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Con deliberazione del Consiglio dei Ministri del 3 agosto 2004 è stata promossa presso la Corte costituzionale[1] la questione di legittimità costituzionale di alcune disposizioni del nuovo Statuto della Regione Toscana [2].

Tra le suddette disposizioni figurano quelle specificamente indicate ai punti 3) e 4) dei motivi di impugnativa esposti nella succitata deliberazione.

Con il primo si eccepisce che la lettera l) del comma 1 dell’articolo 4 del nuovo Statuto regionale toscano prevede che la Regione persegua, tra le finalità prioritarie, “la tutela dell’ambiente e del patrimonio naturale, la conservazione della biodiversità, la promozione della cultura del rispetto per gli animali”. E si sostiene che “tale disposizione esula dalla competenza legislativa della regione, ponendosi in contrasto con l’articolo 117, comma 2, lettera s), della Costituzione, che riserva alla competenza esclusiva dello Stato la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema”.

Con il secondo si eccepisce che la lettera m) del medesimo comma 1 dell’articolo 4 del nuovo Statuto prevede che la Regione persegua altresì, sempre tra le finalità prioritarie, “la tutela del patrimonio storico, artistico e paesaggistico”. E si sostiene che anche “tale disposizione risulta invasiva della competenza esclusiva statale nella materia della tutela dei beni culturali prevista dall’articolo 117, comma 2, lettera s), della Costituzione, [...] attribuita alla potestà legislativa esclusiva dello Stato.

In effetti, a norma della lettera s) del secondo comma dell’articolo 117 della Costituzione (come modificata dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.3) lo Stato ha legislazione esclusiva, tra l’altro, nelle materie denominate “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”.

Il fatto è che le surriportate impugnate disposizioni del nuovo Statuto nè asseriscono, nè tampoco implicano, che la Regione Toscana intende invadere le competenze legislative dello Stato nella materie di cui alla lettera s) del secondo comma dell’articolo 117 della Costituzione.

L’articolo 4 del nuovo Statuto regionale toscano, infatti, si limita a esporre un lungo elenco (pari alle ventuno lettere dell’alfabeto) di “finalità prioritarie”, della più diversa natura, che “la Regione persegue”. Tra di esse sono citate anche “il rispetto dell’equilibrio ecologico, la tutela dell’ambiente e del patrimonio naturale, la conservazione della biodiversità, la promozione della cultura del rispetto per gli animali”, e “la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e paesaggistico”.

Ma nulla è detto circa i modi, cioé le forme, in cui tali finalità debbano essere perseguite.

Talché avrebbe dovuto, come deve, pacificamente assumersi che l’intendimento (e per converso l’obbligo, che sarebbe stato assolutamente pleonastico esplicitare) sia quello di perseguirle nel pieno e assoluto rispetto delle competenze costituzionalmente assegnate (e garantite) a ognuno dei soggetti che, a norma del comma 1 dell’articolo 114 della Costituzione (come modificata dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.3), costituiscono la Repubblica: i Comuni, le Province, le Città metropolitane, le Regioni, lo Stato.

Quindi non legiferando nelle materie riservate alla competenza esclusiva dello Stato come denominate dalla Costituzione (“tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”) e, necessariamente, meglio specificate dalla legislazione statale di settore.

Ma invece anche legiferando non soltanto (come riconosciuto legittimo – e ci mancherebbe! - dal Consiglio dei Ministri) in materia di “valorizzazione dei beni culturali e ambientali”, materia “di legislazione concorrente” (in cui spetta alle regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato) a norma del terzo comma dell’articolo 117 della Costituzione (come modificata dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.3). Ma anche in materia di “governo del territorio”, materia anch’essa “di legislazione concorrente”, nel contesto della quale le tematiche della tutela dell’ambiente, del patrimonio naturale, del paesaggio, del patrimonio storico (artistico, o semplicemente testimoniale), cioé di quanto si può riassumere sotto le voci dell’”integrità fisica” e dell’”identità culturale” del territorio”, hanno avuto, e debbono avere, valenza ampia, e prioritaria.

A meno che non si voglia dare della dizione “governo del territorio” una definizione (quale, a esempio, “un’attività che concerne l’assetto e l’incremento edilizio dei centri abitati”) ben più riduttiva di quella alla quale si era pervenuti, con riferimento alla dizione “urbanistica”, nella legislazione statale antecedente alla riforma del Titolo V della Costituzione, e cioè con l’articolo 80 del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n.616, per cui “le funzioni amministrative relative alla materia urbanistica concernono la disciplina dell’uso del territorio comprensiva di tutti gli aspetti conoscitivi, normativi e gestionali riguardanti le operazioni di salvaguardia e di trasformazione del suolo nonché la protezione dell’ambiente”.

E, per l’appunto, le contestate disposizioni del nuovo Statuto regionale toscano potrebbero addirittura alludere a un perseguimento delle indicate finalità essenzialmente (quand’anche non esclusivamente, per i motivi appena sopra esposti) mediante atti amministrativi, di natura regolamentare, o pianificatoria, ordinaria o specialistica, quale, per esempio, l’attività di pianificazione paesaggistica tassativamente richiesta alle regioni dall’atto legislativo recante la quasi totalità della vigente legislazione (“esclusiva”) statale in materia di “tutela dei beni culturali”, cioé dal decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.42, recante “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, e meglio noto come “Codice Urbani”!!! e allora, dove sussisterebbe la lamentata invasione della competenza legislativa statale???

Quantomeno sotto l’ultimo profilo sopra trattato, le contestate disposizioni del nuovo Statuto regionale toscano potrebbero, e presumibilmente dovrebbero, comparire come finalità da perseguire in tutti gli statuti non soltanto delle regioni, ma anche delle province, delle città metropolitane (quando ci si deciderà a costituirle, anziché cacciarle, assieme alle farfalle, sotto l’Arco di Tito), dei comuni.

Non foss’altro che per rispettare il secondo comma dell’articolo 9 della Costituzione (inserito tra i Principi fondamentali della stessa, talchè le restanti parti della medesima devono, all’occorrenza, essere interpretate così da non contraddirlo), a norma del quale “la Repubblica [...] tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. La Repubblica, per l’appunto: la quale, secondo l’originaria (e da chi scrive amaramente rimpianta) stesura della Costituzione “si riparte in Regioni, Provincie e Comuni”, mentre secondo la versione novellata “è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni, e dallo Stato”.

In effetti, quando l’Italia non era “federalista”, e vigeva la Costituzione del 1948, tutte le regioni a statuto ordinario inserirono, negli anni ’70, nei rispettivi statuti, l’enunciazione di finalità omologhe a quelle oggi contestate al nuovo Statuto regionale toscano (e lo stesso fecero, negli anni ’90, dopo l’entrata in vigore della legge 8 giugno 1990, n.142, sull’”Ordinamento delle autonomie locali”, un’enorme numero di province e di comuni).

E quasi tutte le regioni dettarono norme legislative volte ad assicurare che nell’attività pianificatoria d’ogni livello fosse adeguatamente presente la tutela dell’integrità fisica e dell’identità culturale del territorio (usando in proposito i termini più diversi, talvolta scombiccherati, spesso sinonimici, frequentemente pletorici). E molte regioni legiferarono in materia di tutela dei centri storici, e dell’edilizia storico-artistica e storico-testimoniale sparsa. E in materia di salvaguardia dell’equilibrio degli ecosistemi, e dei geotopi e biotopi rari, e perfino dei singoli esemplari arborei di pregio. E così via tutelando, salvaguardando, disciplinando.

Sempre troppo poco. Nella legislazione, nella regolamentazione, nella pianificazione, e ancor più nell’attività quotidiana di autorizzazione e controllo.

Talvolta, sia le regioni che gli enti locali, in contrapposizione con le amministrazioni statali (o “miste”) specialisticamente competenti all’amministrazione delle tutele. In tali casi, avendo, prevalentemente, torto, e peraltro vedendoselo, prevalentemente, dare. Salvo qualche clamoroso caso contrario (sotto entrambi gli aspetti).

Ma, tutto sommato, abbastanza spesso “concorrendo” (nel significato più etimologicamente e giuridicamente proprio del termine) al medesimo scopo: la tutela.

E oggi? e domani? non è che questo Governo, autore o promotore del maggior numero, e con la maggiore gravità, di attentati alle qualità del Paese concepito e realizzato da almeno un secolo, si prefigge, con un esibizione di muscoli “centralistici” che non sarà certo contrastata dai pseudo-federalisti e dai quasi(?)-secessionisti che costituiscono buona parte della sua maggioranza, di inibire a regioni, province e comuni di porre “vincoli” a tutela dell’integrità fisica e dell’identità culturale del territorio? del resto, si può immaginarsi un Jefferson Davis che protesta perché Abramo Lincoln vorrebbe, con legge federale, introdurre la schiavitù negli Stati del Nord?

[1] Ai sensi dell’articolo 123 della Costituzione, come modificata dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.3.

[2] Approvato dal Consiglio regionale in prima deliberazione il 6 maggio 2004 e in seconda deliberazione il 19 luglio 2004.

Vedi anche l'eddytoriale n, 52

Può darsi che il Sindaco di Olbia, allorquando ha ipotizzato (o auspicato? o invocato?) “un colpo di pistola o di fucile alla testa” del Presidente della giunta regionale della Sardegna, Renato Soru (mai nessuno mi costringerà a chiamarlo “governatore”), fosse stato fatto uscire di senno da un qualche dio, come suppone chi ne ha postillato la notizia in eddyburg.it (“Ppr, Nizzi passa alle minacce: un colpo di pistola contro Soru” – Società e politica – Dai giornali del giorno).

Forse qualche dio (magari il medesimo) aveva obnubilato gli intelletti (già però sovraccarichi di istigazioni all’odio, e all’azione omicida) di quegli squadristi che, quasi giusto ottant’anni or sono, assalirono la casa cagliaritana di un altro eminente uomo politico sardo, del quale porto il nome (anche se d’abitudine ometto di riportarlo nel firmarmi: ma mi propongo di rimediare). Mi riferisco, ovviamente, a Emilio Lussu: che, impugnata la sua pistola, respinse l’attacco dopo avere ucciso il primo squadrista affacciatosi in casa sua. Per la qual cosa fu assolto in istruttoria, per legittima difesa, da giudici non ancora asserviti al regime fascista, ma condannato in via amministrativa a cinque anni di confino a Lipari. Mio padre, allora poco più che ventenne, che negli anni precedenti aveva percorso in lungo e in largo la Sardegna partecipando alla scorta (armata) di Lussu, si rammaricò per tutto il resto della sua vita per non essere stato, il giorno dell’assalto, accanto al suo “padre spirituale” (così lo chiamava: d’accordo, era un sentimentale un po’ retorico). E a nulla valeva segnalargli che l’irruento ufficiale della Brigata Sassari era (e aveva dimostrato di essere) capace di cavarsela anche senza l’ausilio di un giovane studente in medicina, che amava allora, e avrebbe poi sempre amato, le partite di caccia, ma inanellando “padelle”, salvo mangiare di gusto pernici, cinghiali e altra selvaggina ammazzata dai compagni di battuta.

Ad ogni buon conto, Emilio Lussu ha legato in modo imperituro il suo nome (tra l’altro) alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Si deve a lui, infatti, se la Costituente sancì che il perseguimento di tale finalità compete alla Repubblica, cioè a tutte le sue articolazioni: Stato, regioni, province (o, oggi, città metropolitane), comuni. Con ciò ponendo le premesse acché il “giudice delle leggi”, vale a dire la Corte costituzionale, bocciasse impietosamente i tentativi, operati a seconda del “clima” prevalente, e talvolta, negli ultimi anni, imperando la babele dei linguaggi, degli intendimenti, degli interessi in conflitto, dei tatticismi autoreferenziali, anche quasi simultaneamente, ora nella legislazione statale, ora in quella regionale, di escludere talvolta lo Stato, talaltra il sistema regionale-locale, talaltra ancora soltanto le regioni, ovvero soltanto gli enti locali subregionali, dal diritto/dovere di concorrere alla predetta finalità, costituzionalmente posta (la qual cosa non implica affatto distribuzione delle medesime competenze a tutti i soggetti istituzionali anzidetti, né equiordinazione dei poteri).

Probabilmente si deve (anche) alla lezione di Emilio Lussu, tanto appassionato difensore dell’”identità culturale” della sua isola quanto “internazionalista” e curioso delle più diverse “culture” del mondo (assieme alla sua compagna Joyce, traduttrice di poeti albanesi, curdi, vietnamiti, angolani, mozambicani, afroamericani, eschimesi, aborigeni australiani), se fin dall’infanzia mi fu proposta la lettura, o almeno la consultazione, dei libri del prozio Dionigi Scano (ingegnere, ma soprattutto Vice-presidente della Società storica sarda): “Storia dell’arte in Sardegna dal XI al XIV secolo”, Chiese medioevali di Sardegna”, “Forma Kalaris”. Sulle caratteristiche del paesaggio sardo, all’inizio degli anni ’50, non c’era, in letteratura, molto, o, almeno, mio padre aveva maggiori difficoltà a trovarlo. Provava a supplire portandomi al mare, da Cagliari (dove lui lavorava, e tutti abitavamo), a Cala Mosca (di allora) più che al Poetto, e da Oristano alle paludi di Cabras e alla penisola del Sinis, e da Morgongiori (suo paese natale del quale per brevissimo tempo fu sindaco) su e giù, a cavallo, per le pendici del Monte Arci, e anche (bagassa! che fatica micidiale) per la Giara di Gésturi.

Per il mio diciannovesimo compleanno (eravamo da un sacco di tempo tornati “in continente”, e da qualche anno a Venezia, dove mio padre si era sposato, e io ero nato) mi regalò un libro, di Nicola Valle, intitolato “Scompare un’isola”. Credo soprattutto per potere scrivere, nella dedica, “anche tu, Luisicu, sarai tra quelli che non permetteranno che quest’isola scompaia”.

Si illudeva. Non ho fatto niente, specificamente, per la sua isola. Forse (mi illudo? voglio illudermi?) ho concorso a fare qualcosa per tutelare l’”identità culturale” (e l’”integrità fisica”) del territorio di qualche altro pezzo d’Italia, qua e là, e ho fornito qualche strumento (di dottrina giuridica, di ermeneutica giurisprudenziale) a quanti altri altrettanto volessero fare, in qualche altro posto d’Italia, qua e là.

Ma altri hanno fatto, egregiamente, negli ultimi tempi. Altri hanno redatto un piano paesaggistico regionale che pone le premesse (certo: nulla più che questo) affinché la Sardegna non “scompaia” (nelle sue caratteristiche costitutive e salienti, ovviamente, cioè non divenga la squallida, degradata, volgare, tragica maschera imbellettata di sé stessa: come, a esempio non casuale, sta diventando, o forse è già irreversibilmente avviata a diventare, la città delle mie radici materne, Venezia). Altri hanno voluto quel piano, e ne hanno deciso l’entrata in vigore. Una grandiosa operazione collettiva, sorretta e spronata e pretesa (a quel che ne so) dal Presidente della giunta regionale della Sardegna, Renato Soru.

Al quale, oggi, qualcuno (in consapevole o inconsapevole continuità con un passato che forse non passa proprio) promette che “avrà del piombo”.

Ebbene: così come, un po’ meno di quarant’anni or sono, a seguito di un’infelicissima battuta di un uomo politico francese di tutt’altra statura (non voglio fare dello spirito), più di metà della Francia proclamò “siamo tutti ebrei tedeschi!”, oggi chiunque sia interessato alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, e anzi chiunque sia interessato alla preservazione, nel nostro Paese, della dialettica politica liberal-democratica, è chiamato a proclamarsi partecipe “di quella gabbia di matti che sta amministrando la Sardegna”, e solidale con il suo “temibile tiranno”, il Presidente della giunta Renato Soru. E ad affermare, come l’anno scorso i ragazzi di Locri, “e adesso ammazzateci tutti”.

Innanzitutto, va rammentato che secondo la (relativamente) recente, ma ormai consolidata, giurisprudenza costituzionale [1], il “Codice dei beni culturali e del paesaggio", approvato con decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.42, e successivamente modificato e integrato, per quanto di interesse di questa comunicazione, con decreto legislativo 24 marzo 2006, n.157 (in prosieguio per brevità denominato semplicemente “Codice”), contiene, contestualmente, disposizioni riconducibili sia alla “materia” denominata “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”, appartenente alla legislazione esclusiva dello Stato (comma secondo, lettera s., dell’articolo 117 della Costituzione come riscritto per effetto della legge costituzionale 3/2001), sia alle “materie” denominate “governo del territorio” e “valorizzazione dei beni culturali e ambientali”, appartenenti alla legislazione concorrente, in cui “spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato” (commi terzo e quarto del novellato articolo 117 della Costituzione).

Per cui, ha affermato la Corte, relativamente all’insieme delle disposizioni del “Codice”, le regioni “devono sottostare nell'esercizio delle proprie competenze, cooperando eventualmente a una maggior tutela del paesaggio, ma sempre nel rispetto dei principi fondamentali fissati dallo Stato”[2]. Giacché “la tutela tanto dell'ambiente quanto dei beni culturali è riservata allo Stato […], mentre la valorizzazione dei secondi è di competenza legislativa concorrente […]: da un lato, spetta allo Stato il potere di fissare principi di tutela uniformi sull'intero territorio nazionale, e, dall'altro, le leggi regionali, emanate nell'esercizio di potestà concorrenti, possono assumere tra i propri scopi anche finalità di tutela ambientale, purché siano rispettate le regole uniformi fissate dallo Stato” [3]. Cosicché, ha concluso sul punto la Corte, “appare, in sostanza, legittimo, di volta in volta, l'intervento normativo (statale o regionale) di maggior protezione dell'interesse ambientale” [4]. Fermo sempre restando che le regioni debbono “conformarsi” alla “disciplina dettagliata” [5] della Parte III del “Codice”, per quanto essa intersechi la predetta materia denominata “governo del territorio”.

Tutto ciò premesso, si possono ora ricapitolare i prescritti connotati della pianificazione paesaggistica secondo il "Codice”, la dottrina interpretativa in merito sinora conosciuta, e le pronunce della Corte costituzionale. Il "piano paesaggistico" (per esso intendendosi sia la figura pianificatoria così denominata e tipizzata che il "piano urbanistico-territoriale con specifica considerazione dei valori paesaggistici") deve essere formato dalla regione e riguardare “l'intero territorio regionale” [6]. Esso, conseguentemente, deve disciplinare sia gli immobili "vincolati" (a seguito di specifici provvedimenti amministrativi, ovvero ope legis) che ogni altro immobile, ivi compresi quelli ricadenti nelle aree gravemente compromesse o degradate [7].

Il piano deve riferire le sue disposizioni sia a elementi territoriali, individuati in base ai loro caratteri identitari distintivi (boschi, praterie, spiagge, dune, falesie, alvei fluviali, golene, paludi, colline, sommità montane, ecc. ecc.) [8] che ad ambiti (definiti con criteri olistici, in relazione ai profili fisiografici, vegetazionali, di sistemazione colturale, di modello insediativo, e simili, valutati anche in relazione alle dinamiche pregresse e previste, e soprattutto in relazione all'intensità specifica delle interrelazioni tra gli elementi territoriali in essi ricadenti) [9].

Le disposizioni del piano possono avere efficacia sia immediatamente precettiva e direttamente operativa (presumibilmente, buona parte di quelle riferite agli elementi territoriali) che efficacia di direttive necessitanti, per trovare applicazione, della mediazione di uno strumento di pianificazione sottordinato (presumibilmente, la più gran parte di quelle riferite agli ambiti)[10]. In ogni caso, tutte le disposizioni del piano sono tassativamente vincolanti per la pianificazione sottordinata (provinciale e comunale, nonché di qualsiasi altro soggetto, ivi compresi gli enti di gestione dei parchi e delle altre aree protette) [11].

Venendo alla Regione Toscana, va detto innanzitutto che il dianzi sunteggiato insieme di precetti del “Codice” non potrebbe trovare traduzione operativa nell’attività pianificatoria di tale Regione, e, susseguentemente, in quella, di adeguamento alla prima, degli enti locali subregionali, in assenza di una rivisitazione, magari non estesa, ma certamente profonda, della vigente legge regionale per il governo del territorio, la legge regionale 3 gennaio 2005, n.1.

Tale legge regionale, innanzitutto, definisce in termini alquanto diversi da quelli desumibili dagli obiettivi e dalle intenzionalità del “Codice” i contenuti dello strumento di pianificazione di competenza regionale, il Piano di indirizzo territoriale (e ciò al di là di talune stucchevoli trascrizioni letterali di parti di norme dello stesso “Codice”[12]). E soprattutto ne determina in modo tutt’affatto diverso le efficacie. Secondo la suddetta legge regionale, infatti, gli strumenti di pianificazione sovraccomunali (nonché il piano strutturale comunale) non hanno, sostanzialmente, mai efficacia immediatamente precettiva, e direttamente operativa. Né tampoco efficacia realmente cogente nei confronti della pianificazione sottordinata, in conformità a quel “modello rigidamente gerarchico” che, secondo la Corte costituzionale, costituisce un “principio fondamentale” in materia di “governo del territorio”, quantomeno per quanto afferisce ai contenuti della pianificazione riguardanti la tutela dell’”identità culturale” del territorio stesso. Ciò in quanto la legge regionale toscana 1/2005 è interamente e rigidamente improntata all’assunto per cui, a seguito dell’entrata in vigore del novellato Titolo V della Costituzione, comuni, province, città metropolitane, regioni, e Stato sarebbero soggetti “equiordinati”, e altrettanto “equiordinati” sarebbero gli strumenti di pianificazione di competenza di tali livelli e soggetti istituzionali. Con la conseguenza che il rimedio esperibile nei casi di strumenti di pianificazione comunali difformi (anche clamorosamente) dalla pianificazione della provincia territorialmente competente (o dalla pianificazione regionale), ovvero di strumenti di pianificazione provinciali difformi (anche clamorosamente) dalla pianificazione regionale, consiste nel rivolgersi a una “conferenza paritetica interistituzionale”, alle cui pronunce il soggetto pianificatore responsabile della formazione degli strumenti difformi può peraltro non adeguarsi, residuando al soggetto responsabile dello strumento di pianificazione contraddetto la potestà di approvare “specifiche misure di salvaguardia” che comportano la “nullità di qualsiasi atto con esse contrastanti”.

La Corte costituzionale è stata chiamata dal Governo [13] a pronunciarsi soltanto su tre norme della legge regionale toscana 1/2005, delle quali solamente una, a ben vedere, concerneva (anche) gli ora indicati elementi strutturali della pianificazione territoriale, di pretesa valenza (anche) di tutela “paesaggistica”. Assai più numerosi, a mio parere, erano, come sono, i contenuti della legge regionale toscana 1/2005 che potrebbero essere dichiarati costituzionalmente illegittimi, anche limitatamente a motivi di contrasto con il “Codice”, e ciò sia con riferimento ai profili “pianificatori” che ai profili “gestionali” della “tutela” dei “beni paesaggistici”. Essi non hanno costituito, a suo tempo, e nei termini, oggetto di ricorso governativo, il che non toglie che le relative questioni di legittimità costituzionale possano essere sollevate, in via incidentale, da chiunque vi abbia interesse. Ad ogni buon conto, la Regione Toscana si è ben guardata dal procedere a modificare le norme puntualmente dichiarate costituzionalmente illegittime [14].

Sulla base (anche) delle quali, nonché d’ogni altra norma della legge regionale 1/2005, la Giunta regionale della Toscana ha proceduto, con decisione del 15 gennaio 2007, n.9, a fare propri i predisposti elaborati del nuovo Piano di indirizzo territoriale, e a proporli al Consiglio regionale per l’adozione.

Tra tali elaborati, quello denominato “disciplina del Piano”, per dichiarazione dello stesso, “qualifica il Piano di indirizzo territoriale come strumento di pianificazione territoriale” [15], “definisce lo Statuto del territorio toscano e formula le direttive, le prescrizioni e le salvaguardie concernenti le invarianti strutturali che lo compongono e la realizzazione delle agende di cui lo Statuto si avvale ai fini della sua efficacia sostantiva” [16], “definisce lo Statuto del territorio toscano mediante l’individuazione dei metaobiettivi - unitamente agli obiettivi conseguenti - che ne compongono la agenda statutaria”, fermo restando che “la definizione quali invarianti strutturali dei suddetti metaobiettivi e delle invarianti attinenti alle infrastrutture e ai beni paesaggistici di interesse unitario regionale, insieme alle linee di azione necessarie a conferire effettività all’agenda statutaria, costituiscono il contenuto sostantivo dello Statuto del territorio [17]“, “definisce le invarianti strutturali e individua i principi cui condizionare l’utilizzazione delle risorse essenziali [18]“, e “contempla come sua parte integrante la disciplina dei paesaggi che assumerà valore di piano paesaggistico [19]“.

Gli altri elaborati del Piano di indirizzo territoriale sono denominati “documento di Piano” e “Quadro conoscitivo” (costituito, tra l’altro, da “quadri analitici di riferimento” e da un “Atlante ricognitivo dei paesaggi”[20]. Mentre è detto che “integrano […] la presente disciplina”, tra l’altro, “gli indirizzi e le prescrizioni per la pianificazione delle infrastrutture dei porti e degli aeroporti toscani”[21] [i corsivi sono miei. N.d.r.].

Da quanto riportato, si dovrebbe ordinariamente dedurre che quello denominato “disciplina del Piano” costituisca (con le integrazioni da ultimo dette) l’unico elaborato del Piano di indirizzo territoriale avente contenuto precettivo (essendo il valore degli altri, essenzialmente, oltre che espositivo, motivazionale e di supporto).

Conoscendo le modalità espressive consuete degli organi della Regione Toscana, non me la sento di asserire perentoriamente che così sia nelle intenzioni dei rappresentanti pro tempore di tali organi, sia tecnici che politici. Ma, per converso, ritengo che, invariate restando le espressioni utilizzate, nella loro singolarità e nel loro complessivo contesto, difficilmente eventuali intenzioni dei predetti organi radicalmente diverse dall’interpretazione da me appena sopra suggerita sarebbero avvalorate dalle istanze della giustizia amministrativa, nei casi di contenzioso.

Ad ogni buon conto, l’elaborato denominato “disciplina del Piano” proclama che “il presente Piano tutela i beni del paesaggio” [22] e specifica [23] che “la disciplina dei beni paesaggistici prevede”:

- “la ricognizione analitica dell’intero territorio nelle sue caratteristiche storiche, naturali, estetiche e nelle loro interrelazioni unitamente alla conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare, così come contemplata nell’elaborato intitolato I territori della Toscana che è allegato al quadro conoscitivo del presente Piano”;

- “l’analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità del paesaggio, nonché l’analisi comparata delle previsioni degli atti di programmazione, di pianificazione e di difesa del suolo”, e “l’individuazione degli ambiti paesaggistici”, entrambe contenute “nell’Atlante dei paesaggi toscani che è parte degli allegati documentali [il corsivo è mio. N.d.r.] per la disciplina paesaggistica”;

- “la individuazione” delle aree “vincolate” ope legis “insieme alle norme per la loro tutela e valorizzazione”, “la definizione di prescrizioni generali ed operative per la tutela e l’uso del territorio compreso negli ambiti individuati”, “la determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico”, “l’individuazione degli interventi di recupero e riqualificazione delle aree significativamente compromesse o degradate e degli altri interventi di valorizzazione”, “l’individuazione delle misure necessarie al corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, alle quali debbono riferirsi le azioni e gli investimenti finalizzati allo sviluppo sostenibile delle aree interessate”, “la tipizzazione e l’individuazione […] di singoli immobili o di aree […] da sottoporre a specifica disciplina di salvaguardia e di utilizzazione”, le quali tutte “risultano dalla disciplina paesaggistica dei piani territoriali di coordinamento delle Province, assunta dal presente Piano e descritta nel documento intitolato Le qualità del paesaggio nei PTC, che è parte degli allegati documentali [il corsivo è mio. N.d.r.] per la disciplina paesaggistica.

L’elaborato intitolato I territori della Toscana, allegato, come detto, al quadro conoscitivo del Piano, ovvero, come parimenti detto altrove (sempre nella “disciplina del Piano”), costitutivo del quadro conoscitivo del Piano, in quanto “quadro analitico di riferimento”, associa a sintetiche descrizioni, sia sincroniche che diacroniche, di un rilevantissimo numero di articolazioni del territorio regionale, l’ancora più sintetica indicazione dei relativi “punti di forza” e “punti di debolezza”, escluso comunque restando qualsiasi suggerimento vagamente precettivo.

L’elaborato intitolato Atlante dei paesaggi toscani, che, come detto, è parte degli allegati documentali, ovvero, come parimenti detto altrove (sempre nella “disciplina del Piano”), è elemento costitutivo del quadro conoscitivo del Piano, denominandosi Atlante ricognitivo dei paesaggi, si configura come un abbastanza pregevole “album di cartoline”, riferito a un (diverso) rilevantissimo numero di articolazioni del territorio regionale, e corredato di notazioni, estremamente sintetiche, sia fotografiche che testuali (didascalie, in buona sostanza), afferenti le voci: geomorfologia, idrografia naturale, idrografia antropica, mosaico forestale, mosaico agrario, insediamento storico, insediamento moderno e contemporaneo, reti e impianti viari e tecnologici, alterazioni paesistiche puntuali profonde, alterazioni paesistiche indotte, emergenze paesistiche. Anche in questo caso, non è dato rintracciare qualsivoglia suggerimento vagamente precettivo.

L’elaborato intitolato Le qualità del paesaggio nei PTC, che, come detto, è parte degli allegati documentali, e che, altrove, nell’elenco degli elaborati costitutivi del Piano di indirizzo territoriale (sempre nella “disciplina del Piano”), non è neppure partitamente citato, costituisce un “florilegio”, come avrebbero detto ai tempi di mio nonno, ovvero un’”antologia”, delle disposizioni attinenti alla tutela del “paesaggio” (o, più latamente, dell’”identità culturale del territorio”) contenute nelle diversissime normative dei piani territoriali di coordinamento delle dieci province toscane.

La stragrande parte delle indicazioni che, secondo le dianzi letteralmente riportate espressioni della “disciplina del Piano”, dovrebbero “risultare dalla disciplina paesaggistica dei piani territoriali di coordinamento delle Province”, in realtà non risultano affatto in tale disciplina, e meno che mai in quella – selettivamente - “descritta nel documento intitolato Le qualità del paesaggio nei PTC”. In quest’ultimo documento, comunque, si evita scrupolosamente di riprodurre quei precetti, pur presenti nella disciplina dettata dai piani territoriali di coordinamento delle province, che abbiano corrispondenza biunivoca con specifiche categorie di elementi territoriali individuati in elaborati cartografici in scala adeguata, cioè le disposizioni puntualmente relazionate alle specifiche e peculiari caratteristiche conformative, meritevoli di tutela conservativa, dei concreti elementi territoriali considerati (non foss’altro che perché in tale documento non compaiono elaborati cartografici idonei a individuare tali elementi territoriali).

Quanto appena ora precisato è stato evidenziato in relazione all’assunto, ammesso per amor di dialettica, ma assolutamente non concesso, per cui a un documento qualificato come allegato documentale l’elaborato del Piano di indirizzo territoriale denominato “disciplina del Piano” potrebbe aver conferito efficacia precettiva, obbligante nei confronti dell’attività di pianificazione provinciale (che, sia detto per inciso, dovrebbe adeguarsi a sé medesima, venendo i suoi contenuti di molti anni addietro “congelati” nella nuova pianificazione regionale) e comunale.

Sempre ammesso e non concesso l’assunto predetto, esso ben difficilmente potrebbe ritenersi non confliggente con la dottrina della Corte costituzionale afferente alla pianificazione paesaggistica, la quale ha affermato [24] che il piano paesaggistico “deve essere unitario, globale, e quindi regionale”, e che a esso “deve sottostare la pianificazione urbanistica ai livelli inferiori”,e che “l'impronta unitaria della pianificazione paesaggistica” deve essere “assunta a valore imprescindibile, non derogabile dal legislatore regionale in quanto espressione di un intervento teso a stabilire una metodologia uniforme […]: il paesaggio va, cioè, rispettato come valore primario, attraverso un indirizzo unitario che superi la pluralità degli interventi delle amministrazioni locali” [i corsivi sono miei. N.d.r.].

L’elaborato denominato “disciplina del Piano” afferma quindi [25] che “la Regione […] provvede a implementare la disciplina paesaggistica contemplata nello Statuto di cui al presente Piano attraverso accordi di pianificazione […] con le Amministrazioni interessate”.

Ma, quantomeno in invarianza della legge regionale 1/2005, la definizione degli strumenti di pianificazione subregionali attraverso conferenze e accordi di pianificazione costituisce un possibile percorso procedimentale, alternativo a quello ordinario per cui ogni soggetto istituzionale competente procede alla formazione dei propri strumenti di pianificazione (e atti di governo del territorio) entro il circuito dei propri organi decisionali, essendo tenuto ad attivare la procedura della conferenza e dei susseguenti accordi di pianificazione “qualora emergano profili di incoerenza o di incompatibilità rispetto ad altri strumenti della pianificazione territoriale”, e non si intenda procedere a un mero adeguamento[26]. Altrimenti detto, qualsiasi soggetto istituzionale sub-regionale potrebbe tranquillamente ritenere, e agevolmente sostenere, che i contenuti dei propri strumenti di pianificazione (e atti di governo del territorio) non presentano alcun “profilo di incoerenza o di incompatibilità” con uno strumento di pianificazione regionale che non avesse, come emerge chiaramente essere nel caso del nuovo Piano di indirizzo territoriale della Regione Toscana, pressoché alcun reale contenuto precettivo. E conseguentemente non si vede perché dovrebbe attivare conferenze e accordi di pianificazione.

Sempre l’elaborato denominato “disciplina del Piano” stabilisce [27] che “l’autorizzazione [paesaggistica] è rilasciata sulla base della valutazione di compatibilità degli interventi rispetto al vincolo paesaggistico quale risulta dalla schede contemplate nel documento intitolato Schede dei vincoli paesaggistici, che è parte degli allegati documentali [il corsivo è mio. N.d.r.]., e che “costituiscono comunque riferimento per l’esercizio dell’attività autorizzativa […] le prescrizioni e le direttive contenute negli articoli 22, 23, 24, 25, 27 e 28 della presente disciplina”.

Premesso che è oscura la ragione per cui elaborazioni tanto – presuntivamente – rilevanti debbano costituire riferimento soltanto, a valle, per l’attività autorizzativa, e non, prioritariamente, a monte, per quella pianificatoria, occorre fare presente che le schede relative ai “vincoli paesaggistici” disposti con specifici provvedimenti amministrativi contengono esclusivamente sommarissime descrizioni dei valori riconosciuti nei siti interessati, così come i provvedimenti di istituzione del “vincoli”, ai quali provvedimenti soltanto il “Codice” ha imposto, a far data dalla sua entrata in vigore nel 2004, di recare anche precetti sostanziali [28]. Quanto alle prescrizioni e alle direttive contenute negli articoli puntualmente enumerati del medesimo elaborato denominato “disciplina del Piano”, si tratta delle disposizioni afferenti il “patrimonio collinare” e il “patrimonio costiero” della Toscana: disposizioni che i limiti quantitativi massimi imposti a questa comunicazione mi impongono di qualificare apoditticamente come rientranti in quella categoria di precetti che Bruno Visentini chiamava “norme che dispongono di volere bene alla mamma” (le quali, scontatamente, non vengono, in sede teorica, rifiutate neppure da Pietro Maso e da Erika Di Nardo).

Conclusivamente, trova ampia conferma, sulla base di una seppure ancora sinteticissima analisi critica dei suoi elaborati definitivi, il giudizio sommario sul nuovo Piano di indirizzo territoriale toscano pronunciato un paio di mesi or sono da Edoardo Salzano, dopo avere dato una veloce scorsa ai suoi elaborati provvisori: “un piano di chiacchiere”.

A chi voglia contestare questa mia conclusione, come a chi voglia confermarla, e soprattutto a chi voglia, laicamente, verificarla, propongo di effettuare la “prova della bontà del budino”, che, come dicevano i vittoriani inglesi, consiste nel mangiarlo.

Nella fattispecie, potrebbe consistere nel rintracciare, in tutti gli elaborati del nuovo Piano di indirizzo territoriale, un solo precetto che, domani, divenuto vigente tale piano, inibirebbe drasticamente la previsione e la realizzazione della famosa lottizzazione di Monticchiello (o di uno degli altri “schifi” che sono stati denunciati, e talvolta riconosciuti per tali dai vertici politico-istituzionali della Regione Toscana).

Che le inibirebbe, voglio dire, non a seguito di pressioni discrezionali, di contrattazioni tecniche e politiche, di scambi di varia natura, tra soggetti istituzionali e, concretamente, tra i loro reggitori pro tempore, il tutto sotto l’usbergo del vaniloquio sulla “equiordinazione” delle istituzioni, ma, invece, sulla base del (sacrosanto) principio fondamentale, introdotto nell’ordinamento repubblicano a far data dall’entrata in vigore della legge 8 giugno 1990, n.142, per cui la formazione degli strumenti di pianificazione non è più un “atto complesso ineguale”, ma, invece, vede subordinata la sua conclusione alla verifica della conformità degli strumenti, oltre che agli atti aventi forza di legge, alle disposizioni espressamente poste dai soggetti istituzionali sovraordinati nei propri strumenti di pianificazione.

[1] Si possono ricordare, per la loro precipua attinenza, le sentenze della Corte costituzionale 10 - 26 luglio 2002, n.407, 18 - 20 dicembre 2002, n.536, 19 dicembre – 20 gennaio 2004, n.26, 8 - 16 giugno 2005, n.232, 20 aprile – 5 maggio 2006, n.182; in http://www.cortecostituzionale.it..

[2] Sentenza della Corte costituzionale 182/2006, cit..

[3]Ibidem.

[4]Ibidem.

[5]Ibidem.

[6] Articolo 135, comma 1, del "Codice".

[7] Articolo 135, comma 3, lettera c), e articolo 143, comma 1, lettera g), del "Codice".

[8] Articolo 135, comma 3, lettera a), articolo 143, comma 1, lettere b) e f), nonché passim, del "Codice".

[9] Articolo 135, comma 2 e passim, e articolo 143, comma 1, lettere d) ed e), nonché passim, del "Codice".

[10] Articolo 142, comma 2, articolo 145, commi 3, 4 e 5, del "Codice dei beni culturali e del paesaggio".

[11] Articolo 145, comma 3, del "Codice dei beni culturali e del paesaggio".

[12] Si veda, per esempio, il comma 3 dell’articolo 33 della legge regionale 1/2005.

[13] Con ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri, su conforme deliberazione del Consiglio dei ministri in data 4 marzo 2005, notificato il 10 marzo 2005, e depositato il 15 marzo 2005.

[14] Con sentenza della Corte costituzionale 182/2006, cit..

[15] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 1, comma 1.

[16] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 1, comma 2.

[17] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 2, comma 2.

[18] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 2, comma 6, lettera b), primo “a linea”.

[19] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 2, comma 6, lettera b), secondo “a linea”.

[20] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 2, comma 6, lettere a) e c).

[21] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 2, comma 7, lettera b).

[22] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 31, comma 1.

[23] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 31, comma 3.

[24] Proprio nella sentenza con cui ha censurato la legge regionale toscana 1/2005, cioè nella sentenza 182/2006, cit..

[25] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 33, comma 1.

[26] Legge regionale 1/2005, articolo 16, comma 4, articolo 17, articolo 18, articoli 21, 22 e 23.

[27] PIT, Piano di indirizzo territoriale della Toscana, disciplina del Piano, articolo 34, commi 2 e 3.

[28] Articolo 138, comma 2, e articolo 140, comma 2, del "Codice".

Alla vigilia della riunione della Commissione regionale di valutazione ambientale - chiamata domani a un parere tecnico sul progetto di Metro aeroporto-Arsenale, aggiornato e rivisto alla luce delle 28 prescrizioni (alcune molto pesanti) date ai progettisti dalla stessa commissione - Comune e Provincia firmano un comunicato congiunto che, di fatto, vede oramai aperta la strada al contrastato progetto. A due condizioni: Via e danaro statale. In una nota congiunta, il sindaco Cacciari e il presidente della Provincia Davide Zoggia precisano che in base a una delibera di giunta del 2003 («Sindaco prof. Paolo Costa, assessore ai Lavori pubblici avv. Marco Corsini, assessore all’Ambiente dr. Paolo Cacciari», tanto per dare nome e cognome a scelte e responsabilità) veniva dichiarata di pubblico interesse la proposta presentata dalla cordata Actv, Sacaim, Studio Altieri, Impresa di Costruzioni Mantovani, Arsenale Venezia, Save Engeenering, Metropolitana Milanese, Net Engeenering, Banca Nazionale del Lavoro: «In base a tale delibera si sono avviate le procedure conseguenti, fino alla presentazione del progetto preliminare da parte dell’Ati». Come dire: la partita è stata iniziata da altri. «Le attuali amministrazioni provinciali e comunali, con la Camera di Commercio», proseguono Cacciari e Zoggia, «hanno proceduto nell’esame di tale progetto, riscontrandone puntualmente alcuni limiti di natura tecnica e ambientale e richiedendo integrazioni e modifiche. Il documento, frutto del lavoro di un comitato tecnico costituito dagli enti sopracitati, è stato inviato all’Ati, che risulta aver proceduto alla revisione del progetto preliminare». Superato l’iter regionale sarà necessario, poiché la sublagunare «rientra nella Legge obiettivo nazionale, procedere ad una Valutazione di impatto ambientale; occorrerà altresì, parallelamente, ottenere garanzia formale per l’inserimento del progetto tra quelli realmente finanziati (e non solo finanziabili!) della Legge Obiettivo», atti che «non rientrano nei compiti e responsabilità degli enti locali».

I soldi? Cacciari e Zoggia sono lapidari: «Ribadiamo che il finanziamento degli interventi per lavori pubblici interessanti il nostro territorio deve essere assunto come priorità nazionale». Poi in una nota successiva precisano: «Il riferimento è a salvaguardia, manutenzione della città, rivitalizzazione e sviluppo sociale».

Mentre l’assessore regionale ai Lavori pubblici, Renato Chisso, assicura che «per quanto riguarda la Regione, la commissione Via completerà la sua valutazione entro metà luglio», in città si riorganizzano i No-Metro. «Questo progetto è letale per Venezia», commenta Albert Gardin, «perché altererebbe i connotati della laguna e il delicato equilibrio ecologico, incrementando il turismo mordi e fuggi. Evidentemente, sopravvive il “comitato degli affari”». Appuntamento per i No-Metro alle 11.30, alla taverna da Baffo a Sant’Agostin. (r.d.r.)

Notizie e commenti sulla "metropolitana sublagunare" in questa cartella

La mostra ViviMi alla Triennale spiega che tra il 2000 e il 2004 nella provincia si sono costruiti 68 milioni di metri cubi di nuova edilizia.

Come sono queste nuove costruzioni? Come quelle che le hanno precedute. Il guaio delle mostre è di subire il fascino delle belle immagini, anche se sono immagini che non rappresentano nulla di bello e, con questo involontario artificio, imbelliscono tutto. Bisogna proprio che il soggetto sia terribile perché una sua bell´immagine solleciti in noi solo orrore, disgusto o pietà. Senza arrivare a tanto dico che la mostra ViviMi ha nobilitato una realtà che, per chi la conosce, non è quella descritta, è peggio. Basta girare per la provincia in automobile, lasciare i nuclei storici dei centri abitati, per provare un senso di disagio visivo e d´inquietudine in questo quasi continuo di costruito fatto di piccoli lotti impenetrabili circondati da muri di cinta o da siepi: la fuga nel privato che pone un´infinità di problemi e d´interrogativi. Potremmo stare a ragionarvi sopra per giornate intere, domandarci per esempio se le vittime delle "rapine in villa" avevano messo in conto anche quest´evenienza quando hanno fatto la loro scelta residenziale o se hanno ben valutato la fatica di accompagnare i figli a scuola in macchina tutte le mattine.

In ogni modo ha prevalso un modello, che è ovviamente frutto di una cultura, in questo caso con una forte componente imitativo-emulativa. Una cultura del tutto impermeabile, direi anzi ostile, alla cultura urbanistica prevalente tra i cultori di questa disciplina: una sconfitta dell´urbanistica ragionata, che vuole essere allo stesso tempo almeno parsimoniosa nell´uso delle risorse territoriali ma non preconcettualmente ostile ad ogni trasformazione o sviluppo. Dal mero punto di vista estetico, salvo rarissime eccezioni, le case unifamiliari sono il peggio che si possa immaginare (non solo in Brianza od in Italia) ed anche qui il deficit di cultura ma anche di tradizione ha colpito ancora. La casa unifamiliare in Italia, a differenza dell´Inghilterra o d´altri paesi soprattutto nordici, non ha storia né modelli storici. Quanto all´architettura, venendo ai nuclei urbani, le cose non vanno molto meglio. E´ difficile spiegare l´ostilità tutta milanese al nuovo, soprattutto se alto, che serpeggia in città assumendo molto spesso il connotato di una rivendicazione del diritto ad una sorta di "servitù di panorama" che l´ordinamento giuridico italiano non contempla e che è stato riconosciuta solo nei casi nei quali si accompagna a violazioni d´altre norme urbanistiche: servitù la cui violazione è anche difficilmente quantificabile in termini di danno economico.

Una sconfitta dell´architettura? Forse sì se penso al vecchio adagio veneziano: «Non vorrei esser padrone della Ca´ d´Oro ma di quella di fronte», che tradotto in milanese suonerebbe «Non vorrei essere il priore di Sant´Ambrogio ma vedere la basilica dalle mie finestre». I fondatori del Pd del Nord hanno da poco lanciato il loro grido localistico: «Federalismo fiscale, fisco e redditi, sicurezza e infrastrutture». Forse secondo loro l´urbanistica può ancora aspettare. Peccato.

E’ giunto in discussione alla X Commissione del Senato della Repubblica (ma coinvolgerà anche altre Commissioni senatoriali) il ddl N° 1532 “Modifiche alla normativa sullo sportello unico per le imprese e disciplina dell’avvio dell’attività di impresa”, primo firmatario Daniele Capezzone, già approvato dalla Camera dei Deputati il 24 aprile u.s. nel più assoluto silenzio generale.

Il ddl N° 1532 è così sintetizzabile in uno slogan che ne volesse pubblicizzare i contenuti: “Un’impresa, ovunque e comunque… e in soli 7 giorni!!!!” .

Lo slogan contiene i due “principi” che sono al contempo i maggiori pericoli insiti nell’iniziativa: la collocazione di impianti produttivi anche in deroga alle norme urbanistiche e paesaggistiche vigenti e l’eccezionale brevità temporale di questa operazione.

Questo in dettaglio è quanto prevede l’articolato.

L’Art. 1, c. 2, definisce gli impianti produttivi come quelli relativi a tutte le attività di produzione di beni e servizi, ivi inclusi le attività agricole, commerciali e artigianali, le attività turistiche e alberghiere, i servizi resi dalle banche e dagli intermediari finanziari e i servizi di telecomunicazioni.

L’Art. 1, c. 3 e segg, prevede per ogni Comune l’istituzione dello sportello unico per le imprese (anche in forma associata tra comuni) o la designazione dell’Ufficio che dovrà assorbire al suo interno i compiti previsti dal ddl. A tale sportello unico o a tale Ufficio sono attribuite tutte le competenze inerenti i titoli autorizzativi, a cominciare dalle dichiarazioni e dalle domande.

L’Art. 1, c. 8, elenca i casi in cui non occorre autorizzazione alcuna (utilizzazione dei servizi presenti che non comportano ulteriori lavori nelle aree ecologicamente attrezzate istituite dalle regioni, utilizzando prioritariamente zone con nuclei industriali già esistenti, anche se dismessi).

L’Art. 1, c. 9, definisce il caso in cui il progetto di impianto produttivo contrasta con lo strumento urbanistico (qualora lo stesso non abbia aree industriali sufficienti o non utilizzabili da quel progetto) perché interessa aree classificate agricole, residenziali, per attrezzature ecc.. Lo sportello unico “immediatamente” convoca la conferenza di servizi degli organismi interessati in seduta pubblica e in tale conferenza acquisisce e valuta le osservazioni. La conferenza deve tenersi entro 7 gg. dalla presentazione della documentazione (Art. 3, c. 2).

Il verbale della riunione è inviato poi al Consiglio comunale che delibera entro 30 gg. con decisione definitiva. Nel caso in cui il Consiglio comunale non dia parere positivo il Consiglio comunale stesso può deliberare una diversa localizzazione o diverse modalità di realizzazione del progetto. Se la conferenza dei servizi delibera conformemente a quanto indicato nella delibera comunale il progetto può essere realizzato senza alcun ulteriore passaggio, bastando una autodichiarazione di conformità tecnica.

L’Art. 2 esclude la possibilità di dare immediatamente avvio agli interventi quando la verifica di conformità comporta valutazioni discrezionali da parte della pubblica amministrazione (ad es. per i profili attinenti la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico, la difesa nazionale, la tutela dell’ambiente……). In questo caso (Art. 3), lo sportello unico convoca per via telematica la conferenza dei servizi inviando, sempre per via telematica, la documentazione alle amministrazioni competenti che hanno 30 gg. di tempo per manifestare l’eventuale “motivato dissenso”. Se il “motivato dissenso” è espresso da amministrazioni in merito alla tutela paesaggistica, ambientale, della salute…..la decisione finale è rimessa al Consiglio dei Ministri o ai competenti organi collegiali degli enti territoriali cui appartiene l’amministrazione dissenziente. Questi Organismi tuttavia hanno a disposizione 30 gg. per deliberare (Art. 3, c. 6). Immaginiamo cosa può succedere nei palazzi dell’arbiter romano subissati dalle pratiche affluite dai comuni! E il silenzio entro quel brevissimo termine, in pratica infine obbligato, varrà consenso ad ogni intervento benché lesivo dei valori del paesaggio e della salute!

Il ddl N° 1532 pericolosamente introduce nuove prassi che cancellano i principi dell’urbanistica e quelli della partecipazione collettiva alla programmazione del territorio.

Per le attività produttive (intese nel senso lato di cui sopra), e solo per esse, su richiesta dei singoli diviene possibile introdurre varianti allo strumento urbanistico comunale senza seguire l’iter partecipativo e di coinvolgimento collettivo previsto sin dal 1942 (epoca fascista!): presentazione della variante urbanistica, adozione della stessa da parte del Consiglio comunale, pubblicazione, presentazione di osservazioni da parte dei cittadini, accoglimenti e/o controdeduzioni, definitiva approvazione del Consiglio comunale.

La variante allo strumento urbanistico secondo il ddl 1532 può essere decisa dalla conferenza di servizi e da un solo passaggio nel consiglio comunale! La partecipazione non può essere garantita dal fatto che la conferenza di servizi è pubblica (Art.3, c. 5) e che ad essa possono partecipare, senza diritto di voto, i soggetti portatori di interessi pubblici o privati, individuali o collettivi, nonché i portatori di interessi diffusi costituiti in associazioni o in comitati che vi abbiano interesse e che possono proporre osservazioni in tale contesto. Ma in quale modo potranno essere avvisati e coinvolti tutti questi portatori di interessi privati o diffusi nell’inesistente tempo a disposizione?

Italia Nostra richiede ai Parlamentari impegnati nell’esame del provvedimento un’attenta ponderazione, nel senso ora descritto, sulle pericolose norme che possono portare ad una progressiva distruzione degli equilibri territoriali.

Quali Comuni, grandi e piccoli, avranno la capacità di anteporre l’interesse del territorio, resistendo alle richieste di impianti in ogni dove dettate da convenienze di singoli imprenditori e accompagnate dal miraggio delle sirene occupazionali?

Italia Nostra ribadisce l’importanza del principio di pianificazione che non può essere negato dalla volontà di razionalizzare e ridurre il tempo delle autorizzazioni, volontà sicuramente condivisibile, ma che non può essere perseguita a discapito dell’equilibrato sviluppo del territorio, contro il principio della partecipazione collettiva alle scelte che sul territorio incidono e perfino in danno del paesaggio e della salute.

Roma, 13 giugno 2007

La straordinarietà, quantitativa e qualitativa, del patrimonio culturale di cui dispone l’Italia spiega come, già a partire dal 1800, il legislatore italiano, anche se a singhiozzo e conformemente alla mutevole e contingente sensibilità verso la materia, sia intervenuto per definire i principi, gli istituti generali e l’assetto istituzionale relativo alla amministrazione dei beni culturali e ambientali.

Il rinnovato entusiasmo recentemente manifestato anche in ambito europeo, unitamente alle esigenze di adeguamento della disciplina conseguenti alla riforma costituzionale italiana del 2001, hanno prodotto il D.Lgs. 22.1.2004 n. 42 (così come successivamente modificato ed integrato dai D.Lgs. n. 156 e D.Lgs. n. 157 del 24.3.2006) - meglio noto come Codice Urbani - che rivaluta e riorganizza l’intera materia secondo criteri di organicità, sistematicità e completezza.

Il Codice dei beni culturali e del paesaggio sembra ispirato ad una filosofia nuova: l’accresciuta, generalizzata, sensibilità verso la tutela mira alla realizzazione concreta della funzione propria dei beni culturali e ambientali, ossia l’elevazione spirituale dell’uomo e il progresso della civiltà. Le esperienze passate, probabilmente, hanno chiarito che ciò è possibile solo a condizione che la tutela e la valorizzazione siano effettive, efficaci e capaci di garantire una protezione attiva e diffusa dei beni. Obbiettivo, quest’ultimo, che il Codice tenta di perseguire predisponendo un sistema di garanzie che, col supporto di un articolato impianto sanzionatorio, impegna soggetti istituzionali (Ministero per i beni e le attività culturali, Soprintendenze, Regioni, Enti pubblici territoriali) e privati (proprietari, possessori, detentori dei beni e associazioni portatrici di interessi diffusi). Detto coinvolgimento si esplica attraverso la previsione di divieti, doveri, diritti, poteri e facoltà individuali [1] e di forme di partecipazione, intesa, coordinamento, cooperazione e sostituzione [2].

Ma è nella applicazione pratica dei suoi principi, che spesso ha evidenziato vistose contraddizioni, che si può cogliere appieno la portata innovativa del Codice rispetto alla disciplina previdente.

L’esperienza Sarda, tutt’ora in corso, ne costituisce un esempio lampante.

Karalis - Cagliari – deve il suo nome alla conformazione collinare del suo paesaggio urbano. In pieno centro cittadino è situato il Colle di Tuvixeddu-Tuvumannu, che occupa una superficie di circa 48 ettari ed ha il privilegio di custodire (nel versante sud occidentale) la più grande necropoli punico-romana del Mediterraneo: centinaia di sepolture scavate nella roccia, impreziosite da decorazioni ed arricchite da corredi funerari, disseminate in uno spazio di circa 10 ettari, è ciò che rimane dopo l’attività di cava e le devastazioni edilizie incontrollate degli anni ’70.

Ebbene, i recenti esperimenti di tutela di quest’area, di eccezionale valore storico-paesaggistico, evidenziano molto bene i mutamenti di prospettiva e la conseguente diversa incisività degli interventi pre e post codicistici.

Complice la travagliata esperienza Sarda in tema di pianificazione territoriale paesistica, il vincolo paesaggistico imposto nel 1997 [3], si è rivelato incapace di conferire all’area una adeguata tutela. Tant’è che l’Accordo di Programma sottoscritto qualche anno dopo dalla Regione Autonoma della Sardegna e dal Comune di Cagliari [4] (attuale proprietario della porzione di area sulla quale insiste il realizzando Parco), al fine di concordare le modalità di programmazione, esecuzione e coordinamento delle rispettive competenze nell’ambito di un vasto progetto di riqualificazione ambientale e urbana dell’intera zona, interveniva su luoghi il cui aspetto originario era già fortemente compromesso. Oltre alla realizzazione di un Parco archeologico-naturalistico denominato “Karalis”, l’Accordo prevedeva l’esecuzione di una serie di iniziative immobiliari, rientranti nell’ambito del Piano Integrato d’Area – P.I.A. [5], a sua volta recepito integralmente dal Piano Urbanistico Comunale di Cagliari del 2004, con la conseguente sottomissione a vincolo archeologico diretto di solo 20 dei 48 ettari costituenti estensione totale dell’area. Sulla restante porzione insisteva il progetto di sviluppo edilizio e stradale che, essendo ritenuto compatibile e fattibile, otteneva il nulla osta paesaggistico[6].

L’entrata in vigore del Codice Urbani (risalente al 1.5.2004) si è abbattuta furiosamente sulla esasperante lentezza degli iter amministrativi necessari alla emanazione dei provvedimenti miranti alla salvaguardia e sulle scelte di tutela approssimativa dei relativi beni. Così, dopo essere stato consegnato ad anni di abbandono e degrado, il colle di Tuvixeddu-Tuvumannu ha improvvisamente acquisito una posizione centrale nell’ampio dibattito sulla nuova concezione di tutela culturale e ambientale. Le problematiche intorno alle quali si incentra la disputa sono tante quanti sono i soggetti coinvolti e i relativi interessi contrapposti, e sono tanto più accese quanto più l’inversione di rotta, rispetto al vecchio sistema di protezione, si è dimostrata repentina ed intransigente.

In particolare il Codice [7] si è rivelato sia uno strumento utilissimo per rafforzare gli obbiettivi di tutela del patrimonio culturale che una occasione imperdibile per adottare il tanto sperato Piano Paesaggistico Regionale[8] che, classificando il Colle di Tuvixeddu-Tuvumannu quale bene paesaggistico di interesse storico culturale, è stato solo il primo di una lunga serie di interventi ispirati al Codice Urbani.

Infatti, sulla scorta di questa disciplina, il vincolo è stato rafforzato imponendo la misura cautelare della inibizione o sospensione dei lavori, comunque riferibili alle opere (pubbliche e/o private) intraprese sull’area di Tuvixeddu, in quanto ritenuti idonei a recare pregiudizio all’area tutelata[9]. Al fine di superare l’efficacia interinale del provvedimento, la neonata Commissione regionale per il paesaggio[10], ha proposto la dichiarazione di notevole interesse pubblico ex art. 140 e la ripartizione dell’area in quattro zone con decrescente intensità di tutela. L’attività della Commissione è, poi, confluita nell’intervento diretto della Regione da esplicarsi essenzialmente nella rimodulazione del P.I.A., la cui approvazione è stata equiparata a dichiarazione di pubblica utilità ai sensi dell’art. 98 del Codice [11].

Questi fatti esprimono l’aspetto più determinato, quasi “intransigente”, della filosofia di tutela fatta propria dal Codice applicata al caso concreto, di cui è un chiaro segnale anche l’iniziativa Regionale volta all’attivazione delle procedure di esproprio (ex art. 96) per causa di pubblica utilità e per fini strumentali, di edifici ed aree limitrofe ai beni ed alle aree oggetto di tutela, al fine di “…assicurare luce e prospettiva…” nonché “…garantire o accrescere il decoro o il godimento da parte del pubblico e facilitarne l’accesso”. Dal punto di vista pratico questa prolifica attività deliberativa si è tradotta in una stratificazione di vincoli che, ancora oggi, convivono sopra la stessa area: un vincolo di natura storico-culturale, uno (più esteso) di natura paesaggistica ed il terzo di conservazione integrale [12].

A tutti questi interventi, complessivamente valutati in vista dell’importante risultato che si propongono di perseguire, non si può se non riconoscere il valore della grande conquista, tuttavia è necessario essere coscienti del fatto che i frutti di questi sforzi (anche in termini di effettivo godimento dei beni da parte della collettività) si potranno cogliere (ad essere ottimisti) non prima del medio-lungo periodo. Infatti, lungaggini burocratiche a parte, rimane il fatto che porsi l’obbiettivo di tutelare e valorizzare il patrimonio culturale secondo uno spirito che non ha precedenti, potrebbe non bastare o addirittura produrre conseguenze dannose, se il regime rivoluzionario che ne scaturisce è destinato ad operare in un contesto – in termini di struttura organizzativa e sociale - non adeguatamente, preventivamente e gradualmente preparato ad accogliere i rinnovati principi. Ciò vale, a maggior ragione, se si vuole introdurre un regime che, rispetto al precedente, appare rivoluzionario.

L’esperienza che qui si sta analizzando, offre diversi spunti di riflessione anche sotto questo ulteriore profilo.

Si è visto che gli interventi protettivi sul patrimonio di Tuvixeddu, seppure tardivi nella prospettiva di evitare i danni (passati e presenti) oramai subiti dall’area, rivelano la chiara intenzione di avviare l’adeguamento tempestivo al Codice Urbani, il che rende auspicabile sia il recupero (nei limiti del possibile) dei beni già danneggiati sia, soprattutto, l’assunzione di scelte che (almeno per il futuro) possano scongiurare nuovi eventi dannosi.

In termini generali (anche se non è certamente questa la sede per approfondire la questione) è utile ricordare, in proposito, che l’impianto sanzionatorio predisposto dal Codice Urbani (che in gran parte raccoglie l’eredità della L. 1089/1939, successivamente trasfusa nel D.Lgs. 490/1999), contempla una notevole varietà di comportamenti illeciti in quanto dannosi e/o pericolosi per il patrimonio culturale, rilevanti dal punto di vista penale e amministrativo [13].

Per entrare nello specifico della realtà che si sta analizzando (e senza presunzione di fornire un quadro completo di tutti gli effetti patologici, scaturiti o scaturibili) sin d’ora sembra potersi affermare con certezza che il danno derivato dalla modifica irreversibile dell’assetto morfologico–ambientale e storico-culturale dei luoghi, causato dagli interventi già intrapresi sulla zona a vario titolo è, praticamente, inestimabile. Stesso discorso vale per il danno da mancata fruibilità collettiva delle bellezze dell’area, causato dapprima dall’abbandono e dal disinteresse e, successivamente, da un interesse soffocante che, in definitiva, ha determinato il blocco degli interventi di completamento del parco archeologico.

Dal lato opposto, ma sempre nella prospettiva di una battaglia in cui tutti abbiamo perso qualcosa, lo stravolgimento dei principi che, sino all’era Urbani, avevano caratterizzato le scelte di convivenza tra interessi legati allo sviluppo urbano e interessi di tutela ambientale e culturale, non poteva se non scatenare una forte reazione da parte di chi, nel pregresso sistema, aveva maturato delle aspettative, tanto più se legittime, degli interessi o peggio acquisito dei diritti e intrapreso degli investimenti. L’importanza dei danni, di natura eminentemente patrimoniale, che ne scaturiscono è tale che sarebbe inverosimile aspettarsi un sacrificio silenzioso, anche se in gioco vi è la tutela di un bene costituzionalmente protetto.

L’esperienza Sarda (che sicuramente non è l’unica) sembrerebbe mostrare come i buoni propositi contenuti nel Codice Urbani, non solo possono essere vanificati dalla carenza di un idoneo supporto organizzativo, ma addirittura possono rivelarsi controproducenti se imposti senza la preventiva, adeguata ricognizione (obiettiva e realistica) delle caratteristiche che distinguono il contesto ambientale e sociale destinato ad accoglierli che, spesso, deve confrontarsi con la difficoltà di percepire il patrimonio culturale come un bene comune, come plusvalore per la collettività che lo detiene.

Postilla

È certo che una seria iniziativa di vincolo sulla base del nuovo Codice “non poteva se non scatenare una forte reazione da parte di chi, nel pregresso sistema, aveva maturato delle aspettative, tanto più se legittime”. Ma non sembra affatto che tali aspettative possano configurarsi come l’acquisizione di diritti. Ciò è confermato, oltretutto, dal fatto che il TAR ha rifiutato la sospensione dell’atto di vincolo. Se l’amministrazione dovesse poi ristirare il “danno patrimoniale” subito dai proprietari di “un bene costituzionalmente protetto”, questo non potrebbe essere superiore alle spese sostenute dai proprietari per realizzare gli interventi legittimamente autorizzati, sulla base della loro rigorosa documentazione. A nostro parere, di fronte alla portata del’obiettivo perseguito dai fautori della tutela, non è utile avanzare dubbi poco fondati sulla benefica iniziativa della Regione Autonoma della Sardegna, che certamente ha colto tutte le potenzialità del Codice e della sua impostazione innovativa, giustamente sottolineata dall’Autrice.

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[1] Quali, ad esempio, il divieto di distruzione, danneggiamento e di uso incompatibile con la funzione culturale di cui all’art. 20; il divieto di uscita definitiva dei beni dal territorio della Repubblica, di cui all’art. 65; il divieto di alienazione di beni culturali demaniali, di cui all’art. 54; gli obblighi conservativi ed il relativo diritto alla erogazione di contributi, di cui agli artt. 29-37 e 146-152; la facoltà di proporre ricorsi amministrativi, di cui agli artt. 16 e 146.

[2] In proposito significativi appaiono gli artt. 5 e 6, relativi al patrimonio culturale nel suo complesso, gli artt. 132 e 135, 143-145, specificamente dedicati alla tutela e pianificazione paesaggistica e l’art. 141 relativo alla procedura per la dichiarazione di notevole interesse pubblico.

[3] Il provvedimento venne adottato dalla Commissione provinciale per la tutela delle bellezze naturali ai sensi della L. 1497/1939.

[4] L’Accordo, siglato ex art. 27 L. 142/1990, come modificato dalla L. 127/1997, ora confluito nell’art. 34 D.Lgs. 267/2000, è stato sottoscritto il 3.10.2000.

[5] Ossia del programma di cofinanziamento pubblico – Regione, Provincia, Comune – e privato, adottato con L. Reg. n. 14/1996 e succ. mod. e int..

[6] Il relativo provvedimento è stato adottato ex art. 12 L. 1497/1939, con determinazione del 27.5.1999 del Direttore Generale dell’Assessorato Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport.

[7] Precisamente si tratta degli artt. 143 comma 3 e 156 del D.lgs. 42/2004.

[8] Il Piano Paesaggistico della Regione Sardegna, elaborato sulla base dell’intesa stipulata tra Ministero per i beni e le attività culturali, Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e Regione Autonoma della Sardegna, è stato effettivamente adottato il 5/9/2006 secondo le procedure previste dalla L. Reg. 8/2004 (di recente assolta dalle accuse di illegittimità costituzionale con sentenza n. 51 del 6.2.06).

[9] Il provvedimento, adottato ai sensi dell’art. 150, comma 1, lett. a) e comma 3, del D.Lgs. 42/04, dal Direttore del Servizio beni culturali dell’Assessorato Pubblica istruzione consente l’esecuzione dei soli lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria ex art. 3 DPR 380/2001

[10] La Commissione è stata istituita con delibera della Giunta Regionale Sarda del dicembre del 2006, ai sensi dell’art. 137 del Codice. Insediatasi ai primi del gennaio 2007, il suo primo compito su specifica richiesta della Regione formulata ai sensi dell’art. 138 del Codice, è stato quello di attivare l’istruttoria avente ad oggetto la tutela del colle di Tuvixeddu.

[11] Detta revisione, dapprima programmata, come attività da svolgersi d’intesa con il Comune nella deliberazione n. 5/23 del 7.2.2007, è stata, successivamente, avocata completamente a sé dalla Regione.

[12] I vincoli sono stati, rispettivamente, imposti ai sensi e per gli effetti dell’ art. 10 e ss. D.lgs 42/2004, dell’art. 142, comma I, lett. m) D.lgs. 42/2004 e della L. Regionale Sarda n. 23/1993.

[13]Agli illeciti di tipo penale contemplati dal Codice fanno riferimento gli artt. 169-180, quanto alla tutela dei beni culturali e l’art. 181 per i beni paesaggistici. Accanto ad essi sopravvivono le fattispecie criminose previste e sanzionate dal Codice Penale, in particolare l’art. 733 c.p. relativo al danneggiamento del patrimonio storico-artistico nazionale, l’art. 635 comma 2 n. 3 c.p. in tema di danneggiamento comune aggravato e l’art. 639 c.p. in tema di deturpamento ed imbrattamento aggravato. Gli artt. 160-166, per i beni culturali e 167-168 per i beni paesaggistici considerano, invece, illeciti di tipo amministrativo.

Da martedì 12 giugno il sito ufficiale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ospita in bella evidenza, nell'home page, la notizia di un'importante scoperta archeologica, il rinvenimento di una “struttura templare probabilmente di tipo dorico-ionico di eccezionale interesse storico-artistico”, in località Torre Melissa, a pochi chilometri da Crotone. I resti del tempio, databile al IV-III secolo a.C., sono venuti alla luce all'interno di un complesso turistico, durante la costruzione di alcune villette a schiera.

Nella nota ministeriale, introdotta dall'icona di un carabiniere atleticamente accosciato a guardia di uno dei rocchi di colonna or ora rinvenuti, viene descritta la dinamica dell'opera di salvataggio e recupero del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza dell'Arma, frutto della “costante attività di monitoraggio del territorio”, oltre che di “conseguenti indagini” attuate, ça va sans dire, “con metodo”, attivando all'uopo “servizi di controllo svolti in collaborazione con militari dell’Arma territoriale e con la cooperazione aerea del personale dell’8° Nucleo Elicotteri di Vibo Valentia” e conchiudendo l'operazione con “ulteriori immediati servizi di osservazione e pedinamento” che hanno alfine condotto al sequestro di numerosi reperti finiti, nel frattempo, a decorare gli ambienti del vicino villaggio turistico e a bloccare il cantiere edile impiantato sull'area del tempio.

La scoperta, orgogliosamente definita come “estremamente importante” è opportunamente illustrata attraverso una galleria di immagini di cui riportiamo, in apertura, un esempio. Davvero illuminante.

E non solo dell'importanza del ritrovamento. L'area archeologica risulta circondata dalle costruzioni recenti e recentissime: ora, a meno di non ipotizzare, per questo sito, una strategia urbanistica finora sconosciuta in antico, appare alquanto improbabile che in quell'area non fossero comprese altre evidenze archeologiche che, se ne deduce, sono quindi state analgesicamente asportate mentre con ampio dispiego di mezzi (e tempi) le forze dell'ordine deputate alla tutela del patrimonio cercavano di localizzare - "con metodo" - il sito di provenienza di quei resti di cui erano fortunosamente “venuti a conoscenza”.

Che il nostro patrimonio archeologico sia vittima troppo spesso inerme di un'attività edilizia che, in nome di un concetto di sviluppo spesso distorto, aggira facilmente le difese colpevolmente indebolite e a volte distratte degli organismi di tutela, è fenomeno risaputo e costantemente denunciato, anche da eddyburg.

Che poi, come in questo caso, la distruzione sia operata per far posto a servizi che dovrebbero migliorare la ricettività turistica e quindi aumentare l'appeal di una risorsa – il turismo, appunto – la quale trova alimento anche e soprattutto da quel patrimonio che contribuisce a distruggere, è elemento che insaporisce di ironia l'italico esercizio del cupio dissolvi.

Ma che si cerchi di contrabbandare un esempio, palmare, di insipienza e neghittosità dei nostri organismi di tutela come un intervento di successo che ha condotto ad un brillante risultato per quanto riguarda il nostro patrimonio culturale, è tentativo che induce ad un umorismo del genere letterario più nero.

Davvero, leggendo quelle righe, tornano alla mente le migliori parodie di Corrado Guzzanti dei documentari “Luce” di qualche decennio fa...

*Si ringrazia per la segnalazione il nostro corrispondente sul territorio: trapezista di professione, archeologo per passione.

L'intervento è stato tenuto in occasione del convegno: “Politiche culturali e tutela: dieci anni dopo Antonio Cederna”. Sull'iniziativa, che si è svolta a Roma, nella sede del Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme, il 6 giugno 2007, occasione di ricordo di Antonio Cederna, ma anche di discussione sugli attuali problemi della difesa del patrimonio culturale e paesaggistico e sulla situazione dell'urbanistica italiana ed in particolare romana, v. su eddyburg

Il bel volume sulla figura di Antonio Cederna non solo ci restituisce un profilo di grande interesse, ma contiene anche un’indicazione di metodo che ritengo oggi particolarmente importante. Afferma infatti Maria Pia Guermandi nella sua introduzione che “ Sull’attualità di Cederna non tutti convengono…..Eppure il dibattito politico di questi ultimi mesi ha riproposto il tema del bene pubblico, dell’interesse generale …”.

La città appartiene certamente ai beni comuni. La storia delle città, il loro fascino e la loro bellezza è inscindibilmente legata al perseguimento del bene comune, ma dalla morte di Cederna ad oggi, il quadro delle culture e delle regole che sovrintendono alla trasformazione delle città è completamente mutato: è dunque importante prenderne atto criticamente per poter essere in grado di recuperare strumenti di lettura della realtà e di intervento adeguati ai tempi.

Il cambiamento epocale riguarda l’affermazione della cultura economicista nel governo delle città. Gli interventi urbani non vengono misurati in relazione degli effetti che provocano, ma esclusivamente riguardati sotto il profilo dell’aumento del reddito. Non era mai accaduto nella storia delle città. Gli interventi erano certo valutati anche sotto il profilo economico, ma senza mai dimenticare il contesto, le relazioni urbane e le più generali esigenze di benessere sociale. Le città appartenevano al “bene comune”.

Oggi questo orizzonte non esiste più e per rendersene conto basta fare pochi passi da qui ed arrivare a piazza Esedra. In uno dei rari concorsi per architettura che si sono svolti nella città (oggi vige la prassi dell’affidamento diretto alla star più in voga del mondo dell’architettura) Gaetano Koch vinse nel 1888 con il progetto che prevedeva due edifici simmetrici che riprendono il sedime delle terme di Diocleziano e che vennero coronati con due balaustre di travertino a chiusura delle terrazze praticabili.

Uno dei più importanti gruppi italiani del turismo internazionale, Boscolo, e non la classica figura dell’abusivo tanto diffusa a Roma, non ha trovato di meglio che chiudere la terrazza con una struttura in metallo e rivestimento plastico per ricavarne una piscina e dei locali. Un edificio storico è stato manomesso per ricavarne ricchezza. Aumentano gli utili del gruppo, il Pil nazionale aumenta ma la città, la ricchezza collettiva, perde di valore.

A nulla sono valse proteste e richieste di intervento dell’autorità comunale. La risposta era sempre la stessa: era un edificio degradato (cosa vera) e se si trova un imprenditore che se ne fa carico non bisogna guardare tanto per il sottile. C’era bisogno insomma di un “aiutino”, di poter aumentare la rendita immobiliare anche a scapito dell’integrità della memoria storica della città.

Questo fatto ci indica i tre elementi di novità con il periodo in cui Antonio Cederna denunciava le malefatte degli “energumeni del cemento”. Il primo è relativo alla cancellazione delle regole urbanistiche. Oggi le trasformazioni si attuano attraverso l’accordo di programma. Se prima con le procedure pubblicistiche dei piani regolatori si poteva conoscere in anticipo quanto sarebbe accaduto, svelarne gli effetti e denunciarne i pericoli, oggi con la nuova prassi veniamo a conoscenza dei nuovi intervento soltanto quando iniziano i cantieri edilizi. L’accordo di programma prevede soltanto la procedura di ratifica da parte dei consigli comunali. E la ratifica arriva in un momento in cui non è quasi più possibile opporsi o cambiare i progetti: prima di quel voto, infatti, si sono consolidati interessi e attività progettuali che è difficile contrastare in fase conclusiva.

Il primo impegno che deve essere dunque perseguito è quello del ristabilimento delle regole liberali, dei piani regolatori e della parallela abolizione dell’uso dell’accordo di programma come strumento per variare i piani urbanistici. Va in questa direzione la proposta di legge elaborata dagli amici di Eddyburg che sta iniziando l’iter parlamentare e che trovate nello straordinario sito di Edoardo Salzano ( www.eddyburg.it).

La seconda novità riguarda il mutamento dei caratteri dei bilanci comunali. A partire dal 1993, non solo i trasferimenti dello Stato verso le autonomie locali si sono ridotti in maniera consistente, ma si può affermare che oggi i comuni traggano le possibilità di vita dal comparto dell’edilizia. Pochi mesi fa la Provincia di Roma nel quadro delle elaborazioni per redigere il piano provinciale di coordinamento, ha diffuso i dati ufficiali sulle caratteristiche dei bilanci comunali. La tassa sugli immobili (ICI) rappresenta in media il 41% dei bilanci comunali con punte massime fino al 76% per i comuni minori.

Va sottolineato che queste somme servono esclusivamente per il normale funzionamento della macchina amministrativa, e cioè per il pagamento degli stipendi del personale e per i servizi. Quando i comuni devono investire in infrastrutture o per la realizzazione dei servizi –e l’arretratezza delle strutture comunali sta lì a ricordarci quanto sia importante questa esigenza- non possono oggi far altro che incrementare l’edificazione, promuovendo la serie interminabile dei programmi complessi che si fondano proprio sullo scambio ineguale tra pubblico e privato.

In buona sostanza, nuovi servizi e nuove infrastrutture si possono realizzare soltanto con i proventi derivanti dall’edilizia: un meccanismo perverso che deve essere invertito al più presto. Il secondo obiettivo dell’azione di chi ha a cuore i destini delle città e dei territori è dunque quello di tornare a bilanci comunali svincolati dalla rendita immobiliare e in grado di consentire ai comuni di risparmiare la risorsa suolo. Il terzo elemento che segna una novità rispetto al periodo di Cederna riguarda la progressiva opera di depotenziamento delle funzioni degli organi dello Stato preposti alla tutela, in primo luogo le soprintendenze. Si tratta di un’azione ben nota che ha riguardato provvedimenti legislativi e ostacoli al funzionamento della struttura. Francesco Scoppola ha scritto spesso su quest’ultimo tema: posso dunque limitarmi a ricordare che se non interverranno inversioni di tendenza -e non si vedono elementi che vadano in questa direzione- le soprintendenze si avviano verso una inarrestabile marginalizzazione.

Per quanto riguarda le difficoltà all’azione di tutela poste dal susseguirsi della legislazione, ricordo che l’ultima battaglia condotta da Cederna fu quella per la salvaguardia del comprensorio di Tormarancia. L’azione di denuncia da lui svolta sulla stampa e quella scientifica svolta per conto della soprintendenza archeologica da Carlo Blasi, Vezio De Lucia e Italo Insolera non avrebbe avuto successo se non fosse intervenuta l’apposizione del vincolo da parte della medesima soprintendenza. Oggi, con i mutamenti introdotti nella legislazione ciò non sarebbe più possibile. Emerge così la terza linea di azione che riguarda la ricostruzione delle funzione pubblica nel campo della tutela.

Ricostruzione delle regole urbanistiche, restituzione ai comuni della capacità di intervento sulle città, restituzione del ruolo alle strutture preposte alla tutela sono i tre grandi obiettivi per recuperare un’azione efficace di governo delle città e dei territori nella chiave della salvaguardia della memoria storica dei luoghi, come affermava Cederna.

E proprio a Roma, dove una sciagurata politica urbanistica sta portando alla cancellazione dell’agro romano, e cioè di quei luoghi di straordinaria stratificazone storica e archeologica, si può tentare di invertire la china. All’inizio degli anni ’90, l’allora soprintendente Adriano La Regina propose di costruire un provvedimento legislativo che consentisse la tutela della campagna romana, vista sotto l’inscindibile connubio di storia natura e archeologia. Credo che oggi dobbiamo riprendere quella proposta per arrestare la dilagante cementificazione. Dei 70 milioni di metri cubi di cemento che prevedeva il piano regolatore, almeno 50 sono stati realizzati o sono in corso di realizzazione attraverso l’uso dell’accordo di programma, nonostante il fatto che il piano non è stato ancora approvato. Altri 15 mila ettari di territorio agricolo sono stati cancellati e ormai la meta dell’immensa estensione della città (129.000 ettari) è occupata da asfalto e cemento. La campagna romana sta scomparendo: Cederna ne aveva fato una ragione di vita e dobbiamo oggi, nelle mutate condizioni, portare avanti la sua battaglia.

Che le grandi firme garantiscano la qualità della città futura, è un'idea che comincia a mostrare le prime crepe. Alberoni, tra gli altri, sul Corriere, annotava la stanchezza del pubblico per il protagonismo di architetture imposte dalla fama del progettista, nate per essere ammirate ma, spesso, inutili. La forma bella perché «necessaria» non ha bisogno di griffe: ammiriamo ancora oggi il disegno perfetto della bottiglietta del Campari pur avendo dimenticato che l'autore è il grande Depero.

Si potrebbe osservare, peraltro, che anche il progetto «dal basso» e democratico, vecchio mito della sinistra mai realizzato e forse irrealizzabile, non è una soluzione. E dunque, che fare? Forse, vale la pena di riflettere, con sano realismo, su alcuni esperimenti romani di coinvolgere nel disegno della città almeno alcune delle forze in gioco: tecnici, istituzioni, rappresentanze dei cittadini, imprenditori.

Nei concorsi, ad esempio, per il riuso delle aree delle ex rimesse Atac a piazza Bainsizza e a Porta Maggiore, le università hanno eseguito gli studi preliminari, un buon numero di progettisti proporrà le linee guida dell'intervento, mentre il progetto finale sarà scelto attraverso una competizione alla quale parteciperanno, insieme, architetti ed imprese. Le quali saranno costrette, in qualche modo, ad innalzare la qualità dei loro cantieri, rimasta spesso ferma agli anni '70. Una strada difficile, fatta di successivi contributi, dove la sintesi artistica non è generata da folgoranti intuizioni, ma è l'esito di un processo, l'incontro del molteplice. E i primi risultati sembrano dimostrare la validità del metodo. Lo testimonia l'esperimento di maggior respiro fino ad ora tentato in questa direzione: i progetti «partecipati» eseguiti dai dipartimenti della Sapienza per le proprie sedi, che saranno in mostra da domani nelle sale del Rettorato. Il disegno della nuova sede per facoltà umanistiche nel futuro campus di Pietralata, progettata dal Dipartimento di Architettura e Costruzione, ne è un campione significativo. Raccolta intorno ad una grande piazza coperta, dominata dal monolite della biblioteca attorno a cui si avvolge la luce che scende dalla copertura vetrata, l'opera trasmette il messaggio di una comunità scientifica moderna e vitale. Un'immagine immediata che pure deriva dal paziente raccordo tra bisogni e interessi diversi, lunghi incontri con i rappresentanti del V Municipio, confronti tra progettisti di disparate tendenze che non impediscono al disegno di arrivare ad una propria, serena identità espressiva. I valori civili che il progetto trasmette, la vita che s'immagina nell'edificio, per una volta sono più importanti della personalità dell'autore. Roma sembra riscoprire che, anche in architettura, la vita, quella vera, non è una sfilata di moda.

Nota: sul tema, notoriamente più ampio e complesso, della partecipazione, qui su Eddyburg una completa Visita Guidata a cura di Carla Maria Carlini (f.b.)

Che ci guadagni qualcosa il Pantuflè? In italiano fa letteralmente il Pantofolaio, ed è un negozio di calzature “moderno” sulla statale Padana Inferiore nell’Oltrepo pavese, appena fuori Redavalle, verso Broni. L’edificio del Pantuflè è esattamente il tipo di scatolone che il magico svincolo della Lisbona-Kiev-bis previsto un pochino più a nord-ovest di lì, dovrebbe diffondere copioso in tutta la pianura, inseminando appunto svincolo dopo svincolo le terre attualmente sprecate da inutili risaie.

Sembra più o meno questa, la filosofia alla base dell’autostrada regionale lombarda nota come Broni-Mortara, ma appunto solo piccolo tassello di un’idea del mondo. Un mondo di scatoloni.

Sono già state dette molte cose, serie, documentate, contro questa ennesima grande opera utile soprattutto a chi la costruisce. E non è il caso di ripeterle, salvo riassumerne in due parole una delle idee di fondo (molto in fondo): raddoppiare il sistema dei grandi flussi est-ovest noto come Corridoio 5, dall’asse pedemontano dell’A4-Ferrovia all’ex cuore verde padano, ovvero dal Monferrato alla bassa padovana. La megabretella che raccorda queste due linee parallele, è un tracciato che da un nodo autostradale nelle risaie a sud di Vercelli, si ricollega dopo una sessantina di chilometri verso sud-est, a un altro percorso autostradale ai piedi delle colline dell’Oltrepo pavese. A un tiro di sasso dal Pantuflè. Che sembra essere, per così dire, la sua “ragione sociale”, almeno simbolica.

In principio c’è sempre una road gang, la banda di quelli dei lavori pubblici, delle strade in particolare e tanto per cominciare. L’hanno raccontato per decenni centinaia di ricercatori e giornalisti, come quella delle strade sia sempre e comunque una scusa: quelle che servono anche per andare da un posto all’altro, così come quelle che servono solo a chi le fa. E in questo caso sposerei il giudizio di chi opta soprattutto per la seconda ipotesi. Ma restiamo alle imprese delle road gang, e della loro parola d’ordine per niente segreta: lo svincolo. Nel caso specifico la parola d’ordine si pronuncia ben sette volte. Sette volte, ovvero una volta ogni meno di dieci chilometri, il che ragionando in una prospettiva continentale sembra una sciocchezza. E lo è. Ma qui la prospettiva non è affatto continentale, e quegli svincoli sono il sale della vita. Gli orifizi da cui il serpente spargerà le sue uova a forma di piccoli e grandi cloni del Pantuflè. Per dirla in linguaggio esotico: la road gang vuole fare lo sprawl. Per dirla in italiano, il partito autostradale vuole cementificare il territorio con la scusa dei corridoi europei. Per dirla – obiettivamente - con le parole della relazione tecnica del progetto: “La nuova infrastruttura si pone l’obiettivo di separare, a livello regionale, il traffico di scorrimento da quello locale e di offrire un servizio ed un’opportunità di sviluppo produttivo alle aree dell’Oltrepo e della Lomellina” [1].

Il servizio e opportunità di sviluppo, di development si dice in alcuni ambienti con traduzione un po’ forzatuccia, viene erogato appunto attraverso lo svincolo.

E dunque la lettura di queste opportunità virtuali di crescita (naturalmente di crescita edilizia perbacco!) si può già cominciare a fare a partire dagli svincoli. Nel senso che lì non c’è ancora niente, salvo quelle inutili risaie, buone al massimo (si mormora in alcuni ambienti) per fare un po’ di etanolo di alta qualità per i SUV del domani. Non sono ancora cresciute quelle belle distese di scatoloni, come per esempio nelle ex risaie di Vicolungo, dove il Corridoio 5 ne incrocia un altro, e ora invece dei tristi acquitrini ci sono un bell’Outlet, un Parco Logistico, un Parco a Tema, qualche lottizzazione sparsa di villette che cresce rigogliosa, molte rampe, svincoli, rotatorie e tanti, tanti comodi parcheggi.

Qui in Lomellina queste cose non ci sono ancora, ma si può iniziare a immaginarle guardando gli svincoli, e quello che ci sta attorno (continua ... vedi sotto)

Nota: per motivi di spazio e organizzazione delle immagini, il testo integrale dell'articolo è disponibile di seguito in Pdf, con mappe e foto; per un confronto si veda anche in questa stessa cartella il progetto della complementare "ACME" Cremona-Mantova (f.b.)

Broni_Mortara_Mall

[1] Infrastrutture Lombarde, Autostrada regionale “Integrazione del sistema padano direttrice Broni-Pavia-Mortara”, Relazione Sintetica Divulgativa, p. 7.

Titolo originale: Developmentalism in the Big Apple – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Trent’anni fa, si poteva trovare facilmente un monolocale in un quartiere di ceto medio di New York City a 150 dollari al mese. Oggi, ne costa oltre 1.500: più di quanto il giocatore degli Yankees Reggie Jackson, all’epoca il più pagato nel baseball, guadagnasse nel 1977. Il suo appartamento sulla Fifth Avenue con terrazza affacciata su Central Park costa 1.466 dollari al mese. Mentre la paga minima non è certo salita a 27,82 dollari l’ora.

Come siamo arrivati a questo punto, è l’argomento del libro di Kim Moody, From Welfare State to Real Estate: Regime Change in New York City, 1974 to the Present (The New Press). Moody analizza il modo in cui il ceto affaristico di New York ha sfruttato la crisi fiscale degli anni ’70 per distruggere la “politica socialdemocratica” della città e imporre il programma neoliberale che detta “tagli alla spesa sociale, privatizzazioni, deregulation, e cosa più importante il riaffermarsi di un potere di classe da parte dei capitalisti”.

Ne risulta una città dove la disuguaglianza è cresciuta sino a livelli estremi, ben oltre quelli di altre zone del paese, in cui un piccolo ma in crescita gruppi di cospiratori, costituito dagli incredibilmente ricchi, usa l’amministrazione come macchina per far soldi, esercitando un potere assoluto su uno svuotato ceto medio e su milioni di lavoratori dei servizi, spesso immigrati, e con paghe minime. Moody, che è co-fondatore di Labor Notes, espone tutto questo con lucidità e chiarezza. Per chi ama New York, la lettura di questo libro è un momento di comprensione e rabbia, come davanti alla storia di un delitto di cui si conosceva personalmente la vittima.

É convinzione diffusa, che la crisi fiscale del 1975 sia stata causata da politiche riformiste fuori controllo: l’estensione dei servizi sociali negli anni ’60, o i costi di gestione della più ampia rete di servizi di qualunque città americana, con 22 ospedali pubblici, un sistema universitario gratuito e la più capillare metropolitana del mondo. Moody indica come le spese in quella direzione avessero fortemente rallentato già dagli anni ‘60, mentre lievitavano per la città i costi degli interessi sul debito. Postula che l’eliminazione delle forti riduzioni fiscali per le imprese costruttrici avrebbe potuto far molto per evitare la crisi. Una spiegazione che appare un po’ fragile: la causa strutturale profonda era la massiccia deindustrializzazione della città. Moody nota come New York abbia perduto la sconvolgente quantità di 600.000 posti di lavoro industriali, fra il 1968 e il 1977. Fu eliminata così la ricchezza dei ceti lavoratori che era la base politica ed economica a sostegno del sistema di infrastrutture pubbliche. Sparì anche la fonte tradizionale di reddito legale dei quartieri più poveri della città.

Spaventati da quanto avrebbe potuto succedere in caso di bancarotta del sistema, i sindacati locali collaborarono al programma delle élite, di tagli dei posti di lavoro e dei servizi. La trasformazione verso un’economia dominata dalla finanza ripristinò in assoluto la ricchezza della città, ma la sua distribuzione ne risultò fortemente diseguale. E visto che il mondo del lavoro aveva tacitamente acconsentito a questa evoluzione delle cose, la politica della città nei 25 anni successivi sarebbe stata dominata da orientamenti razziali. Gli elettori bianchi votarono Ed Koch o Rudy Giuliani, con la sua campagna e le politiche orientate da slogan di basso profilo per legge-e-ordine. David Dinkins, unico sindaco nero (1990-93), evoca più una diversità simbolica che non una vera messa in discussione del programma delle élite. Moody nota come il sindacato insegnanti rifiutò di sostenerne la rielezione: il motivo, perché Dinkins aveva promesso loro un aumento di stipendio, promessa poi non mantenuta dopo l’opposizione dell’ establishment.

L’attuale sindaco Michael Bloomberg è spesso definito un liberal – un’epoca senza valori, questa, quando il solo fatto di non essere fanatico rispetto alla vita sessuale altrui basta a qualificare in qualche modo come progressista — ma è in realtà un devoto plutocrate. Non aggressivo come Giuliani (anche se simile a lui nel disprezzo per le libertà civili), ma il suo ruolo richiede tratti caratteriali diversi. Obiettivo di Giuliani era di mettere ordine nelle questioni razziali “ingovernabili”; quello di Bloomberg di consentire ai ricchi di accumulare altri mucchi di soldi. Moody definisce la filosofia del sindaco “immobiliarismo”: affollare lo skyline di torri ad appartamenti di lusso, regalando più di 3 miliardi di dollari l’anno di tagli fiscali a imprese e abitazioni per ricchi, mentre una quantità crescente di lavoratori residenti a New York spende oltre la metà di quanto guadagna per l’affitto. Nel corso di questo boom immobiliare, nota Moody, non solo il prelievo dai ceti operai — redditi e tasse commerciali — ha sorpassato le imposte sugli immobili come base di introiti per la città, ma lo stesso sistema delle tasse sugli immobili è così distorto che il proprietario di una casa bifamiliare di un quartiere nero a redditi medio-bassi vicino all’aeroporto Kennedy Airport paga quasi tre volte la percentuale sul valore di mercato di dodici stanze affacciate sulla Park Avenue.

Bloomberg ha fatto alcune promesse altisonanti, sulla costruzione di case economiche, ma Moody analizza le formule utilizzate per definire cosa venga considerato “economico”. Sulla base del reddito medio nell’area metropolitana, gli appartamenti che si affittano fino a 1.800 dollari al mese vengono classificati “medi”, come quelli nel progetto sportivo/residenziale per le Atlantic Yards a Brooklyn. E sia il sindaco che il Governatore Eliot Spitzer, un Democratico, si oppongono al ripristino del potere della città di controllare gli affitti. Moody non approfondisce molto la questione, ma la legge statale del 1971 che proibì alla città di contenere gli affitti in misura superiore a quanto accadeva nel resto dello stato, fu un annuncio dell’epoca neoliberale. Metteva di fatto il potere nelle mani dei Repubblicani delle zone suburbane ed esterne, i cui legami principali con la città sono i soldi che ricevono dai proprietari. Quando eliminarono tutte le norme di controllo degli affitti nel 1997, e poi quando l’ex Governatore George Pataki in pratica eliminò qualunque forma di repressione riguardo a canoni illegalmente elevati, l’amministrazione cittadina non fu in grado di far nulla per fermarli.

Contro tutto questo, Moody auspica la possibilità che emerga qualche nuova spinta sociale, dal milione di iscritti cittadini ai sindacati, o da organizzazioni di base come la Make the Road By Walking di Brooklyn, o da gruppi di quartiere e per la casa o anti- gentrification, per lottare contro il neoliberalismo. É una speranza debole per ora, ma essenziale.

Una recente, promettente tendenza, è la crescita delle organizzazioni contro il “razzismo ambientale”, ovvero la pratica di collocare inceneritori nei quartieri operai poveri latini e neri, già inquinati. Come mi ha detto un amministratore nei primi anni ’90 quando seguivo la campagna contro un impianto da 55 strati nella zona dei cantieri navali di Brooklyn: “Dove altro dovremmo metterlo? Sulla Quinta Strada?”

Un libro di Julie Sze, Noxious New York: The Racial Politics of Urban Health and Environmental Justice (MIT Press) analizza il modo in cui gli attivisti in questi quartieri presi di mira uniscono le questioni ambientali a quelle di classe e razza. Si sviluppano anche nuove tattiche com ele cosiddette “Squadre Terra”, adolescenti che collaborano con la Columbia School of Public Health per rilevare fuliggine e inquinamento da particolato in quattro incroci nella zona del deposito autobus di West Harlem; i militanti hanno usato i dati raccolti per convincere l’amministrazione a cambiare gli autobus, a veicoli ibridi.

Dal movimento emergono due principi. Uno è il focalizzarsi sugli effetti cumulativi dell’inquinamento nel quartiere. Nel South Bronx, dove in alcune scuole aveva l’asma il 40% degli alunni, gli attivisti hanno osservato che un proposto inceneritore di rifiuti sanitari avrebbe solo peggiorato le cose. Quando Giuliani ha chiuso la leggendaria puzzolente discarica di Fresh Kills a Staten Island nel 1996, e progettava di privatizzare lo smaltimento dei rifiuti e trasportarli via camion verso altri stati, una delle critiche principali al piano è stata che si sarebbero rovesciati gli scarichi dei motori diesel nell’aria di Williamsburg e del South Bronx, che ospitano gran parte dei punti di smistamento dei rifiuti della città. L’altro principio emerso è quello di “precauzione”, ovvero che sono i potenziali inquinatori a dover dimostrare che le loro operazioni si svolgeranno in modo non dannoso, e non le comunità a dover provare danni diretti.

La Sze intreccia in modo affascinante alcune storie nel suo libro, come quando sottolinea che all’inizio del XX secolo, l’80% delle città degli USA prescrivevano di riciclare i rifiuti organici e le ceneri di carbone. Ma si tratta di una scrittura che spesso cade nell’ovvio. Quando descrive il volantino delle organizzazioni ambientaliste che propone il Governatore Pataki insieme a un ragazzino nero con inalatore per l’asma, la Sze scrive, “ Un contrasto visivo, quello fra il politico più potente dello stato e il bambino di colore con l’asma, che rappresenta in modo letterale le politiche di base [dei gruppi] e il sistema delle convinzioni”. Visto che sono stati incrociati i documenti delle varie campagne per la giustizia ambientale, il libro avrebbe potuto anche avvantaggiarsi di diverse testimonianze dei protagonisti e delle comunità, valutando quali strategie paghino, e quali no: cosa che non è stata fatta e di cui c’è gran bisogno.

Abbiamo disperatamente bisogno di saggezza organizzativa, in particolare di fronte a quello che dimostrano chiaramente questi due libri, ovvero che il neoliberalismo è una miscela velenosa di oppressione economica e devastazione ambientale.

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C’È UN DISPERATO bisogno di casa a Roma e nel Lazio. Le cifre appena comunicate dalla Regione al governo ne fotografano l’effettiva dimensione oggettiva. Par-

lano di un fabbisogno regionale di oltre 45mila alloggi. Una vera e propria emergenza sociale che ogni giorno produce storie di nuova marginalità e il cui epicentro è a Roma e provincia, dove il fabbisogno è di oltre 42mila case.

Per invertire la rotta, il governo dovrà varare - secondo la Regione - un piano casa nazionale che per il Lazio preveda un investimento di circa 4,5 miliardi di euro. Così si legge nella delibera approvata ieri per definire il fabbisogno regionale che sarà ora trasmesso ai ministeri delle Infrastrutture, della Solidarietà Sociale e delle Politiche per la Famiglia.

A quella cifra si arriva prendendo il costo medio di una casa poplare e moltiplicandolo per il bisogno di case indicato da ciascuno dei 79 comuni del Lazio. Solo l’area romana, tenendo conto anche dei Comuni della provincia, ha indicato un fabbisogno di 42.369 alloggi, A cui si aggiungono i 3.439 necessari a far fronte all’emergenza abitativa anche nei comuni delle province di Frosinone, Latina, Rieti, Viterbo.

Era stato lo stesso governo Prodi, all’indomani del varo della legge 9, a chiedere a Comuni e Regioni una stima esatta del fabbisogno abitativo, in base al quale elaborare un nuovo Piano casa nazionale dopo quello definito da Fanfani alla fine degli anni Cinquant.a

Perciò, in Regione si sottolinea l’importanza di questo primo passo che il presidente Piero Marrazzo saluta come un «ritorno alla politica di concertazione».

Al di là delle cifre indicate dai singoli comuni, «il dato è politico», spiega l’assessore ai Lavori Pubblici e alle Politiche abitative Bruno Astorre: «Se non si fa un poderoso programma di interventi a livello nazionale, gli interventi decisi a livello locale rischiano di essere solo un tampone». Astorre li elenca: 100 milioni destinati alla realizzazione di nuove case popolari, 100 per le ristruttrazioni, 220 milioni per l’edilizia sovvenzionata.

«La delibera estituisce una fotografia realistica della situazione del dramma casa nella nostra regione», osserva il presidente della competente commissione regionale Giovanni Carapella: «Per il 93% la richieste viene dal Comune di Roma e dai comuni della sua Provincia. La tracimazione della popolazione romana oltre il Gra verso e dentro i Comuni della Provincia registrata negli andamenti demografici degli ultimi 5 anni, giustifica e conferma questi dati».

Intanto è stato approvato dalla giunta capitolina il programma di realizzazione di 35 piani di zona. Prevede la realizzazione di più di seimila nuove abitazioni, di cui almeno il 30 per cento in affitto, seguite da servizi e infrastrutture viarie in dieci diversi municipi della città. Una prima attuazione del piano che si propone di realizzare a Roma 20mila alloggi entro il 2011. «Un contributo importante per calmierare i costi, aumentare l'offerta degli alloggi in affitto e realizzare nuovi quartieri puntando sulla qualità», osserva l’assessore ai Lavori Pubblici Giancarlo D’Alessandro.

Caro direttore, i milanesi come reagirebbero se dicessero loro che c’è un progetto avanzato di ricerche petrolifere proprio davanti al Duomo? Rifarebbero certo le cinque giornate. E i veneziani, se venissero a sapere che vorrebbero cominciare a carotare a San Marco? E i fiorentini, sopporterebbero le trivelle a Santa Croce? I rispettivi abitanti che ne direbbero di scavi per la ricerca del petrolio a Roma tra i Fori imperiali e il Colosseo, a piazza Di Grado a Genova, sulle colline di Torino, a piazza delle Erbe, a piazza Grande, lungo le rive del Garda?

Non si sentirebbero offesi e scempiati nel più profondo del loro essere? Ebbene, in Sicilia, e precisamente in una zona che è stata dichiarata dall’Unesco "patrimonio mondiale dell’umanità", il Val di Noto, dove il destino e la Storia hanno voluto radunare gli inestimabili, irrepetibili, immensi capolavori del tardo barocco, una società petrolifera americana, la "Panther Eureka", è stata qualche anno fa autorizzata, dall’ex assessore all’industria della Regione Sicilia, a compiervi trivellazioni e prospezioni per la ricerca di idrocarburi nel sottosuolo. In caso positivo (positivo per la "Panther Eureka", naturalmente) è già prevista la concessione per lo sfruttamento dell’eventuale giacimento.

In parole povere, questo significa distruggere, in un sol colpo e totalmente, paesaggio e storia, cultura e identità, bellezza e armonia, il meglio di noi insomma, a favore di una sordida manovra d’arricchimento di pochi spacciata come azione necessaria e indispensabile per tutti. E inoltre si darebbe un colpo mortale al rifiorente turismo, rendendo del tutto vane opere (come ad esempio l’aeroporto Pio La Torre di Comiso) e iniziative sorte in appoggio all’industria turistica, che in Sicilia è ancora tutta da sviluppare.

Poi l’inizio dei lavori è stato fermato, nel 2003, dal Governatore Cuffaro su proposta dell’allora assessore ai Beni Culturali Fabio Granata, di Alleanza nazionale, in prima fila in questa battaglia.

Ma è cominciato quel balletto tutto italiano fatto di ricorsi all’ineffabile Tar, rigetti, annullamenti, rinnovi, sospensioni temporanee, voti segreti, vizi di forma e via di questo passo ( ma anche di sotterranee manovre politiche che hanno sgombrato il campo dagli oppositori più impegnati).

E si sa purtroppo come in genere questi balletti vanno quasi sempre tristemente a concludersi da noi: con la vittoria dell’economicamente più forte a danno degli onesti, dei rispettosi dell’ambiente, di coloro che accettano le leggi. E i texani, dal punto di vista del denaro da spendere per ottenere i loro scopi, non scherzano.

Vogliamo, una volta tanto, ribaltare questo prevedibile risultato e far vincere lo sdegno, il rifiuto, la protesta, l’orrore (sì, l’orrore) di tutti, al di là delle personali idee politiche?

Per la nostra stessa dignità di italiani, adoperiamoci a che sia revocata in modo irreversibile quella contestata concessione e facciamo anche che sia per sempre resa impossibile ogni ulteriore iniziativa che possa in futuro violentare e distruggere, in ogni parte d’Italia, i nostri piccoli e splendidi paradisi. Nostri e non alienabili.

Abbiamo seguito con attenzione le polemiche e le prese di posizione relative alla relazione inviata dal Soprintendente Giorgio Rossini al ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli. E’ stato scritto che Italia Nostra ha considerato il rapporto una sorta di vangelo. Non siamo completamente d’accordo. Certamente concordiamo sulle criticità segnalate, ma non sono solo quelle riportate nella relazione del Soprintendente che ci preoccupano. Il territorio ligure oggi è il bersaglio di vere e proprie operazioni di aggressione che ci mettono in allarme, e che in parte hanno già avuto concreta realizzazione, a discapito dell’insostituibile bellezza dei luoghi. Così si rischia di stravolgere, senza possibilità di ritorno, i caratteri peculiari della costa ligure, degli antichi borghi e del radicamento umano in questa articolata morfologia del paesaggio. Nella relazione del Soprintendente non sono riportati progetti ed interventi sul territorio che noi non condividiamo e che ci rifiutiamo di accettare senza arrivare a compromessi. Troppe volte la soprintendenza si è espressa con pareri determinanti per l’avvio di progetti in chiaro contrasto con la conservazione del paesaggio. Troppe volte ha fornito pareri che negavano precedenti risoluzioni. Ci riferiamo in particolare ad edifici previsti in elevazione a Savona, ad Albenga, a Sarzana. Pensiamo ai progetti sproporzionati di darsene, di pianificazione nella piana di Marinella di Sarzana, di interventi sulle piccole isole presenti nel nostro territorio. E molto altro. Troppe volte nelle conferenze dei servizi la Soprintendenza ha fornito pareri che non assumevano il senso di prendere posizioni vincolanti.

Di una cosa siamo grati al Soprintendente. Avere messo la mano nella piaga in un momento in cui in Liguria le forze politiche hanno sferrato un attacco determinato per favorire la cementificazione, senza mostrare nessun riguardo a quel poco di costa o di collina che resta ancora allo stato naturale.

Italia Nostra anche in Liguria continuerà comunque ad agire per la tutela di tutti i beni naturali e culturali che non devono appartenere a pochi e non devono essere gestiti da pochi perché ci appartengono, sono nostri, di tutta la gente perché ne possa usufruire liberamente.

Giovanni Gabriele è il presidente regionale di Italia Nostra

Sollecitazioni di cautela e di maggiore attenzione per il paesaggio e per quanto ancora resta della Campagna romana, provenienti ormai insistentemente da più parti dell’opinione pubblica, cadono inascoltate per l’indifferenza di alcune delle amministrazioni alle quali spetta il compito di vigilare sull’uso corretto del territorio, ed alle quali va attribuita la maggiore responsabilità dei danni arrecati nel corso degli anni.

Il decadimento di aspetti non solo formali, quali il paesaggio, ma anche strutturali, come ad esempio quelli insiti nell’uso agricolo dei suoli, prosegue inesorabile con la cancellazione di quei caratteri storici, artistici e naturalistici che da sempre hanno costituito il fascino del suburbio romano.

Ad appena un mese dall’insediamento del Consiglio direttivo del parco regionale della via Appia, il Comune di Marino ha deciso di trasformare circa 70 ettari di suoli agricoli in zona artigianale, commerciale ed industriale ponendo così in serio pericolo ogni prospettiva di valorizzazione del territorio e di ampliamento del parco. È facile prevedere a quale svilimento della natura e del paesaggio si perverrà anche qui con la costruzione di centri commerciali, capannoni, depositi di materiali, e così via. A rischio di grave manomissione è parimenti un’altra area del Comune di Marino, ove è nota fin dall’Ottocento la presenza dei resti di una antica città, convenzionalmente indicata con il nome di Mugilla, uno dei tanti insediamenti non identificati dei popoli latini precocemente scomparsi in seguito alla dilagante espansione della potenza romana. La zona è ancora indenne da alterazioni, ed è di grande importanza archeologica.

Questi suoli, che mantengono intatto il fascino del paesaggio agrario, sono stati comunemente riconosciuti, nel mondo degli studi, negli ambienti della cultura internazionale e in ampi settori di opinione pubblica, di elevato pregio ambientale e di incomparabile interesse per la conoscenza del Latium Vetus, della storia di Roma e di altre comunità latine, fin dalle loro più antiche origini.

Una proposta di legge per l’ampliamento del parco regionale dell’Appia antica approvata all’unanimità dalla Giunta Regionale nel 2005, e tuttora all’esame del Consiglio Regionale, sta per essere vanificata dai ritardi, ed ha comunque escluso l’area di Mugilla, sulla cui salvaguardia si erano create notevoli aspettative con il piano di assetto del parco.

D’altra parte, il Ministero per i beni e le attività culturali, pur disponendo di ogni capacità di intervento e nonostante i ripetuti segnali di allarme succedutisi nel corso degli anni, non ha ancora assunto provvedimenti atti ad assicurare la corretta tutela del paesaggio, della fisionomia storica dei luoghi e del patrimonio archeologico in queste come in altre aree esposte al rischio di grave alterazione.

Se si vuole evitare l’ultimo misfatto ai danni della via Appia, occorre che ciascuno faccia la sua parte (la Regione, ma anche il Ministero dell’ambiente e della difesa del territorio, nonché il Ministero per i beni e le attività culturali) nell’adottare le misure idonee a mantenere intatti i caratteri naturali e storici di àmbiti territoriali gravitanti sul tracciato della antica strada, per i quali è già previsto o comunque è ancora possibile prevedere l’inserimento nel parco.

Zone industriali dappertutto, in barba alla pianificazione urbanistica e territoriale: questa è la nuova razzìa di ciò che resta del Belpaese che sta per scatenarsi. Primo responsabile l’on. Capezzone, complici i parlamentari che hanno approvato la proposta di legge alla Camera, e quelli che stanno per approvarla al Senato, dove il provvedimento è approdato col n. 1532.

L’hanno soprannominato “un'impresa in 7 giorni”. Se il provvedimento passerà per costruire gli edifici necessari per una qualsiasi attività produttiva in materia di beni e servizi basterà presentare la domanda allo “sportello unico” comunale. La ricevuta della domanda costituisce titolo edilizio. Se l’area non è considerata idonea per quella attività dallo strumento urbanistico (è area agricola, o per attrezzature pubbliche, o residenze o altro), basta che comunque rispetti le normative ambientali e quelle relative ai beni culturali. Viene convocata la conferenza dei servizi che entro sette giorni modifica lo strumento urbanistico! Se poi c’è contrasto con le normative specifiche di tutela ambientale o culturale l’attesa del privato è appena un po’ più lunga, ma l’esito è sicuro: il privato dispone la convocazione della conferenza di servizi, e se c’è l’opposizione di uno dei suoi membri che rappresenta competenze statali decide il governo. Questo ha trenta giorni di tempo per decidere: se non decide, la licenza di uccidere si intende concessa.

Numerosi parlamentari hanno firmato proposte di legge che si propongono di restaurare l’autorità pubblica e restituire razionalità al governo del territorio, dichiarando la rilevanza del “principio di pianificazione”. Cinque proposte di legge in materia giacciono nei due rami del Parlamento (in un’attesa che speriamo non diventi letargo). Chiediamo almeno ai firmatari di quelle proposte come mai sia passato sotto il loro naso un provvedimento così distruttivo senza che l’opinione pubblica ne sia stata informata, senza che ci sia stato il segno d’una qualche opposizione. Il nostro timore che l’urbanistica neoliberista avesse già vinto, che la sconfitta di Berlusconi fosse stata una vittoria del berlusconismo, si rivela sempre più fondato. Speriamo di sbagliare.

L’agro romano è a rischio di estinzione, si legge in un documento sottoscritto da un centinaio di archeologi, architetti e funzionari della Sovrintendenza archeologica di Roma. Quel documento è una lettera-appello al ministro per i Beni e le attività culturali Francesco Rutelli e trae spunto proprio dalle prese di posizione del ministro in favore di una tutela del paesaggio italiano in quanto deposito di valori non solo naturali, ma anche storici, cioè prodotti dall’uomo.

Accade spesso di sentir parlare del paesaggio come pura categoria ideale, anzi come semplice effetto della percezione, come se i suoi valori fossero puramente immateriali, per cui ognuno si costruisce il proprio paesaggio, con un’operazione mentale. E invece il paesaggio ha una sua concreta rappresentazione nella struttura del territorio. E l’elemento che caratterizza il paesaggio italiano in genere, e che rappresenta il suo vero valore è proprio il fatto di essere un paesaggio fortemente antropizzato, cioè segnato dalla mano dell’uomo. E a seconda delle zone d’Italia la mano dell’uomo ha definito assetti del territorio che rendono riconoscibili i luoghi, perché li fanno uno diverso dall’altro. La campagna toscana è diversa da quella siciliana non solo per la conformazione del terreno, ma anche per le tradizioni colturali, perché in Toscana prevale la coltivazione dei vigneti o dell’ulivo e gli appezzamenti di terreno sono (purtroppo forse erano) di dimensioni ridotte e quindi il paesaggio ne è condizionato e perché, invece, in Sicilia prevale la grande estensione coltivata a grano, con queste immense distese pianeggianti.

Anche l’agro romano ha le sue specificità, e naturali e definite invece da secoli di attività umane. Una delle caratteristiche fondamentali che lo rendono riconoscibile è questo intersecarsi diffuso di natura e di storia antica, di qualità della vegetazione e di evidenze archeologiche che trovano forse la loro esemplarità nei tremilacinquecento ettari del Parco dell’Appia Antica. L’agro romano non è solo la cornice che avvolge Roma, quasi lo sfondo neutro in cui si situa la città. E’ invece un contesto che attribuisce alla città un di più di significati. Non sarebbe pienamente riconoscibile la città di Roma senza l’interazione costante fra l’edificato e l’inedificato.

Ecco questo patrimonio è a rischio. Basta gettare lo sguardo su qualche cifra. Nel 1951 Roma era edificata su 6 mila ettari, per arrivare a questa dimensione la città ha impiegato grosso modo duemilacinquecento anni. Gli abitanti erano un milione e seicentomila. Nel 2001, cinquant’anni dopo, si è arrivati a più di 41 mila ettari, sette volte di più del 1951. Ma la popolazione si è assestata sui 2 milioni e mezzo. Non è neanche raddoppiata. E inoltre, mentre dal 1951 la popolazione è cresciuta molto arrivando a toccare nel 1981 i 2 milioni e ottocentomila, dall’81 in poi è sempre calata.

E’ un evidente paradosso. L’edificato di una città cresce quasi indipendentemente dalla crescita della popolazione. E’ vero che una città si sviluppa anche perché si moltiplicano le esigenze di lavoro e quindi nascono fabbriche, stabilimenti e altre strutture produttive; oppure aumentano le esigenze di spazi per lo svago, la cultura: ma è questo il caso di Roma? E poi proviamo a vedere se le cose negli ultimi tempi si sono modificate. Dal 1991 al 2001, stando ai dati del censimento, Roma ha perso 180 mila residenti. Ma il Piano regolatore della città, recentemente approvato, prevede altri 65 milioni di metri cubi di costruzioni - case, stabilimenti, uffici, ma soprattutto case in cui dovrebbero andare ad abitare circa 300 mila persone. Se si dovessero attuare le previsioni del Piano regolatore, si legge sempre in quel documento dei funzionari della Sovrintendenza, Roma passerebbe da 41 mila ettari di edificato a 56 mila. Cosa vuol dire? Vuol dire che altri 15 mila ettari di agro romano andranno perduti. E’ vero che il territorio comunale di Roma è il più grande d’Italia e arriva a 129 mila ettari, ma è vero anche che il ritmo dell’espansione non si è arrestato e non si arresta. E poi, passando dalle cifre all’osservazione empirica, basta fare un giro per vedere come sono combinati queste decine di migliaia di ettari che teoricamente dovrebbero essere integri per osservare una miriade di piccoli insediamenti diffusi, case sparpagliate, attività economiche e commerciali ecc.

La verità è che a Roma si costruisce a ritmo forsennato. D’altronde sono le stesse autorità cittadine a sostenere con una punta d’orgoglio che i tassi di crescita dell’economia romana sono superiori a quelli medi italiani, quasi del doppio. E di questo ovviamente non è possibile non rallegrarsi. Poi si va a verificare qual è la natura di questa crescita e si scopre che i tre cardini di essa sono l’edilizia, il commercio e il turismo.

L’edilizia cresce in tutta Italia. Stando ai dati citati recentemente da Vittorio Emiliani, ogni anno si perdono in Italia 380 mila ettari di suolo agricolo. Noi produciamo una quantità di cemento pro-capite che è più del doppio di quella tedesca. E Roma è all’avanguardia di questo processo: proviamo a fare un giro sul raccordo anulare, partendo dalla Bufalotta, estremo nord della città, passando per la Tiburtina, la Magliana, Fiumicino e poi tornando alla Bufalotta per rendersi conto che uno degli elementi cospicui del paesaggio dell’agro romano sono le gru, che hanno ormai trasformato lo sky-line della città.

L’agro romano rischia e rischia di brutto. Rischiano i suoi luoghi di pregio e rischia in generale tutto il suo tessuto. Ma oltre a questo incombe un altro pericolo: quello di costruire una città che sarà sempre più faticosa da vivere, che produrrà sempre più affanno e stress. Si parla molto del ritorno a Roma degli architetti, si legge di questa o di quell’altra archistar che ristrutturerà uno stabilimento dismesso, che allestirà un museo o che costruirà una piscina olimpionica (poi si scopre che le per le olimpiadi si tornerà a usare il vecchio e glorioso Foro Italico, sperando di lasciarlo integro). Nessuna avversione per l’architettura moderna. Antonio Cederna non ne aveva nessuna, a patto che non mettesse le mani nei centri storici e che invece si cimentasse con la costruzione di una vera città moderna, senza rincorrere le direttrici speculative, come si faceva in molte capitali d’Europa, da Londra a Stoccolma, da Copenhagen ad Amsterdam, che potevano sfoggiare quartieri di edilizia pubblica che Cederna ammirava come capolavori di qualità urbana. Il problema è che a Roma si costruisce in luoghi dove non arriveranno mai i servizi pubblici su rotaia, in luoghi che le pubblicità descrivono come immerse nel verde, silenziose, sfruttando proprio quelle qualità della campagna romana che nel frattempo si distruggono. Sviluppandola in questo modo la città si disarticola, si spappola sul territorio e si trasforma in un organismo sempre più a misura di auto privata: non è per caso che a Roma siano immatricolate quasi 80 macchine ogni cento abitanti, comprendendo fra i cento abitanti anche i neonati e i ragazzi fino a diciott’anni. La macchina diventa il mezzo di trasporto privilegiato, provoca congestione e inquinamento. Serve ad andare in centro oppure a spostarsi da una periferia all’altra. Mentre il centro storico si svuota sempre più di residenti e si avvia a diventare solo un luogo che attrae per lavoro o per divertimento, un luogo per ministeri, uffici, studi professionali e un luogo solo per masse incontrollate di turisti, che producono una mutazione irrimediabile del suo aspetto fisico. I dati di questo esodo li ha più volte citati Paolo Berdini, che ha dimostrato come ad essere svuotati non sono solo i quartieri dentro le Mura, ma anche i quartieri novecenteschi e persino quelli del secondo dopoguerra. Tutta gente che va a vivere nelle Roma 2, Roma 3 e Roma 4 e che ogni giorno prende la macchina per venire in centro e la riprende la sera per tornarsene a casa.

Ben vengano gli architetti a progettare spazi pubblici e luoghi di cultura. Ma intanto a Roma ci sono già 22 grandi centri commerciali e, stando alle denunce delle associazioni dei commercianti, se ne autorizzano ben 4 ogni anno. Non vorrei che Roma scontasse il paradosso di chiamare grandi progettisti, ritrovandosi però con una selva di ipermercati. Inoltre, accusano sempre le associazioni dei commercianti, i centri commerciali proliferano anche grazie alle norme adottate per la riqualificazione delle periferie, in particolare delle aree dove sono sorti insediamenti pubblici, gli articoli 11. Provvedimento sacrosanto in teoria, perché si portano servizi laddove non ci sono mai stati e si ricollegano questi quartieri alla città. Il problema è che si costruiranno asili o centri per gli anziani non sfruttando le aree già espropriate che sono in quei quartieri, dove tantissimo è lo spazio sprecato (centinaia e centinaia di ettari, stando ai calcoli di Giovanni Caudo), ma in cambio della concessione a privati di licenze per costruire a loro volta altre case. Nasce così la tortuosa vicenda di Colle della Strega.

Le domande che sorgono a questo punto sono: ma perché si costruisce tanto? per chi si costruisce tanto? Ho citato Cederna: in effetti se si vanno a leggere le sue pagine, sebbene risalgano anche a cinquant’anni fa, una risposta la si trova. Cederna ebbe la fortuna (per un giornalista questa è una fortuna) di raccontare l’Italia proprio a partire da quel 1951 in cui prendeva il via quella spaventosa trasformazione che avrebbe sfigurato i suoi connotati. Ed ebbe la bravura di non limitarsi a raccontare l’Italia che vedeva modificarsi sotto i suoi occhi, ma di cercare le cause. Rispondendo a quelle domande: perché si costruisce tanto e per chi?

Il meccanismo che agli occhi di Cederna regola questa trasformazione devastante è di diversa natura. Culturale, intanto: l'Italia è un paese in cui la consapevolezza della qualità del proprio patrimonio non è adeguata all'entità e alle valenze di esso. Economica, in secondo luogo: in Italia la rendita pesa moltissimo, e la rendita fondiaria e immobiliare, in particolare, assorbono tante risorse che altrimenti sarebbero destinate a un più corretto sviluppo (non è difficile leggere le denunce di Cederna sul Mondo contro la Società Generale Immobiliare, che a Roma possiede milioni di metri quadrati, incrociandole con gli interventi che sullo stesso settimanale pubblica Ernesto Rossi contro i monopoli). Politica, infine: una buona parte della politica non intende né progettare né regolare l'assetto di un territorio, è come inibita dalla forza che esprimono il mondo dell'edilizia e della rendita e si adegua ai suoi desideri, convinta che nel possesso di un suolo sia in qualche modo iscritta la possibilità di una sua trasformazione in senso cementizio e che questa possibilità vada al massimo contrattata, mitigata, ma non condizionata dalla tutela di interessi generali. Negli anni Cinquanta, scrive Cederna, si costruisce dove e come si vuole purché lo esiga chi possiede un suolo. Non si costruisce perché c'è bisogno, o almeno non solo per questo, ma perché c'è qualcuno che ha la forza di imporlo.

Queste tre condizioni restano sostanzialmente inalterate nella storia italiana dagli anni Cinquanta a oggi. Vi sono stati periodi in cui, anche a Roma, si è tentato di regolare l’attività edilizia, legandola alla necessità vera di costruire case e a quella di far crescere la città in maniera corretta, tutelando il centro storico e governando rigorosamente lo sviluppo dei nuovi quartieri. Ma sono state delle parentesi, come quella controversa quanto si vuole, ma almeno sostenuta da un’idea forte, dell’edilizia popolare, una parentesi che sembra chiusa per sempre. Sappiamo quante case invadono l’agro romano, deturpandolo e consumando suolo pregiato. Sono case costruite da privati su suoli privati, che costano anche sei, settemila euro a metro quadrato. Le case si costruiscono, ma il problema dei senzacasa resta inalterato e anzi va aggravandosi sempre di più: nella città che dilaga con il suo cemento sui paesaggi raccontati da Goethe e da Chateaubriand sono censite ben trentamila famiglie che una casa non ce l’hanno e non se la possono permettere.

Che la ripresa sia in atto lo testimoniano i cantieri, le gru, il traffico. Che Milano scalpiti per dare un colpo d'acceleratore allo sviluppo trova espressione in un intenso susseguirsi di proposte e annunci. Che, insomma, si respiri un'aria di cambiamento segna un indubbio vissuto di dinamicità da considerare con attenzione e favore. Procede invece a passo lento l'elaborazione di un disegno generale della città, che dica come i milanesi immaginano e vogliono la loro città di qui ad almeno vent'anni. Il governo della cosa pubblica ha lasciato alle spalle una mentalità vecchia, che pretendeva di pianificare tutto sino alla possibile mortificazione di slanci e sforzi creativi, ma non è ancora riuscita a trovare un modo trasparente e adeguato di darsi obiettivi, linee, regole, attori da coinvolgere. Che sia una strategia atta ad assecondare la crescita purchessia o un procedere senza malizia, dettato solo da carenze culturali, è questione aperta, su cui peraltro giustamente si anima il dibattito politico. Resta il fatto che manca il quadro normativo e progettuale complessivo entro cui collocare gli interventi singoli e la riqualificazione di aree definite.

Il progetto «Porta Nuova» presentato ieri è esemplare. Supera particolarismi e velleità trascorse, riunisce e integra in un «unicum» le annose questioni di Garibaldi- Repubblica, Varesine, Isola. Ma Comune e Regione debbono ancora dire come intendono inserire questo vasto e qualificato insediamento nella parte di città esistente e come collegarlo con i progetti pure importanti e ambiziosi in corso di messa a punto e realizzazione nelle altre zone, di modo che Milano sia riconoscibile nel tessuto connettivo che è un impasto di privato e di pubblico, fatto di socialità, servizi, mobilità, relazioni umane, spazi di aggregazione, pluralità e varietà identitarie, non solo di grattacieli.

Si sa che è in corso l'elaborazione del «piano territoriale» generale della città, che l'assessore all'Urbanistica punta a far diventare il documento legge entro il 2008. Sarebbe prova di una effettiva vivacità democratica se linee portanti e strumenti di attuazione venissero al più presto portati al vaglio dell'opinione pubblica e dei luoghi istituzionali in cui svolgere il confronto. È doveroso capire dove la città sta andando quanto a strutture e a qualità dell'esistenza. Così sarà possibile verificare il consenso sul trend attuale e, qualora fossero necessari riequilibri, introdurre correttivi. Dalla politica ci si aspetta governance e bene comune oltre a cantieri.

Titolo originale: Life in the Sprawling Suburbs, if You Can Really Call It Living – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

“Possiamo dire che in qualche modo la città diffusa è una città intollerante”. Se questa breve citazione dell’architetto di Calgary Marc Boutin non vi spiega a sufficienza la prospettiva critica di Radiant City sul tema dello sprawl suburbano, chi ha fatto il film ne ha parecchie altre del genere.

Mescolando spezzoni di documentario a parti recitate (le due cose non si distinguono finché il film non tira fuori la sua migliore sorpresa), Radiant City è una cruda arringa sui danni culturali di certe mode architettoniche del dopoguerra. Nel film si propone un impietoso confronto fra il suburbio di primo ‘900, realizzato attorno a spazi pubblici collettivi che orientano a un’esistenza più pedonale, ai suoi discendenti del dopoguerra, che attiravano gli abitanti con la promessa di spazi enormi e di nessun bisogno di preoccupasi per quanto avveniva oltre i confini del giardino.

I registi, Gary Burns (che ha indagato questi territori molte altre volte, soprattutto nella commedia “ Waydowntown”) e Jim Brown, dipingono il suburbio residenziale diffuso e antisettico, con le sue culture dei lunghi spostamenti pendolari, come metodo sicuro per l’alienazione, ostacolo alla costruzione di senso comunitario, soprattutto di senso comune.

La proposta dei personaggi mescola esperti scientifici, e quelli che dovrebbero essere comuni cittadini. In questo gruppo vediamo un gruppo teatrale che sta preparando una commedia musicale sulla vita suburbana, una madre ansiosa che gestisce scrupolosamente ogni giornata con la scaletta appiccicata di fianco al frigo, un adolescente che osserva l’enormità del suo esurbio rigorosamente anonimo dalla cima di un ripetitore per cellulari (e spiega di fare attenzione a non restare più di qualche minuto per volta là in cima, perché non vuole predersi un tumore al cervello).

James Howard Kunstler, il critico della suburbanizzazione, appare durante tutto “ Radiant City” e contribuisce a definirne il tono generale, che si può sintetizzare come incredula lamentazione. Le spaventose, a tratti monumentali immagini cinematografiche di Patrick McLaughlin, sottolineano le frasi degli esperti, facendo apparire il suburbio come un paesaggio da incubo d’asfalto e cartongesso, dove va a morire la democrazia.

RADIANT CITY

Scritto e diretto da Gary Burns e Jim Brown; direttore della fotografia Patrick McLaughlin; montaggio Jonathan Baltrusaitis; musiche di Joey Santiago; prodotto da Shirley Vercruysse per la National Film Board of Canada. 85 minuti.

CON: Daniel Jeffery (Nick Moss), Bob Legare (Evan Moss), Jane Macfarlane (Anne Moss), Ashleigh Fidyk (Jennifer Moss), Curt McKinstry (Ken), Karen Jeffery (Karen)

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Quei giganti di cemento senza regole e strategie

di Sebastiano Brandolini

A Milano, di edifici alti attualmente ce ne sono una ventina, perlopiù di scarsa qualità e costruiti negli anni 60. Potrebbero nascerne quasi altrettanti nei prossimi cinque anni, anche in parti della città finora considerate esterne rispetto alla pressione immobiliare che solitamente ne giustifica l’alto investimento. Dopo l’11 settembre 2001, per qualche anno qualcuno pensò che il grattacielo fosse in via d’estinzione.

Ma tra uomo e grattacielo si è nel secolo scorso formato un sodalizio commerciale, tanto che oggi è difficile che una città possa dirsi tale se ne è senza. Resta comunque aperta per Milano la questione di dove e secondo quale logica costruirne; la geografia della città potrebbe infatti cambiare in modo inaspettato.

In una città congestionata dal traffico privato, l’insediamento dei grattacieli dovrebbe essere regolamentato in base alla disponibilità del trasporto pubblico su ferro. Così, perlomeno, avviene in diverse città europee, tra le quali Londra, dove pur non essendoci un’opposizione morale all’edificio alto, vige la regola secondo cui per poter realizzare un grattacielo non devono esserci parcheggi privati nei pressi, perché l’accessibilità va soddisfatta per intero dal trasporto pubblico. Di fatto questa norma non scritta implica che i grattacieli possano insediarsi solamente in certe zone dei centri cittadini.

Le cose non sono altrettanto chiare e definite nel caso di Milano. Se prendiamo tre grattacieli dalle forme ardite oggi in fase di progettazione (oggetto, tra l’altro, di una mostra allo Spazio FMG di via Bergognone), uno all’Isola, uno a Rozzano, e uno in piazza Caneva, soltanto il primo potrebbe assolvere i requisiti della super-accessibilità. L’area tra Garibaldi e Centrale – dove si trova l’Isola – è oggi l’unico hub trasportistico di Milano, con due stazioni ferroviarie, il passante e due linee di metrò; Stefano Boeri ha progettato una torre topiaria, in cui il verde ostruisce quasi tutte le vedute dalle finestre, una pseudo-foresta verticale; pale eoliche in copertura intercetteranno il poco vento che soffia sulla pianura padana. A Rozzano, un grattacielo inclinato alto oltre quaranta piani progettato dai 5+1AA godrà dell’estensione della MM2 (in cantiere), ma per quanto riguarda la visibilità si affiderà soprattutto al traffico della Tangenziale ovest. E Milano Fiori diventerà una vera edge city, al limite del Parco Agricolo Sud, l’unica vera zona di salvaguardia rimasta. La terza torre, per mano di Archea, è in piazza Caneva, è alta ventisette piani ed è residenziale come la zona Sempione dove si trova; lontana dalla MM, le sue facciate inclinate sono rivestite di un materiale ceramico luccicante rivestito di una patina metallica, mentre i piani sono interamente avvolti da logge.

La prevista realizzazione delle tre torri che occuperanno il cuore della vecchia Fiera, giustamente dipenderà dalla creazione di una nuova stazione della metropolitana, oggetto della convenzione recentemente stipulata da Citylife con il Comune di Milano. Altre torri che dovrebbero prossimamente popolare lo skyline milanese si trovano a Sesto San Giovanni, lungo via Melchiorre Gioia, sull’area Garibaldi, a Rho-Pero, forse a Lambrate. Sono troppi i grandi progetti realizzati o in via di realizzazione a Milano, che in passato hanno sottovalutato o continuano a sottovalutare l’importanza vitale del trasporto pubblico su ferro per il proprio successo immobiliare: tra questi, la Bicocca, il Portello, Santa Giulia. Lo scollamento spazio-temporale tra forma della città e trasporto resta a tutt’oggi una delle grandi questioni irrisolte dell’identità metropolitana milanese, dove regnano le non-regole dell’improvvisazione. Quando una città non si dota di qualcosa che assomigli a un piano, diventa estremamente difficile indirizzare le scelte degli operatori immobiliari. Le leggi urbanistiche regionali, che si fondano sulla prassi della negoziazione, non incoraggiano la definizione di un quadro strategico di riferimento.

È da questa insoddisfacente situazione normativa e amministrativa, che nasce l’ultima generazione di torri o grattacieli, comunque le si voglia chiamare. Queste sono l’espressione di volatili occasioni immobiliari e simboliche, piuttosto che frutto di ragionamenti infrastrutturali e strategici riferite alla città. Eppure governano la geografia e la visibilità del futuro milanese. Chi viaggia per il mondo, riconosce subito lo stile veloce di questi simboli verticali che vogliono innanzitutto far parlare di sé ed essere à la page, perché emulano, in scala ridotta e a macchia, le boom-town di Shanghai e Dubai, dove migliaia di torri si contendono lo skyline a perdita d’occhio, annullandosi a vicenda.

Nove grattacieli sopra il Pirellone

di Stefano Rossi

Milano cresce in altezza, stavolta non solo in progetti da tenere in un cassetto. E così, in un colpo solo, il record detenuto per mezzo secolo dal Grattacielo Pirelli di Giò Ponti, 127 metri, è destinato a crollare ben nove volte nel giro dei prossimi sette-otto anni, a partire dalla conclusione dei lavori, prevista nel 2010, del Pirellone bis, la nuova sede della regione Lombardia in via Melchiorre Gioia, alta 160 metri. Una mostra intitolata «Nuove verticali a Milano», allo spazio Fmg per l’architettura in via Bergognone, presenta ora quattro delle altre torri che modificheranno il paesaggio urbano. La più imponente (200 metri ma potrebbe arrivare a 212), è la Torre Landmark di Rozzano, masterplan di 5+1AA e Metrogramma (architetti Alfonso Femia e Gianluca Peluffo), uffici pensati con attenzione agli aspetti energetici e ambientali. "Solo" 108 metri, invece, conta uno dei due grattacieli residenziali del Bosco Verticale di Stefano Boeri (il gemello piccolo è di 78 metri). Progettati all’Isola per Hines, prevedono 900 alberi (550 di qua e 350 di là) che in altezza si dispongono di piano in piano, contribuendo all’assorbimento di polveri sottili e biossido di carbonio. Pale eoliche e pannelli fotovoltaici forniranno energia alternativa. Sarà, infine, di 94 metri la Torre delle Arti (case, negozi, un ristorante) dello studio Archea Associati, che sorgerà su via Principe Eugenio sugli ex uffici Montedison. Anch’essa ispirata al risparmio energetico, avrà scanalature rivestite in oro a 24 carati per brillare anche al crepuscolo.

Tutte opere ancora da realizzare, ma già decise tutte assieme. E ora che la corsa all’altezza è ripartita, l’asticella del traguardo è ormai sui 200 metri, e il primato se lo prenderà uno dei tre colossi di Citylife, quello firmato da Isozaki (218 metri), mentre lì accanto i grattacieli di Hadid e Libeskind si fermeranno rispettivamente a 185 e 170. Senza contare, appena fuori dal territorio comunale, le torri di 200 metri sulla "Rambla" progettata da Renzo Piano per l’ex area Falk.

La frenesia verticale ha del resto colpito tutto il mondo, in una rincorsa continua. L’edificio più alto del pianeta, il Taipei 101 (508 metri), sarà superato nel 2011 dalla Freedom Tower di Ground Zero a New York, fermo alla quota simbolica di 541 metri o 1776 piedi, come la data della Dichiarazione di indipendenza. Ma dal 2009 la Burj Dubai metterà tutti d’accordo: la sua altezza è tenuta segreta ma si dice sarà fra i 700 e i 950 metri. Tuttavia il caso Milano è finito sui giornali stranieri per l’ampiezza della trasformazione urbanistica in corso. Qualche giorno fa se ne è occupato il Wall Street Journal, spiegandola col fatto che la percentuale di uffici rispetto alle proprietà immobiliari, in Italia, sarebbe la metà della media Ue.

L'origine recente del disastro della Milano neoliberista è descritta e criticata qui e qui. Ma si vedano anche altri numerosi scritti nella cartella dedicata a Milano ; in particolare quelli di Sergio Brenna, Lodo Meneghetti, Vezio De Lucia, e altri che hanno saputo vedere..

Ho molto apprezzato la disponibilità al confronto manifestata anche in questa occasione da Riccardo Conti e da Claudio Martini (“Il Tirreno” di venerdì 25 e di domenica 27 maggio), e soprattutto il tono dei loro interventi, qua e là comprensibilmente piccato (le critiche non piacciono a nessuno), ma pur sempre pacato e costruttivo.

La scintilla era stato un mio commento pubblicato la domenica precedente: spunto, a mo’ di emblema, un nuovo residence in costruzione sulla spiaggia di Talamone (45 appartamentini), ad appena 140 metri dal mare, e l’accesa discussione che ne era nata con “un importante uomo politico toscano” - Conti, appunto - che io avevo celato dietro un sipario di riservatezza, ma che si è sportivamente auto-svelato su queste pagine; domanda di fondo, che cosa faccia la Regione per evitare ferite edilizie e urbanistiche e come sia possibile limitare e mitigare quelle inferte in passato ma in via di realizzazione oggi.

Del resto, il problema c’è se architetti e amministratori hanno lavorato mesi e mesi per stendere un piano del territorio (il famoso Pit) che dettasse norme più stringenti, prevedendo addirittura la possibilità (articoli 36 e 37) di rivedere la congruità alle nuove regole di progetti depositati o in itinere.

Su molte delle cose dette dal presidente della Regione e dal suo assessore all’urbanistica, concordo pienamente. Ha ragioni da vendere Martini quando afferma, per esempio, che sarebbe sbagliato risolvere la questione dicendo sempre e solo “no” a tutto: l’immobilismo genera degrado. E come dargli torto quando ricorda che costruire poco non basta, ma che occorre farlo bene, secondo standard di qualità alti?

È nel vero anche Conti quando ricorda che la Regione si sta impegnando al massimo in campo urbanistico e che sta producendo uno sforzo legislativo senza precedenti. Da entrambi accolgo poi con soddisfazione l’invito a una grande alleanza tra amministratori, tecnici, mondo della cultura e dell’informazione a tutela del paesaggio: quando con il “Tirreno” denunciamo brutture, o diamo voce alle proteste dei cittadini, o stimoliamo l’amministrazione (forse con argomenti poco tecnici e molto tranchant, com’è nella natura stessa del nostro mestiere, ma sinceri) pensiamo di andare proprio in quella direzione. Però...

Però ci sono alcune cose che vorremmo riproporre ancora, con spirito niente affatto demolitorio. Non è esatto, per esempio, che dieci-venti anni fa nessuno osteggiasse piani e progetti per i quali invece si protesta oggi con sindaci e assessori che li hanno ereditati e che stanno correndo ai ripari con nuovi strumenti urbanistici.

No, la protesta c’era eccome, ma rappresentava la proverbiale “vox clamantis in deserto” perché non c’erano allora né coscienza ambientale diffusa, né amministratori disposti ad ascoltare, né le sensibilità di oggi. Basta parlare con i funzionari di un qualsiasi Comune toscano per averne conferme illuminanti.

In quanto ai comitati di protesta che sorgono qua e là, è sbagliato temerli o demonizzarli. Se si invoca un’alleanza bisogna sapere che l’opinione pubblica è fatta anche di “no” decisi. Certo, la Regione non può governare realtà complesse e variegate dicendo solo “no” come molti comitati vorrebbero, ma è opportuno ascoltarli perché segnalano comunque situazioni di sofferenza.

E poi. È vero che in ogni borgo della Toscana c’è un qualche “lascito plausibile” (come lo chiama Conti) con il quale misurarsi. Rolando Di Vincenzo, assessore all’Urbanistica del Comune di Orbetello, ha rifatto la storia (complessa e contrastata, fatta di promozioni e bocciature) di quello di Talamone (“Il Tirreno” di giovedì) e avrà sicuramente ragione e tutte le carte in regola, e sarà pure legittimo - per carità - che sorga a 140 metri dal mare. Ma la Talamone del 2007 non è quella degli anni Sessanta e nemmeno quella del 1995, e se non si può fare niente per armonizzare 7500 metri cubi (per un residence i 4500 dell’inizio non potevano bastare) con le mutate condizioni locali ci deve essere - insisto - qualcosa che non va nella stessa normativa e negli strumenti di controllo.

Certo, ora c’è ben poco da fare. Una volta rilasciata, una concessione edilizia è pressoché intoccabile, qualche sindaco che ci ha provato è stato smentito prontamente dal Tar e talvolta costretto anche a pagare fior di danni. Ma Conti, Martini, credete davvero che tale indiscutibile dato di fatto basti a placare lo sconcerto se non l’indignazione di un toscano, di un inglese, di un tedesco che passi per Castelfalfi o Talamone, Capalbio o Castagneto Carducci, Monticchiello o l’Abetone?

Eppure è proprio questo il problema sul quale misurarsi oggi. Alberto Asor Rosa aveva provocatoriamente proposto, per esempio, l’istituzione di un fondo nazionale o regionale che servisse a risarcire coloro ai quali venisse bloccato un progetto approvato ma in palese contrasto con le attuali sensibilità in materia di ambiente, paesaggio, inquinamento.

Non so dire se l’idea sia giusta o bislacca, ma certo qualcosa ci si deve inventare perché le amministrazioni comunali si muniscano di regolamenti urbanistici più rigorosi per imporre non certo il blocco, ma almeno la modifica di costruzioni offensive per la storia, la cultura, le tradizioni locali.

Qui si sottolinea solo un’esigenza, non si indica una soluzione tecnica alla quale dovrebbero pensare giuristi e architetti. E si insiste anche per via di un particolare. Il Pit regionale consta di 857 pagine, e forse ce ne sono altrettante di norme accessorie, lettura impegnativa anche per il più ferrato degli avvocati.

Conoscendo tempi e usi della nostra burocrazia, e di quella urbanistica in particolare, occorreranno anni prima che ogni dettaglio sia stato sviscerato e applicato, e ogni tranello aggirato, e ogni scappatoia chiusa. Nel frattempo, che cosa accadrà? E se tra dieci anni dovessimo ritrovarci qui a piangere impotenti su qualche “lascito plausibile”? Forza, pensiamoci ora.

Postilla

Paolo Baldeschi e Alberto Magnaghi avevano proposto l’estensione alla costa di una norma di salvaguardia già prevista dal PIT per le aree collinari e montane ( è qui), ma Conti l’ha violentemente respinta. Del resto, se si teorizza che il “mercato” deve entrare nei processi di piano, non come fenomeno da governare, ma come protagonista, alla pari della mano pubblica (lo afferma spesso Massimo Morisi, ispiratore del PIT ed estensore delle sue più limpide pagine), e se si vede il territorio solo come contenitore di potenzialità di sviluppo (economico, naturalmente), allora è chiaro che la tutela è solo come una fastiidiosa richiesta di chi non capisce nulla.

PRIMA domanda: deve far paura, l´enorme risveglio urbanistico che, dopo quarant´anni di inattività, partendo da Garibaldi ha cominciato a cambiare uno spicchio di Milano e nel giro di un anno, secondo i piani del Comune e degli sviluppatori, si moltiplicherà per quattro o per cinque, dando il via a una quindicina di grandi interventi? La risposta ragionevole è sì, perché i progetti complessi sono sempre pieni di incognite, e se non sono gestiti bene le incognite finiscono inesorabilmente per diventare guai.

Seconda domanda: la paura ragionevole deve paralizzare quella fetta di città che oggi la subisce dopo essersi opposta al cemento, ai progetti, ai guadagni che la riedificazione di zone vuote di città promette e ai pericoli che probabilmente nasconde? La risposta ovvia è no, ma il problema è come riuscirci.

Perché una previsione è certa: non basteranno più i comitati dei residenti, che senza loro colpa ragionano come le minoranze alle assemblee dei condomini (io che sto al primo piano non voglio pagare l´ascensore di chi sta all´attico, io che in casa mia sono padrone quanto te detesto il colore che hai scelto per la facciata), e dai quali non sarebbe neppure giusto pretendere che guardino a interessi più ampi del cortile. Così come non c´è troppo da aspettarsi dai giovani antagonisti ideologici delle trasformazioni urbanistiche, il cui simpatico portavoce con la cresta da post-punk mohicano, alla presentazione del progetto Porta Nuova alla Fondazione Catella, l´altro giorno, pensava di insultare gli investitori di Hines chiamandoli "imprenditori avidi di guadagno". E non si è offeso proprio nessuno. La partita, che riguarda oggi un quartiere e domani mezza città, è davvero troppo grossa per lasciarla in mano a ragazzi e volontari di caseggiato. L´opposizione politica, se c´è, batta un colpo. E richiami la maggioranza politica a fare il suo mestiere di rappresentare gli interessi di tutti (tra l´altro prendendo sul serio l´amministratore delegato di Hines Italia che, da manager cresciuto all´estero, ha correttamente definito il Comune "controparte", mentre l´assessore allo sviluppo del territorio faceva un po´ di confusione autoproclamandosi improbabile "regista" dell´operazione miliardaria).

Che cosa, esattamente, sta portando a casa la città, al tavolo delle trattative condotte a nome di tutta la collettività con i costruttori? Nel caso Isola, almeno sul capitolo del verde pubblico (ma ce ne sarebbero stati altri) ha lasciato soli a vedersela con Hines i comitati, che per la verità qualcosa hanno ottenuto: basta vedere le differenze tra il primo progetto approvato dal Comune e l´ultimo ratificato, assai meno devastante.

Nel caso di Citylife alla vecchia Fiera, invece, non sta succedendo neppure quello: lì i costruttori sono meno inclini agli incontri "di base" e il Comune fa cortesemente sponda alla loro scelta tagliando fuori dalle discussioni associazioni e residenti. Nei prossimi impegni in agenda, l´Amministrazione quale copione intende seguire? E qual è il piano dei servizi, dai trasporti alla cultura, dal commercio al divertimento, dalle scuole alle farmacie, che dovrà ricucire vecchio e nuovo, immaginando dalla sintesi dei due una metropoli vivibile?

È ora, si direbbe, di mettere le carte in tavola e discutere apertamente svantaggi, vantaggi e compensi (pubblicamente contrattati e legali) ottenibili dalle trasformazioni urbane. Se si vogliono dissipare insieme i fantasmi molto milanesi delle contrattazioni sottobanco degli anni Novanta e i pregiudizi estetico-ideologici di chi crede che gli architetti contemporanei sono tutti dei vandali, e sarebbe meglio non costruire mai nulla di nuovo. (Che poi un aperto rappresentante di questa visione conservatrice culturalmente legittima sia l´assessore Sgarbi - salvo farsi da parte ogni volta che Moratti firma con le convinzioni opposte – incuriosisce, ma è un´altra storia).

Un flop il bando di gara sulla costruzione di alloggi in affitto all´ex mercato di via Fioravanti. Doveva essere l´inizio di una nuova era, quella della costruzione di case in affitto, dopo un decennio di chiacchiere inutili. I primi trecento alloggi a prezzo accessibile dei tremila che il Comune vuole realizzare in città. E invece ora si rischia persino di perdere i 6 milioni di euro stanziati dalla Regione.

Non si è presentato nessuno. Non un´impresa privata, né una cooperativa delle tante che dicevano di voler costruire case a poco prezzo. Ora i costruttori accusano: «E´ stato un dialogo tra sordi, non ci sono margini di profitto per le imprese private». Ma il Comune risponde: abbiamo dato tutto quello che ci avete chiesto, di più sarebbe un intollerabile spreco di risorse, meglio cambiare la legge e affidare all´Acer o altre istituzioni il compito di fare case in affitto.

In un modo o nell´altro sarà uno spartiacque la gara dell´ex mercato, dove il Comune aveva messo a bando un´area di 22 mila metri quadrati, valore di mercato 25 milioni, per un solo euro al metro. Terreno gratis, insomma, come chiedevano coop e costruttori. In più c´erano 6 mila euro di contributo regionale. Chi voleva poteva costruire fino a 300 alloggi. Solo il 30% però poteva essere venduto, gli altri in affitto per 40 anni.

Niente da fare. Non si è presentato nessuno. Eccetto un´impresa piccola che all´ultimo momento ha chiesto una proroga. Troppo tardi. Proroghe ne erano state date fin troppe dal Comune. Decine gli incontri con le imprese e i costruttori. Carmine Preziosi del collegio costruttori oggi accusa: «Non ci sono margini di profitto, servono più sostegni pubblici». Di parere opposto è l´assessore alla Casa Virginio Merola. «Più di così non potevamo fare - dice - aumentare i finanziamenti pubblici o il numero di case private da costruire su terreni pubblici sarebbe uno spreco di risorse inaccettabile». L´alternativa? «Rivedere la legge - risponde l´assessore - nessuno può chiedere ai privati o alle coop di rinunciare al profitto, allora bisogna che le case in affitto le costruisca qualcun altro: l´Acer o altri soggetti che oggi per legge non possono partecipare». E mentre chiede un cambiamento della legge («a questo punto ci riteniamo liberi dai vincoli del bando regionale») Merola si prende pochi giorni e per decidere in tempi brevi come rispondere.

Postilla

Costruire case a costo accessibile é la risposta alla crescita spropositata dei valori immobiliari che, a seguito della finanziarizzazione, ha ormai connotati sempre più speculativi. La Francia con la legge Borloo, case a 100 mila euro, e soprattutto l’Inghilterra con la riforma del social housing avviata nel 1997 dai laburisti sono due esempi di come paesi a noi vicini si muovono in questa direzione.

I requisiti di fondo per la costruzione di case a costo accessibile sia per la vendita che per l’affitto sono tre:

- utilizzare suolo di proprietà pubblica o nella disponibilità di un soggetto pubblico per abbattere i costi di costruzione;

- utilizzare risorse economiche non speculative raccolte sul mercato dei capitali per integrare il contributo pubblico;

- coinvolgere soggetti gestori del processo a carattere non speculativo che si occupano della riscossione dei canoni, della manutenzione degli immobili e di tutti servizi complementari contribuendo alla costruzione di un più forte senso di comunità.



In Italia sono in corso dei tentativi soprattutto nelle città del nord, quello di Milano avviato dalla Fondazione Cariplo attraverso la “Fondazione housing sociale” é il più avanzato. Altri tentativi sono in corso a Torino con la fondazione San Paolo, e ad Alessandria. A Roma l’Università Roma Tre ha presentato al comune un progetto di housing sociale per 1000 alloggi destinati solo all’affitto da costruire su aree pubbliche.

Manca però una volontà politica forte che vada in questa direzione e che comprenda soprattutto che non esistono vie italiane a questo modello. La scelta non può che essere l’avvio di un mercato intermedio tra quello sociale e quello speculativo del libero mercato. Per fare questo occorrono le tre condizioni di cui sopra, altri tentativi che vogliono tenere insieme le cose rischiano di naufragare, come quello di Bologna, o dall’altra parte rischiano di far passare per housing sociale interventi speculativi o di svendita a privati del patrimonio pubblico.

Il caso di Bologna insegna che non basta fare un bando e sperare che le imprese immobiliari si accontentino del 5% di redditività degli investimenti. Perché dovrebbero accettare questa limitazione? Perché stupirsi che il bando é andato deserto? Perché stupirsi che l’Associazione costruttori cavalcando l’insuccesso si proponga come l’interlocutore unico per risolvere il problema casa?

L’errore é aver puntato sulle imprese di costruzione invece di coinvolgere soggetti no profit. (Giovanni Caudo)

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