente condannano il Sustainable Communities Plan del Labour, e altre politiche nazionali su cui si basano le strategie di sviluppo regionale. L’approccio governativo è “ contrario al concetto di sostenibilità”, affermano.

”Sembra [il governo] poco serio riguardo allo sviluppo sostenibile e alla tutela dell’ambiente, perché a quanto pare ritiene di poter fare progetti e poi attuarne dei pezzi. Le conseguenze sono un probabile degrado della qualità ambientale e di quella della vita nella regione” dice Henry Oliver della Campaign to Protect Rural England.

Ma l’Ufficio di Vicepresidenza del Consiglio difende la sua politica. “La pressione per nuove abitazioni non è determinata dal governo, ma da una popolazione in crescita e invecchiata, da più persone che abitano da sole” sostiene un portavoce. “Negli ultimi trent’anni abbiamo visto un incremento del 30% nel numero dei nuclei familiari, contro una caduta del 50% delle abitazioni realizzate. Questo non è sviluppo sostenibile”.

Il rapporto sarà allegato alla documentazione ufficiale della riunione sui piani per l’est Inghilterra, prevista dalla regional spatial strategy (RSS), che si inaugura martedì. Il progetto, il principale e il primo ad essere sottoposto a vaglio ufficiale completo, propone quasi mezzo milione di nuove abitazioni, impianti produttivi e spazi per attività terziarie, oltre a 67 piani stradali.

A livello nazionale i progetti del governo sono stati criticati per aver sovrastimato le dimensioni dell’intervento necessario, concentrando troppe costruzioni nelle già affollate zone del sud-est inglese, e per non aver insistito sufficientemente su rigidi standard ambientali, come la progettazione a basso consumo energetico.

Lo Environmental Audit Committee – dominato dal Labour – ha anche ricordato che gli impatti ambientali “meritano un’attenzione molto maggiore”.

In quest’ultimo rapporto le due agenzia, che presto si fonderanno, riconoscono “ la necessità di prevedere e localizzare costruzioni” e lodano anche alcuni aspetti di una strategia “ raccomandabile e che deve essere sostenuta”. Ma affermano anche che “ non c’è alcuna traccia” della verifica che questi progetti non possano danneggiare “ elementi ambientali di base”, e che la valutazione indipendente di sostenibilità li aveva giudicati di “ danno significativo” per paesaggi, habitat naturali e acque.

Il rapporto continua: “ Raggiungere un equilibrio implica uno scambio fra due obiettivi concorrenti, dove è necessario accettare il fatto che una perdita dal punto di vista di una componente sia necessaria per avere vantaggi un un’altra”. E aggiunge: “ Secondo gli obiettivi di crescita proposti l’effetto finale del RSS potrebbe NON [enfatizzazione degli Autori ] garantire un futuro sostenibile per la regione. Questo risultato sarebbe contrario agli obiettivi istituzionali del sistema di pianificazione ... In più le presenti agenzie ritengono che alcune delle basi del progetto non diano sufficiente conto delle questioni ambientali e di qualità della vita, e di conseguenza definiscano un contesto inadeguato su cui basare le strategie”.

Il rapporto chiede invece che le regioni valutino quanta crescita sia sopportabile dal proprio ambiente, e poi prevedano misure per la mitigazione degli impatti “ giustificati”.

”Non stiamo dicendo che non vogliamo edificazione” dice Graham Smith, responsabile di area per English Nature. “Si deve adeguare il ritmo di realizzazione, per non sacrificare un obiettivo sull’altare di un altro”.

Il gruppo di verifica indipendente, nominato dal governo, riferirà al Vicepresidente del Consiglio, che si prevede renderà pubbliche le eventuali modifiche nel rapporto finale atteso per il 2007.

Nota: il testo originale al sito del Guardian/Observer (f.b.)

Titolo originale: EL PORTAL: Laredo envisions huge retail project – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

LAREDO – il Rio Grande separa due città, una con aspettative economiche e l’altra che porta il peso dei cartelli della droga, violenti e armati. Il destino dell’una potrebbe plasmare il futuro dell’altra.

Laredo, negli Stati Uniti, progetta di realizzare un progetto commerciale da 85 milioni di dollari, con al un mall, che dovrebbe attirare clienti messicani, principalmente da Monterrey, città industriale a due ore di distanza con la più grossa percentuale di milionari del Messico.

Nuevo Laredo rappresenta la faccia messicana di questo “portale”, con 120 morti quest’anno e una quarantina di rapimenti in tempi recenti, attribuibili ai cartelli della droga.

La violenza ha devastato l’attività turistica di Nuevo Laredo.

I tentativi della città di contrastare il crimine devono avere successo, perché anche sul versante messicano del confine si realizzino i benefici economici del mall, chiamato El Portal, dice Octavio Almanza, direttore della promozione turistica a Nuevo Laredo.

“La gente qui in Messico è attratta dai centri commerciali degli Stati Uniti, perché offrono prezzi più bassi” continua Almanza.

”Stiamo facendo piccoli passi in avanti per quanto riguarda il problema della violenza, così che i clienti possano sentirsi sicuri nell’attraversare il confine a Nuevo Laredo”.

Gli investitori del Mall non hanno comunicato i marchi dei negozi con cui sono in trattative.

Comunque, gli operatori commerciali nei pressi del futuro complesso credono che sia necessario attirare grossi nomi per creare il tipo di flussi e benefici economici sperati.

Alcuni consiglieri comunali osservano però che colpisce la priorità conferita al progetto El Portal quando appena oltre confine c’è tanta violenza incontrollata.

”Speriamo che sia di vantaggio alla città, ma forse dovremmo fare qualcosa a proposito della violenza, e solo dopo iniziare a parlare di sviluppo economico” dice Joe Guerra, ex consigliere di Laredo.

Mike Garza, direttore dei servizi allo United Independent School District di Laredo, suggerisce altri modi di investimento per le risorse della città.

”Le infrastrutture mi sembrano un elemento critico. E per la violenza, c’è bisogno di più polizia per proteggerci” dice Garza.

Ma certo gli investitori non ci metterebbero milioni, se la zona non fosse sicura per i clienti, dice Allan Davidov, investitore in questo progetto e socio della Morgan Stern Realty di Beverly Hills, California.

Il piano El Portal è un investimento misto pubblico-privato rivolto ai 9 milioni di pedoni e 17 milioni di veicoli che annualmente attraversano questo punto del confine.

Il potenziale, sostengono gli interessati, comprende la rivitalizzazione del centro città, un nuovo gettito fiscale per le casse municipali, e il rafforzamento delle relazioni col Messico per lo sviluppo economico della fascia di confine.

Le costruzioni, per quanto riguarda la parte della città, sono già iniziate, e si stima una spesa di 25 milioni di dollari, che saranno pagati da emissioni garantite dai pedaggi di attraversamento del ponte. La Horizon Group Properties di Chicago, proprietaria di 10 complessi commerciali in tutto il paese, rappresenta in con la consociata Morgan Stern Realty la parte privata del progetto.

Una volta completato, il complesso commerciale metterà a disposizione circa 40.000 metri quadrati, a 50 negozi.

Nota: il testo originale ripreso dalla Associated Press, al sito Houston Chronicle ; un altro caso di "funzione anomala" dei centri commerciali riportato su Eddyburg, era quello sudafricano di Soweto (f.b.)

Ormai è stato detto tutto, o quasi tutto, sulla questione dei territori meno favoriti della Repubblica; perciò non avrei voluto aggiungere la mia voce al concerto delle spiegazioni. La violenza non è legittima, e qualunque spiegazione, che lo si voglia o meno, diventa una giustificazione. Comprendere vuol già dire scusare. Ma il fenomeno presenta la particolarità di chiamare in causa vari attori, ciascuno dei quali ha i suoi torti: gli architetti, per aver concepito luoghi di vita mostruosi; lo Stato, per aver lasciato che la segregazione urbana si sviluppasse fino a limiti estremi; i "giovani" delle banlieues per le violenze commesse.

L´etnicizzazione dei conflitti comporta due atteggiamenti contraddittori: da un lato, il rifiuto delle minoranze definite non integrabili, e dall´altro la compassione per le fasce di popolazione nei cui confronti la Repubblica avrebbe mancato ai suoi doveri. Da parte mia vorrei però scegliere un´altra strada, lontana dai buoni sentimenti e a distanza abissale dalla bestia immonda del razzismo. Quali sono i fattori obiettivi che conducono alla segregazione e alla dissociazione? Nel 2003, insieme ad altri due economisti (Eloi Laurent e Joël Maurice) ho consegnato al primo ministro un rapporto dal titolo "Segregazione urbana e integrazione sociale". Uno dei tanti documenti su questo tema. L´industria dei rapporti è tanto più fiorente, quanto più i problemi trattati restano irrisolti.

Da almeno un quarto di secolo, la principale disfunzione delle nostre società è la disoccupazione di massa. Certo, è una realtà nota a tutti; ma dato che il problema persiste, chi ne parla rischia di suscitare una forte impressione di déjà vu, tanto da non produrre più altro che la noia dovuta alla ripetizione. Da tempo ormai la disoccupazione è divenuta parte del paesaggio, e questo ci fa pensare che la società possa continuare a conviverci. Di fatto però, come abbiamo scritto nel rapporto sopra citato, "nel cuore del nostro sistema la disoccupazione di massa è come un buco nero in espansione, che inghiotte tutte le logiche di integrazione". Allungare la distanza tra la popolazione e la possibilità di trovare lavoro vuol dire contribuire a dissociare i luoghi della vita attiva dalle periferie, e il presente dal futuro. Per comprenderlo dobbiamo pensare alla disoccupazione come a una serie di file d´attesa ai diversi sportelli delle imprese e delle amministrazioni, ordinati a seconda delle qualificazioni e dei diplomi. Le file d´attesa più lunghe corrispondono ai titoli più modesti. Il perdurare della disoccupazione di massa significa che la lunghezza delle file d´attesa rimane più o meno costante nel tempo (con qualche variazione a seconda delle fluttuazioni congiunturali). Ma queste file non funzionano secondo il principio della precedenza garantita ai primi arrivati, bensì in base ai criteri di reclutamento delle imprese. Se prendiamo ad esempio lo sportello dei lavoratori qualificati, il posto che ciascuno occupa nella fila dipende dal prestigio del suo diploma, dalle precedenti esperienze di lavoro, dagli indirizzi collezionati nella sua rubrica o in quella dei suoi genitori, dalla durata dei periodi di disoccupazione pregressi, dal genere, dall´età e talvolta da criteri ancor meno pronunciabili.

A parità di titoli di studio, una donna di cinquant´anni avrà minori probabilità di raggiungere lo sportello dei suoi coetanei maschi, che però a loro volta si vedranno passare davanti i pari grado trentacinquenni. Nella fila d´attesa più lunga - quella dei lavoratori meno qualificati - continueranno a valere tutti i criteri precedenti, ma un peso molto maggiore sarà attribuito a considerazioni che esulano dalla capacità lavorativa del candidato: si terrà conto dell´indirizzo, del cognome, dell´aspetto fisico ecc. Ora, si dà il caso che gli stranieri, o "ritenuti tali" (terribile espressione, pure correntemente ammessa!) sono rappresentati in percentuali molto superiori alla media nella categoria dei lavoratori meno qualificati, i quali ultimi si concentrano in determinate aree del territorio. Uno squilibrio sociale durevole come quello legato alla disoccupazione non è mai astratto, nel senso che ha inevitabilmente una connotazione spaziale. Di conseguenza i lavoratori meno qualificati, che abitano nelle zone periferiche delle città e per di più hanno nomi stranieri, si ritrovano sistematicamente relegati agli ultimi posti delle file d´attesa, con scarsissime probabilità di arrivare davanti allo sportello. Questo fenomeno di discriminazione non ha molto a che fare con l´immigrazione, ma piuttosto con la perdurante lunghezza delle file d´attesa. Anche se la popolazione fosse perfettamente omogenea dal punto di vista delle origini, si inventerebbero altri criteri di differenziazione. Di fatto, ogni processo di selezione diventa tanto più complesso e arbitrario, quanto più ampia è la possibilità di scelta tra i candidati (ossia la lunghezza della fila d´attesa). In altri tempi la discriminazione sarebbe avvenuta sulla base della regione d´origine, della professione dei genitori, del luogo di residenza, della religione, o magari di altre caratteristiche meno confessabili.

Il problema è che quando il fenomeno all´origine delle discriminazioni perdura nel tempo, queste ultime possono trovare una giustificazione ex-post. Gli individui stigmatizzati, concentrati (per ragioni imperative di costi) in determinate aree, ove i tassi di disoccupazione sono molto superiori alla media nazionale e i posti di lavoro meno remunerati, percepiscono di avere possibilità sempre più scarse di integrarsi negli spazi sociali, che sono quelli del lavoro, della scuola, delle strutture collettive e della laicità. E alcuni sono tentati da forme di integrazione sostitutiva - economia sotterranea, bande organizzate, comunitarismo ecc. - che in qualche modo convalidano la loro segregazione. Anche perché in quelle aree è più problematico il funzionamento dei servizi pubblici, primo tra tutti la scuola. L´istruzione, per la sua stessa essenza, è una promessa di futuro, ma al suo adempimento fanno ostacolo le discriminazioni. E gli incoraggiamenti allo studio perdono la loro efficacia quando gli adolescenti si sentono presi in giro, vedendo così svalutate le loro prospettive. La condizione particolare dell´immigrato può insegnarci qualcosa sul funzionamento complessivo della nostra società: il patto repubblicano riposa sia sull´integrazione civica che su quella sociale.

Per il problema della segregazione urbana non esistono risposte chiavi in mano. Tutte le possibilità di cui si è discusso in seguito ai noti episodi vanno nella direzione giusta, ma sono sempre risposte parziali. Se non bastano i posti a sedere al grande banchetto occupazionale, e se troppi devono accontentarsi di uno strapuntino, bisognerà pure che nelle nostre società civilizzate si trovi qualche territorio dove mandare le persone "in eccedenza". Ma in questo modo, per le categorie meno favorite si allungherebbe ancora la distanza, non solo sociale ma anche fisica, dalla possibilità di un posto di lavoro. E´ un fatto che in ogni epoca le città sono state caratterizzate da quartieri ricchi e quartieri poveri; ma la segregazione non subentra se non nel momento in cui la mobilità tra queste realtà viene ridotta o impedita. Ora, è precisamente questa la conseguenza dell´allungamento delle distanze dai posti di lavoro. Occorre dunque agire su tutte le dimensioni della mobilità per restituire dinamismo alla società. E soprattutto impegnare tutte le energie per combattere la nostra accettazione implicita della disoccupazione, poiché contribuisce a rendere effettive le discriminazioni che altrimenti sarebbero rimaste virtuali.

Traduzione di Elisabetta Horvat Français

Questione a margine dei tumulti periferici di Francia, ma per niente marginale: perché in Italia le periferie non sono più un soggetto politico? Perché sono sempre più lontane dell'attenzione, oltre che della città? Perché non producono segnali, culture, dissenso, come avveniva nel Novecento? Ci volevano gli incendi nelle lontane notti parigine per ricordarsi che anche da noi ci sono quartieri dormitorio desolati e potenzialmente esplosivi? Ed è un incendiario Romano Prodi, quando dichiara che abbiamo le peggiori periferie d’Europa, che non dobbiamo crederci cosi diversi da Parigi, perché è solo questione di tempo?



“Macché incendiario: Prodi è uno dei pochi con del sale in zucca. Questo disinteresse ha un’unica ragione: la politica ha rinunciato al governo dell’urbanistica, delegandolo agli immobiliaristi, cioè al mercato. E le città senza un governo pubblico diventano agglomerati di costruzioni” dice Edoardo Salzano, che ha insegnato urbanistica all’Università di Venezia ed è stato consulente per la pianificazione territoriale di molti Comuni. “Nella capitale del capitale, New York, lo capirono nel 1811, quando fu steso il primo piano regolatore al mon do. Lo richiesero i commercianti, i costruttori, gli imprenditori: il mercato, insomma. Razionalizzare significava lavorare meglio e guadagnare di più”.

Il piano di edilizia popolare del dopoguerra, su cui Fanfani investiva per l’avanzata del Paese e della Dc. La trombatura anni ‘60 di un altro notabile bianco, Fiorentino Sullo, sostenitore di una riforma urbanistica un po’ lesiva degli interessi fondiari. Gli immani scioperi per la casa. L’utopia anni ‘70 che, monumentalizzando la casa popolare, produsse anche quelli che oggi definiamo ecomostri. Per molto tempo, a partire dal Ventennio, le case per i lavoratori, e quindi le periferie, sono state materia di conflitto, progettazione, creatività. È bastato il mercato a uccidere tanta vitalità? Tutti a casa, finita la grande edificazione negli anni 80? “No. La caduta del muro di Berli no si è portata dietro quella delle ideo logie. Negli anni ’60-‘70 le periferie non costituivano solo serbatoi di voti, ma la speranza di dare cittadinanza ai diseredati. Speranza oggi caduta” sentenzia Salzano, che nel suo sito di urbanistica, società, politica eddyburg.it, tiene un’eroica sezione banlieues.

Tutti a casa fino a un certo punto: “Ne1 1984 si costruirono 35 mila alloggi sovvenzionati; nel 2004, 1400” osserva Giovanni Caudo, ricercatore di Urbanistica a Roma Tre. E la recente promessa di Silvio Berlusconi, 500 mila alloggi, segnala che l’emergenza torna elettorale. “La nostra edilizia sociale è l’ultima in Europa” continua Caudo. “In Olanda è al 35 per cento, da noi al 4”.

Le cartolarizzazioni hanno diviso le periferie fra proprietari e sfrattati: chi poteva ha comprato, gli altri, il 25 per cento, ha ripiegato sugli alloggi popolari fuori mercato, di qualità quasi nulla. Gianni Belli, segretario dell’Unione inquilini della Lombardia, dice che i quartieri della cintura milanese scoppiano. Di casi limite: immigrati senza risorse, abusivi, pensionati con la mini ma, dissociati. “Se metti uno schizofrenico fra dieci sani puoi controllarlo, ma se riempi un ghetto di disperazione non puoi far nulla. Prevale il senso di impotenza, se poni i problemi nessuno li raccoglie”. Sulla solidarietà prevale la diffidenza, e la periferia non produce più un’identità coesa. “I vecchi se la prendono con gli ecuadoriani che fanno festa, i comitati di quartiere chiedono cancellate invece che spazi comuni, c’è stato l’imborghesimento: conta il posto macchina, non la vivibilità” commenta Vincenzo Simoni, che dell’unione inquilini è segretario nazionale. Un tempo, specie al Nord, iquartieri popolari sorgevano Intorno alle fabbriche, vero fulcro della socialità. Con la deindustrializzazione, sono saltati i fulcri. "Venti, trent’ anni fa, le periferie avevano un proletariato giovane, politicizzato. Comitato di quartiere e consiglio di fabbrica lavoravano insieme” ricorda Simoni. “La casa del popolo, diretta da un ex partigiano, era il centro: i giovani ci litigavano ma c’era affetto. Oggi è tutto più silenzioso, non è sempre un disastro: le periferie delle città fino a 400 mila abitanti sono dignitose, però nessuna riesce a essere propulsiva. Ma non so dire cos’è propulsivo, oggi”.

La caduta della speranza è un elemento ricorrente. “Un disagio senza coscienza non colmato da niente” secondo Ascanio Celestini, cantastorie antropologo che nonostante il successo non ha lasciato Casal Morena, ex borghetto tra Roma e i Colli Albani. “A settembre, ho organizzato un festival al X Municipio: ci siamo accorti che l’i dea di spazi comuni non è stata proprio concepita. Che funzione avevano se la gente torna qui solo per mangiare e dormire? Trent’anni fa, in periferia si pensava che le cose sarebbero migliorate, oggi si sa che non c’è futuro: figli del benessere senza benessere”.

Eppure ironia della sorte e regime del suoli seminano al margini delle città totem del benessere: i centri commercialI. Dalla finestra di un mio amico di Tor Vergata si vedono ben due Carrefour”, ride amaro Celestini. Se un tempo Dario Fo stabiliva la Comune nella cintura milanese, oggi in tutt’Italia tocca a Ikea, agli outlet, agli ipermercati. “I Comuni, impoveriti, cedono i terreni in cambio di un po’ di servizi. La manovra a volte può produrre un circolo virtuoso, molte altre no” spiega Giovanni Caudo, che critica anche certi recuperi: “Fanno nuove piazze senza indagare dove la gente preferisce raggrupparsi”.

Quando era assessore all’Urbanistica della prima giunta Bassolino, a Napoli, Vezio De Lucia voleva trasferire due facoltà universitarie alle Vele di Scampia: “Non so come è finita, ma abbatte re certa edilizia pubblica mi sembra un’idiozia. Non sono costruzioni abusive, demolirle conferma ulteriormente la defezione dello Stato. E basta discutere se è giusto costruire belle architetture moderne nei centri storici: lascia moli come sono e portiamo un po’ di bellezza ai margini delle città. Ritenere frivola la bellezza, quando si parla di edilizia sociale, da’ l’idea di come vengono consideriate le periferie”.

Anche Renato Nicolini che, quando era assessore alla Cultura prima a Roma e poi a Napoli, fu il primo ad attrarre con i suoi eventi gli abitanti dei sobborghi in centro, pensa sia ora di invertire la direzione. “E va rivisto il concetto di periferia, quel che un tempo lo era, oggi non lo è più. Possiamo definire periferia ciò che somiglia a un non luogo: stazioni, grandi alberghi, aero porti. Solo nei film di Spielberg si può vivere negli air terminal.

Quindi la sospensione, l’estraneità. Allora anche Corviale, a Roma, dove bisognò dipingere i corridoi di colori diversi sennò i bambini si perdevano, o lo Zen di Palermo, vent’anni senza fogne, o le Vele di 13 piani con l’ascensore fermo, erano non luoghi. Il dibattito si accende. Gli architetti che li hanno realizzati accusano di latitanza lo Stato: nessun servizio, né vigilanza sulla legalità. Salzano ribatte che l’architetto deve prendersi le sue responsabilità, controllare se la committenza è affidabile. Il sociologo Franco Ferrarotti taglia corto: “Le amministrazioni pubbliche hanno colpe enormi, ma chi ha fatto quelle case alveare ha confuso la responsabilità sociale con la libertà individuale”.

In Italia “i periferici” sono quattro milioni, contro i sei francesi, di cui circa 5,5 stretti intorno a Parigi. E le nostre banlieues sono abitate prevalentemente da italiani: è il caso di chiedere al sociologo se le previsioni di Prodi sono incendiarie. “Il sottosuolo sociale si riproduce più lontano delle periferie strutturate. Il problema vero degli immigrati è avere punti di ritrovo e culto interetnici. Ma il nuovo povero non è l’extracomunitario, è l’impiegato, il maestro che non può mandare la moglie a servizio. Nei sobborghi la ricchezza slitta dai locali agli stranieri, che hanno più iniziativa autonoma e adattabilità”.

Un tessuto più difficile da raccontare, rispetto ai tempi di Pasolini. Ma Antonio Bocola, regista con Paolo Vari di Fame chimica, piccolo cult sull’hinterland milanese, prepara un altro film: sulla predestinazione criminale di un adolescente. Tra periferie e politica, dice, c’è disinteresse reciproco: “Il modello fabbrica è sconfitto, l’associazionismo pure. Oggi diventi leader se spacci. Io racconto questa poetica a chi non vede o non vuol vedere. Non la assolvo, però le riconosco dignità di cultura giovanile. Di unico modo per affermarsi”. Forse ce n’è un altro: a Roma, il primo dicembre, Sandro Medici, presi dente del X Municipio, indagato per aver requisito e consegnato 12 appartamenti sfitti a famiglie disagiate, ha organizzato, con altri sei Municipi, la prima marcia delle periferie.


Orio al serio (Bergamo) - La ragazza con le trecce biondissime e le gote infuocate che si guarda intorno sperduta arriva da Tallin, Estonia. Deve andare a cercare la sua scuola di design, via Amatore Sciesa. Ma a Milano. Questo è Orio al Serio, l´aeroporto dei miracoli, il primo centro italiano della rivoluzione low cost. 149 euro l´andata, altrettanto il ritorno. Mezz´ora da Bergamo, quarantacinque minuti da Milano, ma non si va troppo per il sottile. La tratta si chiama Tallin-Milano lo stesso, e pazienza se dopo il volo, tre ore, più una di fuso, c´è un´ora di pullman: è comodissimo, il piazzale davanti all´aerostazione è piccolo che non serve andarlo tanto a cercare e costa 11 euro. Dallo sbarco al ritiro bagagli non passano più di quindici minuti. Al bar, ad assaggiare gli spuntini a base di taleggio, il formaggio locale, coppie non più giovanissime arrivate da Amburgo; studenti di Barcellona in gita e anche manager da Dublino le cui aziende hanno adottato la politica del risparmio.

I numeri del miracolo di Bergamo sono materia di studio: la Sacbo, la società privata di gestione dell´aeroporto, ha commissionato una ricerca sull´impatto socio-economico dell´impresa. Risulta che dal 2002, data del precedente rapporto, a oggi, il milione e poco più di passeggeri sono diventati i 4,3 dell´anno in corso con una crescita complessiva di traffico del 300 per cento. L´occupazione è passata da 3.601 dipendenti diretti a 9.639; quelli totali, compreso quindi l´indotto, erano 7.290 e ora sono 17.751. La produzione complessiva sfiora i 2,2 miliardi di euro; tenendo conto dell´inflazione, la crescita reale dell´impatto economico è stata del 785 per cento. Nemmeno l´Italia del boom economico aveva potuto fare tanto. E neppure la bergamasca, terra tradizionalmente di piccola impresa, avrebbe mai potuto immaginare di inventarsi negli anni più duri una vocazione turistica.

Bergamo è solo un esempio, il "caso" da laboratorio. Ma Ciampino, Pisa, Treviso, Brindisi, Reggio Calabria, Bolzano, seguono lo stesso, tumultuoso sviluppo. Il motore portante di questa avanzata è - come accade per Orio, Ciampino, da un mese anche Pisa - essere "base" di una compagnia aerea, in questo caso la Ryanair. Che deposita 4, 5 e 1 velivolo anche la notte e di giorno si sbizzarisce in 18, 21 e 10 rotte, destinazioni da Londra (Stansted), a Eindhoven (Dublino); da Skavsta (Stoccolma), a Santander (Bilbao) fino a Beauvais (Parigi). Per altri, Olbia, ad esempio, il moltiplicatore del traffico si chiama Easyjet e Hapag Lloyd. Per Treviso, Alpi Eagles. Paghi poco e vai dove vuoi.

Al ceck-in, pronti alla partenza, ci sono diciassette studenti della facoltà di economia dell´Università di Lubecca. A Bergamo erano già stati tre anni fa, ma il viaggio, allora, lo avevano fatto sul pullman. «Ora - spiega uno di loro - abbiamo speso meno così». Si sono fermati una settimana; hanno dormito al Nuovo Ostello della Gioventù di Monterosso; approfittato della gentilezza di Alessandra, la ragazza che sta al desk dell´agenzia per lo sviluppo e la promozione turistica e che ha imparato a "vendere" il museo di Donizetti come fosse la pinacoteca di Brera, la piazza vecchia, costruita per volontà della famiglia Colleoni in Città Alta, come fosse piazza della Scala. Ma, dove è arrivato il low cost, è accaduto ovunque così: a Girona, cento chilometri da Barcellona; ad Hahn, proposto come l´aeroporto di Francoforte da cui invece dista quasi due ore di autobus.

Il fenomeno low cost ha cambiato la geografia dei luoghi; ha dato un impulso straordinario all´economia locale; è diventato - come dicono gli studiosi incaricati dalla Sacbo a proposito di Orio - «uno strumento di marketing, capace di agire come un magnete nei confronti di un´ampia gamma di imprese industriali e commerciali e di costituire un significativo asset strategico per la regione in cui opera». Ma ha cambiato anche il modo di vivere: i nuovi clienti del traffico aereo sono persone che prima viaggiavano in pullman, in treno, oppure se ne stavano a casa. «Con i voli a bassa tariffa - dice il direttore commerciale di Orio - è accaduto quel che è successo coi treni quando dall´Orient Express si è passati all´Intercity». Tornano dall´estero in aereo gli emigranti; ma vanno in vacanza in posti lontani anche i pensionati che prima mai avevano volato. Ha raccontato L´Eco, il giornale locale, che un pompiere londinese innamorato della Città Alta vive a Bergamo e va a lavorare a Londra, come un pendolare qualsiasi. Mentre a Olbia è normale che durante l´inverno atterrino coppie da Hannover per trascorrere il week-end al tepore (per loro, s´intende) della Sardegna.

Sarebbe stata venduta ( secondo l’Espresso e La Nuova Sardegna) a un ricco russo una casa in Costa Smeralda, località Romazzino, per la somma di 35 milioni di euro.

Nel tempo della finanza d’invenzione e del consumismo più spettacolare è lecito aspettarsi di tutto. Così succede che l’indiscrezione stia nel registro delle bizzarrie mondane d’estate, proprio mentre si fa un gran parlare di rendite immobiliari, meglio d’immobiliaristi. Il clamore è giustificato, se si pensa che ai tempi della lira una casa più o meno dello stesso rango poteva essere venduta per una decina di miliardi, che pure sembrava, anche a quelli più avvezzi a questo genere di transazioni, un prezzo notevole.

La notizia potrebbe essere capziosa, utile per fare crescere i valori delle case (da anni d’estate si diffondono notizie di supervendite a uno dei soliti sceicchi sauditi, messe in giro da intermediari che mirano a sollevare le quotazioni anche di bilocali in terza fila). D’altronde l’abilità degli immobiliaristi (qualcuno fa notare in questi giorni che sono altra cosa rispetto ai costruttori), sta proprio in questa capacità di comprare e rivendere fruttuosamente in tempi brevi.

Le vicende che riguardano i vari Coppola e Ricucci, dicono appunto anche di queste cose, di speculazioni che alimentano investimenti finanziari, di scalate, di bolle possibili, ecc. E il fatto stesso che si possa solo parlare di somme così rilevanti la dice lunga su cosa gira nel mondo del mercato immobiliare di fascia alta. Anche in Sardegna, ovviamente.

Allora due conti. Il costo di costruzione di queste tipologie di edifici non è diverso da quello che si può riscontrare in altri luoghi del Paese. Anche a immaginare l’impiego di materiali preziosi ( escludendo i metalli nobili ) il costo di un metro quadro finito di casa si può aggirare, esagerando un po’, sui 2000-2500 euro.

Ecco: la casa in questione, pare di alcune centinaia di metri quadri, costa, costerebbe per realizzarla, poco più di un milione di euro.

Il resto del valore – per arrivare a 35 milioni – è dato dalla magica condizione del contesto Un grande salto, si converrà, pure con un notevole lotto di pertinenza più accessori, un’impareggiabile vista sul mare, un vicinato molto ma molto altolocato, ecc. Così è per questo genere di merci e ogni giudizio, come dire, dalla parte dei poveri o nel nome della parsimonia, è del tutto superfluo. E a poco serve osservare che qualche ettaro di terreno agricolo a una trentina di chilometri da qui vale molto poco e non si vende anche con l’aggiunta di un buon gregge di pecore lattifere. Come si legge in tanti sconsolati annunci che dicono di quei “naufraghi di terra” di cui ha scritto nel suo libro recente Salvatore Niffoi.

Qui si vuole solo osservare, per chi non lo avesse ancora capito, che di queste ricchezze, prodotte senza rischi, con notevole danno ai paesaggi sardi, non resta quasi nulla alle popolazioni locali. Spiccioli a qualche manutentore e giardiniere e l’Ici che, come è facile intuire, è del tutto scriteriata in questi casi. Andrebbe meglio un corrispettivo lasciato al buon cuore: le mance che si lasciano da queste parti sono più generose.

Occorre tenerne conto nel caso si volesse ancora concedere questi privilegi, che una volta fatte le case fatte resta il solo compiacimento della presenza di tanta bella gente da queste parti ( “ajò a vedere le ville dei ricchi in Costa …”). L’ alterazione irreversibile dei connotati di spiagge e scogliere, la chiusura degli accessi al mare, la preclusione di un uso produttivo di vaste aree, procurano grandi vantaggi a pochi che spesso neppure sanno dove sono le case preziose che possiedono,

Queste concessioni a edificare non c’entrano neppure nulla con l’ uso (spesso si tratta di case che si abitano una settimana all’anno) e che sono nel novero degli investimenti ( e c’è chi appunto ne possiede sei o sette di villone in Gallura). Si tratta di quei beni nel ciclo denaro-merce-denaro che il nuovo capitalismo italiano predilige, come spiegano bene le cronache di questa stagione.

E’ singolare che nella riflessione che si è aperta su questi temi in Sardegna qualcuno porti l’argomento dell’incremento dei prezzi delle case esistenti nelle coste, cioè del favore – scandaloso per i liberisti – che viene loro da una linea di contenimento delle trasformazioni ambientali. Così – è il suggerimento sottinteso – per non avvantaggiare gli immobiliaristi spazio ai costruttori. Come se per impedire l’incremento di valore di residenze esclusive nel centro di Roma, per ampliare l’offerta come di dice, si lasciasse via libera ai palazzinari di densificare Trastevere. Gli esempi potrebbero essere tanti e si sa che i paesaggi naturali più pregiati e le cosiddette città d’arte sono ai primi posti nell’attenzione di speculatori molto potenti. Per questo occorre intensificare e affinare l’impegno per tutelare i beni comuni.

Nei giorni immediatamente successivi agli attentati terroristici islamici a Londra in cui morirono 56 persone, le autorità britanniche stabilirono che tutti gli uomini bomba erano integralisti islamici nati cittadini britannici. Nell'immaginario collettivo i terroristi erano al contrario forestieri, stranieri, alieni. Ciò doveva spiegare perché ai fautori di attacchi suicidi non importava nulla delle vite che si accingevano a distruggere. Invece i terroristi londinesi erano connazionali, membri della stessa comunità cui appartenevano le loro vittime. Ma dove è andata a finire la coesione dovuta alla cittadinanza? Perché i legami che ci uniscono sono così deboli?

Questo autunno le stesse domande si sono riproposte anche in Francia, quando i quartieri abitati da immigrati nelle grandi città sono stati sconvolti da settimane di rivolta. Gli europei incominciarono a interrogarsi se il loro modello di integrazione, basato sulla garanzia della concessione della cittadinanza, fosse definitivamente andato in crisi oppure no.

Prima di tutto è bene chiarirsi le idee su ciò che non è andato male. Milioni di immigrati musulmani in Europa e in America del Nord hanno superato le resistenze e il risentimento trasformando la loro immigrazione in un'esperienza positiva. La stragrande maggioranza di queste persone evita i disordini e disprezza la violenza terrorista.

Secondo, è importante distinguere i tumulti dagli attentati di Londra. Gli attacchi con le bombe erano guidati dall'integralismo islamico, gli incidenti di Parigi erano causati da rabbia a oltranza. Mentre gli attentati suicidi mirano a distruggere la società libera democratica, la maggior parte dei poveri, disoccupati o sottopagati dei sobborghi urbani che hanno bruciato macchine nelle periferie di Parigi protestano perché vogliono l'integrazione. Ma proprio riuscire ad integrarsi è stato praticamente impossibile per molti. L'errore è stato di presumere che i diritti all'assistenza offrono sempre una via d'uscita dalla povertà, oppure che i sussidi per l'affitto possano conferire un senso di appartenenza.

Il welfare potrebbe essere in realtà parte del problema, non della soluzione: l'assistenza intrappola gli immigrati nel risentimento e nella dipendenza. In Gran Bretagna il 63 per cento dei figli di pachistani o bangladesi vivono nella miseria. Laddove la razza, la classe sociale, la religione e la povertà messe insieme producono emarginazione, la sola concessione della cittadinanza non può funzionare.

I teorici hanno definito le nazioni «comunità immaginarie». Gli attentatori che hanno attaccato i loro concittadini a Londra potrebbero aver scelto di arruolarsi nella jihad per battersi in favore di una comunità immaginaria in grado di offrire loro un maggiore senso di appartenenza. Per la gioia di essere accettati e il piacere di sentirsi coinvolti, piuttosto di accontentarsi della misera consolazione di acquisire la cittadinanza in una società democratica. Gli attentatori suicidi si uniscono a ciò che loro considerano la comunità internazionale degli Umma, i credenti musulmani. Essa offre al giovane cittadino una causa nobile per cui battersi — la difesa dei musulmani ovunque — e un ideale brillante, il martirio in difesa di una fede. Considerare gli uomini-bomba dei fanatici vuol dire non cogliere il più profondo fascino morale di questa forma alternativa di appartenere.

Grazie a Internet e ai prezzi bassi dei voli internazionali, gli immigrati e i loro figli non devono più legarsi una volta per tutte ai nuovi Paesi adottivi.

Possono avere doppi passaporti e passare mesi a respirare l'atmosfera politica di Peshawar, Qetta o Algeri piuttosto che quella di Bedford, Leeds o Clichy- sous-Bois.

Nessuno con un minimo di buon senso potrebbe pensare di eliminare i benefici della globalizzazione, tra cui Internet e i viaggi a basso costo, soltanto perché ciò potrebbe indebolire i legami che ci uniscono come cittadini. Ma è importante capire che per una piccola minoranza di giovani musulmani i rimedi attuali — più programmi di assistenza per gli immigrati poveri, l'espulsione per coloro che violano le leggi e le penalità più severe per i mullah e i predicatori dell'odio — non offrono più il modello di una città terrena che può competere con la promessa di una città divina proposta dai sostenitori della violenza.

L'unica causa che offre la democrazia è il motto storico «libertà, eguaglianza e fratellanza». Ma queste parole svaniscono se i sindacati forti escludono i lavoratori immigranti, se i professionisti si oppongono all'entrata di nuovi cittadini specializzati e se le istituzioni elitarie non reclutano nuovi talenti emergenti, provenienti da Paesi stranieri.

Il problema fondamentale non è il fatto che i governi europei non hanno speso cifre sufficienti per aiutare gli immigrati. Il problema è che non hanno aperto i battenti delle loro scuole elitarie, della burocrazia e dei partiti politici ai migliori e ai più brillanti tra i nuovi cittadini. L'ostacolo insormontabile è la mancata inclusione dei nuovi arrivati nei ceti più alti della società. Quando si vedono foto di gruppo dei leader europei nei loro conclavi dell'Ue non si notano volti di colore, donne con i capelli nascosti sotto i foulard o personalità della fede musulmana. Ci vorrà molto tempo prima che questo accada.

Fino a quando i cittadini immigrati non vedranno alcuni dei loro ai vertici, saranno scettici — e a ragione — nei confronti delle promesse della democrazia. La democrazia è in concorrenza con le ideologie fondamentaliste per la salvezza dell'anima, e in questo momento sta perdendo la sfida.

Nota: il sito del corriere: Città invisibili

Titolo originale: Ski in the desert? It could only happen in Dubai ... – Traduzione di Fabrizio Bottini

Ci sono 35 gradi, fuori, ed è appena cominciato a nevicare. Non contento delle spiagge a temperatura controllata, degli alberghi a sette stelle e di un arcipelago artificiale, l’emirato cotto dal sole di Dubai ha deciso di introdurre condizioni climatiche alpine in pieno deserto. Il luogo di questa stranezza meteorologica è Ski Dubai, la terza discesa al coperto del mondo, dove i visitatori presto potranno concedersi un rapido slalom fra le sessioni di abbronzatura.

Due settimane prima della prevista apertura del 2 dicembre, siamo stati invitati per una rapida visita preliminare. Mentre il feroce sole di mezzogiorno arrostisce i turisti sulle vicine spiagge di Jumeirah, noi indossiamo scarponi da sci, guanti e abiti termici. Equipaggiati in perfetto stile Scott-eroe-dell’Antartico ci avviciniamo alle colossali porte del complesso, con gran divertimento dei clienti del vicino centro commerciale, in calzoncini e sandali.

Mentre attraversiamo l’entrata una folata di vento glaciale si fa strada sino alla base dei nostri polmoni, e sentiamo lo scricchiolare alieno della neve fresca sotto le suole. Davanti a noi sta una scena strappata direttamente da una cartolina di Natale. Due giovani eccitati si tirano palle di neve, alberi di pino pesanti di brina e una manciata di visitatori vestiti di nero che si arrampicano su una ripida altura bianca di neve, come un branco di pinguini migratori. Al centro di questa istantanea di perfezione invernale ci sono due Emiri in tuniche bianche e fazzoletti a scacchi rossi inginocchiati in venti centimetri di polvere, che lasciano scivolare la neve tra le dita ridacchiando alla semplice gelida follia di tutto questo.

Anche in questa città dalle ambizioni sconfinate, portare temperature di 45° sino a sotto zero sembrava una pazzia. Ma questo è un posto che rifiuta di essere chiuso dentro a bazzecole come la logica, la fisica, la geografia. La momento la città è impegnata in una serie di superprogetti surreali: realizzare il primo albergo subacqueo, completo di sala per spettacoli pure subacquei; costruire un parco a tema (fantasiosamente chiamato Dubailand) più grande della stessa città; erigere la torre più alta del mondo (il Burj Dubai, la cui altezza è un segreto gelosamente custodito). Il prossimo anno vedrà l’inaugurazione del primo complesso dell’Isola delle Palme, un vasto arcipelago artificiale che si estende nel Golfo Persico. A Dubai, “moderazione” è una parolaccia sporca.

Ski Dubai sporge dal Mall degli Emirati – il più grosso centro commerciale fuori dagli USA – come un gigantesco gomito metallico. Di fianco alla via Sceicco Zayed, la strada principale di Dubai, le strutture a forma di tubo sono piuttosto lontane dall’essere carine, cosa insolita in questa città esteticamente consapevole. Ma l’interno è una meraviglia. Allungando il collo per vedere tutto il cavernoso spazio da 22.500 metri quadrati (che dichiara di contenere oltre 6.000 tonnellate di neve), arranchiamo attorno a finte montagne e veri igloo ai piedi della complessa arena a quattro discese. A differenza dello snow park – la zona dove non si scia ai piedi della collina – le discese non sono ancora aperte al pubblico e la vista di questo bianco manto vergine che si estende verso l’alto fino a sparire alla vista è magica e intimidante. Mentre ci spingiamo oltre snowmobiles abbandonate e una colossale seggiovia incrostata di ghiaccioli, la sensazione è più da apocalisse dell’era glaciale che da nuova attrazione turistica alla moda. Ma entro un paio di settimane questa neve vergine sarà incisa da 1.500 sciatori e snowboard.

Raggiungiamo la metà del percorso sorridenti ma senza fiato. È il punto dello Avalanche Cafe, in stile Zermatt, uno chalet con balconi che presto riscalderà gli sciatori con fonduta, cioccolata bollente, e il piacere piuttosto dubbio del vino speziato analcolico (“la nostra deliziosa ricetta della casa di Vimto caldo e sciroppo di zucchero in infusione di spezie”).

Per ora ci lasciano arrivare solo fin qui, ma dietro l’angolo, in cima agli 85 metri dell’edificio, sta la pista più lunga di Ski Dubai. Presentata come il primo percorso “nero” al coperto, è lunga 400 metri con un dislivello di 60: qualcosa in meno delle terribili pendenze di Portes du Soleil, e probabilmente più una rossa o blu, per uno sciatore esperto.

Lì vicino, la zona della rampa per snowboard – che purtroppo manca di qualunque ostacolo, ringhiera, piano di tavolo – e le due piste toboga non basteranno a soddisfare i tossicodipendenti da neve a caccia di adrenalina.

Ma la parte per bambini – caverna di ghiaccio da 3.000 metri quadrati, decantata come “il più grande snow park del mondo” – è una fantasia infantile degna dello squisito ingegno di un Roald Dahl. Collocata dietro le pendenze e già aperta al pubblico, questa sezione offre slitte-bob, collinette artificiali per toboga, un campetto per giocare a palle di neve e spazi dedicati alla costruzione di pupazzi di neve. Dentro la “caverna della neve” bambini infreddoliti si aprono barcollando la strada in un labirinto ghiacciato, tentando di restare in equilibrio su un ondeggiante “ghiaccio galleggiante”, e facendo amicizia con un enorme dragone fatto di enormi blocchi di ghiaccio scolpito.

Una patina di didattica è fornita dalla sala proiezioni della caverna di neve, che secondo le nostre guide “mostrerà alcuni film divertenti e al tempo stesso istruttivi ... sui pinguini, gli orsi polari, informando sul clima e cose di questo tipo”.

Completato il nostro giro tra le varie strutture, torniamo al calore di una poltroncina nel San Moritz Cafe, affacciato sul grande spazio. Guardando attraverso gli alberi di plastica – quelli veri sarebbero stati pericolosi per gli incendi – e le scritte giganti che proclamano le virtù delle Vacanze negli Emirati, è stupefacente osservare la semplice dimensione dell’opera di ingegneria che si presenta.

Utilizzando tecniche simili a quelle che si trovano nei sistemi di condizionamento d’aria che rendono abitabile la città, la temperatura è stata abbassata fino a – 8° per il periodo iniziale, di formazione della neve. A questa temperatura minima, l’acqua allo stato liquido viene spruzzata fino a creare una nube all’interno dell’edificio, a cui vengono aggiunti minuscole particelle di ghiaccio, a formare neve che cade in forma di fiocchi: neve artificiale allo stato puro. Fortunatamente, quando Ski Dubai sarà aperto al pubblico il ciclo di formazione della neve avverrà solo di notte, e nei normali periodi di sci ci sarà una meno feroce temperatura di soli due gradi sotto zero.

Gli abitanti di Dubai annoiati dal lusso senza alcun dubbio si abitueranno rapidamente a considerare lo sci a temperature estive di 45° come un’attività corrente. Nondimeno, Ski Dubai sta facendo ogni sforzo per trasformare gli abitanti del deserto in abili slalomisti. Ci sono almeno 25 maestri di sci a portata di mano per le lezioni, e un paio di immigrati dalla Scandinavia ha preventivamente organizzato uno Dubai Ski Club per organizzare gite sociali sulle piste. Ha già più di 300 soci. Una volta diventati appassionati di questo prestigioso nuovo passatempo, i dubaiani possono iniziare ad attrezzarsi adeguatamente, scegliendo fra tavole Rossignol, scarponi Sidas e giacconi Barts nel negozio Snow Pro interno.

Cosa ci riserva il futuro per Ski Dubai? Potrebbe iniziare a erodere il primato delle tradizionali mete sciistiche del Medio Oriente, in Libaro e Iran? Susan Mikloska, direttrice per il marketing, ne è convinta. “Certamente ne ha il potenziale” dice “perché Dubai ora offre un’ampia gamma di attrazioni ai visitatori, e la possibilità di sciare nel pomeriggio e stare all’esterno sulla sabbia o in acqua il resto della giornata è molto attraente”. E possiamo aspettarci che le nuove piste in città creino una rivoluzione stile Cool Runnings nella comunità sportiva? Mikloska ne è certa. “In Europa molti dei migliori sciatori e atleti olimpici hanno iniziato su alture più piccole delle nostre, quindi abbiamo un ottimo potenziale per formare ottimi atleti” afferma. “C’è speranza che entro qualche anno potremo far partecipare qualcuno a delle gare”.

Anche se le glorie olimpiche possono essere piuttosto lontane, gli abitanti si godono in pieno la novità di stare al freddo. “È piuttosto strano, ma meraviglioso” dice Raed Al Yousofi, meravigliato alla vista dei primi fiocchi di neve. “Ora Dubai ha tutto, e tutti vorranno visitarla. Io sono troppo vecchio per imparare, ma nostri figli saranno buoni sciatori”.

Nota: il testo originale (con schede tecniche informative dettagliate sul progetto e sull’operazione Dubai) al sito dell’Observer; qui su Eddyburg, sull’argomento si veda almeno il bell’articolo di Mike Davis proposto qualche tempo fa (f.b.)

L'ONU inserisce il diritto alla casa fra i diritti umani universali (art. 25). In Italia oltre l'11% delle famiglie vive in povertà relativa (Istat 2005), le famiglie sotto sfratto sono 600.000, gli allogi sfitti circa 2 milioni...C'è chi manda le ruspe contro le baracche degli immigrati e chi cerca soluzioni immediate per calmierare situazioni di disagio sociale ormai al limite in molte nostre città: legalità da un lato, giustizia dall'altro. La questione della casa, a Roma come a Bologna non è un problema di ordine pubblico, ma un'emergenza sociale che va allargandosi. (m.p.g.)

Briciole di welfare

GALAPAGOS

Soldi ce ne sono pochi: è l'alibi di Berlusconi e Tremonti per giustificare la pochezza della finanziaria e i tagli alla spesa sociale necessari per centrare gli impegni con Bruxelles. Soldi, invece, ce ne sono tanti. D'altra parte lo stesso Berlusconi ci ha ossessionato negli ultimi tempi con lo slogan «gli italiani sono ricchi». E' vero: i ricchi da quando c'è lui al governo sono aumentati di molto, ma sono aumentati ancora di più i poveri. Certo, l'Istat parla di «povertà relativa», però quanto c'è di relativo per una famiglia a dover vivere, anzi sopravvivere, con poche centinaia di euro al mese in città come Roma o Milano? L'Italia è ricca, ma milioni di italiani sono poveri. Non è una contraddizione: è il risultato di una politica economica che tende a esasperare le differenze. E la povertà è il risultato di un sistema fiscale iniquo - nel quale il lavoro paga più tasse della rendita - e inefficiente, visto che sfuggono ogni anno al fisco redditi per un ammontare superiori ai 150 miliardi di euro (300 mila miliardi di lire per semplificare). Ieri un quasi ignoto deputato di An - Giampaolo Landi di Chiavenna, come specificava l'Agi - ha sostenuto che «tassare i patrimoni e le rendite è un errore che la Casa delle libertà non può permettersi». Perché non può permetterselo? Non certo in base alla teoria economica; sicuramente non in base all'evidenza empirica che ci dice che sono i paesi del Nord Europa a guidare la classifica dell'efficienza economica, del benessere, della solidarietà e quindi della civiltà. Il problema è che anche An è diventata schiava di Berlusconi e della ideologia di classe che il cavaliere rappresenta.

Eppure spazi per fare e fare bene ce ne sono. Invece si litiga sulle briciole, con l'Udc che minaccia la rottura per circa 200 milioni di euro tagli alle famiglie. Ma perché poi «famiglie»? Perché non chiamarli tagli ai «cittadini», ai diritti di ognuno di noi, a cominciare di chi è diverso, da chi non vuole farsi o non può farsi una famiglia?

L'Italia è un paese di contraddizioni: ricchezza e povertà; cittadini di serie A e di serie B. Ma anche proprietari di case e cittadini che la casa non ce l'hanno, ne hanno bisogno, ma non riescono a averla. Le statistiche dicono che ci sono 600 mila cittadini sotto sfratto. Molti di loro sono «morosi», ma nessuno lo è per hobby: il mercato li strangola con affitti mostruosi. Le case non mancano: sono circa 2 milioni quelle sfitte. Ma in questo caso la legge della domanda e dell'offerta non funziona. Il livello degli affitti è determinato dal prezzo delle abitazioni; i prezzi delle case sono imposti dagli immobiliaristi che fanno rimpiangere i vecchi palazzinari. Il mercato delle abitazioni è un mercato asimmetrico dove il potere ce l'ha solo il proprietario e dove l'inqulino deve prendere o lasciare. E lasciare significa spesso finire in mezzo a una strada o in precarie coabitazioni con umiliazioni pesanti per quanto riguarda i giovani .

Il tutto favorito da una offerta pubblica quasi inesistente; da cartolarizzaioni dismissioni fatte solo per fare cassa e non per dare nuovo impulso al'attività edilizia come suggeriscono giustamente anche quelli dell'Ance, i costruttori. Sandro Medici ha fatto un gesto coraggioso anche se qualcuno dice che non ha fatto che «copiare» quello che alcuni decenni fa aveva deciso di fare Giorgio la Pira indifesa dei senza casa fiorentini. Per i benpensanti non è questo il sistema per risolvere il problema della casa. Forse, anche se in situazioni di emergenza si ricorre a misure di emergenza. In ogni caso Medici ci ha insegnato una cosa: la soluzione per risolvere i problemi degli emarginati non può essere la legalità invocata da Cofferati.

CASA

Giusta causa

SANDRO MEDICI

Fino a qualche tempo fa circolava una convinzione: che saremmo diventati tutti proprietari delle nostre case. Risolvendo così, alla radice, uno dei problemi sociali che ciclicamente emergono nelle nostre città, a Roma più che altrove. Quello dell'abitare, di avere un tetto sulla testa, di poter soddisfare quell'elementare bisogno di due camere e cucina. Nell'acme della stagione del furore liberista, si pensò infatti di avviare quello sciagurato processo di dismissioni delle proprietà immobiliari degli enti pubblici (para o semi che fossero): di quell'enorme patrimonio di edifici d'abitazione che per decenni erano riusciti (e non completamente) a calmierare il mercato. La chiamarono cartolarizzazione. Aveva il duplice obiettivo di accumulare risorse per la spesa pubblica e consentire al popolo dei locatari di realizzare il sogno della casa in proprietà.

Obiettivo raggiunto per una parte, e anche cospicua, ma fallito per un'altra, seppur minore. In molti aderirono all'offerta di vendita, indebitandosi allo stremo, mettendo a rischio il proprio stesso futuro. Ma in molti altri restarono fuori, impossibilitati ad acquistare a causa di redditi insufficienti e/o precari. E ora sono proprio questi ultimi, esclusi e impoveriti, a ritrovarsi sotto sfratto: cacciati dalle case in cui hanno vissuto per decenni, senza alcuna prospettiva di ricambio perché schiacciati da un mercato per loro irraggiungibile.

Sono tuttavia solo gli ultimi arrivati nell'ampia schiera dei senzacasa, quell'insieme di sfuggenti figure sociali che cronicamente vivono nell'insicurezza economica. Gente che campa sbattendosi tra un alloggio di fortuna e un'ospitata da amici e parenti, famiglie povere annidate in appartamenti che nel frattempo sono stati messi in vendita o già venduti, immigrati vecchi e nuovi alla continua ricerca di una sistemazione decorosa. Sono quelli che affollano le liste dei destinatari di alloggi popolari che i Comuni non sono in grado d'offrire perché semplicemente mancanti. C'è poi un ultimo flusso che va a completare questa preoccupante massa critica. Sono l'acido frutto dell'impoverimento progressivo delle nostre società.

Quelli che non riescono più a pagare il mutuo o l'affitto, le coppie che non mettono su casa perché non ce la fanno a star dietro al mercato, così come i giovani che restano dai genitori, i pensionati non più autosufficienti costretti a convivere con figli e nipoti, ecc. ecc. Se non fossero passati esattamente cinquant'anni, sembrerebbe di essere tornati ai tempi degli sfollati di via Donna Olimpia raccontati da Pier Paolo Pasolini in Ragazzi di vita. E il peggio è che di tutto ciò non si accorgono che in pochi: i sindacati, qualche sindaco e poco più. Siamo di fronte a una clamorosa smentita delle strategie privatizzatrici, ingannevoli quanto feroci, che sta producendo un accumulo di disagio sociale angosciante, che qua e là già si manifesta con occupazioni e conflitti. E non c'è traccia di una politica una per attenuare questa pressione. Anzi, anno dopo anno, il governo sforna leggi finanziarie che riducono i contributi sociali per l'affitto, lasciando sole e indebolite le amministrazioni locali, che s'arrangiano come possono.

Affrontare e risolvere questo acutissimo problema avrebbe bisogno di ripensare alla radice una politica per la casa, che riconsegni centralità al diritto sociale all'abitare, un diritto che l'Onu ha dichiarato universale. Ci vorranno anni e sicuramente un altro governo. Ma nel frattempo tutti i senzacasa che vagano penosamente nelle nostre città, dove li mettiamo?

L'ordinanza di requisizione di alcuni alloggi sfitti e inutilizzati recentemente emanata nel X Municipio di Roma, peraltro prontamente messa sotto inchiesta dalla magistratura, non sarà certo la soluzione. Ma non è più possibile tollerare gli indecenti interessi della rendita immobiliare proveniente dalle migliaia e migliaia di case vuote, che s'accumula parassitariamente solo grazie al tempo che passa, senza per questo venir minimamente tassata. L'egoismo sociale, la smania accumulatrice non può tener sequestrati beni necessari alla collettività, soprattutto di fronte a un'emergenza che sta per travolgerci tutti.

Diritto alla casa, la cura di Medici

Sabato a Roma manifestazione nazionale contro l'emergenza abitativa. I promotori: «Sfiliamo anche per il presidente del X Municipio». Che ha requisito alloggi per gli sfrattati come fece La Pira a Firenze ma è finito sotto inchiesta. Silenzio di Veltroni e dell'Unione

ANGELO MASTRANDREA



ROMA - E'attaccato dalla stampa di destra che lo accusa di «esproprio proletario» e violazione della proprietà privata, a qualcuno della sua maggioranza la mossa non è piaciuta particolarmente e anche il sindaco Veltroni per il momento tace su una vicenda che pone il centrosinistra di fronte a un bivio: se privilegiare il diritto di proprietà a quello alla casa, la speculazione immobiliare rispetto agli sfrattati. Ma Sandro Medici, presidente del X municipio, non demorde e conquista le organizzazioni di inquilini, cartolarizzati, sfrattati e senza casa che da tempo denunciano le speculazioni immobiliari e l'esistenza di un vasto patrimonio abitativo privato che rimane inutilizzato. Tanto che l'Unione inquilini invita a partecipare in massa alla manifestazione nazionale per il diritto alla casa che si svolgerà sabato a Roma. E così, nei giorni in cui il sindaco di Bologna Cofferati fa a pugni con studenti e occupanti di case e rompe con Rifondazione sul tema della legalità, da un municipio romano arriva un esempio che si pone all'estremo opposto. Il presidente del X Municipio ha infatti requisito con un'ordinanza 12 dei 50 appartamenti di un palazzo di proprietà di una società privata, la 3A, e abbandonato da 15 anni. Un provvedimento dettato dall'esigenza di dare un tetto a una quarantina di sfrattati, in maggioranza persone anziane e malate.

In questo Medici ha un precedente illustre nel sindaco di Firenze Giorgio La Pira, democristiano e beatificato, che negli anni `60 requisì temporaneamente alcuni palazzi del centro per dare un alloggio agli sfrattati dell'Isolotto. Attaccato in consiglio comunale, dichiarò che il diritto all'abitazione viene prima di quello alla proprietà. Ma questa volta il presidente del popolare municipio romano di Cinecittà è finito sotto inchiesta per abuso d'ufficio.

«Il reato contestatogli si risolverà in un boomerang nei confronti della rendita immobiliare speculativa e parassitaria», dice il segretario dell'Unione Inquilini Massimo Pasquini, che cita a favore di Medici, ex giornalista del manifesto ed eletto come indipendente nelle file del Prc, l'articolo 11 del Trattato internazionale sui diritti umani che garantisce il diritto alla casa. E forse non a caso, visto che proprio qualche mese fa una commissione dell'Onu ha visitato la capitale proprio per monitorare il problema casa. «Ci auguriamo che i giudici mettano mano anche ai quotidiani abusi d'ufficio perpetrati da proprietari che tutti i giorni affittano, senza averne apposita licenza, stanze e posti letto a canoni neri e perseguano anche quei proprietari, piccoli e grandi, che eseguono, previo sfratto anche di anziani e portatori di handicap, cambi di destinazione d'uso illegali, nel centro storico, per trasformare i propri immobili in redditizi bed and breakfast», dice ancora Pasquini. Anche Giovanni Russo Spena del Prc difende l'operato di Medici: «Mi sembra che dal punto di vista sia sociale che giuridico abbia indicato la strada per risolvere un problema, mentre l'accusa è semplicemente un atto repressivo che non risponde nemmeno all'applicazione corretta del sistema di garanzie dello stato di diritto».

La giunta capitolina appena pochi mesi fa ha approvato una delibera sull'emergenza abitativa elaborata dalle organizzazioni dei senza casa, e già quando militanti di Action erano finiti sotto inchiesta per associazione a delinquere per aver occupato edifici abbandonati di proprietà privata, ne aveva invece riconosciuto l'importante funzione sociale. Il ruolo di mediazione del sindaco era stato importante anche nella risoluzione di alcuni sgomberi che rischiavano di provocare tensioni sociali. Del resto, che il problema casa a Roma sia una questione di carattere sociale più che di ordine pubblico era stato lo stesso prefetto Achille Serra a dirlo.

Per questo Cento chiede all'Unione e a Veltroni «un atto esplicito di sostegno alla iniziativa del presidente del X Municipio». Anzi, per l'esponente dei Verdi «requisire le case abbandonate e destinate alla speculazione immobiliare è un atto di civiltà, soprattutto di fronte all'emergenza casa di Roma e delle altre grandi città».

Dell’iniziativa della CGIL di Vicenza mi piacciono soprattutto tre cose: il titolo, il taglio, la continuità.

Il titolo “Più piazze e meno mattoni” esprime molto sinteticamente l’obiettivo vero che dobbiamo proporci: restituire la città alla società, ridurre l’edificazione allo stretto indispensabile per allargare lo spazio destinato alla fruizione di tutti. È uno slogan, e una battaglia, che si ricollegano alle grandi lotte operaie del 1969 (sono tra quelli che ricordano ancora la grande manifestazione del 19 novembre di quell’anno, quando l’Italia dei lavoratori si fermò e scese in piazza per la casa come servizio sociale,i servizi, i trasporti pubblici,il Mezzogiorno), ma si apre alla lotta contro il dissennato consumo di suolo per garantire alle generazioni presenti e a quelle future la possibilità di godere di un ambiente pulito, bello, salubre.

Il taglio di una giornata di studio nella quale si esaminano con attenzione le carte tecniche delle scelte sul territorio per valutarle nell’interesse dei lavoratori mi sembra costituire il modo giusto per uscire dalla “politica spettacolo”, dalle risse sulle parole, dalle semplificazione traditrici delle idee, dalle frasi fatte e dai luoghi comuni, dagli ideologismi che nascondono la mancanza di ideali. Studiare per comprendere, comprendere per cambiare: non è questo lo slogan implicito in tutta la storia del movimento operaio?

La continuità con un evento al quale (a differenza di questo) potetti partecipare mi sembra un dato importante. Mi riferisco al seminario che facemmo a Vicenza, all’indomani e “in attuazione” della iniziativa delle sei Camere del lavoro che si riunirono a Bologna nel 2004 per riaprire l’attenzione del sindacato sul territorio. In un’epoca di mode fuggevoli, di revisionismi continui, di altalene tra posizioni e interessi spesso divaricati, la continuità del lavoro che con questa iniziativa testimoniate mi sembra non solo un segno di serietà, ma anche di speranza.

Sulla Giornata di studio vedi Progettare partendo dai diritti dei cittadini

Titolo originale: The regional revolution – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Prezzi delle case da far piangere, pendolarismo caotico e ritmi di vita surriscaldati: Londra ha parecchi degli svantaggi che vi aspettereste da una metropoli. Così molte imprese britanniche e i loro dipendenti stanno iniziando a capire che esiste vita anche fuori dalla capitale.

Mentre il governo cerca di rimediare ai problemi e riattirare posti di lavoro e investimenti verso Londra, le agenzie di sviluppo regionale del paese lavorano per convincere le imprese provviste di risorse che esiste la possibilità di avere di più in cambio di quel denaro – oltre ad una migliore qualità della vita per i dipendenti – in Scozia, Galles, o nell’Inghilterra del nord.

Gli uffici governativi hanno promesso di dare l’esempio, con decine di migliaia di posti di lavoro rilocalizzati da Whitehall ad altre parti del paese nei prossimi anni.

Molte delle capitali regionali del Regno Unito - Manchester, Birmingham, Leeds, Glasgow – stanno rinascendo, riprendendo dal punto in cui avevano lasciato quando iniziò il lungo e lento declino della loro tradizione industriale più di 50 anni fa.

Oggi spuntano imprese della comunicazione là dove un tempo c’erano fabbriche (spesso anche letteralmente, quando gli edifici industriali abbandonati del XIX secolo vengono riaggiustati e rioccupati). E l’eredità della tradizione imprenditoriale, dell’assunzione di rischi e dell’innovazione che aveva contribuito alla rivoluzione industriale sta trovando nuovi sbocchi nella scienza, nella ricerca e sviluppo, nella progettazione d’avanguardia.

Appartamenti di città all’ultima moda attirano di nuovo giovani professionisti nei quartieri centrali, dove un tempo stavano zone inaccessibili, e attorno sono spuntati bar, ristoranti, negozi. Compagnie di venerabile tradizione stanno spostando parte delle proprie attività verso zone del paese dove non avrebbero mai pensato di andare vent’anni fa; e nascono nuove imprese, qualche volta con un pizzico di denaro pubblico.

Costi inferiori degli immobili e della manodopera, spesso solo una frazione di quelli della Capitale, e lavoratori formati, contribuiscono ad offrire solide basi economiche a questo trasferimento di interesse da Londra. Aiutano anche i solidi collegamenti nei trasporti, e la congestione inferiore a quella della Capitale. E l’alta qualità della vita, la vicinanza alla costa, i magnifici parchi naturali del Lake District o del Peak District, ad esempio, possono essere un enorme incentivo.

Questo rinascimento urbano non è arrivato certo dappertutto, ovviamente: ci sono ancora sacche di alta disoccupazione e stenti sparse per il Regno Unito, non toccate dalla ripresa economica degli ultimi anni.

E nonostante la quantità di impressionanti vicende positive, sarebbe pericoloso dare per scontata la ripresa di queste regioni. Le RDA [ Regional Development Authorities n.d.T.] sono in concorrenza per gli investimenti non soltanto con Londra o Francoforte, ma anche con la Repubblica Ceca, la Polonia, che ora fanno parte della nuova Unione Europea allargata: oltre che con la Cina o l’India, i giganti low-cost in rapida crescita economica nell’estremo oriente.

Le capacità dei lavoratori britannici, l’inventività degli imprenditori, la qualità della vita, diventeranno sempre più importanti perché le attività arrivate in questi luoghi possano mettere radici profonde e prosperare.

here English version

Nei giorni in cui la banlieue della sua Parigi bruciava, Renzo Piano lavorava alla nuova sede della Columbia University a Harlem, il simbolo dei ghetti che sta diventando uno dei motori del rilancio di New York. L’immagine basta a illustrare l’abisso di attenzione che separa gli Stati Uniti e la vecchia Europa sul problema delle periferie. Passata la rivolta, il rischio è di dimenticare, in attesa del prossimo incendio. Il ruolo di ambasciatore Unesco per le città e le decine di progetti sparsi in quattro continenti, hanno portato Piano a conoscere come forse nessun altro le periferie del mondo. O come dice lui, «un mondo di città spesso ridotte a una sconfinata periferia».

Cominciamo naturalmente dalla banlieue francese, una rivolta annunciata. Si è citato molto un bel film, L’Odio, ma si potrebbe parlare anche di decine di tesi di laurea. Lei stesso, l’anno scorso, aveva lanciato l’allarme.

«È spiacevole fare ora il grillo parlante ma non occorreva essere profeti. Il problema delle banlieues è che sono ghetti di cui quasi nessuno in Francia si vergogna. Non la destra ma nemmeno la sinistra. È raro trovare un paese dove l’intera classe dirigente rimane così indifferente ai problemi dell’integrazione. È un dramma che la Francia vive dai tempi della guerra d’Algeria. Ogni tanto esplode, se ne discute un po’ e si torna a rimuoverlo. La rivolta è già stata archiviata da Sarkozy come "opera della solita feccia". Ora non dico che non ci siano i teppisti. Ma la feccia esiste anche nella Parigi borghese o nella Milano bene. Se diventa la guida di una rivolta, è evidente che il problema non si risolve soltanto con una brillante operazione di polizia».

La banlieue parigina non è più povera di altre periferie europee, per non dire delle bidonville di mezzo pianeta. E allora perché tanta disperazione?

«Non è una questione di estrema povertà ma di esclusione, di negazione dell’identità che produce odio. Tutte le città sono egoiste, tendono a trattenere nel centro le attività d’interesse e a relegare le periferie nel ruolo di dormitori. Ma le città francesi sono particolarmente ingenerose nei confronti delle periferie, ridotte a deserti affettivi dove non c’è nulla da fare, nulla in cui sperare. Sarebbe facile dire che si tratta di un fallimento della politica della destra, ma ripeto che neppure ai tempi di Jospin s’era fatto molto. Magari le rivolte servissero a far nascere una sinistra nuova»

Romano Prodi ha detto che una rivolta potrebbe scatenarsi anche nelle periferie italiane. È d’accordo?

«No. Con tutta la stima che ho per Prodi, stavolta sbaglia. Anche se l’approssimazione della politica rischia di innescare la miccia. Bisognerebbe cercare di non ripetere gli errori dei francesi. Ma almeno i nostri politici si pongono il problema, sia pure in maniera maldestra».

Più che altro si fanno grandi annunci, splendidi convegni, pose di prime pietre. Sono vent’anni che si sente parlare del recupero dell’hinterland milanese o delle barriere torinesi ma il paesaggio delle periferie del Nord rimane un dopoguerra industriale, con gli stabilimenti ormai ruderi. E fra le rovine s’avanza una nuova umanità di mutanti, dimenticati da tutti.

«Il problema in Italia è che la politica fa molto spettacolo. Quando Umberto Veronesi era ministro avevamo studiato insieme un progetto per portare nelle periferie gli ospedali. Un lavoro magnifico, avevamo raccolto un consenso entusiastico e bipartisan, poi al cambio di ministero si sono dileguati. Con i sindaci va un po’ meglio. Per esempio i progetti di Ponte Lambro a Milano e soprattutto del recupero del waterfront di Genova - una specie di risarcimento storico del Ponente industriale - vanno avanti, magari lentamente. Soltanto che la politica italiana è scandita dai tempi elettorali e queste non sono faccende da taglio dei nastri alla vigilia del voto. Dove si lavora meglio è nei piccoli centri. A Sesto San Giovanni per esempio, l’ex Stalingrado d’Italia, ho trovato finalmente la libertà di progettare un nuovo modello di trasformazione, con grandi centri di ricerca, parchi, vivaio d’imprese ad alta tecnologia. Soprattutto la libertà di cominciare il lavoro rifiutando la soluzione convenzionale per il recupero delle aree industriali: il centro commerciale. Per carità, basta con gli shopping center»

Le periferie che in Europa sono un problema in America diventano un’occasione. La metamorfosi di Harlem è affascinante, da ghetto a nuova frontiera di Manhattan, con i politici che fanno la fila per aprire i loro uffici, a partire da Bill Clinton, la Columbia University che progetta una grande sede. Che cosa è successo?

«È vero, Harlem è in qualche modo la risposta alle banlieue. È successo che la politica ha imboccato decisamente la strada opposta, quella dell’apertura, dell’investimento nel futuro. Forse perché gli americani hanno avuto le rivolte prima di noi, hanno imparato la lezione. Oppure perché la cultura delle periferie ha avuto successo, pensiamo al rap, alla street dance di West Harlem. Conta anche il coraggio della classe dirigente. A chiamarmi per la nuova sede di Harlem è stato il presidente della Columbia, Lee Bollinger. È stata sua l’idea di portare l’università dove scorre la vita, nel cuore della realtà, piuttosto che in un bel campus con parchi e piscine. Ed è un’emozione straordinaria costruire una biblioteca nella piazza che negli anni Sessanta fu il quartier generale dei Black Panthers. Ma anche il sindaco di Atlanta, Sherley Franklyn, una donna di colore che conosce bene i ghetti, sta puntando tutte le risorse nella creazione di un campus culturale. Lo stesso accade a Los Angeles, che è una specie di metafora della periferia universale, una città gigantesca e senza centro. Qui per la prima volta togliamo un immenso parcheggio sul Wilshire Boulevard per fare una piazza e un parco intorno al museo»

E in Europa invece non si muove nulla. Ma c’è anche una responsabilità degli architetti?

«Il dibattito in architettura di questi ultimi anni è deprimente. Troppo ruota intorno all’equazione fra architettura e scultura. Una colossale perdita di tempo oltre che un’idiozia pericolosa. Sarebbe bene troncare questi tormenti da artistoidi e tornare a occuparsi di faccende serie come appunto le periferie. Il mestiere di architetto serve in definitiva a far vivere meglio la gente, non a mettere il proprio segno sul paesaggio. Un architetto deve parlare con la gente, esplorare la città, capire i cambiamenti, altrimenti a che diavolo dà forma?»

Lei parla di periferie del mondo, di periferia universale contrapposta all’idea stessa di città.

«Non è un’astrazione ma un richiamo ai valori che formano la città e dunque la nostra civiltà. Lo stesso termine periferia ormai è ambiguo, più aggettivo che sostantivo. Che cos’è, dov’è la periferia? È il luogo dove i valori della città muoiono. Può esserci periferia anche nel cuore di una metropoli. Nella mia esperienza, il plateau Beaubourg prima del centro Pompidou, oppure Postdamerplatz a Berlino o ancora la zona dell’Auditorium a Roma, pur non essendo ai margini, erano pezzi di periferia imprigionati nel tessuto urbano. Luoghi dove erano spariti i valori della città, l’incontro, il lavoro, lo scambio fisico. Quei valori della città che per estensione diventano urbanità, civitas. E quando mancano producono odio. A Beabourg, Postdamer, l’Auditorium c’è un tratto comune che si potrebbe definire di allegria urbana. Sono luoghi allegri, vitali, al di là delle diverse e legittime opinioni estetiche dei critici».

Esiste un sistema per ridare vita a luoghi spenti?

«La questione è considerare una piazza, una strada, un parco dal punto di vista di chi ci deve andare. Non da quello del committente o del critico o dell’architetto che progetta. Le città sono lo specchio della nostra società e dunque oggi stanno perdendo i luoghi d’appartenenza, di partecipazione. Diventano città virtuali, dove ci si limita a guardare e a essere guardati. Allora le differenze diventano una minaccia. La banlieue è il punto in cui questo processo di negazione dell’identità collettiva è massimo e disperato. Perché stupirsi se in questo deserto di confine avanzano i barbari?»

Postilla

Renzo Piano è certamente un bravo architetto e un uomo intelligente. Dovendo intervistare un architetto, la scelta del giornale è ragionevole. Ma possibile che sulle periferie ci si appelli esclusivamente a questi professionisti e non, per esempio, a sociologi o, addirittura, ad urbanisti? Poi è inevitabile che il problema delle periferie venga presentato come necessità di buone architetture (magari entrando in contraddizione con la critica al formalismo dell’architettura di oggi). O che si arrivi ad auspicare come modello una Harlem che ha assunto certamente maggiore vivibilità, ma solo perchè si è lasciata mano libera al mercato, il quale ha esportato un po’ più in là i ghetti. Il problema delle periferie, italiane o francesi che siano, è quello della capacità di governare il territorio con una pianificazione efficace e dotata di risorse, non di costruire qua e là qualche oggetto più o meno bello.

Come Robin Hood non ha voluto sentire ragioni. Ha preso ai ricchi, quelli che in piena emergenza abitativa si permettono il lusso di tenere le case sfitte, per destinarli ai poveri, i tanti sfrattati che nella zona di Cinecittà chiedono un tetto dove dormire. E così ieri Sandro Medici, minisindaco del X municipio, si è beccato un´accusa per abuso d´ufficio: la procura ha aperto un fascicolo sulla vicenda dei 12 appartamenti vuoti in via Lucio Calpurnio Bibulo 13 requisiti temporaneamente dal municipio, iscrivendo nel registro degli indagati il presidente, firmatario dell´ordinanza. Gli accertamenti, affidati ai pm Vitello e Palaia, sono partiti sulla base di una segnalazione della Digos.

«Vedremo come va a finire», replica Medici per nulla intimorito, «anche se la tempestività dell´inchiesta dice almeno una cosa: che abbiamo toccato l´intoccabile, ovvero il patrimonio immobiliare inutilizzato, uno scandalo tutto italiano che consente ad alcune persone di non rispondere a una responsabilità sociale per godere di fonti di reddito e di guadagno parassitarie». Ostenta serenità il minisindaco eletto come indipendente nelle fila di Rifondazione: «Io penso di aver fatto solo il mio dovere di amministratore: da qui a giugno nel mio municipio dovrebbero essere eseguiti qualcosa come 2.000 sfratti. Sono convinto che i diritti sociali non possono essere trattati come gli altri diritti, perciò non è giusto che siano oggetto di inchieste giudiziarie».

Un´iniziativa però sostenuta solo da Rifondazione e dal consigliere comunale "disobbediente" Nunzio D´Erme. La Cdl ha chiesto le immediate dimissioni di Medici. E anche il Campidoglio, per bocca dell´assessore al Patrimonio Claudio Minelli, prende le distanze: «I provvedimenti di requisizione hanno un significato di protesta di fronte al dramma acutissimo dell´emergenza casa, ma non possono rappresentare, in fatto di politica abitativa, una scelta di governo».

Titolo originale: Bush to Cities: Drop Dead! – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Le notizie sono tutte pessime. Ed è quasi impossibile concentrarsi su qualcosa davanti ai 99 articoli sul deficit crescente, i tentativi dell’amministrazione Bush di privatizzare la Social Security, o l’ultima richiesta multimiliardaria per finanziare la guerra in Iraq. Le cifre sono incomprensibili, le argomentazioni scottano come una piastra incandescente, e vien voglia di buttar via tutto. Lasciare che quei mollaccioni politicanti di Washington si azzuffino fra loro.

Poi c’è questo titolo del Washington Post, 14 gennaio 2005: “ Bush prevede tagli netti ai programmi HUD per le città”. Fa sbarrare gli occhi, vero? Magari è uno di quegli articoli che di solito si saltano. Dopo tutto, che c’entri, tu? Ma proviamo a leggere: “Funzionari dell’amministrazione hanno affermato ieri che la Casa Bianca tenterà di ridurre drasticamente gli 8 miliardi di dollari che il Department of Housing and Urban Development dedica al proprio community branch, tagliando dozzine di progetti di sviluppo economico, eliminando il programma di edilizia rurale, passando le competenze per gli impegni anti-povertà di alto profilo ai dipartimenti del Lavoro e del Commercio”.

Se ci si ragiona per un istante, si capisce che questo articolo tratta di cose che ci interessano. Cosa sono l’abitazione e lo sviluppo urbano se non architettura, progetto, pianificazione? Il fuoco della faccenda è che il bilancio proposto dall’amministrazione per il 2006 taglierà a metà i 4,7 miliardi di dollari del programma Community Development Block Grant (CDBG), da trent’anni fonte di finanziamento per cose che vanno dai sistemi fognari, alla tutela delle zone storiche, alle abitazioni popolari. È un programma tanto vitale per l’esistenza quotidiana delle città americane, che la conferenza nazionale dei Sindaci, riunita a Washington pochei giorni dopo la pubblicazione dell’articolo sul Post, ha approvato una risoluzione urgente a sostegno del finanziamento integrale del programma CDBG, che sembra un grido di dolore dalle casse svuotate dei governi locali.

Gli altri programmi destinati ad eliminazione o trasferimenti, comprendono la Brownfields Economic Development Initiative, che promuove iniziative di infill development e combatte l’insediamento diffuso (e che sarebbe cacciato come un orfano in un romanzo di Dickens, al dipartimento del Commercio), e il piccolo programma da 24 milioni del Rural Housing and Economic Development, che verrebbe eliminato.

Come dice il nome, lo HUD è l’ufficio federale che si occupa principalmente dei bisogni delle città (anche se concorre a costruire case e infrastrutture nelle zone rurali). E una parte del problema è che l’amministrazione Bush non è tanto entusiasta delle città, o delle persone che ci abitano; a novembre John Kerry si è preso il 54% del voto urbano, e il 60% di quello delle grandi città. Poi c’è la spesa crescente per la guerra in Iraq, insieme ai grandi tagli fiscali, e questo significa meno soldi da spendere in programmi interni. Bisogni come le case e le infrastrutture sono improvvisamente diventati dei lussi.

”C’è un deficit da affrontare, e la base di sostegno non sta nelle città” afferma Chandra Western, direttore della National Community Development Association, riassumendo i motivi per cui i tagli presidenziali potrebbero eliminare progetti utili a tante persone. L’architetto Bryan Bell, del North Carolina, noto per aver ideato tipi residenziali innovativi per i lavoratori stagionali agricoli, la prende da un’altra parte: “Credo semplicemente che si tratti dell’alternativa burro-cannoni. E stiamo perdendo il burro”.

”Essenzialmente quello che viene messo in discussione è se il governo federale debba continuare ad avere un ruolo nella soluzione dei problemi urbani e di sviluppo economico per le famiglie a redditi bassi e medio-bassi” spiega Paul Hilgers, responsabile per i quartieri, l’abitazione e il community development di Austin, Texas.

Hilgers dirige quella che è uno degli uffici per l’abitazione più progressisti del paese. Austin di recente ha completato un ambizioso progetto architettonico per uno homeless shelter and outreach center di 2.500 metri quadri, che utilizza acqua piovana per i servizi igienici e funziona ad energia solare. È stato finanziato in parte nel quadro del programma CDBG, che come sottolinea Hilgers fu lanciato da un repubblicano. “È iniziato sotto l’amministrazione Nixon, e l’idea era piuttosto semplice. Abbiamo problemi nazionali riguardo ai quali il governo federale ha alcune responsabilità, che non si sa come risolvere. Allora dobbiamo creare un programma che consenta parecchia flessibilità a livello locale”.

In altri termini, il programma CDBG è un modello di azione in cui un grosso governo agisce con la leggerezza del piccolo governo, e si tratta di un grosso risultato per l’amministrazione Nixon. Purtroppo l’idea di tagliare del 50% i fondi per il community-development ha il profumo di un altro presidente repubblicano anni ’70. È un prodotto dell’annata 1975, dal titolo: “ Ford alle città: a cuccia!”.

Ma può anche darsi che l’idea di un atteggiamento negativo del governo federale verso le città sia una generalizzazione eccessiva, un’astrazione di poca utilità. Magari si pensa a fogne e marciapiedi più o meno come ci si preoccupa di Sicurezza Sociale: non ci si vuol pensare gran che, ma ci si farebbe caso se non esistesse più. In questo caso, c’è una storia più piccola e più accessibile nascosta sotto tutte queste chiacchiere burocratiche. Riguarda il modo in cui negli ultimi dieci anni abbiamo imparato come abitazioni innovative e abitazioni a buon mercato non siano categorie che si escludono a vicenda. L’approccio bottom-up iniziato dallo HUD negli anni della presidenza Clinton (rendere disponibili fondi per il community development con minime formalità burocratiche) ha aiutato il sorgere di una nuova generazione di architetti che, ispirati dai successi del Rural Studio di Samuel Mockbee in Alabama, e da programmi simili in tutto il paese, hanno tentato di recuperare l’idea del Movimento Moderno, della casa per tutti.

Le generazioni precedenti avevano interpretato il messaggio modernista in modo piuttosto letterale, utilizzando i fondi federali per costruire i progetti residenziali monolitici diventati il simbolo dell’incapacità del settore pubblico di realizzare qualcosa di buono. Ora una nuova generazione di architetti trova interessante il tema dell’abitazione a basso costo: un enigma intrigante da risolvere. Giovani professionisti, spesso laureati nelle aree della progettazione/esecuzione, sono diventati maestri nel progetto e finanziamento di case a basso costo e prezzo. I fondi dello HUD entrano quasi sempre nell’equazione.

Hilgers ci dice: “Abbiamo un gruppo di giovani architetti molto innovativi che escono dalle scuole e sono veramente motivati ad alti livelli di progettazione creativa per abitazioni rivolte ai ceti meno abbienti. Non ci era mai successo prima. Ed è un peccato che, proprio quando abbiamo una struttura di giovani professionisti creativi che avrebbero bisogno di essere sostenuti, si debbano prevedere dei tagli”.

L’ufficio di Hilgers ha dato lavoro a studi di Austin come lo Krager Robertson Design Build, aiutandoli ad ottenere fondi federali. Il KRDB ha ottenuto fondi sufficienti dallo Housing and Urban Development attraverso l’amministrazione di Austin e il suo programma residenziale, per ideare, progettare e realizzare case a buon mercato in vendita per famiglie a medio reddito, sulla Cedar Avenue, nella zona est della città. Queste sottili ed eleganti case piene di luce, sono offerte a cifre da 105.000 a 125.000 dollari. Il sostegno dello HUD ha ridotto di 10-15.000 dollari il prezzo di vendita, e dato agli acquirenti un po’ di respiro nel pagamento degli interessi.

A Raleigh, lo studio di Bryan Bell, Design Corps, conta moltissimo sui finanziamenti delle varie branche dello HUD, compreso il programma Rural Housing and Economic Development di cui si prevede l’eliminazione. “Quando si parla di Home Investment Partnership (che per ora non è compresa nella lista dei programmi da eliminare) e di Rural Housing and Economic Development, quelle sono tutt ele risorse per i nostri progetti” dice Bell. “E que

Titolo originale: Bursting boom town holds key to a stable China – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini



KORLA, CINA – L’aeroplano a elica pieno di uomini d’affari plana su questa un tempo sonnolenta città-oasi nell’estremo ovest della Cina, volando basso sulla spettacolare catena delle montagne Tian Shan, ora coperte di neve.

Nel minuscolo, primitivo aeroporto, dove si deve aspettare all’aperto nel freddo pungente per i bagagli, un cartellone sopra lo scassato terminal annuncia chiaramente che qualcosa è cambiato: dice “ Hotel Petrolio”, in cinese, inglese, e nella grafia araba usata dalla minoranza regionale etnica Uighur.

Di notte, le fiamme dai nuovi campi petroliferi accendono l’orizzonte lungo strade desolate che si diramano in ogni direzione da questa città sui margini di uno dei più vasti deserti del mondo, il Taklimakan.

Di giorno, i treni scaricano passeggeri: i nuovi arrivati migranti cinesi dalle affollate campagne dell’est, o nella stagione dei raccolti i lavoratori giornalieri a decine di migliaia, per raccogliere il cotone e la frutta che cresce nelle distese di proprietà dei grandi investitori della costa orientale.

Queste brulicanti “ insta-cities” sono piuttosto comuni sulla prospera costa orientale. Ma in molti modi quello che sta accadendo a Korla e nelle altre città simili nella Regione Autonoma dello Xinjiang Uighur è molto più impressionante. E a un livello che pochi sospettano la nell’est, il futuro del paese dipende dal successo qui.

La Cina ha una sete inesauribile di petrolio e gas, e lo Xinjiang li produce entrambi in quantità sempre maggiori. In più, grazie alla vicinanza all’Asia Centrale, la regione è diventata il percorso preferito degli oleodotti dal Kazakhstan e oltre.

Dato che questa è la regione o provincia più vasta della Cina in termini di superficie, abitata dalla principale minoranza di popolazione musulmana, quello che succede in Xinjiang è cruciale per la futura stabilità del paese. Come per il Tibet a sud, il controllo cinese sullo Xinjiang è piuttosto recente. Molti delle minoranze Uighur e Kazakh aspirano da lungo tempo all’indipendenza.

Pechino ha represso duramente il separatismo e ha vietato le scuole religiose in Xinjiang, per paura che potessero fomentare radicalismo e separatismo islamico. Ma ora, come accade altrove in Cina, il governo sembra scommettere sulla forte crescita economica come il modo migliore per consolidare il proprio controllo.

Le recenti scoperte petrolifere nella regione hanno certamente creato un’atmosfera di fiducia fra politici e mondo degli affari, in gran parte proveniente dall’est. La produzione di gas naturale è raddoppiata negli ultimi cinque anni, e quella di petrolio sta pure crescendo velocemente, in particolare nel vicino bacino del Tarim.

”Questo posto pompa e brilla” racconta Jim Scott, esuberante americano che trascorre la maggior parte dell’anno in Xinjiang, a vendere valvole ad alta pressione e altri macchinari per l’industria estrattiva alle compagnie cinesi. “Ve lo garantisco, qui c’è un boom in corso. Ci sono più trivellazioni e ricerche di quanto possiate immaginare”.

Oltre agli stranieri del petrolio, l’esplosione estrattiva sta attirando migliaia di imprenditori cinesi dalle città costiere, come Shanghai.

Alcuni arrivano già ricchi, pronti a investire. Altri, come Qian Bolun, 36 anni, che abita qui da 15, cercava fortuna a Korla quando era poco più di un villaggio polveroso.

Un tempo il livello di affari auspicato da Qian era passare da bevande per un quinto di yuan (15 cents), a quelle da uno yuan. Ora tratta esclusivamente prodotti come generatori industriali, trattori, attrezzature per l’estrazione.

La nuova economia del petrolio ha lasciato il segno dappertutto a Korla, dai grandi magazzini e centri commerciali allineati lungo l’ampia via del centro, fino al grande quartiere dei locali notturni immerso nella luce dei neon dopo il tramonto.

Ora la città ha 420.000 abitanti, e cresce di 20.000 all’anno.

Con tutti questi successi economici, i problemi con le minoranze a Korla non sono stati risolti, ma semplicemente accantonati. Lungo le strade del quartiere centrale, i negozi gestiti da Uighur sono una rarità, e gli stessi Uighur in giro sono pochi. Al di là del fiume che taglia la città in due, tra parte vecchia e nuova, la proporzione si inverte.

”Gli Uighur di solito non tengono una vetrina. Affittano uno spazio d’angolo” dice Hao Lin, 32 anni, commerciante di personal computer in un nuovo centro commerciale specializzato in informatica. “I loro clienti sono Uighur. Molto pochi di loro fanno affari con la compagnia petrolifera Tarim. Quelli li fanno gli Han”, ovvero membri, come lui, del principale gruppo etnico cinese.

In una bottega di barbiere al di là del fiume rispetto al centro città, tre uomini Uighur siedono davanti a una stufa a carbone.

”Ho studiato all’università di Urumqi” la capitale provinciale “per tre anni, ingegneria meccanica” dice il barbiere Uighur, Yasen Keyimu, 25anni, “ma non riesco a trovare un lavoro nell’industria petrolifera. Tanta formazione superiore, e non trovo lavoro”.

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La metropoli di ieri che contiene quella di domani, è la sua filosofia, l'assunto per dare un futuro vivibile al nostro passato. Pier Luigi Cervellati ha legato il suo nome a grandi progetti di recupero dei centri storici e dedicato la vita a salvare l'anima alle città per una modernità non da perseguire, ma da proiettare culturalmente.

Una giustizia senza debolezza. È questa la soluzione per arginare la rivolta delle banlieues parigine?

La giustizia, che non deve essere né forte né debole, ma solo giustizia, dev'essere fatta nei confronti degli emarginati. Violenza è la stessa banlieue. L'unica soluzione è eliminare il degrado, l'emarginazione, invece si continua a produrre periferie anche nei centri.

Quali invece le cause di disagio delle città italiane?

La perdita del senso della città intesa come bene comune, la massiccia privatizzazione di ciò che apparteneva alla comunità. Cattive amministrazioni locali, pessimi indirizzi statali, fameliche speculazioni, immobiliaristi che si arricchiscono producendo periferia e piani regolatori sbagliati hanno finito per omogenizzare i centri urbani. Siamo uno dei paesi con il maggior numero di case in proprietà. Le strade un tempo luogo di convivenza sono occupate da auto in sosta o in movimento. I luoghi pubblici sono scarsi e in genere lontani, squallidi.

E allora in che modo si possono fare interventi seri con l'edilizia?

In realtà bisognerebbe per almeno un decennio non produrre edilizia, ma recuperare, riqualificare.

Nelle città italiane esiste un disegno urbanistico complessivo?

No purtroppo. E la legge cosiddetta “Merli” [evidentemente Lupi - es] discussa da un ramo del parlamento, senza troppa opposizione, è una tale catastrofe da far temere che se sarà approvata, l'urbanistica italiana sarà materia solo di storia del recente passato.

Qualità dell'architettura e condono. Sarebbe interessante capire la relazione considerato che si profila il terzo condono edilizio in 18 anni.

La bella architettura è un miserabile paravento. Quando non si ha un'idea del futuro della città si ricorre alla bella architettura. Quando si vuol far passare indenne un nuovo condono edilizio, si ricorre al concorso di bella architettura. Chissà perché non si parla mai di città bella, perché non si parla di città. Di che significato, oggi, attribuiamo a questo termine. Eppure siamo in una fase cruciale per il futuro dei centri urbani per il nostro stesso avvenire.

Priva di zone d'espansione, Cagliari vede riempito con il cemento ogni suo spazio. Parcheggi multipiano, centri commerciali, zone residenziali. Quale futuro?

Cagliari ha rinunciato (o non ha saputo o voluto) alla costruzione della città metropolitana. Eppure era avvantaggiata dalla separazione di alcuni comuni che erano stati incorporati nei primi decenni del Novecento. Le cause sono molte. Il Comune maggiore non vuole raccordarsi con quelli minori che ha trattato per decenni come discariche. Sarebbe indispensabile pianificare - e Cagliari potrebbe diventare un esempio straordinario - la città di città. Città metropolitana non significa “grande città” bensì, città mad re . Ma il capoluogo stenta a decentrare quello che ritiene la sua forza, il suo potere, economico soprattutto, e così paga il prezzo della congestione. Produce solo periferia e non capisce che sta diventando essa stessa banlieue. La città di città richiede saggezza amministrativa, volontà pianificatoria, capacità di coordinarsi nell'interesse comune, nel bene della collettività. La perdita di abitanti che si sta registrando nel centro costituisce la premessa per accentuare la perdita del senso di città. Il centro non può essere scambiato per un super mercato con parcheggi, così operando, Cagliari, come luogo di convivenza civile, non esisterà più. Ma non diventerà neanche un centro direzionale e commerciale importante, ma solo uno dei tanti luoghi sparsi nel mondo soffocato dalla periferia. Il capoluogo sardo nell'ultimo decennio ha perduto la sua identità, la sua anima. Ci dobbiamo chiedere: in cambio di cosa?

Non è facile descrivere la vulnerabilità del territorio italiano, meglio di quanto lo faccia l'immagine di quel vagone sospeso nel vuoto. Essa spiega molte cose.

Ci dice che, le piogge concentrate e dalle conseguenze sempre più disastrose, (in una settimana piove quanto in un intero anno) sono figlie di un cambiamento climatico che nessuno sembra voler seriamente affrontare.

Ma quell'immagine non ci racconta solo di ritardi ed inadempienze, evidenzia anche colpe e responsabilità: di tante infrastrutture costruite in aree a rischio o di interi territori incapaci di assorbire le piogge perché ricoperti di cemento ed asfalto.

E più quella foto la si guarda e più ci dice che la riduzione e la prevenzione del rischio nel quale viviamo è una priorità assoluta di un programma di governo. Farne però una priorità non significa definire un elenco di opere, di appalti o soldi da distribuire, ma prendere un insieme di decisioni che affermino che sono finiti gli usi speculativi ed abusivi del territorio, per lasciare il posto a quelli sostenibili.

Nel corso di questi anni questo giornale ha più volte ripetuto che la principale opera pubblica da fare, in questo paese, è un piano di riassetto idrogeologico.

Quel treno sospeso nel vuoto rappresenta con forza l'Italia che ci lascia Berlusconi.

Non basterà però cacciarlo, per avere un territorio più sicuro, se il governo che gli succederà non saprà affermare una nuova cultura della terra e delle acque. Una cultura fatta di tre ingredienti: conoscenza (elaborare in un anno una carta geologica a scala 1:5000 che fornisca una mappa vera del rischio) di prevenzione (misure di salvaguardia, vincoli, delocalizzazioni e revisione delle concessioni) e di manutenzione diffusa della terra e delle acque (piani di rimboschimento, lotta agli incendi, demolizioni delle case abusive).

Una cultura che per affermarsi ha però bisogno di una moratoria o almeno un ripensamento concreto delle decisioni prese di ulteriore infrastrutturazione pesante del paese (come ad esempio le nuove autostrade, il Mose, il ponte sullo stretto).

Speriamo, che la fortuna e la bravura dei macchinisti, che hanno fermato quel treno sull'orlo del baratro, facciano capire a Romano Prodi che il declino di questo paese può essere fermato e che il riassetto idrogeologico del territorio è il patto con gli italiani che s'impegna a sottoscrivere.

Titolo originale: Chicago’s “Mayor for Life” seems less so - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

CHICAGO – il sindaco Richard M. Daley stava spiegando il superamento per 48 milioni di dollari del costo di un terminal all’Aeroporto Internazionale O’Hare quando un frequentatore regolare delle sue conferenze stampa ha chiesto se, fra cinque o dieci anni, presenterà scuse del genere per il fatto che il suo ampliamento dell’aeroporto da 15 miliardi ha sforato il preventivo.

“Sarò ancora qui, fra cinque o dieci anni?” l’ha interrotto Daley, cercando di sfuggire alla questione con un sussulto di sorpresa. “Grazie!”

Nel passato, nessuno avrebbe messo in dubbio la longevità di Daley, un Democratico i cui incredibili margini di vantaggio in quattro rielezioni gli hanno fatto ereditare il titolo originariamente appartenente a suo padre, il leggendario boss politico Richard J. Daley: Sindaco a Vita. Le cose sono cambiate quest’anno con l’esplodere di un enorme scandalo di corruzione su consulenze e contratti che ha portato a 30 incriminazioni, una dozzina di dimissioni dal gabinetto del sindaco, e all’interrogatorio dello stesso Daley dai magistrati federali.

Ora, anche se Daley continua ad essere celebrato a livello nazionale come il miglior primo cittadino degli Stati Uniti – audace e visionario costruttore che ha rivitalizzato il centro e rinnovato le scuole pubbliche – si trova di fronte a un’opposizione senza precedenti in un Consiglio che controllava da lungo tempo, e potrebbe trovarsi di fronte il primo serio sfidante alle elezioni da quando è entrato in carica.

Burbero e sarcastico, propenso alle gaffes, il sessantatreenne Daley in quest’ultimo difficile anno è pubblicamente scoppiato in lacrime e di rabbia, ma si scrolla di dosso qualunque traccia degli scandali quando afferma in una intervista recente “Si va avanti, non si può vivere nel passato”.

Così continua a parlare della sua passione di sempre, l’istruzione, o della nuova ossessione, la concorrenza della Cina. Ha festeggiato il trionfo nelle World Series dei suoi amati White Sox. E attraversando le strade dei più remoti quartieri della terza più grande città d’America, prende nota di lampioni rotti, fioriere vuote e recinzioni da riparare, assicurandosi poi personalmente che venga fatto.

Ma la corruzione è stata l’oggetto della prima domanda – cambierà la sua agenda? – dopo un discorso a un gruppo organizzato. La nomina di tre nuovi commissari lo scorso mese è stata oscurata dalle voci secondo cui c’erano problemi nell’attirare competenze al Municipio. Durante il suo ultimo discorso alla presentazione del bilancio annuale, c’erano manifestanti all’ingresso con cartelli che dicevano “Soldi per la gente, non per gli scandali”.

“Il suo guaio principale è col governo federale” dice John Callaway, osservatore di lunga data della politica cittadina ed ex conduttore di un programma di questioni pubbliche, “ Chicago Tonight”. “Chi sono le persone di grado più elevato sinora incriminate o sentite? Cosa diranno di quanto sapeva il sindaco, mentre lui dice di non sapere?”

I magistrati hanno dipinto un quadro di “frode pervasiva” nelle nomine, dicendo che la città sistematicamente ha violato le ordinanze della corte federale contro i favoritismi utilizzando criteri politici anziché di merito, come base per selezionare i candidati a incarichi pubblici. Il sindaco insiste di non essersi mai interessato di nomine, avendo spostato a un ufficio apposito tutte le decisioni sul personale, nominando anche un controllore interno con un grasso bilancio.

Il deputato Jesse Jackson Jr., figlio dell’altro famoso uomo politico cittadino e principale candidato alla carica di sindaco per il 2007, ha detto che secondo un sondaggio commissionato in novembre gli elettori si sentivano offesi dallo scandalo, ma che avevano ancora un elevato giudizio del sindaco.

“Cambiare il sindaco è come cambiare Chicago,” dice Jackson. “Tanta gente non vuole la corruzione, ma non vuole nemmeno cambiare la città”.

Chicago ha avuto un Sindaco Daley per tutti gli ultimi 50 anni, tranne 13: Richard Primo, come chiamano ora il padre, dal 1955 sino alla morte nel 1976, e “Little Richie,” il figlio maggiore, dal 1989. Richard M. firma documenti e posa per le foto dietro l’enorme scrivania di legno che fu di suo padre (e un ritratto di Richard J. guarda sul lungo tavolo riunioni dove il sindaco svolge gran parte del lavoro quotidiano, senza giacca).

Ex eletto all’assemblea statale e procuratore, Daley è stato allevato per questo incarico, e non aspira ad altro.

“Non vuole diventare governatore, senatore, presidente, vice presidente, membro di gabinetto, niente di tutto questo” dice suo fratello William Daley, segretario al commercio durante la presidenza di Bill Clinton e ora vicepresidente della banca Chase. “Il suo interesse è totalmente su una unica cosa: la città”.

Cattolico di origine irlandese, il sindaco non beve più caffè dall’anno scorso come fioretto di quaresima, sostituito da tè verde a colazione, succhi di frutta durante la giornata. Non guida una macchina da un quarto di secolo, ma percorre spesso le strade della città in bicicletta. È da poco nonno, e suo figlio è entrato da poco nell’Esercito; un altro figlio è morto di spina bifida a due anni.

Sostenuto da un’economia dei servizi in forte crescita e parallela caduta della criminalità negli anni ‘90, Daley ha guidato la rinascita di questa ex capitale industriale sulle coste del Lago Michigan, invertendo la perdita di popolazione con grossi investimenti nei quartieri più vicini al centro terziario, di cui è fra i 70.000 residenti con la moglie, fra gli edifici sviluppati in altezza e i lofts che sbocciano come fiori. Gioiello della corona, qui, il Millennium Park, pezzo da 475 milioni di dollari, esposizione di architetture e sculture che, nonostante il ritardo di quattro anni nell’inaugurazione e il costo doppio del preventivo, ha entusiasmato turisti, residenti e critici d’arte.

Nel 1995, Daley si è impossessato del controllo del consiglio scolastico, primo di molti altri sindaci di grandi città che l’hanno seguito. Ha pompato 4 miliardi dentro al sistema per realizzare 38 nuovi edifici, ha esteso i programmi pre-scolastici, post-scolastici ed estivi, portando a un costante aumento nei livelli standard di valutazione, che restano comunque bassi.

“Per quanto riguarda le scuole pubbliche, è stato davvero il nostro Mosé” dice J. Thomas Cochran, direttore della U.S. Conference of Mayors. “Con Daley abbiamo avuto due anni di valutazioni 101, 102, 103 e 104 delle scuole pubbliche. Dieci anni fa non ne parlavamo, ma lui ci ha insegnato che se non si fanno funzionare le scuole la gente abbandona le città”.

Lo stesso Daley afferma che “la priorità centrale di questa amministrazione, una e unica, sono le scuole pubbliche”.

L’eredità forse più tangibile di Daley è l’aspetto esteriore di Chicago, sia nei luccicanti quartieri centrali che nei numerosi quartieri popolari un tempo famigeratamente degradati. Da quando è entrato in carica, nella città si sono piantati 400.000 alberi, si sono aggiunti spazi verdi per 80 ettari, e realizzate fasce verdi stradali che si estendono per 110 chilometri. In primavera i viali sono tappezzati da migliaia di tulipani colorati, i fiori preferiti dalla moglie.

Fra le principali differenze col Sindaco Daley Primo, ci sono i profondi rapporti che ha saputo sviluppare con le minoranze, in una città i cui 2,9 milioni di abitanti sono per il 36% afroamericani, 31% bianchi, 26% ispanici. Eletto la prima volta col solo 2% del voto nero, ora ha il consenso di almeno il 25% dei neri, e ha evitato una vera opposizione, in questa città di tribù politiche etniche, almeno in parte investendo nei quartieri delle minoranze.

Ma Jackson dice che la Chicago di Daley è stata “la storia di due città” il centro brillante sul lungolago o i quartieri settentrionali che vantano “tre posti di lavoro per ogni persona”, e le parti meridionali (rappresentate da Jackson) “dove ci sono più o meno sessanta persone ogni posto di lavoro”.

I dissidenti, che di solito erano zittiti rapidamente, sull’onda degli scandali hanno iniziato a trovare seguito in Consiglio. Questo mese è stata approvata un’ordinanza che vieta il fumo nei ristoranti, a cui si opponevano il sindaco e i suoi sostenitori nel mondo degli affari.

Una proposta per introdurre contratti di privatizzazione è stata oggetto di numerose riunioni quest’estate, e sarà portata al voto probabilmente molto presto. Nelle assemblee sul bilancio, i membri del consiglio sono stati molto più critici di quanto non si ricordi sia mai accaduto prima, nei confronti sia del sindaco che dei suoi capi dipartimento.

Anche se sono stati i titoli di prima pagina di quest’anno sullo scandalo corruzione ad aver intaccato maggiormente il capitale politico di Daley, il punto di svolta è collocabile poco dopo la sua rielezione nel 2003 quando, nel cuore della notte, con decisione unilaterale chiuse Meigs Field, il piccolo aeroporto del centro città, mandando le ruspe a tagliare delle grandi X sulla pista.

Daley parlò di problemi di sicurezza legati agli attacchi terroristici del 2001, ma molti videro solo una mossa dittatoriale per realizzare il sogno a lungo coltivato di trasformare quell’aeroporto, vicino a casa sua, in un parco sul lungolago.

“La gente diceva lo so che è arrogante, lo so che ha troppo potere, lo so che non ha opposizione politica” ricorda Callaway, analista politico di lunga data, “ma è il modo in cui ha chiuso Meigs Field, credo, che ha spezzato la fiducia di molte persone”.

Secondo Callaway, Daley e suo padre condividono una grande debolezza: “non si fidano davvero di nessuno”. Ecco perché, dice, nessuno dei Daley ha fatto niente per allevarsi un successore.

Invece, Richard il Giovane ha iniziato ancora una raccolta di fondi e nominato un nuovo responsabile del comitato per la sua campagna.

Quando gli hanno chiesto se avrebbe concorso per un sesto mandato - e quindi a una durata superiore a quella di suo padre - Daley ha risposto “Il giorno in cui sarò stanco, mi ritirerò”.

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Titolo originale:In Zimbabwe, Mugabe razes more than slums – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini



BULAWAYO, Zimbabwe – il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe ha una parole per definire le notizie secondo cui l’operazione Drive Out Trash, campagna di demolizioni urbane mirata agli slum che il suo governo descrive come programma di miglioramento civico, abbia fatto dei cittadini più poveri dei senza casa.

”Sciocchezze” ha dichiarato alla ABC News in un’intervista trasmessa negli Stati Uniti il 3 novembre. “Migliaia, migliaia, migliaia. Dove sono queste migliaia? Andate là adesso e guardate se ci sono queste migliaia. Dove sono? Uno scherzo dell’immaginazione”.

Forse Mugabe non è stato a Bulawayo, la seconda città dello Zimbabwe, ultimamente.

Solo cinque chilometri a ovest del centro di Bulawayo, Robson Tembo e sua moglie, Ticole, vivono all’aria aperta in un piccolo recinto, 3,5x3,5 metri, fatto di pezzi di legno e rottami. File di sacchetti della spesa di plastica contengono la storia completa dei loro 72 anni.

Otto chilometri a nord, Nokuthula Dube, 22 anni, le sue due figlie e due piccoli parenti orfani se ne stanno accovacciati in una casa di due stanze non terminata fratta di cemento scadente. Quando di recente c’è andato un giornalista, c’era una sconosciuta rannicchiata sul pavimento dell’unico sgabuzzino, addormentata.

Nella parte opposta della città, Gertrude Moyo, 28 anni, vive coi suoi quattro bambini e sette altre famiglie nelle tende piantate fra i cespugli.

C’è più del solo essere senza casa, a legare queste tre famiglie. Fino a qualche mese fa, vivevano tutti a Killarney, una baraccopoli che ospitava i cittadini meno fortunati di Bulawayo sin dai primi anni ‘80.

Oggi, Killarney è un paesaggio lunare di terra cotta dal sole, sterpaglie e spazzatura bruciacchiata. Nello scorso maggio e giugno, i poliziotti hanno fatto a pezzi le baracche, bruciato quel che rimaneva, e cacciato via i più di 800 abitanti, nel quadro dell’Operazione Drive Out Trash.

”Avevano delle spranghe lunghe così” racconta Robson Tembo della polizia, allargando le mani. “Hanno demolito parzialmente tutte le capanne, e poi ci hanno ordinato di distruggere il resto”.

Dice di aver rifiutato, e che allora il lavoro è stato finito dalla polizia, che ha raso al suolo le sue due stanze fatte di pali di legno e pareti di metallo.

A più di cinque mesi dall’inizio delle demolizioni, il governo dello Zimbabwe insiste nell’affermare che la distruzione di 133.000 alloggi, secondo i suoi calcoli, è stata un’operazione di slum-clearance che era necessaria da lungo tempo, e che ha causato ai cittadini solo disagi temporanei.

Il governo sostiene che la gran massa di chi è stato privato dell’alloggio è stata trasferita verso i villaggi rurali dove viveva prima di migrare verso le città, soprattutto alla ricerca di lavoro. Altri, afferma, saranno collocati nelle migliaia di nuove case in corso di costruzione per sostituire le capanne illegali rase al suolo.

Mugabe ha respinto il tentativo delle Nazioni Unite di raccogliere 30 milioni di dollari per aiutare le vittime dell’Operazione Drive Out Trash, affermando che in Zimbabwe non c’è nessuna crisi. Nonostante l’appello pubblico del Segretario Generale ONU Kofi Annan, il 31 ottobre, il governo ha respinto qualunque sostegno che implichi propri cittadini in stato di disagio.

E pure molti lo sono, in stato di grave disagio. Sulla base delle stime del governo dello Zimbabwe, le Nazioni Unite affermano che sono state sgombrate 700.000 persone nel corso delle demolizioni di maggio e giugno, e della successiva campagna, Operazione Going Forward, No Turning Back, quando la polizia ha respinto quanti cercavano di ritornare verso le città e ricostruire.

Un’indagine di agosto su più di 23.000 famiglie dello Zimbabwe condotta da un gruppo di sostegno del Sud Africa, ActionAid International, calcola le persone private di abitazione sino a 1,2 milioni: più di uno su dieci Zimbabweani.

Dove siano finiti molti è un mistero. Il governo ne ha trasportati migliaia in campi di raccolta che poi sono stati smistati, e altre migliaia su camion sino all’aperta campagna, dove sono stati lasciati, apparentemente nei pressi delle loro abitazioni rurali. Si tratta di persone registrate dalle autorità locali, ma quasi certamente sono solo di una piccola parte del totale.

E allora, dove sono i senza casa?

“Questa è ciò che definisco una crisi umanitaria invisibile: invisibile agli occhi internazionali, e il motivo è che gli sgomberati sono stati dispersi” dice David Mwaniki, coordinatore di ActionAid in Zimbabwe.

Molti sono probabilmente con dei parenti; alcuni hanno lasciato il paese.

Altri sono nella savana, e sopravvivono della pietà dei vicini. Molti altri sono svaniti dentro a qualche catapecchia, tenda o casa costruita a metà.

Le Nazioni Unite affermano che 32.000 dei 675.000 abitanti di Bulawayo hanno perso la loro casa, ed è stato loro ordinato di andarsene dalla città durante la campagne di demolizione; i funzionari locali pubblici parlano di 45.000. Torden Moyo, che dirige un coordinamento di gruppi civici chiamato Bulawayo Agenda, sostiene che non ci sono dubbi su dove siano andati.

”Il novantanove per cento ora è tornato” dice. “Sono ancora nei guai, ancora senza casa, ancora senza un centesimo, senza un posto dove stare. Sono stati trasformati in profughi nel loro stesso paese”.

Killarney è la prova di tutto questo. Prima delle demolizioni, era povera sino all’osso ma viva, divisa in tre villaggi con negozi e servizi. Tutto questo è stato raso al suolo e bruciato. A nord-est della città, non lontano dalla strada per l’aeroporto di Bulawayo, ci sono una decina di piante di granturco e qualche vegetale che cresce in un orto improvvisato fuori dalla casa non terminata dove stanno Dube e la sua famiglia, ma cinque di loro sopravvivono con la farina donata da una vicina chiesa

Dube è tornata dalla scuola del nipote un giorno in giugno, e ha trovato la sua casa al Villaggio Uno di Killarney distrutta e in fiamme. Senza casa e incinta, ha perso il suo lavoro di donna delle pulizie in un vicino sobborgo. Suo marito, Nomen Moyo, ha dovuto andarsene per mantenere il lavoro di giardiniere. Dube racconta che lei e i bambini hanno camminato per settimane, dormendo sul ciglio della strada, prima di trovare il guscio dove vivono ora.

Ha settembre, Dube ha partorito una bambina, Mtokhozisi. Ha lasciato soli la figlia di tre anni, Nomathembe, e i due orfani, Pentronella di dieci e Kevin di quattordici, durante il parto in ospedale. Poi è tornata a casa a piedi con la neonata.

”Sono uscita al mattino” racconta “e tornata verso le 3”.

Qualche settimana fa è comparso un uomo.

“Voleva che ce ne andassimo” dice. “Sostiene che questa è la sua casa”.

Se le chiedete dove andranno risponde “Solo Dio lo sa”.

Dall’altra parte della città Moyo, che abitava da 23 anni a Killarney quando è stato sgombrata l’11 giugno, ora vive in una tenda tre metri per cinque coi suoi quattro bambini. Il marito è morto un anno fa. Dice che la polizia prima ha trasportato la famiglia in un campo di raccolta temporanea per senza casa, poi alla tenda. Moyo racconta che le hanno detto di aspettare per una nuova casa.

Il governo sta costruendo una schiera di case di fianco alla tenda, e si dice che siano per chi ha perso l’alloggio per le demolizioni. Moyo dice però che la polizia le detto che la sua famiglia non avrà una nuova casa, ma un pezzo di terra agricola a nord della città.



Nota: il testo originale ripreso dal sito dello Internationale Herald Tribune (f.b.)

Titolo originale: Can New Orleans survive its rebirth? – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

NEW ORLEANS – L’ottimismo scarseggia da queste parti. E mentre la gente inizia a frugare nelle distruzioni lasciate dall’urgano Katrina, si insinua la sensazione che il colpo finale debba ancora arrivare, e che cancellerà irrevocabilmente il passato della città.

Il primo segno premonitore è comparso quando il sindaco C. Ray Nagin ha annunciato che il modello per la rinascita sarebbe stato quello dell’insediamento pseudo-suburbano chiamato River Garden, nel Lower Garden District. La sola idea ha allarmato i conservazionisti, che temono il rifacimento dei quartieri storici in forma di lottizzazioni senza carattere servite da negozi big-box.

Più di recente, Nagin ha preso in considerazione la possibilità di sospendere le norme di tutela storica, per rendere New Orleans più invitante per i costruttori: evocando così la possibilità di devastazioni architettoniche e avidità senza limiti.

Ma non sono solo politici e costruttori ad avere colpe, qui. Per decenni la mainstream architettonica ha accettato il presupposto che le città possano esistere in un punto fisso del tempo storico. Ne risulta una versione fiabesca della storia, le cui conseguenze potrebbero essere particolarmente gravi per New Orleans, che era già sulla buona strada per diventare un’immagine da cartoline del proprio passato anche prima che l’uragano colpisse.

Ora, con la città nelle condizioni più vulnerabili, queste voci minacciano di sovrastare tutte le altre. Un dibattito sulla ricostruzione della Costa del Golfo tenuto di recente in Mississippi [vedi link su Eddyburg a pie’ di pagina n.d.T.] è stato dominato dai sostenitori del New Urbanism, che esprime una visione sentimentale e storicista del funzionamento delle città. Nel frattempo chi sostiene una lettura più complessa della storia urbana – ovvero che comprenda la realtà del XX e XXI secolo oltre al fascino di New Orleans del XIX – rischia di essere relegata ai margini.

Il destino che minaccia la città si può verificare a River Garden, il modello futuro preferito dal sindaco. Poche settimane dopo la tempesta, ho attraversato la zona insieme a Wayne Troyer, architetto del luogo che si oppone alla visione del sindaco. Per suggerire alcune caratteristiche da quartiere tradizionale di New Orleans, qui le case sono progettate secondo una miscela di stili. C’è una fila di edifici a schiera su Laurel Street, con le ringhiere di ferro battuto che riprendono molto liberamente quelle del Quartiere Francese. Poco lontano, edifici bifamiliari un po’ più grandi sono modellati sui bungalows tradizionali, con tetti puntuti, portici poco profondi e finestre con persiane decorate a graziose tonalità di rosa, giallo, e azzurro.

Si vedono tutti i segni caratteristici di una lottizzazione suburbana convenzionale. I fili del telefono sono invisibili, sepolti, e le case un po’ più distanti una dall’altra delle loro corrispondenti nella New Orleans vera, per lasciar spazio all’ingresso pavimentato per l’auto. La maggior distanza vorrebbe offrire privacy ma fa pensare invece a diffidenza; il percorso per l’auto tiene la gente lontana dalla strada, e coltiva il senso di isolamento. L’indizio più evidente del fatto che siamo entrati in un ambiente surreale, è la vista di carrelli della spesa vuoti in mezzo ai prati. Vengono dal vicino Wal-Mart, che ha da tempo rimpiazzato i negozi locali in tutti gli Stati Uniti. Al giorno d’oggi, gli ubiqui scatoloni e insegne bianco-blu di Wal-Mart rappresentano la nostra ritirata dentro a un mondo sigillato e omogeneizzato.

Quello che manca del tutto, da River Garden, sono naturalmente i dettagli sottili della vita quotidiana, che si costruiscono nei decenni, e che pure quel quartiere afferma di avere.

A parere di Troyer, l’evidenza più visibile è tutto quel che rimane: cinque solidi edifici di mattoni, unica traccia del quartiere di case popolari St. Thomas Hope, costruito nei primi anni ‘40. Le forme semplici, sormontate da tetti in tegole piatte, rappresentano esattamente il tipo di edilizia pubblica disprezzato dai funzionari pubblici ai nostri giorni.

Ma per Troyer e molti altri architetti della sua generazione, le semplici strutture a tre piani, attorno a una piccola core centrale, hanno dimensioni umane che le distinguono dai grossi interventi. Anche coi propri difetti, riflettono un patto sociale – la promessa di una casa decorosa a basso costo per ogni cittadino – infranto molto tempo fa, e che molto probabilmente non sarà certo ricomposto dalla gentrification urbana.

E River Garden non rappresenta ancora lo scenario peggiore. Guidando lungo il canale industriale qualche giorno dopo, sono arrivato a Abundance Square, un quartiere residenziale per famiglie a redditi misti. Le strade nude del quartiere incrostate di fango sono fiancheggiate da abitazioni che vorrebbero evocare l’immagine di una comunità tradizionale. Ma qui, il risultato è una formula genericamente suburbana: case col medesimo aspetto a scatola, regolarmente separate dagli accessi per le auto, prati vuoti e un sistema di vie privatizzate.

L’argomento a favore di quartieri del genere, naturalmente, sarebbe che New Orleans deve essere ricostruita in fretta, e la formula delle case standardizzate è meglio di niente. È l’argomento delle aspettative troppo modeste, che serve gli interessi dei costruttori e priva la città di tutta la sua vita.

Il presupposto è che l’unica alternativa sarebbe quella di non far niente. Ma in realtà, il modo in cui gli architetti pensano alle città si è evoluto per un certo periodo di tempo; la questione è se la città voglia attingere alle risorse intellettuali che ha a disposizione. Stephanie Bruno, per esempio, dirige il progetto Comeback del Preservation Resource Center. Negli ultimi dieci anni il centro ha restaurato case di architettura vernacolare locale del XIX secolo dette shotgun e bungalows creoli nei quartieri più poveri della città. L’intero programma, rara miscela di conservazione e prospettiva sociale, era parte di una strategia più ampia per far risorgere le zone più povere. Legando continuità storica e orgoglio di appartenenza locale, dimostra che la rivitalizzazione urbana non può essere ridotta a formule ottuse.

Appena a su della St. Claude Avenue, nella Ninth Ward,molte delle abitazioni restaurate appaiono relativamente intatte dalla strada, anche se sono fortemente danneggiate all’interno. Comunque, molte possono ancora essere salvate, dato che sono costruite in acero, un legno duro che di solito resta intatto anche dopo le inondazioni.

Sarà un lavoro difficile, individuare cosa possa essere restaurato. Richiederà il tipo di sostegno pubblico che è diventato una rarità, in un paese che tende a mettere sullo stesso piano interessi privati e benessere collettivo. Quello che la signora Bruno e altri temono di più, è che queste case siano semplicemente spazzate via con le ruspe, come espediente per far spazio a insediamenti di grossa scala come Abundance Square (dopotutto, perché costruire una casa o due quando si può spazzar via un intero quartiere, ricostruirlo, e ammassare profitti enormi?)

Anche se si salveranno molte delle umili case shotgun della signora Bruno, i paesaggi urbani del XX secolo molto probabilmente troveranno pochi difensori. Realizzata nel catino a basso livello, la zona di Mid City simboleggia l’abbraccio della modernità. La sua mescolanza di bungalows in stile California case tardo-vittoriane, ora seriamente danneggiate, ha più elementi in comune con gli sterminati paesaggi di Los Angeles che con le immagini romantiche delle radici europee della città. E come tale, probabilmente sarà ignorata dai custodi locali del passato architettonico.

Solo per ritenere, magari, che gli stili storici rigidamente compartimentati della città possano essere riproposti entro quartieri interamente ricostruiti, sostenendo così una versione del passato in forma di parco a tema.

Senza dubbio grandi parti di New Orleans dovranno essere ricostruite dalle fondamenta. Ma i migliori architetti al lavoro, oggi, probabilmente guarderanno per ispirazione al cavernoso Superdome come alle spirali della Cattedrale di St. Louis. Perché comprendono come le innovazioni della città nel XX secolo – dai bungalows ai canali alle freeways – sono parte integrale della sua identità, tanto quanto l’architettura vernacolare del XIX.

Questo ci lascia meglio attrezzati ad affrontare le questioni della New Orleans del XXI secolo. Passato e futuro devono imparare a vivere insieme.

Nota: il testo originale ripreso dal sito dello International Herald Tribune; l’approccio dei Nuovi Urbanisti citato implicitamente più volte, qui su Eddyburg nell’articolo ripreso da New Urban News (f.b.)

Il centro-sinistra si sta spaccando le ossa sulla Tav Torino-Lione prima ancora di essere messo alla prova come maggioranza di un futuro governo. È quasi una beffa. La Tav Torino-Lione non si farà mai. È un’opera quattro volte più costosa del famigerato ponte sullo stretto di Messina; quattro volte più inutile quanto a volumi di traffico previsti (che anche artatamente gonfiati a 20milioni di tonnellate/ anno non coprono che la metà della capacità da installare); quattro volte tecnicamente più incerta quanto alla sua effettiva fattibilità tecnica: Il ponte rischia di lasciare dietro di sé solo due giganteschi piloni in cemento armato mozzi, con i ferri che spuntano dalle cime, come nei tanti edifici abusivi in attesa di sopraelevazione costruiti nel Mezzogiorno, senza che in mezzo venga steso nulla.

Quanto alla Tav Torino-Lione, nessuno sa ancora che cosa si troverà sotto quelle montagne; si sa comunque che la principale società di perforazione del mondo si è ritirata dall’affare - verosimilmente per le difficoltà incontrate - lasciando il suo posto alla Rocksoil del ministro Lunardi, debitamente nascosta dietro una catena di subappalti.

I costi della sicurezza

Non ho competenze per valutare i rischi connessi alla presenza di amianto e uranio nelle montagne da perforare; posso anche ammettere che esistano e si possano attivare a costi abbordabili interventi di contenimento del rischio (ma qui parlare di costi significa comunque mettere in gioco una montagna quasi inimmaginabile di denaro). Ma per un’opera che promette di trasformare un’intera valle - già dissestata da una viabilità quasi esclusivamente di transito (cioè senza ricadute economiche o sociali di qualche peso) ñ in un cantiere della durata programmata di oltre 13-15 anni, destinati verosimilmente, sulla base di tutte le esperienze pregresse, a raddoppiare, e per il quale si prevede di scaricare sul fondo valle diversi milioni di tonnellate di detriti inquinati e inquinanti, una verifica seria sulle alternative praticabili con interventi meno pesanti sarebbe stata doverosa.

Molti esperti, compreso il presidente delle Ferrovie dello Stato, fautore del progetto, ci dicono che questa alternativa non solo è praticabile, ma è già in parte in corso di realizzazione, e porterà in pochi anni la capacità di trasporto dell’attuale linea Torino-Lione vicino al livello del traffico “previsto” tra venti anni per la Tav Torino-Lione. Ma questa alternativa non è stata inserita nella valutazione di impatto che ha dato il benestare al nuovo progetto; valutazione peraltro mai portata a termine, in violazione della normativa dell’Unione europea, grazie all’esenzione prevista dalla Legge-obiettivo del ministro Lunardi. Ma chi ha detto che il traffico effettivo di merci tra Torino e Lione tra venticinque anni (2030) corrisponderà quello programmato? L’alta velocità Torino-Lione è stata pensata come linea di trasporto passeggeri, e inclusa come tale nel Libro bianco della Commissione europea Crescita, Competitività, Occupazione, noto come Rapporto Delors, che risale al 1994; solo successivamente è stata estesa al trasporto merci come tratta del corridoio 5, trasformandola in una cosiddetta “autostrada ferroviaria”: cioè una tratta lungo la quale i tir in transito sullo stesso itinerario dovrebbero essere caricati su vagoni (in uno scalo ancora da definire, prossimo a Torino), per poi esserne scaricati una volta superata la tratta alpina francese; o viceversa.

Una soluzione che dal 2016 sarà obbligatoria per tutti i tir in transito attraverso la Svizzera, indotta a questa soluzione dal fatto che prima e dopo l’attraversamento del suo territorio, cioè in Francia, Germania e soprattutto in Italia, i tir che effettuano trasporti anche di lunga percorrenza sono liberi di circolare ovunque.

E i tir scorrazzano liberi

L’impossibilità di adottare la stessa soluzione lungo l’attuale tratta ferroviaria, anche rimodernata, è la principale ragione addotta per giustificare l’opera. Ma caricare i tir su una singola tratta, quando sono liberi di scorrazzare nel resto del paese, non ha ovviamente lo stesso significato che proibirne o limitarne il transito di lunga percorrenza su tutto il territorio nazionale. E se limitazioni del genere fossero introdotte anche in Italia, il concetto stesso di autostrada ferroviaria non avrebbe più alcun senso. Che cosa c’entri poi l’alta velocità - che fa guadagnare al massimo due o tre ore lungo il percorso, ma che ne impiega molte di più nelle operazioni di carico e scarico dei tir con il trasporto pesante di merci, nessuno lo ha ancora spiegato. Ma anche il cosiddetto corridoio 5 Lisbona- Kiev è puramente virtuale, non molto diverso dalle linee tracciate con il pennarello da Berlusconi quando illustrava a Bruno Vespa il suo programma. Intanto, tutta la tratta del corridoio a est di Trieste, che potrebbe avere un ruolo fondamentale nel rilancio del suo porto, non è neppure in fase di progettazione, per non parlare del suo finanziamento, non incluso in alcuna previsione budgetaria dell’Unione europea o dei paesi interessati.

In secondo luogo, non esiste alcun traffico di merci pesanti tra Lisbona e Kiev o viceversa. Esiste un intenso traffico in crescita - di merci provenienti dall’estremo o dal medio Oriente, che sbarcano e sbarcheranno sempre più nei porti del Mediterraneo: Barcellona, Marsiglia, Genova, Ravenna e Trieste; ma anche, dopo il trasbordo, Livorno, Napoli, Gioia Tauro, Atene, Bari, ecc. Queste merci poi prendono la via del nord e del centro Europa, o dell’Europa dell’est, risparmiandosi così, fino a che l’effetto serra non avrà sciolto completamente i ghiacci dell’Artico, la circumnavigazione dell’Europa per arrivare a Le Havre, Rotteram e Amburgo. E viceversa.

I“corridoi” che servono questo traffico sono già tutti in funzione (Tarvisio, Brennero, Gottardo, Sempione) o di prossima apertura (Loetchberg) e in via di potenziamento; il che contribuirà non poco a ridurre ulteriormente il traffico in transito tra Torino e Lione. Basta comunque guardare una cartina geografica per capire che la Torino-Lione non è che il più periferico degli itinerari nord-sud; tanto è vero che per raggiungere Lione il collegamento virtuale tra Lisbona e Kiev deve compiere una vistosissima deviazione verso nord.

L’autostrada ferroviaria

In terzo luogo, per trasformare la Tav Torino- Lione in un’”autostrada ferroviaria” occorre che i tir e i loro autisti siano disposti a salirci sopra (a pagamento). Per questo la presidente della Regione Piemonte, schierata a favore del progetto, continua a chiedere “garanzie”: il che vuol dire rendere la cosa obbligatoria. Ma finché non si riforma il trasporto autostradale - oggi in mano a decine di migliaia di padroncini, italiani e sempre più est-europei, peraltro tutti in subappalto, attraverso una catena spesso assai lunga, dei grandi operatori multinazionali della logistica, quasi tutti stranieri inducendoli ad associarsi per ottimizzare carichi, percorsi, consegne e veicoli, sarà ben difficile per governi, di destra e di sinistra, costringere i tir a salire su un vagone. Tanto più che quei governi, finora, non sono stati capaci nemmeno di abolire gli sconti sulle accise del combustibile, perché questi operatori sono in grado di bloccare immediatamente, per protesta, tutti valichi interni e internazionali del paese.

Una vera intermodalità

In quarto luogo, la riforma del trasporto nasce di qui: non accoppiando treni e tir lungo i valichi, o navi e tir nel trasporto marittimo, facendo salire gli uni sugli altri, raddoppiando così vettori e costi; ma promuovendo una vera intermodalità, che permetta di disaccoppiare le motrici dai rimorchi (o dai container che trasportano); di caricare sui treni e sulle navi soltanto questi ultimi, e di farli riagganciare, alla stazione di arrivo, da altre motrici: operazione molto semplice dal punto di vista tecnico; complicatissima in termini economici e organizzativi. Perché presuppone strutture consortili, anche internazionali, che oggi non ci sono, ma che potrebbero essere l’unico argine contro il supersfruttamento dei “padroncini” da parte delle multinazionali del trasporto.

Questo ci riporta al concetto di “corridoio”, che non è solo né soprattutto un tracciato ferroviario o stradale (o entrambi), bensì un sistema logistico di cui i tracciati, debitamente attrezzati, potenziati e messi in sicurezza, non sono che una componente. Ci vogliono poi operatori logistici in grado di valorizzare le opportunità offerte dall’intermodalità, interporti per lo scambio intermodale tra i diversi vettori e tra il trasporto di lunga percorrenza e quello di prossimità; e centri logistici per le rotture e le ricomposizioni dei carichi (comprese molte operazioni di assemblaggio e disassemblaggio di componenti, che è assai opportuno effettuare in questi centri).

Mentre quello che si sa è che la Tav Torino- Lione salterà l’efficiente interporto torinese di Orbassano, per costruirne (forse) uno ancora tutto da progettare e finanziare vicino a Chivasso; che per l’utilizzo dell’”autostrada ferroviaria” non è prevista alcuna “garanzia “; che le alternative offerte dal Sempione e dal Loetchberg sottrarranno altro traffico alla Torino-Lione, i cui costi comunque non verranno mai coperti dall’introito tariffario, tanto è vero che per quest’opera, a differenza che per il ponte sullo stretto, l’operazione del project-financing non è stata neppure tentata.

Infatti quest’opera non è finanziata, se non con un contributo dell’Unione europea destinato a svanire, se si prolungheranno i rinvii dell’apertura dei cantieri, o se non verranno stanziati fondi adeguati per le tratte francese e italiana: quest’ultima per un importo previsto di 6,5miliardi, interporti esclusi, destinato probabilmente a raddoppiare. Con i chiari di luna che il prossimo governo si troverà ad affrontare qualunque sia la futura maggioranza questa sarà sicuramente la prima grande opera a cadere sotto la mannaia degli indispensabili tagli.

In sesto luogo, previsioni così a lungo termine (venticinque anni al 2030) dovrebbero prendere in considerazione scenari più elastici, e non una proiezione lineare dell’attuale trend dei traffici. E in corso un processo di “dematerializzazione” dell’economia che avrà come principale conseguenza la riduzione in peso e in volume dei beni scambiati. È in corso, nonostante i molti processi di delocalizzazione, un ripensamento sull’opportunità di sguarnire completamente i territori delle loro capacità manifatturiere e soprattutto agroalimentari, il che porterà a un ridimensionamento dei volumi trasportati in molti comparti merceologici. È in corso un processo di recupero e valorizzazione degli scarti e dei materiali ricavati dai beni dimessi che farà sempre più delle città una fonte locale di materie prime per l’industria. È in corso un drastico aumento del prezzo del petrolio e anche un processo di progressivo esaurimento delle sue disponibilità che si ripercuoterà inevitabilmente sui costi di trasporto e sulle sue convenienze, rivalutando le produzioni di prossimità. Dove mai si è tenuto conto, anche solo in via ipotetica, di tutto ciò nel progettare la Tav Torino-Lione?

Il consenso preventivo

Per concludere, l’opera non è stata discussa né tantomeno negoziata con le popolazioni della Val di Susa né dai precedenti governi nazionali, né da quelli regionali. Adesso, mentre il ministero dell’interno è passato alle maniere forti, si cerca di correre ai ripari per conquistare “il consenso” delle popolazioni coinvolte. Ma quale consenso? Si è forse disposti a mettere in discussione il tracciato, o la validità dell’intervento? Oppure si tratta solo di far digerire la pillola alle sue recalcitranti vittime.

Ma quale cultura della negoziazione ambientale è mai questa? I negoziati ambientali bisogna farli prima di definire gli interventi, presentando diverse alternative (compresa quella di non fare niente) e prospettando costi e benefici di ogni opzione, eventualmente rinforzati con interventi di mitigazione del danno o di incentivazione o penalizzazione delle diverse situazioni. Fatto a posteriori, quando un ministro dichiara che comunque l’opera si farà, difenderla è solo un suicidio.

Nota: qui su Eddyburg dello stesso Autore, un intervento sul tema Nimby; sugli stessi temi di "sistema", un estratto dal Piano Direttore del Canton Ticino (f.b.)

I due presidenti di Legambiente

In un paese in cui per sostenibilità si intende sopportabilità il compito delle associazioni ambientaliste potrebbe essere notevole. In realtà non è così, anche per la grande confusione di ruoli, di cui questo articolo di Aprile online del 15 novembre 2005 testimonia un aspetto

Francesco Rutelli, qualche giorno fa, ha incontrato i rappresentanti della Margherita del Piemonte per ribadire che, con tutti i controlli e le garanzie ambientali del caso, la Tav sulla Torino-Lione dovrà essere realizzata. Ermete Realacci, deputato della Margherita e presidente onorario di Legambiente (dopo esserlo stato a tutti gli effetti per quasi un ventennio), ha assunto ovviamente la stessa posizione anche se la sua associazione è pienamente impegnata nel movimento popolare che da alcune settimane anima la Val di Susa con cortei e dibattiti contro il progetto di alta velocità.

Roberto Della Seta, il vero presidente di Legambiente, a differenza del presidente ad honorem della stessa associazione, ha infatti espresso il sostegno alla difficile vertenza apertasi in Val di Susa, annunciando la propria presenza alla manifestazione del 16 novembre: "Vogliamo testimoniare la nostra vicinanza a un movimento che, grazie al forte esempio di coesione di un'intera comunità locale, ha posto all'intero paese un interrogativo sulle infrastrutture di sviluppo e di cui i circoli Legambiente della Val di Susa e del Piemonte sono da sempre tra gli animatori". "La Tav – continua Della Seta – non è solo una nuova ferita in una valle già gravata da troppe infrastrutture di trasporto, è anche la risposta più sbagliata, inefficiente e costosa per rispondere alla necessità di ridurre il traffico autostradale e razionalizzare il trasporto internazionale delle merci".

Non è solo il vero presidente di Legambiente a pensarla in questo modo. La Commissione intergovernativa italo-francese ha a disposizione i dati dello studio da lei stessa commissionato nel 2000. In base a questa ricerca, la nuova trasversale ferroviaria non avrà nessun effetto rilevante sul traffico autostradale attuale. Si stima infatti che essa servirà a trasferire su ferro meno dell'1% delle merci che viaggiano su strada dirette al tunnel del Frejus. A seguito di questi dati, ma anche per effetto di una continua diminuzione di domanda di trasporto lungo le direttrici transalpine tra Italia e Francia, i nostri vicini d'oltralpe hanno ridotto fortemente la propria disponibilità a investire su questo collegamento, che - sebbene si svolga per due terzi in territorio francese - sarà in gran parte a carico delle già magre finanze italiane.

"Per ridurre il traffico stradale occorrono infrastrutture che migliorino l'accessibilità alla ferrovia esistente, che dispone di immense capacità inutilizzate, ma anche credibili politiche di limitazione del traffico stradale e incentivi al suo trasferimento su ferro – fa sapere Vanda Bonardo, presidente di Legambiente in Piemonte – La Svizzera lo sta facendo, dimostrando non solo che è possibile ridurre il traffico pesante, ma anche favorire la nascita di gruppi industriali competitivi e moderni capaci di gestire con efficienza il trasporto intermodale. Il tunnel del Frejus servirà solo a chi lo costruirà e non al trasporto ferroviario. La finanziaria ha ridotto fortemente i fondi per le Ferrovie legati agli interventi ordinari di adeguamento, manutenzione e acquisto dei treni e vogliamo spendere 15 miliardi di euro per quest'opera pronta tra dieci anni?".

"Se come speriamo – sostengono ancora Roberto Della Seta e Vanda Bonardo in una dichiarazione congiunta – la lotta della popolazione della Val di Susa avrà successo, forse i soldi che il nostro paese risparmierà potranno essere finalmente investiti per attivare politiche e infrastrutture di vero sviluppo. Per questo, il conflitto sostenuto dai cittadini della Val di Susa è benefico per il nostro paese e per la sua competitività sul medio e lungo periodo". La stessa posizione si può leggere su "la Nuova ecologia" (www.lanuovaecologia.it), il mensile di Legambiente.

Allora, qual è la vera posizione di Legambiente? Quella del presidente onorario Realacci o quella del presidente effettivo Della Seta e della presidente della sezione Piemonte della più blasonata associazione ambientalista d'Italia? Per non generare equivoci, basterebbe che chi fa il deputato e ha scelto questo modo di fare politica non svolgesse anche altre funzioni, seppure ad honorem. L'autonomia tra associazioni, movimenti e partiti dovrebbe essere un dato acquisito per non generare antipatici conflitti d'interessi.

«Il cemento del potere - Storia di Emilio Colombo e della sua città» fu il pamphlet dello scrittore e storico Leonardo Sacco che nel 1982 squarciò il velo su Potenza, «città a misura di ministro», contribuendo a inquadrare in termini più politici il sacco urbanistico del capoluogo lucano. Un saccheggio certamente inserito nel disastro ambientale che la classe dirigente democristiana era andata compiendo nella penisola. Ma a Potenza la tragedia aveva anche connotati squisitamente meridionali, emanazione di un «partito dell'edilizia» che sovrastava qualsiasi altro gruppo di potere, con investimenti che diventavano sempre più fini a se stessi, e in genere lontani da indici corretti di sviluppo. Insomma, l'affermazione di una sorta di «baronato edile urbano» famelico e distruttivo dei caratteri della storia della città.

Cristo si è fermato a Matera

La Lucania però, è stata anche terreno di sperimentazioni urbanistiche d'avanguardia nell'altro capoluogo di provincia, quella Matera che la presenza di un nucleo antico di grande pregio come i Sassi, oltre allo straordinario effetto che ebbe ovunque il racconto dell'avventura di Carlo Levi, avrebbe portato all'attenzione di tutti in Italia e all'estero e ne avrebbe fatto centro di discussioni culturali e politiche. Ma soprattutto, uno dei laboratori dell'urbanistica italiana del dopoguerra. Fu così che si venne formando un'idea della città in cui gli interventi, nei tre settori in cui è possibile dividerla (centro antico-Sassi, centro storico, nuovi insediamenti), avrebbero dovuto avere un andamento armonico e razionale, l'uno in funzione dell'altro. Le cose non andarono così, ma la storia di quel passato in cui Matera divenne punto di riferimento per l'urbanistica italiana più avveduta, è fondamentale per capire quello che sta accadendo adesso in un territorio governato dal centro sinistra in tutte le sue varianti.

Il grido d'allarme che un gruppo di intellettuali da sempre attenti allo sviluppo sostenibile della città ha lanciato dalle colonne di un numero speciale di Basilicata, vecchio giornale di battaglia che ha contribuito in passato all'apertura di inchieste e dibattiti (vedi l'articolo a lato), ha urtato una classe dirigente che non sa reagire alle critiche. Prevale un mugugno tutto meridionale, mitigato da repentine e non molto credibili aperture alla società civile, nell'illusione di andare avanti come se niente fosse, quando invece è evidente che a Matera non sta scoppiando soltanto una questione locale. Perché, in modo del tutto particolare, si intravede una questione più ampia, cioè la linea che il centro sinistra in tema di urbanistica e di «nuove manipolazioni edilizie» sta portando avanti da tempo in molte città meridionali (e italiane) governate dallo stesso schieramento. Ma quali sono i punti che stanno stravolgendo ulteriormente la città lucana? Si va dai palazzoni del centro direzionale con volumetrie ingiustificate, alle operazioni speculative della zona 33 di ingresso alla città, con quello che ironicamente la popolazione ha battezzato il grattacielo, dai complessi residenziali dell'ex Mulino Padula che grava sui Sassi come un orrendo mostro, all'espansione di una città di cinquantamila abitanti che porta alle estreme conseguenze la divaricazione degli anni Settanta.

Una mirabile costruzione tufacea

Nei Sassi non va meglio. Oltre a tagliare cipressi secolari per far posto a ridicoli parcheggi, si va a tentoni con interventi spesso demandati ai privati che disaggregano un sito storico che ha valore solo nella sua interezza e nel suo rapporto con la Murgia dirimpettaia. Oltre che con il retroterra delle cave di estrazione del tufo, ancora abbandonate a se stesse quando invece potrebbero essere il «biglietto da visita» di una cultura del lavoro di grande pregio (i Sassi sono una mirabile costruzione tufacea di grande ingegneria spontanea e non una teoria di grotte). Colpisce in tutto questo l'intreccio tra imprese, tecnici del comune e politici, come se la storia del passato non avesse insegnato nulla. E mentre è difficile mettere il naso nel vespaio di ditte edili, dove spicca la solita impresa Tamburrino, più facile è indagare sull'intreccio tra politici e tecnici comunali. Nel marzo scorso la magistratura ha arrestato il capo dell'ufficio tecnico comunale, architetto Franco Gravina, che oggi è ritornato al lavoro al comune (con altre mansioni). Il tecnico è inquisito per la discutibile gestione dei «Progetti integrati di sviluppo urbano», un affare da 32 milioni di euro. Lo stesso Gravina, insieme all'ex assessore Vincenzo Santochirico, sta poi dietro alla «Eolica Craco», una società edile costituita con l'ambigua copertura delle firme delle mogli, che si propone di costruire, contrastato da un movimento di protesta, la megacentrale elettrica tra Ferrandina e Pisticci.

Racconta Leonardo Sacco, memoria storica delle forze democratiche lucane oltre che direttore di Basilicata: «Il quadro della manipolazione edilizia, sia negli antichi rioni che nella parte nuova della città, è sconcertante. Si impongono oggi riflessioni rigorose, fuori dagli attendismi fiduciosi che fino a poco tempo fa hanno caratterizzato molti convegni. Il fatto è che Matera si è distinta nel panorama dell'urbanistica italiana degli anni Cinquanta del secolo scorso per effetto di un movimento culturale che però allora non poteva riscuotere una convinta partecipazione, per il proibitivo clima politico nazionale e le chiusure della tradizionale società locale. Oggi Matera può essere compresa nella media della cattiva urbanistica nazionale, ma qui è più grave per il suo passato. I poteri locali hanno agito fuori e contro piani e progetti. Hanno avviato con enormi ritardi e maldestri interventi il risanamento degli antichi quartieri dei Sassi, e hanno manipolato fino a travolgerla la pianificazione della parte nuova della città». «Il problema - prosegue lo storico ed ex deputato comunista Raffaele Giura Longo - è che nell'ultimo decennio, dominato dal centro sinistra con tutta la sinistra parte attiva (e qui è l'amarezza per noi), si è irrobustita, non solo negli eredi dell'ex democrazia cristiana, la pratica degli affari personali delle lobby di carta, in cui l'intreccio di interessi tra imprese edili e amministratori ha avuto il sopravvento sulla politica un tempo vigile delle sinistre materane. La pubblica amministrazione, in pratica, assume un ruolo centrale nel selezionare uomini e interessi da avvantaggiare, attraverso un sapiente e mai disinteressato uso del go-and-stop, applicato in versione aggiornata: si fermano negli uffici le pratiche spesso più equilibrate e razionali per accelerare quelle più consone agli interessi lobbystici, che a conti fatti risultano essere anche le più improvvisate e rozze».

Alfonso Pontrandolfi, tecnico ed esperto di bonifica, aggiunge: «La contraddizione più appariscente dell'attuale situazione è la permanenza in posizione dominante delle tradizionali forze consolidatesi nel tempo, sia intorno alle politiche espansive urbano-edilizie, sia intorno al mai abbandonato modello clientelare e assistenziale della spesa pubblica. Il ricomposto centro-sinistra che da un decennio amministra la città, sembra così assicurare una sorta di continuità con il passato, nell'azione politica come nei metodi dell'amministrazione». La scelta di dare gratuitamente in concessione per 99 anni un immobile nei Sassi (i quartieri sono proprietà demaniale) a condizione che lo si risani con un importo a fondo perduto che va dal 40 al 60%, ha fatto sì che si ristrutturi con la più fervida fantasia, al di fuori di qualsiasi rispetto dell'unitarietà del luogo. Tommaso Giura Longo, docente di architettura oltre che autore di articoli sul nostro giornale del destino dei centri storici e dei Sassi in particolare, è come sempre puntuale: «La collocazione casuale degli immobili per abitazione e per attività produttive e la mancanza tra di loro di una rete dei servizi sociali, commerciali, di trasporto pubblico, hanno impedito che tra le persone oggi insediate nei Sassi si ripropongano quei civilissimi legami di mutuo scambio e di solidarietà umana che caratterizzavano i rapporti tra il vicinato. Perciò, oggi i Sassi non si presentano più come una parte di città abitata, ma soltanto frequentata. Suoi frequentatori sono anche coloro che li abitano e che vanno a lavorare altrove e anche coloro che vi esercitano una qualche attività di artigianale. Girando oggi per i Sassi, si può constatare che gli interventi a ruota libera dei privati, né guidati né arginati da significativi interventi pubblici, sembrano proporre spesso falsificate operazioni di presunte manifestazioni popolari».

La vittoria di Mel Gibson

Raffaele Giura Longo riprende l'analisi, cercando di mettere il dito nella piaga di questi anni: il rilancio dei Sassi come una sorta di Disneyland dell'affare e del divertimento: «Sono stati anni di grande sbando per i Sassi, con l'affiorare di vecchie tendenze oleografiche, populiste e avventuriste. Messa la mordacchia a ogni seria sperimentazione socio-culturale, quasi del tutto inascoltata è rimasta la voce di coloro che avevano proposto anni fa lo slogan virtuoso «i Sassi attirano ma la città accoglie», per dire dell'unitarietà dell'intervento tra i Sassi, il centro storico dal Settecento in poi e la parte nuova. Alla fine ha vinto Mel Gibson con il suo bisogno dell'orrido scenografico». Ma non è detto. Perché in città si respira un'atmosfera critica verso il comportamento delle amministrazioni degli ultimi anni. Quattromila cittadini hanno firmato un documento di protesta contro la politica urbanistica comunale; gli abitanti del borgo rurale di Venusio, nato negli anni Venti con i fondi dei combattenti della 1° guerra mondiale, sono scesi in piazza contro gli stravolgimenti dei nuovi insediamenti, mentre non si fa nulla per la riqualificazione del loro villaggio; nei Sassi ci sono state proteste di un comitato di quartiere contro l'uso scorretto dell'antica città. Saprà Matera essere punto di riferimento, oggi, contro un uso sconsiderato del territorio da parte di un centrosinistra che si fa scudo della politica berlusconiana sul piano nazionale per perpetrare i vecchi vizi del trasformismo sul terreno locale?

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