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La lettera di Massimo Morisi e la replica di Edoardo Salzano pongono un interessante terreno di riflessione. Parlo solo dei punti 1-5 della lettera, perché il resto mi sembra inutilmente polemico, come sgradevole l’accenno agli “accoliti di Asor Rosa”, fra cui ho l’onore di annoverarmi.

A Castelfalfi il garante ha fatto bene il suo mestiere. Per rendersi conto di ciò basta leggersi i verbali delle assemblee e la loro sintesi nel rapporto. Nessuno può accusare Morisi di essere stato di parte o indulgente con la Tui o omissivo. Da questo punto di vista molte critiche suonano preconcette e “a prescindere”. Morisi ha ragione quando ribadisce la necessità di non confondere il ruolo del garante con un ruolo decisionale e che - piaccia o non piaccia - questa è partecipazione e su questo terreno occorre che movimenti e comitati si confrontino.

Confrontiamoci dunque. Molto meglio il dibattito pubblico di Castefalfi che analoghi episodi, più piccoli ma consistenti nel numero, che si producono in modo seminascosto, aggirando lo spirito della legge di governo del territorio e del PIT, quando non in aperta illegittimità. I casi di Serravalle Pistoiese, dove il sindaco procede spedito nell’approvazione (illegale) di un villaggio turistico sul Montalbano nonostante le assicurazioni contrarie dell’assessore all’Urbanistica della Regione Toscana, e di Casole d’Elsa, dove trionfa un cronico abuso di potere da parte dell’amministrazione comunale, insegnano fra i tanti.

Il dibattito pubblico di Castelfalfi assume però un significato politico e non episodico solo se si inserisce in un processo rappresentativo e decisionale interscalare. Ha perfettamente ragione Salzano a sottolineare che questo è il vero nocciolo della questione. Da un punto di vista strettamente istituzionale, si tratta innanzitutto di fare rispettare le raccomandazioni del garante. Ma questo non basta. Ci vuole anche una buona politica. Una politica che, a mio avviso, deve essere basata sul semplice principio che ogni trasformazione del territorio nel “patrimonio collinare toscano” (invariante del PIT) e ogni nuovo consumo di suolo deve conformarsi alle regole del paesaggio - strutturali e ambientali - e non pretendere di dettare le proprie. In parole semplici: è la Tui, se vuole operare in Toscana che non è un’isola caraibica, ad adattarsi al paesaggio e non viceversa. Solo in subordine vengono le logiche tecniche e finanziarie.

Cosa succede adesso? Una strada, la più probabile, è che Tui ridisegni e in qualche modo ridimensioni il proprio progetto e che da qui inizi una contrattazione con il Comune dove si vedrà se le raccomandazioni del garante avranno efficacia. Si tratta comunque di un giocare in difesa. Soprattutto, come ha notato Salzano, se l’alternativa prospettata è l’ennesimo ‘svillettamento’ delle colline toscane, un’ipotesi che nella lettera di Morisi suona come dichiarazione di sfiducia rispetto ai buoni propositi e alle salvaguardie del PIT.

L’altra strada è che le istituzioni facciano un coraggioso passo avanti, aprendo un altro e più importante tavolo di partecipazione, un tavolo interscalare che, a partire da una ricognizione del patrimonio ambientale e paesaggistico in cui si inserisce il progetto, definisca le regole del suo uso e delle possibili trasformazioni, perché no, migliorative. In sintesi, si tratta di definire un vero e proprio statuto del territorio dell’ambito di paesaggio (per usare il lessico del Codice) in cui si trova Castelfalfi. Il soggetto promotore che dovrebbe fungere da ponte fra diversi livelli istituzionali e cittadini può essere la competente Commissione regionale del paesaggio o la Regione stessa. Ma le dichiarazioni su Castelfalfi del presidente Martini, e quell’incauto(?) incipit del rapporto del garante “nella misura in cui si può sa da fare” (tutto si può, ahimè, nella regione Toscana, legittimamente o illegittimamente), lasciano non pochi dubbi sul ruolo di garanzia politica della Regione.

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Se si vuol discutere con qualcuno la prima cosa è ammettere la sua buona fede. Dò per scontata la buona fede e l’onestà intellettuale di Massimo Morisi, e perciò non dirò che è un “accolito” di Riccardo Conti (e mi piacerebbe che lui non parlasse di “Alberto Asor Rosa e dei suoi accoliti”). Dò per scontata anche l’intelligenza di Morisi e credo volentieri che egli abbia applicato correttamente, come non dice solo Luigi Bobbio, la tecnica della partecipazione locale.

Ciò detto, mi sembra che Morisi, nella sua autodifesa dalle critiche all’intervento di Castelfalfi presti il fianco ad alcuni ulteriori motivi di critica. Mi sembra utile proporli anche perché il tema della partecipazione è tornato oggi all’attenzione dell’opinione pubblica, soprattutto in relazione alla Toscana e alla legge in proposito, recentemente approvata dal Consiglio regionale.

Vorrei partire da un concetto, che è stato chiaramente espresso da Alberto Magnaghi (un appassionato apostolo della partecipazione locale): quello che egli definisce “interscalarità”. “Se si vuole attribuire ai processi partecipativi il ruolo di strumento di intervento della cittadinanza attiva sulla costruzione del proprio futuro – ha scritto su eddyburg Magnaghi - è chiaro che tematiche come la qualità dell’ambiente di vita, la produzione, il consumo, la qualità dell’alimentazione, la mobilità, il paesaggio, le strategie di sviluppo, ecc. richiedono una forte interscalarità degli attori interessati e delle istituzioni coinvolte, dai comuni ai circondari, alle province alla regione”. In altri termini, la partecipazione “richiede la realizzazione integrale del principio di sussidiarietà per affrontare i problemi alla loro giusta scala di risoluzione”.

Declinare il principio di sussidiarietà nel contesto italiano richiede di interrogarsi (se si vuole adoperare il termine “sussidiarietà” secondo il modello europeo di Jacques Delors e non secondo quello dialettale di Umberto Bossi) su quali siano i livelli di governo e di appartenenza, le “comunità”, cui sono affidati patrimoni materiali e morali del Paese. In particolare – visto che di questo si è soprattutto discusso a proposito di Castelfalfi – quel bene comune che è il paesaggio. La Costituzione del 1948, nei suoi immoodificati principi, è molto chiara in proposito: la tutela del paesaggio è compito solidale della Repubblica, cioè dello Stato, della Regione, della Provincia, del Comune, i quattro livelli nei quali la Repubblica italiana si articola.

Ogni livello di governo, ogni comunità (quella locale e comunale, e via via fino a quella nazionale) esprimono interessi meritevoli di rappresentazione e di considerazione: quelli più vicini e diretti, come quelli più lontani e generali. La domanda è: è giusto che a decidere sul destino di un tassello del meraviglioso mosaico del paesaggio italiano sia la sola comunità di Castelfalfi? Ed è giusto che l’unico interesse sovralocale rappresentato con energia nel processo partecipativo di Montaione sia quello espresso dai rappresentanti di una istituzione che hanno predicato e praticato il più smaccato mix tra centralismo regionale (in materia di infrastrutture e altri grandi opere) e delega piena ai comuni (in materia di gestione del territorio e del paesaggio)? I cittadini della Toscana, dell’Italia (e dell’Europa) avrebbero anch’essi il diritto di essere coinvolti con pienezza di rappresentanza in un processo partecipativo compiuto.

Chi, nel concreto, ha rappresentato gli altri cittadini, le comunità più ampie di quella locale, i livelli di governo sovraordinato nelle assemblee di Montaione? Avrebbe potuto e dovuto svolgere questo ruolo il presidente della Regione Toscana, Claudio Martini. Egli infatti è stato presente ed è intervenuto nel dibattito. Ma basta leggere alcuni passi del suo intervento (nel rendiconto del Garante della partecipazione, che riportiamo qui sotto) per rendersi conto di come egli abbia saputo interpretare le ragioni degli altri.

“Il presidente ha sottolineato la valenza regionale della vicenda-Castelfalfi, perché ha a che vedere con lo sviluppo turistico della Toscana e perché può aiutare a decongestionare le città d’arte, creando alternative di qualità e puntando ad un turismo non mordi e fuggi”. Ciò che interessa, insomma, è “lo sviluppo del turismo”. Il prezzo che si paga in termini di snaturamento del paesaggio non conta.

“Martini – prosegue la sintesi ufficiale dell’intervento - ha polemizzato sia con l’isteria di tanti dibattiti politici, sia con chi vuole che si tolga l’urbanistica ai Comuni, centralizzando le decisioni. Si tratterebbe – ha precisato – di un drammatico passo indietro, anche perché nessuna Sovrintendenza o nessun ufficio ministeriale sarebbero in grado di organizzare e gestire un processo partecipativo come questo. E’ dunque bizzarra la posizione di chi chiede di abolire tutto ciò che sta tra i comitati locali e il livello statale”. Non risulta che nessuno abbia chiesto ciò. Ma attribuire all’avversario richieste palesemente assurde serve a screditarlo. Un artificio polemico adoperato nella “isteria di tanti dibattiti politici”, assolutamente impropria nell’intervento di chi dovrebbe esporre le ragioni dei “livelli sovraordinati”.

Allora una prima domanda a Massimo Morisi. È politicamente e culturalmente, corretto un processo di partecipazione in cui l’unico contrappeso all’espressione degli interessi locali, l’unica traccia di “interscalarità”, sia quello costituita dalle parole espresse dall’attuale presidente della Regione, il quale per di più ha affermato che gli unici oppositori all’intervento della multinazionale TUI sono “gli intellettuali proprietari di ville in Toscana”?

Una seconda domanda nasce da un’affermazione che Morisi esprime nella sua lettera di risposta alle critiche. Egli afferma: “Naturalmente, trovandoci anche noi, nell’infausta Toscana, entro quella ‘incresciosa’ situazione di un regime capitalista fondato sulla proprietà privata dei suoli, Tui potrebbe anche mandare tutti al diavolo, frammentare la vendita dell’area e affidarla a un incerto destino di villette a schiera (...anche perché sia i sindaci sia le opinioni sia gli strumenti urbanistici possono sempre cambiare)”.

Insomma, per il garante della partecipazione o a Castelfalfi avviene lo stravolgimento fisico e sociale che il progetto annuncia, oppure il suo futuro è di diventare come Monticchiello: “un incerto destino di villette a schiera”. E perché mai? Non è possibile immaginare un assetto urbanistico nel quale non diventi dominante ed esclusiva la monocultura turistica, non domini la privatizzazione d’ogni elemento del territorio, e in cui invece l’equilibrato rapporto tra le utilizzazioni del territorio e la sua forma diventi l’obiettivo primario? E in cui gli interventi edilizi privilegino il recupero, non lo stravolgimento, delle strutture storiche? E se oggi questo non fosse possibile, se le uniche convenienze economiche sono quelle delle multinazionali del turismo globale e non il tessuto delle economie locali, non sarebbe più saggio conservare quello che c’è in attesi di tempi migliori, praticando una intelligente politica di conservazione?

Certo, per farlo occorrerebbe che ogni istituzione svolgesse appieno il suo ruolo. Bisognerebbe che la Regione fosse consapevole di dover svolgere, in stretta intesa con lo Stato, un ruolo decisivo ai fini della tutela del paesaggio.

Bisognerebbe che le scelte della Regione Toscana fossero fedeli alla lettera e allo spirito del Codice del paesaggio. Bisognerebbe perciò che il Piano d’inquadramento territoriale (malamente camuffato in Toscana da piano paesaggistico) stabilisse precise invarianti territoriali: precise regole da rispettare da parte di tutti, anche da parte dei potenti, anche in una regione che si trova, per adoperare le parole di Morisi, “entro quella ‘incresciosa’ situazione di un regime capitalista fondato sulla proprietà privata dei suoli”. (Ma la privatizzazione dei beni pubblici, lo sfruttamento economico immediato, lo stravolgimento dei fattori naturali e antropici che caratterizzano il paesaggio, non sono stati e non sono praticati da tutti i capitalismi: sono un ‘privilegio’ del nostro, nel quale la rendita continua a essere la componente prevalente del reddito, e quella della quale gli interessi economici prevalenti si impadroniscono più volentieri).

Bisognerebbe, infine, che in Toscana (e magari in tutte le regioni d’Italia) si comprendesse, da parte dei governanti e dei loro consiglieri, che “valorizzare” non significa sfruttare nell’immediato i patrimoni costruiti da una società che, nei secoli, ha applicato lavoro e cultura al territorio, ma restituire e mettere in evidenza il loro valore originario. Questo per la verità è difficile immaginarlo nel breve periodo, dato che si deve a Claudio Martini, attuale presidente della Regione, la proposta dell’infausta separazione tra “tutela” e “valorizzazione” introdotta nelle nefaste modifiche costituzionali del 2001.

Mi rendo conto che parlare di valorizzazione in termini diversi da quelli della riduzione d’ogni bene a merce e d’ogni valore a valore di scambio, alludere a un concetto di sviluppo che non coincide con l’accrescimento del PIL, parlare di autonomia della politica sull’economia, sostenere che può essere opportuno conservare per domani quello che oggi corre il rischio d’essere solo distrutto e degradato, significa parlare di un mondo che è diverso da quello attuale: un mondo che in gran parte deve essere costruito.

E il problema, se si va al fondo della questione, è proprio questo. L’attuale establishment toscano (e italiano) è convinto che tempi radicalmente diversi da quelli attuali non siano possibili. L’economia della globalizzazione è quella che comanda, ora e sempre e così sia. È l’economia che comanda sulla politica: quest’ultima può temperarla, ammortizzarne gli effetti più rischiosi, ammorbidirne gli impatti: non guidarla o trasformarla . E la politica costruisce il consenso, la sopravvivenza dei propri apparati, sollecitando gli interessi economici immediati: sono essi che devono prevalere su quelli più generali e strategici, di lungo periodo.

Non meraviglia troppo che anche in Toscana, anche nell’antica “regione rossa”, sia questa l’ideologia che si è affermata. So bene che una parte molto consistente degli abitanti della parte “avanzata” del pianeta è pervasivamente formate da un tendenziale “pensiero unico” che privilegia l’individuo sulla comunità, il privato sul pubblico, l’immediato sul remoto, il vicino sul lontano, l’eguale sul diverso. Che i dogmi di questo “pensiero unico”, di questa ideologia, prevalgano anche a Montaione non ci meraviglierebbe, e neppure ci meraviglierebbe troppo che essi fossero condivisi da Morisi. Ma in quest’ultimo caso dobbiamo dire che ci sarebbe piaciuto un “garante” più equilibrato – oppure, per adoperare il linguaggio corretto, “diversamente equilibrato”.

P.S. – Nella rassegna della stampa che correda la documentazione esibita dal Garante nel sito dedicato al processo partecipativo è assente, tra l’altro, un articolo nel quale, sulla rivista Carta, ho espresso le ragioni per cui sono contrario all’intervento di Castelfalfi. Si può leggerlo qui.

Qui la lettera di Massimo Morisi. E qui sotto è scaricabile l’intervento del Presidente della Toscana, Claudio Martini. L'mmagine è tratta dal sito www.montaione.de

Chiarissimo Prof. Salzano, mi piacerebbe poter pubblicare sulla Vostra rivista elettronica un mio intervento che prende spunto da una serie di contributi variamente critici sulla vicenda Castelfalfi e sul ruolo del garante. La ringrazio molto comunque. Con viva cordialità. mm.

Premessa. Fare partecipazione è altra cosa dal solo parlarne. “Farla” e non solo “reclamarla” implica molta onestà intellettuale. Se si è onesti quando si parla di partecipazione, occorre concordare su un fatto: o i cittadini contano e debbono contare per le loro opinioni quando si esprimono mediante un processo partecipativo organizzato per informarli e metterli in condizioni di confrontare argomenti e se del caso di cambiare visioni, giudizi e valutazioni, oppure c’è sempre qualcuno più saggio che deve decidere per loro, insegnare loro il buono e il cattivo, il bello e il brutto. Nella sua banalità, la distinzione sta tutta qui. “Fare” partecipazione. Oppure semplicemente “invocarla” per difendere pregiudizialmente le proprie tesi. Se si è onesti si accettano i risultati della partecipazione. Se non lo si è, si fa finta che essa non ci sia stata anche quando, come a Castelfalfi, essa rappresenta – come ha scritto Luigi Bobbio «un lavoro eccellente e pionieristico». Ciò premesso provo ad affrontare alcuni punti specifici.

1. La partecipazione presuppone che l’opinione dell’ultimo ex mezzadro di Castelfalfi valga quanto 10, 100, 1000 editoriali di Salvatore Settis o di Vittorio Emiliani. Non un grammo di meno. Ovvio che quella dell’ex mezzadro è e sarà un’opinione assai meno influente, anche perché non ha a sua disposizione (come diceva Carmelo Bene) gazzette e gazzettieri compiacenti. Ma chiediamoci: vale la pena attivare un qualunque processo partecipativo e addirittura, come in Toscana, farci una legge sopra (dalla 1 a quella specifica) se non riconosciamo appieno quel pari valore?

2. Ci si può domandare, a questo punto: ma i cittadini hanno sempre ragione? Certo che no. Non a caso ci teniamo ancora le nostre farraginosissime istituzioni rappresentative, nella speranza che sappiano esprimere quella visione più generale o profonda o consapevole che, come singoli cittadini, se non siamo vittime del delirio di onnipotenza tipica dell’intellettuale latino, dobbiamo ammettere di non avere mai in misura sufficiente. E proprio perché i cittadini non hanno sempre ragione la buona partecipazione è quella che integra il circuito istituzionale e che non pretende di rappresentare un’alternativa alle istituzioni democratiche ma un loro necessario complemento. La chiave del modello toscano sta tutta qui. E’ la chiave della democrazia deliberativa. Il resto è protesta, voglia di imporre veti: tutte cose più che legittime e necessarie per la vitalità culturale e civile di una democrazia. Ma non sono partecipazione, possono esserne il presupposto, lo sfondo o anche la conseguenza. Ma non è partecipazione. E’ democrazia tendenzialmente “referendaria”: che finisce a colpi di spada (il voto) non con la costruzione di una scelta collettiva condivisa, nata dal dialogo, dal confronto argomentativo. E i colpi di spada tagliano ma non risolvono.

3. Sto parlando d’altro? No. Parlo proprio di Castelfalfi. Perché il dibattito pubblico di Montaione sul progetto Tui è stato un classico caso di democrazia deliberativa. Come tale, esso ha deluso chi si aspettava una cittadinanza venduta alla multinazionale da un sindaco debole o corrotto o da un garante ciambellano. Invece i cittadini, mediante il lavoro del garante, hanno fatto valere le proprie ragioni, hanno imposto condizioni irrinunciabili, hanno detto: quel progetto lo vogliamo, nonostante l’opinione di Asor Rosae e i suoi accoliti perchè siamo noi, non lui, i padroni del nostro destino ma sappiamo anche che il nostro territorio non è solo roba nostra e che gli interessi da tutelare sono molti e altri, a cominciare dal suo valore per la Toscana: quindi diciamo sì, ma a serie, onerose e precise condizioni, a cominciare da un corposo, molto corposo, ridimensionamento del progetto. Tui accetterà? Vedremo. Ma quel territorio è purtroppo suo, e tuttavia non solo suo. E la partecipazione glielo ha fatto capire. Si leggano le ammissioni di Martin Schluter (amministratore di Castelfalfi S.p.A. in proposito.

4. Se si ha la pazienza di leggersi tutto il rapporto del garante, questo ne emerge. Poi c’è la sintesi: che comincia con quel «nella misura in cui si può, s’ha da fare» su cui si sono appuntate le critiche di chi sperava che i cittadini dicessero “...non passa lo straniero” (ancorché legittimo proprietario dell’area) ma che prosegue anche con le precise e gravose condizioni che stanno dentro a quella “misura in cui”. Eppure è scritto a chiare lettere: il rapporto va letto tutto, non solo nei titoli delle raccomandazioni! Tanto più che nessuno, ma proprio nessuno tra coloro che alzano oggi di più la voce sui media si è tolto la briga di venirci alle sei assemblee di Montaione per capire da dentro quali erano l’aria, le opinioni, gli argomenti, i giudizi. Perché Castelfalfi è il modello di riferimento della partecipazione toscana nel governo del territorio (l’opinione non è del sottoscritto, ma di Claudio Martini).

5. Infine, sempre se si legge quel rapporto nella sua interezza si comprende - come non si può non fare sempre che lo si voglia - che le raccomandazioni del garante non sono il risultato della sua opinione (vivaddio: la legge è chiara, il garante non dà pareri!) ma l’esito delle opinioni dei cittadini, si vede bene che quel rapporto è stato costruito in modo tale che un così imediato legame non può non risultare di tutta evidenza - e sfido chiunque a dimostrare il contrario carte alla mano. Perciò parlare di manipolazioni (come taluni hanno fatto) significa offendere semplicemente l’intelligenza di chi quel rapporto abbia letto. Altro che valutazione “ex ante” o “carenza di conoscenza” in cui si sarebbero mossi i cittadini. Proprio perché le informazioni ottenute dalla Tui su profili essenziali come le risorse idriche sono rimaste insoddisfatte è stata chiesta e ovviamente ottenuta una serie di perizie di parte pubblica. Per la stessa ragione Tui dovrà provvedere a una riprogettazione integrale dell’intervento sotto il profilo architettonico. E, a monte, dovrà adeguarsi a quelle che saranno le indicazioni che il Comune, forte del giudizio dei suoi cittadini, imporrà a Tui circa le dimensioni complessive e specifiche dell’intervento. Ma qualcuno tra i detrattori, prima di parlare, il rapporto lo ha letto davvero? Ha visto cosa dicono i cittadini? Ha avuto l’umiltà di rispettarne l’opinione?

6. Naturalmente, trovandoci anche noi, nell’infausta Toscana, entro quella “incresciosa” situazione di un regime capitalista fondato sulla proprietà privata dei suoli, Tui potrebbe anche mandare tutti al diavolo, frammentare la vendita dell’area e affidarla a un incerto destino di villette a schiera (...anche perché sia i sindaci sia le opinioni sia gli strumenti urbanistici possono sempre cambiare). Ciò non toglie che i cittadini di Montaione non si siano piegati al ricatto potenziale e si siano rifiutati di comprare a scatola chiusa. Ma resta il fatto che, per loro, è meglio andare avanti con quel progetto, purché lo si riveda e lo si ripensi in profondità, piuttosto che lasciare le cose come stanno. In tutto questo il garante non c’entra nulla. Registra e basta: nell’assoluta convinzione di aver fatto del suo meglio per mettere i cittadini nelle condizione di costruirsela quell’opinione, fornendo, in quanto disponibili, informazioni e potenziali alternative. Quando non c’è riuscito, per carenze o riluttanze delle fonti, lo ha puntualmente denunziato (il sito www.dp-castlfalfi.it è lì a dimostralo).

7. L’esperienza del dibattito pubblico in Toscana proseguirà. E costituirà uno dei segni salienti di questa legislatura regionale: sia nelle modalità della legge 1, sia con le integrazioni della nuova legge sulla partecipazione. Il garante regionale collaborerà in ogni modo con la nascitura autorità per la partecipazione perché una simile esperienza divenga una nuova e solida pratica democratica applicata all’area tematica di maggior conflitto culturale, economico e sociale: il governo del territorio. So bene che critiche (e qualche insulto calunnioso) non cesseranno perché la partecipazione fa paura a chi fino ad oggi l’ha solo propugnata a tutela delle proprie religiose convinzioni. E soprattutto perché la partecipazione è anche fatica. Bisogna scriverci sui webforum e alle assemblee bisogna venirci (Castelfalfi ha avuto centinaia di partecipanti tra i cittadini: ma ha visto non più di un esponente per Italia Nostra, 1 per wwf e 3, massimo 4 per Legambiente. Mentre c’è stato qualche giornalista che ha preferito lavorare sui comunicati stampa piuttosto che venirci: e sapete perchè? Perché Castelfalfi è lontana, ci è stato detto!). Ma occorre insistere: perché l’intelligenza della democrazia, come insegnava Charles Lindblom, sta proprio nel dar torto a chi pensa che il governo del territorio si riassuma in un comunicato stampa o nell’editto di una cattedra. Il territorio è in primo luogo i suoi cittadini, nell’intreccio dei loro diritti, dei loro interessi e delle loro responsabilità verso il futuro e verso chi sta al di là dei loro confini . Se a qualche professore o a qualche politico o a qualche movimento questi cittadini non piacciono: vuol dire che ciascuno di loro ha semplicemente perso il senso del reale. O, se preferite, della sua misura. (21 dicembre 2007)

Qui la replica di Edoardo Salzano

Il garante della comunicazione ha rimesso il proprio rapporto sull’anteprima del procedimento conseguente alla presentazione di un progetto di sviluppo di Castelfalfi che prevede nuove volumetrie pari a circa il 50% di quelle esistente, che sono oltre 200.000 mc., da parte di una società tedesca.

Il rapporto del garante, premesso che questi si premura di ricordare che il proprio lavoro non sostituisce il diritto – dovere di pianificare e decidere dell’Amministrazione Comunale, si conclude con otto raccomandazioni, di cui riportiamo i titoli:

1 - nella misura in cui si può, s’ha da fare;

2 - definire dimensionamenti sostenibili a prescindere dalle esigenze finanziarie dell’investitore;

3 - parsimonia ambientale e risorse idriche sicure e rinnovabili;

4 - perseguire l’eccellenza culturale e progettuale nella qualità architettonica, nella realizzazione edilizia e nella rimodellazione paesaggistica;

5 - qualificazione dell’offerta per uno sviluppo turistico a circuito aperto;

6 - rilancio non simbolico ma innovativo dell’azienda agricola;

7 - qualificazione della domanda occupazionale e dell’offerta di opportunità formative

8 - predisporre un puntuale monitoraggio;

Cose anche condivisibili nella sua generalità, ma rimane un dubbio, perché raccomandazioni e non piuttosto e più chiaramente elencazione di problemi e preoccupazioni espressi dalla partecipazione popolare da affrontare e risolvere preventivamente? Sarà forse una questione letteraria quella che si pone, la domanda potrà apparire retorica, ma non si sfugge alla sensazione, soprattutto per quella prima raccomandazione, ma non solo per quella, che più che rapporto di un garante si sia di fronte ad una valutazione ex ante.

D’altra parte che in questa vicenda qualche ambiguità sussista lo dimostra il Direttore del Il Tirreno che la scorsa settimana in un editoriale attendeva la risposta del garante come fosse presupposto perla realizzabilità dell’intervento. Oppure vale la pena di ripensare alla dichiarazione del presidente della regione Martini che a valle del rapporto del garante dichiara che scelte come questa sono occasione per ridurre la pressione turistica sui i centri d’arte, su Firenze, raccogliendo peraltro un ilare commento del cronista de Il Tirreno.

Certamente avremo capito male, ma la sensazione che si sia dato corso ad una pre approvazione cercando di evitare altre battaglie politiche e con le forse sociali, ambientaliste, della cultura, è forte. Peraltro, non si può non sottolineare e che il dibattito si è sviluppato in evidente carenza di conoscenza come dimostrano le perplessità dei cittadini sul fabbisogno di risorsa idrica dei nuovi insediamenti, sulla vaghezza dei numeri circa l’esistenza o la recuperabilità della risorsa, che nel rapporto del garante se ne da conto ma senza chiedere esplicitamente che questi dati vengano certificati, che il bilancio costi benefici sia esplicitato subito, perché, tanto per esemplificare, se non c’è l’acqua o ce ne è poca, prima viene l’agricoltura e quanto esiste nel territorio, poi i nuovi insediamenti che in situazione limite potrebbero non realizzarsi.

Per questo, e per altro che sarebbe troppo lungo riconsiderare, abbiamo la sensazione di trovarci di fronte ad una valutazione ex ante, per questo insorge il dualismo garante – mallevadore. Ma, per evitare fraintendimenti, la nostra è l’espressione di un civile preoccupazione, che va oltre il contingente e le sue convenienze, che vuole contribuire a chiarire i contorni di una esperienza innovativa e positiva, il ruolo, del garante, cui sembra ancora si debba trovare una giusta collocazione perché in fondo sono in gioco le ragioni di un processo democratico, la legittimità, le prerogative e le responsabilità di chi governa.

Nota: ancora, per l’intera vicenda si faccia riferimento ai numerosissimi articoli presenti in SOS Toscana (f.b.)

«Quello che mi indigna un po', francamente, è questa pressoché unanime valanga che si sta rovesciando - oltre che su di me - sui firmatari dell'appello, sugli studenti che hanno reagito da studenti, in un unico blocco di violenti, intolleranti che hanno impedito al papa di venire alla Sapienza a parlare. Io rispondo per quanto mi riguarda, perché la mia è stata un'iniziativa personale - con una lettera scritta il 14 novembre su il manifesto - in cui mi rivolgevo al mio lettore.

E lo criticavo anche aspramente perché vedevo nell'invito a inaugurare l'anno accademico della Sapienza (di questo si trattava, anche se prima come lectio magistralis, poi camuffata all'italiana con un intervento nello stesso giorno, comunque)».

Il giorno dopo il «gran rifiuto», Marcello Cini è amareggiato. Ma non contrito. Contesta il modo in cui quasi tutti i media hanno costruito il mancato evento e le ragioni sue e dei firmatari della lettera al rettore della Sapienza. «La sostanza era l'invito al papa a inaugurare l'anno accademico. A questa proposta io ho reagito, e reagirei ancora oggi, per due ragioni. La prima è di tipo formale, ma essenziale. L'inaugurazione dell'anno accademico è un atto pubblico, forse il più importante, che riafferma la natura e la funzione dell'università come istituzione di crescita della conoscenza, di formazione della cultura al più alto livello, di uno stato laico, democratico, moderno, sui principi della Rivoluzione francese, dell'illuminismo e della modernità. Un atto importante - un rito se si vuole - che riafferma il modo in cui è organizzato questo processo di crescita e trasmissione della conoscenza alle giovani generazioni. Invitare al centro di questo rito laico un'autorità come il papa è di fatto una contraddizione in termini, non può che generare conflitto. Il papa è a capo di un'istituzione come la Chiesa cattolica, fondata su pricipi totalmente diversi - come il carattere gerarchico-autoritario, detentore di una verità assoluta proveniente direttamente da dio, quindi dalla trascendenza. Si fonda perciò su criteri di verità, metodologici e epistemologici, completamente diversi. È questo contesto che non si vuol capire. Ossia la coesistenza e il conflitto tra due istituzioni di natura diversa e fondate su principi in antitesi fra loro».

Un conflitto istituzionale che non implica affatto «censura», ma rispetto della diversità degli ambiti. «Ciò non vuol dire che il papa, come professor Ratzinger, non sia un professore universitario, un intellettuale fine, colto, ecc. Ma la confusione tra queste due figure che coesistono entro la stessa persona, ha permesso di generare - per esempio in occasione dell'invito a Ratisbona - un'interpretazione del suo discorso come una presa di posizione contro l'Islam, con tutte le polemiche che ne sono seguite».

Luogo e occasione, insomma, con parecchie riserve su come è stata realizzata l'idea della visita papale. «Non sarebbe successo nulla se il rettore e il Vaticano avessero semplicemente spostato la visita in un'altra data. Anche altri papi l'hanno fatto, esponendo il proprio punto di vista. Nei contenuti sarebbe stato poi approvato, obiettato, contestato, ecc».

Molte distinzioni «istituzionali» sembrano svanire nel dimenticatoio...

«Tutto questo si colloca in un contesto in cui questo papato - in particolare nel nostro paese - sta perseguendo una politica concreta tesa a sgretolare sempre di più la separazione tra Stato e Chiesa, tra repubblica italiana e clero. Questo ha creato una situazione in cui una presa di posizione legittima - un professore che si rivolge pubblicamente al proprio rettore - e fondata sulla separazione delle sfere di competenza, viene classificata, bollata e demonizzata come un'intolleranza da parte mia, dei miei colleghi e degli studenti. L'intolleranza quotidiana è quella che arriva alle telefonate del cardinal Bertone ai deputati italiani di stretta osservanza cattolica perché non votino certe leggi».

Sembra una scena da favola di Esopo (la volpe che accusa l'agnello)...

«Se questa reazione è un'intolleranza o un 'divieto di parlare', siamo a un tale stravolgimento della realtà dei fatti che, da un lato, non può che indignarmi; dall'altro - vedendo che tutta la sinistra e il centrosinistra si accoda a questa mistificazione - deprimermi profondamente. C'è un'incapacità di reagire a questo pensiero unico per cui il depositario dei valori è la religione e i laici non hanno valori. Per acquietare le coscienze e orientarsi sul senso della vita, sul lecito e il non lecito, su tutte queste cose l'unico riferimento ritorna a essere la religione. È colpa nostra».

A Napoli, il 21 Dicembre 2007, nel corso di un’affollata manifestazione alla Mostra d’Oltremare, con presenza predominante di giovani, promossa dal comitato campano per la Lista Civica, Nicola Capone, segretario generale delle Assisi della città di Napoli e del Mezzogiorno, che ruotano attorno all’Istituto di Studi Filosofici di Marotta e Gargano e a Palazzo Serra di Cassano, testimone della rivoluzione napoletana giacobina e antisanfedista del 1799, mi ha consegnato quattro fascicoli sui rifiuti a Napoli e in Campania.

I fascicoli delle Assise, pubblicati nel Bollettino omonimo, diretto da Francesco De Notaris, ex senatore della Rete e da Francesco Iannello, sono innanzitutto una testimonianza dell’impegno civile e intellettuale di tanti giovani e meno giovani, rappresentanti, a giusto titolo l’intellighenzia napoletana, i quali, a dispetto del degrado e della violazione di tutti i diritti più elementari, studiano, fanno proposte e non si rassegnano. La lettura dei bollettini è illuminante e sarebbe stata di notevole aiuto agli amministratori comunali e regionali per risolvere il problema, diventato tragedia, e che ha fatto il giro del mondo.

Le questioni affrontate, con i contributi di professionisti e tecnici di valore e di grande prestigio sono essenzialmente tre:

la violazione di tutte le norme di legge italiane ed europee, come causa determinante del disastro rifiuti; le scelte sbagliate come causa dell’emergenza permanente e incentivo agli affari e allo spreco di denaro pubblico; le conseguenze gravissime per la salute dei cittadini e il degrado dell’ambiente.

Partendo dal primo punto la tesi sostenuta e dimostrata, accettata oramai in qualsiasi latitudine, è che se si violano i capisaldi dello smaltimento dei rifiuti e cioè: riduzione, riciclaggio, recupero e riuso e si pensa di sostituire questa strategia, peraltro stabilita da tutta la legislazione italiana ed europea, attraverso la costruzione e l’uso di grandi inceneritori o termovalorizzatori che poi sono sostanzialmente la stessa cosa, le conseguenze sono sempre uguali e inevitabili. In altre parole, i rifiuti non possono essere smaltiti come li produciamo e bisogna produrne di meno. Il professor Guido Viale lo spiega con una immagine domestica molto efficace: i rifiuti sono un “flusso” e se ne creano di nuovi ogni giorno. Pertanto, da qualche parte devono “defluire”, o in impianti di recupero o in discariche a “perdere”. Ma se il getto del rubinetto è maggiore della portata dello scarico occorre: stringere il rubinetto, aprire un secondo flusso, disintasare lo scarico. Stringere il rubinetto significa diminuire la quantità di rifiuti prodotti, costituiti per il 70 per cento da imballaggi. Quindi si deve dare un taglio alla vendita di prodotti imballati. Il secondo deflusso è la raccolta differenziata prevista dalle leggi del nostro paese per il 60% dei rifiuti urbani nel 2011, oggi al 40% in Lombardia e al 10% a Napoli. La raccolta differenziata è efficace se viene fatta porta a porta con impegno dei cittadini e vigilanza delle amministrazioni. Essa porta soldi attraverso la vendita dei rifiuti separati (carta, plastica, vetro, umido, ecc.) che vanno a ruba. Per cui, chi fa la raccolta differenziata guadagna, chi butta i rifiuti in discarica fa guadagnare i proprietari delle discariche. Persino in Campania, alcuni comuni fanno raccolta differenziata al 90% e il comune guadagna. Il sindaco di Atena Lucana il 15 dicembre 2007 l’ha spiegato a Repubblica con queste parole: «Io per legge dovrei coprire almeno il 50% dei costi con i soldi dei cittadini. Glieli faccio risparmiare. Copro con la vendita dei rifiuti. Basta differenziarli». Con una raccolta differenziata del 60-65 % il residuo indifferenziato si riduce al 35% del totale dei rifiuti. Ma questa parte indifferenziata non può andare direttamente negli inceneritori. Per legge deve essere separata la parte di materiale combustibile dalla quella inerte e organica e questo compito avrebbero dovuto svolgerlo i cosiddetti CDR, i sette impianti previsti in Campania. Solo che non l’hanno fatto perché nessuno ha controllato e ora sono sparse ovunque sette milioni di tonnellate di cosiddette ecoballe che di eco hanno molto poco, inquinano e non si sa dove portarle. Se la separazione è ben fatta, in discarica o in un termovalorizzatore, ci va meno di un terzo del residuo. Nel caso della Campania che produce oltre 7200 tonnellate di rifiuti al giorno e, senza riduzione degli imballaggi e smaltimento rapido, ne produrrà oltre 8000 in tempi brevi, se le cose fossero state fatte a modo rispettando le leggi, si porrebbe il problema di smaltire un terzo del residuo e cioè circa 1000 tonnellate al giorno. Dopo avere incassato molti soldi ricavati dalla raccolta differenziata.

Se si tiene conto che il solo termovalorizzatore di Acerra, costruito senza valutazione di impatto ambientale, con una tecnologia vecchia di 30 anni, brucerà 2000 tonnellate di residuo, si capisce che è sovradimensionato e che gli altri due previsti non servono. Eppure la previsione dei costi è di 5 miliardi di euro. Inoltre bisogna considerare che con qualsiasi impianto che brucia le sostanze emesse: diossina o i suoi precursori, furani, idrocarburi policiclici ecc, sono sempre inquinanti e dannose per la salute dei cittadini.

Come lo sono i rifiuti interrati nella provincia di Caserta e di Napoli, una volta chiamata terra di lavoro per la grande fertilità e Campania Felix, che oggi include aree chiamate “triangolo della morte” nelle quali, come dimostra lo studio dell’Osm («Trattamento dei rifiuti in Campania - Impatto sulla salute umana»), i tumori sono aumenti del 400% e almeno 250 mila persone sono intossicate da sostanze altamente inquinanti presenti nell’aria, nell’acqua, nel terreno. Della situazione si occupa l’Associazione medici acerrani, animatore il dottor Andrea Bianco, insieme ad altri medici e specialisti che insegnano all’università di Napoli come i professori Comella e Puzone, i quali lamentano isolamento e minacce. Uno di Loro, Montano, denuncia che un «fiume di denaro viene elargito dal Commissario alla popolazione bisognosa per comprarne il silenzio».

Finora i capisaldi di uno smaltimento corretto dei rifiuti (raccolta differenziata, riciclaggio, riuso e riutilizzo) previsti dal decreto Ronchi del 1997, dal decreto legge N. 245 del 2005, convertito in legge nel 2006, dalla direttiva ambientale del 2004/35/CE, sono stati ignorati e non solo a Napoli.

Ultimo problema e non certo per importanza, riguarda la struttura commissariale e il contratto con Impregilo. Il Commissariato, infiltrato da uomini della camorra, ha assunto a tempo indeterminato 2316 dipendenti a tre milioni delle vecchie lire al mese, con una spesa di 55 milioni di euro all’anno, i quali, secondo quanto ha riferito il Commissario Catenacci di fronte alla Commissione di Inchiesta sui rifiuti: «al bar spendono tutti i soldi giocando a zecchinetta». I commissari che si sono succeduti hanno sprecato circa due miliardi di euro. «Il Commissariato, invece di percorrere i binari della normativa europea e italiana di attuazione e cioè invece di imboccare, come prima cosa, la strada di raccolta e di recupero dei rifiuti prescrittagli e sollecitata dalla commissione Via (valutazione di impatto ambientale, ndr), dal ministro degli Interni e dal ministro dell’Ambiente, si comportò come se la legge non esistesse». Lo scrive Raffaele Raimondi, presidente emerito della Cassazione. Per le stesse ragioni, la Commissione Parlamentare di Inchiesta, nella relazione del 19 dicembre 2007 ne chiede la soppressione immediata.

Il contratto con Fisia-Italimpianti del gruppo Impregilo, poi, non credo abbia precedenti. Gli impianti previsti vengono costruiti con denaro pubblico, restano di proprietà della società privata, la quale, per smaltire le ecoballe e gli altri rifiuti mediante i termovalorizzatori da costruire, dovrebbe ricevere i contributi dello Stato CPI6, destinati alle energie rinnovabli e “assimilate”. Una somma enorme di denaro, che in base ai contratti, la cui validità era di 10 anni, si aggirava attorno ai 2,5 miliardi di euro. Lo scrive Alberto Lucarelli il quale sottolinea che «se il riconoscimento del sussidio CIP6 fosse attribuito direttamente alle ecoballe e non agli impianti, avremmo le disponibilità finanziarie per lo smaltimento immediato di questi rifiuti». Insomma, i napoletani, ma anche noi tutti, come suol dirsi, cornuti e mazziati!

Per tutte queste ragioni a Napoli si profila la prima sperimentazione della nuova legge sulla “class action” approvata con la Finanziaria che, per il numero di richieste e la quantità e qualità dei danni, potrebbe essere davvero imponente e costituire un precedente rivoluzionario.

Postilla

Chi guarda appena un po’ al di là del suo villaggio sa da anni che la produzione straordinariamente ricca di rifiuti minaccia di sommergerci, e che l’unico modo di proteggerci durevolmente dall’essere seppelliti da ciò che produciamo (ricordate Italo Calvino, Leonia, 1972?) è produrne di meno e riciclare quello che è possibile. Dopo lo scandalo di Napoli e della Campania, i cui “governanti” stanno ancora lì in sella, ormai lo sanno tutti. Non c’è giornale serio che non ricordi che la quota degli inutili imballaggi e dei prodotti “usa e getta” è preponderante, che gran parte dei rifiuti si può riciclare, cioè riutilizzare, e che la chiave di volta del sistema è la generalizzazione della raccolta differenziata. Lo sanno tutti, fuorché chi governa.

Affrontare il problema da questo punto di vista impone scelte coraggiose. Impone di contrastare le tendenze dominanti nel mondo della produzione e del commercio. Impone di proibire gli incarti inutili, gli imballaggi esuberanti, gli orpelli pubblicitari nei quali vengono presentate e avvolte le merci. Impone di scoraggiare l’impiego dei prodotti “usa e getta”. Impone quindi di aprire un fronte di lotta nei confronti di poteri forti – anzi, dominanti dove la politica è debole.

E impone di lavorare con coraggio e determinazione politica nei confronti dei produttori ultimi di rifiuti. Mi riferisco alla “raccolta differenziata”, secondo, se non primo, passo d’una seria politica di riduzione dei rifiuti. È un’impresa difficile, perché induce ad affrontare il cittadino in quanto tale: per vincere le sue pigrizie, le sue abitudini, alcune sue piccole comodità. Perciò esige l’assunzione di questo tema come questione politica centrale: non qualcosa da appaltare alla mera tecnica, ma da curare come azione politica. Ricordo che quando a Venezia, molti anni fa, si avviò la raccolta differenziata nel centro storico l’assessore all’ambiente (era Paolo Cacciari) girava la mattina per le calli per verificare il comportamento non solo dei raccoglitori (che erano stati accuratamente formati) ma dei cittadini, rimproverando quelli che non rispettavano gli standard stabiliti e resi noti con decine di assemblee.

La questione dei rifiuti è centrale nella nostra epoca, per un’infinità di ragioni. È il simbolo di un meccanismo che non funziona; può essere la testimonianza della possibilità di cambiarlo, o almeno di correggerlo dei suoi danni più appariscenti.

Due giorni fa Joseph Ratzinger ha celebrato la messa nella cappella Sistina dando le spalle ai fedeli. Liturgia che il Vaticano II aveva sostituito con la celebrazione faccia a faccia perché non fosse un dialogo del sacerdote con dio, e i fedeli dietro, ma una celebrazione in comune. Ora si ritorna indietro. Da quando è papa ha riaperto ai lefebvriani, ha chiuso con il dialogo ecumenico all'interno stesso dell'area cristiana, ha negato nel non casuale lapsus culturale a Ratisbona, qualsiasi spiritualità all'islam, ha messo un alt all'avanzata di un sacerdozio femminile, ha ribadito l'obbligo del celibato per i sacerdoti, ha negato i sacramenti ai divorziati che si risposino, ha respinto nelle tenebre gli omosessuali, ha condannato non solo aborto e eutanasia, ma ogni forma di fecondazione assistita, ha interdetto la ricerca sugli embrioni, intervenendo ogni giorno direttamente o tramite i vescovi sulle politiche dello stato italiano. Tra un po' risaremo al Sillabo.

Sono scelte meditate, che significano un passo indietro rispetto al Concilio Vaticano II, che era stato un aprire le braccia all'intera comunità cristiana e oltre, a quel più vasto «popolo di dio» che era costituito, per il clero più illuminato, anche dai laici. Insomma, come Cristo la chiesa ridiscendeva fra la gente, e non saliva obbligatoriamente con lui sulla croce. Era stato Giovanni XXIII - un papa che non vantava grandi meriti teologici - a guardare con generosità alla crisi del cattolicesimo nel mondo moderno e a riaprirne i varchi. E ne venne un grande fervore, la crisi parve per breve tempo sciogliersi negli anni Sessanta. Ora si incancrenisce di nuovo basta leggere le preoccupate informazioni di Filippo Gentiloni sul posto che ha oggi la pratica del cattolicesimo fra gli italiani, e la crisi delle vocazioni che ne consegue.

E' con questo papa che l'intera sfera politica italiana, da destra a sinistra, a eccezione dei radicali, dialoga e compone, cedendo ogni giorno qualcosa di più. Già aveva cominciato Luigi Berlinguer a eludere il divieto costituzionale finanziando le scuole confessionali ma, se era una concessione, almeno non era il consenso a una perpetua interferenza. Che si è andata invece accentuando con Karol Woityla, dovunque le scelte politiche sfiorino il terreno della coscienza. Come se questa fosse dominio riservato alla religione, e perdipiù cattolica, e una coscienza laica non esistesse, o fosse di ordine inferiore.

Così ieri Giovanni Paolo II è stato invitato in quella sede eminentemente politica che è il Parlamento, cosa che ad Alcide de Gasperi non sarebbe mai venuta in mente e oggi Walter Veltroni trova che, Roma essendo sede del seggio pontificio, non è il caso di celebrarvi le unioni civili fra persone del medesimo sesso, e speriamo che non trovi maleducato continuare a celebrare quelle fra sessi diversi, ma maleducatamente civili. E l'università della capitale, dimentica che negli atenei nessuna autorità estranea, neppure i tedeschi occupanti aveva mai messo piede, invita Ratzinger - che ieri ha saggiamente rinunciato - a elargirle non so se parole o benedizioni, qualcuno sostenendo che sarebbe un sommo teologo l'autore delle due modeste encicliche su carità (o amore depurato da ogni eros) e speranza (nella salvezza), e d'un libro su Cristo che non ha fatto palpitare. Che la destra vaticana voglia la riconquista dello stato si capisce. Che questo le spalanchi le porte no. Inviterei Veltroni e la costituente del Pd a rileggere il dibattito del 1905 sulla separazione fra stato e chiesa. In essa Jaurès argomentava come essa costituisca la sola garanzia di libertà per l'uno e per l'altra. O in una democrazia postmoderna, postcomunista, riformista è più trend ispirarsi all'Opus Dei della signora Binetti?

E’ difficile aspettarsi un risultato dal piano del governo per i rifiuti della Campania. Perché in quel piano non c’è niente di nuovo. I punti «qualificanti» sono:

1) Raccolta differenziata. E’ una prescrizione già contenuta in una legge dello stato del 1997, che i commissari non hanno mai attuato. Il piano non indica le misure per cui questa volta dovrebbe riuscire, ma solo scadenze per il suo avvio.

2) Conferimento ad altre regioni «volonterose » delle centomila e più tonnellate di rifiuti che ingombrano le strade campane. Anche questo è già stato chiesto e fatto in altri periodi. E’ ovvio che in mancanza di garanzie che la storia non abbia a ripetersi le difficoltà frapposte dalle altre regioni crescono.

3) Utilizzo immediato di quattro discariche – o cinque, se verrà inclusa Pianura – già indicate dal precedente commissario Bertolaso e tre delle quali sono già state oggetto di mobilitazioni popolari contro la loro apertura; perché sature o in siti inadatti. Non risulta che Regione, Province o commissari abbiano mai effettuato una mappatura del territorio campano per individuare siti compatibili con questa funzione. Si è sempre cercato di utilizzare i siti già compromessi (gravando su popolazioni la cui salute è stata distrutta da queste servitù), nonostante che indicazioni su siti adatti dal punto di vista geologico e idrologico siano state a suo tempo fornite a Bertolaso da alcuni geologi che queste indagini le avevano svolte per proprio conto.

4) Apertura «nel medio termine» di tre inceneritori: sono quello di Acerra, in costruzione da quattro anni e in programma da dieci, che non sarà pronto prima del 2009 e quello di Santa Maria la Fossa, a soli quindici chilometri dal primo (anch’esso in programma da dieci anni). Anche qui vale il principio di insediare gli impianti più inquinanti nei territori più compromessi; con l’aggravante che in questo caso la decisione sui siti è stata delegata all’impresa aggiudicataria della costruzione e della gestione degli impianti. Il terzo inceneritore verrà localizzato a Salerno, città il cui sindaco si è da tempo dichiarato disponibile a ospitarlo, anche se il sito non è stato ancora indicato e la mobilitazione popolare contro questa decisione sta già montando. Ma l’apertura dei due nuovi inceneritori, posto che si facciano, non potrà avvenire prima di tre-quattro anni. E nel frattempo?

Ridurre, riciclare, recuperare, smaltire.

Nulla dice il piano del governo circa i cinque milioni di «ecoballe» accumulate ai piedi dei sette impianti di tritovagliatura (i cosiddetti Cdr) e infarcite di rifiuti tossici infilati più o meno clandestinamente dalla camorra. Tutti i Cdr sono attualmente fermi; per guasti tecnici, o per decreto della magistratura, o per mancanza di spazio dove stoccare la «produzione». Si tratta di un’altra ecobomba di dimensioni planetarie, che se venisse smaltita nel megainceneritore di Acerra, se entrerà in funzione, lo terrebbe occupato per non meno di 5-7 anni, mentre in attesa dei nuovi inceneritori si accumulerà un numero quasi uguale di altre ecoballe.

Che cosa bisogna fare, allora? Bisogna attuare in modo drastico le priorità dell’Ue, della normativa nazionale e di quella regionale.

Primo: ridurre; secondo: riciclare; terzo: recuperare solo quello che non è possibile riciclare; quarto: smaltire solo quello che non è in alcun modo recuperabile. E in emergenza queste regole vanno attuate con misure straordinarie.

Ridurre: ogni giorno la Campania produce 6-7000 tonnellate di nuovi rifiuti urbani. Anche se altre regioni italiane accetteranno di assorbire quelli ammonticchiati per le strade, tra quindici giorni saremo punto a capo. Tra un mese e mezzo sarà stata riempita completamente la discarica di Serre – l’unica oggi aperta in Campania – e per aprirne altre il commissario si sentirà autorizzato a usare gli stessi sistemi adottati a Genova.

Il 40% in peso di quei rifiuti è composto da imballaggi; un altro 10% da altri prodotti usa e getta. Si tratta in massima parte di vetro, plastica, carta e cartone, che in volume occupano in discarica oltre il 60 e nei cassonetti fino al 90% dello spazio disponibile. Il resto è composto quasi esclusivamente da materiale organico (avanzi di cucina), inerti e rifiuti ingombranti (mobili e elettrodomestici depositati accanto ai cumuli di rifiuti perché non ci sono centri e servizi di raccolta ad hoc). Bisogna fermare questo flusso. Se si allaga la casa, prima di asciugare il pavimento e strizzare gli strofinacci occorre chiudere i rubinetti. E la Campania è «allagata» dai rifiuti.

Ma come fare? Va proibita la vendita dei prodotti usa e getta fino al lontano ritorno a una lontana «normalità». Per lo meno di quelli più ingombranti: i pannolini possono essere sostituiti con prodotti lavabili di concezione moderna: sono più economici e igienici per chi li usa e molto meno costosi per chi li deve smaltire. Un comune li può addirittura regalare a chi ne ha bisogno – come si comincia fare a Reggio Emilia e in altre città – con la sicurezza di risparmiare sullo smaltimento.

Lo stesso vale per le stoviglie usa e getta. I comuni devono proibirle emettere a disposizione - a pagamento - di chi le usa abitualmente, cioèmense e fast food, servizi mobili di lavaggio: si possono organizzare in pochi giorni, in attesa che le utenze si dotino delle necessarie strutture. Vanno bloccati all’uscita dalla catena distributiva tutte le bibite in vuoti a perdere, acqua minerale compresa, se non nei territori dove l’acqua del rubinetto non è potabile. E’meglio questo «sacrificio» o continuare a vivere tra cumuli di rifiuti? Vanno eliminati gli imballaggi superflui, in attesa che i distributori si dotino di servizi logistici in grado di garantire l’utilizzo esclusivo di vuoti a rendere e di dispenser per la vendita di prodotti sfusi, come ormai fanno molte catene distributive nel nord e nel centro Europa, ma anche alcune catene italiane.

Ma che cosa si può fare nell’immediato? Si devono spacchettare alle casse dei supermercati e ai banchi dei negozi i prodotti acquistati, in modo che gli imballaggi superflui vengano immediatamente convogliati verso gli impianti di riciclaggio. A Natale, con la campagna «Disimballiamoci» Legambiente aiuta i consumatori volenterosi a sbarazzarsi degli imballaggi superflui presidiando con i suoi volontari le uscite dei supermercati. In Campania la stessa cosa va resa obbligatoria, impegnando in questa funzione alcune migliaia dei lavoratori finora addetti a una inesistente raccolta differenziata. E spiegando alla popolazione che questo è l’unico modo per liberarsi dai cumuli di rifiuti sotto casa e dalla necessità di aprire ogni giorno nuove discariche. Naturalmente per farlo ci vuole personale formato (rapidamente), consultato e aggiornato (quotidianamente) per avere il polso delle risposte della popolazione.

Uscire dalla monnezza non è utopia.

E’ una proposta folle? Può sembrare. Ma è più folle questa proposta o il comportamento di governatori, amministratori e commissari che per 14 anni hanno lasciato incancrenire la situazione fino a questo punto? D’altronde è una proposta che va nella direzione in cui si muove un numero crescente di amministrazioni nei contesti più «civili» dell’Europa e degli Stati Uniti: dalla Silicon Valley al Canada, dall’Austria all’Olanda, dalla Germania alla Nuova Zelanda. Napoli e la Campania potrebbero approfittare dell’emergenza per superare in un colpo solo il gap tra la posizione infima che occupano oggi e i primi posti a livello mondiale. Esattamente come12 anni fa Milano, sommersa dai rifiuti, aveva saputo superare l’emergenza mettendo a punto in pochi mesi un modello poi ripreso da molte città europee.

Anche la raccolta differenziata (per la quale la legge prescrive l’obiettivo del 65% entro cinque anni), se da un lato si avvantaggerebbe molto di poter operare su flussi di rifiuti già liberati dalla maggior parte degli imballaggi superflui e dei prodotti usa e getta, richiede comunque una mobilitazione straordinaria che i comuni che hanno già raggiunto questo obiettivo ben conoscono. La raccolta deve essere fatta porta a porta; il personale che la fa deve essere formato e investito di una responsabilità che richiede una elevata professionalità: quella di imparare a conoscere il territorio attraverso i rifiuti prodotti; di dialogare con la popolazione; di individuare i problemi e proporre soluzioni. L’addetto alla raccolta differenziata porta a porta non è più un facchino ma un lavoratore front-line.

Serve un grande lavoro con la persone, ma i risultati poi arrivano: non c’è un solo abitante dei comuni che fanno bene la raccolta differenziata che vorrebbe tornare indietro. Naturalmente ci vogliono impianti per trattare le frazioni raccolte. Nell’immediato si potrà ricorrere ad altre regioni, che riceveranno i materiali riciclabili della Campania più volentieri dei suoi rifiuti indifferenziati. Ma bisognerà individuare in fretta i siti e costruire gli impianti - soprattutto quelli di compostaggio - nella regione. Possono essere accolti meglio di una discarica o di un inceneritore. In fin dei conti si tratta di fare un patto con la popolazione: meno impianti inquinanti di smaltimento finale in cambio di più impegno nel ridurre e riciclare i rifiuti. Infine, molta parte del territorio campano dispone di condizioni adeguate per promuovere il compostaggio domestico, magari distribuendo gratuitamente compostatori, istruzioni per l’uso e assistenza tecnica continua a chi vuole provarci e riducendo così in misura consistente il conferimento di rifiuto organico. Se l’obiettivo del 65% verrà raggiunto, quando saranno pronti (se saranno pronti) i due nuovi inceneritori, i rifiuti campani da smaltire si saranno ridotti a un terzo di quelli attuali; e se sarà attivata una politica drastica di riduzione, come quella proposta qui, a molto meno di un quarto. Il «combustibile derivato dai rifiuti» prodotto da un impianto a norma è meno della metà del materiale immesso: cioè la metà della capacità dell’inceneritore di Acerra. E a quel punto, a che cosa serviranno gli altri due inceneritori? Si rischierà, in Campania come in tutta Italia, di ritrovarsi nella situazione della Germania, che, dopo aver avviato una vera raccolta differenziata si ritrova con un eccesso di capacità di smaltimento, cioè di inceneritori e di discariche. E’ per questo infatti che la Germania accoglie così volentieri i rifiuti campani: per tenere in funzione impianti che altrimenti non potrebbero ammortizzare. Se invece non si ritiene perseguibile l’obiettivo del 65% di raccolta differenziata, perché è stata fatta una legge che prescrive quest’obiettivo, confermando un’analoga norma del governo Berlusconi, che fissava l’obiettivo al 60% al 2011?

Resta il problema delle bombe ecologiche di cui il piano del governo non si occupa: i milioni di tonnellate di rifiuti tossici nascosti in discariche, clandestine e non, e i milioni di ecoballe che a norma di legge non potranno essere affidate a nessun inceneritore. Qui è improcrastinabile un piano di bonifica di ampio respiro e di portata nazionale, soprattutto per la quantità di risorse sia finanziarie che tecniche e umane da mobilitare. Costerà sicuramente molto di più dei due miliardi di euro che il commissario ha sperperato nel corso di quindici anni e dovrà essere messo a carico delle finanze dell’intero paese. Perché là, nelle fosse, nelle cave, nei pascoli e nelle discariche di tanta parte della Campania – e verosimilmente della Calabria e della Puglia – sono seppelliti i rifiuti di cui si è liberato a basso costo per decenni tutto il sistema industriale del paese. Ed è giusto che a pagare sia tutto il paese.

1. Perché non si sono mai domandati se si producono troppi rifiuti, e non hanno agito sulla produzione e sul commercio per ridurli all’origine?

2. Perché non hanno promosso e attivato la raccolta differenziata, unico strumento capace di adoperare come risorsa gran parte dei rifiuti e da ridurre massicciamente il costo di eliminazione dei residui?

3. Perchè hanno affidato la soluzione del problema (dell’emergenza) a “commissari straordinari”, quando si tratta di compiti che richiedono un impegno ordinario di buona amministrazione?

4. Perché per lo stoccaggio hanno scelto sempre e sistematicamente siti sbagliati perché pericolosi per l’inquinamento delle falde idriche, per l’instabilità dei terreni, per la distruzione di risorse territoriali preziose, per la densità della popolazione “sottovento”?

5. Perché la “destra” ha appaltato l’intero ciclo dei rifiuti a un’impresa privata e la “sinistra”, pur avvisato per tempo dell’errore, ha confermato e ribadito la scelta cancellando chi l’aveva avvertita?

6. Perché non hanno mai coinvolto i cittadini in una discussione seria sulle cause, sui rimedi possibili, sulle azioni necessarie, proponendo programmi credibili e monitorandone l’attuazione?

7. Perché, quando i nodi derivanti dalla loro incapacità di governo vengono al pettine, non trovano altra soluzione se non quella di mandare l’esercito o – addirittura – minacciare di mandare i carri armati?

Nessuno si chiami fuori, perché nessuno è esente da colpe. Ma non tutti sono uguali: le graduatoria della colpevolezza coincide con la graduatoria del potere.

Ho avuto modo di parlare ad Antonio Bassolino due volte nel corso degli ultimi dieci anni.

La prima, alla fine degli anni ’90, quando lui era stato rieletto sindaco, e prima che accettasse il Ministero del Lavoro. Gli illustrammo il piano della rete stradale di Napoli. Lui ascoltò e fece domande, sembrava ancora interessato all’attività di programmazione degli uffici. Certo, non erano già più i tempi della prima giunta, quella formata da un gruppo di intellettuali, tecnici e politici che in tre anni aveva messo in campo una strategia di riforme mai vista da queste parti, in grado di appassionare i cittadini, e di rimettere in moto gli ingranaggi arrugginiti dell’amministrazione. Il vento era cambiato: fuori i cervelli, i civil servant, dentro gli uomini d’apparato, i fiduciari, i signorotti delle tessere.

La seconda volta, l’estate scorsa, ho avuto modo di parlare a Bassolino in occasione di una riunione convocata dalla Regione per lanciare un fantomatico piano per la Campania regione sostenibile d’Europa (sic!). Avevo davanti un uomo molto diverso, incupito, ripiegato su sé stesso, profondamente solo. Gli dissi francamente quello che pensavo. Al punto al quale eravamo giunti, sostenibilità in Campania non significava uscire sulla stampa e in TV con improbabili annunci di chissà quali nuove iniziative, quanto piuttosto ridare slancio e credibilità all’amministrazione ordinaria, integrando e mettendo a sistema tutti gli strumenti di piano e di programma prodotti negli ultimi anni, tra i quali un buon piano territoriale regionale, il primo prodotto dalla Regione dalla sua istituzione nel 1970. Insomma, riprendendoci in carico un territorio commissariato da quindici anni. Fu il solo ad ascoltarmi, mentre gli altri partecipanti non riuscivano più di tanto a celare il disinteresse o fastidio per un intervento inopportuno, inutilmente critico, non collaborativo, sottilmente provocatorio.

La crisi dei rifiuti che scaraventa Napoli sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo è la crisi di questo modo di pensare, di vivere, di governare. E’ la crisi di un sistema che ha preferito istituzionalizzare l’emergenza, piuttosto che rafforzare e qualificare i poteri ordinari, e questo significa tutto in una regione dove, per ogni 100 euro di PIL legale, Gomorra ne produce altri 40 con il ciclo cave-cemento-edilizia abusiva-rifiuti.

Sono momenti difficili quelli che ci tocca vivere in questi giorni, con i turisti che disdicono le prenotazioni, e i prodotti agricoli di Campania felix che stentano sempre più a trovare mercato, perchè i marchi di qualità ai quali abbiamo lavorato in questi ultimi vent’anni si sono trasformati in marchi d’infamia. I danni ambientali, sociali ed economici del disastro non sono quantificabili. L’unica cosa che sappiamo è che, quando la bufera sarà passata, è dall’amministrazione ordinaria che bisognerà ripartire. Ci chiediamo solo con quale capitale di fiducia, con quale propellente politico, visto che quello che avevamo è stato impiegato per dar fuoco ai cumuli di rifiuti.

Vedi anche: Privatizzare i rifiuti è sbagliato ((6.7.2004), I commissari straordinari in Campania (29.8.2005), Discariche e lontre (5.4.2007)

È GIÀ singolare che una forza politica rappresentata in Parlamento, nelle amministrazioni locali e perfino nel governo nazionale, decida di acquistare una pagina pubblicitaria su un giornale non per diffondere le sue idee o raccogliere voti, ma per difendersi dalle accuse che le vengono rivolte. Lo hanno fatto l’altro ieri i Verdi con un "avviso a pagamento" su Repubblica, per chiarire quali sono le loro "colpe" sull’emergenza rifiuti o meglio quelle che – come si legge nel testo – "in modo disonesto e strumentale, molti cercano di scaricare" su di loro.È un’autodifesa che merita di essere presa in considerazione, almeno da parte di chi vuole capire – al di là delle strumentalizzazioni politiche e mediatiche – chi sono i veri colpevoli di questo disastro ambientale e civile, a cominciare dalle imprese appaltatrici guidate dall’Impregilo che l’hanno determinato.

Premesso che "da 14 anni la legge attribuisce al Commissario straordinario tutte le competenze e i poteri per l’emergenza rifiuti in Campania", i Verdi riassumono in otto punti quello che hanno fatto nel frattempo: 1) hanno chiesto più volte di sciogliere una "struttura commissariale inefficace e inadeguata" che fra l’altro ha sperperato due miliardi di euro dei contribuenti; 2) hanno contrastato il "fallimentare" Piano di smaltimento dei rifiuti che ha prodotto cinque milioni di ecoballe; 3) hanno denunciato costantemente il giro del malaffare camorristico e le infiltrazioni delle ecomafie nel traffico dei rifiuti; 4) hanno proposto un moderno modello di gestione dei rifiuti, in linea con le Direttive europee; 5) hanno contributo ad avviare la raccolta differenziata in oltre 150 Comuni della Campania; 6) hanno sostenuto la realizzazione dell’unica discarica controllata e funzionante nella regione, quella di Serre; 7) hanno ottenuto la possibilità di commissariare i Comuni che non effettueranno la raccolta differenziata; 8) e infine, hanno contribuito a fermare il meccanismo perverso del cosiddetto CIP6, oltre 30 miliardi di euro sottratti alle energie rinnovabili e destinati ad alcune potenti lobby industriali.

Le uniche "colpe" che i Verdi sono disposti ad ammettere, dunque, sono da una parte quella di aver detto "no ad affaristi, camorristi ed ecomafie" e, dall’altra, quella di aver detto "sì alla raccolta differenziata e alla salute dei cittadini". E chi è in buona fede, se proprio non vuole rendergliene merito, deve almeno prenderne atto. Il partito del Sole che ride farebbe bene, piuttosto, a riflettere sulla propria immagine, sulla propria credibilità e capacità di comunicazione, per verificare se in qualche caso non ha peccato di estremismo o di massimalismo, compromettendo l’efficacia delle sue iniziative.

Quali sono, allora, i nomi dei veri colpevoli? Lo stesso leader dei Verdi, il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, nell’intervista rilasciata mercoledì scorso al nostro giornale, ne ha fatto esplicitamente uno: quello di Cesare Romiti. E ha richiamato il "disgraziato appalto alla Fibe del gruppo Impregilo", la società di costruzioni e ingegneria di cui Romiti ha mantenuto il controllo dopo l’uscita dalla Fiat fino al 2005 e la presidenza fino al 2006, che ha prodotto 5 milioni di tonnellate di ecoballe.

Il nome di Cesare Romiti non figura per la verità nella richiesta di rinvio a giudizio depositata dalla Procura di Napoli per il processo che avrebbe dovuto aprirsi proprio oggi e che è stato rinviato per lo sciopero degli avvocati. Ma in compenso ci sono quelli dei suoi due figli, Pier Giorgio e Paolo, rispettivamente nella qualità di amministratore delegato di Impregilo e di direttore commerciale di Fisia Italimpianti controllata dallo stesso gruppo. Insieme ad altre 26 persone, tra cui spicca l’ex governatore della Campania Antonio Bassolino, sono imputati "in concorso tra loro e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso" di vari reati come frode, truffa, inadempimento dei contratti d’appalto, stoccaggio illegale di rifiuti e abuso d’ufficio.

Nelle 45 pagine del provvedimento, emesso dopo un’indagine durata cinque anni, c’è la ricostruzione precisa – data per data, cifra per cifra – del "puzzle" che ha originato l’emergenza in Campania da dieci anni a questa parte. E sebbene molti reati rischino di cadere in prescrizione, questo sarà comunque il primo processo sui rifiuti contro le imprese e i rappresentanti della Pubblica amministrazione, nel quale anche il Wwf si costituirà parte civile. Paradossalmente, oltre alla presidenza del Consiglio dei ministri e alla Protezione civile, nel lungo elenco delle parti offese compaiono la stessa Regione, tutte le Province e i Comuni della Campania.

A dare il via al grande scandalo della spazzatura è un’ordinanza commissariale del 12 giugno 1998, con cui furono indette le gare d’appalto per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti. A seguito dell’aggiudicazione all’Impregilo e alle aziende controllate, i contratti vengono stipulati il 7 giugno 2000 e il 5 settembre 2001. Prevedono l’obbligo di costruire sette impianti di produzione di cdr (combustibile derivato da rifiuti); di edificare due termovalorizzatori e di gestirli secondo le prescrizioni della normativa di settore.

Ebbene, in base all’accusa della Procura napoletana, gli imputati hanno presentato progetti difformi dagli atti di gara o hanno realizzato impianti difformi dai progetti approvati, in violazione degli obblighi contrattuali. L’Impregilo dei fratelli Romiti e le altre società del gruppo hanno prodotto cdr di qualità diversa da quella concordata, con un potere calorifico inferiore e un’umidità superiore al 25%, ma soprattutto con valori di piombo, cromo, arsenico e cloro ben oltre i limiti previsti. Il compost non risultava idoneo a essere utilizzato per recuperi ambientali. In numerose circostanze le ditte appaltatrici "hanno rifiutato o fortemente ritardato il conferimento dei rifiuti solidi urbani con i camion delle aziende di raccolta", costringendo così il Commissario straordinario e i sindaci a disporre l’imballaggio della spazzatura e il trasporto in altre regioni italiane o all’estero. Spesso sia i trasporti sia la gestione delle discariche sono stati subappaltati, con il rischio di alimentare le infiltrazioni camorristiche. E infine, la grande balla delle ecoballe: in attesa di realizzare i termovalorizzatori, non è stato effettuato il recupero energetico dalle balle di cdr.

Quanto al Commissario Antonio Bassolino, al vicecommissario Raffaele Vanoli e al subcommissario Giulio Facchi, la loro colpa in sostanza è quella di non aver impedito che tutto ciò accadesse nell’esercizio delle loro funzioni. Nel provvedimento della magistratura, si cita un fitto elenco di ordinanze con cui gli amministratori pubblici hanno consentito la violazione degli obblighi contrattuali e la pratica dei subappalti. O comunque, non le hanno contestate e denunciate.

È per tutte queste ragioni che Raffaele Raimondi, presidente emerito della Corte di Cassazione, in qualità di magistrato e di presidente del Comitato giuridico per la difesa dell’Ambiente, ha presentato recentemente un ricorso contro l’Impregilo alla Corte europea per disastro ambientale. L’accusa, com’è già accaduto nei casi di Marghera e di Severo, è di aver attentato alla salute dei cittadini. E il reato in questione è ancora più grave di quelli contestati dalla Procura di Napoli, tanto da superare anche i rischi di prescrizione e i termini di indulto.

Il Royal Town Planning Institute, in risposta all’annuncio del ministro per le Attività produttive John Hutton riguardo al piano di costruzione di nuove centrali nucleari, ha criticato il metodo usato dal governo per introdurre questa politica. Quell’annuncio rappresenta esattamente il modo in cui non si deve agire nel caso di scelte nazionali. Il governo ha mancato al proprio dovere di consultare adeguatamente le comunità direttamente interessate. Non si è nemmeno dimostrato che non esistono opzioni alternative, né perché il nucleare sia il metodo più efficace nel futuro.

Robert Upton, segretario generale del RTPi, ha affermato: “Non è questo il modo di impostare una politica nazionale. Il governo ha mancato al proprio dovere di una consultazione onesta e aperta a tutte le opzioni. Non si sono coinvolte le comunità.

“Il governo deve trarre insegnamento da questo errore anche per costruire le linee applicative per la organizzazione nazionale del territorio così come delineate dal progetto di legge quadro [Planning Bill] attualmente all’esame del Parlamento”.

L’anno scorso Greenpeace aveva portato il governo di fronte all’alta corte con l’accusa di non aver intrapreso adeguate consultazioni pubbliche. Il giudice si era espresso favorevolmente a Greenpeace dichiarando che il processo delle consultazioni era stato “gravemente carente” e “proceduralmente iniquo”. Come risposta, l’allora primo ministro Tony Blair aveva osservato che si sarebbero modificate le modalità di consultazione, ma non le scelte.

QUI il sito del RTCPI col comunicato originale (f.b.)

All’alba, quando si contano i feriti (quattordici) e si dà un volto e un nome agli arrestati (sei, due i minorenni), la notte da cani di Cagliari mostra la velenosa miscela che l’ha incendiata

Per cinque ore, nella piazza su cui affaccia la basilica di Nostra Signora di Bonaria, lo squadrismo ultras ha cavalcato a colpi di spranga, sassi, bottiglie, l’odio politico predicato, nella notte tra giovedì e venerdì, sulla banchina del porto, dalla delegazione di parlamentari del centro-destra che aveva accolto la prima nave carica della "munnezza" napoletana. Chi era al porto giovedì – i deputati di Forza Italia Piergiorgio Massidda, Mauro Pili, ex presidente della giunta regionale Sardegna, e Salvatore Cicu, ex sottosegretario alla Difesa; il senatore dell’Udc Massimo Fantola; il senatore di An ed ex sindaco di Cagliari Mariano Delogu (come hanno riferito le informate cronache del giornale on-line "L’Altra Voce") – sabato non era sotto le finestre di casa Soru. Ma la miccia, assai corta, era stata accesa. Bisognava soltanto aspettare.

Ci hanno pensato in due-trecento degli "Sconvolts" (tanti ne hanno contati le riprese degli operatori di polizia e carabinieri). Tipi che di maccheronico hanno solo il nome, a quanto pare. I padroni della curva nord dello stadio Sant’Elia. Gente che, nel tempo, ha meritato le "5 stelle" Youtube per la violenza documentata dai video on-line dei loro scontri (da ieri, per altro, ricchi di una nuova saga). Degni – nei forum del tifo organizzato – di ricevere la genuflessa ammirazione di chi le ha prese in tutta Italia. Con post di questo tipo: «"Sconvolts" Cagliari… Quadrati, compatti, mani nude. Gente tosta. Duri. Più li colpisci e più ritornano. Vederli davanti in 37 al bar Bentegodi (lo stadio di Verona ndr.), dove non credo nessuno sia mai arrivato, è stata una cosa impressionante. Tecnica spaventosa. Prima linea, davanti, di dieci unità. A caricare. Venticinque dietro in supporto quando si apriva la prima linea. Potrei menzionare centinaia di casi. Senso di appartenenza spaventoso. Camminano in mezzo alla strada senza scorta. Un gruppo di fratelli». Odiano i napoletani. Dicono dal 1997, quando a Napoli si consumò la retrocessione del Cagliari in serie B dopo uno spareggio con il Piacenza e la città si trasformò per loro in una tonnara. Ma il calcio e il campanile, in questa storia, sembrano solo un’ipocrita foglia di fico. Osserva un alto funzionario della polizia di Prevenzione: «Vorrà pur dire qualcosa se in questa storia dei rifiuti, a Napoli, a incendiare Pianura, trovi i "Nis" (Niente incontri solo scontri), i "Mastiff", le "Teste matte", vale a dire le peggiori sigle della curva napoletana e a Cagliari ti ritrovi di fronte gente come gli "Sconvolts"». Già, vorrà dire qualcosa. Cosa? «Che come ripetiamo da tempo, come fu chiaro a tutti domenica 11 novembre a Roma, giorno in cui fu ucciso il tifoso laziale Gabriele Sandri e venne dato l’assalto alle caserme, siamo di fronte a una nuova forma di violenza. Liquida. Imprevedibile e disomogenea nella progettazione. Costantemente eversiva negli obiettivi: gli sbirri, i simboli del potere costituito. Ieri, appunto, le caserme. Oggi l’abitazione del presidente di una giunta regionale. Il calcio non c’entra più nulla. Non c’entra più da tempo».

Dice il questore di Cagliari Giacomo Deiana: «E’ gente che non ha niente a che fare con la protesta per i rifiuti. Ed è logico che qualcuno li abbia pagati. Fino ad una certa ora tutto si era svolto in modo tranquillo. Poi, da un gruppo ben individuato, sono partite pietre e bottiglie contro polizia e carabinieri e sono iniziati gli incidenti. E’ chiaro che qualcuno li ha mandati. Si è trattato di un’azione ben organizzata di cui queste persone si sono fatte strumento». "Manovali prezzolati", dunque. Ma da chi?

Fin dove la violenza di sabato notte sia "autoconvocata" – come sembrano inclini a credere a Roma gli analisti della Prevenzione – in ragione di un mutato dna del cosiddetto ultrà, in cerca di nuovi spazi che non siano solo gli stadi, e dove addirittura "comprata", come sostiene il questore di Cagliari, lo potranno chiarire, forse, le indagini avviate in queste ore. Resta un fatto, che tutti mette d’accordo, la circostanza che gli "Sconvolts" non solo hanno cercato lo scontro, ma lo hanno pianificato sin dalle prime ore del pomeriggio. La catena di sms che dava appuntamento per la sera di fronte alla casa del presidente della giunta regionale ha raggiunto centinaia tra le più disparate utenze cellulari di Cagliari. Un invio multiplo che evidentemente ha utilizzato "mailing list" normalmente nella disponibilità di chi lavora con la politica, non certo con le curve. Non solo. La falange squadrista che si è aperta la strada tra le bandiere di Alleanza nazionale, e Azione giovani, si era data tempo e modo di armarsi. Del sagrato della basilica di Nostra Signora di Bonaria non è rimasto nulla. Gli "Sconvolts" hanno metodicamente divelto con le loro spranghe prima la gradinata della Basilica, quindi i dissuasori di parcheggio, per poi dedicarsi all’antico acciottolato che, fino a ieri notte, riproduceva lo stemma dei Padri Mercedari. Napoli. Cagliari. Finisce qui il "lavoro" ultras? La risposta di un investigatore della polizia che da anni lavora sul tifo organizzato non annuncia nulla di buono. «Spero davvero di sbagliarmi, ma credo che siamo solo all’inizio. Per quello che siamo riusciti a capire in queste settimane, la partita dei rifiuti, per la sua dimensione nazionale, è un’opportunità estremamente ghiotta. Per la visibilità che offre ai ghetti delle curve. Per la dimensione sociale, che consente di dare un segno alla violenza. Immaginatevela un po’ questa gente. Se accoltella uno sbirro sul piazzale di uno stadio, gli argomenti sono pochi. Se lo sbirro se lo va a cercare in mezzo a una montagna di rifiuti, potrà sempre dire che lo ha fatto non più per difendere la sua curva. Ma il suo quartiere, la sua città, dai "veleni del potere". No, purtroppo Cagliari porta pessime notizie. Non è stato e non è un affare tra napoletani e sardi».

Caro Ministro,

leggo una tua intervista di ieri ad un giornale di tiratura nazionale dal titolo “Io e Formigoni uniti per salvare l’hub” nel quale ribadendo una Tua posizione del resto già nota, favorevole allo sviluppo dell’hub e quindi contrario alla cessione di Alitalia ad Air France, che porterebbe al declino di Malpensa, affermi testualmente:

“….Il mio impegno è fare in modo che il traffico aereo su Malpensa possa crescere ancora.”

Ora, nella mia veste di coordinatore per la provincia di Novara di Italia dei Valori, di capogruppo in provincia sempre per Italia dei Valori nonché di presidente del Consiglio Provinciale, quale espressione del territorio soggetto all’inquinamento acustico ed ambientale, in nome delle popolazioni che mi hanno e Ti hanno votato, mi sento di affermare

Ministro DiPietro, NON SONO D’ACCORDO

Credo che esperti in tutti i settori, ben più credibili di me, abbiano detto tutto di tutto e di più sul tema delle ripercussioni economiche relativamente ad un alleggerimento di Alitalia su Malpensa.

Io vorrei sommessamente ribadire che il problema dei posti di lavoro sarebbe ben presente anche con la soluzione Air One e che si, sono stati spesi dal contribuente alcune migliaia di miliardi delle vecchie lire a realizzare Malpensa , ma occorre anche dire che indirettamente lo stesso contribuente brucia 300 milioni di Euro all’anno a tenere in piedi Alitalia in funzione Malpensa. Vogliamo continuare così?!

Se effettivamente c’è questo mercato allora dov’è il problema?

La Pedemontana serve perché serve indipendentemente da Malpensa inoltre, come dice Spinetta, normalmente sono gli aeroporti che si adeguano alle Compagnie aeree ed al mercato e non viceversa.

Ma parliamo di ambiente, di inquinamento, di qualità della vita dei cittadini residenti attorno all’Aeroporto, parliamo di leggi da rispettare, di legalità, Ministro Di Pietro, non è un Tuo cavallo di battaglia?

E’ su questo tema che ti ho seguito, che Ti abbiamo seguito, è su questo tema che l’Ovest Ticino ti diceva grazie per le tue istanze in Comunità Europea, assieme ad altri Europarlamentari, istanze che hanno comportato ben due messe in mora al Governo Italiano per mancata Valutazione Ambientale sugli ampliamenti di Malpensa.

Non eri tu il 30 Gennaio 2004 ad Oleggio a bollare Malpensa come la madre di tutte le tangenti?

Come si concilia il Tuo attuale atteggiamento con quello che dicevi appena 3 anni fa?

Tutti sappiamo che Malpensa è cresciuta in un modo molto, ma molto, “border line” dal punto di vista autorizzativo e, malgrado questo, per il secondo anno consecutivo sono stati superati i volumi di traffico già così spesse volte derogati.

E Tu chiedi che cresca ancora sempre senza Valutazioni di Impatto Ambientale?

Riconosco comunque che è grazie al partito se mi è stata data la possibilità di essere eletto e ha consentito al territorio di raggiungere risultati significativi e di questo devo dartene atto, però mi è d’obbligo chiederti cortesemente di prendere una posizione coerente col Tuo passato e con gli ideali per i quali Ti abbiamo seguito e creduto.

Mi è anche d’obbligo comunicarti che io non ho cambiato idea e continuerò nella battaglia di civiltà che sto conducendo e in cui credo, anche in completo disaccordo con le Tue posizioni, lasciandoti la responsabilità politica di creare le future mie condizioni per continuare la Tua rappresentanza.

Cordialmente

Renzo Tognetti

Presidente del Consiglio Provinciale di Novara

«In 13 anni di emergenza mai un opuscolo per spiegare a cosa serve la raccolta differenziata e che vantaggi dà. Mai un accordo tra tutti i Comuni per costruire un sistema unico ed efficiente di raccolta di carta, vetro, plastica e metalli evitando gli sprechi. Mai un´informazione vera e completa ai cittadini. Tanti siti per lo stoccaggio dei rifiuti scelti senza criteri trasparenti di scelta. E poi ci si meraviglia se la gente protesta?». Umberto Arena, come docente di ingegneria chimica a Napoli e consulente per il piano rifiuti in Campania del 1997, è un tecnico. Ma come abitante del Vomero è anche uno dei napoletani che, pur producendo meno spazzatura dell´italiano medio (1,32 chili al giorno pro capite contro 1,47), si trovano sul banco degli accusati per una follia economica senza uguali: la paralisi del sistema rifiuti porta a spendere 20-30 volte di più per esportare il pattume sui treni speciali.

In Campania l´emergenza, almeno finora, si è limitata a proseguire la vecchia politica in una nuova forma. L´inceneritore regionale per i rifiuti ospedalieri non esiste. La piattaforma regionale per i rifiuti industriali non esiste. L´unico grande progetto per sottrarre alimento ai ratti che proliferano nelle strade, nato alla fine Novanta, è stato sepolto sotto un insuccesso su cui indaga la magistratura. Abbondano invece le discariche abusive: un primo, parziale conteggio, ne ha censite oltre mille, per la maggior parte piazzate lungo le strade che costeggiano i terreni agricoli. E abbondano le ecoballe, nome profetico utilizzato per indicare un assemblaggio di materiali che in teoria avrebbero dovuto avere le caratteristiche del combustibile, ma che in pratica continuano a somigliare pericolosamente a un rifiuto.

In pochi anni sono stati accumulati 4,3 milioni di tonnellate di ecoballe, una fila infinita che salda due Comuni, Giuliano e Villa Literno, in un solo conglomerato unificato dalla spazzatura. Queste ecoballe basterebbero a riempire sei discariche come quella che si vuole realizzare a Serre Persano. Così come i rifiuti confinati in cumuli provvisori la colmerebbero una volta e mezza. E la spazzatura regionale urbana di routine in tre mesi. Senza tener conto dei rifiuti speciali, cioè principalmente industriali, che sono quasi il doppio degli urbani anche se, secondo i dati ufficiali, risultano curiosamente dimezzati rispetto alla media nazionale.

«Eppure cambiare rotta è possibile e conveniente», continua Arena. «In alcune zone del Salernitano la raccolta differenziata è sopra il 20 per cento, il doppio della media regionale. Ci sono Comuni in testa alla classifica nazionale. E quando il Comieco, il Consorzio per la raccolta degli imballaggi di carta, ha messo piccoli contenitori nei palazzi di Napoli i numeri del recupero sono triplicati».

Ma la raccolta differenziata è ancora insufficiente ad alimentare le aziende nate in Campania puntando sul circuito virtuoso del riciclo. E così si registra l´ennesimo paradosso: mentre la spazzatura parte verso Nord, a caro prezzo, i materiali della raccolta differenziata scendono, a caro prezzo, verso Sud.

Il mercato avanzato del rifiuto è in sofferenza mentre il business dell´ecomafia continua a prosperare. «I camorristi che alle fine degli anni Ottanta gestivano le discariche abusive sono diventati imprenditori», ricorda Enrico Fontana, responsabile dell´Osservatorio ambiente e legalità della Legambiente. «In Campania la criminalità organizzata ha speculato sui terreni acquistati per realizzare impianti di stoccaggio provvisorio e si è infiltrata pesantemente nelle società di gestione dei rifiuti. La torta su cui ha messo gli occhi è robusta: 800 milioni di fatturato illegale per i rifiuti urbani nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa e un miliardo di euro di gestione della struttura emergenziale in Campania. Senza contare il traffico illecito di rifiuti industriali provenienti da altre regioni italiane».

I dati dei rapporti di Legambiente, quello nazionale e il fascicolo presentato ieri a Napoli nell'Istituto filosofico, confermano che in Campania si continua a perpetuare un massacro ambientale. La triade di rifiuti, veleni e cemento firma un patto d'acciaio contro un territorio maltrattato da trafficanti, camorristi, imprenditori, tecnici e amministratori pubblici conniventi.

In cifre significa che la regione, in Italia, dal secondo posto del 2005 passa al primo per i reati ambientali commessi: solo nel 2006 ci sono stati 3.169 illeciti accertati, otto reati al giorno, uno ogni tre ore; con 2.861 persone denunciate o arrestate e 1.362 sequestri effettuati. Nei fatti significa che esiste un sistema di 64 clan camorristici con a disposizione un giro di 6 miliardi di euro, tra fatturato legale e illegale. Affari che arrivano dalla tratta dei rifiuti tossici, ma anche da quelli «puliti», nonché dall'edilizia abusiva. Uno scempio.

Un'emergenza ancora più pericolosa se unita all'incapacità di gestione istituzionale, negli ultimi 13 anni, del ciclo integrato dell'immondizia. Due mondi che si guardano proprio per le connivenze tra la criminalità organizzata, enti e strutture preposte alla raccolta e allo smaltimento. E' di lunedì l'ultima protesta dei cittadini dell'agro aversano, il regno dei Casalesi. A Gricignano, Casal di Principe e San Cipriano le popolazioni sono scese in strada e hanno gettato davanti alle caserme dei carabinieri cumuli di rifiuti. La contraddizione è che in quei comuni attualmente non c'è nessuna crisi in atto. E' verosimile dunque che le tensioni siano fomentate in prospettiva. La discarica di Villaricca, che da ottobre per accordi presi con l'amministrazione comunale, accoglie i sacchetti di mezza Campania ora è giunta a saturazione. Nel frattempo però non sono stati ancora individuati siti di sversamento alternativi, (i cittadini di Serre e Lo Uttaro si oppongono a diventare la pattumiera della regione). Con l'estate alle porte si avvicinano le cicliche emergenze regionali, la camorra lo sa e preme per soluzioni d'urgenza in cui infiltrare i propri uomini (siano questi imprenditori o proprietari di terre).

Rischi reali, basta andare a leggere il rapporto di Legambiente: anche nel ciclo dei rifiuti la Campania detiene il primato negativo. Sono 448 le infrazioni accertate, 453 le persone denunciate e arrestate e 175 i sequestri. Quanto alle ecomafie il quadro è ancor più disperante: è di oltre 600 milioni di euro il giro d'affari annuo, con oltre 10 milioni di tonnellate di veleni sversati negli ultimi due anni. «Sappiamo che ormai operare effettivamente per lo smantellamento del controllo dei rifiuti dobbiamo fare di più - ha detto il ministro Alfonso Pecoraio Scanio - dobbiamo cioè utilizzare quelle tecnologie avanzate e coinvolgere tutti i settori per contrastare i crimini dell'ecomafia». Ma il senatore Tommaso Sodano, presidente della commissione ambiente è critico: «Il rapporto di Legambiente è come al solito impressionante ma non ci coglie di sorpresa». Ma se era già noto cosa è stato fatto dal governo in un anno? «Per il momento - dice Sodano - non vedo provvedimenti forti e al contrario, solo tentennamenti nell'imboccare la strada delle energie rinnovabili». Quindi ha ricordato che «il ddl governativo per l'abolizione dei finanziamenti pubblici a petrolieri, inceneritori e carbone non è ancora stato incardinato». Un'altra buona notizia.

Perfino sul fronte dell'abusivismo edilizio la Campania sbaraglia i concorrenti: con 1.166 infrazioni, 1509 persone denunciate e 470 sequestri. A febbraio l'ultima «scoperta»: un quartiere completamente abusivo (centinaia di appartamenti) sorto dalla sera alla mattina a Casalnuovo (Na). Secondo Legambiente in Campania vivono i migliori maestri del cemento fai-da-te. Sono circa 6000 le costruzioni abusive realizzate nel 2006. Nove giorni e nove notti, 227 ore di lavoro per mettere in piedi una villetta monofamiliare. Ogni giorno sono all'opera circa 100 operai, capaci di scavare anche decine di piscine, tutte orientate verso il mare. Solo la guardia di finanza negli ultimi due anni ha sequestrato 100 cantieri per un valore di 98 milioni di euro. «Davanti a questi numeri - spiega Michele Buonomo, presidente Legambiente Campania - nella nostra regione l'abusivismo fa più paura del Vesuvio».

Per raccontare gli ultimi capitoli dell’odissea dei rifiuti in Campania è impossibile sfuggire alle trappole del gergo. La novità non è tanto quella di un’intera regione oramai preda del NIMBY: le proteste contro la decisione del supercommissario Bertolaso di localizzare una nuova discarica a Serre di Persano pongono l’ulteriore dilemma se sia preferibile il criterio “dirt on dirt ”, localizzando la discarica in un sito già inquinato, piuttosto che quello “dirt on clean”, piazzandola cioè in aree “pulite” o addirittura, nel caso di Serre, di conclamato pregio ambientale, a due passi dall’oasi naturalistica che ospita gli ultimi esemplari di lontra in Campania.

D’altro canto, la trattativa diretta che si è instaurata tra ministero dell’ambiente, commissariato e comitato di opposizione locale, il cui risultato è per ora il ridimensionamento della discarica da 2 milioni a 700 mila tonnellate, certifica una volta di più il deficit di credibilità della Regione, incapace di trovare il bandolo di un’emergenza (?) che dura da tredici anni, e che ha coinvolto tre diverse amministrazioni e ben cinque commissari straordinari (Rastrelli, Losco, Bassolino, Catenacci, Bertolaso).

Ad appesantire ulteriormente il quadro, la brutta notizia di stamane, dell’arresto del vice di Bertolaso per presunte collusioni camorristiche. Piove sul bagnato.

Tornando alla Regione, l’occasione per una tardiva correzione di rotta l’ha pure avuta, con la recente approvazione di una legge sui rifiuti, che definisce i paletti del nuovo piano regionale, in sostituzione di quello strampalato che l’emergenza l’ha alimentata ed amplificata, e che era di fatto basato sull’impacchettamento della monnezza tal quale e l’incenerimento nei due mega impianti di Acerra e S. Maria la Fossa, realizzati in project financing dal gruppo Impregilo di Cesare Romiti.

Occasione mancata, se la maggioranza con un autoemendamento ha cassato in extremis uno degli articoli politicamente più impegnativi della legge, quello che imponeva alle cinque province di segnalare tempestivante al commissario straordinario due siti ciascuna per la localizzazione delle discariche.

Evidentemente, il tempo delle assunzioni di responsabilità non è ancora giunto per la politica campana, e l’ombrello commissariale, seppur ridotto a colabrodo, fa ancora comodo.

A testimoniare il disagio, la significativa astensione di Gerardo Rosania, uno dei consiglieri campani maggiormente avvertiti in materia territoriale: uno di quelli che le responsabilità istituzionali non le ha mai schivate, lui che da sindaco di Eboli ha demolito centinaia di villette abusive sulla duna demaniale, in una regione nella quale un altro sindaco, quello di Casalnuovo, non si era accorto della nascita di un intero rione abusivo finanziato da Gomorra spa perché “nascosto dai cespugli” (sic!).

La lezione per il centrosinistra campano, al termine di un ciclo politico iniziato nel ’93, è amara assai, ed è quella che non esistono scorciatoie: la strada per la rinascita del Mezzogiorno d’Italia non può essere quella di una modernizzazione perseguita a botta di deregolamentazioni, privatizzazioni, esternalizzazioni dei processi decisionali, deroghe alle valutazioni preventive e ai controlli, perché “altrimenti si perdono i fondi”. La cosa da fare è meno suggestiva e immaginifica: restituire dignità e credibilità alle istituzioni, capacità alla pubblica amministrazione, nel rispetto delle procedure ordinarie, nel rispetto della legge, recuperando il passo riformista di Rossi-Doria, dei “…cavalli dal fiato lungo”.

In questi giorni si sta decidendo in Parlamento l'importante partita degli inceneritori. Oggi, i rifiuti bruciati negli inceneritori sono considerati una fonte d'energia assimilata alle rinnovabili, e per questo chi li brucia incassa un sacco di soldi, prelevati dalle nostre bollette dell'elettricità. Succede dal 1992. La Finanziaria di quest'anno doveva porre fine a questo scempio della salute e del portafoglio dei cittadini: nessun inceneritore costruito dopo il 31 dicembre 2006 avrebbe più beneficiato dei finanziamenti.

Ma c'è un emendamento che vuol cambiare le cose all'ultimo momento sostituendo il termine “costruiti” col termine “autorizzati”. Un inceneritore non lo si costruisce in una settimana, ma lo si può benissimo autorizzare. I lobbisti della cosiddetta “termovalorizzazione” (altra presa in giro linguistica) l'avranno così spuntata di nuovo.

Qui dal Trentino dove abito questa faccenda assume un sapore di beffa. Da anni si parla della costruzione di un inceneritore che dovrà bruciare tutti i rifiuti indifferenziati della Provincia. Ma non si era mai arrivati al dunque. Senonché, in questi ultimi giorni, in maniera tempisticamente sospetta, sono arrivate le prime autorizzazioni alla costruzione. Così, gli amministratori provinciali si assicurerebbero per il rotto della cuffia quei finanziamenti all'incenerimento che hanno sempre detto di non tenere in alcun conto. “L'unica nostra preoccupazione – hanno sempre sostenuto – è di evitare la discarica a quel 20-30% di rifiuto residuo che avanza anche coi migliori sistemi di raccolta differenziata”.

Ma la soluzione al problema dei rifiuti passa non solo dalla loro differenziazione, ma anche (soprattutto) dalla loro riduzione. La frazione di residuo secco che in effetti non può che rimanere anche coi migliori sistemi di differenziazione – su questo hanno ragione i lobbisti dell'incenerimento – si può infatti ridurre solo facendo un ulteriore passo. La soluzione è cambiare gli attuali sistemi di produzione e consumo. Il ‘ bad industrial design' di cui parla il padre della strategia Rifiuti Zero ( http://www.zerowaste.org) , lo statunitense professor Paul Connett, deve diventare un ‘good industrial design', capace di garantire la totale riciclabilità dei prodotti.

Questo cambiamento può accadere solo se produttori e consumatori si accordano per andare con decisione verso questa direzione. E' in genere a questo punto che il dibattito si avvita su se stesso senza portare da nessuna parte. Il primo passo spetta ai consumatori! No, spetta ai produttori! Io produttore vorrei, ma poi il consumatore non compra… No, sono io consumatore che vorrei, ma poi il prodotto sullo scaffale del supermercato non ce lo trovo… E avanti così, mentre i rifiuti si ammucchiano e le discariche si esauriscono…

La cosa triste è che tecnologie produttive e tecniche di distribuzione per uscire da questa impasse ci sarebbero, se solo le si volesse davvero impiegare. Lo dimostrano i nuovi modi di produrre e consumare che, nella logica della riduzione dei rifiuti, vengono messi in pratica qua e là in maniera sporadica, nell'ambito delle realtà più evolute nella gestione sostenibile dei rifiuti. L'acquisto del latte fresco dai distributori automatici, i detersivi alla spina, il vuoto a rendere, i prodotti sfusi: sono tutte soluzioni praticabili.

In Trentino, dove l'opposizione all'inceneritore è forte, esperienze di questo genere non mancano, ma restano fortemente minoritarie. Gli amministratori provinciali fingono di incentivarle, ma la loro idea è un'altra: “Il cambiamento dei sistemi produttivi e dei criteri di progettazione – mi ha fatto notare l'assessore all'Ambiente della Provincia Autonoma di Trento – contrasta con logiche di mercato che rendono impossibile il recupero. Ad esempio un'automobile è costruita con materiale recuperabile per oltre il 90% ma i costi per smontarla completamente sono insostenibili. L'esperienza di altre realtà, in particolare estere, di imporre con legge divieti o obblighi ha aperto una lunga serie di contenziosi perchè, comunque la si guardi, cambiamenti rilevanti nell'attività produttiva comportano notevoli investimenti”. Ma il punto non è tanto quello di imporre il cambiamento al sistema produttivo, quanto di indurlo, ad esempio cominciando dall'evidenziare la cosiddetta verità dei costi, che tiene conto anche di quelli ambientali, ed è in grado di rendere economicamente sostenibile, come insegna il citato professor Connett, persino lo smontaggio di un'automobile.

Proprio in questi giorni Nimby trentino ( http://ww.eccetera.org ), l'associazione che da tre anni guida l'opposizione all'inceneritore, ha celebrato il millesimo giorno di digiuno di protesta portato avanti a catena dai cittadini. Il coordinatore Adriano Rizzoli critica le scelte di facciata di un'amministrazione che punta sulla differenziata, ma poi trascura completamente la strategia della riduzione e del “ good industrial design”. “A causa di quale tipologia di rifiuti – si domanda Rizzoli – si prendono le dissennate decisioni di costruire gli inceneritori? Quanti rifiuti non riciclabili si potrebbe fare a meno di produrre? Quanti di essi si potrebbero rimpiazzare con del materiale riciclabile grazie a un'appropriata progettazione?”

Se si va a mettere le mani nel rifiuto residuo si scoprono cose molto interessanti. Rizzoli l'ha fatto, scoprendo che nel 2005, ben oltre la metà del residuo secco prodotto in Trentino, e che in futuro brucerà nell'inceneritore, era in realtà materiale riciclabile. E la parte non riciclabile? In essa è molto consistente la presenza dei poliaccoppiati, tipo tetrapak, per intenderci. “Allora non si potrebbe spingere per la totale sostituzione dei contenitori in tetrapak con contenitori di materiale riciclabile?”. Un'altra frazione importante del residuo secco non riciclabile è quella dei tessili sanitari. “E chi sa che anche i pannolini, se prodotti in un certo modo, si possono riciclare?”.

Il buon senso suggerirebbe innanzitutto di riflettere bene sui dati dell'analisi merceologica del residuo secco, e poi di fare il massimo sforzo per ridurre quanto non si può riciclare. Solo dopo si dovrebbe decidere se vale la pena di pianificare o meno un inceneritore, che rappresenterebbe una soluzione rigida e irreversibile. “Invece – prosegue Rizzoli – da noi in Trentino s'è fatto esattamente il contrario: prima s'è frettolosamente previsto un mega-inceneritore da 400.000 tonnellate l'anno, poi s'è aggiustato il tiro rimpicciolendolo di volta in volta man mano che si sono constatati i frutti della differenziazione. Se si avesse la pazienza e l'onestà di aspettare anche gli effetti di decise azioni di riduzione, alla fine non si potrebbe che decidere di abbandonare per sempre l'idea di costruirlo”.

A meno che quell'idea la si abbia per intascare i soldi pubblici che finanziano l'incenerimento. Il subdolo tentativo di questi giorni di far rientrare dalla finestra tali finanziamenti sembrerebbe indicare che le cose stanno purtroppo così.

Le questioni poste da Giovanni Valentini con il suo articolo su “Repubblica” del 29 agosto a proposito del Piano per la gestione dei rifiuti in Sicilia (o meglio, del piano degli inceneritori di Cuffaro) meriterebbero risposte puntuali che non è facile riassumere.

Tra le tante cose sagge che dice, Valentini incappa però in qualche inesattezza:

Il Consiglio di Stato, intanto, non ha dato alcun via libera (tant’è che i lavori di sbancamento nei siti sono tuttora sospesi) ma ha riformato l’ordinanza del TAR Catania laddove questo sospendeva anche i lavori preparatori che non comportano la modifica dei luoghi (e quindi progettazioni, piani finanziari, ecc.).

Per evitare poi che dalla lettura dell’intervento di Valentini si tragga l’impressione che in Sicilia – se pur con qualche contraddizione – il commissario-presidente Totò Cuffaro stia operando per il meglio e che sono gli ambientalisti e le popolazioni colpite dalla “sindrome Nymby” ad ostacolare una corretta gestione della problematica dei rifiuti, provo a riportare sinteticamente i motivi dell’opposizione di Legambiente e di altre associazioni, motivi esposti in decine di documenti, denunce, ricorsi.

Il piano regionale, palesemente, non è conforme né alla normativa nazionale né a quella europea. Se questa affermazione è fondata lo dirà, speriamo presto, la Commissione Europea a cui Legambiente e WWF hanno presentato una denuncia d’infrazione. Intanto l’ha detto con chiarezza l’ex ministro Edo Ronchi, intervenendo a Palermo ad un convegno organizzato da Legambiente.

Per affrontare il problema dello smaltimento dei rifiuti l’Europa s’è dotata di una politica detta delle 4 R: riduzione (della produzione di rifiuti), raccolta differenziata, riciclaggio, recupero di energia. Non si tratta d’una disorganica elencazione di obiettivi, né di fattori il cui ordine può essere cambiato arbitrariamente, quanto piuttosto dei punti essenziali d’una strategia costruita su precise priorità. Bisogna dare prevalenza alle politiche di riduzione dei rifiuti e contestualmente riciclare il maggior numero di materie, sempre con l’obiettivo di risparmiare risorse (materie prime ed energia necessarie per produrre beni che poi si trasformerebbero in rifiuti). Il recupero di energia dai rifiuti (attraverso la combustione) è solo l’ultimo dei sistemi in ordine di priorità e deve riguardare esclusivamente quella frazione dei rifiuti che sfugge alla raccolta differenziata o che non può essere riciclata.

Il piano regionale inverte le priorità indicate dalla UE dando precedenza e centralità al sistema della termovalorizzazione che dovrebbe smaltire almeno il 60% dei rifiuti prodotti dai siciliani, mentre il conseguimento della quota del 35% di raccolta differenziata – obiettivo obbligatorio per tutti dal maggio 2003 e già raggiunto nel 2002 da quelle regioni italiane che, come la Sicilia, erano in emergenza negli anni ‘90 – viene rimandato al 2008 senza, fra l’altro, prevedere alcuna misura che ne assicuri il rispetto. Se poi si confronta il piano con l’ordinanza n° 333 che ha dato il via libera al sistema della termovalorizzazione, ci si trova davanti ad una realtà ancora peggiore: le quantità che la Regione s’è impegnata a conferire alle quattro Associazioni Temporanee di Imprese che dovranno trattare i rifiuti sono praticamente pari al totale di quelli prodotti in Sicilia, con l’esclusione della piccola quota di raccolta differenziata che attuano i comuni e che, notoriamente, non supera il 6%. La capacità d’incenerimento degli impianti è addirittura superiore al totale dei rifiuti prodotti in Sicilia. Per essere ancora più chiari, il sistema è stato studiato per consegnare nelle mani delle imprese per i prossimi vent’anni, a partire dal 31 marzo 2004 o da quella data in cui verranno superate tutte le difficoltà insorte nel frattempo, l’intero settore dello smaltimento – dal trasporto alla discarica e all’incenerimento. E tutto ciò prevedendo a favore delle imprese garanzie più che straordinarie. Per esempio:

a) la tariffa viene ritoccata al rialzo anche se diminuisce il quantitativo dei rifiuti conferiti – paradossalmente, più differenziata fai e più ti aumenta la tariffa;

b) un impegno della Regione assolutamente acritico affinché “ le aree di interesse dell’Operatore Industriale siano rese disponibili, unitamente a tutte le autorizzazioni e permessi necessari alla realizzazione del Sistema e permettere il corretto svolgimento delle attività su tali aree senza impedimenti ed entro i termini previsti”. Un impegno che già faceva presagire il rigetto di qualunque fondata obiezione dei cittadini e delle collettività locali sulla scelta dei siti già fatta in splendida solitudine dall’Operatore Industriale e che ha prodotto pareri favorevoli a difettose Valutazioni d’Impatto Ambientale;

c) nessuna penalità per il fermo impianti (basterà dire che si tratta di manutenzione), neppure a seguito di un eventuale sequestro della Magistratura;

d) la promessa che quando l’Operatore si sarà stufato di continuare l’attività o (solitamente dopo dieci anni) non troverà conveniente rinnovare il termovalorizzatore, la Regione subentrerà nella proprietà degli impianti acquistando i ferrivecchi o pagando il canone di locazione;

e) un organismo di vigilanza nominato dal Commissario delegato ma pagato dall’Operatore Industriale.

È forse per farci dimenticare tutto ciò – compreso il fatto che sembra si sia decretata la fine di ogni programma per una decente raccolta differenziata – che la struttura commissariale si è data ad una frenetica ricerca di un’impossibile legittimazione ed ha promosso una massiccia campagna volta a convincere i siciliani che il problema dei rifiuti è ormai risolto con la realizzazione di quattro mega-inceneritori? Si assicura che così spariranno le discariche ma si omette di dire che comunque bisognerà smaltire, in discarica, quel famoso 37% di umido (circa un milione di tonnellate l’anno) che non sarà mai un compost di qualità, come dimostra l’analogo sistema di selezione meccanica in funzione in Campania per produrre le ingestibili eco-balle. E sempre in discarica dovranno finire 400mila tonnellate l’anno di rifiuti speciali (ceneri e residui di combustione) prodotti dagli inceneritori.

A proposito di “scelte di civiltà”, inoltre, bisognerebbe ricordare che a Copenhagen, a Vienna, a Parigi – ed in tutte le città straniere che ci vengono portate come moderno esempio di compatibilità tra inceneritori e centri urbani – la raccolta differenziata è ben oltre il 50%; si brucia meno roba e molto ben selezionata. La scelta fatta in Sicilia dal commissario-presidente Cuffaro, in violazione delle leggi nazionali e comunitarie, è invece quella di bruciare la maggior parte dei rifiuti “tal quale” (si leggano i decreti autorizzativi), direttamente dal cassonetto al forno. Sul piano etico, ambientale e sanitario una decisione barbara e inaccettabile; sul piano economico una manna per chi gestirà gli impianti incassando almeno 80 euro per ogni tonnellata di rifiuti che gli verranno consegnati, oltre al lauto contributo CIP6 per ogni chilowattora prodotto. È un affare grosso quanto quello per il famigerato Ponte sullo Stretto che si tenta di far passare nel silenzio. Per quale ragione non si rendono pubbliche le convenzioni che sono state stipulate con le A.T.I. e non si dice chiaramente quanto costerà a ciascuno questo sistema?

Non meno grave infine che tutti gli impianti siano ubicati in prossimità o addirittura all’interno di aree SIC e ZPS. Paradossalmente l’inceneritore di Augusta verrebbe costruito sulla stessa area della centrale Enel già contaminata da diossina, accanto al sito archeologico di Megara Iblea. La scelta dei siti non è stata fatta dalla struttura commissariale o da organi istituzionali, bensì lasciata agli stessi operatori industriali ai quali è stato affidato l’appalto. La Commissione Europea ha poi avviato una procedura d’infrazione, tramutatasi in deferimento alla Corte, nei confronti dell’Italia per come in Sicilia si è affidato il settore ai privati in violazione delle norme sugli appalti.

Sul versate della salubrità, al di là del ruolo di testimonial affidato al prof. Veronesi, il danno sanitario accertato, per esempio ad Augusta, è già fin troppo noto ed i continui dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità non sono però finora serviti a modificare la scelta dei siti.

Ci sembra urgente comprendere la portata, sul piano della tutela dell’ambiente e del rispetto della legalità, di ciò che si sta mettendo in moto in Sicilia. E cioè:

1) Di fatto, si affida il delicatissimo settore dei rifiuti a quattro A.T.I., le quali si serviranno di altre aziende private che – da troppo tempo e con molte ombre – gestiscono la raccolta e le discariche in Sicilia. Avete sentito qualcuno protestare per essere stato escluso dal business?

2) Alle imprese vengono garantite per vent’anni condizioni e tariffe vantaggiosissime per loro ma estremamente sfavorevoli per i cittadini utenti, un introito certo di alcune centinaia di milioni di euro l’anno per lo smaltimento e altrettanti dall’energia elettrica prodotta dagli inceneritori e pagata dagli utenti con la tariffa CIP6.

3) Pur di accontentare tutti, i rifiuti viaggeranno da un capo all’altro dell’isola. Per esempio quelli di Catania, Siracusa, Enna e Ragusa ad Augusta; quelli di Messina a Catania. Il biglietto, ovviamente, lo pagheremo noi.

A ben pensarci tornano in mente le pagine di storia siciliana che parlano delle esattorie: si esigeva male per il pubblico ma i privati incassavano aggi favolosi. Che il servizio fosse efficiente non importava a nessuno, tutto però era funzionale al mantenimento del potere.

Spero sia chiaro a tutti che queste questioni, o altre ancora su chi sono mai i soci locali della Falck (può a aiutare a capirlo l’articolo di Gian Antonio Stella sul “Corriere della Sera” del 24.11.04), non possono essere tenute dietro la cortina (fumogena, è il caso di dire) degli edifici disegnati dalla buonanima di Kenzo Tange.

Enzo Parisi / Legambiente Sicilia

Michele Serra

Rifiuti, ancora roghi e scontri. La Ue minaccia sanzioni

la Repubblica, 3 gennaio 2008

Una comunità che sprofonda e soffoca nei propri escrementi: difficile immaginare un’allegoria più devastante, quasi dantesca nella sua potenza punitiva. Le immagini infernali (e annose) di Napoli e parte della Campania che cercano una impossibile purificazione nel rogo delle cataste di rifiuti che intasano le strade ci riguardano non solo perché Napoli è Napoli, città del mondo affidata alla custodia italiana.

Ma perché quell’occlusione, pur essendo una catastrofe locale, incarna e ravviva una delle paure collettive più attuali e – ahimé – più motivate: quella di non essere più in grado, come consesso umano, di smaltire le nostre deiezioni. E di controllare, di governare la progressione geometrica dei consumi e delle scorie.

Naturalmente, al netto di questa sensazione (la sensazione, cioè, che le scorie di Napoli siano solo le più visibili, le più infette e ingombranti nel breve periodo), rimane lo scandalo, gigantesco, di un apparato politico, amministrativo, industriale e tecnico che proprio lì, e proprio ora, è stato totalmente sopraffatto dal fenomeno, e non è in grado di gestirlo. E l’immagine di autorità sopraffatte, a ben vedere, è perfino più paurosa del vecchio luogo comune – molto diffuso al Sud - delle autorità sopraffattrici: né la speculazione né eventuali arbitrii nelle decisioni hanno potuto sortire alcun effetto. Quando il risultato finale è l’impotenza, vuol dire che a lasciare il segno non è l’arroganza del potere, ma la sua debolezza, la sua latitanza. Ed è perfino peggio.

L’ultimo capitolo della labirintica vicenda dei rifiuti campani, fatta di continui passi falsi e frettolosi arretramenti, è la tentata riapertura di una discarica, quella di Pianura, chiusa dodici anni fa con la trionfale promessa di aprire proprio lì un campo da golf. Ma i green non si sono visti. Semmai si vedranno tornare, come un figliol prodigo non particolarmente atteso, i rifiuti, sotto la forma di quelle ecoballe che si accumulano a decine di migliaia, fino a formare non metaforiche catene montuose, nei siti che dovrebbero avviare i rifiuti ai due grandi inceneritori mai attivati.

A quanto si capisce (e non è facile orientarsi) il sistema di smaltimento della Regione Campania è infatti come un intestino chiuso, senza sbocco. Era stato impostato oltre dieci anni fa, dal governo regionale di centrodestra, sui termovalorizzatori di Acerra e di Santa Maria La Fossa, che avrebbero dovuto bruciare le famose ecoballe, a loro volta sbocco intermedio della raccolta differenziata.

A quanto pare nessuno di questi tre livelli (raccolta differenziata, trasformazione in ecoballe, incenerimento) è riuscito ad andare a regime. La raccolta differenziata a Napoli viaggia, secondo stime desolanti, attorno al dieci per cento del totale, e già qui è molto difficile stabilire se sia una mediocrissima pedagogia politica o il disastroso stato del senso civico diffuso a produrre i danni peggiori, le negligenze più gravi. Le ecoballe, che dovrebbero "preparare" i rifiuti allo smaltimento finale, evitando di destinare agli inceneritori anche i rifiuti tossici o riciclabili, pare siano del tutto inadeguate al loro scopo, spesso puri involti di tutto quello che finisce in discarica, indiscriminatamente. Quanto ai due termovalorizzatori, la storia è nota: ne esiste uno soltanto, quello di Acerra, ma ancora virtuale, non in grado di funzionare. E nel frattempo le ecoballe si accumulano a dismisura, intasando il livello intermedio. E i rifiuti rimangono nelle strade, intasando la vita delle persone.

Se il disastro fin qui descritto assomiglia alla realtà e alla verità, è ovvio che le colpe non possono essere limitate. Certamente il potere regionale, che si identifica da parecchi anni con il governatore Bassolino (che è stato anche, per lungo tratto, commissario straordinario per l’emergenza rifiuti), deve sobbarcarsi la percentuale più alta e inappellabile delle responsabilità. Ha ereditato dal centrodestra un’ipotesi di smaltimento, l’ha fatta propria, non è riuscita a portarla a compimento. Le municipalità locali, e questo salta all’occhio, non hanno neanche provato a farsi carico di ciò che non le riguardava. "Dove volete, ma non nel mio cortile" è stata la dilagante parola d’ordine in grado di animare ogni subbuglio, ogni preoccupazione per la salute locale ma anche ogni menefreghismo e ogni mini-localismo. "No alla discarica", e pazienza se la mia merda andrà a intasare le fognature degli altri. Basta che io non ne senta la puzza.

La camorra ha trasformato in industria l’inefficienza pubblica, si infila in ogni possibile pertugio lasciato incustodito dallo Stato, figurarsi in una voragine del genere. Ma viene da domandarsi se non sia, quello della mano malavitosa sui rifiuti, solamente uno scandalo collaterale rispetto all’incapacità di una regione popolosa, importante, depressa in alcune plaghe ma operosa, industrializzata e perfino tecnologica in altre sue parti, di mettere in piedi un sistema di smaltimento in grado di funzionare.

Perfino il dibattito sui modi (inceneritori sì o no, eccetera) è del tutto ozioso, lussuosamente ideologico, in una zona d’Italia che contempla le sue montagne di scorie senza riuscire a immaginare una maniera, virtuosa o viziosa che sia, di liberare il paesaggio. La regione italiana che esprime il leader dei Verdi, nonché ministro per l’Ambiente, non può fare altre ipotesi sul proprio futuro ambientale se non quella di turarsi il naso per sopravvivere.

Massimo Serafini

Una politica usa e getta

il manifesto, 5 gennaio 2008

Le nuove giornate di fuoco scatenate in Campania dall'eterna emergenza rifiuti sollecita una domanda: perché il rifiuto di inceneritori e discariche della popolazione campana è così radicale, «senza se e senza ma», infinitamente più duro che in altri posti, al punto da invocare la presenza dell'esercito? La risposta è semplice: da decenni la camorra seppellisce illegalmente, con profitti elevatissimi, nel territorio campano gran parte dei rifiuti tossici delle imprese del nord.

E in particolare di rifiuti tossici delle imprese lombarde e venete. Questa scomoda verità è da tempo nota, anche perché è tutta scritta in Gomorra, il bel libro di Saviano. Forse sarebbe il caso di mandare ai cancelli di quelle fabbriche esercito e polizia e non contro le popolazioni, in modo da far cessare questo traffico illegale che ha avvelenato gran parte della terre e delle acque della Campania, causando una diffusione di tumori e malattie di ogni tipo fra la popolazione che non ha pari in nessuna altra regione italiana.

Se non si parte da qui non si capisce nulla dell'emergenza rifiuti e della rabbia delle popolazioni. Soprattutto rende irricevibili i pelosissimi e continui richiami alla razionalità e l'invito di tanti a dire qualche sì, a cominciare dal presidente di Confindustria, che ha coperto le imprese responsabili di questi traffici mortali. Che cosa è stato fatto per stroncare questo traffico o per bonificare la terra intossicata ed avvelenata? Nulla, anzi dai cumuli ammassati lungo le strade non emana solo odore di marcio si sente forte la puzza dell' intreccio fra affari e politica su cui questa realtà ha potuto consolidarsi.

Grandi sono dunque le responsabilità dei decisori politici, soprattutto quelli di sinistra, che in questi anni sono stati latitanti. Forse più che di latitanza bisognerebbe parlare di colpa: di avere accettato la cultura della crescita infinita dei consumi e quindi dei rifiuti, così ben sintetizzata dalla pubblicità dei rasoi Gillette «la comodità dell'usa e getta» con cui ogni sera veniamo martellati ed educati al dogma dell'eterna crescita economica. Ma la colpa più grande è quella di aver pensato che il problema fosse possibile risolverlo con i commissari e con l'intervento straordinario, escludendo la popolazione e i suoi sindaci. Una scelta assurda e miope, imposta con innumerevoli decreti di proroga che hanno attraversato sempre uguali la prima e la seconda repubblica. Una decisione con cui di fatto si è tolta ogni possibilità all'unica politica che permette di gestire i rifiuti quella che chiede prima di pensare se seppellirli o incenerirli di organizzare le tre R: ridurne la quantità, raccoglierli in modo differenziato e riciclarli. Poi si penserà a ciò che resta.

Queste politiche non partono per ordine di un commissario né per decreto, ma solo se si organizzano le donne e gli uomini e li si convince offrendo loro partecipazione, conoscenza, una cultura critica del consumismo, nuovi stili di vita, tutte cose che solo un intervento ordinario e quotidiano, gestito da decisori, come i sindaci, vicini alla gente, può garantire.

E l'emergenza? Nessuno la nega, ma paradossalmente solo commissariando i commissari la si può affrontare. Soprattutto dando qualche segnale alla popolazione di un cambio di passo: far capire a chi ha fallito ed è responsabile di questo disastro che esiste la nobile arte delle dimissioni e soprattutto presentando piani di bonifica e di organizzazione delle tre R. Solo così anche misure straordinarie ed impiantistiche saranno capite e accettate e non imposte.

Roberto Saviano

Ecco tutti i colpevoli della peste di Napoli

la Repubblica, 5 gennaio 2008

È UN territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l’ossessione di emigrare o di arruolarsi. E’una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all’opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.

Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%. Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all’opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un’impresa - l’Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia. Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio. Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l’ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l’inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell’antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi. Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso erano vicino alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano. Nel caso dell’inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all’anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni.

Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall’estero: da ogni parte d’Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l’autorizzazione dalla Regione. Aveva però l’unica autorizzazione necessaria, quella della camorra. Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l’unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell’inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l’emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l’emergenza e quindi riuscì con l’attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003. Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all’amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l’appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan. La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all’avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L’emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione. Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l’operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell’80% sui prezzi ordinari. Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no. Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d’Italia è stato intombati a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra. E’in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E’in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l’ossessione dell’informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell’informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi. Non è affatto la camorra ad aver innescato quest’emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l’emergenza e con l’apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli. Quando si getta qualcosa nell’immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall’emergenza non si vuole e non si po’ uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più. L’emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa. Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle "sacchette" di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L’80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriare. Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l’eroe epico che strappa le braccia all’Orco che appestava la Danimarca: "il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla". Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.

A un anno dalla rivolta popolare contro l’inceneritore di Acerra, guidata congiuntamente dal sindaco comunista e dal vescovo, nella cittadina ai piedi del Vesuvio le ruspe si sono fermate perché - a forza di scavare nel terreno - una falda freatica ha allagato il cantiere. Tra la Campania e la Puglia, intanto, è in corso una disputa sulla collocazione di un nuovo impianto di smaltimento al confine tra le due regioni che è arrivata a contrapporre i rispettivi governatori di centrosinistra, Antonio Bassolino e Nichi Vendola. E in Sicilia, il progetto della Regione per la costruzione di quattro termovalorizzatori, bloccato da un ricorso al Tar e sospeso all’unanimità dalla stessa assemblea regionale fino al 30 settembre, ha appena ricevuto un via libera dal Consiglio di Stato: il "valore politico" di quella decisione, secondo l’ordinanza, "non incide direttamente sugli atti amministrativi e sulla loro efficacia".

Sullo sfondo di un Sud che aggiunge ai suoi mali storici la malagestione dei rifiuti, sotto la minaccia delle discariche abusive e l’ombra della criminalità organizzata che si allunga su quest’ultimo business, il caso siciliano rischia di diventare un paradigma nazionale. Con buona pace del glorioso generale Garibaldi, le due Italie continuano a dividersi perfino sulla spazzatura. E il nostro povero Mezzogiorno, in ritardo anche sulla raccolta differenziata rispetto al resto del Paese, rimane pericolosamente in bilico tra un degrado urbano e ambientale che è sotto gli occhi di tutti e una possibile modernizzazione civile, irta però di ostacoli e ambiguità.

Da quando nel ‘99 fu dichiarata l’emergenza rifiuti nell’isola, la Regione Sicilia ha avviato un piano d’intervento ispirato, almeno sulla carta, ai principi della sostenibilità. Il ciclo completo - come si fa già altrove - prevede innanzitutto la raccolta differenziata, presupposto indispensabile per separare il secco dall’umido, la carta, la plastica, il legno, il vetro e i metalli; poi la produzione di compost, un fertilizzante per usi agricoli; quindi la selezione e il riutilizzo dei rifiuti non riciclabili; e infine la produzione di energia attraverso una rete di termovalorizzatori, gli impianti nei quali si bruciano ad altissime temperature i materiali dotati di sufficiente potere calorifico.

In questi cinque anni, dopo la nomina dello stesso presidente della Regione Salvatore Cuffaro a Commissario straordinario per l’emergenza, la situazione è andata gradatamente migliorando con una tendenza verso gli standard nazionali: la raccolta differenziata è aumentata, mentre le discariche su tutto il territorio regionale si sono ridotte dalle 357 iniziali a 114. Ma c’è ancora molto da fare per allineare la Sicilia agli obiettivi del "decreto Ronchi" che nel ‘97 fissò il tasso di raccolta differenziata al 35% sul totale della produzione di rifiuti urbani: tanto più che il Nord ha già superato il 30%, il Centro è intorno al 15, mentre il Sud e le isole sono ancora sotto il 6.

Il piano della Regione Sicilia prevede la realizzazione di quattro termovalorizzatori: uno a Bellolampo, alle porte di Palermo; gli altri ad Augusta (Siracusa), Casteltermini (Agrigento) e Paternò (Catania), per servire altrettante aree omogenee a cavallo di nove province. I primi tre impianti sono stati appaltati al gruppo Falck con alcuni partner locali, il quarto sarà realizzato da un altro gruppo. L’investimento complessivo ammonta a circa un miliardo di euro, con 1.500 occupati nella fase di costruzione e altrettanti in quella di gestione.

Ma è soprattutto sul doppio vantaggio, ambientale ed energetico, che punta il consorzio Actelios per superare le resistenze delle popolazioni locali e del fronte ecologista che hanno prodotto lo stop bipartisan dell’assemblea regionale contro il piano del presidente-commissario. Con l’installazione dei termovalorizzatori, da una parte verrebbe trattato e smaltito circa il 70% dell’attuale produzione regionale di rifiuti; dall’altra, verrebbe installata una potenza di 150 megawatt per una produzione di energia elettrica sufficiente a soddisfare il 20% del fabbisogno della popolazione siciliana. E così le discariche si ridurrebbero a 8 in tutta l’isola, con una diminuzione della massa dei rifiuti pari all’80%.

Per sostenere il piano, e difendere naturalmente i propri interessi aziendali, il gruppo Falck ha affidato il progetto degli impianti allo studio dell’architetto giapponese Kenzo Tange (scomparso recentemente), con l’intento dichiarato di trasformarli in altrettanti monumenti industriali e renderli così esteticamente più accettabili. Ma, per vincere l’ostilità degli ambientalisti, è soprattutto sul nome di Umberto Veronesi che il consorzio fa ora affidamento: l’ex ministro della Sanità ha accettato la presidenza di un comitato a cui spetterà il compito di monitorare la salubrità dei territori dove verranno installati i termovalorizzatori. Un oncologo di fama mondiale, insomma, come testimonial di tutta l’operazione.

Al di là delle motivazioni ideologiche e politiche, dunque, il caso siciliano riassume emblematicamente tutte le contraddizioni che qui o altrove alimentano la "guerra dei rifiuti". Gli ambientalisti hanno senz’altro ragione a insistere sull’esigenza prioritaria di ridurne innanzitutto il volume complessivo, con l’uso di materiali biodegradabili al posto delle buste o bottiglie di plastica e delle lattine, per incrementare quindi la raccolta differenziata ed evitare il sovradimensionamento degli impianti. Sta di fatto però che in tutto il Sud (e a dirlo qui è un meridionale, immune da qualsiasi tentazione di razzismo) la spazzatura è ancora una questione di abitudini o di cattive abitudini, di educazione o maleducazione civica, di igiene pubblica che spesso diventa emergenza sanitaria, diciamo pure di cultura: basta osservare le montagne di sacchetti, scatole e scatoloni ammassati abitualmente intorno ai cassonetti o agli angoli delle strade, per rendersene conto. E allora, proprio in difesa delle popolazioni interessate e dell’ambiente in cui vivono, occorre procedere realisticamente per fermare il degrado e impedire guasti maggiori.

In Sicilia, come in Campania, in Puglia o altrove, tutti abbiamo il problema dei rifiuti da smaltire, ma nessuno vorrebbe farlo nel proprio paese, nella propria città, provincia o regione. Gli inglesi, cultori del pragmatismo, la chiamano con un acronimo "sindrome Nimby": not in my backyard, non nel mio cortile ovvero nel mio giardino, insomma non a casa mia. Con tutte le garanzie necessarie, a cominciare da quelle sulla separazione dei materiali per finire al controllo delle emissioni, si tratta perciò di decidere la collocazione degli impianti di smaltimento nel modo più trasparente possibile, sulla base di valutazioni oggettive e ragionevoli.

Il termovalorizzatore, come raccontammo un anno fa da Brescia in un’inchiesta sull’Italia dei rifiuti, può rappresentare una risposta moderna a un problema antico e sempre più grave. Non è un mostro e non deve diventare un tabù. Sono oltre trecento, del resto, gli impianti di questo genere già attivi nel resto d’Europa. E se in un’ottica di "ambientalismo sostenibile", compatibile cioè con lo sviluppo e con la tutela della salute, si riesce a smaltire i rifiuti, a ricavarne energia e a ridurre l’inquinamento, vuol dire che avremo trovato la quadratura del cerchio.

Si veda anche l'intervento di Antonio di Gennaro

Fingiamo che l’annegamento dei cittadini campani in un mare di rifiuti non sia anche un problema di ordine pubblico e di malavita organizzata e che dipenda, come altrove in Italia, solo dall’ingente quantità di pattume che riusciamo a produrre, qualcosa come oltre 650 kg per persona ogni anno. Cosa dovremmo fare operativamente per avviare a una soluzione definitiva la questione? Una discarica non è mai la soluzione globale del problema rifiuti, sebbene quello di gettare gli avanzi attorno sia uno dei gesti più antichi dell’uomo. Una discarica è solo un buco per gettare soprattutto materia organica - la cosiddetta «frazione umida» - che copre circa il 30% del complesso dei rifiuti solidi urbani (Rsu), cioè resti di frutta e verdura, avanzi di cibo, ossa, bucce e quant’altro. Poi c’è la carta (28%), la plastica (16%), il legno e i tessuti (4%), il vetro (8%) e i metalli (4%), insieme con gli altri rifiuti che compongono la «frazione secca». E la frazione umida puzza, pure se, paradossalmente, l’aria di una discarica è certamente più salubre di quella del centro storico di Napoli, strangolato dal traffico. La puzza dei rifiuti non è gradevole, ma non intossica, come invece le diossine dei cassonetti incendiati per le strade.

Le discariche poi sono pericolose perché, a lungo termine, comunque inquinano: per quanto isolate artificialmente e poste in luoghi geologicamente adatti, sono soggette a perdere liquidi con probabile contaminazione di falde idriche, suoli e gas. Le discariche mangiano territorio e spazi comuni, alterano il paesaggio, richiamano gabbiani, topi, cornacchie, piccioni. Insomma i buchi non funzionano, perché dovremmo ancora sorbirceli magari per sempre? Non è nemmeno una soluzione bruciare i rifiuti, come si suggerisce a gran voce, non tanto per i problemi di carattere ambientale legati alle ceneri solide o ai fumi emessi al camino, carichi di diossine e polveri sottili anche quando restano nei limiti di legge. Da questo punto di vista un inceneritore non è più malefico del traffico cittadino responsabile di centinaia di migliaia di morti l’anno solo in Italia. Piuttosto è il bilancio energetico a essere in difetto perché si ottiene molta meno energia da un oggetto bruciato rispetto a quella che si è dovuta impiegare per costruirlo. Bruciare i rifiuti non conviene.

Due sono le soluzioni e le conosciamo bene: primo, produrre meno rifiuti, cioè ridurre di peso e volume gli imballaggi, cosa che aziende e ditte non hanno ancora cominciato significativamente a fare. Secondo, raccogliere i rifiuti in maniera differenziata e riciclarli, operazione che porta quattro vantaggi: allunga la vita delle materie prime, riduce gli inquinamenti, fa risparmiare energia e tutela il paesaggio dall’apertura di nuove cave e miniere. È un’operazione vecchia, che già si faceva nel nostro Paese negli Anni 60, quando i netturbini venivano a raccogliere fino davanti la porta di casa il contenuto dei secchi zincati foderati di fogli di giornale. Anzi, fino dalla Napoli del Settecento, le cui strade erano pulitissime, perché tutto veniva portato agli orti della campagna per ammendare il terreno e coltivare.

Si dice: però in Campania c’è un’emergenza. Ma che emergenza è quando se ne parla da almeno quindici anni e non si sono fatti passi in avanti di un qualche rilievo? Forse la via per uscire dall’emergenza è quella di considerarla cronicizzata e di comportarsi come il buon senso vorrebbe prendendo il tempo che ci vuole: campagne di educazione sul problema, partenza di una seria strategia per la raccolta differenziata e riciclaggio, seguendo l’esempio di comuni più piccoli, ma oculati che hanno capito - prima della camorra - che i rifuti possono diventare un affare (pulito) quando non li si considera più scarti, ma risorse. Almeno fino a quando non si arriverà al sospirato (ma forse utopistico) azzeramento dei rifiuti. Nell’ormai mitologico comune di Peccioli (Pi) arrivano oltre 600 tonnellate al giorno di rifiuti solidi urbani che qui vengono trattati e producono oltre tre milioni di euro l’anno con i quali l’amministrazione provvede alle spese correnti e anche a quelle straordinarie. Non contenti, a Peccioli hanno costituito un azionariato popolare per cui i cittadini si dividono i guadagni dello smaltimento controllato che gestiscono: 5 mila azionisti per un affare che non prevede speculazioni di Borsa e che non può conoscere crisi. Proprio quindici anni fa a Peccioli i rifuti erano un’emergenza, oggi sono una risorsa, converrebbe rifletterci.

«Devo tornare al mare, al solitario mare e al cielo...». Da quand'ero studente, questi versi di John Masefield non hanno mai smesso di emozionarmi. La nostra relazione d'amore con l'acqua salata è una strana faccenda. I greci veneravano l'Egeo «scuro come il vino», ma le popolazioni atlantiche erano più timorose che innamorate del mare, fino a non molto tempo fa. Solo nel XIX secolo il mare è diventato una meta desiderabile. I romantici hanno esaltato tutta la natura selvaggia ma delle icone romantiche solo il mare ha veramente resistito.

D'estate andiamo al mare in massa per nuotare, navigare, pescare. Ce ne stiamo, con l'acqua alle ginocchia, anche solo a guardarlo incantati. È come se l'umanità, i cui lontani antenati sono usciti dagli oceani, inconsciamente desiderasse ritornare a ciò che W.H. Auden chiamava «l'alfa dell'esistenza».

Il richiamo del mare è così forte che sempre più gente decide di andarci a vivere in permanenza. Sorprende sapere che oggi due terzi della popolazione mondiale risiede a meno di 80 chilometri dal mare. Le 16 maggiori città del mondo, con tre sole eccezioni, si trovano sul mare. Negli Usa circa la metà di tutte le nuove case vengono costruite vicino all'uno o all'altro «scintillante oceano»; una ricerca della fine degli anni Novanta diceva che gli americani si trasferivano sulle coste al ritmo di 3600 al giorno. Ma, nonostante il nostro professato amore, trattiamo il mare con sommo disprezzo. Masefield vedeva solo una «grigia foschia sul volto del mare». Oggi la superficie del mare è lordata da una spaventosa quantità di spazzatura. Ci piace andare al mare, ma quando ci arriviamo, inspiegabilmente, lo copriamo di plastica. Da una recente verifica è emerso che sulle 269 spiagge inglesi prese in considerazione si trovava una qualche spazzatura mediamente ogni 50 centimetri; un aumento di più dell'80% rispetto al decennio passato.

I colpevoli sono, in parte, quei tipi insopportabili che non possono andare a contemplare un panorama senza lasciarsi dietro un sacchetto vuoto di patatine e una lattina di birra (i malfattori più incalliti lasciano venti mozziconi di sigaretta e un pannolino sporco). Tuttavia questi sudicioni inveterati, per quanto odiosi, non sono il problema maggiore. Dappertutto si possono vedere orrendi residui di bottiglie di plastica. E la plastica, di sicuro il prodotto più detestabile della nostra età dell'idrocarburo, galleggia. Non è biodegradabile. Fa rumore quando ci si cammina sopra. E luccica nei giorni di sole, come per farsi ancor più notare.

I rifiuti di plastica sono ormai un problema mondiale. Quando il naturalista Tim Benton si è recato, non molto tempo fa, sull'atollo disabitato di Ducie Island, la più lontana delle Isole Pitcairn, a 5 mila miglia a est dell'Australia, ha trovato sulle sue coste 953 oggetti portati dal mare; e tra di essi c'erano 268 pezzi di plastica, 71 bottiglie di plastica, 29 pezzi di tubi di plastica e la testa di due bambole di plastica. E questi relitti sono solo la parte più evidente del torrente di spazzatura che la nostra specie getta in mare ogni giorno. Solo New York scarica 500 tonnellate di liquami di fogna. Il totale giornaliero di olii proveniente da fonti umane è poco meno di un milione di galloni. Il Mare del Nord contiene una quantità di fosfati 8 volte superiore a quella di 20 anni fa. Il mare sarà sempre profondo, ma è ancora blu?

In teoria ci sarebbero modi per far cessare tutto questo, per far rispettare i divieti di gettare rifiuti in mare. Tutte le navi mercantili, per esempio, potrebbero essere munite dei compressori di spazzatura realizzati dalla marina degli Usa. Ma ho il sospetto che anche così i marinai non smetterebbero di gettare in mare le loro bottiglie di Coca Cola. In fondo non vedono mai le spiagge in cui quelle poi finiscono.

Oppure le autorità locali potrebbero sorvegliare le spiagge, dare multe esemplari a coloro che le sporcano e organizzare regolarmente pulizie su vasta scala. Tuttavia non ho abbastanza fiducia nelle autorità locali: se le si tirano in ballo si finirà probabilmente per veder interdire del tutto alla gente l'accesso al mare.

Che cosa fare, allora? Questo pensiero mi ha tormentato per tutte le ore passate quest'estate in Galles a riempire sacchi con i rifiuti altrui. E sono arrivato a una risposta piacevolmente semplice. La soluzione è quel che sto facendo — con i volontari che si sono uniti a me, alla mia famiglia e ai nostri amici della vicina Nature Reserve in uno sforzo collettivo per pulire la nostra costa. In breve, è sempre la stessa storia. Se vuoi che qualcosa sia fatto, in questo mondo, fallo tu. Masefield ha intitolato la sua poesia «Febbre del mare». Ma ora è il mare, non il poeta, ad avere la febbre. Solo noi, che amiamo sinceramente il mare, possiamo curarlo.

(Traduzione di Maria Sepa)

Da Italo Calvino, Le città invisibili, Torino, Einaudi, 1972, p. 119.

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio.

Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere il resto dell’esistenza di ieri è circondato da un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta portata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.

Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.

Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altro ieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.

Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sè montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.

Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori: per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

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