Ora è l´Europa a dire no al Mose "Viola le direttive ambientali"
BRUXELLES - Altri guai, e stavolta dall´Europa, per il «Mose» di Venezia. Non solo non ci sono i soldi per finirlo, secondo quanto ha detto il governo italiano, ma il grande sistema di dighe mobili attualmente in costruzione, pensato per salvare la città dalle acque alte, non convince nemmeno l´Europa che lo «processerà» sui banchi di Bruxelles. La risposta alle contestazioni della Commissione Europea, inviata dall´ex sottosegretario alla Presidenza del consiglio Gianni Letta sul finire del governo Berlusconi, non è bastata a fugare i dubbi e a far archiviare la procedura di infrazione aperta lo scorso dicembre dall´Europa contro l´Italia, accusata di aver violato la direttiva Cee sul deterioramento degli habitat e la conservazione degli uccelli selvatici. E intanto un fascicolo sui lavori del Mose lo ha aperto anche la Procura di Venezia: «Faremo tutti gli accertamenti necessari in modo da stabilire se siano stati commessi eventuali reati penali» dice il Procuratore Vittorio Borraccetti.
«La Commissione non ha ancora preso una decisione sul seguito da dare alla procedura di infrazione», spiega il commissario europeo per l´ambiente Stavros Dimas. Sul suo tavolo, la pratica Mose si è arricchita di due nuovi dossier. Uno gliel´ha inviato il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, per denunciare «la manomissione dell´ambiente naturale che sta provocando sostanziali alterazioni morfologiche dell´ambiente lagunare e dei litorali, per molti aspetti irreversibili», e la «non conformità degli interventi del Mose con la strumentazione urbanistica vigente», che hanno prodotto la «perdita di porzioni di habitat di interesse comunitario». Per Cacciari, il caso del Mose è «ancora più grave» che per altre opere, perché «si sta procedendo senza un progetto d´insieme approvato». Colpa, dice, sia dei governi di destra che di sinistra, che «hanno voluto proseguire su una strada sbagliata, dando avvio a una costosissima impresa senza avere la più pallida idea da dove tirar fuori i soldi».
L´altro dossier l´hanno inviato alla Ue le stesse associazioni che avevano chiesto la procedura di infrazione: Wwf, Lipu, Italia Nostra, Verdi, Ecoistituto del Veneto. In un documento di 24 pagine di «controdeduzioni» agli 11 punti delle tesi di Letta, giudicate «infondate, parziali, insufficienti, omissive», in cui il governo Berlusconi dichiarava di aver «pienamente preso in considerazione le esigenze della salvaguardia degli equilibri ambientali», chiedono che il progetto del Mose venga «interamente riformulato», e che la procedura di infrazione «non venga archiviata» perché i rischi di perdita di habitat e di «valori biogeografici faunistici» che deriverebbero dalla costruzione delle opere «sono da considerarsi altamente significativi e in parte irreversibili».
Non solo. Secondo i tecnici del ministero dell´ambiente, «potrebbe essere un elemento ostativo» all´archiviazione della procedura di infrazione, la «mancata formalizzazione dell´individuazione dell´intera laguna di Venezia come zona di protezione speciale Zps» secondo la direttiva Cee. Gli ambientalisti propongono una moratoria delle opere «irreversibili» del Mose, per valutare soluzioni alternative di minore impatto e di costi più contenuti. Secondo Cacciari, «siamo ancora in tempo a utilizzare quanto realizzato fino ad ora con le opere complementari, ripensando radicalmente i passi futuri». «Menagramo, nessuno chiuderà i cantieri» gli ribatte il presidente veneto Giancarlo Galan. Ma gli ambientalisti sperano che, se non sarà la mancanza di fondi, il Mose lo fermerà l´Europa. Per proteggere gli uccelli.
Ca´ Roman, l´isola dei cento uccelli che vuole fermare la Grande Opera
CA´ ROMAN (Venezia) - Canta il gheppio, un falco dalle piume chiare tra il marroncino e l´arancione, appollaiato in cima a un pioppo, e sembra che rida. Non fosse maledettamente seria, infatti, la questione sarebbe comica. Perché un pugno di uccellacci e uccellini è stato capace di fare quello che non è riuscito a decenni di polemiche, proteste, denunce, assalti ai cantieri: mettere i bastoni tra le ruote del Mose. È stata l´isola dei cento uccelli a spingere l´Europa a «processare» l´Italia per non aver adottato, nella costruzione del grande sistema di dighe mobili, «misure idonee» a prevenire l´inquinamento e il deterioramento dell´habitat e le «perturbazioni dannose agli uccelli». «La Repubblica Italiana è venuta meno agli obblighi derivanti dalla direttiva Cee sulla conservazione degli uccelli selvatici» scrive Julio Garcia Burgues della direzione ambiente della Commissione Europea al presidente del Wwf Fulco Pratesi che per primo aveva sollevato la questione nel 2003 con una denuncia.
Nessuno aveva pensato ai tanti, tantissimi uccelli dell´isoletta di Ca´ Roman, che dal 1989 è un´oasi della Lipu e dal 2000 un sito protetto «di importanza comunitaria», dove non si può staccare neanche la foglia di una pianta. Un´isoletta sperduta, disabitata, quasi inaccessibile, a cavallo tra mare e laguna, fra Chioggia e Pellestrina, alla quale è legata da un «murazzo», una scogliera lunga e stretta messa dai Dogi due secoli fa a protezione delle onde. Quarantuno ettari di spiaggia, dune e bosco, con una battigia lunga due chilometri e profonda cento metri, una giungla rigogliosa, quasi tropicale, nell´interno, un forte antico in rovina, il Barbarigo, e una sfilza di vecchi bunker di cemento armato avanzati dall´ultima guerra.
Ma soprattutto uccelli, uccelli dappertutto e di tutti i tipi. L´isola è un concerto di uccelli che cantano, svolazzano, giocano, amoreggiano e fanno il nido. Camminando per gli unici due sentieri che attraversano la boscaglia, così fitta che sembra di montagna, pare di stare dentro a una voliera. «Un autentico paradiso naturale - dice Federico Antinori della Lipu - questa è la zona più intatta di tutta la laguna. Ma la costruzione del Mose, con la realizzazione di una conca di navigazione che si sta mangiando tre ettari di litorale, e di un terrapieno di sette ettari alto due metri e mezzo, comporterà la perdita di almeno la metà delle aree di nidificazione di molti uccelli, l´estinzione di insetti unici al mondo, e la distruzione delle dune». Vicino alla diga dove stanno costruendo la conca, la sagoma di due gru gigantesche e i rumori del cantiere, hanno già allontanato gli uccelli da questa parte dell´isola.
Ne hanno contate ben 108 specie in questa gigantesca voliera all´aria aperta, dall´airone cenerino allo zigolo delle nevi. Alcune sono rarissime e in via di estinzione. Diciannove di queste sono state inserite nella «direttiva uccelli» della Cee: vi sono quelle che nidificano nell´oasi, come il fraticello (da 100 fino a 300 le coppie che si riproducono), il fratino, il martin pescatore e il misterioso, mimetico e crepuscolare «succiacapre», così chiamato dai pastori che lo vedevano volare sopra le greggi e credevano che andasse a bere il latte delle capre. E vi sono anche numerose specie migratrici, come la strolaga, il marangone del ciuffo, il falco pecchiaiolo, il nibbio bruno, il beccapesci, la balia dal collare.
«Qui stanno tranquilli perché non viene mai nessuno - dice Antinori - anche adesso che è estate, non essendoci alcuna struttura, i turisti sono inesistenti, e i bagnanti rarissimi». Qualche gruppo di case in verità c´è, ben nascosto dalla vegetazione. Una colonia di suore canossiane, abbandonata da dieci anni, e un villaggetto di una parrocchia padovana che nella stagione dei bagni ospita una piccola comunità di disabili. Tutto qua. Non un bar, né un negozio, né uno stabilimento balneare. Arrivarci, del resto, se non si ha una barca, è quasi impossibile. Il vaporetto che da Pellestrina va a Chioggia ferma solo «su richiesta» e solo un paio di corse al giorno. Tornare indietro è ancora peggio. Un cartello, sull´unico vecchio e spoglio pontile dell´isola, informa che bisogna telefonare alla direzione dei vaporetti se si vuole che il battello che arriva da Chioggia si fermi a raccoglierti. E´ proprio questa solitudine che ha fatto dell´isola, selvaggia e bellissima, il paradiso degli uccelli. Ma il loro canto adesso è cancellato dai motori delle ruspe del cantiere del Mose. Il gheppio sbatte le ali grandi e vola via gridando.
Leggo il programma per la Scuola di Eddyburg 2006. I temi da discutere per “costruire la città pubblica” sarebbero la casa, la mobilità, l’ambiente. Penso al primo tema, a quello che negli anni dell’impegno ‘dei professori’ verso i sindacati dei lavoratori e degli inquilini si chiamava Il problema della casa. Sono passati trent’anni dall’affollato seminario con questo titolo al Politecnico milanese nei mesi di maggio e giugno 1976. Erano ancora vivi gli effetti culturali dello sciopero generale per la casa che nel 1969 aveva bloccato l’intero paese. La condizione abitativa non poteva essere cambiata sostanzialmente; ma i risultati delle elezioni amministrative del 1975 e delle elezioni politiche del 1976, con il primato democristiano messo in discussione dal successo del Partito comunista, contenevano anche la convinzione dei lavoratori di poter finalmente ottenere una maggior giustizia sociale quindi anche il diritto all’abitazione equa, equa per qualità e prezzo ma anche per posizione rispetto al luogo di lavoro.
La storia del paese era già corsa in un altro senso e così procederà. Le storie particolari dell’urbanistica e dell’architettura sono storie di crisi degli ideali e, per questo, di alienazione all’interesse privato e al traffico politico. La “casa”, come avrebbe potuto corrispondere alle vecchie rivendicazioni e aspettative?
Pochi mesi fa i politici e molti fra sociologi e urbanisti erano propensi a ritenere il problema risolto grazie alla diffusione della proprietà dell’abitazione, infatti sembravano accettare stime non credibili, come quella enunciata da Berlusconi nelle sue disperate esplosioni, 86 %. La proprietà all’ultimo censimento riguardava il 71% delle famiglie, non può essersi tanto estesa in soli quattro anni. Intanto i fatti hanno mostrato la verità indipendentemente dalla diatriba intorno, come recita la burocrazia, al “titolo di godimento dell’abitazione”. I cittadini privi delle risorse necessarie per comprare o vessati dagli affitti esosi o comunque privi di un alloggio decente sono tornati in piazza per rilanciare i vecchi proclami sul diritto alla casa. Certi politici e amministratori locali si svegliano e riconoscono la crisi abitativa emergente soprattutto nelle città maggiori, sanno che non la si può nascondere dietro la scusa che essa riguarda una minoranza della popolazione. A Milano entrambi i candidati alla carica di sindaco hanno indicato questo problema come centro del loro impegno. L’imprudente Letizia Moratti ha promesso addirittura la costruzione di 45.000 alloggi popolari, una cifra assurda, fuor di ogni effettiva possibilità di realizzazione, tuttavia di per se stessa segno di un mercato edilizio pieno di offerte d’affitto del tutto sfasate rispetto alla domanda proveniente dai lavoratori, in particolare gl’impiegati sia stabili sia precari che nel settore terziario delle aree urbane metropolitane rappresentano il ceto operaio del nostro tempo: per salario, fatica, stress da lavoro e da insensato pendolarismo.
La radicale separazione fra i mercati del lavoro e dell’abitazione è il cuore del problema nelle metropoli. Diritto alla casa giusta, scontata la ragione del prezzo equo – affitto o ammortamento del mutuo – significa in definitiva per i lavoratori diritto a risiedere nella città pubblica in modo da ridurre a una misura umanamente accettabile, com’è concesso ai ceti dtentori di alti redditi, tutte le componenti penose: totale incongruenza fra luogo di residenza e luogo di lavoro, perdita di ore negli spostamenti, appartenenza della casa a contesti edilizi brutti e carenti di servizi, insufficienza dimensionale e bassa qualità funzionale e architettonica dell’alloggio.
Il tema della casa nella città pubblica coincide col progetto di restituire alla città la sua natura residenziale sottrattagli dal processo economico sociale liberistico. L’ente pubblico ha favorito il processo invece di controllarlo: per non aver adottato l’ottica dei diritti dei lavoratori e invece aver accettato la sudditanza a una trasformazione terziaria finanziaria in buona parte speculativa. Un immobiliarismo produttore di rendite gigantesche distrugge la residenza urbana nella città madre del contesto metropolitano e ne getta al di fuori gli abitanti. Si dirà che, oggi, è alla dimensione più ampia che dobbiamo guardare. Ma è proprio tale visione che ha permesso di evidenziare la negazione del compito storico della città.
Uno sguardo alla storia della città e del territorio offre subito un buon appiglio: tra tipo di città (o di territorio) e forma di sviluppo sociale esiste una sicura relazione. Si potrebbe rileggere il famoso saggio di Carlo Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, 1858 (in Scritti storici e geografici, Le Monnier, Firenze 1957, vol. II, pp.393-437) e il primo bellissimo saggio della Storia d’Italia Einaudi dovuto a Lucio Gambi, Valori storici del quadri ambientali (in vol. I, I caratteri originali, Torino 1972, pp. 5-60).
La piena espansione del capitalismo attraverso la rivoluzione industriale – il modello abituale cui ricorriamo è l’Inghilterra dal XVIII secolo – procede specialmente per concentrazione in aree relativamente ristrette dopo la fase primitiva della manifattura nelle campagne, una sorta di lavoro a domicilio diremmo oggi (noi italiani ricordiamo come la prima industria delle seta nascesse nelle masserie dedite all’agricoltura povera della pianura asciutta a nord di Milano). Alla concentrazione territoriale della produzione e del lavoro consegue una domanda di concentrazione delle abitazioni che di fatto è un comando cui gli operai devono sottostare e diventare così oggetto del doppio sfruttamento, nel lavoro e nell’abitazione.
Da questo momento il problema urbano può essere considerato anche come problema dell’abitazione dei lavoratori. Del tutta secondaria l’avvertenza che allora il lavoro prevalente fosse da operaio e oggi da impiegato di mediocre livello.
Mentre fino al XVIII secolo i motivi che spingono la popolazione ad ammassarsi (sappiamo che prima nelle città viveva una piccola minoranza) non sono collegati strettamente alle necessità di un modo specifico di produzione, con la città industriale capitalistica esigente il pieno controllo e sfruttamento della forza di lavoro la scelta circa il modo di abitare e il tipo di abitazione si riduce fino ad annullarsi. Ripassando l’analisi sociale e urbana di Engels in La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1845 (Editori Riuniti, Roma 1973), magari aggiungendo l’interpretazione di Renzo Stefanelli nell’introduzione di La questione delle abitazioni in Italia (Sansoni, Firenze 1976), troviamo logico che il limite fosse la perdita della salute, la degradazione sociale se non la morte.
Possiamo arrischiare un qualche principio, una teoria valida per allora e, riguardo alla essenza di una condizione sociale che nell’insieme non osiamo paragonare, per oggi? Sì, anzi possiamo scrivere una specie di equazione non vergognandoci di ricorrere a uno schema di tipo storico dialettico:
remunerazione del lavoro dipendente uguale alla sommatoria dei mezzi di sussistenza, comprendendo in quest’ultimi l’abitazione, ossia una componente indispensabile della riproduzione, questa necessaria, benché di misura variabile, per assicurare la produzione, in qualsiasi maniera vogliamo considerarla per l’allora e per l’oggi.
Peggiore abitazione, peggiore salario
La peggior abitazione, come il peggior salario, appunto il limite di cui sopra, è relativa alla condizione storica dei rapporti riproduttivi e produttivi, compreso il livello raggiunto dalle conquiste sociali dei lavoratori. È grande la differenza di situazioni medie distanti due secoli e mezzo, ma è innegabile che l’odierno capitalismo mondiale presenta geografie talmente differenti entro la famigerata globalizzazione da sbatterci in faccia anche modelli salariali e abitativi persino travalicanti il confine della sopravvivenza, come nelle miniere inglesi del Settecento o, per il merito del tema qui in causa, nella Manchester studiata da Engels: anche nel nostro paese, per il quale un Engels nostro contemporaneo potrebbe ricavare narrazioni terribili da come molti immigrati abitano nelle nostre città. E non solo qui se posso citare, fra mille casi, quello di Cassibile in Sicilia dove immigrati africani, come schiavi destinati alla raccolta delle patate, lavorano dodici ore al giorno per trentacinque euro e “abitano” in un boschetto in condizioni peggiori che nella più atroce delle bidonville africane o sudamericane – vedi in “la Repubblica” del 6 giugno. Ad ogni modo la realtà storica dimostra che operai e altri lavoratori consimili hanno sempre avuto un salario al di sotto della soglia d’accesso a un’abitazione nella città “privata” coerente ai bisogni.
Un esclusivo mercato delle abitazioni nelle mani dei proprietari fondiari e degli stessi industriali è stata la preminente causa strutturale che ha promosso fin dalla prima metà del XIX secolo gli atti di governo (stati, municipi, altri enti pubblici d’ogni tipo, associazioni assistenziali e morali) finalizzati alla costruzione di abitazioni pubbliche. La cultura delle riforme incentrata sulla politica sociale per la casa e la città si espanderà decisamente in Europa nel XX secolo, in certi periodi e in relazione a specifiche situazioni politiche. E sarà parte fondamentale della cultura socialdemocratica europea fino a oggi; anche quando si esalterà su posizioni più radicali, esempio doveroso il riferimento teorico all’austromarxismo che ispirerà le scelte del Comune di Vienna negli anni Venti per la realizzazione di grandi corti di abitazione sociale dentro al corpo vivo della città, senz’altro decisive per il ribaltamento del mercato.
Si è detto che la politica della casa e dei quartieri pubblici, salvo casi eccezionali come nella “Vienna rossa”, ha svolto il compito che le classi dominanti intrise di occorrente illuminismo gli hanno assegnato. Lo scopo, assicurare la riproduzione della città capitalistica, entità sociale e fisica dove i rapporti di forza e di potere fra le classi sarebbero inevitabilmente favorevoli al profitto e alla rendita. Insomma, occorreva impedire gli effetti di un eccessivo disordine sul funzionamento dell’economia, evitare le pericolose ripercussioni sociali derivanti dalla mancanza di una qualche risposta all’insopportabile condizione abitativa dei lavoratori. L’evoluzione della realtà ha messo in gioco ben altre motivazioni e complicazioni. Anche laddove si ponga l’obiettivo di mediare fra i diversi strati sociali l’intervento pubblico detiene un’importanza indiscutibile; persino, secondo Stefanelli, indipendentemente dalla quota assoluta di abitazioni che contribuisce a edificare poiché esprime comunque condizioni nuove. Ho qualche dubbio. Se l’iniziativa pubblica vuole incidere in maniera significativa sul mercato della casa, la quantità, unita all’adeguatezza dell’ubicazione urbana e dell’architettura, è essenziale.
L’abitazione pubblica in Italia nella prima metà del novecento
Le vicende dell’abitazione pubblica in Italia si discostano da quelle in altri stati europei che la cultura urbanistica italiana ha spesso citato come esempi desiderabili.
Il regolamento di attuazione della Legge Luzzatti (1904) instaura criteri minuziosi relativi alla Casa economica e popolare pubblica, e privata qualora l’imprenditoria scelga di costruire case di quel tipo (standard per le parti fondamentali dell’abitazione, piani particolareggiati per i quar-tieri). Le precisazioni del Testo unico del 1908 creano le basi per realizzazioni come le Borgate di Roma e i Villaggi di Milano mentre comincia ad affermarsi l’attività degli Istituti autonomi per le casi popolari (Iacp), concentrata soprattutto nelle due grandi città.
Da ora in avanti l’intervento pubblico, entro un’apparente unificazione dei diritti definita dal tetto qualitativo della tipologia sovvenzionata, appare differenziato secondo il tipo di istituzione e tende a selezionare i gruppi sociali fra quelli che possono permettersi l’onere di un mutuo finalizzato alla proprietà dell’alloggio e gli altri che possono pagare solo un canone modico.
Lo schema selettivo si raffinerà col celebre Testo unico del 1919, responsabile della chiarezza, per così dire, con cui si attua la divisione classista dei destinatari secondo procedure le cui conseguenze saranno irreversibili. Punto di snodo è la scissione della precedente definizione unica della casa in due spezzoni, Casa economica e Casa popolare, insieme alla separazione fra ceto operaio e ceto medio impiegatizio. Alle due categorie attengono differenze secondo tre titoli: ente realizzatore, modo di assegnazione/utilizzo dell’abitazione, caratteristiche tipologiche e funzionali. Al ceto operaio spetteranno in Case economiche a proprietà indivisa alloggi del Comune, dell’Iacp, eccetera, assegnati in locazione, dotati al massimo di tre locali, di servizi ridotti, di finiture scadenti; all’altro ceto, appartamenti in Casa popolare cooperativa assegnati ai soci anche in proprietà individuale, ampiezza fino a sei vani, accesso da ripiano scala (negazione del disimpegno “collettivista” a ballatoio), rifiniture di ottima qualità.
Gli sviluppi successivi non potranno che confermare la tendenza. Le politiche economiche delle classi dirigenti e il consolidamento del fascismo premuroso verso i ceti medi provocheranno l’inversione del peso dei ceti sociali destinatari degli alloggi Iacp. A Milano fra il 1909/10 e il 1926/27 gli utenti operai delle case dell’istituto diminuiranno dal 67% del totale al 47 % (dati in D. Franche e R. Chiumeo, Urbanistica a Milano in regime fascista, La Nuova Italia, Firenze 1972, una ricerca esemplare).
Il regime fascista attua piani regolatori caratterizzati dagli sventramenti nelle parti centrali e popolari della città coerenti alla propensione dell’economia urbana a spostarsi dalla produzione alla finanza e soprattutto, o in ogni caso, alla speculazione immobiliare. Ne fanno le spese le famiglie operaie residenti nel cuore urbano: “i lavoratori vengono respinti dal centro della città alla periferia, le case operaie, e comunque i piccoli appartamenti, diventano rari e cari, e spesso non si trovano affatto”. Scritto da qualche storico in epoca post-fascista? No, da Engels, ancora, nel 1872 (La questione delle abitazioni, edizione italiana Rinascita, Roma 1950, parte seconda, I).
L’attività degli Iacp, ancorché lontana da una risposta alle esigenze quantitative nemmeno sommandovi quella del Comune e di altri istituti, pende, si è visto, verso un ruolo classista e lo accentua selezionando i destinatari anche mediante la localizzazione. A Milano gl’insediamenti di buona qualità in zone anche appena oltre la circonvallazione “spagnola” oggi delimitante il centro storico, sono riservati agli impiegati. Saranno questi gli alloggi a essere messi in vendita o a riscatto massicciamente a partire dalla fine degli anni Settanta grazie alla nuova politica degli Istituti e del Comune, decisi a entrare nel mercato anziché a contenderlo come avrebbe dovuto suggerire la loro natura originaria pubblica e sociale.
Per parte sua il Movimento moderno, pur al corrente della rivoluzione razionalista europea, non riesce a sperimentare in concreto ed estesamente una nuova urbanistica e una nuova architet-tura della casa popolare. Quante volte ci siamo trovati a “salvare” la città fascista di Sabaudia? Non riuscivamo a trovare altro. E poi verrà il bravo Ferreri ad ambientarvi un film dove la città pontina apparirà, oltre che metafisica, davvero bella… I veri problemi urbanistici della città e il problema della casa nella città per i lavoratori restano aperti, drammatici. (vedi Avere non avere casa a Milano la citazione dell’Indagine sul problema delle abitazioni operaie in provincia di Milano di Piero Bottoni e Mario Pucci, pubblicata sorprendentemente nel 1939 dall’amministrazione provinciale: operai delle fabbriche urbane, residenti milanesi o pendolari settimanali, costretti ad “abitare” in stalle di cascine abbandonate e fatiscenti, baracche, tettoie ai confini comunali e nei comuni prossimi).
Il dopoguerra
Nel dopoguerra certi spunti ritenuti ancor oggi positivi offerti dalla prima autentica legge urbanistica italiana, 17 agosto 1942, saranno smentiti dai fatti. La ricostruzione edilizia nelle città bombardate sulla base di una serie di decreti a cominciare dal marzo 1945 e infine della legge del 27 ottobre 1951 scatenerà gli speculatori fondiari e i costruttori avidi di enormi cubature aggiuntive. La questione delle casa per i lavoratori, il principio di nuovi quartieri popolari di qualità troveranno poche occasioni per trasformarsi in risultati soddisfacenti. Ci siamo ridotti a nominare sempre gli stessi casi che non voglio riproporre qui. L’attività degli istituti susseguitisi dal dopoguerra, Pioo (Piano incremento occupazione operaia), Ina-casa, Gescal…, oltre ai precedenti Iacp, Incis e via a elencare, le scarse iniziative dei Comuni – per tacere dell’assenteismo sociale delle grandi aziende verso i dipendenti – quando approderanno a insediamenti di edilizia sovvenzionata di un certo rilievo quantitativo li accetteranno come mal progettati, ultra-periferici, privi di buoni servizi, scadenti d’architettura.
Il direttore di “Urbanistica” Giovanni Astengo sul primo numero della nuova serie dopo la guerra (luglio-agosto 1949) lamenta il troppo magro attivo del bilancio urbanistico, “disorganica sequenza di opere pubbliche… disordinata e maldestra ricostruzione dei centri urbani grandi e piccoli… massimo sfruttamento… poco felici e purtroppo numerosi esempi di costruzioni del Genio civile e di altri Enti… precisamente quella situazione di disordine che una seria e positiva azione di programmazione urbanistica avrebbe potuto facilmente prevenire e superare”. Astengo indica la causa del fallimento nella “impreparazione psicologica e tecnica dei politici, degli amministratori, del pubblico”, nella arretratezza della maggioranza degli urbanisti che “nell’anteguerra correvano dietro alle lusinghe degli sventramenti o delle piazze imperiali… e dei puri tecnici che si occupavano unicamente di strade e di allineamenti”, e anche nella polemica razionalista “che non ha molto giovato a preparare la strada all’urbanistica moderna”. Giuste lamentele e denunce, ma insufficienti. Astengo probabilmente non può ancora avvedersi dei cambiamenti nella società che avrebbero determinato l’evolversi della situazione urbana, e in particolare della “casa”, in senso contrario alle speranze coltivate dagli architetti di sinistra dopo la Liberazione. È già in azione l’alleanza fra i detentori delle posizioni urbane di potere economico, industriale finanziario fondiario, e la Democrazia cristiana, che deve d’altronde gestire coerentemente la vittoria del ’48 conseguita su posizioni anticomuniste/antisocialiste e restauratrici dell’ordine sociale dell’anteguerra: sicché deve assicurare mediante sia i bassi salari sia la completa libertà di sfruttamento edilizio i massimi livelli del profitto e della rendita e le nuove opportunità di lucro aperte dalle manovre congiunte su entrambi. Non sarà difficile costruire attorno a un tale programma un blocco sociale comprensivo di altri ceti oltre alla borghesia imprenditrice-renditiera agendo lungo due linee politico sociali: creare assenso o acquiescenza con mezzi clientelari permessi dai forti margini delle operazioni speculative, approfittare dell’oggettivo bisogno di casa incanalandolo specialmente verso una domanda di casa in proprietà.
Nei decenni successivi il modello non subirà modifiche significative. Quando le lotte operaie del 1962-63 riusciranno a rompere la logica dei bassi salari (esemplare il contratto strappato all’Alfa Romeo) rendendo un po’ più incerta la cuccagna dei facili profitti senza il minimo impegno negli investimenti per la ricerca né tanto meno per l’abitazione sociale, sarà il piatto della rendita che si sposterà più in alto. Non saranno la prima legge moderna per l’edilizia economica popolare, quella del 18 aprile 1962, ampiamente elusa o applicata malamente in Piani di zona urbani periferici perfettamente idonei a non impedire ai padroni del territorio di continuare a mettere le mani sulla città come e dove vogliono, o la cosiddetta legge ponte del 6 luglio 1967 (col famoso, rovinoso anno di franco) a impedire che entro gli anni Sessanta lo sfruttamento capitalistico della città e del territorio diventi puro e semplice saccheggio.
Quando nell’ottobre 1971 sortirà in funesto ritardo una legge esplicitamente rivolta alla “casa” (la 865, chi la ricorda più, a destra e a sinistra?) si potranno coltivare ben poche speranze di riparazione a una lunga storia di misfatti urbanistici ed edilizi che hanno stravolto tutto il nostro stare, vivere, appunto sperare.
Così il cerchio si richiude su quella memoria dell’estate 1976 e si riapre ai cenni sull’attualità. Nonostante tante famiglie proprietarie la casa equa della città pubblica non c’è per i lavoratori soggetti alle nuove forme di sfruttamento. Persino ciò che avrebbe potuto costituire la base per nuove proposte puntando sul patrimonio pubblico esistente nelle maggiori città, Roma e Milano in testa, ha tradito l’attesa, anche per l’incredibile noncuranza se non silenziosa condivisione della sinistra. La vendita di intere case d’abitazione pubbliche in posizione urbana strategica preferibilmente a un unico imprenditore, cacciandone i vecchi inquilini dietro la scusa della ristrutturazione, dopo le prime prove alla fine dei Settanta – vedi sopra il cenno relativo a Milano – è diventata ben presto la regola (Avere non avere casa a Milano, 18 marzo 2006). Anche il cambiamento in ogni regione del titolo degli enti deputati alla realizzazione e gestione di alloggi teoricamente pubblici, da Istituto ad Azienda, ha un netto significato, certo non solo simbolico. Sono sparite le parole giuste, “casa”, “popolare”, “economico”. Per esempio A l e r, Azienda lombarda per l’edilizia residenziale: un’azienda come un’altra dentro il calderone della privatizzazione, del liberismo, della società antisociale. Chi se ne frega della città pubblica?
Giorni infelici per le grandi opere. L'Eurotunnel anglofrancese è nei guai ancora una volta. Non può pagare gli interessi sui 9 miliardi di euro che deve e si pone al riparo della legge francese sui fallimenti. Il fatto è che una grande opera non può offrire profitti. Se li promette, si tratta di un imbroglio o di un calcolo sbagliato. D'altro canto, senza la prospettiva di un lauto guadagno nessuno si lascerebbe tentare da un manufatto, con lunghi tempi di realizzazione e profitti ancora più lontani, Le grandi opere vivono su un inganno, una finzione di copiosi dividendi e interessi, indispensabile perché il progetto decolli.
La finzione, per quanto riguarda l'Italia, verte inoltre sulla fattibilità dell'impresa. Una legge, detta Obiettivo, prevede o meglio imbastisce l'esistenza di centinaia di costruzioni, descritte con tono profetico alla lavagna della televisione, dal Grande Architetto. Vi è un impianto di spesa, una rete di general contractor e di project financing che mostrano una certa familiarità con le usanze internazionali. La legge supera al galoppo le remore ambientali e di politica locale, in vista, appunto, dell'Obiettivo. A conti fatti, gli unici quattrini veri sono pubblici e non basta la finanza creativa per muovere dell'altro.
Nel frattempo procede velocemente la politica della prime pietre. Una prima pietra non si nega a nessuno; a nessuno dei nostri, s'intende. Così vi sono pietre di partito, di sottopartito, con relativi convegni, pubblicazioni, benedizioni vescovili, meglio se alla presenza bene augurante del Grande Architetto. Una prima pietra è molto di più di un cantiere difficile e laborioso. Una prima pietra è speranza, una moneta che si spende subito. Dopo verranno gli aridi conteggi del Cipe e la poesia finirà.
Il Cipe ha pubblicato ieri il punto sulle Grandi opere. Si tratta di 19 titoli che a volte riguardano un oggetto solo, come il Ponte sullo Stretto, a volte l'intera Edilizia scolastica. Con la delibera 121 del dicembre 2001, agli albori del sistema, il costo totale era indicato in 126 miliardi. Nella successiva delibera del Cipe, 5 anni e un governo dopo, nel giugno 2006 (delibera 130) i costi crescevano a 173 miliardi, con un incremento di 46 miliardi. La disponibilità per le realizzazioni era molto minore, essendo pari a 58 miliardi. Ne mancavano dunque 115 per realizzarle tutte.
In altra parte del manifesto si può leggere una critica serrata a questo criterio delle infrastrutture, al loro assetto speculativo e spesso insensato, alla fortuna di non aver avuto soldi sufficienti. C'è continuità tra il Grande Architetto e l'Unione. Romano Prodi ha nominato un suo uomo che prima era stato liquidatore dell'Iri e poi capo in testa al Ponte sullo Stretto, presidente dell'Anas, cioè della struttura pubblica (?) che avrebbe il compito di fare le strade necessarie in Italia per poi badare ad esse.
Tra i progetti elencati, cinque riguardano la parte preponderante delle infrastrutture strategiche che piacciono a tutti: al vecchio potere e al nuovo. Si tratta dei «Corridoi plurimodali», quanto a dire alta velocità/alta capacità con annessi e connessi, con un costo previsto in 95 miliardi, contro 33 disponibili. Neppure l'alta velocità, amatissima a destra e al centro sinistra, sfugge alla regola ferrea: nessun passo più lungo della gamba. Possiamo di nuovo felicitarci per lo scampato pericolo; e poi consigliare che sarebbe opportuno finanziare in primo luogo la voce Schemi idrici, che con 4,6 miliardi necessari e 3 mancanti, è proprio assetata.
Ha attraversato gli incubi peggiori del Novecento ma, come urbanista, è riuscito a dare corpo ad alcuni tra i sogni migliori di quel secolo breve e violento. Giuseppe Campos Venuti, 80 anni domani. Partigiano a 17 anni. Un nome di battaglia, Bubi, che sembra uscire - è il caso di dire ante litteram - dalle pagine di Carlo Cassola. Reclutato dagli americani dell´Oss (Office of strategic services) e lanciato dietro le linee tedesche. Poi docente universitario, negli anni Sessanta amministratore chiamato a disegnare il volto attuale di Bologna, in particolare quello di periferie che - spiega - «non sono periferie». Presidente dell´Istituto nazionale di urbanistica, punto di riferimento per architetti di mezza Europa, a cominciare dagli spagnoli che, già sotto il franchismo, studiavano clandestinamente i suoi testi e pochi anni fa gli hanno dedicato un homenaje, un omaggio dal titolo «Urbanismo». E, ancora, insegnante a Berkeley, fatto non scontato per uno studioso iscritto al Pci, il padre di molti piani regolatori che la giunta Cofferati ha deciso di onorare il prossimo autunno con il conferimento di un premio, il Nettuno d´oro.
Campos parla come uno che ha affrontato i tornanti della vita senza mai fare imballare il motore. «Per il Novecento - dice - non parlerei di incubi. Io non sono uomo da incubi, userei piuttosto i termini "traversie" o "battaglie"». La sua ultima battaglia è quella per la riforma urbanistica, rimasta nei cassetti dei governi di centrosinistra. «È una riforma che non tratta più i privati come se avessero diritto ad avere gratis l´edificabilità. L´edificabiltà c´è dove decide il Comune, ma solo se in cambio viene data la metà dell´area gratis e il 20% dell´edificato in proprietà pubblica. Questa è una riforma praticabile: l´esproprio oggi significa solo regalare soldi alla speculazione»,
Cominciamo da un´altra battaglia. Quando Giuseppe Campos Venuti diventa il partigiano Bubi?
«Non lo ricordo come un passaggio traumatico. L´unico accadimento drammatico fu l´8 settembre 1943. Fui tra i pochi volontari che spararono contro i tedeschi a Porta San Paolo. A pochi metri da me morì Raffaele Persichetti, il mio referente dentro il Partito d´azione, prima medaglia d´oro della Resistenza. Per questo passai le linee, illudendomi di trovare l´esercito italiano. Questo, com´è noto, non c´era più e così finii nei servizi strategici americani. Bubi era semplicemente il mio nomignolo da bambino: diventò il mio nome di battaglia. A operazioni finite, con qualche sforzo, tornai ragazzo e mi iscrissi alla facoltà di Architettura».
A questo punto Bubi si trasforma nell´urbanista Campos?
«Il mio interesse per l´urbanistica nasce quando Aldo Natoli, in quegli anni capogruppo del Pci al Consiglio comunale di Roma, commissiona a un gruppo di giovanotti un´indagine da cui risulta che sette proprietari erano padroni di 27 milioni di metri quadrati intorno alla città. Fu così che scelsi l´urbanistica, ma scelsi soprattutto la battaglia contro la rendita, di cui sono stato in qualche misura il protagonista culturale e scientifico».
E arriviamo agli anni di Bologna, come assessore al fianco del sindaco Giuseppe Dozza.
«Ero candidato al Consiglio comunale di Roma quando arrivò dall´Emilia-Romagna la richiesta di un supporto specialistico. Allora a Bologna non c´era ancora un dipartimento di ingegneria e architettura e Alicata domandò a tre belle speranze, tra cui Aymonino, che divenne rettore a Venezia e Melograni, successivamente preside a Roma 3, di occuparcene».
Credo che non si possa parlare di quell´esperienza senza accennare a un altro passaggio importante, quello dal Partito d´azione al Pci.
«Fu un passaggio "freddo". A Napoli, nel sud dell´Italia occupata, il Partito d´azione e i socialisti, con l´atteggiamento giacobino tipico di quelle posizioni radicaleggianti, dicevano che, se il re non se ne fosse andato, non avrebbero partecipato alla guerra di liberazione. Quando arrivò Togliatti, spedito da Stalin, mi diede la linea più moderna possibile. Intanto bisognava cacciare fascisti e nazisti dall´Italia, con la monarchia ce la saremmo vista dopo. Nella sinistra italiana si cominciava già a parlare dei crimini di Stalin, ma scoprii nel Partito comunista italiano una potenzialità democratica. Direi che i fatti non mi hanno dato torto. A quell´epoca chiamarsi riformisti era pressoché vietato, ma io ero un urbanista e mi battevo per una cosa che si chiamava riforma urbanistica. Essere stato assessore di Bologna da questo punto di vista mi diede un ruolo nazionale»
Nasce Bologna come oggi la conosciamo, con periferie che, come qualcuno ha scritto, non sono state concepite come discariche sociali.
«Sono periferie che non sono periferie. Avevamo perso la battaglia per la riforma urbanistica nazionale, ma questo non ci impedì di applicarla come se fosse stata votata dal Parlamento. Espropriammo a prezzi di terreno agricolo, acquisimmo tutte le aree inedificate che c´erano ai margini del costruito, ma non in periferia. Il famoso Fossolo (una zona residenziale di Bologna ndr), di cui tutti parlano, è di tre chilometri più centrale del quartiere Due Madonne,l´ultimo quartiere fatto da Dozza nel ´57- ´58. I privati finivano ai margini del Comune, le case economiche popolari finivano nelle zone centrali. Questa operazione ci consentì di spostare all´esterno la Fiera e le attività terziarie, garantendo così la salvaguardia del centro storico ed evitando il rischio della cementificazione della collina».
Il riformismo di cui si parla oggi è lo stesso di ieri?
«Io non sono titolato a fare polemiche lessicali. Osservo però che oggi tutti i cambiamenti vengono chiamate riforme. Berlusconi ha fatto molte boiate chiamate riforme: quelle, in italiano corrente, sono controriforme. Le riforme sono le alternative alla forma cruenta del cambiamento. Non c´è una sola operazione del governo di destra che possa essere considerata riformista. Mentre quelle del centrosinistra lo sono state solo talvolta. Bersani è sicuramente riformista. I governi Prodi, D´Alema e Amato non fecero la riforma urbanistica per le contraddizioni che già allora emersero nel centrosinistra».
Sembra impossibile distinguere tra il Campos politico e l´urbanista.
«Certo. Studiando e facendo politica, ad esempio, ho appreso che rendere edificabili molte aree non ha mai comportato una riduzione dei prezzi, ma sempre tenere il prezzo massimo che i grossi proprietari determinano. La politica comincia quando dalla disciplina scientifica nasce una linea. La linea dell´esproprio generalizzato quando si pagavano prezzi agricoli era una linea riformista. Considero massimalisti quelli che oggi sostengono che i Comuni debbano pagare miliardi per acquisire aree: questo serve solo a remunerare la proprietà. Il meccanismo che proponiamo oggi come Istituto nazionale di urbanistica è cessione gratuita in cambio di edificazione».
Per andare da Termini a Trastevere, una volta si prendeva il taxi. Oggi lo si può fare in treno, in poco tempo.
Campos è stato consulente delle giunte Rutelli e Veltroni. «Era la soluzione che non sono riuscito imporre a Bologna, quella che io chiamo "la cura del ferro". Quando arrivai a Roma come consulente del Piano, questa fu la bandiera che Rutelli accettò di impugnare. Quasi mezzo secolo fa si diceva invece che l´automobile, allora mezzo per ricchi, doveva diventare un mezzo per tutti. Ora tornare indietro non è facile ma, come dimostra l´esperienza romana, non è nemmeno impossibile».
0. Rientrare a casa
Il tema della casa, ed in particolare il problema abitativo che interessa le aree deboli della domanda sociale, sembra essere tornato, dopo anni di silenzio e di scarsa attenzione, nella discussione pubblica.
Si tratta di un ritorno non ciclico che trascina con sé profondi cambiamenti. Cambiamenti che costituiscono una premessa imprescindibile sia per la costruzione di quadri di comprensione appropriati che per la progettazione di percorsi di trattamento efficaci: un nuovo campo e nuove regole, mentre rendono superati i modelli di risposta utilizzati in precedenza, aprono a possibili e necessari nuovi giochi.
1. Ripresa rispetto a cosa e ripresa perché?
La questione abitativa entra nell’agenda pubblica tra la fine del 1800 e l’inizio del secolo ventesimo come aspetto non marginale da affrontare per restituire alla città dignità, decoro, igiene. Dal 1860 al 1902 Milano passa da 186.000 abitanti a 442.000.
La trasmissione di malattie e di pestilenze, il rischio di contagio e di diffusione di infezioni rendono gli insediamenti fatti di baracche, gli accampamenti provvisori e autocostruiti, le strutture abitate in stato di abbandono focolai pericolosi e insalubri, una minaccia da eliminare e comunque da evitare. Il modo in cui la questione abitativa si presenta ed è costruita all’inizio del Novecento porta a tenere insieme interessi pubblici e privati: lo IACP viene costituito nel 1908 con Regio Decreto, dopo approvazione del Consiglio Comunale e dietro istanza presentata dal Sindaco, come organismo “i cui scopi e fondamenti risultano essere quelli di un ente morale prevalentemente di indole sociale e di assistenza pubblica, esulando completamente il concetto del profitto con l’obiettivo di dare alle classi popolari alloggi quanto più possibile sani e comodi a prezzi quanto più possibile limitati” (Guerrieri 2000).
Partecipano alla fondazione del nuovo Ente il Comune di Milano con denaro liquido e attraverso l’apporto di aree e immobili, la Cassa di Risparmio, il Monte di Pietà, la Banca Popolare, la Banca Commerciale, la Banca Cooperativa Milanese. L’Istituto, nel 1920 arriva a coinvolgere Pirelli e Breda per la costruzione di villaggi operai. Ospita inoltre il ‘consiglio degli inquilini’, organo di rappresentanza degli abitanti della case pubbliche e parte integrante dell’assetto organizzativo-istituzionale dell’ente.
Nel 1923 l’Istituto viene commissariato dal Prefetto; un nuovo regime si profila per l’Istituto (e non solo per l’Istituto) che fino all’inizio degli anni Trenta procede instancabilmente nell’opera di realizzazione di nuovi alloggi: tra il 1926 e il 1929 sorgono venti nuovi quartieri: i vani passano dai 13.100 per circa 6.000 famiglie circa a 30.850 vani per 13.500 famiglie (Broglio 1929).
Si tratta di una seconda fase della storia della casa popolare che vede negli anni venti e trenta un periodo importante di crescita e di diversificazione tipologica (alla casa popolare si affianca la casa economica, gli alloggi ultrapopolari definite anche case per gli sfrattati, le ‘case minime’ dei quartieri Trecca, Baggio, Bruzzano e Vialba).
Il riordino delle strutture deputate alla realizzazione e alla gestione delle case pubbliche porterà ad una articolazione ‘provinciale’ degli Istituti e alla creazione di un organismo che andava a centralizzare l’attività dei diversi Istituti (non più così autonomi): il Consorzio nazionale a carattere obbligatorio fra gli istituti autonomi per le case popolari, ente intermedio fra le articolazioni periferiche e il Ministero dei Lavori Pubblici.
Spinto anche dalla retorica fascista antiurbana e dall’intenzione mussoliniana di sviluppare una politica di bonifica sociale e di contenimento dell’espansione urbana l’attività dell’Istituto milanese si sposta decisamente nei comuni dell’hinterland e delle aree semirurali (Lodi, Legnano, Monza, Sesto San Giovanni, Legnano, Lainate).
La terza fase si apre con la stagione della ricostruzione postbellica e del rilancio socio-economico di un paese piegato dalla povertà.
Nel 1951 a Milano risiedono 1.243.000 abitanti, 160.000 sistemati in alloggi di fortuna, 20.000 i baraccati, 50.000 le famiglie che vivono in coabitazione. Gli immigrati, nello stesso anno, risultano essere 17.000.
Nel 1949 il ‘Piano Fanfani’ rilancia l’attività di costruzione utilizzata come leva per avviare il processo di ripresa economica e occupazionale in Italia. L’attività di costruzione di ‘case per i lavoratori’ viene potenziata al massimo. Nasce l’INA-Casa come struttura centrale di gestione dei finanziamenti finalizzati all’edilizia pubblica in locazione o a riscatto.
I nuovi piani di investimento e le nuove leggi portano l’Istituto, in particolare nella città di Milano, considerata nodo strategico nella geografia della rete che guida la crescita economica dell’intero paese, a trasformarsi in agente inserito a pieno titolo nel processo di costruzione e attuazione delle politiche di sviluppo urbano e considerato sempre meno per la sua funzione sociale e assistenziale. Lo Iacp è attore centrale nella definizione degli indirizzi di piano e avvia la realizzazione di interi quartieri; un modello di azione e un ruolo che porterà l’ente all’idea dei quartieri autosufficienti nei quali si provvederà a realizzare non solo le case ma anche strutture di servizio, il commercio, lo spazio pubblico, le infrastrutture di collegamento (quartiere Comasina, Mangiagalli, Varesina, Harar, …).
Tra gli anni ’50 e ’60 la nuova legislazione e le disponibilità finanziarie determinano una articolazione e una diversificazione dei soggetti incaricati di aumentare il patrimonio abitativo pubblico: l’Incis, l’Ina-Casa, l’Unra-Casa, l’Ente edilizio per i mutilati, case per ferrovieri, per i postelegrafonici, per i senza tetto, per i profughi, il Fondo per l’incremento edilizio, le Cooperative di dipendenti statali, gli Istituti per case popolari aziendali.
Un sistema che viene a complicarsi progressivamente e che porta, dentro ad un quadro normativo in continua trasformazione, in un clima sociale teso e fortemente conflittuale, all’interno di un rapporto non chiarito tra amministrazioni Comunali e governo centrale, dentro ad un gioco di forze in cui sempre più consistenti appaiono gli interessi che spingono verso l’edilizia economica (agevolata e convenzionata) per l’accesso alla proprietà, alla paralisi del sistema pubblico di produzione di abitazioni popolari.
Nel 1960, a Milano, vengono realizzati 9.000 alloggi di edilizia popolare; nell’intera provincia, tra il 1978 e il 1995, vengono realizzati in media 620 alloggi all’anno.
Dal 1981 al 2001 le famiglie che abitano in affitto (pubblico e privato) nei Comuni capoluogo della Lombardia passano dal 58% al 22%.
Mentre si chiude la stagione gloriosa dell’edilizia pubblica in locazione i cui alloggi prodotti nel tempo vengono progressivamente alienati e stralciati per tentare di colmare il deficit di bilancio degli Istituti (nel 1985 a Milano lo IACP è costretto a vendere le case per poter pagare lo stipendio ai suoi dipendenti) determinando una perdita consistente di patrimonio pubblico, si vengono a delineare le coordinate che definiscono il sistema della domanda abitativa vecchia e nuova e il meccanismo deputato a governare e organizzare il meccanismo di produzione dell’offerta pubblica.
2. Qualcosa è cambiato
Le trasformazioni riguardano tanto le condizioni di contesto - la configurazione della domanda e il tipo di bisogno espresso (chi domanda cosa), l’emergere di aree di esclusione, il blocco e la scomparsa dei canali tradizionali di finanziamento pubblico - quanto le prospettive di intervento e le dinamiche che regolano i processi di costruzione delle risposte – il trasferimento alle Regioni delle competenze in materia abitativa chiamate a definire gli indirizzi delle politiche pubbliche e a programmare la spesa (riferimento al PRERP 2002-2004), i nuovi assetti organizzativi che hanno interessato gli ex Istituti Autonomi Case Popolari , la recente riforma delle locazioni abitative e degli sfratti (Rossini, Cattaneo, 2000), la revisione della disciplina che governa l’assegnazione delle case popolari e che definisce le linee per la determinazione dei canoni relativi all’edilizia residenziale pubblica.
Spostamenti di superficie che si appoggiano su una piattaforma non meno instabile. In modo differente la questione della casa interagisce e ha relazioni con il nuovo assetto del sistema locale dei servizi sociali ridisegnato dalla legge 328/00, con le prospettive di riforma degli strumenti di governo del territorio, con l’irrigidimento delle politiche di accoglienza e di integrazione rivolte alla popolazione immigrata che trovano nella triangolazione casa-lavoro-permesso di soggiorno della legge Bossi-Fini un meccanismo di controllo e di limitazione e sempre meno un sistema di sostegno all’inserimento e di tutela del nuovo abitante.
La necessità di un cambiamento non è solo dettata da una insoddisfazione generale per le forme ordinarie di intervento pubblico messe in atto in particolare dal secondo dopoguerra (Tosi, 1994) ma anche dalla impossibilità pratica di proseguire su quella strada.
I modelli di riposta costruiti attorno alla politica abitativa pubblica non solo non rappresentano più una possibile via d’uscita ma sono col tempo diventati una parte del problema. Domande emergenti e istanze rimaste per troppo tempo senza risposta si combinano andando a definire un quadro di sollecitazioni che se non riesce più a fare breccia nella politica interpella in forme nuove le politiche e coloro che, a diverso titolo, si trovano a ricoprire un ruolo nel processo di costruzione degli interventi; “le condizioni sono cambiate: progettare vuol dire oggi affrontare problemi, utilizzare metodi, esprimere intenzioni differenti da un pur recente passato. (…) Tutto ciò vuol dire sottoporsi ad una notevole dose di rischio intellettuale, forse anche ritrovare un motivo di maggiore impegno etico-politico” (Secchi, 1984).
3. Dalla domanda di casa alle domande sulla casa
Intanto nella città, provando a leggerla con gli occhi di chi, disoccupato, la guarda dal suo balcone di casa, sempre più simile ad una baracca in cui si tenta, con un celophan trasparente, di rimediare alla mancanza di una cantina e di un ripostiglio senza però perdere il prezioso affaccio che apre su viale Molise e rimedia in parte al taglio ridotto dell’alloggio, il processo di integrazione e di cucitura tra gli insediamenti popolari costruiti nel corso del secolo appena trascorso e il resto del tessuto urbano non si è compiuto e, quando è avvenuto, è stato prevalentemente fisico: strade, collegamenti, fermate degli autobus e delle metropolitane, qualche servizio di quartiere. Milano sembra aver escluso il problema delle connessioni forti, dell’integrazione; ha seguito e subito un modello di crescita per frammenti, pezzi di città che riescono ad ignorarsi reciprocamente. Ciascuno insegue la sua città dentro ad uno spazio dilatato e opaco che non riesce a produrre processi leggibili di sensemaking, che fatica ad organizzarsi, a strutturarsi come luogo collettivo, come luogo (in) comune (Weick 1995), come luogo in cui si conosce e si riconosce la società che abita.
Mentre guardiamo alla regione metropolitana ci troviamo a fare i conti con una città per parti, separata, isolata al suo interno, anestetizzata. Una città che forse preferisce guardare fuori, pensarsi altrove, piuttosto che guardarsi dentro.
L’interrogativo sui destini dell’edilizia pubblica e della casa popolare riporta l’attenzione sulla città come spazio dell’abitare, dell’abitare plurale, fatto di diverse strategie. In particolare sposta l’attenzione su quelle storie e su quei percorsi faticosi, che con grandi difficoltà trovano il modo per dimorare, svilupparsi o per resistere. Di queste storie sembra non esserci traccia nell’agenda pubblica: queste storie restano marginali, sconosciute, invisibili. Non esistono.
Come affrontare il processo di riemersione, ammesso che ci interessi?
Una prima questione intercetta il livello politico e culturale: la questione abitativa non è risolta. Sicuramente è cambiata ed è chiamata ad affrontare problemi nuovi, in forme nuove.
La capacità di risposta pubblica al problema casa si appoggia a Milano su un patrimonio di circa 60.000 alloggi; 2/3 di proprietà Aler, 1/3 di proprietà comunale. Con una lista di attesa di circa 32.000 domande (17 mila risultanti dai tre bandi precedenti e 12.500 domande derivanti dal bando 2001) nella città sono stati realizzati, dal 1995 al 2001, 470 alloggi pubblici. Ogni anno il Comune si ritrova 1.000 alloggi liberi (i cosiddetti alloggi di risulta) che rappresentano l’unica possibilità attraverso cui soddisfare le richieste di case popolari. Non solo non si riesce ad assegnare alloggi ma quei pochi che vengono assegnati intercettano la quota più problematica della domanda: sfratti esecutivi, ex pazienti degli ospedali psichiatrici, anziani e invalidi con redditi inesistenti, donne sole senza lavoro con minori a carico.
Per queste ragioni è un problema non aver la casa ma è un problema (differente) anche averla senza essere nelle condizioni di poterla mantenere e gestire (Irer 2001), di riuscire a con-vivere nello stesso stabile con gli altri inquilini, di stare nei cortili di quartieri abitati da 1500, 2 mila persone lasciate a se stesse; senza portineria, senza regole, senza supporti. Stiamo andando incontro ad una città che ha pochi pensieri, poche risorse ed energie, pochi progetti da rivolgere ai suoi abitanti (Balducci, Rabaiotti 2001). Una città che non riesce a costruire politiche pubbliche intendendo con questo quelle politiche che se non vengono promosse e sostenute dal pubblico non le fa nessun altro. La quota pubblica nelle politiche appare sempre più spesso affidata ai residui di politiche altre. In questo senso la casa ci aiuta: funziona da spia, da segnale, da avvertimento.
Una seconda questione è di natura scientifica, disciplinare. Per diversi anni non si è più parlato di casa, nelle università, nelle scuole, negli istituti di ricerca. Il vuoto non è solo nelle agende pubbliche. Abbiamo anche noi smesso di interrogarci, di voler capire, di provare a conoscere. Un pezzo di storia della città è sfuggito anche alle discipline che hanno fatto del territorio il loro centro di attenzione: le analisi economiche, sociali, geografiche, politiche, antropologiche, la progettazione urbanistica, edilizia. E’ necessario riprendere una riflessione che si è fermata alcuni decenni fa: esistevano allora riviste, pubblicazioni, corsi e discorsi.
Il cambiamento che segna oggi la questione abitativa, profondamente diversa per le trasformazioni che hanno interessato la struttura del meccanismo di regolazione tra domanda e offerta, chiede che si riprenda il tema, che la casa torni ad essere oggetto di attenzione e di studio. Da una parte vi è infatti una emergenza sociale che chiede di essere disarticolata: una domanda che va specificata iniziando da un ragionamento che chiarisca “chi chiede cosa” e poi provi a dimensionare, ad organizzare, ad orientare; dall’altra vi è lo spiazzamento delle istituzioni deputate a governare la questione. Regioni e Comuni sono per la prima volta di fronte a problemi e temi inediti. Mentre hanno a disposizione le risorse trasferitegli dal governo centrale (forse le ultime) tendono a riprodurre un modello di intervento tradizionale senza potersi permettere la disponibilità economica e finanziaria quasi illimitata quale è stata, per diversi decenni, quella rappresentata dal fondo Gescal.
La prima preoccupazione degli Enti Locali è diventata quella della rigenerazione dei capitali: la rigidità dei bilanci pubblici chiede che le riserve destinate all’edilizia popolare siano in grado di auto-alimentarsi, che il capitale investito oggi rientri domani: il canone sociale si estende verso l’alto con l’introduzione del canone moderato. Invece che intercettare la domanda più bassa e svantaggiata o esclusa si dà la possibilità ai redditi medi di entrare nell’edilizia pubblica pagando un canone di locazione più elevato. Le Aler si trovano nella necessità di portare in pareggio bilanci che sono spesso sfuggiti al controllo e per farlo intervengono sull’unico capitolo di cui possono disporre: la valorizzazione del patrimonio esistente e il suo incremento (privilegiando appunto l’introduzione di alloggi a canone moderato).
Compare in questi anni un timido terzo settore abitativo il cui ruolo appare per il momento ancora incerto ma non privo di potenzialità.
Servono indicazioni, progetti, indirizzi alla cui definizione e costruzione la ricerca non può sottrarsi.
Ha ancora senso parlare di affitto sociale? Dove conduce la strada che vuole tutti i cittadini proprietari di casa dentro ad un quadro che, ridotte le protezioni sociali, espone sempre più persone al rischio di caduta rendendole vulnerabili? Quali effetti sta producendo sul meccanismo dell’offerta l’ingresso di operatori internazionali della finanza immobiliare? Siamo in grado di riformulare un discorso sulla casa che porti pubblico e privato ad identificare un terreno comune e a verificare la possibilità di sviluppare un ragionamento congiunto intorno all’abitare sociale? Cosa sta accadendo nei quartieri popolari che mancano di presidi, che vengono gestiti illegalmente, che per diverse tipologie sociali rappresentano l’unico modo per avere un tetto? Quali diventano i nodi sensibili da attivare in un contesto profondamente mutato?
Un terzo livello del ragionamento è quello associato al governo, alle forme attraverso cui si sta affrontando il problema e alle modalità attraverso le quali si potrebbe diversamente affrontare (Tosi, a cura di, 2003). E’ il livello su cui si gioca anche l’assistenza tecnica e l’intervento di consulenza. Con la riforma del titolo V della Costituzione anche la materia abitativa è passata dallo Stato alle Regioni.
Il Programma Regionale per l’Edilizia Residenziale Pubblica (PRERP) 2002-2004 ha definito, in Lombardia, gli indirizzi per le politiche del triennio e la programmazione della spesa.
Siamo nel mezzo della prima parentesi attuativa del documento di programmazione e stiamo assistendo all’affanno delle Amministrazioni locali interessate, in alcuni casi, a concorrere per poter ottenere le risorse messe a bando. Ad oggi sono stati attivati e si sono concluse le operazioni relative a 5 delle 10 misure di intervento previste nel PRERP. Sono in corso di svolgimento i bandi relativi ai Contratti di Quartiere e ai Programmi Comunali per l’Edilizia Residenziale Sociale.
Con riferimento ai Contratti di Quartiere il nostro Dipartimento si trova impegnato in una attività di consulenza richiesta dal Comune di Milano.
Chi di noi è impegnato in questo lavoro sa cosa voglia dire affiancare l’Amministrazione di questa città su un tema così delicato e in una congiuntura così particolare.
Ci rendiamo conto di quanto le istituzioni si trovino a dover rincorrere problemi sconosciuti o dati per scontati, avvertiamo quanto sia difficile costruire azioni non banali dovendo rispettare le scadenze e i vincoli del bando, constatiamo quanto sia urgente e necessario utilizzare paradigmi differenti e grane analitiche più sottili nel momento in cui avviciniamo chi abita negli edifici che si dovranno ristrutturare, modificare, recuperare.
Nel ritmo accelerato in cui ci troviamo a lavorare si avverte il rischio che, alla fine, anche questa esperienza andrà ad affiancarsi alle altre occasioni che abbiamo avuto e che, anche per la paura di aprire un percorso di confronto e di valutazione interno e tra noi e la città, la lasceremo cadere senza che possa fare storia e insegnarci qualcosa.
Forse impropriamente vengono richieste a noi capacità, competenze, ruoli che spetterebbero ad altri (come mai la Regione non ha pensato ad accompagnare l’attuazione di questo primo Programma con la costituzione di un gruppo di assistenza tecnica in grado di sostenere lo sforzo dei Comuni chiamati per la prima volta a giocare ad un gioco che non hanno mai praticato? Perché il Comune non si attiva per portare i diversi settori chiamati in causa a convergere per aggiungere risorse e competenze nel lavoro su questi quartieri? Come mai non si ritiene opportuno giocare al rialzo e rendere evidente lo sforzo che in questo momento si sta compiendo per mettere mano alla disastrosa situazione in cui versano alcuni isolati di case popolari?).
Avvertiamo il pericolo, l’imbarazzo e il limite di questa posizione ed è invece più difficile cogliere l’opportunità: quella di poter riavviare un discorso sulla casa, di essere nelle condizioni di riprendere una riflessione interrotta. Anche questo vuoto è parte della penuria.
4. Il riconoscimento e la ripresa
Sappiamo che politiche e piani di intervento sono parte del racconto che ci parla della domanda abitativa e dell’offerta, ci dicono della retorica e della strategia, delle intenzioni esplicite e di quelle non dette, delle regole e delle priorità, dei successi e dei fallimenti (Olmo 1992). Un’altra parte del racconto è quella che sfugge dalle maglie delle iniziative ufficiali: è rappresentata dalle voci deboli di chi abita, di chi ancora trova la forza per parlare, di chi sostiene quelli che la forza l’hanno persa (Comitato Inquilini Molise-Calvairate Ponti 2003). Molte voci si incrociano, si confondono e, nella disattenzione urbana, si perdono. Essere stati lontani rende oggi difficile ascoltarle, riconoscerle, considerarle.
“Esprimere è essenziale per scoprire e per scoprirsi.
Studiare è necessario per crescere, identificarsi, maturare,
ma i libri sono soltanto una fonte dell’apprendere.
Occorre saper leggere anche rocce, alberi, voli, creature,
il mare, le nuvole, le stelle. Leggere nel lavoro”
(Dolci 1993)
Da qualche anno a questa parte la casa è sparita dai dibattiti sulla città.
E’ questo il tempo della ripresa. Di una ripresa che sia fatta di saperi e conoscenze plurali, articolate, ibride; questa è la condizione necessaria per mettere mano all’agenda e provare a fissare un primo appuntamento.
Un passo in questa direzione possiamo e dobbiamo farlo anche noi.
L'evoluzione dello scenario geopolitico mondiale negli ultimi vent'anni può essere efficacemente rappresentata dalle vicende di tre muri: quello poligonale di Berlino, quello frastagliato all'inverosimile di Israele e quello dritto della frontera tra Stati Uniti e Messico, mentre l'illusoria sensazione di apertura e libertà generata dalla caduta del muro di Berlino è andata definitivamente sepolta dalle macerie delle Twin Towers, come racconta Marco Belpoliti in Crolli.
Alla cappa della guerra fredda si è sostituita quella ben più claustrofobica della «guerra al terrorismo», che postulando un nemico indistinto ha legittimato la costruzione di «barriere di sicurezza» di dimensioni ciclopiche. Il muro israeliano, avviato nel 2002 da Sharon, una volta ultimato supererà gli ottocento chilometri di lunghezza, mentre il senato americano ha decretato quest'anno il prolungamento di mille chilometri (un terzo dell'intero confine) della recinzione esistente: cifre di fronte alle quali i centosei chilometri di fortificazione tedesca appaiono quasi ridicoli.
Le differenze non finiscono qui: laddove l'archetipo berlinese ricalcava scrupolosamente confini riconosciuti tra parti avverse, il tortuoso tracciato del muro di Sharon segue una logica di appropriazione e frammentazione del territorio palestinese in barba a qualunque trattato: dal canto suo, la barriera statunitense si frappone tra due nazioni amiche. L'esplicita equiparazione tra immigrati e terroristi messa in atto dalla militarizzazione della frontera (nel lanciare questa strategia con l'operazione Gatekeeper del 1994, Clinton dovette ricorrere alla più elitaria categoria dei narcotrafficanti) risulta però imbarazzante al punto che il New York Times ha promosso una sorta di concorso di idee tra una dozzina di architetti di fama per «mascherare il brutto problema» del muro creando «gradevolezza dove non può essercene». Molti degli interpellati, tra cui lo studio Diller&Scofidio, hanno sdegnosamente ricusato l'invito, ma altri coprendosi di ridicolo hanno avanzato proposte di ineffabile arguzia: James Corner ha proposto un rivestimento di pannelli solari, Eric Owen Moss un «paseo di luce» visibile dal satellite, Calvin Tsao la creazione di una striscia di cittadine industriali bipartisan, sempre illuminate di notte, mentre Enrique Norten ha pensato a una fitta rete infrastrutturale. L'idea più straordinaria è però venuta a Antoine Predock: smaterializzare il muro, rendendolo simile a un miraggio di rocce sospese, una vera delizia per le famiglie di chicanos assetati che se lo vedrebbero comparire di fronte dopo giorni di peregrinazioni nel deserto. Al di là di queste amenità, l'aspetto più inquietante del muro è che riproduce su grande scala lo steccato della villetta americana e il modello della gated community, del quartiere ricco recintato e sorvegliato da guardie e telecamere che infiniti architetti e urbanisti ripetono in ogni parte del mondo, da Dubai a Johannesburg a Milano.
Questi recinti «solidificati» fanno parte, secondo Mike Davis, di un unico, virtuale «Grande Muro del Capitale, che separa alcune dozzine di paesi ricchi dalla maggioranza povera», allo scopo di controllare militarmente l'immigrazione per mare e per terra. Le politiche della sicurezza ci stanno trasformando in una mostruosa gated community globale. Per ammirarne gli effetti con un congruo anticipo, basta recarsi a Gerusalemme, laboratorio a cielo aperto di quella che Philipp Misselwitz e Tim Reniets, curatori di City of Collision. Jerusalem and the Principles of Conflict Urbanism (Birkhäuser, 2006, 391 pp. Euro 41,50), chiamano «l'urbanistica del conflitto».
Il Muro della Separazione non è altro che il monumento più fotogenico del complesso sistema di barriere grandi e piccole, strade a scorrimento veloce, terre-di-nessuno, enclaves, accuratamente concepito in funzione della migliore segregazione spaziale tra popolazione araba e israeliana. In generale, l'offensiva israeliana consiste piuttosto che in un genocidio in uno spaziocidio: «In ogni conflitto, le forze belligeranti definiscono quale sia l'obbiettivo nemico e conformano ad esso la propria linea di azione. Nel conflitto israelo-palestinese, l'obiettivo israeliano è il luogo» - scrive Sari Hanafi, che analizza le pratiche di controllo e distruzione territoriale rigorosamente pianificate da Israele; mentre della colonizzazione delle alture parla Eyal Weyzman in Verticalità. The Politics of Israeli architecture, indicando come gli scopi siano il dominio sul paesaggio circostante, il razionamento di acqua ed energia, il rallentamento della circolazione dei palestinesi.
D'altronde, anche a una ragguardevole distanza dal Medio oriente, tanto i fatti di Parigi quanto le rivolte delle nostre «periferie» indicano come una stessa logica governi il modello di sviluppo urbano di Gerusalemme e quello irto di steccati delle villettopoli occidentali.
LIDO. Colpo di acceleratore sui lavori del Mose dopo l’esito del Comitatone. Il Magistrato alle acque ha firmato due ordinanze di limitazione del traffico acqueo nei pressi della bocca di porto di Lido per consentire la piena realizzazione dell’isola artificiale prevista al centro di essa.
L’isola sta sorgendo accanto al sistema di dighe mobili, e avrà tre livelli diversi, ospitando in quello più basso le strutture e i macchinari che dovranno sorgere in mezzo alla laguna come mezzi di supporto alle paratoie, comprese le torrette di regia da dove dovrebbero in futuro essere azionate e controllate le dighe. L’isola e di otto ettari sorgerà davanti al bacàn di Sant’Erasmo e sarà alta tre metri con una parte di sette per incernierare le paratoie.
Gli edifici per il controllo delle paratoie saranno appunto interrati. I lavori che sono già in corso riguardano la realizzazione del nucleo centrale dell’isola - con la creazione di un terrapieno delimitato da scogliere e delle sponde verso Treporti e San Nicolò che ospiteranno una delle “spalle” delle relative schiere. A ridosso dell’isola, dal lato laguna, viene anche realizzato il canale navigabile che consentirà il collegamento fra Treporti e san Nicolò, quando le paratoie saranno in funzione. La principale delle ordinanze firmate in questi giorni dal presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva prevede che da giovedì scorso e per un periodo di trenta mesi si svolgano i lavori per la formazione della spalla Ovest e degli argini di coronamento per la realizzazione delle opere di sostegno a parete vericale lungo il canale di Treporti dell’«isola Novissima», come è stata definita. Per questo - precisa l’ordinanza - sino al 31 gennaio 2009 è interdetta la navigazione, l’accosto, e la sosta nella zona dei bassi fondali dove inizia la divergenza dei canali San Nicolò e treporti, a circa 2100 dall’ingresso della Bocca di San Nicolò verso la laguna. In quest’area sono infatti previste le operazioni di versamento dei materiali lapidei necessari alla realizzazione dell’isola e di dragaggio. Il periodo di trenta mesi di interdizione al traffico acqueo - piuttosto abbondante se limitato alla creazione della sola spalla Ovest della nuova isola - sembra in realtà “tarato” sui tempi complessivi di realizzazione del sito, fortemente contestato dagli ambientalisti.
Secondo il Magistrato alle Acque si tratta comunque di lavori già autorizzati e che non rappresenterebbero, dunque, una”fuga in avanti“ rispetto agli interventi alle bocche di porto, come temuto dal Comune. Sono già partite le prime opere per la predisposizione degli alloggiamenti delle paratoie mobili e per la protezione del fondale.
Il Magistrato alle Acque ha firmato anche una seconda ordinanza che limita il traffico acqueo per tre mesi nella zona di basso fondale di fronte al litorale di Punta Sabbioni, nella zona del porto rifugio - nel Comune di Cavallino-Treporti - dove saranno compiuti lavori di bonifica di possibili ordigni bellici presenti nell’area.
L’area è a ridosso della sponda nord-est della nuova isola artificiale, e anche queste opere di bonifica sono dunque preparatorie alla sua piena realizzazione. Sulla base dell’isola artificiale erano sbarcati solo pochi giorni fa i rappresentanti dell’l’Assemblea permanente No Mose per denunciare «lo scempio e i danni irreversibili che si stanno facendo in laguna».
Parco. Dall’antico francese parc; dal latino medievale parricus, a sua volta derivante dall’equivalente germanico dell’Anglo-Sassone pearroc. 1. nella legge inglese, area delimitata di terreni per volontà reale destinata alla caccia e a questo scopo ripopolata e conservata. 2. superficie di terreno che contiene laghi, prati, boschi, circostante una grande dimora di campagna o possedimento privato. 3. area di proprietà pubblica, in particolare a) interna o adiacente a una città, di solito attrezzata di percorsi, aree da gioco ecc. per la ricreazione pubblica; b) spazio aperto nella città con panchine, alberi, ecc.; c) grande area caratterizzata da scenari naturali e tutelata per l’uso pubblico dal governo statale. 4. grande spazio circondato da montagne e foreste. 5. spazio destinato al deposito temporaneo di veicoli.
No, perché i dizionari servono sempre nel caso di dubbio. Uno ascolta, che so, un dibattito alla televisione e sente distintamente un signore che dichiara appassionato alle folle telespettative “Non voglio fare una città satellite, ma un corridoio verde attrezzato per collegare il parco di Monza ai quartieri san Rocco e san Donato. Smettiamola con il "dagli al cementificatore". Chi conosce Milano 2 e Milano 3 sa che sono parchi”.
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Allora va a vedere, magari su un vocabolarione da cultura internazionale, di quelli che stanno spesso sugli scaffali dei veri managers, legge quelle cose lì, e capisce: bastava dirlo prima, no? Perché noi non siamo mica tutti managers internazionali, con gli orizzonti ampi a cogliere il vero senso delle cose, e i trecentottantamila metri cubi più strade vialetti e parcheggi e siepi e rotatorie ci parevano un’altra cosa. Non un parco, ma invece del parco. Il parco, pareva a noi, c’è già: si chiama area della Cascinazza per via della cascina che ci sta in mezzo, e in effetti a vederlo non è un vero parco come lo insegnano ai bambini, anche sui vocabolari. Mancano le panchine, la fontana coi pesci rossi, il laghetto. Ci sono invece campi di granturco e un po’ di sterpaglie, e qualche filare di pioppi lungo il fiume, oltre altri campi arati. In milanese c’è un temine dialettale che chiama “ parco agricolo” certi posti col granturco, le sterpaglie, i fossi coi pioppi … ma qui è troppo piccolo: c’è una strada a quattro corsie a poche centinaia di metri, e dalle altre parti spuntano rigogliosi i tetti di condomini e altro scatolame più difficilmente identificabile.
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Al centro dell’area Cascinazza, quella che nelle cartine stradali si chiama via Antonio Rosmini, e per chi ci passa un tracciato sterrato che divide la zona in due ambienti distinti, dopo aver costeggiato gli edifici della cascina: è il Cardine della centuriazione romana. Ce la racconta tra l’altro nei particolari, questa cosa della centuriazione romana nell’agro milanese, un documento dal titolo La vera storia della Cascinazza – Luglio 2006. Documento non firmato in quanto tale, ma che si scarica in PDF dal sito forzaitaliabrianza.com, sito non esattamente ricchissimo e che contiene nell’ordine: a) una bandiera di Forza Italia; b) la scritta linkata Scarica il file PDF Area Cascinazza.
Ma quel documento interessa queste note soprattutto per un aspetto: il parco. Anche lì, fra legioni romane che tracciano centuriazioni nell’agro gallico cisalpino di Mediolanum, e presunte legioni di urbanisti monzesi che in un secolo a quanto pare sono riuscite soltanto a combinare pasticci, rispunta il toccasana per grandi e piccini del parco:
“Il disegno urbanistico proposto si fonda su quattro scelte principali:
- la costituzione del Parco fluviale del Lambro;
- la realizzazione di un grande Parco Attrezzato;
- la definizione di un nuovo bordo edificato;
- la nuova centralità urbana affidata alla Cascina Cascinazza”.
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Poco importa, che quel “bordo edificato” si rapporti al quartiere esistente come un raddoppio in termini area urbanizzata, e un incremento assai superiore in termini di cubatura. Poco importa, ancora che a una cascina, tuttora al centro di una piccola porzione di campagna padana residua, venga appioppata inopinatamente una “nuova centralità urbana”. Qui si deve fare il parco (come già fatto a Milano 2 e Milano 3, no?), costi quel che costi.
Dev’essere una tendenza di area, di area politica intendo, questa cosa della transustanziazione del parco. Ci aveva pensato l’ineffabile Gabriele Albertini, qualche tempo fa, a chiamare Central Park una vagonata di grattacieli griffati con qualche alberello negli interstizi. Però forse non si trattava di una sparata personale (non vorrei accusare ingiustamente Albertini di avere delle idee) ma di una precisa filosofia politica, elaborata nelle rarefatte atmosfere intellettuali di Arcore.
Proseguendo di poco nella lettura del documento sulla Cascinazza, questa ipotesi si rafforza:
“Si noti … come sia possibile paragonare nel disegno urbano, la Cascina alla Villa Reale a nord, nel senso che la posizione ne fa la naturale porta di accesso al Parco e la struttura di attività di servizio allo stesso”.
Una sparata incredibile, tutta giocata sul medesimo motivo da cui nasce tutta la questione: il cuneo verde di uscita a sud dal centro storico del Lambro, che corrisponde a quello di ingresso a nord. Sopra, ad aprire le vedute dell’ampiamente progettato Parco, c’è la Villa Reale, monumento solitario ed eccezionale. Sotto, come banalmente ovvio trattandosi di campi coltivati, da qualche parte c’è una cascina, “naturale porta d’accesso” a un bel niente. Nel progetto di Monza Due, la cascina come spesso accade da queste parti ai vecchi edifici rurali assorbiti dall’urbanizzazione, è destinata a qualche tipo di servizio (basta farsi un giro nei comuni della zona per vedere decine di casi simili).
Ma, il parco, che fine ha fatto il parco? C’è, niente paura. In edizione tascabile, comodo e maneggevole. Un po’ come Cesare che zompava oltre il Rubiconde, il brianzolo del futuro dovrà scavalcare l’antico Cardine di centuriazione (che sta a metà dell’area, vedere la mappa) per entrare nella zona che retorica televisiva a parte possiamo chiamare “parco”, ovvero le sponde del fiume e i campi circostanti, fino alla brusca interruzione del nodo autostradale e delle tangenziali, nell’angolo sud-ovest.
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E pure, curiosamente, anche parlando delle bellezze di questa fila di condomini a corte, strade cul-de-sac con rotatoria di inversione, l’accento torna sempre e comunque sul “parco”, su qualche grande idea di zona verde attorno al fiume serpeggiante … ecco!
Lo dicevo sin dall’inizio, che noi comuni mortali non dobbiamo mai fidarci di quello che ci appare buon senso. Ma che buon senso non è affatto: solo superstizione, viziata dall’odio spontaneo del “figlio dell’operaio” per il figlio di qualcos’altro. Pensare che era lì, scritto nero su bianco sulle immortali pagine del Webster Unabridged Dictionary citato all’inizio. In particolare, la definizione numero 2, che dice:
“superficie di terreno che contiene laghi, prati, boschi, circostante una grande dimora di campagna o possedimento privato”.
Usciamo dai nostri orizzonti angusti, e come insegnava anche il grande Daniel Burnham: “Think big. Make no little plans. They have no magic to stir humanity's blood”. Ed era quasi ovvio che i nostri moderni e cosmopoliti managers avessero idee grandi, a scala metropolitana e regionale, che i poveri monzesi privi di fede azzurra non sanno cogliere. Il parco “ circostante una grande dimora di campagna o possedimento privato”, ce l’abbiamo sempre avuto davanti agli occhi: la grande dimora sono addirittura due grandi dimore. A presidiare le due rive del Lambro, Villa San Martino a Arcore sulla sponda est, e la più appartata e collinare residenza di Macherio su quella ovest. È da lì che tutto nasce, e si snoda poi fra casupole di villici e giardini di delizie, stalle operose e l’antico Parco Reale con la sua Villa, ex possedimento di ex potenti (le cose cambiano, ogni tanto, eh?). Segue il parco della Cascinazza col segno urbanistico di “nuova centralità” accostata all’antica Centuriazione, e poi giù lungo le acque limpide fino al Parco di Milano Due, e oltre ancora agli spazi tutti da qualificare del Parco Agricolo Sud.
Ecco, cosa non volevamo capire.
E a ben vedere, per quanto mi riguarda, continuo a considerare l’ennesima sparata televisiva, diretta a un esiguo pubblico di gonzi. Una versione prime-time delle solite urla notturne a colpi di “immerso nel verde”. E a furia di immergerci roba, tutto il verde che ci resterà saranno quelle orrende cravatte e fazzoletti da tasca dei leghisti.
Nota: qui, per chi non l'avese ancora fatto, un giro attorno all'area della Cascinazza; qui l'articolo di Repubblica che riferisce del dibattito televisivo dove P. Berlusconi esprime la sua filosofia del parco; di seguito, scaricabile il citato PDF di Forza Italia Brianza. Da notare la copertina, che esplicita orgogliosa tutti i 380.000 metri cubi virtualmente già edificati nel cuneo verde meridionale: si riconoscono le "corti" quadrate e la griglia stradale ; al "dossier" di Forza Italia, dopo qualche giorno dalla stesura di questao articolo, ha risposto puntualmente un altro dossier del centrosinistra, che allego di seguito (f.b.).
Mariarosa Vittadini, Aree urbane abbandonate al traffico
Le aree urbane sono divenute il luogo della congestione stradale, del deterioramento da traffico dell’ambiente, dell’inquinamento dell’aria, dell’insicurezza, cioè sono uno dei fattori più critici del funzionamento del paese. Tanto che il disagio complessivo del muoversi è divenuto uno dei motivi importanti di peggioramento della qualità della vita quotidiana. Congestione e insicurezza si riverberano poi su tutto il sistema dei trasporti, comprese le infrastrutture per le lunghe distanze, con un danno economico diretto e indiretto di amplissime proporzioni.
La gravità del problema si comprende meglio se si considera che la mobilità di breve raggio costituisce la grandissima maggioranza della mobilità dei passeggeri. Il rapporto Isfort-Asstra del 2005 fotografa la situazione in questi termini: tra il 2000 e il 2004 la mobilità delle persone in Italia sarebbe in netto decremento (-6 per cento degli spostamenti e -25 per cento delle percorrenze), mentre la mobilità interna ai perimetri urbani continuerebbe a crescere. (1) Nei perimetri urbani si concentrerebbe così, al 2004, poco meno del 90 per cento della totalità degli spostamenti di persone e poco meno del 60 per cento delle percorrenze (passeggeri-km). (2)
Il declino del trasporto pubblico
Tutte le componenti del trasporto pubblico urbano, con pochissime eccezioni, fanno registrare una situazione di ristagno, quando non di perdita di quote di domanda. Sempre l’indagine Isfort-Asstra quantifica nella modesta proporzione del 12,7 degli spostamenti e 15,2 delle percorrenze la quota percentuale di mobilità urbana servita dal trasporto pubblico. Tali quote salgono rispettivamente al 23 per cento e al 31per cento nelle città di maggiori dimensioni, ma restano comunque inferiori a quelle delle città centro-europee. I principali problemi ruotano intorno alla antica e tuttora irrisolta questione degli investimenti per i trasporti locali. Abbandonata alla fine degli anni Settanta l’idea di addossare gli investimenti per lo sviluppo del trasporto pubblico ai fragili bilanci comunali, lo Stato ha finanziato direttamente, di volta in volta, questa o quella componente infrastrutturale o tipologia di mezzi. Provvedimenti e leggi frammentarie, ad hoc, spesso emergenziali e al di fuori di qualsiasi visione programmatica hanno finanziato, a singhiozzo, opere mai sottoposte alle necessarie valutazioni.
Il risultato è l’evidente sottodotazione delle città italiane rispetto alle città europee.
Quantità e qualità
Le modalità di organizzazione della circolazione consentono tuttora all’ automobile, nella maggior parte dei casi, di vincere la competizione sulla velocità e la sicurezza dei tempi di viaggio. Le profonde trasformazioni nella organizzazione del territorio degli ultimi venti anni si sono accompagnate a un mutamento altrettanto profondo della struttura degli spostamenti, sempre meno sistematici e sempre meno destinati alle zone centrali. Il trasporto pubblico ha invece mantenuto la tradizionale impostazione orientata al servizio dei centri, lasciando sostanzialmente all’auto le altre relazioni.
Rivedere questa impostazione comporta un enorme sforzo organizzativo, finanziario e anche culturale. Significa passare da politiche "modali" a politiche di integrazione (dei servizi, degli orari, delle tariffe, dell’uso delle infrastrutture, anche dell’automobile, utilizzando ampiamente politiche di pricing delle strade opportunamente mirate. Il trasporto pubblico locale italiano si distingue in Europa per la più bassa quota di trasporto su ferro: 35 per cento contro il 55 per cento della Francia, il 53 per cento della Germania, il 52 per cento dell’Inghilterra. (3)
La quota di trasporto su ferro è un buon indicatore di qualità del servizio. In Francia, Germania e Inghilterra tram e ferrovie locali hanno per lo più sedi proprie, frequenze elevate, e hanno beneficiato di notevolissimi investimenti in innovazioni tecnologiche delle infrastrutture e dei mezzi. In molti capoluoghi regionali italiani il potenziamento infrastrutturale per lo sviluppo di servizi ferroviari regionali e metropolitani è da anni in via di realizzazione con tempi lunghissimi e discontinuità di finanziamento defatiganti. E i servizi di trasporto ferroviario regionale effettivamente prodotti non hanno dato finora brillante prova di sé.
Una cura che può uccidere il paziente
Per ottenere qualche risultato in termini di alleggerimento della congestione lungo gli assi stradali e autostradali che attraversano le aree dense occorre, insieme allo sviluppo dei servizi ferroviari, procedere alla integrazione ampia di tutti i mezzi di trasporto, automobili comprese, ripensare tutte le reti infrastrutturali (strade incluse) e le loro tariffe d’uso con l’obiettivo di far funzionare il sistema integrato, ripensare alle modalità di sviluppo degli insediamenti e alla localizzazione dei grandi attrattori. Stiamo invece assistendo al processo inverso. Forti della esasperazione per la congestione endemica degli assi che attraversano le aree dense sono nati ovunque progetti di grandi bypass autostradali e di nuovi anelli tangenziali sempre più esterni. Milano, Bologna, Firenze, Roma, Venezia e molte altre città si misurano oggi con simili proposte.
La logica è quella di spostare il traffico di attraversamento su nuovi assi esterni lasciando i vecchi al traffico locale. È del tutto evidente che questa cura ammazza il paziente. Perché la nuova capacità stradale incentiva ulteriore speranza di muoversi verso la città e nella città con l’automobile e si satura con incredibile rapidità. Con il risultato che i nuovi assi autostradali non si pongono, per loro natura, il problema dell’integrazione modale, mentre la strada vecchia dal punto di vista dell’integrazione resta inadeguata come prima.
Speranze per il futuro
Qualche speranza per il futuro potrebbe venire dalla effettiva elaborazione e realizzazione dei Piani urbani della mobilità introdotti con il Piano generale del trasporto locale. Perché i Pum sono strumenti di pianificazione dei trasporti come "progetti di sistema", si pongono in una prospettiva di lungo periodo, considerano le infrastrutture come componente fondamentale dell’assetto territoriale e delle sue trasformazioni e assegnano all’amministrazione che pianifica la piena responsabilità delle sue scelte. Il che equivale a dire che devono essere elaborati insieme ai piani per il governo del territorio e sulla base di valutazioni economiche e ambientali più rigorose di quelle che hanno accompagnato le opere della Legge 211/92. Tuttavia, dei mille miliardi (dell’anno 2000) che ogni anno avrebbero dovuto essere dedicati al loro finanziamento non vi è traccia. Mentre una buona quota di risorse della Legge obiettivo è dedicata alla realizzazione dei bypass autostradali.
Sembra dunque urgente cambiar rotta. Il problema delle aree dense e della loro infrastrutturazione ha ormai una dimensione e una gravità troppo a lungo sottovalutate nelle politiche nazionali.
(1) Si veda Isfort-Asstra Avanti c’è posto? Rapporto annuale Asstra-Isfort sulla mobilità urbana: i bisogni dei cittadini, le risposte della città, aprile 2005. L’indagine è condotta mediante interviste a un campione significativo di persone con età compresa tra 14 e 80 anni. Per "spostamenti urbani" si intendono quelli destinati allo stesso comune di residenza dell’intervistato e inferiori a 20 km.
(2) Il condizionale è d’obbligo perché molte altre fonti di informazione fanno registrare invece una crescita forte delle distanze percorse e della mobilità con origine in un comune e destinazione in un altro comune: dunque esterna ai perimetri urbani come definiti dall’Isfort.
(3) Si veda l’analisi di benchmark europeo condotta da Earchimede per Asstra e Anav.
“Case di carta e nuova questione abitativa” era stato il titolo del contributo trattato alla scuola di Eddyburg nel settembre 2005 e di un articolo scritto e pubblicato su eddyburg.
La lettura dell’editoriale di Carlo Olmo e la pagina che il giornale dell’architettura dedica al tema (si riporta di seguito l’articolo di Francesco Toso) ripropongono l’attualità di quell’analisi. Dalla quale emergeva che lo scenario di fondo che sta producendo un progressivo impoverimento delle famiglie in affitto non è conseguenza di eventi esterni (la crisi della new economy o la tragedia delle Torri gemelle o ancora l’economia di guerra nella quale sembra siamo precipitati).
La crescita del mercato immobiliare data ormai dal 1998 e trova la sua origine nel processo di ristrutturazione del nostro sistema produttivo (grandi imprese ma non solo). Tramite le banche questo processo di ristrutturazione è stato fatto pagare alle famiglie (quelle in affitto, ma anche quelle che contraggono i mutui per l’acquisto della casa, ormai le banche concedono mutui anche a 40 anni). In una spirale poco virtuosa le banche sostengono tramite la concessione di mutui la domanda di casa, la domanda fa mantenere alti i valori immobiliari. I canoni di affitto, invece, saltato con la legge 431 del 1998 qualsiasi tetto sono ormai (quasi unico paese in Europa) senza limiti: il proprietario chiede e l’inquilino se ce la fa paga altrimenti si arrangia.
Se è così, è urgente intervenire per far fronte alla vera emergenza sociale del nostro paese che riguarda non tanto chi non ha una casa ma soprattutto quelli che troveranno sempre più difficile pagare il canone di affitto. Il Cresme ci dice che saranno circa 1.760.000 le famiglie in difficoltà nel 2007.
Le ricette non sono facili. In campagna elettorale la casa ha fatto capolino per qualche settimana a seguito della proposta di Berlusconi di regalare il patrimonio pubblico agli inquilini. Il centro sinistra non ha seguito la boutade tentando una risposta articolata, complessa come la situazione richiede. Adesso si aspetta con ansia un segno di vita in questa direzione.
Vogliamo evidenziare due questioni che ci sembrano irrinunciabili, data l’analisi che ormai è condivisa da tutti i ricercatori e gli osservatori.
1. Il mercato da solo non basta, c’è bisogno di una intelligenza di processo del soggetto pubblico che intervenga non alla vecchia maniera, un programma massiccio di edilizia pubblica per la quale non ci sarebbero le risorse, ma favorendo tutte le iniziative indirette (fiscalità, incentivi nella ristrutturazione,…) che favoriscano l’immissione nel mercato di alloggi in affitto a canone calmierato.
2. Avviare un progetto di valenza nazionale, soprattutto nelle aree a forte tensione abitativa, destinato a favorire, nelle diverse forme possibili, la realizzazione di housing sociale. Si tratta di realizzare alloggi destinati solo all’affitto ricorrendo a risorse economiche di mercato ma non speculative da realizzare in aree pubbliche o acquisite dal soggetto pubblico per queste finalità e destinate all’utenza più vulnerabile: lavoratori precari, famiglie monopersonali, giovani coppie, … . Alloggi che potrebbero servire anche per aiutare le metropoli come Roma e Milano a favorire la presenza di giovani, di nuovi talenti, quelli che si spostano nelle grandi metropoli del mondo contribuendo in modo crescente al loro sviluppo sociale ed economica.
In alcune città italiane qualcosa in questa direzione sta già avvenendo e ci sono delle sperimentazioni interessanti ma, data la consistenza del problema, è necessario uno sforzo di valenza strategica del paese. L’Italia riparte anche da qui.
L’affitto: quante famiglie non ce la fanno.
di Francesco Toso
da il Giornale dell’architettura
L'ultima fase espansiva del mercato immobiliare ha prodotto un generale aumento del volume di ricchezza patrimoniale fra le famiglie italiane. Ciò non significa che abbia automaticamente favorito la diffusione del benessere, anzi, come spesso accade, le dinamiche di forte e persistente accelerazione dei mercati -nel caso immobiliare otto anni di fase espansiva, in cui si è avuta la compravendita di circa 7 milioni di case-indeboliscono sempre una quantità più o meno contenuta di popolazione. Sicuramente, il settore che esce più debole e redditualmente più povero di prima dalla lunga crescita del mercato immobiliare è quello dei locatari: il Cresme ha misurato in oltre 1,3 milioni le famiglie in affitto che, a fine 2005, soffrivano uno stato di tensione economica causato, o aggravato, dall'aumento dei canoni. Ma ancora peggio sarà quest'anno e il prossimo: si stima che nel 2007a causa dei rincari, dei rinnovi contrattuali e dei nuovi contratti, quasi 1,8 milioni di nuclei (oltre la metà delle famglie in affitto presso privati) patirà delle conseguenze fortemente negative dall'aumento dei prezzi che si è verificato in questi anni.
Prezzi che oggi, a ridosso del picco più espansivo (collocabile fra il 2005 e l'anno in corso) registrato nell'ultimo ciclo immobiliare, risultano cresciuti in misura assolutamente non comparabile con la dinamica delle retribuzioni: negli ultimi sei anni, i valori immobiliari di compravendita, mediamente a livello nazionale, sono aumentati del 51%; nelle grandi città del 65%. Con punte del 139%a Firenze; 97% a Roma; 77% a Torino.
Al riguardo c'è da osservare, sfiorando appena l'argomento, che l'esuberanza dei mercati ha prodotto degli ambiti di fragilità economica anche nell'area della proprietà (si pensi soltanto ai frequenti livelli di indebitamento ai limiti delle proprie capacità, soprattutto in un quadro occupazionale dove prevale la percezione di instabilità e insicurezza). Ora, rimanendo nell'ambito dell'affitto, la crescita del valore di mercato delle abitazioni ha trainato le attese di rédditività per i proprietari di alloggi da locare. Anzi, questa fase sembra essere connotata da un carattere speculativo se si considera che il tasso di rendimento dei nuovi affitti (in particolare nelle città dove è più consolidato) è aumentato rispetto a qualche anno addietro: i nuovi canoni di locazione sono incrementati del 49% nella media nazionale e ben dell'85% nelle grandi città. Con picchi del 140% a Venezia; 105% a Napoli; oltre i1 90% a Milano e Roma. Insomma, tassi di crescita superiori a quelli registrati dai prezzi degli immobili. È già qui evidente come il rapporto fra il costo dell'abitare e la retribuzione da lavoro abbia oltrepassato per molti il limite della sostenibilità. Ma per quanti?
Un rapido calcolo: se il livello attuale medio dei canoni di locazione sullo stock delle abitazioni in affitto è stimato pari a 5,3 euro/mq al mese ne deriva che, per un alloggio di 75 mq i canoni di locazione medi sono pari a 400 curo al mese. In relazione al reddito netto e al numero delle famiglie in locazione risulta che l'incidenza media del costo dell'affitto sul reddito netto è intorno al 24%, con un picco medio del 47% per coloro che rientrano nella classe di reddito fino a 10.000 euro. Usualmente si considera un'incidenza dell'affitto sul reddito pari al 30% come limite massimo entro il quale una famiglia entra in tensione finanziaria.
Un calcolo sulla base di informazioni ISTAT (sulla povertà relativa e assoluta) e Banca d'Italia (sulle fasce di reddito per titolo di godimento) ci porta a stimare nel 2005una situazione di difficoltà economica per 1.355.000 famiglie in affitto presso proprietari privati. Non solo: laddove si stimi che in funzione delle durate contrattuali nel settore privato si abbiano annualmente oltre 750.000 rìnnovi contrattuali a valori tendenti a quelli del mercato, si presume che fra il 2005 e il 2007, con un incremento annuale in linea con quelli recenti (8%), l'incidenza dei canoni sui redditi delle famiglie in fase di rinnovo contrattuale si attesti in media al 32,2%, con un picco del 65,9%per le famiglie con redditi inferiori ai 10.000 euro. Se queste considerazioni diventassero, com'è probabile, effettive, la media degli affitti dello stock abitativo nel 2007 si attesterebbe al 26% con punte del 52% per le classi di reddito familiare netto fino a 10.000 euro e del 31% per le classi di reddito comprese tra 10 e 20.000 euro (con crescita del reddito stimata in base al tasso di inflazione previsto).
Ma il dato ancor più drammatico riguarda coloro che per la prima volta entreranno nel mercato della locazione nel prossimo biennio. Costoro troveranno una situazione nella quale l'incidenza dei canoni di locazione sul mercato libero (7,4 euro/mq al mese in media) sarà pari al 32% del loro reddito medio familiare netto, ossia a un livello definibile «fragile» ai fini del mantenimento di un livello di vita dignitoso. In altri termini, prevedibilmente nel 2007, saranno circa 1.760.000 le famiglie in condizione di forte inadeguatezza reddituale rispetto alla spesa per la casa in locazione.
Le novità introdotte nel metodo della pianificazione dei trasporti avviata a Napoli a partire dal 1994 sono sostanzialmente due. La prima è che la mobilità, i trasporti e l’urbanistica hanno fatto parte di un unico processo di pianificazione. La seconda è che si è elaborato un piano di sistema, e non un elenco di opere tra esse separate e scoordinate, che ha disegnato le reti del trasporto collettivo e individuale utilizzando al meglio tutte le infrastrutture su ferro esistenti ed eliminando alcuni assi stradali invadenti.
Il primo atto di indirizzo sulle politiche del territorio, approvato dall’Amministrazione comunale alla fine del 1994, ha esposto con grande chiarezza le motivazioni e la necessità del connubio dell’urbanistica con la mobilità e i trasporti per ottenere una pianificazione credibile, in linea con le esigenze della città sostenibile auspicata dalla comunità europea nell’ultimo decennio. E’, infatti, un compito preciso della pianificazione e della progettazione urbana comprendere come il sistema delle reti infrastrutturali si relazioni con il territorio attraversato nei suoi punti nodali di connessione o nei suoi rapporti continui lineari, trasformando il territorio stesso in modo casuale o inducendo trasformazioni programmate per la riqualificazione urbana.
Senza un serio strumento di pianificazione integrata tra i trasporti e urbanistica, inoltre, non sarebbe stato possibile programmare le priorità di intervento nel campo delle infrastrutture per il trasporto su ferro e su gomma. Gli investimenti per le opere infrastrutturali richiedono finanziamenti molto consistenti, i meccanismi legislativi per poter accedere a tali finanziamenti sono molto complessi e lunghi temporalmente. Di conseguenza, senza programmazione non sarebbe stato possibile far convergere tutti i possibili finanziamenti regionali, nazionali ed europei sulle opere infrastrutturali ritenute assolutamente necessarie per liberare la città dalla morsa del traffico automobilistico. Tra queste, i completamenti delle linee metropolitane 1 e 6, la chiusura dell’anello della linea metropolitana 1 e la stazione d’interscambio Cilea tra la Circumflegrea e la linea metropolitana 1.
Il Piano comunale dei trasporti e il Piano della rete stradale primaria hanno accompagnato l’azione urbanistica condotta attraverso le varianti al Piano regolatore generale per perseguire l’obiettivo di trasferire molti spostamenti dal traffico privato a quello collettivo e di alleggerire il centro storico dalla circolazione e dalla sosta di ingombranti vetture per restituirlo in gran parte ai pedoni. Insieme, urbanistica e trasporti, hanno proposto di decentrare funzioni importanti e pregiate dal centro verso la periferia e di potenziare e di riqualificare le infrastrutture ferroviarie e stradali per realizzare un sistema di trasporto pubblico a rete, intermodale e interconnesso. Insieme, ancora, hanno proposto e stanno sperimentando di utilizzare le reti infrastrutturali del trasporto come strumenti di organizzazione del territorio intorno alle stazioni, ai nodi dell’interconnessione e ai luoghi dello spazio fisico da essi intercettati.
La costruzione della rete è fondata sulla valorizzazione di una delle più ricche dotazioni di linee su ferro della penisola. Linee abbastanza rispettose della complessa orografia del territorio e che spesso attraversano territori di grande bellezza, ma che non riescono a definire una rete per la loro limitata capacità di interconnessione e per l’assenza di intermodalità. La valorizzazione di questo patrimonio infrastrutturale così prezioso il Piano propone che avvenga attraverso il recupero di tratte ferroviarie liberate dal traffico di lunga percorrenza, la realizzazione di piccole bretelle, il rilancio di vecchie linee con l’innesto di nuove stazioni, la connessione di linee su ferro oggi separate tra loro e di linee ferroviarie con gli assi stradali mediante la formazione di nodi d’interscambio. Il vero valore aggiunto è dato dai piccoli interventi ad alta connettività di rete, dai numerosi nodi d’interscambio ferroviario e modale che consentono itinerari flessibili, e dalla predisposizione alla promiscuità di esercizio delle ferrovie esistenti o in costruzione. Il piano ha coinvolto tutto il territorio cittadino, unificando centro e periferia, da sempre separati più che avvicinati dalle numerose infrastrutture che sovrastano, senza alcuna utilità trasportistica e con danno urbanistico e socio-economico, parti consistenti della città.
L’accessibilità. L’elemento strategico della politica territoriale integrata trasporti e urbanistica che si è portata avanti con il piano comunale dei trasporti, con il Piano della rete stradale primaria e con le Varianti al piano regolatore generale, per conseguire l’obiettivo della riqualificazione urbana, è l’accessibilità ai diversi luoghi e alle svariate attività pubbliche e private della città e non la mobilità fine a se stessa. E l’accessibilità si costruisce attraverso la diversità dei modi di spostamento e la ricchezza delle connessioni tra le diverse modalità di trasporto. Ma non solo, si costruisce anche con la qualità delle relazioni di tipo funzionale, morfologico e percettivo con il contesto territoriale in cui si collocano le stazioni e i nodi d’interscambio della rete infrastrutturale. Solo così si rende attraente l’uso alternativo del trasporto pubblico. Più diffusa è la serie di stazioni e di nodi d’interscambio, più è possibile l’accesso ai posti più lontani in tempi ragionevoli, senza costi eccessivi e senza troppa fatica. E in questo modo si può affrontare anche il problema cruciale del rapporto fra gli abitanti e i luoghi. Estendere il numero dei punti di accesso, costituiti dalle stazioni e dai nodi, alla rete del trasporto collettivo in tutta la città equivale a creare nuove occasioni di centralità, e individuare i luoghi dove trasferire le funzioni pregiate che possono avvicinare coloro che abitano lontano dal centro alle immagini più cariche di storia della città, riunificando la identità urbana molto spesso dimenticata per la distanza.
Le stazioni e i nodi d’interscambio. La rete su ferro disegnata dal Piano comunale dei trasportiincontra il territorio cittadino in 96 punti con altrettante stazioni. Di queste stazioni, 18 sono nodi d’interscambio e collegano le diverse linee ferroviarie trasformate in 8 linee metropolitane. E 16 parcheggi, localizzati in prossimità delle stazioni più lontane dal centro, interconnettono la rete su ferro con la rete primaria stradale.
Non c’è dubbio che rispetto alla situazione attuale, nella quale le 12 linee su ferro hanno 45 stazioni e solo 5 punti d’interconnessione, il Piano comunale dei trasporti ha finalmente fatto diventare rete un insieme di linee ferroviarie e di assi stradali sconnessi, portando il sistema dei trasporti nella modernità. Ma la sola valorizzazione funzionale trasportistica, che deriva dalla interconnessione tra i vari modi di trasporto e tra flussi di traffico di diversa natura, non basta per indurre processi di riqualificazione urbana negli ambiti territoriali attraversati dalla rete. E’ la valorizzazione del livello di accessibilità alle stazioni e ai nodi d’interscambio, garantito dalla intermodalità, che può far decidere di intervenire con la pianificazione urbanistica nei luoghi dell’interconnessione per definire funzioni, localizzazioni e nuove qualità insediative. Come vantaggio di ritorno, la riqualificazione urbana intorno ai luoghi delle stazioni e dei nodi potenzia la qualità del sistema trasportistico reticolare. In tal modo, gli aspetti tecnici e specialistici della rete e il contesto fisico in cui i suoi punti nodali emergono contribuiscono a far diventare tali nodi i luoghi privilegiati e prioritari per la trasformazione e la riqualificazione urbana, e per la ricerca dei più opportuni strumenti di pianificazione in grado di confrontarsi con essi.
La Variante al piano regolatore generale di Napoli, coerentemente con l’indirizzo politico sulla pianificazione integrata fra trasporti e urbanistica di cui si è prima detto, assume al suo interno il Piano comunale dei trasporti e il Piano della rete stradale primaria. Inoltre introduce nella normativa due articoli specifici sulle stazioni e sui nodi d’interscambio. Le norme regolano la possibilità d’interventi che garantiscano la massima accessibilità dei territori serviti, la riqualificazione dell’edilizia e della viabilità ricadente nel loro ambito e la introduzione di nuove funzioni e di nuovi servizi che siano d’impulso per localizzazioni di attività economiche finalizzate alla valorizzazione dei luoghi dell’interconnessione.
La riqualificazione urbana. La variante al piano regolatore generale è un piano di riqualificazione in quanto esclude l’espansione, tutela e valorizza il sistema delle aree verdi, salvaguarda l’identità culturale del centro storico, regola le trasformazioni delle aree industriali dismesse e accoglie la riorganizzazione del sistema dei trasporti centrata su una forte rete su ferro, su una riequilibrata rete stradale e sulle connessioni tra esse.
Il sistema della mobilità assunto nella pianificazione urbanistica si trasforma in una infrastruttura fondamentale per la riqualificazione dei nuclei storici e dell’espansione recente della periferia, per la valorizzazione dei nuovi parchi territoriali, per il restauro del centro storico e per l’armatura dei nuovi insediamenti nelle aree di trasformazione urbana.
Una strettissima relazione tra urbanistica e trasporti si osserva nelle proposte per il centro storico dove, per le parti più complesse del tessuto, quali le aree archeologiche e delle murazioni, si propone una configurazione a sistema continuo di aree ad altissima valenza monumentale che si giova della strategia della mobilità su ferro per facilitare la percorrenza dell’intero tessuto storico cittadino. In sostanza, il recupero e la rivitalizzazione delle parti più problematiche del centro storico, dove le esigenze di tutela e di conservazione degli edifici e dell’impianto insediativo apparentemente sembrano contrastare le spinte di valorizzazione del tessuto economico-sociale, si affidano alle soluzioni sistemiche della rete e a quelle puntuali delle stazioni e dei nodi individuate dal piano dei trasporti. Infatti, dal punto di vista operativo, si esplicita con chiarezza che ogni piano esecutivo del centro storico deve tenere conto delle previsioni derivanti dai progetti dei nodi urbani di accesso.
La sequenza delle aree monumentali da recuperare è formata dalla piazza Mercato e dal quartiere degli orefici che si collegano con i tratti sud e nord delle murazioni che si snodano da piazza Garibaldi. Seguono l’Acropoli e l’antico largo delle Pigne e i percorsi per i teatri dell’impianto greco-romano fino al complesso di S. Lorenzo, luoghi che trovano un ulteriore accesso da piazza Dante. La sequenza si chiude con i due musei Nazionale e di Capodimonte. “Così i piani urbanistici esecutivi destinati a rivitalizzare la lunga linea delle mura si inseriscono del tutto in un percorso possibile da piazza Mercato a Capodimonte, attraverso la connessione della rete metropolitana su ferro e della linea dei due musei, passando per il recupero e la valorizzazione della collina dei Miracoli e della Specola; i piani urbanistici esecutivi delle aree archeologiche si strutturano in una maglia centrale servita in testa dalle stazioni e dai nodi previsti” (cfr. Variante al Prg di Napoli).
Le stazioni delle linea 1 della metropolitana. Fulcro del piano comunale dei trasporti è la linea metropolitana 1, circolare, con 25 stazioni, di cui 8 formano altrettanti nodi d’interscambio con stazioni di altre linee su ferro e 4 formano nodi d’interscambio modale con le strade della rete primaria attraverso adeguati parcheggi. La linea originariamente era denominata collinare, in quanto connette l’altopiano a nord della città attraverso la collina del Vomero con il centro storico e con l’inizio della pianura paludosa del Sebeto corrispondente all’area della stazione centrale. Con il piano dei trasporti si è deciso di chiudere ad anello la linea metropolitana e la ferrovia Alifana proveniente da Aversa, congiungendo la stazione Garibaldi alla prima stazione Piscinola a nord, mediante l’esercizio promiscuo dell’Alifana, adeguando al tal fine le previsioni del progetto di ristrutturazione della ferrovia concessa. In tal modo la linea metropolitana 1 connetterà la periferia nord della città con il quartiere Vomero, con il centro storico, con la stazione centrale, dove si attesterà la linea dell’alta velocità, e con l’aeroporto. Con un solo interscambio sarà possibile raggiungere la zona occidentale o la zona orientale.
Dal punto di vista costruttivo, la linea è tutta in galleria profonda . Solo la tratta finale verso nord, per circa 4 chilometri, è in viadotto e attraversa il vallone S.Rocco, uno dei luoghi più suggestivi dal punto di vista paesaggistico del sistema orografico napoletano.
Il progetto originario della linea metropolitana prevedeva un percorso da piazza Garibaldi ai Colli Aminei, nei pressi della zona ospedaliera cittadina. La linea era interamente in galleria e le 15 stazioni erano tutte di tipo profondo, a eccezione dell’ultima, che arrivava in superficie. La progettazione delle stazioni fu affidata dalla società Metropolitana milanese a gruppi di professionisti napoletani, ingegneri e architetti, con il compito di provvedere alla definizione degli spazi interni dal mezzanino alle uscite, delle finiture e degli impianti del piano banchina e degli altri livelli. Successivamente fu previsto il prolungamento della linea da Colli Aminei a Piscinola-Scampia per poter localizzare il deposito e le officine per la manutenzione dei treni. Le tre stazioni su viadotto furono progettate dalla Metropolitana milanese e dai tecnici comunali. Infine, nell’ultimo periodo l’Amministrazione comunale, quale concedente dell’opera, ha richiesto alla società concessionaria di affidare ad architetti altamente qualificati la progettazione delle uscite e delle sistemazioni esterne delle stazioni che attraversano il centro storico e alcune delle sue piazze più significative.
Ci sono tre aspetti della progettazione delle stazioni della linea metropolitana 1 che è utile evidenziare.
Il primo riguarda la localizzazione e l’inserimento urbanistico delle stazioni in relazione alle diverse parti della città attraversate dalla linea. Le stazioni a servizio della città storica e della città consolidata fino all’immediato dopoguerra sono ben localizzate in quanto ubicate nelle piazze del tessuto edificato, mentre quelle a servizio della città di espansione, dalle speculazioni degli anni ’50 e ’60, agli abusi edilizi degli anni ’70 e ’80 e agli interventi di edilizia residenziale pubblica della periferia, sono di difficile accessibilità, in quanto localizzate in punti lontani dalle residenze e dai servizi e non immediatamente identificabili dalla viabilità principale. Queste ultime stazioni, servendo parti di città che possono essere definite veri e propri non luoghi urbani, non incrementano mediante la loro ubicazione la fruibilità della rete trasportistica e non diventano quell’elemento attrattivo capace di restituire a un luogo una immediata riconoscibilità e identità.
Il secondo aspetto, strettamente connesso al primo, riguarda la qualità architettonica delle stazioni che si differenziano secondo la tipologia costruttiva della linea in galleria o su viadotto. Gli spazi che definiscono le stazioni profonde, sia dal punto di vista compositivo quanto da quello formale, sono stati risolti con soluzioni tradizionali e omogenee, non attribuendo a questi luoghi del movimento una vera e propria dignità architettonica. Gli spazi di banchina e di collegamento con il mezzanino sono determinati esclusivamente dalle esigenze strutturali, impiantistiche e della sicurezza, mentre gli spazi dei mezzanini si differenziano in funzione delle esigenze determinatesi in fase di costruzione in relazione all’inserimento delle macchine di scavo e di estrazione dei terreni. Le uscite generalmente sono costituite da scale protette da una recinzione in muratura. Sostanzialmente , si vestono con finiture più o meno gradevoli e durevoli le superfici degli spazi determinati esclusivamente da esigenze costruttive e tecnologiche. Le stazioni su viadotto sono costituite prevalentemente dalle pensiline protettive delle banchine di attesa dei treni e dagli edifici di connessione del viadotto con la strada.
L’ultimo aspetto riguarda il mutato atteggiamento nel tempo sul tema della progettazione delle stazioni della metropolitana da parte delle committenza. Come si è già accennato l’impostazione progettuale originaria, risalente agli anni ’70, è stata di tipo ingegneristico. Di fatto, di fronte agli alti costi di costruzione di una linea metropolitana, il progetto delle stazioni doveva rispondere a una esigenza, peraltro largamente condivisa culturalmente, di contenimento dei costi. Solo recentemente, a seguito della messa in esercizio della prima tratta e della contemporanea costruzione della seconda, la città ha cominciato a porsi delle domande su quale sarebbe stato l’impatto delle stazioni della metropolitana sulle piazze di grande valore storico e urbanistico, quali piazza Dante, piazza Cavour, piazza Municipio, piazza della Borsa, eccetera. Viene messo in crisi il modello standardizzato delle stazioni connotate secondo criteri tipologici propri della funzione di circolazione e caratterizzate da qualità formali indifferenti all’identità della città esterna. L’estraneità e l’anonimitàevidenti delle stazioni nei confronti dei luoghi di gran carattere come piazza Cavour e piazza Dante hanno indotto la committenza a cambiare rotta rispetto al considerare la stazione principalmente come elemento tecnico che assicura l’accesso e il passaggio verso l’esterno. Si è così deciso di assegnare alle stazioni anche la valenza di luogo in cui si compie il processo di connessione con il tessuto urbano che la linea incontra, e conseguentemente di avvalersi di architetti che si fossero già cimentati con tali tematiche.
La stazioni nel centro storico. La revisione dei progetti delle stazioni di Salvator Rosa, Materdei, Museo e Dante, affidata all’atelier Mendini e a Gae Aulenti, è stata avviata a realizzazionequasi ultimata. La concezione di stazione appartenente all’infrastruttura e rispondente unicamente a criteri tecnico-costruttivi e funzionali legati al transito, unifica i caratteri formali, decorativi e di segnaletica proposti dai progetti originari. Le banchine, i corridoi e le scale di collegamento, i mezzanini, le finiture, le scritte sono uguali in tutte e quattro le stazioni. Solo per Salvator Rosa l’uscita è costituita da un edificio, mentre negli altri tre casi gli accessi sono banalmente ubicati sui marciapiedi delle piazze di riferimento.
I nuovi progetti, quindi, non intervengono sugli spazi fisici interni già definiti nelle strutture e nella organizzazione funzionale, ma sovvertono la concezione che nega la specificità delle singole stazioni della linea. Le finiture, le decorazioni e le scritte si differenziano in tutti gli spazi interni: le banchine, i collegamenti e i mezzanini. Si introducono opere degli artisti napoletani contemporanei nelle due stazioni di Salvator Rosa e Materdei, si riempiono con sculture e calchi offerti dal Museo archeologico i collegamenti e gli atri della stazione omonima e si espongono i ritrovamenti degli scavi effettuati in situ negli spazi interni della stazione Dante. Finalmente gli utenti non avranno bisogno di uscire dalla Metropolitana per identificare la diversità dei luoghi urbani che la linea attraversa.
La forte inversione di tendenza che i quattro progetti rappresentano è nel rapporto delle stazioni con l’esterno e nella riqualificazione degli spazi urbani circostanti. Le uscite sono degli edifici che si misurano con il tessuto urbano con le emergenze monumentali che incontrano nel caso di Salvator Rosa e di Museo, mentre emergono come sculture nel semplice spazio della piazzetta di Materdei e nella spettacolare piazza Dante. Molto differenti sono i contesti urbani circostanti le stazioni e quindi le soluzioni progettuali per la loro riqualificazione, anche se tutte affrontano il tema della riorganizzazione dell’accessibilità pedonale.
L’intervento di Salvator Rosa riunifica lo spazio esterno costituito da frammenti di aree assolutamente disomogenei che difficilmente avrebbero potuto essere riqualificati in assenza dello stimolo prodotto dalla metropolitana. Si passa da porzioni del bellissimo giardino di villa Maio a ruderi di edilizia moderna e di infrastrutture di epoca romana abbandonati, a interstizi di collegamenti tra gli alti edifici della speculazione degli anni sessanta. Il progetto urbano connette tutto lo spazio circostante la stazione, creando un’area attrezzata per il gioco dei bambini e per passeggiare nel verde, inoltre riqualifica tutti i passaggi di collegamento tra la parte bassa e la parte alta del quartiere e realizza anche una scala mobile per superare un consistente salto di quota, e in tal modo aumenta il raggio di influenza annettendo tutta l’utenza della piazza Leonardo.
A Materdei, il quartiere circostante la stazione è un ordinato insediamento dei primi del '900 fortemente integrato con il tortuoso tessuto storico di cui fa parte. Il progetto riqualifica e pedonalizza la viabilità di connessione con delicati interventi di arredo urbano per sottrarre soprattutto alla sosta gli spazi viari che vengono destinati all’accessibilità pedonale.
Infine, gli interventi di riqualificazione e di riunificazione attraverso la linea metropolitana sotterranea delle due piazze storiche Cavour e Dante, oggi così diverse ma originariamente uguali nella loro connotazione di larghi fuori le mura della città greco romana e di impluvi naturali per le acque che scendevano dalla collina di Capodimonte e dalle attuali via Tarsia e il Cavone. Della evoluzione storica e urbanistica delle due piazze, di cui ci informano Villari, Buccaro e Di Mauro, il progetto urbano tiene conto ribadendo la estraneità della piazza Cavour dalla città greco romana e dall’acropoli attraverso la strada per la percorrenza primaria delle automobili, e valorizzando l’appartenenza di essa al borgo dei Vergini attraverso la viabilità locale che sale verso la collina di Capodimonte. Viceversa l’annessione alla città operata nel '700 da Vanvitelli viene confermata dall’intervento di Gae Aulenti che elimina la viabilità parallela all’esedra vanvitelliana e crea un unico spazio pavimentato come capolinea pedonale dei percorsi da e verso le aree monumentali, del commercio e degli affari del centro storico.
Con questi primi progetti urbani si può affermare che sono iniziati gli interventi per il recupero e il restauro del centro storico in linea con le proposte del piano urbanistico approvato dalla Giunta comunale e in discussione in Consiglio. La mobilità sta determinando le priorità d’intervento nel tessuto urbano, in quanto solo dotando il centro cittadino di un serio e forte sistema di trasporto pubblico è possibile liberare dalla morsa automobilistica le piazze, le strade, gli slarghi e i giardini dell’impianto storico e restituire all’originario splendore i luoghi pubblici connettivi e gli edifici e i monumenti che su di essi si affacciano.
La notizia non è da poco. Due giorni or sono i conservatori britannici hanno riconosciuto di aver commesso un grave errore nel 1996 con la privatizzazione delle ferrovie. Sono pentiti. Lo ha dichiarato il ministro ombra dei trasporti del partito conservatore: «la decisione di separare le infrastrutture dalla società di gestione - ha detto - non è stata giusta». In effetti, come è largamente noto, la privatizzazione delle ferrovie è stato un disastro sociale, tecnico, organizzativo e finanziario, conclusosi con il fallimento della società privata Rail Track e la rinazionalizzazione delle reti. L'operazione, nel frattempo, è costata un paio di miliardi di euro al contribuente britannico. In un momento in cui in Italia il nuovo governo di centrosinistra ha lanciato una nuova ondata di liberalizzazioni/privatizzazioni nel settore dei servizi pubblici (e locali) con l'eccezione, da verificare nei prossimi mesi, dei servizi idrici, la notizia vale il suo peso.
Uno dei principi chiave adottati dal nuovo governo per giustificare e legittimare la nuova ondata sta precisamente nella asserita necessità di distinguere tra la proprietà del bene o delle infrastrutture che deve/ può restare pubblica e la gestione del bene e/o dei servizi connessi che può/deve essere privata.
Nessuno può escludere il rischio che l'Italia si trovi fra alcuni anni di fronte a diversi casi di «disastro da privatizzazione» nel settore dell'energia, dei trasporti, della salute, anche perché le possibilità di disastro stanno già facendo capolino qui e là, per ilmomento inmaniera episodica.
Penso a certi servizi nel campo della sanità ( per anziani, per esempio), all'alloggio popolare, alle linee di trasporti «secondarie».
Fondamentalismo miope
E' legittimo quindi domandare, ma perché si persiste nell'errore di separare proprietà e gestione di un servizio pubblico , quando questa separazione è dettata unicamente da un fondamentalismo miope derivato dalla teologia capitalista mercantile che fa della concorrenza tra imprese il criterio principe di scelta ottimale tra allocazioni alternative delle risorse, dei beni e dei servizi?
Fortunatamente, il nuovo governo ha accettato di fare eccezione per l'acqua, ma si tratta chiaramente di una eccezione. La regola è quella della separazione.
La separazione è un errore perché, specie nel caso dei servizi essenziali ed indispensabili alla vita ed al vivere insieme come l'aria, l'energia, la protezione del territorio, la salute, l'educazione, la conoscenza, la sicurezza civile, essa adotta il principio che il punto di partenza per costruire l'edifico dei servizi pubblici di un paese è l'esistenza di bisogni di «interesse generale» (perché comuni a tutti i membri di una comunità), ma a domanda individuale (quale è considerato il «consumo» di gas, di elettricità, di trasporto pubblico, di medicinali, di ricoveri in ospedale, di metri quadrati di casa…).
La pubblica utilità
A partire da questo punto, il ruolo dei poteri pubblici consiste principalmente nell'assumere la funzione detta di utilità pubblica ( nel gergo anglosassone le public utilities) per soddisfare i bisogni.
Il servizio «pubblico» (perché offerto a tutti) diventa lo strumento che consente di soddisfare le domande individuali dei bisogni grazie al meccanismo dei prezzi o tariffe sul mercato. Da qui la tesi dominante di considerare la quasi totalità dei servizi pubblici come dei «servizi di rilevanza economica» e quindi sottomessi alle regole dell'economia di mercato concorrenziale.
Il recentissimo Disegno di legge n. S 772 sui servizi pubblici locali parla dell'inevitabile necessità del «confronto competitivo» fra le imprese gestori dei servizi come se parlasse di una «legge costituzionale» inviolabile
Ora, il corretto punto di partenza per l'architettura dei servizi pubblici essenziali ed insostituibili alla vita ed al vivere insieme sono i diritti, umani e sociali, e non i bisogni. Diritto alla salute, diritto all'acqua, diritto alla conoscenza, diritto alla casa…. Da qui, la funzione pubblica deriva dalla responsabilità/dovere della comunità di creare le condizioni ed i mezzi necessari per garantire l'accesso ai beni e servizi relativi ai diritti.
Responsabile collettività
Questo è il senso profondo del «potere pubblico », cioè della legittimità derivata dalla responsabilità Pubblica nei confronti dei cittadini. Pertanto, il servizio è pubblico e di rilevanza «sociale» perché di esso è responsabile la collettività a tutti i livelli, dal locale al nazionale ed al mondiale, e su tutti i piani , da quello legislativo a quello finanziario ed economico.
Questa concezione spiega perché la proprietà del bene/infrastrutture e la sua/loro gestione sono per natura pubbliche e di titolarità di un unico e simile soggetto e quindi non possono essere separate. Partire dai bisogni a domanda individuale anziché dai diritti universali, collettivi, cambia radicalmente la concezione della società e le strategie e le scelte politiche, sociali e tecno- economiche.
Quanti saranno fra cinque anni «i pentiti» toccati dal morbo delle liberalizzazioni/ privatizzazioni? Non sarebbe meglio per tutti cambiare già ora, ed evitare di compiere l'errore? * presidente dell’acquedotto pugliese
NO SPRAWL. Perché é necessario controllare la dispersione urbana e il consumo di suolo, a cura di Maria Cristina Gibelli e Edoardo Salzano, Alinea editore, Firenze 2006. Scritti di: Mauro Baioni, Paolo Berdini, Piero Bevilacqua, Fabrizio Bottini, Piero Cavalcoli, Antonio di Gennaro, Alfredo Dufruca, Georg Frisch, Maria Cristina Gibelli, Edoardo Salzano, Luigi Scano, Massimo Zucconi. In appendice: la proposta di legge elaborata da un gruppo di amici di Eddyburg: “Principi fondamentali in materia di pianifi cazione del territorio” (maggio 2006)
I testi sono stati elaborati in occasione della prima edizione della scuola estiva di pianificazione di eddyburg che si è svolta nel settembre 2005, presso la sede del Parco archeominerario di San Silvestro, a Campiglia Marittima. La scuola estiva è stata ideata come il luogo dove gli amici di eddyburg con una maggiore esperienza alle spalle – come urbanisti, amministratori, docenti universitari, giornalisti – sono stati invitati ad illustrare di persona il proprio punto di vista e fornire ai partecipanti un ventaglio di informazioni, riflessioni critiche e proposte sul tema prescelto. Così concepita, la scuola estiva non ha avuto la pretesa di affiancarsi o inserirsi nel circuito ufficiale della formazione scolastica, già ricco di offerte qualificanti, ma una duplice, differente ambizione.
Innanzitutto, è stata un’occasione di incontro per tutti coloro che sono interessati alle questioni che compaiono quotidianamente sul sito eddyburg.it. Non è un caso che tra i partecipanti – quasi tutti frequentatori abituali del sito, come lettori o come collaboratori – si sia creata spontaneamente una buona osmosi, favorita dal comune sentire e arricchita dalla diversa età, provenienza e formazione dei partecipanti. In secondo luogo, la scuola ha offerto l’opportunità di compiere una valutazione critica, ad ampio raggio, sui fenomeni del consumo di suolo e della dispersione urbana, strettamente legati tra loro, ed entrambi rivelatori di carenze e crisi più generali.
Il libro No sprawl raccoglie le riflessioni compiute e documenta l’ampiezza delle ragioni che inducono ad opporsi con forza alla crescita scomposta degli insediamenti: scarsa efficienza complessiva, elevati costi collettivi (economici, ambientali, sociali), compromissione del paesaggio e dell’ambiente, anche in contesti particolarmente delicati. Il modo in cui sono cresciute e tuttora si espandono le città riflette un’idea anonima e volgare della modernità, assai poco attenta alle specificità locali, alla qualità, all’innovazione. Per questo, a tutti coloro che hanno contribuito a scrivere il libro, è apparsa evidente la necessità di porre un freno alla crescita sregolata – seguendo l’esempio di numerosi altri paesi d’Europa e persino d’oltreoceano, dove pure la densità degli insediamenti è di gran lunga inferiore.
Per rispondere ai problemi pregressi e alle esigenze di oggi, riorganizzando e riqualificando gli insediamenti esistenti, servono politiche complesse, molto più incisive di quelle attuali. Prima di ogni altra cosa, occorre ridurre il peso degli investimenti immobiliari e infrastrutturali (cioè dalle varie forme di rendita) nel determinare l’uso e la trasformazione del territorio, offrendo alle amministrazioni pubbliche opportuni strumenti di indirizzo e di regolazione. La proposta di legge nazionale promossa da eddyburg, pubblicata in calce al libro, costituisce il primo indispensabile passo in questa direzione, ma è fin troppo evidente che molte altre iniziative possono e debbono essere intraprese, puntando ad un recupero della costruzione pubblica del territorio. Ed è proprio attorno quest’ultimo tema che è in preparazione la seconda edizione della scuola, nel luogo e con le modalità dell’anno passato, nella convinzione che possa avere lo stesso esito positivo.
Gli ultimi tre giorni di una vicenda impressionante: il 19 luglio le attese, il 20 luglio le speranze, il 21 luglio il calcio nei denti. In fondo, una domanda da eddyburg al ministro Di Pietro
19 luglio 2006
Comitatone sul Mose, è già braccio di ferro
di Alberto Vitucci
Il primo rapporto dei Noe sui cantieri del Mose già sul tavolo del ministro per l’Ambiente. Un appello al governo delle associazioni ambientaliste perché i lavori alle bocche di porto siano fermati. E il tentativo del Comune di convincere il Comitatone a «verificare e sperimentare soluzioni alternative, altrettanto efficaci e molto più economiche». Si scalda il panorama politico alla vigilia del Comitatone, convocato per domani alle 17 a palazzo Chigi alla presenza del presidente del Consiglio Romano Prodi.
A quanto si è appreso a Roma, sarà una riunione piuttosto breve, senza documenti all’ordine del giorno. Ma avrà una valenza politica molto importante. Il nuovo governo dovrà infatti valutare la richiesta che viene dalle comunità locali e la proposta del sindaco Massimo Cacciari. Cambiare rotta e distribuire i finanziamenti per la manutenzione della città, dice il sindaco. E fermare i lavori ritenuti «non compatibili» con scenari alternativi, come i nuovi scavi dei fondali e i lavori di spalla, le palancole, i terrapieni e gli sbancamenti in corso al Lido e a Malamocco.
Una proposta che comincia a essere esaminata in queste ore dal governo e dai vari ministri. Pecoraro Scanio, responsabile dell’Ambiente, si è già detto disponibile a «valutare le richieste di Cacciari, che saranno senz’altro fondate». Così il ministro Mussi, diessino responsabile della Ricerca scientifica e il viceministro Cesare De Piccoli, delegato dal ministro Bianchi come rappresentante del ministero dei Trasporti. Disponibilità al dialogo anche da Francesco Rutelli. «Sul Mose si fa come dice Cacciari», aveva promesso in campagna elettorale. Più cauto il ministro Antonio Di Pietro, che si è affidato al parere dei suoi funzionari. Il suo consigliere Aurelio Misiti (presidente del Consiglio superiore quando fu approvato il progetto di massima del Mose) e Maria Giovanna Piva, presidente del Magistrato alle Acque. La proposta avanzata dal ministero delle Infrastrutture potrebbe essere quella di far esaminare le proposte del Comune al Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Ma Ca’ Farsetti preme perché il «tavolo» sia composto da un rappresentante di tutti gli enti presenti in Comitatone. Contrario a qualsiasi ipotesi di modifica è il presidente della Regione Giancarlo Galan, che difende a spada tratta la linea del governo Berlusconi. «Cos’è cambiato rispetto a quando il progetto Mose è stato approvato? E’ stato eletto un nuovo sindaco? Se ci sono idee nuove dicano chi paga. Non valuterà qualche consiglio di saggi, ma chi ha il dovere di farlo, cioè il Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Perché lo Stato dovrebbe fermare una infrastruttura che sta crescendo?».
Ma i dubbi sul Mose aumentano. E proprio ieri Wwf, Italia Nostra, Lipu, Sinistra ecologista e Vas hanno inviato un appello a Romano Prodi perché «ascolti le ragioni delle comunità locali, cambiando rotta rispetto al governo Berlusconi». Gli scavi in corso, scrivono gli ambientalisti, «hanno già modificato le correnti e gli equilibri idraulici, con la conseguenza che in laguna, come già successo per il canale dei Petroli, entrerà ancora più acqua, aumenteranno lo squilibrio della laguna e le acque alte».
Gli scavi, insieme alla movimentazione di migliaia di tonnellate di fanghi, sono anche l’oggetto dei rilievi compiuti su ordine del ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio dai carabinieri del Nucleo di tutela ambiente comandati dal colonnello Michele Sarno. Foto, rilievi e documenti che nei prossimi giorni saranno esaminati dal ministero per verificare se tutto si sia svolto a norma di legge.
20 luglio 2006
Il confronto a palazzo Chigi «Scavi fermi fino a ottobre»
di Alberto Vitucci
Per Mose e salvaguardia è il giorno della verità. Il primo Comitatone del nuovo governo Prodi si riunisce oggi alle 17 a palazzo Chigi. Si dovrà decidere delle richieste avanzate dal Comune di Venezia, la verifica sui cantieri aperti della grande opera e l’esame delle alternative. E il governo si troverà di fronte alla proposta del sindaco Massimo Cacciari di sospendere alcuni cantieri giudicati «incompatibili» con eventuali alternative e modifiche del progetto.
L’ipotesi è quella di «congelare» alcuni lavori di scavo e sbancamento, approfittando anche delle ferie estive, per riconvocare un Comitatone «operativo» a fine settembre. Per quella data la commissione mista fra gli enti dovrà sottoporre ai ministri la verfica dell’impatto e le soluzioni alternative. E sull’esito della riunione di oggi si gioca anche la credibilità del sindaco Cacciari e dello stesso governo. In campagna elettorale i leader del centrosinistra, da Rutelli a Fassino, avevano infatti promesso: «Le grandi opere e il Mose si faranno concertandole con gli enti locali interessati».
Intanto si contano le forze in campo, mentre ognuno muove le sue corazzate. Al tavolo del Comitatone siedono oggi oltre a Prodi, cinque ministri (Rutelli, Di Pietro, Pecoraro Scanio, Mussi e il viceministro De Piccoli in rappresentanza del ministro Alessandro Bianchi), il presidente del Veneto Giancarlo Galan, i sindaci di Venezia e Chioggia (Massimo Cacciari e Fortunato Guarnieri), oltre a due rappresentanti dei comuni di gronda (i sindaci di Mira Roberto Marcato e di Cavallino Erminio Vanin).
Si dovrà anche discutere dei finanziamenti. Un altro argomento che va nella direzione delle richieste avanzate da Cacciari. Negli ultimi tre anni infatti i fondi della Legge Speciale sono stati dirottati tutti sul progetto Mose, lasciando a secco la città. Ora si punta a recuperare per la manutenzione e le sperimentazioni buona parte dei 380 milioni di euro promessi al Consorzio Venezia Nuova dal Cipe e dal governo Berlusconi.
Intanto alla commissione ambiente di Palazzo Madama i senatori Ferrante, Ronchi e Casson hanno presentato una proposta di risoluzione per chiedere al governo di «rivalutare il progetto Mose coinvolgendo la comunità locale e valutando il pesante impatto che i lavori stanno provcando». Interrogazioni anche alla Camera, mentre è stata aperta, su sollcitazione del ministero per l’Ambiente, anche un’indagine sugli scavi e la movimentazione dei fanghi nei cantieri. E Legambiente denuncia: «Il Consorzio vuole arrivare al punto di non ritorno e accelera i lavori. E solo grazie alle associazioni ambientaliste si scopre che in laguna ci sono cantieri senza autorizzazione. O sono iniziati prima di averle».
21 luglio 2006
Di Pietro gela Cacciari: «Il Mose non si ferma»
di Alberto Vitucci
ROMA. La verifica sui cantieri del Mose e sulle alternative si farà entro il 30 settembre. Ma i lavori «continuano secondo la programmazione decisa». Tocca al sottosegretario Enrico Letta spiegare la conclusione di un Comitatone da cui il il sindaco Cacciari si aspettava certo molto di più. Il nuovo governo ha accolto solo in minima parte le sue proposte. Chiusura netta dal ministro Antonio Di Pietro, che ha escluso la possibilità di sospendere i lavori. Alla fine la mediazione di Letta, e una evidente delusione del sindaco. Felice il presidente della Regione Galan: «Questo governo ha senso dello Stato».
Doveva essere una riunione lampo, giusto il tempo per dare il via alla commissione e per decidere una sospensione dei lavori giudicati «incompatibili», come lo scavo dei canali in corso al Lido. Ma le diversità di opinione tra i ministri hanno prolungato il dibattito. Quasi due ore, con un rapido saluto del premier Romano Prodi, e di Francesco Rutelli, vicepresidente e ministro dei Beni culturali, che hanno lasciato in anticipo la riunione. A un certo punto fuori dalla sala Verde di palazzo Chigi si sono sentite le urla tra Cacciari e Di Pietro. La proposta del sindaco si è incagliata sull’intransigenza del nuovo ministro, che ha adottato la stessa linea del suo predecessore Lunardi.
«I lavori non si sospendono», ha tagliato corto Di Pietro, gelando gli entusiasmi degli altri ministri e del sindaco, «lo si fa solo in presenza di provvedimenti. Perché ci sono le penali, la Corte dei conti, il danno erariale». Stessa tesi sostenuta da Galan e dai legali del Consorzio Venezia Nuova, presenti alla riunione. I lavori vanno avanti. Anche se il 30 settembre, al più ai primi di ottobre, il Comitatone tornerà a riunirsi per decidere sulle alternative.
La commissione. A fare le verifiche, ha precisato Letta, sarà la Presidenza del Consiglio, che porterà avanti una «seria istruttoria sui progetti e sulle alternative che il sindaco ha proposto, coinvolgendo tutte le altre amministrazioni e gli organismi tecnici». Soltanto due mesi di tempo perché, ha sottolineato Letta, «si devono evitare incertezze sull’opera, sul suo completamento, sui costi ed eventuali penali». La Regione canta vittoria. «I progetti li valuta il Consiglio superiore dei Lavori pubblici» scandisce Galan «e non chi non è titolato a farlo. Comunque li dovranno mandare anche a noi».
L’allargamento. In apertura, Enrico Letta annuncia che il Comitatone ha deciso di ammettere al suo interno due nuovi membri, il presidente della Provincia e il sindaco di Cavallino Treporti. Al più presto si provvederà a modificare in questo senso la legge istitutiva, la 798, che non dava loro diritto di partcepiazione e di voto.
Finanziamenti. Dopo tre anni di Legge Obiettivo si cambia in parte registro. «I finanziamenti del Cipe», spiega il sottosegretario Letta, «saranno ora distinti tra quelli della Legge Speciale e quelli della grande opera. Dai 380 milioni di euro stanziati pochi giorni prima delle elezioni dal governo Berlusconi ne saranno stornati 40-50 per la manutenzione della città. Ma gli altri andranno «ovviamente al Mose», ha precisato Letta.
La linea. Per la prima volta negli ultimi anni a spiegare l’esito del Comitatone ai giornalisti, in sala stampa di palazzo Chigi scende solo il sottosegretario Letta. Niente ministri, il sindaco Cacciari scuro in volto è in fondo tra il pubblico, il presidente Galan se al ride dietro la porta. Segno evidente delle divisioni in seno al Comitatone. «La conclusione è stata condivisa da tutti», si affretta a precisare il sottosegretario alla Presidenza, «anche se come sapete ci sono opinioni diverse. E’ stata una discussione ampia, e ci siamo presi 60 giorni di tempo. Per dare modo di approfondire senza mettere in discussione l’opera».
L’illusione. L’esame delle alternative comincerà senza fermare i cantieri. Questo nonostante in mattinata la commissione Ambiente del Senato avesse approvato, voto unanime del centrosinistra, una risulouzione che chiedeva al governo di sospendere i lavori giudicati incompatibili con altre proposte e le pressanti richieste di comitati e ambientalisti. Il timore è adesso che si arrivi a esaminare le proposte in presenza del punto di «non ritorno».
I ministri. Favorevoli alla moratoria chiesta da Cacciari si erano dichiarati pur con toni diversi il responsabile dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, il ministro della Ricerca Fabio Mussi, il viceministro dei Trasporti Cesare De Piccoli. Ma Di Pietro ha opposto un fermo «no», Rutelli - che aveva promesso sostegno a Cacciari in campagna elettorale - se n’è andato prima del tempo. E il presidente forzista del veneto Giancarlo Galan si è trovato stavolta d’accordo con la linea «morbida» scelta dall’esecutivo di centrosinistra.
21 luglio 2006
Zuin (Fi): «Ora il sindaco si dia una calmata» Dl e Ds sperano ancora
VENEZIA. «Una decisione coerente con le indicazioni del Consiglio comunale e con il buon senso. A questo punto il sindaco Cacciari dovrebbe darsi una calmata. Il suo governo gli ha dato una regolata e lui deve prenderne atto». Ampiamente soddisfatto per la decisione del Comitatone sul proseguimento dei lavori del Mose, Michele Zuin di Forza Italia: «Mi pareva assurdo che su pressione ormai praticamente solo del sindaco si bloccasse un’opera regolarmente finanziata e decisa. Fare il Mose non significa rifare la facciata di un condominio. Quando metti in campo lavori simili, con un cronoprogramma e ditte che si sono impegnate, non si può mandare tutto all’aria solo perché 4 scalmanati decidono che l’opera non si deve fare».
Prudenza da parte di Piero Rosa Salva della Margherita. «Si valutano le alternative al progetto e si va avanti con i lavori? Evidentemente il governo considera che il cronoprogramma di questi due mesi non costituisca un elemento di irreversibilità - spiega - altrimenti sarebbe contradditorio il fatto che contemporaneamente si va avanti e si studiano alternative. Chiederemo che lunedì in Consiglio comunale Cacciari relazioni su quanto è stato detto a Roma e allora potremo valutare la vicenda con maggiore chiarezza».
Dai Ds Michele Mognato cerca la parte buona delle decisioni del Comitatone. «Si è ripristianto un meccanismo di finanziamento per la città svincolato dal Mose - dice -. Sembra anche che tra governo ed enti locali si sia instaurato un rapporto diverso, fatto di maggiore concertazione. Per quanto riguarda il proseguimento del Mose, vedremo quali sono i lavori che vanno avanti».
Delusione su tutto il fronte, invece, da parte del Wwf nazionale: «Sarebbe stato più logico fermare le ruspe, rischiamo ogni giorno danni irreversibili alla laguna. Questo compromesso aggrava la situazione. Ora ci appelleremo all’Ue: i motivi della messa in mora dell’Italia sul Mose sono tuttora validi».
21 luglio 2006
Battaglieri gli attivisti: ora le ruspe le fermeremo noi
di Simone Donaggio
LIDO. «Si è concretizzata la peggior previsione possibile. Il risultato del Comitatone, anche se ora si dovrà capire fino in fondo quali sono i risvolti di quanto stabilito a Roma, è una catastrofe. I partiti e i ministri di questo governo di centrosinistra dovranno adesso spiegare alla gente di Venezia quali sono le elucubrazioni mentali che hanno portato a queste clamorose decisioni». Arriva come uno schiaffo per i membri dell’assemblea permanente NoMose la notizia, battuta dalle agenzia di stampa poco prima delle otto di ieri, che dal Comitatone di Palazzo Chigi la tanto attesa moratoria per il blocco e la verifica sui cantieri del Mose non ci sarà. Anzi i lavori andranno avanti come programmato e delle richieste di verifica avanzate da Cacciari ne riparlerà il Comitatone di settembre. Una vera batosta che arriva quando da poco meno di tre ore si era conclusa con successo l’occupazione di ventiquattro ore del cantiere alla bocca di San Nicolò, messa in atto da un centinaio di attivisti che erano riusciti a bloccare le ruspe fino alla «smobilitazione», avvenuta alle 17. Ma la battaglia non finisce e, nonostante la delusione, gli attivisti già pensano ad altre forme clamorose di protesta. «Se non è stata la politica a fermare le ruspe», dice Luciano Mazzolin portavoce dei NoMose, «vorrà dire che dovranno essere i cittadini a farlo. Siamo comunque di fronte a una scelta assurda. A settembre il Comitatone taglierà il nastro di altri pezzi di opera finiti, altro che valutazione dei cantieri: si rischia di essere già al punto di non ritorno e di dover pagare il prezzo di questo mostro illegale. Temevamo che dal Comitatone non sarebbe uscita nessuna decisione, ma è andata peggio del previsto». «Rutelli», incalza Tommaso Cacciari, «ha più volte detto che le grandi opere sarebbero state fatte solo col consenso degli enti e delle popolazioni locali, criterio che con Venezia s’è deciso di non rispettare».
Ministro Di Pietro, lei ha detto :«I lavori non si sospendono, lo si fa solo in presenza di provvedimenti. Perché ci sono le penali, la Corte dei conti, il danno erariale». Ha mai riflettuto sul danno erariale che deriva dal fatto che l'opera non potrà mai funzionare perchè è obsoleta, inutile e perchè nessuno ha deciso chi pagherà le spese, ingentissime, del funzionamento? Se non si è documentato, in questa cartella potrà trovare abbondante materiale: ma non lo faccia selezionare dai suoi consiglieri...
Ravello, dietrofront sull’Auditorium senza la variante l’opera non si farà
di Maria Rosaria Sannino
Cambio di rotta sull’Auditorium di Oscar Niemeyer, a Ravello: senza la variante al Piano urbanistico territoriale, l’opera già finanziata con fondi europei per 20 milioni di euro non si farà. Nonostante sia già costata alle casse comunali, tra progettazione e parte degli espropri, quasi 500 mila euro. Lo ha deciso la maggioranza consiliare del Comune guidata dal neo sindaco Paolo Imperato ravvisando «l’illegittimità nell’intero iter» seguito dalla passata amministrazione. «L’opera è in contrasto con il Put – dichiara il sindaco – e non possiamo agire in modo contrario alla legge, mettendo a repentaglio le casse comunali». La vicenda si arricchisce anche di un retroscena: una delibera di giunta regionale del 30 dicembre 2004, aveva riconosciuto l’incompatibilità dell’opera rispetto al Put e "girato" al Consiglio l’approvazione della relativa variante. «Elemento non tenuto in considerazione dalla precedente amministrazione – afferma il sindaco – anzi sottaciuto anche all’ufficio tecnico. Se si dovessero perdere i finanziamenti, le responsabilità vanno ricondotte alla gestione Amalfitano».
Sta di fatto che così si ritorna al punto di partenza, dopo più di tre anni di battaglie a colpi di carte bollate tra Italia Nostra, fortemente contraria all’opera, i proprietari del terreno dove doveva sorgere l’opera del "padre" di Brasilia, e l’allora amministrazione guidata da Secondo Amalfitano, ora capo dell’opposizione. Un parere dell’urbanista Guido D’Angelo rafforza poi le tesi dell’attuale amministrazione, spiegate durante un acceso dibattito in consiglio comunale: l’opera non è compatibile con il Put, perché un Auditorium non è assimilabile ad un’attrezzatura di quartiere. D’accordo anche Italia Nostra: «Non possiamo che ritenerci soddisfatti del riconoscimento da parte della nuova amministrazione dell’illegittimità dell’opera – afferma Lella Di Leo, presidente dell’associazione ambientalista – una volta ripristinate le regole, siamo pronti a qualsiasi discussione». Intanto se il progetto non sarà cantierabile entro il prossimo 31 dicembre, l’opera non sarà finanziata dai fondi Por. A meno che non si provveda ad una proroga della scadenza.
L’ira dell’assessore Di Lello "Ora revocheremo le risorse"
di Ottavio Lucarelli
Questa volta lo schiaffo alla Regione arriva da un piccolo Comune, Ravello, il gioiello incastonato nella Costiera dove il nuovo sindaco Paolo Imperato, eletto due mesi fa con un vantaggio di appena quattordici voti alla testa di una coalizione civica a maggioranza di centrosinistra, ha impresso una svolta che boccia tutto il lavoro svolto da anni in via Santa Lucia per realizzare l’Auditorium da 400 posti al coperto disegnato dall’architetto brasiliano Oscar Niemeyer. Uno schiaffo alla Regione, ma altre due sberle le hanno prese il sindaco uscente Secondo Amalfitano (Margherita), oggi capo dell’opposizione in consiglio comunale, e il sociologo Domenico De Masi, presidente della "Fondazione Ravello".
Uno schiaffo. E la Regione reagisce con l’assessore Marco Di Lello che la vicenda l’ha seguita fin dai primi passi quando aveva la delega all’urbanistica: «A Ravello c’è da poche settimane una nuova amministrazione comunale che ha condotto tutta la campagna elettorale parlando solo contro il progetto dell’Auditorium. Hanno vinto e io ho detto loro il mio pensiero. La Campania non può permettersi il lusso di perdere 18 milioni di euro di fondi europei. Se il Comune davvero ha deciso vuol dire che noi sposteremo rapidamente quei soldi su un altro progetto. Revocheremo la risorse per l’Auditorium ma Ravello, sia chiaro, avrà perso una grande occasione per diventare una meta turistica di alto livello dodici mesi l’anno».
Una battaglia durata quattro anni, ma è attorno alla Fondazione che ruota la storia infinita dell’Auditorium impossibile. Creata nel giugno 2002 da Antonio Bassolino, Secondo Amalfitano, Alfonso Andria (a quei tempi, presidente della Provincia di Salerno) e Monte dei Paschi di Siena, la Fondazione guidata da De Masi ha tra gli scopi la tutela in termini culturali ed economici dei beni di interesse artistico e storico e la promozione di iniziative culturali, scientifiche e artistiche. Questo sulla carta. In realtà la Fondazione era nata per gestire l’Auditorium e tutto ciò che gira attorno al Festival di Ravello. Obiettivi ora dimezzati, al punto che si parla di un possibile distacco di De Masi.
Sconfitto un intero cartello, ma la vera sberla l’ha presa la Regione perché la decisione del Comune di Ravello sconfessa tutta la linea portata avanti per anni in via Santa Lucia, dal viaggio in Brasile a casa di Niemeyer alla battaglia davanti a Tar (persa) e Consiglio di Stato (vinta). E lo schiaffo arriva non solo da un’amministrazione di centrosinistra ma anche da un vicesindaco diessino, Salvatore Di Martino, che le idee sulla vicenda le ha molto chiare: «La campagna elettorale dei mesi scorsi si è giocata a Ravello tutta sull’Auditorium. Da un lato c’era la linea di Bassolino e del sindaco uscente Amalfitano. Dall’altro la nostra idea che ha vinto democraticamente nelle urne. La nostra posizione in campagna elettorale è stata netta e gli elettori ci hanno detto di andare avanti perché quell’opera sarebbe fuorilegge, alla pari di un palazzo abusivo. Un’opera incompatibile con il Piano urbanistico territoriale e questo la Regione, che per superare l’ostacolo l’ha classificata come attrezzatura di quartiere, lo sapeva. In queste condizioni non si può procedere nel realizzare qualcosa che un magistrato riterrebbe illegale. E il progetto di Niemeyer, in ogni caso, male si inserisce nel contesto di Ravello».
Un Auditorium incompatibile. Una bocciatura secca. D’altra parte già tre anni fa, in un documento, Italia Nostra aveva dichiarato che l’intervento era in contrasto con il Piano urbanistico territoriale del 1987, il cosiddetto piano della penisola sorrentino-amalfitana. Attorno ad Italia Nostra si era formato un ampio cartello di intellettuali e professionisti tra cui Alda Croce, Vittorio Emiliani, Piero Craveri, Vezio De Lucia, Carlo Ripa di Meana. Poi la battaglia si era spostata nei tribunali amministrativi. E qui il Tar, il 9 agosto del 2004, aveva accolto il ricorso contro l’opera di Niemeyer. Primo round agli ambientalisti con il sindaco Amalfitano che minacciava, senza formalizzarle, le dimissioni.
Il Tar boccia, gli ambientalisti esultano, ma la Regione insiste. «Si va davanti al Consiglio di Stato - annunciava l’assessore all’urbanistica, il socialista Marco Di Lello - perché la decisione politica è stata presa e l’Auditorium si farà». E infatti, un po’ a sorpresa, il 16 febbraio 2005 il Consiglio di Stato ribalta la sentenza del Tar di Salerno. «Vince Ravello», è l’urlo di De Masi. Tre i motivi che il Consiglio di Stato sottolinea: «Inammissibilità del ricorso di Italia Nostra, conformità del progetto al piano territoriale e classificazione dell’Auditorium tra le urbanizzazioni secondarie nonostante si stia discutendo di un colosso da quattrocento posti al coperto. Il braccio di ferro sembra finito. I diciotto milioni di euro sono pronti, partono le procedure di appalto. Poi arrivano le elezioni e nelle urne, quasi un referendum, i cittadini eleggono il sindaco anti-Auditorium.
Un'intera cartella di eddyburg dedicata all'auditorium di Ravello
L'ultimo raccolto?
La perdita di suolo agricolo è un problema non solo a Parma. Escludendo dal computo l’edilizia abusiva, ogni giorno in Italia vengono cementificati 161 ettari di terreno. A livello mondiale si calcola un tasso di incremento delle superfici urbanizzate del 2,7%: 128.000 kmq in un anno, tanto quanto la Grecia!
Il suolo coltivabile, che si forma grazie a processi naturali a velocità dell’ordine di un millimetro di spessore ogni secolo, viene progressivamente sostituito da aree residenziali, industrie, centri commerciali, strade ed altre infrastrutture. Dopo avere sostenuto lo sviluppo della società umana dall’inizio della Storia, anno dopo anno, il terreno agricolo viene trasformato definitivamente in quello che è stato definito l’”ultimo raccolto”: una superficie impermeabile e sterile.
In questo Pianeta così maltrattato c’è un posto chiamato “Food Valley” dai suoi abitanti. Una ragione c’è, perché la provincia di Parma si trova in uno dei luoghi più fertili al mondo, dove il comparto agroalimentare risulta essere il settore più rilevante sotto il profilo industriale, con 5.500 milioni di euro di fatturato, pari al 35% del totale e 15.500 occupati (dati anno 2000).
Ma l’esame degli strumenti di pianificazione urbanistica e territoriale, che da anni ci vede impegnati come associazioni ambientaliste, prefigura un quadro ben diverso da quello che viene spacciato sui pieghevoli patinati, nei siti internet ufficiali e alle iniziative enogastronomiche, mirati a diffondere un’immagine artefatta di tutela del territorio e dei suoi prodotti. La Food Valley sta rapidamente consumando il bene più prezioso che ha: il suolo. Tra le varie occasioni di discussione sul futuro del territorio, quella del nuovo PSC di Parma ci è sembrata particolarmente utile, per richiamare l’attenzione su interessi collettivi di lungo periodo, anziché lasciar guidare le scelte urbanistiche e territoriali da interessi particolari e di corto respiro.
Fino a quando potremo sostenere lo sviluppo che oggi viene proposto? L’analisi presentata in questo opuscolo vuole richiamare l’attenzione sulla necessità di questa domanda e dimostrare che uno sviluppo diverso non solo è possibile, ma è anche necessario.
Il caso di Parma: un'analisi storica dell'espansione urbana
Ancora oggi, per promuovere quello che viene chiamato “sviluppo economico”, a Parma – città demograficamente stabile ormai da qualche decennio - si prevedono nuovi insediamenti industriali, nuovi centri commerciali, aree residenziali ed infrastrutture viarie. Il fabbisogno di cemento e asfalto sembra non diminuire, anzi… Ma quali benefici ha portato l’espansione urbana finora? E che futuro stiamo preparando, continuando a ragionare come quarant’anni fa? Per rispondere a queste domande, abbiamo studiato l’andamento dell’espansione urbana nel territorio comunale di Parma, utilizzando come riferimento i rilievi cartografici e fotografici che si sono succeduti dalla fine dell’ottocento al 2003.
Un comune in crescita o in crisi d’identità?
Un’idea più precisa dal punto di vista quantitativo, si può ottenere dal grafico seguente. L’ampliamento dell’area urbanizzata nel comune di Parma, molto lento fino al 1960, ha subito un’accelerazione che ha portato al suo raddoppio nei primi anni ’90 anni e ad aumentare di un ulteriore 28% dal 1994 al 2003, facendo così registrare in questi ultimi nove anni un tasso di espansione mai visto prima. Meno abitanti, più edifici Se in una prima fase l’aumento di insediamenti rispondeva ad un incremento demografico, è sorprendente notare come dal 1976 in poi questa relazione viene meno: l’espansione urbana prosegue a ritmi sostenuti, mentre la popolazione diminuisce del 3%! Inoltre, considerato l’attuale costo delle case, si può affermare che l’aumento dell’offerta non ha portato neppure ad un beneficio in termini di riduzione dei prezzi.
Chi ci ha guadagnato?
Facciamo un confronto tra il 1994 e il 2003. Dopo altri nove anni di espansione sostenuta, possiamo dire di avere una città migliore? L’ulteriore peggioramento della qualità dell’aria, la sempre maggiore vulnerabilità idrogeologica, la perdita di nuove ampie porzioni di campagna periurbana, che cosa ci hanno dato in cambio? Difficile dirlo. L’unico dato certo riguarda il settore dell’edilizia, comparto “Costruzioni”: nel triennio 2000-2002 in provincia di Parma si è avuto un ulteriore aumento netto di imprese, pari a 963 unità. Intanto, nello stesso periodo, il comparto “Agricoltura e Silvicoltura” in provincia è diminuito di 789 imprese. Fino a quando potremo chiamarla “Food Valley”?
Anno 2060: il limite di uno sviluppo senza limiti
Nei nove anni dal 1994 al 2003 l’espansione urbana nel comune di Parma è proseguita ad un tasso del 3% annuo. Pur senza tenere conto dei problemi di vivibilità, di regimazione delle acque, di inquinamento o altro ancora, esiste un limite definitivo ed invalicabile a questa espansione: i 26.100 ettari della superficie comunale. Ebbene, continuando a questi ritmi, arriveremmo a ricoprire l’intera superficie agricola del comune già nel 2060!
Un’elaborazione matematica basata sull’andamento dell’espansione urbana degli ultimi quarant’anni conferma questo dato, collocando la data di cementificazione totale del comune tra il 2040 ed il 2079.
A quel punto, dopo avere compromesso, abbruttito e degradato completamente il nostro territorio, dovremo necessariamente fermarci e abbandonare questo modello di sviluppo senza limiti. Ma allora, non è meglio fermarci ora e dedicarci piuttosto a interventi di qualificazione, mitigazione e recupero, per migliorare la qualità della vita a Parma?
PSC 2006: ancora cemento e asfalto
Purtroppo, a guardare le previsioni del Piano Strutturale Comunale (Documento preliminare), non sembra che si intenda frenare l’impermeabilizzazione del territorio. Non solo; mentre si ragiona nell’ambito del PSC sul futuro della città, questo viene in parte ipotecato, approvando diverse varianti che accelerano l’espansione urbana, prima dell’adozione di questo importante strumento urbanistico. Ecco alcuni esempi di cementificazione prossima ventura.
* Espansione industriale a nord della città. Prevista dal PSC, consente di ampliare ulteriormente l’attuale area industriale, determinando una saldatura con l’area di S. Polo, quando una parte consistente degli edifici industriali in zona sono vuoti o sottoutilizzati.
* Polo logistico. Pur avendo già un interporto di notevoli dimensioni in comune di Fontevivo, si ritiene indispensabile un’altra ampia area a pochi chilometri.
* Parco scientifico tecnologico. A sud della città, in quella che ncora oggi è in parte considerata “area rurale”, il PSC prevede un insediamento “dove concentrare le funzioni rare che presentano un esteso bacino di potenziali utenti.” (?). Ne sentivamo la mancanza?
* Multisala cinecampus. Quel poco di verde che resta attorno al Campus universitario di via Langhirano è destinato a lasciare il posto ad un super cinema da 11 sale e 2.300 posti a sedere. Fuori dall’anello delle tangenziali e quindi da raggiungere possibilmente in auto, come si desume dalla dotazione di un parcheggio da circa 600 posti.
* IKEA. Probabilmente sorgerà tra via Burla e via Ugozzolo un grande centro commerciale occupato principalmente dall’IKEA, che avrà una superficie di 23.663 mq e porterà a Parma un flusso notevole di traffico: nei fine settimana sono previste 70.000 presenze al giorno!
*Nuova Ipercoop. Sorgerà su via Traversetolo, non lontano dalla già esistente Esselunga: 18.500 metri che conterranno un supermercato alimentare da 4mila mq (il più grande del Parmense).
*Nuova Esselunga. L’unico aspetto positivo di questa ulteriore “centrocommercializzazione” della città, è che andrà ad occupare,almeno in parte, un’area già edificata: quella della Battistero.
*Via Emilia bis. Non prevista inizialmente nel PTCP, è stata richiesta ed ottenuta dal Comune di Parma, il quale ritiene di convincere le persone ad utilizzare meno l’auto in città, aumentando la superficie di suolo asfaltato.
*Via La Spezia Bis. Il carico di traffico sulla città è diventato insostenibile? La soluzione, per il PSC, è quella di costruire nuove strade, dimenticando che sono proprio le strade a incentivare il traffico e che una nuova Via La Spezia, come altre infrastrutture dedicate al trasporto su gomma, si contrappone al modello di trasporto ferroviario metropolitano
prospettato da Provincia e Comune.
*Parmacotto. A sud della città, in area agricola e al di fuori di qualsiasi previsione di piano, il Comune consentirebbe la costruzione del nuovo megastabilimento della Parmacotto, considerato di “pubblica utilità”.
La situazione in provincia Allargando lo sguardo dal comune di Parma al resto del territorio di pianura della provincia, la situazione non è migliore. Pur non avendo analizzato in modo sistematico e dettagliato questa vasta area, l’analisi del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale e alcune segnalazioni raccolte dal territorio forniscono un quadro poco confortante. Ad esempio nel comune di Fidenza tra il 1976 e il 2003 l’area urbanizzata è cresciuta da 854 a1161 ettari e il nuovo PSC prevede di raggiungere addirittura i 2264 ettari, con un ulteriore incremento del 95%!.
Ecco alcuni esempi di come stanno per essere cancellate per sempre porzioni significative di terreno agricolo della provincia.
1. Bretella autostradale Tirreno-Brennero. Collegherà l’Autocisa con il Brennero, facendo passare una quota considerevole di traffico pesante nei comuni di Fontevivo, Parma, Trecasali e Sissa. La Coldiretti di Parma ha definito questa inutile autostrada un’”opera fortemente impattante e devastante uno dei territori agricoli storicamente più importanti e forti d’Europa per le vocazioni a produzioni d’eccellenza e per la qualità del paesaggio e dell’ ambiente circostante, con gravi danni per numerose imprese agricole”.
2. Via Emilia Bis. Una nuova strada che attraverserà l’intero territorio provinciale, passando a nord dell’attuale via Emilia e creando così ulteriore consumo di suolo, frammentazione di fondi agricoli, nuova urbanizzazione ed inquinamento.
3. Cispadana. Secondo la Provincia di Parma (Valsat del PTCP) con questa infrastruttura
“la mobilità su gomma viene favorita aumentando tendenzialmente tutti i tipi di
pressione ambientale”. Inoltre, il fatto che consenta un raccordo rapido con l’Autobrennero all’altezza di Reggiolo, non risulta sufficiente ad evitare la costruzione della Tirreno-Brennero (vedi sopra).
4. Pedemontana. L’aumento della pressione sui sistemi ambientali incide su un’area vasta e su aree di interesse naturalistico, sia per l’occupazione del suolo, sia in termini di emissioni atmosferiche.
5. Polo del freddo. Si tratta di magazzini per lo stoccaggio di surgelati che occuperanno
una superficie complessiva di ben 29 ettari, garantendo un numero limitato di posti di lavoro, consumando enormi quantitativi di energia elettrica in una situazione già di forte sofferenza della rete e con un sicuro aumento del traffico pesante e dell’inquinamento sul territorio.
6. Ponte Collecchio-Medesano. Poteva essere l’occasione per riqualificare un’area a rischio di esondazione; invece la Provincia ha preferito il tracciato che taglia in due il parco in una zona di pregio naturalistico. Nessuna risposta è stata data ai numerosi dubbi sollevati dall’Istituto Nazionale della Fauna Selvatica.
7. Insediamento produttivo a Medesano-Noceto. Sorgerà nei pressi del nuovo ponte Collecchio-Medesano, con una superficie di ben 60 ettari.
8. Insediamento residenziale a S. Michele Tiorre. E’ solo uno dei vari esempi di progetto di cementificazione della pedemontana. Per realizzare 52 unità abitative si mettono in gioco 25 ettari di suolo agricolo, lontano dal nucleo abitato frazionale e in cambio il Comune riceve 1.200.000 Euro per realizzare una scuola altrove e, forse, incrementare le possibilità insediative fra qualche anno.
Città diffusa, città a perdere
“Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori” (I. Calvino, Le città invisibili , Milano, 1993)
Che ne è della “città”, oggi? Sempre di più assistiamo ad un fenomeno che potremmo qualificare della “dissipazione” urbana, fenomeno della città che non finisce e di una campagna che non inizia. Le città “si perdono”, uscendo da sé, attraverso la proliferazione selvaggia delle periferie, che tendono non solo a fagocitare spazi, ma anche ad annichilire le condizioni antropologiche vitali della città intesa come luogo. Vengono meno i punti di riferimento e i contenuti della città, che si muta sempre di più, in quanto diffusa, in un “vuoto a perdere”: la dispersione è così anche il tramonto della città terrena, cioè umana. Scrive M. Augé: “Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario né relazionale né storico, definirà un nonluogo” (M. Augé, Non Luoghi, Milano, 2002). La città è nonluogo perché ormai priva d’identità, e perché non più in grado di favorire, creare identità. Tale nonluogo non è compensato però da una nuova dimensione di pienezza, che venga a costituire altrove uno spazio rinnovato di relazioni e storia condivise. La città, infatti, vuole essere “globale”: un puro involucro, possibilmente planetario, specchio del nulla.
“Il fenomeno dell’esplosione urbana nasce proprio dal successo storico della città, nicchia ecologica costruita dall’uomo. Ogni epoca ha fornito un ambito funzionale diverso ed il processo di trasformazione ha a che fare con l’evoluzione economica e sociale.
Dal successo della città deriva la sua valorizzazione, esasperata da un settore agricolo che ha perso la sua valenza economica. Ma mentre nella città costosa il “povero” continua a vivere, occupandone gli interstizi, la classe media non ce la fa e, aspirando ad un modello abitativo soddisfacente, pensa che il sogno sia realizzabile in campagna.
Così nasce l’illusione da costo, rotta dalla successiva scoperta del grande prezzo dei servizi che non ci sono. Anche le imprese subiscono i costi delle città, perciò vendono e costruiscono fuori, disseminando la produzione nel territorio, alla ricerca di mercati a basso costo. Ma la crisi della grande fabbrica e del processo produttivo è stata determinata anche dall’avvento delle nuove tecnologie. Queste, e un’accresciuta mobilità (da 500.000 auto del ’51 a 25 milioni di oggi) hanno causato il passaggio all’agglomerazione all’articolazione. L’origine di questi fenomeni risiede dunque nell’eccessiva valorizzazione della città e nell’assenza di governo della stessa. La questione va innanzitutto capita per essere poi governata e arginata. Le città devono diventare convenienti, altrimenti la speculazione e i grandi interessi economici determinano una struttura sicuramente dissipativa del territorio, a forte consumo energetico, con problemi di organizzazione dei servizi ecc.” (F. Indovina, dialogo durante la conferenza “Città diffusa, Città a perdere”, Parma, novembre 2005)
“L’uomo della città diffusa è felice? La diffusione e gli stili di vita dettati dalle nuove tecnologie comportano un grande problema di identità e di estraniamento (es. se siamo al cellulare o collegati ad internet, non siamo consapevoli di quello che ci succede intorno). Una modernità liquida e globalizzante toglie qualcosa. Anche un contesto costruito come quello della città, forniva importanti riferimenti per creare quell’identità che assicura stabilità all’interno di un contesto. In una città diffusa, gruppi di persone a macchia di leopardo costruiscono le loro identità, che in breve tempo svaniscono. Anche la figura del pianificatore è cambiata. Oggi l’etica della responsabilità che dovrebbe far parte del suo ruolo, non trova più la comunità di riferimento; ne trova molte e non sa più come muoversi all’interno di questa nuova complessità”. (E. M. Satti, dialogo durante la conferenza “Città diffusa, Città a perdere”, Parma, novembre 2005)
La qualità dell’abitare
L’attività edilizia è uno dei settori industriali a più alto impatto ambientale anche per il consumo energetico, per le emissioni in atmosfera ad esso connesse e per il sempre più diffuso utilizzo di materiali di origine petrolchimica che, oltre a rendere l’aria nelle abitazioni molto più inquinata di quella già pessima che respiriamo fuori, determinano gravi problemi di inquinamento ambientale durante tutto il loro ciclo di vita. Consumano energia l’estrazione delle materie prime, la produzione e la lavorazione dei materiali e i relativi trasporti, l’esecuzione e la manutenzione delle opere, nonché la demolizione e lo smaltimento degli edifici.
In Europa il settore edilizio è responsabile:
- del 45% del consumo di energia;
- del 50% dell'inquinamento atmosferico;
- del 50% delle risorse sottratte alla
natura;
- del 50% dei rifiuti prodotti.
Il concetto di sostenibilità nel campo delle costruzioni edili mostra i suoi limiti: un’attività è infatti considerata sostenibile se attuabile senza limiti di tempo e di risorse per un territorio illimitato. Il punto è dunque capire entro quali limiti e riferimenti è possibile combinare la sostenibilità con l’attività edificatoria. Oggi però è possibile, mediante l’approccio della bioarchitettura, fare della casa un ambiente sano dove trovare il massimo benessere psicofisico, rispettando nel contempo l'ambiente. Ecco alcuni utili consigli per una migliore qualità dell’abitare.
* La costruzione della casa dovrebbe partire da considerazioni bioclimatiche, come peraltro si è sempre fatto nei tempi passati, sfruttando il clima, l'orientamento della casa rispetto al sole e tenendo presente i venti principali.
* La luce solare non solo scalda l'aria, ma la ionizza ed è battericida. Esistono sistemi solari passivi che raccolgono e trasportano il calore con mezzi non meccanici. La sensazione di benessere e comfort è maggiore in edifici riscaldati in modo passivo che è possibile realizzare con materiali facilmente reperibili.
* È necessario impiegare materiali naturali e non nocivi. Per esempio materiali naturali per la costruzione di edifici, per tinteggiare, per intonacare ed incollare, invece di quelli soliti di sintesi anche se meno costosi. Da non sottovalutare la possibile presenza di radon in materiali da costruzione di origine naturale o provenienti da lavorazioni industriali. È
bene quindi accertarsi circa i livelli di radioattività.
* Una muratura sana dovrebbe costituire un buon volano termico ed essere perciò realizzata con materiali e spessori tali da assicurare un lenta dispersione del calore, in modo da consentire un microclima interno relativamente costante.
* Inserire dove possibile del verde in grado di migliorare il microclima e assorbire una parte dell’inquinamento dell’aria. Rivolgendosi alla bioarchitettura, oltre ad avere un ambiente interno più sano e a rispettare l’ambiente si può migliorare l’efficienza energetica e il risparmio energetico degli edifici.
Gli edifici che normalmente vengono costruiti oggigiorno, consumano circa 200 kilowattora al metro quadrato per anno, mentre quelli a basso consumo arrivano a circa 50. Confrontando i consumi complessivi di un’abitazione tradizionale di 100 metri quadrati con quelli di una casa ecologica, è stato evidenziato un risparmio del 38%.
Di fronte a dati che indicano come l’abitare ecologico possa costituire un beneficio, sia per le tasche del cittadino che per l’intera collettività, qual è l’atteggiamento da parte di chi amministra il bene comune rispetto al “mattone verde”?
Da una recente indagine condotta da Confocooperative-federabitazione, in collaborazione con Anci, Istituto Nazionale di Bioarchitettura e Legambiente si evince un impegno, seppur minimo, da parte dei Comuni italiani per la promozione della casa ecologica.
Finalmente si fa avanti l’idea che la trasformazione della città, attuata in prospettiva di sostenibilità, possa avere ricadute positive sulla maggiore disponibilità energetica nazionale, sulle emissioni di anidride carbonica, sull’effetto serra e sul benessere collettivo.
Meglio tardi che mai.
Alcune proposte per ridurre il consumo di suolo
Ed ecco qui di seguito, alcune chiare e concrete proposte di lavoro. Si tratta in fondo di semplici questioni di buon senso. Ma dietro questa apparente immediatezza ci sono in realtà due questioni non scontate. La prima questione di fondo è che come cittadini abbiamo smesso da molto tempo di chiederci che territorio vogliamo, a quale idea di Parma stiamo lavorando e contribuendo. Vogliamo una città ancora più grande o piuttosto migliore? Vogliamo una città che garantisca maggior opportunità e spazi a chi li ha già o che assicuri condizioni di vita minimamente decenti a chi fa più fatica? Vogliamo strade più grandi e trafficate o vogliamo più spazi per camminare, per lasciar liberi i bambini, per incontrare e intrattenersi con altre persone? Vogliamo consegnare al futuro solo ettari di superfici cementificate non più riutilizzabili o garantire a noi e a chi verrà dopo il patrimonio di un suolo fertile ed in buone condizioni?
La seconda questione è il rifiuto di ricascare nella retorica dello sviluppo per lo sviluppo, della crescita per la crescita. Se proponiamo di abbandonare questa retorica e questo immaginario, non è certo per promuovere un atteggiamento conservatore o reazionario. Conservatore e reazionario è semmai quell’atteggiamento che ci riduce tutti a ingranaggi di una macchina che continua a produrre, a investire, a bruciare risorse passando sopra le persone e l’ambiente, in nome solamente della pura conservazione del sistema. Lo sviluppo non è più quel passepartout utile per congelare ogni dubbio e valutazione critica, per screditare le proteste dei cittadini e per giustificare qualsiasi cosa e qualsiasi intervento, compresi i più devastanti.
Oramai la gente ha capito che ci sono cose che possono crescere e svilupparsi e cose che invece devono essere ridotte e limitate. Altre ancora che possono essere fatte ma solo a certe condizioni. L’intelligenza politica dovrebbe servirci a distinguere le une delle altre. Non proponiamo dunque di arrestarci e non fare più niente, ma di pensare in termini di significati sociali e quindi di un’economia al servizio della qualità della vita.
L’invito al dibattito che queste proposte contengono è quello di considerare le cose con un respiro più ampio, che tenga conto dell’ambiente in cui viviamo, delle condizioni di unicità del nostro territorio, della complessità delle interazioni tra attività umana e processi naturali e quindi della fragilità della nostra ricchezza. Occorre ricordarci infatti che i soldi, l’efficienza, l’intraprendenza, i cantieri sono nulla, anzi possono diventare addirittura pericolosi se non si esercita contemporaneamente la facoltà di scelta e di discrimine, che è poi semplicemente la facoltà dell’intelligenza. E l’esercizio dell’intelligenza critica è in fondo l’unica garanzia contro la cementificazione del pensiero.
* Prima di consentire nuove costruzioni, valutare attentamente la disponibilità dei numerosi edifici non occupati, delle aree dismesse ed eventualmente incluse in ambiti ormai urbanizzati, non edificate, ma ormai sottratte definitivamente all’agricoltura.
* Verificare l’economicità della realizzazione di nuovi insediamenti (solo se assolutamente necessari), tenendo conto di tutti i costi esterni: dalla perdita di terreno agricolo, alla regimazione delle acque, al degrado del paesaggio.
* Coordinare maggiormente la distribuzione di funzioni con i comuni attorno alla città, che in alcuni casi sono ormai saldati anche fisicamente con il capoluogo.
* In occasione dell’adozione di nuovi piani urbanistici, revocare le previsioni non attuate, quando se ne inseriscono di nuove.
* In futuro, compensare la trasformazione di suolo da rurale o naturale a urbanizzato con la contemporanea naturalizzazione di suolo urbanizzato.
* Attivare strumenti economici e fiscali, che favoriscano un uso efficiente degli insediamenti già realizzati, scoraggiando il fenomeno di realizzazioni edilizie necessarie al solo investimento immobiliare.
* Indirizzare i nuovi interventi verso aree che in seguito agli usi precedenti o per la loro stessa natura giocano un ruolo secondario nel bilancio naturale complessivo.
* Utilizzare tutti gli strumenti per mitigare l’impatto nella costruzione di nuovi edifici e nella trasformazioni di edifici esistenti.
* Introdurre nelle norme del PSC l'obbligo di mantenere una quota pari al 70% di area permeabile rispetto a tutte le aree classificate come edificabili, utilizzando anche metodologie adeguate a garantire la permeabilità.
* Utilizzare, compatibilmente con i criteri estetici del paesaggio, tipologie edilizie che privilegiano la verticalità.
Titolo originale: Call me a Nimby, but it's madness to concrete vast tracts of countryside – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il consenso trasversale fra i due schieramenti politici praticamente su tutto – l’Iraq, la giustizia penale, le pensioni del parlamentari – invariabilmente tradisce l’interesse collettivo. Dopo la dichiarazione di Gordon Brown sul suo sostegno al rimpiazzo del sistema missilistico Trident prima ancora di qualunque vaga giustificazione, prego di notte perché David Cameron salti fuori con un’altra delle sue sorprese dicendo che non impegnerà i suoi Tories a nulla finché non avrà sentito qualche argomentazione.
Allo stesso modo, il partito Conservatore dovrebbe reagire contro un’altra delle sciocchezze di Brown: il suo piano per tappezzare l’Inghilterra in generale, e il sud in particolare, con nuove case, nell’erronea convinzione che ciò riduca i prezzi a sufficienza da fargli guadagnare voti.
Il progetto di Brown si basa sul rapporto del 2004 redatto per il Tesoro dall’economista Kate Barker. La quale propone scenari con quantità di costruzioni residenziali talmente spropositate da provocare indigestioni anche all’insaziabile lobby del settore. E ha confortato tutti quanti credono che il principale ostacolo per dare una casa di campagna a tutti gli infelici abitanti cittadini siano i nostri orrendi urbanisti, noiosi, e quanto lontani dal XXI secolo! Si teme che un nuovo rapporto della Barker, atteso da un giorno all’altro, entri nei particolari della proposta di smantellare il tradizionale sistema di pianificazione, che il cancelliere considera un ostacolo per rendere la Gran Bretagna competitiva nell’economia globale.
Non sorprende, il fatto che il Tesoro promuova l’edificazione all’ingrosso della campagna, perché questo governo si distingue anche per l’indifferenza, o l’attiva ostilità a qualunque forma di vita non asfaltata. La parte deprimente, è che anche chi dovrebbe conoscere le cose abbia sottoscritto la medesima visione.
Il Guardian accumula sdegno per questi nimbies rurali, che presumo comprendano anche il sottoscritto, in quanto presidente della Campaign to Protect Rural England (CPRE). Il centro studi Tory, Policy Exchange, ha pubblicato una serie di opuscoli che sostengono la realizzazione di case su larga scala. Lo Adam Smith Institute vuole 95.000 nuove abitazioni l’anno nelle campagne, in gran parte sulle green belts: presumibilmente da aggiungere alle più o meno 50.000 che si costruiscono già ogni anno su terreni non urbanizzati.
“Non è compito legittimo del governo dirci quali vestiti dobbiamo mettere, cosa mangiare o che macchina guidare” dichiara un recente libretto del Policy Exchange; né, credono, il governo può negare a chicchessia una nuova casa in un nuovo sprawl suburbano, se la vuole.
David Cameron sembra stia muovendo i Tories nella stessa direzione. Sostiene la voglia Brown-Barker di cambiare le leggi urbanistiche, di rendere più facile costruire. Il leader Tory ha etichettato la pianificazione come “Banana”: Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anyone, una battuta degna di Nicholas Ridley in una giornata no. Cameron si è autoispirato alle memorie popolari dei trionfi di Harold Macmillan, ministro costruttore di case negli anni ‘50. Sono queste, crede, le cose che hanno tenuto al governo i Tories per tredici anni: e possono farlo ancora.
Dunque, c’è una ampia alleanza da destra a sinistra che vuol vedere costruire più case su spazi aperti, e insieme infrastrutture e comodità extraurbane che, si dice, renderanno la Gran Bretagna più competitiva nell’economia globalizzata.
Ma alcuni di noi continueranno a resistere. Il ragionamento Brown/Barker/Cameron/ Guardian/Policy Exchange/Adam Smith sembra compatto come una forma di gruyere, e molto meno verde. La CPRE ha appena pubblicato un opuscolo che respinge le argomentazioni del Policy Exchange, molte delle quali rispecchiano il punto di vista del governo. Afferma, il centro studi conservatore, che “La Gran Bretagna non è sovraedificata, se paragonata ad altri paesi”. Cita a sostegno della sua affermazione un rapporto del 1981. E pure recenti indagini dell’Unione Europea mostrano che soltanto Olanda e Belgio sono costruite più densamente dell’Inghilterra.
Policy Exchange deride lo stock residenziale britannico, che definisce “misero”. Eppure, quando si prevede il 72% di crescita per le famiglie di un solo componente, sembrerebbe ragionevole costruire solo una piccola quantità di case singole con quattro stanze da letto. PE afferma che “il tradizionale giardino inglese è diventato un lusso costoso per pochi”, ma l’82% dei proprietari in Inghilterra abita case unifamiliari, quasi tutte con un giardino.
I politici, di tutti i partiti, si sono fissati sull’idea che abitare in questo paese sia particolarmente costoso. In realtà, la spesa Britannica per la casa come incidenza su quella complessiva familiare si colloca attorno alla media europea, e ben al di sotto di quella della Svezia, della Germania e della Francia. L’inflazione sui prezzi delle case nel 2004-5 è stata significativamente inferiore a quella di molti altri paesi.
Dopo il rapporto Barker del 2004, la CPRE ha commissionato ampie ricerche indipendenti. Esse hanno posto in evidenza il grande mito su cui si basano la corsa del governo all’edificazione e il suo assalto alla pianificazione territoriale: che i prezzi delle case siano conseguenza della fame di terreni edificabili. I prezzi, in Australia e negli USA – paesi dotati di spazi infiniti –sono aumentati in linea coi nostri, e per lo stesso motivo: bassi interessi, redditi in crescita, entusiasmo in caduta per gli investimenti in titoli.
Nessuna persona sana di mente può mettere in discussione il fatto che ci sia bisogno di costruire nuove case, e che una parte di esse vada realizzata su spazi aperti. Ma sembra folle cementificare enormi distese di campagna solo per rispondere a stravaganti e del tutto teoriche previsioni di domanda. In un’epoca in cui il centralismo è percepito come miserabile fallimento nell’erogare istruzione, sanità, politiche sociali, appare anche più deplorabile castrare il potere delle amministrazioni locali di influenzare la pianificazione del territorio.
Ruth Kelly, in una notevolmente sciocca dichiarazione rilasciata quando ha assunto la responsabilità che era di John Prescott per la pianificazione, dopo essere stata espulsa dal Department for Education, ha affermato che le persone sono “spesso ... protettive riguardo al proprio spazio”. Ma finché il governo non lascerà perdere il suoi tentativi di avocare più poteri a Whitehall, finché non restituiremo alle comunità locali qualche potere sullo spazio in cui vivono, la democrazia in Gran Bretagna resterà una mistificazione, con l’opinione pubblica mai consultata salvo nei plebisciti nazionali ogni quattro anni.
Gordon Brown crede di sapere cosa è meglio, per tutti e su tutto. I Tories devono sfidare questo punto di vista, sostenere una devolution che non sia per il Galles o la Scozia, né per assemblee regionali indesiderate, ma per le uniche entità locali in cui tutti ci identifichiamo: le città, i centri minori, le contee.
David Cameron si farà molti nemici fra i potenziali elettori Tory nel sud dell’Inghilterra, se sostiene questa libertà di costruire per tutti. Ci sono molti più proprietari di case rurali e suburbane che saranno colpiti dalle conseguenze di una politica del genere, di quanti elettori urbani che passeranno a Cameron perché credono che offrirà a ciascuno di loro una prebenda.
“Non è esagerato affermare che la pianificazione sia ormai assoggettata al controllo della vociante CPRE” afferma il Policy Exchange. Fosse vero. La realtà è che gli urbanisti, dopo aver servito tanto bene gli interessi di questo paese per gran parte del secolo scorso, oggi sono una specie in pericolo. La CPRE non ha il potere di salvarli, a meno che una parte della politica si scordi il filisteismo e abbracci la loro causa.
Non so voi, ma a me non piacerebbe vivere in un paese dove la qualità estetica e ambientale è decisa dalla Federazione Costruttori di Case e da Ruth Kelly. Lo schieramento che oggi sembra sul punto di capitolare davanti a queste forze, appare pernicioso come tutte le forme di vasto consenso politico, e per la cosa sbagliata.
Nota: Il citato rapporto di Kate Barker scaricabile anche dalla versione originale di questo articolo sulle pagine di eddyburg_mall ; gli effetti della revisione Barker sono vistosi anche in altri aspetti della pianificazione, come i grandi insediamenti commerciali extraurbani, lo sottolinea questo articolo dall' Observer (f.b.)
Il 19 luglio del 1966, quarant’anni fa, l’Italia venne battuta uno a zero dalla Corea del Nord e fu eliminata dai mondiali di calcio. Una frana, titolarono i quotidiani sportivi. Lo stesso giorno un’altra frana avrebbe segnato in profondità l’Italia. Sconvolse Agrigento e solo per un accidente non provocò vittime, ma tanta paura e la diffusa impressione di quanto fragili fossero il territorio italiano e le basi su cui era fondata una crescita economica molto concentrata sul cemento. Nel novembre di quello stesso 1966 vennero le alluvioni di Firenze e di Venezia, e l’Italia, che pure aveva assistito alle tragedie del Polesine e del Vajont, iniziò ad abituarsi ai disastri che avevano solo in parte cause naturali.
La frana di Agrigento produsse uno choc. Ma anche effetti politici. Si discusse animatamente, vennero varate leggi che tendevano a regolare l’impetuosa espansione delle città. Fu una stagione di grandi fermenti, una delle più intense del Novecento sui temi del territorio e della sua tutela, e si produsse una specie di sussulto riformatore, al quale seguirono reazioni di segno opposto.
La frana venne giù nelle prime ore del mattino all’estremità occidentale di Agrigento. Già intorno alle sette si erano avvertiti i primi smottamenti. Chi si era appena alzato fece in tempo ad accorgersene, udì scricchiolii nelle pareti e vide aprirsi le crepe. Poi la fuga per le scale. Migliaia di persone uscirono in strada, portandosi dietro quanto erano riusciti ad afferrare. Nel giro di un’ora dalla rocca dove si ergeva la moderna Agrigento scivolarono verso valle migliaia di metri cubi di terra. Alcuni palazzi si accartocciarono. Un centinaio i feriti. Milleduecento famiglie senza casa, più di cinquemila persone che da lontano guardavano, come svegliati da un sogno, cosa restava della loro città cresciuta rosicchiando ogni centimetro disponibile su una collina che fino a qualche decennio prima ospitava un piccolo centro di origini medievali raccolto intorno alla cattedrale e ora era sfigurata da un ammasso di edifici di spropositata bruttezza.
Le immagini della città crollata scossero certezze, diedero forza a quanti - urbanisti, architetti, giornalisti come Antonio Cederna, che dieci anni prima aveva pubblicato I vandali in casa - sostenevano che il cemento in Italia stava espandendosi senza controlli, seguendo le direttrici imposte da proprietari fondiari e speculatori, che le città non avevano strumenti urbanistici, e quando ce li avevano li ignoravano e si sviluppavano sconsideratamente. La frana di Agrigento mise l’Italia di fronte a uno specchio che ne rimandava l’immagine deforme assunta da molte sue città - Napoli, Palermo, Roma. Un’immagine che ora emanava paura e insicurezza.
Chi protestava per lo scempio del territorio italiano trovò però una sponda. Nel governo di centrosinistra sedeva, sulla poltrona di ministro dei Lavori Pubblici, il socialista Giacomo Mancini, uomo potente, con una vasta ramificazione clientelare nella sua Calabria, eppure politico accorto, tenace riformista. Mancini affidò al direttore generale dell’Urbanistica, Michele Martuscelli, il compito di condurre un’inchiesta sulle cause della frana. Martuscelli proveniva dai ranghi dell’amministrazione. Era anche lui socialista, ma nella sua personalità prevaleva il profilo dell’alto burocrate che rispondeva solo al precetto della legge. Aveva un carattere difficile, scriveva in modo forbito, convinto che lo Stato preservasse la propria autorità anche con il rispetto di un certo decoro grammaticale, di una tornita liturgia sintattica.
Martuscelli, aiutato da Giovanni Astengo, consegnò l’8 ottobre la relazione definitiva, dopo appena due mesi di lavoro. Quel testo emana un’energia potente: «Gli uomini, in Agrigento, hanno errato, fortemente e pervicacemente, sotto il profilo della condotta amministrativa e delle prestazioni tecniche, nella veste di responsabili della cosa pubblica e come privati operatori. Il danno di questa condotta, intessuta di colpe coscientemente volute, di atti di prevaricazione compiuti e subiti, di arrogante esercizio del potere discrezionale, di spregio della condotta democratica, è incalcolabile per la città di Agrigento. Enorme nella sua stessa consistenza fisica e ben difficilmente valutabile in termini economici, diventa incommensurabile sotto l’aspetto sociale, civile ed umano».
Martuscelli tracciava la storia del dissesto urbano di Agrigento. Era l’atto d’accusa contro un’intera classe dirigente locale. Fin dalla metà degli anni Cinquanta la rocca su cui sorgeva il nucleo storico della città era stata circondata da un anello di palazzi che si elevavano con altezze fuori dal comune. La città aveva 40 mila abitanti, ma un piano di fabbricazione prevedeva appartamenti per 160 mila persone. «Enorme era poi il fatto», esclamava Martuscelli, «che nessuno, in sede di approvazione, abbia eccepito sulla inclusione in zona intensiva dell’intero declivio franoso del versante settentrionale e occidentale». Su strade di 6 metri erano previsti edifici di 15 metri di altezza, e su strade di 12 metri potevano sorgere palazzi di 30 metri, «tali da peggiorare gravemente le condizioni di igiene e di soleggiamento dell’abitato esistente».
Il centro storico era stato chiuso da una barriera di mostruosi casermoni. Fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, si era costruito ad un ritmo di 2 mila, 3 mila vani l’anno e si arrivò a quasi 5 mila nel 1965. Molti osservatori erano restati stupefatti: Cesare Brandi scrisse documentate invettive sul Corriere della Sera. Ma nulla sembrava potesse fermare la mano dei costruttori. Era scomparso lo sfondo naturale della Valle dei Templi. Il sindaco Foti riuscì persino a ottenere la sospensione di una serie di vincoli imposti a tutela del patrimonio archeologico, criticando «l’assoluta mancanza di fantasia creativa e l’incapacità di concepire un programma che, fondendo e armonizzando il nuovo con l’antico, miri a rendere la Valle dei Templi più bella e attraente». Erano i palazzi di quindici piani che avrebbero, secondo il primo cittadino di Agrigento, valorizzato il tempio della Concordia.
«Gli operatori si sono preoccupati di costruire solo case», denunciava la relazione, «traendo il massimo sfruttamento delle aree, intaccando le falde della rupe singolarmente, con opere inadeguate di consolidamento, senza provvedere alla regolazione delle acque di superficie, oltre che degli scarichi delle acque luride, senza preoccuparsi di sistemare il terreno sconvolto dalle opere». La frana era stata la conseguenza dei lavori di intaglio della rupe, eseguiti proprio nella parte occidentale del monte, la più delicata.
La relazione si concludeva con un capitolo di proposte. Alcune riguardavano Agrigento, altre l’intero territorio nazionale, perché Agrigento era l’emblema del dissesto urbano in Italia. Martuscelli chiedeva che amministratori e costruttori della città siciliana rispondessero delle loro condotte (un processo si celebrò nel 1974, ma tutti gli imputati finirono assolti con formula piena). Chiedeva poi che il Parlamento votasse una nuova legge urbanistica, la cui emanazione «non dovrebbe essere ulteriormente rinviata».
L’allarme lanciato dall’estremo lembo siciliano spinse Mancini a far approvare, nell’estate del 1967, un disegno di legge che diventerà noto come "legge ponte". Il varo fu rapido, indotto anche dalle alluvioni di Firenze e Venezia. Giovanni Astengo, che collaborò all’inchiesta di Agrigento, scrisse che «alla radice di ognuno di essi (i dissesti, n. d. r.) sta, per certo, il cattivo uso del suolo, sotto forma sia di continuativo ed insensato disfacimento di antichi equilibrati ecosistemi naturali, sia di violento e pervicace sfruttamento intensivo del suolo a scopi edificatori. In entrambi i casi, la natura, irragionevolmente sfidata, ha scatenato d’improvviso le sue furie terribili ed ammonitrici. In entrambi i casi, alla radice è l’imprevidenza umana».
La "legge ponte" è considerata un baluardo del riformismo praticato dal centrosinistra di quegli anni. Esemplare non solo nel campo dell’urbanistica, ma per altri settori della vita pubblica, in virtù dei molti elementi di programmazione e di pianificazione che intendeva introdurre nel sistema. La "legge ponte" limitava le possibilità di edificazione nei comuni che non si erano dotati di strumenti urbanistici (il 90 per cento, allora, dei comuni italiani) e cercava di incentivare la formazione dei piani. Per i comuni inadempienti era previsto l’intervento sostitutivo degli organi dello Stato. Un’altra delle innovazioni riguardava i cosiddetti standard urbanistici, cioè le quantità minime di spazio che ogni piano doveva riservare all’uso pubblico, stabilendo che ciascun cittadino aveva diritto a un minimo di 18 metri quadrati di spazio (per asili nido, scuole, attrezzature culturali, assistenziali, amministrative, religiose, sociali, sanitarie, parcheggi pubblici, verde, gioco e sport). Gli standard sono tuttora vigenti. Secondo molti urbanisti andrebbero aggiornati, ma restano una conquista decisiva. Sono invece un inutile orpello per la legge che, nella scorsa legislatura, avrebbe dovuto riformare tutta la materia urbanistica, e per la quale gli standard vengono relegati a semplici optional (ma questa legge non è stata approvata).
Come tante altre intraprese di riforma anche la "legge ponte" rimase in parte uno slancio nel nulla. Durante il dibattito parlamentare fu approvato un emendamento dei liberali che fece slittare di un anno la sua entrata in vigore: e così dal 1° settembre 1967 al 31 agosto 1968 l’Italia fu invasa da licenze edilizie, talvolta, in prossimità della scadenza della moratoria, istruite, esaminate, approvate e firmate in un solo giorno (un’indagine del Ministero dei lavori pubblici stabilì che in quei dodici mesi vennero rilasciate concessioni per 8 milioni e mezzo di vani, quasi il triplo della media annuale).
Un altro effetto produsse la frana: il decreto, firmato dai ministri Gui e Mancini, che istituiva un’area vincolata di milleduecento ettari intorno ai templi di Agrigento. Non fu un’invenzione repentina, un atto d’imperio draconiano. Da anni, la Soprintendenza e il Ministero tentavano di apporre vincoli che almeno evitassero ai templi l’onta di finire soffocati dal cemento. L’area è stata più volte sfregiata dalle costruzioni abusive ed è diventata un’ossessione per quanti ad Agrigento - sindaci, parlamentari, forze politiche - li hanno sempre concepiti come un freno allo sviluppo della città verso il mare. Lo stesso sogno coltivato negli anni Cinquanta e che rimase sepolto sotto la frana del 19 luglio.
Una commissione tecnica mista, che verifichi in tempi brevi lo stato dei cantieri del Mose e il loro impatto sull’ambiente e i possibili scenari alternativi. La sospensione dei lavori che potrebbero compromettere scelte diverse, e una diversa distribuzione dei finanziamenti disponibili. Sono i tre punti irrinunciabili con cui il sindaco Massimo Cacciari si presenterà a Roma giovedì alla riunione del Comitatone. Seduta decisiva per il futuro della salvaguardia e del contestato progetto di dighe mobili, la prima del nuovo governo Prodi. E al premier Cacciari ha inviato una lettera in cui chiarisce la volontà di Ca’ Farsetti - approvata a larga maggioranza dal Consiglio comunale - di andare a una ridiscussione del progetto.
Ma intanto alle tre bocche di porto i lavori continuano a ritmo serrato. E ieri sul tavolo del ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio è arrivato il primo rapporto dei Noe, i carabinieri del Nucleo di Tutela del Territorio. Su ordine del ministro, l’elicottero dei militari ha sorvolato a lungo i cantieri, sabato mattina, e prodotto una dettagliata documentazione sullo stato dei cantieri. Le segnalazioni arrivate al ministero anche dallo stesso Comune ipotizzano attività in violazione delle norme vigenti, per quanto iriguarda le autorizzazioni dei cantieri e soprattutto la movimentazioni dei fanghi. Il primo rapporto, a firma del colonnello Michele Sarno, comandante del Nucleo veneto dei Noe, documenta gli scavi e la sistemazione delle migliaia di tonnellate di fanghi spostati per la nuova isola e le «spalle» del Mose. Anche di questo si parlerà nella riunione convocata per dopodomani alle 17 nella sala Verde di palazzo Chigi. (a.v.)
I carabinieri nei cantieri del Mose. Un elicottero del Nucleo Tutela Ambiente partito da Treviso ha compiuto ieri mattina un sorvolo di oltre un’ora sui lavori in corso alle bocche di porto di Lido e Malamocco. Una documentazione dall’alto che ora servirà per l’apertura degli accertamenti richiesti dal Comune e disposti in tempo di record dal ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. A bordo dell’elicottero militare c’erano il comandante del Nucleo, colonnello Michele Sarno, e un funzionario del ministero venuto da Roma. «Abbiamo svolto una dettagliata attività di documentazione dello stato dei luoghi», conferma il colonnello, «ora dovremo verificare se le procedure per questi lavori siano state seguite a regola d’arte, rispettando le normative vigenti». E’ in sostanza l’apertura di un’indagine tesa a verificare le modalità dei lavori, dopo le segnalazioni inviate dal Comune. Nel mirino soprattutto le modalità di spostamento dei fanghi, soggetti a normative molto severe. Il direttore generale dell’Ambiente (e coordinatore dei Noe, il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri) Gianfranco Mascazzini vuole sapere se le migliaia di tonnellate di fanghi scaricati in laguna e sui moli di San Nicolò siano state prelevate da aree idonee. E dove vengano invece portati i fanghi scavati dai fondali del canale. Ma oggetto dell’indagine dei carabinieri sono anche le autorizzazioni dei cantieri aperti. Al ministero di via Cristoforo Colombo, passato con il nuovo governo dalla gestione di An (Altero Matteoli) all’ambientalista Alfonso Pecoraro Scanio, erano arrivate negli ultimi mesi molte segnalazioni. Wwf, Italia Nostra e Vas hanno denunciato ad esempio il fatto che i terrapieni costruiti dal Consorzio Venezia Nuova agli Alberoni e lo scavo dei nuovi canali dietro il bacàn e a ridosso delle dighe di San Nicolò e Punta Sabbioni non sono mai stati approvati in alcun progetto. Dopo la lettera inviata dal sindaco Cacciari, il ministro ha deciso di intervenire. «E’ mio dovere farlo», ha detto alla Nuova, «indipendentemente da come uno la pensa bisogna verificare le segnalazioni che arrivano dal Comune».
Dunque, per la prima volta dopo il contestato via libera dato dal governo Belusconi nel 2003, i lavori del Mose sono sotto osservazione. I carabinieri lavoreranno anche nei prossimi giorni, per raccogliere documentazione e testimonianze. Poi invieranno il loro rapporto al ministero e se riscontreranno illeciti penali, anche alla procura. Un fatto nuovo, che il sindaco Cacciari accoglie con moderata soddisfazione. «Da tempo abbiamo chiesto invano in modo laico al Magistrato alle Acque di verificare l’impatto dei grandi lavori alle bocche di porto», dice il sindaco, «che muovono tonnellate di materiali. Si dice che i pescatori di caparozzoli sollevano sedimenti e depauperano la laguna, ma allora bisogna verificare se quei lavori sono innocui».
Insomma, una verifica che potrebbe portare a conclusioni clamorose. Anche se il Magistrato alle Acque va ripetendo che «tutto è in regola», e i lavori sono stati eseguiti seguendo le norme vigenti. Un braccio di ferro destinato a continuare, in vista del Comitatone convocato a palazzo Chigi per giovedì. Un Comitatone da cui Cacciari ha confessato di «non aspettarsi molto». In realtà il lavoro diplomatico continua, per ottenere almeno dal governo il via alla verifica tecnica sui cantieri e sulle alternative ancora praticabili, come richiesto dal Comune. «I dubbi espressi dal sindaco Cacciari, che è persona molto autorevole, non possono essere ignorati», ha detto il ministro Pecoraro. Più prudente Di Pietro («le opere avviate devono andare avanti), sulla linea di Cacciari il ministro Mussi (Ricerca Scientifica) e il ministero dei Trasporti. Decisiva sarà la posizione della Presidenza del Consiglio e di Francesco Rutelli, vicepresidente e ministro dei Beni Culturali, che in campagna elettorale aveva promesso: «Sul Mose faremo come dice Cacciari».
Il dossier di questo numero presenta una selezione di interventi svolti all’interno di un seminario proposto dall’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna ( IBC) nel dicembre del 2005 a prosecuzione di un percorso di analisi sul Codice dei beni culturali e del paesaggio iniziato con il convegno del maggio 2004 . Mentre in quella prima occasione l’attenzione era posta soprattutto sul rapporto centro/periferia, ovvero Stato/Regioni, così come configurato da questo nuovo strumento, in questa seconda manifestazione si voleva proporre una sorta di monitoraggio sull’evoluzione legislativa del Codice da un lato, mentre l’altro obiettivo era quello di illustrare le sperimentazioni che alcune regioni, unitamente alle diverse direzioni del Ministero, avevano intrapreso, in applicazione del Codice stesso, in oltre un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore.
All’epoca di questo secondo momento di riflessione era in dirittura finale la fase di revisione del Codice prevista dal suo carattere di legge-delega. Revisione che, lungi dal limitarsi a qualche chiarificazione o limatura terminologica, ha scatenato – soprattutto per la parte terza del Codice, quella dedicata al paesaggio, interessata da più ampi e incisivi emendamenti – una contrapposizione netta fra Ministero e Regioni nel loro insieme, che hanno respinto, nel metodo e nel merito, lo schema proposto (e ormai approvato) per quanto riguarda i beni paesaggistici.
In estrema sintesi, per quanto riguarda i beni culturali le modifiche, in questo caso discusse e condivise con la Conferenza unificata delle Regioni, hanno decretato, per esempio, il definitivo superamento del tanto discusso meccanismo del silenzio-assenso per quanto riguarda la verifica dell’interesse culturale e quindi dell’alienazione dei beni del patrimonio culturale. Importanti precisazioni e integrazioni sono state inoltre introdotte per quanto riguarda le norme dedicate alla conservazione e alla figura del restauratore e la sua formazione professionale. Interventi correttivi riguardano anche le alienazioni dei beni culturali e l’esercizio del diritto di prelazione; ancor più accentuata, infine, risulta l’attività di valorizzazione dei beni culturali tramite forme di gestione diretta e indiretta.
Più consistenti, nel merito, appaiono le modifiche alla parte terza: i beni paesaggistici. Fra le novità di maggiore rilievo si segnala il tentativo di razionalizzare il sistema sanzionatorio e il procedimento di vincolo, precisandone i termini. Viene poi reintrodotto, in via transitoria, il carattere vincolante del parere della Soprintendenza, ma soprattutto si cerca di individuare per le Regioni un indirizzo generale per orientare l’eventuale delega dell’esercizio della funzione autorizzatoria paesaggistica verso specifici livelli, individuati di preferenza nelle Province.
Purtroppo queste ultime nuove disposizioni correttive e integrative, come detto, non nascono in un’ottica di condivisione Stato-Regioni e questa genesi pare prefigurare una nuova stagione di conflitti e contenziosi sulla determinazione delle rispettive attribuzioni in ambito paesaggistico: da parte della Conferenza unificata delle Regioni è stato lamentato, nel metodo, il mancato coinvolgimento nel procedimento di adeguamento e, nel merito, il tentativo di riappropriazione, da parte degli organi centrali dello Stato, di competenze precedentemente delegate all’ambito regionale.
Negli interventi qui riportati l’insieme di tali provvedimenti, per quanto riguarda da un lato i beni culturali e dall’altro il paesaggio, è illustrato con ampiezza e rappresentatività delle posizioni in campo e ci sembra che i testi proposti, pur nel tecnicismo del lessico giuridico che talvolta li caratterizza, presentino un quadro molto circostanziato, e a tratti appassionato, degli elementi di miglioramento, degli spazi ancora aperti alla discussione, quando non di aperta contrapposizione.
Fin dalle prime fasi di elaborazione il Codice ha avuto il merito di sollevare un ampio dibattito sulla situazione del nostro patrimonio culturale: tale discussione ha accompagnato il Codice – e le disposizioni legislative “limitrofe”, quali quelle di riordino del Ministero, o di ambito “tangenziale”, come il decreto di delega ambientale – fino a tempi recentissimi e ha visto il contrapporsi di posizioni tecnicamente, ma più spesso politicamente, in conflitto. Da un lato il Codice è stato interpretato come una minaccia per l’integrità del nostro patrimonio e, nel suo complesso, una diminutio dei meccanismi della tutela così come ereditati dalla mitica legislazione del 1939 o dal decreto Galasso, mentre d’altro lato è stato presentato come una pietra miliare, una sorta di rifondazione della legislazione in materia, con ampi spazi di innovazione e di ammodernamento. Una visione più realistica si colloca probabilmente a metà strada, soprattutto dopo le ultime revisioni.
Abbandonati, anche per opera dell’intensa attività di vigilanza scientifico-mediatica di un drappello di note personalità del settore, gli aspetti più discutibili, quali quelli del meccanismo del silenzio-assenso o dell’archeocondono, il Codice rappresenta, nella versione attuale, un discreto punto di mediazione fra esigenze diverse: prima fra tutte quella della conciliazione nella diversificazione di funzioni fra Stato e Regioni imposta dalle modifiche al Titolo V della Costituzione, vero motore dell’azione legislativa. Ancora, sembra di poter affermare che i principi e gli strumenti della tutela nel loro complesso non ne escono granché indeboliti, ma il Codice si pone in una logica di continuità sostanziale con il Testo unico del 1999, che costituiva a sua volta l’ultima riscrittura di una delle legislazioni più evolute in materia di beni culturali. Apprezzabili, anche se non completamente risolti, appaiono i tentativi definitori dell’insieme del patrimonio e delle funzioni che su di esso si esercitano, così come innovativa, anche se più accennata che coerentemente perseguita, la ricongiunzione di beni culturali e paesaggio come elementi inscindibili di un unico irriproducibile patrimonio comune.
Il lavoro da fare è ancora molto: sia perché la frattura istituzionale creata in quest’ultima fase non potrà non essere ricomposta il prima possibile, sia perché, come già era stato sottolineato da più parti, in molti ambiti il Codice si limita a indicare delle linee d’azione senza proporre strumenti attuativi, demandati a una fase successiva. Una fase che per molti versi si presenta, adesso, alquanto delicata, e per affrontare la quale l’IBC non mancherà di proporre i propri strumenti di analisi.
In realtà, come per ogni strumento legislativo, l’efficacia del Codice deriva e soprattutto deriverà innanzitutto dal contesto istituzionale in cui sarà calato e dalla dotazione di risorse non solo economiche sulle quali potrà contare per operare. A seguito di recenti disposizioni legislative il termine per l’introduzione di emendamenti alle leggi delega è stato portato a 4 anni: ancora 2 anni di verifiche ci attendono, quanto mai opportuni per “digerire” l’insieme delle novità e per dare avvio, a livello di Stato-Regioni, a quelle sperimentazioni e azioni programmatiche che ancora mancano per saggiare l’operatività di questo strumento e la sua reale efficacia in termini di tutela e valorizzazione del nostro patrimonio.
Il Codice dei beni culturali e del paesaggio e i due decreti legislativi con le integrazioni e correzioni sono consultabili sul sito del Ministero dei beni e delle attività culturali, nella sezione Normativa-Norme statali).
Mose, ruspe e draghe scavano al Lido
di Alberto Vitucci
Altro che verifica dei cantieri e analisi delle proposte alternative. A otto giorni dal Comitatone, convocato per il 20 luglio a Roma, Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova accelerano. E hanno avviato una massiccia campagna di scavo dei fondali alla bocca di porto di Lido. Ieri tra Punta Sabbioni e San Nicolò erano in azione sette grandi navi con gru e benna e quattro pontoni a infiggere palancole. Una denuncia lanciata dall’Assembnlea permanente No Mose, che ha istituito una «commissione popolare di controllo» sui lavori e scritto a ministri e parlamentari.
Una sorta di grande offensiva che non ha precedenti, secondo i comitati. Con l’obiettivo di arrivare al più presto al «punto di non ritorno» per impedire il dibattito chiesto dal Comune. I nuovi grandi lavori sono cominciati intorno alla nuova isola artificiale del bacàn, in corrispondenza dell’area dove dovrebbero essere posizionati i cassoni in calcestruzzo e i portelloni del Mose. Sette le navi registrate dagli «osservatori». Tra il Lido e il bacàn un pontone che infigge palancole di ferro sul fondo, le navi «Guglielmo G» e «Destriero» che scavano il fondale. Tra il bacàn e Punta Sabbioni le navi «Cav. Sergio M.», «Nicola 2», «Conte Savoia», «Palmiro» e «Astra». Dietro l’isola artificiale altri pontoni con pompe aspiranti che scavano il nuovo canale (profondità 5 metri) gettando i fanghi dentro l’isola che aumenta a vista d’occhio. «Chiediamo di intervenire con urgenza per bloccare questo blitz», dice il portavoce Luciano Mazzolin, «che creerà danni irreversibili all’ambiente lagunare». L’Assemblea chiede anche «a tutti gli organi preposti di verificare se i lavori siano in regola con i permessi e le autorizzazioni e dove vanno scaricati i fanghi prelevati». E intanto ieri sulla vicenda hanno presentato un’interrogazione urgente al governo i deputati Paolo Cacciari (Rc), Luana Zanella (Verdi) e Fulvia Bandoli (Ds).
Aumenta la tensione, e aumentano le proteste dei tanti veneziani che in questi giorni d’estate hanno scoperto in barca e dalle dighe un paesaggio sconvolto dalle ruspe e dalle draghe. Ma intanto il tempo passa, e i lavori vanno avanti, utilizzando i finanziamenti già disponibili. Ieri da Roma è arrivata la conferma ufficiale. Il Comitatone si terrà a Palazzo Chigi giovedì 20 luglio. E avrà all’ordine del giorno i punti richiesti con forza in queste ultime settimane dal sindaco Cacciari. Cioè la verifrica dei cantieri del Mose e la costituzione di una commissione mista per la concertazione degli interventi con gli enti locali. I ministri dovranno anche esprimersi sulla richiesta votata al Consiglio comunale, cioè la verifica dei cantieri e l’esame delle alternative. Ma nel frattempo i lavori della seconda fase («quelli incompatibili con soluzioni alternative) dovrebbero secondo il sindaco Cacciari essere sospesi. Invece vanno avanti più veloci di prima. «Se nessuno ordina al Magistrato alle Acque di fermarsi», dice con realismo il suo Capo di Gabinetto Maurizio Calligaro, «è chiaro che i cantieri vanno avanti».
La prova della verità sarà dunque il 20 luglio, con il primo Comitatone del governo di centrosinistra. Ma fino ad allora, se non interverrà un ordine dall’alto, ruspe e draghe continueranno a scavare.
Bonzio (Rc): «Decisione scandalosa»
E’ polemica sulla discarica alle Trezze per scavare il canale dei Petroli
«Una cosa scandalosa. In questo modo ci si fa beffe della sovranità del Consiglio comunale, per costruire una grande discarica in mezzo alla laguna». Spara a zero contro la giunta il consigliere comunale di Rifondazione Sebastiano Bonzio, dopo l’approvazione in Conferenza dei servizi della deroga alla Variante urbanistica per la nuova isola dei fanghi vicino alle Trezze.
Nel mirino, la procedura adottata che ha visto votare l’assessore alla Pianificazione Laura Fincato prima che il Consiglio comunale, a norma di Statuto, si pronunciasse nel merito. «Non ho mai visto una cosa del genere», dice Bonzio. La Variante procede, e il 20 luglio la Conferenza dei Servizi dovrà dare il via libera definitivo al progetto, che prevede la creazione di una nuova isola di 55 ettari per accogliere almeno 3 milioni di metri cubi di fanghi provenienti dai canali Industriali e dal Canale dei Petroli. Sono state ignorate le proteste degli ambientalisti e delle associazioni per la difesa del territorio come Italia Nostra, che denunciavano una violazione della Legge Speciale che vieta espressamente gli interramenti in laguna. Ma stavolta la decisione è stata proposta dal commissario straordinario Roberto Casarin, dirigente dell’assessorato Ambiente della Regione, ma anche presidente della Salvaguardia su delega del presidente Galan. E, appunto, commissario per i fanghi, nominato dal governo Berlusconi. Sua la proposta di affidare a un trio di imprese (la Mantovani, capofila del Consorzio Venezia Nuova), la Veneto Acque società della Regione erede di Delta Po e Alles srl (Vesta) la costruzione di una nuova isola a fianco delle Trezze, in laguna centrale. Dovrebbe raccogliere i fanghi scavati dai canali del porto per recuperare una profondità di 12 metri. secondo gli ambientalisti si tratta di uno scempio, che provocherà gravi problemi di tipo ambientale e idraulico, aumentando la quantità d’acqua che entra in laguna.
Ma la deroga è stata approvata anche dal Comune, senza voto del Consiglio. «Succede sempre così, il Consiglio comunale non vota mai prima della Conferenza dei servizi», precisa il Capo di Gabinetto del sindaco Maurizio Calligaro, «se quella decisione non sarà ratificata, il parere espresso dall’assessore sarà tecnicamente nullo». Una giustificazione che non convince Bonzio, e nemmeno i Verdi veneziani, che si erano espressi qualche giorno fa contro la nuova isola.
«Ma si tratta del male minore», dice Calligaro, «c’era l’accordo per depositare quei fanghi vicino alle Trezze. Il modo più sicuro e più economico per dare il via allo scavo dei canali portuali». Una valutazione che gli ambientalisti e Rifondazione non condividono. (a.v.)
Il Mose è troppo caro per Venezia
Caro sindaco, mobiliti i cittadini
Lettera di Maurizio Adamo Venezia
Chi ha carezzato l’idea di votare per l’Italia dei Valori, con le dichiarazioni del ministro Di Pietro, il Mose a Venezia «si fa...»: due monosillabi e addio carezze, persa tutta la credibilità. Non è più l’Italia dei Valori, ma dei valori aggiunti. Eppure «Tonino» viene da famiglia contadina, da sempre gli è stato insegnato che non si compra, se non ci sono i soldi, il Mose è troppo caro per l’Italia, non se lo può permettere, e non si possono permettere le tartassate famiglie italiane di essere ulteriormente tassate per un’opera da troppi veneziani definita inutile, che può benissimo aspettare. Non può permettersela Venezia, che sta cadendo in pezzi, e non ha soldi per la manutenzione ordinaria e straordinaria. Figurarsi per pagare i danni e la manutenzione di un’opera sui cui effetti nessuno sa nulla, neanche i progettisti, gli esecutori e neppure i contestatori.
Gli effetti ci saranno e parecchi, alterando un equilibrio delicatissimo (ricordo il Petrolchimico, le alghe, i chironomidi, l’acqua alta provocata principalmente dallo scavo delle bocche di porto, in particolare del canale dei petroli, come dimostrano palesemente e senza appello i grafici storici).
L’illustre Zacchello, presidente delle attività portuali, dice al contadino che tutto va bene. Vorrei sentire il parere dei cittadini di Urbino, di Perugia, di Firenze, se un immane Tir, o pullman da 100 mila tonnellate attraversasse i loro centri urbani, sette otto volte al giorno, sicuramente più solidi delle fondamenta veneziane, comunque altrettanto fragili. A Venezia bastano i taxi, macchine troppo grosse, non concepite per Venezia, a creare danni irreversibili, lo spostamento di massa d’acqua di questi mostri del mare, questo lo comprende anche un bambino. Zacchello no.
Sarebbe bene che il presidente del porto si preoccupasse delle numerosissime navi, sempre di più, in attesa di entrare in porto, a causa delle lungaggini di transito (grazie anche ai lavori del Mose) volgono la prua verso Trieste, o altri porti. Senza contare che pochi giorni fa tutte queste navi in attesa, a poca distanza una dall’altra, con carichi chimici, al largo del Lido, hanno porto le prue a un vento fortissimo che spirava da terra, la tromba d’aria che ha investito il Trevigiano.
Se si fosse abbattuta su quel gruppo di navi, quali sarebbero le responsabilità di Zacchello? E se avvenisse a San Nicoletto, nel canale di bocca di porto, ristretto a 150 metri dalle draghe numerosissime, e da pericolosissimi cavi sommersi segnalati da qualche boa gialla, 150 metri in cui transitano diportisti, motonavi, decine di imbarcazioni di trasporto turistico commerciale e giganti del mare.
Anche le migliaia di tonnellate di cemento che saranno scaricate alle bocche di porto non rappresentano un problema, in acque già rese torbide dal movimento delle draghe.
No, Zacchello, il limite dei grandi rischi è abbondantemente superato e ci vogliono dei responsabili che in caso di «annunciato» disastro ambientale ne rispondano penalmente, e di fronte alla città e alla nazione e all’Europa tutta. Non finirà come il Vajont.
Il Magistrato alle Acque punisce gli allevatori di vongole, mentre si autorizza la nuova isola dei fanghi. La città è sola, abbandonata a se stessa, i cittadini insultati, minacciati, vilipesi. Il sindaco è l’unica figura che si sta battendo, senza ma e senza se, contro questo scempio pericoloso che non darà nulla in cambio ai cittadini, se non miseria e distruzione dei luoghi più belli e millenni d’amore tra il mare e Venezia.
Chiami la cittadinanza alla mobilitazione pacifica, signor sindaco, che la gente ne ha piene le scatole di essere trattata in questo modo, e non è stupida, ha capito benissimo che ci stanno prendendo per i fondelli, in un’ubriacatura di potere, e di onnipotenza, da altri tempi. La credibilità della politica sarà compromessa, insieme al malessere sociale, questa palese superba strafottenza, dei sentimenti, delle opinioni, degli interessi dei cittadini, non tarderà a produrre un effetto. Lo capisca il premier, lo capisca il ministro Di Pietro, lo capisca la coalizione. I cittadini ormai hanno capito.
Nel quadro dell’articolatissima iniziativa che si svolge a Carpi (MO) sulle Città Ideali è prevista fra l’altro per settembre una conferenza dal significativo titolo Land art, architettura-infrastruttura, paesaggio. Risposte alla città diffusa.
Di quali risposte si tratti, esattamente, sarà la conferenza a fornire i particolari. Ma una buona idea la può dare questo breve estratto dalla presentazione:
Lungo le arterie principali di comunicazione si snoda ormai, specie in pianura, un edificato rado, disordinato ma continuo, fatto di capannoni, magazzini, parcheggi, frammisti a case; può diventare tutto questo occasione di qualità?
Le “discipline del territorio” sono proprio indisciplinate. Pare l’unica spiegazione possibile (salvo la malafede, che si vorrebbe escludere a priori) per il ripetersi nei titoli di iniziative più o meno articolate, più o meno orientate, del tema “città diffusa” affrontato con strumenti sproporzionati, per non dire risibili.
Sarà per colpa di certa sociofagia dilagante, che teorizza a prezzi di saldo la Città Infinita, autorizzando a piazzare dentro questo iperuranio Enduring City tutto e il contrario di tutto?
Sia come sia, continua a lasciare perplessi che, a quasi mezzo secolo dalle prime teorizzazioni mature di Jean Gottmann sulle megalopoli, e altrettanto se non più di discussioni multidisciplinari sullo sprawl urbano, ciclicamente spuntino anime candide che si pongono domande sul tono di quella riportata sopra.
Quale qualità si può perseguire, tentando di rifare il trucco a Scatolonia? Una qualità che si declina al massimo attraverso gli interventi sulle architetture, la composizione del paesaggio, la qualità dell’ambiente costruito nel suo insieme. Niente di male, in sé: meglio il meglio del peggio, no?
Invece verrebbe proprio da dire no, niente affatto: c’è una questione ambientale e sociale molto seria legata al tema dello sprawl, che questo genere di approcci tende esattamente a nascondere, dietro la cortina fumogena della “occasione di qualità”. Nel caso migliore. In quello peggiore, implicitamente, a distinguere l’insediamento diffuso degenere da quello “di qualità”, magari perché composto secondo gli stilemi del teorico di turno.
E non si tratta solo di questione italiana, anche se il nostro contesto è particolarmente delicato a causa delle stratificazioni storiche anche di immensa portata (si pensi alla Postumia romana) ormai travolte dallo sprawl nel silenzio più generale. Anche in altri paesi spesso articolazioni della cultura che fa riferimento all’ambientalismo e all'urbanistica in senso lato si scontrano con altre articolazioni, stavolta legate all’approccio progettuale del new urbanism. Ma, anche qui, è raro trovare proposte che perlomeno formalmente non facciano riferimento alle questioni della densità, del recupero, dei nuclei centrali metropolitani alternativi al greenfield development.
Parafrasando l’opinione del giornalista esperto divulgatore di temi territoriali Anthony Flint, e del suo ultimo lavoro, This Land (Johns Hopkins UP, 2006), non esiste new urbanism che sia davvero tale, senza smart growth.
Più terra-terra, senza una valida pianificazione urbanistica, intesa come processo costante in evoluzione, monitoraggio, governo (e anche stimolo) della crescita secondo criteri ambientali sostenibili e socialmente condivisi, non saranno certo i magnifici rendering acquerellati degli studi di architettura e landscape, a rendere meno perniciosa la proliferazione delle superfici asfaltate superflue, dei volumi edificati “produttivi” destinati a non produrre assolutamente nulla, salvo i propri metri cubi.
E per capire quanto la questione non sia affatto teorica, basta farsi una passeggiata nemmeno troppo attenta proprio nei distretti territoriali che producendo ricchezza attirano anche intelligenze, progettualità, ambizioni. Che riguardo a qualunque uso non folle dello spazio e delle risorse, brillano per la loro assenza: le intelligenze, le progettualità, le ambizioni.
A meno di non voler chiamare tali il design delle insegne al neon, la redazione burocratica di “norme tecniche” avulse da qualunque riflessione (e applicate con il medesimo criterio), l’arredo a verde di qualche striscia a dividere un ettaro di asfalto dall’altro. Insomma: può diventare tutto questo occasione di qualità?
Prima di rispondere, può essere utile verificare, magari senza muoversi, lo stato attuale di un distretto produttivo fra i più dinamici del paese: la “città lineare del mobile” nella bassa veronese.
Vedere per credere. E poi magari riproporsi quella domanda sulla “qualità”.
Poniamo che per via di un cavillo giuridico un gruppo di energumeni inviperiti vi venisse a prelevare nella notte, poniamo, per lapidarvi sulla pubblica strada. E magistratura e polizia ad assistere al lieto evento, impossibilitati a intervenire per via del cavillo di cui sopra, spuntato per forza o per caso dalla notte dei tempi. Assurdo, no?
Beh: la lottizzazione dell’area (molto) nota come “Cascinazza” a Monza assomiglia piuttosto da vicino a qualcosa del genere. Con l’aggravante, pure (molto) nota, dell’insistenza dei succitati energumeni nel ripescare e riproporre forzosamente vari, veri e presunti cavilli. Ma su questi aspetti si sono già profusi questo sito e altri mezzi di comunicazione. Quella che vorrei provare a proporre, spero a rafforzare la posizione pro-parco, è una questione di merito: cos’è questo poligono irregolare di spazio aperto, green-wedge di campagna padana fra il centro storico e la barriera autostradale e delle tangenziali?
La risposta, che spero possa emergere e/o rafforzarsi, è: uno spazio unico, di valore non solo comunale, in un contesto metropolitano dove per trovare cose che gli assomigliano bisogna spostarsi di parecchio, verso la green-belt del Parco Sud (dove, guarda caso, da anni gli stessi esegeti del metro cubo “ci provano”). Altro che, come ha osservato pubblicamente l’assessore regionale, accanimento sulla famiglia Berlusconi. L’accanimento è quello sul buon senso. Del resto anche il piano vigente di Luigi Piccinato, che a quei 380.000 metri cubi di palazzine, coi loro vialetti, cul-de-sac alla brianzola ecc. conferirebbe legalità formale, recita alla relazione:
“Realizzare a sud, lungo il Lambro, un nuovo grande parco pubblico, onde spaziare i due settori con la stessa funzione esercitata a nord dal Parco Reale”.
E ancora:
“Il piano afferma la necessità di disporre un nuovo spazio verde di parchi e di attrezzature sportive, impostato sulle due rive del Lambro che, con il corrispondente Parco Reale a nord, completa un sistema a verde a due grandi cunei che verrà a spaziare tutto l’organismo urbano. Il parco del Lambro potrà nel futuro piano intercomunale, trovare il suo completamento fino a Milano, costituendo un sistema verde regionale fino a Monza ed oltre, fino alle soglie della Brianza”.
Bastano queste poche battute a chiarire quale sia il ruolo di quel cuneo verde, “sistema regionale”, con un valore che gli anni, con la saturazione dell’edificato e la quasi distruzione di ogni possibilità di rete continua hanno aumentato esponenzialmente. E si capisce anche, indirettamente, il senso anche originariamente forzoso di quella fascia edificata sul lato orientale, a strizzare il cuneo verde alle sole sponde del fiume: una città da 300.000 abitanti, in una regione metropolitana che si presumeva in crescita più ordinata, per nuclei compatti e sistemi di spazi aperti. Non certo lo sprawl di capannoni, bretelle e cinture che ora fa da “cornice” a quella residua testimonianza di pianura padana.
Ed è soprattutto questo, che il breve, prosaico percorso attorno alla Cascinazza, vorrebbe mostrare: costruire qui, nel terzo millennio, è davvero come lapidare adulteri sulla pubblica piazza.
Qui la Galleria pubblica. Non sono foto magnifiche (come ad esempio quelle, molto suggestive, del sito cascinazza.info) ma servono soprattutto a dare un’idea di cosa ancora “non è” quello spazio. Cliccando sulle immagini, si ingrandisce un po’, e si possono leggere le didascalie.