E’ stato molto difficile entrare, ieri sera, nella scuola elementare di Vecchiano dove si teneva il consiglio comunale aperto dedicato alla presentazione del progetto del nuovo insediamento Ikea a Migliarino, segno evidente dell’enorme interesse che questo ha provocato nella cittadinanza.
In più di quattro ore, tra presentazione dei tecnici Ikea, interventi e domande del pubblico e relative risposte (anche da parte del Sindaco), e nonostante non sia stato consegnato alcun materiale a stampa, ma solo proiettate delle slides, finalmente il quadro è divenuto più chiaro:
- è improprio chiamare questo “insediamento Ikea” o negozio Ikea: si tratta infatti di una proposta di trasformazione urbanistica della quale Ikea è solo una componente minoritaria, impegnando meno di un terzo dell’area;
- Si tratta di una trasformazione di una dimensione enorme, raggiungendo, tra aree destinate agli insediamenti, parcheggi e viabilità, circa 400.000 mq, come dire 40 ettari o anche 4 chilometri quadrati, più della dimensione dell’intera frazione di Migliarino e va a saldare quest’ultima con l’uscita dall’autostrada A11;
- Assieme al negozio Ikea, di dimensioni analoghe a quello di Sesto Fiorentino, vengono proposti insediamenti commerciali non meglio identificati per una superficie di vendita tra 20 e 30.000 mq e addirittura insediamenti abitativi per 22.000 mq di superficie utile (dati raccolti dall’esposizione);
- Le modifiche alla viabilità sono tutte locali, anche se ingenti e sono finalizzate a consentire un accesso diretto all’area dal casello autostradale;
- Ikea sbandiera, con una certa efficacia, soprattutto nei confronti degli amministratori, la prospettiva occupazionale, ieri sera addirittura portata a 800 unità, a fronte di un numero medio di addetti, negli altri centri esistenti, di 350-400 unità tra part-time, tempo determinato e tempo indeterminato pieno.
A detta di Ikea il sito prescelto è “perfetto” (commercialmente, s’intende) in quanto corrispondente ad un nodo viario (svincolo tra autostrada tirrenica e Firenze-Mare) e di bassa qualità paesaggistica. Una sorta di relitto agricolo destinato, prima o poi ad essere urbanizzato. Anzi la localizzazione è così “perfetta” che non è possibile spostare l’insediamento anche solo di un km, come in pratica avverrebbe localizzando – almeno il negozio Ikea – nella zona artigianale-commerciale di via Traversagna, a nord dell’autostrada A11.
Il bacino di utenza prefigurato riguarda tutta la fascia costiera che va dalla Foce del Magra a Piombino, corrispondente a circa 1.500.000 abitanti. Da questi dovrebbero venire circa l’80% dei clienti. Dunque, secondo i proponenti, il traffico indotto sarebbe sostanzialmente portato ad utilizzare l’autostrada.
Come è stato ampiamente sottolineato nel dibattito, la proposta appare:
- immotivata nella parte non-Ikea, laddove si propongono ulteriori superfici commerciali non previste dalla programmazione regionale, in quanto essa ritiene satura l’area pisana, Vecchiano compreso;
- generata da un movente meramente immobiliare, diretto alla valorizzazione economica dei terreni interessati, cosa che dà a tutta la proposta una insuperabile rigidità;
- in netto contrasto con le scelte del piano strutturale, il quale individua come vocazione generale del territorio la salvaguardia dell’identità storica e paesaggistica e la promozione di un turismo eco-compatibile;
- comunque diretta ad aggravare le condizioni critiche della circolazione in particolare sull’Aurelia, tenuto conto del traffico indotto non solo da Ikea, ma anche dall’altra offerta commerciale e conseguentemente a peggiorare la qualità ambientale, proprio a confine con il Parco Naturale di Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli. Un indicatore in tal senso è dato dalla dimensione veramente enorme dei parcheggi previsti, pari a n.6.000 posti auto. Se consideriamo che il tempo di permanenza medio di un cliente è stimato in due ore, ed immaginando solo quattro ricambi al giorno, si raggiungono 24.000 auto/giorno di presenza!
Occorre aggiungere che la proposta appare in netto contrasto con i contenuti del nuovo Piano di Indirizzo Territoriale che la Giunta Regionale ha recentemente approvato come proposta al Consiglio, per cui appare difficile ipotizzare che con la Conferenza dei Servizi, cui i proponenti di appellano, come strumento di possibile modifica di tutti gli strumenti di programmazione/pianificazione, si possa conseguire questo obiettivo.
In sostanza, Ikea sembra tirata dentro una operazione non sua: in nessun altro insediamento che conosco è presente l’integrazione con altre tipologie commerciali, peraltro non precisate, qui dichiarata essenziale. Il suo prestigio, di azienda sana, in forte crescita e dotata di certificazioni di qualità ambientale e sociale appare in questo caso strumentalizzato a fini diversi, che purtroppo hanno il solito vecchio nome: la speculazione immobiliare.
Detto questo, come è stato detto da gran parte dei cittadini e anche degli esponenti politici intervenuti, una sola appare la soluzione politicamente sostenibile: il trasferimento del solo negozio Ikea nell’area produttiva di via Traversagna, cui comunque occorrerebbe associare un adeguamento dell’Aurelia da Madonna dell’Acqua a Torre del Lago.
Ma se le analisi sulla genesi della proposta sono corrette, di questo esito è lecito dubitare.
Migliarino, 6 febbraio 2007
Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un quadro per la protezione del suolo e modifica la direttiva 2004/35/CE (presentata dalla Commissione)
Il suolo è una risorsa essenzialmente non rinnovabile e un sistema molto dinamico, che svolge numerose funzioni e fornisce servizi essenziali per le attività umane e la sopravvivenza degli ecosistemi. Dalle informazioni disponibili emerge che, negli ultimi decenni, si è registrato un aumento significativo dei processi di degrado dei suoli e ci sono elementi che confermano che, in assenza di interventi, tali processi continueranno ad aumentare.
Il suolo è sottoposto a pressioni ambientali sempre più forti in tutta la Comunità, determinate o acuite dalle attività umane, come pratiche agricole e silvicole inadeguate, attività industriali, turismo o sviluppo urbano. Tutte queste attività stanno danneggiando la capacità del suolo di continuare a svolgere tutta l’ampia gamma di funzioni indispensabili che offre. Il suolo è una risorsa di interesse comune per la Comunità, anche se in massima parte di proprietà privata: se non si interverrà per proteggerlo la sostenibilità e la competitività a lungo termine dell’Europa ne soffriranno. Il degrado del suolo incide, inoltre, notevolmente anche su altri aspetti di interesse comune per la Comunità, come le acque, la salute umana, i cambiamenti climatici, la tutela della natura e della biodiversità e la sicurezza alimentare.
La legislazione proposta, finalizzata a proteggere il suolo e a conservane la capacità di svolgere le funzioni ambientali, socioeconomiche e culturali che offre, è perfettamente compatibile con gli obiettivi di cui all’articolo 174 del trattato CE e tiene conto della varietà di situazioni che caratterizza le diverse regioni della Comunità. Il testo è fondato sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente e sul principio “chi inquina paga”. Infine, si è basato su un’analisi dei potenziali costi e benefici di un intervento o di un mancato intervento e sul rispetto dello sviluppo socioeconomico della Comunità nel suo complesso e sullo sviluppo equilibrato delle singole regioni che la compongono.La direttiva proposta contempla i seguenti elementi:– istituzione di un quadro comune per la difesa del suolo basato sui principi della conservazione delle funzioni del suolo, della prevenzione del suo degrado e della mitigazione degli effetti di tale degrado, del ripristino dei suoli degradati e dell’integrazione di queste problematiche in altre politiche settoriali; – obbligo di individuare, descrivere e valutare l’impatto di alcune politiche settoriali sui processi di degrado del suolo al fine di tutelarne le funzioni; – obbligo per i proprietari di terreni di adottare misure di precauzione nei casi in cui si possa presumere che l’utilizzo che fanno del suolo possa ostacolare in maniera rilevante le funzioni svolte dal suolo; – approccio al fenomeno dell’impermeabilizzazione del suolo volto a garantire un utilizzo più razionale del terreno secondo quanto stabilito dall’articolo 174 del trattato CE e a mantenere il maggior numero possibile di funzioni del suolo; – individuazione delle aree a rischio di erosione, diminuzione di materia organica, salinizzazione, compattazione e smottamenti, e istituzione di programmi nazionali di misure. Occorre identificare l’estensione delle aree che presentano i rischi elencati; ai fini della coerenza e della comparabilità, i rischi devono essere identificati in base ad elementi comuni, tra cui parametri riconosciuti come cause di vari problemi considerati. Sarà inoltre necessario adottare obiettivi di riduzione del rischio e programmi di misure per conseguire tali obiettivi. I programmi potranno fondarsi su norme e misure già individuate e messe in atto in ambito nazionale e comunitario; – misure per contenere l’immissione di sostanze pericolose nel suolo, per evitarne l’accumulo che potrebbe ostacolare lo svolgimento delle funzioni del suolo e comportare un rischio per la salute umana e per l’ambiente; – istituzione di un inventario dei siti contaminati e di un meccanismo di finanziamento per la bonifica dei siti “orfani”, preparazione di un rapporto sullo stato del suolo e formulazione di una strategia nazionale di bonifica dei siti contaminati individuati. Viene proposta una definizione di “sito contaminato” e predisposto un elenco di attività potenzialmente inquinanti per il suolo: questi due elementi sono il punto di partenza per localizzare i siti che possono essere contaminati e procedere successivamente all’istituzione di un inventario dei siti che risultano effettivamente contaminati. Accanto a ciò, vi è l’obbligo, per i venditori o i potenziali acquirenti, di fornire un rapporto sullo stato del suolo per ogni compravendita di terreni in cui siano avvenute o siano in corso attività potenzialmente inquinanti. Una disposizione analoga, relativa al rendimento energetico degli edifici, è già contemplata dalla normativa comunitaria nell’ambito dell’articolo 7 della direttiva 2002/91/CE.
Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni Strategia tematica per la protezione del suolo
Il database Corine Land Cover5 mette in luce importanti cambiamenti nell’utilizzo del territorio in Europa che hanno ripercussioni sul suolo. Tra il 1990 e il 2000 almeno il 2,8 % del territorio dell’Europa ha subito una variazione in termini di destinazione d’uso, con un importante incremento delle zone urbane. Emergono anche notevoli diversità tra uno Stato membro e l’altro e tra regioni: nel periodo indicato, la percentuale di superficie colpita dal fenomeno dell’impermeabilizzazione variava, ad esempio, dallo 0,3 % al 10 %.
Il documento è di notevole interesse: stabilisce una serie di punti fermi nell’intento di rafforzare considerevolmente la politica europea di difesa dell’integrità del suolo, considerato “risorsa essenzialmente non rinnovabile” e “sistema molto dinamico, che svolge numerose funzioni e fornisce servizi essenziali per le attività umane e la sopravvivenza degli ecosistemi”. Considera il suolo quasi esclusivamente dal punto di vista ecologico. Benchè il brano della “Comunicazione” che riportiamo qui sopra riveli come al legislatore europeo non sfugga il ruolo dell’espansione delle urbanizzazioni nella degradazione della risorsa territorio, non c’è per ora una parola che solleciti i governi a contrastare il consumo urbani di suolo. Ciò dipende certamente da una scelta politica (l’ambiente è pacificamente di competenza dell’Unione europea, l’urbanistica resta affidata pressochè integralmente ai governi nazionali). Ma indebolisce la portata pratica del provvedimento soprattutto in quelle regioni d’Europa (l’Italia) dove lo “sviluppo del territorio” sembra un dogma di tutti i governi nazionali, regionali e locali e di quasi tutti i partit
Nell´illustrazione degli uomini Ikea e dei costruttori di Unieco, il centro commerciale progettato a Migliarino è apparso ancora più gigantesco di quanto annunciato. Roba mai vista: quasi 400.000 metri quadrati di superficie (110.000 di Ikea e gli altri concessi in franchising al bricolage e allo sport), 57.000 metri quadrati al coperto, un parcheggio per 6.500 auto e 150 appartamenti per i dipendenti. Ma già il nome scelto per il colosso, «Parco commerciale di San Rossore» - che è sembrato scimmiottare in modo equivoco e poco opportuno il confinante parco vero, quello fatto di alberi, acqua e natura invece che di cemento e asfalto - non ha messo di buon umore i trecento abitanti del comune di Vecchiano, quasi tutti di Migliarino, che lunedì sera hanno assistito al consiglio comunale aperto durante il quale Valerio Di Bussolo per Ikea e Attilio Grazioli per Unieco hanno presentato il progetto. Poi, una trentina di interventi, praticamente tutti «pollice verso», se si esclude quello del «comitato sviluppo e futuro» sorto per dar manforte ad un´opera che dovrebbe portare 850 posti di lavoro diretti più un centinaio nell´indotto. «Roba così in Toscana non si può fare» ha detto uno. «Ma guardate bene, tanto è grande l´opera quanto è piccolo Migliarino» ha protestato un altro indicando plastici e foto che palesano l´incredibile: il centro commerciale supera in dimensione il paese. «Così si decreta la fine del paese, così lo si uccide, Migliarino sarà periferia di Ikea».
Le preoccupazioni maggiori sono per l´impatto che provocherà il traffico e il conseguente inquinamento atmosferico. «Calcoliamo che ogni giorno raggiungerebbero il centro commerciale 20.000 auto, 30.000 nei giorni di punta, sono previsti solo aggiustamenti di viabilità, nessuna nuova strada, non un adeguato rafforzamento delle infrastrutture viarie» conferma il comitato di Migliarino per il parco. Ikea e Unieco - che prevedono per il colosso un bacino d´utenza di 1.200.000 persone, tutta la costa e l´interno fino a Montecatini - hanno progettato un raccordo diretto con lo svincolo autostradale e una bretella per aggirare Migliarino, ma irrisolto resta il nodo del collegamento con l´Aurelia. «Dicono che l´80% del traffico arriverà dall´autostrada, ma noi ne dubitiamo» sostiene il comitato. «Chi viene da Pisa e dal nord del capoluogo di provincia, chi viene da Massarosa, Torre del Lago, Cascina, continuerà a percorrere Aurelia e strade interne. E´ un impatto insostenibile».
Mentre il centrodestra si è schierato contro l´insediamento, che tra l´altro potrebbe essere autorizzato solo da una modifica delle norme regionali sulla grande distribuzione, il sindaco diessino Rodolfo Pardini rimane possibilista ma ha tenuto a precisare che nulla è stato ancora deciso. Si va avanti con le assemblee di frazione: Filettole, Avane, Nodica, il capoluogo Vecchiano. Qualcuno, forse, spera di mettere in minoranza gli «irriducibili» di Migliarino con le sirene dello sviluppo e del lavoro.
Un altro rione che non c´è. Un quartiere che non esiste, una cittadella fantasma. Ventuno fabbricati per 135 appartamenti. Come l´altra, quella a settecento metri di distanza in linea d´aria. Ci sono i palazzi finiti e tinti di rosa e appartamenti arredati. La luce è già stata allacciata e c´è l´acqua. Qualcuno ha comprato l´appartamento con una scrittura privata convalidata da un notaio. Ma non esiste alcuna licenza, zero autorizzazioni.
Due quartieri fuorilegge, rioni virtuali immensi ma che nessuno ha visto durante le fasi di costruzione. Così è cresciuta Casalnuovo negli ultimi tre anni. Cinquanta palazzi alti fino a sette piani completamente abusivi. Nessuna Dia (Dichiarazione di inizio lavori), nessuna autorizzazione del Comune o certificato Antimafia. Ma ci sono stati i tecnici dell´Enel e ci sono stati i vigili urbani per verificare la residenza di chi ne aveva fatto richiesta. Sono state sistemate piante ornamentali e c´è una statua di Padre Pio. Sugli edifici le antenne paraboliche. Come un gioco, in cui ognuno fa la sua parte ma senza mettere nulla nero su bianco. Cemento per sessanta milioni di euro.
Primavera 2003, mese di maggio. I rilievi satellitari registrano terreni a uso agricolo regolarmente coltivati lungo via Filichito a Casalnuovo. Tutto in regola, a due mesi dal decreto sul condono firmato dal governo Berlusconi. Due anni e mezzo dopo ci sono cinquanta palazzi in più. Lo scopre la Procura della Repubblica di Nola, i carabinieri di Casoria coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Greco. Che ora spiega: «Casalnuovo è solo l´inizio. Faremo controlli a largo raggio sull´abusivismo e sui tentativi di ottenere condoni che, come in questo caso, sono impossibili». Indagini complesse che coinvolgono anche il Comune di Casalnuovo, da cui sono spariti un centinaio di fascicoli che riguarderebbero proprio quelle richieste di condono. Gli inquirenti hanno già interrogato parecchi dipendenti del Comune, una domanda fissa: come è possibile che, a fronte di queste dimensioni di abusivismo, nessuno si sia accorto di niente né abbia denunciato? Nessuna risposta, per ora. Connivenze? Si sospetta di imprenditori collegati con la criminalità locale e di protezioni politiche.
In queste ore, intanto, il sindaco forzista di Casalnuovo, Antonio Manna - che potrebbe disporre l´abbattimento immediato dei rioni fuorilegge - fa sapere che è stato fissato per oggi il Consiglio comunale per affrontare l´argomento, e che una commissione verificherà tutte le denunce anonime su altre costruzioni abusive arrivate in questi giorni in Comune. Intanto però l´inchiesta è solo all´inizio. Sulla vicenda interviene il senatore di Rifondazione comunista Tommaso Sodano, presidente della commissione Ambiente, che ha firmato una interrogazione parlamentare al ministro dell´Interno: «Occorre dare un segnale forte - commenta - demolendo i manufatti abusivi in costruzione. Il territorio è controllato dal clan Moccia di Afragola, camorra imprenditoriale, e quello di Casalnuovo è l´unico Consiglio comunale che non è mai stato sciolto per camorra in tutta la zona». Dunque Sodano chiede al ministro dell´Interno di verificare se «esistono le condizioni per lo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni camorristiche».
L'immagine è dal Mattino del 7 febbraio 2007. Il sen. Tommaso Sodano è il primo firmatario della "legge degli amici di eddyburg"
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VENEZIA.Coniugare lo sviluppo del territorio con la tutela del paesaggio. E’ il lavoro cui sono chiamati i 5 saggi - a vario titolo esperti di settore - che nei prossimi mesi lavoreranno per conto della Regione alla definizione di un nuovo modo di concepire il paesaggio veneto. Entro il 30 settembre la Commissione formata da Amerigo Restucci, Paolo Feltrin, Giampaolo Rallo, Marino Breganze e Francesco Curato, elaborerà il testo che costituirà l’elemento portante della pianificazione. Questo verrà quindi inserito nel testo di legge sul piano di prossima approvazione.
Il piano dovrà armonizzare tutti gli aspetti dello sviluppo (economia, infrastrutture, insediamenti produttivi ed abitativi) con quelli paesaggistici che assumono ora una nuova centralità. La normativa dovrà a sua volta essere rispettata dai piani territoriali realizzati dalle singole amministrazioni. Nelle prossime settimane la Commissione - presentata ieri mattina a palazzo Balbi - realizzerà un documento contenete scenari e strategie a tutela, valorizzazione e conoscenza del paesaggio. In questo scenario verranno individuate le macroaree di intervento, verosimilmente una decina, riunite in maniera omogenea in base alle rispettive peculiarità. Tra queste si configurano la Piana padovana, la Pedemontana, il Cadore e le aree costiere del Delta del Po. «Indagheremo sulla specifità di ciascuna zona sfruttando tutti gli elementi a disposizione, dalla toponomastica alla pittura fino alle relazioni dei viaggi del’700 - spiega l’architetto Restucci - penso ad esempio alla realtà della Piana padovana, con il problema delle cave: non dobbiamo demonizzare le situazioni, ma renderle compatibili con la realtà ricreando una continuità spesso interrotta. Il Veneto non è solo Venezia ed i Colli Euganei». Il 48% del territorio, circa 13.452 chilometri quadrati, è considerato patrimonio paesaggistico con 1.649 siti indicati come esmepio di bellezza naturale e 8.000 come elementi dal salvaguardare. Il piano coinvolgerà anche opere infrastrutturali importanti come la Pedemontana, la Valdastico ed il Passante in un lavoro di armonizzazione tra bello e utile. Il Codice Urbani invita le Regioni a collaborare con lo Stato nell’elaborazione di piani paesaggistici e urbanistico-territoriali. «La Regione ha colto l’opportunità di salvaguardare il territorio senza fermare lo sviluppo - sostiene il presidente della Regione Giancarlo Galan spalleggiato dagli assessori Marangon e Chisso, con delega rispettivamente a Politiche per il territorio e Infrastrutture - ma ci vuole coraggio per fare delle scelte in questo senso. Noi offriamo come laboratorio: il Terzo Veneto ha come obiettivo quello di coniugare natura, cultura ed economia». La Regione dovrà quindi svolgere la funzione di indirizzo e coordinamento delle azioni di valenza paesaggistica.
Per questo motivo, nei prossimi mesi sono in programma l’attivazione dell’Osservatorio del paesaggio, la promozione di alcune sperimentazioni prima della definizione del Pianto territoriale regionale di coordinamento, la sottoscrizione di un’intesa istituzionale tra ministeri e la valorizzazione delle progettualità urbanistiche attraverso il premio «Piccinato».
Sono almeno vent’anni che si elaborano in Italia piani paesaggistici: a partire dalla legge Galasso (n. 431 del 1985) e dai piani formati per prime dalle Regioni Emilia-Romagna, Liguria, Marche, e poi numerose altre, tra cui il Veneto. Prima ancora, ricordiamo il Piano urbanistico regionale del Friuli-Venezia Giulia nel 1978. Eppure, ogni volta si ricomincia da capo. Adesso l’occasione è fornita dal nuovo Codice del paesaggio (2004-2006), che riprende e completa la strategia e gli strumenti della legge del 1985, e soprattutto dal desiderio di emulare le “intese” stipulate con Rutelli da Martini e Illy e dimostrare così, davanti ai mass media, che anche nel Veneto si vuol bene all’ambiente e al paesaggio.
Ottima cosa. Ma sarebbe meglio se, invece di discettare su come “coniugare natura, cultura ed economia” ci si domandasse come mai, dopo tanti anni di tentativi, i nostri territori siano diventati quelli che sono, e che qualche giornalista emulo di Antonio Cederna ancora descrive (pensiamo al Veneto raccontato da Gian Antonio Stella). Magari ci si renderebbe conto che con questa economia natura e cultura saranno sempre valori marginali o strumentali,quindi sacrificabili, e che riescono a essere effettivamente tutelati solo se, come nella Sardegna di Soru, sono posti dalla politica come valori non negoziabili.
D’inverno i barboni, i senza casa, fanno notizia. Il freddo rigido diventa insopportabile e così la morte di qualcuno di loro giunge fino alla nostra attenzione.
A Parigi è successo qualcosa di nuovo e di diverso. Tre giovani attori hanno cominciato a comprare tende da campeggio e le hanno date ai senza casa. Le hanno sistemate lungo il Canal S. Martin tra quai de Valmy e quai de Jemmapes, giusto alle spalle di Place de La République. Il 20 dicembre scorso le tende erano 260, le persone alloggiate molte di più, in alcune una sola, in altre anche 4: in tutto forse 300-400 persone. Una tenda per ripararsi ma soprattutto una tenda per farsi vedere. Rendere visibile l’invisibile, questo l’effetto principale. Le foto di questo strano accampamento, tutto colore rosso, hanno cominciato a circolare. La cultura dell’immagine e della fantasmagoria urbana è servita questa volta per mettere al centro dell’attenzione gli invisibili e con essi il crescente disagio abitativo che ormai accomuna molte città e metropoli europee. Jean Baptiste Legrand è il presidente dell’associazione “Les Enfants de don Quichotte” responsabile dell’iniziativa: lo si incontra al Cafè 96 che funziona da punto di riferimento: si possono chiedere informazioni, contribuire con delle donazioni o prestare un pò del proprio tempo. Alcuni abitanti delle tende ricambiano il proprietario del bar sparecchiando i tavoli.
La municipalità ha bloccato l’installazione di nuove tende ma, in cambio, l’associazione ha ottenuto l’impegno a trovare una sistemazione stabile. Oggi, 3 febbraio, le tende sono 117, il lavoro di rialloggiarli procede, se ne è fatta carico la Fnarf, Fédération d’association. Al momento 147 persone hanno avuto una sistemazione stabile. Le persone rimaste nelle tende sono i casi più difficili da risolvere, alcuni sono senza documenti. Ma il successo dell’iniziativa è indubbio. Il governo francese si è dovuto impegnare in risposta all’eco suscitato sulla stampa a predisporre un piano d’urgenza per i senza casa. E’ di ieri l’assegnazione fatta dall’ENA, la mitica scuola della pubblica amministrazione francese, all’associazione Emmaus di un immobile nel pieno centro di Parigi. L’edificio di otto piani, posto all’angolo tra il Boulevard S.Germain e la rue del Buci, nel quartiere Latino, consentirà di alloggiare una cinquantina di persone.
Ma l’iniziativa è servita anche ad imporre la questione del diritto alla casa da trattare al pari di quello alla salute. Una carta del diritto alla casa sulla quale in Francia il governo di destra sembra volersi impegnare. A Bobigny, nella sede municipale si sono svolti (il 2 Febbraio) gli stati generali europei per l’appello al diritto alla casa. In alcuni paesi europei questo diritto è già sancito nella costituzione: Belgio, Spagna, Grecia, Portogallo, Finlandia, Olanda, Svezia. In altri è sancito solo con legge ordinaria. Un gruppo di lavoro del Parlamento Europeo denominato “Urban Logement” ha pubblicato nell’aprile 2006 una Carta europea dell’alloggio, ma al momento è solo un documento di intenzioni. Sancire il diritto alla casa per contrastare la crescente difficoltà di accesso alla casa, e quindi ad uno dei beni indispensabili per poter avere una vita dignitosa, è solo un segnale di quanto sia grave la questione casa nell’attuale modello economico e sociale. Una difficoltà che riguarda tutti i paesi europei.
Rendere visibile l’invisibile, visto l’esito della vicenda parigina, proporrei di esporre un lenzuolo colorato ad ogni finestra di ogni alloggio che i nostri comuni stanno (s)vendendo. Ci renderemmo conto forse meglio di quanto sta succedendo e di quanto grave è questo processo di dismissione di beni pubblici. Tanto più grave perché avviene proprio nel momento in cui è più acuta la difficoltà di accesso alla casa non solo per i ceti sociali meno abbienti ma anche per quello che una volta chiamavamo ceto medio.
Nota: vedi anche - su Mall - la ricostruzione della vicenda, di qualche tempo fa, dallo International Herald Tribune (f.b.)
Strano paese l´Italia. Il Soprintendente ai Beni Architettonici e Ambientali della Liguria boccia con parole durissime il Puc, il Piano urbanistico che la giunta di centrodestra di Recco, guidata da Gianluca Buccilli, sta disperatamente e inutilmente tentando di approvare nei tempi fissati dalle osservazioni della Provincia. Giorgio Rossini, il Soprintendente, contesta al Puc, tra le tante cose, di avere una «logica parziale che nel caso dei territori collinari subordina il valore costituzionalmente garantito e prevalente della tutela del paesaggio alle aspettative edificatorie private». E più avanti «aree che rivestivano previsione agricola nel precedente piano regolatore, sono qualificate senza lo sviluppo di alcuna logica motivazione quali "ex agricole"».
Detto in soldoni, Rossini accusa Buccilli di sacrificare il paesaggio al business del mattone. La stranezza italiana, poi, consiste nel fatto che, essendo il parere arrivato in ritardo (le carenze di organico della Soprintendenza a fronte della enorme mole di lavoro è una delle piaghe della nostra pubblica amministrazione) vale come zero. Non ha alcuna forza, se non morale. Ma con quella, gli oppositori di Buccilli sanno che non si salverà la collina di Megli, un paradiso verde che cinque palazzine previste dal Puc rischiano di compromettere. La giunta fino ad oggi non è riuscita ad approvarlo, perché quattro consiglieri di maggioranza non hanno potuto partecipare al voto in quanto direttamente interessati (incarichi, proprietà) agli interventi urbanistici. Ma Buccilli spiega «che troveremo il sistema giuridico per votarlo. Quanto alle osservazioni della Provincia non abbiamo intenzione di accettarle tutte». Logico quindi attendersi una serie di ricorsi al Tar per superare le limitazioni chieste dall´ente. «Quella collina era vincolata - spiega Paolo Tizzoni vicepresidente della Provincia - ma la Regione guidata da Biasotti declassò le aree consentendo di costruire. Fosse per noi non l´avremmo permesso, ma adesso non possiamo far altro che chiedere alcune correzioni meno impattanti per l´ambiente».
«Per qualcuno - replica Buccilli - potrà anche essere "troppo", ma sicuramente l´intervento edilizio in assoluto non può essere definito "tanto". E poi respingo le illazioni dell´opposizione che mi accusano di aver voluto favorire costruttori che votano a destra».
Se Buccilli sembra sposare le tesi antirelativiste del pontefice applicate all´edilizia, di altro parere sono oppositori politici - in primis Carlo Vasconi dei Verdi che ha già presentato interrogazioni e interpellanze - e ambientalisti che ricordano come quella collina sia attraversata dall´antica via romana, custodisca uliveti e sia uno degli ultimi angoli verdi del golfo, deturpabile anche da un solo metro quadro di mattoni.
Mentre il frastuono della politica rende indistinguibili le voci del governo locale, l´accattivante suono delle sirene edilizie si appresta a conquistare sia il terreno materiale dei suoli edificabili sia quello simbolico dell´interesse collettivo. La perdita dello scettro da parte del principe, la fibrillazione delle corti impegnate a disegnare nuove fazioni politiche, e l´incapacità dei vassalli di ingaggiare una lotta credibile per il cambio di vertice, lasciano ai cavalieri del mattone l´arduo compito di mettere le fondamenta per un futuro migliore.
Lo scetticismo è d´obbligo, almeno da parte di quanti rivedono sulla periferia le antiche mani che furono capaci di trasformare la città in modo irreversibile, o per quanti preferirebbero parchi e verde pubblico pensando ancora di avere i vandali in casa.
È forse giunto il momento di considerare la periferia oltre che come contorno, «anche come baluardo: non-luogo decentrato che permette di osservare la realtà da un punto di vista atipico, magari con lo sguardo strabico che punta verso il centro eppure si apre a nuove prospettive». Se così fosse, osservando ciò che circonda il mondo, non scorgeremmo più solo processi marginali ma figure potenti e capaci di attrarre addirittura le aspirazioni di successo tipiche del centro. Nelle parole dello scrittore Angelo Petrella si scorge un laboratorio di costruzioni letterarie mai così vivace come in questa stagione, nella quale la scrittura, della e sulla periferia, diventa emblema del discorso metropolitano. Dalla periferia avanzano immagini che riescono a smuovere la stagnante economia campana, sovrapponendo alla crisi segnali di ripresa, ospitando totem di presunta civiltà, dotati di una forza espressiva assolutamente ineguagliabile, volti a debellare l´immagine di un´economia regionale come culla del primordiale.
Più che sventolare grandi annunci o altisonanti recuperi urbani, la novità risiede nell´imponenza delle opere già costruite e di quelle in costruzione. Il ruolo del settore edile comincia ad assumere una centralità indiscutibile, che si tratti delle joint venture della riqualificazione della periferia orientale di Napoli o dei vulcanici territori nolani, vi è sempre la costante dei privati che riconquistano la scena. L´edicola locale si riempie di opere imponenti che rimbalzano sui giornali come fiori all´occhiello, dal complesso alberghiero del casertano del gruppo Coppola al Vesuviello di Renzo Piano che affiancherà i non luoghi del Cis-interporto di Nola. E la priorità di questa fase diventa, quasi naturalmente, allargarsi ulteriormente, anziché regolare il caos dilagante nel costruito esistente.
Le opere sono templari e sono capaci di riprodurre miti e luoghi sacri della città al di fuori delle sue mura come lo stadio San Paolo di Fuorigrotta, sempre se si farà nelle vie più periferiche di Miano, sempre se l´Uefa darà una semifinale a Napoli, dopo che si sarà consumata l´ennesima sfida di marketing urbano. Guardando le foto sui giornali viene da chiedersi se l´anglosassone conformazione dello stadio riuscirà mai a modernizzare le tribali abitudini della tifoseria più brutale, con le tribune che lambiscono il manto erboso, e con la tifoseria a distanza di uno spintone dai giocatori in campo. L´utopia di azzerare la violenza abolendo il suo rituale potrebbe materializzarsi in una delle periferie più estreme, rendendo territori dimenticati, salotti del mondo del pallone.
Di certo il nuovo stadio potrebbe rendere meno periferiche le attuali periferie, ma potrebbe privare anche antichi centri della loro centralità, creando un´inestricabile competizione tra nuove e vecchie periferie. Il risultato potrebbe essere quello dell´ennesimo conflitto urbano di difficile soluzione, da risolvere tra qualche anno, quando il motore dell´economia non farà più lo stesso rumore. La previsione non sembra essere una dote del pianificatore locale se l´imponente complesso sportivo che attende di transitare fuori dall´area flegrea necessita di nuove regole, mentre quelle appena approvate dovranno fare i conti con un nuovo vuoto dalle dimensioni colossali.
Pare insomma che al cambiamento di forma se ne accompagnino diversi e profondi anche nella sostanza. Con una politica incapace di imprimere direzione, il rischio è di affidarsi completamente al mercato sperando che tutto questo almeno crei posti di lavoro sufficientemente attraenti per tirare i giovani più periferici dalle strade. Un destino diverso potrebbe toccarci qualora le poste in gioco fossero più alte, se all´investimento privato corrispondesse un intervento a favore della cultura o del sociale. È un po´ quello che potrebbe succedere qualora i privati colonizzassero il consiglio d´amministrazione del San Carlo, approntando un credibile piano aziendale, in netta controtendenza, rispetto alle scelte di governo della massima istituzione culturale meridionale. E se al fianco di ogni grande investimento vi fosse una Fondazione in grado di finanziare con i profitti in esubero la soluzione dei problemi territoriali, allora avremmo almeno a che fare con un´impresa più responsabile, in grado di rilasciare sul territorio esternalità positive, per promuovere benessere, assistenza, ricerca e ancora cultura.
«Un progetto devastante per l’ambiente. Che ha costi economici e ambientali altissimi, e contraddice il principio Ue di precauzione. Il 27 febbraio ci sarà la riunione della commissione a Bruxelles, e la questione Mose dovrà essere discussa con il governo italiano». Non usa mezzi termini David Hammerstein, europarlamentare spagnolo della commissione Petizioni. Ieri era in visita a Venezia, dove ha compiuto un sopralluogo ai cantieri del Mose con i colleghi Willy Meyer, Sepp Kusstatscher e Roberto Musacchio. Nel pomeriggio gli incontri con Comune e Provincia.
La commissione petizioni ha dichiarato «meritevole» la richiesta presentata dai comitati con 12.500 firme di cittadini per esaminare le presunte illegittimità del progetto Mose. La riunione è stata fissata per il 26 febbraio. E ieri i quattro europarlamentari sono venuti in avanscoperta per rendersi conto della situazione e preparare la relazione alla commissione.
Si parte alle 10.30 dalla Riva della Pietà, a bordo di un GranTurismo noleggiato dai gruppi dei Verdi e Rifondazione. Ci sono i quattro parlamentari europei, il deputato di Rc Paolo Cacciari, Stefano gasparetto, Stefano Boato, Lorenzo Bonometto in rappresentanza del gruppo di esperti del Comune, giornalisti e tv. La nebbia è fittissima, e alla bocca di Lido non si vede quasi nulla. «Il Consorzio controlla anche le previsioni del tempo», scherza qualcuno. «C’è davvero molta nebbia intorno a questo progetto», scandisce Hammerstein, «nebbia fisica e ambientale». Sepp Kusstascher, altoatesino eletto nelle liste Verdi, guarda con interesse documenti e foto del dossier «No Mose», scruta per vedere i confini dell’isola artificiale del bacàn: «Ma davvero qui è lo stesso soggetto che ha compiuto gli studi, i progetti, i lavori e anche i controlli su questa grande opera?». Willy Meyer, della commissione petizioni, guarda stupito la motovedetta della vigilanza privata che invita a stare lontano dai cantieri. «Non si può guardare?». E annuncia: «Bisogna fare chiarezza su molti punti di questa opera, la più importante del genere in Europa. Verificare se sono state rispettate le direttive comunitarie e l’ambiente. Credo che l’intera commissione dovrà venire qui al più presto». Roberto Musacchio, europarlamentare della Sinistra europea noto per la sua battaglia in favore dell’energia «pulita», ricorda che l’Italia ha il record di infrazioni sui temi ambientali. «Ben 76 sono le procedure aperte dall’Europa nei confronti del nostro paese. E quasi sempre riguardano esposti fatti dai comitati».
Ai quattro eurodeputati viene consegnato un dossier del ministero per l’Ambiente sulle ripetute violazioni delle procedure del Mose. «Chiederò al commissario Stavros Dimas di rispondere su queste questioni», dice Musacchio. La nebbia non si alza, e i quattro rappresentanti di Bruxelles possono solo immaginare cosa c’è dietro la coltre bianca e i rumori delle benne, ricostruendo lo scenario con il radar di bordo, le carte, le fotografie. «Sono interessati dai lavori due siti protetti dall’Ue», dice Mayer. Anche su questo andrà fatta una verifica». Nel primo pomeriggio la delegazione è stata ricevuta in Provincia, e poi a Ca’ Farsetti dal vicesindaco e assessore alla Legge Speciale Michele Vianello. «Un’opera approvata con il voto contrario del sindaco e del Comune» ha detto Vianello.
In serata i quattro hanno fatto ritorno a Bruxelles. La riunione della commissione Ambiente convocata per il 27 febbraio avrà all’ordine del giorno il progetto Mose. La speranza dei ricorrenti è che dopo il via libera di Prodi sia ora l’Europa a intervenire.
«La destra francese è meglio di noi. Sul problema della casa è dieci anni più avanti dell´Italia che è immobile da anni. E se non affrontiamo subito il problema la situazione già drammatica diventerà ingestibile: una vera guerra tra poveri, tra italiani e immigrati».
L´insospettabile sponsor della politica neo gaullista è il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero, di Rifondazione Comunista. Che con queste parole commenta l´inchiesta di Repubblica sugli immigrati costretti a dormire «a ore», a turno, pagando anche 400 euro per un cuscino a tempo determinato.
Italiani sfruttatori?
«In alcuni casi sì, ma soprattutto di memoria corta. Negli anni ‘50 a Torino erano loro gli operai che affittavano lo stesso materasso in tre dormendoci a turno, in base ai ritmi della fabbrica. E questo quando andava bene, perché spesso sul palazzo c´era un cartello: non si affitta ai terùn. E dei meridionali si diceva quello che si dice oggi degli immigrati: che spaccavano tutto, che cucinavano per terra».
Vero o falso?
«La realtà è che la convivenza forzata, il vivere in stamberghe senza luce, senza gas porta al degrado. Io so solo che quando gli immigrati hanno avuto anche un piccolo spazio ma tutto loro, l´ho trovato molto più pulito di casa mia».
Stamberghe, case ghetto perché?
«Due i motivi, la Bossi Fini che fa sì che una persona che lavora, che ha un reddito ma ufficialmente è clandestina, sia ricattabile sul problema casa e quindi sfruttata».
Colpe dello Stato?
«Abbiamo distrutto negli anni il patrimonio dell´edilizia pubblica. Nell´84 si costruirono 34mila alloggi popolari, nel 2004 neppure 2000. L´Italia ha solo il 4 % di alloggi popolari, la Francia il 20%, la Spagna investe 8 miliardi l´anno in questo settore».
Francia batte Italia, almeno sulle case?
«Sì, e per di più stanno discutendo un progetto di legge per cui la casa diventa un diritto soggettivo, come la sanità da noi, e hanno in progetto 150mila alloggi popolari. Da noi nulla e questo rischia di portare ad una guerra tra poveri».
Guerra tra poveri?
«Sì, è sulla mancanza di case, sui servizi il vero terreno di scontro sociale. Se non vogliamo che ci si avvii ad un razzismo dilagante bisogna intervenire. Se lasciamo marcire la situazione la pagheremo nei prossimi anni».
Allora costruite?
«Nella finanziaria non c´è una lira, ma ho chiesto di mettere il tema della casa al centro del tavolo del welfare».
E ora?
«Intanto oggi è in discussione l´approvazione del disegno di legge per il blocco degli sfratti per le fasce deboli. Nel disegno è previsto che entro due mesi ci sia un tavolo in cui le regioni ci facciano sapere il loro fabbisogno abitativo. Da lì la stesura di un piano di intervento concreto».
E per i ghetti?
«Nella finanziaria ci sono 50 milioni di euro per la politica di inclusione, per il superamento dei ghetti come via Anelli a Padova. Un lungo lavoro con regioni, comuni, servizi sociali per creare comunità, convivenza tra immigrati e italiani e non mondi di esclusi. Soldi che verranno spesi così anche per individuare i ghetti e trovare alloggi in giro per la città dove inserire le famiglie arrivate dall´estero; con l´intervento dei servizi, con mediatori culturali, assemblee di cittadini. Ovviamente il tutto con l´aiuto e la cooperazione economica di regioni e comuni».
Progetto Fuksas, ovvero quello della torre alta 120 metri e del posto turistico per 700 posti barca. Il conto alla rovescia è partito. Dopo i botta e risposta da taverna (il viceministro all´Ambiente: «Sembra un grosso fallo»; l´architetto lituano: «Spesso si disprezza quello che si desidera») si va al sodo. Si discute. Si comincia a metà febbraio (15, 20 e 22) con tre consigli comunali "aperti", preceduti da una seduta propedeutica del consiglio comunale. Tre momenti delicati con 23 soggetti coinvolti: Lega Navale, Wwf, Assonautica, Lega navale, Ordini di ingegneri, architetti e geologi, Collegio dei geometri, Camera di commercio, Consulta culturale, Industriali, Confesercenti, Confcommercio, Confartigianato, Cna, albergatori, Lega delle cooperative, segretari sindacali, Automobile Club. Una specie di cartina di tornasole degli umori e delle pulsioni, dell´interesse vero o presunto della città per il suo futuro. Nel bene e nel male.
Il sindaco Federico Berruti si prepara alla "tre giorni" ostentando tranquillità. Si dice sereno, anche se non lo è. E non può esserlo. E´ convinto che non vi fosse altra strada per giocare a carte scoperte, per sgomberare il terreno da velenosi sospetti, polemiche pretestuose. Lo fa facendosi scudo di una dichiarazione di principio. «A me interessa che la città si renda conto che l´istituzione democratica, cioè il consiglio comunale, è la sede dove si decide». Ma la partita è grossa, gli interessi tanti, le attese pure. E già si stanno addensando tensioni, sollecitazioni, pressioni, manovre e manovrine, uscite tattiche, prese di posizione, scelte di campo. Come quella del segretario ds Lunardon («Il progetto s´ha da fare, è un opportunità da non perdere per lo sviluppo della città») che ha fatto drizzare le orecchie al "fronte del no" (Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi) e alle molte anime della Margherita, subito spalleggiato dall´assessore Di Tullio, ex segretario della Camera del lavoro, trovando facili sponde in Forza Italia, ma con An pronta a prendere le distanze un po´ per diffidenza (nel progetto), un po´ per ripicca. Lo Sdi per ora sta alla finestra. Paolo Caviglia, vice sindaco e un po´ padre-padrone dei socialisti savonesi, è possibilista. «Non mi infilo nei discorsi sul sì o sul no, ma sul come. Prima voglio capire, vederci chiaro. Terremo conto della ricadute che l´operazione avrà per l´intero comprensorio savonese. Ma mantenendo alta l´attenzione sui temi riguardanti territorio, ambiente, viabilità».
Piatto ricco mi ci ficco (investimento previsto: 100 miliardi). E il sindaco Berruti ad un certo punto deve essersi sentito assediato. Da una parte la lobby dei costruttori (ieri Dellepiane-Orsero-Campostano, oggi Gambardella-Spada), sponsorizzata da Autorità portuale e Unione Industriali, lo schieramento delle intese trasversali, il frullatore dei partiti; dall´altra il partito del "no" a prescindere, sinistra radicale, dissenzienti per principio o per convenienza, ambientalisti, tutori del territorio, conservatori per principio. Un accerchiamento che poteva mettere in crisi le sue certezze, ma soprattutto incrinare la sua immagine di sindaco dalle porte aperte, del dialogo a tutto campo, con qualche concessione alla demagogia ma capace di inusuali aperture, senza tessera (e in casa Ds non l´hanno ancora digerita), svincolato, fin che gli è possibile, dalle logiche dei partiti. Ne è uscito, bene o male, con un colpo d´ala. Con un semplice, banalissimo: «Parliamone». C´è chi ha gradito e chi no. Gli interlocutori chiamati a Palazzo Sisto IV a metà febbraio in larghissima parte sì. Non solo per poter andare a dare battaglia in difesa della prateria di posidonie, della baraccopoli della Madonnetta (ordine di sgombero dell´Autorità portuale entro marzo), ma anche per dire basta alle colate di cemento spacciate come volano di sviluppo. Nutrita la platea degli estimantori di Fuksas. Luciano Pasquale, presidente della Fondazione De Mari ma anche direttore dell´Unione industriali, non ha dubbi. Il suo consenso è netto. Approva la strategia del sindaco. E´ fiducioso. «Alla fine prevarrà il buon senso, nell´interesse della città». E cala tre carte: turismo, industria e cultura. Quale turismo? Luciano Pasquale non ha dubbi. «Il progetto ha una evidente valenza paesaggistico-infrastruttutrale con l´offerta di porto turistico potenziata e un´area di collegamento del comprensorio Savona-Albissola che può essere migliorata sul piano estetico e funzionale. Ma ha soprattutto il pregio, la capacità di attrarre investitori, turisti, diportisti, visitatori ma anche chi abita nel comprensorio. La torre di Fuksas? Un´immagine-simbolo». Industria è una parola grossa, desueta per Savona. Pasquale non è d´accordo. «E´ ovvio che mi riferisco alla nautica, nostro fiore all´occhiello. Un settore di alta qualità e professionalità, più industriale che artigianale, sia nella costruzione che nell´assistenza e riparazione. In un circolo virtuoso aumenteranno le capacità di creare lavoro, occupazione qualificata e reddito». E la cultura? «E´ l´aspetto più immateriale, com´è logico che sia. Mi riferisco alla trasformazione della città, un segnale forte, soprattutto verso l´esterno, ma auspico anche verso l´interno. Ciò vuole dire una città che si trasforma, che realizza cose nuove, importanti, apprezzate unanimemente. Vedo una città capace di aprirsi per 365 giorni al pubblico esterno e a un mercato, che sa valorizzare le proprie opere d´arte, organizzare eventi, arte, musica, convegni, spettacoli, manifestazioni sportive. Una città viva con operatori non rinchiusi nel guscio ma capaci di dare segnali e di assumere iniziative. Il mio sogno è che in cima alla torre Fuksas sorgano locali in cui circolino non solo salatini e drink ma anche idee».
Ma non saranno tutte rose. Anzi. Berruti, sindaco assediato e dal sorriso sempre più raro, si augura che «su un tema così controverso si ricompatti la città». Le tre audizioni non scioglieranno il nodo. Sarà poi il parlamentino a pronunciarsi se andare avanti con un atto di indirizzo. L´iter prevede altri passaggi: Autorità portuale, progetto preliminare, conferenza dei servizi, ritorno a Palazzo Sisto IV per esame in sede tecnica ed eventuali osservazioni, parere della giunta e definitivo approdo in consiglio comunale per il via libera al progetto. Tutto deciso? Sembra, ma non è detto. Berruti sta abbottonatissimo. Anche se c´è chi afferma che l´incontro romano con Fuksas gli ha chiarito molti dubbi. Ma non esce (del tutto) allo scoperto. Non fa previsioni. «Saranno consultazioni vere. L´esito non è scritto. Non sarà una passerella per imbellettare un processo già definito. Farò considerazioni di merito solo dopo non prima. Non ho preconcetti. Ascolto, rifletto. Sono disponibile a farmi convincere».
Sembra che gliel'abbiano fatto apposta, ad Antonio Cederna. Il giornalista- archeologo-parlamentare paladino della difesa ambientale si è battuto per anni, anche quando ricoprì la carica di consigliere comunale, per l'eliminazione del vialone dei Fori Imperiali considerato una «ferita» nell'area archeologica più preziosa d'Europa. Il guru ecologista si era scagliato contro la politica mussoliniana delle demolizioni nel tessuto storico della Capitale e al tempo stesso chiedeva la demolizione di ciò che era stato costruito sopra le antiche rovine di Roma.
E il Comune, qualche anno dopo la sua morte, che cosa gli fa? Gli dedica un luogo, «Belvedere Antonio Cederna, giornalista, saggista, ambientalista» che guarda trionfalmente proprio l'inizio dello stradone fascista. Come dire: fissatelo bene in testa, quello resta lì. Naturalmente le intenzioni del Campidoglio sono state diverse, piene di rispetto e forse un po' nostalgiche perché di gente battagliera come Cederna, sempre in campo nell'interesse della città, non se ne trova spesso. Ma piazzare la targa in quello spiazzo che domina il Colosseo ha avuto obbiettivamente il senso di un affronto.
La prova che l'interpretazione giusta è quella non ufficiale sta nei fatti. Il Belvedere è un luogo degradato, un vero e proprio pernacchio all'ambientalismo e al suo tanto amato storico rappresentante. Ingombranti e volgari graffiti da una parte, un barbone infagottato nel suo misero giaciglio dall'altra, un palo della luce spaccato alla base, un altro con il «cappello» sulle ventitrè, a regalare al sito un'aria scanzonata e malandrina. Benvenuti turisti, accomodatevi ad ammirare il Colosseo. Ma non chiedete chi è questo «Antonio Cederna», perché è meglio non dirvelo. Altrimenti, osservate le condizioni del Malvedere, da un americano non potrebbe che uscire un commento divertito che nota il contrappasso tra il dire e il fare: «It's so amazing!», che cosa bizzarra.
Il caso del Belvedere diventato un Malvedere è emblematico della difficoltà del Comune di far seguire alle inaugurazioni la manutenzione. Si può citare l'esempio dei giardini di piazza Vittorio: a due soli mesi dall'inaugurazione, qualche anno fa, risultavano rinsecchiti e malmessi. In diverse piazze e piazzette riqualificate con aiuole e panchine si possono registrare segni di abbandono. Spesso un Municipio si limita a perimetrare con il nastro un sedile spezzato senza poi provvedere a sostituirlo. Quando il servizio giardini insedia un nuovo albero, il lavoro viene considerato concluso: d'inverno l'acqua piovana può aiutare, negli altri mesi spesso i nuovi impianti seccano in poco tempo per mancanza di innaffiamento.
E se nella vicenda che riguarda il ricordo di Cederna non c'è un pizzico di malafede, il Comune può dimostrarlo facilmente: se non togliendo di mezzo via dei Fori Imperiali, ormai «storicizzata», almeno rimettendo a posto il Belvedere.
Il bravo assessore all´Urbanistica della Toscana, Riccardo Conti, giustamente fiero del "suo" territorio, contesta (nelle Lettere a "Repubblica" del 24 us), in cortese polemica con la mia ultima rubrica, la validità dell´art. 9 della Costituzione ("La Repubblica.... tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione"). Quando mai – sembra dire – con tanti scempi che per cinquant´anni hanno devastato il Paese? Ora è pur vero che lo svuotamento degli strumenti urbanistici, la corruzione, la speculazione sfrenata hanno sovente avuto la meglio sui vincoli di legge e che in questo quadro la Toscana, a differenza di altre regioni, ha in buona misura saputo salvaguardare e saldare assieme, come dice Conti, "città, bellissimi borghi, attività produttive molteplici, grandi bellezze e tradizioni culturali". Ma questo non è un buon motivo per devolvere in toto le responsabilità della salvaguardia dallo Stato alle Regioni e, ancor peggio – Toscana docet –, da queste ai Comuni. Come si è appena visto, proprio il fatto che il completamento della speculazione di Monticchiello (vedi "Linea di Confine" del 22 us) sia stato bloccato da un intervento in extremis del ministro dei Beni culturali, nonché vice presidente del Consiglio, sta a comprovare l´esigenza di una autorità più alta di ultima istanza. Lo ha ribadito anche Rutelli ad "Italia Nostra". Del resto, a dispetto dei molti meriti, anche la Toscana annovera esempi pessimi, a cominciare dalla devastazione dell´Argentario. Una zona minacciata inoltre dalla paventata nuova autostrada. Infine, sempre a proposito della Val d´Orcia, se Rutelli è riuscito ad imporre la tardiva soluzione del "male minore", non potendo più far abbattere tutte le villette, nessuna garanzia è stata ancora data sul pericolo che una collina prospiciente Pienza, malgrado la protezione dell´Unesco, venga di bel nuovo scavata e sconciata dal cosiddetto "trasferimento" della vecchia cava, ora al di là dal dosso. Anzi non poca preoccupazione mi desta la lettera di Conti laddove esalta "le Crete senesi, attività storiche che fanno parte di una identità insieme ai paesaggi e ai campi coltivati" e conclude: "Quale tutela sarebbe possibile in un territorio inerte e imbalsamato?". La frase può essere interpretata a doppio senso: se per crete senesi s´intendono i celebri calanchi, cioè i dirupi argillosi e le conformazioni geologiche create dal ruscellamento delle acque, allora anche queste fanno parte del paesaggio da salvaguardare, ma se, di contro, con una abile traslitterazione, per crete si vuol intendere il "cotto", tratto dalla escavazione della argilla, per alimentare una fabbrica di foratoni di una grande impresa del settore, allora il discorso cambia. E non perché la Toscana non debba avere fabbriche, opifici, industrie ed anche nuovi manufatti edili, ma perché tutto questo va collocato in modo da non alterare e danneggiare una patrimonio ambientale, paesaggistico e artistico prezioso ed unico al mondo. E´ una stupida polemica quella che contrappone la validità e la modernità di una cosiddetta "tutela dinamica" del paesaggio ai "retrogradi difensori di una Toscana da cartolina". In realtà chi si nasconde dietro simili slogan è prigioniero di una cultura vetero-industrialista e non coglie come ormai, proprio nel contesto della globalizzazione, il "territorio" si è trasformato nel patrimonio più concorrenziale del nostro Paese. Non per farne una immagine museale ma la base creativa in cui nuove tecnologie, società dell´informazione, paesaggio, cultura, arte, agricoltura avanzata, accoglienza qualificata si combinino in un mix vincente e non rapidamente consumabile. Mi scrive, tra gli altri, il prof. Giorgio Pizziolo, ordinario di Urbanistica a Firenze: "In realtà la posizione arretrata è proprio quella di certi amministratori che dal Pit (Piano di indirizzo territoriale) alle pratiche correnti, trattano il paesaggio come "valore aggiunto" e come fattore di valorizzazione, aprendo così di fatto il territorio toscano all´ondata speculativa in atto, richiamata dalla sua fama e dalla sua immagine. Così la speculazione edilizia e le attività improprie, tenute finora distanti dai paesaggi di pregio unico, possono trovare numerosi canali di intervento, legalmente riconosciuti. Mentre, invece, per attuare la sostenibilità che si afferma di volere, sarebbe necessario cambiare profondamente modello di sviluppo e fare del paesaggio, in quanto tale, un elemento fondamentale della nuova programmazione, fulcro di orientamento di tutte le altre scelte, non un elemento di valorizzazione "aggiuntiva" e, di fatto, speculativa.
In eddyburg, l'analisi di Giorgio Pizziolo
Titolo originale: Car Free in America – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
I dirigenti della General Motors amano ripetere che la vettura a idrogeno “toglierà l’automobile dall’equazione ambientale”, quando in realtà così si risolverà solo il problema degli scarichi. Le auto continueranno a occupare spazio, a creare ingorghi, a determinare le decisioni urbanistiche.
Molti fra noi hanno visto le vecchie foto delle diffuse linee tranviarie e ferroviarie che servivano anche i centri americani più piccoli, e si sono chiesti se davvero ci sia stato un “progresso” da allora. Anche se il pendolare del 1912 non aveva il sistema autostradale interstate, lui o lei potevano uscire dalla porta, saltare su un tram, raggiungere l’efficiente rete ferroviaria nazionale, che aveva quasi 500.000 chilometri di binari.
Il nostro ridotto, finanziariamente traballante sistema Amtrak è solo un fantasma della rete che abbiamo estirpato alla ricerca della modernità e della libertà personale offerta dalle automobili (le infrastrutture ferroviarie ora contano circa la metà dei chilometri che avevano nel 1912). Ma le città stanno cominciando a ricostruire quanto andato perduto, rivolgendosi fra l’altro ai sistemi di ferrovia leggera, ai traghetti veloci, agli autobus su corsia riservata.
La American Public Transportation Association (APTA) trabocca di buone notizie:
● Quattordici milioni di americani prendono i mezzo pubblici ogni giorno della settimana.
● Nei primi nove mesi del 2006 a livello nazionale si sono superati i 7,8 miliardi di spostamenti col mezzo pubblico: il 3% in più rispetto all’anno precedente. É la ferrovia leggera ad avere la percentuale di crescita più elevate fra tutte le modalità di trasporto, con un incremento del 5,4%. Nel caso di Salt Lake City, Minneapolis, New Jersey, Filadelfia e Sacramento la crescita è a due cifre. Aumentano di molto anche Buffalo e Houston.
“Anche con prezzi della benzina in calo, sempre più persone decidono di salire sul mezzo pubblico” spiega il presidente APTA William W. Millar. “Questo continuo incremento dell’utenza dimostra che quando si hanno delle possibilità di scelta nei trasporti, si usano quelli collettivi”.
Lo scorso gennaio, APTA ha pubblicato uno studio che rileva come l’uso del mezzo pubblico fa risparmiare 6,3 miliardi di litri di benzina l’anno, l’equivalente del pieno di 108 milioni di macchine, quasi 300.000 al giorno. Se avesse l’occasione del trasporto pubblico un’altra quantità identica di americani, risparmieremmo 12,6 miliardi di litri. Le famiglie con due componenti che lavorano e che usano il mezzo pubblico tutti i giorni risparmiano in media oltre 6.200 dollari l’anno.
62 città americane, ora, possiedono o hanno in progetto ferrovie leggere. APTA rileva che esistono 651 stazioni di questo tipo di trasporto nel paese, gestite da 26 aziende di trasporti pubblici. Le stazioni ferroviarie pendolari ne aggiungono altre 1.153. Vari progetti già finanziati nel porteranno altre 131 nei prossimi anni.
Nonostante i critici del trasporto pubblico giudichino i costi degli spostamenti in ferrovia leggera “una tariffa da viaggio in limousine” per gente che altrimenti avrebbe preso l’autobus, esistono ampie dimostrazioni che si tratta di investimenti efficaci (in particolare se si mettono nel conto i costi degli ingorghi), e aumenta l’utenza di chi prendeva l’auto. Quando hanno aperto le line a St. Louis nel 1993, secondo il Milwaukee Journal, non solo la quantità di passeggeri ha superato di molto le aspettative, ma è aumentata anche del 20% l’utenza degli autobus. A Toronto, Canada, il mezzi pubblici portano il 77% di tutto il flusso di pendolari verso il centro nelle ore di punta. A Portland, Oregon, il sistema di ferrovia leggera Tri-Met ogni giorno sostituisce 187.000 spostamenti in auto, ovvero 58 milioni l’anno.
La Federal Transit Agency scrive, “Gli americani persono oltre 1,6 milioni di ore al giorno bloccati nel traffico. Senza i mezzi pubblici, le attuali spese nazionali 40 miliardi l’anno nella congestione aumenterebbero di altri 15 miliardi. In realtà, se tutti coloro che prendono i mezzi pubblici decidessero invece di prendere l’auto, le macchine formerebbero una linea di traffico tale da circondare tutta la Terra, di quasi 40.000 km”.
Anche i treni a lunga percorrenza, le cosiddette “ferrovie pesanti”, sono in una fase di ripresa, nonostante le perdite. Amtrak complessivamente ha perso 25 miliardi dalla creazione nel 1971, che sembra una somma spaventosa, finché non si guarda ai 40 miliardi spesi ogni anno in strade. I vari stati si stanno associando per i treni ad alta velocità “compatti” progettati per offrire un servizio ultraveloce e competitivo per regioni come Midwest, Florida, Nordovest e California.
Il modello è il treno Amtrak Acela fra Boston e Washington, D.C., che corre a 250 chilometri l’ora. Più lento dei treni europei, ma rapido a sufficienza per far concorrenza all’aereo, specie se si calcola il tempo passato per andare in aeroporto e superare le nuove procedure per la sicurezza. Acela ha avuto molti gravi problemi, ma resta una popolarissimi alternativa di trasporto (le parti di Amtrak in perdita sono i percorsi su lunga distanza attraverso il paese, dato che è molto più rapido ed economico volare, ma queste tratte sono protette da interessi politici di spesa pubblica).
Ci sono traghetti ad attraversamento rapido che possono far concorrenza alle auto per i pendolari. La città di Sydney, Australia, ad esempio, usa moltissimo i ferryboat, e anche Hong Kong, Seattle o Vancouver, British Columbia. Danno qualche problema ambientale e di costo, ma in generale quando ci sono corpi d’acqua navigabili è un ottimo mezzo di trasporto.
La bicicletta sta crescendo in popolarità, per la salute, per I vantaggi ambientali, per eliminare le spese legate all’auto. Possedere una macchina può costare oltre 7.000 dollari l’anno. Secondo la League of American Bicyclists, la gestione di una bicicletta si aggira attorno ai 120. Ci sono parecchie compagnie di assicurazione che riducono le tariffe per i pendolari che usano la bicicletta anziché l’auto per andare al lavoro. Il National Personal Transportation Survey ha rilevato che circa il 40% degli spostamenti sono inferiori ai tre chilometri: ovvero dieci minuti in bicicletta, o trenta a piedi. Il 54% del pendolari abita in un raggio di quindici chilometri dal posto di lavoro, il che rende quasi identici i tempi di spostamento in macchina o in bici.
Anche le imprese si avvantaggiano, ed esistono studi che dimostrano come chi va in bicicletta a lavorare è più produttivo e meno propenso ad assenze per malattia. I ciclisti riducono la necessità di offrire parcheggi per dipendenti, e l’esercizio fisico rende più attenti.
E se pedalare vi sembra troppo faticoso, c’è tutta una serie di mezzi parzialmente elettrificati (con velocità massime di circa 25 kmh e un’autonomia di 30 chilometri) disponibili, che danno una spinta su per le salite e altri ostacoli. Ci si può motorizzare la bicicletta anche da soli, con una scatola di montaggio economica, o spendere da 500 a 3.000 per un mezzo già predisposto. Santa Cruz County, California gives $375 rebates for electric bike purchases. E naturalmente c’è sempre lo scooter giroscopico Segway, anche se rimane comunque piuttosto costoso, e non certo la rivoluzione nei trasporti che sperava il suo ideatore Dean Kamen.
Le nostre scelte di mobilità hanno ovviamente grossi effetti sull’ambiente, e dunque cosa possiamo fare per diminuire l’impatto sul pianeta e ridurre la dipendenza dal petrolio importato? Se potessimo prepararci all’avvento dell’economia energetica a base di idrogeno promuovendo nel frattempo tecnologie per l’auto pulita e una rete di trasporti pubblici, faremmo certamente un grande progresso! Vivere senza Auto?
Europei e sudamericani sono molto più avanti di noi USA auto-dipendenti, nel riprendersi le vie. Il movimento anti-strade britannico ha praticamente bloccato la costruzione di alcune tangenziali dopo che i militanti avevano impedito il passaggio. Negli USA, l’attivismo anti-auto si limita in gran parte ai sostenitori della bicicletta, a gruppi come Critical Mass o Transportation Alternatives che occasionalmente bloccano il traffico e dimostrano a favore di una migliore accessibilità ciclabile.
Le zone urbane da cui sono escluse le auto hanno grande successo in Europa. Sessanta città hanno dichiarato che intendono rendere il proprio centro libero dalle auto. In Gran Bretagna è stata istituita una giornata car-free, approvata dal 75% dei cittadini. Idee simili sono diffuse in America centrale e del sud. In alcuni casi, come Atene o Singapore, a causa di problemi di inquinamento, è consentito solo guidare a giorni alterni (targhe pari uno, targhe dispari l’altro), e a Londra ora si applica un’elevata tariffa per entrare in macchina in centro. A Copenaghen, Danimarca, il 30-40% dei lavoratori si sposta in bicicletta.
Anche se in tutto il mondo aumentano i chilometri percorsi dalle auto, e il loro numero cresce di giorno in giorno, dall’asfalto stanno cominciando a spuntare dei germogli verdi.
Nota questo articolo è un adattamento dal libro Green Living: The E Magazine Handbook for Living Lightly on the Earth (Plume); su Mall, si vedano anche, almeno lo scenario fosco dipinto da James Howard Kunstler e la descrizione positiva dell'esperienza europea di Friburgo(f.b.)
Strane coincidenze, un giorno si illustra il Piano Strutturale Comunale di Bologna e il giorno dopo il ministro Lanzillotta presenta la legge di riforma delle amministrazioni locali che istituisce le città metropolitane – tra cui Bologna. Evviva, si dirà da molte parti che speravano in questa decisione. Come la mettiamo ora con il PSC? Dato che salta la scala territoriale di riferimento e si dilata all´intera Provincia che nel disegno governativo sparisce sostituita dalla metropoli. Una transizione che era nell´aria da tempo, che cerca di sanare sovrapposizioni di competenze e duplicazioni di spese degli enti territoriali. Il PSC insiste invece, salvo marginali sbordature, sul territorio comunale. Disattento a ciò che da molto era noto ribolliva in seno a un governo amico. Una sfasatura che ne mette in crisi l´idea di fondo, la prospettiva urbanistica.
La Relazione illustrativa del PSC intende la città metropolitana come "conurbazione fisica" per "densità e continuità del suolo urbanizzato". Un´interpretazione che non tiene conto, a Bologna come in ogni città del mondo da trent´anni a questa parte, della dilatazione dell´organismo urbano. Che non è più un corpo compatto e uniforme, ma una ragnatela disseminata di gangli, in cui popolazioni e attività si sono decentrati a partire dagli anni ‘70. Su questo tessuto cresciuto senza ordine, polverizzato e informe, vanno pensate politiche di piano in grado di rafforzare le connessioni vitali, per dare unicità, coordinamento, fisionomia all´area degli interessi metropolitani. Una dimensione reticolare della metropoli che non è dunque solo metaforica ma scritta nei fatti.
Il PSC preferisce invece la città densa, compatta. Che è una buona regola trasportistica, ma che viene applicata alla sola Bologna cercando di riconcentrare ciò che è già diffuso. E andava invece finalizzata a un policentrismo metropolitano capace di razionalizzare il caos della dispersione. Attraverso una pianificazione di taglio territoriale più che urbanistica in senso tradizionale. Progettando la città dei cittadini decentrati nell´area vasta, non quella del continuum costruito (e da costruire, saturando i pochi spazi ancora vuoti).
Un PSC che ha anche buone intuizioni. La "città di città" viene infatti ricondotta a una logica funzionalistica. Di cui però quel termine implica il superamento, non negando la necessità di razionalizzazioni, ma affidandole a una concertazione degli interessi di natura plurima. A interventi cioè concordati in contesti e secondo procedure di decisione condivisa. Le "7 città", non a caso disegnate sugli assi morfologici, sono suggestive e sicuramente esprimono delle rappresentazioni utili al riassetto della città. Ma non è questa la città di città. Che va intesa invece come città dei cittadini, come insieme di polis federate nel corpo politico della metropoli.
Al PSC insomma manca una visione politica. Ignaro com´è da un canto della politica in atto a livello governativo, che riconosce la realtà metropolitana. E dall´altro delle sensibilità scaturite dalla critica al pianismo vecchia maniera, che da tempo propongono attenzione all´idea di cittadinanza attiva. Un piano insomma ancora di impronta modernista - senza neppure le mediazioni riformiste del buon welfare dei tempi andati - in cui i cittadini rimangono una variabile (tra le altre).
Un testimonial d’eccezione per la grande conferenza internazionale sul clima, la laguna e il Mose prevista a Venezia entro aprile. Il relatore potrebbe essere Al Gore, ex vicepresidente degli Stati Uniti e candidato alla Presidenza Usa battuto da Bush nel 2001. Il sindaco Massimo Cacciari avrebbe intenzione di dare così risonanza mondiale all’evento. E riproporre la questione della difesa della laguna e l’inadeguatezza del progetto Mose, peraltro in fase avanzata di realizzazione.
Un salto di qualità, anche nelle polemiche infinite sulla validità delle dighe mobili. A Venezia - forse il luogo sarà palazzo Ducale - arriveranno esperti mondiali di climatologìa e di idraulica, di ecologia e scienze ambientali.
«Un fatto è certo», dice Cacciari, «che quel progetto si basa su previsioni dell’aumento del livello dei mari che sono superate. Di questo bisognerà pur tenere conto». Dagli studi del Corila che avevano supportato i progetti del Consorzio Venezia Nuova le previsioni dell’aumento del mare parlavano di 18-20 centimetri per il 2100. Studi più recenti dell’Ipcc e dell’Ue parlano invece di 50 centimetri entro la metà di questo secolo. Significa modificare del tutto la prospettiva, perché il Mose potrebbe essere già vecchio una volta costruito. E non sarebbe pensabile chiudere le dighe una volta ogni due giorni. Si rilancia dunque il dibattito, dopo il «colpo di mano» del Comitatone, che ha approvato il proseguimento dei lavori nonostante il voto contrario del Comune e il parere contrario dei ministeri dell’Ambiente, della Ricerca Scientifica e dei Trasporti. Un voto che aveva fatto andare su tutte le furie il sindaco Cacciari, che aveva insistito perché venissero valutate seriamente proposte di modifica e alternative meno costose e dannose per l’ambiente. «Se ne assumono la responsabilità», aveva protestato il filosofo.
Quel giorno era anche stato approvato un ordine del giorno che impegnava il governo ad avviare controlli «super partes» sui lavori in laguna. Controlli oggi affidati al Corila, lo stesso organismo che ha collaborato con la stesura del progetto.
Ma la svolta non arriva. E sulla laguna decide ancora l’Ufficio di Piano nominato dal governo Berlusconi. Così ieri il sindaco ha preso carta e penna e ha scritto al ministro della Ricerca scientifica Fabio Mussi. Invitandolo a mettere in atto quanto deciso dal Comitatone anche sul fronte del monitoraggio. «C’è bisogno di un organo terzo, super partes», dice Cacciari, «per poter monitorare i lavori e il loro effetto sull’ambiente lagunare». Scavi e infissioni di palancole che hanno in qualche caso già moificato correnti ed equilibrio delle bocche di porto. E tra poco il Consorzio si preparara ad avviare la costruzione dei megacassoni in cemento armato, che saranno costruiti a Santa Maria del Mare e Ca’ Roman. La fase irreversibile dei lavori del Mose che è stata autorizzata dal Comitatone, nonostante i molti dubbi tecnici espressi. Un progetto su cui pendono ancora la procedura di infrazione avviata dall’Europa e su cui sono aperte due inchieste della Procura veneziana, con indagini dei carabinieri del Noe, per aver aperto cantieri in aree protette senza autorizzazioni.
All´unanimità abbiamo deciso di dedicare un parco ad Antonio Cederna…» Così l´assessore Vittorio Sgarbi, un uomo la cui intelligenza è travolta dall´ansia, al termine della riunione nella quale si è allargato il Pantheon della toponomastica cittadina. L´insipienza dell´unanimità o insipienti all´unanimità? Non c´è molta differenza.
Nell´ottobre del ‘96, a poche settimane dalla morte di Antonio Cederna, uno dei fondatori di Italia Nostra, il professor Carlo Bertelli in un suo scritto lamentava come questo lutto avesse trovato pochissima eco sui quotidiani. Poca o nessuna eco ha avuto poi nel 2006 la ristampa di Vandali in casa, il libro col quale Cederna definiva vandalo chi distrugge l´antico, chi spreme il territorio per ricavarne il maggior reddito possibile. La sordità di Milano, dice Bertelli, è che questa è una città di ingegneri e di architetti, difficile da mobilitare sulla rinuncia al costruire: una delle grandi opzioni di Cederna. Non per nulla nel 1957 il manifesto di Italia Nostra diceva: «Uno dei presupposti della modernità è appunto quello di sapersi adeguare alla scelte urbanistiche e quindi rinunciare, ove occorra, a costruire».
Cederna poi fu soprattutto romano e dedicò tanta attenzione ai problemi urbanistici della capitale. Perché ricordarsene a Milano adesso? Mi piacerebbe pensare non tanto alle miserie pattizie di questa Giunta ma a una sorta di "onore delle armi". Onore a chi combatté contro tutto quello che sta facendo l´attuale Giunta, che hanno fatto le passate e che senza dubbio farà in futuro. Nel 1958 sul Mondo, il giornale di Pannunzio, scriveva: «La speculazione è responsabile della crisi edilizia e degli alloggi, in quanto mantenendo i prezzi dei terreni più alti del dovuto costringe i costruttori a costruire solo case medie e di lusso». Più tardi, nel 1967, preconizzava uno «sviluppo indifferenziato lungo le principali arterie, loro saldatura in interminabili suburbi, crescita abnorme». Nel 1990, ricordando che il governo Craxi nel 1984 aveva parlato della svendita dei beni demaniali «con allegra metafora chiamati "gioielli di famiglia"», scrive: «Sono proprio questi immobili che non devono essere alienati, ma ceduti ai poteri locali per essere destinati ad usi di esclusivo interesse pubblico... Perché la difesa dei vuoti, delle pause urbane, l´utilizzazione nell´interesse generale di quanto non serve più agli scopi per cui fu costruito deve essere l´impegno di fondo di una pianificazione urbanistica che renda meno invivibili le nostre città». In giunta non è andata così, niente onore delle armi, un gesto troppo intelligente e civile, invece solo il tonfo nella trappola dell´ignoranza su Antonio Cederna. Morì avendo perso la sua battaglia e noi milanesi con lui. Solo una battaglia, non la guerra. Speriamo.
SIENA - Distanze insufficienti dalle mura antiche, oltre a misure e altre caratteristiche degli edifici in costruzione ai piedi del borgo medievale, danneggiano la prospettiva e alterano il decoro della Rocca di Monticchiello. Dovrebbe essere questa la motivazione con cui nei prossimi giorni il ministero per i Beni e le attività culturali aprirà la procedura prevista dagli articoli 45 e seguenti del decreto legislativo 42 del 22 gennaio 2004, per sottoporre ad un nuovo vincolo, quello della tutela indiretta, l’area nel comune di Pienza oggetto di una lottizzazione discussa ma pienamente autorizzata. Risultato: stop d’autorità, almeno per ora, alla costruzione dei tre edifici del lotto D, per un totale di una ventina di appartamenti disposti su due piani i cui lavori devono ancora iniziare. Sono le villette giudicate a più pesante impatto dagli architetti paesaggistici nominati in base ad un accordo ministero-enti locali e che si punta a cancellare dalle previsioni di edificazione. Anche al costo, se la procedura non dovesse approdare ad un accordo tra privati e parti pubbliche, di dover pagare al costruttore fior di quattrini di penale. Il ministero, insomma, passa all’attacco. E ferma la costruzione di circa un quarto dell’insediamento, che è diviso in undici blocchi per complessivi 87 appartamenti, la maggior parte già in costruzione e venduti sulla carta.
Dai buoni propositi, dai bonari inviti all’impresa, si passa dunque ai provvedimenti ex lege e al braccio di ferro per evitare quello che è stato definito un «ecomostro», uno scempio in una delle zone più belle d’Italia, che mette a rischio il sigillo di patrimonio dell’umanità concesso dall’Unesco alla Val d’Orcia. La strategia è stata definita ieri in un incontro, che si è svolto presso la Provincia di Siena, e al quale hanno partecipato, oltre ai vertici e ai tecnici di Regione ed enti locali, il direttore generale per i beni architettonici e del paesaggio del ministero Roberto Cecchi e soprintendenti della Toscana. La riunione ha prodotto un protocollo d’intesa, i cui contenuti non sono stati resi noti in attesa di un annuncio ufficiale che il vicepremier Francesco Rutelli si è riservato di fare nei prossimi giorni. È trapelato però che il pezzo forte dell’intesa è la decisione di avviare «la procedura di tutela indiretta». Che sarà presto notificata dal soprintendente all’impresa di costruzioni. E avrà come effetto immediato il blocco dei lavori di realizzazione degli edifici finiti nel mirino dei consulenti nominati d’intesa da Ministero e Comune di Pienza per «correggere» e «mitigare» l’impatto della lottizzazione. Il comma 4 dell’articolo 46 del decreto legislativo 42 impone infatti, «in via cautelare, la temporanea immodificabilità dell’immobile». In questo caso si imporrà di non cominciare i lavori dei tre blocchi del lotto D.
Nuovi vincoli diretti saranno inoltre varati per tutelare la Rocca di Monticchiello da mire speculative. Mentre gli enti locali hanno ottenuto la promessa dal ministero di un sostegno allo sviluppo del territorio della Val d’Orcia attraverso l’apertura di linee di finanziamento «dedicate», che una Fondazione ad hoc canalizzerà verso iniziative nella quali si abbinino crescita e tutela dell’ambiente. «È stato definito un accordo equilibrato che garantisce maggiori e ulteriori azioni di tutela al patrimonio paesaggistico ma che, al contempo, tiene conto anche dei temi dello sviluppo sociale ed economico di quell’area» si è limitato a commentare, senza peraltro voler rivelare i contenuti dell’intesa, il presidente della Provincia di Siena Fabio Ceccherini. In sintonia il sindaco di Pienza, Marco Del Ciondolo, più volte nel mirino per aver autorizzato la discussa lottizzazione di Monticchiello. «Non è mettendo in contrasto sviluppo economico e tutela del paesaggio che si può affrontare la questione di Monticchiello e della Val d’Orcia - ha detto De Ciondolo - È quanto invoca la stessa motivazione del riconoscimento Unesco nel 2004 alla Valdorcia: trovare il giusto equilibrio tra tutela e antropizzazione».
Titolo originale: Unsustainable – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Tondo, un settore della capitale delle Filippine, Manila (popolazione 11,3 milioni nel 2005), per quanto riguarda la presenza di lavoratori è simile a molte grandi metropoli. E pure Tondo, coi suoi circa 600.000 abitanti, rappresenta una situazione estrema per quanto riguarda densità, povertà, abitazioni inadeguate.
La densità di popolazione di Tondo è oltre dieci volte quella di Hong Kong. Un fatto particolarmente sconvolgente, visto che la forma dell’insediamento a slum è per edifici bassi, e non sviluppata in verticale.
Le condizioni della vita e dell’abitare a Tondo sono state riassunte da Simon Szreter dell’Università di Cambridge come le “4 D”: disgregazione, deprivazione, debilitazione, decomposizione. Purtroppo, si tratta di una situazione comune in molte città dei paesi in via di sviluppo che hanno sperimentato una rapida crescita urbana negli ultimi decenni, esattamente come accaduto i Europa e Nord America nel XIX secolo.
UN-Habitat, l’agenzia delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani, stima che l’attuale popolazione globale degli slum — un “Quarto Mondo” composto da chi è socialmente ed economicamente isolato dalla modernità e da un’accettabile qualità di vita— sia di oltre un miliardo. Se continuano le attuali modalità di crescita, questa popolazione dello slum globale raddoppierà entro il 2030.
La disperazione di Manila
Chi visita Tondo viene facilmente travolto dalla puzza, dallo squallore. Le “case” sono molto piccole, con pochissime attrezzature di base, costruite con qualunque materiale disponibile su qualunque superficie di terreno. Ciò spesso significa usare palafitte per edificare sopra acque inquinate e maleodoranti, o attorno a grandi tubature, sotto ponti o cavalcavia.
Egualmente spaventosa è l’assenza delle amministrazioni cittadina e centrale nell’assistere gli abitanti. Si possono vedere bambini malnutriti e malvestiti che frugano nelle grandi discariche alla ricerca di cibo o di qualunque cosa di valore da vendere. Gran parte delle famiglie no possono permettersi di mandarli a scuola. Ci si chiede se i cosiddetti tentativi di fare della sostenibilità abbiano alcun effetto su questa enorme parte della popolazione mondiale.
Nonostante le condizioni spaventose, molti conservano un senso di dignità, cosa che appare sporadicamente nelle piante e fiori fuori dalle abitazioni dello slum, a formare piccoli giardini urbani.
Ma ad ogni modo, sottoposto alla pressione demografica di queste masse impoverite, l’ambiente vacilla. Nel 2003, un’epidemia di colera e gastroenterite ha prodotto numerosi ricoveri in ospedale e decessi. Sono stati trovati colibatteri “E” nell’incostante sistema della fornitura d’acqua. Ironicamente, la rete è gestita da una compagnia pubblica che si vanta del proprio approccio alla sostenibilità ambientale, con iniziative e impegno di lungo periodo.
I bambini soffrono normalmente di disturbi respiratori, tubercolosi, diarrea. Il tasso di mortalità infantile è alto, anche per la media filippina. Dal punto di vista epidemiologico, Tondo è una bomba a orologeria.
E la sostenibilità?
É certo che l’impegno per la sostenibilità abbia portato negli ultimi vent’anni una grande evoluzione ideale all’interno dei governi – locali, regionali, nazionali – oltre a produrre miglioramenti sociali e ambientali in molte città.
Ma resta comunque aperta la questione di come i governi si confrontino coi processi di urbanizzazione e globalizzazione. Visti i molti aspetti diversi di carattere spaziale, istituzionale, economico assunti dai movimenti urbani contemporanei, possono contribuire, architetti e urbanisti, a superare il distacco culturale e materiale fra chi ha e chi non ha?
Ambienti urbani come Tondo dimostrano come i governi non riescano a rispondere alle sfide della globalizzazione, di un mondo che si urbanizza, nonostante abbiano adottato la retorica della sostenibilità.
Chi abita nelle regioni ricche lascia una enorme impronta ambientale per i propri elevati livelli di consumo, che superano nel lungo termine le possibilità di essere sostenuti, a scala globale se non locale. Invece là dove l’umanità è concentrata sul territorio in assenza di sviluppo, si eccede la sostenibilità in modo locale e immediato, anziché globale e sul lungo periodo.
Gli enormi bisogni di Tondo dovrebbero risvegliare l’interesse di chi si occupa di questioni urbane, della forma urbana. Le professioni coinvolte possono contribuire alla (ri)costruzione della città, alla tutela dell’ambiente, ad offrire condizioni di abitabilità a chi non può esprimere politicamente ed economicamente la propria voce, a chi è lasciato indietro dalla gobalizzazione e dalla rapida urbanizzazione. Il problema per noi non deve essere se c’è o meno sostenibilità, ma in che modo le nostre professioni mancano la sostenibilità urbana.
Problemi vecchi di un secolo
I problemi della città postindustriale sono compresi e affrontati da circa 175 anni. In realtà i problemi della città industriale Britannica vittoriana dopo la rivoluzione industriale erano i medesimi delle città nei paesi in via di sviluppo oggi.
Negli anni ’30 del XIX secolo, le autorità britanniche sapevano che abitare addensati negli slum accorciava la vita delle persone. Nel 1842, fu provato il legame fra l’ambiente di vita di un individuo e la sua salute. Al tempo stesso, le statistiche delle città industriali mostravano come i fattori della salute e della mortalità, evitabili, erano fra quelli che riducevano il potenziale economico della nazione, e uccidevano ogni anno più persone di qualunque guerra combattuta. L’aspettativa di vita era di 13 anni inferiore a quanto avrebbe potuto essere.
I vittoriani sapevano che l’ambiente materiale delle città era il prodotto della loro società, e le nuove città vittoriane producevano diverse dinamiche sociali e politiche. Centri legati economicamente ad altri tipi di insediamento, a formare un sistema socioeconomico interno e internazionale. In questo modo la città in Gran Bretagna fu al tempo stesso la causa e – attraverso le politiche – la parziale soluzione dei problemi delle classi lavoratrici.
La coscienza civile emergente del XIX secolo poneva in grande risalto il miglioramento sanitario e delle condizioni generali di vita. Raggiunse il suo apogeo prima del 1914 nel paradigma della Città Giardino, concetto sociale e ambientale simile al pensiero moderno sulla sostenibilità.
Riforme urbane
Il persistere e aumentare dei problemi urbani negli ultimi decenni, necessita una riconsiderazione delle modalità intellettuali di affrontare la città, riguardo ai bisogni, scopi, ambizioni. Dovremmo vederla nel quadro dell’offerta di un’adeguata assistenza, nel mondo attuale che si evolve, sia all’interno che all’esterno degli ambiti tecnocratici.
Si dovrebbero elaborare strategie di costruzione di motivazioni politiche, per una risposta più adeguata alle condizioni e risorse locali, usate come espressioni della modernità. Ciò contribuirà a influire in modo più positivo sulle esistenze quotidiane di chi è più povero di risorse urbane, salute, servizi.
In modo complementare, operando al di fuori del dominio tecnocratico, gli architetti e gli urbanisti, la cui professione è immersa nei processi culturali e politici, possono trovarsi in una posizione più favorevole per convincere le elites urbane del fatto che il mondo non sta combattendo soltanto contro il terrorismo, o per la sicurezza nazionale, ma esiste anche un conflitto con lo svantaggio, come dimostra il caso di Tondo.
Alla luce di tutto questo, i progettisti possono essere in grado di individuare meglio la città nei suoi termini sociali, dimostrando come la società urbana non sia soltanto una forma spaziale, ma un sistema in evoluzione di valori, norme, relazioni sociali.
É importante anche che i progettisti attraverso la propria attività, e riflettendo su come risolvono i problemi urbani, si rendano alla fine in grado di modificare valori sociali e punti di riferimento in modo accettabile per i governi. Valori modificati che possono manifestarsi sotto forma di leggi connesse allo sviluppo urbano e alle questioni associate.
Inoltre, ridefinendo regole e processi che ristrutturano spazi urbani e senso sociale, la comunità dei progettisti sarà in grado di condizionare di più possibilità e limiti dello sviluppo, sia alla dimensione locale che globale.
Forse in questo modo, lo sviluppo sostenibili potrà contribuire ad innalzare la qualità di vita a tutti I livelli, in particolare per quegli abitanti urbani lasciati indietro dai progressi economici e urbani, in zone metropolitane come quella di Tondo.
Ian Morley lavora con un contratto di post-dottorato al Dipartimento di Storia dell’Università Cinese di Hong Kong; è autore di numerosi testi sull’urbanizzazione e la progettazione urbana.
Sempre più negozi per il turista: souvenir, oggettistica, vetri di Murano, maschere. Sempre meno attività per i residenti: alimentari, panifici, latterie. Sempre più supermercati e discount. Sempre meno esercizi di vicinato, al dettaglio, sottocasa. E’ questa ormai la dinamica che caratterizza il commercio del centro storico, che nel corso degli anni ha visto cambiare radicalmente la tipologia della propria offerta. Così, anche se nel 2006 ci sono circa 400 attività in più rispetto al 1990, come dimostrano i dati dell’ufficio commercio fisso di Venezia, la realtà è molto più complessa di quanto appaia.
L’esperto. «Il turn over è alto - spiega a tal proposito Piergiovanni Brunetta, presidente di Confesercenti -. E, da questa parti, non è facile vedere serrande abbassate o spazi sfitti. Ma il negozio, ormai, si sta specializzando solo per il turista. Mentre i residenti, soprattutto delle periferie, non hanno più l’alimentari sottocasa». Ecco allora che i veneziani più giovani, fanno la spesa in terraferma. Mentre quelli più anziani si concentrano sui supermercati come la Coop e il Billa. Tutto a svantaggio, come detto, della classica bottega a completo servizio del residente.
Sempre più botteghe. In centro storico, comunque, il numero delle attività, negli ultimi anni, è aumentato in modo costante. Nel 1990, infatti, in tutta Venezia città c’erano 3.127 negozi, contro i 3.539 di adesso. L’aumento dunque c’è stato, ma ha riguardato in particolare le zone centrali. Nelle periferie, invece, come conferma Brunetta, «ci sono realtà senza più negozi. A dimostrazione che il centro storico si sta ormai dedicando solo al turista. E dove il turista non c’è, il commercio muore».
Il boom di San Marco. A San Marco sono addirittura duecento i nuovi negozi sorti dal 1990 ad oggi. «Questa è una zona dove si trovano anche molti residenti - ricorda ancora il presidente della Confesercenti - Ma, lo stesso, il negozio di vicinato è in pratica morto. Soppiantato dai numerosi supermercati che hanno aperto nel corso degli anni. Cinque, sei nuovi punti di riferimento per il cittadino. Che, però, ha in questo modo abbandonato l’esercente sotto casa. Ma questa, comunque, si rivela un’area abbastanza viva a livello commerciale».
San Vio senza scampo. Anche qui il numero di negozi, con il tempo è aumentato. Passando dalle 787 attività del 1990 alle 905 del 2006. Ma anche in questo caso, l’offerta merceologica sta cambiando e gli esercizi sono sempre più a servizio del turista. «Qui ci troviamo anche abbastanza vicini a piazzale Roma - ricorda Piergiovanni Brunetta -. Quindi per qualcuno è più comodo andare a fare le spese addirittura a Mestre. Dunque, è difficile far sopravvivere il negozio di vicinato. In più, alle Zattere c’è il Billa. Che viene preso d’assalto dai veneziani che abitano da queste parti». In ogni caso, ci sono zone, come San Vio dove ormai non c’è più nessuna attività.
Il trend al Lido. Il trend coinvolge anche il Lido. Che dal 1990 ad oggi perde anche 35 esercizi. «Anche qui ormai la gente fa la spesa al Billa - spiega Brunetta -. Poi ci sono i mercatini settimanali. Ma pure da queste parti l’alimentari sotto casa è sparito. A dimostrazione che questa tipologia di offerta sta cedendo il passo un po’ ovunque».
Così nelle isole. A Pellestrina si mantengono vive le attività tradizionali, poco più di una quarantina. Mentre sia Burano che Murano, hanno cominciato ad organizzarsi. Non stupisce allora che nel 2006 ci si ritrovi proprio a Murano con una settantina di negozi in più rispetto al 1990. Anche se si tratta quasi esclusivamente di negozi che vendono vetro. Pure Burano è passata da 64 attività alle attuali 98.
Residenti abbandonati. A questo punto, sembra chiara una cosa: il commercio del centro storico sta perdendo pezzi. Quei servizi, insomma, che sono riservati ai residenti. «La situazione non è per niente rosea - commenta Piergiovanni Brunetta -. E allora, quando ci si trova ad affrontare questo problema, non ci si può basare solo su dichiarazione demagogiche, come quelle dell’assessore Salvadori che dice: no, non devono chiudere gli alimentari e le latterie. Qui, se non ci si vuole trovare con un centro storico tutto dedicato al turista, bisogna giocarsela con gli incentivi».
Postilla
Nel corso degli anni Ottanta il fenomeno era già stato analizzato e denunciato, e si era tentato di contrastarlo con alcune politiche mirate: la politica dell’edilizia sociale, per consolidare la residenza dei veneziani; la politica urbanistica, per consentire un penetrante controllo pubblico dei cambiamenti di utilizzazione dei negozi e delle case; la politica patrimoniale, per dare nuovi strumenti all’intervento comunale nel mercato immobiliare. Negli anni Novanta, con le giunte Cacciari-Costa e il prevalere delle tendenze liberiste (via i lacci e i laccioli che ingessano Venezia) ci si è arresi alle tendenze mercantili che adesso stanno trionfando, tra lamentazioni sempre più profonde.
Pochi sanno che il direttore del Centro del Patrimonio mondiale dell’Unesco, incaricato di iscrivere nella lista dei siti protetti le località più straordinarie e uniche di ogni continente, è un italiano, l’architetto Francesco Bandarin. L’ho incontrato recentemente a Parigi e mi ha espresso le preoccupazioni della organizzazione per quanto sta avvenendo in Val d’Orcia, prescelta, appunto, nel 2004 dall’Unesco come uno dei luoghi più emblematici per trasmettere e conservare l’immagine della Toscana (è proprio di qui la celebre foto di Robert Capa della strada che sale a zig zag, costeggiata da cipressi, icona internazionale della campagna senese). I nostri lettori sono stati messi al corrente dagli articoli di Alberto Asor Rosa, di Giovanni Valentini e di altri dello scempio edilizio inferto, reclamizzando addirittura l’avvenuto patrocinio, all’antico borgo fortificato di Monticchiello con la lottizzazione di 20.000 metri cubi a villette a due piani, autorizzata dal comune di Pienza. Neanche l’intervento in extremis del ministro per i Beni culturali è valso a bloccare l’operazione speculativa e Rutelli ha solo potuto promettere qualche palliativo per «mitigare» la visibilità dell’offesa. Ma il capitolo delle incursioni non si è fermato qui. Si è aperto subito dopo quello della cava di Malintoppo, da cui dal 1920, quando la sensibilità ambientale era di là da venire, si estrae l’argilla per la fabbricazione del cotto toscano, prodotto da una vicina fornace. Scava che ti scava, una parte della collina, quella che guarda verso Montalcino e San Quirico, è ormai ridotta ad un grande buco grigio. Nel frattempo la vecchia cooperativa ha venduto a un gruppo industriale del settore che ha fortemente incrementato la produzione con conseguente intensificazione delle escavazioni e, secondo l’Agenzia dell’Ambiente, delle emissioni inquinanti.
Contemporaneamente la nuova impresa ha acquistato 18 ettari di terreni adiacenti a un prezzo triplo di quello di mercato, così da impedire la prelazione dei contadini confinanti. Questi terreni, sui quali ricade il vincolo protettivo dell’Unesco, superano il crinale della collina e si aprono verso Pienza. Sono destinati in un prossimo futuro ad "ospitare" una nuova cava al posto della vecchia in esaurimento, deturpando anche da questo lato il paesaggio. Il comune di San Quirico appare intenzionato a dare parere favorevole, superando le obiezioni fin qui espresse dalla Regione. Di fronte alle prime proteste il sindaco si è inalberato e in una recentissima intervista dichiara che «sta valutando le vie legali per la diffamazione». Par di capire che la sua reazione nasca dal fatto che la nuova cava, dal punto di vista del perimetro, non dovrebbe essere più ampia della vecchia. Che male c’è ad autorizzare un trasloco? Ed aggiunge, con una «spiegazione» che più rivelatrice non si può: «È giunto il momento di preoccuparsi non solo delle tematiche ambientali ma delle persone che abitano, lavorano e sentono proprio questo territorio... reso Patrimonio dell’umanità grazie al loro duro lavoro».
Quasi si trattasse di difendere un centro siderurgico e non un paesaggio unico al mondo, "patrimonio", appunto, di tutti e non solo di chi localmente lo amministra. Ora è in corso il complicato iter tra Regione, Provincia ed altri enti, in base a una farraginosa procedura che vede il sovrapporsi di diversi Piani di intervento (dal Pit – Piano d’indirizzo territoriale – al Praer – Piano attività estrattive e di recupero per finire con la Vpr, Variante al Piano regolatore). Alla fine, però, sarà il Comune, come per Monticchiello, ad avere l’ultima parola, in base alla Legge 1/2005 della Regione Toscana che subdelega ai Comuni il potere di autorizzazione paesaggistica nelle zone vincolate, riservando alla Regione un ruolo puramente programmatorio e d’indirizzo. È il frutto di una teorizzazione estremizzata del governo "partecipato" del territorio e di una visione angelicata delle "virtù" dell’ente locale. Si sottovaluta, per contro, che questa delega verso il basso – apparentemente più democratica – è destinata ad alimentare un devastante conflitto d’interessi poiché i Comuni, in nome di una malintesa idea di "sviluppo", sono a volte più sensibili all’introito dei cospicui cespiti delle concessioni edilizie che al fascino del paesaggio. Del resto si tratta del punto di arrivo della dissennata riforma del Titolo V della Costituzione: ormai non è più «la Repubblica (che) difende il paesaggio», poiché questo grande valore di principio è stato spezzettato in quote condominiali locali.
Un altro atto che segna l’abdicazione suicida di una classe dirigente.
Con gli interventi pubblicati ieri si chiude, per quanto mi riguarda, la discussione aperta da un mio articolo su Venezia. Essa ha ribadito la divergenza fra le tesi, sostenute dal Consorzio Venezia Nuova e una serie di esperti, sulle paratie mobili alle bocche di porto (Mose), da poco approvate dal Ministero dei Trasporti, e quelle di chi vi è contrario, segnatamente la Assemblea NoMose, Rifondazione comunista, i Verdi, l'attuale amministrazione comunale. I materiali sono facilmente accessibili sui relativi siti.
Devo aggiungere che nessun mio articolo ha suscitato una così acerba contrarietà da parte di vecchi amici e compagni. Gira oggi per Venezia un foglio dell'Assemblea NoMose, o di chi per essa, che accusa coloro che non si oppongono al Mose, inclusa la sottoscritta, di essere pagati dal Consorzio. Sull'emotività di certo ambientalismo, sul quale si attesta a mo' di ultima spiaggia una parte della sinistra anticapitalista, converrà riflettere.
Avevo sollevato tre questioni che paiono connesse, prima fra tutte la precarietà di Venezia come insediamento cittadino, soggetto storico di lunga durata, forte di una idea di sé, un progetto dotato di una politica che lo persegue. Oggi Venezia ha un terzo degli abitanti che aveva quando vi vivevo. Nel dopoguerra erano 178.000, nel 1960 ancora 165.000, ne restano ora meno di 62.000, e di età media avanzata. Sui quali incombe un turismo che l'anno scorso ha contato 18 milioni di presenze: più di trecento volte tanto. Il complesso urbano più singolare e prezioso del mondo è diventato un gigantesco alloggio secondario, fatto di grandi alberghi e ristoranti di proprietà multinazionali e di affittacamere e trattorie minori, tutti esosi per chi vi mette piede o per gli studenti che vi devono soggiornare, mentre il nucleo residenziale si restringe come una lana mal lavata. Alcuni propongono di tassare i non residenti con un biglietto di ingresso - ma che altro è il già proibitivo prezzo dei trasporti? - specie le masse dei poveri, che passano «mordi e fuggi», non spendono e lasciano mucchi di rifiuti, mentre i ricchi lasciano quattrini.
Ma è l'inverso che va fatto: va rafforzato il nucleo residente. Rispetto a un insediamento stabile sempre più asfittico, ogni turismo diventa concrezione parassitaria. E' la città Venezia che va rivitalizzata, non il turismo che va impedito. Oggi, assieme alla fuga degli abitanti, è scomparso il tessuto riproduttivo di un agglomerato urbano normale. Ridotti i suoi negozi e i commerci e le relazioni stabili, è un'avventura cercare un negozio di frutta o una lavanderia. Venezia sta morendo. Auguravo lunga vita alle garzette, ma fra un paio di generazioni sarà più raro trovare un veneziano verace di quell'elegante uccello. Se non è questa la tragedia di un ecosistema, non so di che stiamo parlando.
Su questo punto nessuno ha risposto, salvo l'osservazione di Cesco Chinello sul tentativo, tardivo e fuori contesto, intrapreso dal fascismo degli anni Venti e Trenta (Volpi) di innestare malamente su Venezia il grande polo industriale di Porto Marghera.
Dico malamente perché basta guardare una mappa per rendersi conto di come esso agguanti per la coda, simile a una gigantesca chiave inglese, quel prodigioso pesciolino di pietre e mattoni che sorge dalla laguna. Mezzo secolo e già declinava, oggi è in gran parte spento, salvo una cantieristica più o meno appaltata a migranti. Anche noi difendemmo Porto Marghera per la sua gloriosa classe operaia, Cesco vi ha messo la vita e ha documentato come nessuno il sorgere, prendere coscienza e sparire della manodopera di fabbriche che sarebbero andate via via chiudendo quando anche non spandevano veleni o falciavano vite come il Petrolchimico. E' stato un processo parallelo al desertificarsi della città, che a sua volta non è dovuto solo alla devastante marea del 1966.
La domanda è che cosa doveva e poteva diventare l'ex repubblica marinara quando il suo ruolo veniva a fine, e dopo la parentesi militare dell'impero austroungarico, e infine con l'unità nazionale. La risposta doveva essere la premessa a qualsiasi intervento di «conservazione» della laguna e del suo comprensorio. Ma essa è mancata, sia sul piano nazionale sia su quello locale. Mi piacerebbe essere smentita.
A un futuro fordista dell'ex repubblica veneta hanno creduto ancora i diversi piani, statali e locali, seguiti al disastro del 1966, rimasti e perlopiù non realizzati, salvo l'intervento sul canale dei petroli (che a quel fragile tessuto urbano ed acquatico dovesse fare capo un polo petrolifero è stata una follia, col rischio, verificatosi ma sottaciuto alcuni anni fa, che una fuga da una tubatura coprisse di quel liquido malefico le pavimentazioni della città, a cominciare dalla basilica). E' questo vuoto che si sta precipitosamente pagando da meno di mezzo secolo a questa parte.
Davvero non c'era altra sorte per Venezia che diventare un polo produttivo fordista o un albergo diffuso? Era stato detto che no, che sarebbe cresciuta come un centro di ricerca. Ma dove sta in Italia, a fronte di un capitalismo avido quanto miope, una ricerca incentivata dallo stato e dagli enti locali? Venezia è come Napoli, via la fabbrica c'è il deserto. A Napoli tutto infiltrato da traffici camorristici, a Venezia lasciato a turisti, cioè gente di passaggio.
Penso solo a proposte che conoscevo: chiuso l'ospedale psichiatrico di San Servolo, che conservava le prime cartelle cliniche d'Europa, l'isola non doveva diventare, auspice Hrayr Terzian, l'Archivio internazionale della follia? Invece è stata in gran parte ceduta. Non dovevano essere centro di ricerca e incontri scientifici i Mulini Stucky dal curioso profilo nordico? E invece, opportunamente mandati in fiamme, diventeranno un albergo a cinque stelle. Tutto si perde per strada: la Marciana, ormai soffocata, non doveva andare ai Magazzini del Sale? La Fenice, che non è fra i più bei teatri d'Italia, andava rifatta tale e quale? Mah.
Intanto, scomparsi negozi e commerci che servono la normale riproduzione dell'esistenza, le librerie e i cinema, dilagano botteguzze di finte maschere, merletti e vetri fatti a Hong Kong dedicati ai turisti poveri e di bocca buona, mentre calle Larga San Marco è stata sconciata dalle grandi marche e uno stupidissimo emporio Ferrari occhieggia agli sciecchi subito dietro la Torre dell'orologio.
In verità, si parla tanto di produzione immateriale, ma una sua alta specie non ha trovato in Venezia il suo luogo d'elezione. Eppure quell'enorme complesso di storia, arte, architettura, scienza nautica, prima mondializzazione del commercio, ne sarebbe il luogo ideale. Un'attività di studio, elaborazione, produzione di sapere ne farebbe uno degli insediamenti più attraenti e invidiati del mondo.
A me pare che anche le misure di difesa delle e dalle acque restino accessorie a questa premessa. Invece sono, sotto la specie del Mose, il solo punto che eccita gli spiriti. Eppure è persuasiva l'argomentazione sviluppata dall'ingegner Andrea Rinaldo al convegno tenuto lo scorso novembre dall'Istituto veneto di scienze, lettere ed arti: è in termini non di mera conservazione ma di interazione che va visto il rapporto fra ambiente «naturale» - neppure esso è immobile e in una laguna meno che mai - e l'insediamento umano che vi si colloca. A Venezia non si è trattato di adattare l'uomo all'ambiente, ma viceversa: è stata, direbbe Sloterdjik, una eccezionale «domesticazione» del terreno.
E le scelte sono state sempre in senso proprio «politiche», rispondenti a quel che la città voleva e poteva essere, a quanto era disposta a spendersi e fare. Rendendosi conto, più o meno, che c'era un limite nell'intervento, non semplice da definire neanche sotto il profilo scientifico. Per cui tutto il comprensorio lagunare - Venezia e le sue bellissime appendici, dalla vivente Chioggia alla spenta Torcello alle declinanti Murano e Burano - è il risultato secolare di misure sagge o avventate, di occasioni afferrate o perdute, di intuizioni preveggenti e di (mi scuso) cazzate.
Ma da quando la città si è azzittita come soggetto dotato di un presente e di un futuro per sé, riducendosi a passaggio di folle effimere, e quattrini di incerta destinazione, le scelte di fondo sono mancate e le vicende «naturali» sono incerte e minacciose. Soltanto un'idea forte di sé, e proiettata nel futuro, potrebbe sottostare sul serio a interventi che sennò restano dei frammenti di salvaguardia, ammesso che il termine sia ancora corretto. Ma questa idea forte dove sta? Non sono una competente, ma mi pare che se dopo l'inondazione del 1966 si dovevano affrontare interventi di ampio respiro (conservare o modificare il polo industriale, rispettare le priorità del lavoro ma riqualificandolo, dare sempre più posto alla navigabilità o procedere a una colmatura dei fondali, offrire o no un secondo ingresso in città dall'entroterra) nessuno di questi progetti è stato realizzato: tutto è stato lasciato a una lenta deriva e la gente se ne è fluita via.
Il vorace turismo e il richiamo di esposizioni (in verità sempre più approssimative, Biennale a parte) fungono da schermo alla realtà. Almeno si dicesse che Venezia non può essere che un museo con servizi turistici annessi, una Disneyland per colti.
E' su questo sfondo incerto che giudicherei gli interventi detti di salvaguardia, salvo quelli di vera e propria manutenzione, come la ripulitura dei canali, i rifacimenti e i rialzi di alcune fondamenta (più o meno rispettosi dei materiali originari), il rinsaldamento di alcuni dei murazzi a mare. Ma quelli più ambiziosi si possono misurare soltanto sul voler essere della città: penso alla proposta di spostare sul Lido tutti gli accessi via mare, che implicano la fine non solo di Marghera ma, credo, della Marittima.
La qualità maggiore del Mose mi sembra, paradossalmente, la precisione e il limite dei suoi intenti: proteggere Venezia dai più grandi afflussi delle maree, che il surriscaldamento del clima renderà più incombenti. E il suo minore impatto sullo scambio delle acque - la reversibilità dei flussi essendo nel suo dna. E infine l'essere un'opera di alta tecnologia, con una non enorme ma stabile e qualificata manodopera.
Un vecchio amico, Cristiano Gasparetto, mi rimprovera il danno che ne deriverebbe al profilo di una spiaggia vicina: ahimé, confesso che la priorità di un intelligente manufatto, dotato di funzione e senso, su uno scenario «naturale», non mi spaventa. Sono, mi accusa Pecoraro Scanio, una di vecchia cultura industriale. L'Olanda mi piace moltissimo.
Per ultimo, avanzavo la questione di metodo: chi decide e quando. Dico per ultimo, visto che mi pare di dover rimandare ogni scelta seria al futuro d'un insediamento che oggi è in precipitosa diminuzione. Anche quando un progetto ci fosse, c'è un tempo e ci sono delle regole per decidere.
La messa in atto del Mose non è stata disposta, diversamente da come ho letto in alcune lettere, fuori dai tempi, dalle istanze e dalle regole. Non ha fatto, a quanto pare, l'unanimità. Ma sul punto della correttezza, la verifica del ministro Di Pietro (da me non prediletto come magistrato) fa sicuramente testo. Di più, quando si trattava dell'affidamento delle opere della «salvaguardia» a quel Consorzio Venezia Nuova che oggi è il bersaglio principale dei «NoMose», non mi risulta che le forze politiche, cui i «NoMose» si richiamano, si siano battute risolutamente contro. Risultato, l'opera è messa in atto da alcuni anni, e da qui è giocoforza partire, anche per chi, a differenza di me, la considera negativa.
L'opposizione è il sale della democrazia e va esercitata in tempo utile, se non vuole essere solo fonte di malumori. Confesso di non capire la condotta ondivaga del Comune. Confesso di non vedere finora un'alternativa convincente. Ripeto, salvaguardia di Venezia in senso pieno non ci sarà se non iscritta nelle premesse di cui sopra. Tutto qui. Il resto è tecnica e calcolo dei costi, frammento più o meno discutibile, e in ogni caso fuori della mia portata.
Le valutazioni positive di Rossana Rossanda sul progetto MoSE di Venezia avevano aperto un dibattito molto ampio e ricco, nel quale le critiche sull'intervento del Consorzio Venezia Nuova, che da anni circolano semiclandestine in Laguna, erano state ripresentate da molti. Chi si aspettava che nel concludere il dibattito Rossanda intervenisse nel merito è rimasto deluso. Vuol dire che il dibattito riprenderà presto: tenendo conto che difficoltà di comunicazione con gli interlocutori ci devono essere, se ancora non si è riusciti a far comprendere a persone intelligenti e prive di paraocchi che il progetto MoSE non è mera tecnicità, ma è dannoso, rischioso, costoso per l’ambiente, negativo per l’economia, distorcente per la società. Per non parlare del dispregio della legalità, rispetto al quale Di Pietro non sembra un garante attendibile.
Sul Mose c’è una cartella molto ampia; vi segnalo in particolare un saggio scritto per cercar di spiegare che cos'è la Laguna (pochi lo sanno davvero, fuori), la relazione negativa della Commissione per la Valutazione d'impatto ambientale, e le critiche al Mose espresse nei documenti di Italia Nostra e negli eddytoriali dedicati a questo argomento. Ma per comprendere guardate anche le altre cartelle dedicate a Venezia: Terra, acqua e società, La metropolitana sublagunare, Vivere a Venezia.
Alla vicenda della speculazione edilizia dell’area storica della Fiera di Milano è stata dedicata un’attenzione distratta e locale. Dopo il mio primo, isolato testo sul Corriere della Sera (giugno del 2004), la stampa si è poco interessata della questione, tutta affidata alle proteste della popolazione circostante il futuro insediamento ed alla coraggiosa battaglia condotta dall’architetto Sergio Brenna e dal suo gruppo. Solo di recente le pagine milanesi di Repubblica hanno ospitato alcuni articoli di severo e giusto giudizio di Beltrami Gadola, che ha scritto «dell’eccellenza del peggio».
Si è parlato anzitutto delle scandalose procedure di concorso ed istituzionali che hanno segnato il destino della più grande area centrale disponibile della città di Milano. Purtroppo il caso Fiera non è isolato ed a Milano altre decisioni su grandi aree sono state prese negli ultimi anni con una sottomissione acritica alle mode e con una totale indifferenza alla storia urbana della città.
Ma il problema ha risvolti che meriterebbero un’attenzione più ampia da parte del governo stesso ed in particolare del ministro per i Beni e le attività culturali. Non basta la giusta battaglia per la difesa delle città d’arte se poi si consentono errori duraturi che consegneranno ai posteri la testimonianza della nostra capacità di costruire immagini urbane rappresentative solo di una cultura mercantile.
Sappiamo bene che, nonostante l’Italia si vanti di essere il paese dei monumenti e degli artisti, la cultura della forma urbana conta assai poco (quando è separata dalla rendita turistica) e che il destino della qualità morfologica e di uso delle sue città e del suo territorio sembra essere l’ultimo dei pensieri che preoccupano la collettività. Anzitutto, credo, perché istituzioni e politici sono attraversati, per quanto riguarda l’architettura, da dubbi ed ignoranze tanto ampi da rendere i loro giudizi molto incerti e quindi indifesi rispetto alle pressioni delle convenienze finanziarie, alle opinioni dei falsi competenti ed alle celebrazioni multimediali. Ancor più perché la stessa connessione tra pensiero politico e pensiero culturale è andata perduta, coperta dall’idea di libertà dell’artista come pura assenza di limiti ancorché come progetto critico.
Sembra che basti vincere qualche ridicola sfida come l’accumulo in altezza delle costruzioni o un «Guinness dei Primati» per l’edificio più inutilmente strampalato per affermare che la modernità globalizzata, cioè in realtà la sua provinciale imitazione, ha finalmente raggiunto la città più laboriosa d’Italia.
Naturalmente vi è anche l’aspetto, niente affatto secondario, delle critiche specifiche che al progetto dell’area Fiera sono state fatte; non solo alla frammentazione che rende insignificante il verde pubblico, alla totale astrazione dei principi ordinatori del nuovo insieme rispetto al contesto urbano, o all’estetismo privo di qualsiasi necessità delle forme inutilizzate con un puro obiettivo di marketing, ma anche a causa dell’indifferenza con la quale gli stessi responsabili della cultura si rendono complici, con evidente superficialità, di una posizione che vuole ridurre la pratica artistica dell’architettura a pura immagine comunicativa, rappresentazione iperrealista dello stato delle cose come il migliore dei mondi possibili.
L’assenza di ogni distanza critica, o meglio la sua trasformazione in estetica generalizzata, fa inesorabilmente decadere non solo le pratiche artistiche eccellenti ma anche il livello dell’onesto mestiere, lo trasforma nella cattiva coscienza dell’efficienza in sé o nella frustrazione, fatale per l’architetto di oggi, dell’assenza di successo mediatico, mentre trasforma l’architettura stessa in una forma di intrattenimento visivo.
Credo che tutto questo non interessi solo chi pratica la nostra disciplina, preoccupato del suo stato di corruzione ogni volta ingentilito da ingannevoli rappresentazioni pubblicitarie dove l’estetica diffusa delle mode trionfa. E quando tutto questo è estetico il giudizio può dissolversi. Ma purtroppo non si dissolvono né a Milano ma anche nel resto del paese, gli edifici durevolmente costruiti a partire da queste ideologie.
Sullo scandalo della ex Fiera di Milano questo sito ha dedicato molti articoli di denuncia, fin dal marzo 2004: alcuni presi dalla stampa, altri in esclusiva per eddyburg: segnaliamo quelli di Sergio Brenna del 24 marzo 2004, del 12 luglio 2005, del 5 luglio 2006, di Lodo Meneghetti del 31 ottobre 2004, e l’eddytoriale del 12 luglio 2004.
V iva viva Sant'Agazio, protettore delle ruspe. Il presidente della Calabria, stavolta, merita gli applausi. Il via ai lavori di abbattimento dell'«ecomostro» di Copanello, un osceno e immenso complesso di cemento abusivo costruito su promontorio un tempo bellissimo, è un gesto simbolico di straordinaria importanza. E ha ragione il governatore, scosso da una miriade di grane politiche e grattacapi giudiziari che lo hanno toccato anche personalmente, a rivendicarlo. Perché, come ha sottolineato il ministro per l'Ambiente Pecoraro Scanio, quello di ieri, dopo mille complicità e battaglie giudiziarie e rinvii, è stato davvero un passaggio «storico».
Purché, appunto, non resti «solo» un gesto simbolico. Spiega infatti l'ultimo Rapporto Ecomafia di Legambiente, che per un verso è entusiasta e per un altro prudente, che la Calabria ha un 28˚ della popolazione e un 20˚ del territorio nazionali ma ha ospitato nel 2005 un 7˚ di tutte le illegalità nel ciclo del cemento, con una percentuale di costruzioni abusive rispetto a quelle regolari in linea col Sud peggiore, che svetta col 26,2% di abitazioni fuorilegge contro il 4,8% del Nord e il 9,5% del Centro.
Il governatore calabrese dice che lo sa, che non «si possono censire tutti gli abusi» ma finalmente chi tira su una palazzina illegale «sa che gli sarà buttata giù». A partire da una prima lista già concordata col governo. Lista di cui fanno parte vari mostri di cemento a Pizzo Calabro, Stignano, Scilla, Rossano, Cessaniti, Stilo, Tropea e Bova. Di più: Roma e la Regione si sono già impegnati a trovare i soldi non solo per le ruspe ma per il ripristino della situazione preesistente. Tutti in coro: evviva Sant'Agazio, evviva i caterpillar.
Questa volontà di rompere coi vizi del passato, però, sarebbe più convincente se il presidente si decidesse a troncare con parole nette ogni ipotesi intorno al progetto «Europaradiso». Il megalomane complesso alberghiero da costruire alla foce del Neto, vicino a Crotone, in uno dei rarissimi tratti di costa scampato agli Attila del cemento e perciò sottoposto a una serie di vincoli, regionali ed europei. Là dove oggi sorgono ancora (miracolosamente) le dune dovrebbe nascere su 6 chilometri di litorale una città di quattro milioni di metri cubi con sei hotel da 1.500 letti ognuno e campi da golf e una metropolitana di collegamento a Crotone e uno stadio per 20 mila spettatori per un investimento complessivo di 10 miliardi di euro: 20 mila miliardi di lire, quasi quanti quelli spesi per il tunnel sotto la Manica.
E chi metterebbe, i soldi? Un «finanziere» israeliano, David Appel. Il quale aveva già provato a far passare il progetto prima su un'isola greca e poi sulla costa spagnola, finendo per essere non solo respinto ma indagato e coinvolto in una serie di inchieste per corruzione che tirarono nel pantano anche Ariel Sharon e suo figlio. Al punto che, saputa la cosa, il quotidiano Haaretz ha mandato un paio di giornalisti pubblicando un reportage a dir poco feroce non solo su Appel ma anche su come il mondo politico calabrese si era lasciato incantare dalla prospettiva di un fruscio di soldi. Soldi che peraltro avrebbe dovuto parzialmente anticipare (e ti pareva!) Sviluppo Italia. Tanto da spingere poche settimane fa il Consiglio regionale, col solo voto contrario di Rifondazione, a chiedere in commissione la rimozione dei vincoli sull'area prelibata. Loiero, a proposito di «Europaradiso» i cui soli disegni in internet gelano il sangue, disse che «nessuno a cuor leggero può rinunciare a un progetto come quello».
La pensa sempre così? Gli ecomostri non si abbattono meglio, se sono ancora di carta?
I dati del secondo capoverso sono palesemente errati.