Una pioggia di decreti di «vincolo archeologico» sul territorio sidicino: un deciso stop alla cementificazione selvaggia. Si tratta, infatti, di un provvedimento rivolto a ben ventiquattro proprietari terrieri ed emanato a difesa di altrettante zone ora sotto tutela del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Le copie del decreto, fatte recapitare ai cittadini interessati nella giornata di ieri e di oggi, risultano prodotte in data 25 giugno e recano in maniera puntuale tutti gli elementi utili all’identificazione dei lotti immobili vincolati. Una decisa, quanto attesa reazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province di Napoli e Caserta nei confronti della minaccia, sempre più concreta, di un’azione di cementificazione selvaggia iniziata dai permessi a costruire rilasciati per circa 80 edifici destinati allo svolgimento di «attività produttive». Azione conseguente anche alle denunce contenute nell’inchiesta de «Il Mattino». Si contano, poi, per lo meno, altre cento licenze edilizie concesse a vario titoli per immobili destinati ad uso abitativo privato, molti dei quali addirittura già ufficialmente messi in vendita. A vergare le relazioni tecniche-storiografiche che, assieme ai fogli catastali, sorreggono tutta la documentazione necessaria, il direttore regionale Stefano De Caro, il direttore archeologico Francesco Sirano e la soprintendente Maria Luisa Nava. Un’ancora di salvezza per il parco Archeologico del Teatro di Teanum Sidicinum e per il Santuario di «Iuno Popluna»: i due emblemi della storicità del territorio. A cura della stessa soprintendenza, i ventiquattro decreti (verso cui è comunque ammesso ricorso) verranno trascritti presso l’Agenzia del Territorio - servizio pubblicità immobiliare - e avranno efficacia anche nei confronti di ogni successivo proprietario, possessore o detentore a qualsiasi titolo. Questo significa innanzitutto che non sarà più possibile, per esempio, costruire nelle immediate vicinanze dell’eccezionale complesso architettonico pubblico imperiale (Teatro, Anfiteatro, Terme, Templi), una delle grandi risorse della città. Il provvedimento fa perno su molte e fondate motivazioni, decreti legislativi, regolamenti dello stesso Ministero e considerazioni circa i resti archeologici rinvenuti sui vari fondi oggi come oggi essenzialmente agricoli. Ma, appare comunque innegabile, come tra le sollecitazioni maggiormente rilevanti, possano essere a buon diritto annoverate quelle segnalazioni poste in essere da diverse associazioni presenti sul territorio, da Italia Nostra e Mente-Natura dalle Proloco di Teano al Wwf, il Touring club e Masseria Felix, accompagnate dalla decisa posizione assunta agli inizi del 2007 dal Comune di Teano ed espressa per il tramite del Sindaco Raffaele Picierno e dell’Assessore all’Urbanistica Gian Paolo D’Aiello.
«A più di dodici mesi dall'elezione di Prodi sono mancati del tutto segnali di discontinuità con il governo Berlusconi». Duro e severo l'attacco di Legambiente, che ha presentato a Roma un dossier sulla situazione delle politiche infrastrutturali del paese.
A essere preso di mira è il ministro di competenza, Antonio Di Pietro, «l'uomo delle autostrade». Colui che considera «carta stralcia il programma dell'Unione, che prevede un'alternativa al fallimento della Legge Obiettivo di Lunardi (ministro ai tempi del cavaliere), confermando il 77% dell'investimento finanziario complessivo per le opere già avviate dall'esecutivo precedente». Meglio, una sola novità c'è: il no al Ponte sullo Stretto. Ma - spiegano - per il resto si marcia sulla stessa via, meglio se di cemento.
Gli ambientalisti non usano mezzi termini per bocciare anche la lista di opere presentata da Di Pietro in un allegato al Dpef: «Si è dimenticato del Sud, delle città e delle ferrovie». Un elenco di interventi da 118 miliardi di euro, che evidenzia come l'Italia spenda quanto Spagna e Francia per le opere pubbliche. Il problema forse è il modo in cui vengono investiti fondi. Scorrendo, infatti, le voci della lista si scopre che l'Italia ha bisogno soprattutto di oltre 1700 chilometri di nuove autostrade, di cui le più urgenti sono le autostrade del nord, e di maxi-opere, prima tra tutte ovviamente la Tav. Niente ferrovie e treni e poco per le nuove metropolitane.
«Forse il ministro vive su Marte oppure crede che l'Italia si fermi a Napoli». E' sarcastico il commento di Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente, che non si capacita dell'attività svolta finora dall'ex pm. «Il problema è che non vede i veri punti di sofferenza del nostro sistema di trasporti: una rete ferroviaria arretrata ed insufficiente, soprattutto al sud, e una domanda di mobilità che si concentra nelle città con un milione e mezzo di pendolari. Per non parlare dell'integrazione modale per offrire un'alternativa al 90% delle merci che viaggia su strada».
Ma il ministro punta su altre priorità: la nuova autostrada Pedemontana Lombarda, il passante di Bologna, la nuova tangenziale est di Milano e, ovviamente, il trasporto su gomma. In seconda battuta però ammette l'urgenza per una serie di lavori anche al sud: l'alta velocità Napoli-Bari, la Palermo-Messina-Catania, per citarne alcune. «Peccato - denuncia ancora Legambiente - che sono solo parole, perché poi per compiere tutte le opere del sud si investono 500 milioni di euro e invece poi se ne stanziano ben 915 per costruire le autostrade della sola Lombardia». Evidente una sproporzione tra nord e sud, che deve fronteggiare una situazione sempre più d'emergenza.
Di Pietro nel suo elenco non cita mai nemmeno il protocollo di Kyoto. Un'altra pecca per Della Seta, che invoca una nuova strategia «per combattere i cambiamenti climatici che vedono negli spostamenti su gomma uno dei principali responsabili». Non a caso pochi mesi fa la Commissione Europea ha bocciato il piano delle emissioni di gas serra (Pna) presentato dal governo e ha fissato limiti più rigidi per i settori industriali, proprio perché il settore trasporti continua ad aumentare le proprie emissioni e non si individua alcuna politica di inversione di tendenza.
Di questo se ne è reso conto il ministro dei Trasporti Bianchi che ritiene indispensabile puntare per il futuro sui trasporti ferroviari e di mare e non sulla gomma. Questa presa di posizione fa gioire il fronte ambientalista che però chiede uno sforzo maggiore: «Bianchi e Pecoraro Scanio devono avere il coraggio di fronteggiare le pessime politiche Di Pietro, per rilanciare una vera politica infrastrutturale nel paese». Questa la loro ancora di salvezza.
Ci sono disastri annunciati che una denunzia tempestiva impedisce; e ci sono disastri annunciati che macinano inesorabilmente tutto il loro percorso. Nell´utilissimo catalogo degli orrori ambientali realizzati o progettati in Toscana proposto ieri da Francesco Erbani ne manca uno. Mi si permetta di aggiungerlo, anche perché il silenzio con cui lo si è finora coperto dà sostanza al pericolo. La coraggiosa azione di difesa del paesaggio toscano condotta da Repubblica e da Asor Rosa fa sperare se non in un ripensamento dei responsabili dei disastri almeno nell´efficacia della vergogna pubblica per chi finora ha proceduto copertamente. In questo caso non si tratta di cementificazione ma di una aggressione all´ambiente ancora più grave perché colpisce direttamente una risorsa primaria - l´acqua - e indirettamente cancella un paesaggio unico nel suo genere, ricco di specie naturali rarissime e legato alla storia delle popolazioni circostanti da tristi memorie civili. Se si realizza il progetto elaborato anni fa dalle amministrazioni locali sarà condannata alla scomparsa nientemeno che l´area umida naturale più vasta d´Italia, il Padule di Fucecchio.
L´attacco viene da lontano e nonostante tutti gli ostacoli che ha incontrato - negli abitanti, nei responsabili della salute pubblica, nelle società di valutazione dell´incidenza ambientale, e da ultimo finalmente nel Ministero dell´Ambiente - continua sordamente ad andare avanti, sotterraneo e micidiale come il tubo che ne costituisce l´idea base. Un´idea del tubo, o - come tutti ormai l´hanno ribattezzata - del Tubone.
Ecco i precedenti. Diversi anni fa fu presa la decisione di portare le acque della Valdera, della Valdelsa e della Valdinievole ai depuratori del comprensorio del cuoio del Basso Valdarno (Santa Croce, Ponte a Egola, Castelfranco).
Era un´operazione politicamente bi-partisan: il documento dell´«Accordo di programma» era sottoscritto dall´allora ministro dell´ambiente Altero Matteoli e da tutte le amministrazioni pubbliche toscane interessate, rigorosamente e tradizionalmente di centro-sinistra: Regione, province, comuni, enti, authority, aziende municipali e quant´altro. L´accordo intervenuto tra contraenti così eterogenei si intitolava al nobile fine della «tutela delle risorse idriche». Definizione singolare, o meglio grossolano occultamento della realtà.
Il nocciolo del progetto, la sua parte più distruttiva e insieme quella che stava più a cuore ai proponenti era quella relativa alla Valdinievole. L´idea era quella di incanalarne le acque in una tubatura sotterranea lunga parecchi chilometri e portarle fino ai depuratori della ricca e inquinatissima area del cuoio: questo - si disse - per ridurre la quantità di acqua che attualmente si emunge dal sottosuolo allo scopo puramente meccanico di diluire le sostanze che la lavorazione del pellame porta ai depuratori. Con una enorme spesa pubblica si garantiva così un sostanzioso risparmio nelle spese della gestione (privata) dei suddetti depuratori: i quali intanto, liberati da ogni vincolo di osservanza delle tabelle di legge grazie alla semplice firma di quell´accordo, hanno potuto da allora macinare ogni genere di porcheria. L´altro vantaggio era per i sindaci della Valdinievole i quali, deportando le loro acque sporche, potevano cessare di preoccuparsi per le responsabilità di una depurazione in loco inesistente o deficitaria. L´operazione aveva un costo che non veniva detto: semplicemente la cancellazione dell´area umida del Padule di Fucecchio, la più vasta area umida d´Italia sopravvissuta nonostante il crescente inquinamento dei corsi d´acqua della Valdinievole che la alimentano. Operazione dissennata, presa a cuor leggero: chi si preoccupa se viene cancellata l´unica area dove sopravvivono varietà rarissime di flora, dove sono tornate a nidificare le cicogne, dove la popolazione si riunisce annualmente nel ricordo di una spaventosa strage nazista che lasciò tra i prati e le acque del Padule i corpi di 178 vittime tra uomini, donne e bambini? Ma dissennata e rovinosa anche per le conseguenze prevedibili: una grande massa d´acqua convogliata ai depuratori e immessa nel corso dell´Arno - dopo trattamenti che la rendono non più recuperabile - con la conseguente minaccia gravante sul percorso terminale del fiume fittamente urbanizzato.
Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti; anche sotto i ponti e nelle valli del Padule. L´accordo di programma non si è realizzato. Non ancora. Proteste pubbliche, resistenze di assessori «verdi», pareri negativi di agenzie di valutazione, perfino una decisione del vigente Ministero dell´Ambiente che ha imposto la costruzione di un grande depuratore in loco per le acque della Valdinievole. Eppure nemmeno la volontà di un Ministero fa legge: si racconta che di recente sindaci e amministratori locali si siano rivolti al ministro Chiti (molto influente nella zona) minacciando una rivolta se il Tubone non si farà. Ci si chiede perché. Non dovrebbero essere proprio loro a rispettare il dovere costituzionale di tutelare l´ambiente e il paesaggio? che cosa è successo nelle amministrazioni comunali toscane, storicamente le cellule originarie della democrazia italiana?
Alberto Asor Rosa
Questa Italia di cemento
Dunque siamo tutti d’accordo. Ad un recente, e utile, Convegno di Legambiente sul paesaggio italiano (di cui ha dato notizia su queste colonne Francesco Erbani), Lorenzo Bellicini, direttore del Cresme, ha illustrato, con dovizia di cifre e di grafici, lo stupefacente incremento edilizio in Italia nello scorso decennio (53 metri cubi per ogni cittadino di questa Repubblica!). Nessuno ha opposto le «immarcescibili e irrinunciabili ragioni dello sviluppo» (con le quali politici e amministratori ci hanno sfondato le orecchie anche in un recente passato) a questo quadro impietoso. Anzi. A parte, ovviamente, gli organizzatori del Convegno, che proprio questo risultato, penso, si proponevano di ottenere, e Salvatore Settis, che ha presieduto nei mesi scorsi la Commissione ministeriale incaricata di stendere il nuovo Codice del paesaggio (dal quale molto ci aspettiamo) ed ha avuto parole durissime contro inadempienze, furbizie e falsità degli amministratori, sia periferici sia centrali, tutti gli altri, - sindaci, assessori, uomini di governo, - si sono puntualmente allineati. Parole dure sono venute anche dal Ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, il quale ha la battuta buona e ha coniato per il decennio passato l’eloquente definizione di «alluvione cementizia».
Bene, anzi, benissimo. Non avremmo mai creduto di riuscire a passare così facilmente, dopo le durezze dei mesi passati, dalla «fase uno», - quella della discussione, - alla «fase due», - quella dei fatti. Qualche dubbio retrospettivo tuttavia ci ha assalito, ascoltando tali criticissime diagnosi e considerazioni. Nel decennio passato abbiamo avuto governi di centrosinistra e governi di centrodestra, e amministrazioni locali di centrodestra e di centrosinistra. Abbiamo cercato di capire se nelle fasi del governo di centrosinistra la poderosa curva ascensionale dello sviluppo edilizio si fosse arrestata o almeno attenuata e se nei territori localmente governati dal centrosinistra tale sviluppo fosse stato meno intenso che altrove. Siamo arrivati alla conclusione che, almeno da questo punto di vista, le differenze nel colore degli schieramenti politici hanno contato quasi nulla (vero è che su altri punti del programma di governo si potrebbe dire la stessa cosa, ma intanto concentriamoci su questo).
Insomma: non c’è nulla che sia stato bipartisan in Italia quanto l’ «alluvione cementizia». Venute meno le grandi distinzioni ideologiche, come da più parti si lamenta soprattutto da coloro che più hanno contribuito a cancellarle, il ceto politico italiano, centrale o locale, ha ritrovato una sua inedita unità identitaria e d’intenti, abbracciando un’unica, corposa ideologia di nuovo stampo: quella del mattone.
Se dunque, da parte di un nucleo consistente e significativo del ceto politico di centrosinistra, ci si spiega ora che si vuole abbandonare l’ideologia del mattone, che si vuole uscire dalla pratica bipartisan dell’«alluvione cementizia», vorremmo vedere più chiaramente come questo possa accadere e con quali strumenti. Farò, il più possibile schematicamente, tre riflessioni.
1. Esiste un pregresso, gigantesco, che teoricamente dovrebbe rappresentare la coda estrema (e ultima nelle parole dei neoconvertiti), della fase precedente, quella dell’«alluvione cementizia». Cosa ne facciamo? Comincia a esser noto che in Toscana, ad esempio, una miriade di comitati per la difesa del territorio si sono federati per dare maggiore rilievo a ciascuna delle loro richieste e un diverso e più ampio orizzonte politico e culturale all’insieme di esse. Le decine e decine di decisioni abnormi e sbagliate di amministrazioni comunali e provinciali, e della stessa amministrazione regionale, che essi denunciano, - dovranno rimanere in atto come la pesante e irragionevole eredità del passato, destinata a sporcare e distruggere almeno per ancora un decennio il territorio di questa Regione?
Faccio un solo esempio, ma particolarmente clamoroso: il cosiddetto «corridoio tirrenico», - ovvero sia l’affiancamento ad una via nazionale a quattro corsie, l’Aurelia, emendabile e migliorabile, di una vera e propria autostrada, il cui effetto sarà lo sventramento di tutta la costa fra Civitavecchia e Livorno, rappresenta un perdurante e contraddittorio oltraggio al paesaggio, un vero e proprio insulto al buonsenso e insieme l’accondiscendente e politicistico ossequio a quegli interessi (sovente poco chiari) che stanno dietro avventure di questo genere. Se il governo regionale e, ancor più, quello nazionale non capiscono questo, vuol dire che siamo ancora, non ai fatti, ma alle chiacchiere. Bisogna che sia chiaro che la partita non è chiusa, checché qualcuno ne pensi.
Di esempi del genere in Toscana, - da Fiesole a Capalbio, dalla Versilia alla martoriata periferia senese alla Val d’Arbia alla Val d’Orcia, se ne possono fare a decine. Se si fa sul serio, bisogna accettare di ricontrattare anche gli «scempi» già decisi.
2. La novità è che a questo stato di cose la risposta è ormai molecolare: e cioè viene da mille parti e assume mille forme. Suggerirei ai politici ben intenzionati di prestare attenzione a questa fenomenologia. La crisi della politica non è, prevalentemente, il suo aspetto corruttivo e corruttibile (che, certo, conta). La crisi della politica è, fondamentalmente e strutturalmente, la perdita di fiducia dei cittadini nell’operato dei politici, nazionali, periferici, locali e localissimi.
La nascita di una miriade di comitati per la difesa del territorio e dell’ambiente fa parte di questa fenomenologia. Non prevede il rifiuto del sistema democratico-rappresentativo, che, anzi, cerchiamo nei limiti delle nostre forze di proteggere dai danni prodotti dal ceto politico più strettamente professionistico, che abitualmente lo frequenta e innerva. Prevede bensì il ritiro della delega, che invece politici e amministratori vorrebbero esercitare illimitatamente e arrogantemente.
Ecco perché «il fai da te», il non aspettare un deus ex machina qualsiasi, persino il guardare all’inizio solo dentro il proprio ristretto orizzonte, fanno parte geneticamente di questo nuovo tipo d’esperienza democratica. C’è anche, secondo me e l’ho già detto, un che di sanamente «privatistico» in questo modo di ragionare e di agire: se il pubblico non funziona e qualche volta fa schifo, mi batto io per i miei beni, per vivere meglio, per avere una visuale più bella, per dare ai miei figli l’orizzonte garantito di una vivibilità condivisa.
3. Se però i «fai da te», la difesa dell’«angolo sotto casa», la protezione della città e del territorio in cui si è vissuti fin da bambini o in cui si è scelto di vivere a preferenza di cento altri possibili, si accostano, si associano e si riconoscono simili, allora qualcosa di nuovo può forse ancora accadere.
L’«alluvione cementizia» ha invaso la penisola intera. A qualcuno viene in mente di trivellare in Val di Noto; a qualcun altro di costruire un orribile villaggio turistico in Val d’Orcia. Però a qualcuno viene in mente di organizzare la risposta popolare in Val di Noto; a qualcun altro viene in mente di farlo in Val d’Orcia. Il fenomeno non può più essere considerato o residuale (secondo alcuni) o intellettualoide-elitario (secondo altri). I nomi coinvolti - Zanzotto, l’appena scomparso Meneghello, Camilleri e, perché no, Clooney, - dovrebbero sconsigliare chiunque di resistere alla tentazione di sbarazzarsene, facendo spallucce.
Invece di enfatizzare la portata organizzativa e potenziamento elettoralistico di un tale schieramento, - errore commesso tante volte in passato, - bisogna valorizzarne il senso culturale e ideale, la forza di persuasione contenuta in quelle tante battaglie. Insomma: molto semplicemente: ci sono italiani, per i quali alcuni beni comuni fondamentali (la «forma del paese», le sue eredità culturali, la sua, diciamolo pure - tradizione identitaria), non sono né contrattabili né commerciabili.
Se questi italiani sono molti, se diventano ancora di più, il fenomeno da regionale diviene nazionale. Questo è, mi pare, il punto in cui siamo.
Francesco Erbani
Come si devasta e come si difende la regione Toscana
Erano settantacinque in marzo, quando a Firenze fu varato il coordinamento presieduto da Alberto Asor Rosa. Ora, a pochi giorni dall’assemblea che si terrà sabato sempre nel capoluogo toscano, i comitati sorti a tutela di un paesaggio o di un centro storico minacciati sono diventati più di cento. E altri potrebbero aggiungersene, mentre proseguono i contatti con i comitati di altre regioni - il Veneto, la Liguria o l’Umbria.
Finora il coordinamento ha provveduto a censire i comitati e le locali sezioni delle associazioni nazionali, da Italia Nostra al Wwf e a Legambiente. Ed ha messo insieme un poderoso dossier con tutti i conflitti ambientali che si manifestano nella regione Toscana, diventata la punta di questo esperimento di partecipazione popolare. Il dossier è formato di tante schede.
Ogni gruppo ha elaborato una brevissima descrizione di sé, della propria storia, del perché e quando è stato formato, di quanti sono i suoi componenti. E ha poi descritto le vertenze in corso.
Ne viene fuori una mappa di tutte le manomissioni del territorio, delle insensatezze urbanistiche in una regione fra le più ricche di valori paesaggistici e per questo fra le più appetite da chi investe nel mattone. Secondo i dati Istat citati dal Comitato per la bellezza, presieduto da Vittorio Emiliani, dal 1999 al 2003 la Toscana ha perso 169 mila ettari di territorio a causa del cemento per case, stabilimenti industriali e infrastrutture, con un’erosione del 10,2 per cento della sua superficie, un’erosione superiore alla media italiana (9,5 per cento) e persino a quella di regioni come il Lazio che, pur comprendendo Roma dove l’edificazione galoppa, si ferma al 9,2.
La mappa delle cementificazioni contestate comprende tutte le province toscane. In quella di Siena spiccano le lottizzazioni a San Severo, a Le Vigne e a Bagnaia; l’ampliamento dell’aeroporto di Ampugnano e della cava di Malintoppo a San Quirico d’Orcia.
L’intera Val d’Orcia è minacciata da insediamenti di seconde case (oltre Monticchiello, Contignano, Campiglia e Montalcino) e di grandi alberghi (Bagno Vignoni, Montalcino e Pienza). Sotto accusa un’area industriale a Monteriggioni e un’altra che potrebbe sorgere a Gaiole in Chianti, dove molte proteste suscitano anche le enormi cave di Montegrossi. Molte anche le tensioni a Siena, dove Italia Nostra si oppone al parcheggio interrato di via Garibaldi e alla costruzione di una bretella tangenziale davanti alla Basilica dell’Osservanza.
Tantissimi i conflitti a Firenze, dove i comitati hanno dato vita da tempo a un coordinamento che alle ultime elezioni comunali ha sostenuto un proprio candidato, Ornella De Zordo, il cui 12 per cento ha costretto il sindaco uscente, il diessino Leonardo Domenici, ad andare al ballottaggio con un esponente del centrodestra. Fra le ultime iniziative dei comitati fiorentini un voluminoso Studio di Impatto Ambientale, elaborato da docenti dell’università, contro il tunnel che dovrebbe consentire ai treni ad alta velocità di attraversare il sottosuolo di Firenze.
A Pistoia è accaduta una vicenda analoga a quella di Firenze. Alle recenti elezioni comunali i comitati hanno appoggiato il verde Giovanni Capecchi, che ha collezionato un buon 13 per cento, costringendo anche qui il sindaco Renzo Berti a vedersela nel ballottaggio con il candidato del centrodestra, battuto poi di misura. Il conflitto più duro fra i comitati e l’amministrazione si è verificato sulla costruzione di un ospedale in un’area giudicata non idonea perché, fra le altre cose, depressa rispetto ai corsi d’acqua e a rischio di esondazione.
A Prato un comitato lotta contro un parcheggio da novecento posti sotto Piazza Mercatale. A Pisa è attivissima un’associazione contro la costruzione di un porto turistico e un villaggio da 170 mila metri cubi a Boccadarno, ai bordi del parco di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli. Nella Val di Magra, fra Toscana e Liguria, ci si batte contro il «Progetto Marinella», un enorme insediamento turistico. Fittissimo il contenzioso a Lucca, dove Italia Nostra fronteggia l’edificazione nel parco di Villa storica a Coselli, le costruzioni a Capannori, la trasformazione di serre in appartamenti a San Macario. La speculazione edilizia, denuncia un comitato, incombe su Impruneta, mentre a San Casciano uno stabilimento della Laika minaccia il fondovalle della Pesa.
Pericoli gravano a Bagno a Ripoli e a Fiesole. A Fucecchio, infine, un comitato protesta contro l’imponente edificio che sostituirà il teatro Pacini, nella piazza dedicata a un illustre figlio di questo paese toscano, Indro Montanelli.
Lo sprawl fa share: in tutti e due i sensi. Il primo, più allarmante e letterale, è che i confini amministrativi di Scatolonia, dell’insediamento diffuso selvaggio, si allargano a ogni minuto che passa, e si prendono uno “share” crescente della vita di ognuno: di spazio, di tempo, di respiro. Il secondo, declinando il verbo “ to share” nel senso pubblicitario-mediatico più in voga oggi, è la possibile buona notizia: anche parlare di sprawl può attirare l’interesse della gente, di tanta gente. Della maggior parte dei politici pare ancora di no, ma della gente che poi li dovrebbe eleggere sicuramente.
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Naturalmente, per iniziare a comunicare bisogna porsi il problema, e non sperare (come ahimè si fa quasi sempre) che basti la forza del messaggio a travolgere gli animi. Lo diceva anche McLuhan, che il messaggio è il mezzo, no? E lo diceva un paio di generazioni fa. Non sarebbe magari ora di pensarci?
Le folle attirate nella tiepida serata estiva di sabato 16 giugno alla sala comunale di Bressana Bottarone (PV), a qualche centinaio di metri dagli argini del Po, e a pochi centimetri da una parallela folla di zanzare, forse erano anche incuriosite dalla presenza di nomi noti, come il giornalista della Stampa Giorgio Boatti, o ancor più il meteorologo televisivo Luca Mercalli. E aiutava molto, anche, l’incombere da queste parti di una collezione di mostruosità da catalogo: poli logistici come se piovesse, centri commerciali, e a legare il tutto (all’ubiquo ed esiziale asse Lisbona-Kiev, of course) l’ultimo capolavoro della Broni-Mortara, vera e propria fabbrica di sprawl secondo i più classici meccanismi.
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Però, sia gli aspetti di – sacrosanta - protesta locale, sia quelli più sottili della logica “e adesso un bell’applauso”, hanno lasciato gran parte dello spazio al convitato di pietra: il consumo di suolo vivo sotto i nostri piedi, sostituito rapidamente e sconsideratamente da goffi quanto inutili scatoloni e asfaltature, fin quando come ha osservato a un certo punto Mercalli “Ci troveremo con tanti capannoni. Vuoti. E la pancia pure”.
E la pancia pure. Perché in Italia, come ci mostrano spietate le immagini satellitari dell’Agenzia Europea per l’Ambiente proiettate sullo schermo, si costruisce nelle aree piane più “facili”, ovvero quelle che molti millenni di storia avevano addomesticato attraverso l’agricoltura ad una presenza umana, trasformandole in un sistema di suoli fra i più fertili e produttivi del pianeta. Ora invece il sistema delle sue città gonfiato ed esploso nell’insediamento diffuso, via via abbandona e divora le radici da cui è nato, trovando di che alimentarsi sempre più lontano, e con forme che ricordano molto da vicino la rapina: come possono altrimenti arrivare sulle nostre tavole cestini di frutta a prezzi competitivi, trasportati in aereo per migliaia di chilometri bruciando tonnellate di petrolio?
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Che fare, quando il petrolio sarà finito, e saranno anche esauriti i suoli coltivabili attorno alle città, sostituiti da parcheggi, centri commerciali, e “ quartieri immersi nel verde a cinque minuti d’auto da ..”?
Qui, davanti all’ovvio, ma non abbastanza ovvio da convincere gran parte dei grandi decisori, scatta l’applauso in stile televisivo della gremita sala comunale di Bressana Bottarone. A dimostrare, in modo imperfetto e magari contraddittorio, per carità, che per raccontare verità scomode non è assolutamente obbligatorio essere involuti, farfuglianti, tribunizi, tanto si ha ragione comunque.
Impariamo almeno che la comunicazione è essenziale, da Berlusconi. Come si diceva a proposito di un'altra cosa: non si butta via niente.
Nota: per i lettori meno affezionati di questo sito, si avverte che articoli sui temi dell'insediamento diffuso, del consumo di suolo ecc., sono sparsi fra tutte le cartelle, ma in particolare si concentrano in Mall/Spazi della Dispersione, e in Eddyburg/Il Consumo di suolo (f.b.)
Ci rivolgiamo al ministro delle infrastrutture, perché per noi Antonio Di Pietro resta l'uomo di «mani pulite», simbolo di una stagione che si caricò per tanti della speranza di comportamenti limpidi della pubblica amministrazione, della politica e chiedergli se, per qualche mese, può provare a rifare «mani pulite» nelle infrastrutture.
Prendiamo due esempi emblematici - il Mose e il corridoio Tirrenico - per osservare che le motivazioni addotte dal ministro non ci sembra che dovrebbero bastare per guardare dentro queste due «opache» vicende. Dice infatti Di Pietro per il Mose: «Io non sono un tecnico ed i tecnici del ministero (ma non solo) hanno fatto la loro scelta che io devo rispettare». Quanto all'autostrada che dovrebbe scorrere accanto alla Via Aurelia: «Per l'adozione di scelte che soddisfino l'interesse generale, nel rispetto della sicurezza e della salvaguardia ambientale, di questo si fa carico la Regione, formalmente competente». Queste serene risposte non ci paiono sufficienti.
Il Mose: che valutazione dà il ministro dei tecnici e dei rapporti predisposti per le sedi istituzionali attorno al «Modello predittivo dell'andamento della morfodinamica dei fondali in conseguenza dell'apertura e chiusura delle paratie mobili»? Cioè uno studio di importanza fondamentale per la sicurezza di Venezia, che non è stato mai effettuato, perché - fu detto - non c'erano le competenze appropriate nella commissione del Consiglio superiore dei LL.PP. che esaminò il progetto? Si comprenderà che lo studio è cruciale, perché valuta il rischio che l'opera possa risultare addirittura controproducente. Ne prende atto il governo Amato quando, il 15/3/2001, il ministro Nesi porta il Mose in consiglio dei ministri per passare al progetto esecutivo e il governo di allora, contrariamente a quanto si legge nella relazione predisposta per Di Pietro nel consiglio dei ministri il 10/11/2006, all'unanimità decide che bisognava procedere ad una fase di «approfondimento progettuale», in particolare sulla morfodinamica. Lo studio non è stato ancora effettuato e tuttavia, all'interrogazione dei parlamentari Bonelli e Zanella (22/3/2007), si risponde (a firma del ministro) che «gli ulteriori approfondimenti richiesti dal consiglio dei ministri del 15/3/2001 sono stati puntualmente programmati e svolti». Ma fonti del ministero fanno sapere che «la problematica della morfodinamica è stata affrontata per quanto riguarda gli effetti di tale fenomeno sulla progettazione delle paratie mobili, ma su questa complessa fenomenologia sono in corso studi scientifici, sulla base di programmi di ricerca internazionali finanziati dall'Unesco». Così il cantiere va avanti, e sempre in concessione al Consorzio Venezia Nuova, passato indenne attraverso la critica di mozioni parlamentari e di procedure di infrazione comunitarie: quando si dice i «poteri forti»! Così forti da aver messo in non cale le fondatissime critiche a tutti gli elementi deboli del progetto avanzate dai tecnici, dal comune, Cacciari in testa. Di fronte a questi fatti, la sicurezza di Venezia non richiede una robusta verifica?
L'autostrada. Da anni c'è chi vagheggia di stendere, a fianco dell'Aurelia altre sei corsie: non è sufficiente portare tutta l'Aurelia alla dimensione superstrada. Lo vuole l'Ue, bisogna dividere il traffico pesante da quello leggero, si farà nel rispetto del paesaggio, e non costerà soldi pubblici perché la concessionaria Sat lo farà ricorrendo al Project financing. Queste sono alcune delle motivazioni avanzate dalla regione Toscana, sostenitrice dell'autostrada. Ma il governo Amato sceglierà invece di inserire nel piano generale dei trasporti del marzo 2001 il potenziamento dell'Aurelia. Caduto Amato, lo zelo regionale spiana la strada a Lunardi nel rilancio dell'autostrada ed ora Di Pietro annuncia che il 4 luglio «per rispettare la volontà regionale» ci sarà l'accordo tra stato, regione e Sat.
Alla direzione generale trasporti della Ue, rispondono: «La rete stradale Ten (Trans Europe Network) - nella cui cartina è indicata la S.S.Aurelia - è composta di autostrade e di strade di elevato standard, esistenti, nuove o da adeguare e gli interventi possibili comprendono l'adeguamento di strade di elevato standard. Se le autorità italiane, per promuovere la costruzione di una nuova autostrada parallela alla S.S. esistente, si fondano sugli orientamenti Ten, ne fanno una lettura errata. I cofinanziamenti comunitari destinati alla rete stradale Ten non sono in alcun caso vincolati dalla necessità di realizzare un'infrastruttura autostradale a pedaggio». Va anzi osservato che il Consiglio europeo di Göteborg ha posto il riequilibrio fra i modi di trasporto al centro della strategia di sviluppo sostenibile: si tratta di trasferire verso modi alternativi una percentuale di merci pari al previsto tasso di crescita dei trasporti internazionali su strada; i cofinanziamenti comunitari dovranno essere riveduti e corretti per dare la priorità alla ferrovia e al trasporto marittimo e fluviale, in un quadro organico nel quale i trasporti stradali dovrebbero prevedere distanze di utenza più brevi.
Quanto al costo, è la stessa Sat a quantificare in quasi 2 miliardi di euro il maggior costo della realizzazione dell'autostrada rispetto all'ampliamento dell'Aurelia e la via del project financing è praticabile, per l'insufficiente volume di traffico, solo a condizione di forzarne le regole: garanzia di mezzo secolo per la durata della concessione, pedaggi abnormi, annualmente rivedibili.
C'è da chiedersi se vi sia solo danno ambientale o qualcosa non torni anche dal punto di vista dell'etica pubblica. Vuole Di Pietro andare a vedere coi suoi occhi a nome di tutti noi? E' un fatto che la legge finanziaria del '98 destinò qualche centinaio di miliardi alla Sat, a titolo di indennizzo per il parere negativo sul progetto di autostrada dato dal ministro dell'ambiente Giorgio Ruffolo nel '92. E' il sottosegretario dei LL.PP. Antonio Bargone a gestire la vicenda il quale, in modo assai poco british, è divenuto poi consulente della regione e ora presidente della Sat. Non siamo quei populisti che vedono dietro ogni opera pubblica il tintinnare di «mani pulite», ma chiediamo al ministro: vuol dirci, quali sono i veri motivi a favore di un'opera enormemente più costosa e che scempia quel paesaggio? E sappiamo che il ministro non ci ripeterà le fumisterie della regione, ma forse vorrà capire un po' meglio, anche lui, tutta la vicenda. Altrimenti, da chi dovremmo aspettarcelo?
Molto ci sarebbe da aggiungere, sulle illegittimità del MoSE, a quanto accennano Mattioli e Scalia. Rinviamo all’amplissima documentazione raccolta nella cartella dedicata appunto al Mostro della Laguna di Venezia. Spendere montagne di soldi per opere inutili e dannose non sembra all’attuale governo (come a quelli che lo hanno preceduto) cosa indecente. Dire dei NO è diventato il peggiore degli errori, a prescindere dai contenuti e dalle ragioni. Da alcuni passaggio del discorso di Veltroni sembra che il nuovo partito che forse guiderà voglia essere l’alfiere di questa linea.
«È difficile accettare che un paesaggio unico che americani e giapponesi difenderebbero come un tesoro prezioso, venga rovinato per sempre. Il nostro territorio è l’unica vera fonte di ricchezza e va tutelato».
Non è il solito grillo parlante ambientalista, o paesaggista, ad esprimersi così, bensì uno dei maggiori imprenditori del settore trainante della nostra agricoltura, quello dei vini di alta qualità. Le parole, amare, sono infatti di Jacopo Biondi Santi. Le ha dedicate al paesaggio collinare di Scansano in Maremma, patria del Morellino.
Il bersaglio: un parco eolico piazzato proprio sopra la rocca di Scansano, a poco più di un Km dai vigneti, occupando oltre 5 Kmq di territorio e paesaggio. Senza alcuna valutazione di impatto ambientale regionale. Senza alcuna partecipazione della Soprintendenza competente alla conferenza dei servizi (essa ne venne esonerata dalla Provincia di Grosseto). Senza alcuna - aggiungiamo noi - valutazione di impatto socio-economico: è più utile alla Toscana e alla Maremma produrre un po’ di energia eolica, o non è più utile (a tutti) puntare sul risparmio energetico e difendere il «tesoro prezioso» del paesaggio italiano, toscano, maremmano che tanti miliardi di euro porta, e porterà, nelle nostre casse? Produttori illuminati e moderni come Jacopo Biondi Santi hanno capito benissimo che i loro vini di pregio vanno tanto più forte sui mercati internazionali ricchi quanto più possono fruire, alle spalle, di quell’inimitabile paesaggio che gli stranieri amano e apprezzano più di noi, imbarbariti dall’inseguimento di false modernità e da una incultura di base sempre più allarmante.
Ora il TAR della Toscana ha dato ragione all’imprenditore vinicolo toscano e a Italia Nostra, assistiti dall’avvocato Gianluigi Ceruti, e torto alla Regione Toscana e alla Provincia di Grosseto (e a Legambiente che la sosteneva), responsabili del pastrocchio, bloccando il parco eolico inaugurato, incautamente, una decina di giorni fa. Una decisione a posteriori che si poteva, che si doveva evitare con la misura preventiva di una VIA regionale e di una Conferenza dei servizi adeguate. Le motivazioni del TAR? Le pale del vento, così vicine, provocano inquinamento acustico, non rispettano le specie animali protette, danneggiano un ecosistema molto delicato. L’indice accusatorio del TAR è puntato contro la Giunta regionale toscana che a suo tempo decise che il parco eolico di Scansano non aveva bisogno di una Valutazione di impatto regionale. Eppure - dice la sentenza - «nell’area circostante il parco eolico sono localizzati 3 Siti di importanza comunitaria» per aspetti naturalistici «e 4 Siti di importanza regionale» ricchi di avifauna piuttosto rara.
Ora, io non sono pregiudizialmente contrario alle «pale» eoliche. Ma ascolto anche scienziati come Carlo Rubbia il quale attesta che l’Italia deve puntare assai più sul solare e su altre fonti rinnovabili perché, fra l’altro, decisamente meno ventosa della Spagna o della Danimarca. Da noi, inoltre, non ci sono le zone desertiche della penisola iberica e il paesaggio - naturale, storico e agrario - è un patrimonio «anche» economico di straordinario e crescente valore. Quindi, produrre una quota modesta di energia eolica ha «costi» in realtà elevatissimi in termini di paesaggio e di attività ad esso connesse, come il turismo, in specie quello culturale, come l’agriturismo, come l’agricoltura tipica di qualità. Questa analisi costi/benefici viene fatta man mano che si installano impianti eolici nelle zone collinari e montane dell’Appennino? Purtroppo no. Si allettano Comuni poveri di risorse. Gli si danno un po’ di euro, e magari si compromette per chissà quanto tempo un paesaggio intatto che sarà, sempre più, una formidabile attrattiva. Penso, ad esempio, ai 2 milioni di visitatori annui del Parco Nazionale d’Abruzzo. Disgraziatamente sono in pericolo persino ambienti paesaggistici di eccezionale valore (anche turistico, ripeto) quali la piana di Saepinum, la stupenda città romana vicino a Campobasso scoperta e valorizzata anni or sono da Adriano La Regina. Visitarla è una delle emozioni della vita.
Allora, no all’eolico? Sì invece e però caso per caso, dopo una attenta Valutazione di impatto ambientale, coi limiti oggettivi sottolineati da Carlo Rubbia. Non si tratta di scegliere fra un ambientalismo «ragionevole» (o arrendevole?) e un ambientalismo "fondamentalista". Si tratta di essere seri, attenti, informati, competenti nel valutare cosa conviene di più fare in questo delicato e, nonostante tutto, splendido Paese. In relazione alla sua storia, alle sue vocazioni territoriali, alle attività agricole, turistiche, artigianali, fonti infinite, queste sì, di introiti, al di là del valore culturale e sociale "in sé" rappresentato dal benessere delle popolazioni locali.
E’ ancora viva l’eco delle polemiche suscitate dallo scrittore Andrea Camilleri contro le trivellazioni petrolifere nella zona straordinaria di Noto. E, subito dopo, la denuncia dell’agenzia Dire su analoghe concessioni rilasciate, "distrattamente", in Toscana, proprio nel cuore del Chianti. Fra pentimenti e ripiegamenti, e fra le proteste che, guarda caso, vedono spesso in prima fila i produttori agricoli, in particolare (anche per Saepinum) la Coldiretti oggi attenta a questi valori, all’intreccio fra prodotti tipici e paesaggio tipico. Un potente valore aggiunto sui mercati.
I Comitati costituitisi in Toscana su casi a volte clamorosi di scempi e di manomissioni con conseguenze "anche" giudiziarie (Campi Bisenzio, Monticchiello, Casole d’Elsa, ecc.) assommano ormai ad un centinaio. In una regione meno devastata, sicuramente, del Veneto, sovente irriconoscibile, di Parise, di Piovene, di Meneghello, del poeta Andrea Zanzotto impegnato a difendere strenuamente gli ultimi lembi di paesaggio trevigiano. O meno devastata della derelitta e suicida Campania invasa dalle discariche e dalle cave, legali e illegali, che certamente - va detto con forza - sono un flagello molto più grande di alcuni ben collocati e ben studiati termovalorizzatori, per esempio. Sintomo, quei Comitati, di un profondo disagio sociale, di una sempre più debole rappresentatività delle amministrazioni locali, in Comuni che hanno avuto dalla Regione la delega a controllare se stessi (sono loro a concedere lucrose autorizzazioni edilizie e sempre loro a tutelare il paesaggio…) e che con la nuova legge comunale possono far passare quasi tutto dalla Giunta e non più dai Consigli, dalle assemblee elettive. Perché stupirsi poi se i cittadini vanno a votare meno di prima e si allontanano dalla politica, anche da quella locale?
La sentenza del TAR della Toscana che boccia l’impianto eolico di Scansano andrebbe pubblicata integralmente. Farebbe capire meglio quanta disattenzione, sbrigatività, trasandatezza sottoculturale circondino, e assedino, ormai quel paesaggio che pure la Costituzione repubblicana volle tutelare, all’articolo 9, in modo forte e democratico, assieme al patrimonio storico e artistico, facendone, giustamente, un tutt’uno.
La Giunta qualche settimana fa ha approvato una Delibera di Indirizzi inerente la “Carta delle aree agricole periurbane” facendo propria, unitamente al Piano di governo del territorio, la filosofia generale di attenzione al rilevante problema delle aree agricole di margine alla città.
Qualche giorno fa il giornale il Cittadino ha fatto un interessante pagina sulle aree agricole e sulla necessità della loro tutela. Problema di interesse non solo locale ma europeo. Infatti sulla eccessiva conurbazione in molte aree del Continente si stanno interessando i legislatori di molti paesi, economisti, ambientalisti e urbanisti.
Settimana scorsa si è svolto l’interessante forum indetto dalla Provincia di Milano (assessore Mezzi : politica del territorio) che ha posto l’attenzione sulle aree agricole (belle e documentate le relazioni sia di Camagni che degli ospiti di altri paesi). Problema non marginale nell’economia, nella qualità alimentare e dell’ambiente, nel paesaggio nel nostro ecosistema, che deve essere affrontato con puntualità nei piani territoriali e comunali (qualche decennio fa era interessante il dibattito anche disciplinare in urbanistica tra città e campagna).
Troppo spesso vi sono, anche nelle posizioni culturali e tecniche (come per la questione energetica) la sottovalutazione di questo problema scivolando nella illusione che il tema delle aree periurbane debba essere affrontato con visione “immobiliare” (ad esempio applicando principi scorretti di perequazione generalizzata per grandi ambiti territoriali e non solo urbanistici di produzione di virtuali gettiti volumetrici). Sembra essere il caso di Milano e altre città.
C’è , anche tra urbanisti, chi pensa ancora che queste aree costituiscano una riserva per ulteriori sviluppi o che il problema sia di dare loro una funzione “perequativa” generando volumetrie da vendere e spostare sulle aree urbane o ai margini delle stesse (anche a Monza qualcuno più grossolanamente ne ha parlato per la vicenda Cascinazza), con ciò perpetrando ulteriormente la storia di sempre. Con nuovo rivestimento, dell’urban sprawl. Una nuova illusoria deregolamentazione di fatto della centralità che il piano, la pianificazione territoriale deve avere nel riconoscimento dei principi di sostenibilità. Senza cogliere che siamo ad una svolta economica, sociale e culturale in riferimento alle città, al territorio ed al consumo del suolo come risorsa finita.
Non può sfuggire, in questo contesto e ne siamo abbastanza soddisfatti, che il Piano di governo del territorio di Monza, tra i primi qui da noi, ha affrontato questo problema. Non a caso nella stessa menzione speciale al piano di Monza, ottenuta alla “6 European Urban and Regional Planning Awards” si pone in evidenza la particolarità del nostro PGT che cerca di applicare principi propri di sostenibilità e si cita anche espressamente la questione agricola.
Qui a Monza qualche mese fa si è svolta l’assemblea della Confederazione italiana agricoltori proprio in riferimento ai principi introdotti dal piano di Monza in riferimento alle aree periurbane e agricole in particolare. Gli agricoltori, con la collaborazione del Politecnico di Milano ( prof.a Maria Cristina Treu), ma anche il comitato scientifico di Lega Ambiente, hanno posto le basi di una “Carta delle aree agricole periurbane” dove venga riconosciuta la partecipazione a pieno titolo della grande utilità e funzione che queste aree agricole svolgono per la qualità della nostra vita. Dei “ valori” che esprimono. Esse partecipano, per il nostro Piano alla formazione dei parchi di cornice alla città in continuità con quelli sovracomunali in particolare lungo il Lambro e lungo il Canale Villoresi.
IL PGT pone questa questione come rilevante e delinea anche risorse e politiche perché le aree agricole partecipino a pieno titolo al paesaggio ed alla economia del nostro territorio. Qui la perequazione non è quella di generare volumi etc. ma di trovare risorse nell’economia della città per “compensare” il ruolo ed il valore che le aree agricole perturbane svolgono per tutti. Anche il PTCP affronta come detto l questione e la legge 12/2005 da competenza all Provincia per aree che sono nel Piano delle Regole. Sono del parere con molti altri che dette aree debbano diventare sostanzialmente stabili e con valore intercomunale, sottratte in generale ai percorsi di negoziazione a fini edilizi e urbanistici ( diritti volumetrici o peggio).
Il sindaco di Roma, in barba al piano regolatore, ha permesso l’edificazione selvaggia della città. Affari d’oro per i palazzinari. Aveva promesso case a poveri e disoccupati, ha invece favorito la costruzione di 20 milioni di metri cubi di edilizia privata. E i dati ufficiosi parlano di 60 milioni. A beneficiarne, i soliti noti tra cui la Lamaro appalti
Roma - Mattone su mattone, casa per casa. Il sindaco di Roma, Walter Veltroni, il suo potere l’ha cementato anche così: in barba al tanto pubblicizzato Piano Regolatore Generale, approvato nel 2003 ma mai entrato in funzione, ha permesso l’edificazione selvaggia della Città Eterna ricorrendo a escamotage urbanistici - come varianti e compensazioni edificatorie - che altrove (ad esempio Salerno) sono state foriere di guai per sindaci, assessori, consulenti, imprenditori.
I dati ufficiali, sbandierati con orgoglio dal responsabile capitolino all’Urbanistica, Roberto Morassut, parlano di «20 milioni di metri cubi di edilizia privata attivati in questi anni». Quelli ufficiosi triplicano invece la cifra cristallizzandola oltre i 60 con molti dei programmi edilizi ancora da concludere. Una cifra impressionante. Senza precedenti. Finanziariamente sconvolgente se si pensa che a calcolare per difetto il valore sul mercato immobiliare della colata di cemento sin qui realizzata (in base ai numeri dati da Morassut) si arriva a circa 18 miliardi di euro, una cifra a livello di una manovra finanziaria. A beneficiare di questo business i soliti 4-5 grossi gruppi imprenditoriali, tra cui spicca la «Lamaro Appalti» dei fratelli Toti, nota al grande pubblico romano per la realizzazione del Globe Theatre di Villa Borghese, della Nuova Fiera di Roma, della chiesa «a tre vele» dell’architetto Richard Meier. Nessuna notizia dei progetti solidali di edilizia economica e commerciale, ovverosia dell’idea molto veltroniana di assicurare un tetto a poveri, bisognosi, disoccupati. S’è preferita l’edilizia privata, rende di più.
Per capire come funziona il «Sistema» occorre tornare al 2003, a quando cioè il nuovo Prg vede la luce dopo quarant’anni d’attesa. In Comune sono fuochi d’artificio, conferenze stampa, lenzuolate sui giornali, applausi. Poi passano le settimane, i mesi. Nessuno s’interroga sul perché la macchina non parte, e quando qualcuno solleva il problema Veltroni se la prende con Storace che, a suo dire, fa ostruzionismo con il «Piano di sviluppo regionale». Quando alle regionali 2005 Storace perde con Marrazzo, il sindaco annuncia che «grazie al nuovo clima di collaborazione tra Comune e Regione lo strumento urbanistico sarebbe stato applicato entro l’anno». Siamo al secondo semestre 2007 e il Prg ancora non trova applicazione mancando i piani paesaggistici di tutti i Comuni, Roma inclusa.
Nella Capitale, intanto, si costruisce a più non posso ricorrendo a «varianti» e «modifiche» al Prg col risultato che qualcuno, anche a sinistra, inizia a storcere il naso. Per smarcarsi dalle polemiche il Campidoglio s’inventa la «Variante delle Certezze», una sorta di norma-quadro del settore urbanistico per dare certezze e punti fermi agli investitori. Il risultato è disarmante perché i palazzi crescono come funghi al di fuori, e talvolta addirittura contro, il «nuovo» Prg. Tra i tanti, un caso che grida vendetta è quello della compensazione di Monti della Caccia in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico e archeologico, collocata dal Piano in «zona N», dunque da destinarsi a verde pubblico e impianti sportivi.
Per continuare a costruire nell’impasse del Prg il sindaco ha detto sì, ma a due condizioni. Che ricorra l’«emergenza abitativa» e che si dia seguito alla «compensazione edificatoria» per risarcire chi è stato scippato di un terreno ricaduto in zone non edificabili come oasi, parchi etc. Nel primo caso soprattutto - si dice - tutti i complessi costruiti grazie alle varianti devono prevedere un tot di appartamenti a «canone concordato» per otto anni da destinare al Comune, che poi penserà a chi dare la casa. Un’operazione di facciata che non risolve il problema, perché la percentuale immobiliare prevista è minima (appena il 3 per cento delle case costruite) e perché alla scadenza del contratto il poveraccio torna in mezzo alla strada. Oltre a questo metteteci che contemporaneamente il Campidoglio consente e tollera che un esterno, tipo l’associazione dei no global-disobbedienti «Action», possa gestire a proprio piacimento il mercato degli appartamenti pubblici che di volta in volta si liberano in città, di fatto infischiandosene di chi in graduatoria era avanti avendo più titoli.
La non adozione del Prg, e il ricorso selvaggio a varianti d’ogni genere, ad oggi ha prodotto effetti indecenti sulla vita della Capitale anche perché Veltroni ha dato il via ai nuovi insediamenti al di fuori dei limiti imposti dal Piano Generale del Commercio e da quello del Traffico: soprattutto per quanto riguarda i nuovi centri della grande distribuzione, si doveva tener conto della loro localizzazione territoriale e delle infrastrutture necessarie (svincoli, grandi parcheggi di scambio) a garantire una adeguata viabilità. Non c’è bisogno di fare esempi, il Sindaco (e il cittadino romano) sa bene di cosa stiamo parlando.
Chi frequenta eddyburg conosce bene le critiche che oggi il giornale berlusconiano rivolge alla politica urbanistica romana dell’ultimo decennio: esse sono state puntualmente avanzate e documentate su queste pagine. Il Giornale ovviamente, dato il suo carattere partigiano, non accenna al fatto che il torto di Veltroni (e di Rutelli che lo ha preceduto) è di aver applicato a Roma i metodi e le attenzioni che sono stati proposti, predicati e praticati dalla destra a Milano e in Lombardia, e che la medesima destra ha tentato di applicare all’Italia con la cosiddetta Legge Lupi. Almeno a Roma non si è arrivati a casi così scandalosi come quelli raggiunti in Lombardia, con la "borsa del cemento" di Milano o con le squallide iniziative sostenute da leggi ad personam alla Cascinazza di Monza.
La speranza è che le critiche si siano fatte strada nella intelligenza del probabile futuro leader del Partito democratico, e che nel suo nuovo probabile ruolo si affidi a consiglieri migliori di quelli che lo hanno assistito a Roma.
Il Coordinamento dei Comitati che si oppongono all’autostrada Broni-Mortara rilancia la mobilitazione con una nuova raccolta di firme per chiedere l’annullamento dell’iter autorizzativi dell’opera. Il dito è puntato nuovamente contro la Giunta Formigoni e Infrastrutture Lombarde spa. Il motivo è chiaro: il 7 febbraio scorso la Conferenza dei Servizi ha votato all’unanimità un odg per subordinare la predisposizione del progetto definitivo all’esito positivo della Valutazione Ambientale Strategica (VAS), in grado di stimare la sostenibilità complessiva dell’intervento, con l’auspicio di un confronto ampio e partecipato tra istituzioni, attori e comunità locali sul progetto.
Un esito non scontato vista l’irresistibile marcia dei promotori dell’autostrada – società SA.Brom spa, 85% gruppo Gavio leader autostradale e 15% Milano Serravalle, e l’imponente schieramento a sostegno (Regione, Unione industriali, Camera di Commercio, Amministrazione provinciale, Compagnia delle Opere). Tutti a favore dei 69 km del nastro di asfalto che dovrebbe collegare il Pavese - dopo avere affettato la Lomellina, riserve naturali e risaie comprese - con il Corridoio 5 Barcellona-Kiev!
In prima fila l’assessore regionale alla famiglia e alla solidarietà sociale Abelli, con “delega all’autostrada” secondo i Comitati.
Nonostante la macroscopica anomalia di una VAS chiesta per il progetto definitivo e ignorata prima della presentazione (come indicato dalla normativa europea) l’attesa sulle scelte della Regione era grande. Invece nella deliberazione di Giunta del 4 maggio, assunte le determinazioni della Conferenza dei Servizi e definito il corridoio di salvaguardia di 75 metri per lato, dando mandato ai 24 comuni coinvolti nel progetto di recepirlo nei propri strumenti urbanistici, della VAS non c’è traccia. Il solo richiamo è per Infrastrutture Lombarde spa, soggetto “concedente” dell’autostrada regionale Broni-Pavia-Mortara e presentatrice del progetto preliminare, che farà una “valutazione sintetica dell’impatto ambientale, ispirandosi alle specifiche direttive in materia di VAS”. Per i Comitati è una beffa, l.ultima scorrettezza sulla quale chiedono ai sindaci di intervenire nei confronti di Provincia e Regione per fermare “la cancellazione di parole e impegni”.
Per info e adesioni il sito dei Comitati
Nota: su questo sito altre informazioni sul progetto autostradale Fabbrica di Sprawl dal fantasioso tracciato lungo le traiettorie dei corridoi elettorali (f.b.)
Sventrato e poi raso al suolo con un braccio meccanico alto 24 metri e guidato da una pinza demolitrice del genio militare. E' iniziato ieri lo smantellamento del quartiere abusivo, spuntato dal nulla in pochi mesi, lo scorso anno, nella cittadina di Casalnuovo, alle porte di Napoli. Ad assistere al «funerale» delle proprie abitazioni un nutrito gruppo di cittadini truffati dalla ditta Visagi di Domenico Pelliccia, che rimasti senza casa hanno tentato fino all'ultimo di impedire gli abbattimenti. Il ricorso che hanno presentato al Tar è stato bocciato giovedì. Una donna ha anche preso per mano il figlio ed è sgattaiolata dentro l'edificio, il numero 8 di via Vecchiullo. Ha opposto resistenza rifiutandosi di abbandonare il suo appartamento, ma è stata portata via dalle forze dell'ordine.
Sono 57 le famiglie vittime di una mega truffa scoperta all'inizio dell'anno. Un affare enorme in cui è coinvolta parte della classe dirigente locale, comprese le forze dell'ordine, la Finanza, i vigili urbani, i tecnici del comune che hanno fornito i timbri per gli attestati di condonabilità degli immobili, i notai che hanno apposto le firme per legalizzare le compravendite, le banche che hanno concesso i mutui. Un giro di connivenze gestito dalla camorra edilizia, dove il pubblico si mescola agli affari loschi dei privati tramite aziende dalla faccia pulita e che ha permesso di costruire 230 mila metri cubi di edifici, 81 palazzi, 450 appartamenti e una ventina di villette a schiera alla luce del sole, senza che nessuno muovesse un dito. Compreso il sindaco di centrodestra Antonio Manna, che dopo tre mesi dalla scoperta era stato costretto a presentare le dimissioni, salvo ritirarle 30 giorni dopo. Così ieri quando è arrivato a Cesarea per assistere alla demolizione è stato pesantemente contestato e insultato dai cittadini.
L'inchiesta è nelle mani del pm Adolfo Izzo della procura di Nola che un paio di settimane fa ha recapitato le prime 20 richieste di rinvio a giudizio, per un totale di 110 capi d'imputazione che vanno da reati di falso per soppressione di atti pubblici, falso ideologico, truffa aggravata e costruzione abusiva. Ora si dovrà trovare una soluzione alternativa per gli ex-abitanti che in buona fede si sono anche indebitati per ottenere quattro mura in cui vivere e che nel processo saranno considerati parte lesa.
Le istituzioni locali garantiscono che si occuperanno della cosa, ma ieri è stata la giornata della soddisfazione per aver riportato la legalità a Casalnuovo. L'azione più imponente di repressione contro l'abusivismo mai compiuta in Campania. Antonio Bassolino, il presidente della regione, l'ha considerata un'operazione di grande valore per cui la regione ha investito oltre un milione di euro: ce ne vorranno altri quattro di milioni per buttare giù l'intero rione abusivo. Anche il ministro dell'ambiente Pecoraro Scanio ha definito gli abbattimenti una vittoria e una promessa mantenuto una promessa: «Dobbiamo far passare il messaggio della tolleranza zero verso gli abusi edilizi». Soddisfatta Legambiente che però tramite il suo presidente Michele Buonomo ha ricordato come la situazione nella regione sia sempre più drammatica: «Interi quartieri costruiti senza una sola licenza edilizia - ha spiegato - Giunte comunali che si compongono e si scompongono a seconda dell'adesione o meno agli interessi degli speculatori, addirittura enti locali che collocano loro strutture in immobili abusivi, territori divenuti ormai un mostro di cemento illegale». Secondo le stime dell'associazione nel 2006 si è viaggiato alla media di 16 case abusive al giorno, per un totale di circa 6000, con la costiera amalfitana e la provincia di Napoli capitale della cemento connection.
Da Casalnuovo però i rappresentanti del centrodestra fanno sapere di non voler essere etichettati come la cittadella illegale. «Questa operazione è stata pubblicizzata troppo - dice Paolo Proto, consigliere comunale - Il recupero di questa area quanto costerà? Sarà il cittadino a pagare». Sta di fatto che i suoi abitanti hanno già pagato lo scempio del territorio affidato ai propri rappresentanti politici.
ROMA - Dopo l'allarme per il Val di Noto, in parte rientrato anche grazie alla mobilitazione generale seguita all'appello dello scrittore Andrea Camilleri, un nuovo fronte 'trivellazioni' rischia di aprirsi in Toscana, nel Chianti e nella Val d'Orcia. La regione infatti, ha concesso, il 26 aprile scorso, tre permessi per effettuare "esplorazioni" e "autorizzazioni di ricerca" in tre aree del Sud della Toscana alla Heritage Petroleum plc, società con sede a Monaco specializzata nella ricerca e nell'estrazione di idrocarburi gassosi di tipo cmm (metano rilasciato dai filoni di carbone durante la sua estrazione) e cbm (metano prelevato da filoni di carbone che non devono o non saranno estratti).
In serata, la Regione Toscana ha fatto marcia indietro. L'assessore all'ambiente Marino Artusa ha dichiarato che proporrà una delibera di Giunta per bloccare i permessi.
La scelta della Regione Toscana ha suscitato la viva protesta del sottosegretario alle Politiche Agricole, Stefano Boco: "E' una follia ricercare l'oro nero sotto terra, quando l'unico grande tesoro sono il lavoro degli uomini, la bellezza paesaggistica, i valori naturali. Sarebbe un errore da pagare caro", ha detto Boco, che si è augurato che "sia possibile da parte delle autorità regionali rivedere i permessi".
Durissimo anche il commento di Legambiente: "Incredibile la decisione di autorizzare le trivellazioni. E' davvero assurdo - ha detto il presidente nazionale Roberto Della Seta - Non avremmo mai creduto che la regione Toscana sarebbe arrivata a prendere una decisione del genere. E se non fosse stata pubblicata sul bollettino ufficiale, stenteremmo a crederci". "Mi sembra una scelta assolutamente incomprensibile, non lungimirante", commenta il presidente della commissione Ambiente della Camera Ermete Realacci.
"Non ne so niente, mi hanno solo detto che è successo" ma entro breve "verificheremo", assicura il ministro dei Beni Culturali, Francesco Rutelli.
Cone rivelato dall'agenzia Dire, le autorizzazioni riguardano un'area complessiva di 1.553 Km quadrati, di cui una parte classificata patrimonio dell'umanità dall'Unesco, proprio come il Val di Noto, e che tocca rinomate località come San Gimignano, la Valle del Chianti, Monticchiello e la provincia di Siena.
I tre permessi prevedono la possibilità di esplorare alcuni dei paesaggi più belli d'Italia senza la necessità di una valutazione di impatto ambientale (Via) nonchè il permesso successivo di trivellare e scavare per estrarre idrocarburi, in quel caso previa riserva di Via.
I permessi sono stati concessi per un periodo iniziale di 6 anni (i canoni annui per le licenze sono solo di 5 euro per km quadrato) e stabiliscono che possano passare anche 5 anni prima che sia richiesto alla società il permesso di trivellare.
I decreti regionali suddividono le zone di competenza. Il permesso "Cinghiano" (564 km quadrati) riguarda le località di Arcidosso, Roccalbenga, Castel del Piano, Civitella-Paganico, Roccastrada e Cinigiano in provincia di Grosseto, nonchè Buonconvento, Murlo, Monticiano, San Giovanni d'Asso e Montalcino. Mentre il permesso denominato "Siena" (478 km quadrati) investe Siena e zone famose del Chianti come San Gimignano, Asciano, Murlo, Castellina in Chianti e Colle Val d'Elsa.
Il terzo permesso riguarda infine un'area di 511 km quadrati e comprende per intero o in parte i territori comunali di Volterra, Pomarance, Montecatini, Val di Cecina e Castelnuovo Val di Cecina nella provincia di Pisa, Casole d'Elsa, Radicondoli e Chiusino nella provincia di Siena.
La diffusione della notizia coglie tuttavia impreparati molti dei comuni che, secondo il provvedimento, sarebbero coinvolti dalle trivellazioni: "Noi stiamo facendo un lavoro sullo sviluppo sostenibile, non credo che il nostro territorio sia coinvolto in queste autorizzazioni", spiegano all'ufficio stampa del comune di Castellina in Chianti.
Il sindaco di Montalcino Maurizio Buffi spiega: "Noi ci sentiamo piuttosto tranquilli, perché le zone interessate sono confinanti con il nostro comune, però noi non verremo coinvolti. Come credo che non lo saranno alcuni dei comuni e dei territori dichiarati Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco".
La notizia non sembra sia stata smentita: i decreti di autorizzazione regionale ci sono stati. Invece, sembra che siano state ritirate le autorizzazioni inizialmente concesse. C’è però qualcosa che comunque colpisce.
Colpisce che qualcuno abbia potuto pensare di chiedere di trivellare tra la Maremma, il Chianti e la Val d’Orcia. Vuol dire che la Regione Toscana, e per l’estensione l’Italia, sono ritenuti all’estero una nazione che ai propri prestigiosi paesaggi non tiene affatto.
Colpisce che qualcuno, nello staff politico e in quello tecnico della Regione Toscana, abbia potuto concedere l’autorizzazione.
Colpisce che i comuni possano ritenersi tranquilli perché le trivelle oggi (e domani le torri di estrazione) non ricadono nel territorio del loro comune ma solo in quelli confinanti.
Questo evento preoccupa perciò non tanto per il danno emergente (esistono sufficienti anticorpi contro una prospettiva così bestiale), ma per la cultura del territorio che rivelano. È la stessa che induce a rendere edificabili aree solo per ripianare i deficit dei bilanci comunali. È la stessa che induce ad approvare qualsiasi previsione di opera che incrementi lo “sviluppo del territorio”. È lla stessa che induce a chdere ogni municipio in se stesso rinunciando a ogni responsabilità di area vasta. È la stessa, infine, che sollecita a privilegiare, nel governo del territorio, il “mercato” rispetto a qualunque altra dimensione.
Nel suo recente intervento in argomento di responsabilità del vigente piano regolatore per la città storica (o "antica", come lo stesso piano ha preferito chiamarla) relativamente al fenomeno dell’impetuosa, ingentissima, acceleratissima espansione delle attività turistico-ricettive a detrimento della funzione abitativa ordinaria ("Il boom di hotel non dipende dal PRG", in Il Gazzettino di Venezia del 27 ottobre 2004), l’assessore comunale alla pianificazone strategica, arch. Roberto D’Agostino, combina un tale spudorato pasticcio tra i contenuti effettivi del piano adottato alla fine del 1992, quelli del piano adottato (lui medesimo essendo assessore proponente) alla fine del 1996, le affermazioni (comunque scarsamente pertinenti con i contenuti di questo e di quello) fatte in quegli anni da chissachì, da indurmi a pensare di essere "in buona fede". Cioè di non avere compreso né la reale portata dei disposti del piano che si trovò a ereditare, né quella dei disposti del piano che pretese di sostituirgli. In caso contrario, avrebbe fatto ricorso al noto motto "imbroglio aiutami", o, quantomeno, al forse meno noto, ma glorioso motto della marineria borbonica: "facite ammuina". Nell’uno e nell’altro caso, mi sembra opportuno, per non dire moralmente doveroso nei confronti dell’opinione pubblica veneziana, fare sintetica chiarezza in merito ai dati storici reali degli atti amministrativi richiamati dall’assessore D’Agostino.
Nel piano regolatore per la città storica messo a punto all’inizio del 1990 (all’epoca della "giunta rosso-verde" diretta da Antonio Casellati, con assessore all’urbanistica Stefano Boato), e adottato alla fine del 1992 (all’epoca della giunta diretta da Ugo Bergamo, con assessore all’urbanistica Vittorio Salvagno), si distingueva nettamente tra "utilizzazioni compatibili" e "destinazioni d’uso".
Le prime, cioè le "utilizzazioni compatibili", erano intese come quelle utilizzazioni la cui efficiente esplicazione non sia necessariamente tale da contraddire, o da forzare, le caratteristiche tipologiche e formali proprie delle diverse categorie di unità di spazio (unità edilizie e unità di spazio scoperto) alle quali il piano aveva attribuito tutti gli immobili della città storica. Per farmi intendere agevolmente esemplificherò con una fattispecie estrema e (voglio sperare!) incontrovertibile. Relativamente alle "unità edilizie speciali a struttura unitaria" (chiese, teatri e simili) l’utilizzazione per "abitazioni ordinarie" non compariva tra le "utilizzazioni compatibili", in quanto l’attivazione di una tale utilizzazione implicherebbe, per ricavare alloggi, di spezzettare in verticale e in orizzontale l’ampio (sovente amplissimo) vano unitario che costituisce la caratteristica essenziale, e immediatamente percepibile, di quella categoria di unità edilizie.
Le seconde, cioè le "destinazioni d’uso", erano definite come le utilizzazioni (incluse tra quelle definite "compatibili") vincolativamente assegnate a determinati immobili, nel senso che di tali immobili era vietato il mutamento dell’uso da quello "destinato" a qualsiasi altro uso.
Nell’impianto del piano, le "utilizzazioni compatibili" erano concepite come valide "a tempo indeterminato", cioè per decenni (o per secoli), mentre per le "destinazioni d’uso" si prevedeva che il pianificatore, vale a dire il consiglio comunale, le riesaminasse e le ripensasse ogni quinquennio, e le confermasse, o le eliminasse, o le cambiasse, in relazione alle proprie acquisite conoscenze, e alle proprie scelte politiche, circa le dinamiche intercorse e in essere (di espansione, o di contrazione) di questa o di quella funzione, e circa le funzioni da tutelare rispetto a loro erosioni ritenute eccessive.
Nella concreta versione del piano di cui si è sinora dato conto, si era ritenuto di dover tutelare (imprimendo a immobili puntualmente individuati nelle cartografie, o a intere categorie di immobili indicate nelle norme, vincolanti "destinazioni d’uso") esclusivamente cinque raggruppamenti di funzioni: le attività ricettive (anche in ottemperanza dell’allora vigente legislazione regionale, e vincolando all’uso gli immobili che avessero tale utilizzazione in atto e quelli che l’assumessero legittimamente in prosieguio di tempo), le manifatture private (cioè l’artigianato tipico e tradizionale, con particolare riferimento alla cantieristica minore); le strutture culturali private (il "terziario avanzato", la "produzione immateriale" di cui tanto si parla, anzi si blatera), le strutture pubbliche e/o per attività collettive (dalle scuole alle strutture sanitarie e assistenziali, agli uffici pubblici alle strutture religiose, e via enumerando: occorre dire perché? o precisare che si trattava anche di ottemperare a una previsione di legge regionale e nazionale?) e, innanzitutto e soprattutto, le abitazioni.
Erano infatti vincolativamente destinate ad abitazioni ordinarie e/o specialistiche (alloggi per disabili, e simili) tutte le unità immobiliari che avessero utilizzazione abitativa in atto alla data di adozione del piano.
Era ammesso il mutamento dell’uso da quello abitativo a un altra "utilizzazione compatibile" soltanto, a determinate e rigide condizioni, per le unità immobiliari site al piano terreno, per le unità edilizie già adibite per almeno due terzi a un'unica utilizzazione diversa da quella abitativa, e infine, soltanto nelle unità edilizie di tipo C (i cosiddetti "palazzi"), per ciascuno dei piani superiori a quello terreno, ove avessero una superficie utile superiore a 400 metri quadrati, e le trasformazioni fisiche ammissibili non consentissero di ricavarne almeno due unità immobiliari a utilizzazione abitativa.
In altri termini, non c’era, in quella versione del piano, alcuna preconcetta ostilità verso non meglio definite attività "direzionali" (checché ricostruisca oggi l’assessore D’Agostino, che forse trova comodo citare prese di posizioni di "fantocci polemici" che della realtà del piano avevano capito poco o nulla), e neppure verso le attività ricettive, che non si intendeva affatto né "bloccare" né "contingentare". V’era, puramente e semplicemente, l’intenzione di vietare ulteriori indiscriminate e generalizzate erosioni degli spazi edilizi veneziani utilizzati per abitazioni ordinarie (e/o specialistiche), nella convinzione che le altre utilizzazioni (essenziali anch’esse alla città, ma diversamente bisognose di essere tutelate nella concreta, durissima, competizione economica per l’uso degli spazi edificati) potessero trovare equilibrata soddisfazione innanzitutto nelle unità edilizie appartenenti alle tipologie originariamente non abitative (chiese, scolae, conventi, palazzi per uffici, fondaci, capannoni, opifici, e via via enumerando), quindi negli spazi edilizi già sottratti alla funzione abitativa (ingentissimi), e infine in quelli (limitati) ancora sottraibili secondo le nuove norme.
Le quali nuove norme furono giudicate, dopo il 1993 (all’epoca della giunta diretta da Massimo Cacciari, con assessore all’urbanistica Roberto D’Agostino) insopportabili "lacci e laccioli" posti al libero dispiegarsi delle attività economiche.
Più in generale, fu giudicato (forse per difficoltà di comprensione) troppo macchinoso l’impianto complessivo del piano adottato nel precedente mandato amministrativo, e in questo contesto la distinzione (di significato, e di valenza precettiva) tra "utilizzazioni compatibili" e "destinazioni d’uso". Cosicché quelle che erano, come si è spiegato dianzi, definite "utilizzazioni compatibili", riferite alle diverse categorie di unità di spazio (unità edilizie e unità di spazio scoperto) alle quali il piano aveva attribuito, in rapporto alle loro caratteristiche tipologiche, tutti gli immobili della città storica, divennero, nella nuova redatta versione del piano "destinazioni d’uso compatibili". Sono questi gli elenchi di utilizzazioni che l’assessore D’Agostino afferma, nel suo intervento giornalistico, essere rimasti immutati dall’una all’altra versione del piano. Non ho ricontrollato se ciò risponda perfettamente al vero. Per due ottimi motivi. Il primo è che, come il Marco Antonio di Shakespeare, sono convinto che "D’Agostino è un uomo d’onore". Il secondo è che la cosa è perfettamente irrilevante, dato che l’invarianza si colloca in un contesto di significati tutt’affatto diverso.
Nelle prime stesure del nuovo piano, infatti, era sostanzialmente eliminata tutta la parte, di cui sopra si è dato resoconto, relativa alle "destinazioni d’uso" impresse a specifici immobili, o a categorie di immobili, in vista della tutela di determinate funzioni. Nella stesura del piano adottato alla fine del 1996 si "cedeva" alle insistenze di alcune componenti della maggioranza consiliare, e si ripristinava qualche disposizione a tutela dell’utilizzazione abitativa, peraltro ammettendo il mutamento dell’uso da quello abitativo a un altro, oltre che negli ulteriori casi puntualmente disciplinati dal precedente piano, in tutte le unità edilizie, per ciascuno dei piani superiori a quello terreno, ove avessero una superficie utile superiore a 120 metri quadrati.
L’osservazione dell’associazione Polis, tendente a ripristinare le limitazioni del piano del 1990-1992, non fu accolta dal consiglio comunale, la cui maggioranza, com’è noto, era composta dalle stesse formazioni politiche che costituiscono la maggioranza odierna (dalle forze politiche di minoranza, di allora e di oggi, non ci si aspettava, né ci si aspetta, un opposto atteggiamento, ma in questo caso va riconosciuta la coerenza con la loro natura).
Da più di tre anni, periodicamente, componenti politiche di tale permanente maggioranza, e loro autorevoli esponenti (anche assessori), levano lamentazioni nei confronti dell’eccessiva espansione delle attività ricettive, nei casi più intellettualmente e politicamente apprezzabili in quanto intervenuta a detrimento della funzione abitativa ordinaria. L’anno addietro, il Consiglio comunale tentò persino di porci una pezza, con una variante al nuovo piano per la città antica che aveva, tutt’assieme, i difetti dell’irresolutezza, del confusionismo intellettuale, del compromesso politico.
Oggi anche l’assessore D’Agostino riconosce la gravità del problema, ma ammette quale "fenomeno pericoloso" soltanto la "proliferazione degli affittacamere". E, comunque, ciò che gli interessa è difendere il piano di cui è responsabile, che, a suo dire "viene chiamato in causa in modo improprio". Giacché, afferma, "gli affittacamere sono residenze che, utilizzando una legge regionale che regola le attività extra alberghiere, possono esercitare l’attività ricettiva facendo una semplice denuncia al comune e senza cambiare la destinazione d’uso residenziale".
Ebbene: l’affermazione ora testualmente riportata è per metà falsa, o, per essere più cortesi, infondata. E’ infatti verissimo che, ai sensi della legge regionale veneta 4 novembre 2002, n.33, recante "Testo unico delle leggi regionali in materia di turismo" l’attività di affittacamere (come in genere le attività ricettive extra alberghiere) è subordinata a mera denuncia di inizio dell’attività. Ma è altrettanto vero che, ai sensi della legislazione statale che la regola, la denuncia di inizio dell’attività si fonda sull’attestazione, da parte dello stesso soggetto interessato, del pieno rispetto di ogni vigente disciplina, avente forza di legge o di atto amministrativo regolamentare, ivi compresi gli strumenti di pianificazione. E nella legge regionale dianzi citata non v’è una sola parola che consenta a chi voglia intraprendere l’attività di affittacamere (o un’altra attività ricettiva extra alberghiera) di derogare da una disposizione della pianificazione urbanistica che vieti di mutare l’uso abitativo ordinario, in atto, di una unità immobiliare in qualsiasi altro uso (soprattutto ove la medesima pianificazione si sia premurata di dettare definizioni dettagliate dell’uso abitativo ordinario e degli altri usi considerabili).
Per cui mi sento di affermare serenamente che, se fosse stato vigente il piano regolatore per la città storica adottato alla fine del 1992 (eventualmente, ma non indispensabilmente, ritoccato per tenere conto della più vasta gamma di attività ricettive considerate dopo di allora nell’ordinamento), gli uffici comunali competenti avrebbero potuto respingere la più gran parte delle denunce di inizio di attività di affittacamere (o omologhe), per mancanza dei relativi requisiti di legittimità, e perseguire per abuso chi avesse ciononostante avviato tali attività.
E di concludere dichiarando di concordare con l’assessore D’Agostino laddove afferma che non si aiuta la città oscurando le vere cause dei fenomeni, e che bisogna cercare i nemici dove ci sono. Per l’appunto, è quel che mi sono impegnato a fare con questo scritto.
L’articolo dell’assessore Roberto D’Agostino
da il Gazzettino del 27 ottobre 2004
Esistono alcune affermazioni che, per quanto false, vengono ripetute spesso e, a forza di essere ripetute, diventano vere. Senza entrare nelle ragioni del perché cose false, e facilmente verificabili in quanto tali, vengono spacciate per vere, ogni tanto vale la pena tentare di rimettere sui piedi la verità. Una di queste affermazioni data per incontestabilmente vera è quella che il processo di trasformazione alberghiera di molte parti della città derivi dal piano regolatore del Centro Storico.
E, in particolare, dal lassismo in fatto di cambio di destinazioni d'uso voluto da chi quel piano ha elaborato (giunta Cacciari) cambiando le previsioni della precedente proposta di piano molto più rigida in materia.
Prima cosa falsa: quando venne discusso il piano regolatore il dibattito sul cambio di destinazioni d'uso ci fu e fu forte, ma esso non riguardava affatto le destinazioni alberghiere, bensì quelle direzionali. C'era infatti chi voleva tutelare la residenzialità della città impedendo che si potesse trasformare un edificio o parti di un edificio residenziale in direzionale, e c'era chi pensava che la residenzialità a Venezia si sarebbe tutelata meglio favorendo, anziché ostacolando, l'insediamento di nuove attività lavorative. Prevalse, a ragione, questa seconda posizione, che peraltro non poteva contribuire da sola a trattenere attività che tendono ad andarsene espulse proprio anche dalle destinazioni residenziali che rappresentano la vera frontiera avanzata della speculazione immobiliare a Venezia.La seconda cosa falsa è che il piano precedente a quello in vigore avesse norme più rigide in fatto di destinazioni alberghiere. In realtà tali norme sono state trasferite senza modificazioni da un piano all'altro e fanno ambedue riferimento alla gamma di destinazioni d'uso insediabili nelle diverse tipologie edilizie: per quanto riguarda tipologie e destinazioni alberghiere i due piani coincidono.
Dunque è falso che il proliferare delle trasformazioni alberghiere sia il frutto delle decisioni del piano regolatore. In realtà il piano regolatore ha consentito in questi anni che alcuni edifici di grandi dimensioni, non adatti alla residenza e spesso abbandonati da tempo, fossero trasformati in albergo (è questo il caso dell'isola di S.Clemente o di alcuni palazzi sul Canal Grande): d'altra parte i dati ci dicono che nel 1966 Venezia aveva dodicimila stanze di albergo e tre milioni di turisti, nel 1996, trent'anni dopo, quando fu fatta quella scelta di piano, Venezia aveva ancora dodicimila stanze di albergo e dieci milioni di turisti, oggi ha sedicimila stanze di albergo e quindici milioni di turisti.Dunque il piano ha avuto una funzione nel riequilibrare un mercato bloccato, monopolistico e di bassa qualità, ma non avuto nessuna influenza sulla proliferazione degli affittacamere che è il vero fenomeno pericoloso e a cui opporsi in quanto sottrae residenza alla città e contribuisce all'innalzamento dei costi degli alloggi. Infatti, gli affittacamere sono residenze che, utilizzando una legge regionale che regola le attività extra alberghiere, possono esercitare l'attività recettiva facendo una semplice denuncia al comune e senza cambiare la destinazione d'uso residenziale. Dunque, il piano regolatore non c'entra, come si suole dire, un fico secco in questa faccenda e viene chiamato in causa in modo improprio.Sgombrato il campo, si spera, da queste leggende metropolitane, rimane da affrontare il problema di merito di come contrastare un fenomeno distorsivo della realtà veneziana come è quello della proliferazione delle strutture ricettive minori, prodotto di una fortissima spinta economica alla quale certo i veneziani non si sottraggono.
Alcune cose il Comune ha fatto di recente, di più forse si potrebbe fare e sarebbe opportuno fare, cominciando col premere sulla Regione per una modifica della legge che ha aggravato il problema. Certo non si aiuta la città oscurando le vere cause del fenomeno e cercando nemici dove non ci sono.
Le Assicurazioni Generali intendono realizzare nelle Procuratie Vecchie venticinque appartamenti prestigiosissimi e costosissimi. Il Sindaco Paolo Costa ne è contrariato, e pensa di utilizzare le risorse di persuasione morale di cui dispone per indurre le Assicurazioni Generali a rinunciare, graziosamente, all’intento. Del quale sono preoccupati e scandalizzati l’Assessore all’edilizia privata Paolo Sprocati, il Rettore dell’Istituto universitario di architettura Marino Folin, il Direttore dei Civici musei Giandomenico Romanelli, e altri illustri personaggi. I quali tutti, così come il Sindaco, muovono dall’assunto che il progetto delle Assicurazioni Generali sia perfettamente conforme alle disposizioni dei vigenti strumenti urbanistici. La qual cosa è vera, quantomeno per quel che riguarda la possibilità di attivare nelle Procuratie Vecchie un’utilizzazione per abitazioni ordinarie, cioè per comuni appartamenti monofamiliari: ma non sempre è stato così.
Nel piano regolatore per la città storica messo a punto all’inizio del 1990 (all’epoca della “giunta rosso-verde” diretta da Antonio Casellati, con assessore all’urbanistica Stefano Boato), e adottato alla fine del 1992 (all’epoca della giunta diretta da Ugo Bergamo, con assessore all’urbanistica Vittorio Salvagno), nelle “unità edilizie speciali preottocentesche a struttura modulare”, tra le quali erano classificate le Procuratie Vecchie, non compariva tra le utilizzazioni compatibili quella, appunto, per abitazioni ordinarie. In altri termini, non si sarebbero potuti realizzare, nelle Procuratie Vecchie, così come, per esempio, nelle Fabbriche Nuove di Rialto, o nel Palazzo dei X Savi, normali appartamenti.
Quello strumento urbanistico fu, dopo il 1993 (all’epoca della giunta diretta da Massimo Cacciari, con assessore all’urbanistica Roberto D’Agostino) diffusamente e rozzamente rimaneggiato, soprattutto per eliminare i “lacci e laccioli” posti al libero dispiegarsi delle attività economiche. Ne sortì il nuovo piano regolatore per la città storica, adottato alla fine del 1996. Esso da un lato ammise il mutamento dell’uso da quello in atto, compreso quello abitativo ordinario, a un altro uso, in tutte le unità edilizie, per ciascuno dei piani superiori a quello terreno, ove avessero una superficie utile superiore a 120 metri quadrati: cinque o sei mesi fa sui giornali locali si ravvisarono e si dibatterono gli esiti nefasti di tale innovazione in termini di sottrazione di infinite unità immobiliari al loro uso originario e più autentico. Da un altro lato inserì l’utilizzazione per abitazioni ordinarie fra quelle compatibili nelle “unità edilizie speciali preottocentesche a struttura modulare”, nelle quali una tale utilizzazione non aveva mai avuto storicamente luogo.
L’osservazione al nuovo piano presentata dall’associazione Polis, tendente a ripristinare, in questi come in altri casi, le disposizioni del piano del 1990-1992, non fu accolta dal consiglio comunale, la cui maggioranza, com’è noto, era composta dalle stesse formazioni politiche che costituiscono la maggioranza odierna.
E Paolo Costa, Paolo Sprocati, Marino Folin, Giandomenico Romanelli, e gli altri illustri personaggi dianzi citati, dov’erano all’epoca? avessero almeno battuto un colpo!
Cordiali saluti.
Il Segretario dell’associazione Polis
Luigi Scano
Nel 1981 un gruppo di eminenti tecnici, adempiendo all’incarico affidatogli dal Ministro dei lavori pubblici, consegna al Ministro stesso uno “Studio di fattibilità e progetto di massima” per la “Difesa della laguna di Venezia dalle acque alte”. Il Ministro provvede a inoltrarlo, oltre che alla Commissione per la salvaguardia di Venezia e al Consiglio superiore dei lavori pubblici, anche al Comune di Venezia, intendendo acquisire il parere in merito degli enti locali interessati.
Nei mesi successivi si pronunciano la Commissione per la salvaguardia di Venezia, il Consiglio superiore dei lavori pubblici, il Consiglio comunale di Venezia e quello di Chioggia, tutti in termini non sfavorevoli, ma parimenti esprimendo osservazioni critiche, e richieste di più complessivi inquadramenti nonché dello svolgimento di ulteriori ricerche.
Intanto, da più parti, si è auspicato, al fine di ottenere una celere realizzazione degli interventi in laguna, che si proceda all’esecuzione delle opere attraverso l’istituto della “concessione”. In tale prospettiva si costituisce il Consorzio Venezia Nuova [1]. Il 18 dicembre 1982 viene stipulato tra il Magistrato alle acque di Venezia, per conto del Ministro dei lavori pubblici, e tale consorzio, una concessione, a seguito della quale il consorzio avrebbe dovuto provvedere ad attuare parte degli studi, delle ricerche, delle sperimentazioni richieste dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, nonché a realizzare il tratto centrale del previsto sbarramento fisso alla bocca di porto di Lido. Il 15 luglio la Corte dei conti nega il visto di esecutività al decreto di approvazione della concessione, eccependo, sostanzialmente, che, ai sensi delle leggi vigenti, “le concessioni di sola costruzione possono essere affidate a trattativa privata […] soltanto quando ciò sia espressamente consentito da una norma speciale”, mentre ordinariamente è previsto che “l’affidamento avvenga previo esperimento di una qualche forma di gara”, e che “la concessione considerata non contempla l’esercizio delle opere da realizzare” e pertanto “e da ritenersi di sola costruzione”. La vicenda, che viene conosciuta soltanto a seguito dell’intervento della Corte dei conti, e grazie a esso, suscita nuove polemiche. In particolare, l’onorevole Bruno Visentini, presidente nazionale del PRI, scrive [2]: “a dieci anni dalla legge speciale di Venezia, i problemi della tutela fisica della città storica […] sono rimasti non risolti. Si parla ora di affidare in concessione a un consorzio di imprese […] il compito di realizzare quanto è necessario: iniziando, a quanto pare, da un incarico per ulteriori studi e progetti […] e continuando con l’incarico per la realizzazione delle opere […] Ma se si procedesse in questo modo si incorrerebbe in alcuni fondamentali errori di metodo e in alcune inammissibili elusioni di competenze decisionali.
"L’incarico non può avere per oggetto le scelte sull’avvenire della laguna […] Tali scelte spettano all’organo politico […] Sembra infine che gli ulteriori studi da effettuare, le ricerche da svolgere e le sperimentazioni da compiere […] nonché i controlli tecnico-scientifici sugli interventi […] non possano essere affidati al medesimo concessionario della realizzazione degli interventi, ma debbano essere attribuiti a soggetto diverso, che abbia grande autorità e sia capace di porsi in aperta dialettica con il concessionario”.
Le polemiche rimbalzano in seno alla IX Commissione della Camera dei deputati, che ha all’esame alcune proposte di risoluzione su Venezia, presentate dalla DC, dal PCI e dal PRI. Alla fine, il 27 ottobre 1983, la Commissione vota all’unanimità una risoluzione che, seppur elusiva circa il nodo dell’affidamento degli studi, delle sperimentazioni, e della realizzazione delle opere, impegna il Governo da un lato “a presentare entro tre mesi un rapporto globale sullo stato degli interventi per la salvaguardia di Venezia” e dall’altro “a definire, sentiti gli enti locali interessati, un programma unitario e globale degli interventi”.
Il Ministro dei lavori pubblici, il socialdemocratico Franco Nicolazzi (che circa un decennio appresso, all’epoca dell’inchiesta “Mani Pulite”, sarà condannato con sentenze passate in giudicato), non se ne dà per inteso, e men che mai si preoccupa delle critiche rivolte al tentato uso dell’istituto della concessione. Il 24 febbraio 1984, infatti, viene stipulata, tra il Magistrato alle acque di Venezia e il Consorzio Venezia Nuova, una seconda convenzione, aggiustata in maniera da superare le obiezioni formali mosse dalla Corte dei conti alla precedente, ma non dissimile da quest’ultima nei contenuti, e ancor meno nella “filosofia”; questa volta il relativo decreto è registrato, in data 10 marzo 1984.
Tra il febbraio e il luglio del 1984 si succede la presentazione alla Camera dei deputati di vari disegni di legge volti a integrare la legislazione speciale per Venezia: dapprima uno del PRI, quindi uno della DC, del PSI e del PSDI, infine uno del PCI. Il 3 ottobre 1984 la IX Commissione della Camera dei deputati, dopo vivaci alterchi e concitate mediazioni, giunge ad approvare all’unanimità, in sede legislativa, un testo che, approvato anche dalla competente commissione del Senato, sempre in sede legislativa, diviene la legge 29 novembre 1984, n.798.
Quanto agli obiettivi degli interventi sulla laguna, la nuova legge stabilisce che questi ultimi devono essere “volti al riequilibrio della laguna, all’arresto e all’inversione del processo di degrado del bacino lagunare e all’eliminazione delle cause che lo hanno provocato, all’attenuazione dei livelli delle maree in laguna, alla difesa con interventi localizzati delle insulae dei centri storici, e a porre al riparo gli insediamenti urbani lagunari dalle acque alte eccezionali, anche mediante interventi alle bocche di porto con sbarramenti manovrabili per la regolamentazione delle maree”.
E’ con ciò pienamente assunta, e puntualmente descritta, la “logica” che era stata espressa nei disegni di legge del PRI e del PCI, e sostenuta anche dal PLI.
In ordine alle modalità di realizzazione degli interventi si precede la costituzione di uno speciale Comitato, composto dal Presidente del consiglio, dai ministri interessati e dai rappresentanti della Regione del Veneto e degli enti locali territorialmente competenti sulla laguna, cui “è demandato l’indirizzo, il coordinamento, e il controllo”, ma che non è espressamente sancito debba, per assolvere i suoi compiti, preliminarmente definire quel “piano unitario e globale degli interventi” che era indicato nei disegni di legge del PRI e del PCI, ed era stato ripetutamente richiesto. La previsione del predetto Comitato, e i compiti, generali e specifici, che gli sono affidati, sono quindi soltanto la premessa logica e istituzionale dalla quale partire per ottenere la formazione di tale “piano unitario e globale”.
Per il resto viene normativamente fondata la possibilità di affidare la realizzazione degli interventi in concessione, ma non si definiscono i lineamenti di quest’ultima, limitandosi a prevedere che il Comitato di cui s’è detto si pronunci sulle connesse convenzioni, si demanda a un decreto del Ministro dei lavori pubblici la precisazione (seppure “sulla base delle convenzioni” decise dal Comitato) “delle modalità e delle forme di controllo sull’attuazione delle opere affidate in concessione”, e infine, e soprattutto, non solamente non si precisa che gli studi, le ricerche, le sperimentazioni debbono essere affidate a soggetti diversi dall’esecutore concessionario delle opere, ma si fa esplicita menzione della concessione “in forma unitaria” sia degli interventi che degli studi e delle progettazioni.
Il problema viene risollevato, un po’ di anni appresso, da Antonio Cederna, che era stato eletto alla Camera dei deputati, nelle liste del PCI, come indipendente di sinistra, nella X legislatura, iniziata il 2 luglio 1987 e terminata il 22 aprile 1992.
Egli, quando quasi volgeva al termine il suo mandato parlamentare, si convinse della necessità di un forte intervento di integrazione e di coordinamento della legislazione speciale per Venezia, e decise di presentare una propria proposta di legge rivolta a tal fine, la quale, sottoscritta anche da Ada Becchi e da Franco Bassanini (entrambi appartenenti, come Cederna, al gruppo della Sinistra indipendente), fu presentata il 2 aprile 1991.
Nella relazione illustrativa della proposta, premesso che il “faticato procedere delle azioni e degli interventi che, secondo la volontà del legislatore, avrebbero dovuto assicurare la salvaguardia di Venezia e della sua laguna […] è stato largamente insoddisfacente […], sicuramente e marcatamente, per quanto attiene alla tutela dell'integrità fisica […] del territorio lagunare”, si sostiene che “la ragione prima ed essenziale del procedere inceppato e sussultorio delle azioni e degli interventi dianzi detti […] risiede nel non compiutamente risolto confronto tra due approcci, due modelli, due logiche. Semplificando al massimo: tra una logica sostanzialmente meccanicistica, che tende a isolare i problemi (o tutt'al più a riconoscere tra essi nessi estremamente semplificati) e a dar loro soluzioni indipendenti e fortemente ingegneristiche, e una logica, per così dire, sistemica, che chiede di evidenziare le correlazioni tra tutte le dinamiche in atto, e quindi tra tutti i problemi da affrontare, e pertanto pretende una predefinizione globale, e costantemente ricalibrabile, di tutti gli interventi e le azioni da prevedersi, per collocarle in sequenze temporali che ne garantiscano ed esaltino le sinergie positive”.
Occorre quindi, prosegue la relazione, “chiarire quale sia il vero nodo da sciogliere: non procedimentale, ma di merito. Il che non nega affatto che sia necessario ridisegnare l'attuale meccanismo decisionale e operativo degli interventi e delle azioni per Venezia […]. Piuttosto, evidenzia come tale ridisegno, per essere efficace, non possa essere neutro, ma, al contrario, debba essere, finalmente, coerente e funzionale al pieno e incontrovertibile affermarsi dell'approccio sistemico ai problemi del territorio veneziano”. Inoltre, soggiunge, non si ritiene opportuno “inventare nuovi e straordinari soggetti (che tendono, di norma, a dare pessime prove)”, ma invece si reputa doversi “assumere come riferimento il modello ordinariamente configurato, per le autorità di bacino di rilievo nazionale, dalla legge 18 maggio 1989, n.183”, sulla “difesa del suolo”, della cui definizione Cederna era appena stato primario protagonista. Che è quello che fa la proposta di legge, istituendo l'autorità di bacino di rilievo nazionale della laguna di Venezia, indicandone l'ambito territoriale di competenza, e dettando, per essa, alcune disposizioni particolari.
Particolarmente rilevante risulta il fatto che, pur non escludendo che “sia le amministrazioni dello Stato che la Regione Veneto, che gli altri enti pubblici interessati, possano fare ricorso per la realizzazione di quanto rientri nelle rispettive competenze a concessioni a soggetti idonei sotto il profilo tecnico e imprenditoriale”, si afferma perentoriamente che “l'ambito del concedibile viene […] ristretto alla realizzazione di opere ed eventualmente alla loro gestione […], nella ferma convinzione che non possa né debba essere concessa (soprattutto dal momento in cui si costituisce un nuovo soggetto istituzionale dotato di propri robusti supporti scientifici, tecnici e operativi), in blocco e per di più allo stesso soggetto concessionario della realizzazione delle opere, l'effettuazione degli studi e delle ricerche preliminari e la progettazione (cioè, di fatto, la pianificazione e la programmazione degli interventi e delle azioni)”.
Per il vero, anche se la proposta di legge di Cederna per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna non riuscì neppure a iniziare il suo iter parlamentare, il Parlamento nazionale, pochi anni appresso, decise almeno di superare radicalmente il sistema della "concessione unica", dello Stato al Consorzio Venezia Nuova, votando il comma 11 dell'articolo 12 della legge 24 dicembre 1993, n.527.
Ma questa è un’altra storia, che è già stata raccontata.
[1] Del quale, salvo errori od omissioni, inizialmente entrano a far parte (le cifre fra parentesi indicano la percentuale di partecipazione): Condotte d’acqua (20%); Impresit (20%); Fincosit (20%); Sacug (15%); Lodigiani (5%); Consorzio S.Marco-Furlanis, Grassetto, CIR, Maltauro, Cosma, Vittadello, Sacaim, Codelfa, CCC (15%); consorzio Rialto-Foccardi, Scuttari, Boscolo, Busetto, Ferrari, Cop. San Martino, Rossi (5%).
[2] Bruno Vicentini, Venezia: i “progettini” rinviano il salvataggio, nel Corriere della Sera del 26 ottobre 1983.
La notarile ricostruzione cronachistica, effettuata dall'ex ministro Pietro Lunardi, del processo decisionale che ha portato all'apertura dei cantieri per la realizzazione del Mo.SE., e al furibondo avanzamento dei lavori intercorso, e tuttora in essere, è, sotto il profilo formale, ineccepibile, e quindi incontestabile.
Sotto il profilo del merito, si dovrebbe, innanzitutto fare presente che ben tredici anni or sono il Parlamento nazionale, cioè l'organo attraverso cui si esprime la sovranità popolare nel nostro Paese, aveva deciso di superare radicalmente il sistema della "concessione unica", dello Stato al Consorzio Venezia Nuova, di ogni competenza afferente agli studi, alle ricerche, alle sperimentazioni, alla progettazione degli interventi, alla realizzazione delle opere, riguardanti il riequilibrio idrogeologico della laguna di Venezia, l'arresto e l'inversione dei processi di degrado del bacino lagunare, la difesa degli insediamenti urbani lagunari dalle "acque alte" eccezionali. "Concessione unica" che era stata, inizialmente, conferita in base alla legge 29 novembre 1984, n.798,, e grazie alla quale un consorzio di imprese di diritto privato è divenuto, grazie alle enormi risorse (erogategli dallo Stato) di cui poteva disporre, padrone pressoché incontrastato degli studi attinenti la Laguna veneziana, della progettazione delle opere da effettuarsi in essa, del controllo della validità dei primi e della seconda, asservendo, in termini addirittura patetici, ai propri obiettivi e ai propri interessi, gli organi decentrati (il Magistrato alle acque di Venezia) e quelli centrali delle amministrazioni statali.
Il comma 11 dell'articolo 12 della legge 24 dicembre 1993, n.527, recitava infatti che
"Il Governo è delegato ad emanare, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi, diretti a razionalizzare l'attuazione degli interventi per la salvaguardia della laguna di Venezia con l'osservanza dei seguenti princìpi e criteri direttivi:
a) separare i soggetti incaricati della progettazione dai soggetti cui è affidata la realizzazione delle opere;
b) costituire, d'intesa tra lo Stato e la regione Veneto, ai fini della attività di studio, progettazione, coordinamento e controllo, una società per azioni con la partecipazione maggioritaria dello Stato nonché della regione Veneto, della provincia di Venezia ovvero della città metropolitana se costituita, dei comuni di Venezia e di Chioggia e di altri soggetti pubblici utilizzando a tal fine i finanziamenti recati da leggi speciali inerenti allo scopo;
c) conferire alla costituenda società i beni da individuare con provvedimenti delle competenti Amministrazioni, e ridefinire le concessioni di cui all'articolo 3 della legge 29 novembre 1984, n.798".
Per il vero, nell'immediato il Governo (Ciampi) ottemperava alla volontà e al mandato del Parlamento, ed emanava il decreto legislativo 13 gennaio 1994, n.62. Alle cui disposizioni più di un Ministro avrebbe dovuto, conseguentemente, dare concreta attuazione, con propri atti. Cosa che i Ministri interessati, facenti parte del Governo (Berlusconi) nel frattempo subentrato, si guardavano bene dal fare: senza, se vogliamo dirla tutta, essere richiamati a compiere il proprio dovere né dalla Regione Veneto (governata dal centrodestra), nè dalla Provincia di Venezia (governata dal centrosinistra), né dal Comune di Venezia (governato dal centrosinistra), né dal Comune di Chioggia (governato prima dal centrodestra e poi dal centrosinistra).
C'è, a ogni buon conto, da considerare che le citate disposizioni di legge non sono mai state abrogate, per cui del relativo inadempimento potrebbero essere chiamati a rispondere i competenti Ministri degli ulteriormente subentrati Governi Prodi, D'Alema, Amato, e nuovamente Berlusconi, e se si vuole nuovamente Prodi. Chiamati a rispondere come? Se un impiegatucolo dell'anagrafe comunale si rifiuta di consegnarmi il certificato di nascita commette il reato di omissione di atti di ufficio, ed è passibile delle sanzioni di cui al relativo articolo del codice penale. Se un generale compie atti contrari alla volontà espressa dal Governo, o non provvede a quanto dallo stesso Governo ordinatogli, è definito (anche dai media) "fellone", ed è passibile delle sanzioni, variabili in rapporto alle diverse fattispeci concrete, di cui ai relativi articoli del codice penale militare (di pace o di guerra). E se un Ministro (cioé un componente di quello che il notorio estremista Charles-Louis de Secondat barone de La Brède e de Montesquieu ha definito come "esecutivo") omette di "eseguire" ciò che è stato deciso dal Parlamento (cioè da quello che lo stesso pericoloso sovversivo francese ha chiamato "potere rappresentativo", della volontà popolare democraticamente espressasi)? Si "lascia perdere"? si "chiude un occhio"? questo sì a me pare porre il problema "necessario e urgente" di "un approfondimento concettuale su cosa sia la democrazia in un Paese civile"!
Sempre sotto il profilo del merito, si potrebbe, e dovrebbe, poi, fare presente che la Valutazione di impatto ambientale nazionale dell'intero progetto del Mo.SE., svoltasi in conformità alla legislazione italiana ed europea, si era conclusa negativamente. Che tali conclusioni sono state inficiate da una sentenza della giustizia amministrativa afferente soltanto questioni formali, anzi formalistiche. Che, anziché richiedere che fossero sanate, ove possibile, le suddette irregolarità formali, oppure fosse effettuata una nuova Valutazione di impatto ambientale nazionale dell'intero progetto, si è proceduto, con riferimento a quella che risulta essere la più rilevante "grande opera" italiana, e una delle maggiori europee, con Valutazioni di impatto ambientale regionali, relative a singoli stralci progettuali.
Ancora sotto il profilo del merito, si potrebbe, e dovrebbe, tenere presente che il parere del Comune di Venezia, formulato in data 3 aprile 2003 al "Comitato di indirizzo coordinamento e controllo", e favorevole "allo sviluppo della progettazione esecutiva ed alla conseguente realizzazione delle opere" del Mo.SE., è stato espresso dal Sindaco di quel Comune, Paolo Costa, in evidente "eccesso di delega" rispetto a quanto votato dal Consiglio dello stesso Comune pochi giorni addietro. Sullo stesso argomento, all'epoca della vituperata (talvolta motivatamente: epperò...) "Prima Repubblica", per molto, ma molto, meno, i Sindaci venivano mandati a casa in poche ore. All'epoca del predominio dei Cacicchi, invece, il succitato Sindaco concluse (seppure tra i brontolii, e le figuracce) il suo mandato, senza che le "frange interne" al centrosinistra (i soliti "verdi" e "rifondatori del comunismo") il cui "ricatto" sarebbe, oggi, così, "vincolante", facessero sentire la loro voce con un minimo di risolutezza. Anche questa vicenda, francamente, a me pare porre il problema "necessario e urgente" di "un approfondimento concettuale su cosa sia la democrazia in un Paese civile"!
Infine, sotto il profilo del merito, si potrebbe, e dovrebbe, non ignorare il fatto che il "positivo parere del Ministero per i beni e le attività cultarali del 3 dicembre 2003", espresso dal competente Comitato di settore contraddicendo un precedente parere del soprintendente locale, è stato recentemente accusato dai rappresentanti delle associazioni e dei singoli cittadini aderenti all'Assemblea permanente "NO Mo.SE." di essere fondato su di "un vero e proprio falso".
Quanto sopra basti, per quel che riguarda la cronaca (o, per darsi un po' di importanza, la storia) degli eventi passati.
Per quel che riguarda il presente, si devono fare i conti, tra l'altro, con una risoluzione, rammentata e parziamente riportata dall'ex ministro Pietro Lunardi, della VIII Commissione della Camera dei Deputati, in cui il Governo è impegnato “a prendere immediatamente tutte le necessarie iniziative volte ad evitare che siano realizzate quelle parti del progetto che prevedono lavori non coerenti con eventuali modifiche o che portino il Mo.SE ad uno stadio di irreversibilità". Che cosa si vuole, affinché il Governo si senta effettivamente "impegnato" dagli orientamenti del Parlamento? che la risoluzione sia fatta propria dall'aula della Camera dei Deputati? che sia approvata anche dal Senato della Repubblica? i parlamentari convinti della bontà delle ragioni che supportano quella risoluzione si diano da fare!
Ma non avrebbe dovuto essere sufficiente, per bloccare il proseguimento della realizzazione del Mo.SE., già un bel po' di mesi or sono, quanto in proposito affermato dal programma dell'"Unione" (non di sue "frange interne" , più o meno estremiste)? dal quale programma avrebbero dovuto sentirsi vincolati il Presidente Romano Prodi, e tutti i Ministri del suo Governo, e tutti i parlamentari eletti nelle liste collegate nell'"Unione"? davvero, ha ragione l'ex ministro Pietro Lunardi: la vicenda del Mo.SE (assieme a mille altre, ma tant'è...) mostra quanto sia "necessario e urgente un approfondimento concettuale su cosa sia la democrazia in un Paese civile".
1. La mareggiata
Alle 22 del 3 dicembre 1966 l'«acqua alta» invade Venezia, con raro impeto ed elevata ampiezza. Alle 5 del mattino successivo dovrebbe ritirarsi seguendo la regola del flusso e riflusso mareale. Così non è, e verso mezzogiorno, con la nuova onda di marea, l'allagamento viene ulteriormente alimentato: saltano la luce, i telefoni, il gas. Mentre tutta la regione e sconvolta dalle piene dei fiumi che scendono tumultuosamente a valle dalle montagne manomesse, disboscate, abbandonate, rompendo argini non più mantenuti, il mare, battendo a forza nove contro i litorali, e le secolari difese dei «murazzi», ha invaso i primi e sbrecciato le seconde. La penisola del Cavallino e l'isola di Sant'Erasmo sono sommerse dal mare e battute dalle onde, nell'isola di Pellestrina i marosi irrompono dalle falle aperte, la allargano, invadono gli abitati, si congiungono anche per questa via con le acque lagunari. Ed il vento di scirocco continua a sospingere il mare in laguna. Alle 18 del 4 novembre l'acqua, ancora una volta, dovrebbe ritirarsi secondo il ritmo delle maree, ma non avviene: soltanto verso le 21, cambiato il vento, l'acqua defluisce violentemente, come una fiumana.
Ha raggiunto l'altezza di un metro e novantaquattro centimetri sul livello medio del mare, ha sommerso tutti i pianiterra abitati, ha distrutto le merci nei magazzini e devastato i negozi e le botteghe artigiane, ha fatto saltare anche, in molti punti, le tubazioni dell'acquedotto ed i depositi della nafta, ha deteriorato libri, documenti, mobili, masserizie, ha lesionato fondamenta, ha sconquassato imbarcazioni. Ritirandosi, lascia immondizie, rottami, neri segni di nafta un po' dappertutto.
E quaranta miliardi di danni stimati: quelli non monetizzabili pesano molto di più.
2. Il grande dibattito: caratteristiche, limiti, equivoci
L'«acqua alta» eccezionale del 4 novembre 1966, rivelando quanto sia precario l'equilibrio tra gli insediamenti umani lagunari ed il loro supporto ambientale, e quanto siano compromesse le stesse prospettive di sopravvivenza fisica di tali insediamenti, finisce per divenire un formidabile suscitatore di interesse e di dibattito attorno al «problema di Venezia», ed un potente acceleratore di prese di coscienza, revisioni di idee, proposte, iniziative.
Non manca, all'inizio, sulla stampa, alla radio ed alla televisione, la somministrazione del consueto minestrone di scadente letteratura estetizzante, di retorica e di invettive alle forze cieche e brute della natura.
Ma le rettifiche del tiro non si fanno attendere: nel dicembre del 1966 «La rivista veneta», promossa sostanzialmente dagli ambienti della sinistra socialista di cui, dopo la scissione del PSIUP, é «leader» Gianni De Michelis, ma sulla quale scrivono anche comunisti ed indipendenti genericamente «di sinistra», pubblica un numero significativamente intitolato «Il Veneto sott'acqua». Nell'editoriale si respingono le tesi dell'«eccezionalita dell'evento» e dell'«imprevedibilita», concludendo che vi é «un atto d'accusa per tutta la nostra classe dirigente di ieri e di oggi in quanto é avvenuto il 4 novembre».
[…]
Nei giorni e nelle settimane successive gli articoli ed i servizi, sulla stampa quotidiana e periodica, si moltiplicano. A quelli tranquillizzanti, espositivo-laudativi delle iniziative intraprese, od anche soltanto prospettate, dalle competenti autorità, si aggiungono e si contrappogono quelli allarmati, che cominciano a mettere sotto accusa le industrie in quanto produttrici di inquinamento (Marco Valsecchi, in Il Giorno del 19 marzo), ovvero perché «collocandosi su terreni di bonifica ai margini della laguna e dunque sottraendole copiose estensioni d'acqua, ne hanno ristretto il catino così favorendo l'accentuarsi e l'elevarsi delle maree e la loro forza di pressione sul corpo della città» (Giulio Obici, in Paese Sera del 19 marzo), che iniziano a dubitare dei possibili «effetti sconvolgenti» sul regime lagunare degli escavi dei canali, degli ampliamenti dei porti, della modifica dell'orografia delle barene (Ettore Della Giovanna, in Il Tempo del 30 marzo 1967).
All'inizio del 1967 é stato pubblicato il volume di Giulio Obici Venezia fino a quando?, con prefazione di Teresa Foscari Foscolo, vice presidente nazionale di «Italia Nostra», e nota storica di Cesare De Michelis (3). Ricordati e descritti gli eventi del 4 novembre 1966, Obici (vengono qui di seguito citati essenzialmente titoli e sottotitoli) ribadisce che «la colpa» di quanto é avvenuto «é della terra e degli uomini», cita il fatto che «Venezia sprofonda sempre più in fretta» e precisa che la ragione ne va individuata soprattutto negli «emungimenti delle falde artesiane» da parte dei pozzi ad uso della zona industriale, afferma che «l'insidia viene dal mare» e denuncia l'abbandono in cui sono stati lasciati i cordoni litoranei ed i «murazzi», aggiunge che «l'insidia viene anche dalla terraferma» perché «abbiamo rimpicciolito la laguna ed allargato i porti» e «così abbiamo aiutato la marea a salire e a sbriciolare le isole», denuncia il canale Malamocco-Fusina-Marghera, ovvero, come ormai lo si chiama, il «canale dei petroli»; come «il più grande, e forse incauto, intervento idraulico di tutti i tempi... dentro il meccanismo lagunare». E conclude (ma il resoconto ora fatto ha terribilmente impoverito la ricchezza delle argomentazioni), che la laguna e la terraferma, «i due tradizionali protagonisti della storia di Venezia, che in passato da nemici furono tradotti in alleati della città, oggi sono in grave conflitto; ma il conflitto va risolto, e anche `attualmente, come una volta, non si tratterà di una soluzione meramente tecnica. Due punti: primo, la terraferma va allontanta, non respinta, così come lo sviluppo economico che vi prospera non va respinto, ma controllato e orientato; deve cioè rendere conto di sè a Venezia... Secondo, la laguna ha i suoi argomenti da propugnare, che sono la salvaguardia di Venezia, ma questa salvaguardia contro le minacce della natura e della terraferma sarebbe sterile se non contemplasse le cause che stanno a monte di quelle minacce: vale a dire, in parole brevi, la disordinata espansione industriale, la quale all'offesa mossa alla laguna accompagna... la decadenza economica della città.
«Il problema é diverso da un tempo ed é pur sempre lo stesso: oggi come allora, Venezia non può rinunciare al suo ruolo di controllo e di direzione, che le é indispensabile condizione di vita; e dire che questo ruolo deve essere esercitato sulle acque e sulla terra e come dire che deve anche svolgere un'avveduta funzione di disciplina dello sviluppo economico, perché questo sia vigilato nel suo modo di crescere ed orientato verso obiettivi di equilibrio territoriale e sociale... In fondo, si puó dire che niente e mutato, quanto alla problematica lagunare, rispetto al passato: il problema dell'equilibrio tra acqua e terra è ancora un superiore equilibrio politico».
La polemica, quindi, comincia ad incentrarsi su due elementi: l'espansione delle zone industriali, soprattutto in quanto realizzata attraverso sempre più massicci imbonimenti di porzioni di laguna, e l’escavo del canale Malamocco-Marghera. La «terza zona» ed il «canale dei petroli» vengono identificati da segmenti crescenti di cittadini e d'opinione pubblica con i «nemici di Venezia».
C'è, fuor di dubbio, in ciò, non poco «riduttivismo», e semplicismo, e perfino faciloneria. E non tanto, o non solamente, perché e indubbio che, al momento del verificarsi dell'evento del 4 novembre 1966, i lavori per la realizzazione di entrambi gli interventi sono appena iniziati (giacché questo nulla toglie in validità alla preoccupazione che il loro proseguire ed il loro integrale attuarsi possa aggravare una situazione già gravemente compromessa da interventi di analogo segno, e di ugual natura) quanto perché anche molti altri sono i problemi che urgono: da quello degli inquinamenti atmosferici ed idrici, a quello della persistente sottrazione alla libera espansione delle maree di poco meno di 9 mila ettari di «valli da pesca», da quello del degrado del patrimonio edilizio storico e delle sue manomissioni a quello della devitalizzazione di molte attività cittadine, per citarne solo alcuni, fra quelli certamente anche «appariscenti», e per rimanere - errando - in un'ottica «lagunare» ed «insulare».
Ma in questo ridurre la «battaglia per Venezia» a quella contro la «terza zona» ed il «canale dei petroli» (operazione, occorre precisarlo, effettuata non del tutto e soprattutto non da tutti i soggetti più impegnati nella «contestazione»), o comunque nel fare del controllo c/o del blocco di tali due interventi l'obiettivo centrale e prioritario dell'impegno, c'e anche una profonda, avvertita o meno che sia, «verità»: quella che deriva dall'essere, i predetti interventi, nella fase storica in atto, gli elementi più emblematici, ed oggettivamente «portanti», di una linea di tendenza, di un «disegno», di una «cultura», affermatasi, come s'e visto, da più d'un secolo e mezzo.
Si tratta, battendo quegli elementi, e soprattutto la realizzazione della «terza zona», di scardinare quel «disegno», di inceppare un ben preciso «modello» di governo delle trasformazioni dell'area veneziana. Non v'è dubbio che inceppare un «modello» non significa di per se stesso costruirne uno nuovo ed alternativo: ma presumibilmente e indispensabile per porne le premesse.
Del resto, che lo scontro si stia incentrando sulla «terza zona» ed il «canale dei petroli» viene bene e rapidamente recepito, forse (magari confusamente, come dai loro avversari) anche nei suoi aspetti «emblematici», dai gruppi dirigenti veneziani più legati agli interessi delle industrie di Porto Marghera, e comunque, anche con rilevanti diversità di approccio e di orientamenti, interni alla particolare logica dello sviluppo industriale affermatosi nel XX secolo. Ne e un esempio l'iniziativa assunta, nel gennaio 1967, dal Rotary club di Venezia, che invita in città tre illustri ingegneri idraulici olandesi, il dottor J. van de Kerk, il professor L. van Bendegon ed il dottor H. A. Ferguson, per ottenere un loro parere sulle misure da prendere per difendere l'insediamento lagunare dalle acque. «L'iniziativa, che è stata presentata come un disinteressato e altruistico contributo alla città, ha rivelato i suoi veri moventi» quando, nell'ottobre del 1967, i dirigenti del Rotary club, capeggiati dal dottor Mario Valeri Manera, presidente dell'associazione veneziana degli industriali, presentando al Presidente della Repubblica la relazione stilata dai tre tecnici, dichiarano, «aiutati dalla compiacente complicità di alcuni organi di stampa assai poco scrupolosi, che lo studio dei tecnici olandesi afferma in maniera inequivocabile che il... canale dei petroli... non avrebbe affatto alterato in senso negativo l'equilibrio lagunare. Ecco dunque rivelato lo scopo dell'iniziativa: non già contribuire all'individuazione di soluzioni per il problema della difesa di Venezia, ma prevenire e combattere eventuali riserve sulla realizzazione di un'opera che evidentemente sta a cuore a precisi interessi privati. Per di più tale obiettivo viene perseguito addirittura distorcendo e falsando il senso della relazione dei tecnici olandesi: infatti basta leggerne il testo... per rendersi conto che essi, oltre a sottolineare ripetutamente il carattere non conclusivo delle affermazioni che fanno, intendono chiaramente sottolineare sia gli eventuali effetti positivi che quelli negativi della realizzazione del canale, concludendo comunque col sostenere l'assoluta necessità di ulteriori approfonditi studi per poter fare previsioni effettivamente fondate»(4).
[…]
NOTE
(1) Si veda: Comune di Venezia, Venezia: problemi e prospettive, I servizi giornalistici, Venezia, marzo 1967, anche per gli articoli successivamente citati nel testo.
(2) g.d.m., Cronache veneziane, in «La rivista veneta», n. 6, febbraio 1968.
(3) Venezia fino a quando? Marsilio Editori, Padova, 1967.
(4) g.d.m., Cronache veneziane, cit.
"Noi crediamo che sia ora di affermare chiaramente che non è possibile continuare con un metodo di gestione del territorio il cui obiettivo fondamentale è lo sfruttamento cieco e irrazionale delle risorse naturali senza alcuna attenzione per le conseguenze che ciò potrà avere.
Noi ci rendiamo conto che l’evoluzione tecnologica, il progresso industriale hanno reso utili e anche necessari negli ultimi cinquant’anni molteplici interventi artificiali […], anche se essi alterano l’equilibrio naturale in maniera molto maggiore di quanto la presenza dell’uomo non abbia alterato l’ambiente naturale in tutte le centinaia di anni precedenti.
"Non possiamo però accettare che ciò avvenga nel più assoluto disinteresse delle possibili conseguenze, in uno spirito di cieco egoismo per cui si guarda solo alla utilità economica dell’opera senza badare ai danni che essa potrà arrecare alle zone circostanti e alle popolazioni che vi abitano; con una mentalità assolutamente incapace di una visione unitaria del territorio e dei suoi problemi; con una miopia inconcepibile per cui i vantaggi di oggi non vengono confrontati con gli svantaggi di domani. […]
"Necessità di uno studio serio e organico della situazione idrogeologica […] che non si limiti però all’astratta individuazione delle opere da realizzare, ma affronti concretamente il problema della produttività economica e sociale degli investimenti da compiere in questo settore.
Riconoscimento della priorità da assegnare agli interventi per la sistemazione idrogeologica rispetto ad altri interventi infrastrutturali la cui utilità (vedi il settore dei trasporti) può risultare gravemente inficiata in una situazione di fragilità permanente dell’assetto naturale del territorio.
"[…] nel Veneto il problema della sistemazione idrogeologica e della difesa di Venezia devono essere considerati prioritari rispetto a qualsiasi altro problema […].
"Per questo fine devono battersi tutte quelle forze politiche, sociali e culturali, il cui obiettivo non sia uno sfruttamento irrazionale ed egoistico delle risorse naturali nell’assoluto dispregio degli interessi generali della comunità".
Da dove sono tratti i passi sopra riportati? Dall’intervento del portavoce di un qualche gruppo “ambientalista” particolarmente arrabbiato (sostanziamente “estremista”, e malamente mascherante il suo “vetero-sinistrismo radicale”) in occasione degli eventi accaduti nella provincia di Venezia i giorni 16 e 17 settembre appena trascorsi, allorquando assai intensi fenomeni meteorici hanno provocato, essenzialmente per cattivo drenaggio delle acque e crisi delle reti idrografiche locali, l’allagamento di vastissime zone, sia urbane che rurali, provocando danni approssimativamente stimati in 200 milioni (di euro)? Oppure da uno scritto “d’annata” di Antonio Cederna? Ipotesi entrambe errate.
Sono tratti dall’editoriale d’apertura del numero 3/4 (pressoché monograficamente dedicato a “Il Veneto sott’acqua”) di la Rivista veneta del dicembre 1966.
Per chi all’epoca non fosse ancora nato, o non avesse raggiunto l’età, o maturato l’interesse, per la lettura di siffatti organi di stampa, come per chi, non vivendo, affatto, o almeno all’epoca, né in Venezia né nel Veneto, e non essendo un appassionato cultore dei temi trattati da tali organi di stampa, e un fanatico topo di biblioteca, mi premuro di precisare che “la rivista veneta” era un “bimestrale di problemi regionali” (così il sottotitolo) di indiscutibile spessore e autorevolezza culturale e politica, animata, sin dall’inizio, dagli esponenti della sinistra socialista “lombardiana” veneziana che facevano capo a Gianni De Michelis (il quale per un certo periodo assunse direttamente la direzione, essendo comunque la distribuzione affidata alla “Marsilio Editori” del fratello Cesare De Michelis). Vi collaborarono (cito all’impronta, e alla rinfusa) Gianfranco Bertani, Giorgio Bellavitis, Romano Chirivi, Bruno Dolcetta, Gianni Fabbri, Fabrizio Ferrari, Roberto Fiorentini, Tonci Foscari, Nereo Laroni, Franco Mancuso, Franco Mocellin, Renato Nardi, Giulio Obici, Franco Posocco, Giuliano Segre, Simona Sereni, Otto Tognetti, Virginio Bettini, e molti, molti altri. I cui percorsi, culturali e politici (e ovviamente non mi riferisco al profilo epifenomenico e formalistico dell’iscriversi a questo o a quel partito, o a nessuno, ovvero del contrassegnare, sulla scheda elettorale, questo o quel simbolo, o nessuno), furono, negli anni che seguirono all’intensa stagione di elaborazione e di confronto dipanatasi a Venezia e (meno, purtroppo) nel Veneto tra gli ultimi anni ’60 e i primissimi anni ’70, assai diversificati, e frequentemente conflittuali, e spesso del tutto incompatibili.
Personalmente, mi incuriosirebbe sapere quanti, tra gli ancora viventi personaggi che nella stagione che ho detto gravitarono attorno a la Rvista veneta, sottoscriverebbero oggi i passi dianzi riportati. Ma ciò deriva dal fatto che, invecchiando, coltivo morbosamente ricordi, nostalgie e rimpianti.
Ben più rilevante è sapere, oggi, quanti tra gli attuali leader politici, culturali, amministrativi, di Venezia e del Veneto non soltanto sottoscriverebbero quei passi, ma lo farebbero credibilmente, cioè traendone, nell’operare quotidiano “a tutto campo”, ogni coerente conseguenza. A me pare che ciò difficilmente si possa dire per chi, all’indomani degli eventi dianzi ricordati, ha soprattutto invocato (per l’ennesima volta) le virtù taumaturgiche della nomina di un “commissario straordinario” con poteri eccezionali (cioè innanzitutto di deroga alle leggi e agli strumenti di pianificazione e programmazione vigenti). Con ciò riducendo un complesso problema di pianificato e programmato “governo” del territorio, di tutela della sua integrità fisica (assieme con quella della sua identità culturale), di conseguente “sostenibilità” (non vaniloquentemente retorica) delle sue trasformazioni, e del suo “sviluppo”, a una faccenda di semplificazione (intesa come accelerazione autoritaria) delle procedure decisionali relative alla realizzazione di “opere”. Ma questa è un’altra storia.
Devo essermi distratto. E quindi mi sono perso una puntata dell’evoluzione dell’ordinamento giuridico-istituzionale italiano: quella nella quale è stato deciso che dei soggetti chiamati “commissari”, e nominati per rispondere alle più varie “emergenze” (cioè per fare quello che questa o quella pubblica amministrazione, o più pubbliche amministrazioni di concerto, dovrebbero ordinariamente fare in un Paese “normale”, nel quale le competenze siano assegnate con criteri razionali), sono legibus soluti, cioè abilitati ad agire anche in contrasto con i dettati di qualsiasi legge, e non soltanto (come mi sembrava d’avere inteso, e ciononostante non condividevo), eventualmente, in deroga a qualche disposizione di legge, in genere di tipo “procedimentale”, puntualmente indicata e circoscritta sempre da atti aventi forza di legge. Anzi: parrebbe che per i suddetti “commissari” dovesse valere la massima per cui quod principi placuit, legis habet vigorem (“ciò che piace al principe ha vigore di legge”), caratteristica dell’età dell’assolutismo negli Stati d’antico regime, e traslata, esaltandola, nel Novecento, soprattutto nel fuehrerprinzip nazionalsocialista.
Così accade che, resocontano i quotidiani locali il 22 giugno 2006 (Il Gazzettino di Venezia, “Una nuova isola per depositare i fanghi”; la Nuova di Venezia e Mestre, “Mega discarica da 50 ettari”, quest’ultimo inserito in eddyburg), il “commissario” straordinario per lo smaltimento dei fanghi di escavo dai canali del porto (e dai canali portuali lagunari), nonché dirigente dell’assessorato all’ambiente della Regione Veneto, ingegnere Roberto Casarin, ha presentato alla speciale Commissione per la salvaguardia di Venezia (che lo stesso Casarin presiede su delega del Presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan) un progetto per la realizzazione, in Laguna, a fianco dell’esistente (in quanto realizzata alcuni decenni addietro, sempre in connessione con le sistemazioni dell’area portuale e industriale di Marghera, e in tempi più recenti innalzata sino a 9 metri sopra il livello dell’acqua) isola delle Trezze, di una nuova isola artificiale, di circa 55 ettari, elevata fino a 4,5 metri sopra il livello dell’acqua, costituita da fanghi inquinati di tipo B e C nelle parti centrali, circondate da palancolate metalliche, da fanghi di tipo A in una fascia circostante, rafforzata da palizzate, e da fanghi non inquinati digradanti verso il fondale in una ulteriore fascia.
Ora, si dà il fatto che la tuttora vigente legge “speciale” per Venezia del 16 aprile 1973, n.171, proclami, con la lettera c) del secondo comma dell’articolo 3, che tra le direttive vincolanti da dettarsi da parte del Governo nazionale per la definizione della pianificazione comprensoriale della laguna di Venezia e del suo entroterra debba esservi l’”esclusione di ulteriori opere di imbonimento” di parti del bacino lagunare.
Tale norma, di palese carattere “provvedimentale” e “sostanziale”, era stata inserita nel contesto della legge in itinere, verso la fine del 1972, raccogliendo le istanze di Italia Nostra e dei movimenti, che oggi sbrigativamente chiameremmo “ambientalisti”, locali, nati nell’area veneziana dopo l’acqua alta eccezionale del 4 novembre 1966. L’iiziativa parlamentare era stata dei senatori repubblicani, i cui emendamenti, contenenti tra l’altro il testo sopra riportato, erano stati accolti dal Governo e dalla maggioranza dell’epoca grazie, da un lato, al lavorio paziente di Giovanni Spadolini, da un altro lato alla esplicita minaccia di Ugo La Malfa di mutare l’atteggiamento non troppo malevolo mantenuto fino allora (“dall’esterno”) nei confronti del debolissimo esecutivo in carica (si trattava del cosiddetto Governo “Andreotti – Malagodi”).
In quanto disposizione di legge, per di più statale e speciale, l’esclusione di ogni previsione di imbonimento di nuove aree lagunari è stata, com’è ovvio, rigorosamente rispettata sia nel progetto di piano comprensoriale della laguna e dell’entroterra di Venezia (previsto dalla stessa legge 171/1973 e più specificamente disciplinato dalla legge regionale veneta 8 settembre 1974, n.49, redatto tra il 1977 e il 1979, fatto proprio dal Consiglio del comprensorio il 25 gennaio 1980, e poi bloccato nella prosecuzione del suo iter formativo), sia nel “Piano di area della Laguna e dell’area veneziana (PALAV.)”, di competenza della Regione Veneto, formato tra l’autunno del 1986 e quello del 1995 (e che, nel corso dell’iter formativo era dichiarato, dal comma 4 dell’articolo 3 della legge regionale 27 febbraio 1990, n.17, sostitutivo del piano comprensoriale), sia nel “Piano territoriale provinciale (PTP.)” della Provincia di Venezia, adottato con deliberazione del Consiglio provinciale del 17 febbraio 1999, n.51195/I (ma mai giunto alla definitiva approvazione, spettante alla Regione Veneto, e da questa restituito alla provincia per una rielaborazione in conformità alla nuova legge urbanistica regionale 23 aprile 2004, n.11), sia infine negli strumenti urbanistici dei comuni interessati, a cominciare da quello di Venezia.
In effetti, quando si volle, dopo l’entrata in vigore della legge 171/1973, introdurre limitate possibilità di eccezione al generalizzato divieto “di ulteriori opere di imbonimento”, si ricorse preventivamente, e doverosamente, a innovazioni legislative. Cosi nella legge 29 novembre 1984, n.798, si dispose (primo comma dell’articolo 16) che “al fine di provvedere alla discarica dei materiali di risulta delle demolizioni di opere edilizie effettuate nell’ambito dei centri storici di Venezia, Chioggia e della laguna, il Magistrato alle acque, di intesa con i comuni interessati, provvede a individuare le aree a ciò necessarie, Tali aree vanno individuate prioritariamente in relazione agli interventi di rimodellamento dei terreni necessari per le opere [di salvaguardia, restauro, risanamento, e altro, previste dalla stessa legge], ove queste non fossero sufficienti, o non fossero disponibili in tempi utili, è consentito derogare [al divieto di ulteriori imbonimenti], salvo il nulla osta delle autorità preposte alla tutela dell’ambiente”. Vale la pena, in proposito, di sottolineare che l’ipotesi di deroga è variamente circoscritta, a cominciare dal puntuale riferimento al tipo di materiale da sistemare, per cui nella fattispecie descritta non può di sicuro rientrare la progettata realizzazione di una nuova isola di 55 ettari con lo scarico di fanghi altamente inquinati. Analogamente, nella legge 8 novembre 1991, n.360, si dispose (articolo 4, comma 6) che “i siti destinati unicamente al recapito finale, ivi compreso il seppellimento, dei fanghi non tossici e nocivi estratti dai canali di Venezia, purché sia garantita la sicurezza ambientale secondo i criteri stabiliti dalle competenti autorità, potranno essere ubicati in qualunque area, ritenuta idonea dal Magistrato alle acque, anche all’interno del contermine lagunare, comprese isole, barene, terreni di gronda”. Pare che l’ingegnere Casarin abbia dichiarato (Il Gazzettino di Venezia) che il suo progetto “è rispettoso della legge 360/1991”: l’unica disposizione di tale legge che può presentare un’affinità con l’argomento della realizzazione di una nuova isola in laguna utilizzando i fanghi di escavo dai canali del porto, e dai canali portuali lagunari, è quella sopra riportata, la quale ammette il recapito di fanghi anche in isole, barene, terreni di gronda esistenti (seppure eventualmente alterandone la morfologia), e soprattutto stabilisce che essi debbano essere non tossici e nocivi (e non altamente inquinati come quelli che vuole sistemare Casarin) nonché estratti dai canali urbani della città storica di Venezia, e non dai canali di Porto Marghera, o da quelli di adduzione a tale area portuale-industriale.
L’ingegnere Casarin avrebbe anche dichiarato che il suo progetto “è conforme al protocollo d’intesa dell’aprile 2003 tra Stato, Regione, Provincia, Comuni di Venezia e Chioggia”, e che inoltre “ha avuto il 31 maggio scorso la Valutazione di impatto ambientale”. Ora, sempre che, come dichiaravo di temere all’inizio di questo scritto, non mi sia accorto dell’intervenire di qualche stravolgente mutamento dell’ordinamento giuridico-istituzionale italiano, a me risulta sempre che le disposizioni di legge possano essere variate soltanto dal Parlamento, secondo il procedimento costituzionalmente previsto, e non anche dai “protocolli di intesa”. E che la Valutazione di impatto ambientale (nella fattispecie, si presume confezionata dalla stessa Regione Veneto), da quando è stata introdotta in Italia, è stata spesso usata come un grimaldello per scassinare la pianificazione territoriale e urbanistica, ma, almeno, non anche come una legittima procedura per violare le disposizioni di legge.
Non resta quindi che attendere che le persone perbene (non necessariamente “ambientaliste”, ma semplicemente indisponibili a mettere in non cale il “principio di legalità”) che siedono nella Commissione per la salvaguardia di Venezia (e ve ne sono, per fortuna!) esigano dall’ingegnere Casarin, prima di qualsiasi presa in considerazione, sotto qualsivoglia profilo, del merito del suo progetto, l’esauriente dimostrazione, “al di là di ogni ragionevole dubbio”, della sua legittimità.
La vicenda, a ogni buon conto, comunque si sviluppi, dovrebbe fare intendere agli ingenui creduloni fattisi convincere dal possente armamentario mediatico del Consorzio Venezia Nuova delle virtù salvifiche, per la sopravvivenza e la tutela di Venezia e della sua laguna, del MOSE (penso innanzitutto a certi amabili comitati privati stranieri “per Venezia”, a cominciare da quelli britannici), che, viceversa, il medesimo MOSE costituisce, per sua natura, e anche a prescindere dai disastri ambientali e paesaggistici che produrrebbe la sua realizzazione (e da quelli che già ha irreversibilmente prodotto l’avvio delle relative opere), un formidabile paravento al riparo del quale tornerebbe a essere possibile ogni forsennata (ma lucrosa) manomissione della laguna. La realizzazione del MOSE, infatti, costituisce, in buona sostanza, null’altro che l’installazione di tre “rubinetti” agli altrettanti varchi che connettono il mare a una laguna concepita come un qualsiasi “catino”, nel quale sarebbe quindi indifferente scaricare ogni corpo estraneo (nuovi imbonimenti, marginamenti in pietrame di barene mai esistite e di canali naturali e non, vecchi e nuovi, e via massacrando), essendo sufficiente regolare via via i “rubinetti” per rispondere alle esigenze veramente essenziali: far sfilare nel bacino di San Marco le sempre più immense navi da crociera, impedire alle “acque alte” (di qualsiasi ampiezza) di bagnare i preziosi piedini dei 16 milioni di turisti annui, pendolari giornalieri (ma grandi consumatori, prevalentemente di schifezze, nei pubblici esercizi della città storica) e anche pernottanti nelle migliaia di nuovi posti-letto negli alberghi, e soprattutto dai falsi affittacamere, lasciati attivare dalle amministrazioni comunali degli ultimi lustri sottraendo il patrimonio edilizio alla residenza ordinaria, evitare che le medesime “acque alte” diano disturbo alle miriadi di negozi di merce “griffata” ovvero di “prodotti tipici veneziani” rigorosamente provenienti dal sud-est asiatico.
Sul progetto dell’ingegnere Casarin, nel frattempo, si è fatto avvertire l’assordante silenzio degli organi (di norma loquacissimi) delle istituzioni locali, e in particolare del Comune di Venezia, durato (per ora) quattro giorni dalla prima dettagliata informazione sul progetto fornita dai quotidiani locali.
Ma consoliamoci. Lo stesso giorno in cui i quotidiani locali illustravano (entrambi con meraviglia e qualche ironia) il progetto dell’ingegnere Casarin, i medesimi quotidiani davano notizia dell’ufficializzazione dell’ingresso nella Giunta comunale veneziana dei “Verdi”, con l’onorevole Luana Zanella nel ruolo di assessore alla cultura. Prosit.
Chiunque può usare o riprodurre l’articolo a condizione di citarne l’autore e la fonte ( “tratto da http://eddyburg.it”).
Il progetto di massima per la difesa dalle «acque alte»
(Capitolo XIV, 3)
La legge 16 aprile 1973, n. 171, come già si é accennato, attribuisce alla competenza dello Stato la «regolazione dei livelli marini in laguna, finalizzata a porre gli insediamenti urbani al riparo dalle acque alte», mediante «opere che rispettino i valori idrogeologici, ecologici ed ambientali ed in nessun caso possano rendere impossibile o compromettere il mantenimento dell'unità e continuità fisica della laguna». In adempimento a quanto previsto dalla stessa «legge speciale», il Consiglio dei ministri approva, il 27 marzo 1975, gli «indirizzi» per la formazione del piano comprensoriale relativo all'area veneziana, nei quali definisce altresì le linee secondo le quali dovrà muoversi la progettazione delle opere, di competenza dello Stato, per la regolazione dei livelli marini in laguna. Gli «indirizzi» stabiliscono infatti che «la conservazione dell'equilibrio idrogeologico della laguna e l'abbattimento delle acque alte nei centri storici, entro limiti tali da non turbare la funzionalità del sistema portuale e lo svolgimento delle attività quotidiane della popolazione, devono essere ottenute mediante un sistema di opere di regolazione fisso delle bocche che possa essere successivamente integrato da parti manovrabili, qualora si renda necessario, in relazione ai livelli di marea, addivenire alla chiusura totale delle bocche medesime».
Gli stessi «indirizzi» precisano che «nella definizione delle soluzioni tecniche va considerata l'influenza sul regime idrodinamico dell'apertura alla espansione delle maree delle valli da pesca... nonché delle aree già imbonite dalla cosiddetta terza zona industriale» che non siano destinate dal iano comprensoriale all'espansione delle strutture portuali commercia, e che «ulteriori interventi possono essere previsti per la accentuazione degli effetti riduttivi indotti dal restringimento fisso, quali:
- la riduzione delle resistenze alle maree della zona nord orientale della laguna;
- la riduzione a livello normale dei fondali, ora profondamente erosi dalle correnti, nel canale di S. Nicolò... nonché allo sbocco in laguna dei porti-canale di Malamocco e Chioggia;
- l'aumento, con opportuni accorgimenti, delle dissipazioni di energia del flusso di marea lungo il percorso entro i porti-canali».
Secondo le indicazioni degli «indirizzi» il Ministro dei lavori pubblici dev'essere autorizzato, e lo é formalmente con la legge 5 agosto 1975, n. 404, a bandire un appalto-concorso internazionale «per la esecuzione delle opere necessarie ai fini della conservazione dell'equilibrio idrogeologico della laguna di Venezia e dell'abbattimento delle acque alte nei centri storici».
Tale appalto-concorso viene indetto con Decreto ministeriale l'11 settembre 1975; il termine di presentazione dei progetti, già previsto al 31 luglio 1976, viene prorogato al 31 dicembre dello stesso anno. Vengono presentati sei progetti, ma, non essendo uno di essi dichiarato ammissibile dalla Commissione giudicatrice, nominata con DM 7 aprile 1977, soltanto cinque restano in gara. Dopo 13 riunioni collegiali, e numerose riunioni di gruppi di lavoro, la Commissione giudicatrice, il 31 marzo 1978, conclude che nessuno dei cinque progetti esaminati, pur ritenuti meritevoli di particolare considerazione, può essere dichiarato idoneo, e pertanto delibera la non aggiudicazione della gara, auspicando, peraltro, idonee iniziative al fine di acquisire la disponibilità dei progetti e di utilizzare specifici contributi di taluni di essi in un quadro progettuale globale del problema di Venezia e della sua laguna.
Il 5 febbraio del 1979 il Consiglio comunale di Venezia approva all'unanimità un documento da inviare al Ministero dei lavori pubblici, in cui, fatte proprie sia le conclusioni che i suggerimenti della Commissione giudicatrice, chiede la costituzione di «una Commissione da parte del Ministero... d'intesa con la Regione, con il Comprensorio, con i comuni di Venezia e di Chioggia» per la messa a punto di un «progetto operativo».
Nello stesso documento si afferma che «la soluzione che sarà elaborata dovrà presentare caratteristiche tecniche e costruttive che rispondano ai criteri di gradualità, di flessibilità, di reversibilità», che «la regolamentazione del rapporto mare-laguna deve ottenersi progressivamente, mediante interventi opportunamente articolati che consentano la difesa dei centri storici dalle acque alte in misura sempre più incisiva con il procedere degli interventi, per i quali si potranno utilizzare con certezza i risultati tecnici, specie per gli aspetti idraulici, ricavati dalle fasi realizzate a partire dalle bocche di S. Nicolò di Lido e di Chioggia» e che «comunque, anche se si riterrà di procrastinare l'attuazione, i programmi tecnici degli interventi dovranno prevedere la possibilità di raggiungere nel tempo la difesa dalle acque alte eccezionali con efficaci sistemi».
II 22 dicembre 1979 un nuovo evento di «acqua alta» eccezionale riproduce largamente i danni e i drammi dell'inondazione del '66. Pochi giorni dopo, il 14 gennaio 1980, il Consiglio comunale, all'unanimità, vota un ordine del giorno in cui, preso atto dell'emanazione, avvenuta tre .orni prima, di un Decreto legge del Governo con cui il Ministero dei avori pubblici era stato autorizzato ad acquistare i progetti presentati all'appalto-concorso ed a conferire incarichi professionali «ai fini della soluzione tecnica da adottare per una idonea riduzione dell'acqua alta nei centri storici e per la progettazione esecutiva degli interventi», chiede «che il Parlamento converta in legge il... decreto..., che la progettazione sia completata sollecitamente e che vengano individuate procedure eccezionali anche per l'espletamento dell'appalto».
Ribaditi i contenuti dell'ordine del giorno del 5 febbraio 1979 il documento sottolinea l'esigenza di un «riassetto complessivo della laguna», nell'ambito del quale afferma essere necessario provvedere a:
«- la protezione dei litorali, mediante tutti gli interventi atti a ri3pascerli;
- la protezione verso laguna delle rive dell'estuario e delle isole; - il controllo costante e interventi conseguenti sui fondali della laguna al fine di provvedere all'adeguamento degli stessi ed alle esigenze di difesa della città e del suo estuario;
- l'adeguamento costante dei fondali alla profondità strettamente necessaria alle esigenze della navigazione»;
nonché predisporre «le iniziative per realizzare il massimo recupero delle aree e zone da destinare alla libera espansione della marea».
Il 22/23 dicembre 1980 il Consiglio comunale di Venezia approva (con il voto favorevole di PCI, PSI, PRI, PSDI, PLI, contrario della Dc e di astensione del MSI) un ordine del giorno in cui, ribadita la necessi
tà «di procedere alla regolamentazione del rapporto mare-laguna», sottolinea «l'assoluta necessità di perseguire un disegno volto ad invertire il processo di degrado in atto nell'ecosistema lagunare», ed in particolare si sofferma sugli «interventi... per la protezione ed il ripascimento dei litorali», sul. «ripristino e mantenimento dei fondali», sui provvedimenti atti ad «arrestare l'erosione dell'invaso, assicurare la vivificazione di tutti gli spazi lagunari, tutelare i tessuti barenosi», sulle «opere necessarie per il recupero di aree e zone da destinare alla libera espansione delle maree, ivi comprese Valle Brenta, le aree imbonite della terza zona (ad eccezione della cassa di colmata A...)» e le «valli da pesca», sulla accelerazione della «prevista conversione del sistema di approvigionamento petrolifero che dovrà avvenire attraverso oleodotti». Quanto agli interventi di «regolazione delle tre bocche di porto» tale documento afferma che essi «dovranno essere sperimentali, graduali, reversibili, flessibili», che dovranno' «conservare e garantire l'intangibilità dell'unità fisica ed ecologica della laguna», che dovranno «avere inizio partendo dalla bocca del Lido», ed «evitare realizzazioni che possano, anche in via transitoria, aggravare la situazione idrodinamica della laguna».
Nel frattempo il Parlamento ha convertito in legge, il 10 marzo 1980, il Decreto prima citato, ed il Ministro dei lavori pubblici provvede all'acquisto dei progetti presentati all'appalto-concorso nonché, l'11 1 giugno 1980, alla stipula di una convenzione con un gruppo di eminenti tecnici, il professor Augusto Ghetti, il professor Enrico Marchi, il professor Pietro Matildi, il professor Roberto Passino ed il professor Giannatonio Pezzoli, ai quali si aggiungono, a seguito di una ulteriore convenzione stipulata 1' l agosto dello stesso anno, il professor Jan Agema ed il dottor Roberto Frassetto.
I citati professionisti consegnano ufficialmente l'elaborato da loro prodotto, recante il titolo «Studio di fattibilità e progetto di massima» per la «Difesa della laguna di Venezia dalle acque alte», il 26 giugno 1981, al Ministro dei lavori pubblici.
Tale «Studio di fattibilità e progetto di massima» prevede, in estrema sintesi, la realizzazione di una serie di almeno due sbarramenti fissi trasversali (costituiti da dighe «a gettata», o «a scogliera») in ciascuna delle tre «bocche di porto» (di Lido, di Malamocco e di Chioggia), i più interni dei quali dotati di barriere mobili e sommergibili (realizzate con paratoie del tipo a ventola galleggiante diritta oscillante), capaci di attuare la chiusura totale dei varchi di comunicazione tra mare e laguna nei casi di marea superiore a 1/1,10 metri sul livello medio del mare [1].
Il Ministro dei Lavori pubblici, ricevuto lo «Studio di fattibilità e progetto di massima», provvede ad inoltrarlo, oltre che alla Commissione per la salvaguardia di Venezia ed al Consiglio superiore dei lavori pubblici, anche al Comune di Venezia, intendendo acquisire il parere in merito dagli enti locali interessati.
La Commissione per la salvaguardia di Venezia esamina l'elaborato nelle sue sedute del 23 settembre 1981 e del 13 gennaio 1982, e nella seconda occasione esprime un parere di massima favorevole.
Il Comune di Venezia, d'intesa con la Provincia di Venezia ed il Comprensorio dei comuni della laguna e dell'entroterra di Venezia, promuove l'esposizione al pubblico degli elementi essenziali dello «Studio di fattibilità e progetto di massima», dapprima, a partire dal 24 ottobre 1981, nell'Ala napoleonica di Piazza S. Marco, poi nella chiesa sconsacrata di S. Leonardo in Cannaregio, quindi nell'isola di Pellestrina. Provvede inoltre alla pubblicazione, in gran numero di copie, di un volume riproducente i testi e gli elaborati grafici esposti ed all'organizzazione di pubblici dibattiti.
Almeno trentamila persone visitano l'esposizione, e buona é la presenza e la partecipazione ai dibattiti promossi dal Comune, e ad atri, organizzati da associazioni di categoria e culturali e da partiti politici.
Pervengono al Comune di Venezia ben tredici pareri organici e motivati [2], e molte altre osservazioni e valutazioni.
Il dibattito nel Consiglio comunale di Venezia, apertosi l'8 febbraio 1982, con un'introduzione del sindaco Mario Rigo, ed un'ampia relazione del vice sindaco Gianni Pellicani, si conclude il 22/23 febbraio 1982 con il voto unanime di un documento in cui il «progetto di massima» é giudicato rispettare gli indirizzi dello stesso Comune e della «legge speciale», ma «limitatamente agli interventi volti a porre al riparo gli insediamenti urbani lagunari dalle acque alte».
E ciò in quanto il «progetto di massima»:
«- comprova la possibilità tecnico-gestionale di interventi che pongano al riparo i centri urbani dagli allagamenti nella piena ottemperanza del vincolo dell'unità fisica ed ecologica della laguna;
- assicura la contenuta influenza derivante dalla riduzione dei flussi tra mare e laguna sull'inquinamento delle acque lagunari, purché siano attuati i previsti programmi di disinquinamento;
- delinea soluzioni che possono esercitare un'influenza trascurabile sulla piena efficenza dell'essenziale ed irrinunciabile funzione portuale della laguna, anche nella prospettiva del rilevante aumento dei traffici previsto e voluto dalle scelte degli enti locali e dal progetto di piano comprensoriale».
Ribadendo peraltro come «l'abbattimento delle acque alte non possa che essere parte di un più generale intervento di riequilibrio idrogeologico della laguna, di recupero degli equilibri tra le diverse componenti dell'ecosistema, di arresto ed inversione del processo di degrado del bacino lagunare», il Consiglio comunale di Venezia invita, conseguentemente, «il Governo a definire, d'intesa con gli enti locali, un piano-programma organico... volto alle predette finalità e capace altresì di realizzare l'attenuazione dei livelli delle maree».
In tale prospettiva, tra l'altro, reputa:
«- irrinunciabile l'integrale attuazione del previsto piano di disinquinamento della laguna, prima del completamento delle progettate opere di regolazione del rapporto mare-laguna...;
- prioritaria la sollecita realizzazione, anche con la risistemazione degii assetti dei moli foranei, di tutti gli interventi necessari per la tutela, l ripristino ed il ripascimento dei litorali, la protezione verso laguna delle rive dell'estuario e delle isole, il contenimento dei fenomeni di erosione specialmene nel bacino di Malamocco, il controllo dei fondali ed il loro mantenimento costante alle quote da un lato necessarie alle esigenze della navigazione, dall'altro coerenti con le finalità di difesa della laguna, delle isole e dell'estuario;
- improrogabile la progettazione e la successiva immediata attuazione...; di tutte le opere necessarie per il recupero alla libera espansione delle maree di aree e zone ad essa sottratte...
- indilazionabile la già prevista conversione del sistema di approvigionamento petrolifero dell'area...».
Nel frattempo, il 14 dicembre 1981, il Consiglio comunale di Chioggia ha approvato (con il voto favorevole di DC, PSI, PSDI, e l'astensione del PCI) un documento in cui si afferma essere «impossibile esprimere... un parere positivo... senza precise indicazioni» in merito al «rispetto del sistema di trasporto e deposito dei detriti sabbiosi sul litorale», ali'«attuazione delle politiche di disinquinamento del bacino lagunare», alla «difesa dell'accessibilità alle bocche di porto», alla «verifica della possibilità di un intervento finalizzato alla difesa dei centri di Chioggia e Sottomarina dalle acque alte normali».
Il Consiglio superiore dei lavori pubblici, nella sua adunanza del 27 maggio 1982, giudica il progetto di massima «meritevole di approvazione», ma esprimendo una notevole quantità di osservazioni critiche, e comunque sottolineando la necessità di svolgere ulteriori ricerche prima di passare ad una fase realizzativa.
Intanto da piú parti, ed anche dal Consiglio comunale di Venezia (con l'ordine del 11 orno, già richiamato, del 22/23 febbraio 1982), si é auspicato, al fine di ottenere una celere realizzazione degli interventi in laguna, che si proceda all'esecuzione delle opere attraverso l'istituto della «concessione». In tale prospettiva si costituisce un consorzio di imprese denominato «Venezia nuova» [3]. Il 18 dicembre 1982 viene stipulata tra il Magistrato alle acque di Venezia, per conto del Ministero dei lavori pubblici, e tale consorzio, una concessione, a seguito della quale il consorzio avrebbe dovuto provvedere ad attuare parte degli studi, delle ricerche, delle sperimentazioni richieste dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, nonché a realizzare il tratto centrale dello sbarramento fisso alla bocca di porto di Lido. Il 15 luglio 1983 la Corte dei conti nega il visto di esecutività al decreto di approvazione della concessione, eccependo, sostanzialmente, che, ai sensi elle leggi vigenti, «le concessioni di sola costruzione possono essere affidate a trattativa privata... soltanto quando ciò sia espressamente consentito da una norma speciale», mentre ordinariamente é previsto che «l'affidamento avvenga previo esperimento di una qualche forma di gara», e che «la concessione considerata non contempla l'esercizio delle opere da realizzare» e pertanto «é da ritenersi di sola costruzione». La vicenda, che viene conosciuta soltanto a seguito dell'intervento della Corte dei conti, e grazie ad esso, suscita nuove polemiche. In particolare, l'onorevole Bruno Visentini, presidente nazionale del PRI, scrive: «a dieci anni dalla legge speciale di Venezia, i problemi della tutela fisica della città storica... sono rimasti non risolti. Si parla ora di affidare in concessione ad un consorzio di imprese... il compito di realizzare quanto é necessario: iniziando, a quanto pare, da un incarico per ulteriori studi e progetti... e continuando con l'incarico per la realizzazione delle opere... Ma se si procedesse in questo modo si incorrerebbe in alcuni fondamentali errori di metodo e in alcune inammissibili elusioni di competenze decisionali.
L'incarico non può avere per oggetto le scelte sull'avvenire della laguna... Tali scelte spettano all'organo politico... Sembra infine che gli ulteriori studi da effettuare, le ricerche da svolgere e le sperimentazioni da compiere... nonché i controlli tecnico-scientifici sugli interventi... non possano essere affidati al medesimo concessionario della realizzazione degli interventi, ma debbano essere attribuiti a soggetto diverso, che abbia grande autorità e sia capace di porsi in aperta dialettica con il concessionario».
Le polemiche rimbalzano in seno alla IX Commissione della Camera dei deputati, che ha all'esame alcune proposte di risoluzione su Venezia, presentate dalla DC, dal PCI e dal PRI. Alla fine, il 27 ottobre 1983, la Commissione vota all'unanimità una risoluzione che, seppur elusiva circa il nodo dell'affidamento degli studi, delle sperimentazioni, e della realizzazione delle opere, impegna il Governo da un lato «a presentare entro tre mesi un rapporto globale sullo stato degli interventi per la salvaguardia di Venezia» e dall'altro «a definire, sentiti gli enti locali interessati, un programma unitario e globale degli interventi».
Il Ministero dei lavori pubblici, Franco Nicolazzi, non se ne dà per inteso, e men che mai si preoccupa delle critiche rivolte al tentato uso dell'istituto della «concessione». Il 24 febbraio 1984, infatti, viene stipulata, tra il Magistrato alle acque di Venezia ed il consorzio «Venezia nuova», una seconda convenzione, aggiustata in maniera da superare le obiezioni formali mosse dalla Corte dei conti alla precedente, ma non dissimile da questa nei contenuti, ed ancor meno nella «filosofia»; questa volta il relativo decreto é registrato, in data 10 marzo 1984.
Ma, come si vedrà, le polemiche sui temi sollevati, e sulle loro implicazioni, non sono destinate a sopirsi, ed animeranno il dibattito sul nuovo provvedimento legislativo speciale per l'area veneziana, in gestazione presso il Parlamento".
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A pochi anni dalla loro entrata in vigore, la «legge speciale» 171/1973 ed il relativo DPR 791/1973 (concernente il risanamento conservativo dei centri storici lagunari), mostrano già i loro limiti, le loro carenze, l'arretratezza culturale della loro ispirazione. Certamente assai scarsa ne é stata l'incidenza sulla promozione del tessuto edilizio storico, e pressoché nulla in relazione all'obiettivo - pur generalmente ritenuto il più qualificante culturalmente e politicamente - di «governare» un quantitativamente rilevante recupero del patrimonio abitativo, garantendone la positività degli esiti sia «formali» che «sociali».
[…]
Il 27 dicembre 1983, approvando la legge finanziaria per il 1984, il Parlamento stanzia 200 miliardi per «nuovi interventi per la salvaguardia di Venezia», con l'impegno che altri due stanziamenti di pari entità siano successivamente disposti dalle leggi finanziarie per il 1985 ed il 1986.
Gli ultimi giorni di gennaio del 1984 i rappresentanti dei gruppi consiliari del Comune di Venezia consegnano al Ministro dei lavori pubblici una bozza, unitariamente sottoscritta, di «pre-articolato» di legge contenente proposte in ordine agli interventi da effettuare, nonché alle procedure realizzative degli interventi implicanti più dirette competenze comunali.
Il 6 febbraio 1984 il gruppo repubblicano della Camera presenta un proprio disegno di legge, non sostanzialmente difforme dall'elaborato comunale, ed in più, e particolarmente, volto a specificare gli obiettivi ed a fissare le procedure di realizzazione degli interventi di competenza dello Stato, cioè essenzialmente di quelli di sistemazione idrogeologica del bacino lagunare.
Il 14 giugno 1984 il Ministro dei lavori pubblici sottopone al governo una propria bozza di disegno di legge, che non e approvata perché dichiarata non condivisibile dei ministri repubblicani, la cui posizione viene appoggiata da quelli liberali.
Il 5 luglio 1984 la DC, il PSI ed il PSDI presentano congiuntamente alla Camera, di propria iniziativa, il testo elaborato dal Ministro dei lavori pubblici.
Il 20 luglio 1984 il PCI avanza una propria proposta che, quanto agli interventi in laguna, ricalca quella repubblicana, mentre si rifà piuttosto al testo ministeriale per gli altri aspetti.
Nel frattempo il Consiglio comunale di Venezia vota vari altri documenti, talora unitariamente, talaltra no, variamente stigmatizzando i ritardi di governo e Parlamento, nonché esprimendo critiche anche di merito all'elaborato ministeriale, ma senza misurarsi direttamente con la vera ragione dell'«impasse» protrattasi, e ciò grazie all'orientamento assunto (correttissimo sotto il profilo formale, ma anche certamente funzionale ad evitare l'esplodere di contraddizioni interne alla stessa maggioranza, PCI - PSI - PRI, che governa la città) di non esprimere, perché Consiglio comunale, giudizi circa i modi in cui la nuova legge debba regolare i processi decisionali e gestionali di opere, quali quelle in laguna, di competenza dello Stato.
Mentre, per converso, proprio su tali ultimi contenuti del nuovo provvedimento legislativo (o, il che e lo stesso, sul dovere o no il nuovo provvedimento avere anche tali contenuti) si verificano le più forti divaricazioni.
Il moltiplicarsi dei disegni di legge, infatti, così come l'incapacità del governo di definirne uno proprio, non sono frutto di «bizantinismi», o di scaramucce «di schieramenti». Si tratta, al contrario, di un dislocarsi delle forze politiche - certamente piuttosto anomalo rispetto agli schemi consueti - con esclusivo riferimento ad alcuni nodali «contenuti», di merito e di metodo.
I disegni di legge presentati, infatti, non contengono differenziazioni sostanziali in ordine alla tematica del risanamento conservativo dei centri storici lagunari, o a quella del «disinquinamento» idrico, ed anche sui previsti stanziamenti a favore delle attività produttive dell'area veneziana i contrasti, pur esistenti, paiono in qualche modo componibile. Ma quanto agli obiettivi degli interventi sulla laguna, e quindi alla regolamentazione delle modalità della loro effettuazione, sono palesemente coerenti gli uni con l'una, gli altri con l'altra delle due «logiche» che in materia da qualche tempo si confrontano e si scontrano 38.
La prima «logica» concepisce la laguna veneziana come un comune bacino d'acqua regolato da leggi essenzialmente «meccaniche», e rivolge il proprio esclusivo interesse all'eliminazione del fenomeno delle periodiche inondazioni dei centri abitati lagunari - le famose «acque alte» - attraverso interventi «ingegneristici» sui varchi di comunicazione tra mare e laguna: in buona sostanza, mediante l'installazione in tali varchi di apparati mobili di regolazione dei flussi mareali.
La seconda «logica» intende invece la laguna come un delicato ecosistema complesso, regolato da leggi che, con qualche forzatura, sono piuttosto apparentabil i alla «cibernetica», e rivolge i propri interessi alla conservazione ed al ripristino globale delle sue essenziali caratteristiche di zona di transizione tra mare e terraferma attraverso un complesso coordinato di interventi diffusi, capaci, tra l'altro, di attenuare i livelli di marea e quindi di porre al riparo gli insediamenti urbani delle «acque alte» medio-basse e più frequenti, riducendo la funzione degli sbarramenti manovrabili da realizzare ai varchi tra mare e laguna a quella di intercettare le maree di eccezionale livello e frequenza.
A questa seconda «logica» si vogliono richiamare il PRI, il PCI ed il PLI, ed é forse opportuno rammentare come questa sia la logica che si evince dalla precedente «legge speciale per Venezia», del 1973, che presiede agli «indirizzi» per la pianificazione del comprensorio veneziano dettati dal governo nel 1975, che e compiutamente sviluppata ed espressa nel progetto di piano comprensoriale votato nel 1980, nelle osservazioni - integrazioni a tale progetto avanzate dal Comune di Venezia nel 1982, in svariati documenti votati, talvolta all'unanimità, dallo stesso Comune negli ultimi anni.
Perciò i disegni di legge del PRI e del PCI, oltre ad enunciare compiutamente ed articolatamente gli obiettivi del complesso degli interventi da effettuarsi in laguna, prevedono la definizione di un «piano unita rio e globale» (da adottarsi dal governo, ed approvarsi dal Parlamento) di tali interventi (nonché dei necessari studi, ricerche e sperimentazioni), in cui, con particolare sottolineatura, si richiede siano evidenziate le correlazioni tra gli interventi previsti e venga definito l'ordine logico e cronologico della loro attuazione, che si prevede vincolante rispetto ad ogni finanziamento pubblico per interventi del tipo considerato, con l'eccezione di talune categorie di opere, di natura, per così dire, meramente «conservativa» o «manutentiva», e/o di riconosciuto carattere urgente.
Alla prima delle due «logiche» dianzi sommariamente esposte pare invece vogliano rifarsi il Ministro dei lavori pubblici e, appresso a lui, la DC, il PSI ed il PSDI. Lo si evince dal modo, generico e riduttivo, in cui nell'elaborato del primo, fatto proprio dai secondi, sono enunciati gli obiettivi degli interventi sulla laguna, e dall'assenza, nel medesimo elaborato, di ogni e qualsiasi previsione di inquadramento programmatorio degli interventi stessi.
I disegni del PRI e del PCI contemplano entrambi, inoltre, che per l'effettuazione del complesso degli interventi sulla laguna sia utilizzato l'istituto della «concessione» della realizzazione delle opere, ma al contempo prevedono:
- che se ne fondi normativamente la possibilità, definendone i lineamenti essenziali;
- che l'affidamento in «concessione» della realizzazione delle opere si riferisca e si conformi al piano unitario e globale degli interventi; - che vi siano fasi e momenti di verifica, controllo, eventuale adeguamento progettuale degli interventi «concessi», da parte dei pubblici poteri;
- che, infine, gli studi, le ricerche, le sperimentazioni (salvo quelle strettamente correlative agli aspetti esecutivi delle singole opere), nonché i controlli tecnico-scientifici, siano affidati a soggetti diversi dall'esecutore - «concessionario» delle opere, dotati di mezzi, strumenti ed autorità tali da potere esercitare pienamente ed efficacemente il proprio ruolo, anche ponendosi in aperta dialettica con il «concessionario».
L'elaborato del Ministro dei lavori pubblici, fatto proprio da DC, PSI e PSDI, tace affatto su tutto questo complesso di tematiche. Ma é ben noto essere convinzione e volontà del Ministro dei lavori pubblici di «concedere» allo stesso raggruppamento di imprese private, il consorzio «Venezia nuova», sia la realizzazione di tutti gli interventi (nell'ottica riduttiva di cui si é detto) che l'effettuazione dei relativi studi, ricerche, sperimentazioni, controlli tecnico-scientifici. In buona sostanza, di «concedere» al medesimo soggetto l'attuazione di opere, ed anche di giudicarne, a monte ed a valle, la validità.
Il 3 ottobre 1984 la IX Commissione della Camera dei deputati, dopo vivaci alterchi e concitate mediazioni, giunge ad approvare all'unanimità, in sede legislativa, un testo che, approvato anche dalla competente Commissione del Senato, sempre in sede legislativa, diviene la legge 29 novembre 1984 n. 798.
Quanto agli obiettivi degli interventi sulla laguna, la nuova legge stabilisce che questi ultimi devono essere «volti al riequilibrio della laguna, all'arresto ed all'inversione del processo di degrado del bacino lagunare ed all'eliminazione delle cause che lo hanno provocato, all'attenuazione dei livelli delle maree in laguna, alla difesa con interventi localizzati delle insulae dei centri storici, ed a porre al riparo gli insediamenti urbani lagunari dalle acque alte eccezionali, anche mediante interventi alle bocche di porto con sbarramenti manovrabili per la regolamentazione delle maree».
È quindi pienamente assunta, e puntualmente descritta, la «logica» che era stata espressa nei disegni di legge del PRI e del PCI, e sostenuta anche dal PLI.
In ordine alle modalità di realizzazione degli interventi si prevede la costituzione di uno speciale Comitato, composto dal Presidente del consiglio, dai ministri interessati e dai rappresentanti degli enti locali, cui «é demandato l'indirizzo, il coordinamento, ed il controllo», ma che non é espressamente sancito debba, per assolvere i suoi compiti, preliminarmente definire quel «piano unitario e globale degli interventi» che era indicato nei disegni di legge del PRI e del PCI, ed era stato ripetutamente richiesto. La previsione del predetto Comitato, ed i compiti, generali e specifici, che gli sono affidati, sono quindi soltanto la premessa logica ed istituzionale dalla quale partire per ottenere la formazione di tale «piano unitario e globale».
Per il resto viene normativamente fondata la possibilità di affidare la realizzazione degli interventi «in concessione», ma non si definiscono i lineamenti di quest'ultima, limitandosi a prevedere che il Comitato di cui s'e detto si pronunci sulle connesse convenzioni, si demanda ad un decreto del Ministro dei lavori pubblici la precisazione (seppure «sulla base delle convenzioni» decise dal Comitato) «delle modalita e delle forme di controllo sull'attuazione delle opere affidate in concessione», ed infine, e soprattutto, non solamente non si precisa che gli studi, le ricerche, le sperimentazioni debbono essere affidate a soggetti diversi dall'esecutore «concessionario» delle opere, ma si fa esplicita menzione della concessione «in forma unitaria» sia degli interventi che degli studi e delle progettazioni.
[…]
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Attualizziamo al 2003
Postilla di E. Salzano
Lo scontro di oggi, che vede opporsi i sostenitori del MoSE ai suoi avversari, trova le sue radici – come Luigi Scano ci ricorda in queste pagine datate 1985 – in anni molto lontani. Esse sono indubbiamente in quelle due “logiche” alle quali Scano si riferisce: quella che “concepisce la laguna veneziana come un comune bacino d'acqua regolato da leggi essenzialmente «meccaniche”, e quella che “intende invece la laguna come un delicato ecosistema complesso, regolato da leggi che, con qualche forzatura, sono piuttosto apparentabili alla cibernetica, e rivolge i propri interessi alla conservazione ed al ripristino globale delle sue essenziali caratteristiche di zona di transizione tra mare e terraferma attraverso un complesso coordinato di interventi diffusi”.
Se le concezioni che si confrontano sono le stesse, esistono comunque due differenze consistenti.
1) Allora, la posizione “meccanicista” era sostenuta, tra le forze locali, quasi esclusivamente dalla componente craxiana del PSI, autorevolmente rappresentata da Gianni De Michelis e da componenti minoritarie della DC, mentre a livello nazionale era appoggiata anche dalla potente pattuglia dei socialdemocratici del PSDI. Oltre che, naturalmente, dalle lobby legate all’edilizia e all’ingegneria pesante. Oggi quella medesima concezione è sostenuta dalla destra al potere a Roma e da una parte consistente del centrosinistra veneziano, a partire dal suo massimo esponente e sindaco della città.
2) Allora, anche per la presenza nello schieramento locale di personalita’ di rilievo a livello nazionale (come Bruno Visentini e Gianni Pellicani), la posizione “sistemica” godeva di un appoggio più largo rispetto a oggi dell’opinione pubblica nazionale, e in particolare nei settori legati all’ambientalismo e alla tutela dei beni culturali.
Ha indubbiamente inciso, nel provocare l’indebolimento del fronte antagonista alla “logica MoSE”, sia il profondo mutamento del quadro politico e culturale generale (Berlusconi non rappresenta solo se stesso, né solo l’ideologia della destra), sia l’immane potere di condizionamento dell’informazione dispiegato da quella vera e propria macchina di guerra che è il Consorzio Venezia Nuova, praticamente monopolista dell’informazione con i mezzi forniti dal contribuente. E per conquistare consenso ad una soluzione di un problema complesso come quello dell’equilibrio dellaLaguna, il monopolio dell’informazione è l’arma vincente.
* Nello scansire ed editare il testo ho corretto alcuni errori di battitura (e forse ne ho aggiunti altri) e ho eliminato alcune note di richiamo ad altre parti del volume (es)
[1]Per una più ampia esposizione degli elementi essenziali dello «Studio di fattibilità e progetto di massima», nonché -delle vicende connesse, si veda: Comune di Venezia, La salvaguardia fisica della laguna, a cura di Luigi Scano, Francesco Gostoli e Caterina Barovier, Marsilio Editori, Venezia, 1983.
[2] Da: Associazione fra le case di spedizione, spedizionieri e agenti marittimi della Provincia di Venezia; Provveditorato al porto di Venezia; Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura; Azienda autonoma di soggiorno e turismo; Associazione degli industriali della provincia di Venezia ed Ente zona industriale di Porto Marghera; Associazione per la tutela del patrimonio naturale, storico, artistico, dell'estuario della laguna di Venezia «Estuario Nostro»; Associazione civica «Venezia Serenissima»; «Italia Nostra»; Unione commercianti ed esercenti della provincia di Venezia; Associazione Artigiani della provincia di Venezia, Associazione veneziana albergatori; Consigli di Quartiere di Dorsoduro, San Polo, Santa Croce, Giudecca e Pellestrina; Collegio degli ingegneri della provincia di Venezia; Unione veneziana del Partito Repubblicano Italiano; C.I.S.L.; Federazione dei portuali (F.I.L.P.).
[3] Del quale, salvo errori od omissioni, entrano a far parte (le cifre fra parantesi indicano la percentuale di partecipazione): Condotte d'acqua (2,0%); Impresit (20%); Fincosit (20%); Sacug (15%); Lodigiani (5%); Consorzio S. Marco-Furlanis, Grassetto, CIR, Maltauro, Cosma, Vittadello, Sacaim, Codelfa, CCC (15%); Consorzio Rialto-Foccardi, Scuttari, Boscolo, Busetto, Ferrari, Coop. San Martino, Rossi (5%).
Il testo integrale dei capitoli del libro di L. Scano:
Il progetto di massima per la difesa dalle acque alte.pdf
La nuovissima legge speciale.pdf
Luciano Muhlbauer, Sicurezza, quando gli argini cedono, il manifesto, 20 giugno 2007
La sicurezza non è né di destra, né di sinistra, tuona sempre più ossessivo il ritornello. E così il tema forte delle destre italiane ed europee trova adepti anche dalle parti del centrosinistra. Quanto la questione sia seria lo dimostrano la rapida diffusione di quei Patti per la Sicurezza tra Ministero degli Interni e grandi Comuni, nati sull'onda delle campagne demagogiche di lady Moratti, oppure la velocità con la quale il sindaco diessino di Roma ha anticipato le destre, imitando lo squallido gioco della caccia allo zingaro, tanto in voga nella pianura padana.
Un osservatore indipendente potrebbe cogliere un paradosso in tutto questo. Cioè, mentre tutti i numeri confermano che non vi è nessuna esplosione di reati, mezzo mondo grida invece all'emergenza criminalità, specie se micro. Ma qui non stiamo parlando di scienza o di filosofia, bensì di politica e, da questo punto di vista, il paradosso è forse meno incomprensibile.
Viviamo in società urbane profondamente segnate da decenni di privatizzazioni, di deregolamentazioni e di riduzione del welfare e delle tutele pubbliche. Sono saltati sistemi relazionali e identità collettive, le disuguaglianze sociali sono aumentate e la cosiddetta globalizzazione ha spostato i luoghi decisionali in posti inafferrabili e inaccessibili. Oggi, un abitante di una città come Milano vive una solitudine tremenda e le istituzioni e la politica appaiono sempre più ininfluenti rispetto alle sue condizioni di vita.
Tutto questo le destre l'hanno compreso benissimo e a questo cittadino moderno, esposto a precarietà e incertezze di ogni genere, offrono una risposta semplice ed efficace: il tuo nemico è quello della porta accanto, soprattutto se diverso da te. E così, chi non riesce ad accedere alla casa popolare se la prende con il marocchino a cui è stato assegnato un alloggio e non con quella politica che ha deciso di non costruirne più, la vecchietta costretta a lunghe file nell'Asl si arrabbia con il senegalese davanti a lei e non con quei governi regionali che pensano soltanto alla sanità privata e il residente del quartiere popolare attribuisce la responsabilità di ogni degrado al rom di turno e non ai lunghi anni di abbandono delle amministrazioni comunali.
Insomma, una moderna guerra tra poveri, innescata da una campagna securitaria che fornisce nemici abbordabili e identificabili e che si sintonizza con le paure e le ansie dei singoli. In Lombardia, dove il fenomeno è più esplicito, proprio in questi giorni stanno cedendo pericolosamente gli argini della politica. Prima il Presidente della Provincia di Milano, il diessino Penati, inizia a parlare come un leghista e, poi, nel Consiglio comunale milanese un'inedita e indecente alleanza tra destre, Ulivo e Verdi approva una mozione che invoca sgomberi e «numero chiuso» per i rom.
Beninteso, la battaglia contro il securitarismo non si vincerà mai semplicemente resistendogli, ma, in ultima analisi, soltanto ricostruendo una politica alternativa che intervenga con decisione sulla nuova questione sociale, ricostruendo dunque consenso, rappresentanza e credibilità. Tuttavia, questa considerazione non può diventare un alibi per guardare nel frattempo dall'altra parte, cercando di eludere il problema, o peggio ancora per rincorrere le destre sul loro terreno.
È certamente scomodo e difficile stare fuori dal coro che tenta di farsi senso comune, ma qui non si tratta semplicemente di qualche videocamera di sorveglianza o qualche poliziotto in più. No, si tratta della battaglia per l'egemonia culturale, di cui il securitarismo è componente fondamentale, che le destre agitano in tutto l'occidente. Ecco perché gli argini non possono cedere, almeno a sinistra del Partito democratico.
* Consigliere Regionale Prc della Lombardia
Manuela Cartosio, Il nomade PD punta a destra, il manifesto, 20 giugno 2007
A Milano e in Lombardia l'Unione non esiste più. Si sta rapidamente sciogliendo per l'effetto combinato di due fattori: da una parte, le dimensioni inattese di un'attesa sconfitta alle elezioni amministrative; dall'altra, la gestazione del Pd. Fregandosene altamente del forte astensionismo di sinistra, l'Ulivo ha interpretato il responso delle urne esclusivamente come una domanda di destra. Per soddisfarla si è messo a parlare e ad agire come la destra su due terreni caldi: la sicurezza (zingari fuori dalla balle) e il federalismo fiscale (i soldi dei lombardi devono restare in Lombardia). Risultato: al Comune di Milano e in Regione, dove il centro sinistra è all'opposizione, l'Unione vota in ordine sparso su campi rom e federalismo fiscale. Alla Provincia di Milano, governata dal centro sinistra, la linea antirom imboccata dal presidente Penati (Ds) mette nell'angolo Rifondazione che, costretta a mandar giù l'amaro boccone, chiede una «verifica politica».
Il fatto simbolicamente più eclatante, per ora, è avvenuto lunedì a Palazzo Marino. La consigliera diessina Carmela Rozza ha presentato una mozione che chiede lo sgombero «immediato» dei campi nomadi abusivi e sollecita il «numero chiuso» per i rom. Mozione bipartisan approvata dal centro destra e dall'Ulivo. Solo Rifondazione, Pdci, Milly Moratti (Lista Ferrante) e Basilio Rizzo (Lista Fo) non l'hanno votata. Non è chiaro cosa s'intenda per «numero chiuso» e con quale «criterio» vada calcolato. Basta dire che «Veltroni a Roma l'ha già adottato» e il gioco è fatto. Gira una cifra: al massimo 2.500, contro i 6 mila rom «censiti» all'ingrosso a Milano. Tutta gente che il centro destra, che governa la città da 15 anni, avrebbe già volentieri cacciato, senza aspettare la mozione di una diessina. Non lo può fare: gli sgomberi non risolvono il problema, lo spostano. La mozione ulivista, quindi, è puro marketing politico, esibizione di muscoli per dimostare che il centro sinistra non è buonista. Ma l'originale è più convicente della copia, vecchia massima puntualmente confermata lunedì nell'aula di Palazzo Marino. Gli abitanti di Chiaravalle, angustiati da cinque campi rom, venuti a sostenere la consigliera Rozza (ex sindacalista del Sunia) hanno riservato gli appluasi più caldi alla Lega e ad An. Un vero capolavoro, commenta Vladimiro Merlin (Prc), «il tentativo maldestro di far concorrenza alla destra sul suo terreno è finito in un autogol». Beffa finale: la mozione Rozza è passata con gli emendamenti peggiorativi della destra.
Il (futuro) Pd a Palazzo Marino si è messo nel solco tracciato da Filippo Penati. Il presidente della Provincia la settimana scorsa ha chiesto al governo «di Roma» di ripristinare il visto d'ingresso per romeni e bulgari (poi i bulgari li ha persi per strada, essendo i rom quelli da bloccare). Ha ripetutamente ipotizzato «maggioranze a geometria variabile». Come Sarkozy, ha individuato nel Sessantotto le scaturigini del buonismo e della non osservanza delle regole. Come Cofferati, del Pci ha rimpianto le cose peggiori: il culto dell'ordine e dell'autorità. Tutto questo parlare si è condensato in una delibera della giunta provinciale che destina 1 milione di euro al Patto per la sicurezza di Milano (serviranno a pagare gli straodinari ai poliziotti). Gli assessori di Rifondazione l'hanno approvata «credendo» che contestualmente una cifra analoga sarebbe andata per «l'inclusione sociale». Ne è nato uno scontro in pubblico e al calor bianco. Ieri Rifondazione ha dovuto cedere. Aspetta Penati in consiglio quando si voterà l'assestamento di bilancio. Per rimpiazzare i voti del Prc a Penati non basterebbero i voti della Lega e dell'Udc. L'alleanza variabile dovrebbe estendersi a Forza Italia. Formigoni glielo ha già chiesto e Penati si è ben guardato dal mandarlo a quel paese.
Così stando le cose sembra un'inezia (ma non lo è) il voto di ieri al Pirellone. Sulla proposta di legge iperleghista sul federalismo fiscale - roba che la Corte costituzionale butterebbe direttamente nella spazzatura - l'Ulivo si è graziosamente astenuto. Pur d'approvare qualcosa con la destra ha fatto a pezzi l'ordine del giorno concordato dall'Unione. Prc e Pdci hanno bocciato sia la legge che l'odg.
Cinzia Gubbini, «Anche noi rom vogliamo parlare basta decidere sulle nostre teste», il manifesto, 20 giugno 2007
Il comitato «Rom e sinti insieme» chiede partecipazione. E intanto si muove: «I nostri avvocati stanno valutando la possibilità di impugnare il patto di Milano»
Hanno già messo in campo i loro avvocati. L'obiettivo è valutare la possibilità di impugnare in tribunale, o davanti un organismo di giustizia internazionale, il patto per la legalità e la sicurezza siglato dal comune di Milano - per ora l'unico operante in Italia. «Riteniamo ci siano le premesse per considerare quel patto una discriminazione razziale», spiega Carlo Berini dell'associazione Sucar Drom («Bella strada» in lingua sinta). L'associazione fa parte del comitato «Rom e sinti insieme», un agglomerato di realtà che da anni lavorano con le minoranze rom e sinte in Italia. E' una novità importante - perché è difficile mettere in piedi coordinamenti nazionali di rom e sinti, e questo regge bene - ma anche interessante per l'analisi da cui muove. «Riteniamo che il sistema operato finora nei confronti di rom e sinti sia fallito perché si è sempre basato sul concetto di integrazione delle minoranze nella maggioranza numerica. Il modello che noi proponiamo è quello dell'interazione», dice Berini. A chi alza gli scudi contro i muri valoriali che anche le comunità rom frappongono con il mondo dei «gagè» ( i «non rom») risponde: «Certo che anche i rom devono cambiare, le società che non si muovono sono quelle destinate a morire. D'altro canto va considerato che se i rom e i sinti continuano a esistere dopo secoli di persecuzione, forse sono disposti al cambiamento più di quello che si pensa».
Ieri tre rappresentanti del comitato hanno tenuto una conferenza stampa a Roma proprio davanti Palazzo Chigi. All'interno si svolgeva un convegno sul razzismo e la discriminazione organizzato dall'Unar, l'ufficio contro il razzismo del ministero delle Pari Opportunità. Solo a pochi metri, in Largo Goldoni, nel pomeriggio Forza nuova raccoglieva firme per lo spostamento dei campi nomadi fuori dalla città. Eva Rizzin - ricercatrice universitaria e esponente del Comitato Rom e sinti insieme - ha puntato tutto sulla partecipazione: «Non siamo e non vogliamo essere minoranza senza voce. La verità è che da anni i rom e i sinti in Italia subiscono discriminazioni in tutti i campi, non soltanto in quello abitativo, e la loro partecipazione politica e sociale non è mai stata incentivata». Il comitato, intanto, sta pensando alla possibilità di organizzare una manifestazione nazionale (sarebbe la prima volta) e un convegno internazionale. Per quanto riguarda il patti di «solidarietà e sicurezza», come quello firmato anche a Roma, l'associazione RomAzione ha già inviato una lettera agli organismi internazionali, per metterne in luce gli aspetti più preoccupanti sotto il profilo della discriminazione razziale. «anche noi siamo per la legalità, pensiamo che se qualcuno commette un reato debba pagare, è ovvio - spiega Eva Rizzin - ma qui il problema è un altro: si ritiene che se un membro di una famiglia rom commette un reato, allora è tutta la famiglia a dover pagare e, ad esempio, ade essere cacciata da un campo». «Accadrebbe mai una cosa del genere per una famiglia italiana che vive in una casa popolare?», è la provocazione di Berini. «Allora è questo che stiamo dicendo: perché per le famiglie rom e sinte deve esistere un trattamento diverso? Questo tipo di "regolamenti" sono già stati sperimentata in diversi campi rom, e non hanno portato a nulla. La soluzione? Noi non la conosciamo. Ma pensiamo che può essere trovata solo ragionando insieme, con la partecipazione dei rom e dei sinti».
Come già emerso platealmente nel caso di “Chinatown”, a Milano (e in generale nelle città italiane) il tema dell’urbanistica come idea generale di città sembra totalmente evaporato dalla coscienza e consapevolezza della pubblica amministrazione, sostituito vuoi da reazioni scomposte caso per caso, vuoi da “soluzioni” contestuali che perdono poi completamente di vista il contesto più ampio di sistema entro il quale dovrebbero collocarsi.
Ed esplode ora la questione dei Rom: vera esplosione “politica”, inserita nella sciagurata e autoreferenziale strategia dell’ormai a quanto pare ex centrosinistra all’inseguimento di fantomatici ceti medi produttivi del nord. Di fatto a fare invece inconsapevolmente concorrenza alla Lega e ai neofascisti sul medesimo terreno del disprezzo per la diversità, della diffidenza programmatica, del “padroni a casa nostra”.
E pure, anche il tema dei Rom è sostanzialmente e squisitamente urbanistico: almeno fin quando non sconfina in questioni di ordine sociale, comunque collegate. Ma l’ex urbanistica del disprezzo scivola ormai verso il disprezzo tout court , e poi verso il “disprezzo di sinistra”. C’è qualcosa, che l’urbanistica può fare a questo proposito? Vengono alla mente, le normali norme tecniche delle città americane soprattutto del West (ma anche a New York c’è un caso recente) con la dovizia di regole per i trailer parks , o il recente dibattito britannico enfatizzato dalla presenza dei nomadi sulle aree destinate alle Olimpiadi del 2012 nell’area di Stratford.
L’importante è parlare di qualcosa d’altro, diverso dall’orribile, inaccettabile, “numero chiuso” proposto dalla signora Carmela Rozza, eletta nelle liste DS al Comune di Milano, e con una carriera sindacale nel settore della casa. Brr! (f.b.)
1. I primi cinque capitoli della prima parte del “Documento” costituiscono indubbiamente una delle più cospicue elaborazioni prodotte in Italia al fine di contestare radicalmente, in sede teoretica, la prassi e ancor più la cultura della pianificazione territoriale e urbanistica consolidata, negandone non specifiche forme e modalità applicative, ma gli stessi presupposti concettuali, con ciò aggredendo assunti la cui valenza è ben più ampia di quella attinente il governo del territorio.
Non poche delle posizioni affermate, infatti, mettono in discussione, o francamente contestano, elementi informatori generali dell’ordinamento costituzionale e giuridico italiano.
La più spettacolare di tali affermazioni è senza dubbio quella per cui nel “continuo confronto tra ragioni”, al quale dovrebbe sostanzialmente ridursi l’attività di governo del territorio, “lo stato [inteso come il complesso dei soggetti istituzionali] ha una voce autorevole, ma pur sempre una voce tra le voci”. Forse non siamo all’estinzione dello stato di leniniana memoria, ma certo siamo a una delle più spinte concezioni di “stato minimo” mai avanzate dall’”anarchismo reazionario”, o “liberismo libertario”, costituente uno storico, robusto e rigoglioso filone della destra nordamericana (più ancora che, aggregatamente, anglosassone).
Ma essa trova una coerente assonanza nella critica del “modello italiano — e, in generale, [del] modello continentale — [...] proprio degli stili amministrativi legati alla tradizione giuridica del diritto romano e inclini a considerare la coppia formata dai concetti legge e contratto come una coppia dicotomica”, e nella propensione per il “modello britannico [...] proprio degli stili amministrativi legati alla tradizione giuridica anglosassone e inclini a considerare la coppia legge e contratto come un continuum in cui i due concetti, legge e contratto, tendono a sfumare l’uno nell’altro e sono riconoscibili nella loro individualità solo agli estremi del continuum”.
2. Nel complesso, l’intera elaborazione risponde a una concezione integralmente (si sarebbe tentati di dire integralisticamente) “mercatistica” della società e dei rapporti intersoggettivi.
Non deve ingannare, in proposito, il ricorso dell’espressione “valori d’uso” (degli immobili). A prescindere da ogni pregressa difficoltà teoretica di definizione dei “valori d’uso”, è reso evidente dal contesto dei ragionamenti svolti che in realtà ci si riferisce ai “valori di scambio”. E infatti l’assillo con il quale tutta l’elaborazione si confronta, e che infine ritiene di risolvere, consiste nella duplice (e potenzialmente contraddittoria) necessità di fornire agli operatori immobiliari “certezze che garantiscano gli investimenti” e flessibilità per “adeguare le norme [e conseguentemente i programmi di investimento] ai possibili mutamenti del mercato”.
Nel tessuto di questa dialettica di interessi (che talvolta si trasfigurano terminologicamente in “diritti”) compiutamente facenti capo ai proprietari e agli operatori immobiliari, può tutt’al più insinuarsi, pare, qualche domanda non “mercatistica”, alla quale (la si denomini o meno, a questo punto un po’ pomposamente, “interesse generale”) competerebbe ai soggetti pubblici istituzionali tendere a dare (magari parziale, parzialissima) risposta, attraverso la “negoziazione”, con i proprietari e gli operatori immobiliari, delle caratteristiche e dei requisiti delle trasformazioni territoriali da progettare e attuare.
Insomma: ai soggetti pubblici istituzionali si affida il compito di usare il potere “politico” di cui dispongono per soddisfare, nella misura in cui non intacchino sensibilmente gli interessi dei soggetti capaci di esprimersi sul “mercato”, le domande, “residuali”, si deve supporre, invece incapaci di esprimersi nei termini che il “mercato” riconosce.
2. Eppure, già all’economia liberale classica non era affatto estranea la consapevolezza dell’esistenza di beni non “mercatizzabili”, in quanto “beni collettivi indivisibili”, o in quanto “beni esistenziali” (i beni che non hanno valore perché sono valori), o in quanto non sostituibili (ovvero fungibili), o non riproducibili (tipicamente, le cosiddette “risorse esauribili”, e i cosiddetti “beni posizionali”). Ciò perché relativamente a tali beni il “valore di scambio”, cioè il prezzo, non è un indice di valutazione appropriato, non potendo formarsi secondo i meccanismi riconosciuti propri, per l’appunto, del “mercato”.
Sulla base di tale consapevolezza si era riconosciuto, nell’ambito del pensiero liberale, rientrare nell’”ambito necessario” delle determinazioni politiche esprimere giudizi di valore su quei beni che il “mercato” non è in grado di valutare soddisfacentemente, e quindi di regolarne, con riferimento ai propri codici, la produzione (per quanto possibile) e la distribuzione/fruizione.
E si era riconosciuto che configurare in siffatti termini l’”ambito necessario” delle determinazioni politiche, escludendone debordamenti intromissori nell’ambito del “mercato”, ma anche intrusioni del “mercato” nei codici valutativi delle determinazioni politiche, significava che tali determinazioni dovevano discendere da un “progetto di società”. Soggiungendo che lo strumento principale per definire e perseguire un “progetto di società” è la “pianificazione”.
Di più, si era notato come, in particolare, la pianificazione territoriale e urbanistica avesse quali suoi oggetti tipici “risorse esauribili”, “beni posizionali”, beni non riproducibili (o assai limitatamente riproducibili), beni non sostituibili (o assai limitatamente sostituibili). E che quindi sua precipua finalità dovrebbe essere valutare tali risorse e tali beni secondo codici “non mercatistici”, cioè secondo giudizi di valore qualitativi, esprimenti la coscienza sociale (almeno maggioritaria), e coerenti con il “progetto” che la società (attraverso i processi decisionali politici) pone per se stessa.
Per cui poteva asserirsi che la pianificazione territoriale e urbanistica dovrebbe avere la “qualità” (secondo la percezione e consapevolezza che storicamente di essa si forma e si esprime) come suo obiettivo, e che essa ritrova nella definizione e nel perseguimento della “qualità” (che è un valore, e che pertanto, come s’è detto, non può essere misurata dal “mercato”) la sua ragion d’essere. [1]
3. Delle consapevolezze ora ricordate, e dei ragionamenti che ne sono stati fatti discendere, ora sommariamente ricapitolati, non v’è segno nel “Documento” in esame. Anzi, come s’è già asserito, esso costituisce uno dei più rilevanti esempi di totale estraneità alle storiche e contemporanee elaborazioni culturali alle quali appena sopra si è fatto riferimento.
Va piuttosto rilevato come esso si sforzi, dichiaratamente, di proporre un modello di attività pianificatoria che, nel soddisfare al meglio gli interessi (innanzitutto, ed egemonicamente) dei proprietari e degli operatori immobiliari, assuma sincreticamente le valenze perciò più funzionali sia del “modello” di attività pianificatoria “britannico” sia di quello “continentale”.
Si riconosce, infatti, che l’elevata flessibilità del “modello britannico” discende dalla latitudine, anzi dalla quasi assolutezza, della discrezionalità delle determinazioni delle pubbliche amministrazioni in ordine alle trasformazioni del territorio, fondata a sua volta nella tradizionalmente riconosciuta appartenenza al potere pubblico della facoltà di operare tali trasformazioni, ma si esclude di sussumere sia l’ampiezza di tali poteri discrezionali, sia, soprattutto, il suo presupposto.
Al contrario, si propone di assumere i presupposti del “modello continentale”, cioè il riconoscimento (più o meno ampio) dell’inerenza al diritto di proprietà degli immobili della facoltà di operarvi trasformazioni, fino a configurare il piano come (null’altro che) “il piano delle norme che riconoscono i diritti reali — e non attesi — d’uso del suolo”. Detto altrimenti: “una sorta di catasto, un archivio degli usi del suolo che si aggiorna continuamente con le nuove norme introdotte dai progetti di trasformazione approvati”.
Giacché, invece, nel modello proposto “il piano regolatore generale perde le sue valenze strategiche”, e “programmi e visioni [...] si traducono nelle linee guida e nelle strategie che l’amministrazione esprime nel piano strategico, approvato dal governo locale come [mero] documento politico.
In tale modello, si aggiunge, “la cerniera tra il documento legale delle norme e il documento politico delle strategie è costituita dai progetti di trasformazione. Il controllo dei progetti diventa una valutazione delle conseguenze che l’attuazione di un progetto comporterebbe sulla situazione esistente, e una valutazione della coerenza di quelle conseguenze con le strategie dell’amministrazione. Ogni progetto, coerente con le strategie, una volta approvato si configura come una variante delle norme esistenti, e diventa esso stesso parte delle norme”.
In pratica: il piano generale (“sorta di catasto”) attribuirebbe a ciascun immobile, o complesso di immobili, il “valore” (“di scambio”, ovverosia il prezzo presumibilmente traibile) connesso alla sua trasformabilità fisica e funzionale (effetto che nel “modello britannico” discende soltanto dall’intervenuta definizione dei piani/progetti operativi), garantendo ai relativi proprietari le ambite “certezze” (irreversibili, cioè non intaccabili da diverse scelte di trasformabilità, le quali devono essere preventivamente “negoziate” con gli stessi proprietari). A partire dalle acquisite “certezze” le concrete trasformazioni effettuabili sarebbero definite dai singoli progetti, attraverso, per l’appunto, la “negoziazione” con la pubblica autorità istituzionale, la quale ne valuterebbe la coerenza con le proprie strategie, salvo convincersi, negoziando, che queste ultime devono essere mutate, e alla quale spetterebbe poi di registrare nel piano generale i nuovi (e superiori, si può facilmente preconizzare) “valori” assegnati dai progetti decisi.
In estrema (ma non distorcente) sintesi: il pressoché unico compito assegnato alla pianificazione pubblica del territorio sarebbe quella di assicurare la (crescente) “valorizzazione” (nel senso dell’attribuzione di “valori di scambio”) degli immobili, e la minimizzazione del “rischio” d’intrapresa per i proprietari e gli operatori immobiliari.
Entro tale cornice, si è tenuti a ritenere, la pubblica autorità istituzionale può/deve “negoziare” ben poco: l’ottenimento di qualche metro quadrato in più di attrezzature per la fruizione collettiva, anche dei portatori di domande “non solvibili”, se ci riesce.
4. Anche in quanto a proposito della “negoziazione” afferente le trasformazioni di immobili tra il "pubblico" (per esso intendendosi l'istituzione democratica rappresentativa della comunità locale) e il "privato" (per esso intendendosi i promotori delle trasformazioni, coincidano o meno con i proprietari degli immobili interessati), con riferimento al “Documento” in esame come a qualsiasi altra teorizzazione o pratica, v’è da dire che essa verrebbe a essere comunque pesantemente falsata laddove il "pubblico" avesse di fronte, per così dire, un "contraente obbligato", cioè la proprietà in essere degli immobili interessati.
Laddove, in altri termini, il "pubblico" non potesse scegliere il "privato" che avanzasse la proposta più conveniente, vale a dire che configuri il migliore (e più avanzato) equilibrio tra gli interessi generali e gli interessi particolari. A questo fine, cioè, paradossalmente (ma non tanto), per introdurre i vantaggi (collettivi) del "mercato" nelle decisioni afferenti le trasformazioni urbane, conferendo al "pubblico" la possibilità di fare concorrere tra loro diversi operatori volti al conseguimento di "profitti", e non al lucro di "rendite", varrebbe la pena (magari soltanto per le previste trasformazioni di maggiore consistenza, o comunque di rilevanza "strategica") di rivisitare l'istituto della preventiva acquisizione pubblica della totalità degli immobili compresi negli ambiti interessati.
Non è un caso, presumibilmente, che il “Documento” in esame, che ostenta fervoroso consenso verso tutti gli “strumenti [che] il legislatore inventa” negli ultimi anni (“dopo che la legislazione precedente aveva introdotto strumenti che portavano a compimento il disegno del sistema di pianificazione”), i quali “permettono non di dare attuazione alla pianificazione stessa, ma di discostarsene in variante rispetto alle previsioni di piano”, manifesta molta freddezza verso le "società per progettare e realizzare interventi di trasformazione urbana", di cui al comma 59 dell’articolo 17 della legge 127/1997, ove si dispone che gli interventi da progettare e realizzare devono essere “in attuazione degli strumenti urbanistici vigenti”, e che si deve provvedere “alla preventiva acquisizione delle aree interessate”.
5. Coerentemente con quanto sostenuto e argomentato nei primi quattro capitoli, il quinto e ultimo capitolo della prima parte del “Documento” indica quali concretamente dovrebbero essere le “nuove procedure urbanistiche” da seguire (per ora) a Milano.
Conviene rivolgere l’attenzione a quelle previste per la “seconda fase” del processo di innovazione proposto, in quanto solamente allora il modello delineato è previsto possa trovare compiuta attuazione.
Sinteticamente, è previsto che
“nella seconda fase il piano regolatore avrà un ruolo diverso e meno vincolante, in quanto le linee guida per le trasformazioni urbane saranno espresse dal Documento di Inquadramento, o piano strategico degli usi del suolo, e le trasformazioni decise tenendo conto delle linee guida, e non più soggette a previsioni normative di piano regolatore. Il traguardo ultimo del processo è un piano regolatore che non comprenda determinazioni specifiche circa le trasformazioni future, ma esclusivamente i diritti d’uso del suolo confermati e le salvaguardie. La proposta delle trasformazioni è lasciata all’iniziativa del comune e dei soggetti pubblici e privati.
”Infatti si assume [...] che [...] non sia utile conferire un valore normativo alle previsioni di piano regolatore [...] ma che programmi e progetti di trasformazione urbana debbano essere decisi in attuazione delle strategie della Amministrazione e a seguito della valutazione dei risultati attesi. In questa prospettiva programmi e progetti costituiscono uno strumento per la verifica e non solo per la messa in opera delle strategie. In altre parole, la realizzabilità di una strategia è provata nel momento in cui viene tradotta in progetti operativi. La redazione dei progetti serve per verificare se una strategia è concretamente realizzabile o, se non lo è, per individuare gli ostacoli a realizzarla, cioè se siano tali gli stessi criteri fissati dall’Amministrazione e/o vincoli determinati dal contesto. In accordo con questa prospettiva, progetti e programmi di intervento proposti da soggetti pubblici e privati sono un contributo indispensabile alla verifica delle strategie dell’Amministrazione, e possono suggerire utili modificazioni o integrazioni delle politiche pubbliche in attuazione delle strategie nonché delle strategie stesse. Infine, anche progetti e programmi proposti indipendentemente dalle strategie sono utili, purché la proposta sia motivata da argomentazioni sufficienti a far modificare le strategie già adottate.
E viene ulteriormente ribadito che il Documento di Inquadramento non dev’essere “comunque vincolante”: esso, si sottolinea, ha un “valore politico-programmatico e non giuridico” e “risponde alla scelta di utilizzare programmi e progetti come strumenti non solo di attuazione, ma anche di verifica ed eventualmente di motivato cambiamento delle strategie”.
Con deliberazione del Consiglio dei Ministri del 3 agosto 2004 è stata promossa presso la Corte costituzionale[1] la questione di legittimità costituzionale di alcune disposizioni del nuovo Statuto della Regione Toscana [2].
Tra le suddette disposizioni figurano quelle specificamente indicate ai punti 3) e 4) dei motivi di impugnativa esposti nella succitata deliberazione.
Con il primo si eccepisce che la lettera l) del comma 1 dell’articolo 4 del nuovo Statuto regionale toscano prevede che la Regione persegua, tra le finalità prioritarie, “la tutela dell’ambiente e del patrimonio naturale, la conservazione della biodiversità, la promozione della cultura del rispetto per gli animali”. E si sostiene che “tale disposizione esula dalla competenza legislativa della regione, ponendosi in contrasto con l’articolo 117, comma 2, lettera s), della Costituzione, che riserva alla competenza esclusiva dello Stato la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema”.
Con il secondo si eccepisce che la lettera m) del medesimo comma 1 dell’articolo 4 del nuovo Statuto prevede che la Regione persegua altresì, sempre tra le finalità prioritarie, “la tutela del patrimonio storico, artistico e paesaggistico”. E si sostiene che anche “tale disposizione risulta invasiva della competenza esclusiva statale nella materia della tutela dei beni culturali prevista dall’articolo 117, comma 2, lettera s), della Costituzione, [...] attribuita alla potestà legislativa esclusiva dello Stato.
In effetti, a norma della lettera s) del secondo comma dell’articolo 117 della Costituzione (come modificata dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.3) lo Stato ha legislazione esclusiva, tra l’altro, nelle materie denominate “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”.
Il fatto è che le surriportate impugnate disposizioni del nuovo Statuto nè asseriscono, nè tampoco implicano, che la Regione Toscana intende invadere le competenze legislative dello Stato nella materie di cui alla lettera s) del secondo comma dell’articolo 117 della Costituzione.
L’articolo 4 del nuovo Statuto regionale toscano, infatti, si limita a esporre un lungo elenco (pari alle ventuno lettere dell’alfabeto) di “finalità prioritarie”, della più diversa natura, che “la Regione persegue”. Tra di esse sono citate anche “il rispetto dell’equilibrio ecologico, la tutela dell’ambiente e del patrimonio naturale, la conservazione della biodiversità, la promozione della cultura del rispetto per gli animali”, e “la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e paesaggistico”.
Ma nulla è detto circa i modi, cioé le forme, in cui tali finalità debbano essere perseguite.
Talché avrebbe dovuto, come deve, pacificamente assumersi che l’intendimento (e per converso l’obbligo, che sarebbe stato assolutamente pleonastico esplicitare) sia quello di perseguirle nel pieno e assoluto rispetto delle competenze costituzionalmente assegnate (e garantite) a ognuno dei soggetti che, a norma del comma 1 dell’articolo 114 della Costituzione (come modificata dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.3), costituiscono la Repubblica: i Comuni, le Province, le Città metropolitane, le Regioni, lo Stato.
Quindi non legiferando nelle materie riservate alla competenza esclusiva dello Stato come denominate dalla Costituzione (“tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”) e, necessariamente, meglio specificate dalla legislazione statale di settore.
Ma invece anche legiferando non soltanto (come riconosciuto legittimo – e ci mancherebbe! - dal Consiglio dei Ministri) in materia di “valorizzazione dei beni culturali e ambientali”, materia “di legislazione concorrente” (in cui spetta alle regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato) a norma del terzo comma dell’articolo 117 della Costituzione (come modificata dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.3). Ma anche in materia di “governo del territorio”, materia anch’essa “di legislazione concorrente”, nel contesto della quale le tematiche della tutela dell’ambiente, del patrimonio naturale, del paesaggio, del patrimonio storico (artistico, o semplicemente testimoniale), cioé di quanto si può riassumere sotto le voci dell’”integrità fisica” e dell’”identità culturale” del territorio”, hanno avuto, e debbono avere, valenza ampia, e prioritaria.
A meno che non si voglia dare della dizione “governo del territorio” una definizione (quale, a esempio, “un’attività che concerne l’assetto e l’incremento edilizio dei centri abitati”) ben più riduttiva di quella alla quale si era pervenuti, con riferimento alla dizione “urbanistica”, nella legislazione statale antecedente alla riforma del Titolo V della Costituzione, e cioè con l’articolo 80 del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n.616, per cui “le funzioni amministrative relative alla materia urbanistica concernono la disciplina dell’uso del territorio comprensiva di tutti gli aspetti conoscitivi, normativi e gestionali riguardanti le operazioni di salvaguardia e di trasformazione del suolo nonché la protezione dell’ambiente”.
E, per l’appunto, le contestate disposizioni del nuovo Statuto regionale toscano potrebbero addirittura alludere a un perseguimento delle indicate finalità essenzialmente (quand’anche non esclusivamente, per i motivi appena sopra esposti) mediante atti amministrativi, di natura regolamentare, o pianificatoria, ordinaria o specialistica, quale, per esempio, l’attività di pianificazione paesaggistica tassativamente richiesta alle regioni dall’atto legislativo recante la quasi totalità della vigente legislazione (“esclusiva”) statale in materia di “tutela dei beni culturali”, cioé dal decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.42, recante “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, e meglio noto come “Codice Urbani”!!! e allora, dove sussisterebbe la lamentata invasione della competenza legislativa statale???
Quantomeno sotto l’ultimo profilo sopra trattato, le contestate disposizioni del nuovo Statuto regionale toscano potrebbero, e presumibilmente dovrebbero, comparire come finalità da perseguire in tutti gli statuti non soltanto delle regioni, ma anche delle province, delle città metropolitane (quando ci si deciderà a costituirle, anziché cacciarle, assieme alle farfalle, sotto l’Arco di Tito), dei comuni.
Non foss’altro che per rispettare il secondo comma dell’articolo 9 della Costituzione (inserito tra i Principi fondamentali della stessa, talchè le restanti parti della medesima devono, all’occorrenza, essere interpretate così da non contraddirlo), a norma del quale “la Repubblica [...] tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. La Repubblica, per l’appunto: la quale, secondo l’originaria (e da chi scrive amaramente rimpianta) stesura della Costituzione “si riparte in Regioni, Provincie e Comuni”, mentre secondo la versione novellata “è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni, e dallo Stato”.
In effetti, quando l’Italia non era “federalista”, e vigeva la Costituzione del 1948, tutte le regioni a statuto ordinario inserirono, negli anni ’70, nei rispettivi statuti, l’enunciazione di finalità omologhe a quelle oggi contestate al nuovo Statuto regionale toscano (e lo stesso fecero, negli anni ’90, dopo l’entrata in vigore della legge 8 giugno 1990, n.142, sull’”Ordinamento delle autonomie locali”, un’enorme numero di province e di comuni).
E quasi tutte le regioni dettarono norme legislative volte ad assicurare che nell’attività pianificatoria d’ogni livello fosse adeguatamente presente la tutela dell’integrità fisica e dell’identità culturale del territorio (usando in proposito i termini più diversi, talvolta scombiccherati, spesso sinonimici, frequentemente pletorici). E molte regioni legiferarono in materia di tutela dei centri storici, e dell’edilizia storico-artistica e storico-testimoniale sparsa. E in materia di salvaguardia dell’equilibrio degli ecosistemi, e dei geotopi e biotopi rari, e perfino dei singoli esemplari arborei di pregio. E così via tutelando, salvaguardando, disciplinando.
Sempre troppo poco. Nella legislazione, nella regolamentazione, nella pianificazione, e ancor più nell’attività quotidiana di autorizzazione e controllo.
Talvolta, sia le regioni che gli enti locali, in contrapposizione con le amministrazioni statali (o “miste”) specialisticamente competenti all’amministrazione delle tutele. In tali casi, avendo, prevalentemente, torto, e peraltro vedendoselo, prevalentemente, dare. Salvo qualche clamoroso caso contrario (sotto entrambi gli aspetti).
Ma, tutto sommato, abbastanza spesso “concorrendo” (nel significato più etimologicamente e giuridicamente proprio del termine) al medesimo scopo: la tutela.
E oggi? e domani? non è che questo Governo, autore o promotore del maggior numero, e con la maggiore gravità, di attentati alle qualità del Paese concepito e realizzato da almeno un secolo, si prefigge, con un esibizione di muscoli “centralistici” che non sarà certo contrastata dai pseudo-federalisti e dai quasi(?)-secessionisti che costituiscono buona parte della sua maggioranza, di inibire a regioni, province e comuni di porre “vincoli” a tutela dell’integrità fisica e dell’identità culturale del territorio? del resto, si può immaginarsi un Jefferson Davis che protesta perché Abramo Lincoln vorrebbe, con legge federale, introdurre la schiavitù negli Stati del Nord?
[1] Ai sensi dell’articolo 123 della Costituzione, come modificata dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.3.
[2] Approvato dal Consiglio regionale in prima deliberazione il 6 maggio 2004 e in seconda deliberazione il 19 luglio 2004.
Vedi anche l'eddytoriale n, 52
Può darsi che il Sindaco di Olbia, allorquando ha ipotizzato (o auspicato? o invocato?) “un colpo di pistola o di fucile alla testa” del Presidente della giunta regionale della Sardegna, Renato Soru (mai nessuno mi costringerà a chiamarlo “governatore”), fosse stato fatto uscire di senno da un qualche dio, come suppone chi ne ha postillato la notizia in eddyburg.it (“Ppr, Nizzi passa alle minacce: un colpo di pistola contro Soru” – Società e politica – Dai giornali del giorno).
Forse qualche dio (magari il medesimo) aveva obnubilato gli intelletti (già però sovraccarichi di istigazioni all’odio, e all’azione omicida) di quegli squadristi che, quasi giusto ottant’anni or sono, assalirono la casa cagliaritana di un altro eminente uomo politico sardo, del quale porto il nome (anche se d’abitudine ometto di riportarlo nel firmarmi: ma mi propongo di rimediare). Mi riferisco, ovviamente, a Emilio Lussu: che, impugnata la sua pistola, respinse l’attacco dopo avere ucciso il primo squadrista affacciatosi in casa sua. Per la qual cosa fu assolto in istruttoria, per legittima difesa, da giudici non ancora asserviti al regime fascista, ma condannato in via amministrativa a cinque anni di confino a Lipari. Mio padre, allora poco più che ventenne, che negli anni precedenti aveva percorso in lungo e in largo la Sardegna partecipando alla scorta (armata) di Lussu, si rammaricò per tutto il resto della sua vita per non essere stato, il giorno dell’assalto, accanto al suo “padre spirituale” (così lo chiamava: d’accordo, era un sentimentale un po’ retorico). E a nulla valeva segnalargli che l’irruento ufficiale della Brigata Sassari era (e aveva dimostrato di essere) capace di cavarsela anche senza l’ausilio di un giovane studente in medicina, che amava allora, e avrebbe poi sempre amato, le partite di caccia, ma inanellando “padelle”, salvo mangiare di gusto pernici, cinghiali e altra selvaggina ammazzata dai compagni di battuta.
Ad ogni buon conto, Emilio Lussu ha legato in modo imperituro il suo nome (tra l’altro) alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Si deve a lui, infatti, se la Costituente sancì che il perseguimento di tale finalità compete alla Repubblica, cioè a tutte le sue articolazioni: Stato, regioni, province (o, oggi, città metropolitane), comuni. Con ciò ponendo le premesse acché il “giudice delle leggi”, vale a dire la Corte costituzionale, bocciasse impietosamente i tentativi, operati a seconda del “clima” prevalente, e talvolta, negli ultimi anni, imperando la babele dei linguaggi, degli intendimenti, degli interessi in conflitto, dei tatticismi autoreferenziali, anche quasi simultaneamente, ora nella legislazione statale, ora in quella regionale, di escludere talvolta lo Stato, talaltra il sistema regionale-locale, talaltra ancora soltanto le regioni, ovvero soltanto gli enti locali subregionali, dal diritto/dovere di concorrere alla predetta finalità, costituzionalmente posta (la qual cosa non implica affatto distribuzione delle medesime competenze a tutti i soggetti istituzionali anzidetti, né equiordinazione dei poteri).
Probabilmente si deve (anche) alla lezione di Emilio Lussu, tanto appassionato difensore dell’”identità culturale” della sua isola quanto “internazionalista” e curioso delle più diverse “culture” del mondo (assieme alla sua compagna Joyce, traduttrice di poeti albanesi, curdi, vietnamiti, angolani, mozambicani, afroamericani, eschimesi, aborigeni australiani), se fin dall’infanzia mi fu proposta la lettura, o almeno la consultazione, dei libri del prozio Dionigi Scano (ingegnere, ma soprattutto Vice-presidente della Società storica sarda): “Storia dell’arte in Sardegna dal XI al XIV secolo”, Chiese medioevali di Sardegna”, “Forma Kalaris”. Sulle caratteristiche del paesaggio sardo, all’inizio degli anni ’50, non c’era, in letteratura, molto, o, almeno, mio padre aveva maggiori difficoltà a trovarlo. Provava a supplire portandomi al mare, da Cagliari (dove lui lavorava, e tutti abitavamo), a Cala Mosca (di allora) più che al Poetto, e da Oristano alle paludi di Cabras e alla penisola del Sinis, e da Morgongiori (suo paese natale del quale per brevissimo tempo fu sindaco) su e giù, a cavallo, per le pendici del Monte Arci, e anche (bagassa! che fatica micidiale) per la Giara di Gésturi.
Per il mio diciannovesimo compleanno (eravamo da un sacco di tempo tornati “in continente”, e da qualche anno a Venezia, dove mio padre si era sposato, e io ero nato) mi regalò un libro, di Nicola Valle, intitolato “Scompare un’isola”. Credo soprattutto per potere scrivere, nella dedica, “anche tu, Luisicu, sarai tra quelli che non permetteranno che quest’isola scompaia”.
Si illudeva. Non ho fatto niente, specificamente, per la sua isola. Forse (mi illudo? voglio illudermi?) ho concorso a fare qualcosa per tutelare l’”identità culturale” (e l’”integrità fisica”) del territorio di qualche altro pezzo d’Italia, qua e là, e ho fornito qualche strumento (di dottrina giuridica, di ermeneutica giurisprudenziale) a quanti altri altrettanto volessero fare, in qualche altro posto d’Italia, qua e là.
Ma altri hanno fatto, egregiamente, negli ultimi tempi. Altri hanno redatto un piano paesaggistico regionale che pone le premesse (certo: nulla più che questo) affinché la Sardegna non “scompaia” (nelle sue caratteristiche costitutive e salienti, ovviamente, cioè non divenga la squallida, degradata, volgare, tragica maschera imbellettata di sé stessa: come, a esempio non casuale, sta diventando, o forse è già irreversibilmente avviata a diventare, la città delle mie radici materne, Venezia). Altri hanno voluto quel piano, e ne hanno deciso l’entrata in vigore. Una grandiosa operazione collettiva, sorretta e spronata e pretesa (a quel che ne so) dal Presidente della giunta regionale della Sardegna, Renato Soru.
Al quale, oggi, qualcuno (in consapevole o inconsapevole continuità con un passato che forse non passa proprio) promette che “avrà del piombo”.
Ebbene: così come, un po’ meno di quarant’anni or sono, a seguito di un’infelicissima battuta di un uomo politico francese di tutt’altra statura (non voglio fare dello spirito), più di metà della Francia proclamò “siamo tutti ebrei tedeschi!”, oggi chiunque sia interessato alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, e anzi chiunque sia interessato alla preservazione, nel nostro Paese, della dialettica politica liberal-democratica, è chiamato a proclamarsi partecipe “di quella gabbia di matti che sta amministrando la Sardegna”, e solidale con il suo “temibile tiranno”, il Presidente della giunta Renato Soru. E ad affermare, come l’anno scorso i ragazzi di Locri, “e adesso ammazzateci tutti”.