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LA REGIONE Lombardia ha avviato la procedura per ottenere l´autorizzazione a costruire un´autostrada sulla direttrice Broni-Stradella-Pavia-Mortara, che, se perfezionata, costituirebbe palese violazione della normativa nazionale sulla valutazione di impatto ambientale. Si tratta inoltre di un´opera pubblica inutile e sovra dimensionata che danneggerebbe il Parco del Ticino.

Si tratta di un collegamento autostradale tra la A26 e la A21, con svincolo di raccordo all´A4, di complessivi 65,8 km (49,8 in Lombardia e 16 km a cavallo tra la Lombardia e il Piemonte). Il progetto si presenta come autostrada regionale ma ha valenza sovra regionale nella connessione con Vercelli. Ciononostante viene sottoposto a procedura di via regionale. Secondo il dpr 12 aprile 1996, si stabilisce che debbano andare a procedura di via regionale le seguenti infrastrutture: le strade extraurbane secondarie e le strade di scorrimento in area urbana o potenziamento di esistenti a quattro o più corsie con lunghezza in area urbana superiore a 1500 metri. Come si vede, la via regionale non si applica per infrastrutture autostradali. Emerge dunque la dubbia legittimità della procedura sull´autostrada "Broni-Pavia-Mortara", che se perfezionata, in violazione della normativa nazionale, costituirebbe un grave precedente.

I flussi di traffico attratti dal nuovo collegamento risultano decisamente modesti, variando tra i 3.800 ed i 7.300 veicoli al giorno, a seconda della tratta presa in esame. Tali livelli di traffico rappresentano un tasso di utilizzo medio giornaliero della capacità stradale inferiore al 10%. Nel 2021, con un incremento medio annuo del traffico del 4.6%, si potranno raggiungere i 14.600 veicoli al giorno (quando una nuova opera autostradale è giustificata nel momento in cui si hanno flussi di 70-80 mila autoveicoli al giorno). Questi risultati assolutamente mediocri si potranno raggiungere, però, solo in assenza di interventi futuri di potenziamento delle reti autostradali che circondano i capoluoghi di Milano e Pavia.

Assumendo una vita utile pari a 30 anni, ed un tasso di attualizzazione pari al 5,50% l´anno, e tenendo conto che il costo totale attualizzato dell´opera (comprensivo delle somme non quantificate e dei costi forfetari di esercizio e di manutenzione ordinaria) è attorno a 1,3 miliardi di euro, e assumendo come data di entrata in esercizio il 2011, risulta che il cash flow annuale e cumulato è del tutto insufficiente ad assicurare l´autofinanziamento dell´opera e che nei primi 8-10 di esercizio i ricavi risultano persino inferiori ai costi correnti (esercizio e manutenzione), con un conseguente mantenimento di un flusso di cassa negativi sino al 2018. La realizzazione dell´intervento risulta dunque possibile (in assenza degli altri interventi sopra descritti) soltanto a fronte di un contributo a fondo perduto da parte dello Stato pari a circa l´85-90% del costo complessivo, cioè oltre 800 milioni di euro.

Va considerato anche che l´autostrada attraverserà interi campi agricoli e zone fertilissime eliminando così molti fontanili preziosi per l´irrigazione. Fontanili che data l´incombente siccità diventeranno sempre più ricercati e pregiati. Infine bisogna tenere conto dell´unicità di questo ecosistema, che rappresenta una cruciale riserva di ossigeno e biodiversità in una zona ormai fortemente antropizzata, una meta di salute, di ricreazione e svago per molte persone e famiglie. Viste queste considerazioni chiediamo al presidente del Parco del Ticino di esprimere parere negativo sul progetto dell´autostrada.

Nota: per saperne qualcosa di più, vedi anche i materiali sul sito del Coordinamento contro l'Autostrada Broni-Mortara (f.b.)

Per un Parco della Laguna

Patrizia Torricelli *

L’intervento di Rossana Rossanda ha aperto un dibattito sicuramente utile, dove tuttavia è data poca voce all'ecologia, una scienza centrale per lo studio dei sistemi naturali ai diversi livelli di complessità, dall'individuo all'ecosistema. L'ecologia, del resto, è stata poco e mal considerata anche nella valutazione dei progetti alternativi al Mose. Illuminante è stata la presentazione, cui ho personalmente assistito, del progetto alternativo maggiormente sostenuto dal Comune. Il progetto, come è noto, comporta il restringimento delle bocche di porto con conseguente permanente riduzione degli scambi fra mare e laguna, sino al 20per cento rispetto all'attuale. Ho sentito, con stupore, definire questo «un impatto modesto sull'ambiente», liquidando così sbrigativamente le complesse implicazioni di natura ecologica sull'intero sistema lagunare. «Modesto» è un aggettivo privo di significato nel metodo scientifico in generale e, da un punto di vista ecologico, un impatto «modesto» può anche rappresentare una catastrofe.

Il metabolismo dell'ecosistema lagunare è infatti strettamente regolato dagli scambi mareali. La laguna di fatto «vive» grazie agli scambi idrici con corpi acquatici adiacenti e, a fronte di un intervento alle bocche di porto che prevede una forzata, permanente e consistente riduzione della capacità di scambio mareale, sarebbe doveroso prospettare, con rigore scientifico, gli effetti sul funzionamento dell'ecosistema. E' lecito ipotizzare, ad esempio, il verificarsi di anossie e crisi distrofiche soprattutto (ma non soltanto) nei periodi estivi; è inoltre probabile una minore efficienza delle funzioni di diluizione ed esportazione degli inquinanti; è infine prevedibile, come dimostrano studi recentissimi, una minore dissipazione del carico organico rilasciato nei canali urbani, il cui idrodinamismo è fortemente condizionato dagli scambi mareali. Più in generale, in un sistema vasto e composito come la laguna di Venezia, le aree più interne, spesso ad alto valore naturalistico, sono vulnerabili a variazioni del regime idrologico, che altera il processo di vivificazione su cui si fonda l'equilibrio di queste aree, ove si rinvengono habitat e specie tipiche degli ambienti lagunari, adattati ai cicli di ricambio naturale delle acque.

Il Mose è un sistema che solo temporaneamente interrompe gli scambi fra mare e laguna. E poi il Mose esiste. E' stato costruito circa il 30 per cento dell'intero progetto. Oggi la comunità scientifica degli ecologi, al di là di ogni dibattito tecnico e politico, è su questo che è chiamata ad impegnarsi, tenendo realisticamente conto che le attività dei cantieri alle bocche di porto sono fonte indubbia di danni all'ambiente. Ma non basta genericamente affermarlo. Quei danni bisogna conoscerli, rilevarli e misurarli. Ed è proprio questo che si sta facendo, così come indicato dalle Direttive europee. Solo sulla base di queste conoscenze si potranno infatti pianificare mitigazioni agli impatti dei lavori in corso o adeguate e indispensabili compensazioni ambientali.

Su questi temi sarebbe più che mai importante la collaborazione delle amministrazioni locali, anche perché, al di là dei facili proclami, in realtà rimane scarsa l'effettiva e concreta attenzione ai problemi ambientali. Sento spesso invocare idee nuove per Venezia. Sarebbe davvero innovativo poter offrire al mondo, insieme allo splendore della città, anche la straordinaria natura della sua laguna. Perché ciò avvenga, però, è necessario un grande progetto che sappia integrare la realtà del Mose con l'effettiva conservazione dell'ambiente e la valorizzazione della cultura, delle tradizioni e dell'economia lagunare. L'amministrazione comunale precedente aveva iniziato un percorso per la creazione di un Parco della Laguna. Questo sarebbe il grande progetto, la vera nuova immagine per Venezia, protetta dalle acque alte e al contempo capace di conservare e di fruire del proprio patrimonio naturale, garzetta compresa naturalmente.

(*)Ordinario di Ecologia, Università Ca' Foscari di Venezia

Il Mose è poco sicuro. Venezia non si salva così

Vincenzo Di Tella, Gaetano Sebastiani, Paolo Vielmo

Abbiamo seguito lo scambio di opinioni sul Mose dopo l'articolo di Rossana Rossanda (il manifesto, 28 novembre 2006), e vorremmo portare un nostro contributo esclusivamente tecnico alla discussione.

Siamo un gruppo di professionisti con esperienza internazionale ultratrentennale nel campo dell'ingegneria marina offshore e autori di un progetto alternativo al Mose - che qui non vogliamo trattare - che hanno potuto esaminare a fondo gli aspetti tecnologici del progetto Mose, e di questo vogliamo parlare.

Anche sul vostro giornale si sta ripetendo l'annosa disputa fra favorevoli e contrari intendendo sostanzialmente che chi è favorevole al Mose vuole la salvezza di Venezia, perché la salverebbe dalle acque alte eccezionali, mentre chi si oppone non intende fare nulla e pensa solo all'uso degli stivali (anche nell'articolo di Cesco Chinello del 13 dicembre).

Quelli poi che sono favorevoli al Mose (il professor Andrea Rinaldo dello stesso giorno), considerano questo l'unico progetto possibile per la chiusura totale delle bocche di porto, adducendo la motivazione che questo progetto è stato approvato in tutte le sedi istituzionali e quindi è l'unico progetto degno di essere considerato.

Nei mesi scorsi, la commissione tecnica nominata dal sindaco di Venezia, per valutare i rischi strutturali critici del Mose e le soluzioni alternative proposte, ha messo in evidenza che le cose non stanno proprio in questo modo. Da parte nostra, dato per scontato che se si vuole proteggere Venezia da eventi tipo quello del 1966, non c'è alternativa alla chiusura totale delle bocche, vogliamo portare la discussione sulla tecnologia usata per le opere di sbarramento e sul grado di sviluppo e adeguatezza del progetto Mose a rispettare i requisiti di progetto imposti dalla legge speciale per Venezia.

Contestiamo nel merito la seguente affermazione del professor Rinaldo: «Ai dubbi tecnici sul funzionamento dell'opera in corso di realizzazione (...) hanno risposto gli organi tecnici dello stato, dal Magistrato alle Acque al Consiglio superiore dei lavori pubblici, che hanno centenaria tradizione nel trattare materie controverse e metodologia di amministrazione. Solo il dubbio che a sbagliarsi siano gli oppositori del Mose non viene mai messo in discussione».

Il professore, alle critiche puntuali al Mose fatte dagli esperti del Comune di Venezia risponde, senza entrare nel merito tecnico, contrapponendo il fatto che il progetto è stato approvato e che tutti i timbri sono a posto e tranquillizza Rossana Rossanda dicendo «stia tranquilla, funziona».

Vorremmo che il professor Rinaldo spiegasse se questa sicurezza deriva dal fatto che tutti i timbri sono a posto, oppure se deriva dalle sue competenze professionali specifiche. Ricordiamo che gli aspetti critici strutturali del Mose sono stati recentemente asseverati da tre cattedratici (A. Colamussi, G. Benvenuto, A. Campanile) esperti nelle tecnologie di riferimento del Mose (tecnologie marine) che non sono certo quelle dell’ingegneria delle costruzioni idrauliche che, da quanto dichiarato, rappresenta il campo di competenza del professore. Facciamo presente che il professor A. Colamussi conosce il progetto Mose avendo fatto consulenza per il Consorzio, il professore G. Benvenuto è tra i massimi esperti italiani di progettazione navale e marina, e il professor A. Campanile rappresenta la massima autorità accademica nel campo delle tecnologie navali e marine offshore, essendo l'unico professore ordinario della cattedra di «strutture offshore» in Italia, e che le loro valutazioni rappresentano un parere super partes espresso ai massimi livelli accademici possibili in Italia.

Il comportamento del Comune di Venezia (far valutare le critiche al progetto Mose da cattedratici indipendenti) è un esempio di correttezza e trasparenza che non abbiamo riscontrato nella composizione dei gruppi di lavoro incaricati dalla Presidenza del consiglio per la valutazione delle proposte del Comune di Venezia.

Di particolare rilievo ci è sembrato il comportamento auto-referenziale del Magistrato alle Acque, in quanto il suo gruppo di lavoro che ha emesso la relazione di valutazione dei progetti alternativi è lo stesso che ha approvato il cosiddetto «progetto definitivo» del Mose ed è lo stesso che, come Comitato tecnico di Magistratura, ha approvato la stessa relazione, cercando di dimostrare, a nostro avviso senza riuscirci e lo abbiamo dimostrato, che il Mose è il migliore progetto possibile.

Le risposte dei vari gruppi di lavoro alle critiche tecniche del progetto Mose evidenziate dal Comune, sono risultate tecnicamente inconsistenti e confutate nei fatti dai suddetti cattedratici. In definitiva, dato che qualunque discussione sugli aspetti tecnici critici del Mose è stata accuratamente evitata, la decisione dell'ultimo Comitatone è stata una decisione puramente politica.

Entrando nel merito tecnico della questione il professore, se è convinto e si fa garante della bontà del progetto Mose, dovrebbe spiegare come si possa considerare «definitivo» un progetto che non rispetta i requisiti fondamentali di gradualità, sperimentalità e reversibilità imposti dalla legge speciale; che garanzie fornisce un progetto che non ha definito i principi per il calcolo strutturale delle opere e contiene componenti fondamentali per il funzionamento e la manutenzione ordinaria e straordinaria del sistema, quali i connettori sconnettibili delle paratoie dalle strutture di base che non sono indicati neppure a livello concettuale e di cui non è definibile neppure a livello di principio la loro affidabilità.

Ci sono molti altri argomenti sollevati dalla commissione del Comune di Venezia (un sistema intrinsecamente instabile che si basa esclusivamente sul funzionamento del sistema di controllo di tutte le singole paratoie e sull'impiego di strutture a collasso determinato di cui non si sa nulla, etc.) che potremmo trattare, ma ci limitiamo, per motivi di spazio, a questi elencati per dimostrare come il progetto Mose è ben lungi dall'essere definitivo e presenta problemi fondamentali ancora irrisolti.

Chi si dice favorevole a questo progetto- lo ripetiamo - dovrebbe quantomeno spiegare come il Mose possa rispettare i requisiti prima accennati e soprattutto come se ne fa la manutenzione.

Ci si consenta un'ultima considerazione. Il professor Rinaldo, riprendendo un concetto espresso da Rossana Rossanda e da noi condiviso, insiste nel ribadire che la laguna è un ambiente artificiale su cui si sono fatti in passato numerosi interventi e che su di essa si deve continuare ad intervenire «per salvarla dalla sparizione e per adattarla ad ambiente vivibile e vitale secondo esigenze di sviluppo economico e sociale della città».

Noi pensiamo che ciò è tanto più vero oggi, a fronte di attesi cambiamenti climatici e possibile crescita del livello medio del mare, molto più rapidi che in passato. Siccome però su questi aspetti c'è tanta incertezza del mondo scientifico, oggi è assolutamente impossibile prevederne l'impatto ambientale e socioeconomico.

Pertanto non comprendiamo perché si insiste nel voler realizzare un sistema come il Mose, irreversibile ed immodificabile, che congela lo status quo per cento anni e che, in caso di necessità di una modifica della configurazione idraulica delle bocche di porto che potrebbe emergere nei prossimi anni, non lascia che una alternativa: seppellire per l'eternità il Mose in fondo al mare e con esso 4,3 miliardi di euro dei contribuenti italiani.

CATANZARO. “L’abbattimento dell’ecomostro di Copanello di Stalettì sarà un grande risultato della politica”. È quanto afferma l’assessore regionale all’Urbanistica, Michelangelo Tripodi, facendo riferimento alla demolizione di una megastruttura in cemento armato, con quattro corpi di fabbrica, realizzato negli anni ‘80. “Un ammasso di ferro e cemento - è scritto in una nota dell’Ufficio stampa della Giunta regionale - incastonato in un ambiente tipicamente caratterizzato da elementi rocciosi, vero e proprio scempio, frutto dell’abusivismo edilizio e dell’illegalità diffusa che in questi anni hanno deturpato il territorio calabrese”. “Il mio impegno come assessore, assieme al presidente della Regione, Agazio Loiero, - prosegue Tripodi - ha consentito di iniziare un percorso positivo per ripristinare le regole sul litorale costiero per troppo tempo lasciato nelle mani degli speculatori. È la prima volta che in Calabria si demolisce un edificio abusivo e ciò è il frutto di un impegno preciso, costante e qualificante che stiamo portando avanti come Giunta regionale e come assessorato all’Urbanistica e al Governo del Territorio. Sarà un evento eccezionale, ma non unico. Seguiranno, infatti, altri interventi per riportare la legalità e salvaguardare il paesaggio e il territorio della nostra regione”. Per Tripodi quella di domani “sarà una data storica per la Calabria che aprirà ad una nuova cultura per un uso equilibrato delle risorse territoriali. E proprio per la valenza culturale che assume tale abbattimento è estremamente importante che i calabresi partecipino all’evento, non solo i rappresentanti istituzionali ma anche i giovani, le associazioni e quanti hanno a cuore il futuro di questa terra che non dovrà mai più essere violentata dagli interessi economici ai danni del paesaggio e dell’ambiente”. “Per procedere alla riqualificazione dell’area dopo l’abbattimento dell’ecomostro - è detto ancora nel comunicato - va ricordato che tra le opere inserite nell’Accordo di programma quadro, firmato il 29 dicembre 2006, è stata stabilita una dotazione finanziaria di 600mila euro”. A Copanello ci saremo anche noi e non solo perché l’abbattimento dell’ecomostro è frutto di una battaglia che abbiamo portato avanti da molti anni, ma anche e soprattutto perché rappresenta l’inizio di una nuova stagione della legalità in una regione come la Calabria, fortemente martoriata dall’abusivismo”. A sostenerlo é il direttore generale di Legambiente, Francesco Ferrante. In una nota, Ferrante fa sapere che all’abbattimento dell’ecomostro di Copanello sarà presente una nutrita delegazione dell’associazione ambientalista proveniente da tutte le regioni d’Italia. “L’alveare di Copanello, così ribattezzato, - è scritto nella nota - è stato costruito negli anni ‘70 a due passi dalla scogliera di Stalettì, sito di importanza comunitaria per la presenza delle cosiddette Vasche di Cicerone e della tomba di Cassiodoro. I lavori furono bloccati perché avviati senza concessione edilizia e quindi lo scheletro del complesso turistico, del volume di 16 mila metri cubi, non venne mai ultimato”.

“Un risultato politico”

Il commento dell’assessore Tripodi. Ci sarà anche Legambiente

CATANZARO. Quattro corpi di fabbrica di cui uno di cinque piani fuori terra, due di sei piani fuori terra, e un ultimo di nove piani con andamento a gradoni intervallati da vani e scale di collegamento in cemento armato. È questo il complesso edilizio, comunemente noto come “ecomostro di Copanello”, che sarà demolito oggi, alla presenza, tra gli altri, del presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, del ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio, Alfredo Pecoraro Scanio. La costruzione è stata realizzata in pochi anni, a partire dell’agosto 1980, con una licenza edilizia mancante di alcuni pareri di enti preposti ed è uno degli undici ecomostri d’Italia da abbattere. Il complesso, che sorge nel comune di Stalettì sulla costa jonica catanzarese, si trova a vicino alla battigia e il luogo è caratterizzato dalla presenza, a poca distanza, di un sito archeologico nel quale si troverebbe la tomba di Cassiodoro e del suo Vivarium, prima struttura universitaria e di studi sistemici in Europa. Il 29 dicembre scorso era stato siglato a Roma l’Accordo di programma quadro tra la Regione Calabria, il ministero dell’Economia e delle finanze e quello delle infrastrutture e dei trasporti sulle Emergenze urbane e territoriali. L’atto dopo che la Giunta calabrese aveva deliberato, su proposta dell’assessore all’Urbanistica e governo del territorio, Michelangelo Tripodi, l’approvazione di questo accordo in tema di salvaguardi ambientale. Per l’assessore, è uno dei provvedimenti più significativi, che pone la Calabria all’avanguardia tra le altre regioni italiane ed europee in materia di tutela del territorio. Il quadro complessivo delle risorse finanziarie disponibili ammonta a cinque milioni di euro. Al momento, sono stati giudicati tecnicamente e giuridicamente realizzabili nove interventi. Tra questi, appunto, l’abbattimento del complesso di Copanello e il successivo recupero ambientale dell’intero contesto paesaggistico. Nell’area, sono previsti interventi di bonifica idraulica con la realizzazione di sentieri pedonali e messa a dimora di piante tipiche della zona. Ora, dopo anni di attesa e rinvii, l’inizio dei lavori di demolizione. Domani, alle 10,30, il presidente della Regione, Agazio Loiero e gli assessori Michelangelo Tripodi e Diego Tommasi, terranno una conferenza stampa alla presenza del ministro Pecoraro Scanio, proprio sul luogo della demolizione, in località San Martino di Copanello. Poi, entreranno in scena le ruspe dell’impresa Fiore, ditta che si è aggiudicata la gara d’appalto lo scorso ottobre, per il prezzo, in via provvisoria, di 170.960 euro, al netto del ribasso d’asta del 36,66 %, su sei ditte partecipanti. “Per la Calabria sarà una giornata memorabile. Sarà cancellata una bruttura ambientale, un vero e proprio sfregio al territorio e si concretizzerà una politica di legalità”. È quanto afferma il presidente della Regione, Agazio Loiero alla vigilia dell’inizio dei lavori di demolizione dell’“ecomostro” di Copanello. “Domani, infatti, presente anche il ministro all’Ambiente Pecoraro Scanio - prosegue Loiero in una nota dell’Ufficio stampa della Giunta regionale - inizieranno i lavori di demolizione di una delle costruzione abusive da anni in cima alla classifica italiana degli ecomostri. Questa Giunta non tollera i guasti del passato ed è attenta a evitarne per il futuro. Dal 1987 esisteva un’ordinanza di demolizione. Ma solo lo scorso anno è stato firmato un protocollo di intesa fra la Regione Calabria, la Soprintendenza regionale ai beni ambientali e il Comune di Stalettì per l’abbattimento. Inoltre, il 29 dicembre dello scorso anno, tra Regione ed i Ministeri dell’Economia e delle Infrastrutture è stato siglato l’Apq Emergenze urbane e territoriali”. “Si tratta - ha sostenuto ancora Loiero - di un piano incisivo per la valorizzazione del paesaggio e la difesa del territorio che riguarda interventi per il recupero dei siti degradati nel quale rientrano non solo Copanello, ma anche altri nove comuni. Interventi che assumono un alto valore simbolico, una riconquista della cultura della legalità che non consente più speculazione e degrado”. Alla conferenza stampa, che precederà l’avvio della demolizione, oltre al presidente Loiero e al ministro Pecoraro Scanio, parteciperanno anche gli assessori, al Governo del Territorio, Michelangelo Tripodi e all’Ambiente, Diego Tommasi.

Per spiegare la vertigine aperta dall’omicidio di Erba, il vescovo, ieri, durante il rito funebre, ha evocato Caino. L’ombra del male, che ci segue d’appresso. Vicino a casa, in famiglia, nei luoghi della nostra vita quotidiana. Che è dentro di noi. Sempre. Però, bisogna ammetterlo: da qualche anno con maggiore frequenza. Come testimonia la scia di sangue prodotta dai (mis)fatti di "ordinaria follia", commessi da persone che propongono biografie "normali". Basta ripercorrere i giornali; o meglio: guardare la tivù.

Perché la violenza che esplode tra la gente comune risulta particolarmente spettacolare. E più visibile di un tempo. Però è indubbio che si ripeta incessante. E proponga alcuni elementi che la rendono inquietante. Non è solo il fatto che avvenga, sempre più, al di fuori della criminalità organizzata. Secondo il rapporto curato da Eures in collaborazione con l’Ansa, dal 2002, in Italia, la maggioranza assoluta degli omicidi si verifica in famiglia, nella cerchia dei parenti, degli amici, dei conoscenti, del vicinato. Il rapporto rivela, inoltre, una geografia dell’orrore piuttosto precisa. Questo tipo di delitti avviene prevalentemente nel Centro-Nord. Anzi, nel Nord. Ancor più precisamente, in provincia. Basta ripercorrere le cronache.

Partendo dal caso di Pietro Maso, che nel 1991, complici alcuni amici, massacrò i genitori. Poi, andarono tutti insieme in discoteca. Al ritorno, diede l’allarme, dopo aver cercato di simulare una rapina. La scena: Montecchia di Crosara. Piccolo paese affondato nella Pedemontana, fra Verona e Vicenza. Stessa vertigine, stesso clamore, esattamente dieci anni dopo. Quando, a Novi Ligure, Erika, spalleggiata dal fidanzato Omar, ammazza a coltellate la madre e il fratellino. Insieme al delitto di Cogne, costituiscono gli idealtipi dei delitti familiari. Che coinvolgono figli che ammazzano i genitori. E genitori accusati di aver ammazzato i figli. E per questo attraggono la morbosa attenzione dei media. Altre vicende degli ultimi anni, però, si iscrivono in questa classe di delitti. A Parma, ad esempio, incontriamo Ferdinando Carretta. Scomparso per anni, nel 1998 ricompare. E a "Chi l’ha visto" confessa di aver ammazzato padre, madre e fratellino, 10 anni prima.

Ma la categoria degli omicidi familiari, nella provincia del Nord, è particolarmente folta. Vi occupa un posto importante Guglielmo Gatti, quarantenne di Brescia. Nell’agosto 2005 ammazza gli anziani zii, che vivevano nella stessa villa, nell’appartamento sotto al suo. Dopo averli narcotizzati, li porta nel garage, e li uccide. Poi li fa a pezzi e ne sparge le spoglie in montagna, intorno al passo del Vivione. Infine, lo scorso settembre, a Chiuppano, nell’alto vicentino, Assunta Beghetto viene spappolata con una mazzetta da muratore dal nipote, poco più che ventenne. Il quale, raccattati in fretta pochi euro dall’appartamento della nonna, se ne va al bar, a giocare a videopoker con gli amici.

C’è poi la saga dei serial killer. In cui ha un ruolo da protagonista Gianfranco Stevanin, arrestato negli anni Novanta per i suoi orrendi delitti ai danni di ragazze, prima violentate, poi uccise e sezionate, con sistematica e "chirurgica" ferocia. Nato a Montagnana, ridente cittadina del padovano, al momento dei delitti viveva nella bassa veronese, in riva all’Adige. Abitava in un casolare, colmo di arredi sacri e profani (vibratori, video porno, ecc.). Lo fiancheggia, degnamente, Donato Bilancia, detto "il giustiziere". E’ di Genova. Fra il 1997 e il 1998 dichiara di aver ucciso 17 persone, tra cui 7 prostitute e 2 metronotte.

Altri omicidi di provincia si consumano all’ombra dei riti satanici. Fra gli episodi più sanguinosi e clamorosi, due avvengono nelle valli lombarde. Nelle zone padane più a Nord. Il primo a Chiavenna, dove, nel 2000, suor Maria Laura Mainetti viene "sacrificata" da tre ragazze di buona famiglia. Il secondo episodio vede protagonista un gruppo di satanisti, giovanissimi. Le "bestie di Satana". Fra il 1998 e il 2004, uccidono tre compagni, loro coetanei, e ne inducono un quarto al suicidio. Gli assassini, capeggiati da Nicola Sapone, e le loro vittime, abitano fra Busto Arsizio e Somma Lombardo, in provincia di Varese.

Delitti nell’ambito degli amici e dei conoscenti. Come dimenticare la povera Desirée Piovanelli? Violentata e uccisa a coltellate, il 4 ottobre del 2002, da alcuni amici, in una cascina abbandonata; con la complicità, pare, di un adulto, Giovanni Erra, sposato e con un figlio. Abitava a Leno, in provincia di Brescia. Infine, per avvicinarci ai nostri giorni, rammentiamo il piccolo Tommaso Onofri di un anno e mezzo. Rapito e quindi ucciso. In questo caso, per la verità, si tratta di una violenza a scopo di estorsione. Commessa, però, da conoscenti. Gente del paese. Di Castelbaroncolo, frazione di Sorvolo, vicino a Parma. Persone a cui il padre aveva affidato dei lavori di ristrutturazione della casa. Infine, pochi giorni fa: Giuseppina Brasacchio, di Mirandola, vicino a Pavia, da anni disabile. Il figlio, disoccupato, e a sua volta ammalato, la massacra con 40 sprangate.

Un catalogo, incompleto ma non troppo, dei delitti commessi nei luoghi di vita quotidiana. Da persone che ci stanno intorno. Non per il piacere dello splatter. Non ci appartiene e non lo sappiamo "raccontare". Ma perché fa impressione – davvero – vederli in sequenza, questi delitti. Uno dopo l’altro. Collegare i fatti ai contesti. Associare l’orrore alla normalità. Ne emerge, chiaro, il legame con il territorio. Caino abita soprattutto a Nord. In provincia più che nella metropoli. Nelle città medie e nei piccoli paesi. Il che, ovviamente, non serve a stabilire relazioni causali. Sarebbe ingenuo, infatti, indulgere a un sociologismo positivista di basso profilo. Sostenere che l’ambiente "produca" i mostri. Che la provincia del Nord "generi" Caino. Tuttavia, questa geografia dell’orrore quotidiano serve a contraddire lo stereotipo opposto. Che induce allo stupore ogni volta che avviene un fatto di sangue come questo. Il pregiudizio, radicato, che la provincia del Nord sia un ambiente sicuro. Protetto. Lontano dall’alienazione e dalla disgregazione metropolitana. Al riparo dalle minacce che provengono dal mondo. La provincia, quella provincia, non c’è più. E’ finita. Insieme all’esplosione dell’economia diffusa, che negli ultimi vent’anni ha trasformato la Pedemontana del Nord in un unico grande reticolo di aziende. Insieme al dilagare della plaga immobiliare, che ha ridotto la Padania, e in particolare la Pedemontana del Nordest, in un unico ammasso urbano. Cresciuto senza un disegno. Sulla base di interessi grandi e piccoli. Con un unico esito: che la provincia, intesa come rete di piccoli centri, dotati di visibile e specifica identità, non esiste più. Da tempo, ormai. Ma negli ultimi anni tutto ciò è diventato più evidente. Anche a chi ci vive. La provincia padana e pedemontana del Nord. Cuore dello sviluppo; area tra le più internazionalizzate d’Europa. La società si è arricchita in fretta. Ha lavorato duro e ha conquistato un meritato benessere. Non è più luogo di emigrazione. Al contrario: attrae flussi di immigrati fra i più elevati d’Italia, come ogni zona che abbia conosciuto benessere e sviluppo. (L’immigrazione è sempre un indicatore di benessere e di sviluppo). Tuttavia, questi paesi, sono divenuti e si sentono insicuri. La classifica relativa alla crescita dei delitti denunciati dal 2001 a oggi (proposta dall’annuale inchiesta del Sole 24 Ore sul benessere delle province), vede, agli ultimi 20 posti, 15 province del Centro-Nord. Di cui 10 del Nord. Fra queste: Bergamo, Reggio Emilia, Modena, Parma, Cremona. In fondo, epicentri della nuova insicurezza, Verona, Trento e, ultima, Mantova.

La provincia del Nord. Non produce mostri: ma non riesce più a impedirne la riproduzione. Né a contrastare il diffondersi dell’insicurezza. Al contrario: in qualche misura la alimenta. Perché non dispone più dei tradizionali meccanismi di integrazione e di controllo sociale. I legami di famiglia; le reti degli amici e di vicinato. Le cerchie comunitarie. Hanno subito un degrado profondo. Come l’ambiente intorno. I vicini: sono sempre più lontani. E la strada, la piazza: hanno smesso di essere luoghi sociali. Devastati dal traffico e dalle rotatorie. Gli stessi bar. Non sono più luoghi sociali, accoglienti. Ma luoghi di consumo, perlopiù anonimi. Che i più giovani frequentano restando fuori. In piedi. I paesi pedemontani del Nord. Contesti globali e globalizzati. Frammenti di una grande metropoli. Dove si respira insoddisfazione, risentimento. Dove cresce la protesta politica e sociale. I paesi del Nord padano e pedemontano, il Nordest: in larghi settori rammentano Los Angeles. Con una grande differenza. Che non se ne rendono conto. Non ne hanno l’organizzazione, i servizi. La cultura. Non più paesi, ma neppure città. Tanto meno metropoli. E non si rassegnano, al cambiamento. Non ci rassegniamo. Per cui proviamo disagio, un dolore profondo. E ogni volta che avviene un fatto orrendo, vicino a noi, cerchiamo i colpevoli altrove. Lo straniero di turno. Per dimenticare, scacciare da noi il pensiero molesto di cosa e come siamo diventati. Stranieri noi stessi, di una metropoli inconsapevole. Dove, nel silenzio che avvolge l’ordinaria normalità, talora esplodono storie di straordinaria ferocia.

Nota: un punto di vista a modo suo "complementare" a quello di Diamanti, è quello del tuttologo Aldo Bonomi, che in una intervista a Repubblica sul caso di Erba sostiene una curiosa tesi post-Haussmanniana. In pratica, se la provincia (o "città infinita" secondo il suo vago marchio neologista) risulta arretrata in termini di modernizzazione sociale, sicuramente costruendo autostrade e centri commerciali non si può che farle del bene. Leggere per verificare, su Mall (f.b.)

Duro, anzi durissimo. Il braccio di ferro tra il Comune di Vicenza e il governo sull’allargamento della base Usa, non solo si inasprisce ma si estende alla Regione che si schiera a fianco dell’amministrazione municipale berica. Sul caso però si allunga anche l’ombra di una crisi Italia-Usa, accentuata dalle accresciute distanze tra Roma e Washington per l’intervento Usa in Somalia e per la politica di Bush in Iraq. Ieri il presidente Prodi è stato in proposito di ghiaccio: «Bush dovrebbe trarre migliori lezioni dal rapporto Baker». Un macigno sulla tradizionale amicizia tra Usa e Italia. E in questo contesto non facile si inserisce lo spinoso caso dell’ampliamento della base Usa di Vicenza sul quale il governo «sta riflettendo».

Un caso, del resto, diventato scottante dopo la forte contestazione di tre giorni fa, a Vicenza, nei confronti dell’ambasciatore americano Spogli che ieri, dopo Prodi, ha visto il ministro D’Alema.

Il «go home» all’ambasciatore, anzi, ha acceso una vera e propria rissa verbale tra centrodestra e centrosinistra che sembra destinata a spegnersi non molto presto. «Troverei assurdo e dannosissimo il distacco degli americani da Vicenza - ha detto il presidente del Veneto, Galan, in una nota -, un distacco che di sicuro avrebbe serie ripercussioni sul piano politico generale, sull’immagine di Vicenza e del Veneto negli Usa e nel resto dell’Occidente, tranne che a Cuba o nel Venezuela di Chavez». «Siamo di fronte ad una vicenda che già troppi danni ha fatto nei rapporti internazionali e nelle alleanze politiche e militari del nostro Paese - prosegue il presidente - Danni causati dall’incredibile ma fortemente sospetta inerzia del governo, che avrebbe dovuto farsi promotore già da tempo di una soluzione adeguata e quindi vantaggiosa per Vicenza, per l’Italia, per la nostra alleanza con gli Usa».

Il sindaco di Vicenza, Enrico Hullweck, da parte sua, è tornato sul «duello» a distanza con il ministro degli Esteri D’Alema. «Premesso - dice il sindaco - che avrei gradito da D’Alema una parola di solidarietà per i due agenti della polizia locale e per la dipendente comunale picchiati dai dimostranti, che volevano malmenare l’ambasciatore Spogli».

A ribattere per il centrosinistra sono stati Mauro Bulgarelli, senatore dei Verdi, e Laura Fincato, deputato dell’Ulivo. «L’ambasciatore Usa Spogli è venuto a Vicenza per esercitare pressioni assolutamente indebite sulle autorità locali, minacciando rappresaglie sul piano occupazionale se non dovesse andare in porto il raddoppio della Ederle».

«Il sindaco Hullweck porta la responsabilità della situazione che si è creata intorno alla base Usa Dal Molin: ha gestito tutta la vicenda all’insaputa della città e del Consiglio comunale», afferma infine Laura Fincato, secondo la quale «se il sindaco di Vicenza fosse stato più trasparente nei confronti della proposta degli Stati Uniti, che sono un paese amico, si sarebbero evitate le disdicevoli contestazioni all’ambasciatore Spogli». Fincato, che coglie l’occasione per esprimere solidarietà all’ ambasciatore, conclude dicendo che «i cittadini di Vicenza decideranno, come è giusto che sia, con il referendum il futuro della base, dopo che il sindaco aveva occultato la trattativa con gli Usa».

Nella disputa si è infine inserito il presidente degli industriali di Vicenza, Massino Calearo, secondo il quale «la gestione politica della vicenda Dal Molin prima era deludente, ora è preoccupante».

Sull'argomento, in eddyburg articoli del 18.08.2006, 26.10.2006, 18.11.2006, 03.12.2006.

Sul caso Monticchiello sbagliate

Il 5 gennaio scorso è comparso su il manifesto un articolo di Stefano Chiarini («Disfida di Monticchiello») che, al di là delle opinioni, esige alcune precisazioni. 1. Chiarini afferma che gli amministratori locali non erano stati invitati al convegno di fine ottobre. Non è vero. Se fosse stato presente o avesse assunto doverose informazioni, avrebbe visto o saputo che hanno preso la parola al convegno, oltre all'assessore regionale Riccardo Conti, l'assessore al Turismo del comune di Pienza, Claudio Serafini che ha portato, fra l'altro, un saluto ai convegnisti, il sindaco di San Quirico d'Orcia, Marileno Franci; il sindaco di Capalbio, Lucia Biagi; il sindaco di Mantova, Fiorenza Brioni; l'ex sindaco di Pienza e altri. Tutti i principali esponenti della amministrazione comunale di Pienza erano stati invitati, ma il sindaco Del Ciondolo non ha ritenuto opportuno partecipare.

2. Chiarini sostiene che, nonostante «il linciaggio mediatico» promosso da quanti erano, e sono, contrari alla lottizzazione di Monticchiello le istituzioni «chiamate in causa» non hanno condiviso quegli atteggiamenti critici. Anche questo non è vero: il ministro Rutelli, subito accorso in zona, ha valutato la lottizzazione in modo pesantemente negativo e proposto, quanto meno, di limitarne i danni; il presidente della regione, Claudio Martini, l'ha definita «uno schifo» (da non ripetere); il direttore dell'Unesco arch. Francesco Bandarin, ha scritto alla Società Iniziative Toscane srl e ai giornali: «L'iniziativa di costruzione di una lottizzazione edilizia in comune di Pienza, a Monticchiello, non ha in alcun modo l'approvazione dell'Unesco, che anzi la considera lesiva dell'integrità del sito del Patrimonio mondiale della Val d'Orcia» chiedendo che qualsiasi riferimento all'Unesco venisse subito tolto dalla pubblicità di quella immobiliare.

Nulla racconta Chiarini del tono aggressivo usato, nel proprio sito, imitando le Iene televisive, dalla immobiliare Iniziative toscane contro i suoi critici, persino contro il parroco «colpevole» di aver espresso un'opinione negativa in merito. Nulla racconta del volantino anonimo contro Alberto Asor Rosa chiamato il «vero ecomostro della Val d'Orcia», e distribuito in tutte le cassette postali del paese, né di altri spiacevoli episodi.

Infine, sulla legislazione urbanistica toscana, tanto lodata da Chiarini, ci limitiamo a far notare come la sub-delega ai comuni della tutela paesaggistica sia stata criticata dalla Conferenza nazionale per il paesaggio e dall'allora ministro dei Beni culturali, Giovanna Melandri, fin dal 2000 e come essa confligga con lo stesso articolo 9 della Costituzione «la Repubblica (e non i comuni, n.d.r.) tutela il paesaggio» e pure con il Codice dei beni culturali e paesaggistici. Del resto, in quale modo possono i comuni da una parte incassare somme decisamente consistenti dalle concessioni edilizie, come è avvenuto negli ultimi anni, e dall'altra svolgere efficacemente il ruolo di tutori unici del paesaggio? Senz'altri controlli che quelli (nel caso in questione gravemente assenti) della Soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici? Essere al tempo stesso controllori e controllati è sempre sbagliato, antidemocratico e fonte di pasticci senza fine. Il caso Monticchiello ha fatto emergere in Toscana una serie di lottizzazioni per le seconde case e di pesanti scempi paesaggistici a Fiesole, a Bagno a Ripoli, a Donoratico, a Bagnaia, a Rigutino, a Casole d'Elsa, a Capalbio, a Magliano in Toscana, a Campagnatico, ecc. Alla faccia dell'urbanistica «partecipata». Sinceri saluti.

N. Criscenti; V. Emiliani, Com. per la Bellezza; L. Menchini, Legambiente Chianciano; Violante Pallavicino

«Scandalo» nella Val d'Orcia

Marco Del Ciondolo *

Come possiamo tornare a parlare dei problemi della Val d'Orcia in modo «normale» e costruttivo? Il nuovo grido di allarme uscito sulla stampa nazionale a firma di Alberto Asor Rosa, «Una cava minaccia la Val d'Orcia» ripropone purtroppo ancora una volta il metodo utilizzato nel più famoso articolo sulla lottizzazione di Monticchiello del 24 agosto 2006, «Il cemento assale la Val d'Orcia». Anche in questo caso si utilizzano dati e fatti, distorcendoli, o peggio, per amplificare il punto di partenza di un ragionamento che trova terreno fertile per suscitare una facile attenzione mediatica mentre elude la complessità della realtà, costringendo a una difficile operazione di difesa i malcapitati amministratori locali da tempo impegnati in una coerente difesa del territorio.

Nel caso della cava di S. Quirico - dal nome di «Malintoppo» - Asor Rosa sostiene che si stia procedendo a un ampliamento di diciotto ettari di una cava esistente, con conseguente compromissione del paesaggio; in realtà, quello di cui si sta discutendo nelle sedi istituzionali appropriate (e su proposta del comune di San Quirico d'Orcia) è la semplice traslazione di circa tre ettari della cava in una zona più a valle, con finalità esplicite di salvaguardia del paesaggio e della vegetazione locale.

E' evidente che anche in questo caso, così come in precedenza per quello di Monticchiello, l'obiettivo di queste critiche sembra quindi quello di voler colpire la pianificazione complessiva dell'area delegittimando la credibilità del percorso tecnico e istituzionale in atto.

L'articolo allarga la polemica denunciando una presunta mancanza di sensibilità delle istituzioni locali, che sarebbero incapaci di garantire la tutela del buon nome della Val d'Orcia. Viene in un primo momento plaudita l'iniziativa del sindaco di S. Quirico, Marileno Franci (apparsa sulla stampa nazionale) che ha chiesto alla Monsanto di non utilizzare l'immagine dei «cipressini» - icona internazionale della val d'Orcia e della Toscana tutta - per pubblicizzare i suoi Ogm (organismi geneticamente modificati, antitesi evidente della genuinità dei prodotti locali) ma subito dopo il professor Asor Rosa si domanda il perché di tanto zelo, affermando che nulla sarebbe stato fatto per impedire alla immobiliare che sta costruendo l'ecomostro di Monticchiello di pubblicizzare in maniera analoga la sua iniziativa.

In verità l'utilizzo pubblicitario da parte della Società iniziative toscane, realizzatrice della lottizzazione di Monticchiello, delle dizioni «provincia di Siena», «comune di Pienza», «Parco artistico naturale e culturale della Val d'Orcia» e «Patrimonio mondiale dell'umanità» è apparsa da subito ai soggetti istituzionali interessati come inopportuna, ma si configura sostanzialmente come un'azione legittima. I soggetti chiamati in causa da Asor Rosa (non essendo dotati di potestà legislativa), pur avendolo tentato, non sono quindi riusciti ottenere la cancellazione dei prestigiosi simboli dal materiale pubblicitario. La provincia di Siena e la Commissione italiana per l'Unesco avevano provveduto a diffidare, per quanto riguarda la provincia e a invitare per quanto riguarda la Commissione Unesco, la Società iniziative toscane dal loro utilizzo. Per quanto riguarda il comune di Pienza - e questo Asor Rosa lo sa per certo avendoglielo io stesso raccontato in un colloquio risalente alla scorsa primavera - l'intervento sulla questione si è dispiegato in una duplice direzione: dapprima diffidando la Società medesima e invitandola al ritiro di una prima edizione del materiale pubblicitario cartaceo che conteneva i loghi degli enti interessati (cosa che è avvenuta immediatamente) e successivamente, visionata la seconda versione dei depliant e dei manifesti, attraverso l'interessamento di un legale di fiducia, che ne ha tuttavia confermato la legittimità (estate 2005).

«Anno nuovo, vizi vecchi» verrebbe da dire; e purtroppo siamo sempre nel campo di un'informazione non corretta, per quanto autorevolmente supportata (viene da pensare: l'autorevolezza è data una volta per tutte o, come accade per tutte le azioni umane, dovrebbe essere anch'essa soggetta a qualche forma di verifica?).

Con queste premesse dovremmo ora occuparci del problema vero che è stato sollevato, e cioè quello della tutela del territorio, questione che vede costantemente impegnati da un ventennio gli amministratori di questa valle, con risultati positivi che sono evidenti a chi ha voglia di posarvi uno sguardo non viziato da pregiudizi. Ma come si fa? Credo che il confronto sia francamente difficile, se non impossibile, almeno fino a quando non sarà restituita oggettività e giusta dimensione ai fatti, e soprattutto fino a quando si continuerà a ignorare le sedi e i percorsi democraticamente legittimati. Auspico allora che partendo da un «Malintoppo» possiamo sgombrare il campo dai malintesi, dalle esagerazioni e dalle delegittimazioni sentenziate a priori. Buon anno e che Iddio ci salvi dai salvatori della Val d'Orcia...

* sindaco di Pienza e pres. Conf.za sindaci Val d'Orcia

Tra borghi antichi e sciacchetrà

Francesco Ferrante *

Cari amici de il manifesto, la lettura incrociata - lettura che voi stessi invitate a fare nell'occhiello del secondo articolo - dei pezzi usciti venerdì 5 gennaio su Monticchiello e sabato 6 sul Parco delle Cinque Terre, dipingono un pezzo di realtà che francamente mi riesce difficile riconoscere. Conoscendo bene quelle due zone e le storie relative permettetemi di provare a spiegare perché a mio parere leggete male ciò che lì sta succedendo. Secondo Stefano Chiarini a Monticchiello un professore (Asor Rosa) con la complicità delle associazioni ambientaliste (tutte) ha scatenato un'ingiustificata campagna mediatica contro la regione Toscana e amministrazioni locali della Val d'Orcia su un intervento alle porte di Montichiello tutto sommato poco impattante e che sarebbe invece necessario per dare risposta alla richiesta di case della popolazione locale. Ciò che si tace nell'articolo è che però la supposta pressione demografica che giustificherebbe tale espansione edilizia è smentita (ovviamente) dagli stessi documenti programmatori del comune. Al contrario quell'intervento è figlio di un'impostazione - cemento, brutto cemento per seconde case - che tanti scempi ha causato in tutta Italia, specie al sud dove ciò è avvenuto fuori da ogni regola e con diffuso abusivismo, ma anche al centro e al nord dove molto spesso si sono fatti danni «legalizzati». Anche nella splendida Val d'Orcia e nella meglio amministrata Toscana (anche se mi pare eccessivo definire la regione che si batte con forza per la realizzazione dell'inutile autostrada tirrenica come un modello «non solo in Italia») quella «cultura» urbanistica ha colpito: basta andare in giro per quelle splendide lande e dare un'occhiata anche alle espansioni che negli scorsi decenni sono cresciute attorno ai borghi antichi. Oggi finalmente qualcuno riesce a mettere uno stop, e la protesta degli ambientalisti ottiene che il ministro Rutelli ponga attenzione alla vicenda e insieme alle amministrazioni locali provi a mitigare l'impatto di una scelta rovinosa e sbagliata qualche anno fa. Credo che chi si batte per cambiare questo paese e contro gli interessi dei pochi (costruttori) e a favore dell'interesse generale dovrebbe essere felice di questo processo e non criticarlo. Invece Alessandra Fava il giorno dopo dipinge la situazione del Parco delle Cinque Terre come un luogo dove la democrazia sarebbe addirittura sospesa - da un presidente-faraone - e dove i «dissidenti» avrebbero persino paura di incontrarsi al bar. Addirittura! Con tutta evidenza non è così e anzi l'esperienza del Parco nato nel 1999, innanzitutto grazie alla passione di chi ci lavora, è un modello positivo che andrebbe approfondito, quello sì che meriterebbe un'inchiesta, grazie alla quale si sta recuperando un territorio splendido che correva il rischi dell'abbandono completo e dello spopolamento. Oggi la fatica e la passione di quegli uomini e di quelle donne sta recuperando le terrazze, dove si producevano e si tornano a produrre vino e sciacchetrà (vino passito, ndr), che stavano franando anche sotto il peso di quei pini che niente c'entrano con la storia e la biodiversità di quei luoghi e dei quali alcuni oggi si ergono a strenui difensori. Oggi quasi 200 persone (in un territorio dove ne vivono circa 5 mila) lavorano grazie al Parco e alle cooperative che sono nate attorno ad esse. Tutta l'economia della zona ne ha tratto beneficio (e questo tenendo bassi i prezzi di alberghi e ristoranti contro ogni tentazione di turismo d'élite e invece promuovendo culture e prodotti locali) e tornano a nascere bambini qui e quindi servono scuole. E' un successo straordinario non qualcosa di cui lamentarsi. Poi sui singoli progetti è ovviamente legittimo il dibattito. Io continuo a pensare che il progetto sul Villaggio Europa sia una riqualificazione importante e che la scuola sia utile e bella realizzata con i criteri della bioarchitettura. Ma anche se sbagliassi su quelle due cose ritengo che è ben più grave non cogliere quanto sia «rivoluzionario» il progetto complessivo del Parco. Comunque la Val D'Orcia e le Cinque Terre sono posti talmente splendidi che valgono certamente un viaggio dei lettori de il manifesto per verificare quale è la lettura della realtà più corretta.

* Direttore generale Legambiente

Entro il 2070 il livello dei mari aumenterà di 70 centimetri. Sono dati allarmanti quelli che provengono dalla commissione europea per l’Ambiente. Che riaccendono il dibattito sull’utilità del Mose e sull’eccesivo numero di chiusure delle bocche che penalizzerebbero la laguna e l’attività economica del porto. ««E’ quello che diciamo invano da tempo», scuote la testa il sindaco Massimo Cacciari, «il progetto Mose si basa su una previsione che non è per nulla precauzionale».

In sostanza, i presupposti su cui è fondato il progetto di dighe mobili - approvato dal governo Berlusconi nel 2003 e confermato da Prodi a fine novembre, nonostante il voto contrario del Comune - verrebbero ora rimessi in discussione. Gli studi del Corila, il Consorzio Ricerca laguna a cui il Magistrato alle Acque ha affidato anche il monitoraggio dei cantieri del Mose, aveva fatto una previsione di aumento del livello del mare per il 2100 di 17-20 centimetri. «Valori sottostimati», dice Cacciari, «e su questo punto ci sono valutazioni assolutamente diverse tra il governo e la Regione da una parte e il Comune dal’altra». Insomma («Senza polemiche per carità, ma i fatti sono fatti») il sindaco riapre il dibattito sulla questione Mose. «Stiamo organizzando una grande conferenza internazionale», annuncia, «che si terrà a Sant’Elena, con esperti di tutto il mondo per mettere a confronto le ipotesi scientifiche e far sentire le nostre ragioni». Settanta centimetri di aumento del livello del mare significano in pratica acqua alta tutti i giorni. Chiaro che la strategia della salvaguardia dovrebbe a quel punto essere totalmente rivista. Così come il progetto Mose, pensato per essere sollevato poche volte l’anno. Che tra 50 anni potrebbe essere già vecchio. Nel corso del 2006, secondo i dati diffusi dall’Ufficio maree del Comune, una sola volta l’acqua alta ha superato i 110 centimetri, tre volte i 100. «Il Mose costato 4 miliardi e mezzo di euro sarebbe stato utilizzato solo per un’ora e 20 in un anno», dice il verde Gianfranco Bettin, «forse val la pena di ripensarci».

Ma adesso i dubbi non vengono dagli ambientalisti, ma dalla commissione europea. Che sulla scia dell’Ipcc ha radicalmente modificato le previsioni del Corila. «Abbiamo avuto uno scambio di lettere con il Corila», rivela Cacciari, «e le posizioni sono molto lontane». Un punto importante, perché tra breve il ministro per la Ricerca scientifica Fabio Mussi dovrà dare seguito operativo all’ordine del giorno approvato dal Comitatone sui controlli super partes. «E’ evidente», dice Cacciari, «che non potranno farli quelli che lo hanno fatto finora. Attendiamo con fiducia. E speriamo non si vada a un’altra rottura con il governo, con un nostro voto contrario al prossimo Comitatone. Sarebbe molto grave». (a.v.)

Mi chiamo Franco Matteoni, sono un ingegnere di 57 anni, libero professionista a Pistoia. Da molti anni faccio parte del partito dei Verdi,( sono anche Consigliere comunale a Sambuca Pistoiese, piccolo comune montano), del WWF e di Legambiente. Da tre anni sto partecipando ad una battaglia di civiltà contro un'enorme danno paesaggistico che sta per abbattersi sulla mia bella città. A questa battaglia partecipano tutte le Associazioni ambientaliste pistoiesi, i Verdi,( che per questo sono stati espulsi dall Giunta comunale), cittadini ed una libera Associazione, chiamata Osservatorio sulle politiche urbanistiche sanitarie e sociali, di cui fanno parte le stesse Associazioni, cittadini ed alcuni professionisti, qualche architetto, geologo, ingegnere. Nell'ultima area rimasta libera a sud della città, destinata dal Piano strutturale a Parco urbano, "Presidio delle Mura Verdi" sta per essere costruito il nuovo ospedale che fa parte del Project financing per la realizzazione di 4 ospedali: di Pistoia, Lucca, Massa e Prato. L'area scelta a Pistoia è l'ex-campo di volo, già classificata dall'Autorità di bacino, come area "di pertinenza fluviale", perché, per la sua altimetria e la posizione, adatta ad essere invasa dalle piene del torrente Ombrone: il prof.Menduni scrisse a proposito in un documento del 2003; ½l'area deve essere salvaguardata, in generale, per la mitigazione del rischio idraulico, nonché di altri rischi, in particolare idrogeologici e ambientali.… . L'area è inoltre classificata dal Piano Comunale di classificazione acustica come zona 4 a causa dell'elevato livello del rumore trasmesso dall'adiacente circonvallazione e dall'autostrada Firenze-Mare: gli ospedali, secondo le Norme vanno costruiti in zone di classe 3 e 2. Gli Amministratori pistoiesi hanno adottato, per superare questo ostacolo, una variante al Piano che riporta l'area in classi idonee, ipotizzando la costruzione di barriere fonoassorbenti alte anche 6 m lungo gli assi viari.

Non è finita. Nella zona si trovano importanti pozzi che alimentano l'acquedotto, fornendo una portata che copre circa il 30% del fabbisogno della città: i pozzi dovranno essere dismessi con la costruzione dell'ospedale e la preziosa risorsa idrica andrà perduta. E ancora: la falda idrica è presente a quote prossime a quella di campagna per cui anche la falda rischia di essere inquinata e danneggiata dalla costruzione. Nella battaglia per la difesa dell'ex campo di volo sembrava che la Sovrintendenza fosse dalla nostra parte, infatti nel settembre scorso il Ministero per i Beni e le Attività culturali ha dichiarato l'area " di notevole interesse pubblico", accogliendo la proposta fatta dalla Sovrintendenza,( decreto del 7/09/2005). E' stata grande la delusione e lo sconcerto quando, nella Conferenza di servizi, la Sovrintendenza non ha difeso il vincolo paesaggistico, da lei stessa richiesto ed appena introdotto. Il Decreto, che La prego di leggere, dichiara: "mantenere le caratteristiche di area verde di notevole pregio naturalistico ancora possedute dalla zona e di fascia di rispetto tra la città e l'antistante paesaggio collinare e pedecollinare"; " costituisce un'area di belvedere verso quadri naturali di grande pregio a sud verso le colline del Montalbano, ad ovest verso la valle dell'Ombrone,..." ed ancora" la zona in questione, ancora salvaguardata da insediamenti, collega mirabilmente dal punto di vista ambientale la città di Pistoia con le colline del Montalbano, risultando così luogo di grande valore paesaggistico anche per la sua conformazione territoriale". Sembrava che questa Dichiarazione appassionata bastasse a mantenere integra l'area e realizzarvi il Parco urbano previsto da più di trent'anni, invece...

Anche le procedure autorizzative sono tutte improntate alla velocizzazione dei percorsi burocratici e a negare la partecipazione. Siamo stati costretti a ricorrere al Tar visto che, contrariamente a quanto disposto dalla legge regionale i del 2005, l'Accordo di programma tra regione, provincia, Comune, Asl, ecc. che ha variato gli Strumenti di pianificazione urbanistica, è stato ratificato dal Consiglio comunale senza ammettere la presentazione di Osservazioni. Infine, la situazione di Pistoia si riproduce quasi fedelmente a Lucca e Massa: anche qui i nuovi ospedali sono stati previsti in aree con grosse criticità, dismettendo nosocomi ancora efficienti ed in cui sono in corso ingenti investimenti di ammodernamento. Ho cercato di sintetizzarLe dati e considerazioni su situazioni che a noi, cittadini normali, sembrano incredibili per l'evidente disprezzo delle regole, dei compiti istituzionali, della partecipazione, di valori fondamentali come il paesaggio e l'economicità e logicità delle scelte politico-amministrative.

Grazie per l’ospitalità.

In grandissima parte d’Italia le aree vincolate per verde pubblico, oppure tutelate per ragioni aventi a che fare con l’integrità fisica e l’identità cuturale (l’area cui si riferisce a entrambi le ragioni di tutela, mi sembra), sono considerate aree in attesa di trasformazione a scopi edilizi. A New York, nel 1835, per costruire un grande servizio pubblico, il Central Park, tolsero l’edificabilità privata a un centinaio di grandi isolati; in Italia mai che per realizzare un servizio pubblico si tolga l’edificabilità a suoli privati: si colpiscono sempre, e solo, gli interessi pubblici più deboli.

In molte regioni e città ciò succede a causa di oggettive preferenze di chi governa per alcuni interessi (quelli immobiliari), o per ignoranza. In Toscana ciò succede, a parere di eddyburg, a causa di alcuni seri equivoci a proposito del ruolo dei diversi livelli istituzionali e, di conseguenza, alle caratteristiche del sistema di pianificazione.

Bene ha fatto, anzi, molto bene ha fatto il sindaco di S. Quirico d´Orcia, Marileno Franci, a denunciare per «appropriazione indebita» la Monsanto, grande produttrice internazionale di Ogm, perché sul suo sito usa a scopi pubblicitari foto di paesaggi indimenticabili della Val d´Orcia. L´importanza di tale denuncia sta nell´acquisita consapevolezza che paesaggio e territorio, essendo patrimonio di tutti, non possono essere sfruttati in senso speculativo da nessuno: neanche quando si tratti di quel bene, più astratto e forse più difficilmente definibile dal punto di vista giuridico, che è 1´ «immagine del territorio». Farei due osservazioni, una procedurale, 1´altra più sostanziale.

Per più di un anno sono apparse su grandi quotidiani nazionali e su quotidiani locali e minori, vistose inserzioni pubblicitarie dell´impresa Iniziative toscane, le quali, oltre a pubblicizzare i cosiddetti "Casali di Monticchiello", portavano in alto a sinistra, in bell´evidenza, la dizione: "Provincia di Siena", in alto a destra "Comune di Pienza", e in bella vista nel corpo del messaggio "Parco artistico naturale e culturale della Val d´Orcia" e "Patrimonio Mondiale dell´Umanità", con chiara allusione all´Unesco. Sullo sfondo la foto della strada contornata di cipressi che scende verso Monticchiello, e che è una di quelle che ora il sindaco Franci contesta alla Monsanto.

Si direbbero forme di appropriazione dell´immagine e del messaggio non meno pesanti di quelle operate dalla Monsanto. Non risulta che i vari Enti chiamati in causa - se si esclude una tardivissima iniziativa dell´Unesco, del resto inesplicabilmente inerte in tutta la vicenda - abbiano mai formulato nei confronti delle Iniziative toscane richieste analoghe a quelle del sindaco Franci. Se non è così, sarebbe interessante sapere come e quando esse si siano manifestate, e con quali reazioni ed effetti.

Secondariamente (ma non tanto): è del tutto ovvio che la "difesa dell´immagine del territorio" è importante, ma ancor più importante è la "difesa del territorio".

Ora, giunge notizia dalla stampa (a partire da un articolo del Corriere di Siena del 22 settembre u.s. seguito da diversi altri) che nel territorio del comune di San Quirico, presieduto dal suddetto sindaco Franci, sono state avviate le procedure per estendere di ben diciotto ettari la cava di argilla, da cui trae la materia prima una nota fabbrica di laterizi del luogo, la cosiddetta «cava di Malintoppo» (nome, si deve convenire, poco beneaugurante). Esaminata de visu, la cosa, se realizzata, si presenterebbe catastrofica: il fronte della cava, infatti, risulterebbe prospiciente, senza più alcuna copertura, proprio ad alcuni fra i poderi e fra le colline più belli dell´intera Val d´Orcia.

E´ facile rendersi conto che la situazione di San Quirico, dove è interessata un´attività produttiva che dà lavoro a svariate decine di dipendenti, non è paragonabile a quella puramente speculativa dei "Casali di Monticchiello". Tuttavia, proprio questa maggiore complessità dovrebbe spingere a cercare soluzioni che non siano ancora una volta a danno del paesaggio valdorciano, il quale, non c´è ombra di dubbio, non è in grado di sopportare altre offese dopo quelle recentemente subite. Se è vero quello che scriveva (2 gennaio) su questa colonne il presidente della Commissione regionale Territorio e Ambiente, Erasmo D´Angelis, e cioè che il problema toscano consiste oggi nel tentare di coniugare virtuosamente il "vecchio" modello di sviluppo con quello "nuovo" e potenzialmente prevalente, il caso di San Quirico d´Orcia è uno di quelli con cui il personale politico del centro-sinistra deve da subito misurarsi per dimostrare che è in grado di farcela (cosa di cui, sulla base delle esperienze passate, sarebbe lecito dubitare). Aggiungo che, per restare al caso Val d´Orcia (ma forse il ragionamento varrebbe in generale per il caso Toscana), siamo andati avanti recentemente a colpi di casi singoli, il che non solo è sbagliato ma è anche improduttivo dal punto di vista degli obbiettivi da raggiungere. Bisognerà tornare ad affrontare l´argomento in maniera globale: non mancherà il modo di farlo in tempi anche brevi.

Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste, Osservazioni agli elaborati del progetto “Parco a tema polifunzionale Mediapolis”, 21 dicembre 2006 (estratto)



Si rileva una illogica non corrispondenza tra l’impostazione progettuale e le intenzioni di salvaguardia e tutela del territorio nonché di efficienza e innovazione.

Il documento risulta carente e poco esplicativo delle effettive problematiche ambientali e dei potenziali impatti, nonché delle risposte progettuali, a seguito della realizzazione e dell’esercizio dell’opera/intervento che ben si discostano invece dai risultati attesi.



1. suolo e sottosuolo: dal punto di vista geologico vengono evidenziate delle importanti anomalie nella classificazione dei suoli dell’area di intervento. Ciò deve essere trattato in modo esaustivo e dettagliato in considerazione dell’alta pericolosità geologica e geomorfologia del sito e della estesa natura del progetto. Nel valutare i potenziali rischi che una classificazione superficiale del luogo di intervento può arrecare, si conclude che lo studio in oggetto risulta insufficiente.

2. ambiente idrico: la documentazione presentata risulta carente sotto diversi punti di vista: mancano dati quali i volumi di invaso dell'area, calcoli idraulici di dettaglio relativi al nuovo tracciato della Roggia dei Cugnoni, elaborati di calcolo relativi ad un evento di piena contemporanea della Roggia dei Cugnoni e del Fiume Dora Baltea. Pertanto, considerata la pericolosità delle esondazioni e le sue possibili conseguenze su un’area destinata ad un ampio bacino d’utenza, si ritiene non adeguato lo studio effettuato in merito al progetto.

3. vegetazione, flora, fauna – ecosistemi: dal punto di vista naturalistico sono state evidenziate gravi criticità relative al progetto in oggetto, relativamente a: scomparsa di habitat naturalistici con conseguente banalizzazione della biodiversità, nuovi problemi igienico sanitari dovuti alla capacità del progetto di fomentare focolai di zanzare in un’area già critica, eccessivo disturbo antropico nei confronti di tutta la biocenosi. Tale intervento quindi non risulta avere sufficienti ed idonee caratteristiche per essere accettato quale intervento di miglioramento ambientale ed ecologico.

4. paesaggio e beni storico-culturali: il progetto non si inserisce nel contesto paesistico rispetto a nessuno dei criteri descritti, ovvero morfologico e tipologico, linguistico, visivo, ambientale e simbolico, difatti il giudizio risulta essere “molto alto”. Ciò significa che la proposta dovrebbe essere automaticamente respinta e rimandata alla completa riprogettazione o alla valutazione di localizzazioni alternative.

5. viabilità e traffico: il documento esaminato oltre a non analizzare le diverse previsioni di traffico, non valuta gli impatti che dovranno subire le strade e gli incroci urbani principali di Albiano di Ivrea e dei comuni circostanti, a seguito di tale intervento. Con riferimento poi ai valori di traffico esistente e futuro rapportati alla capacità veicolare oraria della bretella autostradale, indicati nella relazione ambientale, risulta che il livello di servizio dell’infrastruttura stessa è scadente e pertanto induce a significativi fenomeni di congestione.

Nota: i paragrafi riportati sopra sono soltanto un estratto dalle conclusioni finali, qui di seguito è scaricabile il documento integrale delle Osservazioni; sul progetto Mediapolis, data la quantità di riferimenti qui su Eddyburg e eddyburg_Mall, posso soltanto consigliare una ricerca a parola chiave sul motore interno in alto a destra (f.b.)

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MILANO - Dal fondo fuligginoso dell´accampamento bruciato nel pomeriggio di San Silvestro, una donna con la gonna lunga sino alle scarpe da ginnastica sfondate, continua a raccattare cavi elettrici e tubi. Lo fa da ore. Li ha sistemati su una coperta e chiama un uomo imbronciato, insieme la sollevano a fatica. «Saranno trenta chili di rame, per quattro euro al chilo, fanno 120 euro. Meglio dell´alluminio, 80 centesimi al chilo. L´incendio a qualcuno sta rendendo dei soldi», scherzano in perfetto italiano due giovani cognati, uno kossovaro e l´altro rumeno.

L´ultimo incendio ha raso al suolo un intero angolo della «plasticopoli» abusiva di via Barzaghi, dietro il cimitero Maggiore. Le fiamme, stando ai testimoni, «sono spuntate dalla roulotte di un ubriaco, con quattro figli. Quel deficiente è scappato senza avvisare e così la mia roulotte, che avevo pagato 800 euro, e ci avevo messo le lampade rotonde delle discoteche, s´è incenerita. Avevo comprato un maialino per festeggiare la fine dell´anno, s´è carbonizzato anche lui», dice un giovane con una camicia stirata. «La colpa - aggiunge un suo amico - è tutta dei barboni che sono arrivati qua e non sono capaci di accendere regolarmente le bombole del gas, non sapevano nemmeno che cos´erano».

Li chiamiamo ancora campi-nomadi, ma è sbagliato. I vecchi zingari, «il sasso scagliato da dio attraverso il mondo», come si definivano, c´entrano zero con queste masse di diseredati piovute dall´Europa dell´Est. Il popolo delle plasticopoli, delle roulotte senza ruote, delle catapecchie di compensato e alluminio, di linoleum e lenzuola di carta è formato, più semplicemente, da poveri. Poveri di soldi, ma anche di cultura, di educazione, di senso pratico. Non gli mancano figli, umorismo e rassegnazione: «No, non abbiamo avuto freddo, ci siamo stretti con gli amici e i parenti che non hanno perso la casa, poi ognuno ha rubato le scarpe migliori ed è uscito».

Intere folle proletarie di stranieri si sono arenate in questi ultimi anni ai margini di Milano, autocostruendo tetti dovunque. Sotto tangenziali, tra i campi abbandonati dai contadini, accanto alle ferrovie, sotto i tralicci dell´alta tensione, vicino agli sfasciacarrozze. Il censimento è in costante evoluzione. Sempre nella zona Barzaghi-Triboniano, esistono altri quattro campi abusivi, simili a quello bruciato come un pozzo di petrolio. Poi, altri campi crescono nelle aree dell´ingegner Salvatore Ligresti a sud di Milano: ci sono i bosniaci nelle cascine di Vaiano Valle, e spuntano i romeni di via Ripamonti e via San Dionigi. E romeni (sempre loro, i più numerosi) si sono piazzati, senza il minimo titolo per starci, in viale Cassala, in via Stephenson, in via Boffalora, in via santa Rita da Cascia. E non è finita qui, ma è anche inutile continuare a elencare questa sorta di pulviscolo d´uomini che s´è posato dovunque «mancano» case e fabbriche. Dove cresce la protesta della gente, come sta accadendo a Opera, per dire no a prefabbricati e ricoveri per stranieri.

Spesso le suore ne sanno più dei poliziotti, perché portano tra le baracche vestiti, quaderni e anche pediatri volontari. «Anche i capifamiglia hanno paura, tra loro arriva "gente cattiva", che pretende, pretende, e chi può aiutarli?». Le stime comunali parlavano di cinquemila senzatetto, ma sono numeri da correggere e portare decisamente più in alto. Ogni certezza su dati così variabili sarebbe assurda. Chi può fugge dalle plasticopoli: «Non fotografarmi, altrimenti le mie vecchie fidanzate italiane dicono: "Ma dove vive?". Invece io ho casa in via Novara, qui mi sono rimasti gli amici», spiega uno che si definisce «ex jugoslavia».

Gli zingari odiavano la prostituzione, ma oggi molte vite (e molte famiglie) sono un mercato. Più d´un rumeno dei campi ha imparato dagli albanesi che una donna, messa sul marciapiede, può rendere più d´uno stipendio regolare. Di queste miserie la città si accorge quando se ne accorge la cronaca nera. Ma tutti i giorni sono sotto gli occhi di bimbi, che non raramente imparano a guardare gli estranei come se fossero nemici.

Nota: contemporaneamente, da Parigi lo International Herald Tribune (articolo tradotto su Mall) racconta un campo di solidarietà e l'azione politica su temi paralleli (f.b.)

La critica al programma 20.000 case in affitto in corso di realizzazione nel Comune di Firenze [1]è diventata pienamente attuale per due motivi. Il primo è che il TAR ha bloccato uno dei cantieri, quello di via Arnoldi, dando ragione ai residenti e dimostrando che se le amministrazioni pubbliche e le sovrintendenze non sanno difendere gli interessi collettivi e i beni comuni, quando la misura è colma si trovano inaspettate tutele. Il secondo è che la Regione Toscana intende assumere come modello per rispondere alla questione abitativa, il tipo di partnership pubblico privato promosso con il programma in questione, di cui abbiamo puntualmente descritto i risultati nell’articolo citato[2]. La sua critica assume così un valore non solo contingente ma strutturale.

Dopo l’approvazione definitiva e l’inizio dei lavori nelle aree fiorentine del programma 20.000 case in affitto, è stato attivato un altro programma con modalità del tutto simili. Si tratta del “Programma integrato di intervento per l’incremento e diversificazione dell’offerta di abitazioni in locazione” facente anch’esso parte del “Programma regionale di edilizia residenziale pubblica 2003-2005” della Regione Toscana. Anche in questo caso al bando regionale indirizzato ai comuni toscani ha risposto il Comune di Firenze che ha predisposto un proprio avviso pubblico rivolto ai privati per selezionare proposte di intervento. Fra le proposte avanzate l’unica “proposta ammissibile” è stata quella presentata dalla Società Affitto Firenze riguardante l’area Canova Giuntoli nella quale è prevista la realizzazione di 20 alloggi di edilizia residenziale agevolata (20 alloggi, 1.700 mq. di superficie complessiva, contributo richiesto 948.600 euro su un costo complessivo di 2.108.000 euro); 24 alloggi di edilizia residenziale non agevolata, cioè privata (alloggi di 97 mq. medi e costo complessivo di 4.656.000 euro) e un intervento commerciale e servizi alla persona (150 mq. con costo complessivo 300.000 euro), il tutto attuato da Affitto Firenze. Il programma prevede anche la realizzazione di 20 alloggi da parte del Comune e un centro sociale di quartiere. Come d’uso il programma “risulta in contrasto con le previsioni del vigente PRG” e “pertanto la sua realizzazione richiede una apposita variante al PRG”. L’avvio del procedimento della variante è del 11/7/2006. Le destinazioni delle aree coinvolte nel PRG vigente erano “sottozona G2 con simbolo attrezzatura pubblica amministrativa di progetto”, “sottozona G1 con simbolo verde pubblico di progetto”, porzione di “area classe 9: verde privato e aree di pertinenza di edifici pubblici e privati” e parte di viabilità esistente. Con la variante l’area diventa “zona omogenea C sottozona C1.2 – di nuovo impianto a bassa densità all’interno di un piano urbanistico esecutivo di iniziativa pubblica con conseguente spostamento del perimetro del centro storico minore all’interno del quale, attualmente si trova l’area destinata a classe 9”. In questo caso con la giustificazione delle case da costruire, oltre all’usuale eliminazione delle aree destinate a servizi da standard obbligatori (aree G), si arriva anche a modificare il limite del centro storico: in effetti una volta distrutto quello che ne faceva parte il limite sarà effettivamente quello proposto. Da rilevare che questo progetto ha ricevuto l’approvazione della Regione Toscana e l’ammissione al finanziamento è stata approvata con deliberazione giunta regionale n. 851/1075 del 6/12/2005 e con decreto dirigenziale regionale n. 1479 del 27/3/2006.

La Regione Toscana sta preparando lo “Statuto dell’edilizia sociale” e il modello a cui dare sistematicità è quello del Programma regionale 2003-2005 di cui fanno parte le “20.000 case in affitto” e le case in affitto “calmierato”.

Viene da chiedersi come sia possibile utilizzare lo slogan “C’è del nuovo nella politica della casa”, per l’ennesima riproposizione del vecchio, almeno di 20 anni, e ormai comunemente ritenuto fallimentare intervento in “partenership pubblico privato”. Fallimentare non per il privato, che ottiene tutte le facilitazioni di un intervento pubblico per realizzare il suo profitto/rendita immobiliare, ma per il bene pubblico, per quello che si ottiene per i bisogni sociali. A dircelo è per esempio Susan Fainstein, esperta di fama mondiale, che ha analizzato i risultati di questo connubio negli anni 80 nei paesi che per primi se ne sono fatti promotori: il Regno Unito e USA[3]. Susan Fainstein sulla base di una indagine su una serie di casi sottolinea come questo tipo di programmi, che possono consentire concessioni edilizie in deroga alla zonizzazione vigente, o un aumento di densità edificatorie, o sgravi fiscali per gli operatori privati in cambio della realizzazione di abitazioni sociali e servizi pubblici siano risultati poco redditizi per la collettività. (Susan Fainstein, Promoting economic development. Urban planning in the United States and Great Britain, APA Journal, n.22 1991 e Smith 1989). Analogo il giudizio di Smith in merito alle politiche promosse da alcune città californiane (M.P. Smith, “The use of linked development policies in U.S. Cities”, in N. Parkinson, B. Foley, D.R. Judd (editor) Regenerating the Cities. The UK Crisis and the US Experience, Scott Foresmann, Glenview, 1989).

In tema di partnership pubblico privato va poi rilevato un trucco che rischia di inficiare molti calcoli economici di fattibilità finanziaria e di distribuzione di oneri e compiti fra pubblico e privato. Troppo spesso i calcoli delle imprese all’interno delle “partnership pubblico privato” invece di assumere il prezzo delle aree (la rendita urbana) come un guadagno, lo assumono come un costo inficiando tutti i calcoli. Infatti furbescamente le imprese immobiliari considerano solo la fase finale del processo, quella di edificazione, come se l’impresa promotrice comprasse i terreni a valori corrispondenti alla destinazione a nuova costruzione. Al contrario il processo decisionale e realizzativo inizia con l’idea del progetto e spesso l’area è comperata prima di ottenere la variante e l’uso del suolo desiderato ed è quindi il proponente/costruttore ad appropriarsi della rendita e non il proprietario iniziale. Oppure l’area è stata comperata molto tempo prima a prezzi agricoli e poi quando è il momento, ottenendo le destinazioni d’uso più lucrose si incamera la rendita. Inoltre le imprese ascrivono fra i costi gli interessi per i prestiti presso le banche, mentre siccome di prassi vendono le case prima di costruirle, i costi per gli interessi li pagano i compratori e non loro. Costi gonfiati che fanno sì che il prof Roberto Camagni (professore ordinario di Economia urbana al Politecnico di Milano) in una recente conferenza abbia parlato di un profitto del 9% denunciato dai costruttori dei programmi integrati a Milano contro uno reale del 97%.

I rischio è che la politica abitativa proposta dalla Regione Toscana rafforzi la segregazione sociale dove c’è e la crei dove non c’è ancora. Infatti le finalità dello statuto dell’edilizia sociale [4] sono:

- le soluzioni al disagio abitativo vanno individuate “secondo articolazioni di area vasta”, a prima vista sembra positivo perché appare che il problema venga affrontato alla scala appropriata, purtroppo è solo un escamotage, infatti nel concreto vuole dire che nell’area vasta il problema potrà essere “risolto”, guarda caso, nelle aree più periferiche o comunque meno pregiate per il mercato;

- valorizzare il ruolo dell’associazionismo, del volontariato e “di tutti i soggetti in grado di concorrere alla ricerca di soluzioni alloggiative per situazioni di maggiore gravità e urgenza”, che possono comprendere l’accompagnamento sociale: questa scelta comporta una grave segregazione sociale e un trattamento da minorati per persone che invece sono semplicemente (e drammaticamente) prive di reddito, di proprietà e/o di un lavoro congruamente retribuito;

- sollecitare e orientare “la partecipazione dei privati nella realizzazione di programmi integrati di riqualificazione urbana finalizzati all’incremento e alla diversificazione dell’offerta di abitazioni a canone calmierato”; per sollecitare e orientare le amministrazioni pattuiscono scambi ineguali e cessione gratuita di beni comuni;

- riferire “la fissazione dei requisiti per l’accesso e la permanenza nel patrimonio residenziale pubblico ai caratteri quali-quantitativi e localizzativi dei diversi segmenti dell’offerta di edilizia sociale e in ragione delle condizioni familiari, economiche e alloggiative dei richiedenti, da parametrarsi in modo uniforme su tutto il territorio regionale”; di fatto si tratta di un ingresso trionfale delle ragioni e dei criteri del mercato immobiliare nell’edilizia residenziale pubblica. In parole semplici significa estorcere quanto più possibile dall’inquilino e legare ogni qualità a un prezzo;

- “articolare l’offerta di abitazioni in locazione a canoni regolati in ragione dei diversi segmenti della domanda sociale, in funzione di una più equa e razionale utilizzazione dell’edilizia residenziale pubblica…[5], ma in una intervista [6] l’assessore regionale Conti è ancora più esplicito: invocando “una politica legata a un’idea di città che sia strumento di attuazione delle strategie, non di svalutazione delle aree, come accadeva in molti casi per i PEEP” (ndr piani di edilizia economica e popolare) afferma che “questo è possibile attraverso un ampliamento e una diversificazione dell’offerta pubblica di abitazioni che è la condizione per una più equa e dinamica utilizzazione del patrimonio a canone sociale e un modo per favorire l’uscita dall’Erp di chi pur non avendo più i requisiti di reddito non è comunque in grado di accedere al mercato privato”. Vuole dire lasciare nelle case a canone sociale (di proprietà di Casa Spa) solo le persone che hanno un reddito inferiore al massimo consentito (13.000 euro annue, somma dei redditi di tutti i conviventi, computati al 60 % per lavoratori dipendenti e pensionati). Apparentemente giusto in realtà crea ghettizzazione e non certo integrazione: nelle case a canone sociale dovranno abitare solo casi di povertà estremi.

L’unico vero vincolo per gli interventi di edilizia residenziale pubblica (ERP) è l’immediata cantierabilità, tempi certi per inizio e ultimazione dei lavori.

L’assessore regionale Conti nell’intervista citata[7] indica come positivo il fatto che il Comune di Firenze abbia introdotto la norma che in ogni nuovo insediamento il 20% sia destinato a Edilizia residenziale pubblica. Ma vediamo di che 20% si tratta. Nel caso dell’area Belfiore su via Benedetto Marcelli, ex Fiat, gestita dalla Società Belfiore Spa (posseduta al 100% da Fidia SPA, il cui presidente Riccardo Fusi è il presidente della Baldassini, Tognozzi e Pontello) destinata ad albergo, il 23/2/2005 (DGC 2005/G/00966 – 2005/01145) un accordo fra società Belfiore spa e Comune prevede di riservare alla “residenza, nella forma della locazione abitativa temporanea (ndr. per 10 anni), una quota pari al 20% della superficie utile lorda complessiva dell’intervento come individuato nelle tavole… del piano di recupero”. Ma prevede di realizzare gli alloggi in affitto temporaneo non nell’area Belfiore, ma “in altro complesso immobiliare in corso di costruzione posto in Firenze tra via Toscanini e la via Respighi..e precisamente negli alloggi… di proprietà Società parco delle cascine spa con sede in Firenze via Baracca 9”.

Va aperta una parentesi sull’uso dei termini che talvolta rende poco chiaro il bilancio fra edilizia davvero sociale, a canone sociale in affitto, ed edilizia in vendita costruita da cooperative ed imprese con finanziamenti pubblici. L’edilizia residenziale pubblica comprende edilizia sovvenzionata, cioè quella con i canoni sociali, ma anche l’edilizia agevolata e convenzionata (entrambe il più delle volte case da cedere in proprietà costruite da parte di cooperative ed imprese con finanziamenti pubblici). La terminologia più antica che data 1919[8] prevede la distinzione fra le case economiche e quelle popolari. Le prime erano le case di proprietà del Comune o degli IACP, assegnate in locazione, destinate agli operai. Le case popolari, destinate agli impiegati, erano costruite da cooperative e assegnate ai soci in proprietà anche individuale (oppure erano assegnate in affitto nel caso di cooperative a proprietà indivisa). Un po’ di confusione ha creato il fatto che ci sono case sovvenzionate (cioè con pesanti sovvenzioni pubbliche a fondo perduto) che sono cedute in proprietà. Ora si è aggiunto il termine housing sociale con il quale talvolta si designano le case da affittare a canone calmierato, costruite da imprese e cooperative con finanziamenti pubblici e facilitazioni di vario tipo. Quindi quando si leggono i dati sull’edilizia residenziale pubblica bisogna considerare che comprendono anche la costruzione sussidiata di case da vendere a prezzi un po’ inferiori a quelli di mercato e che poi, dopo 5 anni possono essere vendute sul libero mercato, con qualche vantaggio individuale, ma anche con un costo sociale che non contribuisce certo a risolvere la questione abitativa..

Nei discorsi sulla casa da un po’ la Regione si è accorta che ci sono “fasce sociali sin qui escluse da ogni provvedimento perché collocate appena al di sopra delle soglie minime per l’accesso agli alloggi di edilizia sociale ma impossibilitate a muoversi nel libero mercato con i prezzi inaccessibili che esso propone”. Per questa fascia di popolazione prevede gli alloggi a costo intermedio del tipo delle 20.000 case in affitto: edilizia agevolata cioè con finanziamenti pubblici e prezzi di affitto controllato, che risultano comunque troppo alti e ben al di sopra di quelli della vecchia “sovvenzionata”.

Se numerosi gruppi sociali che non possono accedere al mercato non sono ammessi neppure all’edilizia a canone sociale ci sono due semplici soluzioni che agiscono su questi due supposti vincoli che una Regione ha tutto il potere di correggere, visto che ha competenze nella programmazione delle risorse destinate al settore dell’edilizia residenziale pubblica; nella gestione ed attuazione degli interventi, nell’assegnazione degli alloggi e la determinazione dei relativi canoni:

- uno è modificare le regole di accesso all’edilizia a canone sociale, elevando il livello massimo di reddito consentito e ammettendo a pieno titolo anche i singoli, i giovani, gli anziani, le coppie senza figli e altri tipi di convivenza anche in gruppo. La logica democristiana e buonista ha sempre dato la precedenza a chi aveva numerosi figli, più erano meglio era, e alla povertà (chi non era abbastanza povero doveva/poteva comprasi la casa con i mutui agevolati). Ma anche chi non ha figli e ha redditi bassi non può accedere al mercato. O meglio può accedere al mercato a patto di comprimere la qualità dell’abitare attraverso il sovraffollamento (5/10 in un alloggio), o comunque attraverso la coabitazione forzata con familiari o amici, o attraverso l’utilizzo di locali che non sono o non dovrebbero essere abitabili (cantine, soffitte etc).

- regolare gli affitti (tutti) e imporre che non superino un tetto dipendente dalla qualità dell’alloggio (che dipende dal costo di produzione dell’alloggio) e non dalla localizzazione il cui prezzo dipende da una qualità prodotta (e pagata) collettivamente e non dal costruttore. La regolazione degli affitti nei Paesi Bassi dall’inizio del XX secolo ha seguito questa strada e ha permesso un vasto accesso alla casa in affitto a prezzi veramente accessibili. Contemporaneamente, visto che sembrano mancare, è necessario varare apposite leggi e regolamenti che puniscano duramente (con l’esproprio a costo zero) chi affitta locali non abitabili, assegnando la responsabilità dell’uso reale di quanto viene affittato ai proprietari e non agli inquilini. Recentemente abbiamo letto che famiglie vivevano in cantine pagandole 600 euro al mese. Fatti di questo genere non devono essere tollerati (ricordate, la legalità?).

Contemporaneamente è ovviamente necessario realizzare edilizia in proprietà pubblica da affittare a canoni sociali in quantità sufficiente a risolvere la domanda, come si propone nella parte conclusiva del saggio già citato nella nota 1.

Alcuni dati: a Londra il 50% delle nuove costruzioni devono essere “affordable housing” (case a prezzi accessibili). In Francia l’obiettivo è che il 20% dello stock abitativo debba essere sociale (non si adotta la percentuale solo per la nuova costruzione, ma la percentuale da raggiungere è sullo stock complessivo esistente). In Catalogna lo standard prescrive che dal 20 al 30% dello stock debba essere di edilizia sociale. Insomma in Italia per raggiungere un tale standard dovremmo avvertire BTP, Coop. Unica, Lorenzo Giudici, Fratini, Ligresti, Coppola, che da ora in poi, ci dispiace ma si possono costruire solo case di edilizia sociale in affitto a canone sociale.

La percentuale di alloggi di edilizia sociale in rapporto al totale di alloggi esistenti è:

in Olanda il 35%; in Danimarca il 19%, in Francia il 16% e in Italia in 4%.

In ultima istanza si tratta di liberare spazio a

LA CITTÀ IN COMUNE

La qualità del vivere la città, il diritto alla città, è composta da una pluralità di caratteristiche e di possibilità, di fruizioni, funzioni e di invenzioni. Non può essercene una senza le altre. Ci vogliono tutte insieme, ed è la loro contemporanea presenza che ci dà il senso di cosa significhi vivere in modo soddisfacente in una città o di cosa dovrebbe e potrebbe significare: la casa ma anche i servizi, ma anche il tessuto connettivo, la qualità dell’aria e dell’acqua, del suolo, di tutto l’ambiente, i luoghi di incontro e di apprendimento, di cultura e d’arte, la creatività e la capacità di imparare. Tutti necessari come non si può dire che basti l’acqua o il cibo o la felicità da sole a farci vivere, sono tutte necessarie.

Purtroppo nella vita di tutti noi c’è l’esperienza simile seppur diversa di porte chiuse, giardini recintati, spazi e accessi negati: per proprietà, per prepotenza. Eppure la città nasce per la presenza di spazi comuni di scambio, di incontro. Senza quelli non ha senso avere una città.

“…la città è una proprietà comune dei suoi abitanti. E’, in senso economico, un bene pubblico… il valore astronomico assegnato al centro della città emerge solamente dal fatto che è al centro delle attività di milioni di persone. Loro, non i proprietari, hanno creato questi valori, che evidentemente appartengono ai cittadini” (Colin Ward)

Nei percorsi fra la ricerca di tutto quello di cui avremmo bisogno e il suo ottenimento, individuale o collettivo, ci imbattiamo nella privatizzazione di quelli che rivendichiamo come beni comuni. E’ l’accumulazione da espropriazione che significa espropriare qualcuno dei suoi beni o dei suoi diritti per l’accrescimento del capitale privato. I diritti che tradizionalmente sono stati proprietà comune vengono espropriati attraverso la privatizzazione. La privatizzazione dell’acqua impone che la si paghi a chi se ne è appropriato, e ora ne è proprietario o gestore, mentre tutti dovrebbero avere accesso a questo bene comune. Quando i settori pubblici, come la scuola o la sanità, si vedono sottratti i finanziamenti pubblici, sempre più persone devono rivolgersi al settore privato. E anche in questo caso qualcuno accumula grazie a questa privatizzazione. La proprietà privata della terra, la cui privatizzazione ha una lunga storia, da sempre ostacola la risposta universale ai più elementari bisogni di alloggio e di spazio sociale e pubblico. Ma blocca anche qualsiasi tentativo di salvaguardare e di proteggere l’interesse collettivo, in modo efficace e definitivo, dalla voracità insaziabile dei grandi proprietari e delle imprese immobiliari, che talvolta la pianificazione territoriale pubblica ha cercato di proporre. Anche l’inquinamento dell’aria e dell’acqua si configura come una privatizzazione, perché ci viene sottratta aria ed acqua di qualità da chi usa e deteriora questo patrimonio comune per il proprio vantaggio economico; basti pensare alle industrie che inquinano per risparmiare sui depuratori o per non spendere su innovazioni che permettano produzioni davvero pulite. L’accumulazione da espropriazione comporta la sottrazione di diritti universali, e la loro privatizzazione in modo che diventino una responsabilità individuale, invece che responsabilità sociale.

C’è più che un filo che lega la questione del diritto alla città e all'accesso alla terra (casa, servizi sociali, spazi pubblici e di comunicazione, spazi sociali e culturali) e le questioni degli elementi e dei processi naturali (acqua, suolo, aria, flora e fauna, ambiente, loro qualità e lotta agli inquinamenti, compresa la questione dei rifiuti e delle nocività), dei servizi a rete privatizzati o in via di privatizzazione (acqua, energia, trasporto pubblico, rifiuti, telefoni..). C’è la nostra vita a legarli e una domanda che li vede come premesse minime tutte necessarie e irrinunciabili.

Noi diciamo che sono beni comuni (in forma di risposte ai bisogni e in forma di qualità del vivere), ma c'è chi li vede e li tratta come risorse da sfruttare e come merci. E questo ci impone di affrontare anche le ragioni economiche della loro sottrazione: rendita fondiaria, profitto, tipo di produzione delle merci (cosa, quanto, per chi) in generale e la connessa generazione abnorme di rifiuti, questione nocività e tariffe, la produzione dell’ambiente costruito. E ci impone anche di affrontare chi e quali imprese, talvolta multinazionali, sono gli attori, i promotori di questi investimenti e gli accaparratori di profitti e rendite. E il ruolo della pubbliche amministrazioni in questo gioco. La centralità della rendita fondiaria nell'analisi del territorio risiede nel suo ruolo strutturale nel localizzare (o situare) le attività (e le classi sociali, gruppi sociali) sul territorio. Con tendenza alla segregazione sociale e funzionale.

In questi anni abbiamo visto nascere e crescere lotte per l’accesso alla casa e ai servizi pubblici, contro gli sfratti e gli sgomberi, per spazi sociali e collettivi, contro le innumerevoli speculazioni immobiliari volte a costruire a spese di tutti per il vantaggio di pochi, contro gli inceneritori, i rigassificatori, contro l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, della terra, contro l’elettrosmog, per la salvaguardia della nostra salute e della qualità dell’ambiente in cui viviamo e di cui facciamo parte, per la qualità del servizio e per i diritti dei lavoratori del trasporto pubblico locale, per la proprietà comune e la gestione pubblica di tutti i servizi: gas, elettricità, acqua, trasporto pubblico…ma anche dell’intero territorio..

Che cosa hanno in comune?

Invece della città per pochi e della città divisa…

LA CITTÀ IN COMUNE

È fatta di infinite proposte possibili, ma anche di principi inviolabili e irrinunciabili:

- uguaglianza nella diversità, impedendo che presunte differenze escludano dai diritti;

- nessun diritto individuale o collettivo può comprendere diritti su altre persone (per esempio sulle donne), tali da pregiudicarne il diritto all’autodeterminazione;

- non è ammessa nessuna giustificazione alla violenza sulle donne e alla sottrazione del diritto di tutte all’autodeterminazione. Tre principi fondamentali: integrità fisica (del corpo femminile) come bene indisponibile; inviolabilità del corpo (femminile); autodeterminazione (delle donne);

- integrità fisica, inviolabilità del corpo (nessuna ammissibilità a nessuna forma di tortura), autodeterminazione per tutti (abbiamo sottolineato in particolare questi stessi diritti per le donne perché sono sotto attacco);

- non ammissibilità dello sfruttamento delle persone (nessun diritto individuale o collettivo può comprendere il diritto di sfruttamento di altre persone);

- non ammissibilità della distruzione e dello sfruttamento della natura e promozione di usi degli elementi naturali che garantiscano la loro riproduzione e così facendo la nostra stessa salute e benessere;

- uso comune dei beni e servizi territoriali senza che nessuno ne possa pregiudicare l’uso e la fruizione da parte degli altri attraverso la proprietà privata, la dissipazione, la distruzione o l’inquinamento;

- nessun confine per le persone; libertà di circolazione e di movimento per tutte;

- reddito (e servizi sociali, compresi casa e diritto alla città) per tutti.

La città come bene comune è

LA CITTÀ IN COMUNE

[1] Una circostanziata critica alla realizzazione fiorentina del “Programma 20000 case in affitto” si trova nell’articolo pubblicato sul sito eddyburg: Marvi Maggio, “La casa a Firenze. Alloggi in affitto a che prezzo?”

[2] Ibidem.

[3] Gibelli, M.C., “Tre famiglie di piani strategici: verso un modello reticolare e visionario” in Curti F., Gibelli M.C. (editor), Pianificazione strategica e gestione dello sviluppo urbano, Alinea, Firenze, 1996.

[4] Regione Toscana, Giunta Regionale, Direzione generale delle politiche territoriali ambientali, Settore politiche abitative e riqualificazione degli insediamenti - edilizia residenziale pubblica, Verso lo statuto dell’edilizia sociale, settembre 2006.

[5] Ibidem, pag.9.

[6], “Intervista a Riccardo Conti, Assessore al territorio ed alle infrastrutture della Regione Toscana, di Leonardo Rignanese”, Urbanistica Informazioni, n.2007, maggio-giugno 2006, pag,69.

[7] Ibidem, pag.69.

[8] Vedi Lodovico Meneghetti, “La casa della città pubblica” in http://eddyburg.it.

Un bravo a Richard Burdett che intende dedicare una parte della Biennale alle grandi città che punteggiano il nostro mondo. Una scelta che finalmente dilata l’orizzonte di questa manifestazione, fatto ancor più importante in un periodo in cui invece gli orizzonti della cultura vanno preoccupantemente restringendosi, all’università per esempio.

Un bravo perché la scelta non avrebbe potuto essere più tempestiva, visto che proprio quest’anno per la prima volta la popolazione del pianeta è diventata in maggioranza urbana. Un passaggio che alcuni definiscono epocale e che è avvenuto prima di tutto per la spinta all’urbanizzazione dei paesi del Sud del mondo. Infatti, tra le grandi città molte, moltissime, sono nei paesi in sviluppo di cui quelle presentate alla Biennale - Bogotá, Caracas, Città del Messico e San Paolo in America Latina, Johannesburg e il Cairo, Mumbai e Istanbul - costituiscono solo un - buon - campione.

Infine un bravo perché è una scelta coraggiosa. Si tratta in realtà di un tema non semplice da mettere in mostra, che è quello che la Biennale è tenuta a fare essendo appunto una rassegna di architettura. Una scelta difficile di per sé, dato che nel Sud del mondo, anche nelle grandi città, di interventi da mostrare non ce ne sono poi tanti: certo a Città del Messico o a Johannesburg si costruisce, ma in generale secondo uno stile internazionale che si ritrova un po’ dappertutto e su cui non vale particolarmente la pena soffermarsi. Ma è poi ancor più difficile dato che - di nuovo molto giustamente - Burdett vuole raccontare non solo il costruito delle città selezionate, ma le loro condizioni di vita, riconducendo "la struttura fisica delle città - gli edifici, gli spazi e le strade - e i progettisti - architetti, urbanisti e designer - alle dimensioni culturali ed economiche dell'esistenza urbana, sociale, culturale". Insomma, una Biennale che va al di là delle forme dell’architettura, per interrogarsi e interrogare sulle relazioni tra i processi della trasformazione sociale e quelli della trasformazione dello spazio, tra i caratteri dell’urbanistica e dell’architettura e le forme della società che le ospitano.

Detto questo, qualche perplessità l’impostazione di questa Biennale me la suscita. Non poche e non piccole.

Partiamo dagli elementi concettuali su cui si muove Burdett per costruire la mostra, come si possono desumere da Urban Age, il programma sul futuro delle città da lui diretto alla London School of Economics. I temi sono quelli dell’occupazione e dei luoghi del lavoro, della mobilità e i trasporti, della sfera pubblica e degli spazi urbani, della casa e dello spazio collettivo al fine di indagare le relazioni tra trasformazioni materiali della città e processi economici, sociali e politici che ne stanno alla base. Temi tutti, come è evidente, centrali per il futuro della città: investimenti e dunque opportunità di lavoro, identità sociale e architetture prive di specificità, neutrali, globalizzate, o ancora la questione di come il sistema dei trasporti e le forme della mobilità incidono sui modi di vivere la città, quella della segmentazione residenziale e della frammentazione dello spazio urbano.

Il dubbio profondo è che abbia senso prospettare l’idea che questi temi abbiano la stessa importanza a Londra e a Lagos, che se queste sono priorità a New York lo siano anche a Johannesburg, che ciò che sta avvenendo a Shanghai abbia qualcosa a che vedere con le trasformazioni di Città del Messico, o a Berlino. Siamo sicuri che le questioni centrali per l’equità e l’efficienza delle città del Sud del mondo si possano mettere in mostra come si mostrano Canary Wharf, il progetto per Ground Zero o anche quello della ristrutturazione della Fiera a Milano?

Se proviamo a mettere ordine in alcune delle priorità che a me sembra Caracas, il Cairo o Mumbai abbiano di fronte, allora il dubbio diventa inquietudine, forse anche irritazione, perché la Biennale rischia di sviare l’attenzione dai nodi veri e quindi di aggiungere guasti a quelli che urbanisti e architetti hanno prodotto e continuano a produrre in queste città.

Due questioni, tra le molte, moltissime altre.

Mumbai (come Lagos o Dacca o tante altre) cresce ogni anno di circa mezzo milione di abitanti, il che significa, per dare un’idea, di una Bologna più una Ferrara; Bogotá e Joannesburg solo di una Ferrara. Una Bologna e una Ferrara fatta quasi tutta di poveri, di gente che in larga parte non sa come arrivare a domani. Ogni anno, tutti gli anni da molti anni a questa parte e per molti anni a venire. Burdett questo lo sa benissimo e anche ce lo ricorda. Quello che però omette di segnalare è che per far fronte a questa crescita, nella maggior parte dei casi a disposizione dei governi c’è qualche euro l’anno per persona che, tolto quello che serve a far funzionare la città che c’è già, lascia pochi spiccioli per fare gli investimenti che sarebbero necessari. Dove va bene, come a Città del Messico o a San Paolo, l’ordine è di qualche euro. Certo, è impressionante il cambiamento avvenuto a Bogotá grazie a Transmilenio, il sistema di trasporto collettivo che, insieme a una serie di altri interventi sullo spazio pubblico, ha migliorato significativamente la qualità urbana nella capitale colombiana. Bravissimi i quattro sindaci che si sono susseguiti nel tempo e che per ormai quindici anni hanno tenuto fermo questo obiettivo. Però sono poche le città che come Bogotá, insieme a questa continuità politica, possono contare su una Compagnia dell’Elettricità da mettere in vendita per finanziare la quantità di investimenti pubblici che sono stati realizzati in questi anni.

A differenza di Burdett, io non penso affatto che "per architetti, urbanisti o i sindaci il problema sia quello di come pianificare le infrastrutture e lo sviluppo senza ostacolare la crescita e promuovendo allo stesso tempo i benefici economici e sociali della prossimità e della complessità in sistemi urbani compatti". Il problema, no, non il problema, il fatto è che le grandi città (ma non solo) del Sud del mondo crescono, come popolazione, attività, estensione, a velocità altre da quelle che hanno conosciuto Londra, New York o Milano quando ancora crescevano, con capacità istituzionali e tecniche spesso modeste. Per questo obiettivi e risultati non possono che essere altri da quelli che si propongono a Londra, New York o Milano.

Seconda considerazione. Le città del Sud del mondo, in misura diversa ma comunque sempre rilevante, vengono fatte – intendo materialmente – dagli abitanti. I numeri sono approssimati e approssimativi, ma si calcola che il numero di persone che oggi ha come sola alternativa un alloggio in uno slum è di un miliardo, un terzo della popolazione urbana del pianeta e che, ovviamente, quasi tutto questo miliardo sta in città dei paesi in sviluppo. Da qui al 2020, se tutto va bene, saranno diventate un miliardo e mezzo, altrimenti ben di più. Tutta gente che lavora e sempre più lavorerà facendo i mestieri improbabili, mal pagati e precari dell’informale, dove sempre più persone sono sospinte dalla globalizzazione e dalla competizione tra città.

In questo scenario davvero non capisco come si possa sostenere che a Città del Messico "gli alloggi dei quartieri poveri sono sovraffollati o mancano di aria e di luce perché non si seguono adeguati principi di progettazione", e non perché la gente non ha abbastanza soldi per permettersi alternative migliori. Come se gli abitanti di Città del Messico fossero incapaci o tonti, o entrambe le cose.

Davvero non capisco come si possa pensare che l’architettura abbia un ruolo significativo rispetto alle questioni cruciali che le città del Sud hanno di fronte, come una maggiore equità sociale e un più efficiente funzionamento, per riuscire in qualche modo a competere.

Sulla questione dell’inclusione sociale il Brasile di Lula ha seguito una politica chiara. L’inclusione sociale, il diritto alla città si garantiscono da un lato fornendo condizioni di vita decenti, cioè prima di tutto servizi igienici e acqua potabile, se necessario sovvenzionandoli per garantirli anche a chi non può "comprarli", a costo di scontrarsi con la Banca Mondiale e con le sue politiche liberiste; dall’altro promuovendo una effettiva partecipazione alle scelte. Il bilancio partecipativo o le due Conferências Nacionales das Cidades, con la partecipazione di istituzioni, associazioni, movimenti, non sono facili da mostrare, ma sono stati il motore della politica urbana nel Brasile di Lula.

Burdett ha probabilmente ragione quando afferma che con l’incremento dei valori fondiari e immobiliari che hanno prodotto a Londra, New York o Berlino, i grandi progetti sono andati a beneficio di tutta la città e non solo dei privati che li hanno promossi e realizzati. Anche se per gli abitanti di Bilbao il Guggenheim significa più tasse da pagare per un bel numero di anni e se, per poter dire che l’operazione ha davvero funzionato, occorrerebbe valutare quali altre alternative di allocazione delle risorse erano possibili. Ma quando si parla di città del Sud del mondo, la cautela deve essere molto ma molto maggiore. Meccanismi di distribuzione della rendita a Mumbai, Johannesburg o Città del Messico o non ci sono, o se ci sono nella maggior parte dei casi sono fortemente distorti, cioè non vanno affatto a beneficio della popolazione povera e delle parti di città dove questa vive.

C’è da chiedersi dunque quale "servizio" la Biennale in realtà fa alle grandi città del Sud del mondo attraverso il messaggio che manda, come si usa dire, al grande pubblico. Io credo quanto meno discutibile. Nelle città del Sud del mondo i grandi progetti architettonici e urbani, dove esistono, riguardano esclusivamente le élites urbane, quelle della globalizzazione. Operazioni come Lima Faria a San Paolo, Sandton a Johannesburg o Lomas de Santa Fé a Città del Messico non hanno fatto altro che frammentare ulteriormente lo spazio urbano, approfondendo la polarizzazione e l’esclusione sociale. La grandissima maggioranza degli abitanti di queste città continua a lottare per avere riconosciuto il proprio diritto a restare dove da anni si è costruita una casa per quanto precaria (la regolarizzazione fondiaria), per avere l’acqua potabile almeno qualche ora al giorno possibilmente a prezzi accessibili, per disporre di una latrina per famiglia, per un lavoro meno precario.

Per questo trovo quanto meno preoccupante l’idea di un "manifesto per le città del ventunesimo secolo", che suggerisce possibili scenari comuni tra le città del Sud e del Nord. Un’idea profondamente errata perchè oscura le differenze e delinea percorsi similari, (ri)prospettando per il progetto di architettura e per il disegno urbano un ruolo che la realtà delle cose, nelle città del Sud, da tempo ha mostrato non essere proponibile.

Se il 2006 doveva essere l'anno della svolta per Venezia, la svolta non c'è stata. È stato l'anno del Mose, della polemica con Roma sul cinema, dell'avvio del nuovo Palazzo del Lido, della riapertura di Palazzo Grassi e del dibattito culturale e politico sul futuro di Punta della Dogana, ma non è stato ancora l'anno del ponte di Calatrava (questione di giorni). Come dire: tutti i progetti importanti sono arrivati da fuori. Il Mose l'hanno voluto i governi di centrodestra e centrosinistra, per riaprire Palazzo Grassi c'è voluto Pinault e per Punta della Dogana, se non sarà Pinault, toccherà comunque a una cordata non veneziana, guidata dalla Guggenheim. Aeroporto e Porto hanno visto aumentare i loro traffici, ma i trasporti locali soffrono ancora del sovraccarico dei turisti. Si sono messe le basi per ristrutturare il Tronchetto, per il people mover, per il tram e per un nuovo parcheggio in Marittima, ma la mobilità delle persone e la distribuzione delle merci in centro storico non sono ancora state riorganizzate. Che fine ha fatto il vecchio piano sulla logistica? Quando partiranno i nuovi terminal di Fusina e Tessera che toglieranno il centro storico dalla dipendenza dal Ponte della Libertà, l'unico cordone ombelicale che tiene unite la città di mare e la città di terra? È stata avviata la raccolta differenziata, ma c'è ancora chi differenzia a modo suo, gettando le immondizie in canale dalla finestra di casa o chi intende il porta a porta come portare i rifiuti davanti la porta di casa del vicino. Ciascuno può vedere con i propri occhi e giudicare quello che è stato fatto, quello che non è stato fatto e intuire quello che si farà. Ma Venezia non è solo progetti visibili, non è solo eventi, feste e cultura. Il 2006 non è stato l'anno della svolta perché non basta un'opera o un progetto per cambiare marcia, non si può fissare la svolta su una data del calendario. Il vero male di Venezia in realtà serpeggia sotto e sembra muoversi come i topi nelle calli, strisciando lungo i muri. Per questo male ci vuole una cura lunga che ancora non si vede. Nei giorni che hanno preceduto le festività natalizie, passeggiando per il centro storico, si transitava in calli e campi pressoché deserti. È la conferma che la vita e la vitalità di questa città dipendono dai turisti. Si sapeva, ma scoprirlo "sul campo" fa sempre un certo effetto.

Di nuovo c'è che nel 2006 è parso di respirare una rassegnazione crescente da parte dei veneziani. Le solite battaglie - contro il moto ondoso, contro lo spopolamento, contro la deriva turistica - paiono combattute da un esercito logoro e in disarmo.

Se nessuno - cittadino o istituzione - reagisce quando un hotel trasforma in camere appartamenti destinati all'edilizia residenziale; se nessuno si domanda perché mai i veneziani, con operazioni urbanistiche non accompagnate da trasformazioni sociali, dovrebbero rassegnarsi a trasferirsi ai margini della città (Santa Marta, Celestia, Giudecca) perché i sestieri centrali ormai territorio di seconde case e bed & breakfast; se nessuno si chiede di chi è la responsabilità di decine e decine di milioni di euro di legge speciale (soldi pubblici) elargiti in 30 anni anche per fermare l'esodo demografico ed economico, ma evidentemente spesi male o non spesi, visto che la città si spopola di residenti e imprese; se nessuno si domanda come mai la Curia sente il bisogno di ricorrere al microcredito, come avviene nei Paesi del terzo mondo, per sostenere un numero sempre maggiore di famiglie del ceto medio che non ce la fanno ad arrivare a fine mese; se nessuno si domanda perché, con due Università prestigiose, è difficile che un giovane dopo la laurea si fermi a vivere e lavorare in questa città; se tutto questo è stato assimilato come un male con cui ci si abitua a vivere, tanto vale invocare che qualcuno stacchi la spina.La soluzione ai problemi del turismo non può essere qualche tabellone con il decalogo dei comportamenti lasciato marcire attorno a Piazza San Marco, nè qualche commovente e stoico appello gracchiato sui vaporetti che invita a tenere pulita Venezia. In città si sprecano i dibattiti, ma nel luogo dove il dibattito viene istituzionalizzato - il consiglio comunale - si discute sempre meno. Le decisioni che contano, anche per come è fatta la legge sulle amministrazioni locali, vengono adottate spesso in giunta o con determine dirigenziali che a volte risultano sconosciute anche agli stessi assessori. E certe riunioni di Municipalità assomigliano più a reality show che a palestre di buongoverno. Sperare in una svolta che arrivi dalla società civile sembra un'utopia. La classe degli intellettuali locali invecchia, si assottiglia con il tempo e somiglia a un club di Cassandre. Quella economica è proiettata all'auto-conservazione. Decenni di turismo di bassa qualità hanno prodotto un ceto imprenditoriale su misura - le tanto invocate "categorie" - frammentato, blindato con logiche corporative e qualitativamente livellato verso il basso, salvo rare eccezioni. Il connubio tra cervello e portafoglio, tra capacità intellettuale e capacità imprenditoriale, si è spezzato da anni. Chi dice che a Venezia manca una classe dirigente e imprenditoriale ha però ragione a metà e compie l'errore di guardare solo al di qua del ponte. Perché la vera classe dirigente cittadina ormai è a Mestre, figlia di quei veneziani emigrati in terraferma, dove si sta formando una generazione di imprenditori e professionisti, che però sono pur sempre veneziani. Se è vero che la città è una e indivisibile, uno dei semi della rinascita ce l'ha già al suo interno. Davide Scalzotto

Non c’è niente da fare: quando arriva, arriva. Ovviamente ci stavo già dentro fino al collo, ma non saltava tanto all’occhio. Comincia allo svincolo delle due arterie principali, ancora nel fitto dell’area metropolitana. Si guida a zig-zag spostandosi fra le corsie per imboccare quella giusta, e nei varchi fra le rampe e gli angoli di motel e uffici si vede per la prima volta qualcosa di simile alla linea dell’orizzonte, tagliata dal grigio delle montagne, con qualche ciuffo bianco di neve o di nubi sulla cima.

Periodo natalizio, visite di cortesia, scambi di auguri e qualche regalino, si sa. Stavolta tocca alla coppia di amici di infanzia, con la variante che non passano le feste a casa, ma in quella che lui chiama la sua capanna di tronchi, in qualche posto là in fondo aggrappato alle montagne, un centinaio di chilometri più a nord. È in allegra e numerosa compagnia, a giudicare dal robusto traffico che mi accompagna per parecchie decine di chilometri, fino a raggiungere le prime alture e le gallerie, stipando tutte e quattro le corsie della superstrada di SUV, camion, pick-up, più qualche rara auto normale come la mia.


Il corteo autorizzato di lamiere assortite si sposta verso nord, e inizia a dispiegarsi il classico miraggio suburbano. Le montagne stanno là in fondo, apparentemente vicinissime nella luce limpida del mattino, a dare un gran senso di respiro e spazio aperto. Quello in cui ci stiamo muovendo, però, è uno spazio assai poco aperto, per non dire claustrofobico: lottizzazioni di villette sparse su qualunque altura, balza, poggio; edifici industriali a gruppi attorno agli svincoli; mescolati a questi, ma raggiungibili da altre strade invisibili da qui, si intravedono gli scatoloni commerciali, qualcuno con insegne note di catene nazionali, altri a gestione locale; infine, le stazioni di servizio col bar fast food, l’angolo per le piccole riparazioni eccetera, accorpate al tracciato salvo una striscia di verde con qualche cespuglio. In breve, se è vero che per certi versi l’ambiente è assai poco “urbano”, non si vede per chilometri a occhio nudo alcuna traccia di qualcosa di diverso da edifici, strade, insegne, giardini privati, e qualche striscia di bosco lungo quello che, si indovina, deve essere il corso di un torrente.

La cosa, perfettamente identica salvo le indicazioni stradali e le insegne al neon (anche i nomi sui campanelli presumo, ma da qui non si leggono), continua per parecchie decine di minuti, fin quando le corsie della superstrada – ora sono solo tre – si infilano nel tunnel per superare la prima linea di crinale.


L’uscita dalla serie di gallerie che bucano le montagne, coincide con un brusco cambio di paesaggio. Istintivamente, chiunque (soprattutto i potenziali acquirenti di prime e seconde case) qui inizia a pensare: “ci siamo”. E da un certo punto di vista, certamente, ci siamo. Finita la pianura in cui stavano sparpagliate la grande area metropolitana e le sue tentacolari propaggini, ora attorno a noi si vedono incombenti e a portata di mano quelle cime di montagna che prima si stagliavano all’orizzonte. Ma (e questo ai potenziali acquirenti di case non ditelo, se siete un agente immobiliare) la cosa davvero diversa è la nuova prospettiva di osservazione: la superstrada è finita insieme alla serie dei tunnel, e ora il traffico si muove lungo una serie di spezzoni locali e strade “urbane” che bene o male attraversano la valle. È questa a ben vedere la differenza fondamentale.

Perché se mi guardo attorno con un briciolo di attenzione rivedo tutti, ma proprio tutti, gli elementi già elencati, con la sola parziale esclusione dei palazzetti per uffici con vetri a specchio: capannoni con o senza insegne al neon, corsie di accelerazione e decelerazione separate da cespugli spinosi, gruppi di villette più o meno distanziate o colorate, a seconda della distanza dal tracciato e/o probabile epoca di costruzione. Non mancano neppure i centri commerciali, che qui saltano davvero all’occhio nella loro totale incongruenza.


È vero che il verbo “progettare” si presta a innumerevoli tentativi di interpretazione. Dicevo che tutto, qui, è sostanzialmente identico a quanto visto dall’altra parte delle gallerie, salvo le due grandi determinanti geografiche: le montagne e la superstrada. Come si può agevolmente leggere sulle parecchie locandine della stampa locale (mentre si fanno interminabili file ai semafori, fra il parcheggio davanti alla chiesa locale e la facciata della banca annerita dagli scarichi), le montagne a quanto pare vanno benissimo così, mentre la realizzazione della strada multicorsie arroventa il dibattito locale da lustri. Nel frattempo, il mondo della “progettazione” si muove per conto proprio, apparentemente di concerto con la “pianificazione urbanistica” locale.

Progettazione e pianificazione virtualissime e fantasiose, che attingono a piene mani da sensazioni vaghe provate percorrendo il vasto mondo, riproposte qui in solido cemento e asfalto, con qualche spruzzatina di terriccio e arbusti. Brilla appunto per capacità di adattamento al contesto specifico, quella che si può certamente definire la “ virtual highway”: stazioni di servizio, lunghi affacci commerciali e relative sterminate superfici destinate alla grande distribuzione di ogni cosa, tutto allineato su entrambi i lati. Su entrambi i lati di cosa, si chiede ora il lettore più attento, se il tracciato multicorsia realizzato ce lo siamo lasciato alle spalle da decine di chilometri, e quello progettato per ora si limita a scaldare gli animi indigeni? Ma come: la virtual highway, appunto. Ognuno se la immagina come preferisce: sezione, arretramenti, arredi, gestione del traffico (che è rimasto quello sostenuto di SUV e pickup sbucati in valle dalla serie di gallerie) su rotatorie, incroci, accelerazione e decelerazione. Ma se la immagina comodamente per spezzoni il cui universo di riferimento comincia e finisce ai confini del lotto edificabile, ultima thule il cespuglio sempreverde a chiudere il parcheggio, o l’arco di legno grezzo che introduce a un rude mondo di salumi tipici o stivali in cuoio lavorazione artigianale.


I centri commerciali sono forse l’esempio più fulgido di questa peculiare pianificazione/progettazione: tutto fatto secondo le regole certo, ma quali regole? Ce n’è un esempio mirabile proprio al centro esatto della valle, a ridosso del nucleo urbano più importante, anche se naturalmente appena fuori dai suoi confini amministrativi. Ci sono tutte le costanti del repertorio, dallo scatolone principale (relativamente piccolino, ma quanto basta), a quelli “indipendenti”, nel senso che non hanno coordinato accessi e parcheggi, alle corsie di ingresso e deflusso, alla via crucis automobilistica lungo centinaia e centinaia di metri di retropanorami: aree carico-scarico; scarico e basta (nel senso di spazzatura); ingressi secondari di emergenza; puzze assortite. Manca però una cosuccia, che i nostri baldi “progettisti” forse fotocopiando il manuale del perfetto mall-designer hanno saltato per risparmiare carta: la grande arteria di traffico e smistamento.

Così il complesso di scatoloni e parcheggi, poverino, si arrangia come può, ingurgitando nel suo sistema di circolazione interna …. tutto il traffico di attraversamento della valle!


Traffico che comprende anche quello – relativamente molto corposo - generato direttamente da supermercato alimentari, sportelli bancari, lavanderia e lavasecco, bar ristoranti e fast food, ricambi auto, bowling, arredamento e arredobagno, calzature, abbigliamento … Praticamente tutto, come si capisce rapidamente una volta attraversate corsie e deflussi (percorso obbligatorio anche per chi non consuma). Imboccando una qualunque delle trasversali che si inerpicano verso il medio crinale, e i ciuffi di lottizzazioni che ci spuntano rigogliosi, si nota immediatamente e da vicino che il panorama è identico a quello intravisto dalla superstrada nelle frange esterne dell’area metropolitana.

Ovvero case, casine, casone, singole o a gruppi, con o senza garage, interrato, incorporato o aggiunto, singolo, doppio, triplo. A collegare i vari gruppi di case, una strada a sezione variabile, evidentemente concepita e realizzata a rate, rigorosamente priva di marciapiede. A parte gli edifici, i pochi spazi non dedicati ai giardini privati, o a qualche residuo praticello con pendenze impossibili (e possibilissimi cartelli di EDIFICABILE VENDESI), sono le aree di manovra davanti a qualche capannone industriale dalle funzioni non chiarissime. È un weekend di vacanze natalizie, ma non ci vuole molto a immaginare cosa deve succedere, fra la strada e quegli spazi di manovra, in un giorno qualunque, quando da lì entrano e escono mezzi pesanti, muletti, furgoni.

La capanna di tronchi degli amici di infanzia, si rivela un piccolo e grazioso ex edificio rurale a due piani in pietra, molto ben restaurato, sul ciglio del torrente. Peccato che, a parte appunto il ciglio del torrente, tutti gli altri confini del minuscolo lotto si affaccino su strisce d’asfalto, cordoli di cemento, filo spinato arrugginito, o direttamente su muri di edifici. Edifici che in un paio di casi sono da cinque piani, con buona pace dell’immaginario pionieristico, del vago odore di resina (forse è un solvente?), della mandria di SUV sparsi fra la strada e le corsie di accesso ai garage seminterrati che si sono presi tutto un ex pascolo.

Sulla porta della sedicente capanna di tronchi, un bigliettino mi avverte “SIAMO AL CENTRO COMMERCIALE”. Scoprirò più tardi che ci vanno in pratica ogni giorno: a passeggiare, a pranzare in qualche ristorante, insomma a vedere un po’ cosa offre questo ambiente di frontiera, a centoventi chilometri di fuoristrada dalla metropoli, tra le vette scintillanti che stanno a guardare.

Probabilmente aspettando che un lottizzatore valorizzi anche loro. Con materiali locali, ovvio.

Contributo a seguito del Convegno di Italia Nostra

“Dopo Monticchiello, paesaggio toscano da salvare: ripensare il governo del territorio - Firenze, 09.12.2006

Il nuovo PIT : un efficace strumento per il governo del territorio toscano, oppure un manuale di buoni consigli?”

A seguito del Convegno di cui all’oggetto e che ha visto una così ampia partecipazione di esperti e di pubblico, il Consiglio Regionale di Italia Nostra desidera trasmettere ufficialmente le proprie considerazioni e il proprio parere per rendere più efficace la disciplina del governo del territorio e la tutela dei valori paesaggistici, anche in riferimento alle bozze del nuovo PIT che la Giunta sta elaborando e che sono al momento consultabili.

Sul progetto di “Super 5” (divenuta poi LR1/2005 “Norme per il governo del territorio”) Italia Nostra organizzò a Firenze il 4 dicembre 2004 un convegno di studio con la partecipazione di esperti delle scienze del territorio e dell’assessore Riccardo Conti. Nel corso di quel convegno e nei giorni successivi, attraverso scambi con gli uffici regionali preposti, furono evidenziati oltre ad un insieme di aspetti positivi della legge - soprattutto se paragonata ad altre leggi regionali assolutamente devianti rispetto alla titolarità pubblica della pianificazione (come ad esempio la legge lombarda) - anche altri aspetti sicuramente non secondari che Italia Nostra non condivideva e rispetto ai quali furono avanzate precise osservazioni e proposte di varianti specifiche all’articolato.

Queste riserve e proposte riguardavano (e riguardano ancor oggi) da un lato le competenze di Regione, Province e Comuni, con la rinuncia a precisi compiti e poteri di coordinamento e controllo da parte della Regione, a nostro parere con uno sbilancamento eccessivo verso le autonomie locali, e dall’altro lato la richiesta di una più rigorosa ed efficace disciplina del territorio agricolo che tanto peso ha nel paesaggio toscano. Pochissime e solo marginali sono state le nostre richieste accolte poi dalla Regione nel testo definitivo approvato di questa legge.

E’ da rilevare che il modello di governo territoriale proposto dalla L.R. 1/2005 è stato oggetto, per quanto attiene la disciplina e la gestione dei beni paesaggistici, di rilievi da parte della Corte Costituzionale che con la propria sentenza n° 182 del 20 aprile-5 maggio 2006 ha dichiarato la illegittimità costituzionale di due disposizioni contenute nella L.R .n° 1/2005 (comma 3 dell’art:32 e comma 3 dell’art:34) in quanto in contrasto con il ’Codice dei beni culturali e del paesaggio’ (Dlgs 42/2004)….e questo confermando in qualche modo la giustezza di quelle nostre osservazioni.

La Corte ha sostenuto, infatti, che la disposizione legislativa regionale – il riferimento è al terzo comma dell’art. 34 della LR n° 1/2005 – sottrae “la disciplina paesaggistica dal contenuto del piano, sia esso tipicamente paesaggistico, o anche urbanistico-territoriale con specifica considerazione dei valori paesaggistici, che deve essere unitario, globale, e quindi regionale, al quale deve sottostare la pianificazione urbanistica ai livelli inferiori”.

Inoltre la Corte ha argomentato che l’art.135 del “Codice” è “tassativo, relativamente al piano paesaggistico, nell’affidarne la competenza alla Regione”, che il successivo articolo 143 elenca dettagliatamente i contenuti dello stesso piano e che l’articolo 145 definisce i rapporti con gli strumenti urbanistici dei comuni, delle città metropolitane e delle province “ secondo un modello rigidamente gerarchico ( immediata prevalenza del primo, obbligo di adeguamento dei secondi con la sola possibilità di introdurre ulteriori previsioni conformative che risultino utili ad assicurare l’ottimale salvaguardia dei valori individuati dai piani )”.

Infine la Corte ha concluso che la legislazione regionale non può porsi “in contraddizione con il sistema di organizzazione delle competenze delineato dalla legge statale a tutela del paesaggio, che costituisce un livello uniforme di tutela non derogabile”.

Il nuovo PIT è figlio della LR 1/2005 e per questo lascia ancora irrisolti la precisa argomentazione della Corte Costituzionale e l’adeguamento alle norme del Codice della L.R. stessa.

Anche rispetto a questo strumento applicativo della pianificazione territoriale (ancora in bozza) una valutazione intellettualmente onesta deve considerare la complessità e la contraddittorietà della proposta.

Se lo consideriamo dal punto di vista strettamente disciplinare e accademico, il PIT (ultima formulazione finora conosciuta è quella del 15 dicembre 2006) si presenta, nel suo complesso, dal Quadro Conoscitivo, al Documento di Piano, alla parte normativa, assai ricco, stimolante, culturalmente aggiornato: basta scorrere gli indici ed esaminare l’articolato per rendersi conto della impostazione interdisciplinare delle argomentazioni. Di questo dobbiamo dare atto e tenere conto.

Diversa è la valutazione del PIT se lo si considera dal punto di vista dell’efficacia e dell’incidenza concreta nella pianificazione e nel governo del territorio regionale, sotto il profilo della salvaguardia attiva e di un coerente sviluppo realmente sostenibile.

Innanzitutto e per evitare equivoci, ribadiamo subito che il nuovo PIT (nella bozza attuale) non presenta i contenuti di piano paesaggistico prescritti al capo III, art. 143 e seguenti del DLGS 42/2004 "Codice dei beni culturali e del paesaggio" .

Il “giallo” dell’art. 31 (bozza del 15 dicembre 2006) appare irrisolto: il piano paesaggistico, che secondo lo stesso articolo sarebbe stato già elaborato congiuntamente da Regione, Ministero dei Beni Culturali, Ministero dell’Ambiente, si presenta all’improvviso come un fantasma e come tale subito si dilegua. Rileviamo inoltre che la formazione del piano paesaggistico non è in alcun modo richiamata in altri elaborati del PIT; in particolare il piano paesaggistico non è ricompreso nella tabella che indica i piani e i programmi regionali da attivare.

A ribadire questo indirizzo, la disciplina del PIT si limita a stabilire che la Regione provvede alla implementazione progressiva della disciplina paesaggistica anche attraverso accordi di pianificazione con le Amministrazioni interessate e mediante la successiva acquisizione delle determinazioni dei Ministeri per i BB. CC. e dell’Ambiente.

Altra cosa quindi rispetto all’intesa di cui all’art. 143 del “Codice del paesaggio” che richiede che, in tale intesa, sia “stabilito il termine entro il quale deve essere completata l’elaborazione del piano (paesaggistico).

Così operando la Regione Toscana testimonia di voler continuare ad operare all’interno del proprio indirizzo di lavoro che è stato attivato per dare attuazione alla Legge Galasso: quello di non procedere alla formazione di una specifica disciplina per il paesaggio!

Ma così operando…. la Regione Toscana non soddisfa un preciso obbligo di legge.

A oltre due anni dall’entrata in vigore del “Codice Urbani” si è forse persa un’occasione per integrare organicamente lo strumento di pianificazione territoriale con il piano paesaggistico. Questa mancata integrazione pone ancora una volta problemi di efficacia rispetto ai contenuti dei due strumenti, ai tempi e ai modi di attuazione.

Nel PIT viene consolidata, anzi esaltata, la pratica toscana della collaborazione pattizia tra Regione ed Enti Locali che si manifesta nella paziente ricerca della convergenza verso comuni obiettivi. Anche l’interesse regionale – comprensivo di quello in materia di paesaggio – è esercitato nel quadro di questa cooperazione limitandosi ad essere un momento della filiera delle responsabilità inter-istituzionali.

Eppure questo modello ha mostrato segni evidenti di mancata efficacia nel governare, nell’ottica di uno sviluppo sostenibile, le trasformazioni urbanistiche e territoriali; in particolare quelle che vengono ad interessare aree paesaggisticamente rilevanti quali sono quelle agricole che connotano significativamente l’identità della Toscana.

Questo è implicitamente riconosciuto dal “Documento di Piano”, dove trattando del patrimonio collinare ( ma non solo, anche delle realtà rurali di pianura e di valle) segnala che questo patrimonio, oggi, è a forte rischio di erosione in quanto assistiamo ad una pervicace e diffusa aggressione di questi territori da parte della rendita immobiliare che agisce indifferente ai luoghi alterando così le caratteristiche strutturali dei luoghi stessi.

A questa corretta analisi non corrisponde nel PIT l’individuazione di scelte conseguenti che abbiano efficacia nella riduzione del rischio. Sostanzialmente ci si limita a dare buoni consigli, ad esortare l’adozione di linee di intervento più attente alle specificità dei luoghi….e ad auspicare che, dove necessario, gli strumenti di governo del territorio (e cioè Piani Strutturali e Regolamenti Urbanistici comunali e, per quanto di competenza, i PTC provinciali) ridefiniscano, in coerenza con l’indirizzo regionale, le proprie acquisite opzioni pianificatorie.

In questo auspicio c’è il rischio, reale, che il nuovo PIT si riveli del tutto ininfluente a modificare – sia nelle quantità che nelle localizzazioni – le previsioni contenute negli strumenti di governo del territorio vigenti.

Non solo, ma questa ininfluenza si manifesta anche sulla formazione dei Regolamenti Urbanistici comunali da definirsi in attuazione di Piani Strutturali vigenti e sulle molteplici varianti ad essi.

Tornando allo specifico del nuovo PIT ed esaminando il “Documento di Piano” si riscontra una concezione del territorio e del paesaggio molto letteraria e poco “materiale”, una sorta di lunga premessa al Piano caratterizzata però da un taglio sostanzialmente economicistico, quasi espressione di una volontà di modernismo a tutti i costi.

Con la “rappresentazione del patrimonio comune”, con le “agenzie statutarie”, con lo “statuto del territorio toscano”, con una “agenda programmatica”, con le “scelte di indirizzo, condizioni, strumenti e procedure, metaobiettivi”, in sostanza con un insieme formalmente articolato, elegante, di buoni consigli….. riteniamo non sia possibile governare efficacemente il territorio, né a livello regionale, né a livello provinciale, né a livello comunale. Il governo viene lasciato sostanzialmente alla “capacità politica” dei politici-amministratori ai vari livelli istituzionali. E’ immaginabile la forza che potranno avere i “buoni consigli” di fronte al potere economico grande e piccolo: dalla SAT dell’autostrada tirrenica, alla Fondiaria della piana fiorentina, al piccolo speculatore immobiliare di paese?

Nel PIT non si riscontrano, anzi si rifiutano nettamente, le definizioni di quantità, di localizzazioni, di perimetrazioni, definite un po’ sprezzantemente “zonizzazioni” e sostituite da “sistemi territoriali funzionali”. Il concetto di “sistema territoriale funzionale” ben esprime la complessità dei diversi ambiti, ma la pianificazione e il governo del territorio rischiano di diventare concetti evanescenti di fronte alla pressione dei poteri forti.

Innovazione, sussidiarietà e autonomie locali, patto fra i diversi livelli di governo, governance, costituiscono concetti e lessico che percorrono tutto il documento.

Perfino la definizione di “obiettivi del piano” sembra essere troppo “vincolante”, pertanto vengono indicati “metaobiettivi” con l’evidente scopo di proporre un piano non rigido, duttile, elastico, che non “ingessi” il territorio, per usare un’espressione cara ai settori economico-politici che aborrono i “lacci e lacciuoli” di una politica di programmazione-pianificazione. Dove va a finire quel “senso del limite” giustamente affermato e conclamato?

Rispetto poi alle misure di salvaguardia che dovrebbero scattare all’approvazione del PIT, consideriamo che, nella definizione dei regolamenti urbanistici in attuazione dei piani strutturali vigenti, è facoltativa l’applicazione delle disposizioni contenute nel PIT e comunque è lasciata alla singola Amministrazione comunale la verifica della congruità delle proprie previsioni alle prescrizioni del PIT.

Nella normativa del PIT emerge una concezione che vede il territorio e il paesaggio essenzialmente come fattori costitutivi del sistema economico: il territorio inteso come patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale è presente, ma sembra essere quasi un corollario del sistema economico.

E le aree economicamente deboli e in cui scarsa è l’attività edilizia sono trascurate dal documento regionale: si consideri che nella struttura del territorio toscano non è compresa la montagna che presenta proprie peculiarità sociali, territoriali e paesaggistiche e pertanto non può essere ricondotta all’interno della schematica dizione del lemma di “universo rurale della Toscana”. Si consideri il significativo ruolo che hanno le Alpi Apuane, la Dorsale Appenninica e l’Amiata nel connotare l’identità toscana e che in questo contesto sono localizzati due Parchi nazionali (Appennino Tosco-Emiliano e delle Foreste Casentinesi) e uno regionale (Alpi Apuane).

La “moderna Toscana rurale” che costituisce il corpo del paesaggio e dell’ambiente toscano sembra essere un mero complemento delle “città della toscana”.

Le “invarianti strutturali” sono indicate e descritte in una elencazione che ne evidenzia tanto la complessità quanto il rifiuto di scelte definite, quindi emerge la difficoltà di gestione concreta e vincolante da parte della pubblica amministrazione.

Un esempio: fra le invarianti strutturali rientrano anche i siti UNESCO e le ANPIL. Il “caso Monticchiello” e le decine di altre “villettopoli” ed “ecomostri” che sono diventati concreti anche se sorgevano in territori indicati come invarianti strutturali. Se poi si considera che il territorio attorno al centro storico di Monticchiello, e tanti altri, è anche collinare ..... e le colline sono anch’esse indicate nel PIT come “’invarianti strutturali”, allora qualcosa non torna in tutta questa catena di riconoscimenti di valore, di tutele e di controlli.

Altro esempio: le risorse del territorio rurale come possono essere definite anch’esse fra le “invarianti strutturali” a fronte delle devastazioni del territorio rurale maremmano da Grosseto a Civitavecchia che sarebbero prodotte dall’autostrada tirrenica voluta dalla Regione Toscana? E, sempre rispetto allo stesso esempio, come la mettiamo con quanto indicato all’art. 56.9 “la realizzazione di nuove infrastrutture è consentita quando le alternative di utilizzo o riorganizzazione non siano sufficienti e previa valutazione integrata degli effetti”? Dove sono la valutazione integrata e l’analisi costi-benefici applicate ai progetti presentati a partire dal 2000: il progetto ANAS di messa in sicurezza dell’Aurelia e quello autostradale proposto dalla SAT?

Si rileva che nella ‘bozza’ di PIT non si riscontrano né azioni, né efficaci disposizioni, né l’individuazione di strumenti e/o di procedimenti finalizzati a contrastare – al di là delle belle parole– la crescita edilizia diffusa e dispersa nei mille rivoli che portano alla rozza occupazione di significativi paesaggi toscani.

Questo in particolare si manifesta per quegli ambiti dove il fenomeno della diffusione urbana e della dispersione insediativa si manifesta con maggiore intensità: nel sistema policentrico della Toscana ( Firenze-Prato-Pistoia-Lucca e Firenze-Empoli-Pontedera-Pisa) e nel sistema della costa nelle sue diverse articolazioni.

Manca una chiara, precisa ed esplicita scelta che persegua la conservazione attiva e l’accrescimento delle dotazioni ambientali proprie di questi vasti territori. Si ritiene che la disciplina del PIT debba contenere una precisa ed efficace disposizione – che produca effetti anche in regime di salvaguardia – che esplicitamente richieda, per questi territori, l’individuazione delle discontinuità di valenza territoriale e di quelle insediative e una disciplina volta al loro mantenimento al fine di garantire la qualità ambientale dei contesti considerati.

A seguito di quanto sopra premesso e descritto, con questa nota siamo ad osservare e richiedere:

Che la normativa regionale in materia paesaggistica e del territorio e in particolare la L.R. 1/2005 (assieme alla strumentazione conseguente e in particolare la L.R. 26/2006) sia integralmente e legittimamente adeguata a quanto prescrive il Codice del Beni Culturali e del Paesaggio (D. lgs. 42/2004 e succ. modifiche) sia per quanto concerne la sub-delega ai Comuni che l’aspetto particolare della composizione delle Commissioni di Programmazione e quelle di Controllo (v. allegato 1);

Che la scelta regionale di inserire il Piano Paesaggistico all’interno dello strumento del PIT non debba avvenire a scapito della cogenza, dell’efficacia e della dettagliata normazione della tutela paesaggistica perché, come ha ribadito la Corte Costituzionale nella sentenza sopra citata “il paesaggio va rispettato come valore primario, attraverso un indirizzo unitario che superi la pluralità degli interventi delle amministrazioni locali”;

che la ‘bozza’ di PIT manca dei contenuti e, soprattutto, delle efficacie che il “Codice dei beni culturali e del paesaggio” richiede alla disciplina paesaggistica regionale comunque questa venga denominata; pertanto la disciplina paesaggistica del PIT al momento conosciuta potrebbe correttamente configurarsi come documento contenente le ‘linee guida’ regionali per poi procedere alla elaborazione del piano paesaggistico (comunque lo si voglia denominare) attraverso le collaborazioni e le intese di cui all’art. 143, comma 3, del Dlgs 42/2004. Ma questo dovrebbe essere esplicitato con chiarezza nel documento.

che il PIT dovrà contenere una precisa disposizione che con chiarezza garantisca la conservazione attiva e l’accrescimento delle dotazioni ambientali del sistema policentrico della Toscana centrale e del sistema della costa anche attraverso il mantenimento delle discontinuità territoriali ed insediative presenti in questi contesti.

che il PIT dovrà contenere reali misure di salvaguardia attraverso prescrizioni aventi diretta efficacia oltre che per la realizzazione di interventi puntuali anche sulla formazione sia degli strumenti urbanistici attuativi che dei Regolamenti Urbanistici da definirsi in attuazione di Piani Strutturali adottati precedentemete all’entrata in vigore della nuova disciplina. L’accertamento comunale della verifica di coerenza con le direttive e le prescrizioni del PIT dovrebbe essere equiparato, in regime di salvaguardia, agli atti urbanistici e come tale da sottoporre a pubblicazione e poter essere oggetto di osservazioni.

si ritiene che il PIT non debba introdurre “meccanismi perequativi” alla scala territoriale e alla qualità del paesaggio in quanto l’attivazione di questi meccanismi “che consentano il trasferimento delle sollecitazioni all’urbanizzazione in aree diverse da quelle di maggior pregio o di maggior fragilità ambientale” (come si esprime il ‘Documento di Piano’ nel trattare della conservazione attiva del valore del patrimonio “collinare”) porta inevitabilmente a dover riconoscere tali ‘sollecitazioni’ (immobiliari) e a dare ad esse una qualche risposta. Così operando si rischia di vulnerare il principio fondamentale – in più occasioni richiamato dalla Corte Costituzionale – che i vincoli ambientali e paesaggistici non sono indennizzabili. Il PIT dovrebbe stabilire con chiarezza che il paesaggio costituisce un valore e una qualità non negoziabile.

che nella ‘bozza’ di PIT manca la montagna quale elemento fondante e strutturale del territorio e del paesaggio toscano

Si ritiene inoltre che quanto fino ad ora contenuto nella pur complessa articolazione del PIT (sia per quello che concerne il Documento di Piano, il variegato Quadro Conoscitivo e soprattutto la Disciplina di Piano) ci sembra ben lontano dai caratteri di una precisa normativa quale quella prescritta dal Codice .

Ribadiamo che la tutela paesaggistica non può essere gestita alla scala comunale, e che scempi come quelli, emblematici, di Monticchiello (ma in realtà sparsi in tutto il territorio regionale) sono il frutto di autorizzazioni comunali e delle Soprintendenze locali e che se vogliamo evitare per il futuro questi pessimi risultati è indispensabile e urgente una precisa e sovraordinata assunzione di responsabilità alla scala regionale.

In calce è scaricabile il testo completo di appendici. I documenti del Piano d’inquadramento territoriale della Regione Toscana sono scaricabili qui

Titolo originale: Ten Noteworthy Trends of 2006– Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

● Per la prima volta nel 2005 si sono rilevati più abitanti poveri nel suburbio che nelle aree urbane centrali.

● Il 6% della popolazione delle grandi aree metropolitane USA vive negli “esurbi”.

● Oltre un terzo della perdita di posti di lavoro nel settore industriale fra il 2000 e il 2005 si è verificata in sette stai della regione dei Grandi Laghi: Illinois, Indiana, Michigan, New York, Ohio, Pennsylvania, e Wisconsin.

● I sobborghi di prima fascia di più antica formazione contengono il 20% della popolazione nazionale, e sono più diversificati e con età media più avanzata del resto del paese.

● Il nucleo familiare USA medio spende il 19% del suo bilancio in trasporti, facendo così della posizione della casa un elemento fondamentale dei suoi costi.

● A livello nazionale, oltre 4,2 milioni di proprietari di casa a basso reddito pagano un interesse annuo superiore alla media per il mutuo.

● Le principali aree metropolitane destinazione di profughi e rifugiati sono cambiate, spostandosi dai tradizionali terminali di immigrazione come New York o Los Angeles, nel corso dei due scorsi decenni, a nuovi portali come Atlanta, Seattle, e Portland.

● Le aree metropolitane in più rapida crescita per quanto riguarda la popolazione delle minoranze dal 2000 al 2004, ora si stanno affiancando alle aree in più rapida crescita assoluta del paese.

● I quartieri a reddito medio, dal punto di vista della loro proporzione rispetto a tutte le zone metropolitane, sono diminuiti dal 58% del 1970 al 41% del 2000, scomparendo a velocità superiore a quella delle singole famiglie di ceto medio nelle stesse aree metropolitane.

● Sui 109 miliardi di fondi federali destinati a finanziare la Costa del Golfo nel primo anno dopo l’uragano Katrina, soltanto 35 miliardi circa, sono andati alla ripresa sul lungo periodo della regione.

Nota: alcuni dei temi citati sopra (le fasce interne, la povertà suburbana e l'immigrazione) sono stati ad esempio oggetto di una ricerca pubblicata dalla Brookings diversi mesi fa, e oggetto tra l'altro di una comunicazione - riportata su Mall - di Hillary Rodham Clinton ; un altro dei temi nuovi è la crescita dell'Esurbio, o suburbio esterno, morfologicamente semirurale ma a base economica pendolaristica di lunghissima percorrenza (f.b.)

here English version

PARIGI - Forse nessuno avrebbe mai pensato che una grande strada commerciale, per quanto prestigiosa ed evocativa, potesse ambire un giorno a diventare monumento nazionale, protetta e tutelata come fosse una cattedrale o un museo ottocentesco. Eppure è quello che sta per accadere agli Champs Elysées.

L´immenso viale che collega place de la Concorde con l´Arco di Trionfo diventerà presto intoccabile. Senza il permesso del governo sarà difficile spostare un´insegna luminosa, installare un tavolino, cambiare gli orari di apertura dei negozi. Impossibile poi entrare nel club delle fortunate boutiques domiciliate agli Champs Elysées se lo Stato francese non sarà d´accordo. Lo ha capito a sue spese il gigante dell´abbigliamento giovanile H&M. Il gruppo svedese si è visto rifiutare la licenza dopo aver già versato 20 milioni di euro per il contratto di affitto del numero 88, nella parte centrale del viale. La commissione pubblica ha spiegato che ci sono ormai «troppi negozi di vestiti» nella strada: su 332 esercizi commerciali, il 39% vende infatti vestiti. «Gli Champs Elysées rischiano di banalizzarsi» è stata la conclusione dei funzionari. E il ministro del Commercio, Renaud Dutreil, ha promesso un decreto: «Da gennaio sarà possibile per le autorità locali controllare i passaggi di licenze. Dobbiamo proteggere gli Champs Elysées».

La misura era nell´aria da tempo, da quando la speculazione immobiliare ha trasformato definitivamente la celebre strada che nel Settecento portava re e regine verso la campagna, ornata dal giardiniere di Versailles André Le Notre, celebrata da Napoleone che volle costruirvi in cima l´Arco di Trionfo e dalle passeggiate della nascente borghesia, poi infine delle classi operaie trasportate nel salotto della capitale con il metro. Simbolo dell´orgoglio repubblicano e della festa popolare - qui si tiene la parata del 14 luglio, l´arrivo del Tour de France - gli Champs Elysées sono diventati uno dei luoghi più costosi del pianeta. In pochi anni, gli affitti sono quasi quintuplicati, passando da 2 fino a 10mila euro al metro quadrato. «Una follia» commenta la socialista Lyne Cohen-Solal, responsabile del commercio al Comune di Parigi.

L´avenue ha così cambiato velocemente identità, perdendo l´antica vocazione culturale (il nome significava proprio «campi delle isole felici») a beneficio dell´animo più commerciale. Dal 1996 sono scomparse dieci sale cinematografiche, tradizionale attrazione della strada. L´anno scorso, il caro-affitti ha costretto alla chiusura l´Ugc Champs Elysées sostituito da un megastore della Nike. E adesso l´Ugc Triomphe e Normandie minacciano di andarsene: «Il canone richiesto supera il guadagno che possiamo realizzare con gli spettatori» spiega il direttore generale di Ugc, Hugues Borgia. Anche le librerie-discoteche Virgin e Fnac temono di dover sloggiare come molti ristoranti, l´ultimo è stato il Cascades, al quale subentrerà il negozio di vestiti Esprit.

«Il predominio delle boutiques, di uffici e banche segna la fine dell´animazione serale» ha scritto Le Monde. «Senza cinema e ristoranti la vita si spegne al tramonto, con la chiusura delle vetrine» sostiene il quotidiano che ricorda come il boulevard Saint-Germain - altra celebre passeggiata della vita culturale parigina - sia già stato in parte «ucciso» da questa mercificazione. All´opposto, il giornale Le Figaro ha stigmatizzato l´intervento pubblico che come nell´Ancien Regime «soffoca» la libertà economica e «disprezza» il dinamismo commerciale. Il nuovo palazzo di Louis Vuitton affronta tuttora una battaglia legale per continuare l´apertura domenicale, il palazzo occupato da Zara è stato sottoposto a «umiliazioni fiscali» e anche Adidas ha chiesto aiuto ai migliori avvocati per riuscire a inaugurare la sua boutique. «Le autorità vogliono trasformare Parigi in un museo» conclude Le Figaro. Ma sulla difesa dei due chilometri dell´avenue persino le divisioni politiche sembrano scomparire: la giunta socialista di Parigi ha siglato un accordo con quella di destra che governa l´ottavo arrondissement. E sull´intesa bipartisan c´è il sigillo del presidente della Repubblica Jacques Chirac, secondo cui sarebbe «terribile» vedere snaturati gli Champs Elysées. E pazienza se qualche imprenditore protesterà.

Postilla

In Italia, nel 1985, la legge Mammì diede i comuni un analogo potere per i centri storici. Applicata in più di un comune (tra cui Venezia), fu rapidamente disapplicata quando le "nuove sinistre" giunsero al potere, deregolamentando e liberando il mercato da "lacci e lacciuoli"

Contributo di Giorgio Pizziolo al Convegno di Italia Nostra: Dopo Monticchiello, paesaggio toscano da salvare: ripensare al governo del territorio, Firenze 9 dicembre 2006

Il Pit, com'è noto, rappresenta nell'organizzazione normativa delle leggi sul "governo del territorio" della Regione Toscana il momento regionale ed in esso appunto vengono definite le linee, le scelte e gli indirizzi delle politiche territoriali regionali. Tale Piano è ormai in una fase di elaborazione quasi definitiva.

Questa versione del Pit, come risulta dai documenti finora apparsi, ci desta gravi preoccupazioni.

Quello che maggiormente ci preoccupa è l'impianto stesso del documento, la sua filosofia, a cominciare fino dal PUNTO 1 (e seguenti ) del "Documento di Piano", che ne rappresenta la relazione programmatica. Vi si afferma infatti che la Toscanasta bene, ma è in una fase di stagnazione e che di fronte si hanno due alternative: o la conservazione dei vantaggi acquisiti, o la sviluppo verso l'innovazione e la crescita.

Scelta, ovviamente, la seconda opzione, si individua nel territorio e nello "stile di vita" toscano sul territorio stesso, la chiave per la crescita: "il territorio come fattore della crescita".

Anzi, questo porterebbe alla possibilità di inserire la Toscana nella competizione della globalizzazione, "sviluppando la competitività del sistema", in particolare della "Città Toscana", ovvero della "Città regionale" composta dalla "rete di città", alla quale sarebbe complementare la "moderna ruralità".

Questo ragionamento, peraltro non giustificato da una documentazione e da una ricerca adeguate, è assolutamente inaccettabile. Già al primo punto si può fare notare che si sarebbe potuto considerare anche una terza alternativa, quella di una dinamica evolutiva della condizione toscana che si sviluppasse dal suo stesso interno. Ma questo avrebbe contrastato con l'idea di sfruttare il territorio, sia fisicamente, sia nelle sue caratteristiche più strutturali e più "intime", compreso il rapporto con i suoi abitanti, sull'altare della globalizzazione.

L'idea di piegare quanto di più profondo e di più originale c'è nell'esperienza toscana, sia quella storica che quella attuale, ad un disegno di competizione globale, senza che i suoi cittadini siano nemmeno informati, negando invece automaticamente la possibilità di ritrovare nel territorio, non un fattore esterno di valorizzazione, ma suoi propri valori che portassero la Toscana a percorre una propria originale esperienza, è operazione terribile, politicamente estremamente pesante e sul medio termine, suicida.

Si tratta di un'appropriazione indebita del territorio toscano, dei suoi valori e della sua storia, di un'appropriazione di quanto di più sacro possiede la popolazione, per di più fatta "per decreto" pianificatorio.

Si ha un bello scrivere in varie parti del documento che il Territorio è considerato un "bene pubblico", per poi finalizzarlo meglio alla competizione globale. Questa operazione è tanto più sottile in quanto molte parti del testo, se estrapolate, potrebbero anche essere condivisibili, ma proprio per questo l'insieme fa del testo complessivo un elemento di "perfidia" strategica.

Così anche lo slogan del Pit "reddito non rendita" non significa altro che una maniera diversa di mettere sul mercato il territorio e tutti i suoi valori, compresi quelli immateriali ma qualitativamente significativi . Certamente non il mercato grossolano della rendita, ma quello più lucrativo dell'innovazione e delle merci immateriali.

Con tutto che poi, quando si va a vedere la normativa o si vola nelle "meta/astrattezze" (i "metaobiettivi dell'agenda statutaria del Pit", "l'agenda strategica del Pit", e simili)) o si ritorna bruscamente al pratico, come del resto suggerisce il secondo motto della nuova pianificazione toscana "quando si può, si fa", che se non capiamo male, è come dire "liberi tutti!".

Questa considerazione è pesantemente aggravata dal fatto che nei regolamenti urbanistici dei comuni si sollecita esplicitamente l'intervento dei privati, fin dalla fase di redazione del Regolamento stesso, così che in qualche modo ci ritroviamo il privato non solo legittimato ad intervenire sulla redazione urbanistica, ma di fatto cooptato nelle scelte sulla città. Del resto il comune di Firenze sempre all'avanguardia delle "innovazioni" urbanistiche ci aveva già mostrato il coinvolgimento diretto di Ligresti nella definizione delle decisioni urbanistiche sulla Fondiaria….).

Qui si chiude il cerchio di questa nuova urbanistica toscana che da un lato vede il territorio subalterno e strumentale alle scelte programmatiche (e non già come valore proprio in un coordinamento di scelte con la programmazione stessa), e dall'altra vede la solita subalternità della popolazione e degli interessi comuni alle scelte dei poteri forti e della politica delegata, senza il benché minimo spazio lasciato alla "Partecipazione", completamente assente dal documento, dalle norme e da qualsiasi riferimento significativo.

Così come assenti, nel loro significato reale e non nelle formule di rito, sono gli aspetti ambientali (la montagna non è mai citata, come se non fosse, per la Toscana, la sua ossatura fondamentale ed una straordinaria risorsa), così come è assente ogni idea ormai indispensabile di "processualità" di Piano, con la stessa VAS (la valutazione ambientale strategica richiesta dal governo europeo) sostituita in Toscana da una Valutazione Integrata, tutta schiacciata sulla pianificazione ordinaria e senza alcuna valenza partecipativa, che così non può avere nessun effetto di retroazione sistemica in una procedura processuale.

Altro che "Territorio come bene comune", qui il territorio è "delegato" e funzionale alle manipolazioni dell'innovazione e dell'eccellenza, che spesso, come poi è successo a Monticchiello ricadono, invece, proprio in quella "rendita" che si diceva di volere evitare.

Si tratta di un progetto "neosviluppista" e di un "riformismo neoliberista" che vorrebbe sottrarre alla popolazione toscana alcuni dei suoi beni più preziosi, il suo territorio e , più che altro, il suo modo di viverlo e di gestirlo. Non credo che la popolazione sia disponibile per questa mercificazione estrema.

Post scriptum

E non ci si venga a dire che non esistono alternative. Riteniamo viceversa che il territorio toscano ed i suoi abitanti siano ancora, nonostante i rischi di una pesante infiltrazione speculativa, nella condizione di sviluppare modelli economici e di insediamento ecologico del tutto originali, probabilmente verso la realizzazione di prospettive di costruzione di Bioregioni, integrate sia socialmente che ambientalmente che territorialmente.

Baia di Sistiana. Il WWF: “Manca un disegno per lo sviluppo sostenibile del territorio. Regione e Comune di Duino-Aurisina proni agli interessi della rendita immobiliare.”

“Miope e appiattito sugli interessi della speculazione immobiliare”. Così il WWF giudica l'atteggiamento del Comune di Duino-Aurisina, dopo il parere positivo della Commissione Edilizia Integrata sul progetto relativo agli interventi nella cava di Sistiana.

Il progetto, firmato dagli arch. Francesco Luparelli e Barbara Fornasir, contiene sostanziali modifiche rispetto a quanto previsto nel piano particolareggiato. Addossati al fronte della cava e nel finto villaggio previsto attorno alla darsena artificiale (che dovrebbe essere realizzata scavando il piazzale antistante la cava) sorgerebbero infatti 342 alloggi destinati a “residenze turistiche”. Cambia quindi destinazione d’uso e diventa “residenza turistica” il grande albergo previsto dal piano (e ampiamente pubblicizzato dalla proprietà), mentre nel finto villaggio troveranno posto un piccolo hotel con sole 54 stanze ed ancora altre “residenze turistiche”, contornate da verde privato.

Molti aspetti importanti del progetto sono descritti in termini solo indicativi: tinteggiature, materiali, particolari architettonici degli edifici, specie di essenze vegetali previste per il verde ornamentale, ecc.

Il finto “villaggio” sul fondo cava non è più qualificato come “istro-veneto”, ma gli edifici presentano comunque elementi tipologici (bifore, archi, ecc.) incongrui rispetto all'architettura tradizionale dei luoghi.

Vengono enunciati, a mero titolo di “principi”, il recupero delle acque piovane per usi antincendio, l'irrigazione e lo scarico dei water, come pure l'utilizzo della geotermia per il riscaldamento, senza alcun riferimento preciso nel progetto (l'argomento è rinviato a stadi progettuali successivi). Anche l'impianto fognario è presentato a livello di schema di massima.

Ce n'era insomma abbastanza, secondo il WWF, perché la Commissione edilizia decidesse – come la rappresentante indicata da WWF e Italia Nostra ha chiesto ripetutamente, ma invano - di rinviare il giudizio, richiedendo sostanziali integrazioni (e/o modifiche) del progetto. Nulla di tutto ciò: su indicazione del Sindaco, tutti i componenti della Commissione hanno “disciplinatamente” espresso parere favorevole. Unico voto contrario, quindi, quello di WWF e Italia Nostra.

Non è certo la prima volta che il Comune di Duino-Aurisina dà prova di totale appiattimento nei confronti degli interessi dei proprietari della Baia (imitato in questo, peraltro, dalla Regione). Stavolta però si è giunti al limite del servilismo.

Si aggiunga che, come di consueto, i componenti della Commissione hanno appreso l’ordine del giorno della seduta (vale a dire l’esame dei progetti edilizi in cava) il giorno stesso della medesima e non hanno quindi avuto il tempo sufficiente per un esame approfondito degli elaborati. Non è stata fornita neppure una relazione istruttoria sul progetto da parte degli uffici comunali. Un ulteriore esempio di gestione scellerata delle competenze in materia di tutela del paesaggio, che il Comune di Duino-Aurisina persegue ormai da anni, nella più completa inerzia della Regione che tali competenze ha ceduto ai Comuni (e si appresta a cederne altre con la riforma della legge urbanistica). Unica voce, finora, a denunciare questo andazzo scandaloso, quella del WWF e di pochi altri ambientalisti, nel più completo silenzio da parte del mondo delle professioni e della cultura, evidentemente in tutt’altre faccende affaccendato.

“La Regione Sardegna – osserva Dario Predonzan, responsabile territorio per il WWF Friuli Venezia Giulia - con il presidente Soru ha messo fine ad anni di grande disordine nella gestione delle aree costiere, varando il nuovo Piano Paesaggistico Regionale, uno strumento che garantisce un’adeguata tutela del territorio regionale e delle coste in particolare, in un’ottica di sviluppo di un turismo di elevata qualità. In Friuli Venezia Giulia la Regione di Illy asseconda invece – in assenza di un piano paesaggistico - modelli di sviluppo da anni ’60, promuovendo in ogni modo la costruzione di grandi complessi di appartamenti sulla linea di costa.”

“Mentre cresce la richiesta di un turismo di qualità, fondato sulla bellezza paesaggistica e naturalistica, la valorizzazione delle risorse locali, il restauro dei borghi esistenti e la trasformazione in albergo diffuso, gli agriturismi, ecc., l’asse Regione-Comune di Duino-Aurisina si dimostra prono agli interessi della rendita edilizia più che a un progetto di futuro sostenibile per il territorio.”

Ci stiamo abituando a guardare il territorio dall’alto con le sequenze veloci di Google Earth, per cui il punto di vista può essere in ogni luogo mentre il paesaggio - l’iperpaesaggio - si trasforma sotto i nostri occhi. E rischia di sfuggirci il senso di quell’altra percezione, ben più sedimentata, della prospettiva centrale verso una scena ordinata, degli atlanti in scala, delle fotografie e del cinema. E anche delle vicende umane che ogni luogo racconta. Per ritrovare le coordinate spazio- temporali del paesaggio italiano è servita la mostra «L’Italia: paesaggio e territorio» nel complesso del Vittoriano a Roma. Una esposizione sobria fuori dal giro delle mostre-business; della quale è ora disponibile il catalogo che propone in maniera quasi integrale il suo contenuto (pubblicato da Gangemi editore). Circa 200 opere tra dipinti e disegni, incisioni e cartografie, cartoline ecc. Oltre a un ricco apparato di testi che spiegano con precisione gli obiettivi della ricerca (di grande interesse i saggi di Giuseppe Galasso e Guido Melis).

La mostra è una conferma: il paesaggio è una delle fonti essenziali per conoscere la storia d’Italia. D’altra parte, seguendo la traccia proposta dai curatori - coordinati da Sabino Cassese - si vede che la storia ha contribuito in maniera determinante a modificare i quadri della regioni e delle città italiane. Per capire cosa è successo, grosso modo in cinque secoli, sono indispensabili i documenti preziosi distribuiti in tanti archivi e musei nazionali (non solo le opere dei vedutisti da Canaletto a Massimo D’Azeglio a Mario Mafai, ma pure le certificazioni del valore del suolo (cabrei, catasti), le mappe dei reticoli idrografici, stradali, ferroviari, degli itinerari militari, dei confini amministrativi, le carte della morfologia e della geologia. A questa visione del paesaggio «com’era/com’è» si sono intrecciate le visioni ideali che qualcosa hanno conferito ai paesaggi che vediamo: dalla trattatistica del XVI secolo alla progettazione di città ideali dai ritmi geometrici, come quelle immaginate e realizzate dagli architetti razionalisti del XX secolo.

L’esposizione racconta il percorso lento delle mutazioni e delle improvvise accelerazioni. Quella che avviene con l’unità d’Italia quando città e territori subiscono radicali trasformazioni nel segno delle mutate esigenze (nelle città capitali, Torino, Firenze e Roma, che accolgono le imponenti attrezzature dell’amministrazione; e poi nelle regioni ricche che attraggono investimenti con grandi arterie stradali che segnano in lungo e in largo le campagne. Ma non manca il paesaggio più periferico e del Mezzogiorno, con le differenti dinamiche, con le suggestioni del mare e del sole, dei monumenti meno noti. In mostra anche la Sardegna (con due dipinti di Giuseppe Biasi: uno splendido di proprietà della Regione).

C’è l’Italia Bel Paese, di cui non si coglie mai appieno il valore: capita di vivere in Italia e di accorgersi di colpo, magari vedendo le immagini di questa mostra, che è una delle mete più ambite da viaggiatori, poi da turisti e vacanzieri di tutti i tempi; e ogni tanto viene il sospetto di vivere in un posto non comune che attribuiamo a circostanze particolarmente felici, a quell’aria da cartolina o da cinema che in fondo trovi ovunque. Come se per viverci servisse il permesso del regista, molto abile nel farti trovare in atmosfere sorprendenti, anche se di questi posti hai fatto esperienza quotidiana.

Il paesaggio e lo Stato: la questione è sempre sottintesa. Lo Stato si è dotato di norme che ne controllano le trasformazioni. La prima legge italiana è quella del 1939, che mette ordine nella materia, secondo lo schema proprietà privata dei beni-vincolo sul loro uso. Il paesaggio è divenuto con il tempo bene paesaggistico, di cui si occupano le Regioni, con i numerosi problemi: la relazione tra paesaggio e territorio, tra usi produttivi- degradanti e limiti alle trasformazioni, tra i poteri di chi ha compiti di tutela. L’esposizione e il catalogo arrivano in un momento che vede un rinnovato interesse per il tema; anche in seguito alla approvazione del Codice Urbani che ha rilanciato la pianificazione del paesaggio suscitando i primi risultati (il Piano della Sardegna), e per l’allarme lanciato per i tanti luoghi in pericolo (la Toscana nei paesaggi protetti dall’Unesco), con la solita enfasi per gli ecomostri. Tutto serve. Ma perché una gloriosa eredità non vada in malora non bastano le denunce mosse da impressioni frammentarie e soggettive.

Cara Rossana, è vero: la laguna di Venezia è un «relitto» biologico che si è salvato (dai processi naturali spontanei tendenti all'interramento o alla erosione) solo grazie al lavoro di cura e agli interventi di mantenimento messi in atto nel tempo delle società locali (il manifesto 28/11). E ciò è avvenuto non perché l'antico Magistrato alle acque della Serenissima fosse una istituzione ambientalista ante litteram, ma perché gli interessi delle popolazioni ivi insediate (difesa militare, portualità, pesca, sale) coincidevano - caso più unico che raro nella storia delle città occidentali - con la preservazione e il mantenimento delle funzionalità ecosistemiche, biologiche e fisiche, del particolarissimo territorio circostante. Per qualche secolo abbiamo assistito ad un caso di felice coevoluzione tra cultura e natura. Questo incanto si è rotto una prima volta con l'entrata in laguna delle prime navi a vapore che hanno preteso fondali più profondi e canali rettilinei (dighe foranee), una seconda volta con la nascita del polo industriale al suo interno (imbonimenti, emungimenti, manifatture inquinanti), infine va aggiunto il turismo di massa (rendite fondiarie, espulsione dei ceti popolari, logoramento delle strutture edilizie, ecc.).

Pace. Inutile avere nostalgie per i tempi andati, inesorabilmente, inevitabilmente. Salviamo il salvabile, ci si dice: separiamo «il problema di Venezia» da quello della sua laguna. Rinunciamo a quest'ultima e concentriamoci a «salvare» il solo centro storico monumentale, l'attrazione principale. Del resto non è già così? Quante isole «minori» sono già state inghiottite dalle acque, sprofondate, erose, demolite? Un terzo di «barene» (i biotopi tipici delle lagune) sono sparite. La laguna «di una volta» non tornerà più. Ogni epoca storica modifica e plasma il paesaggio. La laguna del futuro sarà un bacino completamente regolabile artificialmente. Una fintolaguna con similbarene per la gioia dei costruttori di opere idrauliche e la disperazione dei naturalisti. Pazienza; tra la garzetta e Piazzo San Marco chi non sceglierebbe la piazza?

Io credo che questi ragionamenti siano non solo inutilmente dolorosi, ma drammaticamente sbagliati. Penso che Venezia si possa salvare solo se si riduce drasticamente la quantità d'acqua che entra in laguna, se si rallenta il suo flusso, se si inverte il processo di erosione dei fondali (mezzo milione di metri cubi di sedimenti che si disperdono irreversibilmente in mare ogni anno). Gli idraulici si disinteressano di questo tema (pensando di controllare la forza delle acque con altri mezzi), facendo lo stesso errore che fecero i loro maestri a proposito della frana del monte Toc su al Vajont.

Perlomeno penso che prima di amputare organi vitali della laguna (ricordo come antichi idraulici raffiguravano la laguna ad un organismo vivente: le bocche di porto erano la gola, le barene i polmoni e così via, anticipando le teorie moderne di Gaia) e a costruire protesi, sia meglio provare con le medicine naturali e, soprattutto, cercare di cambiare gli stili di vita.

Il Mose è come mettere un polmone d'acciaio ad un malato solo perché non vuole smettere di fumare. Che bisogno c'è di fondali profondi 22, 20, 18 metri se non per far passare petroliere e meganavi da crociera? Abbiamo provato a riportare i fondali a profondità funzionalmente accettabili per la laguna? Chiedere di sperimentare è poco scientifico? Sono più certe le risposte di modelli matematici che approssimano e semplificano la realtà senza mai comprenderne la complessità, oppure la prova in situ?

Postilla

È proprio strano. Ci risulta che moltissimi interventi siano giunti al manifesto , ma che il giornale abbia adottato la linea di affidare a Rossanda la scelta di quelli da pubblicare, facendoli uscire rigorosamente a coppie: uno a favore, uno contro. Sul MoSE il manifesto ha scelto insomma di non scegliere. Con uno strano effetto: pubblica i pezzi contro solo se ce n’è un altro a favore da pubblicare in contemporanea.

Eddyburg , che forse è meglio informato del manifesto , ha deciso invece di scegliere, ed è contro , per le ragioni che molti eddytoriali, e moltissimi documenti raccolti nella cartella dedicata a Venezia, hanno argomentato nel corso degli anni. Finora abbiamo pubblicato gli articoli a favore del Mostro solo quando ci sembrano di qualche interesse. Forse sbagliamo. Pubblicare tutti quelli favorevoli darebbe una testimonianza in più della pochezza degli argomenti dei supporters del MoSE. Magari profittiamo dei giorni di silenzio stampa per pubblicare anche quelli: in particolare i due più recenti, dell’ing. Rinaldo e del prof. Costa, ad adiuvandum la nostra tesi.

Costruire altre case? Se ne può fare a meno

(20 dicembre 2005)

Ripartiamo da metà novembre quando Berlusconi, nella sua quotidiana ricerca di frottole per convincere ancora qualcuno a votarlo, se ne uscì con lo slogan “case per tutti”. Il giorno appresso già aveva cambiato: «Volevo dire per chi è sotto-sfratto». Dato però che la tentazione di dire sciocchezze è per lui irresistibile, aggiunse: «Faremo le case su terreni a prezzo agricolo»: memore forse di quando era lui a comprar terre agricole e a fare poi in modo che diventassero edificabili... Altri tempi. Oggi chi gliele dovrebbe portare strade, acqua e fognature a costruzioni sorte in aperta campagna? E a spese di chi?

Non varrebbe nemmeno la pena di ricordare insulsaggini simili se la costruzione di nuove case non comparisse anche nei programmi di centrosinistra e sinistra. Ho in mente le “dieci buone azioni di governo per l’ambiente” proposte a settembre da un gruppo di ambientalisti di spicco alla Festa di Liberazione, dove al punto 9 si parla di «finanziamento immediato di un Piano nazionale di edilizia economica e popolare». E qui ci si impone, direi, una riflessione di fondo. Sempre prendendo le mosse dalla sesquipedale ignoranza berlusconiana della realtà del paese che lo porta a parlare di terre agricole come se ce ne fossero a non finire e se non valessero niente. Orientamento mentale purtroppo condiviso ancora da molti: sinistre incluse. Mentre non dovremmo dimenticare mai che siamo un paese ad alta densità demografica (e cioè con un territorio scarso rispetto alla popolazione) e che nella seconda metà del secolo scorso la superficie agraria italiana si era già dimezzata. Il che vuol dire che se le cose del mondo dovessero mettersi male (cosa per niente improbabile) difficilmente ce la faremmo a sfamarci coi frutti della nostra terra.

E dunque l’idea - tutta nuova - che faremmo bene a metterci in testa e aver sempre presente è che ogni metro quadrato di terra fertile ha oggi un valore (reale, non solo venale) incomparabilmente maggiore di qualunque edificio ci si possa far sopra. Non solo per la capacità di produrre alimenti, ma per accrescere (se pure di poco) la superficie del manto di vegetazione che concorre a “fissare” l’anidride carbonica e ad arginare l’effetto-serra. Pensiero controcorrente rispetto a tutto il passato, oltre che rispetto ai decenni ruggenti del boom edilizio postbellico. Ma è veramente ora, direi, di metterci a ragionare su questa diversa lunghezza d’onda.

Ma allora le case?... Un momento. Già da vent’anni le statistiche parlano di un numero di abitazioni in Italia quasi-doppio di quello delle famiglie. E’ anche vero che con l’aumento dei “singles” è aumentato anche il numero delle unità familiari. In tutti i casi, però, le più recenti rilevazioni Istat parlano di tremilioniottocentomila famiglie in difficoltà per l’alloggio contro - attenzione! - 6,6 milioni di alloggi vuoti inutilizzati. E se questi dati sono attendibili ne discende una indicazione precisa: che esiste in Italia in larga misura la possibilità di risolvere i problemi abitativi facendo ricorso al patrimonio edilizio esistente (debitamente ristrutturato e ammodernato ove occorra, ovviamente) senza bisogno di occupare altri metri quadrati di terra con altro cemento. Chiaro che questo comporterebbe una scelta politica diametralmente opposta alla linea berluscon-tremontiana di svendita dei patrimoni pubblici, a partire da quelli degli Istituti Case Popolari (Iacp). Favorire, al contrario, le acquisizioni da parte dei Comuni di alloggi esistenti da dare in affitto a chi più ne ha bisogno secondo criteri eminentemente sociali. Questo anche perché (in riferimento alla proposta Brunetta di dare in proprietà, parte a pagamento e parte in regalo, tutte le case Iacp) di una quota di alloggi in affitto il paese ha comunque bisogno per garantire un certo grado di mobilità ai cittadini. E dato che le difficoltà alloggiative hanno soprattutto a che fare con le disponibilità economiche e non con carenze reali di abitazioni, è giusto che sia l’Ente locale a garantire il “diritto alla casa” come parte integrante del welfare state. Tenendo conto ovviamente del variare nel tempo di situazioni e bisogni.

Ma c’è un altro motivo - meno considerato - per rinunciare alla costruzione di nuove case popolari coi vecchi sistemi. Qui mi rifaccio a una mia antica esperienza di lavoro nel Piano Fanfani Ina-Casa degli anni 50 (me la sento già la domanda: “ma tu, quanti anni hai? ”. Parecchi, compagno, parecchi: finché c’è fiato però...). Di quell’esperienza, dicevo, tra i molti pro-e-contro m’è rimasto impresso soprattutto il malanimo con cui i neo-assegnatari entravano in case loro assegnate a scatola chiusa, senza che nessuno gli avesse chiesto un parere né per il dove né per il come. Avvertivano questo sistema come un’offesa: come un esser trattati da mendicanti cui si fa l’elemosina. E reagivano male: col disamore, la trascuratezza, la morosità. Non andava magari sempre così, ma nelle periferie urbane spesso il quadro era questo.

Quel che voglio mettere in rilievo è quanto è importante che i cittadini partecipino in qualche modo alle decisioni sul dove e sul come abitare. Ed è chiaro che questo è più facile se si offre loro la scelta fra un ventaglio di possibilità all’interno

dei tessuti edilizi esistenti. Qui mi riallaccio a una “Delibera programmatica sulle politiche abitative” (n°175, 15/09/05) del Comune di Roma. Un buon documento, che prevede al riguardo ogni modalità di azione possibile: dai completamenti di opere già in corso alle nuove costruzioni e ai programmi di acquisti comunali di alloggi. Con l’affidamento a un’apposita “Agenzia per gli affitti” della gestione del tutto. Ecco: in rapporto a questa impostazione (già parecchio avanzata rispetto al passato) vorrei azzardarmi a sostenere che oggi bisogna trovare il coraggio di cancellare del tutto la voce “nuove costruzioni” (e possibilmente anche i completamenti che comportino ancora occupazioni di spazi) e concentrarci esclusivamente sulle modalità di acquisizione comunale di alloggi esistenti da mettere a disposizione di chi ha più bisogno. Che significa dare al problema una impostazione tutta diversa.

Con quali soldi i Comuni potranno procedere alle acquisizioni, chiedete? La Delibera elenca una serie di modi: a scomputo di imposte dovute (tassa di successione compresa, se ce la faremo a ripristinarla per i patrimoni maggiori); a seguito di requisizioni di edilizia abusiva e sequestri di patrimoni frutto di attività criminali; in occasione di aste giudiziarie per fallimenti e “amministrazioni controllate”; attraverso intese con gli Iacp e con amministrazioni pubbliche proprietarie di alloggi (le Ferrovie, ad esempio)... Quel che occorrerebbe in sostanza è arrivare a dotare, sia pure per gradi, i Comuni italiani (quantomeno i maggiori) di patrimoni edilizio-abitativi abbastanza consistenti e variati da poter incidere in senso positivo sotto il profilo sociale sul fabbisogno di alloggi. Questo anche giovandosi, a favore dei nuovi- inquilini, di sgravi fiscali, “buoni-assistenza”, canoni di locazione calibrati caso-per-caso e quant’altro.

Configurare cioè un ruolo comunale attivo nella soluzione del problemacasa, da portare avanti d’intesa coi cittadini più interessati direttamente. Immigrati e nomadi inclusi, naturalmente. Chiaro che qui la faccenda si fa più difficile ancora. Quel che conforta però è il dato dei 560.000 alloggi già acquistati in proprietà da famiglie extra-comunitarie in Italia: spesso nelle parti più degradate delle periferie, ma anche nei vecchi villaggi ex-rurali in abbandono...

Come dire: il problema ha tendenza a trovare da sé certe sue soluzioni. Tendenza che va favorita e aiutata, ovviamente. Senza nemmeno starci a preoccupar troppo in questa fase, direi, delle possibilità che si formino enclaves etnico-religiose spinte a isolarsi, ma curando che si realizzino condizioni civili di abitazione per tutti, e soprattutto facendo in modo che le rappresentanze dei diversi gruppi etnici partecipino - alla pari con gli altri - alle discussioni e alle scelte per l’habitat.

La strada mi sembra sia quella indicata da Sandro Medici presidente del Municipio romano di Cinecittà con la requisizione di alloggi inutilizzati (per la quale rischia di finire sotto- processo) e di Massimiliano Smeriglio presidente del Municipio-Garbatella con gli spostamenti di residenza concordati direttamente con le famiglie nomadi. E dovrebbe portare a fare delle sedi di Municipio e di quartiere dell’“Agenzia Comunale per gli affitti” i luoghi istituzionalmente preposti al dibattito pubblico fra cittadini e non-cittadini per queste scelte, cui giungere attraverso l’esercizio dei metodi della democrazia diretta.

Non sarebbero scelte da poco, d’accordo. Proprio per questo mi sembra arrivato il momento di aprire la discussione al riguardo.

Case nuove e case vuote.

Più metricubi edificati o più terre libere nel nostro futuro?

(4 gennaio 2005)

ntefatto. Il 20 dicembre - prendendo spunto dalla sparata-a-vanvera berlusconiana sulle case per tutti - avevo parlato dei danni provocati dal costruire ancora riducendo le già scarse dotazioni di aree libere verdi del nostro paese, e della possibilità di far fronte al bisogno di abitazioni ricorrendo alla gran quantità di alloggi vuoti esistenti. Mi rendevo conto ovviamente del carattere provocatorio di questo discorso (nessuno può pensare che certi processi si possano invertire di segno da un giorno all’altro) e concludevo augurandomi che almeno se ne parlasse.

Sono stato subito accontentato. Il 27 dicembre Vincenzo Simoni, segretario nazionale dell’Unione Inquilini ha risposto contestando - in termini cortesi - questa mia posizione. Anche se ne ha confermato la premessa, in sostanza, spiegando bene come e perché ai proprietari può convenire lasciar vuoti gli alloggi se non ne ricavano gli affitti che vogliono, e usarli come garanzie per ottenere prestiti in banca. Magari “per acquistare altre unità immobiliari”.

Dice altre cose che mi trovano in tutto d’accordo. Sulle aree ex-industriali “dismesse” da destinare preferibilmente alla costruzione di alloggi. Sul bisogno di nuove leggi per l’equo canone e il divieto di sfratto “per finita locazione”. Sul triplicare le tasse sugli alloggi lasciati sfitti (provvedimenti che già di per sé risolverebbero in buona parte il problemacase senza bisogno di costruirne di nuove: proprio come dicevo)... Cose, comunque, che comporterebbero “una totale inversione politica”: che non c’è perché “il dominio della rendita immobiliare è assoluto”, perché “le leggi favoriscono il libero mercato”, perché d’altra parte “l’immiserimento di milioni di famiglie” (dovuto anche al caro-affitti e ai mutuicasa) “è sotto gli occhi di tutti”.

Quindi il problema-casa rimane, così come restano gli obblighi di soccorso per gli sfrattati e di sostegno a chi non ce la fa a pagare l’affitto. Per ciò non possiamo permetterci di escludere il ricorso a nuove costruzioni. Sembra che non faccia una grinza. Se non fosse che...

Lui vede nella mia impostazione «uno iato tra quel che sarebbe giusto in ogni tempo e quel che si deve fare in una determinata situazione ». Sarà anche vero. Sta di fatto però che queste cose io e lui le andiamo scrivendo sul foglio di Rifondazione Comunista: una forza che si è dato come obiettivo proprio di cambiare le cose. Se non proviamo a guardare lontano su queste pagine, quando mai lo faremo?... Io perdipiù ragiono da ambientalista. Come dire che penso soprattutto al futuro. E se nel presente le necessità di cui parla Simoni sono incontestabili, non è per ciò meno vero che ogni metro quadrato di terra occupato dalle costruzioni è sottratto alla vegetazione - all’agricoltura e alla natura - per sempre. Per sempre.

Di questo aspetto del problema - del ruolo vitale delle terre libere da costruzioni - Simoni non parla. E non mi sta bene. Sta qui per me “lo iato della sua impostazione”. Sia chiaro: ha ragione nel senso che il bisogno di alloggi è attuale, concreto e quantificabile, mentre la necessità di salvare da edificazioni le aree libere è più diluita nel tempo e meno dimostrabile quantitativamente. Il che non toglie però che sia vera, e che sia destinata a pesare sempre più sulla qualità delle nostre vite e sul futuro di tutto il paese.

Per ciò non mi può star bene che non se ne tenga conto. Che vengano sottovalutate le possibilità (che ci sono, Simoni stesso ne dà conferma) di risolvere il problemacasa facendo ricorso in misura più vasta al patrimonio abitativo esistente. Che si continui e parlare alla vecchia maniera di “nuovi Piani di edilizia economica e popolare” senza tenerne conto, senza dare priorità sistematica a quest’altra possibilità. Non mi sta bene che sia liquidata sbrigativamente accennando a «francobolli urbanistici collegati a una estenuante sequela di modestissimi recuperi». Qui traspare, tra l’altro, una sorta di qualunquistica insofferenza per i “lacci e lacciòli”: la rassegnazione cioè all’incapacità comunale di amministrare la cosa pubblica in forme complesse con competenza e con cura. La paura di affrontare lo scabrosissimo tema del risanamento-rinnovamento dei modi di amministrare, essenziale per un paese che voglia dirsi civile.

Certo, è più facile tirar su metricubi su terreni sgombri che seguire decine e decine di casi diversi di acquisizioni di immobili. D’altra parte però se si fa il paragone fra i costi delle nuove costruzioni e le acquisizioni comunali possibili con gli stessi soldi, e magari anche fra l’occupazione che può venire dai nuovi cantieri o dai ri-adattamenti di costruzioni esistenti... Ma perché nessuno ha il coraggio di farli, quei conti?

In tutti i casi: parlarne non può che far bene. Spero proprio che “dopo” non capiti più a nessuno di sdottorare di ambiente in astratto ignorando i problemi concreti, né di imbarcarsi a fantasticare di maxiprogrammi edilizi senza un pensiero per i terreni sui quali dovrebbero sorgere. E che alle possibilità di risolvere i problemi abitativi all’interno delle zone già edificate si dedichi una attenzione molto ma molto maggiore.

Ultimo punto. Al mio accenno al malanimo degli assegnatari Ina-Casa degli Anni 50 nell’accedere ad alloggi assegnati “a scatola chiusa” Simoni contrappone il ricordo felice della sua giovinezza in un complesso Ina-Casa a Firenze. Sarà che io ho vissuto parecchie di quelle esperienze nel Sud dove ancora si faceva la fame, sarà che ricordo scene selvagge di distruzione e degrado di spazi e attrezzature comuni... Un episodio (semiserio) però ve lo devo. La consegna dei primi alloggi Ina-Casa a Palermo. Il vescovo, gli onorevoli, la benedizione, i discorsi: poi tutti dentro nei nuovi alloggi. E subito sui balconi, pennelli e barattoli di vernice alla mano, i giovanotti a pittare in rosso sui muri falci-e-martelli... Ricordo le facce dei democristiani di allora: «ma come? Non ci sono grati?» (tradotto: non voteranno per noi? ma allora chi ce l’ha fatto fare?)... E di Firenze Ina- Casa- “Isolotto” (bel quartierino, coi giardinetti pieni di rose) ricordo una distinta signora tutta indaffarata a spiegare che lei “lì” c’era capitata per sbaglio: «si immagini, con questa gente» e arricciava il naso... Non so se ho reso l’idea di quel che intendevo. E quanto alle iniziative sociali e politiche che nascevano allora in quei complessi e che Simoni ricorda (penso al quartiere Ina-Casa Tuscolano di Roma, a Giuliano Prasca che riuscì a far fare un campo sportivo su un’area destinata in progetto a un edificio-torre) non rappresentavano anch’esse una forma di ribellione contro quel tipo di ghettizzazione coatta? Non dimostravano la voglia di quei cittadini di decidere in prima persona?... Ha ragione Simoni. Cose da discutere ancora ce ne sarebbero tante.

Investita in pieno dalla «new wave» moralizzatrice generata dallo scontro al vertice del Partito a Pechino, la «Perla d'Oriente» resiste all'urto e rilancia con la spaventosa forza della sua economia. Progetti (e realizzazioni) sempre più faraonici, questa volta accompagnate persino da qualche correttivo di giustizia sociale

Non è finita. Shanghai lo sa e aspetta i colpi che la Commissione d'inchiesta sulla corruzione inviata da Pechino infliggerà ad altre teste autorevoli della politica e degli affari, dopo che a settembre è clamorosamente caduta quella del grande protettore, il segretario del Partito di Shanghai, Chen Liangyu. Chi ha la coscienza pulita scherza. «E' andato a prendere un caffè», si dice ridendo di chi sparisce perché è stato convocato da uno dei 100 ispettori installati da agosto a villa Moller, casa neogotica nel cuore della città vecchia che nel 1936 un amorevole padre svedese fece costruire per la figlia malata sulla base di una visione architettonica avuta dalla fanciulla in sogno. Nello stravagante edificio pseudo-Escher, da mesi si aggirano incubi più che sogni e chi è convocato parla a lingua sciolta. Mentre vengono allo scoperto e dilagano le chiacchiere sulle numerose amanti e il «decadente stile di vita» degli incriminati, ben conosciuti ai tempi d'oro ma oggi parte integrante della gogna sociale.

Le «confessioni» producono nuovi arresti, ognuno dei quali rende tardiva giustizia a qualcuno. L'ultimo provvedimento eccellente ha colpito il 6 dicembre scorso lo speculatore edilizio Zhou Zhengyi, accendendo le speranze degli abitanti del distretto di Jingan che già tre anni fa avevano accusato l'imprenditore, vicino alla cerchia del segretario del partito, di aver distribuito mazzette agli amministratori per avere in concessione, a prezzi di favore, i terreni dove si trovavano le abitazioni che i residenti erano stati costretti ad abbandonare in cambio di risarcimenti miserabili. Allora, in una tortuosa giravolta che doveva nascondere il marcio, l'imprenditore, già uno degli 11 uomini più ricchi di Cina, era finito dentro per manipolazione di titoli e falso in bilancio. Gli abitanti però non avevano avuto giustizia e il loro avvocato, Zheng Enchong, era persino finito agli arresti domiciliari.

Oggi si spera in qualcosa di più. L'aria è cambiata, questo è certo. Ma a Shanghai, e non solo, tutti sono sicuri che gli eventi in corso sono soltanto una resa di conti fra la fazione di Jiang Zemin e la nuova generazione guidata da Hu Jintao. Sulla volontà della leadership centrale di fare davvero piazza pulita della corruzione, parte integrante del sistema di scambio potere-denaro alla base del miracolo cinese, nessuno scommette, nonostante molti processi sulla gestione dei fondi pensione, cuore dello scandalo di Shanghai, siano in corso a livello nazionale. La rivelazione, il mese scorso, che 7,1 miliardi di yuan (700 milioni di euro) sono spariti in investimenti all'estero, speculazioni immobiliari , prestiti non autorizzati, e una buona parte non tornerà mai più nelle tasche dei lavoratori, ha in qualche modo messo in prospettiva il terremoto di Shanghai, «normalizzandolo», in una sorta di new wave moralizzatrice. Ma la memoria storica, e una pessimistica analisi dell'esistente, fanno da zavorra al decollo dell'ottimismo.

Tutti sotto inchiesta?

«Se il problema fosse davvero affrontato alla radice, dovrebbero mettere sotto inchiesta il 70-80% dei funzionari del Partito», osserva da Pechino l'avvocato Mo Shaoping. Difensore di leader operai, cyberdissidenti e giornalisti scomodi, l'avvocato è naturalmente poco portato all'indulgenza nei confronti di un potere repressivo che troppo spesso lo sconfigge con i suoi metodi brutali. Ma la sua analisi è vita vissuta nei labirinti di un sistema giudiziario ipotecato dal controllo immanente del Pc. In questa situazione di corruzione pervadente, gli arresti, secondo l'avvocato, «indicano un criterio di scelta preciso: l'attuale governo si vuole sbarazzare della generazione passata». Infatti, sottolinea, «sono anni che Chen Liangyu fa le stesse cose per le quali ora è stato incriminato ed è stato anche messo sotto accusa più di una volta»; ma «finché c'era Jiang Zemin a proteggerlo poteva continuare ad agire indisturbato. Nel momento in cui è entrato in carica Hu Jintao, che protegge altri, poiché Chen non fa parte della sua fazione non riceve lo stesso appoggio né la stessa benevolenza. Così è stato fatto esplodere il caso di Shanghai. Questo fa capire la parzialità e profonda ingiustizia del sistema».

L'avvocato Mo non si fa convincere neppure dalla portata delle indagini, che si sono allargate anche a Pechino, a Tianjin e in altre province, e hanno portato ad altri arresti. «In un modo o nell'altro», conclude, «gli indagati appartengono sempre, guarda caso, a una stessa generazione o corrente politica». E' anche alla luce di questi giudizi che appare ambivalente il provvedimento più recente di Pechino: rimuovere tutti i capi locali delle Commissioni per le ispezioni disciplinari - i castigamatti della corruzione - per nominare uomini scelti dal governo centrale,

Qualunque cosa sia in corso, un Armageddon o una miserabile lotta di fazioni, Shanghai l'insonne non dà mostra di esserne colpita a morte. Un piccolo incidente di percorso, uno sgambetto neanche troppo imprevisto sulla passerella splendente dove la rinata Perla d'Oriente marcia verso un visionario e radioso futuro. I cantieri a cielo aperto non smettono neppure per un minuto di spianare, rivoltare, costruire. E quel che si materializza sembra destinato anzitutto a stupire, in un parossismo di ovali, trapezi, torsioni barocche. Una sfida alla gravità dove si mescolano con audacia architettonica prossima all'arroganza le antiche forme cinesi e le concezioni più moderne. I più grandi architetti del mondo (ma purtroppo anche i mediocri) sembrano aver avuto carta bianca sul corpo di questa metropoli, e l'hanno riempito fino all'estremo come in preda all'horror vacui. Una frenesia da Prometeo paranoico che induce un senso di incertezza negli abitanti che, quando va bene, assistono allo stravolgimento del panorama circostante: ma assai più spesso subiscono lo sconvolgimento delle proprie vite deportate a chilometri di distanza, ai margini della foresta di pietra dove oggi sono conficcati oltre 500 grattacieli che superano i 100 metri di altezza.

La prossima tappa dichiarata è l'Expo 2010, che sta cambiando i connotati di un'area di oltre cinque km2, sulle due rive dello Huangpu a sud del vecchio Bund. Investimento minimo previsto, 10 miliardi di dollari: ma si sa che al conto finale si aggiungerà, per infrastrutture collegate, un ammontare ancora incerto ma collocabile fra i 15 e i 30 miliardi di dollari. Il futuro però ha in serbo anche altro.

Sembra incredibile che dietro una simile frenesia ci siano anche uomini pacati e sorridenti come il professor Zheng Shiling, uno dei principali architetti cinesi, influente teorico della scienza urbanistica riconosciuto a livello mondiale. Oltre che dell'Accademia delle scienze cinesi, è anche membro dell'Académie d'Architecture de France nonché Honorary Fellow all' American Institute of Architects. Essendo anche «General Schemer» dell'Expo 2010 e occupando una posizione preminente nella Shanghai Urban Planning Commission e nel Comitato per la conservazione delle aree storiche, tutta la città passata, presente e futura sta nella sua testa. La racconta in un bell'italiano, appreso nei tre anni, dall'86 all'89, che ha trascorso come visiting scholar alla facoltà di Architettura dell'università di Firenze. Sui tovaglioli di uno Starbuck café schizza alcuni progetti, come quello, avveniristico, dell'Isola Verde di Chongming, alla foce dello Yangtze. La terza isola cinese, (1225 km quadrati), è destinata a diventare, entro il 2020, un piccolo paradiso terrestre dove gli uomini vivranno e produrranno in perfetta armonia con se stessi e la natura.

Ma c'è un qualche rapporto fra simili progetti e la realtà, inquinata e rumorosa, vissuta quotidianamente dai quasi 10 milioni di abitanti dell'area centrale metropolitana, al di là delle dichiarazioni martellanti sulla «Better City, Better Life» (slogan dell'Expo 2010)? Sì e no, par di capire dal professor Zheng. E' tutta questione di recuperare il tempo perduto. Il passato è stato selvaggio, dal punto di vista architettonico e sociale. Nella sua prima fase di sviluppo, all'inizio degli anni '90, la città è stata territorio di scorrerie per molti speculatori armati di buone protezioni. Il segretario del Pc licenziato probabilmente collaborava troppo con i capitalisti, per il reciproco profitto ma anche per guadagnare potere e prestigio. Molte fortune si sono costruite in poco tempo e oggi si è capito perché.

Il professor Zheng descrive un primo atto dello sviluppo di Shanghai in cui, per anni, il governo non ha prestato troppa attenzione alla vita della gente. Oltre due milioni di persone hanno dovuto lasciare il centro storico della città per essere ricollocate in una periferia disagiata. Ancora due anni fa il governo ha costruito 20 milioni di m2 di case popolari per ospitare altre 800mila famiglie: il progetto è stato da lui criticato non perché fosse contrario allo spostamento (le vecchie case del centro erano sovraffollate e malsane) ma perché nell'area di ricollocamento non c'erano scuole né ospedali e i trasporti pubblici erano pressoché inesistenti. Ci sono state forti opposizioni da parte di alcuni residenti, ma resistere agli sfratti è difficile perché il suolo è pubblico e il governo può riprenderselo quando vuole, in nome dell'interesse generale che dichiaratamente è quello di rivalutare le aree. Il marcio nasce dai meccanismi di passaggio poco trasparenti. Gli eccessi hanno portato oggi a provvedimenti di riequilibrio. Gli indennizzi per gli sfratti sono aumentati notevolmente e il governo centrale ha imposto un controllo più stretto sulla concessione del suolo pubblico.

Ragione e delirio

Che la ragione stia prendendo il sopravvento sul delirio si percepisce anche da altri segni. Dal 2002 una legge stabilisce la preservazione di 12 quartieri di interesse storico nel centro della città, 27 km 2 che sono diventati quasi intoccabili e chi vuole abitarci potrà intervenire solo sulla base di permessi speciali. Anche in periferia e nelle ormai lontane campagne, sono state identificate 32 aree storiche da salvaguardare. Più in generale, spiega Zheng Shiling, si cercherà di rendere le periferie più vivibili. In questo i trasporti sono essenziali. Oggi Shanghai ha 123 km di rete metropolitana. Per l'Expo dovrà arrivare a 400 km, entro il 2020 a 700. Un progetto gigantesco ma, dice il professore, il governo ha la forza per farlo. Quanto a lui, ha particolarmente a cuore la vita «creativa», artistica e culturale, di Shanghai e sta elaborando appositi progetti.

La Grande Trasformazione avviata negli anni '90 con la decisione di estendere la città oltre la riva orientale dello Huangpu e creare la zona speciale di Pudong non è finita, dunque. Ai quasi 500 milioni di m2 costruiti a partire dal 1985, si aggiungono ogni anno 30 milioni di m2. Vale a dire che ogni due anni viene ad aggiungersi una estensione urbana delle dimensioni che aveva Shanghai nel 1949. Davvero difficile resistere alle tentazioni, in un mercato così bollente. Il recente scandalo, par di capire, ha solo rallentato la corsa, che comunque era già stata in qualche modo frenata dal mercato che lascia invenduti ettari di costruzioni.

L'area di Pudong vedrà progetti ancor più grandiosi. La sagoma del World Financial Center, il grattacielo del developer giapponese Minoru Mori, destinato coi suoi 492 metri a essere il più alto della città, si alza giorno dopo giorno e presto la sua forma ad apribottiglia, con una grande fessura in cima (faticoso approdo di una serie di polemiche che hanno abbattuto il progetto originario di porre in cima un cerchio che troppo ricordava il Sol levante), dominerà il lungo fiume insieme alla Oriental Pearl Tower, che col suo splendore metallico e rosa shocking detiene il titolo di torre della televisione più alta (e più kitsch) dell'Asia. Sono intanto in piena edificazione tre nuove città satellite, Jiading, Songjiang, New Harbour, che ospiteranno tra 500mila e un milione di abitanti ciascuna e serviranno a razionalizzare il disegno urbanistico della metropoli.

Per una visione d'insieme del futuro di Shanghai bisogna salire al quarto piano dell'Urban Planning Exhibition center, nella piazza del Popolo, dove la città racconta se stessa. Lo stordimento è assicurato dall'immenso plastico dove ogni progetto è immortalato fino all'ultimo ponte, mentre per la vertigine bisogna accomodarsi nella saletta dove il filmato proiettato su uno schermo a 360 gradi vi sospingerà verso il 2010 a tutta velocità. Shanghai vuole essere tutto: un centro finanziario di dimensioni mondiali, la città più verde (15 m2 di vegetazione a testa nel 2010), la più pulita, biologica e sana del mondo, il paradiso del terziario e dell'alta tecnologia, il luogo dove le industrie più inquinanti del mondo (a cominciare dalla chimica e dalla siderurgia) diventeranno amiche dell'ambiente.

L'ebbrezza però dura il tempo di scendere le scale e uscire dal grande mausoleo che la città ha dedicato a se stessa. L'aria gelida e sferzante di pioggia è impregnata di fumi acri, la cima dei grattacieli scompare sistematicamente nello smog che la avvolge, a leggere i giornali locali (Shanghai Daily) solo l'1 per cento dell'acqua della città è potabile. Sotto le tettoie del Kentucky Fried Chicken affacciato sulla piazza del Popolo staziona in permanenza, giorno e notte, un gruppetto di homeless. Seduti su sdruciti divani che hanno visto tempi migliori, fissano la folla che passa, senza vederla. Coppie di ciechi si sostengono a vicenda mentre fanno accattonaggio. Madri con figli minuscoli attendono a tarda notte gli avventori di ristoranti e locali notturni per avere un po' di elemosina. Viene in mente l'ombra di Lu Xun, che la notte inghiotte e il giorno cancella, mentre vaga senza sapere se è il crepuscolo o l'alba, e dice «C'è qualcosa che non mi piace, nella vostra età dell'oro. Preferisco non andarci».

Nota: oltre a fare riferimento agli altri numerosi articoli sulle grandi metropoli cinesi del terzo millennio, sia su Eddyburg che su Mall (il motore di ricerca interno è uno strumento molto efficace, provando con varie parole chiave), propongo qui anche il recente articolo di Howard French sul New York Times, che racconta il caso della metropoli nata dal nulla, Shenzhen da cui è possibile anche visionare i filmati "A Chinese City Boom" (f.b.)

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