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Un affare da oltre un miliardo e mezzo di euro, di cui duecentocinquantamila solo per la lottizzazione del terreno della Cascinazza di proprietà di Paolo Berlusconi, fratello dell’ex premier. Questa è la speculazione edilizia che rischia di abbattersi sulle ultime aree verdi di Monza, se passeranno le modifiche alla legge regionale urbanistica volute dall’assessore lombardo al Territorio, il leghista Davide Boni. È a rischio una delle parti più belle della Brianza.

Duro scontro ieri in consiglio regionale tra Unione e Casa delle Libertà sui 868 emendamenti del centrosinistra. Che denuncia: «È una marchetta per Berlusconi in cambio della legge sulle moschee». Replica dell’assessore del Carroccio: «È solo accanimento contro la sua famiglia. Gli emendamenti? Solo una perdita di tempo». Dopo un dibattito fiume, rinvio alla prossima settimana. Ma il sindaco di Monza Michele Faglia attacca il governatore Roberto Formigoni: «La Regione vuole favorire Paolo Berlusconi. È una legge vergognosa, la fermeremo».

In Regione scoppia il caso Monza

Un affare da oltre un miliardo e mezzo di euro. Non solo i duecentocinquantamila delle nuove case alla Cascinazza del progetto di Paolo Berlusconi, fratello dell’ex premier. Questa è la speculazione edilizia che rischia di abbattersi sulle ultime aree verdi di Monza, la terza città lombarda per abitanti. Questo spiega l’interesse di molti gruppi immobiliari, che, a un anno dalle elezioni amministrative e a tre da quelle per la nuova provincia, vogliono spartirsi la torta. Poco meno di un milione e ottocentomila metri cubi di aree agricole, a ridosso da uno dei parchi più famosi d’Europa. In appartamenti, fanno cinquecentomila metri quadrati da vendere ad un prezzo tra i 2300 e i 5000 euro al metro quadro. I terreni più appetiti sono a sud ovest, nel quartiere di S. Albino, in zona San Fruttuoso-Torneamento, in viale delle Industrie, alla Cascinazza dove il piano di lottizzazione è di ben 388mila metri cubi. Un progetto che diventerebbe molto più facile con le modifiche alla legge sul territorio proposte dall’assessore regionale all’Urbanistica leghista Davide Boni.

A Monza, il rapporto tra superficie già edificata e verde, escluso il parco, la dice lunga: 4.768.900 metri quadrati contro 2.899.000. Ma la densità degli abitanti per chilometro quadrato è ancora più esplicita: 4827 abitanti rispetto ai 388 della Lombardia e i 192 di tutta Italia. Il vecchio piano Piccinato del 1971 prevedeva trecentomila abitanti. Oggi Monza, invece, ne ha solo 122.000. La superficie edificata è già il 75 per cento del totale. Da qui l’allarme del Comune. La legge urbanistica regionale, approvata sul finire della scorsa legislatura, bloccò sul nascere il nuovo piano regolatore più restrittivo. È già pronto il nuovo piano del governo del territorio, ma ora le norme della Regione rischiano di riazzerare tutto.

Ieri, la discussione in consiglio regionale è iniziata con un muro contro muro tra Unione e Casa delle libertà. Dopo un dibattito fiume tutto è stato rinviato a martedì. Il centrosinistra ha presentato 868 emendamenti, ma il centrodestra insiste. «Ora c’è una settimana per tentare di trovare un’intesa» ribadisce il centrosinistra. Secca la replica dell’assessore Davide Boni: «Il solo problema è l’accanimento contro la famiglia Berlusconi. Quegli emendamenti sono solo una perdita di tempo».

(a.m.)

Il sindaco Faglia contro il governatore "Legge vergognosa, la fermeremo"

di Andrea Montanari

Michele Faglia, sindaco di Monza, lei ha scritto il suo grido d’allarme al governatore Formigoni: le ha risposto?

«No. Formigoni sta viaggiando alto proprio perché non si vuole abbassare al confronto. Si è limitato a dire che la Regione deve tener conto dell’interesse di tutti. Le cose, però non stanno così».

Cioè?

«Il compito di fare i piani spetta ai Comuni. Io rivendico a pieno titolo che la terza città della Lombardia possa e debba pianificare il suo territorio secondo la volontà pubblica e privata. La Regione, invece, vuole andare contro il principio della sussidiarietà e contro gli stessi principi che ha affermato nella sua legge urbanistica».

Come reagirete?

«Userò qualsiasi strumento per evitare che questa macchia politica di cui si sta sporcando Formigoni abbia una ricaduta sul territorio della mia città».

Perché pensa che la Regione voglia favorire Paolo Berlusconi?

«Perché ne sono convinto. Dietro a questo provvedimento c’è una volontà punitiva nei confronti nella nostra amministrazione, che ha più volte fatto presente che non si poteva fare un intervento così sfacciato e vergognoso».

Sì, ma cosa c’entra Berlusconi?

«Ci sono dietro anche degli interessi privatistici, che con queste modifiche verrebbero facilitati».

Quali interessi?

«Quelli dei proprietari delle aree che, diventando edificabili senza più i limiti delle salvaguardia, acquisterebbero un valore di mercato molto più elevato».

Alla Cascinazza cosa può accadere?

«Che i proprietari che hanno già presentano un piano di lottizzazione pretenderanno di costruire su 388mila metri cubi sessanta condomini in un’area che oltretutto ha un vincolo paesaggistico idro-geologico».

Ma non è prevista la costruzione di un nuovo canale scolmatore?

«Non lo faranno mai. È sbagliato anche il progetto. E poi costerebbe 170 milioni di euro. Lo vedete, poi, un canale scolmatore a cielo aperto dentro a uno dei parchi più famosi d’Europa?».

Cosa accadrà nelle altre aree?

«Saremo sommersi di richieste di edificare su aree finora protette. Monza non può sopportare la saturazione delle poche aree ancora libere. Io sono stato eletto per difendere questa priorità».

In verità, l’assessore Boni l’accusa di non dire nulla su altri suoi progetti contestati, dai parcheggi alla sede della nuova Provincia.

«Sono squallidissimi argomenti, che dimostrano come Boni non sia informato. Il 93 per cento dei permessi per costruire che sono stati rilasciati riguardano esclusivamente ristrutturazioni o riqualificazioni di aree dismesse. Questo è il nostro programma».

Si spieghi meglio.

«Anche gli interventi per le nuove funzioni pubbliche interesseranno solo aree dismesse. Non abbiamo occupato volutamente un metro di aree libere. Perché Monza è ormai a un livello di urbanizzazione quasi pari al 90 per cento».

Perché Monza non ha ancora un piano regolatore?

«Ci sono stati tanti sindaci prima di me. In ogni caso, ora il piano è pronto a tempi record e la Regione rischia di nuovo di riazzerare tutto».

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Caro Direttore, desidero sottoporle alcune considerazioni - non necessariamente per la pubblicazione - su un tema rilevante trattato da l'Unità il 20-3-2004 (articolo di Maria Zegarelli sulla legge di riforma dell'urbanistica, tema poco dopo trattato anche d V. Emiliani a proposito di beni culturali). In entrambi gli articoli sembra quasi che l'urbanistica sia prevalentemente o soltanto una faccenda di paesaggio. Forse andrebbero fatte alcune precisazioni.

Innanzitutto, va detto che il tema del paesaggio, quello della urbanistica negoziale, quello (che pare dimenticato) della natura dell'urbanistica, quello del governo del territorio e quello delle modifiche costituzionali sono altamente interrelati.

Quando l'estate scorsa furono presentati a Milano in Regione i progetti di legge (Lupi FI, Mantini Margherita, Sandri Ds; il prossimo 31 marzo verrà di nuovo trattato il tema, sempre a Milano in un grande albergo, da urbanisti milanesi, dai presentatori dei progetti, e da avvocati immobiliaristi) non eravamo ancora in presenza di due grosse novità:

a) il tentativo di compattamento delle opposizioni, e,

b) la Sentenza 303 / 2003 della Corte costituzionale, che onde evitare equivoci afferma che nonostante la riforma costituzionale del 2001 parli di governo del territorio e non più di urbanistica, la materia urbanistica non è affatto scomparsa.

L'on. Mantini presentò, anche con un articolo su Urbanistica Informazioni, l'ipotesi di una operazione "bipartisan" di accordo tra il suo progetto e quello di Forza Italia. Mi chiedo se con la situazione politica successiva un "esperimento" bipartitico del genere (a meno che non sia un'ipotesi di grossa coalizione...) sia ancora di attualità, o se il progetto della Margherita non debba prima di tutto accordarsi con quello Ds.

Quanto alla legge di principi generali, mentre l'urbanistica è materia nota e una legge si potrebbe forse fare velocemente, il "governo del territorio", che comprende anche l'urbanistica insieme a tante altre cose, andrebbe studiato con calma piuttosto che precipitarsi a fare una legge generale. E si vedrebbe allora l'intreccio con temi costituzionali non ancora risolti: era questa proprio una delle materie ancora soggette a chiarimenti dopo la riforma costituzionale del 2001, anche se i tentati chiarimenti furono poi dimenticati quando dalla riforma la Loggia o poi La Loggia-Bossi si passò un pò disordinatamente a più succulente materie relative ai poteri costituzionali. E della difficile applicazione della legge 131 del 5 giugno 2003 di adeguamento dell'ordinamento repubblicano alla nuova Costituzione mai si sente parlare. Il tema tuttavia continua a non essere chiaro, e ricordiamo che persino una nota Sentenza della Corte Costituzionale, la 407 del 2002 , parlava di tematiche "inestricabilmente intrecciate" a proposito di ambiente, beni, territorio. E si sa che, a parte le differenze di opinioni e di interessi tra regioni e amministrazione statale, anche dentro a quest'ultima esistono modi assai diversi di vedere il tutto, come minimo tra gli apparati che si occupano di Ambiente, Beni (e quindi paesaggio), Infrastrutture, Difesa del suolo; nonostante la Corte invochi una "leale cooperazione" tra le amministrazioni. Inoltre, sempre a proposito di governo del territorio, non sarà da escludere che qualcuno veda nell'espressione una specie di riconoscimento di "sovranità" regionale sul territorio (sicché converrebbe trovare un altro nome). Qualche rilievo avevo fatto in una serie di osservazioni sui temi ambientali e territoriali in rapporto alla Costituzione in un mio breve corso di Giurisprudenza alla Bicocca, poi pubblicate in tre puntate di sintesi nel sito www.filosofia-ambientale.it e riprese in www.sernini.net. Ben a proposito in un'intervista a l'Unità del 12/9/2003 Campos Venuti denunciava i tentativi di "secessione urbanistica".

Del resto, anche la recente vicenda del Condono, se portato dinnanzi alla Corte con l'assunto che non si tratta di materia statale (neppure nei principi generali o qualcosa di simile) ma esclusivamente regionale, rischia di essere una zappa sui piedi: le regioni che non vogliono il condono non l'applicherebbero, tutte le altre sì, come avverrebbe per tutta l'urbanistica ove fosse esclusivamente regionale o se lo stato non potesse dettare principi di fondo. Sono immaginabili le conseguenze di questa urbanistica "differenziale", della quale avevo avvertito brevemente in uno studio del 1985.

Vorrei anche accennare al fatto che mi pare esagerato ridurre tutta l'urbanistica, come è ora di moda, ai temi del paesaggio. L'urbanistica riguarda anche e forse soprattutto gli insediamenti umani sul territorio di persone e attività, quante, dove, come, quanto dense, città e non città. Anche in Francia i poteri di pianificazione urbanistica sono locali, comunali, ma esistono norme generali, per es. circa gli strumenti di coerenza territoriale, e vi sono inoltre norme di intenzione urbanistica per l'intero paese, a durata ventennale. E anche in Inghilterra la libertà di costruire non è esente da obiettivi politici generali. Per quanto sia in voga il paesaggio, e la bellezza, e l'elogio della qualità della vita agreste, come è possibile far scomparire non soltanto gli eccessi della pianificazione ma anche le parti usuali dell'urbanistica? E l'importanza degli agglomerati urbani? Ad Amsterdam come a Londra di fanno piani, in Francia si discute se densificare Parigi, in Inghilterra si discute pubblicamente se i milioni di nuovi alloggi necessari si debbano fare espandendo Milton Keynes pianificata come espandibile o invece vadano collocati nelle zone abbandonate di una città esistente come Birmingham, e sempre in Inghilterra si discute di case dal costo sopportabile. Da noi è persino difficile sapere qualcosa delle previsioni abitative decennali delle regioni, richieste dalla legge del 1978. E per molte norme il testo Unico dell'Edilizia del 2001 sembra soppiantare la normativa urbanistica.

Certo, mi si dirà, i progetti in discussione si occupano anche di urbanistica, infatti trattano delle nuove regole negoziali, della perequazione immobiliare e finanziaria tra operatori. Ma, e qui giustamente vedo che Vezio De Lucia ha fatto dei rilievi in proposito, si può andare verso una tendenza terrificante. Se l'urbanistica è sempre meno politica, se il privato fa un vero piano urbanistico avendo però come intento non la organizzazione dell'insediamento sul territorio ma solo la valorizzazione proprietaria, sparisce l'interesse pubblico, sparisce la differenza tra giusta remunerazione della rendita e speculazione. Eppure, già l'Einaudi nel 1920 studiando il problema delle abitazioni, mentre magnificava come unico sistema valido quello liberista puro, doveva poi ammettere che a volte subentrano valutazioni politiche a modificare i modelli. Forse si vuol andare a piani urbanistici privati come si fece a Beyrouth negli ani '90, o a casi come quello del Mori Bulding nel quartiere centrale Rappongi di Tokyo, esproprio privato (oppure partecipazione azionaria!) e libera costruzione? Nella Polonia deregolata è successo che si sono costruite case in luoghi sgraditi ai ceti più ricchi ma con caratteristiche inarrivabili per i ceti più poveri. Risultato: case non occupate. E' chiaro che le nostre Società di Trasformazione Urbana, specialmente se non se ne garantisce la presenza pubblica maggioritaria, oggi che con la perequazione eventualmente funzionante si incentiva al costruire prevalentemente chi ha grandi possibilità finanziarie - e infatti sono molto presenti sul mercato le grandi immobiliari - potranno allontanare tramite l'esproprio piccoli proprietari non graditi nella zona da "abbellire": uno sfratto dei proprietari insomma. Senza che si voglia disporre almeno la regola che queste operazioni nella città abbiano inizio da zone dismesse e da zone veramente degradate. Quanto all'extraurbano (per quanto poco trovi credito tra architetti alla moda questo termine), vedremo forse i privati acquistare terreni liberi e costruirci sopra vere e proprie piccole città, di cui essi e non certo sostanzialmente i Comuni farebbero il piano urbanistico? Questa ottica privatistica trova un singolare elemento simmetrico in una iniziativa di questi giorni sùbito e forse affrettatamente magnificata da molte parti: il privato che acquista immobili "mostruosi" per poi demolirli. Se si tratta di abusivismo, ci sono già le norme sull'abbattimento, e le ammende per l'illecito andrebbero comunque portate a livelli più alti. Se si tratta di edifici che semplicemente non piacciono all'acquirente, ma furono regolarmente costruiti, mi pare un caso di arroganza proprietaria bella e buona.

Insomma, sarà una istanza ingenua, ma credo che non sarebbe male se tra tutti gli urbanisti si discutesse di tutta la materia, e poi si discutesse ampiamente tra questi e i politici, e poi questi operassero sapienti mediazioni sui progetti di legge, se possibile, oppure molti emendamenti accompagnati da un pò di supporto dell'opinione pubblica. Temi difficili, se ci si occupa solo di calcio e di TV, e se persino le riforme costituzionali - è stato giustamente lamentato giorni fa - fanno poca audience. Ma ancor più difficili se sui giornali non si spiega ampiamente tutto l'intrico.

Professor Mazza, la filosofia che ispira il testo Lupi sembra essere "più contrattazione, meno piani regolatori". Lei è d´accordo con questa impostazione?

«È una semplificazione eccessiva. Il problema è mal posto, perché l´alternativa non è tra "più contrattazione" e "meno piani" (le regole sono indispensabili), ma tra contrattazione trasparente e contrattazione opaca e collusiva, come quella che si è praticata finora nelle sedi dei partiti, delle banche, negli studi professionali, nelle associazioni sindacali e imprenditoriali. Ogni scelta urbanistica comporta una discriminazione che richiede contrattazione e accordo. Il problema, tutto politico, è quale sia il senso degli accordi, se gli accordi servano interessi particolari oppure generali».

In che modo questo testo può correggere le storture che gravano sulle nostre città?

«Nessuna legge può correggere storture che sono il prodotto dei sistemi di valori della nostra cultura e anche della cultura tecnica. La nostra cultura tecnica non sarà mai una cultura adulta sino a quando i tecnici per progettare avranno bisogno di una legge che imponga, per esempio, densità edilizie, dal momento che la loro integrità professionale non è sufficiente a impedire che si progetti con densità eccessive. Bisogna costringere tecnici e politici ad assumersi le loro responsabilità senza nasconderle dietro il paravento delle leggi».

Una delle obiezioni mosse al testo è che con la via negoziale la città non verrebbe più governata con un´attenzione unitaria.

«Se si escludono quelle di fondazione, le città si sono sempre trasformate con progetti parziali. Se un disegno complessivo è disponibile, talora i progetti parziali lo completano o reinterpretano, talora segnano uno scarto rispetto ad esso, uno scarto che può indicare l´avvio di un nuovo disegno complessivo. Il riconoscimento del carattere parziale dei processi di trasformazione urbana ricorda che il perseguimento di un disegno complessivo è ostacolato dal fatto che il disegno tende ad essere stabile nel tempo, mentre le trasformazioni sono il prodotto della dinamica di interventi settoriali e di interessi individuali. Il disegno complessivo non può essere congelato in un modello rigido come il piano regolatore, deve essere un costrutto sociale, la metafora spaziale di un programma politico che diviene un quadro di riferimento, continuamente ricostruito e reinterpretato con il contributo dei progetti parziali».

La presentazione di Francesco Erbani

L'intervento critico, di Edoardo Salzano

Una ventata neoliberista, anzi una burrasca, si abbatte sull´urbanistica italiana. Sta per giungere in porto la riforma della legge che dal 1942 regola il governo del territorio. Ed è una riforma, patrocinata dalla maggioranza di centrodestra, che spazza via alcuni dei principi cruciali della pianificazione, di ciò che regola, cioè, la trasformazione di un suolo: dove si costruisce, dove no, dove vanno fatte le strade, i ponti, i binari, dove c´è verde da tutelare, paesaggio da rispettare, dove c´è agricoltura da salvaguardare.

In primo luogo viene incrinato lo stesso principio della pianificazione, quello per cui in una città gli interventi devono essere coordinati l´uno con l´altro e rispondere a una visione d´insieme. In secondo luogo viene abbattuto il primato dell´autorità pubblica, sostituita da una serie di "atti negoziali" in cui la stessa autorità pubblica (il Comune, per esempio) è solo uno dei protagonisti di una trattativa (l´altro o gli altri sono i privati). In terzo si affida alla discrezione delle Regioni definire quali luoghi vanno pianificati e quali no.

La riforma, che nel mese di aprile viene discussa in Commissione per giungere in aula prima dell´estate, ha un padre che ha già sperimentato queste soluzioni. Si chiama Maurizio Lupi, è un deputato di Forza Italia. «Questa è una legge che fissa principi», spiega Lupi, «seguendo il nuovo dettato costituzionale che affida allo Stato poteri di indirizzo e alle Regioni facoltà legislativa». Non è vero, assicura, che tutta la pianificazione passa alla contrattazione: essa infatti si dividerebbe in due fasi, una di tipo più strutturale, che resta affidata all´ente pubblico, e un´altra di tipo attuativo, che procede invece per via negoziale.

Prima di arrivare a Montecitorio, Lupi è stato assessore all´urbanistica del Comune di Milano, dove questa filosofia della deregulation si è inverata in un documento datato maggio 2000 ed elaborato da Luigi Mazza ( che qui sotto intervistiamo), docente di urbanistica al Politecnico, professionista molto stimato e noto per le sue simpatie diessine. A Milano si è bandito il piano regolatore sostituito da un documento di indirizzi in cui sono fissati una serie di obiettivi di massima anche questi - si legge nel documento - soggetti a modifica. Per il resto tutto il futuro della città è affidato alla contrattazione fra l´amministrazione comunale e i privati (proprietari di aree, di industrie dismesse, di immobili, oppure grandi investitori). Chi vuole può presentare un progetto. Una commissione comunale lo valuta e, se lo ritiene apprezzabile e in linea con gli indirizzi fissati, lo approva. Partito di gran carriera, il sistema milanese si è però via via inaridito: da un centinaio di progetti si è scesi, negli ultimi mesi, a poco meno di una decina.

La soluzione milanese si è comunque diffusa in molte altre città, dove il vecchio piano regolatore non è stato formalmente soppiantato, ma lo si è nei fatti svuotato procedendo per progetti riferiti a singole trasformazioni, spesso in contrasto con il piano. Il modello della giunta Albertini (che raccoglieva una serie di pratiche e di leggi proliferate dagli anni Ottanta in poi) ha trovato orecchie sensibili presso amministrazioni di centrodestra, ma anche di centrosinistra (ultima in ordine di tempo la giunta di Salerno, che ha accantonato il piano redatto da Oriol Bohigas, che pure era ispirato alla dottrina della deregulation più spinta).

La legge divide gli urbanisti, incassando l´obiezione di molti ( vedi qui sotto l´intervista a Edoardo Salzano, per molti anni professore a Venezia), ma anche una tiepida adesione dai vertici dell´Inu, l´Istituto nazionale di urbanistica. Contrarie, invece, alcune associazioni ambientaliste, come Italia Nostra.

La nuova legge urbanistica? «E' il delirio di uno speculatore trasformato in legge». L'allarme sarà lanciato pubblicamente oggi - nell'ambito della giornata di Italia Nostra su «Paesaggio e tutela» - ma è da qualche tempo che il mondo degli urbanisti è entrato in agitazione per quel che sta accadendo in parlamento, e in particolare nella commissione ambiente. Che si appresta a partorire una legge considerata mostruosa da gran parte degli urbanisti e salutata con favore dello stato maggiore dei costruttori (Confedilizia benedicente); una legge il cui fulcro è la sostituzione degli «atti autoritativi» con quelli «negoziali»: in sintesi, l'ingresso ufficiale degli interessi privati nella sede di definizione dei piani urbanistici, quelli che una volta dovevano tutelare l'interesse generale. Proprio oggi scade il termine per la presentazione degli emendamenti, in commissione ambiente, al «testo unificato» sul governo del territorio. Padre della legge è Maurizio Lupi, ciellino confluito in Forza Italia sin dagli esordi del partito Mediaset, già assessore all'urbanistica a Milano e ispiratore anche della legge urbanistica in via di approvazione in Lombardia. E del «modello lombardo» - una vera fonte di ispirazione, così come è successo per la sanità e la scuola - la nuova legge è l'applicazione fedele, a livello nazionale. In primo luogo, si stabilisce che il «governo del territorio» spetta alle regioni, salvando per lo stato centrale solo «gli aspetti direttamente incidenti sull'ordinamento civile e penale, sulla tutela della concorrenza nonché sulla garanzia di livelli uniformi di tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali». Il potere legislativo delle regioni avrebbe così assai scarse limitazioni, denuncia Italia nostra che vede nella proposta di legge la sostanziale smentita dell'articolo 9 della Costituzione («la Repubblica tutela il paesaggio»).

Quanto agli strumenti per «governare il territorio», il successivo articolo 4 della proposta di legge non lascia dubbi, enunciando sin dal titolo quel principio-cardine del «modello lombardo» che è la sussidiarietà tra pubblico e privato. E se in materia sociale questo vuol dire lasciare allo stato solo i rifiuti che il mercato lascia dietro di sé, in materia urbanistica la sussidiarietà alla lombarda si traduce facendo sedere i costruttori e i soggetti privati forti alla scrivania dove si progetta la città: «Le funzioni amministrative sono esercitate in maniera semplificata, prioritariamente mediante l'adozione di atti negoziali in luogo di atti autoritativi, e attraverso forme di coordinamento tra i soggetti istituzionali e tra questi e i soggetti interessati, ai quali va riconosciuto comunque il diritto di partecipazione ai procedimenti di formazione degli atti». Chi sono questi «soggetti interessati»? «Siamo in Italia, non in Olanda. Qualcuno può pensare che, quando si parla di `soggetti interessati' ci si riferisca al cittadini e alla cittadina? Qui tutti sanno che si tratta della proprietà immobiliare», scrive Edoardo Salzano sull'Archivio di studi urbani e regionali (n. 77/2003, che contiene un esteso dibattito sulla riforma urbanistica in discussione). E che i «soggetti interessati» siano quelli che hanno «voce e potere», come dice l'urbanista Francesco Indovina, lo conferma anche la relazione di accompagnamento al disegno di legge.

«E' un testo terrificante», sostiene Vezio De Lucia, che descrive così l'effetto della legge a regime: «il governo del territorio non sarebbe più nelle mani dei poteri istituzionali, ma sarebbe affidato ad `atti negoziali' tra tutti i soggetti interessati, cioè i proprietari fondiari». Il trionfo dell'«urbanistica contrattata», inaugurata per l'appunto nella Milano da bere e in quella del decennio successivo. Tra gli urbanisti l'allarme è diffuso. «Mentre tutte le regioni stanno legiferando, una legge quadro dovrebbe indicare i princìpi generali, questa non lo fa e allo stesso tempo dà persino un accesso di potere alle regioni», commenta Indovina. Intanto la Lombardia marcia da sola verso la sua legge, in attesa della sua consacrazione su scala nazionale.

«Personalmente sono per la revisione del progetto Mose e per la reintroduzione dei finanziamenti della Legge Speciale. Credo che il nuovo governo debba cambiare subito rotta rispetto al precedente e ascoltare la città, mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale». Proprio ieri è stato nominato dal premier Romano Prodi viceministro ai Trasporti. Il veneziano Cesare De Piccoli, ex vicesindaco ed europarlamentare della Quercia, segretario regionale Ds, è l’unico viceministro veneto. Le competenze del suo ministero toccano da vicino Venezia. Il porto, Marghera, il passante e il comitatone. Dove siede il ministro Bianchi, che potrebbe però delegare il suo vice veneziano a occuparsi di salvaguardia. De Piccoli annuncia cambiamenti.

Da dove si comincia?

«Vanno create subito le condizioni per recuperare un rapporto con la città, come annunciato da Prodi, Rutelli e Fassino».

Il sindaco Cacciari ha già chiesto alcune cose.

«La prima mi pare che sia la necessità di tornare a finanziare la Legge Speciale, magari riducendo i soggetti che ricevono fondi. Negli ultimi anni il Comitatone è stato svuotato di poteri e i soldi che arrivavano in città erano solo quelli residuali del Mose».

La seconda è la revisione del progetto Mose.

«Io condivido pienamente il contenuto del documento del sindaco Cacciari. Auspico che possa raccogliere il più ampio consenso in Consiglio comunale».

Qualcuno dice che ormai è troppo tardi per fermare i lavori.

«Io ho le mie opinioni, non le cambio adesso che ho qualche grado in più. Sono per la revisione di quel progetto che secondo me ha tra l’altro gravi ripercussioni sulla portualità».

Per modificare il progetto bisogna chiedere di fermare i lavori. Lei è favorevole alla moratoria?

«Non spetta a me decidere ma al ministro Di Pietro. Ma credo si debba fare in tempi molto stretti una verifica a tappeto dello stato dei lavori e dei cantieri. Un monitoraggio attuato da persone competenti e indipendenti per capire se si è entrati nella fase irreversibile o le modifiche sono ancora possibili».

Una richiesta che il Magistrato alle Acque e la Regione hanno fin qui ignorato.

«Credo sia nell’interesse di tutti, senza avviare inutili bracci di ferro, seguire questa linea. Lo stesso Consorzio dovrà collaborare a questa richiesta».

L’ultimo Cipe una settimana prima delle elezioni, ha affidato al Consorzio altri 380 milioni di euro.

«Mi risulta che manchino i provvedimenti attuativi».

Da lei dipendono anche i Porti. L’attuale presidente Zacchello ha detto che il Mose non interferisce con l’attività portuale.

«Noi abbiamo studi diversi. E’ vero che il Porto in questi mesi non ha assunto iniziative su questo tema. Da parte del nuovo ministro ci sarà invece il massimo di attenzione, con l’auspicio che l’Autorità portuale prenda atto che le cose sono cambiate, e ci offra tutto il suo contributo».

Il processo di miglioramento delle condizioni di vivibilità della città di Roma fu, in primis, avviato dal Sindaco Petroselli (1979-81) che, primo tra tutti i precedenti sindaci, iniziò ad affrontare il tema delle periferie e proseguì con l’invenzione dell’Estate Romana voluta da Renato Nicolini. Processo, questo, ripreso e sviluppato dalle successive amministrazioni Rutelli e poi Veltroni. Una città fino ad allora provinciale legata all’immagine (voluta dalla DC) di capitale religiosa, oggetto di saccheggio edilizio e di dominio incontrastato della rendita fondiaria (vero ed unico motore dell’espansione della capitale fino ad allora), iniziò a diventare una metropoli moderna basata sullo sviluppo industriale e sul decentramento dei poteri. Pochi forse ricorderanno che prima dell’esperienza dell’estate romana la città era, di notte, un deserto sociale, inospitale e perfino pericoloso. Le due amministrazioni menzionate hanno avuto entrambi due grandi meriti che di seguito tenterò di illustrare e che oggi è necessario sottoporre al vaglio di una riflessione critica se si vuole procedere nella direzione della costruzione di una autentica modernità.

Il primo merito è quello di aver avviato la trasformazione di questa “vecchia città di provincia” in una metropoli moderna. Le scelte, le decisioni che hanno portato a questo sono note: iniziative culturali di livello internazionale, progetti e rifacimenti di strade e piazze di un centro storico fino ad allora troppo monumentale e museizzato (ma scarsamente accessibile ai più), tentativo di inclusione nella vita della città delle grandi periferie fino ad allora relegate a rango di dormitorio urbano, rottura della storica alleanza tra amministrazione e poteri legati alla rendita, autonomia dei rapporti con la Città del Vaticano. La successiva nascita dei Municipi ha conferito alle periferie la dignità di “città nella città” avviando esperienze anche significative di partecipazione diretta degli abitanti alle scelte urbanistiche e dell’abitare. Ci sono stati anche momenti di aspre critiche e di opposizione come, ad esempio, quelle alla celebrazione, a Roma, delle Olimpiadi, poi del Giubileo, sul sottopasso a Castel S. Angelo e, più di recente, quella legata alla prima ipotesi di Piano Regolatore sotto l’amministrazione Rutelli.

Il secondo merito è stato quello di aver tentato di sottrarre, soprattutto attraverso la redazione del Piano Regolatore, lo sviluppo edilizio dalle mani di poche famiglie di costruttori e di aver tentato di guidarne gli esiti (non senza qualche vistosa contraddizione) verso la realizzazione di spazi pubblici da restituire alla città e ai suoi abitanti. A questi due meriti va aggiunto quello della buona amministrazione e del buon governo. Cose queste, non da poco considerato che questa città era diventata famosa (come documenta Italo Insolera nei suoi libri sulla storia di Roma moderna) come “Capitale infetta” o “Roma ladrona”, comunque città del saccheggio edilizio e della rendita fondiaria; in una parola, la città degli immobiliaristi e dei palazzinari che, in tempi non troppo remoti, riuscivano a condizionare pesantemente le scelte e le decisioni delle amministrazioni elette.

Queste, seppure descritte in maniera forfettaria, le premesse alla base della nascita oggi di quel laboratorio ed esperimento politico-urbano cui è stato dato il nome di “modello romano”. Di questo si parla da tempo e da più parti come esempio di un’esperienza, e di una pratica politica la cui validità autorizzerebbe a esportarne e a diffonderne l’esperienza all’intero Paese. Forse è d’obbligo fare qualche riflessione anche perché il “modello romano”, per bocca dei suoi stessi sostenitori, si presta a differenti interpretazioni e contraddizioni.

La città moderna (che meglio sarebbe chiamare “contemporanea”) è al tempo stesso, per usare le espressioni di Marc Augé, città-mondo e mondo-città. Città mondo perché in essa si ritrovano tutte le contraddizioni sociali e i conflitti che attraversano il pianeta, primi fra gli altri, quelli connessi all’esclusione, alla povertà, all’ineguaglianza. Mondo-città perché l’intero pianeta tende ad essere progressivamente urbanizzato e già oggi quello urbano costituisce l’unico modello di vita. Tornando alla prima immagine (la città-mondo), la città contemporanea produce conflitti aspri e tutt’altro che facili da affrontare: immigrazioni, confronti etnici, esclusione, disoccupazione, marginalizzazione, paura, insicurezza, clandestinità, povertà. Affrontare questi temi significa affrontare la questione del futuro della città moderna e forse dell’intera comunità vivente. Deve essere essa città dell’accoglienza, dell’incontro, dell’essere-insieme-tra diversi (in-between), di una nuova civiltà multietnica e meticciata, luogo della convivenza pacifica, o…cosa? Non è una domanda scontata. Per esempio alcuni ritengono che anche le nostre città sono in competizione tra loro e che per sopravvivere occorre inseguire il treno del modernismo dilagante e i miti e riti del liberismo (marketing urbano, restyling, ecc.). Le città, insomma, sono in questa visione equiparate a vere e proprie merci da esporre nella vetrina-mondo.

Rispetto a queste visioni alternative occorrerebbe riflettere sulle azioni da intraprendere.

Inseguire la politica dei grandi eventi rischia, quando essa diventa “ossessiva”, di oscurare i conflitti latenti e di trasformare i cittadini in sudditi gaudenti che si muovono da una parte all’altra della città consumando quegli stessi eventi proprio come si consuma una pizza o una cena in un ristorante di Trastevere. Penso che le istituzioni e le amministrazioni urbane non dovrebbero limitarsi al solo buon governo (intendiamoci, obiettivo tutt’altro che trascurabile!); esse dovrebbero avere un ruolo attivo di agenti che responsabilizzano i cittadini; possedere, insomma, un’anima e una volontà educante. La governance (brutta parola) è proprio quella capacità di regolare le relazioni sociali producendo senso attraverso la progressiva estensione dello spazio pubblico. La partecipazione non è assemblearismo né un processo inconcludente né pura tecnica di costruzione del consenso o eliminazione del conflitto e neppure un’azione una tantum. Essa dovrebbe essere uno stile di governo, un metodo attraverso il quale correggere errori e produrre senso.

E’ stato vantato che la città di Roma produce un Pil in crescita assai più di quello nazionale. Ebbene forse bisognerebbe educare i cittadini anche a un’idea diversa di ricchezza che abbia a che vedere con l’incremento dei beni comuni, con l’uguaglianza, con la solidarietà, con la reciprocità. Se il successo di una città viene identificato esclusivamente con il suo Pil, allora continueremo a restare inchiodati all’ossessione della ragioneria contabile e a quella della compatibilità finanziaria.

Il plebiscitarismo e il cesarismo sono forme anomale e degenerative della moderne democrazie. Esse deresponsabilizzano i cittadini e ostacolano la costruzione di una cittadinanza attiva. Quest’ultima dovrebbe esercitare un ruolo di vigilanza continua dei partiti prospettando loro il rischio di ritiro della delega qualora i rappresentanti eletti smarrissero per strada le promesse fatte ai loro rappresentati. La cittadinanza attiva, a nostro avviso, non deve fare competizione ai partiti tradizionali né tanto meno proporsi di sostituirli. Sarebbe un errore grave, un cortocircuito del difficile rapporto, sempre instabile, tra rappresentanti e rappresentati. Non c’è bisogno di nuovi partiti, c’è invece bisogno di una cittadinanza vigile che sappia tenerli sulla corda e mantenga alto il livello del confronto e anche del conflitto (il conflitto è sempre salutare alla democrazia e non va confuso con l’aggressione o la ricerca di supremazia). L’eccesso di ecumenismo può essere anch’esso un filtro oscuratore della sofferenza di coloro che non hanno ascolto e voce per difendere i propri diritti, ma che non appartengono al popolo-che-partecipa. C’è sempre da tener presente il lato oscuro e contraddittorio della partecipazione, quello secondo il quale per ognuno che accede ai luoghi delle discussioni e delle scelte qualcun altro rimane escluso.

Sulla seconda questione che ha visto impegnata l’amministrazione Veltroni, ovvero quella del Piano Regolatore, non mi trattengo sia per ragioni di spazio, sia perché mi sembra una questione ancora aperta i cui esiti sono anche in parte legati alle iniziative locali dei Municipi che potrebbero mitigare e orientare le scelte capitoline attraverso un maggior coinvolgimento delle comunità locali.

In conclusione, prima di pensare ad esportare l’esperienza romana occorre aprire un dibattito che abbia un grande respiro.

Il meccanismo di partecipazione ampia che va (come ha osservato Sara Menafra, Il Manifesto del 25.06, p.3) da Mastella a Nunzio D’Erme non garantisce tout court, di per sé, che questo esperimento produca esiti necessariamente positivi per i motivi che sopra accennavo. L’eliminazione dei conflitti, il trasversalismo e il relativismo politico, visione secondo la quale ogni opinione vale quanto qualsiasi altra, in base a una distorta interpretazione della libertà di giudizio, sterilizza le passioni anziché costituire uno stimolo alla vigilanza e al confronto continuo. Può, insomma, addormentare le coscienze anziché renderle vigili. Resta, a mio avviso, invece aperta la questione di quale debba e come debba realizzarsi una convivenza tra diversi che apra la prospettiva di costruzione di una autentica modernità.

Postilla

Condivido gran parte dell’analisi di Enzo Scandurra, e la sua proposta: il suo invito a riflettere criticamente sul “modello romano” prima di imitarlo. Vorrei riprendere un punto del suo ragionamento e, a partire da questo, sottolineare una carenza del suo intervento: rilevare, e tentar di riempire, un silenzio che non comprendo.

Scandurra osserva, giustamente, che è un errore assumere il PIL come la misura del successo, e sostiene la necessità di “educare i cittadini anche a un’idea diversa di ricchezza che abbia a che vedere con l’incremento dei beni comuni, con l’uguaglianza, con la solidarietà, con la reciprocità”.

D’accordo, pienamente d’accordo. Ma vorrei osservare che il PIL di Roma è gonfio, rispetto a quello di altre regioni, anche perché esso è carico di due voci attive nella bilancia ragionieristica dell’economia data, che invece, nella bilancia degli interessi generali e dei “beni comuni”, rappresentano dei passivi. Due passivi sociali, culturali, ambientali e anche economici, già oggi pesantissimo l’uno, già minaccioso l’altro: mi riferisco alla quota del PIL derivante dal settore immobiliare e quella relativa al turismo. Di quest’ultimo bisognerebbe cominciare a preoccuparsi per “governarlo”, prima che sia troppo tardi: e una politica che si affidi alla sua generica espansione, come mi sembra quella auspicata da Veltroni, non sembra promettere se non nuvoloni di disagio e degrado. Ma a me interessa soprattutto l’altro passivo: quello rappresentato dal forte premio dato dal Comune alla valorizzazione delle proprietà immobiliari, e in particolare fondiarie, con il nuovo PRG.

Senza forzare troppo le cose si può dire che, nel PRG, il motore è la rendita immobiliare. Altrimenti non si spiegherebbe perché ulteriori 15mila ettari saranno sottratti all’Agro romano; perchè in tanti quartieri si documentano scambi simoniaci tra dotazioni pubbliche, cui si è rinunciato, e incrementi di cubature edificabili, con cui si è gratificata la proprietà immobiliare; perché si sia accreditata la tesi, perversa e menzognera, che il piano regolatore attribuisca “diritti edificatori” che devono comunque essere riconosciuti.

Se vogliamo discutere seriamente il “modello romano”, il PRG non possiamo proprio trascurarlo, caro Scandurra. E dobbiamo domandarci se siano effettivamente tramontati i tempi in cui il “dominio incontrastato della rendita fondiaria” era il “vero ed unico motore dell’espansione della capitale”, o se non prosegu, in forme certamente più colte di quelle praticate trent’anni fa, e più accattivanti (come testimonia il fatto che le critiche al PRG sono rientrate nel momento decisivo)

Malattia senile della storia dell'arte, il benculturalismo è un morbo che non perdona. Se attacca le vecchie care antichità e belle arti le trasfigura in quattro e quattr'otto in beni culturali, con conseguente metamorfosi in giacimenti culturali (detti anche petrolio d'italia), e finale metastasi in Patrimonio Spa (non senza qualche postumo di partiti della bellezza, lacrime di esteti e riunioni di dame).

Se penetra in una facoltà di Lettere, provoca l'irrefrenabile divorzio dell'arte dalla letteratura e dalla storia, generando il tipico delirium tremens per cui Omero, Virgilio, Shakespeare e Dante non sono “beni culturali, bensì roba da letterati (i quali, a loro volta, sono invitati a ignorare Fidia, Masaccio e Rembrandt), e qualche nozione di chimica degli arricci o di legislazione del Molise è molto più importante del Foro romano e di Tiziano.

Se affligge le accademie, suscita oscure lotte intestine fra storici dell'arte e archeologi, che si accusano a vicenda di improbabili protagonismi di cui nessun altro si accorge.

Se si insinua in un'aula di giurisprudenza, in un Consiglio di Stato, in una Costituzione, l'epidemia non solo intacca ogni più riposta piega del patrimonio culturale, ma lo spedisce senza tanti complimenti al lazzaretto, e invece di curarsene lo taglia a fette discettando di come la tutela nulla abbia a che vedere con la valorizzazione, per non dire della gestione e della fruizione, ciascuna delle quali ipostasi del male genera diluvi di libri (e il lazzaretto langue), per spiegare che cosa tocchi allo Stato, ai comuni, alle regioni, ai passanti, alle zie.

Se aggredisce assatanati assessori, ingenera i tristemente famosi, e contagiosi, secessionismi del cavolo, trascinando (per esempio) l'intera Sicilia fuori dell'orbita nazionale e vietando ai locali funzionari di trasferirsi oltre lo Stretto (con o senza ponte), e viceversa.

Se entra in un museo, perverte ipso facto la lingua: le ovvie librerie si trasformano per incanto in esotici bookshops, le cose che al Louvre o al Metropolitan sono ordinaria amministrazione del museo diventano servizi aggiuntivi, persino il giubileo del 2000, ampiamente concluso da Santa madre chiesa che già prepara il prossimo, ancora persevera nella perpetuazione dei'”giubilari', personale precario assunto allora e incollato in perpetuo alle - (miserevoli) retribuzioni e mansioni, in attesa dell'immancabile ope legis.

Se imperversa nel merchandising, annienta in un fiat il glorioso artigianato italico e produce caterve di repellenti ninnoli kìtsch (saranno servizi aggiuntivi, ma al pessimo gusto).

Se ammorba un ministero, produce immediata e immarcescibile moltiplicazione di poltrone, direzioni generali, consulenti a vuoto (e a perdere) e senatori di pura razza equina da far invidia a Caligola, allunga i corridoi e le anticamere dissanguando soprintendenze e musei, innalza l'età media degli addetti sospingendoli allegramente verso la depressione o la pensione senza sognarsi di sostituirli. E mentre i laureati in Beni Culturali ingrossano le liste dei disoccupati, la loro benemerita Facoltà ne genera altre.

Per ora Scienze del Turismo, ma sono in vista Teoria della Scampagnata, Epistemologia del Weekend, Gnoseologia del Picnic e altre scienze esatte, con relative classi di laurea, crediti, cattedre e dipartimenti.

Ma intanto, peggior fra tutti i mali, a ogni sussulto del morbo o crisi degenerativa, a ogni innalzarsi della febbre, a ogni sintomo di lebbra, peste bubbonica, mania autodistruttiva, emorragia di fondi e di personale, delirio omicida e/o suicida, si accompagna inevitabile, ineludibile, monotona la corale liturgia, capeggiata immancabilmente dai peggiori, degli inni al Bel Paese, al paesaggio inimitabile (nel frattempo sfasciato), ai supremi monumenti (mandati al diavolo in simultanea), agli eccelsi musei (per l'intanto in rotta), alle eccezionali mostre (al 90% dannose), agli egregi mecenati (per solito pretenziosi e restii), insomma alle magnifiche sorti e progressive dei parolai, dei cincischiatori, del parlarsi-addosso.

E vi s'impegnano non solo politici e corsivisti, ma anche folte schiere di personaggi in cerca d'autore, intellettuali di complemento, dottorandi, scolaresche, venerandi ecclesiastici intenti a vendere gli ultimi candelabri. Aiuto! Il patrimonio boccheggia, il benculturalismo impera.

Ministro Rutelli, cerchiamo un rimedio? Non ci vorrà una dose massiccia (anche per endovena) di articolo nove della Costituzione?

Qual è la formula per far rinascere una città industriale in declino? Primo: identificare un quartiere degradato. Secondo: spingere una comunità di artisti a trasferirsi lì. Terzo: far sì che giornali e televisioni ne parlino, in modo che la zona diventi rapidamente di moda. A quel punto i bar e i ristoranti si moltiplicheranno, i borghesi ricchi cominceranno a popolare le strade, i prezzi saliranno.

Richard Lloyd, sociologo alla Vanderbilt University di Nashville, in Tennessee, dice che questo modello sta diventando fondamentale per lo sviluppo di quella che definisce l''economia dell'estetica', cioè di un'economia post-moderna basata sempre più sulla cultura e sulla creatività. Per sostenere questa tesi, Lloyd ha scritto un libro -'Neo-Bohemia: art and commerce in the post-industrial city' - per descrivere il ruolo crescente che le culture artistiche giovanili giocano nel capitalismo post-moderno.

La 'Neo-Bohème' di cui parla Lloyd è assai diversa dalla Bohème della Parigi del 1840, quando Henri Murger coniò il termine per descrivere una cultura ribelle che faceva scandalo. Lloyd, che ha a lungo studiato l'evoluzione di Wicker Park, un quartiere di artisti di Chicago, applica le sue idee a tutte le città moderne che hanno visto rapidamente svanire le ciminiere e al loro posto nascere un'economia basata sui servizi avanzati. Secondo lui oggi i giovani artisti alternativi sono diventati i portatori d'acqua, e di idee, della nuova economia post-moderna.

Nel suo libro Lloyd, intellettuale trentenne che porta l'orecchino e mostra grande empatia nei confronti delle nuove culture ribelli, rielabora il concetto di 'classe creativa' inventato alcuni anni fa da Richard Florida, sottoponendolo a una dura critica. Lo abbiamo intervistato.

In che modo la Neo-Bohème di oggi è diversa dalla Bohème della Parigi di Baudelaire?

"I quartieri degli artisti di oggi sono molto simili a quelli del passato. Come allora, per esempio, si trasformano rapidamente in zone per ricchi. Ma oggi questi quartieri giocano un ruolo più importante nell'economia urbana. Sono laboratori di ricerca e sviluppo per la produzione dell'economia dell'entertainment, dei media, della pubblicità, dei lavori legati all'estetica".

Lei ha studiato soprattutto il caso di Chicago.

"Chicago è una città importante per capire i cambiamenti in corso. Fino a vent'anni fa era il prototipo della metropoli industriale: produceva acciaio ed era il centro del commercio del bestiame. Ma ha dovuto reinventarsi: oggi produce soprattutto cultura, finanza e tecnologia. E in questo contesto i quartieri della Neo-Bohème, come Wicker Park, giocano un ruolo nuovo".

Che caratteristiche hanno questi quartieri?

"Sono aree per loro stessa natura candidate a diventare punti di attrazione dell'estetica post-industriale. Hanno ampi locali che possono essere usati come loft dagli artisti, o come gallerie, night club, coffee shop. Questi quartieri sono in costante cambiamento. Una volta che un quartiere viene identificato come 'area artistica' il suo momento magico è già finito, i prezzi salgono, i nuovi artisti non possono più andarci a vivere e devono inventare un nuovo posto creativo".

Come è successo a Manhattan nel Greenwich Village e a Soho...

"Certo. Oggi gli artisti non possono più permettersi di vivere lì. Come non possono più vivere nel Quartiere Latino, a Parigi. Ma sopravvivono gallerie d'arte, spazi per le performance, bar e coffee shop. E queste 'istituzioni' offrono opportunità di lavoro agli artisti, che infatti lavorano come barman o come camerieri e questo costituisce una delle parti più importanti di questo processo. Il successo di Williamsburg a New York dipende dalla metropolitana veloce che trasporta gli artisti in pochi minuti nel Village, dall'altra parte dell'East River. Non si può capire la vita degli artisti contemporanei senza studiare l'industria dei bar, perché è qui che la maggior parte degli artisti lavora".

La Neo-Bohème è un fenomeno americano oppure mondiale?

"Non credo che sia solo americano, né solo occidentale. Mi sono chiesto se esista anche in città come Bombay. Ma penso di sì. La Neo-Bohème è un fenomeno legato alla transizione dall'economia industriale a un'economia sempre più basata sulla produzione di immagini e cultura. E questo è un fenomeno generale".

Un esempio europeo?

"Un paio d'anni fa, durante un soggiorno in Olanda, lessi un giornale che si chiedeva perché molti artisti oggi preferiscono Rotterdam, città dell'industria e del porto, ad Amsterdam, più affascinante e cosmopolita. È evidente che oggi i creativi convergono a Rotterdam proprio per certi tipi di spazi post-industriali - i capannoni dismessi per esempio - che fino a ieri sembravano anacronistici e che invece sono diventati il centro di nuove attività. Gli artisti sono attratti da questi spazi, li colonizzano e li fanno tornare alla vita".

Torniamo agli artisti-baristi: che cosa c'entrano con l'economia post-industriale?

"Esattamente come avveniva ai tempi della vecchia Bohème, gli artisti non producono solo opere d'arte, ma offrono anche se stessi come opera d'arte. Gli artisti sono vistosi, creativi, anticonformisti, hanno la capacità di creare tendenze. E nei bar, nei ristoranti, nelle gallerie d'arte, dove passano gran parte del loro tempo, riescono a creare l'ambiente giusto. Chi va a mangiare al Greenwich Village, o a Soho, o al Wicker Park di Chicago, va lì proprio per consumare questa atmosfera alternativa, e una delle esperienze che vuole vivere è avere un cameriere con i capelli rosa e il piercing al naso".

Così i giovani artisti diventano attrazioni per turisti?

"Non solo per turisti. Anche per molti cittadini di New York, o di Chicago, perché molti residenti, soprattutto i più istruiti, usano la loro città come fossero turisti. Certo non vanno a visitare la Statua della libertà o l'Empire State Building, ma vanno nei locali underground dove il clima è creato proprio dalle persone che ti servono un drink".

Questo ambiente di nuovi bohémien americani è sempre influenzato dalla cultura europea?

"Certamente. La nuova Bohemia mantiene fede alle sue origini europee, anche se ha caratteristiche meno intellettuali, rispettando una certa tradizione americana".

Lei sostiene che la Neo-Bohème è associata alla nostalgia, la noia, l'ansia. Ne parla come se fosse uno stato della mente.

"Baudelaire e gli Impressionisti sono stati così importanti perché il loro apparire ha coinciso con l'esplosione della metropoli moderna. Sono stati i primi a fare della metropoli il centro dei loro progetti estetici. La Bohème è sia un posto sia uno stato della mente. E queste due cose si rafforzano l'una con l'altra. Le persone che vivono queste esperienze credono nell'arte per amore dell'arte, riconoscono il primato dell'esperienza, hanno la volontà di fare grandi sacrifici personali per ottenere i risultati voluti. Chi abita in quei posti vive un'avventura collettiva che aumenta la creatività di tutti. Stare in quei posti produce uno stato della mente, un senso di sé. Un giorno una di queste persone mi disse: "Dal momento in cui mi sono trasferito a Wicker Park sono diventato un artista di Chicago". E la stessa cosa si può dire di certe zone di Manhattan e di altri posti che sono diventati dei marchi che identificano le persone che ci vivono".

Come possono i nuovi bohémien essere allo stesso tempo dei ribelli e un ingranaggio fondamentale nello sviluppo della new economy...

"Molti giovani artisti non si identificano con la logica capitalista. Rifiutano i lavori da impiegato nelle grandi aziende perché lo ritengono un insulto alla loro sensibilità di artisti. Vogliono vivere poveri e senza certezze, magari drogarsi e costruire la loro avventura senza legami. Ma si tratta di un'eredità del passato inadeguata al mondo di oggi. Questi giovani vanno alla ricerca della libertà personale e della creatività e poi si trovano incatenati a fare lavori in subappalto per aziende di Internet design, e lavorano 12 ore al giorno per produrre spot pubblicitari della Nike".

Richard Florida sostiene che oggi il successo delle città dipende dalla capacità di attrarre la 'classe creativa'. E i quartieri artistici, con la loro effervescenza e la loro tolleranza, sono un ingrediente fondamentale. Cosa la divide da Florida?

"Non sono altrettanto ottimista. Florida pensa che la classe creativa abbia ampia libertà e grande potere sociale. Credo che sbagli. Secondo me molti di questi artisti restano fregati in questo processo. E con loro, anche molti altri. Florida dice che la classe creativa costituisce il 30 per cento della popolazione. E l'altro 70 per cento? Chi paga il prezzo dei privilegi della classe creativa?".

Chi paga?

"Economia globale non significa solo spostare nel Terzo Mondo le attività produttive che avevano sede a Chicago. Significa anche che nelle fabbriche dismesse oggi lavorano grafici e artisti del web che offrono il loro talento ad aziende come la Nike che così trae beneficio da entrambi i lati: da una parte sfruttando il lavoro a basso costo dei lavoratori del Terzo mondo, e dall'altra quello dei creativi di casa nostra. Mi chiedo quali siano i costi sociali di questo fenomeno. Florida ritiene che la vecchia nozione della proprietà dei mezzi di produzione sia superata perché secondo lui la nuova classe dominante è la classe creativa. Ma io sono scettico sul reale potere sociale di questa classe. Ha grande utilità sociale, ma scarso potere sociale".

Lei oggi dice che le aziende del nuovo capitalismo tendono a incorporare le idee dei giovani artisti alternativi. Un po' come ieri l'industria musicale ha incorporato la musica dei neri...

"Credo di sì. Nel dopoguerra la società americana era diventata ricca ma rischiava di diventare sterile. Gli artisti beat furono i primi a ispirarsi alla cultura nera, in particolare al jazz, vedendolo come un'espressione culturale genuina. Nel 1950 Norman Mailer scrisse un articolo intitolato 'White Negro', negro bianco, per descrivere come gli intellettuali bianchi, per avere successo, dovevano ispirarsi alla cultura dei neri, che proprio perché appartenevano agli strati marginali della società erano liberi di esprimersi in modo istintivo. Oggi le aziende si ispirano ai giovani della nuova Bohème".

Titolo originale:Second-home owners are among the most selfish people in Britain – scelto e tradotto per Eddyburg da Fabrizio Bottini

Quale maggior fonte di ingiustizia, del fatto che alcune persone non hanno casa, mentre altre ne hanno due? Eppure il commercio vampiro di seconde case continua a crescere – del 3% l’anno – senza alcuna interferenza del governo o da parte della coscienza dei compratori. Ogni acquisto di seconda casa priva un altro della prima. Ma parlar chiaro di questo significa qualificarsi come guastafeste e saccente.

Se si va a Worth Matravers – quel villaggio di bomboniere nel Dorset dove il 60% delle case sono di proprietà di fantasmi – non si trovano orde di homeless accampate sui marciapiedi dentro a scatole di cartone. Il mercato non funziona in questo modo. I giovani del villaggio, che non riescono a comprare qui, si sono spostati, contribuendo ad aumentare le pressione abitativa altrove. L’impatto del mercato fantasma può risultare invisibile agli acquirenti, ma ciò non significa che non sia reale. I proprietari di seconde case sono probabilmente le persone più egoiste del Regno Unito.

In Inghilterra e Galles ci sono 250.000 seconde case. In Inghilterra 221.000 persone sono classificate homeless o abitanti in ricoveri o sistemazioni temporanee (questi casi disperati comprendono il 24% della domanda di abitazione sociale). Non sto sostenendo che se trasformassimo in abitazione qualunque casa sottoutilizzata avremmo risolto il più grave problema dei senza casa. Dico solo che la condizione di senza casa è stata esacerbata dal fatto che il governo non assicura che le case siano utilizzate per viverci.

Si tratta di un problema che ha ricevuto una rara attenzione mediatica settimana scorsa quando la Affordable Rural Housing Commission ha pubblicato il proprio rapporto. Ipotizzava che si potessero tassare i proprietari di seconde case di certe aree in modo più pesante, o che fosse necessaria una autorizzazione urbanistica per trasformare un’abitazione in una casa fantasma. Queste idee, per quanto moderate e di prima ipotesi, sono state accolte con rabbia. “Se il governo adotta queste proposte” ha ruggito il Telegraph, “sarà per punire ancora gli elettori del ceto medio in base ad una cultura del risentimento piena di invidia”. Sul Guardian, Simon Jenkins ha ipotizzato che le proposte della commissione potessero negare “agli attuali proprietari il valore della proprietà e di conseguenza la mobilità per loro e i loro figli. É una folle tassa sulla proprietà applicata ai poveri rurali ... Pensare che chi porta nuovo denaro e, in molti casi, nuove attività economiche nelle campagne britanniche, sia un male sociale, è sinistrismo arcaico”.

Se preoccuparsi dei problema dei senza casa trasforma in dinosauri della sinistra, beh, alzo il mio artiglio. É vero che premere sulle seconde case diminuirà i prezzi nelle campagne, un poco. Questa è una parte della questione. Ma non è che i proprietari rurali soffrano di basse valutazioni. Il giorno prima di questo articolo, la Halifax ha proposto cifre che mostrano come la casa rurale media costi 208.699 sterline (ovvero 6,7 volte i guadagni medi annuali), mentre la casa media di città costa 176.115 sterline. Jenkins sembra chiederci di badare più ai profitti di chi è già ricco che a chi non ha altro che una scatola per dormirci dentro. É anche vero che nei fine settimana e durante la stagione estiva I proprietari di seconde case possono portare nuova attività per i negozi locali; specialmente il genere di boutique pittoresca che si affumica il proprio pesce e vende vasetti di marmellata con sopra cappelli di carta. Ma per il resto dell’anno, visto che il villaggio è mezzo vuoto, le attività muoiono.

Anche l’impatto ambientale deve essere magnifico. É già abbastanza arduo sistemare le case che ci servono nelle campagne, figuriamoci quelle finte per i frequentatori del fine settimana. Aprite le pagine di qualunque supplemento immobiliare e troverete annunci per “alloggi vacanze” in Cornovaglia, Dorset, Pembrokeshire o Norfolk. Spuntano aeroporti regionali (o tentano di spuntare) ovunque i finanzieri della City cominciano a spingere economicamente via gli abitanti del posto (chi ha seconde case all’estero fa anche più danni: un’indagine ipotizza che causino in media sei viaggi aerei di andata e ritorno l’anno). Per non parlare dei costi ambientali di mantenere due case, e senza dubbio di lasciar accese le luci di sicurezza e le apparecchiature in standby mentre si continua la vita altrove.

Per tutti questi motivi, credo che le proposte della commissione non siano sufficienti. Considerano il problema della seconda proprietà come questione locale, limitato alle aree più ambite della campagna. Non si conta il più vasto contributo di questo tipo di proprietà a produrre homeless, o alla distruzione dell’ambiente. Né si coglie il punto – quasi sempre mancato dai mezzi di comunicazione – che la maggioranza delle seconde case (155.000 su 250.000) stanno in città e cittadine, dove uomini d’affari di mezza età trasformano quella che potrebbe essere la prima casa di una giovane coppia in un pied-à-terre. Accetto il fatto che si tratti di una Commissione per la casa rurale, ma non posso fare a meno di chiedermi se per caso un riconoscimento del genere non avrebbe causato qualche turbamento a Elinor Goodman – capo della commissione- che ha una seconda casa a Westminster.

Vorrei vedere la proprietà di seconde case diventare proibitivamente costosa, ovunque si trovino. Continua ad essere più economico possedere una seconda, che una prima casa. Il governo ha ridotto la deduzione sulla tassa locale delle case fantasma dal 50% al 10%, ma pare offensive che possa comunque esistere una deduzione di qualunque tipo. Peggio, come ha sottolineato ieri una lettera al Guardian, la gente compra case da fine settimana come finti luoghi di vacanza e li usa come “attività in perdita” contro il fisco. Scappatoie del genere devono essere eliminate. Perché non applicare una tassa comunale del 500% per tutte le seconde case, che le amministrazioni locali siano obbligate a ipotecare: in altre parole a utilizzare per nuove abitazioni sociali? Non impedirebbe ai più ricchi di comprarsi altre, ma almeno chi sta ai gradini inferiori della scala sociale ne avrebbe qualcosa in cambio.

Spesso ci dicono che tasse punitive di questo tipo non funzionano, perché le coppie potrebbero registrare le case separatamente. Ma questo potrebbe funzionare soltanto per chi non è né sposato né in unione civile. Non impedisce al governo di prelevare la tassa sui capital-gains.

Il vero problema è che quasi ogni parlamentare col collegio fuori da Londra ha due o più case, e ci sono pochissimi giornalisti affermati che non stiano succhiando la vita di un villaggio da qualche parte, o un giornale che non dipenda dagli annunci immobiliari. Due settimane fa il Sunday Times ha scritto che la parlamentare del Labour Barbara Follett, proprietaria di una casa da 2 milioni di sterline nel collegio elettorale (a Stevenage), di un appartamento a Soho e altre case a Antigua e Cape Town, dichiara 76.357 di spese ai Comuni per gli ultimi quattro anni della casa londinese. Forse non è difficile capire perché i parlamentari non stanno chiedendo a gran voce che si faccia qualcosa. Venerdì, Peter Mandelson – l’uomo che dice ciò che pensa Blair – ha dichiarato a una conferenza stampa che la principale sfida del Labour è di trovare soluzione “alle ansie del ceto medio che lavora duro ... non è il vecchio territorio del Labour che abbiamo dimenticato e che si sta allontanando, ma il territorio del New Labour che occupiamo dal 1997 che è a rischio”.

In altre parole, le possibilità che il governo obblighi l’abbandono delle seconde case sono più o meno pari a zero. Ma questo non ci deve impedire di sottolineare come sia inaccettabile lasciare che i ricchi sottraggano ai poveri le loro case.

here English version

Nota: a proposito del rapporto della Commissione sulla Casa Rurale, più volte citato, su Mall articoli di Anne Perry, Beverly Goldberg, e l'intero documento scaricabile (f.b.)

Berlusconi e l’ombra lunga dell’abusivismo

di Sandro Roggio

Anni e anni vissuti nell'incredulità di un paese permeato dal berlusconismo. E chissà per quanto tempo resisterà l'onda lunga di un comportamento che è stato assunto, anche a sinistra, come esempio di modernità. Da anni assistiamo, con reazioni inadeguate, alla vicenda dei presunti abusi di Berlusconi nella sua proprietà in Sardegna, con il tira emolla della secretazione di tutto ciò che riguarda quell'area, i lavori svolti e in corso, permotivi di sicurezza che appaio risibili a qualsiasi persona di buon senso. Così nessuno ha potuto vedere le carte, custodite non si sa bene dove, per accertare se sia tutto in regola. Invece tutto è avvolto nella nebulosa dei si dice, cosa che dovrebbe preoccupare l'uomo di stato e scandalizzare l'opinione pubblica che, ci ricordano, spaccata ( anche tra quelli che reclamano legalità e quelli che pensano che si tratti di persecuzione).

L'ultimo atto di questa storia conferma lo stile dell'ex presidente. La realizzazione di un poggio artificiale che completa il quadro delle alterazioni (l'approdo blindato, l'anfiteatro, il finto nuraghe, il lago, i cactus) è quanto di più controindicato per un luogo immodificabile secondo la legge regionale. Un artificio che ha come obiettivo quello di consentire di vedere ilmare dall'alto (difficile per Berlusconi accettare che in prossimità delmare la sua vista sia talvolta preclusa). In altre epoche uomini potenti hanno realizzato artifici notevoli permeravigliare i sudditi. Ma erano altri tempi e la nozione di paesaggio - bene comune che non si può piegare ai capricci degli uomini ricchi, dovrebbe valere oggi soprattutto per i governanti.

Che la Regione voglia fare chiarezza è importante, e poco conta che i Forestali sardi siano per Berlusconi «ispettori della sinistra». Ma si diceva dell'onda del berlusconismo sprezzante delle regole. Che è arrivata a degradare il senso comune (in quanto a illeciti edilizi c'è una certa propensione). Così ad Alghero, porta del turismo a nord dell'isola, ecco una lottizzazione abusiva nei pressi di un parco naturale; a pochi metri dall'abitato, scoperta «per caso» da una pattuglia di vigili urbani. Tante case disposte su quote elevate per vedere ilmare, dicono con stupore le cronache.

Ma c'è già chi trova giustificazioni per questi reati che in altri paesi neppure si conoscono. Per questo, per provare a fermarla quell'onda che rischia di travolgere ogni cosa, bisogna valorizzare le notizie buone. Come la tassa sul lusso voluta da Soru. O come quella che riguarda la spiaggia di Is aruttas, un ambiente che il sindaco di Cabras, sempre in Sardegna, vuole preservare dall'impatto. Indicando le precauzioni: addirittura il tipo di scarpe ai 300 visitatori autorizzati giorno per giorno, per evitare di portare via poco a poco la sabbia quarzosa. Meglio scalzi, e con divieto di fumo, come si va nei luoghi di pregio e di tutti.

Regole - orrore per Berlusconi ! - che valgono per tutti, per figli di operai e figli di professionisti.

I lavori di Villa Certosa autorizzati dal sindaco

di Costantino Cossu,

Sei ulivi secolari importati dalla Spagna piantati sulla sommità di una collinetta a circondare una panchina dalla quale si domina tutto il Golfo di Marinella, uno dei luoghi più belli della Costa Smeralda. E’ l’ultimaimpresa di Silvio Berlusconi aVilla Certosa. L’ennesimo abuso edilizio?

No, secondo la polizia giudiziaria alla quale la procura della Repubblica di Tempioha affidato le indagini. Ieri sul tavolo del procuratore Valerio Ciccalò è arrivata una relazione dalla quale emergerebbe la conferma di quanto ha sostenuto fin dall’inizio l’avvocato del cavaliere, Niccolò Ghedini: gli ultimi lavori nella casa estiva di Berlusconi, a Porto Rotondo, sarebbero stati eseguiti dietro regolare autorizzazione.

Il corposo fascicolo contiene fotografie aeree, autorizzazioni, relazioni dei tecnici. Tra queste anche quella rilasciata dall’Ufficio tutela del paesaggio della Regione Sardegna il 12 luglio 2005, che parla di opere che s’inserisconoperfettamente nel contesto naturale, e quella rilasciata dall’ufficio tecnico del comune di Olbia il 18 gennaio di quest’anno, che autorizzava la sistemazione esterna con pavimento ingranito, e la realizzazione di una serra e una tettoia amovibile in legno. Per i tecnici incaricati dal magistrato il nuovo belvedere di Villa Certosa rientra nella sistemazione esterna della serra, e sarebbe un intervento di riqualificazione e recupero ambientale di un’area degradata. L’8 maggio i dirigenti del Servizio di vigilanza edilizia inviati dall’assessore regionale all’Urbanistica, alcuni ispettori del Corpo di vigilanza ambientale, i tecnici dell’ufficio antiabusi delcomunediOlbia, accompagnati da Ghedini, avevano fatto un sopralluogo all’interno della proprietà intestata dell’Idra Immobiliare, la società cui fanno capo tutte le case del Cavaliere. Ieri la consegna a Ciccalò delle conclusioni raggiunte.

Spetta ora al giudice decidere che fare. Le autorizzazioni sono dunque arrivate da due organi tecnici, uno del comune di Olbia, l’altro della Regione Sardegna. Nel primo caso la cosa non stupisce. Sindaco di Olbia è Settimio Nizzi, uno dei leader sardi di Forza Italia, intimo di Berlusconi (alle ultime elezioni comunali il Cavaliere è venuto a Olbia per fare i comizi insieme con Nizzi). E il comune di Olbianon ha mai vigilato davvero sugli innumerevoli abusi edilizi compiuti dall’ex presidente del Consiglio alla Certosa. Diverso è il discorso per l’autorizzazione rilasciata dall’Ufficio tutela del paesaggio della Regione il 12 luglio 2005. Gli assessori regionali all’Ambiente e all’Urbanistica ne sapevano niente?E ilpresidente Renato Soru ne era informato? La Regione ha mandato i propri ispettori a Villa Certosa, e ora si scopre che un’organo tecnico che dovrebbe essere controllato dalla giunta di centrosinistra aveva autorizzato tutto.

Berlusconi, comunque, continua a restare oggetto delle attenzioni dei magistrati di Tempio. Dopo circa due anni di indagini, quindici giorni fa la procura ha chiuso l’inchiesta sugli abusi edilizi alla Certosa. Nei prossimi giorni potrebbe arrivare il decreto di citazione a giudizio nei confronti dell’amministratore di Idra Immobiliare. Nel mirino della procura ci sono diversi lavori realizzati nella villa: l’anfiteatro, gli impianti sportivi, il giardino di ibiscus, alcune piscine e l’impianto di talassoterapia. Tutto costruito, secondo i magistrati, senza autorizzazioni. Per queste opere l’Idra Immobiliare ha presentato al comune di Olbia richiesta di condono, riconoscendo l’abuso.

Giuseppe Campos Venuti, che cosa pensa del piano della giunta che secondo molti aprirà la strada alla cementificazione della collina?

«Non l´ho ancora letto. Lo spirito però mi pare giusto».

Giusto? Il padre della tutela della collina è per aprire crepe nella diga?

«Al contrario. Proprio perché voglio difendere l´integrità del verde, sono favorevole a un piano generale che lo renda vivibile. Ma dobbiamo chiederci che cosa vogliamo farci con quei seimila ettari. Un altro parco? Ne abbiamo bisogno? Pensiamo che Bologna possa permetterselo? O è un´altra favola come la metropolitana?»

Per Fanti e Cervellati con quel piano la collina è in pericolo.

«Così impostata, è una battaglia da esibizionisti. Se vogliamo salvare la collina, occorrono attività compatibili con la sua salvaguardia: sport, agriturismo, qualche servizio».

Se non si è costruito è perché lei 40 anni fa la vincolò.

«Quarant´anni fa c´era ancora l´agricoltura, l´attività che poteva preservare il verde nella Bologna alta. Ma oggi? Possiamo scommettere sull´agricoltura?»

Lei su che cosa punterebbe?

«Su un progetto generale di conservazione e insieme di vitalizzazione. Non si tratta di attribuire indici di edificabilità, ma di non escludere un utilizzo naturale».

Naturale?

«Certo, penso ad attività sportive, ricreative e turistiche con forte presenza di verde. Pensare di salvare la collina soltanto con dei vincoli è grottesco».

Chi le dice che una serie di permessi non siano il cavallo di Troia per chi vuole speculare e cementificare?

«Il cavallo di Troia funziona quando non c´è un progetto chiaro e certo. Ecco la sfida da lanciare all´assessore all´Urbanistica. Ogni intervento andrà vagliato con grande attenzione. Ma se un ristorante mi fa la manutenzione di una strada e un´azienda agrituristica, o persino un albergo, garantisce la cura di un´enorme estensione di verde, perché impedirlo?»

Perché si comincia dalle piccole cose.

«Tante piccole cose sono già accadute in questi anni. E molte di più ne accadrebbero in assenza di un piano generale».

A che cosa si riferisce?

«Il mio piano di quarant´anni fa era drastico, ma inevitabilmente un po´ rozzo. Conteneva piccole smagliature che in questi anni sono state sfruttate. Si è costruito sia al tempo di Imbeni, che con Vitali e, con qualche compiacimento, durante il mandato di Guazzaloca».

Vuole dire che il suo piano è un colabrodo?

«Per fortuna non lo è. Non è stata fatta l´ira di Dio. Bologna ha ancora l´unica collina urbana salva. Ma oggi va salvata in maniera organica. Serve una cura sistematica, programmata, generale. E magari è possibile qualche piccolo do ut des, purché sia fatto con persone serie».

Ha ragione Merola, allora?

«Non c´è dubbio. La strada è quella giusta. Se non si interviene con uno strumento generale più moderno e sofisticato, in quelle crepe si infileranno in tanti. Ecco che cosa non vedono le battaglie emblematiche e un po´ esibizionistiche su oggetti sbagliati».

Si riferisce al golf?

«Proprio così. E´ un falso obiettivo. Il vero problema di quel golf semmai è un altro».

Quale?

«E´ piccolo. Un campo scuola di poche migliaia di metri non protegge tantissimo. Diciotto buche avrebbero preservato un´area vastissima».

Che fa, professore, l´apologia del green?

«Solo in Italia parlando di golf si pensa ai ricchi, altro ve si fanno golf pubblici. Nessuno si scandalizzerebbe ad Amsterdam o Rotterdam. Chi va a Zola Predosa scopre che il territorio sopra è bellissimo da vedere. Peccato che ci giochino in pochi e che, per questo, costi una bancata di soldi».

Postilla

Le sirene dell'ambientalismo "a-vincolistico e valorizzatore" e di un uso del territorio "aggiornato e riformista" raccolgono schiere di adepti sempre più numerosi e agguerriti, anche se non sempre di logica ineccepibile.

La battaglia sulla tutela della collina bolognese - ammesso che la si possa ancora combattere - è davvero emblematica dello scontro profondo fra chi crede che paesaggio, territorio, ambiente siano beni comuni preziosi perchè irriproducibili, da proteggere in sé perchè come li abbiamo ereditati, così andrebbero affidati alle generazioni che seguiranno e coloro che li considerano beni di consumo che possono anche essere 'snaturati' ove ciò serva alla loro 'vitalizzazione' (new-entry nella galassia salvifica della 'valorizzazione').

Questa vicenda in pieno svolgimento, molto ci racconta della cattiva coscienza di una giunta frenata nel disinvolto ricorso a varianti e perequazioni da un manipolo di 'esibizionisti' old-style e da una disdicevole fuga di notizie.

E Cofferati, che dice Cofferati? Ah, già anche oggi è troppo impegnato a discettare di partito democratico in cronaca nazionale...(m.p.g.)

L'appello per la tutela della collina bolognese in eddyburg

In queste ore il centrodestra ripropone, di fatto, in Finanziaria la vendita delle spiagge demaniali ai privati concedendo gli arenili pubblici più intatti a chi vi costruirà grandi alberghi. In queste ore il centrodestra va all'attacco dell'ambiente con una legge delega scandalosamente al ribasso sul piano delle salvaguardie per parchi, rifiuti, inquinamenti, valutazioni di impatto ambientale, ecc. In queste ore il centrodestra progetta un «colpo basso alla Merloni» (come ha scritto il Corriere Economia supplemento del Corriere della Sera) cancellando cioè, con decreto legislativo, le garanzie di concorrenzialità e di trasparenza negli appalti. E continuano ad essere tempi da lupi per l'urbanistica: vola sempre bassa sul cielo del Senato la minaccia della legge Lupi (Forza Italia) già passata alla Camera. Per liberalizzare? Apparentemente. In realtà per dare il governo del territorio in mano a pochi grandi detentori di aree. Il criterio di fondo è ovunque lo stesso: il patrimonio pubblico viene privatizzato, ma non per liberalizzarlo. Si tratti di ambiente, di spiagge libere, di appalti, di aree fabbricabili, il fine è quello di trasferirne il controllo a gruppi di interessi forti, a privati potenti. L'interesse pubblico viene ancora una volta abbattuto e divelto in nome di una serie di interessi privati privilegiati. Dietro queste leggi spunta, inesorabile, la logica del Berlusconi immobiliarista.

Il disegno è chiarissimo e va in un senso preciso: privilegiare e premiare non già il profitto di impresa bensì la rendita fondiaria speculativa. Il tutto a colpi di accetta o di mazza, con leggi la cui struttura e scrittura appaiono delle più rozze, delle più primordiali. Come il capitalismo del quale risultano al servizio. Prendiamo la legge Lupi per l'urbanistica. Su di essa è appena uscito un libro utilissimo, a più mani ("La controriforma urbanistica", Editore Alinea di Firenze, con contributi di Edoardo Salzano, Vezio e Luca De Lucia, Luigi Scano, Paolo Urbani ed altri, 12 euro), che consente di mettere a fuoco quel percorso di dissoluzione della pianificazione urbanistica, operata cioè in nome dell'interesse generale, sul quale si sono già messi Comuni (Milano in testa) e Regioni (la Lombardia, ma la stessa Regione Lazio con un disegno di legge molto discusso).

Con la legge Lupi, viene interrotto "il plurisecolare tentativo dell'autorità pubblica di contrastare o condizionare la proprietà immobiliare" (Salzano), in nome della più schietta cultura liberale tesa a trasferire le risorse da impieghi improduttivi (la rendita) a impieghi produttivi (il profitto). Interviene dunque un cambiamento epocale: i piani regolatori non sono più atti "autoritativi" del potere pubblico elettivo, bensì "atti negoziali". Con chi? Coi cittadini, si risponde ipocritamente. In realtà, con quanti posseggono aree e/o diritti edificabili. Ecco un altro punto essenziale (e micidiale): se un costruttore ha avuto una concessione edilizia pubblica su propri terreni, acquisisce, a vita, un "diritto edificatorio" che può liberamente commercializzare, scambiare (Luca De Lucia). Come se fosse un bene giuridico a se stante, separato dalla proprietà dell'area per cui era stato concesso. Meccanismo infernale perché, prima o poi, tutti i diritti edificatorii acquisiti dovranno essere soddisfatti, indipendentemente dall'interesse pubblico, dalla sostenibilità ambientale, dai valori paesaggistici, ecc. Quale sarà, allora, il potere dell'Ente pubblico (Regione, Provincia, Comune) nei confronti dei proprietari di aree urbanizzabili e di diritti edificatorii? Nient'altro che quello di negoziare, rinunciando così a pianificare in base a criteri di interesse collettivo.

Secondo il rito ambrosiano (che qui diventa legge dello Stato), spiega Vezio De Lucia, "progetti e programmi pubblici e privati non sono tenuti ad uniformarsi alle prescrizioni del piano regolatore ma, al contrario, è il PRG che si deve adeguare ai progetti, diventando una specie di catasto dove si registrano le trasformazioni edilizie contrattate e concordate". Conseguenze? Si cancella il principio stesso del governo pubblico del territorio; si incentiva il consumo di suoli; si azzerano gli standard urbanistici nazionali; si elimina la tutela dei beni culturali, ambientali e paesistici dai PRG locali. Uno Tsunami.

Un ultimo dato fra i tanti: il consumo di suolo non urbanizzato. In Gran Bretagna, in Francia, in Germania, con strumenti diversi, si adottano leggi per "risparmiare" sul consumo di suolo, agricolo o comunque non urbanizzato. In quei Paesi "lo spazio rurale rappresenta nel suo complesso un bene comune" (Antonio di Gennaro), utile alla produzione agricola, al riciclo di risorse e alla ricostituzione di aria, acqua, terra, ecc., al mantenimento degli ecosistemi, delle biodiversità, del paesaggio. Da noi, no. Eppure, in poco più di mezzo secolo, ci siamo "mangiati", ricoprendolo di cemento e asfalto, quasi il 40 per cento della superficie non urbanizzata del 1951. Ad un ritmo, come minimo, doppio di quello tedesco il quale sta sui 47.000 ettari l'anno. Noi superiamo i 100.000 e talora i 200.000 ettari. Un impazzimento collettivo.

Ma, mentre l'Europa più avanzata, ne discute e vara misure di "risparmio" del suolo, di riciclo delle aree già urbanizzate, ecc. noi, il Bel Paese dove il paesaggio è ricchezza anche turistica, non ci pensiamo per niente. Anzi, con la legge Lupi, il centrodestra propone di potenziare la logica di quella devastante "abbuffata" territoriale che già ora ha cancellato i confini fra città e città, facendo sparire la campagna. Fermare, battere la società Asfalto&Cemento si può, si deve. Prima che sia davvero troppo tardi.

Titolo originale: Livingstone turns screw on Stratford landowners – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Il sindaco di Londra Ken Livingstone ieri ha avvertito gli interessati ai terreni destinati ai Giochi Olimpici che non verrà consentito in nessun modo di ritardare i preparativi per il 2012, e ha difeso la sua decisione di utilizzare un’ordinanza di esproprio per acquisire le proprietà necessarie al Villaggio Olimpico. Parte delle superfici in seguito saranno destinate al grande progetto di Stratford City, insediamento di residenze, negozi, alberghi e uffici che costituirà praticamente una nuova città nella fascia orientale di Londra.

Gli interessati si sono dichiarati “colpiti, stupiti, e profondamente perplessi” dal fatto che la London Development Agency del sindaco abbia acquisito i terreni usando i poteri di esproprio. Sostengono che l’agenzia abbia incamerato più del necessario, cedendo a una “frenesia di controllo”.

Ma alla sua conferenza stampa settimanale Livingstone ha detto che l’ordinanza era necessaria perché le contrattazioni si stavano muovendo troppo lentamente. “Abbiamo avvertito i proprietari che il termine ultimo era la settimana scorsa e che non ci saremmo spostati da lì. Saremmo stati lieti di concordare prima ma non potevamo evitare il CPO [ compulsory purchase order] se ci si metteva troppo”.

”In questi casi, quando diciamo che c’è una scadenza che non possiamo rinviare, la gente deve accettare il fatto che stiamo parlando seriamente, e la data non sarà cambiata. Non vogliamo mettere a rischio la preparazione dei Giochi Olimpici in tempo ed entro il budget fissato per non seguire la tabella di marcia”.

Ha poi proseguito sul tema dei tempi da rispettare. “Se non avessimo emesso il CPO saremmo stati dipendenti dalla cooperazione [dei proprietari] sulle consegne per tempo. Sarebbe stato il più grosso ricatto nella storia delle costruzioni e avremmo dovuto pagare decine di migliaia per avere l’area”.

”Non possiamo metterci in una posizione in cui possiamo essere minacciati. Non daremo ad alcun operatore privato il diritto si modificare i tempi”.

Livingstone ha affermato che le contrattazioni possono continuare per la modifica dei termini del CPO. Che il progetto di Stratford City non sarà messo in pericolo e che le proteste erano solo “una posa”. Una fonte degli interessati ha dichiarato: “Questa è semplice frenesia di controllo da parte della LDA, e tra l’altro rischiano di farsi nemiche le grosse e prestigiose imprese internazionali di cui avranno bisogno per le realizzazioni olimpiche. Se si comportano così, chi vorrà più far affari con loro?”

Un portavoce della London & Continental Railways, proprietaria di alcuni terreni destinati alle Olimpiadi, ha dichiarato che in negoziati continuano. Ha aggiunto: “Alla luce degli attuali rapporti siamo sorpresi dal linguaggio emotivo utilizzato dal sindaco”.

Anche se la LDA sostiene di essere lieta di raggiungere accordi con le imprese ed enti interessati, la questione è controversa. La prossima settimana l’agenzia terrà una riunione fondamentale con le imprese interessate che possiedono i terreni necessari allo Stadio Olimpico, a Marshgate Lane, Stratford.

Gli interessati sostengono che la LDA ha cercato di ottenere le superfici a prezzi stracciati, affermazione fortemente negata. Livingstone ieri ha ripetuto la sua contestata tesi secondo cui in alcuni casi le negoziazioni con la LDA erano finite in un vicolo cieco per sinistri motivi. “Alcune imprese hanno perseguito una vasta campagna politica tentando di convincere il Comitato Olimpico Internazionale ad assegnare i giochi a un’altra città” ha detto.

Nota: il testo originale al sito del Guardian (f.b.)

Titolo originale: In China, a golf community on a supergrand scale – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Shenzen – La grandeur ha sempre fatto parte della sensibilità cinese, e il complesso da golf del Mission Hill Golf Club and Resort sembra coerente con il fatto che le dimensioni contano.

Dal maggio 2004 il Guinness dei Primati ha ufficialmente inserito questo intervento, a sola mezz’ora d’automobile da Hong Kong, come il più grande complesso del mondo.

Ma anche colle sue 180 buche sparse per oltre 7.700 ettari, i costruttori ricordano che Mission Hills non è stata creata solo per battere dei primati. È pensata piuttosto per rendere più facili gli affari: una specie di ufficio all’aria aperta circondato da residenze che sono tra le più care del paese.

”Non abbiamo costruito questo complesso di dieci campi per soddisfare il nostro ego” dice Ken Chu, vicepresidente del Mission Hills Group e figlio di David Chu, il presidente dell’impresa. “È puramente una struttura di sostegno allo sviluppo economico della regione, di Shenzhen e Guangdong”.

La provincia di Guangdong è uno dei poli principali per l’esportazione in Cina sin da quando l’area è stata aperta all’investimento estero nel 1978 nel quadro delle riforme economiche di Deng Xiaoping. Concentra circa un terzo del volume d’affari con l’estero del paese.

Ma per anni ci sono state poche occasioni di intrattenimento per gli uomini d’affari, e così secondo Chu il complesso di Mission Hills è stato pensato come spazio entro ciu potessero abitare e socializzare. “Non è solo golf, o proprietà immobiliare, si tratta di costruire una città” sostiene Chu.

Se si parla di grandeur, il golf è solo uno degli elementi per misurare dimensioni e ambizioni del complesso. Mission Hills vanta parecchie cose “ top in Asia”: il maggior numero di campi da tennis, 51; il percorso da golf più difficile, disegnato da Greg Norman; la più grossa sede di club, e qullo che sarà il più grande complesso palestra una volta finito l’anno prossimo.

Le residenze, sino a 864 metri quadrati, si vendono a circa 2.500 dollari il metro: care per la Cina, ma appena un decimo delle case di lusso a Hong Kong.

Mission Hills non rende noti i dati di vendita, anche se sono state cedute più di mille proprietà e sono in corso di completamento 80 case di lusso nel primo lotto di residenze. Tutti gli alloggi sono stati acquistati prima dell’inizio delle costruzioni. Si prevedono altre tre fasi di realizzazione nei prossimi tre anni.

È comunque il golf che ha consentito a Mission Hills di conquistarsi una visibilità su scala mondiale in un tempo tanto breve. I campi sono disegnati da alcuni dei principali nomi del golf, come Jack Nicklaus, Vijay Singh, Ernie Els, Annika Sorenstam, e Norman.

E ci sono voluti solo dieci anni per realizzare tutti i dieci campi, con gli ultimi cinque completati contemporaneamente in due anni. Una crescita tanto rapida rispecchia l’incredibile velocità del progresso economico cinese, e le crescenti domande della fiorente middle-class locale.

”L’unico rivale possibile è il Pinehurst” dice Colin Hegarty, presidente e fondatore del Golf Research Group, con riferimento al complesso su otto campi del North Carolina. Ma aggiunge, “Là si costruisce un campo più o meno in quindici anni. Cinque campi in due anni è una cosa davvero insolita”.

”Nei prossimi dieci anni la gente rimarrà stupefatta dalla quantità di campi realizzati in Cina” conclude.

Il numero al momento non è noto, dato che non ci sono organizzazioni che ne tengano il conto. Ma Han Liebao, professore alla Forestry University di Pechino, sta conducendo un’indagine per conto del governo. Ritiene che ci siano 306 campi, compresi quelli in corso di costruzione. Di questi, solo due sono aperti al pubblico, ed entrambi si trovano a Shenzhen.

L’idea del campo da golf unito ai complessi residenziali è nuova, qui, e alcuni costruttori preparano terreni con le ruspe per sola “immagine”. Ma l’anno scorso, Pechino ha congelato le realizzazioni.

”La preoccupazione è che il paese continui a perdere terreni agricoli per realizzare campi da golf, il che minaccia la produzione alimentare” dice Han.

Secondo lo studio, che sarà pubblicato in novembre, solo l’8,57% dei terreni ora utilizzati per il golf sono arabili. “Il governo non capisce che raramente i campi da golf sottraggono terra agricola” dice. “La maggior parte sono costruiti su rive di fiume, zone inutilizzate, pietrose, o sabbiose”.

Altra preoccupazione del governo è l’uso di pesticidi per i campi, che secondo alcuni funzionari minaccia le scorte idriche.

Mission Hills sembra aver rispettato la proprie promesse in termini ambientali. Sono stati sradicati centinaia di alberi durante la costruzione su questi terreni un tempo inutilizzati, ma poi sono stati ripiantati lungo i margini dei percorsi. Nelle fasi iniziali è stato sviluppato un massiccio programma di fertilizzazione dei suoli per sostenere il prato, ma ora è il personale di 2.400 caddies a strappare le erbacce, per evitare l’uso di pesticidi.

Quando i Chu hanno iniziato il progetto di Mission Hills, sono stati ingaggiati statunitensi e italiani, per dare alle abitazioni un ambiente occidentale. Le case hanno interni spaziosi, con corridoi aerati e soffitti alti sette metri e mezzo; gli esterni hanno un aspetto europeo, con tetti a tegole.

Le abitazioni sono fornite senza arredi, e attico e seminterrato non sono compresi nel prezzo per unità di superficie.

”Per la gente che vive qui, si tratta di Oriente che incontra l’Occidente” dice Carol Chu, direttore esecutivo di Mission Hills e figlia del fondatore. “Molti hanno scelto di vivere in Cina, ma hanno abitato in tanti posti in tutto il mondo. Così, vogliono vivere in qualcosa che appare loro familiare”.

Degli abitanti di Mission Hills, più della metà proviene da Hong Kong, e poi da Taiwan o altre zone dell’Asia. Ci sono industriali, imprenditori, politici, tutti attratti dalle caratteristiche e dal prestigio del complesso.

Nel corso di una recente promozione, per esempio, gli acquirenti sono stati invitati a un concerto di Roberta Flack e omaggiati con anelli di diamanti da 2 carati.

Mission Hills ha anche copiato l’uso occidentale di collocare le case vicino ai campi. Gli appartamenti cinesi di norma sono realizzati in grossi complessi, e anche le case singole spesso hanno vedute limitate. Ma a Mission Hills, ogni abitazione ha una vista, almeno parziale, sul percorso da golf.

”In tutto il mondo le visuali più costose sono sul verde e sul blu; il blu vuol dire mare, corsi d’acqua, oceano, e il verde sta per giardini, montagne, o campi da golf” dice Ken Chu. E qui sta la principale differenza. Abbiamo sistemato me case in modo strategico per aumentare al massimo la visuale”.

Se Mission Hills imita l’Occidente, le sue dimensioni superano di parecchio quelle dei complessi simili di successo. Uno studio su 1.200 complessi degli USA condotto dal Golf Research Group di Hegarty, mostra che sono quelli sui campi più piccoli a dare maggiori profitti.

”Le persone accorte costruiscono con un occhio al bilancio. L’idea è di mantenere le dimensioni contenute in modo da cogliere l’aumento di valore degli immobili, senza avere un grosso carico che può affondare l’investimento” dice Hegarty.

Nota: il testo originale al sito dello International Herald Tribune (f.b.)

"Il partito di Falcone e dei ragazzini" non aveva un comitato centrale o uno stemma, ma in realtà era l'unico partito esistente in Sicilia, oltre alla mafia. Il rumore di fondo, in quegli anni, era costituito dalle dichiarazioni dei sindaci che escludevano l'esistenza della mafia nella loro città, dai giornali ad azionariato mafioso che invocavano silenzio, dalla brava gente che lavorava chiassosamente all'autodistruzione della sinistra, e dai colpi di pistola. Furono i ragazzini di Palermo a scendere in campo per primi. Il liceo Meli, l'Einstein, il Galilei, poi via via tutti gli altri. Si passava sotto il Palazzo di Giustizia e il corteo, che fino a quel momento aveva gridato a voce altissima i Nomi, faceva improvvisamente silenzio. Là dentro lavoravano i nostri magistrati. Falcone, Borsellino, Di Lello, Ayala, Agata Consoli, Conte: metà del Partito erano loro. L'altra metà, i liceali. A Catania, fra il 1984 e il 1986, furono almeno trecento i ragazzi che in una maniera o nell'altra parteciparono, da militanti, alle iniziative dei Siciliani Giovani: furono i primi a gridare in piazza i nomi dei Cavalieri e a lavorare quotidianamente - il volantino, il centro sociale, l'assemblea - per strappargli dagli artigli la città. A Gela, a Niscemi, a Castellammare del Golfo, nei paesini dove i padroni hanno la dittatura militare, essi vennero fuori e lottarono, paese per paese e città per città. "La Sicilia non è mafiosa – affermavano orgogliosamente - La Sicilia è militarmente occupata dalla mafia". La Sicilia, dove ancora nel 1969 un ragazzo fu fatto uccidere dal padre - boss mafioso - perché era iscritto alla Fgci. La Sicilia che ha combattuto, che non s'è arresa mai.

Ha combattuto, ed ha fatto politica, ha ragionato. La politica come partecipazione, come trasversalità, come società civile nasce nelle lotte palermitane e catanesi di quegli anni: oggi è common sense dappertutto. La fine del vecchio ceto politico, di tutta la vecchia storia, fu intuita per la prima volta qui. Non è un caso se il movimento studentesco, due anni fa, è ripartito da Palermo, e se là dura tuttora. Non è un caso se Palermo è l'unica città d'Italia dove sia cresciuta un'opposizione di massa, dove l'opposizione sia vincente. Non è un caso se a Catania il più totale black-out di tv e stampa non riesca - due volte in due anni - a fermare i candidati dell'opposizione. Non è un caso se a Capo d'Orlando i commercianti si ribellano, non è un caso se a Gela gli studenti restano organizzati; e non è un caso se a Palermo la gente non reagisce invocando la pena di morte ma individuando lucidamente le responsabilità dei politici di governo e prendendosela con loro. Dal 1983 - e sono ormai nove anni - in Sicilia è in atto, con alti e bassi ma con una sostanziale continuità; non ancora maggioritario ma già ben lontano dal minoritarismo. - un vero e proprio movimento di liberazione. Contro la mafia, ma anche contro tutto ciò che essa porta con sé.

Questo movimento avrebbe potuto essere esattamente l'anello che mancava alla sinistra italiana, il punto di partenza per ricostruire tutto. Invece, è rimasto solo. Solo a livello di palazzi, di comitati centrali, di radical-chic, di giornali: non a livello di ragazzini. Domani, ad esempio - ma non è una novità, perché avviene regolarmente ogni settimana - c'è assemblea dei liceali dell'Antimafia a Roma. Sono i soli, in Italia, a non avere paura dello sfascio. Perché sanno che c'è una classe dirigente pronta a prendere la responsabilità del Paese anche domattina, se fosse necessario - e non è detto che non lo sia. Orlando, Claudio Fava, Carmine Mancuso, Dalla Chiesa? Sì: ma anche - e soprattutto - Davide Camarrone del liceo Meli, Antonio Cimino di Corso Calatafimi, Fabio Passiglia, Nuccio Fazio, Vito Mercadante, Angela Lo Canto, Carmelo Ferrarotto di Siciliani Giovani, Nando Calaciura, Tano Abela, il professor D'Urso: avete mai letto questi nomi sui giornali? Benissimo. Infatti, neanche i nomi dei primi socialisti uscivano sui giornali, cent'anni fa.

Una metà del "partito" oggi non c'è più. Martelli, il giudice Carnevale, Pannella e Cossiga sono riusciti, ognuno con i suoi mezzi, a svuotare il Palazzo dai nostri magistrati e lo stesso Falcone, ben prima d'essere ucciso, era già stato messo in condizione di non essere più quello di prima. Dei "vecchi", solo Borsellino e Conte sono rimasti al loro posto. Ma nel frattempo sono cresciuti i Felice Lima, i Di Pietro, i Casson.

Care amiche e cari amici, qui di seguito, sottopongo alla vostra attenzione una mia riflessione sul tema delle periferie che tanto sta facendo discutere.

Tutt’altro che una novità, le mie parole sulle periferie e il loro malessere sono l’espressione di una mia preoccupazione antica: ne ho sempre parlato nei miei interventi in giro per l’Italia ed era un tema affrontato già nel 1995 in una delle 88 tesi per il Programma dell’Ulivo, la numero 65 intitolata “Ricostruire la città costruita: una politica per la città”. Ne cito alcuni passaggi: “occorre cambiare completamente direzione - vi si legge -…riqualificare l’esistente…valorizzare le periferie…ricostruire la città costruita , come nell’esperienza di alcune amministrazioni locali, in modo da riqualificare la città, promuovendo luoghi e spazi per la comunità. Di importanza dominante è affrontare il problema drammatico delle periferie (dove si concentra il maggior malessere di vita del nostro paese) con interventi sui servizi, le infrastrutture, il verde pubblico e privato, con la manutenzione delle zone comuni”.

In quelle poche righe, frutto del lavoro di tanti, è già indicata sinteticamente una direzione per affrontare un problema che si è progressivamente aggravato nel tempo ed è il frutto di una somma di elementi. Da quelli che hanno a che fare con la pianificazione territoriale e con un’edilizia non pensata per la comunità e per le persone che ci devono vivere e non solo dormire, a quelli della disoccupazione e della scarsità di servizi, da quelli della povertà e dell’esclusione sociale fino a quelli (più recenti per il nostro Paese) legati ai flussi di immigrazione.

So benissimo che non siamo Parigi. Ma penso che occorra cogliere per tempo, anche da noi, i segnali di disagio piccoli o grandi che siano. E i segnali ai quali mi riferisco - lo hanno detto in questi giorni diversi esperti di scienze sociali- non riguardano soltanto le situazioni più drammatiche di alcuni quartieri di alcune città soprattutto del nostro mezzogiorno (e non solo) ma anche la vita quotidiana di città ricche. Sono segnali, per esempio, le famiglie che iscrivono i figli nelle scuole di quartieri diversi da quelli in cui vivono, le persone che evitano, più o meno giustificatamente, di attraversare certe zone cittadine, caseggiati o quartieri che vengono progressivamente abitati (dati in affitto o venduti da cittadini italiani) soltanto da persone straniere. Tutti fenomeni che segnalano una comunità che si sta frantumando e nella quale gli anziani vivono in solitudine, i bambini crescono senza spazi per loro, e dove rimangono a vivere le famiglie con più problemi.

La “geografia della città”, cioè la trasformazione urbana, richiede “una regia”. Non nego che molte amministrazioni abbiano già cominciato da tempo ad affrontare il problema con anche qualche buon risultato. Ma gli equilibri raggiunti sono delicatissimi e sempre da tenere sotto osservazione. Su di essi infatti si scaricano sempre le nuove emergenze. Si può dotare un quartiere di servizi e far funzionare un centro di aggregazione sociale, illuminare le strade e rinnovare l’arredo urbano, e tanto altro. In questo modo si riesce a ridar vita a quel quartiere. Ma se, in modo non programmato (e oggi le occasioni sono moltissime), ti arrivano improvvisi insediamenti di nuclei familiari con tanti problemi, devi ricominciare da capo. Programmare una città vuol dire arrivare a capire prima (e, quindi, prevenire) ed evitare che i problemi si concentrino in una sola area. Altrimenti fai i quartieri “ghetto”.

Ecco perché condivido l’opinione secondo cui le città devono tornare al centro dell’agenda politica italiana. Sempre più spesso la città entra nel dibattito politico per le pur giustificate preoccupazioni sulla sicurezza e non come il luogo in cui crescono le persone, i nostri figli, dove dobbiamo vivere noi stessi, i nostri anziani e i nuovi cittadini. Un luogo che richiede anche innovazione amministrativa, tecnologica, sociale, ed economica.

Qualche giorno fa, su “La Stampa”, la sociologa Chiara Saraceno ha efficacemente sottolineato le diversità e le somiglianze tra la situazione francese (dove i problemi sono vissuti in particolare dalla terza generazione di immigrati) e quella del nostro Paese (dove invece il disagio riguarda tanto ancora gli italiani). E proprio sui quartieri in disagio si rovesciano quasi inevitabilmente i problemi degli immigrati. Finiamo così con il chiedere ai più deboli di farsi carico anche della convivenza con altre culture.

La politica deve dunque occuparsi primariamente delle origini del disagio che sono ancora una volta il lavoro precario o mancante, la casa che non c’è, la scarsità di servizi, una scuola che promette troppo poco.

Occorre inoltre una grande attenzione quotidiana allo spazio intorno a noi, una vera e propria “politica della manutenzione”, perché è importante vivere in luoghi “curati”. Io sono nato in una città, Reggio Emilia, in cui si è sempre teorizzato che una scuola bella è un ulteriore maestro: “l’ambiente è un insegnante in più. In ambienti migliori si apprende meglio”. Lo diceva il pedagogista che ha progettato la “celebre” rete delle scuole materne reggiane. Ed è per questo che mi dispiace che le periferie siano spesso così esteticamente brutte.

Per tutte queste ragioni, ci vuole sinergia tra politiche economiche e del lavoro, politiche dell’immigrazione, politiche sociali soprattutto finalizzate all’inclusione, politiche urbanistiche ed abitative, affinché sappiano creare case e quartieri vivi e non ghettizzanti, con verde e spazi comuni, in cui la gente possa vivere meglio. Bisogna tornare ad impegnarsi nell’edilizia sociale (siamo rimasti molto indietro rispetto agli altri Paesi europei).

E, dunque, nessun equivoco. A queste cose pensavo quando, intervenendo qualche giorno fa ad un gruppo di studio sul welfare alla Fabbrica, ho lanciato l’allarme sulle nostre periferie. Oggi prendo atto che la mia preoccupazione è condivisa da più parti, a cominciare dal ministro dell’Interno le cui parole non sono interpretate da nessuno come l’invito a provocare rivolte incendiarie in giro per l’Italia. Me ne rallegro: segno che qualche spazio di confronto, benchè faticosamente strappato a strumentali polemiche di parte, ancora sussiste.

Lo ribadisco: Parigi non è qui ma, se non agiamo per tempo, potrebbe non essere così lontana. L’ho detto anche in relazione al fatto che questa Finanziaria che interviene in un momento di grande crisi del Paese in cui si allarga sempre di più la forbice tra ricchi e poveri, taglia risorse proprio a quelle amministrazioni locali che dovrebbero aiutare le periferie più disagiate.

Io voglio luoghi in cui tutti noi possiamo vivere meglio

La tempesta che ha distrutto New Orleans si è materializzata dai mari tropicali a 125 miglia a largo delle Bahamas. Inizialmente classificata come «depressione tropicale 12» il 23 agosto, rapidamente si è intensificata diventando «tempesta tropicale Katrina»: l'undicesimo uragano cui sia stato assegnato un nome in una delle stagioni più ricche di uragani della storia. Attraversando la Florida e raggiungendo il Golfo del Messico, dove ha vagato per quattro giorni, Katrina ha subito una trasformazione mostruosa e in gran parte inattesa. Distraendo grandi quantitativi di energia dalle acque del Golfo, calde in modo abnorme (tre gradi centigradi sopra la temperatura media di agosto), Katrina è cresciuta improvvisamente diventando uno spaventoso uragano di classe 5, con venti a 290 km/h che alimentavano onde degne di uno tsunami, alte quasi dieci metri. (Come ha poi spiegato Nature, Katrina ha assorbito dal Golfo talmente tanto calore, che «dopo il suo passaggio la temperatura dell'acqua è scesa fortemente, scendendo in alcune regioni da 30 a 26 gradi centigradi»).

La mattina di lunedì 29 agosto, quando ha raggiunto la terraferma presso la foce del fiume Mississippi a Plaquemines Parish, Louisiana, Katrina era scesa alla categoria 4 (venti a 210-249 km/h): una ben magra consolazione per gli impianti petroliferi, i bacini ittici e i villaggi cajun che si trovavano sul suo cammino. A Plaquemines, e poi ancora sulla Gulf Coast in Mississippi e Alabama, Katrina ha sconvolto i bayou (zone paludose, ndt) con rabbia irrefrenabile, lasciandosi alle spalle un paesaggio così devastato che pareva una Hiroshima immersa nell'acqua.

Un calvario annunciato

La morte di New Orleans, naturalmente, era stata predetta. Anzi, nessun disastro della storia americana era stato previsto in anticipo così accuratamente.

Il segretario alla sicurezza interna Michael Chertoff ha poi dichiarato che «le dimensioni dell'uragano superavano qualunque cosa il suo Dipartimento potesse prevedere» ma questo, semplicemente, non è vero. Anche se sono stati sorpresi dall'improvvisa trasformazione di Katrina in un uragano gigantesco, gli scienziati avevano la cupa certezza di ciò che New Orleans poteva aspettarsi dall'arrivo di un grande uragano. «La cosa triste - ha detto un ricercatore dopo il passaggio di Katrina - è che l'avevamo previsto al 100%».

Sin dalla brutta esperienza dell'uragano Betsy, una tempesta di categoria 2 che nel settembre 1965 inondò molte zone orientali di Orleans Parish, ora nuovamente sommerse da Katrina, la vulnerabilità di New Orleans alle onde create dagli uragani è stata ampiamente studiata e pubblicizzata. Nel 1998, dopo un incontro ravvicinato con l'uragano Georges, la ricerca si è intensificata. Un sofisticato studio computerizzato della Louisiana State University metteva in guardia sulla «virtuale distruzione» della città da parte di un uragano di categoria 4 che si fosse avvicinato da sud-ovest. Gli argini e le barriere di New Orleans sono progettati per resistere solo a un uragano di categoria 3, ma anche questa soglia di protezione si è rivelata illusoria nelle simulazioni al computer fatte lo scorso anno dal genio militare ( Army Corps of Engineers).

La continua erosione delle isole della Louisiana meridionale, che costituiscono una barriera, e le paludi dei bayou, (una perdita annuale di fascia costiera stimata in 60-100 chilometri quadrati) fa aumentare l'altezza delle onde che spazzano New Orleans mentre la città stessa, insieme ai suoi argini, sta lentamente affondando. Il risultato è che anche un uragano di categoria tre, pur muovendosi lentamente, oggi inonderebbe gran parte della città.

L'amministrazione Bush ha reagito a queste previsioni respingendo le pressanti richieste di maggiore protezione dalle inondazioni: il fondamentale progetto Coast 2005 per recuperare zone paludose di protezione - il risultato di un decennio di ricerche e trattative - è stato accantonato e gli stanziamenti per gli argini, compreso il completamento dei baluardi intorno al Lago Pontchartrain, sono stati ripetutamente tagliati. In parte, questa scelta è stata una conseguenza delle nuove priorità di Washington che hanno compresso il budget del genio militare: un grosso taglio alle tasse per i ricchi, il finanziamento della guerra in Iraq e, ironicamente, i costi di Homeland Security, il Dipartimento per la sicurezza interna. Eppure, senza alcun dubbio, vi è anche un motivo sfacciatamente politico: New Orleans è una città solidamente democratica, è abitata in maggioranza da neri e i suoi elettori frequentemente decidono l'esito delle elezioni statali. Perché un'amministrazione così implacabilmente «di parte» dovrebbe ricompensare questa spina nel fianco autorizzando i 2,5 miliardi di dollari che, secondo le stime del genio militare, sarebbero necessari per costruire intorno a New Orleans un baluardo di protezione da un uragano di categoria 5?

I vandali della protezione civile

Oltre ad avere finanziato in modo insufficiente il ripristino della fascia costiera e l'edificazione degli argini, la Casa Bianca ha anche vandalizzato la Fema in modo irresponsabile. Sotto la direzione di James Lee Witt (che aveva il rango di membro del governo) la Fema era stata il fiore all'occhiello dell'amministrazione Clinton, guadagnandosi elogi bipartisan per l'efficienza dei suoi interventi di ricerca e soccorso, e per il pronto invio di aiuti federali dopo le inondazioni del fiume Mississippi nel 1993 e il terremoto di Los Angeles nel 1994. Quando però nel 2001 sono subentrati i repubblicani, l'agenzia è stata trattata alla stregua di un territorio nemico: il nuovo direttore Joe M. Allbaugh, ex manager della campagna di Bush, ha bollato l'assistenza nei disastri come un «programma assistenziale sovradimensionato» e ha chiesto agli americani di fare maggiore affidamento sull'Esercito della salvezza ed altri gruppi religiosi. Allbaugh ha puntualmente tagliato molti dei programmi principali che dovevano mitigare l'effetto delle inondazioni e degli uragani. Poi, nel 2003, si è dimesso per diventare un consulente pagato a peso d'oro dalle imprese che aspiravano ad avere contratti in Iraq. (Com'è nel suo stile, recentemente è riapparso in Louisiana come mediatore d'affari per le imprese che mirano ad aggiudicarsi i remunerativi appalti per la ricostruzione dopo il passaggio di Katrina.).

Così c'era ogni ragione di preoccupazione, se non di panico, quando domenica 28 agosto Max Mayfield, il direttore del National Hurricane Center di Miami, ha avvertito in video-conferenza il presidente Bush (ancora in vacanza in Texas) e i funzionari di Homeland Security che Katrina avrebbe devastato New Orleans. Eppure il direttore Brown, di fronte alla possibile morte di 100.000 persone, appariva tracotante: «siamo pronti. Ci siamo preparati a questo tipo di disastro per molti anni perché abbiamo sempre saputo di New Orleans...».

Ma mentre le acque inghiottivano New Orleans e i suoi sobborghi, era difficile trovare qualcuno che rispondesse al telefono o che assumesse il comando delle operazioni di soccorso. «Un sindaco del mio distretto - ha detto al Wall Street Journal un furibondo deputato repubblicano - ha cercato di ottenere soccorsi per i suoi concittadini, che erano stati colpiti direttamente dall'uragano. Ha telefonato per chiedere aiuto, l'hanno lasciato in attesa per 45 minuti. Alla fine, un burocrate gli ha promesso che avrebbe scritto un promemoria per il suo superiore».

Un sindaco fuori uso

Anche il municipio di New Orleans avrebbe avuto bisogno dei soccorsi: l'unità di crisi al nono piano è stata fuori uso fin dalle prime fasi dell'emergenza perché non c'era il carburante diesel per il generatore autonomo.

Per due giorni, il sindaco Nagin e i suoi collaboratori sono stati completamente tagliati fuori dal mondo esterno per il mancato funzionamento delle linee telefoniche terrestri e dei telefoni cellulari. Questo crollo dell'apparato di comando e controllo della città è sconcertante in considerazione dei 18 milioni di dollari in sovvenzioni federali che la città ha speso a partire dal 2002 in addestramento per affrontare esattamente contingenze di questo tipo. Ancor più misteriosa è stata la relazione tra Nagin e i suoi interlocutori statali e federali. Come il sindaco ha detto sinteticamente in seguito, il piano di emergenza cittadino era «far andare la popolazione in zone più elevate e farle inviare i soccorsi in elicottero dai federali e dallo stato», eppure il responsabile della sicurezza interna di Nagin, il colonnello Terry Ebbert, ha stupito i giornalisti ammettendo che non aveva «mai parlato con la Fema del piano di emergenza statale». In seguito Nagir ha cercato di giustificarsi dicendo che la Fema non aveva distribuito preventivamente aiuti.

Com'è inevitabile, molti di coloro che sono stati abbandonati ad annegare nei loro quartieri interpreteranno la negligente incoscienza del municipio nel contesto delle aspre divisioni economiche e razziali che da lungo tempo fanno di New Orleans la città più tragica degli Stati uniti. Non è un segreto che le élite affaristiche di New Orleans e i loro alleati nel Municipio vorrebbero sospingere fuori della città i segmenti più poveri della popolazione, accusati dell'alto tasso di criminalità.

Caseggiati adibiti storicamente ad alloggi popolari sono stati demoliti per fare spazio alle case di un ceto più abbiente e a un Wal-Mart. In altri insediamenti popolari, gli inquilini vengono regolarmente sfrattati per atti illeciti futili come la violazione del coprifuoco da parte dei loro figli. L'obiettivo finale sembra quello di trasformare New Orleans in un parco a tema per turisti - una Las Vegas sul Mississippi - nascondendo la povertà cronica nei bayou, nelle aree per roulotte e nelle carceri fuori città. .

Piccole pulizie etniche

Non sorprende che alcuni sostenitori di una New Orleans più bianca e più sicura vedano in Katrina un piano divino. «Finalmente abbiamo fatto piazza pulita delle case popolari a New Orleans» ha confidato un influente repubblicano della Louisiana ai lobbisti di Washington. «Noi non potevamo farlo, ma Dio lo ha fatto». Similmente, il sindaco Nagin si è vantato delle sue strade vuote e dei suoi quartieri distrutti. «Questa città è per la prima volta libera dalle droghe e dalla violenza, e abbiamo intenzione di mantenerla così». La parziale pulizia etnica di New Orleans sarà un fatto compiuto, senza che le amministrazioni locali e quella federale debbano fare grossi sforzi per dare una casa a prezzi abbordabili alle decine di migliaia di inquilini poveri attualmente dispersi nei rifugi per profughi in tutto il paese. Già si discute sulla possibilità di trasformare alcuni dei quartieri più poveri che sorgono in basso, come Lower Ninth Ward, in bacini di ritenzione idrica per proteggere le zone più ricche della città. Come il Wall Street Journal ha giustamente sottolineato, «questo significherebbe impedire ad alcuni degli abitanti più poveri di New Orleans di fare ritorno nel loro quartiere».

L'amministrazione Bush nel frattempo spera di trovare la propria resurrezione in una combinazione di rampante keynesismo fiscale e ingegneria sociale fondamentalista. Naturalmente, l'effetto immediato di Katrina sul Potomac è stato un calo talmente brusco della popolarità del presidente - e, parallelamente, dell'occupazione Usa in Iraq - che la stessa egemonia Repubblicana è improvvisamente apparsa in pericolo. Per la prima volta dagli scontri di Los Angeles del 1992, le questioni poste dai «vecchi Democratici» come la povertà, l'ingiustizia razziale e gli investimenti pubblici si sono momentaneamente imposte al dibattito pubblico, e il Wall Street Journal ha avvisato i repubblicani che devono «tornare all'offensiva politica e intellettuale» prima che qualche liberal alla Ted Kennedy possa riproporre un rimedio stile New Deal, come ad esempio una grossa agenzia federale per il controllo delle inondazioni o il ripristino della fascia costiera lungo la Gulf Coast.

Su questa linea, la Heritage Foundation ha ospitato riunioni protrattesi fino a tarda sera in cui ideologi conservatori, quadri del Congresso e fantasmi del passato Repubblicano (come Edwin Meese, ex segretario alla giustizia di Nixon) hanno presentato una strategia per salvare Bush dalle conseguenze nefaste del calo di popolarità della Fema. Jackson Square a New Orleans, illuminata a giorno ma vuota, è diventata il fondale spettrale del discorso che il presidente ha tenuto il 15 dicembre sulla ricostruzione dopo l'uragano. È stata una performance straordinaria.

Un laboratorio per il neoliberismo

Con aria radiosa, Bush ha promesso ai due milioni di vittime di Katrina che la Casa Bianca si accollerà gran parte delle spese per i danni, stimati in 200 miliardi di dollari: una spesa pubblica in disavanzo talmente alta che avrebbe fatto girare la testa persino a Keynes. (Il presidente sta ancora proponendo un altro grosso taglio delle tasse per i super-ricchi). Bush ha poi corteggiato la sua base politica con un elenco di riforme sociali cui i conservatori aspirano da tempo: buoni per la scuola e per la casa, l'assegnazione alle chiese di un ruolo centrale, una lotteria «per una casa in città», ampie agevolazioni fiscali alle imprese, la creazione di una Gulf Opportunity Zone, e la sospensione di fastidiose norme governative (come i minimi salariali nell'edilizia e le norme ambientali sulle trivellazioni off-shore).

Per i conoscitori della «Bush-lingua», il discorso di Jackson Square è stato un momento di squisito déjà vu: promesse simili non erano forse state fatte sulle rive dell'Eufrate? Come ha cinicamente osservato Paul Krugman, la Casa Bianca, avendo tentato di fare dell'Iraq «un laboratorio per le politiche economiche conservatrici» e non essendoci riuscita, può ora fare i suoi esperimenti sui traumatizzati abitanti di Biloxi e di Ninth Ward. Il deputato Mike Pence, un leader del potente Republican Study Group - che ha contribuito a scrivere l'agenda del presidente per la ricostruzione - ha sottolineato che i Repubblicani faranno della devastazione causata dall'uragano un'utopia capitalistica. «Vogliamo fare della Gulf Coast un magnete per la libera impresa. L'ultima cosa che vogliamo, dove un tempo c'era New Orleans, è una città federale ».

Significativamente, come ha scritto di recente il New York Times, attualmente il genio militare di New Orleans è guidato dallo stesso personaggio che in precedenza supervisionava i contratti in Iraq. Lower Ninth Ward potrebbe non esistere mai più, ma i proprietari dei bar e dei locali di strip-tease nel quartiere francese stanno già pregustando i guadagni che li attendono, quando i lavoratori della Halliburton, i mercenari della Blackwater e gli ingegneri della Bechtel lasceranno a Bourbon Street i loro stipendi federali. Come si dice nel Vieux Carré e alla Casa Bianca: laissez les bon temps roulez!



Nota: qui su Eddyburg vedi anche : Rimpicciolire New Orleans? di Jon E. Hilsenrath, oltre ai molti altri testi sulla ricostruzione della città (l.t.)

Titolo originale: How green is their tunnel? Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Mentre la torcia olimpica corre verso Torino, un’ombra si allunga sui vicini giochi olimpici invernali dell’anno prossimo.

La disputa sui progetti per un grosso tunnel che corre per 53 chilometri sotto le Alpi è sfociata due volte in violenze nell’ultima settimana. Giovedì, la polizia in assetto antisommossa ha usato i gas lacrimogeni contro i dimostranti, dopo che decine di migliaia di persone avevano approfittato della giornata di festa per manifestare contro i piani per la Val di Susa, che ospita molte delle principali strutture olimpiche.

Gli scontri hanno avuto luogo quando alcuni oppositori del progetto hanno cercato di raggiungere il cantiere già occupato dai contestatori e violentemente sgombrato dalla polizia. Circa venti persone, tra cui cinque poliziotti, sono stati trasportati via in ambulanza dopo gli incidenti, e le tensioni che ne sono risultate devono ancora placarsi.

A dire il vero, queste sono state ulteriormente alimentate dal ministro delle infrastrutture del governo di Silvio Berlusconi, Pietro Lunardi, ingegnere specializzato in gallerie e ardente sostenitore del progetto, il quale mercoledì ha dichiarato che la questione ha smesso di essere responsabilità del suo dicastero, diventando un “problema di ordine pubblico”.

Berlusconi, per parte sua, ha insistito che il progetto deve andare avanti, e che “dal punto di vista ambientale, ha tutte le the [necessarie] garanzie”.

Non è certo quello che pensa la maggior parte degli abitanti, o la maggior parte degli ambientalisti italiani. Essi sostengono che la linea ferroviaria, che collega Torino a Lione, rovinerà la bellezza della valle.

Affermano anche che la montagna contiene depositi sia di uranio che di amianto. Temono che lo scavo del tunnel porterà alla creazione in valle di luoghi di scarico dei rifiuti da cui i pericolosi sedimenti potranno diffondersi nell’aria.

Ma non si tratta solo di uno scontro diretto fra campioni del progresso e dello sviluppo da un lato, e amici dell’ambiente dall’altro. All’inizio di questa settimana la causa degli oppositori del tunnel ha ricevuto un duro colpo da una direzione inattesa.

Gérard Leras, leader dei Verdi nella regione Rhône-Alpes della Francia sud-orientale, ha rilasciato un’intervista al quotidiano italiano Il Corriere della Sera nella quale accusa i suoi colleghi italiani di aver imboccato una direzione sbagliata opponendosi a un progetto che ridurrà l’inquinamento da autocarri nelle Alpi.

Ha dichiarato al giornale: “Un conto è essere ecologisti, un altro essere localisti. Non si può dire sempre di NO”.

Leras sostiene che la zona di Maurienne sul versante francese del confine “non può più sostenere 5-6000 camion al giorno: gli stessi che attraversano e inquinano la Val Susa”.

Ma il progetto dell’alta velocità ferroviaria li toglierà dalla strada? I contestatori italiani sostengono di no. E all’inizio del mese si sono guadagnati il sostegno di un importante esperto di trasporti, Marco Ponti, che insegna al Politecnico di Milano.

Ha raccontato alla rivista L'Espresso di non riuscire a trovare una “motivazione razionale” per costruire il collegamento Torino-Lione. Ponti dice: “La capacità dell’attuale rete [ferroviaria] è già in eccesso rispetto alla domanda, e le merci che viaggiano su ferrovia non hanno bisogno di muoversi a 300km l’ora”.

Per quanto riguarda i passeggeri, continua, hanno già un collegamento ad alta velocità. Si chiama voli low-cost.

Il vertice del comitato olimpico ha dichiarato questa settimana di contare su una tregua, che impedisca alla protesta di riversarsi sui Giochi. Ma con la tensione ai livelli attuali, non c’è alcuna garanzia.

Nota: il testo originale in Inglese: le opinioni di Marco Ponti citate da Hooper, sono meglio argomentate con dati tecnici nell'articolo scritto in collaborazione con Andrea Boitani sul sito La Voce (f.b.)

La Biennale di Tirana cade negli anni dispari insieme alle biennali di Venezia, Valencia, Mosca, Praga e Istanbul; come se non bastasse, nel 2007 si troverà anche a coincidere con la dodicesima edizione della quinquennale Documenta di Kassel. Un affollamento che certo non contribuisce ad attirare nella capitale albanese l’ormai stremato establishment del circuito internazionale dell’arte, ma che in compenso impone alle manifestazioni più “periferiche” un orientamento fortemente site-specific.

La ricerca di una relazione osmotica con il territorio e la popolazione di un paese o di una determinata area geografica rappresenta di fatto uno dei modi più efficaci di arginare la serialità delle biennali: non ci si limita a passare in rassegna le nuove tendenze o le punte eccellenti della produzione artistica internazionale, ma si organizza un tipo di evento in cui gli artisti sono invitati a reagire criticamente alla situazione sociale e politica del luogo, a intervenire nel contesto ambientale e a interloquire con gli abitanti. Cinicamente, si potrebbe persino ipotizzare che la ragione del successo di questa formula sia un interesse voyeuristico nei confronti di regioni di cui si sa poco, un nuovo genere di esotismo.

L’operazione che ha dato notorietà a Tirana e alla sua biennale risale al 2003, quando gli artisti ridipinsero un numero consistente di palazzi con i colori più chiassosi, concordandoli con i residenti: si trattava di un’opera pubblica partecipata, e per di più con una chiara valenza simbolica (spazzare via la grigia impronta dell’era comunista), che non poteva mancare di suscitare l’entusiasmo generale.

La terza edizione della mostra, Sweet Taboos (10 settembre-10 novembre 2005), scaglionata in cinque episodi, continua a riflettere sul postcomunismo. Gli edifici che ospitano la mostra, la Galleria Nazionale d’Arte, di epoca comunista, e il Kompleksi ‘Vila Goldi’, un enorme centro commerciale ancora in costruzione, sono metafore fin troppo didascaliche del passaggio brusco da un sistema rigido a un vuoto di regole che non accenna a essere colmato.

Il terzo episodio, Democracies, curato dalla slovena Zdenka Badovinac, è quello più strettamente politico. Le opere raccolte mettono in questione il tabù che le economie parallele (dalla privatizzazione selvaggia al traffico di donne, agli insediamenti e mestieri informali) rappresentano per i modelli europei di democrazia. La sezione di Hou Hanrou è focalizzata sul confronto con l’arte del realismo socialista all’interno della galleria (Go Inside), mentre Bittersweet, della svedese Joa Ljungberg, esplora le relazioni tra sesso e potere. I due direttori della biennale, Edi Muka e Gëzim Qëndro, hanno curato Temptations, sul potere come tabù, che mostra in primo piano, tra le infinite interpretazioni del tema, un quadro del 1974 raffigurante il Congresso degli 81 partiti comunisti di Mosca, una sorta di palinsesto della censura: la fitta trama delle cancellature, delle distorsioni e delle segregazioni che ha subito racconta la storia dell’isolamento politico dell’Albania.

Dalle fotografie perturbanti di Annee Oloffson, autoritratti deformati dall’intrusione delle mani del padre o della madre, alle installazioni di Platforma 9.81 o di Rubin Mandija che denunciano l’appropriazione dello spazio pubblico, sono molte le opere interessanti.

Tuttavia l’eccezionalità di questa biennale, l’elemento che la rende un’esperienza del tutto atipica, non è il frutto di una scelta deliberata dei curatori. È, al contrario, un fenomeno di resistenza da parte della città, un’opposizione sorda che impedisce allo spettacolo di realizzarsi. I colori dei palazzi, orgoglio dell’amministrazione del sindaco-artista Edi Rama, sbiadiscono inesorabili, il proiettore del cinema Agimi si inceppa, i lavori stradali rendono impraticabile il viale d’accesso alla Galleria Nazionale il giorno del vernissage, la performance di Regina Galindo – che si fa appendere nuda, in attesa di mestruazioni chimicamente indotte, nel garage del kompleksi Goldi, davanti a operai che sbalorditi continuano a lavorare – fallisce, mentre un guardiano si apposta in una saletta video qualche metro più in là, nella sezione Bittersweet, per molestare le donne sole che gli capitano a tiro.

Roberto Pinto, che nell’episodio To Loose Without Being a Looser propone un’idea della sconfitta come rifiuto di partecipare all’ideologia della competizione e della vittoria a ogni costo, è fortemente tentato di appropriarsi di questa rugosità del reale, di farla sua, ma la specificità di Tirana sfugge anche alla sua presa. Uno spiritello situazionista si aggira per le vie, senza che peraltro nessuno lo abbia chiamato.

Quello che la biennale non coglie, se non in minima parte, è la dialettica tra il rifiuto iconoclasta nei confronti di qualunque spazio, uso od oggetto associabile alla dittatura comunista, condizione comune a tutta l’area postcomunista, e il pensiero che alcune componenti di questo rifiuto appartengano alla sfera degli stereotipi. Uno di questi è certamente lo squallore attribuito alla città comunista: pur non avendo un vero e proprio centro storico, Tirana (e anche una parte di Bucarest, come si evince dall’appassionante libro di Giuseppe Cinà sull’argomento appena pubblicato da Unicopli) possiede un bell’impianto urbano, strade alberate e palazzi di epoca comunista che nonostante l’aspetto scalcinato mostrano un buon design, e l’insieme di questi elementi non ha prodotto solo una città civile, ma anche piena di fascino, in cui i caffè, i locali e i negozi aperti dopo la caduta del regime di Enver Hoxha si sono inseriti nel modo più naturale. Bar e ristoranti sono però solo uno degli aspetti della liberalizzazione: circa un terzo della popolazione rurale si è riversato su Tirana, raddoppiandone la popolazione e trasformandola in una sorta di laboratorio di urbanizzazione accelerata. Nel giro di un decennio la città è stata sommersa prima da baracche e chioschi abusivi – in parte rasi al suolo dal sindaco – poi da una speculazione selvaggia che respinge i poveri ai margini. L’energia convulsa di queste migliaia di persone e automobili in lotta per l’accaparramento dello spazio vitale si osserva ancora meglio dall’alto, dove la prospettiva, invece di aprirsi come di consueto, viene soffocata da alti palazzi color pastello, pieni di archetti e timpani postmoderni, a distanza di cinquanta centimetri l’uno dall’altro.

Di fronte a questo scenario di prevaricazione viene da pensare che il vero tabù, ciò di cui è più difficile parlare e proprio per questo bisogna parlare, sia quel conglomerato di desideri e aspirazioni a una “buona vita”, a un uso pubblico, razionale e condiviso della propria esistenza che, a prescindere dalle sue realizzazioni storiche novecentesche, si è sempre celato e insieme rivelato nella parola “comunismo”.

Titolo originale: The Virtues of Sprawl – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Dalla Pasco County appena fuori Tampa, alle zone dei ranch a nord di Dallas, fino a Phoenix, e Las Vegas e Boise, i chilometri di lottizzazioni appena costruite sono la scelta ufficiale di milioni di americani. I demografi utilizzano oggi il termine “esurbano” a descrivere questo tipo di localizzazione, in zone aperte nelle fasce più esterne alle zone già suburbane, dove è completamente assente qualunque tipo di relazione tradizionale con una grande città. Pianificatori, ambientalisti, architetti, chiamano tutto questo lo spreco dello sprawl, e spingono per un tipo di urbanizzazione più compatta.

Ma nonostante i prezzi della benzina in crescita, che rendono sempre più costoso accedere a questi paesaggi diffusi, alcuni studiosi e commentatori sostengono che lo sprawl, a dire il vero, non è tanto male.

Alcune realizzazioni recenti fuori Los Angeles, Phoenix, e Dallas sono lontane, ma abbastanza dense, ad esempio, e fanno pensare a qualche tipo di strisciante efficienza che si insinua nella continua suburbanizzazione d’America. Una ricerca della Brookings Institution sull’area di Los Angeles ha rilevato una media di venti abitanti ettaro nelle zone di nova urbanizzazione (1982-1997), ovvero tre volte le quantità dell’area metropolitana di New York. Se si guarda alla popolazione per chilometro quadrato, Los Angeles – che per quanto sia ampia è delimitata dalle montagne e dall’oceano – è più densa di Chicago, secondo il Census Bureau. E le immagini delle case unifamiliari stipate tutte insieme, hanno provocato qualche brontolio sul fatto che questa nuova generazione di suburbi non offra abbastanza spazio.

La densità è solo uno dei fattori, nell’analisi dell’insediamento disperso. Dato che tutte le funzioni della vita quotidiana – case, negozi, divertimenti, posti di lavoro – sono rigidamente separate e diffuse, tutti hanno bisogno dell’auto per muoversi. Ciò significa lunghi spostamenti pendolari, ingorghi stradali, meno tempo da passare con la famiglia. Le amministrazioni locali rischiano la bancarotta tentando di estendere le reti idriche e fognarie o alte infrastrutture verso le aree esterne, anche se poi sono dense, una volta che ci si arriva. Lo sprawl si mangia terre agricole e spazi aperti, e l’investimento verso le zone di insediamento diffuso è avvenuto a spese delle zone centrali urbane, peggiorandone la frammentazione sociale ed economica.

Ma è tutta una storia negativa? Può anche darsi, dice Robert Bruegmann, professore di storia dell’arte, architettura e urbanistica alla University of Illinois di Chicago, che individua alcune buone cose riguardo allo sprawl. “Non è meglio o peggio di altri modi di urbanizzazione” sostiene Bruegmann. “Funziona, perché soddisfa molti bisogni. Quando se lo può permettere, la gente esce dalle città. Ora ci sono decine di milioni di persone che possono fare quello che un tempo era consentito solo a una piccola minoranza.

Bruegmann, il cui nuovo libro Sprawl: A Compact History (Chicago), sarà pubblicato alla fine del mese, si aggiunge allo scrittore e consulente Joel Kotkin, all’editorialista del New York Times David Brooks, e ad altri, nel trovare ispirazione nelle lottizzazioni, quasi fossero delle Jane Jacobs di suburbia. Il sostegno all’insediamento disperso segue una lunga tradizione, iniziata da Thomas Jefferson e proseguita da Frank Lloyd Wright. Oggi, Bruegmann e gli altri sentono come importante individuare ciò che di buono esiste nell’urbanizzazione diffusa, perché lo sprawl è stato martellato per oltre vent’anni da attivisti che auspicano una smart growth, o un New Urbanism, quest’ultimo un movimento architettonico che promuove la progettazione di quartieri tradizionali compatti.

Lo sprawl ci da’ “decentramento e democrazia” sostiene Bruegmann says: un tipo di uso ordinato dello spazio che avvicina classe lavoratrice e ceti medi, consentendo un avanzamento economico e sociale. Le abitazioni nei nuovi insediamenti, nel Sud e nell’Ovest, di solito partono da 120.000 dollari. Tentare di arginare lo sprawl significa mettersi di traverso allo sbocciare del sogno americano.

”È un modo per avere cose un tempo riservate solo a pochi”, prosegue Bruegmann. “ Privacy, mobilità – fisica e sociale – possibilità di scelta”.

E lo sprawl non è un fenomeno nuovo. Dalle antiche Roma e Cina, alla Londra del XIX secolo, a Parigi o Los Angeles oggi, la società si è diffusa sul territorio nei fasi positive dell’economia. “Appena le persone possono permetterselo, si verifica una massiccia migrazione verso le zone esterne” dice Bruegmann. Quindi, può darsi che dovremmo tutti smettere di preoccuparci, e imparare ad amare le lottizzazioni.

Naturalmente, altri osservatori del panorama nazionale di insediamento diffuso vedono un futuro più nero. James Howard Kunstler, campione del New Urbanism e autore di The Long Emergency: Surviving the Converging Catastrophes of the 21st Century (2005), sostiene che quando non sarà più disponibile petrolio a buon mercato, l’economia suburbana collasserà: l’organizzazione fisica che richiede lunghi spostamenti per recarsi ovunque si rivelerà una follia. Kunstler prevede solo erbacce secche rotolanti nelle lunghe strisce commerciali davanti ai Wal-Mart.

”Le nostre città in genere sono organismi ipertrofici: sono diventate troppo grandi nel secolo scorso, grazie alla crescita consentita dall’energia a buon mercato” dice Kunstler. “Qualunque cosa siano oggi, certamente dovranno contrarsi nel XXI secolo. Il processo probabilmente comporterà una densificazione dei vecchi centri o sulle sponde, nella generale contrazione”. L’organizzazione attuale delle nostre vite, sostiene Kunstler, “segue l’incessante logica del cancro, dell’ipertrofia, e si dimostrerà auto-limitante, dato che consuma e distrugge il portatore”.

La gran parte degli attivisti smart-growth oggi non occupa il proprio tempo a criticare lo sprawl o a prevedere la caduta del suburbio. L’attenzione principale è rivolta all’offrire una scelta più ampia a chi non desidera abitare nello sprawl: modificando norme di zoning superate che impediscono insediamenti a funzioni miste vicino a stazioni ferroviarie, per esempio.

”La smart growth non afferma che tutto lo sprawl sia orribile” dice John Frece, direttore associato del National Center for Smart Growth Research all’Università del Maryland. “Non si tratta di impedire la possibilità di costruire sprawl: solo di aggiungere quella di fare cose diverse, e metterla sul medesimo piano. Poi deciderà il mercato”.

Bruegmann sostiene di essere piuttosto aperto all’idea che gli americani scelgano diversi modi di vita in diversi momenti dell’esistenza. E, giusto a complicare ulteriormente le idee di tutti, prevede anche che con l’aumento della ricchezza nelle società, più persone desiderano tornare in città. Si tratta solo di capire in che modo l’agiatezza condiziona la domanda di vari ambienti fisici.

”Se si hanno soldi a sufficienza, la vita nell’alta densità può essere molto attraente” dice. “Credo che ci sarà sempre qualcuno che desidera vivere in spazi di tipo suburbano, comunque. Ma se si ha un appartamento spazioso sulla Fifth Avenue con un portinaio, e se si può prendere un taxi o camminare fino al Metropolitan Museum of Art ... ci sono milioni di persone che adorerebbero farlo”.

In definitiva, sostiene Kotkin, autore di The City: A Global History (2005), “I problemi dello sprawl dovranno essere risolti nel contesto dello sprawl. Non si può fermarlo. Non si può riprogrammare la società facendo tornare tutti a Boston. Dimenticatevelo. Non succederà”.

Lo sprawl sta migliorando, dice Kotkin says: più denso, e alla fine con una migliore combinazione funzionale, e negozi e posti di lavoro più vicini alle abitazioni. Kotkin prevede una crescita di questi villaggi suburbani, che chiama “ new suburbanism”, riecheggiando deliberatamente il New Urbanism. Con l’aiuto della tecnologia, più persone saranno in grado di lavorare da casa, o comunque più vicino a casa. Gli spostamenti in auto saranno ancora necessari, ma potranno essere più brevi, e fatto usando veicoli ibridi e ad uso efficiente dell’energia.

”Nella California meridionale diciamo queste cose da anni: semplicemente, è un nuovo tipo di città” sostiene Kotkin. “È come se qualcuno dalla Firenze rinascimentale arrivasse nella Manchester del XIX secolo. Direbbe: dov’è la chiesa nel mezzo? È semplicemente diverso. L’urbanizzazione di suburbia è la grande sfida della pianificazione all’inizio del XXI secolo in America”.

Nota: il testo originale al sito del Boston Globe (f.b.)

Sotto accusa la attuale maggioranza governativa, e, soprattutto, i comuni ricchi ed egoisti delle banlieues metropolitane, i loro sindaci conservatori e il loro maître-à-penser: l’incauto e provocatorio ministro dell’interno Nicolas Sarkozy che sta boicottando in prima persona l’applicazione della legge. Da leggere per riflettere sulle affinità con la questione abitativa e la emergenza casa in Italia, e sui rischi che si potrebbero correre anche nelle nostre grandi città: se non cambiano le cose (m.c.g.).

Titolo originale: Ces banlieues riches qui poussent au crime - Traduzione per Eddyburg di Maria Cristina Gibelli

Dopo le rivolte urbane nella periferia parigina e in provincia, il problema delle case popolari è tornato in primo piano e, con esso, quello della attuazione della legge SRU (Solidarité et renouvellement urbain). Molti comuni della banlieue parigina, come ad esempio Neuilly-sur-Seyne e Saint-Maur-des-Fossés, preferiscono restare “fra ricchi”, lasciando agli altri il compito di risolvere i problemi di mixité sociale.

Concentrare le famiglie povere, gli stranieri, i disoccupati nei quartieri periferici degradati ha costituito da molto tempo un modo sicuro per non vedere i problemi – pagato con episodi di protesta sociale manifestatisi nel corso del tempo in diverse località. Le violenze che hanno scosso la Francia nel novembre 2005, e che hanno reso necessaria la proclamazione dello stato di emergenza nazionale, costringono ad aprire gli occhi.

Il mensile Alternatives Economiques, in un dossier premonitore pubblicato in ottobre (Pas de rélance pour le logement social), aveva già descritto una situazione allarmante: 100.000 famiglie solo a Parigi sono in attesa di un alloggio (con un ritmo di attribuzione di 12.000 alloggi per anno); ogni anno in Francia vengono resi disponibili soltanto 50.000 alloggi supplementari, di cui 35.000 nuovi (complessivamente, meno dell’1% del parco alloggi esistente). Le risorse finanziarie destinate all’edilizia sociale, che rappresentavano lo 0,4% del PIL all’inizio degli anni ’80, si sono dimezzate dall’inizio degli anni ’90. Un decennio più tardi, nel 2001, si è scesi allo 0,1% del PIL.

Secondo l’INSEE, la Francia contava nel 2002 3,5 milioni di persone in condizione abitativa precaria. Nel settore dell’HLM (edilizia economico-popolare), il 22% degli abitanti sono disoccupati, e più della metà hanno un reddito inferiore al 60% del reddito minimo di accesso .

Per cercare di invertire la tendenza, la legge RSU, adottata nel 2000 dal governo Jospin, ha fisssato un obiettivo a 20 anni: 20% di alloggi sociali per tutti i comuni con più di 1.500 abitanti in regione parigina, e con più di 3.500 abitanti in provincia. I comuni inadempienti si espongono a delle sanzioni pecuniarie, tutto sommato neanche molto elevate.

Così, il ricco comune di Saint-Maur-des-Fossés (Val-de-Marne), già famoso per essere una delle ultime città in Francia ad aver sempre rifiutato la raccolta differenziata, paga soltanto 800.000 euro di ammenda all’anno per l’assenza di un impegno sia pur minimo in materia di edilizia sociale.

“Case popolari” sì, ma per popolazione a buon livello di reddito

In un volantino distribuito agli abitanti di Saint-Maur, il sindaco Jean-Luis Beaumont invita a firmare una petizione per l’abrogazione della SRU (indicata come “legge SRU-Gayssot, dal nome del deputato comunista relatore della legge stessa, per spaventare un po’ di più i suoi elettori). Egli scrive che l’applicazione della legge “darebbe luogo a un saccheggio della buona urbanistica” e che “non vi è niente di sociale nell’addensare le abitazioni, nel momento in cui molti di quelli che ci vivono si augurano la scomparsa dei grands ensembles”. Si gioca sull’accostamento fra paura e un’immagine univoca dell’edilizia popolare: quella della tipologia degli edifici a torre (Creteil è a due passi…)

Saint-Maur propone di favorire l’accesso alla proprietà in 30 o 40 anni per le coppie che “dispongano di 2.000-3.000 euro di reddito mensile” (ricordiamo che il reddito medio lordo mensile è di 1.218 euro!); di “esonerare dal pagamento dei diritti di successione diretta, allorché questa successione o donazione riguardi un alloggio in cui l’erede elegge la sua residenza principale” (misura che favorisce i proprietari agiati e che non incide minimamente sull’edilizia sociale, occupata da affittuari), o ancora “di esonerare dalle spese notarili per l’acquisto della prima casa” (mentre il problema per i più poveri è, appunto, di accedere all’affitto).

E il sindaco di Saint-Maur vanta le realizzazioni in corso di edilizia sociale nel suo comune.. un centinaio di alloggi in tutto. Morale: restiamo in buona compagnia e infischiamocene degli altri…

Ma si deve a Nicolas Sarkozy un record ancora più scandaloso. Neuilly-sur-Seyne, di cui è stato sindaco per lungo tempo, si è data l’obiettivo di un tasso di edilizia sociale del 2.6%. Salutiamo questo sforzo, anche se la quota si è fermata all’1,3% nel 2002. Ecco da chi ci vengono date lezioni su come intervenire sulle periferie…

Felicitazioni anche a Ville-d’Avray (3,1%), Celle-Saint Cloud (3,6%), Vincennes (6,4%), Maisons-Laffitte (6,9%) !

Sempre meno abitazioni, sempre meno edilizia popolare

Non basta certo costruire abitazioni popolari. Occorre che siano accessibili a chi ne ha bisogno. E questo non è il caso dei 4 milioni di alloggi disponibili nel nostro paese (di cui la metà in affitto).

In primo luogo, l’aumento dei valori immobiliari spinge gli affittuari a permanere negli alloggi sociali più a lungo, e il tasso di rotazione è in costante diminuzione. Inoltre, i comuni che hanno accolto la maggiore quota di parco sociale, accumulano le difficoltà che si accompagnano alla concentrazione elevata di popolazione pauperizzata e non possono più costruirne di nuovi. Bisogna dunque contare sui comuni più altolocati che, però, non hanno una grande propensione a dedicarsi all’edilizia sociale (e a rischiare una mutazione del proprio elettorato).

Del resto, l’edilizia sociale più costosa (il cosiddetto PLS: Pret Locatif Social) costituisce oggi più del 20% della nuova offerta, contro il 13% di quattro anni fa. Questi alloggi sociali “haut de gamme”, in un mercato già saturo, attirano anche le classi medie. Il fatto è che, poiché questa offerta garantisce affitti più elevati, richiede minori sovvenzioni statali ed è quindi preferita anche a livello centrale.

Le abitazioni per i gruppi più svantaggiati sono sempre più una questione che riguarda il parco privato più degradato. E, per peggiorare le cose, lo Stato in questi ultimi anni ha fortemente ridotto il suo impegno in favore della riqualificazione del patrimonio abitativo più vetusto.

Aggiungete il fatto che la legge Besson del 1999 è stata rimpiazzata dalla legge Robien del 2002 (che prevede che gli aiuti finanziari alle operazioni di riqualificazione abitativa sono concessi a condizione di un impegno economico molto più elevato da parte degli affittuari destinatari degli aiuti stessi): la situazione dell’edilizia sociale non potrà che peggiorare.

E le sommosse ricominceranno per denunciare questa cecità.

Nota : il testo originale al sito ANNU:ART Sullo stesso argomento su Liberation “ 140 villes restent de marbre face à la loi SRU(m.c.g.)

Titolo originale: Madrid mayor: Visionary or ‘pharaoh’? Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini



MADRID – Più o meno ogni due settimane, Alberto Ruiz-Gallardón guida fino a una zona diversa della città, ringrazia gli abitanti per la loro pazienza, e sancisce formalmente l’ultimazione – o la parziale ultimazione – di uno degli oltre 70 grandi progetti di costruzione di Madrid.

Gallardón, sindaco di Madrid serio e che pensa in grande, ha sopportato più di due anni di lamentele e critiche da parte di abitanti stufi per i rinvii, gli ingorghi del traffico, le deviazioni il rumore e la polvere diventati parte della vita quotidiana da quando sono iniziati i grandi progetti, poco dopo la sua elezione nel 2003.

Ma il quarantaseienne Gallardón dice che sarà valsa la pena di questi inconvenienti alla fine dell’opera nel 2007, e Madrid chiede di diritto il suo posto fra le grandi città moderne d’Europa.

”Madrid ha un’ambizione: farsi carico della guida, in Spagna e oltre” ha dichiarato il sindaco giovedì in municipio dopo aver comunicato ai giornalisti la proposta di un nuovo progetto di rinnovamento per un’altra zona della città, stavolta sul margine meridionale del principale parco, la Casa del Campo.

Membro del conservatore Partido Popular, Gallardón sta mantenendo una promessa: è entrato in carica facendo voto di cambiare la faccia di Madrid. La città era considerata da lungo tempo arretrata rispetto ad altre capitali europee: un luogo sovraccarico di tradizione, lento a modernizzarsi.

Anche rispetto al resto della Spagna, la capitale appariva letargica, immobile mentre Barcellona, Bilbao e Valencia si rinnovavano, ravvivavano e reinventavano come città alla moda con appeal globale, alzando il proprio profilo internazionale a attirando turisti.

Ma ora la cronica trascuratezza di Madrid per la sua immagine è finita. Con Gallardón, la città si è trasformata in un grande cantiere, con scavi, gru, martelli pneumatici e cavalletti a bloccare le strade praticamente ad ogni angolo.

”Al momento Madrid sta attraversando il più grande processo di trasformazione urbana della sua storia, e uno dei più ambiziosi d’Europa” ha dichiarato il sindaco in un’intervista via e-mail. “Si sta scrollando di dosso una certa pigrizia del passato”.

E i progetti del sindaco vanno oltre il rinnovo delle infrastrutture. Parla di utilizzare gli enormi tesori artistici della città per proiettare una vivace e seduttiva immagine di Madrid al mondo. Ciò comporta modernizzare l’area attorno al “triangolo d’oro” dei musei d’arte, come il Prado, a creare “uno spazio pubblico veramente unico al mondo” sottolineato da fontane e alberature.

Descrivendo i suoi grandiosi piani, Gallardón si propone come un visionario. Ma i critici lo chiamano “il faraone”.

Proprio come i sovrani dell’antico Egitto, dicono, è ossessionato dall’idea di lasciare un’impronta duratura attraverso mastodontici progetti di costruzioni, senza badare ai costi. Quando terminerà il suo primo mandato nel 2007, si prevede che il debito per la città si avvicini ai 6 miliardi di Euro, circa cinque volte quello di quando è entrato in carica.

I critici contestano che questi progetti non solo stanno portando alla bancarotta la municipalità, ma azzoppano anche l’economia rendendo più difficile per i clienti raggiungere i negozi nelle zone delle costruzioni, e obbligando gli abitanti a impiegare più tempo per gli spostamenti quotidiani. In più, dicono, i lavori danneggiano l’ambiente e peggiorano la qualità della vita.

“La città è collassata” ha dichiarato in un’intervista Trinidad Jiménez, consigliera municipale per il Partito Socialista e probabilmente la critica più radicale del sindaco. “Ha creato il caos assoluto in città, con tutte le sue costruzioni”.

Gli abitanti impiegano in media 30 minuti in più al giorno per spostarsi in città, sostiene la signora, riducendo il tempo a disposizione per lavorare, per la famiglia e per il sonno. “Il problema non sono tanto le costruzioni” aggiunge la Jiménez. “È che ha deciso di fare tutto in una volta”.

La federazione dei tassisti dice che i propri aderenti perdono in media due viaggi al giorno, ovvero l’equivalente di 250 al mese, a causa dei lavori, e ha chiesto al sindaco di sospendere tutte le opere principali sin quando non sarà predisposto un piano per minimizzare gli effetti sul traffico.

Alcune delle critiche più dure si concentrano sulle conseguenze ambientali dei progetti; la signora Jiménez dice che sinora sono andati persi 25.000 alberi. Il sindaco ha promesso di ripiantarne molti, e di raddoppiare quasi il numero di quelli lungo le strade entro la fine del mandato. Ma i critici sostengono che ci vorranno decenni prima che gli alberi crescano maturi a sufficienza per ricostruire il paesaggio.

Gallardón nega che la città sia nel caos, sostenendo che il traffico nelle zone dei cantieri non è più lento che altrove, e che la città è ben lontana dall’essere paralizzata. “Il caos arriverebbe se non modernizzassimo in fretta le nostre infrastrutture, e ci sarebbe un collasso per mancata preveggenza” dice.

Ex procuratore e madrileno di nascita, Gallardón è al centro della politica della città da più di dieci anni, presidente per due mandati della regione madrilena prima di diventare sindaco nel maggio 2003. Conservatore moderato, è popolare in entrambi gli schieramenti ed è stato considerato a lungo un potenziale candidato per la presidenza del consiglio dei ministri.

Ma l’ampiezza della sua popolarità è forse la sua maggior debolezza, dice Carlos Mendo, amico del sindaco e editorialista del quotidiano El País.

”Il guaio con Alberto è che ha più fascino con l’uomo medio che con la base” racconta riferendosi alla base conservatrice del partito. “È un po’ troppo liberal per loro”.

Gallardón ha fatto infuriare i conservatori del partito sostenendo i diritti degli omosessuali. Ha anche suscitato scontento concentrandosi più sull’integrazione degli immigrati che nello scoraggiarli, o invitando alla moderazione nei rapporti con le regioni spagnole a cultura autonomista come quella basca e catalana.

Il sindaco afferma che non ha intenzione di presentarsi come candidato alla presidenza del consiglio alle prossime elezioni parlamentari previste per il 2008. Ma, come ricorda Mendo, Gallardón è abbastanza giovane per poter scegliere il proprio momento, e aspettare un turno in cui il pendolo del partito si sia spostato un po’ più a sinistra.

Gallardón ha dimostrato di aver fascino con gli elettori. Sposato e padre di quattro figli, ama andare in moto e suonare il piano, a sentire gli amici, e le sue conoscenze di musica classica possono rivaleggiare con quelle di uno studioso. Non molto tempo fa, un direttore di El País gli chiese di diventare il critico musicale del giornale: per scherzo, secondo Mendo.

La decisione di Gallardón di concorrere alla carica di sindaco nel 2003 è apparsa come un passo indietro, una mossa sorprendente per un giovane politico in ascesa. Ma sembrava attratto dalla possibilità per un sindaco di incontrare personaggi stranieri importanti e capi di stato, in visita a Madrid tutti gli anni, offrendo un’opportunità ideale per aumentare non solo la propria statura internazionale ma anche quella della città.

Una pietra miliare della sua strategia era vincere la candidatura alle Olimipiadi del 2012, che sosteneva avrebbero fatto alla città quello che era riuscito con i giochi del 1992 a Barcellona:trasformarsi in una delle metropoli più trendy d’Europa. Aver perso la scommessa con Londra in luglio è stato un passo indietro devastante, secondo gli amici.

In molti modi, le trasformazioni di Gallardón riflettono una tendenza. Favorite da una delle più lunghe fasi di espansione economica del continente, le città spagnole hanno ricostruito se stesse per oltre un decennio, modernizzando le infrastrutture e tentando di distinguersi attraverso specifiche architetture.

Seguendo l’esempio di Bilbao e del suo museo Guggenheim, che ha aiutato a trasformare la città da grigio centro industriale a una destinazione turistica di tendenza dopo l’inaugurazione del 1997, centri come Valencia, Barcellona e Córdoba di recente hanno ingaggiato architetti innovativi per aggiungere linee moderne alle proprie skylines.

Il rifacimento di Madrid comprende le immaginose espansioni dell’aeroporto e del museo di arte contemporanea Reina. È uno dei tre, insieme al Prado e al Thyssen-Bornemisza, che formano il “triangolo d’oro” della città e sono al centro del più decantato progetto di Gallardón. Il sindaco sta lavorando con costruttori privati per aggiungere un quarto museo e riunirli tutti in un unico quartiere che possa essere promosso all’estero come emblema delle ricchezze culturali della città.

In molti modi, la visione di Gallardón per Madrid è meno ambiziosa di quel che sembra. La città è ben nota per i suoi musei, l’esuberanza della vita notturna e la quantità praticamente infinita di bar, pochi dei quali sembrano mai vuoti. È anche il motore di una delle più vivaci economie d’Europa, una calamita per un numero crescente di immigrati, dall’unione Europea e da fuori.

Oggi sarebbero in pochi a definire Madrid quelloc he appariva solo qualche decennio fa: una grande città politica, dominata appunto da politici, scrittori, giornalisti e burocrati. Se mancava qualcosa, forse era un venditore: e Gallardón si presenta proprio come the man for the job.

Ai critici dei lavori di rinnovamento il sindaco risponde che non c’è scelta. Senza questi, avverte Gallardón, Madrid rischia di diventare un centro di secondo piano. Con le opere, prevede, Madrid volerà in alto, affermandosi non solo dal punto di vista della forza economica, ma come centro culturale e artistico con pochi rivali in Europa.

Nota: il testo originale al sito dello International Herald Tribune; altri articoli della serie sui sindaci delle grandi metropoli del mondo in questa stessa sezione Eddyburg/Megalopoli (f.b.)

UNA DELEGAZIONE di costruttori edili americani, in visita da Chicago, è stordita dall´ammirazione: «Nel tempo in cui noi costruiamo un grattacielo, qui costruiscono da zero una città intera». È l´exploit estremo mai realizzato dalla Cina, che pure di grandi opere ha un´esperienza unica al mondo. In una zona dove fino a pochi mesi fa c´erano solo campi, tra un anno sorgerà dal nulla una città di centomila abitanti, Nuova Zhengzhou.

In meno di dieci anni sarà diventata una metropoli da un milione e mezzo di persone. È un record assoluto, una Dubai innalzata di colpo come un miraggio sulle rive del Fiume Giallo. E non avrà nulla in comune con altri tour de force della scatenata urbanistica cinese. Stop al gigantismo mostruoso e volgare che ha devastato Pechino, Shanghai e Canton, megalopoli-piovre di ipergrattacieli e autostrade urbane, metastasi impazzite della globalizzazione. Nuova Zhengzhou è la prima Utopia post-comunista della Repubblica popolare, la Venezia del terzo millennio, un´Arcadia ambientalista, oasi d´acqua e di giardini, di università tecnologiche e aria pulita.

Questo sogno meraviglioso, 30.000 operai con centinaia di gru e scavatrici lo stanno già costruendo a tappe forzate di giorno e di notte, senza pause né domeniche né vacanze. Il potere ha scelto un luogo simbolico, il cuore primordiale dell´Impero di Mezzo. La vecchia Zhengzhou è capitale di una provincia (Henan) che ha gli abitanti di Francia e Italia messe assieme. Ha 3.500 anni di storia. È un centro nevralgico all´incrocio esatto fra la ferrovia nord-sud Pechino-Canton e quella est-ovest che dal Mar Giallo arriva in Tibet. Tra quei due assi intasati di traffico, la vecchia Zhengzhou e i suoi 2,5 milioni di abitanti stavano soffocando. Così tre anni fa il governo locale ha partorito un progetto senza precedenti. Creare un´altra città più in là, molto più là, in mezzo alla vasta campagna semivuota. Costruirla da zero, in tutti i sensi. Non farsi vincolare dagli errori del passato, non sovrapporre cemento nuovo sul cemento vecchio. Su una pagina bianca disegnare la città-modello, l´ambiente ideale del nostro tempo. Hanno tradotto in mandarino dei concetti – qualità della vita, sviluppo sostenibile – che sembravano un lusso per la Cina. Con un miliardo e 300 milioni di abitanti, tra cui 800 milioni di contadini ancora fermi nel Terzo mondo, la crescita del Pil ad ogni costo ha avuto la precedenza.


Zhengzhou ha visto Chongqing, Pechino e Shanghai lanciate verso il collasso, proiettate oltre i 20, i 30 milioni di abitanti, strangolate negli ingorghi e nelle nebbie tossiche da inquinamento. Zhengzhou si è ribellata all´ineluttabilità di quel destino. I suoi amministratori hanno organizzato una gara internazionale tra architetti sfidandoli a progettare la Città-Simbiosi: con la natura, con la cultura e la tradizione cinese. Hanno fatto vincere un architetto-filosofo, artista e idealista, per di più giapponese: Kisho Kurokawa, l´autore del museo di arte contemporanea di Hiroshima e del museo Van Gogh di Amsterdam. Kurokawa non li ha delusi. La sua Nuova Zhengzhou è una sapiente e raffinata alternativa alle brutture che sfigurano le megalopoli cinesi. Restaura la civiltà urbana di questo paese: il tessuto dell´antica convivenza sociale favorito dagli hutong, vicoli stretti e nemici delle auto; dai siheyuan, le case familiari a un solo piano, armoniosi quadrilateri col cortile e il giardino interno. Nuova Zhengzhou è una città carosello immersa in un reticolo di canali, eco-corridoi che si collegano a 34 fiumi. Ha un lago artificiale di 800 ettari, il più grande della Cina. Si circonda di parchi e giardini vasti fino a raggiungere le foreste delle vicine montagne per proteggere la biodiversità della regione. Ha anche i suoi bei grattacieli, disposti lungo due girotondi e un arco sinuoso che visto dal cielo, e illuminato di notte, riproduce il carattere cinese riyu, simbolo di appagamento dei sensi. Ha un sistema di trasporti fondato sui vaporetti nei canali, i tram leggeri in superficie, un treno ad alta velocità verso l´aeroporto. Ha un parco tecnologico e tre campus universitari con dieci facoltà, inclusa l´Accademia della medicina tradizionale cinese e un Istituto per la conservazione dell´acqua.


È il Giardino dell´Eden. La potenza industriosa della Cina lo sta creando sotto i nostri occhi alla velocità della luce. Il pedaggio d´ingresso nel paradiso terrestre però è elevato: più di 300.000 euro per un appartamento di 80 metri quadri. I contadini a cui il governo ha espropriato le terre fanno la fila all´ufficio di collocamento, per essere assunti come manovali nell´esercito proletario che innalza l´Utopia metropolitana. Nella Nuova Zhengzhou la legge del mercato ha già escluso che ci sia posto per loro. La vecchia Zhengzhou, intanto, è la città-pilota per un altro esperimento di ingegneria sociale. È la prima municipalità ad avere reclutato i nuovi corpi speciali della polizia cinese, le teste di cuoio anti-sommossa.

APPENDICI (estratti e traduzioni per Eddyburg di Fabrizio Bottini)

Dal sito della Municipalità

La nuova zona di Zhengdong

Col nuovo secolo, Zhengzhou ha saputo cogliere le significative opportunità dell’ingresso della Cina nel WTO, il grande sviluppo della zona occidentale, e l’approvazione da parte dello stato del Piano Generale della Municipalità di Zhengzhou per la Costruzione della Municipalità Centrale Regionale, e ha fissato i propri obiettivi strategici per l’economia nazionale e lo sviluppo sociale nel “Decimo Piano Quinquennale” [...]

Nel quadro degli obiettivi del piano quinquennale, la Nuova Area di Zhengdong sarà costruita con un alto livello, dal punto di partenza ai risultati, in modo da ampliare il quadro generale della città. La zona pianificata di Zhengdong inizia a ovest dalla Strada Statale n. 107, e raggiunge la progettata autostrada di Jing Zhu a est; a nord inizia dalla autostrada di Lian Huo, e arriva sino all’arteria veloce per l’aeroporto. L’Area copre un totale di circa 150 chilometri quadrati, ed è prevista una popolazione di 1,5 milioni di abitanti. Nel progetto e realizzazione sono contemplati concetti avanzati come la Città a sviluppo contemporaneo [ Co-growth City], Città Metabolica [ Metabolistic City] e Città ad Anello [ Ring-shaped City]. E verranno anche osservati principi come eguale attenzione alle traformazioni della città vecchia e sviluppo della nuova, edificazione coordinata, crescita e prosperità condivise, bisogni della popolazione in primo piano, priorità alla pianificazione, nel migliorare l’aspetto della città vecchia e accrescere la qualità dell’ambiente urbano. L’obiettivo finale è di realizzare Zhengzhou passo dopo passo, verso una città moderna, socialista, commerciale e di scambi, con le caratteristiche culturali delle Pianure Centrali, una capitale regionale nelle campagne.


Dal sito Zhenzhou Dahua

Il Nuovo Distretto Orientale di Zhengdong

La realizzazione del nuovo distretto di Zhengdong è un grande progetto a cui partecipano sia la Provincia di Henan che la Municipalità di Zhengzhou, per accelerare lo sviluppo della città. Il giapponese Kisho Kurokawa, maestro dell’architettura e dell’urbanistica apprezzato a livello mondiale, ha redatto il Progetto Concettuale Generale. Il piano adotta i concetti avanzati di città ecologica, simbiotica, metabolica e ad anello. Kisho Kurokawa è stato insignito del Cities Award for Excellence, all’incontro annuale dell’Unione Internazionale degli Architetti. Il nuovo distretto comprende, un Central Business District (CBD) con funzioni finanziarie, di affari, uffici, residenze. A nord-ovest, si prevede lo specchio d’acqua artificiale del Lago del Dragone, su circa 6 chilometri quadrati, circondato da bassi edifici residenziali. Il sub-core della zona degli affari, area principalmente turistica e residenziale, sarà organizzato sulla penisola protesa nel lago del Dragone. Il CBD si collega al sub-core attraverso un lungo canale che diventerà l’asse centrale commerciale e culturale della città su entrambe le rive, sulle quali si collocano alti edifici residenziali; centri logistici e industrie sono raggruppati in una fascia produttiva a forma di “V”. In più, lungo i corsi d’acqua, il lago, le strade trasversali e quella ad anello, ci sono ampi spazi a verde con funzione ecologica.

Ad ora, è stato attuato il piano per l’area iniziale di 45 chilometri quadrati, dove le strutture base come la rete stradale sono state quasi completate. Sono in corso di rapido sviluppo la vendita e organizzazione degli spazi, oltre al lavoro relativo all’immigrazione e ricollocamento entro il nuovo distretto. Fra i 18 progetti previsti nel CBD, sono in corso di costruzione il Centro Esposizioni Internazionale e quello Radio e Televisione; sono nella fase preparatoria del sito il Centro Belle Arti di Henan e la Città Universitaria; la Città della Tecnologia è agli inizi. La promozione degli investimenti ha avuto successo, e il totale ha raggiunto 1,2 miliardi.

Altri particolari disponibil al sito NHBY; di seguito due files immagine e un file estratto da China Daily sullo sviluppo della città (f.b.)

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