Le levate di scudi contro il progetto di AirFrance sono, ancora, l'ennesimo italiano modo di affrontare situazioni internazionali.
In poche parole il criterio, che assolutamente non condividiamo, è: bisogna mantenere l'inefficienza a spese dell'intera collettività ed a vantaggio di poche categorie.
Malpensa potrebbe invece essere un aeroporto che produce utili per tutti, Alitalia compresa, senza essere un hub e senza devastare definitivamente il territorio e la salute dei cittadini che lo abitano.
Quindi fare del terrorismo ideologico su presunte italianità è del tutto strumentale e, soprattutto, non costruttivo a lungo termine per la sopravvivenza della stessa Malpensa.
Bisogna considerare il fatto che il primo tentativo di vendita di Alitalia è andato a vuoto per i troppi “paletti”, tra cui il mantenimento di due hub.
Questo secondo tentativo è avviato a raggiungere l’obiettivo grazie alla premessa costituita dal Piano industriale di Alitalia che ridimensiona Malpensa, a favore di Fiumicino, ponendo fine alla catastrofe economica dei due hub, fonte solo di doppi costi.
Secondo il piano di AirFrance-KLM, con tre aeroporti di concentrazione ben distanziati, l’alleanza può funzionare e, per Alitalia c’è, nuovamente, un futuro, nel senso dell’interesse nazionale italiano.
Gli strepiti dei nordisti ci spingono a ricordare che l’ampliamento di Malpensa non aveva l’obiettivo di trasformare un aeroporto con scarso traffico in un hub: stabiliva invece una crescita fino a una media di 274 movimenti/giorno “senza limitare la capacità operativa dell’aeroporto di Linate”.
Invece, per arrivare a 750 movimenti al giorno a Malpensa, sono stati “prelevati” centinaia di voli da Linate, da Fiumicino e da altri aeroporti del nord.
L’elevata concentrazione di voli (forzando il mercato) e di lavoratori costituiva (costituisce) a Malpensa una bolla destinata a scoppiare. Siamo ora al punto in cui la bolla scoppia facendo pagare ai più deboli o, nella migliore delle ipotesi, ai contribuenti, gli errori di politici e amministratori.
Ma oltre agli aspetti del mercato ci sono gli aspetti ambientali: il pesante impatto ambientale di Malpensa non è mai stato valutato.
L’ampliamento di Malpensa era stabilito con il limite di 12 milioni di passeggeri.
Ora siamo al doppio e non basta neppure il ridimensionamento programmato da Alitalia a far rientrare il traffico di Malpensa nei limiti di sviluppo stabiliti dal Piano regolatore dell’aeroporto.
E, come hanno denunciato 87 sindaci lombardi e piemontesi, delle province di Varese, Milano e Novara sul giornale “Ticinia”, questa situazione è “illegale”: è il mancato rispetto del Piano regolatore aeroportuale.
I programmi noti e sbandierati di raddoppio addirittura rispetto agli attuali volumi di traffico, ora accantonati perchè le vicende legate alla vendita del Vettore nazionale pongono altri problemi, costituiscono una ulteriore ed ancor più grave minaccia ambientale e mettono addirittura a rischio l’esistenza del Parco del Ticino, oltre al futuro di circa 500.000 cittadini residenti intorno all’aeroporto nel raggio di pochi chilometri.
L’attuale crociata contro i piani riguardanti Alitalia ci conferma che c’è chi, anche contro le regole del mercato, è determinato a sacrificare l’Ambiente allo sviluppo incontrollato ed immotivato di Malpensa.
Dilapidare un patrimonio come il Parco del Ticino lombardo e piemontese, dichiarato dall’UNESCO “Riserva della Biosfera”, è un lusso che ci possiamo permettere?
Gallarate, 26 dicembre 2007
WWF Italia,
LEGAMBIENTE di Varese e Novara,
C.OVES.T. ONLUS-Varallo Pombia,
UNI.CO.MAL. LOMBARDIA-Gallarate,
EXCALIBUR-Lonate Pozzolo,
AMICI DELLA NATURA-Arsago Seprio
Dichiarazione di Aalborg
Ci impegniamo a svolgere un ruolo strategico nella pianificazione e progettazione urbane, affrontando problematiche ambientali, sociali, economiche, sanitarie e culturali per il beneficio di tutti.
Lavoreremo quindi per:
● rivitalizzare e riqualificare aree abbandonate o svantaggiate.
● prevenire una espansione urbana incontrollata, ottenendo densità urbane appropriate e dando precedenza alla riqualificazione del patrimonio edilizio esistente.
● assicurare una miscela di destinazioni d’uso, con un buon equilibrio di uffici, abitazioni e servizi, dando priorità all’uso residenziale nei centri città.
● garantire una adeguata tutela, restauro e uso/riuso del nostro patrimonio culturale urbano applicare i principi per una progettazione e una costruzione sostenibili, promuovendo progetti architettonici e tecnologie edilizie di alta qualità.
Entrare nell’Era del recupero, invertire la tendenza nel consumo di suolo
Il territorio della provincia di Milano è ovunque intensamente urbanizzato: i dati Misurc [ mosaico degli strumenti di pianificazione n.d.r.] del 2006 registrano una media del 34%, distribuito in modo molto diversificato nel territorio provinciale, attorno al 10-15% nelle aree attorno al Parco Sud e fino quasi alla saturazione a Milano (63%) e oltre in molti centri del nord milanese e della Brianza. Il resto del territorio è costituito per circa il 55% da colture agricole e per la quota residua da aree naturali e forestate, da aree umide, laghi e corsi d’acqua. Anche i processi di urbanizzazione in corso sono ancora quantitativamente significativi.
L’area urbanizzabile (definita in espansione dai piani urbanistici comunali, censiti dal Misurc 2006) è mediamente pari al 13%. In 121 Comuni (su 189) è superiore al 25% del territorio e in 45 Comuni (erano 33 nella rilevazione Misurc 2005) è addirittura oltre il 50%. Rispetto ai precedenti dati disponibili si osserva un significativo aumento delle previsioni di urbanizzazione contenute nei piani regolatori.
Il verde urbano esistente, includendo aree di parco, è quantificabile attorno ai 25 m2/ab. su base provinciale, ma anche in questo caso si tratta di un dato medio che andrebbe invece letto con parametri diversi (l’accessibilità a breve distanza per i cittadini, l’esistenza di aree agricole circostanti l’urbanizzato), viste le fortissime differenze tra i vari Comuni (vi sono 25 Comuni con meno di 10 m2/ab e solo 4 Comuni con più di 100 m2/ab).
Anche il verde urbano pianificato ai sensi degli esistenti PRG presenta forti escursioni, con un valore medio di 19 m2/ab, ma realizzato grazie ai soli 5 Comuni in cui il dato è maggiore a 75 m2/ab (Bibbiano, Tribiano, Pieve Emanuele, Usmate Velate, Cusago. In 65 Comuni la disponibilità pianificata è infatti inferiore a 10 m2/ab.
Dati significativi su cui riflettere sono anche quelli relativi al volume di nuovi fabbricati e alle superfici occupate da nuove abitazioni (in crescita, come valore assoluto e pro-capite), anche se in misura inferiore al più diffuso sprawl che caratterizza altre province della Lombardia.
Le misure di protezione e tutela esistenti (il territorio della provincia di Milano è interessato da 6 parchi regionali e da 14 parchi locali di interesse sovra comunale) hanno fino a oggi svolto un’azione di contenimento dei processi di urbanizzazione e di artificializzazione del territorio. Ora è in corso l’adeguamento degli strumenti di pianificazione territoriale, sia a livello provinciale (PTCP) che comunale (PGT). È l’occasione per produrre una svolta, per riconoscere il limite oggettivo a questo processo di artificializzazione del territorio. Scegliere cioè la sfida del recupero delle aree dimesse, della riqualificazione ambientale dei comparti urbanistici e edilizi già esistenti, investendo sull’innovazione ambientale (si veda Box), stimolando e aiutando i Comuni a trovare alternative migliori alla svendita dei propri territori.
Tasso di artificializzazione reale e pianificato
1 Nella Provincia di Milano la superficie artificializzata (incluso verde urbano, aree estrattive e discariche) nel 2000, pari a 756 km2, ricopriva già il 38% del territorio (dati riferiti alla cartografi a di Destinazione d’Uso dei Suoli Agricoli e Forestali -DUSAF- del 2000). Tale percentuale era mediamente più elevata nell’area Brianza (52%) rispetto all’area di Milano con esclusione del capoluogo (30%), ma risultava molto più elevata nella città di Milano (73%). Quella percentuale scende attorno al 10-15% nelle aree attorno al Parco Agricolo Sud Milano (i valori più bassi sono quelli dei Comuni di Morimondo, Besate, Zelo Surrigone, Nosate) e si impenna fi no a oltre l’80% in molti centri del Nord milanese e della Brianza (Sesto San Giovanni, Cusano Milanino e Vedano al Lambro con valori pari quasi al 90%).
L’artificializzazione del suolo è determinata principalmente dal residenziale e da insediamenti produttivi, rispettivamente il 20% e il 9% della superficie territoriale provinciale, più elevati nell’area Brianza (pari al 31% e 11% del territorio dell’area) e nella città di Milano (pari al 33% e 12% del territorio comunale). Le vie di comunicazione e il verde urbano rappresentano ciascuna circa il 2,5% del territorio provinciale, risultano più elevate nel capoluogo (rispettivamente 11% e 7%) e, per il verde urbano, nei Comuni di Vedano al Lambro, Monza, Segrate, Cinisello Balsamo e Corsico (oltre il 10% del territorio comunale), per le vie di comunicazione, nei comuni di Bresso, Segrate e Peschiera Borromeo (anche qui oltre il 10% del territorio comunale). Le aree artificializzate destinate ad altri usi hanno un peso decisamente minore.
2 In base al mosaico degli strumenti urbanistici comunali l’area urbanizzata pianificata (escluso il verde urbano), consolidata e in espansione, della provincia di Milano ricopre il 42% del territorio, pari a 825 km2. Considerando che il verde urbano pianificato è pari a poco meno del 10% del territorio provinciale, la superficie artificializzata pianificata risulta pari al 51% del territorio provinciale (suddiviso tra il 38% consolidato e il 13% in espansione). Il solo residenziale pianificato, pari al 16% del territorio provinciale (più di 300 km2), costituisce la categoria di destinazione funzionale più estesa e gran parte di tale superficie è consolidata, a differenza del verde urbano pianificato, la cui superficie è principalmente in espansione.
Le aree produttive, i servizi e le vie di comunicazione ricoprono ciascuna più del 7% del territorio provinciale e anche per esse gran parte della superficie è consolidata.
Superficie urbanizzata e urbanizzabile pianificata
Il mosaico al 2006 degli strumenti urbanistici comunali offre anche altri dati complementari a quelli appena esposti.
L’area urbanizzata pianificata consolidata (esclusa quindi l’area in espansione) ricopre il 34% del territorio della Provincia di Milano, con una superficie pari a 681 km2. (il dato si discosta leggermente da quello del 38% registrato dal Dusaf 2000 (ind. 5.1) anche per ragioni di codificazione, non è incluso il verde urbano). Si conferma comunque la differenza sensibile tra l’area Brianza (46% del territorio dell’area) e l’area Milano senza capoluogo (28%) e si evidenzia la criticità dei fenomeni di consumo già individuati dal Dusaf: in 45 Comuni della provincia l’area urbanizzata è oltre il 50%, tra essi vi sono tutti i Comuni con più di 50.000 abitanti residenti ad eccezione di Monza (48% del territorio comunale urbanizzato); in 24 Comuni la percentuale di urbanizzato supera addirittura il 60%, tra essi vi è la città di Milano (63%). Solo in 68 Comuni (su 189) l’area urbanizzata è inferiore al 25% del territorio, ma tra essi vi sono 39 Comuni con meno di 5.000 abitanti residenti.
Il rapporto tra superficie pianificata urbanizzata o ancora urbanizzabile e la superficie totale del territorio è un altro indice di consumo del suolo: maggiore è tale valore e maggiore è la pressione antropica esistente o potenziale sul territorio. Le dinamiche di consumo, considerando anche il potenziale, presentano il quadro in tutta la sua gravità: il valore medio della provincia è pari al 42%, con valori sensibilmente diversi per l’area Brianza (57%) e l’area Milano se si esclude il capoluogo (35%), la città di Milano presenta un valore pari al 71%. Valori superiori al 90% caratterizzano i Comuni di Cusano Dilanino, Vedano al Lambro, Sesto San Giovanni e Cerro Maggiore, valori inferiori al 10% si hanno nei Comuni di Morimondo, Besate, Ozzero, Nosate, Zelo Surrigone e Rosate.
Verde urbano reale e pianificato
1 In base alla cartografi a di Destinazione d’Uso dei Suoli Agricoli e Forestali – DUSAF -, il verde urbano esistente sul territorio provinciale, includendo aree sportive e ricreative, nel 2000 era quantificabile attorno ai 21 m2/ab (la media aritmetica dei Comuni è invece di 25 m2/ab), con fortissime escursioni tra i vari Comuni (vi sono 25 Comuni con meno di 10 m2/ab e i Comuni di Bubbiano, Tribiano, Nosate e Pieve Emanuele con più di 100 m2/ab). Considerando il solo verde urbano (parchi e giardini e aree verdi incolte), solo 17 Comuni (su 189), equamente distribuiti tra le aree di Milano e Brianza, dispongono di una superficie pari ad almeno 25 m2/ab (tra i quali Segrate, Carpiano, Vedano al Lambro e Basiglio con oltre 50 m2/ab e Monza con 39 m2/ab), mentre 84 Comuni hanno meno di 10 m2/ab (la città di Milano presenta un valore appena superiore, pari a 10,3 m2/ab).
2 Al 2006 il verde urbano pianificato dagli strumenti urbanistici comunali (considerando il verde comunale consolidato) ai sensi degli esistenti PRG è complessivamente pari a circa 5.000 ettari nell’intera provincia di Milano (pari al 2,5% del territorio) e presenta anch’esso forti escursioni tra i diversi Comuni, con un valore medio di 13 m2/ab (la media aritmetica dei Comuni è invece di 19 m2/ab). In 65 Comuni la disponibilità pianificata è inferiore a 10 m2/ab e in 5 Comuni è maggiore a 75 m2/ab (Bibbiano, Tribiano, Pieve Emanuele, Usmate Velate, Cusago).
Nella Provincia di Milano sono presenti anche 2.164 ettari di verde sovracomunale pianificato e consolidato. Considerando anche il verde pianificato in espansione, il totale del verde (comunale e sovracomunale, consolidato e in espansione) nell’intera provincia di Milano è di quasi 18 mila ettari, pari a circa il 9% del territorio provinciale.
Fabbricati residenziali di nuova costruzione
Questo indicatore consente di evidenziare le variazioni e le tendenze nel tempo della produzione edilizia, nonché la pressione determinata dall’incremento della massa edificata (spazio occupato) e indirettamente dall’uso di risorse utilizzate per la edificazione.
Nella provincia di Milano il volume di fabbricati residenziali di nuova costruzione è progressivamente aumentato dal 2000 al 2004, passando da 5,6 a 7 milioni di m3 per una variazione complessiva del 25% in più nell’ultimo anno rispetto al primo.
Il volume pro capite di nuova costruzione è stato crescente nel periodo considerato, ad eccezione del 2002, passando nell’intero periodo da 149 m3 ogni 100 abitanti residenti a 183 m3/100ab.
La superficie di abitazioni relativa agli stessi fabbricati è passata dal 2000 al 2004 da 897 a 1.070 mila m2, per una variazione complessiva del 19% in più nell’ultimo anno rispetto al primo. La superficie pro capite è passata da 24m2/100ab a 28m2/100ab, mentre il numero medio di stanze per ogni nuova abitazione è diminuito da 3,5 a 3,0 stanze.
Aree da bonificare e aree bonificate
Le aree contaminate (non ancora bonificate o già bonificate) in provincia di Milano individuate e censite all’inizio del 2007 sono pari a 3.335 ettari, corrispondenti a 168m2 per ogni ettaro di superficie del territorio provinciale. Tali aree sono maggiormente concentrate nell’area Milano (173 m2/ha di superficie dell’area) rispetto all’area Brianza (147 m2/ha di superficie dell’area).
Le aree attualmente bonificate costituiscono il 28% delle aree contaminate; il 24% delle aree ancora contaminate hanno attualmente in corso la bonifica e il 46% sono aree soggette a verifica o in altre fasi dell’iter di bonifica.
L’area Brianza è caratterizzata da una percentuale di aree già bonificate sensibilmente maggiore rispetto all’area Milano (rispettivamente 45% e 24% delle aree contaminate), che tuttavia presenta una percentuale maggiore di aree in corso di bonifica (26% dell’area Milano rispetto al 18% dell’area Brianza).
Sui 149 Comuni della provincia nei quali sono state individuate aree contaminate, le bonifiche sono state completate in 21 Comuni, i Comuni che presentano una maggiore superficie ancora da bonificare sul loro territorio sono Arese, Sesto San Giovanni e Varedo (con più di 1.500 m2/ha del territorio comunale).
Densità della popolazione
Nei Comuni della provincia di Milano la popolazione residente totale è passata dai 2,32 milioni del 1951 ai 3,71 milioni nel 2001 (con un incremento del 59%), ai 3,87 milioni del 2005 (con un ulteriore incremento del 4%). La densità di popolazione, è passata da 1.174 ab/km2 nel 1951 a 1.954 ab/km2 nel 2005. Dal dopoguerra l’incremento maggiore della popolazione è avvenuto nel primo trentennio (+60%), è rimasto quasi stabile fino al 1981, in seguito al quale c’è stata una leggera diminuzione (-3,4% nel ventennio successivo) recuperata (+4,4%) negli ultimi 5 anni.
L’area Brianza ha sempre avuto una densità di popolazione inferiore rispetto all’area di Milano, ma la differenza dal 1991 è andata diminuendo. Al 2005 l’area Brianza presenta una densità di 2.115 ab/km2, decisamente superiore a quella dell’area Milano (pari a 1.249 ab/km2 se si esclude il capoluogo). Milano città presenta attualmente una densità di oltre 7.200 ab/km2, pari a quasi 4 volte la densità media provinciale e a quasi 6 volte la densità media dei rimanenti Comuni dell’area di Milano, in passato tuttavia ha toccato densità ancor più elevate (nel 1971, con 9.530 ab/km2, aveva una densità pari a circa 10 volte quella dei restanti Comuni dell’area).
Nota
Afferma il sito web della Provincia
"L’obiettivo è delineare un’analisi d’insieme del territorio provinciale che affronti il tema della sostenibilità con un approccio integrato e capace di comprendere gli aspetti legati all’ambiente, alla società, all’economia.
Una lettura dello stato del territorio della provincia milanese con un approccio integrato che prende in considerazione una serie di indicatori, con esplicito riferimento agli Impegni di Aalborg: gestione locale della sostenibilità e delle risorse naturali, pianificazione territoriale, traffico e mobilità, salute, economia, equità e giustizia sociale.
"Il Rapporto costituisce inoltre un’importante banca dati, con interessanti disaggregazioni a livello comunale e di macroaree. Un patrimonio di informazioni e sollecitazioni da utilizzare per definire un programma per la sostenibilità della Provincia di Milano e un sistema di riferimento per orientare e verificare l’efficacia delle politiche già in atto a livello provinciale e comunale" .
Gli altri capitoli e informazioni sono scaricabili alle pagine dedicate (f.b.)
Laguna stravolta dai lavori del Mose
Viaggio in elicottero sui cantieri aperti in laguna. Ruspe e camion dov’erano le dune, in acqua palancole di ferro e muraglioni - Sulla spiaggia di Santa Maria del Mare gli enormi cassoni in calcestruzzo - All’Arsenale spuntano già grandi basi in cemento nei bacini un tempo utilizzati dalle imbarcazioni
Migliaia di palancole in ferro piantate in laguna fin sotto il caranto, lo strato solido su cui poggiano le palafitte che sostengono Venezia. Spianate di cemento, muri di calcestruzzo alti tre metri, bassi fondali scavati fino 20 metri di profondità. E un paesaggio che in attesa della «fase 2», quella dei cassoni e delle paratoie, è già stato scolvolto. Eccola la laguna salvata - o sfregiata, secondo i punti di vista - dai lavori del Mose. Ruspe, camion, gru e betoniere che lavorano a pieno ritmo alle tre bocche di porto.
Visti dall’alto i cantieri del Mose sembrano quasi un’operazione chirurgica di restyling della costa lagunare e dei litorali. Bisogna scendere a bassa quota con l’elicottero della Guardia di Finanza per vedere le ferite e sentire i rumori dei cantieri, che hanno modificato le abitudini della fauna selvatica nelle due oasi di Ca’ Roman e Alberoni. E poi scie di materiali, acque torbide, correnti che secondo gli esperti sono già state modificate dai lavori con conseguenze ancora poco note sul futuro equilibrio lagunare.
Punta Sabbioni. La bocca di Lido, la più vicina alla città storica, ha cambiato volto. Verso Punta Sabbioni il cemento ha ristretto il varco per almeno 200 metri. E’ il «porto rifugio» per le piccole navi in entrata durante le fasi in cui le paratoie saranno alzate. Il lato laguna di Punta Sabbioni è ormai irriconoscibile. Un chilometro di scogliera per proteggere la «conca» e un enorme catino in cemento, I camion, piccoli piccoli, danno l’idea delle dimensioni della conca. All’esterno sporge lo spiazzo, anche qui rinforzato con il cemento sui fondali, dove si dovrebbe ancorare la fila di paratoie verso Treporti. Saranno scavati in totale quasi otto milioni di metri cubi di materiali, da sostituire con altrettanto calcestruzzo. I fondali saranno «rettificati» per ospitare gli enormi cassoni e le paratoie.
L’isola. L’isola del bacàn, 13 ettari davanti alla secca naturale di Sant’Erasmo, è ormai completata. Si vedono i muri alti tre metri sul livello laguna. Da Sant’Erasmo la vista del mare è in parte occlusa. Sull’isola dovranno trovare posto i grandi edifici per il controllo del sistema e anche la nuova centrale elettrica. Per far funzionare il sistema sarà necessario produrre una grande quantità di energia elettrica. Dietro l’isola, ben visibile, è il nuovo canale - destinato a interrarsi continuamente - per far passare le motonavi.
San Nicolò. La vecchia diga è stata tagliata in più parti e «rinforzata» verso la laguna. Il cantiere ha in parte raso al suolo le dune sulla spiaggia, la diga è stata sdoppiata e ai suoi lati sono stati affondati enormi blocchi di cemento. «E questi sarebbero reversibili?», avevano scritto con la vernice quelli del Comitato No Mose.
Santa Maria del Mare. La bocca di Malamocco è quella dove i lavori sono in fase più avanzata. Quasi conclusi i rinforzi per la conca di navigazione, destinata a ospitare le petroliere. Fa un certo effetto la «piastra» in cemento, quasi venti ettari piazzati sulla spiaggia e sul tratto di mare antistante. Verso sud una nuova diga «sigilla» il cantiere dove si dovrebbero costruire gli enormi cassoni in calcestruzzo con la spiaggia. Le acque torbide testimoniano di nuovi scavi in corso. Dai bassi fondali si dovrà arrivare a profondità tra i 14 e i 20 metri per il varo dei cassoni. Dov’erano dune e spiaggia è un continuo via vai di ruspe e camion. L’intera fisionomia del luogo è stata sconvolta.
Ca’ Roman. Dall’alto è ben visibile la fetta di oasi naturalistica della Lipu «tagliata» dagli enormi cantieri. Modificata anche la linea di costa, e all’interno ormai finite la conca e il grande spiazzo in cemento per la movimentazione dei cassoni. Verso il mare si nota la diga foranea. Barriera dove qualche settimana fa si è schiantata portata dalle correnti una nave che portava i sassi dall’Istria proprio per i lavori del Mose.
Arsenale. Nei bacini di carenaggio dell’Arsenale affidati al Consorzio, si vedono già basi in cemento e nuove lavorazioni al posto delle navi. Qui si dovrebbe installare la centrale operativa del Mose.
Il Piano del territorio prevede un risarcimento per i danni
Un risarcimento per i danni ambientali provocati dal Mose. Lo prevede il nuovo Pat, il Piano di assetto del territorio approvato dalla giunta. Perché un fatto è certo: comunque la si pensi sull’utilità della grande opera, gli sconvolgimenti e gli impatti già provocati all’ambiente lagunare sono evidenti. Rumori, vibrazioni, inquinamento, modifica delle correnti e delle abitudini dell’avifauna. Anche che perché molti dei cantieri sono a ridosso di aree o naturalistiche protette, come a San Nicolò, Santa Maria del Mare, Ca’ Roman. Un rapporto sconvolgente, quello pubblicato da Ca’ Farsetti, in polemica con i tecnici del Magistrato alle Acque e il Corila, che ha l’incarico di svolgere i controlli sugli effetti dei lavori. Dopo il Comitatone del novembre 2006, quando il governo Prodi aveva autorizzato il proseguimento dei lavori del Mose, le polemiche si sono fatte più rade. Ma il contenzioso resta in piedi. Ricorsi e inchieste aperte, di cui si attende l’esito.
Tar del Lazio. Una sentenza molto importante è quella attesa a giorni dal Tar del Lazio. Si deve decidere sul ricorso presentato a Roma da Italia Nostra. L’associazione per la difesa del territorio sostiene che la delibera di autorizzazione ai lavori del Comitatone nel novembre scorso fu illegittima. Secondo la Legge Speciale, scrivono i legali di Italia Nostra, ad avere diritto di voto in quella sede sono i singoli componenti, tra cui cinque ministri. Quel giorno invece il presidente Prodi mise sulla delibera una sorta di «fiducia», e il governo si era espresso solo con il suo voto favorevole. Mentre avevano dichiarato voto contrario insieme al sindaco Cacciari i ministri dell’Ambiente e della Ricerca Scientifica, si era astenuto il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi. Un vizio di legittimità che è ora all’esame dei giudici.
Tar del Veneto. Fino ad oggi il Tar Veneto ha sempre respinto tutti i ricorsi di Comune e ambientalisti contro la grande opera, dando ragione al ministero dei Lavori pubblici e alla Regione. L’ultimo ricorso (sentenza rinviata ad aprile) è stato presentato da Ca’ Farsetti e Wwf. Riguarda i presunti abusi compiuti per i lavori del cantiere a Santa Maria del Mare. Secondo i legali del Comune Federico Sorrentino, Nicolò Paoletti e Giulio Gidoni, si tratta di un’opera «provvisoria» ma di grande impatto. Che avrebbe avuto bisogno come già stabilito da altre sentenze della Cassazione dell’autorizzazione paesaggistica preventiva.
Unione europea. «La procedura di infrazione va avanti, e il nostro interesse per Venezia è grande», ha scritto al sindaco il commissario della commissione Ambiente della Ue Stavros Dimas. Procedura aperta due anni fa dopo i ricorsi degli ambientalisti perché non sarebbero state rispettate le norme che tutelano le aree lagunari protette Sic e Zps.
Corte dei Conti. Sei mesi fa il magistrato inquirente della Corte dei Conti Antonio Mezzera ha aperto una procedura contro il Consorzio, contestando ben 57 capi d’accusa su lavori e concessione unica. L’inchiesta è aperta.
Procura. Un’inchiesta penale è aperta da tre anni alla Procura di Venezia. Nata da numerosi esposti e da un rapporto dei carabinieri del Noe e del ministero per l’Ambiente sull’illegittimità di alcuni cantieri.
I numeri della maxi-operazione in laguna
Già finanziati dallo Stato 1,9 miliardi di euro Ne mancano ancora 2,4 per terminare l’intervento
Una «grande opera» da 4300 milioni di euro. Che si dovrebbe concludere stando ai progetti entro il 2012. Ma i finanziamenti scarseggiano, e uno slittamento è ormai quasi certo. Dal 2003 a oggi il Consorzio Venezia Nuova - concessionario unico dello Stato per la salvaguardia della laguna - ha ricevuto dallo Stato circa 1900 milioni di euro. Ne mancano 2400, che dovrebbero essere finanziati con il ritmo di almeno 500-600 l’anno. La Finanziaria 2008 ne ha assegnati 170, che - in aggiunta a quelli già stanziati l’anno scorso - consentono di andare avanti con i lavori almeno fino a primavera. Sono state completate quasi tutte le opere preliminari e le dighe foranee. Il Mose vero e proprio è costituito di tre sbarramenti alle bocche di porto: 79 paratoie da 30 per metri per 30 ancorate sul fondo ai cassoni in calcestruzzo. Nella bocca più grande (il Lido, larga 900 metri) la barriera sarà divisa in due con un’isola al centro. (a.v.)
Confesso che non avrei immaginato di ricevere tanti messaggi, di essere oggetto di tanti commenti "postati" sui blog, dopo le Mappe e le Bussole dedicate, nelle scorse settimane, ai giovani, agli studenti e alle città universitarie. Invece, continuano a giungere. Quasi tutti polemici nei miei confronti. A volte (soprattutto nei blog) acidi.
Gli studenti Erasmus dell'Università di Torino ne hanno fatto oggetto di una esercitazione: lettura dei miei testi e successivo commento. Puntualmente critico. Naturalmente, tante reazioni sono segno di interesse. Per questo, le ho lette con soddisfazione. Tutte. Anche quelle "politicamente scorrette" (non poche). Magari mi hanno irritato un poco, all'inizio. Ma solo all'inizio.
Tutta questa attenzione, però, mi ha sorpreso. In particolare, mi hanno spiazzato le critiche rivolte (in larga misura) ad aspetti che, nei miei testi, stanno sullo sfondo; occupano un posto minore. Ancor più le contestazioni a valutazioni ricavate dai miei articoli, ma che non mi appartengono. E sono di segno opposto rispetto a ciò che intendevo sostenere. Evidentemente, il messaggio lanciato sui media, spesso, viene recepito e interpretato in modo molto lontano dalle intenzioni originarie. Per colpa di chi "comunica", soprattutto. (Mia, in questo caso). Ma anche perché viene percepito e decifrato in base ad aspettative specifiche. Così, per quanto io abbia dedicato due distinti e successivi articoli alle medesime questioni, alcuni contenuti hanno suscitato, in molti lettori, opinioni in netto contrasto con quanto intendevo esprimere.
1. Il riferimento al delitto di Perugia, che ha sollevato tanta morbosa attenzione. Per me era solo uno spunto. L'occasione per entrare nella realtà delle città e della "socialità" universitaria. Molti lettori, invece, l'hanno considerato la chiave di lettura dei miei testi. Ritenuti, per questo, un esercizio di voyeurismo perbenista. Ispirato - viziato - dall'intento di stigmatizzare l'intera categoria degli "studenti fuori sede", come si trattasse di una popolazione dedita a pratiche dissolute e goderecce.
2. Da qui la seconda "accusa": generalizzare episodi isolati ed eccezionali all'intera realtà studentesca (peggio: giovanile). Un problema denunciato soprattutto dagli studenti stranieri dell'Erasmus; che svolgono una parte degli studi universitari in atenei di altri Paesi.
3. Dietro a queste "critiche" c'è l'irritazione suscitata da alcuni passaggi dei miei articoli. In particolare, aver definito gli studenti delle città universitarie "non-cittadini" che vivono in "non-città" (echeggiando un concetto di Marc Augé, molto noto: i "non-luoghi"). Quasi degli "apolidi", insomma.
Tornare un'altra volta sullo stesso luogo, nelle stesse città, sullo stesso argomento, a questo punto, può risultare noioso e ridondante. Ma è proprio ciò che, in effetti, sto facendo. D'altronde, può essere utile chiarire alcuni concetti, evidentemente equivoci, viste le reazioni. Assumendomi il rischio - a questo punto calcolato - di sollevare nuovi dubbi, senza risolvere quelli emersi.
Tuttavia, mi pare importante precisare, soprattutto, perché io abbia parlato - consapevolmente - degli studenti come "non-cittadini" che popolano "non-città".
Le "città", per definizione, sono luoghi abitati da "cittadini". Cioè: persone "residenti", titolari di diritti e di doveri. In modo attivo. In quanto sono soggetti alle leggi, pagano le tasse. Partecipano alla formazione del governo locale scegliendo, con il voto, gli amministratori; oppure attraverso l'associazionismo di rappresentanza sociale ed economica (quello studentesco opera solo dentro all'università).
Gli studenti "fuori sede" hanno il domicilio nelle città in cui studiano, ma non vi risiedono. (Gli studenti Erasmus, poi, risiedono in altri Paesi). Certo, sono soggetti alle medesime regole e alle medesime leggi dei residenti, ma non hanno rappresentanza né poteri. Per questo sono "non-cittadini". La "città" in cui risiedono è quella dove vive la loro famiglia. Sono "irresponsabili": perché non sono chiamati a "rispondere" di ciò che riguarda la loro vita. Il loro luogo di vita. Mentre, parallelamente, le autorità locali non si sentono "responsabili" verso di loro. Perché gli studenti non votano.
Tuttavia, nelle città universitarie gli studenti costituiscono una componente rilevante, talora dominante. Non solo dal punto di vista demografico, ma anche economico. Sono una fonte di reddito, per chi affitta stanze e camere, per il commercio e l'artigianato locale. Ma sono anche un fattore di spesa: perché è l'amministrazione locale che gestisce servizi e infrastrutture. Bisogna tener conto, ancora, che gli stili di vita della popolazione dei residenti e degli studenti, per alcuni versi, contrastano. Per cui si assiste, non di rado, a conflitti fra i due mondi sociali. Gli studenti e i residenti: vivono separati. Vicini e al tempo stesso lontani. Le scelte delle amministrazioni locali, tuttavia, sono condizionate dai sentimenti e dalle reazioni dei residenti che li hanno eletti, da cui dipende la loro legittimazione, la loro futura rielezione. Per questa ragione ho parlato di non-città. Per indicare quei contesti abitati perlopiù da non-residenti. In questo caso, dagli studenti. Che sono non-cittadini, perché estranei ai diritti-doveri della rappresentanza. (Non) città che si riducono a contenitori per attività di consumo. E riducono la popolazione (studentesca) in consumatori.
In contesti di questo tipo, d'altronde, si indeboliscono i legami sociali e la presenza dell'autorità. Certo, la realtà giovanile è densa di reti interpersonali, di rapporti di amicizia. Però, per ragioni generazionali, comprensibili, è riluttante ai vincoli e ai controlli. Anzi: per definizione, li contraddice e li contesta. E' ambiente espressivo, emotivo, ricreativo. Inoltre, gli studenti stringono legami (anche affettivi) con l'ambiente locale talora saldi. Ma perlopiù sono di passaggio. Ho usato, per questi motivi, la formula "comunità artificiale".
Le città universitarie, per le stesse ragioni, costituiscono un caso esemplare della condizione dei giovani. Che vengono parcheggiati dagli adulti in luoghi separati, dove vivono fra loro. Una zona (relativamente) franca da regole e autorità. Dove agiscono con limitate responsabilità, pochi poteri e, in fondo, diritti.
Non si tratta di un invito a tenerli di più in famiglia, insieme ai genitori. Al contrario: penso che i giovani debbano uscire di casa presto. Non solo per studiare. Ma per lavorare e per vivere. Non solo da studenti. Ma da cittadini. Oggi, invece, sette su dieci, a ventinove anni, risiedono ancora con i genitori. Perché non hanno ancora un lavoro stabile, una casa propria (costerebbe troppo). Inoltre (come ha osservato Guido Maggioni), è finito il tempo in cui la famiglia, per educare i figli, usava "mezzi autoritari e coercitivi".
Quando (fino agli anni Sessanta) ci si sposava "anche" per fuggire da casa, per liberarsi all'autorità autoritaria dei genitori. Per vivere la propria vita. Per diventare cittadini. Oggi, non ce n'è più bisogno. I giovani possono sperimentare la loro autonomia (relativa) presto. Fin dall'adolescenza si allontanano dalla famiglia, per studiare le lingue, fare corsi di perfezionamento, stages. L'Erasmus. Sono più liberi. Ma al tempo stesso più dipendenti. Figli insicuri di genitori insicuri. I giovani. Condannati a una lunga transizione verso una maturità che non arriva. Purtroppo per loro. E per noi.
Vedi su eddyburg l’articolo di Diamanti: Quando gli studenti si prendono la città
Giovanni Valentini
Un Appello per Procida, “Salvate l’isola del Postino”
Il paradiso è assediato dal cemento. E’ «l’isola di Arturo», quella del romanzo di Elsa Morante e di molti film, tra tutti il Postino con Massimo Troisi. E’ Procida, ormai deturpata dagli abusi edilizi e da un traffico selvaggio. Per questo intellettuali e artisti hanno sottoscritto un appello: «Fermate questo scempio».
Lo sgangherato microtaxi, un furgoncino Ape carrozzato con un abitacolo e i sedili di plastica, sobbalza sulle lastre nere di basalto sfiorando i muri delle stradine e dei vicoli, già sfregiati da tanti passaggi precedenti. Siamo sull’"isola di Arturo", celebrata dal romanzo di Elsa Morante e da molti film di successo, da Morgan il Pirata al Postino con l’indimenticato Massimo Troisi, ma ormai deturpata dagli abusi edilizi e da un’aggressiva cementificazione che minaccia di sostituire i giardini brulicanti di limoni, arance e mandarini con rampe e parcheggi. "Nu’ piezze e’ Napule jettate a ‘mmare", come la definisce con trasporto lo scrittore Raffaele La Capria. In poco più di quattro chilometri quadrati, oggi a Procida vivono quasi 11 mila abitanti, dotati di almeno 5 mila automobili e più di altrettanti moto e motorini, evidentemente eccessivi per coprire una lunghezza massima di tremila metri. Un traffico caotico da centro storico di una grande città, con la differenza però che lì si istituiscono le isole pedonali e qui invece l’isola naturale è oppressa da una motorizzazione selvaggia. A metà novembre, dopo un’iniziativa dell’Associazione commercianti nei confronti del Comune, un comitato spontaneo locale - guidato dall’albergatore Francesco Cerase e dal tabaccaio-libraio Franco Ambrosino - ha depositato un migliaio di firme raccolte su 53 fogli, per chiedere drasticamente di "ridurre, regolamentare e rallentare il transito dei veicoli".
E ora un folto gruppo di intellettuali, personaggi della cultura e dello spettacolo che frequentano abitualmente l’isola, lancia un appello pubblico per "Salvare Procida" dal degrado urbanistico, architettonico e ambientale, con l’intento di denunciare il caso a livello nazionale per richiamare l’attenzione del governo e dell’opinione pubblica.
Sono circa tremila le istanze di condono che attendono da decenni di essere esaminate ed eventualmente approvate: dai piccoli abusi su porte, finestre e infissi alle costruzioni o sopraelevazioni sui tetti dove sono state brutalmente decapitate le caratteristiche cupole. Solo per il 2007 il Comune si aspetta un incasso straordinario di 750 mila euro, 250 a testa alla presentazione della domanda, per ripianare il suo deficit di bilancio. Ma il sindaco, Gerardo Lubrano, tiene ad assicurare: «Prima di concedere i condoni, vogliamo che venga riqualificato il territorio».
Più che un impegno, però, questo sembra uno slogan di circostanza. A girare per il centro dell’isola, l’avanzata del cemento appare più forte e minacciosa di una colata lavica. In via Vittorio Emanuele, per esempio, è in costruzione il parcheggio "Olmo Garden" con rampa di accesso al fondo privato e due muraglioni di contenimento: spesa prevista 37.000 euro, come si legge sul cartello esterno con la licenza dei lavori. Poco più avanti, un altro parcheggio viene ricavato a spese di un agrumeto superstite. E vicino alla piazzetta delle Poste, il supermercato Sisa ha già sradicato da tempo limoni e mandarini per accogliere le auto dei clienti.
Tutto risulta in regola, per carità, con tanto di permessi e autorizzazioni in carta bollata. Sta di fatto però che le ruspe continuano a scavare come tarli nel legno, mentre la piaga dei parcheggi divora questi polmoni verdi, racchiusi tra antichi muretti e protesi in qualche caso fino al mare. Un patrimonio di verde e di memoria che, una volta distrutto, non si potrebbe più sostituire né tantomeno riprodurre. «Sarebbe uno sfregio irreparabile all’ambiente e alla natura», commenta affranta Elisabetta Montaldo, trapiantata nella casa in cui visse e morì l’attrice Vera Vergani, sorella del giornalista Orio.
La verità è che ormai questo pezzo di paradiso sta cambiando anima e pelle. Dall’antica tradizione marinara, riassunta nel cliché "un comandante e un prete per ogni famiglia", Procida si converte anno dopo anno a una più moderna vocazione turistica, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che la riconversione comporta. E in mancanza di alberghi e pensioni sufficienti, anche qui la pressione del mercato immobiliare ha fatto lievitare i prezzi oltre misura, fino a 4-5 mila euro al metro quadro, alimentando il fenomeno dell’abusivismo diffuso. In base ai calcoli di Giancarlo Cosenza, ingegnere ed ex consigliere comunale del Pci, figlio di Luigi, l’autore del Piano paesistico del 1962, sono almeno 600 i vani proliferati in sanatoria senza neppure il parere della Sovrintendenza. E nella maggior parte dei casi, si tratta di costruzioni che oltraggiano l’originaria architettura dell’isola, un’architettura minore e popolare, definita "un’architettura senza aggettivi" dallo storico dell’arte Cesare Brandi. Spariscono così gli archi e le volte, a botte o a vela; le scale costruite a mano subiscono ferite strutturali ed estetiche; i materiali locali come la pietra, la pomice e la malta vengono sostituiti da quelli d’importazione; e sulle facciate delle case e dei palazzi i tipici colori pastello, in prevalenza rosa e giallo, lasciano il posto alle tinte forti che i riflessi del sole rendono accecanti.
Sull’Acropoli di Terra Murata, da cui si domina a novanta metri d’altezza l’incantevole baia della Corricella, l’antica Abbazia di San Michele - il giacimento culturale più importante dell’isola - versa intanto in condizioni di abbandono. Il loggione a fronte della sacrestia è stato interdetto per ragioni di sicurezza, sul campanile sono state rilevate crepe e infiltrazioni d’acqua, il soffitto a cassettoni rivela preoccupanti avvallamenti, l’impianto elettrico è obsoleto e ai limiti delle norme. E c’è da temere che prima o poi la chiesa, devoluta nel 1899 da Vittorio Emanuele III al Comune di Procida che se ne assumeva la manutenzione, debba essere chiusa per lavori, sebbene continui ad attirare circa trentamila visitatori all’anno.
A strapiombo sul mare, anche l’antico castello cinquecentesco poi trasformato in carcere duro e abbandonato negli anni Cinquanta, attende di essere restaurato e riutilizzato. Sono circa 30 mila metri quadrati, già costruiti e disponibili. Ma ora si tratta di decidere se l’ex penitenziario deve diventare un residence per le vacanze, con le vecchie celle ristrutturate in mini-appartamenti, aggravando ovviamente i problemi di sovraffollamento e di traffico; oppure se qui può sorgere - come auspica con entusiasmo l’ingegner Cosenza - un Palazzo della cultura e dell’artigianato, a beneficio dei residenti e dei turisti.
Di giorno in giorno - o meglio, bisognerebbe dire di notte in notte - tutt’intorno continua intanto a prosperare un "ecomostriciattolo roditore", come lo chiama il regista Giuliano Montaldo, alimentato dall’incultura, dalla speculazione, dall’incuria o complicità dell’amministrazione pubblica. Nel romanzo di Elsa Morante, alla fine Arturo lascia con nostalgia quella piccola terra che "fu tutto" e non metterà mai più piede a Procida. Oggi quel destino minaccia purtroppo di ripetersi per tanti residenti e turisti traditi, con il rischio che l’isola finisca per perdere il suo fascino e la sua identità.
Ennio Morricone, Siamo ancora in tempo: difendiamo Procida
Ci sono eccessi, nell’abuso di cemento su gran parte delle coste italiane, che fanno scandalo. Per questo ho firmato l’appello per chiedere che un’isola ancora incontaminata come Procida rimanga intatta. Con tutto il rispetto per gli enti locali che devono decidere queste cose, mi auguro che si possa evitare uno scempio a Procida, un’isola ancora pulita e verde.
L’ho conosciuta grazie a un amico, il regista Giuliano Montaldo che aveva una casa lì, ci ho passato periodi brevissimi ma ho avuto l’impressione di un luogo non violentato dal cemento. Posso capire la commercializzazione di tutto, tenendo conto che le coste italiane alimentano una delle più forti industrie del nostro Paese: il turismo. Ma salvaguardare le bellezze naturali lasciandole il più possibile intatte può sicuramente attrarre un altro tipo di turismo, che non sia quello di massa. Purtroppo siamo talmente abituati allo stravolgimento del paesaggio che quasi non ci facciamo più caso. Mia moglie, nata in una cittadina della Sicilia, San Giorgio di Gioiosa Marea, ci è tornata insieme a me dopo molti anni di lontananza. Il posto era talmente mutato che non ha riconosciuto niente di quello che un tempo le era familiare e ha vissuto un momento di curioso estraniamento. Quando un paesaggio non è stato stravolto dalla mano dell’uomo conserva un fascino che è ormai sempre più raro da trovare. Recentemente ho composto, su commissione della provincia di Trento, un pezzo ispirato al lago di Garda, Vidi aquam, cinque quintetti e una voce di donna. Poi, dopo essere stato registrato, è stato diffuso sulle rive del lago che in quel punto sembrava incontaminato, senza mostri edilizi che turbassero la vista. L’effetto era di una serenità stupefacente.
L'appello per Procida
"Salvare Procida"
- dal degrado urbanistico, architettonico e ambientale;
- dall'abusivismo edilizio e dai "condoni facili";
- dalla distruzione del verde e dalla cementificazione che diffonde strade e parcheggi;
- dalla congestione del traffico automobilistico;
- dall'assalto del turismo selvaggio e predatorio;
Rivolgiamo questo pubblico appello al ministro dei Beni culturali, al ministro dell'Ambiente, alla Sovrintendenza dei Beni ambientali e architettonici di Napoli; al Prefetto di Napoli e al Sindaco di Procida;
per fermare lo scempio dell'isola e restituirle la sua identità, la sua cultura e la sua memoria, come patrimonio mondiale dell'umanità e simbolo altamente rappresentativo della civiltà mediterranea, in ragione di uno sviluppo economico-sociale sano ed equilibrato.
- Renzo Arbore, musicista
- Achille Bonito Oliva, critico d'arte
- Daniel Buren, artista
- Margherita Buy, attrice
- Luciano D'Alessandro, fotografo
- Lorenza Foschini, giornalista Rai
- Antonio Ghezzi, direttore del Festival "Il vento del cinema"
- Antonio Ghirelli, giornalista e scrittore
- Raffaele La Capria, scrittore
- Antonio Lubrano, giornalista Rai
- Giuliano Montaldo, regista
- Ennio Morricone, musicista
- Piergiorgio Odifreddi , matematico
- Mimmo Palladino, artista
- Renzo Piano, architetto
- Raffaele Porta, presidente Associazione Studi sul Mediterraneo
- Ermanno Rea, scrittore
- Francesco Rosi, regista
- Vittorio Silvestrini, presidente IDIS - Città della Scienza
( 24 dicembre 2007)
Postilla
Sarà bello quel giorno (che temiamo sia lontano) in cui non servirà più la "croce rossa" dei personaggi noti per difendere la bellezza d'un sito o l'equità di una situazione. Sarà bello quel giorno (che può essere vicino) in cui ciascuno di quelli che hanno audience ne impiegheranno un po' per far comprendere a tutti in che modo si può agire per far prevalere il bene di tutti sul bene di pochi.
La discussione su Milano si accende e spegne senza sedimentare una riflessione organica. Le indagini del Corriere nei quartieri della città hanno evidenziato i problemi che interessano soprattutto la periferia urbana. Il sindaco Moratti ha ricordato che Milano ha anche qualità, tante eccellenze e che è un errore fermarsi a parlare solo del suo degrado. Adriano Celentano ha accusato architetti e amministratori di avere reso la città brutta. Report ha sostenuto che a Milano assistiamo a una versione aggiornata di Mani sulla città. Il che è evidentemente non vero, anche se la crescita del mercato immobiliare ha costruito ricchezze che si sono trasformate in enormi concentrazioni di potere.
Da questo insieme di voci sovrapposte e intermittenti mi sembra emergano tre temi. Il primo è la necessità di costruire e rendere trasparente un discorso pubblico sulla città, su dove vuole andare, quali obiettivi si vuole proporre per il futuro oltre all'assegnazione dell'Expo 2015 e l'avvio della pollution charge. La mancanza di tale discorso crea disorientamento e affida la giustificazione di ogni singola scelta ad argomentazioni contingenti. Il caso della Fiera è un esempio. La costruzione del nuovo polo a Rho-Pero è stato «autofinanziato » dalla Fondazione Fiera vendendo l'area del polo interno dove sarà realizzato il progetto City Life. Posto che la Fiera rappresenta uno degli asset strategici della città e che era necessario decentrarla per consentire vivibilità al quartiere ed efficienza alle funzioni fieristiche, è stato giusto concentrare volumetrie elevatissime nell'area lasciata libera per finanziare lo spostamento? Esistevano alternative? L'area interna poteva rispondere ad altre esigenze della città — case in affitto accessibili per i giovani, verde, servizi — se non la si fosse usata come strumento finanziario? In assenza di un discorso pubblico sulla città non sappiamo in che relazione stiano obiettivi di competitività economica e di risposta ai bisogni dei cittadini e quindi ogni operazione di trasformazione urbana deve ricostruire le proprie ragioni, giungendo a scelte che spesso appaiono incomprensibili.
Il secondo tema sorto dal recente dibattito riguarda le periferie urbane e l'assenza di un centro di coordinamento delle decisioni sui quartieri. È ora di dire che i «grandi progetti urbani» non sono solo quelli che riguardano i luoghi noti, da Santa Giulia a Garibaldi-Repubblica. Occorre un grande progetto urbano per le periferie milanesi, possibilmente in accordo con i Comuni di prima cintura, investendo intelligenza, capacità tecnica e risorse economiche. Fino a quando non ci sarà una mobilitazione straordinaria con una guida interna che sappia integrare le diverse competenze, dialogare con i cittadini, e con i Comuni contermini, saremo sempre costretti a fare solo l'elenco delle molte cose dimenticate.
Il terzo tema è quello della qualità della vita e della bellezza della città, oggi bene primario. Abbiamo bisogno di una città più accogliente, amichevole e facile da vivere, non solo per i suoi abitanti ma anche per favorire il suo sviluppo economico. I settori trainanti non sono più le grandi imprese ma le università, i centri di ricerca, i settori del design, della moda, della finanza, dei media. Settori che richiedono, per potersi sviluppare, di attrarre talenti ma anche di ospitare gli addetti ai servizi che questa città fanno funzionare. Persone che qui dovrebbero (anche) trovare la possibilità e il piacere di vivere, stabilirsi e crescere i figli.
Si tratta in conclusione di imparare dalla discussione avviata senza disperderla, in una nuova direzione che porti a superare gli stereotipi del passato, le contrapposizioni ideologiche e a lavorare per una città ancora competitiva ma più capace di affrontare i suoi problemi.
Nota: Alessandro Balducci è Direttore del Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano (f.b.)
La legge sulla partecipazione della regione Toscana
Una nota per eddyburg
Le tappe della costruzione della legge sulla partecipazione della Regione toscana approvata dal Consiglio regionale il 20 dicembre 2007, cui la Rete del Nuovo Municipio ha attivamente partecipato, esemplificano una pratica di buongoverno che si incentra sul rapporto mantenutosi costante fra il metodo partecipativo di costruzione e la formulazione progressiva dei contenuti della legge
Il metodo
Va premesso che l’idea di applicare la democrazia partecipativa al livello regionale e in particolare all’attività legislativa presenta non poche difficoltà. La sede primaria della democrazia partecipativa resta il municipio, il quartiere, il luogo dove è possibile realizzare relazioni sociali di prossimità e la costruzione diretta di esperienze comunitarie. Tuttavia l’orizzonte del “federalismo municipale solidale” come prospettato ad esempio dalla Rete del Nuovo Municipio, richiede la realizzazione integrale del principio di sussidiarietà per affrontare i problemi alla loro giusta scala di risoluzione, in forme non gerarchiche. Se si vuole attribuire ai processi partecipativi il ruolo di strumento di intervento della cittadinanza attiva sulla costruzione del proprio futuro, è chiaro che tematiche come la qualità dell’ambiente di vita, la produzione, il consumo, la qualità dell’alimentazione, la mobilità, il paesaggio, le strategie di sviluppo, ecc. richiedono una forte interscalarità degli attori interessati e delle istituzioni coinvolte, dai comuni ai circondari, alle province alla regione.
Il percorso ha visto tappe diverse per modalità, temi e per livelli territoriali “di prossimità”: dalla prima assemblea di lancio del percorso del 13 gennaio 2006 [1], a numerosi incontri a livello comunale[2], a workshop rivolti a soggetti sociali di varia composizione[3], ad un grande convegno internazionale[4]; alla formazione di un gruppo di lavoro multidisciplinare che, raccogliendo i risultati dei workshop, degli incontri comunali, delle assemblee regionali della Rete del Nuovo Municipio, ha proceduto alla stesura di un primo documento per la legge[5]; al Town Meeting di Carrara[6] che ha visto la presenza di circa 600 partecipanti e la nomina di 48 delegati di tavolo; al sito internet della Regione e quello della Rete del Nuovo Municipio che hanno costantemente pubblicizzato tutto il processo partecipativo; al seminario interattivo fra assessorato e i rappresentanti di tavolo del Town Meeting per discutere il documento preliminare della giunta[7]. In parallelo al percorso è anche nato un coordinamento fra regioni sul tema della partecipazione nelle attività legislative[8]
la costruzione della legge regionale è stata dunque un banco di prova della possibilità di realizzare percorsi partecipativi interscalari, anche se nei passaggi di scala territoriale tende a d affievolirsi il rapporto diretto con i cittadini e ad affermarsi il rapporto con rappresentanze più o meno istituzionali. L’interscalarità dei processi partecipativi consentirebbe una effettiva modellazione degli organi superiori di governo come espressione delle comunità locali in una strategia di federalismo municipale solidale.
Il percorso è stato anche la ricerca del ruolo che può giocare una legge regionale nell'incentivare, promuovere, diffondere processi e istituti partecipativi a livello locale e garantirne il funzionamento senza ovviamente ledere i principi di autonomia del municipio come luogo primario della partecipazione e tenendo conto della distinzione necessaria fra azioni istituzionali (top down) e azioni che nascono dal sociale (bottom up).
I contenuti
Il testo della Giunta ha recepito in gran parte gli esiti complessi del processo partecipativo, che sintetizzo nei seguenti punti:
- dar corpo e piena attuazione allo Statuto regionale in merito alla partecipazione dei cittadini alle scelte di governo affermando il principio del metodo partecipativo come “forma ordinaria di governo in tutti i settori e in tutti i livelli amministrativi”;
- realizzare nei processi partecipativi la massima inclusività soprattutto dei soggetti più deboli e privi di rappresentanza;
- promuovere forme di autoorganizzazione e di autogoverno della società civile;
Per quanto riguarda la partecipazione su scala locale la legge prevede:
- la promozione e la diffusione dei processi partecipativi locali, incentivando le “buone pratiche” e progetti specifici di attivazione di processi partecipativi promossi da enti locali, cittadini, associazioni;
- la definizione dei principi che garantiscono requisiti essenziali del processo partecipativo: inclusività, trasparenza e pari opportunità di accesso alle informazioni, condivisione preliminare delle regole della discussione e del confronto, definizione dei tempi del dibattito pubblico;
- sostegno delle iniziative autonome della società civile e delle sue forme associative.
Per quanto riguarda le procedure partecipative per le politiche regionali la legge prevede, oltre alla generalizzazione e sistematizzazione delle procedure partecipative già presenti in molti settori:
- l’attivazione di procedure straordinarie di dibattito pubblico regionale su opere di particolare inpatto socioterritoriale;
- la sperimentazione dei processi partecipativi in settori di competenza regionale di particolare importanza quali le grandi scelte in materia di gestione e di governo del territorio, di politica ambientale, sanitaria, sui servizi pubblici locali, ecc.
La messa in campo di una pluralità di soggetti che restituisce diritto di parola a ampi interessi sociali modifica l’orizzonte e i contenuti delle strategie, spostando le forme di governance dal modello toscano storico della concertazione (fra livelli istituzionali) e programmazione negoziale (fra rappresentanze di interessi, con i suoi risvolti consociativi), alla democrazia partecipativa. Questo passaggio è destinato ad influire, ad esempio, sulle strategie di governo del territorio. Se è vero che siamo di fronte ad una crescente divaricazione fra scelte di crescita economica legate ai processi competitivi delle forze economiche sul mercato globale e benessere dei cittadini (come si evince dai conflitti crescenti, anche in Toscana sulle grandi opere), è evidente che l’introduzione nel dibattito pubblico degli interessi sociali allargati relativi ai beni comuni, il territorio l’ambiente e il paesaggio in primis, è destinato a mettere a nudo questa forbice e a modificare l’agenda politica e gli obiettivi strategici rispetto a quelli portati avanti da attori (poteri finanziari, immobiliari, commerciali e industriali, ecc) che vedono gli abitanti come degli intrusi nelle decisioni di uso e governo del territorio.
D’altra parte il fatto che la legge assuma la democrazia partecipativa come forma ordinaria di governo rappresenta un passaggio strategico fondamentale per almeno due ragioni:
a)impone una radicale trasformazione nel funzionamento dell’amministrazione locale oggi abituata ad agire per politiche di settore che rispondono a specifici interessi del settore stesso e non fanno riferimento ad una domanda aggregata espressa attraverso un dibattito pubblico, rispetto alla quale valutare le singole politiche di settore. La attivazione della partecipazione come forma ordinaria di governo dovrebbe avere come prima conseguenza la riorganizzazione intersettoriale del sistema decisionale;
b) favorisce il passaggio dell’azione partecipativa da questioni puntuali, solitamente determinate dagli effetti di scelte generali già compiute sulla qualità della vita degli abitanti, a questioni più generali del futuro di una città, di un territorio, di una regione, delle sue scelte ambientali, produttive, di consumo, ecc; consentendo ad esempio di affrontare in forme nuove il rapporto fra città e mondo rurale (qualità alimentare, energia, acque, paesaggio, reti corte di produzione e consumo, ecc); uscendo dunque da una visione “quartieristica” della partecipazione per affrontare i temi dell’autogoverno della comunità locale.
Infine il principio di sussidiarietà: l’applicazione radicale della Regione Toscana di questo principio ad esempio nella legge 1/2005 sul governo del territorio suscita, soprattutto in molti urbanisti, ma anche in alcune forze politiche e ambienti culturali, forti perplessità. Si verificano cosi spinte per ripristinare organi di controllo sovraordinati, verso un neocentralismo regionale. Le motivazioni ruotano intorno al concetto della debolezza dei comuni a fronte dei poteri forti (interessi della rendita immobiliare in primis) a decidere autonomamente, e alla connivenza oggettiva dei comuni stessi con gli interessi economici e speculativi, determinata dalla debolezza crescente della finanza locale e al ricatto su ICI e oneri di urbanizzazione.
Naturalmente questi problemi esistono, ed è quotidiana la verifica della devastazione patrimoniale che produce sul territorio toscano.
La legge sulla partecipazione può essere tuttavia un forte deterrente per una risoluzione in avanti del problema, senza ritorni al neocentralismo.
Infatti una applicazione integrale e radicale del principio di sussidiarietà, quale quella attivata dalla Regione Toscana, ha senso solo se il Comune è effettivaespressione della comunità e degli obiettivi di interesse collettivo che scaturiscono dalla cittadinanza attiva e non di pochi interessi forti di natura privatistica. Solo con processi partecipativi ampi e strutturati è possibile che il Comune esprima una reale capacità di autogoverno che, nell’attivare politiche che rispondano agli interessi relativi al benessere degli abitanti, consente autentici livelli sussidiali con gli altri livelli di governo del territorio.
La legge 1/2005sul governo del territorio costituisce dunque un banco di prova immediato degli effetti potenziali della legge sulla partecipazione: attivando infatti quanto già delineato nell’articolo 5 della legge (statuto del territorio) sulla democrazia partecipativa, e rafforzato con le modifiche introdotte dalla legge sulla partecipazione, è possibile attivare un percorso che, dalla individuazione condivisa delle risorse essenziali in campo ambientale, territoriale e paesistico, alla definizione delle invarianti strutturali e alle regole statutarie per la loro conservazione e valorizzazione, si sviluppi un dibattito pubblico che porti alla stesura dello statuto del territorio come strumento socialmente condiviso, a carattere “costituzionale”.
Questo percorso (accompagnato da altre forme di organizzazione della finanza locale) consentirebbe maggiore autonomia dell’ente locale e una reale espressione della società locale nel difendere e valorizzare il proprio territorio come risorsa per modelli di sviluppo autosostenibili.
Opportunità e rischi di una normativa sulla partecipazione
L’articolato di legge è l’esito di un complesso processo interattivo: esso non appartiene a qualcuno in particolare, e ciascuno vi ritrova qualche elemento della propria visione del mondo, e anche cose che non si condividono, parzialmente o interamente. Anche per la Rete del Nuovo Municipio è così. Il nostro giudizio finale è che la legge offre opportunità che non esistevano, che essa può attivare politiche e progetti innovativi, incoraggiare e rafforzare le azioni spontanee della popolazione.
Tuttavia il destino di una legge resta alla fine legato alla dialettica politica e sociale, alla capacità degli abitanti di piegare quella legge ai propri bisogni e alle proprie aspettative: l’attuazione della legge potrà avere il carattere sperimentale che dichiara (dopo 4 anni dovrà essere sottoposta a verifica), se i movimenti, i comitati e le organizzazioni sociali di base, sempre più attivi in Toscana, avranno la volontà di “mettere alla prova” la legge, ad esempio chiedendo di aprire procedimenti di dibattito pubblico sui temi più scottanti della grandi opere, verificando l’effettiva apertura di processi partecipativi nei piani strutturali, controllando gli esiti dei processi e proponendo, al termine della sperimentazione, le modifiche e i miglioramenti necessari.
(21 dicembre 2007)
[1] L' assemblea ha visto la partecipazione di circa trecento persone (amministratori e funzionari pubblici, associazioni e altre realtà del terzo settore, università, cittadini, etc.). Dall'assemblea del 13 gennaio a Firenze sono emersi molti elementi di riflessione interessanti rispetto al percorso di costruzione della legge, che hanno permesso di costruire un quadro delle potenzialità e problematicità che occorre affrontare quando si parla di partecipazione, a partire dalle riflessioni sull'idea di fare una legge regionale e sulla situazione in cui ci si trova ad operare, dal racconto di alcune esperienze di partecipazione in atto sul territorio toscano e dalle prime dichiarazioni di disponibilità a collaborare al processo di costruzione della legge.
[2] Il lavoro di discussione e di ascolto per la costruzione della legge è continuato nei mesi successivi con l'organizzazione di assemblee locali (Piombino, Marina di Bibbona, Montespertoli, Prato, Livorno, Pistoia, Rosignano, Grosseto, Pisa, Viareggio, Lucca) e con un'attività di inchiesta consistente in interviste ad attori privilegiati e schede descrittive delle esperienze di partecipazione in Toscana.
[3]I primi workshop territoriali (settembre 2006), che si sono tenuti nell'area metropolitana di Firenze-Prato-Pistoia e Circondario Empolese-Valdelsa e nell'area costiera livornese-maremmana (Follonica), avevano l'obiettivo di fornire indicazioni utili alla costruzione della guida alla discussione del Town Meeting, mentre il terzo workshop, che è svolto ad Arezzo (ottobre 2006), ha avuto lo scopo di approfondire la riflessione sui temi chiave emersi finora dal percorso partecipato di costruzione della legge. Per facilitare la discussione nei workshop, i contenuti emersi nel corso degli incontri sono stati sintetizzati in quattro tematiche principali: cultura della partecipazione;partecipazione e potere politico; partecipazione e macchina amministrativa; partecipazione, inclusione, autopromozione sociale.
[4]Il 19 maggio 2006 la Regione Toscana, con la collaborazione del prof. Luigi Bobbio, ha organizzato il Convegno Internazionale "Le vie della partecipazione" con l'obiettivo di mettere a confronto esperienze e metodi di partecipazione di vari paesi del mondo.
[5] il testo “Contributo alla stesura di una legge regionale sulla partecipazione”, novembre 2006, si trova sul sito della Rete wwww.nuovomunicipio.org
[6]Il Town Meeting si è svolto il 18 novembre 2006 in occasione della fiera annuale delle pubbliche amministrazioni (Dire&Fare, Marina di Carrara, 15-18 novembre 2006).. L’electronic TM, organizzato dalla Regione Toscana e da “Avventura Urbana” di Torino è stato sperimentato per la prima volta in Italia a Torino con più di mille persone. E’ uno strumento di democrazia deliberativa con voto elettronico, articolato in tavoli di discussione, e un tavolo di regia che in tempo reale sintetizza le opzioni dei diversi tavoli e le mette in votazione. Ha riunito cittadini estratti a sorte, amministratori pubblici locali, persone attive nei comitati, nelle associazioni e nel volontariato.
A conclusione dei lavori sono stati eletti dei rappresentanti di tavolo (48) con il mandato di continuare a seguire il percorso di costruzione dell’elaborato di legge.
[7]Nelseminario dell’8 febbraio 2007 a Firenze la bozza del documento preliminare preparata dall’Assessorato di Fragai è stata discussa e integrata dai delegati eletti al TM e dai componenti del gruppo di lavoro della Rete del Nuovo Municipio.
[8]L'iniziativa, in continuità con l'idea nata in occasione della terza assemblea nazionale, promossa dalla Rete del Nuovo Municipio, degli enti locali/territoriali che sperimentano pratiche partecipative, Bari, 5 Novembre 2005), segna l'inizio di un lavoro comune tra le regioni impegnate in processi partecipativi nei rispettivi territori. Al primo incontro fiorentino (14 febbraio 2006) hanno partecipato rappresentanti delle regioni Abruzzo, Lazio, Puglia, Toscana e della Rete del Nuovo Municipio.Alla seconda riunione (18 maggio 2006) si sono aggiunte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Umbria, Veneto e un rappresentante del Dipartimento Funzione Pubblica del Governo.
E' di casa in Toscana il modello partecipativo
da il manifesto del 22 dicembre 2007
La costruzione della legge sulla partecipazione della regione Toscana approvata il 20 dicembre 2007 esemplifica una pratica di buongoverno fondata sul rapporto costante fra il metodo partecipativo attivato e la formulazione progressiva dei suoi contenuti.
Il metodo
Il percorso, avviato dalla regione con la Rete del Nuovo Municipio, ha visto molte tappe: dalla prima assemblea del gennaio 2006, a numerose assemblee promosse dai comuni, a workshop rivolti a soggetti sociali articolati, a un convegno internazionale di confronto di esperienze; a un primo documento programmatico rappresentativo dei processi partecipativi; ai siti internet della regione e della Rete; al Town Meeting di Carrara di circa 600 partecipanti con 48 delegati di tavolo; al seminario fra l'assessorato e i delegati di tavolo. In parallelo al percorso è anche nato un coordinamento fra sette regioni sulla partecipazione nelle attività legislative.
La costruzione della legge è stata dunque un banco di prova della possibilità di realizzare percorsi partecipativi interscalari incentivando, promuovendo, diffondendo processi e istituti partecipativi dal livello municipale a quello regionale. Questa interscalarità apre la prospettiva politica che gli organi superiori di governo diventino espressione delle comunità locali in una strategia di federalismo municipale solidale e di applicazione integrale del principio di sussidiarietà facendo interagire azioni istituzionali (top down) e azioni che nascono dal sociale (bottom up).
I contenuti
Il testo della legge ha recepito in gran parte gli obiettivi emersi dal processo partecipativo:
- attivare la democrazia partecipativa come «forma ordinaria di governo in tutti i settori e in tutti i livelli amministrativi»;
- realizzare nei processi partecipativi la massima inclusività dei soggetti più deboli;
- promuovere forme di autorganizzazione e di autogoverno della società civile;
- attivare procedure straordinarie di dibattito pubblico regionale su opere di particolare impatto socioterritoriale;
- sperimentare i processi partecipativi in settori di particolare importanza quali le grandi scelte in materia di gestione e di governo del territorio, di politica ambientale, sanitaria, sui servizi pubblici locali, ecc.
La messa in campo di una pluralità di soggetti che restituisce diritto di parola a ampi interessi sociali modifica l'orizzonte e i contenuti delle strategie, affiancando la democrazia partecipativa alle forme di governance del modello toscano della programmazione negoziale, con i suoi risvolti consociativi. Questo passaggio è destinato a influire, ad esempio, sulle strategie di governo del territorio: l'introduzione nel dibattito pubblico degli interessi sociali relativi ai beni comuni, in primis il territorio, l'ambiente e il paesaggio, è destinata a modificare l'agenda politica rispetto agli interessi di attori (poteri finanziari, immobiliari, commerciali e industriali, ecc) che considerano gli abitanti come degli intrusi nelle decisioni di uso e governo del territorio; e ad attivare un percorso che, porti alla stesura socialmente condivisa dello statuto del territorio come atto «costituzionale» di una comunità locale.
La legge sulla partecipazione può costituire inoltre un forte deterrente per una risoluzione in avanti del problema della sussidiarietà, senza ritorni al neocentralismo regionale.
Infatti un'applicazione integrale e radicale del principio di sussidiarietà, quale quella attivata dalla regione Toscana, ha senso solo se il comune è effettiva espressione della comunità e degli obiettivi di interesse collettivo che scaturiscono dalla cittadinanza attiva. Solo con processi partecipativi ampi e strutturati è possibile che il comune esprima una reale capacità di autogoverno del proprio territorio come risorsa per modelli di sviluppo autosostenibili, a garanzia di autentici livelli sussidiari con gli altri livelli di governo del territorio.
L'attuazione della legge avrà il carattere sperimentale che dichiara (quattro anni di sperimentazione) se le espressioni della cittadinanza attiva, in forte crescita in Toscana, avranno la volontà di «metterla alla prova», ad esempio chiedendo di aprire procedimenti di dibattito pubblico sui temi più scottanti della grandi opere, verificando l'effettiva apertura di processi partecipativi nei piani strutturali, controllando gli esiti dei processi e proponendo, al termine della sperimentazione, modifiche migliorative o l'abrogazione della legge.
Perfino Adriano Celentano s’è accorto che a Milano «si costruisce un po’ troppo negli ultimi anni». Per la verità, si costruisce più che in ogni epoca dai tempi degli Sforza, compresi i dopoguerra. A modo suo, l’ex ragazzo della via Gluck ha avviato sul Corriere una polemica contro «gli orrori moderni» che distruggeranno «anche il ricordo della Milano di Leonardo e del Bramante». Il governatore lombardo Roberto Formigoni gli ha risposto che a rifare Milano sono stati chiamati i migliori architetti del mondo e «non bisogna aver paura della contemporaneità». Personalmente, dubito che entrambi sappiano di che cosa si parla, si fatica insomma a raffigurarsi Celentano e Formigoni nei panni di novelli Argan e Zeri. Ma insomma, ben venga la discussione. Il punto, però, non è l’estetica del nuovo modello di città. Si può discutere se un progetto sia migliore dell’altro, ma in generale Milano è diventata talmente brutta che qualsiasi nuovo intervento può solo migliorarla. Figurarsi poi se gli autori si chiamano Piano, Foster, Libeskind... In ogni caso il dibattito arriva tardi, molto tardi, quando il Monopoli è ai giri finali ed è ormai impossibile fermare i cantieri o correggere il tiro.
Ma la vera questione è altra dall’estetica. Quale sarà la Milano del futuro? Una città probabilmente più bella, ma con un modello sociale terrificante. I nuovi quartieri nascono come enclave per super ricchi, destinati a una iper borghesia italiana e straniera in grado di pagare 15 o 20 mila euro al metro quadro per case perfette, griffate, dotate di ogni meraviglia tecnologica. Piccole città utopiche recintate di fatto, sorvegliate da telecamere, pattugliate da vigilantes. Fuori dalle mura della ricchezza, continueranno a dilagare periferie sempre più indistinte, popolate di immigrati e italiani impoveriti, ottima miscela per far esplodere rancori e violenze. La piccola e media borghesia cittadina, spina dorsale della società milanese, è destinata a estinguersi un po’ alla volta, come è già capitato alla classe operaia. I figli del ceto medio sono già molto più poveri dei padri. I figli dei figli si contenderanno lavori precari con slavi e maghrebini.
Milano si avvia a diventare, come ha sempre sognato, la prima città americana d’Italia. Ma il sogno era un incubo. Significa una città di ghetti. Se Celentano, Formigoni, il sindaco Moratti e perfino la salottiera sinistra milanese volessero cominciare a occuparsi del tema, invece d’improvvisarsi critici d’arte, forse saremmo in tempo a limitare la catastrofe. La rivolta della Chinatown di via Paolo Sarpi non era che l’inizio.
Nota: di seguito due piccoli esempi di sarcastica ricostruzione di comportamento diffuso e normalmente tollerato a Milano, nei finti spot pubblicitari di una trasmissione radiofonica dedicata alla congestione da traffico (f.b.)
Fra le centinaia di migliaia di turisti occidentali che visiteranno Pechino nell'agosto 2008, in occasione delle Olimpiadi, sicuramente moltissimi vorranno conoscere la millenaria civiltà urbana cinese, visitando il centro storico della capitale. Un centro storico, però, che al primo sguardo, sembrerà ridotto ai grandi monumenti (l'inquietante Città Proibita, il metafisico Tempio del Cielo, il meraviglioso Palazzo d'Estate con i suoi giardini) e agli allineamenti di negozi, piccoli ristoranti e bar lungo alcuni tratti delle rive dei cinque laghi artificiali che risalgono al quindicesimo secolo e attraversano l'abitato, dando vita a un paesaggio di acque e alberi di grande bellezza.
Frammenti del passato
Per il resto, il centro di Pechino assomiglierà a quello di ogni moderno agglomerato urbano: negozi, edifici recenti (con qualche concessione a una architettura «cinese»), traffico intenso lungo strade ampie. Solo ogni tanto si riuscirà a scorgere, alle spalle della cortina di negozi e uffici, un ammassarsi di casette a un piano, raggruppate in frammenti di tessuto urbano attraversato da stradine strette. I visitatori che, spinti dalla curiosità, penetreranno all'interno di quei tessuti, troveranno finalmente il cuore storico di Pechino, la cosiddetta Lao Beijing, perché quei frammenti - pochi e sparsi all'apparenza quasi a caso nella città - sono quanto resta dell'antica capitale cinese.
Immaginate una città interamente composta da edifici a un piano, alti tre o quattro metri, coperti da tetti con tegole grigie e sopra i quali spiccavano i profili dei grandi palazzi, dei templi, o delle torri che proteggevano le porte nelle mura della città. Questo era l'aspetto di Pechino fino al termine dell'Ottocento, un aspetto nato dall'applicazione di un modello di antichissima tradizione nella cultura urbana cinese. Questo modello si fondava su poche, ma chiare regole che delineavano un tessuto urbano tagliato da un reticolo di strade intorno al quale una cinta muraria formava un quadrato orientato secondo i punti cardinali, con al centro il complesso di edifici più significativi (la Città Proibita nel caso di Pechino).
Nella maglia viaria si notava un asse centrale più importante per il suo significato simbolico e religioso, disposto secondo un orientamento sud-nord, mentre il sistema viario ortogonale delimitava grandi complessi di isolati per gran parte residenziali, attraversati da una rete di vicoli, gli hutong, strade di accesso alle residenze. L'accesso doveva sempre essere esposto a sud, il punto cardinale degli spiriti favorevoli, mentre tutti gli edifici, sia quelli residenziali sia i templi, i palazzi, gli edifici commerciali, erano costruiti attorno a una o a più corti.
All'interno delle corti
Per quanto riguarda le residenze dominava la sehiyuan, la casa unifamiliare a corte, secondo uno schema che si era conformato a Pechino in un lungo processo a partire dal dodicesimo secolo: il modello era identico per tutti gli edifici residenziali, anche se, a seconda della importanza del proprietario, variavano le dimensioni e il numero delle corti.
Queste regole urbanistiche davano vita a una città costituita da un tessuto fortemente omogeneo di sehiyuan e da uno spazio pubblico che era prevalentemente quello delle strade e degli hutong - una città la cui vita familiare, sociale, amministrativa, economica, politica, religiosa si svolgeva per gran parte all'interno delle corti. Oltre al verde degli alberi, i colori prevalenti erano il grigio dei tetti e delle pietre e il rosso degli intonaci e dei recinti su cui spiccavano i lampi delle decorazioni pittoriche blu, rosse, verde, oro sulle strutture lignee degli edifici più importanti e sugli ingressi delle porte.
L'urto della modernità
Difficilmente, però, una città fatta di case a un piano con strutture di legno poteva resistere all'impeto violento della modernizzazione. Oggi, infatti, la cinta delle mura non esiste più, sostituita da un anello stradale. Di fatto, la città storica si trova al centro di cinque anelli di viabilità a scorrimento veloce, il quarto dei quali passa a una distanza di circa dodici chilometri dalla Città Proibita e quello più esterno a circa il doppio. Inevitabilmente, anche il tessuto hutong ha subito notevoli stravolgimenti.
Per la verità, questo tipo di spazio urbano aveva già subito modifiche all'inizio del secolo scorso, ma si trattava per lo più di modeste demolizioni o di sostituzioni con edifici di dimensioni maggiori. Trasformazioni più intense sono cominciate dalla metà del secolo e sono tuttora in corso: il ciclo di abbattimenti e ricostruzioni ha infatti subito una forte accelerazione in relazione alle Olimpiadi, riducendo gli hutong ancora esistenti a meno del trenta per cento della estensione dei tessuti originari.
Direttamente o indirettamente prodotti dalla densificazione, i problemi che si riscontrano nei tessuti hutong sono di due ordini: il degrado edilizio, che tocca tanto gli edifici storici quanto quelli recenti e spontanei (spesso costruiti con materiali di fortuna), e il degrado igienico-sociale, dovuto alle condizioni abitative di sovraffollamento negli alloggi, quasi nessuno dei quali è fornito di servizi igienici. Ma al tempo stesso gli hutong possiedono qualità che ne fanno un bene culturale di interesse mondiale, da recuperare e conservare: da un lato, il singolarissimo paesaggio urbano che compongono, dall'altro il modo di vivere gli spazi urbani da parte degli abitanti.
Passeggiando negli hutong, fattori come la proporzione tra l'altezza degli edifici a un piano e la larghezza dei vicoli, la continuità e omogeneità delle quinte edilizie (anche nel colore grigio degli intonaci e dei mattoni), così come le piccole variazioni in altezza, gli arretramenti o avanzamenti dei fronti, o le lievi curvature dei tracciati, producono l'immagine di uno spazio unitario, su cui si innestano gradevoli e misurate variazioni sul tema.
Alla bellezza di questo paesaggio contribuiscono da protagonisti anche gli alberi. In quei tratti di strada lungo i quali sono stati piantati filari di alberi di medie dimensioni, questi formano gallerie verdi animate dagli effetti della luce del sole che attraversa rami e foglie. Ma anche gli alberi isolati, che allargano i rami a proteggere i tetti delle case intorno, sono veri e propri monumenti verdi - tanto che sono ufficialmente classificati in appositi registri -- per la bellezza dei rami e per l'altezza imponente. Gli alberi-monumento sono quasi un complemento urbanistico del tessuto architettonico degli edifici e offrono quella immagine della casa protetta dall'ombra di un albero che è fortemente presente nella memoria antica e profonda della collettività.
Antichità discrete
Gli edifici storici conferiscono qualità al paesaggio degli hutong soprattutto per i dettagli architettonici - dalle decorazioni sopra le porte di ingresso ai portoni in legno, dalle pietre laterali di buon augurio alla dolce curvatura cava dei tetti con il loro aspetto squamoso, la cosiddetta «pelle del drago» - più che per il valore di antichità: molte costruzioni di aspetto «storico» risalgono infatti a epoche relativamente recenti perché la cultura cinese ha sempre privilegiato la conservazione dei modelli e delle regole, comprese quelle tecniche che presiedono al saper fare. Per essere considerato storico, insomma, non importa quanto un edificio sia antico, quanto piuttosto il fatto che obbedisca al modello tipologico e alle regole costruttive fissate e tramandate nel corso del tempo.
Infine, ma non da ultimo, la qualità dei tessuti hutong è fortemente legata agli usi e ai comportamenti degli abitanti che fanno del centro di una grande città di quindici milioni di abitanti una sorta di piccolo villaggio: in queste strade continuano a valere i rapporti di vicinato e lo spazio pubblico è utilizzato come il surrogato di una corte annessa alla abitazione.
A questo punto sorgono alcuni interrogativi, legati soprattutto alla possibilità di conservare ciò che resta dei tessuti hutong del centro storico di Beijing. Una questione che, a sua volta, solleva un problema di fondo e chiama in causa l'atteggiamento politico-culturale degli amministratori nazionali e locali e della cultura cinese in generale. Quanto sarà considerata rilevante una politica di conservazione delle memorie della storia della capitale come fattore di individualità locale e nazionale e di orgoglio civile per una cultura urbana di antichissima tradizione?
Trasformazioni morbide
Un diverso problema di natura sostanziale riguarda invece le risorse economiche, dovendo scegliere tra interventi esclusivamente pubblici e possibili sostegni di capitali privati. Uno dei motivi per una politica di conservazione dei tessuti hutong, anche in funzione di produzione di risorse economiche, potrebbe essere quello dell'attrattiva turistica, da seguire con accorte politiche di trasformazione morbida delle destinazioni d'uso di alcune parti dei tessuti stessi, evitando però l'effetto di museizzazione dei pochi pezzi ritenuti più pregiati e da conservare accuratamente in teche protette per visite turistiche.
Il problema sociale è drammatico. Anche se passasse una politica di convinta salvaguardia dei tessuti, per poter ottenere condizioni abitative accettabili, rispetto alla attuale densità abitativa e alle condizioni di affollamento e igienico-sanitarie e di dotazione di servizi, almeno la metà degli attuali abitanti dovrebbe essere trasferita altrove e necessariamente fuori del centro storico. Ma dove e, soprattutto, con quali strumenti?
Le pressioni del mercato
Inoltre, non è neppure certo che, una volta effettuato il ridimensionamento, gli abitanti rimasti in loco non cedano alle pressioni del mercato immobiliare che sicuramente saranno rilevanti e produrranno quasi inevitabilmente una sostituzione di ceto degli abitanti stessi. Ma i nuovi abitanti ricchi produrranno di certo profondi cambiamenti nell'atmosfera degli hutong: probabilmente più ordine e manutenzione degli edifici, ma assai meno vita sociale nello spazio pubblico. Sarà questo un processo inevitabile rispetto al quale poter dire che, almeno, si è salvata la città di pietra?
Nota: appare anche più miserabile la scarsa attenzione al tessuto storico della città cinese, soprattutto alla luce dei nuovi studi sociali in corso, così come raccontato dal China Daily in un articolo proposto su Mall (f.b.)
La Fiera di Milano, inaugurata il 12 aprile 1920, sarà presto rasa al suolo per lasciare il posto ad un nuovo quartiere. Nel 1994, fra Ente Fiera, Regione e Comune, era stato siglato un accordo di programma che diceva: “quando saranno abbattuti i padiglioni che oggi hanno un forte impatto, l’area verrà restituita ai cittadini in verde e servizi. Ora però le giunte sono cambiate e l’Ente Fiera non esiste più. Al suo posto, dal 2000, c’è una fondazione privata, con dentro Provincia, Comune, Regione, Camera di Commercio, Coldiretti, i Sindacati e gli organizzatori fieristici, che ha preso quell’accordo e lo ha trasformato secondo i suoi obiettivi. Prima mossa, in barba al verde: per valorizzare la vecchia area prima di rimetterla in vendita, l’indice di edificabilità è stato portato a 1.15 per metro quadro, il doppio di quello che hanno usato tutti gli altri operatori delle aree dimesse di Milano. Secondo: il progetto che ha vinto la gara è stato scelto, pur riconoscendo che non fosse il migliore per i cittadini, in base all’offerta economica per il terreno. Su una base d’asta di 310 milioni di euro, City Life ne ha offerti 523 e ha vinto. Terzo: il progetto avrebbe dovuto prevedere case a edilizia convenzionata; invece le case saranno tutte di lusso e il parco resterà tutto all’interno; diciamo che se lo godranno coloro che hanno i mezzi. Quarto: l’impatto ambientale impressionante. Ci saranno uffici, residenze, due musei, la linea 5 del metrò, parcheggi e il parco; ma il cuore del progetto saranno 3 grattacieli, in particolare, la torre dell&rsq uo;architetto Isozaki, coi suoi 54 piani per 215 metri d’altezza, sarà l’edificio più alto d’Italia. Prestigioso, e sicuramente bellissimo. New York è piena di grattacieli, ma c’è anche Central Park. A Milano evidentemente basta il parco Sempione. Il progetto fu approvato dalla Giunta Albertini nel 2005, senza prendere atto della Valutazione di impatto ambientale, che prescriveva una revisione della disposizione degli edifici, una riduzione in altezza e apertura verso l’esterno dell’area verde. Di recente, a un Comitato composto da urbanisti, economisti, attori e cittadini, che sta portando avanti la lotta contro scelte che avvengono nel dispregio dei cittadini, è pervenuta una multa di 50mila euro da parte dell’Amministrazione comunale, per aver affisso sui pali pubblici cento manifestini. Il motivo? Hanno deturpato l’aspetto estetico della città. Per consultare l'articolo che riporta l'intera puntata di Report inerente la Fiera di Milano clicca qui e per visionare la puntata clicca qui.
Gli esiti per Castelfalfi? Erano scontati! Il mega village si farà e sostanzialmente sarà come TUI (la multinazionale turistica tedesca) lo vuole e lo ha sempre voluto! C’era qualcuno che forse si era illuso che, attraverso l’impianto della costosa macchina della PARTECIPAZIONE, “geniale” idea della Giunta Regionale che sta per tradursi in legge, ma qui già sperimentata come per un prototipo, potesse cambiare la sostanza della cosa?
Il mega village si farà e sarà mega (metro cubo in più o metro cubo in meno) perché il pensiero di TUI è lo stesso di Martini e di Conti, perché gli interessi di TUI coincidono esattamente con i princìpi di Martini e di Conti (e con la filosofia del “neutrale” consulente Morisi, intellettuale giustificatore e sistematore dell’ideologia urbanistica del reddito territoriale).
Il mega village si fa perché, nell’ottica di Conti & C., è così che il territorio dà reddito, ovvero lo si snatura, però producendo monete d’oro su monete d’oro, dando il via ad un vero nuovo torrente di monete al posto dell’acqua che mancherà; è così che dove c’era equilibrio per 300 vengono in15.000, in bus, a portare tutti gli idiomi del mondo, con tutti i bermuda del mondo, con tutti i colori del mondo. …
Ma Castelfalfi è solo un assaggio…… Presto assisteremo ad una nuova recita per l’immenso centro commerciale Ikea a Migliarino e poi altro ancora….Si prepareranno altri megafoni della “partecipazione” a glorificare lo spirito democratico delle Amministrazioni.
D’altronde l’Assessore Conti è stato molto, molto esplicito nella conferenza alla stampa straniera indetta a Roma proprio il 31 luglio scorso, subito dopo l’approvazione del PIT. Questa conferenza, infatti, è stato un esplicito invito/ spot al capitale straniero (a tutto il capitale straniero, ovunque e comunque, senza disdegnare nemmeno quello italiano, si intende) a venire ad investire fortemente in Toscana perché con il nuovo PIT e con la nuova legge sulla partecipazione questi investimenti (abitativi, turistici, commerciali, produttivi…) sarebbero stati non solo possibili per le nuove norme urbanistiche sviluppiste appena approvate, ma anche resi certi e senza ritardo alcuno per l’imbrigliamento del dissenso tramite la legge sulla “democrazia preventiva” e sulla “paritetica partecipazione”.
Povera Toscana, quella fatta ed armonizzata dai Padri, alla cui classe politica attuale non viene in mente altro che venderla come si fa con un patrimonio di famiglia in una fase di decadenza, perché ha scoperto che il territorio, che tutte le parti del territorio (principalmente quelle più preziose) possono produrre reddito, anzi che esistono solo se sono capaci di produrre reddito.
(Lucca, 18.12.07)
Condividiamo le sue preoccupazioni. Nel merito, nessuno sembra mettere in dubbio la “positività” di un completo stravolgimento del carattere, della funzione economica e sociale, degli abitatori e fruitori di luoghi così sensibili e delicati, e rilevantissimi come testimonianza di un rapporto tra uomo e ambiente che ha fatto quei paesaggi. Nessuno mette in dubbio la privatizzazione totale di una cellula viva dell’armatura urbana storica della Toscana, e anzi la sottolineatura che i governanti (attuali) della Toscana hanno fatto dell’evento rivela il ruolo che essi assegnano alle grandi multinazionali, nuovo potere sovrano del Mondo (altro che ONU).
Questa sono invece le cose che ci preoccupano di più, al di là della maggiore o minore bruttezza del progetto, della maggiore o minore difformità ruspetto alla disciplina urbanistica, alla maggiore o minore quantità di nuovi metricubi immessi nel paesaggio.
Ma non basta. Per di più, tutto questo viene spacciato per un caso esemplare di quello slogan perverso e mistificante (“reddito non rendita”) che è diventato l’ingrediente forte della cucina ideologica dei governanti (attuali) della Toscana. Tutto rivela come la rendita, in Toscana, non sia solo una delle componenti del reddito, come l’economia ci insegna, ma quella principale, che più si coltiva e si titilla.
Ahimè, caro Mannocci, mala tempora currunt . Terribile dover rincorrere le cose sbagliate per correggerle e tentar d’arrestarle, anziché potersi impegnare a proporre, promuovere, sostenere, diffondere quelle positive.
Premessa
Ci siamo occupati più volte del borgo sulle colline toscane che ha il buffo nome di Castelfalfi. Siamo stati tra i primi, insieme alla rivista Valori, a riportare un articolo di Paola Baiocchi che denunciava con preoccupazione, il 9 settembre scorso, la notizia di un intero borgo sottoposto a una totale trasformazione ad “altro da sé” (cioè, in senso proprio, “alienato”). Abbiamo ripreso l’argomento il 12 novembre, inserendo un articolo de il Tirreno dove Paolo Santini e Lucia Alterini informavano ampiamente del dibattito in corso. Il 17 novembre il settimanale Carta ha pubblicato una corrispondenza sull’argomento di Sandro Roggio e un intervento di Edoardo Salzano, che troverete entrambi in questo sito. Ma delle questioni che stanno a fianco e dietro quella di Castelfalfi troverete abbondante testimonianza nella cartella dedicata alla Toscana, e non solo in quella.
Pubblichiamo perciò molto volentieri l’appello che segue (e che è scaricabile anche in formato .pdf). Un appello educato ma fermo, che apprezza ciò che c’è di positivo nell’episodio ma critica con la necessaria durezza ciò che c’è di perverso, che denuncia ma al tempo stesso propone. Naturalmente invitiamo i frequentatori di eddyburg ad aderire all’appello (primi firmatari Mariarita Signorini e Paolo Baldeschi), inviando una e-mail di adesione all’indirizzo
m.r.signorini@virgilio.it
Appello per Castelfalfi
Siamo dunque giunti al termine del Dibattito Pubblico sul progetto “Toscana Resort Castelfalfi”dopo un percorso di partecipazione avviato, dobbiamo darne atto, per la prima volta.
Un processo partecipato e senza dubbio interessante, in cui tutti gli attori sociali interessati dalla proposta della TUI, hanno potuto esprimere in piena libertà le proprie convinzioni e valutazioni. Come associazioni ambientaliste, tuttavia, non possiamo esimerci dal ribadire con forza le nostre perplessità e le nostre preoccupazioni, che permangono intatte sull’intera operazione e che si sostanziano sinteticamente nell’articolato appello sottostante. Un appello che rivolgiamo a tutti quei soggetti (privati e collettivi) che hanno a cuore i destini del paesaggio italiano, affinché il progetto della TUI sia radicalmente modificato.
Della dimensione dell’intervento. La tanto sbandierata “riqualificazione della Tenuta” per complessivi 390.000 mc allo stato di progetto, corrispondenti ad un aumento del 77% delle cubature attualmente disponibili (leggi: 220.000 mc) è per noi inaccettabile. La soglia (anche simbolica) dei 220.000 non è superabile né negoziabile. Si tratta semplicemente di essere coerenti al recente e originale contributo concertativo, che ha portato all’approvazione del Piano d’Indirizzo Territoriale della Regione Toscana. Nella stessa Disciplina di Piano del PIT si vietano infatti (nelle more degli adeguamenti dei Piani Strutturali) e al fine d’impedire usi contrari all’enorme valore del patrimonio collinare toscano, interventi che non siano limitati al restauro, al risanamento conservativo e alla ristrutturazione edilizia (senza peraltro mutamenti di destinazione d’uso) degli edifici ivi insistentiné parcellizzazioni delle unità immobiliari in grado di configurare comunque tali mutamenti sul piano sostanziale. Si recuperi quindi, si riqualifichi, si abbattano e si sostituiscano pure i capannoni ormai ruderizzati e di scarso valore architettonico ancora esistenti nella Tenuta, ma non si tocchino assolutamente i siti collinari intonsi. Su questo punto, la battaglia politica sarà per noi ambientalisti paradigmatica ed intransigente. Tesa com’è a dimostrare l’irreversibilità e l’irresponsabilità di un intervento che depaupera di fatto quell’irripetibile intreccio di natura, cultura e lavoro umano che si dice invece di voler promuovere.
Della qualità dell’intervento. Assistiamo ad una sostanziale e completa riprogettazione del “genius loci” di Castelfalfi. La TUI declina i suoi intenti metaprogettuali interpretando liberamente antropologia, storia e stilemi compositivi della collina toscana. Persino cercando di “ribattezzare” in modo arbitrario luoghi e toponimi (Castelfalfi Resort?, Robinson Club?, Lake Course?, Mountain Course?). Ora, tale progetto (ci spiace dirlo con questa franchezza) si configura come una gigantesca opera di falsificazione del tessuto culturale e paesaggistico del sito di Castelfalfi. Ebbene, non c’è niente di più pretenzioso (ce lo ha insegnato con impareggiabile maestria Cesare Brandi) di qualcosa che vuol scimmiottare l’antico e il bello, senza prima denunciare genuinità, temporalità e limiti dell’intervento stesso. Non “com’era dove era”, dunque. Ma forse, in questo caso: “come avrebbe potuto essere dove la TUI avrebbe voluto che fosse”. Ripetiamo senza tema di smentita: un’operazione arbitraria e assai pericolosa per gli equilibri del paesaggio toscano. Che, è vero: non è selvaggio, ma modellato dal lavoro paziente degli uomini nel corso dei secoli per l’appunto, con continui e minuti aggiustamenti, fino a renderlo il capolavoro che è, degno perciò di tutela come ogni più prezioso bene. Un’opera fatta a misura con parsimonia e senso delle proporzioni. Senza scarti improvvisi e titaniche reinterpretazioni!
Dell’impatto sugli ecosistemi. La TUI, anche nella copiosa documentazione illustrata nel corso del Dibattito Pubblico, ha ripetutamente dichiarato di avere calcolato bene i consumi idrici ed energetici connessi all’intervento. In realtà, quanto emerso ad oggi concerne essenzialmente i fabbisogni di Tui, mentre nulla in pratica è stato detto degli impatti che sull’ambiente nel suo complesso, sugli ecosistemi locali e sullo stesso tessuto socioeconomico questa struttura avrà, coi suoi consumi d’acqua, i suoi carichi di rifiuti, i suoi flussi di traffico, etc. Non abbiamo dubbi sul fatto che in qualche modo Tui troverà il modo di soddisfare i suoi fabbisogni, ma cosa accadrà a tutto il resto? Cosa succederà alla falda idrica sottoposta agli inusitati prelievi necessari al campo da golf? Quello che Tui dovrebbe presentare e ad oggi non ha presentato è un vero e proprio Bilancio Ambientale del progetto proposto. Un bilancio scientifico serio, tramite il quale asseverare senza la benché minima ombra di dubbio che i conti dell’ecosistema Castelfalfi tornino davvero. Quando si fossero chiariti in modo inequivocabile i due punti per noi dirimenti della pagina precedente, precedente e nello stesso tempo il progetto venisse commisurato ad un impatto davvero sostenibile per il territorio locale, noi ambientalisti saremmo anche disposti a parlare serenamente di risparmio idrico ed energetico, di efficienza e innovazione, di pannelli solari e fitodepurazione. Nessuna preclusione dunque al dialogo con TUI intorno alla minimizzazione degli impatti dell’intervento, ma entro un contesto relazionale chiaro, che è quello già ampiamente descritto, ed entro l’ottica di un progetto realmente proporzionato alle capacità di carico dell’ecosistema locale.
Reddito non rendita! Questo è quanto la Regione Toscana (nel Piano di Indirizzo Territoriale) afferma esplicitamente di voler perseguire nelle sue politiche territoriali, insieme alla stringente tutela del paesaggio nel suo complesso e del patrimonio collinare in particolare. Ebbene: questa è una straordinaria occasione di veder concretamente realizzato uno slogan che molti di noi condividono. Si passi dal dire al fare, dunque! La TUI dice, infatti, di dover rientrare dagli enormi stanziamenti finanziari serviti all'acquisto della Tenuta. Bene, ci rendiamo conto del fatto che l’operazione, alla fine del percorso metaprogettuale, debba essere sostenibile anche a livello economico. Sappiamo anche che il Piano Strutturale di Montaione prevede per la Tenuta una prioritaria funzionalità turistico/ricettiva. Ciò che proponiamo adesso ci pare sensato e ragionevole. Si convertano parte delle attività previste nel progetto (basate di fatto sulla rendita immobiliare e su una ricettività da “enclave di lusso”) in grande agricoltura da filiera corta. Biologica, tipica, d’altissima qualità, che occupi prioritariamente lavoratori montaionesi. Un grande, ambizioso progetto di ruralità locale basato su un possibile patto. Un patto coraggioso tra Amministrazione Comunale, Circondario, Regione Toscana, Sindacati, agricoltori e ambientalisti. Quello che proponiamo, in ultima analisi, è di non chiudere il confronto, ma semmai, proprio adesso, al termine del Dibattito Pubblico, di riaprirlo! Attraverso il rigoroso vaglio delle valutazioni tecniche (Bilancio Ambientale ed Energetico in primis) e una costante e capillare osmosi comunicativa verso le comunità locali. Nella piena consapevolezza e nella speranza che nessuno di noi senta l’altro come nemico, bensì come semplice e degno interlocutore.
Hanno aderito finora (14 dicembre 2007, ore 20):
Marcello Buiatti, Presidente Nazionale di Ambiente e Lavoro; Vittorio Cogliati Dezza, Presidente Nazionale di Legambiente; Giovanni Losavio, Presidente Nazionale di Italia Nostra; Fulco Pratesi, Presidente Onorario WWF Italia; Enzo Venini, Presidente Nazionale WWF Italia; Edoardo Zanchini, Segreteria Nazionale di Legambiente; Antonello Alici, Segretario Generale di Italia Nostra; Vittorio Emiliani, Comitato per la bellezza; Carlo Ripa di Meana, Presidente Comitato Nazionale per il Paesaggio; Edoardo Salzano, Urbanista (eddyburg.it); Piero Baronti, Presidente di Legambiente Toscana; Nicola Caracciolo, Presidente Regionale di Italia Nostra; Renato Cecchi, Direttivo di Ambiente e Lavoro Toscana; Fausto Ferruzza, Direttore Legambiente Toscana; Leonardo Rombai, Presidente Italia Nostra Firenze; Guido Scoccianti, Presidente Sezione Toscana WWF; Maria Rita Signorini, Consigliera Nazionale di Italia Nostra; Enrico Falqui, Comitato Scientifico di Legambiente; Paolo Baldeschi, Urbanista (Università di Firenze); Massimo Desanti, Rete Toscana Comitati; Alberto Magnaghi, Urbanista (Università di Firenze); Cosimo Mazzoni, Avvocato, Rete Toscana Comitati; Giorgio Pizziolo, Urbanista (Università di Firenze); Marco Boldrini, Presidente Legambiente Empolese Valdelsa; Alessio Papini, Responsabile Sezione WWF Firenze; Cristina Raugei, Responsabile gruppo attivo WWF Empoli Valdarno; Beppe Pandolfi, Paesaggista, Legambiente il Passignano; Fabrizio Bottini, urbanista (Politecnico di Milano); Vezio De Lucia, Urbanista; Lucilla Tozzi, Presidente di Italia Nostra Siena; Teresa Liguori, Consigliera nazionale di Italia Nostra; Liliane Buffaut Mungo, Sezione di Italia Nostra Valdichiana; Lorenzo de Luca, Agronomo; Marco Massa, Urbanista (Università di Firenze); Mauro Agnoletti, Professore, Dip.Scienze e Tecnologie Ambientali Forestali (Università Firenze); Antonio Mancuso, Italia Nostra Sezione Cirò; Alberto Asor Rosa; Alberto Ziparo, Dip. Urbanistica e Urbanistica e Pianificazione del Territorio (Università di Firenze); Daniela Poli, Urbanista (Università di Firenze); Sandro Roggio, Italia Nostra Sassari
Sembrano lontani i tempi in cui Aldo Natoli e Carlo Melograni tuonavano, dai banchi del Campidoglio, contro la febbrile speculazione edilizia che ha distorto lo sviluppo urbanistico di Roma nella seconda metà del Novecento. Dopo cinquant'anni, quelli che allora erano definiti (con snobismo) «palazzinari» sono diventati imprenditori modello della città, promotori di occupazione e testimoni di modernità. Perfino di stile.
Lo scaltro Scarpellini, per primo, ha chiamato il celebre Manuel Salgado per progettare il «suo» quartiere della Romanina ed ora i costruttori mettono in fila le archistar internazionali per riempire di funzioni lo spazio che presto sarà lasciato libero, sulla via Cristoforo Colombo, dai capannoni dell'ex Fiera di Roma. Gehry, Foster, Nouvel, Fuksas, De Portzamparc, perfino Eisenman: architetti purosangue in gara per far vincere ai rispettivi committenti un mega-appaltone di 800 milioni che ricorda quell'altro di 600 per la manutenzione delle strade.
Ma non bisogna farsi accecare dalle stelle dell'architettura, che più che artisti ispirati dal nuovo paesaggio socio-culturale romano sono freddi fabbricatori appassionati al proprio business. È l'odore dell' arrosto ad averli richiamati sulla Colombo, sono le fantasmagoriche parcelle promesse dai costruttori, che a loro volta puntano su colossali guadagni, a muovere le inclite matite.
Il ricorso al talento delle archistar garantisce che la montagna di metri cubi che sorgerà sulla Colombo sarà di ottima qualità architettonica, chiunque possa essere il vincitore della corsa all'ex Fiera. È un enorme passo avanti rispetto a quando i costruttori pretendevano di fare business senza neppure tener conto dell'estetica, risparmiando in più sull'onorario dei progettisti. Ma si tratta di una autentica svolta culturale e professionale, di un costoso adeguarsi alle necessità del mercato immobiliare, o addirittura del sintomo di una nevrosi? Per essere chiari: di quel freudiano contrappasso che induce l'uomo a rimuovere le male intenzioni con ripetute dichiarazioni di buoni sentimenti? Il nuovo «mattone col pennacchio» è probabilmente un po' di tutto questo.
Non so se conoscete la Baia di Sistiana, ad un passo da Trieste. Se non l’avete ancora ammirata nella sua miracolosa integra bellezza, andateci: c’è un progetto di «valorizzazione» della Regione che incombe su di essa. Per contro, in Sardegna, altra Regione autonoma, il governatore Soru, dopo il decreto salva coste, ha varato i piani paesaggistici, il Tar gli ha dato quasi integralmente ragione, ma il centrodestra (e non solo) lo attacca a testa bassa e si sta attrezzando per un bel referendum popolare che bocci a furor di cemento quei piani illuminati. Si va facendo sempre più strada l’idea populistica che il paesaggio non appartiene all’intera Nazione (articolo 9 della Costituzione), ma delle popolazioni locali. E che lo Stato, le Soprintendenze sono dei meri consulenti tecnici.
Non c’è pace per il paesaggio italiano che pure - assieme alle città d’arte ricomprese in esso in un unico palinsesto - rappresenta la superstite risorsa primaria per il nostro turismo di qualità (le spiagge ce le siamo ampiamente giocate, Sardegna parzialmente esclusa, e le montagne ce le stiamo giocando). L’ultima legge finanziaria garantisce, purtroppo, la continuazione dell’invasione edilizia in atto da alcuni anni permettendo ai Comuni di finanziare ancora la spesa corrente con gli oneri di urbanizzazione. L’articolo 24 comma 5 del disegno di legge - come ha ben spiegato Il Sole 24 Ore di martedì 11 dicembre - «torna all’impostazione prevista lo scorso anno (il 50 % degli introiti può finanziare la spesa corrente dei Comuni e un ulteriore 25% può essere destinato alla manutenzione ordinaria del patrimonio comunale)». Anzi, questo regime, lasciatemelo dire, sciagurato viene consentito per tutto il prossimo triennio, cioè fino al 2010.
Quindi, per tre anni ancora non c’è speranza di salvezza per il già intaccato paesaggio italiano. A questo punto la commissione Settis per la revisione del Codice per il paesaggio servirà a poco quando avrà concluso (ma quando?) i lavori. E non a molto serviranno i piani paesaggistici regionali previsti per il maggio 2008 (sempre che essi non si limitino a dare buoni consigli). È vero che, grazie all’iniziativa del verde Angelo Bonelli raccolta da Rutelli, entrerà in finanziaria un fondo triennale di 15 milioni l’anno per abbattere gli ecomostri in siti come Monticchiello e, in genere, per mitigare l’impatto paesaggistico dell’edilizia più invasiva. Ma non era meglio prevenire riducendo la quota degli oneri di urbanizzazione spendibili in forma corrente anziché metterci poi una toppa, un rammendo, una mascheratura? La risposta mi pare ovvia.
Quanto ricaveranno i Comuni da quella norma? Secondo il quotidiano economico della Confindustria, «con questo intervento le spese correnti trovano un finanziamento aggiuntivo per circa 800 milioni di euro». Ciò significa che, per non trasferire ai Comuni questa cifra (o una parte di essa) per la spesa corrente, il governo, lo Stato autorizzano gli Enti locali a continuare a «fare cassa» con l’edilizia e quindi con l’ulteriore avanzata della Bruttezza nel nostro paesaggio.
Saggiamente, nel 1977, la legge n.10 firmata dall’allora ministro dei Lavori Pubblici, il repubblicano Pietro Bucalossi, stabilì che i Comuni potessero utilizzare gli introiti provenienti dall’edilizia soltanto per spese di investimento. Malauguratamente la legge finanziaria del 2001 (secondo governo Berlusconi, notate bene) travolse l’articolo 12 della Bucalossi permettendo che i Comuni potessero con quegli introiti turare invece le falle del bilancio ordinario. Prende avvio da lì il meccanismo infernale, inarrestabile, che ha concorso a devastare l’Italia più bella e integra. Tanto più laddove, come in Toscana, i Comuni sono stati sub-delegati dalla Regione alla tutela del paesaggio, preferendole, come si vede anche a occhio nudo, l’edilizia.
Gli appelli contro lo scempio del Belpaese arrivano, quotidianamente, da tutta Italia. A Casole d’Elsa (Siena) è emerso uno dei casi più gravi e imbarazzanti. Qui, difatti, la magistratura è giù intervenuta a bloccare il cantiere di una lottizzazione orrenda e sospetta. Ma si è venuto a sapere che il Piano comunale d’Intervento adottato il 30 novembre 2001 «continua ad essere approvato per stralci sino al 27 maggio 2007», ben diciassette stralci, pubblicati sul B.U.R.T della Regione. Come spiega una lettera della locale sezione di Italia Nostra, che non ha avuto concrete risposte ufficiali ai propri interrogativi sulle numerose concessioni e costruzioni in essere nel cuore della splendida Val d’Elsa.
Anche dall’Umbria vengono acuti segnali di allarme. Lanciati nell’ancora recente convegno promosso a Trevi dall’etruscologo Mario Torelli a difesa di quel colle decorato, da secoli, di splendidi e produttivi uliveti. Nell’alto Lazio, nella Tuscia, a Sutri per esempio, si avverte forte la pressione speculativa di Roma, praticamente inarrestabile. A Bologna è in pericolo, qui per una lottizzazione avallata dal Tar e dal Consiglio di Stato, l’integrità della collina coraggiosamente vincolata (ben 2.500 ettari) ai tempi di Dozza e Fanti. Sull’Adriatico, dal litorale inesorabilmente cementificato, dove le dune sono quasi tutte sparite, costruzioni di ogni genere stanno ormai risalendo le vallate. Per esempio nelle Marche seminando, nel massimo disordine, capannoni, ville e villette in un paesaggio che ancora pochi anni fa si presentava integro. A Colli del Tronto (Ascoli Piceno) si è tenuto pochi giorni fa un affollato, appassionato convegno organizzato da Sd, con la presenza di numerosi comitati, e aperto dall’intenso saluto del pittore Tullio Pericoli che qui è nato e che qui è tornato, d’estate, a lavorare, a dipingere paesaggi.
«Non rubateci il nostro futuro. Aiutateci a salvare ciò che di bello è ancora salvabile», è intitolato l’appello lanciato, anche da personalità fuori dalla politica come l’ex procuratore della Cassazione, Galli Zucconi Fonseca, a Regione, Province e Comuni marchigiani. I cui recenti piani regolatori prevedono invece «forti espansioni residenziali e produttive» (nonostante la crescita lentissima della popolazione), con «un danno gravissimo e irreversibile alla bellezza» delle Marche, flagellate da alluvioni disastrose alla prima pioggia prolungata e battente. Situazione denunciata dal presidente della Provincia ascolana, Massimo Rossi e dal docente universitario Piergiorgio Bellagamba autore di un lucido volume sul paesaggio violentato, con foto che parlano da sole.
Giorni fa mi è capitato in un dibattito televisivo di sentire affermare, spontaneamente, dal rappresentante del Collegio Nazionale dei Geometri, Pavoncelli, che anche questo organismo «è allarmato da un eccessivo consumo di suolo» (e quindi di paesaggio), troppo intenso per il nostro delicato Paese, il più intenso d’Europa. Le associazioni agricole, in specie la Coldiretti, denunciano la sottrazione ormai insostenibile dei terreni migliori a favore del cemento e dell’asfalto. Al convegno di Colli del Tronto il giovane assessore provinciale di Biella, Davide Bazzini, è venuto a dare una sofferta testimonianza: «La stoffa migliore del mondo viene prodotta in un territorio che fa schifo». È un ragionamento analogo a quello che fanno i produttori toscani dei grandi vini: capiscono di venderli meglio all’estero se il loro mirabile paesaggio rimane bello, se non imbruttisce. Come purtroppo sta accadendo.
Date queste premesse, cosa ci aspettavamo dal governo Prodi? Almeno una prima riduzione, in legge finanziaria, della percentuale di proventi edilizi utilizzabile per spese correnti. Non la conferma della quota di un anno fa e, soprattutto, non la proiezione di quell’incentivo a cementificare sino al 2010. Su questi temi strategici si misura tuttora, eccome, la differenza concreta fra destra e sinistra.
Sullìargomento si veda anche l'eddytoriale n. 109
Il mestiere dell’ambientalista comporta errori, come ogni mestiere. Il fatto è che ambientalisti si dovrebbe essere per il solo fatto che siamo al mondo e non per professione perché la professione, alle volte, riduce tutto ad un’abitudine.
E così accade che Greenpeace, che ha salvato balene innocenti, ha subìto l’affondamento di sue navi, arresti e soprusi, ha salvato con coraggio luoghi dall’orrore delle radiazioni nucleari, accade, dicevamo, che anche Greenpeace prenda un granchio nonostante il blasone e trenta anni di dedizione alla causa.
Gli avventurosi volontari della libera associazione, sbarcati in città, sostengono che, siccome la Sardegna ha la fortuna di essere battuta incessantemente dal vento, allora con un po’ di centrali eoliche e con l’utilizzazione del solo 3% del territorio dell’Isola noi potremmo soddisfare il 50% del nostro fabbisogno energetico, che significherebbe ottenere dalle pale eoliche più di sette milioni di chilowattore l’anno. Nientemeno.
Beh, ci trattano come le balene da salvare.
Ma anche le balene meno avvedute sanno che si può ricavare dall’energia eolica una piccola percentuale di energia rispetto a quanta ne consumiamo e che non potremmo mai ottenere sette milioni di chilowattore neppure se trasformassimo l’intera Isola in un immenso ventilatore. E sanno che la monocultura del vento, da sola, risolve poco. Insomma, ci hanno rifilato una panzana, una frottola.
Nessuno può ragionevolmente essere contro l’eolico, il fotovoltaico e tutte le altre fonti di energia pulita. Però servono norme, un piano, e ce li siamo dati. Non servono pale eoliche che sfigurano il Limbàra e i luoghi più belli dell’Isola, né un fotovoltaico infestante privo di regole. Così, senza dimenticare i meriti e le medaglie di Greenpeace, si possono suggerire agli scalatori animosi altri palazzi e altri obiettivi. Ricordiamo al responsabile del blitz e del goliardico striscione di Greenpeace come si sia formata da queste parti (anche grazie alle loro azioni) un’opinione pubblica che ha espresso un pensiero compiuto sul paesaggio, sui problemi dell’energia, sul consumo dei suoli, sul turismo distruttivo che infetta l’isola per tre mesi l’anno, sul problema dello smaltimento dei rifiuti e quello delle emissioni. Quanto al problema del carbone, anche le balene sanno che dalla combustione del carbone si ottiene, appunto, anidride carbonica, ne discutono e hanno capito che un obiettivo assennato è quello di abbandonare, quando si potrà, una fonte di energia “sporca” con i minori traumi sociali possibili. Greenpeace ha dato un contributo alla discussione sul carbone (il “carbone pulito” è un’utopia) ma ha generato una dannosa confusione e diffuso informazioni sgangherate sull’eolico e sul piano per l’energia isolani proprio mentre un’intera comunità ne discute e si da regole. Esiste solo nella fantasia del suo portavoce un lotta tra carbone ed energia pulita. E’ un modo malizioso e fasullo di presentare la realtà.
Ci auguriamo che Greenpeace continui la sua muscolosa attività e che non faccia mai dell’ambientalismo un mestiere. Siamo certi che qualche sacco di carbone recapitato in segno di rimprovero, come accade per l’epifania, non faccia male a nessuno. Anzi, moltiplica le riflessioni e, quindi, è benefico. Però, anche di questo siamo certi, la Befana si informa con cura sui nostri peccati, prima di consegnarci il temuto carbone.
Riprende la collaborazione di Giorgio Todde a La nuova Sardegna e a eddyburg. Qui trovate una informazione sull'evento cui il corsivo di Todde si riferisce, che è stato ampiamente raccoontato dai giornali sardi ma nn dalla stampa nazionale
CASTELFALFI, ultimo atto. Il progetto di Tui Ag si può fare ma con alcuni accorgimenti. «Da questo processo emergono otto raccomandazioni la prima della quali dice che nella misura in cui si può, il progetto s’ha da fare. A patto che, ed è questa la seconda ma non meno importante, la calibratura delle sue dimensioni sia a livello compatibile con il contesto in cui si inserisce. Da cittadini e associazioni viene insomma un invito alla parsimonia ambientale e al deciso ridimensionamento del progetto».
Così il garante della comunicazione della Toscana Massimo Morisi ha sintetizzato il lavoro svolto durante il dibattito pubblico, istituito ad hoc da Comune e Regione per promuovere la partecipazione attiva dei cittadini su opere che possono cambiare il volto di un territorio. Nel teatro Scipione Ammirato di Montaione (che conta in tutto 3600 abitanti) c’erano più di 300 persone, tra abitanti del luogo e molti curiosi che sono venuti da tutta la zona del Circondario Empolese Valdelsa. Al dibattito conclusivo hanno partecipato il presidente della regione Claudio Martini, l’assessore al territorio Riccardo Conti e il sindaco di Montaione Paola Rosseti.
«Non abbiamo paura di dialogare con Tui - ha detto il sindaco concludendo il suo discorso – perché possediamo gli strumenti e la cultura per farlo. Chiediamo loro un ridimensionamento, la massima attenzione alla qualità paesaggistica e un piano industriale vero, capace di mostrare le ricadute sull’economia locale».Paola Rossetti ha annunciato inoltre che lo studio sulle risorse idriche affidato ad Acque S.p.A. è in via di completamento e che l’intera questione verrà presto sottoposta all’attenzione del Consiglio comunale di Montaione, sottolineando che ogni cittadino dovrà avere la possibilità di seguire tutte le fasi dello sviluppo del progetto. Tra le prime file del teatro c’erano ovviamente anche i dirigenti di Tui Ag, la multinazionale tedesca che ha acquistato l’antico borgo di Castelfalfi dichiarando di volerlo trasformare in un centro turistico di qualità. Dal fact totum del progetto Castelfalfi Resort, Martin Schlüter, è però sfuggita una sostanziale scetticità verso il ridimensionamento prospettato dal sindaco: «Abbiamo già detto 2 mesi fa che eravamo vicini al limite, non possiamo ridurre ancora il nostro progetto. C’è - continua Schlüter - un punto di sostenibilità per tutelare l’investimento, comunque discuteremo tutto apertamente con l’amministrazione». Non è però emerso dal dirigente fino a che punto questo sarà possibile e a quali condizioni. Durante il dibattito, rivolgendosi ai rappresentanti della Tui, Claudio Martini ha detto che se a Castelfalfi saranno in grado di proporre un progetto di qualità, diventeranno interlocutori più credibili anche per ulteriori operazioni di recupero possibili in altre zone della Toscana. «Fare un lavoro fatto bene qui, - ha detto Martini - non un’operazione qualunque, dà a Tui una carta di credito per diventare un interlocutore importante anche della dimensione pisana e fiorentina».
Nota: sia per quanto riguarda la (già piuttosto intricata) questione specifica di Castelfalfi, che sul tema generale della trasformazione del territorio e del paesaggio, rurale e non, della Toscana, eddyburg.it ha aperto da tempo una apposita cartella, in cui è possibile sia formarsi un'opinione critica, sia ricostruire almeno in parte il dibattito generale e le principali posizioni, inclusa quella della redazione del sito (f.b.)
MILANO - Meno televisioni e più mattone. Meno blitz in Borsa (salvo per casi “sensibili” come quello di Mediobanca) e più investimenti senza troppi rischi. Dopo aver rimescolato le carte della politica italiana creando dal nulla il “Popolo della Libertà”, Silvio Berlusconi prepara un lifting radicale anche per la sua Fininvest.
Il primo segnale è arrivato dalle casseforti cui fa capo il controllo del Biscione che con una raffica di assemblee straordinarie nelle ultime settimane hanno rivisto lo statuto in modo da allargare il loro business al settore immobiliare. Il secondo tassello di questa svolta strategica potrebbe essere piazzato in tempi molto brevi: la holding di via Paleocapa, secondo indiscrezioni attendibili, sarebbe a un passo dall’acquisto da Pirelli Re di Villa Somaglia – detta il “Gernetto” – a Lesmo (due passi da Arcore), un edificio settecentesco decorato dal Canova e circondato da un parco secolare di 35 ettari. Il prezzo sarà di circa 35 milioni – nemmeno troppo, meno di quanto costi Ronaldinho – e la tenuta brianzola dovrebbe finire sotto il cappello della Fininvest sviluppi immobiliari, società nata sulle ceneri di Cinema 5 e destinata ad assumere un ruolo sempre più rilevante nell’impero del Cavaliere.
Il ritorno al mattone dell’ex-premier non è un semplice Amarcord degli anni ruggenti di Milano 2 e dell’Edilnord. La decisione sarebbe frutto di un’approfondita revisione strategica della cassaforte di famiglia, avviata nei mesi scorsi dopo l’ingresso nel capitale – accanto a Marina e Piersilvio – dei tre figli di Veronica Lario. Obiettivo: gestire il patrimonio di Arcore per il futuro in un modo più conservativo, evitando – com’è successo quest’anno – di vedere andare in fumo 1,5 miliardi dei beni di casa per il tracollo dei titoli Mediaset, Mediolanum e Mondadori a Piazza Affari.
Villa Gernetto è la prima pietra di questa svolta decisa assieme agli storici consulenti finanziari di famiglia. Il futuro del Biscione – per risparmiare le coronarie e il portafoglio dei soci non impegnati nella gestione operativa – si dovrebbe concentrare su investimenti lontani dai capricci di politica e Borsa, soprattutto all’estero e nel settore immobiliare. Non più nel campo della costruzioni come in passato, ma comprando «edifici di prestigio da mettere a rendita» come recitano gli obiettivi della Fininvest Servizi immobiliari che ha debuttato qualche mese fa rilevando il palazzo di Via Negri a Milano, sede de “Il Giornale Nuovo”, per puntellare i conti traballanti del fratello dell’ex premier.
La tenuta di Lesmo è stata utilizzata fino ad oggi come centro formazione Unicredit ed è da tempo nel mirino del Cavaliere. Le prime avance sono state fatte proprio ad Alessandro Profumo qualche anno fa, quando la villa era parte integrante del patrimonio di Piazza Cordusio. Ma il numero uno della banca aveva respinto le proposte di Berlusconi. Poi tutti gli immobili dell’istituto milanese sono passati alla Pirelli Re e l’ex premier – visti i buoni rapporti con la Bicocca cui ha già girato Edilnord – è tornato all’assalto. Questa volta, pare, con successo.
Per la Fininvest non sarà troppo difficile «mettere a rendita» il nuovo gioiello brianzolo: a pagarle l’affitto, salvo sorprese dell’ultima ora, sarà l’erigenda “Università del pensiero liberale”, vecchio pallino accademico di Berlusconi che vorrebbe portare in cattedra sulle rive del Lambro, nelle “Frattocchie” del centro-destra, docenti del calibro di Tony Blair, Josè Maria Aznar, Vladimir Putin e Bill Clinton. Le ville di famiglia (Macherio, Arcore e Certosa) sembrano invece destinate – almeno per ora – a rimanere fuori dalla Fininvest, sotto il cappello di quella Dolcedrago controllata direttamente dall’ex-premier (99%) e da Marina e Piersilvio (0,5% a testa).
Il carburante della nuova vita del Biscione sarà il “tesoretto” di via Paleocapa, la ricca liquidità – un miliardo di euro circa – raccolta con il collocamento del 14% di Mediaset tre anni fa e parcheggiata finora in investimenti a breve termine. Una forza di fuoco che potrebbe facilmente raddoppiare visto che via Paleocapa può sopportare senza alcuna difficoltà fino a un miliardo di debiti.
Qualche decina di milioni, a dire il vero, se n’è già andata nel raddoppio al 2% della quota in Mediobanca, partecipazione strategica che garantisce a Berlusconi una poltrona nel salotto in cui si decidono i destini di alcuni degli snodi cruciali della finanza italiana come Generali, Telecom ed Rcs. Il resto – salvo occasioni irripetibili – verrà utilizzato per consolidare con investimenti “sicuri” e meno volatili di Piazza Affari il patrimonio (11 miliardi di dollari secondo Forbes) di Arcore. A garanzia degli interessi di tutta la famiglia.
Due grandi navi crociera da 100 mila tonnellate. E in mezzo, piccolo piccolo piccolo, il campanile di San Marco. Motoscafi e Gran Turismo che si muovono come pesciolini vicino a due enormi balene. E’ l’immagine simbolo della grande mostra sul «degrado veneziano» che l’associazione «Amici di Venezia» inaugurerà in gennaio ai Magazzini del Sale. Gondolieri, professionisti, cittadini armati di macchina fotografica che hanno immortalato i tanti problemi della città visti dall’acqua. Pietre danneggiate, moto ondoso, traffico acqueo impazzito. E, sosprattutto, le grandi navi.
Una polemica che torna attuale, dopo l’aumento di arrivi delle grandi navi crociera, e il dato record di un milione di passeggeri. Le crociere portano ricchezza. Ma è proprio necessario far passare i «mostri del mare» a due passi da San Marco? Il comitato ha raccolto dati e studi dell’Arpav e del Cnr, scattato immagini e messo insieme un vero dossier di denuncia. «Le grandi navi inquinano», sostiene Marco Zanon, gondoliere, tra i promoori della grande mostra, «danneggiano i fondali e le rive, spostando masse d’acqua enormi».
Secondo le indagini dell’Arpav una grande nave da crociera emette inquinamento da polveri sottili e zolfo pari a 14 mila automobili circolanti in un giorno, il 15 per cento dell’inquinamento totale dell’area veneziana. Le grandi eliche sollevano sedimenti e scavano i fondali. Dalle indagini effettuate non risulta che le navi producano «onde» più di altri motoscafi. Ma il fenomeno pericoloso, secondo gli esperti, è quello dello spostamento di enormi masse d’acqua, e il risucchio dai canali che «svuota» di colpa o rii accelerando il degrado delle strutture. Spostamenti di almeno 100 mila tonnellate d’acqua.
Una battaglia che si riaccende, quella contro le grandi navi a San Marco. Qualche anno fa si era progettato di farle approdare a Marghera. Succede in tutte le grandi città d’Europa meta di crociere. Le navi attraccano nelle aree portuali e i passeggeri vengono portati in città con il bus o i trimarani di bordo. Solo a Venezia le agenzie vendono il «passaggio» per San Marco. Mozzafiato, sicuramente, ma anche molto rischioso per i delicati equilibri della città. Qualche anno fa una nave si era incagliata davanti al palazzo Ducale in una giornata di nebbia. Il soprintendente Giorgio Rossini aveva annunciato un decreto per «sfrattare» le navi da San Marco. Il Comune aveva annunciato un progetto per attrezzare nuove banchine a Marghera. Ma non se n’era fato nulla. E il «business» aveva preso il sopravvento sulla discussione. Nonostante le denunce di Italia Nostra e gli allarmi lanciati dai tecnici.
Qualche giorno fa il problema è tornato di attualità, con la presentazione di una interrogazione al ministro Bianchi da parte del senatore veneziano Felice Casson. E quello delle grandi navi in Bacino sarà uno dei nodi che si troverà a dover sciogliere il nuovo presidente dell’Autorità portuale. Intanto le associazioni si sono messe insieme e annunciano battaglia. «E se dovesse perdere il controllo?» recita la didascalia sotto la foto delle due navi affiancate a poche decine di metri da San Giorgio. Il filmato, con efficace colonna sonora dei Pirati dei Caraibi, mostra immagini impressionanti. La via Garibaldi «murata» da una nave più alta dei campanili, e una grande scritta: «E se dovesse perdere il controllo?»
La giustizia sociale si realizza con il trasporto pubblico. Si può aggiungere che si realizza anche con il trasporto pubblico. Ma la nettezza con la quale Richard Burdett esprime il suo convincimento supera le sfumature. Architetto, consulente del sindaco di Londra Ken Livingstone (che per il suo radicalismo chiamano Ken "il rosso"), Burdett studia da tempo quanto la struttura fisica di una città produca benessere sociale o, al contrario, esclusione. Da Berlino a Johannesburg. Da Città del Messico alla sua Londra. Sua fino a un certo punto, perché Burdett ha vissuto per vent’anni a Roma, sulla via Cassia (il padre era il corrispondente della Cbs), e ora si muove con agio su una scala che comprende Parigi, Bogotà, Kinshasa e Mumbai. La città occidentale ancora sufficientemente definita nella sua forma e le sterminate conurbazioni africane o asiatiche. In questi giorni Burdett, che insegna alla London School of Economics, è a Roma per un convegno (vedi il box in questa stessa pagina), dove propone i dati che continuamente acquisisce, come direttore del progetto Urban Age, su che cosa stanno diventando le città nel mondo.
Cominciamo da Londra.
«Londra sta crescendo, a differenza delle altre grandi città europee: 750 mila persone arriveranno entro il 2015».
Perché dice "arriveranno"?
«Perché la gran parte dei nuovi londinesi verranno da fuori, in particolare dall’Europa dell’est. Si prevedono almeno 400 mila nuovi posti di lavoro. D’altronde Londra ha superato Tokyo e New York per il giro degli affari che si realizzano e per gli investimenti soprattutto di russi e arabi».
E la città come si prepara ad accogliere i nuovi venuti?
«Livingstone ha deciso che tutto lo sviluppo edilizio si svolga all’interno degli attuali confini della città - la cosiddetta Green Belt - senza consumare un centimetro quadrato del verde che la circonda. Si edificherà solo sui terreni abbandonati - ex aree industriali, vecchi scali ferroviari, depositi di gas o elettrici. E solo dove già esiste un sistema di trasporto pubblico. Londra ricostruisce se stessa».
È un fenomeno urbanistico e sociale insieme.
«Nascono quartieri che dovrebbero sfruttare la vera forza della città, la forza della reciprocità, come la chiama il sociologo Richard Sennett, quella che sconfigge "l’estraniamento e il rancore". La città è nata mescolando funzioni diverse - la casa, il lavoro, la cultura, il divertimento. Ogni quartiere deve riprodurre questi intrecci. Tenga poi conto che almeno metà di tutti i nuovi insediamenti deve essere accessibile alle fasce economicamente più deboli, da chi ha pochissimi mezzi fino a chi sta già un po’ meglio, ma certo non può permettersi i prezzi del libero mercato. I quartieri evitano di diventare ghetti se ospitano persone di ceti diversi».
Apro una parentesi. Fra la città che cresce disperdendosi sul territorio e la città compatta, che invece tiene ben presenti i suoi confini, lei predilige questo secondo modello?
«Non c’è dubbio. La prima è la città dell’auto privata. Occorre ricordare che le grandi città del mondo contribuiscono per il 75 per cento alle emissioni di anidride carbonica?».
Forse sì.
«E allora facciamolo. Ma la città compatta non ha solo minori effetti sul riscaldamento globale. È molto meno costosa, perché i trasporti pubblici e tanti altri servizi non sono costretti a rincorrere i brandelli di quartieri sparsi nel territorio».
Torniamo a Londra. Si vedono già gli effetti di quella che gli urbanisti chiamano la ridensificazione?
«L’uso delle macchine è diminuito del 20 per cento dal 2001. E nello stesso periodo è raddoppiato quello dei mezzi pubblici su strada. Il 99,8 per cento di chi lavora nella City - gente ricca, forse straricca - usa o la metropolitana o l’autobus. I parcheggi sono stati banditi dal centro...».
... e invece parcheggi si progettano e si costruiscono nei centri storici di Milano e di Roma...
«A Londra si prevedono parcheggi in centro solo per i disabili. Ma accade lo stesso a Tokyo, dove quasi l’80 per cento degli abitanti usa stabilmente la metropolitana. I soldi che l’amministrazione londinese incassa dal biglietto d’ingresso delle auto nel centro - fra i 2 e i 300 milioni di euro l’anno - sono destinati a migliorare il trasporto pubblico e tutti i servizi che si realizzano nei nuovi quartieri - ospedali, biblioteche, scuole».
La tendenza che prevale nel mondo, però, è lo sprawl urbano, la città diffusa. Sia nel mondo occidentale, tanto più in Africa o in Sudamerica dove l’urbanesimo è quello degli slums, delle baraccopoli.
«Città del Messico esemplifica al meglio la tensione tra ordine spaziale e ordine sociale. La sua sterminata espansione, con il 60 per cento dei 20 milioni di abitanti che vivono in baracche e case abusive, rivela disparità economiche enormi, ma che sono rese più acute dal dominio delle auto in una città in cui la benzina costa meno dell’acqua minerale».
E come si fronteggia questo fenomeno?
«Purtroppo si continua a investire in autostrade a due livelli anziché nel trasporto pubblico. Queste scelte stanno deteriorando ulteriormente la città, aumentando i tempi di tutti gli spostamenti e spingendo i poveri ai margini più remoti di una metropoli che sembra non avere limiti».
E i più ricchi?
«Cercano protezione nelle comunità blindate e protette da grate o nei nuovi ghetti verticali di Santa Fè, grattacieli scintillanti che dominano la città di casupole. Non è difficile capire che solo aumentando la popolazione che vive nei quartieri centrali si può ovviare alle gravi carenze strutturali - trasporti pubblici insufficienti, l’acqua potabile che scarseggia, terreno franoso e mancanza di spazi aperti. Ma l’assenza di qualunque controllo sull’edificazione fuori dei confini legali della città vanifica ogni tentativo di pianificazione».
I centri storici si svuotano di residenti anche in Italia.
«È grave che ciò accada. Gli effetti negativi si propagano in tutta la città. Un caso estremo, però, è quello di Johannesburg, dove il quartiere di Hillbrow, che era la sede delle principali istituzioni finanziarie fino al 1994, nello spazio di pochi anni è diventato una zona inaccessibile, sia ai neri che ai bianchi. Il paesaggio è inquietante, di sera si vedono solo le luci tremolanti di cucine improvvisate: indicano la presenza di una nuova sottoclasse urbana priva di diritti. Gli edifici, anche quelli di recente costruzione, restano vuoti o vengono chiusi con assi di legno. Questa regione diventerà una delle più popolose dell’Africa, malgrado gli effetti dell’Aids e una speranza media di vita di 52 anni. Ma se lo spazio e i trasporti pubblici non riescono a sviluppare il loro potenziale democratico, diventando luogo di integrazione e di tolleranza, si creerà un sistema che celebra la diversità e non l’inclusione».
Lei sovrintende alle trasformazioni di Londra in vista delle Olimpiadi del 2012. Cosa state progettando?
«Abbiamo scelto una delle zone industriali dismesse della città, Lower Lea Valley, dove non si investiva da sessant’anni, con pochissimi abitanti, ma con una buona rete di trasporti. Lì costruiremo impianti sportivi che per il 90 per cento smonteremo dopo le gare».
E cosa fate? Una specie di città temporanea?
«In parte sì. Ma intanto allestiremo servizi e infrastrutture che serviranno quando le Olimpiadi saranno finite. Il cuore dell’area sarà una grande stazione ferroviaria. Londra deve continuare a vivere dopo il 2012».
Non ci resta che piangere
“Mi hanno ferito nella cosa che ho di più caro, l’immagine”. (Silvio Berlusconi)
Dopo il boom e il successivo crollo dell’industria pesante, negli anni ’70 e ’80 Milano si impose come mercato a livello internazionale per la produzione e il consumo di beni di alto valore aggregato. Negli anni ’80 in particolare il sistema produttivo smise di puntare sui tradizionali beni durevoli di consumo, dirigendosi verso i cosiddetti beni status symbol: il business milanese postindustriale per eccellenza divenne l’alta moda, legata alla produzione per un folto pubblico abbiente e destinata all’esportazione. Ben presto nomi come Armani, Dolce e Gabbana e Prada divennero famosi e “indossati” in tutto il mondo. Si può dire dunque che il mercato che maggiormente ha caratterizzato l’economia urbana milanese del decennio fu quello dell’immagine, amplificato e completato dalla pubblicità e dall’avvento della televisione privata.
Dalle prime sfilate degli anni settanta, la promozione di Milano a capitale della moda è stata rapidissima. Milano ha calamitato tutte le professioni che in qualche modo erano collegate all’industria dell’immagine: fotografi, modelle/i, editori di riviste, critici, acquirenti, produttori, commercianti, pubblicitari, giornalisti. L’industria dell’abbigliamento d’altra parte ha fatto parte storicamente del melieu economico del milanese: basti pensare alla già citata produzione tessile e all’industria serica, settori trainanti della prima rivoluzione industriale.
L’ascesa dell’economia dell’immagine coincise con una profonda ristrutturazione del sistema produttivo. Tra il 1981 e il 1994 si assistette alla vistosa contrazione, se non a un vero e proprio declino, delle imprese più grandi e all’affermazione di un reticolo di unità tecniche di produzione e lavoro di dimensioni sempre più ridotte. Altrettanto profondi furono i mutamenti intervenuti nella composizione delle attività economiche, che appaiono sempre più contrassegnate dal fenomeno della "terziarizzazione": nel 1981 il 65,7% delle unità locali operavano nel settore dei servizi, incidenza che sale al 68,2% nel 1994. In questo quadro cresce, inevitabilmente, il peso delle piccole e piccolissime unità produttive (quelle da 1 a 9 addetti), che da sole rappresentano nel 1994 quasi il 93% del totale dell’attività economica urbana.
Al di là delle importanti trasformazioni interne del sistema economico e urbano e della crescita dei quartieri periferici, nel decennio ’70 emersero i primi sintomi di un radicale cambiamento che ridisegnerà nel ventennio successivo le sfere sociali, spaziali, politiche e culturali della vita cittadina. E’ infatti in questi anni che si manifestano le prime avvisaglie del progetto ideologico e economico della “Milano che sarà”: “la città dei numeri uno”.
Nel 1970 il gruppo immobiliare Edilnord (di proprietà del cavalier Silvio Berlusconi) iniziò l’edificazione, su di una superficie di 700.000 metri quadrati, di un complesso residenziale, noto come Milano 2, a cui presto sarebbe seguito Milano 3. Questi progetti rappresentavano l’affermazione del paradigma dello status symbol: non si trattava semplicemente di complessi residenziali, bensì della manifestazione spaziale di un nuovo stile di vita. Berlusconi si assicurò che i residenti fossero isolati dagli aspetti “sgradevoli” della vita cittadina: traffico, criminalità, immigrazione, operai; la città stessa.Le “nuove Milano” furono create secondo una serie di caratteristiche architettoniche innovative. I quartieri erano separati in modo netto dal resto della città, delimitati da muri, ponti, strade: gli edifici erano per la maggior parte orientati verso l’interno del complesso e raramente verso il territorio circostante, circondati da verde e con un laghetto centrale. Un efficiente sistema di portineria e vigilanza notturna completava il quadro della sicurezza interna. Il caso di Milano 2 è esemplificativo della ridefinizione dei canoni informatori dei processi di progettazione e costruzione dello spazio urbano, e inoltre simbolicamente legato alla profonda trasformazione che caratterizzerà la vita culturale italiana dalla fine degli anni ’70 (molti dei neoabitanti di Milano 2 furono effettivamente i protagonisti del boom finanza/pubblicità/moda della Milano degli anni ’80).
É da qui inoltre che nel 1974 TeleMilano, la prima emittente televisiva privata a livello locale, iniziò le trasmissioni (all’inizio il segnale era disponibile solamente per i residenti del quartiere). Approfittando dell’assenza di una legislazione adeguata e dell’appoggio del partito socialista, nel 1978 Telemilano avrebbe iniziato a trasmettere non solamente a livello locale. Si faceva largo una nuova strategia celebrativa di ricchezza, del consumo, della forma rispetto al contenuto, come si evince chiaramente in certi momenti e luoghi chiave della vita “pubblica” milanese: nei congressi del Partito Socialista, lo storico simbolo con falce e martello fu sostituito dal più “frivolo” garofano rosso.
La citata vicenda di Telemilano dimostra inoltre la connivenza tra sistema politico e mondo imprenditoriale: tale connivenza ha determinato nuove consuetudini nella gestione della res publica, da cui le politiche urbane e il “fare città” non sono rimasti esclusi. Per intendere i meccanismi che hanno informato la “non pianificazione urbana” a Milano durante gli anni ’80 ci si può riferire al concetto di “urbanistica contrattata”. L'urbanistica contrattata rappresentò la sostituzione di un sistema di regole definite dalla pianificazione urbanistica, con la contrattazione diretta delle operazioni di trasformazione urbana tra i soggetti che detengono il potere politico e economico. Tale “consuetudine” si è di fatto manifestata ogni qual volta l'iniziativa delle decisioni sull'assetto del territorio non venisse presa per l'autonoma determinazione degli enti, che istituzionalmente esprimono gli interessi della collettività, ma per la pressione diretta, o con il determinante condizionamento, di chi detiene il possesso di consistenti capitali da investire. Il cosiddetto sistema dell’urbanistica contrattata venne portato avanti a Milano dalle giunte socialiste dei sindaci Tognoli e Pillitteri (cognato di Bettino Craxi), con il beneplacito di una intera classe politica, Partito Comunista milanese incluso. Questa prassi ha rappresentato qualcosa di nuovo rispetto alla speculazione immobiliare propria del periodo ’50-‘70: i suoi effetti e le distorsioni che ha indotto sull'intero ordinamento territoriale – e, in una visione più ampia, sociale – porteranno Milano alla crisi politica e civile (ancor prima che urbanistica) più grave della sua storia recente, da cui è difficile affermare che la città si sia mai effettivamente ripresa. In questo senso, è esplicativa la differenza tra le reazioni del corpo sociale all'una e all'altra forma di subordinazione dell'interesse pubblico a quello privato: nel corso degli anni ’50 e ’70, la speculazione fondiaria ed edilizia appariva come uno scandalo, nei confronti del quale l'opinione pubblica (e non solo quella progressista) si ribellava, reagiva con forza e con durezza. Prima dell'indagine “Mani pulite” l'urbanistica contrattata era invece divenuta una prassi corrente e una procedura legittimata dalla costanza dei comportamenti.
Fu all'inizio degli anni ’80 che il “rito ambrosiano” entrò nelle sua fase di maggior “splendore”.
Vennero approvate dagli uffici comunali decine di varianti puntuali al piano regolatore, con le quali si autorizzarono oltre 12 milioni di metri cubi di nuove strutture edilizie per il terziario nel territorio municipale. Ma il rito ambrosiano non si fermò alle varianti: “...in mancanza di una legge nazionale sul regime dei suoli e di una più larga autonomia finanziaria degli enti locali, gli amministratori scelgono la via della contrattazione. Io amministratore pubblico ti lascio costruire, concedendo varianti al piano regolatore; tu operatore privato mi offri in cambio delle contropartite (opere di urbanizzazione, strutture pubbliche, abitazioni popolari, aree parco)”. Tali contropartite vengono garantite da lettere private, tenute accuratamente segrete. Come sottolinea Salzano “...Difficile credere che ci sia stato qualcuno così ingenuo da non pensare che, tra le contropartite, potevano essercene altre oltre alle case popolari e ai parchi!”. Profetica appare oggi una frase di Piero Bassetti, ex-presidente della Camera di commercio, intervistato nel 1986 dal quotidiano La Repubblica. Durante la discussione allora in corso sul futuro urbanistico di Milano, aveva detto: “...Ho l'impressione che tutto questo dibattito sulle aree (dismesse) testimoni una subalternità della politica al rituale problema della stecca”. La corruzione politica nel corso degli anni ’80 può essere definita “…un fenomeno quasi scientifico nella sua sistematicità e metodologia”. Consisteva nella spartizione di contratti e appalti, nella concessione di autorizzazione e licenze in cambio di tangenti. Era un sistema considerato normale, anzi essenziale per il buon funzionamento della vita politica. L’urbanista socialista Balzani ammise a tal proposito nel 1987 che “…la tangente è automatica”.
I grandi progetti finanziati con il sistema degli appalti pubblici vedevano lievitare i costi al punto da rendere impossibile la loro stessa realizzazione. Molti progetti sono stati iniziati per poi essere abbandonati completamente o completati solo dopo anni di attesa e di rifinanziamenti: il caso del Piccolo Teatro – opera finanziata con denaro pubblico e attesa per vent’anni – fu paradigmatico di un’epoca. Alla progettazione dello spazio pubblico non è toccato un destino differente. A tal proposito vale la pena citare le vicende attuative del Parco del naviglio Martesana. L’istituzione del parco risale in realtà al 1978, ma i lavori per la realizzazione - su di un ampio spazio di 20 ettari precedentemente usato come discarica abusiva - incominciarono solo a metà degli anni ’80. I lavori sono stati affidati a operatori privati, non solo in mancanza di un progetto esecutivo ma anche di un effettivo controllo pubblico. Il risultato di questa operazione all’oggi, oltre alla chiusura del teatro all’aperto due anni dopo la sua costruzione per pericolo di crollo, è quello di una piantumazione sommaria su una parte minima dell’area, la predisposizione di alcuni sentieri che si snodano nel nulla, nonché l’assoluta mancanza di intervento sulla sponda nord della Martesana che ha ovviamente compromesso l’intento progettuale dell’intero intervento.
La stessa realizzazione della terza linea della metropolitana, iniziata nel 1981, divenne simbolo della corruzione: in seguito alla ripartizione tra i partiti politici dei fondi per la sua costruzione, ogni mattone impiegato nel cantiere venne a costare la scandalosa cifra di un milione di lire (al cambio, 500 Euro).33 Ma il progetto più atteso e sbandierato della stagione socialista (1976-1993) fu senza dubbio quello del passante ferroviario, infrastruttura che avrebbe dovuto contribuire in maniera decisiva a risolvere il problema della congestione del traffico cittadino, collegando la rete delle Ferrovie Nord e dello Stato con alcuni punti strategici della città non serviti dalle linee delle metropolitane. Con quindici anni di ritardo rispetto al progetto iniziale, il primo tratto del Passante fu inaugurato nel 1997. Un istituto internazionale ha accertato come la realizzazione di un chilometro di Passante prima dell’inchiesta Mani pulite venisse a costare più di 80 miliardi di lire: il primo chilometro realizzato dopo l’inchiesta è venuto a costare circa 44 miliardi, poco più della metà. Nonostante tutto, l’immagine di Milano negli anni ’80 non era quella di città corrotta: era quella della “Milano da bere” (slogan dello spot di un aperitivo, che divenne simbolo di un’epoca), immagine che riusciva a cogliere l’essenza della situazione sociale e politica di quegli anni, caratterizzata dalla scomparsa dell’industria pesante e dalla profonda crisi della sinistra tradizionale. Le parole chiave di quel periodo definivano una realtà dinamica, in profondo cambiamento, lungi dal segnalare gli aspetti di crisi strutturale del sistema-città: si parlava di modernità, sviluppo, decollo postindustriale, città europea, “…una nuova realtà metropolitana che possiamo chiamare ’diversa’”.
Il primo momento di rottura nella pratica generalizzata della corruzione risale al 1989, con l’uscita del PCI dalla maggioranza comunale e la conseguente caduta della giunta.Le elezioni dell’anno successivo videro i tre partiti tradizionali raggiungere un risultato sostanzialmente identico: DC 21%, PCI 20%, PSI 19%. Il vero trionfatore fu la Lega Lombarda di Umberto Bossi, approdata alla politica nel 1985, che ottenne il 13% delle preferenze. Nello stesso anno (1990) il ritrovamento casuale da parte dell'assessore Carlo Radice Fossati di una delle lettere private utilizzate per stabilire contropartite economiche tra politici e imprenditori fece emergere per la prima volta lo “scandalo”, ben presto dimenticato, prima dell’esplosione dalla madre di tutte le inchieste per corruzione: Tangentopoli.
“Matrioska”: la frammentazione delle competenze
“Un sogno guasto e cavo al centro”. (Milo de Angelis)
Vale la pena a questo punto considerare un elemento fondamentale per poter intendere la “natura” del governo del territorio milanese. Nel corso degli anni ’80 iniziò ad emergere attorno alla città una nuova forma urbana, come conseguenza del processo di redistribuzione al di fuori del centro tradizionale delle funzioni “…non solo di grado inferiore e (delle) classi sociali più basse, come avveniva nella classica metropoli dei pendolari degli anni Sessanta”,ma anche di funzioni (residenza, lavoro, consumo) destinate alle classi sociali più elevate. Di fatto, il territorio comunale di Milano, con i suoi 181,74 km quadrati è sicuramente più limitato dell’area urbanizzata in cui si trova inserito. La delimitazione del territorio municipale, già nel corso degli anni ’80, non poteva essere facilmente percepita, soprattutto lungo gli assi storici di penetrazione alla città: dove finiva Milano e dove incominciava Sesto San Giovanni? Sarebbe stato più facile distinguere dove terminava l’area industriale di Pirelli-Bicocca e dove incominciavano gli stabilimenti Falk.
Le dinamiche (di popolazione, funzionali, lavorative, residenziali) dello spazio geografico “milanese” oltrepassano quindi i limiti del territorio municipale: la nuova forma/struttura metropolitana tende ad una conformazione policentrica, definita “…dalla complementarietà di funzioni tra centri e periferiedei complessi metropolitani”.Il policentrismo milanese si limita però ad un aspetto strettamente funzionale, legato alla ri-localizzazione del sistema produttivo a scala regionale, rimanendo incardinato alla struttura radiale delle principali direttrici infrastrutturali di collegamento. La metafora della sezione d’albero di Beruto (1884) - riferita al centro urbano- rimane perfettamente leggibile sul territorio, fino però a dissolversi in un continuum cementificato privo di alcun tipo di disegno:“…L’antica antitesi (città-campagna) scomparirà e le linee di confine cesseranno di esistere”.Si assiste in questa fase ad un ripopolamento degli antichi “borghi”, non dovuto però alle loro caratteristiche rurali, quanto piuttosto alla loro collocazione nel nuovo contesto “metropolitano”. Un esempio interessante di questa tendenza è rappresentato dal piccolo comune rurale di Basiglio, alle porte di Milano, che nel decennio ’80 vide crescere la propria popolazione da 800 a 6.500 abitanti, in conseguenza dell’edificazione sul territorio municipale del già citato complesso residenziale Milano 3. La Milano metropolitana, nella sua dimensione fisica, perse dunque la storica coincidenza con i confini amministrativi del comune, venendo ad estendersi su di uno spazio il cui governo è di competenza di enti differenti: i comuni circostanti, la Provincia, la Regione Lombardia. Si tratta di corpi governativi (eletti democraticamente) che controllano il vasto territorio “semi-urbano” dell’Italia settentrionale: come in una matrioska, la regione “contiene” la provincia, la provincia “contiene” 188 comuni, tra cui Milano.
L’accentuazione del conflitto di e tra competenze, dovuto all’esistenza di attori differenti, le giunte comunali, provinciale e regionale - spesso di diverso colore politico - ha reso da un lato problematica la definizione e attuazione degli strumenti tecnici di governo territoriale, dall’altro ha determinato gravi ritardi nei processi decisionali. Per far fronte a questa situazione nel 1990 con la legge 142/90 dello Stato Italiano vengono definite 10 aree metropolitane tra cui quella milanese. Anche in questo caso però “…l’interesse della classe politica e della cultura politica italiana si è consumato soprattutto sugli aspetti di rappresentanza e si è invece rapidamente attenuato e poi dissolto di fronte alle molte difficoltà d’innovazione organizzativa implicite nelle non cristalline formulazioni della legge.”In altre parole, vennero fissati unicamente dei parametri, in funzione dei quali può legittimamente “presumersi” l’esistenza di un area metropolitana, senza peraltro che questo nuovo livello amministrativo si ancorasse all'esercizio di alcuna effettiva competenza.
Come accennato anche nell’occhiello, quello di cui abbiamo riportato due paragrafi, e che si allega di seguito in versione integrale, non è quanto si definisce di solito un “saggio critico”. I due Autori, Edoardo Bazzaco e Matteo Origoni, “sociologo e architetto, amici e milanesi” come si definiscono nella lettera a cui hanno allegato il testo, lavorano e fanno ricerca da anni a Barcellona, e hanno concepito questa articolata compilazione di fatti e punti di vista per riassumere una vicenda complessa a un pubblico che forse ne ha percepiti solo alcuni (parziali e sostanzialmente scandalistici) echi. Il limite del testo sta esattamente nel suo pregio principale, ovvero la concisione, del percorso come dei riferimenti, che necessariamente conduce a schematizzazioni che chi ha approfondito i moltissimi aspetti toccati non potrà fare a meno di giudicare parziali.
Nondimeno si tratta di un testo complessivamente di valore, che giustamente gli Autori hanno ritenuto potesse interessare anche il pubblico italiano, a cui viene proposto dalle pagine di eddyburg.it (f.b.)
Si andrà a referendum, forse con due quesiti, sulle norme regionali di tutela del paesaggio. Chi, come me, aveva pensato che i promotori avrebbero rinunciato dopo il primo insuccesso ha dovuto ricredersi. La posta è di quelle in grado di mobilitare energie e il lavoro svolto nelle aree calde dell’intrapresa immobiliare ha fatto il risultato.
Gli avversari del Ppr sono agguerriti: le norme hanno impedito, importanti trasformazioni di luoghi preziosi (dove investe gente come Ricucci, Fiorani, ecc.) ed è facile immaginare l’impegno che sarà messo per aprire nuove brecce nel sistema di tutela.
Una casa di medio rango può valere nelle zone costiere di pregio molti milioni di euro. Un migliaio di case in un breve tratto litoraneo (una cifra tonda, del tutto sottostimata, per dare un’idea) valgono molti miliardi di euro. Spesso si tratta di case opzionate attraverso broker insieme ad azioni e obbligazioni: spesso non sono abitate neppure un giorno. Saranno rivendute quando il mercato, generoso in questi casi, lo renderà conveniente.
Ci saranno cittadini in grado di mobilitarsi, con altrettante motivazioni, per sostenere la linea della tutela? Non mancano gli argomenti (coscienza di luogo, solidarietà tra generazioni, sviluppo durevole) che potrebbero servire a dispiegare energie. Ma non ci sono segnali incoraggianti. Da una parte gli slogan dei detrattori contro il «Ppr blocca-sviluppo». Dall’altra troppo poche le iniziative di chi dovrebbe spiegare le scelte del Ppr per evitare alleanze improprie. Operatori turistici che vivono della qualità del paesaggio e palazzinari - un pizzaiolo e un immobiliarista - non possono essere in sintonia, uniti nella «lotta dura per altra cubatura». Questa è una storia che va avanti da tempo e peserà non poco nell’esito.
Il referendum abrogativo della legge «salvacoste», si svolgerà a giugno. Un altro referendum è stato dichiarato ammissibile dal Tar sul Ppr. Non ha retto, com’è noto, l’argomentazione secondo il quale è tante cose disomogenee (e quindi improponibile un solo quesito avverso). Il Tar ha ritenuto che si tratti di un complesso di norme «ispirate alla medesima ratio o comunque strettamente collegate». La sentenza - improvvidamente definita «politica» da qualcuno - aiuta piuttosto a fare chiarezza. Le scelte politiche della Regione indicano, secondo il Tar, «una netta inversione di tendenza, diretta a privilegiare una protezione forte del paesaggio e dell’identità sarda, con sacrificio delle potenzialità edificatorie soprattutto nella fascia costiera (...) in forza dei nuovi poteri conferiti alla Regione dal Codice Urbani, come bene paesaggistico e riconosciuta come area di particolare ed unico pregio, soggetta tuttavia da decenni ad aggressioni ormai giunte al limite della tollerabilità (...)».
E’ una constatazione importante: sarebbe utile se divenisse patrimonio di molti. Insieme agli apprezzamenti, ampiamente motivati, per i risultati delle politiche per il paesaggio e per lo strumento di pianificazione, che giungono da organismi internazionali e da altre Regioni che si cimentano nell’applicazione del Codice. Dall’esito del referendum forse non dipenderà la sopravvivenza o la cancellazione delle regole. C’è comunque da augurarsi che, oltre la reclame, sia un’occasione per un dibattito approfondito e civile su una questione sostanziale per il futuro della Sardegna.
La struttura, acquistata dai Ligresti prima che il Piano Regolatore fosse approvato, può essere edificata come ampliamento dell’Hotel Capo Taormina. Ma non è l’unica speculazione in corso.
Una colata di cemento sulla costa di Taormina. A firmarla, cognomi eccellenti. Come quelli di Franza e Ligresti, che, sfruttando l’ampliamento dei loro alberghi, andranno in deroga al Prg guadagnando mille dopo aver speso appena cento. Eppure, l’ultimo emendamento al Piano regolatore era stato pensato proprio per salvarla, la costa. E doveva essere bipartisan. Come bipartisan, ma nel senso della limitazione del danno, erano stati tutti gli altri. Votati perché l’opposizione in consiglio aveva deciso di essere presente per non far cadere il numero legale, viste le tante incompatibilità degli esponenti d’aula nell’ambito della votazione. E invece? “Invece l’emendamento di salvaguardia che i consiglieri di opposizione avevano presentato – raccontano Antonella Garipoli e Flaviana Ferri, rispettivamente esponenti della Margherita e dei Ds, ora entrambe nel Pd – fu bocciato”. Ma cosa prevedeva? “Molto semplice, l’immodificabilità dei luoghi da Villagrazia a Capo Sant’Andrea”. Un emendamento presentato a bella posta per evitare che alcune porzioni di territorio, formalmente con destinazioni che non prevedevano edifici (attrezzature per la balneazione, ad esempio), potessero diventare una tavola imbandita per speculazioni edilizie, sfruttando alcune deroghe possibili. “Come quelle – spiegano Garipoli e Ferri – legate ai cosiddetti ampliamenti”.
Ligresti e Franza
L’occhio lungo delle due consigliere guardava lontano, visto che proprio negli ultimi tempi hanno già fatto il loro passaggio in soprintendenza i progetti riferibili ai gruppi Ligresti e Franza. Progetti ora in transito verso gli uffici di Palazzo dei Giurati. Entrambe le operazioni sono legate agli alberghi che Ligresti e Franza possiedono sulla costa: il Capo Taormina e il Villa Sant’Andrea, destinati a spargere una bella colata di cemento in ossequio al cosiddetto “ampliamento”, che permette di cambiare la destinazione data ad un’area del Piano regolatore generale se limitrofa ad un insediamento di carattere turistico e ricettivo. Una pietanza che, soprattutto Ligresti, ha cucinato con i tempi che sono permessi a chi può investire denari e attendere il da farsi.
Un camping per il capo
Alla voce “Attività non assicurativa” del “Prospetto informativo relativo alla quotazione Warrant Fondiaria Sai 1991-2004”, la scheda relativa a Progestim – Società di Gestione Immobiliare spa recita a chiare lettere: “In data 8 maggio è stato sottoscritto l’atto di acquisto di terreni siti in Taormina, in precedenza occupati da un campeggio, per un totale di oltre 23.000 mq e su cui è ipotizzabile la costruzione di edifici turistico ricettivi. In data 16 gennaio era stato altresì completato l’acquisto, in località Giardini Naxos, di terreni idonei alla costruzione di un centro turistico alberghiero per un totale di circa 51.000 mq”. A firmare in calce al faldone di trecento pagine, il 27 marzo del 2003, è Jonella Ligresti, presidente del consiglio di amministrazione di Warrant Fondiaria Sai”. Il Camping di cui si parla è il San Leo, destinato dal Prg ad attrezzature per la balneazione. E basta. Ma perché, allora, la signora Jonella, già dal 2003, con il piano regolatore che ancora doveva essere approvato (lo è stato l’8 marzo del 2004), scrive dell’acquisto del camping e della possibilità di costruire “edifici turistico ricettivi”? La risposta è in una nota di cronaca mondana che la riguarda. Ovvero il suo matrimonio, il 20 settembre 2005, con Antonio Luca Ortigiara De Ambrosi, festeggiato nell’albergo di famiglia, il Capo Taormina. Ed è proprio in virtù della vicinanza tra questo e il san Leo che, senza l’emendamento bipartisan, si potrà portare avanti lo sfruttamento edilizio dei 23 mila metri quadrati. Sfruttamento possibile nell’ottica dell’ampliamento dell’attività del Capo Taormina, e quindi in deroga a quanto previsto dallo strumento urbanistico attualmente al vaglio dei progettisti dopo la presentazione delle osservazioni.
Sant’Andrea e pescatori
Sulla stessa riga si stanno movendo anche i Franza, che hanno già pronto il loro progetto di ampliamento dell’Hotel Villa Sant’Andrea con un’operazione che coinvolgerà le case dei pescatori nelle vicinanze. Il Sant’Andrea, alcuni anni fa, ha già realizzato una propria dependance. I Franza, a Taormina, hanno potuto portare avanti anche altre operazioni grazie agli emendamenti apportati al Prg ancora in fase di approvazione, uno dei quali ristabilisce le zone B, che la pianificazione originaria negava. E così, quindi, che per l’Hotel San Giorgio, una struttura immersa in un parco e progettata all’inizio del ‘900, è stato permesso non di ampliare l’Hotel, ma di realizzare una serie di appartamenti. Così come a Mario Ciancio Sanfilippo e alla sua Gisa di demolire il vecchio Hotel San Pietro per costruirne uno nuovo con volumetria ampiamente superiore. Ma quello delle costruzioni nelle more del Prg, in zona B, coinvolge anche altri.
Le zone B
Il “trucco” è tutto nelle norme di salvaguardia, ovvero nei vincoli che impediscono l’edificabilità in zone che il nuovo piano ha deciso che non lo sono più fino alla sua approvazione. A rigor di logica, le norme sarebbero dovute entrare in vigore nel 1997, quando il Prg fece il suo ingresso ufficiale in Comune. Invece non è stato così. Sono scattate dopo l’emendamento che ripristina le zone B che erano state soppresse e che erano presenti nel piano precedente. La conclusione? Anche se in sede regionale l’emendamento verrà bocciato, gli uffici comunali hanno deciso di applicare la norma più restrittiva. Che però non c’è, visto che per loro fa fede l’emendamento e non il Piano elaborato dai progettisti.
Il Prg
Nato come strumento di qualità e non di quantità, stante le previsioni di popolazione errate del precedente (20.000 abitanti nel 2000), il piano regolatore firmato all’origine da Tudisco, Rodriquez e Cutrufelli eliminava, tra l’altro, le zone C e anche quelle B, provando a imporre una linea possibile di sviluppo per la Perla dello Jonio. Nel giro di dieci anni, dal 1997, cioè, ha però dovuto subire 26 emendamenti (alcuni dei quali sostanziali) che ne hanno stravolto la filosofia. Emendamenti ai quali si sono aggiunte le 168 osservazioni dei cittadini che i progettisti stanno in questi mesi “calando” in cartografia. Quando sarà ultimata l’operazione, il piano tornerà in aula per l’approvazione o la bocciatura delle o
Il "Dibattito Pubblico" attorno al destino di Castelfalfi è giunto alla fine. Stasera alle 21, presso il Teatro Scipione Ammirato di Montaione, verrà infatti discusso il rapporto conclusivo a cura del Garante della comunicazione regionale Massimo Morisi. Due giorni fa, sul sito internet contenente tutta la documentazione relativa al dibattito, è stato infatti reso pubblico il rapporto conclusivo sul processo partecipativo che il Garante si era impegnato a produrre al termine delle assemblee previste. A questo punto l’amministrazione comunale di Montaione dovrà esprimere un giudizio in merito al lavoro fatto fino ad ora e, eventualmente, potrà chiedere che vengano apportati al documento conclusivo sia dei correttivi che delle integrazioni se saranno ritenute necessarie.
Dal documento redatto dal Garante, emergono 8 raccomandazioni che paiono rispecchiare le richieste fatte fino ad oggi dai cittadini e dalle associazioni ambientaliste. Al punto 2 infatti si legge chiaramente che si dovranno«definire dimensionamenti sostenibili a prescindere dalle esigenze finanziarie dell’investitore ». Insomma, un modo per dire che le cubature sembrano eccessive e che, per impedire una vera e propria colata di cemento, dovranno essere fatte delle scelte decisamente importanti.
Anche le paure relative all’approvvigionamento idrico trovano riscontro nella sintesi del Garante che, al punto 3, raccomanda che l’analisi affidata ad Acque S.p.A. dal comune di Montaione, possa finalmente rimuovere «la fragilità dell’ipotesi progettuale » di TUIAG su un tema così importante. La cittadella della multinazionale tedesca non ha delle ricadute soltanto sull’aspetto del paesaggio, ma anche sull’intero ecosistema circostante e, in particolare, proprio sulla disponibilità idrica che, nella zona di Montaione, è già decisamente carente.
Purtroppo il "decalogo della sostenibilità" prodotto dalla Regione Toscana non è di buon auspicio. Infatti, si parla di un «aumento del carico urbano compensato da una adeguata disponibilità di acqua», un probabile eufemismo per dire che non si fa nessuna verifica preliminare delle risorse disponibili nei luoghi interessati da un addensamento urbanistico e che, una eventuale mancanza d’acqua può essere compensata a posteriori, magari trasportandocela attraverso i metodi più disparati. Al dibattito di stasera saranno presenti, oltre al Garante Massimo Morisi, anche l’Assessore regionale all’ambiente Riccardo Conti e il Presidente della Regione Toscana Claudio Martini.
Si veda anche qui, l'appello e le premesse
Se volessimo stilare una classifica dei temi più citati all’interno del forum “Ambiente e Territorio” della due giorni della “Sinistra e degli ambientalisti” (Milano, 1-2 dicembre) il consumo della risorsa suolo si collocherebbe sicuramente al primo posto. Consumo di suolo come uso sbagliato di una risorsa irriproducibile, scarsa, preziosa. Un bene, il suolo, inteso come bene collettivo, come l’acqua, l’aria, l’energia. Da utilizzare con parsimonia e per la cui conservazione occorrono politiche locali e nazionali. Il documento finale della due giorni milanese infatti a governo e parlamento chiede addirittura una legge che ne limiti l’uso, come da tempo hanno legiferato in Germania, Olanda e Inghilterra.
Paesi che, a partire dal riconoscimento del suolo come risorsa scarsa, si sono dati obiettivi e tempi di raggiungimento. In Italia non esistono dati sul consumo annuo di suolo. La Provincia di Milano, da tempo alle prese con il rifacimento del Piano territoriale di coordinamento territoriale (Ptcp), ha provato a quantificarne l’uso e i dati sono preoccupanti. In media, nei 189 comuni della provincia Milano compresa, il valore di consumo di suolo è oggi pari al 34% del totale. Dato destinato a crescere al 42,7% se tutte le previsioni urbanistiche esistenti dovessero realizzarsi. I piani regolatori e i piani di governo del territorio oggi vigenti hanno in seno un incremento percentuale di 8,7 punti, che corrisponde a circa 159 km quadrati. Il dato provinciale, per la verità, è un indicatore medio, che vale il 70% a Milano e nei comuni di prima corona, 66, 57 e 35% rispettivamente nella Brianza occidentale, centrale e orientale, 31% nel Castanese e Magentino, 60% nell’Alto Milanese e Sempione e 19% nel Sud Milano. Quest’ultimo risultato confortante è reso possibile dall’esistenza dal 1990 del Parco regionale agricolo Sud Milano, che in molti, a destra e a sinistra, vorrebbero modificare.
La letteratura scientifica sostiene che, superato il limite del 55%, un territorio è nell’impossibilità di rigenerarsi dal punto di vista ecologico e ambientale. Il Ptcp, presentato in Giunta provinciale più di due mesi fa e ancora fermo al palo, pone – e sarebbe la prima volta per il nostro Paese – per il territorio milanese un obiettivo strategico e anche quantitativo: consentire un incremento del 5% rispetto alle previsioni urbanistiche in corso, portando il dato medio al 45% del totale della superficie provinciale. Un obiettivo non rivoluzionario, riformistico si potrebbe dire, ma che pare non bastare a una certa cultura politicoamministrativa milanese che ancora non pone limiti per una risorsa scarsa e chiari obiettivi di sostenibilità. Un incremento insediativo contenuto, quello previsto dal Ptcp, che dovrà collocarsi nelle aree dismesse, lungo le linee di forza del trasporto pubblico, nei poli provinciali attrattori di servizi a scala sovracomunale.
Per evitare nuovo spreco di territorio, per garantire i parchi regionali sottoposti a violenti attacchi da parte del centro destra e non solo, mantenere la continuità della rete ecologica provinciale, combattere il fenomeno della dispersione urbana (lo sprawl urbanistico), consentire la continuità dell’attività agricola. Questi oggi sono i contenuti del Piano territoriale della provincia di Milano, condivisi dall’assemblea milanese della sinistra e degli ambientalisti, che chiede anche qualità dell’abitare e del paesaggio in una delle aree più antropizzate del Paese. Un’assemblea che ha posto con forza il tema del governo del territorio lombardo e milanese, in chiave innovativa e sostenibile.
E che nei processi di trasformazione in atto ha rivendicato il proprio ruolo di governo.
(Pietro Mezzi è assessore al Territorio della Provincia di Milano)