Un affare da oltre un miliardo e mezzo di euro, di cui duecentocinquantamila solo per la lottizzazione del terreno della Cascinazza di proprietà di Paolo Berlusconi, fratello dell’ex premier. Questa è la speculazione edilizia che rischia di abbattersi sulle ultime aree verdi di Monza, se passeranno le modifiche alla legge regionale urbanistica volute dall’assessore lombardo al Territorio, il leghista Davide Boni. È a rischio una delle parti più belle della Brianza.
Duro scontro ieri in consiglio regionale tra Unione e Casa delle Libertà sui 868 emendamenti del centrosinistra. Che denuncia: «È una marchetta per Berlusconi in cambio della legge sulle moschee». Replica dell’assessore del Carroccio: «È solo accanimento contro la sua famiglia. Gli emendamenti? Solo una perdita di tempo». Dopo un dibattito fiume, rinvio alla prossima settimana. Ma il sindaco di Monza Michele Faglia attacca il governatore Roberto Formigoni: «La Regione vuole favorire Paolo Berlusconi. È una legge vergognosa, la fermeremo».
In Regione scoppia il caso Monza
Un affare da oltre un miliardo e mezzo di euro. Non solo i duecentocinquantamila delle nuove case alla Cascinazza del progetto di Paolo Berlusconi, fratello dell’ex premier. Questa è la speculazione edilizia che rischia di abbattersi sulle ultime aree verdi di Monza, la terza città lombarda per abitanti. Questo spiega l’interesse di molti gruppi immobiliari, che, a un anno dalle elezioni amministrative e a tre da quelle per la nuova provincia, vogliono spartirsi la torta. Poco meno di un milione e ottocentomila metri cubi di aree agricole, a ridosso da uno dei parchi più famosi d’Europa. In appartamenti, fanno cinquecentomila metri quadrati da vendere ad un prezzo tra i 2300 e i 5000 euro al metro quadro. I terreni più appetiti sono a sud ovest, nel quartiere di S. Albino, in zona San Fruttuoso-Torneamento, in viale delle Industrie, alla Cascinazza dove il piano di lottizzazione è di ben 388mila metri cubi. Un progetto che diventerebbe molto più facile con le modifiche alla legge sul territorio proposte dall’assessore regionale all’Urbanistica leghista Davide Boni.
A Monza, il rapporto tra superficie già edificata e verde, escluso il parco, la dice lunga: 4.768.900 metri quadrati contro 2.899.000. Ma la densità degli abitanti per chilometro quadrato è ancora più esplicita: 4827 abitanti rispetto ai 388 della Lombardia e i 192 di tutta Italia. Il vecchio piano Piccinato del 1971 prevedeva trecentomila abitanti. Oggi Monza, invece, ne ha solo 122.000. La superficie edificata è già il 75 per cento del totale. Da qui l’allarme del Comune. La legge urbanistica regionale, approvata sul finire della scorsa legislatura, bloccò sul nascere il nuovo piano regolatore più restrittivo. È già pronto il nuovo piano del governo del territorio, ma ora le norme della Regione rischiano di riazzerare tutto.
Ieri, la discussione in consiglio regionale è iniziata con un muro contro muro tra Unione e Casa delle libertà. Dopo un dibattito fiume tutto è stato rinviato a martedì. Il centrosinistra ha presentato 868 emendamenti, ma il centrodestra insiste. «Ora c’è una settimana per tentare di trovare un’intesa» ribadisce il centrosinistra. Secca la replica dell’assessore Davide Boni: «Il solo problema è l’accanimento contro la famiglia Berlusconi. Quegli emendamenti sono solo una perdita di tempo».
(a.m.)
Il sindaco Faglia contro il governatore "Legge vergognosa, la fermeremo"
di Andrea Montanari
Michele Faglia, sindaco di Monza, lei ha scritto il suo grido d’allarme al governatore Formigoni: le ha risposto?
«No. Formigoni sta viaggiando alto proprio perché non si vuole abbassare al confronto. Si è limitato a dire che la Regione deve tener conto dell’interesse di tutti. Le cose, però non stanno così».
Cioè?
«Il compito di fare i piani spetta ai Comuni. Io rivendico a pieno titolo che la terza città della Lombardia possa e debba pianificare il suo territorio secondo la volontà pubblica e privata. La Regione, invece, vuole andare contro il principio della sussidiarietà e contro gli stessi principi che ha affermato nella sua legge urbanistica».
Come reagirete?
«Userò qualsiasi strumento per evitare che questa macchia politica di cui si sta sporcando Formigoni abbia una ricaduta sul territorio della mia città».
Perché pensa che la Regione voglia favorire Paolo Berlusconi?
«Perché ne sono convinto. Dietro a questo provvedimento c’è una volontà punitiva nei confronti nella nostra amministrazione, che ha più volte fatto presente che non si poteva fare un intervento così sfacciato e vergognoso».
Sì, ma cosa c’entra Berlusconi?
«Ci sono dietro anche degli interessi privatistici, che con queste modifiche verrebbero facilitati».
Quali interessi?
«Quelli dei proprietari delle aree che, diventando edificabili senza più i limiti delle salvaguardia, acquisterebbero un valore di mercato molto più elevato».
Alla Cascinazza cosa può accadere?
«Che i proprietari che hanno già presentano un piano di lottizzazione pretenderanno di costruire su 388mila metri cubi sessanta condomini in un’area che oltretutto ha un vincolo paesaggistico idro-geologico».
Ma non è prevista la costruzione di un nuovo canale scolmatore?
«Non lo faranno mai. È sbagliato anche il progetto. E poi costerebbe 170 milioni di euro. Lo vedete, poi, un canale scolmatore a cielo aperto dentro a uno dei parchi più famosi d’Europa?».
Cosa accadrà nelle altre aree?
«Saremo sommersi di richieste di edificare su aree finora protette. Monza non può sopportare la saturazione delle poche aree ancora libere. Io sono stato eletto per difendere questa priorità».
In verità, l’assessore Boni l’accusa di non dire nulla su altri suoi progetti contestati, dai parcheggi alla sede della nuova Provincia.
«Sono squallidissimi argomenti, che dimostrano come Boni non sia informato. Il 93 per cento dei permessi per costruire che sono stati rilasciati riguardano esclusivamente ristrutturazioni o riqualificazioni di aree dismesse. Questo è il nostro programma».
Si spieghi meglio.
«Anche gli interventi per le nuove funzioni pubbliche interesseranno solo aree dismesse. Non abbiamo occupato volutamente un metro di aree libere. Perché Monza è ormai a un livello di urbanizzazione quasi pari al 90 per cento».
Perché Monza non ha ancora un piano regolatore?
«Ci sono stati tanti sindaci prima di me. In ogni caso, ora il piano è pronto a tempi record e la Regione rischia di nuovo di riazzerare tutto».
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La nuova legge urbanistica? «E' il delirio di uno speculatore trasformato in legge». L'allarme sarà lanciato pubblicamente oggi - nell'ambito della giornata di Italia Nostra su «Paesaggio e tutela» - ma è da qualche tempo che il mondo degli urbanisti è entrato in agitazione per quel che sta accadendo in parlamento, e in particolare nella commissione ambiente. Che si appresta a partorire una legge considerata mostruosa da gran parte degli urbanisti e salutata con favore dello stato maggiore dei costruttori (Confedilizia benedicente); una legge il cui fulcro è la sostituzione degli «atti autoritativi» con quelli «negoziali»: in sintesi, l'ingresso ufficiale degli interessi privati nella sede di definizione dei piani urbanistici, quelli che una volta dovevano tutelare l'interesse generale. Proprio oggi scade il termine per la presentazione degli emendamenti, in commissione ambiente, al «testo unificato» sul governo del territorio. Padre della legge è Maurizio Lupi, ciellino confluito in Forza Italia sin dagli esordi del partito Mediaset, già assessore all'urbanistica a Milano e ispiratore anche della legge urbanistica in via di approvazione in Lombardia. E del «modello lombardo» - una vera fonte di ispirazione, così come è successo per la sanità e la scuola - la nuova legge è l'applicazione fedele, a livello nazionale. In primo luogo, si stabilisce che il «governo del territorio» spetta alle regioni, salvando per lo stato centrale solo «gli aspetti direttamente incidenti sull'ordinamento civile e penale, sulla tutela della concorrenza nonché sulla garanzia di livelli uniformi di tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali». Il potere legislativo delle regioni avrebbe così assai scarse limitazioni, denuncia Italia nostra che vede nella proposta di legge la sostanziale smentita dell'articolo 9 della Costituzione («la Repubblica tutela il paesaggio»).
Quanto agli strumenti per «governare il territorio», il successivo articolo 4 della proposta di legge non lascia dubbi, enunciando sin dal titolo quel principio-cardine del «modello lombardo» che è la sussidiarietà tra pubblico e privato. E se in materia sociale questo vuol dire lasciare allo stato solo i rifiuti che il mercato lascia dietro di sé, in materia urbanistica la sussidiarietà alla lombarda si traduce facendo sedere i costruttori e i soggetti privati forti alla scrivania dove si progetta la città: «Le funzioni amministrative sono esercitate in maniera semplificata, prioritariamente mediante l'adozione di atti negoziali in luogo di atti autoritativi, e attraverso forme di coordinamento tra i soggetti istituzionali e tra questi e i soggetti interessati, ai quali va riconosciuto comunque il diritto di partecipazione ai procedimenti di formazione degli atti». Chi sono questi «soggetti interessati»? «Siamo in Italia, non in Olanda. Qualcuno può pensare che, quando si parla di `soggetti interessati' ci si riferisca al cittadini e alla cittadina? Qui tutti sanno che si tratta della proprietà immobiliare», scrive Edoardo Salzano sull'Archivio di studi urbani e regionali (n. 77/2003, che contiene un esteso dibattito sulla riforma urbanistica in discussione). E che i «soggetti interessati» siano quelli che hanno «voce e potere», come dice l'urbanista Francesco Indovina, lo conferma anche la relazione di accompagnamento al disegno di legge.
«E' un testo terrificante», sostiene Vezio De Lucia, che descrive così l'effetto della legge a regime: «il governo del territorio non sarebbe più nelle mani dei poteri istituzionali, ma sarebbe affidato ad `atti negoziali' tra tutti i soggetti interessati, cioè i proprietari fondiari». Il trionfo dell'«urbanistica contrattata», inaugurata per l'appunto nella Milano da bere e in quella del decennio successivo. Tra gli urbanisti l'allarme è diffuso. «Mentre tutte le regioni stanno legiferando, una legge quadro dovrebbe indicare i princìpi generali, questa non lo fa e allo stesso tempo dà persino un accesso di potere alle regioni», commenta Indovina. Intanto la Lombardia marcia da sola verso la sua legge, in attesa della sua consacrazione su scala nazionale.
Caro Direttore, desidero sottoporle alcune considerazioni - non necessariamente per la pubblicazione - su un tema rilevante trattato da l'Unità il 20-3-2004 (articolo di Maria Zegarelli sulla legge di riforma dell'urbanistica, tema poco dopo trattato anche d V. Emiliani a proposito di beni culturali). In entrambi gli articoli sembra quasi che l'urbanistica sia prevalentemente o soltanto una faccenda di paesaggio. Forse andrebbero fatte alcune precisazioni.
Innanzitutto, va detto che il tema del paesaggio, quello della urbanistica negoziale, quello (che pare dimenticato) della natura dell'urbanistica, quello del governo del territorio e quello delle modifiche costituzionali sono altamente interrelati.
Quando l'estate scorsa furono presentati a Milano in Regione i progetti di legge (Lupi FI, Mantini Margherita, Sandri Ds; il prossimo 31 marzo verrà di nuovo trattato il tema, sempre a Milano in un grande albergo, da urbanisti milanesi, dai presentatori dei progetti, e da avvocati immobiliaristi) non eravamo ancora in presenza di due grosse novità:
a) il tentativo di compattamento delle opposizioni, e,
b) la Sentenza 303 / 2003 della Corte costituzionale, che onde evitare equivoci afferma che nonostante la riforma costituzionale del 2001 parli di governo del territorio e non più di urbanistica, la materia urbanistica non è affatto scomparsa.
L'on. Mantini presentò, anche con un articolo su Urbanistica Informazioni, l'ipotesi di una operazione "bipartisan" di accordo tra il suo progetto e quello di Forza Italia. Mi chiedo se con la situazione politica successiva un "esperimento" bipartitico del genere (a meno che non sia un'ipotesi di grossa coalizione...) sia ancora di attualità, o se il progetto della Margherita non debba prima di tutto accordarsi con quello Ds.
Quanto alla legge di principi generali, mentre l'urbanistica è materia nota e una legge si potrebbe forse fare velocemente, il "governo del territorio", che comprende anche l'urbanistica insieme a tante altre cose, andrebbe studiato con calma piuttosto che precipitarsi a fare una legge generale. E si vedrebbe allora l'intreccio con temi costituzionali non ancora risolti: era questa proprio una delle materie ancora soggette a chiarimenti dopo la riforma costituzionale del 2001, anche se i tentati chiarimenti furono poi dimenticati quando dalla riforma la Loggia o poi La Loggia-Bossi si passò un pò disordinatamente a più succulente materie relative ai poteri costituzionali. E della difficile applicazione della legge 131 del 5 giugno 2003 di adeguamento dell'ordinamento repubblicano alla nuova Costituzione mai si sente parlare. Il tema tuttavia continua a non essere chiaro, e ricordiamo che persino una nota Sentenza della Corte Costituzionale, la 407 del 2002 , parlava di tematiche "inestricabilmente intrecciate" a proposito di ambiente, beni, territorio. E si sa che, a parte le differenze di opinioni e di interessi tra regioni e amministrazione statale, anche dentro a quest'ultima esistono modi assai diversi di vedere il tutto, come minimo tra gli apparati che si occupano di Ambiente, Beni (e quindi paesaggio), Infrastrutture, Difesa del suolo; nonostante la Corte invochi una "leale cooperazione" tra le amministrazioni. Inoltre, sempre a proposito di governo del territorio, non sarà da escludere che qualcuno veda nell'espressione una specie di riconoscimento di "sovranità" regionale sul territorio (sicché converrebbe trovare un altro nome). Qualche rilievo avevo fatto in una serie di osservazioni sui temi ambientali e territoriali in rapporto alla Costituzione in un mio breve corso di Giurisprudenza alla Bicocca, poi pubblicate in tre puntate di sintesi nel sito www.filosofia-ambientale.it e riprese in www.sernini.net. Ben a proposito in un'intervista a l'Unità del 12/9/2003 Campos Venuti denunciava i tentativi di "secessione urbanistica".
Del resto, anche la recente vicenda del Condono, se portato dinnanzi alla Corte con l'assunto che non si tratta di materia statale (neppure nei principi generali o qualcosa di simile) ma esclusivamente regionale, rischia di essere una zappa sui piedi: le regioni che non vogliono il condono non l'applicherebbero, tutte le altre sì, come avverrebbe per tutta l'urbanistica ove fosse esclusivamente regionale o se lo stato non potesse dettare principi di fondo. Sono immaginabili le conseguenze di questa urbanistica "differenziale", della quale avevo avvertito brevemente in uno studio del 1985.
Vorrei anche accennare al fatto che mi pare esagerato ridurre tutta l'urbanistica, come è ora di moda, ai temi del paesaggio. L'urbanistica riguarda anche e forse soprattutto gli insediamenti umani sul territorio di persone e attività, quante, dove, come, quanto dense, città e non città. Anche in Francia i poteri di pianificazione urbanistica sono locali, comunali, ma esistono norme generali, per es. circa gli strumenti di coerenza territoriale, e vi sono inoltre norme di intenzione urbanistica per l'intero paese, a durata ventennale. E anche in Inghilterra la libertà di costruire non è esente da obiettivi politici generali. Per quanto sia in voga il paesaggio, e la bellezza, e l'elogio della qualità della vita agreste, come è possibile far scomparire non soltanto gli eccessi della pianificazione ma anche le parti usuali dell'urbanistica? E l'importanza degli agglomerati urbani? Ad Amsterdam come a Londra di fanno piani, in Francia si discute se densificare Parigi, in Inghilterra si discute pubblicamente se i milioni di nuovi alloggi necessari si debbano fare espandendo Milton Keynes pianificata come espandibile o invece vadano collocati nelle zone abbandonate di una città esistente come Birmingham, e sempre in Inghilterra si discute di case dal costo sopportabile. Da noi è persino difficile sapere qualcosa delle previsioni abitative decennali delle regioni, richieste dalla legge del 1978. E per molte norme il testo Unico dell'Edilizia del 2001 sembra soppiantare la normativa urbanistica.
Certo, mi si dirà, i progetti in discussione si occupano anche di urbanistica, infatti trattano delle nuove regole negoziali, della perequazione immobiliare e finanziaria tra operatori. Ma, e qui giustamente vedo che Vezio De Lucia ha fatto dei rilievi in proposito, si può andare verso una tendenza terrificante. Se l'urbanistica è sempre meno politica, se il privato fa un vero piano urbanistico avendo però come intento non la organizzazione dell'insediamento sul territorio ma solo la valorizzazione proprietaria, sparisce l'interesse pubblico, sparisce la differenza tra giusta remunerazione della rendita e speculazione. Eppure, già l'Einaudi nel 1920 studiando il problema delle abitazioni, mentre magnificava come unico sistema valido quello liberista puro, doveva poi ammettere che a volte subentrano valutazioni politiche a modificare i modelli. Forse si vuol andare a piani urbanistici privati come si fece a Beyrouth negli ani '90, o a casi come quello del Mori Bulding nel quartiere centrale Rappongi di Tokyo, esproprio privato (oppure partecipazione azionaria!) e libera costruzione? Nella Polonia deregolata è successo che si sono costruite case in luoghi sgraditi ai ceti più ricchi ma con caratteristiche inarrivabili per i ceti più poveri. Risultato: case non occupate. E' chiaro che le nostre Società di Trasformazione Urbana, specialmente se non se ne garantisce la presenza pubblica maggioritaria, oggi che con la perequazione eventualmente funzionante si incentiva al costruire prevalentemente chi ha grandi possibilità finanziarie - e infatti sono molto presenti sul mercato le grandi immobiliari - potranno allontanare tramite l'esproprio piccoli proprietari non graditi nella zona da "abbellire": uno sfratto dei proprietari insomma. Senza che si voglia disporre almeno la regola che queste operazioni nella città abbiano inizio da zone dismesse e da zone veramente degradate. Quanto all'extraurbano (per quanto poco trovi credito tra architetti alla moda questo termine), vedremo forse i privati acquistare terreni liberi e costruirci sopra vere e proprie piccole città, di cui essi e non certo sostanzialmente i Comuni farebbero il piano urbanistico? Questa ottica privatistica trova un singolare elemento simmetrico in una iniziativa di questi giorni sùbito e forse affrettatamente magnificata da molte parti: il privato che acquista immobili "mostruosi" per poi demolirli. Se si tratta di abusivismo, ci sono già le norme sull'abbattimento, e le ammende per l'illecito andrebbero comunque portate a livelli più alti. Se si tratta di edifici che semplicemente non piacciono all'acquirente, ma furono regolarmente costruiti, mi pare un caso di arroganza proprietaria bella e buona.
Insomma, sarà una istanza ingenua, ma credo che non sarebbe male se tra tutti gli urbanisti si discutesse di tutta la materia, e poi si discutesse ampiamente tra questi e i politici, e poi questi operassero sapienti mediazioni sui progetti di legge, se possibile, oppure molti emendamenti accompagnati da un pò di supporto dell'opinione pubblica. Temi difficili, se ci si occupa solo di calcio e di TV, e se persino le riforme costituzionali - è stato giustamente lamentato giorni fa - fanno poca audience. Ma ancor più difficili se sui giornali non si spiega ampiamente tutto l'intrico.
Professor Mazza, la filosofia che ispira il testo Lupi sembra essere "più contrattazione, meno piani regolatori". Lei è d´accordo con questa impostazione?
«È una semplificazione eccessiva. Il problema è mal posto, perché l´alternativa non è tra "più contrattazione" e "meno piani" (le regole sono indispensabili), ma tra contrattazione trasparente e contrattazione opaca e collusiva, come quella che si è praticata finora nelle sedi dei partiti, delle banche, negli studi professionali, nelle associazioni sindacali e imprenditoriali. Ogni scelta urbanistica comporta una discriminazione che richiede contrattazione e accordo. Il problema, tutto politico, è quale sia il senso degli accordi, se gli accordi servano interessi particolari oppure generali».
In che modo questo testo può correggere le storture che gravano sulle nostre città?
«Nessuna legge può correggere storture che sono il prodotto dei sistemi di valori della nostra cultura e anche della cultura tecnica. La nostra cultura tecnica non sarà mai una cultura adulta sino a quando i tecnici per progettare avranno bisogno di una legge che imponga, per esempio, densità edilizie, dal momento che la loro integrità professionale non è sufficiente a impedire che si progetti con densità eccessive. Bisogna costringere tecnici e politici ad assumersi le loro responsabilità senza nasconderle dietro il paravento delle leggi».
Una delle obiezioni mosse al testo è che con la via negoziale la città non verrebbe più governata con un´attenzione unitaria.
«Se si escludono quelle di fondazione, le città si sono sempre trasformate con progetti parziali. Se un disegno complessivo è disponibile, talora i progetti parziali lo completano o reinterpretano, talora segnano uno scarto rispetto ad esso, uno scarto che può indicare l´avvio di un nuovo disegno complessivo. Il riconoscimento del carattere parziale dei processi di trasformazione urbana ricorda che il perseguimento di un disegno complessivo è ostacolato dal fatto che il disegno tende ad essere stabile nel tempo, mentre le trasformazioni sono il prodotto della dinamica di interventi settoriali e di interessi individuali. Il disegno complessivo non può essere congelato in un modello rigido come il piano regolatore, deve essere un costrutto sociale, la metafora spaziale di un programma politico che diviene un quadro di riferimento, continuamente ricostruito e reinterpretato con il contributo dei progetti parziali».
La presentazione di Francesco Erbani
L'intervento critico, di Edoardo Salzano
Una ventata neoliberista, anzi una burrasca, si abbatte sull´urbanistica italiana. Sta per giungere in porto la riforma della legge che dal 1942 regola il governo del territorio. Ed è una riforma, patrocinata dalla maggioranza di centrodestra, che spazza via alcuni dei principi cruciali della pianificazione, di ciò che regola, cioè, la trasformazione di un suolo: dove si costruisce, dove no, dove vanno fatte le strade, i ponti, i binari, dove c´è verde da tutelare, paesaggio da rispettare, dove c´è agricoltura da salvaguardare.
In primo luogo viene incrinato lo stesso principio della pianificazione, quello per cui in una città gli interventi devono essere coordinati l´uno con l´altro e rispondere a una visione d´insieme. In secondo luogo viene abbattuto il primato dell´autorità pubblica, sostituita da una serie di "atti negoziali" in cui la stessa autorità pubblica (il Comune, per esempio) è solo uno dei protagonisti di una trattativa (l´altro o gli altri sono i privati). In terzo si affida alla discrezione delle Regioni definire quali luoghi vanno pianificati e quali no.
La riforma, che nel mese di aprile viene discussa in Commissione per giungere in aula prima dell´estate, ha un padre che ha già sperimentato queste soluzioni. Si chiama Maurizio Lupi, è un deputato di Forza Italia. «Questa è una legge che fissa principi», spiega Lupi, «seguendo il nuovo dettato costituzionale che affida allo Stato poteri di indirizzo e alle Regioni facoltà legislativa». Non è vero, assicura, che tutta la pianificazione passa alla contrattazione: essa infatti si dividerebbe in due fasi, una di tipo più strutturale, che resta affidata all´ente pubblico, e un´altra di tipo attuativo, che procede invece per via negoziale.
Prima di arrivare a Montecitorio, Lupi è stato assessore all´urbanistica del Comune di Milano, dove questa filosofia della deregulation si è inverata in un documento datato maggio 2000 ed elaborato da Luigi Mazza ( che qui sotto intervistiamo), docente di urbanistica al Politecnico, professionista molto stimato e noto per le sue simpatie diessine. A Milano si è bandito il piano regolatore sostituito da un documento di indirizzi in cui sono fissati una serie di obiettivi di massima anche questi - si legge nel documento - soggetti a modifica. Per il resto tutto il futuro della città è affidato alla contrattazione fra l´amministrazione comunale e i privati (proprietari di aree, di industrie dismesse, di immobili, oppure grandi investitori). Chi vuole può presentare un progetto. Una commissione comunale lo valuta e, se lo ritiene apprezzabile e in linea con gli indirizzi fissati, lo approva. Partito di gran carriera, il sistema milanese si è però via via inaridito: da un centinaio di progetti si è scesi, negli ultimi mesi, a poco meno di una decina.
La soluzione milanese si è comunque diffusa in molte altre città, dove il vecchio piano regolatore non è stato formalmente soppiantato, ma lo si è nei fatti svuotato procedendo per progetti riferiti a singole trasformazioni, spesso in contrasto con il piano. Il modello della giunta Albertini (che raccoglieva una serie di pratiche e di leggi proliferate dagli anni Ottanta in poi) ha trovato orecchie sensibili presso amministrazioni di centrodestra, ma anche di centrosinistra (ultima in ordine di tempo la giunta di Salerno, che ha accantonato il piano redatto da Oriol Bohigas, che pure era ispirato alla dottrina della deregulation più spinta).
La legge divide gli urbanisti, incassando l´obiezione di molti ( vedi qui sotto l´intervista a Edoardo Salzano, per molti anni professore a Venezia), ma anche una tiepida adesione dai vertici dell´Inu, l´Istituto nazionale di urbanistica. Contrarie, invece, alcune associazioni ambientaliste, come Italia Nostra.
«Personalmente sono per la revisione del progetto Mose e per la reintroduzione dei finanziamenti della Legge Speciale. Credo che il nuovo governo debba cambiare subito rotta rispetto al precedente e ascoltare la città, mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale». Proprio ieri è stato nominato dal premier Romano Prodi viceministro ai Trasporti. Il veneziano Cesare De Piccoli, ex vicesindaco ed europarlamentare della Quercia, segretario regionale Ds, è l’unico viceministro veneto. Le competenze del suo ministero toccano da vicino Venezia. Il porto, Marghera, il passante e il comitatone. Dove siede il ministro Bianchi, che potrebbe però delegare il suo vice veneziano a occuparsi di salvaguardia. De Piccoli annuncia cambiamenti.
Da dove si comincia?
«Vanno create subito le condizioni per recuperare un rapporto con la città, come annunciato da Prodi, Rutelli e Fassino».
Il sindaco Cacciari ha già chiesto alcune cose.
«La prima mi pare che sia la necessità di tornare a finanziare la Legge Speciale, magari riducendo i soggetti che ricevono fondi. Negli ultimi anni il Comitatone è stato svuotato di poteri e i soldi che arrivavano in città erano solo quelli residuali del Mose».
La seconda è la revisione del progetto Mose.
«Io condivido pienamente il contenuto del documento del sindaco Cacciari. Auspico che possa raccogliere il più ampio consenso in Consiglio comunale».
Qualcuno dice che ormai è troppo tardi per fermare i lavori.
«Io ho le mie opinioni, non le cambio adesso che ho qualche grado in più. Sono per la revisione di quel progetto che secondo me ha tra l’altro gravi ripercussioni sulla portualità».
Per modificare il progetto bisogna chiedere di fermare i lavori. Lei è favorevole alla moratoria?
«Non spetta a me decidere ma al ministro Di Pietro. Ma credo si debba fare in tempi molto stretti una verifica a tappeto dello stato dei lavori e dei cantieri. Un monitoraggio attuato da persone competenti e indipendenti per capire se si è entrati nella fase irreversibile o le modifiche sono ancora possibili».
Una richiesta che il Magistrato alle Acque e la Regione hanno fin qui ignorato.
«Credo sia nell’interesse di tutti, senza avviare inutili bracci di ferro, seguire questa linea. Lo stesso Consorzio dovrà collaborare a questa richiesta».
L’ultimo Cipe una settimana prima delle elezioni, ha affidato al Consorzio altri 380 milioni di euro.
«Mi risulta che manchino i provvedimenti attuativi».
Da lei dipendono anche i Porti. L’attuale presidente Zacchello ha detto che il Mose non interferisce con l’attività portuale.
«Noi abbiamo studi diversi. E’ vero che il Porto in questi mesi non ha assunto iniziative su questo tema. Da parte del nuovo ministro ci sarà invece il massimo di attenzione, con l’auspicio che l’Autorità portuale prenda atto che le cose sono cambiate, e ci offra tutto il suo contributo».
Il processo di miglioramento delle condizioni di vivibilità della città di Roma fu, in primis, avviato dal Sindaco Petroselli (1979-81) che, primo tra tutti i precedenti sindaci, iniziò ad affrontare il tema delle periferie e proseguì con l’invenzione dell’Estate Romana voluta da Renato Nicolini. Processo, questo, ripreso e sviluppato dalle successive amministrazioni Rutelli e poi Veltroni. Una città fino ad allora provinciale legata all’immagine (voluta dalla DC) di capitale religiosa, oggetto di saccheggio edilizio e di dominio incontrastato della rendita fondiaria (vero ed unico motore dell’espansione della capitale fino ad allora), iniziò a diventare una metropoli moderna basata sullo sviluppo industriale e sul decentramento dei poteri. Pochi forse ricorderanno che prima dell’esperienza dell’estate romana la città era, di notte, un deserto sociale, inospitale e perfino pericoloso. Le due amministrazioni menzionate hanno avuto entrambi due grandi meriti che di seguito tenterò di illustrare e che oggi è necessario sottoporre al vaglio di una riflessione critica se si vuole procedere nella direzione della costruzione di una autentica modernità.
Il primo merito è quello di aver avviato la trasformazione di questa “vecchia città di provincia” in una metropoli moderna. Le scelte, le decisioni che hanno portato a questo sono note: iniziative culturali di livello internazionale, progetti e rifacimenti di strade e piazze di un centro storico fino ad allora troppo monumentale e museizzato (ma scarsamente accessibile ai più), tentativo di inclusione nella vita della città delle grandi periferie fino ad allora relegate a rango di dormitorio urbano, rottura della storica alleanza tra amministrazione e poteri legati alla rendita, autonomia dei rapporti con la Città del Vaticano. La successiva nascita dei Municipi ha conferito alle periferie la dignità di “città nella città” avviando esperienze anche significative di partecipazione diretta degli abitanti alle scelte urbanistiche e dell’abitare. Ci sono stati anche momenti di aspre critiche e di opposizione come, ad esempio, quelle alla celebrazione, a Roma, delle Olimpiadi, poi del Giubileo, sul sottopasso a Castel S. Angelo e, più di recente, quella legata alla prima ipotesi di Piano Regolatore sotto l’amministrazione Rutelli.
Il secondo merito è stato quello di aver tentato di sottrarre, soprattutto attraverso la redazione del Piano Regolatore, lo sviluppo edilizio dalle mani di poche famiglie di costruttori e di aver tentato di guidarne gli esiti (non senza qualche vistosa contraddizione) verso la realizzazione di spazi pubblici da restituire alla città e ai suoi abitanti. A questi due meriti va aggiunto quello della buona amministrazione e del buon governo. Cose queste, non da poco considerato che questa città era diventata famosa (come documenta Italo Insolera nei suoi libri sulla storia di Roma moderna) come “Capitale infetta” o “Roma ladrona”, comunque città del saccheggio edilizio e della rendita fondiaria; in una parola, la città degli immobiliaristi e dei palazzinari che, in tempi non troppo remoti, riuscivano a condizionare pesantemente le scelte e le decisioni delle amministrazioni elette.
Queste, seppure descritte in maniera forfettaria, le premesse alla base della nascita oggi di quel laboratorio ed esperimento politico-urbano cui è stato dato il nome di “modello romano”. Di questo si parla da tempo e da più parti come esempio di un’esperienza, e di una pratica politica la cui validità autorizzerebbe a esportarne e a diffonderne l’esperienza all’intero Paese. Forse è d’obbligo fare qualche riflessione anche perché il “modello romano”, per bocca dei suoi stessi sostenitori, si presta a differenti interpretazioni e contraddizioni.
La città moderna (che meglio sarebbe chiamare “contemporanea”) è al tempo stesso, per usare le espressioni di Marc Augé, città-mondo e mondo-città. Città mondo perché in essa si ritrovano tutte le contraddizioni sociali e i conflitti che attraversano il pianeta, primi fra gli altri, quelli connessi all’esclusione, alla povertà, all’ineguaglianza. Mondo-città perché l’intero pianeta tende ad essere progressivamente urbanizzato e già oggi quello urbano costituisce l’unico modello di vita. Tornando alla prima immagine (la città-mondo), la città contemporanea produce conflitti aspri e tutt’altro che facili da affrontare: immigrazioni, confronti etnici, esclusione, disoccupazione, marginalizzazione, paura, insicurezza, clandestinità, povertà. Affrontare questi temi significa affrontare la questione del futuro della città moderna e forse dell’intera comunità vivente. Deve essere essa città dell’accoglienza, dell’incontro, dell’essere-insieme-tra diversi (in-between), di una nuova civiltà multietnica e meticciata, luogo della convivenza pacifica, o…cosa? Non è una domanda scontata. Per esempio alcuni ritengono che anche le nostre città sono in competizione tra loro e che per sopravvivere occorre inseguire il treno del modernismo dilagante e i miti e riti del liberismo (marketing urbano, restyling, ecc.). Le città, insomma, sono in questa visione equiparate a vere e proprie merci da esporre nella vetrina-mondo.
Rispetto a queste visioni alternative occorrerebbe riflettere sulle azioni da intraprendere.
Inseguire la politica dei grandi eventi rischia, quando essa diventa “ossessiva”, di oscurare i conflitti latenti e di trasformare i cittadini in sudditi gaudenti che si muovono da una parte all’altra della città consumando quegli stessi eventi proprio come si consuma una pizza o una cena in un ristorante di Trastevere. Penso che le istituzioni e le amministrazioni urbane non dovrebbero limitarsi al solo buon governo (intendiamoci, obiettivo tutt’altro che trascurabile!); esse dovrebbero avere un ruolo attivo di agenti che responsabilizzano i cittadini; possedere, insomma, un’anima e una volontà educante. La governance (brutta parola) è proprio quella capacità di regolare le relazioni sociali producendo senso attraverso la progressiva estensione dello spazio pubblico. La partecipazione non è assemblearismo né un processo inconcludente né pura tecnica di costruzione del consenso o eliminazione del conflitto e neppure un’azione una tantum. Essa dovrebbe essere uno stile di governo, un metodo attraverso il quale correggere errori e produrre senso.
E’ stato vantato che la città di Roma produce un Pil in crescita assai più di quello nazionale. Ebbene forse bisognerebbe educare i cittadini anche a un’idea diversa di ricchezza che abbia a che vedere con l’incremento dei beni comuni, con l’uguaglianza, con la solidarietà, con la reciprocità. Se il successo di una città viene identificato esclusivamente con il suo Pil, allora continueremo a restare inchiodati all’ossessione della ragioneria contabile e a quella della compatibilità finanziaria.
Il plebiscitarismo e il cesarismo sono forme anomale e degenerative della moderne democrazie. Esse deresponsabilizzano i cittadini e ostacolano la costruzione di una cittadinanza attiva. Quest’ultima dovrebbe esercitare un ruolo di vigilanza continua dei partiti prospettando loro il rischio di ritiro della delega qualora i rappresentanti eletti smarrissero per strada le promesse fatte ai loro rappresentati. La cittadinanza attiva, a nostro avviso, non deve fare competizione ai partiti tradizionali né tanto meno proporsi di sostituirli. Sarebbe un errore grave, un cortocircuito del difficile rapporto, sempre instabile, tra rappresentanti e rappresentati. Non c’è bisogno di nuovi partiti, c’è invece bisogno di una cittadinanza vigile che sappia tenerli sulla corda e mantenga alto il livello del confronto e anche del conflitto (il conflitto è sempre salutare alla democrazia e non va confuso con l’aggressione o la ricerca di supremazia). L’eccesso di ecumenismo può essere anch’esso un filtro oscuratore della sofferenza di coloro che non hanno ascolto e voce per difendere i propri diritti, ma che non appartengono al popolo-che-partecipa. C’è sempre da tener presente il lato oscuro e contraddittorio della partecipazione, quello secondo il quale per ognuno che accede ai luoghi delle discussioni e delle scelte qualcun altro rimane escluso.
Sulla seconda questione che ha visto impegnata l’amministrazione Veltroni, ovvero quella del Piano Regolatore, non mi trattengo sia per ragioni di spazio, sia perché mi sembra una questione ancora aperta i cui esiti sono anche in parte legati alle iniziative locali dei Municipi che potrebbero mitigare e orientare le scelte capitoline attraverso un maggior coinvolgimento delle comunità locali.
In conclusione, prima di pensare ad esportare l’esperienza romana occorre aprire un dibattito che abbia un grande respiro.
Il meccanismo di partecipazione ampia che va (come ha osservato Sara Menafra, Il Manifesto del 25.06, p.3) da Mastella a Nunzio D’Erme non garantisce tout court, di per sé, che questo esperimento produca esiti necessariamente positivi per i motivi che sopra accennavo. L’eliminazione dei conflitti, il trasversalismo e il relativismo politico, visione secondo la quale ogni opinione vale quanto qualsiasi altra, in base a una distorta interpretazione della libertà di giudizio, sterilizza le passioni anziché costituire uno stimolo alla vigilanza e al confronto continuo. Può, insomma, addormentare le coscienze anziché renderle vigili. Resta, a mio avviso, invece aperta la questione di quale debba e come debba realizzarsi una convivenza tra diversi che apra la prospettiva di costruzione di una autentica modernità.
Condivido gran parte dell’analisi di Enzo Scandurra, e la sua proposta: il suo invito a riflettere criticamente sul “modello romano” prima di imitarlo. Vorrei riprendere un punto del suo ragionamento e, a partire da questo, sottolineare una carenza del suo intervento: rilevare, e tentar di riempire, un silenzio che non comprendo.
Scandurra osserva, giustamente, che è un errore assumere il PIL come la misura del successo, e sostiene la necessità di “educare i cittadini anche a un’idea diversa di ricchezza che abbia a che vedere con l’incremento dei beni comuni, con l’uguaglianza, con la solidarietà, con la reciprocità”.
D’accordo, pienamente d’accordo. Ma vorrei osservare che il PIL di Roma è gonfio, rispetto a quello di altre regioni, anche perché esso è carico di due voci attive nella bilancia ragionieristica dell’economia data, che invece, nella bilancia degli interessi generali e dei “beni comuni”, rappresentano dei passivi. Due passivi sociali, culturali, ambientali e anche economici, già oggi pesantissimo l’uno, già minaccioso l’altro: mi riferisco alla quota del PIL derivante dal settore immobiliare e quella relativa al turismo. Di quest’ultimo bisognerebbe cominciare a preoccuparsi per “governarlo”, prima che sia troppo tardi: e una politica che si affidi alla sua generica espansione, come mi sembra quella auspicata da Veltroni, non sembra promettere se non nuvoloni di disagio e degrado. Ma a me interessa soprattutto l’altro passivo: quello rappresentato dal forte premio dato dal Comune alla valorizzazione delle proprietà immobiliari, e in particolare fondiarie, con il nuovo PRG.
Senza forzare troppo le cose si può dire che, nel PRG, il motore è la rendita immobiliare. Altrimenti non si spiegherebbe perché ulteriori 15mila ettari saranno sottratti all’Agro romano; perchè in tanti quartieri si documentano scambi simoniaci tra dotazioni pubbliche, cui si è rinunciato, e incrementi di cubature edificabili, con cui si è gratificata la proprietà immobiliare; perché si sia accreditata la tesi, perversa e menzognera, che il piano regolatore attribuisca “diritti edificatori” che devono comunque essere riconosciuti.
Se vogliamo discutere seriamente il “modello romano”, il PRG non possiamo proprio trascurarlo, caro Scandurra. E dobbiamo domandarci se siano effettivamente tramontati i tempi in cui il “dominio incontrastato della rendita fondiaria” era il “vero ed unico motore dell’espansione della capitale”, o se non prosegu, in forme certamente più colte di quelle praticate trent’anni fa, e più accattivanti (come testimonia il fatto che le critiche al PRG sono rientrate nel momento decisivo)
Malattia senile della storia dell'arte, il benculturalismo è un morbo che non perdona. Se attacca le vecchie care antichità e belle arti le trasfigura in quattro e quattr'otto in beni culturali, con conseguente metamorfosi in giacimenti culturali (detti anche petrolio d'italia), e finale metastasi in Patrimonio Spa (non senza qualche postumo di partiti della bellezza, lacrime di esteti e riunioni di dame).
Se penetra in una facoltà di Lettere, provoca l'irrefrenabile divorzio dell'arte dalla letteratura e dalla storia, generando il tipico delirium tremens per cui Omero, Virgilio, Shakespeare e Dante non sono “beni culturali, bensì roba da letterati (i quali, a loro volta, sono invitati a ignorare Fidia, Masaccio e Rembrandt), e qualche nozione di chimica degli arricci o di legislazione del Molise è molto più importante del Foro romano e di Tiziano.
Se affligge le accademie, suscita oscure lotte intestine fra storici dell'arte e archeologi, che si accusano a vicenda di improbabili protagonismi di cui nessun altro si accorge.
Se si insinua in un'aula di giurisprudenza, in un Consiglio di Stato, in una Costituzione, l'epidemia non solo intacca ogni più riposta piega del patrimonio culturale, ma lo spedisce senza tanti complimenti al lazzaretto, e invece di curarsene lo taglia a fette discettando di come la tutela nulla abbia a che vedere con la valorizzazione, per non dire della gestione e della fruizione, ciascuna delle quali ipostasi del male genera diluvi di libri (e il lazzaretto langue), per spiegare che cosa tocchi allo Stato, ai comuni, alle regioni, ai passanti, alle zie.
Se aggredisce assatanati assessori, ingenera i tristemente famosi, e contagiosi, secessionismi del cavolo, trascinando (per esempio) l'intera Sicilia fuori dell'orbita nazionale e vietando ai locali funzionari di trasferirsi oltre lo Stretto (con o senza ponte), e viceversa.
Se entra in un museo, perverte ipso facto la lingua: le ovvie librerie si trasformano per incanto in esotici bookshops, le cose che al Louvre o al Metropolitan sono ordinaria amministrazione del museo diventano servizi aggiuntivi, persino il giubileo del 2000, ampiamente concluso da Santa madre chiesa che già prepara il prossimo, ancora persevera nella perpetuazione dei'”giubilari', personale precario assunto allora e incollato in perpetuo alle - (miserevoli) retribuzioni e mansioni, in attesa dell'immancabile ope legis.
Se imperversa nel merchandising, annienta in un fiat il glorioso artigianato italico e produce caterve di repellenti ninnoli kìtsch (saranno servizi aggiuntivi, ma al pessimo gusto).
Se ammorba un ministero, produce immediata e immarcescibile moltiplicazione di poltrone, direzioni generali, consulenti a vuoto (e a perdere) e senatori di pura razza equina da far invidia a Caligola, allunga i corridoi e le anticamere dissanguando soprintendenze e musei, innalza l'età media degli addetti sospingendoli allegramente verso la depressione o la pensione senza sognarsi di sostituirli. E mentre i laureati in Beni Culturali ingrossano le liste dei disoccupati, la loro benemerita Facoltà ne genera altre.
Per ora Scienze del Turismo, ma sono in vista Teoria della Scampagnata, Epistemologia del Weekend, Gnoseologia del Picnic e altre scienze esatte, con relative classi di laurea, crediti, cattedre e dipartimenti.
Ma intanto, peggior fra tutti i mali, a ogni sussulto del morbo o crisi degenerativa, a ogni innalzarsi della febbre, a ogni sintomo di lebbra, peste bubbonica, mania autodistruttiva, emorragia di fondi e di personale, delirio omicida e/o suicida, si accompagna inevitabile, ineludibile, monotona la corale liturgia, capeggiata immancabilmente dai peggiori, degli inni al Bel Paese, al paesaggio inimitabile (nel frattempo sfasciato), ai supremi monumenti (mandati al diavolo in simultanea), agli eccelsi musei (per l'intanto in rotta), alle eccezionali mostre (al 90% dannose), agli egregi mecenati (per solito pretenziosi e restii), insomma alle magnifiche sorti e progressive dei parolai, dei cincischiatori, del parlarsi-addosso.
E vi s'impegnano non solo politici e corsivisti, ma anche folte schiere di personaggi in cerca d'autore, intellettuali di complemento, dottorandi, scolaresche, venerandi ecclesiastici intenti a vendere gli ultimi candelabri. Aiuto! Il patrimonio boccheggia, il benculturalismo impera.
Ministro Rutelli, cerchiamo un rimedio? Non ci vorrà una dose massiccia (anche per endovena) di articolo nove della Costituzione?
Titolo originale:Second-home owners are among the most selfish people in Britain – scelto e tradotto per Eddyburg da Fabrizio Bottini
Quale maggior fonte di ingiustizia, del fatto che alcune persone non hanno casa, mentre altre ne hanno due? Eppure il commercio vampiro di seconde case continua a crescere – del 3% l’anno – senza alcuna interferenza del governo o da parte della coscienza dei compratori. Ogni acquisto di seconda casa priva un altro della prima. Ma parlar chiaro di questo significa qualificarsi come guastafeste e saccente.
Se si va a Worth Matravers – quel villaggio di bomboniere nel Dorset dove il 60% delle case sono di proprietà di fantasmi – non si trovano orde di homeless accampate sui marciapiedi dentro a scatole di cartone. Il mercato non funziona in questo modo. I giovani del villaggio, che non riescono a comprare qui, si sono spostati, contribuendo ad aumentare le pressione abitativa altrove. L’impatto del mercato fantasma può risultare invisibile agli acquirenti, ma ciò non significa che non sia reale. I proprietari di seconde case sono probabilmente le persone più egoiste del Regno Unito.
In Inghilterra e Galles ci sono 250.000 seconde case. In Inghilterra 221.000 persone sono classificate homeless o abitanti in ricoveri o sistemazioni temporanee (questi casi disperati comprendono il 24% della domanda di abitazione sociale). Non sto sostenendo che se trasformassimo in abitazione qualunque casa sottoutilizzata avremmo risolto il più grave problema dei senza casa. Dico solo che la condizione di senza casa è stata esacerbata dal fatto che il governo non assicura che le case siano utilizzate per viverci.
Si tratta di un problema che ha ricevuto una rara attenzione mediatica settimana scorsa quando la Affordable Rural Housing Commission ha pubblicato il proprio rapporto. Ipotizzava che si potessero tassare i proprietari di seconde case di certe aree in modo più pesante, o che fosse necessaria una autorizzazione urbanistica per trasformare un’abitazione in una casa fantasma. Queste idee, per quanto moderate e di prima ipotesi, sono state accolte con rabbia. “Se il governo adotta queste proposte” ha ruggito il Telegraph, “sarà per punire ancora gli elettori del ceto medio in base ad una cultura del risentimento piena di invidia”. Sul Guardian, Simon Jenkins ha ipotizzato che le proposte della commissione potessero negare “agli attuali proprietari il valore della proprietà e di conseguenza la mobilità per loro e i loro figli. É una folle tassa sulla proprietà applicata ai poveri rurali ... Pensare che chi porta nuovo denaro e, in molti casi, nuove attività economiche nelle campagne britanniche, sia un male sociale, è sinistrismo arcaico”.
Se preoccuparsi dei problema dei senza casa trasforma in dinosauri della sinistra, beh, alzo il mio artiglio. É vero che premere sulle seconde case diminuirà i prezzi nelle campagne, un poco. Questa è una parte della questione. Ma non è che i proprietari rurali soffrano di basse valutazioni. Il giorno prima di questo articolo, la Halifax ha proposto cifre che mostrano come la casa rurale media costi 208.699 sterline (ovvero 6,7 volte i guadagni medi annuali), mentre la casa media di città costa 176.115 sterline. Jenkins sembra chiederci di badare più ai profitti di chi è già ricco che a chi non ha altro che una scatola per dormirci dentro. É anche vero che nei fine settimana e durante la stagione estiva I proprietari di seconde case possono portare nuova attività per i negozi locali; specialmente il genere di boutique pittoresca che si affumica il proprio pesce e vende vasetti di marmellata con sopra cappelli di carta. Ma per il resto dell’anno, visto che il villaggio è mezzo vuoto, le attività muoiono.
Anche l’impatto ambientale deve essere magnifico. É già abbastanza arduo sistemare le case che ci servono nelle campagne, figuriamoci quelle finte per i frequentatori del fine settimana. Aprite le pagine di qualunque supplemento immobiliare e troverete annunci per “alloggi vacanze” in Cornovaglia, Dorset, Pembrokeshire o Norfolk. Spuntano aeroporti regionali (o tentano di spuntare) ovunque i finanzieri della City cominciano a spingere economicamente via gli abitanti del posto (chi ha seconde case all’estero fa anche più danni: un’indagine ipotizza che causino in media sei viaggi aerei di andata e ritorno l’anno). Per non parlare dei costi ambientali di mantenere due case, e senza dubbio di lasciar accese le luci di sicurezza e le apparecchiature in standby mentre si continua la vita altrove.
Per tutti questi motivi, credo che le proposte della commissione non siano sufficienti. Considerano il problema della seconda proprietà come questione locale, limitato alle aree più ambite della campagna. Non si conta il più vasto contributo di questo tipo di proprietà a produrre homeless, o alla distruzione dell’ambiente. Né si coglie il punto – quasi sempre mancato dai mezzi di comunicazione – che la maggioranza delle seconde case (155.000 su 250.000) stanno in città e cittadine, dove uomini d’affari di mezza età trasformano quella che potrebbe essere la prima casa di una giovane coppia in un pied-à-terre. Accetto il fatto che si tratti di una Commissione per la casa rurale, ma non posso fare a meno di chiedermi se per caso un riconoscimento del genere non avrebbe causato qualche turbamento a Elinor Goodman – capo della commissione- che ha una seconda casa a Westminster.
Vorrei vedere la proprietà di seconde case diventare proibitivamente costosa, ovunque si trovino. Continua ad essere più economico possedere una seconda, che una prima casa. Il governo ha ridotto la deduzione sulla tassa locale delle case fantasma dal 50% al 10%, ma pare offensive che possa comunque esistere una deduzione di qualunque tipo. Peggio, come ha sottolineato ieri una lettera al Guardian, la gente compra case da fine settimana come finti luoghi di vacanza e li usa come “attività in perdita” contro il fisco. Scappatoie del genere devono essere eliminate. Perché non applicare una tassa comunale del 500% per tutte le seconde case, che le amministrazioni locali siano obbligate a ipotecare: in altre parole a utilizzare per nuove abitazioni sociali? Non impedirebbe ai più ricchi di comprarsi altre, ma almeno chi sta ai gradini inferiori della scala sociale ne avrebbe qualcosa in cambio.
Spesso ci dicono che tasse punitive di questo tipo non funzionano, perché le coppie potrebbero registrare le case separatamente. Ma questo potrebbe funzionare soltanto per chi non è né sposato né in unione civile. Non impedisce al governo di prelevare la tassa sui capital-gains.
Il vero problema è che quasi ogni parlamentare col collegio fuori da Londra ha due o più case, e ci sono pochissimi giornalisti affermati che non stiano succhiando la vita di un villaggio da qualche parte, o un giornale che non dipenda dagli annunci immobiliari. Due settimane fa il Sunday Times ha scritto che la parlamentare del Labour Barbara Follett, proprietaria di una casa da 2 milioni di sterline nel collegio elettorale (a Stevenage), di un appartamento a Soho e altre case a Antigua e Cape Town, dichiara 76.357 di spese ai Comuni per gli ultimi quattro anni della casa londinese. Forse non è difficile capire perché i parlamentari non stanno chiedendo a gran voce che si faccia qualcosa. Venerdì, Peter Mandelson – l’uomo che dice ciò che pensa Blair – ha dichiarato a una conferenza stampa che la principale sfida del Labour è di trovare soluzione “alle ansie del ceto medio che lavora duro ... non è il vecchio territorio del Labour che abbiamo dimenticato e che si sta allontanando, ma il territorio del New Labour che occupiamo dal 1997 che è a rischio”.
In altre parole, le possibilità che il governo obblighi l’abbandono delle seconde case sono più o meno pari a zero. Ma questo non ci deve impedire di sottolineare come sia inaccettabile lasciare che i ricchi sottraggano ai poveri le loro case.
Nota: a proposito del rapporto della Commissione sulla Casa Rurale, più volte citato, su Mall articoli di Anne Perry, Beverly Goldberg, e l'intero documento scaricabile (f.b.)
Qual è la formula per far rinascere una città industriale in declino? Primo: identificare un quartiere degradato. Secondo: spingere una comunità di artisti a trasferirsi lì. Terzo: far sì che giornali e televisioni ne parlino, in modo che la zona diventi rapidamente di moda. A quel punto i bar e i ristoranti si moltiplicheranno, i borghesi ricchi cominceranno a popolare le strade, i prezzi saliranno.
Richard Lloyd, sociologo alla Vanderbilt University di Nashville, in Tennessee, dice che questo modello sta diventando fondamentale per lo sviluppo di quella che definisce l''economia dell'estetica', cioè di un'economia post-moderna basata sempre più sulla cultura e sulla creatività. Per sostenere questa tesi, Lloyd ha scritto un libro -'Neo-Bohemia: art and commerce in the post-industrial city' - per descrivere il ruolo crescente che le culture artistiche giovanili giocano nel capitalismo post-moderno.
La 'Neo-Bohème' di cui parla Lloyd è assai diversa dalla Bohème della Parigi del 1840, quando Henri Murger coniò il termine per descrivere una cultura ribelle che faceva scandalo. Lloyd, che ha a lungo studiato l'evoluzione di Wicker Park, un quartiere di artisti di Chicago, applica le sue idee a tutte le città moderne che hanno visto rapidamente svanire le ciminiere e al loro posto nascere un'economia basata sui servizi avanzati. Secondo lui oggi i giovani artisti alternativi sono diventati i portatori d'acqua, e di idee, della nuova economia post-moderna.
Nel suo libro Lloyd, intellettuale trentenne che porta l'orecchino e mostra grande empatia nei confronti delle nuove culture ribelli, rielabora il concetto di 'classe creativa' inventato alcuni anni fa da Richard Florida, sottoponendolo a una dura critica. Lo abbiamo intervistato.
In che modo la Neo-Bohème di oggi è diversa dalla Bohème della Parigi di Baudelaire?
"I quartieri degli artisti di oggi sono molto simili a quelli del passato. Come allora, per esempio, si trasformano rapidamente in zone per ricchi. Ma oggi questi quartieri giocano un ruolo più importante nell'economia urbana. Sono laboratori di ricerca e sviluppo per la produzione dell'economia dell'entertainment, dei media, della pubblicità, dei lavori legati all'estetica".
Lei ha studiato soprattutto il caso di Chicago.
"Chicago è una città importante per capire i cambiamenti in corso. Fino a vent'anni fa era il prototipo della metropoli industriale: produceva acciaio ed era il centro del commercio del bestiame. Ma ha dovuto reinventarsi: oggi produce soprattutto cultura, finanza e tecnologia. E in questo contesto i quartieri della Neo-Bohème, come Wicker Park, giocano un ruolo nuovo".
Che caratteristiche hanno questi quartieri?
"Sono aree per loro stessa natura candidate a diventare punti di attrazione dell'estetica post-industriale. Hanno ampi locali che possono essere usati come loft dagli artisti, o come gallerie, night club, coffee shop. Questi quartieri sono in costante cambiamento. Una volta che un quartiere viene identificato come 'area artistica' il suo momento magico è già finito, i prezzi salgono, i nuovi artisti non possono più andarci a vivere e devono inventare un nuovo posto creativo".
Come è successo a Manhattan nel Greenwich Village e a Soho...
"Certo. Oggi gli artisti non possono più permettersi di vivere lì. Come non possono più vivere nel Quartiere Latino, a Parigi. Ma sopravvivono gallerie d'arte, spazi per le performance, bar e coffee shop. E queste 'istituzioni' offrono opportunità di lavoro agli artisti, che infatti lavorano come barman o come camerieri e questo costituisce una delle parti più importanti di questo processo. Il successo di Williamsburg a New York dipende dalla metropolitana veloce che trasporta gli artisti in pochi minuti nel Village, dall'altra parte dell'East River. Non si può capire la vita degli artisti contemporanei senza studiare l'industria dei bar, perché è qui che la maggior parte degli artisti lavora".
La Neo-Bohème è un fenomeno americano oppure mondiale?
"Non credo che sia solo americano, né solo occidentale. Mi sono chiesto se esista anche in città come Bombay. Ma penso di sì. La Neo-Bohème è un fenomeno legato alla transizione dall'economia industriale a un'economia sempre più basata sulla produzione di immagini e cultura. E questo è un fenomeno generale".
Un esempio europeo?
"Un paio d'anni fa, durante un soggiorno in Olanda, lessi un giornale che si chiedeva perché molti artisti oggi preferiscono Rotterdam, città dell'industria e del porto, ad Amsterdam, più affascinante e cosmopolita. È evidente che oggi i creativi convergono a Rotterdam proprio per certi tipi di spazi post-industriali - i capannoni dismessi per esempio - che fino a ieri sembravano anacronistici e che invece sono diventati il centro di nuove attività. Gli artisti sono attratti da questi spazi, li colonizzano e li fanno tornare alla vita".
Torniamo agli artisti-baristi: che cosa c'entrano con l'economia post-industriale?
"Esattamente come avveniva ai tempi della vecchia Bohème, gli artisti non producono solo opere d'arte, ma offrono anche se stessi come opera d'arte. Gli artisti sono vistosi, creativi, anticonformisti, hanno la capacità di creare tendenze. E nei bar, nei ristoranti, nelle gallerie d'arte, dove passano gran parte del loro tempo, riescono a creare l'ambiente giusto. Chi va a mangiare al Greenwich Village, o a Soho, o al Wicker Park di Chicago, va lì proprio per consumare questa atmosfera alternativa, e una delle esperienze che vuole vivere è avere un cameriere con i capelli rosa e il piercing al naso".
Così i giovani artisti diventano attrazioni per turisti?
"Non solo per turisti. Anche per molti cittadini di New York, o di Chicago, perché molti residenti, soprattutto i più istruiti, usano la loro città come fossero turisti. Certo non vanno a visitare la Statua della libertà o l'Empire State Building, ma vanno nei locali underground dove il clima è creato proprio dalle persone che ti servono un drink".
Questo ambiente di nuovi bohémien americani è sempre influenzato dalla cultura europea?
"Certamente. La nuova Bohemia mantiene fede alle sue origini europee, anche se ha caratteristiche meno intellettuali, rispettando una certa tradizione americana".
Lei sostiene che la Neo-Bohème è associata alla nostalgia, la noia, l'ansia. Ne parla come se fosse uno stato della mente.
"Baudelaire e gli Impressionisti sono stati così importanti perché il loro apparire ha coinciso con l'esplosione della metropoli moderna. Sono stati i primi a fare della metropoli il centro dei loro progetti estetici. La Bohème è sia un posto sia uno stato della mente. E queste due cose si rafforzano l'una con l'altra. Le persone che vivono queste esperienze credono nell'arte per amore dell'arte, riconoscono il primato dell'esperienza, hanno la volontà di fare grandi sacrifici personali per ottenere i risultati voluti. Chi abita in quei posti vive un'avventura collettiva che aumenta la creatività di tutti. Stare in quei posti produce uno stato della mente, un senso di sé. Un giorno una di queste persone mi disse: "Dal momento in cui mi sono trasferito a Wicker Park sono diventato un artista di Chicago". E la stessa cosa si può dire di certe zone di Manhattan e di altri posti che sono diventati dei marchi che identificano le persone che ci vivono".
Come possono i nuovi bohémien essere allo stesso tempo dei ribelli e un ingranaggio fondamentale nello sviluppo della new economy...
"Molti giovani artisti non si identificano con la logica capitalista. Rifiutano i lavori da impiegato nelle grandi aziende perché lo ritengono un insulto alla loro sensibilità di artisti. Vogliono vivere poveri e senza certezze, magari drogarsi e costruire la loro avventura senza legami. Ma si tratta di un'eredità del passato inadeguata al mondo di oggi. Questi giovani vanno alla ricerca della libertà personale e della creatività e poi si trovano incatenati a fare lavori in subappalto per aziende di Internet design, e lavorano 12 ore al giorno per produrre spot pubblicitari della Nike".
Richard Florida sostiene che oggi il successo delle città dipende dalla capacità di attrarre la 'classe creativa'. E i quartieri artistici, con la loro effervescenza e la loro tolleranza, sono un ingrediente fondamentale. Cosa la divide da Florida?
"Non sono altrettanto ottimista. Florida pensa che la classe creativa abbia ampia libertà e grande potere sociale. Credo che sbagli. Secondo me molti di questi artisti restano fregati in questo processo. E con loro, anche molti altri. Florida dice che la classe creativa costituisce il 30 per cento della popolazione. E l'altro 70 per cento? Chi paga il prezzo dei privilegi della classe creativa?".
Chi paga?
"Economia globale non significa solo spostare nel Terzo Mondo le attività produttive che avevano sede a Chicago. Significa anche che nelle fabbriche dismesse oggi lavorano grafici e artisti del web che offrono il loro talento ad aziende come la Nike che così trae beneficio da entrambi i lati: da una parte sfruttando il lavoro a basso costo dei lavoratori del Terzo mondo, e dall'altra quello dei creativi di casa nostra. Mi chiedo quali siano i costi sociali di questo fenomeno. Florida ritiene che la vecchia nozione della proprietà dei mezzi di produzione sia superata perché secondo lui la nuova classe dominante è la classe creativa. Ma io sono scettico sul reale potere sociale di questa classe. Ha grande utilità sociale, ma scarso potere sociale".
Lei oggi dice che le aziende del nuovo capitalismo tendono a incorporare le idee dei giovani artisti alternativi. Un po' come ieri l'industria musicale ha incorporato la musica dei neri...
"Credo di sì. Nel dopoguerra la società americana era diventata ricca ma rischiava di diventare sterile. Gli artisti beat furono i primi a ispirarsi alla cultura nera, in particolare al jazz, vedendolo come un'espressione culturale genuina. Nel 1950 Norman Mailer scrisse un articolo intitolato 'White Negro', negro bianco, per descrivere come gli intellettuali bianchi, per avere successo, dovevano ispirarsi alla cultura dei neri, che proprio perché appartenevano agli strati marginali della società erano liberi di esprimersi in modo istintivo. Oggi le aziende si ispirano ai giovani della nuova Bohème".
Berlusconi e l’ombra lunga dell’abusivismo
di Sandro Roggio
Anni e anni vissuti nell'incredulità di un paese permeato dal berlusconismo. E chissà per quanto tempo resisterà l'onda lunga di un comportamento che è stato assunto, anche a sinistra, come esempio di modernità. Da anni assistiamo, con reazioni inadeguate, alla vicenda dei presunti abusi di Berlusconi nella sua proprietà in Sardegna, con il tira emolla della secretazione di tutto ciò che riguarda quell'area, i lavori svolti e in corso, permotivi di sicurezza che appaio risibili a qualsiasi persona di buon senso. Così nessuno ha potuto vedere le carte, custodite non si sa bene dove, per accertare se sia tutto in regola. Invece tutto è avvolto nella nebulosa dei si dice, cosa che dovrebbe preoccupare l'uomo di stato e scandalizzare l'opinione pubblica che, ci ricordano, spaccata ( anche tra quelli che reclamano legalità e quelli che pensano che si tratti di persecuzione).
L'ultimo atto di questa storia conferma lo stile dell'ex presidente. La realizzazione di un poggio artificiale che completa il quadro delle alterazioni (l'approdo blindato, l'anfiteatro, il finto nuraghe, il lago, i cactus) è quanto di più controindicato per un luogo immodificabile secondo la legge regionale. Un artificio che ha come obiettivo quello di consentire di vedere ilmare dall'alto (difficile per Berlusconi accettare che in prossimità delmare la sua vista sia talvolta preclusa). In altre epoche uomini potenti hanno realizzato artifici notevoli permeravigliare i sudditi. Ma erano altri tempi e la nozione di paesaggio - bene comune che non si può piegare ai capricci degli uomini ricchi, dovrebbe valere oggi soprattutto per i governanti.
Che la Regione voglia fare chiarezza è importante, e poco conta che i Forestali sardi siano per Berlusconi «ispettori della sinistra». Ma si diceva dell'onda del berlusconismo sprezzante delle regole. Che è arrivata a degradare il senso comune (in quanto a illeciti edilizi c'è una certa propensione). Così ad Alghero, porta del turismo a nord dell'isola, ecco una lottizzazione abusiva nei pressi di un parco naturale; a pochi metri dall'abitato, scoperta «per caso» da una pattuglia di vigili urbani. Tante case disposte su quote elevate per vedere ilmare, dicono con stupore le cronache.
Ma c'è già chi trova giustificazioni per questi reati che in altri paesi neppure si conoscono. Per questo, per provare a fermarla quell'onda che rischia di travolgere ogni cosa, bisogna valorizzare le notizie buone. Come la tassa sul lusso voluta da Soru. O come quella che riguarda la spiaggia di Is aruttas, un ambiente che il sindaco di Cabras, sempre in Sardegna, vuole preservare dall'impatto. Indicando le precauzioni: addirittura il tipo di scarpe ai 300 visitatori autorizzati giorno per giorno, per evitare di portare via poco a poco la sabbia quarzosa. Meglio scalzi, e con divieto di fumo, come si va nei luoghi di pregio e di tutti.
Regole - orrore per Berlusconi ! - che valgono per tutti, per figli di operai e figli di professionisti.
I lavori di Villa Certosa autorizzati dal sindaco
di Costantino Cossu,
Sei ulivi secolari importati dalla Spagna piantati sulla sommità di una collinetta a circondare una panchina dalla quale si domina tutto il Golfo di Marinella, uno dei luoghi più belli della Costa Smeralda. E’ l’ultimaimpresa di Silvio Berlusconi aVilla Certosa. L’ennesimo abuso edilizio?
No, secondo la polizia giudiziaria alla quale la procura della Repubblica di Tempioha affidato le indagini. Ieri sul tavolo del procuratore Valerio Ciccalò è arrivata una relazione dalla quale emergerebbe la conferma di quanto ha sostenuto fin dall’inizio l’avvocato del cavaliere, Niccolò Ghedini: gli ultimi lavori nella casa estiva di Berlusconi, a Porto Rotondo, sarebbero stati eseguiti dietro regolare autorizzazione.
Il corposo fascicolo contiene fotografie aeree, autorizzazioni, relazioni dei tecnici. Tra queste anche quella rilasciata dall’Ufficio tutela del paesaggio della Regione Sardegna il 12 luglio 2005, che parla di opere che s’inserisconoperfettamente nel contesto naturale, e quella rilasciata dall’ufficio tecnico del comune di Olbia il 18 gennaio di quest’anno, che autorizzava la sistemazione esterna con pavimento ingranito, e la realizzazione di una serra e una tettoia amovibile in legno. Per i tecnici incaricati dal magistrato il nuovo belvedere di Villa Certosa rientra nella sistemazione esterna della serra, e sarebbe un intervento di riqualificazione e recupero ambientale di un’area degradata. L’8 maggio i dirigenti del Servizio di vigilanza edilizia inviati dall’assessore regionale all’Urbanistica, alcuni ispettori del Corpo di vigilanza ambientale, i tecnici dell’ufficio antiabusi delcomunediOlbia, accompagnati da Ghedini, avevano fatto un sopralluogo all’interno della proprietà intestata dell’Idra Immobiliare, la società cui fanno capo tutte le case del Cavaliere. Ieri la consegna a Ciccalò delle conclusioni raggiunte.
Spetta ora al giudice decidere che fare. Le autorizzazioni sono dunque arrivate da due organi tecnici, uno del comune di Olbia, l’altro della Regione Sardegna. Nel primo caso la cosa non stupisce. Sindaco di Olbia è Settimio Nizzi, uno dei leader sardi di Forza Italia, intimo di Berlusconi (alle ultime elezioni comunali il Cavaliere è venuto a Olbia per fare i comizi insieme con Nizzi). E il comune di Olbianon ha mai vigilato davvero sugli innumerevoli abusi edilizi compiuti dall’ex presidente del Consiglio alla Certosa. Diverso è il discorso per l’autorizzazione rilasciata dall’Ufficio tutela del paesaggio della Regione il 12 luglio 2005. Gli assessori regionali all’Ambiente e all’Urbanistica ne sapevano niente?E ilpresidente Renato Soru ne era informato? La Regione ha mandato i propri ispettori a Villa Certosa, e ora si scopre che un’organo tecnico che dovrebbe essere controllato dalla giunta di centrosinistra aveva autorizzato tutto.
Berlusconi, comunque, continua a restare oggetto delle attenzioni dei magistrati di Tempio. Dopo circa due anni di indagini, quindici giorni fa la procura ha chiuso l’inchiesta sugli abusi edilizi alla Certosa. Nei prossimi giorni potrebbe arrivare il decreto di citazione a giudizio nei confronti dell’amministratore di Idra Immobiliare. Nel mirino della procura ci sono diversi lavori realizzati nella villa: l’anfiteatro, gli impianti sportivi, il giardino di ibiscus, alcune piscine e l’impianto di talassoterapia. Tutto costruito, secondo i magistrati, senza autorizzazioni. Per queste opere l’Idra Immobiliare ha presentato al comune di Olbia richiesta di condono, riconoscendo l’abuso.
Giuseppe Campos Venuti, che cosa pensa del piano della giunta che secondo molti aprirà la strada alla cementificazione della collina?
«Non l´ho ancora letto. Lo spirito però mi pare giusto».
Giusto? Il padre della tutela della collina è per aprire crepe nella diga?
«Al contrario. Proprio perché voglio difendere l´integrità del verde, sono favorevole a un piano generale che lo renda vivibile. Ma dobbiamo chiederci che cosa vogliamo farci con quei seimila ettari. Un altro parco? Ne abbiamo bisogno? Pensiamo che Bologna possa permetterselo? O è un´altra favola come la metropolitana?»
Per Fanti e Cervellati con quel piano la collina è in pericolo.
«Così impostata, è una battaglia da esibizionisti. Se vogliamo salvare la collina, occorrono attività compatibili con la sua salvaguardia: sport, agriturismo, qualche servizio».
Se non si è costruito è perché lei 40 anni fa la vincolò.
«Quarant´anni fa c´era ancora l´agricoltura, l´attività che poteva preservare il verde nella Bologna alta. Ma oggi? Possiamo scommettere sull´agricoltura?»
Lei su che cosa punterebbe?
«Su un progetto generale di conservazione e insieme di vitalizzazione. Non si tratta di attribuire indici di edificabilità, ma di non escludere un utilizzo naturale».
Naturale?
«Certo, penso ad attività sportive, ricreative e turistiche con forte presenza di verde. Pensare di salvare la collina soltanto con dei vincoli è grottesco».
Chi le dice che una serie di permessi non siano il cavallo di Troia per chi vuole speculare e cementificare?
«Il cavallo di Troia funziona quando non c´è un progetto chiaro e certo. Ecco la sfida da lanciare all´assessore all´Urbanistica. Ogni intervento andrà vagliato con grande attenzione. Ma se un ristorante mi fa la manutenzione di una strada e un´azienda agrituristica, o persino un albergo, garantisce la cura di un´enorme estensione di verde, perché impedirlo?»
Perché si comincia dalle piccole cose.
«Tante piccole cose sono già accadute in questi anni. E molte di più ne accadrebbero in assenza di un piano generale».
A che cosa si riferisce?
«Il mio piano di quarant´anni fa era drastico, ma inevitabilmente un po´ rozzo. Conteneva piccole smagliature che in questi anni sono state sfruttate. Si è costruito sia al tempo di Imbeni, che con Vitali e, con qualche compiacimento, durante il mandato di Guazzaloca».
Vuole dire che il suo piano è un colabrodo?
«Per fortuna non lo è. Non è stata fatta l´ira di Dio. Bologna ha ancora l´unica collina urbana salva. Ma oggi va salvata in maniera organica. Serve una cura sistematica, programmata, generale. E magari è possibile qualche piccolo do ut des, purché sia fatto con persone serie».
Ha ragione Merola, allora?
«Non c´è dubbio. La strada è quella giusta. Se non si interviene con uno strumento generale più moderno e sofisticato, in quelle crepe si infileranno in tanti. Ecco che cosa non vedono le battaglie emblematiche e un po´ esibizionistiche su oggetti sbagliati».
Si riferisce al golf?
«Proprio così. E´ un falso obiettivo. Il vero problema di quel golf semmai è un altro».
Quale?
«E´ piccolo. Un campo scuola di poche migliaia di metri non protegge tantissimo. Diciotto buche avrebbero preservato un´area vastissima».
Che fa, professore, l´apologia del green?
«Solo in Italia parlando di golf si pensa ai ricchi, altro ve si fanno golf pubblici. Nessuno si scandalizzerebbe ad Amsterdam o Rotterdam. Chi va a Zola Predosa scopre che il territorio sopra è bellissimo da vedere. Peccato che ci giochino in pochi e che, per questo, costi una bancata di soldi».
Postilla
Le sirene dell'ambientalismo "a-vincolistico e valorizzatore" e di un uso del territorio "aggiornato e riformista" raccolgono schiere di adepti sempre più numerosi e agguerriti, anche se non sempre di logica ineccepibile.
La battaglia sulla tutela della collina bolognese - ammesso che la si possa ancora combattere - è davvero emblematica dello scontro profondo fra chi crede che paesaggio, territorio, ambiente siano beni comuni preziosi perchè irriproducibili, da proteggere in sé perchè come li abbiamo ereditati, così andrebbero affidati alle generazioni che seguiranno e coloro che li considerano beni di consumo che possono anche essere 'snaturati' ove ciò serva alla loro 'vitalizzazione' (new-entry nella galassia salvifica della 'valorizzazione').
Questa vicenda in pieno svolgimento, molto ci racconta della cattiva coscienza di una giunta frenata nel disinvolto ricorso a varianti e perequazioni da un manipolo di 'esibizionisti' old-style e da una disdicevole fuga di notizie.
E Cofferati, che dice Cofferati? Ah, già anche oggi è troppo impegnato a discettare di partito democratico in cronaca nazionale...(m.p.g.)
L'appello per la tutela della collina bolognese in eddyburg
Allora voi qui siete socialisti? Il vicesindaco Erik Sten, 37 anni, allenta il nodo della cravatta. Si vede che deve far spazio a una risposta che aveva in canna da molto tempo: “Be’, qualcuno dovrà esserlo”. I Bush non hanno mai messo piede a Portland, è come se Berlusconi andasse a Livorno. Nella “repubblica cristiana d’America” dell’era teocon questa è certo la città del Diavolo. Èinvece il paradiso in terra e la mecca laica per l’altra metà degli americani: “ Portland, la città perfetta” ha titolato recentemente il New York Times, per citare solo uno dei grandi giornali che negli ultimi mesi hanno raccontato il fenomeno della piccola - circa 600 mila abitanti -metropoli ribelle del Nord West, nell’Oregon, la nuova frontiera dello spirito “ radical” (ma non chic, perché anche il bostoniano Kerry, che qui l’anno scorso prese l’80 per cento dei voti, “non diventerebbe neanche assessore” garantisce Sten).
Tanto per cominciare, diversamente dal resto degli Stati Uniti, “pubblico” non è una parolaccia a Portland. Anzi, è la parola chiave per scoprire il segreto della sua diversità, e la pronunciano tutti quasi con ostentazione, così che sembra l’ultima trovata tecnologica, una cosa appena scoperta, moderna e rivoluzionaria.
Il 90 per cento dei bambini frequenta la scuola pubblica
Un mese fa, a dichiarazione dei redditi già presentata, il 70 per cento della popolazione ha votato sì a un referendum comunale che chiedeva un aiutino extra per sanare il bilancio delle Superiori pubbliche. Il comune, senza incontrare ostacoli, ha piazzato 900 case popolari nel Pearl District, ex quartiere operaio oggi sofisticato centro artistico e professionale di Portland: “Non siamo contro il privato, ma ci piace di più se c’ è anche una buona dose di pubblico” spiega Sten “il rosso”. Per gli homeless (quelli che qui arrivano in abbondanza, triturati dal liberismo) i servizi sociali hanno costruito fuori porta un villaggio tutto per loro: Dignity Village si chiama, basta rubare una volta per tornare sotto i ponti. Ma è sul fronte energia che Portland fa notizia. Ricordate Enron, il colosso dello scandalo? Ecco: era il maggiore fornitore d’energia in città, ma il comune ha comprato le centrali spendendo un’iradiddio, perche Portland sta diventando il laboratorio ambientale d’America, si gioca tutto sul verde.
Un incubo per Bush: questi rompiscatole hanno avuto il coraggio, unici negli Usa, di applicare gli accordi di Kyoto sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica. I dati sono usciti proprio mentre eravamo lì: dal 1993 il livello di emissioni pro capite è diminuito del 13 per cento. “Kyoto avrebbe distrutto la nostra economia” dice Bush. E a Portland rispondono: “Kyoto ci ha resi più ricchi e più sani”. E giù con l’elenco: meno tasse per tutti spese in energia, trasporto pubblico (soprattutto tram) così efficiente ed economico che in quattro anni il traffico è calato del 25 per cento, mille chilometri di piste ciclabili, una generazione di “cervelli verdi” richiesti in tutto il mondo e che è volano per l’eco-economia locale: hanno addirittura inventato lampadine per semafori che consumano l’80 per cento in meno di elettricità e fanno risparmiare un milione di dollari l’anno. “Un successo che va controllato” dice Ken Rost, 32 anni, manager pubblico che ha rinunciato a un megastipendio della portlandese Nike: “C’è la corsa a venire a vivere qui, soprattutto dopo la guerra in Iraq e la rielezione di Bush. E diversamente dalle altre città qui tutti vogliono abitare in centro; i prezzi aumentano e dobbiamo difendere il tessuto comunitario, evitare divari tra ricchi e poveri, continuare a essere l’anti corporated city”.
E il privato? La forza diabolica di Portland (chi legge Chuck Palahniuk, il vate dell’America “altra”, già lo sa) è soprattutto nell’arte di vivere controcorrente. Nelle storie, per esempio, di gente come Naomi e Michael Hebberoy. Sono chef, “chef anarchici”. Se gli chiedi quanti anni hanno rispondono “non abbastanza per ricordarci l’amministrazione Reagan”. Li hanno giudicati tra i dieci più influenti ristoratori d’America. Sei anni fa erano una coppia disoccupata: “Sapevamo solo fare buon sesso. E buoni piatti dopo il sesso”. Concepirono un piano: costruirono un grande tavolo e invitarono a casa trenta amici, il prezzo: una sedia. La volta successiva gli amici degli amici dovevano portare una bottiglia e lasciare cinque dollari. Da quel ristorante clandestino è nato Family Supper, il primo locale per sole famiglie degli Usa. Lì c’è ancora lo stesso tavolo. Ora gli Hebberoy gestiscono tre ristoranti, hanno cento dipendenti e un fatturato annuo di sette milioni di dollari. Eppure Michael sta per pubblicare un libro intitolato Kill the restaurant: “Voglio creare una rete nazionale di ristoranti illegali, underground. Mangiare bene deve essere un diritto per tutti”. Micidiale: ha rifiutato la prenotazione di 15 executive della Monsanto, quella che ha il monopolio mondiale delle coltivazioni Ogm. “Non voglio il nemico in casa” gli ha detto.
Portland è una città slow food. L’85 per cento dei ristoranti acquista prodotti biologici dai contadini della regione. “Qui è difficile trovare i pomodori in dicembre” dice Haward Silverman del centro Ecotrust, nato per difendere le risorse locali: “Prendi il salmone. Con la nostra politica quello non coltivato costa un terzo meno di quello d’allevamento”. Un mondo a parte che richiama sul Pacifico carovane di “pionieri dell’anima” come li definisce Palahniuk, il più famoso tra tanti scrittori adottati dalla città americana che legge di più, tanto che vanta il più grande negozio di libri usati del mondo, Powell’s Books, 15 mila metri quadrati, un intero isolato. “Siamo tutti resistenti, profughi e fuggiaschi” dice il regista Gus van Sant, che come Todd Haynes ha lasciato Los Angeles per venire qui. Viaggi “one way” come quello di Jeffrey Kovel, 32 anni, l’architetto del “costruire sostenibile” più corteggiato degli Usa che ha lasciato New York “perché la noia mi uccideva. Qui - racconta - ho trovato il Rinascimento”.
Ogni ultimo venerdì del mese nel Pearl District banche, poste, fruttivendoli, boutique diventano gallerie d’arte. I nuovi cercatori d’oro sono però soprattutto musicisti in cerca d’ispirazione più che di gloria. Portland è diventata l’ultimo avamposto delle band. C’è chi sfonda come I Pink Martini e ci sono i musicisti sconosciuti della scuderia di John Askew, il più noto dell’etichetta Film-Guerriero, cooperativa che pubblica solo cd di nicchia: “La vita costa poco, nessuno parla mai di soldi e di religione, ci sono duecento locali, comprese le panetterie, dove puoi suonare e poi, se ti viene un cancro, puoi suicidarti in santa pace” dice Askew, riferendosi all’ultima conquista della secolare Portland, l’assisted suicide, legge che permette ai malati terminali di ingoiare una manciata di barbiturici prescritti dal medico. Pare che la Corte Suprema si prepari ad abolirla, come è accaduto per altre leggi progressiste votate nella città del Diavolo. “Non accettiamo il conformismo, fino alla fine” dice Susan Tolle, direttrice del Centro per l’Etica e la Salute. “Siamo diversi. Per tanti americani la morte è una sconfitta. Per noi può essere una conquista. Ma siamo un’isola in un mare d’ipocrisia”.
Nota: qui su Eddyburg molti articoli trattano le politiche urbanistiche e ambientali a Portland, come quello sul Piano 2040; altri testi che contengono riferimenti alla città si possono trovare semplicemente utilizzando il “cerca” del sito con la parola chiave Portland (f.b.)
"Coinvolgere le popolazioni nelle scelte": è la frase che echeggia dalla Val di Susa fino a Roma, ed è una frase terribile. Non perché sia sbagliata, anzi: "coinvolgere le popolazioni nelle scelte" è solo un modo per dire democrazia, niente di più, niente di meno. La frase è terribile perché, solo a udirla, ci si rende conto della sua totale inapplicabilità, e cioè dell´inapplicabilità della democrazia. I centri di potere economico e tecnocratico sono pochi e impenetrabili, e pianificano il futuro di tutti in superba autarchia: giuste o sbagliate che siano, le famose scelte strategiche arrivano alle "popolazioni" già confezionate e ultimative. E il contraccolpo inevitabile è quasi sempre la rivolta, e il rimedio proposto, quando è oramai tardi, è spesso demagogico e assemblearista, emotivo e insofferente, paralizzante. E´ come se fossero spariti, tra potere e "gente", gli ammortizzatori, i livelli intermedi, i luoghi di discussione e di analisi, dove far decantare i conflitti e costruire senso comune. Quel luogo sarebbe la politica, quel luogo erano i partiti politici quando esistevano e funzionavano. La politica-spettacolo, quella dei leader e dei proclami, del marketing e dei salotti televisivi, è una politica lazzarona: non fa più il suo lavoro, e il prezzo lo paghiamo tutti.
Ne ha parlato il presidente Soru l'altra sera a Ballarò: il valore degli immobili nelle pregiate coste sarde, è argomento finalmente ricorrente anche per via di recenti eccezionali compravendite. Un ricco russo avrebbe acquistato una casa in Costa Smeralda per la somma di 35 milioni di euro, ma la notizia è stata rubricata tra le bizzarrie mondane estive pure nel gran parlare di rendite immobiliari. Una somma notevole, se si pensa che qualche anno fa una casa dello stesso rango poteva essere ceduta per una decina di miliardi di lire, che sembrava, anche a quelli che di case qui ne possiedono sei o sette, un prezzo notevole. Allora per riflettere due conti, che dicono dell'abilità di chi per mestiere compra e rivende case in tempi brevi con vantaggi non comuni. Anche immaginando l'impiego di materiali preziosissimi, il costo di costruzione di un metro quadro finito di casa si può aggirare, esagerando, sui 2000-2500 euro. Ecco: la casa in questione, alcune centinaia di metri quadri, costerebbe, è costata per realizzarla, poco più di un milione di euro.
Il resto del valore - per arrivare a 35 milioni - è dato dalla speciale condizione del paesaggio che noi mettiamo a disposizione. Grande plusvalenza, pure con un lotto accessoriato, una supervista sul mare, dirimpettai molto ma molto altolocati. Per queste merci è così. E ogni giudizio pensando ai tanti senza casa o nel segno della parsimonia, è superfluo. E' così. Anche se sgomenta pensare che una decina di ettari di terra, poco distanti da qui, valgono molto poco e non si vendono neppure con l'aggiunta di un gregge di pecore lattifere.
Per stare alle questioni poste da Soru. È bene ripeterlo: queste ricchezze, prodotte con tanti guasti ai luoghi, non rendono nulla alle comunità locali. Spiccioli a qualche manutentore e spiccioli per l'Ici (le mance che si lasciano da queste parti sono più generose).
Anche questi investimenti stanno nel genere delle delocalizzazioni. Gli stessi che spostano le fabbriche dove il costo del lavoro è più conveniente e i capitali dove torna utile, realizzano case dove il mare non ha rivali.
Convenienza per convenienza, occorre uno sforzo di fantasia perché la finanza creativa non sia a senso unico e tassare adeguatamente questi ingenti patrimoni che devono tutto ai paesaggi che corrompono. Questo per l'esistente.
Poi, occorre dirlo chiaro per chi ritiene ancora di concedere questi privilegi, che una volta fatte le case resta comunque troppo poco alla Sardegna al di là del compiacimento della presenza di tanta bella gente da queste parti ( «ajò a vedere le ville dei ricchi a Porto Cervo»).
La cancellazione dei connotati di spiagge e scogliere procurano vantaggi a pochi che spesso non hanno idea di dove siano le case preziose che possiedono.
Queste concessioni a edificare non c'entrano nulla con l' uso (case che si abitano una settimana all'anno) e che sono appunto nel novero delle speculazioni. Al centro quei beni nel ciclo denaro-merce-denaro ( ne ha scritto Valentino Parlato) che il nuovo capitalismo italiano predilige.
Occorre intensificare l'impegno per tutelare i nostri interessi quelli delle giovani generazioni che vorranno mettere a frutto i nostri beni ambientali.
Attenzione. Perché nella riflessione che si è aperta su questi temi in Sardegna, qualcuno nel centrodestra porta l'argomento dell'incremento dei prezzi delle case esistenti nelle coste, dato dal vantaggio - uno scandalo per i liberisti - che verrebbe da una politica di contenimento delle trasformazioni dei litorali. Quindi: «più case al mare per tutti», come nel comizio di Albanese.
Titolo originale: Scaling Back New Orleans – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il portavoce Dennis Hastert ha imparato nel modo peggiore i pericoli che si corrono prendendo a calci una città quando è già a terra. Un quotidiano dell’Illinois riferisce che poco dopo l’uragano Katrina abbia detto come New Orleans “poteva essere spianata con le ruspe”, e gli oppositori l’hanno presto zittito con accuse di insensibilità e spietatezza.
L’uragano ha mostrato chiaramente come New Orleans ospiti infrastrutture di trasporto ed energetiche vitali per l’economia nazionale. È città ricca di storia, con un ambiente culturale vivace (e festoso) che tutta la nazione tiene in alta considerazione. Ed è la casa di quasi 500.000 persone legate alla propria comunità. Tutti questi, sono argomenti decisivi per stimolare una grande sforzo affinché la città si riprenda velocemente. La storia dimostra, tra l’altro, che le città hanno la forza di reagire dopo le crisi (pensiamo al grande incendio di Chicago più di un secolo fa).
Ma alcuni economisti iniziano a chiedersi se Mr. Hastert non abbia in qualche modo colto il segno, sull’essere cauti parlando della ricostruzione di New Orleans, per quanto rozzamente l’abbia espresso. Non sono solo gli svantaggi naturali della città (la cui gran parte sta sotto il livello del mare) a preoccupare gli studiosi. È anche il suo stato economico – povertà crescente, e un esodo di persone e imprese già prima che l’uragano colpisse – e la necessità di evitare nuovi incentivi che possano portare ad uno sviluppo non meno vulnerabile.
”Abbiamo degli obblighi nei confronti della popolazione, non dei luoghi” ha detto Edward Glaeser, professore di Harvard specializzato in economia urbana. “Calcolato quanto costerebbe pro-capite ricostruire New Orleans in tutta la sua gloria precedente, sarebbe molto meglio consegnare a parecchi dei residenti un assegno da 10.000 dollari e un biglietto d’autobus per Houston”.
Il paradosso del Buon Samaritano
Gli economisti si misurano da anni coi modi di affrontare le conseguenze dei disastri naturali. Gary Becker, economista premio Nobel che insegna all’Università di Chicago, dice che i decisori politici devono prendere in considerazione quello che lui chiama il “paradosso del Buon Samaritano”. L’istinto di chiunque dopo una calamità naturale è quello di soccorrere le vittime. “È difficile per un paese stare lì seduto a guardare gente in condizioni miserabili dopo un disastro”, dice. “Non è auspicabile”.
Ma gli aiuti, le promesse di ricostruzione, sono anche un incentivo perché le persone continuino a risiedere in località pericolose. Come Glaeser, anche Becker è favorevole agli aiuti. Ma anche a limitarne gli incentivi perversi. Becker sostiene che qualunque sforzo di ricostruzione dovrebbe essere gestito con mano amorosa ma ferma dal governo, ad esempio con rigidi vincoli urbanistici nelle aree a rischio di alluvione, e con altrettanto rigide norme sulle assicurazioni.
E non si tratta del solo premio Nobel che sostiene la cautela nella ricostruzione di New Orleans. “La migliore politica è quella di non consentire la ricostruzione di New Orleans nelle zone dove è possibile l’allagamento” dice Edward Prescott, ricercatore alla Federal Reserve Bank di Minneapolis, famoso per aver utilizzato gli investimenti nelle pianure alluvionate come esempi di politiche di breve termine che invece innescano incentivi di lungo periodo. Richard Posner, giurista conservatore che condivide un sito web con Becker, propone che la città diventi qualcosa come la Williamsburg coloniale: un sito turistico a sé senza una vera città.
Naturalmente, ci sono alte probabilità che la città venga comunque ricostruita. Oltre l’inerzia della decisione politica, i vari oppositori non possono non valutare le pressioni delle attività economiche al ritorno, dice Loren Scott, economista a Baton Rouge. Le imprese chimiche, i cantieri navali, le aziende energetiche, hanno enormi investimenti nell’area, privi di valore quando non operativi: “Torneranno molto velocemente” dice.
Ma le persone potrebbero non farlo. Secondo i calcoli del censimento, la popolazione di New Orleans è diminuita del 4%, pari a 21.000 unità, fra il 2000 e il 2004, agli attuali 462.000 abitanti. Fra le città più popolose della nazione, l’unica con un declino più pronunciato in quell’arco di tempo è stata Detroit. Circa il 24% delle famiglie di New Orleans vivono al di sotto del livello di povertà secondo il Census Bureau, contro il 9% a livello nazionale.
Fuga dalla Città
Molti se ne sono andati nei suburbi in cerca di scuole migliori. Anche alcuni grossi investitori se ne sono andati. ExxonMobil, Shell e ChevronTexaco, per esempio, hanno eliminato o spostato centinaia di posti di lavoro verso Houston negli ultimi anni, proseguendo un esodo dalla città che dura da vent’anni. Risultato: anche se il settore energetico sta attraversando una fase di boom, New Orleans non ne ha beneficiato gran che. Nel 2004, i livelli occupazionali nel settore privato in città erano ancora sotto a quelli del 1997.
Mr. Glaeser sostiene che ci sono problemi di lungo periodo dietro le difficoltà pre-Katrina. Negli anni ’40 del XIX secolo New Orleans era una delle tre città più popolose, insieme a New York e Philadelphia. A quei tempi, il trasporto via acqua era il modo dominante di spostare persone e merci, e l’economia era in gran parte agricola. I collegamenti col Sud e col Mississippi facevano di New Orleans un polo fondamentale e integrale del commercio. Secondo Glaeser, l’ascesa dei trasporti ferroviari e automobilistici, insieme all’industrializzazione del secolo successivo, hanno cambiato tutto questo e innescato il lungo, lento declino della città. Quelle che oggi crescono più rapidamente, nota, sono posti come Las Vegas o Atlanta, organizzate sullo sprawl suburbano e non circondate dall’acqua.
”New Orleans è un luogo che ha raggiunto il proprio massimo livello economico negli USA 160 anni fa” dice Glaeser. “Certo ora non offriva un grande futuro, alla maggioranza dei propri abitanti”.
C’è anche una questione di tempi. Solo due settimane dopo Katrina, città come Baton Rouge o Houston fremono di persone e imprese che tentano di continuare vita e lavoro. Quando il piano di ricostruzione per New Orleans sarà stato steso e attuato, probabilmente migliaia di persone si saranno già stabilite altrove. Come promemoria di quanto lungo – e dibattuto – possa diventare un processo di ricostruzione, resta ancora vuoto, quattro anni dopo l’attacco terroristico su New York dell’11 settembre, lo spazio che era il World Trade: una cicatrice di terreno inedificato.
I questi primi giorni di crisi, Washington non sembra orientata verso la circospezione. Lo stanziamento di 62 miliardi per soccorrere le vittime è solo il primo passo di una spesa che potrebbe raggiungere i 200 miliardi. Ma prima di impegnare questi miliardi a rimediare alla tragedia urbana, questi economisti sostengono che i decisori politici dovrebbero pensare meglio alla condizione in cui era New Orleans, ed essere ben certi di non ricacciarcela.
Nota: il testo originale ripreso dal sito Sito Real Estate Journal ; qui su Eddyburg, tra i molti articoli su New Orleans dopo l'uragano, dubbi sui modi di ricostruzione sono espressi ad esempio da Drake Bennet del Boston Globe (f.b.)
E'normale che il tempo rompa verso la fine di agosto e quindi ci siano perturbazioni e temporali. E' molto meno normale che, ormai da anni, maltempo e piogge, che annunciano la fine dell'estate, abbiano sempre conseguenze così devastanti e drammatiche. Quest'anno è successo nell'Europa centrale e orientale, Austria, Svizzera e Romania purtroppo già contano morti, dispersi e migliaia di sfollati. Già sappiamo, però, che se i venti spingessero in Italia quella perturbazione le devastazioni e le conseguenze sarebbero altrettanto gravi. Di fronte al ripetersi di quelle che, una classe dirigente incolta e incapace, si ostina a chiamare calamità naturali, un interrogativo si pone: perché mai qualsiasi pioggia cada, normale o eccezionali che sia, le conseguenze per persone e cose sono sempre le più gravi? Intensità delle precipitazioni e loro concentrazione (in pochi giorni cade la pioggia di una stagione) ci dicono che è in corso un cambiamento climatico. Anche quest'estate abbiamo avuto segnali forti che evidenziano che il cambio di clima non è il futuro a cui dobbiamo prepararci, ma un drammatico presente da fronteggiare. Non ce ne parla solo la tragedia rumena, svizzera ed austriaca di questi giorni o il moltiplicarsi di tifoni ed uragani, che purtroppo colpiscono i paesi più poveri e meno responsabili delle alterazioni al clima, ma anche il drammatico scioglimento di un'area ghiacciata della Siberia grande come la Francia e la Germania, a cui la stampa nazionale non ha dedicato alcuno spazio. Insomma i fatti ci confermano che le previsioni del terzo rapporto Onu sul clima sono ormai una realtà con cui fare i conti. A nulla serve però attribuire al clima che cambia la responsabilità della tragedia che ha colpito l'Europa centro-orientale, soprattutto non è accettabile che il cambiamento climatico venga invocato come giustificazione da chi avrebbe dovuto agire e non l'ha fatto per fronteggiarlo.
Alle popolazioni rumene, svizzere ed austriache così duramente colpite la migliore solidarietà che si può esprimere è la denuncia delle inadempienze e del vuoto di strategie politiche con cui le classi dirigenti non solo politiche e non solo di governo hanno affrontato il cambiamento del clima. Kyoto, che rappresenterebbe solo un piccolo segnale di inversione di tendenza è sì entrato in vigore, ma per ora le emissioni che alterano il clima aumentano anziché diminuire. In realtà il mito dell'eterna crescita continua ad essere l'orizzonte culturale delle politiche economiche delle destre come delle sinistre, senza alcuna preoccupazione di quanti gas climalteranti si manderanno in atmosfera per realizzarla. Ed allora si dia un segnale alle popolazioni colpite convocando un vertice europeo in cui si prendano decisioni su una nuova politica energetica basata sul risparmio e sulle fonti rinnovabili. Ma non è solo il cambiamento climatico e l'incapacità evidente di governarne le manifestazioni la causa di tante devastazioni. Anzi più si guarda e si va a fondo della questione e più emergono le colpe: di territori incapaci di assorbire le piogge perché la speculazione li ha ricoperti di cemento, asfalto e costruzioni, o di fiumi le cui aree di pertinenza, quelle in cui dovrebbero espandersi le piene risultano invece costruite, coltivate, infrastrutturate pesantemente, o di colline rase al suolo da un'agricoltura industriale parassitaria ed eccedentaria, o di un'attività edificatoria senza soste e di un'abusivismo sempre tollerato e sanato.
Da più parti si invocheranno nuove opere idrauliche per governare fiumi e frane e piogge senza capire che se non si mettono in discussione gli usi sbagliati e speculativi del territorio non si potrà governare le conseguenze del maltempo e del cambio di clima. Anche qui servono segnali chiari e non solo parole. Il centro sinistra che si avvia alle primarie dichiari che il riassetto idrogeologico del territorio è la principale ed unica opera pubblica che intende realizzare se governerà, un'opera pubblica fatta non di cemento e asfalto, ma di conoscenza dei territori manutenzione e cura della terra e perché no di qualche demolizione.
La lettera di Luigi Burla
Prendo spunto dalla recente proposta di legge di riforma urbanistica in discussione in Parlamento.
Mi viene in mente, in contrapposizione, il tentativo di riforma del ministro Fiorentino Sullo nel 1963.
Se la riforma fosse stata approvata avrebbe in un sol colpo eliminato la speculazione edilizia e tutta la corruzione politica a essa legata e avvicinato l'Italia alle nazioni più civili nel governo del territorio. Perché, la «rivoluzionaria» riforma Sullo è stata tanto osteggiata anche da esponenti del suo stesso partito, la Dc?
La risposta di Sergio Romano
Caro Burla, non credo che la riforma proposta da Sullo avrebbe eliminato «in un solo colpo» la speculazione edilizia e la corruzione. Ma l'episodio evocato nella sua lettera fu effettivamente un passaggio importante della storia repubblicana e merita di essere ricordato. Fiorentino Sullo fu per alcuni anni uno degli uomini politici più promettenti della Democrazia cristiana. Era nato nel 1921, aveva partecipato ai lavori dell'Assemblea costituente e apparteneva alla «corrente di base», vale a dire alla sinistra del suo partito. Fu ministro dei Trasporti nel 1960, dei Lavori pubblici nel 1962, della Pubblica istruzione nel 1968. Nel gennaio 1969, mentre dirigeva il ministero di Viale Trastevere, firmò una circolare con la quale veniva riconosciuto il diritto di assemblea degli studenti nelle scuole medie superiori e riformò gli esami di maturità. Negli anni Settanta non condivise la posizione del suo partito sul divorzio e passò ai socialdemocratici con cui si candidò alle elezioni del 1979. Ma ritornò alla Dc nel 1985 e morì nel 2000. Il progetto di riforma urbanistica risale a quella fase della politica italiana in cui Amintore Fanfani e Aldo Moro stavano spostando la Dc a sinistra e incontravano forti opposizioni nell'ala moderata del partito. Il momento cruciale fu la formazione del quarto governo Fanfani nel febbraio 1962. Per dare un segnale di fedeltà all'Alleanza atlantica e agli Stati Uniti, il presidente del Consiglio autorizzò l'installazione dei missili Polaris in Italia. Per ottenere l'appoggio esterno del partito socialista italiano, assunse una serie di impegni «progressisti»: la scuola media unica, l'obbligo scolastico a 14 anni, la nazionalizzazione dell'energia elettrica, la istituzione di una commissione antimafia, una riforma urbanistica. Il compito di scrivere quest'ultima spettò per l'appunto a Fiorentino Sullo che si ispirò a certe misure adottate dal governo laburista di Clement Attlee in Gran Bretagna subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. I sindaci avrebbero avuto il diritto di espropriare i terreni destinati allo sviluppo delle loro città e avrebbero concesso ai privati la licenza di costruire dopo avere realizzato le opere di urbanizzazione. I primi malumori per il programma del governo Fanfani cominciarono a manifestarsi dopo la nazionalizzazione della energia elettrica soprattutto negli ambienti della Confindustria. Quando il presidente dell'associazione, Furio Cicogna, disse nella sua relazione annuale che alcune riforme del centrosinistra avevano scosso la fiducia degli imprenditori, la Dc capì che correva il rischio di perdere, nelle elezioni politiche previste per la fine di aprile del 1963, buona parte del voto moderato e corse ai ripari. Il 16 aprile il Popolo, quotidiano della Democrazia cristiana, pubblicò una nota della segreteria del partito che sconfessava, di fatto, il progetto di Fiorentino Sullo. Il fallimento della riforma ebbe certamente l'effetto di dare mano libera alle urbanizzazioni selvagge di cui soffrirono, da allora, quasi tutte le città italiane. Ma l'esproprio, nel momento in cui la Democrazia cristiana si apprestava a concludere un patto di governo con il partito socialista, suscitava la preoccupazione di molti cittadini che non erano necessariamente speculatori e palazzinari. Se la classe politica italiana avesse voluto impedire gli eccessi e i maneggi degli anni successivi avrebbe potuto farlo con altri mezzi giuridici e amministrativi, più rispettosi della proprietà privata.
L’ex ambasciatore, nell’ultima parte della risposta, accredita la tesi che Sullo volesse espropriare “molti cittadini”. La tesi che la proposta dell’esproprio generalizzato significasse l’esproprio delle case non trova alcun riscontro nella proposta di legge. Fu propalata dalla stampa (primo fra tutti il Tempo ), e non sufficientemente contrastata. In effetti, Sullo proponeva ciò che veniva da decenni praticato nell’Europa progredite: la preliminare espropriazione delle aree inedificate, fuori dal perimetro urbano, là dove il PRG aveva deciso di espandere la città costruendo nuovi quartieri. Era una norma, tra l’altro, già in parte presente nella legge urbanistica del 1942 che, all’articolo 18, prevedeva la possibilità dei comuni di espropriare le aree d’espansione. La proposta Sullo trasformava questa possibilità nella regola generale di espansione della città. Non venivano perciò “colpiti” i proprietari di case, ma solo quelli di aree agricole o lasciate incolte “in attesa di edificazione”, ed erano “colpite” con un congruo indennizzo commisurato al valore reale dell’area e alla sua redditività. L’indennizzo non riconosceva la capacità edificatoria dell’area, ma questa dipende da una decisione pubblica, quindi non si capisce perchè il vantaggio debba spettare al proprietario dell’area in aggiunta al valore reale. "Rispettare la proprietà privata", come ammonisce Sergio Romano, significa forse consentirle di approfittare delle decisioni pubbliche senza impiegare nè lavoro nè rischio nè imprenditorialità? I liberali e i liberisti non la pensavano così, signor ambasciatore!
Purtroppo in Italia si era costituito in quegli anni (come ha accuratamente analizzato Valentino Parlato in un suo famoso saggio del 1970) il “blocco edilizio”: un blocco sociale, molto composito, che aggregava attorno agli interessi della speculazione tutti gli interessi proprietari, grandi e piccoli e piccolissimi. Questo blocco allora vinse, grazie a una profonda campagna di disinformazione debolmente contrastata. Non è stato dissolto negli anni successivi, si è trasformato e rafforzato grazie alla "distrazione" della politica e della cultura, sta vincendo di nuovo, con la legge Lupi, alla grande, approfondendo ulteriormente il distacco tra l’Italia e il resto d’Europa
Fiorentino Sullo raccontò la vicenda della legge in un libro oggi introvabile, Lo scandalo urbanistico, Vallecchi 1964. Uno stralcio è qui
Val di Susa è una valle stretta. E anche molto bella, o almeno di questo sono convinti gli abitanti, che amano molto le loro montagne, intorno. Ora questa bellezza e questo bene comune sono messi a rischio dalla costruzione di una nuova linea ferroviaria, cui proprio ieri si sarebbe dovuto dare inizio, piantando i primi pali. E contro queste prime attività concrete di recinzione, per l’appunto una prima sottrazione di territorio, simbolo di tutto il resto che dovrebbe seguire, c’erano i sindaci della Val di Susa a manifestare, insieme alla popolazione, contro la Tav, la linea ad alta velocità-capacità, tra Torino e Lione.
Le ragioni degli abitanti della Valle sono vere e sono profondamente radicate in quindici anni di lotta. Rifiutano la linea Tav e il modello di sviluppo connesso che consiste nell’occupazione del territorio da parte del Corridoio 5 e la sostanziale estromissione di tutti loro. E ancora; è previsto un cantiere lungo dodici o quindici anni, molto costoso, e utile soltanto per arricchire gli impresari e i costruttori. Oltre tutto, la strada ferrata c’è già e potrebbe essere aggiornata per soddisfare le nuove esigenze di trasporto; invece la si lascia deperire, spostando tutto il traffico su gomma, lungo un’autostrada che insiste anch’essa nella valle e comporta un passaggio di migliaia di camion ogni giorno. Una eventuale nuova via ferroviaria avrebbe un periodo di costruzione effettiva di una dozzina di anni, nel corso dei quali il traffico e il disordine aumenterebbero ancora di molto, proprio per le esigenze dei cantieri, senza portare alla valle – stretta come prima, fragile come prima – alcun vantaggio.
Ma non è tutto. Il monte Ambin, sotto cui dovrebbe passere il tracciato, è notoriamente ricco di amianto. Il minerale, scavato in grande quantità, darebbe luogo a molte polveri e le polveri avrebbero buon gioco nel disperdersi lungo tutta la valle e anche più in là, molto più in là. C’è poi un’altra ricchezza nelle viscere della montagna: l’uranio. E anche questo verrebbe portato alla luce, con la sua bassa intensità radioattiva. Poi c’è l’acqua. O meglio c’era perché gli scavi precedenti, per l’autostrada, per la centrale elettrica dell’Aem, hanno intaccato le falde, creando un vero lago sotterraneo che poi è stato riassorbito; ma ormai il sistema di raccolta delle acque, ricchezza della terra, era irrimediabilmente sconvolto.
La montagna, la valle, il suolo, l’acqua, lo spazio stesso nel territorio, sono tutti beni comuni. Tutti li devono rispettare. Non sono in particolare degli abitanti della valle, ma essi ne sono i custodi e per ora hanno svolto bene il loro compito, anche se hanno subìto molti attacchi. Ora c’è questa forza contro di loro, travestita da progresso, ma in realtà capace solo di fare buchi costosi, buchi osceni nella montagna, buchi lunghi 50 chilometri; e si serve della menzogna quando dice di avere ottenuto l’autorizzazione del Cipe che invece non c’è ancora, come non c’è la delibera della Corte dei conti per la spesa distruttiva. Si dirà che i sindaci e gli abitanti della valle sono contro il progresso: non credeteci. Sono gli altri che vogliono solo giocare ai trenini; e farseli anche pagare – e da noi – molto cari.
Nota: al sito di Legambiente Val di Susa una cronaca illustrata delle manifestazioni popolari contro l'Alta Velocità del 31 ottobre 2005, e altre informazioni sul progetto; per il problema generale dei collegamenti Torino-Lione si vedano anche gli interventi di vari Autori sul sito LaVoce (f.b.)
Titolo originale: Among the Ruins, Something to Build On – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
NEW ORLEANS – È difficile immaginare che una città abbia mai avuto un aspetto del genere. Se si prendesse una città del mondo famosa per i suoi canali – diciamo Amsterdam, o Venezia in Italia – e la si scuotesse violentemente girandola di lato, in modo tale da allagare metà dei quartieri, e lasciare l’altra metà a marcire e puzzare nel sole di fine estate, ecco, così si potrebbe cominciare ad avvicinarsi a quello che l’uragano Katrina e la successiva inondazione hanno fatto a New Orleans e ai suoi begli edifici scrostati e poliglotti.
Nascosta sotto lo strato di acque putride che copre ancora più di mezza città, c’è una quantità di danni che non potrà essere valutata per settimane, forse mesi. Ma sembra chiaro che la gran parte, se non tutta la città a nord e a est del centro dovrà essere rasa al suolo.
Ancora giovedì, nella zona di Lakeview, c’erano intere schiere di isolati fatti di case suburbane in stile ranch, costruite soprattutto dagli anni ’40 in poi, dentro a un paio di metri d’acqua. Intanto le parti asciutte della città – l’intero Quartiere Francese e Faubourg Marigny, insieme al Garden District, Uptown e gran parte dell’area terziaria centrale – non hanno subito molto più di qualche albero o linea elettrica abbattuti.
Nel Quartiere Francese, Jackson Square e i decantati edifici ad appartamenti Pontalba sono in buono stato, sorvegliati da militari svogliati che stanno seduti all’ombra sui gradini della Cattedrale di St. Louis. Solo un sinistro senso di vuoto impedisce ad alcuni isolati sulla Bourbon Street di apparire totalmente normali. Lungo St. Charles Avenue, sul lato occidentale, gli edifici rustici universitari delle Tulane e Loyola, o le grandi case private, mostrano a malapena qualche graffio.
Lo stato di queste zone in gran parte non danneggiate, e che contengono quasi tutti gli elementi più famosi caratterizzanti New Orleans e le attrazioni turistiche, fanno propendere per l’ottimismo riguardo al futuro della città. Sono i mattoni su cui edificare la sua possibili rinascita, e sembrano sorprendentemente solidi.
Ma questa è una città il cui fascino, come posto da visitare e per vivere, ha sempre avuto più a che fare con un complesso e diffuso tessuto di quartieri residenziali, che con poche icone architettoniche. Tennessee Williams sottolineava proprio queste qualità nelle indicazioni teatrali per Un Tram chiamato Desiderio: la parte di città attorno alla Elysian Fields Avenue, scriveva, “è povera, ma a differenza dei quartieri del genere in altre città americane possiede un fascino dissoluto”.
E in verità, profonde divisioni razziali e di classe a parte, New Orleans è uno dei pochi posti d’America che dimostra la sua età, nel senso migliore del termine.
Anche se molto vulnerabile alle calamità, quasi tutti i quartieri sono riusciti nel tempo a evitare tutti i progetti di rinnovo urbano o crassamente commerciali di cui altrove si è pagato il prezzo. Ciò si deve in parte all’intrattabile povertà di qui, che ha reso grandi parti di New Orleans poco attraenti per i grandi costruttori nazionali, e in parte a un movimento di conservazione di lunga data.
Katrina, in altre parole, è riuscita a fare a questa città quello che non sarebbe riuscito a una palla da demolizione.
E se esiste un obiettivo per cui architetti e urbanisti americani si sono battuti negli ultimi decenni, è il tentativo di creare dalle macerie edifici legati alla storia urbana, senza per questo apparire banali o sdolcinati. Una volta seppelliti i morti e con la città in ripresa – non dimentichiamo che sta di fronte a quello che probabilmente è il più grosso problema di ripulitura da veleni della storia americana – questo sarà l’obiettivo per New Orleans.
Di solito, vagabondare attorno e guardare gli edifici è esperienza completamente visuale. Ma farsi una breve passeggiata architettonica qui, questa settimana, significava avere tutti i cinque sensi all’erta, spesso letteralmente aggrediti.
C’erano i suoni degli elicotteri, delle imbarcazioni, dei cani randagi nell’aria. Gli antifurto delle auto e dei sistemi di sicurezza degli edifici suonavano incessantemente. Gli aeratori su una moderna torre a uffici su Lafayette Square rombavano come un 747. L’acqua ferma puzzava di fogna, o peggio; avvicinandosi, bisognava badare a dove si mettevano i piedi, a qualunque cosa si toccasse. Quando gli edifici prendevano fuoco – e accadeva spesso all’inizio della settimana – la prima sensazione dell’incendio era un sapore acido sulla lingua.
Solo verso il margine sud-occidentale della città, vicino a Audubon Park, c’era una sensazione di calma. La stupefacente assenza di qualunque danno, lì, non era ovviamente un caso: le famiglie che ci hanno costruito le case più ricche della zona erano pienamente consapevoli della differenza fra terre alte e terre basse, a New Orleans.
Su Chestnut Street nel Garden District, su una delle finestre del secondo piano in una casa dall’aspetto particolarmente solido col tetto a abbaini, era inchiodato un pezzo di compensato con scritto: No Way, Ivan. A quanto pare non solo la casa, ma anche l’asse di compensato erano usciti intatti dall’uragano dell’anno scorso, Ivan.
Sono gli edifici più nuovi ad aver subito il peggio dalle frustate di vento di Katrinae dalla successiva alluvione. Il Superdome traballava già prima che migliaia di sfollati si piazzassero lì. Decine di finestre all’ultimo piano dell’albergo Hyatt sono state spazzate via. Lungo la Interstate 10 a ovest della città, almeno una delle nuove torri con pareti a specchio aveva avuto strappate via dalla tempesta intere parti delle facciate.
La maggior parte dei più noti edifici di New Orleans del XX secolo, però, non ha subito danni significativi. Si tratta ad esempio dei due palazzi per uffici di Gordon Bunshaft dello studio Skidmore, Owings & Merrill, o della Piazza d’Italia di Charles Moore del 1978, uno spazio postmoderno il cui colori vivaci e stile impertinente la fanno sembrare a casa, qui.
L’idea della scorsa settimana del portavoce della Camera J. Dennis Hastert (dell’Illinois) secondo cui “non ha senso” usare fondi federali per ricostruire la città sul sito attuale può non essere stata ben ponderata riguardo ai tempi, ma non è completamente illogica. New Orleans continua ad affondare, un po’ di più ogni anno, il che significa che proteggerla dagli uragani futuri può richiedere non solo argini più solidi, ma sollevare l’intera città.
Ma sarebbe peggio che macabro, lasciare semplicemente vuoti i quartieri più colpiti, o addirittura restituirli per sempre al fondo del lago. Una delle possibilità che si stanno discutendo è di realizzare un enorme parco – magari estendendo City Park lungo il lago a est e ovest per la maggior parte dell’area che ora è sommersa- sostenendo contemporaneamente il trasferimento degli abitanti altrove, in città o nella regione (ci sarà anche bisogno, certamente, di un monumento commemorativo).
La promessa di sostanziosi aiuti federali e privati fa già sognare architetti e urbanisti, su cosa potrebbe diventare, questo parco: oltre che ad altri interventi sulla città e i trasporti già contemplati.
Queste fantasticherie hanno un precedente nella storia di New Orleans: fu il denaro federale – per essere esatti, quello della Works Progress Administration durante il New Deal – a sostenere la realizzazione di gran parte di City Park. E lo stesso vale per i primi sforzi di restauro nel Quartiere Francese. E fu quando l’interesse di Washington per la città declinò, che i progetti infrastrutturali, come quelli per gli argini, restarono disastrosamente abbandonati.
Nota: il testo originale al sito del Los Angeles Times ; su temi analoghi di carattere storico, tradotto qui su Eddyburg si veda almeno l'articolo di Gary Strauss da USA Today sul "genius loci" di New Orleans (f.b.)
C’è la Matera dei Sassi e c’è la Matera nuova. Questa si espande in larghezza, ma soprattutto in altezza, accatastando pezzi su pezzi in modo sconclusionato, consumando terreno e aria, sfidando i dislivelli e imponendosi a chi arriva da fuori, dalla statale che attraversa i campi di ulivi e di quercioli della Murgia, con uno spettacolo vertiginoso. E contro un paravento di cemento va a sbattere lo sguardo di chi aveva letto che Matera era diversa da molte città del Mezzogiorno, divorate dalla speculazione. Qui aveva lavorato Adriano Olivetti. Poi, muovendosi nella sua scia, alcuni architetti hanno studiato come risanare i Sassi e come cucire le due parti della città, quella moderna e quella antica, con le caverne trogloditiche e le case costruite con il tufo cavato dalla roccia calcarenitica - senza che la prima tracimasse nella seconda e senza che questa si ritirasse in una riserva, diventando un museo a cielo aperto.
Molte speranze sono nate allora e poi si sono esaurite. Ora la città nuova cresce senza regole e sui Sassi incombono alcune vistose manipolazioni. La denuncia vibra dalle pagine di un numero speciale della rivista Basilicata, un periodico che ha cinquant’anni di vita e padri illustri (lo stesso Olivetti, gli azionisti, Guido Dorso, Carlo Levi, Tommaso Fiore, Manlio Rossi-Doria), ma che ora esce con cadenza irregolare. E diretto da Leonardo Sacco, ottantadue anni spesi quasi tutti studiando, lavorando in case editrici, inventando giornali e facendo opposizione ai fascisti, ai democristiani di Emilio Colombo e ora a un centrosinistra che nella regione supera il sessanta per cento, a Matera il settanta.
La prima tappa nei Sassi minacciati è lungo i suoi bordi, dove un tempo sorgeva un mulino che negli anni Cinquanta venne ampliato con una torre. Serviva più spazio, si disse, servivano posti di lavoro. Il proprietario era il sindaco di Matera e anche se i Sassi ne uscivano deturpati, in quegli anni pochi si preoccupavano dell’integrità di quelle costruzioni che anzi venivano abbandonate perché, si diceva, erano indegne come abitazioni. Passarono i decenni e un giorno il mulino chiuse. Era l’occasione per demolire la torre e ripristinare l’integrità paesaggistica. E infatti nei primi anni Novanta i redattori di una variante al piano regolatore avevano previsto di buttarla giù. Ma una commissione regionale ai beni ambientali sancì che quella torre aveva «carattere storico», venendo così incontro ai desideri della nuova proprietà che al posto del mulino voleva farci appartamenti e altre residenze. La torre la stanno ultimando in queste settimane, l’edificio è ancora avvolto dalle impalcature, e con la sua mole e le finestre a strapiombo continuerà a opprimere i Sassi.
I Sassi occupano un’area di trenta ettari. Si distendono lungo il fianco di una rupe che scende verso il torrente Gravina. A sinistra è il Sasso Barisano, che guarda verso Bari, a destra il Caveoso. Non sono solo caverne. La costruzione dei Sassi iniziò alla fine del Cinquecento, quando sempre più numerose le case presero a disporsi come un collare intorno alla Chiesa Madre, costruita nel 1270. E un paesaggio aspro, un anfiteatro che sembra uscire dal ventre della terra. Pier Paolo Pasolini lo scelse per girarvi il Vangelo secondo Matteo, Mel Gibson per ambientarvi La Passione. Per secoli ha custodito la vita, il lavoro, i culti dei materani. Una strada sinuosa lo attraversa, tocca il limite basso del Gravina e poi torna a inerpicarsi. Dopo una curva sbuca davanti alla chiesa cinquecentesca di Sant’Agostino. Nel convento che è annesso ha sede la Soprintendenza ai beni architettonici e ambientali e proprio davanti agli uffici c’era un grande giardino con alcuni filari di cipressi secolari. C’era: al suo posto ci sono grandi buche e montagne di terra rimossa e tutto intorno corre la recinzione di un cantiere. Cos’è successo lo spiega Raffaele Giura Longo, storico dell’età moderna all’Università di Bari, per tre legislature prima deputato e poi senatore come indipendente nel Pci: «La Soprintendenza, alla quale spetta la tutela dei Sassi, ha pensato bene di costruirsi un parcheggio per non so quanti posti, senza neanche consultare il Comune. Ha avviato i lavori, ma per fortuna siamo riusciti a bloccarli e il cantiere è rimasto così, abbandonato. Però i cipressi non ci sono più».
Giura Longo fa parte con Sacco del gruppo che pubblica Basilicata, viene da una storica famiglia materana. Dal terrazzo di casa sua mi mostra una torretta sorta sul tetto di un edificio proprio lì davanti. «E alta quattro metri», insiste Giura Longo, «l’ha costruita il figlio del presidente del Tribunale di Matera per rivestire l’impianto di un ascensore. Noi abbiamo fatto un esposto e il Comune ha fermato i lavori. Il proprietario ha pagato una multa e i lavori sono ripresi». Ci infiliamo nelle strade che portano al Duomo. Da una loggia Giura Longo indica un cantiere sulla sommità di un palazzo seicentesco, il Palazzo Venusio. E una struttura con delle aperture ad archi. «Guardi lì, quella sopraelevazione non c’era, ora è quasi completa. Il proprietario del palazzo è il fratello di Guido Viceconte, Forza Italia, sottosegretario al ministero delle Infrastrutture. Si dice che voglia farne un albergo e un centro congressi».
La percezione dei Sassi non è stravolta da queste costruzioni. Ma in un contesto così delicato ogni piccola trasformazione produce effetti a catena, sono ferite che inducono un senso di impunità. I Sassi sono tutelati da una legge del 1986 che affida il loro risanamento al Comune. Ma la storia moderna dei Sassi è più lunga, inizia nel dopoguerra ed è densa di progetti e di illusioni. E’ un laboratorio in cui si fondono discipline antiche come l’archeologia e modernissime come l’urbanistica, che in quegli anni andava rifondandosi, o come la sociologia urbana appena approdata da oltreoceano in un Mezzogiorno di grandi fermenti. L’Italia scoprì i Sassi dalla descrizione che ne fece Carlo Levi e venne a sapere che quasi ventimila persone abitavano quelle case, ammassandosi spesso insieme alle bestie in tuguri senza luce. Su mille bambini nati, si calcolò, ne morivano 436. Vennero alimentate pulsioni opposte: quella regressiva di un ritorno a condizioni di esistenza premoderne e quella semplificatoria, contratta nello slogan: svuotiamo i Sassi.
La via più impegnativa la percorse Olivetti che nel 1951 istituì una commissione di studi di cui fecero parte gli urbanisti Federico Gorio e Ludovico Quaroni e che era ispirata dal sociologo americano Frederick Friedmann (dal 1948 l’imprenditore di Ivrea era presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica e Quaroni era il suo vice). L’indagine accertò che solo una parte del patrimonio edilizio dei Sassi era irrecuperabile, mentre la maggioranza delle case, quasi duemilacinquecento, aveva bisogno solo di interventi di recupero per essere restituita a chi l’abitava, perché solo abitandoli i Sassi sarebbero sopravvissuti. Contemporaneamente bisognava costruire moderni quartieri popolari.
Seguendo queste linee fu approvato un ambizioso piano regolatore redatto da Luigi Piccinato, figura illustre dell’urbanistica di quegli anni. Ma già dal 1952, quando venne varata la prima legge per Matera, i Sassi cominciavano a essere abbandonati. Furono allestiti quartieri-modello, almeno sulla carta, come La Martella, un borgo rurale progettato da Quaroni che avrebbe dovuto conservare un legame stretto con la campagna e che invece appassì, riducendosi al rango di periferia disagiata. Nel frattempo i Sassi, ormai vuoti, erano diventati un ferro vecchio, un muto documento etnologico.
Soltanto nel 1977 l’attenzione sui Sassi si concretizzò in un concorso internazionale che aveva lo scopo di arrestarne il degrado. Ma il concorso ebbe un esito paradossale. Prevalse, ma senza che venisse proclamato vincitore (l’amministrazione comunale volle continuare a mantenersi le mani libere), il gruppo guidato dall’urbanista Tommaso Giura Longo, fratello di Raffaele, che insieme a Luigi Acito, Carlo Melograni, Lorenzo Rota e altri, misero a punto un progetto di risanamento in linea con gli studi olivettiani: i Sassi dovevano tornare a vivere e ospitare abitazioni restaurate e servizi per circa quattromila persone.
Qualche progetto fu avviato, ad opera del pubblico e di privati. Molti manifestarono interesse a tornare nei Sassi. Ma mancò un piano sistematico. Il Comune aveva più a cuore l’espansione della Matera moderna che non la cucitura dei nuovi insediamenti con l’anima rupestre della città.
A quasi trent’anni dal progetto Giura Longo molte abitazioni sono restaurate e in esse vivono duemilacinquecento persone, molte attività di pregio vi si sono insediate, gallerie d’arte, centri culturali, la sede dell’Ente Parco della Murgia. Ma tantissimi, troppi, sono gli edifici trasformati in alberghi o in bed and breakfast (si calcolano circa ottocento posti letto, anche se molte ristrutturazioni sono state realizzate correttamente). Tantissimi sono i ristoranti, i pub, le pizzerie, che producono uno straniante effetto luna-park, tantissime le macchine, tanti i materani che si improvvisano imprenditori e che ottengono licenze per impiantare nei Sassi attività molto effimere. «Alle regole di una corretta urbanistica», spiega Tommaso Giura Longo, «si preferisce un’urbanistica "creativa", dando credito a interventi singoli e disaggregati, che favoriscono il profitto privato e scartano invece le iniziative unitarie, dirette dalla mano pubblica».
Ma i Sassi deperiscono anche perché su di essi incombe la Matera moderna, quella che in questi anni sta divorando tutto lo spazio disponibile. Dopo quello di Piccinato, un nuovo piano regolatore è stato avviato, ma ancora non se ne vede la fine. Nel frattempo il Comune e i costruttori hanno contrattato in questi anni interventi imponenti, come il Centro direzionale o la cosiddetta Zona 33, una smisurata foresta di grattacieli che sperimentano gli stili più disparati e i materiali più fantasiosi. Le vicende edilizie hanno conosciuto anche tribolazioni giudiziarie. Nell’aprile scorso è finito agli arresti domiciliari (poi revocati) il dirigente dell’Ufficio tecnico del Comune, l’architetto Francesco Gravina, accusato di peculato, abuso d’ufficio e falso ideologico nella gestione dei Pisu (Progetti integrati di sviluppo urbano), una trentina di interventi finanziati con 32 milioni di euro. E un mese fa si è dimesso l’architetto Mimmo Fascella assunto al Comune neanche un anno prima per rimettere ordine dopo lo scandalo dei Pisu: se n’è andato sbattendo la porta e contestando le scelte urbanistiche dell’amministrazione.
La Matera «nuova» cresce sfiorando altezze da capogiro e sfoggiando architetture pretenziose. In alcune zone lo scarto provoca un sapore acido. Come in quel lembo di città che sfila verso la campagna, dove un esercito di palazzoni con i vetri a specchio sovrasta un piccolo, ordinato quartiere di edilizia popolare. Li divide una strada che qualcuno, ingenuamente, ha voluto intitolar
Marina Lecis, minuta, iperattiva, occhi brillanti sotto una cascata di riccioli rossicci, sarda trapiantata in Cadore, corrispondente da Cortina d'Ampezzo per il Corriere delle Alpi, scopre, il giorno di ferragosto di quest'anno, che circa un mese prima, il 21 luglio era stato pubblicato su Repubblica e Gazzettino un avviso che annunciava la procedura di partecipazione alla valutazione d'impatto ambientale di un'opera di cui nessuno, fino a quel momento, aveva segnalato l'esistenza. Un'opera che avrebbe stravolto l'Ampezzano e l'intero territorio di Cortina: una circonvallazione di 11,328 km, chiamata «Ss 51 di Alemagna-Variante all'abitato di Cortina d'Ampezzo».
Tutti i no della Soprintendenza
La mattina del 16 agosto si precipita in Comune dove però non riesce a farsi consegnare il progetto. Si appella al capogruppo della minoranza in Comune, Francesco De Menego, ma anch'egli non ne sa nulla. Decide allora di agire in proprio e si precipita a Venezia presso la Soprintendenza per i beni architettonici e il paesaggio per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso, dove, oltre a prendere visione della documentazione e della sintesi non tecnica della valutazione d'impatto percepisce che la Soprintendenza sta per redigere un parere tutt'altro che favorevole all'opera. Il parere avrà la data del 23 agosto. Marina Lecis ne scrive, verificando poi sul territorio gli impatti segnalati dalle osservazione della Soprintendenza che ha scritto, nudo e crudo: «Per quanto riguarda l'impatto paesaggistico della variante proposta, si rileva che questo risulta eccessivo e tale da comportare l'alterazione dei tratti caratteristici della località protetta che sono la ragione stessa per la quale l'intero territorio comunale di Cortina d'Ampezzo è stato sottoposto a vincolo, ai sensi della normativa di tutela ambientale attualmente vigente».
La Soprintendenza segnalava problemi per la galleria Zuel (impatto su frane attive, falde e biotopi), impatti paesistici del viadotto-bretella di collegamento tra lo svincolo di Cortina Sud e l'Albergo Miramonti, l'irrimediabile alterazione di una delle poche aree naturali cortinesi con lo svincolo di Cortina Sud, la compromissione della sinistra orografica e ripariale del fiume Boite con la bretella di collegamento tra Cortina Sud e la statale 48 per il passo Falzarego, la compromissione della frazione di Alverà. Lecis si reca ad Alverà per capire se la popolazione ne sa qualcosa e si rende conto che nessuno sa dell'opera.
Nel frattempo, i suoi articoli allarmano la giunta forzista di Cortina che aveva cercato di occultare il progetto. Il sindaco avvocato Giacomno Giacobbi e l'ex sindaco, ora assessore, Paolo Franceschi immediatamente invitano consiglieri comunali e stampa a una seduta di presentazione del progetto Anas. Un'ufficializzazione che non sarebbe mai avvenuta senza il lavoro della Lecis.
Nel corso dell'incontro, gli amministratori non prestano attenzione ai problemi ambientali. Si dichiarano in perfetta sintonia con il ministro Lunardi, attivo frequentatore di Cortina. Una sola idea hanno per la testa: i soldi, quei 441 milioni di euro per la realizzazione dell'opera che vanno subito reperiti nei fondi europei, collocando il progetto nell'ambito del «Corridoio 5» e nulla importa se, nella realtà, la realizzazione di quest'opera rappresenterebbe il completo sconvolgimento della valle e la negazione di alcuni fondamentali principi di metodo e analisi cui la valutazione d'impatto ambientale dovrebbe attenersi.
Il tracciato non tiene assolutamente conto dei concetti base della legge 97/1994 (Nuove disposizioni per le zone montane), i quali ribadiscono come lo sviluppo della montagna debba avvenire tramite tutela-valorizzazione delle qualità ambientali e delle potenzialità endogene dell'habitat montano e prescinde da una delle fondamentali leggi regionali del Veneto, la 11/2004 (Norme per il governo del territorio), la quale prevede il non avvio di interventi progettuali impattanti in assenza di una valutazione strategica dei piani, sulla base della Direttiva 2001/42 Ce del 27 giugno 2001. Me lo ricorda l'arch. Marco Stevanin dello Studio Terra di San Donà di Piave. Lo stesso presidente della Provincia di Belluno, Sergio Reolon, a capo di una giunta di centro-sinistra mi ribadisce che questo genere di infrastrutture dovrebbe essere pianificato sulla base di un piano strategico che, per ora, manca e che la Provincia dovrebbe varare entro 6 mesi.
Marco Stevanin, con l'avvocato Luigi Ceruti, si è posto completamente al servizio dei cittadini di Cortina insorti contro un tale scempio, grazie all'impegno ed al coordinamento di un pensionato, ex fondista, Sergio Maioni, la cui placida serenità nel porsi in posizione antagonista al potere forzitaliota e la cui costante dedizione alla salvaguardia e alla tutela del territorio, lo renderebbero degno di sfidare gli attuali, compromessi amministratori, per la carica di sindaco, nel 2007.
L'analisi ecosistemica
Maioni ha imparato molto dalla frequentazione di Lecis, Stevanin e Ceruti. Sa che il territorio interessato dall'infrastruttura, nel suo delicato equilibrio tra ambiente naturale ed ambiente antropico, disegnato dalle «Regole», non può essere esaminato e valutato prescindendo dai principi stessi della Landscape Ecology, ovvero da un'analisi ecosistemica delle relazioni dinamiche che esistono tra le fondamentali componenti naturali, aree cotonali, aree sorce-sink e l'insieme della rete ecologica. Sa che quest'inutile infrastruttura lineare, in un ambito segnato dal delicato equilibrio uomo-natura, interromperà fondamentali connessioni ecologiche, distruggerà habitat e biotopi.
Mi ricorda che il progetto non tiene conto dei numerosi impatti già esistente in valle, come il campo da golf di 18 buche di Fraina-Noulù, in comune di Cortina e della centrale idroelettrica del Rio Falzarego-Ponte di Landries. «Certo - dice - a nessuno degli amministratori di Cortina importa degli impatti cumulativi. Vedono solo la possibilità di meglio collegarsi con il corridoio europeo numero 5, sul tracciato Lisbona-Kiev, per accogliere le nuove, possibili clientele invernali ed estive dell'est».
C'è anche dell'altro. Il progetto, in sé non considera alcuno scenario alternativo, quale il ripristino della linea ferroviaria Calalzo di Cadore-Cortina d'Ampezzo-Dobbiaco o il progetto della viabilità presentato dalla minoranza in consiglio comunale, un'ipotesi di modesto impatto ambientale, teso a migliorare la circolazione nell'Ampezzano.
L'amministrazione forzista di Cortina dovrebbe ricordarsi, nel suo accecato sostenere l'infrastruttura e nel suo negarsi a qualsiasi confronto con i cittadini, del fatto che le opere più impattanti del progetto, la galleria Piè Rosà, la galleria Meleres, lo svincolo Cortina Sud, le gallerie Riva e Zuel, sono localizzate nei margini cotonali di sistemi ambientali dalla forte criticità, identificati, dal Piano regolatore generale, quali aree di interesse naturalistico: la zona umida di Noulù, il lago Marzo ed il bosco in località Fraina, la zona umida del Pisandro di Fiames, il biotopo lungo le sponde del fiume Boite.
Anche le opere di cantiere non debbono essere sottovalutate in un ambito come quello Ampezzano. Come reagirà il turismo ad almeno 6 anni di cantieri e a un feroce andirivieni di un totale di 160.000 camion che sposteranno non meno di un milione e mezzo di metri cubi di smarino? Che ne sarà della frazione di Alverà e delle residenze prossime all'imbocco della galleria sud del Piè Rosà, irreversibilmente segnate da queste opere? Cortina perderà anche il percorso storico della passeggiata Convento a Campo di Sopra, trasformata in strada di collegamento del cantiere.
Infine il problema clou, il vero problema. La geologa Maria Luisa Perissinotto della Società Terra ed il professor Rinaldo Genevois dell'Università di Padova, sottolineano la gravità delle problematiche geologiche dell'area. Genevois da 8 anni si occupa delle colate detritiche dell'area di Cortina. Ne ha censite ben 329. Le gallerie si inseriranno in questi corpi di frana. La testimonianza di Genevois che ha al suo attivo 35 anni di docenza in geologia applicata presso una prestigiosa università come Padova, non sembra interessare gli amministratori. Lui non sapeva nulla di questo progetto e sconsolato mi dice: «La soluzione, come presentata, non è buona».
1400-1600 tir al giorno
La giunta di Cortina resta indifferente, anche al fatto che se, dopo la realizzazione dell'opera, anche solo il 20% del traffico del Brennero prendesse la via della Val Punteria e della Valle del Boite, nell'Ampezzano si riverserebbe un traffico di transito di 1.400-1.600 tir/giorno. Forza Italia non ascolta neppure il commissario all'urbanistica della minoranza in consiglio, Stefano Verocai, il quale ricorda come il Consiglio comunale abbia deliberato la creazione di un gruppo di lavoro ad hoc che discutesse sulla realizzazione non di una tangenziale, ma di una strada di scorrimento. Per Verocai il progetto Anas è figlio di un input preciso della giunta: la realizzazione del parcheggio scambiatore in area Convento. Verocai confessa, anche per smentire il sindaco, che non si dispone di dati specifici sul traffico in entrata e uscita da Cortina e che una viabilità più adeguata per la valle del Boite non è certo quella disegnata dal progetto Anas.
Forse sarebbe utile che l'amministrazione di Cortina fosse meno spocchiosa, che si confrontasse con la gente, (non lo ha fatto nel corso dell'incontro voluto dai cittadini e patrocinato dalla Università Iuav di Venezia, presso il PalaVolkswagen, sabato 26 novembre,) e che si acculturasse un pochino, magari leggendo il bel libro Managing Mountain Protected Areas: Challanges and Responsures for the 21st Century, curato da David Harmon e Grame Worboys per l'Editrice Andromeda, dove sono raccolti gli atti del Convegno promosso a Durban nel 2003 dalla Uicn. I testi che il volume raccoglie rappresentano quanto di più avanzato sia stato prodotto nell'ultimo decennio dagli operatori tecnico-scientifici e dalla gestione del territorio sul tema della tutela del territorio montano, temi e problemi affrontati oggi dai cittadini di Cortina a fronte di un'opera infrastrutturale distruttiva dell'ambiente montano.
Titolo originale: New homes plan thrown into chaos – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
I progetti per costruire milioni di abitazioni in tutto il Regno Unito sono stati messi in dubbio dopo le osservazioni fortemente critiche di due importanti organismi governativi.
La notizia colpisce al cuore i piani del Labour per risolvere la crisi abitativa della Gran Bretagna costruendo case su ampie distese di campagna, e sarà fonte di grave imbarazzo per il governo.
Si devono realizzare oltre 4 milioni di nuove case in tutto il paese. Uno dei progetti nella regione orientale dell’Inghilterra – che riguarda 500.000 abitazioni – è considerato l’esempio simbolo.
Ma la Countryside Agency e English Nature in un rapporto reso pubblico questa settimana mettono in guardia sul fatto che questo piano mette “ seriamente a rischio” “ paesaggi e habitat di rilevanza nazionale”.
Se attuato il piano causerebbe “ danni significativi” degradando i caratteri del paesaggio inglese, frammentando gli habitat naturali, inducendo prelievi d’acqua con impatti insostenibili sull’ambiente.
Il rapporto è un grave colpo alla credibilità delle promesse governative di mettere a disposizione case a prezzi accessibili.
Le due agenzie complessivamente condannano il Sustainable Communities Plan del Labour, e altre politiche nazionali su cui si basano le strategie di sviluppo regionale. L’approccio governativo è “ contrario al concetto di sostenibilità”, affermano.
”Sembra [il governo] poco serio riguardo allo sviluppo sostenibile e alla tutela dell’ambiente, perché a quanto pare ritiene di poter fare progetti e poi attuarne dei pezzi. Le conseguenze sono un probabile degrado della qualità ambientale e di quella della vita nella regione” dice Henry Oliver della Campaign to Protect Rural England.
Ma l’Ufficio di Vicepresidenza del Consiglio difende la sua politica. “La pressione per nuove abitazioni non è determinata dal governo, ma da una popolazione in crescita e invecchiata, da più persone che abitano da sole” sostiene un portavoce. “Negli ultimi trent’anni abbiamo visto un incremento del 30% nel numero dei nuclei familiari, contro una caduta del 50% delle abitazioni realizzate. Questo non è sviluppo sostenibile”.
Il rapporto sarà allegato alla documentazione ufficiale della riunione sui piani per l’est Inghilterra, prevista dalla regional spatial strategy (RSS), che si inaugura martedì. Il progetto, il principale e il primo ad essere sottoposto a vaglio ufficiale completo, propone quasi mezzo milione di nuove abitazioni, impianti produttivi e spazi per attività terziarie, oltre a 67 piani stradali.
A livello nazionale i progetti del governo sono stati criticati per aver sovrastimato le dimensioni dell’intervento necessario, concentrando troppe costruzioni nelle già affollate zone del sud-est inglese, e per non aver insistito sufficientemente su rigidi standard ambientali, come la progettazione a basso consumo energetico.
Lo Environmental Audit Committee – dominato dal Labour – ha anche ricordato che gli impatti ambientali “meritano un’attenzione molto maggiore”.
In quest’ultimo rapporto le due agenzia, che presto si fonderanno, riconoscono “ la necessità di prevedere e localizzare costruzioni” e lodano anche alcuni aspetti di una strategia “ raccomandabile e che deve essere sostenuta”. Ma affermano anche che “ non c’è alcuna traccia” della verifica che questi progetti non possano danneggiare “ elementi ambientali di base”, e che la valutazione indipendente di sostenibilità li aveva giudicati di “ danno significativo” per paesaggi, habitat naturali e acque.
Il rapporto continua: “ Raggiungere un equilibrio implica uno scambio fra due obiettivi concorrenti, dove è necessario accettare il fatto che una perdita dal punto di vista di una componente sia necessaria per avere vantaggi un un’altra”. E aggiunge: “ Secondo gli obiettivi di crescita proposti l’effetto finale del RSS potrebbe NON [enfatizzazione degli Autori ] garantire un futuro sostenibile per la regione. Questo risultato sarebbe contrario agli obiettivi istituzionali del sistema di pianificazione ... In più le presenti agenzie ritengono che alcune delle basi del progetto non diano sufficiente conto delle questioni ambientali e di qualità della vita, e di conseguenza definiscano un contesto inadeguato su cui basare le strategie”.
Il rapporto chiede invece che le regioni valutino quanta crescita sia sopportabile dal proprio ambiente, e poi prevedano misure per la mitigazione degli impatti “ giustificati”.
”Non stiamo dicendo che non vogliamo edificazione” dice Graham Smith, responsabile di area per English Nature. “Si deve adeguare il ritmo di realizzazione, per non sacrificare un obiettivo sull’altare di un altro”.
Il gruppo di verifica indipendente, nominato dal governo, riferirà al Vicepresidente del Consiglio, che si prevede renderà pubbliche le eventuali modifiche nel rapporto finale atteso per il 2007.
Nota: il testo originale al sito del Guardian/Observer (f.b.)
Titolo originale: EL PORTAL: Laredo envisions huge retail project – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
LAREDO – il Rio Grande separa due città, una con aspettative economiche e l’altra che porta il peso dei cartelli della droga, violenti e armati. Il destino dell’una potrebbe plasmare il futuro dell’altra.
Laredo, negli Stati Uniti, progetta di realizzare un progetto commerciale da 85 milioni di dollari, con al un mall, che dovrebbe attirare clienti messicani, principalmente da Monterrey, città industriale a due ore di distanza con la più grossa percentuale di milionari del Messico.
Nuevo Laredo rappresenta la faccia messicana di questo “portale”, con 120 morti quest’anno e una quarantina di rapimenti in tempi recenti, attribuibili ai cartelli della droga.
La violenza ha devastato l’attività turistica di Nuevo Laredo.
I tentativi della città di contrastare il crimine devono avere successo, perché anche sul versante messicano del confine si realizzino i benefici economici del mall, chiamato El Portal, dice Octavio Almanza, direttore della promozione turistica a Nuevo Laredo.
“La gente qui in Messico è attratta dai centri commerciali degli Stati Uniti, perché offrono prezzi più bassi” continua Almanza.
”Stiamo facendo piccoli passi in avanti per quanto riguarda il problema della violenza, così che i clienti possano sentirsi sicuri nell’attraversare il confine a Nuevo Laredo”.
Gli investitori del Mall non hanno comunicato i marchi dei negozi con cui sono in trattative.
Comunque, gli operatori commerciali nei pressi del futuro complesso credono che sia necessario attirare grossi nomi per creare il tipo di flussi e benefici economici sperati.
Alcuni consiglieri comunali osservano però che colpisce la priorità conferita al progetto El Portal quando appena oltre confine c’è tanta violenza incontrollata.
”Speriamo che sia di vantaggio alla città, ma forse dovremmo fare qualcosa a proposito della violenza, e solo dopo iniziare a parlare di sviluppo economico” dice Joe Guerra, ex consigliere di Laredo.
Mike Garza, direttore dei servizi allo United Independent School District di Laredo, suggerisce altri modi di investimento per le risorse della città.
”Le infrastrutture mi sembrano un elemento critico. E per la violenza, c’è bisogno di più polizia per proteggerci” dice Garza.
Ma certo gli investitori non ci metterebbero milioni, se la zona non fosse sicura per i clienti, dice Allan Davidov, investitore in questo progetto e socio della Morgan Stern Realty di Beverly Hills, California.
Il piano El Portal è un investimento misto pubblico-privato rivolto ai 9 milioni di pedoni e 17 milioni di veicoli che annualmente attraversano questo punto del confine.
Il potenziale, sostengono gli interessati, comprende la rivitalizzazione del centro città, un nuovo gettito fiscale per le casse municipali, e il rafforzamento delle relazioni col Messico per lo sviluppo economico della fascia di confine.
Le costruzioni, per quanto riguarda la parte della città, sono già iniziate, e si stima una spesa di 25 milioni di dollari, che saranno pagati da emissioni garantite dai pedaggi di attraversamento del ponte. La Horizon Group Properties di Chicago, proprietaria di 10 complessi commerciali in tutto il paese, rappresenta in con la consociata Morgan Stern Realty la parte privata del progetto.
Una volta completato, il complesso commerciale metterà a disposizione circa 40.000 metri quadrati, a 50 negozi.
Nota: il testo originale ripreso dalla Associated Press, al sito Houston Chronicle ; un altro caso di "funzione anomala" dei centri commerciali riportato su Eddyburg, era quello sudafricano di Soweto (f.b.)