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Los Angeles A più di dieci giorni dall'inizio degli incendi che hanno bruciato 1000 km2 di California i bollettini meteorologici, consigliano ancora «cautela» per anziani a bambini esortando chi soffre di asma a rimanere in casa. La cappa opprimente che ha avviluppato una regione di 300km per 100 (in cui abitano 15 milioni di persone) compresa fra Ventura e il confine messicano, ha provocato la chiusura di molte scuole, altre hanno rinunciato all'ora di ricreazione e di ginnastica a causa della qualità dell'aria. Ma mentre il fumo comincia infine a dissiparsi gli incendi hanno lasciato uno strascico di polemiche assai familiari.

Nella gerarchia naturale delle psicosi californiane, gli incendi sono quelli che hanno forse il maggiore impatto psicologico proprio perché interessano uno dei paesaggi più metaforici dello stato: suburbia, manifestazione tangibile di quella crescita costante che è sacramento fondativo della mentalità di frontiera, specie nel west. I terremoti sono democratici nell'imprevedibiltà dei loro epicentri e scadenze, i fuochi invece sono una certezza che avviene con regolarità matematica essendo parte integrante e necessaria di quest'ecosistema a macchia mediterranea. Una zona in cui un numero eccezionalmente alto di piante sono adattate a provocare periodici incendi per sviluppare una conseguente rifioritura e la distribuzione dei semi sul territorio, oltre che per la fertilizzazione naturale del terreno. È un fenomeno talmente integrato nei cicli naturali che l'università di Riverside a est di Los Angeles offre anche un corso in «ecologia del fuoco». L'analisi della stratificazione geologica conferma che da sempre i venti caldi del deserto che soffiano ogni anno soprattutto nei mesi autunnali, hanno provocato incendi boschivi naturali nei canyon e nella macchia riarsa dalla siccità. Un ciclo di rinnovamento naturale c'è sempre stato, la grande differenza è che ora nella natura ci sono case, a centinaia di migliaia. Accanto all'«ecologia del fuoco» è cresciuta smodatamente una geografia del consumo

Il fordismo edile

La crescita suburbana costituisce il dato costante dello sviluppo urbano americano degli ultimi 60 anni, con radici nel dopoguerra quando per accomodare i reduci protagonisti del boom economico e demografico, emerge un nuovo fenomeno di «fordismo edile» con la costruzione di megacomprensori che applica il sistema della catena di montaggio. Periferie istantanee come Lakewood in California e Levittown a New York, comunità «pianificate» fatte di decine di migliaia di case monofamigliari progettate serialmente grazie alla standardizzazione di metodi e materiali. Sono le sitcom suburbs che fungono anche da contenitori modulari per un conformismo consumista dell'effimero.

Emerge così un nuovo paesaggio, un'inedita geografia della coabitazione che non può più definirsi urbana ma è suburbana. Le periferie diventano il fulcro del nuovo sviluppo contemporaneamente al declino delle città. Una dinamica che si accelera con la sovrapposizione delle tensioni sociali causate dal movimento dei diritti civili: dagli anni '60 in poi la trasmigrazione interna verso le periferie è quella della popolazione bianca in fuga dai centri cittadini fatiscenti lasciati in mano a neri (le inner cities). Il white flight è la dinamica sociale predominante nello sviluppo orizzontale delle città americane per 50 anni, un fenomeno che in California, patria dello sprawl, è accentuato dalla fortissima crescita demografica ed economica capace di creare ex novo intere regioni «suburbanizzate» come la San Fernando Valley, dove risiedono 2 milioni di persone in gran parte etnicamente omogenee. È un fenomeno inestricabilmente legato all'emergenza di un «complesso edile-industriale», una lobby di forti interessi economici che perpetua un modello scarsamente sostenibile (ma altamente commerciabile, soprattutto grazie alle agevolazioni governative ai mutui bancari che si dagli ani '50 sono una sovvenzione ai profitti privati dei costruttori).

Gli interessi immobiliari fanno della casa un oggetto consumabile e uno status symbol dando luogo alla nuova geografia post-urbana che è ormai il paesaggio americano prevalente: periferie prive di centro in cui case individuali coprono vaste zone a bassa densità attorno a posti di lavoro decentrati, raggiungibili unicamente in automobile lungo vettori autostradali. Una suburbanizzazione «regionale» dove la vita sociale si raggruma attorno a franchising di fast food, multisala, tangenziali e centri commerciali.

Già dalla fine dello scorso decennio è questo il paesaggio che definisce l'esperienza americana contemporanea: sono più numerosi gli americani che vivono in zone periferiche «para-urbane» che quelli che risiedono nelle campagne e nelle città messi assieme. L'industria immobiliare, sovvenzionata dallo stato ha cooptato i temi mitici della narrativa nazionale - indipendenza, individualità e frontiera - arrivando a produrre una mappa tangibile del libero mercato, un urbanesimo della speculazione capitalista che ha soppiantato la città.

L'espansione infinita

Un fenomeno che in California è assolutamente prevalente e che spinge oggi lo sviluppo suburbano sempre più addentro a un territorio agricolo e «selvatico» sotto l'impulso di una crescita demografica irresistibile che si attesta attorno ai 600.000 nuovi abitanti ogni anno; la previsione è che in 50 anni la popolazione californiana passerà dagli attuali 35 a 60 milioni. È l'incontro fatale dell'«ecosistema del fuoco» con questa «geografia dell'ipersviluppo» che fa degli incendi naturali della regione un periodico e prevedibile «olocausto suburbano». Ogni anno la stagione dei fuochi torna a minacciare le propaggini più recenti ed estreme della suburbia - quella exurbia che si inerpica per i canyon e nella macchia delle colline californiane, verso il deserto e sulle montagne dell'hinterland - le San Gabriel, San Bernardino, Palomar - la natura che delimita un bacino in cui risiedono 17 milioni di persone.

Alcune di queste «edge cities», come quelle nelle contee di San Bernardino e Riverside, sono abitate in prevalenza da gente che non può permettersi il costo esorbitante dei quartieri piu «desiderabili» in prossimità del Pacifico, questa è una lumpen-suburbia in cui vive un proletariato bianco ( e recentemente anche ispanico) spesso in abitazioni a costo minimo come le mobile homes, case «impermanenti», acquistate come prefabbricati e «posate» su un lotto in affitto. Ma molta exurbia è abitata invece da una facoltosa middle class bianca, i consumatori target dei comprensori che a un ritmo impressionate ricoprono le campagne fra Los Angeles e San Diego con ville a schiera il cui costo medio ha raggiunto il mezzo milione di dollari. Visto che nel modello americano i servizi pubblici vengono finanziati in gran parte dalle imposte sulla casa, queste comunità recintate godono di buone scuole e servizi che attraggono una demografia bianca e facoltosa vero le cosiddete «McMansion» , le ville serializzate, sfornate come i panini tutti uguali di Mcdonalds. Con la loro media di sei stanze (nel 1945 la media era 3), 300 mq, doppio garage e giardinetto di ordinanza sono l'attuale incarnazione dello status symbol imprescindibile del sogno americano: la casa propria. Sono questi luoghi, dunque, l'epicentro dei cataclismici incendi che un anno sì, un anno no, devastano la California. I fuochi, insomma, ci sono sempre stati: se però vent'anni fa i focolai della scorsa settimana avrebbero bruciato perlopiù la sterpaglia secca dei canyon, ora le stesse zone sono piene di case. E non c'è nulla che renda l'idea di «impermanenza» come le rovine fumanti di una McMansion divorata dal fuoco. I materiali di costruzione in serie, legno e cartongesso, vengono annientatai dalle fiamme. Tutto ciò che rimane delle megaville bruciate a Rancho Bernardo o Santiago Canyon sulle colline di Orange County sono i camini in mattone, i frigoriferi, i barbeque e i mobili da giardino in ferro battuto attorno alle piscine annerite. Un tableaux mort del sogno suburbano che ricorda una scultura di Keinholtz, un'archeologia infernale del terziario postindustriale che prevale oggi da Malibu a Silicon Valley.

Negli ultimi venti anni la contea di San Diego, la più duramente colpita dalle fiamme, ha perso il 60% della propria campagna mentre le zone suburbane sono aumentate del 39%. Nella vicina Riverside il tasso di crescita è stato ancora maggiore con 25.000 nuove case costruite ogni anno in grappoli di villette a schiera che si intravedono dalle autostrade e che sorgono sulle colline spianate di fresco dai bulldozer precedute dai grandi cartelloni che ne publicizzano la vendita. Paesaggi di alienante uniformità dove cresce una generazione che non ha mai visto un marciapiede, per cui è incomprensibile il concetto di uno spazio pubblico, di un negozio che non sia il franchise di una catena commerciale.

Da New Orleans a San Diego

La fame insaziabile di spazio in California spinge questo paesaggio ex-urbano sempre più addentro al territorio soggetto ai periodici incendi, dove una fiamma spinta da raffiche di vento caldo (il Santa Ana del deserto) a 100km e alimentata dalle resine combustibili delle piante native, può divorare un canyon in pochi minuti.

Questo è il luogo del «disastro dei benestanti» dove lo sviluppo si ostina a spingersi e dove si pretende che un esercito di pompieri con la sua aeronautica antincendi fermi le fiamme e protegga le case a un costo enorme sostenuto dai contribuenti. Per questo George Bush si è precipitato a San Diego per promettere la ricostruzione dopo aver abbandonato la città di Katrina: New Orleans è povera e nera ma ancora più a suo svantaggio, è una vera, vecchia, città e come tale di scarsa utilità immobiliare per l'industria suburbana.

Gli ultimi incendi sono seguiti ora dall'ormai consueto dibattito sulla necessità di modificare i modelli di sviluppo verso criteri più razionali e sostenibili: smettere ad esempio di costruire ville di plastica sulle colline combustibili. Ma la possibilità che le riforme vengano effettivamente varate sono minime. I limiti alla crescita sono anatema al sacramento del progresso impugnato da un' industria edile dagli enormi interessi finanziari... quindi per il prevedibile futuro almeno, la California continuerà a bruciare.

Nota: superfluo ricordare al lettore che sia su Eddyburg che su Eddyburg_Mall ci sono intere cartelle dedicate ai problemi sfiorati da Luca Celada nella sua ampia rassegna. Il riferimento specifico qui può essere invece al sostanziale fallimento delle politiche energetiche di Arnold Schwarzenegger (il quale se non altro ci ha provato, a differenza del nostro centrodestra), proprio di fronte all’intreccio di interessi che produce e si alimenta dello sprawl; gli stessi interessi che speculano pesantemente anche sull'emergenza, in un quadro inquietante militar-economico tratteggiato da Naomi Klein sull'ultimo numero di The Nation, proposto in italiano da Mall (f.b.)

Era già successo sabato, in diretta su Raitre per uno speciale di “Ambiente Italia” dedicato alla giornata del Coast Day in Sardegna. Impossibile, in quella occasione, non discutere del Piano paesaggistico regionale: e l'assessore aall'Urbanistica Gianvalerio Sanna aveva denunciato la malainformazione sulla norma salva-coste varata dalla Giunta nel 2004. Difficile pensare a una premonizione: anche perché probabilmente in viale Trento non si aspettavano le quattro sentenze-fotocopia con cui il Tar ha annullato il quarto comma dell'articolo 15 delle Norme tecniche di attuazione, sbloccando di fatto le concessioni edilizie nei comuni in regola con il Puc al momento dell'approvazione del Piano.

Ma anche all'indomani del pronunciamento del Tribunale amministrativo, l'idea dell'assessore non cambia. Supportata, in questa occasione, anche dal presidente Renato Soru. Il concetto è affidato a una nota che precede una conferenza stampa in programma per la mattinata di oggi: «La ricerca di sensazionalismo ha fatto fare oggi (ieri, ndr) qualche titolo che contiene un macroscopico errore di valutazione della sentenza del Tar e delle sue conseguenze sulla validità del Piano paesaggistico regionale». In pratica è un altolà per chi grida al “colpo mortale” inferto a una delle norme principe della legislatura. Tutto il contrario, secondo Soru e Sanna: «Il Piano paesaggistico», sottolineano, «esce da questa prima fase di contestazioni e ricorsi - fra cui quello della Confindustria e di alcuni Comuni - con un riconoscimento di piena legittimità del suo impianto, della sua struttura, della coerenza con la disciplina nazionale e quindi con il riconoscimento della sua piena validità».

Nessuna falla nell'impianto della legge, quindi. Una piccola breccia, al massimo, che la sentenza dei giudici amministrativi contribuirà a riparare: «Potranno esserci singoli aspetti marginali che possono essere meglio precisati, cosa che potrà essere fatta in sede di discussione del Piano paesaggistico regionale per la parte che riguarda gli ambiti interni, e l'attività dei giudici ci è utile anche per giungere a questo ulteriore livello di definizione».

Nel caso specifico, anzi, «la sentenza del TAR non solo non apre varchi, ma ribadisce maggiori vincoli e maggiore severità. L'istituto dell'intesa - che è un istituto transitorio che regola l'attività edilizia e la permette a certe condizioni sino all'approvazione del Puc - è pienamente valido in gran parte delle circostanze previste dalle norme tecniche». In buona sostanza non si aprirebbe la voragine pronosticata a una prima lettura della sentenza, anche se buona parte dei ricorsi depositati - qualche decina, pare di capire - farebbero riferimento proprio all'istituto dell'intesa.

Golfo Aranci e Santa Teresa di Gallura, i due comuni interessati alle ultime sentenze del Tar, avevano già approvato nel 2004 il proprio Puc. È il motivo per cui l'istituto dell'intesa «viene considerato illegittimo perché inutile, per verificare le lottizzazioni che sono fatte salve nella fascia costiera per i Comuni che avevano il PUC approvato e per i Comuni senza Puc fuori dalla fascia costiera. Questa illegittimità ha come conseguenza non che possano essere fatte salve delle lottizzazioni che non hanno i requisiti fissati dal Piano paesaggistico, ma che è sufficiente che sia il Comune a verificare autonomamente la sussistenza di questi requisiti».

Non cambia il risultato, sostiene la Giunta, perché «è comunque la Regione che deve dare il nulla osta paesaggistico, anche quando quelle lottizzazioni fatte salve sono certificate dai Comuni e non attraverso l'intesa». Dalla decisione del Tar, insomma, il Piano paesaggistico regionale uscirebbe addirittura rafforzato. Di sicuro, secondo Soru e Sanna, improntato a «una maggiore severità, perché viene eliminata anche solo l'ipotesi che attraverso l'intesa si potessero approvare lottizzazioni prive dei requisiti richiesti. Comune e Regione verificano separatamente queste lottizzazioni: il Comune valutandone la rispondenza ai requisiti, la Regione successivamente, verificando la possibilità di concedere o no il nulla osta». Con buona pace per chi gridava al crollo totale della norma salva-coste.

CAGLIARI. Il presidente getta acqua sul fuoco: «Non cambia niente». L’oppositore rilancia la sfida: «E’ l’ennesimo fallimento». Il tecnico avverte: «A rischio altre norme di salvaguardia». Dopo la sentenza del Tar che ha annullato un comma delle norme tecniche è ripresa la guerra sul Piano paesaggistico. Sul quale pende ora anche il referendum abrogativo regionale: lunedì la decisione finale.

Quella di ieri, nonostante la festività, è stata un’intensa giornata di lavoro per il presidente della giunta regionale, Renato Soru, e l’assessore all’Urbanistica, Gian Valerio Sanna. I quali, in un lungo vertice assieme a diversi collaboratori hanno studiato la sentenza con cui il Tar, mercoledì, ha annullato il quarto comma dell’articolo 15 delle norme tecniche del Ppr, il comma che prevedeva, per i Comuni con il Piano urbanistico già approvato, la procedura dell’Intesa con la Regione per l’approvazione finale delle lottizzazioni e dei piani attuativi già varati. Nel vertice è stato verificato che si tratta solo delle «lottizzazioni già fatte salve» per le quali resta comunque «l’obbligo del nullaosta paesaggistico se non ottenuto dopo il dicembre 2005». Nel vertice è stato inoltre verificato che l’istituto dell’Intesa è stato salvato per tutti gli altri casi (ampliamenti, costruzioni nell’agro, eccetera) e che l’ultima parola resta comunque alla Regione attraverso gli uffici del Paesaggio, che sono in grado di bloccare qualsiasi pratica giudicata non in linea con il Ppr. Secondo i partecipanti al vertice (Gian Valerio Sanna parlerà solo oggi in una conferenza stampa per chiarire il punto di vista della Regione) i progetti interessati dalla sentenza del Tar «sono una decina». Ma si dovrà poi verificare (e lo faranno i giudici del Tar in prossime udienze) se i rilievi si allargheranno ad altri articoli di legge: lo si capirà quando arriveranno i ricorsi sull’Intesa presentati per progetti nei Comuni che non hanno il Puc approvato. Renato Soru, comunque, non sembra preoccupato. Dopo il vertice con Sanna ha diffuso una lunga dichiarazione proprio per dire che «non cambia niente» e che, anzi, «ora i vincoli sono più forti».

Il presidente ha voluto subito precisare che la sentenza del Tar che ha accolto i ricorsi di alcune società immobiliari del nord Sardegna, «non apre alcun varco»: la procedura dell’Intesa è stata «considerata illegittima semplicemente perché inutile e solo nei casi specifici delle lottizzazioni fatte salve nella fascia costiera per i Comuni che hanno il Puc approvato e per i Comuni senza il Puc fuori dalla fascia costiera». Mentre per il resto («la gran parte delle circostanze previste dalle norme tecniche di attuazione del Ppr») è stata, ha detto, «confermata la sua validità».

Secondo Soru il Ppr «esce da questa prima fase di contestazioni e ricorsi, fra cui quello della Confindustria e di alcuni Comuni, con un riconoscimento di piena legittimità del suo impianto, della sua struttura, della coerenza con la disciplina nazionale e quindi con il riconoscimento della sua piena validità». E ha aggiunto: «Potranno esserci singoli aspetti anche marginali che possono essere meglio precisati, cosa che potrà essere fatta in sede di discussione del Piano per la parte che riguarda gli ambiti interni, e l’attività dei giudici ci è utile anche per giungere a questo ulteriore livello di definizione».

La illegittimità rilevata dal Tar, ha dichiarato Soru, «ha come conseguenza non che possano essere fatte salve delle lottizzazioni che non hanno i requisiti fissati dal Piano paesaggistico, ma che è sufficiente che sia il Comune a verificare autonomamente la sussistenza di questi requisiti. E’ comunque la Regione, anche in questi casi, che deve dare il nullaosta paesaggistico». Quindi «è eliminata anche solo l’ipotesi che attraverso l’Intesa si potessero approvare lottizzazioni prive dei requisiti richiesti per essere fatte salve».

La lettura data da Soru non è stata certo condivisa da Mauro Pili che ha invece parlato di «un fallimento dietro l’altro». La bocciatura di quella «norma discrezionale» è «sacrosanta», ma «restano restano in piedi in tutta la loro gravità» altre norme che «cancellano i Comuni, mettono a rischio l’ambiente e in ginocchio la Sardegna». Per questo motivo «è importante che siano i sardi a decidere se approvare o bocciare il Ppr con il referendum». Lunedì si saprà se quello abrogativo del Ppr sarà ammesso o no.

Durissimo anche il giudice del senatore olbiese Fedele Sanciu (Forza Italia: «Non sono bastate le molteplici voci di disapprovazione, le sentenze della Corte dei Conti, il pronunciamento della Corte d’Appello sulla Statutaria e la recente decisione del Tar a frenare l’inarrestabile smania del presidente Soru di voler controllare tutto e tutti». Quelli del Tar sono «sonori schiaffoni».

Secondo Silvestro Ladu, capogruppo di Fortza Paris in consiglio regionale, la sentenza del Tar «elimina un vero e proprio obbrobrio legislativo che dava alla giunta un potere discrezionale di stampo feudale: con le stesse regole tutto poteva essere permesso o vietato».

Il tecnico Alberto Boi, responsabile del Centro servizi urbanistici e consulente di diverse Procure, ha spiegato che «gli effetti della sentenza sono immediati, per cui i Comuni devono rilasciare le concessioni edilizie». Inoltre, a suo avviso «le motivazioni della sentenza non sono solo procedurali ma sostanziale, per cui a essere messo in discussione è l’intero istituto dell’Intesa perché toglie la competenza esclusiva al Comune in materia urbanistica». Pertanto, ha concluso Boi, «la Regione farebbe bene a non impugnare la sentenza del Tar, né a chiedere la sospensiva». Perché se la sospensiva non venisse accolta si creerebbe una paralisi di almeno due-tre anni in attesa del pronunciamento del Consiglio di Stato. E allora? «La Regione - ha concluso - deve dotarsi subito di una norma che abbia i requisiti di legge, in caso contrario si entrerebbe in una fase di caos e tutto il Ppr, con i successivi ricorsi in punti decisivi, potrebbe essere fatto decadere dai giudici». A quel punto «i danni sarebbero irrimediabili.

Si è svolta sabato 27 ottobre, presso la Sala municipale di Bressana Bottarone, l’Assemblea dei Comitati e delle Associazioni contro l’autostrada Broni-Pavia-Mortara. Di fronte a 150 persone, si sono alternati al tavolo dei relatori i rappresentanti di dieci dei diversi comitati cittadini, che hanno esposto i problemi che il tracciato procurerà ai singoli centri abitati, e delle diverse associazioni, che hanno posto l’accento sulle criticità dell’opera. I Comitati e le Associazioni riconoscono che alcune aree della Provincia di Pavia hanno oggettivi problemi viabilistici, ma ritengono che l’autostrada, lungi dal risolverli, li aggraverà. Ma i problemi viabilistici non sono gli unici aspetti che sconsigliano la realizzazione dell’autostrada. L’autostrada ha, secondo i Comitati, forti controindicazioni per la salute: nel corso della serata sono state ricordate alcune evidenze statistiche, presentate anche in un recente convegno sull’inquinamento svoltosi alla Fondazione Maugeri, da cui si ricava come gli inquinanti del traffico siano tanto più dannosi quanto più giovani sono le persone che li respirano e come la vicinanza a strade trafficate aumenti l’incidenza dell’asma e delle malattie respiratorie. Altre statistiche stabiliscono che a Pavia, dove nel 2006 per ben 111 giorni è stata superata la soglia di attenzione per le polveri sottili, esiste una relazione significativa tra malattie dell’apparato respiratorio e cardio-circolatorio e inquinanti legati al traffico. Da un punto di vista strettamente ecologico, hanno invece ricordato i rappresentanti del WWF, un’autostrada lunga 67 km e larga 40 m, comporta la distruzione di 3.000.000 mq di un territorio eccezionalmente vocato per l’agricoltura; e altri 3.800.000 mq di questo territorio se ne andranno per l’esecuzione delle cave (alcune tra l’altro sotto il livello delle falde idriche) necessarie per ottenere gli inerti per la costruzione dell’opera. E anche sotto il profilo giuridico l’opera non manca di punti oscuri, tanto è vero che la palese violazione di numerose disposizioni di legge ha spinto i Comitati e le Associazioni a presentare tre ricorsi al TAR.

Al dibattito sono anche intervenuti Ezio Corradi vicepresidente dei Comitati Ambientalisti Lombardi che ha riferito delle analogie con l’ autostrada Cremona-Mantova, i rappresentanti del Comitato di Zinasco che si oppone alla costruzione dell’impianto di bioetanolo, del Comitati agricoltori, delle associazioni, Legambiente, La Rondine e Italia Nostra.

L’idea che è emersa nel corso della serata è che il territorio della Provincia di Pavia non deve essere considerato uno spazio da riempire, a maggior ragione se il riempimento avviene con colate di cemento e asfalto.

Non so se se vi è mai capitato, vedendo certe ambulanze che caracollano nel vuoto totale, magari notturno, a sirene spiegate, di chiedervi qual è il loro bilancio sanitario. Ovvero, se con tutto quel dispiegamento di decibel non facciano molti, ma molti, più danni alla salute di chi si trova a portata d’orecchio, di quanto vantaggio portino al tizio che sta chiuso là dentro in barella, o aspetta da qualche parte che l’ambulanza arrivi a prenderlo. E sottolineo: mi riferisco alla sirena spiegata nella notte, o nel vuoto pomeriggio di agosto. Non all’universo dei pronto soccorsi, del trasporto feriti, e compagnia bella. Figuriamoci!

Ecco, se vi è mai capitato di farvi una domanda del genere sul bilancio sanitario della sirena spiegata al popolo, forse potrebbe sorgere un dubbio simile anche di fronte a un altro aspetto, diciamo più raffinato, della medesima questione: il trasferimento dei diritti alla salute. Succede, ad esempio, col progetto del CERBA (Centro Europeo di Ricerca Biomedica Avanzata), città della scienza che secondo il suo mentore e promotore Umberto Veronesi “non può aspettare i tempi della politica” [1]. E figuriamoci se non siamo d’accordo un po’ tutti, sia sul ruolo di punta della ricerca del professor Veronesi, sia sulla necessità che questa ricerca si svolga in spazi adeguati, attrezzati, modernissimi, delle dimensioni necessarie. Le quali dimensioni necessarie, guarda caso, coincidono con “le aree messe a disposizione da Salvatore Ligresti nel Parco Sud” [2]. Ma va?

Un punto di vista, quello del “non poter aspettare i tempi della politica”, a quanto pare condiviso dalla politica stessa, che ad esempio nella persona dell’Assessora provinciale all’Ambiente, Bruna Brembilla (e Presidente del Parco greenbelt) non ha alcun dubbio nel dichiarare che “La nostra capacità di governo si esprime attuando questo ambizioso progetto, in armonia con il bene comune rappresentato da natura e ambiente del Parco”.


Una bella sfida, questa di realizzare una “armonia” facendo atterrare in un campo arato superfici di tutto rispetto (più di 60 ettari), e volumetrie per niente trascurabili e indispensabili, oltre a pesanti per quanto “compatibilizzati” interventi alle infrastrutture (si calcola una presenza quotidiana di 15.000 persone, e il solo centro ricerca ha una superficie complessiva di 60.000 mq). Il tutto, in una zona per niente trascurabile in quanto a ruolo territoriale.

Le famose aree “messe a disposizione da Salvatore Ligresti”, oltre che più grosse ad esempio di tutta la superficie brownfield della Bicocca per citare un famoso paragone locale, non si collocano né in una fascia tutto sommato di urbanizzazione consolidata, né in una posizione neutra. Basta a questo proposito usare quello strumento di democrazia geografica che è Google Earth, per rendersene conto. Siamo nell’estremità meridionale del territorio comunale di Milano, quasi ai confini con quello di Opera, e anche dall’arteria principale (le ultime propaggini della via Ripamonti, che si appresta a diventare il tratto metropolitano della Statale 412 Valtidone per l’Oltrepo pavese-piacentino) si inizia a notare la discontinuità fra l’insediamento compatto e quello che un po’ oltre l’abitato di Noverasco e il tracciato della Tangenziale diventerà il corpo principale del parco di greenbelt agricola.

Per dirla con parole parecchio più povere, dopo il corridoio di asfalto e cemento ininterrotto della periferia milanese, che prosegue fino al capolinea tranviario oltre il vecchio borgo dell’Assunta abbondantemente ingollato da tutto il resto, qui si inizia, anche se con qualche discontinuità, a respirare. Una discontinuità che si nota anche scorrendo le tavole del piano di coordinamento del Parco Sud, dove appunto qui la retinatura delle zone in qualche modo aperte diventa più rarefatta, le campiture da continue si fanno sfrangiate, diventano cunei, strisce, fino ad esaurirsi contro la città compatta che la greenbelt è chiamata a rintuzzare.


Le cinture di verde agricolo, che si chiamino Greenbelt, o Urban Growth Boundaries, che si tratti di scelte locali o di politiche nazionali di più ampio respiro, sono da sempre oggetto di discussione. Si favoleggia che la prima indicazione tecnica venga addirittura da Dio in persona, il quale con la riconoscibile voce tonante avrebbe dettato dal cielo che c’è un posto per le case, uno per la campagna, e un altro intermedio fra di esse [3]. Più nota e moderna l’indicazione di Ebenezer Howard e del successivo movimento per le città giardino, evoluto poi sino alla contemporanea pianificazione territoriale, secondo cui a evitare la crescita omogenea e compatta delle grandi aree urbane, vanno riservate a verde, con funzioni agricole e/o di tempo libero, ampie corone e cunei liberi. È un salto concettuale, rispetto al verde urbano ottocentesco, inteso soprattutto come passeggio, servizio locale, spazio pubblico sociale complementare alla piazza. Qui si toccano anche temi ambientalmente più vicini alla sensibilità di oggi, come ad esempio la relativa autosufficienza alimentare dei bacini territoriali, o in generale un’idea di pianificazione del territorio che scavalca di gran lunga il coordinamento delle opere pubbliche di un Haussmann, o anche le finalità estetico-sanitarie del primo Olmsted.

Ma pur con tutte queste alte premesse, qui non bisogna dimenticarsi che siamo di fronte alla medesima amministrazione comunale che col suo sindaco precedente (tanto per ricollegarsi a Olmsted) ha definito Central Park una manciata di alberelli piantata all’ombra di mastodontici grattacieli. Una sofistica da oratorio, visto che nessuno può negare che anche quella roba sia un park, e che senza dubbio sia molto central, come dimostrano i valori immobiliari di quei grattacieli ... In definitiva lo stesso modo di ragionare piuttosto sbrigativo che emerge anche nel caso del progetto CERBA, accettato e sottoscritto in pieno non solo da Comune e Regione (amministrazioni di centrodestra), ma anche dalla Provincia (amministrazione di centrosinistra, e di passaggio anche organo garante della greenbelt metropolitana). Per cui la “capacità di governo si esprime attuando questo ambizioso progetto”, le cui ambizioni si devono realizzare lì, e non altrove: tagliando le gambe, per il momento solo in dettaglio, all’idea stessa di greenbelt, visto che le sognanti vedute a volo d’uccello dello Studio Boeri si collocano esattamente sopra una delle rare fasce di discontinuità dell’edificato urbano. Anche senza pensare a cosa poi succederà, ad esempio, alle aree lasciate libere tutt’attorno.

Ma non finisce qui, tra le frange dell’urbanizzazione (ancora) rada fra Milano sud e la Tangenziale. La greenbelt ha un respiro metropolitano-regionale, e corrispondentemente scatena spiriti animali di scala proporzionata. Lampante il serafico assessore milanese al territorio Carlo Masseroli, quando commentando la firma dell’accordo di programma per il CERBA si lasciava scappare in pubblico un eloquente “la firma di oggi è un segnale importante per lo sviluppo del Parco Sud finora bloccato e quindi non fruibile” [4]. Dove il verbo fruire forse non si riferisce esattamente ad anziani che raccolgono insalate selvatiche, adolescenti scorazzanti in bicicletta tra i filari di alberi residui, padri che tentano di mostrare ai figli un contadino in carne e ossa da raccontare ai posteri. Il fruire a cui si riferisce Masseroli è quello che si misura in metri cubi per metro quadro, e si gusta al meglio al chiuso dei consigli di amministrazione, più che tra le fastidiose umide nebbie di queste terre così mal pavimentate!

Dove il “sogno che Umberto Veronesi insegue dall’inizio degli anni Novanta” si incrocia con altri sogni inseguiti da vari altri in vari periodi, e che ad esso si sovrappongono, puntando le canne mozze della stampa di opinione contro chi, naturalmente, opponendosi a seicentomila metri quadrati di astronave scientifico-immobiliare proprio lì sopra, è un oscurantista contrario al progresso umano.

E se come ci insegna Walt Disney i sogni son desideri, chiusi in fondo al cuor, figuriamoci quanti altri sogni stanno sepolti nel cuore di tenebra del Parco Sud: la medesima fascia che un paio di generazioni fa, ci raccontavano prima Cesare Chiodi e poi Amos Edallo, vedeva le cascine svuotarsi in mancanza di una seria urbanistica rurale a scala sufficiente almeno ad attenuare il fascino delle mille luci della vita cittadina. Si vede che quei tempi – quelli dell’urbanistica rurale - non sono ancora arrivati, se i sogni di tutti i sindaci sono letteralmente esplosi da quando si è capito che la variante urbanistica per il CERBA è cosa praticamente fatta: “Sono 22 i Comuni che hanno chiesto la modifica dei confini del parco, non avendo più spazio per costruire asili, scuole, case. Confini disegnati vent’anni fa, dunque nessuno esclude l’opportunità di una revisione” [5].

Insomma, dove la pianificazione metropolitana sembra funzionare assai male, funzionano invece altri processi, opposti, di scala sovracomunale, ovvero la somma degli interessi particolari, che secondo logica (una logica a quanto pare non condivisa dalla politica attuale) non compone mai l’interesse generale.

Interessi particolari che hanno modo di irrompere, ora, proprio nella breccia aperta dal comune di Milano: perché il capoluogo si, e poniamo Rosate, o Bellinzago, no? Per dirla con Paolo Hutter, uno che di ambiente, di assessorati, di amministrazione, se ne intende abbastanza, “In via Ripamonti sembra inarrestabile la marcia del CERBA, il Centro europeo per la ricerca biomedica avanzata, come se chiedere alla struttura di esser costruita altrove, e non sui campi, fosse una mancanza di riguardo verso la sanità”.

Perché proprio lì? Perché forzare la mano, imporre un potenziale pasticcio a colpi di sogni, alti traguardi della scienza, tavole di rendering dove anche la specie di autostrada in cui si trasformerà la via Ripamonti è disegnata in verde? E dove con un trucchetto da baraccone le alture dell’Oltrepo pavese, che stanno giù decine e decine di chilometri in fondo alla statale Valtidone, spuntano per incanto più o meno al posto della Tangenziale? Concessione poetica, a fare il paio con quella edilizia.

Resta solo da sperare (c’è qualche possibilità?) che almeno il sognatore Veronesi provi a fare un ragionamento simile a quello dei medici che sino a non molto tempo fa partecipavano ai gruppi di lavoro sull’assetto del territorio: prevenire è meglio che curare. Una grande fascia di verde, continua, che comincia il più possibile vicino al cuore del capoluogo, è garanzia di una migliore qualità ambientale, baluardo contro la congestione, l’inquinamento, l’impermeabilizzazione dei suoli. E, visto come stanno andando le cose, ragionare anche per il CERBA a dimensione metropolitana (e già che ci siamo: perché non farlo più vicino a una fermata esistente del metro?) metterebbe un tappo alle rivendicazioni dei sindaci, che in effetti fuori dal loro territorio non ci possono andare e a quella prospettiva sono obbligati per contratto.

Forse c’è poco da sperare: provate voi a spiegarlo, al tizio della sirena ululante nella notte, che al mondo c’è qualcosa d’altro, oltre al tizio con la colica in barella sul retro. Ma bisogna aver pazienza, e riprovarci.

Professor Veronesi: come e dove li trasferiamo, i diritti alla salute?

Nota: per una migliore informazione storica sull’idea della greenbelt e sull’evoluzione degli insediamenti compatti pianificati sul modello città giardino, faccio riferimento al sintetico testo di Charles Benjamin Purdom;il dibattito anche aspro attuale, sulla revisione del concetto e del ruolo delle grandi fasce di verde agricolo in Gran Bretagna, è ampiamente documentato nella cartella Spazi della Dispersione, di Mall; sui temi più generali del Consumo di Suolo, c’è l’omonima cartella di Eddyburg; gli articoli citati nel testo e riportati più in dettaglio nelle note qui di seguito, sono consultabili a testo intero in una apposita Raccolta ; ancora per chiarire meglio i termini del progetto, della variante, delle varie contraddizioni, allego qui in pdf la brochure informativa ufficiale del Cerba, che contiene anche qualche dato in più sul progetto architettonico-urbanistico, e le osservazioni (sostanzialmente negative) presentate qualche mese fa dalle Associazioni ambientaliste rispetto alla proposta; altre informazioni, sia al sito del Cerba che a quello dello Studio Boeri e infine all'area Piano Regolatore del Comune di Milano e Parco Sud della Provincia (f.b.)

[1] Simona Ravizza, Veronesi: la città della scienza non può aspettare «Milano rischia di perdere l’unico centro europeo di ricerche biomediche», Il Corriere della Sera, 16 marzo 2006

[2] idem

[3]Le case dei Leviti situate nelle città, possono sempre venir riscattate […] I loro campi suburbani però non vadano venduti, perché sono loro possessione perpetua” (Levitico, 25, 34).

[4] Ricerca e innovazione: firmato l'accordo di programma per il CERBA, Milano-Lorenteggio News, 6 marzo 2007

[5]Stefano Rossi, Parco Sud, ventidue sindaci in rivolta "Vogliamo più spazio per costruire", la Repubblica, 21 ottobre 2007

In principio c’era la «Città dello Sport», progettata dall’architetto Santiago Calatrava su un’area dell’università di Tor Vergata e da costruire in gran fretta, con i soldi (250 milioni di euro) della legge per Roma capitale, in tempo per i Mondiali del Nuoto: 18 luglio-2 agosto 2009. I lavori marciano, ma, comunque vada, la creatura acquatica per quella data potrà essere pronta solo in parte - ormai questo è assodato - e il grande evento ha già da tempo cominciato a migrare (anche) altrove.IL VECCHIO Foro Italico, che sarà rimesso a nuovo con i soldi del Coni ospiterà il grosso delle gare. Il Piano delle opere prevede la ristrutturazione e la copertura dello Stadio Centrale del Tennis. Ma non è solo lì che si concentra l’attenzione degli organiz-

zatori. La presidenza del Consiglio nell’ottobre del 2005 ha dichiarato i Mondiali del Nuoto «Grande evento» e con questo ha creato una corsia preferenziale per la realizzazione tutto ciò che servirà ad ospitarlo. Piscine, impianti, foresterie. Una macchina piuttosto potente, che la presidenza del Consiglio ha messo in mano a Giovannino Malagò, presidente del Comitato organizzatore, abituato a trattare con la Ferrari, al presidente della Federazione italiana nuoto, Paolo Barelli, già senatore di Fi, e al Commissario delegato Angelo Balducci. Con licenza di realizzare nella capitale (e a Frosinone, Tivoli, Anguillara, Monterotondo) una serie cospicua di nuove opere natatorie.

Oltre a Tor Vergata, altri lavori per realizzare 3 impianti con annesse strutture ricettive, finanziati in questo caso dalla Federazione italiana nuoto, dovrebbero cominciare entro la fine dell’anno: così è stato stabilito alcuni giorni fa, durante l’ultima riunione tecnica. A Valico San Paolo, il progetto si fonde con quello del campus universitario di Roma Tre e prevede una piscina coperta, una scoperta da 50 metri e una foresteria con sala convegni. Un secondo polo, a Pietralata, secondo lo stesso schema impianti-campus universitario, in questo caso della Sapienza, comprende due piscine, una coperta e l’altra scoperta da 50 metri, palestre, foresteria, etc.. Infine a Ostia, dovrebbe sorgere un terzo polo. Anche in questo caso non sono mancati i problemi. Per i primi due impianti le gare d’appalto (con base d’asta rispettivamente di 12 e 11 milioni circa) sono state bandite all’inizio di agosto e il termine, spostato di 30 giorni per dare il tempo ai partecipanti di ricevere tutti i chiarimenti necessari, è scaduto il 24 ottobre. A breve (forse già oggi) si dovrebbero conoscere i nomi di queste e delle altre due gare bandite per i lavori di ristrutturazione del Foro Italico (base d’asta circa 23 milioni) e per la realizzazione del Museo dello Sport (20milioni). Per il polo di Ostia c’è stata qualche complicazione in più. L’impianto doveva sorgere vicino al PalaFijlkam: un’area definita con dovizia di particolari nella delibera del 25 luglio 2007, che dava il via anche alle procedure d’esproprio per la parte privata. Progetto preliminare affidato dalla Fin all’ingegner Renato Papagni. Un nome che conta ad Ostia e che - contesta un’interrogazione parlamentare del Verde Bulgarelli -, accentra già in sé parecchie funzioni: «presidente del Consorzio turistico Litorale romano, presidente di Assobalneari, membro della Commissione Impianti della Fin». I Verdi hanno alzato le barricate e l’impianto con l’annessa foresteria, 100 metri per quattro piani, destinata agli atleti non si farà più lì. Dove, quindi? La nuova area, non lontana da quella originaria e messa a disposizione dal Comune, è già stata individuata. Mercoledì l’assessore all’urbanistica Roberto Morassut porterà in giunta la delibera con la modifica che comunicherà poi al Commissario delegato, come prevede la procedura abbreviata autorizzata dalla Presidenza del Consiglio.

Ma c’è ancora un’altra partita, apparentemente più piccola, in realtà la più interessante dal punto di vista dei privati, a cui è stata data la possibilità di concorrere, presentando progetti per ampliare «strutture sportive esistenti funzionali alla celebrazione del “Grande Evento”», così recita la delibera 85 approvata in Consiglio comunale il 21 maggio 2007. Da allora sono state avanzate 28 proposte. Si va dallo storico «Circolo Tevere Remo» a «Cristo Re». Dall’azienda produttrice di latte «Agricola Salone» a «SS. Lazio Nuoto». In almeno due casi, i progetti presentati ricadono all’interno di un parco: una piscina che un Circolo sportivo vorrebbe realizzare all’interno del parco Decima Malafede con annessa foresteria e un altro impianto che una struttura alberghiera vorrebbe costruire all’interno della Valle dei Casali. Nel primo caso, il via libera è arrivato prima che si insediasse la nuova presidenza direttamente dal commissario del parco. Nel secondo caso, invece, la questione è stata analizzata dal Consiglio di Roma Natura, che ha approvato la deroga. Voto favorevole degli altri consiglieri, voto contrario di Mauro Veronesi. Scorrendo il verbale della riunione, le sue obiezioni si possono sintetizzare così: se nel nuovo prg sono previsti 700 ettari per impianti sportivi perché realizzare le piscine nelle aree protette? E poi perché devono «ricadere» sui parchi gli «errori di programmazione» compiuti sulla Città dello Sport? Infine, una preoccupazione anche di altri consiglieri riguarda l’uso pubblico della piscina: che in futuro non «debba servire all’albergo». Non tutti i progetti avranno seguito. E finora solo per 12 si è conclusa la conferenza dei servizi. Sempre mercoledì l’assessore all’urbanistica indicherà alla giunta un numero ristretto a 5-6 di impianti che si possono considerare idonei.

Storia a parte quella delle proposte presentate dal Circolo Canottieri Aniene, presieduto dallo stesso presidente del Comitato promotore dei Mondiali, Giovanni Malagò. Un primo progetto, per la costruzione di una piscina olimpionica a 50 metri dal Tevere, è trapelato e naufragato in seguito a feroci scontri nati all’interno del Circolo (con tanto di provvedimenti disciplinari e ricorsi vinti dai soci “dissidenti”) e a un esposto dettagliato presentato da Legambiente. Un nuovo progetto ha però soppianto il primo, trovando spazio – secondo quanto previsto dalla deliberazione di giunta del 18 luglio 2007 - vicino alla Moschea. L’area (ex “Palaparioli”, un po’ lontanuccia dal Circolo) ce la mette (in parte) il Comune. Mentre la «pubblica utilità» dell’opera - necessaria a procedere con i lavori - è stata certificata, a stretto giro, dal Commissario delegato del «Grande evento», Angelo Balducci. Perplessità, oltre che dai soci del Circolo poco propensi a mettere mano al portafogli, vengono dai residenti che - spiega il presidente del Comitato Parioli, l’ingegner Fraddosio - avrebbero voluto vedere «altrettanta sollecitudine per la realizzazione del parcheggio di scambio atteso da anni».

A Francesco Rosi – che sarà oggi a Napoli a Palazzo Reale per il convegno degli Annali sulla Grande Napoli: centro storico e aree est e ovest – è forse necessario proporre una riedizione del celebre "Mani sulla città", ma con una tesi opposta. Occorre cioè rimettere oggi le mani sulla città perché v´è troppa inerzia urbanistica, soprattutto sul capitolo "centro storico" che rischia di morire per eccesso di tutela. Non si preoccupino i difensori della conservazione (e chi scrive, tra questi).

Le mani di cui parliamo sono quelle della storia, quelle dal tatto sensibile, in grado di distinguere il significato, la qualità e il carattere innovativo dei progetti da realizzare, le mani che nei secoli hanno costruito la Napoli di cui menar vanto. Non quelle avide e rozze d´un recente passato contro cui sibilò invettive Roberto Pane e tuonò Luigi Cosenza e che diedero vita alla parte di città di cui vergognarsi. Il piano regolatore vigente non ci aiuta in questa direzione, interventista ma con discernimento critico, perché sul centro storico fornisce infinite regole ma non idee e prospettive generali. Le immagini di Napoli che oggi vedremo, girate da Mario Franco e commentate in sala da Rosi, ci dicono in modo inequivocabile che "bisogna rimettere le mani sulla città".

Rimetterle innanzitutto sul centro storico, superando la sindrome da Regno del Possibile. Il controverso progetto d´iniziativa accademico-imprenditoriale della seconda metà degli anni Ottanta ha finito per condizionare venti anni di politica urbanistica, fornendo tra l´altro l´alibi culturale e metodologico a una sostanziale inattività operativa. Nulla s´è fatto, ma ben poco c´era da fare: questa potrebbe essere la laconica sintesi del problema. Invece, con tutta evidenza, c´era e c´è molto da fare. Quanto alle risorse disponibili, si parla di 200 milioni d´euro dei fondi europei destinati al centro storico di Napoli; si ha inoltre notizia d´un recente accordo tra Regione, Comune e Curia napoletana per interventi su beni ecclesiastici. Non sappiamo come saranno distribuiti questi fondi né i particolari dell´accordo. Con buona pace del metodo "partecipato" e delle decisioni "condivise" che celebrarono la loro epifania nei Forum pre-elettorali del 2006.

Rimetterle sulla zona orientale, il nostro "non luogo" per antonomasia, tra depositi carburanti, aree dismesse, quartieri popolari un tempo d´esemplare decoro e un litorale che a fabbriche chiuse attende facoltà universitarie e porti turistici. Il piano regolatore prevede nell´area delle ex raffinerie un grande parco di 150 ettari collegato a piazza Garibaldi con un lungo viale in rettifilo e alberato. Sembra un frammento dell´utopia ottocentesca di Lamont Young che immaginava per la Napoli del futuro grandi boulevard, metropolitane sopraelevate e canali navigabili. Allo stato delle cose, l´iniziativa più concreta è un accordo con le società petrolifere per la delocalizzazione degli impianti entro i prossimi due decenni.

Rimetterle infine sulla zona occidentale, Bagnoli-Coroglio, area simbolo dell´urbanistica napoletana fin dagli anni della dismissione dell´Italsider. Rimetterle per dare lena a programmi che accusano dieci anni di ritardo tra operazioni di bonifica terrestre e marina, concorsi annullati per imperizia gestionale e poi rifatti, rimozioni controverse di colmate a mare e porti-canale di dubbia realizzabilità. È cronaca di questi giorni il rinvio della scelta del progetto vincitore del porto-canale per un supplemento di istruttoria tecnica sui quesiti: il porto-canale si interra oppure no? I progetti presentati sono compatibili con le esigenze della tutela paesaggistica? Cose non di poco conto ma da risolvere entro poche decine di giorni, si dice ora in un sussulto d´efficienza decisionista. In ogni caso, il progetto è avviato e non resta che seguirne gli sviluppi e gli esiti che si sperano corretti.

È opinione corrente che a Bagnoli-Coroglio si giochi il futuro della città, ma questa è una tesi non condivisibile. Il futuro di Napoli è nel restauro del suo centro storico, nella rigenerazione funzionale dei 1917 ettari di città pregiata per storia, arte, ambiente e paesaggio nei quali vivono centinaia di migliaia d´abitanti. Napoli può rinascere se il suo centro storico, da grande questione rimossa dell´urbanistica napoletana, diviene la priorità assoluta, più di Bagnoli, più della zona orientale, più della stessa politica dei trasporti.

Postilla

È un articolo esemplare per disinformazione. La nuova normativa del piano regolatore (basata sull’analisi e la classificazione tipologica, come nelle migliori e più note esperienze italiane), ha liberato il centro storico dall’obbligo della preventiva approvazione di piani particolareggiati, che nessuno era in grado di formare, e ha perciò finalmente consentito una vera e propria esplosione di interventi di restauro, manutenzione, conservazione, come sanno tutti gli operatori del settore e come trapela, pur nell’ormai generalizzata scarsa attenzione ai problemi urbanistici (quelli veri), anche dalle cronache cittadine. Chi insiste perché ci sarebbe un eccesso di tutela, o non sa quel che dice, oppure, gratta gratta, rimpiange proprio “Il regno del possibile”. Il che è confermato dall’auspicio di nuove idee per il centro storico. Quali idee? Quelle dello sventramento? Nessuna idea concreta è neanche vagamente accennata, se non quella di un indistinto (e pertanto ancor più pericoloso) appello al “fare”, al costruire. In alternativa ci sono solo la conservazione e il restauro, come prescrive il nuovo piano regolatore. E lo spot, veramente ignobile, “mettere le mani sul centro storico”, al di là della distorsiva piaggeria nei confronti di un film che ha invece combattuto tenacemente la Napoli del cemento ad ogni costo, si apparenta piuttosto ad un più consono “mettere le mani in pasta”: attività di rinnovato successo sotto il Vesuvio.

Acqua Alta. Per ben comprendere il fenomeno e i rimedi che si vorrebbero adottare, è opportuno ricordare che a Venezia così si chiama l’inondazione di alcune vie cittadine da parte delle maree lagunari per il molto crescere di quella marina. Poiché il livello medio delle strade cittadine è tra i 100 e i 150 100 cm. sul livello medio del mare, una marea che fosse, poniamo di 110 cm significherebbe che alcuni tratti (pochi) avrebbero acqua per 10-20 centimetri

Questo fenomeno, negli ultimi 150 anni, è aumentato di frequenza e dimensione perché l’estensione del bacino lagunare è stata ridotta quasi di un terzo con grandi bonifiche per costruire la zona industriale di Marghera e, in vista di un suo sviluppo “magnifico e progressivo”, per formare nuove isole; ma anche per altri interventi quali la costruzione dell’aeroporto e la separazione delle valli da pesca dal libero flusso di marea per poterle privatizzare. Influenti, per una modifica complessiva della idrodinamica lagunare, sono state pure la formazione di lunghi e profondissimi canali, la costruzione delle dighe alle bocche di porto e il loro continuo scavo senza che, nel contempo, si effettuassero le manutenzioni necessarie delle difese a mare e a terra - come per millenni aveva fatto la Repubblica Veneta -. Queste sono le vere cause, dovuta all’uomo, che, in condizioni naturali estreme, hanno portato alla terribile alluvione del novembre1966 con marea a 194 centimetri.

Nel 1984 il governo italiano, pur approvando leggi – tutt’ora in vigore anche se non rispettate – per cui ogni intervento in laguna avrebbe dovuto essere progressivo, sperimentale e reversibile, ha costituito un Concessionario Unico, usando strumentalmente la spinta di un’opinione mondiale scioccata per la possibile perdita di una città irripetibile come Venezia e con procedura lesiva anche di norme europee.. Si è formato così un pool di grandi Imprese nazionali, per studiare, proporre, progettare, ed ora, realizzare quello che viene chiamato sistema MoSE, senza possibilità alcuna di valutazione di soluzioni diverse e senza possibilità “terza” di giudizio sulla qualità delle opere. Queste, del MoSE, consistono in 79 portelloni sommersi - ognuno più alto della Chiesa di San Marco - che dovrebbero alzarsi quando si prevedono maree marine superiori ai 110 cm., incernierati su cassoni di fondazione collegati a 12.000 pali infissi fino ad oltre 40 metri di profondità, con un’isola artificiale all’interno della bocca portuale di Lido e complementari dighe in mare e conche di navigazione ai lati degli accessi portuali.

Le maggiori associazioni ambientaliste nazionali e “pezzi” di partiti della sinistra sono stati da subito contrari a quest’opera perché ritenevano – come puntualmente si sta verificando - che non avrebbe rimosse le vere cause delle alte maree e che, quando i portelloni non saranno utilizzati, per le trasformazioni fisiche che si saranno rese necessarie alla loro installazione, faranno aumentare altezza e frequenza di tutte le acque alte. Un’ opera quindi pericolosa; contraria allo scopo che si prefigge; costosissima (4,2 miliardi preventivati per la costruzione, 30 milioni all’anno, per 100 anni, per la manutenzione) e distruttiva della struttura fisica della laguna che diverrà un vero braccio di mare. E’ stata approvata, con solo voto politico, illegittimamente per mancanza di Valutazione di Impatto Ambientale e in violazioni di numerose norme urbanistiche locali, territoriali regionali, ambientali europee (una precedente VIA, annullata per vizio formale, era stata totalmente negativa e mai rifatta). Esistono altri modi per uscire sul serio dalle acque alte, con progetti rispettosi delle leggi, che si possono sperimentare prima del realizzo, dai costi e tempi di realizzazione enormemente minori, ambientalmente assolutamente compatibili. Il Comune di Venezia, che ufficialmente ha rilevato sia le illegittimità procedurali che le pesanti modificazioni ambientali già in atto, ha fatto valutare da esperti l’efficienza dei progetti alternativi in relazione al MoSE: su 14 proposte progettuali, questo si è collocato, in ragione dell’efficienza appunto, al penultimo posto. Si può intervenire con altri progetti ma soprattutto riducendo la forza e la quantità d’acqua che entra dalle tre bocche di porto, in maniera differenziata in ragione del loro uso. Alzando i fondali alle bocche, soprattutto quella di Lido, è possibile, secondo studi acquisiti dal Comune e mai contestati, ridurre tutte le maree di 21 cm. e, con il contemporaneo rialzo dei percorsi cittadini più bassi, portare le 70-80 alte maree annuali a 1-2, di piccola entità come avveniva 150 anni addietro. Il MoSE, entrando in funzione solo in previsione di maree di 110 centimetri, ne può eliminare, in media, solo 2 o 3 all’anno: negli ultimi due anni, ad esempio, non ne avrebbe eliminata nessuna. Il rialzo del fondale del porto di Lido salverebbe, di fatto, Venezia dall’acqua alta e impedirebbe anche alle mega-navi turistiche l’ingresso nel Bacino di San Marco. Oggi, queste navi, lunghe 300 metri ed alte più di 40, distruggono i fondali lagunari e inquinano l’aria, ognuna, come 15.000 automobili, incombendo, con possibili collisioni, sui palazzi storici delle rive. In tempi brevi e costi contenuti – in relazione a quelli del MoSE - è possibile invece realizzare un avamporto turistico in mare.

Con un aumento medio dei mari nei prossimi 100 anni per l’effetto serra, che quasi nessuno più contesta ma che registra ancora grande incertezza sull’entità (da 10 a80 cm.), facendo pure l’ipotesi cautelare di 40-50 centimetri di aumento, il MoSE – secondo uno studio del prof. Pirazzoli del CNR francese - dovrebbe rimanere chiuso più di 150 giorni all’anno azzerando di fatto ogni possibilità competitiva per i traffici di Porto Marghera che usa giornalmente più volte la bocca portuale di Alberoni e quindi la sua bonifica e riconversione produttiva ecocompatibile. Ciò ridurrebbe l’intera laguna, per mancanza di ricambio, in un’unica cloaca (i centri abitati lagunari non possiedono sistemi fognari) inquinata anche da tutti i pesticidi agricoli slavati per le piogge dai 98 Comuni del bacino imbrifero.

Attestando il vero, da chiunque verificabile in loco, all’oggi il MoSE non è stato ancora iniziato, con buona pace di Ministri e stampa di parte, ma sono state quasi totalmente realizzate le opere complementari che, interrompendo i lavori, potrebbero tutte ancora essere riconvertite ad altre più utili funzioni. Un esempio: le conche di navigazione si possono trasformare in darsene per i potenti motoscafi che oggi distruggono i fondali lagunari con il moto ondoso e che potrebbero invece raggiungere direttamente il mare senza arrecare danni.

Il Ministro all’Ambiente ha formalmente denunciato un’ulteriore illegittimità, quella dei cantieri per le opere di prefabbricazione che dovevano essere altrove che invece sono stati aperti ai lati delle bocche di porto devastando ettari di territorio vincolato e protetto anche da norme europee. Illegittimità che neppure il voto a posteriori della Commissione di Salvaguardia di Venezia ne’ il Parere della Soprintendenza ai Beni Ambientali hanno sanato.

Ma al di là della considerazione politica che con la sospensione dei lavori il Governo rispetterebbe il proprio programma che prevede il consenso delle istituzioni locali – oggi assolutamente contrarie – e la valutazione positiva su una nuova prospettiva strategica per la vita e l’utilizzo della laguna compatibile all’uomo e ai suoi traffici, alla natura e ai suoi bisogni, l’alluvione del 26 settembre scorso, che ha affondato Mestre e l’intera terra ferma veneziana (50 milioni di euro per danni pubblici e privati più 70 per quelli industriali) con metri d’acqua, rende la sospensione dei lavori del MoSE assolutamente necessaria per la salvezza e salvaguardia dell’intero territorio veneziano e delle numerose popolazioni che lo abitano.

Il 70% di questo territorio è sotto il livello del mare e, nel passato, ha affidata la propria sicurezza a complessi sistemi di idrovore, canalizzazioni ed argini per governare ed alla fine sversare le acque fluviali e meteoriche in laguna. Con il tragico alluvione del novembre 1966, il bacino scolante ha versato in laguna tanta acqua da farne aumentare il livello di 30 cm e poiché, per il blocco di fatto alle bocche di porto, i 550 chilometri quadrati dell’intero bacino non potevano accoglierne più, migliaia e migliaia di ettari di campagne sono stati invasi d’acqua fino ai primi piani delle case.

Negli ultimi decenni sconsiderati piani urbanistici – consentiti da nuove normative che hanno privatizzato le possibilità decisionali, spesso anche con prestigiose Università consenzienti – e realizzazioni edilizie fai da te, non solo senza controllo alcuno ma legalizzabili con condoni ex postero, hanno ulteriormente cementificato il territorio e lo hanno sempre più impermeabilizzato con nuove reti stradali asfaltate rese necessarie dall’edificazione selvaggia. La rete dei canali di scolo del territorio agricolo è stata fittiziamente sostituita da fantomatici drenaggi sotterranei (di fatto eliminata) e, ove ancora esistente, cementificata sulle sponde e tombinata sotto ogni ingresso abitativo rurale. Molte idrovore sono ancora quelle dell’altro secolo, spesso solo manuali e non collegate in rete. I Consorzi di bonifica, enti cui è affidata sorveglianza, studio e manutenzione idraulica del territorio, perdendo la propria indipendenza e professionalità, sono spesso divenuti veri cimiteri d’elefanti dove parcheggiare politici trombati o amici dei vari sottogoverni.

In altre parole la situazione del rischio idraulico nel territorio, negli anni successivi al tragico 1966, è fortemente peggiorata, come puntualmente rilevano grandi esperti come i professori D’Alpaos e Matticchio che, nel 1966, dicono “se si confronta la situazione attuale con quella preesistente alla grande piena del 1966, si deve purtroppo rilevare che il rischio idraulico si è ulteriormente accresciuto”.

Ma, quando, giusto 10 anni fa, la commissione VIA ha dato il “Parere di compatibilità ambientale sugli interventi alle bocche lagunari per la regolazione dei flussi di marea” (nel dare – è opportuno ricordare - alla fine un parere totalmente negativo sull’opera), ha dovuto denunciare che manca “un calcolo specifico da parte del proponente (Consorzio Venezia Nuova, nota nostra) sulla portata media del deflusso in laguna in occasione di consistenti precipitazioni piovose” e che il MoSE è stato tarato dai progettisti del Consorzio per un apporto del Bacino scolante calcolato sulla base di una precipitazione piovosa di un massimo di 5 (cinque!) millimetri l’ora: il 26 settembre, solo dalle 7 alle 8 di mattina, sono caduti 145 (centoquarantacinque!) millimetri di pioggia.

Con il MoSE chiuso, mestrini e veneziani avrebbero fatta la fine del topo nella nave che affonda.

Anche per la fortissima pressione degli alluvionati e dei loro Comitati - genuina protesta popolare, che l’opposizione comunale ha inutilmente tentato di strumentalizzare – in un affollatissimo Consiglio comunale il Sindaco ha promesso rimborsi, nuovi strumenti di salvaguardia idraulica e la nomina di un Commissariospeciale per superare l’emergenza.

Un recupero della fiducia dei cittadini nella politica non si ottiene con Commissari più o meno speciali, come è pure stato opportunamente espresso nello stesso dibattito comunale; in Italia ce ne sono un carrozzone di 10.000 senza alcun miglioramento nell’efficienza della gestione politica. Il recupero di una capacità di previsione, strumentazione ed intervento deve essere del corpo politico che a tal fine è delegato ma che, oggi in controtendenza, deve sviluppare la capacità di cogliere quanto dal basso i gruppi sociali esprimono direttamente come saperi locali e la volontà di farsi “controllare”.

A Venezia i commissari speciali, più volte nominati, non sono minimamente riusciti ad evitare il moto ondoso, come chiamano i veneziani le onde dei mezzi acquei a motore che distruggono laguna e città più delle alte maree. In virtù dell’essere sopra le leggi e le norme hanno potuto invece costruire una isola-discarica di fanghi pericolosi all’interno della laguna (che si apprestano a duplicare nelle vicinanze con fanghi tossico-nocivi) quando l’applicazione normale della legge non l’avrebbe consentito. Per costruire la base di guerra americana Dal Molin a Vicenza, è stato nominato Commissario Costa, l’ex sindaco di Venezia ed ex Commissario al moto ondoso, che ha pure consentito la costruzione, distruttiva per abitanti e territorio, del Passante di Mestre e l’inizio dei cantieri MoSE, tradendo il mandato del suo stesso Consiglio comunale. Per entrambe le opere, esistevano soluzioni alternative più efficienti e ambientalmente compatibili

Il territorio veneziano è unico, di terra e di mare e nella sua totalità ed indivisibilità va governata la sua salvaguardia, pena l’inefficacia e la pericolosità di ogni intervento. Un intervento di garanzia e di prestigio istituzionale è ora più che mai possibile e doveroso.

Assieme alla promessa inversione strategica per gli interventi in terra ferma per superare ogni rischio idraulico, il Sindaco di Venezia, proprio per l’attività di documentazione e denuncia svolta sul MoSE e il Ministro dell’Ambiente per dare seguito alle denuncie d’illegittimità, devono assolutamente fermarne tutti i lavori alle bocche di porto, sui quali oggi risulta aperta anche un’ inchiesta della Corte dei Conti.

Questa è l’unica risposta politica, di garanzia per il territorio ed i suoi abitanti, a quella che viene chiamata antipolitica perché, nel rispetto di norme e leggi esistenti di tutela della popolazione – della legalità che conta, quindi -, con la soluzione più efficace ed economicamente realistica del difficile rapporto uomo-ecosistema e nell’accoglimento della volontà degli abitanti che meglio conoscono il proprio ambiente, apre varchi per una democrazia reale e di riconciliazione.

È un onore essere stato invitato, e colgo l’occasione per rendere omaggio a Renato Soru, l’uomo che ha restituito a tanti come me la speranza che il nostro paese si possa salvare. Mi riferisco proprio alla salvezza della patria, come la intendeva Benedetto Croce ministro della Pubblica istruzione dell’ultimo governo Giolitti, nel 1920, quando scrisse che

il paesaggio è la rappresentazione materiale e visibile della Patria con le sue campagne, le sue foreste, le sue pianure, i suoi fiumi, le sue rive, con gli aspetti semplici e vari del suo suolo […], il presupposto di ogni azione di tutela delle bellezze naturali che in Germania fu detta “difesa della patria” ( Heimatschuz). Difesa cioè di quel che costituisce la fisionomia, la caratteristica, la singolarità per cui una nazione si differenzia dall’altra, nell’aspetto delle sue città, nelle linee del suo suolo.

Non credevo ai miei occhi – e mi sono ricordato subito di Benedetto Croce – quando Eddy Salzano mi ha fatto leggere le parole pronunciate da Soru all’atto dell’insediamento della commissione di esperti per il piano paesaggistico della Sardegna:

Che cosa vorremmo ottenere con il piano paesaggistico regionale? Innanzitutto vorremmo difendere la natura, il territorio e le sue risorse, la Sardegna. La “valorizzazione” non ci interessa affatto. Vorremmo partire dalle coste, perché sono le più a rischio. Vorremmo che le coste della Sardegna esistessero ancora fra 100 anni. Vorremmo che ci fossero pezzi del territorio vergine che ci sopravvivano. Vorremmo che fosse mantenuta la diversità, perché è un valore. Vorremmo che tutto quello che è proprio della nostra Isola, tutto quello che costituisce la sua identità sia conservato. Non siamo interessati a standard europei. Siamo interessati invece alla conservazione di tutti i segni, anche quelli deboli, che testimoniano la nostra storia e la nostra natura: i muretti a secco, i terrazzamenti, gli alberi, i percorsi - tutto quello che rappresenta il nostro paesaggio. Così come siamo interessati a esaltare la flora e la fauna della nostra Isola. Siamo interessati a un turismo che sappia utilizzare un paesaggio di questo tipo: non siamo interessati al turismo come elemento del mercato mondiale.

Perché vogliamo questo? Intanto perché pensiamo che va fatto, ma anche perchè pensiamo che sia giusto dal punto di vista economico. La Sardegna non vuole competere con quel turismo che è uguale in ogni parte del mondo (in Indonesia come nelle Maldive, nei Caraibi come nelle Isole del Pacifico), ma vede la sua particolare specifica natura come una risorsa unica al mondo perché diversa da tutte la altre.

Non credevo ai miei occhi quando ho letto le parole che ho trascritto Non potevo crederci, perché sono parole in netta controtendenza con la cultura politica dominante, ormai quasi tutta d’accordo con un’idea di sviluppo che coincide con l’avanzata del cemento armato e dell’asfalto, con la distruzione del paesaggio. Una cultura che non ha il coraggio di assumere come prioritaria la difesa dei beni pubblici e, fra questi, la qualità e la bellezza del territorio.

Il mio intervento è perciò un omaggio a Renato Soru, che ci ha restituito la speranza. Un omaggio che vorrei privo di retorica, non fine a sé stesso, non meramente celebrativo. La sua nomina da parte dell’Unep ad ambasciatore delle coste del Mediterraneo – insieme a Predrag Matvejevic, autore del famoso Breviario Mediterraneo, e a Chérif Rahmani, ministro dell’Ambiente algerino che ha promosso la legge per la tutela delle coste del suo paese – vorrei interpretarla come un incarico operativo, volto a sollecitare e promuovere – con il ricorso agli esempi da imitare, ma anche alla denuncia, e all’indignazione – il miglior uso delle coste e, più in generale, delle risorse ambientali e paesaggistiche del nostro paese e di tutti paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Per quanto riguarda le coste italiane, mi permetto di ricordare al presidente Soru che più volte nei decenni del dopoguerra si è discusso della loro tutela, con alterne vicende, ma l’esito è stato alla lunga disastroso. Non tratto qui della Sardegna, di cui diranno altri, e Maria Pia Guermandi ricorderà l’amara vicenda di Antonio Cederna, chiamato in giudizio dall’Aga Khan e condannato insieme al Corriere della Sera per aver denunciato la rovina della costa Smeralda per opera del magnate ismailita. Mi pare giusto ricordare invece, brevemente, l’esperienza positiva delle coste della Maremma livornese. All’origine ci fu la determinazione di un uomo politico, Silvano Filippelli, presidente della provincia di Livorno, una specie antesignano di Soru, che promosse nel 1963 un convegno il cui titolo diventò famoso: Il mare in gabbia. Aveva per tema la denuncia della privatizzazione delle coste e la ricerca di soluzioni politiche ed amministrative per restituirle all’uso pubblico. Ebbe inizio da allora l’impegno degli enti locali contro le lottizzazioni costiere, impegno che non si è mai interrotto, anche se recentemente emergono fattori di crisi.

Quasi tutto il resto è in condizioni indegne, con livelli estremi nel Mezzogiorno, in particolare lungo la costa tirrenica della Calabria e lungo i mille chilometri della costa siciliana, soprattutto per via di un’attività abusiva che non si arresta e che è stata agevolata da tre condoni in 18 anni (1985, 1994 e 2003).

In particolare, in questa circostanza, non posso non denunciare la situazione della penisola sorrentina e della costiera amalfitana [cfr. immagini], un territorio celeberrimo da secoli, dalla scoperta dei templi di Paestum alla metà del XVIII secolo, quando entrò a far parte del Grand Tour, diventando “la terra delle sirene”, il paradigma della mediterraneità. È stato il lavoro secolare di generazioni di contadini che ha strutturato nel tempo un sistema di terrazzamenti e di giardini pensili, grazie ai quali gli abitati si sono sviluppati insieme alla campagna e l’architettura del giardino ha superato per magnificenza quella della casa. Nella penisola sorrentina sopravvivono ancora in parte le “terre murate”, sorprendenti costruzioni di giardini incassati nell’abitato con coltivazioni a più strati: l’olivo (oppure il noce o il nespolo) formano lo strato più alto, l’arancio quello inferiore, più sotto l’orto. Il sistema dei terrazzamenti, dei giardini e degli abitati, è solo uno degli elementi di un paesaggio dominato da coste rocciose, falesie, montagne dolomitiche, spiagge, pascoli, luoghi delle solitudini e di vertiginosi orizzonti marini.

Questo paesaggio è ora devastato da un’attività abusiva che si estende senza tregua e in ogni dove. Anche qui “comandano degrado ambientale, inquinamenti sordidi, iniziative selvagge, … corruzioni nel senso letterale e figurato” (Predrag Matvejevic). Eppure, penisola sorrentina e costiera amalfitana sono protette da 20 anni da un rigorosissimo piano paesistico, la cui storia cominciò all’inizio degli anni Sessanta, quando Italia nostra raccolse i pressanti appelli di esponenti della cultura nazionale preoccupati per le dissennate proposte sostenute da autorevoli uomini politici locali Ma solo a seguito della benemerita legge Galasso, e di fronte all’indignazione dell’opinione pubblica, nel 1987 la regione Campania approvò infine, addirittura con legge regionale, un piano paesistico che per anni era stato chiuso in un cassetto.

Da allora si è determinato sicuramente un contenimento degli assalti speculativi, ma negli anni più recenti la tutela ha finito per essere soverchiata dagli scempi, nonostante che Carabinieri, Guardia di Finanza, magistratura cercano di intervenire e operano centinaia di sequestri ogni anno.

Il 9 di ottobre, a Napoli, all’Istituto degli studi filosofici, in occasione di un convegno di Italia nostra proprio sulla costiera amalfitana e la penisola sorrentina, Giovanni Conso, procuratore antimafia, ha raccontato che ogni intervento abusivo, anche in quei luoghi prestigiosi, è riconducibile al clan dei Casalesi (il clan di Casal di Principe, il comune capitale mondiale della camorra descritto in Gomorra, il libro ormai famosissimo di Roberto Saviano).

In tutta la Campania, anche in costiera amalfitana e in penisola sorrentina, il controllo territorio è insomma nelle mani della malavita. Forse per questo, demolizioni non se ne vedono. L’unico esempio resta il mostro di Fuenti, demolito dopo 31 anni di accanita insistenza da parte soprattutto di Italia nostra.

In alcuni comuni della costiera amalfitana ci sono domande di condono più numerose degli abitanti. Un terzo dei comuni è sfornito di piano regolatore.

L’estate scorsa, a Conca dei Marini, è crollata una terrazza (abusiva) con un morto e molti feriti. Per qualche giorno, le pagine dei giornali sono state attraversate da lampi di indignazione e da promesse di interventi repressivi esemplari. Ma mi pare che già tutto sia rientrato in un’ordinaria e indifferente tolleranza.

Il comune più tartassato dall’abusivismo è Ravello. Dov’è in costruzione il famigerato auditorium, un’opera esplicitamente proibita dal piano paesistico, ma poteri pubblici stolti e arroganti se ne infischiano della legalità e sono cominciati i lavori.

L’operazione è stata accompagnata da un’invadente campagna di stampa, con la quale si è tentato di tacitare le critiche sulla legittimità dell’intervento e sull’opportunità di costruire un auditorium in un luogo della costiera amalfitana già congestionato dal turismo, mentre a Napoli, a Salerno e in tutta la Campania mancano spazi per la musica.

Il deterioramento del paesaggio è tale che, nel corso del dibattito sviluppato nell’estate scorsa dopo il crollo di Conca dei Marini, è stato anche chiesto, come forma estrema di appello al governo nazionale e ai poteri locali, che la costiera amalfitana e la penisola sorrentina siano depennate dalla lista dei siti tutelati dall’Unesco. Credo che proprio a partire da questa richiesta, potrebbe essere decisivo un intervento del presidente Soru e degli altri ambasciatori delle coste del Mediterraneo, nei modi che riterranno più opportuni, per sollecitare un’inversione di rotta rispetto all’attuale, insostenibile situazione.

Nel 1985, intervenendo al Senato, Giulio Carlo Argan, grande storico dell’arte e già sindaco di Roma, sostenne che

La cosiddetta bellezza della natura è in realtà il prodotto dell’intelligenza, del pensiero e del lavoro umano nel corso di più millenni: è un immenso libro, un palinsesto in cui sono scritti millenni di storia. È desiderabile che il mondo umano non bruci, non lasci bruciare fino in fondo questo libro, che impari a leggerlo, a servirsi dell’esperienza del passato per progettare il futuro.

Il libro della penisola sorrentina e della costiera amalfitana non deve bruciare, e grazie anche all’impegno dei nuovi ambasciatori del Mediterraneo deve ancora insegnare a milioni di cittadini del mondo a leggere la bellezza e la storia.

PROGETTO “PARCO POSSIBILE”

collocato nel quartiere Isola-Garibaldi-ex Varesine;

promosso dall’Associazione Chiamamilano;

patrocinio dal Consigliere Comunale Milly Moratti,

Il presente schema di progetto, denominato “Parco Possibile”, si contrappone al progetto “Porta Nuova”, approvato recentemente dal Comune di Milano; e si pone come alternativa a quest’ultimo, non solo sotto l’aspetto della configurazione architettonico-urbanistica, ma anche sotto l’aspetto della sua gestazione, giacché esso nasce come espressione delle speranze, delle proposte, delle aspettative comunicate ai progettisti dalla popolazione del quartiere. Il Forum Isola, condotto da un tenace e coraggioso gruppo di abitanti della zona, preso atto dello sgomento suscitato nella gente del luogo dall’immane e violento progetto comunale, ha raccolto suggerimenti, notizie ed informazioni utili ad impostare lo schema di progetto alternativo che qui viene presentato.

Il progetto comunale, al contrario, non tiene in nessun conto i desideri espressi dalla popolazione locale, nonostante le ripetute (ma inascoltate) richieste di incontri e di colloqui, inoltrate agli Amministratori responsabili dai residenti della zona.

Quando questi Amministratori, e con loro gli imprenditori immobiliari interessati al progetto comunale, sostengono – per giustificare il loro scortese silenzio – che le richieste della popolazione sono fuori dalla realtà, impossibili da realizzare, del tutto utopistiche e insensate, essi mentono spudoratamente; giacché quelle richieste sono invece piene di buon senso, realistiche, ed assennate; e sono anche – fatto apprezzabile ma non abbastanza riconosciuto – pronte a prendere in considerazione tutte le ragioni della controparte, cioè del Comune e degli imprenditori.

Quali sono queste richieste? Sono quelle che da più mesi il Forum Isola e gli abitanti del quartiere cercano invano di sottoporre all’attenzione del Comune:

1a richiesta dei residenti: rispettare il giardino del quartiere.

Si richiede di conservare il giardino esistente compreso tra Via Confalonieri e Via De Castilla; giardino frequentato da bambini, da madri con neonati, da persone anziane, e in genera da abitanti del quartiere desiderosi di riposo e di ricreazione.

Nel progetto comunale il giardino viene letteralmente cancellato; viene cioè riempito di enormi ingombranti condomini tra i quali rimangono liberi soltanto piccoli appezzamenti di verde; che saranno riservati agli abitanti degli edifici circostanti, e quindi sottratti alla popolazione del quartiere.

Il progetto “Parco Possibile” tiene conto della richiesta dei cittadini e conserva intatto il giardino di Via Confalonieri, anzi ne aumenta la superficie totale, rettificandone il perimetro, e raddrizzando uno sghembo edificio triangolare che l’incoerente progetto comunale ha posto alla estremità est del giardino.

2a richiesta dei residenti: allontanare dalla edilizia esistente una minacciosa cortina di alti ed incombenti volumi.

Si richiede di non togliere la vista del cielo alle case del quartiere e di non oscurare la luce del sole, costruendo nelle immediate vicinanze edifici troppo alti e massicci; si richiede in sostanza di rispettare coloro che da anni abitano nelle case allineate davanti al giardino, e godono di una ampia veduta ancora oggi libera da costruzioni oppressive.

Mentre il progetto comunale innalza di fronte a queste case una cortina compatta di alte costruzioni e, poco distante, una coppia di altissimi grattacieli, togliendo ai residenti aria, luce e vista sul giardino; il progetto “Parco Possibile” al contrario tiene conto della richiesta dei cittadini; non colloca nessun nuovo edificio davanti alle case di Via Confalonieri, e lascia inalterata e libera la vista che dalle case di apre sul verde antistante.

3a richiesta dei residenti: prevedere meno cemento e più verde.

Si richiede di diminuire la cubatura complessiva, che nel progetto comunale è stata calcolata con indici molto più alti di quelli contenuti nel Piano Regolatore; e di aumentare la superficie destinata a verde pubblico.

La cubatura prevista dal progetto comunale raggiunge un valore quasi doppio di quella indicata dal Piano Regolatore Generale; e ciò avviene per effetto della libertà concessa ai piani particolareggiati (detti oggi piani di intervento) ai quali è data facoltà di derogare dagli indici precedentemente prefissati. La nuova cubatura ammessa nei piani particolareggiati viene concordata tra costruttori privati e Amministratori Pubblici. Non è difficile supporre che nel corso delle trattative gli Amministratori concedano ai costruttori una cubatura molto maggiore di quella prescritta, e chiedano in cambio ai costruttori generose contropartite, non sempre trasparenti.

Nel progetto “Parco Possibile”, pur auspicando che il Comune si ricreda e accetti di diminuirla, la stessa cubatura del progetto comunale viene rispettata e mantenuta; e ciò per poter fare un confronto obiettivo ed attendibile fra i due progetti; e dimostrare quanto sia diverso e migliore il progetto “Parco Possibile”, attento e sensibile alle richieste della gente, rispetto al progetto comunale, sordo ed indifferente a quelle stesse richieste.

Il parco visto dall'alto (Corriere della Sera)

La superficie a verde del piano comunale è molto frammentaria, poco estesa, male utilizzabile; e per giunta è interrotta da frequenti volumi costruiti al suo interno. Inoltre la superficie a verde si trova in parte collocata sulla copertura di ampi parcheggi sotterranei, dove la poca profondità del terreno impedisce la crescita di alberi di alto fusto. E’ un verde quindi che appare sulla carta ma che in realtà non esiste quasi.

Il progetto “Parco Possibile”, come appare dalle tabelle e dalle tavole grafiche qui allegate, presenta una disposizione degli edifici più semplice e razionale, ed aumenta sensibilmente l’estensione di verde destinato all’intera zona.

L’area coltivata a verde, ossia il nuovo parco, si trova sollevata di circa sei metri (l’equivalente di due piani fuori terra) rispetto alla attuale quota stradale; tale rialzo consente di far passare in gallerie le due arterie di grande traffico che attraversano oggi la zona e la tagliano in più porzioni, separate e non comunicanti. Sia l'arteria diretta est-ovest (Viale Don Sturzo); sia l'arteria diretta nord-sud (Via Melchiorre Gioia) scompariranno sotto il rialzo occupato dal parco e lasceranno indisturbata e tranquilla la grande area destinata a verde. Poiché i parcheggi richiesti dalle norme urbanistiche sono tutti collocati sotto gli edifici di progetto, nessuna struttura interrata verrà mai a trovarsi sotto il verde del parco. La profondità del terreno da coltivo sarà perciò tale da consentire la crescita di alberi di alto fusto in tutte le zone del parco, fatta eccezione per le due arterie sotterranee ricoperte da prato.

Una cortina continua di case poco alte, che circonda il parco lungo l’intero suo perimetro, ha lo scopo di delimitare e concludere la zona verde entro un margine preciso e ben visibile; e anche di nascondere la disordinata edilizia circostante e sottrarla alla vista di chi si trova nel parco. Le case sono alte tre piani fuori terra sul lato affacciato verso il parco rialzato; e cinque piani fuori terra sul lato rivolto verso le strade esterne, poste a quota più bassa del parco.

La cortina si interrompe in alcuni punti di notevole importanza viabilistica e paesaggistica. Viene aperto un varco in corrispondenza di Corso Como, sull’asse della prospettiva rivolta verso la porta neoclassica di Corso Garibaldi; un altro varco alla altezza del collegamento con il giardino di Via Confalonieri, così da formare un percorso ininterrotto che va dal verde del parco al verde del giardino; ed un terzo varco sull’asse di Viale Tunisia, in corrispondenza dell’imbocco della galleria che accoglie il traffico proveniente dal viale e lo immette sotto il parco.

Due aperture lasciate libere nella cortina di case si presentano di particolare importanza: una rivolta verso Viale Restelli: ampia, visibile, spaziosa; l’altra, meno evidente, rivolta verso Via Galileo. Dalla prima apertura, risalendo il viale verso nord e percorrendo una lunga ed ininterrotta passeggiata pedonale, si raggiunge lo spazio circolare della grande Piazza Carbonari. La passeggiata, per evitare attraversamenti di traffico motorizzato, scavalcherà, con due sovrappassi erbosi, gli incroci di Via Galvani e di Via Tonale; mentre la stessa Piazza Carbonari, convogliati in galleria gli automezzi che oggi la attraversano, diventerà un’ampia area verde, indisturbata e tranquilla, interamente coltivata a prato e ad alberi.

La seconda apertura, rivolta verso via Galilei; non è molto visibile, né particolarmente segnalata, ma di importanza vitale per creare un collegamento tra il “Parco Possibile” e il verde di Piazza Repubblica, progettato tempo fa e mai realizzato. Sono passati circa venti anni dalla data del concorso bandito per la sistemazione di questa piazza. Il concorso, vinto dagli architetti Zanuso e Chambry, proponeva la brillante soluzione di coprire la grande arteria di Via Pisani, che oggi divide la piazza in due metà non comunicanti, e di creare, al di sopra dell’arteria, una collina coltivata a prato, così da trasformare l’intera piazza in una unica superficie a verde, riparata dal traffico, protetta dai rumori, non raggiunta dall’inquinamento dei gas di scarico. Il progetto vincitore del concorso merita di essere ripreso ed integrato con il progetto “Parco Possibile”. La connessione delle zone verdi previste dai due progetti darebbe origine ad un prolungamento del percorso pedonale, in direzione sud, analogo a quello sopra descritto in direzione nord. Partendo dal nuovo parco di progetto, che già si trova sopraelevato rispetto alla quota stradale, si scavalca con una passerella Via Galilei e si raggiunge Piazza Repubblica, supponendolo già trasformata e sopraelevata secondo le indicazioni del progetto vincitore. Da qui, scavalcando con una seconda passerella i Bastioni di Porta Venezia, anch’essi sopraelevati rispetto alla quota stradale, si scende nei Giardini Pubblici; e infine, attraverso Via Palestro, si arriva al piccolo ed accogliente parco di Villa Belgiojoso. Se un simile percorso fosse realizzato verrebbe offerta non ai soli abitanti del quartiere Garibaldi-Isola, ma ai cittadini di tutta Milano, una passeggiata tutta nel verde, mai interrotta, lunga quasi tre chilometri, che dalla periferica Piazza Carbonari arriverebbe alla centralissima Via Senato.

Veduta del Parco Isola

La cortina di case, poco alte, allineate lungo il perimetro del parco, creano un forte contrasto volumetrico con gli unici due gruppi di grattacieli che compaiono nel progetto. Sono grattacieli non collocati a caso, come quelli del progetto comunale, ma messi in posizione strategica, perché corrispondenti a due centri nevralgici della vita cittadina: la stazione di Porta Garibaldi e la sede degli Uffici Comunali. I due gruppi di grattacieli aiutano a segnalare da lontano la presenza di questi due poli urbani e nello stesso tempo inglobano e nascondono le infelici torri esistenti; e precisamente le due torri abbinate nei pressi della stazione ferroviaria; e la torre isolata degli uffici comunali; tre costruzioni di notevole altezza ma di scarso valore architettonico, che sembrano sorte al di fuori di qualsiasi ragionevole pianificazione urbanistica.

L’area su cui far sorgere il futuro grattacielo, destinato ad ospitare gli uffici della Regione Lombardia, è stata scelta lungo Viale Restelli. Non merita citare il progetto approvato dal Comune che, nonostante la firma di un noto architetto internazionale, è uno dei peggiori esempi di architettura pubblica progettati per Milano. Sulla stessa area il progetto “Parco Possibile” prevede un edificio composto, sobrio e semplice; che cerca di stabilire una corrispondenza volumetrica con il grattacielo che gli si eleva di fronte al di là del Viale Restelli. I due grattacieli, quello futuro e quello esistente, essendo di altezza e di profilo simili, ed elevandosi nel centro di due piazze di forma e dimensione uguali, generano una stretta corrispondenza tra spazi urbani e volumi edilizi, e mantengono una intima continuità tra edilizia di ieri ed edilizia di oggi.

Vi sono due modi di inserirsi nella città. Uno di questi non presta nessuna attenzione alle preesistenze ambientali: è il modo seguito dal progetto comunale. L’altro, al contrario, tiene conto delle vicinanze, prende in esame i dintorni, stabilisce un rapporto con l’urbanistica circostante; e cerca di dare alla città una nuova configurazione più ricca e più stimolante: è il modo adottato dal progetto “Parco Possibile”.

4a richiesta dei residenti: salvaguardare la “Stecca”.

Si richiede di conservare e restaurare l’edificio della “Stecca”, divenuto in questi anni luogo di incontro, di ritrovo, di elaborazione culturale e politica. L’edificio non ha nessun valore architettonico, ma ha un grande valore simbolico, perché è vissuto dalla popolazione come centro di vita e di attività comuni, ed è oggetto di un forte legame affettivo, che comprensibilmente si vuole rispettare e salvaguardare.

Mentre il progetto comunale prevede di abbattere l’edificio della Stecca, e così facendo calpesta i desideri e gli affetti del quartiere, dimenticando che l’urbanistica non è fatta solo di ragionamenti funzionali ed economici, ma è anche alimentata da sentimenti individuali e collettivi; il progetto “Parco Possibile”, al contrario, intende conservare e restaurare l’edificio della Stecca, consapevole del grande valore ideale che esso rappresenta per l’intero quartiere.

Dettaglio del Parco Isola

Contro un modo di procedere insensibile e sordo (tanto abituale e caro all’Amministrazione Comunale) i cittadini della zona hanno voluto opporre una resistenza tenace, e ricorrere ad una protesta concreta e positiva. Non parole, non lamentele, non discorsi vaghi: ma uno schema ben leggibile di progetto alternativo, il progetto “Parco Possibile”. Hanno così voluto dimostrare nei fatti come si possa risanare la disordinata area esistente, e ribaltare la caotica impostazione dello scadente progetto comunale.

Nota: altri materiali e informazioni su questo progetto e il processo che intende promuovere, al sito di Michele Sacerdoti (f.b.)

In allegato il testo integrale con numerose tabelle

L’Italia sta vivendo una contraddizione stridente. Una delle tante, e però questa colpisce ad un tempo l’integrità già così intaccata del paesaggio italiano e la qualità già mediocre della condizione abitativa dei redditi più bassi. Registriamo infatti ad un tempo un consumo di suolo libero (e quindi di paesaggio) letteralmente dissennato e una vera e propria emergenza-alloggi per i ceti medi, mediobassi e bassi. Segno evidente che la frenetica attività edilizia che si è andata dispiegando negli ultimi anni riguarda costruzioni destinate quasi unicamente al mercato, per lo più alla speculazione, sovente nelle zone turistiche costiere e montane, con una risalita, ora, dal mare verso l’interno, cioè verso zone di grande pregio e bellezza come ad esempio, le valli toscane, marchigiane e umbre.

Basta guardare la cartina – tratta da un Annuario dell’ISTAT – che vi abbiamo offerto, la quale fissa la situazione dell’Italia a pochi anni or sono. In essa vedete come il colore marrone scuro identifichi le zone più edificate e il colore verde quelle più libere o libere dal cemento: ebbene fra Venezia e Milano il verde è già sparito e domina il marrone. Ma è solo un esempio fra i tanti possibili. Le cifre che riporto in allegato sul consumo di suolo libero in Italia sono infatti le più drammatiche che il Belpaese abbia mai allineato in materia di aggressione al paesaggio e alla straordinaria bellezza italiana. Sono le più drammatiche di tutta Europa, senza confronto. Riguardano l’ultimo quindicennio lungo il quale il ritmo di cementificazione e di asfaltatura dei suoli ancora liberi da infrastrutture e da costruzioni ha marciato al ritmo di oltre 244.000 ettari l’anno. Come non mai. In quindici anni abbiamo così consumato altri 3 milioni 663 mila ettari, cioè una regione grande più del Lazio e dell’Abruzzo messi assieme. Dal 195o una regione più grande dell’intera Italia Settentrionale. Con i ritmi più recenti si può prevedere che in capo a pochi decenni, intere regioni – comprese la Toscana e il Lazio – saranno in pratica un deserto di asfalto&cemento. Ciò non avverrà in questi termini e però l’erosione di un patrimonio immenso e irriproducibile (se non a costi enormi) è sin da ora garantita. Un’autentica pazzia. Che peserà inesorabilmente sui nostri figli, nipoti e pronipoti. In termini di imbruttimento, di involgarimento, di peggioramento dell’ambiente della vita, individuale e collettiva, di dissipazione di un patrimonio nazionale per secoli ammirato, la più formidabile, fra l’altro, attrattiva turistico-culturale da noi posseduta.

Non per caso siamo al primo posto, con la Spagna nella produzione e nel consumo di cemento, quindi con un’altra pesantissima ricaduta paesaggistica causata da cave legali e abusive per ogni dove. Nel Veneto si salvano a stento i Colli Euganei, protetti da un Parco regionale, ma altrove è un massacro, con cifre da primato. Dopo Spagna e Italia viene la Germania ma a grande distanza. Per non parlare della Francia.

Questo consumo di paesaggio – a base di cemento, asfalto e cave – non ha riscontri in Europa tranne, ripeto, che in Spagna (dove la “febbre” edilizia si sta raffreddando con pesanti contraccolpi sull’economia in generale). Esso infatti è reso impossibile da leggi illuminate nel Regno Unito (addirittura dagli anni ’30), in Germania o in Francia. E’ uscito in proposito nel luglio 2006 dall’editore Alinea un eccellente libro a cura di Maria Cristina Gibelli e di Edoardo Salzano “NO SPRAWL” che, in vari saggi, dà conto della situazione europea e nordamericana e della nostra arretratezza sul piano del dibattito e quindi delle misure da adottare. Possiamo dire che, a livello nazionale, soltanto nel programma dell’Unione c’è un accenno ad una legislazione che consenta di combattere, assieme allo sprawl, cioè al disordine urbano, il dissennato consumo di suolo. Nel citato volume Maria Cristina Gibelli espone i dati di una ricerca statunitense svolta fra Contee sprawl e no sprawl da un eminente specialista, Richard Burchell, in base alla quale una “crescita controllata” fa risparmiare un 25 per cento dei suoli (senza che l’attività edilizia ne risenta), 12,6 miliardi di dollari di risorse e allacciamenti idrici, fognature,ecc.(con la Villettopoli italiana tali l’acqua viene invece dissipata), un 11,8 per cento nelle infrastrutture stradali, un 7 per cento nei costi dei servizi locali e un 6 per cento nei costi di sviluppo immobiliare. In Germania, come testimonia nello stesso libro, Georg Josef Frisch, “la necessità di invertire la tendenza di sottrazione di suolo al territorio aperto e rurale è stata riconosciuta per la prima volta dal governo tedesco nel 1985 nell’ambito dei principi di tutela del suolo”, ma nel 1998 l’allora ministro per l’Ambiente, Angela Merkel, oggi Cancelliere, ha posto l’obiettivo di una riduzione quantitativa dell’occupazione di suolo libero a fini urbani fissando la soglia a 30 ettari al giorno, cioè ad un quarto dei consumi in atto. Obiettivo ripreso dal successivo governo rossoverde. E in Germania il consumo di suolo, si badi bene, viaggiava allora al ritmo di 120 ettari al giorno, cioè di 43-44.000 ettari all’anno, un sesto appena dei nostri consumi più recenti. Certo, il modello inglese di risparmio del suolo è il più antico e collaudato essendo il Regno Unito, del resto, il Paese nel quale è stata più forte e precoce la diffusione urbana. Ma l’allarme per l’erosione dei suoli liberi e/o agricoli venne fatto suonare oltre Manica già negli anni ’30 del ‘900 e si concretizzò nel 1946 col New Towns Act e l’anno seguente col Town and Countries Planning Act. Restrizione della crescita fisica potenziata– nota sempre Frisch – dalla individuazione delle “green belts”, cioè delle cinture verdi. Per cui dalla punta di 25.000 ettari consumati in dodici mesi negli anni ‘30 (un’inezia paragonata alle nostre cifre) Inghilterra e Galles sono scesi ad appena 8.000 ettari annui nel decennio 1985-96. Meno della metà di quanto da noi consuma in un anno la sola Toscana, tanto amata, e abitata, dagli inglesi. In una intervista che comparirà sul numero in distribuzione del trimestrale d’arte e cultura il “Terzo Occhio”, da me diretto, e redatta da Violante Pallavicino, sir Richard Rogers, celebre architetto, con origini italiane, gran consulente di Tony Blair, fa rimarcare: “Ci tengo a dire che a Londra abbiamo avuto un incremento di popolazione di 1 milione di persone in 10 anni e non abbiamo toccato un solo metro quadrato di green field, la campagna intorno alla città. Abbiamo costruito su brown field, le ex aree industriali. Dal 2001 è legge nazionale: il 70 per cento di ciò che si decide di costruire, laddove esiste, deve essere su brown field, e a Londra il sindaco Livingstone sta arrivando al 100 per cento”. Un sogno per noi italiani proiettati in tutt’altra direzione. Sciaguratamente.

La classifica delle nostre regioni in cui questa devastazione ha corso più dissennatamente lascia trasecolati. Al primo posto infatti c’è la Liguria per la quale, già negli ’60, Giorgio Bocca coniò le espressioni “Lambrate sul Tigullio” e “rapallizzazione”. Ebbene, nel quindicennio 1990-2005, la già disastrosamente cementificata Liguria è riuscita nell’impresa di “mangiarsi” quasi la metà delle superfici ancora libere. Seguita dalla Calabria che l’edilizia aveva già massacrato, specie lungo le coste, e che ha fatto fuori un quarto abbondante del territorio ancora libero. Si badi bene: le statistiche ufficiali non possono tener conto di quanto, in Calabria e nel Sud, si è divorato il cemento abusivo…Lo stesso in Campania, dove temo che si sia perduto ben più del 15,5 per cento (140mila ettari comunque) dei suoli liberi. Una ricerca pubblicata nel già citato volume “NO SPRAWL” (Antonio De Gennaro e Francesco P.Innamorato) parla di un aumento della superficie urbanizzata in quella regione pari al 321 per cento contro il 21,6 per cento di incremento della popolazione nel periodo 1960-98. In Sicilia ci si è “mangiati” oltre un quinto di territorio non ancora occupato, per cui l’isola risulta quarta in questa nera classifica, preceduta dall’Emilia-Romagna dove negli ultimi anni le gru sono fitte come una foresta, anche in zone collinari pregiate (come Bertinoro). Questa era stata una delle poche regioni a varare il piano paesaggistico voluto dalla illuminata legge Galasso del 1985. Cos’è successo da allora ad oggi? Quale mutazione genetica? Non scherzano nemmeno la Sardegna (nella quale l’attuale giunta Soru sta correndo, caso raro, ai ripari), il Lazio dove l’Agro Romano appare sempre sotto tiro, il Piemonte, la deregolata Lombardia, Abruzzo e Molise, la stessa Toscana. Ovunque vengono erosi terreni agricoli importanti, spesso i più fertili in pianura e nella prima collina per cui in tutta Italia le aree a coltivo o a prato o a bosco non costruite appaiono come terreni in attesa di reddito edilizio e non altro. La campagna diventa così periferia urbana. Fra i censimenti agricoli del 1990 e del 2000 la superficie totale, cioè libera da costruzioni e infrastrutture, è diminuita di 3,1 milioni di ettari nell’ambito dei quali 1,8 milioni erano SAU, cioè superfici agricole utilizzate.

Questa situazione di grande allarme viene puntualmente confermata dalle statistiche – peraltro ferme al 2003 purtroppo – sui permessi di costruzione, quindi sull’edilizia legale, i quali per le sole residenze ammontano in quell’annata a più di 800.000 stanze, contro le 695.000 di due anni avanti. Il trend dell’industria delle costruzioni è risultato in continua ascesa nell’ultimo periodo: dal 2001 ad oggi il suo indice destagionalizzato è balzato da 106,37 a quasi 129 con un incremento superiore al 21 per cento. Ed è stato tale da influire sul PIL in misura decisiva. Senza questo “boom” diffuso di gru edilizie per ogni dove, non ci sarebbe stata infatti alcuna crescita del Prodotto Interno Lordo o, nel 2003 e nel 2005, il segno sarebbe stato addirittura negativo.

E’ cresciuto enormemente il volume degli investimenti nell’edilizia residenziale (da 58 ad oltre 71 miliardi di euro nel periodo 1999-2005) e lo stock di seconde e terze case è arrivato a rappresentare 1/5 di tutte le abitazioni esistenti: quasi 6 milioni su di un totale di 28,7 milioni di abitazioni. Fenomeno incoraggiato – ne parlerà poi più diffusamente Paolo Berdini – dal favore col quale i Comuni hanno guardato a questa “febbre” edilizia. Favore causato dai pingui introiti che, almeno provvisoriamente (alla lunga si vedrà), le nuove costruzioni residenziali e non hanno loro consentito e che una sciagurata Finanziaria del 2001 (fissiamo bene questa data) ha loro permesso di impiegare come spesa corrente e non più soltanto come spesa per investimenti. Come prima era previsto, saggiamente dalla legge Bucalossi, e come si dovrebbe tornare a fare. Ma come per ora non si fa. Gioco pericolosissimo soprattutto in quelle regioni, come la Toscana, dove i Comuni sono stati sub-delegati alla tutela del paesaggio, loro che – soprattutto col taglio di risorse prima aflluenti dal centro – hanno tutto l’interesse ad usare l’acceleratore per le nuove costruzioni e a lasciare inutilizzato il freno della tutela del paesaggio. Un conflitto schiacciante di interessi nel quale finisce in mezzo, stritolato, il bene comune del paesaggio.

Tutto ciò avviene con una popolazione italiana che cresce pochissimo e che reclama, semmai (giovani coppie, immigrati, ecc.), alloggi economici. Ecco insorgere la nuova emergenza-casa. Gli 11 milioni di italiani che vivono in case d’affitto – e i molti altri che vorrebbero viverci - sono infatti vittime di una politica che ha praticamente abbandonato da anni a se stessi i ceti più deboli senza più investire nell’edilizia sociale, economica o comunque convenzionata (soltanto ora il governo Prodi vara un piano-casa da 550 milioni di euro, ma per il solito acquisto affannoso di alloggi nuovi già costruiti da destinare, in primo luogo, alle migliaia di famiglie sfrattate). Siamo lontani, ancora una volta, dall’Europa più civile e avanzata. Se avrete la pazienza di scorrere l’allegato statistico, vedrete come l’Italia sia ad uno degli ultimi posti come disponibilità di alloggi in locazione: terz’ultima col 19 per cento sul totale contro il 31 per cento del Regno Unito, il 38 della Francia, il 39 di Austria e Svezia, il 45 dell’Olanda e addirittura il 55 per cento della Germania. Discorso del tutto simile per gli alloggi sociali che da noi rappresentano appena il 4 per cento dello stock di alloggi contro il 18 della Francia, il 21 di Svezia e Regno Unito e il 35 dell’Olanda. E anche sul complesso delle locazioni, ovviamente, la nostra quota di alloggi sociali è fra le più modeste.

Del resto, i promotori delle nuove iniziative immobiliari sono oggi soprattutto le imprese stesse, seguite dai privati singoli, con le cooperative la cui presenza risulta però dimezzata rispetto a qualche anno addietro, mentre l’intervento pubblico precipitato nel 2004 ad un vergognoso 1 per cento. Sembrano remoti gli anni ’70, quelli della “casa vertenza di massa” e della legge sulla casa, per l’appunto.

Parallelamente galoppano gli sfratti. Governo e Comuni tamponano le ferite sociali coi “bonus” (che vanno in tasca ai proprietari di case). L’indebitamento bancario degli italiani e degli immigrati è salito a passi da gigante per l’acquisto forzoso di alloggi: dai 41 miliardi di euro del ’97 agli 80 miliardi del 2000 per balzare a 160 miliardi di euro nel 2004. Con molte sofferenze nel versamento delle rate (circa il 20 per cento) e non poche ripercussioni per la crisi ora in atto. Non come in Spagna e però con scricchiolii preoccupanti. Una massa enorme di risparmi convogliata forzosamente sull’edilizia di mercato o speculativa per mancanza di valide alternative praticabili nel settore degli affitti e dell’edilizia economica e popolare. Un risparmio che in altri Paesi più avanzati e moderni è stato canalizzato verso impieghi ben più producenti: per l’economia in generale e per i risparmiatori. Qui costretti per una vita a pagare la casa di proprietà. Coicontraccolpi che sappiamo sul paesaggio, anche su quello più conservato.

Come rimediare? Anzitutto prendendo coscienza di questa folle corsa all’autodistruzione del Belpaese, e poi varando leggi severe per il consumo di suolo, agevolando grandemente il restauro e il recupero dell’edilizia già esistente, redigendo, e soprattutto applicando, piani paesaggistici dettagliati e prescrittivi (altro che i piani di indirizzo della Regione Toscana), togliendo ai Comuni la delega alla tutela del paesaggio accordata loro, improvvidamente, da alcune Regioni (che si vantano così di essere molto “democratiche”), cancellando la possibilità, per gli stessi Comuni, di usare gli introiti da concessione edilizia, da spese di urbanizzazione, ecc. per finanziare la loro spesa corrente, tornando cioè alla legge Bucalossi la quale ne consentiva l’impiego soltanto per investimenti. Diversamente, coi ritmi e coi meccanismi perversi attuali, nel giro di mezzo secolo, avremo coperto tutta l’Italia di cemento e di asfalto. Bella prospettiva davvero, per tutti. E anche un bell’affare per quanti vivono di turismo culturale e ambientale, di agriturismo, di prodotti agricoli tipici “spinti” indubitabilmente sui mercati esteri anche dai bei paesaggi in cui sono collocati. Un bell’affare per milioni di persone, per tutti. Tranne che per gli speculatori immobiliari Una corsa dissennata che la semplice conoscenza della letteratura “no sprawl” ormai divulgata anche da noi, al di qua di Chiasso (ricordate la famosa gita di Arbasino a Chiasso per sprovincializzarsi un po’?), dovrebbe portare a ridurre puntando sul recupero e sul riuso abitativo corretto dei centri storici a volte semivuoti o riempiti di residenze precarie e speculative, di locali e localetti, sull’utilizzo attento delle ex aree industriali dismesse o comunque del già costruito, e così via. E’ vero che siamo ormai “un Paese spaesato” – come noi del Comitato per la Bellezza chiamammo l’Italia nel Libro Bianco del 2001 pubblicato col Touring Club Italiano, quando ancora era seriamente impegnato su questi temi – ma c’è un limite anche allo spaesamento e all’autodistruzione. C’è un limite alla follia e alla speculazione, alla cancellazione della storia.

23 ottobre 2007

Signori del mattone

padroni di Milano

EXPO E OLTRE La capitale dell’industria italiana è diventata la città dei mille cantieri, una metamorfosi che cambia lo skyline ma anche la mappa del potere: meno fabbriche e più immobiliaristi, vecchie volpi e nuovi arrivati. Alla fine comandano i soldi delle banche, mentre la politica resta ai margini

A Milano e dintorni molti sono in ansia, perché non è stato ancora deciso dove si farà l’Expo 2015 e la turca Smirne resta in gara, con qualche speranza a giudicare dal nervosismo che ormai regola i rapporti tra il megagovernatore Formigoni e il sindaco Moratti, tra loro e gli altri «poteri forti» della città, poco disposti a trattare con la politica.

Peggio che imbarazzante il titolo dedicato dal Sole-24 Ore di domenica scorsa ai «grandi progetti» milanesi (con paginata al seguito): «A Milano progetti da 7 miliardi a debito». La spiegazione: i cantieri di Milano nel segno delle grandi banche e degli affari.

Che sono poi principalmente IntesaSanPaolo e Unicredit (e, in coda,le altre). Tutto noto. Ma il riassunto di quei progetti gridato così in prima pagina dall’organo confindustriale, mentre sta iniziando la visita dei commissari della Bie che dovranno decidere se promuovere o meno la candidatura milanese, quel "debito" grosso grosso sbattuto in faccia non mettono certo allegria tra i partigiani di Milano internazionale. A meno che non si legga la sortita di Ferruccio De Bortoli come una perorazione: dateci l’Expo, altrimenti...

L’Expo significa tanto: per Milano è ovvio, ma anche per il destino politico della signora Moratti, ambiziosa controparte dello stesso presidente regionale nella scalata al dopo-Berlusconi, e soprattutto per la sorte dei "nuovi immobiliaristi milanesi", che non sono gli speculatori degli anni sessanta, quelli del "rito ambrosiano", quelli dei palazzoni costruiti in deroga al piano regolatore e poi "regolarizzati" dalle varianti su misura allo strumento urbanistico.

In gara oggi (ma in realtà dentro una sorta di oligopolio collusivo) nella spartizione della città ci stanno altre figure, di ben altro peso, in felice sintonia con il sistema bancario italiano, figure che non hanno bisogno di infrangere le regole e di rubare sul cemento: le regole dopo dieci anni di giunta Albertini e un anno di giunta Moratti, dopo undici anni di Formigoni, si fanno secondo il principio che è il mercato a dettarle. Dal momento che siamo tutti "liberisti" e che fermare o condizionare l’invasione del mattone potrebbe apparire poco moderno e contro lo "sviluppo".

L’Expo 2015 sarebbe una tavola imbandita per le migliore forchette, tra immobiliaristi e costruttori, ma anche tra bancari, assicuratori, famiglie di vecchia ricchezza, eccetera eccetera. Un esempio, per spiegare le attese molto concrete: la delibera del consiglio comunale che tocca l’accordo del 19 luglio scorso per la concessione in diritto di superficie al Comune di Milano di 1.280.000 metri quadrati di terreno, metà di proprietà della Fondazione Fiera Milano, l’altra metà della famiglia Cabassi, al confine con la nuova fiera di Rho-Pero. Un’area brulla. Il Comune se ne servirà, per ospitare strutture e servizi utili all’Expo 2015, permanenti, ma anche temporanei.

Chiusa l’Expo, qualcosa resterà al Comune (55 mila metri quadri) e qualcosa resterà in piedi (come una grande torre-simbolo dell’Expo), molto verrà demolito (a spese del Comune) per restituire ai legittimi proprietari (alla famiglia Cabassi e alla Fondazione Fiera cioè alla Compagnia delle opere) quel ben di Dio ripulito, aggiustato e dotato di ogni confort (cioè delle più copiose infrastrutture: autostrada, metropolitana, ferrovia, aereoporto) per destinarlo alle più belle imprese immobiliari. Naturalmente l’amministrazione comunale vigilerà e deciderà al momento buono. Intanto la bacchetta magica dell’Expo trasformerebbe una distesa incolta in una gigantesca opportunità di cemento e rendite, riservando naturalmente, siccome siamo tutti ambientalisti, la metà dell’area a verde, verde che poi, al momento, si può anche rivedere e magari tagliare e "contare" come nel grande progetto, questo nell’area della vecchia Fiera, di CityLife, dove secondo la tradizione, nella somma entrano le aiuole spartitraffico e i giardini condominiali. Quello che secondo l’ex sindaco Albertini, autentico padre amministrativo dell’operazione CityLife, sarebbe dovuto diventare il Central Park di Milano, alla fine contrapporrà la miseria di 12 ettari ai quattro milioni di metri quadri di New York, dodici ettari spezzettati appunto tra aiuole, marciapiedi, condomini.

CityLife si riconosce facilmente, è già entrato prima che si sia alzato di un metro nel cosiddetto immaginario collettivo dei milanesi e soprattutto nella protesta collettiva: è il progetto dei tre grattacieli, di Arata Isozaki, di Zaha Hadid e di Daniel Libeskind (l’architetto di Ground Zero), che l’assessore alla cultura Vittorio Sgarbi giudicò con il suo colorito linguaggio: "Tre cessi senza forma e senza figura".

In realtà il confronto, malgrado i prestigiosi architetti in gara, al momento della scelta è stato soprattutto tra cordate. Contro quelle di Pirelli e Unicredit (con Renzo Piano) e di Risanamento, Fiat Engineering, Astaldi, Ipi (con Rafale Moneo, Frank O. Gehry, Norman Foster, Cino Zucchi, eccetera eccetera), ha vinto quella internazionale di CityLife, composta da Generali Properties, Ras, Gruppo Lar Desarollos Residenciales, Lamaro e, infine, Progestim e cioè Fondiaria Sai e quindi Salvatore Ligresti.

Sono stati loro a presentare l’offerta più alta per l’acquisto dell’area:dalla base d’asta di 300 milioni di euro sono saliti fino a 523 milioni di euro. Tanto investimento fa intuire sogni d’oro, che per tradursi in realtà chiedono soprattutto volumetrie prestigiose.

Pazienza se significheranno inquinamento, congestione e persino ombra e ristagno d’aria (come ha denunciato uno dei tanti comitati in lotta). La solita "licenza" consentirà, infatti, di raddoppiare l’indice di edificabilità della zona: dal consueto 0,65 mq/mq (quello previsto a Milano per i nuovi progetti sulle aree dismesse) a 1,15 mq/mq. Conseguenza: quasi un milione di metri cubi edificabili. Visto che il valore di un terreno è direttamente proporzionale al suo indice di edificabilità sembra piuttosto evidente quale business speculativo possa celarsi dietro uno sfruttamento tanto intensivo del nuovo quartiere fieristico.

Con CityLife è tornato sulla prima linea dei mattoni Salvatore Ligresti: era un re dei mattoni negli anni gloriosi di Craxi, prima di diventarlo anche tra le assicurazioni. Ma il ritorno dell’ingegnere di Paternò rivela il meccanismo, cioè la mano pesante dei "poteri forti".

Nella deregulation milanese all’insegna del mercato, una regola almeno non può mancare e la sta dettando il vecchio democristiano manuale Cencelli, che diventa il "vero" piano regolatore. La città si ridisegna per "cordate": se la Fiera va a Ligresti, la Fiat entra all’Om, Zunino si prende Montecity (con il nuovo quartiere Santa Giulia), la Bicocca va a Pirelli, il gruppo Hines (con una straordinaria mobilitazione di banche, da Intesa a Unicredit, Mediobanca, Banca Popolare di Milano, Montepaschi, Antonveneta...) si insedia nell’affare più clamoroso quello che riguarda le aree Garibaldi-Repubblica-Isola-Varesine, cioè un agglomerato, una sorta di spina nel cuore di Milano, di grande accessibilità (metropolitana più treni e passante ferroviario).

Più tutto il resto, cioè una miriade di interventi di minor peso, che avrebbero consentito in una coraggiosa pianificazione urbana di non buttar risorse, che non sono infinite per quanto generose, le aree dismesse, le aree libere di industrie, che si contano (o si contavano, ormai) nella iperbolica misura di sei milioni di metri quadri. Interventi che si chiamano Manifattura Tabacchi (accanto alla Bicocca, ancora Ligresti), Cartiera Binda (Alzaia Naviglio Pavese), Marelli-Adriano (verso Sesto San Giovanni, cioè a nord), la ex Motta o la ex Osram. Una nomenklatura in perdita dell’industria milanese, fino agli anni settanta, che serve ora a ridisegnare in forma terziaria e residenziale (di lusso) la città, con poche eccezioni di peso sociale e culturale, ovviamente in ritardo, come la Biblioteca europea di Porta Vittoria. Più le piccole speculazioni, che si chiamano parcheggi sotterranei o che si chiamano sottotetti recuperati e rialzati, fino davvero a cambiare il paesaggio urbano, guardando dall’alto verso il basso: quasi seimila interventi contati tra il 1999 e l’anno scorso.

Nel corso di un decennio soffitte e solai, depositi di roba vecchia, sono diventati 800 mila metri con una destinazione d’uso, quella residenziale, assai pregiata in una città come Milano, in vetta nella classifica dei costi per le abitazioni: si calcola che siano state mobilitate risorse per un miliardo, che il valore immobiliare di quei sottotetti sia salito a due miliardi e mezzo o tre, che il Comune infine abbia raccolto in oneri di urbanizzazione 140 milioni di euro.

Non sono briciole anche di fronte a quanto di clamoroso è già accaduto (alla Bicocca, alla Bovisa, all’ex Portello) e sta accadendo altrove e soprattutto nell’area che fu Montecity a Rogoredo e nella zona frammentata tra le ex Varesine, la stazione Garibaldi e l’Isola. Aree infrastrutturate, semicentrali o centrali, strategiche rispetto alla città e rispetto a una idea di qualità urbana dettata dalla qualità della vita di chi dovrebbe abitarla.

(1-continua)

28 ottobre 2007

A Rogoredo, periferia industriale di Milano, a sud est, sorgerà Santa Giulia, mega quartiere di lusso progettato da una star dell'architettura contemporanea, Norman Foster, l'impresa più cospicua immaginata, tentata e avviata nel capoluogo lombardo da Risanamento Spa. Cioè da Luigi Zunino,una delle ultime stelle del firmamento nazionale del mattone e del cemento,piemontese, con alle spalle una tradizionalissima famiglia di vignaiuoli, un cinquantenne dal fisico asciutto che esprime severità, a capo di una impresa che capitalizza 1,7 miliardi di euro con un patrimonio immobiliare, in tutta Europa, che ne vale 2 e mezzo miliardi. Assai schivo,ha sempre tentato di schivare, talvolta incrociandoli, gli immobiliaristi della sua generazione e ha sempre coltivato rapporti con le banche.

Si dice ad esempio della sua amicizia Con l'ex presidente di Mediobanca,Gabriele Galateri di Genola. Dentro Mediobanca ha messo assieme un pacchetto che sfiora il quattro per cento. Nel mondo del credito, gli appoggi li trova soprattutto in Banca Intesa, che è il primo finanziatore di Santa Giulia: 726 milioni di euro per costruire le abitazioni di lusso del nuovo quartiere. Santa Giulia è appunto molta residenza di lusso, pochissima residenza convenzionata in affitto,molto terziario e due perle: un centro congressi e un grande parco, purtroppo diviso a metà dalla statale Paullese, una superstrada.

Per il Comune sarebbe dovuta diventare la nuova porta di Milano aperta sul Sud lombardo. Peccato che l'edificio in questo senso più simbolico, l'edificio pubblico, cioè il Centro Congressi, sia stato collocato sul fronte opposto della stazione del passante ferroviario (l'asse appunto di collegamento tra Nord e Sud Milano) e della metropolitana, a ottocento metri di distanza: la vera "porta", immediatamente raggiungibile con i mezzi pubblici, sarà la sede di una società privata, Sky di Rupert Murdoch, in omaggio alle enormi rendite fondiarie differenziali che saranno determinate dall'irripetibile posizione dell'insediamento.

Ma non sarebbe l'unico colpo alle ambizioni simboliche e civili di Santa Giulia, perchè il centro congressi da ottomila posti che stava tanto a cuore al sindaco Albertini (alla firma della convenzione con Zunino nel 2004) sta subendo un attacco da un altro fronte, quello della Fondazione Fiera di Milano, che non sapendo bene come utilizzare le strutture del Portello (l'edificio a ponte, un po' tempio greco, disegnato da Mario Bellini, sede provvisoria in attesa che venisse completata l'opera monumentale di Pero) s'è fatta venire la brillante idea di un centro congressi.

Entusiasta la Moratti, perplessi molti altri: che fare di due centri congressi di enormi dimensioni, come se Milano fosse un congresso via l'altro. "Improvvisazione", commenta Marilena Adamo, capogruppo Ds in consiglio comunale. Zunino pare non abbia fatto una piega, il centro congressi lo fa a spese sue, 62 milioni, "contributo oltre gli oneri di urbanizzazione". Quello della Fiera di milioni ne costerebbe quaranta. Chi pagherebbe? Ma la vera tragedia, rivelata dal conflitto dei centri congressi, è quel vento di casualità che regola la politica urbanistica a Milano, casualità che è vuoto di regole e di disegni, soprattutto di quello che si dovrebbe definire con orribile espressione "disegno organico" della città, del suo rapporto con la provincia (che ne fa una metropoli estesa di oltre quattro milioni di abitanti) e con la regione.

Niente. Cancellato come figlio del demonio comunista il piano regolatore, si sono inventati parzialissimi strumenti di un'urbanistica a richiesta: si fa quel che il padrone comanda."Milano e l'area urbana: una conurbazione senza governo", ha scritto l'urbanista Antonello Boatti in un prezioso volume, che rifà la storia, anche recente, di Milano, dei suoi piani e anche delle possibili alternative alle scelte affaristiche ("Urbanistica a Milano", Città Studi). "Un'urbanistica - spiega Basilio Rizzo, uno dei più combattivi consiglieri d'opposizione – che costruisce le sue regole sulla base di quanto pretende il mercato immobiliare". Forse perchè alla resistenza dei vincoli, poco sensibili ai mutamenti, s'è preferita la via della flessibilità attraverso la collaborazione tra pubblico e privato?

Secondo Roberto Camagni, docente di economia urbana al Politecnico, "non esiste collaborazione tra pubblico e privato, s'è imposta piuttosto una specie di collusione a spese della città". Un esempio? Scegliendo il progetto CityLife per l'area Fiera, l'amministrazione comunale non ha scelto il miglior progetto, ma quello che pagava di più per l'area: quasi mezzo miliardo di euro incassati da una Fondazione, proprietaria dell' area e istituzione di diritto privato,nata dalla trasformazione di un ente morale che aveva ricevuto quei terreni a prezzi simboliciproprio in ragione delle sue funzioni pubbliche. Al "pubblico" oggi che cosa andrà?

Non è finita, naturalmente, e non sarebbe neppure finita con il mosaico, che va tra le ex Varesine e l'Isola, cioè quel quartiere popolarissimo che sorge per chi viene dal centro al di là dei binari ferroviari,conl'aggiunta di Melchiorre Gioia. Solo per una parte, all' Isola, siamo nel campo delle aree dismesse. Le ex Varesine, ex scalo ferroviario, un'area dismessa lo sono da tempo immemorabile, teatro dei più svariati progetti mai realizzati o interrotti (come il più ambizioso progetto del dopoguerra, quello del vicino Centro direzionale). Dal lato opposto si è disboscato un'antica serra, stracarica di vegetazione: ma proprio qui il governatore Formigoni voleva il grattacielo della "sua" Regione e nessuno è stato in grado di fermarlo, non ovviamente gli ambientalisti abbarbicati (letteralmente) alle piante, non banali considerazione circa il traffico e l'insostenibilità della futura concentrazione, non certo la politica, assai distratta in nome dello "sviluppo".

A nessuno è venuto in mente che il grattacielo della Regione, poteva salire anche a Pero, ad arricchire di opportunità la nuova fiera, che non vive certo giornate di gloria e di sovraffollamento. Più di Formigoni, i protagonisti dell'impresa tra le ex Varesine e l'Isola sono le banche (l'intero arco nazionale da Unicredit ad Antoveneta), un fondo pensioni texano con la sua propaggine italiana (Hines) e, di nuovo, Salvatore Ligresti, che avevano incontrato all'inizio,dopo gli anni di tangentopoli e dopo una lunga operosità senza clamori (festeggiata con l'ingresso nel patto di sindacato del Corriere della Sera: come si spiegano certi entusiasmi giornalistici). Hines, rappresentata in Italia da un giovane architetto, Manfredi Catella, e Ligresti faranno ametà, su aree un po' loro un po' pubbliche (quelle centrali, più pregiate,masi farà il baratto), per costruire la Città del Moda, vecchissima idea, che risale ai tempi ruggenti dei sarti milanesi, ancora residenza, grattacieli, uffici, alberghi e persino la Biblioteca degli alberi, cioè il parco centrale. Indicativo che Manfredi Catella si sia generosamente offerto di ospitare nel "mosaico"delle ex Varesine il nuovo centro di produzione Rai:evidentemente non sanno già che fare di tutto il terziario che vogliono edificare.

Il costo complessivo sarà di due miliardi e mezzo. Il "mezzo" almeno lo dovrebbe mettere la Regione Lombardia per il suo grattacielo. Dalle banche (per l'intervento Garibaldi Repubblica) arriveranno intanto 464 milioni. Poi si vedrà. Hines spera di vendere a sette/ ottomila euro al metro quadro. Popolare, insomma. Anche in questo caso all'opera si sono prestati architetti di fama internazionale, come Cesar Pelli. Dopo stagioni di brutture moderniste,Milano si affida alle "grandi firme" per dar credito ad operazioni, che per essere importanti e belle mancano sempre di relazione con la città: sono episodi dettati dalla percezione del vantaggio privato più che da un' idea di città. Si costruiscono frammenti, magari ricchissimi, a prescindere da ciò che sta attorno: strade, case, funzioni, persone. Mentre il "pubblico" batte in ritirata. In tutte le città del mondo il "pubblico", cioè la pubblica amministrazione, è operatore attivo: per progettare, controllare, guadagnare. Forse per questo le altre città (da Berlino a Parigi) crescendo diventano più belle.

"A Milano - racconta Milly Moratti, consigliere comunale – manca il rispetto per la storia e manca la strategia per il presente". Manca tutto: "Viviamo tra i momenti peggiori di questa città. Nell'assenza di una visione d'assieme, si premia l'iniziativa dei singoli e la speculazione avanza e non c'è neppure più bisogno di tangenti". Chi comanda?" Ho la sensazione che non comandi nessuno. Se qualcuno comandasse, si leggerebbe un disegno coerente. Comanda un intreccio di interessi. Sicuramente non comanda il consiglio comunale espropriato delle sue funzioni: non ci arriva mai nulla da discutere. Tutto procede a colpi di mano. Facciamo il caso della Regione, che paga un istituto, l'Arpa, per dirci quanto l'aria di Milano è inquinata. Dopo di che la stessa Regione costruisce la propria sede in uno dei luoghi più congestionati e inquinati di Milano, rinunciando a qualsiasi tentativo di decentrare funzioni e uffici". "La città è in vendita" è la conclusione di Milly Moratti. Nessuno comanda. Qualcuno però comanda più degli altri.

(2-fine. La prima puntata è stata pubblicata il 23 ottobre)

QUANDO LA PERIFERIA invade la campagna non è sempre segno di sviluppo. Né economico, nonostante l’inaugurazione di mega centri commerciali, né culturale, nonostante l’apertura di multisala, né abitativo, nonostante la costruzione di ampi complessi residenziali. La febbre edilizia degli ultimi anni ha «mangiato» il territorio, ma non sembra avere attenuato l’emergenza casa. E centri commerciali e multisala non hanno migliorato poi la qualità della vita nelle periferie. Queste alcune delle riflessioni condotte ieri nel convegno «Paesaggio italiano aggredito, che fare?», organizzato dal Consiglio Provinciale di Roma e dal Comitato per la Bellezza a Palazzo Valentini. Urbanisti, professori universitari, esperti e amministratori locali hanno confrontato i loro studi e le loro esperienze partendo dal «caso Roma». Il modo in cui la città si è sviluppata la renderebbe idonea a rappresentare tutta la schizofrenia della politica urbanistica italiana. A cominciare dalla contraddizione più stridente: i mattoni consumano i terreni fuori la cinta cittadina, ma la domanda di alloggi da parte di giovani coppie, anziani, immigrati, rimane invariata. «È il tipico caso in cui la legge della domanda e dell’offerta non vale - spiega Vittorio Emiliani, presidente del Comitato per la Bellezza -, gli edifici costruiti erano e sono destinati quasi unicamente al mercato, per lo più alla speculazione. Crescono gli stock di seconde e terze case, mentre l’edilizia popolare è ferma». E poi ci sono i mega centri commerciali a disegnare la morfologia delle nuove periferie. Una «urbanistica dell’offerta» che, secondo Paolo Berdini, urbanista, nel resto d’Europa è stata abbandonata da decenni. «Fino a 10 anni fa a Roma esistevano solo due centri all’ingrosso della catena Metro, ora sono 28 solo quelli di superficie superiore ad un ettaro. Queste estate sono stati inaugurati 3 mega centri commerciali, di ognuno è stato detto che era il più grande d’Europa». «Ci si è mai chiesti come mai Parigi, che ha 6 volte gli abitanti di Roma, non ambisce a questo primato?», continua Berdini, «perché non portano ricchezza ma, al contrario, per ognuno che se ne apre chiudono 70 negozi tradizionali nel resto della città e spesso questi rappresentano le uniche attività non residenziali nelle periferie, gli unici presidi sociali». Per di più multisala e “cattedrali dello shopping” dissipati per il territorio senza una preventiva «verifica dell’accessibilità del luogo, contribuiscono alla congestione del traffico, rendendo necessarie altre strade che distruggono altra campagna». E così, secondo i dati forniti durante il convegno, dal 1990 al 2005 nel Lazio sono stati consumati circa 226mila ettari di superficie prima libera, il 19% di tutta la regione. Per l’ex sovrintendente Adriano La Regina bisognerebbe riutilizzare la vecchia legge Ponte del ’60 (sulla quale già puntava il sindaco Luigi Petroselli all’inizio degli anni 80) che vincola anche i suoli agricoli, cosicché «i privati siano invogliati ad investire recuperando, riqualificando, gli spazi in centro ed in periferia». Inoltre, secondo Adriano Labbucci, presidente del Consiglio provinciale, «bisogna mettere in rete i comitati che nascono localmente a difesa del patrimonio artistico e paesaggistico per fare massa critica ed evitare il massacro del territorio». L’hinterland di Roma è ormai a un punto di non ritorno? «La città - risponde Berdini - è terreno di conquista di grandi fondi immobiliari internazionali, anche questa è globalizzazione. Ma intanto Roma muore di traffico».

Bagno a Ripoli «taglia» le case in collina, riducendo le previsioni di nuove costruzioni a Villamagna e Osteria Nuova, contestate dai sei comitati sorti in questi anni e in parte bocciate dal Tar. Il Comune ingrana la retromarcia su decisioni che risalgono a meno di dieci anni. E´ l´inizio di un percorso amministrativo a ritroso, un «rientro dall´errore» inevitabile, secondo i comitati, dopo i verdetti della magistratura. Oggettivo, però, un risultato politico: dopo lo strappo che si era consumato nella passata legislatura proprio su questi temi, la verde Beatrice Bensi ha votato assieme a Ds, Margherita, Comunisti italiani e Rifondazione comunista una variante attraverso la quale - come afferma una nota del municipio - «l´amministrazione comunale proverà a ricollocare in parte o totalmente alcune delle previsioni insediative, che l´attuale piano strutturale localizzava nei centri collinari di Villamagna e Osteria Nuova in altri contesti urbani ambientalmente e paesaggisticamente meno problematici». Nulla di definito, insomma, ma un primo passo.

Cinquantotto nuovi alloggi a Osteria Nuova, 28 a Villamagna. Le previsioni urbanistiche di nuove costruzioni in collina, deliberate dalle passate amministrazioni e che dovrebbero essere realizzate dalle cooperative, avevano scatenato l´opposizione dei comitati. Che nel 2004 vincono un´importante battaglia. Il Tar annulla il progetto Osteria Nuova perché le nuove edificazioni sono previste in «area fragile». L´amministrazione comunale, alla cui guida è intanto subentrato il sindaco Luciano Bartolini, da una parte annuncia ricorso al Consiglio di Stato ma dall´altra inizia il confronto con le parti sociali, politiche e con i costruttori per arrivare ad una soluzione condivisa della querelle. Dapprima ottiene una riduzione dei volumi, adesso incassa in chiave amministrativa i risultati della mediazione. All´atto di riperimetrare i centri abitati, il Comune ha infatti sospeso le relative delibere non solo su Villamagna e Osteria Nuova, ma anche sul capoluogo Bagno a Ripoli, su Antella e Capannuccia. Bartolini tratta infatti con le proprietà dei terreni lo spostamento nelle altre zone di parte di quanto doveva essere costruito a Villamagna e Osteria. In novanta giorni la soluzione, che - secondo indiscrezioni - dovrebbe concretizzarsi nella riduzione ad un terzo delle case da costruire a Villamagna e di oltre la metà a Osteria Nuova.

Nella stessa seduta il consiglio comunale ha approvato una seconda variante che - si legge in una nota del Comune - «produrrà l´arresto della proliferazione di residenze legato ai cambi di destinazione d´uso degli edifici esistenti (agricoli e non)». Nuovi vincoli, insomma, per ostacolare la speculazione fondiaria e immobiliare e sostenere le attività economiche.

Come ogni estate, ad agosto, Richard Rogers, si riposa in Toscana. Arriva da Los Angeles. Subito prima, a Londra, ha ricevuto il Pritzker Prize, equivalente al Nobel per l’Architettura; l’anno scorso, alla Biennale di Venezia, il Leone d’Oro alla Carriera. Riconoscimenti importanti, che si aggiungono, tra gli altri, al Premio Imperiale del Giappone, alla Legione d’Onore francese, all’attribuzione del titolo di Pari d’Inghilterra. Ma ciò che davvero conta, per il progettista di molti tra i più innovativi edifici del mondo, chiamato insieme a Daniel Libeskind, Norman Foster e Fumihiko Maki alla ricostruzione del World Trade Center a Manhattan, è aver contribuito alla riqualificazione delle grandi metropoli moderne.

A 74 anni, passeggiando per Londra, Barcellona, Berlino, Lisbona, o New York, o Seul, si trova a vivere dentro la sua visione realizzata: quartieri ad alta densità, nati dal riuso delle aree industriali dismesse, popolati di costruzioni high-tech, (prototipo il Beaubourg, creato dalla coppia Richard Rogers/Renzo Piano nel 1977) e spazi pubblici pedonalizzati, sottintesa l’idea di piazza della città rinascimentale (Rogers rimanda alla sua nascita, avvenuta in quel di Firenze), luoghi ameni di incontro e scambio tra persone, fulcro della progettazione e della rigenerazione urbana sostenibile, ma anche punto nodale dei collegamenti cittadini.”

Lord Rogers, come ha fatto?

“A far entrare architettura e progettazione urbanistica nell’agenda della politica? Da bambino ero dislessico e lottavo disperatamente per non essere l’ultimo della classe, ho imparato la tenacia… e anche tante cose sulla convivenza sociale: arrivavo in Inghilterra da Trieste, nel ’39, dove la mia famiglia viveva da 2 generazioni. Poi gli studi… io credo nella responsabilità etica dell’architettura, sono ancora un convinto modernista, e penso che l’architettura abbia il ruolo dell’arte di avanguardia: deve generare nuova coscienza e preparare il futuro.”

La sua personale ossessione, che ha prodotto una dottrina: il “rinascimento urbano”.

“L’80% della popolazione mondiale vive nelle città, è il dato da cui partire. In Inghilterra il 90%. E sono loro, le persone, il primo referente dell’urbanistica. Poi c’è il mutamento climatico, la più grande minaccia al futuro del nostro pianeta, che ci impone di tutelare l’ambiente naturale ponendo un limite al consumo di suolo e di energia. E quindi la città deve essere: compatta (rimanere all’interno dei suoi confini), verde (anche perché progettata in modo sostenibile: gli edifici producono il 50% dell’inquinamento), multi-centrica (tanti quartieri ognuno con una sua identità e autonomia), integrata (la convivenza di ceti sociali diversi evita sofferenza e delinquenza), multi-funzionale (ci vivo, ci lavoro e ci passo il tempo libero), ben connessa (anche perché ben pianificata: ci si va a piedi, in bicicletta, in autobus, in metrò).”

Facciamo l’esempio di Londra.

“Negli Anni ’80 era il caos, non esisteva nemmeno un Ufficio che avesse la responsabilità della pianificazione. La politica della Thatcher, in coincidenza col più grande boom immobiliare del secolo, era totalmente al servizio della speculazione. E ovviamente favoriva l’espulsione delle classi povere dalla città verso i quartieri dormitorio, con il devastante corredo di nuovi centri commerciali, quadruplicati poco dopo il suo arrivo. A proposito! Ma che sta succedendo in Italia? Da nessun altra parte al mondo vedo il cancro dei centri commerciali, multisale comprese, dilagare come da voi… state distruggendo il tessuto sociale delle città, fate chiudere i negozi e consegnate i centri storici ai turisti che li trasformano in parco dei divertimenti… guardi qui vicino, anche Pienza… “

Appunto. Siamo qui perché Lei ci indichi un rimedio.

“Io, all’epoca, scelsi di impegnarmi in campagna elettorale a fianco del New Labour Party, scrissi in quell’occasione il mio unico libro: Architecture: A Modern View (1991). Quando abbiamo vinto, era la sera delle elezioni del 1997, ricordo che ero in mezzo alla folla del South Bank a Londra, a urlare di gioia. Poi nel 1998, con Tony Blair, abbiamo creato la struttura che doveva individuare le cause del declino urbano e costruire una prospettiva per le nostre città, la Urban Task Force. Oggi molte delle 105 Raccomandazioni,frutto del lavoro iniziale, fondano la nostra politica nazionale per grandi e piccole città. Ci tengo a dire che a Londra abbiamo avuto un incremento della popolazione di 1 milione di persone in 10 anni e non abbiamo toccato un solo metroquadrato di green field, la campagna intorno alla città. Abbiamo costruito solo su brown field, le ex aree industriali. Dal 2001 è legge nazionale: il 70% di ciò che si decide di costruire, laddove esiste, deve essere su brown field, e a Londra il sindaco Livingstone sta arrivando al 100%.”

Unrisultato straordinario.

“Abbiamo ottenuto questo aumentando la densità edilizia. E non vuol dire salire in altezza. A Barcellona, che ha la più alta densità d’Europa, la media è di 8 piani, tranne un paio di grattacieli. Il punto è che non dovremmo mai costruire meno di 40 unità per ettaro. Questo parametro è tale perchè servono 5.000 persone per rendere economicamente sostenibile una fermata d’autobus, le case distanti, a piedi, non più di 8 minuti. Se costruisci così 3 ettari, ad alta densità, puoi garantire una linea d’autobus, se arrivi a 4/5 puoi avere la stazione. Sto sempre parlando di edificare su brown field, naturalmente! Lo sa, abbiamo calcolato che la costruzione di una villetta fuori dal perimetro urbano, nel green field, costa alla collettività € 50.000. Sono tasse invisibili che la comunità paga, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: distruzione del paesaggio, una sconfinata periferia di non-luoghi… accelerazione del riscaldamento globale.”

Per questo, anche con Livingstone, avete puntato sul trasporto pubblico.

“Le misure più radicali, per ridurre le emissioni legate alla mobilità,sono del 2003: a Londra in un’area di 22 km quadrati, con un buon 20% della popolazione contro, è stato imposto un ticket giornaliero di circa € 8,00, sconti solo per i residenti e il ricavato a finanziare il trasporto pubblico. Dopo 1 anno: 70.000 auto in meno, 29.000 passeggeri in più sugli autobus, puntualità migliorata del 30% , inquinamento ridotto del 15%.”

Niente parcheggi?

“Per carità! Un’altra follia tutta italiana, questa dei parcheggi sotterranei nei centri storici! Così si continua a inquinare, a congestionare la viabilità, si rallenta la velocità dei mezzi pubblici… A Genova, per esempio, so che Renzo Piano ha provato a opporsi. Pensi che a Londra, negli ultimi 40 anni, non abbiamo autorizzato la costruzione di un solo parcheggio.”

Quindi, a 10 anni dall’istituzione di Urban Task Force, il bilancio è totalmente positivo?

“Segnalo che avevamo un precedente. Nel dopoguerra con le città distrutte e il paese in rovina, il governo del Labournazionalizzò i diritti edificatori e per contrastare lo sprawl, il dilagare delle casette fuori dalla cerchia urbana, impose un greenbelt attorno all’area di Londra. Era il 1944. La popolazione in eccesso sarebbe stata accolta nel sud-est d’Inghilterra, oltre il greenbelt, nelle “new towns” accuratamente pianificate e edificate dallo Stato. E comunque la mia risposta è no. Ciò che siamo a riusciti a fare a Londra non vale per tutto il paese. Rimangono enormi disuguaglianze nelle nostre città, i prezzi delle case sono spinti verso l’alto, l’offerta di edilizia sociale è insufficiente, il potere dei costruttori rimane troppo grande. C’è di buono che, per ottenere i permessi, sono obbligati a costruire un 35% che viene immesso sul mercato a prezzi accessibili, in vendita e in affitto. Il sindaco Livingstone, vorrebbe alzare questa quota fino al 50%. Oggi in Inghilterra la percentuale di alloggi di edilizia sociale, in rapporto al totale di alloggi esistenti, è del 21%.”

In Italia siamo al 4%, l’Olanda, invece …

“In Olanda è il 35% , ma lo stato è padrone quasi del 90% dei terreni e questo perché li hanno materialmente strappati al mare! L’Olanda da questo punto di vista è un modello per tutti. Noi usavamo lo stesso sistema prima della Thatcher, credo che ci torneremo: acquistare i terreni, per poi vendere ai costruttori i lotti edificabili. Così si esercita un controllo anche sulla qualità della progettazione, non solo sull’offerta di edilizia sociale.”

A proposito di qualità…

“Per me la qualità del design si deve esercitare innanzitutto sugli spazi pubblici. A Londra abbiamo istituito per questo CABE (Commission for Architecture and the Built Environment) che valuta i progetti dei nuovi insediamenti e tra breve altre tre Commissioni saranno funzionanti nel resto del paese. Esaminano i progetti e possono bloccare l’iter autorizzativo. Lo sa che in Inghilterra non serve un professionista per firmare? Chiunque può farlo. Il responsabile dell’Ufficio tecnico comunale poi si incarica di controllare la conformità agli standard.”

Lo considera un buon sistema?

“Guardi, mi verrebbe voglia di rispondere con una battuta: in Italia gli architetti firmano il progetto, ma poi sono gli Uffici comunali che ci mettono le mani. Succede così: intanto si blocca tutto, poi si taglia un pezzo qui, se ne mette un altro lì e finalmente lo si chiude nel cassetto. Restiamo in Toscana: il mio primo progetto, per l’area di Novoli, è del 1978; del 1983 è quello per il recupero delle rive dell’Arno (nel frattempo sono riuscito a farlo sul Tamigi), poi viene l’area ex-Fondiaria di Castello, nel 1995, sempre a Firenze. Aggiunga, nel 1999, il piano per riqualificazione della Passeggiata di Viareggio e il più recente, commissionato nel 2001, per il centro di Scandicci. Ebbene, non se n’è fatto niente, sono trent’anni che faccio progetti in Italia, ma ancora non ho costruito una casa.”

C’è da chiedersi se architetti della sua fama non vengano usati come arieti, per far saltare i Piani Regolatori: un nome importante per far passare aumenti di cubature altrimenti ingiustificabili.

“Forse…”

Riguardo al suo progetto per l’area ex Alitalia alla Magliana di Roma, Legambiente si è fatta portavoce della protesta; a Viareggio è nato il Comitato Salviamo la Passeggiata… per Scandicci, i Comitati dei Cittadini denunciano il tentativo di saturare residui spazi verdi…

Ricordo ancora, con entusiasmo, un’assemblea a Scandicci con la gente, fino all’una di notte, ad ascoltare il progetto sulla loro città. Era il 2002. Non sono i cittadini a bloccare i progetti, ben venga il loro contributo. E tra l’altro, quello di Scandicci, è l’unico ancora in essere… Guardi, io nel 2003 ho pubblicato su la Repubblicauna lettera aperta al Sindaco Leonardo Domenici…”

Cosa diceva nella lettera?

Chiedevo, dopo 7 anni, che fine avesse fatto il mio Piano guida per Castello, mentre vedevo Firenze continuare ad espandersi oltre i confini urbani, consumando il suo bellissimo e prezioso territorio. Segnalavo la mia preoccupazione che, sotto la pressione delle dinamiche di espansione, si considerino solo le convenienze della politica, rinunciando alla qualità sostenibile della città del futuro”.

Non ha usato mezze parole.

Senta: questo è il paese dove è nato il concetto di proprietà pubblica, a Roma, l’avete inventato voi! Ma in Italia, e non da oggi, chi governa ha perso il senso di responsabilità nei riguardi della cosa pubblica. E manca il riconoscimento del bene comune come valore condiviso. Un esempio? Dato che siamo in Val d’Orcia…”

Monticchiello?

Sì, ma prima voglio dirle che se lei guarda giù dalle mura di Pienza, ancora vede un paesaggio intatto. Aver conservato la bellezza è frutto di una cultura che c’è, o c’era fino a pochissimo tempo fa. E’ per questo che vengo qui. La lottizzazione speculativa di Monticchiello é la negazione di questa cultura. Conservare il paesaggio è interesse pubblico. Costruire quegli edifici, a Monticchiello, è interesse privato.”

Demolire?

Bisogna coltivare la passione per un gesto del genere… sì, voi italiani ce la potete fare. Ma prima di buttar giù, bisogna avere il coraggio di dire no: chi vuole una seconda o una terza casa in mezzo alla campagna deve trovarsela tra quelle esistenti.”

Si obietta che villettopoli sviluppa l’economia locale.

“Non voglio rispondere a una tale scemenza. Sappia che una classe politica, se non ha una visione collegata a un progetto, a un’idea di società del futuro, non potrà mai essere all’altezza del compito che gli affidiamo.

Di Pietro, da mani pulite a mani libere

di Andrea Carugati

NON DEVE aver fatto piacere al ministro Di Pietro sentirsi definire «un uomo d’onore» da Totò Cuffaro. Eppure ieri è successo anche questo, dopo che la pattuglia di senatori dell’Idv ha votato con il centrodestra per salvare la società per il ponte sullo Stretto di Messina. «Parole strumentali», replicano dall’entourage del ministro. Da dove arrivano secchiate di acqua fredda su ogni possibile tentativo dell’ex eroe di Mani Pulite di destabilizzare il governo Prodi. Di tenersi le mani libere. La notizia di una discussione sulle dimissioni del ministro, mercoledì in una riunione con i parlamentari dell’Idv? «Totalmente infondata». E la proposta di un governo tecnico lanciata ieri a un incontro con la stampa estera? «Il ministro si è limitato a far suo il ragionamento del presidente Napolitano sulla necessità di non tornare alle urne con questa legge», dice il capogruppo alla Camera Massimo Donadi.

Eppure il ministro, dopo le roventi polemiche con Mastella sul caso De Magistris, è in costante agitazione. Ieri è tornato all’attacco del Guardasigilli, dopo il duro lavoro di Prodi per arrivare a una tregua nel Cdm di martedì: «Resterà un alone di sospetto su di lui», ha detto alla stampa estera. La questione è poi rimbalzata alla riunione dei capigruppo dell’Unione a Montecitorio: Fabio Evangelisti, dell’Idv, ha detto che se fosse stato in Di Pietro, «quando Prodi ha espresso solidarietà a Mastella in Cdm me ne sarei andato via». Immediata la reazione del capogruppo dell’Udeur Fabris: «Visto che io sono come Mastella, mi alzo e me ne vado. Con persone così non voglio stare».

Di Pietro ha parlato anche del voto in Vigilanza che ha sfiduciato il presidente della Rai Petruccioli: «Se all’ordine del giorno ci fosse stato il voto sull’intero cda avremmo votato ugualmente contro. L’informazione pubblica non deve essere controllata dai partiti. E l’unico modo per cambiare è votare».

Insomma, alla fine il vertice di ieri pomeriggio a palazzo Chigi con Prodi, Di Pietro e il titolare dei Trasporti Alessandro Bianchi (argomento ufficiale: fondi per le Ferrovie) è diventato anche un occasione di chiarimento tra il Prof. e Tonino. Prodi ha chiesto rassicurazioni al suo ministro e, una volte che le ha ottenute, l’ha invitato a trasmettere questo messaggio anche agli italiani, con comportamenti coerenti. Poco dopo Di Pietro ha dichiarato: «L’Impegno dell’Idv è rafforzare l’opera del governo. C’è stata una caduta di credibilità, vogliamo porvi rimedio». Insomma, ok a Prodi, ma il ministro non ha voluto rinunciare a una stoccata contro «la politica dei veti» e il «furore ideologico» della sinistra radicale.

Poi ha spiegato le ragioni del voto in Senato: «Noi ci siamo espressi per ripristinare il testo originario del decreto, come era uscito dal Cdm. Per questa coerenza Prodi dovrebbe ringraziarci. «Non ho alcuna intenzione di fare il ponte. Ma nella società sono già stati investiti 150 milioni, non dobbiamo fare come i talebani con le statue di Buddah». Cancellare quella società, spiega, sarebbe costato, tra penali e ricorsi, «500 milioni di euro». Già, ma la società che resta in vita? «Ne ho disposto il totale dimagrimento - dice il ministro- portando la struttura dai circa 100 dipendenti che aveva con Berlusconi a non più di 5 o 10 persone». Quanto ai soldi per il ponte, circa un miliardo di euro «è stato finalizzato, con un accordo di poche settimane fa, per le metropolitane di Palermo, Agrigento e Messina e al collegamento tra Agrigento e Caltanissetta».

Franca Rame, che ieri ha votato diversamente dal suo gruppo, non ci sta. Dopo il voto in Senato si è chiamata fuori dall’Idv: «Non ho capito la posizione di Di Pietro. Avrebbero dovuto informarmi e discuterne, invece non l’hanno fatto. Dunque da domani farò quello che devo fare». «Ci auguriamo sia possibile un chiarimento», fanno sapere dall’entourage del ministro. Anche nel popolo della rete ci sono malumori espressi sul blog di Di Pietro: «Vergognati! Si vede che De Gregorio non era con te per caso», scrive un navigatore. E Massimo Baroncini: «Averti votato è la scelta peggiore che abbia mai fatto». «C’è qualcosa dietro, la prego di spiegarci bene», scrive Andrea M. E un altro: «Mastella sarà una vergogna ma tu sei uguale». C’è anche chi incoraggia il ministro: «Non abbassare mai la testa».

Lo strano caso della società che

spende milioni per non fare nulla

di Eduardo Di Blasi

Fu Ballarò, il mese scorso, a farci vedere le facce dei timorosi impiegati dell’infopoint messinese della società Stretto di Messina Spa che, in un locale preso a fitto a 20mila euro mensili, avevano il kafkiano compito di spiegare ad ipotetici avventori le meraviglie del Ponte sullo Stretto di Messina, opera già derubricata dal governo, e quindi tecnicamente morta. Gli impiegati stavano lì, ovviamente sfaccendati, così come tutti i dipendenti, i manager e i consulenti di un progetto che la politica aveva già deciso di abbandonare. In studio da Giovanni Floris quel giorno c’era Oliviero Diliberto, segretario del Pdci. Non potè che esclamare: «Presenteremo un emendamento in finanziaria per sciogliere questa società».

E in verità l’onorevole Diliberto, assieme ai colleghi Licandro, Sgobio, Soffritti e Pignataro, aveva già chiesto al governo il 20 settembre 2006 che quella società fosse cancellata. «Non si capisce come e perché la società Stretto di Messina continui a spendere ed a sprecare denaro», domandavano in un’interrogazione nella quale spiegavano come la predetta società avesse stretto con «Impregilo, il 29 marzo 2006, in piena campagna elettorale, il contratto per l’affidamento della progettazione definitiva ed esecutiva del ponte del valore di 3,9 miliardi di euro». Quello su cui, per intenderci, adesso grava la costosa penale. Seguivano una serie di cifre che davano conto di quanto detto. La fonte era un informato articolo che Luca Domenichini aveva pubblicato sull’Espresso del 31 agosto 2006 dal titolo «Quanti ricchi sotto il Ponte». Cifre impietose: «19 milioni di euro spesi per il costo del personale, 4 milioni per i gettoni di presenza degli amministratori e 17 milioni di euro per le consulenze e inserite nel bilancio sotto la voce: “Prestazioni professionali di terzi”. Nei quattro anni del sogno ingegneristico - calcolava Domenichini - dipendenti e spese sono saliti alle stelle: da 29 impiegati e 7 dirigenti del 2002 si è passati agli 85 del 2005, di cui 13 manager. Per non parlare delle bollette: luce, acqua, gas, telefoni, i buoni pasto, l’assicurazione e la manutenzione degli uffici: triplicate, decollando da 3,5 milioni a 10,7 milioni». Dal 2002 al 2005 la voce «Emolumenti e gettoni di presenza per gli amministratori», erano passati da 526mila a 1,5 milioni».

Altre cifre si possono ricavare dall’interrogazione che i senatori Brutti, Donati, Villone, Adragna , Casson , Mele , Palermo, Pisa e Sodano hanno presentato a Palazzo Madama la scorsa settimana. Uno degli obiettivi dell’interrogazione era l’attuale amministratore delegato della società, quel Pietro Ciucci, da anni manager pubblico, arrivato frattanto al vertice dell’Anas. Altro quadro oscuro: «Il compenso annuale di Ciucci è stato di oltre 700.000 euro annui pagati, a quanto consta, da Fintecna, dietro rimborso da parte della società Stretto di Messina, con una manovra contabile di innalzamento degli emolumenti di Ciucci in Fintecna, costruita al fine da far apparire il compenso di Ciucci, una fittizia partita di giro». La società è passata da 36 dipendenti nel 2002 a 102 nel 2006. I deputati continuano: «Le 17 assunzioni, risultanti nel 2006, sono del tutto ingiustificate, in un’ottica aziendale, provocando sperpero di denaro pubblico, a prescindere da ogni considerazione - anche se di particolare gravità - sull’incidenza di tali assunzioni sul corretto svolgimento delle elezioni nazionali del 2006; risulta inoltre che Ciucci, nominato presidente dell’Anas, ha assunto 16 dipendenti dello Stretto di Messina spa oltre al suo vice presidente Bucci, mentre altri 2 dipendenti dello Stretto di Messina sono stati distaccati presso l’Anas su richiesta di Ciucci; sette di queste nuove assunzioni sono state collocate in posizione apicale con appesantimento della struttura di vertice». Così quando Di Pietro ha proposto di portare dentro l’Anas (di Ciucci) la società del ponte, in più d’uno ha strabuzzato gli occhi.

Tre domande al ministro Di Pietro di Aldo Ferrara, Università di Siena

Ieri il Senato boccia l’ipotesi del Governo di chiudere una volta per tutte lo spreco infinito di democristiana memoria dello Stretto di Messina. Voti determinanti quelli dell’Idv. Per anni la Spa presieduta dal senatore Nino Calarco, proprietario della Gazzetta del Sud, ha ingurgitato soldi in consulenze. Ora alcune questioni si intrecciano. La società ora diretta da Pietro Ciucci ha spese di propaganda e pubblicità che sono passate da 110.000 euro nel 2002 a 1.480.000 euro nel 2004 e inoltre particolarmente rilevante è stato l’aumento della voce «emolumenti e gettoni di presenza amministratori», 526.000 euro nel 2002 con un picco di 1.616.000 euro nel 2006. Prima domanda: ma Di Pietro non è firmatario con Fini di una legge contro i costi della politica? Ancora: il Ministro Di Pietro ha nelle file del suo gruppo un deputato, Pedica Stefano, già «assistente» di Casini, Mastella, Folloni, Lunari; geologo, funzionario in aspettativa della Società di Calcestruzzi Scac, che progetta, costruisce ed installa viadotti autostrada- li. Tal signore è nel ristretto gruppo dei dipietristi che decidono. Seconda domanda: visto che la Società resta in piedi e non viene abolita, proprio con il voto determinante dell’IDV, non è che Di Pietro vuol rimettere in ballo il Ponte? Senza invocare il patente conflitto d’interessi, ma il buon senso politico dov’è finito?

1. Cronache del disastro immanente

1.1. Comincio con il disegno di legge, in discussione al Senato, che riguarda le modifiche alla normativa sul cosiddetto sportello unico per le imprese, primo firmatario Daniele Capezzone. Il ddl, già approvato dalla Camera dei deputati il 24 aprile nel più assoluto silenzio, è sintetizzabile nello slogan: un’impresa, ovunque e comunque in soli 7 giorni. Lo slogan contiene i due maggiori pericoli: la collocazione di impianti produttivi anche in deroga alle norme urbanistiche e paesaggistiche e l’eccezionale esiguità dei tempi. Gli impianti produttivi oggetti del disegno di legge sono tutte le attività: beni e servizi, agricoltura, commercio e artigianato, turismo, intermediazione finanziaria, telecomunicazioni. Si prevede per ogni Comune l’istituzione dello sportello unico e ad esso sono attribuite tutte le competenze inerenti ai titoli autorizzativi.

Se il progetto contrasta con lo strumento urbanistico, lo sportello unico convoca (entro 7 gg. dalla presentazione della documentazione) la conferenza di servizi degli organismi interessati in seduta pubblica. Quando la verifica di conformità comporta valutazioni discrezionali, ad es. per i profili attinenti alla tutela del patrimonio culturale e paesaggistico, la difesa nazionale, la tutela dell’ambiente, le amministrazioni competenti hanno 30 gg. per manifestare l’eventuale “motivato dissenso”. Se è espresso da amministrazioni in merito alla tutela paesaggistica, ambientale, della salute, la decisione finale è rimessa al Consiglio dei ministri o ai competenti organi collegiali degli enti territoriali cui appartiene l’amministrazione dissenziente. Questi organismi hanno a disposizione 30 gg. per deliberare. Immaginiamo cosa può succedere nei palazzi romani subissati dalle pratiche affluite dai comuni!

La variante allo strumento urbanistico può essere decisa dalla conferenza di servizi. La partecipazione dovrebbe essere garantita dal fatto che la conferenza è pubblica e che ad essa possono partecipare, senza diritto di voto, i soggetti portatori di interessi pubblici o privati, individuali o collettivi, nonché i portatori di interessi diffusi costituiti in associazioni o in comitati che vi abbiano interesse e che possono proporre osservazioni in tale contesto. Ma in quale modo potranno essere avvisati e coinvolti tutti questi portatori di interessi privati o diffusi nell’inesistente tempo a disposizione? Quali Comuni, grandi e piccoli, avranno la capacità di anteporre l’interesse del territorio, resistendo alle sirene occupazionali?

1.2. L’abusivismo non finisce mai.

[Ultimi dati del Cresme: il 10% della produzione edilizia è ancora abusiva].

L’abusivismo in costiera amalfitana.

Da quasi venti anni, vige un rigorosissimo piano paesistico approvato addirittura con legge regionale. Ciò nonostante, la costiera è ormai coperta da un’edificazione abusiva che continua impunemente.

Martedì 9 ottobre, a Napoli, all’Istituto degli studi filosofici, nel corso del convegno di Italia nostra proprio sulla costiera amalfitana, Giovanni Conso, procuratore dell’antimafia, ha raccontato che ogni intervento abusivo è riconducibile al clan dei Casalesi (Casal di Principe, è la capitale mondiale della camorra, cfr. Gomorra, di Roberto Saviano). Il controllo del territorio è insomma nelle mani della malavita, anche in costiera amalfitana.

Carabinieri, Guardia di Finanza, magistratura cercano di intervenire e operano centinaia di sequestri ogni anno. Ma demolizioni non se ne vedono. L’unico esempio resta il mostro di Fuenti, demolito dopo 31 anni di accanita insistenza da parte soprattutto di Italia nostra [Antonio Iannello]

Quest’estate a Conca dei Marini è crollata una terrazza (abusiva) con un morto e molti feriti. Per qualche giorno le pagine dei giornali sono state attraversate da lampi di indignazione e da promesse di interventi repressivi esemplari. È stato denunciato dalla stampa che in alcuni comuni della costiera amalfitana (1/3 dei comuni sfornito di PRG) ci sono domande di condono più numerose degli abitanti.

È stato anche chiesto che l’Unesco rinunci a tutelare quel territorio.

Ma mi pare che già tutto sia rientrato in un’ordinaria e indifferente tolleranza.

Il comune più tartassato dall’abusivismo è Ravello, dov’è in corso di realizzazione il famigerato auditorium, un’opera esplicitamente proibita dal piano paesistico, ma poteri pubblici stolti e arroganti se ne sono infischiati della legalità.

Il progetto dell’auditorium è redatto dagli uffici comunali (arch. Rosa Zeccato) sulla base di schizzi del celeberrimo architetto brasiliano Oscar Niemayer.

L’operazione è stata accompagnata da un’invadente campagna di stampa, purtroppo sostenuta da oltre 200 importanti politici e intellettuali, ambientalisti, giornalisti, con la quale si è tentato di tacitare le critiche sulla legittimità dell’intervento e sull’opportunità di costruire un auditorium in un luogo della costiera amalfitana già congestionato dal turismo, mentre a Napoli, a Salerno e in tutta la Campania mancano spazi per la musica.

1.3.La regione Umbria autorizza e agevola la manomissione dei centri storici.

Un disegno di legge recentemente approvato dalla giunta regionale si pone l’obiettivo soprattutto di rivitalizzare, riqualificare e valorizzare i tessuti storici. L’esito è inaudito, gli interventi che si prevedono sono in netto contrasto con i principi fondamentali che hanno ispirato la cultura italiana del recupero (unico vanto del nostro paese). Trovo sconcertante che la proposta venga dall’Umbria, cioè dalla regione dove sta Gubbio, la città nella quale, nel 1960, fu approvata l’omonima Carta, un documento d’importanza enorme, che stabilì il carattere unitariamente monumentale dei centri storici (prima non era così, prima si consideravano solo i singoli monumenti, o i complessi di monumenti, a parte il tessuto anodino che li circondava). La Carta di Gubbio, com’è noto, ispirò anche la legge ponte del 1967 e il successivo decreto ministeriale sugli standard urbanistici (allora le leggi si rifacevano al meglio delle elaborazioni culturali).

Il disegno di legge dell’Umbria muove in dichiarata controtendenza con la nostra nobile tradizione, consentendo addirittura che si possa operare in deroga al decreto sugli standard del 1968, laddove non consente, nei centri storici, di superare le densità edilizie preesistenti [ma c’è un refuso nel testo del ddl]. Invece, secondo la regione Umbria, nei centri storici, o meglio nelle Aree di rivitalizzazione prioritaria (ARP), sono consentiti, fra l’altro, sopraelevazioni e ampliamenti, fino al 10% delle superfici preesistenti (e quindi, anche migliaia di mq aggiuntivi).

Non è questa la sede per un’analisi puntuale del testo, che inanella l’intero repertorio delle deregolamentazioni. Per ora propongo solo un appello per contrastare con determinazione l’iniziativa umbra, coinvolgendo le altre associazioni, intervenendo sulla stampa, chiedendo al governo nazionale che ai sensi dell’art. 9 della Costituzione impedisca che lo scempio vada in porto.

1.4. Concludo il panorama dei disastri immanenti citando per memoria due interventi gravissimi:

Dell’aeroporto di Siena si sono recentemente occupati i giornali. Il piccolo scalo di Ampugnano attualmente serve circa 13.000 passeggeri all’anno. Con l’ampliamento previsto dovrebbero diventare 500.000. “Un progetto così – ha dichiarato Alberto Asor Rosa – non può che portare alla distruzione di questa terra bellissima”.

Del parcheggio del Pincio tratterà Paolo Berdini, in prima linea nell’opposizione allo scempio.

2. Restituire allo Stato centrale i poteri di tutela

Sono tante le direzioni che si possono prendere per tentare di contrastare con qualche efficacia l’assalto che sta definitivamente distruggendo il nostro territorio. In questa sede mi sembra che meriti di essere assunta come prioritaria l’opposizione al trionfante oltranzismo regionalista, che non viene solo dalla Lega, restituendo importanza ai poteri centrali dello Stato, che invece irresponsabilmente e pavidamente cedono alle richieste di disarticolazione.

2.1. Cominciamo dal Codice del paesaggio. Fra le modifiche proposte dalla cosiddetta Commissione Settis che sta rivedendo il Codice del paesaggio è prevista la cancellazione del primo comma dell’art. 145 del Codice. Il testo che si chiede di cancellare è il seguente:

“Il Ministero individua ai sensi dell'articolo 52 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112 le linee fondamentali dell'assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione”.

Penso che alcuni di voi riconoscano il lessico (risalente a Massimo Severo Giannini) del glorioso e da trenta anni disatteso art. 81 del DPR 616 del 1977, quando ancora esisteva la funzione centrale di indirizzo e coordinamento che opportunamente il Codice aveva recuperato, limitandola alla tutela.

Non so quali sono le ragioni che motivano la scelta, secondo me gravissima, che viene assunta proprio quando si contesta la mancanza di indirizzi unitari nelle intese sottoscritte fra ministero e regioni (Toscana, Campania, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, eccetera), giustamente temendo un’insostenibile frantumazione della strategia di tutela fra regione e regione o, ancora peggio, fra provincia e provincia, laddove, con artifici formali, si sta procedendo alla formazione di piani paesaggistici coincidenti con i piani territoriali di coordinamento.

La norma in bilico è tra l’altro l’unica che imporrebbe di dotare il ministero di una struttura apposita e di alto profilo scientifico – di cui oggi non c’è traccia – per l’indispensabile coordinamento dell’attività delle direzioni regionali in materia di pianificazione paesaggistica e per il raccordo con le altre pianificazioni di settore (difesa del suolo e parchi). E sarebbe una garanzia per le regioni.

2.2. No alla c onvenzione europea del paesaggio. Com’è noto, secondo la Convenzione europea del paesaggio – predisposta dal Congresso dei poteri locali regionali del Consiglio d’Europa, firmata dal governo italiano a Firenze il 20 ottobre 2000, approvata con legge 9 gennaio 2006, n. 14 – il paesaggio è una determinata parte del territorio, così com’è percepita dalle popolazioni; inoltre, secondo la Convenzione, il paesaggio costituisce una risorsa favorevole all’attività economica e può contribuire alla creazione di posti di lavoro (le citazioni sono tratte dal Preambolo e dall’art. 1).

Questi e altri enunciati della Convenzione non convincono, in quanto la subordinazione del valore paesaggistico alle percezioni dei cittadini direttamente interessati a eventuali trasformazioni e, ancor più, la funzionalizzazione del paesaggio allo sviluppo economico sono obiettivi evidentemente in contrasto con l’assunzione della tutela del paesaggio fra i principi della Costituzione repubblicana (art. 9) e con la tradizione della legislazione e delle politiche di settore, anche prima dell’unità d’Italia. Insomma, almeno in teoria, nel nostro paese il paesaggio è sempre stato inteso come la fisionomia del territorio, la sua forma, la sua qualità estetica. Un paesaggio può essere più o meno bello, oppure brutto, ma il termine è sempre espressione di un giudizio estetico. Comunque, un valore in sé, svincolato da ogni subordinazione, soprattutto dalle convenienze locali, e quest’impianto concettuale è opportunamente ricordato in ogni occasione di dibattito su attentati alla bellezza del territorio.

2.3. Serve una legge per i centri storici. Walter Veltroni quando era ministro dei Beni culturali propose un ottimo ddl per i centri storici (come definiti dai piani comunali) da sottoporre, ope legis, a vincolo di tutela ai sensi della legge 1497/1939. La proposta era stata studiata da Antonio Iannello nel 1997, poco prima della sua scomparsa, e fatta propria dal ministro. Lo stesso Veltroni ha dichiarato pubblicamente che ritirò la proposta dopo aver raccolto un parere nettamente negativo dell’INU. È bene ricordarselo.

2.4. Serve una legge per il contenimento del consumo del suolo. La proliferazione urbana – si legge in un documento dell’UE del 2004 – aumenta la necessità di spostamento e la dipendenza dal trasporto privato, che a sua volta provoca una maggiore congestione del traffico, un più elevato consumo di energia e l’aumento delle emissioni inquinanti. In questo campo l’Italia è assente, mentre in tutti i più importanti paesi europei nell’ultimo decennio sono state avviate politiche concretamente mirate a impedire la dissipazione del territorio:

- la Germania, nel 1998, governo Kohl, ministro dell’Ambiente Angela Merkel, ha elaborato un piano nazionale per la riduzione del consumo del suolo da 130 a30 ettari giornalieri

- la Gran Bretagna, che protegge da quasi settanta anni con le sue green belt un milione e mezzo di ettari – il 12 per cento del paese –, ha scelto una strada differente, fissando l’obiettivo di soddisfare, mediante riciclo delle aree urbane esistenti, una quota di nuova edificazione, definita localmente, e comunque non inferiore al 50-60 per cento

- per evitare la dispersione urbana, in Francia, le leggi sul paesaggio rurale e la montagna impongono che le nuove edificazioni avvengano esclusivamente in continuità con i nuclei insediativi esistenti.

Per approfondire il tema del consumo del suolo cfr. No Sprawl, Alinea, 2006.

In Italia, non se ne parla nemmeno, e infatti il consumo del suolo continua in modo sfrenato.

È stato calcolato che se nel PRG di Roma si fosse applicato il modello tedesco, l’espansione massima sarebbe stata di 3.350 e non di 15.000 ettari!

Il ritardo della situazione italiana è presente nel programma del governo Prodi che propone di varare una nuova legge quadro per il governo del territorio che operi secondo i seguenti criteri: evitare il consumo di nuovo territorio senza aver prima verificato tutte le possibilità di recupero, di riutilizzazione e di sostituzione.

Ma finora il programma è disatteso.

3. Politica, antipolitica e movimenti. Poi una bella notizia

3.1. La nostra discussione si svolge mentre è vivace il dibattito sulle questioni che per comodità possiamo chiamare della politica e dell’antipolitica.

Mi guardo bene dall’inoltrarmi in un campo che professionalmente non mi appartiene e che tratterei in modo inevitabilmente dilettantesco, non posso tuttavia non dichiarare che il vaffanculo” non può essere un’espressione dell’impegno civile . Come se cambiare l’Italia fosse impossibile o, peggio, inutile.

In un suo recente intervento su Carta di Edoardo Salzano ha scritto che “la pressione spontanea che nasce dal basso non può durare, non può raggiungere risultati efficaci se non incontra le istituzioni: per utilizzarle, per trasformarle o per formarne di nuove”. Sono pienamente d’accordo. Guai se le associazioni storiche e più importanti, e quelle più recenti come il nostro comitato, si atteggiassero a contropotere. Un contropotere che sarebbe inevitabilmente autoreferenziale. Le istituzioni non possono essere considerate pregiudizialmente un avversario.

Vanno benissimo, insomma, i confronti critici , anche aspri , finalizzati però alla soluzione dei problemi, senza inconcludenti fughe in avanti.

[Ok al coordinamento dei comitati toscani, cfr. Violante Pallavicino. Il prologo e i 10 punti del coordinamento].

Nel documento dei 10 punti sta scritto con chiarezza che bisogna “tenere sotto controllo il territorio prima che gli interventi siano realizzati, prima che siano decisi. Ciò richiede la capacità tecnico-disciplinare e soprattutto la capacità militante di filtrare anzitempo tutte le decisioni dei consigli comunali, provinciali e regionali”.

Ciò comporta, soprattutto, una presenza puntuale nella fase della formazione degli strumenti urbanistici non solo quando quegli strumenti vanno in attuazione e ci si accorge che ci sono cose che non vanno o che sono affrontate in modo sbagliato. Fondamentale è perciò la fase delle osservazioni agli strumenti urbanistici. Almeno per quanto riguarda la mia esperienza, le osservazioni ai piani riguardano quasi esclusivamente il territorio murativo, come si dice in Toscana, sono presentate cioè quasi esclusivamente da parte degli interessi fondiari, quasi mai da parte di chi si propone di collaborare nell’interesse pubblico.

3.2. Dulcis in fundo. Concludo, a proposito di movimenti e di partecipazione, con una splendida notizia che viene, nientemeno, da Caserta e riguarda la destinazione a parco pubblico dell’area Macrico.

Il Macrico, come sanno molti di voi, è un'area centralissima, circa 35 ettari, nel pieno centro di Caserta, fino al 2001 utilizzata dall’esercito per la manutenzione dei mezzi corazzati. Subito dopo la dismissione si è costituito un Comitato per contrastare le speculazioni edilizie in agguato e per fare del Macrico il primo parco pubblico della città, senza neppure un metro cubo di cemento, recuperando solo il costruito esistente.

Il Comitato ha agito in modo esemplare. [A proposito di antipolitica]

Furono raccolte in poche settimane 10.000 firme. Nel 2002 il Comitato, non riuscendo ad avere valide risposte dall’amministrazione comunale e dai partiti, costituiva una lista civica, “Macrico verde”, che eleggeva al consiglio comunale Maria Carmela Caiola, presidente di Italia nostra.

In risposta al Comune che dichiarava di non avere i fondi per l’esproprio, il Comitato lanciò l’idea di un azionariato popolare per l’acquisto del Macrico con lo slogan 50 euro per rimanere al verde (50 euro per un metro quadro di parco) e la campagna fu sostenuta a livello nazionale da Italia Nostra.

Il 19 gennaio 2007 si è svolta una grande manifestazione – con la proiezione del film I have a green realizzato da un centro sociale – che ha visto l’auditorium pieno in ogni ordine di posti, gente in piedi, pubblico entusiasta e variegato: scolaresche, insegnanti, madri, anziani, esponenti delle associazioni cittadine, professionisti, migranti, tutti a testimoniare la grande voglia di verde.

Nei giorni scorsi la grande svolta. Il Comune acquista il Macrico. Un colpo da 185 milioni di euro, reso noto nei giorni scorsi dal sindaco.

Il merito pare che sia del ministro Rutelli. Una prima tranche di 150 milioni sarà possibile grazie al Tesoretto, i restanti 35 milioni divisi tra finanziamenti regionali sulla programmazione 2007/13 e contributi statali. Definiti anche i tempi di inizio e fine del progetto che dovrà essere completato entro il 2011. L’opportunità sta infatti nella celebrazione del 150mo anniversario dell’Unità nazionale (1861-2011), evento per il quale sono previsti progetti speciali in tutto il Paese di concerto tra governo, regioni ed enti locali. Tra le idee approvate la costruzione del Parco dell’Unità d’Italia all’interno dell’area Macrico.

Una svolta storica.

Duecentoquarantamila ettari ogni anno. Che moltiplicato per quindici fa tre milioni e seicentomila. Un territorio grande quanto Lazio e Abruzzo messi insieme. Ecco quanto suolo libero da costruzioni ha perso l’Italia fra il 1990 e il 2005. Le cifre danno noia, ma rendono meglio delle parole. Le fornisce l’Istat e le cita Vittorio Emiliani in un convegno organizzato questa mattina dalla Provincia di Roma e dal Comitato per la bellezza (Paesaggio italiano aggredito: che fare?, ore 9,30, Palazzo Valentini).

Il convegno vuole guardare avanti. Proporre strategie. Ma intanto sono i numeri che danno la dimensione dell’espansione edilizia, che in Italia convive paradossalmente con un’allarmante emergenza casa. Si costruisce tanto, ma soprattutto abitazioni private, costose e in zone pregiate. Non si soddisfa un bisogno crescente e si aggredisce il paesaggio: fino ad alcuni anni fa prevalentemente quello costiero, ora quello dell’interno. Sempre sulla base dei rilievi Istat, citati da Emiliani, si scopre che è la Liguria la regione che ha consumato più suolo in quei quindici anni: il quarantacinque per cento dell’intero suo territorio. Seguono la Calabria (ventisei), l’Emilia Romagna e la Sicilia (ventidue), la Sardegna (ventuno), il Lazio (diciannove). La media italiana è diciassette, ma va aggiunto che dal calcolo è esclusa l’edilizia abusiva, che è ancora un dieci per cento di tutto quello che si costruisce, soprattutto nelle regioni meridionali.

Una delle vie indicate dal convegno è quella di una legge che ponga un limite al consumo di suolo. È una prassi europea, spiega nel suo intervento l’urbanista Vezio De Lucia citando gli studi contenuti in No Sprawl, un libro curato da Maria Cristina Gibelli ed Edoardo Salzano (Alinea). Altre cifre: in Germania è in vigore dal 1998 una norma che ha fissato una soglia di trenta ettari al giorno, un quarto di quanto effettivamente si costruisse a quel tempo, vale a dire quarantaquattromila ettari l’anno che era pur sempre un sesto di quanto si costruisca oggi in Italia. La legge fu voluta dall’allora ministro dell’Ambiente, che si chiamava Angela Merkel. Più antica è la tradizione inglese. Racconta l’architetto Richard Rogers (in un’intervista al trimestrale Terzo Occhio): «A Londra abbiamo avuto un incremento di popolazione di un milione di persone in dieci anni e non abbiamo toccato un solo metro quadrato di green field, la campagna intorno alla città». In Gran Bretagna si è stabilito che per almeno il settanta per cento le nuove costruzioni devono sorgere riciclando aree urbane esistenti, per esempio ex stabilimenti industriali. «A Londra», aggiunge Rogers, «il sindaco Ken Livingstone ha portato la quota al cento per cento».

L’assalto al paesaggio ha condizioni politiche e finanziarie. L’urbanista Paolo Berdini ricorda che le entrate dei comuni italiani derivano, per una media del sessanta per cento, dall’Ici e dagli oneri che pagano i costruttori. Il che significa che per fare cassa i comuni trovano conveniente dare concessioni edilizie e sprecare territorio. Come? Per esempio a Roma «sono stati aperti ventotto grandi centri commerciali con superficie superiore a un ettaro». Poi ci si accorge che provocano paurosi intasamenti di traffico (accade per l’immenso insediamento chiamato Porta di Roma est, definito il più grande d’Europa) e allora si decide di costruire due corsie autostradali accanto a quelle già esistenti: «Chilometri di asfalto, altre migliaia di ettari di campagna romana cancellati».

Siamo persuasi che nel corso dell’ultimo decennio la distruzione del territorio e del paesaggio e l’attacco all’ambiente sono in Italia dilagati con effetti devastanti. Responsabilità di una legislazione troppo permissiva e delle carenze e debolezze delle strutture di controllo dello Stato; ma soprattutto degli orientamenti espressi dal ceto politico, anche da quello di centro-sinistra, il quale, - in misura crescente anche nelle zone del paese considerate un tempo santuari dell’arte e della cultura, come la Toscana, - ha imboccato, a quanto pare senza sentire ragioni, la strada dell’investimento immobiliare speculativo e delle Grandi opere a ogni costo.

La Rete Toscana dei Comitati per la difesa del territorio, forte dell’adesione ormai di ben centossessantadue Comitati, ritiene che non solo in Toscana ma anche altrove sia necessario estendere, rafforzare, sistematizzare una lotta che parta dal basso, resti solidamente ancorata alle radici e alle economie locali e pure s’estenda secondo il modello della rete e, progressivamente, Comune per Comune, Regione per Regione, fino ad abbracciare l’intero territorio nazionale.

Sommando l’una all’altra le emergenze territoriali, di cui esiste ormai un’ampia documentazione, - migliaia di casi, che riguardano le grandi città e le campagne, le coste e il territorio collinare, i beni culturali e quelli paesistici, il problema dei rifiuti e quello dell’energia, - viene fuori, infatti, il quadro di una vera e propria emergenza nazionale, forse in questo momento della vera emergenza nazionale.

Non si tratta, del resto, di un impegno solo difensivo. E’ nostra convinzione, infatti, che territorio, ambiente e paesaggio possano essere alla base di un diverso modello di sviluppo, produttore di una ricchezza durevole, e in grado di consegnare alle generazioni future una migliore qualità e una maggiore quantità di risorse.

Salvare il territorio italiano e il suo patrimonio storico, paesaggistico e culturale, difendere l’ambiente e il territorio, che è un bene comune, da speculazioni e interessi privati e dall’intreccio di affari, politica e istituzioni, che caratterizza pesantemente questa fase della vita pubblica italiana, è un compito gigantesco, che va affrontato subito, perché non sia troppo tardi...

Coloro che sottoscrivono questa dichiarazione fanno appello a quei cittadini, che ovunque si organizzano in Italia localmente nelle forme dei Comitati spontanei e volontari e delle Associazioni, perché uniscano le loro forze e le organizzino nelle Reti dei Comitati locali e regionali, che a loro volta si uniscano e si organizzino in una Rete delle Reti, capace d’essere interlocutore autorevole dei poteri locali e centrali in tutti i punti della carta geografica italiana.

Solo ripartendo dal basso, solo difendendo il territorio in tutti i suoi punti, solo unificando tutte le forze disponibili, sociali e intellettuali, si può pensare di affrontare e vincere questa battaglia di cittadinanza e di democrazia.

Primi firmatari:Alberto Asor Rosa, Mario Torelli, Alvise Serego Alighieri, Vezio De Lucia, Carlo Ripa di Meana, Paolo Baldeschi, Vieri Quilici, Alberto Pizzati, Bernardo Rossi Doria, Gaia Pallottino, Paolo Berdini, Benedetta Origo, Valentino Podestà, Nino Criscenti, Ornella De Zordo, Giorgio Pizziolo, Cosimo Marco Mazzoni, Francesco Vallerani, Gianfranco Di Pietro, Claudio Greppi, Cinzia Mammolotti , Andrea Zanzotto, Mario Rigoni Stern, Bruno Toscano, Gianluigi Colalucci, Bruno Zanardi, Daniela Bartoletti, Pino Guzzonato, Edoardo Salzano.

Inviare le sottoscrizioni a: toscanacomitati@libero.it

A Parma l’amministrazione di centrodestra insiste, tenace, per stravolgere l’antica zona, centralissima, della Ghiara che sta fra la mole farnesiana della Pilotta e il fiume Parma. Luogo di mercato all’aperto, di fiere, di tornei equestri e di commerci minuti, di socializzazione popolare fin dal 1180, e poi, in modo stabile, dal 1827 con le Beccherie realizzate per la illuminata Maria Luigia d’Austria dal bravo architetto Nicola Bertoli (purtroppo distrutte, improvvidamente, nel 1929). Prima il sindaco Ubaldi, poi il suo successore, e quasi discendente di tanta stirpe, Pietro Vignali si sono applicati a un maxi-progetto cementizio che prevede lo sfondamento di un terzo della piazza.

Il motivo? Ricavare un primo piano scoperto nell’interrato e altri due piani sottoterra per magazzini e garage. Una tettoia molto evidente dovrebbe poi alzarsi oltre il parapetto del Lungoparma. In un primo tempo si pensava anche di passare sotto i resti del ponte romano della Ghiara “valorizzando” ben bene anche quel manufatto. Poi, in un soprassalto di pudore, ci si è rinunciato. Essendo il tutto in project financing, è chiaro che, al di là dei 25 milioni di euro dell’appalto, comunque succulenti, bisogna comunque dare all’operazione, tutta privata, un rendimento, un profitto piuttosto sostenuto.

L’amministrazione di centrodestra si è mossa con molta sbrigatività sloggiando subito i banchi di vendita tradizionalmente presenti e gli ambulanti e dando vita ad uno strano pre-contratto di assegnazione senza avere ancora acquisito alcun parere da parte delle due Soprintendenze competenti. E qui è cascato l’asino. Nel senso che la pratica di Ubaldi-Vignali è finita dove doveva finire - Parma è un valore planetario e il suo centro antico è sempre più ammirato - cioè all’esame dei Comitati di settore del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Quello per i Beni storico-artistici ha pensato bene di inviare nella capitale dei Farnese un suo “scout” di valore come il professor Carlo Bertelli, noto storico dell’arte, già soprintendente a Brera. Il quale è tornato portando con sé una ricca documentazione, anche fotografica. Per dire un no secco al maxi-progetto in project financing e sì, invece, ad una riqualificazione “leggera” di quest’area: con «un flessibile moderno mercato mobile», scrive Bertelli, «dove gli esercenti abbiano garantiti i luoghi dove caricare e scaricare, i magazzini e le rimesse delle auto», con una «occupazione temporanea, e non definitiva, dello spazio aperto». Come si è fatto, con criteri aggiornati, in altre piazze di mercato tradizionalissime, per esempio a Campo de’ Fiori al centro di Roma. “Andare in Ghiara”, era un’espressione tipica nella parlata dei popolani di Oltretorrente che si recavano, al di là del ponte, nel cuore della Parma dei palazzi nobili, ma pure dei mercati, ancor oggi estesi, il mercoledì e il sabato, dalla Stazione ferroviaria a piazza Verdi, «fino a congiungersi (cito sempre il professor Bertelli) con il mercato stabile». Ma «l’area di Piazza della Ghiara», nota lo studioso, «si distingue per il suo carattere radicato di centro del commercio al minuto».

Già, ma i due sindaci di centrodestra si sono forse preoccupati, prima di lanciarsi nella discutibile impresa, di interpellare i cittadini e soprattutto i più diretti interessati, cioè i commercianti della Ghiara parmigiana? Neanche per idea. Hanno pensato loro per tutti. Allora la meritoria associazione cittadina Monumenta, presieduta dall’avvocato Arrigo Allegri, ha fatto, nell’estate scorsa, quello che il Comune - forse distratto, chissà - non aveva pensato di fare, ha cioè distribuito un limpido questionario in oltre 150 copie per verificare su quello opinioni e opzioni. E qui l’asino è cascato un’altra volta. Nel senso che appena sette dei commercianti fissi della piazza interessata hanno detto di approvare il maxi-progetto della Giunta di centrodestra. Mentre il 93 per cento l’ha sonoramente bocciato. Risultato analogo fra gli ambulanti del mercato bisettimanale: su 43 interpellati, appena due i favorevoli, 18 i contrari e, in questo caso, un po’ più le schede bianche (23). Ma, insomma, bocciatura secca su tutta la linea.

A questo punto però l’amministrazione si era già lanciata nella demolizione dei box, nel pre-contratto milionario (senza aggiudicazione e col rischio di dover sborsare 1.050.000 euro, soldi di tutti, a quel punto), nel mandare allo sbaraglio, cioè via dalla Ghiara, boxisti e ambulanti. E quindi non le restava che prendersela fieramente con le Soprintendenze parmigiane, col Ministero (e quindi con la “solita Roma”), colpevoli di ritardare un così illuminato e “gradito” progetto, scagliando anatemi contro l’associazione «Monumenta», giocando persino la carta di un “diffida”, condita da gratuiti insulti ai membri del Consiglio Superiore. La colpa non è di chi ha forzato tempi e procedure, ma di chi vuol vederci chiaro in un progetto pesante che interessa una zona storicamente strategica del centro storico di Parma. Possibile che prima Ubaldi e poi Vignali ignorassero che esistono normative rigorose intonate all’articolo 9 della Costituzione e quindi procedure per la tutela che portano i progetti fino ai Comitati di settore del Consiglio Superiore dei Beni Culturali? Non le ignoravano. Tant’è che nello strano bando di gara è stata inserita la clausola in base alla quale l’aggiudicazione avrebbe avuto luogo compatibilmente col benestare delle Soprintendenze. Può darsi però che si illudessero che i tempi fossero ancora quelli “dolci” del ministro Giuliano Urbani di Forza Italia, il quale “epurò” di forza lo stesso Consiglio Superiore e poi, di fatto, lo tenne chiuso per anni. Ma con Rutelli quell’organismo, composto da competenti di vaglia, c’è ed è stato riportato in onore. Sul mega-pasticcio della Ghiara di Parma non sono possibili ambigue mediazioni. La questione va risolta al più presto nel senso previsto, con rigore e con chiarezza, dai Comitati di settore: con un investimento assai più modesto e più rapido, dotare di infrastrutture e servizi leggeri piazza della Ghiara, come chiedono commercianti e ambulanti e restituirla agli stessi.

«Pensare a parcheggi sotterranei nelle vostre città storiche», ha sentenziato di recente sir Richard Rogers, gran consulente di Tony Blair, «è una pura idiozia. Noi, a Londra, negli ultimi quarant’anni non abbiamo creato, neppure un parcheggio sotterraneo». I londinesi vanno a piedi, in bus, in metrò e in bicicletta. A Parma, si sa, la bicicletta va ancora, alla grande, ben più che a Londra.

Mi ha stupito l’esecrazione e la condanna esagitata ed esagerata della tintura in rosso con l’anilina delle acque di Fontana di Trevi. A parte che Totò la vendeva, come tutti dovrebbero sapere dalla lettura di Gianburrasca, l’anilina è un colorante innocuo, tanto che nel collegio Stanislao ci si tingeva, per renderla più attraente alla vista, la minestra “di risciacquatura dei piatti” del giovedì destinata agli scolari. Al limite si poteva denunciare il plagio, perché le acque della Fontana erano già state tinte di rosso, per protesta contro la guerra in Vietnam, nel 1966, in occasione della visita del vice presidente americano Humphrey a Roma. Il degrado del luogo non dipende da simpatici gesti neo futuristi, che non arrecano nessun danno al monumento, ma dal volgare uso turistico di tutti i giorni. Per città e monumenti non è l’eccezionale il problema, ma il quotidiano.

Il sito di Luigi Prestinenza Puglisi è raggiungibile qui. Vi raccomando in particolare la lettura delle cartoline di Renato Nicolini, che trovate qui.

La Repubblica, 21 ottobre 2007

Zone verdi in cambio del cemento Regione e governo: sì alla legge

di Davide Carlucci

Prima di costruire, garantire un' area verde equivalente a quella che diventa edificabile. è la "compensazione ecologica preventiva" che Legambiente e alcuni studiosi del Politecnico, tra i quali Paolo Pileri e Arturo Lanzani, lanceranno a Milano, il 7 novembre, come legge d' iniziativa popolare. Per scoraggiare la moltiplicazione dei cantieri in un' area, come l' hinterland milanese, dove si sta per raggiungere - e in molti casi si è già superata - la soglia tollerabile di consumo di suolo, con punte di urbanizzazione superiori al 70 per cento del territorio. L' idea raccoglie plausi già in entrambi gli schieramenti. Piace ad Alfonso Pecoraro Scanio: «Si può rilanciare da Milano un' azione che sconfigga le lobby del cemento presenti anche nel governo». Il ministro dell' Ambiente lancia anche un appello ai parlamentari lombardi: «Costruiamo un fronte bipartisan per chiedere più risorse per i parchi urbani e nelle cinture». L' occasione è la Finanziaria, dove «abbiamo introdotto una norma che stanzia, a questo proposito, 150 milioni di euro». L' altra strada è la legge sulle compensazioni, che convince anche Davide Boni, assessore regionale al territorio, eletto dalla Lega: «La proposta potrebbe essere integrata nel nostro progetto di legge di riforma - spiega - non ho alcuna preclusione, sebbene arrivi da ambienti lontani dalla mia coalizione». Per Damiano Di Simine, di Legambiente, la legge dovrebbe «rendere meno conveniente edificare ex novo» e ha un obiettivo: «La crescita zero entro il 2050». A scrivere il testo della legge è Pileri, docente di Ingegneria del territorio al Politecnico e autore di un libro intitolato proprio "Compensazione ecologica preventiva". «Il meccanismo è molto semplice e in Germania funziona già dal 2001: chi costruisce una villetta a Desio, per esempio, deve garantire, prima, interventi come la creazione di un bosco in Brianza o il ripristino della vegetazione lungo il Lambro. è come se per ogni costruzione si adottasse una nuova area ecologica: un principio molto più avanzato delle perequazioni e delle mitigazioni ambientali già previste dalle norme attuali». Nell' ultimo quindicennio, ha calcolato Pileri con altri docenti del Politecnico, 30 grandi progetti - dal Maciachini center alla Humanitas di Rozzano, dal Santa Giulia all' Auchan di Cinisello Balsamo - hanno trasformato 11,248 milioni di metri quadrati di territorio milanese. «Se la legge fosse già in vigore - spiega Pileri - Milano sarebbe piena di veri parchi pubblici come Amsterdam o Berlino». Un modo per rispondere all' allarme lanciato dall' Agenzia europea dell' ambiente, che attribuisce a Milano un record negativo - «ha consumato, negli ultimi 40 anni, il 37% dell' area agricola: è il dato più elevato tra le 25 città europee prese in considerazione» - e include la Lombardia e il nord in generale tra le «aree in cui l' impatto dell' espansione urbana incontrollata è maggiormente visibile». Eppure resiste, nella capitale economica d' Italia, una minoranza che pensa ancora alla terra come a un bene da preservare: oggi a Cascina Battivacco, nel parco Sud, si sono dati appuntamento gli attivisti del comitato Barona - che contesta progetti come il piano Palatucci, il futuro centro direzione in via del Mare, «una minaccia per l' integrità del parco» - per una festa: «Ci saranno i prodotti tipici realizzati dagli agricoltori milanesi», annuncia Maria Teresa Lardera. «Non è affatto un' utopia pensare che anche nel cuore dell' area metropolitana si possano tutelare le cascine e le tradizioni agricole lombarde - dice Boni - ma il problema è che ogni comune utilizza gli oneri di urbanizzazione per pareggiare i propri bilanci. Noi non possiamo introdurre nuovi controlli ma possiamo rendere vincolante sempre il parere della Regione facendo in modo che si tenga conto delle vocazioni e degli equilibri delle aree. E non solo delle esigenze dei singoli municipi».

La Repubblica ed. Milano, 21 ottobre 2007

È vicino il punto di non ritorno

di Pietro Mezzi (assessore provinciale al territorio)

Nei giorni scorsi, dopo un lavoro durato poco più di un anno e mezzo, è stato presentato in giunta il Piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp). Uno strumento che dovrebbe aiutare a governare meglio i processi di trasformazione del territorio nell’area metropolitana milanese e a coordinare, per grandi temi, le pianificazioni dei 189 Comuni della Provincia, Milano compresa. Un anno e mezzo di lavoro fatto di incontri con i Comuni, i Parchi, le altre Province, le autorità ambientali, ma anche con gli operatori economici e i rappresentanti delle associazioni e dei comitati di cittadini.

È un Piano che cerca di mettere ordine e di semplificare le procedure, ma che si pone anche programmi ambiziosi: tra questi, creare la rete ecologica provinciale, in particolare nel Nord Milano; indicare i punti di forza dello sviluppo urbanistico dei Comuni; individuare le aree destinate all’attività agricola.

Un tema, quest’ultimo, apparentemente lontano dall’attività pianificatoria territoriale, ma in realtà strettamente attinente allo sviluppo urbanistico comunale: con questa previsione i Piani di governo del territorio dei Comuni saranno inevitabilmente chiamati a rapportarsi. È un aspetto delicato, che chiama in causa le prerogative di pianificazione dei Comuni e della Provincia e al quale il lavoro di questi mesi ha posto grande attenzione, con uno sforzo di concertazione.

Vale la pena anche ricordare alcuni dati importanti, riguardanti il consumo di suolo: in provincia di Milano il valore medio della superficie attualmente urbanizzata è pari al 34 per cento del totale del suolo. Che però diventa 42,7 per cento se si considerano le previsioni urbanistiche già approvate dai piani comunali. E così, considerando Milano e i Comuni di prima corona, il valore arriva al 70 per cento, nella Brianza Centrale al 57, sull’area del Sempione al 60, mentre nel Sud Milano, grazie ai limiti imposti dal Parco Sud, il valore cala drasticamente al 19 per cento.

Il Piano presentato in giunta provinciale si pone l’obiettivo di non superare la soglia del 45 per cento. Importanti studi scientifici (Howard Odum, Usa) indicano nel dato massimo del 50 per cento la soglia oltre la quale un territorio non riesce più a rigenerarsi. Siamo molto vicini al punto di non ritorno, servono quindi attenzione e politiche urbanistiche coerenti.

Si pone così il problema di realizzare una concreta sostenibilità. Gli amministratori, i politici, gli ambientalisti, gli studiosi sapranno raccogliere questa sfida o si continuerà a pensare in termini di sviluppo infinito? E ad affidare al consumo del suolo l’unica risposta alla crisi strutturale della finanza locale? Il nuovo Piano territoriale di coordinamento provinciale si pone questo obiettivo e, con gli inevitabili e faticosi compromessi, propone una crescita giudiziosa. La più sostenibile in questa situazione.

La Repubblica ed. Milano, 21 ottobre 2007

Più capannoni lungo le nuove autostrade (redazionale)

Case, alberghi, capannoni, autogrill ai bordi delle nuove infrastrutture viabilistiche: e cioè le superstrade, autostrade, tangenziali che saranno costruite dai privati in project financing. Il succo del progetto di legge, che è stato approvato dalla giunta regionale e ora va in commissione Territorio, è stato spiegato dall’assessore alle Infrastrutture e alla Mobilità, Raffaele Cattaneo. Con il project financing i privati non riescono più a ripagarsi con i soli pedaggi delle spese sostenute per costruire l’opera. Di qui l’idea di concedere loro la possibilità di utilizzare aree adiacenti alla sede stradale per costruire dell’altro. Appunto alberghi, case, edifici con destinazione commerciale. Critico il verde Carlo Monguzzi: «In questo modo le autostrade non serviranno a smaltire il traffico ma ad aumentarlo».

La Repubblica ed. Milano, 22 ottobre 2007

Penati: "Comuni liberi di costruire"

di Davide Carlucci

È polemica sulla proposta di arginare l’espansione dell’hinterland a danno delle aree verdi. Per il presidente della Provincia Filippo Penati, «i Comuni sono liberi di decidere sul proprio sviluppo». E sul Cerba «andiamo avanti senza esitazioni». Plaude l’assessore comunale Carlo Masseroli di Forza Italia, più prudente la Lega.

Limitare la crescita della grande Milano, imporre un tetto all’espansione urbana nell’hinterland? Filippo Penati, presidente della Provincia, invita alla cautela: «Ogni comune è libero di programmare il suo sviluppo con i piani di governo del territorio. E il nostro piano di coordinamento territoriale provinciale non può darsi il compito di programmare meglio lo sviluppo delle singole realtà. È un tema complesso e cruciale, la pianificazione sovracomunale è una materia delicata da affrontare rispettando il corretto ruolo della sussidiarietà». Un freno alla volontà dell’assessore provinciale al territorio, Pietro Mezzi, dei Verdi, di arginare l’espansione dei comuni controllando il consumo di suolo, giunto ormai nel Milanese al livello di guardia. Penati tira dritto anche sul Cerba, il centro europeo di ricerca biomedica avanzata, 620mila metri quadrati nel parco Sud, voluto dall’oncologo Umberto Veronesi ma osteggiato dagli ambientalisti: «Io sono assolutamente favorevole e realizzeremo il piano stralcio entro la fine di novembre».

Ed ecco che il presidente della Provincia torna a incontrare favori nello schieramento opposto. Carlo Masseroli, assessore al territorio del comune di Milano per Forza Italia, concede a lui e a Bruna Brembilla, presidente del parco Sud, di aver «sempre cercato un percorso per arrivare fino in fondo nella soluzione del caso Cerba». Ma su questo, come sugli altri temi dello sviluppo urbano, «deve fare i conti con la sua zavorra, la sinistra ideologica e stantìa». Ideologico è anche «il tema della città metropolitana» e quanto al parco Sud, «oggi è degrado, è pieno di nomadi e abusivi, è un disastro: Penati l’ha capito e spero che vinca. Ma vedo che è in difficoltà». In modo speculare l’assessore regionale Davide Boni si ritrova, in questa polemica, iscritto d’ufficio nel campo ambientalista: «Come Regione andiamo avanti. Non vogliamo entrare nella pianificazione dei singoli comuni: però, pur garantendo autonomia, possiamo correggere e consigliare, come abbiamo fatto a Milano per migliorare il progetto Citylife. Se si lascia che ogni comune faccia di testa sua, domani tutto è incontrollabile. E l’area di Milano richiede uno sforzo diverso». Musica per le orecchie del verde Carlo Monguzzi che però avverte: «Boni predica bene e razzola male: la sua legge delega tutto ai comuni. Quanto a Penati, sappia che la pianificazione territoriale è la nostra linea del Piave. Se mandiamo all’aria anche quella, i comuni restano soli davanti agli appetiti dei grandi immobiliaristi». Non resta che puntare alla compensazione: chi costruisce ripaghi il consumo di suolo con la creazione di verde, come propone Legambiente. «Boni la appoggia - dice Monguzzi - e lui, malgrado tutto, è uno che se dice una cosa la mantiene. Speriamo sia così perché a Milano è quella l’unica via d’uscita».

Il Corriere della Sera, 22 ottobre 2007, cronaca locale

Il sogno verde dell'Expo Ecco la Milano del 2015

di Maurizio Giannattasio

MILANO — Come una finanziaria: 14 miliardi e 100 milioni tra investimenti diretti e indiretti, 3 miliardi e 700 milioni di produzione attivata. Senza tenere conto dell'indotto. L'Expo si può misurare anche così. Come una valanga di ricchezza e di lavoro — 70mila nuovi posti solo nei cinque anni precedenti alla manifestazione — che tracima su un intero territorio. Ma la candidatura di Milano per l'Expo 2015 con «Nutrire il Pianeta. Energia per la vita» è qualcosa di più. Lo si intravede nelle 1.200 pagine del dossier che la città ha consegnato nelle mani del Bie, il Bureau International des Expositions,

l'organismo che raccoglie 108 Paesi e che a marzo dovrà decidere chi vincerà la sfida tra Milano e Smirne. Lo si percepisce nella città tirata a lustro e impavesata per l'arrivo oggi dei sei ispettori del Bie, che per tre giorni metteranno sotto esame Milano. Lo si capisce dalle facce stravolte ma felici dei funzionari delle Relazioni internazionali del Comune che in meno di un anno hanno accompagnato il sindaco Letizia Moratti in 57 missioni all'estero, incontrando 18 capi di Stato, 8 capi di governo, 90 ministri, 5 governatori, 12 viceministri, 10 sottosegretari, 31 sindaci, 11 commissari europei e percorrendo la bellezza di 451mila chilometri: 11 volte il giro del mondo. Dall'impegno del Governo, che come scrive il presidente del Consiglio, Romano Prodi, al Bie, sostiene la candidatura di Milano «with the utmost determination », con la massima determinazione.

Milano, finalmente, si è data un senso. Non un sogno, ma un progetto. Che ha il pregio, vada come vada, di accomunare quasi tutti. Dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano — «Auspico che la candidatura dell'Italia e di Milano venga accolta» — al premier Prodi, al capo dell'opposizione Berlusconi. Maggioranza e opposizione insieme. A livello nazionale e a livello locale. Comune e Regione Lombardia retti dalla Cdl, e la Provincia del democratico Filippo Penati. E trova una sponda anche in Walter Veltroni, sindaco di Roma e neosegretario del Pd. Come dire: il sostegno all'Expo milanese vale per questa legislatura e la prossima. Chiunque vinca le prossime elezioni. Uno dei prerequisiti essenziali richiesti dal Bie.

Aichi 2005, Shanghai 2010. Milano ha scelto la strada di Shanghai. La città è pronta a cambiare volto. «Lasceremo in eredità alla città almeno il 90 per cento delle opere», continua a ripetere la Moratti. Ci sono i singoli elementi. La «Torre», alta minimo 200 metri, nuovo simbolo di Milano, la Via d'acqua e la Via di terra, due itinerari di 20 chilometri che immersi nel verde collegheranno Milano alla nuova area Expo, accanto alla Fiera di Rho-Pero, mettendo in connessione tutta la cintura dei parchi cittadini. Dei «raggi verdi» partiranno dal centro della città per ricongiungersi alla corona di verde. C'è il sito vero e proprio, 110 ettari, la metà a verde, dove sorgeranno i padiglioni, il grande ponte che collegherà la Fiera all'Expo, la Torre, il Villaggio Expo, piazza Italia. Tutto il quartiere espositivo sarà una «low emission zone», ossia avrà il minor impatto possibile sull'ambiente e sulla domanda di energia. La zona sarà off limits alle auto. I visitatori che vogliono raggiungere il sito in auto si dovranno fermare nei parcheggi di corrispondenza e poi verranno trasportati con navette ecologiche. All'interno saranno permessi solo veicoli elettrici, navette a idrogeno o biciclette. Anche il futuro della cittadella Expo sarà ambientale. Un enorme quartiere ecologico. Niente auto, niente petrolio o gasolio. Raffreddamento e riscaldamento saranno garantiti sfruttando il fotovoltaico, l'energia solare, e altri strumenti puliti. Un modello da esportare nel resto d'Europa. Proprio per questo motivo Legambiente è diventato partner dell'Expo milanese. C'è poi la Città del Gusto e della Salute ai Mercati generali e la creazione della Borsa agro-alimentare telematica.

Ma l'Expo è più dei singoli elementi. È un catalizzatore e un acceleratore di progetti urbanistici e infrastrutturali. Le due nuove linee della metropolitana, il prolungamento di quelle esistenti, i grandi collegamenti stradali che la Lombardia sta chiedendo da anni: la Brebemi, la Pedemontana, le nuove tangenziali esterne di Milano. Ma anche il collegamento ferroviario diretto tra Malpensa e la nuova stazione di Pero-Rho. Tutte da realizzare integralmente entro il 2015. O i grandi progetti urbanistici che dovrebbero trasformare il volto della città: da Garibaldi-Repubblica, ferita nel centro della città, lasciata marcire per decenni, ai tre grattacieli di Liebeskind, Isozaki e Hadid di Citylife nella vecchia Fiera. Ai progetti da venire sulla Bovisa, cittadella tecnologica e della comunicazione. «È tutto l'asse nord-ovest di Milano che cambierà volto», spiega l'assessore all'Urbanistica Carlo Masseroli. Catalizzatore lo sarà anche per la cultura. Nei sei mesi dell'Expo sono previsti 7.000 eventi culturali e scientifici. Quaranta al giorno. Abbastanza per soddisfare i 29 milioni di visitatori che frequenteranno Milano nei 6 mesi dell'Expo. Sempre che arrivi la vittoria. Ma questa volta Milano ci crede.

Nota: sulle pagine di Eddyburg il tema della sostenibilità ambientale metropolitana rispetto all'urbanizzazione (e del relativo modello di sviluppo socioeconomico) che sta al centro dell'attuale, contraddittorio dibattito milanese, è stato qualche giorno fa introdotto dall'articolo che riferiva della ricerca coordinata da Cristina Treu del Politecnico, sul consumo di suolo nell'area provinciale. Quello dell'Expo 2015 è ovviamente un tema strettamente correlato, anche se la cosa spesso sfugge alla stampa, locale e non. Per chi fosse interessato, di seguito l'avviso di una iniziativa correlata (f.b.)

Il Coordinamento Provinciale Milanese organizza per Mercoledì 24 ottobre p.v. in Via Fiamma n.5, alle 21.00 incontro di presentazione degli indirizzi e dei contenuti del nuovo Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) Sarà presente Pietro Mezzi, il nostro Assessore Provinciale che ha guidato in questi anni l'elaborazione del documento, che rappresenta la parte centrale dell'impegno amministrativo dei Verdi. Non a caso uno dei temi principali del PTCP riguarda il consumo di suolo in provincia di Milano, argomento di grande attualità nel nuovo corso dell'urbanistica territoriale e milanese. E sempre non a caso i contenuti del piano stanno già creando una serie di distinguo e precisazioni da parte anche di componenti della maggioranza.Conoscere il PTCP è la maniera migliore per difenderlo e promuoverlo. Sarà presente anche il gruppo consiliare della provincia. Vi attendiamo numerosi e soprattutto attendiamo i molti consiglieri e amministratori locali. L'iniziativa non è, ovviamente, limitata ai soli iscritti ma è estesa ad amici e simpatizzanti.

per il CoordinamentoMassimo MolteniPresidente dei Verdi della Provincia di Milano.

Sono ormai decenni che architetti e urbanisti non riescono a parlare d'altro che di luoghi del movimento e luoghi del commercio. Di tanto in tanto emerge timidamente un rigurgito di interesse per l'abitare, il monumento, le carceri, lo spazio del lavoro, ma nel giro di pochissimo tempo ogni discorso viene ricondotto ai fatidici outlet, centri commerciali, stazioni e aeroporti, i contenitori per eccellenza degli stili di vita contemporanei. Sostenitori e denigratori si muovono costantemente dentro lo stesso quadro logico: alcuni dicono che questi luoghi sono prodotto ed espressione del postmoderno, sono gli elementi che disfano materialmente e concettualmente la città compatta; altri sostengono che consumano suolo, sono privi di qualità architettonica, sono il frutto della deregulation urbanistica. In sostanza, è vero che questi luoghi modellano e alimentano il predominio del suburbano sull'urbano.

Ai primi, lontani apprezzamenti di Robert Venturi, Charles Moore o Rayner Banham, intenti a demolire pezzo per pezzo il dogma modernista, si sono sovrapposti nel tempo infiniti commenti, chiose, provocazioni, polemiche. Alla fine del XX secolo le definizioni più autorevoli del problema, se così lo si vuole intendere, hanno coinciso con i celeberrimi «non luoghi» di Marc Augé e con il junkspace di Rem Koolhaas. In entrambi i casi l'entusiasmo veniva fortemente ridimensionato a favore di una cupa descrizione dello stato di fatto, e tuttavia la forza dell'argomentazione derivava ancora dall'attacco nei confronti dell'utopia novecentesca, dall'evidenza di una realtà che è lì, davanti agli occhi di tutti, e che è inutile nascondersi.

Il catalogo della mostra bolognese La civiltà dei superluoghi (a cura di Matteo Agnoletto, Alessandro Delpiano, Marco Guerzoni, Damiani 2007) si situa esattamente sul filo di questa tradizione: con un nuovo nome, connotato in maniera positiva dal prefisso «super», si sancisce per l'ennesima volta il successo (soprattutto in termini numerici) di questi luoghi del contemporaneo, e si ribadisce la necessità di inglobarli nelle politiche cittadine.

Non a caso, nel corso del dibattito che ha affiancato la mostra, Vittorio Gregotti ha parlato di «estetica della constatazione»: senza troppe circonlocuzioni, schierandosi a favore della città finita, del vivere associato, del piano regolatore, ha lanciato un energico appello contro questa condanna alla passività. Incredulo rispetto al lunghissimo trascinarsi della animosità rivolta (ormai senza costrutto) contro l'autoritarismo e le contraddizioni della Carta di Atene o delle linee rette di Le Corbusier e Mies van Der Rohe, poco più che ricordi sbiaditi nella pratica odierna, Gregotti si è chiesto come sia possibile insistere ancora su quel disimpegno che è stato prima teorizzato in nome del cinismo edonista anni '80, poi rivendicato in forma di denuncia contro i fantasmi del politically correct. Un discorso di chiarezza esemplare, quasi impossibile da respingere.

La resa dell'architettura all'esistente

A parte i pochi fanatici che ancora provano il brivido della trasgressione entrando in un Mac Donald o al Serravalle Outlet, la matrice vessatoria, repressiva, coattiva di questi spazi e del genere di vita che inducono è evidente a chiunque abbia un minimo di buon senso. Centinaia di film, saggi, romanzi di Ballard e della quasi totalità degli scrittori americani sotto i quarant'anni raccontano in tutte le possibili varianti gli effetti collaterali di questi territori postmoderni. Eppure, nelle argomentazioni di Gregotti è contenuta anche la chiave del fallimento in pectore di una chiamata alle armi: quello che sembra definitivamente impossibile accettare è che la soluzione provenga dall'architettura. Un ritorno alla qualità del progetto, a larga come a piccola scala, per quanto auspicabile non ha la minima possibilità di influire su un processo di matrice economica, sociale e politica che consiste nella appropriazione dello spazio pubblico, inteso nel senso più ampio, come effetto del macrosistema della rendita immobiliare.

L'equazione tra spazi commerciali (che in definitiva comprendono sempre di più anche tutte le stazioni, gli interscambi, e i luoghi del trasporto) e sistemi non pianificati è una contraddizione in termini. Il real estate pianifica in maniera molto più rigida e pervasiva di quanto qualsiasi sistema pubblico si sia mai sognato di fare, e il fenomeno non è certo limitato alle aree periferiche delle metropoli.

«È strano come si parli ancora di successo della città diffusa come sistema di villette unifamiliari e grandi scatoloni commerciali, quando almeno in Italia le statistiche ne mostrano il declino già da qualche anno - diceva Stefano Boeri, anche lui presente al dibattito. Molto più sensato sarebbe preoccuparsi di un fenomeno prettamente urbano, che per fortuna non ha ancora preso molto piede da noi, come le catene commerciali, fondate su un sistema di monitoraggio - ai limiti della violazione della privacy - delle abitudini dei consumatori e sulla installazione di negozi superstandardizzati in pieno centro, calibrati al centimetro sui profitti calcolati a monte. È il dispositivo che ha plasmato praticamente tutti i centri urbani nordeuropei e nordamericani».

La forza monumentale del tessuto storico delle nostre città non è, ormai appare chiaro, un vaccino contro questo genere di politiche, ma anzi contiene in sé la polpetta avvelenata che spalanca tutte le porte: il turismo. La soluzione è altrove.

Titolo originale: The Price of Capitalism – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Nel 1791, quando Pierre Charles L’Enfant ideò la capitale nazionale, non poteva sapere che un giorno ci sarebbero stati i grattacieli a minacciare la sua creazione. Più di due secoli dopo, però, la sacralità del cuore celebrativo di Washington è assediata. Un progetto di iniziativa privata di un costruttore per erigere due torri appena oltre il fiume Potomac a Rosslyn, Virginia, sta colpendo al cuore un simbolo della democrazia.

Il cattivo, per chi ne cerca uno, è il capitalismo, forza tanto presente nella psiche nazionale quanto la stessa democrazia. La vittima è il National Mall, inestimabile complesso ambientale visitato da milioni di persone. Grazie ai limiti di altezza posti dal District of Columbia - 45 metri – il Mall non viene ancora eclissato da uno sfondo di grattacieli coi marchi delle aziende e le luci scintillanti. Ora quel borgo di edifici di media altezza oltre il fiume, conosciuto soprattutto perché ci passano i pendolari, aspira a diventare una Manhattan sul Potomac. O magari Dubai. Il progetto solleva questioni vecchie come i diritti dello stato: può l’aspirazione di un centro della Virginia ad affermare sé stesso con un simbolico “portale” soverchiare i caratteri della capitale nazionale? Oppure, visto che i confini fra centro e periferia sono resi più sfumati dall’uso quotidiano dello spazio, può un qualificato organismo regionale, come la National Capital Planning Commission, avere potere sufficiente a porre dei limiti?

JBG Companies, l’impresa costruttrice, ha avuto il via libera in maggio dalla Arlington County per realizzare il complesso chiamato Rosslyn Central Place. Con 30 e 31 piani, le due torri non entreranno certo nelle classifiche mondiali. E se Rosslyn si trovasse in qualsiasi altro posto, il progetto di Beyer Blinder Belle potrebbe anche produrre applausi perché sostiene la smart growth. Ma qui la cresta dell’elevazione sarebbe la più alta in tutta la regione della capitale, incombente sugli edifici più vicini di almeno 25 metri.

É da quando Mosca si è confrontata col Palazzo dei Soviet, o Parigi con la Tour Montparnasse, che una capitale non si trova di fronte a un grattacielo così simbolicamente angosciante. Thomas Luebke, segretario della U.S. Commission of Fine Arts, ha suonato l’allarme sulla pagina dei commenti del Washington Post in giugno, avvertendo come i possibili danni all’eredità di L’Enfant meritassero una ulteriore riflessione. La commissione sostiene da lungo tempo che gli edifici più alti di 20 piani sfigurano la veduta panoramica dal Mall sino al punto da rappresentare un “vandalismo urbano”, come ha dichiarato una volta lo scomparso presidente J. Carter Brown. “Siamo preoccupati” ha concordato in agosto Marcel Acosta, direttore facente funzioni della National Capital Planning Commission.

Il problema è, che nessuno dei due organismi ha potere in quella circoscrizione, e il costruttore non si piega. “A dire il vero ritengo che si stia inserendo nella skyline di Washington una cosa di cui manca totalmente” risponde Kathleen L. Webb, responsabile della JBG. “Non c’è niente di male ad alzare gli occhi dal Mall e vedere una bella skyline”.

Unoscontro di volontà sinora pietosamente soffocato dalla Federal Aviation Administration. Rosslyn si trova sulla linea di volo verso il Reagan National Airport, e quindi qualunque edificio più alto di 63 metri sul livello del mare ha bisogno di una autorizzazione particolare. L’ente ha classificato le torri “presumibilmente pericolose” e ha annunciato una analisi a scala regionale prima di emettere un parere, cosa che non aveva ancora fatto mentre andiamo in stampa. Un punto per la burocrazia, anche se non è ancora chiaro chi debba difendere il Mall dalla modernità.

“Il National Mall è un simbolo per tutti, che uno sia dell’Alaska o del Maine” spiega Luebke. “Sin dove bisogna arrivare per proteggerlo?” La risposta da Rosslyn, che L’Enfant aveva conosciuto come la verdeggiante Arlington Ridge, è: non provateci neppure. Gli amministratori dicono che I monumenti sono un’ottima cosa, ma gli abitanti vogliono quartieri fruibili a piedi con caffè Wi-Fi e mercatini di cibi biologici, proprio come quelli di Chicago o Seattle. Gli urbanisti hanno ovunque tradotto questi obiettivi in una conveniente miscela di edifici alti sopra un nodo del trasporto pubblico, e anche Rosslyn vuole il suo posto al sole. E allora, se questo modello urbanistico interferisce col godimento della veduta storica di L’Enfant?

La radice del problema affonda sino al 1846, quando Rosslyn passa dal District of Columbia alla Virginia. Il luogo diventa presto un covo di banditi. Prosperano bordelli e attività legate al petrolio. Negli anni ’60 e ’70 l’ enclave è vittima dei processi di rinnovo urbano. Ai tortuosi vicoli si sostituiscono canyons di anonimi palazzi per uffici collegati da utopici quanto inutili passaggi pedonali sopraelevati e superstrade in abbondanza. La città si guadagna una fermata della metropolitana. Ma la sua risorsa principale rimane quella di essere uno spazio di prima qualità esattamente di fronte al complesso celebrativo di L’Enfant, prato d’ingresso nazionale, che ora i costruttori vogliono arraffare come finitura da condominio: “veduta senza rivali in tutto il mondo”.

Lo spettro di una skyline in stile Dubai incombente sul Lincoln Memorial è certo un’esagerazione. Nondimeno, il ranger del National Park Service Dave Murphy, il cui lavoro è di rilevare gli edifici vicini alle zone verdi protette, è rubato nell’ascoltare la convocazione di un’assemblea pubblica sullo zoning per consentire che Rosslyn “salga a 300 metri”: chiaro segnale che i giorni della deferenza rispetto alla capitale sono finiti. Il Central Place starebbe a 160 metri sopra il livello del mare, mentre il Monumento a Washington è a quota 185. Gli amministratori della contea ammettono poi che ci sono progetti per altre torri attorno ai 160 metri in varie fasi dell’iter. “Il District se vuole può anche odiarci” spiega il direttore per lo sviluppo economico di Arlington, Terry Holzheimer. “Noi crediamo di fare un ottimo lavoro”.

Chi sta dalla parte di L’Enfant e tenta di tenere un coperchio sulla skyline di Rosslyn, è già stato bocciato due volte dal tribunale. Nel 1979 una causa intentata dalla National Capital Planning Commission (NCPC), organismo di nomina governativa di Washington, non è riuscita a fermare gli edifici dalle facciate curve da 31 piani che ora caratterizzano il profilo di Rosslyn. Al tempo la NCPC si sentì rispondere semplicemente da un tribunale della Virginia che non aveva potere nell’altra circoscrizione. Per cambiare queste decisioni, “si deve creare un forte movimento di indignazione pubblica” spiega Luebke. “Bisogna riscrivere le leggi”.

Il Congresso ha dato alla commissione il compito di tutelare “bellezza e tessuto storico” della capitale. Dopo 83 anni, il mandato non si è ancora esteso oltre l’esame dei progetti governativi federali e all’interno del District. L’agenzia può esprimere un parere sugli interventi privati soltanto se hanno impatti “sugli interessi federali”. Dotare la commissione di nuove armi, significherebbe riconoscere la necessità di un coordinamento regionale, cosa che nessuno ha ancora fatto.

“Non si fa alcuna pianificazione regionale” spiega Holzheimer. “Ogni circoscrizione lavora per sé”. In questo vuoto, sono i costruttori privati i veri detentori del potere. La JBG recentemente ha reso noti piani per 93 progetti in 42 località diverse sparse per tutte le circoscrizioni dell’area metropolitana, un portfolio per un valore che si stima di 10 miliardi di dollari. La signora Webb non nasconde il desiderio di liberarsi dei limiti di altezza posti dal District “mentre sono ancora in vita”, il che evoca immagini spettrali del nucleo celebrativo di L’Enfant ridotto a un giardinetto di gloriosa ma assediata testimonianza.

La tutela ha sempre potuto contare sul ruggito di leoni gentili. La first lady Jacqueline Kennedy a suo tempo si è battuta contro un intervento sviluppato in altezza a Lafayette Square, direttamente di fronte alla Casa Biabca. Il Senatore Daniel Patrick Moynihan ha liberato Pennsylvania Avenue. Eleanor Roosevelt ha fatto la sua parte risparmiando un bel po’ di Manhattan da Robert Moses e dal suo Brooklyn-Battery Bridge. L’appello che scrisse sulla sua colonna di giornale nel 1939, si potrebbe applicare al caso di Rosslyn oggi: nella nostra eterna marcia verso il progresso, si chiedeva, “ non c’è spazio per qualche attenzione alla tutela dei pochi spazi di grande bellezza che ci restano …?

Il progetto di ponte di Moses fu depennato tre mesi più tardi. Il Presidente Franklin Roosevelt coinvolse il Ministero della Guerra, il quale dichiaro il ponte proposto vulnerabile agli attacchi e pericoloso per la Marina, stop. Non è stato chiesto ai generali di decidere su Rosslyn, e non ci sono segnali che alla Casa Bianca di Bush importi qualcosa. Ma forse val la pena notare come sulle carte della Federal Aviation Administration ci siano vistose linee rosse a indicare la vicinanza delle proposte torri al Pentagono, che dista circa un chilometro e mezzo.

L’Enfant non doveva pensare a queste cose progettando la capitale, ma George Washington avrebbe capito. Non c’è asso pigliatutto come la sicurezza nazionale. “Ovviamente se si tratta di un pericolo per lo spazio aereo nazionale” afferma Tammy L. Jones della FAA, “Dovremo decidere noi”.

Nota: su queste pagine, a proposito del progetto del National Mall (la cui realizzazione, come specificato in occhiello, non si deve a L’Enfant) una efficacissima descrizione contemporanea del giovane Patrick Abercrombie (f.b.)

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