loader
menu
© 2026 Eddyburg

Tanto per cominciare, lo dice anche lui: “anche in questo settore la tecnologia è in rapida evoluzione”. E questo mal si concilia con l’affermare qualche riga sotto, che “Combattere l’eolico in nome dell’Ambiente è, dunque, un controsenso che non sta né in cielo né in terra”.

Mi riferisco a Giovanni Valentini, che col suo nuovo articolo della serie energie alternative coglie al volo l’occasione per dare gentilmente dell’imbecillotto passatista, o qualcosa di simile, a singoli, multipli, istituzioni e regole che ostacolano la marcia del progresso. Che altro sarebbe, secondo l’Autore, questa carica contro i mulini a vento, se non una patetica difesa a oltranza di un mondo fantastico (il riferimento mentale donchisciottesco della personalità disturbata è sin troppo facile da evocare automaticamente nel lettore), di pianure e colline da cartoni animati, che ovviamente non trovano alcun riscontro nella realtà. Realtà che vede l’operoso stivale attento sì alla tutela del paesaggio e del territorio, ma insomma vi abbiamo dato delle centrali che non inquinano e voi non siete contenti? Con cosa ve lo facciamo funzionare l’ascensore per salire a contemplare il vostro paesaggio? Coi fuochi di sant’Antonio?

Domande che appaiono del tutto ragionevoli, se non fosse che quelle obiezioni e opposizioni alle fattorie del vento, sono assai più realistiche dell’esegesi tardo-marinettiana di tanti cantori del progresso “a prescindere”. Perché tengono conto, sostanzialmente, di due aspetti che il futurismo giornalistico lascia al momento nel cassetto:

- l’osservazione empirica, e la prospettiva storica

- il fatto, appunto che “la tecnologia è in rapida evoluzione”.

La storia e la cronaca dicono, perlomeno a chi decide di badare a questi aspetti, che l’insediamento delle turbine nasce e si sviluppa secondo i criteri abituali dell’industria. In modo quindi del tutto paragonabile a cose ben note come le centrali energetiche tradizionali, le discariche, o diverse ma simili come le strutture per la logistica e la grande distribuzione, le infrastrutture per la mobilità … Ovvero: c’è l’immagine degli uffici stampa (non necessariamente menzognera, ma certamente parziale) concentrata sui vantaggi, e c’è il resto degli impatti. Nel caso delle wind farms il non detto spesso rappresenta il quasi tutto, ovvero ciò che sta a terra in termini di strutture di servizio, strade (e effetti indotti dalle strade in aree dove prima non ce n’erano), recinzioni, barriere, altri effetti territoriali della questione sicurezza ecc. Altro che dire: problema risolto quando le pale non tritano più le anatre. Il tutto senza nemmeno sollevare la questione estetica, che è discutibile e lasciamola discutere in altra sede.

C’è poi il fatto che, lo riconosce Valentini, “la tecnologia è in rapida evoluzione”. Non solo la tecnologia pura (che in sé interessa solo i veri appassionati), ma le forme organizzative che la affiancano e complementano: impianti di dimensioni minori, maggiore efficienza, minori velocità di rotazione … il che significa (volendo) una logica diversa riguardo alle possibili localizzazioni, concentrazioni, rapporti col suolo e con la rete di distribuzione e consumo. E la stessa “rapida evoluzione” non si deve certo alla sola libera concorrenza dei settori ricerca e sviluppo delle imprese interessate, ma al fatto che il mitico mercato è composto anche da singoli, gruppi e istituzioni che hanno imparato sulla propria pelle come il collettivo OOOOH! a naso all’insù non sia l’unica possibile reazione. Singoli, gruppi e istituzioni che sollevano legittimi dubbi sulla effettiva luminosità dei futuri da pieghevole pubblicitario. Si spera siano almeno finiti i tempi in cui per la common wisdom si è out se non si portano moglie e figli ad ammirare il fungo dalle parti di Los Alamos. Per poi sentirsi dire dopo qualche decennio: “non potevamo sapere”.

Quindi ben vengano tutte le innovazioni tecnologiche e organizzative (soprattutto le seconde), ma ben vengano anche le legittime cautele di chi non accetta a scatola chiusa i “vincoli tecnici”, soprattutto quando c’è il rischio di accettare da subito una trasformazione comunque in gran parte irreversibile, e poi per decenni l’impatto di una tecnologia dimostratasi quasi subito obsoleta. E la stessa cosa vale ad esempio per le idee, di cui già si parla, di riconversione delle colture agricole a scopi energetici. Con qualcuno già a immaginare la pianura padana come una replica un po’ più pulita del delta del Niger … e le solite tribù di intellettualoidi passatisti che si oppongono al progresso …

Avevo letto l'articolo di Valentini. Pensavo di ospitarlo nella cartella "Stupidario", poi ho soprasseduto. E' veramente singolare che un giornalista che passa per ambientalista ignori la ragionevolezza delle perplessità che, non solo in Italia, si sollevano nei confronti dell'eolico. Che ignori l'assenza di un serio programma energetico basato su una valutazione comparativa dei vantaggi e benefici di ciascuna delle tecnologie impiegabili: non in generale, ma nella specifica situazione del nostro paese Che non metta nel conto la pesante degradazione del paesaggio, valore costituzionalmente garantito, provocata dalle "fattorie del vento". Ma se riflettiamo, Valentini è quel giornalista che ha inventato "l'ambientalismo sostenibile", allineandosi con i molti che non sanno che cosa "sostenibilità" significhi nella cultura internazionale.

Mi ha dissuaso di pubblicare l'articolo di Valentini anche l'astio che sgorga dalle sue righe, ogni volta che ne ha l'occasione, per Renato Soru, per motivi che non conosco ma che certamente non derivano dalla prudenza nei confronti dell'eolico, che Soru condivide con altri governanti.

Nell'ampia documentazione sui fatti e sulle opinioni a proposito dell'eolico vedi, in eddyburg, lo studio del Comitato per il paesaggio e l'eddytoriale n.74. Per un esempio della "tecnologia in rapida evoluzione, su eddyburg_Mall una dscrizione anche tecnica della turbina Quiet Revolution. E, qui sotto, potete scaricare un ampio dossier sull'eolico.

Titolo originale: Tilting at windmills: nation split over energy eyesores– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Il bandolo di tutto sta nell’erba, battuta e appiattita dalla forza per cui la zona è famosa. A Whinash il vento c’entra sempre, è la risorsa che ha messo questo bell’angolo di Lakeland al centro del dibattito britannico sull’insaziabile bisogno energetico del paese.

Il luogo – fra i classici panorami della Cumbria, fatti di colline tagliate da muri a secco, e dalle chiazze mobili dei greggi – deve diventare la sede del più grande impianto di energia eolica d’Inghilterra. Se il progetto andrà mai avanti.

Questa settimana, la procedura per la localizzazione di 27 turbine, ciascuna alta quasi come la cattedrale di St Paul, sul crinale di Whinash, entra nella fase potenzialmente più esplosiva. Due dei più illustri figli della Cumbria, il televisivo Melvyn Bragg e il montanaro Sir Chris Bonington, sono invitati a dare la propria opinione nella Garden Room del remoto Shap Wells Hotel. Non c’è posto per i mulini a vento del 21° secolo in un paesaggio naturale inalterato da secolo, sosterranno.

Trecento chilometri a nord, a Aberdeen, Malcolm Wicks segnerà il suo esordio da ministro dell’energia sottolineando il ruolo cruciale dell’energia eolica nella crociata contro il mutamento climatico. A sole poche settimane dall’incarico, Wicks può già vedere come gli impianti eolici stiano eclissando agricoltura e caccia alla volpe, come probabili occasioni di protesta rurale nel terzo mandato del Labour.

I ministri, consapevoli del fatto che gli obiettivi di riduzione delle emissioni di biossido di carbonio sono in forse, hanno individuato Whinash coma cartina di tornasole per capire se le energie rinnovabili possano offrire il 10 per cento dell’elettricità entro dieci anni.

Ma il significato del caso di Whinash va ben oltre. Fra le rocce battute dal vento, fra i parchi nazionali del Lake District e le Yorkshire Dales, lo scisma che sta squarciando il movimento ambientalista britannico da cima a fondo è più grave.

L’autonominata guardiana delle generazioni future, la lobby verde, si è trovata presa fra la necessità di salvare l’ambiente dal riscaldamento globale, e quella di difendere la campagna britannica dalla creazione di uno skyline “pseudo-industriale”. Questo mese, una delle figure di maggior spicco del movimento, James Lovelock, l’uomo che ha sviluppato la teoria di Gaia per le forze che governano la natura, lancerà la sua più esplicita critica sul dilemma energetico britannico, accusando gruppi come Greenpeace e gli Amici della Terra di tradire il pianeta, con la loro irremovibile promozione dell’energia eolica.

L’energia nucleare, sosterrà Lovelock, offre l’unica soluzione alla doppia sfida di offrire alla Gran Bretagna una fonte energetica affidabile, e quella del riscaldamento globale.

Il paese ora è in posizionato, alla partenza della “corsa al vento”. Saranno attivate entro la fine dell’anno centinaia di nuove turbine in 18 nuove località. Il Regno Unito è già in ottima posizione per diventare il maggior produttore mondiale di energia da impianti off-shore, come nel XVII secolo, quando la Gran Bretagna vantava 90.000 mulini a vento.

Ora è prodotto col vento circa l’1% dell’elettricità, e l’industria afferma che ci sono abbastanza impianti in corso di attivazione da far pensare che entro il 2010 sarà coperto con impianti eolici il 7% del bisogno nazionale.

Il mese prossimo inizieranno a girare nel medio Galles le turbine da 90 metri di Cefn Croes, teatro degli scontri più duri prima di Whinash. Ma la pressione sta aumentando su questo implume settore industriale. Se non si rispettano gli obiettivi nazionali rispetto al mutamento climatico, avvertono gli esperti, i generosi sostegni garantiti per gli impianti delle wind-farm potrebbero essere sospesi da un governo esasperato.

Sembra già affacciarsi una nuova era per l’energia nucleare, e avrà un suo spazio importante nelle prossime decisioni energetiche governative. Sempre più costosa di quanto preventivato, e indebolita dalle costanti preoccupazioni per la sicurezza, l’energia nucleare ha la sua forza nella provata affidabilità. E anche chi ha vissuto all’ombra di Sellafield, 60 chilometri a ovest di Whinash oltre il Lakeland centrale, sta iniziando a pensare che il nucleare sarà la salvezza.

Sir Christopher Audland scuoteva il capo mentre attraversava i ciuffi d’erba battuti dal vento di Whinash nel pomeriggio di martedì scorso. Ex direttore generale per l’energia alla Commissione Europea, Audland era in carica quando vent’anni fa esplose quel reattore numero 4 in Ucraina, e il suo contenuto radioattivo si diffuse da Chernobyl alle pendici della Cumbria, dove la sua famiglia risiedeva da 500 anni. Per essere un uomo che ha sperimentato di prima mano i rischi insiti dell’energia nucleare, Audland è perentorio riguardo all’alternativa più sicura proposta per le colline a nord di Kendal. “Non si può permettere che accada qui” ha detto.

Bragg, che ha dei parenti che lavorano felicemente a Sellafield, è fra quelli del gruppo di Lakeland che ritengono il nucleare la sola opzione possibile per affrontare il mutamento climatico.

”Sembra che ci stiamo allontanando dal metodo più sicuro ed efficiente. L’energia nucleare sembra essere l’unica possibilità sensata, e si tratta di una scelta sicura” ha detto il presentatore del South Bank Show. Si tratta di un consenso corroborato da Lovelock, che nel 1991 inaugurò il primo impianto eolico in Gran Bretagna a Delabole, Cornovaglia. Da allora, Lovelock ha ridimensionato il suo iniziale entusiasmo.

”Uscire dall’energia nucleare proprio quando ne abbiamo più bisogno per combattere il riscaldamento globale è una pazzia” dice. “Il programma antinucleare è spinto da gruppi come Greenpeace e gli Amici della Terra, o dai politici del Green Party. Perseguono obiettivi in cui non c’è né buon senso ambientalista, né un approccio scientifico: uno strano modo di difendere la terra”, scrive sul Reader’s Digest.

Lovelock respinge anche il fantasma di Chernobyl, affermando che il fallout della nube radioattiva passata sulle alture della Cumbria è stato quasi nullo. Qualche punto in più di quello naturale, o al massimo di un paio di radiografie al torace.

Sono passati 13 anni da quanto la lobby anti-eolico si rese evidente col Country Guardian, un gruppo che nega veementemente legami col settore nucleare, anche se il suo presidente, Sir Bernard Ingham, è stato lobbista stipendiato per la British Nuclear Fuels. Da allora le proteste avanzate a discredito dell’energia eolica si sono moltiplicate: quotazioni immobiliari in caduta, il rumore delle pale che da la nausea a chilometri di distanza, cavalli che si imbizzarriscono improvvisamente, e le sinistre morti di nibbi e aquile dorate, anche se in termini di numeri si tratta di una frazione degli uccelli ammazzati per strada.

Ma la critica più costante riguarda l’efficienza dell’energia eolica. I critici affermano che questi mulini farebbero fatica a rispondere a un aumento di consumi improvviso come quello della finale di Coppa di ieri, perché generano energia solo per parte del tempo. Cose del genere sarebbero irrilevanti se l’elettricità si potesse immagazzinare, ma non c’è una pila per la rete nazionale.

Un recente studio condotto in Germania, che possiede il più alto numero di impianti eolici del mondo, ha rilevato che si tratta di un modo costoso e inefficiente di produzione di energia sostenibile, con 53 sterline per ogni tonnellata in meno di biossido di carbonio. Il professor David Bellamy, loquace critico delle windfarm ascoltato di recente allo Shap Wells Hotel, è fra chi si chiede se il vento potrà garantirgli la sua pausa del tè: “Come farà la gente a far funzionare i bollitori elettrici?”.

Sir Martin Holdgate, ex direttore scientifico al Department of Environment che ha fatto parte di parecchi comitati governativi sulle energie rinnovabili, era pure presente alla Garden Room la scorsa settimana. Anche Holdgate ha perso la pazienza sulle zone sensibili rispetto agli impianti eolici. “Non dobbiamo sacrificare il paesaggio, nella nostra affollata isola. L’eolico non ha senso”.

Altri, i cosiddetti “ blade lovers”, danno il benvenuto a questi nuovi elementi estetici, sostenendo che la loro bellezza sta nel messaggio ambientale che comunicano a una società sprecona. Il designer Wayne Hemingway dice: “Mi piacciono. Sono un segno forte del fatto che stiamo facendo qualcosa che non danneggia la Terra”

Nota: il testo originale al sito dell’Observer : per chi fosse interessato, qui il DIbattito pubblico per l'approvazione del progetto (f.b.)

Isola Sant´Antonio è un comune di circa 750 abitanti a metà strada tra Alessandria e Pavia, e il suo nome, insieme a quello delle tre frazioni Inferno, Purgatorio e Paradiso, la dice lunga sul suo rapporto con il Po: un tempo era un dedalo di canali e paludi sempre in lotta con le piene del grande fiume. C´è l´idrometro a Isola Sant´Antonio, e tra le secche sabbiose segna tristemente 179 metri cubi al secondo invece degli oltre 500 che le piogge di aprile e la fusione della neve alpina dovrebbero assegnargli in media.

Manca all´appello circa il 50 per cento delle precipitazioni attese negli ultimi sei mesi, e soprattutto manca il manto nevoso sulle Alpi occidentali, che è il settore dove si forma la riserva idrica per i mesi estivi: a 2000 metri lo spessore è di 20 cm contro i 120 normali. L´ultima occasione di mettere una pezza a questa crisi idrica è maggio, che secondo la statistica dovrebbe essere il mese più piovoso dell´anno in questa regione, ma ormai chi si fida più delle statistiche? Quest´anno abbiamo infranto un record dopo l´altro, e pure le temperature si avviano a spingere aprile in testa alle classifiche, anticipando così il consumo d´acqua che in genere sarebbe cominciato due mesi più tardi. Gli scenari climatici proposti dall´ultimo rapporto Ipcc prefigurano entro questo secolo estati mediterranee fino a 6 gradi più calde e molto più siccitose; per intenderci, il caso 2003 diventerebbe la norma. Quindi è venuto il momento di agire, la salvaguardia della sicurezza idrica non deve più essere trattata come un´emergenza casuale ed eccezionale, bensì deve essere attentamente pianificata e strutturata per non trovarsi gravemente impreparati. Ci sono infatti altri problemi subdoli che si affiancano a quello climatico: al tempo degli antichi romani gli acquedotti sfruttavano la caduta naturale dei dislivelli orografici, oggi per distribuire acqua ci vuole soprattutto petrolio.

Gran parte dei nostri acquedotti, per via delle falde superficiali ormai inquinate, attingono da pozzi profondi centinaia di metri, e pompano poi l´acqua fino ai piani più elevati degli edifici: un sistema ghiotto di energia ma sempre più fragile in vista della crisi del petrolio. Tocca dunque attrezzarsi, come del resto già incominciano a fare i regolamenti edilizi di alcuni comuni: obbligo di installazione di cisterna per la raccolta dell´acqua piovana sulle case nuove e possibilmente anche su quelle esistenti, in modo da limitare l´uso dell´acqua potabile allo stretto necessario e utilizzare quella meno pregiata per irrigare orti e giardini e per l´uso nei wc. Il risparmio e l´efficienza devono diventare delle priorità politiche, l´acqua per fortuna non è esauribile come il petrolio, almeno prima o poi ritorna sempre, sia pure in modo irregolare, ma bisognerà essere saggi nel gestirla. Mettere i riduttori di flusso sul rubinetto di casa è un buon punto di partenza, ma non basterà. Di fronte ai giganteschi volumi in gioco in agricoltura, ci vuole un progetto di ampio respiro, che parta dalle simulazioni climatiche, dagli invasi e dalle reti di distribuzione, fino ad arrivare alle scelte agronomiche e a nuovi metodi di microirrigazione.

Jacopo Giliberto, A rischio campi e officine, Il Sole 24 Ore, 24 aprile 2007

Bisogna decidere adesso a chi donare in estate le scorte d'acqua nascoste dietro le muraglie di cemento delle dighe idroelettriche: alle colture di mais,come chiedono le associazioni agricole, oppure ai consumatori di corrente, grandi industrie come le acciaierie.

Contraddizioni idriche. Le paratoie del lago Maggiore stanno riversando nel Ticino quanta più acqua possibile. Bisogna allagare le risaie novaresi, pavesi, vercellesi.Per non perdere il raccolto di riso, il più importante d'Europa. Intanto — ecco l'ossimoro dell'acqua —mentre i consumi elettrici crescono l'Enel ha ridotto la produzione idroelettrica del 20%. Molte dighe sono piene, e in vista dell'estate l'acqua non viene fatta correre attraverso le condotte forzate né attraverso le pale delle turbine, quelle turbine che producono chilowattora senza comprare all'estero il combustibile e senza alzare un fil di fumo inquinante.

Che cosa accadrà tra giugno e luglio,quando il granturco assetato invocherà acqua, e milioni tra imprese e famiglie succhieranno corrente per i condizionatori e i macchinari?

All'appello del Po mancano — sono le stime di Terna —400 milioni di metri cubi d'acqua. Ieri l'incontro del gruppo di lavoro del ministero dello Sviluppo economico ha proposto di dividere tra tutti il risparmio d'acqua.Circa 150 milioni di metri cubi in meno ai produttori idroelettrici, i quali sperano di avere in cambio un incentivo economico ( ma attenzione: quando la domanda sarà alta potranno vendere il chilowattora a prezzi superbi).

Alle associazioni agricole è stato chiesto di rinunciare a 130 milioni di metri cubi, ma i contadini, scarpe grosse e cervello fino,hanno dato risposte vaghe che fanno presagire un "no"estivo e un ricorso ai risarcimenti da emergenza climatica.

Altri 70 milioni di metri cubi di risparmio sono stati proposti agli enti di gestione dei grandi laghi, ma su questo risparmio indicativo già oggi si possono stimare 10 milioni effettivi mentre altri 60 milioni scorrono verso i canali irrigui, come accade a valle del lago Maggiore.

Sono salvi gli acquedotti, com'è giusto.L'acqua destinata ai rubinetti è sacra. Invece sono a rischio nella stagione calda circa 5mila megawatt degli 8.100 delle centrali del bacino del Po (Moncalieri,Chivasso, La Casella, Piacenza, Turbigo, Sermide e Ostiglia). Con il caldo la domanda elettrica aumenta ma aumenta anche il bisogno di acque di raffreddamento delle centrali, e il Po in secca potrebbe non bastare. Altrimenti, le centrali dovranno marciare a mezzo servizio.Non basta. Con il caldo lavorano male le linee di alta tensione che importano la corrente.

Bisogna decidere adesso.

Titolo originale: Drowning New Orleans – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Un enorme uragano potrebbe seppellire New Orleans sotto sette metri d’acqua, uccidendo migliaia di persone. L’attività umana lungo il corso del Mississippi ha drammaticamente aumentato il rischio, e ora solo massicce opere di ingegneria nella Louisiana sud-orientale possono salvare la città.

Le casse sono ammucchiate sin quasi al soffitto lungo le pareti della stanza senza finestre. Dentro, ci sono body bags, 10.000 in tutto. Se un grosso uragano che si muove lentamente attraversasse il Golfo del Messico lungo la traiettoria giusta, genererebbe un sollevamento del mare tale da annegare New Orleans sotto sette metri d’acqua. “Quando l’acqua defluirà” dice Walter Maestri, direttore responsabile per le emergenze locali, “prevediamo di trovare molti cadaveri”.

Quello di New Orleans è un disastro che aspetta solo di accadere. La città si trova sotto il livello del mare, in una conca delimitata da argini che delimitano a nord il lago Pontchartrain e a sud e ovest il fiume Mississippi. A per via di una maledetta coincidenza di fattori, la città affonda sempre più, e il rischio di alluvioni aumenta sempre più anche per tempeste di entità minore. Le basse del Delta del Mississippi, che riparano la città del golfo, stanno rapidamente scomparendo. Fra un anno saranno spariti altri 65-80 chilometri quadrati di paludi costiere: la superficie di Manhattan. Ogni ora ne scompare un ettaro. E per ciascun ettaro che scompare si apre un sentiero più ampio perchè la tempesta si rovesci sul delta e dentro la conca, intrappolando un milione di abitanti, più un altro milione nei centri circostanti. Un’evacuazione di massa sarebbe impossibile, perché l’alluvione avrebbe tagliato le vie di fuga. Gli studiosi della Louisiana State University (L.S.U.), che hanno costruito modelli di centinaia di possibili percorsi dell’uragano su computer potentissimi, prevedono che potrebbero perdere la vita più di 100.000 persone. Quelle body bags non durerebbero molto.

Se non bastasse il rischio per le vite umane, il potenziale allagamento di New Orleans avrebbe gravi conseguenze sia economiche che ambientali. La costa della Louisiana produce un terzo del cibo nazionale di provenienza marina, un quinto del petrolio, e un quarto del gas naturale. Ospita il 40% delle zone umide costiere del paese, dove soggiorna d’inverno il 70% degli uccelli migratori acquatici. Le strutture portuali sul Mississippi da New Orleans a Baton Rouge costituiscono il più grosso complesso nazionale. E il delta alimenta un carattere unico della psicologia americana; è la sorgente primaria del jazz e del blues, fonte del Cajun e Creolo, e terra del Mardi Gras. Ma sino a questo momento, Washington ha respinto tutte le richieste di aiuti consistenti.

Sistemare il delta servirebbe come valido test, per il paese e per il mondo. Le zone umide costiere stanno scomparendo lungo il margine occidentale, gli altri stati del Golfo, la Baia di San Francisco, l’estuario del Columbia, per ragioni molto simili a quelle della Louisiana. Alcune zone di Houston stanno affondando più rapidamente di New Orleans. I grandi delta del pianeta – da quello dell’Orinoco in Venezuela, al Nilo in Egitto, al Mekong in Vietnam – sono oggi nelle medesime condizioni in cui si trovava il Delta del Mississippi 100-200 anni fa. La lezione di New Orleans potrebbe contribuire a fissare linee guida per un insediamento più sicuro in queste zone, e si potrebbero esportare tecniche di ripristino in tutto il mondo. In Europa, i delta del Reno, del Rodano e del Po stanno perdendo superfici. E se i livelli del mare saliranno a causa del riscaldamento globale nel prossimo secolo, numerose città costiere di bassa quota come New York dovranno prendere misure di protezione simili a quelle che si propongono per la Louisiana.

Vedere per Credere

Shea Penland è tra le persone più adatte a spiegare il blues del delta. Ora geologo alla University of New Orleans, ha passato 16 anni alla L.S.U.; è consulente del Corpo del Genio, che realizza gli argini; partecipa ai gruppi di lavoro statali e federali che attuano i progetti di sistemazione della costa; lavora anche per l’industria del petrolio e del gas. La sua competenza migliore però è quella di conoscere chiunque nelle piccole cittadine del bayou, zolle di terra e strisce di palude su e giù per la costa sbriciolata: gente che vive il degrado ogni giorno.

Penland, vestito in jeans e maglietta polo in una mattina di metà maggio, mi accoglie volentieri sul suo vecchio pickup Ford F150 rosso, per andare a esplorare cosa si sta divorando gli ottanta chilometri di paesaggio fradicio a sud di New Orleans. Il Mississippi ha costruito la pianura del delta che forma la Louisiana sud-orientale in secoli di sedimenti, depositati anno dopo anno nelle piene primaverili. Anche se poi sabbia e detriti si schiacciano sotto il proprio peso e affondano un po’, la prossima piena ricostruirà tutto. Ma a partire dal 1879, il Corpo del Genio, su mandato del Congresso, ha progressivamente allineato lungo il corso del fiume argini per prevenire i danni delle piene a città e industrie. Ora il fiume è imbrigliato dalla Louisiana settentrionale al Golfo, ed è impedito il deposito dei sedimenti. Di conseguenza, la piana sprofonda sotto l’oceano invasore. Con le zone umide, sparisce la protezione di New Orleans dal mare. Un’onda da uragano potrebbe raggiungere altezze superiori ai sette metri, ma ogni sei chilometri di acquitrino possono assorbire acqua a sufficienza ad abbatterla di 35 cm.

La pianura acquitrinosa attorno a New Orleans è ancora una spugna viva, una miscela in costante cambiamento di basse acque dolci, verdi erbe di palude e cipressi ricoperti da muschio spagnolo. Ma quando insieme a Penland raggiungiamo la metà strada verso la costa del golfo, la spugna ci appare seriamente strappata e allagata. Strade isolate su fondo di pietra passano davanti a case mobili ed ex bordelli, lungo zone un tempo bayou, e ora allagate; file di alberi spogli e morti; erbe marce e scure, specchi di acqua morta.

Giù a Port Fourchon, dove l’acquitrino risicato infine cede il posto al mare aperto, subsidenza ed erosione appaiono aggressive. L’unica strada da’ accesso solo a un gruppo di desolati edifici di lamiera ondulata, dove convergono le condutture di petrolio e gas naturale da centinaia di pozzi al largo. Innumerevoli piattaforme intrecciano una cupa foresta d’acciaio che cresce dal mare. Per trasportare i materiali le compagnie petrolifere hanno dragato centinaia di chilometri di canali, navigabili e per il passaggio delle condutture, attraverso gli acquitrini della costa e dell’interno. Per ogni taglio si sposta terra, e il traffico di imbarcazioni e le maree erodono stabilmente le rive. La media delle spiagge USA si erode di circa settanta centimetri l’anno, dice Penland, ma qui a Port Fourchon si perdono 12-15 metri l’anno: il ritmo più veloce del paese. La rete dei canali da’ anche all’acqua salata un facile accesso agli acquitrini dell’interno, aumentandone la salinità e uccidendo erbe e vegetazione di sottobosco dalle radici. Non resta nessuna pianta a impedire che vento e acqua si portino via il sistema delle zone umide. In uno studio finanziato dalle imprese petrolifere, Penland ha documentato come è questo settore industriale ad aver causato un terzo della perdita di superfici del delta.

La Scienza dell’Alligatore

I fratelli Duet conoscono di prima mano i vari fattori che accelerano l’erosione dei terreni diversa subsidenza naturale. Toby e Danny, due dei collaboratori locali di Penland lungo la strada, vivono su un sistema galleggiante da 15 metri ancorato al centro di un sistema di acquitrini discontinuo da 35 chilometri quadrati, a circa 30 chilometri a nord-ovest di Port Fourchon. La famiglia ha preso in affitto i terreni dalle compagnie petrolifere, per caccia e pesca, 16 anni fa, quando c’era solo un po’ d’acqua. Ora ce n’è da un metro e mezzo a due e mezzo. Loro filtrano l’acqua piovana per bere, depurano i propri scarichi, catturano il cibo che mangiano, e si guadagnano da vivere ospitando gruppi di pescatori sportivi per battute di una settimana. Ci sono una dozzina di pozzi nello specchio dove Toby ci prende su con la barca. Mentre risaliamo il canale, dice, “Una volta riuscivo a sputare sul fango di tutte e due le rive. Adesso da qui passano le grosse cisterne di petrolio”.

Dentro la grande cabina aperta dell’imbarcazione, Danny aggiunge altre misurazioni: “Due anni fa abbiamo affondato nel fango un grosso palo di legno a cui legare la trappola per alligatori, sul fianco di un canale. Sono passato di là l’altro giorno, e la riva del canale si era scostata di quasi sei metri dal palo. Non che conti molto, ad ogni modo. Gli alligatori se ne sono andati. Acqua troppo salata”.

Con la palude che scompare, l’unica difesa rimasta del delta sono alcune isole di barriera in disfacimento, che un secolo fa facevano parte della linea di costa. Il mattino successivo io e Penland viaggiamo per un’ora, fino al Louisiana Universities Marine Consortium, avamposto scientifico a Cocodrie, accampamento di studiosi e pescatori sul margine della costa. Da qui, usciamo in mare su una delle imbarcazioni grigie del consorzio.

La barca taglia quello che sembra un mare un po’ mosso per 50 minuti, per raggiungere Isles Dernieres (“ le ultime isole” in francese). Ma le onde non sono mai superiori a due metri. L’ampia distesa di acque basse un tempo era ricca di erbe ondeggianti, interrotte a volte da canaletti serpeggianti pieni di gamberetti, molluschi, trote. Penland tocca terra nel fango della baia. Attraversiamo solo un’ottantina di metri di striscia di sabbia spoglia prima di raggiungere l’oceano. Su ogni lato vediamo a distanza emergere altre piccole strisce simili. Sono quello che resta, di quella che un tempo era una grossa e solida isola lussureggiante di mangrovie nere. “Rompeva le onde oceaniche, riduceva gli effetti delle tempeste e manteneva lontana l’acqua salata, così l’acquitrino qui dietro riusciva a prosperare” rimpiange Penland. Ora l’oceano incombe.

Le isole barriera litoranee della Louisiana si stanno erodendo più velocemente che nel resto del paese. Milioni di tonnellate di sedimenti un tempo uscivano dalla bocca del Mississippi ogni anno, trascinate dalle correnti verso le isole, a ricostituire ciò che le maree avevano eroso. Ma, in parte a causa degli argini che impediscono al fiume negli ultimi chilometri di muoversi naturalmente, la bocca si è allargata a telescopio sul margine continentale. I sedimenti, semplicemente, cadono dal gradino subacqueo verso l’oceano profondo.

Di ritorno a New Orleans il giorno successivo, appare evidente come altre attività umane abbiano peggiorato la situazione. Cliff Mugnier, geodesista alla L.S.U. che collabora a tempo parziale col Genio, ci spiega il perché dal terzo piano del quartier generale del Corpo, un edificio rettangolare di cemento piazzato sull’argine del Mississippi costruito e ricostruito dal Genio per 122 anni.

Mugnier racconta che il terreno sotto il delta è fatto di strati di fango: una torba bagnata profonda centinaia di metri, costruita da secoli di piene. Quando il Genio arginò il fiume, città e industria bonificarono ampie superfici di acquitrino, che per decenni erano state considerate terre di nessuno. Fermare le piene ed eliminare l’acqua di superficie, ha consentito alle torbe meno profonde di seccarsi, restringersi e fare subsidenza, accelerando la discesa della città sotto il livello del mare (un processo già in corso, dato che le torbe si restringono naturalmente).

Ma non è tutto. Dato che la conca si fa più profonda, si allagherà durante le piogge. Allora il Genio, in collaborazione con il settore Acque e Fogne della città, ha iniziato a scavare una ragnatela di canali per raccogliere l’acqua piovana. L’unico modo di smaltirla era il lago Pontchartrain. Ma dato che il livello medio del lago è superiore di qualche decina di centimetri, si sono dovute costruire stazioni di pompaggio alle bocche dei canali per sollevare l’acqua fino al lago.

Le pompe servono ad un’altra funzione critica. Dato che i canali sono, essenzialmente, fossi, raccolgono anche acque dai terreni umidi. Ma se sono a pieno carico, non possono raccogliere acqua durante un temporale. Così la città fa funzionare le pompe regolarmente per risucchiare le infiltrazioni dai canali, il che toglie altri liquidi al terreno, aumentando prosciugamento e subsidenza. “Stiamo aggravando il problema” dice Mugnier. E il genio sta costruendo altri canali, e ampliando le stazioni di pompaggio, perché più sprofonda la città, più si allaga. Nel frattempo, strade corsie e vicoli si affossano, e le case esplodono per rottura delle condotte di gas naturale. Mugnier è anche preoccupato per le parrocchie (enti locali che qui sostituiscono le contee) attorno alla città, che stanno scavando altri canali man mano diventano più popolate. A St. Charles, a ovest, dice “la superficie potrebbe essersi abbassata anche 4 metri”.

Paura

Gli uomini non possono fermare la subsidenza del Delta, e non possono abbattere gli argini per consentire al fiume di scorrere naturalmente ed esondare, dato che la regione è urbanizzata. L’unica soluzione realistica, su cui concordano la maggior parte di ingegneri e studiosi, è quella di ripristinare i grandi acquitrini così che riescano ad assorbire le maree, e ricollegare le isole barriera litoranee a spezzare le onde e proteggere le recuperate paludi dal mare.

Sin dalla fine degli anni ’80 i senatori della Louisiana hanno presentato varie richieste al Congresso per finanziare grandi lavori di ripristino. Ma non sono stati sostenuti da un’azione unitaria. La L.S.U. aveva i suoi modelli idrografici, e il Genio ne aveva altri. Nonostante la concordia sulle soluzioni di massima, la concorrenza abbondava riguardo al tipo di progetti specifici più efficaci. Il Genio talvolta bollava gli appelli accademici contro il disastro a tentativi indiretti di ottenere più finanziamenti per la ricerca. L’accademia più volte ha risposto che l’unica soluzione del Genio per ogni problema sono le ruspe, i movimenti terra, rovesciare cemento senza alcuna razionalità scientifica. Intanto pescatori di ostriche e gamberetti lamentavano che sia i progetti degli accademici che dei genieri avrebbero distrutto le loro zone da pesca.

Len Bahr, a capo del Coastal Activities Office del governatore, a Baton Rouge, ha tentato di mettere tutti insieme. Vero appassionato della Louisiana meridionale, Bahr è sopravvissuto a tre governatori, ciascuno con orientamenti diversi. “Questo è un campo dove deve lavorare la scienza” dice. “Ci sono cinque uffici federali e sei agenzie statali con competenze su quanto accade nelle zone umide”. Per tutti gli anni ’90, racconta Bahr con frustrazione, “abbiamo avuto solo 40 milioni di dollari l’anno” dal Congresso, una goccia rispetto al secchio di cui abbiamo bisogno. Anche con le piccole opere e progetti resi possibili da questi finanziamenti, gli scienziati della Louisiana prevedono che entro il 2050 le coste dello stato perderanno altri 2.500 chilometri quadrati di paludi e acquitrini: la superficie dello stato del Rhode Island.

Poi è arrivato l’uragano Georges nel settembre 1998. I forti venti hanno accumulato una massa d’acqua alta più di cinque metri, più le onde, che ha minacciato di rovesciarsi nel lago Pontchartrain e allagare New Orleans. Era proprio il mostro da cui mettevano in guardia i primi modelli della L.S.U., e puntava dritto sulla città. Per fortuna, un attimo prima che Georges mettesse piede a terra, ha rallentato e deviato di due gradi verso est. L’onda è stata abbattuta da improvvisi caotici venti.

Un Grande Piano

Scienziati, ingegneri e politici hanno smesso di azzuffarsi, hanno capito che tutto il delta si avvicinava al disastro, e Bahr sostiene che è stata la fifa a metterli d’accordo. Verso la fine del 1998 l’ufficio del governatore, il Dipartimento statale delle Risorse Naturali, l’Agenzia di Protezione Ambientale, il Corpo del Genio, il Fish and Wildlife Service, e le 20 amministrazioni di parrocchia della costa, hanno pubblicato il programma di ripristino delle sponde della Louisiana: Coast 2050.

Ma nessuno dei gruppi coinvolti si riconosce interamente nel piano, e se si realizzassero tutti i progetti contenuti il cartellino del prezzo sarebbe di 14 miliardi. “Allora” chiedo, nella sala conferenze al nono piano degli uffici del governatore di Baton Rouge, “datemi la lista breve” dei progetti di Coast 2050 che farebbero la differenza. Ho di fronte Joe Suhayda, direttore alla L.S.U. del Louisiana Water Resources Research Institute, che ha ricostruito i modelli di numerosi eventi atmosferici, e conosce i rappresentanti principali del mondo della scienza, del Genio, dei responsabili per le mergenze cittadine; Vibhas Aravamuthan, che programma i computers della L.S.U. per i modelli; Len Bahr; e il suo vice, Paul Kemp. Tutti hanno partecipato alla redazione di Coast 2050.

La primissima cosa in ordine di tempo e di importanza, concordano, è costruire derivazioni del fiume in alcuni punti chiave del Mississippi, per ripristinare le zone umide in via di sparizione. In ciascun punto, il Genio taglia un canale attraverso l’argine sul lato sud, con paratie di controllo che consentano all’acqua dolce e ai sedimenti sospesi di filtrare attraverso zone umide individuate sino al mare. L’acqua potrebbe distruggere le zone delle ostriche, ma se le localizzazioni vengono selezionate con cura, è possibile fare accordi coi proprietari.

Ogni ora la Louisiana perde un ettaro di superficie

Il secondo passo: ricostruire le isole barriera meridionali, usando più di 500 milioni dimetri cubi di sabbia dalla vicina Ship Shoal. Poi, il Genio dovrebbe tagliare un canale attraverso lo stretto collo del delta, circa a metà. Le navi potrebbero entrare nel fiume da qui, accorciando il viaggio verso i porti dell’interno e risparmiando denaro. Si potrebbe così smettere di dragare la parte meridionale del fiume. La bocca si riempirebbe di sedimenti, iniziando a traboccare verso ovest, mandando sabbia e detriti dentro le correnti parallele alla costa, ad alimentare le isole barriera.

Il progetto del canale potrebbe integrarsi in un più ampio piano statale per realizzare un nuovo Millennium Port. Offrirebbe più pescaggio di quello di New Orleans alle grandi navi porta- container. Poi c’è il suo canale principale, il Mississippi River Gulf Outlet (MRGO, pronuncia Mr. Go), che il genio ha dragato nei primi anni ‘60. Questa struttura si è deteriorata terribilmente – dai 150 metri di larghezza originaria agli oltre 600 oggi nei punti più larghi – e lascia entrare una corrente continua di acqua salata che ha ucciso la gran parte delle zone umide che un tempo proteggevano la parte orientale di New Orleans dalle tempeste oceaniche. Se si costruissero il canale o il Millennium Port, il genio potrebbe chiudere Mr. Go.

Una crepa nell’armatura del delta, sono i varchi sul margine orientale del lago Pontchartrain dove si collega al golfo. La soluzione ovvia sarebbe quella di costruire delle dighe, come fa l’Olanda per regolare il flusso del Mare del Nord verso l’interno. Ma sarebbe troppo difficile da realizzare. “L’abbiamo proposto nel passato, ed è stato respinto” racconta Bahr. Il costi di realizzazione sarebbero estremamente elevati.

L’elenco dei progetti più promettenti di Coast 2050 è solo l’immagine di un piccolo gruppo, naturalmente, ma anche altri importanti esperti concordato sui punti fondamentali. Ivor van Heerden, geologo vice direttore del Centro Uragani alla L.S.U., riconosce che “per riuscire, dobbiamo imitare la natura. Costruire deviazioni e ripristinare le isole barriera è quanto di più vicino si può fare”. Shea Penland in generale è d’accordo, anche se ricorda che il Mississippi potrebbe non portare sedimenti a sufficienza per alimentare tutte le diversioni. Gli sudi del Servizio Geologico condotti da Robert Meade mostrano che la quantità di materiale in sospensione è meno della metà di quanto non fosse prima del 1953, in gran parte deviato dalle dighe lungo il corso del fiume attraverso mezza America.

Se non si agisce, un milione di persone potrebbe essere in trappola

Per quanto riguarda il Genio, si potrebbe attuare tutto il piano Coast 2050. Il primo progetto realizzato è la diversione di Davis Pond, che dovrebbe diventare operativa alla fine di quest’anno. Il direttore del progetto Al Naomi, trentenne ingegnere del Genio Civile, e Bruce Baird, esperto di biologia e oceanografia, mi accompagnano al cantiere sull’argine meridionale del Mississippi, trenta chilometri a ovest di New Orleans. La struttura ricorda una diga di modeste proporzioni, allineata all’argine. Paratie d’acciaio nella sezione centrale, ciascuna larga abbastanza da farci passare un autobus, si aprono e chiudono per regolare il flusso d’acqua. L’acqua sbocca verso un ampia distesa di ex palude che si estende a sud per un chilometro e mezzo, formando un basso fondale di fiume che si espande lentamente in un acquitrino senza margini. L’impianto devia circa 5.000 metri cubi d’acqua al secondo dal Mississippi, la cui portata totale dopo New Orleans va da meno di 90.000 mc/sec nei periodi di magra a oltre 500.000 durante le piene. Il prelievo dovrebbe consentire di conservare 13.500 ettari di zone umide, aree di allevamento ostriche e da pesca.

Il Genio è piuttosto spavaldo riguardo a Davis Pond, per via del successo a Caernarvon, un piccolo impianto sperimentale di deviazione inaugurato nel 1991 vicino a Mr. Go. Al 1995 Caernarvon aveva ripristinato 164 ettari di acquitrino, aumentano i sedimenti e riducendo la salinità attraverso l’acqua dolce.

Chi dovrebbe pagare?

Il genio sta ingaggiando scienziati per progetti come quello di Davis Pond, un segnale che le varie parti in causa stanno cominciando a lavorare meglio insieme. A Bahr piacerebbe integrare scienza e ingegneria un po’ di più, richiedendo un esame scientifico indipendente dei progetti ingegneristici, prima dell’approvazione statale: necessaria perché il Congresso richiede che lo stato sostenga parte dei costi dei lavori.

Se il congresso e il presidente Bush si trovassero di fronte ad una richiesta d’azione unificata, sembrerebbe ragionevole un via libera. Il restauro della costa della Louisiana proteggerebbe le industrie alimentari legate al mare, e le scorte di petrolio e gas naturale. Salverebbe anche le più importanti aree umide d’America, con una audace operazione ambientale. E se non si intraprendesse alcuna azione, il milione di abitanti fuori da New Orleans dovrebbe essere trasferito. L’altro milione dentro la città vivrebbe in fondo a un cratere che affonda, circondato da pareti sempre più alte, intrappolato in una città nello stadio terminale della malattia, dipendente da un continuo pompaggio per rimanere in vita.

Finanziare la ricerca e le opere di cui c’è bisogno, farebbe anche scoprire metodi migliori per tutelare le zone umide del paese in via di estinzione, e insieme i delta in crisi del pianeta. Migliorerebbe la comprensione della natura e dei suoi fenomeni di lungo respiro da parte dell’umanità: e i rischi di interferire, anche quando lo si fa con buone intenzioni. Potrebbe aiutare i governi ad apprendere come ridurre al minimo i danni dall’aumento dei livelli del mare, dagli eventi atmosferici violenti, in un’epoca per cui lo U.S. National Oceanic and Atmospheric Administration prevede tempeste di forte intensità a causa del mutamento climatico.

A Walter Maestri non piace questa prospettiva. Quando Allison, la prima tempesta tropicale della stagione degli uragani 2001, ha scaricato tredici centimetri di pioggia al giorno su New Orleans per una settimana in giugno, sono andati quasi al massimo delle possibilità i sistemi di pompaggio. Maestri ha passato le notti nel suo bunker di comando a prova di alluvione costruito sottoterra per proteggerlo dalle raffiche di vento; da lì comunicava con la polizia, le squadre di emergenza, i pompieri e la Guardia Nazionale. Era solo pioggia, eppure metteva in allarme le squadre di intervento. “Qualunque grossa quantità d’acqua, qui è una minaccia pericolosa” dice. “Anche se devo prepararmi, non voglio nemmeno pensare alla perdita di vite umane che potrebbe causare un grosso uragano”.

Nota: il testo originale al sito dello Scientific American ; suona piuttosto male, dopo questo saggio, il discorso del presidente Bush (tradotto qui su Eddyburg)a seguito dell'uragano Katrina, che ha provocato migliaia di morti a New Orleans ; su Eddyburg, anche il piano Coast 2050 ; l'articolo tradotto dello Scientific American è scaricabile anche direttamente da qui in PDF (f.b.)

Un nuovo scenario energetico si delinea per l´Europa. I prezzi del gas e del petrolio sono quasi raddoppiati negli ultimi due anni. Con l´esaurirsi delle nostre riserve di idrocarburi e con l´aumento della domanda, la dipendenza dell´Europa dalle importazioni dovrebbe crescere, secondo le previsioni, fino al 70% entro il2030, con le conseguenze che ne deriveranno per la nostra sicurezza energetica. Le nostre infrastrutture devono essere rinnovate: nei prossimi20anni saranno necessari 1000 miliardi di euro per soddisfare la prevista domanda di energia e per sostituire le infrastrutture obsolete. Il clima sta cambiando a causa del riscaldamento del pianeta.

Si tratta di problemi comuni a tutti i cittadini e paesi europei. Si impone pertanto una risposta comune a livello europeo. L´Ue si trova nella posizione migliore per agire. Abbiamo il potere negoziale che ci deriva dall´essere il secondo maggiore consumatore mondiale di energia. Siamo uno dei continenti con la maggiore efficienza energetica. Siamo all´avanguardia nel mondo nella ricerca di fonti di energia nuove e rinnovabili, nello sviluppo di tecnologie a bassa emissione di carbonio e nella gestione della domanda. Eppure, finora l´Europa ha seguito un approccio disorganico ai problemi energetici, che ha impedito di collegare politiche e paesi diversi. Questa situazione deve cambiare.

Per questo la Commissione europea pubblica oggi un libro verde sullo sviluppo di una politica europea coerente nel settore energetico. Il nostro obiettivo è quello di garantire la sostenibilità, la competitività e la sicurezza dell´energia. Se l´Ue sarà in grado di adottare un approccio comune, e di dare espressione a tale approccio con una sola voce e in modo coerente, l´Europa potrà imporsi come leader a livello internazionale nella ricerca di soluzioni ai problemi energetici. Le risposte non sono semplici. Il libro verde permetterà, comunque, di avviare un importante dibattito pubblico su come affrontare la nuova realtà energetica.

Quali sono le nostre proposte?

L´unità. L´Ue deve parlare con una voce sola a livello internazionale, in particolare ai principali produttori e consumatori di energia. Dobbiamo valerci delle dimensioni del nostro mercato e della gamma degli strumenti a nostra disposizione per contenere la nostra dipendenza energetica, diversificare le nostre fonti di approvvigionamento energetico e creare sostegno internazionale per affrontare le nuove sfide energetiche. Fondamentale è un nuovo partnerariato con i paesi fornitori limitrofi, tra cui la Russia. Dobbiamo mettere a frutto il reciproco interesse dell´Europa e dei suoi principali fornitori limitrofi per mercati energetici sicuri, aperti e in crescita. E dobbiamo rafforzare la nostra cooperazione con gli altri principali partner, in Medio oriente, in Asia e in America.

L´integrazione. Dobbiamo creare un vero mercato unico europeo dell´elettricità e del gas, che ci consenta di garantire sicurezza, competitività e sostenibilità. Mercati aperti generano benefici per i consumatori, pongono le basi essenziali a lungo termine per gli investimenti, creano l´idoneo contesto paneuropeo per le attuali operazioni di concentrazione. Nel settore energetico, come in altri settori, l´Europa potrà prosperare abbattendo le barriere, non erigendole.

La solidarietà. L´integrazione dovrebbe andare di pari passo con la solidarietà. L´Europa deve poter reagire meglio alle fluttuazioni sui mercati dell´energia e alle variazioni dell´offerta, e deve ripensare la politica di gestione delle riserve di emergenza di gas e di petrolio.

La sostenibilità. Dobbiamo accelerare la transizione verso un´economia a bassa emissione di carbonio, utilizzando sia le nuove energie che le energie tradizionali. L´Europa deve creare le condizioni che consentano lo sviluppo delle energie a bassa emissione di carbonio: per alcuni si tratta dell´energia eolica, per altri dell´energia solare, per altri ancora del carbone pulito. Alcuni Stati membri stanno considerando di sviluppare ulteriormente l´energia nucleare. Non possiamo permetterci il lusso di favorire una forma di energia ad esclusione delle altre. La quota delle energie rinnovabili nel nostro mix energetico deve continuare a crescere. Dobbiamo impegnarci seriamente a favore delle energie rinnovabili e a basso tenore di carbonio. Esse non possono sostituire del tutto gli idrocarburi, con i quali, però, come nel caso dei biocarburanti, possono letteralmente combinarsi.

L´efficienza. Dobbiamo modificare non solo l´offerta ma anche la domanda di energia. Notevoli sono le possibilità di un uso più efficiente dell´energia, a beneficio del clima, dei consumatori e della nostra sicurezza. Non si tratta semplicemente di diminuire il riscaldamento, per quanto tutti noi a volte ci rendiamo colpevoli di accendere i termosifoni e di aprire la finestra allo stesso tempo. Si tratta invece di sviluppare tecnologie e abitudini che ci consentano di cambiare il modello energetico dell´Europa e di favorire una crescita sostenibile. Dovremmo continuare a sviluppare norme di efficienza energetica per i settori ad elevato consumo di energia, quali i trasporti e le abitazioni.

L´innovazione. L´Europa è all´avanguardia nello sviluppo delle tecnologie a bassa emissione di carbonio. Dobbiamo conservare questa posizione. Enormi sono i benefici per l´ambiente, ed enormi sono le opportunità commerciali, vista la forte crescita del mercato internazionale delle tecnologie ad elevata efficienza energetica e a bassa emissione di carbonio. Un istituto europeo di tecnologia potrebbe consentire all´Europa di conservare la sua posizione di testa nell´innovazione.

Danno sostegno a queste sei priorità due concetti cruciali che consentiranno all´Europa di garantire la sostenibilità, la competitività e la sicurezza dell´energia. Il primo è la diversità: delle fonti energetiche, dei paesi d´origine e di quelli di transito. Abbiamo visto quanto sia importante questo concetto nel settore del gas. Il secondo è l´urgenza. In alcuni settori dobbiamo iniziare quasi da zero. Ci vorranno anni prima che alcune delle nuove energie arrivino a regime. È un argomento, questo, senz´altro a favore di un´azione immediata, non del rinvio. L´Europa non può permettersi di aspettare. Il libro verde sulla politica energetica europea aiuterà l´Ue a creare le basi per garantire la sostenibilità, la competitività e la sicurezza dell´energia. Il mondo sta entrando in una nuova era dell´energia. Con una coerente politica comune dell´energia l´Europa potrà guardare con fiducia alla nuova era.

Josè Manuel Barroso è presidente della Commissione Ue, Andris Piebalgs Commissario Ue all´Energia

Titolo originale: United Kingdom: Invasion of the Wind Farms – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Le turbine a vento stanno spuntando a migliaia in tutta la Gran Bretagna, industrializzando alcuni tra i più amati paesaggi. Ma funzionano? E ne abbiamo davvero bisogno?

”Turbine? Sono una rovina, una dissacrazione del paesaggio” tuona James Lowther, settimo Conte di Lonsdale. È la prima volta che l’ottantaduenne conte si pronuncia pubblicamente su una questione che ha diviso la sua famiglia e fatto infuriare le comunità che vivono dentro e attorno ai migliaia di ettari della proprietà Lowther fra le colline del Lakeland.

Ma con le terre che un tempo controllava ora nelle mani di un trust gestito da figlio, Jim, il conte non ha potere per fermare l’insediamento e può solo guardare al futuro “inorridito” mentre si sviluppano i progetti per impiantare 27 turbine giganti sulle alture di Whinash Fells.

La battaglia di Whinash, che è oggetto di una planning inquiry che durerà ancora per sette settimane, è solo una delle molte guerre sulle turbine eoliche che si stanno combattendo in Gran Bretagna.

Al cuore di tutto una questione centrale: se si debba conservare il paesaggio, o salvare il pianeta dal riscaldamento globale. La perdita di alcune delle nostre più belle vedute è un prezzo ragionevole da pagare per l’energia rinnovabile che potrebbe contrastare il mutamento climatico? Questa domanda ha spaccato il movimento ambientalista britannico,mettendo i gruppi pro-turbine come gli Amici della Terra [ Friends of the Earth – FoE] e Greenpeace contro il National Trust e il Council for National Parks, che sostegono che il paesaggio è più importante.

Sopra questo contrasto aleggia una questione più grossa: dove prenderà, la Gran Bretagna, l’energia per il prossimo secolo? Entro il 2020 quasi tutte le nostre vecchie centrali nucleari, che producono il 22% dell’energia elettrica nazionale, dovranno chiudere. Lo stesso vale per gli impianti alimentati a carbone. L’impossibilità di adeguarsi agli standards di emissione dell’Unione Europea obbligherà la maggior parte a chiudere entro un decennio, tagliando la capacità di generazione di un altro 25%.

La Gran Bretagna, sostengono gli esperti, ha solo pochi anni a disposizione per decidere da dove trarre la propria energia, prima che le luci comincino a spegnersi.

A prima vista tutto questo furore per le turbine a vento può sorprendere, se si considera il piccolo numero. I progetti, concordati fra l’industria energetica e il governo, prevedono solo 3.500 macchine sulla terraferma, e altre 2.000 al largo delle coste.

La maggior parte sarà in aree remote. Le preferite sono la Scozia settentrionale e isole come le Shetlands e le Ebridi, più zone elevate in Galles e Inghilterra settentrionale.

Ma gli oppositori sostengono che, nonostante siano poche di numero, le turbine sono così visibili, e il loro movimento costante così evidente, che ne bastano solo poche a rovinare un intero panorama.

Possono anche uccidere gli uccelli. La Royal Society for the Protection of Birds, sostenitrice delle energie verdi, si è opposta sinora strenuamente ai principali progetti britannici di wind farm, che vedrebbero più di 230 turbine sull’isola di Lewis nelle Ebridi esterne.

Gli ingegneri vedono altri problemi. Michael Laughton, ingegnere elettrico e membro della Royal Academy of Engineering, esperto di sistemi di generazione, afferma che il governo deve riconoscere i limiti delle energie rinnovabili. “Il governo intravede l’energia eolica prendere il posto degli impianti nucleari man mano questi vengono disattivati, ma è una cosa che non potrà mai accadere” dice. “La rete nazionale non può basarsi sull’inaffidabilità del vento”.

Il nostro approvvigionamento di energia è stato per decenni controllato da un unico organismo, il Central Electricity Generating Board (CEGB), con l’indicazione di mantenere le luci accese qualunque cosa accadesse.

Quando Margaret Thatcher privatizzò l’industria energetica negli anni ’80, il CEGB fu sostituito da compagnie private che rispondevano agli azionisti. Non avrebbero mai rischiato i miliardi necessari per gli investimenti in carbone, nucleare o energie rinnovabili. Quello che sono pronti a finanziare, sono gli impianti a gas, dove il costo è basso e i profitti garantiti.

Dagli anni ’80 l’energia generata dalla “corsa al gas” è salita sino a circa il 42% del totale. Il governo prevede che raggiungerà i tre quarti entro il 2020.

Phil Ruffles, vice-presidente della Royal Academy of Engineering, ritiene che questo lasci la Gran Bretagna sempre più esposta alle oscillazioni dei mercati. “Nel Mare del Nord il gas si sta esaurendo in fretta” dice. “Quest’anno la Gran Bretagna diventerà un importatore netto di gas per la prima volta, ed entro il 2020 importeremo sino al 90% del fabbisogno da paesi come la Russia e l’Algeria. C’è un enorme rischio, nel lasciare che la Gran Bretagna divenga dipendente da regimi instabili. In più, maggiore la quantità di gas, maggiore quella di anidride carbonica prodotta”.

Sempre più, funzionari di alto rango e ministri sembrano trarre conclusioni simili.

Il prossimo giugno, studiatamente dopo le elezioni, il governo pubblicherà un aggiornamento delle proprie politiche sul mutamento climatico. L’obiettivo ufficiale è quello di stabilire orientamenti perché la Gran Bretagna raggiunga i livelli promessi di taglio delle emissioni. Ma ci sono chiari segnali che il rapporto diventerà la prima fase di una campagna per rilanciare l’energia nucleare.

Descriverà come il governo sia chiuso in un angolo dall’aumento della domanda di energia, il fallimento delle promesse di stabilizzare le emissioni dei trasporti e l’imminente chiusura di centrali energetiche.

Sir David King, responsabile scientifico del governo, vicino a Tony Blair, ha reso chiaro il proprio sostegno all’energia nucleare. Come molti altri scienziati e ingegneri, la vede come una tecnologia intermedia che manterrà in funzione la Gran Bretagna mentre si compie la transizione verso forme di energia rinnovabili.

Alcuni sostengono che l’energia nucleare può essere ampliata, a coprire la metà o più del fabbisogno di elettricità. Ma questo causerebbe enormi problemi tecnici per la rete nazionale perché le centrali nucleari tendono a produrre allo stesso ritmo tutto il tempo. Il che va benissimo per generare l’energia “base” sostiene la rete, ma oltre un certo livello il nucleare diventa troppo poco flessibile per un mercato che deve misurarsi continuamente con la domanda di consumo.

Anderson dice: “Come il vento, il nucleare può offrire solo parte della risposta. Quello di cui abbiamo bisogno sono fonti di energia diversificate, non di poter contare su un’unica possibilità”.

In più, nel dibattito sull’energia nucleare, politici e cittadini non colgono un punto cruciale. Esattamente come il vento, può fare sono una differenza parziale riguardo alle emissioni di gas serra. E questo perché la produzione di elettricità contribuisce solo per un terzo delle emissioni: sono i trasporti e l’industria a produrre il resto. E dato che le centrali nucleari producono solo un quinto dell’elettricità, esse riducono le nostre emissioni del 5%.

Tony Juniper, direttore degli Amici della Terra, sostiene che la risposta sta nella riduzione dei consumi. “L’energia nucleare si è screditata una volta e lo sarà ancora. Il settore aveva mentito sulle scorie, aveva mentito sugli incidenti, e mentito anche sulle enormi perdite. Il vento non è l’intera risposta, ma c’è abbondanza di altre tecnologie rinnovabili che non abbiamo esplorato, come quella delle maree, o il carbone pulito. E nel lungo termine, l’unica soluzione è di consumare meno energia”.

Mentre politici, gruppi ambientalisti ed esperti di energia litigano, un risultato sembra inevitabile. Il paesaggio della Gran Bretagna cambierà: non solo perché ci saranno più turbine a vento, piloni, o centrali, ma per il riscaldamento globale che l’umanità sembra incapace di evitare.

Se si avvereranno le previsioni degli scienziati di un innalzamento di 5° entro il 2100, il verde di Lonsdale e le belle colline di Whinash saranno davvero irriconoscibili, mulini a vento o no.

Nota: qui il testo originale dell’articolo del Sunday Times, come ripreso (con alcuni paragrafi ripetuti per una svista) dal portale sul mutamento climatico Climate Ark (f.b.)

Titolo originale: Denial in the Desert – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

L’orso polare sul suo blocco di ghiaccio galleggiante che si assottiglia è diventato l’icona simbolo dell’urgenza riguardo all’irreversibile mutamento climatico e riscaldamento globale. Anche i personaggi di basso profilo della Casa Bianca adesso riconoscono che i magnifici orsi potrebbero essere condannati all’estinzione col mare di ghiaccio che si scioglie e l’Oceano Artico che si trasforma per la prima volta da milioni di anni in un azzurro mare aperto. Il “grande esperimento geofisico” dell’umanità, come l’ha tratteggiato l’oceanografo Roger Revelle nella curva in brusca ascesa delle emissioni di anidride carbonica, ha strappato la natura alle sue fondamenta del Neocene, nelle zone attorno al circolo polare.

Ma non è soltanto l’Artico ad essere teatro di spettacolare e indubitabile cambiamento climatico, né gli orsi polari unici araldi della nuova era del caos. Vediamo per esempio alcuni lontani parenti dell’ Ursus maritimus: gli orsi neri che si abbuffano felici quanto minacciosi nelle fantastiche Chisos Mountains del Big Bend National Park in Texas. Potrebbero essere i messaggeri di una trasformazione delle Borderlands quasi altrettanto drastica di quella che sta avvenendo in Alaska o Groenlandia.

Camminando sulla via dello Emory Peak in una giornata innaturalmente calda del gennaio 2002, quando nei pensieri ancora incombevano le immagini apocalittiche del precedente [11] settembre, ho fatto la casuale conoscenza di un buffo e innocuo giovane orso in un campo di sosta. Le apparizioni degli orsi sono sempre un pochino magiche, e al momento ho pensato che si trattasse della conferma di una natura selvaggia ancora in gran parte intatta. In realtà, come ho ascoltato sorpreso da un ranger il giorno dopo, quel giovane orso era, per così dire, un mojado: progenie di recenti immigrati clandestini dall’altra sponda del Rio Grande.

Gli orsi neri erano comuni nelle montagne Chisos quendo queste erano la quasi mitica fortezza naturale degli incursori Apache Mescalero e Comanche fra il XVI e XVII secolo, ma gli allevatori li hanno senza posa cacciati sino all’estinzione, all’inizio del XX secolo. Poi, quasi miracolosamente nei primi anni ‘80, gli orsi sono ricomparsi fra le madrone e i pini di Emory Peak. Biologi esterrefatti hanno ipotizzato che fossero immigrati dalla Sierra del Carmen a Coahuila, attraversando a nuoto il Rio Grande e poi sessanta chilometri di deserto arroventato come una fornace, per raggiungere i Chisos, terra promessa di inoffensivi cervi e abbondante spazzatura.

Come i giaguari che si sono ristabiliti recentemente nelle montagne di confine dell’Arizona, o per altri versi il succhiasangue chupacabra del folklore ispanico che si dice sia stato avvistato nei sobborghi di Los Angeles, gli orsi neri fanno parte di una epica migrazione, di vita selvaggia così come di esseri umani, al otro lado. Anche se nessuno sa esattamente perché orsi, grossi felini e leggendari vampiri si stiano spostando a nord, un’ipotesi plausibile è che stiano adattando le proprie posizioni e popolazioni a una nuova era di siccità fra il nord del Messico e il sud-ovest degli USA.

La questione umana è definite in modo piuttosto netto: i ranchitos abbandonati e le città quasi fantasma in Coahuila, Chihuahua e Sonora testimoniano l’ininterrotta sequenza di annate di siccità – a partire dagli anni ’80, ma con vera intensità catastrofica alla fine dei ’90 – che ha spinto centinaia di migliaia di poveri delle campagne verso le fabbriche del lavoro nero di Ciudad Juárez e i barrios di Los Angeles.

Nel giro di qualche anno, la “siccità eccezionale” ha avvolto tutte le pianure dal Canada al Messico; in altri anni, le grandi macchie scarlatte sulle carte meteorologiche sono strisciate giù lungo la Costa del Golfo fino alla Louisiana o hanno scavalcato le Montagne Rocciose per raggiungere l’interno nord-occidentale. Ma gli epicentri quasi fissi sono rimasti i bacini del Colorado e del Rio Grande, e il nord del Messico.

Nel 2003, ad esempio, il lago Powell era calato di 25 metri in tre anni, e altri bacini essenziali lungo il Rio Grande erano ridotti a poco più di pozzanghere fangose. Contemporaneamente, l’inverno del 2005-2006 nell’area del sud-ovest è stato uno dei più secchi mai registrati, e a Phoenix non è caduta una goccia di pioggia per 143 giorni. Le rare interruzioni in questa siccità, come quel diluvio universale della scorsa estate (in alcune zone di El Paso sono caduti incredibilmente novanta centimetri di pioggia), non sono state sufficienti a ricaricare adeguatamente le falde o a riempire i bacini, e nel 2006 sia Arizona che Texas hanno riportato le peggiori perdite nelle colture e allevamenti di tutta la loro storia (complessivamente 7 miliardi).

La siccità costante, come il ghiaccio che si scioglie, riorganizza rapidamente gli ecosistemi e trasforma interi paesaggi. Senza umidità sufficiente a produrre la linfa protettiva, milioni di ettari di conifere pinyon e ponderosa sono stati devastati dalle invasioni degli scarafaggi della corteccia; le foreste morte, a loro volta, hanno provocato gli enormi incendi che si sono estesi sino ai sobborghi di Los Angeles, San Diego, Phoenix e Denver, distruggendo anche parti di Los Alamos. In Texas sono bruciate le praterie – quasi 800.000 ettari solo nel 2006 alone – e con la crosta superficiale di terra soffiata via dal vento, la prateria si trasforma in deserto.

Alcuni climatologi non esitano a definire tutto questo una “mega-siccità”, addirittura la “peggiore da 500 anni”. Altri sono più cauti, non ancora sicuri che l’attuale aridità del West abbia superato le famigerate soglie degli anni ’30 (la Dust Bowl nelle pianure meridionali) o degli anni ’50 (la devastante siccità del sud-ovest). Ma forse il dibattito non coglie esattamente la questione: Le ricerche più recenti e autorevoli rilevano come il “ rosso di sera all’ovest” (per evocare lo straordinario sottotitolo del libro di Cormac McCarthy, Blood Meridian) non sia un caso di siccità episodica, ma il nuovo “tempo normale” della regione.

In una sconvolgente testimonianza resa al National Research Council lo scorso dicembre, Richard Seager, geofisico esperto al Lamont Doherty Earth Observatory della Columbia University, ha avvertito che tutti i principali operatori di modelli climatici del mondo stavano ricavando i medesimi risultati dai propri computer: “Secondo i modelli, nel sud-ovest una condizione climatica simile a quella della siccità degli anni ’50 diventerà il nuovo clima corrente, nel giro di qualche anno, o decennio”.

Questa straordinaria previsione – “l’imminente prosciugarsi del sud-ovest USA” – è un prodotto collaterale del monumentale sforzo di elaborazione costruito da diciannove singoli diversi modelli climatici (come quelli simbolo di Boulder, Princeton, Exeter e Amburgo) per il Quarto Rapporto dello Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).

Lo IPPC, naturalmente, è la corte suprema delle scienze del clima, istituito dalle Nazioni Unite e dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale nel 1988 per valutare le ricerche sul riscaldamento del pianeta e i suoi impatti. Anche se adesso riconosce riluttante che come afferma lo IPCC l’Artico si sta rapidamente sciogliendo, il Presidente Bush probabilmente non ha ancora recepito la possibilità che il suo ranch di Crawford possa qualche giorno trasformarsi in una duna di sabbia.

I climatologi che studiano gli anelli di crescita delle piante e altre forme di archivi naturali, sono da tempo ben consapevoli che il sistema del trattato Colorado River Compact del 1922, distributore di acque verso le oasi in corso di urbanizzazione del sud-ovest, si basa su un rilievo del flusso del fiume di 21 anni (1899-1921) che, lungi dal rappresentare una media, in realtà è un’anomalia per eccesso d’acqua da almeno 450 anni. Più recentemente, si è cominciato a capire come continue Niñas (episodi di freddo nel pacifico equatoriale orientale) possano interagire con correnti calde nel Nord Atlantico subtropicale, a generare siccità nelle pianure e nel sud-ovest che possono durare per decenni.

Ma, come ha sottolineato Seager a Washington, le simulazioni dello IPCC indicano qualcosa di molto diverso dai soli episodi catalogati nel Lamont's North American Drought Atlas (compendio aggiornato di registrazioni dagli anelli di crescita degli alberi, dal 2 a.C. ad oggi). In modo inatteso, è la base climatica stessa, non solo alcune perturbazioni, che si sta modificando.

In più, questo brusco passaggio a un nuovo clima più estremo (“diverso da qualunque altro nello scorso millennio e probabilmente nell’Olocene”) non scaturisce da fluttuazioni nelle temperature degli oceani, ma da “schemi modificati circolazione atmosferica e movimenti di vapore acqueo, che si verificano come conseguenza del riscaldamento dell’atmosfera”. In sintesi estrema, i territori aridi diventeranno ancora più secchi, le zone umide ancora più umide. E il prosciugarsi del West si accompagnerà a temperature da fornace: il nuovo rapporto IPCC contiene l’incredibile previsione secondo cui le temperature nell’ovest americano aumenteranno in media di 9 gradi Fahrenheit entro la fine di questo secolo.

Gli eventi Niña, aggiunge Seager, continueranno a influenzare le precipitazioni piovose nelle Borderlands, ma nascendo da una base più arida esse potrebbero produrre i peggiori incubi per il West: siccità delle dimensioni delle catastrofi medievali che hanno contribuito al noto collasso delel società Anasazi a Chaco Canyon e Mesa Verde nel XII secolo (a peggiorare ulteriormente le cattive notizie che ci arrivano dai super-computer, si prevede una maggiore aridità anche per Mediterraneo e Medio Oriente, dove le forti siccità sono storicamente ben noto sinonimo di guerra, grandi migrazioni di popolazione e sterminio etnico).

E pure il semplice annuncio scientifico, anche col rombare unanime del tuono di 19 modelli climatici, probabilmente non sarà causa di molto turbamento sui campi da golf suburbani di Phoenix, dove uno stile di vita lussuoso consuma 2.000 litri d’acqua pro capite al giorno. Né fermerà le ruspe che danno forma alle mostruose fasce urbanizzate suburbane di Las Vegas (si prevedono 160.000 nuove abitazioni) lungo la statale 93 su tutto il percorso fino a Kingman, Arizona. Né, nonostante il possibile esaurimento per prelievo della grande falda di Ogallala, riserva d’acqua sotterranea che comprende otto stati nelle Grandi Pianure, si impedirà al Texas di raddoppiare la propria popolazione entro il 2040.

Anche se di recente si lanciano molti slogan su “ smart growth” e uso attento delle acque, i costruttori del deserto continuano a sfornare a raffica lottizzazioni “ dumb” nel modo ambientalmente inefficiente che ha devastato la California meridionale per generazioni. La carta vincente del pensiero liberista del sud-ovest, tra l’altro, è che la gran parte dell’acqua immagazzinata dai sistemi del Colorado e Rio Grande è ancora usata per alimentare l’agricoltura.

Anche se il “picco di disponibilità idrica” se ne è già andato da un pezzo, lo sprawl del deserto si può sostenere nel medio termine uccidendo cotone e alfalfa, e i grandi coltivatori si arricchiscono vendendo la propria acqua sovvenzionata dal governo federale agli assetati suburbi. Un prototipo di questo tipo di ristrutturazione si può vedere nella Imperial Valley, dove San Diego ha acquisito in modo molto aggressivo dei diritti idrici. Come ha notato un attento viaggiatore aereo di recente, il risultato è che sono in aumento grandi quadri essiccati e morti, nella scacchiera di smeraldo della valle composta da alfalfa e meloni.

E guardando ancor di più al futuro, c’è anche l’opzione “saudita”. Steve Erie, professore della Università della California di San Diego che ha molto scritto sulle politiche per l’acqua nella regione, mi ha raccontato che i costruttori del deserto del sud-ovest e di Baja California confidano di poter sostenere il boom demografico con una buona fornitura d’acqua convertendo quella del mare. “Il nuovo mantra degli organismi di controllo idrico naturalmente è quello di incentivare conservazione e recupero, mai rapaci costruttori stanno puntando i loro avidi occhi sull’Oceano Pacifico, e all’alchimia della dissalazione, senza badare alle più perniciose conseguenze ambientali”.

In ogni caso, sottolinea Erie, mercati e politica continueranno a sostenere il medesimo modello di suburbanizzazione rampante ad alto impatto che ora asfalta e ricopre di centri commerciali migliaia di chilometri quadrati di fragile deserto nel Mojave, Sonora e Chihuahua. Stati e città, ovviamente, si faranno una concorrenza ancora più aggressiva sulla distribuzione dell’acqua, “ma, complessivamente, queste macchine della crescita hanno il potere di strappare l’acqua ad altri usi”.

L’acqua diventa più cara, e il peso dell’adeguamento al nuovo regime climatico e idrogeologico ricade su gruppi subalterni come i lavoratori agricoli (posti di lavoro persi per trasferimenti delle risorse idriche), i poveri delle città (che potrebbero facilmente vedere le bollette aumentare di 100-200 dollari al mese), piccoli allevatori (compresi molti nativi americani) e, specialmente, le popolazioni rurali in pericolo del Messico settentrionale.

In realtà, la fine dell’era dell’acqua a buon mercato nel sud-ovest – specialmente se coincide con quella dell’energia a basso costo – accentuerà livelli già elevati di disuguaglianza sociale e razziale, oltre a spingere altri emigranti a giocarsi la vita nella pericolosa traversata dei deserti di confine (non ci vuole molta fantasia per immaginarsi il prossimo slogan dei Minutemen: “Vengono a rubare la nostra acqua!”).

I politici conservatori di Arizona e Texas si faranno ancora più avvelenati ed etnicamente prevenuti, sempre che sia possibile. Il sud-ovest ha già seminato ovunque un violento “nativismo” che si può soltanto definire come proto-fascismo: nelle siccità future, potrebbe essere l’unico seme destinato a germinare.

Come indica Jared Diamond nel suo recente successo editoriale Collapse, gli antichi Anasazi non sono stati spazzati via semplicemente dalla siccità, ma dall’impatto di un clima arido non previsto, su un ambiente già supersfruttato, abitato da persone poco pronte a fare sacrifici rispetto al proprio “costoso stile di vita”. Alla fine, hanno preferito divorarsi gli uni con gli altri.

Nota: su queste pagine, vari altri articoli di Mike Davis su diversi argomenti; a proposito di alcuni dei fatti e problemi toccati dall'ultima parte dell'articolo, si vedano qui le cartelle Spazi della Dispersione, e anche Consumo di Suolo (f.b.)



here English version

John Ashton, Europe Feels The Heat, WWF International, Power Switch Campaign, Gland, Svizzera, agosto 2005; Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini

[...] È chiaro: le Capitali europee avvertono il riscaldamento

Le analisi sui dati climatici del WWF per le 15 capitali del vecchio nucleo dell’Unione Europea, più la capitale polacca Varsavia, rivelano altre sorprendenti statistiche sulle temperature. Nei primi cinque anni di questo decennio, le temperature medie in 13 delle 16 città erano perlomeno di un grado superiori a quelle del primo quinquennio degli anni ‘70.

La temperatura media dell’Europa è cresciuta di 0,95 gradi nel corso del XX secolo e quella globale di 0,6 gradi. Il maggiore incremento rilevato dalla nostra analisi, calcolato secondo metodi diversi ma ampiamente comparabili, ha avuto luogo in meno di trent’anni.

Abbiamo esaminato prima le temperature massime medie estive. Il massimo aumento fra 1970-’74 e 2000-’04 è stato a Londra, con 2º, seguita da Atene e Lisbona, assestate a 1,9º, Varsavia (1,3º), e Berlino (1,2º). Per le altre città o non si registrava un incremento delle temperature utilizzando i massimi estivi, o, in alcuni casi, era difficile ottenere questi dati.

Ad ogni modo, quando analizziamo le temperature estive per queste città, emerge una tendenza simile di aumento. L’incremento maggiore è a Madrid, con 2,2º, seguita da Lussemburgo, a 2,0º, Stoccolma (1,5º), Bruxelles (1,2º), Roma (1,2º), Vienna (1,2º), Parigi (1,0º), Amsterdam (1,0°), Helsinki (0,8º), Dublino (0,7º), e Copenaghen (0,2º).

Oltre a comparare i due quinquenni, il WWF ha anche calcolato le tendenze generali per le 16 città fra il 1970 e il 2004. Riportate su un grafico, le linee di tendenza mostrano un aumento significativo per 14 delle città analizzate, il che rappresenta una prova in più del loro rapido riscaldamento. Solo Dublino e Copenaghen non evidenziano aumenti significativi.

[...]

Il riscaldamento globale è una realtà

Nel corso del XX secolo le temperature medie globali sono aumentate di 0,6º, e la media europea di circa 0,95º. Circa due terzi dell’aumento globale si concentrano a partire dal 1975. La maggior parte degli studiosi del clima concorda sul fatto che il riscaldamento sia dovuto soprattutto alle attività umane. Stiamo esacerbando l’effetto serra, un fatto in sé naturale che intrappola le radiazioni solari creando una “coperta” che riscalda la Terra e la rende abitabile.

Gli effetti sulle condizioni mondiali del tempo

0,6º può sembrare poca cosa. Ma come avviene per le persone, un piccolo rapido aumento di temperatura può avere conseguenze gravi. La maggior parte degli scienziati del clima ritiene che questo incremento sia sufficiente a sconvolgere il delicato equilibrio naturale, producendo eventi estremi come onde termiche, siccità, tempeste.

Non si tratta di un processo lineare. Le temperature più elevate aumentano la quantità di vapore acqueo nell’atmosfera, che a sua volta porta più pioggia e rende alcune regioni più umide. Ma le modalità di circolazione dei venti e degli oceani renderanno altre regioni significativamente più secche. E queste regioni più secche probabilmente sperimenteranno tempeste più intense.

E ahimè,il peggio deve ancora venire.

[...]

Il fattore popolazione: l’effetto serra si accumula

L’aumento delle temperature globali è stato accompagnato da un aumento dei gas serra prodotti dall’uomo. L’anidride carbonica rappresenta l’80% di questi gas. Ne vengono prodotte circa 24.400.000.000 tonnellate ogni anno: circa 12 volte i livelli del 1900. Il singolo maggiore produttore è il settore dell’energia, responsabile per il 37% delle emissioni di CO2 di origine umana, per il 39% in Europa.

La concentrazione di CO2 nell’atmosfera è aumentata del 36% a partire dalla rivoluzione industriale a metà del ‘700, ed è superiore a quella di tutti i tempi negli ultimi 420.000 anni.

Come per il riscaldamento globale, la maggior parte di questo incremento ha avuto luogo negli ultimissimi decenni. Fra la metà del ‘700 e la fine degli anni ’50 i livelli medi di CO2 sono saliti da 280 a 315 parti per milione (ppm). Nel 2004, hanno raggiunto il record di 378.

[...]

L’Italia

I costi umani dell’ondata di caldo del 2003 in Italia sono stati superiori che nelle altre nazioni europee. Secondo le statistiche governative rese disponibili a giugno, sono morte 20.000 persone. Si tratta del doppio delle stime originali, e di una cifra superiore a quella della Francia, sinora ritenuta la nazione più colpita d’Europa. Sono stati rilevati quasi 2.000 incendi di boschi durante quell’estate, e i danni all’agricoltura connessi alla siccità sono stati per un valore di 5 miliardi di Euro.

Quest’estate nel paese si è verificata un’altra ondata di caldo, e una seria siccità. Le temperature hanno raggiunto i 40º in alcune zone, e il governo ha avvertito che erano a rischio circa un milione di persone. In giugno parecchie grandi città, come Roma, Milano, Torino, sono entrate in stato d’allerta per il caldo con decine di migliaia di abitanti (sopratutto anziani) monitorati.

In generale l’Italia è diventata più secca, con una diminuzione delle giornate di pioggia del 14% dal 1996. E al calo delle giornate di pioggia si è accompagnato l’aumento di intensità, delle piogge, con più temporali.

Si prevede che l’Italia sarà una delle nazioni dell’Unione Europea più colpite dal futuro riscaldamento globale, con ulteriore calo del livello delle precipitazioni, e molte altre sempre più prolungate onde di caldo. Sembra che anche il mare Mediterraneo si stia riscaldando rapidamente. Uno studio recente ha rilevato che le temperature del mare attorno all’Italia si sono alzate di quasi 4º fra il 1985 e il 2003. Si prevede che i livelli del mare si alzino fra i 20 e i 30 centimetri entro il 2100, il che minaccia una superficie di circa 4.500 chilometri quadrati di pianure costiere. L’Italia è il terzo maggior paese dell’Unione Europea per quanto riguarda le emissioni di gas serra, e ha uno dei record continentali in termini di basso controllo delle emissioni. Queste sono salite dell’11,6% fra il 1990 e il 2003, e del 2,7% solo fra il 2002 e il 2003. Il settore energetico nazionale dipende massicciamente dal petrolio, che dopo il carbone è la principale fonte di inquinamento da CO2. [...]

Nota: la versione originale integrale del rapporto scaricabile in PDF da questa pagina del sito WWF International (f.b.)

Titolo originale: Microgrids as peer-to-peer energy – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Le piccole reti di generazione elettrica o “ microgrids” posono trasformare la produzione e distribuzione di energia nello stesso modo in cui internet ha cambiato il modo in cui si fa comunicazione.

È una delle conclusioni tratte dal programma di ricerca della Southampton University finalizzato a verificare la fattibilità delle microgrids, per la produzione e distribuzione di energia.

Le microgrids sono piccole reti urbane che forniscono elettricità e calore.

Secondo i ricercatori, con esse si possono realizzare notevoli risparmi e tagli di emissioni senza particolari modifiche negli stili di vita.

Le fonti di energia elettrica devono adeguarsi agli obiettivi del governo britannico, Renewables Obligation, che richiedono di produrre entro il 2015 il 15% dell’elettricità da fonti rinnovabili.

Le microgrids, dicono i ricercatori, possono facilmente integrare le fonti alternative come l’eolica o la solare, nella rete di distribuzione elettrica.

Possono anche rendere possibili notevoli risparmi senza particolari cambiamenti negli stili di vita, secondo il coordinatore del progetto Dr. Tom Markvart.

”Si ridurrebbero le emissioni di qualcosa come il 20-30% senza che nessuno se ne accorga” ha dichiarato al sito web BBC News.

”Una microgrid è una serie di piccoli generatori, destinata a un gruppo di utenti in stretta prossimità” spiega Markvart, le cui ricerche sono state pubblicate dalla rivista della Royal Academy of Engineering, Ingenia.

”Produce calore per la casa, ma ci sono già cavi installati, e quindi è facile realizzare una rete elettrica. Poi si crea una specie di rete di controllo”.

Una rete che può essere resa intelligente da programmi sofisticati e computers in serie.

Le microgrids possono funzionare in modo analogo alle tecnologie di file-sharing fra diversi utenti, come BitTorrents, dove la domanda si articola e si condivide entro la rete degli “ users”.

Queste microreti possono esistere come sistemi autonomi entro piccole comunità, o essere possedute e gestite dagli attuali fornitori di energia.

Associazioni come Green Alliance premono per introdurre tecnologie di micropower generation, come la micro-CHP ( Combined Heat and Power) che è una poarte vitale delle microreti, o le mini-turbine a vento, o gli impianti fotovoltaici (PV) solari.

Le unità micro-CHP operano trasformando in elettricità calore che altrimenti si disperderebbe. I proprietari delle abitazioni vendono poi l’eventuale elettricità in eccesso alla rete nazionale.

La Green Alliance sostiene che il governo dovrebbe tenere in maggiore considerazione questa micro-generazione.

Il solo installare sei pannelli fotovoltaici (PV) su una abitazione tipo di tre stanze ne riduce le emissioni di anidride carbonica oltre il 20%, secondo l’associazione.

Le microgrids sono progettate per piccole comunità: ad esempio un classico complesso residenziale britannico. Si rapportano in modo efficiente con la fluttuante domanda di energia, per cui la rete nazionale non è sufficientemente flessibile.

Il progetto del Dr. Markvart è partito dal riconoscere che l’attuale sistema distributivo di elettricità britannico era costruito attorno alla disponibilità di combustibili fossili.

Ma il XXI secolo pone alcune pressanti questioni sull’uso di questi combustibili.

”Volevamo vedere quale tipo di sistema energetico si potesse idealmente realizzare oggi, nel XXI secolo, in risposta alle pressioni attuali per un maggior consumo” dice il Dr. Markvart.

”Ci siamo orientati verso qualcosa in cui il settore delle tecnologie energetiche potesse evolversi come risposta alla necessità di ridurre le emissioni”.

Dr. Markvart e il suo gruppo di lavoro alla Southampton University hanno realizzato un modello compuerizzato per verificare l’affidabilità di queste reti su piccola scala, combinando unità micro-CHP con pannelli fotovoltaici che trasformano la luce solare in elettricità.

”È un po’ come paragonare la vecchia rete telefonica con quella attuale” dice Markvart.

L’installazione di una microgrid non ha bisogno di un sistema completamente nuovo, come hanno dimostrato alcune reti di banda larga.

Nei paesi in via di sviluppo, gli edifici possono produrre elettricità senza bisogno di realizzare grandi infrastrutture.

Con costi in discesa ed efficienza in aumento, le tecnologie alternative diventano sempre più un’opzione praticabile.

Le emissioni di gas serra possono essere ulteriormente ridotte anche alimentando i micro-generatori a idrogeno, sole, o piccole turbine a vento, dice Markvart.

Avere generatori vicini al punto di consumo, riduce anche i costi di trasporto rispetto a quelli dalla centrale remota alle famiglie.

Le dimensioni dei generatori sono proporzionali ai carichi: ovvero molto diverse da quelle dei sistemi tradizionali con enormi centrali a servizio di moltissimi piccoli utenti.

Reti di dimensioni minori significa possibilità di introdurre metodi di immagazzinaggio dell’energia non utilizzata, cosa che non accade nelle grandi reti.

”In un sistema tradizionale, c’è la centrale e l’energia scorre verso gli utenti: è unidirezionale. L’intera rete è strutturata attorno a quel flusso unidirezionale.

”Esiste anche una massiccia quantità di calore generato nel corso del processo. Viene semplicemente trattato come uno scarto” spiega Markvart.

Gli enormi “camini” diventati elemento familiare di tante zone del Regno Unito sono le torri di raffreddamento per disperdere questo scarto di calore.

”Solo circa il 30 o 40% dell’energia originaria diventa elettricità: il 60 o 70% se ne va su per i camini. E non c’è alcun uso per questo calore, dato che non c’è nessuno attorno agli impianti che ne abbia bisogno”.

Sempre di più le unità micro-CHP vengono sperimentate nelle piccole comunità per rimpiazzare gli impianti centralizzati convenzionali di riscaldamento.

Secondo alcune stime, potrebbero essere installati nelle case otto milioni di micro-CHP entro il 2020, a fornire un terzo dell’energia alle famiglie.

Ma i gruppi di pressione per le energie rinnovabili hanno richiesto politiche governative più chiare nelle strategie alternative.

”Potremmo avere le microgrids anche domani; si potrebbe fare subito. La tecnologia esiste” dice Markvart.

Gli ostacoli principali, comunque, sono di tipo istituzionale e di regolamentazione. [...]

Nota: il testo originale al sito BBC News (f.b.)

Le fonti rinnovabili, per quale sviluppo?

Un urbanista foggiano scrive a Nichi Vendola e al manifesto, a proposito della lettera di Agostinelli e Serafini sull’eolico

Leggendo la lettera aperta al presidente della regione Puglia, apparsa su “il Manifesto” dell’ 8 giungo 2005, di Massimo Serafini e Mario Agostinelli, con cui si chiedeva di ripensare l’idea della moratoria sull’eolico perché «la strada da imboccare è quella della promozione delle fonti rinnovabili», sono giunto ad alcune riflessioni (maturate a partire dalla mia realtà foggiana) per le quali ritengo sensata la proposta di sospendere l’attività dell’eolico nella regione, soprattutto nella provincia di Foggia che in Puglia è la realtà più inondata di eolico(nei comuni del Subappennino dauno con n.455 torri installate, con una potenza totale di MW 300,57 pari all’ 81% dell’intera Puglia con i suoi 371 MW).

Per comodità di sintesi le elenco per punti.

a) Perché produrre energia elettrica? L’energia elettrica serve per mettere in moto questo modello di sviluppo che ha bisogno sempre più di energia per produrre sempre più merci. Il modo di produrre merci distrugge territorio (natura e ambiente) e non considera le leggi fondamentali della natura. E’ un modello utilitaristico della società e dell’economia che considera «la natura il “fondo materiale” della storia, l’inesauribile riserva di estrazione di risorse minerali, vegetali ed animali».

b) La produzione di energia con fonti rinnovabili non è finalizzata a un modello economico e sociale che pianifica sia una sostituzione della produzione di energia da fonti non rinnovabili come le grandi centrali elettriche a carbone con grandi impatti umani e ambientali sia un altro modo di produrre l’energia e di organizzare la produzione e la riproduzione della società storicamente data.

c) Al di là della scelta giusta e sensata di produrre energia dalle fonti rinnovabili con tecnologia che rispetta i cicli della natura (la tecnologia non è neutrale), resta il problema del perché produrre energia, per chi, per che cosa? Perché un territorio di rilevante importanza agricola, naturalistica ed ambientale come quello foggiano deve essere “specializzato” a produrre energia elettrica tramite l’eolico (perché solo l’eolico?) che non ha nessuna interconnessione con il territorio e finisce per depauperare i territori interni (collinari e montani) con l’ulteriore abbandono dell’agricoltura ? I territori agricoli vengono convertiti con la messa a “coltura” dell’eolico a scapito di uno sviluppo agricolo che recuperi la memoria delle masserie ecologiche, dei piani zonali, di una difesa del territorio, di un impegno reale e concreto per bloccare il dissesto idrogeologico, eccetera. Insomma, uno sviluppo locale che sappia tutelare e valorizzare le risorse vocazionali del territorio è l’unica strada per non cancellare la storia, la cultura e l’esistenza di queste importanti comunità locali che hanno saputo costruire milieu locale innervato con la natura e l’ambiente.

d) L’eolico è energia che viene prodotta sopratutto dalle grandi imprese, anche multinazionali. Il modo di produzione delle imprese non considera il paesaggio, la natura, il territorio: esse ignorano le regole della natura e dell’ambiente ma non quelle del profitto e del potere. Intervengono sul territorio senza regole e l’unico controllo degli enti locali è quello delle banali varianti agli strumenti urbanistici vigenti, inadeguati e carenti.

e)La lettera aperta è una presa di posizione che si pone nella frattura tra la teoria e la prassi, dove la teoria non si rinnova con la prassi (e viceversa) e che non tiene conto del modo di produzione (forze produttive sociali, rapporti sociali di produzione, eccetera) dell’ energia elettrica sia essa fondata sulle fonti rinnovabili sia essa fondata su quelle non rinnovabili.

f) La provincia di Foggia è “ricca” di piani di area vasta redatti e in fase di redazione che si rifanno al cosiddetto sviluppo sostenibile. Sono piani che non comunicano e non producono un progetto sostenibile dell’insieme del territorio. La produzione di energia elettrica (rinnovabile o non rinnovabile) non ha nessuna correlazione con un progetto territoriale sostenibile della Capitanata.

La Puglia non ha un piano regionale di energia che si innerva con un piano di sviluppo territoriale, economico e sociale. Il presidente Vendola non solo fa bene a proporre la moratoria sull’eolico, considerato che non ha nulla a che fare con la produzione di energia pulita per uno sviluppo territoriale rispettoso della dignità umana e dei cicli ecologici e naturali, ma dovrebbe anche, a mio parere, impostare la questione energetica tenendo legate le pianificazioni territoriale, ambientale ed economica.

Il lento evaporare del ciclo della vita

Guido Viale – la Repubblica, 6 marzo 2007

Per Talete da Mileto l´acqua era il principio e il fondamento (arkhé) di tutte le cose perché ogni cosa si genera e vive nell´umido. L´acqua, insieme all´aria, al fuoco e alla terra, è uno dei quattro elementi fondamentali della fisica presocratica; ma quei quattro elementi continuano a essere il riferimento ultimo delle analisi di impatto delle attività umane anche oggi. L´analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessement), infatti, analizza l´impatto ambientale dei beni in base alla quantità di quegli stessi elementi consumata per produrli, per distribuirli, per smaltirli o riciclarli e durante il loro uso o consumo. E se oggi il fuoco si chiama energia e si calcola in calorie o in joule, la terra si chiama materia, e in analisi di questo tipo si calcola in tonnellate o in metri cubi, l´aria si calcola in normali metri cubi (quelli necessari per diluire la concentrazione degli inquinanti emessi al di sotto della loro soglia critica, cioè quella comprovatamene nociva per la salute umana), l´acqua è sempre l´acqua: quella che tutti conoscono dalla notte dei tempi e a tutte le latitudini, attingendola, quando c´è, dalle sorgenti, dai pozzi, dalle fontane, dai rubinetti, o dalle bottiglie di acqua cosiddetta "minerale".

Per l´uomo primitivo, preurbano - o non ancora completamente trasformato dalla dimensione urbana della civiltà - il mondo è popolato da esseri animati, dotati di una vita propria; entrare in contatto con essi vuol dire condividere, nel bene e nel male, una parte della loro anima; non lo si può fare se non attraverso una serie di riti propiziatori. Soprattutto con l´acqua e con il fuoco. Molte religioni tramandano nei loro riti una traccia di questo sentire primordiale. La reverenza verso le virtù purificatrici dell´acqua si conserva nel battesimo cristiano, nell´immersione nel fiume degli induisti, nel bagno sacro degli ebrei, nelle abluzioni prima della preghiera degli islamici.

Anche per l´uomo moderno il mondo fisico (ribattezzato ambiente) non è costituito solo da cose. Ogni bene ha in sé qualcosa che lo anima e gli dà valore. L´anima delle cose del mondo moderno è il prezzo, che riduce ogni cosa a merce e la mette con ciò in relazione con tutte le altre. Il prezzo è una relazione puramente quantitativa: il programma galileiano di matematizzazione del mondo ha trovato la sua piena realizzazione non nelle scienze della natura - sempre di più alle prese con il problema della complessità, che introduce elementi di indeterminazione nel progetto riduzionistico di un universale determinismo meccanico - bensì nelle diverse branche dell´economia, che non incontrano remore nell´attribuire un prezzo a ogni cosa, compresa la vita umana o la qualità dell´ambiente.

La privatizzazione dell´acqua, cioè la sua trasformazione in merce, viene giustificata con il fatto che, in regime di scarsità, solo la gestione di impresa evita gli sprechi e limita i consumi: una tesi smentita dal fatto che con l´ingresso delle multinazionali dell´acqua nelle gestioni delle risorse idriche di molti paesi del Terzo mondo le piscine dei ricchi continuano a venir riempite di acqua corrente, mentre i quartieri dei poveri rimangono a secco. "È l´economia, stupido!", direbbe qualcuno.

Tra l´approccio dell´uomo primitivo - l´acqua è di tutti: un bene sempre disponibile - e quel compimento della modernità che si realizza attraverso l´appropriazione privata dell´acqua - un bene di cui insieme all´aria, per oltre due secoli, i manuali di economia avevano fatto i paradigmi di risorse sottratte al regime di scarsità, che dà invece un prezzo, cioè trasforma in merci, tutte le altre - l´evoluzione storica ha attraversato un lungo periodo in cui l´acqua è stata considerata un bene comune, che richiede cure, tutela, regole condivise: sia a livello locale che nel più vasto territorio di nazioni e imperi, molti dei quali (Egitto, Mesopotamia, Cina, India, eccetera) si sono costituiti proprio per garantire una gestione comune delle acque. A tutela dell´acqua si sono organizzate tanto le comunità delle oasi (che dalla scarsità dell´acqua non sono mai state indotte a privatizzarla, bensì ad attivarne una minuziosa e accurata gestione comune) quanto i costruttori degli acquedotti romani, delle fontane che costituivano il centro - e spesso anche il simbolo - dei comuni medioevali e della città rinascimentale; fino ai grandi progetti idraulici dei certosini e poi di Leonardo da Vinci a quelli varati per garantire il rifornimento idrico all´espansione urbana e allo sviluppo manifatturiero indotti dalla rivoluzione industriale.

Evoluzione e non progresso; perché proprio l´approccio all´acqua ci dimostra quanto la storia umana sia capace non solo di passi avanti, ma anche di corse indietro. Della città industana di Mohenjo Daro (3000 a. c.) abbiamo ancora i resti delle terme in cui i suoi abitanti andavano a lavarsi; e così nelle città romane e - fino ai giorni nostri - nelle medine arabe e in mille altri posti del mondo. Ma la de-urbanizzazione delle epoche di crisi ha spesso coinciso con la rottura e la decadenza degli impianti idrici che rifornivano le città e ne salvaguardavano l´igiene; e una vera e propria demonizzazione dell´acqua - e del suo uso a fini igienici - ha interessato il tardo medioevo e l´inizio del mondo moderno, mano a mano che in Europa, con la persecuzione delle streghe, cioè delle detentrici di un´arte medica tramandata oralmente, prendeva il sopravvento una scienza medica coltivata e professata da soli uomini, che sconsigliavano in tutti i modi il contatto con l´acqua, colpevole di aprire ai contagi i pori del corpo. Questa eclissi della ragione in nome della scienza ha avuto il suo emblema in Luigi XIV, il Re Sole, che fece un solo bagno in 66 anni di regno.

Oggi, mentre il consumo di acqua - nei paesi che possono permetterselo - ha raggiunto la media astronomica di 500 litri al giorno pro capite, più di un miliardo di abitanti del pianeta non riesce a raggiungere la media pro capite (una media tra chi ha la villa con piscina e chi vive in uno slum senza fontane e senza cessi) di 20 litri al giorno, che è quanto l´Onu ritiene il minimo vitale. Nonostante i dimenticati Millennium Goals, proclamati alla svolta del secolo, prospettino l´azzeramento della popolazione a corto di acqua per il 2025, il futuro appare ormai peggiore del presente. Perché la popolazione aumenta, soprattutto nei paesi che sono già oggi senz´acqua; perché aumenta la desertificazione, cioè il territorio dove l´acqua non è sufficiente a sostenere la vegetazione; perché aumenta il consumo di acqua per alimentare lo sviluppo economico, inducendo prelievi che superano la portata di falde che si abbassano di giorno in giorno; perché, a causa di inadeguate gestioni dei sistemi idrici, molta acqua è inquinata e non più utilizzabile.

L´acqua, ci dicono i costruttori di scenari, è il petrolio del futuro: nel senso che presto ci accorgeremo che è ancora più scarsa e "a termine" del petrolio. Anche perché, ormai, una quota crescente dei rifornimenti di acqua dipende proprio dall´energia generata con il petrolio: pompaggi per sfruttare falde sempre più profonde e per creare la pressione necessaria a raggiungere i rubinetti; depuratori per ridurne l´inquinamento e dissalatori per estrarre acqua dolce dal mare. Per millenni l´acqua, con le sue cadute (prima i mulini, poi le centrali idroelettriche) è stata la principale fonte di energia non animale a cui hanno attinto le attività dell´uomo. Oggi è l´energia, in larghissima parte generata dal petrolio, a garantirci una quota crescente dell´acqua che consumiamo.

Intorno a questa risorsa, si stanno preparando - e a volte già conducendo - tre guerre che decideranno del futuro dell´umanità: la prima è quella tra stati, per la ripartizione di risorse idriche comuni: fiumi, falde, laghi; la seconda è quella delle imprese dell´acqua contro cittadini, per appropriarsi e fare profitti con il più importante bene comune di un territorio; la terza, forse la più importante, è quella tra l´uomo e il suo ambiente: quella che succhia e inquina le riserve idriche del pianeta, invece di mettere il patrimonio di conoscenze di cui disponiamo al servizio di un uso dell´acqua più sobrio, più intelligente, più previdente, salvaguardando così le generazioni future.

Il grande business del nostro secolo

Intervista a Carlo Petrini di Antonio Gnoli – la Repubblica, 6 marzo 2007

Carlo Petrini fondatore di Slow Food, artefice di Terra madre, la rassegna internazionale dedicata all´importanza delle economie locali, autore di vari e importanti libri che hanno come tema l´alimentazione in rapporto all´ambiente, ironizza sulle scoperte scientifiche: «Ogni tanto apri un giornale e leggi che su Marte c´è acqua. E uno pensa: se c´è acqua c´è vita. È una bella fantasia che potremmo rovesciare: la Terra rischia di diventare come Marte, un pianeta con tracce d´acqua e qualche forma di vita. Vogliamo arrivare a questo? Beh, ci stiamo riuscendo. Lo stadio attuale delle nostre civiltà ha sviluppato un elemento autodistruttivo che preoccupa e l´acqua - l´uso che si sta facendo di questo bene primario - contribuisce a peggiorare la situazione. Di tutti gli elementi che gli antichi filosofi conoscevano e sui quali fondavano le loro cosmologie, l´acqua era il più rilevante, il più duttile, il più dolce»

Anche il più pericoloso come insegna il "Diluvio".

«È vero, di acqua si può morire. Il Diluvio che Dio scatena ci ammonisce e mette in guardia circa la nostra condotta. Ma proverei a leggere quella narrazione, che non è soltanto nella Bibbia, come una metafora di cosa rischia l´umanità quando perde di vista se stessa. Naufragi, tempeste, marosi, inondazioni hanno come protagonista negativa l´acqua. È il suo lato inquietante e letterariamente suggestivo. Ma oggi soffriamo non per eccesso di acqua bensì per difetto. La modernità ha di fronte uno scenario in cui i grandi beni collettivi sono a rischio esaurimento. È una situazione drammatica che non si può continuare a ignorare».

Si può quantificare questa drammaticità?

«Certamente. Intanto un primo dato: negli ultimi cinquant´anni il consumo dell´acqua è stato molto superiore all´aumento della popolazione. Se si guarda alla densità di consumo dell´acqua nelle diverse zone del pianeta vediamo che noi europei, che siamo il 12% della popolazione mondiale, possediamo l´8% delle risorse idriche. E ne facciamo un uso smodato. In Asia la situazione è drammatica: c´è il 60% della popolazione mondiale che ha il 35% delle risorse idriche. Nell´America del Sud il rapporto si capovolge».

È un problema demografico molto serio, pare di capire. Ma non ritiene che il vero dramma sia esploso per l´uso selvaggio e irrazionale che si fa dell´acqua?

«I paesi ricchi credono che sia ancora una risorsa inesauribile. Pensano che il problema non li toccherà. E sbagliano. In quest´ultimo mezzo secolo, in certe zone del mondo, si è intaccato in modo irreversibile il livello delle falde freatiche. Provocando danni ambientali in molti casi irreparabili».

L´acqua, dicono gli esperti, diverrà un bene prezioso e commerciabile come il petrolio.

«Già l´idea di paragonarla all´"oro nero" ci mette su una strada piena di fraintendimenti. Cosa vogliamo fare dell´acqua, una nuova arma di ricatto? Mi preoccupa la tendenza a ricavarne il grande business del ventunesimo secolo. Cresce la privatizzazione dell´approvvigionamento idrico, nascono colossi dell´acqua che decidono chi e come può usarla. La domanda è decisiva: l´acqua è un bene commerciabile al pari di altri o è prima di tutto un diritto dell´uomo?».

Una prima distinzione occorre introdurre tra uso industriale e privato di questo bene. Lei come vede la questione?

«Il settanta per cento delle esigenze idriche sono destinate all´agricoltura. A fronte della crescita della popolazione, si ipotizza un dieci per cento in più di consumo d´acqua. Quindi la situazione è destinata ad aggravarsi. La produzione di un manzo richiede il consumo di oltre 10 mila litri d´acqua»

Un´automobile ne richiede quindici volte di più.

«È un´aggravante. A me interessa attrarre l´attenzione sul sistema alimentare che è diventato insostenibile. Gli allevamenti intensivi dei maiali sono ormai una bomba ecologica. Le deiezioni dei suini inquinano la prima e la seconda falda acquifera. Se applicassimo questo modello ad altri parti del pianeta la situazione esploderebbe».

È ciò che sta accadendo in zone un tempo tradizionalmente chiuse come Cina e India.

«È in corso un genocidio culturale di proporzioni gigantesche. Milioni di contadini estromessi dalle campagne, inurbati a forza. È la nuova Asia che avanza. Quello che sta accadendo lì, da noi è già successo con l´emigrazione forzata. Ma oggi non può più essere questo il modo per uscire dalla fame».

Che cosa suggerisce?

«È chiaro che il piano della politica delle acque non può essere deciso da un singolo Stato. L´utilizzo dei fiumi e dei laghi, che spesso attraversano o toccano molti paesi, implica un impegno multilaterale e poi c´è una questione più di fondo».

Quale?

«Una politica delle risorse fondata esclusivamente sullo sviluppo e la crescita economica ci condurrà al disastro. Si tratta viceversa di proteggere e valorizzare le risorse primarie, i beni che sono della collettività. Per farlo occorre rendere protagonista l´economia locale».

Non è una proposta irrealizzabile nel tempo della globalizzazione?

«Diciamo che è molto difficile. Tra l´altro siamo orfani di una istituzione che assuma sulle sue spalle lo sguardo complessivo della terra. Ma se si vogliono governare bene le risorse che abbiamo a disposizione non si può farlo senza conoscere bene l´identità dei territori. Oggi si tende a privilegiare le produzioni monoculturali. Con la conseguenza che l´ambiente è sfruttato in modo irrazionale e nocivo. Occorrerebbe un rapporto diretto con il territorio. È una delle prime leggi dell´agronomia, che il movimento di Terra Madre ha fatto suo: conoscere e rispettare ciò che si usa. L´acqua non fa eccezione».

Titolo originale: Report: World Land Use Is Top Environmental Issue – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

La massiccia conversione dei paesaggi naturali mondiali all’agricoltura e ad altri usi umani potrebbe presto iniziare a mettere in forse la capacità dell’ecosistema terrestre di sostenere una popolazione in costante crescita.

Sulla rivista Science del 22 luglio 2005, un gruppo di importanti scienziati presenta l’ escalation della trasformazione di foreste, zone umide, savane, vie d’acqua e altri paesaggi naturali, come la principale potenziale minaccia alla salute umana e alla sostenibilità globale.

”Salvo la collisione con un asteroide, è l’uso del suolo da parte degli esseri umani l’impatto più significativo sulla biosfera” secondo Jonathan A. Foley, cilmatologo dell’Università del Wisconsin a Madison e principale autore del saggio su Science. “Potrebbe essere il problema ambientale più urgente dei nostri giorni”.

L’articolo di Science è stato scritto da un gruppo di ricercatori ambientali di punta che rappresentano un ampio raggio di discipline, come biologia, climatologia, limnologia, geografia e scienze della terra. Foley dirige il Center for Sustainability and the Global Environment al Gaylord Nelson Institute for Environmental Studies dell’Università del Wisconsin di Madison.

L’uso del suolo, secondo il rapporto, non è più soltanto una questione locale. Si tratta di una forza di importanza globale, coi sei miliardi di umani in competizione per cibo, acqua, vestiti e alloggi. Lo studio, afferma Foley, è un compendio di ricerche scientifiche sulle principali forme di uso del suolo a livello mondiale – agricoltura, insediamento urbano e rurale, deforestazione e alte forme di sfruttamento delle risorse naturali – e dei loro impatti sull’ecosistema.

Secondo Foley, circa un terzo delle terre mondiali ora sono utilizzate per l’agricoltura, e altri milioni di ettari di ecosistemi naturali vengono convertiti ogni anno. Molte delle pratiche agricole, basate su metodi di origine occidentale, richiedono ampio uso di fertilizzanti chimici e modificano ulteriormente il paesaggio per deviare l’acqua verso le zone marginali.

”Anche se le pratiche di uso del suolo a livello mondiale variano notevolmente, il loro risultato finale in genere è lo stesso: acquisizione di risorse naturali per bisogni umani, spesso degradando le condizioni ambientali”, scrivono gli autori.

Il nuovo rapporto di Science sintetizza e riferisce di decenni di ricerche sugli impatti umani nell’ambiente, come i mutamenti nella composizione dell’atmosfera, la copertura del suolo, il ciclo delle acque e la diversità biologica.

Questa rassegna delle pratiche di uso del suolo mondiali, dice Foley, evidenzia il bisogno di una maggiore collaborazione fra scienziati e pianificatori territoriali, idrologi, coltivatori, architetti e professionisti delle sanità, per impedire un ulteriore degrado ambientale.

”I modi di uso del suolo dipendono da molte cause. Riconosciamo la necessità di cibo, acqua, alloggio” dice Foley. “Ma questo produce effetti multipli, e gli scienziati devono guardare al quadro generale. C’è uno spazio importante per la scienza, qui”.

Un esempio, continua Foley, è la trasformazione delle malattie umane e animali a causa del mutamento climatico, che consente agli agenti patogeni di svilupparsi in regioni dove prima non esistevano. Malattie come l’encefalite equina West Nile, malaria, colera, febbre della Rift Valley o virus hanta sono esempi di infezioni emerse in luoghi inediti, e la cui frequenza è aumentata con le trasformazioni nell’uso del suolo e nei sistemi ecologici.

Foley sottolinea il fatto che gli scienziati debbano guardare oltre gli aspetti naturali selvaggi del mondo, e considerare l’intero contesto, comprese città, suburbio e zone agricole, nella valutazione della salute ambientale globale. “Dobbiamo guardale all’uso del suolo in un contesto globale. Si deve prendere in considerazione l’intero sistema”.

Il rapporto mette anche in rilievo alcuni esempi di pratiche di uso sostenibile del suolo, che offrono contemporaneamente vantaggi economici e ambientali:

● l’acquisto da parte della municipalità di New York di diritti edificatori nelle Catskills per aumentare il potenziale idrico della città. Questa operazione ha prodotto un risparmio di 5-7 miliardi di dollari in servizi di potabilizzazione delle acque.

● la localizzazione di piantagioni di caffè a 1 chilometro dalla foresta tropicale intatta, per trarre vantaggio dall’impollinazione naturale, e che ha migliorato di molto la qualità del prodotto e aumentato la resa sino al 20%.

● l’utilizzo di tetti riflettenti, aggiunta di spazi verdi e piantumazione di alberi nelle città per ridurre lo smog, la mortalità legata al caldo, la domanda di elettricità per il condizionamento d’aria.

● lo sviluppo di sistemi basati sulla lotta integrata ai parassiti, e altre tattiche per ridurre il bisogno di pesticidi chimici e aumentare la produzione di cibo. Due strategie sperimentate sono l’introduzione di pesci che si nutrono di zanzare nelle risaie, e la predisposizione di condizioni ottimali per gli uccelli che si cibano di parassiti.

”L eforme di uso del suolo sono andate ben oltre la dimensione semplicemente locale” dice Foley. “Gli impatti a scala globale sono maggiori della somma di eventi locali. L’uso del suolo sta inducendo trasformazioni a scala del pianeta”.

Nota: il testo originale al sito GreenBiz ; altre informazioni sulle ricerche incorso, a questa pagina della University of Wisconsin, Madison (f.b.)

Titolo originale: Fuelled by a new energy– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Molte delle prospettive per gli impatti del mutamento climatico per Londra sono a dir poco preoccupanti.

Come risposta il sindaco della capitale, Ken Livingstone, ha fissato nuovi limiti per l’inquinamento atmosferico e nuovi obiettivi per le energie rinnovabili.

Per il 2010 Livingstone vuole che Londra riduca le proprie emissioni dio anidride carbonica del 20% (sotto i livelli del 1990) e produca energia elettrica e riscaldamento da 40.000 nuove fonti ad energia rinnovabile.

Le ricerche dimostrano che, se non si fa nulla, il solo rischio di allagamenti interesserebbe 68 stazioni sotterranee, 400 scuole e 16 ospedali. Le maree sono previste più alte di 1,4 metri entro il 2080, minacciando le abitazioni di 1,25 milioni di persone, e valori immobiliari per 80 miliardi di sterline.

Dato che gli edifici contano per il 70% delle emissioni di anidride carbonica di Londra, uno dei primi punti da cui partire sono le costruzioni orientate alle energie rinnovabili e alle basse emissioni.

Quattro consigli municipali di Londra – Brent, Merton, Barking-Dagenham e Southwark – hanno raccolto la sfida del sindaco. Secondo un piano annunciato il mese scorso, verranno istituite quattro Energy Action Areas (EAA) come progetti pilota per le energie rinnovabili, con abbattimenti calcolati del 40-60%. Se saranno giudicate esperienze positive, il modello sarà esteso all’intera Londra.

La London Energy Partnership (LEP), istituita nel 2004 per ridurre il consumo energetico di Londra, ha il compito di sviluppare e mettere in pratica i progetti delle EAAs, e sta collaborando con le autorità locali e i costruttori in ciascuna zona.

Le risorse finanziarie della LEP per le EAA provengono dall’amministrazione di Londra e dal governo centrale, e la realizzazione dei progetti sarà sostenuta da finanziamenti misti.

”Si tratta di una specie di esperimento per noi”, spiega Mark Watts, principale consigliere del sindaco in materia ambientale. “Il sindaco ha fissato obiettivi alti per Londra e il mutamento climatico si sta avvicinando rapidamente alle priorità del programma”.

”Vogliamo che Londra apra la strada e queste EAA sono il primo tentativo di mostrare praticamente cosa si può realizzare. L’intenzione è di partire con una piccola zona, e poi gradualmente espandersi a tutta la circoscrizione”.

Il progetto di più alto profilo è New Wembley, un insediamento di iniziativa privata con 3.700 nuove case e 137.000 metri quadrati di attrezzature commerciali e per il tempo libero attorno allo stadio di Wembley, nel territorio amministrato dal consiglio di Brent. Il programma mira a produrre il 37% in meno di emissioni di anidride carbonica di un complesso londinese tipo, attraverso “eco-case” ad alta efficienza energetica, e sviluppando un impianto di produzione energetica e di riscaldamento [ combined heat and power / CHP].

La CHP, tecnologia ad alta efficienza per i carburanti, è piuttosto nota nei progetti pilota. A differenza delle forme convenzionali di produzione energetica, utilizza il prodotto collaterale del calore, che di solito viene sprecato. Secondo i calcoli del governo, può aumentare l’efficienza generale dei combustibili ad oltre il 75%, contro circa il 40% della produzione elettrica corrente.

La EAA di Southwark si articola in due progetti. Il primo, nella zona di Concerto, è un programma di riuso residenziale che utilizza materiali ed energie rinnovabili nella realizzazione di nuove case. Insieme ai progetti per un impianto di biogas, che ricicla i rifiuti organici dalla zona residenziale, secondo il consiglio municipale si potranno tagliare le emissioni di anidride carbonica di oltre il 60% entro il 2010.

Il secondo progetto per Southwark è a Elephant and Castle, dove è in corso un programma di rigenerazione urbanistica per 1,5 miliardi di sterline in 10 anni. Il consiglio vuole che in questo caso si tratti di un progetto “neutro”, ovvero che le emissioni di anidride carbonica non crescano oltre i livelli attuali a intervento completato. Sono stati fissati obiettivi di efficienza energetica, con un minimo del 10% da fonti rinnovabili.

Barking-Dagenham è la terza EAA e mira a completare il progetto di riuso da 1,5 miliardi del centro di Barking utilizzando edilizia energeticamente efficiente e fonti rinnovabili.

Non si conoscono ancora i dettegli della quarta EAA, Merton, salvo che si tratta della rigenerazione del centro di Mitcham, utilizzando energie sostenibili e realizzando un grosso impianto di riscaldamento a scala dell’intero distretto. Il consiglio ha già approvato una delibera che fissa al minimo del 10% il quantitativo di fonti rinnovabili per tutti i nuovi insediamenti privati.

Tutti i progetti saranno verificati annualmente per valutare i progressi e assicurarsi che gli obiettivi di riduzione delle emissioni vengano rispettati.

Nota: il testo originale al sito del Guardian (f.b.)

Lo sviluppo dell'energia eolica incontra difficoltà in Italia, in particolare nelle Regioni dove maggiori sarebbero le potenzialità: i governi regionali, in particolare, in Sardegna, in Sicilia, in Puglia, manifestano opposizioni o serie riserve. La ragione principale di tali riserve starebbe nell'impatto visivo, paesistico, dei generatori eolici. Senza voler negare il problema, pare tuttavia necessaria una riflessione più ampia e complessiva: bloccare lo sviluppo dell'eolico in Italia sarebbe, infatti, una scelta con rilevanti conseguenze ambientali, e non solo.

Intanto non si può più dire che quella eolica sia destinata ad essere una fonte energetica marginale. Le turbine eoliche, i nuovi mulini a vento che producono energia elettrica, stanno avendo una rapidissima crescita: da una potenza complessiva di tutti i generatori eolici funzionanti sul Pianeta pari a 4.800 MW (milioni di watt)nel 1995 si è arrivati a ben 47.300 MW nel 2004. Negli ultimi 2 anni la crescita dell'eolico è stata fortissima: pari a 8000 MW installati in più all'anno, sia nel 2003, sia nel 2004.Se prosegue tale ritmo di crescita si potrebbe arrivare a sfiorare i 100.000 MW installati entro il 2010.

I Paesi a maggior presenza di generatori eolici sono: la Germania, leader mondiale del settore (con 16.629 MW), la Spagna (con 8.263MW), gli Stati Uniti (con 6.740 MW), la Danimarca (con 3.117MW) e l'India (con 3000 MW).

Perché questa crescita dell'eolico?

Il costo del chilowattora prodotto dai generatori eolici è fortemente calato, è ormai competitivo con quello dei combustibili fossili, per le economie di scala prodotte dalla crescita degli impianti installati, per i miglioramenti tecnologici che hanno aumentato i rendimenti, per l'aumento delle potenze delle turbine (ormai comprese fra 1 e 2 MW).

I buoni risultati raggiunti in alcuni Paesi hanno la forza delle buone pratiche: hanno innestato una forte crescita, apprezzata dalla gran parte dei cittadini, preoccupati per l'ambiente e interessati allo sviluppo di fonti energetiche pulite, rinnovabili, fattibili e non troppo care. Un forte impulso all'eolico viene, oltre che dall'aumento consistente e strutturale del prezzo del petrolio, anche dal Protocollo di Kyoto: per contrastare i cambiamenti climatici è indispensabile ridurre i consumi di combustibili fossili, aumentando l'efficienza energetica e sviluppando decisamente le fonti energetiche rinnovabili. Visto anche che il nucleare non è un'alternativa accettabile perché, oltre ad essere molto costosa, comporta rischi e problemi ambientali non risolti nella gestione dei rifiuti radioattivi.

Parlare seriamente di fonti rinnovabili, oltre all'idroelettrico già ampiamente utilizzato e con limitati margini di incremento, significa affrontare il tema dell'eolico, l'unica nuova fonte rinnovabile che, ad oggi, può dare contribuiti importanti alla produzione di energia elettrica. Il solare fotovoltaico installato nel mondo infatti, nel 2003 era di soli 562 MW. Seppellire l'eolico significherebbe per l'Italia seppellire le nuove fonti rinnovabili!

L'Italia ha installato 1.125 MW eolici, molto meno dei Paesi leader europei del settore.

Perché ha meno zone ventose idonee per questi impianti? Direi proprio di no: studi recenti stimano un potenziale eolico, di zone con vento sufficiente per oltre 2000 ore l'anno, molto elevato in Italia, superiore a quello tedesco.

Un utilizzo prudente, anche per ragioni ambientali, di tale potenziale potrebbe portare a generatori eolici per almeno 10.000 MW, con una produzione di energia elettrica pari a 20 TWh (miliardi di chilowattora). Le valutazioni d'impatto ambientale vanno fatte seriamente, tenendo conto oltre che degli impatti locali (delle zone di effettivo pregio paesaggistico o naturalistico che ci sono, ma non sono così diffuse), della valutazione comparativa delle alternative possibili per produrre energia elettrica. È decisivo che questa valutazione ambientale, sia strategica della politica energetica, sia puntuale degli impianti, venga fatta dalle Regioni, in modo integrato, con obiettivi chiari e coerenti fra loro: pare, ad esempio, poco coerente criticare l'eolico per ragioni ambientali e poi accettare nuove centrali a combustibili fossili senza battere ciglio, oppure non accettare né centrali a combustibili fossili, nè quelle a fonti rinnovabili, sperando che altri producano, non si sa come, comunque altrove, l'energia elettrica per il proprio fabbisogno.

Senza contare la riduzione degli inquinanti locali (dalle polveri sottili agli ossidi di azoto), ma valutando solo la riduzione di emissioni di gas di serra, 10.000 MW di generatori eolici consentirebbero di evitare, ogni anno, l'emissione di 16 milioni di tonnellate di CO2 di nuove centrali a carbone, oppure 14 milioni di tonnellate di Co2, se tali centrali fossero alimentate ad olio combustibile (fra l'altro risparmiando l'importazione di 5 milioni di tonnellate di petrolio) e 7 milioni di tonnellate di CO2, se tali centrali fossero alimentate a gas.

Se qualcuno sa come rispettare il Protocollo di Kyoto in Italia, senza un consistente ricorso a fonti energetiche rinnovabili, compreso un consistente ricorso all'eolico, si faccia avanti e ci spieghi, numeri alla mano, come.

Edo Ronchi è Responsabile Politiche della Sostenibilità DS

Titolo originale: The tsunami, one year later – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini



NEW YORK – Un anno fa, quando molti di noi stavano trascorrendo il periodo delle vacanze con le famiglie, la terra tremò per otto terribili minuti, scatenando un’onda gigantesca che colpì 12 paesi dell’Oceano Indiano.

Nelle successive 24 ore, morirono più di 230.000 persone, 2 milioni furono i profughi, e migliaia di bambini restarono orfani. Lo tsunami devastò quasi 8.000 chilometri di coste, distrusse 3.500 chilometri di strade, spazzò via 430.000 abitazioni e danneggiò o distrusse oltre 100.000 imbarcazioni da pesca.

Subito dopo tsunami, feci un viaggio con l’ex Presidente George H.W. Bush attraverso la regione, per verificare l’efficacia del contributo americano alle vittime.

Poco dopo, fui nominato Inviato Speciale delle Nazioni Unite per la Ricostruzione dopo lo Tsunami, e da allora ho lavorato sia alle Nazioni Unite che in Indonesia, Sri Lanka, India, Maldive Thailandia, a sovrintendere il coordinamento e aumentare il ritmo dei lavori di ricostruzione, e risolvere specifici problemi in alcuni paesi.

Recentemente sono stato ad Aceh, Indonesia, e a Trincomalee nello Sri Lanka nord-orientale, dove ho incontrato sopravissuti che avevano perso tutto: i loro cari, il lavoro, la casa e la comunità. Mi hanno ricordato il dolore che tanti continuano a sopportare.

A Trincomalee, ho incontrato un ragazzo che aveva salvato il fratellino più giovane, ma era perseguitato dal ricordo del fratello maggiore, scivolatogli tra le dita mentre l’onda da un miliardo di tonnellate distruggeva la casa. Il ragazzo non ha mai più rivisto il fratello maggiore.

In entrambi i paesi, sono restato colpito dalla determinazione dei sopravvissuti a ricostruire le proprie vite nonostante le perdite inimmaginabili che hanno subito e le condizioni spesso disperate in cui vivono.

Sono anche stato incoraggiato, dalle molte significative realizzazioni degli ultimi 12 mesi: sono state prevenute le epidemie; molti bambini sono tornati a scuola; decine di migliaia di sopravvissuti ora lavorano e guadagnano di nuovo; è fornita assistenza costante per l’alimentazione; è disponibile online un sistema comune di verifica finanziaria; si prevede che la prossima estate sarà attivo un sistema di allarme regionale per gli tsunami.

Ma c’è ancora molto da fare. Soltanto ad Aceh e nella vicina Nias, ci sono oltre 100.000 persone che vivono ancora in condizioni inaccettabili e con accessi minimi ad occasioni di impiego.

Anche se le agenzie di soccorso attuano progetti per le abitazioni permanenti, ci sono ancora bisogni urgenti di fornire rifugi temporaneo durevoli, migliorare i centri di vita transitori e assistere le famiglie che ospitano le vittime.

Lo tsunami presenta una sfida critica alla comunità internazionale: continueremo nei soccorsi anche quando l’attenzione del mondo si sarà rivolta ad altre crisi? Cosa succederà domani, il giorno dopo l’anniversario? E nelle settimane e mesi che ci aspettano? Questo impegno richiederà anni, e dobbiamo onorarlo.

Ora più che mai, sono convinto che la ricostruzione debba essere guidata dall’impegno a “rifare meglio”: migliori case, scuole, centri sanitari, città più sicure ed economie più solide.

Le politiche per la ripresa devono includere principi base di buon governo, come la consultazione delle comunità locali per i piani di ricostruzione, gli obiettivi, la trasparenza, la verificabilità.

Nel 2006, mi concentrerò su tre priorità per essere sicuro di rifare meglio (ogni nazione ha un sufficiente impegno finanziario tranne le Maldive, che hanno bisogno di altri 100 milioni di dollari).

Per prima cosa, dobbiamo essere sicuri che il nostro sforzo, unico per la buona disponibilità di risorse si rivolto alla popolazione più vulnerabile: i più poveri tra i poveri, donne, bambini, migranti, minoranze etniche.

Dal Global Consortium on Tsunami Recovery, abbiamo fatto pressioni sui governi per assicurare una diffusa consultazione con le popolazioni locali e promozione di una politica che metta al di sopra di tutto l’eguaglianza nell’assistenza; abbiamo concordato una definizione ampia di popolazioni “colpite dallo tsunami” – a comprendere profughi o persone interessate dai conflitti in luoghi come lo Sri Lanka o Aceh – e abbiamo incoraggiato i governi a mettere in atto sistemi di verifica per le spese di assistenza possibili da consultare online.

Secondo,dobbiamo assicurarci che si facciano continui progressi in termini di riduzione del rischio nel 2006. Un sistema rapido di allerta per l’Oceano Indiano è un avanzamento benvenuto, ma rappresenta solo una parte della risposta.

Meno di un mese dopo che lo tsunami aveva colpito, 168 paesi si sono riuniti in Giappone e hanno concordato lo Hyogo Framework for Action, che fissa alcuni obiettivi strategici, priorità e azioni concrete da parte dei governi per ridurre gli effetti degli eventi calamitosi entro i prossimi dieci anni.

Ne fanno parte campagne di educazione nazionale perché le popolazioni riconoscano rapidamente i segnali di disastro incombente, una migliore pianificazione di uso del suolo per evitare investimenti in zone pericolose, regole comuni per un’edilizia più resistente e il ripristino di alcuni essenziali elementi di prevenzione ambientali come le mangrovie.

Queste innovazioni richiedono politiche e impegni per le risorse, tutte cose ancora da fare.

Terzo, non possiamo ignorare l’importanza della riconciliazione politica, della pace e del buon governo per il successo della ricostruzione.

Ad Aceh, lo tsunami ha obbligato i leaders politici a riconoscere che i problemi che alimentavano il conflitto nel paese erano meno urgenti di quanto invece univa la popolazione.

L’accordo di pace ha molto migliorato le prospettive di ricostruzione in Indonesia. La riconciliazione in Sri Lanka avrà risultati simili. In tutta la regione, le riforme politiche saranno una componente critica di una ricostruzione sostenibile.

Naturalmente, quest’anno ci sono stati altri disastri naturali oltre allo tsunami, e i loro strascichi dolorosi dimostrano la necessità di un maggiore coordinamento internazionale e cooperazione.

Il recente terremoto in Pakistan è un duro promemoria del bisogno di sostenere la creazione di un Global Emergency Fund che offra aiuti umanitari alle popolazioni e governi colpiti con risorse sufficienti ad iniziare il lavoro di salvataggio delle vite entro 72 ore da qualunque crisi.

Lo tsunami e quanto è successo dopo dimostrano sia la fragilità della vita umana, sia la forza e generosità dello spirito umano quando si lavora insieme per ricominciare.

Un anno fa, milioni di persone comuni in tutto il globo concorsero negli aiuti immediati alle comunità devastate dallo tsunami.

Ora la sfida collettiva è quella di finire il lavoro, lasciando comunità più sicure, pacifiche, forti. Non saremo soddisfatti finché questo lavoro non sarà concluso.

here English version

L'orso polare sul suo banco di ghiaccio sempre più piccolo è diventato l'icona pressante del riscaldamento globale e del cambiamento climatico galoppante. Persino l'inquilino della Casa Bianca, convinto com'è che la terra sia piatta, adesso ammette che i maestosi orsi potrebbero essere destinati all'estinzione man mano che il ghiaccio marino si scioglie e l'Oceano Artico si trasforma in acqua azzurra per la prima volta da milioni di anni. Il «grande esperimento geofisico» dell'umanità, come l'oceanografo Roger Revelle chiamò molto tempo fa la curva delle emissioni di diossido di carbonio in forte crescita, nelle terre del circolo polare ha buttato giù la Natura dalle sue fondamenta oloceniche.

Ma l'Artico non è l'unico teatro di un cambiamento climatico spettacolare e inequivoco, né gli orsi polari sono gli unici araldi di una nuova epoca di caos. Si pensi, ad esempio, ad alcuni dei lontani parenti dell'Ursus maritimus: gli orsi neri che abitano felicemente ma sinistramente le leggendarie Chisos Mountains del parco nazionale Big Bend, Texas. Potrebbero essere loro i messaggeri di una trasformazione ambientale nelle terre di confine radicale quasi quanto quella che sta avvenendo in Alaska o in Groenlandia.

In una giornata straordinariamente calda del gennaio 2002, sulla strada di Emory Peak, con la mente ancora attraversata dalle immagini apocalittiche del settembre precedente, feci la conoscenza occasionale di un giovane orso giocherellone e innocuo in un accampamento. Le apparizioni di orsi sono sempre un po' magiche, e pensai che l'incontro fosse l'espressione di una wilderness ancora largamente intatta. In realtà, come appresi allarmato il giorno successivo da un ranger, il giovane orso era, per così dire, un mojado - la progenie di migranti recenti e non documentati provenienti dall'altro lato del Rio Grande.

Gli orsi neri erano comuni sulle Chisos quando queste costituivano il rifugio semi-leggendario dei predatori apache mescalero e comanche nei secoli XVII e XVIII, ma i rancheros gli dettero implacabilmente la caccia fino a provocarne l'estinzione all'inizio del XX secolo. Poi, quasi miracolosamente, all'inizio degli anni '80 del Novecento, gli orsi sono riapparsi tra le madrone (arbusti sempreverdi, ndt) e i pini di Emory Peak. Stupefatti, i biologi ipotizzarono che gli orsi fossero migrati da Sierra del Carmen fino al Coahuila, nuotando nel Rio Grande e attraversando 40 miglia di deserto infuocato per raggiungere le Chisos, una terra promessa di cervi docili e rifiuti abbondanti.

Come i giaguari che negli ultimi anni si sono ristabiliti nelle montagne dell'Arizona o - se è per questo - il chupacabra assetato di sangue del folklore norteno avvistato nei sobborghi di Los Angeles, gli orsi neri partecipano a un'epica migrazione della fauna, oltre che di persone, al otro lado. Anche se nessuno sa esattamente perché orsi, grossi felini e leggendari vampiri si stiano spostando verso nord, un'ipotesi plausibile è che essi stiano adattando il loro raggio d'azione e la loro popolazione a un nuovo regno della siccità nel nord del Messico e nel Southwest degli Stati uniti.

Il caso umano è chiaro: ranchitos abbandonati e città quasi fantasma in tutto il Coahuila, il Chihuahua, e il Sonora (tre stati del Messico, ndt) testimoniano quella successione inesorabile di annate secche - iniziata negli anni '80 ma diventata veramente catastrofica alla fine degli anni '90 - che ha spinto centinaia di migliaia di poveri provenienti dalle campagne verso i laboratori clandestini di Ciudad Juarez e i barrios di Los Angeles.In alcuni anni, la «siccità eccezionale» ha travolto tutte le pianure dal Canada al Messico; in altri anni, rosse conflagrazioni sulle carte meteorologiche si sono incuneate lungo la costa del Golfo fino alla Louisiana o hanno attraversato le Montagne Rocciose fino alle regioni interne del Northwest. Ma gli epicentri semi-permanenti sono rimasti il Texas, l'Arizona, e gli stati del Messico loro fratelli. Nel 2003, ad esempio, il lago Powell risultava essersi abbassato di circa 80 piedi (pari a m. 2,43 circa, ndt) in tre anni, e i bacini idrici fondamentali lungo il Rio Grande erano poco più che pozzanghere. Nel frattempo, nel Southwest, l'inverno del 2005-2006 è stato uno dei più secchi a memoria d'uomo, e Phoenix è rimasta 143 giorni senza una sola goccia di pioggia. Le rare interruzioni della siccità sono state insufficienti a ricaricare adeguatamente le falde acquifere o a riempire i bacini, e nel 2006 sia l'Arizona che il Texas hanno lamentato le peggiori perdite in termini di raccolti e di bestiame mai registrate nella storia per siccità (circa 7 miliardi di dollari).

Tempesta di fuoco su L.A.

La siccità permanente, come il ghiaccio che si scioglie, riorganizza rapidamente gli ecosistemi e trasforma interi paesaggi. Senza abbastanza umidità per produrre linfa protettiva, milioni di acri di pini come il pinyon e il pino ponderoso sono stati devastati da una invasione di scarabei della corteccia; queste foreste e chaparral (macchie simili alla macchia mediterranea, ndt) senza vita, a loro volta, hanno alimentato le tempeste di fuoco che hanno incendiato i sobborghi di Los Angeles, San Diego, Las Vegas e Denver, oltre a distruggere una parte di Los Alamos. In Texas sono andati a fuoco anche i terreni erbosi - quasi 2 milioni di acri solo nel 2006 - e man mano che lo strato superiore del terreno vola via, le praterie si trasformano in deserti.

Alcuni climatologi non hanno esitato a definire quella in corso una «megasiccità», definendola addirittura «la peggiore in 500 anni». Altri sono più cauti: non sono ancora sicuri se l'attuale aridità nell'ovest abbia superato le famose soglie raggiunte nel Novecento: negli anni '30 con il «Dustbowl» nelle Pianure del sud, e negli anni '50 con una siccità devastante nel Southwest. Ma forse il dibattito non è pertinente: la ricerca più recente e autorevole sta riscontrando che il «rosso di sera nel west» (per citare l'inquietante sottotitolo di Meridiano di sangue di Cormac McCarthy) non è semplicemente una siccità episodica, ma la nuova «normalità climatica» della regione. In una allarmante testimonianza davanti al National Research Council lo scorso dicembre, Richard Seager, un esperto geofisico del Lamont Doherty Earth Observatory della Columbia University, ha avvisato che i super-computer dei principali studiosi dei modelli climatici del pianeta stanno sfornando tutti lo stesso risultato: «Secondo i modelli, nei prossimi anni o decenni, nel Southwest il nuovo clima sarà un clima simile alla siccità degli anni '50».

Questa straordinaria previsione è un sottoprodotto del monumentale sforzo di calcolo ottenuto da 19 modelli climatici separati (comprese le navi ammiraglie di Boulder, Princeton, Exeter e Amburgo) per il IV Rapporto di valutazione del panel intergovernativo sul cambiamento climatico (Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change - Ipcc).

Naturalmente l'Ipcc è la corte suprema della scienza climatica. Fu istituito dalle Nazioni unite e dall'Organizzazione meteorologica mondiale nel 1988 per valutare la ricerca sul riscaldamento globale e i suoi effetti. Probabilmente il presidente Bush - anche se ora accetta, benché malvolentieri, l'allarme lanciato dall'Ipcc secondo cui l'Artico si sta rapidamente sciogliendo - non ha ancora realizzato la possibilità che il suo ranch a Crawford un giorno diventi una duna di sabbia.

I climatologi che studiano gli anelli degli alberi ed altri archivi naturali sanno da tempo che il Patto del fiume Colorado (Colorado River Compact) del 1922, che assegnò l'acqua alle oasi del Southwest in rapida urbanizzazione, poggia su una storia lunga 21 anni (1899-1921) di piene. Lungi dall'essere una media, questa è in effetti l'anomalia più bagnata in almeno 450 anni. Più recentemente i climatologi hanno capito come persistenti Las Niñas (episodi freddi nel Pacifico equatoriale orientale) riescono a interagire con fasi calde nell'Atlantico settentrionale subtropicale per generare siccità nelle Pianure e nel Southwest che possono durare decenni.

Ma, come ha sottolineato Seager a Washington, le simulazioni dell'Ipcc puntano a un qualcosa di molto diverso dagli episodi aridi catalogati nel Lamont's North American Drought Atlas (un compendio aggiornato delle osservazioni degli anelli degli alberi dal II secolo A.C. ad oggi). Inaspettatamente, è lo stesso clima base a cambiare, e non solo le sue perturbazioni.

Inoltre questa brusca transizione verso un clima nuovo e più estremo «diverso da qualunque altro nell'ultimo millennio, e probabilmente nell'Olocene» scaturisce non da fluttuazioni delle temperature oceaniche, ma dalla «trasformazione dei modelli della circolazione atmosferica e del trasporto del vapore acqueo che sorgono come conseguenza del riscaldamento atmosferico». In poche parole, le terre aride diventeranno più aride, e le terre umide, più umide. Gli eventi Las Niñas, ha aggiunto Seager, continueranno a influenzare le precipitazioni nelle terre di confine, ma costruendo da fondamenta più aride, potrebbero produrre i peggiori incubi dell'Occidente: siccità delle dimensioni delle catastrofi medievali che contribuirono al famoso crollo delle complesse società anasazi del Chaco Canyon e della Mesa Verde durante il XII secolo (a rendere ancora peggiori le notizie dei super-computer, la maggiore aridità è prevista anche per molta parte del Mediterraneo e del Vicino Oriente dove una siccità epica è un sinonimo storicamente ben conosciuto di guerra, migrazione delle popolazioni ed etnocidio).

Niente panico sui campi da golf

Eppure è improbabile che il semplice allarme scientifico, nonostante provenga da 19 modelli climatici unanimi, determini molta agitazione nei sobborghi di Phoenix dotati di campi da golf, dove gli stili di vita lussuosi bruciano ogni giorno 400 galloni d'acqua pro-capite (circa 1500 litri, ndt); né impedirà ai bulldozer di dare forma ai mostruosi strip suburbs di Las Vegas (si progettano 160.000 nuove case) lungo la US 93 fino a Kingman, Arizona; né impedirà al Texas di raddoppiare la sua popolazione entro il 2040 nonostante il possibile svuotamento della falda acquifera di Oglalla.

Sebbene recentemente siano stati lanciati molti slogan sulla «crescita intelligente» e su un uso intelligente dell'acqua, gli investitori immobiliari del deserto stanno ancora progettando i sobborghi con lo stesso stampino «ottuso» e inefficiente dal punto di vista ambientale che ha mortificato la California del sud per generazioni. Inoltre, l'asso nella manica della libera impresa del Southwest è che la maggioranza dell'acqua conservata nei sistemi del fiume Colorado e del Rio Grande viene ancora destinata a irrigare l'agricoltura.

Nel medio termine, almeno, l'urbanizzazione selvaggia del deserto riuscirà ad autosostenersi uccidendo il cotone e l'erba medica, mentre i grandi coltivatori continueranno a fare soldi vendendo ai sobborghi assetati la loro acqua sovvenzionata a livello federale. Un prototipo di questa ristrutturazione è già visibile in California nella Imperial Valley, dove San Diego sta aggressivamente acquistando i diritti sull'acqua. La conseguenza è che un osservatore attento, se sorvolasse la regione, noterebbe un recente aumento di zone morte nella scacchiera smeraldina di erba medica e meloni della valle.

Più futuristicamente, c'è anche l'opzione «saudita». Steve Erie, un professore della University of California San Diego, che ha scritto molto delle politiche sull'acqua nella California del sud, mi ha detto che gli investitori immobiliari del deserto nel Southwest e nella Baja California confidano di poter tenere ben rifornita d'acqua la popolazione in continua crescita attraverso la conversione dell'acqua marina. «Il nuovo mantra delle agenzie che gestiscono l'acqua, naturalmente, è incentivare la conservazione e la rigenerazione, ma i rapaci investitori stanno mettendo i loro occhi avidi sul Pacifico e sulla alchimia della desalizzazione, incuranti delle perniciose conseguenze ambientali.

In qualunque caso, sottolinea Erie, i mercati e i politici continueranno a votare per il tipo di urbanizzazione aggressiva e ad alto impatto che attualmente ricopre di strade e aiuole spartitraffico migliaia di chilometri quadrati dei fragili deserti del Mojave, del Sonoran, e del Chihuahuan. Naturalmente stati e città gareggeranno più aggressivamente che mai per la ripartizione delle acque, «ma collettivamente le "macchine della crescita" hanno il potere di sottrarre l'acqua agli altri utenti» (riferimento alla teoria delle growth machines sullo sviluppo urbano, ndt).

A mano a mano che l'acqua diventerà più costosa, il peso dell'adattamento al nuovo regime climatico e idrogeologico ricadrà sui gruppi subalterni come i braccianti agricoli (posti di lavoro minacciati dai trasferimenti di acqua), i poveri urbanizzati (che potrebbero facilmente assistere a un aumento vertiginoso, di 100 o 200 dollari al mese, delle tariffe dell'acqua), i contadini che operano nei terreni aridi (compresi molti nativi americani) e, specialmente, le popolazioni rurali nel nord del Messico.

La fine dell'epoca dell'acqua a basso prezzo nel Southwest - dato che potrebbe coincidere con la fine dell'energia a basso costo - accentuerà il livello, già alto nella regione, delle ineguaglianze di classe e razziali, e spingerà più migranti a sfidare la morte in pericolosi attraversamenti dei deserti di confine. Ci vuole poca immaginazione, inoltre, per indovinare lo slogan futuro dei minutemen: «Stanno venendo a rubare la nostra acqua!» (I minutemen erano volontari della guerra d'indipendenza noti per essere pronti a partire all'istante, ndt).

La politica conservatrice in Arizona e in Texas diventerà ancora più avvelenata ed etnicamente caratterizzata, se possibile. Il Southwest è già attraversato dappertutto da un violento nazionalismo che si serve di capri espiatori e da ciò che può essere definito solo proto-fascismo: nelle siccità a venire, potrebbero essere gli unici semi a germinare.

Come Jared Diamond mette in luce nel suo recente best-seller Collapse, gli antichi anasazi non soccombettero solo per la siccità, ma piuttosto per l'effetto dell'inattesa aridità su un territorio super-sfruttato, abitato da persone poco preparate a fare sacrifici nel loro «stile di vita lussuoso». In ultima istanza, preferirono divorarsi fra di loro.

Traduzione Marina Impallomeni

Titolo originale: The good life means more greenhouse gas – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Pechino - Pi Heyang chiude con circospezione la portiera della sua futura prima automobile. Poi fa scivolare la mano lentamente sulla carrozzeria splendente, toccando quella berlina cinese Tianjin Weizi con delicatezza, come se fosse fatta di stoffa finissima.

”Questo cambierà la nostra vita” dichiara solenne l’autista di autobus di Pechino, con moglie e figlio al suo fianco nel salone del concessionario.

A parecchi chilometri di distanza sulle strade piene di smog di Pechino, una sala esposizioni è stipata da migliaia di persone che sbirciano gli stand dove sono in mostra le nuove case disponibili nelle lottizzazioni suburbane. Si proiettano video, i danzatori si esibiscono, le scritte al neon in inglese mostrano nomi di quartieri come Rich Garden o Canal Side Upper Strata Life.

”Vogliamo spazio, verde, libertà” dice Han Yu, venditore di telefonini, dopo che lui e sua moglie hanno firmato i documenti per acquistare a 105.000 dollari un appartamento di tre stanze in condominio nella fascia orientale di Pechino. “Eccoli qui”.

È il nuovo Cinese Dream: automobili e suburbi. Come il suo corrispondente American, è una buona notizia per molta gente: probabilmente una pessima notizia per il Pianeta Terra. Lo stesso boom economico che sta catapultando ogni anno milioni di cinesi nella middle class ha fatto del loro paese la fonte di gas serra - e relativo riscaldamento globale - in più rapida crescita del mondo.

La sete cinese di carburanti contribuisce a spingere i prezzi mondiali del petrolio a livelli record, e il paese si sta confermando come elemento chiave nel dibattito sul mutamento climatico, e contemporaneamente jolly in grado di determinare la salute dell’economia internazionale.

I leaders cinesi riconoscono il riscaldamento del pianeta come problema serio, e hanno iniziato una campagna coordinata per tagliare le emissioni di gas serra del paese, in gran parte determinate dal consumo energetico. Il governo spende miliardi di dollari – nessuno sa esattamente quanti – per incrementare il risparmio energetico, chiudere le fabbriche sputa-fumi e ridurre le emissioni delle centrali elettriche. Allo stesso tempo, però, i progressi in termini di efficienza sono stati superati dalla crescita inarrestabile nell’uso dell’automobile, nella produzione di energia, nelle attività industriali.

Nonostante il governo cinese non pubblichi dati sulle emissioni di carbonio, la maggior parte degli analisti stranieri stima che la quantità di anidride carbonica sia seconda solo a quella degli Stati Uniti a livello mondiale, e in crescita, dal 5% al 10% l’anno: la più rapida dei grandi paesi. Si prevede che la Cina supererà gli Stati Uniti, prendendo il primo posto, entro il 2025, con un aumento complessivo delle emissioni di gas serra mondiali dal 12 al 20 per cento.

Secondo il protocollo di Kyoto, la Cina e altri paesi in via di sviluppo sono esenti dai tagli obbligatori di emissioni a cui devono adeguarsi le nazioni ricche. I funzionari cinesi sostengono che questi limiti impedirebbero loro di emergere dalla povertà, e sottolineano che le nazioni industriali sono responsabili per la grande maggioranza delle emissioni che provocano il riscaldamento globale.

L’amministrazione Bush afferma che l’esenzione della Cina è ingiusta, e questo è uno dei motivi per cui il Presidente ha tenuto fuori gli USA dai protocollo di Kyoto nel 2001. Il riscaldamento globale è in cima all’agenda del vertice G8 dei paesi più ricchi che si apre oggi in Scozia. Gli altri sette membri hanno promesso di aderire al trattato di Kyoto.

I sostenitori dell’amministrazione dicono che il boom economico della Cina si regge su sregolatezza e sprechi. La Cina utilizza il triplo di energia per ogni dollaro di prodotto interno rispetto alla media mondiale, e 4,7 volte quella degli Stati Uniti, secondo un recente studio del Dipartimento per l’Energia USA.

Ma i funzionari di Pechino difendono la posizione governativa.

”La Cina vuol fare la sua parte contro il riscaldamento globale, e abbiamo intrapreso molte azioni” dice Zhou Dadi, direttore generale dell’Istituto di Ricerche sull’Energia, l’agenzia centrale governativa per le politiche sull’argomento. Cita numerosi passaggi chiave degli anni recenti, come:

● una nuova legge approvata in febbraio per sostenere l’adozione di fonti energetiche rinnovabili, come l’eolico e i piccoli impianti idroelettrici

● la diffusione di nuove forme di risparmio energetico attuata attraverso gli impianti domestici

● gli standard di emissioni delle automobili da abbassare entro il 2007, in modo più rigido delle attuali norme USA

● l’inizio della costruzione di nove linee ferroviarie ad alta velocità – le prime del paese – per collegare le grandi città

Ma anche Zhou ammette che a queste azioni corrisponde d’altra parte una sempre più forte spinta economica.

”Sui mezzi di comunicazione passano moltissimi messaggi che tentano di convincere le persone ad adottare modi di vita americani, come un’auto di lusso, una casa molto grande” dice. “È questo, che vogliono tutti, ora. Fa parte dello sviluppo, è una fase storica. L’efficienza energetica è funzione di tutto questo”.

Grazie ai ritmi nazionali di crescita incandescenti, con una media di circa il 9% l’anno, anche un lavoratore – come Pi, il guidatore di autobus – è in grado di comprarsi una macchina. Pi dice che lui e sua moglie, Feng Xiaoe, contabile, hanno risparmiato per anni, e con qualche aiuto da parte del fratello e dei genitori sono stati in grado di pagare l’intero prezzo di listino della nuova auto, di 9.000 dollari.

”Possiamo uscire di città nei fine settimana” dice sorridendo. “Possiamo andare a pescare, a far volare gli aquiloni”.

I modelli base sono anche più accessibili per chi ha redditi medi. Una berlina Geely senza aria condizionata e radio, motore da 1000 cc. costa circa 3.600 dollari. I funzionari governativi sperano che alla fine tutte le famiglie cinesi abbiano un’auto: obiettivo sostenuto dalla potente industria automobilistica nazionale cinese.

Di conseguenza, la ampie superstrade realizzate di recente a Pechino e altre città sono spesso bloccate da ingorghi sino a tarda sera. Il numero di auto nella sola capitale è raddoppiato negli ultimi cinque anni, sino a 2 milioni, e le vendite di automobili in Cina si prevedono in crescita del 17% quest’anno, dopo il 15% del 2004 e il 37% del 2003. E c’è ancora parecchio spazio per la crescita, dato che la proprietà dell’auto viene stimata a circa 12 milioni: meno dell’1%, una piccolissima frazione del 74% USA.

Le biciclette, un tempo il mezzo di trasporto principale, ora sono proibite su molte strade principali delle grandi città. Piste ciclabili e marciapiedi sono stati sacrificati in molti casi a spazi più ampi per le auto.

Le città a livello nazionale si sono ampliate in suburbi, con le amministrazioni municipali a vendere le aree rurali inedificate, sloggiare i contadini in affitto e sostenere la realizzazione di insediamenti suburbani, campi da golf e centri commerciali. Nel corso di pochi anni, i consueti cartelli che inneggiavano al Partito Comunista al potere sono stati sostituiti da luccicanti tabelloni che reclamizzano case: “ Gran Lusso!” “ Vivere in una Dimora di Campagna!”, “ Pace Bucolica!”.

Molti analisti internazionali dicono che questa nuova enfasi sui consumi sta rendendo la Cina dipendente da un alto consumo energetico.

”Il fronte mondiale per lo sviluppo sostenibile non sta nella giungla amazzonica. È nelle città” dice Nicholas You, direttore della pianificazione strategica di Habitat, l’agenzia ONU per la casa, che di recente ha pubblicato uno studio su 10 città medie cinesi.

Lo sprawl urbano cinese, sostiene You, è meglio pianificato e a intensità energetica inferiore rispetto all’anarchica e incontrollata esplosione di città come Nairobi in Kenya, o Lagos in Nigeria. Ma dice anche che le dimensioni senza confronti della Cina, con più di un quinto della popolazione mondiale, tendono a far diventare giganteschi anche i più piccoli errori.

”È evidente che se la Cina continua a urbanizzarsi nei prossimi 20-30 anni, con altri 300 milioni di persone a migrare verso le città e suburbi realizzati ovunque, si verificheranno trasformazioni irreversibili nel consumo di energia” dice You.

A livello nazionale il consumo energetico cresce circa del 15% l’anno, e le amministrazioni locali stanno realizzando una quantità di centrali energetiche a carbone per prevenire i blackouts che hanno perseguitato le città nelle estati recenti. Il governo centrale prevede che ci sarà un gap del 5% fra produzione elettrica e consumo a livello nazionale quest’anno, con cadute di tensione parziali e totali in aumento.

La Cina ricava il 67% della sua elettricità dal carbone, e con riserve stimate a coprire un fabbisogno di 500 anni ai livelli attuali di produzione, ha pochi incentivi economici all’uso di combustibili alternativi.

Né esiste una diffusa consapevolezza riguardo al riscaldamento globale, o al bisogno di spostarsi verso energie più pulite, dicono gli esponenti dei piccoli gruppi ambientalisti cinesi, molti dei quali sostenuti dall’estero.

”La conoscenza delle energie rinnovabili è ancora molto scarsa” dice Yu Jie, analista politica di Greenpeace a Pechino. “Ed è un problema”.

Ma nei circoli più elevati governativi molti funzionari iniziano a vedere lo spreco energetico e l’inquinamento come una minaccia di lungo periodo per l’economia e la salute pubblica cinese. Questi leaders hanno promosso la nuova legge per le fonti rinnovabili di febbraio, un risultato che molti analisti stranieri considerano senza precedenti in una nazione in via di sviluppo.

La legge richiede che i gestori della rete acquisiscano energia da produttori eolici, solari, di geotermia, impianti idroelettrici di piccole e medie dimensioni, e offre incentivi finanziari, attraverso un fondo nazionale, per lo sviluppo delle energie rinnovabili. Fissa l’obiettivo di aumentare la quota del rinnovabile dal 3 per cento degli attuali consumi al 10% entro il 2020. Ma realizzazioni e gestione delle tecnologie da fonti rinnovabili sono molto più costose dei convenzionali carbone, petrolio e gas, e il costo della riconversione è stimato a 80 miliardi di dollari.

Le lobbies industriali stanno lottando duramente per annacquare le regole di attuazione, di cui si prevede l’emanazione in novembre. Fra gli aspetti più controversi, se i gestori di rete saranno obbligati a pagare prezzi artificialmente più alti per l’energia da fonti rinnovabili: come accade in Germania, che è diventata leader mondiale in questo campo, dopo aver approvato questo tipo di sostegno nel 2001.

Gli ambientalisti cinesi sostengono che il demonio sta nascosto nei particolari.

”Tutto dipende da quanto sarà ambizioso il governo centrale” dice Yu, di Greenpeace. Se le decisioni sui prezzi sono lasciate nelle mani delle amministrazioni locali, aggiunge, l’attuazione può essere lasciata alle compagnie di proprietà provinciale, note come le “tigri elettriche”.

Nel quadro dello sforzo per aumentare le fonti energetiche non inquinanti, il governo sta anche iniziando il più grosso programma di costruzione di impianti nucleari dagli anni ‘70. Sono previsti ben 40 nuovi impianti nucleari nel prossimi 15 anni, che vanno ad aggiungersi ai nove esistenti, a creare una capacità di 40.000 gigawatt. Questa campagna può essere in parte sostenuta dall’amministrazione Bush: la U.S. Nuclear Regulatory Commission ha approvato una richiesta della Westinghouse Corporation di costruire quattro dei reattori, e la banca U.S. Export-Import ne ha approvato i 5 miliardi di dollari di garanzie sul prestito. Il principale concorrente della Westinghouse è un consorzio franco-tedesco.

Ma la scorsa settimana, nel pieno del crescente clima anti-cinese in Congresso, c’è stata una maggioranza di 313 voti contro 114 per bloccare il finanziamento alla Westinghouse. Le prospettive al Senato sono incerte.

Anche con l’attuale programma di espansione, il nucleare contribuirà solo per il 4% all’energia cinese nel 2020, dal 2,3% attuale. Per contro, gli impianti nucleari degli Stati Uniti forniscono il 20%, in Europa il 35%.

Ma la debolezza principale nella campagna cinese per l’efficienza energetica e la riduzione delle emissioni può essere l’incapacità del governo di mettere in pratica le proprie deliberazioni.

Per esempio, la campagna sul risparmio energetico è tranquillamente ignorata a Pechino e nelle altre principali città. Le luci in molti edifici commerciali restano accese tutta notte, e anche i complessi in corso di costruzione spesso vengono illuminati in modo brillante da cima a fondo, come fossero il palco di un festival.

In dicembre, l’Agenzia Statale per l’Ambiente ha guadagnato i titoli di prima pagina in tutto il paese per aver chiuso 32 nuovi impianti a carbone costruiti da amministrazioni locali in violazione degli standards federali sulle emissioni. Ambientalisti cinesi e stranieri hanno visto in questa mossa un segno che il paese sta finalmente prendendo sul serio le norme per l’inquinamento.

Ma queste chiusure hanno avuto pochi effetti. Semplicemente, tutti gli impianti hanno pagato multe di 200.000 yuan (circa 24.000 dollari), la cifra massima prevista dal governo federale, e hanno ricominciato a funzionare in pochi mesi: nella maggior parte dei casi senza nemmeno tentare di adeguarsi alle regole. “Abbiamo un detto: se ubbidisci alla legge, ti costerà caro; se la violi, ti costerà meno” dice Ren Haiping, ricercatore politico per l’agenzia dell’ambiente.

Sottolinea anche che i funzionari dell’agenzia fuori da Pechino erano sotto il controllo diretto dei funzionari provinciali o municipali, anziché del quartier generale centrale. “Se i nostri funzionari nelle province chiudono un impianto, per esempio, possono essere licenziati dal sindaco” dice Ren. “È molto triste. Facciamo quello che si può, ma non è molto”.

Nota: il testo originale al sito del San Francisco Chronicle (f.b.)

Oltre mezzo milione di uccelli migratori, tra cicogne, pellicani, gru, poiane e aquile sono a rischio lungo la costa del Mar Nero, nel Nord della Bulgaria, a causa di 3 progetti di impianti per la produzione di energia eolica. La zona interessata, Cape Kaliakra, è un’area importante per gli uccelli censita da BirdLife International all’interno del progetto IBA (International Bird Areas) e costituisce la seconda più importante rotta europea per gli uccelli migratori, in particolare quelli provenienti dal Nord Europa e diretti verso Sud. Lo denuncia la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) e la Società bulgara per la protezione degli uccelli (BirdLife Bulgaria): quest’ultima, insieme ad altre associazioni ambientaliste, ha lanciato oggi un appello contro il progetto che prevede 80 turbine a vento alte 120 metri ciascuna. Un “muro di morte”, l’hanno già battezzato gli ambientalisti bulgari, contro il quale finiranno per schiantarsi, con esiti fatali, centinaia di migliaia di uccelli migratori.

Anche in Italia il rapido sviluppo di centrali eoliche costituisce per la LIPU “una minaccia per importanti specie di rapaci e altri uccelli veleggiatori, sia nidificanti che migratori, soprattutto nel Centro-Sud e nelle isole”. La LIPU chiede una moratoria assoluta alla costruzione di impianti eolici nelle aree più importanti per la presenza di uccelli selvatici (IBA), nelle aree protette e nei siti di Rete Natura 2000, la grande rete di protezione della biodiversità dell’Unione europea. Seppur favorevole all’utilizzazione delle fonti energetiche alternative nel rispetto del protocollo di Kyoto, la LIPU chiede che la progettazione di impianti eolici avvenga all’interno di una severa programmazione, da effettuare a livello sia nazionale che regionale, che rispetti le aree più importanti per gli uccelli nonché valuti con attenzione l’impatto sul paesaggio.

“È assolutamente necessario – spiega Danilo Selvaggi, Responsabile rapporti Istituzionali LIPU – andare oltre i meri aspetti positivi prodotti dalle fonti rinnovabili sull’abbattimento di gas serra, e valutare quali impatti negativi esse invece producono sul territorio. L’attuale proliferazione incontrollata e non pianificata di impianti per la produzione di energia eolica costituisce infatti una grave minaccia all’integrità di ecosistemi e paesaggi in gran parte delle regioni italiane, in particolare in quelle aree a maggiore vocazione eolica quali la dorsale appenninica e la Sardegna”.

“Molte delle specie che più soffrirebbero della presenza di queste ‘fattorie del vento’ – prosegue Selvaggi – sono inserite in liste rosse nazionali o in Direttive europee, come la Direttiva “Uccelli” 79/409, e risultano già fortemente minacciate o in declino, come per esempio l’Aquila del Bonelli, il Capovaccaio, il Grillaio e la Cicogna bianca. Chiediamo di conseguenza che prima di realizzare nuovi impianti si metta a punto un Piano Energetico a livello nazionale e regionale e si realizzi una mappatura del territorio italiano in cui evidenziare le aree con un elevato grado di naturalità e importanza per la fauna selvatica dove interdire la costruzione di impianti eolici”.

Parma, 4 agosto 2005

Si veda anche la precedente risoluzionedella Lipu sull'eolico (4 giugno 2004)

Caro Nichi, guerra, mutamenti climatici e inquinamento crescente, sono i frutti avvelenati del modello energetico fossile e nucleare. L'assemblea dei movimenti sociali, del forum di Porto Alegre, ha deciso di dar vita a un contratto mondiale per il clima e l'energia, con cui promuovere un nuovo modello, democratico e diffuso sul territorio, basato sulle fonti rinnovabili e il risparmio energetico.

Come sai l'aumento dell'effetto serra è un problema grave, non solo per il futuro del nostro Pianeta, ma già oggi per centinaia di migliaia di uomini e donne. Infatti gli sconvolgimenti climatici, che ormai hanno raggiunto anche l'Europa, in molti paesi poveri, specialmente nell'Africa sub-sahariana provocano l'avanzamento della desertificazione e conseguentemente la sete e la fame. Un vero paradosso morale: i poveri che non hanno alcuna responsabilità nelle emissioni dei gas che provocano l'aumento dell'effetto serra - l'anidride carbonica in primo luogo - ne subiscono le conseguenze più devastanti.

Nel frattempo noi popoli «ricchi» e noi italiani in particolare non riusciamo nemmeno a rispettare quegli impegni presi con il protocollo di Kyoto che ormai il mondo scientifico giudica persino insufficienti. L'Italia si era impegnata a ridurre del 6,5% le proprie emissioni entro il 2008-2012 rispetto al livello del 1990 e le abbiamo invece aumentate di oltre il 12%. Il nostro governo nazionale non fa nulla per invertire questa tendenza, anzi promuove la riconversione a carbone di grandi centrali termoelettriche.

La strada da imboccare invece è solo quella del risparmio energetico e della promozione delle fonti rinnovabili - dell'eolico e del solare in primo luogo, per costruire a partire proprio dal Mezzogiorno un modello energetico nuovo e pulito, più giusto e sostenibile, costruito intorno alle risorse locali capace, come in Germania, di generare decine di migliaia di nuovi qualificati posti di lavoro.

Per questo ti chiediamo di ripensare l'idea di stabilire una moratoria sull'eolico, che avrebbe preoccupanti effetti politici e di immagine se a prenderla fosse una Regione come la Puglia.

Sappiamo che questa decisione che vi apprestereste a prendere, viene dal sacrosanto e da noi condiviso bisogno di tutelare il paesaggio. Per questo noi e con noi importanti associazioni ambientaliste, siamo a tua disposizione per studiare insieme le modalità per scongiurare gli impianti più devastanti, compresi quelli in fase di approvazione e per contribuire a definire regole condivise per uno sviluppo dell'eolico in Puglia. Tu che hai fatto della partecipazione popolare una caratteristica del tuo governare, puoi dare ulteriore alimento a questi processi democratici aprendo un confronto sulla questione dell'energia e dell'eolico. Un confronto che coinvolga in primo luogo i tanti sindaci il cui territorio è ricco di sole e di vento, ma anche il mondo agricolo, i sindacati, le associazioni e i comitati. Sarebbe uno straordinario esempio di una regione capace di applicare «Kyoto dal basso» che parlerebbe a tutto il paese che invece scelte disastrose vogliono incatenare al petrolio, al carbone e al nucleare.

* del Contratto mondiale clima e energia

L'anno prossimo, il Dpef, Documento di programmazione economica e finanziaria, potrebbe essere corredato da un indicatore del prodotto interno lordo o Pil, in salsa ambientalista. Gli è stata anche trovata una sigla, «Pila», equivalente, appunto a Pil, in senso ambientale. Non è la questione trascurabile, la nominalistica perdita di tempo che sembra a prima vista, tanto che ieri alla camera dei deputati è stata illustrata una proposta di legge depositata da alcuni parlamentari e controfirmata da 100 di loro. Il Pil ambientale ha una lunga strada da percorrere, ma nasce sotto buoni auspici.

I due promotori sono deputati della sinistra ds, Valerio Calzolaio, già sottosegretario all'ambiente nella passata legislatura e Fabio Mussi, attualmente vicepresidente della camera e allora capogruppo. I due deputati hanno scritto una lettera a Romano Prodi per informarlo dell'iniziativa e sottolinearne i punti salienti, impegnando fin d'ora l'eventuale futuro governo ad agire per la costruzione del Pila. Un passo di questa lettera, la critica al Pil felicemente regnante è molto significativo (tanto che lo riportiamo in corsivo):

«Il Pil non sottrae il deprezzamento del capitale prodotto, il Pil non considera l'impoverimento del capitale naturale, il Pil indica alla pari cose buone e cattive, servizi utili e inutili purché prodotti e venduti, il Pil misura insieme e allo stesso modo prodotti che hanno effetti opposti e prodotti che si distruggono vicendevolmente (gli autoveicoli e gli effetti degli incidenti stradali, le mine e lo sminamento), il Pil misura come voce attiva il consumo delle risorse (anche quelle, tante, finite o in via di esaurimento), il Pil include le armi, il Pil trascura ogni servizio o transazione gratuiti, il Pil include le spese "difensive" (le spese per sanare gli effetti dell'inquinamento ad esempio), il Pil non valuta danni ed effetti di lungo periodo, il Pil non dice se il prodotto serve bisogni che sono anche diritti (cibo, medicine, vestiti) per chi non ne ha abbastanza. Se si abbatte una foresta aumenta il Pil...».

E' presto per dire come Prodi accoglierà la letta aperta di Mussi e Calzolaio. Se dirà «sono d'accordo» sarà meglio sospettare di lui, perché nella lettera - come prova il lungo passo che abbiamo trascritto - viene messo in dubbio, attraverso il Pil, tutto il consolidato sistema di interessi e valori, tutto l'inno alla crescita indifferenziata che ogni giorno viene riproposta. La critica al berlusconismo finora non ha mirato tanto alle scelte, quanto ai tempi, ai modi e alle priorità.

I 100 deputati, tutti del centro sinistra e rappresentanti tutti i partiti, da Acquarone dell'Udeur a Folena di Rifondazione, hanno mostrato di ritenere maturo il tempo per aprire una discussione sul principio stesso della macro economia.

Li rappresentavano ieri in una conferenza stampa i due promotori, Calzolaio e Mussi che hanno brevemente spiegato - stretti fra un voto di fiducia e l'altro - la tecnica con la quale procedere.

Nel primo tempo il massimo risultato ottenibile sarebbe quello di affiancare (diciamo: tra parentesi) alle temute cifre, ai sofferti spostamenti del Pil, di uno «zero virgola...» in più o in meno, il dato del Pilacalcolato dall'Istat. Mettendo a disposizione un indice sintetico dei costi ambientali affrontati, si informa e si incuriosisce il pubblico. E lo si spinge a scegliere, facendo conoscere il prezzo reale della crescita in termini di inquinamento, sottrazione delle risorse naturali irripetibili, spreco di acqua e di energia non rinnovabile; e viceversa, i valori del risparmio e dell'introduzione di energie rinnovabili. Ben presto Pila si libererà dalla parentesi.

Titolo originale: Regenerating Lands and Livelihoods – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Le terre aride, presenti in oltre cento paesi, coprono un quarto della superficie del pianeta. Degrado e desertificazione di queste terre minacciano il mezzo di sostentamento di quasi un sesto della popolazione mondiale. Il continuo trascurare le superfici aride fragili mette a rischio le popolazioni che dipendono da queste terre. Il loro degrado deve diventare oggetto di attenzione in tutto il mondo.

In India, il problema del degrado delle terre è particolarmente acuto. Non si tratta semplicemente si un processo fisico, ma anche nella stessa misura di un prodotto della scarsa cura e di politiche mal orientate. Finché non modificheremo il sistema di politiche che hanno esasperato il degrado delle terre, gli sforzi materiali per arrestare il processo saranno futili. Ma è importante capire che se col degrado delle terre si distruggono i mezzi di sostentamento di alcuni, la vita di altri dipende proprio dai processi che le degradano.

Circa un terzo dell’area geografica dell’India è interessata da varie forme di degrado. Le stime sul totale variano, dai 75,5 ai 107,43 milioni di ettari, gran parte dei quali localizzati nelle zone aride e semi-aride del paese che dipendono dalle precipitazioni stagionali. In queste regioni aride e semi-aride, il degrado è spesso il risultato di carenze nel processo di sviluppo. Ma nelle zone ben fornite di sistemi di irrigazione e altre infrastrutture, è l’esaurimento delle sostanze nutritive del terreno la causa principale. Il bilancio negativo dei nutrienti in queste zone è di circa 8-10 milioni di tonnellate, con una perdita annuale stimata di 5,8 milioni di tonnellate. Ci sono grandi porzioni di terreni diventate saline e troppo sature d’acqua a causa di progetti di irrigazione. Il degrado indotto dall’infrastrutturazione è una grande minaccia alla sostenibilità dell’agricoltura indiana che si basa sulle risorse naturali.

Il degrado delle terre aride dell’India è il risultato del costante ignorare i loro bisogni e quelli vitali dei loro abitanti. La politica di sviluppo agricolo del paese è trincerata nel paradigma della “Rivoluzione Verde”, che comporta alcuni caratteri ben precisi: forte orientamento verso grano e riso a fertilizzazione chimica intensiva, moltissime risorse investite in impianti chimico-industriali, forte focalizzazione sulle colture intensive in zone irrigate, reti di ricerca e sostegno dei prezzi pensati esclusivamente a promuovere alcune ben precise colture irrigate. Questo paradigma non riconosce i bisogni di investimento di aree naturalmente meno dotate, ignorando così le popolazioni che vivono su queste terre meno fertili. Sono state realizzate infrastrutture per l’irrigazione di enormi proporzioni soltanto per costruire piccole sacche di ricchezza considerate i granai dell’India.

Anche se la sicurezza alimentare nazionale è migliorata col tempo, la pratica di concentrare eccessivamente gli investimenti pubblici in poche regioni si è tradotta nell’abbandono di altre grandi aree della zona semi-arida e sub-umida. Non a caso, queste regioni trascurate sono quelle con maggiori problemi di povertà e insicurezza alimentare locale. La disponibilità di vari input come sussidi, sostegno ai prezzi, ricerca orientate, ha creato un incredibile sbilanciamento a favore del riso e altre colture irrigue. I sistemi di distribuzione pubblica create a sostegno del prezzo di grano e riso hanno anche incoraggiato un allontanamento da altri cereali a basso consumo d’acqua, a favore della produzione di riso, ad alto consumo. Uno spostamento che ha a sua volta prodotto una trasformazione nei consumi, che si basano molto meno sul miglio indiano anche in aree dove tradizionalmente si produce. Gli impatti di questo cambiamento sono squilibri nutrizionali fra gli abitanti locali, e una maggiore vulnerabilità rispetto alla variabilità delle precipitazioni.

Altro risultato di questo cambiamento di colture è una crescente tendenza allo scavo di pozzi profondi per il prelievo dell’acqua. Una sempre maggior dipendenza dai pozzi profondi si è tradotta in una crisi, con un aumento dei suicidi fra i coltivatori che non riescono a scavare questi pozzi, perdono investimenti e fanno bancarotta. Nonostante questa tendenza, l’irrigazione da pozzi profondi cresce molto più rapidamente di quella di superficie.

A causa della diminuzione dell’investimento pubblico, i tipi di colture che si alimentano con le precipitazioni piovose hanno perso attrattiva. Il riso viene reso disponibile attraverso i sistemi di distribuzione pubblica, e così i coltivatori delle aree asciutte alimentate dalla pioggia hanno cambiato strategie, spostandosi verso grandi monocolture che rendono di più. Le pratiche tradizionali che restituivano fertilità ai suoli – attraverso rotazione delle colture, compresenza, coltivazione di legumi – vengono abbandonate. Attenzione e investimenti dei coltivatori si concentrano sulle aree irrigate, e si abbandonano quelle alimentate dalla pioggia. Ce ne sono moltissimi esempi. Ad esempio, dato che i coltivatori ora spargono pochissime quantità di letame sui terreni bagnati dalle piogge, questi non vedono rinnovate le sostanze nutrienti. L’aumento delle paghe dei lavoratori, insieme ai crescenti costi della coltivazione e ai prezzi stagnanti, hanno reso non economiche molte pratiche di agricoltura sostenibile. Di conseguenza, tecniche come la greenmanure sono cadute in disuso.

La monocoltura nei terreni bagnati dalle piogge ha aumentato il livello di infestazione dei parassiti, il che ha portato ad un più elevato uso dei pesticidi chimici. Questo disturba l’equilibrio naturale fra predatori e parassiti. Questi ultimi diventano resistenti ai pesticidi, e occorre investire di più. I debiti – spesso generati dalla spesa superiore per i pesticidi – aumentano a causa delle variazioni nelle precipitazioni piovose e delle siccità.

Anche l’allevamento contribuisce al degrado dei terreni su vasta scala. Il bestiame tradizionale è molto colpito quando cambia il sistema delle colture, perché dipende fortemente per l’alimentazione dai residui delle coltivazioni. L’appropriazione dei pascoli comuni a uso agricolo, la domanda concorrente per il lavoro, la crescita della meccanizzazione, hanno ridotto la quantità di animali. Esistono sistemi di sostegno pubblico all’allevamento solo per la produzione intensiva di latte, e in genere non sono disponibili per il bestiame tenuto in modo tradizionale nelle aree irrigate a pioggia. Ma esso rimane essenziale in queste zone, per la riproduzione e il letame. In pratica non esistono strutture sanitarie per gli animali, al di fuori del ciclo del latte. Anche il riciclaggio delle sostanze nutrienti è diventato un grosso problema. Lo spostamento verso una produzione di latte e latticini intensiva ha creato una domanda di ri-collocamento delle terre e dell’acqua a questi usi. La riduzione del bestiame nei sistemi agricoli dipendenti dalle piogge rende meno diversificata è più esposta alle crisi l’economia agricola.

Tali tendenze, insieme al cambiamento climatico che incrementa la vulnerabilità delle zone dipendenti dalla pioggia, hanno in generale creato una indifferenza dei coltivatori nei confronti delle aree alimentate a pioggia. Questa mancanza di interesse a sostenere la qualità delle aree, del bestiame, delle biomasse, rappresenta una grande causa di degrado. Gli investimenti pubblici in queste aree sono scarsi, e focalizzati principalmente sulla conservazione dei suoli e dell’acqua. Il miglioramento della fertilità non è fra gli obiettivi degli investimenti del governo nello sviluppo dei bacini agricoli. In pratica, i piani di recupero della fertilità del suolo significano semplicemente sussidi per acquistare e sviluppare i fertilizzanti.

Le superfici comuni ne hanno sofferto a causa della crisi dei sistemi di regolazione collettiva. In molti casi, le superfici a pascolo sono state redistribuite a chi non possedeva terra; anche se si tratta di un gesto ben intenzionato, ha semplicemente aumentato la pressione sulle poche superfici collettive rimaste. Le aree boscose che rimangono nelle terre aride sono controllate dal Dipartimento Forestale indiano. Nonostante il diritto del dipartimento su queste superfici venga fortemente rivendicato, non è stato fatto alcuno sforzo degno di rilievo per conservarle o rigenerarle.

Il degrado delle terre a causa degli investimenti per lo sviluppo, d’altra parte, deriva dal loro uso inadeguato. Progetti come canali di irrigazione nelle zone deserte devastano l’ecologia locale aumentando salinità e impregnamento. L’allevamento dei gamberetti nella aree costiere dell’Andhra Pradesh ha determinato la contaminazione delle falde d’acqua dolce con acque salate, con gravi problemi per la disponibilità di acqua da bere. L’eccessivo prelievo di acque sotterranee ha avuto il medesimo effetto di ingresso di acque salate nel distretto di Gujarat.

Stanno creando problemi anche una crescita economica deviata e la globalizzazione. I proventi della crescita in India non hanno in gran parte la popolazione. Col tempo, c’è una percentuale sempre più piccola di persone che si divide una quota sempre più ampia del reddito nazionale. La quantità di persone che dipendono dall’agricoltura è scesa marginalmente da circa il 70% al 60% del totale della popolazione, ma la loro quota del reddito nazionale è drasticamente caduta a poco più del 20%.

Il marchio di fabbrica della globalizzazione dell’economia indiana, è una crescita senza la creazione di posti di lavoro. Il settore industriale e dei servizi, in rapido sviluppo, non assorbe molte persone, e gran parte della popolazione dipende ancora da quello agricolo, che ora deve competere sul mercato globale. Prezzi sempre più instabili e una lenta penetrazione dei prodotti industriali nelle aree rurali, hanno prodotto una devastazione in molte comunità. Artigiani come i canestrai, vasai, fabbri, sono stati colpiti in modo particolarmente pesante. Sistemi produttivi tutti orientati all’esportazione e che usano macchinari pesanti, insieme allo scavo di pozzi sempre più profondi, stanno solo accelerando il degrado delle risorse naturali.

Sta avvenendo una concentrazione nella proprietà della terra, anche se in modo lento; il suo impatto in termini di degrado deve ancora emergere. Esiste una miriade di fattori – la vitalità dei modi di sostentamento tradizionali, i sistemi produttivi, metodi sbagliati di distribuzione dei sussidi, mutamento negli scenari dei mercati globali - che hanno impatti sul degrado delle terre. Il problema è molto più grave e profondo che non la semplice erosione dei suoli. La soluzione deve concentrarsi sul ripristino della fertilità e produttività delle terre, verso incentivi a prendersi cura delle superfici entro i sistemi produttivi alimentati dalle precipitazioni piovose. Ma per essere veramente efficace la soluzione deve andare oltre le pratiche di coltura. Occorre riallocare gli investimenti pubblici, rivalutare l’uso delle risorse naturali nelle economie locali. Soprattutto, il governo si deve concentrare sulle dimensioni umane del problema - l’esistenza precaria dei poveri che abitano le regioni dipendenti dalle piogge – nella lotta al degrado dei suoli.

Nota: A. Ravindra è Direttore del Watershed Support Services and Activities Network ( http://www.wassan.org/ ), gruppo di ricerca sulla gestione delle risorse naturali e la sostenibilità in India

here English version

Renzo Franzin è direttore del centro studi di Civiltà dell'Acqua di Mogliano Veneto (Treviso). E' davvero eccezionale la siccità di questa estate?

Non parlerei di emergenza. Ma sostanzialmente è vero che siamo in una fase epocale di emergenza in quanto anche le condizioni climatiche rendono l'acqua meno disponibile. Ma il fattore clima non è che una parte del problema le cui radici vanno ricercate altrove. Nell'urbanizzazione selvaggia, nello sfruttamento eccezionale delle risorse idriche a scopo industriale e per la produzione di energia elettrica, e soprattutto per la produzione agricola nelle regioni della pianura padana.

Perché soprattutto?

Il 65-70% delle risorse idriche viene impiegato per colture che hanno bisogno di grandi quantità di acqua, come mais e soia. Negli anni `70, con i contributi europei, è stata eliminata l'idraulica minore (fossati, canali) e anche questo ha comportato un impoverimento complessivo di acqua nel terreno. Oggi la stessa comunità rifinanzia la ricostruzione della vecchia idraulica. Ma a questo punto la domanda che bisogna porsi è un'altra.

Quale?

Ha ancora senso che la pianura padana produca queste colture sprecando tanta acqua per ottenere prodotti che oggi hanno mercato solo perché protetti dalle sovvenzioni dell'Europa, sapendo che nel 2006 queste tutele cesseranno? La risposta è no. Inoltre, le colture intensive necessitano di un utilizzo insostenibile di concimi chimici, sostanze che penetrano nella falda e inquinano le acque. Uno studio Ue dice che il 35% delle acque dolci ormai è inquinato. La prima falda ormai è inquinata e già oggi noi ci stiamo bevendo l'acqua fossile che peschiamo a 300 metri di profondità, è ricca di sali minerali ma non è una risorsa infinita.

Il resto lo fanno industria e produzione energetica?

Nonostante la deindustrializzazione, l'industria continua a utilizzare acqua e a restituirla non più utilizzabile. Il caso delle acque minerali poi è emblematico: una risorsa comune che viene regalata alle industrie e commercializzata con introiti enormi. Ma è soprattutto un problema di comportamenti che ci riguarda tutti, noi continuiamo a lavare la macchina e a tirare lo sciacquone con acqua potabile, non utilizziamo acqua piovana. Il sistema idroelettrico italiano ormai ha più costi che benefici, tutti sanno che la diga è considerata una tecnologia superata, ormai la si esporta solo nel terzo mondo. E non si può nemmeno dire che si tratti di energia pulita: qui in Veneto il Vajont è una ferita aperta. Inoltre, il sistema idroelettrico ha interrotto la vita biologica dei fiumi.

Da qui al nucleare il passo sembra breve

No. Senza tornare sul nucleare, che tutti sappiamo pericolosissimo, dobbiamo cambiare il nostro stile di vita e riorganizzare la nostra idea di consumi.

Riconversione agricola, risparmio energetico, nuovo stile di vita, sviluppo ecocompatibile e battaglia contro lo sfruttamento delle acque. Tutto giusto, ma davvero le sembrano obiettivi raggiungibili?

Siamo in una situazione di crisi proprio perché ci siamo rifiutati di utilizzare quei mezzi che potevano invertire la marcia. Per fortuna a livello europeo ci sarà un'inversione di tendenza e saremo costretti a cambiare atteggiamento. Bisogna sapersi inserire in queste fratture del sistema economico per cercare di imboccare altre strade.

In che modo?

La situazione è complessa, ma qualcosa si può fare. Regolamentare tutti i prelievi di acqua dolce per uso industriale, gestire più accuratamente i bacini montani, modernizzare i sistemi irrigui, ridare un profilo paesaggistico alle campagne e trasformare la produzione agricola del nord puntando su prodotti di qualità.

Titolo originale: Energy Bill Bestows Huge Windfall on ExxonMobil. New Report Says, in BushGreenwatch (trad. di G. Palermo)

Diverse associazioni e gruppi ambientalistici si sono riuniti nel comitato “Exxpose Exxon” ed hanno dato inizio ad un’intensa campagna contro il gigante del petrolio, la Exxon Mobil. Mentre il presidente Bush si accinge a firmare il nuovo progetto di legge sull’energia (Energy Bill), le associazioni si sono date appuntamento ieri a Washington per richiamare l’attenzione del pubblico sugli ingenti contributi previsti nel progetto di legge a favore della Exxon e di altri giganti dell’energia, e per illustrare il loro nuovo rapporto sui grandi vantaggi che la compagnia ne trarrà. Secondo il rapporto, il progetto di legge stanzia almeno 4 miliardi di dollari in sussidi e sgravi fiscali a favore dell’industria petrolifera [1].

La campagna di “Exxpose Exxon” comprende dodici fra le maggiori associazioni ambientalistiche, che, insieme, rappresentano un totale di 6.400.000 aderenti.

Facendo riferimento ai profitti da record ottenuti dalla Exxon e da altre compagnie petrolifere negli ultimi anni, i promotori della campagna sostengono che l’Energy Bill destina ingenti sgravi fiscali e sussidi all’industria petrolifera, del tutto ingiustificati. La Exxon ha già incassato la cifra di 15 miliardi di utili nella prima metà del 2005, di cui 7.85 miliardi nel secondo trimestre soltanto. L’anno passato i profitti della compagnia hanno raggiunto i 24 miliardi [2]. Ma la Exxon non è la sola compagnia petrolifera, quest’anno, a trovarsi in grande attivo. Fra l’aprile e il giugno del 2005, la BP ha segnato a suo favore 5 miliardi e la Conoco Phillips 3.1 miliardi [3].

“Vi sembra questo il caso di un’industria che ha bisogno di aiuti dal governo?”, chiede Anna Aurilio, responsabile legislativo di U.S. Pirg [4].

Ma, oltre agli aiuti forniti direttamente dal governo federale, la Exxon Mobil e gli altri giganti del petrolio riceveranno altri vantaggi dall’Energy Bill. Il progetto infatti allenta anche i vincoli ambientali e pone limiti ai diritti degli stati nel localizzare e costruire infrastrutture e tubazioni per il gas naturale liquido (LNG), attribuendo di fatto alla Exxon maggior peso su queste decisioni.

Gli stabilimenti ricevono il gas naturale congelato importandolo per mezzo di grandi petroliere. Con grande preoccupazione delle comunità locali, diversi studi provano che un attacco terroristico condotto su una di queste petroliere può coinvolgere nell’incendio persone per un raggio di tre quarti di miglio. Con progetti che prevedono la produzione di 15.6 milioni di tonnellate l’anno di gas naturale liquido, la Exxon si sta accingendo a costruire terminali a terra lungo tutto il Texas.

“La nuova legge sull’energia renderà più facile alla Exxon Mobil di ottenere l’autorizzazione per queste e per altre infrastrutture in futuro, anche se gli stati o le comunità locali saranno contrari”, dice la Aurilio [5].

Secondo il nuovo documento di “Exxpose Exxon”, il progetto di legge sull’energia imporrà anche dei limiti al potere degli stati d’influire sulle decisioni relativamente ai progetti di estrazione di petrolio in mare, un’altra novità che non può che favorire la Exxon. Gli ambientalisti temono che ciò consentirà alle compagnie petrolifere di accedere più facilmente alle acque litoranee. Aesa Energy, una joint venture della Exxon e della Shell, possiede più della metà delle 36 concessioni lungo la costa della California ed è uno dei maggiori trivellatori nel Golfo dei Messico [6].

Mentre la nuova legge sull’energia spende i dollari del contribuente americano per sussidiare l’industria del petrolio, le compagnie petrolifere saranno messe in condizione di non pagare la loro parte di tasse ed imposte, sostiene il documento di U.S. PIRG. La legge stanzia un miliardo e 700.000 dollari in esenzioni fiscali e miliardi in programmi di “alleggerimento delle royalties” per rendere la produzione di petrolio e gas meno cara e più vantaggiosa [7].

La legge inoltre offre fino a un miliardo e mezzo di nuovi contributi all’industria petrolifera per la trivellazione e la ricerca petrolifera in acque profonde. Tale offerta sembrerebbe favorire in modo particolare proprio la Exxon, dal momento che si tratta di un’industria leader in quel tipo di attività. La Exxon valuta che il petrolio estratto in alto mare ed il gas costituiranno più del 20 per cento della sua produzione nel 2010 [8].

Anna Aurilio di U.S. PIRG afferma che la Exxon dovrebbe far uso delle grandi facilitazioni ricavate dal progetto di legge per approntare “una nuova strategia di politica energetica che vada al di là del trivellare fino all’ultima goccia di petrolio, ad ogni costo” [9].

La campagna di “Exxpose Exxon” invita il pubblico americano a non comprare il gas della compagnia e gli altri suoi prodotti, ed incoraggia i distributori della Exxon Mobil ad usare la loro influenza per modificare la politica ambientale della compagnia.

[1] Big Oil Hits Pay Dirt in Energy Bill, U.S. PIRG, Aug. 3, 2005.

[2] Exxpose Exxon press release, Jul. 28, 2005.

[3] Big Money to Big Oil: How Exxon Mobil and the Oil Industry Benefit from the 2005 Energy Bill, U.S. PIRG Education Fund, Aug. 2005.

[4] Big Oil Hits Pay Dirt in Energy Bill, cit.

[5] Ibid.

[6] Big Money to Big Oil, cit.

[7] Ibid.

[8] Ibid.

[9] Big Oil Hits Pay Dirt in Energy Bill, cit.


Le bizzarrie e oscillazioni del prezzo del petrolio e delle fonti di energia sta facendo risorgere l'attenzione per l'energia solare e le fonti rinnovabili; decine di istituzioni e imprese si candidano a spartirsi le ingenti somme di soldi nazionali e europei previsti per le fonti rinnovabili. Diecimila tetti solari, centomila fotocelle solari, e le pubbliche amministrazioni, nel nome dello sviluppo "sostenibile" e delle "agende ventuno" e del rispetto del "protocollo di Kyoto" - minore uso di fonti energetiche fossili - eccitano nuovi appetiti in chi propone di vendere macchine, pannelli, centrali solari e a vento, biodiesel, eccetera.

Non è la prima volta che questo avviene; esattamente trent'anni fa, dopo la prima crisi petrolifera, ci fu un'altra ondata di passione per il solare; anche allora furono spesi grandi quantità di soldi pubblici, furono scritte migliaia di pagine furono fatti esperimenti che non fecero progredire per niente la società umana verso un crescente e razionale uso dell'energia irraggiata sulla Terra dal Sole, in una quantità che, solo sulle terre emerse, corrisponde, ogni anno, a 2500 volte la quantità di energia che tutti gli umani usano nello stesso periodo.

E ogni volta ci si dimentica che successi ed errori nell'uso dell'energia solare sono stati incontrati innumerevoli volte, tanto che si potrebbe scrivere una storia della tecnica e dell'umanità sulla base di come è stata usata questa fonte di energia. La quale si manifesta in tante forme. Prima di tutto come radiazione che permette a semplici molecole, come l'acqua e l'anidride carbonica, di trasformarsi in molecole organiche nelle foglie, nel tronco degli alberi, nei petali dei fiori. Da innumerevoli secoli il Sole, attraverso i cicli naturali, fabbrica ogni anno, sui continenti, 100 miliardi di tonnellate di amido, cellulosa, lignina, grassi, zuccheri, eccetera. Non appena gli umani si sono affacciati all'alba della storia hanno risolto i propri problemi energetici bruciando vegetali e usando i tronchi e i rami degli alberi come materiali da costruzione per palafitte e pali e barche "solari".

segue a pagina 23

segue dalla prima pagina

Da innumerevoli secoli il Sole fa evaporare l'acqua che ricade sulle terre emerse e, superando i dislivelli nella sua corsa verso il mare, porta "dentro di se" dell'energia meccanica che gli umani avrebbero imparato a usare mediante macchine, dai mulini primitivi alle odierne centrali idroelettriche, anch'essi azionate, sia pure indirettamente, dal Sole. Il Sole scalda diversamente le varie zone dei continenti e degli oceani e tali differenze di temperatura sono la fonte dei venti che gli umani ben presto hanno imparato ad usare per la propulsione "solare" delle navi a vela e, più tardi, come fonte di energia per mulini a vento e per motori eolici. E il vento genera il moto ondoso la cui enorme energia non viene utilizzata solo per la nostra pigrizia tecnico-scientifica.

Nel far evaporare l'acqua dei mari vicino alle coste o in laghi poco profondi il Sole ci fa trovare quel residuo bianco solido che ben presto i nostri predecessori hanno imparato a riconoscere come "buono", adatto per dare sapore agli alimenti, per conservare la carne e le pelli; anzi il sale "solare" è stato uno dei primi prodotti chimici del grande commercio internazionale.

A mano a mano che sono progredite le conoscenze tecniche è stato scoperto che gli specchi parabolici sono capaci di concentrare la radiazione solare in un punto; se in tale punto si trova un corpo questo si scalda a temperatura così elevata da incendiarsi, tanto che i matematici hanno chiamato "fuoco" tale punto delle parabole (da qui il racconto secondo cui Archimede, con specchi avrebbe incendiato le vele delle navi di Marcello che assediava Siracusa).

Per i 2500 anni passati è stata tutta una corsa a usare e sfruttare l'energia solare con macchine e pompe termiche, o con motori a vento, o con sistemi per distillare l'acqua di mare e ricavarne acqua potabile, inventati e reinventati in Egitto, Cina, Grecia, e trasferiti da un paese all'altro, e poi nel mondo islamico e nell'Europa medievale e moderna.

Negli stessi secoli sono state perfezionate le tecniche delle saline solari e quelle delle macchine azionate dal flusso superficiale delle acque tenuto in moto dal Sole; si è fatto più intenso lo sfruttamento della biomassa legnosa "solare" come materiale da costruzione per navi e edifici e come reagente chimico in metallurgia.

E ancora in epoca più vicina a noi, nell'Ottocento, è stato osservato che con la radiazione solare si poteva ottenere elettricità se si scaldavano, col Sole, le saldature di opportuni metalli (per effetto termoelettrico) o se alla radiazione solare erano esposte superfici sensibili, per esempio di selenio (per effetto fotovoltaico). E anche all'alba dell'era dell'automobile e del petrolio come carburante per motori a scoppio è stato usato alcol etilico ottenuto dai vegetali, anche qui un carburante "solare". Tutto questo è stato cancellato dall'avvento del petrolio che fornisce fonti di calore, carburanti per autoveicoli, materie sintetiche sostitutive di quelle vegetali, elettricità e illuminazione artificiale, che ha insomma "liberato" l'umanità dalla servitù di dover dipendere dal Sole, con la speranza che anche alcuni alimenti potessero essere ottenuti dal petrolio.

Le ragioni di questa svolta stanno nel fatto che il petrolio, come qualsiasi fonte di energia fossile, ha un proprietario, il padrone del terreno sovrastante i giacimenti o le miniere o i pozzi. E ogni soggetto economico che possiede un terreno che nasconde combustibili fossili ha "il dovere" di trarre un profitto vendendone la massima quantità possibile, e in fretta perché ciascuna fonte fossile prima o poi finisce, scoraggiando qualsiasi concorrente..

Soprattutto se il concorrente - l'energia del Sole in tutte le sue forme dirette e indirette, fonte di calore ad alta e bassa temperatura, di freddo, di elettricità, di acqua dolce, di sale, di biomassa vegetale trasformabile in carburanti e prodotti chimici, di vento e moto ondoso, una energia meno inquinante, che non emette gas responsabili di modificazioni climatiche - è disponibile dovunque, è inesauribile e ritorna, "rinnovabile", nello stesso luogo, nella stessa quantità, anno dopo anno - e, soprattutto, se il concorrente non ha padrone.

L'energia solare è, invece, la fonte energetica comunista, disponibile anche per i paesi e popoli oggi poveri, catturabile sia con macchine complicate sia con dispositivi semplici, realizzabili con tecniche modeste, con materiali da costruzione disponibili nei vari paesi. Finora le ricerche "solari" nei paesi industriali, anche nella loro breve resurrezione dopo la crisi petrolifera del 1973, anche nella loro svogliata resurrezione odierna, sono state orientate a sostituire le fonti fossili nelle macchine che sono state costruite su misura per le fonti energetiche fossili, ed è per questo che tali ricerche sono state in gran parte un insuccesso. Per mettere l'energia solare, libera, senza padrone, al servizio degli esseri umani, soprattutto di quelli che cercano di avviarsi ad uno sviluppo diverso dal nostro, c'è bisogno di tecniche del tutto diverse, a dimensione "solare", reperibili con un riesame critico delle conoscenze disponibili, nel passato recente e lontano, e intenzionalmente dimenticate; c'è bisogno di storia.

Giorgio Nebbia

© 2026 Eddyburg