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Una febbre edilizia sta divorando Roma producendo un modello urbano dissennato e devastante.

Il meccanismo e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: si costruiscono residenze e grandi centri commerciali a ritmo forsennato lungo il Raccordo consumando quel che resta dell’Agro Romano; a questi insediamenti si può accedere solo con l’auto privata, provocando così per l’oggi e ancor più per il domani un aumento del traffico; con un ultimo paradosso, aumentano le case e aumenta l’emergenza abitativa per il semplice fatto che si costruisce non per chi ha bisogno (giovani coppie, anziani, migranti) ma perché qualcuno ha la forza di imporlo alle proprie condizioni.

Un bene pubblico, il paesaggio, viene così lasciato alla mercè degli interessi speculativi privati. Con questo ritmo e seguendo la previsione del Piano Regolatore ci mangeremo, come ha affermato la Sovrintendenza Archeologica di Roma, 15.000 ettari di Agro Romano. Una follia. Tutto il contrario di quanto sta facendo l’Europa: in Germania dal ’98 si è limitato il consumo di suolo a 10.000 ettari l’anno, in Italia ne consumiamo 244.000 l’anno; in Inghilterra si è deciso che solo il 30% delle nuove edificazioni può sorgere in aree libere e il 70% in aree già costruite, e il Sindaco di Londra Ken Livingstone ha deciso di concentrare il 100% delle nuove costruzioni nelle aree già edificate non toccando la campagna londinese. A tutto ciò si aggiunga che nell’ultimo anno sono stati approvati in deroga al Piano Regolatore oltre 30 progetti privati: con una mano si scrivono le regole con l’altra si cancellano.

E’ positivo che negli ultimi anni importanti architetti siano impegnati nella nostra città, ma come diceva Antonio Cederna la buona architettura non sana la cattiva urbanistica.

Se passiamo dal consumo del suolo alla mobilità il discorso non cambia.

Roma è prigioniera delle auto: 89 auto ogni 100 abitanti, compresi i bambini e minorenni. Solo il 18% usa il mezzo pubblico, a Parigi il 67%, a Madrid 66%, a Londra 55%.

Una buona politica è quella capace di invertire questa tendenza: promuovere e incentivare il mezzo pubblico (soprattutto su ferro) e limitare l’uso del mezzo privato. Al contrario l’attuale espansione edilizia, disseminata a macchia d’olio lungo la campagna, provocherà un uso ancora più massiccio dell’auto privata moltiplicando traffico, congestionamento, inquinamento, (siamo la capitale europea dello smog insieme ad Atene).

Basti pensare che in 10 anni a Roma sono stati aperti 28 grandi centri commerciali, quasi tutti a ridosso del GRA, con parcheggi per migliaia di posti auto. E che ogni anno se ne aprono in media altri quattro. Non esiste una situazione analoga in nessun’altra capitale europea. Il risultato è che non essendoci infrastrutture adeguate il traffico è perennemente paralizzato e il Comune dovrà intervenire con soldi pubblici e consumare altro suolo agricolo. Un tipico esempio di ricchezza privata e povertà pubblica.

La stessa subalternità all’auto porta ad altre scelte devastanti: nei centri storici delle capitali europee da decenni non si realizzano più parcheggi perché è dimostrato che attraggono auto, a Roma si è dato il via libera tra l’altro ad un parcheggio di oltre 700 auto sotto il Pincio, uno scempio di uno dei luoghi più belli e conosciuti al mondo, nonostante a poche centinaia di metri vi sia il Parcheggio del Galoppatoio. Tutelare il centro storico è interesse pubblico, far costruire un parcheggio sotto il Pincio no.

Ogni mese leggiamo i dati sull’aumento del turismo nella nostra città, con il puntuale seguito di dichiarazioni entusiaste. Ma in assenza di un governo dei fenomeni l’altra faccia della medaglia è lo stravolgimento, come mai era avvenuto, del centro storico di Roma: prosegue l’espulsione degli abitanti; Stato e Comune stanno dilapidando il proprio patrimonio edilizio storico; dilagano alberghi e bed and breakfast e la città politica e i ministeri hanno via via allargato la loro presenza contrariamente a quanto da anni si era ipotizzato; solo nel 2007 sono stati aperti oltre 40 tra pub, ristoranti, bar; le vie, le piazze, le strade sono state privatizzate e invase da tavoli, sedie, fioriere e quant’altro. Passeggiare tra i famosi vicoli di Roma è oggi diventato impossibile. Il centro si è trasformato in un luogo di transito per turisti, adibito al consumo mordi e fuggi senza più alcuna identità. Un esito inglorioso per un luogo unico al mondo per le sue bellezze artistiche, archeologiche, monumentali.

Infine, da anni si parla di “emergenza casa”. Dopo la felice stagione che portò all’approvazione della Delibera 110 del 2005, si sta tornando indietro. Invece di puntare, come prevede la Delibera, alla partecipazione ancora una volta ci si muove in una logica di contrattazione: ultimo il protocollo d’intesa sottoscritto dal Comune con Acer e Lega delle Cooperative per la realizzazione di alloggi con la pratica consolidata e devastante della deroga al Piano Regolatore cancellando le aree destinate a verde e servizi.

Scompare ancora una volta il governo pubblico delle politiche abitative e di parte della locazione privata; così come una politica di utilizzo del patrimonio sfitto o non occupato che a Roma è enorme, si stima in oltre 200.000 abitazioni, lasciando al loro destino non meno di 700.000 cittadini a cui non si offrono né risposte né prospettive.

Questo modello non riguarda più solo Roma ma coinvolge il territorio provinciale. Infatti queste “emergenze”, dal consumo del suolo a quella abitativa e della mobilità, dallo smaltimento dei rifiuti alla produzione di energie vengono sempre più scaricate al di fuori della città per evitare di mettere in discussione un modello sempre più insostenibile. Il contrario di quanto serve: una programmazione di area metropolitana in grado di superare squilibri e disfunzioni e mettere in relazione progetti e risorse.

PERCHE’?

Da questa rapida panoramica la domanda è semplice: perché? Perché si procede in questa direzione dello sviluppo urbano che non solo non risolve i problemi della città ma li aggrava, moltiplicandone i fattori negativi?

C’è innanzitutto un motivo di carattere generale che non riguarda solo Roma. L’abuso di territorio infatti coinvolge l’intero paese a causa di una norma, voluta nel 2001 dall’allora governo Berlusconi, che permette ai Comuni di utilizzare gli introiti degli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente e non più solo per investimenti. Così i Comuni, a cui vengono tagliati i finanziamenti dallo Stato, hanno trovato nell’edilizia un modo per fare cassa e rastrellare soldi. Il tutto a spese del paesaggio, dell’ambiente, della qualità della vita. Il centrosinistra non ha modificato questa norma sciagurata.

C’è poi il peso enorme che a Roma ha sempre avuto la rendita fondiaria, i “palazzinari”. Nel passato le forze della sinistra seppero opporsi e ottenere anche risultati significativi in nome di un’altra idea di città. Oggi non è più così, negli ultimi anni anche la politica e la cultura di sinistra hanno finito in larga misura per aderire al pensiero dominante che la proprietà immobiliare debba essere protagonista delle scelte urbanistiche. E’ anche per questo che oggi in chi governa ciò che più colpisce è l’assenza di un’idea di città, mancando la quale diventa poi inevitabile accodarsi alle richieste e ai desiderata di chi ha potere e soldi per proporre soluzioni. Una politica debole, con scarsa autonomia culturale, in crisi di radicamento e rappresentanza cerca nel potere forte del mattone e della rendita risorse e sostegno. Al pubblico non resta che fare o da passacarte oppure cercare ruolo e spazio contrattando e garantendo determinati interessi in funzione gregaria e subalterna.

D’altronde non è un mistero che a Roma opera da tempo un cartello di costruttori che agiscono di fatto in condizioni di monopolio in un rapporto diretto con l’amministrazione pubblica; che questi costruttori sono anche proprietari di banche, assicurazioni e giornali; e al tempo stesso siedono in fondazioni, enti, istituzioni comunali. Un circuito pervasivo in cui si confonde interesse pubblico e interesse privato; una commistione che di sicuro non fa bene alla trasparenza e all’autorevolezza e credibilità della politica.

A questo dato strutturale si aggiunge poi la scarsa considerazione cha da noi c’è sempre stata per il paesaggio, per i beni pubblici. Secondo la ben nota teoria e pratica che se una cosa è pubblica non è di nessuno e quindi ognuno può fare come gli pare.

Da qui il deperimento e sempre più l’assenza di coinvolgimento dei cittadini nelle scelte. Mentre in tante città europee (Stoccolma, Monaco di Baviera) prima di prendere decisioni l’amministrazione comunale è tenuta ad un processo democratico in cui vagliare con gli abitanti i progetti di trasformazione urbana, qui da noi nulla di tutto questo, se va bene si promuovono incontri in cui viene illustrato ciò che si è già deciso. Non ci si può lamentare poi delle contestazioni o delle proteste se manca una pratica di partecipazione su scelte che riguardano la vita dei cittadini.

La Corte dei Conti nel 2006 ha scritto “la scarsità di informazioni corrette ed esaustive alle comunità locali, che garantisce sulla imparzialità, autorevolezza e incisività delle scelte effettuate, ha accentuato la conflittualità generale…..solo nella condivisione e nel processo partecipativo di tutti i soggetti interessati possono derivare soluzioni stabili, efficienti, efficaci ed eque”. Serve più trasparenza e più capacità di ascolto, più democrazia partecipata se si vuole una città più consapevole e più capace di educare alla responsabilità.

CHE FARE

Per fare cose diverse bisogna pensare diversamente. C’è bisogno quindi di una coraggiosa riflessione critica anche a sinistra sul passato più recente riconoscendo errori, limiti, una perdita di autonomia culturale e politica. La sinistra del XXI secolo o è quella dei diritti fondamentali della persona, della democrazia partecipata, dei beni comuni o non è. Una sinistra capace di rimettere in discussione gli idoli della quantità e del denaro per affermare un’idea di ben - essere e di equilibrio con gli altri e con l’ambiente. Le scelte di cui Roma ha bisogno per realizzare un nuovo modello urbano che incorpori diritti e beni pubblici sono sotto gli occhi di tutti. Ne indichiamo sette in grado di rappresentare un volano per un’idea nuova di città.

1. Una moratoria immediata di tutte le deroghe al Piano Regolatore. Sostituire al consumo dissennato di territorio che aggrava i mali di Roma il recupero e la riqualificazione urbana: caserme, aree ferroviarie e dell’ATAC, demani di aziende pubbliche, impianti tecnologici obsoleti e immobili uso ufficio abbandonati, aree vuote ex SDO. E’ in questa direzione che bisogna muoversi con l’obiettivo di riportare le residenze nelle zone semicentrali, riqualificare i vuoti interni alla città. I privati guadagneranno di meno ma sarà la città a guadagnarci di più. A questo serve il potere pubblico.

2. Una legge regionale che, come la legge ponte del 1967 che salvò i centri storici dall’abbandono e dalla speculazione, perimetri le aree agricole e quelle ancora non urbanizzate intorno alla città così da bloccare cambi di destinazione d’uso. In questo modo gli stessi costruttori saranno indirizzati e incentivati ad impegnarsi verso la riqualificazione delle periferie e della città invece che in nuove lottizzazioni nell’agro romano. Serve solo la volontà politica e la cultura di ritenere il paesaggio un bene pubblico da salvaguardare e tutelare per le generazioni future.

3. Dare finalmente avvio al progetto Fori di Antonio Cederna e Luigi Petroselli. La più importante e innovativa idea urbanistica di Roma capace di unire storia e modernità, di riformare la città mettendo al centro la qualità, di risaldare il centro con la periferia e l’hinterland. Iniziando con la chiusura al traffico di Via dei Fori Imperiali perché come diceva il Sindaco di Roma Argan i monumenti e le macchine sono incompatibili.

4. Riduzione del traffico privato su gomma, rafforzando e modernizzando la rete su ferro; itinerari protetti per autobus e tram raddoppiando la lunghezza attuale; dare impulso, come avviene in tante capitali europee, ai taxi collettivi, car sharing, linee a chiamata; istituire una cabina di regia tra Comune, Provincia e Regione per affrontare in una visione d’insieme di area metropolitana la mobilità. Realizzazione in ogni quartiere di isole pedonali.

5. Una Conferenza Cittadina sul tema della Casa con l’obiettivo di un “Patto di solidarietà” che definisca un piano di interventi e una legge comunale sull’utilizzo sociale del patrimonio residenziale sfitto, abbandonato o sottoutilizzato, anche attraverso la leva fiscale per incentivare la proprietà, da riconvertire ad ERP, ad alloggi a canone concordato solidale, all’housing sociale. Nell’immediato va affrontata la questione degli sfratti e degli sgomberi delle occupazioni e va attivata l’Agenzia Comunale per l’affitto con uffici decentrati nei Municipi.

6. Ridare dignità e bellezza al centro storico abbandonando la pratica della cartolarizzazione e la privatizzazione del patrimonio edilizio pubblico; sospendendo il rilascio di nuove licenze per la ristorazione; limitando sensibilmente l’occupazione di suolo pubblico da parte degli esercizi commerciali; riducendo drasticamente il traffico privato automobilistico.

7. Serve, come in Toscana, una legge regionale sulla partecipazione che preveda istituti e forme di democrazia partecipata, estenda i diritti delle persone che vivono sul territorio così da tutelare identità territoriali, beni storico-culturali, l’ambiente e il paesaggio.

Non ci rassegniamo ad un modello urbano sempre più americano in cui la città si spappola nella campagna e la macchina è la padrona incontrastata, ad una città vetrina per il turismo in cui la speculazione immobiliare impone le sue regole e troppi sono costretti ad abbandonarla.

Roma non merita questo futuro.

Ci battiamo per una città capace di promuovere e garantire i diritti delle persone, i beni comuni, la partecipazione e di salvaguardare la sua straordinaria bellezza per trasmetterla alle generazioni future, perché la bellezza è un fattore di coesione sociale.

Diritti e bellezza hanno bisogno della politica, di un governo della cosa pubblica in pubblico.

Per questo serve la sinistra. Una sinistra unita.

Movimento romano per la Sinistra Arcobaleno

Con i soldi dell’Expo non solo opere faraoniche e colate di cemento, ma tutela dell’ambiente, del paesaggio, dell’agricoltura, delle acque, dei borghi e delle ville milanesi. Il sindaco Moratti le aveva invitate a far parte della consulta ambientale per Expo 2015, ma tre associazioni ambientaliste hanno risposto no. Niente adesioni a scatola chiusa. Fai, Wwf e Italia Nostra hanno preferito non entrare, per ora, a fianco del Comune nel gruppo che dovrà valutare e mitigare l’impatto ambientale che le opere per l’esposizione internazionale, se Milano vincerà la gara con Smirne, inevitabilmente avranno sul territorio milanese. «L’invito sembrava più un’operazione di immagine che non un coinvolgimento vero e proprio» dice Enzo Venini, presidente nazionale del Wwf. E dal Fai Costanza Pratesi, responsabile dell’Ufficio studi, aggiunge: «Vorremmo essere ascoltati e portatori di idee, non solo certificatori di idee altrui, e vedere per l’Expo un progetto ambientale forte sul nostro territorio, che ancora non c’è». Così hanno preferito fare un loro osservatorio esterno, e presentare al sindaco, dopo aver spulciato il progetto di candidatura di Milano, 900 pagine, una serie di punti che ritengono «imprescindibili e vincolanti». Vorrebbero, prima di tutto, la gestione responsabile del suolo, limitando il consumo alle aree ex industriali o già urbanizzate, introducendo forme di compensazione ecologica (solo la cittadella per l’Expo conta 1 milione e 700 mila metri quadrati di insediamento). Poi vedere «un chiaro segnale di volontà di tutela della fascia agricola periurbana». Altra questione importante, la riqualificazione delle vie d’acqua che già ci sono, abbandonando l’idea di costruire un nuovo naviglio, «impresa costosissima, inutile e di pura funzione estetica». E, ancora, cogliere l’opportunità Expo per lanciare un progetto di recupero del patrimonio monumentale del nord Milano, come villa Arconati, villa Litta di Lainate, villa Reale a Monza - «unica grande reggia europea scandalosamente dimenticata» - , i borghi (Figino, Trenno, Chiaravalle, Ronchetto delle Rane), le cascine, i beni minori. Non ultimo si chiede anche il coinvolgimento delle sovrintendenze al tavolo delle decisioni. «Noi avevamo l’intenzione di discutere questi punti perché pensiamo che il piano Expo deve rifiutare aspetti non consoni alla valorizzazione e tutela dell’ambiente e dei beni culturali - spiega ancora Venini - . Il sindaco ci ha risposto che era importante adoperarsi per ottenere l’assegnazione, il problema lo avremmo affrontato dopo. Il nostro osservatorio nasce con spirito di collaborazione, ma vorremmo che la sostenibilità ambientale diventasse concretezza anche sul nostro territorio. La preoccupazione vera è che con l’Expo si vada, invece, a distruggere il patrimonio verde attorno a Milano».

Nota: una preocupazione più che fondata, se è vero come è vero che fra le "eccellenze" della Milano futura c'è ad esempio il discutibilissimo Cerba

L’esempio del Partito democratico è contagioso: Berlusconi si agita, il centrodestra è in subbuglio, Casini minaccia di imboccare un percorso separato se non potrà confederarsi conservando autonomia, ma anche la base di An non resterà elettoralmente indifferente alla piroetta di Fini e dei suoi colonnelli, già da tempo berlusconiani.

Alla sinistra del Partito democratico un altro processo semplificatorio è egualmente in corso. Anche lì con alcune non trascurabili difficoltà. Le sigle scompaiono ma il vento potente delle elezioni cancellerà inevitabilmente le microscopiche oligarchie dell’uno virgola che tanto hanno rallentato e debilitato il percorso del governo Prodi.

La ditta Diliberto scomparirà senza traumi rientrando nella casa da cui era uscita qualche anno fa. Per i Verdi l’abbraccio con la sinistra sarà assai meno semplice e non basta certo la parola «arcobaleno» nel logo elettorale a preservarne la missione cui del resto avevano già da tempo rinunciato.

L’esperienza dei partiti ambientalisti in Europa ci dice che essi, se non hanno la forza di presentarsi da soli al corpo elettorale, sono destinati a scomparire o debbono scegliere di fare da lievito ambientalista in un contenitore ampio. Stemperarsi nel Partito democratico poteva avere un senso, nella sinistra radicale non ha senso alcuno ed equivale ad un decesso annunciato.

La funzione rinnovatrice del Partito democratico sull’intero sistema politico è talmente evidente che tutti gli osservatori e commentatori l’hanno colta e sottolineata. Rappresenta un robusto passo avanti verso un bipolarismo meno imperfetto e, perché no? verso un bipartitismo che metterebbe finalmente il nostro paese al passo con le altre democrazie occidentali, gli Usa, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, la Spagna, tanto per citarne le principali.

Ma gli effetti innovatori non si fermano qui. Altri se ne profilano non meno importanti e non privi di rischi.

L’appuntamento elettorale ne mette in prima fila alcuni, la fase successiva ne farà emergere altri dei quali tuttavia è fin d’ora possibile e utile segnalare la natura.

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In prima fila ci sarà il programma economico, in corso di avanzata stesura da parte d’un ristretto gruppo di competenti che si valgono di qualificati contributi: Morando, che guida l’équipe, Boeri, Visco, Bersani ed altri ancora. Si sa fin d’ora che le liberalizzazioni vi avranno ampio spazio. Il rifinanziamento dei salari e del potere d’acquisto dei redditi bassi e medi altrettanto. L’incremento di produttività e di competitività delle imprese. Il nuovo "welfare" configurato per bilanciare la flessibilità del lavoro.

Nel complesso la parte redistributiva del programma economico avrà come base i provvedimenti già predisposti da Prodi, Padoa-Schioppa e Visco nell’ultima fase di quel governo prima della crisi, con in più interventi di detassazione e di riduzione della pressione fiscale.

Questo complesso di misure che il gruppo dirigente del Partito democratico ha ben chiare in mente dovrebbe anche avere un effetto anticongiunturale e anti-recessivo. I sintomi di rallentamento economico sono ormai evidenti in Usa e in Europa; soprattutto in Germania, con effetti diffusivi nelle altre economie dell’Unione europea.

L’Italia da questo punto di vista offre possibilità di intervento anticiclico maggiori che altrove, i redditi individuali consentono e anzi richiedono incrementi capaci di rilanciare i consumi; le liberalizzazioni insieme a radicali interventi di riforma del sistema distributivo potrebbero stabilizzare i prezzi anche di fronte ad un aumento della domanda.

Per converso c’è carenza di manodopera qualificata. Questa è una strozzatura grave alla quale bisognerebbe far fronte con offerte di lavoro a tecnici e manodopera qualificata straniera.

Si tratta insomma di un insieme complicato che richiede collaborazione tra governo, sindacati, imprenditori, commercianti, agricoltori, banche. Mercato e regole di mercato. Un «mix» appropriato per un partito riformista affiancato da un patto sociale che garantisca un appoggio di base.

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Capitalismo democratico e nuovo patto sociale: così si può definire un programma idoneo all’attuale fase storica e addirittura dell’attuale andamento di «stagflation» del ciclo economico mondiale.

Per attuare un programma del genere è necessario sollecitare la collaborazione del centrodestra o offrire quella del Partito democratico, secondo che la vittoria elettorale arrida all’una o all’altra parte?

Tutti ci auguriamo che nella nuova legislatura l’opposizione sia esercitata in modo costruttivo e che la maggioranza ascolti i suggerimenti dell’opposizione, ma di qui a governi di larghe intese ci corre un mare. Io ritengo che le larghe intese siano sconsigliabili, più d’intralcio che di giovamento. La maggioranza ha il compito di stabilire le priorità e le modalità della politica economica, l’opposizione quello di suggerire modifiche e appoggiare specifiche misure di generale interesse. Niente di meno ma niente di più. Ma in altri campi la collaborazione tra le parti politiche contrapposte è invece necessaria laddove si parli di riforme istituzionali e costituzionali, non disponibili a maggioranze risicate ed occasionali.

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Ci sono ancora, da una parte e dall’altra dei due principali schieramenti, larghe zone di resistenza alla collaborazione reciproca sulle riforme istituzionali.

Bisogna vincere queste resistenze che non hanno alcuna valida motivazione. Si tratta di riformare la legge elettorale affinché il pessimo sistema attuale sia modificato recuperando la libertà degli elettori di scegliere i loro candidati, magari affidando tale compito a consultazioni primarie previste per legge. Bisogna anche varare un sistema proporzionale con elevate soglie di sbarramento, riformare i regolamenti parlamentari, e soprattutto il finanziamento pubblico: quello che è recentemente accaduto in Parlamento con la connivenza di tutti i gruppi è semplicemente vergognoso e deve essere a nostro avviso immediatamente cancellato fin dall’inizio della prossima legislatura. Infine bisognerà istituire il Senato federale in corso di legislatura.

Ma anche l’ordinamento giudiziario richiede una collaborazione bipartisan con l’occhio fisso al problema dei problemi che è quello dei tempi per una rapida giustizia. E’ imperativo che il processo sia riformato e la giurisdizione esercitata con efficienza e rapidità. Lo si promette da decenni senza che alle parole siano mai seguiti i fatti. Non è più possibile andare avanti in questo modo nell’erogazione di un servizio pubblico fondamentale.

A nostro avviso queste e non altre sono le riforme da affrontare insieme. Su tutto il resto la maggioranza e il suo governo siano responsabili di attuare il proprio programma, l’opposizione eserciti uno stretto controllo parlamentare e proponga valide alternative.

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Un tema che impegnerà in pieno la nuova legislatura sarà quello delle questioni «eticamente sensibili»; per dirlo in modo più concreto e semplice, il rapporto corretto tra i cattolici e i laici o meglio ancora tra la gerarchia ecclesiastica e le istituzioni della Repubblica, laiche per definizione.

Da questo punto di vista sono rimasto allibito (e non credo di esser stato il solo) leggendo sui giornali di ieri che Casini, dopo lo scontro con Berlusconi e Fini, si sia consultato sul da fare con il cardinale Camillo Ruini che sarebbe stato largo di suggerimenti e forse anche di interventi conciliativi tra l’una e l’altra fazione. Allibito. Qui non c’entra l’uso dello spazio pubblico che nessuno contesta alla gerarchia ecclesiastica. Qui un leader di partito sollecita l’intervento del cardinal vicario in una disputa tra forze politiche e il cardinale interviene. Così ho letto e mentre scrivo non mi risulta alcuna smentita da parte degli interessati.

Contemporaneamente Giuliano Ferrara lancia l’idea di una lista, collegata con il partito di Berlusconi e di Fini, che abbia come programma la moratoria contro l’aborto. Una lista siffatta, dopo che la gerarchia ecclesiastica con il conforto esplicito del Papa ha fatto sua la campagna di Ferrara, si configura come l’entrata in campo elettorale e politico dei vescovi italiani. In mancanza d’una pubblica sconfessione di quell’iniziativa, la lista sulla moratoria è dunque la lista della Cei. Se quest’iniziativa si materializzerà penso che il Partito democratico non possa sottrarsi a denunciare un’invasione di campo di proporzioni inaudite con tutte le inevitabili conseguenze che essa avrà sulla campagna elettorale e i contraccolpi sul rapporto fra le istituzioni laiche e quelle religiose.

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C’è ancora un aspetto dell’entrata in campo del Partito democratico che merita di essere affrontato. Sarà un partito di sinistra o di centro? Le opinioni degli osservatori sono sul merito discordi mentre quelle dei diretti interessati sono univoche: sarà un partito di sinistra riformista.

Personalmente la penso come loro: un partito di sinistra riformista che ha utilmente segnato un confine con la sinistra massimalista senza tuttavia che quel confine sia presidiato da un muro invalicabile.

La novità è notevole. Nenni aveva fatto qualche cosa di simile nel 1963, aveva rotto il patto d’unità d’azione col Pci fin dal ‘57 dopo i fatti d’Ungheria, ma non c’era nessun muro tra i due partiti. Come non ci fu ai tempi di Craxi, almeno nelle parole. Ci fu nei fatti. Craxi faceva mostra di poter usare i due forni (quello della Dc e quello del Pci) per rendere ancor più forte il potere d’interdizione del suo 10 per cento dei voti e in gran parte ci riuscì.

E’ un fatto tuttavia che la sinistra massimalista o comunista ha esercitato un potere rilevante su quella riformista nel sessantennio di storia repubblicana. Il senso comune attribuisce al Pci la responsabilità di questa deformazione della democrazia italiana rispetto alle altre democrazie europee, ma non sempre il senso comune coincide col buonsenso. E’ certamente vero che il Pci ebbe in tempi di guerra fredda questa responsabilità, ma nessuno ha il buonsenso di domandarsi perché il Pci ebbe un peso determinante nella sinistra italiana mentre non lo ebbe (o addirittura non esisté) nelle altre democrazie europee.

Perché? Non è una curiosità storiografica poiché la questione ha riverberi sulla nostra attualità. La risposta potrebbe essere questa. Il Pci ebbe gran peso perché la borghesia italiana fu percorsa sempre da tentazioni trasformistiche e/o eversive e non dette mai vita ad una destra liberale di stampo europeo.

Il Partito democratico – così mi sembra – sfida oggi una destra demagogica e interpella quel poco che c’è di autentica borghesia produttiva affinché si schieri con le forze dell’innovazione che uniscono insieme i valori della libertà e dell’eguaglianza.

Dipende da questa borghesia se il partito delle riforme avrà la meglio stimolando anche – se vincerà – la destra a trasformarsi non solo nelle forme ma nella sostanza.

Niente vincoli sul colle di Tuvixeddu e Tuvumannu: il Tar della Sardegna ha bocciato la delibera che un anno fa ha imposto l’alt ai lavori per il nuovo parco e il quartiere residenziale di via Is Maglias. I giudici del tribunale amministrativo hanno dato ragione al Comune e ai costruttori, che avevano promosso un ricorso all’indomani del provvedimento varato dalla giunta con il quale venivano imposti i nuovi divieti intorno all’area della necropoli punico-romana di rilevantissimo interesse archeologico. Il governatore Soru ha già annunciato un ricorso al Consiglio di Stato. Gli imprenditori, invece, sostengono che finalmente sono stati riconosciuti i loro diritti e affermano che ora solleciteranno un sostanzioso risarcimento danni che però non è stato ancora quantificato.

Cadono i vincoli

su Tuvixeddu e Tuvumannu

di Mauro Lissia

CAGLIARI. Più che una sentenza è un uppercut, che manda l’amministrazione Soru al tappeto con scarse possibilità di rialzarsi. I vincoli su Tuvixeddu-Tuvumannu cadono tutti, il comune di Cagliari ha ragione su tutta la linea. Con un dato giuridico che prevale su qualsiasi altro aspetto di questa decisione-macigno: dagli accordi di programma come quello del 15 settembre 2000, che aveva dato il via libera a Immobiliare Coimpresa, non si può uscire «con recesso unilaterale, a meno che non sia espressamente previsto». Il che mette una pietra tombale sull’intera vicenda.

Basterebbe questo: se l’accordo, per il quale «deve applicarsi la normativa civilistica in materia di obbligazioni e contratti» non può essere sciolto resta in piedi anche di fronte a un sistema di norme di emanazione statale come il Codice Urbani, cui la Regione ha fatto riferimento per fermare il progetto dei colli cagliaritani. Ma il collegio del Tar - presidente Lucia Tosti, consiglieri Rosa Panunzio e Francesco Scano - non si è limitato a piantare un paletto giuridico sul cammino dell’architetto Gilles Clement, che su incarico della giunta Soru («incarico affidato in modo occulto» scrivono i giudici) lavora da tempo al parco Karalis, un nuovo progetto per l’area archeologico-naturalistica. Nelle ottanta pagine che compongono la sentenza i giudici documentano una sequela di errori e di «trattamento maldestro» della vicenda che sarebbero comici se a commetterli non fosse stato l’apparato burocratico-legale dell’amministrazione regionale, che da questa vicenda esce con le ossa rotte. A cominciare dalla commissione chiamata a deliberare sull’applicazione dei vincoli sul notevole interesse pubblico dell’area: costituita d’urgenza con esperti di cui non si conoscono i titoli («non sono stati allegati i curricula»), in realtà - certificano i giudici - doveva essere nominata in base a una legge, come lo stesso Codice Urbani stabilisce chiaramente. Qui invece è stata la giunta a nominare i componenti e il Tar osserva come a farne parte viene chiamata Maria Antonietta Mongiu che poi andrà a ratificarne le scelte in esecutivo, nel ruolo di assessore alla Cultura.

Difficile capire come un’amministrazione dotata di consulenti legali autorevoli sia incorsa in un errore così grossolano. Nella sentenza, i giudici lo spiegano con una tesi inquietante: «Già l’esistenza - sostengono - di un altro progetto sostitutivo del precedente fa sorgere il legittimo sospetto che l’idea originaria fosse quella di rendere impossibile il completamento delle opere avviate. Il fine perseguito quindi - insistono i giudici amministrativi - non sembra essere stato tanto quello di tutelare e di salvaguardare un’area pregevole, quanto di mutare la tipologia di intervento essendo cambiata nel frattempo più che la sensibilità verso il paesaggio l’orientamento della giunta regionale e del suo presidente nei confronti di tale area cittadina».

A conferma di questo sospetto i giudici elencano dettagliatamente la sequenza ininterrotta di provvedimenti per sospendere i lavori in corso a Tuvixeddu «emanati dalla Regione prima che la commissione venisse costituita e comunque prima che la stessa formulasse la proposta di vincolo, che dimostrano l’uso strumentale di provvedimenti amministrativi palesemente illegittimi destinati a perseguire finalità dagli stessi non consentite». Definita «fulminea» la costituzione della commissione regionale destinata a proporre i vincoli, il Tar sostiene che costituirla non era neppure necessario: il Codice Urbani stabilisce infatti che in attesa delle nomine - basate su criteri precisi che la Regione neanche indica - poteva operare benissimo quella provinciale. Che forse avrebbe evitato alla giunta Soru almeno la figuraccia di indicare, dopo un sopralluogo sui colli, vincoli riferiti a siti naturali e storici delicati che non esistono da un secolo, come il Monte della Pace: oggi è un quartiere popolare che coincide con parte di Is Mirrionis.

Inutile spiegare che l’amministrazione comunale di Emilio Floris - patrocinata dagli avvocati Marcello Vignolo, Massimo Massa, Ovidio Marras e Federico Melis - esce trionfante da una controversia legale in cui la Regione - gli avvocati sono Paolo Carrozza, Gian Piero Contu e Vincenzo Cerulli Irelli - aveva poche carte valide da giocare. L’irruenza dell’esecutivo politico, cui i giudici del Tar fanno riferimento in più passaggi della decisione, ha travolto qualsiasi riparo giuridico lasciando agli avversari, compreso il costruttore Gualtiero Cualbu, campo aperto per un ricorso articolatissimo risultato - per i giudici - fondatissimo in ogni punto. Partendo da un dato che finisce per prevalere su qualsiasi altro e che dovrebbe disssuadere l’amministrazione regionale da un ricorso al secondo grado di giudizio: l’accordo di programma è insuperabile, perché alla decisione e alle scelte tecniche sul progetto Coimpresa - così spiegano i giudici - partecipano anche i privati cui «in sede di contrattazione è riconosciuto un ruolo tendenzialmente paritario, che non si esaurisce nella semplice partecipazione al procedimento». Ecco perché «tali accordi - è scritto - sono ben diversi dagli accordi di natura pubblicistica dai quali l’amministrazione può sempre recedere per sopravvenuti motivi di interesse pubblico». Peraltro il Tar ha sottolineato come sulla destinazione del colle di Tuvixeddu non esistesse solo un accordo di programma quadro per la realizzazione di un museo e di un parco archeologico, con la strada di collegamento tra via Cadello e via San Paolo, ma che a quest’intesa era stata già data attuazione «ed erano in corso lavori imponenti». Eppure bloccando i cantieri «la Regione ha agito - scrivono i giudici amministrativi - come se l’area non fosse stata affatto coinvolta dai lavori previsti nell’accordo, pertanto come se tale strumento non esistesse e non avesse avuto alcuna concreta attuazione». Infine, nel carteggio che ha preceduto e seguito l’imposizione dei vincoli a Tuvixeddu e Tuvumannu, non c’è traccia documentale dei nuovi ritrovamenti cui la Regione fa riferimento per motivare il blocco ai lavori. Ed è lo stesso Vincenzo Santoni, sovrintendente ai beni archeologici, che si oppone strenuamente all’allargamento dell’area vincolata proprio perché dai vecchi sopralluoghi compiuti dalla commissione provinciale ad oggi non è cambiato nulla. La conferma è nel sopralluogo compiuto dai giudici del Tar: la descrizione dei luoghi proposta dalla commissione non corrisponde alla realtà.

Infine il Comune, che nel ricorso lamenta di essere stato escluso da qualsiasi decisione: il Tar gli dà ragione, in base al principio di ‘leale collaborazione’ stabilito dal Codice Urbani avrebbe dovuto partecipare ad ogni scelta. Invece la Regione l’ha ignorato, sino al punto da indurre il sindaco a ricorrere al Tar e quindi perdere fragorosamente la partita sul fronte della giustizia amministrativa.

Soru: ricorso al Consiglio di Stato

«La giunta ha ancora il dovere di difendere il colle dal cemento»

di Roberto Paracchini

CAGLIARI. Prudente è il presidente della Regione Renato Soru: «Intanto approfondiremo questa sentenza - afferma - poi ricorreremo al Consiglio di Stato, perché penso che lo Stato, quello centrale, e la Regione hanno il dovere e il diritto di difendere il colle di Tuvixeddu da una colata di cemento».

Anche il presidente Soru ammette che «c’è stata una sentenza importante del Tar: io rispetto i tribunali». Tuttavia, «come sappiamo ci sono due gradi di giudizio e, come sempre accade, ci si rivolge poi al secondo». Inoltre, ricorda in una nota il governatore dell’isola, «la settimana scorsa il Consiglio di Stato ha dato ragione alla Sardegna su un altro tema importante, sul quale invece avevamo perso nel primo giudizio».

La sentenza, precisa il responsabile dell’esecutivo, «dice due cose importanti: una è che la commissione regionale per il Paesaggio e i beni culturali non è stata istituita in maniera formalmente corretta: non doveva essere decisa con una delibera della Giunta ma con un atto legislativo. Forse sì, forse no: noi l’abbiamo fatto con la delibera della Giunta, comportandoci nello stesso modo in cui hanno agito altre Regioni italiane che hanno istituito queste commissioni. Se per caso abbiamo sbagliato il procedimento costitutivo, vorrà dire che lo faremo meglio. E lo stesso atto verrà riproposto». Non solo: «Quando è stato posto questo vincolo (l’allargamento a tutto il colle di Tuvixeddu, ora bocciato dal Tar - ndr) su istanza della giunta regionale, negli stessi giorno lo stava proponendo anche il ministero dell’Ambiente. Quindi abbiamo fatto una cosa che stava per attivare, direttamente, anche lo Stato centrale».

L’estensione del vincolo è stato deliberato sulla base della relazione della commissione al Paesaggio. «Quindi crediamo che la commissione - continua - sia ben costituita e la difenderemo, se per caso non lo fosse sarà realizzata meglio e il vincolo verrà riproposto: magari con un’iniziativa anche diversa che potrà essere dello Stato».

Il presidente Soru, quindi, è deciso a continuare sulla sua strada: «Quello che è certo è che lo Stato ha il diritto, e non solo il dovere, di difendere Tuvixeddu, che è la testimonianza più importante della storia di Cagliari, ancora viva, ancora presente, ed è un’area attorno alla quale costruire il futuro di Cagliari».

L’assessore regionale Carlo Mannoni (Lavori pubblici e, a suo tempo, reggente della Cultura dopo le dimissioni di Elisabetta Pilia e prima della nomina di Maria Antonietta Mongiu) alle contestazioni del Tar sulla nomina della commissione al Paesaggio, risponde che «anche in Puglia e in Campania queste sono state costituite con una delibera di Giunta». E l’assessore Mongiu ribadisce che «noi ci siamo fondati sul Codice Urbani, che dal punto di vista delle considerazioni paesaggistiche e paesistiche, è molto avanzato».

La storia della vicenda

Necropoli di rilievo mondiale

CAGLIARI. Sulla base di un accordo di programma firmato da enti pubblici e Iniziative Coimpresa il 15 settembre 2000 sui colli di Tuvixeddu e Tuvumannu, dove si trova una necropoli punica di interesse mondiale, si dovrebbe realizzare un grande quartiere residenziale attorno all’area archeologica da trasformare in parco pubblico. L’amministrazione Soru, affidato lo studio di un nuovo progetto (il parco Karalis) al celebre architetto francese Gilles Clement, ha bloccato i lavori in corso con un primo decreto assessoriale datato 9 agosto 2006 e poi con una serie ininterrotta di provvedimenti di sospensione culminata con la dichiarazione di interesse pubblico dell’area, allargata ad altri siti e vincolata in linea con il Codice Urbani. Contro i provvedimenti della Regione si è opposto con ricorsi al Tar il comune di Cagliari, che dopo una prima pronuncia interlocutoria ha ottenuto una vittoria su tutta la linea. I giudici hanno stabilito che l’accordo di programma deve essere rispettato. Non solo: la commissione che ha imposto i vincoli non è stata nominata legittimamente e pertanto le sue decisioni non sono valide.

L’imprenditore Gualtiero Cualbu: ora chiederemo un risarcimento

CAGLIARI. L’allargamento del vincolo aveva bloccato la lottizzazione integrata della Coimpresa (parco da un lato, edificazioni dall’altro) sul colle di Tuvixeddu. Il Tar ora ripristina la situazione precedente. «La sentenza - precisa Gualtiero Cualbu, a cui fa capo la Coimpresa - non fa che confermare tutti gli atti compiuti a suo tempo dalla stessa Regione (con l’accordo di programma firmato nel 2000 - ndr): erano tutti legittimi. Inoltre accoglie integralmente le nostre tesi».

Adesso la Coimpresa, spiega Giuseppe Cualbu, amministratore della società, «dovrà riprendere i lavori. Prima di arrivare a regime, però, dovrà passare del tempo, ma saranno attivate subito le necessarie attività di supporto». In precedenza la società aveva annunciato atti per «il risarcimento dei danni». «Sì e lo faremo - continua - direi che siamo obbligati a farlo: siamo stati costretti a far ricorso alle banche». Quale sarà la richiesta? «Andrà quantificata con precisione: certamente diversi milioni di euro. Per il momento posso dire che la sentenza del Tar ha mostrato l’irregolarità recente della Regione in tutti i singoli provvedimenti». (r.p.)

Postilla

Un primo commento a caldo. Un patrimonio culturale di eccezionale importanza può essere distrutto da una lottizzazione e privatizzato, nonostante il codice del paesaggio, il piano paesaggistico, l’evidenza della qualità incomparabile del luogo.Un “accordo di programma” ha il potere di fare tutto ciò: va rispattato usque ad mortem .

La gigantesca necropoli punico-fenicia avrà la stessa sorte che avrebbe avuto un sito di analogo valore, l’Appia Antica, se un ministro coraggioso, Giacomo Mancini, non avesse d’autorità modificato il PRG di Roma del 1962? Ci auguriamo che chiunque abbia il potere istituzionale per intervenire lo faccia tempestivamente: in Italia, la tutela del patrimonio storico è indubbiamente un impegno straordinariamente rilevante di ordinaria amministrazione.

La Lombardia è ricca, ma è anche fra le aree più inquinate al Mondo. Lo dicono delle che rilevano la qualità dell’aria, lo dicono le foto che riceviamo dai satelliti. La ricchezza della sua economia è importante, ma non deve intaccare i pilastri della vita.

La pianura lombarda è governata da un modello di sviluppo che divora a ritmi crescenti suoli agricoli, un patrimonio sottratto alle future generazioni, risorsa fondamentale per un Paese - l’Italia - che di risorse naturali è assai povero.

La Lombardia ha il bisogno stringente di tutelare al meglio il suo potenziale bio produttivo (suoli agricoli, foreste, aree naturali…). Ce lo dice la scienza, basata sui numeri, e i numeri non ammettono discussioni.

A fronte di questa necessità, in molti avevate aderito all’appello delle Associazioni per scongiurare il tentativo di fare a pezzi i Parchi della Lombardia che la Giunta Regionale aveva tentato di mettere in atto con un emendamento alla legge urbanistica regionale (legge 12/05) presentato prima di Natale. L’emendamento avrebbe favorito l’urbanizzazione dei suoli compresi in territorio di Parco.

Molti di Voi avevano sottoscritto messaggi di protesta per scongiurare il tentativo di fare a pezzi il territorio e l’appello aveva avuto effetto: emendamento ritirato.

Passato il Natale, speravano che ci fossimo dimenticati di tutto. Ecco allora la ripresentazione dello stesso emendamento nei giorni scorsi, un testo quasi uguale a quello presentato in precedenza. Poche parole in più, che non cambiano la sostanza. Vogliono approvarlo la prossima settimana, il famigerato emendamento: noi non vogliamo e non possiamo permetterglielo.

Vogliono fare fuori il Parco agricolo sud Milano, il baluardo alla delirante cementificazione della Lombardia, vogliono fare fuori i vincoli, cementificare anche i suoli dei Parchi contro la logica e le leggi della natura.

Vi chiediamo di non rassegnarvi, di essere presenti, di farvi sentire. Preparatevi a mobilitarvi e a mobilitare tutti coloro che conoscete. Dobbiamo essere in tanti. Vi faremo sapere al piu’ presto.

Dobbiamo nuovamente farci sentire con le nostre e mail per dire che non siamo d’accordo: la societa’ civile, unita, per tutelare l’interesse piu’ alto, quello di tutti: di coloro che sono, di coloro che saranno.

Associazione per il Parco sud Milano, Amici di Beppe Grillo Pavia, Associazione “La Rondine”, Comitati contro la Broni Mortara, Italia Nostra Pavia, Legambiente provinciale Pavia, WWF Oltrepo Pavese

Collegatevi al sito www.piccolaterra.it della Associazione “La Rondine”: troverete l’ avviso pulsante “cliccate qui per aderire alla raccolta firme”.

Qui il racconto del primo tentativo e della sua sconfitta

Il comune di Roma vorrebbe far costruire nelle aree dell'ex Fiera di Roma di via Cristoforo Colombo 300 mila metri cubi di cemento. L'area è di appena sette ettari e si raggiungerebbero densità inaccettabili, degne delle peggiori speculazioni degli anni '60, Magliana o viale Marconi. Eppure questa speculazione è stata chiamata «la città dei bambini». Ma i bambini romani sognano i parchi, mica il cemento. Ancora. Tutti i quotidiani hanno riportato ieri che «87.000 ettari, e cioè due terzi del territorio comunale è vincolato per sempre a verde». Un'altra gigantesca bugia. Quando sarà stato attuato tutto il nuovo piano regolatore, la metà dell'immensa estensione del comune di Roma sarà stata divorata dal cemento. La meravigliosa campagna romana sopravvive già oggi solo in pochi lacerti circondati da una volgare periferia.

Se c'è bisogno di propagare bugie, è perché non si vuole ancora prendere atto del fallimento dell'urbanistica romana. Lunedì verrà approvato il nuovo piano regolatore, si fisseranno cioè le regole delle trasformazioni della città che devono valere per tutti. Il giorno dopo, come se nulla fosse, sarà approvato un altro pacchetto di deroghe. Dal 2003 - anno in cui il nuovo piano fu adottato dal consiglio comunale - sono stati approvati almeno trenta grandi progetti in variante.

Una delle nuove deroghe, in particolare, rappresenta il de profundis delle promesse contenute nel nuovo piano regolatore. Nel comprensorio della Bufalotta - a nord di Roma - doveva essere realizzata una delle centralità urbane, la spina dorsale della nuova città. Attività pregiate, uffici e terziario in periferia, così era scritto. Martedì si imporrà al consiglio comunale, nonostante il voto contrario del municipio competente, di cambiare le regole: al posto degli uffici nuove case. E se cadono le centralità cade conseguentemente tutto il piano regolatore. Non resterà altro che periferia che si aggiunge a periferia.

Come nel caso di Tor di Quinto. Lì il nuovo piano regolatore prevedeva attività produttive. Con un accordo di programma si è permesso di costruire uno scandaloso complesso di case a pochi metri dalla via Flaminia. E pensare che a poche centinaia di metri da questa nuova speculazione, nel mese di novembre fu barbaramente assassinata una giovane donna, Giovanna Reggiani, che percorreva una strada senza illuminazione pubblica. Ma invece di migliorare la città esistente si è scelto deliberatamente di continuare un'espansione senza fine. Roma è una città senza regole, dove ha trionfato la proprietà fondiaria e la peggior speculazione immobiliare.

Sempre con il grimaldello dell'accordo di programma, in soli 7 anni sono stati realizzati in periferia 28 grandi centri commerciali e ipermercati. Mettono a disposizione della città oltre centomila posti auto che alimentano ulteriormente un traffico già caotico. Causeranno la chiusura definitiva di centinaia di vecchie botteghe artigianali e di negozi, perché non in grado di sostenere la concorrenza della grande distribuzione internazionale.

E' questa, purtroppo, l'urbanistica romana. Ripeto che, al di là del merito da cui dissento radicalmente, è comunque un bene che il nuovo piano regolatore venga approvato. Ma se non verrà chiusa per sempre la stagione dell'arbitrio sarà stato un atto inutile. E' dunque doveroso che il consiglio comunale, prima del voto sul Prg approvi un solenne documento che dichiari chiusa per sempre la stagione delle deroghe. Solo così avremmo forse ancora una piccola possibilità di recuperare una città che sta subendo il più violento sacco urbanistico della sua storia.

Qui un'ampia documentazione sul nuovo PRG di Roma

Muore, senz’essere mai nata, la Seconda Repubblica. Lascia uno spaventoso vuoto di legalità, dove è già precipitata la politica e nel quale rischia di inabissarsi l’intera società italiana. In questo clima, e con un contesto così degradato, si corre verso le elezioni anticipate.

È infatti l’intero sistema politico italiano che ha fissato un appuntamento con il viandante solitario: non più con il popolo ma con l’individuo, non più con la classe ma con il lavoratore, non più con l’ideologia ma con il merito personale. È tutto qui il tema della campagna elettorale che comincia oggi: correre da soli. La solitudine rivendicata da Veltroni significa infatti non potersi più nascondere dentro il numero; e mai più mimetizzarsi nella folla che garantisce l’impunità, nella folla dei partiti che è la stessa delle mille curve sud d’Italia.

Ed è la società, prima ancora che il centrosinistra in macerie, ad avere preparato, tra grillismi e antipolitica, tra girotondi e manifestazioni di piazza, tra Porta a Porta e Anni Zero, tra tradimenti e ribaltoni, tra demagogie e caste, l’uscita dal gruppo del solitario in fuga e in salita, perché è tutta in salita la ricostruzione del lessico politico in Italia. È insomma lo Spirito del Tempo a incarnarsi nel leader che deve correre da solo per sfasciare la poltiglia che non permette al paese di essere governato; per emulsionare questa chiazza d’olio di intrighi e di miseria che è diventata la politica; per scuotere la mediocrità dei topi nel formaggio, degli ubriachi che si sorreggono a vicenda, delle mezze figure che in venti non fanno una figura intera.

Correre da soli, dunque. Con l’istinto prima che con la ragione, con il sentimento più che con l’intelligenza, con la fantasia più che con la logica. Nel ciclismo correre da soli è un azzardo, roba da campioni o da ragazzini presuntuosi che a metà percorso spompano, vengono raggiunti dal gruppo, risucchiati e abbandonati senza gloria negli ultimi posti. Nel mondo animale chi corre da solo è la preda che scappa e che soccomberà alla zampata del predatore. Nella letteratura e nel cinema americani corre da solo il cow boy, il giustiziere e il farmer dell’Ovest dove banchieri, avvocati e federali sono come i tanti partiti italiani, imbroglioni e perditempo; corrono da soli Humphrey Bogart in Casablanca, e John Wayne in tutti i suoi film: generosamente risolvono i problemi ma alla fine se ne vanno, vittoriosi e perdenti, lasciando ad altri la terra, le donne, una nuova regola e un nuovo modo di stare al mondo.

Ebbene, nella sfida di Veltroni c’è questo sapore dell’America che è amata a sinistra, quella – diceva Goethe senza contrapporla alla politica italiana – che «non ha i castelli e non ha i basalti», l’idea dell’America politica liscia liscia, bella e diretta, olimpicamente classica, senza le contorsioni inverificabili delle verifiche italiane, degli inciuci, dei trasformismi, dei mercati parlamentari, l’America dove sempre si corre da soli.

È vero che può far sorridere l’inglese abusato di Veltroni, ma lasciamoglielo dire yes we can se dietro questo primo slogan della campagna elettorale si intravede un’idea americana di Italia veloce contrapposta all’Italia barocca e mostruosa delle vecchie coalizioni. È vero che l’inglese di Veltroni a volte sembra quello della pubblicità, don’t touch my Breil, o magari l’insensato life is now. È vero che a volte somiglia a quello dei nostri cosiddetti manager bocconiani, veri cretini cognitivi che dicono background e break even, serendipity e fuzzy come una specie di tributo pagato alla moda più presuntuosa e più insulsa. E però concediamoglielo questo vezzo, facciamogli contrapporre a una lingua politica che è una babele la lingua diretta e moderna che non ha accenti, non ha né sdrucciole né piane. Molto meglio andare avanti con le assonanze, da I care a We can che con le procedure istituzionali ridotte ad apparati cerimoniali; meglio rincorrere una realtà velocissima che ribolle da Kennedy a Hillary ad Obama piuttosto che l’inaderenza cadaverica alla realtà.

Ma, come dicevamo, c’è anche, nella sfida di Veltroni che corre da solo, qualcosa del ciclismo di Pantani, di Coppi e di quei volti tristi come le salite. E c’è l’alone dell’animale sacrificale con il destino segnato dai sondaggi: l’uomo che corre da solo contro Mosé – così lo chiama Maroni – che alla testa di diciotto partiti ci prova per la quinta volta. Si sa che in campagna elettorale nessuno si salva dalla demagogia e dalla retorica, ma la demagogia è un mantello che, con lo spavaldo yes we can di Veltroni, si stringe a sinistra e si allarga a destra.

Di fronte ad una scelta all’apparenza virtuosa che affida la soluzione dei problemi della mobilità urbana (in una città specialissima come Firenze) al mezzo pubblico e, tra i mezzi pubblici, a quello meno inquinante, su ferro e in sede propria, perché la fermissima opposizione di Italia Nostra?

Perché, diremo subito, in una città come Firenze non è dato affidarsi a soluzioni standard, sui modelli che vengono insistentemente richiamati come i più avanzati e innovativi delle principali città europee. Perché Firenze impone una soluzione alla sua, specialissima appunto e sublime, misura.

Il luogo urbano che si vuole attraversare con il convoglio “Sirio” è l’ambiente monumentale nel quale si identifica, si può ben dire, l’Italia storica e artistica, lo spazio esterno di Santa Maria del Fiore, del Battistero, del Palazzo Medici Riccardi, un bene culturale per eccellenza, rappresentativo al più alto livello di qualità di quella speciale categoria di beni culturali espressamente riconosciuta nell’art. 10 del recente Codice dei beni culturali e del paesaggio: “Le pubbliche piazze, vie e strade e altri spazi aperti urbani d’interesse artistico e storico”.

E non può perciò costituire argomento di per sé dirimente quello che valorizza, con la soppressione degli inquinanti autobus tradizionali, gli effetti benefici sui circostanti monumenti, liberati finalmente dalle deteriori condizioni ambientali.

Dunque la prima verifica di compatibilità deve essere attuata con riguardo allo speciale bene culturale che ne risulterebbe fisicamente modificato con opere stabili e irreversibili come la posa del doppio binario con scasso profondo del suolo per le sue fondazioni. Un mezzo di trasporto che tiene delle caratteristiche più di una moderna ferrovia (vera e propria metropolitana di superficie) che non del domestico tram tradizionale.

Certo l’affanno degli autobus inquinanti non può dirsi rispettoso dell’ambiente monumentale, ma possiamo e dobbiamo considerarlo come una soluzione transitoria e agevolmente, poiché non si affida ad opere permanenti, rimovibile. Italia Nostra non si piega alla conservazione di questo assetto organizzativo del trasporto pubblico come servitù passiva di transito pesante subita dal luogo monumentale. Propone invece l’alternativa, questa si radicalmente innovativa, di sopprimere quella indebita servitù con la pedonalizzazione del quadrante centrale del non vasto centro storico di Firenze.

La organizzazione razionale della mobilità non esige, funzionalmente, l’attraversamento del nucleo centrale della città storica e la città storica non tollera soluzioni di astratta geometria per linee rette in funzione della più veloce comunicazione.

L’ambiente di Santa Maria del Fiore e del Battistero è un luogo di cui neppure i fiorentini hanno la disponibilità perché ha un rilievo assoluto nel patrimonio storico e artistico della nazione e la sua tutela è responsabilità della comunità nazionale e anzi investe una dimensione che la supera (Firenze è patrimonio dell’umanità) e che oggi è qui testimoniata da Europa Nostra.

Le complesse e profonde opere di fondazione per la posa dei binari con gli accorgimenti tecnologici necessari a ridurre a valori sopportabili la trasmissione delle vibrazioni agli edifici monumentali sfiorati, rendono irreversibile l’opera i cui elevati costi esigono peraltro lunghi tempi di ammortamento. L’ingombro visivo del convoglio, il Sirio con 32 metri di sviluppo lineare, interferisce, nella prevista frequenza delle corse, con la percezione degli edifici monumentali ed è aggravato dall’accorgimento suggerito per contenere ulteriormente la propagazione delle vibrazioni e cioè la drastica riduzione della velocità in quell’attraversamento.

Già si è detto che la salvaguardia degli spazi che fasciano, se così si può dire, Santa Maria del Fiore, il Battistero, il Palazzo Medici Riccardi, San Marco, supera la responsabilità dei fiorentini e della loro amministrazione comunale e chiama in causa innanzitutto le istituzioni della tutela dello Stato, gli organi non solo periferici del Ministero dei beni culturali (quindi le più alte istanze consultive del Ministero, Consiglio Superiore e Comitati tecnico-scientifici). La cui voce è apparsa timida, come se si trattasse di una interferenza non diciamo indebita, ma subordinata alla scelta politica, rimessa all’autonomia comunale, di strategia della mobilità urbana, come tale incensurabile. E alla “soprintendenza”, quindi (già è avvenuto così per il parcheggio sotterraneo che lambisce le fondazioni del Sant’Ambrogio a Milano) non rimane che dare prescrizioni di attenuazione-mitigazione dell’impatto. Con l’incontro di oggi Italia Nostra ed Europa Nostra intendono richiamare le istituzioni della tutela all’esercizio pieno del compito che ad esse è principalmente affidato (come ha confermato il recente codice): la salvaguardia del cuore di Firenze, esigenza che per precetto dell’art. 9 della Costituzione deve prevalere su ogni altro interesse e pure di rilevanza pubblica.

Vorrà pur dire qualcosa se ancora oggi, nello sfondo della Gioconda di Leonardo da Vinci, più d’un ricercatore vede un rimando al medioevale ponte a Buriano che dal 200 in val di Chiana attraversa l’Arno. Vuol dire che il paesaggio innestato con equilibrio dagli interventi umani è uno degli elementi fondanti del territorio italiano e una delle ragioni per cui tanti stranieri affollano, durante l’anno, le campagne toscane o altri territori scampati a scempi o a troppe fabbricazioni. È soprattutto da spunti come questi e dall’articolo 9 della Costituzione, quello che affida allo Stato la tutela del patrimonio artistico e paesaggistico, che, su delega governativa del 2006 e su spinta dell’ex ministro Rutelli, la commissione guidata da Salvatore Settis ha riscritto il Codice dei beni culturali del 2004 (rivisto 2 anni fa, lo chiameremo Codice Urbani). Il consiglio dei ministri lo ha approvato prima di cadere, le commissioni di Camera e Senato devono dare il loro giudizio e il testo può tranquillamente diventare operativo perché a questo punto rientra nell’ordinaria amministrazione di un governo anche decaduto. Basta sia approvato entro il 30 aprile.

Come viene valutato dalle organizzazioni ambientaliste? Intervengono qui tre delle principali associazioni: Legambiente, il Fondo per l’ambiente italiano - Fai, Italia Nostra che sta conoscendo una nuova attività avendo una nuova presidenza e avendo superato lacerazioni e faide interne su cui non stiamo a ritornare. Per sintetizzarvi subito cosa ne pensano: anche se con sfumature a volte diverse, i tre gruppi danno un giudizio di massima positivo perché nella tutela del paesaggio lo Stato recupera un ruolo vincolante e limita quello delle amministrazioni regionali o locali e questo, secondo loro, protegge meglio colline, vallate e quant’altro non sia stato ancora devastato.

Per Italia Nostra parla il nuovo presidente, l’ex giudice di cassazione esperto in beni culturali Giovanni Losavio: «Nella precedente versione le soprintendenze davano pareri meramente consultivi nei procedimenti di approvazione dei piani paesaggistici e di gestione dei vincoli. Invece ora hanno un ruolo decisivo, esprimono pareri vincolanti e soprattutto il paesaggio è un bene culturale unitario e nazionale».

«Valutiamo molto bene il testo - commenta il direttore generale e culturale del Fai Marco Magnifico - perché la tutela del paesaggio è in capo allo Stato. Così è un evidente tema nazionale e non regionale come sancisce l’articolo 9 della Costituzione e come ha dovuto ribadire la Corte costituzionale a novembre. Questo testo riequilibra le funzioni degli organi dello Stato: non esclude certo Comuni, Province e Regioni. Piuttosto il paesaggio è inteso come il corpo umano dove ogni parte, dalle mani allo stomaco, fa la sua parte ma è una cosa unica e indivisibile».

«Per la fretta di dover approvare il Codice, purtroppo è mancato un confronto pubblico e con le Regioni e da questo sono derivate polemiche - nota Edoardo Zanchini, dirigente di Legambiente esperto della materia - È però una buona base di partenza per rimettere il paesaggio al centro della tutela».

Tuttavia le Regioni si sono arrabbiate. A cominciare dalla Toscana. Perché - sostengono - l’impostazione del codice Settis minerebbe i principi di autonomia a favore di un centralismo statalista. «Il paesaggio può e va tutelato attraverso le soprintendenze e quindi lo Stato, non è nelle disponibilità delle Regioni, altrimenti si viola la Costituzione», commenta Losavio. Ma perché insistere su questo tasto? «Il problema sono principalmente i piccoli Comuni - risponde Magnifico - Lo Stato da anni toglie loro soldi per coprire i servizi che devono coprire. Perciò l’unico modo che hanno per finanziarsi è ricorrere all’Ici e, con percentuale arrivata anche al 50%, agli oneri di urbanizzazione, ovvero devono far costruire. Non parlo del malcostume di eventuali sindaci magari imparentati a chi vuole edificare un capannone dove non dovrebbe. Parlo di chi è benintenzionato: deve arrangiarsi. Aggiungo che sulla tutela ritengo più competente l’architetto di una soprintendenza del geometra di un Comune, il cui mestiere è un po’ diverso. Stupisce però, e negativamente, come Regioni di destra e di sinistra si scaglino contro questo Codice: evidentemente non vogliono il ministero nella gestione perché forse considerano il territorio più una risorsa economica che da tutelare. Lo trovo un ragionamento miope». Un esempio aiuta a capire. «Eccolo: ingrandire il piccolo aeroporto di Siena come taluni vogliono danneggerà il paesaggio, porterà un turismo mordi e fuggi e alla lunga ne allontanerà un altro, più stanziale. Dove sarà il guadagno?». «Il rischio non sono necessariamente le Regioni, la Sardegna con Soru ha approvato il cosiddetto piano salva-coste con regole precise. Il rischio sono i Comuni ai quali le amministrazioni regionali hanno trasferito la gestione del bene paesaggistico - rincara Zanchini - Il Comune guadagna con gli oneri di urbanizzazione e ha fortissime pressioni per dire, ad esempio, che una schiera di villette è compatibile con il paesaggio».

«Lo Stato fa prevalere l’interesse nazionale su quello locale», insiste Losavio che però introduce un problema serio: «Le soprintendenze non hanno le strutture sufficienti per rispondere alla tutela per cui il ministro, chiunque sarà, avrà il dovere di renderle adeguate». A volte però anche le soprintendenze hanno rilasciato permessi che non dovevano rilasciare. Hanno dormito o peggio. «Nella valle dei templi ad Agrigento si sono visti soprintendenti chiudere gli occhi, altri dare autorizzazioni sbagliate, altri molto bravi», ricorda Zanchini. «In genere le soprintendenze non dormono però non hanno personale e mezzi per coprire un lavoro che si è decuplicato - annota Magnifico - Sì, il problema è grosso».

«La corruzione è il male che affligge ancora la pubblica amministrazione». La Corte dei conti apre col botto l'anno giudiziario 2008. Uno scenario sinistro, dove il malcostume galoppa e lo sviluppo rimane fermo. E' tutto nero su bianco nella relazione del procuratore generale della magistratura contabile, Furio Pasqualucci, secondo cui «profili di patologie» sono evidenti «nel settore dei lavori pubblici e delle pubbliche forniture, nonché nella materia sanitaria». In particolare, aumentano le condanne per danni materiali e per danni all'immagine della pubblica amministrazione a causa del diffuso pagamento di tangenti (per concussione o corruzione) durante la stipula di contratti.

Una lista degli illeciti lunga, lunghissima che il procuratore generale pronuncia sotto gli occhi attenti del presidente della Repubblica Napolitano e del ministro dell'economia Padoa Schioppa. E così si scopre un giro di tangenti che il più delle volte sarebbe diretta conseguenza di «artifici ed irregolarità nella dolosa alterazione di procedure contrattuali», o di «trattamenti preferenziali negli appalti d'opera». Il dato parla da solo: su un totale di 1.905 sentenze di condanna emesse in primo grado nel 2007 dalle sezioni regionali della Corte dei conti per un totale di oltre 92 milioni di euro, l'11,4% ha riguardato danni causati da corruzione, tangenti e concussione. Uno dei casi più eclatanti è stata la condanna da 2,4 milioni di euro per i danni materiali e morali all'Enipower spa.

L'illecito pagamento di prezzi superiori al dovuto, continua il procuratore, viene realizzato anche attraverso «fittizie sovrafatturazioni di lavori pubblici, false attestazioni sull'accelerazione dei lavori con con conseguente erogazione di premi non dovuti e fatturazione di opere in tutto o in parte ineseguite». A questi danni se ne aggiungono altri, causati «dal disinteresse, dall'inerzia e da comportamenti omissivi» da parte di chi, invece, è preposto alle procedure di appalto di opere o all'acquisizione di servizi e forniture che si sono tramutati in «altrettanti atti di citazione in giudizio». Il pg Pasqualucci cita, come esempio lampante, i numerosi casi di «indebita protrazione di procedure di espropriazione» per la realizzazione di opere pubbliche, «di ingiustificata inerzia nell'emanazione di atti nell'ambito del procedimento di appalto di tali opere, con conseguente danno per la nomina di commissario ad acta, di mancata realizzazione di progetti di monitoraggio in settori importanti come quello delle acque».

Il procuratore generale ha anche richiamato l'attenzione sull'alto numero di condanne (13 nel 2007) inflitte all'Italia dalla Corte di giustizia dell'Unione europea per la mancata applicazione delle normative europee in materia di rifiuti. «Le ripetute violazioni di regole comunitarie da parte del nostro Paese - ha detto - è segnale che merita la più attenta considerazione e una assunzione precisa di responsabilità per i notevoli danni, patrimoniali e non, che vengono arrecati all'intera collettività». E non finisce qui. Raddoppiano anche le frodi comunitarie. Nel 2006 si è registrato un forte incremento rispetto all'anno precedente degli importi del bilancio comunitario da recuperare per le irregolarità e frodi accertate di cui il 99,13% relative ai fondi strutturali e lo 0,87% per il Feoga, il Fondo europeo agricolo.

Unica nota positiva: il miglioramento dei conti pubblici. «Particolarmente apprezzabile appare - ha detto il presidente della Corte dei conti, Tullio Lazzaro - il miglioramento dell'avanzo primario, condizione essenziale per rafforzare il processo di riduzione del debito pubblico». Troppo poco però. Intorno, infatti, continua ad esserci solo terra bruciata con «la Repubblica che vive un momento di diffuso malessere e incertezza», la disamina di Lazzaro, secondo il quale occorrerebbe «riconsiderare» alcune scelte per ridare «sistematicità all'insieme degli organismi amministrativi» a tutti i livelli.

Caro Direttore, adesso lo sappiamo. Le elezioni si svolgeranno ancora una volta con la legge che tutti hanno definito una «porcata», per responsabilità soprattutto del centrodestra che a suo tempo la impose, e si è successivamente speso contro il referendum e ogni iniziativa che si proponesse di rispondere alla domanda dei cittadini. Accadrà dunque che il Parlamento sarà così eletto ancora una volta a partire da una legge delegittimata agli occhi dei cittadini e in pendenza del referendum che attende di essere svolto. Rispondendo a questa legge pensata per dividerci l'Unione si è divisa. L'Unione ha deciso in modo concorde la propria discordia cedendo alle illusioni delle identità e ai calcoli delle convenienze di partito. In questo contesto il Pd si presenta ai cittadini come una novità esposta alla tentazione della autosufficienza. A questo punto tornare indietro ci sembra purtroppo impossibile.

Attendiamo tuttavia ancora che qualcuno ci spieghi qual è il motivo che ci costringe ad assecondare questa legge divisiva continuando a dividerci, distruggendo allo stesso tempo il centrosinistra e il bipolarismo in Italia.

Sia consentito agli ulivisti, che da ulivisti si sono riconosciuti dentro il processo costituente del Pd nella candidatura di Rosy Bindi, di ripetere ancora una volta quello che vanno dicendo inascoltati da mesi.

Ricominciamo dall'alleanza dell'Ulivo.

Non è una questione di nomi. Non ci interessa che si chiami Ulivo, l'importante è ricominciare dallo spirito dell'Ulivo. Ricominciamo da un progetto di governo condiviso solo da chi lo condivide, un progetto che esclude solo chi si esclude.

Ricominciamo da un Pd ulivista nella ispirazione e non solo nel simbolo, che si proponga non più come parte contro le altre parti, ma, come dicevamo un tempo, come baricentro, motore, timone dell'alleanza dell'Ulivo e di tutto il centrosinistra. Siamo ancora in tempo. Torniamo allo spirito dell'Ulivo. Ricominciamo da una alleanza ulivista.

Ricominciamo da oggi.

Premessa

Il PIT della Regione toscana è stato già analizzato da diversi punti di vista: per i paradigmi utilizzati (in particolare ‘statuto del territorio’, ‘agenda strategica’, ‘invarianti’), per la coerenza interna, per la sua efficacia normativa.

In questa relazione il PIT sarà esaminato da un altro punto di vista, il più elementare e basilare: per la sua efficacia misurata semplicemente nei termini di rispondenza degli obiettivi di piano con i comportamenti reali delle amministrazioni e le conseguenti (o non conseguenti) trasformazioni del territorio. Si potrà dire che il PIT è troppo recente per produrre qualche effetto in proposito, ma, anche a prescindere dalle norme di salvaguardia, le cose non stanno così. Il PIT è essenzialmente un documento politico e in quanto tale immediatamente efficace e, addirittura nelle attese, condizionante i comportamenti delle amministrazioni.

Prima di affrontare l’argomento, è opportuno dare una sintetica idea dell’architettura del piano - modalità che ne condiziona anche aspetti normativi e contenuti operativi. Un organigramma dei diversi documenti di cui è composto il piano è in questa immagine (scaricabile in calce):

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Il problema che nasce da un’organizzazione documentale estremamente complicata è che lo stesso tema è trattato in diverse parti, in modo a volte contraddittorio e spesso con un inquadramento teorico e metodologico diverso. Problema secondario se la disciplina del PIT fosse contenuta tutta nel documento intitolato, appunto, ‘La disciplina del PIT’, ma così non è. Riporto in sintesi le osservazioni in proposito di Luigi Scano, limitatamente alla pianificazione paesaggistica. Questa, anche se ha il suo cuore nello Statuto del PIT (la disciplina del PIT) è tuttavia distribuita anche in altre parti del piano:

- Nell’elaborato intitolato I territori della Toscana che è allegato al quadro conoscitivo del Piano" per quanto riguarda "la ricognizione analitica dell’intero territorio";

- Nell’ Atlante dei paesaggi toscani che è parte degli " allegati documentali per la disciplina paesaggistica", per ciò che riguarda l’analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità del paesaggio, nonché l’analisi comparata delle previsioni degli atti di programmazione, di pianificazione e di difesa del suolo", e "l’individuazione degli ambiti paesaggistici";

- Nelle schede dei paesaggied individuazione degli obiettivi di qualità, schede riferite agli "ambiti di paesaggio", anch’esse parte degli allegati documentali per la disciplina paesaggistica;

- Nel documento intitolato Le qualità del paesaggio nei PTC, (qualità che risultano dalla disciplina paesaggistica dei piani territoriali di coordinamento delle Province e che è parte degli allegati documentali per la disciplina paesaggistica) per ciò che riguarda "la individuazione" delle aree "vincolate" ope legis ,"la definizione di prescrizioni generali ed operative per la tutela e l’uso del territorio compreso negli ambiti individuati", "la determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico", "l’individuazione degli interventi di recupero e riqualificazione delle aree significativamente compromesse o degradate e degli altri interventi di valorizzazione", ecc.

- Infine, nel quadro conoscitivo per alcuni riferimenti normativi contenuti nella disciplina delle invarianti strutturali facente parte dello Statuto del territorio.

Il PIT come documento politico

Si è detto che il PIT ha un valore prima di tutto politico. Da questo punto di vista acquista notevole importanza Il documento di piano, un elaborato usualmente indicato come ‘Relazione’ e che in altre circostanze potrebbe apparire poco significativo.

Il Documento, oltre ad assolvere il compito di spiegare gli obiettivi, l’architettura del piano e i principali paradigmi impiegati (il significato di statuto, agenda strategica, territorio, paesaggio, ecc.), è una chiara esposizione della politica che la Regione Toscanaintende perseguirein merito allo sviluppo economico e alla gestione del territorio. Scritto in un linguaggio colto (a differenza dei precedenti piani toscani), il Documento è molto esplicito e una sua attenta lettura avrebbe forse consentito di risparmiare molte fatiche che sono state spese da associazioni ambientaliste e istituti universitari per correggere, migliorare o sostituire la parti che apparivano più manchevoli e deboli del PIT.

In realtà, ciò che appare o appariva debole o manchevole è coerente con la filosofia del Documento, mentre ciò che sembra o sembrava apprezzabile sono le scorie di una vecchia cultura urbanistica che ancora galleggiano come relitti nel corso di un nuovo indirizzo di cui riassumiamo i capisaldi, citando testualmente o in sintesi i passi più significativi. I corsivi sono nostri:

Il governo del territorio non presuppone relazioni gerarchiche bensì intense propensioni cooperative tra i titolari di distinte responsabilità amministrative e tra diverse autorità di governo(p. 22)

- I Comuni nella loro individualità sia nelle loro compagini associative - così come gli altri Enti del governo locale del territorio - potranno trovare nella Regione, in questo Pit e nella sua disciplina il sostegno necessario ad esprimere l’autonomia delle proprie opzioni ... (p. 23);

- Ogni Comune come ogni altro governo locale, ... darà, ..., la sua lettura del proprio ruolo nello sviluppo della Toscana quale delineato nel Prs e la Regione mobiliterà ulteriormente le sue capacità di armonizzazione e di regìa strategica. Ma nessun governo locale dovrà mai sentirsi sotto tutela. Bensì, nella sua singolarità istituzionale così come nella pluralità delle sue compagini associative, dovrà trovare nella Regione e nelle sue risorse cognitive e normative uno specifico sostegno alle sue capacità di decisione territoriale, sia essa strategica che regolatoria; p. 86);

- E' un punto su cui la chiarezza dev’essere massima, a costo della ridondanza. Così come la gerarchia anche l’età del principio di conformità - quale chiave delle relazioni intergovernative - è definitivamente sepolta. Non perché tra le opzioni statutarie, le invarianti strutturali e le scelte normative del Pit vi abbia sempre ad essere qualcosa di negoziabile o di mutuamente "aggiustabile" in nome di una qualche pax interistituzionale. Ma perché tutta la strumentazione normativa del piano va considerata come una risorsa per la realizzazione del "patto": una disciplina concepita come volano della sua costruzione operativa e della sua interpretazione applicativa. (p. 86);

- Perciò lo stesso Piano di indirizzo territoriale... è anche - e prima di tutto - la proposta di un patto tra istituzioni: la scommessa di una nuova alleanza tra Regione e amministrazioni locali per dare all’insieme del territorio toscano quell’orizzonte di domande, valori e opportunità nel quale trovare le risorse, la coerenza e la duttilità necessarie al suo governo, plurale ma integrato. (p. 23).

- La governance darà testa e gambe a quel nuovo "patto" che il Pit vuole rappresentare. Infatti, solo se ogni livello di governo fa propria - sul piano politico - e accetta - in termini tecnici (cioè con strumenti adeguati di valutazione) - una semplice ma discriminante domanda: «...qual è il mio contributo al bene della mia Regione visto che da esso dipende gran parte di quello della mia comunità?», allora la governance non regredisce al mero rito negoziale del do ut des ma diventa capacità di situare problemi collettivi e opportunità territoriali nella scala ottimale a che il loro trattamento diventi efficace. O almeno più capace di mitigare le esternalità negative che sempre minacciano anche le migliori intenzioni (p. 28).

- la valutazione integrata è lo strumento indispensabile per dare sostanza alla governance territoriale, trasformando la sussidiarietà e l’autonomia locale, che ne sono il presupposto, in cooperazione attiva invece che in tentazioni di isolamento particolaristico o municipalistico. E facendone la base analitica e di confronto cognitivo perché la stessa governance territoriale si traduca in una mutua reponsabilizzazione tra gli indirizzi e le scelte regionali, da un lato, e le visioni e le opzioni locali, dall’altro. E dia testa e gambe a quel nuovo "patto" che il Pit vuole rappresentare. (p.28).

- Ciò che la legge regionale definisce come lo "statuto" del territorio toscano - interpretando lo spirito e la lettera di una norma di rango statutario su cui poggia la Toscana come comunità politica - viene definito e adottato dal Pit come un’«agenda». Cioè come l’insieme delle scelte di indirizzo e disciplina in merito a ciò che per i Toscani e per tutti coloro che in Toscana vogliono vivere od operare, e - ad un tempo - per i governi locali chiamati a dar loro rappresentanza, regole, opportunità e indirizzi, devono costituire "il" patrimonio territoriale e le condizioni della sua salvaguardia e della sua messa in valore (p.26).

- Lo statuto è dunque la fonte e il parametro etico, prima ancora che prescrittivo, di quel "senso del limite" con cui chi amministra come chi intraprende deve trattare un patrimonio tanto prezioso, quanto delicato. E di cui nessuno può avere moralmente piena ed esclusiva titolarità. Ciò non significa che lo statuto non debba annoverare proprie specifiche prescrizioni: ma vuol dire che non sta solo in esse il suo valore "normativo". Bensì anche e soprattutto negli indirizzi che esso formula e che affida, per la loro efficacia, alla "capacità politica" dell’amministrazione regionale di alimentare e orientare la cooperazione tra i diversi livelli di governo del panorama istituzionale toscano. (p.26).

- Pertanto, la scelta degli elementi che costituiscono lo statuto del territorio non è operazione neutra o meramente tecnica, ma è fortemente condizionata dalla stessa visione al futuro che determina la scelta delle strategie. Per questo, come vedremo, questo Pit preferisce la formula della "agenda statutaria" a quella più consueta e statica di "statuto" Un preferenza connessa a una circolarità normativa e programmatoria che lega in relazione biunivoca contenuti statutari e contenuti strategici (p.26)

- Per questo il Pit adotta sì, come abbiamo rimarcato e come la legge prescrive, uno "statuto" del territorio toscano ma lo formula e lo declina intrinsecamente in un’agenda di metaobiettivi e di obiettivi correlati, finalizzati alla sua stessa applicazione: dunque, al conseguimento consapevole e coerente di risultati specifici per modificare situazioni e fenomeni in itinere giudicate pericolose o rischiose o incompatibili con la valore del patrimonio territoriale e con la qualità del suo sviluppo. (p. 29).

In testa al documento alcune sintetiche considerazioni sullo stato di salute dell’economia toscana, che giustificano la finalità complessiva del PIT e del Piano di Sviluppo Regionale cui questo si collega: la crescita economica, declinata con tutti i necessari corollari di qualità ambientale, di sostenibilità, di competitività, di modernità. Sul piano territoriale questa finalità si traduce nell’idea che risorsa strategica dello sviluppo sia la mobilità di uomini e fattori produttivi, mobilità necessaria a mettere in rete le tante piccole città che costituiscono l’armatura urbana della regione e creare sinergie fra le diverse specializzazioni produttive e di servizio. Anche per colmare ritardi e incertezze (si pensi alla vexata quaestio del ‘corridoio tirrenico), il piano pone come obiettivo primario il miglioramento dell’accessibilità da ottenere con la realizzazione di infrastrutture di trasporto. "Maggiore accessibilità e minori tempi e costi - economici e ambientali - producono infatti un aumento della competitività dei prodotti toscani sui mercati internazionali ed aumentano la probabilità dei fattori produttivi di trovare una adeguata allocazione. Minori tempi e costi di trasporto e conseguenti prezzi più competitivi delle merci esportate comportano, cioè, una maggiore accessibilità ai mercati e l’entrata in altri precedentemente preclusi". (pp. 14-15).

Possiamo quindi riassumere.

1. Obiettivo primario della Toscana, attraverso PSR e PIT, è il recupero di competitività dell’economia regionale nel mercato globale. Competitività che sta alla base di una crescita economica basata su due pilastri. Il primo è il recupero del gap infrastrutturale che affligge la regione e in particolare il miglioramento della mobilità e accessibilità di uomini e merci. Il secondo è l’utilizzazione del territorio come fondamentale fattore produttivo, anche in ragione della sua qualità e delle conseguenti capacità attrattive di capitali esterni, nei limiti della sostenibilità delle risorse impiegabili;

2. Questa missione è affidata ad una cooperazione volontaria dei diversi livelli istituzionali. Regione e Province rinunciano non solo a qualsiasi disposizione gerarchica, ma anche a qualsiasi verifica di conformità dei rispettivi piani. Nessun governo locale dovrà mai sentirsi sotto tutela;

3. Affinché si realizzi questa cooperazione virtuosa e libera, occorre un patto fra diversi livelli istituzionali. Ogni livello di governo deve fare propria - sul piano politico - e accettare - in termini tecnici (cioè con strumenti adeguati di valutazione) - una semplice ma discriminante domanda: «...qual è il mio contributo al bene della mia Regione visto che da esso dipende gran parte di quello della mia comunità?;

4. ‘La governance darà testa e gambe a quel nuovo "patto" che il Pit vuole rappresentare. La governance vede pariteticamente coinvolti gli operatori pubblici e concorrenti gli operatori privati, nell’ambito degli indirizzi statutari.

5. La governance si regge su due strumenti fondamentali. Il primo è l’adesione politica ai contenuti dello statuto del territorio. Il secondo è il controllo delle scelta di piano attraverso lo strumento tecnico della valutazione integrata;

6. Lo statuto del territorio non pone vincoli o prescrizioni se non in casi eccezionali. Esso assume le forme di un’agenda statutaria (in una prima versione ‘agenda strategica’). L’agenda è fatta di indirizzi e direttive ai Comuni, la cui efficacia è affidata alla ‘capacità politica’ dell’amministrazione regionale di alimentare e orientare la cooperazione tra i diversi livelli di governo del panorama istituzionale toscano;

7. Lo statuto è dunque la fonte e il parametro etico di quel "senso del limite" con cui chi amministra come chi intraprende deve trattare il territorio toscano, un patrimonio tanto prezioso, quanto delicato.

8. Nonostante che Il PIT abbia la valenza di piano paesaggistico, il paesaggio nel Documento è trattato sommariamente e quasi incidentalmente. Il concetto di paesaggio viene assorbito in quello di ambiente, e la tutela del paesaggio assimilata alla sostenibilità nell’uso e gestione delle risorse territoriali.

La traduzione del documento politico nella Disciplina del Piano. Un esempio.

Non voglio affrontare il problema in termini generali, in quest’ottica si potrà leggere il documento allegato, ma in maniera più sintetica e forse più efficace, mediante un esempio riferito al patrimonio collinare. Questa scelta dipende da due motivi.

Il primo è che solo rispetto a questa ‘invariante’ si affaccia un barlume di pianificazione paesaggistica. Il secondo è che sul patrimonio collinare si sta sviluppando una governance reale in forma di collusione fra comuni e operatori privati, mirata allo sfruttamento di un patrimonio che non è rimasto intatto - come sostiene il documento – generalmente per la lungimiranza degli amministratori locali, ma semplicemente per assenza di domanda. Fino a tempi recenti, gli speculatori infatti preferivano i territori costieri o limitrofi ai principali centri urbani. Ora la domanda si orienta su un territorio, non solo di grande qualità ambientale e estetica, ma idealizzato e falsificato come ‘tipico paesaggio toscano’.

Anche per l’invariante ‘Patrimonio collinare’ la disciplina statutaria è quasi integralmente espressa come raccomandazioni ed indirizzi ai piani provinciali e comunali. Vale a dire che a livello regionale non vi è alcuna norma immediatamente prescrittiva, se si fa eccezione del comma 8 dell’art 21 che recita: Nelle more degli adempimenti comunali recanti l’adozione di una disciplina diretta ad impedire usi impropri o contrari al valore identitario di cui al comma 2 dell’art. 20, sono da consentire, fatte salve ulteriori limitazioni stabilite dagli strumenti della pianificazione territoriale o dagli atti del governo del territorio, solo interventi di manutenzione, restauro e risanamento conservativo, nonché di ristrutturazione edilizia senza cambiamento di destinazione d’uso, né eccessiva parcellizzazione delle unità immobiliari. Tuttavia il valore prescrittivo della norma (che suona come una disposizione di salvaguardia) è condizionato dall’individuazione, ancorché provvisoria, dell’ambito in cui si applica (cioè dei confini del "patrimonio collinare"), mentre una simile definizione non è prevista nel PIT.

Le direttive e gli indirizzi contenuti nello Statuto sono genericamente rivolti alla tutela di valori paesaggistici (a volte definiti come identitari), ma quasi mai individuano con precisione questi valori. Un’eccezione è costituita dall’art 22 dove sono individuate alcune risorse del patrimonio collinare aventi valore paesaggistico. Tuttavia la norma si limita ad impegnare la Regione, le Province e i Comuni ad una corretta gestione di tali risorse.

La tutela del patrimonio collinare si basa perciò esclusivamente o quasi su valutazioni ex-post dei progetti di trasformazione sulla base di criteri peraltro ambigui e facilmente eludibili, ad esempio:

a) la verifica pregiudiziale della funzionalità strategica degli interventi sotto i profili paesistico, ambientale, culturale, economico e sociale e – preventivamente – mediante l’accertamento della soddisfazione contestuale dei requisiti di cui alla lettere successive del presente comma;

b) la verifica dell’efficacia di lungo periodo degli interventi proposti sia per gli effetti innovativi e conservativi che con essi si intendono produrre e armonizzare e sia per gli effetti che si intendono evitare in conseguenza o in relazione all’attivazione dei medesimi interventi;

c) la verifica concernente la congruità funzionale degli interventi medesimi alle finalità contemplate nella formulazione e nella argomentazione dei "metaobiettivi" di cui ai paragrafi 6.3.1 e 6.3.2 del Documento di Piano del presente Pit.

d) la verifica relativa alla coerenza delle finalità degli argomenti e degli obiettivi di cui si avvale la formulazione propositiva di detti interventi per motivare la loro attivazione, rispetto alle finalità, agli argomenti e agli obiettivi che i sistemi funzionali - come definiti nel paragrafo 7 del Documento di Piano del presente Pit - adottano per motivare le strategie di quest’ultimo."

In sostanza, lo statuto del PIT assegna ai Comuni il compito di verificare la congruità degli interventi che loro stessi propongono rispetto alla loro "funzionalità strategica", agli "effetti innovativi e conservativi", all’"efficacia di lungo periodo" alla "congruità funzionale", e ad altri requisiti ancora più indecifrabili. E’ difficile immaginare che un Comune dichiari una propria previsione – magari lungamente contrattata - come non strategica, non innovativa, non funzionale e non efficace nel lungo periodo e che "le finalità degli argomenti e degli obiettivi di cui si avvale la formulazione propositiva dell’intervento non sia coerente con le finalità degli argomenti e degli obiettivi adottati dai sistemi funzionali del PIT", il tutto dopo una verifica condotta e certificata magari dagli stessi estensori del piano.

Generalizzando l’esempio riemerge l’idea che sta alla base di tutto il PIT. Il PIT non prescrive che le trasformazioni del territorio debbano corrispondere a regole statutarie - le regole con cui questi territori sono stati costruiti nel corso della storia e che definiscono a tutt’oggi la loro sostenibilità e la loro identità. La filosofia del PIT è, invece, che tutto si possa fare sulla base di verifiche rispetto a criteri estremamente vaghi se non fumosi, verifiche svolte a posteriori da parte degli stessi Comuni proponenti.

Anche le cosiddette norme di salvaguardia contenute nell’art. 36 della Disciplina non si discostano da questa filosofia. I piani attuativi ancora non convenzionati sono sottoposti a verifica integrata nel corso di approvazione del Piano Strutturale, o ad una semplice "deliberazione comunale che - per i Comuni che hanno approvato ovvero solo adottato il Piano Strutturale – verifichi e accerti la coerenza delle previsioni in parola ai principi, agli obiettivi e alle prescrizioni del Piano strutturale, vigente o adottato, nonché alle direttive e alle prescrizioni del presente Piano di indirizzo territoriale". Il Comune, è quindi l’unico snodo operativo, sia per quanto riguarda l’attuazione del PIT, sia per quanto riguarda le valutazioni integrate e le verifiche che, secondo il PIT, dovrebbero costituire il lato tecnico e ‘obiettivo’ della governance territoriale.

Considerazioni in parte diverse merita l’ultima invariante dello Statuto, i Beni paesaggistici di interesse unitario regionale. Questo è specificatamente terreno di competenze concorrenti fra Stato e Regione e quindi più direttamente regolato dal Codice dei beni culturali e del paesaggio e meno soggetto all’impronta legislativa della Regione Toscana. Qui in effetti si tratta di attendere per valutare come l’intesa fra il Ministero dei beni e delle attività culturali e la Regione, siglata nel gennaio 2007, sarà tradotta in pratica. I segnali in proposito lasciano perplessi. Le Commissioni regionali del paesaggio sono state nominate con criteri partitocratici e privilegiando i tecnici delle amministrazioni rispetto a membri da scegliere ‘tra soggetti con qualificata, pluriennale e documentata professionalità ed esperienza nella tutela del paesaggio, esperti di tutela del paesaggio di consolidata esperienza’, come prescrive la legge. Tra breve sarà possibile vedere se l’intesa con la successiva integrazione del luglio 2007 sarà rispettata nelle sue scadenze temporali, assai strette, e nelle dichiarazioni di principio sottoscritte.

Una valutazione ‘bottom down’ del PIT

Vediamo ora come il PIT congiuntamente alla legge 1/2005 di ‘Governo del territorio’ sia tradotto in pratica. Abbiamo già accennato che dal momento che la disciplina del PIT si regge su un ipotesi di patto e di ‘una nuova alleanza fra Regione e istituzioni locali’, trattandosi dunque di un quadro di natura politica piuttosto che normativa, esso dovrebbe avere un’immediata efficacia sul comportamento delle amministrazioni e in particolare dei Comuni.

Il punto di osservazione che viene qui proposto può considerarsi privilegiato, perché raccoglie le segnalazioni di circa 170 Comitati attivi nella Regione, oltre a quanto quotidianamente appare sulla stampa e alle denunce provenienti dalle associazioni ambientaliste.

La prima osservazione è che la legge di governo del territorio del 2005 è stata accolta da molti Comuni come una specie di ‘liberi tutti’. Come è noto, la LR 1/2005, non solo esclude ogni parere di conformità del PS rispetto agli strumenti di Regione e Provincia (non mi permetto di dire sovra-ordinati) – concetto ribadito con forza nel Documento - ma affida ad ipotetiche iniziative dell’ente ricorrente (ad es., la Provincia se ritenesse il proprio piano non rispettato) la facoltà di adire la cosiddetta Commissione interistituzionale paritetica (di nomina politica) per una eventuale dichiarazione di non conformità del piano. Dichiarazione che può essere ignorata dal Comune nel qual caso, sempre ipoteticamente, la Regione può sospendere gli atti di piano controversi.

In realtà, quasi tutti i piani provinciali approvati nelle temperie della legge1/2005 hanno capito, l’antifona e sono poco più che l’esposizione retorica dei documenti regionali, secondo una prassi per cuile argomentazioni del PIT e le prescrizioni delle leggi di settore sono ripetute, amplificate e corredate da ulteriori principi, indirizzi e criteri dai piani provinciali rivolti ai Comuni i quali possono scegliere tre strade: a) accoglierli e dare loro concretezza nel piano strutturale; b) non tenerne conto; c) tenerne conto solo formalmente e approvare un piano strutturale sostanzialmente generico che rimanda ogni decisione concreta di trasformazione del territorio a strumenti operativi di esclusiva competenza comunale. Come corollario: formulare un piano operativo (in Toscana il Regolamento Urbanistico) difforme dal piano strutturale (casistica sempre più frequente, senza che né Regione, né Province possano e vogliano intervenire).

Se poi la difformità fra diversi piani fosse troppo palese, come ad esempio la volontà di costruire in un’area protetta, basta una conferenza di servizi per deperimetrare l’area e rendere legale l’abuso. Questo è quanto hanno fatto recentemente Provincia e Comune di Firenze, entrambi condannati dal TAR.

I casi di inosservanza del patto politico, dell’accordo alto auspicato nel Documento, i casi in cui evidentemente i Comuni si dimenticano di porsi la fatidica domanda «...qual è il mio contributo al bene della mia Regione visto che da esso dipende gran parte di quello della mia comunità?» stanno diventando sempre più frequenti. In realtà molti Comuni interpretano il PIT e la legge di governo del territorio esattamente alla rovescia rispetto alle ipotesi del Documento, cioè da un punto di vista burocratico e meramente prescrittivo e, poiché di prescrizioni ve ne sono ben poche, si sentono legalmente autorizzati a disporre a piacimento del proprio (?) territorio, con previsioni ed atti che risultano sempre positivi e sostenibili nelle valutazioni integrate.

Ma se anche le poche prescrizioni contenute nella legge danno fastidio, basta ignorarle nella quasi certezza che né Regione né Provincia interverranno. Il Comune di Serravalle Pistoiese vuole approvare la costruzione di un villaggio turistico sul terreno di proprietà di un grande vivaista, localizzato su un rilievo collinare di alto valore paesaggistico. Nessun problema. Basta non dimensionare l’insediamento nel Piano Strutturale, annunciando genericamente che un eventuale insediamento turistico ricettivo da prevedersi nel Regolamento Urbanistico non ne costituisce variante. La norma è chiaramente illegittima, ma la Regione, nello spirito di cooperazione fra diversi livelli istituzionali non ha niente da eccepire. E, voilà, 25.000 metri cubi dell’ennesimo villaggio in tipico stile rustico toscano (sono severamente proibiti i tegoli alla portoghese) partecipati alla popolazione locale con abbondanza di rendering, depliants e promesse di sviluppo.

La vicenda in corso di Castelfalfi – che qualcuno può avere seguito su Eddyburg - è ancora più significativa perché qui non si tratta di un intervento illegale, ma contrario allo spirito della legge e del piano. I villaggi turistici della TUI sono esattamente l’opposto di quella crescita basata su innovazione, competitività, servizi alle imprese, ecc., conclamata nel PIT. L’insediamento proposto a Castelfalfi è una gigantesca operazione in cui si produrrà reddito e rendita per la TUI e, essendo la sua gestione un sistema chiuso, ben pochi benefici per l’economia locale. Sarà disastrosa per un uso insostenibile delle risorse idriche (già attualmente scarse) occorrenti per la manutenzione di un campo da golf di 160 ettari. Ma tant’è. La Regione Toscana ha prestato il suo garante (cui peraltro va riconosciuta la correttezza dei comportamenti) al Comune di Montaione, e le dichiarazioni rilasciate in proposito dal Presidente Martini sembrano più quelle di un giocatore schierato che di un arbitro imparziale.

E che dire di Casole d’Elsa, dove l’intero ufficio tecnico è stato sospeso e messo sotto inchiesta dalla Procura della Repubblica insieme ad alcuni amministratori e dove sono sequestrati cantieri per diverse decine di milioni di euro? Comune che si è recentemente rifiutato di mostrare ai cittadini il Piano Integrato di Intervento gestito in modo del tutto illegale, con la mirabolante giustificazione che l’unica copia è stata consegnata ad uno studio privato incaricato di realizzare l’ennesimo abuso. In tutta la Toscana, nei territori costieri e nei paesaggi agrari di maggior pregio, si moltiplicano iniziative di ‘valorizzazione’ del territorio misurabili in centinaia di migliaia di metri cubi, insediamenti di seconde e terze case spacciati per residenze turistico-alberghiere, lottizzazioni trainate da centri commerciali.

La rete dei Comitati toscani ha raccolto decine di segnalazioni di questo tipo. Sono operazioni che avvengono in uno spirito esattamente opposto a quello postulato nel Documento del PIT, non poche in una situazione di palese illegalità.

Conclusioni

La domanda che abbiamo posto all’inizio se il PIT sia efficace rispetto ai suoi obiettivi può avere una duplice risposta. Una prima risposta è che poiché non possiamo considerare gli amministratori toscani così ingenui da credere di vivere in un mondo incantato, dove non esistono capitali leciti e illeciti in cerca di rendita (che è una forma di reddito), un mondo dove non esistono collusioni fra amministratori e il blocco del mattone composto da tecnici comunali, proprietari, costruttori, cooperative edilizie - un mondo dove non esiste la corruzione, dove lo statuto del territorio, ancorché costituito da soli indirizzi, è la fonte e il parametro etico, di quel "senso del limite" con cui chi amministra come chi intraprende deve trattare un patrimonio (il territorio) tanto prezioso, quanto delicato; poiché, dicevamo, i nostri amministratori, forse non sono in questo momento particolarmente sensibili alla tutela del paesaggio, ma certamente non ingenui, dovremmo pensare che gli obiettivi politici del PIT siano di altra natura rispetto a quelli dichiarati e che mirino ad una consensuale spartizione del governo del territorio fra Regione e Comuni, finalizzata alla conservazione di poteri collettivi e personali, con le Province relegate nel ruolo di convitati di pietra.

Una seconda risposta, meno pessimistica, è che vi sia stata da parte della Regione un’eccessiva fiducia nella capacità ‘tenere tutto assieme’ da un punto di vista politico e che il disegno non funzioni per una serie di cause interne ed esterne alla società Toscana (fra queste ultime ricordiamo la crescente propensione ad utilizzare gli oneri di urbanizzazione e costruzione per fare cassa).

Nel documento allegato a questa relazione vi sono alcune proposte per migliorare lo stato delle cose. Lungi dall’invocare il ritorno ad un sistema gerarchico e impositivo (che peraltro in Toscana come in Italia non c’è mai stato), si tratterebbe di fare un ulteriore passo in avanti dando più potere ai cittadini, innescando e promuovendo processi realmente partecipativi il cui fondamento è l’elaborazione di uno Statuto, articolato in tanti statuti locali (necessariamente sovracomunali) che valga come carta costituzionale del territorio. Non tornerò qui su questi argomenti, ma preferisco concludere con due considerazioni.

La prima considerazione che alla base del PIT ritorna, sia pure in modi verbalmente aggiornati, l’idea che il territorio sia una variabile dipendente dello sviluppo economico e che ‘quel che si può si fa’ (concetto più volte ribadito dall’assessore al territorio della Regione), purché non si superino certi limiti di sostenibilità intesa come ‘carrying capacity’. Limiti che sono definiti da procedimenti di valutazione integrata che assumerebbero il ruolo davvero paradossale di definire la ‘base analitica e di confronto cognitivo’ della governance territoriale. Paradossale perché una strategia tutta politica di governo territorio sarebbe in ultima analisi condizionata e guidata da una razionalità riduttivamente tecnica.

La seconda considerazione è che una volta decisa una politica, se si vuole governare devono essere fatti rispettare leggi e piani. Non vi è niente di più connaturato all’anima del nostro paese dell’idea che l’osservanza delle leggi sia un fatto discrezionale. Giusto quindi promuovere la cooperazione dei vari livelli istituzionali, giusto che la pianificazione non sia una cascata di prescrizioni localizzative a dettaglio crescente, ma non si può supporre che bastino le esortazioni e il ‘senso del limite’ a produrre un buon governo del territorio. Una volta sancito un patto, bisogna che questo sia rispettato dai contraenti e il rispetto delle leggi di governo del territorio non può e non deve esser esterno a queste stesse leggi. La Regione non è un organismo di decentramento dei poteri statali, non è una prefettura. E’ un organismo rappresentativo, eletto dai cittadini per governare e coordinare i vari interessi particolari e locali in un disegno unitario. Deve quindi assumersi le sue responsabilità. La mancanza di ogni tipo di controllo sull’operato dei Comuni (per carità senza che nessuno si senta sotto tutela) ha l’effetto perverso di stabilire una concorrenza sleale fra le varie amministrazioni locali, penalizzando i comportamenti virtuosi. Dobbiamo dare atto che molti Comuni in Toscana stanno operando bene o almeno ci provano. Che accanto a sindaci collusi che devono ripagare le loro campagne elettorali o che guidano cordate speculative, vi sono tanti amministratori onesti che intendono ancora la politica come servizio alla comunità Questi amministratori e Comuni sono messi in grave crisi dal ‘vicino’ che può vantare investimenti e sviluppo e magari una riduzione delle tasse.

Chiudo con una nota personale. In questi ultimi mesi ho incontrato molti rappresentanti di comitati locali. E’ stata un’esperienza interessante. Può darsi che vi sia una componente elitaria nelle associazioni ambientaliste di livello nazionale. Ma certamente i comitati non sono fatti da signori in villa (come sostiene una polemica volgare), ma da gente normalissima, da impiegati, operai, persone che sacrificano il loro tempo libero non per difendere un interesse particolare o il cortile di casa, ma un territorio che amano e rispetto al quale provano un senso di appartenenza. Se i nostri politici avessero occhi per vedere o orecchi per sentire riconoscerebbero una riattualizzazione della vecchia base del partito comunista, quella base che, finito il lavoro, si ritrovava nelle sezioni convinta di lavorare per il bene comune.

Questa gente, queste popolazioni dentro o fuori i comitati, sono sostanzialmente impotenti. Di fronte hanno un blocco sociale e politico (spesso capeggiato dalla Regione) che si presenta come una corazzata di fronte a fragili barchette. La loro unica risorsa, oltre alla conoscenza del territorio è il rispetto della legalità. Mai come in questo caso la legalità è il potere dei senza potere.

Titolo originale: Villes amphibies, îles artificielles – Traduzione per eddyburg di Fabrizio Bottini

Se si avvereranno le previsioni per il riscaldamento climatico dei prossimi decenni, i Paesi Bassi saranno sottoposti a una minaccia tripla. L’innalzamento del livello degli oceani e la recrudescenza delle tempeste metteranno a dura prova il sistema di dighe e polder che mantiene all’asciutto il territorio nazionale, e che si trova già in gran parte al di sotto del livello del mare. Inoltre, la moltiplicazione dei periodi di forte pioggia in Europa provocherà delle piene improvvise sulla Mosa e sul Reno, che attraversano il paese. Infine, i Paesi Bassi sono sempre più bassi: intere province il cui suolo è composto di torba, si affossano inesorabilmente.

Come hanno già fatto in passato, anche stavolta gli olandesi si sono mobilitati. Il possente apparato di ingegneria e lavori pubblici resta fedele alla grande tradizione di lotta sistematica contro l’invasione delle acque: afferma che sarà sufficiente alzare le dighe, rinforzare sbarramenti e chiuse, moltiplicare le stazioni di pompaggio e ripristinare le dune costiere anziché ricoprirle di asfalto.

Di fronte a questa «scuola classica» ci sono gruppi di architetti, urbanisti, imprenditori, e amministratori locali, che tentano di immaginare soluzioni innovative, di rottura con la tradizione: invece di dichiarare una guerra infinita all’acqua, perché non reimparare a vivere un po’ più in armonia con essa?

I partigiani dell’approccio «naturale» hanno appena ottenuto la prima vittoria, col lancio di un grande progetto nazionale, che consiste nell’ampliare i letti della Mosa e del Reno distruggendo le dighe, per ricostruirle più lontano, a distruggere terrapieni e edifici che rischiano di fare da tappo in caso di piena. Il progetto prevede anche la formazione di «fiumi verdi», zone a funzione multipla che a seconda dei periodi saranno via via prati, acquitrini, laghi.

Nelle città, la messa in pratica di questi nuovi principi comporterà degli sconvolgimenti ancor più spettacolari, anche di mentalità. Uno dei punti principali di sperimentazione sarà la splendida città storica di Dordrecht, costruita su un’isola fluviale, alla confluenza di quattro corsi d’acqua e vicino a un estuario nel quale si insinua il mare durante l’alta mare. Dopo anni, l’amministrazione aveva previsto di demolire una zona industriale vicina al centro per realizzare un nuovo quartiere d’abitazione e attività. Tenendo conto del futuro innalzamento del livello dell’acqua, municipalità e commissione idraulica (istituzione potente e rispettata eletta a suffragio universale) hanno modificato il piano introducendo un nuovo concetto: il quartiere anfibio, nel quale l’acqua può entrare e uscire senza turbare troppo la vita degli abitanti.

Il margine del futuro quartiere verrà sopraelevato grazie a un largo terrapieno ad arco circolare, sul quale verranno realizzati dei normali edifici. Al contrario, il centro verrò affossato e trasformato in zona di inondazione in grado di contenere l’acqua in caso di piena. La grande novità, è che anche la zona bassa sarà abitata. In questo caso, l’amministrazione municipale ha chiesto alla ditta BTP Dura Vermeer e allo studio di architettura britannico Barker and Coutts di pensare a delle abitazioni di tipo nuovo. Alcune saranno galleggianti, costituite di pontoni in legno e polietilene rivestito di cemento. Altri saranno «anfibi»: i pontoni semplicemente posati al suolo in periodo di acque basse, inizieranno a galleggiare all’arrivo delle piene. Per evitare che vadano alla deriva, saranno organizzati attorno a un pilone centrale piantato al suolo. Ci saranno addirittura delle abitazioni “inondabili”: il pianterreno realizzato assemblando materiali resistenti all’acqua, con gli impianti elettrici installati nel soffitto. Con la medesima logica, strade e percorsi del quartiere saranno in realtà dei pontoni galleggianti articolati. Gli spazi pubblici saranno a volte parchi o spiazzi, altre volte laghi o piccole insenature di sosta.

Chris Zevenbergen, uno dei responsabili della società Dura Vermeer, sembra molto sicuro: "All’inizio, ci hanno preso per pazzi furiosi, ma poi l’idea che il medesimo spazio potesse avere usi molteplici è stata rapidamente accettata, in un paese sovrappopolato come il nostro. Dobbiamo fare in modo che architetti e ingegneri idraulici riscoprano un lavoro comune. Ricorreremo a tecnologie sperimentate. Per esempio, siamo già in grado di realizzare pontoni solidi e leggeri, che restano stabili anche con le onde". La società ha già realizzato una lottizzazione pilota di cinquanta abitazioni fluttuanti e anfibie, a Maasbommel. Resta da vedere se il grande pubblico avrà davvero voglia di abitare questi quartieri acquatici. Le prime ricerche condotte dagli agenti immobiliari sembrano molto positive per le case fluttuanti, mentre il concetto dell’abitazione inondabile è più difficile da vendere.

Altri esperti si impegnano perché i Paesi Bassi si lancino in una nuova epoca di grandi opere, ad esempio con l’innalzamento del livello di alcuni polder con sabbia ricavata dal fondo del mare del Nord: operazione impensabile nel passato, ma ora realizzabile grazie a potenza dei motori e tecniche di fertilizzazione dei suoli.

Adrian Geuze, noto architetto e urbanista di Rotterdam, ha ideato un progetto ancor più ambizioso: la creazione, a una trentina di chilometri al largo delle coste di Fiandra e Olanda, di cinque lunghe e strette isole artificiali. La più grande raggiunge i 100 km di sviluppo. "É meno costoso e meno difficile di quanto non sembri”, afferma Geuze. “D'altronde le nostre imprese sono impegnate a costruire le isole artificiali di Dubai“. Forma e dimensioni delle isole verranno calcolate tenendo conto di migliaia di fattori naturali. Saranno «dinamiche», vale a dire che il litorale si evolverà secondo venti, maree, correnti. Proteggeranno le regioni costiere dalle tempeste frangendo la forza delle onde, e permettendo di stabilizzare la sponda, diminuire l’entità delle maree, limitare l’erosione. Ci si potranno far crescere boschi e prati, installare attrezzature per il tempo libero e porti industriali, a farsi peso di parte dell’attività di Rotterdam. La vita potrà svilupparsi grazie al fatto che le dune artificiali trattengono l’acqua piovana, e diventeranno falde freatiche.

Ma nonostante tutti questi progetti futuristi, nei Paesi Bassi si sa di doversi anche preparare al peggio. Nel novembre 2008, il governo organizzerà un’esercitazione d’allerta allarme nazionale, destinato a verificare l’efficacia dei servizi pubblici e d’urgenza in caso di inondazione catastrofica.

Nota: oltre i toni spettacolari e un poco propagandistici da rivista di architettura, va notato il ricorrere di alcuni elementi del dibattito già emersi, con toni assai diversi, nel caso dell’inondazione di New Orleans (f.b.)

Piccoli e grandi abusi edilizi. Stati di necessità e maxi-speculazioni. Disperata fame di case nei centri urbani e mega-lottizzazioni in cale esclusive. Mini-ampliamenti in aziendine familiari nel profondo entroterra e saccheggi sistematici lungo le coste. In Sardegna, mai come oggi, appaiono stridenti le diverse facce della diffusa illegalità nelle costruzioni. Gli ordini di demolizione a raffica disposti dalla magistratura nuorese mettono il dito su questa piaga multiforme. Facendo riflettere su un universo di violazioni normative capillari e incresciose ma spesso di lieve entità: terrazzini, box, balconi, verande. E rilanciando il più ampio tema degli interventi spesso inadeguati contro gli scempi sui litorali devastati da ecomostri.

Se naturalmente la legge è uguale per tutti, di tutto c’è pure in questo mondo cementificato. Ingenui. Smaliziati. Furbetti fai-da-te. Volpi professioniste condono dopo condono. Ignoranti colombe. Insaziabili falchi. Imprudenti per caso. Principi, re, imperatori e vassalli del mattone selvaggio. Perciò è importante delineare il quadro degli abusi nell’isola, accompagnato da carenze, omissioni, abbattimenti mancati o disposti in ritardo. Una situazione grave. Con dati che negli ultimi decenni (come dimostrano le statistiche della Regione per il più recente periodo settembre 2006-ottobre 2007) indicano una mole impressionante d’irregolarità. In tutto quasi 60mila, stando a calcoli prudenziali. Ma al di là del numero fa riflettere la tipologia.

Dal dopoguerra ci sono stati interi territori che hanno cambiato connotati. Con una forte accelerazione dovuta all’industria delle vacanze ed enormi scempi provocati da alberghi, residence, seconde case, camping, villaggi turistici. Con la complicità di tanti amministratori e troppi dirigenti sindacali nel tollerare industrie inquinanti quando la massiccia disoccupazione portava a chiudere tutti e due gli occhi sui contraccolpi. Le storie di Pittulongu, proprio in questi giorni al centro di un’inchiesta su intrecci con la ’ndrangheta, sono significative. E con questioni che ora si spostano inevitabilmente dal piano della semplice legalità ai danni comunque subìti - autorizzati o no, sanati o no - dal paesaggio. Qualche esempio per capire meglio? Eccolo. Il riferimento è a casi come La Marmorata a Santa Teresa o Rocca Ruja a Stintino. Ripeterli oggi non sarebbe neppure immaginabile. Anzi, proprio oggi in tutta la loro prorompente regolarità giudiziaria, ricordano le strade da evitare per non compromettere l’ambiente. Concetto che riporta al «consumo senza ritorno del territorio» caro a Renato Soru e alla sua legge salvacoste. E concetto che, nella fase più vicina a noi, ha visto lo sviluppo di una moderna coscienza ecologista. In campo, su questo fronte, le maggiori associazioni per la difesa della natura. Dal Wwf a Italia Nostra. Dal Gruppo d’intervento giuridico agli Amici della terra. Da Marevivo a Legambiente. È spesso grazie alla loro vigilanza che le aspetti preoccupanti sono tenuti sotto osservazione. È sempre grazie a loro, oltre che all’assessorato all’Urbanistica e alle amministrazioni locali più sensibili, che l’entità di un abusivismo senza freni si è contratta sebbene faccia ancora paura suscitando sempre allarmi e timori.

Dice Vincenzo Tiana, presidente sardo di Legambiente: «Le cifre fornite in questi giorni dalla Regione confermano che la gran parte delle violazioni si riscontra in aree agricole. Così la nostra isola si avvicina sempre più al Nord Italia e sempre meno ai disastri che continuano registrarsi sui litorali in Sicilia e in Campania. Tutto perché sono stati fatti moltissimi passi avanti». Specialmente se si riflette sulle sanatorie del passato. «Durante una prima fase, negli anni ’80, sono sorti d’incanto interi rioni: a Olbia Pittulongu e Murta Maria, a Quartu si è andati da un piano di risanamento all’altro fino a collezionarne sette - prosegue Tiana - Nel ’94, con il condono voluto da Berlusconi, c’è stato un proliferare di singoli abusi costieri. Adesso, al contrario, con l’Osservatorio regionale che raccoglie le segnalazioni dei Comuni e l’aiuto della Forestale, la vigilanza è stata notevolmente rafforzato. L’unico scandalo resta il rione illegale di Testimonzos a Nuoro».

Finora in Sardegna sono state eseguite su richiesta dei Comuni qualcosa come 1.100 ordinanze di abbattimento per violazioni non condonabili. Tutte in aree tutelate da vincoli d’inedificabilità assoluta. Con la conseguente demolizione di 300mila metri cubi di volumetrie illecite. «In gran parte si è agito fra il 1986 e il 1987 - ricordano i responsabili del Gruppo d’intervento giuridico - Con una breve ripresa fra il dicembre 1994 e il gennaio 1995». Da allora, ogni anno, vengono emessi almeno un migliaio di nuovi provvedimenti di abbattimento. Ma, sottolineano gli stessi ambientalisti, quasi nessuno viene eseguito dai trasgressori. «Sono tuttora giacenti decine di richieste comunali di personale e mezzi regionali per procedere: inutilmente, perché da anni non si bandiscono neppure le gare d’appalto», rimarcano gli Amici della terra. Proprio in questi giorni, però, l’assessore Gianvalerio Sanna ha reso noto che numerose squadre di demolitori sono a disposizione per i casi nei quali si ravvisa la necessità di un aiuto da parte della Regione.

Soltanto nel 2007 in Costa Smeralda sono state sequestrate una trentina di ville abusive. Interventi analoghi a Monte Ricciu, poco distante da Alghero, in un hotel di Orosei e, appena qualche giorno fa, in 16 alloggi non lontano da San Teodoro. Ma le ruspe nella residenza del ministro Antonio Gava a Palumbalza, vicino a Porto Rotondo, o a Punta Cardinalino, non lontano da Palau, rimangono un ricordo vago.

Gli abusivismi insanabili cumulati negli anni sono ora stimati in 4500, la gran parte lungo i litorali. I nuovi monitorati dall’Osservatorio 1.694, relativi però al 48,28 % dei Comuni. Dati, quindi, parziali e numeri ragionevolmente raddoppiabili perché molte amministrazioni ritardano nell’informare la Regione. Ancora malessere a Quartu, che detiene sempre il record sardo negativo. Oltre che sulla Riviera del corallo: 140 i nuovi casi accertati dal Comune, più di 80 gli avvisi di garanzia.

Molte le storie clamorose. Come 185 edifici nell’oasi di Molentargius. I 26 complessi (campeggi con bungalow e roulotte fissate al suolo) nell’area protetta di Porto Conte. I sigilli a un’intera lottizzazione di Punta Lu Cappottu, vicino a Porto Torres. Cinquanta tra pontili e villette irregolari nel parco della Maddalena. Una baraccopoli con 13 unità abitative a Capo Ceraso. Una quarantina di strutture fuori norma nell’isoletta di Corrumanciu, stagno di Porto Pino. I contestatissimi lavori per il campo da golf sulle sponde dello stagno di Chia, prima sequestrati e poi dissequestrati per permettere, sotto vigilanza, il ripristino ambientale. Valanga di abusi a Pula, Baia delle ginestre, non lontano da Teulada, a Carloforte, Olbia, Golfo Aranci. E l’elenco, quasi senza fine, potrebbe continuare: si calcola che ogni giorno nell’isola si commettano non meno di dieci abusi. Di qui le conclusioni del portavoce del Gruppo d’intervento giuridico, Stefano Deliperi: «Tanti casi scottanti non possono venire lasciati incancrenire: contro l’abusivismo si deve fare di più».

Niente è cambiato. Si è tentato – tardi, tardissimo – ma non si è risolto nulla. L’esercito, i volontari, la pazienza e le proteste. Ma tutto versa nello stesso stato di prima. O quasi. Il centro e le piazze vengono salvati, si cerca di non farli soffocare dai sacchetti. E nella scelta dei luoghi in cui raccoglierli emerge la differenza fra le zone e le città. Zone dove conviene pulire per evitare che turisti e telecamere arrivino facilmente, strade dove vivono professionisti e assessori. E invece altre dove la spazzatura può continuare ad accumularsi. Tanto lì la monnezza non va in prima pagina. I paesi divengono discariche di fatto. Tutta la provincia è un’ininterrotta distesa di sacchetti. E la rabbia aumenta. Spazzatura ai lati delle strade, o che si gonfia in collinette multicolori fuori dai portoni, dove sono apparse scritte come "non depositare qui sennò non si riesce più a bussare". Niente è cambiato se non l’attenzione. Dalla prima pagina alle cronache locali.

Lentamente tutto questo rischia di divenire abituale, ordinario: la solita monnezza, parte del folklore napoletano, quotidiana come lo scippo, il lungomare e la nostalgia per Maradona. E invece qui è tragedia. Spazzatura ovunque, discariche satolle, gonfie, marce. Camion stracolmi, in fila. Proteste. E poi dibattiti, indagini, dimissioni, e colpevoli, ecologisti, camorristi, politici, esperti. Maggioranze e opposizioni e cadute di governo. Ma la monnezza resiste a tutto. E continua ad aumentare. La spostano dal centro alla periferia, la spediscono fuori città, qualcosa fuori regione. Però non basta mai, perché quella si riforma, si accumula di nuovo. Tutti pronti a parlare, in un’orchestra che emette suoni talmente confusi da divenire indecifrabili come il silenzio.

Certo risulta difficile credere che se Roma, Firenze, Milano o Venezia si fossero trovate in una situazione simile avrebbero continuato a far marcire i sacchetti nelle loro piazze, a tenersi strade bordate di pannolini e bucce di banana, a lasciar invadere l’aria dall’odore putrescente degli scarti di pesce. Difficile immaginare che in una di queste città la notte girino camion che gettano calce sopra ai cumuli per evitare che le infezioni dilaghino e soprattutto che vengano incendiati.

Il rinascimento napoletano finisce così, coperto di calce. Si sbandierava la rivincita della cultura, ma sotto il tappeto delle mostre, dei convegni e delle parole illuminate le contraddizioni erano pronte a esplodere. Non c’erano solo stuoli di progetti culturali e promozionali per il turismo. Negli ultimi cinque anni sono spuntati in un’area di meno di 15 km enormi centri commerciali. Prima il più grande del Sud Italia nel casertano, poi il più grande di tutt´Italia, poi il più grande d’Europa e da poco uno tra i più grandi al mondo: un’area complessiva di 200.000 mq, con 80 negozi di brand nazionali e internazionali, un ipermercato, 25 ristoranti e bar, una multisala cinematografica con 11 schermi e 2500 posti a sedere. Ultimo arrivato, a Nola, il Vulcano Buono progettato da Renzo Piano che ha tratto spunto dall’icona napoletana per antonomasia: il Vesuvio. Una collina artificiale, un’escrescenza del suolo che segue le uniche e sinuose forme del vulcano. Alta 40 metri e con un diametro di oltre 170, un complesso di 150 mila metri quadri coperti e 450 mila in tutto. Si costruiscono centri commerciali come unico modo di far girare soldi. Quali soldi? Le stime dell’Istat segnalano che la Campania cresce meno del resto d’Italia. La regione è mortificata nei settori dell’agricoltura e dell’industria e incapace di compiere il salto di qualità nel comparto dei servizi. E per quanto riguarda il valore aggiunto pro capite, se la media nazionale s’attesta a 21.806 euro per abitante, al Sud non supera quota 14.528. Keynes diceva che quando l’accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che le cose non vadano bene. Riguardo il nostro paese bisognerebbe sostituire al termine casinò la parola centro commerciale. Così rimangono, tra queste cattedrali di luci e cemento, gli interrogativi di sempre. Perché a Napoli c’è tutta questa spazzatura? Come è possibile quando cose del genere non accadono a Città del Messico e nemmeno a Calcutta o a Giakarta? È incomprensibile. Bisogna quindi essere didascalici. Perché le discariche napoletane sono piene? Semplice. Sono state usate male, malissimo. Sversandoci dentro di tutto, senza controllo. Chi gestiva le discariche non rispettava i limiti, né le regole riguardo alle tipologie. Somiglianti più a buche fatte male che a strutture per lo sversamento, le discariche si riempivano di percolato divenendo laghi ricolmi di un frullato di schifezze, fogne a cielo a aperto. E così si sono riempite presto, e non solo di rifiuti urbani. Scavare crateri enormi, portare giù il camion e poi, uscito il conducente, saldare le porte del tir e sotterrare: era un classico. Un modo per non toccare i rifiuti nemmeno con un dito. Il tutto dava un guadagno talmente alto da poter sacrificare, intombandoli, interi tir. A Pianura, racconta la gente, c’è persino una carcassa di balena, e a Parete pacchi e pacchi di vecchie lire.

Ma perché i cittadini si ribellano alla riapertura delle discariche? Perché sembrano così folli da preferire i sacchetti che da circa due mesi hanno davanti a casa? Perché temono che insieme a quelli che dovrebbero essere solo rifiuti solidi urbani invece arrivino anche i veleni. Eppure ricevono le massime garanzie che la loro situazione non peggiorerà. Ma da chi le ricevono? Da coloro di cui non si fidano più. Da coloro che hanno sempre appaltato lo smaltimento a ditte colluse, a uomini imposti dai clan di camorra. E chi deciderà quindi davvero la sorte dei rifiuti? Come sempre i clan. A loro non ci si può ribellare. Ma siccome allo Stato invece sì, spesso contando su una buona dose di pazienza dei reparti antisommossa, si fa ostruzione alle sue decisioni perché non accada poi che si inneschino i consueti accordi. Si preferisce rinunciare persino agli aiuti economici destinati a chi vive nei pressi della discarica, piuttosto che correre il rischio di finire marci di cancro per qualche sostanza intombata di nascosto. Certo, tra i manifestanti ci sono anche i ragazzotti dei clan pagati 100 euro al giorno per far chiasso, bloccare strade, saper lanciare porfido e caricare. Ma loro rendono soltanto esasperate paure che invece sobbollono in tutti. E le rendono isteriche perché più spazzatura ci sarà, meno controlli ci saranno per le ditte pagate per raccoglierla e più l’uso dei macchinari in mano ai clan sarà abbondante.

E più le discariche saranno bloccate, meglio si potranno infiltrare camion colmi di rifiuti speciali da nascondere mentre quelli bloccati fuori fanno da copertura. E i consorzi e la politica? I consorzi che gestivano i rifiuti lo facevano per conto di imprenditori e boss, mentre la responsabilità della politica locale e nazionale stava nella solita logica di non affidare posti a chi aveva competenze tecniche, bensì ai soliti personaggi con il solo requisito di essere in quota ai partiti. Quanti posti di lavoro distribuiti in periodi preelettorali, in strutture dove la raccolta dei rifiuti o la differenziata rappresentavano puramente un alibi. Perché non si è fatto nulla? Perché l’emergenza fa arrivare soldi a tutti. E quindi di emergenza si vive. Finita l’emergenza, finiti i soldi. Bisognava forse ribellarsi anche nei giorni in cui i clan prendevano terre. E il termovalorizzatore di Acerra su cui tanto si discute, che per anni non è stato costruito e ora lentamente sta per realizzarsi? Quel genere di impianto non è dannoso, dichiarano gli oncologi, al centro di Vienna uno simile è persino divenuto un palazzo prestigioso. Certo. Ma in un territorio dove l’indice di mortalità per cancro svetta al 38.4%, chi rassicura la gente che negli impianti verrà bruciato solo quel che si deve? Quale politica saprà mantenere la promessa di massimo controllo in una terra che è stata definita la Cernobyl d’Italia? Il centrosinistra ha creduto di essere immune dalle infiltrazioni camorristiche perché la questione camorra riguardava l’altra parte. Ma non era così. Le porte dei circoli della sinistra si sono aperte ai clan mai come in questi ultimi anni.

E il crimine è stato percepito come un male naturale, fisiologico. La politica ha continuato a presentarsi sempre più come qualcosa di indistinto con l’affare e il crimine. Destra e sinistra uguali, basta mangiare. Il qualunquismo italiano forse non è mai stato così sostenuto dall’esperienza. E oggi occupano, bloccano, non collaborano perché non si fidano più di nessuno.

Non c’è altro da dire e da fare. Togliere, togliere la monnezza subito. Non si può più aspettare. Togliere e poi capire chi ha ridotto così questa terra e accorgersi che i meccanismi che qui hanno portato allo scempio totale sono gli stessi che governano in modo meno mostruosamente suicida l’intero paese. In questi giorni mi è venuta in mente una scena di un racconto di Salamov, forse il più grande narratore dell’aberrazione del potere totalitario. Quando i soldati sovietici misero in isolamento alcuni prigionieri del gulag, tutti invalidi tranne Salamov, pretesero che consegnassero le loro protesi: busti, dentiere, occhi di vetro, gambe di legno. A Salamov che non ne aveva, il soldato, scherzando, chiese: "E tu che ci consegni? L’anima?". "No, l’anima non ve la do" rispose. Prese una punizione durissima per aver difeso qualcosa che fino ad allora credeva inesistente. Questo è il momento di capire se ancora abbiamo un’anima, e non farcela togliere come una gamba di legno. Non consegnarla. Prima che non ci restino che protesi.

OLBIA. Soldi delle armi e della droga della ‘ndrangheta ripuliti in Svizzera e poi indirizzati verso investimenti immobiliari in Gallura dove buona parte degli indagati era di casa. C’è uno spaccato dell’appetito delle cosche mafiose per l’isola nell’ordinanza di custodia cautelare del giudice delle indagini preliminari di Milano Guido Salvini che ha raggiunto, su richiesta del pm Mario Venditti, nove persone accusate di riciclaggio aggravato dal favoreggiamento mafioso e dal reimpiego in attività economiche di somme provenienti da reati. Tra loro nomi di spicco del mondo affaristico che nasconde i suoi segreti in cassette di sicurezza e in conti riservati delle banche elvetiche e

dei paradisi fiscali, ma anche personaggi sardi o comunque di origine isolana. Come Sergio Contu, 42 anni, lo skipper olbiese finito in manette per un episodio legato alla vendita per 330mila euro di un motoscafo Riva, (dietro la quale si nasconderebbe l’occultamento di fondi illeciti), a Salvatore Paulangelo, 44 anni. Paulangelo è un altro arrestato dell’inchiesta milanese, amministratore finanziario con villa a Pittulongu che viene considerato uno dei nomi di spicco dell’inchiesta. E ancora Paolo Desole, figlio di Gavino, anche lui quarantatreenne, cittadino svizzero con alle spalle numerosi guai con la giustizia per traffico di cocaina, e su un conto del quale sarebbero transitati 47 milioni di dollari. E poi tutta una serie di nomi di persone molto note a Olbia per essere imprenditori, proprietari di terreni e hotel, alcuni di loro legati al mondo del calcio, che popolano le 269 pagine del provvedimento di arresto.

Uomo chiave e deus ex machina dei traffici l’avvocato milanese Giuseppe Melzi, 66 anni, ex paladino dei piccoli risparmiatori dopo il crac del Banco Ambrosiano e, a leggere le recenti accuse, spregiudicato manovratore di soldi che hanno portato altri piccoli investitori di società andate in bancarotta a perdere tutti i loro risparmi. Sullo sfondo il panorama dei terreni olbiesi, tra cui 500 ettari di pregio, in cui si muove il nutrito gruppo di procacciatori, imprenditori «indigeni» (parola del gip Salvini) che aspirano a fare l’affare del secolo. In un tourbillon di incontri e telefonate prontamente spiati e intercettati dagli investigatori, nell’arco di un’indagine che si è snodata dal 2000 al 2004.

L’inchiesta

«Il presente procedimento è stato reso possibile ed è giunto ad esiti significativi grazie all’osmosi investigativa tra diverse indagini condotte a partire dal 2003 in Svizzera e in Italia che hanno affrontato reati sicuramente definibili come “transnazionali” essendo l’espressione di un gruppo organizzato di stampo ‘ndranghetistico nato e sviluppatosi originariamente in Italia, ed in particolare nella zona di Mesoraca, in provincia di Crotone, (dove è attiva la cosca Ferrazzo n.d.r) ma che si è ramificato in territorio elvetico non solo per commettere reati in materia di stupefacenti e di armi, spostate tra i due Paesi, ma soprattutto per realizzare un’imponente attività di riciclaggio». Cos scrive il magistrato Salvini secondo il quale «a tale fine è stata allestita in Svizzera, quantomeno dalla fine degli anni ‘90, tramite società finanziarie costituite ad hoc, una sofisticata macchina di ripulitura di somme di denaro provenienti dalle attività criminali “ragione sociale” dell’organizzazione».

Semplice il meccanismo di lavaggio dei soldi: le «lavatrici» allestite dagli indagati sarebbero due società finanziarie la World Financial Services AG (WFS) e la PP Finanz Service GmbH di Zurigo, tra loro collegate, i cui patrimoni erano «caratterizzati da un’assoluta confusione contabile» e dalle quali alcuni degli arrestati avrebbero attinto per arricchirsi personalmente. Infatti, quelle societè che ufficialmente si occupavano di raccogliere capitali, direttamente o attraverso intermediari, da una clientela di investitori svizzeri e internazionali per operare sul mercato Forex, raccoglievano anche «masse di contanti di origine a dir poco incerta». Basti pensare che un’impiegata della WFS ha testimoniato che Paulangelo e altri uomini della stessa società andavano in aereo in Calabria e rientravano con valige di soldi in contanti che venivano messi nella cassaforte e non venivano contabilizzati nel sistema informativo e che alcuni “clienti”, a tarda ora, si presentavano in ufficio con pistole sotto la giacca. La cosca Ferrazzo secondo quanto hanno appurato gli inquirenti, praticamente si serviva delle due società WFS e PP Finanz come contenitore di soldi raggranellati grazie al crimine. Nel 2002 il crac, ma il gruppo di affari ha messo al sicuro il denaro in altre società o negli investimenti immobiliari privati in Sardegna.

Gli investimenti in Sardegna.

Un ruolo fondamentale sul fronte sardo ha svolto Alfonso Zoccola, svizzero trentanovenne. Un «esperto in truffe finanziarie» è definito dal giudice Salvini, consumate proprio

in Svizzera ed entrato nella WFS nel 2001 come socio occulto. Di fatto padrone della societè , Â«è¨ stato il principale elemento di collegamento con i calabresi». È proprio Alfonso Zoccola a tenere rapporti con l’avvocato milanese Melzi, tutelato in Sardegna da un avvocato che ha avuto come cliente Paulangelo. C’è da dire che l’organizzazione diretta a Zurigo da Desole, Zoccola e Paulangelo riciclava circa 1,2 milioni di dollari alla settimana provenienti dal traffico di stupefacenti; soldi che gli investimenti immobiliari potevano far ben fruttare. Zoccola si

recava spesso a Olbia dove con Melzi, secondo quanto emerge dalla documentazione acquisita nel corso di perquisizione alla WFS, era interessato ad un progetto concernente l’intera periferia di Olbia.

Negli uffici della WFS, infatti, sono state ritrovate planimetrie di terreni a Pittulongu e i documenti relativi a un progettato acquisto, sempre a Pittulongu, dell’hotel a quattro stelle «Stefania». In particolare nel faldone dei magistrati sono finite due proposte di vendita e un progetto architettonico per l’ampliamento dell’albergo.

Per i progetti immobiliari il clan avrebbe contattato, in qualità di esperto, un ingegnere olbiese.

Per poter dar corso alle operazioni immobiliari il gruppo di cui era a capo il legale milanese Melzi aveva creato una serie di società: «Dagli accertamenti svolti presso la Camera di commercio - scrive il giudice Salvini -, sono state individuate le società coinvolte nelle operazioni immobiliari in Sardegna, nella zona di Olbia: Agrenas srl, Finmed srl, Gmp srl, Montebello srl, Papo srl, Pasim srl, Sasi srl, Repi srl (giè Tre Sb srl)». Nelle societè , in un intricato giro di partecipazioni, compare più volte il nome di Giovanni Battista Pitta, noto imprenditore olbiese fino a poco tempo fa presidente del Tavolara Calcio quale detentore di quote. Secondo i magistrati di Milano, Pitta da trent’anni è in rapporti con Melzi, che è stato anche suo difensore nel corso di un procedimento penale che si è risolto positivamente. Di Pitta sarebbero state sfruttate capacità e conoscenze per l’acquisto di lotti di terreni, in parte già edificabili e in parte no.

Il gruppo si incontrava spesso ad Olbia, dove Melzi prediligeva pernottare all’Hotel Gallura e da dove sono partite molte delle sue telefonate intercettate dagli inquirenti.

L’indagine ha lambito anche un altro imprenditore di Olbia molto conosciuto che viene citato nell’ordinanza di custodia cautelare in riferimento a Zoccola: Mauro Putzu, ex presidente dell’Olbia calcio.

Un intreccio, quello scoperto dal gip milanese, che dovrà passare sotto ulteriori vagli ma che intanto ha aperto uno squarcio sul sottobosco che si muove intorno alle coste sarde con la criminalità organizzata pronta a reinvestire i propri capitali costruiti sulle attività illecite in progetti turistici di largo respiro.

Postilla

Investimenti della malavita organizzata nelle coste sarde, specialmente in Gallura. Non è una novità. Una circostanza che torna ciclicamente, e anche casualmente, esito di inchieste che seguono altre piste. La compravendita di aree fabbricabili o complessi realizzati spesso per via di piani molto compiacenti agevola in molto casi il riciclaggio di denaro sporco. Da almeno una trentina di anni, come hanno riferito i magistrati in varie occasioni, somme considerevoli transitano da queste parti per diventare pulite case a schiera. È facile immaginare che tanto denaro abbia inciso in modo rilevante nei processi decisionali. Un'altra ragione per sostenere fermamente le ragioni del Piano paesaggistico: lo spreco di luoghi bellissimi è a vantaggio di pochi e succede che che tra questi ci siano mafiosi e camorristi (s.r.)

Due frammenti sul destino della nostra storia nei nostri tempi. Uno. Qualche volta anche Omero dormicchia. L'inserto di «Repubblica» sul '68 si apre stralciando un brano di Umberto Eco: «Il Sessantotto è finito, ed è giusto che lo si giudichi storicamente. Il Sessantotto ha prodotto anche il terrorismo...».

Persino Eco, nostro maestro, viene ridotto a quel riflesso condizionato che nel '68 vede per prima cosa le origini del terrorismo.

Ci vuole molta smemoratezza per non ricordarsi che il terrorismo in Italia comincia con Piazza Fontana il 12 dicembre 1969, una strage di stato che non fu certo «prodotta» dal '68, ma semmai contro il '68 e contro l'autunno caldo.

«È giusto chiedersi, anche dal punto di vista storiografico - continua il brano - che cosa ci sia stato nel Sessantotto che ha prodotto, in alcuni che non hanno saputo riaversi dalla sua crisi la scelta terroristica». Va bene. Ma non sarà giusto chiedersi che cosa ci fosse, e che cosa ci sia, nello Stato di allora e di oggi, che ha prodotto quella strage rimossa? E che relazione ci sia fra la stagione iniziata quel giorno a piazza Fontana e le sciagurate scelte di una minoritaria frazione del movimento che cominciò nel '68 e che continuò, e continua, in tante forme che con gli assassini non hanno avuto niente a che fare?

Due. Buone notizie dal Partito Democratico: si sono scordati di mettere la resistenza e l'antifascismo nella carta dei valori del nuovo partito. Secondo alcuni esponenti della nuova formazione politica si è trattato di una «dimenticanza», che a richiesta potrà essere bonariamente sanata con una frase o due, tanto c'è posto per tutti, e nascere sulla dimenticanza è un buon viatico per un partito nuovo. Secondo altri è una cosa logica: un senatore spiega che il PD si fonda sul «presupposto che la storia del '900 è finita, e con lei le sue ideologie: il fascismo oltreché il comunismo». Perciò «l'antifascismo in quanto ideologia politica è anacronistica come il fascismo». L'una e l'altra per noi pari sono.

Il '900 sarà finito, ma se uno va sul sito di Forza Italia trova messaggi che incitano i vertici: «Prendete il potere, anche contro la Costituzione, non parlate più, altrimenti i parassiti cresceranno, agite»; «Ci vogliono le maniere forti altro che le elezioni». L'antifascismo sarà obsoleto, ma il fascismo no: a Roma i fascisti aggrediscono, si prendono la Consulta degli Studenti, si preparano a marciare l'8 febbraio. Piero Terracina, ex deportato di Auschwitz-Birkenau, chiede al Pd una esplicita condanna del fascismo e del nazismo per evitare che «in nome della pacificazione, vittime e carnefici vengano equiparati». Ma che vuole? La Shoah è successa nel '900, è una storia finita, siamo in un altro millennio, tanto vale dimenticarsi anche di quella.

Tre. Un sindacalista della Cisl chiede alla Rai di bloccare il film di Francesca Comencini sulla fabbrica perché gli pare che faccia vedere troppi comunisti. Nel gioco delle obsolescenze, il '900 si porta via l'antifascismo e lascia rifiorire il fascismo; si porta via il comunismo ma l'anticomunismo no. Nello spazio di due giorni, aboliamo dalla memoria tutti quelli - studenti, partigiani, comunisti - che hanno provato a immaginare un mondo diverso. Nell'Unione Sovietica, si cancellavano i gerarchi in disgrazia dalle foto ufficiali. Noi invece celebriamo compunti la Giornata della Memoria. Orwell, al confronto, era un dilettante.

Non è la prima volta che gli italiani e i loro politici, quando arrivano al culmine della scontentezza di sé, guardano oltre le proprie frontiere e credono di trovarvi straordinari modelli di governo o straordinari uomini-guida: da invidiare o corteggiare, adorare e imitare. Oggi sono alcuni nomi che suscitano questi sentimenti d’invidia e adorazione, perché negli animi c’è sete di nomi più che di programmi, di uomini forti più che di istituzioni durevoli. Se solo avessimo un Sarkozy, se solo avessimo Angela Merkel, potremmo curare tanti nostri mali, se non tutti. Potremmo fare come il primo, che ha inventato la parola d’ordine della rottura e le ha dato sostanza aprendo il governo a personalità di valore del campo avversario. Potremmo fare come la seconda, che dal 2005 regna con la socialdemocrazia e ottiene con essa non pochi successi. Zapatero in Spagna non raccoglie consensi unanimi, perché il suo rapporto con la Chiesa è giudicato eterodosso, ma la costante sua tenacia risveglia analoga ammirazione emulativa.

Guardare oltre le proprie frontiere e mettersi alla ricerca di esempi è un’attività che può aiutare, ma a condizione di guardare da vicino i modelli che s’inseguono e di provare a capire come funzionano e perché. È questo sguardo profondo che in Italia manca, non solo a governanti e oppositori ma alla maggior parte dei partiti e a chi nella società civile si occupa della cosa pubblica e l’influenza.

L’attrazione che proviamo verso Sarkozy o la Merkel o Zapatero nasce da un singolarissimo miscuglio di invidia, di esotismo, e di quella che i latini chiamavano incuriositas. L’Italia è enormemente affascinata da quello che accade in Europa, ma a queste realtà esterne non guarda con autentica voglia d’immedesimarsi, con curiosità di sapere e comprendere. L’estero ci ammalia ma in maniera del tutto frivola, approssimativa: lo sforzo di conoscerlo davvero, di accumulare informazioni e fatti, è tanto striminzito perché è al tempo stesso strumentale ed effimero. In queste condizioni gli esempi esterni sono inservibili, così come sono inservibili le discussioni sui sistemi elettorali altrui, di cui abbiamo fatto ormai una marmellata. L’Italia incuriosa non vede e non vuol vedere quel che fa la vera forza di Sarkozy, della Merkel, di Zapatero. Proviamo dunque a esaminare questi idoli, nella speranza che qualche curiosità non frettolosa si accenda.

Sarkozy, innanzitutto. È descritto come un politico dotato di notevoli muscoli: qualcosa che mancherebbe sciaguratamente in Italia. Sarkozy è brillante, attivo, inventivo, e inoltre possiede energie eccezionali e una volontà ferrea. Ma se si osserva da vicino la sua forza, si vedrà che i muscoli in Francia non sono nell’uomo, bensì nelle istituzioni. Naturalmente anche qui c’è impazienza di correggere le istituzioni, per il peso troppo marginale che conferiscono al Parlamento. Anche qui viene criticato un sistema elettorale - il maggioritario a due turni - che ha vistosi difetti: un personaggio centrista come Bayrou, ad esempio, non riesce a trovar spazio anche se molto popolare nei sondaggi. Nonostante questo Sarkozy è oggi un Presidente legittimato, incisivo: se lo è, è perché ha come spina dorsale la Quinta Repubblica, che De Gaulle decise di sostituire nel 1958 al regime instabile dei partiti e ai veti reciproci in Parlamento che caratterizzarono la cosiddetta Quarta Repubblica.

Quel che i francesi hanno, e che gli italiani non hanno, è una memoria vivissima dei propri errori passati: non solo quelli che risalgono alle guerre tra europei, ma quelli commessi nella democrazia postbellica. Le parole che Jean Monnet pronunciò a proposito dell’Europa valgono come regola di vita quotidiana della politica e spiegano anche il nascere della V Repubblica: «L’esperienza di ciascun uomo è qualcosa che sempre ricomincia da capo. Solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e da questa esperienza, da questa saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole potranno vedere non già come la propria natura cambi, ma come il proprio comportamento si trasformi gradualmente». È soprattutto l’istituzione che assicura il progresso, e che dà efficacia e tempi lunghi alle individualità.

Osservazioni simili si possono fare sulla Grande Coalizione di Angela Merkel: coalizione che nessuno dei protagonisti avrebbe voluto, nel 2005, ma che s’impose perché nessuno dei due aveva in parlamento una maggioranza, neppure d’un voto (con un voto in più sia la Merkel che Schröder avrebbero governato senza esser ritenuti illegittimi: anche questo consentono le regole tramutate in comune patrimonio). Se la Grande Coalizione oggi funziona, se è vissuta come strada impervia ma obbligata e obbligante, è perché in Germania esiste una cultura della stabilità, e un attaccamento a governi forti, le cui radici sono caparbie e resistenti. Anche qui c’è memoria vivissima di errori e peccati commessi in passato, su cui i tedeschi hanno meditato a lungo, producendo la stabilità economica e politica di cui si nutrono. C’è il ricordo di Weimar, con i suoi governi debolissimi e il peso abnorme esercitato da forze extraparlamentari. Ma ci sono anche le colpe accumulate negli anni della Repubblica federale: il dominio e protagonismo di singoli partiti, l’avidità di potere che prevale sugli obblighi di lealtà assunti davanti all’elettore. Sono vizi che sempre incombono, ma che stanno lì nell’animo dei tedeschi come memento non aggirabile.

È interessante osservare quel che sta succedendo dopo le elezioni in Assia e Bassa Sassonia: i democristiani scendono, e ai fianchi della socialdemocrazia si va formando una sinistra radicale che cresce a Est ma anche nei Länder occidentali. I socialdemocratici sono al bivio, e per evitare una grande coalizione devono decidere con chi allearsi (Verdi e Liberali, oppure nuova sinistra). Non si sa cosa accadrà, ma assai significativi sono i ragionamenti che vengono fatti da politici e commentatori. L’alleanza con la sinistra radicale è giudicata alla luce della storia, dunque dell’illiberale Germania comunista. Ma anche l’alleanza dei socialdemocratici con i Liberali crea imbarazzo, urta tabù. I Liberali hanno il diritto di cambiare alleanze, dopo aver promesso agli elettori di non farlo? Questo diritto non ce l’hanno, scrive la Frankfurter Allgemeine, perché «ancora grava su di essi l’etichetta di partito-voltagabbana (Umfallerpartei) attribuito loro nel 1961», quando il partito infranse la promessa di non governare mai più con Adenauer e si decise ad appoggiarlo, avendo ottenuto la garanzia di poterlo sostituire ai comandi dopo un certo tempo. A distanza di ben 47 anni, quel peccato di slealtà elettorale pesa ancora!

Zapatero, infine. Da quando è al potere, il Premier è impegnato in una lotta dura con la Chiesa, anche se più prudente di quel che viene raccontato. Anche qui la memoria conta, è un ingrediente del futuro che il Paese approva dopo il patto dell’oblio voluto da González: una memoria assente nella Chiesa, incapace di analizzare le sue responsabilità ai tempi di Franco, e su cui si fonda la popolarità di cui godono le misure laiche del Premier. Luigi La Spina nella sua inchiesta su La Stampa ha descritto bene la forza del leader spagnolo. Può anche darsi che Zapatero perda le elezioni, il 9 marzo. Ma la laicità non sarà abbandonata, e anche se la destra s’aggrappa alla Conferenza episcopale spagnola, priva com’è di idee e alle prese con una rivoluzione conservatrice americana fallita, «nessuno si sogna di cancellare tutte quelle riforme introdotte da colui che, in Italia, viene dipinto come un pericoloso mangiapreti» (La Stampa, 1 febbraio).

Questi esempi mostrano una realtà diversa da quella usualmente descritta. Non è vero in primo luogo che in Italia c’è un’overdose di commemorazioni: come ha scritto Arrigo Levi, ieri su questo giornale, la memoria è semmai troppo corta, e un futuro diverso è difficile perché abbiamo insufficiente ricordo del passato. La memoria è da noi un rito formale non perché sovrabbondi, ma perché è cagionevole, svogliata, e appunto incuriosa. Non sono solo fascismo e nazismo a insegnare poco. Non insegnano neppure le esperienze di Tangentopoli, i danni causati dall’abitudine così inestirpabile all’illegalità, all’impunità, ai particolarismi, alla violazione della Costituzione. L’Italia «è un Paese senza memoria e verità», diceva Sciascia, e probabilmente è per cominciare a coniugare queste due virtù che una persona come Gherardo Colombo ha deciso nel febbraio 2007 di dimettersi da magistrato e di insegnare ai giovani la cultura della legalità che tanto ci manca. In Italia le colpe antiche e recenti non sono riconosciute come colpe, non c’è stata catarsi d’alcun tipo, e non stupisce dunque che non esista - come afferma Jacques Attali su La Repubblica - il ricambio di generazioni avvenuto altrove. Da errori e colpe si può uscire con l’uomo forte o con istituzioni e regole possenti, capaci di durare più degli uomini e di assorbire cambi di generazione anche bruschi. Imboccare questa seconda via non trasforma certo la natura delle persone ma - Monnet ha ragione - trasforma alla lunga i comportamenti e gradualmente ci darà non uomini forti, ma uomini nuovi.

La settimana si conclude con un netto successo di Berlusconi: si va alle elezioni al più presto. Berlusconi, ha ripetuto, con Veltroni, il giochetto che con la bicamerale aveva fatto con D'Alema: ha avuto da Veltroni la legittimazione a trattare per un leale accordo tra grandi potenze e poi ha fatto lo sgambetto. E, con tutta probabilità, complice di questo gioco la Confindustria di Montezemolo, la quale, dopo essersi fatta apprezzare dal centro-sinistra per la sua resistenza alle elezioni, si è repentinamente schierata a fianco del Cavaliere, dicendo che era impossibile evitare il voto al più presto.

In sostanza il fronte padronale si è ricompattato e sfida un malandato e diviso centro-sinistra al voto, forte (Berlusconi) del fatto che il centro-sinistra è stato già abbandonato dagli alleati di destra (Mastella e Dini) e che le forze della sinistra (si dice radicale) sono mortificate e scontente e soffrono delle pulsioni astensioniste del loro elettorato.

Siamo già al confronto elettorale e lo schieramento di centro-sinistra ci arriva piuttosto malmesso e senza una piattaforma unificante e credibile. In queste condizioni la prospettiva - rebus sic stantibus - è quella di una pesante sconfitta elettorale e di un regime clerico-liberista, come non si è avuto neppure nei momenti di maggior forza della Democrazia cristiana (De Gasperi non era un succubo del Vaticano mentre oggi Ruini e anche Bagnasco sono in cattedra).

Allo stato dei fatti queste prossime elezioni annunciano una vittoria della destra, ripeto, clerico-liberista nei confronti di un centro-sinistra che è sempre più centro e meno sinistra e di una sinistra che però non riesce a liberarsi delle dispute elettorali (quanti parlamentari hai tu e quanti io?) e darsi un programma di rinnovamento sociale e politico e soprattutto culturale. In tutto questo c'è la riprova (e dalle colonne del manifesto possiamo dirlo) della debolezza o inconsistenza di tanti attuali leader che si erano formati nel Pci non tanto per gli obiettivi del comunismo, ma per la subalternità all'Unione sovietica. Per molti di questi attuali dirigenti di sinistra la caduta del muro è stata come la fine del (loro) mondo.

E per venire al punto o, meglio, a una conclusione parziale e provvisoria dobbiamo dirci che da questa crisi non si esce con le astuzie tattiche dei politicanti, ma solo con l'impegno a rinnovare la propria cultura, a fare una seria analisi della società, del lavoro, della mondializzazione. Se ne può uscire solo rendendosi conto che la sovranità del mercato (e poi bisogna vedere di chi) annulla la sovranità della politica e riduce lo stato al ruolo di consiglio d'amministrazione di un condominio.

Siamo alla vigilia di un difficilissimo scontro elettorale, cerchiamo di ritrovare le armi della sinistra, del socialismo e del comunismo. Se vogliamo combattere con le stesse armi di Berlusconi andremo a una sicura sconfitta.

“Un’occasione decisiva per segnare una svolta nella vita della nostra collettività”. “L’inizio di una rifondazione ecologica del Paese, la prima pietra di una nuova Italia”. Giovanni Valentini, dalle pagine di Repubblica del 28 gennaio, non nasconde l’entusiasmo per quello che non esita a definire “un moderno rinascimento civile”. Poi si rende conto, abbassa il tiro e aggiunge “o quantomeno una fase virtuosa nella gestione dell’ambiente”.

A cosa si deve tutta questa estasi? Pensate, all’ennesima revisione del Codice dei Beni Culturali, che avrebbe il pregio di riaffermare la competenza dello Stato nella tutela del paesaggio.

Bene. L’entusiasmo fa sempre bene, e vorremmo poterlo condividere. Purtroppo il nuovo “rinascimento civile” di cui vagheggia Valentini non è proprio dietro l’angolo e la revisione del Codice dei Beni Culturali sembra l’ennesima caricatura delle gloriose leggi di tutela del 1939, predisposta da chi ignora – pressoché completamente – il lavoro di trincea svolto ogni giorno dalle soprintendenze.

I nuovi 184 articoli del Codice – praticamente tutti – non sono noti, ma a leggere l’articolo di Valentini sembrerebbe che la principale novità – che poi novità non è - consista nell’attribuire alla soprintendenze il compito di autorizzare le trasformazioni del Paesaggio.

La legge 1497 del 1939, varata dopo un dibattito culturale di alto respiro, già assegnava alle Soprintendenze questo compito e già il regolamento del 1940 indicava nel “piano paesistico” il mezzo per prevedere, graduare e valutare gli effetti sul territorio della sommatoria delle singole trasformazioni, limitando, tra l’altro, il potere discrezionale di chi avrebbe rilasciato le autorizzazioni, con evidente vantaggio per la certezza del diritto.

Dunque, nessuna novità. La vera novità è l’ammissione del fallimento di un malinteso spirito di democrazia e decentramento che portò, dal ’77 in poi, ad attribuire il potere di autorizzare le trasformazioni del paesaggio, a quegli stessi soggetti – i comuni – che in tanti casi si sono resi corresponsabili dei peggiori guasti ambientali. Insomma, fu come affidare le pecore al lupo e non è un caso che la peggiore, estesa ed incontrastata devastazione del territorio nazionale sia avvenuta in a partire da quegli anni e fino al parziale recupero di competenze operato, nel 1985, dalla benemerita legge Galasso. La recente, ennesima proposta di modifica del Codice assume, dunque, il sapore rancido di un tardivo ravvedimento operoso.

Ma andrebbe anche bene, e potrebbe addirittura essere convincente se appena gli estensori dell’ultimissima versione del Codice si fossero soffermati ad analizzare lo stato di pietoso degrado in cui versa l’amministrazione periferica del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Quella, cioè, che dovrebbe metter in pratica i nuovi-vecchi principi di tutela.

Personale insufficiente, invecchiato e mal pagato, ma tutto indistintamente “riqualificato”, cioè slittato verso profili superiori, con conseguente assenza totale delle figure una volta definite “ausiliarie”. Cronica carenza di fondi, anche quelli necessari per la vigilanza, sedi insufficienti, pericolose e malsane, mancanza di attrezzature, di cancelleria, perfino della carta igienica. Eppure, con il regolamento di riforma del Ministero, approvato solo qualche mese fa, non si trova di meglio da fare che spezzettare gli uffici periferici, duplicando evidentemente i costi. Cui prodest?

Le soprintendenze stanno morendo. Lentamente, senza darlo a vedere, stanno morendo, assassinate da scelte politiche distratte, inadeguate, spesso autocelebrative. Ma mentre le soprintendenze muoiono, mentre la normativa italiana si arricchisce, ogni giorno di più, di norme derogatorie che consentono a chiunque di realizzare qualsiasi cosa ovunque, mentre i provvedimenti di tutela emessi dalle soprintendenze vengono impallinati dagli ipergarantisti tribunali amministrativi, mentre, insomma, il paesaggio va a puttane e, con esso, il Bel Paese, l’orchestrina del Mibac-Titanic, con l’acqua alle ginocchia, continua a suonare “Nearer, My God to Thee”.

Dunque, ancora un nuovo Codice, con effetto salvifico incorporato. Nuovo, o lavato con Perlana? Vedremo.

L’autore è coordinatore del settore per il paesaggio delle Soprintendenza per i B.A.P.S.S.A.E. di Salerno e Avellino

Giorgio Salvetti, Tutti i mercanti alla fiera di Letizia

Milano vestita a festa accoglie e coccola i commissari che a marzo decideranno dove si terrà fra sette anni l'esposizione universale. Il sindaco Moratti e tutto il paese rischiano di perdere, ma la città è già un enorme cantiere a cielo aperto che macina decine di miliardi di euro

Per il sindaco Moratti è l'ultima occasione. Si vince o si perde. Il 31 marzo, a Parigi, si deciderà se l'Expo 2015 si terrà a Milano o a Smirne (Turchia). In questi giorni il capoluogo lombardo si gioca tutto. Sono arrivati a Milano i 140 commissari del Bie, l'intero comitato giudicante. Passeranno gradevoli giornate di turismo e shopping. Oggi gran galà con ballo in maschera e visita a San Siro per vedere l'Inter. E domani, convegno al Museo della Scienza e della Tecnica con i ministri D'Alema, Rutelli e Bonino. Ospite d'onore Jacques Attali, l'uomo per le riforme di Sarkozy.

Vincere a tutti i costi

Mai come oggi la vittoria appare tutt'altro che scontata. Questioni geopolitiche: molti paesi non intendono scontentare la Turchia, per ora fuori dall'Europa e la Cina preme per favorire il porto di Smirne. Sulla carta i voti per Milano ci sono, o almeno c'erano. Ma l'entrata di 40 nuovi membri nel Bie non favorisce Milano: basta pochissimo perché il verdetto sia ribaltato, e le diplomazie vociferano di compravendita di voti. «E' un po' come il voto di fiducia al Senato», esagerano alcuni. A proposito, la caduta del governo certo non aiuta, per non parlare della crisi di Malpensa. Vittorio Sgarbi, assessore alla cultura di Palazzo Marino, è pessimista, e non è il solo. Ma Letizia Moratti su Expo ha puntato tutto. Perdere sarebbe una sconfitta quasi irrimediabile, un grosso problema anche e soprattutto per tutti coloro che grazie alla spinta di Expo contano di fare affari da miliardi di euro costruendo e facendo fruttare al massimo i terreni di Milano e hinterland. E sì, perché se è difficile negare che Expo sia un'occasione da non perdere, è anche evidente che intorno all'Expo ruotano tutti i colossali progetti di trasformazione della città. Affari enormi, ma per pochi privati. Costruire, ovunque e comunque, e troppo spesso con poco rispetto per il verde, per la vivibilità, e senza un euro per l'edilizia popolare (gli affitti a Milano, solo negli ultimi sei mesi, sono saliti del 2,7% a fronte dell'inflazione all'1,8%: in media, 932 euro al mese per una casa di 65 metri quadri). Questo è il risulato della politica dell'ex sindaco, Gabriele Albertini, il quale ha dato il benestare a grandi operazioni immobiliari in totale assenza di un piano generale e in mancanza di consultazioni democratica. Il sindaco Moratti, prima ancora di cominciare, si è trovata così i cantieri già aperti e i cittadini imbufaliti. Che fare? Ecco l'idea geniale: candidarsi per l'Expo. Moratti ha mostrato tutta la sua abilità politica, mediatica e imprenditoriale. Grazie alla sua «trovata», in un colpo solo ha incassato l'appoggio incondizionato del governo Prodi, della Provincia di centrosinistra e del competitor Formigoni, e si è lanciata sulla piazza nazionale e internazionale. Ha azzittito la sua maggioranza divisa sull'ecopass, e di fatto ha cancellato l'opposizione. Cosa non meno importante, è riuscita a dare l'impressione di una gestione unitaria dei progetti disaggregati, e contestati, approvati da Albertini.

I numeri di Expò 2015

Ma cos'è Expo? Sei mesi di fiera, tra sette anni. Un tema appetitoso e molto made in Italy: «Nutrire il mondo. Energia per la vita», grande kermesse dell'alimentazione e dell'agricoltura contro la fame nel mondo; con strizzatina d'occhio all'ambiente: tutto sarà a impatto zero con un importante potenziamento dei trasporti pubblici (a fare da garante Legambiente). Una promessa fa ancora più gola: «Il 90% delle strutture rimarranno a servizio della città». Non basta? Allora: 65 mila posti di lavoro, 7 mila eventi, 160 mila visitatori al giorno, per un totale di 29 milioni in sei mesi. Cifre forse troppo ottimistiche, ma irresistibili per qualsiasi città del mondo. La location di Expo è in progetto accanto alla nuova fiera di Rho-Pero: 1,7 milioni di metri quadri per i nuovi padiglioni, una torre e la nuova fermata della Tav Torino-Milano, per un investimento di 1,4 miliardi di euro. Il tutto in project financing, con investimenti da privati, Governo, Regione, Comune Provincia e soprattutto Ue. Di contorno, è previsto un gigantesco piano di infrastrutture. Si parla di 11 miliardi di euro per un giro d'affari che potrebbe arrivare a 34 miliardi di euro. Tra le opere strettamente connesse figurano una nuova linea della metropolitana, la terza pista di Malpensa (per quali voli, a questi punti non si sa...), e le strade (tanto per non scontentare gli automobilisti): Pedemontona, BreBeMi (Brescia-Bergamo-Milano), Broni-Mortara, e l'anello tangenziale esterno. C'è dell'altro. Verranno recuperati 124 mila posti letto (nuovi alberghi), per finire con l'improbabile opera faraonica di ispirazione leonardesca: una via d'acqua che da Rho porta ai Navigli. Su tutto, naturalmente, milioni di metri cubi di cemento.

E qui Expo ricorda molto i progetti di speculazione dell'era Albertini. Il sito accanto alla nuova fiera di Rho, che a pochi anni dall'inaugurazione è già in crisi, sorgerà su un'area di 1,7 milioni di metri quadri di proprietà per 2/3 della Fondazione Fiera e per 1/3 della famiglia Cabassi. L'affare è semplice: l'area sarà gratuitamente disponibile per Expo, e in cambio, al termine della fiera, i terreni torneranno ai privati trasformati da agricoli in edificabili. Un business miliardario.

Il cantiere Milano

Ma Rho-Pero è niente rispetto al «radicale processo di rigenerazione urbana» già in atto. Secondo Legambiente, negli ultimi 15 anni, a Milano, 30 progetti hanno trasformato 11,248 milioni di metri quadri di territorio, in 40 anni Milano ha consumato il 37% delle aree agricole: un record in Europa. Le aree dismesse sono ancora immense, le altissime rendite del mattone attirano i privati e il pubblico si limita a fare da sponda. Expo potrebbe fungere da propulsore per progetti già approvati, gli stessi che hanno incontrato l'opposizione dei cittadini. Piani edilizi da miliardi di euro per l'80% finanziati dalle banche: il Sole 24Ore parla di debiti per 7 miliardi.

Alla vecchia Fiera, in piena città, è in stand by il progetto Citylife. Su un'area di 225 mila quadrati, venduta per 583 milioni di euro da Fondazione Fiera ai privati, è prevista la costruzione di tre grattacieli firmati dagli architetti Isozaki, Hadid e Libeskind. Gli indici di edificabilità sono stati appositamente raddoppiati. L'operazione è gestita da Generali, Ras, Lar, Lamaro e Progestim (ovvero Ligresti). Investimenti per 2 miliardi di euro finanziati da una cordata di banche (Mediobanca, Popolare Milano, Capitalia, Banca Intesa) coordinate dalla tedesca Eurohypo. Per ora è tutto fermo. Il comitato di cittadini della zona, «Vivi e progetta un'altra Milano», chiede di spalmare le volumetrie su un'area maggiore. «Ho l'impressione che fino a marzo, e cioè fino alla scadenza per la candidatura di Expo - dice Ronaldo Mastrodonato - tutto resterà fermo». Altro progetto strenuamente avversato dalla cittadinanza del quartiere Isola è la cosiddetta «città della moda» in zona Garibaldi-Repubblica, nelle mani della americana Hines: costo complessivo 2,5 miliardi. A Santa Giulia (Rogoredo) costruisce invece il gruppo Zunino. A Sesto San Giovanni, su progetto di Renzo Piano, ancora Zunino investe 4 miliardi di euro su un'area di 1,3 miliardi di metri quadri delle ex acciaieria Falck (anche qui, indici di edificabilità raddoppiati). E' poi in progetto la costruzione dell'istituto di ricerca di Veronesi, il Cerba, sui terreni agricoli del Parco Sud. E ancora, la probabile riqualificazione dell'area dell'Ortomercato (non a caso appena «visitato» dalla Finanza con una retata) e delle aree dismesse delle ex stazioni delle Ferrovie (1,5 milioni di metri quadri, trasformati in aree edificabili senza alcun vincolo purché Fs costruisca il secondo passante ferroviario, un altro buon affare).

Chi dice sì, chi dice no, chi dice nì

Soldi e cemento contraddicono i buoni propositi ecologisti di Expo. Ma come dire no a una simile occasione di sviluppo? Insomma, stiamo parlando solo di un modo più elegante per continuare l'opera di deregulation urbanistica, oppure del meritevole tentativo di darle almeno una qualche forma di coordinamento pubblico? Sergio Brenna, urbanistica del Politecnico, non ha dubbi. «Nell'inquadramento urbanistico del 2000 - spiega - l'area di Rho era destinata a un intreccio di parchi e servizi e invece diventa edificabile. Stanno preparando il piano di governo del territorio ma la valutazione ambientale strategica non si fa. Tutto si riduce a una somma di operazioni contingenti». Nettamente contrario Luca Trada del comitato NoExpo, che domani consegnerà un dossier ai delegati Bie. «Expo è un grande affare, una fiera dei e per i privati che trasforma la città in un grosso mercato a scapito del verde e della vivibilità». Più possibilista, invece, il consigliere verde a Palazzo Marino Maurizio Baruffi: «Non si tratta di dire no, si tratta di vedere come verrà realizzato Expo. Per quelli che temono che sia la fiera delle industrie agroalimentari pro Ogm, ricordo che nel comitato scientifico c'è Carlo Petrini (Slow Food). Per quanto riguarda il nesso con gli altri progetti edilizi, come Garibaldi-Repubblica, va detto che sono già stati approvati prima di Expo. Bisogna che davvero sia l'occasione per incentivare i mezzi pubblici, per garantire uno sviluppo diverso, ma non si può dire no a priori. Se Milano dovesse perdere sarebbe una sconfitta per tutti». Il mondo del lavoro, ovviamente, deve starci. Non si oppone Antonio Lareno, segretario della Cgil di Milano. «La Cgil non è contraria ma vigile - spiega - per quanto riguarda gli indici di edificabilità e per quanto riguarda il lavoro. Abbiamo firmato con la Moratti un memorandum che istituisce un tavolo con i sindacati, contro il lavoro irregolare e per la sicurezza dei lavoratori. Bisogna dire che la Moratti ha inaugurato un nuovo modello di partecipazione neo-corporativa che esclude il consiglio comunale ma che coinvolge gli altri enti, sindacato compreso». Più disarticolata la posizione del Prc, più o meno contrario a seconda delle varie anime. Luciano Muhlbauer, consigliere regionale, è contrario: «Non si tratta di un no pregiudiziale, ma così com'è Expo non è un'occasione di riqualificazione per chi vive in città ma solo un'opportunità per i costruttori. E' evidente che sponsorizza una gestione urbanistica negoziata e non programmata, con probabili leggi speciali che aprono la pista a ulteriori libertà di manovra. Quanto alle promesse sulla tutela dei lavoratori, di tavoli ne ho visti...ma poi c'è la realtà: in Lombardia il 50% del lavoro è irregolare, e basta ricordare cosa è successo nei cantieri della nuova Fiera tra infiniti subappalti».

Alle stelle, o alle stalle

Mancano due mesi al giudizio finale. Se Milano perderà sarà un mazzata, soprattutto per Lady Letizia che rimarrà qui a bocca asciutta: le elezioni sono alle porte e Formigoni è già ministro. Se vincerà, invece, le sue quotazioni saliranno alle stelle e avrà gioco facile a travestirsi da simbolo della Milano che cresce e trascina l'immagine dell'Italia fuori dalla monnezza. E se sarà una valagna di soldi e di cemento, sarà difficile fermarla.

Luca Fazio, L'altra Moratti, un'altra Milano

Si tratta forse della più grande trasformazione di un'area urbana a livello mondiale, un vortice di miliardi che è difficile anche solo quantificare. Dunque, come si fa ad essere contro l'Expo? Lo chiediamo a Milly Moratti, storica pasionaria dell'ambientalismo milanese, figura di spicco «prestata» al Partito democratico, nonché cognata del sindaco che in queste ore si sta giocando il tutto per tutto.

L'occasione da non perdere, dicono tutti.

Può darsi. Ma noi, intendo dire la cittadinanza, non abbiamo ancora capito in che cosa consiste questo progetto strategico. Milano è stata oltraggiata e bloccata per molto tempo, questo è vero, ma in tutti questi anni di frenetici lavori in corso ci sembra di non aver scorto alcuna idea di città. Ci hanno raccontato che grazie a colossali finanziamenti ci saremmo ritrovati una città ricostruita senza spendere soldi, ma siamo sicuri che tutto ciò sia nell'interesse pubblico dei cittadini?

La sinistra, come sempre, è divisa e comunque non ha un'idea diversa di città.

Non c'è il coraggio di pretendere l'elaborazione di un progetto condiviso dai cittadini, è come se non ci sentissimo all'altezza di confrontarci con i portatori di interessi forti. La sinistra è in soggezione. I costruttori hanno tutto il diritto di costruire, ma è compito dell'amministrazione studiare piani più equilibrati nell'interesse di chi vive la città. I cittadini hanno bisogno di politici che non siano deboli rispetto al dovere di emanciparsi dai poteri economici e finanziari.

Si dice che l'Expo serve a far da volano ai vecchi progetti già in fase di realizzazione che sono stati e sono contestati.

Ma certo. Di per sé l'Expo non è cosa buona né cosa cattiva, ma bisogna rivalutare tutte le situazioni. Purtroppo stiamo ancora partendo dai soliti progetti già in corso d'opera, e sono frammentati, discutibili, e non incontrano il favore dei cittadini. Il Comune sta gettando il cuore oltre l'ostacolo per ottenere i finanziamenti ma non ha ancora elaborato un piano strategico. Avere a disposizione fondi importanti è positivo, ma mi spaventa questo voler attrarre tutto senza aver sviluppato una visione complessiva della città. Stiamo solo pensando ad acquisire i voti per battere Smirne, invece, Expo o non Expo, bisogna impegnarsi per la revisione del progetto strategico per Milano.

Altra obiezione. Di fronte a un'immagine dell'Italia piuttosto desolante, molti sostengono che Milano in qualche modo è una realtà che si muove e guarda al futuro...

Ma bisogna muoversi bene, agitarsi scompostamente potrebbe risultare dannoso. Mi dispiace constatare che la gran parte della città non abbia partecipato alla formulazione di idee e speranze per risolvere problemi fondamentali. Esempio: sappiamo cosa potrebbe significare per Milano un aumento considerevole del volume di traffico?

Milano o Smirne?

Sono esterrefatta. Sembra una tombola. Se è con questi metodi che si offrono le occasioni di crescita ai paesi del mondo, questo mondo mi spaventa. Del contenuto fondamentale dell'Expo - l'alimentezione del genere umano - si discute poco. Stiamo andando incontro agli Ogm, oppure stiamo pensando a un'agricoltura di prossimità? Niente di tutto questo, stiamo solo discutendo su come conquistare il voto delle Maldive o di altre isole strane. Se le cose stanno così, è come puntare sul rosso o sul nero, la spunterà il più furbo...

Quanto peserà sulla carriera del sindaco una eventuale sconfittà?

In questo caso, tutti, seriamente, dovremo ricominciare a pensare alla città, alla salute di chi la vive, ai bambini, la rapacità di voler attrarre tutto ad ogni costo deve essere sostituita dalla volontà di ascolto dei milanesi.

Cosa dirà ai commissari del Bie che oggi vanno a San Siro a vedere la sua Inter?

Non lo so, il calcio è un linguaggio universale, probabilmente si divertiranno...

Nota: per chi se lo fosse perso, qui il documento del Comitato No Expo (f.b.)

In maniera non convenzionale voglio parlare di una iniziativa interessante a cui mi è capitato di partecipare e intervenire, il convegno «Ambientalismo del fare» organizzato dal Pd a Firenze. Credo sia importante un’impostazione “positiva” delle politiche ambientali, in un clima innovativo, di svolta, che qualifica e riscatta la politica riformista da un ambientalismo ristretto e localistico con cui ci troviamo troppo spesso a fare i conti e che tende a esprimersi in cartelli del no. Tuttavia, mi pare che si debbano rilevare due problemi su cui è bene proseguire la discussione.

Il primo, di carattere generale, riguarda le politiche sui beni paesaggistici e il codice Settis, positivo per alcuni, assolutamente da rigettare per altri in quanto - cito le parole del presidente della Regione Toscana Claudio Martini - «un micidiale passo indietro che ci condanna all’arretratezza». Siccome le posizioni di Claudio Martini sono anche quelle delle altre Regioni e delle autonomie locali, credo sia giusto che il Pd apra una seria discussione, senza abbandonarsi a visioni e a timori centralistici.

La seconda questione riguarda una discussione più specifica sulla Toscana e i gruppi dirigenti del Pd e un rilievo critico su alcune dichiarazioni di Dario Franceschini che, a me che ho sostenuto che la Toscana non vuole essere solo la regione del “lardo di Colonnata”, ha ribattuto che gli imprenditori che fanno prodotti di nicchia rappresentano il nostro biglietto da visita vincente, lardo di Colonnata in testa. Ora, lasciamo in pace il lardo che è innocente, attività benemerita e gradita, ma se Franceschini, ferrarese, si sentisse dire che il biglietto da visita dell’economia emiliana è rappresentato dall’aceto balsamico, forse avrebbe anche lui da obiettare.

Dietro la discussione “lardo di Colonnata e sviluppo toscano”, si nasconde un problema che trovo utile riproporre quale riflessione a proposito del rapporto tra Pd toscano e nazionale. La Toscana non è l’Arcadia, terra di buen retiro, buona solo per i fine settimana di turisti d’elite e ospiti illustri, ma una regione moderna. Che vanta eccellenze di tipo industriale, dal Nuovo Pignone alle imprese postindustriali e postdistrettuali fino al polo siderurgico di Piombino.

Intorno a Firenze esiste il terzo polo metalmeccanico del Paese, tra Firenze e Pisa si trova il secondo polo della ricerca scientifica italiana. La parola chiave a me pare "innovazione" e ciò riguarda il complesso della regione: produzioni tipiche, industria, terziario. Aggiungo anche innovazione ecologica e ambientale. Siamo un pezzo di Italia di oggi e solo con una iniezione di dinamismo potremo fare buone politiche per un territorio capace, in grado di porsi in modo sostenibile e competitivo in Europa e nel mondo.

In ampi settori dell’opinione pubblica progressista invece, e anche nel Pd, esistono della Toscana immagini lusinghiere ma troppo ristrette e contemplative che alla fine rischiano di creare qualche equivoco di non poco conto con i ceti più dinamici della cultura, del lavoro, dell’impresa.

Attenzione, il punto è politico. Perché in Toscana siamo in grado di esprimere opinioni e azioni guidate da strategie alte e complesse - il Piano regionale di sviluppo, il Piano di indirizzo territoriale - e, se non è chiedere troppo, quando si parla di Toscana, i dirigenti del Pd potrebbero tenerne conto. Perché la nostra collocazione nella divisione del lavoro la scegliamo noi toscani. E ci piacerebbe fosse apprezzato l’atteggiamento riformista del Pd toscano e dei suoi dirigenti che potrebbero amministrare una posizione di rendita anche elettorale, e invece hanno scelto di mettersi in discussione con visioni innovative e coraggiose che tengono insieme città d'arte e grandi centri industriali, porti e centri di ricerca, tutela e sviluppo.

Come ha scritto su Repubblica Ilvo Diamanti, il contraccolpo di una politica troppo “romana” in certe zone come la Toscana, abituate a una politica partecipata, attiva, dotata di “autonomia”, potrebbe far correre il rischio non solo di impoverimento politico e culturale, ma di perdita di egemonia fino a pericolose derive elettorali.

Assessore al territorio e alle infrastrutture

Regione Toscana

Postilla

Quel che temevamo sta purtroppo accadendo, il fronte regionale, già ostile ai pur cauti emendamenti al Codice introdotti da Buttiglione nel 2006, si sta ricompattando su un'opposizione netta e senza margini di discussione nei confronti di quello che, probabilmente in dispregio nei confronti del ministero, viene definito “codice Settis”, il quale, senza mezze misure, è bollato da Martini come «un micidiale passo indietro che ci condanna all’arretratezza».

Lo scontro era prevedibile e costituisce, in fondo, lo sbocco di una stagione di contrapposizione istituzionale strisciante della quale, già in altre occasioni, abbiamo sottolineato la sterilità, ma che rientrava, a pieno titolo, in una pratica non negativa e trasparente dell'agire democratico.

In tutto l'articolo, però, al di là della solita polemica nei confronti del turismo elitario della domenica, ritenuto quindi uno dei pericoli maggiori per l'agognato sviluppo del territorio, non è dato riscontrare il minimo rilievo di merito ai contenuti degli emendamenti licenziati dal Consiglio dei Ministri. La solita sequenza di parole d'ordine quali “innovazione”, “iniezione di dinamismo”, "strategie alte e complesse" che avevano connotato il P.I.T. Toscano e sulla cui pochezza culturale eddyburg si era già espresso.

Ma l'opposizione al Codice si ammanta ora, nelle parole di Conti, di aspetti davvero inquietanti, che è lo stesso autore a sottolineare con un richiamo: “Attenzione, il punto è politico” e che culminano in quelle “pericolose derive elettorali” evocate in explicit. L'intervento nel suo insieme si pone come un messaggio esplicito nei confronti dei propri referenti politici nazionali affinchè intervengano contro la visione “centralistica” propugnata dal Codice, a meno che non vogliano rischiare un “impoverimento politico e culturale” che una regione “dotata di autonomia” come la Toscana potrebbe essere tentata di attivare.

Che il Codice possa essere criticato, nel merito e nel metodo di elaborazione, non si discute, ma che invece di affrontare una confronto pur acceso nelle sedi deputate (Conferenza Stato regioni) e con gli interlocutori istituzionalmente preposti (Ministero beni culturali in primis) si preferisca inviare messaggi trasversali per via partitica è un ennesimo tristissimo segnale della deriva della nostra vita democratica. (m.p.g.)

Oggi è il 24 gennaio 2008. Sono passati 4295 giorni dal 21 aprile del 1996, quando i Verdi italiani vinsero le elezioni politiche partecipando nell’alleanza di centrosinistra dell’Ulivo. I Verdi italiani entrarono, quel giorno, primi nella storia d’Europa, nel governo di uno dei grandi paesi del continente. Ho il ricordo preciso e forte di quel giorno, perché ero il leader dei Verdi italiani.

Oggi la lunga alleanza tra la sinistra e la cultura e l’azione degli ecologisti italiani è fallita. Rovinosamente. Sul quadrante costituzionale della conservazione della tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione; su quello delle città storiche; su quello del territorio; su quello dell’inquinamento dell’aria e delle acque e, infine, sui dossier vitali dell’energia e dei rifiuti. Con i Verdi al governo i nostri maggiori problemi ambientali non solo risultano irrisolti, ma si sono aggravati.Nell’alleanza con la sinistra il pensiero ecologista si è rapidamente trasformato in enunciazione dogmatica, abbandonando il metodo problematico degli albori, ricco di ipotesi e di verifiche. Dalla fine degli anni Settanta si è via via mutato in certezze apodittiche e pregiudizi manichei.

Ne sono conferma due crisi in corso: l’agonia della regione Campania per i rifiuti bloccati, e la sterile predicazione ansiogena-ribellistica sulle questioni climatiche ed energetiche. Tutta intrisa, quest’ultima, dalle torbide attese di illimitati finanziamenti, il più delle volte calata con calcolo sull’opinione pubblica evocando scenari cancerogeni per le terrorizzate popolazioni, abusando cinicamente della credulità dei più. Così come si è potuta ritrovare la stessa intenzione nella Conferenza climatica internazionale, convocata in settembre a Roma dal governo italiano, aperta dal ministro dell’ambiente con informazioni scientifiche false sull’aumento di temperature medie in Italia.

Falsità immediatamente smentite dalla comunità scientifica. A partire dal 2007 si è rotto l’incanto: quando in Toscana prima, poi in Umbria, poi a Mantova, poi nell’Agro romano, poi a Roma, poi in Campania, poi in Puglia, è partito l’assalto al territorio di massimo pregio, nei luoghi più integri fino a tempi recentissimi. Molti hanno scoperto l’anno scorso che il potere regionale, provinciale e comunale del centrosinistra si trovava sempre dall’altra parte, con le imprese, con il business immobiliare, contro la tutela e la conservazione del paesaggio e delle città storiche. Da Fiesole al Pincio, da Perugia a Spoleto fino a Ravello, nella divina costiera.

Così nel 2007 sono nati in pochi mesi centinaia di comitati spontanei di cittadini, per lo più elettori di centrosinistra, ferocemente contrapposti ai poteri locali di centrosinistra percepiti come prova del tradimento esercitato dai propri eletti, “Templari del solo Pil”. Altro che “modello Roma”. Contraccolpi, abbandoni, in questi ultimi due mesi, tra i Verdi in Toscana e in Piemonte, per esempio, nel desiderio primario di sottrarsi alla contiguità con i Centri sociali e i partiti neocomunisti. Tentazioni, in Piemonte, Toscana e altrove, di rifondare i Verdi veri. Sgomento tra le associazioni, in particolare le più sensibili alle aree protette e al paesaggio, Italia Nostra, Wwf, Fai, Civita, Comitato per la Bellezza e Associazione Bianchi Bandinelli. Sono uscite dieci giorni fa con un pubblico appello al presidente del Consiglio dei ministri, Romano Prodi, su una intera pagina di La Repubblica: «Sdegnati dall’inarrestabile e avido assalto al territorio del quale siamo impotenti spettatori in ogni regione d’Italia».

Contando, loro, insieme a Salvatore Settis, su «un suo segnale forte, caro presidente». Santa ingenuità. E se il mondo ambientalista meno partitizzato, genericamente e pigramente di sinistra, comincia a interrogarsi se sia il caso di continuare a riservare in esclusiva la propria interlocuzione ai soli legislatori di centrosinistra, affidando loro le proprie antiche speranze, Legambiente, con il suo stile spregiudicato, ha pensato di preparare una posizione più flessibile: ha saltato a piè pari il fosso della autonomia formale dai partiti ed è entrata, in diretta, con gli ultimi suoi due “presidenti nazionali” nella Casamatta del ristrettissimo Esecutivo del Partito democratico. Decisi a realizzare lì, all’interno del partito maggiore del centrosinistra, un approccio duttile, sostituendo di fatto i Verdi in materia, per esempio, di revisione energetica, forse spingendosi fino al nucleare.

Abbandonando in questo modo le pratiche patetiche dei tavoli dell’Associazionismo, che loro sanno essere ormai inascoltato. La sinistra in Italia ha ucciso l’ambientalismo, dopo averlo disarmato, invecchiato, imbolsito con la ripetizione acritica e gli arcaismi. Almeno in due regioni dove la sinistra governa ormai da lungo tempo senza saggezza, si è arrivati con i rifiuti all’antivigilia della rovina che inghiotte Napoli e la Campania. Intendo il Lazio con Roma e in Umbria Terni e Perugia. Si è dunque all’anno zero. Mai la questione ambientale è stata così presente e insieme così negletta. Mai prima la Repubblica si è trovata senza tutela, senza conservazione, con le Sovrintendenze disperse, mortificate, degradate. Mai prima l’Italia è stata così sfigurata, neppure nella concitazione dell’immediato dopoguerra.

Finisce dunque, nel disonore, l’Alleanza innaturale. La sinistra comunista al potere ha provocato il maggior collasso ambientale della storia europea, a cominciare per lunghi decenni con le piogge acide che hanno scortecciato le foreste della Mitteleuropa. I comunisti al potere in Cina, Corea, Vietnam, Cuba, hanno prodotto la maggiore sofferenza ambientale di questi nostri anni contemporanei. Che fare in Italia? Prima di tutto uscire dalla rassegnazione e dare forza e idee nei luoghi nuovi della elaborazione, lì dove da qualche tempo si studia, si ricerca, ci si confronta, a cominciare dalle fondazioni Liberal e Farefuturo. Poi collegare tutte le persone che scrivono e studiano, e che da sole hanno cominciato a controinformare, smascherando le parole malate, le informazioni fraudolente. Infine, non lasciando isolata la recente mobilitazione del cattolici sul tema, come loro lo definiscono, della difesa del Creato. Gli ecologisti liberi da una parte. I professionisti dei raggiri dall’altra.

Postilla

Quest’articolo è uscito su di un giornale berlusconiano che non è tra le nostre frequentazioni abituali. Ringraziamo chi ce lo ha segnalato perchè insegna molte cose. Intanto, conferma che Ho Chi Min è stato l’apostolo, e l’iniziatore, di quel pauroso degrado del Pianeta Terra di cui cominciamo a vedere le conseguenze. Aspettiamo che Ripa di Meana scopra che le radici teoriche delle attività di distruzione del paesaggio e dell’ambiente sono state poste, nelle carceri che frequentò, da Antonio Gramsci.

Poi, perché spiega bene le ragioni per cui i paesaggi della Toscana siano stati, dal 1945 in poi, degradati in modo scellerato mentre le ridenti campagne della Lombardia e del Veneto sono rimaste intatte e, anzi, rese più verdi, ridenti e boscose di quelle dell’Austria.

Infine perché dimostra, con ricchezza di testimonianze, che l’ambientalismo di Alleanza nazionale (“Farefuturo”) e di Forza Italia (“Liberal”) è degno di fiducia; scopriremo che Franco Nicolazzi è tra i soci fondatori di entrambi, e che le radici furono poste dalla Società Generale Immobiliare negli anni del processo contro l’Espresso di Arrigo Benedetti e le denunce di Manlo Cancogni.

Abbandonando l’ironia, il tentativo della destra italiana (che è quello che è) di utilizzare personaggi dell’ambientalismo dei salotti per acchiappare voti nel bacino dei verdi ci sembra che vada seguito con attenzione. Gli errori della sinistra possono aiutare, certo inconsapevolmente, il lavoro dei Ripa di Meana e dei loro sponsor; può essere che anche sul versante opposto a quello dominato da Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini questo episodio insegni qualcosa di utile.

Melito. Casoria. Pozzuoli. Quarto. La via Campana. Nella catastrofe dei rifiuti il tempo scorre, ma è immobile. Non c’è ieri. Non c’è oggi. Perché questo presupporrebbe che si fosse risposto, ieri, a domande cui nessuno, oggi, ha ancora voglia di rispondere. Come è potuto accadere? Chi ha consegnato la Campania e con lei il Paese intero alla sua sventura, alla sua umiliazione? E perché?

«Non esistono innocenti», è la risposta che si raccoglie nell’epicentro del dramma, come nella sua periferia, il Parlamento, dove tanto inutilmente quanto ciclicamente ne è stato annunciato l’epilogo (da ultimo il 19 dicembre scorso) da tre diverse commissioni di inchiesta (nella tredicesima, quattordicesima e quindicesima legislatura). È una finzione. La catastrofe non è una notte in cui tutti i gatti sono neri. Dove, con tratto molto italiano, le responsabilità sono "sistemiche" e dunque anonime. La catastrofe ha dei padri. Ha un suo incipit. Di cui, purtroppo, le migliaia di tonnellate di rifiuti che ancora avvelenano le strade che vedete in queste foto sono solo la coda.

L’incipit è un Grande Progetto che si è fatto mostro e che oggi, ha un nome che tutti hanno imparato a conoscere: "ecoballe", il combustibile da rifiuti ("CDR") per la produzione di energia, il "rifiuto dei rifiuti", il suo prodotto "nobile". Doveva essere l’oro di Napoli e ne è oggi la tomba. Ha schiantato il sistema, "il ciclo", come lo chiamano gli addetti. Ne ha semplicemente cancellato l’esistenza. Doveva alleggerire la pressione sulle discariche per finire in due inceneritori che lo avrebbero trasformato in ricchezza. È ridotto a immenso bolo di materia marcescente, irriciclabile, che ostruisce, a valle, ogni possibile sbocco di ciò che continua a essere prodotto a monte (7 mila tonnellate di rifiuti al giorno). Di ecoballe se ne contano almeno 6 milioni e mezzo da oltre una tonnellata ciascuna, 43 volte la volumetria dello stadio san Paolo. Se ne impilano ogni giorno 2.500 di nuove. Per incenerirle non sarebbero sufficienti i prossimi 33 anni. Divoreranno ogni nuovo metro cubo utile di discarica che il prefetto Gianni De Gennaro riuscirà (forse) ad aprire.

Le trincee di Melito, Pozzuoli, Casoria, Quarto, sono le escrescenze del mostro. Ne testimoniano la storia. Che ha le stimmate di un grande gruppo industriale del Paese, Impregilo, e della famiglia, i Romiti, che l’ha guidato nell’avventura campana. Che racconta di una gara d’asta (1999) assai singolare. Di come, chi e perché, a Roma e a Napoli, nel centro-destra e nel centro-sinistra, negli uffici del commissario straordinario all’emergenza, ha ritenuto conveniente, soltanto sette anni fa, una scommessa industriale politicamente subalterna, che nel suo atto costitutivo aveva scritte le ragioni del suo sicuro fallimento, tecnico e finanziario. Per la quale la Procura di Napoli ha incriminato i vertici di Impregilo (interdicendone la partecipazione a gare pubbliche per un anno e sequestrandone i beni per 780 milioni di euro), il governatore della Campania Antonio Bassolino e i tecnici del commissario straordinario per una truffa che si è fatta disastro ambientale (nell’assoluto disinteresse, il processo da 64 faldoni, 200 mila pagine e 28 imputati, è nella fase della sua udienza preliminare).

In queste cinque settimane, nelle cronache del dramma, lo sguardo è rimasto fisso ai cassonetti, la storia del mostro, i nomi dei suoi protagonisti, sono come evaporati. Se evocati, se ne sono piccatamente risentiti. Torniamo a farne qualcuno: Cesare Romiti; Antonio Bassolino (governatore della Campania e commissario straordinario all’emergenza dal 2000 al 2004); due diversi ministri dell’ambiente in governi di centro-sinistra - Edo Ronchi e Willer Bordon - un ministro dell’ambiente di centro-destra (Matteoli), Antonio Rastrelli (ex governatore della Campania nella stagione che precede quella di Bassolino); i tecnici (non sono molti) di un commissario straordinario all’emergenza che, oltre ad essere stato un centro di spesa fuori controllo (oggi si procede alla sua liquidazione), ha operato per almeno cinque anni (2000-2005) in perenne conflitto di interesse.

Eppure, la storia non è poi così complessa. È solo impresentabile. Nel 1999, Impregilo, azienda che ha sin lì costruito solo ponti e strade e non sa neppure cosa sia un cassonetto, vince una gara per il nuovo ciclo virtuoso di smaltimento (ecoballle e inceneritori) che impone di premiare i meno capaci tecnicamente. È preferita all’Enel (che ottiene il doppio del punteggio tecnico), perché offre una tariffa stracciata - 83 lire per chilogrammo di rifiuto smaltito - di cui, curiosamente, quando le buste dell’incanto devono essere ancora aperte l’allora e attuale direttore generale del ministero dell’Ambiente, Gianfranco Mascazzini, vaticina in pubblici convegni a Milano già l’importo (Mascazzini sarà il primo dei dirigenti a essere riconfermato dal ministro Pecoraro Scanio, lo stesso che, nei giorni in cui manifestava contro l’inceneritore di Acerra e nel mettere poi piede al ministero ne chiedeva e prometteva la cacciata). È preferita all’Enel, perché Impregilo, in quegli anni, non è solo mattoni e movimento terra. È, quando mancano soltanto dieci mesi alla resa dei conti elettorale (le elezioni 2001), il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera. Perché risponde a un criterio di economicità che non si pone la domanda più semplice (come è possibile assicurare a un prezzo così basso un servizio che funziona?) e che mette d’accordo tutti. Governatori campani di centro-destra (Antonio Rastrelli) e centro-sinistra (Antonio Bassolino). Ministri della Repubblica dell’Unione (Edo Ronchi e Willer Bordon) e del Polo (Matteoli). E naturalmente Impregilo, che è certa (come del resto avverrà), una volta vinta la gara, di poter rinegoziare a mano libera un contratto di cui a tal punto non onorerà l’oggetto, da dover essere rescisso (2005), a catastrofe ormai compiuta. Anche perché, gli uffici del commissario straordinario all’emergenza, che ne dovrebbero sorvegliare gli adempimenti, ne sono una dependance. Dove, per dirne una, chi (Salvatore Acampora) aveva scritto il capitolato di appalto della gara vinta da Impregilo, ne sarebbe diventato, regolarmente retribuito (un miliardo e mezzo di lire), "ingegnere capo" responsabile per l’inceneritore di Acerra. Dove, per dirne un’altra, il responsabile del progetto tecnico che avrebbe dovuto regalare alla Campania un nuovo ciclo dei rifiuti (il professore Raffaele Vanoli) apriva i suoi uffici ai generosi consigli di un figuro come Mario Scaramella, il futuro calunniatore della Commissione Mitrokhin. Dove lo studio legale (avvocato Enrico Soprano) incaricato di curare l’interesse della cosa pubblica, contemporaneamente curava gli interessi della sua controparte, Impregilo.

Melito. Casoria. Pozzuoli. Quarto. La via Campana. Non c’è un oggi, perché gli è stato rubato ieri.

Postilla

Interrogativi e denunce più che giusti, ma qualche imprecisione. L’appalto con Impregilo, truffa documentata e gigantesco alibi alle negligenze di tutti, fu aggiudicato e perfezionato dai “governatori”-commissarii Rastrelli e Losco (centrodestra) e non dal “governatore”-commissario Bassolino (centrosinistra). Il primo torto di quest’ultimo fu di aver firmato il contratto e aver liquidato politicamente chi gli aveva caldamente e argomentatamene sconsigliato dal farlo.

E tra i colpevoli, sarebbe bene ricordare tutti quelli che, potendolo (poiché governavano e governano) avrebbero potuto iniziare ad affrontare il problema dei rifiuti da dove logicamente esso inizia: dalla loro produzione. Avrebbero potuto – l’altro ieri, ieri, o anche oggi – a ridurre la produzione abnorme di rifiuti decretando l’obbligo di eliminare quei giganteschi orpelli dei confezionamenti inutili, che costituiscono la percentuale più elevata della mondezza urbana. Come tutti quelli che, ancora oggi, ritengono che il problema dei rifiuti (e moltissimi altri problemi ambientali) si risolvono con la tecnologia e con i poteri straordinari e la facoltà di deroga, anziché con un’ordinaria amministrazione sistematicamente volta all’interesse comune.

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